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1204.- SOROS E “FRANCESCO” UNITI NELLA LOTTA…

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24 agosto 2016

Ormai da settimane ignoti hackers hanno messo in linea 2500 e-mail riservate fra Georges Soros, i dipendenti delle sue fondazioni  –  capeggiate dalla casa-madre,  la Open Society Foundation  e i  riceventi dei suoi  doni. I media ne tacciono, perché sono ovviamente imbarazzanti. Si vede per esempio che lui ha dato direttive ad Hillary Clinton quando era segretaria di stato,  su una crisi in Albania (sic) e su come risolverla: direttive che Hillary ha seguito alla lettera. Si vede anche che alla campagna di Hillary ha versato 30 milioni di dollari, il che ne fa’ il maggior donatore singolo.

Ma non basta. Se una cosa risalta in queste mail,  è la megalomania di questo    gran burattinaio. Non c’è  area del mondo dove non finanzi attività (sovversive, o ‘filantropiche’); non una politica pubblica che non si proponga di ‘riformare’ in ogni parte del pianeta, sganciando soldi ai locali ‘riformatori’, che hanno sempre un carattere sinistroide e libertario. Megalomane e insieme,  micro-gestore  di tutta la realtà.  Come abbiamo visto, Soros finanzia Arcigay in Italia, e Planned Parenthood (in Usa (l’ente  pro-aborto che l’hanno scorso s’è scoperto faceva commercio di organi di feti);  ha pagato rivoluzioni colorate e l’opposizione ad Orban in Ungheria; istiga la giunta di Kiev a fare la guerra alla Russia; gestisce (attraverso apposite ONG) l’inondazione di immigrati in Europa, e  nello stesso tempo  eccita organizzazioni di minoranze etniche latinos in Usa, allo scopo di far cambiare  la demografia dei collegi elettorali  in modo da favorire Hillary contro Trump.  Per lo stesso scopo, paga organizzazioni razziali come Black Lives Matter  (650 mila dollari) perché interrompano i comizi di Donald. Ha  finanziato ripetuti  tentativi di manifestazioni LGBT a Mosca, pagando le trasferte di celebri   travestiti e sodomiti; in Europa, ha ‘gestito’ certe elezioni, facendo eleggere candidati favorevoli all’immigrazione senza limiti, e finanzia gruppuscoli che in Usa si battono non solo  per il “diritto delle donne” e LGBT di entrare nelle unità combattenti, ma il dovere di allogarle in caserme unisex; o gruppi che stanno conducendo la meritevole battaglia per toilettes pubbliche per trans.  Tutto in nome di un evidente scopo finale: la dissoluzione di ogni ordine, gerarchia e stabilità nelle società umane.

Poteva tal miliardario mancare di estendere  le sue cure lobbistiche al Vaticano, dal momento della elezione di un “Francesco” così attivo nella dissoluzione. Dai documenti rivelati si scopre che Soros ha progettato subito di influenzare  il Vaticano “impegnando il Papa  sui temi della giustizia economica e razziale”.

Nel maggio 2015,  il consiglio direttivo in Usa della Open Society di  Soros prende un’iniziativa che viene così riferita:

Pope Francis Visit – $650,000 (USP)  – vengono ciè stanziati alla bisogna 650 mila dollari.  Segue  la veloce delineazione della strategia:

“La prima visita di Papa Francesco in Usa a settembre  includerà una storica allocuzione al Congresso [un privilegio mai concesso ad alcun pontefice in un sistema politico ostile ai ‘papisti’. Ndr], un discorso alle Nazioni Unite, e una visita a Philadelphia   per “l’incontro mondiale delle famiglie”.  Per approfittare del momento, noi sosterremo le attività di PICO per coinvolgere il Papa sui temi della giustizia economica e razziale; useremo l’influenza del cardinal Rodriguez, primo consigliere del Papa, e contiamo di spedire una delegazione in Vaticano in visita,  a primavera o estate, per fargli sentire direttamente la voce dei cattolici di basso reddito in America”.

http://soros.dcleaks.com/view/?q=vatican&div=us, OPEN SOCIETY U.S. PROGRAMS

L’ente percettore dei soldi, PICO (People Improving Communities through Organizing)  è una organizzazione fondata da un gesuita, John Baumann, nel 1972. Baumann  faceva parte di una organizzazione creata nella Grande Depressione da un agitatore ebreo, Saul  Alinsky, che intendeva scatenare la rivoluzione socialista;  svanito il progetto, la PICO resta un movimento di estrema sinistra che unisce comunità su base ‘religiosa’  che si propone la redistribuzione della ricchezza, fra l’altro “mettendo leader religiosi nei consigli di amministrazione delle banche”.  Dio sa quanto il capitalismo americano abbia bisogno di redistribuire le ricchezze; potrebbe cominciare proprio Soros. Ma come il miliardario coniughi le aspirazioni di PICO con  i  finanziamenti miliardari che fa’0 ad organizzazioni per l’aborto, l’eutanasia, il ‘gender’, il matrimonio Gay e la distruzione della famiglia, è un mistero  che non abbiamo il modo di sviscerare.

Più interessante i rapporti cordialissimi che la Open Society Foundation di Soros , mostra di avere per il cardinale  Óscar Rodríguez Maradiaga;  honduregno, personaggio ambiguo nei suoi rapporti  (favorevoli)  con un potere golpista  nel 2010  in Honduras,   ragion per cui fu invitato  a Roma dalla  Comunità di Sant’Egidio a parlare sul tema: “Oltre la violenza e la povertà. Proposte di cambiamento per l’America Latina”.  Uomo di fiducia di El Papa, che lo ha elevato al ruolo di ‘coordinatore’  del gruppo di 8 cardinali da cui si fa’ affiancare nella ‘riforma della Chiesa”, ossia nel governo senza controllo – come si fa nei golpes sudamericani. In pratica è il capo della  Junta Suramericana che sta schiacciando, umiliando e terrorizzando la Curia.

Il direttorio della  Foundation di Soros   sottolinea la ‘intima amicizia” che El Papa mostra al cardinal Rodriguez  Maradiaga e del fatto che già adesso sta “usando la sua influenza” nel Vaticano per promuovere le idee più   radicali sulla eguaglianza economica, che sono quelle che Soros caldeggia e propone (e piacerebbe sapere perché).  Del resto è noto che  la Open Society finanzia gruppi cattolici di sinistra in Usa,e  insieme MoveOn org, un  gruppo neocon  ferocemente anticattolico che pesca nella destra repubblica  (attualmente preme sugli esponenti del  partito perché   depennino Trump come candidato..) e che si è distinto per una campagna calunniosa contro Benedetto XVI accusato di coprire i preti pedofili.

Ma ora c’è “Francesco” e tutto cambia.    Attenzione: i progetti di influenzare EL Papa da parte di Soros sembrano perfino timidi, rispetto  all’ardimento mostrato da “Francesco”:  le mail  risalgono all’anno scorso, e ora la personalità  modernista (forse massonica)  del nostro è molto più chiara.  In ogni caso,  non va dimenticato che nel dicembre 2015  El Papa non ha esitato di farsi pagare   da protagonisti dell’ideologia globalista la scenografica profanazione  di San Pietro, su cui han proiettato gigantesche immagini di belve, scimmie e selvaggi – un trionfo della “natura”  sulla cultura e sulla storia, dal titolo simbolico “Fiat Lux”, a segnalare che finalmente la luce del progresso illuminava l’oscurantismo clericale. Lo spettacolo osceno era stato pagato dalla Banca Mondiale, e specificamente dal suo programma per il terrore del riscaldamento climatico (bisogna ridurre le emissioni..), dal numero due della Microsoft Paul Allen e da una organizzazione chiamata Okeanos Fondazione per il Mare.  Ma per la Junta vaticana era semplicemente la celebrazione ed apoteosi della enciclica “Laudato Sì”, prima enciclica ambientalista mai emessa da un Papa, ma soprattutto quasi franca proclamazione della  speciale gnosi panteista-evoluzionista che è la vera fede di “Francesco”: un immanentismo che deve molto a Theilard De Chardin, per il quale Cristo essendosi fatto  materia,  ha divinizzato  non solo il genere umano ma l’intera natura. Onde El Papa esorta, come nuovo dovere cattolico, a sviluppare in noi la coscienza eco-New Age  “di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale” (nº 220).  Niente più accettazione della Croce, ma sì alla raccolta differenziata e al governo globale del clima.

“Fiat Lux”, finalmente

Secondo il vostro cronista, El Papa non ha certo bisogno di farsi suggerire programmi da Soros. Sta “conducendo” la Chiesa “per nuovi cammini”  ignorati dalla Chiesa e dal suo Fondatore per duemila anni. Bisognerà riparlarne. Qui sotto potete trovare qualche spunto essenziale sulla ideologia di El Papa:

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1294_Da-Silveira_Note_su_Laudato-si.html

Un’altra organizzazione  cattolica finanziata da Soros e nominata dai direttivo è la FPL ( Faith in Public Life); ad essa, con la donazione, vengono impartiti gli ordini. La FPL deve organizzare sondaggi per “dimostrare  che i votanti cattolici  rispondono con favore alla concentrazione del Papa sull’ineguaglianza di reddito”  e  una azione militante per convincere i cattolici “pro family”; che essere “pro-family” richiede affrontare il problema della iniquità economica. Il che è giustissimo, Non si vede però  che bisogno ci sia di pagare per ottenere sondaggi “a priori” favorevoli a una data tesi; e che un gruppo anti-capitalista sia finanziato riccamente dal più famoso speculatore dei nostri anni.

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La Open Society ha anche un “advisory board”,  un gruppo di consiglieri fra cui appaiono giornalisti, anche importanti, come l’opinionista della Washington Post DanielleAllen, e Steve Coll, del  New Yorker. Il che può contribuire a spiegare come mai la  fuga delle email di Soros non ha fatto notizia in Usa: non è proprio comparsa nemmeno come breve di cronaca. Un altro motivo è che l’intera classe mediatica americana sta sostenendo la Clinton  con i  mezzi più vergognosi, abbandonando ogni minima pretesa di oggettività, e quasi suicidandosi in questa operazione, buttando al macero la propria reputazione, in modo – direi – terminale, come se non ci fosse un domani.
A che scopo tutto ciò?, si chiederà il lettore, a questo punto completamente smarrito – e con ragione.   Esiste tuttavia un possibile bandolo della matassa, che è utile tenere in mano nel groviglio delle donazioni di Soros. Si trova  nelle e-mail dove il  direttivo della  Open Society  segnala il pericolo rappresentato dal fatto che “La Russia cerca di aumentare la propria influenza nella vita politica europea”.  Bisogna assolutamente contrastare “il sostegno della Russia a movimenti che difendono i valori tradizionali”.  E’ non la “reazione” o “il populismo”, ma esattamente la Tradizione che viene qui indicata come il nemico – il nemico della Dissoluzione – da  stroncare. Per il progetto, si chiedono 500 mila dollari. Da aumentare per “bisogni imprevisti”.

1171.- La procura di Trapani indaga su operatori Ong per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma il governo tace.

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Trapani, 10 mag. – La procura di Trapani ha aperto un’inchiesta sull’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che coinvolge alcuni uomini di altrettante ong. Lo fa sapere davanti alla commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio, specificando che non sono le ong in quanto tali a essere messe sul banco degli imputati, ma alcuni dei loro uomini.

“Ci risulta – ha spiegato Cartosio – che le ong hanno fatto qualche intervento di salvataggio in mare anche senza informare la nostra Guardia costiera”. Non ha voluto aggiungere molto altro, il procuratore, che era protetto dal segreto istruttorio. Ha tuttavia specificato che “la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

I soggetti a bordo delle navi, quindi gli operatori delle ong, sono quindi evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti “e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento”, spiega Cartosio. Il procuratore però ha specificato che la legge italiana sebbene riconosca che il comportamento delle navi possa favorire il reato di immigrazione clandestina, non ne prevede la punibilità perché “se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto”.

ONG  tedesca: “Non vogliamo poliziotti italiani a bordo”

Cartosio vuole escludere che le Ong abbiano finalità diverse da quelle umanitarie e non ipotizza che dette organizzazioni ricevano finanziamenti illeciti. Tuttavia l’inchiesta rimane aperta, sotto il massimo riserbo al momento. In merito poi alle dichiarazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza, Cartosio conferma: “Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell’accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate”.

 

1166.- Migranti, le carte che testimoniano il patto scellerato tra scafisti ed equipaggi noleggiati da Ong

Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia

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Non è colpa del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, se altre procure hanno sottovalutato gli elementi investigativi che nei mesi scorsi erano finiti sotto la loro percezione. Chiunque si è sbilanciato in queste settimane dando addosso a Zuccaro, peraltro attribuendogli intenzioni e giudizi che mai gli sono appartenute, avrà di che scusarsi. Anche il tentativo di far poggiare le esternazioni del procuratore di Catania sullo studio fatto da un giovane che ha tracciato le rotte battute dalle navi dei soccorritori, si sta appalesando fuorviante e falso. In mano a Zuccaro c’è ben altro e soprattutto ci sono relazioni e atti ufficiali. Tracciano due piste in particolare, la prima parte dalla Calabria, l’altra dalla Spagna con tappa a Bruxelles. Spezzoni che in maniera disorganica sono finiti negli uffici delle cinque procure italiane che, prima del “terremoto Zuccaro”, avevano aperto fascicoli sui flussi migratori e sugli scafisti legati alla “mafia islamica”: Trapani, Palermo, Reggio Calabria, Cagliari, Napoli. Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la struttura titolata al coordinamento delle inchieste sulla “criminalità transnazionale”. Ma torniamo alle due piste che hanno acceso l’attenzione del procuratore di Catania Zuccaro. Un elicottero della marina spagnola impegnato nell’«Operazione Sophia» (decisa in seguito al terribile naufragio della primavera del 2015, quando l’Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean – Eunavfor Med -, un’operazione militare per contrastare l’opera dei trafficanti) capta una conversazione radio che provvede a registrare e, successivamente, a far tradurre. Due persone dialogano in lingua ucraina. Il chiamante è sulla terra ferma, in Libia. Il secondo è a bordo di una nave noleggiata da una Ong. La traduzione attesterà che il tono è amichevole, la chiamata era attesa e il suo contenuto, estremamente conciso, non lascia spazio ad equivoci: viene comunicato il via libera per la partenza di alcuni gommoni, la nave li attende nel “punto stabilito”. Insomma nessun recupero “casuale” ma un vero e proprio appuntamento in mare tra scafisti e soccorritori. L’intercettazione viene trasmessa a Bruxelles. Una copia finisce nelle mani del procuratore Zuccaro: è inutilizzabile non perché vi siano dubbi sulla sua provenienza ma perché trattasi di un’intercettazione “non ortodossa” e quindi non può fornire prova in un processo. Tutto qui.

