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1339.- GLI SBARCHI E IL VUOTO DI GIURISDIZIONE

Il prof. Paolo Maddalena, giudice e vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, offre un parere puntualmente motivato sull’azione del Governo riguardo all’invasione in corso.

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Chi ha voluto che l’Italia fosse l’unico responsabile degli sbarchi e della permanenza degli immigrati?

Sarebbe una notizia falsa, quella, circolata nei mezzi di comunicazione, secondo la quale la responsabilità degli sbarchi degli immigrati in Italia risalirebbe ai sottoscrittori del Trattato di Dublino, del Regolamento Dublino II e del Regolamento Dublino III.

La smentita viene da un comunicato stampa dell’Ansa, nel quale si legge: “Il piano operativo Triton (e cioè il piano operativo proposto dall’Agenzia Europea Frontex, che ha l’incarico di gestire il fenomeno dell’immigrazione in Europa), concordato e sottoscritto con le Autorità italiane, prevede che sia l’Italia il Paese ospitante della missione. In quanto tale, l’Italia decide in quale dei propri porti debba avvenire lo sbarco dei migranti soccorsi durante le attività di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’operazione Triton. A spiegarlo è un portavoce di Frontex, che ricorda come la stessa regola valga anche per le operazioni Poseidon per la Grecia, e Indalo per la Spagna”. Inoltre la On.le Bonino, ex titolare del Ministero degli esteri, ha dichiarato, al “Giornale di Brescia” e di recente anche in televisione, che “nel 2014-2016, e dunque durante il governo Renzi, siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”.

Di chi effettivamente sia la responsabilità è difficile dirlo, e probabilmente, anche se i Trattati e i Regolamenti di Dublino nulla dicono in ordine all’obbligatorietà degli sbarchi in Italia, si tratta di una responsabilità concorrente, sia dei sottoscrittori degli Accordi di Dublino, sia dei sottoscrittori dell’Accordo Triton. Ma ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, e specialmente da quando è entrato in vigore il Trattato Europeo di Maastricht, i nostri rappresentanti politici hanno agito con sempre minore attenzione per la tutela degli interessi italiani e sempre con minor rispetto dei nostri principi costituzionali.

Ciò pone ai giuristi di buona volontà dei gravissimi problemi da risolvere. In sostanza, di fronte ai riprovevoli comportamenti dei nostri politici, non si può fare a meno di cominciare a pensare che, non solo debba ritenersi percorribile la strada del ricorso al giudice comune, affinché la illegittimità costituzionale di Trattati o Accordi internazionali, sia fatta valere davanti la Corte costituzionale, secondo il principio giurisprudenziale dei cosiddetti “contro limiti”, ma che occorra anche riflettere sulla cosiddetta intangibilità degli “atti di governo”, proclamata dalla giurisprudenza amministrativa nel presupposto che non fossero concepibili “atti di governo” contrari all’interesse del Popolo italiano. Ora che, come si è visto, questo presupposto è venuto meno, è evidente che si debba essere molto attenti nel far riferimento a detta “intangibilità”.

Si deve ricordare, infatti, che gli atti di governo sono quegli atti nei quali la “discrezionalità” è massima, e che, tuttavia, tale discrezionalità non può arrivare fino al punto di danneggiare tutti i cittadini. In questo caso, non si tratta più di “discrezionalità”, ma di “carenza di potere”, con la conseguenza che chi pone in essere questi atti lo fa assumendosene personalmente la “responsabilità” e quindi correndo il rischio di essere chiamato in giudizio per rispondere dei danni arrecati ai singoli e alla Collettività nel suo complesso.

La giurisprudenza costituzionale è ferma nell’affermare che non possono esserci “vuoti di giurisdizione” e non è chi non veda che, nei casi citati, richiamarsi all’intangibilità degli atti di governo potrebbe dar luogo a un vero e proprio “vuoto di giurisdizione”.

Paolo Maddalena

1338.- INVASIONE PROGRAMMATA! La Polizia: “Gli sbarchi nei fine settimana sono la prova dello scafismo di Stato”.

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Il segretario del Sap, Gianni Tonelli, parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei weekend come “prova di accordi informali tra il Governo e le Ong”.

“Alla luce dell’indagine aperta dalla procura di Trapani relativamente alla nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet, non è per nulla un caso che l’80% degli sbarchi (e parliamo di 600/800 migranti per volta) avvenga nei weekend“. Questa l’accusa lanciata venerdì dal segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia (Sap), Gianni Tonelli, che parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei week end come “prova di accordi informali tra governo e Ong”.

“I passaggi fondamentalmente sono due – scrive il Sap in una nota – il primo, riguarda l’accordo informale tra il governo e Ong, in quanto le operazioni non prevedono il solo soccorso in mare, ma una serie di tante altre incombenze, tra cui identificazione, fotosegnalamento, prima visita medica, screening sanitario, schede di provenienza, incontro con mediatori culturali, individuazione degli alloggi, noleggi di pullman per il trasporto nelle varie città italiane, individuazione dei centri di accoglienza sull’intero territorio italiano e organizzazione dello smistamento”.

“Tutte queste operazioni – spiega il Sap – necessitano di essere programmate e dunque sincronizzate con gli sbarchi. Qui arriviamo quindi al secondo passaggio, ovvero l’accordo tra Ong e scafisti per programmare lo sbarco e dare avvio a delle vere e proprie ‘ondate migratorie sincronizzate’, con il ‘benestare’ dello Stato Italiano che non può non sapere”. l Sindacato autonomo di Polizia afferma che “dall’inizio dell’anno ad oggi a Catania, su 17 sbarchi, 10 sono avvenuti durante il week end i restanti 7 il lunedì. Anche a Messina, su 9 sbarchi, 7 sono avvenuti durante il fine settimana e il Lunedì Santo. Il ritardo di un giorno è legato alla variabile indipendente delle condizioni meteorologiche”. Secondo Gianni Tonelli, “dopo le rivelazioni di Emma Bonino la quale ha reso noto che l’approdo esclusivo nei porti italiani era stato deciso dal governo Renzi per ottenere elasticità sullo sforamento del tetto di stabilità, al fine della elargizione degli 80 euro, si aggiunge un ulteriore tassello che delinea il puzzle della vergogna perpetrata contro il Paese gli interessi della nazione e che tira in ballo, oltre alle responsabilità del governo, anche quelle delle amministrazioni interessate”. Tonelli punta il dito anche contro “il poco personale di Polizia a disposizione, i doppi e tripli turni di per far fronte all’emergenza, le inutili mascherine antialito date in dotazione ma che di fatto non proteggono per nulla da possibili contagi”.

 

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Il Codice di comportamento delle Ong, è una farsa. Sentite la protesta di Medici senza frontiere: “Profana il nostro santuario”. Cosa nasconde questa associazione? Non mi è mai stata chiara, ma non mi è chiara nemmeno la posizione di governo e istituzioni.

1502008618419.jpg--codice_ong__protesta_medici_senza_frontiere___viola_il_nostro_santuario_E su Iuventa, il poliziotto sotto copertura: “Sono rimasto a bordo per 40 giorni e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio tedesco e i trafficanti d’uomini”.

