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1456.- Il Kurdistan iracheno al voto per l’indipendenza: e ora?

 

Il 25 settembre scorso, nelle province del Kurdistan iracheno, si è tenuto il tanto atteso quanto ostacolato referendum consultivo per l’indipendenza. Il risultato in suo favore si è attestato intorno a una vera e propria percentuale plebiscitaria, ma la partita per l’indipendenza rimane aperta: la dura opposizione di Baghdad e delle potenze vicine, il mancato sostegno della comunità internazionale e le sfavorevoli condizioni economiche sollevano dubbi sulle effettive conseguenze del voto e sulle possibilità future per la regione

L’ESITO DEL REFERENDUM E LE DURE REAZIONI AL VOTO – Nonostante la diffusa opposizione e i numerosi tentativi di bloccare o almeno posticipare il voto per l’indipendenza del Kurdistan, lo storico e controverso appuntamento referendario del 25 settembre scorso si è tenuto come da programma e ha visto una schiacciante, quanto prevedibile, vittoria del “sì”. La Commissione elettorale curda ha annunciato un vero e proprio esito plebiscitario del referendum, con il 92.7% dei circa 3.3 milioni di curdi (e non) recatisi alle urne favorevoli all’indipendenza. Come più volte ribadito dal primo ministro curdo Barzani, il risultato del referendum non dichiara automaticamente l’indipendenza della regione, ma conferisce alle autorità di Erbil il mandato a negoziare la secessione con le autorità centrali di Baghdad e le potenze confinanti. Le immagini degli entusiasti festeggiamenti scoppiati già a poche ore dal voto si scontrano inevitabilmente con la dura reazione di Baghdad: in linea con la ferma opposizione dei mesi scorsi e l’accusa di incostituzionalità del referendum, in un discorso al Parlamento il premier al-ʿAbādī ha confermato che nessun dialogo sarà avviato con Erbil e  la sovranità irachena “verrà imposta in ogni distretto della regione con la forza della Costituzione”. Intanto, è entrato in vigore il blocco dei voli internazionali sugli aeroporti di Erbil e Sulaimaiyah, dopo l’ultimatum lanciato da al-ʿAbādī affinché il governo curdo restituisse a Baghdad il controllo di tutti gli aeroporti e dei posti di frontiera. Altrettanto dura la reazione della Turchia, secondo la quale l’esito referendario è “nullo e vuoto”. Dopo il recente meeting ad Ankara con il Presidente russo Putin, in cui si è ribadita l’assoluta importanza dell’integrità territoriale di Siria e Iraq, Erdoğan ha infatti speso parole durissime nei confronti di Barzani, accusandolo di “essersi dato fuoco da solo” con la proclamazione di un referendum in alcun modo concertato, né con il governo centrale iracheno né con le potenze confinanti. L’esercito turco, intanto, impegnato in esercitazioni militari, rimane schierato al confine con il Kurdistan, pronto ad intervenire, secondo Erdoğan, per difendere la sicurezza nazionale e preservare la stabilità della regione. Quanto all’Iran, il Paese ha annunciato la sospensione dei voli commerciali verso il Kurdistan, pur rimanendo aperta la frontiera terrestre.

Fig. 1 – Festeggiamenti per le strade di Erbil a poche ore dal voto

LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA DELL’INDIPENDENZA – La dura opposizione all’indipendenza del Kurdistan iracheno passa anche attraverso la minaccia di sanzioni economiche, come già annunciato dallo stesso Erdoğan. La possibilità che la Turchia blocchi il valico di frontiera di Habur, unica uscita per i curdi verso Ovest, e chiuda l’oleodotto che trasporta il petrolio curdo verso i terminali di esportazione sulla costa turca nel Mediterraneo solleva dubbi sull’effettiva sostenibilità economica dell’eventuale indipendenza di Erbil. Il petrolio, concentrato principalmente nelle aree di Mosul, Erbil e nella contesa Kirkuk, rappresenta la principale fonte di reddito per la regione che, non avendo accesso diretto al mare, lo trasporta verso il Mediterraneo tramite tre oleodotti, il principale dei quali attraversa per circa mille km il territorio turco. Da quasi tre anni, attraverso la Turchia vengono esportati dal Kurdistan in media circa 550 mila barili di petrolio al giorno, in totale indipendenza e contro la volontà di Baghdad che ha reagito bloccando l’erogazione dei fondi del bilancio statale (previsti dalla Costituzione del 2005). Avendo puntato tutto sui guadagni petroliferi senza un’opportuna diversificazione economica, il Kurdistan iracheno da tempo vive una difficile crisi finanziaria. Il consumo interno supera la produzione, cosa che costringe la regione ad importare i beni e i servizi necessari acquistandoli coi proventi delle vendite petrolifere. Il prezzo del greggio è da tempo in calo, cosa che ha ridotto drasticamente gli introiti governativi, nonostante l’aumento significativo della produzione, e ha impedito il pagamento regolare degli stipendi di funzionari civili e forze armate o la sufficiente fornitura di energia elettrica. Il continuo conflitto con il governo centrale di Baghdad e la perdurante minaccia jihadista hanno scoraggiato le compagnie petrolifere estere dall’investire nella regione, mentre la prossimità con il conflitto siriano ha provocato un massiccio afflusso di profughi in fuga dalla guerra. Dal 2014 ad oggi, il debito accumulato dal Kurdistan è di circa 18 miliardi di dollari: un peso enorme, aggravato dall’endemica e dilagante corruzione, che evidenzia tutta la debolezza di una regione che deve affrontare in realtà più di un ostacolo per poter pensare di raggiungere la tanto agognata indipendenza. Sebbene l’opportunità e la convenienza di determinate sanzioni siano ampiamente discutibili, considerata la gigantesca mole di interessi in gioco, la sola possibilità per la Turchia di bloccare l’esportazione petrolifera curda verso il Mediterraneo rappresenta evidentemente una leva di non poco conto nelle mani di Erdoğan per piegare la volontà di una regione di fatto economicamente dipendente e politicamente isolata. Salvo il nemmeno poi così improbabile sostegno annunciato da Israele, infatti, persino il principale alleato militare del Kurdistan ha scelto di fare causa comune con Turchia e Iran per spingere Barzani a rinunciare al referendum. Pur continuando a finanziare la battaglia dei peshmerga contro l’IS, infatti, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del referendum e di sostenere “un Iraq unito, federale, democratico e prospero”. La stessa posizione è stata assunta da Nazioni Unite ed Unione Europea che, rispettivamente, hanno condannato l’inopportunità del referendum in un momento tanto delicato per l’intera area mediorientale e rinnovato il supporto alla sovranità ed integrità dell’Iraq.

Fig. 2 – La raffineria di petrolio di Erbil, uno degli impianti più importanti nel Kurdistan iracheno

UN RAGIONEVOLE FUTURO – Così, senza alleati e senza poter rischiare una reale rottura né con Baghdad né con i Paesi vicini, prima fra tutti la Turchia, per il governo curdo di Barzani l’esito del referendum rappresenta più una mossa di politica interna che non una reale conquista per l’indipendenza del Kurdistan. Nel clima di divisione e rivalità politica tra il Partito Democratico del Kurdistan, l’Unione Patriottica Curda e il Gorran, l’appello al nazionalismo curdo e la proclamazione del referendum sono stati per Barzani un’occasione per consolidare la propria leadership e presentarsi alle elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo 1° novembre come strenuo promotore di un’indipendenza che, al di là delle rivalità regionali e tribali, unisce tutto il popolo curdo. Allo stesso modo, l’esito plebiscitario sicuramente attribuisce ad Erbil un maggiore peso negoziale nel conflittuale rapporto con Baghdade potrebbe consentirle di trattare finalmente la piena implementazione di quanto previsto dalla Costituzione del 2005 e di affrontare questioni esplosive quali lo status dei territori contesi, l’allocazione del budget e la gestione degli idrocarburi. Più che la secessione, infatti, nel prossimo futuro sembra più ragionevole e probabile che il Kurdistan iracheno riesca a negoziare il miglioramento o la ridefinizione della struttura federale del Paese. Ciò non potrà essere il risultato di decisioni unilaterali ma, per la stessa sopravvivenza della nazione curda, dovrà passare attraverso un cauto e non facile negoziato con le autorità centrali irachene e le potenze regionali vicine. Ciò che è certo, al di là di quali saranno gli sviluppi futuri, è che lo stato delle cose in Iraq non funziona e il referendum curdo dovrebbe essere un’altra occasione per cercare di correggere i difetti di un sistema al collasso.

Maria Di Martino

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1429.- Siria, Putin ed Erdogan discuteranno di coordinamento azioni in zone cuscinetto

Erdogan è pronto a un altro tradimento? Quanto vale la politica dei neocon? L’importante per loro non è vincere, ma vendere.

 

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I motivi principali del riavvicinamento tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vertono sulla situazione in Siria, sul coordinamento delle azioni nel Paese in guerra nelle zone cuscinetto e, sopratutto, sui risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

È quanto già si evinceva dalle note preparatorie della riunione fra i due leader.

Come tra energia, missili e guerra in Siria, Putin ed Erdogan tornano “amici”

Sono gli effetti della sconfitta USA in Siria, ennesima dimostrazione che la finanza sionista sa come guadagnare dalle guerre, ma non può fare politica estera. Nel Summit di Ankara, c’è l’intesa sulle truppe turche a Idlib.

