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2146.- Chi sparge demagogie contro le pensioni della classe media

A Roma, nella Piazza del Popolo riempita dalla Lega in stile CGIL, da tutta Italia, la clac di Salvini mostrava un cartello: ”Ladri di Stato, ridateci la pensione che ci avete rubato!” Si riferiva al diritto negato dalla Fornero, ma… Il governo c’è grazie anche a Salvini. Si è servito dell’astio motivato contro poche pensioni d’oro per decretare il blocco delle rivalutazioni di tutte le pensioni già dai 2.000 lordi al mese. Dopo tanti tira e molla, i due soci hanno partorito la fregatura. L’adeguamento degli stipendi e delle pensioni al valore della moneta è un diritto sacro dei cittadini. Chi ha lavorato una vita, raggiungendo posizioni apicali, non è un ladro.

 

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Il corsivo di Nicola Giglio sulle pensioni al tempo della demagogia televisiva e non solo

Mario Giordano è uno dei grandi maestri del giornalismo gridato ad alto tasso di demagogia. Lottatore indefesso contro i “poteri forti” come lui stesso recita dal suo ultimo video. Lui che non lavora per un piccolo giornale di provincia, ma al servizio del più grande tycoon italiano. Ebbene il nostro fustigatore dei costumi, questa volta, se la prende con i pensionati – Paperoni. Uno scandalo, tuona dal video, ma anche una grande lezione di giornalismo all’insegna del coraggio, con tanto di nome e cognome dei 7, dicasi 7, poveri malcapitati.

Il primo della lista è l’ex manager Telecom, Mauro Sentinelli, record man di incassi, con un assegno pensionistico di 90mila euro lordi al mese. Quasi meno della metà spetta a Mauro Gambaro, ex dirigente di Interbanca, 51.160 euro lordi di pensione mensile. Sul terzo gradino del podio troviamo Alberto Giordano, ex condirettore di Capitalia, 42.245 euro al mese. E poi un altro suo “amico Lamberto Dini”, commenta ironico il giornalista. Ex Banca d’Italia, 31mila euro lordi. Al quale, per fortuna, aggiungiamo noi, hanno tagliato i vitalizi. Segue Giovanni Consorte, ex presidente Unipol, 28.593 euro al mese. Nella lista figura anche una donna, Maurizia Angelo Comneno, attuale vicepresidente di Mediobanca, 21.386 euro al mese “più evidentemente gli emolumenti attuali”.

Finora solo banchieri e grandi manager, ma per fortuna c’è anche un dipendente comunale: Mario Cartasegna, ex dipendente del Comune di Perugia, 49mila euro lordi al mese attraverso un meccanismo particolare per cui sommava allo stipendio anche le parcelle delle cause che vinceva. “E tutto questo – aggiunge con crescente meraviglia – gli è entrato, in modo surreale, anche nel calcolo della pensione”. Sette casi, quindi. Se vi sembran pochi, provate voi a fare il cane da caccia.

Ci fossimo calati anche noi nella fisionomia dell’untore, che per fortuna non diffonde la peste, come nella Milano descritta dal Manzoni, ma solo il livore sociale, la prima reazione sarebbe stata: beati loro. Quindi ci saremmo posti una serie di domande. La più importante: quanti contributi sociali hanno pagato questi signori e per quanto tempo. Le due variabili essenziali per capire se siamo di fronte ad una semplice stravaganza del destino o ad un fatto sistemico. Quindi ci saremmo chiesti: ma qual era il relativo regime? Distributivo, misto, contributivo? Qualificazione essenziale quest’ultima per capire. Non è infatti detto che per le pensioni più elevate, il sistema contributivo sia quello più penalizzante. Nel retributivo, infatti, il rendimento annuo calcolato sui singoli versamenti contributivi decresce al crescere del suo ammontare. Al fine di garantire un meccanismo perequativo a favore delle pensioni più basse. Regola la cui esistenza ha contribuito a smorzare gli entusiasmi dei fautori del ricalcolo. E farli approdare sulla sponda del puro saccheggio: un taglio del 40 per cento, secondo la dichiarazione congiunta di Di Maio e Conte. Nel silenzio della Lega.

Giordano, invece, non ci pensa minimamente. Per lui guadagnano troppo ed in quanto ricchi devono piangere. Strana metamorfosi di un uomo che si richiama al liberal moderatismo ed invece insegue il sogno del vecchio partito di Fausto Bertinotti. Problemi suoi: si potrebbe dire. Se l’operazione non fosse scorretta da un punto di vista più generale. Cita, infatti, dei casi limiti per affondare nella carne viva di migliaia di pensionati, che non hanno al loro attivo cifre come quelle, ma saranno comunque salassati.

È come se per colpire qualche stupratore, si proibisse al resto della gente di fare l’amore.

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2096.-Chi e come vuole segare le pensioni (non solo d’oro). Fatti e numeri

L’intervento di Stefano Biasioli

Solo i pensionati perennemente “distratti” ed i pensionati dal perenne “nessuno me l’ha detto” possono pensare che il governo giallo-verde non attenti alle loro sudate pensioni.

Noi della Federspev, dei Leonida, della Confedir, dei Pensionati uniti d’Italia siamo invece sul limitare del bosco, a controllare il nuovo attacco e a organizzare il contrattacco.

PER CHI NON HA MEMORIA

Noi pensionati della fascia superiore a 5 volte il minimo Inps (circa 2560 euro) abbiamo già dato. Sì, abbiamo già dato, perché – forzosamente – le nostre pensioni sono state abbattute, dal 1993 al 2018, per 11 anni su 26. Siamo stati costretti dallo Stato a versare “contributi forzosi” per il 46,15% dei citati 26 anni.

Vi ricordiamo le leggi che hanno danneggiato i pensionati: 41/1986; 448/1988; 438/1992; 449/1997; 388/2000; 127/2007; 214/2011; 147/2013; 109/2015. Nove leggi e forse ce ne siamo perse anche alcune altre.

Se ci limitiamo ai periodi 2008-2018, i tagli ai pensionati sono durati 8 anni su 11 ossia per il 72,7% del tempo.

La risultante? In presenza di un taglio medio del 23%, le pensioni parzialmente (o totalmente) retributive non lo sono più “retributive o miste”, perché – dati i tagli – la differenza tra pensione retributiva e contributiva si è praticamente azzerata.

DOMANDE

Sarebbero tante, ma una su tutte ci sgorga dal cuore: ma perché, tra tutti i pensionati generati da identici calcoli contributivi e di carriera, si abbattono solo le fasce pensionistiche superiori a 5 volte il minimo Inps?

Questa è ridistribuzione del reddito, quindi si tratta di una manovra fiscale o tributaria. I vari legislatori hanno scelto un unico criterio: salvare le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps e maltrattare tutte le altre. Senza mai domandarsi, i legislatori, quanto fossero corrette le posizioni pensionistiche di chi “non ha mai avuto o denunciato reddito” e di chi ha dichiarato redditi manifestamente incompatibili con un normale tenore di vita.

Il legislatore, per decenni, se l’è presa con le pensioni dei dipendenti pubblici (soprattutto) e privati, pensioni legate alla vita lavorativa di chi – data la tipologia del lavoro e della denuncia Irpef – non ha mai evaso: né una lira né un euro.

MANCATA/PARZIALE RIVALUTAZIONE

(leggi:448/1988; 438/1992; 449/1997; 388/2000; 247/2007; 214/2011; 109/2015)

Una serie infinita di modifiche legislative alla rivalutazione pensionistica decisa dal D. Lgs. 503/1992, ovvero adeguamento annuale delle pensioni sulla base del costo della vita, è stata scientemente realizzata.

Per ben 6 volte le leggi hanno derogato dai principi del D. lgs. 503/1992, imponendo rivalutazioni nettamente inferiori alle previsioni del suddetto decreto.

Evitiamo di dettagliare quello che è successo (rimandando, per questo, ad un recente articolo di Carlo Sizia).

Ci limitiamo a ricordare, ad esempio, che negli anni più recenti si è aggiunto danno al danno.

Per esempio, dopo la sentenza 70/2015 della Corte Costituzionale ( che dichiarava incostituzionale la legge 214/2011) non si è ritornati ad applicare i criteri della legge 388/2000 ma si è applicata la legge Renzi (109/2015), basata su una indicizzazione pesantemente decrescente, fatta per scaglioni e non sul totale pensionistico. Non entriamo nel dettaglio delle percentuali di rivalutazione ma ricordiamo ai distratti che, con l’eccezione delle pensioni fino a 3 volte il minimo Inps, la perequazione delle pensioni medio-alte è andata, costantemente e progressivamente peggiorando.

Le pensioni più alte hanno così visto pesantemente calmierate/bloccate/tagliate le somme previste al momento del pensionamento, per almeno 2 motivi diversi e per una serie lunghissima di anni: 1993; 1998-1999-2000; 2008-2018.

Tagli su tagli, non associati ad alcun vantaggio fiscale.

CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ

Il contributo di solidarietà è stato dapprima applicato ai pensionati over 74.500 (legge 488/1999), poi per gli over 90.000 (leggi 111/2011 e 147/2011).

Finora, i contributi di solidarietà sono stati reiterati 3 volte: legge 488/1999 (anni 2000-2001-2002); legge 111/2011 (dal 1°agosto 2011 al 31/12/14, con dichiarazione di incostituzionalità, sentenza 116/2013); legge 147/2013 (triennio 2014-2015-2016).