Dice no al Codice etico delle Ong Loris Filippi, presidente di Msf. “Io non esprimo alcun giudizio politico sull’attività del ministro Minniti. Se lui crede nell’efficacia dell’azione coercitiva, vada pure avanti. Noi non siamo d’accordo. Ma l’errore fondamentale è ritenere di poter miscelare l’azione umanitaria con il contrasto all’immigrazione clandestina. I militari, la polizia fanno il loro lavoro, noi facciamo altro e questa separazione di ruoli è fondamentale”, dichiara a Repubblica. “Se nelle nostre strutture o sui nostri mezzi dovesse entrare personale armato sarebbe uno spazio violato, non sarebbe più un santuario umanitario. Noi ci rendiamo ben conto che le forze dell’ordine sono una cosa diversa dalle milizie, però anche un contesto come quello del Mediterraneo dove una nostra nave è stata attaccata dalla guardia costiera libica presenta rischi sulla sicurezza”.
E ha suscitato scalpore la vicenda del poliziotto dello Sco, il Servizio centrale operativo che per quaranta giorni ha lavorato sotto copertura sulla Vos Hestia di Save the Children, che ha scoperto i contatti tra l’equipaggio della nave Iuventa e gli scafisti. Suo compito, verificare la fondatezza delle denunce presentate da alcuni volontari proprio di Save the Children. “Sono rimasto a bordo per 40 giorni”, ha raccontato l’agente al Corriere, “e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti d’uomini”.

Luca B., 45 anni, sub, abilitato al soccorso medico in mare, agente esperto, ha dovuto agire con circospezione,”continuamente all’erta per non essere scoperto”. La cosa più complicata è stata filmare e scattare foto “per timore di suscitare sospetti tra gli altri membri dell’equipaggio”. E alla fine, il 18 giugno, la sua pazienza è stata premiata: “All’alba, la Vos Hestia e la Iuventa si incontrano in alto mare. Pochi minuti dopo si avvicina un barchino dei trafficanti. Rimane a pochi metri da Iuventa, gli scafisti parlano coi volontari. Arriva un altro barchino che scorta un gommone carico di migranti”.
Luca B. riesce a scattare foto e a filmare lo scambio. Tre ore dopo c’è un altro contatto e anche in quell’occasione l’agente sotto copertura riesce a filmare tutto. Poi comunica coi suoi capi: “Ho tutto, comprese le immagini dei barchini restituiti ai trafficanti e riportati in Libia”. Grazie a lui, ciò che tutti han sempre saputo e che pochi (Salvini, Zuccaro, la Lega, il Centrodestra) han sempre detto, viene infine dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. E adesso tremano i buonisti.

 

 

1336.- Le elites ex-naziste tedesche dietro al finanziamento della ONG Jugend Rettet (non è uno scherzo)

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Le notizie scottanti finalmente filtrano. La nave ONG Jugend Rettet, scoperta a trattare con gli scafisti grazie agli infiltrati dell’AISE sulla nave tedesca – grazie alla cooperazione italiana con potenze internazionali (…) – hanno dimostrato come ci sia un coordinamento nell’invasione italiana dei migranti [gli italiani quando decidono di far le cose per bene sono molto bravi, ndr]. Meglio detta, esiste ed esisteva un vero e proprio piano per far arrivare sulle coste della Penisola più migranti possibili e le ONG straniere ne sono parte integrante.

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Ben inteso, spero che a tutti sia chiaro come dette ONG, soprattutto se attive in scenari di guerra, siano in realtà il paravento umanitario dietro a cui si celano le teste di ponte dei vari servizi segreti occidentali con il fine sia di carpire informazioni sul posto che di infiltrare propri uomini nelle fila nemiche, se non addirittura promuovere operazioni coi locali (…). Caso scuola è quello di Medicines Sans Frontieres (MSF), ONG francese attiva anch’essa nella tratta dei migranti verso l’Italia, il cui fondatore B. Kouchner è stato addirittura ministro degli Esteri dell’era Sarkozy e prima segretario di Stato nel governo Rocard del 1988 se ricordo bene. La tedesca Jugend Rettet svolge compiti simili: nata da poco per lo scopo di portare migranti dentro l’Italia, l’organizzazione scoperta con le mani della marmellata del piano di invasione dell’Italia evidentemente è coordinata da quel BND tedesco tanto bravo a rubare i dati fiscali dalla vicina Svizzera usati per ricattare i politici europei scomodi (vedasi il caso greco sotto molti versi ricopiato in Italia) quanto enormemente grossolano nel gestire operazioni che distino più di 500 km dai propri confini soprattutto se a sud/sud-est.

Quello che deve preoccupare è che tutte le ONG dei grandi paesi ex coloniali siano oggi attive non solo in Ucraina, Syria, Libya, Somalia, Iraq, Afghanistan ma anche in Italia!!

Ma la notizia interessante non è questa. Per il motivo spiegato sopra gli Stati ex coloniali non possono fondare loro stessi ONG altrimenti sarebbero semplicemente un’altra colonna delle loro stesse forze armate. Hanno infatti bisogno di sodali privati che facciano il lavoro sporco per conto dei governi. Nel caso di Jugend Rettet la “finanziatrice” è la bellezza teutonica Maria Furtwaengler (come indicato dalla FAZ nel 2016), nipote di Wilhelm Furtwaengler, il famoso direttore d’orchestra che dirigeva per Goebbels ed Hitler, il quale non solo fece parte del partito nazionalsocialista ma addirittura – secondo una sua biografia, di Eberhard Straub – trasse vantaggi personali dal nazismo, arricchendosi. Solo per cercare successivamente di nascondere il suo indicibile passato. (Pensate che il motto della Jugend Rettet è qualcosa di simile a “Fancul.. centro di coordinamento italiano per i migranti“, come riportato da agenzie di stampa oggi, …, ndr).

Tale Maria, discendente di cotanta stirpe, sapete chi ha sposato? Hubert Burda, il magnate dell’impresa editoriale tra le più conosciute in Germania e molto vicino ad Angela Merkel, discendente diretto di quel Franz Burda che non solo fu nazista ma addirittura profondamente antisemita fino ad impossessarsi di beni durante l’arianizzazione degli ebrei. Ecco dunque i finanziatori di Jugend Rettet!
(Si noti che non è un caso che i nipoti dei nazisti si imparentino tra loro, visto che normalmente Norimberga processò solo la punta dell’iceberg dei sodali nazisti, lasciando quasi intonse le gerarchie imprenditoriali, ad es. i proprietari attuali di BMW, i Quandt, sono i nipoti di Goebbels; ma i casi si sprecano, andate a vedere Adidas, Thyssen, Krupp, le famiglie dietro al colosso Aldi, Voslkwagen, Porsche etc.). Non è un caso che dette elites esportatrici industriali tedesche siano tutte indistintamente interessate a mantenere l’euro a tutti i costi – possibilmente debole – e quindi ovviare ad ogni tentativo di uscita dalla moneta unica soprattutto dei paesi che contribuiscono all’indebolimento dell’euro.

Ovvero, quanto sosteniamo su queste pagine da anni – che esiste un piano per i migranti fatti arrivare che in Italia e Grecia (la geopolitica tedesca aveva previsto fin dal 2012 l’invasione dei migranti: come abbiano potuto avere cotante capacità divinatorie è stato poi spiegato dagli eventi che si sono succeduti) – sta purtroppo dimostrandosi nella sua interezza. Ugualmente il piano economico nazista post invasione dell’Europa nazista (Piano Funk) sta oggi reincarnandosi nel progetto della moneta unica, da tenere in piedi a tutti i costi. Anche con metodi nazisti. Da qui il finanziamento di Jugend Rettet da parte di una delle elites tra le più ex naziste di Germania.

