Archivio mensile:giugno 2016

650.-DENUNCIATA LA BOLDRINI PER RICHIESTE DI RINUNCIA ALLA SOVRANITÀ ITALIANA

L’Associazione Salviamo gli italiani ha denunciato il Presidente della Camera Laura Boldrini, tramite un esposto presentato dall’avvocato Marco Mori, per aver pubblicamente chiesto la rinuncia della sovranità nazionale dell’Italia per confluire in un’entità sovranazionale europea. Così facendo la Boldrini ha violato l’articolo 11 della nostra Costituzione e tradito il giuramento di lealtà e fedeltà alla patria

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Con questo vergognoso tweet Laura Boldrini, paladina della dittatura finanziaria UE, si è pubblicamente permessa di chiedere cessioni di sovranità contro le resistenze popolari.

Ribadisco per l’ennesima volta che la cessione di sovranità, costituzionalmente vietata ex art. 1 e 11 Cost., comporta la cancellazione della personalità giuridica dello Stato e costituisce un atto ostile contro di esso perseguibile ex art. 243 c.p. Invito dunque i Magistrati a procedere per istigazione a delinquere contro questa persona.

Non possiamo più stare a guardare innanzi ad un’autentica orgia di dichiarazioni contro lo Stato ed i popoli.

Pertanto ecco a Vostra disposizione la denuncia penale contro il Presidente della Camera, Laura Boldrini, da scaricare, compilare con i vostri dati e poi depositare presso le forze dell’ordine o la Procura a voi più comoda:

QUESTO IL TESTO INTEGRALE DELLA DENUNCIA

–L’art. 1 della Costituzione Italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

-L’art. 11 della Costituzione Italiana dispone: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle LIMITAZIONI di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

-L’art. 241 c.p. punisce la violazione dei precetti costituzionali suindicati disponendo: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.

La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche”.

-L’art. 243 c.p. punisce: “Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato esteromuova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. Se la guerra segue, si applica la pena di morte; se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo”.

-L’art. 414 c.p. punisce: “Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione:

1) con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti; (omissis…)”.

PREMESSO IN FATTO

1) In data 14.11.2014, il Presidente della Camera, Laura Boldrini nata a Macerata il 28 aprile 1961, ha reso pubblico sul social network “twitter” il seguente messaggio: “Nel processo di costruzione #Europaresistenza a cedere quote sovranità. Ma traguardo va raggiunto, o prevarranno disgregazione e populismo”.

2) Ad avviso di chi scrive, ferma restando la valutazione dell’elemento psicologico che si lascia a codesta Spett.le Procura della Repubblica, il messaggio in oggetto costituisce reato ai sensi e per gli effetti dell’art. 414 c.p. (istigazione a delinquere).

IN DIRITTO

La sovranità, come noto a tutti, in base alla nostra Costituzione appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della stessa (Art. 1 Cost.).

Il concetto di sovranità popolare non è compatibile con la cessione a terzi della medesima. Sul punto sussistono i limiti (o contro limiti) di cui all’art. 11 Cost. ovvero: “La Repubblica consente in condizioni di parità con gli altri Stati alle LIMITAZIONI di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli”.

Orbene la Repubblica, e’ immediatamente evidente dal contenuto letterale dell’articolo, consente semplicemente alle limitazioni di sovranità e giammai permette le pur invocate cessione.Lapalissiano infatti che cedere è cosa ben diversa dal limitare.

Limitare significa chiaramente omettere di esercitare una prerogativa sovrana, contenere il proprio potere. Limitare dunque non implica mai la consegna permanente e definitiva a terzi della gestione di questo potere.

Un esempio per facilitare la comprensione del lettore meno avvezzo a tematiche proprie del diritto costituzionale.

Pensiamo all’eliminazione delle frontiere. Se permetto a persone provenienti da uno Stato con cui ho stipulato un trattato di varcare, senza limiti, il confine nazionale compio pacificamente una mera limitazione di sovranità. Al contrario, se invece decidessi di far controllare questo confine da un ordinamento esterno demandando ad esso ogni relativa decisione, compirei una cessione.

La cessione è dunque la perdita definitiva di una prerogativa sovrana nazionale in favore di un ordinamento esterno, ovvero proprio ciò che è avvenuto in particolare in materia di sovranità monetaria ed economica con la stipula dei Trattati UE.

La Sig.ra Laura Boldrini ha chiesto che sia compiuto un atto contrario alla Costituzione che riserva la sovranità al popolo italiano e non ad organismi sovranazionali.

Ma vi è di più.

A totale riprova della fondatezza giuridica della tesi dello scrivente basta considerare che, anche per le semplici limitazioni di sovranità, la Costituzione pone comunque due ulteriori contro limiti ovvero quello delle condizioni di parità tra le nazioni e quello fondamentale della limitazione finalizzata alla pace e alla giustizia tra i popoli.

Trattasi di un chiaro vincolo di scopo assolutamente non menzionato dal Presidente della Camera nel proprio “tweet” laddove non fa riferimento alla pace tra le Nazioni ma unicamente alla necessità di battere “populismo” e “disgregazione”, così dimenticandosi anche dell’art. 5 Cost. che prevede, al contrario, l’obbligo in capo alla Repubblica di riconoscere le autonomie locali e promuovere il più ampio decentramento amministrativo.

Uniti nelle differenze e rispettosi del prossimo. Solo così si arriva alla pace ed alla giustizia tra le nazioni.

Per un approfondimento sul tema del citato vincolo di scopo è sufficiente la piana lettura dei lavori dell’assemblea costituente che, come noto, costituisce e rappresenta quella che si può definire l’interpretazione autentica della Costituzione.

Ebbene nessun dubbio può esservi circa il fatto che la limitazione della sovranità è stata concepita solo in riferimento al vincolo di scopo della pace della giustizia tra le nazioni, la lettura dei lavori della seduta del 24 marzo 1947 è oltremodo eloquente sul punto.

Dunque non solo non è possibile cedere la sovranità ma addirittura non è possibile anche solo limitarla per scopi diversi dalla pace e dalla giustizia.
Rammentiamo poi che i principi fondamentali della Costituzione, tra cui rientra certamente l’art. 11 Cost. non sono emendabili e prevalgono sul diritto internazionale come confermato anche dalla recente sentenza della Corte Costituzionale n. 238/14: “Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988)”.

Ed ancora, confermando anche il concetto di limitazione fatto proprio dallo scrivente, la Corte afferma: “Anche in una prospettiva di realizzazione dell’obiettivo del mantenimento di buoni rapporti internazionali, ispirati ai principi di pace e giustizia, in vista dei quali l’Italia consente a limitazioni di sovranità (art. 11 Cost.), il limite che segna l’apertura dell’ordinamento italiano all’ordinamento internazionale e sovranazionale (artt. 10 ed 11 Cost.) è costituito, come questa Corte ha ripetutamente affermato (con riguardo all’art. 11 Cost.: sentenze n. 284 del 2007, n. 168 del 1991, n. 232 del 1989, n. 170 del 1984, n. 183 del 1973; con riguardo all’art. 10, primo comma, Cost.: sentenze n. 73 del 2001, n. 15 del 1996 e n. 48 del 1979; anche sentenza n. 349 del 2007),dal rispetto dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo, elementi identificativi dell’ordinamento costituzionale”.

Pertanto chiarito che la cessione di sovranità è un fatto costituzionalmente illecito occorre appurare se la fattispecie sia tutelata anche sotto il profilo penale.

La risposta, ad avviso di chi scrive, è affermativa.

Il bene tutelato nè quello della personalità giuridica dello Stato con espresso riferimento al Titolo I del Libro II del codice penale “Dei delitti contro la personalità dello Stato” ed in particolare al Capo I: “Dei delitti contro la personalità internazionale dello Stato”.

Che cos’è la personalità internazionale dello Stato? Ovviamente la sua potestà d’imperio, il diritto all’esercizio della capacità giuridica, ovvero il diritto all’esercizio indipendente della sua sovranità in condizioni di reciprocità con le altre nazioni e gli altri popoli.

Sovranità che poi, in definitiva, viene esercitata dal popolo (almeno dovrebbe!) per il tramite del diritto di voto.

L’art. 241 c.p. ante riforma del 2006 (L. n. 85) puniva proprio chi avesse compiuto atti diretti ed idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato.

Tale norma rendeva pacificamente perseguibile la cessione di sovranità nazionale e la sua conseguente menomazione dell’indipendenza dello Stato.

In vigenza della previgente formulazione della norma chiedere di cedere sovranità avrebbe costituito istigazione a delinquere.

In claris non fit interpretatio.

Dopo la riforma del 2006 il reato invece si consuma se si è in presenza del “quid pluris” della menomazione della sovranità (ovviamente fuori dai limiti costituzionali) compiuta mediante atti violenti.

La violenza, tuttavia, non si verifica unicamente con l’uso della forza.

La giurisprudenza, infatti, è assolutamente unanime e consolidata sull’interpretazione ampia del concetto di violenza che non comprende unicamente l’atto fisico dell’agente.

La violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione.

Orbene, parlare, come fatto dalla Boldrini, di necessità di raggiungere il traguardo della cessione della sovranità nonostante le resistenze (dunque è edotta di una contraria volontà popolare) implica, ad avviso di chi scrive, il richiedere una qualche forma di coercizione, quantomeno psicologica.

Viene dunque immediatamente alla memoria il discorso in cui Monti parlò proprio dell’austerità come leva per ottenere la cessione della sovranità nazionale: “Io ho una distorsione che riguarda l’Europa ed è una distorsione positiva, anche l’Europa, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di GRAVI crisi per fare passi avanti.

I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario . E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini, ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico di non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile conclamata. Certamente occorrono delle autorità di enforcement (n.d.s. Costrizione traducendo in Italiano) rispettate che si facciano rispettare che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati oggi abbiamo in Europa troppi Governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata la capacità di azione le risorse l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale”.

Tuttavia anche non aderendo a tale interpretazione, e considerando impossibile collegare la frase della Boldrini ad un’istigazione a compiere il reato di cui all’art. 241 c.p., altrettanto non si potrà dire in riferimento alla istigazione al delitto di cui all’art. 243 c.p.

Come detto l’ordinamento democratico della Repubblica Italiana si basa ovviamente sulla nostra Costituzione che all’articolo 1 attribuisce espressamente la sovranità al popolo.

Tale passaggio costituisce l’essenza di una democrazia nel senso proprio del termine.

Un atto d’intelligenza (dunque letteralmente un accordo) con lo straniero che comporta la sottrazione della sovranità e dell’indipendenza nazionale in violazione degli artt. 1 e 11 Cost. deve necessariamente qualificarsi come “atto ostile” a quel bene giuridico che si può definire personalità dello Stato Italiano.

Non vi è infatti azione più ostile nei confronti di una nazione che quella diretta a cancellarne la sovranità o a menomarne l’indipendenza.

Ogni evento bellico è per sua definizione il tentativo di sottomettere un altro Stato menomandone proprio la sua sovranità e la sua indipendenza.

Oggi la compromissione dell’indipendenza e della sovranità nazionale non avviene dunque con i carri armati ma con i Trattati.

La cessione di sovranità dell’Italia in favore dell’Europa rappresenta indiscutibilmente la fine dell’Italia quale nazione libera ed indipendente, ciò è esattamente quello che accadrebbe in caso di occupazione militare del paese.

Siamo in presenza di un atto oggettivamente ostile alla personalità dello Stato e ciò a prescindere delle tesi politiche di ciascuno.

Laddove la cessione della sovranità avviene oltre i limiti del dettato Costituzionale, anche se si è in assenza di violenza, ricorre la piena punibilità ex art. 243 c.p. Atto ostile è pertanto semplicemente ciò che contrasta con la personalità dello Stato.

Se si parla di interessi nazionali la valutazione dovrà quindi essere esclusivamente giuridica e non di mera opportunità. Anche se si ritenesse che la cancellazione dell’Italia come Stato possa essere atto compiuto nell’interesse del popolo italiano stesso ciò non toglierebbe la qualifica di atto ostile ad un trattato che disponga suddetta incostituzionale cancellazione.

In merito all’elemento psicologico, come si diceva in premessa si lascia la determinazione all’Ill.ma Procura adita.

Si precisa solamente che per la consumazione del reato non rileva che il soggetto agente voglia il male della popolazione italiana ma unicamente che il soggetto agente abbia il dolo specifico di istigare compiere un atto ostile alla sopravvivenza della nazione Italia quale entità indipendente e sovrana dotata di propria personalità giuridica.

Nel caso di specie tale atto è la richiesta a vincere le resistenze alla cessione.

Infine si rammenta che l’eventuale assenza di piena conoscenza, in capo alla Sig.ra Boldrini, di norme di legge, sia costituzionali che penali, non può costituire un’esimente ex art. 5 c.p.

Tutto ciò richiamato e premesso l’esponente

CHIEDE

Che la Sig.ra Laura Boldrini, nata a Macerata il 28 aprile 1961, sia condannati penalmente in base alle norme penali suindicate ovvero a quelle meglio viste e ritenute da codesta Ill.ma Procura della Repubblica.

Si esprime la volontà di ricevere informazione circa eventuale iniziativa archiviatoria presso il domicilio eletto.

