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1364.- SCAFISMO SENZA LIMITI – NEL CELLULARE DELLO SCAFISTA ERITREO ARRESTATO IN SUDAN ED ESTRADATO IN ITALIA, IMMAGINI DI CANNIBALISMO E CORPI SMEMBRATI.

 

Migliaia di migranti uccisi dai trafficanti di organi: ogni rene rivenduto in Egitto per 15mila dollari 

13.08.2017 

MERED YEDHEGOMERED YEDHEGO

Fotografie con scene di cannibalismo e pezzi di corpi smembrati. Filmati che ritraggono gli immigrati consegnati nel deserto agli aguzzini che, di lì a poco, li ammazzeranno senza pietà. Il cellulare dell’eritreo arrestato a maggio in Sudan ed estradato a giugno in Italia con l’accusa di essere tra i trafficanti di esseri umani più pericolosi è un cimitero di orrori.

Secondo i pm guidati dal Procuratore Francesco Lo Voi, il sanguinario scafista sarebbe Mered Medhanie Yedhego (35 anni). E, sebbene l’uomo continui a dire che c’è stato uno scambio di persona, il pool che coordina l’inchiesta è fermo nell’assicurare che ci troviamo di fronte al trafficante senza scrupoli che, per anni, ha organizzato il trasferimento di migliaia di clandestini dall’Africa all’Italia, in cambio di milioni di dollari.

Chi non paga viene ucciso per gli organi

MERED YEDHEGO 3

MERED YEDHEGO 3

Le fotografie e i video sono stati inseriti nella memoria depositata dai magistrati al gup Alessia Geraci. “Nella chat intrattenuta con l’utente Efii risulta l’invio di immagini ritraenti delle scene di cannibalismo – scrivono i magistrati – nonché dei filmati scaricati da YouTube che verosimilmente riprendono dei migranti presi in consegna nel deserto da alcuni trafficanti armati”.

Un accertamento che, come dicono gli stessi pm, “assume un pregnante rilievo”, soprattutto dopo le dichiarazioni rese da Nuredin Atta Wehabrebi, un ex trafficante di esseri umani che ora collabora con la giustizia. Nel corso dell’interrogatorio reso l’11 maggio di un anno fa, Atta aveva riferito che “lungo la strada del Sinai i migranti che non hanno avuto la possibilità di corrispondere le somme pattuite vengono sistematicamente uccisi dalle organizzazioni criminali dedite al traffico di uomini al fine di estrarne gli organi avvalendosi di soggetti soprannominati ‘medici del Sahara’”.

MERED YEDHEGO 2MERED YEDHEGO 2

I “medici del Sahara” che prendono gli organi

La ricostruzione di Atta ha aperto gli occhi all’Occidente sulle violenze dei trafficanti di uomini. “Perché qua devono pagare a Kufra, a Kufra devono pagare, devono pagare… – ha spiegato l’ex scafista – non è pagare contanti, non c’è nessuno che paga contanti”. Alcuni immigrati lo fanno.

Ma sono solo il 2-3%. Hanno i soldi a casa. Ma, come spiega lo stesso Atta, la maggior parte non paga subito. L’80% lo farà a Palermo o, al più tardi, a Roma. Lo faranno le famiglie. “Ci sono altre persone che non hanno soldi…”. E allora “ci sono egiziani” che “prendono questi… organi”. Ed è in questo momento che entrano in scena i “medici del Sahara”.

“Ammazzano… queste organizzazioni lo sanno questa cosa – ha spiegato Atta agli inquirenti – si può scoprire anche… tu non hai visto su YouTube? L’hanno postato su YouTube…”. Ed effettivamente i magistrati hanno trovato su internet alcune immagini agghiaccianti. “Prima tagliano questo (organo ndr), tagliano questo, prendono queste cose… le sapete queste cose?”.

migranti nel canale di sicilia 5MIGRANTI NEL CANALE DI SICILIA 5

Il traffico degli organi degli immigrati

Gli organi vengono “portati direttamente in Egitto”, dove vengono venduti. Ai magistrati Nuredin Atta Wehabrebi ha detto che in questi anni “tante persone sono morte, tante, tante, tante”. I loro reni vengono venduti per 15mila dollari. L’uno, ovviamente. “Gli egiziani prendono (gli organi, ndr) – ha continuato l’ex scafista – gli egiziani tutti quelli fanno intervento nel deserto”.

migranti nel canale di sicilia 4

MIGRANTI NEL CANALE DI SICILIA 4

Non c’è sono questa confessione a incastrare Mered Medhanie Yedhego, il cui nome potrebbe essere uno dei tanti alias emersi dall’esame dei diversi profili social aperti dall’eritreo. Gli inquirenti hanno messo insieme diciassette nuovi elementi di prova. A partire dalla comparazione fonica tra la voce dello scafista intercettata nell’indagine fatta due anni fa sul traffico di esseri umani e alcune telefonate registrate sull’utenza trovata in possesso e usata dall’uomo arrestato.

Secondo il consulente della Procura si tratterebbe della stessa persona. L’eritreo, però, dopo l’arresto non ha voluto sottoporsi a una nuova perizia fonica. E adesso dovrà fare i conti con le foto dell’orrore trovate dai magistrati sul suo cellulare. Impossibilli da spiegare.

Chi controlla la provenienza degli organi usati nei trapianti? Quali circuiti internazionali ci sono?

1363.- Leva obbligatoria per 8 mesi: la proposta al Senato

 

RITORNA LA NAJA? Servizio militare di leva, servizio civile o che?

Si parla di servizio militare e di servizio civile. E’ stato assegnato all’esame delle commissioni riunite del Senato il ddl n. 2844, che propone il ripristino del servizio militare, meglio detto e più formalmente, coscrizione obbligatoria o, popolarmente naja. Il ddl giunge mentre ci stiamo occupando di fare chiarezza su una proposta di istituzione di un esercito europeo, che sta trovando sostenitori in vari paesi dell’Unione e intorno alla quale vorremmo tirare le nostre conclusioni. Trovo interessante, pertanto, aprire il dibattito anche su questa iniziativa legislativa della Lega Nord, che, a prima vista, può sembrare in parziale contraddizione con gli auspici di quella parte della pubblica opinione, favorevole alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio e che, per molti aspetti, appare in controtendenza con molte conclusioni dell’esperienza trascorsa. È bene ricordare, infatti, che la società italiana nel corso del tempo, ha nutrito una generale e crescente avversione alla coscrizione obbligatoria. Ferveva, anche, in certi ambienti, il dibattito sull’obiezione di coscienza, che non considero sopito. Occorrerà finalizzare adeguatamente l’iniziativa, incontrando le aspirazioni pacifiste del popolo italiano; coniugandole con gli impegni internazionali tuttavia assunti; ma senza, perciò, rincorrere una molteplicità di obbiettivi.
Per esempio, dal punto di vista della Difesa, il principio delle coscrizione generale non sembra più idoneo a garantire la capacità di mobilitazione di un congruo numero di uomini in tempi brevi e nemmeno è possibile sottacere il nostro rilevante calo demografico.