In dettaglio, per il triennio 2013-2016, il contributo di solidarietà richiesto alle pensioni over 90.000 euro lordi/anno è stato “pesante”: 6% per le pensioni over 91.160 euro; 12% per quelle over 130.228 e 18% per quelle superiori a 195.343 euro/lordi/anno.

Tagli cospicui, che diventeranno ancor più pesanti nel quinquennio 2019-2020-2021-2022-2023-. Infatti nelle 2 ipotesi governative più recenti (Il Sole 24 Ore e il Messaggero del 28.10.18) i denari sottratti con il nuovo contributo di solidarietà sono/saranno superiori rispetto a quelli ipotizzati dal Pdl 1071.

Le riassumiamo brevemente, per maggior chiarezza.

Si tratta, (come si vede qui sotto) di 2 diverse ipotesi: quella A) prevede un taglio pensionistico totale, quella B) un taglio “solo” sulla quota eccedente i soliti 90.000 euro/lordi/anno.

IPOTESI A): TAGLIO SUL TOTALE PENSIONISTICO, per le pensioni over 90.000

– 8% del totale per la fascia 90.000-129.999

-12% del totale per la fascia 130.000-189.999

-14% del totale per la fascia 190.000-349.999

-16% del totale per la fascia 350.000 ——>

IPOTESI B) TAGLIO SULLA QUOTA OVER 90.000

-10% per la fascia 90.000-129.999

-14% per la fascia 130.000 – 199.999

-16% per la fascia 200.000-349.999

-18% per la fascia 350.000 – 499.999

-20% per la fascia da 500.000 in su.

Un semplice calcolo, farà capire ai lettori che si tratterà di un “contributo di solidarietà” ben più alto e ben più duraturo di quello 2014-2016.

Per i lettori che non sanno fare di conto, il Dr. Pietro Gonella elaborerà alcune tabelle dettagliate per quantificare esattamente il danno di ciascuno di noi, quelli definiti “parassiti” da Luigi Di Maio.

COSA FAREMO?

Noi , che facciamo parte delle 14 Associazioni Nazionali racchiuse nel forum Pensionati d’Italia, impugneremo la nuova legge in ogni sede.

COSA FARÀ la CORTE COSTITUZIONALE?

Non lo sappiamo, ma – di certo – questa volta non potrà far finta di niente. Altri tagli, e solamente ai pensionati: per 26 + 5 anni = per 31 anni.

Nuovo contributo di solidarietà, per altri 5 anni. E, 9+5, fa 14 pertanto quattordici anni di ” contributi obbligati”, chiesti solo ai pensionati, anzi, solo a alcune fasce pensionistiche. Perché a loro e solo a loro?

Potrà, la Corte, considerarli ancora contributi temporanei?

Potrà la Corte, non considerarli tasse, gettate solo sulle spalle di alcune fasce pensionistiche e non su tutti i cittadini (pensionati e lavoratori attivi) a parità di reddito?

Potrà, la Corte, negare che questi denari sono stati e saranno tolti al bilancio previdenziale Inps per girarli all’assistenza, con distrazione di scopo?

Potrà? O se ne laverà le mani? Un po’ di numeri.

1984.- Fornero: “più che il governo del cambiamento è quello della restaurazione”

Al di là degli slogan, il tema dell’intervista si svolge partendo dall’assunto del debito pubblico perenne. Nel prossimo commento, vedremo cosa significa il debito pubblico di uno Stato sovrano, che, propriamente, debito non è e quali limiti deve osservare. Seguendo le politiche mediatiche del Governo, si parla a vanvera del finto problema del debito pubblico e di reddito di cittadinanza, senza nemmeno citare l’art. 38 della Costituzione, che non riduce il sostegno dello Stato ai cittadini a 780 euro, come quella paghetta introdotta da Gentiloni e proseguita dalla sinistra 5 Stelle, con i voti del Centro Destra. Lo cito sempre questo articolo, mai compreso appieno nel suo significato di garanzia dell’ordine democratico:

Articolo 38.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Il dispositivo è espressione dello stato sociale, del principio di sicurezza sociale e del principio di eguaglianza che vuole porre tutti i cittadini nella condizione di poter esercitare i loro diritti. Si impone allo Stato di assicurare ai singoli il rispetto della dignità, anche se versano in una situazione di bisogno.

Al contrario, il sussidio, reddito o pensione che sia (lo abbiamo definito: “la paghetta”), paventato dal M5S ha una ragione di essere totalmente diversa. Si tratta nello specifico di

“… erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto”.

Le Note di Brocardi all’art. 38

(1) Lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate (ad esempio perchè invalido di guerra o inabile al lavoro per malattia). Queste misure si sostanziano, tra gli altri, in corresponsione di pensioni di invalidità e guerra o in agevolazioni per la fruizione di servizi. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si occupa di “sicurezza sociale e assistenza sociale” all’art. 34.
(2) Il secondo comma si occupa della previdenza sociale che, a differenza dell’assistenza di cui al primo comma, concerne i soli lavoratori. Essa si sostanzia in prestazioni economiche e sanitarie per tutelare, oltre che dai rischi lavorativi di infortuni, invalidità ecc., da eventi naturali quali la vecchiaia. Si tratta di una previdenza sociale obbligatoria, che grava in parte sullo Stato ed in parte sui datori di lavoro, salvo che i lavoratori scelgano di integrare queste misure con forme private di tutela. Lo scopo della previdenza sociale è quello di consentire al soggetto una vita dignitosa. Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.
(3) La particolare situazione di svantaggio in cui versano inabili e minorati comporta che ad essi è costituzionalmente attribuito il diritto all’avviamento professionale. In esecuzione di ciò il legislatore ha emanato la l. 23 marzo 1999, n. 68, attuata con D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 con i quali, in particolare, ha stabilito che ogni datore di lavoro è tenuto ad assumere lavoratori affetti da disabilità (in misura variabile a seconda dei dipendenti che l’azienda impiega). A livello comunitario l’art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea disciplina l’inserimento dei disabili, oltre che nel mondo del lavoro, nella società e nella vita comunitaria.
(4) A tal fine gli istituti più rilevanti di cui l’ordinamento si è dotato sono l’INPS, che gestisce la tutela previdenziale degli occupati in imprese private e l’INAIL che, invece, ha copre il settore dell’infortunistica sul lavoro.
(5) Tra le forme previdenziali private che sono state introdotte vi sono associazioni di volontariato, cooperative ed istituti di patronato ed assistenza. Negli ultimi anni, a causa della scarsità delle risorse dello Stato, l’importanza dell’assistenza privata è aumentata.
Al punto 2, la Nota conclude: “Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.”
Ebbene, subordinando le politiche economiche dei governi ai vincoli del Trattati europei, senza, perciò, poter investire come necessario nella piena occupazione e nel sostegno alla maternità,  è veramente difficile adeguare nel tempo le risorse finanziarie necessarie a questa forma di democrazia nella quale si racchiude tutta la trama dei principi della Parte Prima della Costituzione. Perciò, quel “contemperare” che significa rimodulare in senso negativo i diritti, va in senso diametralmente opposto al dettato costituzionale, come del resto tutta l’Unione europea neoliberista, che antepone alla dignità della persona umana il profitto di pochi.
L’intervista:

80174-980x450di Daniele Chicca, Wall Street Italia, 20 settembre 2018.

Le riforme si fanno con uno sguardo rivolto al futuro e non al passato e con le sue misure quello giallo verde “più che il governo del cambiamento” sembra “quello della restaurazione”. Sono alcune delle accuse mosse al nuovo governo anti establishment dalla madre dell’ultima grande (e all’insegna dell’austerity) riforma delle pensioni.

All’apice della crisi del debito sovrano europea, l’allora ministro del Lavoro Elsa Fornero ha messo a punto una riforma del sistema previdenziale che ha confermato l’innalzamento dell’età pensionabile deciso dall’esecutivo precedente. La riforma è stata definita da lei stessa “dolorosa ma necessaria”.

Oggi il governo guidato da MoVimento 5 Stelle e Lega vuole abolirla gradualmente, o meglio “smantellarla pezzo per pezzo”, per usare le parole usate dal ministro degli Interni Matteo Salvini. Resta da chiarire come e quanto si possa tornare indietro. Dal 1992 sette riforme delle pensioni sono state adottate nel nostro paese e la penultima (sotto Berlusconi) aveva già alzato l’età pensionabile (tramite la “finestra” mobile di 12 mesi o 18 mesi) a 66 anni da 65 anni per i dipendenti e da 65 a 66 anni e mezzo per i lavoratori autonomi.

In un’intervista concessa a Teleborsa l’ex ministro Fornero, la cui riforma in realtà – per quanto riguarda l’adeguamento automatico al cambiamento delle aspettative di vita, non ha fatto che accelerare un processo che era già inevitabilmente in corso, ha spiegato cosa comporterebbe di fatto abolire la riforma Fornero.

“Comporta molto più delle pure ingenti risorse finanziarie necessarie per abolirla. Quella riforma è una risposta a cambiamenti strutturali della nostra demografia e anche della nostra economia e, come tale, si propone di cambiare i comportamenti delle persone (lavoratori, imprese, burocrati e manager). Vivere più a lungo richiede dei comportamenti nuovi mentre invocare soluzioni del passato – come il ripristino delle pensioni di anzianità – rivela una totale inadeguatezza politica perché, anzichè guardare al futuro, si guarda al passato”.