Si chiede di voler affrontare la problematica indicata nel presente esposto con massima attenzione giuridica e non come una mera polemica di carattere politico. Non dimenticando che ai sensi dell’art. 52 Cost. “la difesa della patria è sacro dovere del cittadino” e dunque la lotta contro la cessione della sovranità nazionale (la nostra sovranità) rientra pienamente tra tali doveri.

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649.- GERMANIA “ANNO ZERO”: ZERO REFLAZIONE E ZERO REVISIONI DEI TRATTATI. OPEN YOUR EYES!

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1. Accadono cose strane: il Regno Unito (che non ha una Costituzione scritta e che perciò ha una certa “libertà” nel qualificare gli eventi della propria politica interna) ha svolto un referendum consultivo per uscire dall’UE e, adesso, deve ancora adottare la decisione formale che attiva la procedura di recesso ai sensi dell’art.50 del TUE, affidando tale decisione al prossimo governo, che si formerà in esito a nuove elezioni, conseguenti alle dimissioni del premier Cameron.
Cosa perfettamente legittima, dato che il referendum consultivo non impegna in modo vincolante la volontà del parlamento, e del governo che si regge sulla maggioranza parlamentare. Una situazione che, in realtà, si verificherebbe pure in Italia in caso di svolgimento di un analogo referendum (comunque altamente sconsigliabile finché si permane nell’eurozona); ammesso che questo fosse legittimamente realizzabile su un trattato già in vigore, e sempre che si risolva l’oziosa questione del tipo di fonte – legislativa ordinaria o costituzionale- che lo dovrebbe prevedere (oziosa se si ammette che il suo esito non sarebbe, appunto, vincolante per gli organi supremi di indirizzo politico).

2. La reazione dell’UE – o meglio dell’UEM- dovrebbe essere quella di una profonda riflessione che porti gli Stati “trainanti” della c.d. integrazione europea a interrogarsi sulle cause del disagio diffuso in quasi tutti i paesi-membri e preveda delle conseguenti contromisure: diciamo subito che, stante l’impianto normativo dei trattati, le norme essenziali che li caratterizzino e la visione politico-economica (ordoliberista) che esse riflettono, tali contromisure dovrebbero condurre ad una revisione dei trattati.
E non solo, ma ad una revisione mirata a mutare lo scenario essenziale che determina il disagio diffuso: vale a dire, l’egemonia commerciale e industriale tedesca e i suoi effetti di lungo corso sull’assetto sociale dei paesi che appartengono anzitutto all’eurozona ma, non secondariamente, a tutta l’Unione,e dunque in termini derivati dalla impostazione fiscale e dall’idea di desovranizzazione degli Stati nazionali che, comunque, deriva dall’adesione all’UE.
Ma subito, l’idea di una revisione dei trattati, senza la quale la causa prima del disagio di tutta l’Europa “federata” non sarebbe minimamente intaccato, viene scartata e posta al di fuori di qualsiasi agenda.

3. Ieri si è svolto il vertice Merkel-Hollande-Renzi per discutere la linea da tenere sulle future (e ancora incerte nei tempi) iniziative da assumere per fronteggiare il Brexit: tanto per cominciare, posto che di revisione dei trattati non parla alcun resoconto mediatico dell’incontro, c’è da registrare una frasetta buttata là dall’Huffington post (che dobbiamo ritenere ben attrezzato a parlare di cose €uropee): “Perché noi tre? Perché siamo i paesi più popolati d’Europa e siamo i paesi fondatori. L’anno prossimo celebreremo i 60 anni dei Trattati a Roma…”, concede Hollande che pure è il meno entusiasta del terzo incomodo, Renzi.

Se si dovesse, anche mantenendo una certa riservatezza, pensare ad una revisione dei trattati, – ma la stessa riservatezza su tale intenzione non ha molto senso, dato che opinioni pubbliche e “mercati” sarebbero invece rassicurati da una sua ragionevole esternazione pubblica – Hollande dovrebbe essere perfettamente cosciente che l’Italia sarebbe, oggi più che mai, il più importante alleato per condurre in porto un’operazione tanto complessa e difficile.

4. Ma i contenuti stessi del colloquio di ieri, così come riferitici dai media, ci parlano solo di una Germania attendista, che non ha alcun interesse ad allargare il discorso oltre la fissazione di linee generali di un futuro accordo di recesso con il Regno Unito e di un Hollande che non sembra aver avanzato, o sostenuto con energia, proposte convergenti su quelle avanzate dall’Italia.
In realtà, il complesso della discussione comunicata all’esterno, non fa emergere alcuna intenzione di revisione dei trattati: e lo diciamo per coloro che credono che si possa discutere con la Germania per chiedere misure riequilibratici che presuppongono, per necessità logica, tale revisione.
Facciamo un esempio che nella situazione contingente, è il più significativo e attuale.
Supponiamo cioè che si muova, in una formale trattativa di salvezza dell’eurozona (e, con essa, della parte più importante del motore presuntamente “cooperativo” europeo) una richiesta alla Germania di reflazionare: cioè di rivalutare, per via di politiche fiscali (espansive) e del lavoro (adeguate politiche salariali), il proprio tasso di cambio reale, allentando la pressione sulla correzione imposta agli altri paesi in termini di svalutazione interna (e quindi di politiche deflattive operate tramite austerità fiscale nonchè discipline del mercato del lavoro che, attraverso disoccupazione e precarizzazione accentuate, portino alla riduzione dei salari nominali, riallineandoli alla rispettiva produttività reale, cioè inseguendo la Germania sul piano delle sue proprie politiche deflattive anticipate dalla fine degli anni ’90).

5. Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s’è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista.
Il quadro attuale, fondato sugli artt.articoli 119, 121 e 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), conduce al massimo, e senza alcuna garanzia che ciò debba essere portato a tali conseguenze, alla comminatoria di un deposito infruttifero, trasformabile in equivalente sanzione, dello 0,1% del PIL a carico della nazione che inadempia a piani di correzione e reiterate (negli anni!) raccomandazioni.
In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l’estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa.

Va poi precisato che senza intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici, con ciò arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l’Italia non ha alcun speranza di vedere accolta la proposta avanzata dal nostro premier di “avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per gli investimenti”.
Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l’Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l’Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare.

6. E dunque, se in astratto, la richiesta italiana è “tatticamente” posta in modo ragionevole, (“si tratta di rendere esplicito che andar via dall’Unione non è indolore, altrimenti rischiamo l’effetto domino”, dice una fonte italiana vicina al premier. Come si fa? Rendendo l’Ue più funzionale, più giusta, più attraente. Quando arrivano a discutere del documento comune del vertice di oggi, Renzi riesce a ottenere che la nuova agenda fatta di “difesa delle frontiere esterne”, dunque terrorismo e immigrazione, e di “crescita” siano legata ad un “calendario stretto e a impegni precisi”. Proprio per “rispondere alle sfide poste dal referendum britannico”), gli strumenti pratici messi sul tappeto sono di ben scarsa efficacia rispetto alla dimensione del problema strutturale esistente.
Giusto chiedere un “calendario stretto e impegni ben precisi”, ma non c’è un quadro di norme che obblighino la Germania a fare alcunché di significativo nella direzione che sarebbe concretamente utile, tranne che concordare, ovviamente, che l’uscita dall’Unione, dopo il “fattaccio Brexit”, non debba essere indolore.
Il resoconto fa pensare, piuttosto, a un dialogo fra sordi, dove Hollande neppure è entusiasta della presenza italiana al vertice della “crema”, e la Merkel propina le solite concessioni che, nel linguaggio consolidato del diritto europeo (quello della forte competizione tra Stati sul mercato unico a “economia sociale di mercato” fondato sulla “stabilità dei prezzi”), non significano nulla.
Infatti, Per il momento però Renzi si accontenta della promessa inserita nel documento finale:
“Per ogni paese della zona euro, saranno necessari ulteriori passi per rafforzare la crescita, la competitività, l’occupazione e la convergenza anche nel campo sociale e fiscale”.
Non c’è niente da fare: in €uropa, a trattati invariati, la crescita si ottiene solo con la maggior “competitività” e questo significa stabilità dei prezzi e livello di (dis)occupazione compatibile con essa: cioè, alta disoccupazione strutturale e, inevitabilmente, effetti destabilizzanti della stessa immigrazione (che, in questo contesto è l’epifenomeno dell’economia sociale di mercato, non la causa prima effettiva della situazione insostenibile dell’eurozona e dell’intera UE).

7. La verità è che ci sono ragioni storico-economiche profonde che impediscono di considerare possibile una modifica dell’assetto socio-economico imposto dai trattati europei; ragioni che affondano le radici un un’incoercibile cultura politica dei tedeschi che non è una semplice riserva “mentale” rispetto all’intera costruzione europea, ma una vera e propria conditio sine qua non, in assenza della quale è più probabile che la Germania esca, essa stessa, dall’UE-UEM, ma dopo aver lottato strenuamente con tutta la sua enorme influenza politico-economica, piuttosto che fare concessioni.
E queste ragioni storico-economiche, bisogna dirlo, corrispondono pure all’approccio dominante con cui l’Italia si è avvicinata alla costruzione europea, cioè in funzione di un’ammirazione incondizionata verso l’impostazione tedesca, attribuibile compattamente a tutti gli ital-costruttori dell’€uropa, da decenni e decenni: questa ammirazione conduce a un atteggiamento automatico di “imitazione a qualunque costo”, sicché, all’interno delle classi dirigenti italiane, esistono resistenze al mutamento di paradigma €uropeo probabilmente non minori di quelle tedesche.
E certo questo non depone in senso favorevole alle prospettive di una risolutiva ed oculata revisione dei trattati e, tantomeno, ad un mutamento spontaneo delle politiche economico-commerciali, e fiscali, della Germania.

8. Per chi volesse misurare come la “strana coppia” Italia-Germania, un tempo creatrice dell’Asse, oggi convinta assertrice del deflazionismo e del libero mercato (del lavoro), sia saldata ab origine nella sede della costruzione europea, basta richiamare l’analisi ammirata, dell’impostazione politico-economica tedesca, compiuta dal principale “padre italiano” del federalismo europeista a cui è dovuta la serie di iper-convinzioni, ipostatizzate e sacralizzate, che tutt’ora caratterizzano la cultura €uropea delle nostre classi dirigenti e mediatiche.

Ce ne aveva riferito di recente Arturo, riportandosi un lungo brano di Einaudi:
“Le prediche inutili”, Einaudi, Torino, 1959, pagg. 296 e ss.: il capitolo si intitola “E’ un semplice riempitivo!” A che si riferisce il nostro? All’aggettivo “sociale” dell’economia sociale di mercato. Sappiamo già che cosa ne disse Hayek, vediamo che ci racconta Einaudi.
“Quando giunse in Italia la notizia della nuova vittoria dei democristiani nelle recenti elezioni generali per la Germania occidentale e si seppe che la vittoria era stata dovuta al prestigio del cancelliere Adenauer, che negli anni di suo governo aveva dato prova di essere uomo di stato, forse il maggiore tra quelli oggi in carica, ed al successo della politica economica di Ludwig Erhard, ministro dell’economia e si disse che quella politica economica era general­mente reputata liberale o liberista, subito fu replicato da varie parti democristiane e socialistiche, che, si, qualcosa di liberale c’era in quella politica, ma non tanto da cancellare quel che di interventistico o dirigistico o sociale vi è nella dottrina comune ai partiti che si dicono democristiani, laburisti, socialdemocratici o socialisti; e si aggiunse da taluno che quel che vi era di liberale o liberistico nella politica del professor Erhard si spiegava con la ricchezza tedesca, con la copia delle materie prime possedute dalla Germania, con il grado di avanzamento della sua industria, con la piena occu­pazione di cui godono i lavoratori di quel paese.”

“Questioni grosse, che non possono essere toccate di passata, qui, dove invece si vuol rispondere unicamente al quesito: quale è stata la politica economica di Erhard, quella politica, il cui successo grandioso ha contribuito in cosi notabile parte, e taluno dei commentatori forestieri disse massimamente, a confermare la maggioranza degli elettori tedeschi nella loro opinione favorevole al governo di Adenauer?
Qualche incertezza nasce dalla denominazione che lo stesso Erhard ha dato alla sua «politica sociale di mercato», dove l’aggettivo «sociale» par dominante e siffatto da dare un’impronta caratteristica all’insieme.
Chi non legge al di là dei nomi e dei titoli, osserva: politica «sociale» e quindi non politica «liberale» di mercato; quindi un mercato si, ma soggetto alla socialità, quindi subordinato e guidato dallo stato, unico rappresentante della società intera.
Al «sociale» si appigliano massimamente coloro i quali aborrono, come il diavolo dall’acqua santa, dal «liberale »; e cercano persuadere se stessi e sovrattutto gli ascoltatori e lettori, in cui intravedono un elettore, che il liberalismo di Erhard non è il liberalismo tradizionale, classico, quello dei liberisti; ma è un altro, tutto nuovo di zecca, non mai conosciuto prima, il quale si attaglia benissimo al socialismo, al corporativismo, al partecipazionismo, al solidarismo, al giustizialismo, ed a tutti gli altri -ismi, dei quali in sostanza essi continuano ad essere gli adepti.”

