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5529.- Perché non è vero amore quello fra Cina e Russia. L’analisi di Sisci

Durante i lavori per l’accordo di cooperazione tra Cina e Russia, i due leader hanno rilasciata una dichiarazione congiunta sul loro impegno per supportate le repubbliche dell’Asia centrale nella difesa della loro sovranità. Viene dichiarata la volontà di non accettare tentativi di forze esterne di destabilizzare la regione. É una messa fuori causa dell’Occidente e, in particolare, di Turchia, Stati Uniti, Unione Europea e Nato. A seguire, Xi Jinping ha invitato a maggio, a Pechino i capi dei governi di Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan per il primo summit Cina – Asia Centrale.  Tra febbraio e marzo, il Segretario di Stato degli USA Antony Blinken aveva compiuto la sua prima visita proprio in Kazakistan e Uzbekistan, nel cuore della sfera d’influenza russa, professando la speciale attenzione che gli Stati Uniti prestano alla sovranità e all’integrità territoriale dei paesi della regione.

Alla luce di questa dichiarazione congiunta, si tratta di un impegno che il coordinamento strategico rispetto all’Asia Centrale della Federazione russa e della Repubblica Popolare finirà per annullare, vincolando le politiche e l’autonomia di quei governi regionali. Notiamo che il summit Cina – Asia Centrale si terrà a Pechino e non a Mosca e possiamo intravedere una staffetta tra Russia e Cina in Asia – Centrale, forse, in previsione di una vittoria della NATO in Ucraina o, comunque, di un indebolimento della Federazione russa. Non stupirebbe che il successo delle politiche di Biden in Ucraina si traducesse in una vittoria di Pirro. A questo punto, prima Cina e Stati Uniti tracceranno i confini delle rispettive sfere d’influenza, meglio sarà per l’umanità intera.

Mario Donnini

L’analisi di Sisci

  • Da Start Magazine, 25 Marzo 2023
Cina Russia

di Marco Orioles

Perché non è vero amore quello fra Cina e Russia. L’analisi di Sisci

Che cosa succede davvero fra Cina e Russia? Conversazione con Francesco Sisci, corrispondente per anni per diverse testate italiane da Pechino e adesso senior researcher presso la China People’s University

Mai fidarsi delle apparenze. Contrariamente a quanto si è visto nei giorni scorsi a Mosca, ossia lo scenografico abbraccio tra Putin e Xi Jinping, la Cina sta prendendo gradualmente le distanze dalla Russia, un partner ossessionato da un conflitto da cui non riesce a uscire.

È così che Francesco Sisci, corrispondente per anni per diverse testate italiane da Pechino e adesso senior researcher presso la China People’s University vede, in questa conversazione con Start Magazine, l’odierna relazione bilateraletra Russia e Cina, con quest’ultima che di fatto si sta già muovendo in quello che è ormai il dopoguerra prossimo venturo.

Professor Sisci, sotto gli occhi c’è un lancio di agenzia fresco di stampa: Xi Jinping ha invitato i leader del Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan a maggio per il primo summit Cina – Asia Centrale. Cosa succede? Pechino gioca nel cortile di casa di Mosca?

La Cina non vuole rimanere scoperta in un eventuale crollo della Russia come fu presa di sorpresa dal crollo dell’Unione Sovietica, quindi in qualche modo si prepara a quella eventualità, in una specie di assicurazione. E questo è anche un avvertimento alla Russia con cui la Cina le dice “più passa il tempo in cui tu sei coinvolta nella guerra in Ucraina e più è facile che, se non perdi a Ovest, tu perda zone d’influenza ad Est”.

Al di là dunque di quanto abbiamo visto sotto i riflettori durante la visita di Xi a Mosca, tra firma di accordi e rinnovo del partenariato strategico, lei ci sta dicendo un’altra cosa, ossia che Pechino è molto preoccupata dalle azioni della Russia.

Siamo in un frangente molto delicato e questo è dimostrato dalla tempistica. Perché Xi Jinping è andato proprio adesso a Mosca e non sei mesi fa o nove mesi fa? Evidentemente con questo piano di pace proposto dalla Cina ma accettato anche dalla Russia la Cina cerca di sfilarsi da un abbraccio alla guerra russa, e la Russia cerca di trovare un modo di uscire dalla guerra senza una umiliazione. Cioè mi sembra che entrambi riconoscano che la sconfitta russa sia fattuale. Per di più la Cina vuole mostrare alla sua gente e al mondo che il rapporto con la Russia non è una amicizia senza limiti, prendendo le distanze. Come segnalato anche dal vertice di maggio con i Paesi dell’Asia Centrale di cui abbiamo parlato prima, di fatto è cominciato il dopoguerra.

Molti osservatori hanno evidenziato come ormai la Russia sia diventata di fatto una colonia cinese e questo è dimostrato dalla crescente dipendenza economica di Mosca da Pechino. Lei la vede allo stesso modo?

No, secondo me è una semplificazione. La Russia oggi è certamente più dipendente dalla Cina di quanto non lo fosse un anno fa. Però io non credo che nel lungo termine la Russia possa accettare di dipendere così vistosamente dalla Cina. Né credo che la Cina voglia assumersi questo fardello, il problema è bilaterale. Noi vediamo che la Cina sta prendendo le distanze dalla Russia e allo stesso tempo quest’ultima non sta facendo due passi verso la prima. Credo che la Russia si stia guardando intorno e stia cercando anche altri interlocutori oltre la Cina. Quello che si vede è una situazione di grande movimento, in cui la Russia sta accusando il colpo e cerca di uscire dall’angolo in cui si è infilata. Il problema è la grande debolezza della Russia.

Eppure gli interessi di Russia e Cina convergono almeno da un punto di vista: quello della ridefinizione dell’ordine mondiale. Non a caso i due Paesi nei documenti americani vengono denominati “potenze revisioniste”.

Secondo me anche in questo caso dobbiamo evitare forzature perché offuscano più che chiarire, Se vogliamo proprio usare questa definizione americana di potenze revisioniste, va bene: Russia e Cina lo sono, ma lo sono in un modo diverso. Prima della guerra la Russia aveva un problema di influenza imperiale, neozarista, mentre la Cina ha problemi diversi e lo possiamo vedere da due indicatori, il cibo e l’energia. Nella sua espansione neozarista, la Russia può far valere la sua autonomia in entrambi i campi. La Cina è in una situazione molto diversa perché importa centinaia di milioni di tonnellate di granaglie, cibo e soia e importa dall’esterno la maggioranza del suo petrolio e del suo gas, e soprattutto esporta il suo enorme surplus commerciale verso Stati Uniti, Europa, Inghilterra e Giappone. Dunque questo revisionismo si manifesta necessariamente in modi diversi e questo è dimostrato anche dal fatto che in oltre un anno queste due potenze non sono riuscite a definire un nuovo accordo che le unisca, anzi abbiamo visto che si è creata una distanza. Quindi io sottolineerei le differenze tra i due Paesi.

Però non si può fare a meno di notare una convergenza molto concreta che si manifesta nell’intesa tra Mosca e Pechino per usare lo yuan come valuta di scambio per le reciproche transazioni, soprattutto in campo energetico. Funziona?

Dobbiamo vedere se funzionerà. Il ricorso allo yuan risolve certamente alcuni problemi di entrambi i Paesi, ma non tutti. Lo yuan serve senz’altro come moneta di scambio bilaterale. Ma se lo yuan non viene adottato, come non sarà adottato, dai Paesi che fanno il surplus commerciale cinese, Pechino potrebbe avere delle difficoltà. È un passo sicuramente interessante ma non credo che possa definirsi risolutivo e che Russia e Cina pensino che lo yuan digitale possa sostituire il rublo o il dollaro come monete forti. Tra l’altro noi vediamo un movimento in direzione opposta da parte della Russia, che è il tentativo di agganciare il rublo all’oro.