“In questo senso, quello che si propone come Governo del cambiamento in realtà sembra più il Governo della restaurazione ma le riforme si fanno per aiutare la società e l’economia ad adattarsi ai cambiamenti ineludibili, ben sapendo che non sono perfette e che richiedono sempre aggiustamenti. Quindi più che di nuova riforma parlerei di contro-riforma: dietro non c’è un’idea, una visione del welfare, né del mercato del lavoro. Soltanto il desiderio di poter dire di ‘avere cancellato la legge Fornero’ (anche se non sarà così nei fatti!)”.

Il professore Carlo Mazzaferro sulle pagine Lavoce.info le dà ragione, osservando che in effetti “l’aggancio automatico dell’età della pensione alle aspettative di vita è una politica ragionevole se non si vuole mettere in discussione la stabilità finanziaria del sistema pensionistico“.

In realtà, per completezza, c’è anche da aggiungere che la famigerata legge Fornero, attuata per assecondare gli “ordini dall’alto” della Bce, ha solo modificato un meccanismo automatico di innalzamento dell’età pensionabile che era stato già organizzato dai governi precedenti. La stessa Fornero di recente ha iniziato a lamentarsi che le venissero costantemente attribuite alcune norme già decise in precedenza.

È stata infatti la riforma Sacconi, dal nome dell’uomo (Maurizio Sacconi) che ricopriva il ruolo di capo del dicastero del Lavoro ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, a far compiere all’Italia i primi passi sia verso quello che poi è stato l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni (a partire dal 2019) e di quella anticipata (ex anzianità, 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne, nel 2019). La riforma Fornero ha poi ristretto l’adeguamento automatico da triennale a biennale, a decorrere da quello successivo a quello triennale del 2019, e cioè dal 2022.

Di seguito è riportato il resto dell’intervista integrale, disponibile sul sito di Teleborsa:

Qual è la sua posizione rispetto alla Quota 100? Con particolare riferimento alla fattibilità tenendo conto dei costi necessari per attuare la misura, soprattutto se si vuole restare in linea con i parametri fissati da Bruxelles?

“Come le dicevo, cancellare una riforma non comporta soltanto il problema di trovare le risorse finanziarie, che pure sarebbero ingenti, anche se ovviamente l’ammontare dipende da come la quota 100 viene modulata. L’ipotesi che sembra più accettabile sul piano finanziario, e quindi più sostenibile, è quella che prevede per esempio un’età minima di 64 anni e quindi un’anzianità contributiva di 36. Questa misura è forse tollerabile almeno per i primi anni della sua applicazione perché 64 anni in realtà è un’età di pensionamento persino più alta di quella media attuale (l’età media attuale è inferiore ai 63). Certo, se l’età scende a 62 o addirittura a 60, come Salvini ha chiesto, il costo sale molto sopra i 10 miliardi, fin verso i 20. Ci sono queste risorse? A quali altri obiettivi vengono sottratte? La vera domanda che occorre farsi è se sia opportuno, socialmente ed economicamente per l’Italia di oggi, con i molti problemi strutturali che ha, destinare così tante risorse alle pensioni invece che a questi altri obiettivi: l’istruzione, il lavoro, il contrasto alla povertà, che riguarda maggiormente i giovani piuttosto che gli anziani, ma anche le infrastrutture, la ricerca, l’innovazione ecc. Questo è il grosso interrogativo al quale questo governo non dà risposte, perché vuole far credere di avere le risorse per tutto, il che è matematicamente impossibile”.

A proposito di Unione Europea non è certo un mistero che ci monitora da vicino per via dell’alto debito. In questi giorni si è parlato di un possibile sforamento del 3%, poi smentito. Quali ripercussioni economiche potrebbe avere a lunga gittata uno scenario simile?

“Secondo me la conseguenza principale sarebbe di esporci alle intemperie che possono svilupparsi, e repentinamente, in qualunque parte del mondo. Gli investitori potrebbero decidere che l’Italia non è credibile nelle sue politiche e che non ce la farà a risolvere il problema del debito pubblico. Se questo timore di non solvibilità cominciasse a diffondersi, le conseguenze sarebbero tragiche, ma facilmente prevedibili: una nuova crisi dello spread, un approssimarsi di crisi finanziaria e la necessità di misure ancora più drastiche di quelle che noi dovemmo affrontare nel 2011″.

Sulle pensioni d’oro, invece, non c’è accordo fra i due schieramenti sulla cifra, che va dai 4 mila ai 5 mila euro. Secondo lei da quale livello si può parlare di pensione d’oro e cosa ne legittima il taglio?

“Non vorrei parlare di tagli; ho sempre detto che la soluzione secondo me percorribile è il contributo di solidarietà. Se parliamo di contributo di solidarietà ne comprendiamo la logica che discende dal fatto che il divario tra quanto versato in termini di contributi e quanto ricevuto in termini di pensione comporta un regalo. La formula retributiva – ancora oggi in vigore per chi va in pensione, per le anzianità fino al 2011 – favoriva le retribuzioni molto alte a fine carriera tanto che induceva ad aumenti più o meno fittizi proprio per avere una pensione più alta. E chi poteva negare un aumento retributivo in vista di un aumento di pensione messo a carico della collettività? Queste pensioni collegate a retribuzioni alte nella parte finale implicano un versamento sotto forma di pensione molto più grande dei contributi versati e per di più vanno in generale a persone dai redditi alti. Non si può però ricalcolarne gli importi secondo il nuovo metodo, mentre ha senso chiedere a queste persone di contribuire ai sacrifici generali indotti dalla crisi, secondo una logica di solidarietà che unisce anziché dividere. Da quale livello partire? Nel caso del nostro governo, il contributo era richiesto alle pensioni superiori agli 80 mila euro annui lordi, che fanno circa 4000 netti di pensione. Però è sbagliato chiamare queste pensioni d’oro perché il problema, come ho detto, non sta tanto nel livello quanto nel divario tra benefici ricevuti e contributi versati”.

Lei ha toccato più volte il tema dell’invecchiamento della popolazione: numeri alla mano, l’ultimo DEF segnalava che la spesa per le pensioni è destinata a crescere a partire dal 2020, arrivando al 16,5% del PIL dal 15% attuale, a causa dell’invecchiamento della popolazione e delle politiche più accomodanti del governo. Come porvi rimedio senza penalizzare le future generazioni?

“Le nostre tendenze demografiche sono ampiamente conosciute: la popolazione invecchia perché nascono meno bambini e perché si vive più a lungo. Il fatto è positivo, ma non compatibile con norme pensionistiche e più in generale disegnato per una struttura della popolazione molto più spostata sui giovani che non sugli anziani. Se l’invecchiamento è un fatto positivo, esso determina però un aumento della spesa pensionistica, che la riduzione dei giovani rende scarsamente sostenibile. Un certo aumento della spesa va accettato perché inevitabile ma al tempo stesso è naturale chiedere alle persone di lavorare più a lungo, anziché ritirarsi all’incirca alle stesse età delle precedenti generazioni, quando però gli anziani erano pochi rispetto ai giovani.

Per questo occorre indurre un maggior numero di persone in buona salute a lavorare fino a un’età più avanzata. Anziché arroccarsi al vecchio slogan secondo cui si manda in pensione una persona per introdurne un’altra nel suo posto di lavoro, occorre riuscire ad aprire le porte del lavoro a giovani e alle donne e conservarle aperte ai lavoratori anziani in buona salute. Il lavoro deve essere inclusivo. La migliore premessa affinché le pensioni dei giovani con la formula contributiva risultino adeguate non sta in una nuova promessa politica, bensì nel far sì che abbiano una vita di lavoro adeguata ossia più stabile e meglio remunerata di quanto non accada oggi. Questo vuol dire adottare la logica dell’ampliamento delle risorse piuttosto che della loro redistribuzione”.

Capitolo lavoro: il decreto “Dignità”, fortemente voluto da Di Maio, si propone come punto di svolta nella lotta al precariato potenziando gli uffici di collocamento. Sarà così? Ritiene che sia una riforma efficace?

“Le motivazioni sono buone ma la misura è inadeguata o addirittura scorretta. Le motivazioni sono buone perché fare del lavoro una realtà meno precaria di quanto oggi non sia per i giovani, è un obiettivo che dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche. Per decenni si è lavorato molto sulla flexsecurity, ossia su un sistema di flessibilità del lavoro accompagnata però da meccanismi efficaci di politiche attive (ossia di aiuto effettivo nella ricerca di un nuovo lavoro) e anche da meccanismi adeguati di protezione sociale. Lo dico avendo introdotto l’Aspi e lavorato per efficaci politiche attive. Questa però è rimasta un’ambizione, le nostre politiche attive sono poco efficaci e i meccanismi della Naspi (l’Aspi riista dal Governo Renzi) finiscono talvolta per far sì che le persone, non adeguatamente sollecitate e aiutate, si scoraggino e si accontentino di un modesto sussidio, senza un vero aiuto verso una (nuova) occupazione. E’ la nostra storica incapacità di far funzionare bene le politiche attive che mi rende piuttosto pessimista. Il provvedimento è stato presentato come svolta storica ma credo che finirà per avere effetti negativi, peraltro persino quantificati nella relazione di accompagnamento. Il mercato del lavoro ha bisogno di ben altro, di una cura molto più profonda e estesa a cominciare dal rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.

Lei ha parlato di concetto di inclusione e di politiche attive: mi pare di capire che anche rispetto al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei Cinquestelle, abbia più di qualche perplessità.