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La Turchia ha dato uno schiaffo alla Nato e ha comprato il più sofisticato sistema anti-aereo dalla Russia, la grande rivale dell’Alleanza atlantica. Ma la crepa fra Ankara e Bruxelles, e Washington, riguarda soprattutto i curdi. È una sequenza di partite che si accavallano, come spesso in Medio Oriente: il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno, l’avanzata dei guerriglieri dello Ypg nell’Est della Siria, il dialogo sempre più fitto fra Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin, il presidente iraniano Hassan Rohani, e ora una scelta strategica che allontana i turchi dai loro alleati occidentali.

La decisione a favore del sistema S-400, quello che difende i cieli di Mosca, arriva dopo un lungo braccio di ferro con la Nato. Già nel 2015 Erdogan aveva annunciato un accordo con i cinesi, poi ripudiato sotto le pressioni occidentali. Ma questa volta il leader turco sembra inamovibile. Ieri, sull’aereo che lo portava ad Astana, in Kazakhstan, Erdogan ha detto che l’intesa «è fatta» e che la Turchia «ha già versato il primo acconto» per il pagamento, che in totale ammonterà a circa 2,5 miliardi di dollari.

Le prime componenti sarebbero «già arrivate in Turchia». Quanto alle obiezioni degli alleati, Erdogan è stato netto: «Ci occupiamo noi della nostra sicurezza, è affare nostro». Ma è anche un affare dell’Alleanza. I sistemi anti-aerei, assieme all’aviazione, sono un pilastro fondamentale delle forze armate occidentali. Scegliere un prodotto russo, molto difficile da integrare con quelli europei e americani, significa essere orientati a difendersi da soli.

Il sistema S-400 è certo fra i migliori al mondo, ritenuto persino superiore al Patriot americano. Può individuare e «ingaggiare» 80 obiettivi allo stesso tempo, sia aerei che missili balistici, fino a 400 chilometri di distanza, e li può abbattere a un’altezza di 30 chilometri. Un osso duro per i cacciabombardieri occidentali, che soltanto quelli «invisibili» di ultima generazione sono in grado di bucare. Ma la scelta di Erdogan più che tecnica sembra politica.

Il fallito golpe del 15 luglio 2016 ha accelerato il cambio di campo della Turchia. Il regime ha eroso le garanzie democratiche e civili, e in questi giorni si sta svolgendo un processo di massa a giornalisti del quotidiano Cumhuriyet accusati di appoggiare «il terrorismo». Le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea si sono arenate. Il Parlamento Ue ha votato il 23 novembre scorso a favore della sospensione dei negoziati e vorrebbe mettere fine alla pantomima, anche se gli Stati membri sono divisi, con Austria e Germania che spingono più di tutti per un taglio netto, ufficiale.

Erdogan non vuol essere lui a rompere, l’Europa è ancora popolare fra i giovani delle grandi città, fra gli imprenditori, è il più importante sbocco per le esportazioni. Ma il leader turco sta spingendo la Germania in quella direzione. Gli scontri si susseguono. Prima il divieto ai parlamentari tedeschi di visitare la base Nato di Incirlik, poi il braccio di ferro sui comizi dei politici turchi in Germania, l’invito del raiss alla minoranza turca perché non voti i partiti della Merkel e di Schulz, gli arresti di reporter con cittadinanza tedesca per i loro reportage sui curdi, compreso quello del corrispondente della «Welt» Deniz Yucel.

Un’escalation che ha avuto come conseguenza, fra le altre, il blocco delle esportazioni di armi dalla Germania alla Turchia: nell’ultimo anno sono state bloccate dal governo di Berlino ben 11 richieste, per timore che vengano indirizzate «alla repressione interna o il conflitto curdo». Anche per questo Erdogan guarda alla Russia. Ma soprattutto si vuole «vendicare» dell’appoggio occidentale ai curdi. Fra 12 giorni nascerà un Kurdistan iracheno indipendente e quel che è peggio ne sta nascendo uno siriano sotto le bandiere dei guerriglieri dello Ypg, «cugini» del Pkk e fedeli al leader in carcere Abdullah Ocalan.

1301.- A Raqqa, tra i volontari occidentali

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.

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RAQQA – Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all’inferno di Raqqa. L’aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell’Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L’ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.

 

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“Giornalista gira delle belle immagini su di me, così resta un ricordo. Nei prossimi giorni potrei morire per liberare Raqqa” è l’epitaffio senza appello di un giovane combattente curdo al volante del blindato artigianale che fa la spola con la prima linea. Il fronte orientale di Raqqa è il più infame. La parte della città liberata sembra uno spettro in cemento armato con le case ridotte a cumuli di macerie o sforacchiate dai proiettili come un groviera. La brigata “martire Gabar” è composta in gran parte da ventenni, comprese molte ragazze. Tutti annidati nelle case diroccate di Raqqa a ridosso dell’antico muro di cinta, linea del Piave jihadista nelle strenua difesa della città vecchia. Gli uomini delle Forze democratiche siriane, che stringono l’assedio, hanno già aperto due brecce grazie ai bombardamenti mirati americani.

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Volontaria curda di un posto di primo soccorso

Un fuoristrada arriva al punto di soccorso avanzato a tutta velocità. Nel cassone dietro sono distesi tre combattenti impolverati, laceri e con lo sguardo tirato. Due sono feriti. Kara, 21 anni, ha una spalla fracassata: “Siamo riusciti a penetrare nella città vecchia, ma è stato un incubo. Sulla strada 23 febbraio sono rimasto intrappolato con la mia unità in un edificio di quattro piani. Noi nei primi due ed i terroristi nel terzo e quarto”. Il combattente si lamenta dal dolore mentre cercano di sistemargli la spalla: “Era quasi un corpo a corpo ed oltre il muro ci sono centinaia di civili, tutti di Daesh (Stato islamico) che fanno da scudi umani”. Alla fine l’avanguardia ha dovuto ripiegare.

Le Forze democratiche siriane sono capeggiate dai curdi del Ypg (Unità di difesa popolare), che nel nord est del Paese hanno cacciato anche il regime di Damasco creando, di fatto, una regione autonoma chiamata Rojava, che i turchi vedono come fumo negli occhi. Trentamila uomini armati dagli Usa, comprese unità cristiane ed arabe sono impegnati nell’offensiva per liberare Raqqa.

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Il comandante Lawand Khabat, barbetta, mimetica e fucile di precisione è annidato con il suo pugno di uomini in un’abitazione diroccata del fronte orientale. Ogni tanto arriva qualche granata di mortaio delle bandiere nere. Il frastuono stridente dell’esplosione ti provoca sempre un sottile brivido lungo la schiena. Il sibilo mortale dei proiettili dei cecchini che cercano la preda e le trappole esplosive nascoste ai lati delle strade sono l’incubo peggiore. Khabat schiera le truppe ventenni sul tetto per contrastare i tiratori scelti delle bandiere nere. Il comandante fissa l’obiettivo nel mirino telescopico e tira con calma il grilletto.Franco-tiratore-curdo-delle-Forze-democratiche-siriane-DSC_0108-e1499755416788-1413x636-1

Giovane combattente curda fra le rovine di Raqqa IMG_6541

Takuschin, 22 anni, faccia da brava ragazza, ha i capelli raccolti e spara con il kalashnikov come gli uomini. “Non combatto solo per difendere il mio popolo e cacciare dalla mia terra Daesh (lo Stato islamico) – spiega Takushin – ma anche per voi europei minacciati dal terrorismo”. Nella casa occupata le donne hanno una stanza separata dagli uomini, ma combattono come loro. L’altra ragazza si chiama Azadi. Il suo nome significa “libertà” ed è un’araba nata a Raqqa. Pelle ambrata e sguardo da bambina ha solo 19 anni ed un obiettivo fisso: “Voglio liberare la nostra città per la mia famiglia” costretta all’esilio dalle bandiere nere.

A Raqqa sono decisi a combattere fino alla morte almeno 3500 jihadisti compresi i volontari della guerra santa internazionale giunti dall’Europa. Un centinaio dall’Italia, anche se molti occidentali sarebbero scappati oltre l’Eufrate verso il confine con la Giordania. Del gruppo in fuga farebbero parte anche alcuni seguaci del Califfo giunti dall’Italia.

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Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

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Molti sono “internazionalisti” legati all’anarchia e agli ideali socialisti del Ypg, ma non mancano ex militari americani ed europei, che vogliono combattere contro lo Stato islamico dopo gli attentati a casa nostra. Tutti devono passare un mese di addestramento e preparazione ideologica, all’ “accademia”, base di partenza della brigata internazionale. Alla fine ad ogni volontario viene chiesto come se fosse un giuramento: “Sei pronto a combattere?”. E la risposta è “sì sono pronto a farlo contro l’organizzazione fascista dello Stato islamico” (ma cosa significa fascista? va a finire che faccio confusione anch’io).

Dall’inizio di luglio due americani ed un britannico sono stati uccisi nella battaglia di Raqqa. L’ultimo, il 6 luglio, è Robert Grodt, attivista anti capitalista di Occupy Wall Street. Il giorno prima erano finiti in un’imboscata mortale il suo connazionale Nicholas Warden e il britannico Luke Rutter.

Warden ha lasciato un video testamento che spiega la decisione di arruolarsi dopo gli attentati ispirati dalle bandiere nere ad Orlando, San Bernadino, Nizza e Parigi.

A Raqqa combattono anche 4 italiani compreso Karim Franceschi, veterano di Kobane, che ha scritto un libro sulle sue avventure intitolato “Il combattente”. Uno è stato ferito ad un braccio da un proiettile di kalashnikov, ma non demorde.

