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1617.- L’Europa e la crisi, ovvero: i diritti sociali sono ancora diritti fondamentali?

Perché si parla, oramai, dei “diritti sociali” come di “diritti finanziariamente condizionati”?

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Che la “terapia” anti-crisi messa in campo dall’Unione europea e in particolare da quel sotto-insieme che definiamo “Eurozona” sia irrimediabilmente fallita è opinione anch’essa non certo isolata, eppure ancora oggi è fortemente scoraggiata ogni “dottrina” che non sia quella che fa leva sulle politiche di austerità, disegnando inevitabilmente una parabola involutiva dei modelli di welfare. Tutti i diritti sociali, anche se “fondamentali”, divengono così il corpo vivo su cui chirurgicamente opera il tentativo di riassestamento (dei bilanci pubblici e non solo) imposto ai paesi europei, soprattutto ai paesi più deboli, con la duplice, paradossale conseguenza di smentire di fatto il riconoscimento ad essi tributato dalle Carte e al contempo di negare ogni principio di autonomia della politica sociale degli stati.
Ma, come si è già accenato in premessa, non di sola recessione soffrono i diritti sociali nello spazio giuridico-economico europeo. Lo strano destino dei diritti sociali fondamentali – prima affermati in via di prassi dalle Corti ma obliterati dal diritto della U.E.; poi affermati in via di (pieno) diritto ma ridimensionati nella loro effettività dalla crisi economica e sociale – è frutto, come è oramai chiarissimo, di precise scelte politiche dei governanti europei, a partire dall’ambiguità impressa all’integrazione europea. Mai smentita, la teoria dominante è stata fino a ieri quella (tipicamente liberale) secondo cui il funzionamento del mercato interno avrebbe favorito o prodotto spontaneamente l’armonizzazione dei sistemi sociali (la linea dell’armonizzazione negativa, piuttosto singolarmente enunciata a chiare lettere in una clausola del TFUE: v. art. 151 co. 3).5 Con la crisi, le reticenze e gli accordi “al ribasso” dell’intesa che ha portato all’adozione del Trattato di Lisbona nel 2007 sono più evidenti che mai. L’ambizione dei governanti europei di disegnare un’architettura istituzionale molto complessa ed articolata ignorando i problemi di fondo dell’Unione in materia politica ed economica è risultata, anzi, totalmente inadeguata. Sicché anche i passi in avanti compiuti con l’adozione del Trattato – oltre al “riconoscimento” della Carta dei diritti, assegnandole il rango di Trattato ex art. 6 TFUE, la “decostituzionalizzazione” della concorrenza, non più formulata come obiettivo primario dal Trattato di Lisbona e inserita in un protocollo allegato, e la stessa esplicita affermazione dei fini dell’integrazione europea individuati nella elevazione e nel benessere dei cittadini europei restano irretiti dai compromessi che hanno caratterizzato l’ultima fase dell’integrazione europea. E fra questi compromessi indubbiamente una valenza peculiare, dal punto di vista dei diritti sociali e in particolare del diritto del lavoro, ha la scelta di non mettere minimamente in discussione l’assetto delle competenze definito dall’art. 153.5 TFUE – disposizione che esclude il potere d’intervento dell’Unione in tema di retribuzione, diritto di associazione e diritto di sciopero, materie cruciali per l’integrazione europea – di cui ora si percepisce, come scrive Bronzini, tutta la “potenzialità distruttiva”, paralizzando ogni possibile intervento regolativo ma consentendo, al tempo stesso, in materie socialmente delicatissime, “manutenzioni straordinarie” ad opera della Corte di giustizia. Non si riduce, in altre parole, l’asimmetria del modello di integrazione europea, in cui deboli matrici sociali convivono con forti e resolute tendenze, particolarmente da Maastricht in avanti, a rafforzare i vincoli del mercato interno. La crisi di questo assetto, fondato sulla divaricazione/separazione fra “costituzione economica” e “costituzione sociale”, che a suo modo tutelava la sovranità sociale degli stati e l’autonomia delle parti sociali, non ha prodotto alcun ripensamento nella strategia dei governanti europei e il rapporto fra “stato e mercato” è e resta disciplinato sul principio dell’uniformazione delle condizioni concorrenziali e del libero ed uniforme dispiegarsi delle libertà economiche, lasciando agli stati il difficile compito di preservare gli equilibri sociali interni e governare la politica economica. All’epoca del declino dello stato-nazione, del tumultuoso attacco dei mercati finanziari all’autonomia degli stati, questo equilibrio (che le “aperture” del Trattato di Maastricht non hanno cerro rovesciato) non poteva che sfaldarsi, tanto più che spontaneamente i sistemi nazionali non hanno affatto dimostrato quella convergenza o spontanea armonizzazione promessa. Viene allo scoperto, in tal modo, la congenita debolezza del “gradualismo” nelle politiche di integrazione – una sorta di “infantilismo nel determinismo storico” – che come un mantra ha posseduto le elite europee, lasciando alla Corte di Giustizia il difficile compito di disegnare in modo quanto meno credibile i tratti di una cittadinanza europea che Giubboni, riprendendo Pinelli, ha definito più transnazionale che sovranazionale, ossia più spinta alla garanzia dell’integrazione dei lavoratori, individualmente considerati, nei sistemi nazionali di welfare che all’istituzione di un sistema autenticamente europeo.
L’Europa sembra così destinata a subire gli stessi problemi di squilibrio dei paesi “aggrediti” dalla globalizzazione, un quadro cioè in cui si manifestano incisivamente forti tendenze alla deregolazione e all’apertura dei mercati ma debolissime politiche di ri- regolazione in materia di lavoro, relazioni industriali e mercati del lavoro. Per di più, nel contesto di una crisi “epocale” che incide sulle strutture sociali ed economiche dei paesi europei in modo destrutturante, sottraendo garanzie e prestazioni. E dinanzi ad uno scenario che richiederebbe forti innovazioni, le risposte dei paesi europei sono apparse invece timide, incongruenti, addirittura controproducenti, creando una spirale “negativa” inarrestabile e riproponendo posizioni fortemente conservatrici, con una strenua difesa degli interessi nazionali, senza un orizzonte comune (come ha dimostrato plasticamente la trattativa sul bilancio europeo 2014-2020, chiusa con esiti a dir poco fallimentari).13
Da un quinquennio di crisi ed incertezze ereditiamo così un vero e proprio “declassamento” dei diritti sociali, risultato al quale paradossalmente contribuiscono non solo le riforme della governance europea ma la stessa “traiettoria impressa al processo di integrazione europea dalla giurisprudenza della Corte di giustizia sul mercato interno”.14 Autorevolissimi studiosi, preso atto del decalage dei diritti sociali, apertamente assumono come dato oramai molto concreto la “de-fondamentalizzazione” di questi diritti, pur formalmente equiordinati alle libertà economiche fondamentali.15
Dinanzi a così grandi difficoltà si prefigurano oramai apertamente soluzioni che presuppongono il fallimento, più che la crisi, del progetto di integrazione europea. Se potrebbe configurarsi come una stretta necessità l’accettazione di un modello di integrazione a due velocità (a two-speed Europe)16 o asimmetrica, mediante cooperazioni rafforzate,17 in modo anche più radicale si giunge ad invocare e teorizzare la necessità dello smantellamento dell’Unione monetaria, al cui attivo resta, come scrive Streeck, la divisione economica dei paesi europei.18 L’adozione di misure divisive avrebbe ovviamente ripercussioni critiche su qualsiasi possibile sviluppo futuro della dimensione sociale della cittadinanza europea,19 ma il fatto stesso di teorizzarne la possibilità (o addirittura necessità) è il segno che l’Europa di Bruxelles – come si è sviluppata secondo il disegno dei Trattati, a partire dal Trattato fondativo di Roma, e non certo, come si è anche di recente sostenuto, mutando la propria natura dopo Maastricht – è giunta oramai ad un tale stadio della propria crisi da apparire insostenibile agli occhi non di qualche euroscettico ma di raffinati intellettuali progressisti.

