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1804.- Roberto Fiore: “Il contratto di governo? Pare scritto a sei mani da di Maio, Salvini e Mattarella”.

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da Ordine Futuro, net

E’ stato pubblicato oggi, nella sua versione definitiva, il “Contratto di Governo” tra Lega e Movimento 5Stelle, alla ricerca di una squadra per formare un nuovo esecutivo a oltre due mesi dalle elezioni del 4 marzo. In merito ai contenuti di questo contratto, molto contestato e soggetto a diversi cambiamenti dalle prime bozze alla sua redazione definitiva, abbiamo intervistato Roberto Fiore, Segretario Nazionale di Forza Nuova.

Qual’è la sua valutazione a caldo del programma definitivo che 5 Stelle e Lega hanno presentato oggi?

Positive le norme che escludono la massoneria dalla partecipazione ufficiale alla vita politica e che indicano il ritiro immediato delle assurde sanzioni alla Russia, così come l’istituzione del Ministero delle disabilità, anche i seppur generici sostegni reddituali alle donne, gli asili gratuiti, seppure fruibili anche per gli immigrati residenti da soli 5 anni, e la riforma del sistema pensionistico rappresentano, comunque, dei segnali positivi. Tuttavia – leggo dal programma che ho qui davanti – alcuni passaggi su temi fondamentali
come “rivedere, insieme ai partner europei, l’impianto della governance economica europea (politica monetaria, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, procedura per gli squilibri macroeconomici eccessivi, etc.) attualmente asimmetrico…”, danno un po’ la cifra di tutto: come potrebbe l’Italia far “rivedere” a partner europei come la Germania l’impianto da essa stessa realizzato senza metterne in discussione la concezione? Non si tratta di semplici asimmetrie, ma di logiche sbagliate e gravemente penalizzanti per il futuro. Inoltre, e più in generale, dalla scuola all’economia, dall’immigrazione ai campi rom, fino all’obbligo vaccinale, la parola d’ordine più diffusa sembra essere quella di “rivedere”, “riorganizzare”, “potenziare”, quando in Italia, lessico a parte, ci sarebbe bisogno di rivoluzionare. Dov’è finita la furia iconoclasta di Grillo e Salvini? Sarei stato ben lieto di non doverlo affermare, ma molte pagine sembrano scritte a sei mani da Di Maio, Salvini e Mattarella. In particolare, la continuata adesione a UE e NATO vanifica ogni positiva fuga in avanti verso un possibile ritorno alla sovranità.


Cominciamo dall’economia?

Non si affrontano in alcun modo i temi centrali della sovranità economica e della sovranità monetaria, nonostante la storia politica delle due forze in gioco parli la lingua del cosiddetto sovranismo.
Nulla rimane, però,di questa storia nel programma di governo, non vi trova spazio nemmeno quella proposta di moneta complementare che Berlusconi, non certo un sovranità, aveva avanzato qualche tempo fa. L’esclusione pro quota dal calcolo del rapporto debito-Pil dei titoli acquistati dalla Banca Centrale Europea con il Quantitative Easing ha il sapore di quelle piccole manovre contabili che non sfiorano nemmeno il tema centrale, quello della sovranità monetaria per l’appunto. Non comprendo, inoltre, come possano parlare di investimenti rivolti alle famiglie non intaccando in alcun modo i dogmi di quel liberismo monetario ed economico che è la lingua unica parlata a Bruxelles.

E il reddito di cittadinanza?

Così com’è, è solo un buon ammortizzatore sociale, niente di più. Ma i 5 Stelle hanno preso in considerazione seriamente il vero reddito di cittadinanza, quello del professor Auriti, a cui tutti gli italiani avevano diritto, a prescindere dalla loro condizione lavorativa ed economica e che aveva origine dalla proprietà popolare della moneta. Nel contratto si parla poi del Sud, in modo talmente anonimo, che sarebbe stato meglio non parlarne. Sembra si voglia esorcizzare un problema storico: la persistenza della mai risolta Questione Meridionale.

Positivo, per quanto riguarda la politica estera, il ritiro delle sanzioni alla Russia.

Sì, certo. Era ora. Ma al di là di ciò che voglia o non voglia fare Trump in questa direzione, ciò che impedisce all’Italia di essere libera, di essere una nazione realmente sovrana, è la sudditanza nei confronti della NATO, punto centrale che non viene nemmeno preso in considerazione, nemmeno nell’ottica di una messa in discussione degli accordi post-bellici e della loro natura. Un timido cerchiobottismo che non coinvolga l’appartenenza alla Alleanza Atlantica, non cambia una virgola, purtroppo, rispetto allo status quo che vede l’Italia agire, da troppo tempo ormai, contro i propri storici interessi geopolitici. Ogni positiva fuga in avanti verso un futuro migliore, verso un recupero della sovranità, non è realizzabile senza affrontare il nodo della NATO e dell’UE.

Cosa pensa di quanto previsto dal “contratto” sul tema immigrazione?

Salvini aveva parlato più volte di voler bloccare gli sbarchi, ma nessun meccanismo è presente nel programma congiunto per raggiungere un simile obiettivo, né in Libia Nè sulle nostre coste. Senza interventi militari diretti nulla è destinato a cambiare e l?Italia continuerà a subire il ricatto umanitario del sistema dell’accoglienza e dei suoi sponsor nazionali e internazionali, che non vengono sfidati nemmeno dall’effettiva reintroduzione del reato di immigrazione clandestina.

Anche il controllo sugli imam, una specie di lavagnetta buoni/cattivi, comparabile grazie al fatto che qualcuno assista, in tutta Italia, alle prediche in lingua italiana, è insignificante. Non possiamo impedire che i musulmani preghino, anche se non dovrebbero stare in Italia e vi si trovano a causa di politiche scellerate e autolesioniste, ma dobbiamo impedire decisamente che vengano costruite le grandi moschee finanziate dall’Arabia Saudita. E’ da questi avamposti wahhabiti che viene fuori l’ISIS e non c’è nulla a riguardo nel programma del prossimo governo, nemmeno per quanto riguarda la salvaguardia del nostro patrimonio urbano e architettonico, che la presenza di grandi mosche altererebbe, compromettendo lo stesso aspetto artistico e paesaggistico della nostra Patria. Coi centri di espulsione, poi – Cosa sarebbero CIE, Hotspot? – sembra di essere tornati ai tempi di Maroni, con in più la paradossale richiesta di consenso alle Regioni. E, anche qui, il sovranismo sembra eclissarsi.

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1803.- Mai come in questo momento mi sento vicino al Presidente Mattarella

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Un analista serio e indipendente in un momento come questo, difficilissimo per l’istituzione Presidenza della Repubblica, non può che essere vicino a Sergio Mattarella. Mi riferisco, in particolare, alla sua dimensione umana. Questa vicenda rappresenta l’atto finale di un fallimento noto e certificato che l’establishment euro-americano, e il suo sciagurato ceo capitalism, stanno consuntivando, e del quale non vogliono prendere coscienza per pura arroganza intellettuale. Ci voleva poco a capire che eliminando il fondamentale “ascensore sociale” uccidevi d’un colpo solo sia la democrazia sia la libertà, e cancellavi un paio di secoli di lenta ma progressiva crescita sociale.

Se poi hai deciso di puntare tutto su un globalismo selvaggio, era ovvio che avresti creato, in termini di contrapposizione difensiva, un sovranismo altrettanto radicale. Questa scelta è stata idiozia politica allo stato puro, tipica di una classe dominante che ogni giorno pare scivolare verso una dimensione reazionaria.

Sono certo che il Presidente abbia capito che comunque vada il paese non è, e non sarà più quello pre 4 marzo (figuriamoci come sarà dopo le elezioni europee del 2019) e la nota formuletta “lo vuole l’Europa, lo vuole il Mercato” ha ormai fatto il suo tempo.

Questo è lo stato dell’arte, questo lo scenario politico nel quale si trova a operare il Presidente. Mettiamoci nei suoi panni. E’ stato eletto da una maggioranza parlamentare che le ha sbagliate tutte, sia in termini di riforme sociali o istituzionali, tutte cassate, o dalla Consulta o da successive votazioni popolari di ogni tipo (amministrative, regionali, referendum, politiche). E poi con un leader che dopo mille giorni di potere assoluto si è ritrovato “odiato” dall’80% degli italiani. Addirittura un leader “voto repellente” come l’ha definito uno dei suoi.

Il partito già del Presidente, il Pd che lui all’epoca aveva partecipato a costruire, con questa scelta di sudditanza verso il “ceo capitalism” sia di matrice americana (Barack Obama) che europea (Angela Merkel e Emmanuel Macron) si è elettoralmente suicidato, diventando un soggetto politico anche lui “voto-repellente”. In questi giorni, gli analisti di regime non sanno come raccontare l’implosione del riformismo nostrano e si trovano a sognare un partito della nazione basato su un leader fallito e su uno bollito, impresentabili entrambi.

In queste condizioni, suo malgrado, la persona politicamente più in difficoltà è proprio il Presidente. Il dilemma nel quale è immerso ha un che di drammatico nella sua ovvietà: o fa il notaio o fa politica (come il suo predecessore). Fare il notaio è istituzionalmente a rischio zero. Per la prima volta dal 18 aprile 1948 i cittadini si sono espressi, dando a M5S e Centrodestra (Berlusconi è politicamente morto) la maggioranza, sia assoluta che geografica. Accettare nome del premier e nomi dei ministri, specie se fossero eletti, è atto dovuto (salvo noti impresentabili tipo l’auto candidatura aostana di Silvio Berlusconi o un Previti 2.0). Il cosiddetto “contratto” è costituzionalmente irrilevante: i poteri del Presidente si estrinsecano non sul programma ma nel momento in cui una legge, figlia di quel programma, dev’essere da lui promulgata.

La storia repubblicana, così la prassi, è poi dalla sua parte. Renziani e berlusconiani, e tutta la grande stampa, a nome dei loro editori, sono lì a tirargli la giacchetta (ancor prima che l’indossi) perché bocci qualsiasi leghista o pentastellato a qualsiasi ruolo di governo giudicato strategico. E sono gli stessi che hanno proposto o accettato Angelino Alfano sia agli Interni (sic!) che agli Esteri (doppio sic), per non parlare dell’Istruzione, del Lavoro, e così via.

Per questi motivi mi sento vicino al Presidente che farà, nell’ambito delle sue competenze istituzionali, le scelte giuste. Ovviamente liberi i vincitori di gettare la spugna qualora il Presidente dovesse uscire dal seminato, cosa che mi rifiuto di credere.

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Di Riccardo Ruggeri

1802.- Avvocato Giuseppe Conte, il curriculum e la specializzazione alla New York University.