“Il reddito di cittadinanza è una legittima aspirazione di difficilissima realizzazione: tutti i cittadini nascono e hanno un reddito per il solo fatto di esistere. Bello ma oggi non siamo nelle condizioni di renderlo operativo perché semplicemente non abbiamo le risorse finanziarie per realizzarlo. E in effetti i proponenti hanno prima parlato di reddito di cittadinanza ma poi sembrano declinarlo come una forma un po’ allargata – e neppure si sa di quanto – del reddito di inclusione già introdotto dal governo Gentiloni. Tutte varianti di misure di contrasto alla povertà che non consistono solo in un trasferimento monetario ma che richiedono di attivartisi nella ricerca di un posto di lavoro, ossia un comportamento positivo. C’è molto di comportamentale in questa formulazione e, se così fosse, non sarei certo contraria però non sarebbe una politica innovativa e i 5stelle dovrebbero avere l’onestà di riconoscerlo. Però, non mi sembrano intenzionati a riconoscere che i governi precedenti alcune cose buone le hanno fatte”.

1981.- Pensioni, ecco idee e contraddizioni grillesche di Luigi Di Maio

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Di Maio vuole “truffare” i pensionati con i voti del centro destra. In nome di chi ? In nome dell’Unione europea e del FMI, che da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è troppo elevata e in ricordo di quel convivio con la Trilaterale, cui giurò eterno amore e fu ripagato. Perché parlo di truffa e di voti del centro destra? Perché sta portando avanti, insieme a Tria e con l’appoggio di Mattarella il programma di sottomissione alla Unione europea, ma, diciamo chiaro, alla Banca Centrale Privata Europea. Può farlo perché Salvini ha scalato i consensi, raddoppiandoli, cosa mai vista prima e sostiene il Governo. Con Salvini, la Lega ha incarnato il Centro Destra, ha lasciato alle spalle Giorgia Meloni che cerca visibilità combattendo all’arma bianca e ha ibernato Forza Italia, a meno di un ipotetico successo del piano di rianimazione del leader massimo. Ma Salvini chi è? Ha ereditato parte del fiuto politico di Bossi e cavalca i migranti a ogni occasione. Ha imparato a dire: Se sbarcheranno, non sarà con il mio permesso. Giura di rimpatriarli, ma deve prima scovarli. Un risultato grande l’ha avuto perché il traffico delle ONG è crollato grazie a lui e questa volta non c’ è stata la visita lampo di Soros: segno che non si è venduto. Salvini ha ridato agli italiani un leader. Lo dicono a Bruxelles e non ci dispiace. Ora, però, non possiamo non notare che gli elettori del Centro Destra hanno votato contro il programma dei 5 Stelle e che se lo vedono realizzare con i voti che hanno dato. Chiariamo un concetto. La Repubblica italiana non è stata fondata sulle paghette di cittadinanza, reddito o pensione che siano, ma sul Lavoro. La Costituzione ha messo al suo centro la dignità della persona umana, perché non c’è Libertà senza Dignità, ma neppure c’è Dignità senza il Lavoro e il Lavoro chiama lo Stato sociale. L’Unione della Banca privata europea, neoliberista, globalista, tutto meno che europea, ci impedisce di investire nella piena occupazione, quindi? Quindi ci vuole senza Lavoro, senza Dignità e senza Libertà. Detto in due parole, ci vuole affamati, ignoranti e disoccupati per gestirci nella sua economia globale, dove e come vorranno e, siccome, la famiglia tende a radicarci, è un ostacolo. Meglio tutti omosessuali. A questo servono il reddito e la pensione di cittadinanza e Di Maio sta realizzandoli con e grazie a Salvini. Lo fa col sorriso, senza musi da cane come il suo “compagno” di partito. Di Maio appare, lancia uno slogan appiccicoso e scompare dietro Salvini. Lo slogan è sempre un troll e si appiccica, fa presa sulle masse che chiedono giustizia e godono sempre a veder colpito chi più ne ha. “Abolire le pensioni d’oro!”, abbiamo scritto, è lo slogan con cui Luigino Di Maio farà giustizia delle pensioni. Mi ripeto: “Oggi, quelle d’oro, domani, quelle d’argento e dopodomani quelle di bronzo, fino a quando la forbice tra pensione minima e reddito di cittadinanza sarà zero: Tutti a paghetta!”
È  l’obiettivo del neoliberismo, colpire: La proprietà della casa, il risparmio e le pensioni, la famiglia. Ora, un altro slogan “Taglieremo gli onorevoli”. Questo taglia sempre pagliuzze, ma di costruire..?

Pochi elettori del Centro Destra si rendono conto di come i loro voti siano stati e sono strumentalizzati, per caso, s’intende.

Leggiamo l’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola sui progetti in cantiere del governo sulle pensioni

Su molte questioni non sono d’accordo con Alberto Brambilla, anche se riconosco la sua competenza. Il Rapporto annuale di Itinerari previdenziali è uno strumento utile, anche per chi non condivide, come il sottoscritto, talune analisi e proposte ricorrenti.

LA TENSIONE FRA M5S E LEGA SULLE PENSIONI

La mia stima in Brambilla è aumentata in questi mesi, perché, come un nuovo ‘’piccolo eroe di Harlem’’ ha avuto il coraggio di infilare il dito nella crepa maligna della muraglia per scongiurare che essa cedesse di schianto sotto la pressione delle ondate demagogiche sollevate dai caporioni della maggioranza giallo-verde e mandate a schiantarsi contro la sgangherata diga dei conti pubblici. Non sono in grado di sapere fino a che punto le sue posizioni avessero ispirato le politiche della Lega in materia di pensioni. Certo, a stare alle smentite ricevute, è difficile attribuirgli quel ruolo di decisore che lui stesso ha lasciato intendere d’avere.

LE CRITICHE DI BRAMBILLA AL PIANO PENTASTELLATO

A meno che Brambilla non sia come quegli agenti speciali incaricati, nelle spy story, di missioni pericolose, ma abbandonati a se stessi nel caso che il controspionaggio nemico li abbia individuati. Anche in queste ultime ore, il nostro ha ribadito le sue critiche alla c.d. pensione di cittadinanza, incassando un ‘’Brambilla esprime un’opinione personale’’ da parte di Giggino Di Maio: una considerazione che si porta appresso un possibile veto del capo politico del M5S nei confronti di una eventuale candidatura dello stesso Brambilla alla presidenza dell’Inps quando scadrà il mandato di Tito Boeri.

IL NODO DELLA PENSIONE DI CITTADINANZA

Eppure, dal palco delle ‘’giornate del lavoro’’ della Cgil, a una domanda sulla proposta della pensione di cittadinanza, Brambilla – suscitando la reazione immediata di Di Maio – si è dichiarato “totalmente contrario”: “Se fossi un artigiano, un commerciante, un imprenditore – ha aggiunto – non verserei più, tanto se poi devo prendere 780 euro… Spacchiamo il sistema”. Tutto ciò premesso, sarebbe opportuno che gli strateghi grillini facessero un po’ di chiarezza sulla platea che vorrebbero coinvolgere nella sciagurata operazione che loro propongono. Innanzi tutto, c’è una significativa differenza tra pensioni e pensionati: le prime sono in numero assai maggiore dei secondi. E’ quindi plausibile che il nuovo livello di prestazione sia ragguagliato ai pensionati il cui trattamento (anche nel caso che percepiscano più pensioni) sia inferiore a quel livello.

I NUMERI E LE CONTRADDIZIONI

Per chiarire il concetto bastano due cifre: le pensioni fino ad una volta il minimo sono 8 milioni (su 23 milioni previdenziali ed assistenziali in totale); i pensionati sono 2,2 milioni (su 16,3 milioni). Ma c’è un altro aspetto da chiarire; pure esso ha un mastodontico effetto sulle finanze pubbliche. La Corte dei Conti ha calcolato che dei 3 milioni e 318 mila pensioni integrate al minimo 493 mila pensioni sono assistite anche da maggiorazione sociale mentre 2,8 milioni sono integrate al minimo ma non beneficiano di maggiorazione. Le maggiorazioni sociali vengono riconosciute a persone in condizione di disagio che dispongono solo del reddito da pensione.

CHE COSA DICONO I DATI DELL’OSSERVATORIO INPS

I dati dell’Osservatorio Inps indicano che il numero delle pensioni integrate al minimo si è ridotto dagli oltre i 5 milioni dei primi anni 2000 a poco più di 3 milioni del 2018; l’importo medio dell’integrazione rappresenta il 43% del valore complessivo della pensione media percepita dai beneficiari di integrazione, pari a 498 euro mensili. Nel 2002 è stato previsto che ai titolari di pensione di importo non superiore al trattamento minimo sia corrisposto un ammontare aggiuntivo da erogare a dicembre. Tale prestazione viene corrisposta se il reddito personale del pensionato non sia superiore a una volta e mezzo l’importo del trattamento minimo e, nel caso in cui sia coniugato, oltre a questa condizione, se il reddito complessivo dei coniugi non sia superiore a tre volte l’importo del trattamento minimo.

LE MAGGIORAZIONI

Il numero delle pensioni previdenziali che godono di maggiorazioni è passato da circa 900 mila dei primi anni 2.000 a 450 mila circa nel 2018, con un importo medio mensile complessivo pensionistico pari a 609 euro: la maggiorazione pesa su questo importo circa per il 20%. Questi pochi dati dimostrano che i costi dell’operazione pensione di cittadinanza possono variare in misura notevole a seconda della platea che si intende tutelare. Il percorso che porta ad individuare i casi più disagiati è tracciato da tempo (si pensi al milione di lire di Berlusconi che andò ad una platea selezionata e sotto forma di maggiorazione sociale). Ma quando si pretende di garantire (a pochi o a tanti) un trattamento minimo sostanzialmente superiore alla media delle pensioni di vecchiaia sorrette da almeno 20 anni di contributi ed erogate a 67 anni di età, si rischia – come sostiene Brambilla – di ‘’spaccare’’ il sistema.

di Giuliano Cazzola

1975.- IN NOME DI CHI DI MAIO TRUFFA I PENSIONATI CON I VOTI DEL CENTRO DESTRA?