4468.- L’occhio del Copasir

28 ottobre 2021

La ripresa del terrorismo parte dall’Afghanistan. Una breve premessa

I servizi di intelligence danno per certa una ripresa degli attentati jihadisti, a partire dall’Afghanistan, entro sei mesi. Sia Washington sia Mosca sono interessate a prevenire e contrastare questa ripresa, ma anche l’Europa. Potrebbe esserne la conferma l’incontro tenutosi il 23 settembre fra il Capo di Stato Maggiore congiunto degli Stati Uniti d’America generale Mark Milley e quello della Russia, generale Valery Gerasimov, ufficialmente, per discutere di come espandere i contatti militari bilaterali e incrementare la fiducia reciproca. I temi trattati sono rimasti riservati, ma l’incontro ha fatto seguito a un’offerta di cooperazione nel contrasto al terrorismo in Afghanistan, ipotizzata da parte di Putin, che riguarderebbe l’utilizzo delle basi militari russe in Asia Centrale, che potrebbero essere la base aerea di Kant, ad Est della capitale del Kirghizistan, Bishkek, nonché la nota base 201° in Tagikistan, la base più grande base di Mosca al di fuori del proprio territorio, dove mantiene una forza di circa 7.000 russi. Una proposta importante se si considera  che Mosca ha ripetutamente messo in guardia i Paesi Centro-Asiatici dal consentire l’uso delle loro basi militari agli USA. Opposizione ribadita da Putin, nel corso del primo vertice transatlantico, tenutosi lo scorso 16 giugno a Ginevra.

L’offerta o il suggerimento di Putin si pone anche come l’affermazione del Cremlino che la Russia è e rimane la “porta d’ingresso” all’Asia Centrale. Dopo il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan, Washington ha necessità di una base appoggio nella regione per “sostenere il governo afghano” di fronte all’emersione di nuove cellule terroristiche nel Paese. In tale quadro, il passo di Putin è la duplice risposta al tour diplomatico in Asia Centrale dell’ambasciatore Zalmay Khalilzad, in maggio, con tappe a Tashkent, in Uzbekistan e a Dushanbe, in Tagikistan. Significa: senza il nostro assenso, di qui non si passa e, infatti, ieri 27 ottobre, la Russia ha esortato i Paesi dell’Asia Centrale, confinanti con l’Afghanistan, ad adottare misure per prevenire la presenza militare degli Stati Uniti e della NATO sul proprio territorio. Per gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione europea la necessità di controllare i flussi migratori” provenienti dall’Afghanistan travalica le reciproche contrapposizioni perché, inevitabilmente, i terroristi tenteranno di oltrepassare le frontiere passando per rifugiati”. Lo ha detto anche Lavrov.

Una legge sul jihadismo. La sveglia del Copasir al Parlamento

Di Stefano Vespa | 27/10/2021 – 

Una legge sul jihadismo. La sveglia del Copasir al Parlamento

Secondo il Copasir, il terrorismo jihadista resta un pericolo incombente ed è sempre più urgente una normativa nazionale sulla deradicalizzazione insieme con una migliore cooperazione europea. Per questo ha approvato la “Relazione al Parlamento su una più efficace azione di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista”

Il terrorismo jihadista resta un pericolo incombente ed è sempre più urgente una normativa nazionale sulla deradicalizzazione insieme con una migliore cooperazione europea. Per questo il Copasir, Comitato per la sicurezza della Repubblica, ha approvato la “Relazione al Parlamento su una più efficace azione di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista” anche grazie alle audizioni effettuate dopo il ritiro della Nato dall’Afghanistan. In una nota il presidente del Copasir, Adolfo Urso (FdI), spiega che sono state individuate “alcune possibili misure e linee di intervento volte ad accentuare l’efficacia dell’azione preventiva, accanto a quelle di natura repressiva già previste” oltre a sollecitare l’esame delle proposte di legge in materia presentate in Parlamento. Urso, su mandato del Comitato, chiederà ai presidenti di Senato e Camera di sensibilizzare le conferenze dei capigruppo per valutare come discutere questo documento così come la “Relazione sulla disciplina per l’utilizzo di contratti secretati, anche con riferimento al noleggio dei diversi sistemi di intercettazione”, approvata il 21 ottobre.

COME AGIRE

Il documento (relatori Enrico Borghi, Pd, e Federica Dieni, M5S) è un approfondimento dopo le audizioni dei ministri dell’Interno e della Giustizia, del capo della Polizia e del comandante dei Carabinieri, dei direttori delle agenzie di intelligence Aise e Aisi. Non basta la repressione, serve “una pluralità di strumenti” e dunque, scrivono i relatori, “la prevenzione, la repressione e la cooperazione sono le aree in cui occorre agire con interventi efficaci, lungimiranti e integrati” allo scopo di “integrare i meccanismi micro (individuali) con quelli macro (sociali/culturali): solo in questo modo potranno essere messe in campo tecniche efficaci di prevenzione nella lotta al terrorismo”. Il rischio da evitare è che anche questa legislatura non produca una legge in merito: nonostante le emergenze sanitaria ed economica, le conferenze dei capigruppo potrebbero valutare una corsia preferenziale per i testi in discussione.

LA DIMENSIONE DEL FENOMENO

Anche l’omicidio del deputato inglese David Amess del 15 ottobre scorso ha avuto matrice terroristica e ogni rapporto evidenzia i rischi. Quello dell’Europol del 2020 riporta che l’anno scorso in territorio europeo ci sono stati 10 attacchi jihadisti con 12 morti e 47 feriti e dai 254 arresti emerge la giovane età media: l’87 per cento è composto da maschi di 31-32 anni. In Italia, che pure vive una situazione molto migliore di altri Stati per le scarse comunità islamiche e terze generazioni, tra il 1° agosto 2020 e il 31 luglio 2021 ci sono state 71 espulsioni per motivi di sicurezza. La relazione del Copasir, basandosi sull’ultimo rapporto del Viminale, cita 144 foreign fighters anche se è noto che la gran parte è morta e che solo una decina è sul nostro territorio costantemente monitorata.

IL RISCHIO CARCERI

La relazione spiega che su 60mila detenuti in Italia 20mila sono stranieri dei quali 13mila provengono da Paesi musulmani e 8mila si dichiarano islamici. Sono dati contenuti nel report “Comprendere la radicalizzazione jihadista. Il caso Italia” a cura della European Foundation for Democracy e di Nomos Centro studi parlamentari. Invece, secondo il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria al 15 ottobre scorso erano 313 i detenuti sottoposti a monitoraggio suddivisi in base alla pericolosità: 142 di livello alto, 89 medio e 82 di livello basso. Gli algerini con il 27,1 per cento e i marocchini con il 25,8 sono i più rappresentati.

L’URGENZA DI UNA LEGGE

Si parla di deradicalizzazione da qualche anno ma la proposta Dambruoso-Manciulli nella scorsa legislatura non fu approvata. Oggi lo stesso tema delle misure di prevenzione della radicalizzazione di matrice jihadista è in discussione nella commissione Affari costituzionali della Camera insieme con la proposta dell’istituzione di una commissione d’inchiesta sui fenomeni di estremismo violento o terroristico e di radicalizzazione jihadista. Alla Camera sono state presentate altre proposte attinenti in vario modo all’argomento mentre al Senato c’è un disegno di legge analogo a quello di Montecitorio sulla prevenzione, ma la discussione non è cominciata.

Nella relazione del Copasir si sottolinea che è “fondamentale comprendere il percorso attraverso cui le persone adottano credenze che giustificano la violenza e come traducano il pensiero in comportamenti violenti. Nel processo di radicalizzazione assumono rilievo diversi passaggi, come la mobilitazione potenziale – per cui soggetti con lo stesso insieme di credenze assumono ruoli diversi e compiono diversi tipi di azioni – e le reti di reclutamento”. Il rischio del lupo solitario fu ribadito nell’ultima relazione dei Servizi al Parlamento nella quale è scritto che la minaccia jihadista sull’Europa è caratterizzata da “tratti prevalentemente endogeni e destrutturati, tradottasi in attivazioni autonome ad opera di soggetti nella maggioranza dei casi privi di legami con gruppi terroristici, ma da questi influenzati o ispirati”. Web e carceri sono i principali “luoghi” di proselitismo.

LE NORME ATTUALI

Il decreto antiterrorismo del 2015 e la ratifica di convenzioni internazionali del 2016 sono punti fermi della legislazione italiana. A livello europeo, nello scorso maggio fu approvato il regolamento per il contrasto alla diffusione di contenuti terroristici online e la collaborazione con i gestori dei siti per rimuovere quei contenuti. L’Italia spicca inoltre per il Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, dove c’è un costante scambio di informazioni tra forze di polizia, intelligence e amministrazione penitenziaria. Sul fronte del recupero degli ex terroristi, invece, la relazione ricorda che questo tipo di programmi governativi è stato attivato in Occidente da pochi anni, al contrario di alcuni Paesi islamici. Comunque i Cve, Counter Violent Extremism, sono attivi in Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Germania e Canada con l’obiettivo di recuperare gli islamici deradicalizzati e reintegrarli nella società.

