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1399.- GINO STRADA CHIAMA “SBIRRI” I POLIZIOTTI, MA CHI E’?

C’è uno strano caso di “silenzio stampa” in questo nostro grande paese: quello riguardante il passato violento del dottor Gino Strada. Il pacifista, la colomba, l’uomo che ama il bene e fa del bene, il missionario laico che va in soccorso degli oppressi, colui che predica col ramoscello d’ulivo in bocca, trafficante all’occorrenza, è lo stesso che faceva da “luogotenente” – insieme al futuro odontoiatra Leghissa – a Luca Cafiero il famigerato capo del servizio d’ordine del famigerato Movimento Studentesco del l’Università Statale di Milano, quello dei terribili e mai dimenticati “katanghesi”. Chi è Gino Strada e perché è una figura controversa? Non ho mai visto molta limpidezza nelle attività di Strada all’estero e nei troppi contatti di Emergency con i servizi stranieri. Insomma, è un uomo controverso che non è stato mai un santo, che è stato candidato al premio Nobel e, fortunatamente, non l’ha vinto e che ha vissuto e vive da protagonista. Pescando qua e là sul web, diamo uno sguardo al suo passato.

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Chiama “sbirri” i poliziotti e il suo passato ci spiega il perche’. L’altra faccia dell’antipolizia, già attivista del famigerato e violentissimo “movimento studentesco”e responsabile nel gruppo di servizio d’ordine “Lenin” della facoltà di medicina.

Sì, è proprio lui: il “pacifista” Gino Strada, colui che oggi dà dei “delinquenti politici” agli esponenti della casa della Libertà e dei DS che non vogliono soggiacere ai suoi diktat di aspirante leader politico che sogna un seggio in Parlamento.Per l’esattezza Strada, insieme a Leghissa, era il capo del servizio d’ordine di Medicina e Scienze e il suo gruppo o squadra aveva questo inequivocabile nome: “Lenin”, un nome tanto illustre nella storia del comunismo. La “Lenin” era giudicata da Luca Cafiero quale la più fidata ed aggressiva, costituendo in tal modo una sorta di unità scelta. Questa era un’organizzazione di estrema sinistra, il quale si auto-definiva “stalinista”, al punto da gridava nelle proprie manifestazioni “viva Stalin, viva Berja, via la Ghepeu”, in questo modo inneggiando sia al dittatore georgiano, sia al più noto dei suoi capi dei servizi segreti. Questo movimento disponeva del più organizzato e pericoloso fra tutti i “servizi d’ordine”, in realtà reparti paramilitari, di quegli anni, i cosiddetti “katanga” o “katanghesi”.

I “katanghesi” avevano un armamento individuale uniforme ed accuratamente predisposto dai loro capi: il casco da combattimento, tuta, mascherina anti gas, le “caramelle”, ossia sassi nelle tasche (con l’obbligo di portarli sempre con sé), e la cosiddetta “penna”, la famosa Hazet 36 cromata, una chiave inglese d’acciaio lunga quasi mezzo metro che andava nascosta sotto l’eskimo o nelle tasche del loden, tipici segni di riconoscimento degli estremisti comunisti dell’epoca.

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Questi estremisti avevano infine selezionato la Hazet 36 dopo aver scartato altri strumenti di offesa, quali i manici di piccone, le mazze ecc., poiché avevano sperimentato direttamente che presentavano rispetto alla chiave inglese una minore efficacia. La “penna” aveva anche il vantaggio aggiuntivo di facilitare la difesa in caso d’arresto, poiché si poteva tentare di giustificarla quale “strumento di lavoro”. I “katanghesi” non erano soltanto armati, ma molto bene organizzati e disciplinati, con una serie di reparti inquadrati da comandanti ed una disciplina interna molto severa. Manovravano sulle piazze e nelle vie in formazioni serrate ed ordinate, di centinaia e centinaia di uomini, simili all’assetto da battaglia di una coorte romana. Accadeva sovente che non fosse la polizia ad attaccarli, ma al contrario che fossero i “katanga” a caricare la polizia con estrema violenza.

milano 12 dicembre 1970Non arretravano di un millimetro nemmeno di fronte agli scudi della polizia in assetto da combattimento. Semmai, purtroppo avveniva talvolta il contrario.

Oltre alla polizia ed ai carabinieri, il Movimento Studentesco assaliva gli avversari di destra, e giudicava nemici praticamente tutti gli altri movimenti di sinistra di quegli anni: Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Lotta Comunista (con cui si ebbe a Milano uno scontro di straordinaria violenza), ed altri ancora. Persino i primi gruppi di Comunione e Liberazione, del tutto pacifici, furono vittime della violenza del “Movimento Studentesco”.

Gino Strada era membro di tale organizzazione paramilitare stalinista, ed aveva anzi un ruolo importante. Rispetto ai capi degli altri servizi d’ordine – ad esempio Mario Martucci per la Bocconi e il suo gruppo “Stalin”, o Franco Origoni per la squadra di Architettura, o Roberto Tuminelli, l’erede delle famose scuole private per il recupero-anni, alla guida del gruppo “Dimitroff”, il bulgaro segretario della Terza Internazionale accusato da Hitler di aver incendiato il Reichstag – il gruppo guidato da Strada si distingueva per la più cieca obbedienza e fedeltà a quel fior di democratico e di amante dei diritti civili che rispondeva al nome di Luca Cafiero, capo supremo di tutti i Servizi d’Ordine e poi divenuto deputato del PCI, candidato a Napoli, dove superò addirittura in fatto di preferenze l’on. Giorgio Napolitano. Al comando generale e assoluto di Cafiero c’erano i gruppi “Stalin”, “Dimitroff” e tanti altri – ciascuno dei quali aveva uno o più sotto-capi -, ma era il “Lenin” di Gino Strada che si distingueva per la prontezza e la capacità di intervento laddove ce ne fosse stato bisogno.

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I pestaggi davanti alle scuole sono all’ordine del giorno, giovani di 17 anni finiscono sulle sedie a rotelle,

In sostanza, ancora ben lontano dallo scoprire il suo attuale animo pacifista, Gino Strada era uno degli uomini di punta di quel Movimento dichiaratamente marxista-leninista-stalinista-maoista che aveva i suoi uomini guida in Mario Capanna, Salvatore “Turi” Toscano e Luca Cafiero. I milanesi, e non solo loro, ricordano benissimo quegli anni, e soprattutto quei sabati di violenza, di scontri, di disordini.

Ma ora nessuno dice loro che ad accendere quelle scintille c’era anche l’odierno “predicatore” Gino Strada.

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Il servizio d’ordine del Movimento Studentesco era uno dei corpi più militarizzati, una autentica banda armata che incuteva terrore e seminava odio.

Ma era molto di più avvezzo ai seguenti segni identificativi: l’eskimo, il casco da combattimento, e l’obbligo di portare con sé, 24 ore su 24, le “caramelle”: cioè due sassi nelle tasche e soprattutto “la penna”, cioè la famosa Hazet 36 cromata, una chiave inglese d’acciaio lunga quasi mezzo metro nascosta sotto l’eskimo o nelle tasche del loden. Alla “penna” – si usava tale termine durante le telefonate per evitare problemi con le intercettazioni – si era arrivati partendo dalla “stagetta” (i manici di piccone che avevano il difetto di spezzarsi al contatto col cranio da colpire), dalle mazze con avvitato un bullone sulla sommità per fare più male, e dai tondini di ferro usati per armare il cemento, ma anch’essi non adatti poiché si piegavano. I katanghesi e il loro servizio d’ordine, Gino Strada in testa, erano arrivati a questa scelta finale in fatto di armamentario, su esplicita indicazione del loro collegio di difesa che allineava nomi oggi famosissimi come quello di Gaetano Pecorella, Marco Janni, Gigi Mariani, insieme ad altre decine di futuri principi del foro, mentre sul fronte dei “Magistrati Democratici” spiccava la figura di Edmondo Bruti Liberati. Il “collegio di difesa” aveva dato istruzioni ben precise in caso di arresti e processi: “Negare sempre l’evidenza”, anche in caso di fotografie o filmati inequivocabili, definire come “strumento di lavoro” la scoperta eventuale della chiave inglese.