Vale la pena ricordare perché l’Italia sia vittima di tale indebita ingerenza: in un contesto di crisi globale di fatto irrisolta dal 2008 (siamo tornati globalmente a circa lo stesso livello di debito del 2008, quando si fermerà il QE ci sarà di nuovo l’implosione globale), l’Italia da una parte è una minaccia mortale per l’EU e dall’altra fa gola per i suoi assets. Minaccia perché è l’unico paese profondamente euroscettico in grado di deragliare il vero progetto dei globalisti, l’euro, oltre ad essere troppo storicamente vicina agli USA che oggi l’asse franco-tedesco vorrebbe sostituire al comando dell’EUropa. Dall’altra ha ancora tanti assets che fanno gola, dal residuo delle fu possenti aziende di stato, ai risparmi degli italiani, passando per primarie aziende private (Generali, le banche nazionali, aziende manifatturiere ecc.). Dunque va neutralizzata e per fare questo non si esita a farla invadere di migranti, per destabilizzare a fondo la struttura sociale del paese ossia per abbassare i salari degli italiani, inseminare violenza straniera, creare disagio ovvero dare la colpa del crollo della ricchezza italica non al vero responsabile (l’EU tedesca con l’euro) ma ai migranti. Sempre il solito trucco.
Caso mai Roma volesse azzardarsi ad uscire dall’euro, proprio ora che gli USA di Trump sono a favore della fine dell’euro….

3DlYgszy_bigger  Antonio M. Rinaldi‏, scenari economici.it

1333.- Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta

Interessante, da leggere.blog_rossi2

1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

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Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

soros-quoteLO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombesolo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

1323.- TUTTI GLI AMICI ITALIANI DI SOROS

di Francesca Totolo

(Maurizio Blondet : pubblico l’ottimo lavoro di Francesca Totolo per il sito di Luca Donadel, https://www.lucadonadel.it/soros-e-collegamenti-politici-italiani/

“Più una situazione si aggrava, meno ci vuole a rovesciarla, e più grande è il lato positivo”. George Soros

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Il noto “filantropo” ungherese naturalizzato americano nacque nel 1930 a Budapest con il nome di György Schwartz. Presto però dovette affrontare il dolore causato dal “re di tutti i mali”, il fascismo, che costrinse lui e la sua abbiente famiglia a cambiare il proprio cognome in Soros per sfuggire dal crescente antisemitismo nel Paese.
Anzi il padre del “neo-battezzato” George fece di più: Tividar comprò al piccolo erede dei documenti falsi che certificavano l’avvenuta adozione da parte di un cittadino ungherese che per professione aiutava gli ufficiali nazisti a confiscare le proprietà ed i beni degli ebrei magiari mandati nei campi di sterminio. L’infante Soros non poté fare altro che obbedire al volere del padre naturale, seguendo così il finto genitore adottivo e collaborando con lo stesso nelle operazioni di confisca a danno di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”. In seguito, un Soros dichiarò a proposito di questa vicenda: “naturalmente sarei potuto essere stato dall’altra parte o potrei essere stato tra coloro a cui ho confiscato i beni. Ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun’altro lo avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: siccome non ero io il responsabile non avevo alcun senso di colpa”.1Per fortuna, quindi, la vicenda non segnò minimamente la coscienza di Soros e non ebbe nessuna ripercussione sulla sua condotta “morale”; forse non fu lo stesso per le vittime delle confische a cui prese parte.

Nel 1947, un Soros si trasferì in Inghilterra per sfuggire questa volta dal nuovo regime filosovietico instauratosi in Ungheria. Giunto in terra britannica, si riservò la migliore educazione possibile, studiando al London School Of Economics dove incontrò il suo vate nonché ispiratore morale, Karl Popper.

“La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici.

Giovano laureato in economia, nel 1954 diede inizio alla sua lunga e promettente carriera come impiegato nel reparto arbitraggio della banca d’affari londinese Singer & Friedlander. Nel 1956, capì che l’Europa era troppo piccola per contenere tutto il suo entusiasmo giovanile e si trasferì nella patria delle speranze, gli Stati Uniti d’America, dove consolidò le proprie esperienze nel ramo finanziario specializzandosi nella gestione dei mercati del vecchio continente operando in diversi istituti bancari. La svolta dell’ambizioso Soros avvenne nel 1969 quando fondò il Quantum Fund, che gli garantì rendimenti elevatissimi per più di un decennio.

Da bambino ebreo di Budapest perseguitato dal terribile fascismo ungherese, George Soros si trasformò in deciso uomo d’affari non lesinando neanche azioni speculative sui mercati finanziari (e comunque se non le avesse fatte lui, le avrebbero fatte altri, no?). Le speculazioni sorosiane riguardarono anche l’Italia; nel 1992, Soros partecipò insieme ad altri “investitori” ad un attacco alla Banca d’Italia causando una epica svalutazione della lira, l’uscita dal Sistema Monetario Europeo e la seguente crisi economica. Il “filantropo”, futuro paladino delle associazioni umanitarie dichiarò: “Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Deutsche Bundesbank. Si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali. Quella fu una buona speculazione”. Lo fu un po’ meno per i portafogli del popolo italiano.
Soros non si limitò alle speculazioni operate sulla lira; anche l’Inghilterra subì lo stesso trattamento.

I suoi passatempi con le monete nazionali però non rimasero impunite in altri stati: in Francia fu processato e giudicato colpevole di “insider trading”, e dovette sborsare 2 miliardi di dollari, in Indonesia fu condannato all’ergastolo e in Malesia, invece, alla pena di morte.

Poi come San Paolo, il Soros ebbe l’illuminazione sulla via di Damasco (forse per quello che ha così a cuore le vicende del popolo siriano).
Ecco che da “avido” speculatore senza scrupoli, George Soros si trasforma nel benevolo filantropo, patron di ogni causa che riguardi la discriminazione e che impedisca una società civile “aperta” e inclusiva. Con il passare degli anni, la sua Open Society Foundations si impone come regina in ambito “umanitario”, occupandosi un po’ di tutto, dai diritti civili delle persone LGBT a quelli dei migranti musulmani in territorio europeo, aspirando ad un mondo senza confini di popperiana memoria.

La sua fondazione è molto attiva anche nel nostro Paese sostenendo diverse associazioni (Onlus e Migranti in Italia), e interagendo a vario titolo anche con illustri rappresentanti delle nostre istituzioni, come membri del parlamento nostrano ed europeo, e del governo, nonché con i sindaci delle città più esposte ai flussi di migranti (ricordiamo la stretta collaborazione con Giusi Nicolini a Lampedusa trattata nell’approfondimento Analisi ONG nel Mediterraneo).

A livello nazionale, li troviamo quasi tutti riuniti il 6 luglio del 2015 in occasione delle conferenza “Rivitalizzare l’accoglienza in Italia: Seminario di alto livello sul rafforzamento e l’espansione della capacità di accoglienza per i richiedenti asilo” organizzata dalla Fondazione De Gasperi (di cui Angelino Alfano è presidente), dal Migration Policy Institute (di cui la OSF è tra i maggiori finanziatori) e ovviamente dalla Open Society Foundations.2

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Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:

Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:
Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4

Gennaro Migliore è Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia(nel governo Renzi e confermato nel governo Gentiloni) ed esponente del PD(dopo diversi cambi di casacca); in precedenza, è stato presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione”. L’On. Migliore è sempre in prima linea quando gli eventi, le conferenze e i progetti riguardano la Open Society Foundations; la scelta della Hermanin come sue assistente sarà stata semplice.5 6 7 8 9

 

Pierfrancesco Majorino è assessore alle “Politiche Sociali, Salute e Diritti” del Comune di Milano (nella giunta Pisapia e riconfermato in quella di Beppe Sala). Majorino sempre presente alle iniziative promosse dalla Open Society Foundations e dalla associazione da questa sostenute, ha organizzato la mobilitazione “20 Maggio senza Muri” a Milano dove sono accorse tutte le Onlus e le organizzazioni sorosiane (trattata nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).10 11 12