“Tant’è; non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire; epperciò seguiteremo per un pezzo a vedere la gente dalle idee confuse divertirsi a far ballare le parole sociale, liberale, socialità, mercato, intervento, regolazione, statizzazione, socializzazione, concorrenza sfrenata e falsata, giusta e vera; ed il ballo, essendo di mere parole, sarebbe adatto per tutti coloro, e sono i più, i quali non vanno al di là delle parole ed immaginano di attrupparsi in parti politiche che paiono combattersi, sol perché si buttano addosso l’un l’altra parole prive di contenuto. Meglio è far parlare direttamente l ’Erhard; il quale, per fortuna nostra, ha scritto di recente un libro, egregiamente voltato in italiano col titolo Benessere per tutti.”
Per evitare confusione, metterò in corsivo le parole di Ehrard. Dunque:
“Il principio della libertà economica si riassume (p. 8):
In primo luogo nella libertà di ogni cittadino di determinare i proprii consumi e la propria vita nel modo che, entro i limiti delle sue disponibilità finanziarie, corrisponda alle idee e ai desideri personali di ciascuno e [in secondo luogo nella] libertà dell’imprenditore di produrre c di smerciare ciò che, secondo la situazione del mercato, vale a dire secondo le manifestazioni dei bisogni di tutti gli individui, egli ritiene necessario c profìcuo.

9. Continua Einaudi:
“La politica di mercato diventa «sociale» grazie al mezzo adoperato all’uopo. Mezzo è la concorrenza e basta questa, senz’altri amminicoli, ad ottenere l ’effetto «sociale». Siccome i politici si contentano dell’aggettivo, l ’Erhard volontieri indulge all’innocuo vezzo linguistico (p. 2):
Attraverso la concorrenza si consegue una socializzazione del progresso e del guadagno e per di più si tiene desto lo spirito di iniziativa individuale.”
“Il sistema di una economia sociale di mercato inspirata ai principii liberali ha avuto un successo di gran lunga superiore a qualunque specie di dirigismo (pp. 54-55):
La riuscita di un triplice accordo che dovrebbe essere l’ideale di ogni economista di moderno stampo liberale: aumentando la produzione e la produttività e in proporzione con essa anche i salari nominali [mi auguro non vi sfugga che questa è esattamente quella che Paolo Pini ha chiamato la “regola di piombo” sui salari di Mario Draghi], l’accrescimento del benessere, grazie a prezzi stabili o magari decrescenti, va a beneficio di tutti…
La nostra politica economica avvantaggia il consumatore; egli solo è misura e giudice di ogni processo economico. Questa politica dell’economia sociale di mercato ha dato al mondo intero la dimostrazione che i suoi principii della libera concorrenza nella produzione, della libera scelta dei consumi, come pure della libera espansione della personalità, garantiscono successi economici e sociali migliori di qualunque specie d’economia ufficialmente diretta e vincolata.”

Concorrenza vorrebbe dire lotta ai monopoli ma
“L’Erhard, consapevole della difficoltà di una lotta diretta contro i monopoli, non si dilunga tuttavia sul problema. Evidentemente preferisce i mezzi indiretti di lotta. Prima fra tutte la stabilità della moneta (p. 8):
Chi prende sul serio l’impegno [dell’aumento del benessere] deve essere pronto ad opporsi energicamente a qualunque attacco contro la stabilità della nostra moneta.
L’economia sociale di mercato non è immaginabile senza una coerente politica monetaria.
[Vi contrastano], ad esempio, gli accordi fra datori di lavoro e maestranze, il cui effetto ha già condotto a superare con l’aumento dei salari quello della produzione, contravvenendo cosi al principio della stabilità dei prezzi. Lo stesso rimprovero si può fare agli industriali se per rimediarvi o per proprio tornaconto credono di potere cavarsela con un rialzo dei prezzi. La colpa diverrebbe addirittura disastrosa, se qualcuno osasse provocare un processo deliberatamente inflazionistico, per poter cosi rimborsare con maggiore facilità i crediti ottenuti.”
“I dirigisti sono i peggiori nemici della stabilità monetaria ed il controllo delle divise è sinonimo di disordine (p. 179):

Non si dà forse prova di una addirittura grottesca degenerazione quando si registra la peggiore forma del disordine, cioè ramininistrazione forzosa delle divise, sotto la rubrica « ordine »? Dovremmo liberarci una buona volta anche dall’idea che l’ordine regni pienamente là dove il maggior numero possibile di persone sono occupate a imporre regolamenti ed a moderare il disordine. Se non si vede nessuno che si occupi del mantenimento dell’ordine, ancora troppi credono, sbagliandosi di grosso, che cosi non possa esservi ordine di sorta. Alla stessa stregua in tutte le conversazioni europee non sarebbe da pensare soltanto a ciò che abbiamo da mettere a posto; dovremmo pensare altrettanto a ciò che possiamo o meglio dobbiamo abolire per rendere possibile uno sviluppo naturale e organico dell’Europa…
Chi riuscisse ad abolire l’amministrazione forzosa delle divise avrebbe fatto per l’Europa più di tutti i politici, statisti, parlamentari, imprenditori e funzionari presi insieme.”
Il dirigismo monetario prepara la guerra (p. 192):
Il beneficio della liberalizzazione e il maleficio del controllo delle divise vanno d’accordo come il fuoco e l’acqua. Il controllo delle divise è per me il simbolo del male quale che sia la veste sotto la quale appare; dal controllo delle divise traspirano la maledizione e l’odore della preparazione bellica e della guerra, dal cui disordine distruttore esso è nato.”
“Le sanzioni automatiche valgono più di quelle concordate fra stati. Ai tempi del regime aureo la cattiva condotta economica e finanziaria di un paese dava luogo senz’altro, senza uopo di accordi internazionali, alle necessarie sanzioni (p. 169):

Se ai tempi della valuta aurea un paese sovrano avesse creduto di poter rinunciare a una politica economica e finanziaria bene regolata e a una giudiziosa politica creditizia, o, in altre parole, se un paese avesse professato qualche ideologia contrastante con questo postulato dell’ordine interno e dell’equilibrio, le conseguenze del suo contegno si sarebbero ben presto fatte sentire. E le conseguenze le avrebbe dovute sopportare esso stesso. Allorché, in regime monetario a base aurea, si era esaurita la possibilità di afflusso di capitali o quella di deflusso dell’oro non v’era potenza al mondo capace di salvare dalla caduta il corso del cambio del paese. Al tempo della valuta aurea non venivano impartiti ordini né da istituzioni né da persone. Esisteva il comando anonimo, impartito dal principio regolatore, dal sistema. Esso però non era gravato da idee di sovranità nazionale, né dalle fisime di una possibile autonomia politico economica, né da preconcetti o suscettibilità di qualunque genere.”.10. E, nel prosieguo dell’esposizione, si comprende anche come, se poi invece del comando anonimo servono i memoranda del MES, come la Corte di Giustizia ci insegna, va bene lo stesso.
“La stabilità della moneta non vive da sé. Viga il sistema aureo o quello della moneta regolata, affinché ad esempio il principio del mercato comune europeo duri, occorre (p. 172), come in passato per il regime aureo, non ricchezza o forza, ma solo la modesta nozionc che né uno stato né un popolo possono vivere al disopra delle «proprie condizioni ».”“Se si vuole che la moneta sia stabile, importa innanzitutto mettere in ordine la propria casa. Perciò l’Erhard è scettico rispetto al toccasana dell’europeismo se questo non è preceduto ed accompagnato dall’ordine interno (p. 169):
In America vige una massima che suona: stability and converlibility begin at home (stabilità e convertibilità cominciano in casa). È proprio ciò che manca in Europa…
Un paese membro può giungere ad essere maturo per l’integrazione soltanto quando è risoluto non solo a ristabilire il suo ordine interno, ma anche a conservarlo irremissibilmente…
Si pensi, ad esempio, solo alla dottrina di Keynes, allo spendere per creare disavanzo, alla « politica del danaro a buon mercato » con tutti gli annessi e connessi.”
Quindi Erhard è favorevole sì all’integrazione europea, ovviamente purché liberista:
“Non sarebbe certo ragionevole concedere ai singoli paesi membri mano libera per regressi sulla via dell’integrazione, di modo che, presentandosi, ad esempio, difficoltà nella bilancia dei pagamenti, potessero venire impiegate clausole protettive, in virtù d’una propria sovranità, rimessa in vita per l’occasione.
Né è buona soluzione che il paese in questione… possa venire successivamente costretto ad abrogare queste clausole protettive, qualora una decisione in tal senso venga presa da una maggioranza qualificata. Non c’è bisogno di molta fantasia per capire che una decisione del genere, costituendo un atto poco amichevole, non potrebbe, in pratica, essere quasi mai adottata.

O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo (p. 208):
Nel mercato comune… o si fa strada lo spirito del liberismo ed avremo allora un’Europa felice, progressiva e forte, o tentiamo di accoppiare artificiosamente sistemi diversi ed avremo perduta la grande occasione di una integrazione autentica. Una Europa dirigisticamente manipolata dovrebbe, per sistema, lasciar paralizzare le forze di resistenza contro lo spirito del collettivismo e del dominio delle masse, e illanguidire il senso di quel prezioso bene che è la libertà.
La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208):
quanto mai pericolosa… Lo sviluppo tendenzialmente inflazionistico in alcuni paesi (con rigidi corsi dei cambi!) è da riferire, non da ultimo, anche alla concessione di prestazioni sociali superiori alle possibilità di rendimento dell’economia nazionale. Poiché nel campo politico un adeguamento nelle prestazioni sociali non può avvenire mai verso il basso [che pessimismo ingiustificato!], ma solamente verso l’alto, ne deriva la conseguenza che anche quelle economie nazionali le quali avevano potuto finora conservare un ordine equilibrato, o vengono spinte per forza, a loro volta, su quella via rovinosa, o devono scontare la colpa altrui sotto la forma dell’applicazione di clausole protezionistiche da parte dei loro contraenti.”

Conclusioni di Einaudi:
“Gli estratti da me insieme cuciti nelle pagine precedenti chiariscono il significato sostanziale dell’aggettivo «sociale» ficcato in mezzo alle parole « politica di mercato », che sono il vero sugo della dottrina di Erhard.
Non pochi anni or sono Ferdinando Martini, assillato da una anziana signora britannica, la quale non rintracciava nei vocabolari della lingua italiana una parola molto usata nel parlare comune veneto e di cui gli imbarazzati amici italiani avevano una certa ritenutezza a dichiararle il senso, la tranquillò con: «la non si confonda, signorina, gli è un semplice riempitivo ».
In senso diverso ed opposto, anche il qualificativo « sociale » è un semplice riempitivo. A differenza di quello del Martini, che è di gran peso per la persistenza dell’aggregato umano, il riempitivo « sociale » ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali».”

11. Se si è avuta la pazienza di seguire queste analisi e queste “prediche”, e l’intreccio condiviso del pensiero di Einaudi e Erhard, si spiega molto bene cosa possa significare la apparente “concessione” (sulla crescita!) che la Merkel avrebbe elargito nel documento finale del vertice di ieri.
Ma, senza aggiungere altro discorsi fatti in fin troppe occasioni, si comprende anche come una trattativa per far reflazionare la Germania, o anche concedere a un paese “debitore” dell’eurozona una maggior flessibilità fiscale, scivolando, agli occhi dei tedeschi e dei nostrani liberal-europeisti, nel “vivere al di sopra dei propri mezzi”, sia completamente al di fuori di ogni possibile orizzonte culturale, direi del bagaglio concettuale, disponibile alla classe dirigente che governa l’€uropa.

E che non vorrà, a qualsiasi costo, rinunciare alle sue prerogative: meno che mai attraverso un “calendario stretto e a impegni precisi”, nel senso di rivedere dei trattati che, allo stato, consentono legittimamente all’impostazione tedesca di intendere ogni rilancio della stessa €uropa solo e sempre come un inasprimento delle condizioni di consolidamento fiscale mediante “regole automatiche” e nella ricerca della stabilità dei prezzi e della moneta, facendo esclusivamente pagare ai propri partners più “deboli” ogni aggiustamento.
Salvo, da parte della Germania, non considerare a sè applicabile alcuna regola – tra l’altro non propriamente “automatica” (quanto invece all’acqua di rose”)-, in tema di squilibri macroeconomici determinati dagli esiziali avanzi eccessivi della bilancia dei pagamenti.

Non aver chiaro questo retroterra ideologico, fideistico e economico-negoziale, e illudersi di una ragionevolezza e di una “disponibilità” tedesche, non può che portare ad una perdita di tempo prezioso e a un disastro per l’intera €uropa.

648.-Come distruggere l’Unione Europea: Paolo Becchi, il piano per la libertà italiana

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L’evento storico che si è verificato con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa ha creato una nuova figura di giornalista: il terrorgiornalista, o semplicemente l’idiota che dà la colpa ai vecchi cattivi euroscettici e difende i bravi giovani europeisti. L’idiota evidentemente non conosce il criterio base della democrazia, e cioè che ogni voto vale uno. Non ci curiamo dei cretini, cerchiamo di fare un minimo di analisi geopolitica sull’unico giornale che ha saputo anticipare quello che stava accadendo.