Se condivido l’opinione che una breve esperienza di vita militare giovi alla formazione dei giovani (e, se dobbiamo integrare i popoli europei, non solo di quelli italiani), è vero anche che essere inquadrati per otto mesi in una categoria di scarso livello non può tradursi in un accrescimento. A tale riguardo, ricordo, invece, positivamente, sia l’iniziativa del governo Berlusconi IV, denominata Pianeta Difesa, con la quale, nel 2009, 100 ragazzi e 45 ragazze furono inquadrati dal 6° Reggimento Alpini per un breve periodo, sia il successivo progetto, più ampio, denominato “Vivi le Forze Armate, Militare per 3 settimane”.
L’argomento riveste importanza per tutti i cittadini e mi riporta al tempo della conclusione del servizio militare obbligatorio per dire che non caratterizzerei più di tanto l’iniziativa sotto l’aspetto bellicistico-militare e che nemmeno sottovaluterei gli aspetti professionali del servizio civile. Personalmente, tredici anni fa, fui favorevole alla decisione dell’abolizione per la difficoltà di ottenere in dieci-dodici mesi dei cittadini-soldati, impiegabili efficacemente nelle operazioni belliche e, in particolare, nei reparti, a loro volta, impiegabili nelle missioni fuori area: missioni – come è noto – ad alto rischio e non sempre in linea con i principi della Costituzione, che richiedono una formale dichiarazione di volontarietà, tranne, chissà perché, per i medici. Ricordo, a proposito degli aspetti costituzionali, che il Libro Bianco della Difesa, da alcuni anni, prevede l’impiego delle truppe nell’ordine pubblico!
Vi era, allora e vi sarà sempre, anche una obbiettiva difficoltà ad offrire a tutti i coscritti un livello di partecipazione elevato, in dipendenza del diverso livello operativo dei reparti di assegnazione, sicché, per molti, l’esperienza si traduceva, sì in un probabile accrescimento del sentimento della coesione nazionale, ma, anche e di più, in una vita di caserma, non sempre positiva, deprimente e, a volte, pericolosa, soprattutto fuori degli orari di servizio giornaliero dei quadri degli ufficiali e sottufficiali. Sospirai, infine, di sollievo perché a fronte dell’impegno di decine di migliaia fra ufficiali e sottufficiali, terminava quel ritornello, offensivo, ricorrente nei ricordi di troppi congedati, sugli abusi amministrativi di qualcuno, per esperienza vissuta, evitabili con una meno esagerata dovizia delle tabelle o con diversi regolamenti. Il ritorno alla vita civile fu motivo di apprezzamento della società militare, almeno dal punto di vista morale. Se non si indulge in sottovalutazioni del servizio militare o di quello civile, l’argomento è appassionante, sia dal lato “esercito europeo”: ma c’è la NATO, sia dal lato di una cittadinanza meglio coesa: ma per opera di chi? di quali quadri? La soluzione potrebbe venire da una nuova istituzione, da un progetto educativo europeo, che rappresenti una continuità con i programmi di studio scolastici e che dia un senso al percorso di integrazione fra i nostri giovani. Nello specifico, il ddl vuole integrare i giovani italiani, ma a livello regionale…

Trovate la relazione di presentazione e il testo del ddl, qui, in calce all’articolo di presentazione di Marina Crisafi sullo studio Cataldi, che abbiamo riportato in questo numero.

Vi aspetto su FB su VENETO UNICO e, qui, sulla nostra <associazioneeuropalibera.wordpress.com>.

 

 

All’esame delle commissioni riunite del Senato il ddl che propone il ripristino del servizio militare. Le novità e il testo
soldato che fa il saluto militare

di Marina Crisafi – Reintrodurre la “naia” per 8 mesi. È quanto propone il disegno di legge di iniziativa del senatore leghista Sergio Divina, presentato al Senato il 26 maggio scorso e assegnato, poco prima della pausa estiva, alle commissioni riunite affari costituzionali e difesa, in sede referente.

Il ddl, recante Propongo  si legge nella relazione, propone di ripristinare un periodo di ferma obbligatoria, quantificato in 8 mesi con “l’obiettivo di ricostruire una cultura della solidarietà e per rispondere altresì ad alcuni bisogni primari del territorio, soprattutto in situazioni in cui dovessero manifestarsi necessità particolari, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si sente più portato: la protezione civile o la difesa militare”.

Questo nella convinzione, si legge ancora, che “valorizzare le proprie radici geografiche può significare anche dedicare un periodo della propria vita al territorio di appartenenza durante il quale svolgere forme di servizio civile o militare”.

Il ripristino della ferma obbligatoria

Il ddl propone dunque di ripristinare un periodo di ferma obbligatoria di otto mesi.

Non solo. Si intende altresì fornire, si legge nel testo, “alle Forze armate un bacino più ampio di riserve mobilitabili, qualora la situazione internazionale non accenni a migliorare e risulti invece indispensabile affiancare ai professionisti attuali, di cui peraltro dovrebbe essere ridotto in modo consistente il numero, una più vasta platea di persone che abbiano svolto un servizio militare addestrativo di base”.

Scelta tra servizio civile o militare

Il testo propone la scelta tra servizio civile o militare, prevista in maniera paritaria per gli uomini e le donne, che “potrà essere fatta da ciascun cittadino prima dello svolgimento della prestazione, da assolversi nel periodo di tempo tra la maggiore età e il compimento dei ventotto anni, compatibilmente con il percorso scolastico ed universitario dei giovani, esattamente come accadeva fino al 2005″.

Servizio militare o civile nella propria regione

Il servizio civile o militare che sia sarà svolto nel territorio della propria regione “in modo da dare forza al territorio di appartenenza attraverso la messa a disposizione di energie umane che già vi risiedono”. La formazione di coloro che opteranno per il servizio civile verrà affidata alla protezione civile.

Spetterà al governo il compito di adottare uno o più decreti legislativi finalizzati alla riattivazione della leva obbligatoria o del servizio civile obbligatorio in tempo di pace.

Il servizio sarà retribuito e varrà a fini pensionistici. Spetterà sempre al governo determinare “la retribuzione ed il trattamento pensionistico relativo al periodo di prestazione del servizio civile o militare”, nonché la copertura finanziaria attraverso un apposito fondo nazionale.

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Atto Senato n. 2844

XVII Legislatura

Iniziativa Parlamentare

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Natura

ordinaria

Presentazione

Presentato in data 26 maggio 2017; annunciato nella seduta pom. n. 832 del 30 maggio 2017.

Assegnazione

Assegnato alle commissioni riunite 1ª (Affari Costituzionali) e 4ª (Difesa) in sede referente il 29 giugno 2017. Annuncio nella seduta ant. n. 849 del 29 giugno 2017.
Pareri delle commissioni 5ª (Bilancio), 7ª (Pubbl. istruzione), 11ª (Lavoro), Questioni regionali.

La relazione:

Onorevoli Senatori. — Valorizzare le proprie radici geografiche può significare anche dedicare un periodo della propria vita al territorio di appartenenza durante il quale svolgere forme di servizio civile o militare. Tale spirito di servizio è stato splendidamente incarnato da specialità come quella degli alpini, campioni di solidarietà e spesso primi soccorritori in tutte le occasioni in cui l’Esercito è stato chiamato ad intervenire per fronteggiare gli effetti di gravi calamità naturali, come successe nel disastro del Vajont o nel Friuli terremotato.

In funzione degli stessi scopi è stata creata la Protezione civile, che gran giovamento potrebbe trarre dalla disponibilità di un più ampio bacino di giovani addestrati e disponibili.

Dopo il conferimento al Governo, avvenuto con l’approvazione della legge 14 novembre 2000, n. 331, della delega a disciplinare la graduale sostituzione dei militari in servizio obbligatorio con volontari di truppa, sospendendo la leva in tempo di pace e conseguentemente anche il servizio civile obbligatorio alternativo, quel senso di appartenenza al territorio che si percepiva precedentemente è in parte venuto a scemare.

Analogamente, le pur lodevoli misure con cui è stato istituito, attraverso la legge 6 marzo 2001, n. 64, il servizio civile volontario, certamente non hanno rinsaldato quel desiderio di appartenenza al gruppo che in molti tuttora associano al periodo vissuto con i commilitoni durante la leva o comunque nelle forme alternative al servizio militare.

Oggi accade invece che spesso scelte di ferma militare o civile volontaria rispondano a ragioni che poco hanno a che fare con la solidarietà o l’appartenenza al territorio, configurandosi piuttosto, senza nulla togliere peraltro all’ottimo servizio che viene prestato, come opportunità di impiego per chi non trova differentemente occupazione.