Zuccaro però decide che sia giunto il momento di far scoppiare il caso e concede un’intervista, nella quale fa presente che spesso il rapporto tra scafisti e soccorritori appare viziato da comportamenti che oggettivamente portano vantaggi, non solo economici, a chi specula sulla pelle di un esercito di disperati ammassati sulle coste libiche. La sortita del procuratore Zuccaro provoca violente reazioni spesso animate da un insano pregiudizio. Ma provoca anche l’effetto che forse Zuccaro si proponeva: cominciano ad essere girate al suo ufficio anche altre segnalazioni e altre informative, queste invece, legittime e utilizzabili, che fino a quel momento avevano preso strade diverse ed erano rimaste senza riscontro. Tra queste due in particolare. La prima parte dalla Calabria e reca le firme di alcuni solerti agenti della Polizia di frontiera. La seconda è uno studio dell’Aise, il nostro servizio segreto all’estero. E’ il 30 maggio 2016. A Schiavonea, in Calabria, attracca la motonave “Dignity One”. Da questa vengono sbarcati 403 migranti. La polizia di frontiera detta le regole, imponendo che si dia priorità ai minori senza accompagnatori, poi ai “casi clinici”. Il resto dei naufraghi potrà sbarcare solo dopo i controlli di polizia sulla loro identità. Già, perché la polizia sospetta la presenza tra questi anche di alcuni “scafisti”. Ne nasce un contenzioso tra i responsabili della Ong tedesca che ha noleggiato la nave e i poliziotti. Alla fine tra i centodue “minori” sbarcano anche alcuni soggetti che appaiono aver ben più di 18 anni. La polizia non può opporsi visto che i soccorritori certificano il contrario ma decide di fotosegnalare i casi più sospetti. E bene fa perché qualche mese più tardi uno dei segnalati verrà identificato come un membro dell’organizzazione che aveva organizzato più “pellegrinaggi” (li chiamano così sui loro siti internet) verso l’Italia. E’ il primo riflettore acceso sulla motonave “Aquarius” che oggi è tra le più attenzionate nelle esternazioni del procuratore di Catania che osserva: “Su 134 navi gestite dalle organizzazioni non governative – a fronte delle tre che operavano nel 2015 – sei sono gestite da cinque Ong tedesche. I costi di gestione – prosegue il procuratore Zuccaro – sono molto elevati. La nave “Aquarius” di SOS Méditerranée spende 11.000 euro al giorno mentre il peschereccio Jugend 40.000 al mese”.

La nostra “intelligence” dal canto suo, avrebbe monitorato l’attività di 14 navi, scegliendo quelle che da sole hanno praticamente coperto il 40% dei “recuperi in mare” effettuati negli ultimi dieci mesi. E qui occorre premettere una riflessione: le ONG utilizzano quasi esclusivamente barche noleggiate e non di loro proprietà. Inoltre, gli equipaggi non sono composti da personale appartenente alle ONG stesse, quindi motivato nel lavoro da spirito “umanitario”, bensì da “marittimi di professione”. E veniamo alle 14 navi monitorate. Di queste solo una batte bandiera italiana mentre tre operano sotto l’egida di Panama e delle Isole Marshall, quanto di meno trasparente possa capitare di dover incontrare nell’ambito di un’indagine giudiziaria di qualsivoglia natura. Molte di queste sono quasi totalmente in mano a equipaggi ucraini, dal comandante al mozzo di bordo. Ucraini sono anche molti degli “operativi” reclutati dagli scafisti in Libia. In tre casi l’attenzione viene catturata da organizzazioni umanitarie tra le più note: la Moas italo-americana e le delegazioni di Francia, Italia e Spagna di “Medici senza frontiere”. L’inaffidabilità degli equipaggi, inoltre, è la ragione che ha spinto l’organizzazione “Save the children” a rivolgersi all’unica nave battente bandiera italiana, la “Vos Hestia”. Infine i rilievi satellitari. Questi testimoniano che gran parte dei recuperi avvengono proprio a ridosso delle acque libiche ma ancora in quelle internazionali, vale a dire a più di dodici miglia dalla costa libica. In diversi casi, però, i recuperi sono avvenuti ben dentro le acque territoriali libiche, tra le cinque e le dieci miglia marittime. Il che significa che navi noleggiate dall’Ong hanno scientemente violato le norme del diritto internazionale. Spinte da ragioni umanitarie? Oppure in esecuzione di accordi criminosi stretti anche all’insaputa di chi ne paga il nolo? Carmelo Zuccaro ritiene che questi interrogativi, insieme ad altri, dovranno avere una risposta da parte della magistratura italiana che però può contare su mezzi ridottissimi rispetto a quelli dispiegati dagli altri attori in campo.

 

Continuano a prendere in giro i cittadini italiani. Perché e per chi?

 

 

“L’affermazione più volte ripetuta dai rappresentanti delle ong secondo cui le loro unità navali opererebbero sotto il controllo della Guardia costiera è corretta, nella misura in cui tale controllo naturalmente sussiste solo nelle fasi del soccorso”. Lo ha dichiarato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera, ammiraglio Vincenzo Melone, in audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato. “L’area italiana di responsabilità sar (search and rescue) copre 500 mila kmq di mare, il doppio del territorio italiano, ma di fatto ci troviamo a effettuare interventi di soccorso praticamente in metà del Mediterraneo. Nessuna Guardia costiera al mondo – ha aggiunto – si è mai trovata ad affrontare un problema così pesante nel tempo o a sostenere una così grande responsabilità giuridica e umana: siamo di fronte ad un evento epocale, ad un’emergenza umanitaria enorme e non possiamo voltare le spalle”.

Sul tema questa mattina è intervenuta anche la ong Moas nel corso di un’audizione davanti al comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. “Non abbiamo svolto nessuna attività di intelligence per nessun governo e per nessun soggetto”, ha precisato un responsabile delle operazione dell’organizzazione non governativa, Ian Rugger. “Per quanto riguarda il nostro intervento in acque territoriali” libiche, “è capitato, si sono verificate queste situazioni, sempre su indicazione da parte dell’Mrcc (il centro di coordinamento per il salvataggio marittimo). Normalmente la prassi prevede che noi riceviamo a bordo delle nostre imbarcazioni una telefonata che ci incarica di recarci all’interno di acque territoriali, perché a volte esplicitamente ci viene detto che è stata individuata un’imbarcazione. O a volte ci viene chiesto di avvicinarci e poi solo successivamente individuiamo effettivamente l’imbarcazione. In ogni caso quando ci viene richiesto, e quindi i nostri interventi non sono mai autonomi e indipendenti ma sempre su indicazione dell’Mrcc, noi chiediamo sempre se le autorità omologhe in Libia sono state avvisate”.

Sanno di poter mentire e, alla fine, tutto si tradurrà nel divieto di approdo a due-tre ONG, prontamente rifondate con altro nome.
Che il traffico sia pianificato e coordinato, lo dicono il numero delle navi impiegate e la frequenza delle rotte e degli sbarchi. Che lo sia da parte della guardia Costiera italiana, dimostra che vi sono cointeressenze e cooperazione volte a violare le leggi italiane. Che non si tratti di attività umanitaria,  risulta dalla assenza come dalla impossibilità di garantire un futuro a questa gente e dallo sfruttamento selvaggio contemporaneamente in atto nel nostro e nei loro paesi.
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Che mentano, lo dicono le registrazioni delle rotte e del traffico e questa immagine, dove vedete l’ONG che sta operando a meno di un miglio dalla costa libica.
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1164.- SCANDALO ONG, SOLDI GUADAGNATI TRAGHETTANDO CLANDESTINI FINISCONO AI CATRAMBONE

IL TRAFFICO UMANITARIO RENDE. LA ONG DEI CATRAMBONE HA CHIUSO IN UTILE: + 1.307.828, MA L’ONG SVOLGE ANCHE ATTIVITA’ D’INTELLIGENCE OUTSOURCING PER GLI STATI UNITI

Moas. La ONG di Regina e Christopher Catrambone, i due fondatori milionari, dietro i quali molti vedono loschi interessi capaci di andare ben oltre il dichiarato desiderio di ‘aiutare i clandestini’.

Base operativa La Valletta (Malta), Moas nasce nel 2014 dall’idea della coppia italo americana arricchitasi grazie ad un’agenzia di assicurazioni specializzata in zone ad alto rischio, la Tangiers Group. In due anni di attività hanno traghettato 33.455 migranti dalla Libia ai porti italiani. Spesa annuale: 3 milioni e 694mila euro, più gli spiccioli.

Dove trovino il denaro, non è dato sapere fino in fondo. Il bilancio pubblicato online fornisce qualche risposta, ma non tutte. Al 31 dicembre 2015 il pallottoliere delle donazioni contava 5,7 milioni euro raccolti grazie a finanziatori privati. Tanti rispetto al 2014, quando in cassa arrivarono appena 56mila euro e il resto (1,7milioni) li versò la società dei Catrambone. Inutile chiedere le generalità precise dei donatori: non li forniscono, se non alcuni nomi famosi tra cui i Coldplay. Di certo tra loro compare Avaaz.org, cioè l’associazione riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al “filantropo” milionario George Soros. E tra i partner ci sono l’azienda austriaca Schiebel (la stessa che poi gli affitta i droni) e la Unique Maritime Group (specializzata in “attrezzature per il settore marino e subacqueo”).

Altri 300 mila euro li hanno presi dalla Croce Rossa Italiana: una sinergia, visto che l’ONG traghetta i fancazzisti che poi la CRI ospita nei propri centri a spese dei contribuenti.

Insomma, quasi 2 milioni di euro girati alla multinazionale dei fondatori dell’Ong, che salva i migranti, per noleggio delle navi, oltre un milione di affitto per due droni, 400mila euro per marketing e pubbliche relazioni. E dal 3 aprile addirittura un aereo di pattugliamento, che sarebbe stato pagato dalla fondazione del figlio del patron di Ryanair.

In soli 24 mesi le attività di SAR si sono moltiplicate: per la sola benzina nel 2015 ha speso 232mila euro, il triplo dell’anno precedente. Poi ci sono 200mila euro per lo staff, 163mila per marketing e quasi 11mila per le telecomunicazioni. L’anno scorso non sono servite riparazioni particolari ai natanti, visto che alla voce “manutenzione” appaiono appena 354 euro. In fondo nel 2014 i Catrambone si erano privati di una bella cifra pur di mettere in piedi Moas e hanno fatto le cose in grande: la Tangiers International Limited, una delle divisioni di Tangiers Group, aveva provveduto a pagare 1,5miloni di euro per mettere in acqua la Phoenix, una nave commerciale da 40 metri e battente bandiera di Belize. Oggi a bilancio appaiono anche i costi per il funzionamento della Topaz Responder, un natante da soccorso di 51 metri battente bandiera delle Isole Marshall. Chiudono il capitolo sui “mezzi di soccorso” due droni usati per visionare dall’alto il mare e che pesano sul partafoglio la “modica” cifra di 1,2 milioni di euro. Somma finale dei costi operativi: 3,6 milioni di euro.

Ingenti sono state pure le spese amministrative (249mila euro), cui bisogna aggiungere 139mila euro di attività di Pr, 65mila per lo staff, 51mila di onorari per gli amministratori e poi ci sono i viaggi, gli affitti, le consulenze professionali e legali. Totale: 701mila euro. Mettendo insieme le spese operative e quelle amministrative la colonna delle uscite di Moas supera i 4,3 milioni di euro. Un numero ragguardevole, ma pur sempre inferiore a quanto incassato, tanto da generare un surplus di 1.307.828 euro.

Christopher Catrambone ha collaborato con il Congresso americano, ha finanziato con 416mila euro la campagna elettorale di Hillary Clinton; ma anche il nostro ministero dell’Ambiente, partecipò (perché?) con 100 – 250 mila dollari. A Philadelphia, per la convention dei democratici americani, hanno partecipato e presenziato anche Laura Boldrini e Maria Elena Boschi.

Articolo di Gian Micalessin su Il Giornale, al quale Vox ha aggiunto una chicca che ne conferma le accuse:

L’intelligence italiana conosce bene la pratica. I file sul Moas e sulle altre Ong in grado di mandare navi davanti le coste libiche incominciarono a venir redatti fin dall’inizio di Mare Sicuro, la missione navale per la difesa degli interessi nazionali varata nel marzo 2015.

L’attenzione del personale d’intelligence imbarcato sulle nostre unità si focalizzò immediatamente sull’addestramento e sulle capacità del personale di soccorso del Moas, l’Ong basata a Malta e guidata dall’americano Christofer Catrambone e dalla moglie italiana Regina. Bastò poco per scoprire – spiega una fonte de il Giornale – che «gran parte di quel personale veniva arruolato nelle stesse liste di contractors ingaggiati dalle compagnie private di sicurezza». Gli «angeli custodi» dei migranti, con cui lavorava anche Emergency erano, insomma, veri e propri mercenari. O se vogliamo un titolo più à la page professionalissimi «contractors».

