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1247.- IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. II

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Le Forze Speciali turche sono arrivate da due giorni a Nord di Aleppo per rafforzare il loro schieramento, in quella che potrebbe essere una nuova missione repressiva contro le forze curde.

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Vecchi carri M-60 turchi, obsoleti rispetto ai T-90 dell’esercito siriano.

I rinforzi della Türk Kara Kuvvetleri – molto ben accolti accolti dai residenti arabi locali – sono stati schierati per sostenere la Missione della Turchia “Schiaffo dell’Eufrate” – una coalizione di fazioni affiliate di FSA -; per espellere i combattenti curdi da Tal Rifaat e da altre città vicine che hanno conquistato recentemente nei combattimenti tra i due partiti contendenti .

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si è impegnato a scacciare i curdi da tutti i villaggi che avevano occupato in precedenza, accusandoli di pulizia etnica contro gli abitanti arabi indigeni.

Oggi, le forze curde hanno arrestato e fatto indietreggiare la contro-offensiva dell’ISIS sulla città di Raqqa.

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Qui, cinque membri dell’ISIS presi prigionieri dai Kurdi

Sostenuto da diversi alleati paramilitari, l’Armata Arabo Siriana, SAA ha compiuto imponenti progressi nel deserto siriano, lungo i confini con l’Irak in direzione di Deir Ezzor, tornando nella provincia ricca di petrolio, per la prima volta dopo anni, da quando la Badiah siriana cadde nelle mani dei terroristi dello Stato islamico.

Lungo la direttrice di attacco, le forze armate siriane hanno catturato Ard Al-Washash, la diga di Al-Waer, la regione Al-Waer Canyon e gran parte del deserto nella zona della stazione di pompaggio di T2. Gli ultimi progressi trovavano le forze governative a meno di 25 km dalla Base T2, nella campagna sud-orientale di Deir Ezzor e circa 100 km dalla fortezza di Albukamal dell’ISIS, che molti considerano la nuova capitale del terrorismo, dopo l’assedio (e la caduta fatale) di Raqqa e delle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti.

La SAA si trova, ora, a 120 km dalla città assediata di Deir Ezzor, dal suo lato meridionale, a 135 km dall’asse di Palmyra e a 115 km dall’asse Raqqa in quello che sembra essere una gara fra le varie formazioni SAA a chi raggiungerà la Città disperata nel più breve tempo possibile, mentre ISIS martella con un’offensiva i suoi difensori, che resistono  nella speranza di sopraffarle prima che le truppe alleate sollevino l’assedio. Se l’esercito siriano raggiungerà Deir Ezzor, la presenza dello Stato islamico in Siria sarà messa in pericolo. Il gruppo terrorista lo sa e raccoglierà la maggior parte delle sue forze per questa battaglia apocalittica, che cambierà definitivamente la dinamica della guerra siriana, sperando di portare questa guerra tortuosa alla sua attesa fine.

Combattimenti sono, oggi, in corso nella zona orientale della città di Deir Ezzor, mentre le truppe del governo siriano hanno reagito bene  contro un contrassalto massiccio lanciato dallo Stato islamico. Qui, sostenuto da combattenti locali, l’esercito siriano ha sconfitto i militanti dell’ISIS costringendoli a abbandonare l’area di al-Berka, situata a ovest della base aerea della città; Un bastione fondamentale per l’esercito siriano nella città affascinata.

Gli scontri, feroci, sono scoppiati prima che le forze governative riuscissero a riprendere l’area. L’ISIS ha abbandonato enormi quantità di armi e munizioni e sono stati uccisi decine di jihadisti.

Altrove, nel deserto siriano, le truppe dell’esercito – sostenute dalle forze alleate e dagli aerei russi – continuano la loro avanzata verso al-Sukhnah, altra forte roccaforte ISIS sulla strada di Deir Ezzor.

UN AGGIORNAMENTO DELLA MAPPA DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

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Questa mappa, tratta da una live e interattiva, fa il punto sulla guerra civile siriana e sulla guerra irachena. A differenza di altri siti web non utilizziamo fonti online e pubbliche. Siamo in contatto con molte persone che vivono in Siria e in Iraq. Queste persone forniscono informazioni sulle circostanze attuali nelle zone di conflitto.

  • Più di 350.000 persone sono già morte nella guerra cosiddetta civile in Siria, che civile non è, in quasi cinque anni. Più di 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case a causa delle battaglie tra le varie fazioni. Uno dei motivi per cui il conflitto in Siria è così complicato è dovuto all’enorme varietà di gruppi etnici e religiosi che lì vivono. Le rivalità e le tensioni tra questi gruppi svolgono un ruolo importante nella guerra. Le proteste suscitate in Siria, che fanno parte della grande ondata di “protesta araba”, sono state trasformate in un conflitto armato contro il governo dopo che i manifestanti hanno chiesto la rimozione del presidente Bashar al-Assad. Il conflitto armato si è, poi, trasformato in una guerra proxy tra i vari paesi che si battono per il potere nel Medio Oriente. Attualmente, lo scontro è in atto fra: il governo siriano con i suoi alleati (inclusi la Russia, l’Hezbollah e l’Iran), da una parte e i gruppi “ribelli” arabi sunniti, i gruppi ribelli jihadisti, le forze democratiche siriane (SDF), dall’altra, guidate dalla fazione kurda e dallo Stato islamico d’Iraq e Siria.
  • Le forze democratiche siriane: generalmente abbreviate come SDF o QSD, sono un’alleanza di milizie kurde, arabe, turkomanne, assire e armene che combattono principalmente contro ISIS, Al-Nusra Front e altri gruppi jihadisti nella guerra civile siriana. L’obiettivo assegnato al gruppo SDF dalla politica USA e israeliana è di stabilizzare e proteggere la regione federale “Rojava – Siria settentrionale”.
  • Forze anti-governative: centinaia di gruppi che combattono il governo di Bashar al-Assad. I gruppi principali sono i moderati gruppi FSA e jihadisti come Al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham) e Ahrar al-Sham.
  • Forze del governo: forze che combattono per il governo di Bashar al-Assad. Queste forze comprendono l’armata regolare araba siriana, le forze della difesa nazionale e le milizie sciite, sostenute dall’Iran come l’Hezbollah.
  • Stato islamico dell’Iraq e della Siria: lo “Stato islamico dell’Iraq e della Siria” è un gruppo jihadista che controlla enormi fasce di terra nell’Iraq occidentale e nella Repubblica araba siriana. Si considerano come il “Califfato islamico”.

L’esercito arabo siriano (SAA) non interromperà le proprie operazioni nella campagna occidentale del Governatorato di Al-Raqqa, nonostante gli attacchi recenti compiuti dalle forze aeree degli Stati Uniti, alla loro forza aerea, nei pressi della città chiave di Resafa.

“L’aggressione americana non fermerà la nostra missione e noi (l’esercito siriano) continueremo a combattere i terroristi finché saranno in Siria”, ha detto un ufficiale militare al-Masdar il giovedì sera.

Dall’attacco degli Stati Uniti all’Aeronautica Siriana, le tensioni sono rimaste alte nella campagna occidentale di Al-Raqqa, in quanto l’esercito arabo siriano e le forze democratiche siriane (SDF) si sono scontrate in più di un’occasione. Mentre i problemi tra il governo Assad e le forze kurde verranno probabilmente dissipati nei prossimi giorni, la continua interferenza della coalizione statunitense ha costretto i militari russi a intervenire pesantemente in questa parte del paese, per evitare che, attraverso le operazioni dell’esercito, gli USA proseguano la loro intromissione nel futuro della Siria.

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Oggi, sei missili da crociera Kalibr sono stati lanciati contro le posizioni dello Stato islamico in Siria: due da ciascuna delle fregate russe, Ammiraglio Essen e Ammiraglio Grigorovich e due dal sottomarino Krasnodar, tutte unità operanti nel Mar Mediterraneo orientale.

 

I missili hanno colpito la roccaforte di Avisbat, dell’ISIS nella periferia orientale di Hama.

Secondo il ministero della Difesa russo, i missili hanno distrutto centri di comando e controllo, nonché depositi di munizioni del gruppo terroristico, uccidendo e ferendo numerosi jihadisti.

 

Immediatamente dopo l’attacco missilistico, i bombardieri  strategici, scortati dai caccia russi, hanno battuto la stessa zona per distruggere gli altri bersagli.

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A conclusione della giornata, le truppe del governo siriano, sostenute da unità russe, hanno lanciato un’offensiva a tutto campo contro lo Stato islamico nella regione orientale di Hama, cercando di proteggere la città di al-Salamiyah e i villaggi vicini.

 

 

1155.- La suddivisione dell’Iraq: gli Usa ci riprovano

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La mappa di cui sopra – fornita direttamente dall’intelligence statunitense – mostra schematicamente la divisione dell’Iraq in tre distinte etnie. Sciiti al sud, molto simili agli iraniani come religione e lingua, sunniti al centro nord e curdi al nord est. Il grande movimento che si sviluppa attorno a Mosul sarà determinante per decidere come e chi si spartirà l’Iraq a fine guerra. Gli Usa non hanno mai smesso di sognare di spartire l’Iraq in tre piccole nazioni, utilizzando la suddivisione etnico-religiosa sunnita-sciita-curda.

Tre stati fantoccio che verranno manipolati nel peggiore dei modi, una soluzione che vedrà effettivamente:

  • un primo stato controllato direttamente dagli sciiti
  • un secondo stato controllato dai sunniti
  • un terzo stato controllato dai curdi

In Iraq, dal punto di vista statunitense, le forze di cui tenere conto sono:

  1. il governo di Baghdad, solo nominalmente filoamericano, e teatro di accesissimi scontri per l’assegnazione delle forniture petrolifere, appalti multimiliardari (che, guarda caso sono finiti praticamente tutti in mano ai russi e ai cinesi), un alleato scomodo
  2. i curdi, divisi tra curdi iracheni, iraniani, siriani e turchi. Un alleato prezioso in Siria e in Iraq da tenere buono, da finanziare e da illudere con l’eterna promessa dello stato curdo
  3. i fanatici islamisti, finanziati ed armati dagli americani stessi e protetti dagli emirati del golfo, un super-nemico da battere ma che è allo stesso tempo un alleato
  4. le spinte indipendentiste del sud sunnita, che contendono al governo centrale ricchi giacimenti di petrolio ed il terminal petrolifero di Bassora. Se tutto finisse in mani iraniane – ovvero se si creasse una nazione sciita del sud alleata con Teheran – questo potrebbe essere un altro problema (Molto contente Russia e Iran, ma Israele suderebbe freddo perché i missili sarebbero ancora più vicini)
  5. la Turchia, il 1° convitato di pietra della questione, che alterna con l’occidente relazioni alquanto difficili, ma si sa la geopolitica crea “strani compagni di letto” (come disse Dickens)
  6. Israele, il 2° convitato di pietra, alla costante ricerca di contenere la minaccia iraniana e alla continua ricerca di impedire l’espansione degli sciiti in Iraq e in Siria
  7. La Russia dopo essere entrata a gamba tesa in Siria, ha continui abboccamenti con il governo iracheno e l’Iran è diventato un suo alleato

Gli interessi, ovviamente sono molteplici, soprattutto economici. I giacimenti nel nord dell’Iraq sono da sviluppare, e i curdi in cambio della loro bella nuova nazione concederebbero sicuramente alle compagnie petrolifere amiche – ovvero occidentali – i giacimenti. Il giacimento qatariota potrebbe trovare il modo di passare attraverso il nuovo stato curdo e la Turchia. Quest’ultima potrebbe diventare una nuova via di trasporto per fare uscire il petrolio dal nuovo stato sunnita iracheno, ma gli Usa per mantenere l’appoggio logistico dovranno tenersi amico Erdogan.

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Una simpatica mappa viene fornita da “un interessante Comitato”, i confini tracciati seguono accuratamente le zone di pertinenza delle varie etnie e religioni, tenendo conto delle varie tensioni presenti in zona, e cerca di accontentare tutti. La Turchia si vedrà davanti uno stato curdo e avrà la possibilità di tenerlo sotto controllo “a cannonate”. Alla fine lo scopo di questa divisione, che non è mai stato quello di distruggere l’ISIS, è quella di creare uno stato cuscinetto gestito dagli americani, finanziato dai sauditi e dai proventi petroliferi, in modo da permettere di lasciare una presenza americana in zona. Rimane strategico l’appoggio turco, che permetterebbe di far affluire mezzi militari in zona, anche in caso di guerre. La capitale Baghdad, vero covo di insurrezionalisti baathisti (residui del vecchio governo di Saddam), verrà lasciata agli iraniani e saranno loro ad occuparsene con grande piacere.

Nell’ultimo periodo emerge che già durante l’amministrazione Bush era stata creata un’alleanza con un ex appaltatore privato del Pentagono in Iraq, membro di una ricca dinastia irachena. Un piano che per anni ha mirato alla disgregazione dell’Iraq. Trapela ora che questa rete sarebbe strettamente connessa alla Cambridge Analytica (la società di tecnologia che aiutò Trump nella campagna elettorale).

Il giornalista che ha rotto il vaso di Pandora, rendendo note passo a passo tutti i collegamenti che portano alla luce le trame oscure nascoste per oltre un decennio è stato Nafeez Ahmed il 21 marzo 2017 https://medium.com/insurge-intelligence/exclusive-inside-the-trump-lobby-that-wants-to-break-up-iraq-3ecf122f0ead (giornalista investigativo che lavora per Insurge Intelligence). Ovviamente Vi consigliamo di leggerlo, sono 24 minuti di lettura molto coinvolgenti.