Diritti sociali e vincoli economici

Ma certamente la crisi non sollecita soltanto riflessioni critiche sulle politiche europee di integrazione e sui compromessi, talvolta poco “illuminati”, che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea. Un’acuta e in verità spiazzante riflessione che la dottrina più in incline a guardare al “sistema” (com’è indubitabilmente la dottrina costituzionalistica) sembra offrirci, è difatti sulla stessa sostenibilità del modello sociale europeo,20 mettendo in chiaro (la crisi) che i diritti fondamentali non sono “variabili indipendenti e che la tenuta di quel compromesso costituzionale fra “stato” e “mercato”, o, per usare una metafora, fra Smith e Keynes, comune alla storia di tanti (o forse tutti i) paesi europei, non costituisce affatto una conquista irrevocabile. Al fondo, ci suggerisce Spadaro, s’impone oramai una revisione dei nostri “valori” e un deciso ri/orientamento delle nostre società, nel cui seno è sorta quell’aspettativa di benessere oggi drammaticamente messa in discussione dalla crisi, tanto da far emergere un’antitesi inaspettata, qual è l’immagine fortemente evocativa di un “modello sociale europeo più sobrio, solidale e sostenibile”.
In effetti può farsi risalire (almeno) al roosveltiano Bill of Right del 1944 l’affermazione secondo cui fra i diritti non possono darsi né gerarchie né tanto meno differenze, sul piano dell’ effettività come della “sostenibilità”. Tutti i diritti – i diritti di libertà non meno dei diritti sociali – dipendono in misura maggiore o minore da “investimenti selettivi di risorse scarse”, e come scrivono Holmes e Sunstein hanno radici “nel terreno più instabile della politica”, destinati per questo “a essere più suscettibili di affievolimento di quanto l’aspirazione alla certezza giuridica potrebbe indurci ad auspicare”.21 Non dovrebbe sorprendere quindi che i bilanci pubblici degli stati europei siano divenuti il termine di riferimento per selezionare l’accesso ai diritti sociali e definire i loro contenuti positivi, anzi, è da tempo che si parla oramai dei diritti sociali come “diritti finanziariamente condizionati” anche nella giurisprudenza della nostra Corte costituzionale.22 Ma ciò che, a ben vedere, può fare di questa crisi un punto di rottura, è che la restrizione dei diritti sociali non è la risultante di scelte discrezionali degli stati o l’esito dei conflitti sui modelli di giustizia distributiva, e neppure della scarsità di risorse pubbliche, bensì del “dispotismo” dei mercati finanziari, in grado di sottrarsi al controllo dei dispositivi statali e tuttavia capaci di sovra-determinare le politiche pubbliche. Parafrasando un’espressione di Guy Peters si potrebbe dire che la crisi è “l’asso pigliatutto”, irrompe nella storia come un deus ex machina – proprio come in una tragedia greca – senza che neppure sia chiaro se la sua rappresentazione come evento esogeno, ineluttabile, corrisponda ad un dato di realtà o non sia invece un modo alquanto sofisticato per esorcizzare le responsabilità politiche delle elite europee incapaci di un’efficace regolazione del mercato.
Alain Supiot ci offre un’amara constatazione dell’impotenza delle forze progressiste ed europeiste – “condamnée à accompagner sur le mode compassionel la dégradation des conditions de vie et de travail engendrées par la globalisation”.23 Alla prospettiva neoliberale e alla sua durissima ricetta economica si contrappongono così sollecitazioni a rilanciare il modello sociale europeo, ma in un contesto di frammentazione e di generale debolezza, di rinascita degli egoismi nazionali e di rafforzamento dei “freni costituzionali interni”. Né la convinzione oramai diffusa della necessità di una politica europea che finalmente consideri come asse prioritario l’economia reale stimola risposte adeguate, anzi, è proprio qui che l’assenza di “ricette” credibili appare in tutta la sua criticità. Sembra quasi che tutte le opzioni politiche ed economiche sul tavolo siano state bocciate dalla crisi economica. Se le politiche neo-liberiste sono il principale imputato degli squilibri economici e del potere assunto dall’economia finanziaria,24 fallendo proprio nella loro solenne promessa di generare ricchezza – sul piano cioè della capacità di “concepire e applicare schemi esecutivi per stimolare e organizzare la produzione”25 – ed agendo piuttosto sul piano della “distribuzione”, con la conseguenza di accrescere le diseguaglianze e generare nuove povertà,26 quella diversa ed antitetica prospettiva di politica economica che per comodità può definirsi “socialdemocratica” o keynesiana – basata sull’accordo fra capitale e lavoro e in particolare sull’intervento pubblico in campo economico (non solo per correggere i “fallimenti del mercato”) – siede anch’essa sul banco degli imputati, poiché è proprio il massiccio investimento di risorse pubbliche nella “spesa sociale” ad aver causato, secondo le spiegazioni ricorrenti sulla crisi finanziaria europea, la crescita esponenziale del debito sovrano degli stati più deboli dell’Unione creando le premesse dell’aggressione dei mercati. Il duplice fallimento delle strategie regolative più accreditate nell’economia politica è l’espressione di una crisi che travolge stato e mercato in egual misura: “alla market failure si affianca la state failure”, nota efficacemente (e causticamente) Cassese.27 Sotto questo aspetto la crisi potrebbe davvero dischiudere nuovi orizzonti, mettere in moto processi che ci “costringano” a rivedere i presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo. Nel presente, tuttavia, gli effetti della crisi continuano ad incidere sulle condizioni di vita (sui salari e sui redditi) e sui livelli occupazionali in modo recessivo, senza che si vedano all’opera contro-tendenze di analoga forza ed impatto ma semmai, come si è notato,28 soltanto un “lieve mutamento di rotta” (dall’austerity alla crescita) auspicato dalla stessa Commissione nelle sue Raccomandazioni sul programma di stabilità.29
Né tanto meno l’Unione europea sembra in grado di difendere se stessa e il suo progetto di integrazione. Dopo le grandi direttive degli anni novanta si è tornati alla logica del “doppio binario” – accentramento della politica monetaria ed ora della politica di bilancio, decentramento della politica economica e sociale – mentre, nel quadro giuridico definito dai Trattati, è proseguita senza soste la realizzazione del mercato interno, eliminando ogni ostacolo alla libertà di circolazione e così sottraendo agli stati sovranità sulla disciplina dei rapporti economici e sociali all’interno dei propri confini. Questa forte matrice liberista dell’integrazione europea si esprime in modo molto sofisticato, ma semplificando al massimo si potrebbe dire che se da un lato, con il principio di attribuzione, l’Europa ossequia i “signori dei trattati”, dall’altro, con la dottrina del “primato”, svuota l’acqua in cui nuotano gli stati. Come nel wendersiano falso movimento, verrebbe da dire.30
In un quadro dunque già ipotecato da queste ambiguità di fondo intervengono, in modi particolarmente incisivi, i provvedimenti anti-crisi dell’Eurozona, aggravando le diseguaglianze e creando le premesse di una vera e propria rottura fra paesi in grado di difendere i propri modelli sociali adottando in vario modo misure “protezionistiche” e paesi deindustrializzati ed impoveriti che rischiano di precipitare in un violentissimo scontro sociale (fra i quali si può certamente annoverare l’Italia).