Con il presente disegno di legge si propone quindi di ripristinare un periodo di ferma obbligatoria, quantificato in otto mesi, con l’obiettivo di ricostruire una cultura della solidarietà e per rispondere altresì ad alcuni bisogni primari del territorio, soprattutto in situazioni in cui dovessero manifestarsi necessità particolari, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si sente più portato: la protezione civile o la difesa militare. Si intende altresì fornire alle Forze armate un bacino più ampio di riserve mobilitabili, qualora la situazione internazionale non accenni a migliorare e risulti invece indispensabile affiancare ai professionisti attuali, di cui peraltro dovrebbe essere ridotto in modo consistente il numero, una più vasta platea di persone che abbiano svolto un servizio militare addestrativo di base.

La scelta tra servizio civile o militare, prevista in maniera paritaria per gli uomini e le donne, potrà essere fatta da ciascun cittadino prima dello svolgimento della prestazione, da assolversi nel periodo di tempo tra la maggiore età e il compimento dei ventotto anni, compatibilmente con il percorso scolastico ed universitario dei giovani, esattamente come accadeva fino al 2005.

Se per la scelta del servizio militare si dovrà valutare anche il mantenimento delle diverse opportunità di ferma in vigore al momento dell’emanazione della presente legge, conservando quelle che occorrono per le eventuali missioni oltremare, per quanto riguarda il servizio civile questo dovrà essere svolto presso le associazioni nazionali o locali accreditate di protezione civile, secondo modalità da disciplinare con i decreti delegati.

Il servizio civile o militare sarà svolto nel territorio della propria regione in modo da dare forza al territorio di appartenenza attraverso la messa a disposizione di energie umane che già vi risiedono. Relativamente al servizio di protezione civile, si prevede di affidare alle regioni geograficamente competenti la determinazione dei criteri cui dovrà attenersi la formazione dei giovani cittadini che opteranno per il servizio civile.

Al Governo spetta anche il compito di determinare la retribuzione ed il trattamento pensionistico relativo al periodo di prestazione del servizio civile o militare. In relazione, infine, alla copertura finanziaria della presente legge, è istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri un apposito Fondo nazionale per il servizio civile o militare obbligatorio.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

(Finalità)

1. Al fine di realizzare i valori di solidarietà e di collaborazione tra i cittadini è istituito il servizio militare o civile obbligatorio, quale modalità di contributo alla difesa dello Stato.

2. Per il raggiungimento delle finalità di cui al comma 1, il servizio militare o civile obbligatorio è prestato, su base regionale, in uno dei seguenti settori, a scelta:

a) difesa;

b) protezione civile.

Art. 2.

(Ambito di applicazione)

1. Tutti i cittadini italiani, di sesso maschile o femminile, di età compresa tra il diciottesimo e il ventottesimo anno di età, hanno l’obbligo di svolgere il servizio militare o civile, senza pregiudizio per l’acquisizione dei titoli di studio superiore ed universitario, alle condizioni e nelle forme indicate dalla presente legge e dai decreti legislativi di cui all’articolo 3.

2. La durata del servizio militare o civile obbligatorio è di otto mesi.

3. Il periodo svolto per il servizio militare o civile è considerato ai fini pensionistici secondo i parametri stabiliti dai decreti legislativi, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera e).

Art. 3.

(Delega al Governo)

1. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi finalizzati a disciplinare la riattivazione del servizio militare e civile obbligatorio in tempo di pace nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) consentire ai cittadini di esprimere la preferenza per uno dei settori di cui all’articolo 1, comma 2, della presente legge;

b) permettere ai cittadini di prestare il servizio militare o civile obbligatorio presso le regioni di residenza;

c) dividere le unità ed i reparti militari destinati ad impieghi operativi all’estero, riservati per quanto possibile ai volontari in ferma prolungata, da quelli adibiti al presidio del territorio, cui destinare i coscritti;

d) prevedere la consistente riduzione numerica del personale militare in ferma volontaria;

e) determinare la giusta retribuzione ed il trattamento pensionistico spettante a coloro che presteranno il servizio civile o militare obbligatorio, tenendo conto delle compatibilità macroeconomiche e delle norme vigenti prima della sospensione del servizio obbligatorio di leva;

f) indicare le cause ostative che motivano l’impossibilità di esercitare il servizio civile o militare obbligatorio o che ne motivano l’eventuale rinvio;

g) organizzare in tempo di pace la mobilitazione in caso di emergenza dei giovani ex coscritti cessati senza demerito dal servizio militare.

2. Gli schemi dei decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro della difesa, di concerto con i Ministri dell’interno e dell’economia e delle finanze, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano. Gli schemi dei decreti legislativi sono successivamente trasmessi alle Commissioni parlamentari competenti, che si esprimono entro il sessantesimo giorno dalla loro ricezione.

3. I criteri per la formazione dei cittadini che optano per la forma di servizio obbligatorio di cui all’articolo 1, comma 2, lettera b), sono definiti dalle regioni in cui viene svolta la relativa prestazione, nel rispetto di quanto previsto dai decreti legislativi di cui al comma 1 del presente articolo.

Art. 4.

(Disposizioni finanziarie)

1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è istituito il Fondo nazionale per il servizio militare e civile obbligatorio, con una dotazione da determinare con la legge di bilancio.

1362.- NEL SILENZIO PIU’ TOTALE DEI MEDIA ITALIANI LA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA METTE IL PRIMO CHIODO SULLA BARA DELL’EURO

 

In Italia è ferragosto e quindi tutti sono al mare, al sole, in vacanza, anche se magari se ne stanno a casa perchè non si possono permettere le ferie .

Purtroppo non è lo stesso in Germania, dove una pensante pronuncia della Corte Costituzionale del 14 agosto rischia di mettere la prima pietra per la Tomba della BCE e dell’Euro.

La Corte Costituzionale Tedesca ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione circa la legittimità della politica  monetaria espansiva tramite acquisto di titoli sul mercato secondario : infatti per Karlsruhe vi sono gravi indizi che il QE esercitato dalla Banca Centrale Europea come parte della propria politica monetaria non sia altro che un aiuto finanziario diretto agli stati, fatto specificamente vietato dallo statuto della BCE.

Praticamente gli acquisti fatti da Draghi, secondo la Corte tedesca, avrebbero arbitrariamente ridotto gli interessi, stimolato i prestiti e quindi sarebbero intervenuti sui budget dei singoli stati facilitandone il finanziamento.

Ecco il volume degli acquisti di titoli tedeschi, francesi ed italiani fatti con il programma del QE,

 

La Corte di Giustizia Europea di Strasburgo non potrà dismettere il ricorso tedesco con facilità. Inoltre la Corte Costituzionale, secondo Die Welt, potrebbe perfino imporre alla Bundesbank di ritirarsi dal programma di politica monetaria della BCE, provocando una frattura profonda nella Banca Centrale Europea ed oggettivamente mettendo fine alla politica monetaria comune, primo passo verso la fine dell’euro.

Nello stesso tempo appare impossibile poter governare una moneta senza fare politica monetaria con acquisti e vendite di titoli sul mercato secondario, strumento tradizionalmente usato dalla Banche Centrali. Proprio la politica monetaria rilassata del “Whatever it takes” voluta da Draghi ha salvato l’unione monetaria all’indomani della crisi greca e dell’esplosione dello spread italiano. Rinunciare a questa politica significherebbe sottoporre l’area a stress fortissimi e, in ultima analisi, accellerarne la rottura. Perciò, la Commissione europea difende la Bce, ritenendo che stia agendo sulle basi e nei limiti dei Trattati, con l’acquisto di bond di stato sul mercato secondario, nell’ambito delle proprie operazioni di politica monetaria» e «interverrà in questo senso nel procedimento». Così ha fatto subito sapere la portavoce della Commissione europea per gli Affari economici e finanziari Annika Breidthardt, dichiarando che il Qe sia ancora necessario.

Come dicevano gli antichi: gli Dei accecano chi vogliono distruggere.

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Per i giudici di Karlsruhe l’acquisto di titoli di Stato viola la proibizione, sancita dai Trattati Ue, di finanziare direttamente gli Stati, superando i limiti del mandato della Bce. Draghi è nel mirino.

