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1135.- CIPRO: Un ruolo centrale per l’energia nel Mediterraneo

Abbiamo visto allo scorso n. 922 gli ostacoli alla riunificazione di Cipro e, ora, parliamo delle sue prospettive economiche e strategiche

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La dea dell’amore, della bellezza e della fertilità sarebbe nata proprio nelle acque che bagnano la città di Paphos. Il mito di Afrodite in passato ha richiamato molti pellegrini sulle coste cipriote, e in tempi più recenti ha contribuito a incrementare in modo significativo il numero di turisti che ogni anno visitano l’isola. Ma più dei turisti, Afrodite sta attirando le compagnie energetiche in cerca di concessioni per le loro attività estrattive. Afrodite infatti è il nome di uno dei giacimenti di gas naturale più grandi del Mediterraneo. È stato scoperto nel 2011 e secondo le stime avrebbe un potenziale di circa 7 miliardi di metri cubi. Quanto basta per renderlo uno dei siti più appetibili dell’area.

Una gestione che ha fatto discutere

Afrodite si trova nella Zona Economica Esclusiva di Cipro, al largo delle coste sudorientali dell’isola. Dal 2011 il governo cipriota ha affidato l’attività di estrazione nelle acque della propria ZEE alla compagnia energetica americano-israeliana Noble Energy. Una concessione ampiamente criticata dalla Turchia, preoccupata dalla presenza sempre più consistente di navi statunitensi e israeliane in una zona strategica, dove la stessa compagnia è impegnata nell’attività estrattiva del giacimento Leviathan. Il governo della Repubblica di Cipro si è comunque appellato alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare firmata nel 1982, che garantisce il diritto allo sfruttamento esclusivo delle risorse naturali entro le 200 miglia nautiche.

Nuove prospettive

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Quella di Noble Energy non è tuttavia una gestione esclusiva. Il presidente cipriota Nikos Anastasiades si è sempre dichiarato a favore della stipula di contratti a lungo termine con le compagnie energetiche straniere intenzionate a sfruttare il giacimento. Una soluzione che, secondo Anastasiades, garantirebbe una solida prospettiva economica all’isola, ma che costituirebbe anche una garanzia per la stabilità regionale. Questa politica porterà a un nuovo accordo per l’attività estrattiva di Afrodite che verrà stipulato nelle prossime settimane dal ministro cipriota dell’Energia, Yiorgos Lakotrippis con un consorzio formato dalle compagnie energetiche Exxon Mobil, Qatar Petroleum, Eni e Total, che avvieranno le proprie esplorazioni nelle acque cipriote in diversi blocchi del giacimento. La firma dei tre diversi contratti dovrebbe portare a Cipro circa 103,5 milioni di euro.

Interesse strategico

Dal punto di vista energetico Cipro sta esercitando quindi un ruolo centrale nell’area orientale del Mediterraneo. La presenza dei più grandi giacimenti di idrocarburi del bacino rappresenta un notevole incentivo per gli stati che hanno un interesse strategico nell’area. In gioco non c’è solo l’attività di estrazione, ma anche la costruzione di una condotta sottomarina che permetterebbe di fornire all’Egitto il gas estratto da Afrodite. I due Paesi hanno raggiunto l’accordo a settembre 2016per una pipeline che porterebbe il gas cipriota negli stabilimenti egiziani di Damietta e Idku. Il ministro Lakotrippis ha inoltre confermato la volontà di potenziare l’attività dell’impianto di gas naturale liquefatto presente a Vasilikos, sulla costa meridionale dell’isola.

922.- CIPRO: Quali ostacoli sulla strada della riunificazione?

L’isola vive una frattura profonda dal 1974, anno dell’occupazione militare turca nella parte settentrionale di Cipro in seguito al tentato colpo di stato greco-cipriota. Dopo 42 anni i negoziati dovrebbero portare alla formazione di una federazione bicomunale e bizonale, con due Stati costituenti, ma con una singola soggettività internazionale e una singola cittadinanza. Le Nazioni Unite e anche la politica energetica degli Stati Uniti spingono per una Cipro unita. È anche comprensibile che l’argomento stia particolarmente a cuore agli Stati Uniti. Le maggiori riserve di gas del Mediterraneo si trovano nella Zona Economica Esclusiva di Cipro, dove la compagnia energetica americana Noble Energy ha avviato nel 2011 un’intensa attività di estrazione nei giacimenti di Tamar (il più grande, contenente circa 10 trilioni di piedi cubici di riserve), Leviathan e Afrodite.

