649.- GERMANIA “ANNO ZERO”: ZERO REFLAZIONE E ZERO REVISIONI DEI TRATTATI. OPEN YOUR EYES!

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1. Accadono cose strane: il Regno Unito (che non ha una Costituzione scritta e che perciò ha una certa “libertà” nel qualificare gli eventi della propria politica interna) ha svolto un referendum consultivo per uscire dall’UE e, adesso, deve ancora adottare la decisione formale che attiva la procedura di recesso ai sensi dell’art.50 del TUE, affidando tale decisione al prossimo governo, che si formerà in esito a nuove elezioni, conseguenti alle dimissioni del premier Cameron.
Cosa perfettamente legittima, dato che il referendum consultivo non impegna in modo vincolante la volontà del parlamento, e del governo che si regge sulla maggioranza parlamentare. Una situazione che, in realtà, si verificherebbe pure in Italia in caso di svolgimento di un analogo referendum (comunque altamente sconsigliabile finché si permane nell’eurozona); ammesso che questo fosse legittimamente realizzabile su un trattato già in vigore, e sempre che si risolva l’oziosa questione del tipo di fonte – legislativa ordinaria o costituzionale- che lo dovrebbe prevedere (oziosa se si ammette che il suo esito non sarebbe, appunto, vincolante per gli organi supremi di indirizzo politico).

2. La reazione dell’UE – o meglio dell’UEM- dovrebbe essere quella di una profonda riflessione che porti gli Stati “trainanti” della c.d. integrazione europea a interrogarsi sulle cause del disagio diffuso in quasi tutti i paesi-membri e preveda delle conseguenti contromisure: diciamo subito che, stante l’impianto normativo dei trattati, le norme essenziali che li caratterizzino e la visione politico-economica (ordoliberista) che esse riflettono, tali contromisure dovrebbero condurre ad una revisione dei trattati.
E non solo, ma ad una revisione mirata a mutare lo scenario essenziale che determina il disagio diffuso: vale a dire, l’egemonia commerciale e industriale tedesca e i suoi effetti di lungo corso sull’assetto sociale dei paesi che appartengono anzitutto all’eurozona ma, non secondariamente, a tutta l’Unione,e dunque in termini derivati dalla impostazione fiscale e dall’idea di desovranizzazione degli Stati nazionali che, comunque, deriva dall’adesione all’UE.
Ma subito, l’idea di una revisione dei trattati, senza la quale la causa prima del disagio di tutta l’Europa “federata” non sarebbe minimamente intaccato, viene scartata e posta al di fuori di qualsiasi agenda.

3. Ieri si è svolto il vertice Merkel-Hollande-Renzi per discutere la linea da tenere sulle future (e ancora incerte nei tempi) iniziative da assumere per fronteggiare il Brexit: tanto per cominciare, posto che di revisione dei trattati non parla alcun resoconto mediatico dell’incontro, c’è da registrare una frasetta buttata là dall’Huffington post (che dobbiamo ritenere ben attrezzato a parlare di cose €uropee): “Perché noi tre? Perché siamo i paesi più popolati d’Europa e siamo i paesi fondatori. L’anno prossimo celebreremo i 60 anni dei Trattati a Roma…”, concede Hollande che pure è il meno entusiasta del terzo incomodo, Renzi.

Se si dovesse, anche mantenendo una certa riservatezza, pensare ad una revisione dei trattati, – ma la stessa riservatezza su tale intenzione non ha molto senso, dato che opinioni pubbliche e “mercati” sarebbero invece rassicurati da una sua ragionevole esternazione pubblica – Hollande dovrebbe essere perfettamente cosciente che l’Italia sarebbe, oggi più che mai, il più importante alleato per condurre in porto un’operazione tanto complessa e difficile.