Ma la rivelazione più interessante raccolta da il Giornale è un’altra. Secondo fonti militari di Malta le attività del Moas coprono attività d’intelligence per conto del governo statunitense. E secondo le stesse fonti su almeno una delle due navi del Moas sono, o erano, installate strumentazioni per intercettazioni ad ampio raggio. Nulla d’illegale per carità. Negli Stati Uniti l’intelligence outsourcing, l’affidamento di operazioni di spionaggio a società private dà lavoro a 45mila persone e spartisce fondi per 16 miliardi di dollari. Il problema è la copertura sotto cui il Moas svolge la duplice attività. Il coordinamento delle operazioni di soccorso viene infatti realizzato con il coordinamento della Guardia Costiera. Come se, insomma, un’ambulanza in capo al 118 o a un altro numero di pubblico soccorso, utilizzasse la propria attività per raccogliere informazioni finalizzate alle strategie di potenze straniere.

Non a caso il comandante generale della Guardia Costiera ammiraglio Vincenzo Melone è atteso in Commissione Difesa del Senato per rispondere, già martedì prossimo sull’esigenza di preservare gli interessi nazionali in un’area critica come le coste della Libia. Interessi apertamente calpestati dal Moas che per primo – come rivelano sia le segnalazioni di Mare Sicuro, sia dalla missione europea EunavFor Med – iniziò a varcare il limite delle acque territoriali libiche. Tra le quattro operazioni al di sotto delle 12 miglia messe sotto esame nel 2016 due vennero portate a termine tra giugno e luglio dal Phoenix e dalla Topaz-Responder, le due imbarcazioni di 41 e 50 metri in capo al Moas registrate in Belize e nelle isole Marshall. Operazioni registrate dai trasponder di bordo sicuramente non sfuggite all’attenzione della Guardia Costiera.

Il problema a questo punto è se la duplice attività svolta dal Moas sia stata segnalata al nostro governo e se queste segnalazioni siano state recepite con la dovuta attenzione. Per capire che le operazioni del Moas erano il simulacro mediatico di altre attività bastava consultare il sito internet di Tangiers Group, la compagnia capofila di Christoper Catrambone in cui si pubblicizzano apertamente attività come «assicurazioni, assistenza d’emergenza e servizi d’intelligence». Ma come dimostrano gli avvertimenti «politici» ricevuti dal procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, responsabile dell’inchiesta sul Moas e sulle altre Ong, portare alla luce e denunciare quell’ambiguità non è altrettanto facile. In fondo il signor Catrambone restituiva parte dei proventi incassati con le attività d’intelligence devolvendo 416mila dollari al comitato elettorale di una Hillary Clinton considerata, fino allo scorso novembre, la prossima, inarrestabile inquilina dello Studio Ovale.

Il tutto mentre la moglie Regina spiegava sul sito Open Democracy – un’organizzazione di George Soros – la necessità di garantire agli immigrati accessi facilitati in Europa. Referenze complicate e imbarazzanti. Capaci di vanificare anche le esigenze di sorveglianza attribuite solitamente a un governo.

Possiamo scrivere senza tema di smentita che la società capogruppo del Moas, Tangiers, operava per conto del governo americano almeno dal 2009. Tanto che i suoi investigatori e mercenari, che si occupavano di indagare per conto della multinazionale AIG i feriti di guerra – si tratta di dipendenti federali americani feriti in zone di guerra e che chiedevano un giusto risarcimento che la multinazionale tentava di negare con l’apporto di sciacalli come i Catrambone-, mostravano tessere di identificazione del Dipartimento di Stato Usa, quello guidato all’epoca da Hillary Clinton e del Dipartimento del Lavoro:

Siamo talmente certi, di quello che scriviamo, che invitiamo il signor Catrambone a denunciare Vox. Magari alla Procura di Catania. Non basta: perché il Dipartimento del Lavoro, in una sorta di faida interna al governo americano, denunciò l’uso da parte dei Catrambone di falsi documenti di identificazione, al che i Catrambone si rifecero ad un permesso dell’ambasciata americana a Malta, che però smentì.

Siamo in presenza di una organizzazione tutt’altro che benefica. Capofila di un’operazione ad ampio raggio tesa a destabilizzare l’Europa con l’importazione di massa di africani. Operazione probabilmente partorita dall’amministrazione Obama: prima destabilizziamo la Libia – con l’utilizzo di agenti come Sarkozy -, poi la usiamo come base per l’operazione di sostituzione etnica. Del resto Tangers-Moas lavora a contratto per il governo americano, fornisce mercenari, e ora ‘soccorritori’.

A Repubblica, Fulvio Vittorio Paleologo, collaboratore di molte Ong rivela che nel 2014, quando l’Italia chiuse Mare Nostrum, molti mercantili furono coinvolti dalla Guardia Costiera nelle operazioni di salvataggio dei barconi alla deriva. Il cambio di rotta produceva ritardi e costringeva le compagnie di assicurazione (“come quella dei Catrambone”) a pagare “ricchi risarcimenti” secondo “quanto previsto dalle polizze” per la modifica delle tabelle di marcia delle navi. In sintesi: la sua società di assicurazioni ha risentito economicamente della mancanza di ‘soccorritori’. E allora è nato Moas.

Non a caso con l’arrivo di Moas, See-Eye, Msf e via dicendo, le navi commerciali hanno diminuito drasticamente gli interventi: dalle 40mila persone salvate nel 2014, sono scese ad appena 13mila nel 2016. Con il conseguente risparmio delle società assicurative. Compresa la sua.

Ma la cosa più sconcertante di tutto questo, è che per il traffico umanitario valso ai contribuenti italiani il mantenimento di oltre 33 mila fancazzisti africani e bengalesi, nel 2015, la signora Catrambone sia stata premiata da “Mattarella”:

Perché Mattarella (incautamente?) premiò un’organizzazione creata da poco sulla quale già indagavano i servizi? Mistero!

Nell’ottobre 2015, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  ha consegnato diciotto onorificenze a personaggi “illustri” del Paese.

Un riconoscimento andò anche a Regina Egle Liotta (in Catrambone), nata a Reggio Calabria, nominata ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana: “Per il contributo che attraverso l’Ong Moas – Migrant Offshore Aid Station offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo”.

Nel 2014, assieme al marito Christopher, fondò Moas – Migrant Offshore Aid Station, una Ong con sede a Malta che, con una nave da spedizione, droni, gommoni e una squadra di soccorritori (incluso personale sanitario) localizza e preleva i migranti nel Mediterraneo.

Nel 2015, l’intelligence italiana e, si suppone, anche il governo sapevano che il Moas e altre Ong mandavano navi davanti le coste libiche; files e documentazioni incominciarono a venir redatti fin dall’inizio di Mare Sicuro, la missione navale per la difesa degli interessi nazionali varata nel marzo 2015.

L’attenzione del personale d’intelligence imbarcato sulle nostre unità si focalizzò immediatamente sull’addestramento e sulle capacità del personale di soccorso del Moas, l’Ong basata a Malta e guidata dall’americano Christofer Catrambone e dalla moglie italiana Regina. Bastò poco per scoprire – spiega una fonte de il Giornale – che «gran parte di quel personale veniva arruolato nelle stesse liste di contractors ingaggiati dalle compagnie private di sicurezza».

Ma la rivelazione più interessante raccolta da il Giornale è un’altra. Secondo fonti militari di Malta le attività del Moas coprono attività d’intelligence per conto del governo statunitense. E secondo le stesse fonti su almeno una delle due navi del Moas sono, o erano, installate strumentazioni per intercettazioni ad ampio raggio. Nulla d’illegale per carità. Negli Stati Uniti l’intelligence outsourcing, l’affidamento di operazioni di spionaggio a società private dà lavoro a 45mila persone e spartisce fondi per 16 miliardi di dollari. Il problema è la copertura sotto cui il Moas svolge la duplice attività.

Chissà dove finiscono i soldi degli utili. Un po’ alla Clinton, gli altri…

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I droni per raccattare più clandestini e scaricarli in Italia.

Parola di Regina Catambrone, l’ereditiera miliardaria maltese fondatrice di Moas, finta Ong impegnata nel prelevare clandestini in Libia per vomitarli in Italia. In collaborazione con l’amico Renzi e le coop del PD. E’ tutta una filiera.

“Nelle nostre missioni – spiega la miliardaria – impegniamo personale altamente specializzato, con il supporto di due gommoni veloci, di una clinica e soprattutto della tecnologia di due droni”. Dal 2014 a oggi il Moas ha raccattato con la collaborazione dei Medici Senza Frontiere ma con portafoglio oltre 33 mila potenziali terroristi e molestatori.  Solo a Pasqua hanno dichiarato di aver sbarcato in Italia 2.000 clandestini.

DRONE

I droni utilizzati, spiega, “hanno le stesse caratteristiche di quelli usati nella missione ‘Mare nostrum’”, hanno una autonomia di sei ore, possono percorrere 900 miglia nautiche a una velocità di cento chilometri orari. “I tempi sono molti importanti e l’utilizzo dei droni – prosegue Regina Catambrone – accorcia i tempi di ricerca. Le immagini che in tempo reale possiamo trasmettere ai centri di ricerca, fanno sì che le decisioni possano essere prese molto più velocemente e che le persone siano salvate prima di un eventuale naufragio”.  Perché non si butta vie niente.

Moas ha sede a La Valletta, isola di Malta, dove i Catrambone sono attivi da anni nel ramo assicurativo e nonostante le loro imbarcazioni partano da quell’isola, gli immigrati recuperati in mare non vengono mai sbarcati a Malta. Lì ci vivono loro!

E Regina Egle Liotta (in Catrambone), è dal 2015 “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. La padrona della società privata maltese che raccatta clandestini in Libia per portarli in Italia, è stata infatti nominata ‘ufficiale’ dall’abusivo Mattarella: tra sfruttatori dei contribuenti italiani ci si riconosce.

Motivo: “Per il contributo che attraverso l’Ong MOAS – Migrant Offshore Aid Station offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo”. Premiata perché ha scaricato, in collaborazione con gli scafisti libici, 33 mila clandestini in Italia.

MOAS, dopo le accuse i miliardari Catrambone iniziano a trovare cadaveri

Sulla nave Phoenix della ong Moas che ieri ha portato a Catania 394 persone soccorse su tre natanti c’era anche “il cadavere di un ragazzo con una ferita da arma da fuoco. Testimoni ci hanno detto che è stato ucciso a colpi di pistola perchè non ha voluto dare il suo cappellino da baseball ad un trafficante”. Lo ha detto Regina Catrambone, fondatrice del Moas insieme al marito Christopher.

Certo. Se lo riferisce la signora Catrambone su testimonianza dei clandestini è, certamente, una notizia affidabile. Preparatevi, nei giorni a venire, ad una moltiplicazione di cadaveri di ‘migranti’ e di fake news generate a raffica da Catrambone e soci. Visto che i Catrambone gestiscono anche mercenari, non deve essere difficile trovare cadaveri: ovviamente per la grande capacità investigativa, intendiamo.

Ma non solo loro, anche i colleghi scafisti umanitari di MSF e di Save the Children (children 50 enni) stanno trovando un sacco di cadaveri, dopo la rivelazione dei traffici delle Ong con la Libia.

Cadaveri da mostrare in televisione, come quello di Aylan. Cadaveri sui quali portare avanti il traffico. Bambini, preferibilmente. Da dare in pasto ai media di distrazione di massa.

1163.- SCANDALO OLTRE LE ONG, NELLA STIVA PROSTITUTE NIGERIANE, CARICHI DI DROGA …E ARMI?

Il fenomeno del traffico di clandestini dalla Libia all’Italia è strettamente legato anche ad altri settori di criminalità, oltre le Ong, su cui le forze di polizia indagano quotidianamente. Ma pensa.

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Le donne vittime di tratta, incontrate sulle strade della città soltanto da alcune unità di strada, nel 2015 sono state 1.854: il 63% sono originarie dei Paesi dell’Est Europa, il 28% nigeriane e il 3% sudamericane. Ma se si scende nel dettaglio delle nazionalità, il gruppo più numeroso è quello delle romene (37%) seguito da quello delle nigeriane (28%). Preoccupa la presenza sempre più massiccia di minorenni, in particolare tra le nigeriane. Ad oggi, le nigeriane hanno superato le romene. Di fatto, i trafficanti di uomini sfruttano i canali dell’immigrazione per far arrivare sempre più donne, specialmente nigeriane, da sfruttare nel mercato della prostituzione. E a tal proposito, è stata suor Claudia Biondi responsabile dell’area “Maltrattamento donna” di Caritas Ambrosiana a citare alcuni dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) riguardanti gli sbarchi di persone di nazionalità nigeriana: «Nel 2015 erano state 22mila e nel 2014 9mila – ha proseguito suor Claudia -: il 90 per cento delle donne nigeriane che arrivano in Italia sono vittime della tratta» il 98% di quelle che si prostituiscono in strada è vittima di violenza e sfruttamento: non c’è alcuna libera scelta. 

La tratta delle nigeriane, come risulta anche dai decreti di fermo disposti dal pubblico ministero di Palermo, avviene, invece, grazie a sodalizi criminosi tra personaggi provenienti proprio dai Paesi del Nord Africa. Nell’ambito dell’operazione «Boga» sono stati arrestati diversi soggetti di nazionalità nigeriana e ghanese che costringevano le donne a venire in Italia a prostituirsi, trasportandole sui barconi come gli immigrati, in modo clandestino, dietro pagamento di 30mila euro come saldo del viaggio. Nel decreto si legge: «Approfittando della situazione di vulnerabilità psicologica determinata alla celebrazione di un rito Vodoo», quindi sotto ricatto, «a garanzia del debito contratto», le donne venivano trasportate in Italia, violentate, messe in regime di schiavitù e, quindi, su strada. Grazie agli uomini della Guardia di finanza, il Mediterraneo viene controllato anche per questo tipo di traffici.

