Tutti gli articoli di gendiemme

2734.- Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

Quando Mussolini parlava del pericolo giallo:

La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

 

africa-rivoluzione-industriale-africana

One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato internosostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

da LINDRO, di Fulvio Beltrami.

Annunci

2733.- Putin dice qualcosa di estremo.

Due anni fa, o giù di lì, scrivevamo che i padroni degli Stati Uniti avevano due alternative per continuare a far crescere i loro profitti ed evitare la fine del loro impero: “Sottomettere l’Europa e continuare a crescere oppure una guerra nucleare per ricominciare a crescere da zero”. La pressione sulle frontiere della Russia e gli attacchi terroristici recenti e immotivati, con i missili, contro la Siria ci ricordano quei pensieri. Oggi, sempre più, ne sento dire da chi chiama US&Israel la nostra guida. Così Maurizio Blondet commenta le parole dette da Putin a una sessione del Club Valdai a Sochi:

Guerra-nucleare.png

Dopo l’olocausto nucleare, andremo in paradiso come martiri; gli attaccanti moriranno come peccatori.

Vladimir Putin

Putin: in caso di olocausto nucleare, noi moriremo da martiri e andremo in cielo; i nostri nemici sprofonderano all’inferno.

Frase piuttosto estrema per un capo di  stato…

“Se una nazione decide di attaccare la Russia con armi nucleari, può porre fine alla vita sulla Terra; ma a differenza degli aggressori, i russi sono sicuri di andare in paradiso, ha detto il presidente Vladimir Putin.

“Qualsiasi aggressore dovrebbe sapere che la retribuzione sarà inevitabile e sarà distrutto. E poiché saremo le vittime della sua aggressione, andremo in paradiso come martiri. Cadranno semplicemente morti, non avranno nemmeno il tempo di pentirsi “, ha detto Putin durante una sessione del Club Valdai a Sochi.

Ha aggiunto che le forze nucleari della Russia non sono progettato per un attacco preventivo (“primo colpo”) ma  come capacità di secondo attacco volta a scoraggiare un attacco da parte di una nazione straniera.

La dottrina nucleare russa consente l’uso di quest’arma in un conflitto convenzionale, ma solo se è in gioco l’esistenza della Russia. Questo presumibilmente dà ai militari russi una scappatoia per usare armi nucleari tattiche nel caso di un’invasione su larga scala. Le restrizioni autoimposte sono meno dure di un impegno completo di “non primo uso”, che è stato abbandonato da Mosca nel 1993.

L’ultima revisione sulla dottrina atopmica  degli Stati Uniti  dice che Washington potrebbe usare le armi nucleari in risposta a un attacco non nucleare contro se stesso o i suoi alleati. Rimangono nel vago sulle circostanze esatte che possono scatenare un’azione del genere. Ciò ha fatto sorgere la speculazione che anche un attacco informatico può consentire una risposta nucleare. Nel frattempo, un appello per la creazione di missili lanciati da sottomarini a piccola produzione e missili da crociera con missili nucleari capaci di lanciare sul mare hanno solo aggiunto alle preoccupazioni che gli Stati Uniti stiano accumulando per qualche tipo di conflitto su vasta scala

2732.- Taglio pensioni d’oro a rischio incostituzionalità

La norma è retroattiva e non rispetta i criteri di ragionevolezza e proporzionalità richiamati dalla Corte Costituzionale: dubbi dei giuslavoristi sul taglio pensioni d’oro in Legge di Bilancio 2019. I nostri dubbi, come già detto, sono che, al contrario dei tagli ai vitalizi auto concessisi da Camera e Senato, questo sia un conato comunista di Di Maio, senza vera ragione. Infatti, dai 70.000 alti dirigenti dello Stato, si otterranno al massimo 150 milioni e non il miliardo millantato da Di Maio. Quindi, i restanti 850 milioni li pagheranno le pensioni d’argento.