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“Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero.”
Così scrive in una lettera Karim Franceschi, l’unico italiano andato in Siria a combattere l’Isis: ventisei anni, figlio di padre ex partigiano e madre marocchina, Karim ha combattuto a Kobane, contribuendo alla prima grande sconfitta dell’esercito del califfato. Arrivato al fronte come soldato semplice, è poi diventato un abile cecchino… Questo libro, scritto insieme al giornalista Fabio Tonacci, è la ricostruzione momento per momento dei mesi trascorsi in battaglia, tra scontri durissimi, rappresaglie, stragi di civili e villaggi in macerie: un resoconto di cosa significhi lottare e uccidere per la democrazia, una lettura per capire dall’interno la ferocia di una guerra che ci riguarda tutti.

“Non andiamo in giro per farci ammazzare, ma una delle realtà in posti come questi è che puoi morire” ammette senza battere ciglio Bruce, originario di Saint Louis, all’ultimo piano di un palazzo in costruzione, che segna il fronte nella parte occidentale di Raqqa. Ottocento metri più in là si vedono bene i piloni delle luci dello stadio, dove i seguaci del Califfo organizzavano le decapitazioni pubbliche.

 

“Tutti assieme siamo invincibili fino alla vittoria” è lo slogan della “Forze militari siriane”, una milizia cristiana schierata a Raqqa al fianco dei curdi. Ragazzini ventenni, che ci accompagnano in prima linea su un fuoristrada scoperto sparando in aria. “Abbiamo sofferto tanto quando i terroristi dello Stato islamico bruciavano le nostre chiese, ci obbligavano alla conversione e rapivano in massa i cristiani, come 12 miei familiari. Sei sono stati uccisi” racconta Abud, comandante sbarbatello, che dopo tre anni di guerra è già un veterano. I suoi 30 uomini lo chiamano “il cristiano” e tengono una postazione vicino a piazza Almizar. Al polso ha un braccialetto di stoffa con un piccolo crocefisso. “A Raqqa c’erano anche delle chiese distrutte o trasformate in deposti di munizioni – spiega il comandante ragazzino – Alcune famiglie cristiane sono rimaste in città e sono state costrette a convertirsi con la forza. Vogliamo liberarle come tutta la città”.

Il manipolo cristiano sfida ogni giorno il fuoco nemico per dare il cambio al fronte. Il fuoristrada con il cassone aperto che utilizzano per gli spostamenti sfreccia  fra strade desolate e distrutte. Ad un incrocio i miliziani fanno segno con la mano di stare giù e gridano: “Cecchino, cecchino”.

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Sul tetto della casa trasformata in postazione da prima linea hanno ricavato una specie di bunker con una feritoia dove un omaccione piazza la mitragliatrice pesante con il lungo nastro di proiettili pronto all’utilizzo. Sulle pareti oltre agli slogan è disegnato un teschio perché questi ragazzi cristiani vanno ogni giorno a braccetto con la morte. Uno di loro si tira su la manica della mimetica e mostra orgoglioso la croce tatuata sul braccio.

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1263.- Gli Stati Uniti si ritirano da al-Tanaf e dall’occupazione della Siria sudorientale

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Inizia la corsa finale per la Siria e per i Curdi. Ma è in ballo tutto l’Occidente, se, come penso, non c’è futuro nella contrapposizione USA-Russia. Il Pentagono, costretto a inseguire le altalenanti politiche dei neocon, subisce le tattiche dei siriani e dei russi, spendendo il suo buon nome e le sue risorse. Il bombardamento degli F-18 sugli avamposti dell’ISIS, sarà anche riuscito a frizzare la riserva di Spazio Aereo dichiarata dai russi, ma ha dato una immagine senza valore della strategia USA. La politica estera deve avere un filone da seguire e non può altalenare da un business all’altro.

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Aurora: Moon of Alabama 29 giugno 2017. Gli Stati Uniti rinunciano alla posizione, senza speranza, al confine tra Siria e Iraq, vicino al-Tanaf, nella Siria sudorientale. I militari statunitensi avevano già bombardato le forze siriane quando si avvicinavano alla posizione, ma si trovarono esclusi dai combattimenti, isolati a nord e chiusi in una zona inutile. Al-Tanaf è nell’area blu con le due frecce blu nella parte inferiore della mappa. Sarà presto rossa, venendo liberata e posta sotto il controllo del governo siriano.

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Ricapitolando: “Il piano statunitense era di avanzare da al-Tanaf a nord, verso l’Eufrate, per prendere e controllare tutto il sud-est della Siria. Ma Siriani ed alleati compivano una mossa inattesa impedendo il piano. Gli invasori sono ora sono isolati dall’Eufrate da una linea ovest-est che termina al confine siriano-iracheno. Elementi delle Unità Militari Popolari iracheni sotto il comando del governo iracheno, avanzano per incontrare le forze siriane al confine. Gli invasori statunitensi sono ora nel mezzo del deserto, in una posizione piuttosto inutile, attorno al-Tanaf, dove la sola opzione è morire di noia o rientrare nella Giordania da dove sono venuti”. Le forze armate statunitensi avevano anche trasferito un lanciarazzi HIMARS per 300 km dalla Giordania ad al-Tanaf. Una mossa ridicola. Non ne migliorava le capacità passando dalla posizione iniziale in Giordania a poche miglia ad ovest. Ma qualcuno nell’esercito statunitense credeva che mostrare tale arma in una zona condannata avrebbe impressionato le forze siriane e russe e cambiato la realtà. Non l’ha fatto. Era chiaro che gli Stati Uniti avrebbero dovuto andarsene. Ora sembra stia accadendo. Una fonte informata afferma: “TØM CAT @TomtheBasedCat – 3:38 PM – 29 giugno 2017. LOL.
Evidentemente l’FSA di al-Tanaf sta davvero volando verso Shaddadi. Il piano “C” è in corso”.
C’erano diverse voci (https://twitter.com/lrozen/status/880256235211247616) a questo proposito sin da ieri e le notizie ora le confermano. LOL davvero. Circa 150 miliziani addestrati dagli Stati Uniti passeranno da al-Tanaf alla Siria nordorientale, dove si uniranno alle (odiate) forze curde. Possono, poi, cercare di raggiungere Dayr al-Zur assediata dall’ISIS a Nord, o eseguire una missione suicida contro un’altra posizione dell’ISIS.

L’Esercito arabo siriano si avvicina per liberare Dayr al-Zur probabilmente da Sud e da Est. È improbabile che lascerà che “i fantocci” (immagino l’umore dei ranger.ndr) degli USA vi partecipino. Il contingente statunitense si sposterà ad Ovest da al-Tanaf, tornando in Giordania. Le forze siriane e irachene prenderanno il controllo del confine da al-Walid ad al-Tanaf e riprenderà il regolare traffico commerciale sull’autostrada Damasco-Baghdad.
I propagandisti che hanno sostenuto la grande missione statunitense (molto tardiva.ndr) di occupare l’intero confine iracheno-siriano e la Siria orientale hanno perso. La “mezzaluna sciita” dall’Iran al Libano che avrebbero voluto impedire con tale mossa non è mai stato un collegamento stradale fisico e certamente nulla che gli Stati Uniti potessero combattere con qualsiasi mezzo fisico. La spinta all’occupazione statunitense della Siria orientale e l’incitamento a un grande conflitto sono ormai falliti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

1261.- NEI CIELI SIRIANI, LA GRANDE SFIDA!

Gli Stati Uniti forniscono un supporto aereo all’Esercito Siriano – ma solo per sconfiggere la Russia

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni dell’ ISIS vicino a Palmyra – agevolando l’avanzata siriana e inviando un messaggio alla Russia

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24 giugno.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto una missione strike a Palmyra, Siria, il 23 sera. Cioè, ben ad Ovest dell’Eufrate. By passando, così, l’avvertimento della Russia. Giovedì, gli aeroplani di coalizione guidati dagli Stati Uniti hanno attaccato le posizioni dell’ISIS vicino a Palmyra, e proprio di fronte all’Esercito Siriano che avanzava.

Gli Stati Uniti hanno voluto segnare un punto e inviare un messaggio alla Russia.

Ricordiamo: Mosca aveva annunciato lunedì che avrebbe “inseguito” tutti gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate.

Ma cosa può realmente fare la Russia se i piani della coalizione (senza invito) forniscono, tuttavia, il supporto aereo per l’Esercito Siriano?

 

Enduring Freedom

Qui leggete il rapporto trasmesso dal CENTCOM:

SOUTHWEST ASIA – Il 22 giugno le forze militari della coalizione hanno condotto 32 strike costituiti da 103 ingaggi contro i terroristi ISIS in Siria e in Iraq.

In Siria, le forze militari della coalizione hanno condotto 28 attacchi, costituiti da 49 ingaggi contro gli obiettivi ISIS.
* Vicino a Abu Kamal, sette strike hanno impegnato due unità tattiche ISIS e hanno distrutto nove cisterne di petrolio dell’ISIS, quattro autocarri, tre miscelatori di cemento, tre veicoli, tre veicoli tattici, due gru, un deposito di armi, una presa a pompa e un manifold.
* Vicino a Dayr Az Zawr, uno strike distrusse sei serbatoi di petrolio dell’ISIS.
* Vicino a Palmyra, uno strike distrusse quattro ingressi del tunnel dell’ISIS.
* Nei pressi di Raqqah, 19 strike hanno ingaggiato 14 unità tattiche ISIS; Distrutto 12 postazioni di combattimento, due veicoli e un deposito di IED; e ha danneggiato un canale di rifornimento dell’ISIS.