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1605.- LE PROMESSE, CIOE’, LE MINACCE ELETTORALI: L’OCCASIONE FINALE PER UN “NO”. 48

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Quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a essere una minaccia?
Chuck Palahniuk

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1. Finita la parte più strettamente religiosa delle feste, e quindi messa provvisoriamente in sospensione l’ubriacatura immigrazionista dello ius soli, e dei diritti immaginariamente negati, si passa ai propositi per il Nuovo Anno.
E questi propositi, nelle circostanze attuali, altro non sono che promesse elettorali, perché in tali termini vanno, da tutti voi, attentamente considerate; e immancabilmente, tutto questo va assunto nel connubio, ormai indistinguibile fra partiti di governo (in nome dell’€uropa dei mercati) e media di controllo, entrambi sospinti dall’incessante lavorio degli influencers,.

2. Questi operano dunque in un incessante processo circolare che alimenta di soluzioni di soccorso, – aggirantesi preferibilmente sull’unico grande tema del debito pubblico (con varianti imperdibili)-, la linea di governo €urotrainata, mentre, a loro volta, gli espertologi proponenti delle soluzioni, in contraccambio, ricevono la legittimazione preventiva – mediatica, naturalmente- a divenire futuri governanti o, quantomeno, consulenti dei massimi livelli dell’amministrazione politico-economica. Tra una (lucrosa) “porta girevole” e l’altra; sempre qui, pp. 6-7.

3. In questo circuito, non c’è più spazio, e nemmeno tempo da perdere, per l’ascolto dell’orientamento dell’elettorato – inteso come elemento sociale costitutivo dello Stato nonché titolare della sovranità-, all’interno di un processo, almeno formalmente, democratico.
Traduco in termini più diretti: ammesso che il voto possa non essere condizionato dallo strapotere mediatico di chi odia la Costituzione (quella vera, non quella filosofica dei banchieri “liberali”) e l’umanità stessa, l’idea precostituita è che comunque la futura agenda di governo non potrà e non dovrà tenerne conto. Tutto è già comunque deciso.
Rimarrebbe solo da ascoltare, per mesi di campagna elettorale, la reiterazione ossessiva, pluriennale, – che dico: pluridecennale!-, delle stesse “soluzioni”.