I ricorsi
Alla Corte costituzionale di Karlsruhe erano stati presentati tre distinti ricorsi a maggio, settembre e ottobre 2015. Il secondo, in particolare, era stato promosso da Bernd Lucke, il professore universitario di economia che ha fondato Alternative für Deutschland, il partito euroscettico rimasto fuori dal Bundestag per un soffio (4,7%) alle elezioni del 2013. Il partito si era però spaccato e Lucke ne è uscito fondando Alfa, acronimo di Allianz für Fortschritt und Aufbruch (Alleanza per il progresso e la rinascita).

«Le cause sono dirette, appunto, contro il programma di acquisto di titoli della Bce e mettono nel mirino Parlamento e governo tedeschi per non essere riusciti a fermarlo» aveva dichiarato il portavoce di Karlsruhe, Michael Allmendinger.

Un altro ricorrente è l’ex parlamentare Peter Gauweiler, bavarese della Csu ed euroscettico, già tra i promotori del ricorso contro il programma di acquisti Omt (Outright Monetary Transactions) del 2012. All’epoca la Corte tedesca si rivolse a quella europea, che respinse il ricorso, ritenendo legittimo il programma. «Con la sua eufemistica politica di Quantitative easing, la Bce sta cercando di provocare fiammate inflazionistiche, stampando una quantità enorme di moneta» aveva detto Gauweiler. «Questo è un programma di politica economica che serve alle banche dalle quali la Bce compra prestiti problematici. Si sta trasformando nella bad bank d’Europa».

 

1361.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI… VIA LE ONG, TRITON RIPARTE.

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono state: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che hanno riversato orde immani di africani in Italia è stata la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena fu il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che denunciò il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros caricavano a bordo gli africani, sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggiasse i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante di giorno in giorno sempre più scarsi.

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Le parole di Leggeri – come scrisse il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio  – hanno rappresentato un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi che sono state impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono stati coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia e lo sarà ancora.

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

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Sappiamo tutti degli ostacoli frapposti alle indagini del procuratore Carmelo Zuccaro, dell’incursione immediata di Soros nell’ufficio di Gentiloni e dell’incremento assunto dalle operazioni delle ONG.

Per favore, nessuno dica che non sapessimo chi ha pagato l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operassero nella più totale illegalità.

 

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Ora, dopo la presa di posizione di Haftar, che ha capito come inserirsi nel gioco e ha chiesto all’Ue 20 miliardi in 20 anni, grazie all’impegno della guardia costiera libica e  grazie, anzitutto,  anche a al-Serraj, gli sbarchi di migranti in Italia si sono azzerati.  E’ vero anche che gli scontri tra fazioni nella zona di Sabrata, porto d’elezione per i trafficanti hanno complicato le operazioni dei trafficanti. Ma è bastato “mostrare le armi”, e Medécins sansa Frontieres, Save the Children, la spagnola “Poractiva Open Arms”, la tedesca Sea Eye hanno rinunciato ai loro salvataggi.

Effetto: un calo del 76 per cento degli arrivi rispetto allo stesso periodo di agosto 2016. E’ dunque evidente che le navi delle ONG “umanitarie” facevano da richiamo ed appello.

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D’accordo, i libici fanno questo dietro congrui pagamenti del “governo” Gentiloni-Alfani-Minniti. Pagati per fare quel che i  nostri non vogliono  fare apertamente; ma questo  è il livello della politica estera italiana – mazzette e tangenti.

Un grazie anche a “Generazione Identitaria”, che ha segnalato per prima le losche  collusioni della tedesca Iuventa con gli scafisti,  accendendo  un faro sulle operazioni delle ONG , che operavano continuamente protette dalla nebbia di lodi ed esaltazioni delle nostre Boldrini, dei nostri Saviano e dei media, col governo Soros-Gentiloni a far finta di niente, ed  il business parassitario dell’accoglienza a fare miliardi.  Ovviamente la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star, con i ragazzi di Defend Europe, è  stata e  viene subissata di insulti:  nazisti, razzisti, omofobi, negazionisti dell’oloqué… la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star e i ragazzi di Defend Europe hanno fatto molto, ma molto di più della pomposa Marina Militare.

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Ovvio:  la demonizzazione di  cittadini che, senza i fondi di Soros, si organizzano efficacemente, fino a noleggiare una nave, per contrastare i soprusi del potere  globale, è un riflesso tipico delle oligarchie. Ci si abitueranno.

Ora che le ONG hanno virato di bordo, la Marina italiana sostiene la guardia costiera libica e a Ceuta arriva la stessa quantità di migranti del 2016, la domanda è: Chi li sta spostando? Chi? Ma l’Ue è impegnata con Soros, il governo è impegnato con Soros. Sanno loro in cambio di che o di quanto e, mentre molti si compiacciono, via le ONG, tocca alle navi “da guerra”! L’illusione è durata un solo attimo. Riparte Triton l’operazione che ha moltiplicato gli sbarchi dei clandestini. La Ue e’ soddisfatta, Soros anche: la sostituzione prosegue.

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1360.-ADESSO SAPPIAMO CHI HA MANDATO A MORTE REGENI.

Maurizio Blondet, 16 agosto 2017
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Il giorno in cui finalmente il governicchio Gentiloni rimanda l’ambasciatore al Cairo, ecco che il New York Times, nientemeno,  esce con la  notizia presunta bomba,  che  i nostri media servizievoli titolano così:

 “Obama diede le prove a Renzi sul ruolo dell’Egitto nell’omicidio di Giulio Regeni”.

Prove “incontrovertibili”, secondo Repubblica. Poi, leggendo si scopre che i servizi Usa non diedero alcuna prova.  Dissero che “non c’era dubbio”, ma per evitare di identificare la fonte, gli americani non condivisero per intero le informazioni di intelligence, né dissero all’Italia quale agenzia di sicurezza ritenevano fosse dietro alla morte di Regeni, spiega ancora il giornale. “Non era chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, ucciderlo”, ha detto al giornalista del Nyt un altro ex funzionario Usa”.

E sarebbero queste le prove incontrovertibili? Nessun dato di fatto. Nessunissimo.

E’ così evidente che si tratta di una “operazione” americana di intox, disturbo alla ripresa delle nostre relazioni diplomatiche col Cairo, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di perderci tempo, se non fosse per il clamore  che ne fanno i nostri giornali. Se invece  di essere in malafede sono solo ignoranti, possiamo ricordare a questi incapaci due o tre cose:

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Barak Hussein Obama ha cercato – anzi è riuscito – a portare al potere in Egitto i Fratelli Musulmani, con la “primavera araba” di ordinanza, e dunque  aveva ben forti motivi di odio (personale e politico)  contro il generale Al Sisi, che gli ha sventato il piano. E quindi ben motivato a creargli difficoltà con un vicino molto amichevole, Italia,  che aveva scoperto per gli egiziani un importantissimo giacimento.

Obama stesso è fortemente sospettato di essere un fratello musulmano.  Quel che è certo è che  la sua segretaria di Stato , Hillary Clinton s’è tenuta come braccio destro, confidente intima e forse  amante, Huma Abedin,figlia di un importantissimo esponente dei Muslim Brothers, “Syed” Zainul Abedin.

Huma era sposata con  Anthony Weiner, il clintoniano di ferro, ebreo,  che fu scoperto a fare proposte oscene a  ragazzine sui social,  con sue foto in cui mostrava le proprie erezioni.  Aveva una scusante: Huma  è stata continuamente a fianco di Hillary seguendola in tutta la campagna elettorale come consigliera, appunto della campagna.

Il  meno che si possa dire è che i Muslim Brothers e i loro interessi erano ben rappresentati alla Casa Bianca di Obama. E dunque ben piazzati per vendicarsi di Al Sissi.

