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1921.- LA NORMA CHE CAMBIA L’APPROPRIAZIONE INDEBITA VARATA IL 21 MARZO 2018 DAL DIMISSIONARIO GENTILONI, L’INCHIESTA SUL COGNATO DI RENZI E L’ATTESA AZIONE DELL’UNICEF

Il “signor” Paolo Gentiloni Silveri, dopo che fu sconfitto dagli elettori e mentre era presidente dimissionario di un governo uscente, che poteva compiere gli atti esecutivi di leggi già vigenti, ma doveva astenersi da tutti quegli atti discrezionali e politici che, in quanto tali, potevano e dovevano essere rinviati alla gestione del successivo governo; due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento, in attuazione della riforma Orlando della giustizia (Quindi, é l’attuazione di una legge già approvata ed è in vigore dalla data della pubblicazione e avrà effetti anche sui procedimenti che sono arrivati a sentenza). E’ il caso del verdetto di appello a carico di Denis Verdini, condannato in secondo grado a sei anni e dieci mesi di carcere ( due dei quali ascrivibili all’appropriazione indebita ) per il crac del Credito cooperativo fiorentino. Ebbene, Gentiloni:
1) in gran segreto,
2) omettendo la democratica valutazione di impatto delle norme,
3) con l’approvazione collegiale dei suoi ministri dimissionari,
4) nel silenzio del Presidente della Repubblica,
ha depenalizzato la violazione dei nostri dati personali, ma, di più, ha depenalizzato i reati di appropriazione indebita e aggravata e truffa aggravata, favorendo, in generale, tutti i truffatori, ora, non più perseguibili d’ufficio, ma soltanto a querela di parte. Il provvedimento si applica al reato, di cui sono accusati Alessandro e Luca Conticini, fratelli del cognato dell’ex premier (quest’ultimo è indagato per riciclaggio) e l’Unicef sarà obbligata a fare denuncia se vorrà recuperare i 6,6 milioni sottratti ai bambini dell’Africa.
Si spera che non avrà problemi a querelare, anche perchè tutti i calcoli degli importi e le prove della appropriazione indebita, la Procura di Firenze li ha acquisiti con la documentazione messa a sua disposizione proprio da Unicef e altre onlus truffate, fin da prima della sordida modifica legislativa di Orlando. Da parte loro, sarebbe, quindi, solo un completamento di collaborazione. Sapete chi tutelera’ l’Unicef?
Francesco Samengo,79 anni,dal 25.07.2018 Presidente del Comitato Italiano per l’Unicef. Paolo Rozera, 52 anni,è dal 15 gennaio 2015 Direttore generale dell’Unicef Italia. Walter Veltroni è al suo secondo mandato nel Consiglio Direttivo dell’Unicef Italia.
Intanto, Andrea Conticini è indagato per aver prelevato soldi dai conti, averci acquistato una villa in Portogallo da due milioni, pagata – sembra – coi soldi delle donazioni Unicef e averne destinati anche a tre società dell’inner circle renziano:
– la Eventi6 di Rignano (133.900 euro) riferibile proprio ai familiari dell’ex presidente del Consiglio(CHE DICHIARA DI NON SAPERNE NULLA. Figuratevi se il capo famiglia “non sapeva”. Sarebbe già tanto che non fosse la mente! Già si dice: “Ecco la probabile origine del 1.300.000€ che sono serviti per pagare la nuova casa di Matteuccio a Firenze. E lasciamo perdere la storia del mutuo: uno “schermo” per salvare almeno un briciolo di apparenza…”);
– la Quality Press Italia (129.900 euro); oltre a 4mila euro per la Dot Media di Firenze, che organizzava la Leopolda.
Dal bilancio 2014 della Eventi 6 Srl, risulta che l’azienda ha pagato nel 2014 Tfr per 60.787 euro ai dipendenti: Renzi e un’altra collega, che hanno lasciato la società. E Renzi incassa anche i 48mila euro (circa) del Tfr.

tratto da F. Q. | 12 agosto 2018

Da una parte c’è la vicenda giudiziaria. Dall’altra, quella legislativa. La prima ha come protagonista il cognato di Matteo Renzi e i suoi due fratelli, indagati dalla Procura di Firenze rispettivamente per riciclaggio e appropriazione indebita: secondo gli inquirenti circa 6,6 milioni di dollari dei 10 con cui Unicef , Fondazione Pulitzer e onlus americane ed australiane credevano di finanziare attività benefiche di Play Therapy Africa, sarebbero finiti in conti bancari personali riconducibili a vario titolo ai tre. La seconda ha al centro un decreto legislativo emanato dal governo Gentiloni dopo la sconfitta del 4 marzo, che esclude la procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita. Le due storie si incrociano quando i pm di Firenze informano l’Agenzia Onu per l’infanzia e le altre organizzazioni che, data quest’ultima modifica normativa, per recuperare il denaro occorre che si costituiscano contro i tre.

Entrambe le vicende ruotano attorno al decreto legislativo 36 del 10 aprile 2018, che contiene “disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità” per alcuni reati. La norma abroga il terzo comma dell’articolo 646 del codice penale, che prevedeva la procedibilità d’ufficio per un detto reato in alcune circostanze. In che modo questa modifica traduce nell’indagine della procura di Firenze? Con il fatto che il reato di appropriazione indebita, quello di cui sono accusati Alessandro e Luca Conticini (fratelli di Andrea, cognato dell’ex premier), non rientra più tra quelli per i quali i pm possono muoversi automaticamente, ma è diventato procedibile solo a querela di parte, solo dopo cioè che il presunto derubato ha sporto denuncia e innescato così il lavoro dei magistrati.

“Che bisogno aveva un governo dimissionario – domanda il quotidiano La Verità – in carica per gli affari ordinari, di approvare pochi giorni prima che arrivasse il nuovo esecutivo una misura per depenalizzare appropriazione indebita e truffa aggravate?”. Ancora: “Che necessità c’era di varare un provvedimento che influisse su vari processi in corso, spingendo le Procure a sollecitare le vittime per poter proseguire le indagini?”. Risposta implicita: per favorire i parenti dell’ex segretario.

Il provvedimento era stato deliberato nel Consiglio dei ministri del 21 marzo riunitosi sotto la presidenza di Paolo Gentiloni, segretario la Sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi – due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento – varato il 10 aprile e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 dello stesso mese. Il testo era stato emanato in attuazione della legge 103 del 23 giugno 2017, ovvero la riforma della Giustizia firmata dal ministro Andrea Orlando. Si tratta, cioè, un provvedimento che fa parte di un contesto normativo più ampio, a una delle cui parti dà esecuzione.

“Il decreto amplia l’istituto della procedibilità a querela di parte – si legge nel comunicato stampa del Cdm del 21 marzo – estendendola a quei reati contro la persona e contro il patrimonio che si caratterizzano essenzialmente per il valore privato dell’offesa o per il suo modesto valore offensivo, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza del sistema penale, favorendo meccanismi di conciliazione per i reati di minore gravità”.

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1920.- Paolo Barilla: Pasta senza glifosato? Il costo, da 20 centesimi, passerebbe a 2 euro a piatto. Lo scippo del grano sardo.

Lo scippo del grano sardo Senatore Cappelli trovò d’accordo l’allora Ministro Martina – quello che blatera oggi su tutto il da farsi – e continua. Mentre il Sud si conferma la ‘colonia’ del Centro Nord Italia, esattamente come dopo la ‘presunta’ unificazione italiana del 1860. Allora i piemontesi spedivano in Sicilia Cialdini di turno per scannare i contadini meridionali che si rifiutavano di andare a servire per sette anni – tanto durava il servizio militare – un regno che il Sud non riconosceva. Il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio deve intervenire in fretta

Oggi le industrie del Centro Nord tengono basso il prezzo del grano duro ordinario per potere fare affari con il grano duro canadese, regalando ai consumatori pasta industriale con glifosato e micotossine.

Read more at http://www.inuovivespri.it/2018/01/17/a-bolognesi-il-grano-senatore-cappelli-chi-vuole-i-semi-certificati-deve-passare-da-loro/#A6zCyqsc4hUPrpJh.99paolo-barilla
Paolo Barilla è presidente dell’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane: un imprenditore che guarda al profitto. Si giudica da solo.
da i I Nuovi Vespri 13 agosto 2018

Paolo Barilla dice il vero; ma la questione va ribaltata con la seguente domanda: che cosa contiene la pasta che costa 20 centesimi di euro a piatto? Ci vogliono fare credere che i contaminanti – glifosato, ma non solo – non fanno male alla nostra salute? Il ruolo del mercato di Chicago e della UE: E l’assenza del Governo nazionale e delle Regioni

E’ di qualche giorno fa la prima, clamorosa condanna per la Monsanto, la multinazionale che ha riempito il mondo di glifosato, un erbicida molto utilizzato in agricoltura (e, purtroppo, anche dalle pubbliche amministrazioni che, per diserbare le strade, risparmiano sulla manodopera utilizzando il glifosato!).

Come i lettori di I Nuovi Vespri sanno, il blog conduce da tempo una difficilissima battaglia contro il grano duro estero pieno di glifosato che arriva in Italia. Ci sono state pure due denunce e si è finiti in Tribunale a Roma. E’ andata bene, ma questo dà la misura delle difficoltà che si incontrano quando, con le inchieste, si toccano certi temi (e, soprattutto, certi interessi).

Oggi torniamo sulla vicenda glofosato-grano duro partendo da una dichiarazione di Paolo Barilla, presidente dell’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane e vicepresidente dell’omonimo gruppo:

“Per l’industria tutto dipende da che tipo di prodotto produrre e a quali costi, perché se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro. Una pasta a ‘glifosato zero’ – aggiunge il vicepresidente dell’omonimo gruppo – è possibile, ma solo alzando i costi di produzione. Si sta dando molta enfasi a qualcosa che non è un rischio – spiega Paolo Barilla – noi rispettiamo le norme, la nostra filosofia d’impresa ci impone anche un ulteriore principio della cautela che realizziamo attraverso i nostri controlli. Detto questo, per arrivare ai limiti previsti dalla legge bisognerebbe mangiare duecento piatti di pasta al giorno”. (SU I NUOVI VESPRI TROVATE L’INTERVISTA A PAOLO BARILLA PER ESTESO).