4. Ma i contenuti stessi del colloquio di ieri, così come riferitici dai media, ci parlano solo di una Germania attendista, che non ha alcun interesse ad allargare il discorso oltre la fissazione di linee generali di un futuro accordo di recesso con il Regno Unito e di un Hollande che non sembra aver avanzato, o sostenuto con energia, proposte convergenti su quelle avanzate dall’Italia.
In realtà, il complesso della discussione comunicata all’esterno, non fa emergere alcuna intenzione di revisione dei trattati: e lo diciamo per coloro che credono che si possa discutere con la Germania per chiedere misure riequilibratici che presuppongono, per necessità logica, tale revisione.
Facciamo un esempio che nella situazione contingente, è il più significativo e attuale.
Supponiamo cioè che si muova, in una formale trattativa di salvezza dell’eurozona (e, con essa, della parte più importante del motore presuntamente “cooperativo” europeo) una richiesta alla Germania di reflazionare: cioè di rivalutare, per via di politiche fiscali (espansive) e del lavoro (adeguate politiche salariali), il proprio tasso di cambio reale, allentando la pressione sulla correzione imposta agli altri paesi in termini di svalutazione interna (e quindi di politiche deflattive operate tramite austerità fiscale nonchè discipline del mercato del lavoro che, attraverso disoccupazione e precarizzazione accentuate, portino alla riduzione dei salari nominali, riallineandoli alla rispettiva produttività reale, cioè inseguendo la Germania sul piano delle sue proprie politiche deflattive anticipate dalla fine degli anni ’90).

5. Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s’è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista.
Il quadro attuale, fondato sugli artt.articoli 119, 121 e 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), conduce al massimo, e senza alcuna garanzia che ciò debba essere portato a tali conseguenze, alla comminatoria di un deposito infruttifero, trasformabile in equivalente sanzione, dello 0,1% del PIL a carico della nazione che inadempia a piani di correzione e reiterate (negli anni!) raccomandazioni.
In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l’estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa.

Va poi precisato che senza intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici, con ciò arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l’Italia non ha alcun speranza di vedere accolta la proposta avanzata dal nostro premier di “avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per gli investimenti”.
Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l’Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l’Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare.

6. E dunque, se in astratto, la richiesta italiana è “tatticamente” posta in modo ragionevole, (“si tratta di rendere esplicito che andar via dall’Unione non è indolore, altrimenti rischiamo l’effetto domino”, dice una fonte italiana vicina al premier. Come si fa? Rendendo l’Ue più funzionale, più giusta, più attraente. Quando arrivano a discutere del documento comune del vertice di oggi, Renzi riesce a ottenere che la nuova agenda fatta di “difesa delle frontiere esterne”, dunque terrorismo e immigrazione, e di “crescita” siano legata ad un “calendario stretto e a impegni precisi”. Proprio per “rispondere alle sfide poste dal referendum britannico”), gli strumenti pratici messi sul tappeto sono di ben scarsa efficacia rispetto alla dimensione del problema strutturale esistente.
Giusto chiedere un “calendario stretto e impegni ben precisi”, ma non c’è un quadro di norme che obblighino la Germania a fare alcunché di significativo nella direzione che sarebbe concretamente utile, tranne che concordare, ovviamente, che l’uscita dall’Unione, dopo il “fattaccio Brexit”, non debba essere indolore.
Il resoconto fa pensare, piuttosto, a un dialogo fra sordi, dove Hollande neppure è entusiasta della presenza italiana al vertice della “crema”, e la Merkel propina le solite concessioni che, nel linguaggio consolidato del diritto europeo (quello della forte competizione tra Stati sul mercato unico a “economia sociale di mercato” fondato sulla “stabilità dei prezzi”), non significano nulla.
Infatti, Per il momento però Renzi si accontenta della promessa inserita nel documento finale:
“Per ogni paese della zona euro, saranno necessari ulteriori passi per rafforzare la crescita, la competitività, l’occupazione e la convergenza anche nel campo sociale e fiscale”.
Non c’è niente da fare: in €uropa, a trattati invariati, la crescita si ottiene solo con la maggior “competitività” e questo significa stabilità dei prezzi e livello di (dis)occupazione compatibile con essa: cioè, alta disoccupazione strutturale e, inevitabilmente, effetti destabilizzanti della stessa immigrazione (che, in questo contesto è l’epifenomeno dell’economia sociale di mercato, non la causa prima effettiva della situazione insostenibile dell’eurozona e dell’intera UE).