Un altro non eletto! Un altro, “e tutto va bene!” Va bene ai populisti del cavolo, ma è quello che ci aspettavamo da loro!Il Evidentemente, non possono, non possiamo vincere. Dal 1945, ”vince”chi vuole per se il potere. Vi ricordo che gli italiani che, invece, volevano vincere “per noi” sono stati uccisi. L’ esempio? Enrico Mattei, Aldo Moro. Aggiungerei il non meno italiano, Bonanno. Ma il vento sta cambiando. È da Est e lo sento. Lo sente la governance neocon, inciampata sulla via di Damasco e lo sente anche Trump, che spedisce Bannon da Salvini.
Il Presidente del Consiglio dei ministri incaricato sarà il prof. Giuseppe Conte, valente avvocato e ordinario di Diritto Privato a Firenze; ma deve perfezionare, ancora, la sua carriera politica, almeno con una elezione a consigliere comunale di vattelappesca e – leggo dal web – Vanta una laurea con lode alla Sapienza; ha perfezionato gli studi giuridici a Yale, a Pittsburg, alla Sorbonne e – dice – a Vienna, all’International Kulturinstitute: Che non si sa se esiste. Esiste, invece l’Internationales Kulturinstitute, che è una scuola di lingue. Quindi, dopo l’imbroglio del ministro, senatrice Fedeli, coperto dal Senato della Repubblica con la sparizione della laurea falsa e ignorato da quello strano presidente del consiglio che è stato Gentiloni (già non ne ricordo i nomi di battesimo); dopo le dichiarazioni di Mattarella di voler travalicare le sue attribuzioni, decidendo dei ministri, ora, ma non ieri, eccoci allibiti e increduli dinanzi al lungo curriculum di Giuseppe Conte, candidato da Di Maio e Salvini alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

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Leggo da Jeanne Perego:
The Internationales Kulturinstitut (English: International Culture Institute) is a language school in Vienna, Austria, which specialises in teaching German as a foreign language. Each month, between 250 and 350 students from several countries study at IKI. The school annually organises a Spring in Vienna programme in co-operation with the University of Washington.
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The school offers full-time, part-time, intensive and evening classes. Most students choose to spend between 1 – 18 months studying in Vienna, with 3 hours of classes per day. Evening classes can be spread out across a semester, and individual tuition is available.
IKI is an Österreichisches Sprachdiplom (an Austrian oral examination) examination centre, and is a member of the Union of Austrian Language Schools (Campus Austria), which was founded by the Austrian Ministry of Education, Science and Culture.
The school’s main campus, including the reception, school office, and five classrooms is located near the Vienna State Opera House at Opernring. A second, smaller campus is located nearby, at Bösendorferstraße. Both campuses are near Karlsplatz/Oper underground station, and are within walking distance of each other.
From through September, accommodation is provided in Haus Salzburg, a student dormitory in Mariahilf.

Su questa storia dobbiamo fare chiarezza e rapidamente, perché il Presidente del Consiglio dei ministri è la figura centrale, stabilizzatrice, è il capo del potere esecutivo. Recita l’Art. 95 della Costituzione: “Dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.” E’ il Presidente del Consiglio incaricato che sottopone al P.d.R. i ministri, e se questo li approva, si pone la fiducia alle camere. Se rinuncia all’incarico, cadono tutti i suoi ministri. Nel nostro caso, non solo avremo un altro P.d.C. non eletto, ma il P.d.R. ha deciso tutto lui.
Dice Paolo Becchi: “Sbaglierò, ma io a capo di un governo politico ci avrei visto un politico. Ho capito: ce ne sono due. Vero, ma con la “staffetta” tutti e due avrebbero giocato e … vinto.” Ribadisco: E’ dal 1945 che non possiamo vincere, ma fino a quando?

Torniamo a Giuseppe Conte, tralasciando le polemiche sulla sua attività di legale a favore delle cure col metodo Vannoni:
A proposito dei suoi aggiornamenti o perfezionamenti presso l’Università di New York, privata con sede nel Greenwich Village di Manhattan, a New York. Una delle università più famose e prestigiose del mondo. il Nyt è lapidario: «Non risulta». Nel curriculum del premier indicato da Lega e M5S si legge di aggiornamenti all’università americana. Secondo il corrispondente dall’Italia però il suo nome non è presente negli archivi dell’ateneo di Paolo Decrestina shadow 2997. Un curriculum da professore, con tanto di esperienze di studio alla New York University. È quello di Giuseppe Conte, premier proposto da M5s e Lega, pubblicato sul sito della Camera dei Deputati. Un curriculum che, però, pone qualche dubbio, almeno stando alle ricerche del corrispondente dall’Italia del New York Times, Jason Horowitz. In un tweet del giornalista, in cui viene postato anche l’articolo completo del Nyt, si legge che «Giuseppe Conte, potenzialmente il prossimo leader italiano, ha scritto che “ha perfezionato e ha aggiornato i suoi studi” alla New York University; ma, quando abbiamo chiesto conferma, ci è stato risposto: “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà”. Non solo. Il corrispondente ricorda come Conte abbia raccontato di avere passato diverse estati, dal 2008 al 2013, alla New York University. Un particolare che non trova conferme nelle parole della portavoce dell’università americana, Michelle Tsai: «Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà”, aggiungendo che è possibile che Conte abbia seguito qualche programma di due giorni per i quali la scuola non tiene registri». Horowitz, che firma l’articolo, definisce la scelta del premier «un passo significativo verso la formazione di un governo anti-establishment nella quarta più grande economia dell’Unione europea». Horowitz sottolinea che Conte ha un lungo curriculum, ma «nessuna base politica o esperienza di governo» e quindi la sua «qualifica principale potrebbe essere la sua volontà di eseguire un’agenda di governo concordata dai leader populisti dei partiti». L’agenda – che prevede l’abolizione delle sanzioni contro la Russia, la revisione delle regole di bilancio Ue e una stretta sull’immigrazione – «ha già fatto innervosire i mercati europei ed ha sollevato preoccupazioni secondo cui l’erosione dell’Unione europea potrebbe arrivare dall’interno del suo nucleo europeo occidentale», ricorda l’autore. E la «nomina di Conte non ha esattamente alleviato questi timori». Secondo quanto riporta Il Manifesto oggi in edicola, ripercorrendo le esperienze di Conte, torna più volte il tema del suo legame con il metodo stamina. Fu lui, infatti, spiega il quotidiano, «da avvocato della famiglia di una bambina malata alla quale fu somministrato il trattamento Stamina, a ottenere il via libera di un tribunale al proseguimento della cura non validata scientificamente». Inoltre Conte, sempre secondo Il Manifesto «si è battuto per l’applicazione del metodo Vannoni. E arriva il commento del Pd in merito: «Il professor Giuseppe Conte, indicato come premier da M5s e Lega, sarà sconosciuto nel campo della politica ma lo è meno in quello della cronaca: fu lui, infatti, a difendere il diritto della piccola Sofia, affetta da leucodistrofia metacromatica e purtroppo morta lo scorso anno, a curarsi con il metodo Stamina, metodo di Davide Vannoni che fu poi riconosciuto come truffa e vietato dai tribunali, dopo essere stato bocciato dalla comunità scientifica – scrive su Facebook il deputato dem Michele Anzaldi -. Allora Conte faceva il suo mestiere di privato avvocato ma oggi si prepara a diventare il presidente del Consiglio di tutti gli italiani, compresi tutti quelli truffati dal metodo Stamina e da altri tipi di similari bufale in campo medico. Non ritiene, dunque, Giuseppe Conte, di dover chiarire la sua posizione in merito ai temi della scienza e della ricerca, anche alla luce del suo sostegno alla fondazione `per la libertà di cura´, come scrive `il manifesto´?». E sempre su Twitter si trovano altri commenti al curriculum del premier indicato: «Il prof. #GiuseppeConte ha perfezionato gli studi giuridici a Vienna, all’International Kulturinstitute. Che non esiste. Esiste, invece l’Internationales Kulturinstitute, che è una scuola di lingue», si legge in un tweet.

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Sulle dichiarazioni del corrispondente dall’Italia del New York Times, Jason Horowitz, il MoVimento 5 Stelle è corso ai ripari con una nota: “Nel suo curriculum Giuseppe Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi. Non ha mai citato corsi o master frequentati presso quella Università. Quindi la stampa internazionale e quella italiana si stanno scatenando su presunti titoli che Conte non ha mai vantato!”. E certo, perché dire “ho perfezionato e aggiornato i miei studi alla New York University significa esserci andato in visita!
Guardo la foto dell’arrivo delle senatrici pentastellate a Roma. Una si dichiara professoressa, quindi laureata! Ma no! insegna a una scuola professionale come si allestiscono le vetrine!! E penso: “E’ così difficile essere seri?”

1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni

1800.- “Venti di Cambiamento”

ALLIANCE FOR PEACE AND FREEDOM

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Partecipazione affollata sabato, a Milano, di ben dieci Nazioni europee al Congresso annuale di Alleanza per la Pace e la Libertà, intitolato “Venti di Cambiamento”. Alliance for Peace and Freedom, A.P.F. è un’associazione di nazionalisti, europeisti sinceri, che non ignorano il destino dei loro Stati e di tutti gli europei, cui li sta portando l’Unione europea dei mercanti: un mercato aperto, senza più confini, né diritti per i lavoratori e senza più i valori della civiltà cristiana, ridotto in servitù dai mercanti del denaro e dalle lobbies americane, con milioni di poveri, sempre più poveri, fino all’estinzione biologica dei popoli di Grecia e Roma che hanno fatto la civiltà e di Spagna e Portogallo, che l’hanno portata nel mondo. Ma le conquiste dei lavoratori europei e i valori della rivoluzione cristiana non sono dipendenti dal denaro. Questi novelli farisei sono i padri delle guerre mondiali e, negli ultimi venti anni, ci hanno sprofondato nel caos, nella violenza e nel terrorismo; ma quello vero deve ancora venire. L’Europa, concepita a Ventotene come un progetto in cui i popoli non devono sapere quello che era il disegno delle oligarchie, illuministe e profondamente anti umane, fino alle ideologie come il gender, quell’Europa deve rinascere libera, dall’Atlantico agli Urali e oltre. Il presidente Roberto Fiore ha chiuso il congresso con un ampia rivisitazione della storia europea: dallo smantellamento del colonialismo e dell’Impero Britannico, voluta fortemente dagli Stati Uniti, al termine del massacro della Seconda Guerra Mondiale, ma strumentale allo sfruttamento del continente africano da parte delle loro lobbies, fino all’attuale tentativo di distruzione della civiltà europea: la civiltà che pone al primo posto la difesa della vita e che è di ostacolo al servaggio dell’umanità. Ha concluso definendo la guerra siriana miracolosa per il cambiamento nella politica estera e l’ultima guerra per la libertà, sottolineando i segnali di pericolo che emergono dal cedimento della dittatura finanziaria e la coesione emersa fra i pensieri dei conferenzieri di questo congresso: di Gran Bretagna, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia. Associazione Europa Libera ha partecipato e vi riporta l’analisi superba della situazione geopolitica di Nick Griffin.
*Speakers / relatori:
Nick Griffin – Great Britain
Ivan Bilokapić – Europa Terra Nostra – Croatia
Tudor Ionescu – Noua Dreaptă – Romania
Tomáš Vandas – Dělnická strana sociální spravedlnosti (DSSS) – Czech Republic
Gonzalo Martin Garcia – Democracia Nacional – Spain
Milan Mazurek – Ľudová strana Naše Slovensko (ĽSNS) – Slovakia
Roberto Fiore – Forza Nuova – Italy

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BNP leader Nick Griffin holds a press conference in the Ace of Diamonds pub, Manchester

Nick Griffin è un politico britannico, noto per essere stato presidente del British National Party, il Partito Nazionale Britannico, con il quale è stato eletto membro del Parlamento europeo nel Giugno 2009, quale rappresentate dell’Inghilterra Nord-Occidentale. La militanza di Griffin negli ambienti dell’estrema destra inglese comincia molto presto, poiché già a 15 anni frequenta abitualmente le riunioni del Fronte Nazionale Britannico.
Qualche anno più tardi, mentre frequenta l’Università di Cambridge, Griffin fonda il “Young National Front Students” (“Fronte Nazionale Studentesco”). Continua poi la sua carriera politica sempre nelle file del Fronte Nazionale. Il suo impegno politico non conosce soste. Viene eletto presidente del BNP nel 1999.
Durante gli anni ottanta matura l’amicizia con Roberto Fiore, dalla quale nascerà il partito “Terza Posizione Internazionale” e attualmente collabora con l’Alleanza per la Pace e la Libertà (Alliance for Peace and Freedom), di cui è vicepresidente.