Non entriamo nel merito dell’azione del glifosato sulla nostra salute, tema che abbiamo affrontato più volte e che, proprio qualche giorno fa, è stato ricordato da Cosimo Gioia in una lettera al Ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio: lettera nella quale Gioi arriva a conclusioni molto diverse da quelle espresse da Paolo Barilla (SU I NUOVI VESPRI TROVATE LA LETTERA DI COSIMO).

Noi, oggi, vogliamo ribaltare il ragionamento di Paolo Barilla.

Il numero due del gruppo Barilla afferma:

Se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro”.

Bene. Ribaltiamo il ragionamento con una domanda: che cosa contiene il piatto di pasta che costa 20 centesimi di euro?

Il problema è tutto lì. Gli industriali della pasta sostengono che il grano duro prodotto in Italia non basta alle stesse industrie. Ma allora come mai buona parte del grano duro del Mezzogiorno d’Italia dello scorso anno e buona parte della produzione di quest’anno è invenduto?

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Grano Cappelli, consorzio sardo beffato: invenduti 8000 quintali
Il passaggio dell’esclusiva agli emiliani blocca le vendite come varietà da semina. Dice la giovane presidente del Consorzio sardo Grano Cappelli, Laura Accalai -, era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile perché l’esclusiva l’ha vinta la Sis. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina. Un’operazione che va esattamente nel senso contrario di ciò che dovrebbero essere le politiche agricole e che ha di fatto privato il Consorzio e la ditta sementiera Selet di Tuili di un bene creato con un lavoro trentennale che cominciava a dare i suoi frutti”.
In calce, leggiamo l’articolo di Antonello Palmas per La Nuova Sassari

Le industrie della pasta dovrebbero acquistare il grano duro prodotto in Italia e, poi, se non dovesse bastare,il grano duro estero.

Perché, invece, le industrie della pasta acquistano prima il grano duro estero, contribuendo a far precipitare il prezzo del grano duro del Sud del nostro Paese a 18 euro circa al quintale, ben al di sotto del costo di produzione dello stesso grano duro del Mezzogiorno d’Italia, che oscilla tra 23 e 24 euro al quintale?

La verità è che, a monte di questa storia, c’è una speculazione internazionale che parte da Chicago, il più importante mercato dei cereali del mondo. Da Chicago si arriva a Bruxelles, con le politiche dell’Unione Europea che puntano a scoraggiare la produzione di grano duro, con il ricorso al Set-Aside (in inglese, letteralmente, mettere da parte): un regime agronomico adottato nell’ambito della politica agricola comune dall’Unione europea nel 1988, che consisteva nel ritiro dalla produzione di una determinata quota. E’ noto che l’Unione europea non tutela la salute.

In terza battuta c’è il Governo nazionale, che fino ad oggi non solo non ha sostenuto la cerealicoltura del Sud Italia, ma ha delegato all’industria le scelte in materia agricola!

In quarta battuta ci sono le Regioni. I Presidenti delle due Regioni del Sud Italia più importanti per la produzione di grano duro – Michele Emiliano per la Puglia e Nello Musumeci per la Sicilia – rispetto a questo tema sono praticamente ‘latitanti’.

Il risultato di tutto questo è duplice:

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Da una parte, nel Sud Italia, negli ultimi anni, si registra l’abbandono di circa 600 mila ettari di seminativi;
dall’altra parte, il nostro Paese è letteralmente sommerso dal grano duro estero, con in testa il grano duro canadese, che continua ad arrivare in Italia. È bene precisare che la maturazione indotta con il glifosato – riguarda le aree fredde e umide del Canada. Poi ci sono altre zone del Canada dove si produce un ottimo grano duro, ma questo “noi” non lo acquistiamo.

A conti fatti, sono le scelte ‘esterne’ all’Italia (leggere scelte imposte dalle multinazionali), avallate dal Governo nazionale e dalle Regioni (queste ultime potrebbero promuovere i controlli sulla sanità del grano estero: se lo facessero, gran parte di questo prodotto verrebbe rimandato al mittente e le industrie della pasta italiana sarebbero costrette ad acquistare grano duro del Sud Italia; aumentando la domanda, il prezzo del grano duro del Sud Italia salirebbe).

Invece avviene l’esatto contrario: vincono le multinazionali, il grano duro del Sud Italia costa 18 euro al quintale e rimane invenduto e trionfa la pasta industriale che costa 20 centesimi di euro a piatto.
Ma cosa c’è nel piatto di pasta che costa 20 centesimi di euro?
Provate a darvi la risposta da voi…

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Si parla del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada e delle micotossine nei derivati del grano, ma come fare a individuare un pane fatto con grano che contiene micotossine?

“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”

Lo racconta il noto micologo pugliese, Andrea Di Benedetto, che, da anni, si occupa dei problemi del grano duro e di micotossine. Questo ‘regalo’ lo dobbiamo all’Unione Europea che, dal 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, consente l’arrivo, con le navi, di grani duri che in altre parti del Mondo vengono smaltiti come rifiuti tossici. Il problema vale per tutti i consumatori europei ma, in particolare, per gli italiani: soprattutto per gli abitanti del Sud Italia che, in media, tra pasta, pane, pizze, dolci ingeriscono ogni anno 130 chilogrammi di derivati del grano. Da qui l’aumento di malattie: Morbo di Crohn, Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni. E anche la Gluten sensitivity, scambiata per Celiachia
“Partiamo da una semplice considerazione – ci dice il micologo Di Benedetto -: un grano che ha viaggiato molto deve costare di più. Invece, con riferimento al grano duro che arriva dal Canada, avviene l’esatto contrario: alcune partite di grano duro costano poco. Questo ci dovrebbe fare riflettere”.
Si parla del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada e delle micotossine nei derivati del grano. E’ il caso del cosiddetto DON, acronimo di Deossinivalenolo. La presenza di questa micotossina nei mangimi prodotti e commercializzati in Canada, in una quantità oltre a mille ppb (sigla che sta per parti per miliardo ndr), crea seri problemi agli animali monogastrici, che non progrediscono nella crescita”.
L’Unione Europea, nel 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, ha fissato il limite di questa micotossina a 1750 ppb”.

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Il grano duro che in Canada non si potrebbe utilizzare nemmeno per gli animali è un rifiuto tossico e speciale, che dovrebbe essere smaltito con certi costi. Un prodotto che, invece, finisce sulle tavole dei consumatori europei”.
Lo portano con le navi. Questo grano duro pieno di DON viene miscelato con i nostri grani duri – parlo dei grani duri del Sud Italia che hanno un contenuto di DON pari a zero – e poi viene utilizzato per produrre pasta, pane, pizze, dolci e via continuando”. In condizioni normali i villi intestinali non assorbono il glutine. Il DON altera la funzione dei villi intestinali che iniziano ad assorbire il glutine dall’intestino che, a propria volta, va nel sangue e crea problemi al nostro organismo”: per esempio, la Sla e il morbo di Alzheimer, il morbo di Crohn. Poi ci sono malattie del sistema nervoso: per esempio Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni”.

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Nelle farine per il pane, spesso, ci sono meno controlli e passa di tutto: glifosato, micotossine e anche metalli pesanti”. Nel Centro – Nord d’Italia c’è da rabbrividire. Si comincia con una testimonianza di alcuni tecnici di laboratorio che raccontano di aver analizzato ben 135 tipi di farine prodotte con grano tenero. E che cosa hanno trovato? Tante micro-nano particelle di ferro e di altre sostanze dannose per la salute. Metalli – nel servizio lo si dice a chiare lettere – che, a lungo andare provocano il cancro. Da qui una domanda: se il grano tenero conservato nei silos presenta ferro e altri metalli dannosi per la salute dell’uomo, che cosa si troverà nel grano duro che viene trasportato con petroliere?
Buona parte del grano tenero, oggi, arriva in Italia dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Romania. Non arriva sotto forma di farina, ma di farina impastata e surgelata ancor prima che inizi la lievitazione.
La grande distribuzione organizzata, nel Centro Nord Italia, non dà molte informazioni sul pane che mette in vendita. I consumatori leggono:
“Pane appena sfornato”.
La notizia è corretta. Ma è pane che arriva dai Paesi dell’Est europeo. E viene importato perché costa poco.
Questo ci dice che, oggi, la povertà ha raggiunto ampie fasce di popolazione del Centro Nord Italia. Perché un pane che arriva impastato nell’Est europeo, che può rimanere surgelato anche due anni, non può che essere di pessima qualità.

“La prova sulla fettina del pane è valida per escludere la presenza di due funghi che producono l’ocratossina, che è ancora più pericolosa del DON” perché sembra che sia addirittura cancerogena”. La prova è valida: serve per escludere la presenza – nelle farine con le quali è stato prodotto il pane – di Aspergillus e Penicillium, ma attenzione: anche il nostro grano duro, se conservato male, può sviluppare Aspergillus e Pennicillium e, quindi, ocratossine”. La prova è facile: se la fettina di pane conservata per sei-sette giorni produce la patina verdastra – cioè i funghi Aspergillum e Pennicillum possiamo dire che le farine erano di pessima qualità?

Possiamo dire che tutto questo nasce dal fatto che Paesi dove il grano non dovrebbe essere coltivato viene invece coltivato. Il grano è una coltura che dovrebbe essere tipica delle aree del mondo a Sud del 42 parallelo nell’emisfero boreale. In queste zone – e il Mezzogiorno d’Italia ne è un esempio classico – le radiazioni ultraviolette del sole eliminano i funghi che producono micotossine. Non altrettanto può dirsi delle aree umide, dove i grani, proprio a causa dell’umidità, sviluppano funghi e quindi micotossine”.

A causa del grano duro canadese al glifosato e alle micotossine, il Sud Italia ha abbandonato circa 600 mila ettari di seminativi.

La fusione tra la Monsanto e la Bayer

“La Monsanto è una multinazionale americana che opera nel settore dei pesticidi e degli erbicidi. La Bayer nel settore medicale. Magari sarà un po’ sinistro quello che dico, ma ho l’impressione che le multinazionali si stiano attrezzando: ci fanno ammalare e poi ci curano…”.

Le associazioni i Nuovi Vespri e GranoSalus, da cui abbiamo attinto quanto avete letto, hanno deciso di fare chiarezza su tutti i derivati del grano duro che circolano in Italia. L’associazione GranoSalus sta mettendo insieme i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia con l’obiettivo di rilanciare un prodotto di alta qualità messo in crisi dalla globalizzazione dell’economia.

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Nel nostro Paese esiste una produzione di pasta alta qualità, legata ai grani locali?