7. La verità è che ci sono ragioni storico-economiche profonde che impediscono di considerare possibile una modifica dell’assetto socio-economico imposto dai trattati europei; ragioni che affondano le radici un un’incoercibile cultura politica dei tedeschi che non è una semplice riserva “mentale” rispetto all’intera costruzione europea, ma una vera e propria conditio sine qua non, in assenza della quale è più probabile che la Germania esca, essa stessa, dall’UE-UEM, ma dopo aver lottato strenuamente con tutta la sua enorme influenza politico-economica, piuttosto che fare concessioni.
E queste ragioni storico-economiche, bisogna dirlo, corrispondono pure all’approccio dominante con cui l’Italia si è avvicinata alla costruzione europea, cioè in funzione di un’ammirazione incondizionata verso l’impostazione tedesca, attribuibile compattamente a tutti gli ital-costruttori dell’€uropa, da decenni e decenni: questa ammirazione conduce a un atteggiamento automatico di “imitazione a qualunque costo”, sicché, all’interno delle classi dirigenti italiane, esistono resistenze al mutamento di paradigma €uropeo probabilmente non minori di quelle tedesche.
E certo questo non depone in senso favorevole alle prospettive di una risolutiva ed oculata revisione dei trattati e, tantomeno, ad un mutamento spontaneo delle politiche economico-commerciali, e fiscali, della Germania.

8. Per chi volesse misurare come la “strana coppia” Italia-Germania, un tempo creatrice dell’Asse, oggi convinta assertrice del deflazionismo e del libero mercato (del lavoro), sia saldata ab origine nella sede della costruzione europea, basta richiamare l’analisi ammirata, dell’impostazione politico-economica tedesca, compiuta dal principale “padre italiano” del federalismo europeista a cui è dovuta la serie di iper-convinzioni, ipostatizzate e sacralizzate, che tutt’ora caratterizzano la cultura €uropea delle nostre classi dirigenti e mediatiche.

Ce ne aveva riferito di recente Arturo, riportandosi un lungo brano di Einaudi:
“Le prediche inutili”, Einaudi, Torino, 1959, pagg. 296 e ss.: il capitolo si intitola “E’ un semplice riempitivo!” A che si riferisce il nostro? All’aggettivo “sociale” dell’economia sociale di mercato. Sappiamo già che cosa ne disse Hayek, vediamo che ci racconta Einaudi.
“Quando giunse in Italia la notizia della nuova vittoria dei democristiani nelle recenti elezioni generali per la Germania occidentale e si seppe che la vittoria era stata dovuta al prestigio del cancelliere Adenauer, che negli anni di suo governo aveva dato prova di essere uomo di stato, forse il maggiore tra quelli oggi in carica, ed al successo della politica economica di Ludwig Erhard, ministro dell’economia e si disse che quella politica economica era general­mente reputata liberale o liberista, subito fu replicato da varie parti democristiane e socialistiche, che, si, qualcosa di liberale c’era in quella politica, ma non tanto da cancellare quel che di interventistico o dirigistico o sociale vi è nella dottrina comune ai partiti che si dicono democristiani, laburisti, socialdemocratici o socialisti; e si aggiunse da taluno che quel che vi era di liberale o liberistico nella politica del professor Erhard si spiegava con la ricchezza tedesca, con la copia delle materie prime possedute dalla Germania, con il grado di avanzamento della sua industria, con la piena occu­pazione di cui godono i lavoratori di quel paese.”

“Questioni grosse, che non possono essere toccate di passata, qui, dove invece si vuol rispondere unicamente al quesito: quale è stata la politica economica di Erhard, quella politica, il cui successo grandioso ha contribuito in cosi notabile parte, e taluno dei commentatori forestieri disse massimamente, a confermare la maggioranza degli elettori tedeschi nella loro opinione favorevole al governo di Adenauer?
Qualche incertezza nasce dalla denominazione che lo stesso Erhard ha dato alla sua «politica sociale di mercato», dove l’aggettivo «sociale» par dominante e siffatto da dare un’impronta caratteristica all’insieme.
Chi non legge al di là dei nomi e dei titoli, osserva: politica «sociale» e quindi non politica «liberale» di mercato; quindi un mercato si, ma soggetto alla socialità, quindi subordinato e guidato dallo stato, unico rappresentante della società intera.
Al «sociale» si appigliano massimamente coloro i quali aborrono, come il diavolo dall’acqua santa, dal «liberale »; e cercano persuadere se stessi e sovrattutto gli ascoltatori e lettori, in cui intravedono un elettore, che il liberalismo di Erhard non è il liberalismo tradizionale, classico, quello dei liberisti; ma è un altro, tutto nuovo di zecca, non mai conosciuto prima, il quale si attaglia benissimo al socialismo, al corporativismo, al partecipazionismo, al solidarismo, al giustizialismo, ed a tutti gli altri -ismi, dei quali in sostanza essi continuano ad essere gli adepti.”