“La musulmana Huma è l’ombra di Hillary, immancabile al suo fianco come nelle e-mail più confidenziali, e sempre nel mirino dei nemici. Nessuno quanto lei è vicino a Hillary, che quando lavorava da casa, le scrisse via email: «Bussa alla porta della camera da letto se è chiusa» (Corriere della Sera)

Adesso sappiamo, grazie alla rivelazione presunta bomba del New York Times, che Giulio Regni, mandato dall’università di Cambridge a infiltrarsi tra  gli oppositori clandestini ad Al Sissi, era fin dal suo arrivo seguito, controllato e intercettato della NSA, la National Security Agency americana. Sappiamo  anche che il sindacalista  degli ambulanti degli ambulanti Abdallah, che di nascosto girò il video in cui lui chiedeva dei soldi a Regeni (al quale la sua “Università” aveva dato 10 mila sterline per pagare chi di dovere..Tipico, per un ricercatore) aveva  fatto quel colloquio-trappola per conto  della NSA stessa.

A che scopo? Per usare l’ingenuo  italiano? Per sacrificarlo onde buttare un morto tra i piedi del  presidente egiziano, e dell’Eni?

Ognuno si risponda da sé, sapendo di quanti doppi giochi, trame storte  e delitti si sia  macchiato Obama, l’idolo delle “sinistre”,   dalla Libia alla Siria,  a cominciare dalle esecuzioni di persone ordinate coi droni, sempre per favorire i Fratelli Musulmani.

Tutte le  ipotesi sono possibili, anche che Regeni sia stato fatto uccidere da loro, gli americani. Che ci hanno la mano in questo genere di crimini.

Nella pretesa rivelazione, “alcuni funzionari di Obama erano convinti che qualcuno “di alto grado” del governo egiziano potesse avere ordinato l’uccisione di Regeni “per mandare un messaggio ad altri stranieri e governi stranieri, cioè di smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”.

Già: magari era un messaggio per la NSA. O per quella “università di Cambridge”   che, in base a un progetto chiamato Antipode, aveva affidato all’italiano  10 mila sterline  – con cui pagare chi? Per cosa? Ah, pardon “per la promozione e lo sviluppo  di  ricerche in campo sociale”.  Normale che un ricercatore venga imbtttito di soldi da spendere.  Perché  nè Antipode né Cambridge hanno mai accettato di spiegare le cose ai magistrati italioti, e al governo italano?  Non serviva: bastavano le strida e i cartelli delle sinistre sui palazzi comunali, “Verità per Regeni”.

Tra le altre rivelazioni, la più  succosa e grave viene espressa così:

“Secondo un funzionario del ministero degli Esteri italiano, i diplomatici erano giunti alla conclusione che l’Eni si era unita alle forze del servizio di intelligence dell’Italia nel tentativo di trovare una rapida risoluzione del caso”, si legge. E “l’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo italiano. Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni”, scrive il New York Times Magazine. Che cita la dichiarazione di un funzionario italiano.  Scusate,  ma gli Esteri e l’intelligence italiana non dovrebbero lavorare per  lo stesso paese e lo stesso scopo? Gli americani ci fanno sapere che invece si nascondevano le notizie a vicenda, e ciò perché “l’Eni s’era unita” con la sua, di intelligence, per “trovare una rapida soluzione del caso”. Ciò che Obama, i Fratelli Musulmani, la NSA di  Obama, e “Antipode” non volevano. Complimenti.

Sul Comune di Milano. “La sinistra fa sempre il gioco del grande capiitale. A volte perfino senza saperlo”.

1359.- Beffa Usa, i missili del Kim volano con razzi ucraini

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Quando il dipartimento di Stato USA sostenne le forze nazionaliste ucraine nel colpo di Stato mortale contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, nel 2014, l’esito doveva essere una nazione alleata indiscussa degli USA e minaccia persistente, distrazione e avversaria non-NATO della confinante Russia. Al contrario, sembra che l’Ucraina, secondo il NYT, sia dietro il successo del programma missilistico della Corea democratica. In particolare, con un articolo sconvolgente, il NYT sostiene che la Corea democratica acquista potenti motori a razzo da una fabbrica ucraina, citando “un’analisi di esperti e valutazioni classificate delle agenzie d’intelligence statunitensi”. Lo studi risolverebbe il mistero di come la Corea democratica abbia iniziato ad avere successi all’improvviso dopo una serie di fallimenti, alcuni dei quali forse causati dal sabotaggio statunitense nelle catene di rifornimento e con cyberattacchi sui lanci. Dopo tali fallimenti, il Nord cambiò progetti e fornitori, negli ultimi due anni, secondo un nuovo studio di Michael Elleman, esperto missilistico presso l’Istituto internazionale degli studi strategici. Secondo l’articolo, gli analisti che hanno studiato le fotoe di Kim Jong-un che controlla i nuovi motori a razzo, si è concluso che derivano dai piani di quelli che facevano volare la flotta missilistica dell’Unione Sovietica. “I motori sono così potenti che un solo missile potrebbe scagliare dieci testate termonucleari in un altro continente”. Dato che i presunti motori sono collegati ad alcuni siti ex-sovietici, gli investigatori ed esperti del governo concentravano le indagini su una fabbrica di missili di Dneprpetrovsk, in Ucraina, vicino al territorio in cui la Russia combatte una guerra a bassa intensità per dividere l’Ucraina. Durante la guerra fredda, la fabbrica produsse i missili più mortali dell’arsenale sovietico, compreso il gigantesco SS-18. Rimase uno dei principali produttori di missili anche dopo che l’Ucraina ebbe l’indipendenza. Tuttavia, dopo il colpo di Stato contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, la fabbrica statale Juzhmash vive tempi difficili. I russi hanno annullato gli aggiornamenti della loro flotta. “La fabbrica è sottoutilizzata, inondata da fatture non pagate e da morale basso. Gli esperti ritengono che sia la fonte più probabile dei motori che a luglio hanno spinto 2 ICBM, i primi a suggerire che la Corea democratica ha la portata, se non necessariamente precisione o tecnologia della testata, per minacciare le città statunitensi”. In altre parole, l’ultimo “alleato” nell’Europa orientale degli USA è responsabile di ciò che rapidamente emerge quale minaccia nucleare su più di metà degli Stati Uniti continentali. “È probabile che questi motori provenissero dall’Ucraina, probabilmente illegalmente”, aveva detto Elleman al NYT in un’intervista. “La grande domanda è quanti sono e se gli ucraini li aiutano adesso. Sono molto preoccupato”. Concludendo aggiungeva la constatazione degli inquirenti delle Nazioni Unite che la Corea democratica provò sei anni prima a rubare i segreti missilistici del complesso ucraino. Due nordcoreani furono arrestati e un rapporto delle Nazioni Unite disse che le informazioni che cercavano riguardavano “sistemi missilistici avanzati, motori a propellente liquido, sistemi spaziali e di approvvigionamento di combustibili per missili”. Gli investigatori credono ora che, tra il caos post-rivoluzionario ucraino, Pyongyang ci abbia provato ancora. Considerando che l’Ucraina è un alleato degli USA, si chieda a John McCain, e forse una telefonata all’attuale presidente, l’oligarca Poroshenko, basterebbe?