“Certo che esiste. Parliamo, ovviamente, del Sud Italia. In Molise, ad esempio, opera il Pastificio Spighe Molisane Piemme food srl. Si trova a Cerce Maggiore, a Campobasso. E’ una pasta prodotta al cento per cento con grani duri locali. Una pasta di alta qualità la si può trovare anche in Basilicata, a Stigliano, in provincia di Matera, dove opera il Pastificio Fatti in casa di Delle Fave Nunzia snc. Questo pastificio lavora solo con la cultivar di grano duro Senatore Cappelli (varietà di grano duro pugliese sulla quale ha lavorato il grande genetista Nazareno Strampelli: si tratta di un grano duro antico di altissima qualità ndr)”.

Ci sono anche la Puglia e la Sicilia.

“Certamente. In Puglia ci sono alcune realtà importanti. Segnalo il Pastificio Granoro di Corato, a Bari, azienda di medie dimensioni che lavora solo grani duri locali, ovvero grano duro al cento per cento della Puglia. Poi l’azienda Agrigiò-Candela, a Foggia, che lavora solo con il grano duro Senatore Cappelli con macina in pietra; produce pasta e pane molto ricchi di fibra. E, ancora, sempre per restare in Puglia, Il Fornaio dei Mulini vecchi di Barletta, altra azienda che lavora solo con la cultivar Senatore Cappelli con macina in pietra”.

Andiamo alla Sicilia.

“In Sicilia c’è il Pastificio Valledolmo, che lavora solo con i grani locali. E’ una bella realtà che va crescendo. Segnalo anche il Pastificio agricolo Lenato, a Caltagirone. Questa è un’azienda particolare che trasforma il grano duro che produce. E’ un’azienda agricola di circa 150 ettari che si è trasformata in un pastificio”.

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Una lapide all’esterno della casa di Strampelli reca la scritta: ‘Dove cresceva una spiga di grano ne fece crescere due’. Gli affaristi di oggi, invece, siccome non conoscono le regole della concorrenza, ‘Dove cresce una spiga ne fanno morire due’!

Eccoci, ora, al Grano Cappelli, consorzio sardo beffato: invenduti 8000 quintali
Il passaggio dell’esclusiva agli emiliani blocca le vendite come varietà da semina. La società bolognese SIS, Società italiana sementi – dietro la quale ci sono potentati del mondo agricolo nazionale cui è difficile opporsi: Negli accordi di esclusiva c’è di mezzo Coldiretti, Consorzi Agrari d’Italia (Lombardo-Veneto) & Proseme, Molino Grassi, Molino De Vita e Pastificio Sgambaro”. – che ha partecipato a un bando del Crea di Foggia e l’ha vinto, aggiudicandosi per 15 anni l’esclusiva di riproduzione e certificazione di uno dei più noti grani antichi del Sud Italia – la varietà Senatore Cappelli – e adesso impedisce la commercializzazione di questo grano duro per la semina. «Possibile commerciarlo solo per la macina. L’operazione è stata fermata (ma non bloccata, perché non sappiamo ancora come finirà questa storia, ma occorre fare in fretta»: tutto deve passare da loro! Succederà la stessa cosa con le varietà di grano duro antiche della Sicilia, dalla Tumminìa al Russello, dal Perciasacchi al Maiorca? A nostro modesto avviso, visto che è passato un principio assurdo, il pericolo c’è.
Per la cronaca, l’allora Ministro delle Politiche agricole, PD, affermò che non esisteva alcun monopolio nell’azione della Sis. Mah…”. È stato chiesto al Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, Crea, che ha istruito il bando, l’accesso agli atti per verificarne la regolarità, senza avere avuto ancora risposta”.
L’articolo di Antonello Palmas:

TUILI. Montagne di grano duro “Senatore Cappelli” invenduto: 8000 quintali. L’appello viaggia sui social: aiutateci. È il risultato dell’operazione che ha portatola bolognese Sis all’acquisizione dei diritti di certificazione sulla pregiata qualità, bloccando una filiera che solo a livello regionale conta un centinaio di aziende, ma ci sono ripercussioni anche nel settore bio nazionale. «Prima potevamo venderlo in tutta Italia come grano da semina – dice la giovane presidente del Consorzio sardo Grano Cappelli, Laura Accalai –, era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile perché l’esclusiva l’ha vinta la Sis. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina».

Un’operazione che va esattamente nel senso contrario di ciò che dovrebbero essere le politiche agricole e che ha di fatto privato il Consorzio e la ditta sementiera Selet di Tuili di un bene creato con un lavoro trentennale che cominciava a dare i suoi frutti. Tutto nacque grazie all’intuizione di Santino Accalai, che recuperò da un anziano contadino la varietà ormai abbandonata agli anni 60 per altre considerate più redditizie. In 30 anni quel grano ha riacquistato valore, sfondando in tutta Italia.

Ma ha attirato l’attenzione di qualcuno che ne ha capito le potenzialità. Un bando istruito con condizioni considerate inaccettabili per la piccola realtà sarda ha di fatto consegnato il piccolo gioiello, che stava creando lavoro e rappresentava un modello di efficienza, nelle mani degli emiliani della Società italiana sementi, dietro la quale ci sono potentati del mondo agricolo nazionale cui è difficile opporsi.

Il Consorzio ha affidato a facebook la sua preoccupazione e da tutta Italia arrivano richieste, ma non basta. «L’annata è stata ottima solo da noi, con 20 quintali di resa a ettaro. È il primo anno che abbiamo così tanto grano – commenta Laura, figlia di Santino – E invece dobbiamo vivere nell’ansia. Dopo quello che è accaduto ci sono 8000 quintali di “ Cappelli” invenduti». Il motivo? L’esclusiva, finita in altre mani: «Senza certificazione il nostro grano non è tracciabile, gli agricoltori dopo il raccolto non potrebbero scrivere nella documentazione che è un “Cappelli”, insomma – spiega Laura – si ritroverebbero con un grano duro qualsiasi che a quel punto riterrebbero non conveniente da seminare. Solo con l’auto-dissemina puoi prorogare la qualità, ma per un anno. Nel frattempo il piano di semina da mille ettari è sceso a zero: con questo invenduto non possiamo prendere altri impegni con gli agricoltori».

E così la montagna dorata resta nei granai. E occorre fare in fretta per smaltirla. C’è di mezzo anche il meteo. La responsabile del Consorzio: «Siamo a gennaio e ci sono anche 20 gradi e parecchia umidità, che certo non aiutano la conservazione di un grano biologico, che oltretutto non può essere trattato contro il punteruolo. Il grano è bellissimo, ma occorre vendere in fretta, non sappiamo se dura sino a giugno». Gran parte della filiera, composta da agricoltori, panificatori, agriturismo, sostiene il Consorzio: «Sono tutti arrabbiati e sperano che la situazione torni quella di prima – dice Laura – . Abbiamo mosso i nostri passi sul piano legale e chiesto, ad esempio a Crea, che ha istruito il bando, l’accesso agli atti per verificarne la regolarità, senza avere avuto per ora risposte».

E gli emiliani? «Il loro progetto era di chiudere chissà quanti contratti nel biologico, ma sappiamo che la nuova esclusiva non ha portato alla chiusura di contratti nel biologico. Nessuno ha accettato la loro intenzione di fare monopolio, anche se il ministro Martina afferma che non esiste alcun monopolio nell’azione della Sis. Mah…». La politica? «Tante promesse, ma alla fine la Regione non ha fatto nulla. Lo affermo senza polemica. Dicono che la politica ha i suoi tempi. Così come sembra inutile che la questione sia finita
in Parlamento». Ma il Consorzio non demorde: «Le idee non mancano – dice la Accalai –, lavoriamo su altri progetti e altre varietà, tutte antiche, anche in collaborazione con l’università di Firenze. Chiaro che ci vorranno altri anni per ripartire».

1919.- BORGHI:’TURCHIA? NOI NON ABBIAMO PIÙ LA GARANZIA DELLA BCE. SE ARRIVA LA TEMPESTA, SERVE IL PIANO B’

CHI SUONA LA LIRA – IL LEGHISTA NO-EURO BORGHI: ”MOAVERO DICE CHE L’EURO CI PROTEGGE DALLE CRISI? POVERO, IL SUO COMPITO È RASSICURARE I MERCATI. MA I MERCATI SONO IRRAZIONALI. L’UNICA COSA CHE CI PROTEGGEVA ERA LA GARANZIA DELLA BCE, CHE ORA INVECE STANNO TOGLIENDO. SE ARRIVA UNA TEMPESTA, SENZA OMBRELLO, CI SERVIRÀ IL PIANO B…” – ”I MUTUI SCHIZZEREBBERO ALLE STELLE? BALLA COLOSSALE. INVECE…’’

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Felicissima intervista di Luca Telese a Claudio Borghi per ‘La Verità”
Ha letto, onorevole Claudio Borghi?

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«Ho letto, ho letto…».

Dicono che il crollo della Turchia è una lezione severa per i nostalgici della lira. Cioè voi.

«Uhhhh. E i siriani?»

Cosa c’ entrano?

«Perché c’ è anche la lira siriana! Ma ovviamente non c’ entra nulla né con la Turchia né con l’ Italia».

Nulla.

«Zero. È come dire che Milano Marittima ha attinenza con Milano perché entrambe hanno nel nome “Milano”. Una corbelleria. Un’ altra cosa…».

Quale?

«Non sono, non siamo “nostalgici della lira”. Se dovessimo cambiare moneta proporrei di chiamarla fiorino».

Un omaggio a Renzi?

«Per carità. Un tributo ai banchieri toscani che hanno inventato la finanza moderna.

La storia è complessa».

In che senso?

«Lo sa che più antica moneta d’ Italia proviene dai fenici ed è conservata a Como?

Questo per dire come le monete si rincorrono nella storia in modo difficilmente prevedibile».

Ha letto l’ intervista del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi?

«Ahimè, sì».

Perché ahimè?

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Giovanni Tria e Claudio Borghi

«Moavero è andato a parlare nel posto non più propizio al governo…».

Non ci sono state smentite.

«Lo so bene. Ma so come tutto si giochi sui titoli, ormai. È bastato che il ministro facesse un apprezzamento sull’ euro, perché nel titolo questo pensierino non traumatico diventasse subito una terribile sconfessione dei sovranisti».

Ho capito, ce l’ ha con Moavero e se la prende con Il Foglio.