Il taglio delle cosiddette pensioni d’oro, previsto dalla Legge di Bilancio 2019, potrebbe non decollare mai, essendo già in odore di incostituzionalità: il rischio è che la misura sia in contrasto con i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità.Tiziano Treu, presidente del Cnel (consiglio nazionale economia e lavoro), nonché ex ministro del Lavoro, non è l’unico ad averne segnalato i possibili profili di incostituzionalità nel corso delle audizioni che si sono svolte in commissione alla Camera la settimana scorsa. Diversi esperti hanno sottolineato la stessa perplessità sulla norma che il Governo ha inserito in manovra, e che prevede di ridurre le pensioni superiori a 4.500 euro netti al mese.

Una soluzione meno a rischio sarebbe quella del prelievo di solidarietà, ossia una misura non strutturale ma temporanea.

Il meccanismo alla base della norma sul taglio pensioni d’oro è complesso e sostanzialmente prevede una sorta di ricalcolo contributivo. Viene infatti rimodulata la parte di assegno che non corrisponde ai versamenti effettuati (ad esempio, perché calcolata con il retributivo).

Il problema è innanzitutto che si tratta di un intervento retroattivo, che riguarda assegni previdenziali in essere. E questo, segnala Treu, pone il problema della:

legittimità di operazioni che incidono sui diritti patrimoniali di una platea ristretta di soggetti, i quali sarebbero destinatari di un intervento che contrasta con il principio costituzionale di uguaglianza e con il principio costituzionale che pone a fondamento del prelievo tributario la capacità contributiva.

Negli ultimi anni, segnala il giuslavorista, la Corte Costituzionale:

si è espressa affermando che interventi peggiorativi sulle pensioni sono tendenzialmente ammissibili soltanto se ritenuti non irrazionali né arbitrari, non eccessivamente lesivi dell’affidamento del cittadino, ma improntati ai criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Gli interventi previsti dalla norma in esame «non sono inquadrabili come contributi previdenziali in senso tecnico, ma si configurerebbero come prestazioni patrimoniali imposte».

E’ invece meno rischiosa «l’introduzione di uno strumento di solidarietàdi scopo», magari «limitato a tre anni e improntato ai criteri di proporzionalità, ragionevolezza e progressività». In questo modo «è più facile superare la valutazione di costituzionalità e ribadire le ragioni di solidarietà previdenziale, mirante ad accrescere il tasso di occupazione e il rapporto attivi-pensionati».

Barbara Weisz, 

2731.- REDDITO DI CITTADINANZA AI RESIDENTI DA 5 ANNI

Primi (si fa per dire) dettagli sul reddito di cittadinanza da 780 euro inserito nella Legge di Bilancio 2019: sussidio anche agli stranieri di lunga residenza, parametrato sul nucleo familiare.

Il reddito di cittadinanza non riguarda solo i cittadini italiani: ne avranno diritto dal 2019 tutti coloro che sono residenti in Italia da almeno cinque anni. E’ uno dei dettagli che emergono sulla misura introdotta dall’esecutivo nella Legge di Bilancio 2019, della quale fino a questo momento non si conosce il testo.  «Nei prossimi giorni conoscerete tutti i numeri», ha dichiarato il vicepremier Luigi Di Maio. Ma alcuni particolari sono comunque dettagliati nel documento di programmazione inviato alla Commissione UE.

Ebbene, nel documento viene specificato che il reddito di cittadinanza, pari a 780 euro al mese, spetta a tutti i:

maggiorenni residenti in Italia da almeno cinque anni, disoccupati o inoccupati, inclusi i pensionati.

Il reddito di cittadinanza supera il ReI, l’attuale reddito di inclusione (che, evidentemente verrà sostituito dal nuovo sussidio). E’ una misura che ha l’obiettivo di «sostenere chi si trova al di sotto della soglia di povertà e, allo stesso tempo, favorirne il reinserimento nel mercato del lavoro attraverso un percorso formativo vincolante».

Viene dunque confermato che il sussidio economico sarà accompagnato da un progetto di reinserimento sociale. Non a caso, il reddito di cittadinanza non partirà da gennaio 2019 ma con ogni probabilità da marzo-aprile (il Governo si è limitato ad annunciare l’operatività della misura a partire dal primo trimestre dell’anno), e sarà preceduto dal potenziamento dei centri per l’impiego.