LE PROPOSTE DEL COPASIR

Il Comitato segnala “l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo” per dotare l’Italia “di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica”. “La deradicalizzazione entra, a pieno titolo, tra le politiche di antiterrorismo, rappresenta un vero e proprio strumento securitario di controllo e di riduzione della minaccia eversiva e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche”. Il campo di battaglia “cruciale” è il web senza dimenticare scuole, carceri, luoghi di aggregazione.

Inoltre, il Copasir propone di inserire nel Codice penale un articolo per punire anche la semplice detenzione di materiale di propaganda che oggi non comporta nessuna sanzione mentre potrebbe essere preso a modello l’articolo 600 quater sulla detenzione di materiale pedopornografico. L’obiettivo dev’essere quello di “intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati” anche se non hanno ancora commesso un reato.

Allo scopo di migliorare la collaborazione europea, oltre ai contributi che gli Stati membri dell’Ue inviano al Centro di intelligence e situazione dell’Europol (Eu Intcen), il Copasir ricorda che tra poco la Commissione europea produrrà “un Codice di cooperazione di polizia” che, oltre a migliorare appunto la cooperazione, “prevede la creazione di una rete di operatori, tra cui Europol, che investighino a livello finanziario al fine di colpire i flussi che finanziano il terrorismo”. In Italia, è necessario invece mettere a sistema singole iniziative di prevenzione giudiziaria considerate per ora “una delle strategie possibili” di prevenzione.

IL COMITATO VUOLE ASCOLTARE DRAGHI

Nella sua nota il presidente Urso sottolinea l’auspicio del Comitato di poter ascoltare il presidente del Consiglio sull’esito del G20 a presidenza italiana “che si avvia alla conclusione e che è stato caratterizzato, tra i diversi temi trattati, dall’esame di questioni di politica internazionale, sicurezza e difesa”. Infine, la prossima settimana sarà ascoltato il sottosegretario Franco Gabrielli anche nell’ambito dell’esame della Relazione semestrale sull’attività dei servizi di intelligence per il primo semestre del 2021.

4265.-L’influenza della Russia nel vicinato: tra minacce di erosione e adattamento alle nuove sfide

Fonte ISPI.

Qui, prendiamo in esame solo il rapporto fra la Russia e l’Asia Centrale (di Filippo Costa Buranelli), rimandando a altro momento i capitoli, dedicati al Caucaso meridionale, di Carlo Frappi e alla Bielorussia, di Carolina de Stefano. In sintesi, la visione di una Russia aggressiva e tesa a riconquistare i territori imperiali e sovietici – così diffusa in alcuni paesi europei (Polonia e repubbliche baltiche in primis) oltre che negli Stati Uniti – appare poco corrispondente alla realtà. La dirigenza russa ha preso atto ormai da tempo della nuova e più limitata dimensione territoriale e politica del paese e si sta abituando a essere soltanto Russia. Inoltre, la Russia sta accogliendo questa solitudine come un’opportunità per dedicarsi maggiormente alle sue necessità e ai suoi interessi, cosa che ha spesso trascurato in passato in nome di una missione ideologica, di preoccupazioni geopolitiche, d’impegni unilateralmente costruiti su legami di affinità etnica o religiosa”).

L’approfondimento si inserisce nel dibattito internazionale che si è sviluppato attorno alla presunta perdita d’influenza russa nel proprio immediato vicinato, dibattito riaccesosi di recente a seguito delle crisi politiche scoppiate nella seconda metà del 2020 in Bielorussia, Kirghizistan e Armenia. Vengono esaminate dunque le politiche di Mosca nel proprio vicinato muovendo dai suoi due obiettivi di lungo periodo: mantenere un ruolo egemonico nello spazio post-sovietico e promuovere la costituzione di un nuovo equilibrio multipolare dello scenario politico internazionale.

Dopo un’introduzione curata da Aldo Ferrari, l’approfondimento declina le politiche di vicinato di Mosca nella fase successiva alla crisi ucraina attraverso l’Asia centrale.

Il capitolo illustra le relazioni politiche, economiche e culturali tra Russia e le cinque repubbliche dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). In questa come nelle altre aree che esamineremo, l’analisi dimostra come sia inappropriato parlare di una Russia in declino, così come al tempo stesso sia fuorviante e riduttivo guardare a Mosca come l’unico egemone incontrastato nella regione.

La politica estera russa in crisi? Mosca e le crisi di Bielorussia, Kirghizistan e Armenia

Aldo Ferrari

Nei mesi scorsi molti, soprattutto in Occidente, hanno avuto l’impressione che dopo l’assertività dimostrata in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014, in Siria nel 2015 e quindi in Libia la Russia sia entrata in una fase d’incertezza, se non di crisi, sulla scena internazionale. Le crisi politiche che hanno coinvolto nella seconda metà del 2020 Bielorussia, Kirghizistan e Armenia sono state viste come un segnale dell’indebolimento sostanziale di Mosca nello spazio post-sovietico e più in generale sullo scenario internazionale. Tanto più che negli ultimi decenni questi tre paesi sono stati – insieme al Kazakhstan – i più vicini a Mosca, essendo membri tanto dell’alleanza militare a guida russa (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, CSTO) quanto dell’Unione economica eurasiatica, che costituisce il principale tentativo russo di reintegrazione delle repubbliche post-sovietiche.

Ma questa percezione di una crisi della politica estera russa è davvero corretta? Per rispondere è necessario partire dalla consapevolezza che in politica estera Mosca persegue da decenni due obiettivi principali. Il primo è costituito dalla volontà, affermata già negli anni Novanta dello scorso secolo, di mantenere un ruolo fondamentale nello spazio post-sovietico, il cosiddetto “estero vicino”, in particolare tentando di evitare l’ingresso della NATO al suo interno. Il secondo obiettivo è stato dapprima indicato da Evgenij Maksimovič Primakov e poi almeno in parte realizzato da Vladimir Putin: si tratta della costituzione di un nuovo equilibrio multipolare dello scenario politico internazionale, che rifiuta quindi l’unipolarismo statunitense e più in generale la pretesa occidentale a un primato non solo politico, economico e militare, ma anche nella sfera dei valori[1].

Per quanto ambizioso, probabilmente il secondo di tali obbiettivi appare più raggiungibile del primo, ma questo soprattutto perché – assai più dell’assertività geopolitica della Russia putiniana – è stata la crescita impressionante della Cina ad imporre di fatto il multipolarismo nello scenario internazionale, che tende ormai a costituirsi come post-occidentale.

Nello spazio post-sovietico, invece, la Russia non è più riuscita a recuperare il terreno perduto negli anni Novanta dello scorso secolo. I paesi baltici sono usciti rapidamente e con sostanziale successo dall’orbita russa, entrando non solo in Europa ma anche nella NATO. La Georgia si è posta su questa stessa via, anche se con minori risultati e pagando anzi un prezzo elevato, in primo luogo in termini territoriali. Ucraina e Moldavia hanno seguito un percorso complesso e altalenante, tanto nella sfera della politica interna quanto in quella estera, in particolare per quel che riguarda il rapporto con la Russia, ma negli ultimi anni se ne sono sostanzialmente allontanate, per ora soprattutto la prima; Azerbaigian e Turkmenistan si sono consolidati su regimi fondati sulle ricchezze energetiche, senza avvicinarsi all’Occidente, ma senza neppure divenire dipendenti da Mosca. Anche i paesi che hanno invece seguito la Russia in tutte le sue iniziative politiche, economiche e di sicurezza – Kazakhstan, Bielorussia, Kirghizistan e Armenia – hanno in realtà condotto in molti ambiti delle politiche ampiamente autonome da Mosca nella cosiddetta ottica multivettoriale. E, come si è detto, tre di questi paesi stanno attraversando crisi che potrebbero determinare un cambiamento dei loro rapporti con Mosca.