«Affatto. Solo che credo di essere uno titolato a capire come funzionano “i mercati” perché sono stato per tutta la vita “i mercati”, per mestiere. La lezione turca è un’ altra.

Dobbiamo preoccuparci per l’ euro, non gioire per la sua presunta solidità».

Mi spieghi.

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Matteo Salvini Claudio Borghi

«Torniamo ai mercati: sono molto semplici. Se per qualsiasi motivo uno o più fattori di insicurezza iniziano a turbinare sulla testa di qualcuno, se tu presti i soldi inizi a chiederti se stai facendo bene».

Sta accadendo ai turchi?

«Esatto. Mi perdoni il gioco di parole: il debitore non ha credito».

Cosa intende?

«Se tu chiedi un mutuo, alla banca la cosa che interessa meno sono il tuo lavoro, le tue prospettive, il tuo sorriso. Cosa vogliono?».

Garanzie.

«Esatto. Ti mandano a periziare la casa e ti chiedono la dichiarazione dei redditi.

Ma conta la garanzia. Prova tu a farti dare l’ equivalente di un mutuo da 150.000 euro senza ipoteca. Ti fanno ciao ciao, anche se guadagni bene».

E quindi il nostro problema è la garanzia?

«Già. La garanzia sul debito sovrano la dà la banca centrale. E questa garanzia sta venendo meno».

Ma anche un Paese ha un patrimonio!

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Claudio Borghi, Matteo Salvini, Alberto Bagnai

«Sì, ma non è esigibile. Prendi il debito emesso dalla Fiat: se fallisce la Fca, si vendono i beni e si va a parziale copertura del debito. Ma sui beni dello Stato non c’ è pignoramento. Salta il banco».

Lei pensa alla fine del “bazooka” di Mario Draghi.

«Sì. I mercati sono calmi se c’ è una banca centrale che garantisce, perché può ripagare. Mentre l’ unica cosa certa è che se noi diciamo: “Faremo i bravi, siamo virtuosi, spenderemo poco”, ai nostri creditori non importa un fico secco…».

Altra stoccata a Moavero.

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Claudio Borghi lira

«Ma no… Lui, come Tria, si è autoassegnato questo compito di rassicurare, lo fa con impegno. Solo che all’ omino che accende il suo computer alla borsa di New York e fa viaggiare i soldi di quei pensieri virtuosi non frega nulla».

Se non c’ è garanzia del debito, che succede?

«Il nodo è tutto qui. Abbiamo le elezioni europee tra poco, dobbiamo spiegare ai cittadini spiegare che c’ è un problema di democrazia».

Borghi Salvini Bagnai

Diranno: cercano alibi, perché i mercati sono incerti per la manovra.

«Guardi, metta in conto che noi siamo cattivoni e cicale. Ma nel 2012 era luglio, c’ era Monti, eravamo buoni bravi e formichine, c’ è stato un casino con le banche in Spagna e gli spread si sono messi a correre».

Il solito omino dei mercati che accende il computer e fa casini?

«Sempre lui».

Perché?

«C’ era la paura della recente crisi greca e di finire fregati come i possessori dei titoli di Atene: l’ euro non “protesse” nulla e lo spread finì a 500 in Italia e a 200 in Francia.

Matteo Salvini Claudio Borghi

Per fortuna…».

Fortuna?

«Quando il Paese forte è finito nei guai, è arrivata la soluzione. Sempre quella, l’ unica. Ovvero la garanzia della Bce».

Ma il debito pubblico?

«Non ci crederà mica, spero. Da quel punto in poi, in tutta Europa del debito non è fregato nulla a nessuno. Si sono fatte manovre in deficit, ci sono stati gli attentati, in Catalogna c’ era la gente in strada e non fregava una cippa a nessuno!».

Quindi lei non crede di dover rassicurare i mercati?

«Il mio dovere non è rassicurare i mercati. È vigilare sul voto e sulla volontà dei cittadini».

Come?

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Moavero Salvini

«Sarebbe opportuno iniziare a parlarne della questione della garanzia senza raccontare più palle».

Quali?

«La comoda bugia – come abbiamo visto – è che la “buona condotta” aiuti».

E la scomoda verità?

«Che l’ unica maniera (per tutti) per mantenere le cose come sono è rimettere la garanzia, altro che terminare il Quantitative easing. La Bce deve dichiarare che non tollererà spread superiori ai 150 punti fra due paesi dell’ eurozona».Ma dicono che è un’ uscita lenta.

«Ma cosa pensano i tanti omini che accendono i loro computer in tutto il mondo?

Lenta o veloce, la garanzia non c’ è più».

Cosa combina l’ ometto?

«Immagina di essere uno che domani mattina entri in un desk in cui si guadagna sulle oscillazioni dei titoli. Se nessuno mette mano al portafoglio per difenderli, l’ omino inizia a scommettere al ribasso».

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Enzo Moavero Milanesi

Dicono che non c’ è motivo razionale.

«I mercati spesso non sono razionali, seguono istinti animali. Se esistono gli spread, esistono le differenze. Se esistono le differenze, esiste un rischio diverso, e quindi in extrema ratio un rischio Italia. O Turchia. O Spagna. L’ animale, se percepisce il rischio, scappa».

Ma lei cosa farebbe?

«Bisognerà prendere le posizioni. O si mette una nuova garanzia, o si prepara un piano B».

Uscire dall’ euro?

«La domanda è un’ altra. C’ è tempesta. Se arriva il tornado noi siamo pronti? Vede, con i turchi la scusa Cottarelli del debito pubblico cattivo non funziona: hanno un debito al 38%».

Però sono sotto attacco.

«Esatto. Moavero è caduto nell’ equivoco di pensare che l’ euro ci tuteli».

Non è così?

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ERDOGAN TRUMP

«No. La Turchia è sotto attacco proprio per i debiti fatti nelle valute che non controlla. In questo mondo strano, se chi ha i capitali pensa che il Paese sia solido, intravvede il profitto e si precipita a prestargli i soldi».

La Turchia era questo.

«L’ amichetta della Germania: aveva le basi Nato, serviva contro l’ Isis».

E poi?

«È finita l’ Isis, è cambiata la politica americana, la Nato non si capisce più a che serva».

Arriva il tweet di Trump e crolla tutto.

«Sono tra i Paesi meno indebitati del mondo, ma hanno il debito privato alto e non nella loro moneta».Perché? «Gli ometti correvano a investire, e loro si sono gonfiati come dei tacchini. Ma non hanno sovranità sul debito privato in dollari. E quindi sono deboli, perché – di nuovo – non c’ è garanzia».

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Draghi Merkel

Erdogan dice di comprare le lire turche.

«Ma loro, al contrario di noi sono in disavanzo commerciale: fabbricano delle bellissime Tipo, ma con i soldi esteri a prestito si sono presi le Bmw».

Come finisce?

«Le aziende turche faranno default sui debiti in valuta. Ma dato che hanno la loro moneta non andranno in ginocchio: quando la moneta sarà scesa a sufficienza, il Paese comincerà a recuperare grazie alla svalutazione. Restano fregati – capiremo in quale misura – i prestatori incauti».

E noi?

«La nostra bilancia commerciale è in attivo. Se invece importi più di quello che esporti, quando si ferma la giostra qualcuno si fa male».

Sì, ma l’ Italia?

«Ripeto: noi siamo già in surplus. Se avessimo la nostra moneta, se ci attaccassero facendola scendere andremmo in super surplus».

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Draghi euro

E i mutui in euro schizzerebbero alle stelle?

«Una balla colossale. Verrebbero convertiti al momento del cambio, semmai sarebbero abbattuti dalla svalutazione».

Quindi lei sta dicendo che Moavero e Tria sbagliano.

«No, sono loro vicino. Dover rassicurare i mercati è un brutto mestiere: sono come dei terapeuti che provano a dare certezze a un paranoico grave. Auguri».

1918.- La famiglia ha al suo centro la donna simbolo della libertà e simbolo della maternità. Benvenuto a Lorenzo Fontana ministro della Famiglia e disabilità

Siamo nelle mani dei farisei. Parlando di farisei, intendo soprattutto i neoliberisti che governano la Banca Centrale Europea: una banca privata! Dico: Ci parlano di democrazia e ci governa una banca privata? Si spiegano così le politiche di austerità europee, che hanno sottratto risorse alle famiglie, trasformando il matrimonio in un lusso, favorendone la dissoluzione, rendendo preferibili le unioni libere, i matrimoni di prova, fino allo “pseudo-matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ne accenneremo.
La famiglia ispirata all’ordine naturale della cristianità, che genera, educa e custodisce la vita subisce l’influsso negativo della cultura relativista, che pretende di discutere i confini tra il bene e il male e della cultura nichilista, che tutto vuol negare.
Chiamo le donne a difendere l’amore umano, a benedire la loro unione con il dono della vita, piuttosto che sopprimere la vita che nasce nel loro seno. Lo Stato deve essere al fianco di voi madri del futuro, paladine della famiglia. Deve sostenere la maternità fino alla maggiore età, ma corre l’obbligo di estendere queste misure ai padri e ai padri separati, cui sia affidata la prole, ‘ché possano sostenere, i primi, la nuova donna e i secondi, la loro nuova vita.
Chiedo a Voi donne di invertire la Vostra subalternità, nel rispetto della libertà di scelta di ognuna a vedersi realizzata nel ruolo a lei più congeniale, ma anche nel rispetto della necessità per la società italiana di poter garantire la sostenibilità della maternità e, quindi, dell’educazione dei nuovi cittadini, fino al compimento, appunto, della maggiore età.
La società, per la sua stessa sopravvivenza, ha il dovere di raggiungere il tasso naturale di sostituzione della popolazione. Ma non è solo questione di numeri.
Spetta alla madre trasmettere ai figli i valori della nostra identità per farne i nuovi cittadini. Sono i valori di secoli di civiltà, di storia, di diritto, consuetudini e tradizioni che non si possono acquisire con un timbro dello Jus Soli, come se si oltrepassasse uno Stargate.
Tutto questo deve avvenire nell’ambito della famiglia, che deve trovare sostegno nello Stato, attraverso le opportune misure amministrative e fiscali, in particolare per le famiglie numerose. Occorre, però, uno Stato che sia governato per il nostro bene da statisti e non da contabili delle banche mondiali.
Bisogna ricreare una visione del lavoro familiare più naturale e meno sussidiaria, ricreare una tutela della famiglia e della sua funzione sociale, stabilire, ad esempio, che la pensione di reversibilità alla vedova è un diritto guadagnato e che rappresenta il corrispettivo forfettario di un’opera prestata dalla donna vita natural durante, nella sua formazione sociale accanto al suo uomo e ai suoi cari.
Ciò significa impostare diversamente una politica a favore delle donne, che non sono uomini; che per poter agire a fianco dell’uomo, non devono mascolinizzarsi e che prima del diritto all’aborto hanno il diritto di poter diventare madri e di poter sostenere la loro maternità, fino al raggiungimento della maggiore età. Voglio un assegno per ogni madre, indipendentemente dal reddito, per non vincolarne la libertà al reddito del marito. La madre è il primo educatore dei futuri cittadini e questa sua missione deve trovare il sostegno dello Stato e della scuola in qualunque parte d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia.
Diamo uno sguardo indietro. Ieri, lo Stato, abbandonando l’assenteismo dei governi liberali della monarchia, intervenne a fianco della donna e dei bambini, per combattere la mortalità infantile (19%), istituendo l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Gestiva consultori, assisteva le donne in cinta e i minori di tre anni, sosteneva le più povere con l’alimentazione, i sussidi, l’igiene e la profilassi. Soprattutto, si intervenne in una società ancora in gran parte agricola, dove la crescita demografica produceva ricchezza e si riuscì a coagulare circa 6.000 istituzioni assistenziali a favore dell’infanzia, tutte gelosissime e per lo più dirette gelosamente dai vescovi. In pratica, si organizzarono le attività sociali, prevedendo forme di assistenza che andavano dall’età prenatale alla pubertà. L’ONMI creò una prima organizzazione, ma non riuscì ad affrancarsi dalla beneficienza dei privati e dai programmi faraonici. Lo spirito riformista dei reduci dei campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale pretese dal fascismo più di quanto le risorse nazionali permettessero.