Winds of Change – Nick Griffin

Questa conferenza è intitolata: Venti di Cambiamento. L’espressione non è nuova. Fu utilizzata dal primo ministro britannico Harold McMillan a Cape Town nel 1960. Il suo commento “Il vento del Cambiamento sta attraversando questo continente” fu l’innesco per il governo conservatore di impegnarsi per il rapido smantellamento dell’Impero britannico.

Questo era, in parte, un progetto anti-coloniale socialista, ma McMillan fu anche pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, spinsero le potenze europee ad abbandonare i loro impegni – in modo che gli Stati Uniti potessero trasferirsi in quegli spazi politici ed economici.

Il continente a cui si riferiva McMillan era naturalmente l’Africa, ma oggi possiamo sentire un altro vento di cambiamento che soffia attraverso un altro continente: l’Europa, il nostro continente. E, ancora una volta, è un vento che sta spazzando via un dominio coloniale: il dominio coloniale americano.

Se fossi stato qui solo due o tre anni fa e avessi detto che la dominazione americana dell’Europa sarebbe stata spazzata via come sabbia in una tempesta di polvere, avreste pensato che fossi matto. Dopotutto, tutti i segnali erano che i coloni stavano vincendo.

Quando il muro è crollato nel 1989, il regime di Washington ha prontamente rotto la sua promessa di mantenere il confine orientale della NATO in Germania. Ma la NATO e la dominazione americana hanno invece marciato verso Est.

Solo l’anno scorso gli americani hanno installato basi missilistiche proprio sul confine russo. Un numero crescente di di truppe NATO sono ora dislocate nella Polonia orientale e negli Stati baltici.

Allo stesso tempo, i regimi fantoccio nell’Europa occidentale e nell’Unione europea hanno mostrato una spiacevole disponibilità ad essere soci di minoranza nella politica davvero malvagia degli USA, cioè dell’uso di bande terroristiche jihadista per distruggere le nazioni arabe laiche, al fine di permettere ai giganti dell’energia degli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita di prosperare sulle conseguenti rovine.

Quando, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO fu fondata, il suo primo segretario generale, Lord Ismay, descrisse la missione dell’alleanza: “tenere lontani i russi, gli americani dentro e i tedeschi sottomessi”. L’alleanza ha così, giocato lo stesso ruolo nella politica internazionale della mafia in Italia, dopo che questa fu riabilitata dalle baionette americane.

La conseguente dominazione americana sul nostro continente è durata esattamente 70 anni. Per tutto questo tempo è apparsa irresistibile, incrollabile. E, questo, è sembrato vero all’inizio di quest’anno, così come è stato lungo tutto il corso delle nostre vite.

Ma quello che sembrava essere concreto dal punto di vista geopolitico solo pochi mesi fa, si sta trasformando in sabbia spazzata dal vento davanti ai nostri occhi.

Certo, proprio il mese scorso abbiamo visto le forze americane colpire la Siria per conto di Al Qaeda, Israele, Arabia Saudita e del complesso militare industriale degli Stati Uniti. Abbiamo visto Donald Trump copiare Bush, Bill Clinton e Obama nel ruolo di poliziotto globale. Abbiamo visto i regimi fantoccio di Francia e Gran Bretagna fornire supporto militare e diplomatico. A prima vista, sembra tutto come al solito. I nostri omaggi al capo e a quello che la razzista criminale di guerra Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile”.
Ma guardate meglio. Trump ha sparato due raffiche di missili in Siria. Ma entrambi questi fuochi d’artificio, molto costosi, sono stati lanciati solo dopo aver informato i russi, con un preavviso sufficiente, a loro volta, a mettere in guardia i siriani affinché potessero mettere i sistemi militari in salvo. Sebbene le forze americane abbiano sparato 105 missili Cruise il mese scorso, l’attacco ha colpito tre obiettivi puramente simbolici. 71 missili sono stati deliberatamente lanciati a sproposito, oppure sono stati abbattuti dai siriani con l’utilizzo di di sistemi russi di difesa missilistica di ultima generazione.

Quindi, nonostante l’orrore che abbiamo provato tutti quando abbiamo visto la risposta della NATO alla false flag di Douma, la realtà è che gli USA hanno così tanta paura della Russia in Siria che o si sono tirati indietro, oppure c’è stato un vero attacco, ma che è stato bloccato in un modo che avrebbe profondamente preoccupato i pianificatori del Pentagono. Personalmente, credo che quest’ultima opzione sia più probabile, ma non fa molta differenza. Entrambe le ragioni rendono gli Stati Uniti una tigre di carta.

Aggiunto allo sviluppo dei missili ipersonici russi, che hanno reso la flotta statunitense una vecchia anatra appollaiata, il risultato del lancio missilistico del mese scorso è che l’America e i suoi alleati hanno perso il controllo militare del Mediterraneo Orientale e la credibilità militare in tutto il mondo.

Dopo quell’attacco, l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato le ultime aree dall’ISIS a Sud di Damasco, la grande area jihadista appena a Nord di Homs e hanno riconquistato metà dell’ultima zona di deserto dell’ISIS vicino al confine iracheno. Le uniche aree ancora da ripulire dal parassita jihadista sono la provincia di Idlib e il tratto vicino alle alture del Golan, dove l’ISIS e altri gruppi ribelli sono riforniti di equipaggiamento militare, assistenza sanitaria e copertura aerea da parte di Israele.

Assad e i suoi alleati hanno vinto la guerra. L’elité americana e le sue marionette hanno perso.

Ma il vento del cambiamento, che sta spazzando via il dominio imperiale americano, non sta solo soffiando attraverso il Medio Oriente. C’è anche una tempesta di cambiamento politico che si sta preparando in Europa. Non solo nell’Est e nel Centro, dove le forze di Victor Orban e Visegrad hanno già ridisegnato la politica e infranto la morsa suicida della vecchia elité liberale filoamericana.

No! Il cambiamento davvero importante ora sta avvenendo qui, in Occidente. E la velocità di questo cambiamento è sbalorditiva.

Ovviamente, da veri nazionalisti radicali, sappiamo tutto su compromessi e le debolezze della nuova coalizione che si sta formando qui in Italia. Ma ciò non cambia il fatto che il nuovo governo sarà il più filo russo in tutta l’Europa Occidentale. L’Italia, la cui politica estera è stata efficacemente dettata dalla CIA per 70 anni, è, improvvisamente, in grado di pensare e agire autonomamente.

E la tempesta infuria. Nell’ultima settimana circa, anche i più patetici cagnolini di Washington e Wall Street si sono, alla fine, ammalati per i calci che hanno preso dallo zio Sam. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata è stata accolta calorosamente dallo psicopatico delirante Netanyahu. Ma anche gli inglesi, i francesi e gli europei sono sconvolti dalla provocatoria stupidità.

Poi, è arrivata un’altra esplosione della tempesta del cambiamento, quando
Trump ha rottamato l’accordo con l’Iran. Perché non ha fatto nulla del genere. Ha, sì. ritirato l’America dall’accordo, ma l’accordo è ancora molto vivo. Persino gli alleati più vicini all’America hanno rifiutato di seguire l’esempio. Da un lato, totalmente isolata, abbiamo l’America; dall’altro, non abbiamo solo l’Iran, Russia e Cina, ma anche Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questo livello di disobbedienza sarebbe stato del tutto impensabile solo due anni fa.

La decisione di Trump e il rifiuto europeo dello stesso hanno inferto un colpo di martello alla solidarietà transatlantica che è rimasta inalterata per 70 anni. E la crisi è appena agli inizi. Washington ha fissato una scadenza di sei mesi alle società europee che fanno affari in Iran per lasciare il paese. Dovranno o interrompere le loro operazioni o affrontare pesanti sanzioni.

Insieme al continuo impatto delle sanzioni contro la Russia, ciò significa che gli Stati Uniti sono diventati la principale minaccia per l’economia europea. L’Ue, a sua volta, sta pianificando contromisure per bloccare le sanzioni statunitensi all’Iran.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha criticato il presidente Trump per la sua decisione di ritirarsi. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha dichiarato che le potenze europee non dovrebbero essere i “vassalli” di Washington. Anche usare la parola significa rompere l’incantesimo e, finalmente, muoversi verso la libertà.

L’11 maggio il cancelliere tedesco ha discusso della situazione con il presidente Putin in una conversazione telefonica. Oggi Angela Merkel è a Sochi, pochi giorni dopo che la Germania ha iniziato a costruire il progetto del gas Nord Stream 2, nonostante gli Stati Uniti abbiano mostrato i denti. Ma tale ostilità è stata totalmente inefficace.

Le relazioni USA-Europa vengono, inoltre, violate dai piani di Washington di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Ue. Una guerra commerciale è dietro l’angolo. Per quanto tempo un fronte di sicurezza comune può sopravvivere a tali tensioni?

Forse, il cambiamento più sorprendente è in Germania, un paese che è, ovviamente, ancora occupato dalle truppe americane. La rivista arci-liberale Der Spiegel ha appena evidenziato la nuova posizione anti-americana con un editoriale intitolato “E’ tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza”.
L’articolo dice che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è “solo abile nella distruzione”, riferendosi alla sua fuoriuscita dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi. E’uscito proprio il giorno dopo che la Merkel ha affermato che l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti e deve prendere la situazione nelle proprie mani.

C’è persino un abisso che si apre su Israele. L’intero partito repubblicano è unito a Trump nel sostenere il diritto di Israele a massacrare i dimostranti adolescenti a Gaza, e la maggior parte dei democratici è d’accordo – anche se diventerebbero isterici s una guardia di frontiera americana picchiasse un messicano mentre tenta di attraversare il confine.

L’elité europea, al contrario, sembra sinceramente scioccata dalla brutalità israeliana. Inoltre, sono disperatamente preoccupati per l’impatto sulla crescente minoranza musulmana in Europa. E se Trump e Netanyahu hanno dato fuoco a tutto il Medio Oriente, l’eleggibilità dei liberali europei sarà cancellata da una nuova ondata di profughi.

Il potere delle lobbies e dei media sionisti è ancora immenso, ovviamente, ma andare d’accordo con gli Stati Uniti e Israele sta diventando molto costoso. Persino il Financial Times, totalmente globalità, ha osservato che la “subordinazione a Washington implicherà un prezzo, in termini di politica interna, molto serio”

Inoltre, è anche superfluo, e c’è una scelta proprio dietro un altro angolo: combattere guerre senza fine per Washington e Israele – o commerciare con la Russia e con la Cina facendo parte del super blocco economico della Nuova Via della Seta?

Per giunta,i crescenti poteri nel blocco internazionale stanno lavorando costantemente per rompere la morsa del dollaro USA come unico mezzo per commerciare il petrolio e come valuta di riserva mondiale. Questo è il meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di giocare al poliziotto globale distruggendo la propria base manifatturiera. La FED stampa dollari, il resto mondo li compra, così gli americani ottengono tutti i beni di consumo di cui hanno bisogno. Nel momento in cui questo si fermerà, Washington non sarà in grado di permettersi di far saltare il resto del mondo sulle spese militari e il suo impero globale collasserà.

I preparativi sono in corso. La Cina sta persino corteggiando l’Arabia Saudita. E, ora, anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di trasferire i pagamenti in euro per i suoi acquisti di petrolio dall’Iran. Ciò consentirebbe a entrambe le parti di continuare a negoziare nonostante le sanzioni statunitensi. Ancora più importante, significherebbe la fine del petrol dollaro.

L’aver minacciato il dominio della FED, per la creazione di credito, e quello di Wall Street sul commercio globale, è stata naturalmente una delle ragioni principali per gli omicidi dia di Gheddafi che di di Saddam Hussein.