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Luigi Manconi [un sardo che pratica ancora l’endogamia, convivendo con la miliardaria di Stato Berlinguer . nd.Blondet] è senatore delle Repubblica Italiana eletto nelle fila del PD, presidente della “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” e presidente dell’associazione “A Buon Diritto” fondata e sostenuta dalla Open Society Foundations (Manconi e “A Buon Diritto” sono stati trattati nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).
Mario Morcone ha ricoperto diverse cariche in altrettanti governi; è Capo di gabinetto del ministro Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio trattata nell’approfondimento Associazioni Religiose e Migranti in Italia) durante il governo Monti nel 2011; nel 2014, è Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione presso il Ministero dell’Interno e nel 2017 viene nominato Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno. Ricordiamo che ASGI e A Buon Diritto sono tra le associazioni italiane fondate e finanziate grazie alla Open Society Foundations.13 14

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Marco Perduca, storico esponente del Partito Radicale, viene eletto nelle liste del PD nel 2008; per la prima metà della legislatura è membro della III Commissione permanente “Affari esteri ed emigrazione” e successivamente diventa membro della II Commissione permanente “Giustizia”, nonché segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e membro della Commissione parlamentare per la semplificazione della legislazione. Ora si occupa dell’Associazione Luca Coscioni (finanziata anche dalla Open Society Foundations) e della Open Society Foundations.15 16

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1304.- La nave ‘nera’ contro Ong e migranti

Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla dell’estrema destra europea. Addestrati sulle Alpi francesi, hanno una nave arrivata da Gibuti, e navigheranno nel mare di fronte alla Libia, pronti a riportare in Libia i rifugiati raccolti a sud della Sicilia, con lo slogan “Defend Europe”. Con mercenari dall’Ucraina – scopriamo – ai mari caldi e sempre a difendere una certa Europa.

 

Di Ennio Remondino 18 luglio 2017

Guerra di corsa contro la flottiglia delle Ong, corsari anti migranti che, dicono di volerli salvare, ma solo per consegnarli alla guardia costiera libica. Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla della estrema destra europea nata in Francia nel 2012 con filiali in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. Il nome scelto per la campagna in mare è “Defend Europe”. Già lo scorso maggio, con un’imbarcazione messa di traverso nel porto di Catania, l’organizzazione era riuscita a ritardare l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterranée. Per l’impresa attuale si sono addestrati sulle Alpi francesi. Hanno alle spalle una rete internazionale occulta e si riuniscono segretamente comunicando il luogo solo all’ultimo minuto e sono in grado di gestire raccolte di fondi cambiando conto e banca in poche ore.

La nave dei Corsari Neri
Ora hanno finalmente la loro nave da ‘corsa’, nel senso di pirateria e/o, antipirateria. Un vecchio cargo preso a nolo da una società inglese di mercenari del mare, una delle tante ‘carrette del mare’, questa arrivata da Gibuti. Per loro, corsari neri ideologici, un programma preciso: bloccare ogni forma di migrazione, respingere chi chiede asilo verso i paesi di provenienza, annullare tutti i visti ottenuti per ricongiungimento familiare. Programmi da destra dura e pura.
C’è anche un referente Italia, scrive Libero simpatizzando: Lorenzo Fiato, milanese di 23 anni, studente di Scienze politiche. «Bloccheremo le barche dei clandestini impedendogli di toccare le coste italiane fin quando la guardia costiera libica non verrà a prenderseli per riportarli indietro». Ronde mediterranee.

Società implicate, interessi nascosti
Sul fronte decisamente opposto, Famiglia cristiana, che ha indagato. La nave che sta entrando nel Mediterraneo da Suez, racconta di un mondo di mercenari e compagnie di sicurezza private, attive da almeno cinque anni nell’Oceano indiano. L’imbarcazione si chiama C-Star, batte bandiera mongola, ed è normalmente ancorata nel porto di Gibuti, il piccolo Stato al nord della Somalia. Secondo i registri navali appartiene ad una società di diritto inglese, la Maritime Global Service, con sede a Cardiff, la capitale del Galles.
Figura come proprietario lo svedese Sven Tomas Egerstrom, 49 anni, a capo di un network di società specializzate in difesa privata, collegato con la società britannica The Marshals Group, holding che riunisce altre sei società nel settore della sicurezza.

Flotta Energstrom
La C-Star è entrata a far parte della flotta di Egerstrom lo scorso marzo, entra nei dettagli Andrea Palladino. Prima batteva bandiera di Gibuti ed aveva il nome di Suunta. Apparteneva ad un’altra società di sicurezza marittima, la Sovereign Global Solution, del francese Jerome Paolini e da Bruno Pardigon. Secondo un cablogramma diffuso da Wikileaks, Pardigon avrebbe dato supporto negli anni passati alla Blackwater statunitense, attraverso la sua precedente società, la Djibouti Maritime Security Servicesì. Strane vicinanze vero? Ma mica è finita qui. Dall’Oceano indiano, dove le navi come la C-Star trasportano i mercenari in funzione antipirateria, fino all’Ucraina, dove la Land Marshals prepara un ‘open day’ per il reclutamento del personale. La bacheca della società su Linkedin contiene il profilo professionale di alcuni dipendenti, in buona parte ex militari ucraini e russi.

Ora l’affare migranti
Scafisti e anti scafisti, tutti all’incasso. L’utilizzo di milizie marittime private è iniziato dopo il 2005, con l’esplosione degli attacchi dei cargo da parte dei pirati somali. Società soprattutto inglesi che utilizzano ex appartenenti alle forze speciali di moltissimi eserciti. Militari a volte reduci da scenari di guerra atroci, come l’Ucraina. Lo scorso gennaio la Sovereign Global ha annunciato di voler uscire dal settore antipirateria. Poco prima sul sito aveva reso nota la partecipazione ad una missione di recupero di migranti somali. Un cambio di strategia ‘aziendale’, indizio del futuro utilizzo delle società di mercenari nel controllo dei flussi di migranti. Le società che hanno operato soprattutto nell’area dell’Oceano indiano, con la riduzione ai minimi termini degli assalti del pirati somali hanno oggi la necessità di trovare nuovi fronti. Bella gente vero?

1294.- Ucciso a Tripoli il boss degli scafisti, la Libia accusa le Forze Speciali italiane

 

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Colpo di scena nel “business” della tratta dei migranti. Il principale boss degli scafisti responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia, Salah Al-Maskhout, ex-ufficiale dell’esercito libico nell’era Gheddafi, capo di una milizia di Zuwara e considerato molto vicino al presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, è stato ucciso ieri a Tripoli insieme a 8 suoi miliziani. Al-Maskhout controllava buona parte degli scafisti della Jamahiriya è stato ucciso da 4 uomini armati, probabilmente “professionisti“, secondo il Libya Herald.
Salah Al-Maskhout è stato freddato mentre stava lasciando la casa dei parenti nei pressi del Centro Medico di Tripoli ed era pesantemente scortato da un drappello di guardaspalle e gorilla ma non è servito a nulla quando i 4 uomini armati hanno isolato la strada affrontando il gruppetto. Ne è nata una sparatoria fra i due gruppi avversi ma Al-Maskhout e gli otto uomini che erano con lui sono stati sopraffatti e uccisi.
Sia la dinamica dell’agguato – una vera e propria operazione militare – sia le armi utilizzate, sia il modo in cui il team dei killer ha sparato ed è poi riuscito a esfiltrarsi sano e salvo ha suggerito che si trattasse di professionisti molto ben addestrati ad operazioni militari di questo tipo, quasi si fosse trattato di elementi delle forze speciali.