Oggi, però, malgrado ben altre risorse, nascere in Italia, piuttosto che in Francia, o in Norvegia, fa la differenza e l’Italia ha il triste primato del penultimo posto in Europa per aiuti alle famiglie. I servizi per la prima infanzia, come gli asili nido, sono ancora insufficienti, scarsi al Sud e costosi, mentre la regolamentazione dei congedi è ferma a dieci anni fa.
Paesi geograficamente vicini a noi, come la Germania e l’Austria, da tempo hanno accantonato il modello, ancora radicato in Italia, che prevede il padre al lavoro e la madre a casa ad occuparsi dei figli, introducendo i congedi di paternità e incrementando i servizi per l’infanzia, creando così una voragine di distanza tra le famiglie italiane e quelle tedesche, o austriache.
Guardando a un altro paese a noi vicino, la Francia, c’è da ammirarne la lungimiranza per avere puntato su uno sviluppo demografico, che l’ha portata a raggiungere il tasso naturale di sostituzione della popolazione: Tanti ne muoiono, tanti ne nascono. Il paese d’Oltralpe offre aiuti economici, congedi parentali, servizi di cura d’avanguardia e oggi può vantare il record del tasso di natalità in Europa.

Da R.it de L’Espresso traggo questa presentazione di
Fontana ministro della Famiglia e disabilità: il leghista che combatte la “deriva nichilista” della società

Fontana è un leghista di lungo corso, iscritto al Carroccio da quando ha la maggiore età. Il suo essere cattolico lo pone contrario nettamente all’aborto e schierato per politiche più incisive per la famiglia, quindi l’incarico di governo rispecchia fedelmente le sue battaglie.

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In un’intervista a Vita diceva: “La politica deve occuparsi della famiglia, non possiamo perdere altro tempo. I figli sono l’investimento del futuro. Ogni anno è come se perdessimo una città delle dimensioni di Padova, il calo demografico è paragonabile a quello provocato fra il 1918 e il 1920 dalla febbre Spagnola”.

La sua posizione sulla difesa della vita e della famiglia finirà direttamente nelle priorità del suo ministero: “Se non si rispetta la vita dal concepimento alla fine naturale si arriva ad aberrazioni come quelle di cui siamo stati e siamo testimoni. E’ tipico delle dittature: il nazismo omologava per razza, il comunismo per classe sociale e oggi si tenta di omologare per interessi economici o per concezioni di vita. L’anziano non autosufficiente? ‘Un peso per la sanità, dunque un peso per lo Stato … che muoia’ dicono”.

Sul tema disabilità, sempre il sito Vita riporta un’affermazione in campagna elettorale sull’abbattimento delle barriere architettoniche: “Sappiamo quanti anziani ci sono che hanno bisogno di aiuto, sappiamo quanti disabili hanno problemi con le barriere architettoniche, sappiamo quanti problemi ci sono all’interno delle famiglie causati ad esempio dalla ludopatia”. E ancora “in Europa stiamo cercando di intercettare i fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche”.

È intervenuto anche sul caso Alfie, il bambino inglese malato terminale e morto in una clinica ingelse: “Una vicenda allucinante e purtroppo anche un segno premonitore di quello che potrà accadere in tutta Europa se la deriva nichilista dovesse continuare. Fa venire i brividi il fatto che un tribunale decida di far morire una persona, in questo caso un bambino di 23 mesi, perdipiù contro la volontà ferrea, eroica dei suoi genitori. Quello che sta succedendo ci permette di capire ancora meglio in che tempi viviamo oggi in Europa”.

1917.- Cos’è il Mediterraneo allargato dove Trump vuole Roma protagonista

“Gli occhi della guerra” ha pubblicato una serie di riflessioni sull’interesse nazionale italiano tornato a rivestire, anche in politica, la posizione tra Occidente e Oriente che madre natura ci ha dato. Nell’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Giuseppe Conte si è rifondato un rapporto particolare nel Mediterraneo. Un rapporto che forse spiega anche perche’, nell’intero periodo della Guerra Fredda (lasciamo nel suo ambito ristretto la crisi di Sigonella del 1986), gli USA hanno impedito ai francesi e ai britannici di nuocere ai nostri interessi in Libia. Il ritorno dell’Italia al centro della politica estera USA deve riguardare, naturalmente, anche i rapporti dei due Paesi con l’Unione europea, con particolare attenzione alla Germania; ma la diplomazia italiana deve poter dialogare in Mediterraneo con tutte le parti in causa se si vuole guadagnare la stabilizzazione della Libia.

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Le due portaerei del Gruppo d’attacco dell’US NAVY in Mediterraneo con, al centro, la portaerei De Gaulle seguita dal Cavour.

Giuseppe Conte è uscito da questo summit con Donald Trump con la garanzia che l’Italia sarà partner privilegiato degli Stati Uniti per il Mediterraneo allargato. “Da oggi abbiamo un fatto nuovo, significativo: una cabina di regia permanente Italia-Usa nel Mediterraneo allargato, è una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa punto di riferimento in Europa e interlocutore privilegiato per le principali sfide del terrorismo e di tutte le crisi del Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”.

Il Mediterraneo allargato

Il concetto espresso da Conte in conferenza stampa forse è stato sottovalutato da molti. Concentrandosi sulla parola “Mediterraneo”, ci si è soffermati poco sull’aggettivo al suo fianco: allargato. Ma è invece lì la differenza sostanziale che c’è fra quello che noi riteniamo essere il bacino cui faceva riferimento Conte insieme a Trump e quello che invece risulta da questa definizione. Perché confondere il Mar Mediterraneo con il Mediterraneo allargato rischia di creare confusione.

Il concetto di Mediterraneo allargato nasce dall’esigenza di definire quell’area che ha il nostro mare come bacino principale, ma a sua volta collegandolo a tutti i mari e a tutte le aree che lo circondano e che, apparentemente, non rientrano nel suo ambito. Il Mediterraneo per come lo intendiamo noi è un mare piccolo, semichiuso, fondamentalmente secondario nelle logiche delle grandi potenze internazionali. Ma preso insieme ad altre aree ed altri bacini ad esso vicini o collegati culturalmente, politicamente e geograficamente, il Mediterraneo diventa il centro di interessi strategici fondamentali che ad esso sono connessi.

Ecco che allora il Mediterraneo allarga i suoi confini. Non si ferma a Gibilterra, ma arriva all’Atlantico finendo alle Canarie e alla costa occidentale dell’Africa settentrionale. A sud, non c’è più la costa mediterranea a fungere da confine:ma si deve guardare per forza al Sahel, visto che le sue crisi colpiscono direttamente il Mare Nostrum. A nord-est, il confine arriva direttamente in Crimea: il Mar Nero è parte integrante di questo sistema. E infine, ancora più a Est e Sud-est, bisogna fare particolare attenzione a questa “cabina di regia” fra Italia e Stati Uniti.

Il Mediterraneo allargato, infatti, non solo lambisce, ma penetra in Medio Oriente. Sicuramente ne fa parte il Mar Rosso e certamente ne fa parte anche il Corno d’Africa. Ma c’è addirittura chi si spinge oltre e considera il Golfo Persico come un bacino che rientra in questo concetto geopolitico. E allora, i nostri orizzonti devono estendersi anche in settori che consideriamo (colpevolmente) lontani. Ma sono aree dove i nostri interessi strategici sono ben più presenti di quanto possiamo immaginare.

L’Italia pioniera del Mediterraneo allargato

Per l’Italia questa sfida è il frutto di decenni di strategia. Perché per i governi italiani è stato sempre chiaro che non si potevano ridurre i nostri confini strategici al Mediterraneo come lo conosciamo dalle carte geografiche. Perché gli interessi commerciali italiani che transitano per il Canale di Suez, porta sudorientale del nostro mare, sono a loro volta costretti a transitare per il Golfo di Aden, Bab el Mandeb e il Mar Rosso. E non a caso nella campagna contro la pirateria la Marina italiana è sempre stata in prima linea. I nostri interessi hanno un orizzonte che giunge direttamente sulle coste della Penisola arabica

Questo percorso di avvicinamento è stato costante ma da sempre chiaro. Lo è stato dall’intervento militare in Libano del 1982 fino ai nostri giorni, con le missioni nelle aree di nostro interesse. Siamo parte di un’Alleanza, certo, ma siamo anche un Paese che molto spesso sottovaluta se stesso e si dimentica che partecipare a certe crisi significa anche mantenere contatti e controllo che le guerre e i rovesciamenti rischiano di minare nel profondo.