La crisi più grave è quella che riguarda la Bielorussia, sinora un partner fondamentale nella sfera politica quanto in quella economica, anche se in realtà – come sanno bene gli specialisti – molto meno allineato con Mosca di quanto si creda comunemente. Se l’esito ultimo dell’evoluzione politica della Bielorussia fosse non tanto l’allontanamento dal potere di Lukashenko quanto l’affermazione a Minsk di una dirigenza orientata in senso filo-occidentale, il colpo per la Russia sarebbe indubbiamente molto serio. Dopo le repubbliche baltiche e l’Ucraina, con la Moldavia che dopo le recenti elezioni presidenziali sembra aver anch’essa ripreso la via dell’avvicinamento all’Europa dopo la parentesi rappresentata dalla presidenza Dodòn, una svolta di questo genere anche in Bielorussia completerebbe l’allontanamento dalla Russia di tutta la parte occidentale degli antichi territori dell’impero zarista e dell’URSS. Sarebbe senza dubbio uno scacco di portata notevole per Mosca, che d’altra parte non sembra strutturalmente capace di rapportarsi realmente con l’opposizione bielorussa né di approvare lo scenario di un cambiamento politico che parta dalle piazze. Sappiamo bene quanto questo “scenario armeno” sia avversato dal presidente Putin, la cui gestione della crisi politica a Minsk rischia di veder crescere tra la popolazione bielorussa, in particolare tra i giovani, un’ostilità nei confronti di Mosca sinora quasi inesistente. Il Cremlino scommette sul fatto che Lukashenko, indebolito, sarà costretto a riavvicinarsi a Mosca, oppure a passare la mano a una nuova leadership che non potrà prescindere dalla Russia, visti i fortissimi legami storici, culturali ed economici. Una scommessa che ha molte probabilità di rivelarsi vincente, ma che al tempo stesso non può prescindere dalla valutazione dei rischi che comporterebbe l’opposizione frontale a un’eventuale evoluzione differente e meno favorevole per la Russia. È molto probabile, in effetti, che il Cremlino voglia evitare che si ripeta lo scenario dell’Ucraina, divenuta ormai stabilmente ostile alla Russia[2].

Molto più lontana da noi e quindi assai meno seguita è la crisi politica che ai primi giorni dello scorso ottobre ha scosso il Kirghizistan in seguito alle manifestazioni di protesta indette dalle forze di opposizione che contestavano il risultato delle elezioni parlamentari. Le proteste hanno provocato le dimissioni del primo ministro e del presidente Sooronbay Jeenbekov: in questo vuoto politico è emersa la controversa figura di Sadyr Japarov (liberato dal carcere a seguito dei tumulti di piazza), abile nello sfruttare il corso degli eventi e arrivare al potere attraverso un’evidente forzatura delle leggi e del sistema degli equilibri tra i poteri dello stato. La destituzione del presidente in carica a seguito di manifestazioni di protesta popolare non rappresenta certo una novità nella storia del Kirghizistan indipendente. Già nel 2005 la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” estromise l’allora presidente Askar Akayev, mentre nel 2010 le proteste di piazza portarono alla destituzione del suo successore, Kurmanbek Bakiev. In effetti l’assenza di un regime autoritario incarnato per decenni da un presidente inamovibile rende il Kirgizistan un caso unico nell’Asia Centrale post-sovietica. In questo paese esiste un sistema multipartitico, sia pure su base clanico-clientelare, e la società civile appare più vivace di quanto sia in altri paesi centroasiatici. Tali tendenze, che solo in maniera molto generica possono essere definite democratiche, determinano peraltro una persistente instabilità politica che non va certo a vantaggio del paese, al cui interno la situazione economica è molto negativa, mentre l’emigrazione verso la Russia continua a essere di fondamentale importanza.

Sebbene il nuovo corso abbia espresso la ferma volontà di preservare il legame privilegiato con la Russia, Putin non ha nascosto il suo malcontento di fronte all’accaduto, che sembrava aggiungere un ulteriore fattore d’instabilità nello spazio post-sovietico dopo la crisi politica della Bielorussia e lo scoppio del conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’Alto Karabakh. In ogni caso, come già nel corso delle precedenti crisi interne kirghize, la Russia non è intervenuta direttamente, limitandosi ad invocare il ritorno all’unità politica del paese. Una scelta dettata evidentemente da ragioni di opportunità, sia per non invischiarsi in scontri locali di carattere clanico-clientelare sia per la convinzione che, nonostante il crescente ruolo della Cina, qualsiasi dirigenza kirghiza non possa prescindere dalla Russia. Sono molti, infatti, gli elementi strutturali (precarietà dello stato, instabilità economica, emigrati) che portano Bishkek a situarsi necessariamente nell’orbita di Mosca. La politica prudente di Mosca nei confronti della crisi kirghiza si è rivelata lungimirante. In effetti Japarov ha mantenuto la tradizionale collaborazione con la Russia, che è stata secondo le aspettative il primo paese in cui si è recato dopo essere stato eletto presidente[3]. Certo, in Kirghizistan come nel resto dell’Asia Centrale Mosca deve confrontarsi con la crescente proiezione politica e soprattutto economica cinese, ma appare inopportuno parlare di un sostanziale declino delle sue posizioni in questa regione. Benché non più egemonica, la presenza della Russia è ancora fondamentale per i suoi numerosi legami culturali, economici e di sicurezza con le repubbliche dell’area.

Lo stesso può dirsi per il Caucaso meridionale, dove la Russia si è dovuta confrontare con la sfida particolarmente difficile del conflitto nell’Alto Karabakh, che nelle sue prime fasi sembrava confermare le difficoltà di Mosca nel mantenere le posizioni acquisite nello spazio post-sovietico. Questo conflitto, scatenato il 27 settembre 2020 dall’Azerbaigian con il sostegno politico e militare della Turchia, ha visto per più di un mese Mosca mantenere una posizione prudente. E questo nonostante il fatto che, a differenza dell’Azerbaigian, l’Armenia faccia parte della CSTO, vale a dire dell’alleanza militare a guida russa. In realtà, però, questa alleanza vincola Mosca solo nei confronti dell’Armenia, non dell’Alto Karabakh, che secondo il diritto internazionale si trova infatti sul territorio dell’Azerbaigian. Tuttavia, l’incapacità della Russia d’interrompere le ostilità produceva in molti osservatori un’impressione d’incertezza, se non d’impotenza, che rischiava di compromettere l’immagine di forza e dinamismo costruita nei due decenni del potere di Putin.

Il ruolo decisivo giocato da Mosca nella improvvisa conclusione del conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian il 10 novembre ha notevolmente modificato la percezione della capacità politica del Cremlino nella regione. La maggior parte delle analisi post factum sottolinea infatti l’efficacia della politica di Mosca, capace di non farsi coinvolgere nel conflitto tra un paese “teoricamente” alleato come l’Armenia e uno, l’Azerbaigian, con il quale i rapporti di collaborazione politica ed economica sono ottimi. La Russia, infatti, è riuscita non solo a porre fine alla guerra, ma anche ad imporre la sua presenza militare in forma di una missione di peace-keeping tra armeni e azeri. In questo modo Mosca è adesso presente militarmente in tutte e tre le repubbliche del Caucaso meridionale: Georgia (nelle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia meridionale), Armenia (soprattutto nella base di Giumri al confine con la Turchia e in quella di Meghri al confine con l’Iran) e Azerbaigian (nell’Alto Karabakh) rafforzando quindi notevolmente il suo ruolo nell’intera regione.

Inoltre, l’azione russa sembra aver messo l’Armenia in una condizione di totale dipendenza da Mosca, rendendo illusorie le speranze in un maggiore avvicinamento all’Occidente coltivate dalla leadership armena dopo la “rivoluzione di velluto” del 2018. Naturalmente ci sono anche aspetti problematici nell’esito della guerra nell’Alto Karabakh, in particolare per quel che riguarda l’accresciuto ruolo di Ankara nel Caucaso meridionale, ma nel complesso la Russia ne è uscita sicuramente rafforzata.

Nei confronti delle tre crisi regionali la risposta di Mosca ha avuto pertanto esiti diversificati: se in Bielorussia la posizione russa appare in reale difficoltà e in Kirghizistan si mantiene sostanzialmente stabile, nel Caucaso meridionale ha potuto in effetti consolidarsi.