“Tant’è; non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire; epperciò seguiteremo per un pezzo a vedere la gente dalle idee confuse divertirsi a far ballare le parole sociale, liberale, socialità, mercato, intervento, regolazione, statizzazione, socializzazione, concorrenza sfrenata e falsata, giusta e vera; ed il ballo, essendo di mere parole, sarebbe adatto per tutti coloro, e sono i più, i quali non vanno al di là delle parole ed immaginano di attrupparsi in parti politiche che paiono combattersi, sol perché si buttano addosso l’un l’altra parole prive di contenuto. Meglio è far parlare direttamente l ’Erhard; il quale, per fortuna nostra, ha scritto di recente un libro, egregiamente voltato in italiano col titolo Benessere per tutti.”
Per evitare confusione, metterò in corsivo le parole di Ehrard. Dunque:
“Il principio della libertà economica si riassume (p. 8):
In primo luogo nella libertà di ogni cittadino di determinare i proprii consumi e la propria vita nel modo che, entro i limiti delle sue disponibilità finanziarie, corrisponda alle idee e ai desideri personali di ciascuno e [in secondo luogo nella] libertà dell’imprenditore di produrre c di smerciare ciò che, secondo la situazione del mercato, vale a dire secondo le manifestazioni dei bisogni di tutti gli individui, egli ritiene necessario c profìcuo.

9. Continua Einaudi:
“La politica di mercato diventa «sociale» grazie al mezzo adoperato all’uopo. Mezzo è la concorrenza e basta questa, senz’altri amminicoli, ad ottenere l ’effetto «sociale». Siccome i politici si contentano dell’aggettivo, l ’Erhard volontieri indulge all’innocuo vezzo linguistico (p. 2):
Attraverso la concorrenza si consegue una socializzazione del progresso e del guadagno e per di più si tiene desto lo spirito di iniziativa individuale.”
“Il sistema di una economia sociale di mercato inspirata ai principii liberali ha avuto un successo di gran lunga superiore a qualunque specie di dirigismo (pp. 54-55):
La riuscita di un triplice accordo che dovrebbe essere l’ideale di ogni economista di moderno stampo liberale: aumentando la produzione e la produttività e in proporzione con essa anche i salari nominali [mi auguro non vi sfugga che questa è esattamente quella che Paolo Pini ha chiamato la “regola di piombo” sui salari di Mario Draghi], l’accrescimento del benessere, grazie a prezzi stabili o magari decrescenti, va a beneficio di tutti…
La nostra politica economica avvantaggia il consumatore; egli solo è misura e giudice di ogni processo economico. Questa politica dell’economia sociale di mercato ha dato al mondo intero la dimostrazione che i suoi principii della libera concorrenza nella produzione, della libera scelta dei consumi, come pure della libera espansione della personalità, garantiscono successi economici e sociali migliori di qualunque specie d’economia ufficialmente diretta e vincolata.”

Concorrenza vorrebbe dire lotta ai monopoli ma
“L’Erhard, consapevole della difficoltà di una lotta diretta contro i monopoli, non si dilunga tuttavia sul problema. Evidentemente preferisce i mezzi indiretti di lotta. Prima fra tutte la stabilità della moneta (p. 8):
Chi prende sul serio l’impegno [dell’aumento del benessere] deve essere pronto ad opporsi energicamente a qualunque attacco contro la stabilità della nostra moneta.
L’economia sociale di mercato non è immaginabile senza una coerente politica monetaria.
[Vi contrastano], ad esempio, gli accordi fra datori di lavoro e maestranze, il cui effetto ha già condotto a superare con l’aumento dei salari quello della produzione, contravvenendo cosi al principio della stabilità dei prezzi. Lo stesso rimprovero si può fare agli industriali se per rimediarvi o per proprio tornaconto credono di potere cavarsela con un rialzo dei prezzi. La colpa diverrebbe addirittura disastrosa, se qualcuno osasse provocare un processo deliberatamente inflazionistico, per poter cosi rimborsare con maggiore facilità i crediti ottenuti.”
“I dirigisti sono i peggiori nemici della stabilità monetaria ed il controllo delle divise è sinonimo di disordine (p. 179):