Predisporre una zona di sicurezza in quell’area per il passaggio delle proprie navi, ma anche di quelle israeliane ed egiziane, resta una priorità assoluta per gli Stati Uniti. La riunificazione di Cipro contribuirebbe non poco alla stabilità del Mediterraneo orientale. Questi giacimenti hanno un valore strategico fondamentale e un’ulteriore conferma è arrivata con l’accordo firmato dal ministro dell’Energia cipriota, Yiorgios Lakkotrypis, e il ministro del Petrolio egiziano, Tarek El Molla, per fornire all’Egitto il gas estratto da Afrodite attraverso una condotta sottomarina.

Ma i primi colloqui del 2017 confermano tutte le difficoltà nel trovare un accordo soddisfacente per la riunificazione dell’isola di Cipro. I negoziati fanno piccoli passi avanti, ma gli ostacoli da superare sembrano ancora troppo grandi per sperare in un esito positivo.

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Il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Anastasiades, il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon e quello della Repubblica Turca di Cipro del Nord (riconosciuta solo dalla Turchia), Mustafa Akinci. L’incontro di domenica 25 settembre 2016 tra i leader e Ban Ki-moon, ha segnato una tappa fondamentale nel processo di riunificazione dell’isola. Siamo a un punto di non ritorno in cui la mediazione esterna sembra ormai indispensabile.

L’ottimismo che aleggiava intorno a questi negoziati per la riunificazione di Cipro era stato spazzato via dopo il fallimento dell’ultimo incontro tra il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Anastasiades, e quello della Repubblica Turca di Cipro del Nord (riconosciuta solo dalla Turchia), Mustafa Akinci. I due leader si erano incontrati in Svizzera, a Mont Pèlerin, per affrontare una sessione che doveva dare la spinta decisiva al processo di riunificazione.

Bisticci fra la composizione degli abitanti e le rispettive percentuali di territorio.

L’obiettivo era quello di raggiungere un accordo su alcuni punti da sottoporre poi ai cittadini attraverso un referendum. I primi colloqui in territorio neutrale, sotto la supervisione dell’inviato dell’Onu, il norvegese Espen Barth Eide, si sono tenuti tra il 7 e l’11 novembre. I più attesi invece, tra il 20 e il 22 novembre. In questi giorni, a Ginevra, la speranza di un esito positivo è naufragata.

La trattativa per la riunificazione di Cipro si arena sulle percentuali di territorio che dovrebbero definire il nuovo assetto della futura federazione bicomunale e bizonale, ma nello specifico la questione riguarda il numero di greco-ciprioti che dovrebbero fare ritorno nelle proprie abitazioni situate nella zona attualmente controllata dall’esercito turco.

Oggi la Repubblica Turca di Cipro del Nord costituisce il 36% del territorio dell’isola, ma la popolazione turco-cipriota rappresenta soltanto il 22% della popolazione. La proposta avanzata da Akinci era quella di mantenere una parte di territorio che andasse tra il 28,2 e il 29,2% della superficie totale dell’isola, ma secondo Anastasiades questo avrebbe permesso il rientro di circa 90.000 abitanti, su un totale di circa 170.000 che ne avrebbero diritto. Un numero esiguo, ma perfino troppo alto per Akinci, che avrebbe acconsentito solo per il ritorno di circa 65.000 greco-ciprioti nella zona attualmente occupata dall’esercito turco. Le questioni territoriali sono state oggetto di trattative, a dicembre, tra il primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ma, dopo il tentato golpe di luglio, la Turchia non ha ancora espresso la propria posizione sul destino del proprio contingente a Cipro.

Aspettando Tsipras e Erdogan, facciamo un po’ di storia.

Sembra di essere tornati indietro di quasi 13 anni, al 12 aprile 2004, quando il piano per la riunificazione di Cipro proposto dall’ex segretario dell’Onu Kofi Annan, venne sottoposto a referendum alle due comunità. Il piano venne rifiutato dai cittadini greco-ciprioti (solo il 24,71% voto sì al referendum), mentre la maggioranza dei turco-ciprioti (il 64,91%) si disse favorevole.

Un’altra causa del fallimento di questo piano fu la prospettiva della composizione del nuovo parlamento federale, dove la parte greco-cipriota e quella turco-cipriota avrebbero avuto 24 parlamentari a testa. Un numero giudicato sproporzionato dalla comunità greco-cipriota, che costituisce poco meno dell’80% della popolazione.

Il piano Annan fornisce delle linee-guida per il ricollocamento dei greco-ciprioti nella parte Nord dell’isola, anche se non fornisce il numero esatto degli abitanti che avrebbero diritto a tornare nelle proprie case che dal 1974 si trovano nel territorio dell’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord.