Così, Paolo Becchi, sempre gentile, ci propone questo suo pezzo pubblicato oggi sulla pagina di Libero.

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Nessun Impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito. Neppure quello costruito in Europa con la Ue a dominio germanico: il Quarto Reich, da cui sono usciti ora gli inglesi. Dominare su tutti e su tutto alla lunga è impossibile. Potranno anche tramontare gli Stati ma non tramonteranno mai i popoli con le loro differenze culturali, le loro tradizioni, i loro costumi. Nuclei irriducibili di identità storico-culturali. L’Ue è omologante, impone ai popoli la perdita delle proprie radici per sostituire ad esse l’unificazione indifferenziata nel mercato unico. Ma il tentativo di omologare l’Europa annullando il pluriverso dei popoli che la abitano alla lunga è destinato a fallire: la storia non sembra andare verso uno Stato mondiale governato da una superpotenza planetaria che controlli l’intera umanità e neppure verso gli Stati Uniti d’Europa. E dire che il più grande filosofo politico della seconda metà del Novecento, John Rawls, ci aveva messo in guardia al riguardo: «In Europa esistono singoli Stati-nazione ciascuno con le proprie istituzioni, memorie storiche e forme e tradizioni… elementi che sono di grande valore per i cittadini».

Come dargli torto. Siamo irriducibilmente diversi, un pluralismo di lingue, culture, tradizioni, contraddistingue i popoli europei e nessuna tecnica, neppure quella politica, riuscirà a realizzare il processo di una radicale Entortung e la centralizzazione assoluta. Il dilemma, di cui con grande preveggenza parlava Carl Schmitt già alla metà del secolo scorso, «tra universo e pluriverso», «ovvero se il pianeta fosse maturo per il monopolio globale di un’unica potenza o fosse invece un pluralismo di grandi spazi», sembra essere risolto in questo secondo senso.

Viviamo in un mondo multipolare, in cui culture e tradizioni diverse, frutto di specifità nazionali e persino regionali che si sono sedimentate nel tempo, potrebbero tra loro reciprocamente rispettarsi sulla base, per dirla con Rawls, di un minimo di overlapping consensus. Un nuovo ordine, capace di garantire la pace, può scaturire solo dal riconoscimento di queste diversità. La pace si fonda sul rispetto delle differenze, non sul terrore dell’identità. Abbiamo bisogno di un nuovo diritto delle nazioni, fondato sul principio «stare con chi si vuole stare, con chi ci vuole», e di giuristi capaci di pensarlo.

Gli Stati europei, e la Gran Bretagna lo ha ora mostrato, oppongono una sorprendente resistenza al loro superamento: una voglia di indipendenza, di nazione si respira di nuovo in Europa. Anche se l’ordine vestfalico su cui sono costruiti è al tramonto il risultato della politica dell’Unione Europea non è stato all’altezza del compito storico. L’Unione, il suo rafforzamento, non è la soluzione ma il problema. Con un golpe è stato introdotto l’euro e con un golpe permanente viene difeso a oltranza, anche se oramai è evidente a tutti che la moneta unica invece di unire sta provocando divisioni laceranti. L’incapacità di trovare persino una risposta unitaria all’immigrazione ha rilanciato inaspettatamente la sovranità dei singoli Stati nazionali e contribuito a mettere ulteriormente in crisi l’Unione.

L’Europa immiserita a causa di una crisi economica permanente dovuta principalmente all’euro, sottoposta a grandi, incontrollate migrazioni è in crisi. E la crisi ora è diventata palese. Per la prima volta uno Stato si è ribellato all’Impero e ha chiesto di uscirne. Perché in Europa ci sia un nuovo inizio dovrà prima crollare l’intera impalcatura su cui è stata costruita l’Unione a partire dal Trattato di Maastricht, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. L’Unione Europea, il «sanftes Monster» di cui parla il grande intellettuale tedesco Hans Magnus Enzensberger, nasce con quel Trattato e da allora l’Unione è diventata sempre più simile all’Unione sovietica e c’è solo da augurarsi che faccia presto la stessa fine. Una nuova Europa può sorgere solo all’’ombra della sua tomba.

di Paolo Becchi

647.- INTERVISTA AL COSTITUZIONALISTA CONTROCORRENTE

“Abbiamo perso un terzo del manifatturiero e il 25% della produzione industriale. Bisogna uscire dall’eurozona. O diventeremo un Paese deindustrializzato e del terzo mondo come Romania e Bulgaria. È una lotta contro il tempo”

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“L’Europa ci porta alla morte. Abbiamo perso un terzo del manifatturiero e oltre il 25% della produzione industriale. Bisogna uscire dall’eurozona. Altrimenti diventeremo un paese deindustrializzato e del terzo mondo come Romania e Bulgaria. È una lotta contro il tempo”, parola di Luciano Barra Caracciolo, magistrato presidente di sezione del Consiglio di Stato, autore del libro “Euro e (o?) democrazia costituzionale – La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati Europei”. Pensatore e costituzionalista controcorrente, ha raccontato in tempi non sospetti disfunzioni e aberrazioni di Maastricht e della moneta unica.

I britannici votando per la Brexit hanno dato uno schiaffo all’establishment politico, mediatico e finanziario. Com’è stato possibile?
Quel che è successo è clamoroso. Dobbiamo considerare che la Gran Bretagna è fuori dall’euro. Dunque i britannici non sono un popolo ricattabile da una banca centrale che detiene la sovranità monetaria al posto della democrazia istituzionale. Questo è il punto fondamentale.

Quali sono stati i fattori determinanti?
Anzitutto il malessere per il mercato del lavoro precarizzato, in cui è possibile inserire anche il malcontento per l’immigrazione. La rabbia degli strati popolari è confluita nel “Leave”. Ma c’è anche una ragione storica.

Quale?
L’Inghilterra ha una tradizione imperiale ancora presente nella società. Credono di essere i portatori di una missione storica, resiste l’idea di una superiorità spirituale degli anglosassoni. Per loro la riaffermazione di sovranità è qualcosa di culturalmente radicato in tutti gli strati della popolazione, anche nelle loro oligarchie e aristocrazie. Si sentivano, come tutta Europa, assoggettati alla Germania.

Uno scenario simile è immaginabile per l’Italia?
In Italia un risultato analogo dovrebbe prevedere come condizione il fatto di non essere ricattabili. Altrimenti l’esito potrebbe essere quello della Grecia, con il governo che ha accettato e poi imposto al popolo misure peggiori di quelle che il popolo stesso aveva respinto col referendum. In Italia una reazione di questo tipo sarebbe possibile solo attraverso un grande moto popolare, un riunirsi di tutte le istanze di malcontento non solo nella logica operaista ma nella logica costituzionale del lavoro che include artigiani, commercianti, coltivatori diretti, categorie di persone che nei programmi dell’elite finanziaria devono essere spazzate via.

Prevede un effetto domino per altri Paesi europei?
I paesi scandinavi non aderenti all’euro ci stanno già pensando, del resto loro non sono ricattabili. Il caso più simile a quello italiano potrebbe essere l’Austria, dove però pare ci siano stati dei brogli alle ultime elezioni dopo che si era parlato anche lì di referendum. Inoltre Vienna non è un Paese debitore e quindi è meno ricattabile rispetto all’Italia.

Cosa significa per l’Italia la gabbia dell’Euro?
Dentro l’euro abbiamo accumulato deficit anche per il cambio sbagliato. Stiamo aggiustando questo deficit ma a costo della distruzione della domanda interna. Che significa disoccupazione altissima e tante imprese che chiudono. L’Italia per correggere i conti con l’estero sta distruggendo il proprio tessuto industriale. Questo ci dà l’interesse a reagire, è una questione di sopravvivenza. La gente si uccide. Ed è inammissibile questa sorta di darwinismo automatico, accettato come metodo di governo. Però il contagio per chi è ricattato si ferma di fronte all’incognita del trattamento Grecia. Ci vuole forza e visione politica, occorre sapere quali mosse prendere e adottarle con sangue freddo e determinazione.

Se la china che ha preso l’economia italiana in questa gabbia è irreversibile, si potrà arrivare a un punto di rottura?
È difficile dirlo, bisogna avere una chiara visione di come debba andare l’Italia, di quali filiere industriali abbia bisogno. Da Maastricht in poi abbiamo distrutto intere filiere che sono fondamentali. Per poter ripristinare questa solidità, occorre decidere cosa e quanto produrre e come scambiare con l’estero. Scelte che non possiamo più fare da quando siamo dentro Maastricht. Bisogna riconquistare i poteri di politica economica e fiscale previsti dalla costituzione. Senza subire ricatti sul piano monetario e del debito, ma con una banca centrale nazionale e democratica che risponda all’indirizzo politico determinato dagli elettori. Solo così si può attuare una politica che riporti l’Italia alla sua dimensione di eccellenza. Ricordiamoci che eravamo il principale concorrente della Germania. Non si tratta solo di liberarsi da una catena, ma occorre sapere come comportarsi successivamente.

Valutando le reazioni alla Brexit si capisce quanto l’establishment italiano non contempli questa ipotesi. L’Europa può portarci alla morte economica?
Il trend della nostra economia è fortemente negativo: abbiamo perso un terzo del manifatturiero e più del 25% della produzione industriale. Sono numeri da Paese in guerra, bombardato. Ci vuole una ricostruzione, occorre che qualcuno conquisti un forte consenso politico dicendo le cose giuste. Le incognite che vengono terroristicamente agitate sull’uscita dall’eurozona sono valide a condizioni invariate: se restiamo col pareggio di bilancio, con l’idea di privatizzare tutto e di distruggere il welfare diventeremo un paese deindustrializzato, terzomondizzato, come Romania o Bulgaria. Uscire dall’euro è una lotta contro il tempo.

Il popolo in Gran Bretagna si è pronunciato democraticamente. Ma in Italia la costituzione non lo consente. E il concetto di democrazia di chi ci governa non sembra andare in questa direzione.
Io dico che non c’è bisogno di un referendum, ora come ora saremmo sotto ricatto. Il controllo mediatico che vige in italia è fortissimo, lo vediamo nelle reazioni orwelliane a cui stiamo assistendo in queste ore. Non abbiamo bisogno di un referendum, ma di una forte offerta politica che sia in grado di dare speranza a tutta la nazione, in modo tale da determinare un largo processo di identificazione nella sovranità nazionale. Esistono mosse tecniche consentite dalle norme dei trattati. Per quanto le elite, i media e le istituzioni europee possano fare terrorismo, esistono importanti strumenti giuridici previsti dai trattati. In Italia sarebbe come tenere un referendum sullo stupro: semplicemente non dovrebbe tenersi. Per assurdo, se il controllo orwelliano sostiene che è giusto abolire il reato di stupro, allora è probabile che la maggioranza degli elettori seguirà questa opinione. In Italia l’elite favorevole all’euro e all’Unione Europea agisce compatta ed è ancora tremendamente forte.

646.- GRECIA, LA TREGUA DI ATENE

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Oggi una, due agenzie farlocche hanno dato fuoco alle polveri con la notizia di una rivolta di agricoltori e pensionati ateniesi, che non ha trovato altre conferme nella giornata, ma che mi ha dimostrato quanto a cuore ci stia la sorte del popolo greco e quanto sia censurabile il silenzio dei media italiani; ma, si sa, di censure non si vive. Ringrazio Dimitri Delionales ex corrispondente della radio TV ellenica ERT, da Roma, per la sua collaborazione e propongo la lettura di questo suo aggiornamento.

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«La speranza di Tsipras è di resistere fino al 2018, quando la prospettiva di sbarazzarsi di buona parte del debito diventerà più concreta e finirà il programma di “salvataggio” della Grecia». Sbilanciamoci info, 13 giugno 2016 (c.m.c.)
Questo non è un accordo, è una tregua”. Con queste parole un funzionario europeo ha commentato al giornalista Stavros Lygeros l’esito della lunga a travagliata riunione dell’eurogruppo di fine maggio. Sette ore di discussione su un unico argomento: il debito greco, che alla fine del 2016 toccherà, secondo la Commissione, il 182% del PIL.

I termini della “tregua” sono subito spiegati dalla stessa fonte: “Il FMI non ha voluto assumersi la responsabilità politica di far fallire la riunione”. Un rischio reale dalle conseguenze non indifferenti. Fino a luglio le casse greche debbono pagare in titoli in scadenza, interessi e rate, circa 3,5 miliardi. L’Europa rischiava di vivere nuovamente il dramma dell’estate scorsa, con l’aggravante dell’imminenza del referendum britannico: “Il Fondo ha fatto un passo indietro e ha rimandato lo scontro al prossimo giro, quando le condizioni saranno sfavorevoli per Berlino.

La discussione sul debito, infatti, sarà condotta sulla base dello studio sulla sua sostenibilità che sta preparando lo stesso FMI. Schauble ha guadagnato tempo, ma è ancora imprigionato dentro una grossa contraddizione: non può permettersi di dire ai suoi elettori che il FMI non partecipa più al programma greco, che diventerebbe così esclusivamente europeo, ma non è disposto a cedere alla prima condizione posta dal FMI per partecipare: alleggerire il debito”.