Non si dà forse prova di una addirittura grottesca degenerazione quando si registra la peggiore forma del disordine, cioè ramininistrazione forzosa delle divise, sotto la rubrica « ordine »? Dovremmo liberarci una buona volta anche dall’idea che l’ordine regni pienamente là dove il maggior numero possibile di persone sono occupate a imporre regolamenti ed a moderare il disordine. Se non si vede nessuno che si occupi del mantenimento dell’ordine, ancora troppi credono, sbagliandosi di grosso, che cosi non possa esservi ordine di sorta. Alla stessa stregua in tutte le conversazioni europee non sarebbe da pensare soltanto a ciò che abbiamo da mettere a posto; dovremmo pensare altrettanto a ciò che possiamo o meglio dobbiamo abolire per rendere possibile uno sviluppo naturale e organico dell’Europa…
Chi riuscisse ad abolire l’amministrazione forzosa delle divise avrebbe fatto per l’Europa più di tutti i politici, statisti, parlamentari, imprenditori e funzionari presi insieme.”
Il dirigismo monetario prepara la guerra (p. 192):
Il beneficio della liberalizzazione e il maleficio del controllo delle divise vanno d’accordo come il fuoco e l’acqua. Il controllo delle divise è per me il simbolo del male quale che sia la veste sotto la quale appare; dal controllo delle divise traspirano la maledizione e l’odore della preparazione bellica e della guerra, dal cui disordine distruttore esso è nato.”
“Le sanzioni automatiche valgono più di quelle concordate fra stati. Ai tempi del regime aureo la cattiva condotta economica e finanziaria di un paese dava luogo senz’altro, senza uopo di accordi internazionali, alle necessarie sanzioni (p. 169):

Se ai tempi della valuta aurea un paese sovrano avesse creduto di poter rinunciare a una politica economica e finanziaria bene regolata e a una giudiziosa politica creditizia, o, in altre parole, se un paese avesse professato qualche ideologia contrastante con questo postulato dell’ordine interno e dell’equilibrio, le conseguenze del suo contegno si sarebbero ben presto fatte sentire. E le conseguenze le avrebbe dovute sopportare esso stesso. Allorché, in regime monetario a base aurea, si era esaurita la possibilità di afflusso di capitali o quella di deflusso dell’oro non v’era potenza al mondo capace di salvare dalla caduta il corso del cambio del paese. Al tempo della valuta aurea non venivano impartiti ordini né da istituzioni né da persone. Esisteva il comando anonimo, impartito dal principio regolatore, dal sistema. Esso però non era gravato da idee di sovranità nazionale, né dalle fisime di una possibile autonomia politico economica, né da preconcetti o suscettibilità di qualunque genere.”.10. E, nel prosieguo dell’esposizione, si comprende anche come, se poi invece del comando anonimo servono i memoranda del MES, come la Corte di Giustizia ci insegna, va bene lo stesso.
“La stabilità della moneta non vive da sé. Viga il sistema aureo o quello della moneta regolata, affinché ad esempio il principio del mercato comune europeo duri, occorre (p. 172), come in passato per il regime aureo, non ricchezza o forza, ma solo la modesta nozionc che né uno stato né un popolo possono vivere al disopra delle «proprie condizioni ».”“Se si vuole che la moneta sia stabile, importa innanzitutto mettere in ordine la propria casa. Perciò l’Erhard è scettico rispetto al toccasana dell’europeismo se questo non è preceduto ed accompagnato dall’ordine interno (p. 169):
In America vige una massima che suona: stability and converlibility begin at home (stabilità e convertibilità cominciano in casa). È proprio ciò che manca in Europa…
Un paese membro può giungere ad essere maturo per l’integrazione soltanto quando è risoluto non solo a ristabilire il suo ordine interno, ma anche a conservarlo irremissibilmente…
Si pensi, ad esempio, solo alla dottrina di Keynes, allo spendere per creare disavanzo, alla « politica del danaro a buon mercato » con tutti gli annessi e connessi.”
Quindi Erhard è favorevole sì all’integrazione europea, ovviamente purché liberista:
“Non sarebbe certo ragionevole concedere ai singoli paesi membri mano libera per regressi sulla via dell’integrazione, di modo che, presentandosi, ad esempio, difficoltà nella bilancia dei pagamenti, potessero venire impiegate clausole protettive, in virtù d’una propria sovranità, rimessa in vita per l’occasione.
Né è buona soluzione che il paese in questione… possa venire successivamente costretto ad abrogare queste clausole protettive, qualora una decisione in tal senso venga presa da una maggioranza qualificata. Non c’è bisogno di molta fantasia per capire che una decisione del genere, costituendo un atto poco amichevole, non potrebbe, in pratica, essere quasi mai adottata.

