Archivi categoria: Globalismo

1486.- EX CONSIGLIERE DI STATO USA: “ECCO PERCHÉ ABBIAMO UCCISO ALDO MORO”

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“La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Ma Cossiga mantenne ferma la rotta e così arrivammo a una soluzione molto difficile, soprattutto per lui…”

“Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa».

Così parlò nel 2006 Steve Pieczenik – il consigliere di Stato USA, chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi – in un’intervista pubblicata in Francia dal giornalista Emmanuel Amara, nel libro “Nous avons tué Aldo Moro”.

Ancora prima, il 16 marzo del 2001, in una precedente dichiarazione rilasciata a “Italy Daily”, lo stesso Pieczenik disse che il suo compito per conto del governo di Washington era stato quello «…di stabilizzare l’Italia in modo che la Dc non cedesse. La paura degli americani era che un cedimento della Dc avrebbe portato consenso al Pci, già vicino a ottenere la maggioranza. In situazioni normali, nonostante le tante crisi di governo, l’Italia era sempre stata saldamente in mano alla Dc. Ma adesso, con Moro che dava segni di cedimento, la situazione era a rischio. Venne pertanto presa la decisione di non trattare. Politicamente non c’era altra scelta. Questo però significava che Moro sarebbe stato giustiziato. Il fatto è che lui non era indispensabile ai fini della stabilità dell’Italia».

Queste dichiarazioni di un esponente ufficiale del governo statunitense (assistente del segretario di Stato sotto Kissinger, Vance, Schultz, Baker) sono di dominio pubblico da tempo. Il 9 marzo 2008, sono state riportate anche dal quotidiano “La Stampa” (“Ho manipolato le br per far uccidere Moro”) e non sono mai state smentite né da Cossiga né Andreotti.

Kissinger e Napolitano al QuirinaleMa allora, come mai la magistratura italiana, ovvero la procura della Repubblica di Roma, non ha mai convocato Steve Pieczenik? Proprio Pieczenik nei primi anni Settanta fu chiamato da Henry Kissinger a lavorare come consulente presso il ministero degli Esteri, con l’approvazione di Nixon. Quel Kissinger che aveva minacciato di morte Aldo Moro e che, ai giorni nostri, è stato ricevuto come se niente fosse da Giorgio Napolitano, quello eletto da onorevoli illegittimi, che ha piazzato ben tre governi abusivi, ossia Monti, Letta, Renzi (sentenza della Corte costituzionale numero 1 del gennaio 2014) che il popolo “sovrano” non ha votato.

L’ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giovanni Galloni, il 5 luglio 2005, in un’intervista rilasciata alla trasmissione NEXT di Rainews24, disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d’aiuto nell’individuare i covi dei brigatisti.

Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA: «Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo, che Moro doveva essere rapito il giorno prima (…). L’assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare».

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili, durante un’audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell’Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro: «Quindi, l’entrata dei comunisti nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, “life or death”… come dissero, per gli Stati Uniti d’America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia, sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere».

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La prigione di Aldo Moro, nel cuore di Roma, ovvero nel quartiere ebraico, ad un soffio da via Caetani dove il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo senza vita dello statista, era ben nota al governo di allora (Cossiga e Andreotti). Il 16 marzo 1978, la strage di via Fani fu compiuta da uomini dei servizi segreti italiani. Era presente in loco il colonnello Guglielmi. Quei cosiddetti brigatisti rossi non sapevano neanche tenere in mano un’arma giocattolo, figuriamoci sparare con armi vere e assassinare due carabinieri e tre poliziotti. Mai come allora, gli apparati di cosiddetta sicurezza italian, unitamente alle forze dell’ordine, mostrarono una così grande inettitudine voluta.

I brigatisti grazie a una trattativa segreta con lo Stato tricolore sono oggi tutti liberi. Come se la spassano adesso Valerio Morucci (vari ergastoli), Mario Moretti (condannato a 6 ergastoli) e Barbara Balzerani? A proposito: le carte sulla vicenda Moro, in barba alla legge vigente, sono ancora sottoposte all’impermeabile segreto di Stato, nonostante i proclami propagandistici di Renzi.

Anche per questo siamo una colonia a stelle e strisce, un’Italietta delle banane eterodiretta dall’estero, a sovranità inesistente.

Articolo di Gianni Lannes

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/03/il-governo-usa-abbiamo-ucciso-aldo-moro.html

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1292.- Dopo l’Ungheria, anche Israele contro Soros

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Ne hagyjuk, hogy Soros nevessen a végén!  

Non lasciamo a Soros l’ultima risata!

Da settimane, Budapest è tappezzata di manifesti che ritraggono il volto sorridente dello speculatore e «filantropo» . Accanto all’immagine campeggia una scritta eloquente: «Il 99% degli ungheresi rifiuta l’immigrazione illegale. Non lasciamo a Soros l’ultima risata». È la prosecuzione di una durissima battaglia tra Orbàn e Soros che dura da mesi: secondo il Primo Ministro ungherese, infatti, il magnate sarebbe responsabile, attraverso la sua fitta rete di organizzazione non governative, di promuovere l’immigrazione clandestina e di interferire negli affari interni dell’Ungheria. La campagna mediatica anti-Soros, tuttavia, è stata tacciata di «antisemitismo» dalla comunità ebraica ungherese – Soros, naturalizzato americano ma nato a Budapest il 12 agosto del 1930, è nato in una famiglia di ebrei ungheresi.

L’accusa di Orbàn

Per Orbàn, l’ideologia delle frontiere aperte  e globalista promossa da Soros e dalle sue organizzazioni, è un serio pericolo da combattere. Un’avversità che il Primo Ministro ha spiegato ai microfoni di Kossuth Rádió, lo scorso aprile. «Se qualcuno vuole venire a vivere in Ungheria, deve chiedere il consenso al popolo ungherese. Non ci può essere una legge internazionale, una norma, un tribunale o un’organizzazione che sostiene che non importa ciò che pensa il popolo. Questo è impossibile. C’è, tuttavia, una campagna internazionale molto forte – osserva Orbàn – che è in corso da circa un decennio. È legata al nome di George Soros e cerca di dimostrare che i confini non hanno senso, che le nazioni non hanno alcun diritto di decidere e di stabilire come vivere».

«La teoria delle frontiere aperte è stata concepita dal magnate e si è infiltrata in un certo numero di istituzioni internazionali. Dobbiamo combattere questa battaglia. Dobbiamo portare degli argomenti contro queste teorie. Dobbiamo fare luce su queste operazione e dobbiamo evidenziare che, spesso, non si tratta di difendere i diritti umani ma di avidità e di business sulla pelle dei migranti».

Le misure del governo di Budapest contro Soros

Tra il governo ungherese e George Soros è guerra aperta, senza esclusione di colpi. Il parlamento nazionale ha votato, poche settimane fa, una legge che inasprisce i controlli sulle organizzazioni non governative (ong) che ricevono fondi esteri. Nel mirino di Budapest ci sono le onlus finanziate dalla Open Society Foundations che promuovono l’accoglienza (rectius, invasione) dei migranti e le «frontiere aperte». In aprile, inoltre, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge che limita l’autonomia dell’università fondata dallo stesso speculatore finanziario e dalla Open Society Foundations (la Central European University di Budapest).