Appena due mesi fa, per essere precisi, il responsabile per l’Europa del Fondo, Paul Tomsen, non aveva esitato di proporre una strategia estremamente pericolosa, in modo da far passare la strategia del FMI su tutta la linea. All’epoca, non era aperto solo il fronte tedesco ma anche quello greco. Gli accordi dell’estate scorsa imponevano alla Grecia un avanzo primario del 3,5% anno da ottenere nel 2018 e mantenerlo per almeno un decennio.

Secondo Tomsen, le misure di austerità previste da quell’accordo non erano sufficienti per raggiungere l’obiettivo, ci volevano ulteriori tagli per circa 3,6 miliardi. Per ottenere una soluzione “soddisfacente” bisognava replicare anche questa volta la strategia del 2015: far arrivare la Grecia alle scadenze estive con le casse a secco, con il rischio di un “incidente”, tanto indesiderato in quanto c’è il referendum britannico. In una situazione di urgenza, riteneva, in cui tutti avrebbero accettato le richeste del Fondo senza discussioni.

Wikileaks pubblicò l’intercettazione del colloquio via Skype di Tomsen con Delia Velculescu, la rappresentante del FMI nella “quadriga” (ex troika) che controlla i conti di Atene. L’effetto fu devastante: Tomsen si guadagnò una nuova reprimenda da parte del Board (e forse anche della stessa Lagarde) e le nuove misure furono criticate dagli europei con inusuale franchezza. Pochi giorni più tardi, Eurostat comunicò i dati sui conti greci e fu un nuovo schiaffo al Fondo: secondo Eurostat la Grecia aveva chiuso il 2015 con un attivo di bilancio dello 0,7% del PIL, mentre il piano concordato a luglio 2015 imponeva al paese almeno un + 0,25% e le stime del FMI parlavano di un disavanzo dello 0,6%.

Non era la prima volta che il Fondo sbagliava platealmente le sue previsioni, come ammesso da tutto lo staff economico. Basti dire che l’applicazione del primo programma di “salvataggio”, nel 2010, avrebbe dovuto portare alla crescita già nel 2011. Siamo sei anni dopo e le previsioni, ben più affidabili, della Commissione prevedono ancora recessione dello 0,3% alla fine dell’anno, con prospettive di crescita del 1,8% nel 2017. Lo stesso Tomsen era stato posto sotto inchiesta interna nel 2013 con l’accusa di non aver fornito stime affidabili ma ancor di più di non aver tenuto conto del dibattito in corso tra gli economisti del FMI nell’elaborazione del programma greco. Alla fine è stato rimosso e promosso a responsabile per l’Europa.

Per il governo greco risolvere il nodo del debito è un punto di primaria importanza. Darebbe per la prima volta il senso che la dura trattativa intrapresa da Atene con i creditori può dare finalmente dei risultati, dopo una serie ininterrotta di sconfitte. Le misure di austerità approvate a tamburo battente dal Parlamento greco pochi giorni prima della riunione cruciale dell’Eurogruppo hanno un enorme costo politico e sociale.

Tsipras ha strenuamente resistito alle pressioni a tagliare la spesa pubblica procedendo a licenziamenti e a tagli alle pensioni esistenti e ha preferito puntare sull’aumento delle entrate. Malgrado i tentativi generosi di distribuire il peso fiscale in maniera più equa del passato e malgrado alcuni successi non trascurabili nella lotta alla diffusissima evasione fiscale, alla fine il governo ha dovuto ricorrere all’aumento dell’IVA dal 23 al 24%, anche nelle isole. Una misura che perfino Schauble ha definito “stupida” e che rischia di colpire il settore primario dell’economia greca: il turismo, arrivato oramai a coprire il 20% del PIL.

Secondo la ministra del Turismo Elena Koundourà per l’anno in corso l’aumento dei prezzi non si farà sentire, al contrario. La chiusura dei mercati turistici concorrenti, come la Turchia e l’Egitto, farà aumentare il flusso turistico verso la Grecia fino a 27 milioni di visitatori. Ma l’aumento dell’IVA rimane comunque una misura recessiva che rischia di abbattere i consumi e non portare alle casse pubbliche gli introiti previsti e tanto desiderati. Questo è avvenuto parecchie volte nella lunga crisi greca.

Ma non tutto è stato vano. L’Eurogruppo ha costretto i tedeschi a cambiare posizione e a riconoscere, per la prima volta, che il debito greco è insostenibile. Schauble, per la verità, ha ripetuto la sua posizione che “non c’è urgenza” ad affrontare la questione, visto che per la restituzione delle somme del secondo e del terzo memorandum è previsto un periodo di grazia fino al 2022 e i tassi sono fermi all’1,5%. Ma ha dovuto accettare la posizione di Atene del FMI che senza un alleggerimento non ci sarà garanzia di stabilità per l’economia greca, visto che si tratta di un fattore che certo non incoraggia gli investitori. Alla fine i tedeschi hanno ceduto ma a condizione che la questione venga affrontata solo dopo le elezioni tedesche previste per l’autunno dell’anno prossimo.

Un impegno simile era stato già preso dall’allora Troika nel 2012, a condizione che la Grecia avesse ottenuto un avanzo di bilancio. L’avanzo era stato ottenuto nel 2014 ma l’allora governo di destra non ha voluto sollevare la questione. La posizione dell’allora premier Antonis Samaras era che il debito era sostenibile, nella consapevolezza che qualsiasi riferimento alla possibilità di taglio avrebbe provocato malumori a Berlino.

Ora però le cose sono cambiate: non solo a causa del cambiamento di governo ad Atene ma anche perché il debito greco sta creando seri problemi all’interno del FMI. E’ noto infatti che il suo statuto non gli permette di finanziare debiti insostenibili e per partecipare al “salvataggio” greco nel 2010 dovette procedere a un affrettato cambio, provocando discussioni che nel tempo di sono acutizzate.

Tsipras ha ottenuto inoltre l’abolizione di fatto della clausola irrealistica dell’avanzo primario del 3,5% per un decennio, un obiettivo difficilmente raggiungibile anche per economie fiorenti, figuriamoci per quella greca. Anche questo sarà oggetto di trattativa ma già all’Eurogruppo si è raggiunto un accordo per un impegno greco per un avanzo “significativo”, in pratica dell’1,5- 2%. In caso di deragliamento dei conti, è stato sancito un meccanismo di “garanzie di salvaguardia”.

La tranche del finanziamento sarà divisa in due parti. La prima, di 7,5 miliardi, sarà versata alla fine di giugno, il resto, di 2,8 miliardi, a settembre. La metà dei soldi che saranno incassati a giugno andrà a pagamento dei debiti accumulati dall’amministrazione pubblica greca verso i privati, circa 3,6 miliardi, un’altra parte a pagamento del debito e quello che rimane a sostenere il piano di sviluppo elaborato dal governo e presentato in Parlamento agli inizi di giugno. Anche questo è stato un punto in favore di Atene, visto che con il governo precedente le somme andavano o a coprire il debito oppure la ricapitalizzazione delle banche.

Per ottenere per il denaro, Tsipras deve risolvere le ultime questioni rimaste in sospeso: la “quadriga” esige che i crediti inesigibili delle banche siano ceduti ai funds speculativi, mentre Atene vorrebbe porre delle clausole riguardo alle piccole imprese, circa il 56% degli interessati (già in autunno erano stati esclusi i mutui per la prima casa). Bisogna inoltre sbloccare la privatizzazione dell’area del vecchio aeroporto di Hellikon, acquistato per una somma ridicola nel 2013 dal Gruppo Latsis e bloccata da una serie di sentenze della magistratura.

Il governo greco vuole inserire anche questa area nella nuova “super Cassa” che gestirà (non necessariamente privatizzando) tutta la proprietà pubblica, i creditori vogliono risolvere la questione al più presto. Infine ci sono gli introiti dai pedaggi dell’autostrada Egnazia, che unisce Igoumenitsa a Costantinopoli, che i creditori vorrebbero andassero per intero al debito.

Le condizioni veramente difficili per Tsipras sono attese però per settembre, quando la “quadriga” passerà all’attacco cercando di smantellare quello che è rimasto del diritto del lavoro. I creditori chiedono di abolire il divieto vigente a effettuare licenziamenti in massa e anche il valore giuridico dei contratti nazionali e aziendali di lavoro. Tsipras finora è rimasto granitico nel rifiutare qualsiasi cedimento in questo campo.

Anche se le previsioni della Commissione parlano di un rovesciamento dell’andamento dell’economia già nel secondo semestre di quest’anno (“l’economia greca ha mostrato resistenze inimmaginabili”, ha confessato, in un impeto di inconsapevole autocritica, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem) è evidente che si ripropone per ben sei anni la stessa ricetta fallita. L’abbattimento del costo del lavoro e il restringimento dei diritti sindacali non hanno portato a nessun investimento, ma solo disoccupazione e miseria.

Anche il tipo di sviluppo prospettato dai creditori rimane vago oppure, nel migliore dei casi, complementare alle economie del nord europeo (puntando solo sul turismo, con una punta di agroalimentare). La speranza di Tsipras è di resistere fino al 2018, quando la prospettiva di sbarazzarsi di buona parte del debito diventerà più concreta e finirà finalmente il programma di “salvataggio” della Grecia. Solo allora il governo greco potrà sviluppare i suoi progetti di sviluppo e allentare e misure di austerità.

Il primo passo sarà il congresso di SYRIZA che si terrà a settembre. Un anno di ritardo, con una dolorosa scissione di mezzo. Ma è evidente oramai che il partito ha avuto enormi difficoltà a tenere il passo, già dall’indomani dell’impetuosa avanzata alle elezioni del 2012, la vittoria elettorale di gennaio 2015 e la retromarcia dell’estate scorsa. Obiettivo del leader è far uscire SYRIZA dal minoritarismo e la cultura della protesta e farlo diventare uno strumento efficace di elaborazione di proposte di governo.

di DIMITRI DELIONALES 15 Giugno 2016

645.- ”RIFORMA COSTITUZIONALE PERICOLOSISSIMA”. MADDALENA, ”VOGLIONO ELIMINARE I POPOLI”

Una interessante intervista al Vice Presidente della Corte Costituzionale che svela il retroscena del referendum di riforma costituzionale proposto da Matteo Renzi: si tratta di un favore fatto alla grande finanza transnazionale. Grazie all’Italicum, ci sarà spazio solo per un governo autoritario che renderà conto non al popolo, ma a giganti come JP Morgan”. Si noti che nell’intervista ad un certo punto Maddalena afferma che il neoliberismo è abbandono del cristianesimo.Assolutamente sottoscrivibile.

maddalenaINTERVISTA DI ABRUZZOWEB ALL’EX VICE PRESIDENTE DELLA CONSULTA
”JP MORGAN DIETRO IL PD, SE VINCERA’ IL SI’ AL REFERENDUM SARA’ LA FINE”
”RIFORMA COSTITUZIONALE PERICOLOSISSIMA” MADDALENA, ”VOGLIONO ELIMINARE I POPOLI”
di Roberto Santilli

L’AQUILA – “Se passerà la pericolosissima riforma della Costituzione, si spalancheranno completamente le porte alle multinazionali, alle banche e alla finanza speculativa. Un passo decisivo verso la miseria di tutti noi, non ci saranno più freni per chi vuole imporci definitivamente il modello, folle e criminale, neoliberista”.

È particolarmente arrabbiato Paolo Maddalena, classe 1936, vice presidente emerito della Corte Costituzionale, “per ciò che sta accadendo al nostro Paese, ormai preda di governi che con la democrazia non hanno nulla a che vedere”, in vista del referendum di ottobre per cui gli italiani saranno chiamati a votare per approvare o respingere la riforma Renzi-Boschi della Costituzione.

Una riforma che, è sicuro Maddalena, “farà in modo che il Senato non conterà più niente e permetterà a un governo, grazie alla legge elettorale anche in caso di ballottaggio, di fare ciò che vuole con il 25 per cento. A quel punto, ci sarà spazio solo per un governo autoritario che renderà conto non al popolo, ma a giganti come JP Morgan”.

Ed è proprio il colosso bancario che avrebbe messo a punto la riforma per il Partito democratico di Matteo Renzi, con l’obiettivo di sbarazzarsi delle Costituzioni nate dopo la caduta del nazifascismo.

“È il popolo che si vuole togliere di mezzo – taglia corto Maddalena – in una versione moderna degli ebrei sotto Babilonia. Avrei fatto volentieri a meno di schierarmi, avrei continuato ad occuparmi degli studi di Diritto romano, ma non è più possibile tacere di fronte a un fatto di una gravità storica”.

“Ed è il caso che il popolo si svegli – ammonisce il giurista – l’indifferenza è il pericolo maggiore in questi casi. Il fatto che le popolazioni siano abituate a guardare al potere come qualcosa di dannoso sempre e comunque, non giustifica l’immobilismo di fronte ad una poderosa accelerazione dei processi antidemocratici.

Siamo in un guano di disoccupazione, di disperazione sociale che peggiora ogni giorno di più, possibile che non basti questo per reagire?”.