Occorre però sottrarsi all’ottica ristretta delle situazioni contingenti e cercare invece di leggerle all’interno della dinamica complessiva della politica estera di Mosca, soprattutto negli ultimi anni. La visione di una Russia aggressiva e tesa a riconquistare i territori imperiali e sovietici – così diffusa in alcuni paesi europei (Polonia e repubbliche baltiche in primis) oltre che negli Stati Uniti – appare poco corrispondente alla realtà. La dirigenza russa ha preso atto ormai da tempo della nuova e più limitata dimensione territoriale e politica del paese, abbandonando – con comprensibile fatica, certo – ogni velleità imperale[4]. Come ha osservato in un recente articolo Dmitri Trenin, direttore dell’Istituto Carnegie di Mosca, “Russia, I would argue, has turned post-post-imperial: one step farther removed from the historical pattern. It is getting used to being just Russia. Moreover, Russia is embracing its loneliness as a chance to start looking after its own interests and needs, something it neglected in the past in the name of an ideological mission, geopolitical concerns, or one-sided commitments built on kinship or religious links. This is a new model of behavior”[5] (La Russia è diventata post-imperiale allontanandosi passo dopo passo dal suo modello storico. E si sta abituando a essere soltanto Russia. Inoltre, la Russia sta accogliendo questa solitudine come un’opportunità per dedicarsi maggiormente alle sue necessità e ai suoi interessi, cosa che ha spesso trascurato in passato in nome di una missione ideologica, di preoccupazioni geopolitiche, d’impegni unilateralmente costruiti su legami di affinità etnica o religiosa”).

Mosca in effetti non ha sviluppato in questi anni nessuna costruzione ideologica volta a sostenere una politica espansiva nei confronti delle altre repubbliche post-sovietiche. Non può esserlo il nazionalismo, evidentemente percepito in maniera negativa al suo esterno e molto problematico anche in un paese ampiamente multietnico come la Russia; ma neppure l’eurasismo, così spesso evocato in Occidente come spauracchio ideologico neo-imperiale, in realtà limitato nel discorso ufficiale russo a un uso parziale e quasi difensivo, soprattutto per quel che riguarda il progetto della cosiddetta Grande Eurasia, che in sostanza implica il riconoscimento del primato cinese in questa immensa area[6].

La Russia si concentra ormai essenzialmente sul perseguimento d’interessi nazionali proporzionati alle sue risorse, che sappiamo essere limitate a causa della stagnazione permanente, e direi sistemica, dell’economia. Negli ultimi anni una strategia quanto mai pragmatica ha permesso a Mosca di adeguarsi alle diverse sfide riuscendo a recitare un ruolo di rilevo nella scena politica internazionale e mantenendo sostanzialmente le proprie posizioni nello spazio post-sovietico. La politica estera russa si pone in effetti obiettivi sempre concreti, che a volte vengono raggiunti a volte no, a seconda – ovviamente – dei rapporti di forza reali esistenti sul campo: la Russia ha preso atto che il contrasto con l’Occidente è sostanziale, destinato a durare, e si muove di conseguenza; ha accettato la penetrazione della Cina in Asia Centrale nel quadro di una collaborazione più vasta e inevitabile, anche se diseguale; nel Caucaso meridionale, come già in Siria e Libia, ha trovato un accordo con la Turchia nonostante i contrastanti interessi.

In conclusione, l’idea che attualmente ci si trovi di fronte a un momento di sostanziale debolezza della politica estera della Russia appare poco fondata. Anche se il suo peso all’interno dello scenario internazionale è destinato a ridursi ulteriormente – soprattutto in conseguenza del costante rafforzamento della Cina, divenuta ormai l’unica antagonista degli Stati Uniti su scala globale – la Russia sembra in grado di mantenere sostanzialmente le sue posizioni nello spazio post-sovietico, nonché di agire con efficacia in contesti differenti quali la Siria e la Libia. 

L’espansione cinese deve fare i conti con il crescente sentimento anti-cinese nell’Asia centrale

Russia e Asia Centrale: primazia, perdita d’influenza, o egemonia negoziata?

Filippo Costa Buranelli

Le relazioni tra la Russia e le cinque repubbliche centrasiatiche del Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan, vengono qui analizzate utilizzando tre prismi analitici interrelati tra loro: quello riguardante l’aspetto politico e di sicurezza; quello pertinente ai vettori economici; e quello relativo alle relazioni culturali e umanitarie. L’analisi è inoltre contestualizzata e inserita in un processo globale di re-allineamento delle grandi potenze, di mutamento di equilibri, di cambiamenti tanto materiali quanto immateriali nella politica internazionale, e di ascesa e affermazione di nuovi attori regionali. Pertanto, verrà esaminato anche l’importante ruolo di attori extra-regionali, come gli Stati Uniti e la Cina, nella caratterizzazione delle relazioni intra-regionali.

Le relazioni russo-centrasiatiche nella sfera politica e sicurezza

La cooperazione alla sicurezza e la necessità di mantenere ordine e stabilità nel panorama politico eurasiatico sono il pilastro principale su cui posano le relazioni internazionali tra Russia e Asia Centrale. E anche dopo l’annessione della Crimea del 2104, da un punto di vista politico, militare, e di sicurezza i rapporti tra Russia e Asia Centrale sono stati caratterizzati da una generale continuità. Da un lato Mosca continua a considerare i territori delle repubbliche centrasiatiche come una zona di privilegio e di esclusività, mentre le repubbliche centrasiatiche continuano a identificare Mosca come il legittimo garante di sicurezza, stabilità e prevedibilità politica. La principale organizzazione che cristallizza la predominanza militare della Russia nello spazio eurasiatico è la CSTO che comprende, oltre alla Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, la Bielorussia e l’Armenia. È proprio grazie alla CSTO che la Russia gestisce e cementa la sua posizione di potenza nella regione, attraverso il coordinamento di esercitazioni militari, di convergenza normativa in campo militare, e attraverso una capillare provvigione e fornitura di armi e materiale bellico ai proprio alleati[47].

Negli ultimi tre anni la novità più importante è, forse, il progressivo re-allineamento dell’Uzbekistan con le linee guida di Mosca in ambito politico-militare. L’attuale presidente uzbeko, Shavkhat Mirziyoyev, sembra essere più in sintonia e più accomodante per quel che riguarda la richiesta di Mosca di collaborazione in campo politico-militare, a differenza del suo predecessore Islam Karimov il quale, seppur senza mai ostracizzare e allontanare la Russia platealmente, aveva sposato una politica più indipendentista e autonoma nel campo della politica estera e di difesa, improntata su una retorica che enfatizzava il ruolo dell’Uzbekistan come baluardo dell’indipendenza postcoloniale centrasiatica. Questo progressivo riavvicinamento è visibile a livello retorico tanto quanto a livello istituzionale, anche se è importante sottolineare come l’Uzbekistan non abbia, di fatto, modificato la sua politica estera in termini di alleanze e cooperazione multilaterale nella sfera militare, continuando quindi la sua non-partecipazione alle attività della CSTO, che il paese abbandonò proprio nel 2012. Questo, tuttavia, non esclude la cooperazione militare a livello bilaterale: nel 2019, per esempio, l’Uzbekistan ha ripreso l’acquisizione di armi da Mosca per un totale di 48 milioni di dollari[48]

Per quel che riguarda invece gli altri stati centrasiatici, ‘stabilità’ sembrerebbe essere la tendenza che accompagna i rapporti tra Mosca e Nur-Sultan, Biškek, Dušanbe, e Ashgabat. Le relazioni russo-kazake, per esempio, non hanno subito mutamenti di nota anche dopo le dimissioni rassegnate da Nursultan Nazarbayev dopo quasi vent’anni al potere e l’avvento alla presidenza di Kassym-Jomart Tokayev. Lo stesso si può dire per quel che riguarda il Kirghizistan, anche se in questo caso i cambi al vertice sono stati due: Almazbek Atambayev lasciò il posto a Sooronbai Jeenbekov nel 2017, il quale è poi stato deposto in seguito alle proteste e alle violenze dell’ottobre 2020, dopo le quali Sadyr Japaorv è stato eletto presidente nel gennaio del 2021. In tutti e tre i casi il Kirghizistan ha sempre mantenuto un approccio alla politica estera fortemente orientato alla collaborazione con Mosca, consapevole anche di numerosi elementi strutturali (come la precarietà statale, l’instabilità economica, e il significativo flusso di migranti economici in territorio russo) che portano Bishkek a situarsi necessariamente nell’orbita russa[49].

