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1196.- La lunga marcia verso l’Africa e il fattore CPEC nei rapporti cino-indiani

Mentre la dittatura tecnocratica finanziaria tiene al palo l’Occidente e mentre gli Stati europei continuano a combattere, se pure con armi diverse, per il dominio del continente, la Cina si propone come potenza a livello mondiale, da un lato, confrontandosi con gli Stati Uniti nel Mare Cinese meridionale, nell’Artide e in Groenlandia; da un altro lato rafforzando le basi del suo predominio nell’Est asiatico, sia, stavolta, collaborando con gli Stati Uniti nel tenere in posizione di sudditanza e, perciò, divise le due Coree e sia creando i presupposti della propria leadership sull’India, sopratutto, attraverso l’alleanza con il Pakistan. Tutto ciò, mentre continua nella sua marcia alla conquista del continente africano e delle sue materie prime. E siamo alle porte dell’Iran. Ed eccoci a Vladimir Terekhov, esperto sui problemi della regione Asia-Pacifico, che in esclusiva per la rivista online ‘New Eastern Outlook ha analizzato i risvolti del progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Leggendolo, comprendiamo meglio quanto sia stata danneggiata la Nazione e l’economia italiana dal governo Renzi e quali interessi abbia soddisfatto con la vendita alla giapponese Hitachi della secolare Breda treni (fu fondata da Cavour), con il progettato corridoio Berlino – Pechino nel suo portafoglio ordini.