E confermato che spetterà a tutti coloro che sono sotto i 780 al mese, fino a integrazione di questa somma. Sarà poi parametrato al numero dei componenti familiari: qui si attendono dettagli sul meccanismo previsto.

Ci sarà anche la pensione di cittadinanza, sempre pari a 780 euro al mese. In questo caso, il Governo specifica che ne avranno diritto tutti coloro che percepiscono la pensione minima, che quindi sarà alzata fino a 780 euro. Viene però introdotto un meccanismo che abbassa il trattamento ai proprietari dell’abitazione in cui abitano.

Segnaliamo infine, in considerazione del dibattito che si sta sviluppando nelle ultime ore, che il vicepremier Di Maio ha dichiarato che la misura sarà uniforme su tutto il territorio nazionale. Quindi, la norma non prevede differenziazioni (l’assegno sarà di 780 euro in tutta Italia). Sembra che non sia da escludere, però, la possibilità di una differenziazione delle regole relative alle proposte di lavoro (previste dal piano di inclusione che accompagna la misura).

«Stiamo pensando, ad esempio – ha spiegato il premier Giuseppe Conte -, a come modulare le offerte di lavoro sulla base della distribuzione geografica».

Barbara Weisz,

2730.- CONDONO FISCALE, 8 STRADE PER SANARE: DALLE MULTE AI REDDITI NON DICHIARATI.

Mi basta questa: Sanatoria delle liti a favore del Fisco, sconto del 50% per chi ha vinto in secondo grado, del 33% per chi ha vinto in 2° grado. Ma se hanno vinto!!! Ci prendono per i fondelli!

Otto strade per chiudere i conti. Il decreto varato nella serata di lunedì 15 ottobre dal Governo prevede una pace fiscale a tutto tondo (qui il comunicato del Consiglio dei ministri). Si va dalla possibilità di sanare i redditi non dichiarati degli ultimi anni e non ancora accertati dal Fisco.

(GUARDA IL VIDEO / Condoni d’Italia: in 45 anni incassi per 71,3 miliardi (131,8 rivalutati)

Si passa poi alle contestazioni della Guardia di Finanza e dell’agenzia delle Entrate (i cosiddetti processi verbali di constatazione o pvc) e subito agli avvisi di accertamento. Per arrivare poi alle cartelle (con rottamazione-ter, stralcio micro-ruoli fino a mille euro, definizione agevolata tributi doganali, dazi e Iva all’importazione) e alle liti fiscali già in corso. A queste sette “sorelle” se ne aggiunge un’altra settoriale: la sanatoria sull’imposta di consumo per le sigarette elettroniche.

La dichiarazione integrativa.

L’ACCORDO TRA LEGA-M5S 15 ottobre 2018 Condono fiscale con aliquota al 20%: come funziona la sanatoria L’accordo nella maggioranza ha portato alla dichiarazione integrativa anche se con una serie di paletti. In primo luogo, non si potrà dichiarare più di un terzo dell’imponibile rispetto all’anno precedente entro un tetto massimo di 100mila euro all’anno per gli ultimi periodi d’imposta fino a quello dichiarato entro il 31 ottobre 2017. Inoltre, non si potrà aderire se la dichiarazione è stata completamente omessa. Agli importi fatti emergere si applicherà un’imposta unica (una flat tax) del 20 per cento. La finestra per aderire sarà concentrata tra aprile e maggio 2019. A fronte di questo, però, sarà previsto un inasprimento a regime sul fronte delle sanzioni amministrative: un quinto in più per la dichiarazione infedele.

Condono fiscale.

Si pagherà il 20% per ogni anno I processi verbali di constatazione Per chi, invece, è stato già raggiunto da un rilievo, viene prevista la possibilità di definire il contenuto integrale dei processi verbali di constatazione (pvc) della Gdf o dall’agenzia delle Entrate consegnati entro la data di entrata in vigore del decreto fiscale e relativi a imposte sui redditi e relative addizionali, Iva, Irap, imposte sostitutive, contributi previdenziali e ritenute, Ivie e Ivaf. Si potrà aderire presentando entro il 31 maggio 2019 dichiarazioni integrative che riportino, per tutti i periodi di imposta per i quali non sono scaduti i termini di accertamento (tenendo conto peraltro anche dell’eventuale raddoppio dei termini), i maggiori imponibili contestati. I pagamenti delle imposte dovute risultanti dalle dichiarazioni integrative dovranno essere effettuati attraverso versamenti in un’unica soluzione entro il 31 maggio del 2019 o in 20 rate trimestrali senza compensazione con i crediti vantati.