Gli aggressori, che non sono stati identificati, si erano inizialmente appostati per cogliere di sorpresa il boss degli scafisti libici. Tutto il team che ha aggredito Al-Maskhout e i suoi 8 uomini di scorta è riuscito a fuggire indenne dopo l’agguato senza riportare vittime. Ma quello che ha fatto immaginare ad un’azione delle forze speciali è che mentre le guardie del corpodell’ex-colonnello di Gheddafi erano armate di micidiali Kalashnikov semiautomatici e sono stati annientate, il team di aggressori impugnava tutte armi corte, pistole e mitragliette.

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Zuwara è attualmente considerata la capitale del contrabbando della Libia, base degli scafisti, in particolare per la tratta dei migranti ma, negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di migranti sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo – è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani. Le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione. Oggi questo episodio viene letto anche sotto questa chiave ma l’elemento che, certo, condiziona di più nella valutazione complessiva dell’agguato è quello di una vera e propria operazione di forze speciali anche se c’è chi ci vede un regolamento di conti fra bande di scafisti. C’è chi annota anche che i proiettili ritrovati dopo la sparatoria non sarebbero di tipo comune mentre alcune fonti locali sosterrebbero che alcuni membri del team parlassero in inglese e in italiano. Secondo il Dipartimento investigativo di Tripoli e i medici legali che hanno esaminato il cadavere del boss degli scafisti, «i proiettili utilizzati per uccidere Salah Al-Maskhout sono di calibro 9mm, quelli in dotazione alle forze di sicurezza americane e alle guardie della sede diplomatica americana». E, oltretutto, l’uomo «è stato colpito al cuore», e ciò confermerebbe l’esecuzione da parte di “professionisti”. I testimoni che hanno assistito alla sparatoria, citati dai media locali, dicono con certezza che «i killer non erano libici».
Zuwara è considerata una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici. Nell’agosto scorso due barconi che erano patiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 erano risultati dispersi. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.

 

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Intanto, è giallo militare-diplomatico fra la Libia e l’Italia dopo il misterioso agguato mortale. L’imboscata nella quale è caduto Al-Maskhout assume, di ora in ora, sempre più i contorni di una spericolata operazione di un commando di Forze Speciali per la dinamica dell’azione, le armi utilizzate, i proiettili ritrovati e, secondo i testimoni, anche la lingua parlata dagli uomini del team di 4 persone che hanno assassinato il boss della tratta dei migranti e anche 8 uomini particolarmente armati della sua scorta.
A metà pomeriggio, dopo un rincorrersi di ipotesi e in un crescendo di illazioni, il presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, ha accusato esplicitamente l’Italia e, più in particolare, le «forze speciali italiane», di aver ucciso Salah Al-Maskhout. Pochi minuti dopo, a stretto giro, è arrivata la gelida replica, sia pur non ufficiale, della Difesa italiana: nessun coinvolgimento di militari italiani nell’uccisione del presunto boss del traffico di esseri umaniSalah Al-Maskhout avvenuta a Tripoli.
Cosa è accaduto dunque? E chi è Salah Al-Maskhout?
Al-Maskhout è considerato il principale responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia. Proprio Zuwara è ritenuta la vera capitale del contrabbando della Libia, una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici.
Nell’agosto scorso due barconi che erano partiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 persone erano risultate disperse. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.
Zuwara è finita sui giornali di tutto il mondo proprio negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di profughi sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo. In questo contesto è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani.
Di fatto le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione.
E’ in questo contesto di forti tensioni sociali che è maturato l’omicidio del boss e della sua scorta. Ma molti sono i punti della vicenda che appaiono incomprensibili. Chiarito, invece, lo scambio di identità con un altro Salah Maskhout, indicato come il ‘boss’ degli scafisti ucciso a Tripoli:
«Posso assicurarvi che sono vivo», ha detto al telefono a Migrant Report, raccontando di aver ricevuto decine di chiamate dai parenti allarmati. «Sono sempre rimasto a Zuwara», ha precisato, spiegando di aver lasciato la divisa dell’esercito libico nel lontano 1991 – non come il ‘boss’ ucciso, che sarebbe stato un ufficiale fino almeno al 2009.

 

1293.- Venti operazioni davanti alla Libia per recuperare 4.100 migranti. Calderoli: “Perché li vanno a prendere fino a lì?”. E Salvini fa scattare le denunce per favoreggiamento all’immigrazione clandestina

Migranti clandestini, Marina Libia: ‘Ong erano in attesa barconi’

Solo ieri sono stati salvati circa 4100 migranti. A intervenire, oltre a una nave e alle motovedette della Guardia Costiera, anche i mezzi di Frontex, di Eunavformed e di una Ong in venti differenti operazioni. Operazioni che non sono avvenute nei mari italiani ma davanti alle coste libiche. Un particolare, quest’ultimo, che ha fatto infuriare i leghisti. Tanto che Matteo Salvini ha già annunciato che presenterà in tutti i tribunali italiani denunce per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Milioni regalati a scafisti e terroristi in Libia – scrive il segretario del Carroccio – 150.000 euro (al giorno!) garantiti a mafiosi, buonisti e finti cooperatori in Italia”.

“Per quale ragione la Guardia Costiera italiana ieri ha condotto e coordinato oltre venti operazioni di raccolta di 4100 immigrati in mare specificando ‘davanti alla Libia’? Perché le navi della nostra Guardia Costiera, di Frontex, di Eunavformed e delle solite Ong hanno condotto operazioni ‘davanti alla Libia’ e hanno poi portato gli immigrati nei porti italiani e non in quelli tunisini o maltesi?”, si chiede il senatore leghista Roberto Calderoli. Che, poi, secco risponde: “Semplicemente perché vogliamo che gli immigrati vengano qui”. Dall’inizio dell’anno a oggi sulle coste italiane sono sbarcati 85.217 migranti. È l’8,90% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (78.255). Ad aggiornare il dato è il ministero dell’Interno, secondo cui i porti maggiormente interessati dagli arrivi nel periodo in questione sono, nell’ordine, Augusta (13.221), Catania (10.254), Pozzallo (7.834), Reggio Calabria (7.087), Palermo (5.799), Vibo Valentia (5.229), Trapani (5.170), Lampedusa (5.168), Messina (4.319) e Salerno (4.112).

Sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco, i Paesi di origine dei migranti sono Nigeria (14.504), Bangladesh (8.268), Guinea (7.844), Costa D’Avorio (7.455), Gambia (5.022), Senegal (4.914), Mali (4.862), Eritrea (4.553), Marocco (4.190) e Sudan (4.051). La maggior parte di questi, insomma, non ha diritto allo status di rifugiato. Per intenderci: sono gli immigrati economici che il presidente francese Emmanuel Macronha chiaramente detto che non devono entrare in Europa. Eppure l’Italia non li ferma. In questo momento nel Mediterraneo ci sono 10 navi che si stanno dirigendo verso i porti italiani, con a bordo oltre 7.300 migranti salvati negli ultimi giorni al largo della Libia. L’arrivo delle navi, a seconda del porto di destinazione, è previsto tra oggi e la giornata di sabato. “Continua l’invasione e il governo, inerte, non accenna ad avere una reazione degna di questo nome”, denuncia il capogruppo azzurro alla Camera, Renato Brunetta. Che, poi, accusa: “L’Unione europea ci promette qualche spicciolo per comprare il nostro silenzio. Basta. Il governo italiano deve reagire. Chiudiamo i nostri porti, usciamo da Triton e apriamo una crisi a livello internazionale”.