“La dottrina neoliberista è una follia – prosegue Maddalena – e i suoi esecutori ‘sul campo’ sono molto pericolosi. Questa è la strada verso lo schianto, l’abbandono del cristianesimo, saremo tutti schiavi, tutti vittime delle privatizzazioni, con il bene comune svenduto a quattro soldi senza risolvere niente. Ci ritroveremo senza territorio pubblico, come sta avvenendo in Grecia”.

L’ex vice presidente della Corte Costituzionale ne ha anche per l’ex premier, Mario Monti, “perché è ‘grazie’ a lui che siamo obbligati al pareggio di bilancio, inserito in Costituzione, che di fatto elimina la politica economica dello Stato e degli altri enti pubblici. E quando saremo senza pubblico, sarà la fine. Moriranno gli Stati, stanno morendo gli Stati sotto i colpi feroci della globalizzazione, che viene propagandata per ciò che non è, cioè l’unità del mondo”.

Eppure sono molti i tecnici, gli esperti, anche tra i suoi colleghi, che si schierano apertamente a favore della riforma che Maddalena contesta.

“Sono ciechi, si bendano gli occhi e non vanno oltre la questione giuridica – il giudizio a tal proposito – evitando i capitoli economici e finanziari. La domanda, in questi casi, è semplicissima eppure fondamentale: cui prodest? A chi giova questa riforma? Non al popolo, ma ai nostri nemici che sono multinazionali, grandi banche e finanza speculativa”.

Lo sguardo, poi, dall’Europa “della brava casalinga sveva, Angela Merkel”, in tono sarcastico, va agli Usa e poi di nuovo all’Europa.

“Anche i cittadini statunitensi sono vittime di questi ‘schemi’, basti pensare al presidente, Barack Obama, che rappresenta le lobby ed è venuto da questa parte di mondo per propagandare l’osceno trattato sul commercio Ttip, che si sostituisce alle Costituzioni e manda in rovina la salute delle persone e l’ambiente, con gli Stati che verranno trascinati in tribunali parziali per essere puniti severamente qualora dovessero ribellarsi“.

“Io vorrei che si tornasse all’economia di Keynes, per eliminare quella dei folli della Scuola Austriaca e di Milton Friedman che ormai sono ovunque. Vorrei che si mettesse in piedi un’Europa vera, non il delirio che ormai viviamo da troppo tempo“.

“Il quadro – conclude Maddalena – è drammatico, ma si può reagire, lo spirito critico cresce, ci sono fior di economisti, di giuristi, che ogni giorno lavorano per il bene. Eliminiamo, insieme, il neoliberismo dalle nostre vite.

I danni che produce sono sotto gli occhi di tutti. Del resto, anche una ricostruzione post-sisma come quella dell’Aquila rispecchia questa folle dottrina, cioè pochi che hanno tutto e comandano a bacchetta i tanti. Siamo di fronte a un momento cruciale. Non sbagliamo”.
17 giugno 2016

644.- COME CAMBIERÀ IL WELFARE ITALIANO

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La riforma del terzo settore ha ottenuto il via libera dal Parlamento, il governo ha iniziato il percorso per l’emanazione dei decreti delegati senza i quali non sarà possibile sbloccare le risorse stanziate per l’anno in corso. Di fatto cambia l’impianto, che oltre a dare dignità a tutto il settore favorisce anche le governance». Soddisfatto anche il sottosegretario Luigi Bobba, che questa riforma l’ha seguita fin dai suoi primi passi. «Sono tre gli obiettivi», dice. «Il primo e più importante è la “carta d’identità” per il terzo settore. Seguono il servizi civile universale, aperto anche agli stranieri, e la creazione di un ecosistema per le imprese a finalità sociale. Siamo riusciti a creare una buona sintesi che ci permettere di continuare a lavorare con gli interlocutori che ogni giorno operano sul campo, nella vita sociale e per il bene comune. Sono loro gli interpreti di questa bella operazione normativa». Per il presidente della commissione affari sociali, Mario Marazziti, siamo di fronte a un «grande cambiamento culturale» perché «si dà organizzazione e dignità al terzo settore. Come? Chiarendo la sua natura, lasciando spazio alla gratuità e al volontariato e non riducendolo alla sola impresa sociale. Insomma, il terzo settore raccoglie un pezzo di paese capace di mandare avanti l’Italia…». Ora inizia una nuova partita, ovvero quella sui decreti delegati. Cerchiamo di capire dov’è la fregatura.

1) Il contesto – La nuova legge servirà a definire la nuova identità del terzo settore. Non solo specificando meglio i suoi confini, ma anche inquadrando il ruolo e la funzione dei cittadini che scelgono liberamente di contribuire al raggiungimento del bene comune. Stiamo parlando di un universo di oltre 300 mila organizzazioni non profit capaci di generare un valore annuo di entrate di circa 63 miliardi di euro. I volontari stimati? Sono 6,63 milioni. Di questi, 3 milioni sono impegnati in maniera non organizzata (dati Istat).

2) L’impianto – Nella sostanza la legge ha mantenuto la struttura del testo varato da Montecitorio un anno fa. Tra le principali novità ci sono l’istituzione del servizio civile universale, la possibilità di ripartire gli utili per le imprese sociali, il registro unico del terzo settore e la funzione di vigilanza affidata al ministero del lavoro. L’iter parlamentare ha inoltre definito i criteri di revisione dei centri di servizio per il volontariato (Csv). E’ infine prevista la nascita del Consiglio nazionale del terzo settore (organismo di consultazione degli enti del terzo settore a livello nazionale) e della Fondazione Italia Sociale.

3) Le risorse – Per l’applicazione della legge delega, con la legge di stabilità 2016 sono stati stanziati 140 milioni per il 2016 e 190 milioni annuali per il biennio 2017-2018. Sono stati inoltre istituiti un fondo per il finanziamento delle attività di interesse generale promosse dagli enti del terzo settore (17,3 milioni nel 2016, 20 milioni a partire dal 2017) e un fondo rotativo per sostenere impresa e investimenti in ricerca (200 milioni di euro destinati al finanziamento a tassi agevolati di piani d’investimento a favore di imprese sociali e cooperative sociali).

4) Cinque per mille – Se da una parte il governo ha reso “stabile” il 5 per mille, nell’ottica della trasparenza e per favorire l’autonomia delle associazioni, i controlli di cui il ministero si farà carico porteranno a una stretta di vite sulle realtà destinatarie di queste risorse. Il fondo a disposizione è di 500 milioni, mentre la soglia di detraibilità aumenta da 2.065 a 30 mila euro.

5) L’identità – Come il volontariato ha trovato la sua prima definizione giuridica nella legge 266 del 1991, così il terzo settore è introdotto per la prima volta nel testo fresco di approvazione. Norme, queste, che prevedono tra l’altro misure di semplificazione per il riconoscimento della personalità giuridica, la redazione di un codice del terzo settore (finalizzato al riordino della legislazione esistente) e l’istituzione di un registro unico del terzo settore. La legge prevede inoltre procedure di iscrizione «semplificate e trasparenti».

6) La disciplina – Armonizzare e coordinare. Sono queste le due parole chiave che hanno ispirato il riordino delle diverse discipline in materia di volontariato. Un percorso che si sviluppa su tre fronti: oltre alla promozione della cultura del volontariato tra i giovani, la legge prevede una revisione dei 76 Csv (alla loro costituzione concorrono enti di terzo settore e si provvede con decreto del ministro del lavoro «secondo criteri di efficienza ed economicità») e l’istituzione del Consiglio nazionale del terzo settore (che di fatto sostituisce l’osservatorio nazionali per il volontariato).

7) L’impresa sociale – Per molti il vero cuore della riforma sta proprio qua, nei criteri di definizione dell’impresa sociale come «organizzazione privata» che svolge attività «per finalità di interesse generale e destina i propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto sociale». In concreto si individuano i settori di attività in cui può essere svolta attività d’impresa: rispetto a quanto previsto dal decreto legislativo 155 del 2006 si aggiungono anche i settori del commercio equo e solidale, dei servizi per il lavoro finalizzati all’inserimento dei lavorati svantaggiati, dell’alloggio sociale, del microcredito e dell’agricoltura sociale. Tra le altre novità previste: forme di remunerazione del capitale per le cooperative a mutualità prevalente, accesso a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali telematici e misure agevolative per favorire gli investimenti di capitale (questi ultimi due punti avvicinano l’impresa sociale al trattamento riservato alle start up innovative).

8) Il servizio civile – Particolare attenzione è riservata ai giovani. Il servizio civile diventa infatti “universale”. Cioè aperto a tutti, ovvero a «italiani, cittadini comunitari e stranieri regolarmente soggiornanti». La norma introduce un meccanismo di programmazione triennale e prevede un tempo variabile per lo svolgimento del servizio (da un minimo di otto mesi a un massimo di dodici). Le competenze acquisite saranno riconosciute e utilizzate nei percorsi di istruzione e in ambito lavorativo.

9) Le questioni fiscali – Il nuovo regime tributario terrà conto delle finalità solidaristiche e di utilità sociale dell’ente. La legge, oltre a completare la riforma del 5 per mille, prevede una razionalizzazione e una semplificazione del regime di deducibilità e detraibilità sulle donazioni a favore del non profit, una razionalizzazione dei regimi fiscali e contabili semplificati per il terzo settore e l’istituzione di un fondo da 20 milioni per finanziare iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale.

10) Fondazione Italia Sociale – La nuova Fondazione nasce con lo scopo di «sostenere la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi ad alto impatto sociale ed occupazionale» da parte di enti del terzo settore. L’obiettivo è quello di indirizzare le azioni soprattutto verso i territori e i soggetti più svantaggiati. Al governo è affidata la delega affinché venga messo a punto lo statuto.

di Eugenio Terrani

643.-Ritroviamo la nostra identità. Sapendo cos’è.

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Minolta DSC

L’aborto libero e legale – grande “conquista delle donne” – in Gran Bretagna ha trovato un particolare favore tra le comunità di origine indiana e pachistana: che l’ha usato come mezzo gratuito e pulito per eliminare le nasciture femmine, che in quella culture sono un peso morto e un costo economico in pura perdita, perché vanno fornite dalla loro famiglia di una dote esosa che godrà, poi, la famiglia del marito.

Ecco un caso spaventoso in cui ciò che nella nostra società progressista è passata come “conquista” del femminismo, un diritto civile per “la liberazione della donna”, viene strumentalizzato da altre colture etniche venute in Occidente, per perpetuare il più tribale oscurantismo che decreta l’ inferiorità femminile, anzi perfezionandolo: quello che là è infanticidio, qui è aborto selettivo fornito dal servizio sanitario nazionale nell’asettico ambiente ospedaliero. Una strage delle innocenti (altro che femminicidi!) nell’Occidente ‘avanzato’.

Di simili contaminazioni aberranti del multiculturalismo esaltato dal politicamente corretto, se ne trovano molte nel saggio di Gian Marco Concas, Ri-generazione Identitaria (Mgc Edizioni, 195 pagine, 12 euro); molti sono così diffusi che non ne cogliamo più la natura rivoltante per i nostri principi di civiltà. Così la reintroduzione della schiavitù in Italia, quando immigrati clandestini cinesi devono lavorare gratis in qualche sotterraneo per la Triade con cui sono in debito perché gli ha anticipato i soldi del viaggio (migliaia di euro) e gli ha sottratto il passaporto; o la tratta di carne umana, che è il vero nome che merita quella che noi chiamiamo “accoglienza umanitaria”, dove miriadi di Ong nostre traggono le loro ragioni di esistenza come ‘organizzazioni di diritto internazionale’ , strappano fondi pubblici senza controllo – e alimentano, dall’altra parte del Mediterraneo, nell’altra “cultura etnica” (in cui non sono nati né il diritto né il concetto di ‘umanità’), lo stimolo ad intensificare la tratta, l’arrivo di gommoni di dimensioni inverosimili (costruiti apposta: non se ne vedono di simili in commercio) e inverosimilmente stracarichi di gente che ha pagato fortune e s’è indebitata perché sa che sarà “accolta” – con relativo aumento di morti affogati. A migliaia. “Crudele paradosso”, commenta Concas : “più si cerca di spezzare il circolo vizioso della disperazione, più lo si radicalizza, inasprisce e rafforza”. E i sopravvissuti alimentano, s’intende, il più squallido sfruttamento del lavoro nero – altra violazione delle norme teoricamente vigenti sul diritto del lavoro nella nostra civiltà.

Tutto ciò non era inevitabile. “L’antidoto era in noi, nel nostro retaggio europeo”. E’ che nell’accogliere masse di etnie e culture ‘altre’, abbiamo rinunciato ad applicare a loro la nostra, a pretendere con rigore che si adeguassero ai nostri principi e valori. Da cui si vede che la “identità” di cui l’autore propugna la rigenerazione non è quella vernacolare, dei sapori di casa e delle care usanze del tempo che fu; non è l’ethnos, ma il logos – perché questa è l’identità europea a cui abbiamo rinunciato a forza di globalizzazione dei mercati e di consumo: è la civiltà, né più né meno.