La manovra in 7 punti.

Gli avvisi di accertamento Gli atti impositivi (avvisi di accertamento, avvisi di rettifica e liquidazione e atti di recupero) notificati entro l’entrata in vigore del decreto e non impugnati e ancora impugnabili, potranno essere definiti con il pagamento delle imposte accertate, con stralcio integrale di sanzioni e interessi entro trenta giorni. I pagamenti delle imposte dovranno essere effettuati con versamenti in un’unica soluzione o in 8 rate trimestrali (20 rate per importi superiori a 50 mila euro) senza possibilità di avvalersi della compensazione. In caso di errori sarà comunque possibile il ravvedimento.

Le cartelle: rottamazione-ter, stralcio mini-ruoli e sanatoria doganale CANCELLAZIONE ENTRO FINE ANNO 12 ottobre 2018 Sanatoria fiscale, multe e bolli auto: addio alle cartelle fino a mille euro Nuova chance di rottamare le cartelle esattoriale. Lo sconto resta lo stesso: chi aderisce non pagherà sanzioni e interessi. Tra le principali differenze con le due rottamazioni della scorsa legislatura la possibilità di dilazionare il pagamento in 5 anni con due versamenti l’anno semestrali entro il 31 luglio e il 30 novembre. A questo si aggiunge un tasso di interesse più che dimezzato e che passa dal 4,5% applicato nelle prime due edizioni al 2% annuo. La nuova definizione agevolata si estende anche a quanti hanno aderito alla rottamazione bis. I contribuenti interessati dovranno essere in regola con i pagamenti delle prime tre rate: per farlo sarà sufficiente saldare il conto delle tre rate o della sola rata di novembre 2018 entro il prossimo 7 dicembre.

(Guarda il video: Sanatoria anche per multe e bolli auto, cancellati i debiti fino a mille euro)

Arriva poi lo stralcio delle micro-cartelle, comprese quelle con multe e bolli auto. In questo caso i 10 milioni di contribuenti interessati non dovranno presentare nessuna domanda. Ci sarà entro la fine del 2018 una cancellazione automatica per tutte le cartelle fino a mille euro di valore (capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni) in realzione a carichi affidati alla riscossione dal 2000 al 2018. Altra novità di rilevo è la rottamazione delle cartelle doganali, finora rimaste escluse. Si potranno chiudere i conti senza sanzioni e una parte di interessi per tributi doganali, dazi e Iva all’importazione.

Sanatoria delle liti:  

maxisconto per chi ha vintoCARTELLE ESATTORIALI 15 ottobre 2018 Rottamazione ter: stop a sanzioni e interessi, pagamenti in 5 anni La nuova edizione della sanatoria delle liti pendenti sarà più conveniente per chi ha vinto. Pagherà il 50% del valore della lite chi ha “battuto” l’agenzia delle Entrate in primo grado e appena il 20% chi ha vinto in appello. Anche in questo caso, rispetto al (recente) passato ci sarà più tempo per versare: fino a cinque anni con un massimo di 20 rate trimestrali. La definizione agevolata sulle sigarette elettroniche Una sanatoria straordinaria per tutti i concessionari e i venditori di sigarette elettroniche e prodotti succedanei del tabacco. Versando solo il 5% delle pretese avanzate dall’agenzia delle Dogane e dei Monopoli (quindi con uno sconto del 95%) si potranno chiudere i controlli e le controversie non ancora passate in giudicato. Bisognerà presentare una domanda entro il 30 aprile 2019 su un modello messo a disposizione da agenzia Dogane-Monopoli e si potrà saldare il conto in un’unica soluzione o in 120 rate mensili dopo aver presentato una garanzia.

di M. Mobili e G. Parente, 16 ottobre 2018

2029.- Ingiusta, inutile, improduttiva: la legge di bilancio di Salvini e Di Maio è la biografia dell’Italia peggiore

Il popolo italiano non è stupido. è soltanto diviso. Perciò, è facilmente male informato; ma, soprattutto, è recidivo giacché persevera nel farsi incoronare persone senza esperienza di governo. Risultato? Viviamo male e sempre peggio.