O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo (p. 208):
Nel mercato comune… o si fa strada lo spirito del liberismo ed avremo allora un’Europa felice, progressiva e forte, o tentiamo di accoppiare artificiosamente sistemi diversi ed avremo perduta la grande occasione di una integrazione autentica. Una Europa dirigisticamente manipolata dovrebbe, per sistema, lasciar paralizzare le forze di resistenza contro lo spirito del collettivismo e del dominio delle masse, e illanguidire il senso di quel prezioso bene che è la libertà.
La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208):
quanto mai pericolosa… Lo sviluppo tendenzialmente inflazionistico in alcuni paesi (con rigidi corsi dei cambi!) è da riferire, non da ultimo, anche alla concessione di prestazioni sociali superiori alle possibilità di rendimento dell’economia nazionale. Poiché nel campo politico un adeguamento nelle prestazioni sociali non può avvenire mai verso il basso [che pessimismo ingiustificato!], ma solamente verso l’alto, ne deriva la conseguenza che anche quelle economie nazionali le quali avevano potuto finora conservare un ordine equilibrato, o vengono spinte per forza, a loro volta, su quella via rovinosa, o devono scontare la colpa altrui sotto la forma dell’applicazione di clausole protezionistiche da parte dei loro contraenti.”

Conclusioni di Einaudi:
“Gli estratti da me insieme cuciti nelle pagine precedenti chiariscono il significato sostanziale dell’aggettivo «sociale» ficcato in mezzo alle parole « politica di mercato », che sono il vero sugo della dottrina di Erhard.
Non pochi anni or sono Ferdinando Martini, assillato da una anziana signora britannica, la quale non rintracciava nei vocabolari della lingua italiana una parola molto usata nel parlare comune veneto e di cui gli imbarazzati amici italiani avevano una certa ritenutezza a dichiararle il senso, la tranquillò con: «la non si confonda, signorina, gli è un semplice riempitivo ».
In senso diverso ed opposto, anche il qualificativo « sociale » è un semplice riempitivo. A differenza di quello del Martini, che è di gran peso per la persistenza dell’aggregato umano, il riempitivo « sociale » ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali».”

11. Se si è avuta la pazienza di seguire queste analisi e queste “prediche”, e l’intreccio condiviso del pensiero di Einaudi e Erhard, si spiega molto bene cosa possa significare la apparente “concessione” (sulla crescita!) che la Merkel avrebbe elargito nel documento finale del vertice di ieri.
Ma, senza aggiungere altro discorsi fatti in fin troppe occasioni, si comprende anche come una trattativa per far reflazionare la Germania, o anche concedere a un paese “debitore” dell’eurozona una maggior flessibilità fiscale, scivolando, agli occhi dei tedeschi e dei nostrani liberal-europeisti, nel “vivere al di sopra dei propri mezzi”, sia completamente al di fuori di ogni possibile orizzonte culturale, direi del bagaglio concettuale, disponibile alla classe dirigente che governa l’€uropa.

E che non vorrà, a qualsiasi costo, rinunciare alle sue prerogative: meno che mai attraverso un “calendario stretto e a impegni precisi”, nel senso di rivedere dei trattati che, allo stato, consentono legittimamente all’impostazione tedesca di intendere ogni rilancio della stessa €uropa solo e sempre come un inasprimento delle condizioni di consolidamento fiscale mediante “regole automatiche” e nella ricerca della stabilità dei prezzi e della moneta, facendo esclusivamente pagare ai propri partners più “deboli” ogni aggiustamento.
Salvo, da parte della Germania, non considerare a sè applicabile alcuna regola – tra l’altro non propriamente “automatica” (quanto invece all’acqua di rose”)-, in tema di squilibri macroeconomici determinati dagli esiziali avanzi eccessivi della bilancia dei pagamenti.

Non aver chiaro questo retroterra ideologico, fideistico e economico-negoziale, e illudersi di una ragionevolezza e di una “disponibilità” tedesche, non può che portare ad una perdita di tempo prezioso e a un disastro per l’intera €uropa.

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