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Senza l’appoggio di Salvini, i 5 Stelle non sarebbero mai saliti al Governo. Salvini, senza i voti del Centro Destra, non avrebbe rimontato Di Maio. Perché? Per sottrarre i diritti al popolo o, se preferite, per truffare il popolo, occorrono i voti dei partiti di massa. In senso buono, sono quelle masse di lavoratori, poco istruiti e troppo stanchi alla sera per dedicarsi allo studio della politica: dei principi cardine della loro cittadinanza e dei diritti. Sono quelle masse che vengono raggiunte dai messaggi accattivanti dei partiti, appunto, di massa: Un po’ di giustizialismo, un pizzico di astio sociale verso chi più ne ha, soprattutto, il senso della partecipazione alla riscrittura della politica attraverso gli slogan a effetto del leader. Ne cito alcuni che hanno scaldato i cuori delle persone semplici, un poco oneste e tanto incazzate: “Roma padrona, la Lega non perdona!”. E, nel contempo, faceva il Paperone. Oggi, la storia si ripete. Un po’ diversa; ma siamo sempre nella tradizione dell’”oro di Dongo”. Si scrive Dongo, ma si legge “Banca d’Italia”, che i ministri della Repubblica Sociale portavano in salvo in Svizzera. I morti non parlano. Soprattutto, se ammazzati senza processo. Lascio le pagine controverse della Storia e torno ai nostri giorni in cui si va compiendo il destino. Qualche altro slogan a effetto del leader? Salto ai VAFFADAY di Grillo: fantastico istrione e pifferaio: “Uno vale uno”. Tradotto, diceva: “Io comando come te, ma tu che hai studiato dimmi come si fa”. È una forma di democrazia diretta. Ne abbiamo viste di zucche vuote salire sui palchi!
Vengo allo slogan dell’ultima zucca del palcoscenico. “Vogliamo tagliare le pensioni d’oro! scure su 200.000 privilegi!” Lo slogan a effetto fa presa sulle masse che non devono analizzare i “come” e i “perché”. L’importante è raccontare al popolo che si fa giustizia.
Abolire le pensioni d’oro, ” è lo slogan con cui Luigino Di Maio farà giustizia delle pensioni. Poi, domani, toccherà a quelle d’argento e dopodomani a quelle di bronzo, fino a quando la forbice tra pensione minima e reddito di cittadinanza sarà zero: Tutti a paghetta!
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia.
In realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire: La proprietà della casa, il risparmio e le pensioni.
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito.
Secondo un pensionato al minimo, ma col sale in zucca, dal casellario delle pensioni dell’Inps in Italia oggi risultano 12.830 pensioni al lordo superiori a 8.500 euro, cioè 5.000 euro netti come dice Di Maio. La media di tali pensioni è di 193.000 euro annui lordi e ipotizzando che tutti non abbiano versato contributi che possono giustificare tale pensione, significa che se a tutti tagliamo le pensioni, fino a 5.000 euro netti per 13 mensilità, da 193.000 euro si scende a 110.000 annui lordi per ogni pensionato d’oro .
La cifra di 1,216 miliardi di euro annui che abbiamo ottenuto, divisa per gli 11.325.338 pensionati al minimo (sotto i 750 euro mese) gli frutterà un aumento di 7,54 euro al mese (per 13 mesi). Vulite?
Quando si sostiene che si taglieranno le pensioni elevate senza copertura, si deve distinguere fra quelle che, vengono corrisposte in virtù di un rapporto molto ben retribuito, ma saltuario e quelle di chi ha percorso una carriera, raggiungendone i gradi apicali previsti dal contratto di lavoro. E mi viene a mente il presidente dell’Inps Tito Boeri, Debenedettiano e sorosiano, che è in aspettativa alla Bocconi, ma ne incassa lo stesso i contributi e godrà, perciò di due super-pensioni, entrambe con i contributi dello Stato.
Sostengo che agganciare, in qualche modo, l’incremento delle pensioni minime, al ricalcolo di quelle elevate, senza totale copertura, ma guadagnate da chi ha percorso una carriera, fino ai gradi apicali previsti dal contratto di lavoro, versando, mese per mese, i contributi richiesti a’ sensi delle leggi in vigore, sia strumentale all’impoverimento dell’economia italiana in generale e di quella delle famiglie, in particolare, come vogliono l’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale, entrambe agenzie di quel neoliberismo che vuole dominare gli italiani e tutti gli europei, portandoli a livello delle società di formiche asiatiche, come vuole il Nuovo Ordine Mondiale. Così, se la matematica non è un’opinione.
Ma c’è una terza osservazione e riguarda, più in particolare, gli investimenti che sono e dovevano essere fatti da parte dell’INPS, investendo in beni mobili ed immobili il denaro ricevuto con quei contributi trattenuti, per integrarli con i redditi da percepire, come ogni buon padre di famiglia.
Risulta che gli stessi immobili siano stati venduti a meno del valore di mercato, con una doppia perdita di quel capitale e di disponibilità finanziaria per il pagamento delle pensioni.
Un’ultima nota va ai giovani e alle giovani e parliamo di formazione, di ingresso nel mondo del lavoro e di sostegni per la maternità. Infatti, se il giovane inizia a produrre lavoro e contributi a 35 anni e se le giovani che vorrebbero essere madri non ci daranno i cittadini futuri, il sistema non starà in piedi.
Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Confermo che, voler ricalcolate quelle pensioni con il sistema contributivo, senza considerare il valore aggiunto dei redditi da investimento, è fuorviante. A prescindere, poi, dalle problematiche estremamente serie, a livello di sistema, amministrativo e anche a livello costituzionale, che l’applicazione dei principi dello stadio San Paolo di Napoli ci porterà ad esaminare.

1962.- Perché il taglio a 5 stelle delle pensioni d’oro va rottamato. L’analisi di di Alberto Brambilla (Lega)

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Riprendiamo il tema della riforma delle pensioni ripubblicando un estratto del rapporto di Itinerari Previdenziali, il centro studi di Alberto Brambilla, tecnico esperto di pensioni vicino al leader della Lega, Matteo Salvini.
L’estratto analizza il disegno di legge del Movimento 5 Stelle pubblicizzato con il taglio delle pensioni d’oro; ma che sottende la violazione di principi costituzionali e induce a pensare a futuri tagli alle pensioni d’argento e, poi, di bronza, come richiesto da FMI e Unione europea.

Questa operazione “rischiosa” dal punto di vista giuslavoristico produrrebbe un ricavo di circa 330 milioni, che si possono ridurre ulteriormente per i costi dell’intera operazione, trascurando al momento gli oneri per i ricorsi che avrebbero ottime probabilità di successo: si pensi solo a coloro che hanno fatto la ricongiunzione onerosa, il riscatto di laurea (molto costoso) o la contribuzione volontaria a proprio carico per raggiungere i requisiti; sulla parte decurtata lo Stato restituisce i soldi pagati per la ricongiunzione, il riscatto di laurea o i contributi volontari?

O a quelli con oltre 40 anni di contributi, e infine, ma ci sarebbero molti altri casi, per quelli licenziati o costretti a lasciare il lavoro per crisi aziendale o per quelli che hanno raggiunto i 65 anni, limite di età regolamentare nella PA, collocati d’ufficio a riposo dall’amministrazione di appartenenza1 , o per quelli che devono lasciare il lavoro per scadenza dei brevetti professionali a 60 anni, come i piloti d’aereo, i macchinisti dei treni, i piloti del porto, gli autisti di mezzi pubblici, le Forze Armate e i diplomatici con servizi in zone di guerra ecc. o perché lavoratori addetti a mansioni usuranti o perché salvaguardati dalle varie leggi di riforma previdenziale o i minatori o gli esposti all’amianto.

L’elenco sarebbe lunghissimo, ma soprattutto le categorie più colpite sarebbero i pensionati di anzianità che hanno contribuito di più (Italia del Nord e in parte al Centro), i lavoratori precoci e le donne la cui età legale di vecchiaia è sempre stata, fino al 2011, di 5 anni inferiore a quella degli uomini. E i penalizzati sarebbero solo le alte professionalità, cioè la classe dirigente del Paese.

5 annotazioni:

1) Il 70% delle pensioni che verrebbero decurtate sono pagate al Nord dove prevalgono di gran lunga le pensioni di anzianità e questo potrebbe creare qualche problema all’elettorato della Lega perché ci sarebbe un trasferimento Nord-Sud in quanto la maggioranza delle pensioni assistite è proprio al Sud.

2) Non verrebbero invece minimamente toccati i veri avvantaggiati dal metodo retributivo che sono: gli iscritti ai fondi speciali ante 1996; gli iscritti alle gestioni CDCM (agricoltori), artigiani e commercianti (dopo la legge del 1991); i baby pensionati; i percettori di integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni sociali, 14° mensilità, che sono quasi 10 milioni di pensionati (considerando gli avvantaggiati dalla legge del 1991); queste categorie hanno pensioni che nonostante siano tra il 30 e il 50% maggiorate rispetto ai contributi versati, hanno importi inferiori ai fatidici 4.000 € netti. Infine, e questo è un paradosso, verrebbero tagliate le pensioni sopra i 4 mila € che sono in pagamento da 20 anni e non quelle da 3 mila € che sono vigenti da oltre 30 anni (baby pensioni, prepensionamenti, esodi, ecc.). Si ricorda (come emerge dalle prime anticipazioni dell’Osservatorio del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sulle decorrenze pensionistiche) che circa 700 mila pensioni sono in pagamento tra i 38 e i 41,5 anni e il 25% delle pensioni supera i 25 anni di durata a oggi.