 

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L’acrimonia degli scontri di piazza raggiunse ben presto livelli di guardia molto preoccupanti, sia per il numero dei feriti annoverati tra le Forze dell’Ordine.

I loro avversari non erano solo i Tommaso Staiti sul fronte della destra, ma anche i “compagni” di Avanguardia Operaia (molti dei quali oggi sono esponenti dei Verdi), Lotta Continua (dei Sofri, Mario Deaglio, Gad Lerner, apprezzato radiocronista dai microfoni di Radio Popolare incaricato di dare le istruzioni in diretta sulle vie da evitare e sulle strade di fuga in cui fuggire) e Lotta Comunista (memorabile e indimenticabile uno scontro di inaudita violenza) e perfino coi primi gruppi di Comunione & Liberazione. Anche quelli di sinistra erano i “nemici” di Strada al pari di Tom Staiti e dei suoi.

Non c’è bisogno di scomodare la memoria del prefetto Mazza e del suo famoso rapporto, la cui rispondenza alla verità venne riconosciuta solo molti anni dopo, per affermare che il servizio d’ordine del Movimento Studentesco era uno dei corpi più militarizzati, una autentica banda armata che incuteva terrore e seminava odio in quegli anni. Si trattava di una autentica falange macedone di 300-500 persone, (Strada e Leghissa ne guidavano una cinquantina), che non arretravano di un millimetro nemmeno di fronte agli scudi della polizia in assetto da combattimento. Semmai, purtroppo avveniva talvolta il contrario.

 

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Per sostituire la democrazia rattrappita con una progressista, il 17 maggio 1972 viene ucciso a Milano da uno sconosciuto il commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi.

Unico aspetto positivo è che, a differenza di Lotta Continua, l’MS non ha prodotto successivi passaggi al terrorismo. Anche se bisognerebbe riaprire le pagine del delitto Franceschi alla Bocconi e sarebbe ora che la coscienza di qualcuno che conosce la verità finalmente si aprisse. Che si trattasse di un corpo militarizzato, in tutti i sensi, strumenti di violenza compresi, è fuor di dubbio. Così come è indubitabile la autentica ed elevata ferocia che caratterizzava quei gruppi che attaccavano deliberatamente la polizia come quando si trattò di arrivare alla Bocconi per conquistare il diritto dei lavoratori ad avere le aule per i loro corsi serali. E non possono certo essere le attuali conversioni dei Sergio Cusani, degli Alessandro Dalai, dei Gino Strada, degli Ugo Volli (considerato, senza ritengno alcuno, “l’erede di Umberto Eco”) o degli Ugo Vallardi (al vertice del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera) a far dimenticare quegli anni, quelle violenze, e quelle “squadre di propaganda” di cui faceva parte anche un certo Sergio Cofferati, in qualità di studente-lavoratore della Pirelli. Qualcuno, quando incrocia il dottor Gino Strada in qualche talk-show televisivo, vuole provare a ricordargli se ha qualche ricordo di quei giorni, di quegli scontri, di quelle spranghe, di quei ragazzi (poliziotti o studenti) rimasti sul selciato? Che bello sarebbe poterglielo chiedere al dottor Gino Strada se rinnega il suo passato e come si concilia col suo presente. E poi, soprattutto: quale titolo ha costui per poter definire “delinquenti politici” gli altri? Ma perché continuo a stupirmi?

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Sono anch’io un reduce del ’68, ma senza mazze. Oggi, vediamo quale Stato hanno costruito la violenza e l’odio.

Per l’esattezza Strada, insieme a Leghissa, era il capo del servizio d’ordine di Medicina e Scienze e il suo gruppo o squadra aveva questo inequivocabile nome: “Lenin”, un nome tanto illustre nella storia del comunismo. La “Lenin” era giudicata da Luca Cafiero quale la più fidata ed aggressiva, costituendo in tal modo una sorta di unità scelta. Questa era un’organizzazione di estrema sinistra, il quale si auto-definiva “stalinista”, al punto da gridava nelle proprie manifestazioni “viva Stalin, viva Berja, via la Ghepeu”, in questo modo inneggiando sia al dittatore georgiano, sia al più noto dei suoi capi dei servizi segreti. Questo movimento disponeva del più organizzato e pericoloso fra tutti i “servizi d’ordine”, in realtà reparti paramilitari, di quegli anni, i cosiddetti “katanga” o “katanghesi”.

 

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I katanghesi e il loro servizio d’ordine, Gino Strada in testa, erano arrivati alla scelta finale in fatto di armamentario, su esplicita indicazione del loro collegio di difesa: Gaetano Pecorella, Marco Janni, Gigi Mariani,  Edmondo Bruti Liberati.

 

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Gino Strada era membro di tale organizzazione paramilitare stalinista, eversiva ed aveva anzi un ruolo importante. Era un nemico della Repubblica democratica fondata sul dialogo, sul Parlamento di tutti. Non stupisce che, oggi, sia parte attiva dell’invasione della Nazione.

Altri potranno scrivere delle attività di intelligence e dei traffici di quest’uomo, come pure del bene che indubbiamente viene fatto dalla sua Ong, ma questa storia non sembri il ricordo di un attivismo “eroico”, ché fu violenza in tutti i sensi, anche per noi studenti della Sapienza che dovevamo vivere in un clima eversivo. Feci l’esame di Diritto Romano chiusi a chiave, io e il professore, pallido in volto, con la porta, grande, dell’aula che veniva giù. Le scuole superiori e le università italiane, furono teatro di accesi scontri politici tra studenti di destra e di sinistra e molti di loro finirono in carrozzella. Ricordo due bambini uccisi da questa follia: Claudio Varalli (Bollate, 1º luglio 1957 – Milano, 16 aprile 1975) e Sergio Ramelli (Milano, 6 luglio 1956 – Milano, 29 aprile 1975).Ma meglio delle mie parole, valga questa memoria della morte di un bambino:

All’Istituto tecnico Molinari lo tormentarono in tutti i modi. Il suo tema in classe sulla Resistenza non piacque per niente agli staliniani di Avanguardia e degli altri gruppi dominanti in quella scuola: Lotta continua e il Movimento.

Lo processarono durante un’assemblea. Ne decretarono l’espulsione dal Molinari.
Quindi scrissero sui muri la sentenza: “Ramelli fascista, sei il primo della lista”.

Il padre di Ramelli lo iscrisse a una scuola privata, ma la precauzione non salvò il ragazzo.

Il giovedì 13 marzo 1975, i katanga di Avanguardia operaia, alle tredici del pomeriggio, lo aggredirono mentre rientrava a casa.

Erano in sette contro uno, armati con sbarre di ferro e grosse chiavi inglesi.

Ci diedero dentro e gli spaccarono il cranio. Ramelli venne operato al Policlinico, cinque ore d’intervento per ricostruirgli la calotta cranica. Il ragazzo sembrò riprendersi, ma presto entrò in coma.

La sua agonia durò quarantasette giorni. Poi morì. I suoi assassini vennero scoperti dieci anni dopo. Tutti avevano fatto parte del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia.