 

unnamed-1

Condoni fiscali, sussidi a chi non si vuole spostare da casa, e una montagna di soldi (a debito) sulle pensioni. Fare meglio era possibile, e la Spagna è lì a dimostrarlo. Fare peggio no. E adesso ne pagheremo le conseguenze

Condoni fiscali a chi ha evaso le tasse. Sussidi a chi non ha voglia di lavorare, né tantomeno di spostarsi da casa per cercare un lavoro. Carezze ai comuni coi bilanci in rosso. Tagli lineari alla spesa pubblica. Non un euro in scuola, cultura, tutela dell’ambiente, economia circolare, innovazione sociale. E fiumi di denaro per una controriforma delle pensioni – ancorché parzialissima – pagata coi soldi delle generazioni che verranno. Il tutto, con soldi presi a debito, ben oltre la soglia che ci potremmo permettere, col serio rischio di vedere il rapporto debito/Pil aumentare nel 2019, dopo che negli ultimi due anni aveva iniziato una lentissima discesa.

Seriamente, trovateci voi del buono nella manovra del cambiamento, se siete capaci. Trovateci voi una sola misura che non sia una lisciata di pelo all’Italia dei furbi e dei fannulloni. Trovate una sola misura che concorra a produrre sviluppo economico, a dare una visione del futuro possibile di questo Paese che non sia un tirare a campare fino alle prossime elezioni europee. Trovate voi, nell’agenda politica di Salvini e Di Maio qualcosa che non sia, ripulita dal marketing politico, la coazione a ripetere delle politiche di spesa del pentapartito, dai regali agli evasori di Berlusconi, dal moralismo cattocomunista, dal giustizialismo giacobino dei figli di Mani Pulite, dalle spending review emergenziali dei governi tecnici.

Nemmeno sappiamo da dove partire. Vogliamo parlarne, della norma che salda e stralcia i debiti col fisco non solo di chi ha presentato una corretta dichiarazione dei redditi dimenticandosi di pagare le tasse, ma anche degli evasori parziali che hanno dichiarato meno di 100.000 euro, cui si aggiunge una bella sanatoria a dieci milioni di furbetti delle multe e delle cartelle esattoriali sotto i mille euro? Se siete tra quelli che pagano tutto, per onestà o per paura, tirate un bel respiro: hanno vinto quelli più furbi di voi, ancora. Questa volta, però, nel nome del cambiamento.

E viva il cambiamento anche per il reddito di cittadinanza – all’anagrafe reddito minimo garantito condizionato – 780 euro di sussidio mensile a chi cerca attivamente lavoro, frequenta corsi di formazione, svolge servizi di pubblica utilità per la sua comunità per almeno 8 ore alla settimana. Tutto bello, se non fosse che tutto si fonda sul corretto funzionamento dei moribondi centri per l’impiego italiani, sulla riqualificazione dei quali dovevano essere spesi 3 miliardi, poi diventati 2, poi uno solo, a dimostrazione di quanto ci si crede. Ciliegina sulla torta, la scelta di non penalizzare chi non accetterà come prima offerta un’occupazione al di fuori della propria città o regione. Carezze agli sdraiati e guai a premiare chi alza il culo, come al solito.

Trovate voi, nell’agenda politica di Salvini e Di Maio qualcosa che non sia, ripulita dal marketing politico, la coazione a ripetere delle politiche di spesa del pentapartito, dai regali agli evasori di Berlusconi, dal moralismo cattocomunista, dal giustizialismo giacobino dei figli di Mani Pulite, dalle spending review emergenziali dei governi tecnici.