Flotte italiane ed europee, che da anni ci costano centinaia di milioni di euro, continuano ad arricchire i trafficanti libici sbarcando in Italia centinaia di migliaia di immigrati illegali mentre la Guardia Costiera libica, con i suoi pochi e poveri mezzi, affronta con le armi i criminali, allontana le navi delle Ong dalle sue acque  e cerca di fermare i flussi.

Ieri un morto e due feriti per spari dei trafficanti.

Libyan coast guards escort migrants, who tried to flee to Europe, after the migrants were stopped by the coast guards and made to head to Tripoli

IL CAIRO – La Marina libica, attraverso il suo portavoce, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, ha segnalato contatti telefonici fra imprecisate Ong che hanno dato l’ impressione che le organizzazioni umanitarie stessero aspettando barconi con circa 570 migranti poi bloccati ieri dalla Guardia costiera libica. Lo si rileva in una nota, a disposizione oggi dell’ANSA, del portavoce della Marina libica. Nella nota il protavoce Ghasem ha sostenuto che “chiamate wireless sono state rilevate, una mezz’ora prima dell’individuazione dei barconi, tra organizzazioni internazionali non-governative che sostenevano di voler salvare i migranti illegali in prossimità delle acque territoriali libiche. Sembrava che queste Ong aspettassero i barconi per abbordarli. Le Guardie costiere – ha aggiunto Ghasem senza fornire nomi o altri dettagli – hanno preso contatto con queste Ong e hanno domandato loro di lasciare le acque territoriali libiche”. Il portavoce ha sottolineato che “il comportamento di queste Ong accresce il numero di barconi di migranti illegali e l’audacia dei trafficanti di esseri umani”.
Nel sottolineare il caso di un migrante ucciso ieri dai trafficanti, Ghasem ha aggiunto che questi ultimi “sanno bene che la via verso l’Europa è agevole grazie a queste ong e alla loro presenza illegittima e sospetta in attesa di poveri esseri umani”

La morte di un migrante e il ferimento di due altri per colpi di arma da fuoco sparati ieri da presunti trafficanti di esseri umani sulla costa occidentale della Libia viene riferita da un comunicato diffuso oggi della Marina libica. Ad essere bersagliato è stato un gruppo di cinque gommoni e due pescherecci adibiti a barcone che con un totale di circa 570 migranti stavano navigando verso il porto di Zawiya, a ovest di Tripoli, dopo essere stati intercettati dalla Guardia costiera libica, si precisa in un messaggio inviato all’ANSA dall’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, portavoce della Marina libica. Vi sono stati “tiri da parte di un gruppo armato a partire dalla costa e da due imbarcazioni in fibra di vetro a un miglio dal porto” di Zawiya, ha riferito il portavoce del Corpo da cui dipende la Guardia costiera e che risponde al governo di accordo nazionale del premier Fayez Al Sarraj. “Gli assalitori hanno preso la fuga ma l’incidente ha causato la morte di un migrante illegale e il ferimento di due altri: i tre sono del Bangladesh”, ha aggiunto Ghasem.

L’ennesima presa per i fondelli: Undici regole per le ong impegnate nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo. Sono contenute in una bozza del Codice di condotta che l’Italia ha messo a punto e che è ora all’attenzione degli uffici europei. Nel documento, visionato dall’ANSA, c’è il divieto di telefonare “per facilitare la partenza di barconi che trasportano migranti”, l’obbligo a far salire a bordo la polizia giudiziaria e quello di avere una certificazione tecnica per poter fare salvataggio. Chi non firma il Codice potrebbe non ricevere l’autorizzazione ad accedere nei porti italiani.

 

1292.- Dopo l’Ungheria, anche Israele contro Soros

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Ne hagyjuk, hogy Soros nevessen a végén!  

Non lasciamo a Soros l’ultima risata!

Da settimane, Budapest è tappezzata di manifesti che ritraggono il volto sorridente dello speculatore e «filantropo» . Accanto all’immagine campeggia una scritta eloquente: «Il 99% degli ungheresi rifiuta l’immigrazione illegale. Non lasciamo a Soros l’ultima risata». È la prosecuzione di una durissima battaglia tra Orbàn e Soros che dura da mesi: secondo il Primo Ministro ungherese, infatti, il magnate sarebbe responsabile, attraverso la sua fitta rete di organizzazione non governative, di promuovere l’immigrazione clandestina e di interferire negli affari interni dell’Ungheria. La campagna mediatica anti-Soros, tuttavia, è stata tacciata di «antisemitismo» dalla comunità ebraica ungherese – Soros, naturalizzato americano ma nato a Budapest il 12 agosto del 1930, è nato in una famiglia di ebrei ungheresi.

L’accusa di Orbàn

Per Orbàn, l’ideologia delle frontiere aperte  e globalista promossa da Soros e dalle sue organizzazioni, è un serio pericolo da combattere. Un’avversità che il Primo Ministro ha spiegato ai microfoni di Kossuth Rádió, lo scorso aprile. «Se qualcuno vuole venire a vivere in Ungheria, deve chiedere il consenso al popolo ungherese. Non ci può essere una legge internazionale, una norma, un tribunale o un’organizzazione che sostiene che non importa ciò che pensa il popolo. Questo è impossibile. C’è, tuttavia, una campagna internazionale molto forte – osserva Orbàn – che è in corso da circa un decennio. È legata al nome di George Soros e cerca di dimostrare che i confini non hanno senso, che le nazioni non hanno alcun diritto di decidere e di stabilire come vivere».

«La teoria delle frontiere aperte è stata concepita dal magnate e si è infiltrata in un certo numero di istituzioni internazionali. Dobbiamo combattere questa battaglia. Dobbiamo portare degli argomenti contro queste teorie. Dobbiamo fare luce su queste operazione e dobbiamo evidenziare che, spesso, non si tratta di difendere i diritti umani ma di avidità e di business sulla pelle dei migranti».

Le misure del governo di Budapest contro Soros

Tra il governo ungherese e George Soros è guerra aperta, senza esclusione di colpi. Il parlamento nazionale ha votato, poche settimane fa, una legge che inasprisce i controlli sulle organizzazioni non governative (ong) che ricevono fondi esteri. Nel mirino di Budapest ci sono le onlus finanziate dalla Open Society Foundations che promuovono l’accoglienza (rectius, invasione) dei migranti e le «frontiere aperte». In aprile, inoltre, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge che limita l’autonomia dell’università fondata dallo stesso speculatore finanziario e dalla Open Society Foundations (la Central European University di Budapest).

La replica del portavoce di Soros e la condanna di Human Rights Watch

Michael Vachon, un portavoce del magnate, ha definito la campagna di Budapest «anti-europea», affermando che essa travisa il punto di vista del magnate sull’immigrazione. «La scorsa settimana, il governo ha lanciato una campagna mediatica che ricorda le ore più buie d’Europa» – ha aggiunto. «La xenofobia e la demonizzazione dei rifugiati del regime ungherese sono anti-europei». Le parole del portavoce dello speculatore fanno eco a quelle dell’attivista di Human Rights Watch, Lydia Gall, la quale sostiene che i manifesti contro Soros ricordano quelli dei nazisti della Seconda Guerra Mondiale contro gli ebrei.

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Soros? un poveraccio, infelice, insoddisfatto di se stesso e di qualunque ricchezza che alimenta l’antisemitismo mondiale. E’ alla costante ricerca del male da compiere. Andrebbe messo in condizioni di tacere.