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Sergio Ramelli (Milano, 6 luglio 1956Milano, 29 aprile 1975)

 

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Il cadavere di Claudio Varalli

La democrazia cresce nel dialogo e non con la violenza e vediamo i risultati di questi delinquenti nella mancanza di coesione del popolo italiano.

 

 

 

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1381.- ALTRO CHE RIFUGIATI! DENTRO IL PALAZZO SGOMBERATO DAGLI ERITREI: LA VERITÀ, SONO PIÙ RICCHI DI TANTI ITALIANI. LE IMMAGINI DELL’ATTACCO ALLA POLIZIA..A ROMA!

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Nemmeno dopo tutto quel che è accaduto il Fondo Omega di Idea Fimit ha potuto riprendere possesso del palazzo di sua proprietà occupato da più di 500 eritrei dal 2013. Le chiavi non sono ancora state restituite al legittimo proprietario perché lo sgombero non è ancora terminato: fino al tardo pomeriggio di ieri erano ancora asserragliate dentro alcune donne incinte, e la polizia non ha voluto ovviamente forzare la mano. Donne e bambini sono stati più volte utilizzati sia dagli occupanti che dalle associazioni per il diritto alla casa e da alcune onlus che non raramente li hanno manovrati, ed è probabile che siano esposti in prima fila oggi nel corteo di protesta ad altissimo rischio organizzato alle 16,30 a Roma, con partenza in piazza dell’Esquilino in una città blindata per l’occasione con paura di nuovi scontri.

Movimenti antagonisti e ong che sono spuntati come funghi durante lo sgombero per cavalcare anche politicamente la vicenda degli scontri con la polizia hanno arringato fin dai primi giorni gli occupanti perché rifiutassero le soluzioni abitative loro proposte sia dall’assessorato ai servizi sociali di Roma che dalla società Sea che quell’immobile dovrebbe prendere in affitto dal Fondo Omega appena liberato. Per altro quella soluzione provvisoria (alcune villette a Forano, in provincia di Rieti) è stata sbarrata dal sindaco Pd del paese, Marco Cortella, che ieri non ha voluto sentire ragioni. «Sono contrario», ha detto Cortella, «perché siamo il comune nella provincia di Rieti con il numero più alto di richiedenti asilo. Ne abbiamo già 40 su 3.168 cittadini, oltre la percentuale del 3 per mille per ogni Comune prevista dal Ministero dell’Interno. Invece di gratificarci, ci mortificano».

Al momento gli sfollati dall’immobile di via Curtatone si sono dispersi per la città, alcuni convogliati da alcune associazioni (Baobab in testa) in ricoveri di emergenza, altri andati in una sorta di rifugio provvisorio vicino alla stazione Tiburtina, altri ancora presi comunque in gestione dalle strutture comunali. E tutti pronti a tornare appena verrà allentata la tensione e la vigilanza in quel palazzo dove ormai si erano insediati da anni.

C’è un rarissimo video – girato nel novembre scorso da Rete Zero, una tv privata di Rieti – che in pochi minuti fa capire come si svolgeva la vita all’interno del palazzo occupato, e che tipo di sistemazione avevano trovato gli eritrei. Ormai non era un accampamento come ci si potrebbe immaginare, ma un ufficio trasformato in un vero e proprio palazzo residenziale. Nell’androne interno chi vi abitava lasciava in modo ordinato biciclette, passeggini e carrozzine. Poi lungo le scale si arrivava ai corridoi degli uffici che erano stati unificati e trasformati in veri e propri alloggi, con tutto l’arredamento che era necessario. L’unica cosa artigianale – mancando gli allacciamenti al gas – erano le cucine, con i forni alimentati da quelle bombole al Gpl che avevano tanto preoccupato i vigili del fuoco nell’unica parziale ispezione fatta. In casa non mancava nulla: parte giorno e parte notte, letti e divani, tavoli, poltrone, tende per difendere la propria privacy, quadri e immagini religiose (crocifissi e madonnine, perché erano quasi tutti cristiani gli abitanti). Poi frigoriferi, lavatrici, elettrodomestici vari (forni a micro onde, macchine per il caffè) e in non poche abitazioni anche televisori al plasma di grande dimensioni e decoder per ricevere la tv satellitare collegati alle parabole installate dagli stessi migranti sul tetto dell’ edificio.

Entrando in quel palazzo occupato si ha dunque l’impressione di un certo benessere di chi vi abitava, e che gli eritrei fossero ben al di sopra della soglia di povertà si capisce bene anche dalle immagini scattate sia nel giorno degli scontri che ieri quando sono tornati lì vicino a spiegare la loro protesta alla stampa: molti hanno in mano smartphone di ultima generazione del valore di centinaia di euro. Avevano uno stile di vita compatibile anche con una abitazione regolarizzata da un affitto a Roma, magari non in zone così centrali.

Che non fossero poveri in canna viene confermato informalmente dai rappresentanti della comunità eritrea in Italia che abbiamo sentito in queste ore, che confermano l’esistenza di lavori regolarmente retribuiti per buona parte degli occupanti. Altri elementi informativi invece fanno capire che non poche fossero le infiltrazioni in quel palazzo, anche di tipo criminale. Non tutti quelli che vi abitavano erano eritrei: molti etiopi, qualche somalo. Eritrei si sono tutti dichiarati al momento dello sbarco in Italia proprio per potere godere della protezione internazionale, e non avendo documenti per molti di loro l’ attesa delle verifiche è stata talmente lunga da potersi imboscare con facilità.

Dentro il palazzo – secondo le stesse fonti ufficiali della comunità eritrea in Italia – accanto a una vita normale ce ne era una parallela, con cui ci si arrangiava e si otteneva qualche guadagno extra. La più banale veniva dalla sistemazione di alcune stanze con il minimo necessario che venivano affittate a 15 euro a notteagli eritrei di passaggio a Roma. Una sorta di bed and breakfast. Esisteva anche un altro tipo di commercio: quello delle abitazioni permanenti ricavate in quegli uffici. Se qualcuno di loro trovava regolare sistemazione in città, vendeva i diritti di abitazione in via Curtatone per cifre di una certa importanza, “anche 12mila euro“. Le forze di polizia erano già intervenute all’interno in poche occasioni per stroncare altri tipi di commercio assai più irregolari: sette inquilini arrestati per traffico di migranti, e altri identificati e fermati per traffico di stupefacenti.

di Franco Bechis

E ora qualche immagine di questa brava gente che lancia sampietrini e bombole di gas ai nostri poliziotti. Nel mezzo, come sempre, c’è Medici senza frontiere, dalla parte di chi assale le Forze dell’Ordine. E’ un’associazione a delinquere di matrice politica, pagata da chi non vuole l’Ordine Pubblico. Genitori, dove è scritto che i poliziotti e i carabinieri devono essere assaliti a pietre, insulti e bombole di GPL?

1373.- Quell’accordo “segreto” per aiutare i migranti. Gentiloni, perché non parli di Pontus?

 

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Ebbene sì, cari italiani, sugli immigrati e sulle Ong, il premier Gentiloni non ve la racconta giusta.
In un recente post sollevavo due quesiti di fondo.
Il primo:

Perché Gentiloni è così timido e remissivo con le Ong? Esistono degli accordi di cui l’opinione pubblica non è stata messa al corrente e che in una certa misura legano le mani al governo? O forse c’è dell’altro?

Il secondo era rivolto al ministro degli Interni Minniti.