La replica del portavoce di Soros e la condanna di Human Rights Watch

Michael Vachon, un portavoce del magnate, ha definito la campagna di Budapest «anti-europea», affermando che essa travisa il punto di vista del magnate sull’immigrazione. «La scorsa settimana, il governo ha lanciato una campagna mediatica che ricorda le ore più buie d’Europa» – ha aggiunto. «La xenofobia e la demonizzazione dei rifugiati del regime ungherese sono anti-europei». Le parole del portavoce dello speculatore fanno eco a quelle dell’attivista di Human Rights Watch, Lydia Gall, la quale sostiene che i manifesti contro Soros ricordano quelli dei nazisti della Seconda Guerra Mondiale contro gli ebrei.

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Soros? un poveraccio, infelice, insoddisfatto di se stesso e di qualunque ricchezza che alimenta l’antisemitismo mondiale. E’ alla costante ricerca del male da compiere. Andrebbe messo in condizioni di tacere.

La campagna di Budapest contro George Soros infiamma il dibattito. Il governo del Primo Ministro Viktor Orbán ha tappezzato l’Ungheria di manifesti contro il magnate – naturalizzato americano ma nato a Budapest il 12 agosto del 1930 – considerato dallo stesso premier «un nemico della patria» al servizio «dei poteri forti» contro il suo governo. Un braccio di ferro, quello tra Orbán e Soros, che prosegue da mesi, tanto che il parlamento nazionale ha votato, poche settimane fa, una legge che inasprisce i controlli sulle organizzazioni non governative (ong) che ricevono fondi esteri.

Nel mirino ci sono proprio le organizzazione finanziate dalla Open Society Foundations di cui lo speculatore – «filantropo» per la sinistra politicamente corretta e globalista – è il presidente. «Non dobbiamo concedere a Soros l’ultima risata» – si legge sui manifesti, dove si ribadisce, inoltre, che «il 99% degli ungheresi rifiuta l’immigrazione clandestina». La comunità ebraica ungherese ha condannato la campagna di Orbán definendola «antisemita». Soros, infatti è nato col nome di György Schwartz in una famiglia di ebrei ungheresi. Israele, tuttavia, pur prendendo le distanze dall’iniziativa, rincara la dose contro lo speculatore, affermando che il suo obiettivo è quello di minare la stabilità di governi eletti democraticamente.

Se uno ha dei dubbi sull’esistenza del Male, guardi la faccia di questo personaggio. un moto di disgusto ti prende immediatamente, senza sapere perché. dopo che hai saputo chi è, cosa fa e come ha accumulato la sua ricchezza, tutto ti appare chiaro.

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1938. Henry Ford riceve la più alta onorificenza del III Reich. Non fu per caso che la Wermacht  risorgesse improvvisamente dalle ceneri della sconfitta e che fosse quasi tutta motorizzata.

Soros non è un numero uno. È un prodotto dei Rothschil, quelli che hanno collaborato e cofinanziato Hitler, insieme ai Bush, Henry Ford, Tyssen, l’IBM,  quelli che volevano lo sterminio della plebe ebraica e che oggi alimentano l’antisemitismo. Ma il grande popolo ebraico è innocente. Se vogliamo cominciare a fare un po di pulizia sono questi squali della finanza che devono essere colpiti nei loro interessi.  Dobbiamo disarmare questi nemici dell’umanità fino all’ultimo! ”L’attivista di Human Rights Watch, Lydia Gall, sostiene che i manifesti contro Soros ricordano quelli dei nazisti della Seconda Guerra Mondiale contro gli ebrei. …” ebrei che Soros lavorando per i nazisti ha contribuito a denunciare e far arrestare. Sarà bene ricordare che Soros i primi soldi li ha guadagnati denunciando gli ebrei ungheresi ai nazisti e confiscando i beni dei deportati – l’intervista in cui lo dice è abbondantemente visibile online.

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Orban potrebbe spiccare un mandato europeo contro Soros per crimini commessi contro cittadini ungheresi. Questo impedirebbe a Soros di circolare nell’Unione europea. Questo, non solo è provato, ma lui stesso lo ha ammesso in un’intervista, asserendo che se non lo avesse fatto lui quel lavoro sporco lo avrebbe fatto qualcun altro e che era costretto a farlo. E’ incredibile come un personaggio con un passato cosi losco e lurido possa avere un minimo di credibilità da parte di questi “attivisti” per i diritti umani e da parte dei capi di governo. Li ha o li hanno comprati tutti? Esecrabili più di lui secondo me.

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L’ubbidiente accoglienza di Gentiloni per Soros

La benevola accoglienza di Juncker per Soros

Il multimiliardario George Soros è stato ricevuto dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In un incontro a Bruxelles, ovviamente a porte chiuse, il ricchissimo speculatore ungherese ha voluto esporre a Juncker le sue preoccupazione riguardo il futuro dell’Ungheria. Sul tavolo di discussione Soros ha portato la Central European University di Budapest, università da lui fondata.

Cosa prevede la nuova legge ungherese

Quest’istituto, a detta di Soros, rischia la chiusura in seguito agli emendamenti approvati dal parlamento ungherese in merito all’organizzazione degli atenei stranieri operanti in Ungheria. Secondo le nuove predisposizioni la Central European University dovrà ora “regolarizzarsi”. Si tratta di aprire una propria sede anche nel Paese di origine, ovvero gli Stati Uniti, in particolare nello stato di New York. Inoltre il nuovo emendamento prevede che entro 60 giorni venga raggiunto un accordo bilaterale tra Ungheria e Stati Uniti per la nuova organizzazione delle attività dell’ateneo. In caso contrario l’università dovrà fermare, temporaneamente, le proprie attività. Almeno fintanto che non si sarà uniformata alla legge nazionale. Soros, che potrebbe regolarizzare lo status dell’università, sceglie invece la guerra contro Orban.

Una procedura d’infrazione contro Orban

La richiesta d’aiuto dello speculatore è stata ben accolta dalla Commissione europea. Il vice-presidente CE Valdis Dombrovskis, ha infatti annunciato che è stata inviata una lettera di preavviso formale all’Ungheria. In caso di mancata azione del Governo ungherese per modificare gli ultimi emendamenti approvati, la Commissione avvierà la procedura di infrazione delle leggi comunitarie. Viktor Orban, Primo Ministro ungherese, ha subito rispedito al mittente le accuse. Intervenuto direttamente all’Europarlamento di Bruxelles ha rassicurato che “l’esistenza dell’università non è messa a repentaglio” e che “la modifica di portata limitata del Parlamento ungherese tocca 28 università straniere, armonizza le norme, limita le possibilità di abusi e pone fine a privilegi università straniere rispetto a quelle europee”.

Juncker sta con Soros

 

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Nonostante questo l’Unione europea sembra già aver scelto da che parte stare e l’incontro tra Juncker e Soros lo dimostra. “Si conoscono da anni. Si son incontrati per la prima volta nel 1995 e molte altre volte”, così il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas descrive l’amicizia tra i due. Risulta sorprendente la disinvoltura con cui viene raccontato ciò. Ma Juncker, chi è?

Uno speculatore che all’occorenza diventa mecenate

Come riportato più volte su questo portale, George Soros è uno speculatore di professione, che agisce senza scrupoli o codici etici. “Nella veste di operatore di mercato non mi si richiede di preoccuparmi delle conseguenze delle mie operazioni finanziarie”, ebbe a dichiarare dopo aver letteralmente messo al tappeto la Banca d’Inghilterra e la Banca d’Italia. Un’operazione che ai cittadini italiani costò il prelievo forzoso dei conti correnti nel luglio 1992 per un totale di 11.500 miliardi di lire. Soldi polverizzati per responsabilità di un personaggio che sulle pagine di Repubblica viene descritto come “mecenate”.