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Certo, la fabbrica non ammetterà mai questa affermazione stupefacente: il mese scorso Juzhmash negò che il complesso lottasse per sopravvivere e vendesse la propria tecnologia all’estero, in particolare la Cina. Il suo sito web dice che l’azienda non ha e non parteciperà al “trasferimento di tecnologie potenzialmente pericolose fuori dall’Ucraina”. Peggiorando le cose agli “alleati” ucraini, gli investigatori statunitensi non credono alla smentita, anche se dicono che non vi è alcuna prova che il governo di Poroshenko, che ha recentemente visitato la Casa Bianca, sapesse o controllasse cosa succedeva nel complesso. L’ovvia implicazione è che, se vera, l’Ucraina lavora da anni con la Corea democratica, anche sotto l’amministrazione Obama, lo stesso presidente che diede via libero al colpo di Stato in Ucraina, suggerendo che l’attuale crisi sia esplicita conseguenza delle politiche estere di Obama. Ecco perché si leggono i seguenti passi divertenti sul NYT: “Come i motori di progettazione russa RD-250 siano arrivati nella Corea democratica è ancora un mistero”. Inoltre, Elleman dichiarava che i potenti motori finiti nella Corea democratica, malgrado le sanzioni delle Nazioni Unite, suggeriscono il fallimento totale delle informazioni di molte nazioni che controllano Pyongyang. Fallimento o forse complicità dell’intelligence statunitense in ciò che l’Ucraina farebbe di nascosto. Il NYT scrive che “non è chiaro chi sia responsabile della vendita dei missili e dei progetti, e i funzionari dell’intelligence hanno diverse teorie. Ma Elleman avanza un caso circostanziale, implicando il deterioramento del complesso e gli ingegneri disoccupati. “Li capisco”, affermava Elleman che visitò la fabbrica un decennio prima, mentre lavorava ai programmi federali per frenare la minaccia delle armi. “Non vogliono fare del male”.” Si può solo immaginare come Elleman li avrebbe “capiti” se la fabbrica fosse stata russa o cinese. Descrivendo la lunga storia del contrabbando di tecnologia missilistica nella Corea democratica, soprattutto dall’ex-URSS, il NYT scrive che alla fine il Nord si è rivolto a una fonte alternativa per i segreti del motore, l’impianto Juzhmash in Ucraina, nonché all’ufficio di progettazione Juzhnoe. I motori erano sostanzialmente più facili da copiare, perché non furono progettati per i sottomarini, ma per i complessi missilistici terrestri più grandi. Questo semplificò il lavoro. “Economicamente, l’impianto e l’ufficio di progettazione hanno affrontato nuovi problemi quando la Russia nel 2014 si annetté la Crimea. Le relazioni tra le due nazioni si sono irrigidite e Mosca ritirò i piani per permettere alla Juzhmash di creare nuove versioni del missile SS-18. Nel luglio 2014, una relazione del Carnegie Endowment avvertì che tale turbamento economico potrebbe far perdere agli esperti di missili ed atomici ucraini “il lavoro concedendo le loro competenze cruciali a regimi-canaglia e proliferatori”. Aveva ragione: i primi indizi che un motore ucraino era caduto nelle mani della Corea democratica si ebbe a settembre, quando Kim diresse un test a terra del nuovo motore a razzo che gli analisti definirono il più grande e più potente finora. Norbert Brügge, analista tedesco, riferì che le foto della vampa del motore rivelava forti somiglianze con l’RD-250 della Juzhmash. “L’allarme scattò dopo il secondo test a terra del nuovo motore, a marzo, e l’attivazione a maggio su un nuovo missile a media gittata, l’Hwasong-12, permettendo al Nord nuovi record di gittata. L’alta traiettoria, se ridotta, si traduce in circa 2800 miglia, abbastanza per arrivare sulla base militare statunitense di Guam. Il primo giugno, Elleman emise una nota apprensiva, sostenendo che il potente motore chiaramente era di “un produttore diverso degli altri motori visti finora”. Elleman dichiarava che la diversificazione del Nord con una nuova linea di motori missilistici era importante perché sconvolse le ipotesi occidentali sulla capacità missilistica della nazione: “Potremmo avere sorprese”. Questo è esattamente ciò che è successo. Il primo dei due test di luglio del nuovo missile, l’Hwasong-14, era sufficiente a minacciare l’Alaska, sorprendendo l’intelligence. Il secondo arrivò abbastanza lontano da raggiungere le coste occidentali, e forse Denver e Chicago”.
Se l’articolo del NYT è esatto, forse è giunto il momento di rivalutare la logica del sostegno statunitense all’Ucraina: due settimane prima WSJ riferiva che funzionari del Pentagono e del dipartimento di Stato elaboravano piani per colpire la Russia, soprattutto inviando all’Ucraina missili anticarro e altre armi, cercando l’approvazione della Casa Bianca in un momento in cui i legami tra Mosca e Washington sono pessimi quanto durante l’amministrazione Obama. Alla luce delle notizie che l’Ucraina sia responsabile della creazione della maggiore minaccia nucleare agli Stati Uniti, forse non sarebbe una cattiva idea “ritardare” o anche eliminare tale sostegno mortale all’Ucraina, anche se significa una sfuriata dai neo-con come John McCain. Infine, alla luce di quanto detto, forse è giunto il momento di riprendere l’articolo del marzo 2015: “Rivelati i legami profondi della Clinton Foundation con l’oligarchia ucraina”, basato su un articolo del WSJ, che mostrava che più di ogni altra nazione, i donatori ucraini erano i più generosi, in particolare la fondazione Victor Pinchuk: “Tra il 2009 e il 2013, anche quando Clinton era segretaria di Stato, la Clinton Foundation ricevette almeno 8,6 milioni di dollari dalla Fondazione Victor Pinchuk di Kiev, Ucraina, creata da Pinchuk e la cui fortuna nasce da una società di produzione di tubi. Fu per due termini parlamentare ucraino e propose legami più stretti tra Ucraina ed Europa Unione”. Secondo il WSJ: “Nel 2008, Pinchuk impegnò per cinque anni 29 milioni di dollari per l’Iniziativa Globale dei Clinton, un’ala della fondazione che coordina i progetti di beneficenza e finanziamenti, ma non gestisce il denaro. L’impegno era finanziare un programma per formare i futuri capi ucraini “per modernizzare l’Ucraina”, secondo la Clinton Foundation. Diversi alunni sono membri attuali del parlamento ucraino. La fondazione Pinchuk dichiarò che le sue donazioni avrebbero contribuito a rendere l’Ucraina “un Paese vincente, libero e moderno basato sui valori europei”, affermando che se Pinchuk faceva lobby presso il dipartimento di Stato per l’Ucraina”, ciò non può essere visto che come buona cosa”.

 

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La Beffa Usa

Dal New York Times: ‘Il successo dei test missilistici nordcoreani conduce ad una fabbrica ucraina’, e per gli Stati Uniti è beffa totale. Il missile balistico che sembra in grado di colpire gli Stati Uniti sarebbe spinto da potenti motori a razzo provenienti da una fabbrica ucraina di progettazione russa che un tempo li produceva per l’Unione sovietica, roba seria insomma.

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Le rivelazioni sul New York Times di William J. Broad e David E. Sanger e per gli Stati Uniti è beffa geopolitica. Il successo della Corea del Nord nella sperimentazione di un missile balistico intercontinentale che sembra in grado di raggiungere gli Stati Uniti è stato reso possibile da acquisti di potenti motori a razzo da una fabbrica ucraina con legami storici con il programma missilistico russo. Rosa seria, insomma. Tutto questo secondo un’analisi degli esperti e valutazioni classificate da parte delle agenzie di intelligence americane.

Ed ecco svelato il mistero su come la Corea del Nord abbia ottenuto tali improvvisi successi dopo la successione di fallimento precedenti. Un po’ lo ‘zampino’ americano, con cyberattacchi sui suoi lanci, svela il quotidiano di New York. Ma la Corea del Kim, scopre Michael Elleman, esperto missilistico dell’Istituto per gli studi strategici, ha cambiato progetti e fornitori negli ultimi due anni. Trump che accusava la Cina come la principale fonte di sostegno economico e tecnologico del Nord. Il segretario di stato Tilerson aggiungeva la Russia tra i possibili fornitori di tecnologie ai cattivissimi di Pyongyang.

Fuochino. Scienziati e spie Usa scoprono che i motori a razzo che spingono tanto lontano i missili del Kim derivano da disegni che un tempo hanno alimentato la poderosa flotta missilistica dell’Unione Sovietica. Motori così potenti che un singolo missile avrebbe potuto portarne ben 10 di ordigni termonucleari. Scenari da incubo con la scoperta dell’arsenale missilistico sotto casa ‘politica’ Usa. I ricercatori e gli esperti governativi hanno concentrato le loro indagini su una fabbrica di missili a Dnipro, in Ucraina, la ‘Yuzhmash’, ai margini del territorio controllato dai separatisti filo russi.