Ma, sopratutto, lo strike di Palmyra ha rotto il cerchio. esso non è stato condotto bene a Ovest dell’Euphrates—ma è avvenuto proprio sul cielo delle truppe del SAA mentre attaccavano le posizioni dell’ISIS:

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Qui vedete la mappa ingrandita, per meglio contestualizzare:

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Il punto che gli americani stanno tentando di fare è abbastanza chiaro: la Russia dovrà proteggere gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate che operano contro l’ISIS?

Cinico? Ovviamente.

L’obbiettivo finale: la Russia avrà non poche difficoltà a cercare di scoraggiare gli aerei degli Stati Uniti dal volare dove vogliono.

US Air Force General: “ISIS Is a Sideshow”, the Real Fight Comes After

The US general says a “state-on-state” fight is coming

Inherent Resolve

Brig. Gen. Charles S. Corcoran is the Commander, 380th Air Expeditionary Wing, Southwest Asia. The 380th is comprised of four groups and 15 squadrons. He is responsible for the wing’s air refueling, intelligence, surveillance and reconnaissance, air battle management, control and reporting center, ground attack, air support, theatre security cooperation and airlift missions in support of overseas contingency operations in Southwest Asia.

Il Brigadiere generale Charles Corcoran della US Air Force sta combattendo contro l’ISIS, ma crede anche che la lotta sia un “anteprima” della vera lotta “Stato-contro-Stato” che inizierà una volta che la minaccia dell’ISIS “sarà stata allontanata”.

La testata Military.com ha intervistato Corcoran nel suo quartier generale negli Emirati Arabi Uniti; La parte più interessante della relazione dice:

Durante un’intervista nel suo ufficio, Corcoran ha sottolineato: “Siamo qui per combattere l’ISIS”, ma ha anche indicato una mappa della Siria e dell’Iraq per definire alcune aree come “rosse” o controllate dallo stato islamico.

 

“È abbastanza chiaro che ad un certo punto il” rosso “andrà via,” ha detto “, e avremo forze dello stato sullo stato”. “L’ISIS è anteprima … ma cosa succederà quando gli altri due si incontreranno? Strategicamente, cosa succederà quando non ci sarà più l’ISIS, questo è il vero problema”.

Speriamo che Corcoran stia andando in questa direzione, piuttosto che a parlare dei piani reali USA. Quella dell’US Air Force, insieme con quella delle forze speciali – tradizionalmente, è la più feroce guerra che possa essere condotta da tutti i rami del Pentagono.

 

Ci sono veramente poche guerre che l’US Air Force ha mai visto e non gli sono piaciute. I generali dell’USAF, soprattutto il capo di Corcoran, il generale Jeffrey L. Harrigan, molto probabilmente sabotarono deliberatamente l’accordo di cessate il fuoco Kerry-Lavrov nel settembre 2016, organizzando un attacco alle truppe siriane nella città assediata di Deir ez-Zoor e uccidendone circa 100.

Corcoran racconta a Military.com che, quando i combattenti americani hanno sparato al Su-22 siriano e ai due drone forniti dagli iraniani, in ciascuno dei tre incidenti la decisione di fare fuoco è stata presa da piloti in volo:

In ciascuno degli abbattimenti, che hanno coinvolto gli aeromobili provenienti da altre località, i piloti americani hanno fatto la prevista chiamata per far scattare le regole di ingaggio, ha detto Corcoran. In tutti e tre i casi, “aerei indifesi” come gli aerei cisterna e gli altri aerei hanno lasciato lo spazio aereo a causa dell’incertezza di ciò che i siriani oi russi avrebbero potuto fare dopo, ha detto.

Questo, però, significa che le forze aeree americane e la Marina hanno prescritto regole di ingaggio molto permissive per la Siria.

Corcoran è il comandante del 380th Air Expeditionary Wing che gestisce la ricognizione,, il controllo del Traffico Aereo e le operazioni di rifornimento in volo per le forze aeree dell’USAF impiegate nelle operazioni USA in Syria e in Iraq.

1247.- IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. II

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Le Forze Speciali turche sono arrivate da due giorni a Nord di Aleppo per rafforzare il loro schieramento, in quella che potrebbe essere una nuova missione repressiva contro le forze curde.

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Vecchi carri M-60 turchi, obsoleti rispetto ai T-90 dell’esercito siriano.

I rinforzi della Türk Kara Kuvvetleri – molto ben accolti accolti dai residenti arabi locali – sono stati schierati per sostenere la Missione della Turchia “Schiaffo dell’Eufrate” – una coalizione di fazioni affiliate di FSA -; per espellere i combattenti curdi da Tal Rifaat e da altre città vicine che hanno conquistato recentemente nei combattimenti tra i due partiti contendenti .

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si è impegnato a scacciare i curdi da tutti i villaggi che avevano occupato in precedenza, accusandoli di pulizia etnica contro gli abitanti arabi indigeni.

Oggi, le forze curde hanno arrestato e fatto indietreggiare la contro-offensiva dell’ISIS sulla città di Raqqa.

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Qui, cinque membri dell’ISIS presi prigionieri dai Kurdi

Sostenuto da diversi alleati paramilitari, l’Armata Arabo Siriana, SAA ha compiuto imponenti progressi nel deserto siriano, lungo i confini con l’Irak in direzione di Deir Ezzor, tornando nella provincia ricca di petrolio, per la prima volta dopo anni, da quando la Badiah siriana cadde nelle mani dei terroristi dello Stato islamico.

Lungo la direttrice di attacco, le forze armate siriane hanno catturato Ard Al-Washash, la diga di Al-Waer, la regione Al-Waer Canyon e gran parte del deserto nella zona della stazione di pompaggio di T2. Gli ultimi progressi trovavano le forze governative a meno di 25 km dalla Base T2, nella campagna sud-orientale di Deir Ezzor e circa 100 km dalla fortezza di Albukamal dell’ISIS, che molti considerano la nuova capitale del terrorismo, dopo l’assedio (e la caduta fatale) di Raqqa e delle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti.

La SAA si trova, ora, a 120 km dalla città assediata di Deir Ezzor, dal suo lato meridionale, a 135 km dall’asse di Palmyra e a 115 km dall’asse Raqqa in quello che sembra essere una gara fra le varie formazioni SAA a chi raggiungerà la Città disperata nel più breve tempo possibile, mentre ISIS martella con un’offensiva i suoi difensori, che resistono  nella speranza di sopraffarle prima che le truppe alleate sollevino l’assedio. Se l’esercito siriano raggiungerà Deir Ezzor, la presenza dello Stato islamico in Siria sarà messa in pericolo. Il gruppo terrorista lo sa e raccoglierà la maggior parte delle sue forze per questa battaglia apocalittica, che cambierà definitivamente la dinamica della guerra siriana, sperando di portare questa guerra tortuosa alla sua attesa fine.

Combattimenti sono, oggi, in corso nella zona orientale della città di Deir Ezzor, mentre le truppe del governo siriano hanno reagito bene  contro un contrassalto massiccio lanciato dallo Stato islamico. Qui, sostenuto da combattenti locali, l’esercito siriano ha sconfitto i militanti dell’ISIS costringendoli a abbandonare l’area di al-Berka, situata a ovest della base aerea della città; Un bastione fondamentale per l’esercito siriano nella città affascinata.

Gli scontri, feroci, sono scoppiati prima che le forze governative riuscissero a riprendere l’area. L’ISIS ha abbandonato enormi quantità di armi e munizioni e sono stati uccisi decine di jihadisti.

Altrove, nel deserto siriano, le truppe dell’esercito – sostenute dalle forze alleate e dagli aerei russi – continuano la loro avanzata verso al-Sukhnah, altra forte roccaforte ISIS sulla strada di Deir Ezzor.

UN AGGIORNAMENTO DELLA MAPPA DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

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Questa mappa, tratta da una live e interattiva, fa il punto sulla guerra civile siriana e sulla guerra irachena. A differenza di altri siti web non utilizziamo fonti online e pubbliche. Siamo in contatto con molte persone che vivono in Siria e in Iraq. Queste persone forniscono informazioni sulle circostanze attuali nelle zone di conflitto.

  • Più di 350.000 persone sono già morte nella guerra cosiddetta civile in Siria, che civile non è, in quasi cinque anni. Più di 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case a causa delle battaglie tra le varie fazioni. Uno dei motivi per cui il conflitto in Siria è così complicato è dovuto all’enorme varietà di gruppi etnici e religiosi che lì vivono. Le rivalità e le tensioni tra questi gruppi svolgono un ruolo importante nella guerra. Le proteste suscitate in Siria, che fanno parte della grande ondata di “protesta araba”, sono state trasformate in un conflitto armato contro il governo dopo che i manifestanti hanno chiesto la rimozione del presidente Bashar al-Assad. Il conflitto armato si è, poi, trasformato in una guerra proxy tra i vari paesi che si battono per il potere nel Medio Oriente. Attualmente, lo scontro è in atto fra: il governo siriano con i suoi alleati (inclusi la Russia, l’Hezbollah e l’Iran), da una parte e i gruppi “ribelli” arabi sunniti, i gruppi ribelli jihadisti, le forze democratiche siriane (SDF), dall’altra, guidate dalla fazione kurda e dallo Stato islamico d’Iraq e Siria.
  • Le forze democratiche siriane: generalmente abbreviate come SDF o QSD, sono un’alleanza di milizie kurde, arabe, turkomanne, assire e armene che combattono principalmente contro ISIS, Al-Nusra Front e altri gruppi jihadisti nella guerra civile siriana. L’obiettivo assegnato al gruppo SDF dalla politica USA e israeliana è di stabilizzare e proteggere la regione federale “Rojava – Siria settentrionale”.
  • Forze anti-governative: centinaia di gruppi che combattono il governo di Bashar al-Assad. I gruppi principali sono i moderati gruppi FSA e jihadisti come Al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham) e Ahrar al-Sham.
  • Forze del governo: forze che combattono per il governo di Bashar al-Assad. Queste forze comprendono l’armata regolare araba siriana, le forze della difesa nazionale e le milizie sciite, sostenute dall’Iran come l’Hezbollah.
  • Stato islamico dell’Iraq e della Siria: lo “Stato islamico dell’Iraq e della Siria” è un gruppo jihadista che controlla enormi fasce di terra nell’Iraq occidentale e nella Repubblica araba siriana. Si considerano come il “Califfato islamico”.