Normalmente, una tale mossa da parte dei leader dell’Europa porterebbe a drastiche contromisure da parte del Deep State americano. Il principio tra questi potrebbe essere l’innesco del grande potenziale di conflitto etnico e religioso che la CIA ha così laboriosamente impiantato nell’Europa occidentale attraverso l’immigrazione di massa e l’ondata di rifugiati.

Così come la CIA ha potuto innescare la distruzione della Yugoslavia lungo la strada verso l’Europa occidentale, così come ha scatenato i suoi addomesticati jihadisti in Libia e in Siria, potrebbe fare lo stesso contro l’Europa. Ciò punirebbe la recalcitrante élite politica europea e, al contempo, la spingerebbe nuovamente verso il Grande Fratello USA, il cui aiuto militare sarebbe necessario per risolvere il caos scaturito.

Potrebbero. Questo è chiaramente ciò che hanno programmato da molto tempo. Ma se possono farlo ora è un’altra questione.

Per prima cosa gli europei non sono privi delle capacità intellettive e ora già considerano l’America come qualcosa di diverso da un alleato divino – dimostrazione che una così cinica distruzione dell’Utopia liberale potrebbe andare davvero molto male. Lungi dall’impegnare l’Europa a gestirsi da sola, lo shock e la rabbia potrebbero completare la spaccatura.

E, poi, c’è il fattore Trump. Anche se il Presidente anticonformista è, per una volta, in scia con l’<élite di Washington su Iran e Israele, c’è ancora una guerra civile politica che infuria, all’interno e intorno alla Casa Bianca, su tutti gli altri fronti. Un regime che è così lacerato dal conflitto e dall’odio può prendere o prenderà davvero le decisioni e le azioni necessarie per demolire i suoi presunti alleati più stretti?

Forse. Ma forse no. Come per tutto il resto, in questa tempesta di cambiamenti, i venti possono cambiare a momenti e nessuno può prevedere con certezza cosa succederà dopo.

Ma ci sono tre cose che possiamo dire con un certo grado di certezza:

Uno. I venti del cambiamento continuano a soffiare.
Due. Se il Deep State americano decide di giocare sporco in Europa, allora, tutto ciò su cui noi nazionalisti abbiamo lanciato moniti avverrà, e verrà il nostro tempo.
Tre. Se Washington è troppo paralizzata per agire, l’impero del dollaro cadrà. E il nostro momento verrà.

Quindi, in un modo o nell’altro, verrà il nostro momento!

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We wish you all the best for Jean-Marie Le Pen.

1799.- SEUL CHIUDE LO SPAZIO AEREI AI B-52 (Proprio come la UE…)

La politica neocon rimane ondivaga perché segue le indicazioni della finanza mondiale e dei produttori di armamenti, per i quali l’importante è vendere e non vincere. Se consideriamo anche la supremazia acquisita dai russi con i missili ipersonici, contribuisce a fare degli USA una tigre di carta.

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SEUL CHIUDE LO SPAZIO AEREI AI B-52 (Proprio come la UE…), di Maurizio Blondet

Vista la reazione del governo della Corea del Nord, che minaccia di far saltare il vertice con Trump a Singapore perché gli americani hanno fatto traboccare il vaso non rinunciando alle esercitazioni militari Blue Lighting ai suoi confini, la Corea del Sud ha deciso di non partecipare a queste esercitazioni. Anzi ha fatto di più: “il 16 maggio, il ministro coreano della difesa, Song Young-moo, incontrato il generale Vincent Brooks, comandante delle forze Usa nel paese, lo ha gentilmente pregato di non far entrare i B-52, i bombardieri strategici che dovevano partecipare all’esercitazione, nello spazio aereo sud-coreano”: così una breve di Sputnik News.

E i B-52, che erano già decollati da Guam, ci sono ritornati dopo aver fatto i diversi giri che servono a consumare il pieno di carburante previsto per la missione. Insomma Seul ha praticamente vietato lo spazio aereo ai bombardieri americani.

Questa capitolazione avviene al termine di giorni in cui la neo-diplomazia Usa alla Donald ha accumulato gigantesche cantonate che sembravano fatte apposta per mandare a monte quel vertice, a cui invece Trump tiene moltissimo.

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Boeing B-52 Stratofortress (1955). Il maxi bombardiere nucleare a lungo raggio dell’USAF torna d’attualità con la crisi nordcoreana. Con l’aggiornamento è già in atto, con l’elettronica destinata al caccia F-35 (un contratto da 72 milioni di dollari), il B-52 sarà in grado di costituire fino al 2040 un importante strumento alla base delle capacità militari USA.

Il raffinato tatto diplomatico di John Bolton
Ha cominciato John Bolton, il consigliere della sicurezza nazionale che Trump s’è scelto ben conoscendo che tipo è: d’improvviso, ha dichiarato che, sulla questione del nucleare nord-coreano, avrebbe adottato “il modello Libia”. L’espressione è già abbastanza insultante per irritare Kim, memore del trattamento che gli Usa hanno fatto subire a Gheddafi. Ma in realtà, Bolton – con il suo raffinato tatto – voleva dire: “prima”, la Corea del Nord consegna i suoi mezzi atomici e consente le visite degli ispettori, e “solo poi” gli Stati Uniti solleveranno le sanzioni economiche, quelle che vorranno loro. Fu infatti questo il “modello” a cui si adattò Gheddafi, quando anni fa si procurò alcuni impianti per cominciare l’arricchimento dell’uranio – senza però avere né la forza industriale e le competenze scientifiche per davvero farsi l’atomica. Allora, per ottenere la fine delle sanzioni, il libico caricò su una nave quel materiale, e “solo dopo” Washington levò alcune sanzioni.

A quel punto, la Casa Bianca s’è prodigata per superare la figura di Bolton, assicurando Kim che non gli avrebbero fatto subire il “trattamento Libia” inteso come invasione ed assassinio, quale quello che fece subire Hillary Clinton a Gheddafi.

Il guaio è che il giorno dopo, nella conferenza-stampa rituale, un giornalista chiede a Trump cosa pensa del “modello Libia” proposto da Bolton, e Trump, evidentemente del tutto impreparato, e ignorante della sottile e malagevole distinzione fra i due concetti, ha interpretato come il secondo tipo di “trattamento Libia”. Infatti, a braccio, ha risposto:

“Se guardi al modello con Gheddafi, quella è stata decimazione totale. Siamo andati lì e lo abbiamo battuto. Ora, quel modello sarà applicato se non facciamo un accordo, molto probabilmente. Ma se facciamo un accordo, penso che Kim Jong-un sarà molto contento”.

( la frase originale: “The model, if you look at that model with Gaddafi, that was a total decimation. We went in there to beat him. Now that model would take place if we don’t make a deal, most likely. But if we make a deal, I think Kim Jong-un is going to be very, very happy.”)

Di fatto, una gaffe impossibile da medicare. Gigantesca. Sesquipedale. Trump ha praticamente detto a Kim: fai il trattato con noi, o ti facciamo fare la fine di Gheddafi. Probabilmente anche Donald se ne deve essere accorto quasi subito, perché ha borbottato che avrebbe garantito “forti garanzie” per la sicurezza di Kim, se accedeva all’accordo. Naturalmente del tutto inconscio che, da come lui ha distrutto l’accordo sul nucleare con l’Iran, firmato da un presidente Usa e confermato dagli alleati europei, dai russi e dal Consiglio di Sicurezza ONU, Kim sa che una “forte garanzia” americana non vale la carta su cui è scritta.

Chiunque, e non solo l’intelligente Kim, ha concluso che la Casa Bianca non voleva affatto l’accordo e avrebbe mantenuto le sanzioni, avrebbe minacciato “total decimation” e si sarebbe rimangiata tutti gli sforzi di arrivare a un “deal” con Pyongyng. Invece, ecco, risulta che la Casa Bianca ci tiene eccome, al vertice con Kim. Al punto da accettare la ferma preghiera di Seul di non mostrare i suoi B-52, una umiliazione mai vista.

Perché, la Corea del Sud non esporta in USA?
Il che provoca qualche triste paragone con il comportamento della UE di fronte alle ingiunzioni di Trump sull’Iran. Bruxelles, Berlino e Parigi, dopo una vacua resistenza a parole, hanno accettato di partecipare alle nuove sanzioni che Trump ha elevato contro Teheran, nonostante l’Europa voglia e dichiari di voler tenere fede all’accordo JCPOA, perché sennò gli Usa infliggono di multe e ritorsioni commerciali per le imprese europee: perché si sa, la UE, e la Germania in primo luogo, esporta molto negli Stati Uniti. Perché, forse che la Corea del Sud non esporta anche lei qualcosina in Usa? E non è un paese di 45 milioni di abitanti, occupato dalle basi americane da mezzo secolo? Eppure ha avuto la fibra per vietare praticamente il suo spazio aereo ai bombardieri americani.

Ovviamente la UE non ha questa spina dorsale.

Peggio: di fronte ad un Trump che caoticamente distrugge il Sistema globale americano forse senza saperlo (Trump è “un sintomo, un detonatore, una conseguenza – non una causa – della volontà di auto-distruzione del Sistema”, scrive Philippe Grasset), l’Europa tecnocratica e berlinese si fa trascinare nel gorgo trumpiano di distruzione. Aggredita in ogni modo dal presunto “alleato”, minacciata di sanzioni e dazi e da ingiunzioni di riarmarsi per contribuire la protezione americane e battere la Russia, è fin troppo evidente la UE ha tutte le ragioni per prendere le distanze da quel folle “alleato” a avvicinarsi alla Russia. Invece, partecipa alle campagne russo-fobiche britanniche al Nivichok; spara missili sulla Siria; accusa la Russia e il suo alleato siriano diusar armi chimiche, accusa palesemente falsa; impone sanzioni alla Russia stando dalla parte del regime golpista di Kiev; le aggrava; usa un linguaggio coem se avesse a che fare con un governo criminale….e poi la Merkel va a Sochi a parlare con Putin del gasdotto baltico che i tedeschi stanno fabbricando con i russi a dispetto degli Usa – e Putin la riceve pure con un mazzo di fiori.

Trump ha intrappolato la UE nelle sue contraddizioni
L’Europa insomma si divarica nello sforzo supremo di piacere a Putin e non dispiacere a Washington, una divaricazione che mette in luce tutte le sue contraddizioni e può portarla a spaccarsi.

Ne tratta il saggista e filosofo inglese John Laughland, in un pezzo magistrale. Stracciando il trattato con L’Iran, dice, Trump ha dato alla UE un triplice pugno, politico, economico, ideologico. Politico perché Macron e MErkel sono andati a implorare di non rompere il patto con l’Iran, ottenendo meno che nulla. Economico, per i colossali contratti che l’Europa accetta di perdere.

Ma soprattutto ideologico, “perché la UE poggia tutta la sua legittimità sulla credenza che mettendo in comune le sovranità e fondendo gli stati in una unica entità, essa è progredita al di là delle epoche in cui le relazioni internazionali erano decise dalla forza. Crede di incarnare un ordine internazionale basato su normative, che è perfetto mentre ogni altro porta alla guerra. E’ impossibile esagerare l’importanza che questa credenza ha per i leader europei.

Ma Donald Trump la ha sfasciata.

E la UE si è messa da sé in un angolo, senza potersi liberare, perché si è identificata con la NATO fino ad iscriverne la subordinazione nel tratatto di Lisbona del 2009; perché s’è bruciata i ponti verso gli altri partner che possono sostituire gli Usa, in primo luogo la Russia – solo poche settimane fa gli stati europei hanno espulso dozzine di diplomatici di Mosca sotto la falsa accusa britannica dell’avvelenamento Skripal. Insieme agli Usa, hanno perseguito la caduta di Assad in Siria per mezzo secolo. Come pososno adesso lamentarsi che Trump vuole ottenere un “cambio di regime” in Iran?