Un’università per soli ricchi

Difficile poi comprendere come gli emendamenti ungheresi possano essere considerati degli attacchi alla “libertà d’istruzione”. Intanto che l’istituto fondato da Soros è di natura privatistica. Le rette d’iscrizione alla stessa, come si evince dal sito ufficiale, partono da un minimo di 12.000 euro all’anno (cui si aggiunge la “modica” cifra di 6.000 euro annuali per l’alloggio). Si tratta dunque di un istituto che pone delle condizioni d’accesso economico molto restrittive. Difficilmente dunque può essere descritto come ente elargitore di un diritto.

La prospettiva di una rivoluzione colorata

Singolare, ma atteso, è stato il livello d’isteria alzato dai principali media. Per esempio, Repubblica, sulle cui pagine si è scritto come i fatti ungheresi “evocano i paragoni piú cupi per la loro somiglianza con slogan ed editti di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda e stratega del Terzo Reich nazisti, contro il popolo ebraico”. Soros, che è sempre lo stesso speculatore senza scrupoli di cui sopra, sarebbe dunque diventato un martire. Un filantropo che ha donato un’università accessibile a tutti. O almeno a quelli che possono elargire 12.000 euro annui.

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Viktor Orban e Vladimir Putin, al momento, due colonne di quest’Occidente.

A Budapest, sono state attivate manifestazioni contro il Governo, a difesa di quest’università di super-ricchi. Una mobilitazione più che sospetta. Proprio Soros infatti ammise senza vergogna di aver alimentato manifestazioni analoghe in Ucraina prima del cambio al vertice. Potenze del denaro e debolezze umane! La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles potrebbe essere dunque un primo passo verso un’altra rivoluzione colorata.

Il ministro degli Esteri israeliano contro György Schwartz, detto George Soros

La prima presa di posizione è quella dell’ambasciatore israeliano in Ungheria, Yossi Amrani, il quale ha criticato il governo, sottolineando che tale iniziativa «evoca ricordi tristi, ma semina anche odio e paura». Poche ore più tardi è arrivata la precisazione del ministro degli Esteri di Israele espressa attraverso un comunicato ufficiale: «In nessun modo la dichiarazione dell’ambasciatore ha l’obiettivo di delegittimare la critica contro George Soros, che mina l’operato dei governi democraticamente eletti di Israele attraverso il finanziamento di organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico, cercando di negare il suo diritto a difendersi». Parole molto dure che testimoniano il rapporto conflittuale tra il noto speculatore e lo stato d’Israele.

Netanyahu a Budapest

Il caso scoppia pochi giorni prima della visita nella capitale ungherese del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo alcuni media locali israeliani, Netanyahu sposerebbe la linea adottata dal suo ministro degli esteri. Ma in Israele c’è anche chi difende Soros. Il leader del partito israeliano Meretz, Zeheva Gal-On, per esempio, accusa il governo di «sostenere l’antisemitismo mondiale». Al momento il magnate non ha commentato il fatto ma Human Rights Watch – ong finanziata dalla Open Society Foundations – si è scagliata contro Orbán, sostenendo che «i manifesti ricordano quelli dei nazisti contro gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale».

Lo scontro sull’immigrazione

Viktor Orbán e George Soros, non è un mistero, hanno due visioni del mondo completamente diverse, in particolare sul tema dell’immigrazione e dei rifugiati, sul quale si sono scontrati più volte. Il governo ungherese ha puntato il dito contro il magnate e la sua rete, colpevole di aver orchestrato una campagna diffamatoria contro Budapest dopo la chiusura delle frontiere operata dal governo Orbán, volta a delegittimarne l’operato. Lo scorso aprile, non senza polemiche e proteste, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge che limita l’autonomia dell’università fondata da George Soros e dalla Open Society Foundations (la Central European University di Budapest) . Secondo Viktor Orbán, senza la nuova legge si sarebbe mantenuto in vita sistema che avrebbe dato alla Ceu dei privilegi di cui le altre università ungheresi non possono godere.

 

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Ha detto Netanyahu di fronte a centinaia di imprenditori israeliani: «Gli infiltrati hanno già invaso Arad e Eilat (sud del Paese, nda) e stanno occupando anche Tel Aviv. Fermarne il flusso è necessario per preservare Israele, facendola restare ebraica e democratica». Difendendo così, in poche parole, i provvedimenti – criticati dagli intellettuali – adottati dal suo governo contro l’immigrazione clandestina, incluso il muro che si sta costruendo al confine con l’Egitto. Secondo i dati dell’esecutivo di destra (il peso dei laburisti è quasi inesistente), sono 36 mila gli stranieri entrati illegalmente nel Paese negli ultimi anni. Secondo Netanyahu, «di questi solo un migliaio è formato da veri rifugiati in cerca d’asilo».

Per portarvi un paragone, sono 7.300 i migranti raccattati tra ieri e oggi da 10 navi Ong, nelle acque libiche.

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L’arrivo delle navi, a seconda del porto di destinazione, è previsto tra oggi e la giornata di sabato. Al momento, gli scali indicati sono Corigliano Calabro e Vibo Valentia in Calabria, Bari e Brindisi in Puglia, Porto Empedocle e Catania in Sicilia, Salerno in Campania.

1245.- L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra

 

L’ISIS: perde la battaglia ma vince la guerra; ma chi ha creato l’ISIS?  

Propongo questo articolo di Di Giulio Meotti, di ieri, 21 giugno 2017, perché rappresenta un’analisi acuta della guerra mortale scatenata dalla finanza sionista contro la civiltà occidentale, attraverso il terrorismo; e il terrore, nella cultura del popolo ebraico è l’arma più potente da seminare fra i nemici. C’è una logica in tutto questo e dobbiamo premettere che dire finanza sionista non significa il popolo ebraico, che spesso nella storia, ha pagato per questa associazione. La Finanza domina attraverso le banche e deprime le nazioni, per sottometterle. Il suo obbiettivo è una unica massa umana di meticci, bastardi e asessuati, di consumatori, resi succubi dei media del potere e sudditi, senza famiglia, con una sola lingua, nessuna bandiera, nessuna tradizione, arte, cultura e una sola legge: la loro!  Nessuna coesione e la solidarietà ridotta a una mera espressione vuota. L’Italia è già l’esempio che si sta formando, con i terremotati abbandonati a se stessi e con le macerie ancora nelle strade, con le mandrie congelate dal ghiaccio nella notte; con i giovani meravigliosi figli di meravigliose madri, costretti a espatriare, con gli anziani morti di fame e dignità; con la fine del pluralismo nella politica e nell’informazione: cardini della democrazia; con le formazioni intermedie della partecipazione politica dei cittadini ridotte a un partito unico: una mangiatoia per poveri di spirito; con i sacrifici delle tasse spesi per ingrassare loschi individui e mantenere a ufo, oggi, centinaia di migliaia di selvaggi, domani, milioni e chi obietta che i numeri sono impossibili è sommerso dalle oche e dagli eunuchi alle grida di razzista o fascista; con la salute a pagamento, per chi può, con la libertà fatta serva di istituzioni occupate da anni! da impostori, illegittimi, dove comandano i mercati e i mercanti e dove non c’è legalità. I beni pubblici appartengono al popolo. Non si cartolarizzano, non si vendono e non si svendono! Non c’è più regola e non c’è pietà. I trattati europei vogliono tutto questo. Il trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Pareggio in Bilancio sono strumentali alla svendita del nostro patrimonio, quello pubblico e quello privato e al sequestro dei nostri risparmi. L’Unione europea, diretta dalle banche, con un parlamento farsa, è l’esempio di ciò che i farisei della Finanza intendono per governo dei popoli. Dio, dove sei?