Per quel che riguarda le relazioni con Turkmenistan e Tajikistan, anche qui il trend principale sembra essere quello della continuità. Il Turkmenistan, paese che nel 1995 è riconosciuto come neutrale dall’Assemblea delle Nazioni Unite, continua a esercitare un ruolo molto marginale all’interno delle relazioni politico-militari tra Russia e Asia Centrale. Ashgabat è membro associato della Comunità degli Stati indipendenti, non fa parte della CSTO, ed è solamente osservatore all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), l’altra piattaforma multilaterale di carattere politico-economico che la Russia co-gestisce con la Cina e altri paesi eurasiatici. Nel 2017 Putin e il presidente turkmeno Berdimukhammedov hanno siglato un accordo di partenariato strategico focalizzato a migliorare le relazioni russo-turkmene nel campo economico, di sicurezza e umanitario. A ciò è seguito un accordo di cooperazione interparlamentare, sempre nel 2017, che però oltre a formalizzare il dialogo tra i due organi legislativi dei rispettivi paesi, poco ha contribuito a rafforzare la generale collaborazione tra Russia e Turkmenistan. Per quel che riguarda le relazioni russo-tagike, invece, la cooperazione politico-militare con la Russia è supportata dalla marcata continuità del regime di Emomali Rahmon, presidente in carica dal 1994. Consapevole della fragilità del paese, della potenziale instabilità che può arrecare il vicino Afghanistan, dell’espansione cinese e della crescente disoccupazione interna, Rahmon ha mantenuto ottimi rapporti con Mosca proprio per ricevere supporto e aiuto rispetto alle suddette questioni.

Il fatto che le repubbliche centrasiatiche nutrano buoni rapporti con Mosca non deve però far pensare che vi sia concordia su ogni questione politico-strategica e che le relazioni siano prive di frizioni e sempre condotte all’insegna dell’eguaglianza e del mutuo rispetto. È infatti opportuno sottolineare come in seguito all’annessione della Crimea e all’apertura delle ostilità nel Donbass e nell’Ucraina orientale, gli stati centrasiatici siano diventati molto più suscettibili a questioni legate all’integrità territoriale e alle prerogative di sovranità[50]. La Russia gode dunque di quella che si può definire un’egemonia negoziata[51], vale a dire una primazia a livello politico militare ma che non può sfociare in aperto controllo dei vicini proprio a causa della fiducia che è venuta meno nei suoi confronti.

Per quello che riguarda le principali piattaforme multilaterali di sicurezza e difesa, l’aspetto forse più importante è l’impegno, rinnovato sia dalla Russia sia dai paesi centrasiatici membri, di potenziare e migliorare la struttura della CSTO anche attraverso maggiori finanziamenti. Anche e soprattutto alla luce della crescente presenza cinese nell’area, Mosca ha di recente fornito al Tagikistan materiale militare moderno; ci sono inoltre state consultazioni sulla possibile apertura di una seconda base militare in Kirghizistan[52]; e in più Mosca ha iniziato a condividere materiale ed esperienza delle sue Forze di operazioni speciali con gli altri stati membri[53]. La CSTO, oltre a coordinare esercitazioni e scambio d’informazioni militari, continua pur tuttavia a rimanere fedele ai principii di sovranità e non-interferenza, anche e soprattutto alla luce di quanto detto poco sopra sulla sensitività di queste norme nel periodo post-Crimea. Tanto nel conflitto del Nagorno-Karabakh (si veda il capitolo di Carlo Frappi) quanto durante le violentissime proteste in Kyrgyzstan dell’ottobre 2020 che hanno portato alla caduta di Jeenbekov e all’ascesa di Sadyr Japarov alla presidenza, la CSTO si è definita incompetente all’intervento offrendo come giustificazione la natura interna e sovrana di questi conflitti.

Le relazioni economiche

Per quanto riguarda l’aspetto economico delle relazioni russo-centrasiatiche, è opportuno fare un distinguo preliminare. Vale a dire, le economie delle nazioni centrasiatiche sono diverse tra loro, tanto in termini di risorse e produzione, quanto in termini di volumi. Il Kazakistan, per esempio, ha un Pil che è più grande della somma dei Pil degli altri quattro stati centrasiatici. Tuttavia, si potrebbe dire che le relazioni economiche russo-centrasiatiche siano marcate nel complesso da uno squilibrio e una diseguaglianza a vantaggio di Mosca, che funziona un po’ da centro gravitazionale della neonata Unione economica eurasiatica (EEU), entrata in vigore nel 2015 e comprendente Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Armenia, e Bielorussia (quindi, di fatto, gli stessi membri della CSTO eccezion fatta per il Tagikistan). Il fatto che Mosca eserciti una forza gravitazionale da un punto di vista economico è visibile nella recente decisione del governo uzbeko di entrare, seppur almeno inizialmente come osservatore, all’interno dell’EEU. Le negoziazioni, durate poco più di un anno, hanno di fatto certificato come l’Uzbekistan abbia radicalmente cambiato il suo approccio all’economia e al commercio internazionale, che durante il regime di Islam Karimov erano all’insegna dell’autarchia e della chiusura.

Sempre a proposito dell’EEU e di come tale organizzazione sia considerata dalla Russia come un’effettiva piattaforma per legare a essa le economie centrasiatiche va detto che il commercio e gli scambi economici all’interno del blocco sono inferiori rispetto al commercio e gli scambi con economie estere. Nel 2018, per esempio, il turnover estero degli stati membri dell’EEU superava il turnover interno di ben tredici volte, in quello che è un trend che si è andato consolidando negli ultimi due anni[54]. Se a questo si aggiunge il fatto che paesi esterni all’EEU hanno un indice di complementarità commerciale più alto dei paesi membri stessi (Italia 54%; India 42%; Grecia 41%) allora l’idea che l’EEU sia un blocco commerciale a carattere marcatamente politico e strategico assume contorni più veritieri. Anche uno sguardo ai volumi totali del commercio intra-EEU dimostra come la Russia giochi un ruolo pregnante negli equilibri dell’EEU. Una volta che sanzioni internazionali sono state imposte su Mosca a seguito dell’annessione della Crimea (2015), il commercio totale intra-blocco non ha mai più raggiunto i livelli iniziali (2011)[55]. Da ultimo, va considerato che nel 2018 gli scambi con la Russia ammontavano al 96,9% degli scambi totali dell’organizzazione, a ulteriore dimostrazione del carattere unidirezionale e marcatamente politico dell’EEU.

Volumi commerciali intra-EEU (in miliardi di dollari USA)

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

Come detto poco sopra, è anche importante ricordare come le economie all’interno dell’area eurasiatica (e quindi non necessariamente facenti parte dell’EEU) siano diverse tra loro. Paesi come il Kirghizistan (membro dell’EEU) e il Tagikistan (non-membro dell’EEU) hanno economie basate primariamente su rimesse e non su produzione industriale e/o servizi, il che contribuisce ancor di più a rendere questi stati dipendenti da Mosca. Famose sono le parole dell’allora presidente kirghiso Almazbek Atambayev quando, poco prima di formalizzare l’ingresso del Kirghizistan nell’EEU, affermò che il paese, semplicemente, ‘non aveva scelta’, e che il rifiutare l’invito a entrare nell’EEU avrebbe significato ‘supplicare in ginocchio’ per aiuti economici in futuro[56]

Lo stesso Tagikistan si trova in una posizione di dipendenza dalle rimesse che provengono dalla Russia (nel 2018, le rimesse costituivano il 29% del Pil del paese, e dati della Banca centrale russa dimostrano come nell’ultimo anno tali rimesse siano diminuite del 37%, e dunque con un tremendo impatto sul Pil tagiko),[57] e negoziazioni (quando non proprio pressioni, sotto forma d’introduzione di barriere invisibili al commercio e alla circolazione di merci e persone per paesi non-EEU) continuano tra Mosca e Dušanbe per convincere il presidente tagiko Emomali Rahmon a entrare nell’organizzazione. Al di fuori di queste negoziazioni, un importante accordo tra Russia e Tagikistan sulla regolamentazione dei migranti economici è stato siglato e ratificato appena due anni fa[58], in quello che sembra essere stato l’ultimo tentativo di coordinare e incanalare il flusso migratorio dal Tagikistan alla Russia prima di costringere Dušanbe ad accedere all’EEU, e quindi a sottostare alle regole e provvisioni in campo migratorio dell’organizzazione stessa.