Vi sentireste di escludere che alcune navi Ong trasportino droga? Noi si, ovviamente. Ma di sicuro trasportano prostitute nigeriane e spacciatori. Grazie.

Le prostitute

Prendiamo, per esempio, Milano. Sempre più donne nigeriane si prostituiscono a Milano e nell’hinterland. Secondo le associazioni che si occupano di prevenire la tratta, hanno ormai superato le donne dell’est. Molte di loro sono arrivate negli ultimi mesi, coi barconi, traghettate da Renzi dalla Libia.

E sono oltre duemila le persone (in gran parte donne) contattate in strada (ma anche nelle case) nel corso del 2015 dalle associazioni che si occupano di prevenzione della prostituzione e della tratta, con un turn over notevole, che arriva a superare il 50% nel caso delle nigeriane e delle romene, perché la criminalità organizzata non vuole che le ragazze si ambientino troppo in un territorio, che creino legami con i residenti o con le stesse unità di strada.

La droga

Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo da tempo indaga anche su aspetti diversi, quali l’importazione di stupefacenti dai Paesi del Nord Africa e la tratta delle prostitute nigeriane. È stata proprio questa sezione delle Fiamme Gialle, a partire dal 2011, in seguito alle crisi politiche libica ed egiziana, a occuparsi dei canali commerciali dell’hashish, che da quel momento si sono radicalmente modificati.

Mentre gli algerini preferiscono trasportare i carichi via terra, lungo il percorso che attraversa il Sahara, per raggiungere i confini della Libia, quelli marocchini, che sono i maggiori fornitori di hashish al mondo, prediligono il trasporto via mare. Lo stupefacente viene caricato al largo di Casablanca, o nelle zone limitrofe e trasportato da siriani, egiziani o libanesi con pescherecci fino al largo delle coste della Cirenaica orientale. Ed è dalla Libia e dall’Egitto che i carichi vengono poi fatti passare per il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Nell’ambito dell’operazione «Libeccio», volta proprio al contrasto del traffico di stupefacenti, gli uomini della Gdf hanno sequestrato numerosi carichi.

Nel 2013 sulla «Adam», battente bandiera delle Isole Comore, furono recuperate, tanto per fare un esempio, 15 tonnellate di hashish nascosti in 591 sacchi di juta.

Quarantotto ore. Tanto è durata l’operazione congiunta del gruppo aeronavale e dei comandi provinciali di Trapani e Palermo  della Guardia di finanza, che ha portato al maxi sequestro di oltre 20 tonnellate di hashish, trasportate sulla nave “Adam” battente bandiera delle Isole Comore e partita presumibilmente dalle coste marocchine. “Stavamo ormai seguendo da due giorni l’imbarcazione  –  sottolinea il tenente colonnello Cristino Alemanno, comandante del gruppo Aeronavale di Trapani –  con due unità d’altura e un Atr 42, punta di diamante del reparto. L’abbiamo seguita con l’areo “Grifo 15″, abbiamo aspettato che facesse ingresso in acque territoriali, poi finalmente a circa 11 miglia da Pantelleria, in quelle poche ore di passaggio, il guardacoste Paolini del Gruppo aeronavale di Trapani, ha effettuato l’abbordaggio. Una operazione delicatissima questa perché non sapevamo cosa potesse aspettarci, ora possiamo dirci soddisfatti”. Quello operato nella notte dai finanzieri è di uno dei sequestri più importanti di stupefacenti effettuati negli ultimi anni in acque italiane. La notizia di una nave con un carico di droga era arrivata al comando pperativo aeronavale di Pratica di Mare. La nave dopo l’abbordaggio è stata scortata dalle unità della Guardia di finanza nel porto di Marsala per le operazioni di quantificazione della droga: una vera montagna di hashish confezionata in sacchi di juta e occultata sotto dei teloni di plastica. “Le indagini dovranno accertare intanto la provenienza dello stupefacente anche se dale carte sembra che il carico provenga dal Marocco e naturalmente a chi era diretta – dice Alemanno  –  presumibilmente a una organizzazione criminale libica o di qualche Paese del Nordafrica. Al momento non ci sarebbe alcun coinvolgimento con organizzazioni mafiose italiane, ma saranno le ulteriori indagini a verificare se ve ne siano”. I sei membri dell’equipaggio, di origine siriana uno è dovuto ricorrere alle cure dei medici per un malore, e la nave sono a disposizione della Autorità Giudiziaria. Già il 13 aprile scorso, una nave turca con quasi una tonnellata di hashish era stata sequestrata dal Gruppo Aeronavale di Trapani, in sinergia con i Reparti territoriali siciliani. “L’odierna operazione  – dice il colonnello Pietro Calabrese, comandante provinciale della Gdf di Trapani, conferma come il Mediterraneo sia fonte di ricchezza, ma anche opportunità per I traffici illeciti” (Laura Spanò – Foto Ansa e Studio Camera)

Il sequestro più ingente è quello del luglio 2014, attuato sulla motonave «Aberdeen» al largo di Pantelleria, quando furono trovate 42 tonnellate di stupefacente. «Il nostro – spiega il tenente colonnello Giuseppe Campobasso del nucleo di Polizia tributaria della GdF – è un lavoro molto serrato e puntuale. I controlli avvengono anche su base di collaborazioni con Paesi esteri e scaturiscono da indagini, segnalazioni e attività di polizia». Al porto di Palermo ci sono due navi di medie dimensioni e un peschereccio, sotto sequestro da tempo. Costano allo Stato perché non sono ancora state alienate. Il carico di stupefacenti era nascosto sotto tonnellate di reti, mentre in un altro caso, molto recente, la droga era occultata nella stiva, saldata e ricoperta di marmo.

Le armi

Salvini, ospite di Lucia Annunziata insieme al presidente di Medici senza frontiere Italia Loris De Filippi, ha sostenuto: “A me risulta che ci sia un dossier dei servizi segreti italiani che certificano i contatti tra trafficanti, malavita, scafisti e alcune associazioni. Se esiste questo dossier, ed è in mano al presidente del Consiglio Gentiloni e il premier lo tiene nel cassetto, sarebbe una cosa gravissima. Se esiste lo renda pubblico a tutti gli italiani e lo dia al procuratore capo di Catania”. Poi butta lì: “Su quelle navi ci sono armi e droga…”. A quel punto interviene De Filippi di Msf: “Sono illazioni, tiri fuori le prove. Se avete prove, siamo i primi a chiederle: a noi gli scafisti fanno schifo”.

Il discorso viene lasciato cadere, ma Lucia Annunziata ci torna quando la puntata è quasi finita: “Avete in mano la presidenza del Copasir (attraverso Giacomo Stucchi, ndr) non potete agire?”. Risposta di Salvini: “Ma certo. Se io le dico qualcosa è perché abbiamo fondati motivi per supporre che ci sono elementi concreti che tracciano non solo i contatti tra scafisti e alcuni soccorritori, ma che certificano che a bordo di alcune di quelle navi ci sono armi e droga. Noi non stiamo aiutando chi scappa dalla guerra, stiamo portando in Italia persone che rischiano di portarci la guerra in casa”. Conclude la giornalista: “Quindi lei ci sta dicendo che quando parla di armi e droga, fornisce un’opinione informata…”. Salvini annuisce.

1162.- SCANDALO ONG: BOSS DEGLI SCAFISTI AVEVA SUO UOMO SU NAVI MARINA ITALIANA

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Qui entrano tutti e tutto. entrano droga, puttane, armi, sconosciuti e qualche profugo (se è vero). Praticamente, non abbiamo più governo, legge,  sicurezza. Quartieri di Roma, Milano, Torino sono fuori legge, a Forlì assaltano le case. Uno come Soros, nemico dell’umanità, solo perché ricco, perché ha guadagnato trafficando nel torbido, viene ricevuto a Palazzo Chigi (E ci scandalizzavamo delle ragazzette di Berlusconi). Viene ricevuto da uno che è stato messo a fare non si sa bene cosa perché è vero che non viene eletto e che viene nominato oralmente dal Presidente della Repubblica, ma è vero anche che il presidente del Consiglio deve ottenere la fiducia da quel Parlamento che rappresenta il programma politico della maggioranza che ha prevalso alle elezioni. Insomma, non può essere un “quisque de populo” e deve giurare!

Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento secondo la formula rituale indicata dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88. Il giuramento rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe in modo particolare su tutti i cittadini ed, in modo particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (in base all’art. 54 della Costituzione): “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”.

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Ma Gentiloni sa che Soros Georgie :
1) E’ condannato all’ergastolo in Indonesia e alla pena di morte in Malesia per speculazione sulle monete locali.
2) E’ stato condannato dallo Stato francese per insider trading a pagare una multa di 2,1 miliardi di dollari. Appellatosi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, la condanna è stata confermata.
3) Dopo varie condanne in mezzo globo, da alcuni anni “lavora” principalmente da Londra.
4) E’ il principale promotore della liberalizzazione della droga nel mondo, e attraverso l’Università di Harvard ha fatto raccomandare uno studio che propaganda la produzione ed il traffico di droga come rimedio agli eccessivi deficit di bilancio.
5) Secondo il Wall Street Journal, Soros è “la mano” dietro la quale negli ultimi anni si sono fatte massicce campagne di vendite allo scoperto da parte degli hedge fund (“fondi speculativi”) con l’obiettivo di portare l’euro alla parità 1:1 con il dollaro, mentre allo stesso tempo chiede di rafforzare il sistema di governo sovranazionale dell’euro attraverso gli Eurobond, ed è un fortissimo sostenitore del TTIP.
6) Dopo la speculazione su Lira e Sterlina nel 1992, Soros guadagnò più di 2 miliardi di dollari.
7) In Italia, come “ringraziamento”, invece di un mandato di cattura ha ricevuto 4 anni più tardi la laurea honoris causa all’Università di Bologna, consegnatagli direttamente da Romano Prodi.
8) Sempre in Italia e sempre nello stesso anno (1996), ci fu anche un’inchiesta della Guardia di Finanza sui fatti del ’92 per constatare se anche “influenti italiani abbiano operato illegalmente dietro banche e speculatori ricavando un guadagno accodandosi a Soros nella speculazione contro la lira”.
Secondo “Il Mondo”, tra i nomi c’erano quelli di Romano Prodi, Enrico Cuccia (ex Bankitalia e Mediobanca), Guido Rossi (quello poi divenuto famoso per “Calciopoli”) e Luciano Benetton.
Ovviamente le Procure insabbiarono tutto in un amen.
9) Ritiratosi nel 2000 dalla carriera di “speculatore” per concentrarsi sulle sue “fondazioni”, ebbe a dire: ” Sono certo che le mie attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché ho fatto un profitto dalle speculazioni. L’ho fatto semplicemente per far soldi”.
10) Soros disse che i 10 mesi dell’occupazione nazista in Ungheria furono “i più belli della mia vita, così avventurosi…”.
11) Soros finanzia Barack Obama dal 2004. E’ il terzo azionista della IDG, “coop rossa” controllata dalla Lega delle Cooperative, cioè dal PD.
12) Soros ha ammesso in diretta televisiva alla CNN di aver finanziato la “rivoluzione colorata” dell’Ucraina di piazza Maidan per “favorire l’inserimento di una giunta amica degli Stati Uniti”.
13) Ha ammesso chiaramente di aver finanziato in passato, tra le altre, la prima Rivoluzione Arancione in Ucraina, la Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan, la Rivoluzione Zafferano in Myanmar e la rivoluzione verde in Iran.
Non ha ammesso di aver finanziato i Black Bloc ed il Popolo Viola in Italia.
14) I suoi più grandi “seguaci” tra i politici sono stati e sono Tony Blair, Bill Clinton, François Mitterrand, Jacques Attali, Gerhard Schröder, Christine Lagarde, François Hollande, Romano Prodi, Marco Pannella, Julya Tymoschenko, Victoria Nuland.
15) Finanzia vari gruppi editoriali, come l’Huffington Post, vari movimenti “ambientalisti”, vari movimenti “femministi” (come le Femen e le Pussy Riots).
16) Soros vorrebbe meno sovranità anche per gli USA, a favore di organismi sovranazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
17) Soros si auto-definisce “un estremista ambientale”, vede se stesso come “una figura messianica” e vorrebbe essere ricordato come “un efficace speculatore”.
18) Finanzia ONG, arcigay, puttanate per i diritti umani ecc ecc.
19) Sky ha trovato manualetti per i migranti di sua eminenza George sulla rotta Balcanica.
(notizie da un post di Francesco Neri)

Ho parlato di elezioni? già! Gentiloni ha, aveva solo un programma da attuare: La legge elettorale. Invece… Ogni commento è superfluo. E, ora, parliamo dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Solo a titolo di informazione: Laura Boldrini, l’amica dei titolari dell’ONG MOAS, nella sua vita lavorativa, fin dal 1989 si è occupata di curare la comunicazione di FAO, WFP (programma alimentare mondiale) e Unhcr (Alto Commissariato per i Rifugiati).

Questa che riporto, ora, è la notizia data da VOX:

Il boss degli scafisti amico dell’uomo Ong piazzato sulle navi della Marina San Giorgio e San Giusto, per conto dell’Unhcr.

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La grave pista investigativa – venuta alla luce grazie al giornalista Guido Ruotolo – porta in Calabria e racconta di contatti dei trafficanti con il «mondo grigio» del volontariato, delle Ong, dell’Unhcr. C’è un migrante che, collaborando con le forze di polizia, ha riconosciuto uno dei trafficanti di migranti libico, di Sabratha. Questo boss avrebbe rapporti con un “insospettabile”, un interprete che ha collaborato – addirittura – anche con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e con una Ong.