Quando parla dell’immigrazione come di un “fenomeno epocale che va governato” e della necessità di ”liberare la gente dalle sue paure“, quando lascia intendere che le navi Ong dovrebbero essere sostituite da quelle delle missioni europee lancia il messaggio sbagliato. Della serie: regoleremo un po’ ma i migranti continueranno ad arrivare..

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Sono passate poche ore e i dubbi, anziché diminuire sono aumentati. L’agguerrito Luca Donadel ha rivelato sulla sua pagina Facebook che la nave militare irlandese WILLIAM BUTLER YEATS ha effettuato ben due operazioni di recupero a poche miglia dalla costa libica. Non ne ha parlato nessuno in Italia; ma in Gran Bretagna la Bbc sî, evidenziando un aspetto finora sconosciuto: i “salvataggi” sono avvenuti nell’ambito di un accordo bilaterale fra Italia e Irlanda denominato Operazione Pontus, risalente al 2015.
Lo stesso Donadel osserva che è difficile trovare informazioni al riguardo sui siti ufficiali italiani, mentre se ne trovano su quelli irlandesi.

Si scopre così che lo scopo dell’Operazione Pontus non è di contrastare i trafficanti di esseri umani ma di contribuire a una missione di “ricerca e soccorso umanitario”. Il ministro della Difesa irlandese, in una nota entusiastica del 2015, scriveva che l’obiettivo era di “soccorrere i migranti che fuggono dal Nord Africa“.

Capito? Peccato che questo obiettivo contrasti con l’Operazione Sophia, attualmente in corso e a cui ha appena aderito la stessa Irlanda, che si proponedi neutralizzare le consolidate rotte della tratta dei migranti nel Mediterraneo“.

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Mi sono detto: con quel che è successo negli ultimi mesi, chissà quanti gommoni avranno sequestrato! Sono andato sul sito ufficiale per cercare annunci al riguardo, ripercorrendo la bacheca dei comunicati stampa. Tenetevi forte.Da inizio anno ad oggi viene data notizia di una sola operazione (il sequestro di armi su una nave battente bandiera libica), mentre sono frequenti gli annunci delle conferenze stampa della Mogherini (importantissimi, non c’è che dire). Delle due l’una: l’ufficio stampa fa pena e non comunica gli straordinari successi o l’operazione non funziona, come tutte quelle varate finora dall’Unione europea (Mare Nostrum, Triton, Frontex). Però è stata prolungata nel 2018.

Dunque, riepiloghiamo: le navi militari devono salvare i migranti e aiutarli a scappare dal Nord Africa (Operazione Pontus) e al contempo “individuare le reti di contrabbando”,”cercare e dirottare le navi sospette” e se necessario “smaltirle” (Operazione Sophia). Ma la seconda non funziona, la prima sì e benissimo.

Tutto questo mentre il comportamento del governo italiano, e in particolare dapprima di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni appare sconcertante. Non è ammissibile che un’intesa di questo genere venga di fatto silenziata persino sui siti ufficiali. A proposito, caro presidente del Consiglio, ci può dire se quell’accordo, come pare, è ancora in vigore? E, già che ci siamo, non ritiene suo dovere renderlo di pubblico dominio?

Chissà perché ma ho l’impressione che il premier ignorerà questa richiesta. E in fondo possiamo capirlo: significherebbe dire la verità agli italiani. Un’eresia per un leader piddino.
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1339.- GLI SBARCHI E IL VUOTO DI GIURISDIZIONE

Il prof. Paolo Maddalena, giudice e vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, offre un parere puntualmente motivato sull’azione del Governo riguardo all’invasione in corso.

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Chi ha voluto che l’Italia fosse l’unico responsabile degli sbarchi e della permanenza degli immigrati?

Sarebbe una notizia falsa, quella, circolata nei mezzi di comunicazione, secondo la quale la responsabilità degli sbarchi degli immigrati in Italia risalirebbe ai sottoscrittori del Trattato di Dublino, del Regolamento Dublino II e del Regolamento Dublino III.

La smentita viene da un comunicato stampa dell’Ansa, nel quale si legge: “Il piano operativo Triton (e cioè il piano operativo proposto dall’Agenzia Europea Frontex, che ha l’incarico di gestire il fenomeno dell’immigrazione in Europa), concordato e sottoscritto con le Autorità italiane, prevede che sia l’Italia il Paese ospitante della missione. In quanto tale, l’Italia decide in quale dei propri porti debba avvenire lo sbarco dei migranti soccorsi durante le attività di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’operazione Triton. A spiegarlo è un portavoce di Frontex, che ricorda come la stessa regola valga anche per le operazioni Poseidon per la Grecia, e Indalo per la Spagna”. Inoltre la On.le Bonino, ex titolare del Ministero degli esteri, ha dichiarato, al “Giornale di Brescia” e di recente anche in televisione, che “nel 2014-2016, e dunque durante il governo Renzi, siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”.

Di chi effettivamente sia la responsabilità è difficile dirlo, e probabilmente, anche se i Trattati e i Regolamenti di Dublino nulla dicono in ordine all’obbligatorietà degli sbarchi in Italia, si tratta di una responsabilità concorrente, sia dei sottoscrittori degli Accordi di Dublino, sia dei sottoscrittori dell’Accordo Triton. Ma ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, e specialmente da quando è entrato in vigore il Trattato Europeo di Maastricht, i nostri rappresentanti politici hanno agito con sempre minore attenzione per la tutela degli interessi italiani e sempre con minor rispetto dei nostri principi costituzionali.

Ciò pone ai giuristi di buona volontà dei gravissimi problemi da risolvere. In sostanza, di fronte ai riprovevoli comportamenti dei nostri politici, non si può fare a meno di cominciare a pensare che, non solo debba ritenersi percorribile la strada del ricorso al giudice comune, affinché la illegittimità costituzionale di Trattati o Accordi internazionali, sia fatta valere davanti la Corte costituzionale, secondo il principio giurisprudenziale dei cosiddetti “contro limiti”, ma che occorra anche riflettere sulla cosiddetta intangibilità degli “atti di governo”, proclamata dalla giurisprudenza amministrativa nel presupposto che non fossero concepibili “atti di governo” contrari all’interesse del Popolo italiano. Ora che, come si è visto, questo presupposto è venuto meno, è evidente che si debba essere molto attenti nel far riferimento a detta “intangibilità”.

Si deve ricordare, infatti, che gli atti di governo sono quegli atti nei quali la “discrezionalità” è massima, e che, tuttavia, tale discrezionalità non può arrivare fino al punto di danneggiare tutti i cittadini. In questo caso, non si tratta più di “discrezionalità”, ma di “carenza di potere”, con la conseguenza che chi pone in essere questi atti lo fa assumendosene personalmente la “responsabilità” e quindi correndo il rischio di essere chiamato in giudizio per rispondere dei danni arrecati ai singoli e alla Collettività nel suo complesso.

La giurisprudenza costituzionale è ferma nell’affermare che non possono esserci “vuoti di giurisdizione” e non è chi non veda che, nei casi citati, richiamarsi all’intangibilità degli atti di governo potrebbe dar luogo a un vero e proprio “vuoto di giurisdizione”.

Paolo Maddalena

1338.- INVASIONE PROGRAMMATA! La Polizia: “Gli sbarchi nei fine settimana sono la prova dello scafismo di Stato”.

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Il segretario del Sap, Gianni Tonelli, parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei weekend come “prova di accordi informali tra il Governo e le Ong”.

“Alla luce dell’indagine aperta dalla procura di Trapani relativamente alla nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet, non è per nulla un caso che l’80% degli sbarchi (e parliamo di 600/800 migranti per volta) avvenga nei weekend“. Questa l’accusa lanciata venerdì dal segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia (Sap), Gianni Tonelli, che parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei week end come “prova di accordi informali tra governo e Ong”.

