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1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

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Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

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1494.- LA CONNECTION SULL’ ARNO TRA UOMINI DI CAMORRA E QUELLA IMPRENDITORIA TOSCANA

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La ruota gira. Con il fallimento, prima del referendum e, poi, del tour elettorale in treno, dovrebbe essersi conclusa l’avventura di Renzi e della sua famiglia. L’NWO e i suoi poteri finanziari hanno trovato già un altro pupazzetto per completare la sua opera di demolizione del Paese e Obama l’ha chiamato a rapporto. Più grande è l’ascesa e più forte è il botto. Ecco che Guardia di Finanza e Procure aprono i cassetti: “Firenze, indagati il padre e la madre di Matteo Renzi. i genitori dell’ex premier e attuale segretario Pd, entrambi indagati dalla procura. L’iscrizione nel registro, che è stata segretata,avvenuta in coincidenza della visita compiuta dalla G.F.nell’azienda di famiglia, la Eventi6”. Anche MPS concesse mutuo di 1,3milioni a Eventi6 azienda dei Renzi. a Settembre scorso. La sorella si è dimessa l’ altro ieri. E, quindi, si smuovono ora? Ma c’è posta anche per Maria Elena?

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I BIGLIETTONI DELLA CAMORRA NELLA TERRA DELLA FAMIGLIA BOSCHI: IL CLAN MALLARDO SI ERA INSEDIATO A SUON DI CONTANTI FRA MONTEVARCHI E LATERINA. IL PAPA’ DELLA SOTTOSEGRETARIA AVEVA DUE CONTI CORRENTI COINTESTATI CON UN INDAGATO, E ANCHE TIZIANO RENZI VIENE SFIORATO DALL’INCHIESTA.

Dario Del Porto e Gianluca Di Feo per “la Repubblica”

Gli affari sono affari. E quando si presentano degli oscuri imprenditori con un forte accento campano e con le valigette piene di biglietti da 500 euro, nessuno batte ciglio. Trovano soci e professionisti per realizzare i loro piani, investono e guadagnano. Se però questo accade lungo quel tratto dell’ Arno che unisce Arezzo e Firenze, nei paesi che hanno segnato l’ ascesa di Matteo Renzi, allora la questione può diventare quantomeno imbarazzante.

Così l’ ultima istruttoria della procura di Napoli sul clan Mallardo, famiglia camorristica di Giugliano considerata una delle cosche più influenti d’ Italia, va a intrecciare direttamente le attività di Pierluigi Boschi e arriva persino lambire l’ ingegnere di un’ azienda promossa da Tiziano Renzi. Nei loro confronti non c’ è nulla di penalmente rilevante, mentre il gip ha ridimensionato il ruolo degli imprenditori toscani indagati per riciclaggio. Gli atti della procura, però, offrono un racconto impressionante di quanto sia facile per gli emissari delle mafie infiltrare il tessuto economico: di fronte ai quattrini, tutti aprono le porte. In silenzio.

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In carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo

L’ epicentro di questa inchiesta è Montevarchi, borgo da cartolina quasi a metà strada tra Arezzo e Firenze. Lì secondo i magistrati gli inviati dei boss mettono su una manciata di società e per 10 anni vi riversano i soldi raccolti con la droga e con il racket. Ovviamente si affidano a figure ben note nel paese, che sanno a chi rivolgersi per raggiungere i risultati. La prima creatura si chiama Valdarno Costruzioni.

Ha sede presso la società di un prestigioso architetto, che fa la spola tra Montevarchi e Laterina, di cui è stato candidato sindaco in rivalità con la lista di Maria Elena Boschi. La Valdarno è la prima creatura dei Mallardo. Tutte le pratiche e i progetti vengono curati dal principale studio cittadino, lo stesso che disegna i piani urbanistici dei comuni e che realizza sul territorio opere per Gucci e Prada. Non sorprende quindi leggere che il primo rogito viene siglato dal notaio che redige i verbali delle assemblee di Banca Etruria. Che la sede viene ospitata dalla ditta del segretario del Rotary. O che il commercialista di riferimento lavora per numerose istituzioni fiorentine. Relazioni che permettono in fretta di costruire e vendere i primi 14 appartamenti con oltre due milioni di incasso. Non stupiscono, dunque, neppure le parole del pentito Giuliano Pirozzi, quando racconta delle «ottime entrature presso le banche in Toscana » vantate da Antimo Liccardo, considerato l’ uomo di fiducia dei Mallardo in Val d’ Arno.

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Sono due i referenti principali degli investitori venuti dal Sud, indagati per riciclaggio. C’ è Mario Nocentini, ben introdotto nel giro della Coldiretti. È lui che nel 2002 trascina Pier Luigi Boschi, il papà di Maria Elena, insieme ad altri coltivatori della zona, tra cui il titolare di uno dei frantoi più famosi, nel piano per l’ Orcio: un camping di livello che non verrà mai completato.

Tra l’ aprile 2005 e l’ agosto 2012, Nocentini entra con il 49 per cento nella Edil Europa 2 srl, società immobiliare controllata dalla Valdarno che realizza le palazzine ritenute in odor di camorra, ma i denari – scoprono gli inquirenti – non li mette lui: sono i risparmi di tre commercianti di Montevarchi, che preferivano non apparire. Per i pm, guidati dal procuratore Giovanni Melillo e dal suo vice Giuseppe Borrelli, sono comunque «capitali di provenienza opaca». Alla fine, il business vale oltre cinque milioni.

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Michele Quaranta invece ha una società che è riuscita a farsi approvare il progetto per tre asili, finanziati con i fondi renziani per l’ edilizia scolastica. Tra il 2004 e il 2007, è socio al 30 per cento della filiale toscana dei Mallardo. E poi nel 2014 porta avanti le iniziative della Nikila Invest. Si tratta di una azienda fiorentina nel mirino di diverse procure: si occupa di outlet e residenze di prestigio. Ha relazioni societarie con la Party srl di Tiziano Renzi, che mentre il figlio era a Palazzo Chigi avrebbe partecipato personalmente agli incontri con i sindaci di Sanremo e Fasano per promuovere i cantieri di nuovi centri commerciali.

 

Uno dei tanti intrecci che capitano nelle piazze del Valdarno. Per Nocentini come per Quaranta, il gip ha bocciato la richiesta di sequestro. E adesso tutti sostengono che si trattava di pessimi affari, di averci perso. Già, ma perché nessuno ha mai protestato? Stando ai documenti ufficiali, sembrano vittime perché cedono quote agli emissari del clan senza farsi compensare in modo adeguato.

Gli inquirenti però hanno un altro sospetto e ipotizzano che i pagamenti ci siano stati, ma in nero. Citano la conversazione registrata nello studio di un avvocato legato al boss: «Sono stati tacitati in nero, i voti del concordato che abbiamo comprato a nero e tutto il resto appresso cioè c’ è un mondo dietro questo, che lei non sa, non può sapere e non vuole sapere».

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2. “IO RICICLATORE DELLE COSCHE? MA SE HO PERSO TUTTI I MIEI SOLDI”, di Michele Bocci.

«Il riciclaggio? Ma io non sapevo nemmeno di essere indagato. L’ ho scoperto dalla stampa». Mario Nocentini è chiuso nell’ ufficetto del suo vivaio, a poche centinaia di metri dall’ uscita Valdarno dell’ A1. Fuma una sigaretta dopo l’ altra e discute con la compagna. Voglia di parlare, zero. «Ma che ne so della camorra, l’ unica cosa di cui sono certo è con quell’ azienda ho perso tutto».

L’ imprenditore è stato anche socio in una azienda diversa del padre della sottosegretaria alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi, Pierluigi, con il quale condivide due conti correnti. Quando Nocentini parla di soldi perduti, si riferisce ai 400mila euro (una casa e denaro ereditati dalla madre) che nel 2001 aveva messo nella Edil Europa 2.

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Ad invitarlo a fare l’ investimento era stato colui che poi sarebbe diventato l’ amministratore della società e cioè Domenico Pirozzi, imprenditore originario di Giugliano piuttosto noto a Montevarchi e anche lui indagato. Il vivaista aveva il 49% della Edil Europa 2, l’ altro 51% era in mano alla Valdarno costruzioni, dove appunto sarebbero entrati i soldi dei camorristi Mallardo.