Durante la guerra fredda, ci spiegano i due reporter americani, la fabbrica ha fatto i missili più mortali nell’arsenale sovietico, compreso il gigante SS-18. E la fabbrica è rimasta uno dei principali produttori di missili anche dopo che l’Ucraina ha ottenuto l’indipendenza. Ma dal momento che il presidente pro-russo dell’Ucraina Viktor Yanukovych è stato rimosso dal potere con il golpe del 2014, la fabbrica di proprietà statale, la ‘Yuzhmash’, è caduta in crisi. I russi hanno annullato gli aggiornamenti della loro flotta nucleare. La fabbrica è inutilizzata, magazzini pieni di motori inutilizzati, fatture e stipendi non pagati e morale sottoterra, la descrivono.

Gli esperti ritengono che sia proprio la ‘Yuzhmash’ la fonte più probabile dei motori che nel mese di luglio hanno alimentato i due test di missili intercontinentali in grado di minacciare le città americane. «È probabile che questi motori provenissero dall’Ucraina», denuncia Elleman in un’intervista. Ma la domanda vera è un’altra: quanti altri motori hanno i coreani e se gli ucraini li stanno aiutando ancora adesso. Eppure dalle parti di Kiev gli Stati Uniti qualcosa dovrebbero contare, visto che quella ‘rivoluzione’ è stata rivendicata da molto esponenti politici Usa..

L’intelligence Usa non può nemmeno dire, ‘non sapevamo’. Verbali delle Nazioni Unite di sei anni fa denunciano che che la Corea del Nord ha provato a rubare i segreti missilistici del complesso ucraino. Due spie nordcoreane sono pure state stati catturate. Facile capire oggi che, nel caos dell’Ucraina post-rivoluzionaria, Pyongyang ha riprovato. Pagano in contanti. Disegni, hardware e competenze in offerta sul mercato nero. Il mese scorso, la Yuzhmash ha negato che il suo complesso industriale stava lottando per sopravvivere e vendeva le sue tecnologie all’estero, verso la Cina.

Imbarazzo in casa americana: Petro Poroshenko, presidente ucraino che ha recentemente visitato la Casa Bianca, aveva conoscenza di ciò che stava accadendo all’interno dell’impianto? Come i motori di progettazione russa, gli ‘RD-250’, sono arrivati in Corea del Nord è ancora un mistero. Questo malgrado embargo e sanzioni delle Nazioni Unite. Interessi economico strategici prevalenti sugli accordi internazionali e intelligence allo sbando. Leon Panetta, ex direttore Cia, ha dichiarato alla Cbs che la corsa nordcoreana per ottenere missili in grado di portare armi nucleari si è spinta più rapidamente di quanto la comunità di intelligence avesse previsto.

Eppure il degrado economico industriale ucraino e l’insistenza coreana erano ben noti. La Carnegie Endowment per la Pace Internazionale aveva avvertito che lo sconvolgimento economico per la rottura con Mosca poteva ‘esporre’ i missili ucraini e gli esperti atomici, il loro know-how cruciale, a ‘tentazioni o inganni’. Sospetti noti ma trascurati, sino a quando, lo scorso marzo, un nuovo missile a media portata, il Hwasong-12, è volato oltre la distanza dalla base militare americana di Guam. Poi il Hwasong-14, che è volato a distanza sufficiente a minacciare l’Alaska.

Nota di cronaca, la Yuzhmash ucraina fabbrica ora carrelli e trattori, in attesa di nuovi contratti per potentissimi motori a razzo di garanzia sovietica, per riconquistare una parte della sua gloria passata.

Ennio Remondino

1358.-Ora È UFFICIALE: Ilaria Alpi Fu Uccisa Dalla CIA. Il Vergognoso Silenzio Generale… La Repubblica.it

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La docufiction «Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio» (visibile sul sito di Rai Tre) getta luce, soprattutto grazie a prove scoperte dal giornalista Luigi Grimaldi, sull’omicidio della giornalista e del suo operatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Furono assassinati, in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani, perché avevano scoperto un traffico di armi gestito dalla Cia attraverso la flotta della società Schifco, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca.

In realtà, agli inizi degli anni Novanta, le navi della Shifco erano usate, insieme a navi della Lettonia, per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia.
Anche se nella docufiction non se ne parla, risulta che una nave della Shifco, la 21 Oktoobar II (poi sotto bandiera panamense col nome di Urgull), si trovava il 10 aprile 1991 nel porto di Livorno dove era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi statunitensi rientrate a Camp Darby dopo la guerra all’Iraq, e dove si consumò la tragedia della Moby Prince in cui morirono 140 persone.
Sul caso Alpi, dopo otto pro¬cessi (con la condanna di un somalo ritenuto inno-cente dagli stessi genitori di Ilaria) e quattro commissioni parlamentari, sta venendo alla luce la verità, ossia ciò che Ilaria aveva scoperto e appuntato sui taccuini, fatti sparire dai servizi segreti. Una verità di scottante, drammatica attualità.
L’operazione «Restore Hope», lanciata nel dicem¬bre 1992 in Somalia (paese di grande importanza geostrategica) dal presidente Bush, con l’assenso del neo-presidente Clinton, è stata la prima missione di «ingerenza umanitaria».
Con la stessa motivazione, ossia che occorre intervenire militarmente quando è in pericolo la sopravvivenza di un popolo, sono state lanciate le successive guerre Usa/Nato contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e altre operazioni come quelle in corso nello Yemen, in Siria e in Ucraina.
Preparate e accompagnate, sotto la veste «umanitaria», da attività segrete. Una inchiesta del New York Times (24 marzo 2013) ha confermato l’esistenza di una rete internazionale della Cia, che con aerei qatariani, giordani e sauditi fornisce ai «ribelli» in Siria, attraverso la Turchia, armi provenienti anche dalla Croazia, che restituisce così alla Cia il «favore» ricevuto negli anni Novanta.
Quando il 29 maggio scorso il quotidiano turco Cumhuriyet ha pubblicato un video che mostra il transito di tali armi attraverso la Turchia, il presidente Erdo-gan ha dichiarato che il direttore del giornale pagherà «un prezzo pesante».
Ventun anni fa Ilaria Alpi pagò con la vita il tentativo di dimostrare che la realtà della guerra non è solo quella che viene fatta apparire ai nostri occhi.
Da allora la guerra è divenuta sem¬pre più «coperta». Lo conferma un servizio del New York Times (7 giu¬gno) sulla «Team 6», unità supersegreta del Comando Usa per le operazioni speciali, incaricata delle «uccisioni silenziose». I suoi specialisti «hanno tramato azioni mortali da basi segrete sui calanchi della Somalia, in Afghanistan si sono impegnati in combattimenti così ravvicinati da ritornare imbevuti di sangue non loro», uccidendo anche con «primitivi tomahawk».
Usando «stazioni di spionaggio in tutto il mondo», camuffandosi da «impiegati civili di compagnie o funzionari di ambasciate», seguono coloro che «gli Stati Uniti vogliono uccidere o catturare».
Il «Team 6» è divenuta «una macchina globale di caccia all’uomo». I killer di Ilaria Alpi sono oggi ancora più potenti. Ma la verità è dura da uccidere.

Manlio Dinucci

1357.- ATTACCO ALLA GIUSTIZIA

Enrico Moja, il questore di Arezzo mandato in esilio: “Maria Elena Boschi è riuscita a rimuovere me…”

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Dopo gli attacchi di maggio al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il trasferimento, pardon, promozione di pochi giorni fa del PM Ambrogio Cartosio, dal Tribunale di Trapani alla Procura di Termini Imerese, è la volta di un altro funzionario, con gli occhi su personaggi del potere, che non può più chiamarsi governo.