Il testimone si chiama Mohamed, è un cittadino siriano di etnia curda: «Dopo aver rimandato più volte la decisione, nel mese di luglio scorso io e mia moglie abbiamo deciso di lasciare la Libia e raggiungere l’Europa con la speranza di poter dare un futuro migliore ai nostri figli. In Libia, soprattutto a Tripoli e Sabratha, è facile trovare persone in grado di organizzare viaggi per l’Italia, ma vivendo a Beni Walid non sapevo chi contattare. Così ho chiamato un amico siriano che vive a Tripoli che mi ha messo in contatto con un libico di origini siriane, persona che è considerata molto affidabile, l’ho contattato telefonicamente. Mi ha detto di chiamarsi Abdul e mi ha rassicurato dicendomi che mi avrebbe fatto partire con una grande barca da pesca con al massimo 25 compagni di viaggio. Che per l’equivalente di 6.600 euro avrei avuto anche da mangiare, acqua, giubbotti salvagente, una bussola e un satellitare. Mi disse che il viaggio sarebbe durato poco perché le navi italiane ci avrebbero soccorso subito».

Dunque la partenza, il viaggio. «La sera del 18 agosto, intorno alla mezzanotte, Abdul è venuto a prenderci. Prima di portarci via a bordo della sua BMW, ha preteso il pagamento per contanti della somma concordata. Dopo 15 minuti di viaggio abbiamo raggiunto una spiaggia dove c’erano due piccole barche di legno e circa 60/65 persone in attesa di imbarcarsi. I migranti erano controllati da 5/6 libici armati».

A Mohamed vengono mostrate nei giorni seguenti fotografie di sospetti scafisti e alcune pagine Facebook collegate al nome di Abdul. Il profugo ha riconosciuto in lui l’organizzatore del suo viaggio.

Ricapitoliamo: il clandestino riconosce in Abdul il trafficante di clandestini, il famoso boss dei trafficanti di Sabratha.Tenete presente questo nome, perché è importante.

Importante perché l’attività investigativa ha scoperto qualcosa di clamoroso. I rapporti di Abdul con un insospettabile, un professore universitario, un traduttore. Sul suo profilo Facebook, si qualifica come interprete e docente di lingua araba presso una università italiana e dice di aver partecipato come traduttore a missioni di Mare Nostrum a bordo della San Giorgio e San Giusto, per contro dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Quindi, l’Onu ha piazzato un uomo del boss dei trafficanti, sulle navi della nostra Marina Militare durante la famigerata operazione Mare Nostrum. Con il consenso del governo? Era l’unico? (Che sicurezza c’è?)

Questo torna con quanto scritto da Vox e Gefira nei giorni scorsi.

1160.- ONG INDAGATA, MOAS CHIAMA IN CAUSA IL GOVERNO: “CI INVIA ROMA IN ACQUE LIBICHE”

 

C-qo88YXcAAXFcy“I nostri interveventi non sono mai autonomi e indipendenti ma noi ci muoviamo ma solo dopo la chiamata del centro operativo di Roma”.

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Così un rappresentante della Moas, Ong specializzata nella ricerca e soccorso in mare, ascoltata in audizione in merito all’indagine conoscitiva sulla gestione del fenomeno migratorio nell’area Schengen. “E’ successo” che le operazioni siano venute a meno di 12 miglia dalla costa libica, ha detto l’esponente della Ong. “Si sono verificate queste circostanze, sempre su indicazione del Mrcc di Roma”. Poi ancora, è stato spiegato che “la prassi prevede che riceviamo una telefonata che ci incarica di recarci all’interno di acque territoriali in alcuni casi, a volte ci viene chiesto di avvicinarci e solo dopo individuiamo l’imbarcazione. Quando ci viene richiesto, i nostri interventi sempre su autorizzazione, e chiediamo sempre se le autorità del paese, in Libia in questo caso, siano state informate per sapere se il nostro intervento è autorizzato”.

SCANDALO ONG SI ALLARGA: “IMPLICATA ANCHE GUARDIA COSTIERA”

Lo scontro istituzionale tra il procuratore di Catania, Zuccaro, e il governo subito schieratosi a difesa dei trafficanti umanitari delle ONG, ci ha fatto ricordare il ‘dossier Gefira’. L’organizzazione di analisi geopolitiche monitorò  gli spostamenti delle famigerate ‘ONG’ impegnate nel traghettamento di clandestini dalla Libia all’Italia rilasciando un video – diffuso in Italia da Vox per primo – con accuse pesanti e dettagliate.

– VIDEO

03 dic 2016 – For two months, using marinetraffic.com, we have monitored movements of ships owned by NGOs, and we have kept track of the arrivals of African immigrants.

05 dic 2016 – NGOs Smuggling Migrants Into Italy on an Industrial Scale. 

Visit our website now: http://www.billstill.com – considered by informed insiders’ as THE ultimate resource for fixing the National Debt problem and surviving Economic or Financial Collapse/Crash and attaining the unvarnished truth about Washington and today’s United States Political Climate.

Ne parliamo perché siamo ragionevolmente certi che l’indagine della procura di Catania nasca proprio dalle denunce di Gefira e che il procuratore Zuccaro abbia preso spunto per l’inchiesta proprio dal lavoro esposto nei video. Ma ne parliamo, soprattutto, perché il video contiene accuse che vanno oltre le ONG, descrivendo una organizzazione a delinquere nella quale sarebbero attori scafisti libici, Ong e, rullo di tamburi, la Guardia Costiera italiana:

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Non è una novità e i contatti tra GC e trafficanti sono noti, ma vengono sempre definiti, o mascherati, da ‘chiamate di emergenza’. Ora, il video-dossier, che registra contatti e spostamenti in modo quasi maniacale, svelerebbe qualcosa di più grave. Di molto più grave: non si tratterebbe di telefonate mascherate da chiamate di emergenza, perché queste non possono arrivare 10 ore prima dell’evento, ma di veri e propri contatti tra la nostra Guardia Costiera e i trafficanti libici.

Il che spiegherebbe perché i nostri servizi non abbiano mai indagato, a differenza di quelli tedeschi e olandesi: sarebbe direttamente implicato il Governo. Che a questo punto avrebbe un piano, evidente, di africanizzazione del paese.

Nel quadro dipinto da Gefira, le Ong non agiscono fuori dagli accordi, ma sarebbero parte di una più ampia organizzazione con al vertice le autorità italiane. Che quindi, avrebbero tutti i motivi di coprirle.

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A questo punto la Guardia Costiera, il cui comandante ammiraglio Vincenzo Melone si è gloriato, solo pochi giorni fa, di avere traghettato in Italia quasi mezzo milione di clandestini, deve rispondere. Il Governo deve rispondere. Il Parlamento istituisca una commissione di inchiesta. E, a ciel sereno,  a mezza notizia si è appreso che, ieri, Soros ha incontrato il presidente del Consiglio a palazzo Chigi. Che ci faceva nello studio di Gentiloni il finanziere a capo di molte delle ONG sotto indagine? E, qualunque sia stato l’oggetto dell’incontro, perché il Parlamento non è stato coinvolto? Non risultano autorizzate trattative con il proprietario di una potenza finanziaria. Anche l’ONG MOAS, la cui proprietaria è ben nota a Laura Boldrini, è finanziata da Soros.

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Ma, fra i finanziatori, non dimentichiamo la Croce Rossa.

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1146.- Tutte le tensioni tra Frontex e Ong sui migranti

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europa-flag Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex)

Ruolo: Frontex aiuta i paesi dell’UE e i paesi associati alla zona Schengen a gestire le loro frontiere esterne. Contribuisce anche ad armonizzare i controlli alle frontiere in tutta l’UE. L’agenzia agevola la collaborazione tra le autorità di frontiera dei singoli paesi dell’UE fornendo assistenza tecnica e know how.
Direttore: Fabrice Leggeri
Anno di istituzione: 2004
Numero di dipendenti: 315
Bilancio: 250 milioni di euro
Sede: Varsavia (Polonia)
Sito web: Frontex

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L’agenzia Frontex ha i nomi delle Ong che vengono chiamate direttamente dagli scafisti o dai migranti sui barconi per essere salvati, ma queste informazioni saranno fornite solo all’autorità giudiziaria italiana. L’ha spiegato Fabrice Leggeri (nella foto), direttore esecutivo dell’agenzia europea, ai senatori della commissione Difesa in audizione. E, visto che sono tre le procure che già stanno indagando sul ruolo opaco di alcune organizzazioni non governative, è possibile che presto ci saranno sviluppi. Quella di Leggeri è stata una delle tre audizioni parlamentari di mercoledì 12 aprile su un tema divisivo come quello sull’immigrazione usato ancora una volta per alimentare confusione finalizzata allo scontro tra partiti anziché chiarezza a beneficio di tutti. Alla commissione Difesa di Palazzo Madama si sono presentati anche i rappresentanti della Ong Proactiva Open Arms e il Comitato Schengen della Camera ha ascoltato il presidente dell’Ong Sea-Eye mentre nell’Aula di Montecitorio è stato approvato a maggioranza, e con spaccature a sinistra, il decreto sull’immigrazione.

 

LE ACCUSE DI FRONTEX

Le indagini conoscitive avviate in Parlamento stanno confermando posizioni inconciliabili. Leggeri ha confermato le sue accuse alle Ong rilevando che dall’anno scorso la quota di soccorsi fatti da queste organizzazioni è salita a circa un terzo del totale e che intervengono sempre più in prossimità della Libia mentre fino al 2015 si era a metà strada tra Sicilia e Libia. Frontex ha due tipi di testimonianze di migranti: gli scafisti forniscono loro apparecchi telefonici con numeri di Ong da chiamare per essere soccorsi (quindi non una normale richiesta di aiuti a una sala operativa che indirizza la nave più vicina) e “uomini libici in uniforme”, certamente appartenenti alla Guardia costiera libica, sono in contatto con Ong a Ovest di Tripoli, in qualche caso minacciando di uccidere donne e bambini.

IL RUOLO DI SEA-EYE

Il presidente della Ong Sea-Eye, il tedesco Michael Buschheuer, al Comitato Schengen ha detto in sintesi le seguenti cose: l’Ong, nata all’indomani della chiusura della missione Mare Nostrum, si tiene “il più lontano possibile dalle coste libiche”, tra le 30 e le 36 miglia, e si è avvicinata fino a 13 miglia solo per salvare persone in pericolo e in accordo con la sala operativa di Roma; non trasporta migranti in Italia perché non è attrezzata per farlo, si limita all’assistenza e alla creazione di “isole flottanti” per consentire ad altri il materiale salvataggio; non ha intenzione di aiutare i trafficanti e se dovrà adeguare il modo di agire lo farà perché non intende favorire i traffici. Un punto su cui Buschheuer ha insistito è il contatto costante e sostanzialmente esclusivo con Mrcc Roma, cioè con la sala operativa della Guardia costiera, precisando che la metà dei loro interventi arriva su segnalazione della sala operativa e l’altra metà da loro avvistamenti.

LA POLEMICA DELLA RAVETTO

Il presidente del Comitato, Laura Ravetto (FI), ha a sua volta insistito sul contatto diretto “con il ministero dei Trasporti” dichiarato dal presidente di Sea-Eye, cioè che sia “il ministero dei Trasporti” a indicare dove andare a salvare i migranti, tanto che ha anticipato l’intenzione di audire nuovamente la Guardia costiera, il ministro Graziano Delrio, il ministero dell’Interno e altri. La Guardia costiera (corpo specialistico della Marina militare) è inquadrata funzionalmente nel ministero delle Infrastrutture e Trasporti, ma in caso di emergenza chi dovrebbe avvertire le tante navi che solcano il Mediterraneo se non la sala operativa che coordina i soccorsi? Trasformare un’ovvietà in uno spunto polemico significa conoscere poco i meccanismi operativi quando c’è già sufficiente materiale per tentare di mettere ordine nella complessa gestione del fenomeno pur nelle diverse opinioni politiche: trattati internazionali e la “legge del mare” impongono di salvare chi chiede aiuto, altra cosa sono la diplomazia che non riesce a risolvere la crisi libica, certe Ong che probabilmente vanno a prendere i migranti dove non dovrebbero, la quasi nulla ricollocazione in Europa dei rifugiati che l’Italia ospita.

LE INCHIESTE

Dal suo punto di vista, Buschheuer ha lamentato perfino che chi coordina i soccorsi si “limita” a far intervenire le navi più vicine solo una volta ricevuta una richiesta di aiuto, “ma non vanno a cercare i migranti”. Questo l’Italia non può e non deve farlo. Il presidente di Sea-Eye ha inoltre attaccato “un pm siciliano” che ha accusato le Ong di godere di finanziamenti poco chiari, rimarcando che nessuno ha visionato i loro libri contabili da cui emergerebbero solo donazioni di privati. Il riferimento era al procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che nel mese di marzo davanti allo stesso Comitato Schengen aveva confermato l’apertura di inchieste di tre procure (Catania, Palermo e Cagliari) sul ruolo opaco di certe Ong.

LE MODALITÀ DI SOCCORSO

La spagnola Proactiva Open Arms nel 2016 ha salvato 70 mila migranti su oltre 181 mila arrivati in Italia. Il direttore Oscar Camps e il capo missione Riccardo Gatti hanno negato di aver ricevuto telefonate da terra e ribadito di operare sotto il coordinamento del comando della Guardia costiera italiana, che indica loro dove portare i migranti. In particolare, non credono a Frontex quando sostiene di avere le prove di telefonate dirette dai migranti alle Ong e non c’è dubbio che su questo punto le inchieste dovranno fare chiarezza. A una precisa domanda, Gatti ha risposto che la Guardia costiera individua il porto su indicazione del Viminale e che comunque la legge impone di approdare nel porto “più vicino e più sicuro”. Geograficamente il più vicino è Sfax in Tunisia, ma non è sicuro e l’alternativa è l’Italia. Allo stesso modo, così come affermano di non operare mai nelle acque libiche, il diritto internazionale obbliga a farlo in caso di naufragio: alla Proactiva Open Arms è accaduto due volte, il 23 luglio e il 9 ottobre 2016. Giusto per capire il clima, Maurizio Gasparri (FI) in audizione ha definito la Guardia costiera “organizzazione dedita a devastare il nostro Paese e non a proteggere le nostre coste” e in una successiva dichiarazione si è spinto perfino a invocare la corte marziale aggiungendo nel calderone anche il Viminale e la missione Eunavfor Med.