Nafeez Ahmed è riuscito a scoprire la rete iracheno-statunitense che operava su tale progetto, rendendo pubblico che dietro al progettato “spezzatino” statunitense c’è:

  • Sam Patten, che servì durante l’amministrazione di George W. Bush come anziano consigliere del Dipartimento di Stato 2008-2009 e che in precedenza fu coordinatore della campagna presidenziale di Bush nel 2000.
  • il sostegno finanziario al Hudson Institute, un think-tank con i legami diretti con la squadra di transizione di Trump, che ha poi prodotto un rapporto che prevede la disgregazione dell’Iraq secondo linee settarie. L’autore del rapporto è Michael Pregent, assistito da Kevin Truitte. Pregent è un ex consigliere del generale David Petraeus che ha servito in Iraq e afferma che per distruggere l’ISIS bisogna smembrare l’Iraq.
  • i nessi tra i fratelli Koch-Bush-Trump
  • tutti i personaggi di spicco coinvolti in Cambridge Analytica, i finanziatori e i ruoli chiave
  • i flirt con i ribelli e le lobby coinvolte (una di esse è rimasta coinvolta nello scandalo Panama Papers), le ondate violente di rapimenti e di decapitazioni in Iraq
  • il coinvolgimento di ExxonMobil e l’accordo petrolifero con il Kurdistan iracheno.

Dunque “il Comitato” che si propone di distruggere l’ISIS (1) – attraverso lo smembramento dell’Iraq – nel frattempo ha ovviamente allungato le lunghe mani sulle immense riserve energetiche. Con ogni probabilità Trump capirà che è giusto inchinarsi agli ex lobbisti di Bush, alle élite irachene legate alla Cambridge Analytica, ai rivoltosi islamici, a ExxonMobil e ai fratelli Koch. In fondo se tutto ti torna a favore, perché scontrarsi se tutto ti viene servito su un piatto d’argento?

Saleh Muhammed al-Mutlaq (2), politico iracheno ed ex primo ministro è senz’altro della partita, ed è pronto a svolgere l’ingrato compito di presidente della nuova nazione. Sempre che le sue guardie del corpo riescano a proteggerlo, ovvio. Già parecchi tentativi di ucciderlo sono stati effettuati da diverse delle forze sul campo. La politica è una roba seria da quelle parti.

Signori avere fatto il Vostro Gioco? Avete puntato sul Vostro Obiettivo?

Sinceramente questi sono i soliti giochetti interni da impero in decadenza, ma alla resa dei conti vi troverete davanti Cina, Russia e Iran. Questo trio vi presenterà il Conto: o Vi ostacoleranno o in cambio Vi chiederanno molto, moltissimo.

di Maurizio Blondet

Così, Maurizio Blondet, ma l’Egitto, che è lo stato guida del mondo arabo ed islamico, che ne pensa di una guerra settaria tra sunnismo e sciismo?

La Redazione di Liberticida http://liberticida.altervista.org/

(1) http://destroyisis.org/en/
(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Saleh_al-Mutlaq
P.S. diversamente dal solito i nostri amici di DestroyIsis.org si sono attrezzati, il nome dell’intestatario del dominio è schermato dalla compagnia Digital Private Corporation, e il dominio è hostato in Islanda presso il Thor Data Center Ehf. Bravi, nessuno sospetterebbe che ci sia dietro  il Dipartimento di Stato Usa…

1148.- SIRIA. IL CAOS AMERICANO SEMPRE PIU’ INCENDIARIO.

MA GLI AEREI DELLA TURCHIA E DEGLI USA SONO DELLA NATO SOLO DOPO L’ATTERRAGGIO? E LA NATO A COSA SERVE? SERVE A FAR SCOPPIARE LA GUERRA NUCLEARE, PARTENDO DALLA SIRIA.

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President Donald Trump talks on the phone to Commander Andria Slough, Commanding Officer of USS Porter from his office on board AF-1 en route Washington, D.C., Sunday, April 9, 2017. Also shown is Lt. Gen. H. R. McMaster, National Security Advisor. President Trump called Commander Slough to congratulate and thank the commanding officer for the flawless execution of the April 6 order to retaliate against the regime of Bashar Al-Asad for his chemical weapons attack against innocent civilians in Syria on April 4. (Official White House Photo by Shealah Craighead)

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Venerdì 21 aprile: un portavoce del Pentagono comunica che caccia Usa hanno tentato di intercettare aerei siriani (due Su-24) che stavano attaccando forze curde nella regione di Hasaka, non riuscendoci perché gli aerei siriani avevano già abbandonato la zona. La scusa per questo, ha detto  l’uomo del Pentagono, era “proteggere i consiglieri americani,  i militari che stanno inquadrando le forze curde.

Lunedì 24 aprile: un altro portavoce del Pentagono, Peter Cook, mette in guardia Siria e Russia con queste parole: “Non ci sono ‘zone di esclusione’ [no-flight zone], ma consigliamo il regime siriano di restare lontano dalle zone dove operano forze della coalizione” [la “coalizione” americana “contro l’IS”]. Alla domanda di un giornalista  se gli aerei Usa sono pronti ad abbattere anche aerei russi, Cook risponde: “Se minacciano le forze americane, abbiamo sempre diritto di difendere le nostre forze armate”.

Martedì 25 aprile:  F-16 turchi (non siriani, non russi: turchi) attaccano posizioni kurde alleati degli Usa nel nordest della  Siria e in Irak (forze situate sui due lati delle montagne Singal, dove i curdi operano con forze di autodifesa yezide)  ammazzando una ventina di combattenti e  distruggendo un centro dello YPG (l’armata curda anti-Assad), un centro-stampa e una stazione radio. Lo YPG, per Erdogan, è il braccio armato del PKK di  Oçalan, organizzazione “terrorista” pèer Ankara ed anche per gli Usa.  Nello stesso tempo,  lo YPG è parte attiva (anzi decisiva) della “coalizione” americana di cui sopra, e  partecipa alla  “liberazione” di Rakka (in Siria) occupata dall’IS (che è sostanzialmente una creatura wahabita-americana).  L’attacco turco  ai curdi favorisce l’IS, perché  una parte delle forze combattenti curde saranno distolte dall’assedio di Rakka per rinforzare le difese attornoalla zona bombardata, aprendo il cerchio che  per ora impedisce (più o meno) ai terroristi wahabiti assediati a Rakka di defluire verso le città siriane – soluzione preferita dagli americani, che vogliono usare  l’IS contro Assad  ricostruendo una “capitale dello Stato Islamico” a Idlib (Siria del Nord) con i resti dei mercenari terroristi.

Domande: Erdogan ha bombardato i curdi YPG con l’assenso  oppure contro il parere del  Pentagono? Se sì, il Pentagono minaccerà Ankara di abbattere i suoi aerei che minacciano i suoi alleati e i consiglieri militari Usa che sicuramente sono lì? Sono domande per cui non abbiamo risposta,  ma servono a dar l’idea di quanto sia contorta, caotica e pericolosa la situazione bellica del Nord Siria, dove gli americani l’hanno ulteriormente complicata e non è più tanto facile capire chi sta combattendo contro chi, e  “con”  chi.

Infatti,  i caccia di Ankara hanno colpito non solo i curdi YPG, ma  anche ucciso cinque peshmerga, la milizia del clan Barzani   – e  la famiglia Barzani è amica sia di Ankara sia di Washington e Israele; occupa la parte curda dell’Irak,   ricca di greggio,  dove ha sostanzialmente dichiarato la sua autonomia  con il beneplacito  Usa.  I Barzani ricoprono tutte le  cariche in questa  semi-repubblica del Kurdistan iracheno (dove operano  il Mossad e Tsahal come consiglieri  speciali): presidente, primo ministro, capo del controspionaggio…  Gli Usa   operano dall’aeroporto di Erbil, la capitale del  Barzanistan;  anche i turchi hanno lì diverse basi militari; il clan Barzani   estrae  il petrolio dal Kurdistan iracheno e lo rivende  in Turchia; la famiglia Erdogan, notoriamente, è nello stesso business; insomma sono amiconi.  L’attacco  turco mette in difficoltà il clan Barzani, che già ha dovuto soffocare proteste di  curdi che manifestano contro la sua dittatura. Erdogan  preferisce aiutare Is che Barzani?

Erdogan, bombe accidentali

Poche ore dopo, la Reuters dà notizia dell’attacco degli aerei turchi  dicendo che ha ucciso “18 membri del PKK”.   L’uccisione dei cinque peshmerga è menzionata alla fine  come “un accidente”, un errore.  E’ la versione ufficiale e autorizzata. Subito, il clan Barzani accusa lo YPG  come vero responsabile   per il bombardamento   turco dei suoi uomini, e lancia un appello “al PKK perché se ne vada dal Kurdistan iracheno”.

http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN17R0D2

Magari è andata davvero così.  Aspettiamo il comunicato  con cui Ankara “si scuserà” con Barzani  per “l’accidente”, così come qualche giorno fa lo Stato Islamico s’è scusato con   Israele per aver  aperto il fuoco, a novembre,  contro un commando israeliano (la brigata Golani) che era penetrato nel sud siriano per condurvi una “imboscata”.

https://www.rt.com/news/386027-isis-apologized-israel-golan/

Un  errore scusabile. La Golani non aveva avvertito i suoi amiconi islamisti che occupano la parte sud  della Siria e la tengono in caldo per Sion. Il punto è: consideri il lettore quanti “errori” e “accidenti”   possono avvenire in questo groviglio di truppe regolari e irregolari, siriane e  russe, terroristi con consiglieri americani, kurdi con consiglieri americani, doppi e tripli giochi di Washington e di Erdogan (che,beninteso,   stanno “combattendo l’IS”  cercandolo di mandare ad occupare altro zone della Siria).

Tanto più  che – avendo con questi tripli giochi  gli Usa mandato a monte la pacificazione in Siria, che Mosca aveva faticosamente tentato di organizzare mettendo al tavolo dei  negoziati anche “l’opposizione”  –   anche la Russia è costretta a giocare lo stesso gioco – e forse lo sa fare meglio.

La Russia infatti ospita la  prima ambasciata non-ufficiale kurda (ossia dello YPG, nerbo dell’Armata siriana Libera, anti-Assad, ma disposta a sedersi nel negoziato;  quello YPG che Erdogan vuole distruggere), ha accolto a febbraio una “Prima Conferenza Curda”, ha aperto un centro militare a Manbij nella zona di Siria in mano allo YPG , ufficialmente per sorvegliare il cessate-il-fuoco, e sta addestrando le milizie YPG “alla guerra moderna”:  insomma sta mostrando ad Erdogan che può benissimo giocare la carta curda contro di lui, se sgarra troppo.

http://www.arabnews.com/node/1078696

Frattanto   Izvestia comunica:  Mosca ha  offerto a Damasco di mandare truppe  russe di terra, su richiesta ufficiale, per proteggere la popolazione (in maggioranza cristiana) nella provincia di Hama, sollevando dal compito l’Armata Siriana (di Assad) che si sta concentrando nella imminente operazione anti-terrorista nella Hama  settentrionale.   I russi “aiuteranno le milizie popolari” locali “a riportare ordine e sicurezza nella cittadina di Mahradeh, cristiana”,  insomma ad addestrare all’autodifesa quella comunità.

Due settimane fa il generale McMaster, capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Trump,  sta progettando di mandare “fra 10 e 50 mila truppe” in Siria nel Sud.  Ormai che  “la guerra per interposti attori nel Nord siriano, è persa per  l’Occidente”  (i russi-siriani hanno ormai sventato, sembra, il progetto americano di ritagliare una zona al Nord sottratta a Damasco),  l’America sta palesemente aiutando Al Qaeda e Israele a ritagliare la zona Sud attigua alle alture  del Golan occupate da Sion. Ovviamente per costituire una”zona sicura meridionale” protetta dall’artiglieria israeliana,per “Al Qaeda”. Infatti è ricomparso persino Al-Zawahiri, con un messaggio in cui ha “consigliato” i  terroristi del Nord di smettere di cercare di difendere  il  terreno ad Idlib e darsi “alla guerriglia”.  Naturalmente i media europei hanno già annunciato che la sconfitta dello Stato Islamico  non diminuirà il pericolo per noi europei; anzi lo aumenterà, perché  Daesh farà altri attentati in Europa. Anche Al Zawahiri adesso si unisce, con suo consiglio.

Da quanto tempo non avevamo tue notizie, Zawahiri! Cime ci sei mancato! Dove vivi? Ti hanno dato finalmente la carta verde? O abiti in Sion?

Maurizio Blondet

1139.- La Turchia corre in soccorso del Califfato. 26 bombardieri uccidono 25 kurdi. Trump e l’Occidente acconsentono e tacciono.

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Alessandro Lattanzio, dal suo sito, fa luce sugli attacchi aerei turchi di due giorni or sono ai danni dei Kurdi in Iraq. L’Occidente, che un anno fa ha seguito con ansia la difesa delle pulzelle di Kobane contro l’ISIS, tace, ora, se l’assalitore è il turco. La mia impressione di osservatore è che, senza un punto di equilibrio, non velleitario, fra USA e Russia, la Turchia, l’Arabia Saudita continueranno nei loro genocidi, ma finiranno col coinvolgere,  prima l’Iran e, infine, proprio la Russia e la superpotenza, lasciando definitivamente strada libera alle potenze asiatiche e qualche nostro mucchio di cenere. Inutile insistere sul punto che, al ruolo zero di questa Unione europea filo-tedesca, non corrisponde voce alcuna in capitolo e che non ci aiuterà a rimettere in pista una leadership occidentale. La Germania segue soltanto i propri interessi. Forse che siano Theresa Mary May e la politica del partito conservatore britannico la leadership cui agganciare l’Italia? Aggiungeremo un altro grande Primo Ministro conservatore a Winston Churchill e a Margaret Thatcher? E cosa ne pensa il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei? Come che sia, il nostro futuro passa per ITALEXIT.