Viva pure l’ipocrisia, già che ci siamo. Che in altro modo non si può chiamare un provvedimento come Quota 100, spacciato come politica di sostegno all’occupazione giovanile – per ogni pensionato che esce c’è un giovane che entra nel mercato del lavoro – quando invece è l’ennesimo regalo ai baby boomer (i nati tra il 1945 e il 1967) che dopo essersi presi tutto quel che potevano prendersi dalle casse dello Stato, ora possono pure andare in pensione prima, lasciando in regalo a chi verrà dopo di loro un debito pensionistico lievitato di 100 miliardi. Una polpetta da 7 miliardi quest’anni, a regime saranno 13 circa, le cui coperture e la cui sostenibilità futura sono ancora una specie di chimera: consulta permettendo, uno di quei sette miliardi dovrebbe venire fantomatico taglio delle pensioni d’oro, anche se il presidente Inps Tito Boeri parla di 150 milioni massimo. Il resto? Mistero. Nel frattempo, registriamo lo sblocco dei bilanci dei Comuni in perdita e la revisione della soglia per gli appalti senza gara, che quintuplica da 40 a 200mila euro, un mix da brividi, dopo anni di vacche magre, che temiamo scatenerà l’appetito di sindaci con le mani bucate e imprenditori amici.

Qualcosa di buono c’è, in realtà. C’è che rimangono gli incentivi a industria 4.0. C’è il supersconto fiscale per i giovani che vogliono creare una start up. C’è la defiscalizzazione degli utili reinvestiti nelle imprese per le spese di ricerca e sviluppo. Ci sono 100 adempimenti in meno per le imprese. E ci sono investimenti pubblici pari a 3,5 miliardi, lo 0,2% del Pil. Ma tutte assieme non fanno il costo di Quota 100, segnale più che inequivocabile di quali siano le priorità dell’esecutivo. Ed è questa scarsissima lungimiranza, quel che i mercati non riescono proprio a digerire.

Se volete la prova regina, prendete la legge di bilancio licenziata pochi giorni fa dal governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez, in maggioranza con Podemos. Una manovra in deficit, che devia dai parametri di Maastricht, come la nostra. Una manovra, però, in cui c’è il congelamento degli affitti nei quartieri popolari, l’aumento di un quinto del salario minimo, il raddoppio degli assegni familiari, la promessa di asili nido e materne per tutti, l’aumento dei finanziamenti per istruzione e ricerca. Il tutto alla modica cifra di 11 miliardi, contro i 37 che spenderemo noi. Caso strano: la manovra spagnola è stata premiata dai mercati, la nostra no. Se avete ancora mezzo minuto di tempo, chiedetevi perché.

2028.- Leonardo-Finmeccanica, che cosa succederà davvero con Fincantieri

L’analisi del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa su Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri tra Italia e Francia

Fincantieri.jpg

La notizia dell’accordo tra Fincantieri e Leonardo, al di là del breve comunicato congiunto dei due colossi nazionali, sta ancora rimbalzando tra le pagine web e la carta stampata. Non ci dilunghiamo sui contenuti, ormai noti. Si tratta di un rafforzamento – tale da configurarsi quale nuovo impegno – dell’accordo (faticoso) per la realizzazione delle fregate Fremm nell’ambito della joint venture Orizzonte Sistemi Navali (OSN). Fincantieri continuerà a svolgere il ruolo di prime contractor per l’intero complesso-nave, mentre Leonardo si rafforzerà come preferred partner nella gestione dei sistemi di combattimento ed i relativi apparati.

Pace fatta, quindi, dopo lo screzio per la mossa tardiva di Leonardo su Vitrociset? Pare proprio di si. Tutti sembrerebbero contenti: il presidente Conte aveva appena auspicato una maggiore sinergia tra le aziende controllate dallo Stato e, subito dopo la sigla, anche le organizzazioni sindacali della cantieristica hanno espresso piena soddisfazione. Teoricamente, quando governo, aziende e sindacati vanno d’accordo tutto dovrebbe filar liscio. Dovrebbe. Lo vedremo nei prossimi contratti, che auguriamo numerosi e proficui, visto il risultato delle gare più recenti non è stato del tutto rose e fiori.