Mario Donnini

Al-Baghdadi, un terrorista cresciuto all’ombra degli Usa

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Se l’ISIS si sta ritirando da Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa, in Gran Bretagna, sarebbe stata impensabile l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultrapartifista che ha attribuito alla “guerra al terrorismo” i recenti attacchi a Manchester e Londra.

Mentre il Califfato ha raso al suolo tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se ciò fosse solo il risultato di una cultura negativa che non dovrebbero riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani.

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare e distruggere quel tempio di Baalshamin? perché era un tempio in cui i pagani venivano davanti all’Islam ad adorare idoli mendaci? No, è perché quel monumento venne venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un interesse garbato per i “monumenti storici” ed una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre cose. E gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura che è unica e solo loro “. – Paul Veyne, archeologo.

Lo Stato islamico si sta sgretolando – se troppo lentamente. Sono passati più di due anni da quando il presidente francese François Hollande ha promesso: “Bombarderemo Raqqa”. Prima o poi, l’ISIS sarà probabilmente ridotta in una piccola enclave senza continuità territoriale e il suo capo, Abu Bakr al Baghdadi, sarà eliminato. Sarebbe comunque più pericoloso relegare questi tre anni come una breve parentesi: il nazismo non è durato a lungo: “solo” 12 anni di potere e cinque in guerra con il resto d’Europa. Le conseguenze fisiche e culturali della tirannia nazista sono purtroppo ancora visibili in Europa. Lo stesso vale per lo Stato islamico. Tre anni di terrore e di conquiste non sono male per una guerra del Califfato contro tutti gli altri.

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L’ISIS si lascerà dietro un retaggio terroristico senza precedenti (277 europei uccisi sul terreno europeo in due anni). Se l’ISIS si sta ritirando a Mosul, sta rapidamente avanzando a Manchester. Il califfato sta guadagnando la sua guerra in Europa. Sei mesi fa in Gran Bretagna, l’ascesa di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista ultra-pacifista che ha incolpato la “guerra al terrore” per i recenti attacchi a Manchester e Londra, sarebbe stata impensabile. Il suo successo è chiaramente legato al recente fatto di sangue nelle strade britanniche.

In Occidente, l’ISIS ha assalito il parlamento a Ottawa, i caffè di Copenaghen, le spiagge di Nizza, i centri sociali di San Bernardino, la metropolitana e gli aeroporti di Bruxelles, i festival musicali di Manchester, teatri, stadi sportivi, ristoranti e mercati kosher a Parigi. Rouen, mercati di Natale a Berlino, centri commerciali a Stoccolma. Non male per un “team JV”, come Barack Obama ha chiamato il Califfato.

L’ISIS è stata un’attrazione ineguagliabile per l’umma, la comunità mondiale dei fedeli islamici: circa 30.000 musulmani in tutto il mondo – 6.000 dall’Europa – hanno lasciato le loro case per combattere sotto la bandiera nera mortale del Califfo. ISIS è stata in grado di costruire una rete globale di terrore. Gruppi jihadisti come Ansar Bayt al-Maqdis in Egitto, Abu Sayyaf nelle Filippine, Ansar al-Sharia in Libia, Boko Haram in Nigeria, Emirato del Caucaso in Russia e Movimento islamico dell’Uzbekistan insieme ad altri hanno tutti promessi Fedeltà a ISIS. Il califfato è diventato anche il gruppo terroristico più ricco della storia. Sebastian Gorka, consigliere di Casa Bianca sull’Islam radicale, ha dichiarato: “Gli attacchi dell’11 settembre 2001, costano appena 500 mila dollari. ISIS li guadagna in sei ore! Ti senti sicuro?”

ISIS ha fatto il male virale. Il mondo restò stupefatto quando ISIS sommerse l’immaginazione occidentale con le esecuzioni pubbliche dei giornalisti, con i massacri di soldati catturati, con i mercati per la schiavitù sessuale, con le esecuzioni dei gay e gli annegamenti pubblici, quando bruciavano persone vive e crocifissi. “Mai, prima, nella storia i terroristi hanno avuto un accesso così facile alle menti e agli occhi oculari di milioni”, ha scritto Brendan Koerner, osservando che “l’ISIS sta vincendo la guerra dei media sociali”. Spesso, il male funziona. Poche settimane fa, a Parigi, una donna ebrea, Sarah Halimi è stata uccisa da un grido musulmano “Allahu Akbar”. Il caso era appena coperto dalla stampa mainstream. Poi molti intellettuali francesi chiedono alle autorità di denunciarla come un caso di antisemitismo. Le minacce di ISIS sono ora così intense che anche gli esperti accademici dell’Islam, come Gilles Kepel, sono sotto la protezione della polizia.

 

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In pochi mesi lo Stato islamico ha lcancellato il confine coloniale storico disegnato dagli accordi Sykes-Picot, ha conquistato la metà della Siria, ha distrutto città intere di reperti antichi come Palmyra, ha raggiunto la periferia di Baghdad e ha scacciato l’esercito iracheno su cui gli Stati Uniti avevano investito 25 miliardi di dollari. Ecco perché molti analisti del terrorismo chiedono intelligentemente se “ISIS sta vincendo”. Tuttavia, l’eredità principale di ISIS è la devastazione, sia culturale che umana. ISIS ha avuto successo nel fare tabula rasa, una sorta di “anno zero” islamico, in cui, dopo un’apocalisse, la storia avrà inizio ancora – presumibilmente vergine e pura. Il califfato lascerà un Medio Oriente sempre più islamico, non solo nel panorama ma anche nella demografia. ISIS ha spazzato via intere comunità non musulmane che non torneranno mai. Molte città cristiane e Yazidi all’interno della sua orbita rimarranno permanentemente vuote a causa della macellazione, dell’esilio e della scomparsa dei sopravvissuti. Lo Stato islamico è stato in grado di distruggere l’antica comunità cristiana di Mosul.

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Un nuovo studio pubblicato dalla rivista settimanale Plos Medicine ha concluso che circa 10.000 membri della minoranza etnica e religiosa Yazidi sono stati uccisi. I ricercatori hanno stimato che furono rapiti 6.800 altri Yazidis e che più di un terzo sono ancora mancanti.

“Il cristianesimo in Iraq è finito”, ha detto Canon Andrew White, il grande vicario anglicano di Baghdad. ISIS riuscì, per la prima volta nel 2000, a annullare la comunione cristiana a Ninive. Il professor Amal Marogy, nativo dell’Iraq, ha dichiarato, in una conferenza presso l’Hudson Institute, che mentre un’infrastruttura come la diga di Mosul può essere salvata dall’ISIS, l’eradicazione della presenza cristiana in Iraq significa “la fine di una civiltà pacifica” . Ci sono commentatori che ora notano che “ISIS vince quando i cristiani lasciano il Medio Oriente”.

I jihadisti hanno recentemente vandalizzato antiche statue e manufatti romani presso il sito archeologico siriano di al-Salhiye, noto come Dura Europos. ISIS ha devastato le capitali più famose dell’antica Mesopotamia, da Nimrud a Hatra. “Questa distruzione è senza precedenti nella storia recente”. Lo dice Marina Gabriel, coordinatore delle scuole americane di ricerca orientale, iniziative sui beni culturali, un istituto che segue la distruzione dello Stato islamico.

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Nimrud ziggurat, non c’è più!