E terzo, perché come possono i leader UE lamentarsi delle sanzioni americane contro le loro imprese, quando essi stessi hanno applicato sanzioni alla Russia, dannose per quella economie, già nel 2011 (Siria) e poi con il pretesto che Mosca aveva “invaso l’Ucraina”?

Adesso Donald Tusk chiama e ordina che i paesi europei siano “uniti” contro Trump: “L’Europa è unia o non è nulla”. Ma stanno perdendo l’Ungheria e la Polonia che non obbediscono a Bruxelles, e rischiano di perdere l’Italia se il governo che si insedierà a Roma applicherà una politica economica che è anatema per le “regole” europee, e può provocar la fine dell’euro.

Insomma: “Trump il folle è riuscito a far apparire gli europei i folli che sono. Gli europei hanno messo tutte le loro uova in un solo cestino, e Trump glielo ha rovesciato: sarà difficile se non impossibile ricomporlo”.

John Laughland, who has a doctorate in philosophy from the University of Oxford and who has taught at universities in Paris and Rome, is a historian and specialist in international affairs.

1798.- Contratto di Governo Lega e 5 Stelle: i punti chiave

Movimento 5 Stelle e Lega hanno definito il “contratto per un governo del cambiamento”: a Di Maio e Salvini gli ultimi ritocchi, poi consultazione tra gli elettori e scelta del premier.

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Quasi chiuso il contratto di programma tra Lega e Movimento 5 Stelle per un nuovo Governo di “alleanze”. Circa 40 pagine programmatiche, che toccano temi di vario genere, dalla Cultura all’Ambiente, dall’Università all’Agricoltura, dalla Previdenza alla Giustizia. Il testo sintetizza le posizioni dei due partiti e attende il placet dei leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, su alcuni aspetti ancora da definire. Stralciata l’uscita dall’Euro, tra i punti in programma ci sono alcune conferme rispetto alla prima bozza:
Sussidio di disoccupazione per indigenti (“reddito di cittadinanza”), pari a 780 euro a persona.
La misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno; l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio. L’ammontare è fissato in 780,00 Euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala OCSE per nuclei familiari più numerosi. A tal fine saranno stanziati 17 miliardi annui.
Riduzione tasse (“flat tax”), con due aliquote IRPEF al 15% e 20% per i lavoratori (persone fisiche, partite IVA e famiglie) e una al 15% per le società. Per le famiglie è prevista “una deduzione fissa di 3mila euro in base al reddito”.
La parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. Punto di partenza è la revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese, con particolare riferimento alle aliquote vigenti, al sistema delle deduzioni e detrazioni e ai criteri di tassazione dei nuclei familiari.
Pensione di cittadinanza a chi vive sotto la soglia minima di povertà.
La nostra proposta è rappresentata da un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780,00 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza.
Espulsioni immigrati irregolari e centri per il rimpatrio, con dettagli ancora da definire.
Vincolo parlamentari, che decadono se si iscrivono ad un partito diverso da quello con cui è stati eletti.
Comitato di riconciliazione, ossia un governo ombra per risolvere le controversie interne alla coalizione, che oltre a premier e ministri interessati include i due leader di partito e i capigruppo.
Le questioni legate all’Europa (revisione trattati..) restano da definire. Così come la scelta del premier. Secondo indiscrezioni, tanto Di Maio quanto Salvini sarebbero ancora in lizza per ricoprire l’incarico.

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TAV Torino-Lione si farà.

Pensioni: stop Legge Fornero
Ecco uno stralcio dall’ultima bozza.

Riforma Pensioni, l’ipotesi M5S-Lega rilancia la quota 100
15 maggio 2018
Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti.
Inoltre è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza.

Prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili.
Iter
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella valuterà il programma soltanto a contratto sottoscritto dai due leader di partito. Tutte le bozze vengono considerate tali e pertanto non valutate. I tempi non sono però immediati.

Dopo i ritocchi di Salvini e Di Maio, il Movimento 5 Stelle sottoporrà il programma al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, la Lega svolgerà invece una consultazione interna al centrodestra (con modalità da definire).

1797.- Le voci della destra: Perché votare Italia agli italiani. Commento a Nicola Cospito

Con la sinistra politica disfatta e la destra volta al passato, con le istituzioni colonizzate dai farisei, vedo difficile un percorso di ricostruzione della coesione nazionale, ammesso che ci sia mai stata. Nella parentesi fascista, l’Italia degli italiani crebbe, ma anche cadde. Ieri cadde, oggi sprofonda nel servaggio, come nei secoli bui. Siamo stati ingannati perché siamo divisi. Ci hanno giocato gli uni contro gli altri, sventolando bandiere di un’epoca che non ritorna, come non torneranno i suoi uomini migliori. Le bandiere vere e quelle false, perché i più sono ignoranti e nulla discernono. Ci hanno ingannati perché non abbiamo il culto della casa comune. Il concetto di Patria è stato respinto, offeso da chi ha voluto per se il comando dello Stato: per se e per i suoi interessi. Così, ingenuamente, ci siamo donati all’Europa con amore, dimentichi che le diversità di ogni popolo europeo sono la sua ricchezza; dimentichi che siamo i soli depositari della rivoluzione cristiana che gli altri non hanno conosciuto; dimentichi che le frontiere e le leggi dello Stato sono il presidio dei valori della nostra identità, della nostra ricchezza, dello Stato sociale che prima di un diritto, fu una conquista dei lavoratori di sempre: con il re, con il duce, con la Repubblica, perché era la nostra casa. Le orde dei barbari di una follia malvagia ci dicono che la casa è in pericolo, è aperta a tutto e a tutti ed è una casa ricca, che fa gola a chi non rispetta il sudore e l’amore che l’hanno creata. Era la nostra casa e deve esserlo.
Leggo di un certamente patriota che parla a un improbabile esercito, con toni accesi, di svincolarsi dalle catene dell’Unione Europea – e ha ragione da vendere, sia per il bene dell’Italia che della stessa Europa -, ma non porge la mano alla massa degli italiani che di questi toni forti faranno volentieri a meno; che più non credono nella politica e sono più del 50%. Sono l’esercito degli astensionisti, cui devi sussurrare il tuo Amor di Patria. Carezzare i loro cuori, perché tornino a pensare insieme. Per risvegliare la coscienza del popolo italiano, bisogna saperne cogliere la sua sensibilità e riavvicinarlo ai temi sacri della civiltà cristiana, non spaventarlo con gli incubi di un passato tragico, demonizzato dalla lotta per il potere. Non allontaniamo, con gli spettri di ciò che non ritorna, quelli che nulla sanno della resistenza eroica e di quella ipocrita mascherata da antifascismo. Riposino in pace i combattenti della resistenza ai tedeschi e quelli della resistenza agli anglo-americani. Dimentichiamo quelli che hanno voluto conquistare lo stato fascista per sete di potere. Malediciamo quanti, per cupidigia, di quel potere hanno fatto lo strumento della morte della Nazione. Voglio parlarvi di Dio, di famiglia, delle nostre donne e di lavoro, ma senza squilli di fanfare, né rullar di tamburi. Tendendo fraternamente la mano.

SCRIVE NICOLA COSPITO:
In occasione della nuova uscita di Foglio di lotta, ci pare opportuno pubblicare questo recente appello a sostenere la lista unitaria nazionalpopolare. Da sempre ci siamo battuti per l’unità dell’area e ora, con il patto Forza Nuova Fiamma Tricolore cui hanno aderito anche I Fasci Italiani del Lavoro, Azione Sociale di Brescia, la Fiamma Italia Sociale, Italia Giovane Solidale, la Fiamma Nazionale e altri camerati sparsi sul territorio nazionale, sembra che un primo importante traguardo sia stato raggiunto. Sia ben chiaro però a noi tutti. La battaglia elettorale è solo una battaglia contingente, la nostra azione per risvegliare la coscienza del popolo italiano continua e continuerà ad ogni livello, prima di tutto quello culturale. La riscoperta dei nostri valori esistenziali, la nostra battaglia spirituale restano infatti la pietra angolare della nostra attività militante. Foglio di lotta saprà darne testimonianza.
Il 4 marzo si sta avvicinando e con lo spoglio scardinare il senso più profondo della morale, i politica di investimenti nel settore pubblico,