“I passaggi fondamentalmente sono due – scrive il Sap in una nota – il primo, riguarda l’accordo informale tra il governo e Ong, in quanto le operazioni non prevedono il solo soccorso in mare, ma una serie di tante altre incombenze, tra cui identificazione, fotosegnalamento, prima visita medica, screening sanitario, schede di provenienza, incontro con mediatori culturali, individuazione degli alloggi, noleggi di pullman per il trasporto nelle varie città italiane, individuazione dei centri di accoglienza sull’intero territorio italiano e organizzazione dello smistamento”.

“Tutte queste operazioni – spiega il Sap – necessitano di essere programmate e dunque sincronizzate con gli sbarchi. Qui arriviamo quindi al secondo passaggio, ovvero l’accordo tra Ong e scafisti per programmare lo sbarco e dare avvio a delle vere e proprie ‘ondate migratorie sincronizzate’, con il ‘benestare’ dello Stato Italiano che non può non sapere”. l Sindacato autonomo di Polizia afferma che “dall’inizio dell’anno ad oggi a Catania, su 17 sbarchi, 10 sono avvenuti durante il week end i restanti 7 il lunedì. Anche a Messina, su 9 sbarchi, 7 sono avvenuti durante il fine settimana e il Lunedì Santo. Il ritardo di un giorno è legato alla variabile indipendente delle condizioni meteorologiche”. Secondo Gianni Tonelli, “dopo le rivelazioni di Emma Bonino la quale ha reso noto che l’approdo esclusivo nei porti italiani era stato deciso dal governo Renzi per ottenere elasticità sullo sforamento del tetto di stabilità, al fine della elargizione degli 80 euro, si aggiunge un ulteriore tassello che delinea il puzzle della vergogna perpetrata contro il Paese gli interessi della nazione e che tira in ballo, oltre alle responsabilità del governo, anche quelle delle amministrazioni interessate”. Tonelli punta il dito anche contro “il poco personale di Polizia a disposizione, i doppi e tripli turni di per far fronte all’emergenza, le inutili mascherine antialito date in dotazione ma che di fatto non proteggono per nulla da possibili contagi”.

 

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Il Codice di comportamento delle Ong, è una farsa. Sentite la protesta di Medici senza frontiere: “Profana il nostro santuario”. Cosa nasconde questa associazione? Non mi è mai stata chiara, ma non mi è chiara nemmeno la posizione di governo e istituzioni.

1502008618419.jpg--codice_ong__protesta_medici_senza_frontiere___viola_il_nostro_santuario_E su Iuventa, il poliziotto sotto copertura: “Sono rimasto a bordo per 40 giorni e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio tedesco e i trafficanti d’uomini”.

Dice no al Codice etico delle Ong Loris Filippi, presidente di Msf. “Io non esprimo alcun giudizio politico sull’attività del ministro Minniti. Se lui crede nell’efficacia dell’azione coercitiva, vada pure avanti. Noi non siamo d’accordo. Ma l’errore fondamentale è ritenere di poter miscelare l’azione umanitaria con il contrasto all’immigrazione clandestina. I militari, la polizia fanno il loro lavoro, noi facciamo altro e questa separazione di ruoli è fondamentale”, dichiara a Repubblica. “Se nelle nostre strutture o sui nostri mezzi dovesse entrare personale armato sarebbe uno spazio violato, non sarebbe più un santuario umanitario. Noi ci rendiamo ben conto che le forze dell’ordine sono una cosa diversa dalle milizie, però anche un contesto come quello del Mediterraneo dove una nostra nave è stata attaccata dalla guardia costiera libica presenta rischi sulla sicurezza”.
E ha suscitato scalpore la vicenda del poliziotto dello Sco, il Servizio centrale operativo che per quaranta giorni ha lavorato sotto copertura sulla Vos Hestia di Save the Children, che ha scoperto i contatti tra l’equipaggio della nave Iuventa e gli scafisti. Suo compito, verificare la fondatezza delle denunce presentate da alcuni volontari proprio di Save the Children. “Sono rimasto a bordo per 40 giorni”, ha raccontato l’agente al Corriere, “e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti d’uomini”.

Luca B., 45 anni, sub, abilitato al soccorso medico in mare, agente esperto, ha dovuto agire con circospezione,”continuamente all’erta per non essere scoperto”. La cosa più complicata è stata filmare e scattare foto “per timore di suscitare sospetti tra gli altri membri dell’equipaggio”. E alla fine, il 18 giugno, la sua pazienza è stata premiata: “All’alba, la Vos Hestia e la Iuventa si incontrano in alto mare. Pochi minuti dopo si avvicina un barchino dei trafficanti. Rimane a pochi metri da Iuventa, gli scafisti parlano coi volontari. Arriva un altro barchino che scorta un gommone carico di migranti”.
Luca B. riesce a scattare foto e a filmare lo scambio. Tre ore dopo c’è un altro contatto e anche in quell’occasione l’agente sotto copertura riesce a filmare tutto. Poi comunica coi suoi capi: “Ho tutto, comprese le immagini dei barchini restituiti ai trafficanti e riportati in Libia”. Grazie a lui, ciò che tutti han sempre saputo e che pochi (Salvini, Zuccaro, la Lega, il Centrodestra) han sempre detto, viene infine dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. E adesso tremano i buonisti.

 

 

1336.- Le elites ex-naziste tedesche dietro al finanziamento della ONG Jugend Rettet (non è uno scherzo)

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Le notizie scottanti finalmente filtrano. La nave ONG Jugend Rettet, scoperta a trattare con gli scafisti grazie agli infiltrati dell’AISE sulla nave tedesca – grazie alla cooperazione italiana con potenze internazionali (…) – hanno dimostrato come ci sia un coordinamento nell’invasione italiana dei migranti [gli italiani quando decidono di far le cose per bene sono molto bravi, ndr]. Meglio detta, esiste ed esisteva un vero e proprio piano per far arrivare sulle coste della Penisola più migranti possibili e le ONG straniere ne sono parte integrante.

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Ben inteso, spero che a tutti sia chiaro come dette ONG, soprattutto se attive in scenari di guerra, siano in realtà il paravento umanitario dietro a cui si celano le teste di ponte dei vari servizi segreti occidentali con il fine sia di carpire informazioni sul posto che di infiltrare propri uomini nelle fila nemiche, se non addirittura promuovere operazioni coi locali (…). Caso scuola è quello di Medicines Sans Frontieres (MSF), ONG francese attiva anch’essa nella tratta dei migranti verso l’Italia, il cui fondatore B. Kouchner è stato addirittura ministro degli Esteri dell’era Sarkozy e prima segretario di Stato nel governo Rocard del 1988 se ricordo bene. La tedesca Jugend Rettet svolge compiti simili: nata da poco per lo scopo di portare migranti dentro l’Italia, l’organizzazione scoperta con le mani della marmellata del piano di invasione dell’Italia evidentemente è coordinata da quel BND tedesco tanto bravo a rubare i dati fiscali dalla vicina Svizzera usati per ricattare i politici europei scomodi (vedasi il caso greco sotto molti versi ricopiato in Italia) quanto enormemente grossolano nel gestire operazioni che distino più di 500 km dai propri confini soprattutto se a sud/sud-est.

Quello che deve preoccupare è che tutte le ONG dei grandi paesi ex coloniali siano oggi attive non solo in Ucraina, Syria, Libya, Somalia, Iraq, Afghanistan ma anche in Italia!!