Il Nimrud ziggurat, costruito quasi 2900 anni fa – la più spettacolare struttura sacra conosciuta nell’antica Mesopotamia – non esiste più. I terroristi ISIS hanno devastato la Biblioteca pubblica di Mosul, dove sono stati bruciati o rubati 10.000 manoscritti. ISIS è riuscita anche a cancellare tutta la storia ebraica di Mosul, tra cui le tombe di Jonah, di Seth e di Daniel. Il Califfato distrusse la prima città assira, Khorsabad. La più grande devastazione, invece, si è svolta a Palmyra, il più importante gioiello archeologico del Medio Oriente. Palmyra delenda est. Lo Stato islamico ha inoltre eliminato migliaia di anni di storia siriana e irachena, polverizzando squisiti tesori antichi come il tempio di Bal.

Khalid al-Asaad, capo e innamorato, già pensionato, del sito archeologico della città siriana di Palmyra. Assassinato dall’ISIS.

Mentre il Califfato ha raso a terra tutto sul suo cammino, l’Europa ha reagito come se fosse solo il risultato di una inciviltà che non dovrebbe riguardarla. Gli islamisti, però, avevano altri piani. Il professor Paul Veyne scrive nel suo libro su Palmyra:

“Perché, nell’agosto del 2015, l’ISIS ha avuto bisogno di far saltare in aria e distruggere quel tempio di Baalshamin, perché era un tempio in cui i pagani davanti all’Islam venivano ad adorare gli idoli mendaci? No, perché il monumento venerato dagli occidentali contemporanei, la cui cultura comprende un amore educato per i “monumenti storici” e una grande curiosità per le credenze di altre persone e altre volte, e gli islamisti vogliono dimostrare che i musulmani hanno una cultura diversa dalla nostra, una cultura unica: la loro. Hanno fatto saltare in aria il tempio di Palmyra e hanno saccheggiato diversi siti archeologici nel Vicino Oriente per dimostrare che sono diversi da noi e che non rispettano quello che la cultura occidentale ammira”.

Bruxelles, ma sempre con qualche dubbio.

Ecco perché, dopo Palmyra, lo Stato islamico ha attaccato le sale da musica e altri simboli occidentali in Europa. Il “team JV” potrebbe perdere terreno, ma finora sta vincendo la guerra delle civiltà. L’Occidente sarà in grado non solo di liberare Raqqa e Mosul, ma anche di invertire questa valanga culturale cercando di schiacciarla?

 

 

1240.- Ratzinger non poté “né vendere né comprare”. Bergoglio, dicci chi sei!

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Devo cominciare riconoscendo un mio errore. Nel precedente articolo ho riferito che l’elezione di Bergoglio è stata “il frutto delle riunioni segrete che cardinali e vescovi, organizzati da Carlo Maria Martini, hanno tenuto per anni a San Gallo, in Svizzera”, come ha dichiarato vantandosene uno dei congiurati, il cardinal Dannnels.
Mi son detto che una tale congiura modernista invalida la elezione di Bergoglio.Un lettore, canonista, mi dà giustamente torto: “… Le convenzioni che si compiono fra gli elettori del conclave non producono nullità dell”elezione. A maggior ragione, se fatte prima del conclave. Esistono numerosi precedenti, molti nel tardo medio evo e nel rinascimento, almeno i meglio noti. Anche eventuali  vizi procedurali dell’elezione, dei quali si è occupato il Socci, possono avere rilievo solo se qualche interessato (ovvero elettore) li abbia fatti valere. Il che è positivamente escluso, non esistendo rifiuti di prestare obbedienza da parte di alcun porporato.   Questo, naturalmente, non vale a rendere i fatti di cui si dice moralmente degni, ma è altra materia”Segue la firma.
Quindi è un Papa che non possiamo stimare – visto che s’è fatto eleggere con questi trucchi e complicità – ma è legittimo. Tuttavia un altro lettore, stimolato dallo stesso articolo, mi rimbalza un blog con una notizia notevole.Quando, nel febbraio 2013, Papa Benedetto XVI si è dimesso improvvisamente e inspiegabilmente, lo IOR era stato escluso da SWIFT; con ciò, tutti i pagamenti del Vaticano erano resi impossibili, e la Chiesa era trattata alla stregua di uno stato-terrorista (secondum America), come l’Iran.
Era la rovina economica, ben preparata da una violenta campagna contro lo IOR, confermata dall’apertura di inchieste penali della magistratura italiana (che non manca mai di obbedire a certi ordini internazionali).Pochi sanno che cosa è lo SWIFT (la sigla sta per Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication – Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie): in teoria, è una “camere di compensazione” (clearing, in gergo) mondiale, che unisce 10500 banche in 215 paesi.
Di fatto, è il più occulto e insindacabile centro del potere finanziario americano-globalista, il bastone di ricatto su cui si basa l’egemonia del dollaro,  il mezzo più potente di spionaggio economico e politico (a danno specialmente di noi europei) e il mezzo più temibile con cui il la finanza globale stronca le gambe agli stati che non obbediscono.La banca centrale dell’Iran ad esempio, per volontà giudaica, è stata esclusa dalla rete SWIFT per ritorsione contro il preteso programma nucleare. Ciò significa che l’Iran non può più vendere in dollari il suo greggio, che le sue carte di credito non valgono all’estero, e che nessuna transazione finanziaria internazionale può essere condotta da Teheran se non in contanti e in clandestinità, in forme illegali secondo l’ordine internazionale: nel 2014 la banca francese BNP Paribas è stata condanna dalla “giustizia” Usa a pagare (agli Usa) 8,8  miliardi di dollari per aver aiutato Teheran ad aggirare il blocco di Swift.
Sono state le minacce ventilate contro Mosca di escluderla dalla rete SWIFT come ritorsione per la cosiddetta annessione della Crimea – un danno enorme all’economia del paese – ad accelerare la messa in opera, da parte dei BRICS egemonizzati da Cina e Russia , di un proprio circuito di clearing alternativo a SWIFT, e operante in yuan e rubli, e non in dollari.
Per sottrarsi al ricatto che fa’ pendere sugli stati sovrani lo Swift.Il sito belga Media-Presse (lo SWIFT è basato in Belgio) nel dare la notizia dello SWIFT alternativo lanciato da Pechino e Mosca, il 5 aprile, raccontava come esempio:Quando una banca o un territorio è escluso dal Sistema, come lo fu nel caso del Vaticano nei giorni che precedettero le dimissioni di Benedetto XVI nel febbraio 2013, tutte le transazioni sono bloccate.
Senza aspettare l’elezione di papa Bergoglio, il  sistema Swift  è stato  sbloccato all’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI.“ C’è stato  un ricatto venuto da non si sa dove,  per il tramite  di Swift, esercitato su Benedetto XVI. Le ragioni profonde di questa storia non sono state chiarite, ma è chiaro che SWIFT è intervenuto direttamente nella direzione degli affari della Chiesa.  Ciò spiega e giustifica le inaudite  dimissioni di Ratzinger, che tanti di noi hanno potuto scambiare per un atto di viltà; la Chiesa era trattata come uno stato “terrorista”, anzi peggio – perché si noti che la dozzina di banche cadute nelle mani dello Stato Islamico in Irak e Siria “non sono state escluse da SWIFT” e continuano a poter fare transazioni internazionali – e la finanza vaticana non poteva più pagare le nunziature, far giungere mezzi alle missioni – anzi, gli stessi bancomat di Città del Vaticano erano di fatto stati bloccati. La Chiesa di Benedetto non poteva più “né vendere né comprare”, la sua vita economica aveva le ore contate.
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Dimissioni sotto costrizione.
Non resta che sottoscrivere quel che dice Saura Plesio: Ratzinger “mai, proprio lui che lottò contro il Relativismo imperante,  avrebbe accettato “aperture” sul mondo gay e sulle politiche gender.
Mai si sarebbe prosternato al “mondo” (e al mondialismo) come questo papa, il quale gareggia con il laicismo imperante della Ue nel creare una forma di “divorzio sacramentale”, attraverso “l’annullamento breve”.
Mai si sarebbe prestato a fare la grande pagliacciata di Lampedusa fatta dal suo successore, che oltretutto non è nemmeno territorio suo, ma dello stato italiano. I grandi poteri mondialisti hanno fretta e Ratzinger era un  intralcio palese, un rallentamento sulla loro fulminea traiettoria”.
Con quanta fretta sia stata attuata l’espulsione di Ratzinger lo suggerisce anche un particolare che ha tratto fuori Luciano Canfora. Simpatico comunista non pentito, ma bravo storico della romanità e latinista, egli ha notato nel motu proprio con cui Benedetti ha giustificato le sue dimissioni con l’età (“Ingravescente Aetate”) una serie di errori di latino: errori elementari nella concordanza dei casi, da far arrossire uno scolaretto. Ora Ratzinger non può aver commesso questi errori. Il testo è stato scritto da altri, e lui è stato spedito via dal Vaticano platealmente, in elicottero ripreso in mondovisione? E subito dopo la sua dipartita, ecco che SWIFT sblocca le transazioni vaticane, riapre i bancomat, riporta all’onore del mondo lo Ior. Non hanno aspettato che venisse eletto Bergoglio; gli è bastata l’espulsione del “terrorista bianco”.
Nei salotti buoni e irraggiungibili fra Wall Street e Washington e Londra, già sapevano che il conclave avrebbe dato il soglio ad un modernista, ad uno di cui potevano fidarsi. Come mai? La sanzione SWIFT era stata coordinata con i “congiurati” in porpora che, guidati da Carlo Maria Martini (un cardinale che ha chiesto per sé l’eutanasia, va ricordato..) (1) avevano segnato Bergoglio come loro candidato già da anni?
C’è stato un accordo dei congiurati con un potere forte esterno, a cui sono vicini per ideologia?Magari l’elezione di Bergoglio non sarà invalida. Ma sembra di capire che la dimissione di Ratzinger lo è – è stato costretto a scendere dal trono di Pietro sotto costruzione. Il comportamento stesso di Ratzinger, apparentemente ambiguo nel tenersi addosso la veste bianca e il titolo di Santo Padre, può confermarlo: vuol dare il segnale a chi può capirlo, senza poterlo dire, che è stato cacciato, non se n’è andato volontariamente.
Ora, come un matrimonio è nullo se uno degli sposi l’ha stretto sotto costrizione, lo sarà anche un Papa che rinuncia sotto costrizione, e fa’ anche sapere che lui resta Papa….In questa ipotesi, si spiegano benissimo le accoglienze trionfali che Bergoglio ha ricevuto in America, all’Onu, da Obama, le standing ovation al Congresso – già, perché poi un Papa regnante viene invitato al Congresso degli Stati Uniti?
La cosa è molto strana e insolita. I rapporto di Washington col Vaticano sono sempre stati da cattivi a pessimi; non solo per odio protestante contro il “papismo”. Ora, sono diventati ottimi. Il Papa si fa’ volonteroso mediatore degli Stati Uniti presso Cuba, fa’ sue le “battaglie radicali”, apre alla nuova morale obbligatoria, insomma smette di essere l’antagonista morale che “questo mondo” detesta.
Si spiegherebbe così anche l’astuta gestione per guadagnarsi la simpatia dei media progressisti;e la brutale ma precisa “purga” che Bergoglio (con il suo consiglio degli Otto) ha operato in Vaticano, quasi avesse in mano una lista da lungo tempo preparata. La sua volontà di disciogliere il cattolicesimo in un protestantesimo generale, vacuo, secolarizzato e mondano…Bergoglio ingiunge ai cristiani di accogliere sempre più immigranti, senza limiti, con totale “accoglienza” e carità – Ebbene: “Con un comunicato ufficiale, firmato da ben 28 diverse obbedienze (tra cui ben 8 francesi ed una italiana, la Gran Loggia d’Italia), i massoni richiamano i governi europei ad accogliere gli immigrati, anzi ad accoglierne sempre di più. Dimostrando così una convergenza d’intenti con pochi precedenti non solo tra loro, ma anche rispetto alle nuove strategie seguite dagli Stati membri “ (Corrispondenza Romana, 11 settembre)