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Cercare l’identità europea tratta di ben altro che rimpiangere le usanze etniche e i legami di sangue. “Il mondo europeo è figlio dell’ordine, dell’applicazione della scienza e della speculazione razionale. E’ anche figlio dell’individualità, della diversificazione, del desiderio di partecipazione” – la partecipazione al potere decisionale che, per esempio, i cinesi non hanno, abituati da millenni a soggiacere ai messi imperiali, e musulmani nemmeno, conoscendo come sola forma di governo il dispotismo.

Non si pensa mai che la filosofia greca è fin dall’inizio filosofia politica; Socrate sta nella piazza a interrogare su ciò che è giusto e ingiusto nella città, come formare il cittadino migliore e smascherare i marpioni politici (i sofisti); Platone e Aristotile s’interrogheranno sulla forma ideale di governo. Altre culture, magari altissime come l’indiana o la taoista, hanno elaborato dottrine di liberazione metafisica (estinzione, nel Buddhismo) ma mai hanno mirato a formare il cives, il cittadino come partecipante alla polis. E’ una mancanza culturale, questa loro, che avevamo non il diritto, ma il dovere di trasmettere ai nuovi venuti, proprio perché non pretende alla religione e non viola l’intimità delle coscienze e delle credenze ultime, ma punta a formare cittadinanza – cosa che serve a loro come a noi (Gesù lo capì, per cui disse: Date a Cesare quel che è di Cesare”). Era nostro dovere, perché non si chiudessero nel loro comunitarismo che è , forzatamente, regressivo, quando non aberrante, poligamico, schiavista, senza carità né bontà. Adottare la nostra cultura-identità non chiude, ma apre: qui “non c’è nulla che non sia stato sperimentato o teorizzato: dai canoni di bellezza alla scienza politica, dagli equilibri sociali all’arte (e) istituzioni che traggono forza ed efficacia da una applicazione logico-speculativa sul modello greco, che ha trovato innesto nella dottrina cristiana (non, ad esempio, nell’Islam)”. Qui c’è una concezione della storia che le altre ‘culture’ ed etnie ignorano; la storia come “indirizzata ad una conclusione”, destino o disegno, che “ancora un volta implica un ordine e una finalità”.

Quella che accoglie e li sfama è una cultura, della cui superiorità non hanno la minima idea (anche se mica sbarcano in Arabia Saudita, perché sanno bene che lì la cultura locale non prevede l’obbligo morale di sfamarli); il negro appena giunto gridacchia di avere “dei diritti” e li pretende (come gli hanno detto i nostri militanti sociali dell’integrazione) ma naturalmente non sa affatto che cosa sia il Diritto (romano), che gli rende qui facile la vita; anzi lo disprezza, perché provenendo da culture dispotiche e arbitrarie, gli sembra mollezza. Così per esempio “il cavaliere crociato”, per secoli simbolo “di nobiltà e fedeltà a una causa” (e modello di tutto l’aspetto cavalleresco, magnanimo e cortese rispettoso della donna che c’è – o c’era – nella nostra civiltà); oggi la cultura postmoderna reinterpreta le crociate in modo negativo, offrendo questa revisione ai musulmani con cui dovremmo “mescolare la nostra cultura”; musulmani che la cui ‘cultura’ non ha subito alcuna revisione, che ignora il lungo percorso che qui ha portato al pensiero critico e al revisionismo storico, e trova le conferme delle sue convinzioni più settarie sui “crociati” proprio nella critica sofisticata che la nostra cultura – non la sua – è in grado di produrre.

Nella pratica, stiamo cedendo – e diventando noi stessi più barbari. Per esempio, “l’elevata istruzione dei popoli occidentali, grande traguardo sociale conseguito al termine di un percorso di civiltà lungo secoli”, subisce oggi “una regressione nelle istituzioni pubbliche” che vogliono adattarsi a “scolaresche fortemente multietniche”. Già “basta entrare in una chiesa per avvertire l’ignoranza che noi portiamo nei confronti dell’arte”, perché avendo abbandonato la religione cristiana, laicisticamente, non abbiamo più “gli strumenti d’interpretazione dell’80% della storia dell’arte europea”.

Uno dei paesi più ideologicamente integrazionisti è la Svezia; quello dove è accuratamene censurata, fin dalle classi elementari, persino ogni idea di nordicità e biondezza, per non porre una “identità” propria, vagamente razzista, ai nuovi arrivati multiculturali. Concas cita una frase – francamente agghiacciante – di una esponente socialdemocratica svedese, Mona Salin: “Non riesco a pensare cosa possa essere la cultura svedese. Credo che sia ciò che rende noi svedesi così invidiosi degli immigrati: voi avete una cultura, una identità, qualcosa che vi unisce. Che cosa abbiamo noi invece? Noi abbiamo la festa di mezza estate ed altre sciocchezze del genere. Gli svedesi devono integrarsi con i nuovi svedesi”.

Quale è l’effetto di questa volontaria tabula rasa della propria identità per meglio “integrare”? Nel maggio 2013, avvennero disordini ad Husby quartiere periferico di Stoccolma abitato da immigrati di colore; si scoprì così che a Husbuy il 38% dei giovani non studia né lavora, e che completa la scuola d’obbligo solo il 50% degli studenti, contro il 90 per cento del comune di Stoccolma. Una Scampìa scandinava, un buco nero di segregazione e disuguaglianza sociale nel paese-modello dell’eguaglianza.

Cercare l’identità europea tratta di ben altro che rimpiangere le usanze etniche e i legami di sangue. “Il mondo europeo è figlio dell’ordine, dell’applicazione della scienza e della speculazione razionale. E’ anche figlio dell’individualità, della diversificazione, del desiderio di partecipazione” – la partecipazione al potere decisionale che, per esempio, i cinesi non hanno, abituati da millenni a soggiacere ai messi imperiali, e musulmani nemmeno, conoscendo come sola forma di governo il dispotismo.

Non si pensa mai che la filosofia greca è fin dall’inizio filosofia politica; Socrate sta nella piazza a interrogare su ciò che è giusto e ingiusto nella città, come formare il cittadino migliore e smascherare i marpioni politici (i sofisti); Platone e Aristotile s’interrogheranno sulla forma ideale di governo. Altre culture, magari altissime come l’indiana o la taoista, hanno elaborato dottrine di liberazione metafisica (estinzione, nel Buddhismo) ma mai hanno mirato a formare il cives, il cittadino come partecipante alla polis. E’ una mancanza culturale, questa loro, che avevamo non il diritto, ma il dovere di trasmettere ai nuovi venuti, proprio perché non pretende alla religione e non viola l’intimità delle coscienze e delle credenze ultime, ma punta a formare cittadinanza – cosa che serve a loro come a noi (Gesù lo capì, per cui disse: Date a Cesare quel che è di Cesare”). Era nostro dovere, perché non si chiudessero nel loro comunitarismo che è , forzatamente, regressivo, quando non aberrante, poligamico, schiavista, senza carità né bontà. Adottare la nostra cultura-identità non chiude, ma apre: qui “non c’è nulla che non sia stato sperimentato o teorizzato: dai canoni di bellezza alla scienza politica, dagli equilibri sociali all’arte (e) istituzioni che traggono forza ed efficacia da una applicazione logico-speculativa sul modello greco, che ha trovato innesto nella dottrina cristiana (non, ad esempio, nell’Islam)”. Qui c’è una concezione della storia che le altre ‘culture’ ed etnie ignorano; la storia come “indirizzata ad una conclusione”, destino o disegno, che “ancora un volta implica un ordine e una finalità”.

Quella che accoglie e li sfama è una cultura, della cui superiorità non hanno la minima idea (anche se mica sbarcano in Arabia Saudita, perché sanno bene che lì la cultura locale non prevede l’obbligo morale di sfamarli); il negro appena giunto gridacchia di avere “dei diritti” e li pretende (come gli hanno detto i nostri militanti sociali dell’integrazione) ma naturalmente non sa affatto che cosa sia il Diritto (romano), che gli rende qui facile la vita; anzi lo disprezza, perché provenendo da culture dispotiche e arbitrarie, gli sembra mollezza. Così per esempio “il cavaliere crociato”, per secoli simbolo “di nobiltà e fedeltà a una causa” (e modello di tutto l’aspetto cavalleresco, magnanimo e cortese rispettoso della donna che c’è – o c’era – nella nostra civiltà); oggi la cultura postmoderna reinterpreta le crociate in modo negativo, offrendo questa revisione ai musulmani con cui dovremmo “mescolare la nostra cultura”; musulmani che la cui ‘cultura’ non ha subito alcuna revisione, che ignora il lungo percorso che qui ha portato al pensiero critico e al revisionismo storico, e trova le conferme delle sue convinzioni più settarie sui “crociati” proprio nella critica sofisticata che la nostra cultura – non la sua – è in grado di produrre.

Nella pratica, stiamo cedendo – e diventando noi stessi più barbari. Per esempio, “l’elevata istruzione dei popoli occidentali, grande traguardo sociale conseguito al termine di un percorso di civiltà lungo secoli”, subisce oggi “una regressione nelle istituzioni pubbliche” che vogliono adattarsi a “scolaresche fortemente multietniche”. Già “basta entrare in una chiesa per avvertire l’ignoranza che noi portiamo nei confronti dell’arte”, perché avendo abbandonato la religione cristiana, laicisticamente, non abbiamo più “gli strumenti d’interpretazione dell’80% della storia dell’arte europea”.

Uno dei paesi più ideologicamente integrazionisti è la Svezia; quello dove è accuratamene censurata, fin dalle classi elementari, persino ogni idea di nordicità e biondezza, per non porre una “identità” propria, vagamente razzista, ai nuovi arrivati multiculturali. Concas cita una frase – francamente agghiacciante – di una esponente socialdemocratica svedese, Mona Salin: “Non riesco a pensare cosa possa essere la cultura svedese. Credo che sia ciò che rende noi svedesi così invidiosi degli immigrati: voi avete una cultura, una identità, qualcosa che vi unisce. Che cosa abbiamo noi invece? Noi abbiamo la festa di mezza estate ed altre sciocchezze del genere. Gli svedesi devono integrarsi con i nuovi svedesi”.

Quale è l’effetto di questa volontaria tabula rasa della propria identità per meglio “integrare”? Nel maggio 2013, avvennero disordini ad Husby quartiere periferico di Stoccolma abitato da immigrati di colore; si scoprì così che a Husbuy il 38% dei giovani non studia né lavora, e che completa la scuola d’obbligo solo il 50% degli studenti, contro il 90 per cento del comune di Stoccolma. Una Scampìa scandinava, un buco nero di segregazione e disuguaglianza sociale nel paese-modello dell’eguaglianza.

Un segreto accuratamente censurato dal sistema, del resto. Lo ha scoperto a sue spese una giornalista svedese evidentemente oriunda, Amun Abdullahi Mohamed, ma integrata (ossia aderente alla nostra identità e a quelli che credeva i suoi principi): facendo un’inchiesta giornalistica sulla condizione degli immigrati, “si imbatte nel fenomeno jihadista”, che “ha costituito un efficiente sistema di reclutamento nei sobborghi”. Uno scoop sensazionale? No: la Radio svedese la licenzia; una celebre giornalista la attacca personalmente, e le ricorda che “il compito della stampa è anzitutto stabilire quale informazione sia socialmente corretta e quale no”.

“Mai il retaggio europeo è stato tanto umiliato – da se stesso”, esclama Concas.

Urge recupero identità europea.

642.-KEEP CALM: IT’S JUST A (BREXIT) DELIRIUM

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Dopo i fuochi d’artificio sui blog,si guardi ai temi tecnico-giuridici.E’ il momento delle grandi menti e Luciano Barra Caracciolo è presente.
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1. Oggi il discorso è incandescente: come cercherò di dire, nel mio piccolissimo, è OVVISSIMAMENTE prematuro abbandonarsi a facili entusiasmi.
Nel frattempo, è giusto dare spazio (come faremo tra un po’) ad alcune “puntualizzazioni” che altro non sono che dimostrazioni di “tracce di vita” intelligente e di memoria storica non alterata dall’esigenza di dare un flusso continuo e inesorabile alla propaganda orwelliana, che intende continuare a governare l’€uropa (e il mondo), A QUALSIASI COSTO.
E quando dico a qualsiasi costo, intendo che un potere così grande, quasi senza precedenti nella storia dell’umanità, non appena messo alle strette, tenderà a dimostrarsi capace di qualunque cosa. Basterà rammentare queste parole del padre-maestro di “tutto questo”, (almeno sul piano della prassi politica), cioè di colui che meglio incarna l’etica di ESSI:
von Hayek: “È evidente che le dittature pongono gravi pericoli. Ma una dittatura può limitare se stessa (se puede autolimitar), e se autolimitata può essere più liberale nelle sue politiche di un’assemblea democratica che non conosce limiti. Devo ammettere che non è molto probabile che questo avvenga, ma anche così, in un dato momento, potrebbe essere l’unica speranza. Non una speranza sicura perché dipenderà sempre dalla buona volontà di una persona e ci si può fidare di ben poche persone. Ma se è l’unica possibilità in un dato momento, può essere la migliore soluzione nonostante tutto. Ma solo se il governo dittatoriale conduce chiaramente ad una democrazia limitata.”
Nella stessa intervista, von Hayek affermava anche:
“La democrazia ha un compito che io chiamo ‘igienico’ per il fatto che assicura che le procedure siano condotte in un modo, appunto, idraulico-sanitario. Non è un fine in sé. Si tratta di una norma procedurale il cui scopo è quello di promuovere la libertà. Ma non può assolutamente essere messo allo stesso livello della libertà. La libertà necessita di democrazia, ma preferirei temporaneamente sacrificare, ripeto temporaneamente, la democrazia, prima di dover stare senza libertà, anche se temporaneamente .”
2. Quanto al metodo di “variazione” dallo stato della democrazia idraulica (che mai, per ESSI, è un fine in sè) alla dittatura intesa come “unica speranza” (cioè TINA!), rammentiamo che viene normalmente utilizzato “lo stato di eccezione” – dei mercati, per il terrorismo, per l’ordine pubblico da restaurare nei confronti delle “inammissibili” rivendicazioni di piazza di popoli altrimenti resi “muti”-, tanto più probabile quanto più indica, nella situazione istituzionale attuale di denazionalizzazione delle pubbliche istituzioni, l’autentico detentore della sovranità.
Una volta ridislocata la sovranità, per mezzo di trattati che istituiscono organizzazioni economiche sovranazionali, gli strumenti per indurre lo stato di eccezione sono, dunque, molteplici e convergenti. E, ormai, tutto questo non dovrebbe sorprenderci.