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Nei primi anni la società costruiva case. «Pagavano regolarmente, rispettando i contratti», dicono nello studio di architettura di Montevarchi, pieno di clienti privati e pubblici, che si è occupato dei progetti. Passati tre o quattro anni, Edil Europa 2 ha avuto improvvise perdite e nel 2011 Nocentini è uscito, senza più un euro. Ma lo stesso imprenditore aveva già buttato via denaro in un’ altra società, L’ Orcio, costituita alla fine degli anni Novanta con altri vivaisti e Pierluigi Boschi, al tempo dirigente di Coldiretti in Valdarno, per fare un campeggio di lusso sulla via Chiantigiana.

 Nocentini è finito nell’ indagine della procura di Napoli sulle infiltrazioni camorristiche in questo pezzo della Toscana scelto già da tempo dalla criminalità organizzata per ripulire denaro sporco e fare affari. È accusato di riciclaggio ma il gip ha bocciato la richiesta di sequestro dei beni perché «non ha materialmente concorso alle immissioni di capitali di provenienza delittuosa» nella società di costruzioni Edil Europa 2.

Anche qui, all’ inizio le cose andavano bene (erano costruiti alcuni dei 24 bungalow) poi sono lievitate le spese e nessuno aveva i 2 milioni necessari ad andare avanti. Nocentini ha perso tutto e abbandonato la società ma gli sono rimasti due conti correnti, uno intestato a lui e Boschi, l’ altro anche agli ex soci. Nessuno li chiude perché sono in rosso.

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Leggiamo anche: “Nuovi guai per Maria Elena Boschi: il socio del padre indagato per i soldi del clan”, pubblicato da Libero. it, per capire a chi (e perché?) era stato affidato il ministero per le Riforme; da quale mondo veniva la proposta di riforma costituzionale bocciata dal referendum di dicembre. In quel mondo ha vissuto finora colei che regge le attività di Palazzo Chigi.

“No, no… Non parlo. Non ho niente da dire”. Così Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena, risponde a quanto pubblicato oggi da alcuni quotidiani sull‘inchiesta della procura di Napoli per riciclaggio dei beni del clan camorristico Mallardo. Secondo i quotidiani in edicola, tra gli indagati ci sarebbe anche Mario Nocentini, 64 anni, imprenditore edile di Montevarchi (Ar), cointestatario di un conto corrente con papà Boschi che non è indagato. I magistrati avrebbero controllato i conti correnti di alcune società di Nocentini e, almeno due di questi secondo quanto scrive Il Corriere della Sera, presso la Banca del Valdarno, sarebbe cointestato a lui e Boschi. La Procura di Napoli aveva chiesto il sequestro del conto, insieme a molti altri riconducibili a Nocentini, ma il gip ha respinto la richiesta.

“Il padre della Boschi risulta estraneo all’inchiesta condotta dagli inquirenti partenopei, ma tutti i depositi del suo amico, dunque anche i suoi” continua l’articolo del Corriere, “sono finiti sotto controllo proprio per ricostruire il percorso dei soldi che sarebbero stati investiti dai criminali. Anche perché oltre ai 19 arresti scattati due giorni fa che hanno portato in carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo, sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro”.

Le indagini, condotte dai poliziotti delle Squadre mobili di Napoli e Firenze, iniziano più di due anni fa e riguardano tutti gli affari del clan utili a reinvestire i proventi del traffico di armi e droga. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Dai controlli eseguiti emerge che Nocentini insieme ad altri imprenditori viene accusato di aver “effettuato operazioni per rendere difficoltosa o comunque ostacolare” scrive il Corriere della Sera, “l’identificazione dell’origine illecita della provvista”. Si tratta di passaggi di denaro che in alcuni casi superano il milione di euro anche perché prevedono la compravendita di alcuni immobili.

Dalle indagini dei pm è emerso che Mario Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. Di questi sette aperti presso Banca Etruria. In più si scopre che Nocentini ha avuto ruoli nelle società utilizzate dal clan dal 2005 e che gli affari sono andati avanti fino al 2012. In questo periodo ha versato oltre 470mila euro, ma – e questo è ciò che ha insospettivo gli investigatori – non ha preteso di essere liquidato quando le società sono state chiuse e sono state poi ammesse al concordato preventivo. Dunque, secondo l’accusa, l’imprenditore potrebbe essere stato liquidato “in nero” dagli esponenti del clan napoletano o aver ottenuto in cambio altri vantaggi.

Boschi risulta estraneo all’inchiesta condotta dagli inquirenti partenopei, ma tutti i depositi del suo amico, dunque anche i suoi, sono finiti sotto controllo proprio per ricostruire il percorso dei soldi che sarebbero stati investiti dai criminali e le verifiche degli investigatori proseguono proprio per ricostruire ogni passaggio di denaro e così individuare la provenienza delle somme.

Le aziende toscane

Gli accertamenti condotti dai poliziotti delle Squadre mobili di Napoli e Firenze, coordinati dallo Sco guidato da Alessandro Giuliano, cominciano oltre due anni fa e riguardano tutti gli affari del clan utili a reinvestire i proventi del traffico di armi e droga. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Il ruolo di Nocentini emerge proprio da questi controlli e insieme ad altri l’imprenditore viene accusato di aver «effettuato operazioni — alcune giustificate come “rimborso finanziamento socio” — per rendere difficoltosa o comunque ostacolare l’identificazione dell’origine illecita della provvista». Sono passaggi di denaro che in alcuni casi superano il milione di euro anche perché prevedono la compravendita di alcuni immobili.

I 39 conti correnti

Si scopre che Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. Di questi sette, intestati alle aziende e sui quali ha la delega ad operare, risultano aperti presso Banca Etruria. I pubblici ministeri, da oltre tre mesi guidati dal procuratore Gianni Melillo, effettuano lo screening di tutte le movimentazioni proprio per individuare l’esatto percorso del denaro. Scoprono così che Nocentini ha avuto ruoli nelle società utilizzate dal clan dal 2005 e che gli affari sono andati avanti fino al 2012. In questo periodo ha versato oltre 470 mila euro, ma — ed è la circostanza che ha insospettivo gli investigatori — non ha preteso di essere liquidato quando le aziende sono state chiuse e sono state poi ammesse al concordato preventivo. Dunque, secondo la tesi dell’accusa, potrebbe essere stato liquidato «in nero» dagli esponenti della criminalità napoletana o comunque aver ottenuto altri vantaggi.

I depositi di Boschi

Nell’ambito di queste verifiche si è scoperto il legame con Pier Luigi Boschi e l’esistenza dei due conti, entrambi presso la Valdarno. Il primo, numero 604906, risulta intestato anche a Paolo Amerighi, Roberto Amerighi, Giuliano Scattolin e Pierluigi Maddii. Riguarda un investimento effettuato molti anni fa per un campeggio e secondo alcune verifiche effettuate servirebbe in particolare a pagare il mutuo ancora acceso. Boschi, avrebbero spiegato gli altri soci, fu coinvolto quando era dirigente della Coldiretti. L’altro deposito, numero 603551, è invece intestato soltanto a Nocentini e Boschi e sarebbe stato utilizzato per alcuni affari immobiliari che hanno effettuato insieme. Secondo quanto emerso dall’indagine si tratta di compravendite che nulla hanno a che fare con gli investimenti del clan. Boschi non risulta aver avuto infatti rapporti con emissari e prestanome dei Mallardo, ma solo interessi in comune con Nocentini. Ed è proprio sul ruolo dell’imprenditore che si concentrano le ulteriori verifiche. Il gip non ha infatti autorizzato il sequestro dei suoi beni ritenendo che non sia stato provato che «fosse consapevole dell’esistenza di un rapporto tra i soci della Valdarno Costruzioni e i Mallardo, nè che la restituzione della somma «ragionevolmente restituita “in nero”» provenisse «dalle casse del clan». E dunque saranno effettuati ulteriori controlli proprio per individuare eventuali altri passaggi occulti di soldi.

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Vuoi vedere che l’aeroplanone di Renzi tornerà utile?