Non esserci, significa non tornare più. Lo si è capito in Libia, quando o intervenivamo o perdevamo tutto quello che avevamo guadagnato in anni di accordi. Ma lo si capisce anche nella stessa Siria, Paese con cui l’Italia aveva ottimi rapporti commerciali. E lo si capisce anche con l’Iran e cosa stanno comportando le sanzioni per la nostra imprenditoria.

Una carta da giocare bene

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Grazie anche a un’interessante convergenza di fattori interni ed esterni, Conte ha trasformato la simpatia e l’affinità elettiva con Trump in un risultato politico che ci pone al centro della strategia americana per il fronte Sud dell’Europa.

Il ruolo che Conte è riuscito a strappare al vertice con Trump è fondamentale. Se l’Italia saprà sfruttare al meglio l’opportunità di queste convergenze di fattori, interni ed esterni, che ci rendono interlocutore privilegiato a Washington e allo stesso tempo amici di Mosca, possiamo effettivamente ripristinare una certa influenza italiana nell’area di tutti i bacini di nostro interesse.

Naturalmente, questa carta va giocata bene. Da un punto di vista strategico, questa cabina di regia deve diventare un modo per sfruttare, da gregari (perché la superpotenza è chiaramente un’altra), una via per essere riconosciuti come interlocutori dei Paesi che vivono e si occupano di questa vasta area che va dal Sahel alle Alpi, dall’Atlantico al Golfo Persico.

Ma è anche il riconoscimento di un ruolo cui l’Italia, fondamentalmente, ha sempre ambito. Il governo Conte ha ottenuto un ruolo che strategicamente Roma ha sempre voluto. Quindi l’obiettivo, a questo punto, deve essere trasformare la contingenza favorevole in un’idea di sistema. Gli Stati Uniti avranno chiaramente la leadership. È del tutto evidente che l’Italia non può diventare la potenza mediterranea. Ma questo “gemellaggio” ci dà intanto la guida della stabilizzazione della Libia. Ora sarà a noi essere capaci di gestire al meglio la situazione senza trasformarci soltanto in pedine della strategia americana

1916.- “L’Italia delle decisioni opache”: gli auspici nostri e di Vitalba Azzolini

VOGLIA DI ANDARE VIA

Vitalba Azzollini, funzionario CONSOB, pubblica sulla rubrica ISTITUZIONI E FEDERALISMO de La Voce, il suo auspicio che i recenti sviluppi in sede Ue verso una maggiore trasparenza possano orientare nel medesimo senso anche l’ambito istituzionale italiano.
Questa opinione, espressa a titolo personale, merita di essere conosciuta e ci sollecita perché darebbe per scontato che l’Ordinamento di quell’anomalia istituzionale, chiamatasi Unione europea, possa improntarsi ai principi che condizionano l’esistenza della democrazia, già chiari ad Aristotele, come la trasparenza e l’alternanza, per citare i le principali. Posto che il Trattato di Lisbona, anteponendo la competitività dell’Unione sui mercati mondiali, è antitetico alla trama dei principi della Parte Prima della Costituzione della Repubblica e, quindi, è incostituzionale alla radice, gli orientamenti che la governance intenderà adottare, a partire dalla sua Banca Centrale privata, ci lasciano indifferenti. Sono, invece, condivisibili le riflessioni e l’auspicio di Vitalba Azzollini per “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” in Italia, cioè a dire, per una reale trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani ai vari livelli; in ciò significando l’esigenza di una effettiva partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione; ma questo ci richiama alla revisione dell’articolo 49 della Costituzione, con cui i padri costituenti ci vincolarono al sistema dei partiti, senza avere costituzionalizzato i principi cui questi devono informarsi. Fra questi, appunto, ma non solo, la trasparenza e l’alternanza. Con questo auspicio, tenemmo la nostra prima conferenza divulgativa della Costituzione e, con questo, perseveriamo ancora, dopo sei lunghi anni.

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Vitalba Azzolini

“L’ordinamento europeo si orienta verso una sempre maggiore trasparenza delle istituzioni. In Italia restano invece zone d’ombra, dall’attività delle commissioni parlamentari alla regolamentazione delle lobby e alla valutazione delle politiche pubbliche.

Anche i triloghi diventano pubblici

Per garantire ai cittadini “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” e, quindi, una più stretta partecipazione ai processi decisionali, l’ordinamento europeo si è progressivamente evoluto verso una maggiore trasparenza delle istituzioni. A ciò hanno contribuito nel tempo anche alcune pronunce dei giudici. L’ultima è la sentenza del tribunale dell’Unione europea che, il 22 marzo scorso, ha consentito l’accesso integrale alle tabelle a quattro colonne redatte nell’ambito dei cosiddetti triloghi, negoziati informali fra i due co-legislatori (Parlamento e Consiglio), finalizzati a raggiungere un’intesa per la successiva adozione formale degli atti legislativi. I negoziati non vengono contemplati dai trattati dell’Unione europea, ma sono diventati comuni nella pratica poiché la soluzione “ufficiale” prevista in caso di divergenza tra le due istituzioni – la“conciliazione”, cui può ricorrersi solo nella fase conclusiva dei lavori- si è dimostrata complessa e poco efficiente. I triloghi – possibili, invece, in ogni fase – hanno reso più spedita la co-decisione, che costituisce la procedura legislativa ordinaria dopo il trattato di Lisbona. Tuttavia, le trattative dei triloghi presentano un aspetto critico in termini di trasparenza: si svolgono a porte chiuse.

Il citato documento a quattro colonne “è l’unico atto che consente sia di tenere traccia di quanto effettivamente accade durante le riunioni, che di conoscere l’evoluzione delle posizioni espresse dalle delegazioni partecipanti”: ma mentre le prime due colonne del documento – proposta della Commissione e posizione del Parlamento – sono pubbliche, le altre due – posizione del Consiglio e proposta di compromesso – sono normalmente segretate. A questo riguardo, in seguito a un’inchiesta sui triloghi svolta nel 2015, il difensore civico europeo ha richiamato a una maggiore trasparenza. E la sentenza di marzo del tribunale dell’UE, sancendo che non esiste una “presunzione generale di non divulgazione” relativamente alle procedure legislative dell’Unione, ha dato ampia applicazione ai principi di pubblicità e trasparenza delle stesse. “L’esercizio da parte dei cittadini dei loro diritti democratici presuppone la possibilità di seguire in dettaglio il processo decisionale all’interno delle istituzioni che partecipano alle procedure legislative e di avere accesso a tutte le informazioni pertinenti” (punto 98). Del resto, in ogni democrazia rappresentativa – UE o ordinamenti nazionali – “la rappresentanza può aver luogo soltanto nella sfera della pubblicità”, non “in segreto e a quattr’occhi”.

La situazione in Italia

Ma qual è il grado di la trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani?

In Italia vige il principio della pubblicità delle sedute delle Camere (articolo 64 Costituzione), per garantire la conoscibilità alle scelte operate, e la tecnologia ha consentito una sempre maggiore informazione sui lavori dell’assemblea. Eppure, restano margini di opacità nell’azione dei decisori. Innanzitutto, vi sono zone d’ombra sul funzionamento delle commissioni parlamentari permanenti, “cuore del processo legislativo(…). È in questi organi che si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti, in cui si cercano convergenze politiche e in cui il dibattito entra realmente nel merito delle questioni”. Solo per le sedute delle commissioni in sede deliberante o redigente vi è l’obbligo – non sempre rispettato– del resoconto stenografico (articolo 65 regolamento Camera; articoli 60 e 33 regolamento Senato) e può essere richiesta la pubblicità dei lavori.Invece, se le commissioni si riuniscono in sede referente o consultiva vengono stilati solo “resoconti sommari con molte poche informazioni. La poca accountability e trasparenza è evidente anche nelle votazioni. Il voto elettronico non è la regola, ed è quindi impossibile ricostruire come i membri delle commissioni votino sui singoli emendamenti, articoli, provvedimenti”.

In secondo luogo, in Italia non esiste una disciplina delle lobby e, pertanto, a differenza di quanto accade in UE, vi è totale opacità sulle “pressioni” che influenzano il processo legislativo.

Inoltre, vengono poco e male usati strumenti per la trasparenza della regolamentazione prodotta dal governo: l’analisi di impatto, cioè la valutazione preventiva di costi e benefici delle ipotesi di intervento normativo, mediante comparazione di opzioni alternative; e la verifica di impatto, vale a dire il successivo esame degli effetti prodotti dall’opzione prescelta.

Infine, manca un compiuto “ciclo di valutazione” delle politiche pubbliche, non solo per i profili regolatori, ma soprattutto per quelli inerenti alla definizione del problema da risolvere, agli studi di fattibilità delle diverse ipotesi di azione, al controllo in itineree alla verifica dei risultati: la trasparenza di tale “ciclo” consentirebbe un’effettiva conoscenza dell’operato dei pubblici poteri.

I margini di opacità sui processi decisionali restano, dunque, rilevanti. L’auspicio è che i recenti sviluppi in sede UE verso una maggiore trasparenza possano orientare nel medesimo senso anche l’ambito italiano.”