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Il 25 aprile, 26 velivoli dell’aviazione turca bombardavano le basi curde e yezidi sul Jabal Qarju, nella regione di Shinqal, tra la Siria e l’Iraq, nei pressi di Dariq, distruggendo una base delle YPG, una stazione radio e un centro mediatico del PYD, ed uccidendo 20 combattenti delle YPG e 5 peshmerga curdi iracheni. Le YPG addestravano le forze di difesa yezidi. I cacciabombardieri turchi distruggevano anche il memoriale dei curdi caduti combattendo contro il Califfato.Gli attacchi aerei turchi erano volti a bloccare l’operazione delle YPG (SDF) contro la base dello Stato islamico di Raqqa, dove le forze democratiche siriane avevano eliminato 18 terroristi la stessa mattina del 25 aprile. Il leader del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD) Salih Muslim affermava che “gli aerei da guerra turchi non possono volare nella zona senza l’approvazione della coalizione. La coalizione deve fare una dichiarazione, sapeva dell’attacco? Cosa ne pensa?” Ilham Ehmed, leader del Consiglio Democratico Siriano (SDC) affermava, “Mentre le YPG partecipano all’operazione Rabbia dell’Eufrate per liberare Raqqa, la Turchia attacca i nostri centri. Non accettiamo attacchi aerei alle nostre forze, siano esse turche, russe o siriane”. L’artiglieria turca bombardava anche il villaggio curdo di Farfiraq, nell’area di Raju, presso Ifrin, a nord di Aleppo; nel frattempo, 15 terroristi filo-turchi venivano eliminati dalle SDF ad al-Shahba e Ifrin, dopo che i terroristi filo-turchi avevano attaccati i villaggi della regione di al-Shahba, bombardando le posizioni delle SDF ad al-Wahshiyah, Tal Madhiq, diga di al-Shahba, al-Qulsaruj, al-Samuqah, al-Shahba, al-Shalah, Tal Jihan, al-Hisah, Harbal, Tal Rifat, Shayq Isa, al-Wardiyah, Hasijaq, Ayn Daqanah e Miniq.

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Gli Stati Uniti esprimevano ‘profonda preoccupazione’ per gli attacchi aerei turchi contro i combattenti curdi in Siria e Iraq, dichiarando di non essere stati autorizzati dalla coalizione anti-SIIL degli Stati Uniti. “Abbiamo espresso queste preoccupazioni direttamente al governo della Turchia”, ha detto il portavoce del dipartimento di Stato USA Mark, “Questi attacchi aerei non sono stati approvati dalla coalizione e hanno portato alla sfortunata perdita di vita di nostre forze partner nella lotta contro lo Stato islamico”. I turchi avevano segnalato gli imminenti attacchi aerei a Stati Uniti e Russia, e in risposta il Pentagono esortava a “rispettare l’integrità territoriale dell’Iraq”. A differenza della Russia, che avvertì i siriani dell’attacco su Shayrat, Washington non avvertiva i suoi ‘alleati’ curdi dell’imminente attacco aereo turco, che tra l’altro colpiva le aree santuario per i curdi istituite dagli USA quando avvertirono Damasco di non bombardarle, poiché gli istruttori statunitensi addestravano i combattenti delle YPG. Gli statunitensi dispongono di basi militari a sud di Ayn al-Arab e presso Qamishli, in Siria, dove opera il 75.mo Reggimento Ranger delle forze speciali statunitensi, che partecipano alle operazioni delle SDF/YPG contro le basi dello SIIL a Raqqa e a Tabaqa.
Tutto ciò avveniva pochi giorni dopo che la Russia riattivava la linea telefonica tra i militari russi e statunitensi in Siria, dopo aver chiarito agli Stati Uniti che le loro operazioni aeree in Siria dipendono dall’accordo russo e che la Russia non le permetterà se gli Stati Uniti effettueranno ulteriori attacchi contro la Siria. La linea era stata riattivata il giorno dopo la richiesta personale del segretario di Stato USA Rex Tillerson al Ministro degli Esteri russo Lavrov, il 21 aprile.

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Nel frattempo, il governatore generale di Dara, Muhamad Qalid al-Hanus, osservava la preparazione dell’Esercito arabo siriano nell’affrontare qualsiasi possibile aggressione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, “Gli Stati Uniti sono il principale sostenitore della guerra contro la Siria e aiutano i terroristi a Dara dalla Giordania. Ma se decidono di schierare proprie forze nei territori siriani dai confini giordani, ciò sarà considerato una chiara aggressione alla sovranità della Siria e il Comando Generale dell’Esercito arabo siriano adotterà nuove misure operative nella regione”. Il Presidente siriano Bashar al-Assad aveva dichiarato che Damasco ha intelligence sulla Giordania intenzionata a dispiegare proprie truppe in Siria in coordinamento con gli Stati Uniti. “Abbiamo queste informazioni, ma in ogni caso la Giordania fa parte dei piani statunitensi sin dall’inizio della guerra in Siria. Gli Stati Uniti definiscono i piani e gli attori e appoggiano tutto ciò che colpisce la Siria dalla Giordania, e i molti terroristi che provengono dalla Giordania e, naturalmente, dalla Turchia, fin dal primo giorno di guerra in Siria”. La dichiarazione osservava i colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il re Giordano Abdullah II alla Casa Bianca sul Medio Oriente. La Giordania rientra nella coalizione degli Stati Uniti contro lo ISIIL, che effettua attacchi aerei in Siria senza l’approvazione delle autorità siriane, violando il diritto internazionale.

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Fonti:
Cassad
FNA
FNA
FNA
Kom News
Kom News
Moon of Alabama
Reuters
Rudaw
The Duran

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Il comandante dell’esercito turco Huslu Akar (a destra) guida gli attacchi aerei turchi su 39 posizioni curde in Iraq e Siria.

1137.- Erdogan bombarda il Rojava, ma la sua capitale è Kobane ed è anche italiana. Il confederalismo democratico del Rojava.

di Stefano Pasta

egidio-giordano-1«Quanti bambini si chiameranno Kobane!». Così Marco Sandi, 28 anni, spiega il valore simbolico della città che ha resistito all’Isis in Siria. 134 giorni di assedio, dalle prime bombe di inizio settembre al 26 gennaio. Quattro giorni dopo la vittoria dei curdi, questo studente di Antropologia di Venezia è stato tra i primi occidentali a entrare in città. O meglio, in quel che ne restava. Camminando tra le macerie, ha filmato ciò che vedeva, accompagnato da Davide “Momo” Mozzato, anche lui dei centri sociali veneti, dai guerriglieri delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) e dalle corrispettive forze femminili dell’Ypj. Secondo Ismet Hasan, ministro della Difesa del Cantone, nella battaglia di Kobane sono morti 1.200 jihadisti e 670 combattenti curdi.

Italiani a Kobane

Per Sandi era la seconda volta in due mesi che, con un gruppo attivisti, prendeva un aereo dall’Italia per Istanbul, un altro per Gaziantep, e poi tre ore di furgone fino alla frontiera tra Siria e Turchia. Sono gli italiani di Rojava Calling, un coordinamento di associazioni, centri sociali e collettivi a sostegno dei curdi e della loro regione autonoma in Siria, il Rojava. In Italia organizzano momenti informativi e di raccolta fondi e da ottobre si alternano in una staffetta di solidarietà sul confine turco-siriano. «Per passarlo – dice Egidio Giordano del Laboratorio insorgente occupato di Napoli – bisogna correre oltre il filo spinato, con luci e fucili puntati sulla schiena». Dagli italiani e dai curdi i soldati turchi sono accusati di connivenza con l’Isis: «A novembre – racconta Sandi – durante la mia prima visita, hanno fatto passare un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari ma che si è poi rivelato un’autobomba dell’Isis che ha ucciso otto combattenti».

Giordano è appena tornato a Napoli dopo un mese e mezzo nel Rojava: «È iniziato il rientro dei profughi, ma la città è ancora vuota e devastata». Per Mustafa Abdi, co-sindaco di Kobane (tutte le cariche sono doppie e di parigrado, una maschile e una femminile), solo il 10% degli edifici è accessibile, ci sono trappole esplosive ovunque e venti persone hanno perso la vita pulendo le macerie. Ancora a fine marzo 800 cadaveri giacevano sotto le macerie e l’odore era insopportabile.

Prima della guerra, nella città vivevano 34mila persone, diventate 120mila a causa del conflitto in Siria e poi quasi tutte fuggite durante l’assedio. Quando l’Isis ha conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq, si è impadronito di armi molto avanzate e ha attaccato Kobane in Siria. «Siamo riusciti a resistere – spiega Abdi – anche in inferiorità numerica di otto a uno, nel momento peggiore controllavamo il 20% dell’area urbana». In quel periodo, gli attivisti italiani erano in contatto con i ragazzi del Media Center, rimasti nascosti nella città per informare di quello che stava accadendo. «Durante i mesi precedenti di autogoverno – continua il co-sindaco – avevamo cominciato l’addestramento delle unità di difesa dell’Ypg e Ypj: ogni famiglia ha dovuto inviare una persona per la formazione. Abbiamo potuto basarci sulle conoscenze dei militanti dell’Hpg e del Pkk, uomini e donne che avevano maturato molti anni di esperienza sulle montagne del Kurdistan settentrionale (Turchia) prima del cessate il fuoco del 2013. Gli Stati Uniti hanno lanciato alcune bombe, ma in nessun caso abbiamo ricevuto armi o munizioni». Quelle sono andate ai peshmerga, i militari del Pdk, tradizionalmente filoamericani e legati al presidente del Kurdistan iracheno Masoud Barzani.

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Combattimenti, Newroz e campi profughi

L’Isis ora è tutt’altro che sconfitto, i curdi del Ypg continuano a combatterlo ma la loro avanzata in questo momento si è arrestata. «L’artiglieria pesante continua a sparare», ripetono gli attivisti italiani appena tornati dal Rojava. Il fronte è a 40 chilometri a ovest di Kobane lungo il confine turco, vicino alla città di Jarabulus sull’Eufrate, e 70 a est, a Girê Sipî. Del resto, la capitale del Califfato Raqqa dista 140 chilometri da Kobane. Spiega Antonello Pabis, 68 anni, dell’Associazione sarda contro l’emarginazione: «Ad Hasake nel Cantone di Cizire, uno dei tre che compongono il Rojava, il 20 marzo un attentato dell’Isis ha fatto 35 morti». Festeggiavano la vigilia del Newroz, il Capodanno che ha assunto negli anni una connotazione politica. Il mito narra di una rivolta popolare capitanata dal fabbro Kawa contro Dehok, un tiranno che sulle spalle aveva una coppia di serpenti da nutrire ogni giorno con il cervello di due giovani. Da quella vittoria la leggenda fa risalire la nascita del popolo curdo, fin dal principio di indole resistente e determinata. Kawa accese immensi fuochi sulle vette delle montagne per comunicare la notizia a tutto quanto il paese. Per questo, oggi i 25-35 milioni di curdi della Turchia, Siria, Iran e Iraq festeggiano il Newroz accendendo grandi falò. «In quello di Diyarbakir – racconta Pabis che ha partecipato con otto italiani della delegazione sarda – c’erano due milioni di persone».

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Durante i dieci giorni di permanenza, gli attivisti sardi hanno consegnato medicinali, pennarelli e quaderni per i campi profughi. Nel Kurdistan turco, sono 250mila gli sfollati curdi e 50mila gli yazidi. 15mila (anche se la disponibilità è di 45mila) sono ospitati nellunico campo dell’Afad, l’agenzia governativa turca, mentre gli altri vivono nei campi delle autorità curde con cui collaborano gli italiani di Rojava Calling. Oltre all’invio di aiuti, i bolognesi di Ya Basta e i centri sociali veneti stanno finanziando la costruzione di sei campi gioco con area verde su richiesta della municipalità curda di Suruç. La Staffetta Romana, a cui partecipano medici volontari, si occupa di inviare materiale sanitario. «Le testimonianze ascoltate – dice Sara Montinaro di Ya Basta – confermano le brutalità dell’Isis, che usa come arma l’accanimento verso le donne, stuprate, vendute al mercato e uccise». Lei era una delle sette italiane della delegazione internazionale degli Avvocati Democratici (13 membri, tutte donne) che ha visitato i campi per scrivere un dossier che sarà presentato a giugno al Consiglio dei Diritti umani dell’Onu a Ginevra. Aggiunge: «Quasi tutti i campi hanno un comitato di autogestione con metà componente femminile. Inoltre è molto positiva la presenza di gruppi di donne che supportano le vittime delle violenze».

Il confederalismo democratico del Rojava

La vicinanza degli attivisti italiani a Kobane è legata anche all’esperimento politico in corso tra i curdi della Siria. È il confederalismo democratico della Carta del Rojava, il “contratto sociale” alla base della regione autonoma. Nelle missioni in Siria, le staffette italiane vengono accompagnate dai soldati con il drappo rosso, giallo e verde, i colori del Rojava, a vedere come sono amministrati i tre Cantoni. Parità tra i generi, ecologia, democrazia dal basso, rispetto delle minoranze e delle religioni. Sottolinea Sandi: «Ha un valore particolare che avvenga in Medio Oriente, tra emiri, califfi e generali autoritari». Quello che più colpisce, in una società che è a maggioranza islamica, è il ruolo delle donne. In mimetica e kalashnikov combattono nelle file dell’Ypj. Egidio Giordano racconta: «Ci colpisce sempre la gentilezza dei compagni e delle compagne curde. Per noi la loro lotta è una nuova Resistenza partigiana contro i fascisti dell’Isis, che impongono la religione come dogma così come il fascismo faceva con lo Stato e con il nazionalismo come suo corollario». Per questo accostano il 25 aprile al 26 gennaio, la liberazione di Kobane.

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In ogni caso, tutta la Rete di solidarietà con il popolo curdo sta promuovendo in Italia una campagna a favore del Rojava e del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nato in Turchia e famoso per il capo Ocalan, vicino all’Ypg. Per gli attivisti italiani qui c’è un paradosso: il Pkk combatte l’Isis, ma dal 1997 è incluso tra le formazioni terroriste dal Dipartimento di Stato americano e dal 2002 dall’Unione europea. Negli ultimi mesi, la loro mobilitazione ha ottenuto due risultati: a novembre il Senato italiano ha chiesto al Governo di promuovere la cancellazione del Pkk dalle liste dei terroristi, mentre il 23 aprile il Campidoglio ha approvato il gemellaggio tra Roma e Kobane.