3) Infine ogni modifica con effetti retroattivi presenta profili di illegittimità costituzionale, lede il patto tra cittadini e Stato e mina la fiducia futura: che fiducia può avere un giovane che deve versare contributi per 40 anni sapendo che qualcuno potrebbe cambiare le regole del gioco?

4) È evidente che con le norme del PdL diverrebbe molto penalizzante per tutti quelli che hanno importi lordi oltre gli 80 milioni aderire all’eventuale quota 100 o quota 41 anni e mezzo, una ipotesi non molto costituzionale; ma paradossalmente, in assenza di una clausola di salvaguardia del PdL, sarebbe penalizzante anche per chi ha raggiunto i 43 anni e 3 mesi previsti dalla riforma Monti-Fornero per lasciare il lavoro con il solo requisito contributivo. Supponendo che un lavoratore abbia raggiunto tale requisito all’età di 62 anni, la sua penalizzazione sarebbe pari al 14,5%. Si vorrebbe modificare la Fornero per creare flessibilità e con il PdL si aumenta notevolmente l’onere della flessibilità in uscita a carico del lavoratore.

5) È persino evidente che con entrate incerte (anche per i prevedibili ricorsi) e comunque non superiori alle cifre indicate, non si può finanziare una spesa strutturale elevatissima quale l’aumento delle pensioni minime2 a 780 euro netti al mese per 13 mensilità; si consideri che solo per portare a 780 euro le sole pensioni di invalidità, occorrerebbero oltre 6 miliardi l’anno (vedasi Allegato 5). Peraltro deve essere chiaro a tutti che prevedere un importo netto di 780 € al mese per 13 mensilità, produrrebbe una elusione o evasione contributiva enorme e indurrebbe chi può a non versare i contributi essendo tale pensione relativa a una retribuzione lorda mensile di circa 1.500 €, pari cioè al reddito medio dichiarato ai fini Irpef e i redditi fino a 25 mila euro lordi l’anno rappresentano una parte considerevole delle dichiarazioni fiscali (si veda l’Approfondimento annuale sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef di Itinerari Previdenziali). Sarebbe nella maggior parte dei casi un “regalo” a chi non ha mai pagato né tasse né contributi.

Le modalità di calcolo delle pensioni retributive e l’indicizzazione

Ma queste pensioni sopra i 4.000 € netti come sono state calcolate?

Questa è una domanda fondamentale per capire il problema. Infatti, come si vede negli allegati 2 e 3 queste pensioni hanno subìto una riduzione sia nella fase di calcolo retributivo sia in quella successiva di erogazione:

a) nella fase di calcolo il metodo retributivo prevede che il coefficiente di proporzionamento per ogni anno lavorato è pari al 2% per i redditi fino agli attuali 46 mila €. Quindi fino a tale importo la pensione sarà pari a 2% moltiplicato per gli anni di iscrizione all’Inps: con 35 anni la pensione sarà pari al 70% del reddito medio degli ultimi 10 anni e con 40 anni all’80%.

P = RMP x (K x NA), dove P è la pensione; RMP, la retribuzione media pensionabile (media ultimi anni); K è il coefficiente di proporzionamento da 2% a 0,9%; NA è il numero di anni di contribuzione. Sopra tale soglia di reddito i coefficienti si riducono fino allo 0,9% per anno. Un lavoratore che oggi prende 100 mila € di pensione lorda annua, aveva una RPM (retribuzione media lorda pensionabile) di circa 200 mila € e con 35 anni di iscrizione ha avuto non il 70% ma il 51% (tasso di sostituzione lordo, uguale al rapporto tra la prima annualità di pensione lorda e l’ultima retribuzione annua lorda) quindi un calcolo già ridotto del 27%; un taglio notevole se si considera che lo stesso lavoratore su quei redditi ha pagato in media il 37% di Irpef (67 mila euro all’anno, svariate volte in più di un titolare di pensione da 2.000 €).

b) il sistema pensionistico prevede che le pensioni in pagamento vengano rivalutate ogni anno all’inflazione secondo le norme tempo per tempo vigenti (vedasi allegato 3) ma non per tutti allo stesso modo; infatti per le pensioni cosiddette alte (oltre 5 volte il minimo), quando va bene la rivalutazione all’inflazione non è piena ma solo al 75% e scende al 45% per la parte che eccede le 5 volte il minimo e, per lunghi periodi, anche a zero. In pratica un soggetto andato in pensione nel 2000 e che ha avuto la prima rivalutazione nel 2001, per effetto delle mancate o parziali indicizzazioni ha perso in termini reali oltre il 13%. Negli ultimi 10 anni (pensionato nel 2008), oltre l’8%. Diventa quindi arduo prevedere ulteriori “tagli” a queste pensioni considerando che rispetto a quelle fino a 46 mila €, hanno già subito una riduzione del 27% in origine e del 13% nel durante. È matematicamente impossibile che abbiano ottenuto dal retributivo un vantaggio del 40% rispetto alle 22 pensioni più basse; anzi come abbiamo visto, sono proprio le pensioni assistite e quelle fino a 2.000 € netti al mese ad aver avuto i maggiori vantaggi. Tagliare solo quelle sopra una certa soglia non solo sarebbe contro la certezza del patto intergenerazionale ma sarebbe anche poco equo. Infine, come si evince dall’allegato 4, per stessa ammissione dei vertici Inps, qualsiasi ipotesi di ricalcolo non è attuabile.

1960.- Taglio pensioni d’oro, fra dibattito e Costituzione

Vittorio Feltri: Dopo i casini del decreto dignità, la riapertura del Parlamento coinciderà con l’ inizio delle discussioni riguardo alla legittima difesa, al taglio sconsiderato delle pensioni (incluso quello relativo alla reversibilità) e al varo del reddito di cittadinanza…Di Maio può ricorrere all’ aumento del debito? Cioè pagare i suoi aficionados con quattrini inesistenti e pertanto prelevati da forzieri vuoti? Mi sembra improbabile. Se poi egli intende falcidiare le pensioni di chi ha versato i contributi per sovvenzionare coloro che non hanno mai lavorato, scatenerà una lotta micidiale a livelli sociali. Una sorta di battaglia fratricida dai destini incerti. D’ altronde per i 5 Stelle non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale significa perdere consensi e andare alle europee incontro a una sonora sconfitta.

Voglio fare una premessa anch’io: Le pensioni, tranne le loro, quelle che ci siamo pagate, sono parte del contratto di lavoro e, per lo Stato, costituiscono un obbligazione da onorare e non materia con cui fare e disfare per fingersi politici. La pensione di reversibilità alla vedova è la sua pensione guadagnata in una vita e pagata così forfettariamente. E’ un diritto e non si tocca! Aggiungo che, con i contributi versati all’INPS, si dovevano acquistare beni fruttiferi per integrarli nel tempo. Hanno acquistato immobili, pagandoli spesso più del valore e ieri li hanno svenduti al di sotto del prezzo e del valore. Venduto l’immobile, spariti i documenti? Ecco a chi è in mano il nostro futuro, dopo una vita di lavoro!
E, poi:
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia. Un ‘working paper’ del Fmi curato da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi e dal titolo ‘Italy: toward a growth-friendly fiscal reform’ mette in evidenza come ci sarebbero molte aree nel sistema pensionistico in cui l’Italia potrebbe agire per ridurre la spesa e quindi risparmiare.
Una delle ipotesi che potrebbero essere seguite e’ quella dell’eliminazione della quattordicesima e di una riduzione della tredicesima, che potrebbero essere sostituite con interventi anti povertà. C’e’ poi l’introduzione di un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l’orfano.
in realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire:
1. La proprietà della casa. Infatti, gli ultimi dati dell’Istituto di statistica europea rivelano che più di sette connazionali su dieci vivono in abitazioni di proprietà; una percentuale superiore alla media dell’Eurozona (66,6%) e dell’Unione Europea (70%). Il confronto dei dati italiani con quelli degli altri Paesi dell’Ue mostra risultati interessanti. Secondo i dati – aggiornati al 2013 – infatti, la Romania è il primo Paese della lista, con la quasi totalità di persone che vivono in case di proprietà. A seguire la Spagna (77,7%), la Grecia (75,8%), il Portogallo (74,2%) e il nostro Paese (73,0%).
2. Il risparmio. Il risparmio degli Italiani è tra i più elevati al mondo. Il punto debole del Belpaese è piuttosto l’enorme debito pubblico.
Le passività finanziarie di una famiglia italiana è sotto il 90% del reddito disponibile. Molto meno della media dell’Eurozona. Si risparmia troppo e non siamo, perciò, ben gestibili, perciò si deve colpire il risparmio. Cito l’aumento dei tassi d’interesse, l’ingresso di società straniere nel sistema bancario: Société Generale con Unicredit e cito anche il bail in, che ritengo assolutamente incostituzionale. Le regole dell’Unione Bancaria europea completeranno il piano agendo sulle percentuali di crediti detenibili.
3. Le pensioni. Il rapporto sul bilancio del sistema previdenziale del Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali” pone in relazione le “prestazioni in pagamento e la popolazione, con il risultato di una prestazione ogni 2,638 abitanti, in pratica una per famiglia”. Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito. Dimenticavo le esondazioni di Mattarella contro la sovranità, ma non serve.
Buona lettura.