4. Siamo irreversibilmente, – ci dicono in tutti i modi sicché nessuno possa avere più dubbio alcuno-, in un mondo in cui i tecnici gestiscono mentre i mercati governano (Reichlin dixit, once and for ever): e, poiché il ruolo dei politici è di andare in televisione e sui big-media, per converso, il passaggio mediatico del tecnico emerge spontaneamente quale voce-dell’opinione-pubblica-che-non-può-essere-ignorata. Essa e soltanto essa, tra le molte che si levano da una società che pure mostra profondi segni di inquietitudine, è abilitata a segnare i limiti di (non)”significato”di ogni possibile espressione del voto:
Il voto, attesa la incomprensibilità, da parte dell’individuo comune-elettore, della realtà normativa naturale, è solo un processo subordinato di ratifica delle decisioni “impersonali” del mercato (questa sintesi è agevolmente ricavabile, ex aliis, da questo post e da quest’altro).

5. Ma una volta profilato come “atto dovuto”, senza alternative, il piegarsi preventivo ed incondizionato dell’elettorato alle esigenze del “lovuolel’€uropa”, le “soluzioni” assumono il carattere più preciso di minacce.
Un tale carattere minaccioso delle dichiarazioni programmatiche elettorali potrebbe sembrare un ben curioso calcolo di captazione del voto.
Promettere prelievi patrimoniali sulle proprietà immobiliari e sui conti correnti delle famiglie, nonché (oh, finalmente!) tagli feroci della spesa pubblica, uniti alle soluzioni più tipiche di welfare caritatevole, drasticamente alternativo alle politiche di piena occupazione, e conditi dalle immancabili riforme definitive della Costituzione in senso “liberale”, – in modo da ammantare prelievi e ferocia di una solenne legalità-, infatti, parrebbe in controtendenza clamorosa rispetto alle speranze e alle motivazioni di voto della schiacciante maggioranza degli italiani; ma, grazie al meccanismo della legge elettorale ed all’esistenza stessa, rectius all’accurata creazione, dei “3 poli”, non lo è.

6. Oggi un residuo lumicino di speranza per evitare tutto questo passa per una rigorosa rivendicazione della vostra autonomia di giudizio, per la libertà del vostro voto: per un no che, questa volta, non possa essere beffardamente vanificato.
Perché, come ormai dovreste aver imparato, un “no” non preceduto dal risveglio e dalla mobilitazione delle coscienze (p.2), dall’aver coltivato “lo spirito di scissione” gramsciano (inteso come chiara presa di distanza che non ammetta compromessi e paure), può sempre essere vanificato.
E questa con ogni probabilità potrebbe essere l’ultima volta che un “no” potrete ancora (utilmente per voi) esprimerlo. Almeno all’interno dei parametri democratici che, con eccessiva di prigrizia, si tende a dare per scontati.
E’ obbligo civile, e di legalità costituzionale, l’essere consapevoli che, questa volta, è veramente un’occasione finale. Com’è finale l’attacco del neo-liberismo globalista alle Costituzioni.

7. Non rimane, dunque, che fare la cronaca delle battute finali della “sceneggiatura” nel suo prossimo compimento, ricordandone le premesse strutturali:
“E quindi, come in Italia, si conferma che la “governabilità” (qui, pp. 2.1.4 e ss.) è una qualificazione di tipo tecnico-istituzionale che, se assunta come valore autosufficiente (cioè come indicatore di un’astratta funzionalità organizzativa che non si cura più del raggiungimento dei fini costituzionali dell’organizzazione stessa), finisce per assorbirne ogni altro, cioè per rendere irrilevante ogni contenuto e fine dell’indirizzo politico-elettorale.
Quest’ultimo, in teoria, dovrebbe risultare corrispondente alle esigenze che l’elettorato, ed anche la obiettiva realtà socio-economica, cercano di segnalare al sistema pseudo-rappresentativo dei partiti; ma, ci si accorge che, come giustamente, ha detto Draghi (ispirandosi a Friedman; qui, p.1, “addendum”), l’indirizzo politico è fissato da un “pilota automatico”.

Anzi, si potrebbe persino dire che l’apparente frammentazione partitica attuale sia un bene per il “governo dei mercati”: restituisce alle masse una sceneggiatura di contendibilità delle istituzioni (democratico-elettive) su varie, apparenti, versioni dell’indirizzo politico e così allontana la presa d’atto popolare sull’abolizione delle sovranità democratiche.
La sceneggiatura di una grande reality sedativo stile “Truman show”.
E dunque, aveva pienamente ragione Reichlin (qui, p.8.1.):
“I mercati governano, i tecnici gestiscono, i politici vanno in televisione”.
E questa è l’€uropa: ora più che mai.
Perché il problema di fondo rimane sempre questo:
“Se un “governo” sovranazionale free-trade non è strutturalmente idoneo ad autoriformarsi per via endogena (e le ragioni sono le stesse per cui i paesi non vincolati dalla bdp, cioè in surplus, non risultano praticamente mai, nella storia economica, aumentare le proprie importazioni e raggiungere il pieno impiego, cooperando spontaneamente a riequilibrare i saldi esteri e i livelli di occupazione dei paesi “vincolati”), ne deriva una struttura della massima rigidità.

E una tale struttura può solo collassare, escludendo, geneticamente, qualsiasi elasticità delle sue regole: se infatti fosse prevista una clausola di “elasticità”, la sua governance riterrebbe di perdere la “credibilità” necessaria per affermare i suoi fini naturali.
E in fondo, è ciò che ci va ripetendo, ogni volta che ne ha l’occasione, Mario Draghi.
Anzi, precisa che qualsiasi alternativa a tale rigidità istituzionale è “unrealistic”.

Quindi il destino delle masse €uropee è segnato”.

1599.- IL DIRITTO ALLA PENSIONE E LA PROGRESSIVA DEMOLIZIONE DEL WELFARE ITALIANO.