Chi ha imbracciato il kalashnikov

Tra gli occidentali che si sono mobilitati a favore dei curdi c’è anche chi ha scelto la lotta armata. Karim Franceschi, marchigiano di 26 anni, madre marocchina e padre italiano, ha combattuto nelle file dell’Ypg. A inizio aprile è tornato a Senigallia, dopo aver sparato contro l’Isis per una scelta personale nata tuttavia nella vicinanza dei centri sociali ai curdi. La prima volta era infatti andato nel Rojava con la staffetta marchigiana, poi a gennaio ha deciso di andare a combattere stupendo anche i suoi compagni dell’Arvultùra: «Abbiamo capito che era vero – dicono – solo quando ci ha mostrato i biglietti aerei e lasciato una lettera». Dopo tre mesi al fronte, Franceschi è tornato in Italia vivo, a differenza di un altro “italiano”: Salman Talan, 23 anni, curdo cresciuto a Milano, morto il 27 gennaio a Sengal mentre combatteva con il Pkk. Era uno dei tanti curdi tornati in patria dagli Stati europei per sconfiggere l’Isis. Tra i caduti sul fronte turco-siriano si contano altri “martiri occidentali”. C’è Ivana Hoffman, diciannovenne tedesco-congolese di Duisburg, che combatteva con il Partito Marxista Leninista (Mlpk) ed è stata uccisa a Til Temir il 7 marzo. Due settimane prima è morto Johnston Ashley, un riservista australiano arruolatosi nell’Ypg, mentre l’ex marine inglese Konstandinos Erik Scurfield è rimasto sul campo di battaglia il 2 marzo. Tutti “foreign fighters al contrario”, stranieri caduti in Siria lottando conto le bandiere nere del Califfato.

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1136.- ERDOGAN, PRESO TRA AUTORITARISMO E FRAGILITA’, bombarda i curdi in Rojava. Ricordate Kobane?

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In Siria, la Turchia non ha potuto partecipare alla battaglia di Raqqa, attaccando l’ISIS nella sua “capitale” e ora si sfoga sui curdi. La campagna militare su Raqqa era stata per mesi al centro di un braccio di ferro tra Ankara e Washington, ma il Pentagono aveva preferito le forze curde alle ultime speranze dei turchi di potersi sostituire, insieme ai gruppi ribelli che appoggia, ai curdi siriani come principale forza di terra per l’assalto finale alla città. Il generale statunitense Townsend aveva posto la parola fine ai piani alternativi di Erdogan. 

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Non c’è solo lo Stato Islamico: per la Turchia, la guerra al confine con la Siria è anche e da sempre contro i combattenti curdo-siriani dell’Ypg, alleati degli statunitensi. Ricordo che le bombe turche seguivano, immancabilmente, a pochi minuti, i rifornimenti paracadutati dagli aerei USA.

A marzo scorso, tutto si era giocato in un fazzoletto di terra nel nord della Siria. L’epicentro era al-Bab, città a metà strada tra Aleppo e l’Eufrate a pochi chilometri dal confine turco. A fine febbraio Ankara era riuscita a strapparla all’Isis, fuggito in ritirata in una notte, dopo tre mesi di tentativi infruttuosi. Nelle intenzioni dei turchi doveva essere un (improbabile) trampolino di lancio per continuare l’avanzata in direzione di Raqqa. Ma a scombinare i loro piani ci pensò l’esercito di Assad, che tagliò la strada arrivando da sud. Ai turchi restò solo uno spicchio di Siria, sostanzialmente inutile.

Inutile perché non serviva allo scopo ultimo dell’intervento turco: impedire che i curdi siriani unificassero i loro territori, divisi tra il cantone di Efrin a ovest e quelli di Kobane e Hasakah più a est. Lì in mezzo si sono incuneate le forze turche fin dallo scorso agosto. L’arrivo dei lealisti di Assad ad al-Bab, però, ha creato una sorta di ‘ponte’ tra i cantoni. Adesso i curdi – certo non alleati di Assad in senso stretto, ma neppure avversari – hanno una continuità territoriale. Possono spostare mezzi e uomini, difendere meglio Efrin a lungo isolata e sotto il tiro dei turchi. Insomma, una mezza vittoria che è sempre meglio di nulla.

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Ed ecco, a marzo, i marines. Le Forze Speciali USA c’erano già, a dire il vero, dispiegate nel nord della Siria per supervisionare e fornire assistenza alle forze curde impegnate contro lo Stato Islamico. Trump, escluso dalle vittorie russe, doveva riconquistarsi uno spazio in Siria.

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Il blitz dei reparti congiunti curdi e americani, con l’impiego di aerei Osprey a decollo verticale, è avvenuto pochi giorni dopo a Tabqa, una cittadina della provincia di Raqqa. L’obiettivo dell’operazione perciò è stato solo quello di mettere le mani su quell’area. nel frattempo, riprende vigore la campagna USA contro «l’apostata» Assad.

I curdi chiedono aiuto ad Assad

L’attacco su Manbij è stato una mossa che Ankara aveva minacciato da tempo. Ma i curdi sono corsi ai ripari. Hanno stretto un accordo con Assad: le forze di Damasco hanno  avuto da presidiare una parte dei territori attorno a Manbij. In pratica, un cuscinetto siriano fra curdi e turchi. Adesso se Ankara vuole proseguire l’operazione deve combattere contro Assad, ma finirebbe di distruggere il già distrutto cessate il fuoco di cui è stata garante e su cui si sono basati gli ultimi negoziati di pace a Ginevra. Non solo. ma c’è sempre il pericolo di trovarsi contro la Russia, alleata di Assad. La Turchia è di nuovo imbrigliata.

Si è sparato sul monte Sinjar

Manbij è un fronte di attrito tra curdi e Turchia, ma non l’unico. Ankara ha bombardato la base di Menagh, occupata l’anno scorso dai curdi siriani e vicina ad Efrin. Scaramucce anche dalla parte opposta, sul Sinjar al confine tra Iraq e Siria. La zona è in mano a milizie yazide create e addestrate dal Pkk. Nei primi giorni di marzo si sono scontrate con i Peshmerga siriani, che sono addestrati dalla Turchia a Bashiqa in Iraq e vicini al presidente del Kurdistan iracheno Barzani, a sua volta alleato di Erdoğan con cui si era incontrato in Turchia pochi giorni prima. Alcune fonti sostengono che i Peshmerga abbiano attaccato gli yazidi cercando di tagliare la loro linea di rifornimento con la Siria. Altre parlano di un semplice malinteso: sarebbero stati diretti al confine e non avrebbero avuto alcuna intenzione di attaccare. Quel che è certo è che gli scontri hanno lasciato presto spazio alle trattative e non si spara più. Ma la situazione è rimasta tutt’altro che tranquilla, ed ecco che le bombe passano il confine.

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Il kurdistan è il vero nemico di Erdogan

Redazione Medio Oriente  2 giorni fa

Dopo mesi di schermaglie e proclami bellicosi, Ankara ha sferrato il primo serio colpo oltre confine. Nella notte di lunedì 24 aprile i caccia turchi hanno condotto un doppio attacco contro i curdi. Il primo è avvenuto a Malikiya (Derik in curdo), nell’estremo nord-est della Siria. La zona è da anni sotto il controllo delle milizie curde dell’Ypg e fa parte del sistema di cantoni del Rojava. L’altro bombardamento ha colpito il monte Sinjar, poche decine di chilometri più a sud ma già in territorio iracheno. Lì si fronteggiano da oltre due anni delle milizie locali formate dalla minoranza yazida (Ybş), addestrate dal Pkk, e i peshmerga del Kurdistan iracheno appoggiati dall’esercito turco.

L’esistenza del Rojava continua a essere il grattacapo principale per la Turchia (e, ora, ne parleremo.ndr). Ankara sta provando in tutti i modi a bloccare i curdi siriani. Lo scorso agosto aveva lanciatol’operazione Scudo dell’Eufrate in Siria, nel nord, per impedire che i curdi unissero tutti i loro territori a ridosso del confine. Ma i turchi sono riusciti ad avanzare poco per bloccarsi poi ad al-Bab, mentre l’esercito di Assad tagliava la strada da sud. I cantoni curdi (Efrin a ovest, Kobane e Hasakah a est) oggi non sono uniti formalmente, ma i buoni rapporti con le truppe di Assad e con la Russia garantiscono una sorta di ponte via terra.

Negli ultimi mesi la Turchia ha aumentato la pressione schierando uomini e mezzi a Silopi, da dove in pochi minuti potrebbero entrare tanto in Siria quanto nel Kurdistan iracheno e dirigersi verso Sinjar. Il timore di un’offensiva non è venuto meno e le bombe della scorsa notte lanciano un segnale chiaro. A frenare Ankara c’è però il veto opposto dagli Stati Uniti, che hanno nei curdi siriani il miglior alleato nella lotta contro l’Isis e sono impegnati in queste settimane nell’accerchiamento di Raqqa, l’autoproclamata capitale del califfato.

La Turchia ha implorato gli Usa di abbandonare i curdi e appoggiarsi alle sue truppe per quell’offensiva, ma Washington finora ha sempre rifiutato. E in un certo senso quest’ultimo attacco è un segnale anche agli americani. A cui anche i curdi siriani oggi fanno appello: «Una nazione che combatte il più brutale gruppo terrorista oggi è sotto attacco – ha dichiarato Salih Muslim, leader del partito curdo siriano Pyd legato alle milizie Ypg – La coalizione internazionale non può più stare in silenzio e accettare questo assalto».

Dal canto suo, la Turchia giustifica i bombardamenti come autodifesa, sottolineando i legami tra curdi siriani e Pkk, che con la primavera ha rinvigorito la campagna di attentati contro l’esercito turco. L’ultimo, a metà aprile, ha sventrato una caserma della polizia a Diyarbakir con due tonnellate di esplosivo. In un comunicato, l’esercito di Ankara ha presentato l’attacco contro le postazioni dell’Ypg vicino a Malikiya come il tentativo di prevenire l’afflusso di armi e esplosivi dalla Siria al Pkk in Turchia.

Identica la retorica usata da tempo per l’area del monte Sinjar: lo stesso Erdoğan ha minacciato più volte di intervenire per evitare che diventi “una seconda Qandil”, riferendosi alle montagne tra Turchia e Iraq, ben più a est, dove il Pkk ha il suo quartier generale storico. All’inizio di marzo vicino a Sinjar erano avvenuti scontri tra le milizie addestrate dal Pkk e alcuni gruppi di peshmerga. Incidente chiuso in pochi giorni, che però aveva fatto salire di nuovo la tensione. Arrivata a un nuovo picco con il bombardamento avvenuto nella notte del 24, che ha colpito alcune posizioni delle Ybş in cima al monte, a pochissima distanza dai campi profughi yazidi. Uno dei missili ha colpito, per sbaglio, anche un edificio in cui si trovavano i peshmerga, alleati di Ankara, uccidendo 5 militari e ferendone altri 7.

Che sia il preludio a un intervento più massiccio della Turchia, è ancora presto per dirlo. Certo è che Ankara sta mettendo bene in chiaro la sua determinazione. È difficile immaginare che l’esercito turco possa osare un’azione diretta nel Rojava, dove sono presenti anche numerosi militari americani. Meno problematico, anche grazie all’appoggio quasi incondizionato del presidente del Kurdistan iracheno Barzani, sarebbe un attacco a Sinjar. Ma scatenerebbe senza dubbio l’ira di Baghdad (Sinjar è occupato de facto dai curdi ma è in realtà un territorio conteso tra la regione autonoma del Kurdistan e l’Iraq), con cui la Turchia sta a fatica ricucendo i rapporti. Vista da Ankara, la situazione è ancora incerta: troppi i rischi, troppo vago il guadagno. Almeno per il momento.

 

1057.- SIRIA: La nuova base militare della Russia è un regalo ai curdi siriani

I curdi al centro dell’attenzione di russi e americani
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Membri delle forze russe e del Consiglio Militare di Manbij, legato ai curdi siriani, si scambiano le mostrine militari

La Russia avrà una nuova base militare in Siria. E per la prima volta in un territorio che non è sotto il controllo del regime di Assad. Lo ha annunciato il 20 marzo Rêdur Xelîl, portavoce della forza curda YPG legata al partito PYD. Finora i russi potevano contare sulla base navale storica di Tartus, usata da Mosca fin dagli anni ’70 e affacciata sul Mediterraneo, e su quella più recente di Khmeimim, da cui partono i caccia russi per i bombardamenti nel paese. Entrambe strutture permanenti, concesse da Assad per 49 anni lo scorso gennaio. Tra breve ne sorgerà una terza nel cantone curdo di Afrin, nel nord-ovest della Siria a poca distanza dal confine turco.

Il Rojava visto da Mosca

Xelîl ha dichiarato che questo accordo tra le forze curde e la Russia si basa sulla «cooperazione nella lotta contro il terrorismo e sull’addestramento dei nostri combattenti da parte dell’esercito russo», rimarcando la presenza di relazioni dirette con il Cremlino. Un rapporto, questo, che non è certo un mistero. I contatti non sono mai venuti meno per tutta la durata della guerra in Siria e unità russe erano già state avvistate nella zona di Afrin. La prima rappresentanza semi-ufficiale all’estero del Rojava (così i curdi chiamano le aree della Siria sotto il loro controllo) è stata aperta proprio a Mosca. E i russi da mesi chiedono che ai negoziati di pace a Ginevra e Astana siedano anche i curdi, anche se finora non se n’è fatto niente per l’opposizione della Turchia, che li considera terroristi alla stregua dell’Isis.
Ma la cooperazione militare esplicita ha un peso e un significato ben diversi da quelli dei rapporti diplomatici, soprattutto in questa fase in cui la guerra è tutt’altro che finita (oltre alla campagna contro l’Isis, sono in corso offensive dei ribelli alla periferia di Damasco e nella zona di Hama). C’è da sottolineare esplicita: perché russi e curdi hanno collaborato sul campo più volte, pur senza dare a queste manovre il timbro dell’ufficialità. Mentre naufragavano i negoziati di Ginevra di febbraio 2016 i curdi hanno strappato ai ribelli la base aerea di Menagh con l’appoggio delle bombe russe, tagliando la linea di rifornimento dei ribelli tra la Turchia e Aleppo. Durante l’assedio di Aleppo, tra novembre e dicembre dello scorso anno, i curdi si sono schierati di fatto con i russi e Assad dalla loro roccaforte nel quartiere di Sheikh Maqsoud. Sempre a russi e lealisti all’inizio di marzo hanno ceduto una fetta di territorio attorno a Manbij, per creare una sorta di cuscinetto che li difenda da una possibile offensiva dei ribelli appoggiati dalla Turchia.