TAGLIO PENSIONI D’ORO, FRA DIBATTITO E COSTITUZIONE


Veniamo al taglio delle pensioni d’oro e al dibattito sulla soglia minima; la proposta di un prelievo una tantum sugli assegni più bassi ed i rischi di incostituzionalità.
Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziale in arrivo con la prossima legge di Bilancio, c’è il taglio delle pensioni d’oro, su cui si scalda il dibattito, con il vicepremier, Luigi Di Maio, che insiste sulla proposta pentastellata di agire sui trattamenti superiori ai 4mila euro netti.

C’è anche una controproposta, formulata da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, che invece pensa a una misura una tantum (una sorta di prelievo di solidarietà), partendo dagli assegni superiori ai 2mila euro netti.

E c’è un possibile punto d’incontro, rappresentato dall’idea del presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, che avanza l’ipotesi di un taglio da applicare a trattamenti più alti, dai 5mila euro netti al mese. Vediamo i termini del dibattito.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
Il punto di partenza è rappresentato da un disegno di legge presentato alla Camera dalle forze di maggioranza, in base al quale la decurtazione dovrebbe riguardare le pensioni superiori agli 80mila euro annui (significa, appunto, circa 4mila euro netti al mese), solo nel caso in cui non corrispondano ai contributi versati. Semplificando un po’, la proposta in pratica applica il sistema contributivo a coloro che sono già in pensione, e hanno assegni superiori alle cifre sopra citate.
Secondo uno studio di Itinerari Previdenziali, firmato da Alberto Brambilla, Gianni Geroldi e Antonietta Mundo, si tratta di una rimodulazione delle regole retroattiva, e quindi di

un’operazione che può presentare una lesione della certezza del diritto e profili di incostituzionalità.
Rivalutazione pensioni alte: blocco costituzionale
14 maggio 2018
Si tratta di una considerazione da non sottovalutare, anche alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale degli ultimi anni, che hanno ad esempio bocciato il blocco della rivalutazione della pensioni di fine 2011, che toccando i trattamenti superiori a tre volte il minimo è stato ritenuto non rispettoso dei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza previsti dalla Costituzione.
La stessa Corte ha, con altre sentenze, ritenuto invece legittimo il blocco della rivalutazione sopra le sei volte il minimo, facendo prevalere la necessità di salvaguardare i conti pubblici. Ma in questo caso il discorso è diverso, perché la proposta di legge delle forze di maggioranza non prevede una misura una tantum, ma di fatto un ricalcolo delle pensioni già in essere.

Tornando al dibattito, come detto il punto di incontro potrebbe essere rappresentato dall’innalzamento della soglia oltre la quale far scattare il taglio: non più 4mila euro, ma 5mila euro al mese. Una misura, quindi, che sarebbe comunque retroattiva, toccando quindi trattamenti in essere, ma tutelerebbe maggiormente i principi di proporzionalità e adeguatezza.

Quota 100 in attesa di dettagli: scenari possibili
31 luglio 2018
Bisogna vedere se e in che modo proseguirà il dibattito, anche alla luce delle altre misure di Riforma Pensioni che il Governo prepara, e che deve ancora decidere in che modo modulare in vista della manovra economica: sembra probabile che la quota 100 venga inserita nella Legge di Bilancio (nhe qui, bisogna vedere in che modo verrà modulata la norma), mentre dovrebbe slittare ai prossimi anni l’uscita con 41 anni di contributi.
di Barbara Weisz, Fonte: iStock

1872.- LA DELIBERA SUI TAGLI AI VITALIZI PARLAMENTARI

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L’ufficio presidenza della Camera ha avviato l’iter ufficiale per il superamento dei vitalizi dei parlamentari e per la rideterminazione dei coefficienti pensionistici degli ex parlamentari, cavallo di battaglia da sempre del M5S. E’ approdata oggi, infatti, sul tavolo dell’ufficio di presidenza la delibera, il cui fine, come illustrato dal presidente dell’assemblea di Montecitorio Roberto Fico è quello di “sforbiciare” oltre 1.300 assegni degli ex deputati. Il provvedimento sarà votato nella settimana tra il 9 e il 13 luglio, mentre entro il 5 luglio potranno essere presentati emendamenti, per entrare in vigore poi dal 1° novembre 2018. Il provvedimento stima un risparmio di circa 40 milioni di euro ogni anno andando ad agire su un totale di circa 1.400 vitalizi erogati dalla Camera, di cui 1.338 saranno ricalcolati al ribasso, mentre i rimanenti pur senza subire modifiche non potranno aumentare per via della clausola di sterilizzazione che li congela al 31 ottobre 2018, giorno precedente all’entrata in vigore delle nuove regole. Infatti, prevede il provvedimento che a decorrere dal 1° novembre 2018, gli importi degli “assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità, maturati, sulla base della normativa vigente, alla data del 31 dicembre 2011, sono rideterminati secondo le modalità previste dalla presente deliberazione” che prevede tagli dal 40 al 60% e introduce un tetto minimo applicabile. Inoltre si prevede che l’importo di tutti i trattamenti indicati, come “rideterminati ai sensi della presente deliberazione è rivalutato annualmente sulla base dell’indice ISTAT di variazione dei prezzi al consumo (FOI) sino alla data del 31 ottobre 2018”.

XVIII LEGISLATURA
Rideterminazione della misura degli assegni vitalizi e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata nonché dei trattamenti di reversibilità, relativi agli anni di mandato svolti fino al 31 dicembre 2011.

L’UFFICIO DI PRESIDENZA
Visto l’articolo 12 del Regolamento della Camera dei deputati;
Visto il Regolamento della previdenza per i deputati approvato dall’Ufficio di Presidenza il 30 ottobre 1968, e successive modificazioni;
Visto il Regolamento per gli assegni vitalizi degli onorevoli deputati approvato dall’Ufficio di Presidenza il 12 aprile 1994;
Visto il Regolamento per gli assegni vitalizi dei deputati approvato dall’Ufficio di Presidenza il 30 luglio 1997, nel testo modificato dalle deliberazioni dell’Ufficio di Presidenza n. 300 del 5 aprile 2001 e n. 73 del 23 luglio 2007;
Visto il Regolamento per il trattamento previdenziale dei deputati approvato dall’Ufficio di Presidenza in data 30 gennaio 2012, e successive modificazioni;
Considerato che, alla luce della sequenza degli atti normativi sopra richiamati e in coerenza con quanto da ultimo ribadito nella sentenza n. 3/2018 del Collegio d’appello della Camera dei deputati, risulta del tutto non controversa e pienamente conforme all’assetto dell’ordinamento giuridico-costituzionale la prerogativa della Camera di disciplinare la materia dei trattamenti previdenziali dei deputati cessati dal mandato attraverso deliberazioni adottate nell’esercizio dell’autonomia normativa ad essa attribuita dalla Costituzione, ai sensi dall’articolo 64 della carta costituzionale;
Considerato altresì che, nella riunione dell’Ufficio di Presidenza del 9 aprile 2018, il Presidente della Camera ha conferito al Collegio dei Questori il mandato a svolgere un’istruttoria al fine di individuare possibili proposte volte al ricalcolo, secondo il metodo contributivo, dell’attuale sistema dei vitalizi erogati in favore dei deputati cessati dal mandato, valutando con particolare attenzione, per un verso, l’impatto delle varie ipotesi sui trattamenti più bassi e, per altro verso, l’opportunità di fissare un limite massimo al fine di evitare che il ricalcolo del trattamento in essere possa determinarne un importo superiore a quello erogato attualmente;
Udita la relazione svolta dal Collegio dei Questori nella riunione dell’Ufficio di Presidenza del 26 aprile 2018, nel corso della quale il Collegio ha riferito circa i primi esiti degli approfondimenti compiuti sulla base del mandato conferito dal Presidente della Camera;
Considerato che, successivamente alla riunione testé citata, al fine di ampliare la base informativa a disposizione dell’Ufficio di Presidenza in vista delle determinazioni di competenza nella materia in questione, è stata richiesta al presidente dell’INPS la disponibilità a fornire un supporto di carattere tecnico-metodologico con specifico riferimento alla determinazione dei coefficienti di trasformazione del monte contributivo maturato dai percettori delle prestazioni previdenziali, attraverso l’elaborazione di un’apposita serie di coefficienti – attualmente non previsti dall’ordinamento vigente – per gli
anni anteriori al 1996 e per le età precedenti i 57 anni e superiori a 70 anni;
Visti i coefficienti di trasformazione appositamente elaborati dall’INPS nel contesto sopra delineato e considerato che la metodologia utilizzata per determinarli risulta conforme alle valutazioni successivamente formulate in proposito dall’ISTAT su richiesta del Presidente della Camera, nell’ambito del principio della leale collaborazione tra istituzioni pubbliche;
Ritenuta l’esigenza, alla luce degli approfondimenti istruttori compiuti, di procedere ad una rideterminazione secondo il metodo di calcolo contributivo della misura degli assegni vitalizi, delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata e dei trattamenti di reversibilità maturati sulla base della normativa vigente alla data del 31dicembre 2011;