LE ROTTE DI UN FLUSSO INTERMINABILE

Secondo l’ultimo rapporto Frontex (diffuso in contemporanea con l’audizione di Leggeri), nel mese di marzo sono passate nel Mediterraneo centrale 10.800 persone, oltre un quinto in più del mese precedente, mentre lungo la rotta del Mediterraneo orientale verso la Grecia ne sono passate 1.690, cioè solo il 6 per cento di quanti arrivarono lo scorso anno prima dell’accordo tra Ue e Turchia. I dati complessivi di Frontex fino a marzo parlano di un 30 per cento in più di arrivi in Italia rispetto al 2016: una media attendibile perché il ministero dell’Interno all’11 aprile ha registrato 26.989 persone, che quel giorno equivalevano al 35,4 per cento in più e che il giorno dopo valevano invece il 23,8 per cento in più in assenza di nuovi sbarchi. Frontex segnala anche che da marzo aumentano gli arrivi dal Corno d’Africa passando per la Libia. Sul fronte dei ricollocamenti il vero problema, già ammesso recentemente da Angela Merkel, è che sono pochissimi quelli che ne hanno diritto: secondo la Commissione europea, infatti, in Italia oggi sono presenti solo 3.500 richiedenti asilo che possono beneficiare della ricollocazione. Fino al 10 aprile, secondo Bruxelles ne sono stati ricollocati 16.340 di cui 5.001 dall’Italia e 11.339 dalla Grecia.

I TORMENTI DELLA SINISTRA

La Camera ha nel frattempo approvato a maggioranza il decreto legge Minniti sull’immigrazione. Nel centrodestra ci sono posizioni variegate, non necessariamente aggressive, aspettando il ministro dell’Interno al varco dell’applicazione pratica del decreto. Per esempio il presidente della Lombardia, Roberto Maroni (Lega), da ex ministro dell’Interno sa più di altri di che cosa si parla e, dopo aver apprezzato l’opera di Minniti, ora lo bacchetta: “Aveva detto che avrebbero fatto un Cie in ogni regione, ma sto ancora aspettando che mi dica in Lombardia dove vuole farlo. Più passa il tempo, più arrivano immigrati”. A sinistra invece cominciano a emergere le contraddizioni di un gruppo come Mdp che comprende una sinistra dura e pura e una sinistra meno dura, ma sicuramente antirenziana. Così nel Pd è facile per Emanuele Fiano rilevare che Mdp ha votato contro il decreto alla Camera e a favore al Senato oppure per Alessia Morani affermare che è curioso votare contro un decreto del ministero dell’Interno il cui viceministro è Filippo Bubbico che fa parte di Mdp. E più si avvicinano le elezioni amministrative più se ne vedranno delle belle, visto che il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, accusa Mdp di destabilizzare la legislatura. Se poi dall’altra parte qualcuno arriva a parlare di corte marziale…

1145.- ONG: CHI LE FINANZIA VERAMENTE? E PERCHE’ HANNO QUESTE E PROPRIO QUESTE PRIORITA’?

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1. Nessuno si interroga su quanto costi esattamente armare delle navi – che magari in precedenza erano addette al trasporto di merci ricavandone un corrispettivo- e dunque, rinunciando ai precedenti noli commerciali, per tenerle continuamente in navigazione, pagando i  relativi carburanti, il personale di bordo delle varie qualifiche e quello di terra per il supporto logistico/tecnologico e per il disbrigo delle pratiche portuali di ormeggio e rifornimento.
Allo Stato, a cui non si perdona nessuno spreco, – che poi consiste nel fatto stesso che non affida al mercato privato ogni suo possibile compito-, costa(va) tanto: la “versione” Mare Nostrum, delle operazioni di salvataggio (previo pattugliamento), costava allo Stato italiano 9,5 milioni al mese; quella Frontex, e Triton, in apparenza notevolmente di meno, cioè circa 2,9 milioni al mese.
Almeno stando al livello di finanziamento apprestato dall’UE: ma dato il “volume” incrementale di sbarchi in Italia, nel corso degli ultimi anni, questo finanziamento UE deve necessariamente essere pro-quota e quindi non sufficiente a coprire gli interi costi dell’operazione: e ciò, includendo, appunto, l’attuale apporto di navi mercantili, cioè di armatori privati (che dovrebbero essere prescelte dall’UE in base a criteri che si devono presumere trasparenti e conseguenti ad accertamenti sui requisiti finanziari e di capacità tecnica degli armatori interessati).
2. Poiché il volume di “salvataggi” si è addirittura incrementato rispetto alla fase Mare Nostrum, se ne deve dedurre che il costo differenziale che sostiene l’iniziativa privata, rigorosamente no-profit, sia quantomeno, per approssimazione, superiore ai 6,5 milioni al mese.
Questo intervento al Senato dell’onorevole Arrigoni, precisa le ipotesi appena fatte, supportandole coi dati ufficiali resi disponibili dal governo e delineando lo scenario complessivo, di tenuta del sistema finanziario pubblico e del tessuto sociale, che ne consegue:
“Vorrei descrivere il fenomeno in Italia.
Nel triennio 2014-2016 gli ingressi e gli sbarchi sono stati 505.000, ma – attenzione – solo via mare. A questi dovrebbero aggiungersi le migliaia di persone che entrano via terra, dall’Austria e dalla Slovenia in particolare, cioè da Paesi dell’area Schengen, dove noi non imponiamo il diritto di Paese di primo ingresso.
Dall’inizio dell’anno al 20 marzo 2017 sono già entrate via mare più di 18.000 persone, pari a oltre il 32 per cento (in più) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Perché do i dati dell’ultimo triennio?
Dalla fine del 2013, anno in cui si sono registrati 42.330 ingressi, c’è stata un’impennata degli sbarchi grazie – lo sottolineo – alle operazioni Mare nostrum (introdotta dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013) e, poi, Triton.
Negli obiettivi, quelle missioni internazionali avrebbero dovuto costituire un deterrente per gli scafisti e diminuire le morti in mare.
Come i dati dimostrano, i risultati hanno invece visto un aumento esponenziale degli ingressi, a maggior ragione dopo l’attività delle navi delle organizzazioni non governative da settembre dello scorso anno.
In secondo luogo, si sono incrementate – e di molto – le morti in mare.
Do alcuni dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Dal 1990 al 2012 (ossia in un arco di ventitré anni) sono state registrate 2.711 morti nel Mediterraneo. Nel 2013 il numero è stato pari a 477 (comprese le 388 morti nella strage di Lampedusa del 3 ottobre). Dopo l’operazione Mare nostrum il numero delle morti si è innalzato: nel 2014 è stato pari a 3.270, nel 2015 a 3.771 e lo scorso anno a oltre 5.000. Nei primi due mesi del corrente anno i morti sono già oltre 500.
Veniamo alle organizzazioni non governative, di cui questa mattina ha parlato il procuratore della Repubblica di Catania Zuccaro in sede di Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen.
Dal settembre 2016 appartenenti a una decina di organizzazioni non governative non italiane, la metà con sede in Germania, spuntate come funghi – come dice Frontex, non collaborano con le attività di polizia e di intelligence – dispongono di 13 navi battenti bandiera di Paesi poco collaborativi con le nostre magistrature che stazionano stabilmente – h24 – al limite delle acque libiche e si fanno notare da facilitatori scafisti, che così inviano verso di loro gommoni precari, di produzione cinese, carichi di immigrati che vengono salvati e trasportati in Italia.
Nel complessivo anno 2016, queste organizzazioni non governative hanno compiuto, da sole, il 30 per cento dei soccorsi in mare nelle aree di ricerche e soccorso. Nei primi due mesi del 2017, operando a pieno regime, hanno svolto il 50 per cento dei soccorsi e, in barba a quanto previsto dalla Convenzione dell’ONU sul diritto del mare, se ne guardano bene dal portare i migranti salvati nel porto più vicino e sicuro, di Zarzis, in Tunisia, ma si dirigono direttamente in Italia.
Queste navi, super equipaggiate e dotate di droni sofisticati, hanno dei costi di navigazione elevatissimi, stimati in circa 10.000 euro al giorno cadauna.
Chi finanzia tutto questo?
È questa un’invasione pianificata a tavolino?… È inaccettabile che dei privati si sostituiscano allo Stato per realizzare, di fatto, un corridoio umanitario verso il nostro Paese. Ci domandiamo se queste organizzazioni non governative favoriscono l’immigrazione clandestina in Italia.
Esse dovrebbero essere indagate non solo ai sensi del cosiddetto articolo 12 della legge Bossi-Fini, per favoreggiamento del reato di immigrazione clandestina, ma anche per omicidio colposo.
Anche la procura di Catania correla le attività di queste ONG con l’aumento delle morti, visto che le organizzazioni criminali ricorrono a gommoni sempre più inadeguati (gommoni cinesi dove si muore persino per schiacciamento) mettendo alla guida non scafisti, che si sono fatti furbi, ma gli stessi migranti, dotandoli semplicemente di bussola e cellulare, per i quali non è nemmeno configurabile il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Dopo gli ingressi, veniamo al numero delle richieste di asilo nell’ultimo triennio: sono state “solo” 300.000 contro i 500.000 ingressi.
Dove sono andati i 200.000 che non hanno fatto richiesta di asilo? Nel triennio, di questi 300.000 richiedenti, solo 220.000 sono state le richieste esaminate dalle Commissioni territoriali. Nel 2016 le richieste di asilo sono state 123.600 (il 50 per cento in più rispetto al 2015) e nelle prime settimane del 2017 registriamo un aumento del 60 per cento rispetto al pari periodo del 2016. Sempre lo scorso anno sono state “solo” 91.100 le richieste esaminate, e di queste il 60 per cento sono state respinte. Dunque, nonostante l’aumento delle commissioni territoriali (che da diciotto mesi sono state elevate a 48) cresce costantemente la coda delle persone in attesa di esame della richiesta di asilo: al 10 marzo – lo dice il presidente della Commissione nazionale per il diritto d’asilo, il prefetto Trovato – le pendenze in ordine alle richieste di asilo sono 120.000.
Analizzando tali richieste si scoprono, poi, cose davvero interessanti.
Le nazionalità più numerose che chiedono protezione internazionale in Italia non sono quelle che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale (soglia che la UE stabilisce nel 75 per cento).
La prima nazionalità a fare richiesta d’asilo è la Nigeria con l’otto per cento di riconoscimento di protezione; la seconda è il Pakistan con il 23 per cento; la terza il Gambia con il cinque per cento; la quarta il Senegal con il quattro per cento; la quinta la Costa d’Avorio con l’otto per cento; la sesta l’Eritrea con il 74 per cento (di richieste accolte).
Insomma, per quantità di richieste di asilo bisogna arrivare al sesto posto per trovare gli eritrei e addirittura all’undicesimo per trovare gli afghani, entrambe nazionalità che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale, ma che registrano numeri bassi.
Prime riflessioni. Questo spiega perché negli ultimi due anni la percentuale di rifugiati media è del cinque per cento, mentre quella di coloro che ottengono protezione sussidiaria è del 14 per cento; cioè a meno del 20 per cento (uno su cinque) degli esami delle richieste di asilo si riconoscerà la protezione internazionale. I dati dimostrano, dunque, che la gran parte di coloro che chiedono asilo sono migranti economici, dunque irregolari, clandestini… Questi sono messi nel sistema di accoglienza per anni.
Tra le nazionalità di migranti in ingresso balzano all’occhio i pakistani, che ottengono il tre per cento di stato di rifugiato e il cinque per cento della protezione sussidiaria, e che dunque sono prevalentemente migranti economici, dunque clandestini. I numeri ci dicono che i pakistani sbarcati nel 2016 sono molti meno (il 20 per cento) rispetto a quelli che hanno chiesto asilo:2.770 sono sbarcati, 13.510 hanno richiesto asilo nel 2016. Sono forse stati paracadutati nel nostro Paese? No. Qual è allora la motivazione? Percorrendo la rotta dei Balcani – che quindi non è totalmente interrotta, nonostante noi Europa, noi Italia, diamo sei miliardi al sultano Erdogan per bloccarla  – i pachistani e altri migranti, venendo dal Medio Oriente, passano attraverso i confini terrestri, soprattutto austriaco e sloveno, che sono Paesi di area Schengen, che dunque non sono controllati.
Dove emerge con tutta forza il lato più significativo dell’emergenza?
È nel sistema di accoglienza, che registra una situazione che diventa ogni giorno sempre più esplosiva. Elevati ingressi più foto segnalamenti a tappeto che ci ha imposto l’Europa , hanno determinato un’esplosione dei numeri che sta facendo collassare il sistema di accoglienza dove vengono assistiti i sedicenti profughi.
Alla fine del 2013 erano 22.000 nel sistema di accoglienza; a fine 2014 erano 66.000, a fine 2015 erano 104.000, alla fine dello scorso anno 176.000, con spese enormi a carico del nostro Paese; spese passate da 1,6 miliardi del 2013, con un contributo dell’Unione europea di soli 100 milioni di euro, a 4 miliardi del 2016, con soli 112 milioni di contributo dell’Unione europea: un contributo che non si avvicina neanche a meno del 3 per cento del costo complessivo.
L’impatto fiscale dell’emergenza migranti tocca quasi lo 0,3 per cento del nostro PIL; oltre il 60 per cento di questi 4 miliardi è speso per l’accoglienza: un esborso con spreco enorme di risorse. È una follia.
Assistiamo al fatto che per un periodo medio di due o tre anni (a volte anche quattro) ci sono molte persone che per l’80 per cento non hanno diritto alla protezione internazionale, con l’automatica conseguenza che l’80 per cento dei posti nel sistema di accoglienza (quasi 140.000) è dato da strutture temporanee, case private o condomini, alberghi, resort gestiti da cooperative in odore di affari o da albergatori falliti, spesso individuati dai prefetti che scavalcano i sindaci. Tutto ciò avviene con costi economici e sociali enormi, incombenze enormi per i Comuni”.
3. Insomma: nella “filiera” industrializzata della importazione di immigrati, che all’80% compiono accessi illegali nel nostro territorio, i costi, sono altissimi: certamente nella fase di trasporto via mare, che viene generosamente privatizzata da organizzazioni che prescelgono la destinazione-Italia, a prescindere dai presupposti effettivi e dalla corretta applicazione dello sbandierato “diritto del mare”.
Se mi muovo su segnalazione di chi si è posto in navigazione, entro le acque sovrane libiche, già sapendo che non sarà in grado di navigare fino alla (unica) destinazione prescelta, l’Italia, si tratta visibilmente di un espediente.
Non è salvataggio, ma l’utilizzazione programmatica di più vettori, in oggettivo coordinamento tra loro, per una destinazione predeterminata e avulsa dalle regole del diritto del mare: le mete portuali più prossime, Tunisia e Malta, paiono infatti ignorate dai “salvatori-secondo-il-diritto-del-mare”che navigano allo scopo esclusivo, e dichiarato, di andare a raccogliere chi si mette in mare solo per finire in pericolo e essere “salvato”!
E questo meccanismo, dunque, nulla ha a che fare coi criteri di accidentalità del soccorso da apprestare in mare, e tantomeno coi criteri di prossimità in cui si sviluppa normalmente il soccorso “accidentale” e non predisposto; è, cioè, un “soccorso” apprestato da parte di chi abbia, come privato, un’unica ragione per navigare: quella di stazionare nei pressi delle acque territoriali libiche per completare la tratta illegalmente intrapresa e segnalata dagli scafisti o, per essi, dai passeggeri “addestrati” dei gommoni!
3.1. Ma il fatto saliente, al di là della totale anomalia del meccanismo di trasporto di massa chiamato forzatamente salvataggio (se si ha riguardo alle invocate regole dei “diritto del mare”), è che, solo per il segmento della fase di entrata-trasporto entro il territorio nazionale, dal mare, dei soggetti privati sostengono costi altissimi.
E quindi, posto che il finanziamento ufficiale UE copre, a malapena, meno di un terzo dei costi complessivi, e che ragionevolmente appare esclusivamente un (limitato) cofinanziamento della spesa sostenuta dal nostro Stato, chi li finanzia?
E’ credibileche, in un’€uropa afflitta dalla disoccupazione strutturale più alta dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla deflazione salariale che l’accompagna in termini di calo dei salari e della capacità di spesa della maggior parte della popolazione, questi finanziamenti siano attinti da spontanee, costanti e ragguardevoli microdonazioni di cittadini privati?
4. E poi: non è strano che, registrandosi all’interno dell’€uropa, un un crescendo preoccupante di povertà assoluta, i cittadini comuni, pur impoveriti (tranne una fascia di elite sempre più ristretta e ricca), sentano la spinta umanitaria soltanto per coloro che risiedono in altri paesi e considerino con indifferenza la povertà di chi gli sta accanto e condivide, con loro, l’appartenenza alla stessa comunità sociale e territoriale?
Ma se non appare verosimile che siano le spontanee e straordinariamente costanti donazioni dei cittadini privati a garantire l’altissimo livello di finanziamento delle operazioni navali delle ONG, almeno finchè non sia compiuta un’operazione di oggettiva e doverosa trasparenza sui loro bilanci, la domanda è non tanto “chi veramente le finanzi”, ma “perché le finanzi”.
5. Se la finalità delle ONG nord-europee,  come per lo più risultano essere, fosse umanitaria, cioè di sollievo della condizione di povertà, anche considerata in chiave internazionale, avrebbero come logico e immediato scenario quello di soccorrere la massa crescente dei poveri assoluti che si sta inarrestabilmente stabilizzando in €uropa, (e proprio in paesi (€uropei) diversi da quelli in cui hanno sede le ONG, le ONLUS e le associazioni internazionaliste della “solidarietà”).
Magari, se queste attivissime protagoniste del tanto vagheggiato “terzo settore”, avessero pure un’etica incline all’analisi veritiera dei fatti, non farebbero solo azioni assistenziali sugli effetti della povertà, ma si attiverebbero per rimuoverne le cause; cioè, denunziando l’austerità fiscale che disattiva il welfare pubblico, mediante la riduzione dei deficit pubblici e della relativa spesa, considerata, dalle istituzioni UE e dai governi ad esse obbedienti, improduttiva; una riduzione che è alla base di questa stessa dilagante povertà.
6. Ma né questa azione assistenziale riguardante i cittadini poveri €uropei, né questa denunzia delle sue cause notorie ed oggettive, appaiono minimamente interessare l’azione delle ONG “umanitarie”.
Forse i diritti umani, prima di tutti quelli all’esistenza libera dalla miseria che, un tempo, in €uropa si connetteva alla dignità del lavoro, non pertengono anche ai disoccupati degli Stati mediterranei coinvolti nell’eurozona e ai loro figli (ammesso che non ci si debba curare delle cause, altrettanto chiare, per chi vuole spiegarsele, della crisi demografica €uropea, v. p.2, dopo 30 anni di feroci politiche deflazioniste e di liberalizzazione del mercato del lavoro)?
6.1. Eppure la situazione della povertà assoluta, in €uropa, non può non essere definita allarmante, per chi avesse qualche minima razionale preoccupazione per le popolazioni che gli vivono accanto:

“L’Europa delle povertà

Uno dei misuratori indiretti della crisi in corso e delle diseguaglianze in crescita da decenni è senz’altro quello delle povertà.
Guardando agli ultimi dati Istat, in Italia balza agli occhi il livello raggiunto dalla povertà assoluta. Che è poi quella povertà più radicale, perché se quella relativa si misura sul reddito medio, quella assoluta ha a che fare con i beni essenziali per la vita e la sopravvivenza.
Negli ultimi dieci anni mai si era registrato un dato simile in relazione ai singoli individui: nel 2015 sono 4.598.000, il 7,6% della popolazione, erano il 6,8% nel 2014. Sotto il profilo della povertà relativa, la cui soglia nel 2015 è attestata su 1.050,95 euro per due persone, i dati non sono più confortanti: anche qui crescono proporzionalmente di più i singoli delle famiglie, rispettivamente 8.307.000 (il 13,7% del totale, era il 12,9% nel 2014) e 2.678.000 famiglie, il 10,4% (era il 10,3%).
L’economia non decolla, il welfare non tutela
Con buona pace per l’obiettivo di lotta alla povertà della strategia comunitaria Europe 2020 – ridurre di 20 milioni il numero degli europei a rischio povertà ed esclusione entro lo scadere del 2020 – il trend è sostanzialmente stabile, il minimo decremento medio dello 0,1% registrato nel 2014 rispetto all’anno precedente viene infatti dopo la netta e costante crescita nel periodo 2009-2013, e non riesce a recuperare i valori pre-crisi: nell’Unione Europea con 28 Paesi membri (UE28) è povero (in relazione a tutti e tre gli indicatori AROPE, rischio povertà, deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa) il 24,4%, 122 milioni di persone, nel 2008 era 23,8%.
I dati più negativi sono in Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%) e Grecia (36%), tuttavia mentre i primi due Paesi hanno un tasso elevato ma in calo rispetto al 2013, la Grecia – sottoposta come noto al Memorandum della Troika – registra un incremento anche nell’ultimo anno, dopo un trend in impressionate escalation tra il 2008 e il 2014: +7,9%.
I Paesi con meno poveri sono Repubblica Ceca (14,8%), Svezia (16,9%), Olanda (17,1%), Finlandia (17,3%) e Danimarca (17,8%). L’Italia si colloca in posizione critica, con il 28,3%, 4 punti sopra la media UE28, ed è uno dei Paesi, insieme a Grecia, Spagna, Cipro, Malta e Ungheria, che dall’anno della crisi ha registrato un costante aumento delle povertà, con +2,8%. Segno non solo di una economia che non decolla, ma anche di un sistema di welfare che non tutela e non bilancia gli effetti sociali della crisi.
Secondo un trend ormai purtroppo consolidato, sono bambini e ragazzi under18 a essere maggiormente penalizzati: sono poveri nel 27,8% dei casi, oltre 3 punti in più del dato medio, con gli usuali picchi di Romania e Bulgaria (51% e 45%), ma anche con i dati di Ungheria (41,4%), Grecia (36,7%), Spagna (35,8%). I fattori che più espongono i minori alla povertà sono la posizione occupazionale dei genitori, il loro livello di istruzione, la numerosità del nucleo famigliare e l’accesso a misure di sostegno e servizi; in maggiore svantaggio anche i figli di immigrati”.
(Non vi riporto il saggio della CGIL sulla povertà citato dall’autore perché non lo reputo equilibrato.ndr)
7. Questo la mappa EUROSTAT sul rischio povertà nel continente europeo:
Questa, oltrettutto, è una situazione che, proprio per i cittadini europei, è senza futuro: il futuro, cioè i bambini di oggi, appare sempre più compromesso dalla emarginazione, dalla miseria materiale e culturale, a cui sono esposti come destino esistenziale immutabile, in numeri che risultano sempre più spaventosi:
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7.1. Notare che, se per paesi come quelli dell’Europa orientale, questa situazione di diffusa povertà assoluta è notoriamente “derivata” dal passaggio ormai ultraventennale all’economia di mercato – il che fa già dubitare della sua efficacia nel determinare l’innalzamento costante del benessere e dell’equità sociale- per il meridione italiano, quello spagnolo e per la Grecia, si tratta di una condizione obiettivamente indotta dalla moneta unica, e precisamente dalle politiche fiscali considerate TINA per il suo mantenimento.
Dunque, una condizione non solo auspicata e ritenuta tecnicamente e eticamente giusta dalle istituzioni UEM, ma anche destinata a strutturarsi e, viste le ulteriori raccomandazioni fiscali che vengono date ai paesi appartenenti all’eurozona, ad aggravarsi.
Certamente, e in modo sensibile, non appena si manifestasse una qualche crisi esogena (o endogena) di tipo finanziario, come già nel 2008, alla quale si risponderebbe, per vincolo normativo supremo scolpito nella pietra dei (vari) trattati €uropei, con dosi aggiuntive di austerità fiscale.
8. Dunque, queste ONG internazionaliste non sentono alcuna esigenza prioritaria di rivolgere le loro attenzioni umanitarie ai poveri greci, spagnoli o italiani (o almeno bulgari e rumeni)?
Non si rendono conto che entrare pesantemente nella catena di montaggio dell’importazione massificata di ulteriori poveri, da insediare proprio nei territori di paesi così provati dall’austerità fiscale e dalle infinite riforme strutturali impoverenti, aggrava la situazione di una parte così consistente dei loro “concittadini” europei e rende sempre più disperata la situazione di bambini (bambini!) europei in povertà assoluta, giunti, nell’area emergenziale del mediterraneo, – proprio quella in cui operano per immettere i nuovi disperati, la cui presenza aggrava la situazione di impotenza fiscale degli Stati ad intervenire-, a percentuali di oltre un terzo della popolazione infantile?
8.1. Non sarebbe il caso, anzitutto, di soccorrere queste fasce di popolazione autoctona, stabilizzare il benessere sociale nei paesi europei, proprio per poi consentire, anche agli immigrati dall’Africa e dalla zone più povere dell’Asia, di avere in €uropa, tutti insieme e in una condizione di effettiva sostenibilità sociale, un futuro che non sia di scontro permanente tra masse di miserabili in inevitabile attrito fra loro?
Non si rendono conto che ammassare poveri in zone dove disoccupati e poveri “autoctoni” sono già un problema drammatico e, nel paradigma istituzionale €uropeo, irrisolvibile, non significa “salvare vite umane” – e già i numeri dei morti in mare danno torto a questo fine salvifico e ricattatorio contro ogni buon senso-, ma innescare la situazione esplosiva di una miseria a livelli ottocenteschi che pareva sconfitta in €uropa?
E fu sconfitta per buone ragioni, completamente dimenticate dalle ONG e dalle istituzioni UE: dopo la seconda guerra mondiale, per l’affermarsi delle democrazie sociali in cui l’intervento dello Stato, garantiva lo sviluppo armonico del capitalismo, coniungandolo con la priorità dell’occupazione e della tutela pubblica, cioè democratica e legalmente prevista, dei più deboli (che sono i lavoratori e le loro famiglie).
9. Evidentemente non sono interessate a rendersene conto: la cultura delle ONG è improntata, rispetto a questo tragico scenario, che in Europa non ha mai condotto a nulla di buono, alla più totale indifferenza.
E se c’è questa programmatica, anzi, organizzata, indifferenza, rimane il pesante interrogativo: perché le ONG, e cioè i misteriosi finanziatori privati che le istituiscono, e che inevitabilmente appaiono essere soggetti economicamente molto forti (non certamente identificabili con i cittadini medi impoveriti, il cui contributo non pare obiettivamente sufficiente a giustificarne gli imponenti strumenti di azione organizzata) operano in questo modo?
Perché i sottostanti finanziatori, che normalmente si muovono secondo la logica dell’investimento rapportato al rendimento finanziario più profittevole, compiono, in definitiva, questo tipo di “investimenti” nella miseria e nella destabilizzazione sociale di un intero continente?
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1144.- Tutte le stranezze di alcune Ong sui migranti dalla Libia. Parla il magistrato Zuccaro

di Pietro Di Michele

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Tutti i dettagli di quello che ha detto negli ultimi giorni il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ai giornali, alle tv e soprattutto in Parlamento durante un’audizione al comitato Schengen

“A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante, si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi”. Parola del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, espresse ieri ad Agorà su Raitre.