 

1483.-La svalutazione della lira nel 1992 ad opera di Soros. La confessione di Craxi.VIDEO DA NON PERDERE!

svalutazione-lira-craxi-contro-sorosNel 1992 l’Italia attraversò un periodo economico negativo per via della svalutazione della lira avvenuta dopo gli attacchi speculativi del finanziere George Soros, che guadagnò fior di miliardi sulle nostre spalle. Ecco come. La confessione di Bettino Craxi.

Nel 1992 in Italia avvenne un qualcosa di molto importante per l’economia italiana. All’ inizio degli anni 90 la lira era una moneta forte in Europa, fino a quando l’allora governatore della Banca d’ Italia carlo Azeglio Ciampi ne alzò i tassi di interesse senza un motivo ben preciso, in un periodo dove l’economia italiana andava a gonfie vele e  quindi non necessitava di alcuna manovra economica, specie se applicata sulla moneta di stato.

Successivamwente l’ agenzia internazionale moody’s declassò la lira. Dal settembre 1992 iniziò un violento attacco alla moneta di stato italiana che per essere difesa venne svalutata del 30% dall’ allora governo Amato.

A causa di ciò, per evitare il crollo della lira la Banca D’Italia dovette compiere una manovra durissima, mandando in fumo qualcosa come 15000 miliardi di lire, situazione provocata “stranamente” dal suo stesso governatore.

Il fatto che desta molto sospetto è che qualche giorno prima del crollo della lira, alcuni “soliti noti” (tra i quali George Soros) trasferirono in valuta estera (dollari USA) ben 30000 miliardi di lire. Dato quindi il successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse.

Speculazione finanziaria? Il crollo della Lira fu architettato a tavolino? Fu un caso che l’allora governatore della Banca d’ Italia Ciampi creò le basi per il crollo della lira?

Ci teniamo a ricordare che qualche anno dopo Carlo Azeglio Ciampi diventò Presidente della Repubblica Italiana, precisamente dal 18 maggio 1999 al 15 maggio 20

Nel video seguente vi mostriamo uno spezzone di 2 interviste fatte a Bettino Craxi a riguardo. Buona visione

 

Video sulla svalutazione della lira avvenuto nel 1992. Nel video vi sono le interventiste a Paolo Cirino Pomicino, Renato Brunetta e Bettino #Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni, su #Tangentopoli e sul ruolo che si presume ebbero i “poteriforti” e George #Soros dietro tutto ciò.

Prodi – Soros : Criminali di Stato

Ciampi, poi Dini, Amato, ed infine Romano Prodi… Oggi i governi Monti, Letta e Renzi. Tutti governi tecnici al servizio della finanza e delle lobbies internazionali, all’opera da oltre vent’anni per cambiare a suon di golpe istituzionali, il volto dell’Italia, nel nome del più scellerato liberismo progressista 2.0 Ma Romano Prodi resta “Il vero criminale di stato”. Il professore, amico e sponsor del Terrorista Finanziario George Soros, premier due volte nel 1996 e nel 2006 (con ben poche fortune) con il centrosinistra ma soprattutto mammasantissima dell’Unione europea. L’ingresso dell’Italia nell’euro, per esempio, lo vide protagonista assoluto a suon di tasse, e in quanto europeista convinto è tra i favoriti per la successione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale, nel 2013. Eurozona, debito pubblico e spread e Unione europea non agiscono per salvare l’Italia e gli italiani, “ma per affondarla, per distruggerla e arricchire solo i potentati”. In quanto economista, Prodi avrebbe grande responsabilità in questa progressiva distruzione. Quando è andato al governo eravamo la settima potenza del mondo, oggi siamo servi. Proprio come Monti, Letta e Renzi, che hanno voluto e sostenuto questo golpe finanziario insieme a Napolitano. Silvio Berlusconi il giudizio è severo, ma diverso: “E’ stato disastroso ma non per le accuse di corruzione. Anzichè tenere duro di fronte al colpo di stato dell’Europa, si è dimesso”.

 

1459. – NON AVRANNO IL VOTO DEGLI ITALIANI, MA IL LORO DISPREZZO

Paralizzato da anni per un incidente e cieco, Loris Bertocco, dopo aver affrontato molte difficoltà, a 59 anni è arrivato a prendere la decisione più tragica: andare a morire in una clinica svizzera.

Non perché fosse un malato terminale (non lo era affatto), né perché lui desiderasse morire, tutt’altro (“amo la vita”, ha scritto), ma perché è stato lasciato solo: “Se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata” ha spiegato “avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze”.

Ha anche scritto: “il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata… Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazioni di gravità?”.

Il fatto che Bertocco fosse una persona molto impegnata e conosciuta (fra i fondatori dei Verdi, candidato a varie elezioni, animatore di iniziative e programmi culturali) e che ciononostante non sia riuscito ad abbattere quel “muro” di sordità fa capire meglio qual è la situazione dei tantissimi disabili gravi meno noti di lui.

Il suo caso ha colpito. Ora è il momento delle geremiadi. Ieri su “Repubblica” si leggeva questo titolo: “Dopo il caso Bertocco. La vita a ostacoli dei 4 milioni di disabili gravi. Atto d’accusa: ‘Dallo Stato solo un’elemosina’. Per la loro assistenza ricevono appena 500 euro al mese”.

In effetti è così.

DISCRIMINAZIONE

Persone con il 100 per 100 di invalidità, totalmente impossibilitate a prendersi cura di sé, anche fisicamente, con 513 euro al mese dovrebbero vivere, nutrirsi, curarsi, vestirsi, pagarsi una casa, le utenze e soprattutto un’assistenza 24 ore su 24 (se sono ricoverati in strutture prendono molto meno, quasi nulla).

Si parla di 4 milioni di italiani, spesso giovani, che sono abbandonati a tal punto da arrivare – in certi casi come questo – a desiderare solo di mettere fine ai propri giorni.

Voi obietterete: “ma siamo in periodo di crisi e i soldi sono pochi”. Non è vero. Quello Stato italiano che si disinteressa così dei suoi cittadini più sofferenti e li abbandona, è lo stesso Stato, a dominio “progressista” e “umanitario”, che poi accoglie a braccia spalancate migliaia di emigranti che da tutto il mondo vengono portati in Italia (“venghino siòri, qua c’è posto, vitto e alloggio, casa e lavoro per tutti”).

Ebbene lo Stato italiano, governato da queste “illuminate” sinistre, spende ogni giorno per ciascun migrante 35 euro se maggiorenne e 45 se minorenne: il totale mensile è di 1050 euro se maggiorenne e 1350 se minore (c’è dentro pure il cosiddetto “pocket money” per le spese quotidiane del migrante).

Avete capito bene: per l’italiano inchiodato su un letto, paralizzato e impossibilitato a prendersi cura di sé, perfino nelle minime cose, lo Stato spende 513 euro al mese. Per gli stranieri che arrivano qua – solitamente giovani e robusti (in alcuni casi anche propensi al crimine) – lo Stato spende mensilmente più del doppio: 1050 euro.

Soldi nostri. Allora si pone una domanda: chi sono i discriminati? Gli italiani o i migranti?

Il quadro è ancora più assurdo se si considera lo stanziamento totale: al fondo per la “non autosufficienza” il governo nel 2017 ha assegnato 450 milioni (ne aveva promessi 500, ma gli sembravano troppi). Lo stesso governo italiano per i migranti nel 2017 ha stanziato 4,6 miliardi di euro (addirittura un miliardo in più rispetto a quanto si è speso nel 2016).

Ci rendiamo conto delle proporzioni? Per gli italiani “non autosufficienti”, che non ce la fanno nemmeno a nutrirsi” da soli, 450 milioni, mentre per i migranti 4,6 miliardi.

E teniamo presente che i disabili gravi sono 4 milioni di cittadini, molti di più dei migranti. Com’è possibile non indignarsi di fronte a una classe di governo così?

Stanziano per gli stranieri che dall’Africa o dall’Oriente vogliono emigrare – e verso i quali l’Italia non ha alcun obbligo – dieci volte di più di quanto stanziano per gli italiani totalmente disabili?

Dieci volte di più! Sono i soldi della tasse degli italiani. Se questi fondi fossero investiti tutti nell’assistenza dei disabili ognuno di loro potrebbe vivere degnamente a anche fare programmi di riabilitazione.