La campagna di Budapest contro George Soros infiamma il dibattito. Il governo del Primo Ministro Viktor Orbán ha tappezzato l’Ungheria di manifesti contro il magnate – naturalizzato americano ma nato a Budapest il 12 agosto del 1930 – considerato dallo stesso premier «un nemico della patria» al servizio «dei poteri forti» contro il suo governo. Un braccio di ferro, quello tra Orbán e Soros, che prosegue da mesi, tanto che il parlamento nazionale ha votato, poche settimane fa, una legge che inasprisce i controlli sulle organizzazioni non governative (ong) che ricevono fondi esteri.

Nel mirino ci sono proprio le organizzazione finanziate dalla Open Society Foundations di cui lo speculatore – «filantropo» per la sinistra politicamente corretta e globalista – è il presidente. «Non dobbiamo concedere a Soros l’ultima risata» – si legge sui manifesti, dove si ribadisce, inoltre, che «il 99% degli ungheresi rifiuta l’immigrazione clandestina». La comunità ebraica ungherese ha condannato la campagna di Orbán definendola «antisemita». Soros, infatti è nato col nome di György Schwartz in una famiglia di ebrei ungheresi. Israele, tuttavia, pur prendendo le distanze dall’iniziativa, rincara la dose contro lo speculatore, affermando che il suo obiettivo è quello di minare la stabilità di governi eletti democraticamente.

Se uno ha dei dubbi sull’esistenza del Male, guardi la faccia di questo personaggio. un moto di disgusto ti prende immediatamente, senza sapere perché. dopo che hai saputo chi è, cosa fa e come ha accumulato la sua ricchezza, tutto ti appare chiaro.

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1938. Henry Ford riceve la più alta onorificenza del III Reich. Non fu per caso che la Wermacht  risorgesse improvvisamente dalle ceneri della sconfitta e che fosse quasi tutta motorizzata.

Soros non è un numero uno. È un prodotto dei Rothschil, quelli che hanno collaborato e cofinanziato Hitler, insieme ai Bush, Henry Ford, Tyssen, l’IBM,  quelli che volevano lo sterminio della plebe ebraica e che oggi alimentano l’antisemitismo. Ma il grande popolo ebraico è innocente. Se vogliamo cominciare a fare un po di pulizia sono questi squali della finanza che devono essere colpiti nei loro interessi.  Dobbiamo disarmare questi nemici dell’umanità fino all’ultimo! ”L’attivista di Human Rights Watch, Lydia Gall, sostiene che i manifesti contro Soros ricordano quelli dei nazisti della Seconda Guerra Mondiale contro gli ebrei. …” ebrei che Soros lavorando per i nazisti ha contribuito a denunciare e far arrestare. Sarà bene ricordare che Soros i primi soldi li ha guadagnati denunciando gli ebrei ungheresi ai nazisti e confiscando i beni dei deportati – l’intervista in cui lo dice è abbondantemente visibile online.

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Orban potrebbe spiccare un mandato europeo contro Soros per crimini commessi contro cittadini ungheresi. Questo impedirebbe a Soros di circolare nell’Unione europea. Questo, non solo è provato, ma lui stesso lo ha ammesso in un’intervista, asserendo che se non lo avesse fatto lui quel lavoro sporco lo avrebbe fatto qualcun altro e che era costretto a farlo. E’ incredibile come un personaggio con un passato cosi losco e lurido possa avere un minimo di credibilità da parte di questi “attivisti” per i diritti umani e da parte dei capi di governo. Li ha o li hanno comprati tutti? Esecrabili più di lui secondo me.

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L’ubbidiente accoglienza di Gentiloni per Soros

La benevola accoglienza di Juncker per Soros

Il multimiliardario George Soros è stato ricevuto dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In un incontro a Bruxelles, ovviamente a porte chiuse, il ricchissimo speculatore ungherese ha voluto esporre a Juncker le sue preoccupazione riguardo il futuro dell’Ungheria. Sul tavolo di discussione Soros ha portato la Central European University di Budapest, università da lui fondata.

Cosa prevede la nuova legge ungherese

Quest’istituto, a detta di Soros, rischia la chiusura in seguito agli emendamenti approvati dal parlamento ungherese in merito all’organizzazione degli atenei stranieri operanti in Ungheria. Secondo le nuove predisposizioni la Central European University dovrà ora “regolarizzarsi”. Si tratta di aprire una propria sede anche nel Paese di origine, ovvero gli Stati Uniti, in particolare nello stato di New York. Inoltre il nuovo emendamento prevede che entro 60 giorni venga raggiunto un accordo bilaterale tra Ungheria e Stati Uniti per la nuova organizzazione delle attività dell’ateneo. In caso contrario l’università dovrà fermare, temporaneamente, le proprie attività. Almeno fintanto che non si sarà uniformata alla legge nazionale. Soros, che potrebbe regolarizzare lo status dell’università, sceglie invece la guerra contro Orban.

Una procedura d’infrazione contro Orban

La richiesta d’aiuto dello speculatore è stata ben accolta dalla Commissione europea. Il vice-presidente CE Valdis Dombrovskis, ha infatti annunciato che è stata inviata una lettera di preavviso formale all’Ungheria. In caso di mancata azione del Governo ungherese per modificare gli ultimi emendamenti approvati, la Commissione avvierà la procedura di infrazione delle leggi comunitarie. Viktor Orban, Primo Ministro ungherese, ha subito rispedito al mittente le accuse. Intervenuto direttamente all’Europarlamento di Bruxelles ha rassicurato che “l’esistenza dell’università non è messa a repentaglio” e che “la modifica di portata limitata del Parlamento ungherese tocca 28 università straniere, armonizza le norme, limita le possibilità di abusi e pone fine a privilegi università straniere rispetto a quelle europee”.

Juncker sta con Soros

 

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Nonostante questo l’Unione europea sembra già aver scelto da che parte stare e l’incontro tra Juncker e Soros lo dimostra. “Si conoscono da anni. Si son incontrati per la prima volta nel 1995 e molte altre volte”, così il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas descrive l’amicizia tra i due. Risulta sorprendente la disinvoltura con cui viene raccontato ciò. Ma Juncker, chi è?

Uno speculatore che all’occorenza diventa mecenate

Come riportato più volte su questo portale, George Soros è uno speculatore di professione, che agisce senza scrupoli o codici etici. “Nella veste di operatore di mercato non mi si richiede di preoccuparmi delle conseguenze delle mie operazioni finanziarie”, ebbe a dichiarare dopo aver letteralmente messo al tappeto la Banca d’Inghilterra e la Banca d’Italia. Un’operazione che ai cittadini italiani costò il prelievo forzoso dei conti correnti nel luglio 1992 per un totale di 11.500 miliardi di lire. Soldi polverizzati per responsabilità di un personaggio che sulle pagine di Repubblica viene descritto come “mecenate”.

Un’università per soli ricchi

Difficile poi comprendere come gli emendamenti ungheresi possano essere considerati degli attacchi alla “libertà d’istruzione”. Intanto che l’istituto fondato da Soros è di natura privatistica. Le rette d’iscrizione alla stessa, come si evince dal sito ufficiale, partono da un minimo di 12.000 euro all’anno (cui si aggiunge la “modica” cifra di 6.000 euro annuali per l’alloggio). Si tratta dunque di un istituto che pone delle condizioni d’accesso economico molto restrittive. Difficilmente dunque può essere descritto come ente elargitore di un diritto.