1915.- IL RAZZISMO AL CONTRARIO E LA MIGRAZIONE TABU’

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Ricordo, circa due anni fa, in Sudafrica, a Città del Capo, gli studenti neri di un movimento chiamato “Rhodes Must Fall” hanno bruciato arte, libri, letteratura, pittura e qualsiasi cosa ritenuta collegata al “diavolo bianco” . Hanno inzuppato dipinti storici e scritti nella benzina e poi li hanno bruciati insieme ad opere d’arte e libri risalenti ai secoli passati, dopo aver vandalizzato l’Università. Qui, in Italia, una pletora d’ignoranti, che a stento sanno come si chiamano, continua a blaterare di razzismo per scopi di bassa politica.
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Grazie all’indottrinamente di massa, l’opinione pubblica è convinta che il razzismo sia una pratica “razzista” operata dai bianchi sulla pelle dei neri. Convincimento infondato! Da anni in Sud Africa, complice il silenzio dei politici occidentali, i coloni boeri sono oggetti di rapine, saccheggi e assassini commessi da bande di neri.
Almeno 3 mila bianchi, uomini, donne e bambini, sono stati massacrati nelle loro fattorie nell’ultimo decennio. La statistica è per difetto, perché l’ African National Congress ha vietato la pubblicazione di statistiche su questi omicidi per il semplice motivo che secondo l’ANC “dissuadono gli investimenti esteri”.
Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale. lo dicono le modalità delle stragi, spaventose. Donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte.
Purtroppo gli atti di “razzismo al contrario” non si limitano alla sola violenza fisica. Nel nuovo Sud Africa nelle agenzie di collocamento, gestite unicamente da persone di colore, i bianchi non trovano lavoro semplicemente perché non neri. Dall’avvento al potere di Nelson Mandela a oggi pare siano stati massacrati quasi 70.000 bianchi, per odio razziale. Non è la povertà il fattore scatenante, ma l’odio.In fuga da violenze e odio razziale. Sono migliaia i boeri, gli agricoltori sudafricani discendenti dai coloni inglesi, olandesi, tedeschi e francesi, che stanno lasciando le proprie terre per sfuggire alle persecuzioni. La gente bianca costituisce solo il 9% (4.500.000) della popolazione del Sud Africa e il tasso di omicidi di nero su-bianco è del 95% del totale. Il caso più famoso riguarda quanto successo qualche tempo fa alla famiglia Potgieter: Attie, il papà, torturato pugnalato 151 volte, la moglie torturata a morte e il piccolo Willemien, soli 2 anni, immerso nel sangue dei genitori e poi ucciso con un colpo di pistola alla testa. Molto più recente (Marzo 2018) l’omicidio di Hannah Cornelius, stuprata, strangolata e scaricata in un campo. Il Sud Africa ha il più alto tasso di stupri il mondo e il secondo più alto tasso di omicidi. in tema di razzismo e violenza, nulla da imparare o da invidiare ai bianchi per essere la terra del premio nobel della pace Nelson Mandela.
Gianni Toffali

“In fuga dalle persecuzioni dei neri” La Russia accoglie 15mila boeri.

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Il vero RAZZISMO: cartoline dal Sudafrica, la mattanza dei bianchi

Ad accoglierli a braccia aperte non ci sono più i Paesi occidentali, ma la Russia di Vladimir Putin. Per ora 30 famiglie sono già arrivate nella regione di Stavropol. Sono solo una piccola porzione dei 15mila afrikaner che stanno programmando di emigrare in Russia. Un vero e proprio esodo, scatenato dalla decisione del neo presidente sudafricano Cyril Ramaphosa di espropriare i terreni dei bianchi e restituirli alla popolazione nera. In effetti, le percentuali, come nota Libero, mostrano una evidente sproporzione. I boeri, che rappresentano solo il 9% degli abitanti controllano i due terzi dei terreni agricoli della nazione. Ma lo scontro su quella che il governo non ha esitato a definire “un’eredità dell’apartheid”, è passato ben presto dalle parole ai fatti.

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Contro la popolazione d’origine europea è in corso un “Apartheid” rovesciato.

I timori sull’espropriazione delle terre in Sudafrica

Ad avanzare la mozione che invita al superamento del vincolo costituzionale sull’espropriazione delle terre ai farmers, è stato il partito della sinistra radicale sudafricana “Combattenti per la libertà economica”, guidato da Julius Malema. La formazione ha trovato l’appoggio da parte dell’Anc, l’African National Congress, ossia il partito di Nelson Mandela che controlla il paese dalla fine dell’apartheid e che nell’attuale parlamento ha la maggioranza assoluta. La mozione è quindi passata con 241 voti favorevoli ed adesso si sta lavorando per varare, entro il 30 agosto, una commissione in grado di redigere una nuova normativa sulla materia.

Nella sua versione più “drastica”, l’esproprio sarebbe senza indennizzo per i proprietari terrieri bianchi, con la suddivisione delle terre ai piccoli proprietari appartenenti alla popolazione di colore. I timori sono elevati sia tra i partiti di opposizione che tra la minoranza bianca: si temono, in particolare, vendette fisiche ed economiche contro i farmers e contro, in generale, la popolazione di origine europea.

In tanti, in Sudafrica e non solo, pensano che il riaprire la diatriba delicata sull’espropriazione delle terre ai farmers sia un modo per coprire gli insuccessi economici e gli scandali di corruzione che hanno colpito la classe politica. L’Anc è, su questo fronte, nel mirino tanto che lo scorso 18 febbraio è terminata la presidenza Zuma e si è proceduto all’elezione, come capo del governo, di Cyril Ramaphosa. Il paese è preda della criminalità e della crisi economica, con i neri preoccupati per essere senza lavoro e con i bianchi invece preoccupati per la prospettiva di vedere le proprie terre espropriate. In pochi quindi, in Sudafrica, hanno voglia di enfatizzare la storia del paese successiva alla caduta dell’apartheid.

La campagna per gli espropri si è tradotta in attacchi violenti e minacce contro i boeri, che denunciano: “È diventata una questione di vita o di morte”. “Siamo sotto attacco, i politici stanno fomentando una spirale di violenza”, ha detto uno dei profughi intervistato dai media russi. Tra il 2016 e il 2017 secondo i dati di “Afriforum”, associazione in difesa dei diritti delle minoranze, sono stati 74 i contadini uccisi. Nello stesso periodo si sono verificate 638 aggressioni, compresi casi di fattorie espropriate, distrutte o incendiate.

Ora gli ex proprietari terrieri europei vogliono mettersi a disposizione del Cremlino. In Russia i contadini si preparano a dare il loro contributo al settore agricolo, mettendo sul tavolo 100mila dollari a famiglia per affittare nuovi campi da coltivare. Non solo a Stavropol, ma anche nelle regioni di Rostov sul Don, Krasnodar e in Crimea. Un’operazione dai benefici reciproci, visto che in Russia ci sono 43 milioni di ettari di terra incolta che il governo ha messo a disposizione dei cittadini a partire dal 2014. E che ora potrebbe essere assegnata proprio agli afrikaner. Di Alessandra Benignetti

1914.- Cosa dice il Trattato tra Italia e Libia e quali sono gli impegni che l’Italia aveva preso nei confronti di Gheddafi con l’accordo del 2008

Con 382 voti Sì, 11 No e 1 astenuto,è stato convertito il decreto legge 84/2018 che dispone la cessione di 12 motovedette alla Libia, come argine alla tratta di esseri umani. Ridicolo l’ostruzionismo a oltranza del Pd, che non ha partecipato al voto e Sì di Forza Italia. Ridicolo perché era stato Minniti a ideare il piano e proprio lui aveva cominciato a inviare motovedette italiane alla Guardia costiera di Tripoli, quando le condizioni dei migranti in Libia erano peggiori di oggi. Almeno adesso alcune Ong operano nei centri di detenzione governativi e l’Onu ha aumentato uomini e fondi. I dem si erano astenuti in Commissione, durante l’esame della legge, dove siedono lo stesso Matteo Renzi e soprattutto l’ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti che a Tripoli ha inviato una nave militare nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto alla Guardia Costiera libica. A questa nave compete, prioritariamente, l’attività di supporto logistico e tecnico-manutentivo dei battelli della Marina e della Guardia Costiera libiche.

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A Tripoli, si sono, fino ad oggi, avvicendate le navi Tremiti, Capri e Caprera.

Il decreto legge 84/2018 si rifà al Memorandum d’intesa Gentiloni – al Serraj, che riprendeva, a sua volta,il Trattato del 2008, cosiddetto “Trattato di Bengasi” o “trattato di amicizia e cooperazione” tra Italia e Libia, sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008, ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009 e, tuttora, in vigore. Il Trattato ci richiama allo stile degli incontri Berlusconi-Gheddafi, non paragonabile a nessun altro rapporto bilaterale intrattenuto dall’Italia negli ultimi anni. Quindi, per discutere dei rapporti tra Italia e Libia bisogna analizzare e valutare il cosiddetto Trattato di Bengasi.