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L’ambizioso progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), ripetutamente discusso qui, arriva gradualmente al centro delle tese relazioni tra i giganti asiatici Cina e India. Va ricordato che si tratta della costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali per circa 3000 km attraverso il Pakistan, collegando le province della Cina occidentale con il Mar Arabico. È inutile dire che tali collegamenti daranno risalto a varie infrastrutture minori che dovranno essere costruite per sostenere il CPEC. Tali progetti, in cui trasporti e impianti industriali saranno costruiti con uno scopo specifico, vengono spesso definiti “corridoi infrastrutturali industriali”. Strutture economiche simili sono ora create in India. Di queste, la più impressionante è il corridoio Delhi-Mumbai di quasi 2000 km. Questi progetti spesso consentono agli Stati di risolvere il problema dello sviluppo economico di territori lontani, soprattutto quando non rientrano nel cosiddetto “mondo occidentale”. A tal proposito, è ovvio che per Islamabad le intenzioni di Pechino di assegnare 46 miliardi di dollari all’attuazione del CPEC possano diventare cruciali. Tuttavia, offrendo questo progetto al Pakistan, la Cina non s’impegna nella mera beneficenza, ma risolve uno dei propri obiettivi strategici fondamentali, imposti dalla necessità di accedere in modo affidabile al Golfo Persico e alle coste orientali dell’Africa, bypassando il vulnerabile Stretto di Malacca. E sebbene Pechino sottolinei in ogni modo la natura puramente economica del CPEC, sembra certo che rafforzi ulteriormente i rapporti tra Cina e Pakistan.
La stessa natura del CPEC è destinata a provocare sentimenti negativi in India, pure rafforzati dal fatto che metà del futuro “corridoio” attraverserà le unità amministrative del Pakistan che appartenevano al Kashmir. Come risultato delle numerose guerre indo-pakistane, l’ex-principato oggi è diviso a metà con le parti che sostengono la piena proprietà del territorio precedente. In India, a quanto pare, si crede che il futuro “corridoio” sarà protetto non solo dai pakistani ma anche dalle truppe cinesi. Ciò renderà la prospettiva di un ipotetico “ricongiungimento” del Kashmir sotto controllo indiano, un sogno. Pertanto, Nuova Delhi era riluttante ad accettare qualsiasi appello di Islamabad e Pechino a “scartare qualsiasi ostilità” aderendo al progetto CPEC. Inoltre, i generali indiani parlano apertamente della prospettiva di una “guerra su due fronti”. Ad esempio, l’annuncio dell’ex-capo dell’esercito indiano, Generale Bipin Rawat, dell’8 gennaio. I commenti sui media indiani su questa affermazione hanno due punti interessanti. Primo, sarebbe stata provocata dall’attuazione del progetto CPEC, nonché dalla costruzione di infrastrutture nel Tibet cinese, adiacente al confine con l’India. Fu anche menzionato lo sviluppo delle relazioni di Pechino con Bangladesh, Nepal e Bhutan. Si ritiene che l’India possa puntare sui missili a testata nucleare Agni-V (attualmente testati), così come sui corpi dei cacciatori di montagna di circa 100000 effettivi, in risposta, se la guerra su “due fronti” iniziasse mai. Ciononostante, un mese fa il Generale Bipin Rawat ammise apertamente che le truppe indiane non possono rispondere adeguatamente a tale minaccia, mentre, allo stesso tempo, ora ricevono sufficienti finanziamenti per poter condurre una guerra su due fronti. Ecco perché Bipin Rawat è convinto della necessità urgente di formare alleanze con Paesi regionali, come Iran, Iraq e Afghanistan. Questa dichiarazione fu provocata dall’ultimo incidente sulla “linea del cessate il fuoco” con il Pakistan del 1° maggio, nel territorio dell’ex-Kashmir. Secondo gli indiani, forze speciali pakistane entrarono nella terra di nessuno, uccidendo un ufficiale indiano e sfigurandone il cadavere.
Va ricordato che l’anno scorso India e Pakistan (potenze nucleari) furono sull’orlo della guerra per due volte a causa degli incidenti sulla “linea del cessate il fuoco”, rientrando perfettamente nell’immaginazione generalizzata su terrorismo e scontri tra unità regolari di entrambi gli eserciti, avvenuti più volte all’anno negli ultimi decenni. Tale situazione nella regione non permette in alcun modo una risposta positiva dell’India agli appelli di Islamabad e Pechino ad aderire al CPEC. Inoltre, il consenso a tali proposte significherebbe che l’India riconosce effettivamente la situazione territoriale sviluppatasi finora nelle relazioni con il Pakistan. Di conseguenza, la linea del “cessate il fuoco” diverrebbe un confine internazionale riconosciuto. Tuttavia, lungi dall’appello, è difficile che il Pakistan accetti un esito nella disputa territoriale con l’India. Per Islamabad Nuova Delhi non tiene conto degli interessi della popolazione degli Stati indiani di Jammu e Kashmir, che per il 70-100% (in diversi distretti) professa l’Islam. Tutto ciò consente di concludere che non esiste alcuna possibilità che l’India, in qualsiasi forma, partecipi al CPEC nonostante l’evidente vantaggio economico che otterrebbe aderendovi. L’India decide di risolvere i propri problemi rafforzando le posizioni nell’area del Golfo Persico. Un passo importante in questa direzione fu il vertice tripartito con la partecipazione dei leader di India, Iran e Afghanistan del maggio 2016 a Teheran. Forse il risultato principale fu il prestito di 500 milioni di dollari all’India per ricostruire porto e infrastrutture nel villaggio iraniano di Chabahar. Si badi al fatto che Chabahar si trova sul Mar Arabico, dove il CPEC si dirige, ed a soli duecento km dal porto pakistano di Gwadar, all’estremità del suddetto “corridoio”. L’Afghanistan, a sua volta, era particolarmente soddisfatto dal progetto di modernizzazione di Chabahar, vivendo da tempo relazioni tese con il Pakistan. Infine, Kabul avrà l’opportunità di entrare nell’Oceano Indiano escludendo il territorio pakistano, usando la zona controllata dall’Iran e rafforzando i legami (quantomeno amichevoli) con l’India.
In conclusione, va ricordato che il CPEC è percepito dalla Cina come la parte più importante dell’ambiziosa rinascita della Grande Via della Seta. Nel frattempo, l’approccio cauto di Nuova Delhi verso il CPEC spiega l’assenza del Primo ministro indiano Narendra Moody al forum di Pechino dedicato all’attuazione del progetto Fascia e Via.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1021.- Asia, la nuova polveriera del mondo

Il punto sull’Asia.

Dalla Corea del Nord al mar della Cina, e non c’è solo il poco credibile ma pericoloso Kim. L’Asia oggi è la polveriera del mondo, sostengono diversi analisti, come lo è stata l’Europa dei secoli scorsi. Continente infinito sul più grande Oceano del pianeta attorno a cui si concentrano conflitti più o meno mascherati tra le grandi potenze che cercavano di conquistare spazi, risorse e influenza. E cinque di loro sono potenze nucleari.