È forse nella sfera economica, però, che la presenza russa in Asia Centrale è maggiormente fronteggiata da una crescente attività cinese, specie nei settori infrastrutturali, energetici e commerciali. La Cina è, al momento, il secondo mercato per le esportazioni kazake (dopo l’Italia) con la Russia che figura al quarto posto (dopo l’Olanda), ed è il secondo esportatore verso il Kazakistan dopo la Russia. La presenza di Beijing è visibile anche nella pletora di progetti infrastrutturali e finanziari nella regione, che al momento sembrano avere un passo e una presenza difficili da emulare per la Russia, soprattutto alla luce delle sanzioni economiche e del recente impatto del Covid-19 sulla regione.

Anche nel campo energetico si può notare una crescente presenza cinese in Asia Centrale, presenza che al momento non ha portato a eccessivo allarmismo in Russia ma che al tempo stesso presenta Mosca con uno scenario di crescente multilateralismo e bilanciamento. La Cina è a oggi il primo importatore di gas dal Turkmenistan (il 90% delle esportazioni di gas turkmene va in direzione di Pechino), una posizione che si è venuta a concretizzare proprio in seguito a disaccordi politico-economici tra Ashgabat e la russa Gazprom. Per quanto riguarda il petrolio, la presenza del gasdotto Asia Centrale-Cina (transitante attraverso Turkmenistan, Uzbekistan, e Kazakistan) è di grande importanza per Pechino, e una nuova linea (Linea D) è attualmente in corso di costruzione, dal 2014 e non senza difficoltà, attraverso il Kirghizistan e il Tagikistan.

Sebbene non sia possibile approfondire qui in modo esaustivo le posizioni commerciali di UE e Stati Uniti, è opportuno notare come Washington abbia di recente siglato un vantaggioso accordo economico con il Kazakistan e l’Uzbekistan (le due maggiori economie della regione) chiamato ‘Partnership per gli investimenti in Asia Centrale’ con l’obiettivo d’investire almeno 1 miliardo di dollari nella regione attraverso progetti diretti a sviluppare il settore privato e infrastrutturale delle economie locali[59]. Alla luce di questi dati e fattori, è evidente dunque come il quadro economico delle relazioni russo-centrasiatiche non sia configurabile come un’assoluta primazia e dominanza. Se all’interno dell’EEU le relazioni economico-internazionali sono a carattere marcatamente russo, il quadro più ampio dell’economia e del mercato energetico dell’Eurasia presenta uno scenario più multipolare e diversificato, con la Russia che rimane un attore di primo piano ma al tempo stesso Cina, UE e Stati Uniti che giocano un ruolo importantissimo nella diversificazione dei vettori economici ed energetici delle repubbliche centrasiatiche. Quest’ultime, inoltre, hanno sviluppato nel corso degli ultimi due decenni una strategia che alcuni analisti hanno chiamato ‘regionalismo bilanciato’[60], e mira proprio alla creazione di numerose piattaforme regionali (tanto formali quanto informali) da un lato per attrarre più capitali, dall’altro per evitare la preponderanza di una singola grande potenza nella regione.

Rapporti culturali e umanitari

Il sostrato umanitario e culturale che lega i paesi dell’Asia Centrale con la Russia è improntato principalmente alla valorizzazione dell’esperienza storico-politica dell’Unione Sovietica, e dei secoli di coesistenza tra le popolazioni russe e centrasiatiche, che hanno portato a una condivisione di numerosi riferimenti culturali e linguistici. Tuttavia, se da un punto di vista istituzionale, storico, diplomatico, e finanche celebrativo le repubbliche centrasiatiche e Mosca parlano ancora di fratellanza, solidarietà, vicinanza, e memorie condivise (come per esempio le celebrazioni per la vittoria della Seconda guerra mondiale), è anche vero che i processi di sviluppo nazionale e statale in Asia Centrale stanno portando a un lento ma concreto affermarsi di sentimenti nazionalisti. Questi sono visibili tanto in riforme d’importanza simbolica e anche politica, come la transizione dell’alfabeto kazako e uzbeko dal cirillico al latino, quanto nell’elezione di leader nazional-populisti alla presidenza, come ha dimostrato il caso di Sadyr Japarov in Kirghizistan all’inizio di quest’anno[61]. Altri esempi includono la proposta di legge in Uzbekistan che vieta ai dipendenti statali l’uso della lingua russa (cui Mosca ha reagito con preoccupazione se non proprio con sdegno, citando ‘lo spirito della storia’ come motivazione per bloccare questa proposta) e il fatto che in Turkmenistan vi sia un’unica scuola russa.[62]

La tensione tra un’unione basata sulla storia, ma la cui eco è ancora avvertibile, e il desiderio delle repubbliche centrasiatiche di essere viste come attori indipendenti, eguali e sovrani è sfociata in più di un’occasione in veri e propri casi diplomatici. Ampia risonanza, per esempio, ha avuto il gelo che intercorse per qualche settimana tra Putin e Nazarbayev nel 2015, e quindi proprio nel periodo più intenso dell’annessione russa della Crimea, che seguì alle dichiarazioni del presidente russo sulla ‘artificialità’ dello stato kazako, che deve la sua esistenza e la sua attuale statualità all’impero russo prima e all’Unione Sovietica poi. Semmai qualcuno avesse pensato che questa fosse una boutade o una battuta mal riuscita, si è poi dovuto ricredere. Nel dicembre 2020, Vyacheslav Nikonov, il presidente della commissione Educazione e Cultura della Duma russa, ha di nuovo reiterato la ‘non-esistenza’ del Kazakistan, paese che a suo dire altro non è che ‘un grande regalo della Russia e dell’Unione Sovietica ai kazaki’[63]. È dunque lecito pensare che queste narrative, soprattutto se unite ai noti e periodici exploit di Vladimir Zhirinovski in favore di una ‘ricolonizzazione’ dell’Asia Centrale, abbiano il preciso scopo di ricordare alle repubbliche centrasiatiche la posizione egemonica di Mosca nella regione.

Tuttavia, al netto dei sopracitati episodi, tra Russia e Asia Centrale in un’ottica complessiva si può parlare di relazioni generalmente positive nella sfera socio-culturale, specie se comparate a quelle con altre potenze come Stati Uniti o Cina[64]. La Russia, secondo recenti sondaggi in Asia Centrale, era e rimane un alleato in cui riporre fiducia, un fondamentale partner economico, un paese da visitare, un modello politico da seguire, e un buon vicino. L’esempio più recente di questo trend è il successo della ‘diplomazia vaccinale’ di Mosca in Asia Centrale, grazie alla quale Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan hanno ordinato dosi ingenti di Sputnik-V (con Kirghizistan e Tagikistan che stanno valutando l’approvazione del vaccino in queste settimane).

Anche a livello sociale e culturale, dunque, così come in campo economico e politico-militare, è forse inappropriato parlare di una Russia in declino, così come è fuorviante parlare di Mosca come l’unico egemone incontrastato nella regione. Alla luce di quanto scritto, il prisma più accurato per analizzare la posizione russa in Asia Centrale è quella che ho chiamato ‘egemonia negoziata’, specie dopo l’annessione della Crimea. Se da un lato Mosca è, ancora oggi, la potenza indispensabile nell’area, non è certo l’unica. E i paesi dell’Asia Centrale sono ben consapevoli della presenza di altri attori, del margine di manovra a loro disposizione, e di come un nuovo multilateralismo possa, pur lentamente e progressivamente, trovare forma non solo a livello mondiale, ma anche a livello regionale.

4264.- La Shanghai Cooperation Organization (SCO). Sapete chi è?

Quando parliamo di Afghanistan, di Talebani, di Asia Centrale, non sappiamo di cosa parliamo. Uno sguardo alla frontiera dell’Afghanistan con il Tagikistan.

fonti: Catherine Putz, The Diplomat, Treccani.

La Cina sta subendo gli effetti della ritirata degli Stati Uniti da Kabul e potrebbe facilmente subentrargli, ma la lezione avuta da russi e da americani e, prima ancora, dagli inglesi è stata ben metabolizzata a Pechino e non vedremo l’Esercito Popolare di Liberazione impantanarsi tra i monti dell’Afghanistan. Tutt’al più verranno rinforzati i presidi alla frontiera dello Xinjiang. Più o meno, anche la Russia, spiazzata dalla rapidità dell’avanzata talebana, farà sentire la sua presenza come ha già fatto a giugno, con le esercitazioni militari in Uzbekistan e Tagikistan.