Ma la notizia interessante non è questa. Per il motivo spiegato sopra gli Stati ex coloniali non possono fondare loro stessi ONG altrimenti sarebbero semplicemente un’altra colonna delle loro stesse forze armate. Hanno infatti bisogno di sodali privati che facciano il lavoro sporco per conto dei governi. Nel caso di Jugend Rettet la “finanziatrice” è la bellezza teutonica Maria Furtwaengler (come indicato dalla FAZ nel 2016), nipote di Wilhelm Furtwaengler, il famoso direttore d’orchestra che dirigeva per Goebbels ed Hitler, il quale non solo fece parte del partito nazionalsocialista ma addirittura – secondo una sua biografia, di Eberhard Straub – trasse vantaggi personali dal nazismo, arricchendosi. Solo per cercare successivamente di nascondere il suo indicibile passato. (Pensate che il motto della Jugend Rettet è qualcosa di simile a “Fancul.. centro di coordinamento italiano per i migranti“, come riportato da agenzie di stampa oggi, …, ndr).

Tale Maria, discendente di cotanta stirpe, sapete chi ha sposato? Hubert Burda, il magnate dell’impresa editoriale tra le più conosciute in Germania e molto vicino ad Angela Merkel, discendente diretto di quel Franz Burda che non solo fu nazista ma addirittura profondamente antisemita fino ad impossessarsi di beni durante l’arianizzazione degli ebrei. Ecco dunque i finanziatori di Jugend Rettet!
(Si noti che non è un caso che i nipoti dei nazisti si imparentino tra loro, visto che normalmente Norimberga processò solo la punta dell’iceberg dei sodali nazisti, lasciando quasi intonse le gerarchie imprenditoriali, ad es. i proprietari attuali di BMW, i Quandt, sono i nipoti di Goebbels; ma i casi si sprecano, andate a vedere Adidas, Thyssen, Krupp, le famiglie dietro al colosso Aldi, Voslkwagen, Porsche etc.). Non è un caso che dette elites esportatrici industriali tedesche siano tutte indistintamente interessate a mantenere l’euro a tutti i costi – possibilmente debole – e quindi ovviare ad ogni tentativo di uscita dalla moneta unica soprattutto dei paesi che contribuiscono all’indebolimento dell’euro.

Ovvero, quanto sosteniamo su queste pagine da anni – che esiste un piano per i migranti fatti arrivare che in Italia e Grecia (la geopolitica tedesca aveva previsto fin dal 2012 l’invasione dei migranti: come abbiano potuto avere cotante capacità divinatorie è stato poi spiegato dagli eventi che si sono succeduti) – sta purtroppo dimostrandosi nella sua interezza. Ugualmente il piano economico nazista post invasione dell’Europa nazista (Piano Funk) sta oggi reincarnandosi nel progetto della moneta unica, da tenere in piedi a tutti i costi. Anche con metodi nazisti. Da qui il finanziamento di Jugend Rettet da parte di una delle elites tra le più ex naziste di Germania.

Vale la pena ricordare perché l’Italia sia vittima di tale indebita ingerenza: in un contesto di crisi globale di fatto irrisolta dal 2008 (siamo tornati globalmente a circa lo stesso livello di debito del 2008, quando si fermerà il QE ci sarà di nuovo l’implosione globale), l’Italia da una parte è una minaccia mortale per l’EU e dall’altra fa gola per i suoi assets. Minaccia perché è l’unico paese profondamente euroscettico in grado di deragliare il vero progetto dei globalisti, l’euro, oltre ad essere troppo storicamente vicina agli USA che oggi l’asse franco-tedesco vorrebbe sostituire al comando dell’EUropa. Dall’altra ha ancora tanti assets che fanno gola, dal residuo delle fu possenti aziende di stato, ai risparmi degli italiani, passando per primarie aziende private (Generali, le banche nazionali, aziende manifatturiere ecc.). Dunque va neutralizzata e per fare questo non si esita a farla invadere di migranti, per destabilizzare a fondo la struttura sociale del paese ossia per abbassare i salari degli italiani, inseminare violenza straniera, creare disagio ovvero dare la colpa del crollo della ricchezza italica non al vero responsabile (l’EU tedesca con l’euro) ma ai migranti. Sempre il solito trucco.
Caso mai Roma volesse azzardarsi ad uscire dall’euro, proprio ora che gli USA di Trump sono a favore della fine dell’euro….

3DlYgszy_bigger  Antonio M. Rinaldi‏, scenari economici.it

1333.- Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta

Interessante, da leggere.blog_rossi2

1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Soros-Obama-ClintonSOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

soros-quoteLO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombesolo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

1323.- TUTTI GLI AMICI ITALIANI DI SOROS

di Francesca Totolo

(Maurizio Blondet : pubblico l’ottimo lavoro di Francesca Totolo per il sito di Luca Donadel, https://www.lucadonadel.it/soros-e-collegamenti-politici-italiani/

“Più una situazione si aggrava, meno ci vuole a rovesciarla, e più grande è il lato positivo”. George Soros

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Il noto “filantropo” ungherese naturalizzato americano nacque nel 1930 a Budapest con il nome di György Schwartz. Presto però dovette affrontare il dolore causato dal “re di tutti i mali”, il fascismo, che costrinse lui e la sua abbiente famiglia a cambiare il proprio cognome in Soros per sfuggire dal crescente antisemitismo nel Paese.
Anzi il padre del “neo-battezzato” George fece di più: Tividar comprò al piccolo erede dei documenti falsi che certificavano l’avvenuta adozione da parte di un cittadino ungherese che per professione aiutava gli ufficiali nazisti a confiscare le proprietà ed i beni degli ebrei magiari mandati nei campi di sterminio. L’infante Soros non poté fare altro che obbedire al volere del padre naturale, seguendo così il finto genitore adottivo e collaborando con lo stesso nelle operazioni di confisca a danno di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”. In seguito, un Soros dichiarò a proposito di questa vicenda: “naturalmente sarei potuto essere stato dall’altra parte o potrei essere stato tra coloro a cui ho confiscato i beni. Ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun’altro lo avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: siccome non ero io il responsabile non avevo alcun senso di colpa”.1Per fortuna, quindi, la vicenda non segnò minimamente la coscienza di Soros e non ebbe nessuna ripercussione sulla sua condotta “morale”; forse non fu lo stesso per le vittime delle confische a cui prese parte.

Nel 1947, un Soros si trasferì in Inghilterra per sfuggire questa volta dal nuovo regime filosovietico instauratosi in Ungheria. Giunto in terra britannica, si riservò la migliore educazione possibile, studiando al London School Of Economics dove incontrò il suo vate nonché ispiratore morale, Karl Popper.

“La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici.

Giovano laureato in economia, nel 1954 diede inizio alla sua lunga e promettente carriera come impiegato nel reparto arbitraggio della banca d’affari londinese Singer & Friedlander. Nel 1956, capì che l’Europa era troppo piccola per contenere tutto il suo entusiasmo giovanile e si trasferì nella patria delle speranze, gli Stati Uniti d’America, dove consolidò le proprie esperienze nel ramo finanziario specializzandosi nella gestione dei mercati del vecchio continente operando in diversi istituti bancari. La svolta dell’ambizioso Soros avvenne nel 1969 quando fondò il Quantum Fund, che gli garantì rendimenti elevatissimi per più di un decennio.