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La legge Fornero ha inciso negativamente sul diritto alla pensione di molti italiani, ma, ammesso che ciò sia stato nelle facoltà dei “poteri riuniti”, legislativo, esecutivo e, in gran parte, giudiziario, ci chiediamo: Con quale finalità? I risparmi? Leggo dal WEB:
“I risparmi della legge Fornero azzerati dai costi dell’accoglienza. Risparmio annuo Fornero 6 miliardi, costo accoglienza 6 miliardi.”
E l’accoglienza, questo strano principio usato contro i principi della Costituzione; ma è meglio chiamarlo con il suo nome: l’invasione di maschi africani, prosegue insieme agli intrallazzi di trafficanti, COOP e Caritas.
Anche a Camere sciolte, questo governo continua a regalare assegni sociali a intere famiglie di extracomunitari che non hanno mai lavorato. L’unica possibile finalità è di sottrarre risorse agli italiani. Non si comprende perché si sia voluto creare questo preteso “dovere” dell’accoglienza, aprendo di conseguenza un capitolo molto delicato per la tenuta dei conti pubblici e del sistema previdenziale. Quando potremo ripristinare la democrazia e la divisione dei poteri, che ne è condizione imprescindibile, una delle prime cose da fare sarà di abrogare la Legge Fornero e smetterla di regalare soldi a chiunque. Chi non sarà in grado di sostentarsi dovrà essere rimpatriato, anziché cadere nel giro della delinquenza o vivere sulle spalle degli italiani. Le risorse che saranno risparmiate potranno reintegrare gli italiani nei loro diritti e, se ne avanzano, essere destinate a progetti di cooperazione con i paesi dei migranti. Troppo semplice, vero?

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Facciamo un breve riepilogo:

Anzitutto, i Contributi Previdenziali sono dei versamenti effettuati sia dal datore di lavoro che dal lavoratore all’INPS o ad altre casse previdenziali al fine di ottenere poi l’erogazione della pensione.
Il lavoratore destina, quindi, una quota della propria retribuzione o del proprio reddito da lavoro al finanziamento di prestazioni pensionistiche ed il datore di lavoro è obbligato a versare i contributi ed a dichiarare all’INPS e all’INAIL le retribuzioni dell’anno precedente di ogni lavoratore.
La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.). Quindi, i contributi previdenziali costituiscono anche un’obbligazione del rapporto sintagmatico fra datore di lavoro e lavoratore.

L’art. 24 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, detto “decreto salva Italia”, convertito successivamente in legge 22 dicembre 2011 n. 214(definito come riforma delle pensioni Fornero dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Monti, Elsa Fornero che ne fu promotrice), ha attuato la riforma Monti del sistema pensionistico pubblico italiano. Fu denominato Decreto Salva Italia perché le misure introdotte, secondo lo stesso Monti, erano finalizzate al risparmio di spesa pubblica volta ad evitare il default finanziario dello Stato Italiano nell’ambito della crisi del debito sovrano (?) europeo.
La riforma delle pensioni Fornero ha avuto il duplice scopo dichiarato di:
1) equilibrare strutturalmente la spesa pensionistica pubblica, costituita dagli assegni pensionistici correnti, con i contributi sociali (che comprendono i contributi previdenziali) versati dai lavoratori in attività;
2) mettere in sicurezza i conti previdenziali, facenti parte dei conti pubblici, e rendere sostenibile il sistema previdenziale nel lungo periodo.
Per annullare gli effetti della riforma delle pensioni Fornero sono stati promossi anche alcuni referendum abrogativi che però non hanno mai trovato la strada per le urne. In particolare, quello proposto dalla Lega Nord è stato giudicato inammissibile dalla Consulta nel gennaio 2015.
Le norme contenute nella legge Fornero infatti non possono essere soggette a referendum in quanto intaccherebbero l’articolo 75 della Costituzione che impedisce consultazioni popolari sulle leggi tributarie e di bilancio.
Con la Legge di Bilancio 2017 sono state introdotte modifiche che hanno garantito una parziale revisione dei requisiti imposti dalla legge Fornero.

Punti essenziali e novità della riforma pensioni

La legge Fornero innalzò drasticamente l’età pensionabile e introdusse penalizzazioni pesanti sulla pensione anticipata. Una delle introduzioni e novità più importanti della legge è quella che impone il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo da parte di tutti i lavoratori. Mentre il primo viene calcolato sulla base dell’ultimo stipendio percepito, il secondo viene operato sulla base dei contributi versati nell’arco della sua carriera lavorativa. Non si fa parola degli interessi maturati sulle somme versate né sui redditi degli investimenti immobiliari realizzati con quelle somme, in parte svenduti con le cartolarizzazioni. La legge Fornero ha anche imposto il blocco degli adeguamenti per assegni superiori a tre volte il trattamento minimo nel biennio 2012-2013. Questa novità sulle pensioni è però stata oggetto di una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità della riforma in questo punto, dal momento che travalicava “i limiti di ragionevolezza e proporzionalità” richiesti alla legislazione. La sentenza, che aveva fatto ben sperare i pensionati, aveva ribaltato la norma imponendone la sua cancellazione, dando il via ai rimborsi per la mancata indicizzazione. Negli anni scorsi molti pensionati hanno presentato domanda all’Inps dopo lo stop alla perequazione e alla rivalutazione degli assegni, imposto dall’allora Governo Monti.
La sentenza che ha bocciato i ricorsi per incostituzionalità del meccanismo di rivalutazione delle pensioni è stata pronunciata il 25 ottobre 2017 dalla Consulta, secondo la quale il bonus Poletti previsto dal decreto n. 65/2015 che realizzava un bilanciamento tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica. Ai pensionavi spettava, tuttavia, soltanto un rimborso pensione parziale.

Rapporto rispetto alla pensione minima Percentuale di rivalutazione
Fino a 3 volte (1.405,05 euro) 100%
Da 3 a 4 40%
Da 4 a 5 20%
Da 5 a 6 10%
Oltre 6 volte (2810.1 euro) Nessuna

In pratica, i diritti dei pensionati soccombono rispetto alla spesa militare e a quelle dell’accoglienza, stabilendo un precedente.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale viene definitivamente a scemare la speranza di rimborso pensioni per chi aveva presentato ricorso.