GUERRA CONTRO GLI ITALIANI

So già che adesso il solito luogocomunista si mostrerà sdegnato perché – così dicendo – stiamo opponendo, a suo parere, poveri contro poveri.

Ma questa è pura demagogia per giustificare l’ingiustizia. Milena Gabanelli ha ragionevolmente fatto notare che la coperta della spesa sociale è quella, se la tiri da una parte (estera) ne scopri un’altra (italiana): “Le anime belle parlano di frontiere aperte, ignorando che la frontiera aperta significa fine del sistema del welfare. E’ questo che vogliamo?”.

Sono lorsignori al potere che stanno facendo la guerra contro gli italiani, specie contro quelli più bisognosi e sofferenti.

Ecco perché gli italiani oggi desiderano solo mandare a casa questa banda di devastatori che sono al potere da anni e che sfasciano il Paese senza mai aver avuto la maggioranza dei voti degli elettori e anzi con un surplus di parlamentari che è stato perfino dichiarato “incostituzionale” dalla Corte.

E’ proprio quel “surplus” di seggi con cui il Pd, partito di minoranza assoluta, di fatto da anni sta spadroneggiando in Italia imponendo pure provvedimenti limitativi della libertà e soprattutto provvedimenti che sappiamo essere contro la maggioranza del Paese.

Come lo Ius soli che adesso cercano di infliggere al Paese a colpi di “fiducia” parlamentare.

GLI “UMANITARI”

Invece di digiunare ridicolmente per lo Ius soli, contro la propria stessa maggioranza, perché un ministro come Del Rio non digiuna per i disabili gravi? Il suo cattocomunismo è sensibile solo per gli stranieri? O sono loro il bacino elettorale che dovrebbe sostituire gli elettori italiani che non li votano più?

E quei parlamentari che fanno appelli e partecipano al comico “digiuno a staffetta” sempre per lo Ius soli? E’ dall’arroganza e dal potere che non digiunano mai, anzi se ne inebriano.

E dov’è il demagogo argentino che tutti i giorni da quasi cinque anni ci tartassa le orecchie pretendendo che gli italiani varino lo Ius soli e si sobbarchino tutti i migranti del mondo, senza però che lui – nello stato vaticano di cui è sovrano assoluto – se ne prenda nemmeno uno?

Il pressing sul governo per lo Ius soli – Bergoglio e i vescovi – lo fanno, ma per la situazione terribile di milioni di disabili gravi no.

Vanno a braccetto con i radicali di Emma Bonino che cavalcano il migrazionismo, con tutti i salotti del potere globale e i magnati alla Soros.

E tutti i soloni del pensiero “illuminato” che pontificano sui giornali pretendendo di dare o negare agli altri patenti di “civiltà” in base ai propri faziosi pregiudizi ideologici?

Qual è la soluzione che questo “progressismo” propone per i disabili gravi? L’eutanasia per coloro che non hanno familiari, parenti o amici che possono spendere tanti soldi in assistenza? Sarebbe il “suicidio assistito” la soluzione, che peraltro viene già prospettata in qualche altro paese “illuminato”, così da risparmiare sulla spesa sanitaria?

Purtroppo non ci sarebbe da stupirsi. Sono buoni a nulla, ma capaci di tutto: stanno già distruggendo l’Italia. E hanno pure il coraggio di sentirsi “i migliori”, la “parte sana” del Paese (per autocertificazione). Credo che sempre più italiani – per difendersi – vogliano dare il benservito a questa classe dirigente per mancanza di prove.

Meriterebbero di essere licenziati, ma troveranno il modo per blindarsi sulla poltrona e restare con il pallino in mano. Tuttavia a una cosa non possono sfuggire: il disprezzo.

.Antonio Socci

1361.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI… VIA LE ONG, TRITON RIPARTE.

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono state: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che hanno riversato orde immani di africani in Italia è stata la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena fu il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che denunciò il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros caricavano a bordo gli africani, sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggiasse i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante di giorno in giorno sempre più scarsi.

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Le parole di Leggeri – come scrisse il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio  – hanno rappresentato un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi che sono state impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono stati coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia e lo sarà ancora.

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

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Sappiamo tutti degli ostacoli frapposti alle indagini del procuratore Carmelo Zuccaro, dell’incursione immediata di Soros nell’ufficio di Gentiloni e dell’incremento assunto dalle operazioni delle ONG.

Per favore, nessuno dica che non sapessimo chi ha pagato l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operassero nella più totale illegalità.

 

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Ora, dopo la presa di posizione di Haftar, che ha capito come inserirsi nel gioco e ha chiesto all’Ue 20 miliardi in 20 anni, grazie all’impegno della guardia costiera libica e  grazie, anzitutto,  anche a al-Serraj, gli sbarchi di migranti in Italia si sono azzerati.  E’ vero anche che gli scontri tra fazioni nella zona di Sabrata, porto d’elezione per i trafficanti hanno complicato le operazioni dei trafficanti. Ma è bastato “mostrare le armi”, e Medécins sansa Frontieres, Save the Children, la spagnola “Poractiva Open Arms”, la tedesca Sea Eye hanno rinunciato ai loro salvataggi.

Effetto: un calo del 76 per cento degli arrivi rispetto allo stesso periodo di agosto 2016. E’ dunque evidente che le navi delle ONG “umanitarie” facevano da richiamo ed appello.

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D’accordo, i libici fanno questo dietro congrui pagamenti del “governo” Gentiloni-Alfani-Minniti. Pagati per fare quel che i  nostri non vogliono  fare apertamente; ma questo  è il livello della politica estera italiana – mazzette e tangenti.

Un grazie anche a “Generazione Identitaria”, che ha segnalato per prima le losche  collusioni della tedesca Iuventa con gli scafisti,  accendendo  un faro sulle operazioni delle ONG , che operavano continuamente protette dalla nebbia di lodi ed esaltazioni delle nostre Boldrini, dei nostri Saviano e dei media, col governo Soros-Gentiloni a far finta di niente, ed  il business parassitario dell’accoglienza a fare miliardi.  Ovviamente la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star, con i ragazzi di Defend Europe, è  stata e  viene subissata di insulti:  nazisti, razzisti, omofobi, negazionisti dell’oloqué… la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star e i ragazzi di Defend Europe hanno fatto molto, ma molto di più della pomposa Marina Militare.

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Ovvio:  la demonizzazione di  cittadini che, senza i fondi di Soros, si organizzano efficacemente, fino a noleggiare una nave, per contrastare i soprusi del potere  globale, è un riflesso tipico delle oligarchie. Ci si abitueranno.

Ora che le ONG hanno virato di bordo, la Marina italiana sostiene la guardia costiera libica e a Ceuta arriva la stessa quantità di migranti del 2016, la domanda è: Chi li sta spostando? Chi? Ma l’Ue è impegnata con Soros, il governo è impegnato con Soros. Sanno loro in cambio di che o di quanto e, mentre molti si compiacciono, via le ONG, tocca alle navi “da guerra”! L’illusione è durata un solo attimo. Riparte Triton l’operazione che ha moltiplicato gli sbarchi dei clandestini. La Ue e’ soddisfatta, Soros anche: la sostituzione prosegue.

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1357.- ATTACCO ALLA GIUSTIZIA

Enrico Moja, il questore di Arezzo mandato in esilio: “Maria Elena Boschi è riuscita a rimuovere me…”

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Dopo gli attacchi di maggio al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il trasferimento, pardon, promozione di pochi giorni fa del PM Ambrogio Cartosio, dal Tribunale di Trapani alla Procura di Termini Imerese, è la volta di un altro funzionario, con gli occhi su personaggi del potere, che non può più chiamarsi governo.

Non si placano le polemiche su Maria Elena Boschi. Dopo le rivelazioni di Ferruccio De Bortoli su Banca Etruria secondo cui l’ex ministro avrebbe fatto pressioni su Unicredit. A parlare ora è il questore Enrico Moja.