delle schede votate il popolo italiano potrà conoscere il suo destino dei prossimi anni. Il fatto nuovo di questa tornata elettorale è costituito per la nostra area dall’accordo sono già insieme, l’effetto calamita, con un po’ di pazienza, non potrà mancare. Basta guardarsi intorno e vedere cosa sta succedendo nel Paese. Come sta avvenendo abbondantemente nei paesi dell’Est europeo dove i movimenti nazionalisti hanno avuto un importante e significativo exploit, anche in Italia i tempi stanno cambiando e i cittadini stanno capendo, nonostante il lavaggio del cervello operato dai mass media proni agli interessi stranieri, che la priorità politica per la sopravvivenza dell’Italia è svincolarsi dalle catene dell’Unione Europea e di uscire dalla gabbia che gli usurai di Bruxelles e i loro plenipotenziari Prodi, Amato, Berlusconi, Draghi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, gli hanno costruito addosso. In questi anni abbiamo assistito alla progressiva distruzione dello Stato Sociale creato dal Fascismo e alla sistematica cancellazione dei diritti dei lavoratori portata avanti con la complicità dei sindacati e dei loro dirigenti ben pagati per il loro tradimento. I governi che si sono succeduti, sia quelli di centrodestra che quelli di centrosinistra, oltre a mostrare una cronica incapacità nel gestire il mondo del lavoro incrementando una occupazione non vera ma precaria, hanno varato una serie di riforme pasticciate e tali da aggravare la crisi economica e sociale, diminuendo il gettito fiscale, scardinando il sistema pensionistico, compromettendo il futuro delle giovani generazioni. Tanto per citarne qualcuna: La Legge Fornero che da un lato ha alzato l’età pensionabile e dall’altro ha introdotto il sistema contributivo che riducendo gli assegni ha vanificato la speranza di una vecchiaia dignitosa; il Jobs Act che ha pianificato la precarizzazione del lavoro ancora di più di quanto aveva fatto la legge Biagi e che ha reintrodotto forme odiose di sfruttamento dei giovani lavoratori ridotti a veri e propri iloti, la cosiddetta Buona Scuola che nell’inseguire il modello della scuola azienda (alternanza scuola lavoro), ha assestato un altro colpo mortale all’istruzione già compromessa dalle demenziali innovazioni di D’Onofrio e della Gelmini. A questo si aggiungono poi la sciagurata Legge sulle Unioni Civili che vuole
Decreti salva banche, provvedimenti vergo- gnosi che, se hanno salvato il sedere dei finan- zieri corrotti, hanno lasciato nella miseria migliaia di risparmiatori; la incredibile legge elettorale varata a poche settimane dal voto, il cosiddetto Rosatellum, studiato ad arte per ingarbugliare e vanificare la volontà di un elet- torato in costante diminuzione di partecipazione alle scelte politiche e che detesta i partiti come il diavolo l’acqua santa. Per questa ragione, mentre il PD vede calare vertiginosamente i suoi consensi, mentre la sua costola si arrocca nella formazione di Liberi e Uguali, guidata dal vecchio satrapo Pietro Grasso, un anziano magistrato privo di qualsivoglia capacità dialet- tica e politica, rappresentata da vecchi arnesi come Bersani e D’Alema, buoni per ogni avventura e dalla Boldrini, la più squalificata figura del parlamento, il centrodestra sigla un’alleanza sulla punta delle baionette, tra Berlusconi, ormai fisicamente e mentalmente al capolinea,ansiososolodiritornaresullascena, Fratelli d’Italia, partito che raccoglie il peggior marciume dei riciclati di Alleanza Nazionale e la Lega di Salvini che rinuncia alla sua opposizione radicale ai vincoli dell’Unione Europea e si fa trascinare in un abbraccio che, dopo il recupero effettuato nel suo essersi liberata di Bossi e nell’essersi data una linea nazionale e non più secessionista, rischia di esserle fatale. E questo, mentre anche i Cinque Stelle, nati come movimento di protesta, oltre a mostrare cronica incapacità amministrativa, come dimostrato abbondantemente a Roma e aTorino,scelgonolaviadell’inserimentonel sistema dell’eurozona rinunciando a battaglie importanti come quella per l’uscita dall’euro e sposano i desueti schemi antifascisti mesco- landosi con i talebani resistenzialisti. Quello dell’affrancamento dall’eurozona è il tema cen- trale su cui si gioca il futuro dell’Italia e su questo non ci possono essere giochi di parole o fraintendimenti. La posizione della lista L’Italia agli italiani che comprende Forza Nuova e la Fiamma Tricolore è inequivoca- bile. Solo l’affrancamento dall’Unione Euro- pea, l’uscita dall’euro e il recupero della sovra- nità monetaria che altro non è se non la possibi- lità per il nostro Stato di emettere una propria moneta, unita al ripudio del debito usuraio con- trattodaunmanipoloditraditori,potràpermet- tere il rilancio dell’economia atraverso una
nell’agricoltura (come ha fatto la Polonia), nel turismo che è il grande tesoro del nostro paese. L’Italia manca di adeguateinfrastruttu- re. Strade, autostrade, ponti ecc. sono fati- scenti e vanno ripristinati e restaurati. Ugual- mente l’intero settore dei trasporti va integral- mente ripensato e reso funzionale alle esigenze commerciali. Alcuni settori dove domina la speculazione come quelli delle banche e delle assicurazioni, vanno nazionalizzati, vale a dire controllati dallo Stato all’insegna della giustizia e della trasparenza. Eredi di quelli che vararono la legge quadro sulle banche del 1936, non faremo sconti a nessuno. L’intero sistema paese va sburocratizzato e non a parole. Alcune leggi che hanno consolidato autentici privilegi ingiu- stificati, come quella sull’editoria tanto per fare un esempio, vanno abolite immediatamente. Anche grazie all’introduzione di una sana autarchia e di un protezionismo ragionevolmente programmato, sarà possibile rilanciare la domandaeilconsumointerno,valeadirequello dei prodotti italiani che saranno controllati e pro- tetti nella loro genuinità. Tutta l’agricoltura dovrà essere biologica, la terra dei fuochi dovrà essere risanata completamente e il recupero del territorio egemonizzato dalla criminalità orga- nizzata attraverso leggi davvero speciali, sarà una delle priorità nella nostra politica di gover- no. Anche la politica estera sarà cambiata attraverso la denuncia dei trattati di Maastricht e di Lisbona, attraverso l’uscita dalla NATO, il ritiro dellemissioni dei nostri soldati all’est- ero, nuovi accordi e nuove alleanze strategi- cheecommerciali.Tuttoquestoipartitidelvec- chio sistema, i riciclati attaccati alle poltrone, coloro che amano non il nostro paese ma se stessi e la loro avidità di potere non lo vogliono fare. Pur di rimanere loro a galla sono disposti a fare affondare il nostro Paese, quello per il quale sono morti dal Risorgimento ad oggi migliaia di patrioti. Loro sono i traditori della Patria e come tali vanno apostrofati. Noi invece siamo decisi e determinati. Il vento del nazionalismo soffia in tutto l’Est del vecchio continente. Ungheria, Polonia, Slovacchia, Austria, Repubblica ceca, sono svincolate o si stanno svincolando dall’Unione Europea. Questi Paesi rappresentano la vera Europa e sventolano la bandiera della riscossa e della rinascita. Ora tocca a noi. Ora tocca all’Italia. E’soloquestioneditempoedivolontà.Impor- tante è mettersi senza esitazioni sulla strada giusta.
Per oltre cinquant’anni, a decorrere dall’immediato dopoguerra, il tragico destino di migliaia di cittadini italiani a ridosso di quello che oggi è il Confine Orientale è stato dimenticato. O nascosto.
Poi grazie ad una serie di storici e studiosi coraggiosi, alla caduta del muro di Berlino, all’apertura di diversi Archivi Storici si è potuto far conoscere una pagina drammatica per migliaia di italiani.
Quello che portò alla tragedia delle foibe fu «un odio alimentato dall’ideologia, in questo caso soprattutto dall’ideologia comunista»: questo il giudizio netto di Walter Veltroni, il Presidente Cossiga ha decretato la Foiba di Basovizza come Monumento Nazionale (disse inginocchiato: “Chiedo perdono a questi morti perché sono stati dimenticati dai vivi”), la legge 10/02/04 ha permesso di istituire nel 10 febbraio il cosiddetto “Giorno del Ricordo”, nel 2005 il Presidente Ciampi ha conferito la medaglia d’oro al Merito civile alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito: quindi oggettivamente dopo decenni di colpevole silenzio, tanto si è fatto a livello istituzionale per permettere un’adeguata conoscenza di questa pagina del nostro passato.
Ma cosa successe nel corso e dopo la Secondo Guerra Mondiale in Istria, a Fiume, in Dalmazia? Tito sapeva che per slavizzare terre che da 22 secoli erano sempre state romane, veneziane e italiane occorreva una adeguata pianificazione. Del resto le cifre di inizio secolo parlavano chiaro: nel censimento del 1921 si evidenziava come il 63% degli abitanti dell’Istria fosse di radice italiana, il 24% croata e il 12% slovena, con queste due etnie radicate per lo più all’interno del territorio.
Nel 1914 su 50 comuni dell’Istria 37 erano ad amministrazione italiana e 13 ad amministrazione slava. Appariva chiara quindi la prevalenza dell’elemento italiano in quelle terre, particolarmente diffuso lungo la costa mentre la parte autoctona slovena e croata abitava perlopiù l’entroterra.
Ma i dati che più di altri consentono di comprendere le proporzioni della presenza italiana e del conseguente dell’esodo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono proprio i dati forniti da chi parte e lascia le proprie case: da Fiume scapparono in 54.000 su 60.000, da Pola in 32.000 su 34.000, da Zara in 20.000 su 21.000, da Capodistria in 14.000 su 15.000.
Il fine del Maresciallo Tito e del IX Corpus era quello di deitalianizzare Istria, Fiume e Dalmazia, eliminando la popolazione italiana non necessariamente sotto il profilo fisico (tra infoibati, deportati nei campi di sterminio e annegati non si supera le 12.000 unità) ma anche attraverso la costrizione ad abbandonare le proprie case e i propri beni. Con il metodo dell’intimidazione, del terrore ed, efficacissimo, della requisizione di tutti i beni. Già dal 1942 il futuro cosiddetto “boia di Pisino” Ivan Motika
girava l’Istria redigendo elenchi di notabili italiani (commercianti, insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, vale a dire le figure più visibili delle comunità) da eliminare per consentire la rapida penetrazione nel tessuto sociale dell’elemento slavo-comunista.
Nel 1946, secondo ammissione dello stesso Milovan Gilas, braccio destro di Tito, lui ed Edward Kardelj furono inviati in Istria allo scopo di studiare il modo di subordinare l’elemento italiano ai nuovi padroni: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”. E terrore più incertezza per il futuro costituivano un
Il volantino di lotta studentesca entrato nelle scuole per pretendere il ricordo delle foibe
metodo sbrigativo, sicuro e di facile attuazione. Del resto nella fine aprile- inizio maggio del 1945 Tito entra prima a Trieste e Gorizia che a Lubiana e a Fiume: punta a ovest, tanto sa che la corsa va fatta con gli Alleati per capire chi riesce a piantare per primo la bandiera sui due pregiati obbiettivi italiani.
Nel progetto del maresciallo Tito il Friuli Venezia Giulia doveva essere l’ottava Repubblica Federativa Jugoslava con il confine sul fiume Tagliamento.
Chi ebbe la fortuna di non finire nel profondo di una foiba o in un campo di concentramento da qualche parte nel cuore dell’entroterra slavo prese la via dell’esilio in quella che rappresenta da un lato una scelta di libertà e di vita ma dall’altro un inequivocabile italianissimo gesto d’amore per la Patria. Se ne andarono in 350.000, dal 1943 ai primi anni Sessanta, di cui ben 201.440 regolarmente censiti con documentazione depositata presso l’Archivio di Stato a Roma. Molti non
figurarono perché fuggiti senza lasciare tracce ed emigrati nelle lontane Americhe o in Australia, oppure perché esodati dopo il 1958 data ultima dei censimenti ufficiali. Forse solo il Papa Paolo VI comprese le proporzioni e il reale dramma dell’esodo quando riconobbe “l’angoscia del dramma dei profughi giuliani e la grandezza lirica del loro esodo”. Un’egregia, rapida, vincente opera di deitalianizzazione per giunta coperta dalla situazione internazionale creatasi che costringeva gli Alleati a reggere il gioco alla Jugoslavia allora ancora sotto la grande ala protettiva di Stalin.
Eppure i vertici degli Alleati erano al corrente di tutto quello che stava accadendo: dall’esodo di massa agli infoibamenti.
Esiste la riprova in una lettera di Churcill a Stalin, datata 23 giugno 1945, in cui si parla di “grandi crudeltà che gli jugoslavi hanno inferto agli italiani in questa parte del mondo”.
Non potevano ignorarlo nemmeno i Presidenti della Repubblica Italiana Luigi Einaudi e Gio- vanni Gronchi che firmarono un documento di Stato dove, nella primavera del 1945 si afferma che “Trieste è stata nuovamente sottoposta ad una durissima occupazione straniera e subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria”.
E lo conoscevano ancor meglio i carnefici slavi che lo sbandieravano pubblicamente sulle pagine del quotidiano Primorski Dnevnik del 5 agosto 1945 dove si legge: “Sulla terra che ha sofferto per 25 anni il terrore snazionalizzatore italo-fascista si è combattuto per anni contro i nazi-fasci- sti assieme ad onesti italiani ed antifascisti, non è questa la prima e nemmeno l’unica grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e tede- schi e di quelli che si sono opposti”.
In questa cornice si è inserito il dramma delle foibe vero e proprio dove le cavità carsiche rappresentavano il metodo più efficace e sicuro di eliminazione di scomodi italiani perché oppositori del disegno titino dell’annessione: essendo la foiba una voragine profonda un centinaio di metri in mezzo al bosco nell’entroterra istriano, nei sanguinari pensieri dei carnefici rappresentava una tomba grande, nascosta e capace di inghiottire e far sparire qualunque tipo di prova. Si è stimato che nella foiba di Basovizza abbiano trovato la fine 2.000 uomini, quella di Monrupino ha inghiottito altrettante persone, in quella di Vines dove sono stati trovati i resti di 115 italiani con le mani legate a grosse pietre, quella detta dei “Colombi” ha fatto mergere 146 persone evirate prima di esservi gettate, quella di Drenchia ricca di 52 corpi di donne, ragazzi e partigiani della Osoppo, quella dell’ “abisso di Semich” contenente 90 corpi con evidenti segni di sevizie: nient’altro che vere e proprie fosse comuni. Su questi avvenimenti tragici per cinquant’anni è calato solo un’impenetrabile silenzio. Pagine di storia strappate. Strappate dalla memoria storica della coscienza popolare e anche dai libri di scolastici di intere generazioni che sono cresciute ignorando ciò che era successo sul Confine Orientale.