La prospettiva di una rivoluzione colorata

Singolare, ma atteso, è stato il livello d’isteria alzato dai principali media. Per esempio, Repubblica, sulle cui pagine si è scritto come i fatti ungheresi “evocano i paragoni piú cupi per la loro somiglianza con slogan ed editti di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda e stratega del Terzo Reich nazisti, contro il popolo ebraico”. Soros, che è sempre lo stesso speculatore senza scrupoli di cui sopra, sarebbe dunque diventato un martire. Un filantropo che ha donato un’università accessibile a tutti. O almeno a quelli che possono elargire 12.000 euro annui.

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Viktor Orban e Vladimir Putin, al momento, due colonne di quest’Occidente.

A Budapest, sono state attivate manifestazioni contro il Governo, a difesa di quest’università di super-ricchi. Una mobilitazione più che sospetta. Proprio Soros infatti ammise senza vergogna di aver alimentato manifestazioni analoghe in Ucraina prima del cambio al vertice. Potenze del denaro e debolezze umane! La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles potrebbe essere dunque un primo passo verso un’altra rivoluzione colorata.

Il ministro degli Esteri israeliano contro György Schwartz, detto George Soros

La prima presa di posizione è quella dell’ambasciatore israeliano in Ungheria, Yossi Amrani, il quale ha criticato il governo, sottolineando che tale iniziativa «evoca ricordi tristi, ma semina anche odio e paura». Poche ore più tardi è arrivata la precisazione del ministro degli Esteri di Israele espressa attraverso un comunicato ufficiale: «In nessun modo la dichiarazione dell’ambasciatore ha l’obiettivo di delegittimare la critica contro George Soros, che mina l’operato dei governi democraticamente eletti di Israele attraverso il finanziamento di organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico, cercando di negare il suo diritto a difendersi». Parole molto dure che testimoniano il rapporto conflittuale tra il noto speculatore e lo stato d’Israele.

Netanyahu a Budapest

Il caso scoppia pochi giorni prima della visita nella capitale ungherese del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo alcuni media locali israeliani, Netanyahu sposerebbe la linea adottata dal suo ministro degli esteri. Ma in Israele c’è anche chi difende Soros. Il leader del partito israeliano Meretz, Zeheva Gal-On, per esempio, accusa il governo di «sostenere l’antisemitismo mondiale». Al momento il magnate non ha commentato il fatto ma Human Rights Watch – ong finanziata dalla Open Society Foundations – si è scagliata contro Orbán, sostenendo che «i manifesti ricordano quelli dei nazisti contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale».

Lo scontro sull’immigrazione

Viktor Orbán e George Soros, non è un mistero, hanno due visioni del mondo completamente diverse, in particolare sul tema dell’immigrazione e dei rifugiati, sul quale si sono scontrati più volte. Il governo ungherese ha puntato il dito contro il magnate e la sua rete, colpevole di aver orchestrato una campagna diffamatoria contro Budapest dopo la chiusura delle frontiere operata dal governo Orbán, volta a delegittimarne l’operato. Lo scorso aprile, non senza polemiche e proteste, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge che limita l’autonomia dell’università fondata da George Soros e dalla Open Society Foundations (la Central European University di Budapest) . Secondo Viktor Orbán, senza la nuova legge si sarebbe mantenuto in vita sistema che avrebbe dato alla Ceu dei privilegi di cui le altre università ungheresi non possono godere.

 

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Ha detto Netanyahu di fronte a centinaia di imprenditori israeliani: «Gli infiltrati hanno già invaso Arad e Eilat (sud del Paese, nda) e stanno occupando anche Tel Aviv. Fermarne il flusso è necessario per preservare Israele, facendola restare ebraica e democratica». Difendendo così, in poche parole, i provvedimenti – criticati dagli intellettuali – adottati dal suo governo contro l’immigrazione clandestina, incluso il muro che si sta costruendo al confine con l’Egitto. Secondo i dati dell’esecutivo di destra (il peso dei laburisti è quasi inesistente), sono 36 mila gli stranieri entrati illegalmente nel Paese negli ultimi anni. Secondo Netanyahu, «di questi solo un migliaio è formato da veri rifugiati in cerca d’asilo».

Per portarvi un paragone, sono 7.300 i migranti raccattati tra ieri e oggi da 10 navi Ong, nelle acque libiche.

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L’arrivo delle navi, a seconda del porto di destinazione, è previsto tra oggi e la giornata di sabato. Al momento, gli scali indicati sono Corigliano Calabro e Vibo Valentia in Calabria, Bari e Brindisi in Puglia, Porto Empedocle e Catania in Sicilia, Salerno in Campania.

1282.- Così Soros finanzia una rete di Onlus che diffondono dati pro migranti

Dall’Arci alla «Moressa», un capillare lavoro di lobbying in Italia

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«Italia, davvero chiudere ai porti salvati in mare è un’opzione?». Titolo di uno dieci migliori articoli sull’immigrazione secondo Open Migration (la risposta, ovviamente, secondo l’associazione è «no»).

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«Con i contributi degli stranieri pagate 600.000 pensioni l’anno», titolo di un comunicato della Fondazione Leone Moressa. «Stop all’uso improprio di clandestino», titolo di un articolo dell’Associazione «Carta di Roma». Cos’hanno in comune tutti questi titoli. Due elementi, quello evidente è che sono tutti a favore dell’accoglienza degli immigrati. Quello meno evidente è che provengono tutti da associazioni italiane finanziate da George Soros attraverso la sua Open Society Foundation. Almeno secondo una ricerca pubblicata dal blogger Luca Donadel e firmata da un’esperta di comunicazione, Francesca Totolo. L’ampio dossier, ricostruisce la rete di Onlus italiane e straniere che sarebbero finanziate dalla lobby foraggiata dal famoso speculatore finanziario americano di origine ungherese.

Niente di illegale ovviamente. Le donazioni alle Onlus sono libere e non devono nemmeno essere dichiarate. La «galassia» disegnata nel report chiarisce però quanto sia capillare l’impegno di questa lobby che ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per raggiungere questo obiettivo, stando alla ricostruzione del blog di Donadel, la Open Society finanzia decine di associazioni, anche non particolarmente grandi né note. Alcune, come il Naga e il Comitato italiano per i rifugiati, si occupano soprattutto di assistenza materiale e legale ai profughi. Altre, come la fondazione «Leone Moressa» e Open Migration, sono invece impegnate soprattutto a diffondere dati e informazioni che hanno l’intento esplicito di disegnare in una luce positiva il fenomeno migratorio, influenzando i media. Ancor più eclatante il caso dell’Associazione «Carta di Roma», cui aderiscono Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa (il sindacato dei giornalisti), che si è assunta il compito di maestrina del politicamente corretto, bacchettando i cronisti che usano termini impropri scrivendo articoli sui migranti. Impropri, naturalmente, in base a un codice linguistico che l’associazione vorrebbe imporre erga omnes, derivato da un protocollo d’intesa sottoscritto da sindacato e ordine. Un dizionario di politicamene corretto, non di italiano, per capirsi.

Altre, come Arci, sono ben note e schierate politicamente a sinistra in modo organico. Quasi nessuna pubblica il proprio bilancio in chiaro. E se lo fa non specifica i nomi dei finanziatori. Molte ricevono anche finanziamenti pubblici. E un altro filo rosso è l’appoggio alle operazioni delle Ong che trasportano migranti dalla Libia all’Italia. Soros è un incubo dei complottisti, un chiodo fisso. Ma anche senza cadere nelle trappole della dietrologia, una strategia di lobbying così ampia e così poco esplorata meriterebbe maggiore trasparenza.