 DELIBERA


Art. 1
(Rideterminazione della misura
degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote
di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità)
1. A decorrere dal 1° novembre 2018 gli importi degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità, maturati, sulla base della normativa vigente, alla data del 31 dicembre 2011, sono rideterminati secondo le modalità previste dalla presente deliberazione.
2. La rideterminazione di cui al comma 1 è effettuata moltiplicando il montante contributivo individuale per il coefficiente di trasformazione relativo all’età anagrafica del deputato alla data della decorrenza dell’assegno vitalizio o del trattamento previdenziale pro rata.
3. Si applicano i coefficienti di trasformazione di cui alla tabella 1 allegata alla presente deliberazione.
4. L’ammontare degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità, rideterminati ai sensi della presente deliberazione, non può comunque superare l’importo dell’assegno vitalizio, diretto o di reversibilità, o della quota di assegno vitalizio del trattamento previdenziale pro rata, diretto o di reversibilità, previsto per ciascun deputato dal Regolamento in vigore alla data dell’inizio del mandato parlamentare.
5. L’ammontare degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità, rideterminati ai sensi della presente deliberazione non può comunque essere inferiore all’importo determinato moltiplicando il montante contributivo individuale maturato da un deputato che abbia svolto il mandato parlamentare nella sola XVII legislatura, rivalutato ai sensi del successivo
articolo 2, per il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età anagrafica di 65 anni vigente alla data del 31 ottobre 2018.
6. Nel caso in cui, a seguito della rideterminazione operata ai sensi della presente deliberazione, l’ammontare degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità rideterminati, risulti ridotto in misura superiore al 50 per cento rispetto all’importo dell’assegno vitalizio, diretto o di reversibilità, o della quota di assegno vitalizio del trattamento previdenziale pro rata, diretto o di reversibilità, previsto per ciascun deputato dal Regolamento in vigore alla data dell’inizio del mandato parlamentare, l’ammontare minimo determinato ai sensi del comma 5 è aumentato della metà.
Art. 2
(Montante contributivo individuale)
1. Il montante contributivo individuale è determinato applicando alla base imponibile contributiva l’aliquota determinata ai sensi del comma 3. L’ammontare così ottenuto si rivaluta su base composta al 31 dicembre di ciascun anno, con esclusione della contribuzione dello stesso anno, al tasso annuo di capitalizzazione di cui al comma 6.
2. La base imponibile contributiva è determinata, secondo quanto previsto dalle
disposizioni per i dipendenti pubblici, sulla base dell’ammontare dell’indennità
parlamentare lorda definito dalla normativa vigente nel periodo di riferimento, con esclusione di qualsiasi ulteriore indennità.
3. La quota di contribuzione a carico del deputato è pari all’aliquota percentuale della base imponibile prevista dalla normativa di riferimento, ivi ricomprendendo l’aliquota della eventuale contribuzione ai fini del completamento volontario del quinquennio della legislatura e della eventuale contribuzione aggiuntiva finalizzata al trattamento di reversibilità, secondo le modalità di cui ai successivi commi 4 e 5. La quota di contribuzione a carico della Camera dei deputati è pari a 2,75 volte quella a carico del deputato.
4. Le quote di contribuzione finalizzate al completamento volontario del quinquennio di ciascuna legislatura sono determinate sulla base dell’indennità parlamentare lorda e dell’aliquota di contribuzione a carico del deputato vigenti nell’ultimo giorno di ciascuna legislatura completata e si considerano versate in pari data.
5. Le quote di contribuzione aggiuntiva finalizzate al trattamento di reversibilità, che non siano state trattenute sull’indennità parlamentare, sono determinate sulla base dell’indennità parlamentare lorda e dell’aliquota di contribuzione a carico del deputato vigenti in ciascun mese delle legislature alle quali si riferiscono e si considerano versate in pari data.
6. Il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, sino alla data di decorrenza del diritto all’assegno vitalizio e alle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata.
7. Nel caso in cui, dopo la data di maturazione dell’assegno vitalizio, siano stati versati dal deputato ulteriori contributi in relazione allo svolgimento di un successivo mandato parlamentare, i contributi medesimi concorrono a formare un nuovo e diverso montante, che viene trasformato applicando i coefficienti di trasformazione corrispondenti all’età anagrafica del deputato alla data di cessazione dal successivo mandato. La prestazione così determinata si somma alla precedente già maturata.
8. L’importo degli assegni vitalizi, diretti e di reversibilità, e delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata, diretti e di reversibilità, rideterminati ai sensi della presente deliberazione è rivalutato annualmente sulla base dell’indice ISTAT di variazione dei prezzi al consumo (FOI) sino alla data del 31 ottobre 2018.
Art. 3
(Rivalutazione del trattamento previdenziale rideterminato)
1. L’importo del trattamento previdenziale rideterminato è rivalutato annualmente secondo le modalità di cui all’articolo 11 del Regolamento per il trattamento previdenziale dei deputati. Ai fini della prima rivalutazione, si considera il periodo 1° novembre 2018-31 dicembre 2019.
Art. 4
(Trattamenti di reversibilità)

1. A decorrere dal 1° novembre 2018, ai trattamenti previdenziali di reversibilità si applicano le aliquote di reversibilità di cui all’articolo 9 del Regolamento per il trattamento previdenziale dei deputati.
Art. 5
(Disposizione attuativa)

1. Il Collegio dei deputati Questori sovrintende all’attuazione della presente deliberazione e delibera in merito alle questioni connesse all’applicazione delle relative disposizioni.

1724.- STOP EURO. CGIA DI MESTRE: L’ITALIA PER COLPA DELLA UE E’ IL PAESE PIU’ TARTASSATO D’EUROPA E CON IL WELFARE PIU’ STRIMINZITO

Dedico questo post ai bischeri che hanno votato i partiti che obbediscono a Bruxelles.

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Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, in Italia il rischio povertà o di esclusione sociale ha raggiunto livelli di guardia molto preoccupanti. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA. In questi ultimi anni di crisi, infatti, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” una serie di misure economiche di austerità e di rigore volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state.

“Da un punto di vista sociale – fa sapere il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. “A differenza dei lavoratori dipendenti – fa notare il Segretario della CGIA Renato Mason – quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione.

In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”. Ritornando ai dati della ricerca, In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6 per cento (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1 per cento, l’Austria del 27,4 per cento, il Regno Unito del 27,2 per cento i Paesi Bassi del 23,6 per cento, la Germania del 23,4 per cento e la Spagna del 22,1 per cento.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9 per cento. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3 per cento del Pil), ma la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore di quella dell’Italia. Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

1704.- Reddito di cittadinanza e REI a confronto

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In cosa consiste il sussidio di disoccupazione e inoccupazione proposto dal Movimento 5 Stelle, differenze con il vero reddito di cittadinanza e con il REI.
Per quanto esista già il REI (Reddito di inclusione), dopo l’esito delle elezioni politiche 2018 la proposta del Movimento 5 Stelle torna alla ribalta: parliamo ovviamente del tanto dibattuto reddito di cittadinanza.

In vista del nuovo Governo, considerati i risultati elettorali del M5S, in molti si aspettano il concretizzarsi del sussidio di disoccupazione e inoccupazione, ossia un reddito minimo garantito di circa mille euro al mese destinato a chi si trova senza lavoro o in condizioni di povertà.

Il vero reddito di cittadinanza

Con il termine “reddito di cittadinanza”, o “reddito base” (basic income), in realtà si intende un sussidio erogato dallo Stato in favore di tutti i soggetti in possesso della cittadinanza nel proprio territorio, a prescindere da condizione sociale, età, reddito o altri vincoli. Dunque, un concetto ben diverso da quello pubblicizzato dai pentastellati, e che in realtà si avvicina molto di più al già esistente REI.

La proposta M5S

La proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle è questa: in primo luogo non è destinata a tutta la popolazione in maniera indistinta ma solo a chi si trovi senza lavoro e ne stia cercando attivamente uno, o che abbia un lavoro/pensione con compensi tali da non farlo vivere al di sopra della soglia di povertà.

Per ottenere l’indennità di disoccupazione o inoccupazione proposta dal M5S sarebbe pertanto necessario essere in possesso di specifici requisiti e rispettare alcune regole:

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Reddito di cittadinanza, i Caf ribadiscono: “È vero, picco di richieste dopo la vittoria M5s”

avere raggiunto la maggiore età;
essere disoccupati, o percepire un reddito da lavoro inferiore alla soglia di povertà, o una pensione inferiore alla soglia di povertà;
essere iscritto ai centri per l’impiego;
accettare uno dei primi tre lavori che gli saranno eventualmente offerti;
partecipare a progetti “utili per la collettività” organizzati a livello comunale per un massimo di 8 ore alla settimana;
partecipare a corsi di riqualificazione e formazione.
Solo chi risulterebbe aderente a tutti i vincoli previsti potrebbe beneficiare del sussidio, fino a un massimo di 780 a euro al mese (o delle cifra necessaria per portare il suo reddito a 780 euro). La cifra potrebbe variare in base alle dimensioni del nucleo familiare.

Reddito di Inclusione

Si tratta di una misura che in realtà ricorda da vicino il Reddito di Inclusione (REI), anch’esso un beneficio economico accompagnato da un progetto di inclusione sociale e lavorativa.
Il REI già in vigore si discosta dalla nuova proposta soprattutto per la dotazione finanziaria di minore entità (l’assegno raggiunge al massimo i 485 euro) e per la platea di beneficiari ridotta: il sussidio proposto dal Movimento 5 Stelle dovrebbe prevedere una dotazione tra i 15 e i 30 miliardi all’anno e vede tra i beneficiari anche i pensionati.

Al futuro nuovo Governo le valutazioni di merito.