Da bambino ebreo di Budapest perseguitato dal terribile fascismo ungherese, George Soros si trasformò in deciso uomo d’affari non lesinando neanche azioni speculative sui mercati finanziari (e comunque se non le avesse fatte lui, le avrebbero fatte altri, no?). Le speculazioni sorosiane riguardarono anche l’Italia; nel 1992, Soros partecipò insieme ad altri “investitori” ad un attacco alla Banca d’Italia causando una epica svalutazione della lira, l’uscita dal Sistema Monetario Europeo e la seguente crisi economica. Il “filantropo”, futuro paladino delle associazioni umanitarie dichiarò: “Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Deutsche Bundesbank. Si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali. Quella fu una buona speculazione”. Lo fu un po’ meno per i portafogli del popolo italiano.
Soros non si limitò alle speculazioni operate sulla lira; anche l’Inghilterra subì lo stesso trattamento.

I suoi passatempi con le monete nazionali però non rimasero impunite in altri stati: in Francia fu processato e giudicato colpevole di “insider trading”, e dovette sborsare 2 miliardi di dollari, in Indonesia fu condannato all’ergastolo e in Malesia, invece, alla pena di morte.

Poi come San Paolo, il Soros ebbe l’illuminazione sulla via di Damasco (forse per quello che ha così a cuore le vicende del popolo siriano).
Ecco che da “avido” speculatore senza scrupoli, George Soros si trasforma nel benevolo filantropo, patron di ogni causa che riguardi la discriminazione e che impedisca una società civile “aperta” e inclusiva. Con il passare degli anni, la sua Open Society Foundations si impone come regina in ambito “umanitario”, occupandosi un po’ di tutto, dai diritti civili delle persone LGBT a quelli dei migranti musulmani in territorio europeo, aspirando ad un mondo senza confini di popperiana memoria.

La sua fondazione è molto attiva anche nel nostro Paese sostenendo diverse associazioni (Onlus e Migranti in Italia), e interagendo a vario titolo anche con illustri rappresentanti delle nostre istituzioni, come membri del parlamento nostrano ed europeo, e del governo, nonché con i sindaci delle città più esposte ai flussi di migranti (ricordiamo la stretta collaborazione con Giusi Nicolini a Lampedusa trattata nell’approfondimento Analisi ONG nel Mediterraneo).

A livello nazionale, li troviamo quasi tutti riuniti il 6 luglio del 2015 in occasione delle conferenza “Rivitalizzare l’accoglienza in Italia: Seminario di alto livello sul rafforzamento e l’espansione della capacità di accoglienza per i richiedenti asilo” organizzata dalla Fondazione De Gasperi (di cui Angelino Alfano è presidente), dal Migration Policy Institute (di cui la OSF è tra i maggiori finanziatori) e ovviamente dalla Open Society Foundations.2

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Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:

Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:
Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4

Gennaro Migliore è Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia(nel governo Renzi e confermato nel governo Gentiloni) ed esponente del PD(dopo diversi cambi di casacca); in precedenza, è stato presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione”. L’On. Migliore è sempre in prima linea quando gli eventi, le conferenze e i progetti riguardano la Open Society Foundations; la scelta della Hermanin come sue assistente sarà stata semplice.5 6 7 8 9

 

Pierfrancesco Majorino è assessore alle “Politiche Sociali, Salute e Diritti” del Comune di Milano (nella giunta Pisapia e riconfermato in quella di Beppe Sala). Majorino sempre presente alle iniziative promosse dalla Open Society Foundations e dalla associazione da questa sostenute, ha organizzato la mobilitazione “20 Maggio senza Muri” a Milano dove sono accorse tutte le Onlus e le organizzazioni sorosiane (trattata nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).10 11 12

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Luigi Manconi [un sardo che pratica ancora l’endogamia, convivendo con la miliardaria di Stato Berlinguer . nd.Blondet] è senatore delle Repubblica Italiana eletto nelle fila del PD, presidente della “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” e presidente dell’associazione “A Buon Diritto” fondata e sostenuta dalla Open Society Foundations (Manconi e “A Buon Diritto” sono stati trattati nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).
Mario Morcone ha ricoperto diverse cariche in altrettanti governi; è Capo di gabinetto del ministro Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio trattata nell’approfondimento Associazioni Religiose e Migranti in Italia) durante il governo Monti nel 2011; nel 2014, è Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione presso il Ministero dell’Interno e nel 2017 viene nominato Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno. Ricordiamo che ASGI e A Buon Diritto sono tra le associazioni italiane fondate e finanziate grazie alla Open Society Foundations.13 14

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Marco Perduca, storico esponente del Partito Radicale, viene eletto nelle liste del PD nel 2008; per la prima metà della legislatura è membro della III Commissione permanente “Affari esteri ed emigrazione” e successivamente diventa membro della II Commissione permanente “Giustizia”, nonché segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e membro della Commissione parlamentare per la semplificazione della legislazione. Ora si occupa dell’Associazione Luca Coscioni (finanziata anche dalla Open Society Foundations) e della Open Society Foundations.15 16

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1304.- La nave ‘nera’ contro Ong e migranti

Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla dell’estrema destra europea. Addestrati sulle Alpi francesi, hanno una nave arrivata da Gibuti, e navigheranno nel mare di fronte alla Libia, pronti a riportare in Libia i rifugiati raccolti a sud della Sicilia, con lo slogan “Defend Europe”. Con mercenari dall’Ucraina – scopriamo – ai mari caldi e sempre a difendere una certa Europa.

 

Di Ennio Remondino 18 luglio 2017

Guerra di corsa contro la flottiglia delle Ong, corsari anti migranti che, dicono di volerli salvare, ma solo per consegnarli alla guardia costiera libica. Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla della estrema destra europea nata in Francia nel 2012 con filiali in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. Il nome scelto per la campagna in mare è “Defend Europe”. Già lo scorso maggio, con un’imbarcazione messa di traverso nel porto di Catania, l’organizzazione era riuscita a ritardare l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterranée. Per l’impresa attuale si sono addestrati sulle Alpi francesi. Hanno alle spalle una rete internazionale occulta e si riuniscono segretamente comunicando il luogo solo all’ultimo minuto e sono in grado di gestire raccolte di fondi cambiando conto e banca in poche ore.

La nave dei Corsari Neri
Ora hanno finalmente la loro nave da ‘corsa’, nel senso di pirateria e/o, antipirateria. Un vecchio cargo preso a nolo da una società inglese di mercenari del mare, una delle tante ‘carrette del mare’, questa arrivata da Gibuti. Per loro, corsari neri ideologici, un programma preciso: bloccare ogni forma di migrazione, respingere chi chiede asilo verso i paesi di provenienza, annullare tutti i visti ottenuti per ricongiungimento familiare. Programmi da destra dura e pura.
C’è anche un referente Italia, scrive Libero simpatizzando: Lorenzo Fiato, milanese di 23 anni, studente di Scienze politiche. «Bloccheremo le barche dei clandestini impedendogli di toccare le coste italiane fin quando la guardia costiera libica non verrà a prenderseli per riportarli indietro». Ronde mediterranee.

Società implicate, interessi nascosti
Sul fronte decisamente opposto, Famiglia cristiana, che ha indagato. La nave che sta entrando nel Mediterraneo da Suez, racconta di un mondo di mercenari e compagnie di sicurezza private, attive da almeno cinque anni nell’Oceano indiano. L’imbarcazione si chiama C-Star, batte bandiera mongola, ed è normalmente ancorata nel porto di Gibuti, il piccolo Stato al nord della Somalia. Secondo i registri navali appartiene ad una società di diritto inglese, la Maritime Global Service, con sede a Cardiff, la capitale del Galles.
Figura come proprietario lo svedese Sven Tomas Egerstrom, 49 anni, a capo di un network di società specializzate in difesa privata, collegato con la società britannica The Marshals Group, holding che riunisce altre sei società nel settore della sicurezza.