L’esercito arabo siriano (SAA) non interromperà le proprie operazioni nella campagna occidentale del Governatorato di Al-Raqqa, nonostante gli attacchi recenti compiuti dalle forze aeree degli Stati Uniti, alla loro forza aerea, nei pressi della città chiave di Resafa.

“L’aggressione americana non fermerà la nostra missione e noi (l’esercito siriano) continueremo a combattere i terroristi finché saranno in Siria”, ha detto un ufficiale militare al-Masdar il giovedì sera.

Dall’attacco degli Stati Uniti all’Aeronautica Siriana, le tensioni sono rimaste alte nella campagna occidentale di Al-Raqqa, in quanto l’esercito arabo siriano e le forze democratiche siriane (SDF) si sono scontrate in più di un’occasione. Mentre i problemi tra il governo Assad e le forze kurde verranno probabilmente dissipati nei prossimi giorni, la continua interferenza della coalizione statunitense ha costretto i militari russi a intervenire pesantemente in questa parte del paese, per evitare che, attraverso le operazioni dell’esercito, gli USA proseguano la loro intromissione nel futuro della Siria.

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Oggi, sei missili da crociera Kalibr sono stati lanciati contro le posizioni dello Stato islamico in Siria: due da ciascuna delle fregate russe, Ammiraglio Essen e Ammiraglio Grigorovich e due dal sottomarino Krasnodar, tutte unità operanti nel Mar Mediterraneo orientale.

 

I missili hanno colpito la roccaforte di Avisbat, dell’ISIS nella periferia orientale di Hama.

Secondo il ministero della Difesa russo, i missili hanno distrutto centri di comando e controllo, nonché depositi di munizioni del gruppo terroristico, uccidendo e ferendo numerosi jihadisti.

 

Immediatamente dopo l’attacco missilistico, i bombardieri  strategici, scortati dai caccia russi, hanno battuto la stessa zona per distruggere gli altri bersagli.

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A conclusione della giornata, le truppe del governo siriano, sostenute da unità russe, hanno lanciato un’offensiva a tutto campo contro lo Stato islamico nella regione orientale di Hama, cercando di proteggere la città di al-Salamiyah e i villaggi vicini.

 

 

1155.- La suddivisione dell’Iraq: gli Usa ci riprovano

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La mappa di cui sopra – fornita direttamente dall’intelligence statunitense – mostra schematicamente la divisione dell’Iraq in tre distinte etnie. Sciiti al sud, molto simili agli iraniani come religione e lingua, sunniti al centro nord e curdi al nord est. Il grande movimento che si sviluppa attorno a Mosul sarà determinante per decidere come e chi si spartirà l’Iraq a fine guerra. Gli Usa non hanno mai smesso di sognare di spartire l’Iraq in tre piccole nazioni, utilizzando la suddivisione etnico-religiosa sunnita-sciita-curda.

Tre stati fantoccio che verranno manipolati nel peggiore dei modi, una soluzione che vedrà effettivamente:

  • un primo stato controllato direttamente dagli sciiti
  • un secondo stato controllato dai sunniti
  • un terzo stato controllato dai curdi

In Iraq, dal punto di vista statunitense, le forze di cui tenere conto sono:

  1. il governo di Baghdad, solo nominalmente filoamericano, e teatro di accesissimi scontri per l’assegnazione delle forniture petrolifere, appalti multimiliardari (che, guarda caso sono finiti praticamente tutti in mano ai russi e ai cinesi), un alleato scomodo
  2. i curdi, divisi tra curdi iracheni, iraniani, siriani e turchi. Un alleato prezioso in Siria e in Iraq da tenere buono, da finanziare e da illudere con l’eterna promessa dello stato curdo
  3. i fanatici islamisti, finanziati ed armati dagli americani stessi e protetti dagli emirati del golfo, un super-nemico da battere ma che è allo stesso tempo un alleato
  4. le spinte indipendentiste del sud sunnita, che contendono al governo centrale ricchi giacimenti di petrolio ed il terminal petrolifero di Bassora. Se tutto finisse in mani iraniane – ovvero se si creasse una nazione sciita del sud alleata con Teheran – questo potrebbe essere un altro problema (Molto contente Russia e Iran, ma Israele suderebbe freddo perché i missili sarebbero ancora più vicini)
  5. la Turchia, il 1° convitato di pietra della questione, che alterna con l’occidente relazioni alquanto difficili, ma si sa la geopolitica crea “strani compagni di letto” (come disse Dickens)
  6. Israele, il 2° convitato di pietra, alla costante ricerca di contenere la minaccia iraniana e alla continua ricerca di impedire l’espansione degli sciiti in Iraq e in Siria
  7. La Russia dopo essere entrata a gamba tesa in Siria, ha continui abboccamenti con il governo iracheno e l’Iran è diventato un suo alleato

Gli interessi, ovviamente sono molteplici, soprattutto economici. I giacimenti nel nord dell’Iraq sono da sviluppare, e i curdi in cambio della loro bella nuova nazione concederebbero sicuramente alle compagnie petrolifere amiche – ovvero occidentali – i giacimenti. Il giacimento qatariota potrebbe trovare il modo di passare attraverso il nuovo stato curdo e la Turchia. Quest’ultima potrebbe diventare una nuova via di trasporto per fare uscire il petrolio dal nuovo stato sunnita iracheno, ma gli Usa per mantenere l’appoggio logistico dovranno tenersi amico Erdogan.

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Una simpatica mappa viene fornita da “un interessante Comitato”, i confini tracciati seguono accuratamente le zone di pertinenza delle varie etnie e religioni, tenendo conto delle varie tensioni presenti in zona, e cerca di accontentare tutti. La Turchia si vedrà davanti uno stato curdo e avrà la possibilità di tenerlo sotto controllo “a cannonate”. Alla fine lo scopo di questa divisione, che non è mai stato quello di distruggere l’ISIS, è quella di creare uno stato cuscinetto gestito dagli americani, finanziato dai sauditi e dai proventi petroliferi, in modo da permettere di lasciare una presenza americana in zona. Rimane strategico l’appoggio turco, che permetterebbe di far affluire mezzi militari in zona, anche in caso di guerre. La capitale Baghdad, vero covo di insurrezionalisti baathisti (residui del vecchio governo di Saddam), verrà lasciata agli iraniani e saranno loro ad occuparsene con grande piacere.

Nell’ultimo periodo emerge che già durante l’amministrazione Bush era stata creata un’alleanza con un ex appaltatore privato del Pentagono in Iraq, membro di una ricca dinastia irachena. Un piano che per anni ha mirato alla disgregazione dell’Iraq. Trapela ora che questa rete sarebbe strettamente connessa alla Cambridge Analytica (la società di tecnologia che aiutò Trump nella campagna elettorale).

Il giornalista che ha rotto il vaso di Pandora, rendendo note passo a passo tutti i collegamenti che portano alla luce le trame oscure nascoste per oltre un decennio è stato Nafeez Ahmed il 21 marzo 2017 https://medium.com/insurge-intelligence/exclusive-inside-the-trump-lobby-that-wants-to-break-up-iraq-3ecf122f0ead (giornalista investigativo che lavora per Insurge Intelligence). Ovviamente Vi consigliamo di leggerlo, sono 24 minuti di lettura molto coinvolgenti.

Nafeez Ahmed è riuscito a scoprire la rete iracheno-statunitense che operava su tale progetto, rendendo pubblico che dietro al progettato “spezzatino” statunitense c’è:

  • Sam Patten, che servì durante l’amministrazione di George W. Bush come anziano consigliere del Dipartimento di Stato 2008-2009 e che in precedenza fu coordinatore della campagna presidenziale di Bush nel 2000.
  • il sostegno finanziario al Hudson Institute, un think-tank con i legami diretti con la squadra di transizione di Trump, che ha poi prodotto un rapporto che prevede la disgregazione dell’Iraq secondo linee settarie. L’autore del rapporto è Michael Pregent, assistito da Kevin Truitte. Pregent è un ex consigliere del generale David Petraeus che ha servito in Iraq e afferma che per distruggere l’ISIS bisogna smembrare l’Iraq.
  • i nessi tra i fratelli Koch-Bush-Trump
  • tutti i personaggi di spicco coinvolti in Cambridge Analytica, i finanziatori e i ruoli chiave
  • i flirt con i ribelli e le lobby coinvolte (una di esse è rimasta coinvolta nello scandalo Panama Papers), le ondate violente di rapimenti e di decapitazioni in Iraq
  • il coinvolgimento di ExxonMobil e l’accordo petrolifero con il Kurdistan iracheno.

Dunque “il Comitato” che si propone di distruggere l’ISIS (1) – attraverso lo smembramento dell’Iraq – nel frattempo ha ovviamente allungato le lunghe mani sulle immense riserve energetiche. Con ogni probabilità Trump capirà che è giusto inchinarsi agli ex lobbisti di Bush, alle élite irachene legate alla Cambridge Analytica, ai rivoltosi islamici, a ExxonMobil e ai fratelli Koch. In fondo se tutto ti torna a favore, perché scontrarsi se tutto ti viene servito su un piatto d’argento?