44 senatori degli Stati Uniti hanno chiesto che sia fatta chiarezza su questa improvvida cessione di fatto di armamenti americani ai talebani, ricordando che ISIS e Al Qaeda sono presenti con loro cellule in Afghanistan e che potranno essere a loro volta ceduti ai terroristi.

Anche se i militanti talebani hanno dichiarato di non avere alcun obiettivo ai confini a Nord, la situazione in Afghanistan è quella che, in Asia Centrale, suscita maggiore preoccupazione.

I leader delle cinque repubbliche dell’Asia Centrale, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, si sono già incontrati, il 5 e il 6 agosto, per un terzo round di colloqui, che si sono svolti nella città turkmena di Avaza, sul Mar Caspio. Al primo posto dell’agenda i 5 Paesi avevano posto la grave situazione in Afghanistan, degenerata a seguito del ritiro maldestro delle truppe statunitensi, che si sta concludendo e che terminerà – dicono gli inglesi – il 24 agosto e non più il 31. La situazione, ora, vede i militanti talebani padroni dei grandi centri abitati afghani, compresi quelli al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Non solo, ma sono stati, di fatto, riarmati dall’esercito afghano collassato, entrando in possesso di aeroplani, elicotteri, circa 5.000 veicoli blindati da ricognizione, 7.000 mitragliatori, 600.000 armi leggere e equipaggiamenti di ogni sorta.

La via più probabile, per Pechino, alla luce dei delitti già compiuti dai talebani, sarà un ricorso all’ONU. L’Esercito Popolare di Liberazione ci sarà, ma non marcerà sotto la sua bandiera. E se non sarà l’ONU, allora, sarà chiamata in causa la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Chi è?

Origini, sviluppo e finalità della Sco.

“L’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Sco) è un meccanismo di cooperazione attivo da dieci anni in Asia centrale, la cui rilevanza, specie dal punto di vista geopolitico, è in continua crescita. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i sei paesi aderenti – Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan – l’organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è senz’altro quello più rilevante, all’insegna della comune volontà degli aderenti di contrastare tre fenomeni che sono identificati come le principali minacce alla sicurezza regionale: il terrorismo, l’estremismo e il separatismo.

Il riferimento esplicito e l’enfasi posta su questi tre elementi (sanciti dal primo atto ufficiale dell’organizzazione, la ‘Shanghai Convention on Combating Terrorism, Separatism and Extremism’) rende peculiare nel suo genere la Sco e sottolinea come la prima preoccupazione dei membri – soprattutto dei due più importanti, Cina e Russia – sia quella di conservare lo status quo territoriale in una regione dove sono particolarmente accesi irredentismi, contrasti etnici e spinte secessioniste e dove non mancano ingerenze esterne.

Il Kazakhstan, il Kirghizistan, il Tagikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan sono tutte ex repubbliche dell’Unione sovietica.  Tra questi, Kirghizistan e Kazakhstan – i più vicini a Mosca, sono membri tanto dell’alleanza militare a guida russa (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, CSTO) quanto dell’Unione economica eurasiatica, che costituisce il principale tentativo russo di reintegrazione delle repubbliche post-sovietiche. Tutti e 5 i paesi hanno problemi simili: accesso a servizi di base insufficiente, scarsa diversificazione economica, mercato del lavoro debole, bassa partecipazione della popolazione ai processi decisionali e istituzioni pubbliche che non rendono conto del proprio operato. Sotto il profilo dello sviluppo economico, dell’organizzazione politica, dell’ambiente e della situazione in materia di sicurezza, l’Asia centrale rimane comunque una regione molto eterogenea” (Treccani). 

L’Armata Rossa c’è con la 201ma divisione fucilieri motorizzati.

Anche se, l’inviato speciale della Russia per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato, il 3 agosto, che il movimento talebano non ha mai tentato di violare o attraversare illegalmente il confine che li divide dai Paesi vicini, Russia, Uzbekistan e Tagikistan hanno tenuto esercitazioni militari congiunte a 20 chilometri dal confine con l’Afghanistan. Il fulcro di queste esercitazioni è stata la 201ma base russa situata in Tagikistan: la struttura militare terrestre più grande al di fuori del confine russo, che ha fornito il grosso del contingente russo. È situata nei pressi di Dushanbe, capitale tagika, e di Bokhtar dai tempi dell’Unione Sovietica. La 201ma conta circa 6.000 fucilieri motorizzati e comprende reparti corazzati, unità di artiglieria e di ricognizione, forze di difesa aerea, strutture di protezione chimica e biologica, nonché reparti di segnalazione. Oltre a ciò, nella 201° base sono presenti carri armati T-72, veicoli corazzati BTR-82A, sistemi di lancio multiplo Grad, sistemi di artiglieria Gvozdika e Akatsiya. Nel 2001, la Divisione era stata dispiegata al confine con l’Afghanistan, dopo che i talebani avevano tentato di attraversare il confine afghano-tagiko. Lo scorso luglio, la 201ma Divisione ha ricevuto dalla Russia i nuovi veicoli da combattimento per la fanteria Bmp-2m, trasportati da aerei Il-76, per

mezzi corazzati Bmp-2m
Il Bmp-2m consente ai fucilieri di combattere da bordo, fornendo  supporto a mezzi corazzati e unità di fanteria in prima linea. È armato con il consueto cannone da 30 mm, 4 missili controcarro Kornet, visori notturni, armatura passiva e dispone di impianto di condizionamento dell’aria, propulsore e sospensioni di nuova produzione.

essere impiegati nelle esercitazioni congiunte con la Russia e l’Uzbekistan.

Un accordo, gratuito, che estende, fino al 2042, il periodo di stazionamento della base militare russa in Tagikistan, è stato firmato nell’ottobre 2012. L’accordo sottoscritto nel 1985 in cambio di Protezione Militare aveva originariamente una durata di 29 anni e, ora, contiene anche una promessa del Cremlino di sostenere ancora una volta il presidente Emomali Rahmon, il cui regime è stato messo alla prova per la forza nelle controversie con gli scontenti outback e negli scontri frequenti con i militanti guidati da un colonnello delle guardie di frontiera.

Vladimir Putin e il presidente del Tagikistan Emomali Rahmon


“Nel contratto non sono menzionati problemi finanziari, ovvero nessuno prenderà denaro da nessuno”. Mosca, che ha sostenuto Rakhmon durante la sanguinosa guerra civile in Tagikistan negli anni ’90, è sempre pronta ad aiutare l’alleato. La leadership del Tagikistan è ben consapevole che essere soli nel mezzo di un centro strategico così importante non è l’opzione migliore”. Il Tagikistan condivide un confine di 1.344 chilometri con l’Afghanistan. L’esercito tagico è composto principalmente da rappresentanti dei segmenti più poveri della popolazione. Piccole indennità per gli ufficiali costrinsero molti di loro a partire per la Russia – per servire nel suo esercito o diventare un lavoratore ospite. Almeno un milione di cittadini tagiki lavorano solo in Russia. I media locali hanno riferito che durante l’operazione in Badakhshan, i soldati tagiki si sono rivolti alla popolazione locale per avere da mangiare.

Le esercitazioni militari congiunte si sono concluse il 10 agosto e sono state pianificate a seguito dell’avanzata dei talebani in Afghanistan, i quali hanno più volte forzato i militari del governo di Kabul a fuggire nei vicini Paesi dell’Asia Centrale, quali Tagikistan e Uzbekistan, per sfuggire ai fondamentalisti islamici. Il mese di giugno è risultato essere il più letale fra quelli registrati dall’Afghanistan negli ultimi due decenni. Le autorità di Kabul avevano riferito che le forze di sicurezza e difesa nazionali afgane (ANDSF) avevano eliminato oltre 6.000 combattenti talebani in circa un mese, riconoscendo, però, che anche il gruppo terrorista aveva inflitto gravi perdite alle forze governative. I dati raccolti dal quotidiano afghano Tolo News hanno mostrato che 638 militari e civili sono stati uccisi negli attacchi dei talebani durante quel periodo e che altri 1.060 rimasero feriti. Inoltre, ben 120 distretti furono “evacuati” a seguito delle offensive dei militanti islamisti.

Ci sono tutti i presupposti perché l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Sco) venga chiamata a dare il suo contributo alla sicurezza della regione, come anche nei campi economico ed energetico. Sotto questo punto di vista, rappresenterà l’asso nella manica sia di Pechino che di Mosca.