COSA HA DETTO A REPUBBLICA

Oggi Zuccaro è tornato a parlare del tema in una intervista al quotidiano la Repubblica: “Da magistrato, ho il preciso do vere di denunciare un gravissimo fenomeno, criminale, per arginare il quale la politica deve intervenire tempestivamente. Se si dovessero aspettare i tempi lunghi di un’indagine che sarà complessa e per la quale ho bisogno di uomini e mezzi di cui al momento non dispongo, sarebbe troppo tardi”. Ma lei le ha le prove dei comportamenti poco trasparenti di cui accusa le Ong?, chiede il giornalista di Repubblica. Risponde Zuccaro: «Spero di chiarire una volta per tutte. Quando io parlo di prove intendo prove giudiziarie, da poter portare in un dibattimento. Queste prove non le ho ma la certezza, che mi viene da fonti di conoscenza reale ma non utilizzabile processualmente, che alcune delle navi operano all’interno delle acque territoriali, che vi siano state delle conversazioni dirette, in lingua araba, tra soggetti che stanno sulla terraferma in Libia ed esponenti delle Ong che dichiarano di essere lì pronti a recuperare i migranti, che le navi spengono i trasponder perché non venga individuata la loro posizione, che prendano a bordo migliaia di persone ben prima che si verifichi una situazione di pericolo. E dunque fuori dalle norme di legge».

LA QUESTIONE DEI SOLDI

Lei ha detto una cosa gravissima, nota il giornalista di Repubblica: che alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e che addirittura avrebbero come fine di destabilizzare l’economia italiana. Ha le prove? «È un’ipotesi di lavoro – risponde Zuccaro – Dimmi chi ti finanzia e ti dirò chi sei. Dai bilanci delle Ong che abbiamo acquisito è evidente che abbiano una disponibilità finanziaria enorme. Ora, se è giustificato che organizzazioni di comprovata solidità come Msf o Save the children possano contare su questa disponibilità, lo è molto di meno per altre. Stiamo lavorando per sapere chi sono questi finanziatori, se oltre quelli dichiarati ce ne sono altri e da dove provengono questi soldi. Che un’organizzazione come Moas possa spendere 400mila euro al mese è un dato che merita un approfondimento».

ESTRATTO DELL’AUDIZIONE PARLAMENTARE

Su Moas e su altro, Zuccaro aveva parlato nel corso di un’audizione in Parlamento il 22 marzo scorso nell’ambito di un’indagine conoscitiva avviata dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione. Ecco i passi salienti dell’audizione di Zuccaro come emerge dalla bozza non corretta del resoconto stenografico:

A partire dal settembre-ottobre del 2016, abbiamo invece registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste ONG, che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti.

Abbiamo registrato la presenza, nei momenti di maggiore picco, nelle acque internazionali di 13 assetti navali, come lei, presidente, ricordava. Ci siamo voluti interrogare, cercando di essere attenti all’evoluzione del fenomeno, sulla strategia migliore per poterlo contrastare, cercando di capire perché mai vi fosse stato un proliferare così intenso di queste unità navali. Soprattutto, abbiamo cercato di capire come si potessero affrontare costi così elevati senza disporre di un ritorno in termini di profitto economico.

Quello che è emerso dagli esiti della prima indagine conoscitiva che abbiamo fatto è che il Paese europeo che ha dato vita alla maggior parte di queste ONG è la Germania, alla quale fanno capo ben 5 di queste ONG: SOS Méditerranée, Sea Watch Foundation, Sea-Eye, Lifeboat, Jugend Rettet.

Sono ben sei navi presenti, perché SOS Méditerranée può contare su una nave, Aquarius, che batte bandiera di Gibilterra, una nave guardapesca; Sea Watch Foundation ha due unità navali, una che batte bandiera neozelandese e l’altra che batte bandiera olandese; Sea-Eye può contare su un’unità che batte bandiera olandese; Lifeboat su un’unità che batte bandiera tedesca; l’ultima, Jugend Rettet, su un peschereccio che batte anch’esso bandiera olandese.

Per quello che abbiamo potuto ricavare dai primi accertamenti, i costi mensili o giornalieri che affrontano queste ONG sono effettivamente elevati.

Per quanto riguarda, per esempio, Aquarius, la nave di SOS Méditerranée, ci risulta che ammonta a circa 11.000 euro al giorno il costo di gestione della missione. Per quanto riguarda, per esempio, il peschereccio Jugend, i costi mensili ammontano invece su base mensile a circa 40.000 euro.

Per quanto riguarda la ONG MOAS, fondata nel 2013, che ha sede a Malta, abbiamo due unità: la Phoenix, che batte bandiera del Belize; la Topaz Responder, che batte bandiera delle isole Marshall. Sono certamente sospetti anche i Paesi che danno bandiera a questi assetti navali.

I costi mensili che si affrontano, compresi i soli costi di spedizione di noleggio di due droni – hanno anche dei droni ad alta tecnologia, dati in noleggio dalla Schiebel, un’azienda austriaca che produce questi apparecchi sofisticati, che svolgono attività di ricognizione, e quindi sono in grado di individuare in alto mare, ma a volte anche in territorio libico, i barconi che si trovano in acqua – ammontano a circa 400.000 euro. In questi costi non sono compresi, ovviamente, quelli per l’acquisto delle navi… Sto parlando dei costi mensili dell’ONG MOAS. Questi sono dati piuttosto approssimativi, ma che hanno un’approssimazione abbastanza affidabile.

Dicevo che cinque sono le ONG tedesche. Non voglio considerare Medici senza frontiere, che opera con due unità (la Bourbon Argos e Dignity I), e Save the Children, che opera con un’unità. Le altre sono due navi di una ONG spagnola, che prima si occupava anche di salvare i migranti siriani che tentavano di raggiungere l’isola greca di Lesbo partendo dalla Turchia. Adesso, operano tranquillamente nel Mediterraneo. La loro unità navale batte bandiera panamense. Una è di Malta. Non abbiamo, quindi, trovato ONG, né ci aspettavamo di trovarne, di nazionalità non europee. Non ci aspettavamo di trovarne, perché sarebbe stato ingenuo pensare che questo potesse avvenire.

Queste unità navali, vi dicevo, a volte operano all’interno del territorio libico. In ogni caso, quasi sempre operano in acque internazionali, proprio nell’immediato confine del territorio libico. Se volete dei dati che vi diano un’idea del fenomeno, nel corso del 2016 – tenete conto che queste ONG hanno cominciato a operare in maniera così numerosa soltanto a partire dal mese di settembre-ottobre – circa il 30 per cento dei salvataggi i cui migranti siano poi approdati nel distretto catanese era da riferire a salvataggi effettuati dalle ONG. Questo 30 per cento si è prodotto soltanto negli ultimi quattro mesi del 2016. Nel corso del 2017, in cui c’è un proliferare di sbarchi veramente incredibile, abbiamo almeno il 50 per cento dei salvataggi effettuato da queste ONG.

Parallelamente a questo, registriamo un dato che ovviamente ci desta molta preoccupazione: i morti in mare nel corso del 2016 e del 2017 – parlo solo di dati ufficiali – hanno raggiunto un numero elevatissimo. Nel corso del 2016, mi risulta che oltre 5.000 persone, dati ufficiali, sarebbero morte in mare nel tentativo di entrare in Europa. Per quanto riguarda il nostro distretto, quello catanese, abbiamo più di 2.000 morti nel triennio 2013-2015, e questo numero di morti non accenna a diminuire. Vi ho detto che nel 2016 siamo arrivati a quella cifra.

Questo mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato purtroppo il numero delle tragedie in mare. Sono convinto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano in alto mare.

Noi stiamo constatando che, effettivamente, i barconi su cui questi migranti vengono fatti salire sono sempre più inadeguati al loro scopo, sempre più inidonei. Le persone che si pongono alla guida di questi barconi sono sempre più inidonee. Ormai, non sono più appartenenti, sia pure a livello basso, all’organizzazione del traffico. Stiamo parlando di persone che vengono scelte all’ultimo momento tra gli stessi migranti, a cui viene data in mano una bussola, quando viene loro data, un telefono satellitare, quando viene loro dato, e si dice loro di seguire una determinata rotta, che tanto prima o poi è certo che – è quello che viene detto a loro – li soccorrerà una ONG.

Io sono convinto che, per quanto possano essere numerose quelle ONG, non riescano a coprire tutto l’intenso traffico che sta avvenendo in questo momento, dalle coste della Libia in particolare, il mio osservatorio principale.

Resta il fatto che coloro che hanno la fortuna di salire su queste unità navali affrontano il viaggio in condizioni certamente ottimali. Proprio ieri, sono sbarcati da noi, a Catania, circa 1000 migranti, che sono stati tratti in salvo dalla SOS Méditerranée: nel corso del viaggio, una delle migranti è riuscita a partorire felicemente un bimbo, quindi non c’è dubbio che quelli che riescono a essere salvati affrontano il viaggio in condizioni ottimali. Tuttavia, vi sono tutti gli altri, le cui speranze vengono alimentate dal fatto di poter contare sul salvataggio, che poi molte volte non si realizza.

Che cosa comporta questo per quanto riguarda la nostra attività giudiziaria? I cosiddetti facilitatori, cioè le imbarcazioni che accompagnavano nei primi tratti delle acque internazionali questi barconi di migranti, oggi ci possiamo dimenticare di poterli identificare. Neanche ai facilitatori, quindi neanche a questo livello medio basso dell’organizzazione del traffico, riusciamo più ad arrivare, perché queste ONG indubbiamente hanno fatto venir meno quest’esigenza.

In un solo caso siamo riusciti, di recente, a individuare e trarre in arresto dei facilitatori, perché si è verificato un evento del tutto atipico: una clientela un po’ particolare, un po’ privilegiata, di siriani, molti dei quali, come sapete, dispongono di risorse economiche maggiori, era riuscita a ottenere un trasporto in condizioni migliori su un barcone che non ospitava un numero trasbordante di migranti.

In quel caso, a quel barcone si affiancava – avendo pagato una certa cifra ed essendo una committenza un po’ particolare, potevano pretendere un po’ di più da questi organizzatori del traffico – un’unità navale di facilitatori. Il motore di quest’unità navale va in avaria e non si riesce a muovere. I migranti riescono a ottenere di non allontanarsi, come pure avrebbero potuto fare chiedendo aiuto agli altri organizzatori che navigavano lì vicino, perché appunto comunque sarebbero stati in difficoltà qualora non fossero stati accanto a loro, vicini, quelli che erano in grado di fornire loro indicazioni sulla rotta.

Questo ha consentito a una nostra unità della missione EUNVAFOR MED di intervenire e di trarli in arresto. Se, però, non si fosse verificato questo caso del tutto atipico con una committenza del tutto particolare, non l’avremmo potuto più fare, e infatti non riusciamo più a individuare neanche i cosiddetti facilitatori.

Quelli che riusciamo a prendere sono soltanto gli scafisti, ma l’indicazione che ho fornito, ovviamente dopo una consultazione con il gruppo di lavoro specializzato e avendo preso atto che coloro che si trovano alla guida erano né più né meno che migranti individuati a caso, è stata che non si doveva più richiedere alcuna misura cautelare nei loro confronti. La gravità della condotta loro ascrivibile sicuramente non era tale da giustificare questa misura, essendo da considerare migranti a tutti gli effetti, come gli alti, soltanto individuati per porsi al timone. In questo momento, quindi, registriamo una sorta di scacco che la presenza di queste ONG provoca nell’attività di contrasto al fenomeno degli organizzatori del traffico.

Sostanzialmente, questo è il dato oggettivo che vi rappresento. Che cosa si propone di fare il nostro ufficio? Non siamo abituati, infatti, a registrare un fenomeno senza cercare di individuare possibili strategie di contrasto.

Noi riteniamo ci si debba porre il problema di capire da dove provenga il denaro che alimenta, che finanzia questi costi elevati. Da questo punto di vista, la successiva fase della nostra indagine conoscitiva sarà quella di capire quali sono i canali di finanziamento.

Certo, ci rendiamo conto che la circostanza per cui alcune di queste ONG possono contare anche sulla donazione del 5 per mille detraibile fiscalmente anche in Italia, oltre che in altri Paesi, rende più difficile individuare in tutti i modi tutte le forme di finanziamento possibili. Ci rendiamo conto che il fatto che alcune di queste unità battano bandiera di Paesi non propriamente in prima fila per la collaborazione con le autorità giudiziarie, ci renderà più difficile questo compito.

Tuttavia, credo che questo compito debba essere svolto. La procura di Catania lo farà – ovviamente, abbiamo una sfera di competenza ben limitata – in relazione a quelle ONG che porteranno dei migranti del nostro distretto. Non ci potremo certamente estendere ad altri distretti.

L’altra cosa che vogliamo cercare di capire è se da parte di queste ONG vi è comunque quella doverosa collaborazione che si deve prestare alle autorità di polizia e alle autorità giudiziarie al momento in cui si pongono in contatto con l’autorità giudiziaria italiana.

Come lei ricordava, presidente, già il fatto che venga disattesa l’applicazione della Convenzione di Ginevra e delle altre convenzioni internazionali che prevedono il soccorso in alto mare nella misura in cui non si approda nel porto più vicino, ma in quello che costituisce la meta intermedia agognata, quantomeno dei migranti, e cioè l’Italia, e la Sicilia in particolare, indubbiamente è un’anomalia che va registrata.

Se poi, come purtroppo registriamo in alcuni casi, questo scambio informativo, che io giudico assolutamente doveroso, non si realizza, e cioè non ci danno indicazioni su che cosa hanno potuto vedere in quel momento, se si rifiuta qualunque forma di collaborazione, questo è un punto che, laddove documentato, come non è sempre facile, darà luogo da parte del nostro ufficio a iniziative giudiziarie calibrate sul tipo di rifiuto, di non collaborazione che dobbiamo registrare. Allo stato, mi sento di dire questo per quanto riguarda la nostra indagine conoscitiva sulle ONG.

28/04/2017