Saleh Muhammed al-Mutlaq (2), politico iracheno ed ex primo ministro è senz’altro della partita, ed è pronto a svolgere l’ingrato compito di presidente della nuova nazione. Sempre che le sue guardie del corpo riescano a proteggerlo, ovvio. Già parecchi tentativi di ucciderlo sono stati effettuati da diverse delle forze sul campo. La politica è una roba seria da quelle parti.

Signori avere fatto il Vostro Gioco? Avete puntato sul Vostro Obiettivo?

Sinceramente questi sono i soliti giochetti interni da impero in decadenza, ma alla resa dei conti vi troverete davanti Cina, Russia e Iran. Questo trio vi presenterà il Conto: o Vi ostacoleranno o in cambio Vi chiederanno molto, moltissimo.

di Maurizio Blondet

Così, Maurizio Blondet, ma l’Egitto, che è lo stato guida del mondo arabo ed islamico, che ne pensa di una guerra settaria tra sunnismo e sciismo?

La Redazione di Liberticida http://liberticida.altervista.org/

(1) http://destroyisis.org/en/
(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Saleh_al-Mutlaq
P.S. diversamente dal solito i nostri amici di DestroyIsis.org si sono attrezzati, il nome dell’intestatario del dominio è schermato dalla compagnia Digital Private Corporation, e il dominio è hostato in Islanda presso il Thor Data Center Ehf. Bravi, nessuno sospetterebbe che ci sia dietro  il Dipartimento di Stato Usa…

1148.- SIRIA. IL CAOS AMERICANO SEMPRE PIU’ INCENDIARIO.

MA GLI AEREI DELLA TURCHIA E DEGLI USA SONO DELLA NATO SOLO DOPO L’ATTERRAGGIO? E LA NATO A COSA SERVE? SERVE A FAR SCOPPIARE LA GUERRA NUCLEARE, PARTENDO DALLA SIRIA.

President Donald Trump talks on the phone to Commander Andria Slough
President Donald Trump talks on the phone to Commander Andria Slough, Commanding Officer of USS Porter from his office on board AF-1 en route Washington, D.C., Sunday, April 9, 2017. Also shown is Lt. Gen. H. R. McMaster, National Security Advisor. President Trump called Commander Slough to congratulate and thank the commanding officer for the flawless execution of the April 6 order to retaliate against the regime of Bashar Al-Asad for his chemical weapons attack against innocent civilians in Syria on April 4. (Official White House Photo by Shealah Craighead)

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Venerdì 21 aprile: un portavoce del Pentagono comunica che caccia Usa hanno tentato di intercettare aerei siriani (due Su-24) che stavano attaccando forze curde nella regione di Hasaka, non riuscendoci perché gli aerei siriani avevano già abbandonato la zona. La scusa per questo, ha detto  l’uomo del Pentagono, era “proteggere i consiglieri americani,  i militari che stanno inquadrando le forze curde.

Lunedì 24 aprile: un altro portavoce del Pentagono, Peter Cook, mette in guardia Siria e Russia con queste parole: “Non ci sono ‘zone di esclusione’ [no-flight zone], ma consigliamo il regime siriano di restare lontano dalle zone dove operano forze della coalizione” [la “coalizione” americana “contro l’IS”]. Alla domanda di un giornalista  se gli aerei Usa sono pronti ad abbattere anche aerei russi, Cook risponde: “Se minacciano le forze americane, abbiamo sempre diritto di difendere le nostre forze armate”.

Martedì 25 aprile:  F-16 turchi (non siriani, non russi: turchi) attaccano posizioni kurde alleati degli Usa nel nordest della  Siria e in Irak (forze situate sui due lati delle montagne Singal, dove i curdi operano con forze di autodifesa yezide)  ammazzando una ventina di combattenti e  distruggendo un centro dello YPG (l’armata curda anti-Assad), un centro-stampa e una stazione radio. Lo YPG, per Erdogan, è il braccio armato del PKK di  Oçalan, organizzazione “terrorista” pèer Ankara ed anche per gli Usa.  Nello stesso tempo,  lo YPG è parte attiva (anzi decisiva) della “coalizione” americana di cui sopra, e  partecipa alla  “liberazione” di Rakka (in Siria) occupata dall’IS (che è sostanzialmente una creatura wahabita-americana).  L’attacco turco  ai curdi favorisce l’IS, perché  una parte delle forze combattenti curde saranno distolte dall’assedio di Rakka per rinforzare le difese attornoalla zona bombardata, aprendo il cerchio che  per ora impedisce (più o meno) ai terroristi wahabiti assediati a Rakka di defluire verso le città siriane – soluzione preferita dagli americani, che vogliono usare  l’IS contro Assad  ricostruendo una “capitale dello Stato Islamico” a Idlib (Siria del Nord) con i resti dei mercenari terroristi.

Domande: Erdogan ha bombardato i curdi YPG con l’assenso  oppure contro il parere del  Pentagono? Se sì, il Pentagono minaccerà Ankara di abbattere i suoi aerei che minacciano i suoi alleati e i consiglieri militari Usa che sicuramente sono lì? Sono domande per cui non abbiamo risposta,  ma servono a dar l’idea di quanto sia contorta, caotica e pericolosa la situazione bellica del Nord Siria, dove gli americani l’hanno ulteriormente complicata e non è più tanto facile capire chi sta combattendo contro chi, e  “con”  chi.

Infatti,  i caccia di Ankara hanno colpito non solo i curdi YPG, ma  anche ucciso cinque peshmerga, la milizia del clan Barzani   – e  la famiglia Barzani è amica sia di Ankara sia di Washington e Israele; occupa la parte curda dell’Irak,   ricca di greggio,  dove ha sostanzialmente dichiarato la sua autonomia  con il beneplacito  Usa.  I Barzani ricoprono tutte le  cariche in questa  semi-repubblica del Kurdistan iracheno (dove operano  il Mossad e Tsahal come consiglieri  speciali): presidente, primo ministro, capo del controspionaggio…  Gli Usa   operano dall’aeroporto di Erbil, la capitale del  Barzanistan;  anche i turchi hanno lì diverse basi militari; il clan Barzani   estrae  il petrolio dal Kurdistan iracheno e lo rivende  in Turchia; la famiglia Erdogan, notoriamente, è nello stesso business; insomma sono amiconi.  L’attacco  turco mette in difficoltà il clan Barzani, che già ha dovuto soffocare proteste di  curdi che manifestano contro la sua dittatura. Erdogan  preferisce aiutare Is che Barzani?

Erdogan, bombe accidentali

Poche ore dopo, la Reuters dà notizia dell’attacco degli aerei turchi  dicendo che ha ucciso “18 membri del PKK”.   L’uccisione dei cinque peshmerga è menzionata alla fine  come “un accidente”, un errore.  E’ la versione ufficiale e autorizzata. Subito, il clan Barzani accusa lo YPG  come vero responsabile   per il bombardamento   turco dei suoi uomini, e lancia un appello “al PKK perché se ne vada dal Kurdistan iracheno”.

http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN17R0D2

Magari è andata davvero così.  Aspettiamo il comunicato  con cui Ankara “si scuserà” con Barzani  per “l’accidente”, così come qualche giorno fa lo Stato Islamico s’è scusato con   Israele per aver  aperto il fuoco, a novembre,  contro un commando israeliano (la brigata Golani) che era penetrato nel sud siriano per condurvi una “imboscata”.

https://www.rt.com/news/386027-isis-apologized-israel-golan/

Un  errore scusabile. La Golani non aveva avvertito i suoi amiconi islamisti che occupano la parte sud  della Siria e la tengono in caldo per Sion. Il punto è: consideri il lettore quanti “errori” e “accidenti”   possono avvenire in questo groviglio di truppe regolari e irregolari, siriane e  russe, terroristi con consiglieri americani, kurdi con consiglieri americani, doppi e tripli giochi di Washington e di Erdogan (che,beninteso,   stanno “combattendo l’IS”  cercandolo di mandare ad occupare altro zone della Siria).

Tanto più  che – avendo con questi tripli giochi  gli Usa mandato a monte la pacificazione in Siria, che Mosca aveva faticosamente tentato di organizzare mettendo al tavolo dei  negoziati anche “l’opposizione”  –   anche la Russia è costretta a giocare lo stesso gioco – e forse lo sa fare meglio.

La Russia infatti ospita la  prima ambasciata non-ufficiale kurda (ossia dello YPG, nerbo dell’Armata siriana Libera, anti-Assad, ma disposta a sedersi nel negoziato;  quello YPG che Erdogan vuole distruggere), ha accolto a febbraio una “Prima Conferenza Curda”, ha aperto un centro militare a Manbij nella zona di Siria in mano allo YPG , ufficialmente per sorvegliare il cessate-il-fuoco, e sta addestrando le milizie YPG “alla guerra moderna”:  insomma sta mostrando ad Erdogan che può benissimo giocare la carta curda contro di lui, se sgarra troppo.

http://www.arabnews.com/node/1078696

Frattanto   Izvestia comunica:  Mosca ha  offerto a Damasco di mandare truppe  russe di terra, su richiesta ufficiale, per proteggere la popolazione (in maggioranza cristiana) nella provincia di Hama, sollevando dal compito l’Armata Siriana (di Assad) che si sta concentrando nella imminente operazione anti-terrorista nella Hama  settentrionale.   I russi “aiuteranno le milizie popolari” locali “a riportare ordine e sicurezza nella cittadina di Mahradeh, cristiana”,  insomma ad addestrare all’autodifesa quella comunità.