È invece descritta la suddivisione delle zone costiere e dell’entroterra che sarebbero state controllate dalle rispettive comunità, e si trovano numeri dettagliati anche per quanto riguarda la smilitarizzazione dell’esercito turco. Oggi sono presenti 35.000 soldati, mentre il piano prevedeva che entro il 2011 nessun contingente dovesse superare le 6.000 unità, con la prospettiva di arrivare a un massimo di 3.000 unità entro il 2018.

 

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Insomma, quello che doveva essere l’anno della svolta per la riunificazione di Cipro rischia di diventare l’ennesimo “anno sabbatico”. Ancora non ci sono i presupposti per il superamento della divisione dell’isola, neppure dopo la nuova serie di colloqui tra i rappresentanti della Repubblica di Cipro e della Repubblica Turca di Cipro del Nord (riconosciuta unilateralmente dalla Turchia). I primi giorni del 2017 hanno confermato la fase di stallo che si trascina dal 1974. Negli ultimi mesi i rappresentanti delle due comunità e delle Nazioni Unite hanno parlato più volte di questi negoziati come di “un’ultima chance”. Ma alle buone intenzioni non sono seguiti i fatti.

Dopo una serie di colloqui bilaterali negli ultimi mesi, il 12 gennaio si è tenuta a Ginevra una conferenza che ha visto la presenza del segretario dell’Onu, Antonio Guterres, del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, del presidente cipriota Nikos Anastasiades e di quello turco-cipriota Mustafa Akinci, ma anche dei ministri degli Esteri di Grecia (Nikos Kotzias), Turchia (Mevlut Çavusoglu) e Gran Bretagna (Boris Johnson), le tre potenze garanti dell’isola secondo la Costituzione del 1960.

Un appuntamento importante quindi, dove proprio la Turchia ha mostrato le resistenze maggiori. La conferenza si è conclusa con un nulla di fatto, se non la magra consolazione di tenere in vita i colloqui, che sono ripresi il 18 gennaio, seguendo linee più tecniche che politiche. E pensare che nel 2004 il Piano Annan venne bocciato a causa del voto contrario dei greco-ciprioti, mentre i turco-ciprioti si erano espressi favorevolmente al referendum sulla riunificazione dell’isola. Oggi, più che dalla popolazione turco-cipriota, gli ostacoli per una Cipro unita in un unico stato federale arrivano direttamente da Ankara. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan non è disposto a fare sconti su nessun fronte, e l’omologo della comunità di Cipro del Nord, Akinci, si è adeguato alla linea dell’Akp.

La questione più spinosa è quella che riguarda la presenza dei circa 35.000 militari turchi nel Nord dell’isola. È impensabile prevedere uno stato unitario con un contingente così numeroso sul proprio territorio, ma Erdogan ha ribadito che i militari resteranno sull’isola.

Rinunciarvi costituirebbe una perdita di sovranità evidente. La Turchia vuole mantenere armi e caserme su un’isola ancora dipendente dal trattato di garanzia del 1960. La protezione dei cittadini turchi o turco-ciprioti sull’isola resta un punto sul quale Erdogan non è disposto a fare concessioni. Il mantenimento di un esercito costituisce uno strumento efficace per il controllo ordinario sulle abitazioni e sui territori della parte nord dell’isola, che Ankara sostiene dal punto di vista economico.

Sui territori la Turchia ha fatto delle concessioni e sarebbe disposta ad accontentarsi del 29% circa (anziché del 36%), ma qui gli ostacoli sono puramente economici. Chi dovrà occuparsi della ricostruzione o della manutenzione delle case dei turco-ciprioti? A quanto pare ci sono difficoltà ad accordarsi su questo punto.

I timori della Turchia inoltre si sono ingigantiti dopo l’ingresso di Cipro nell’Unione Europea del 2004. Se Nicosia è andata verso Bruxelles, in questi anni Ankara si è allontanata sempre più dal cuore dell’Europa, e teme che gli equilibri politici siano sfavorevoli. Erdogan e Akinci vorrebbero un parlamento equamente rappresentativo di greco-ciprioti e turco-ciprioti, nonché un’alternanza alla presidenza tra rappresentanti delle due comunità. Due punti che stridono con l’effettiva presenza di turco-ciprioti sul territorio, che rappresentano poco più del 20% della popolazione. A queste condizioni, la riunificazione di Cipro sembra ancora lontana.

da East Journal, Lorenzo Lazzerini