1233. – IL CAPITALISMO E’ “GREAT AGAIN”. SALVO GRANDE CRACK IN AUTUNNO.

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Il Fondo Monetario “rivede al rialzo le previsioni sulla crescita italiana”, dicono i media: da 0,8 saliamo a 1,3.   Grandi esperti questi visitati del Fondo Monetario. Vengono a Roma e si fanno dare le cifre dal loro vecchio amico ministro Padoan.  C’è bisogno di un po’ di ottimismo per sostenere il governo Gentiloni, consentire alla UE la finzione di credere ad una nostra maggior crescita per lasciarci sforare, fare ancora un po’ più debito senza “riforme” (le riforme vere, quelle dei  50 miliardi annui di sprechi e malversazioni pubbliche, non si faranno mai; magari tagliate un po’ le pensioni, suggerisce il FMI).  Infine, c’è bisogno di  far credere agli italiani che anche noi, sebbene meno e ultimi, “stiamo uscendo dalla crisi” come “tutto l’Occidente”. Ma  soprattutto, credo, perché il Sistema deve scongiurare il panico  della gente, mentre si moltiplicano i sinistri scricchiolii  del crack prossimo venturo.

Rialzi azionari oggi, e poco prima del 1929.

Altro che ripresa. Oggi  il 44 per cento dei gestori di fondi, sondati dalla Bank of America, dicono che  le azioni – specie quelle delle imprese  “alta tecnologia”  (il grande bluff)  sono sopravvalutate; è la percentuale più alta dal 1999. A maggio, erano il 37% a rispondere così.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/record-number-market-participants-says-market-overvalued-surpassing-1999-bubble-high

I grandi operatori prevedono titanici scoppi delle grandi bolle  create dalle banche centrali con i loro mostruosi quantitative easing nella seconda metà dell’anno.

Quale operatore più grosso di Bill Gross? Il fondatore di Pimco, oggi di JAnus, una  ricchezza sua di  2,5 miliardi di patrimonio, ha gestito 250 miliardi di fondi.     E’ la quintessenza del finanziere, di quello che “fa soldi coi soldi” invece che investendo nell’economia reale, Adesso, a Bloomberg, dice: Un capitalismo finanziario guasto, sostenuto da una politica monetaria [delle  banche centrali] sempre più distruttiva, ha cominciato ad erodere, non a promuovere, l’economia reale”.

Bill Gross

Ed enumera: “Debiti eccessivi, popolazione che invecchia, conati di protezionismo,  uso dei  robot al posto degli uomini,  creano una forza opposta al capitalismo creativo dell’inizio del secolo, schumpeteriano-darwiniano; oggi le arterie del capitalismo sono ostruite da forze secolari che bloccano la crescita Usa e globale molto al disotto delle norme storiche. La strategia di “far denaro col denaro” è seriamente minacciata”.