Due settimane fa il generale McMaster, capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Trump,  sta progettando di mandare “fra 10 e 50 mila truppe” in Siria nel Sud.  Ormai che  “la guerra per interposti attori nel Nord siriano, è persa per  l’Occidente”  (i russi-siriani hanno ormai sventato, sembra, il progetto americano di ritagliare una zona al Nord sottratta a Damasco),  l’America sta palesemente aiutando Al Qaeda e Israele a ritagliare la zona Sud attigua alle alture  del Golan occupate da Sion. Ovviamente per costituire una”zona sicura meridionale” protetta dall’artiglieria israeliana,per “Al Qaeda”. Infatti è ricomparso persino Al-Zawahiri, con un messaggio in cui ha “consigliato” i  terroristi del Nord di smettere di cercare di difendere  il  terreno ad Idlib e darsi “alla guerriglia”.  Naturalmente i media europei hanno già annunciato che la sconfitta dello Stato Islamico  non diminuirà il pericolo per noi europei; anzi lo aumenterà, perché  Daesh farà altri attentati in Europa. Anche Al Zawahiri adesso si unisce, con suo consiglio.

Da quanto tempo non avevamo tue notizie, Zawahiri! Cime ci sei mancato! Dove vivi? Ti hanno dato finalmente la carta verde? O abiti in Sion?

Maurizio Blondet

1139.- La Turchia corre in soccorso del Califfato. 26 bombardieri uccidono 25 kurdi. Trump e l’Occidente acconsentono e tacciono.

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Alessandro Lattanzio, dal suo sito, fa luce sugli attacchi aerei turchi di due giorni or sono ai danni dei Kurdi in Iraq. L’Occidente, che un anno fa ha seguito con ansia la difesa delle pulzelle di Kobane contro l’ISIS, tace, ora, se l’assalitore è il turco. La mia impressione di osservatore è che, senza un punto di equilibrio, non velleitario, fra USA e Russia, la Turchia, l’Arabia Saudita continueranno nei loro genocidi, ma finiranno col coinvolgere,  prima l’Iran e, infine, proprio la Russia e la superpotenza, lasciando definitivamente strada libera alle potenze asiatiche e qualche nostro mucchio di cenere. Inutile insistere sul punto che, al ruolo zero di questa Unione europea filo-tedesca, non corrisponde voce alcuna in capitolo e che non ci aiuterà a rimettere in pista una leadership occidentale. La Germania segue soltanto i propri interessi. Forse che siano Theresa Mary May e la politica del partito conservatore britannico la leadership cui agganciare l’Italia? Aggiungeremo un altro grande Primo Ministro conservatore a Winston Churchill e a Margaret Thatcher? E cosa ne pensa il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei? Come che sia, il nostro futuro passa per ITALEXIT.

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Il 25 aprile, 26 velivoli dell’aviazione turca bombardavano le basi curde e yezidi sul Jabal Qarju, nella regione di Shinqal, tra la Siria e l’Iraq, nei pressi di Dariq, distruggendo una base delle YPG, una stazione radio e un centro mediatico del PYD, ed uccidendo 20 combattenti delle YPG e 5 peshmerga curdi iracheni. Le YPG addestravano le forze di difesa yezidi. I cacciabombardieri turchi distruggevano anche il memoriale dei curdi caduti combattendo contro il Califfato.Gli attacchi aerei turchi erano volti a bloccare l’operazione delle YPG (SDF) contro la base dello Stato islamico di Raqqa, dove le forze democratiche siriane avevano eliminato 18 terroristi la stessa mattina del 25 aprile. Il leader del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD) Salih Muslim affermava che “gli aerei da guerra turchi non possono volare nella zona senza l’approvazione della coalizione. La coalizione deve fare una dichiarazione, sapeva dell’attacco? Cosa ne pensa?” Ilham Ehmed, leader del Consiglio Democratico Siriano (SDC) affermava, “Mentre le YPG partecipano all’operazione Rabbia dell’Eufrate per liberare Raqqa, la Turchia attacca i nostri centri. Non accettiamo attacchi aerei alle nostre forze, siano esse turche, russe o siriane”. L’artiglieria turca bombardava anche il villaggio curdo di Farfiraq, nell’area di Raju, presso Ifrin, a nord di Aleppo; nel frattempo, 15 terroristi filo-turchi venivano eliminati dalle SDF ad al-Shahba e Ifrin, dopo che i terroristi filo-turchi avevano attaccati i villaggi della regione di al-Shahba, bombardando le posizioni delle SDF ad al-Wahshiyah, Tal Madhiq, diga di al-Shahba, al-Qulsaruj, al-Samuqah, al-Shahba, al-Shalah, Tal Jihan, al-Hisah, Harbal, Tal Rifat, Shayq Isa, al-Wardiyah, Hasijaq, Ayn Daqanah e Miniq.

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Gli Stati Uniti esprimevano ‘profonda preoccupazione’ per gli attacchi aerei turchi contro i combattenti curdi in Siria e Iraq, dichiarando di non essere stati autorizzati dalla coalizione anti-SIIL degli Stati Uniti. “Abbiamo espresso queste preoccupazioni direttamente al governo della Turchia”, ha detto il portavoce del dipartimento di Stato USA Mark, “Questi attacchi aerei non sono stati approvati dalla coalizione e hanno portato alla sfortunata perdita di vita di nostre forze partner nella lotta contro lo Stato islamico”. I turchi avevano segnalato gli imminenti attacchi aerei a Stati Uniti e Russia, e in risposta il Pentagono esortava a “rispettare l’integrità territoriale dell’Iraq”. A differenza della Russia, che avvertì i siriani dell’attacco su Shayrat, Washington non avvertiva i suoi ‘alleati’ curdi dell’imminente attacco aereo turco, che tra l’altro colpiva le aree santuario per i curdi istituite dagli USA quando avvertirono Damasco di non bombardarle, poiché gli istruttori statunitensi addestravano i combattenti delle YPG. Gli statunitensi dispongono di basi militari a sud di Ayn al-Arab e presso Qamishli, in Siria, dove opera il 75.mo Reggimento Ranger delle forze speciali statunitensi, che partecipano alle operazioni delle SDF/YPG contro le basi dello SIIL a Raqqa e a Tabaqa.
Tutto ciò avveniva pochi giorni dopo che la Russia riattivava la linea telefonica tra i militari russi e statunitensi in Siria, dopo aver chiarito agli Stati Uniti che le loro operazioni aeree in Siria dipendono dall’accordo russo e che la Russia non le permetterà se gli Stati Uniti effettueranno ulteriori attacchi contro la Siria. La linea era stata riattivata il giorno dopo la richiesta personale del segretario di Stato USA Rex Tillerson al Ministro degli Esteri russo Lavrov, il 21 aprile.

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Nel frattempo, il governatore generale di Dara, Muhamad Qalid al-Hanus, osservava la preparazione dell’Esercito arabo siriano nell’affrontare qualsiasi possibile aggressione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, “Gli Stati Uniti sono il principale sostenitore della guerra contro la Siria e aiutano i terroristi a Dara dalla Giordania. Ma se decidono di schierare proprie forze nei territori siriani dai confini giordani, ciò sarà considerato una chiara aggressione alla sovranità della Siria e il Comando Generale dell’Esercito arabo siriano adotterà nuove misure operative nella regione”. Il Presidente siriano Bashar al-Assad aveva dichiarato che Damasco ha intelligence sulla Giordania intenzionata a dispiegare proprie truppe in Siria in coordinamento con gli Stati Uniti. “Abbiamo queste informazioni, ma in ogni caso la Giordania fa parte dei piani statunitensi sin dall’inizio della guerra in Siria. Gli Stati Uniti definiscono i piani e gli attori e appoggiano tutto ciò che colpisce la Siria dalla Giordania, e i molti terroristi che provengono dalla Giordania e, naturalmente, dalla Turchia, fin dal primo giorno di guerra in Siria”. La dichiarazione osservava i colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il re Giordano Abdullah II alla Casa Bianca sul Medio Oriente. La Giordania rientra nella coalizione degli Stati Uniti contro lo ISIIL, che effettua attacchi aerei in Siria senza l’approvazione delle autorità siriane, violando il diritto internazionale.

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Fonti:
Cassad
FNA
FNA
FNA
Kom News
Kom News
Moon of Alabama
Reuters
Rudaw
The Duran

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Il comandante dell’esercito turco Huslu Akar (a destra) guida gli attacchi aerei turchi su 39 posizioni curde in Iraq e Siria.

1137.- Erdogan bombarda il Rojava, ma la sua capitale è Kobane ed è anche italiana. Il confederalismo democratico del Rojava.

di Stefano Pasta

egidio-giordano-1«Quanti bambini si chiameranno Kobane!». Così Marco Sandi, 28 anni, spiega il valore simbolico della città che ha resistito all’Isis in Siria. 134 giorni di assedio, dalle prime bombe di inizio settembre al 26 gennaio. Quattro giorni dopo la vittoria dei curdi, questo studente di Antropologia di Venezia è stato tra i primi occidentali a entrare in città. O meglio, in quel che ne restava. Camminando tra le macerie, ha filmato ciò che vedeva, accompagnato da Davide “Momo” Mozzato, anche lui dei centri sociali veneti, dai guerriglieri delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) e dalle corrispettive forze femminili dell’Ypj. Secondo Ismet Hasan, ministro della Difesa del Cantone, nella battaglia di Kobane sono morti 1.200 jihadisti e 670 combattenti curdi.