FILE PHOTO: North Korean leader Kim Jong Un supervised a ballistic rocket launching drill of Hwasong artillery units of the Strategic Force of the KPA on the spot

C’è poco da scherzare, dice Bernard Guetta su France Inter, quasi a dialogare con Piero Orteca su Kim Jong-Un. Parliamo di Asia, dove troppe cose poco rassicuranti stanno accadendo, e non basta il volto apparentemente bonaccione del Kim sovrappeso a rassicurare su quelle bombe atomiche e quei missili nella mani di un irresponsabile, se non del tutto folle.
L’ultimo episodio il lancio di missili dalla Corea del Nord verso il mare del Giappone. E tutti ne approfittano. Il Giappone e cambia la sua costituzione e riarma. Gli Stati Uniti felicemente forniscono gli strumenti, mentre accelerano il dispiegamento di un loro sistema di protezione antimissile in Corea del Sud. Che è molto vicina alla Cina.

Gli Stati Uniti, motivazione ufficiale le minacce di Pyongyang con i missili puntati loro alleato giapponese, quindi accrescono la loro presenza in Asia. Ma è la Cina a non essere affatto contenta di vedere la forze armate americane avvicinarsi alle sue frontiere. Anche perché gli intenti della nuova amministrazione Usa non appaino molto rassicuranti, dopo che Donald Trump ha stabilito che Pechino è il principale rivale Usa.
In realtà la Cina è ormai la seconda potenza econonomica mondiale e non è detto che si voglia accontentare solo di quel ruolo. Mentre gli Stati Uniti, sempre più disimpegnati in Europa e Medio Oriente, concentrano il loro sforzo militare sull’Asia proprio per contrastare la Cina.

I 54 miliardi di dollari aggiuntivi alla enormità del bilancio per il Pentagono che Trump ha promesso, serviranno -analisi di fonti militari- soprattutto a rafforzare la marina per permetterle di essere più presente nel mar Cinese meridionale.
Stiamo parlando della zona del Pacifico in cui transita quasi un terzo del traffico marittimo internazionale e che è quasi interamente rivendicata da Pechino nonostante le proteste di altri cinque paesi costieri che vorrebbero far valere i loro diritti sulle acque contese, con la Cina che sta trasformando isolotti disabitati in basi militari.

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Solo minacce o pericolo reale?
La guerra non è una certezza in Asia, rassicura Bernad Guetta sui Internazionale, ma non c’è da giurarci sopra. Sei i punti di crisi elencati, minacce presunti e reali.
1, la Cina fa paura a tutti i suoi vicini;
2, il nazionalismo è molto forte nei paesi asiatici;
3, l’India e il Pakistan sono in guerra dalla ritirata dei britannici e la divisione del subcontinente di settant’anni fa;
4, la Cina, l’India, il Pakistan e la Corea del Nord sono potenze nucleari;
5, l’Asia è molto lontana dall’aver trovato un equilibrio tra le varie potenze;
6, gli Stati Uniti, infine, non vogliono permettere alla Cina di dominare il continente perché questo la renderebbe la prima potenza del mondo a scapito dell’America.

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Le guerre d’Asia
Guerre e i conflitti aperti all’interno del continente che vedono direttamente coinvolti Pakistan e India. Il Pakistan, confinante con i problematici Afghanistan ed Iran, è impegnato, da un lato, in scontri con la componente pashtun e, dall’altro, cerca di reprimere i separatismi del Belucistan e del Waziristan, aree di confine ricche di risorse naturali e sedi di basi militari e nucleari pakistane. l’India, dal canto suo, oltre ad avere proprio con il Pakistan sempre in sospeso il contenzioso sul Kashmir, e al suo interno alcuni devastanti conflitti etnici.

Mar cinese della discordia
Le isole il cui possesso può rivelarsi utile nel collegamento fra Oceano Indiano e Oceano Pacifico in caso di conflitti. Ed ecco la disputa tra Giappone e Corea del Sud per le isole Dodko, tra lo stesso Giappone e Russia per le isole Curili e le rivendicazioni cinesi sulle isole Paracel e Spratly.
Il Mar Cinese Meridionale, crocevia fondamentale dal punto di vista logistico-commerciale, delle risorse ittiche e, soprattutto, delle risorse energetiche. Intorno a questi due gruppi di isole potrebbe esserci un potenziale di circa 150 miliardi di barili di petrolio ed enormi quantità di gas. Ed ecco che la Cina aumenta la sua spesa militare del 10% ogni anno e ha permesso a Pechino di diventare la seconda marina militare del mondo, con una delle tre portaerei cinesi in programma che è già stata operativa nelle acque siriane.

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