Marko Kolanovic, uno dei capintesta della JP Morgan, avverte che “un modesto rialzo della volatilità accoppiato ad un calo della liquidità può portare a perdite catastrofiche”. Jeff Gundlach, capo supremo del fondo DoubleLine  avverte “gli speculatori: fate liquidità letteralmente adesso”.

Felix Zulauf, padrone del fondo speculativo svizzero Zulauf Asset Management, si aspetta un crollo dell’azionario cinese (FANG) e Nasdaq  “fra agosto e novembre: e non parlo di un calo del 5%,  ma del 20, che può giungere a -30, -40%”.

http://www.zerohedge.com/news/2017-06-13/felix-zulauf-today-feels-late-1999-i-expect-fang-stocks-fall-30-or-40

Howard Kunstler, saggista e giornalista, teme il momento in cui “i mostruosi debiti cumulati di  persone, imprese,  fondi sovrani, si mostreranno  improvvisamente, traumaticamente, ed evidentemente non pagabili, e tutti i titoli che li rappresentano  saranno risucchiati in quei vortici dello spazio-tempi di  quei film di fantascienza su mummie e astronauti”.  E aggiunge: “Nessuno al potere in questo paese dedica attenzione a quanto sia vicino questo epico momento. O più precisamente, non sanno come preparare  i cittadini e cosa fare –  Le società rispondono a crisi come l’imminente disfarsi della nostra economia finanziarizzata in modi disordinati e sorprendenti…”.

Negli Stati Uniti, VISA ha rivelato che le vendite nei negozi  fisici sono calate  del 5,3% anno su anno  a maggio, il calo più  rapido degli ultimi cinque anni. “Siamo al verde”.  Ogni settimana chiudono un migliaio di negozi al dettaglio.

Alcuni  titoli dai giornali americani:

“L’Apocalisse della vendite al dettaglio si estende al Canada”

“La recessione delle catene di ristoranti sta diventando strutturale? Un calo di 15 mesi”.

“Rinascono i mutui subprime”.

“I proprietari d’immobili calano  63,6 % – erano il 69% nel 2005  –  un calo  mai visto negli ultimi 50 anni”.

ww.govtslaves.com/u-s-homeownership-plummets-to-63-6-near-its-lowest-level-in-more-than-five-decades/

Per Michael Snyder, specialista in prodromi della catastrofe, la prossima crisi finanziaria è già avvenuta: in Europa.  E punta il dito sulla  “improvvisa implosione del Banco Popular”, sesta banca spagnola, salvata con un inghippo concepito dai regolatori UE con l’intervento del Santander, a cui l’hanno fatta acquistare per 1 euro. In cambio, Santander “prenderà ai suoi azionisti 7 miliardi di  euro per  alzare capitale necessario a risollevare il Popular: un  drammatico salvataggio a spese dei privati. Infliggerà perdite per 3,3 miliardi agli azionisti ed obbligazionisti, ma eviterà un salvataggio a  spese del contribuente. Il vero motivo della fulminea decisione è che il nervosismo, diciamo il panico, si stava già aggravando fra depositanti ed azionisti spagnoli, e la corsa agli sportelli stava avvenendo,  mentre la speculazione accentuava le vendite allo scoperto (scommettendo sul ribasso) delle azioni di certe banche disastrate.  Il feroce “salvataggio” privato del  Popular ha aggravato il panico invece di calmarlo. Vista la rovina fulminea della sesta banca spagnola, ora i capitalisti si chiedono   quale sarà la prossima: e si volgono a Liberbank, l’ottava banca iberica, ingrossatasi  da qualche anno per “il matrimonio forzato con tre cajas (casse di risparmio) fallite”. Il governo ha vietato le vendite allo scoperto di Liberbank.

Ma tutti gli sguardi, ovviamente,  in Europa si puntano su “una bolla enormemente più grande.  Attualmente, un trilione di dollari (mille miliardi) di debito pubblico italiano hanno rendimenti negativi. E’ una situazione perversa: prestare allo Stato italiano comporta rischio, per cui i rendimenti dei titoli di debito italiani dovrebbero essere altissimi, non bassissimi”. Il miracolo, il trucco, è dovuto alla BCE che stampa denaro per comprare titoli di stato italici. Dal 2008, la BCE e le banche italiane hanno acquistato l’88% del  debito pubblico nazionale. Berlino sta facendo pressioni perché la BCE smetta. Se la BCE smette,   gli interessi sul debito pubblico italiota schizzano alle stelle, e lo Stato italiano non potrà più finanziare le sue spese.  Le banche italiane, già praticamente fallite per conto loro,  hanno in pancia 253 miliardi del debito pubblico; la frana dallo Stato si trasmetterà al  sistema bancario, diventando valanga. Quel che succederebbe all’Europa intera, la  seconda economia mondiale, non è nemmeno immaginabile.

Banche centrali: stampa, stampa, stampa!

E le banche centrali? Continuano a stampare denaro. Ossia trattano il problema d’insolvenza come un problema di mancanza di liquidità. “Non hai liquidi? Te ne presto un po’”.  E’ la “soluzione” Grecia, a scala   globale.

Ecco perché il Fmi è venuto a “rivedere al rialzo  la crescita del Pil italiano”.  Quando  un sistema deve falsificare le cifre e le statistiche della propria economia  – vedi Unione Sovietica – vuol dire che è proprio alla fine.

14 giugno 2017

1210.- Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

 

Ricordate il CETA?

ttip_021L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

di Guido Rossi

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

1194.- IL CAOS? E’ IL METODO DI GOVERNO DEL GLOBALISMO.

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Dick Cheney: “Ecco, adesso siete perfettamente al sicuro  dagli attentati del terrorismo”.

 

20 maggio 2017

A Teheran, fra i partecipanti alla conferenza  internazionale New Horizon, ho potuto conosce finalmente il Comitato Invisibile di Tarnac, autore  collettivo, nel 2008,  del breve, ma epocale saggio “Gouverner Par le Chaos”.  Governare attraverso il caos.

Rievoco in breve la storia, ovviamente ignota ai lettori. Nel novembre 2008,  la polizia francese arrestò in modo estremamente vistoso, brutale e  mediatico una decina di giovani abitanti a Tarnac, un  paesino del Corrèze, con l’accusa di progettare atti terroristici e di averne già messi in atto altri,  come danneggiamenti  alle linee ad alta velocità (TGV). In inchieste durate anni, s’è scoperto che: terroristi anarchici di Tarnac erano controllati giorno e notte (è il caso di dirlo)   da un poliziotto britannico che si era infiltrato,  e aveva messo incinte alcune signorine del gruppo terroristico; che i servizi francesi  ne sapevano ogni mossa; che i danneggiamenti al  TGV erano stati perpetrati da ecologisti tedeschi. Alla  fin fine, si intuisce cha la sola cosa per cui il potere ha considerato pericoloso e da smantellare il gruppo di Tarnac, la vera bomba da esso confezionata, era proprio il libretto – una novantina di pagine – concepito nel loro ambiente:

Gouverner par le  Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation.

Comment devenir les maîtres du monde ? En centralisant l’ordre et le pouvoir autour d’une minorité et en semant le désordre dans le peuple, ramené au niveau de pantins paniqués. La méthode ? L’ingénierie sociale: infiltration des esprits, analyse de nos moindres faits et gestes, contrôle des comportements à distance, marketing de l’intime et autres réjouissances qui font de nous des bons consommateurs.
Ce texte prolonge l’essai politique insurrectionnel signé du Comité invisible et attribué aux inculpés dans l’affaire de Tarnac. Publié d’abord sur le web et y ayant suscité ” enthousiasme débridé ou agacement hystérique” (Le Nouvel Observateur), il a été pour cette édition revu et corrigé par les auteurs. Volontairement anonymes, ceux-ci prônent une résistance constructive: “Créer, c’est résister. Résister, c’est créer.”