PROGRAMMA ELETTORALE “ITALIA AGLI ITALIANI”
PROVVEDIMENTI URGENTI E PRIORITARI
La coalizione di forze politiche e sociali che compone il blocco politico “Italia agli italiani” identifica tra le diverse tematiche alcune vere e proprie urgenze prioritarie per la sopravvivenza stessa del nostro popolo: Resistenza Nazionale contro l’invasione in corso, Diritti Sociali reali invece degli ipocriti “diritti civili”, Sovranità Monetaria contro il potere finanziario internazionale e Rivoluzione Demografica contro la sostituzione.
RESISTENZA NAZIONALE
Dove c’è la volontà politica di impedire l’invasione di massa del proprio territorio, l’invasione non si verifica, come dimostrano Polonia e Ungheria. In Italia è urgentissimo impedire anche la più remota ipotesi di Ius Soli, impedire la costruzione di nuove moschee così come l’assegnazione di case e posti di lavoro agli immigrati quando ancora mancano per tanti italiani, rifiutare ogni influenza giuridico-culturale derivante dalla sharia, bloccare ogni tipo di invasione e avviare in modo celere e ordinato, un umano rimpatrio delle masse extracomunitarie e islamiche verso i paesi d’origine cominciando dagli irregolari, da quelli che si sono resi responsabili di reati e di propaganda islamista. Ogni influenza culturale incompatibile con la tradizione europea che è greco-romana e cristiana, va rifiutata. I flussi migratori non vanno semplicemente gestiti: vanno bloccati e invertiti.
Le leggi attuali sull’accoglienza e l’asilo politico vanno riviste drasticamente in senso restrittivo. Nessun extraeuropeo ha il diritto di entrare nel nostro territorio senza motivo e permesso preventivo. I clandestini giunti in Italia vanno riportati tutti in centri in Libia. Le concessioni della cittadinanza e i ricongiungimenti familiari dal 1996 in poi vanno revocati e il matrimonio con un italiano cessa di dare diritto alla cittadinanza. La residenza non può essere concessa se non dopo 20 anni di versamenti pensionistici senza interruzione.
DIRITTI SOCIALI, CASA E LAVORO
Noi vogliamo uno Stato che sia “padre” e non patrigno o padrino del suo popolo. Tutte le risorse oggi bruciate a favore degli invasori extracomunitari e della costruzione di moschee vanno immediatamente reindirizzate verso le nostre classi popolari con la creazione di un ente statale totalmente pubblico che garantisca a ogni famiglia italiana il diritto alla casa, riconosciuto come primario e fondamentale. Chiediamo la edificazione di nuovi quartieri a misura d’uomo (costruzioni con fondi pubblici, case rivendute a prezzo di costo, spazi e
verde a misura di famiglie, bioarchitettura tradizionale e bassa densità abitativa) e l’istituzione del Mutuo Popolare, senza banche, interessi e usura. In attesa dell’istituzione del Mutuo Popolare chiediamo il blocco immediato di tutti gli sfratti a danno di italiani e una sanatoria generale degli italiani “senza titolo” che abitano in case di proprietà pubblica.
L’attuale politica razzista a danno degli italiani e a favore degli extracomunitari deve terminare immediatamente. Chiediamo la cancellazione delle leggi antisociali come il jobs act e la riforma Fornero, l’aumento delle pensioni minime e l’abbassamento delle tasse che congelano la nostra economia. il ripristino dell’originario articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e il ripristino delle garanzie a tutela dei lavoratori, la nazionalizza- zione di tutte le imprese strategiche, il ripristino della separazione tra banche di risparmio e banche d’affari, l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione che prevede la cogestione delle aziende e l’introduzione della partecipazione agli utili da parte dei lavoratori. Una delle due camere deve divenire una rappresentanza delle categorie del lavoro.
SOVRANITA’ NAZIONALE – ITALEXIT
Un popolo non può essere libero se non ha sovranità. Non accettiamo che il nostro destino sia deciso da organismi burocratici non eletti e da banche internazionali che sfruttano i popoli. Noi esigiamo il ripudio di tutti i debiti da usura verso le banche centrali, la creazione di una Moneta di Popolo, dichiarata proprietà dei cittadini che non viene prestata e quindi non crea debito o inflazione e la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Noi invochiamo il ritorno in mani italiane di aziende storiche svendute a stranieri, una politica contraria alle delocalizzazioni e che favorisca il ritorno in Italia delle aziende già delocalizzate. Noi auspichiamo un rilancio dell’IRI che possa ridare slancio a tutta l’economia italiana.
Noi affermiamo il diritto degli italiani alla legittima autodifesa organizzata sia a livello
familiare che di quartiere. Tutti i cittadini incensurati e in possesso di requisiti psicofisici
possono detenere un’arma e hanno il diritto di difendere la casa e la famiglia, donne e
anziani hanno diritto a possedere mezzi di difesa alternativi e deve essere concesso il porto d’armi a tutte le categorie giudicate “a rischio”: commercianti, farmacisti, avvocati, imprenditori agricoli e residenti in campagna.
Il nostro popolo deve essere padrone della sua moneta, della sua casa, della sua sicurezza e delle sue strade o non sarà mai libero! Noi esigiamo l’uscita dell’Italia da UE, EURO e NATO e l’affermazione di una politica di amicizia e collaborazione con la Russia.
RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA
Tutti i capitali oggi spesi a favore di coppie gay, propaganda gender, manipolazioni genetiche e aborto, vanno urgentemente reindirizzati per finanziare le giovani coppie appena sposate e le famiglie più numerose. Le attuali leggi abortiste vanno abrogate immediatamente. Chiediamo l’introduzione di un Reddito alle Madri, una riduzione progressiva delle tasse alle famiglie che crescono con l’aumento dei figli, una vera e propria politica statale di investimento sui figli, futuro del nostro popolo e sulla famiglia naturale, cellula base della società. Le famiglie più numerose vanno sostenute e finanziate come vere e proprie imprese che producono capitale umano per il nostro popolo. Chiediamo l’introduzione a certe condizioni, della Proprietà Familiare, inalienabile, indivisibile e non tassabile. I giovani devono essere educati e incoraggiati a creare famiglie naturali e numerose senza le quali il nostro popolo non ha futuro. In particolare chiediamo il sostegno alla maternità fino alla maggiore età del figlio, bonus per la nascita di figli di entrambi genitori italiani, asili nido gratuiti per madri a basso reddito, la concessione di libri e materiale didattico gratuiti agli studenti della scuola dell’obbligo. Ogni propaganda gender nelle scuole deve cessare immediatamente.

1796.- Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede)

di Maurizio Blondet

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Il motivo lo ha spiegato – in un articolo del giugno 2013 – Paul De Grauwe, attualmente docente alla John Paulson Chair in European Political Economy, nella London School of Economics, già membro del parlamento belga dal 1991 al 2003, autore di ricerche e libri fondamentali sulla politica monetaria, di cui è considerato fra le massime autorità.

De Grauwe ha scritto l’articolo perché il governatore Weidmann della Bundesbank, la banca centrale tedesca, s’era appellato alla Corte Costituzionale tedesca, sostenendo che gli acquisti a palate di titoli di debito pubblico dei paesi dell’eurozona che sta operando la BCE, esponevano i contribuenti tedeschi al rischio di dover pagare con le tasse le “perdite” che avrebbe subito la BCE in caso di insolvenza dell’Italia, Spagna, Grecia, Portogallo.
De Grauwe mostra che la Bundesbank è ignorante, come quasi tutti gli economisti italiani (e non parliamo dei giornalisti) a ventilare una simile spaventosa ipotesi. Il motivo: applicano alle banche centrali i criteri di solvibilità e insolvenza di una banca privata, o di una qualsiasi impresa privata.

“Il livello di confusione è così alto – scrisse appunto – che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE”.

“Tale paura è mal posta” . Anzi: “In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di titoli di debito”.

“Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto” .

Ma “questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire”.

Oddio, e perché?

Perché “una banca centrale può emettere tutta la moneta che vuole e chi gli serve per ripagare i suoi “creditori”.

E chi sono i creditori della banca centrale?

Sono “i detentori della sua moneta. Per la banca centrale, il loro “ripagamento” consisterebbe semplicemente nel sostituire la moneta vecchia con moneta nuova”.

Non siamo più nel sistema del tallone aureo, quando una banca centrale prometteva di convertire la moneta che emetteva in oro.

“Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Quindi, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità.

“La sola promessa che una banca centrale fa […] mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

La banca centrale assorbe qualsiasi perdita
(…) . La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto. Dunque l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal Tesoro non ha alcun senso”.

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Visto che qualcuno ancora non capisce, De Grauwe spiega di nuovo:
“Per essere chiari:

La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire)
L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che essa possa mantenere il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui il sovrano ha giurisdizione. Una volta che abbia dal sovrano tale potere, la banca centrale è libera da ogni limite di solvibilità”.
Chiarito ciò, De Grauwe illustra il caso più semplice, di una banca centrale che emetta moneta per un solo stato. Lo fa comprando i Buoni del Tesoro di quello Stato ed emettendo moneta.

“Acquistando i titoli di debito statali, la banca centrale trasforma la natura del debito pubblico.

Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito viene trasformato:

Il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio di default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria); che è priva di rischio default, ma soggetta a rischio di inflazione”.
Per capire cosa sia questa trasformazione, e come agisca nel bilancio, supponiamo che Banca Centrale e Governo siano tutt’uno (come dopotutto sono: due rami separati del settore pubblico, ed erano prima del “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia).

Attenzione attenzione, perché nelle righe seguenti troviamo spiegato perché 250 miliardi di debiti possono essere “cancellati”:

dunque seguiamo il ragionamento.

“Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare”.

E attenti, non è ancora finita:

“La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio [come fa la BCE coi nostri 250 miliardi], ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questa FINZIONE ed eliminarla dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall’ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo, ma NON un rischio di default”.

Dunque non ha senso – come voleva far credere la Bundesbank – che le banche centrali, quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende, ci perdono. Se ci fosse una perdita per la banca centrale, essa sarebbe compensata alla pari da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore di mercato del suo debito è sceso in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico”.

Chiaro o no? L’esperto sottolinea:

“Arriviamo a una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato)”.

Che se poi ancora non fosse chiaro ai vari “economisti” dei miei stivali che strillano, De Grauwe riprende:

“Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. E’, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra”.

La classica partita di giro.

“La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo”.

Capito? L’economista vuol essere ancora più chiaro.

“L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica”.

“La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita”
Ma, probabilmente temendo che questo sia al disopra delle possibilità intellettuali del governatore Weidmann della Bundesbank, il belga insiste:

“E’ letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel trituratore della carta: niente sarebbe perduto”.

Vogliamo copiare la frase in inglese:

It is literally true that the central bank could put the government bonds ‘into the shredding machine’; nothing would be lost.

“Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.

Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.

Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.

Nel caso dell’eurozona, una unione monetaria imperfetta (che non è anche una unione di bilancio), le cose sono alquanto più complesse. Ma all’osso, ci limitiamo a riportare l’esempio di De Grauwe:

“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.

La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma a tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.
La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).

La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.
Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.

Ecco perché, all’inizio del discorso il nostro monetarista diceva che, anziché essere danneggiati, “i tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisti di debiti pubblici avviato da Draghi.

L’effetto paradossale è questo:

“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli a cui pensa l’opinione pubblica tedesca

“Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri”
Cioè dai paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi.

“Un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori)”.