“I curdi non si toccano”

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Una base russa a Afrin rappresenta così un salto di qualità. E le ripercussioni sui delicatissimi equilibri tra le forze in campo possono essere vaste. Non stupisce quindi che la Russia si sia affrettata a smentire tutto. Poche ore dopo il comunicato di Xelîl, il ministero della Difesa russo ha specificato che non si tratterebbe di una base militare ma di una semplice unità del Centro per la Riconciliazione, l’organo attraverso il quale il Cremlino monitora il cessate il fuoco raggiunto il 30 dicembre, sulla cui base si incardinano i negoziati di pace in corso e di cui è garante insieme alla Turchia. Stando al comunicato non ci sarebbe nessuna attività di addestramento delle forze curde in programma.
I motivi per dubitare di questa versione non mancano. Primo fra tutti, la reazione sorpresa di Ankara, che ha addirittura convocato l’ambasciatore russo per spiegazioni: è stata, quantomeno, una mossa unilaterale di cui i turchi erano all’oscuro. Poi l’utilità di un punto d’appoggio appena a nord della provincia di Idlib, ultima vera roccaforte delle forze ribelli contro le quali prima o poi russi e lealisti lanceranno un’offensiva. E se anche non fosse una base militare, il messaggio indirizzato ad Ankara dai russi è piuttosto chiaro: i curdi non si toccano, gli attacchi paventati dai turchi contro Manbij da un lato e Afrin dall’altro non devono avvenire.

Cosa cambia adesso per i curdi?

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Chi ci guadagna di più da questa situazione sono senz’altro i curdi siriani. La presenza russa è, appunto, una garanzia forte che smonta un eventuale attacco della Turchia. E poi si somma alla collaborazione con gli USA, anche loro accorsi con le bandiere a stelle e strisce ben in vista a Manbij, quando Ankara aveva provato ad attaccare i curdi poche settimane fa. È anche un consistente passo in avanti per il futuro assetto della Siria immaginato dai curdi. Mosca nei mesi scorsi aveva tentato più volte una mediazione con Assad per garantire loro l’agognato status autonomo alla fine della guerra. Il regime si era sempre rifiutato. Ma se i curdi diventano ufficialmente partner dei russi, l’Assad che vuole riconquistare tutto il paese avrà sempre meno voce in capitolo. Discorso simile anche per quanto riguarda il tavolo della diplomazia: finora PYD e YPG sono sempre stati esclusi, ma i russi potrebbero insistere e, dopo aver messo all’angolo la Turchia come sembrano indicare queste ultime mosse, riuscire a portarli a Ginevra.

Lorenzo Marinone, East Journal

1053.- Cosa succede in Siria dopo Aleppo

il Post:

Tre cose da tenere d’occhio sulle guerre che si stanno combattendo e che coinvolgono il regime di Assad, i curdi siriani, l’ISIS, la Turchia e i ribelli più estremisti, tra gli altri

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Ribelli siriani appoggiati dalla Turchia ad al Bab (NAZEER AL-KHATIB/AFP/Getty Images)

In tutte le guerre ci sono dei momenti di svolta, quelli che segnano un prima e un dopo. Non sempre sono episodi precisi, che iniziano e finiscono in un solo giorno: sono più spesso eventi che si sviluppano nel tempo e che hanno conseguenze enormi. Per la guerra siriana uno di questi momenti è stato certamente la vittoria ad Aleppo delle forze alleate al regime del presidente siriano Bashar al Assad sui ribelli. È successo pochi giorni prima del Natale dello scorso anno e da allora le cose sono cambiate parecchio, anche se i combattimenti in Siria non sono neanche lontanamente finiti. Se volessimo sintetizzare quello che è successo negli ultimi due mesi, potremmo metterla così: dopo la battaglia di Aleppo si sono creati dei nuovi spazi in Siria, che non sono ancora stati riempiti del tutto. Sono quelli derivati dalla sconfitta dei ribelli siriani – perché sì, i ribelli, quelli non jihadisti, ad Aleppo hanno perso la loro guerra contro Assad – e quelli creati dalla fine dell’amministrazione statunitense di Barack Obama e dall’arrivo di Donald Trump, la cui strategia in Siria deve ancora essere annunciata. Per il momento gli Stati Uniti, almeno da un punto di vista diplomatico, hanno scelto di rimanere un po’ in disparte: la scorsa settimana a Ginevra, in Svizzera, si sono tenuti dei nuovi colloqui di pace sulla Siria (chiamati Ginevra IV, perché sono il quarto tentativo di colloqui sponsorizzati dall’ONU) e per la prima volta, ha scritto Liz Sly sul Washington Post, gli Stati Uniti non hanno preso l’iniziativa sulla negoziazione di una bozza di accordo.
Oggi ci sono soprattutto tre cose da tenere d’occhio in Siria, che sono tra loro collegate e si condizionano a vicenda: lo stato di salute dei ribelli anti-Assad dopo la sconfitta ad Aleppo; la complicatissima situazione di alleanze e ostilità che si è sviluppata nel nord della Siria tra Turchia, curdi siriani, regime di Assad, Stati Uniti e Russia, e che si sta riproponendo nella pianificazione dell’offensiva a Raqqa; e le incognite della strategia di Trump in Siria.

La Siria e i ribelli prima e dopo la sconfitta ad Aleppo. Cos’è cambiato?
Se si guarda una mappa della Siria prima e dopo la sconfitta dei ribelli ad Aleppo non si notano grandi differenze.

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Due mappe della Siria a confronto: una di settembre 2016 (quando Aleppo era ancora divisa in due) e l’altra di febbraio 2017 (quando il regime di Assad aveva già sconfitto i ribelli). La situazione attuale è leggermente diversa da quella illustrata nella mappa di destra: per esempio il regime di Assad, in rosso, ha riconquistato Palmira dallo Stato Islamico, in nero, il quale ha subìto una sconfitta militare anche ad al Bab, conquistata dai ribelli dall’Esercito libero siriano, in verde acceso (mappe di Thomas van Linge pubblicate sul blog di Pieter Van Ostaeyen)
Il regime di Assad (in rosso) continua a controllare i territori al confine occidentale, dove è riuscito a stabilire un saldo controllo dopo l’intervento in Siria della Russia, nel novembre del 2015. A nord, al confine con la Turchia, ci sono ancora le Forze democratiche siriane (Sdf, in verde chiaro), una coalizione di gruppi la cui componente principale è quella dei curdi siriani. I territori controllati dalle Sdf sono separati da un’area piuttosto estesa che negli ultimi mesi è stata conquistata dall’Esercito libero siriano (verde acceso), un insieme di gruppi ribelli appoggiati dalla Turchia. L’Esercito libero siriano è presente anche nel sud, al confine con la Giordania, mentre i ribelli che controllano la provincia di Idlib (a ovest e sud-ovest di Aleppo, in verde scuro) sono principalmente jihadisti e includono anche al Qaida, come già succedeva prima della fine della battaglia di Aleppo. Lo Stato Islamico (grigio e nero), che negli ultimi due anni ha perso molti territori, continua a controllare pezzi della Siria centrale: dalla mappa sembra un’area enorme, ma c’è anche da considerare che la maggior parte di quel territorio è deserto e i grossi centri urbani ancora governati dallo Stato Islamico sono solo due: Deir Ezzor e Raqqa.
Sembrerebbe che la battaglia di Aleppo abbia cambiato ben poco la guerra in Siria, ma non è così. L’analista Aron Lund ha scritto:
«La caduta di Aleppo orientale dello scorso dicembre ha dato inizio a una profonda crisi tra i gruppi di opposizione. Già prima di allora questi gruppi avevano differenze politiche ed ideologiche, rapporti incompatibili con stati esteri e recriminazioni interne dopo diversi tentativi di creare un fronte unico. Ora stanno vedendo loro stessi perdere la guerra.»
Dopo Aleppo, gli equilibri interni tra i gruppi ribelli sono cambiati: a guadagnarci sono stati i più estremisti, quelli che predicano il jihad e che sono predominanti nella provincia di Idlib, a rimetterci sono stati i moderati.
Alla fine di gennaio – nei giorni dell’inizio dei colloqui di pace in Kazakhstan promossi da Turchia e Russia – sono iniziati degli scontri tra Jabhat Fatah al Sham, un gruppo legato ad al Qaida, e gruppi sostenuti dall’Occidente che stavano partecipando ai negoziati. I gruppi sostenuti dall’Occidente si sono rivolti all’unica altra parte in grado di offrire loro protezione, cioè agli islamisti radicali di Ahrar al Sham. Si sono quindi creati due schieramenti, entrambi guidati da forze molto radicali. Le violenze non sono durate molto, anche perché entrambe le parti sapevano che in caso contrario l’unico vincitore sarebbe stato Assad, ma gli effetti sono stati enormi: l’ampio schieramento dei ribelli si è diviso ulteriormente, indebolendosi; e i gruppi radicali e jihadisti hanno preso il sopravvento su quelli moderati, che non sono più stati in grado di compiere operazioni offensive efficaci. Stando così le cose, non solo i ribelli hanno perso gran parte della loro forza militare, ma hanno perso anche la possibilità di essere sostenuti e aiutati dall’Occidente: nessuno, né gli Stati Uniti né l’Europa, darà appoggio a gruppi la cui componente principale è al Qaida o un’altra fazione jihadista.
Le guerre nel nord della Siria, dopo Aleppo
Una delle ragioni che spiegano la rapida sconfitta dei ribelli ad Aleppo è stata la decisione della Turchia di scaricarli. Dall’inizio della guerra, la Turchia si era schierata dalla parte dei ribelli – più o meno radicali poco importava – con l’obiettivo di sconfiggere Assad. Alla fine dell’agosto del 2016, per una serie infinita di ragioni, il governo turco decise di ridurre il suo impegno contro il regime siriano e di concentrare i suoi sforzi militari nel nord del paese contro i curdi siriani e lo Stato Islamico. Per riuscirci si alleò con l’Esercito libero siriano, una coalizione di gruppi ribelli che in passato era stata considerata anche un possibile partner degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. Da allora la Turchia e l’Esercito libero siriano hanno riconquistato alcuni territori a ovest del fiume Eufrate, di fatto bloccando l’espansione territoriale dei curdi e iniziando una guerra più intensa contro lo Stato Islamico. La prima cosa importante è che questa manovra è stata possibile per una specie di accordo tra Assad e governo turco: Assad ha promesso alla Turchia che non avrebbe più fornito alcun tipo di aiuto ai curdi siriani, la Turchia ha promesso ad Assad di dimenticarsi di Aleppo. La seconda cosa importante è che questo accordo ha tolto ulteriore forza ai ribelli anti-Assad, che in pochissimo tempo hanno cominciato a perdere il loro sponsor principale (la Turchia) e uno dei gruppi con la faccia più spendibile di fronte all’Occidente (l’Esercito libero siriano).
L’accordo tra Assad e Turchia è proseguito anche dopo la sconfitta di Aleppo e si è trasformato in qualcosa di più: una collaborazione militare che si è concretizzata ad al Bab, una città di 100mila abitanti a una cinquantina di chilometri a nord-est di Aleppo. Ad al Bab si è combattuta una delle battaglie più importanti degli ultimi mesi: non tanto per il valore strategico della città, ma perché ai combattimenti hanno partecipato praticamente tutti gli schieramenti presenti nel nord della Siria e ne è venuto fuori un gran casino.

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Le forze che hanno combattuto ad al Bab: i rossi sono gli alleati di Assad, i verdi l’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia, i gialli le Forze democratiche siriane, la cui componente principale sono i curdi siriani. In mezzo a tutte quelle frecce c’è al Bab, che fino a fine febbraio era controllata dallo Stato Islamico, rappresentato in grigio.