Flotta Energstrom
La C-Star è entrata a far parte della flotta di Egerstrom lo scorso marzo, entra nei dettagli Andrea Palladino. Prima batteva bandiera di Gibuti ed aveva il nome di Suunta. Apparteneva ad un’altra società di sicurezza marittima, la Sovereign Global Solution, del francese Jerome Paolini e da Bruno Pardigon. Secondo un cablogramma diffuso da Wikileaks, Pardigon avrebbe dato supporto negli anni passati alla Blackwater statunitense, attraverso la sua precedente società, la Djibouti Maritime Security Servicesì. Strane vicinanze vero? Ma mica è finita qui. Dall’Oceano indiano, dove le navi come la C-Star trasportano i mercenari in funzione antipirateria, fino all’Ucraina, dove la Land Marshals prepara un ‘open day’ per il reclutamento del personale. La bacheca della società su Linkedin contiene il profilo professionale di alcuni dipendenti, in buona parte ex militari ucraini e russi.

Ora l’affare migranti
Scafisti e anti scafisti, tutti all’incasso. L’utilizzo di milizie marittime private è iniziato dopo il 2005, con l’esplosione degli attacchi dei cargo da parte dei pirati somali. Società soprattutto inglesi che utilizzano ex appartenenti alle forze speciali di moltissimi eserciti. Militari a volte reduci da scenari di guerra atroci, come l’Ucraina. Lo scorso gennaio la Sovereign Global ha annunciato di voler uscire dal settore antipirateria. Poco prima sul sito aveva reso nota la partecipazione ad una missione di recupero di migranti somali. Un cambio di strategia ‘aziendale’, indizio del futuro utilizzo delle società di mercenari nel controllo dei flussi di migranti. Le società che hanno operato soprattutto nell’area dell’Oceano indiano, con la riduzione ai minimi termini degli assalti del pirati somali hanno oggi la necessità di trovare nuovi fronti. Bella gente vero?

1294.- Ucciso a Tripoli il boss degli scafisti, la Libia accusa le Forze Speciali italiane

 

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Colpo di scena nel “business” della tratta dei migranti. Il principale boss degli scafisti responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia, Salah Al-Maskhout, ex-ufficiale dell’esercito libico nell’era Gheddafi, capo di una milizia di Zuwara e considerato molto vicino al presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, è stato ucciso ieri a Tripoli insieme a 8 suoi miliziani. Al-Maskhout controllava buona parte degli scafisti della Jamahiriya è stato ucciso da 4 uomini armati, probabilmente “professionisti“, secondo il Libya Herald.
Salah Al-Maskhout è stato freddato mentre stava lasciando la casa dei parenti nei pressi del Centro Medico di Tripoli ed era pesantemente scortato da un drappello di guardaspalle e gorilla ma non è servito a nulla quando i 4 uomini armati hanno isolato la strada affrontando il gruppetto. Ne è nata una sparatoria fra i due gruppi avversi ma Al-Maskhout e gli otto uomini che erano con lui sono stati sopraffatti e uccisi.
Sia la dinamica dell’agguato – una vera e propria operazione militare – sia le armi utilizzate, sia il modo in cui il team dei killer ha sparato ed è poi riuscito a esfiltrarsi sano e salvo ha suggerito che si trattasse di professionisti molto ben addestrati ad operazioni militari di questo tipo, quasi si fosse trattato di elementi delle forze speciali.

Gli aggressori, che non sono stati identificati, si erano inizialmente appostati per cogliere di sorpresa il boss degli scafisti libici. Tutto il team che ha aggredito Al-Maskhout e i suoi 8 uomini di scorta è riuscito a fuggire indenne dopo l’agguato senza riportare vittime. Ma quello che ha fatto immaginare ad un’azione delle forze speciali è che mentre le guardie del corpodell’ex-colonnello di Gheddafi erano armate di micidiali Kalashnikov semiautomatici e sono stati annientate, il team di aggressori impugnava tutte armi corte, pistole e mitragliette.

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Zuwara è attualmente considerata la capitale del contrabbando della Libia, base degli scafisti, in particolare per la tratta dei migranti ma, negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di migranti sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo – è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani. Le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione. Oggi questo episodio viene letto anche sotto questa chiave ma l’elemento che, certo, condiziona di più nella valutazione complessiva dell’agguato è quello di una vera e propria operazione di forze speciali anche se c’è chi ci vede un regolamento di conti fra bande di scafisti. C’è chi annota anche che i proiettili ritrovati dopo la sparatoria non sarebbero di tipo comune mentre alcune fonti locali sosterrebbero che alcuni membri del team parlassero in inglese e in italiano. Secondo il Dipartimento investigativo di Tripoli e i medici legali che hanno esaminato il cadavere del boss degli scafisti, «i proiettili utilizzati per uccidere Salah Al-Maskhout sono di calibro 9mm, quelli in dotazione alle forze di sicurezza americane e alle guardie della sede diplomatica americana». E, oltretutto, l’uomo «è stato colpito al cuore», e ciò confermerebbe l’esecuzione da parte di “professionisti”. I testimoni che hanno assistito alla sparatoria, citati dai media locali, dicono con certezza che «i killer non erano libici».
Zuwara è considerata una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici. Nell’agosto scorso due barconi che erano patiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 erano risultati dispersi. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.

 

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Intanto, è giallo militare-diplomatico fra la Libia e l’Italia dopo il misterioso agguato mortale. L’imboscata nella quale è caduto Al-Maskhout assume, di ora in ora, sempre più i contorni di una spericolata operazione di un commando di Forze Speciali per la dinamica dell’azione, le armi utilizzate, i proiettili ritrovati e, secondo i testimoni, anche la lingua parlata dagli uomini del team di 4 persone che hanno assassinato il boss della tratta dei migranti e anche 8 uomini particolarmente armati della sua scorta.
A metà pomeriggio, dopo un rincorrersi di ipotesi e in un crescendo di illazioni, il presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, ha accusato esplicitamente l’Italia e, più in particolare, le «forze speciali italiane», di aver ucciso Salah Al-Maskhout. Pochi minuti dopo, a stretto giro, è arrivata la gelida replica, sia pur non ufficiale, della Difesa italiana: nessun coinvolgimento di militari italiani nell’uccisione del presunto boss del traffico di esseri umaniSalah Al-Maskhout avvenuta a Tripoli.
Cosa è accaduto dunque? E chi è Salah Al-Maskhout?
Al-Maskhout è considerato il principale responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia. Proprio Zuwara è ritenuta la vera capitale del contrabbando della Libia, una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici.
Nell’agosto scorso due barconi che erano partiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 persone erano risultate disperse. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.
Zuwara è finita sui giornali di tutto il mondo proprio negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di profughi sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo. In questo contesto è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani.
Di fatto le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione.
E’ in questo contesto di forti tensioni sociali che è maturato l’omicidio del boss e della sua scorta. Ma molti sono i punti della vicenda che appaiono incomprensibili. Chiarito, invece, lo scambio di identità con un altro Salah Maskhout, indicato come il ‘boss’ degli scafisti ucciso a Tripoli:
«Posso assicurarvi che sono vivo», ha detto al telefono a Migrant Report, raccontando di aver ricevuto decine di chiamate dai parenti allarmati. «Sono sempre rimasto a Zuwara», ha precisato, spiegando di aver lasciato la divisa dell’esercito libico nel lontano 1991 – non come il ‘boss’ ucciso, che sarebbe stato un ufficiale fino almeno al 2009.