Il cambiamento nelle modalità di calcolo intercorso con la riforma pensioni Fornero risulta favorevole per la finanza pubblica garantendo così un risparmio sulle uscite per prestazioni previdenziali. Si deve comunque sottolineare che già la legge Dini del 1995 richiedeva un passaggio al sistema contributivo ma con modalità meno brusche e con una tempistica maggiormente dilatata rispetto a quanto fatto dalla legge Fornero per le pensioni.

La legge Fornero per le pensioni ha imposta anche novità in materia di adeguamento alla speranza di vita. La prossima verifica sui requisiti per le pensioni è prevista proprio in virtù degli effetti della legge Fornero per il 2019 e da allora la frequenza con la quale viene effettuato il calcolo che avverrà ogni 2 anni invece di 3.
Il problema degli esodati: Una delle problematiche legate alla legge Fornero è quella relativa agli esodati. La categoria comprende al suo interno tutte quelle persone che avevano deciso di lasciare il proprio lavoro in vista della pensione con i requisiti di accesso antecedenti la riforma del 2011, ma, a causa del subitaneo cambiamento sui criteri d’accesso al trattamento pensionistico, si sono trovate, contemporaneamente, senza lavoro e senza trattamento pensionistico per un periodo di tempo più o meno lungo. Si tratta di circa 350 mila lavoratori vittime della legge Fornero.

Un recente studio promosso dall’Inapp indica come le novità sulle pensioni abbiano portato ad una diminuzione delle assunzioni stimata a poco oltre le 43 mila unità.
Le novità indicate dallo studio del 2017 dal titolo “Riforma delle pensioni e politiche di assunzione: nuove evidenze empiriche” ha avuto modo di mostrare come tra gli effetti della legge Fornero si registra anche un aumento del personale inserito all’interno di percorsi di formazione professionale.
La riforma Fornero sulle pensioni avrebbe portato il 2,2% delle imprese a rimandare assunzioni già programmate. I settori nei quali si è registrata una maggiore contrazione delle assunzioni a causa delle novità della legge Fornero sono quelli dei servizi finanziari e assicurativi, dei trasporti e dell’industria.

La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.).

Aggiornamenti per il 2018

Le pensioni nel 2018 torneranno a crescere ma con aumenti minimi e non per tutti. Non per una decisione politica ma per il meccanismo automatico di adeguamento all’inflazione, ovvero all’aumento del costo dei prodotti presenti nel famoso ‘paniere’ ISTAT che costituisce il punto di riferimento per l’erogazione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali. Dopo due anni di blocco, a partire da gennaio 2018 l’assegno pensionistico sarà rivalutato dell’1,1%, ma saranno rivalutate interamente solamente le pensioni fino a 3 volte il minimo, cioè, 1405,05 €.

Per le altre pensioni è previsto invece un meccanismo a scalare, che porterà gli aumenti ad essere impercettibili. Le pensioni minime passeranno dai 501 euro attuali a 507 euro al mese.

Referendum abrogativi della legge Fornero

Il referendum abrogativo della legge Fornero sulle pensioni, proposto dalla Lega Nord, è stato dichiarato dalla Corte Costituzionale inammissibile per il suo «stretto collegamento» con la legge di bilancio, che non può essere sottoposta a referendum, e per la «palese carenza di omogeneità del quesito».

MOTIVI DI NATURA NORMATIVA. Il referendum, dunque, è stato in primo luogo bocciato «per motivi che attengono alla natura della normativa che si intende abrogare», la quale è stata ritenuta «strettamente collegata» con l’ambito di operatività della legge di bilancio, che, secondo l’art. 75 della Costituzione, non può essere abrogata con referendum. La Consulta infatti ha evidenzato come l’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, oggetto del referendum, «si compone di una variegata serie di ‘disposizioni in materia di trattamenti pensionistici’, relativa ai settori del lavoro sia pubblico che privato, sia subordinato che autonomo e dei liberi professionisti»; disposizioni «che attengono sia alla ‘nuova’ pensione di vecchiaia che a quella ‘anticipata’», che «contemplano misure concernenti la contribuzione di solidarietà e il blocco della perequazione automatica delle pensioni», nonché l’istituzione di un «Fondo» per l’occupazione giovanile e delle donne e che disciplinano, tra l’altro, la tassazione delle indennità di fine rapporto.
CATEGORIA DELLE «LEGGI DI BILANCIO». Si tratta di un complesso normativo, ha rilevato la Consulta, che rientra nella categoria delle cosiddette «leggi di bilancio». Categoria alla quale sono riconducibili quelle leggi che «presentino effetti collegati in modo così stretto all’ambito di operatività’ delle leggi di bilancio, da essere sottratte a referendum, diversamente dalle altre innumerevoli leggi di spesa». Questo «stretto collegamento» è ravvisabile nel caso della legge Fornero, anche se questa – come hanno obiettato i promotori del referendum – è successiva alla legge di bilancio: secondo la Consulta, infatti, «il ‘collegamento’, agli effetti della inammissibilità del referendum, ben può riferirsi anche a provvedimenti successivi alla legge di bilancio, ove formalmente e sostanzialmente correttivi o integrativi della stessa, che si rendano necessari per l’equilibrio della manovra finanziaria». Come nel caso, appunto, della legge Fornero che ha tra l’altro abrogato la norma sull’elevazione del requisito anagrafico a 67 anni per chi matura il diritto al pensionamento dal 2026, incidendo così «su un aggregato importante della manovra».