Al Bab era sotto il controllo dello Stato Islamico dal gennaio del 2014 ed è stata riconquistata dall’Esercito libero siriano, il gruppo di ribelli alleato con la Turchia, alla fine di febbraio 2017. Durante gli ultimi mesi di battaglia si sono viste alcune cose che aiutano a capire come siano cambiate le alleanze in Siria durante e dopo la battaglia per la conquista di Aleppo. Al Bab è stata attaccata dall’esercito siriano e dai suoi alleati da sud, dall’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia da nord e dalle Forze democratiche siriane – la cui componente principale sono i curdi siriani – da est e ovest. Tutte queste forze, che hanno in comune la loro ostilità verso lo Stato Islamico, non si possono considerare alleate tra loro. L’Esercito libero siriano è uno dei principali gruppi che hanno combattuto contro Assad durante la guerra, anche se – come detto – negli ultimi mesi sono stati cooptati dalla Turchia con obiettivi diversi, scontrandosi anche con i curdi; la Turchia considera i curdi siriani come i suoi nemici numero uno, e anche i rapporti tra regime di Assad e curdi si sono raffreddati parecchio. Nonostante tutti questi livelli di inimicizia o aperta ostilità, ci sono stati momenti di collaborazione. Per esempio la Russia, il principale alleato di Assad, ha fornito supporto aereo sia agli alleati del regime siriano, a sud di al Bab, sia agli alleati della Turchia, a nord, paese con il quale ha stabilizzato i rapporti dopo la crisi provocata dall’abbattimento dell’aereo russo al confine turco-siriano nel novembre 2015. Gli stessi Stati Uniti hanno partecipato ai bombardamenti aerei contro lo Stato Islamico ad al Bab a sostegno delle operazioni turche, nonostante allo stesso tempo continuino ad addestrare e armare i curdi siriani nemici della Turchia.
Lo schema della battaglia di al Bab non verrà replicato nell’offensiva per riconquistare Raqqa, sotto il controllo dello Stato Islamico dal 2014, ma è utile a capire le ostilità tra i vari protagonisti della guerra: sono le stesse ostilità che hanno già cominciato a ripetersi nelle prime fasi delle operazioni militari a nord di Raqqa.
La liberazione di Raqqa
Raqqa è considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria, ed è una città che per importanza si può paragonare in parte a Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Nel novembre del 2016 sono cominciate le operazioni militari per la riconquista di Raqqa, avviate a nord della città – molto a nord – dalle Forze democratiche siriane appoggiate dagli Stati Uniti. Il piano, aveva spiegato il colonnello americano John Dorrian, prevede che la coalizione accerchi la città interrompendo le vie di fuga e di rifornimento dello Stato Islamico, prima di avviare l’attacco vero e proprio con l’appoggio dei bombardamenti aerei americani. Uno schema che sulla carta non sembra particolarmente intricato, ma nella complicata realtà della guerra siriana ha già creato una serie di problemi che difficilmente verranno risolti, se non trovando un equilibrio di volta in volta.

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La situazione nell’area di Raqqa: lo Stato Islamico è in grigio, le Forze democratiche siriane sono in giallo, il regime di Assad è in rosso, i ribelli sono in verde (Liveumap)

Una delle questioni più controverse è la partecipazione dei curdi siriani all’offensiva militare su Raqqa, che è una città a maggioranza sunnita. Non c’è solo il problema di una loro eccessiva sovraesposizione nell’operazione, che potrebbe essere accolta poco positivamente dagli abitanti di Raqqa; c’è anche la forte opposizione del governo turco, che si oppone a qualsiasi piano che possa comportare un aumento di potere e influenza dei curdi nel paese. Per esempio alcuni funzionari americani dicono che per la riconquista di Raqqa i combattenti delle Forze democratiche siriane avranno bisogno di missili anticarro, mortai, armi pesanti e mezzi blindati. I turchi hanno paura che i curdi siriani – che loro considerano alla stregua del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che combatte da decenni in Turchia per l’indipendenza dei curdi – possano usare poi quelle armi per avanzare rivendicazioni nelle aree a maggioranza curda della Turchia, e quindi si oppongono alle proposte statunitensi. D’altro canto la Turchia è un membro della NATO ed è considerato un alleato prezioso nella lotta contro lo Stato Islamico. La gestione di questa situazione, già di per sé evidentemente difficile, è resa ancora più complicata dal fatto che a Washington ci sia stato un cambio di amministrazione e che non sia ancora chiara la strategia che Trump intenda usare in Siria.
Fin dalla campagna elettorale, Trump si è mostrato molto più ben disposto di Obama a un’eventuale collaborazione con la Russia in Siria, «per sconfiggere i terroristi», come hanno più volte detto il governo russo e quello siriano. La scorsa settimana il segretario della Difesa americano, Jim Mattis, ha presentato alla Casa Bianca un piano che ha come obiettivo la rapida sconfitta dello Stato Islamico. I dettagli del piano non sono stati diffusi, ma alcune fonti citate dai giornali americani dicono che potrebbe includere un maggiore coinvolgimento dell’esercito americano in Siria e probabilmente un numero maggiore di truppe di terra. Rispetto alle dichiarazioni roboanti di Trump in campagna elettorale, sembra però che le intenzioni americane siano quelle di agire con cautela, per evitare che a una eventuale vittoria contro lo Stato Islamico segua l’inizio di altri conflitti (per esempio di un conflitto aperto e prolungato tra Turchia e curdi siriani): Associated Press ha scritto che il piano preparato da Mattis riprende molti degli elementi che erano stati centrali nella strategia adottata dall’amministrazione Obama, tra cui la necessità per l’esercito americano di sostenere in Siria delle forze locali, invece che farsi coinvolgere direttamente nei combattimenti.

1040.- Siria: Soldati Usa e forze russe a contatto attorno a Manbij

“Truppe Usa illegalmente entrate sono state avvistate in convoglio di corazzati, sabato, nella città siriana di Manbij Sabato”, ha annunciato Damasco. “I veicoli corazzati Usa sono concentrati nella zona Nord di Manbij per condurre la demarcazione tra le forze del Consiglio militare di Manbij e e le truppe de “Euphrates Shield”. Fra queste due entità ci sono stati combattimenti. Copio e incollo da Maurizio Blondet:

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Alla fine, dunque, il Pentagono ha mandato la truppa in Siria, ingerendosi brutalmente in una situazione intricata fino alla illeggibilità. Basti dire che truppe americane e truppe russe sono praticamente a contatto, pattugliano villaggi vicini in questa zona Nord della Siria, dato che anche russi e siriani hanno dovuto accorrere nella zona dove – udite udite – i vari alleati americani della coalizione anti-Isis, curdi, turchi, terroristi e militanti islamisti, hanno cominciato a spararsi tra loro. Per strapparsi uno o l’altro villaggio.

Il sopra nominato “Consiglio militare di Manbij” è l’ala locale delle Syrian Democratic Forces (SDF), che in realtà sono esclusivamente curdi – che con armi e addestramento americano stanno bloccando l’avanzata delle truppe turche che Erdogan ha mandato in Siria per ritagliarne un pezzo per sé, e allontanare dalle frontiere turche i curdi così ben armati dagli Usa.

Non sfuggirà l’ironia del fatto: la Turchia è il più forte alleato degli Usa nella NATO, ma qui sta combattendo alleati americani. Sgretolando il fragile cessate il fuoco che i russi sono riusciti ad attuare fra tutte le parti, fra Siria e Turchia specialmente. E’ successo che i curdi di Manbij hanno consegnato volontariamente all’esercito siriano di Assad posizioni ad ovest della città di Manbij; contemporaneamente detti curdi hanno inviato a MAnbij i corazzati americani, per esserne protetti. Da chi? Dalle forze turche, ovviamente, e dai suoi “alleati” miliziani locali irregolari.

Secondo Jason Ditz, l’inviato di riferimento in questo pasticcio orrendo, i pattugliamenti Usa, quelli dei russi e quelli dei siriani “hanno tutti la stessa intenzione, impedire alle forze d’invasione turche di prendere Manbij”. E’ dubbio però che gli americani si stiano coordinando coi russi almeno per evitare incidenti; coi siriani, certo, non si coordinano. Secondo il Telegraph, il Consiglio Militare di Manbij (curdi del SDF) hanno chiesto anche ai russi e alle truppe siriane di formare una zona cuscinetto tra la “loro” Manbij (l’hanno riconquistata da Daesh ad agosto) dalle forze russe che sono a 25 chilometri, ad Al Bab (che Erdogan e i suoi emissari hanno “conquistato”, pare, con mazzette e salvacondotti ai terroristi islamici, dopo aver subito gravi perdite nei tentativi di assalto). Il generale Sergei Rudskoi, il portavoce russo, ha confermato venerdì che i comandi russi i Siria avevano negoziato l’accordo per cui i kurdi lasciavano alle truppe di Damasco il controllo su diversi villaggi turchi.

Anche al Telegraph non è chiaro se i comandi russi e quelli Usa si stanno coordinando mentre i loro cingolati sferragliano nei pattugliamenti. Finora, la tregua organizzata dai russi regge.

http://www.telegraph.co.uk/news/2017/03/06/us-russian-troops-patrol-neighboring-villages-syria/

Il punto è che Manbij si stende ad Ovest dell’Eufrate, dove secondo Erdogan i curdi non devono stare; e Obama aveva assicurato Ankara che sì, d’accordo, quei suoi alleati si sarebbero ritirati da Manbij, prima o poi. Adesso invece i curdi di Manbij si son messi d’accordo con le truppe di Damasco (che prima combattevano), e con quella cessione concordata di villaggi hanno proprio mostrato che si uniscono a Damasco nello scopo di bloccare l’invasione turca. Adesso gli americani sono arrivati anche loro, apparentemente anche loro in funzione anti-turca..

Ciò mentre a Mossul, dove apparentemente capeggiano la grande offensiva irachena per riprendere al città dalle mani di Daesh (le centinaia di morti civili non contano; contavano solo ad Aleppo), elicotteri americani stanno febbrilmente esfiltrando i capi di Daesh, loro amici evidenti.

mappa-manbbj    da Pars Today:


di Davood Abbasi. I soldati statunitensi stanno direttamente “aiutando” a scappare i capi dell’Isis dalla citta’ assediata di Mosul, in Iraq, ma con un’operazione di falsificazione mediatica potente, i media dell’Occidente sostengono che gli americani siano in Iraq per combattere l’Isis.
La tv iraniana, oggi, ha intervistato i soldati ed i generali dell’esercito iraqeno che stanno combattendo per la liberazione di Mosul. Il punto in comune tra le dichiarazioni di tutti questi militari era il fatto che gli americani, con circa 500 soldati, sono presenti a Mosul, solo apparentemente per aiutare il governo iraqeno, ma in realta’ per agevolare la fuga dei capi dell’Isis, che se catturati vivi, potrebbero spifferare i legami con gli Stati Uniti.
Bisogna ricordare che il capo dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, era un detenuto di Guantanamo e chissa’ per quale motivo, un bel giorno, venne liberato ed all’improvviso sbuco’ dalla formazione terroristica dell’Isis, finanziata dal principale alleato Usa in Medioriente, la corona saudita.
L’altro elemento che ci aiuta a capire meglio le dichiarazioni dei generali iraqeni, e’ il passato delle operazioni Usa in Iraq e Siria; negli anni in cui l’Isis trionfava nelle due nazioni mediorientali, gli Stati Uniti erano immersi in un torpore particolare ma proprio ora che sia in Siria che in Iraq, l’Isis sta per essere sbaragliato per sempre, hanno incrementato la loro presenza militare; le circostanze non sono davvero strane?
A completare i tasselli del puzzle, il nuovo bando sull’immigrazione del presidente Trump; perche’ proprio gli iracheni vengono esentati dal bando? Semplice! I capi terroristi dell’Isis, che con l’ausilio delle truppe Usa lasceranno Mosul, lasciando nella citta’ solo i pesci piccoli, ritorneranno tranquillamente negli Stati Uniti, in attesa di essere schierati in qualche altro scenario, probabilmente in Yemen o in Libia.
La cosa ridicola e’ che i media occidentali, compreso il Tg1 di lunedi sera, sostengono che l’Iraq “ringrazia” gli Usa per la presenza dei suoi soldati a Mosul, concetto totalmente contrario alla realta’ ed alle dichiarazioni dei generale dell’esercito iracheno. In altre parole, con il solito incantesimo dei media, gli americani procedono all’evacuazione di Mosul ed al salvataggio dei terroristi, senza che nessuno se ne accorga.
Aveva acceso delle speranze Donald Trump, che durante la sua campagna elettorale aveva giustamente ricordato Obama come responsabile della creazione dell’Isis; oggi pero’, lui si mostra un degno successore di Obama ed un autentico protettore del gruppo terroristico che ha fatto stragi in tutto il mondo”.

1039.- I KAGAN NEOCON VOGLIONO LA RIVINCITA: IN SIRIA E IN UCRAINA

Le speranze di pace dell’era Trump si scontrano contro le forze del male che, in tutto il mondo, non vogliono cedere né alle armi né alle volontà delle urne. In Siria e in Ucraina si continuano a combattere le prime battute di una nuova guerra. Gli USA sono sbarcati in Siria, per non esserne esclusi: ufficialmente per combattere il loro ISIS e sono a contatto con i russi, ma determinati a smembrare quella nazione e, forse, l’Iran, insieme ai Turchi, a Israele, all’Arabia Saudita e ai Curdi. Putin domina in Siria e sostiene l’Iran e sembra abbia, a sua volta, sbarcato le sue Forze Speciali in Egitto, a Sidi el Barrani, 60 km dal confine libico. Stendo un velo pietoso sull’Unione europea.

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Puntuali le note di Maurizio Blondet, del 17 marzo 2017, sulle forze del male.

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“Nella notte del 17 marzo, caccia israeliani hanno colpito diversi obiettivi in Siria. A missione compiuta, sono stati bersagliati da missili terra-aria dalla Siria. Le forze della difesa anti-aerea hanno intercettato uno di questi missili”. Così il comunicato delle forze armate israeliane. Sembra la prima volta che i siriani rispondono alle continue incursioni israeliane. Forse è solo la prima volta che gli israeliani lo dicono apertamente, per creare un casus belli. La presenza dei centinaia di Marines con artigliere in territorio siriano, non invitati, con la scusa di conquistare Rakka e in realtà di ritagliarsi una zona permanente di occupazione propria – oltre la zona-tampone occupata dalle truppe di Erdogan tra Azaz e Jarabulus sull’Eufrate, e la zona del Golan più la enclave dei terroristi del Sud mantenuti e curati da Israele – indica che i neocon stanno ancora attuando il piano di smembramento della Siria, indicato da Oded Yinon nel 1983. Trump non Trump, la capacità eversiva dei neocon sembra intatta.

“Armare altri ribelli sunniti” (terza volta).  

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Ho scritto neocon, dovrei scrivere “famiglia Kagan”. Una vera e propria dinastia neocon, che vanta capostipiti riparati in Usa dalla Russia come trotzkisti sconfitti da Stalin, che numera fra i suoi esponenti Robert Kagan co-fondatore del PNAC (Project for a New American Century), il think tank che nel 2000 auspicò “una nuova Pearl Harbor”, e Victoria Nuland (Nudelman) la sovvertitrice dell’Ucraina, è di ritorno con grande chutzpah.