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Sembra che sia riuscita a rimuovere “almeno” “il questore di Arezzo…”, si legge nel messaggio su Whatsapp arrivato a Enrico Moja, 63 anni, il diretto interessato… . “Ci ho fatto una risata. Qualcuno ha interpretato il mio trasferimento in un certo modo. Ma io non ho mai avuto prove per dimostrarlo veramente”, dice il dirigente di polizia al Giornale. “Ho trascorso ad Arezzo un lungo e onorato periodo (dal 1 giugno 2013 al 1 settembre 2016, ndr) – spiega Moja – Come tutte le città di provincia, anche quella aveva le sue stranezze. Non dimentichiamo che era la città di Licio Gelli…”. Infatti Moja, è stato bruscamente rimosso e trasferito a Milano.

Perché? Come riporta Libero, all’epoca si è scontrato con Laterina e con la sicurezza da garantire a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia: “Avevo la responsabilità del dispositivo di tutela di tutta la famiglia e con l’allora ministro Boschi tenevo rapporti di carattere istituzionale. Credo di aver fatto con onore il mio lavoro, se poi a qualcuno non ero gradito per qualche ragione…”.

Quando il potere esecutivo invade il potere legislativo e prevarica il potere giudiziario non c’è più democrazia e non c’è più la Nazione. Ancora pochissimo , ma già sento dire: “Era meglio la dittatura con il suo monarca e il suo dittatore!”

 

1333.- Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta

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1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Soros-Obama-ClintonSOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

soros-quoteLO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombesolo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

1332.- Volontari a 10mila euro al mese.. Ma che volontariato è?

Non c’è più nulla da rispettare, non c’è valore che non sia stato malversato a fini di lucro, né valore né potere né istituzione in cui credere: clero, papato, istituzioni, volontariato. I farisei hanno sovvertito le fondamenta della società civile ed è l’economia che detta le leggi e governa il diritto. Non è più il diritto a governare l’economia. Ma se è il denaro che conduce, chiedetevi dove condurrà. Ho chiamato questa epoca dei maiali: “sorosiana”, dal giorno in cui il mercante della morte, un personaggio di mezzo del mondo sionista (non ebrea!) delle banche, è piombato, a Roma, senza timoranza alcuna, nella Presidenza del Consiglio dei ministri a dettare le sue istruzioni per continuare il traffico di esseri umani e per tacitare un Giudice vero: il PM capo della Procura di Catania Carmelo Zuccaro.

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Ma non vi appaghi questa rivelazione! Non siamo le sue vittime, perché siamo e saremo chiamati alla responsabilità. Vi riporto le notizie dal web e dalla stampa, ma avrei preferito un comunicato di quelle figure finte che ci governano. Sappiamo che siamo oltre il punto di non ritorno, che i numeri del traffico di umani ha superato le nostre possibilità di accoglienza, che i falsi ci impongono una integrazione impossibile con avventurieri incivili, che ci stiamo svenando senza speranza di risultato alcuno perché è la nostra civiltà che vogliono demolire. Integrazione significa che da una parte e dall’altra si da e si riceve. Significa che ci sarà e presto un accrescimento reciproco o non è integrazione. Sappiamo chi ha messo a libro paga le istituzioni di molti paesi. Ma vincono e perdono. Non sono onnipotenti. Hillary Clinton ha segnato una loro sconfitta, ma alla sua Convention si sono prostrate, fra gli altri, Laura Boldrini, Elena Boschi e hanno portato denaro pubblico del popolo italiano. Soros, uno speculatore finanziario, fra i trenta uomini più ricchi del mondo, pluricondannato da più stati, manipola a suo piacimento gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche, quindi, la società civile. La sua arma è il denaro fittizio che nulla costa e tutti compra, ma con cui semina povertà e morte nel mondo. Le organizzazioni di immigrati, le ONG sono state finanziate da lui e da quelli sopra lui per più di 300 milioni di dollari. Le istituzioni obbediscono a lui e anche il cosiddetto codice di comportamento delle ONG è uno specchio per le allodole. Il problema si affronta alla radice oppure comoda che ci sia. Così, mettono alla boa per un po’ di tempo, la bagnarola “ Iuventa” di  JugendRettet, un motopesca ristrutturato da Soros e finanziato da Soros e hanno lasciato mano libera alle altre ONG …finanziate da Soros. Cito, a esempio, la ONG SeaEye che ha gli stessi dubbi rapporti con gli scafisti per cui viene indagata la tedesca JugendRettet. E cito la MOAS, con le sue due navi, “Phoenix” e “Responder”, perché Regina Egle Liotta e il marito Christopher Cantambrone sono stati nominati ufficiali dell’ O.M.R.I., Ordine al Merito della Repubblica Italiana, dal nientemeno che Presidente della Repubblica Mattarella, per averci portato, eroicamente, 40.000 avventurieri in cerca di fortuna. L’ONG MOAS ha stretto accordi con la Croce Rossa Italiana e imbarca gente di Medici senza Frontiere, come anche la JugendRettet. Medici senza Frontiere non ha sottoscritto il cosiddetto codice di comportamento delle ONG, come la JugendRettet. Non vogliono armi a bordo è la scusa per i gonzi, ma le armi della polizia non creano pericoli: sono legge. Cosa hanno da nascondere? Ce lo chiediamo da anni. Abbiamo ancora dubbi sulla bontà di queste organizzazioni?

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C’è una unica mente

La verità sulle Ong, intercettazione a bordo: “I volontari prendono 10.000 euro”. Più che Ong, alcune di loro sono taxi del mare. Organizzazioni talmente ben oliate e professionali che alcuni “volontari” riuscivano a venir pagati profumatamente, fino a 10.000 euro. Segno evidente che la solidarietà per qualcuno era un business ricchissimo.

La fotografia scattata dall’inchiesta che ha portato al sequestro della nave Iuventa, utilizzata dai tedeschi di Iugend Rettet per trasportare i migranti dalla Libia all’Italia è nitida e gravissima. Non solo i volontari tedeschi andavano a prendere i migranti nelle acque libiche, a un miglio dalla costa, senza che le imbarcazioni dei disperati fossero in effettivo pericolo. Ma soprattutto facevano tutto in totale accordo con gli scafisti, con cui avevano contatti frequenti prima del “soccorso” (sarebbe meglio chiamarlo scambio-merce, visto che nelle intercettazioni alcuni operatori chiamavano i migranti “roba”) e addirittura, come testimoniato dalle foto scattate da un infiltrato a bordo, salutavano gli stessi come si fa con collaboratori e non, com’è nei fatti, autentici criminali.

Tra le intercettazioni scottanti, una apre gli occhi su una realtà che molti in Italia, tendenzialmente a sinistra, hanno sempre negato o minimizzato. Il giro di soldi nascosto dietro un’attività per certi versi benemerita. Un operatore chiede a un altro: “Quali erano secondo te le cose strane che hai visto?”. Risposta: “Innanzitutto il fatto che venissero pagati così tanto, il fatto che ci facessero fare queste c… di foto come ..”. “Perché loro, aspè.. perché loro erano pagati come stipendio dici?”, ribatte stupito il primo. “Eh, si, cioè .. cioè uno che fa il volontario che si piglia 10.000 euro mi sembra…”. La giungla delle Ong regala sorprese: “Quegli altri, quelli là… – continua in un’altra chiacchierata l’operatore riferendosi a un’altra organizzazione di volontari – quelli erano banditi del mare non erano soccorritori del mare, eh? Quelli erano veramente banditi! Cioè veramente quella è stata proprio scandalosa… hanno fatto più morti loro che loro da soli coi gommoni”.

Lampedusa, sequestrata nave Ong tedesca Iuventa:

Favoreggiamento dell’immigrazione contro ignoti è l’ipotesi di reato che a portato al sequestro della nave “Iuventa”, della Ong tedesca Jugend Rettet, bloccata nella serata di martedì 1 agosto dalla Guardia costiera a Lampedusa. La decisione del gip di Trapani su richiesta della Procura. L’organizzazione, che non ha firmato il codice di condotta del Viminale, è al centro dell’indagine dei pm trapanesi su presunti legami con gli scafisti. Intanto da alcune intercettazioni diffuse dalla polizia emergerebbe l’intenzione da parte dell’equipaggio di non dare fotografie dei salvataggi in mare e aiuto alle autorità italiane.