3. Ma, fatta questa premessa, che è il punto di riferimento, nell’esperienza storica, per definire le “aspettative” che possiamo nutrire con empirica e ragionevole cautela, se non altro al fine di vigilare sulla preziosa democrazia consegnataci dalla nostra Costituzione, lascio spazio ad una selezione (esemplificativa) di “puntualizzazioni”:

4. Infine, ci pare anche opportuno, per completare il quadro in cui ci troviamo proiettati, fare un richiamo ad un’analisi generale che non dovrebbe mai essere dimenticata (perché costò la vita a chi, con lucida esattezza, ebbe il coraggio di portarla avanti):
Rosa Luxemburg, “Fogni pacifisti”, 1911 [!!!]
Solo coloro che credono nell’attenuazione e mitigazione degli antagonismi di classe, e nella possibilità di esercitare un controllo sull’anarchia economica del capitalismo, possono credere all’eventualità che questi conflitti internazionali possano essere rallentati, mitigati e spazzati via. […]
Perché gli antagonismi internazionali degli stati capitalisti non sono che il complemento degli antagonismi di classe, e l’anarchia del mondo politico non è che l’altra faccia dell’anarchico sistema di produzione del capitalismo. Entrambi possono crescere solo insieme e solo insieme possono essere superati. “Un po’ di ordine e di pace” sono per questo impossibili, al pari delle utopie piccolo-borghesi sulla limitazione delle crisi nell’ambito del mercato capitalistico mondiale, e sulla limitazione degli armamenti nell’ambito della politica mondiale. […]

«Il carattere utopico della posizione che prospetta un’era di pace e ridimensionamento del militarismo nell’attuale ordine sociale, è chiaramente rivelato dalla sua necessità di ricorrere all’elaborazione di un progetto. Poiché è tipico delle aspirazioni utopiche delineare ricette “pratiche” nel modo più dettagliato possibile, al fine di dimostrare la loro realizzabilità. A questa tipologia appartiene anche il progetto degli “Stati Uniti d’Europa” come mezzo per la riduzione del militarismo internazionale. […]

L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. […]

…Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei? L’Europa, questo è vero, è una geografica e, entro certi limiti, storica concezione culturale.
Ma l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni.
Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. Come fornitori di derrate alimentari, materie prime e prodotti finiti, oltre che come consumatori degli stessi, le altre parti del mondo sono legate in migliaia di modi all’Europa.
Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana..»
«E se l’unificazione europea è un’idea ormai [“ormai” nel 1911!!!, ndr] superata da un punto di vista economico, lo è in egual misura anche da quello politico.

Solo distogliendo lo sguardo da tutti questi sviluppi, e immaginando di essere ancora ai tempi del concerto delle potenze europee, si può affermare, per esempio, di aver vissuto quarant’anni consecutivi di pace. Questa concezione, che considera solo gli avvenimenti sul suolo del continente europeo, non vede che la principale ragione per cui da decenni non abbiamo guerre in Europa sta nel fatto che gli antagonismi internazionali si sono infinitamente accresciuti, oltrepassando gli angusti confini del continente europeo, e che le questioni e gli interessi europei si riversano ora all’esterno, nelle periferie dell’Europa e sui mari di tutto il mondo.

Dunque quella degli “Stati Uniti d’Europa” è un’idea che si scontra direttamente con il corso dello sviluppo sia economico che politico […].

Che un’ idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.
E se ora noi, in quanto socialdemocratici, volessimo provare a riempire questo vecchio barile con fresco ed apparentemente rivoluzionario vino, allora dovremmo tenere presente che i vantaggi non andrebbero dalla nostra parte, ma da quella della borghesia.
Le cose hanno una loro propria logica oggettiva. E oggettivamente lo slogan dell’unificazione europea, nell’ambito dell’ordine sociale capitalistico, può significare soltanto una guerra doganale con l’America, dal punto di vista economico, e una guerra coloniale, da quello politico. »

 

641.- Tutto quello che bisogna sapere sul T.T.I.P.

Giuseppe Palma torna sul TTIP. E’ una rivisitazione opportuna, perché domani, con il risultato del BREXIT torneremo a parlarne.

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L’AQUILA – “Il Ttip, dall’inglese ‘Transatlantic trade and investment Partnership’, è un partenariato Transatlantico per il commercio e gli investimenti sul quale Usa ed Ue stanno negoziando dal luglio 2013. Qualora il progetto andasse in porto, si avrà la più grande area di libero scambio di tutti i tempi, ma sarà una sciagura”.

Lo afferma Giuseppe Palma, giurista e scrittore, autore del blog ScenariEconomici.it e dei libri “Figli destituenti. I gravi aspetti di criticità della riforma costituzionale” e “Il tradimento della Costituzione. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa: la rinuncia alla sovranità nazionale”, con l’ultimo capitolo di quest’ultimo che è dedicato proprio al Ttip e alla cosiddetta “captive demand”.

L’obiettivo del Ttip, scrive Palma in un articolo per AbruzzoWeb, è quello di abbattere tutte le “barriere non tariffarie” oggi esistenti alla libera circolazione dei prodotti, cioè quegli “ostacoli” derivanti dalle diversità normative in materia di legislazione sul lavoro, tutela della salute, tutela del territorio e dell’ambiente, vale a dire quelle componenti che variano di Paese in Paese – che attengono anche ai diritti fondamentali – e definite in sede negoziale come “irritanti commerciali”!

IL RESTO DELL’ARTICOLO DI GIUSEPPE PALMA
Appare evidente come il libero mercato sia totalmente incompatibile con i diritti fondamentali, ritenuti “generatori di problemi”.

Partiamo quindi da un dato certo: in sede di negoziazione commerciale i diritti fondamentali “irritano” i contraenti (es. alcune multinazionali) e “generano problemi” (sono di intralcio agli scopi di profitto delle multinazionali)!

Per dirla con parole povere, questo Trattato tende una volta per tutte a far prevalere il libero mercato sullo Stato e quindi il privato sul pubblico, in modo tale da sottrarre alla politica e ai Governi/Parlamenti nazionali (espressione della sovranità popolare) ogni capacità di intervento e responsabilità.

Ancora una volta, la supremazia del diritto e della democrazia sull’economia e sul mercato vengono ribaltate in favore di queste ultime!

Lo scrivo ormai da tre anni: l’Ancien Régime, con forme e strumenti raffinatisi ed adeguatisi ai tempi, è tornato prepotentemente a dettare le sue regole e ad imporre i suoi sistemi!

Per poter abbattere le “barriere non tariffarie” di cui sopra, uno degli aspetti maggiormente preoccupanti è quello dell’ “armonizzazione” delle legislazioni sul lavoro (salari, diritti, garanzie e tutele contrattuali e di legge); infatti, al fine di agevolare il libero scambio dei prodotti senza intralci o intoppi da parte delle componenti definite “irritanti commerciali”, il Ttip tende a svalutare il lavoro e la qualità occupazionale (contrazione dei salari e delle tutele e delle garanzie per il lavoratore) di tutti i cittadini europei allo scopo di garantire lauti profitti alle multinazionali contraenti.

Del resto, se si vuole evitare che i capitali stranieri fuggano, il crimine di questo Secolo è quello di ridurre i salari e comprimere sia le tutele contrattuali e di legge del lavoratore sia le sue libertà sindacali, riducendo lo spazio di incidenza delle relative organizzazioni, le quali rappresentano un fastidioso ed irritante intralcio al libero scambio!

Punto chiave dei negoziati tra Usa ed Ue è la previsione di un sistema privato e a carattere oneroso di risoluzione delle controversie (giustizia privata).

Il Ttip prevedrebbe infatti l’introduzione del sistema Isds (Investor-state dispute settlement), ossia un arbitrato internazionale che funga da mezzo di risoluzione delle controversie tra Stato e investitore, strumento del tutto sganciato dalla giurisdizione ordinaria di ciascuno Stato!

Tutto ciò ha una motivazione “ovvia”: un tribunale nazionale, nell’esercizio della funzione giurisdizionale, deve applicare le norme introdotte dall’assemblea legiferante (Parlamento), quindi deve garantire il rispetto della Legge fondamentale dello Stato (Costituzione) e dei diritti fondamentali (tra i quali il lavoro), tutte componenti “generatrici di problemi” per le negoziazioni commerciali nel quadro globale del mercato libero e selvaggio.

Ciò premesso, per garantire il profitto delle multinazionali e tutelare il capitale internazionale, Usa ed Ue stanno cercando di portare avanti il progetto del Ttip e di renderlo irreversibile.

In che modo?

Sottraendo alla politica ogni responsabilità ed ogni potestà decisionale in merito all’intero contenuto dell’accordo e ai suoi effetti.

Così facendo il popolo potrà anche scendere nelle piazze e fare la rivoluzione contro la classe politica: non servirà assolutamente a nulla, infatti il sistema ideato – con la più serena indifferenza – continuerà a funzionare e a produrre i suoi effetti. Capito il crimine? Rendere la politica ininfluente in modo tale da rendere immuni dai processi ed eventuali scossoni elettorali i meccanismi stabiliti dai Trattati! E questo non vale solo per il TTip.

Per di più, le trattative tra Usa ed Ue sono state segrete fino a poco tempo fa.

Trattandosi di un Partenariato che inciderà sulla vita di circa 1 miliardo di persone, sarebbe stata indispensabile un’ampia – ed anche aspra – discussione politica e soprattutto parlamentare da parte di ciascuno Stato, in modo tale da informare adeguatamente i cittadini.

Se alla fine Usa ed Ud dovessero giungere ad un accordo, il Ttip – che da un punto di vista giuridico dovrebbe vestire i panni di un Trattato internazionale – dovrà essere (quanto meno per quel che riguarda l’Ue) sottoscritto dai Governi di ciascuno Stato membro e successivamente ratificato dai Parlamenti nazionali secondo le procedure costituzionali di ognuno.

Vedendo quanto è accaduto per tutti i Trattati dell’Ue e per il Fiscal Compact, non c’è né da fidarsi né da stare tranquilli!

Ma in tutto questo, la politica non dice nulla?

A parte qualche forza di minoranza, la maggior parte dei partiti politici europei sono d’accordo con il Ttip ma del resto non può essere altrimenti.

Le multinazionali e le banche private “hanno a libro paga” – direttamente o indirettamente – sia i governanti che buona parte dei politici del Vecchio Continente. E non temo denunce!

È sotto gli occhi di tutti che rappresentanti del popolo e governanti perseguono esclusivamente interessi diversi da quelli della democrazia, della sovranità popolare e della tutela del lavoro, infatti da qualche decennio calpestano gradualmente – ma con violenza – le Costituzioni nazionali e i “principi supremi” sui quali esse trovano fondamento: o sono pazzi o qualcuno se li è comprati!

Non può essere diversamente.

Pensate di aver letto il peggio? Vi sbagliate! Al peggio non v’è mai limite, purtroppo.

Il Ttip oltre a quanto sinora premesso, vorrebbe occuparsi anche della possibilità di introdurre nell’intera area di libero scambio monopoli privati per la gestione dei servizi pubblici.

Concludo.

Le rivoluzioni e le lotte degli ultimi due secoli ci hanno donato i principi dello Stato di Diritto, le tutele del lavoro e del lavoratore, le Costituzioni nazionali, la gratuità della giustizia che da privata diventava pubblica, eccetera.

Trascorsi questi 227 anni (dal 1789 ad oggi) l’Ancien Régime – mutando vesti ed adeguando gli strumenti ai tempi – è tornato nuovamente a regolare la vita di tutti gli esseri umani del Vecchio Continente (e non solo), instaurando una neofita dittatura feudale che sarà molto difficile (se non impossibile) da spazzare via.

E dire che, per donarci le conquiste democratiche e sociali ottenute in questi ultimi due secoli, sono morte centinaia di milioni di giovani e meno giovani, parecchi dei quali si sono fatti ammazzare per donare alle generazioni future un mondo migliore.

Dove sei popolo? Perché non ti svegli?