Non si placano le polemiche su Maria Elena Boschi. Dopo le rivelazioni di Ferruccio De Bortoli su Banca Etruria secondo cui l’ex ministro avrebbe fatto pressioni su Unicredit. A parlare ora è il questore Enrico Moja.

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Sembra che sia riuscita a rimuovere “almeno” “il questore di Arezzo…”, si legge nel messaggio su Whatsapp arrivato a Enrico Moja, 63 anni, il diretto interessato… . “Ci ho fatto una risata. Qualcuno ha interpretato il mio trasferimento in un certo modo. Ma io non ho mai avuto prove per dimostrarlo veramente”, dice il dirigente di polizia al Giornale. “Ho trascorso ad Arezzo un lungo e onorato periodo (dal 1 giugno 2013 al 1 settembre 2016, ndr) – spiega Moja – Come tutte le città di provincia, anche quella aveva le sue stranezze. Non dimentichiamo che era la città di Licio Gelli…”. Infatti Moja, è stato bruscamente rimosso e trasferito a Milano.

Perché? Come riporta Libero, all’epoca si è scontrato con Laterina e con la sicurezza da garantire a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia: “Avevo la responsabilità del dispositivo di tutela di tutta la famiglia e con l’allora ministro Boschi tenevo rapporti di carattere istituzionale. Credo di aver fatto con onore il mio lavoro, se poi a qualcuno non ero gradito per qualche ragione…”.

Quando il potere esecutivo invade il potere legislativo e prevarica il potere giudiziario non c’è più democrazia e non c’è più la Nazione. Ancora pochissimo , ma già sento dire: “Era meglio la dittatura con il suo monarca e il suo dittatore!”

 

1356.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

22 Gennaio 2016

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

 

1355.- Abbattuta l’Orsa KJ2, rinegoziamo con la Provincia Autonoma di Trento i troppi, ingiustificati privilegi

Il gravissimo episodio di uccisione di un animale che la provincia dovrebbe proteggere e non sa gestire. E’ stato Angelo Metlicovec ad assalire a bastonate l’orsa madre vicino al lago di Terlago, non viceversa, ma anche se fosse stato?
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Kj2, gli animalisti contro Ugo Rossi “assassino”. Ma Erminio Boso, solito bischero della Lega Nord: “Con la carne facciamoci un banchetto in piazza Duomo”.

Enrico Rizzi lancia l’hashtag #TrentinoFuoriDallItalia e molte associazioni denunceranno il governatore per “animalicidio”. Contro la decisione di uccidere l’orsa si scaglia anche la politica. Brambilla: “Responsabilità da perseguire”. L’associazione animalista annuncia querela: “La Lav verificherà gli estremi per uccisione non necessitata di animali, punita dall’articolo 544 del Codice Penale, per la quale è già stata predisposta la denuncia da depositare presso la Procura della Repubblica di Trento“. Il suo presidente parla di “animalicidio”. Su Facebook, commenta l’accaduto anche Ornella Dorigatti di Oipa: “Questi tre incompetenti Ugo Rossi, Michele Dallapiccola, e Romano Masè (il governatore del Trentino, l’assessore competente e il dirigente del Servizio foreste, ndr) devono andare a lucidare le scarpe in piazza Dante”.

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Michele Dallapiccola, Assessore all’agricoltura, foreste, turismo e promozione, caccia e pesca.

Per l’Ente nazionale protezione animali quella assunta dalla Provincia di Trento è una decisione indecente e non necessaria presa per incapacità E anche l’Enpa annuncia il ricorso alle vie legali. Come Enrico Rizzi, l’animalista balzato alle cronache trentine per aver gioito della morte dell’allora presidente del Consiglio regionale Diego Moltrer, cacciatore.

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La faccia arguta della bestia, Ugo Rossi. E’ stato Angelo Metlicovec ad assalire a bastonate l’orsa madre vicino al lago di Terlago, non viceversa, ma anche se fosse? È  stata abbattuta dai forestali ma il ‘boia’, per molti e per gli animalisti, è lui, il governatore Ugo Rossi.
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Sembra un feldmaresciallo, ma è il dr. Romano Masè, comandante del Corpo forestale della Provincia Autonoma di Trento dagli anni di Lorenzo Dellai, e calato dall’attuale giunta provinciale, dal 1 gennaio 2014, a dirigente del Dipartimento territorio, agricoltura, ambiente e foreste!
 

La notizia, gravissima, è lo spunto anche per la dodicesima, sdegnata puntata di Frammenti.

La recidiva Provincia Autonoma di Trento ha abbattuto l’Orsa KJ2, senza neppure compiere un’indagine seria sull’anomalo fatto accaduto il 22 luglio 2017, di cui non è per niente chiaro chi abbia aggredito chi. Anzi, stando al Corriere della Sera del 1° agosto 2017 la storia starebbe in questi esatti termini: “Bestia feroce e pericolosa o solo un animale che ha agito per «legittima» difesa? «C’è un vero colpo di scena» sulla vicenda dell’uomo di 69 anni ferito da un orso nella zona di Predera, nei pressi del lago di Terlago nella Valle dei Laghi in Trentino: «Sarebbe stato il pensionato ad aggredire per primo l’animale e non viceversa». Lo assicura l’Enpa citando un’intervista rilasciata da Claudio Groff, responsabile settore grandi carnivori, servizio foreste e fauna della Provincia autonoma di Trento”. Pertanto, dopo il caso agghiacciante dell’Orsa Daniza, capitato nel 2014, che oltretutto aveva due cuccioli (come Kj2), questa Provincia italiana (che io ambientalista ed animalista sovvenziono con le mie tasse) mostra al mondo intero la propria più plateale incapacità di gestione del rapporto con appena una cinquantina di orsi. Condivisibili le espressioni adoperate dall’Ente nazionale protezione animali (Enpa): “è un vero e proprio delitto, un crimine contro gli animali, la natura, la biodiversità e in spregio ai milioni di cittadini italiani che hanno chiesto di lasciare in pace l’orsa, per chiarire le dinamiche dell’incidente in cui l’orsa sembra essere stata vittima di una aggressione e trovare soluzioni alternative alla troppo facile deriva dell’abbattimento”. L’ENPA ha anche lanciato una campagna di boicottaggio nei confronti dei prodotti del Trentino, della sua economia e del suo turismo. Di certo prima di soggiornare nuovamente in quella Provincia e di apportare un solo centesimo a quell’economia ci rifletterò molto sopra. Eppure i decisori politici di questo crimine quanta pubblicità si fanno con il progetto Orsi Life Ursus?! Ma non è accettabile che siano gli orsi a rispondere delle molteplici responsabilità dei politici trentini. Ricordo che la Provincia di Trento è un eden che gode da sempre delle più smaccate agevolazioni da parte dello Stato, di cui addirittura per Statuto non condivide il peso dell’enorme debito pubblico e da cui preleva il 90% delle entrate erariali. Con l’esiguo residuo lo Stato deve, però, approvvigionare Trento per il fabbisogno di magistratura e dei restanti servizi di esclusiva spettanza dello stato centrale. Nessuno ci ridarà l’orsa, ma riterrei scontato approfondire con modalità contingentate se sussistano responsabilità penali a carico della catena di comando dell’Ente, cercando di arrivare in tempi concentrati alle conseguenti condanne. In Abruzzo, qualche giorno fa, un orso marsicano (anche in quel Parco Nazionale ne sopravvive una cinquantina) è entrato in una casa, ma non l’hanno abbattuto… hanno chiamato i veterinari che l’hanno riportato nel bosco…, come mi ricorda una cara Collega. E poi, prendiamo spunto dall’episodio (di analfabetismo del comportamento animale) allucinante e criminale dell’uccisione della povera Orsa KJ2 per rinegoziare queste condizioni capestro per i cittadini italiani che hanno a cuore la tutela dell’ambiente e del meraviglioso plantigrado che lo popola. E che Trento dimostra, con condotta reiterata e perdurante, di non meritare.