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Da Twitter: Un dubbio di Luca Battanta e anche mio: Sicuri che prendersela con la bagnarola Iuventa non serva per lasciare “inosservata” altra? ( Catrambone, Malta…, e, con loro, Boldrini, Mattarella… dice nulla?)

 

Ong, migranti e scafisti, i sospetti anche su Medici senza Frontiere: la gravissima accusa. 

C’è anche Medici senza Frontiere (quindi l’ONG MOAS, quindi Laura Boldrini, quindi…?) tra le Ong su cui sta indagando la Procura di Trapani nell’inchiesta che ha portato al sequestro della nave Iuventa, dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet. Secondo quanto riporta Il Messaggero, gli inquirenti sono convinti che gli operatori di MsF abbiano indottrinato i migranti raccolti in mare intimando loro di “non collaborare con la polizia italiana” una volta sbarcati sui nostri porti. L’ipotesi, già avanzata nei mesi scorsi su segnalazione della stessa polizia, insospettita dall’atteggiamento “poco collaborativo” dei migranti tratti in salvo dalla nave Dignity nel maggio 2016, troverebbe ora nuovi elementi a supporto. 

Soprattutto, proprio come per i tedeschi di Jugend Rettet, i francesi di Medici senza Frontiere (che non hanno firmato il codice di comportamento varato dal governo italiano) potrebbero incorrere nell’accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina. A pesare sono le operazioni di soccorso poco chiare, avvenute non in situazione di reale pericolo per i migranti e troppo a ridosso delle coste libiche. I pm poi sospettano di rapporti stretti tra gli operatori di MsF e alcune persone in Libia, forse legate direttamente agli scafisti con il compito di avvisare i volontari quando i barconi carichi di disperati salpavano in direzione Italia.

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Si continua con lo spirito umanitario e con la retorica dell’accoglienza, ma la realtà è fatta di traffici criminali e di persone ambigue. E tutti si muovono, ma nulla cambia:

Maurizio Gasparri: Le navi della Guardia Costiera vanno a Lampedusa a imbarcare i migranti presi in acque libiche dalla nave Prudence di Medici senza Frontiere, che non ha sottoscritto il cosiddetto codice di comportamento. “Meno sbarchi, più manette”.

 

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CP 920 è la nave “Bruno Gregoretti”

Renzi, giù a caccia di voti, svela l’inganno del codice di comportamento delle ONG: “Bisogna usare il pugno di ferro contro le ONG che non rispettano le regole”. Cioè a dire che “Tranne, per ora, l’Ong tedesca Jugend Rettet, indagata a Lampedusa, tutte le altre continueranno a traghettare avventurieri e con la collaborazione della Guardia Costiera e del Governo sorosiano. Quella dei migranti è una questione che durerà vent’anni – se lo dice lui! – Ma servono tre punti: Primo, aiutarli davvero a casa loro, che significa, come abbiamo fatto, aumentare gli investimenti nella cooperazione internazionale; secondo, lo jus soli; terzo, il numero chiuso sulla base delle capacità d’integrazione (e sul significato d’integrazione abbiamo appena ribadito). Come con la legge Napolitano-Turco. E quelli che non possono stare da noi, devono essere presi dall’Europa altrimenti smettiamo di trasferire soldi ai paesi che non accettano le quote.

1274.- QUESTO PD, SEMPLICEMENTE, E’ INCAPACE DI GOVERNARE.

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Dunque il governo Gentiloni ha protestato, nei giorni scorsi,  perché   le  navi della ONG scaricano i profughi “solo” nei nostri porti, nascondendo a noi governati che “Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”,  come ha rivelato Emma Bonino, la ministra degli esteri di Enrico Letta. “Nel 2014-2016”, quindi durante il governo Renzi, “che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”.  Ed ecco la spiegazione: “Non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi.  francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. La cosa è così idiota  che c’è l’opposizione  sospetta che Renzi abbia ottenuto qualcosa in cambio. “Forse che la troika si giri dall’altra parte fino alle prossime elezioni, e non metta i bastoni fra le ruote al PD?”, si chiedo il 5 Stelle,  Oppure si tratta semplicemente di lauti guadagni per coop e mondi di mezzo assortiti, che sui migranti ingrassano?”..  Brunetta  parla di scambio inconfessabile: “Occhi chiusi sul deficit e migranti da noi”.

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Queste ipotesi non fanno che aggravare la  constatazione previa, che occorre fare: questi neo-PD hanno preso il potere e non sono capaci di governare. Dilettanti, incompetenti, incapaci, pressappochisti, inetti a  prevedere il prevedibile. Mentalmente confusi, incolti.   Questi rottamatori sono andati al governo, ed ora lo guidano come un bambino di 5 anni messo al volante di un TIR.

Fossero “solo” corrotti….

Fossero solo corrotti, sarebbe meglio. Sono corrotti (basta vedere gli affari che fanno le loro cosche con l’accoglienza  immigrati nel territorio di Alfano), ma sono anche e prima di tutto degli inetti.  E gli inetti al governo sprecano più denaro, dilapidano più ricchezze dei semplici disonesti tangentari.

Quando hanno “salvato”   le due banche venete,  regalandone gli attivi a Intesa come cretini e nello stesso tempo  accollando allo  Stato (a  noi contribuenti) 17 miliardi  delle loro perdite,  il sito  economico americano Zero Hedge  ha notato: “17 miliardi  sono ciò che spende  l’Italia per  la  difesa.  Spesi per sole due banche. Ed altre otto o dieci banche italiane dovranno essere salvate…”.

La risposta è arrivata subito: il “salvataggio” del Montepaschi, devastata da incompetenze e aggravata dai ritardi perché i nostri sono stati incapaci di trovare soluzioni efficaci, oggi  proprietà dello Stato al 70 per cento. Il “costo pere lo Stato”  di 5,6 miliardi,  raccontato dai media, nasconde danni di ben altra entità. A cominciare dal costo sociale dei 5500 licenziamenti (“esuberi”) dalle 600 filiali che vengono chiuse, ma quester sono ancora briciole. Come rileva Andrea  Mazzalai: “Verranno letteralmente regalati oltre 28 miliardi di sofferenze allo spettacolare prezzo di 21 centesimi quando lo stesso fondo Atlante era disponibile a pagarne oltre i 30 centesimi”.

Idioti, le “sofferenze bancarie” hanno un mercato. Mondiale. I fondi-avvoltoio comprano questi crediti, inesigibili al valore iniziale  100  euro, per 20 – e   riescono a strizzare dai debitori, comunque di più. Quanto? Se  30, già lucrano un 10%. E se 50…?

I farabutti però anche incapaci stanno svendendo 28 miliardi  di sofferenze  – quasi due anni di spese militari –  a 21: facendo perdere a voi e al sistema economico italiano, l’80  per cento. Fossero stati meno incapaci, avrebbero potuto già venderle a 30. Ma  con un minimo di capacità, potevano recuperare di più:  ridò la parola a Mazzalai: “Ricordo a tutte le anime ingenue che quelle sofferenze valgono ben oltre i 50 centesimi;  e qua e là,  in mezzo all’immondizia che si ha fretta di eliminare perché lo chiede l’Europa e la BCE, ci sono autentiche perle distrutte solo da un politica demenziale di austerità e sistematico perseguimento della svalutazione salariale e della distruzione della domanda interna come dichiarato da Monti alla CNN nel 2012”.

E’ detto tutto. La citazione di Monti viene a puntino:   questo presidente della Bocconi, questo esimio economista, oltretutto “del Nord”,  celebrato e incensato e premiato con seggio senatoriale a vita, è l’iniziatore del governo degli incapaci e incompetenti. E’ quello che risponde alla crisi stroncando il potere d’acquisto degli italiani,  facendo la guerra al turismo degli yacht stranieri (che vanno altrove),  praticamente paralizzando il mercato immobiliare – ignaro fra l’altro della cosa che sanno tutti, che gli immobili sono spesso dati  come garanzia per ottenere mutui, fidi, insomma crediti, e stroncare  gli immobili significa segare le gambe alle banche.