Italiani a Kobane

Per Sandi era la seconda volta in due mesi che, con un gruppo attivisti, prendeva un aereo dall’Italia per Istanbul, un altro per Gaziantep, e poi tre ore di furgone fino alla frontiera tra Siria e Turchia. Sono gli italiani di Rojava Calling, un coordinamento di associazioni, centri sociali e collettivi a sostegno dei curdi e della loro regione autonoma in Siria, il Rojava. In Italia organizzano momenti informativi e di raccolta fondi e da ottobre si alternano in una staffetta di solidarietà sul confine turco-siriano. «Per passarlo – dice Egidio Giordano del Laboratorio insorgente occupato di Napoli – bisogna correre oltre il filo spinato, con luci e fucili puntati sulla schiena». Dagli italiani e dai curdi i soldati turchi sono accusati di connivenza con l’Isis: «A novembre – racconta Sandi – durante la mia prima visita, hanno fatto passare un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari ma che si è poi rivelato un’autobomba dell’Isis che ha ucciso otto combattenti».

Giordano è appena tornato a Napoli dopo un mese e mezzo nel Rojava: «È iniziato il rientro dei profughi, ma la città è ancora vuota e devastata». Per Mustafa Abdi, co-sindaco di Kobane (tutte le cariche sono doppie e di parigrado, una maschile e una femminile), solo il 10% degli edifici è accessibile, ci sono trappole esplosive ovunque e venti persone hanno perso la vita pulendo le macerie. Ancora a fine marzo 800 cadaveri giacevano sotto le macerie e l’odore era insopportabile.

Prima della guerra, nella città vivevano 34mila persone, diventate 120mila a causa del conflitto in Siria e poi quasi tutte fuggite durante l’assedio. Quando l’Isis ha conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq, si è impadronito di armi molto avanzate e ha attaccato Kobane in Siria. «Siamo riusciti a resistere – spiega Abdi – anche in inferiorità numerica di otto a uno, nel momento peggiore controllavamo il 20% dell’area urbana». In quel periodo, gli attivisti italiani erano in contatto con i ragazzi del Media Center, rimasti nascosti nella città per informare di quello che stava accadendo. «Durante i mesi precedenti di autogoverno – continua il co-sindaco – avevamo cominciato l’addestramento delle unità di difesa dell’Ypg e Ypj: ogni famiglia ha dovuto inviare una persona per la formazione. Abbiamo potuto basarci sulle conoscenze dei militanti dell’Hpg e del Pkk, uomini e donne che avevano maturato molti anni di esperienza sulle montagne del Kurdistan settentrionale (Turchia) prima del cessate il fuoco del 2013. Gli Stati Uniti hanno lanciato alcune bombe, ma in nessun caso abbiamo ricevuto armi o munizioni». Quelle sono andate ai peshmerga, i militari del Pdk, tradizionalmente filoamericani e legati al presidente del Kurdistan iracheno Masoud Barzani.

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Combattimenti, Newroz e campi profughi

L’Isis ora è tutt’altro che sconfitto, i curdi del Ypg continuano a combatterlo ma la loro avanzata in questo momento si è arrestata. «L’artiglieria pesante continua a sparare», ripetono gli attivisti italiani appena tornati dal Rojava. Il fronte è a 40 chilometri a ovest di Kobane lungo il confine turco, vicino alla città di Jarabulus sull’Eufrate, e 70 a est, a Girê Sipî. Del resto, la capitale del Califfato Raqqa dista 140 chilometri da Kobane. Spiega Antonello Pabis, 68 anni, dell’Associazione sarda contro l’emarginazione: «Ad Hasake nel Cantone di Cizire, uno dei tre che compongono il Rojava, il 20 marzo un attentato dell’Isis ha fatto 35 morti». Festeggiavano la vigilia del Newroz, il Capodanno che ha assunto negli anni una connotazione politica. Il mito narra di una rivolta popolare capitanata dal fabbro Kawa contro Dehok, un tiranno che sulle spalle aveva una coppia di serpenti da nutrire ogni giorno con il cervello di due giovani. Da quella vittoria la leggenda fa risalire la nascita del popolo curdo, fin dal principio di indole resistente e determinata. Kawa accese immensi fuochi sulle vette delle montagne per comunicare la notizia a tutto quanto il paese. Per questo, oggi i 25-35 milioni di curdi della Turchia, Siria, Iran e Iraq festeggiano il Newroz accendendo grandi falò. «In quello di Diyarbakir – racconta Pabis che ha partecipato con otto italiani della delegazione sarda – c’erano due milioni di persone».

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Durante i dieci giorni di permanenza, gli attivisti sardi hanno consegnato medicinali, pennarelli e quaderni per i campi profughi. Nel Kurdistan turco, sono 250mila gli sfollati curdi e 50mila gli yazidi. 15mila (anche se la disponibilità è di 45mila) sono ospitati nellunico campo dell’Afad, l’agenzia governativa turca, mentre gli altri vivono nei campi delle autorità curde con cui collaborano gli italiani di Rojava Calling. Oltre all’invio di aiuti, i bolognesi di Ya Basta e i centri sociali veneti stanno finanziando la costruzione di sei campi gioco con area verde su richiesta della municipalità curda di Suruç. La Staffetta Romana, a cui partecipano medici volontari, si occupa di inviare materiale sanitario. «Le testimonianze ascoltate – dice Sara Montinaro di Ya Basta – confermano le brutalità dell’Isis, che usa come arma l’accanimento verso le donne, stuprate, vendute al mercato e uccise». Lei era una delle sette italiane della delegazione internazionale degli Avvocati Democratici (13 membri, tutte donne) che ha visitato i campi per scrivere un dossier che sarà presentato a giugno al Consiglio dei Diritti umani dell’Onu a Ginevra. Aggiunge: «Quasi tutti i campi hanno un comitato di autogestione con metà componente femminile. Inoltre è molto positiva la presenza di gruppi di donne che supportano le vittime delle violenze».

Il confederalismo democratico del Rojava

La vicinanza degli attivisti italiani a Kobane è legata anche all’esperimento politico in corso tra i curdi della Siria. È il confederalismo democratico della Carta del Rojava, il “contratto sociale” alla base della regione autonoma. Nelle missioni in Siria, le staffette italiane vengono accompagnate dai soldati con il drappo rosso, giallo e verde, i colori del Rojava, a vedere come sono amministrati i tre Cantoni. Parità tra i generi, ecologia, democrazia dal basso, rispetto delle minoranze e delle religioni. Sottolinea Sandi: «Ha un valore particolare che avvenga in Medio Oriente, tra emiri, califfi e generali autoritari». Quello che più colpisce, in una società che è a maggioranza islamica, è il ruolo delle donne. In mimetica e kalashnikov combattono nelle file dell’Ypj. Egidio Giordano racconta: «Ci colpisce sempre la gentilezza dei compagni e delle compagne curde. Per noi la loro lotta è una nuova Resistenza partigiana contro i fascisti dell’Isis, che impongono la religione come dogma così come il fascismo faceva con lo Stato e con il nazionalismo come suo corollario». Per questo accostano il 25 aprile al 26 gennaio, la liberazione di Kobane.

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In ogni caso, tutta la Rete di solidarietà con il popolo curdo sta promuovendo in Italia una campagna a favore del Rojava e del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nato in Turchia e famoso per il capo Ocalan, vicino all’Ypg. Per gli attivisti italiani qui c’è un paradosso: il Pkk combatte l’Isis, ma dal 1997 è incluso tra le formazioni terroriste dal Dipartimento di Stato americano e dal 2002 dall’Unione europea. Negli ultimi mesi, la loro mobilitazione ha ottenuto due risultati: a novembre il Senato italiano ha chiesto al Governo di promuovere la cancellazione del Pkk dalle liste dei terroristi, mentre il 23 aprile il Campidoglio ha approvato il gemellaggio tra Roma e Kobane.

Chi ha imbracciato il kalashnikov

Tra gli occidentali che si sono mobilitati a favore dei curdi c’è anche chi ha scelto la lotta armata. Karim Franceschi, marchigiano di 26 anni, madre marocchina e padre italiano, ha combattuto nelle file dell’Ypg. A inizio aprile è tornato a Senigallia, dopo aver sparato contro l’Isis per una scelta personale nata tuttavia nella vicinanza dei centri sociali ai curdi. La prima volta era infatti andato nel Rojava con la staffetta marchigiana, poi a gennaio ha deciso di andare a combattere stupendo anche i suoi compagni dell’Arvultùra: «Abbiamo capito che era vero – dicono – solo quando ci ha mostrato i biglietti aerei e lasciato una lettera». Dopo tre mesi al fronte, Franceschi è tornato in Italia vivo, a differenza di un altro “italiano”: Salman Talan, 23 anni, curdo cresciuto a Milano, morto il 27 gennaio a Sengal mentre combatteva con il Pkk. Era uno dei tanti curdi tornati in patria dagli Stati europei per sconfiggere l’Isis. Tra i caduti sul fronte turco-siriano si contano altri “martiri occidentali”. C’è Ivana Hoffman, diciannovenne tedesco-congolese di Duisburg, che combatteva con il Partito Marxista Leninista (Mlpk) ed è stata uccisa a Til Temir il 7 marzo. Due settimane prima è morto Johnston Ashley, un riservista australiano arruolatosi nell’Ypg, mentre l’ex marine inglese Konstandinos Erik Scurfield è rimasto sul campo di battaglia il 2 marzo. Tutti “foreign fighters al contrario”, stranieri caduti in Siria lottando conto le bandiere nere del Califfato.

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