«CARENZA DI OMOGENEITÀ DEL QUESITO». Il secondo motivo di inammissibilità del referendum («a sua volta decisivo») è costituito invece dalla «palese carenza di omogeneità del quesito». Il referendum si proponeva infatti di abrogare l’intero art. 24 del decreto n. 201 del 2011 che, come visto, contiene «una pluralità di fattispecie differenziate, sia in relazione alle forme di pensione, sia con riguardo alla pluralità delle categorie di soggetti interessati». E non solo. Secondo la Consulta si trattava di un «aggregato indivisibile di norme», di fronte al quale «l’elettore si sarebbe trovato a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e disposizioni diverse’, con ‘conseguente compressione della propria libertà di convincimento e di scelta».

“MANTENIMENTO DEGLI IMPEGNI CON L’UE”. A quanto esposto, si aggiunge una terza motivazione, ovvero il mantenimento degli impegni con l’UE, come si legge nella sentenza infatti:

“Nella Relazione al Parlamento, presentata il 4 dicembre 2011, il Governo evidenziava come – in ragione delle recenti tensioni sui mercati finanziari – ’per mantenere gli impegni assunti in sede europea’ si rendesse, appunto, necessaria una manovra correttiva [della precedente legge n. 183 del 12 novembre 2011] equivalente a circa l’1,3 per cento del Prodotto interno lordo – incidente, per una parte rilevante sul settore previdenziale – ed espressamente qualificava tale intervento come ’collegato’ alla manovra di finanza pubblica per il triennio 2012-2014”.

1497.- Pensioni, immigrati: il trucco dei ricongiungimenti per ottenere l’assegno

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Cresce di anno in anno il numero delle pensioni (assegno) sociale versate agli extra comunitari. Siamo arrivati (dati Inps elaborati dal sito truenumbers.it), a 81.619 immigrati titolari di una pensione di tipo “sociale” (74.429 del 2014). La maggior parte di queste pensioni assistenziali: 49.852 nel 2015 (erano 44.645 nel 2014).

Le pensioni di tipo assistenziale sono sganciate dai contributi. Spiega l’Inps che l’assegno «sociale è rivolto ai cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno comunitario e per i soggiornanti di lungo periodo», che abbiano redditi bassi (sotto i 5.824,91 euro annui; 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato).

L’importo della pensione viene ritoccato ogni anno (per il 2017 è di 448,07 euro per 13 mensilità), e la norma prevede che venga sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Oggi con le banche dati elettroniche incrociate è più difficile sfuggire ai controlli. Dopo un anno dall’eventuale sospensione la prestazione viene revocata. E comunque non è reversibile ai familiari superstiti ed «è inesportabile, quindi non può essere erogata all’estero».

Però nelle cronache locali spiccano le storie di cittadini italiani che in teoria risiedono nello Stivale, incassano regolarmente la pensione sociale su un conto italiano, salvo poi scoprire che vivono a Cuba, in Brasile o in Tunisia.

Per ottenere l’assegno dall’Inps, tra gli altri requisiti, bisogna aver compiuto almeno 65 anni e 7 mesi, dimostrare di vivere in Italia da almeno 10 anni e, se si è cittadini extracomunitari, avere un permesso Ue per lungosoggiornanti, la cosiddetta carta di soggiorno.

L’assegno per gli extra comunitari ha scatenato un dibattito non marginale durante la discussione parlamentare sullo Ius Soli. E l’eventuale impatto della legge sul sistema pensionistico futuro. E’ vero che oggi con il sistema contributivo chi prenderà la pensione l’avrà autoalimentata, indipendentemente dal Paese di nascita. Però esistono questi trattamenti nel sistema previdenziale italiano, che sono erogati indipendentemente dai contributi versati, anzi alcuni non prevedono alcun versamento e rientrano nel campo della mera spesa assistenziale.

Con oltre 3.931mila cittadini non comunitari censiti nel gennaio 2016 dall’Istat (2.143mila extracomunitari registrati dall’Inps), questa popolazione è inevitabilmente destinata a crescere nei prossimi anni. Tanto più che (dati gennaio/ottobre 2016), sui circa 140mila permessi di soggiorno erogati, circa il 32,74% è proprio per i ricongiungimenti familiari.

A dirla tutta tra questi le classi di età preponderante è quella dei giovani (soprattutto figli e coniugi), però stanno aumentando anche gli extracomunitari con un’età superiore ai 60 anni (il 6,3%). E poi stanno statisticamente andando a maturazione anche le platee di lavoratori delle prime ondate di migrazione (anni Ottanta), che stanno conseguendo il diritto anagrafico alla pensione, indipendentemente dal numero di contributi versati, appunto.

Con oltre 18,29 milioni di pensioni erogate annualmente, verificare costantemente tutte le prestazioni, e il comportamento degli aventi diritto, non è cosa da poco. I controlli elettronici aiutano, ma non bastano. Le cronache giornalistiche (e giudiziarie), spesso riportano casi di truffa all’Istituto. E con un assegno mensile erogato generosamente – solo sulla base del possesso del certificato di cittadinanza e dei fatidici 10 anni di residenza – qualche furbetto salta sempre fuori. In teoria basta far arrivare il nonno, o l’anziana madre, per tempo per far loro maturare il diritto all’assegno Inps.