Mario Monti fa tutto questo   su istruzioni di Berlino, Bruxelles e BCE, perché di suo non capisce di economia,  quindi non ha la cultura necessaria per applicare creativamente  e sensatamente  gli ordini dall’estero.  Ma non avrebbe potuto farlo così bene, se non fosse stato sostenuto in parlamento dal PD. Il PD di Bersani,  l’altro incapace, che di suo ci mette questo: bisogna assolutamente privatizzare (così dicono in Europa), e comincio a privatizzare i tassisti – sono loro la palla al piede che impedisce le “riforme”.

 

Monti con il pizzino di Enrico Letta: “Allora i miracoli esistono!”, 2011.

Dopo Monti, arriva Letta: grandissima competenza, ha capito tutto. Infatti è quello che aveva salutato  la presa di potere di Monti, frutto del colpo di Stato di Berlino e BCE,  con un pizzino   entusiasta: “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”. Comincia con lui la gestione degli immigrati  che conosciamo,   è lui che si istruzioni prende la Bonino agli Esteri. Letta dura poco, lo rottama Renzi –   viene messo a fare la giovane riserva della Repubblica piazzato a  Parigi a “insegnare” (che cosa?), ma Prodi, il grande revenant,   ha proposto “Enrico” per un prossimo governo,   dopo Gentiloni.

L’incompetenza, incapacità, del rottamatore ha superato quella dei rottamati,  già titanica e  psichiatrica. Al punto da farsi male da sé. Pensate al “referendum”  che si è fatto scrivere dalla  Etruria  Boschi – questa   straordinaria esperta di diritto pubblico –    un coacervo di questioni disparate  – la regionalizzazione del Senato  unita alla domanda: Volete sopprimere il CNEL? –  sperando di attrarre più sì sulle riforme più discutibili e pasticciate. Per di più, il genio, è riuscito a fare del referendum un plebiscito su se stesso:  volete Renzi o no? Tentazione troppo forte: ha vinto il NO.  Lui se n’è andato,   ma resta la Boschi, restano Gentiloni (“Forza Hillary!”), che continuano a fare la stessa “politica”, chiamiamola così: eseguire le istruzioni di Berlino e Francoforte, perché di loro non ci capiscono, sono confusi, non sanno prevedere  la guerra dei migranti, sono amici delle ONG e servi di Soros.

Erano  almeno 3 referendum  impapocchiati in uno.

Anche Renzi vuol tornare  a governare. Dice di sapere come si fa.   Emana opuscoli in cui vanta che “ mai nel dopoguerra il governo è riuscito a fare tanto per il paese”, ed enumera le “decine di riforme  “ che avrebbe introdotto. Ovviamente gli 80 euro a qualcuno – un    atto  di economia politica  di grande visione, da cui si  aspettava il ritorno d ei consumi  – è fra quelle. Come gli disse il Financial Times dopo la disfatta al referendum, sì, Renzi ha fatto “le riforme” (come  gli chiedeva la Merkel), ma non ha fatto quelle necessarie. Solo le inutili e  le superflue, e con  grande spesa.

Tocca dar ragione Giorgio La Malfa che così commentò il NO al referendum: “E se il problema fosse di cambiare le classi dirigenti? In questo caso il NO al referendum non sarebbe un no al cambiamento, come i fautori del si dicono, bensì un NO al consolidamento di una classe dirigente che si dichiara incapace di governare NONOSTANTE gli strumenti a sua disposizione”.  Ecco l’aggettivo: INCAPACE.  Che usa gli strumenti dell’apparato dello stato come un infante  che non ha mai fattp  la scuola-guida.

E Padoan? Ce l’hanno affibbiato dall’estero, come tecnico affidabile (per i loro interessi), ma comunque fornitore della competenza che manca a Renzi,  Boschi, Gentiloni. Figurarsi se non fosse stato “esperto”, come avrebbe  ridotto la crisi italiuana delle banche.  E invece se ne  vanta anche, come se ne vanta Visco, il governatore di Bankitalia.  Dal Corriere:

Visco: «In Italia crisi record, ma
le banche non sono andate a rotoli»

Il governatore della Banca d’Italia: «Forse peggiore in tempo di guerra, ma neanche tanto».

Ammette finalmente che  i danni sono quelli di una guerra (il 25% delle industrrie distrutte), ma non ecco cosa aggiunge:  “Il disagio delle istituzioni per i casi di mala gestione.

E’ colpa della mala gestione dei padroni privati, non di 9 anni di recessione mai curata, di “riforme” che sono tutte meno quelle che  servono, di stroncamento dell’attività economica  e deflazione da euro mantenuta perché non si sa cos’altro fare. Soprattutot, non è colpa di Bankitalia che non ha vigilato sulle banche. Come dice ancora Mazzalai:

“Una vigilanza assente ovunque che ha permesso in questi anni ad un manipolo di psicopatici di distruggere il tessuto economico e sociale del Paese”.

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Il PD è incapace di governare, lo ha dimostrato abbastanza. E’ ora di  farli scendere dal TIR.

di Maurizio Blondet

1245.- L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra

 

L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra; ma chi ha creato l’ISIS?  

Propongo questo articolo di Di Giulio Meotti, di ieri, 21 giugno 2017, perché rappresenta un’analisi acuta della guerra mortale scatenata dalla finanza sionista contro la civiltà occidentale, attraverso il terrorismo; e il terrore, nella cultura del popolo ebraico è l’arma più potente da seminare fra i nemici. C’è una logica in tutto questo e dobbiamo premettere che dire finanza sionista non significa il popolo ebraico, che spesso nella storia, ha pagato per questa associazione. La Finanza domina attraverso le banche e deprime le nazioni, per sottometterle. Il suo obbiettivo è una unica massa umana di meticci, bastardi e asessuati, di consumatori, resi succubi dei media del potere e sudditi, senza famiglia, con una sola lingua, nessuna bandiera, nessuna tradizione, arte, cultura e una sola legge: la loro!  Nessuna coesione e la solidarietà ridotta a una mera espressione vuota. L’Italia è già l’esempio che si sta formando, con i terremotati abbandonati a se stessi e con le macerie ancora nelle strade, con le mandrie congelate dal ghiaccio nella notte; con i giovani meravigliosi figli di meravigliose madri, costretti a espatriare, con gli anziani morti di fame e dignità; con la fine del pluralismo nella politica e nell’informazione: cardini della democrazia; con le formazioni intermedie della partecipazione politica dei cittadini ridotte a un partito unico: una mangiatoia per poveri di spirito; con i sacrifici delle tasse spesi per ingrassare loschi individui e mantenere a ufo, oggi, centinaia di migliaia di selvaggi, domani, milioni e chi obietta che i numeri sono impossibili è sommerso dalle oche e dagli eunuchi alle grida di razzista o fascista; con la salute a pagamento, per chi può, con la libertà fatta serva di istituzioni occupate da anni! da impostori, illegittimi, dove comandano i mercati e i mercanti e dove non c’è legalità. I beni pubblici appartengono al popolo. Non si cartolarizzano, non si vendono e non si svendono! Non c’è più regola e non c’è pietà. I trattati europei vogliono tutto questo. Il trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Pareggio in Bilancio sono strumentali alla svendita del nostro patrimonio, quello pubblico e quello privato e al sequestro dei nostri risparmi. L’Unione europea, diretta dalle banche, con un parlamento farsa, è l’esempio di ciò che i farisei della Finanza intendono per governo dei popoli. Dio, dove sei?

Mario Donnini

Al-Baghdadi, un terrorista cresciuto all’ombra degli Usa

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Se l’ISIS si sta ritirando da Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa, in Gran Bretagna, sarebbe stata impensabile l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultrapartifista che ha attribuito alla “guerra al terrorismo” i recenti attacchi a Manchester e Londra.

Mentre il Califfato ha raso al suolo tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se ciò fosse solo il risultato di una cultura negativa che non dovrebbero riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani.

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare e distruggere quel tempio di Baalshamin? perché era un tempio in cui i pagani venivano davanti all’Islam ad adorare idoli mendaci? No, è perché quel monumento venne venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un interesse garbato per i “monumenti storici” ed una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre cose. E gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura che è unica e solo loro “. – Paul Veyne, archeologo.