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La Germania lucra anche su questo.
Che cosa serve ancora per realizzarla perversione del sistema euro? E di chiamare chi lo sostiene in Italia un traditore? Perché la protesta di Weidmann contro gli acquisti della BCE, anche se non escludo possa essere dovuta ad ignoranza (non sarebbe il primo banchiere a non sapere come si crea il denaro), servepiuttosto ad uso interno, per rafforzare nei cittadini tedeschi l’impressione che essi stanno pagando per i debtii italiani, spagnoli, greci. Il che pone il problema dei tecnocrati non eletti: non c’è niente di peggio di un tecnocrate incompetente. Anzi di peggio c’è, ed è un tecnocrate che fa’ politica e propaganda contro un paese alleato, fondatore, e dellas tessa zona monetaria. Ma che dire dei giornalisti ed economisti italiani che tifano per la bancarotta dell’Italia in odio al govenro Salvini-Di MAio?

Dal testo qui sopra si vede anche che i tassi d’interesse sul nostro debito non dipendono dai “mercati” e se è aumentato lo spread a causa del governo Lega-Cinque Stelle, è un avvertimento artificiale delle banche centrali ostili. Ricordiamo che quando Sarko e Merkel vollero rovesciare Berlusconi, aumentarono lo spread vendendo – non loro, le loro banche centrali per carità, sono indipendenti – a vagonate titoli di Stato italiani. Draghi dispose poi che li comprassero le banche italiane, che per questo vengono accusate ogni giorno da Weidmann di essersi riempite di Bot e BTP.
Post Scriptum:

Il testo dell’economista prosegue, per smentire, “come si sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata”.

Al massimo, il contribuente tedesco dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi che percepisce dal paese debitore.

Potete constatarlo da voi leggendo l’originale inglese qui:

https://voxeu.org/article/fiscal-implications-ecb-s-bond-buying-programme

1795.- KATAINEN: QUALUNQUE GOVERNO IN ITALIA DOVRÀ RISPETTARE LE REGOLE UE. L’ENNESIMA INTERFERENZA DELL’UE NEL PROCESSO DEMOCRATICO DEL NOSTRO PAESE. ECCO LA RISPOSTA DI BECCHI E PALMA

Non ne veniamo fuori. Siamo avvolti dalle spire del serpente che stringe la presa e i ruggiti sono sempre più fievoli e, forse, più inutili. Forse, perché Matteo Salvini sta giocando le sue e le nostre ultime carte: O la va, o la spacca! Vero è che, a Bruxelles, fallito anche il direttorio Francia-Germania, non si sa come fare per dominare le nazioni europee sotto una unica governance. Per loro, rappresentiamo un’incognita. Gli italiani non sono europeisti a parole, come francesi e tedeschi. Non si cede la propria sovranità senza ottenere una più grande sovranità. Vogliamo bilancio, debito pubblico, politica estera, difesa in comune. Non è troppo perché è conditio sine qua non. Vogliamo e possiamo ottenerli, paradossalmente, con l’ITALEXIT. Grazie Matteo. Mostraci le palle!

Da Stopeuro: Se non bastavano i “paletti” messi dal presidente Mattarella sulla formazione del nuovo governo, arrivano i chiari segnali che la Commissione Europea si appresta a dettare le regole al Nuovo Governo, qualunque esso sia .Quelli che hanno lanciato oggi moniti ed avvertimenti all’Italia sono stati tre personaggi della Commissione, in tre, come i tre porcellini: Valdis Dombrovskis, Dimitris Avramopoulos e Jyrki Katainen, rispettivamente vicepresidente della Commissione Ue, Commissario Europeo alla Migrazione e vicepresidente della Commissione Europea per il Lavoro.

Primo avvertimento da Timmy Dombrovskis: «È chiaro che l’approccio alla formazione del nuovo Governo e l’approccio rispetto alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale, riducendo gradualmente il deficit e riducendo gradualmente il debito pubblico».
Si capisce quindi che la Commissione vigila sul mantenimento dei vincoli di bilancio (il 3%) e sulla riduzione della spesa pubblica con buona pace di spese sociali, reddito di cittadinanza o Flat Tax.

Secondo avvertimento arrivato dall’altro commissario, il greco Avramopoulos : «Speriamo che col nuovo governo in Italia non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria».
Come dire: dovete continuare ad essere l’approdo preferito di masse di migranti africani e consentire lo sviluppo del business delle ONG, egli scafisti, delle mafie e delle Coop, che così state andando bene.

Arriva poi l’altro del trio, il finlandese Katainen: “La Commissione è guardiano dei trattati e tutte le regole del Patto di Stabilità e Crescita si applicano all’Italia”. Ma quale crescita? Ci avete, ci siamo e ci stiamo impoverendo! Tradotto a chi non ha dimestichezza con questi temi: “CI STANNO SCAVANDO LA FOSSA!”

Certamente ,come no, l’Unione Europea frana tutte le parti con la Germania che va per conto suo, acquisendo giganteschi surplus di bilancio a spese degli altri membri dell’Unione, in violazione delle norme europee, la Francia si atteggia per acquisire le maggiori imprese italiane e mette il blocco alle operazioni da realizzare in casa propria, i paesi dell’Est contestano tutto e mandano a quel paese le politiche migratorie, soltanto l’Italia dovrebbe rimanere quieta ed ossequiosa, come ai tempi di Renzi, ad obbedire e sottostare a tutte le regole europee che hanno prodotto il salasso economico, l’invasione migratoria con i suoi costi insostenibili e l’impoverimento generale del paese.
Non è difficile capire che non si può semplicemente derogare alle regole ma al contrario occorre partire dal monte e rivedere tutti i trattati penalizzanti per l’Italia che la classe politica, con in testa il prof. Monti, il PD e la sua corte dei miracoli, ha sottoscritto per sottomettere il paese ai diktat dell’oligarchia europea e ai potentati finanziari, dal trattato di Mastricht a quello di Dublino, al vincolo di bilancio ed agli altri accordi fatti contro l’interesse nazionale dell’Italia.

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“Tutte le regole del Patto di Stabilità e di Crescita si applicano a tutti i paesi, e non ho sentito nessuno Stato membro, né la Commissione, che voglia fare eccezioni su questo riguardo ad alcuno Stato membro”. Lo ha detto oggi a Bruxelles il vicepresidente della Commissione euroepa Jyrki Katainen, risponendo a una domanda durante una conferenza stampa.

“La Commissione, naturalmente, non vuole interferire nelle discussioni in corso attualmente sul governo in Italia, ma noi ci apettiamo di collaborare molto strettamente con un governo stabile, qualunque sia”, ha esordito Katainen, avvertendo poi che “la Commissione è guardiana dei trattati e deve essere sicura che tutti capiscano i loro impegni; e abbiamo tutte le ragioni di credere – ha osservato – che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni di bilancio ed economici anche in futuro”.

A dirlo, ha continuato Katainen, “non siamo solo noi della Commissione: alla fine, le decisioni sul Patto di Stabilità sono prese dagli Stati membri in Consiglio Ue, e non vedo nessun segno riguardo a degli Stati membri che vogliano cambiarle a breve termine o concedere eccezioni ad alcun paese”, ha concluso.(askanews)

Quindi, tradotto da noi: Della volontà del corpo elettorale, delle speranze degli italiani di tornare a lavorare, della nostra identità minacciata da un’invasione selvaggia, non se ne deve neppure parlare.

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L’Unione europea entra a gamba tesa nella fase più delicata della formazione del governo italiano e ne detta le linee guida. Burocrati non eletti, sganciati da qualsiasi collegamento coi popoli e col principio democratico, hanno nuovamente espresso gli ennesimi diktat ai quali pretendono che l’Italia si adegui. Questa volta c’è stata addirittura una doppietta.

Da un lato il commissario europeo alla migrazione Dimitris Avramopoulos – forse “preoccupato” dalla schiettezza di Salvini nelle dichiarazioni di ieri dal Quirinale – che ha sentenziato “non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria”, mentre dall’altro il vicepresidente Ue Katainen che ha ci ha ammoniti sul rispetto rigoroso del patto di stabilità: “l’approccio alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale”.

Tradotto in volgare ci sta dicendo che, perché l’euro continui a vivere, l’eurozona ha bisogno che l’Italia continui ad accogliere migranti economici, cioè funzionali ad abbassare i salari, e tenga i conti in ordine per non sbizzarrire i mercati ed evitare quindi l’impennata dei tassi di interesse sui Titoli di Stato. L’Ue è tiranna e lo sapevamo, ma ora si permette pure di impartire raccomandazioni durante la formazione di un governo a seguito di libere e democratiche elezioni.
L’Italia soffre più di altri Paesi le folli e stringenti regole di bilancio imposte dall’Ue, oltre ad essere il Paese più colpito dal fenomeno migratorio, ma a Bruxelles interessa soltanto la tutela del capitale internazionale, fottendosene altamente dei diritti fondamentali e dell’interesse nazionale. Per i burocrati dell’Unione la nostra Costituzione – e i principi in essa sanciti – sono solo carta straccia. Ecco perché, come un’onda inarrestabile, sta avanzando un sano sovranismo, un patriottismo costituzionale che ormai ha acceso i cuori della maggioranza degli italiani. Bene ha fatto Salvini a rispondere duramente alle interferenze di Avramopoulos e di Katainen, e altrettanto bene ha fatto Di Maio nell’etichettarli come “eurocrati”.

Se continuiamo di questo passo la sovranità popolare e il principio democratico scompariranno per mano della tirannica sovrastruttura europea. La lotta per la Libertà non può e non deve incontrare freni, né impedimenti. Occorre sconfiggere il mostro prima che sia lui a divorare noi.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

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PER SALVINI È L’ORA DI ATTUARE IL VECCHIO SLOGAN DELLA LEGA: “PADRONI A CASA NOSTRA E SVENTOLARLO IN FACCIA AI COMMISSARI EUROPEI”

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da STOEURO

La politica degli slogans non basta più e lo slogan del “padroni a casa nostra” che piaceva tanto alla Lega va messo in pratica con i fatti e questo significa fare delle scelte anche difficili, come quella di mettere in questione i trattati. Come anche occorre abolire le sanzioni alla Russia che hanno prodotto un danno di miliardi all’economia italiana e servono soltanto a creare tensione e guerra fredda con la Russia di Putin, partner naturale dell’Europa con cui occorre riprendere una cooperazione a tutto campo nell’interesse dell’Italia e dell’Europa.

Senza contare la vecchia storia dell’appartenenza alla NATO che è ormai intimamente legata con la UE che risulta soltanto foriera di guai per il paese, come si è dimostrato con l’operazione fatta in Libia che ha aperto il vaso di Pandora dell’immigrazione di massa incontrollata e delle infiltrazioni terroristiche. La NATO non ci difende dal vero pericolo che è quello di essere coinvolti in una guerra contro la Russia e contro l’Iran che non è assolutamente nell’interesse nazionale del paese. Se le facciano loro le guerre che tanto gli piacciono: Trump , Netanyahu e la loro compagnia di giro con i i monarchi sauditi, nuovi partner inseparabili di Washington e di Tel Aviv.

In questa fase si stanno prospettando forti rischi di guerra sull’orizzonte internazionale e tutto può essere conveniente per l’Italia meno che farsi trascinare in un’altra guerra condotta dagli USA nella loro strategia del caos e di destabilizzazione.

Pertanto una presa di distanza, come minimo, non guasterebbe a meno che qualcuno pensi che sia un bene mandare i nostri miltari a morire per l’Ucraina, il peggiore stato canaglia creato da Washington in Europa che fa il paio con il Kosowo, altro paese divenuto ricettacolo di terrorismo islamista e cartelli del traffico di droga. Tutti “capolavori” creati dagli interventi a gamba tesa fatti dai nostri alleati guerrafondai di Washington.

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Ed ecco REPUBBLICA e i traditori del popolo italiano.

Ecco, se volete avere un’idea di quanto @repubblica disprezzi la democrazia, la Costituzione e i cittadini italiani leggete questo manifesto dell’odio.

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