Eccone le tesi principali:

Le classi  dirigenti hanno adottato il caos come metodo di governo più efficace per mantenersi al potere.  Quel caos che fingono di combattere, è la loro strategia privilegiata di controllo. Jacques Attali, il futurologo ebreo  che ha creato artificialmente Macron, lo ha detto perfino chiaro nei suoi scritti e nelle conferenze. I dirigenti d’oggi non perseguono che due scopi; il primo,  realizzare un governo mondiale; l’altro, proteggere il governo mondiale da  ogni rovesciamento e nemico, attraverso un sistema di sorveglianza  generalizzato fondato sulla tracciabilità totale delle persone e delle cose.

Come   si diventa padroni del mondo? “Centralizzando l’ordine e il potere attorno a una minoranza e spargendoo il caos nel popolo,  ridotto al livello di burattini nel panico”.

Molto più comodo che farsi obbedire dal popolo migliorandone le condizioni, risolverne i problemi   sociali (dalla disoccupazione al disordine pubblico, dalle disparità crescenti ed inique alla droga). Le elites, governando col caos, non si assumono più alcuna responsabilità  verso i cittadini delle crisi che provoca il capitalismo terminale. Anzi il  caos finanziario permette di giustificare la concentrazione del potere delle grandi banche d’affari; l’11 Settembre giustifica il  potere insindacabile dello Stato Profondo;  la strage al Bataclàn, il mantenimento delle leggi speciali che Hollande aveva varato  per la strage di Charlie Hebdo (aveva già sul tavolo il decreto da firmare).

“Abolire tutte le frontiere”, anche interiori, è la loro tecnica

Attenzione: sono cose che sapete, adesso  nel 2017, e solo da lettori avvertiti. Le masse non ne sono affatto consapevoli. Ma il Comitato Invisibile ne  ha scritto nel 2008 – quando ancora il caos concentrico (finanziario, bellico, terroristico eccetera) non era ancora dispiegato pienamente. E  nel testo  si trovano   profetizzati precisi caratteri  del caos ingegnerizzato che, nel 2008, erano ancora  invisibili: la “lotta alle discriminazioni” non aveva ancora all’insegnamento alle elementari della teorie del genere, ai diritti  omosessuali, le nozze gay, alle “Piazze” (Maidan, Tahrir) a cui si riducono le  rivoluzioni colorate..

Premessa:  Ciò che importa al potere più di tutto – mi ha spiegato il Comitato a Teheran  – “è distruggere il legame tra  il reale e la ragione [Tommaso d’Aquino approverebbe: la verità è l’adeguarsi dell’intelletto al reale]. Fare in modo che il ritorno al reale sia indefinitamente differito, sicché il discorso del potere diventa  il paradigma del pensiero; discorso pronunciato in quella lingua mediatica, la neo-lingua”.

E come si ottiene questo?  Dicevano gli anarchici di Tarnac nel 2008:  “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati – è la risposta – passa per l’abolizione delle frontiere del loro  essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre  un sistema di valori  a un altro, un tipo di diritto all’altro,   distinguere uomo da donna, madre da padre  [distinguere in Niki Vendola lo schiavista, non mamma], cittadino da straniero, insomma  vero da falso,  giusto dall’ingiusto, normale da anormale …

Risultato: finchè resiste un   solo confine,   il potere non può ancora chiudere la sua matrice, la  costruzione di “uno ‘spazio di vita’  puramente virtuale in cui la massa potrà fare le sue evoluzioni senza mai toccare  il reale – a cui il sistema ha dedicato tutte le tecniche del comportamentismo, dello spettacolo,   della programmazione neuro-linguistica, delle tecniche pubblicitarie, dell’ingegneria sociale”.

La distinzione primordiale fra uomo e donna, ma anche fra figlio e madre e padre, è potentemente esemplificata  nel mito di Edipo, coi suoi sacri tabù (al figlio non lecito andare a letto con mamma), che sono “l’organigramma originario  di un gruppo, la sua capacità di costituirsi in organizzazione”.

“Fare la promozione dell’ indistinzione dei ruoli e dei cambiamenti di luogo, far passare  le voglie personali avanti  al rispetto dell’organigramma del gruppo”, ha lo scopo di  “ridurre   quel gruppo a individui giustapposti, incapaci di comunicare e di cooperare” – all’essenziale compito politico di rovesciare i Signori del Caos.  “Facilitare l’espressione dell’individualismo fallico  è parte della strategia della disorganizzazione. A livello comportamentale, si traduce in  una cultura dello spontaneo, dell’impulsivo del viscerale, del flessibile e della ricerca del risultato immediato, con la conseguente incapacità di concentrazione, di pianificazione e di elaborazione di strategia di lungo termine.

Bergoglio e Lady Gaga uniti nella lotta

Lo stesso vale anche per le  grandi immigrazioni con le ONG che vanno a raccogliere a centinaia di migliaia i profughi che hanno pagato somme  che in Africa bastano ad aprire un’attività  utile? Ovvio, è la risposta: “Il mondialismo distrugge le frontiere nazionali” come le frontiere mentali,  mentre  “il consumismo regressivo cancella le frontiere dell’essere individuale”.  Naturalmente tutto ciò secondo le esigenze  del capitalismo terminale, “dove i ricchi si possono arricchire ancora solo impoverendo  i poveri e seminando il caos nel loro modo di vita  – E  per far meglio accettare il caos e la destabilizzazione   alle popolazioni, si è chiamato tutto ciò “progressismo”.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi non c’è più differenza tra la Sinistra e le Spice Girls. Cohn-Bendit e Lady Gaga, même combat !”.

Grazie a questa suggestione, anch’io povero italiota mi faccio domande: Boldrini e Bello Figo “No pago affitto”  uniti nella lotta?

Peggio. Esiste ancora una differenza tra  Papa Francesco  e le Spice  Girls?Entrambi icone pop di successo….

Vi lascio con questa domanda, ma non è   che una prima puntata sui metodi di “governare col caos”. E’ che non ho voluto  mettere nello stesso articolo informazioni di grande rilievo fornitemi dal Comitato Invisibile– avendo scoperto che i miei lettori (i migliori) spesso non sono capaci di cogliere e ricordare le informazioni che non siano   già enunciate  nel titolo,  o subito sotto; sicché spesso mi segnalano notizie che ho già dato.

Le prossime notizie saranno: la parte di Israele in questo governare col caos, e perché non ci si può aspettare un collasso economico-finanziario-politico tale, che  distrugga le elites  mondialiste.  Si  sono preparate, mi ha spiegato il Comitato.

Solo un’ultima  riga su tale Comitato Invisibile. Come alcuni lettori hanno intuito, si  tratta sostanzialmente  di una persona. Di nome Lucien Cerise. Un  trentenne lievemente sovrappeso, occhialuto, timido,  coltissimo,  non abbastanza immodesto da postare un proprio profilo biografico su Wikipedia  (dove molti lo cercano).  Ha scritto Ritorno a Maidan, sul trucco fondamental-mediatico delle primavere colorate, Neuropirati –quelli dell’ingegneria sociale – la guerra ibrida della NATO, eccetera. Fa il bibliotecario in non so quale angolo della Francia. Apparentemente, la persona più inoffensiva della Terra. Spero che non lo sia.