Robert Kagan, il 7 marzo, ha scritto un editoriale sul Washington Post in cui rimproverava i repubblicani di non odiar abbastanza la Russia, che notoriamente ha manipolato le elezioni americane. Il 15 marzo, sul Wall Street Journal, due rampolli della dinastia, Frederick Kagan e Kimberley Kagan, hanno proclamato apertamente la necessità di una nuova invasione-sovversione Usa in Siria.

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I due Kagan in Irak (2008) a godersi le devastazioni che hanno creato.

Frederick sta attualmente nel notorio think tank dei Ledeen, Wolfowitz & Co detto American Enterprise (una centrale dell’11 Settembre), dove dirige il programma chiamato “Critical Threats Project” (Progetto sulle Minacce Critiche – o come crearle); Kimberley Kagan, la moglie, ha fondato un suo proprio think tank, lo Institute for the Study of War, che ha quindi lo stesso scopo del PNAC e dell’American Enterprise: studiare come far fare le guerre per Israele.

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Kimberley Kagan, neocon di 3a generazione, col gen. Petraeus (Gen. David Petraeus posing before the U.S. Capitol with Kimberly Kagan, founder and president of the Institute for the Study of War). (Photo credit: ISW’s 2011 Annual Report).

L’articolo dei due nuovi Kagan ha come titolo: A New Strategy Against ISIS and al Qaeda – The U.S. has been relying too heavily on Shiites and Kurds. It needs to cultivate Sunni Arab partners.

Ossia “Nuova strategia contro ISIS e Al Qaeda – Gli Usa si sono appoggiati troppo agli sciiti e ai curdi. Devono coltivare solo i partner arabi Sunniti”-. Nella pratica, il consiglio (o il comando) alla Casa Bianca dei due Kaganini è: abbandonare i curdi; non collaborare con russi e iraniani; formare una nuova milizia sunnita irregolare, che combatta “ISIS e Al Qaeda”, ma beninteso anche il governo siriano di Assad. “Le truppe americane devono combattere a fianco di questi partners per ridurre la attuale perdita di fiducia dei sunniti, nostri alleati, verso gli Usa. I partner non dovranno appoggiare i jihadisti-salafiti, i complici dell’Iran né il separatismo israeliano”.

Quante volte i Kagan hanno proposto e fatto attuare a Washington la stessa ricetta? Armare i jihadisti sunniti contro Assad? Entità come Al Qaeda, poi ribattezzata Al Nusra, e ISIS (Daesh), sono lì a provare le tante volte che l’hanno fatto. L’ultima o penultima volta, il Pentagono ha speso decine di milioni di dollari per addestrare una milizia jihadista sì, ma che combattesse i takfiri insieme al governo di Assad; appena lasciati sul campo, questi miliziani si sono riuniti ad Al Nusrah, portando in dote l’armamento Usa, nuovo fiammante.

Ma che importa: i Kagan premono per un altro tentativo. Se non ci sono più guerriglieri sunniti che non siano alle corde, è facile crearne di nuovi: l’Arabia Saudita, la vera grande alleata di Israele, è lì pronta a fornire stipendi, armamenti e captagon. Una nuova tornata di guerra sul popolo siriano, perché no?

“La guerra perpetua è un affare di famiglia per i Kagan”, ha scritto il professor Robert Parry, esimio arabista, mostrando la forza con cui i Kagan, ancora nella Washington di Trump, tramano e si confricano con i democratici, repubblicani, i media, i generali. Potete leggere qui:

https://consortiumnews.com/2017/03/15/the-kagans-are-back-wars-to-follow/

The Kagans Are Back; Wars to Follow
March 15, 2017

Exclusive: The neocon royalty Kagans are counting on Democrats and liberals to be the foot soldiers in the new neocon campaign to push Republicans and President Trump into more “regime change” wars, reports Robert Parry.
By Robert Parry: The Kagan family, America’s neoconservative aristocracy, has reemerged having recovered from the letdown over not gaining its expected influence from the election of Hillary Clinton and from its loss of official power at the start of the Trump presidency. 
Back pontificating on prominent op-ed pages, the Family Kagan now is pushing for an expanded U.S. military invasion of Syria and baiting Republicans for not joining more enthusiastically in the anti-Russian witch hunt over Moscow’s alleged help in electing Donald Trump.
In a Washington Post op-ed on March 7, Robert Kagan, a co-founder of the Project for the New American Century and a key architect of the Iraq War, jabbed at Republicans for serving as “Russia’s accomplices after the fact” by not investigating more aggressively.
Then, Frederick Kagan, director of the Critical Threats Project at the neocon American Enterprise Institute, and his wife, Kimberly Kagan, president of her own think tank, Institute for the Study of War, touted the idea of a bigger U.S. invasion of Syria in a Wall Street Journal op-ed on March 15.
Yet, as much standing as the Kagans retain in Official Washington’s world of think tanks and op-ed placements, they remain mostly outside the new Trump-era power centers looking in, although they seem to have detected a door being forced open.
Still, a year ago, their prospects looked much brighter. They could pick from a large field of neocon-oriented Republican presidential contenders or – like Robert Kagan – they could support the establishment Democratic candidate, Hillary Clinton, whose “liberal interventionism” matched closely with neoconservatism, differing only slightly in the rationalizations used for justifying wars and more wars.
There was also hope that a President Hillary Clinton would recognize how sympatico the liberal hawks and the neocons were by promoting Robert Kagan’s neocon wife, Victoria Nuland, from Assistant Secretary of State for European Affairs to Secretary of State.
Then, there would have been a powerful momentum for both increasing the U.S. military intervention in Syria and escalating the New Cold War with Russia, putting “regime change” back on the agenda for those two countries. So, early last year, the possibilities seemed endless for the Family Kagan to flex their muscles and make lots of money.
A Family Business
As I noted two years ago in an article entitled “A Family Business of Perpetual War”: “Neoconservative pundit Robert Kagan and his wife, Assistant Secretary of State Victoria Nuland, run a remarkable family business: she has sparked a hot war in Ukraine and helped launch Cold War II with Russia and he steps in to demand that Congress jack up military spending so America can meet these new security threats. 
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Prominent neocon intellectual Robert Kagan. (Photo credit: Mariusz Kubik, http://www.mariuszkubik.pl)
“This extraordinary husband-and-wife duo makes quite a one-two punch for the Military-Industrial Complex, an inside-outside team that creates the need for more military spending, applies political pressure to ensure higher appropriations, and watches as thankful weapons manufacturers lavish grants on like-minded hawkish Washington think tanks.
“Not only does the broader community of neoconservatives stand to benefit but so do other members of the Kagan clan, including Robert’s brother Frederick at the American Enterprise Institute and his wife Kimberly, who runs her own shop called the Institute for the Study of War.”
But things didn’t quite turn out as the Kagans had drawn them up. The neocon Republicans stumbled through the GOP primaries losing out to Donald Trump and then – after Hillary Clinton muscled aside Sen. Bernie Sanders to claim the Democratic nomination – she fumbled away the general election to Trump.
After his surprising victory, Trump – for all his many shortcomings – recognized that the neocons were not his friends and mostly left them out in the cold. Nuland not only lost her politically appointed job as Assistant Secretary but resigned from the Foreign Service, too.
With Trump in the White House, Official Washington’s neocon-dominated foreign policy establishment was down but far from out. The neocons were tossed a lifeline by Democrats and liberals who detested Trump so much that they were happy to pick up Nuland’s fallen banner of the New Cold War with Russia. As part of a dubious scheme to drive Trump from office, Democrats and liberals hyped evidence-free allegations that Russia had colluded with Trump’s team to rig the U.S. election.
New York Times columnist Thomas L. Friedman spoke for many of this group when he compared Russia’s alleged “meddling” to Japan’s bombing of Pearl Harbor and Al Qaeda’s 9/11 terror attacks.
On MSNBC’s “Morning Joe” show, Friedman demanded that the Russia hacking allegations be treated as a casus belli: “That was a 9/11 scale event. They attacked the core of our democracy. That was a Pearl Harbor scale event.” Both Pearl Harbor and 9/11 led to wars.
So, with many liberals blinded by their hatred of Trump, the path was open for neocons to reassert themselves.
Baiting Republicans
Robert Kagan took to the high-profile op-ed page of The Washington Post to bait key Republicans, such as Rep. Devin Nunes, chairman of the House Intelligence Committee who was pictured above the Post article and its headline, “Running interference for Russia.” 
Kagan wrote: “It would have been impossible to imagine a year ago that the Republican Party’s leaders would be effectively serving as enablers of Russian interference in this country’s political system. Yet, astonishingly, that is the role the Republican Party is playing.”
Kagan then reprised Official Washington’s groupthink that accepted without skepticism the claims from President Obama’s outgoing intelligence chiefs that Russia had “hacked” Democratic emails and released them via WikiLeaks to embarrass the Clinton campaign.
Though Obama’s intelligence officials offered no verifiable evidence to support the claims – and WikiLeaks denied getting the two batches of emails from the Russians – the allegations were widely accepted across Official Washington as grounds for discrediting Trump and possibly seeking his removal from office.
Ignoring the political conflict of interest for Obama’s appointees, Kagan judged that “given the significance of this particular finding [about Russian meddling], the evidence must be compelling” and justified “a serious, wide-ranging and open investigation.”
But Kagan also must have recognized the potential for the neocons to claw their way back to power behind the smokescreen of a New Cold War with Russia.
He declared: “The most important question concerns Russia’s ability to manipulate U.S. elections. That is not a political issue. It is a national security issue. If the Russian government did interfere in the United States’ electoral processes last year, then it has the capacity to do so in every election going forward. This is a powerful and dangerous weapon, more than warships or tanks or bombers.
“Neither Russia nor any potential adversary has the power to damage the U.S. political system with weapons of war. But by creating doubts about the validity, integrity and reliability of U.S. elections, it can shake that system to its foundations.”
A Different Reality
As alarmist as Kagan’s op-ed was, the reality was far different. Even if the Russians did hack the Democratic emails and somehow slipped the information to WikiLeaks – an unsubstantiated and disputed contention – those two rounds of email disclosures were not that significant to the election’s outcome.
2016-01-18t12-04-30-766z-1280x720.nbcnews-ux-1080-600-300x169Former Secretary of State Hillary Clinton and Sen. Bernie Sanders. (NBC photo)
Hillary Clinton blamed her surprise defeat on FBI Director James Comey briefly reopening the investigation into her use of a private email server while serving as Secretary of State.
Further, by all accounts, the WikiLeaks-released emails were real and revealed wrongdoing by leading Democrats, such as the Democratic National Committee’s tilting of the primaries against Sen. Bernie Sanders and in favor of Clinton. The emails of Clinton campaign chairman John Podesta disclosed the contents of Clinton’s paid speeches to Wall Street, which she was trying to hide from voters, as well as some pay-to-play features of the Clinton Foundation.
In other words, the WikiLeaks’ releases helped inform American voters about abuses to the U.S. democratic process. The emails were not “disinformation” or “fake news.” They were real news.
A similar disclosure occurred both before the election and this week when someone leaked details about Trump’s tax returns, which are protected by law. However, except for the Trump camp, almost no one thought that this illegal act of releasing a citizen’s tax returns was somehow a threat to American democracy.
The general feeling was that Americans have a right to know such details about someone seeking the White House. I agree, but doesn’t it equally follow that we had a right to know about the DNC abusing its power to grease the skids for Clinton’s nomination, about the contents of Clinton’s speeches to Wall Street bankers, and about foreign governments seeking pay-to-play influence by contributing to the Clinton Foundation?
Yet, because Obama’s political appointees in the U.S. intelligence community “assess” that Russia was the source of the WikiLeaks emails, the assault on U.S. democracy is a reason for World War III.
More Loose Talk
But Kagan was not satisfied with unsubstantiated accusations regarding Russia undermining U.S. democracy. He asserted as “fact” – although again without presenting evidence – that Russia is “interfering in the coming elections in France and Germany, and it has already interfered in Italy’s recent referendum and in numerous other elections across Europe. Russia is deploying this weapon against as many democracies as it can to sap public confidence in democratic institutions.” 
kerry-and-nuland-b-300x200      U.S. Secretary of State John Kerry, flanked by Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs Victoria “Toria” Nuland, addresses Russian President Vladimir Putin in a meeting at the Kremlin in Moscow, Russia, on July 14, 2016. [State Department Photo]
There’s been a lot of handwringing in Official Washington and across the Mainstream Media about the “post-truth” era, but these supposed avatars for truth are as guilty as anyone, acting as if constantly repeating a fact-free claim is the same as proving it.
But it’s clear what Kagan and other neocons have in mind, an escalation of hostilities with Russia and a substantial increase in spending on U.S. military hardware and on Western propaganda to “counter” what is deemed “Russian propaganda.”
Kagan recognizes that he already has many key Democrats and liberals on his side. So he is taking aim at Republicans to force them to join in the full-throated Russia-bashing, writing:
“But it is the Republicans who are covering up. The party’s current leader, the president, questions the intelligence community’s findings, motives and integrity. Republican leaders in Congress have opposed the creation of any special investigating committee, either inside or outside Congress. They have insisted that inquiries be conducted by the two intelligence committees.
“Yet the Republican chairman of the committee in the House has indicated that he sees no great urgency to the investigation and has even questioned the seriousness and validity of the accusations. The Republican chairman of the committee in the Senate has approached the task grudgingly.
“The result is that the investigations seem destined to move slowly, produce little information and provide even less to the public. It is hard not to conclude that this is precisely the intent of the Republican Party’s leadership, both in the White House and Congress. …
“When Republicans stand in the way of thorough, open and immediate investigations, they become Russia’s accomplices after the fact.”
Lying with the Neocons
645997-300x200Russian President Vladimir Putin, following his address to the UN General Assembly on Sept. 28, 2015. (UN Photo)
Many Democrats and liberals may find it encouraging that a leading neocon who helped pave the road to war in Iraq is now by their side in running down Republicans for not enthusiastically joining the latest Russian witch hunt. But they also might pause to ask themselves how they let their hatred of Trump get them into an alliance with the neocons. 
On Wednesday in The Wall Street Journal, Robert Kagan’s brother Frederick and his wife Kimberly dropped the other shoe, laying out the neocons’ long-held dream of a full-scale U.S. invasion of Syria, a project that was put on hold in 2004 because of U.S. military reversals in Iraq.
But the neocons have long lusted for “regime change” in Syria and were not satisfied with Obama’s arming of anti-government rebels and the limited infiltration of U.S. Special Forces into northern Syria to assist in the retaking of the Islamic State’s “capital” of Raqqa.
In the Journal op-ed, Frederick and Kimberly Kagan call for opening a new military front in southeastern Syria:
“American military forces will be necessary. But the U.S. can recruit new Sunni Arab partners by fighting alongside them in their land. The goal in the beginning must be against ISIS because it controls the last areas in Syria where the U.S. can reasonably hope to find Sunni allies not yet under the influence of al Qaeda. But the aim after evicting ISIS must be to raise a Sunni Arab army that can ultimately defeat al Qaeda and help negotiate a settlement of the war.
“The U.S. will have to pressure the Assad regime, Iran and Russia to end the conflict on terms that the Sunni Arabs will accept. That will be easier to do with the independence and leverage of a secure base inside Syria. … President Trump should break through the flawed logic and poor planning that he inherited from his predecessor. He can transform this struggle, but only by transforming America’s approach to it.”
A New Scheme on Syria
In other words, the neocons are back to their clever word games and their strategic maneuverings to entice the U.S. military into a “regime change” project in Syria.
The neocons thought they had almost pulled off that goal by pinning a mysterious sarin gas attack outside Damascus on Aug. 21, 2013, on the Syrian government and mousetrapping Obama into launching a major U.S. air assault on the Syrian military.
But Russian President Vladimir Putin stepped in to arrange for Syrian President Bashar al-Assad to surrender all his chemical weapons even as Assad continued to deny any role in the sarin attack.
Putin’s interference in thwarting the neocons’ dream of a Syrian “regime change” war moved Putin to the top of their enemies’ list. Soon key neocons, such as National Endowment for Democracy president Carl Gershman, were taking aim at Ukraine, which Gershman deemed “the biggest prize” and a steppingstone toward eventually ousting Putin in Moscow.
It fell to Assistant Secretary Victoria “Toria” Nuland to oversee the “regime change” in Ukraine. She was caught on an unsecured phone line in late January or early February 2014 discussing with U.S. Ambassador to Ukraine Geoffrey Pyatt how “to glue” or “to midwife” a change in Ukraine’s elected government of President Viktor Yanukovych.
Several weeks later, neo-Nazi and ultranationalist street fighters spearheaded a violent assault on government buildings forcing Yanukovych and other officials to flee for their lives, with the U.S. government quickly hailing the coup regime as “legitimate.”
But the Ukraine putsch led to the secession of Crimea and a bloody civil war in eastern Ukraine with ethnic Russians, events that the State Department and the mainstream Western media deemed “Russian aggression” or a “Russian invasion.”
So, by the last years of the Obama administration, the stage was set for the neocons and the Family Kagan to lead the next stage of the strategy of cornering Russia and instituting a “regime change” in Syria.
All that was needed was for Hillary Clinton to be elected president. But these best-laid plans surprisingly went astray. Despite his overall unfitness for the presidency, Trump defeated Clinton, a bitter disappointment for the neocons and their liberal interventionist sidekicks.
Yet, the so-called “#Resistance” to Trump’s presidency and President Obama’s unprecedented use of his intelligence agencies to paint Trump as a Russian “Manchurian candidate” gave new hope to the neocons and their agenda.
It has taken them a few months to reorganize and regroup but they now see hope in pressuring Trump so hard regarding Russia that he will have little choice but to buy into their belligerent schemes.
As often is the case, the Family Kagan has charted the course of action – batter Republicans into joining the all-out Russia-bashing and then persuade a softened Trump to launch a full-scale invasion of Syria. In this endeavor, the Kagans have Democrats and liberals as the foot soldiers.
Investigative reporter Robert Parry broke many of the Iran-Contra stories for The Associated Press and Newsweek in the 1980s. You can buy his latest book, America’s Stolen Narrative, either in print here or as an e-book (from Amazon and barnesandnoble.com).