C’è da vedere se la concessione di un assegno sociale sarà in futuro economicamente sostenibile. Siamo tra i primi Paesi al mondo per indebitamento pubblico. E uno dei capitoli d’uscita primari del bilancio italiano è proprio la spesa previdenziale a assistenziale: 197,4 miliardi di euro le uscite del 2016. Le ondate di migrazioni straordinarie che impatto avranno? Anche i rifugiati riconosciuti oggi ne hanno diritto…

di Antonio Castro

1311.- Pensioni, immigrati: il trucco dei ricongiungimenti per ottenere l’assegno

21 Luglio 2017

Pensioni, immigrati: il trucco dei ricongiungimenti per ottenere l'assegno

Il presidente dell’Inps, in audizione in commissione d’inchiesta sui migranti alla Camera, ha sottolineato che il sistema pensionistico italiano ha bisogno dei “migranti regolari”. “Ogni anno – sostiene Boeri –  i loro contributi a fondo perduto valgono circa 300 milioni di entrate aggiuntive nelle casse dell’Istituto”. Boeri, da funzionario che ha come prima missione garantire le pensioni che l’Inps deve erogare, ha approfondito il concetto. Ha riconosciuto che i contributori netti di oggi, un domani dovranno riscuotere le loro prestazioni e faranno parte della platea dei pensionati. Ma ha poi specificato che “in molti casi i contributi degli immigrati non si traducono in pensioni”, ricostruendo che “sin qui gli immigrati ci hanno ‘regalato’ circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state erogate delle pensioni. “Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps”. Così il presidente dell’Inps, Tito Boeri è tornato su un tema a lui caro, che era stato anche al centro della presentazione del rapporto annuale Inps. Solo pochi giorni fa, infatti, Boeri aveva rimarcato che senza i lavoratori dall’estero in 22 anni si avrebbero 35 miliardi in meno di uscite, ma anche 73 in meno di entrate. Insomma, il saldo sarebbe di dover sopportare un costo di 38 miliardi.

Ma il Centrodestra lo attacca. Calderoli: “Loro pagano i contributi, i nostri giovani non lavorano”.

Più che altro, caro Boeri, l’Italia ha bisogno di un presidente dell’Inps che non racconti fesserie. Lei finge di non conoscere il meccanismo perverso dei ricongiungimenti e dimentica che i migranti che oggi versano i contributi, domani si faranno pagare le pensioni. E la siora Gina mette il carico! Fosse onesto, Boeri, spiegherebbe dove sono finiti, invece, i contributi versati dagli italiani ogni mese per garantirsi le pensioni; ma è onesto? Se non è stupido, è disonesto:Probabilmente, invece, ci mena per il naso.

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Cresce di anno in anno il numero delle pensioni (assegno) sociale versate agli extra comunitari. Siamo arrivati (dati Inps elaborati dal sito truenumbers.it), a 81.619 immigrati titolari di una pensione di tipo “sociale” (74.429 del 2014). La maggior parte di queste pensioni assistenziali: 49.852 nel 2015 (erano 44.645 nel 2014).

Le pensioni di tipo assistenziale sono sganciate dai contributi. Spiega l’Inps che l’assegno «sociale è rivolto ai cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno comunitario e per i soggiornanti di lungo periodo», che abbiano redditi bassi (sotto i 5.824,91 euro annui; 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato).

L’importo della pensione viene ritoccato ogni anno (per il 2017 è di 448,07 euro per 13 mensilità), e la norma prevede che venga sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Oggi con le banche dati elettroniche incrociate è più difficile sfuggire ai controlli. Dopo un anno dall’eventuale sospensione la prestazione viene revocata. E comunque non è reversibile ai familiari superstiti ed «è inesportabile, quindi non può essere erogata all’estero».

Però nelle cronache locali spiccano le storie di cittadini italiani che in teoria risiedono nello Stivale, incassano regolarmente la pensione sociale su un conto italiano, salvo poi scoprire che vivono a Cuba, in Brasile o in Tunisia.

Per ottenere l’assegno dall’Inps, tra gli altri requisiti, bisogna aver compiuto almeno 65 anni e 7 mesi, dimostrare di vivere in Italia da almeno 10 anni e, se si è cittadini extracomunitari, avere un permesso Ue per lungosoggiornanti, la cosiddetta carta di soggiorno.

L’assegno per gli extra comunitari ha scatenato un dibattito non marginale durante la discussione parlamentare sullo Ius Soli. E l’eventuale impatto della legge sul sistema pensionistico futuro. E’ vero che oggi con il sistema contributivo chi prenderà la pensione l’avrà autoalimentata, indipendentemente dal Paese di nascita. Però esistono questi trattamenti nel sistema previdenziale italiano, che sono erogati indipendentemente dai contributi versati, anzi alcuni non prevedono alcun versamento e rientrano nel campo della mera spesa assistenziale.

Con oltre 3.931mila cittadini non comunitari censiti nel gennaio 2016 dall’Istat (2.143mila extracomunitari registrati dall’Inps), questa popolazione è inevitabilmente destinata a crescere nei prossimi anni. Tanto più che (dati gennaio/ottobre 2016), sui circa 140mila permessi di soggiorno erogati, circa il 32,74% è proprio per i ricongiungimenti familiari.

A dirla tutta tra questi le classi di età preponderante è quella dei giovani (soprattutto figli e coniugi), però stanno aumentando anche gli extracomunitari con un’età superiore ai 60 anni (il 6,3%). E poi stanno statisticamente andando a maturazione anche le platee di lavoratori delle prime ondate di migrazione (anni Ottanta), che stanno conseguendo il diritto anagrafico alla pensione, indipendentemente dal numero di contributi versati, appunto.

Con oltre 18,29 milioni di pensioni erogate annualmente, verificare costantemente tutte le prestazioni, e il comportamento degli aventi diritto, non è cosa da poco. I controlli elettronici aiutano, ma non bastano. Le cronache giornalistiche (e giudiziarie), spesso riportano casi di truffa all’Istituto. E con un assegno mensile erogato generosamente – solo sulla base del possesso del certificato di cittadinanza e dei fatidici 10 anni di residenza – qualche furbetto salta sempre fuori. In teoria basta far arrivare il nonno, o l’anziana madre, per tempo per far loro maturare il diritto all’assegno Inps.

C’è da vedere se la concessione di un assegno sociale sarà in futuro economicamente sostenibile. Siamo tra i primi Paesi al mondo per indebitamento pubblico. E uno dei capitoli d’uscita primari del bilancio italiano è proprio la spesa previdenziale a assistenziale: 197,4 miliardi di euro le uscite del 2016. Le ondate di migrazioni straordinarie che impatto avranno? Anche i rifugiati riconosciuti oggi ne hanno diritto…

di Antonio Castro