Lo Stato islamico si sta sgretolando – se troppo lentamente. Sono passati più di due anni da quando il presidente francese François Hollande ha promesso: “Bombarderemo Raqqa”. Prima o poi, l’ISIS sarà probabilmente ridotta in una piccola enclave senza continuità territoriale e il suo capo, Abu Bakr al Baghdadi, sarà eliminato. Sarebbe comunque più pericoloso relegare questi tre anni come una breve parentesi: il nazismo non è durato a lungo: “solo” 12 anni di potere e cinque in guerra con il resto d’Europa. Le conseguenze fisiche e culturali della tirannia nazista sono purtroppo ancora visibili in Europa. Lo stesso vale per lo Stato islamico. Tre anni di terrore e di conquiste non sono male per una guerra del Califfato contro tutti gli altri.

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L’ISIS si lascerà dietro un retaggio terroristico senza precedenti (277 europei uccisi sul terreno europeo in due anni). Se l’ISIS si sta ritirando a Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa in Gran Bretagna, l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultra-pacifista che ha incolpato la “guerra al terrore” per i recenti attacchi a Manchester e Londra, sarebbe stata impensabile. Il suo successo è chiaramente legato al recente fatto di sangue nelle strade britanniche.

In Occidente, l’ISIS ha assalito il parlamento a Ottawa, i caffè di Copenaghen, le spiagge di Nizza, i centri sociali di San Bernardino, la metropolitana e gli aeroporti di Bruxelles, i festival musicali di Manchester, teatri, stadi sportivi, ristoranti e mercati kosher a Parigi. Rouen, mercati di Natale a Berlino, centri commerciali a Stoccolma. Non male per un “team JV”, come Barack Obama ha chiamato il Califfato.

L’ISIS è stata un’attrazione ineguagliabile per l’umma, la comunità mondiale dei fedeli islamici: circa 30.000 musulmani in tutto il mondo – 6.000 dall’Europa – hanno lasciato le loro case per combattere sotto la bandiera nera mortale del Califfo. ISIS è stata in grado di costruire una rete globale di terrore. Gruppi jihadisti come Ansar Bayt al-Maqdis in Egitto, Abu Sayyaf nelle Filippine, Ansar al-Sharia in Libia, Boko Haram in Nigeria, Emirato del Caucaso in Russia e Movimento islamico dell’Uzbekistan insieme ad altri hanno tutti promessi Fedeltà a ISIS. Il califfato è diventato anche il gruppo terroristico più ricco della storia. Sebastian Gorka, consigliere di Casa Bianca sull’Islam radicale, ha dichiarato: “Gli attacchi dell’11 settembre 2001, costano appena 500 mila dollari. ISIS li guadagna in sei ore! Ti senti sicuro?”

ISIS ha fatto il male virale. Il mondo restò stupefatto quando ISIS sommerse l’immaginazione occidentale con le esecuzioni pubbliche dei giornalisti, con i massacri di soldati catturati, con i mercati per la schiavitù sessuale, con le esecuzioni dei gay e gli annegamenti pubblici, quando bruciavano persone vive e crocifissi. “Mai, prima, nella storia i terroristi hanno avuto un accesso così facile alle menti e agli occhi oculari di milioni”, ha scritto Brendan Koerner, osservando che “l’ISIS sta vincendo la guerra dei media sociali”. Spesso, il male funziona. Poche settimane fa, a Parigi, una donna ebrea, Sarah Halimi è stata uccisa da un grido musulmano “Allahu Akbar”. Il caso era appena coperto dalla stampa mainstream. Poi molti intellettuali francesi chiedono alle autorità di denunciarla come un caso di antisemitismo. Le minacce di ISIS sono ora così intense che anche gli esperti accademici dell’Islam, come Gilles Kepel, sono sotto la protezione della polizia.

 

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In pochi mesi lo Stato islamico ha lcancellato il confine coloniale storico disegnato dagli accordi Sykes-Picot, ha conquistato la metà della Siria, ha distrutto città intere di reperti antichi come Palmyra, ha raggiunto la periferia di Baghdad e ha scacciato l’esercito iracheno su cui gli Stati Uniti avevano investito 25 miliardi di dollari. Ecco perché molti analisti del terrorismo chiedono intelligentemente se “ISIS sta vincendo”. Tuttavia, l’eredità principale di ISIS è la devastazione, sia culturale che umana. ISIS ha avuto successo nel fare tabula rasa, una sorta di “anno zero” islamico, in cui, dopo un’apocalisse, la storia avrà inizio ancora – presumibilmente vergine e pura. Il califfato lascerà un Medio Oriente sempre più islamico, non solo nel panorama ma anche nella demografia. ISIS ha spazzato via intere comunità non musulmane che non torneranno mai. Molte città cristiane e Yazidi all’interno della sua orbita rimarranno permanentemente vuote a causa della macellazione, dell’esilio e della scomparsa dei sopravvissuti. Lo Stato islamico è stato in grado di distruggere l’antica comunità cristiana di Mosul.

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Un nuovo studio pubblicato dalla rivista settimanale Plos Medicine ha concluso che circa 10.000 membri della minoranza etnica e religiosa Yazidi sono stati uccisi. I ricercatori hanno stimato che furono rapiti 6.800 altri Yazidis e che più di un terzo sono ancora mancanti.

“Il cristianesimo in Iraq è finito”, ha detto Canon Andrew White, il grande vicario anglicano di Baghdad. ISIS riuscì, per la prima volta nel 2000, a annullare la comunione cristiana a Ninive. Il professor Amal Marogy, nativo dell’Iraq, ha dichiarato, in una conferenza presso l’Hudson Institute, che mentre un’infrastruttura come la diga di Mosul può essere salvata dall’ISIS, l’eradicazione della presenza cristiana in Iraq significa “la fine di una civiltà pacifica” . Ci sono commentatori che ora notano che “ISIS vince quando i cristiani lasciano il Medio Oriente”.

I jihadisti hanno recentemente vandalizzato antiche statue e manufatti romani presso il sito archeologico siriano di al-Salhiye, noto come Dura Europos. ISIS ha devastato le capitali più famose dell’antica Mesopotamia, da Nimrud a Hatra. “Questa distruzione è senza precedenti nella storia recente”. Lo dice Marina Gabriel, coordinatore delle scuole americane di ricerca orientale, iniziative sui beni culturali, un istituto che segue la distruzione dello Stato islamico.

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Nimrud ziggurat, non c’è più!

Il Nimrud ziggurat, costruito quasi 2900 anni fa – la più spettacolare struttura sacra conosciuta nell’antica Mesopotamia – non esiste più. I terroristi ISIS hanno devastato la Biblioteca pubblica di Mosul, dove sono stati bruciati o rubati 10.000 manoscritti. ISIS è riuscita anche a cancellare tutta la storia ebraica di Mosul, tra cui le tombe di Jonah, di Seth e di Daniel. Il Califfato distrusse la prima città assira, Khorsabad. La più grande devastazione, invece, si è svolta a Palmyra, il più importante gioiello archeologico del Medio Oriente. Palmyra delenda est. Lo Stato islamico ha inoltre eliminato migliaia di anni di storia siriana e irachena, polverizzando squisiti tesori antichi come il tempio di Bal.

Khalid al-Asaad, capo e innamorato, già pensionato, del sito archeologico della città siriana di Palmyra. Assassinato dall’ISIS.

Mentre il Califfato ha raso a terra tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se fosse solo il risultato di una inciviltà che non dovrebbe riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani. Il professor Paul Veyne scrive nel suo libro su Palmyra:

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare in aria e distruggere quel tempio di Baalshamin, perché era un tempio in cui i pagani davanti all’Islam venivano ad adorare gli idoli mendaci? No, perché il monumento venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un amore educato per i “monumenti storici” e una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre volte, e gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura unica: la loro. Hanno fatto saltare in aria il tempio di Palmyra e hanno saccheggiato diversi siti archeologici nel Vicino Oriente per dimostrare che sono diversi da noi e che non rispettano quello che la cultura occidentale ammira”.

Bruxelles, ma sempre con qualche dubbio.

Ecco perché, dopo Palmyra, lo Stato islamico ha attaccato le sale da musica e altri simboli occidentali in Europa. Il “team JV” potrebbe perdere terreno, ma finora sta vincendo la guerra delle civiltà. L’Occidente sarà in grado non solo di liberare Raqqa e Mosul, ma anche di invertire questa valanga culturale cercando di schiacciarla?