Libyan leader Moamer Kadhafi (L) applaud

Francesco Costa va indietro nella storia
In poche righe, giusto per capire di cosa parliamo. Nel 1911, dopo una breve guerra contro l’impero ottomano, l’Italia prende il controllo della Tripolitania e della Cirenaica. Nel 1934 Tripolitania e Cirenaica sono unite e vengono chiamate Libia. Durante quegli anni, decine di migliaia di italiani vanno a vivere in Libia, aprono fabbriche e imprese, mettono radici. L’Italia perde il controllo del paese nel 1943 e vi rinuncia ufficialmente nel 1947: la Libia viene amministrata provvisoriamente dalla Gran Bretagna e dalla Francia, e conquista l’indipendenza nel 1951. La Libia diventa una monarchia, retta da re Idris, ma nel 1969 un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi prende il controllo del paese. Tra le prime cose che fa, il regime nazionalizza i possedimenti italiani in Libia, confisca ogni bene ai 35 mila cittadini italo-libici – 400 miliardi di lire, al cambio attuale sarebbero tre miliardi di euro – e infine li espelle. La retorica anti-italiana è stata considerata un elemento cruciale usato da Gheddafi per aumentare la sua popolarità. Dal 1970 viene indetto il Giorno della vendetta, da celebrare ogni 7 ottobre, in ricordo della ritorsione antiitaliana. Il Giorno della vendetta smette di essere celebrato nel 2008, a seguito della firma del trattato di Bengasi.
I precedenti al Trattato
Negli anni il regime di Gheddafi ha avanzato numerose richieste e minacce verso l’Italia. Un risarcimento in denaro per danni provocati dalla colonizzazione. La costruzione di ospedali e infrastrutture. Lo sminamento di alcune zone in cui furono combattute delle guerre. Nessuno stato europeo ha mai pagato dei soldi per i danni derivati dal processo coloniale, ma l’Italia non ha mai del tutto chiuso la porta alle richieste di Gheddafi: un po’ per la minaccia esercitata da Gheddafi sul fronte geopolitico e il suo sostegno al terrorismo internazionale, un po’ per l’importanza delle operazioni di estrazione del petrolio condotte dall’ENI in Libia e un po’, dagli anni Ottanta in poi, per l’influenza potenziale del governo libico nell’ostacolare i flussi migratori diretti dal Nordafrica verso l’Italia. La prima bozza di accordo tra Italia e Libia è stata siglata nel 1998, durante il primo governo Prodi: è il cosiddetto Comunicato Congiunto. L’accordo prevede una serie di impegni per il governo italiano e la realizzazione di alcuni progetti in Libia da parte di una società a capitale misto. Gheddafi però vuole di più, l’accordo non viene ratificato dal Parlamento e si arriva alla conclusione che per placare le richieste libiche serva un “grande gesto”, un atto simbolico che eviti nuove minacce e chiuda la questione una volta per tutte.
Il Trattato di Bengasi
Il contenzioso si chiude una volta per tutte con il Trattato di Bengasi, siglato da Italia e Libia nel 2008 a Roma. È suddiviso in tre parti. La prima, quella sui principi generali, stabilisce alcune cose piuttosto importanti: per esempio l’impegno per Italia e Libia a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”, l’impegno ad astenersi “da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato”. In una situazione delicata come quella di questi giorni, queste clausole possono aver condizionato l’atteggiamento del governo italiano (che però ora considera “sospeso” il trattato). Anche perché, dall’altro lato, la carta della NATO impegna l’Italia a schierarsi contro la Libia se questa dovesse attaccare un’altro paese del Patto Atlantico. L’accordo impegna poi Italia e Libia ad agire “conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.
La chiusura dei contenziosi
La seconda parte del trattato contiene il “grande gesto” volto a mettere a tacere una volta per tutte le richieste di Gheddafi. L’Italia si impegna a versare alla Libia cinque miliardi di dollari in vent’anni, 250 milioni di dollari all’anno, per realizzare progetti e infrastrutture. La Libia si impegna a garantire ad aziende italiane la realizzazione di altre infrastrutture, e abroga “tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane”. Poi ci sono alcune iniziative speciali: la costruzione in Libia di duecento unità abitative, a spese dell’Italia; l’assegnazione di borse di studio universitarie per cento studenti libici, a carico dell’Italia; un programma di cure, presso istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine; il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto; la restituzione alla Libia di alcuni reperti archeologici trasferiti in Italia durante il colonialismo.
Cosa fa la Libia
Dal canto suo, la Libia concede “senza limitazioni o restrizioni di sorta ai cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia i visti di ingresso”. Inoltre, le parti si impegnano – ma non specificano come – a risolvere il problema dei crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici, risalenti agli espropri compiuti da Gheddafi nel 1970 e soprattutto all’insolvenza libica nei confronti di aziende italiane tra gli anni Ottanta e il 2000.
La lotta all’immigrazione
La terza e ultima parte del trattato è piena di generiche buone intenzioni, valorizzazione dei legami storici, impegni a visite reciproche, cooperazione in ambito culturale, scientifico, energetico, economico e industriale. Poi c’è un altro tema che sta a cuore all’Italia e di fatto chiude l’accordo. La collaborazione nel campo della lotta al terrorismo e dell’immigrazione clandestina. Viene messo in campo un sistema di controllo delle frontiere terrestri della Libia, “da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” e i cui costi saranno sostenuti al 50 per cento dal governo italiano. L’Italia e la Libia si impegnano poi a chiedere all’Unione Europea di farsi carico del restante 50 per cento.
La ratifica del Parlamento
Il Trattato fu ratificato dal Parlamento italiano il 6 febbraio 2009. Hanno Votarono a favore il PdL, la Lega e il PD, anche se tra le file del PD votarono contro i deputati radicali e alcuni altri “dissidenti”, tra cui Andrea Sarubbi. L’IdV e l’UdC votarono contro la ratifica del Trattato di Bengasi.
Francesco Costa. Il Post

1913.- Motovedette alla Libia. Bene, ma non basta: serve un cambio di passo

Prima della pausa estiva dei lavori parlamentari è stato convertito il decreto legge 84/2018 che dispone la cessione di 12 unità alla Libia. Con 382 voti Sì,11 No,1 astenuto, sono state assegnate alla Guardia Costiera libica 10 motovedette in vetroresina di 10 m, classe 500, velocità 35 nodi e autonomia di 200 miglia più due unità di 27 m, della Guardia di Finanza, tipo “Corrubia” da 94t, 43 nodi e 700 miglia, come argine alla tratta di esseri umani. Il decreto legge 84/2018 si rifà al Trattato del 2008, cosiddetto Trattato di Bengasi, cioè il “trattato di amicizia e cooperazione” tra Italia e Libia sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008, ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009.

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“Il provvedimento, prevede, inoltre, lo stanziamento di un milione e 370mila euro “per la manutenzione delle unità navali, per lo svolgimento di attività addestrativa e di formazione del personale” della Guardia costiera e della Marina libica, “al fine di potenziarne le capacità operativa nel contrasto all’immigrazione illegale e alla tratta di esseri umani”.

Il trasferimento delle imbarcazioni al paese nord-africano è inserito nel più ampio contesto di trattati bilaterali e memorandum di intesa tra cui occorre citare il “Trattato d’amicizia” del 2008, che all’articolo 19 prevede l’intensificazione della collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina e il memorandum d’intesa, siglato nel febbraio 2017, che sancisce l’impegno da parte dell’Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla Guardia di frontiera e dalla Guardia costiera del Ministero della difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’interno.

Il trasferimento delle imbarcazioni al Paese che si affaccia sul Golfo della Sirte è un’azione certamente positiva, evidenzia la reale volontà del governo di arrestare il flusso migratorio e di migliorare i rapporti tra i due paesi, ma è abbastanza?

La Francia, che sa come giocare le partite geopolitiche sia da single player sia inserita in contesti più ampi – al contrario dell’Italia che negli ultimi anni si è frequentemente ancorata ad una spesso incoerente Ue – dopo solo due mesi dalla salita all’Eliseo di Macron invitò a Parigi al-Serraj, l’uomo riconosciuto dalla comunità internazionale in Libia, e il generale Haftar, leader della vasta area della Cirenaica, tagliando di fatto fuori l’Italia dalla partita. Interloquendo con il solo al-Serraj il prezzo che l’Italia rischia di pagare è la perdita dei giacimenti petroliferi affidati all’ENI da un lato, l’inefficacia della politica anti migratoria dall’altro, visto che gran parte dei trafficanti di uomini provengono da aree che non sono sotto l’influenza di Tripoli (e quindi di al-Serraj).

Oltre alla estensione dei rapporti con il Paese nord-africano a tutti i principali player che detengono sacche di potere in esso, è ormai chiara la necessità di un blocco navale “concordato”. L’attuazione di quest’ipotesi porterebbe molteplici benefici: dissuasione alla partenza dei barconi per la consapevolezza dell’esistenza del blocco; la riconduzione presso i porti di partenza dei migranti in caso di salvataggio; la creazione di hot spot in loco per il discernimento dei migranti economici da coloro che fuggono da guerre e regimi anti democratici. Tutto questo però, e qui torniamo al focus della questione, può avvenire solo tramite accordi con il governo ufficiale di al-Serraj, il generale Haftar e gli altri attori minori dello scenario libico.

La cessione italiana di imbarcazioni a favore del governo libico è quindi un passo positivo nell’ottica dei rapporti tra i due stati, ma urge un cambio di passo nell’interlocuzione che non può essere attuata nei confronti di una sola fazione, seppur quella ufficiale. Il risultato sarà quello di preservare gli interessi delle nostre aziende strategiche e ricucire la ferita che provoca l’emorragia migratoria verso l’Italia e l’Europa.

Davide Ricciardi

1912.-“Jacques Attali, l’eminenza grigia che guadagna milioni con le ONG”. Da Ilaria Bifarini

Queste figure sataniche possono prosperare se hanno importanti connivenze.

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ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno.

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa (Leggi anche Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione).

Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana (bella e )redenta. Potete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.

ONG, finanza e migranti. Il caso Jacques Attali

Conosciuto come l’eminenza grigia della politica francese dai tempi di Mitterand e noto per il suo ultraeuropeismo, Jacques Attali è l’uomo che ha scoperto Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere.

A lui viene attribuita la paternità di una frase molto esplicativa sul sentimento elitarista : “Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?”.

Meno nota è invece un’altra affermazione dell’illustre economista, professore, finanziere e a lungo consigliere di fiducia dell’Eliseo: “La forma di egoismo più intelligente è l’altruismo”.

La filantropia, questo vezzo umanitarista che sembra contagiare gli uomini di maggiore successo, non ha risparmiato Jacques Attali, che nel 1998 fonda l’associazione no profit Planet Finance.

Certo, il nome tradisce un po’ da subito quello che dovrebbe essere il fine umanitario di questa organizzazione che opera in 60 Paesi e offre servizi e consulenze di tipo finanziario, microfinanza per l’esattezza.

Finita nell’occhio del ciclone per il trattamento economico “schiavistico” riservato agli stagisti cui si richiedevano requisiti di prim’ordine, la società cambia nome e diventa Positive Planet, evocando nel nome la positività del modello economico di cui si fa portatrice.

Tra i suoi obiettivi ci sono “l’inclusione economica, sociale e ambientale in tutto il mondo in modo sostenibile ed equo.” Come? Rendendo possibile l’accesso ai servizi finanziari da parte dei Paesi più poveri.

La sua mission è infatti quella di “combattere la povertà attraverso lo sviluppo della microfinanza.” Per realizzarla si serve di otto unità specializzate, compresa un’agenzia di rating di microfinanza.

L’organizzazione è così efficiente da aver ricevuto un premio per l’80a migliore ONG del mondo secondo il Global Journal nel 2013. Nello stesso anno ha realizzato un fatturato (chiffre d’affaires) di 2 251 000,00 €.

Gli organi societari annoverano nomi di grande peso sul piano politico ed economico mondiale.

Da Jacques Delors al ministro degli Affari esteri dell’Oman, passando per partner di colossi della consulenza come Ernst & Young e Bain, fino al presidente di Microsoft International.

Dulcis in fundo, il cofondatore di questa ramificatissima Ong è il bengalese Muhammad Yunus, il padre del microcredito moderno (ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali.ndr).

Grazie all’appoggio di illustri sostenitori, come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, nei primi anni Ottanta creò in Bangladesh la Grameen Bank, un istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito.

Come già riscontrato in uno studio condotto sulla Cambogia, in cui analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione è emersa una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero, anche qui i prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale.

Il Bangladesh è infatti paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

Ed è proprio qui che è nato il business dei cosiddetti “migration loans”, i prestiti per finanziare i viaggi dei migranti, gestiti dalla BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore e la più grande ONG al mondo, che opera anche in Asia e in Africa.

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Una commistione molto fruttuosa quella tra ONG, migranti e finanza, un vaso di Pandora ancora da scoperchiare del tutto e che ci riserverà incredibili sorprese. Fonte Bocconiana redentaPotete trovare tutta l’inchiesta sul libro: I coloni dell’Austerity: Africa, neoliberismo e migrazioni di massa.
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