Io corro per relazionarvi sull’Ucraina e su come i neocon hanno escogitato un nuovo bellissimo casus belli per recuperare le leve, in parte perdute, della sovversione messa così bene in atto dalla Nuland – moglie di Robert Kagan – quando era al Dipartimento di Stato di Hillary e Obama.

Il punto morto, in un certo senso, per i Kagan era l’accordo di Minsk: che ha congelato la guerra guerreggiata, e che avrebbe dovuto portare ad una ri-sistemazione dell’Ucraina di tipo federale. Le due repubbliche russofone di Donetsk e Lugansk sarebbero rimaste in Ucraina, come entità federate, con larga autonomia.

Poroshen

I tentativi della junta – e specialmente delle milizie neonazi, poco o tanto controllate dal regime – di riprendere i territori con la guerra sono stati raffreddati dopo la disfatta della sacca di Debalsevo, costosa in vite umane, che ha dimostrato che l’esercito ucraino è troppo debole. Sono seguite continue provocazioni e violazioni del cessate-il-fuoco, da parte essenzialmente di Kiev; assassini mirati compiuti da specialisti (gli addestratori sono della Cia?) hanno ucciso popolari capi della sezione: Aleksey Mozgovoy nel 2015, il capo militare Arsen Pavlov detto Motorola nell’ottobre 2017, e poche settimane fa, l’8 febbraio, il leader del Donbass Mikhail Tolstykh, detto “Givi”, eliminato da una bomba di tipo, si direbbe, islamista..

Ma nulla otteneva Poroshenko e la giunta, anche per il raffreddarsi degli entusiasmi UE per il regime di Kiev, l’Europa non approverebbe altre azioni militari, e la dipartita della Nuland.

A questo punto, ecco la nuova strategia, il piano B. Le milizie neonazi hanno cominciato bloccare i binari per non far passare i vagoni di carbone del Donbass. Da principio quasi di nascosto, perché non se ne accorgessero gli osservatori dell’OSCE (che se ne sono accorti, ma poco poco); e in ogni caso fingendo di presentarle il tutto come iniziative dei fanatici irregolari, da scaricare se la UE avesse protestato per la violazione di Minsk. La Ue non ha protestato, e adesso è Poroshenko, che ufficialmente, rompe i rapporti economici e politici con le provincie secessioniste.

Ma segni premonitori s’erano visti da settimane prima; un paio di oligarchi miliardari che tenevano i piedi in due scarpe con la Russia sono stati bastonati. Ihor Kolomoisky (valutato 1,1 miliardo di dollari), avversario e concorrente di Poroshenko, s’è visto nazionalizzare la sua banca, Privatbank, il 18 dicembre scorso; Dimitro Firtash (titanio e media) è stato arrestato a Vienna a febbraio 2017, su richiesta Usa, e sarà estradato per mazzette e tangenti.

Poi, il 15 marzo, il governo di Kiev ha annunciato la chiusura di tutte le strade e le ferroviere con il Donbass. La filiale ucraina della Sberbank è stata attaccata da estremisti, e sarà nazionalizzata, come risposta al fatto che con decreto presidenziale, Putin ha autorizzato la Sberbank a servire clienti che dispongono solo dei documenti d’identità emessi dalle due repubbliche secessioniste del Donbass, che non sono riconosciute internazionalmente. Misura necessaria sul piano umanitario, perché con il blocco ferroviario che dura da mesi, gli abitanti del Donbass non possono fare altro che acquistare in Russia.

Il punto è che le due zone di Donetsk e Lugansk non possono sopravvivere autonomamente. Fra poco Putin dovrà prendere la decisione che voleva evitare: prendere in carico economicamente e politicamente le due provincie. Potete scommettere che appena lo farà, il “Mondo libero” e la sua libera grancassa mediatica strilleranno che “Putin ha violato Minsk” e “Si è incamerato un altro pezzo di sacro suolo ucraino”. Il progetto della Nuland, interrotto dalla tregua e i negoziati di Minsk 2 (organizzato nel febbraio 2015 in fretta e furia dalla Merkel che si trascinò dietro Hollande, essendosi resa conto che il Dipartimento di Stato stava provocando una vera guerra ai confini germanici), si compierà comunque. Sarà il caso di ricordare che il noto senatore McCain, con il compare di sempre, senatore Lindsey Graham, ha passato le gelide notti di Capodanno con la truppa ucraina sulla linea del fuoco, e Trump disse allora per tweet che McCain dove smettere di cercare di scatenarla terza guerra mondiale.

Poroshenko blocca il Donbass. “E’ colpa di Putin”.

Questo il progetto che Putin e Lavrov hanno perseguito pazientemente, nonostante tutte le provocazioni armate di Kiev, i colpi di mano, le uccisioni mirate di capi del Donbass; nonostante le accuse demenziali che “Putin ha mandato truppe in Donbass” perché “se lo vuole annettere”, è vero il contrario: vuole che il Donbass resti all’Ucraina federale futura.

Di fatto, i rapporti economici fra il Donbass secessionista e il resto dell’Ucraina non si sono mai interrotti; essenzialmente, Kiev ha continuato per esempio a comprare il carbone delle miniere del Don, vendendo in cambio alimentari ed altro. Ciò migliorava i bilanci di Kiev e nello stesso tempo permetteva di continuare a lavorare nelle due repubbliche secessioniste. Le banche russe continuano a funzionare in Ucraina (hanno il 30% del mercato bancario), gli oligarchi ucraini, che han sempre bisogno di far denaro, hanno mantenuto contatti e contratti col paese “nemico”. Kiev continuava a pagare le pensioni, i residenti nel Donbass, nelle tregue, attraversavano le linee per andare a Kiev ad ottenere i documenti.

Ukrainian President Poroshenko talks to oligarch Kolomoisky during representing ceremony of new Dnipropetrovsk governor

Poroshenko con Kolomoisky

I tentativi della junta – e specialmente delle milizie neonazi, poco o tanto controllate dal regime – di riprendere i territori con la guerra sono stati raffreddati dopo la disfatta della sacca di Debalsevo, costosa in vite umane, che ha dimostrato che l’esercito ucraino è troppo debole. Sono seguite continue provocazioni e violazioni del cessate-il-fuoco, da parte essenzialmente di Kiev; assassini mirati compiuti da specialisti (gli addestratori sono della Cia?) hanno ucciso popolari capi della sezione: Aleksey Mozgovoy nel 2015, il capo militare Arsen Pavlov detto Motorola nell’ottobre 2017, e poche settimane fa, l’8 febbraio, il leader del Donbass Mikhail Tolstykh, detto “Givi”, eliminato da una bomba di tipo, si direbbe, islamista..

Ma nulla otteneva Poroshenko e la giunta, anche per il raffreddarsi degli entusiasmi UE per il regime di Kiev, l’Europa non approverebbe altre azioni militari, e la dipartita della Nuland.

A questo punto, ecco la nuova strategia, il piano B. Le milizie neonazi hanno cominciato bloccare i binari per non far passare i vagoni di carbone del Donbass. Da principio quasi di nascosto, perché non se ne accorgessero gli osservatori dell’OSCE (che se ne sono accorti, ma poco poco); e in ogni caso fingendo di presentarle il tutto come iniziative dei fanatici irregolari, da scaricare se la UE avesse protestato per la violazione di Minsk. La Ue non ha protestato, e adesso è Poroshenko, che ufficialmente, rompe i rapporti economici e politici con le provincie secessioniste.

Ma segni premonitori s’erano visti da settimane prima; un paio di oligarchi miliardari che tenevano i piedi in due scarpe con la Russia sono stati bastonati. Ihor Kolomoisky (valutato 1,1 miliardo di dollari), avversario e concorrente di Poroshenko, s’è visto nazionalizzare la sua banca, Privatbank, il 18 dicembre scorso; Dimitro Firtash (titanio e media) è stato arrestato a Vienna a febbraio 2017, su richiesta Usa, e sarà estradato per mazzette e tangenti.

Poi, il 15 marzo, il governo di Kiev ha annunciato la chiusura di tutte le strade e le ferroviere con il Donbass. La filiale ucraina della Sberbank è stata attaccata da estremisti, e sarà nazionalizzata, come risposta al fatto che con decreto presidenziale, Putin ha autorizzato la Sberbank a servire clienti che dispongono solo dei documenti d’identità emessi dalle due repubbliche secessioniste del Donbass, che non sono riconosciute internazionalmente. Misura necessaria sul piano umanitario, perché con il blocco ferroviario che dura da mesi, gli abitanti del Donbass non possono fare altro che acquistare in Russia.

Il punto è che le due zone di Donetsk e Lugansk non possono sopravvivere autonomamente. Fra poco Putin dovrà prendere la decisione che voleva evitare: prendere in carico economicamente e politicamente le due provincie. Potete scommettere che appena lo farà, il “Mondo libero” e la sua libera grancassa mediatica strilleranno che “Putin ha violato Minsk” e “Si è incamerato un altro pezzo di sacro suolo ucraino”. Il progetto della Nuland, interrotto dalla tregua e i negoziati di Minsk 2 (organizzato nel febbraio 2015 in fretta e furia dalla Merkel che si trascinò dietro Hollande, essendosi resa conto che il Dipartimento di Stato stava provocando una vera guerra ai confini germanici), si compierà comunque. Sarà il caso di ricordare che il noto senatore McCain, con il compare di sempre, senatore Lindsey Graham, ha passato le gelide notti di Capodanno con la truppa ucraina sulla linea del fuoco, e Trump disse allora per tweet che McCain dove smettere di cercare di scatenarla terza guerra mondiale.

mccain-al-fronte

McCain e Graham coi soldati ucraini.