In effetti, sia Fincantieri che Leonardo stanno ancora leccandosi le ferite per due recenti batoste. Occorre porre presto rimedio con altrettanti successi e uniti nuove vie del business potrebbero dimostrarsi percorribili. Per Fincantieri, nello scorso giugno è sfumata la gara – la cui vittoria sembrava certa anche per uno scambio nel settore dei servizi per le navi da crociera – per la fornitura alla Marina Australiana di nove fregate antisommergibile. A vincere è stato il gruppo inglese Bae Systems, specializzato nella costruzione di aerei, piuttosto che di navi da guerra. Il Commonwealth c’è, e ha battuto un colpo.

Resta in piedi la speranza di rifarsi negli Stati Uniti, dove nel 2020 si chiuderà la gara per l’assegnazione di 20 fregate multiruolo. E, visto che siamo negli Usa, parliamo subito di Leonardo, che ha appena perso una gara per la fornitura di 351 velivoli da addestramento (l’ottimo M-346), alla quale si era presentata assieme alla controllata locale Drs. Ha vinto il gigante americano Boeing, che ha presentato un velivolo ancora prototipo della svedese Saab. In effetti Boeing – qui da noi (specie in Aeronautica) lo avevano previsto – sarebbe stato l’alleato forte per Leonardo, che invece ha tergiversato ed è stata costretta a presentasi nuda. Ora dovrà consolarsi con la fornitura all’Usaf di alcuni elicotteri Aw-139, contratto non paragonabile rispetto a quello appena sfumato.

Le alleanze contano e devono essere quelle giuste, perché si è ormai dimostrato che valgono più del prodotto e, come nel caso Bae System, dell’esperienza industriale di settore. A questo proposito, si ricorderà che l’Italia, nel settembre dell’anno scorso, dopo lo strappo di Macron aveva raggiunto un accordo di massima sul dossier Stx-Fincantieri, cui sarebbe andato il 50% come controllo diretto, più una quota dell’!% in “prestito” dal governo francese. Spada di Damocle, perché se la Francia revoca il prestito l’Italia perde la maggioranza. Non ci sono dubbi, e lo dimostra il comportamento a dir poco spregiudicato che i cugini tengono nei nostri confronti in politica estera, che al primo screzio la Francia utilizzerà questa facoltà, gelosamente custodita.

Di avvisi velati ne abbiamo già avuti, e più d’uno, sebbene subito ufficialmente smentiti. C’è da fidarsi? Sull’affaire Leonardo-Fincantieri, che sembrerebbe una questione puramente nazionale, la Francia resta il convitato di pietra. Se, come abbiamo detto, l’accordo tra i nostri due campioni nazionali piace a tutti, può darsi benissimo – anzi, possiamo darlo per scontato – che ai francesi di Naval Group (navi militari) il potenziamento del ruolo di Leonardo all’interno di OSN piaccia assai poco, o non piaccia affatto. Dentro Naval Group (per un terzo del capitale) infatti c’è Thales, che in altre imprese è anche partner di Leonardo, ma che sui sistemi di bordo è in forte concorrenza.

Può diventare un casus belli? Ufficialmente lo si nega, ma l’accordo è lento, procede faticosamente e l’1% in prestito ci mette assai poco a saltare. A prescindere dal fatto che i nostri due campioni si fondano in Cassa depositi e prestiti, evento per alcuni aspetti auspicabile, o permanga l’attuale stato di separazione, mitigata dal rinnovato accordo Orizzonte.

Gen_SA_Arpino_PP-777x437.jpg

2027.- L’obiettivo di Lega e Cinque Stelle? Fare finta di governare e prendersi tutto alle Europee

POI, VENNE MAGGIO E TUTTO FU CHIARO

Di Maio sfrutta la manovra per tentare di pareggiare i conti con i successi di Salvini e ha imposto i redditi di cittadinanza; ma non c’è reddito senza lavoro e bisogna investire prima e tanto sul lavoro, sulla piena occupazione. Una manovra da 37 miliardi che si disperde in rivoli di comodo non riuscirà a rilanciare l’economia, anzitutto le imprese e ci accolla 22 miliardi di “cambiali”, impone 8 miliardi di nuove entrate che altro non sono se non nuove tasse e 7 miliardi di tagli con la bandiera rossa della lotta ai ricchi, accusati di percepire pensioni d’oro rubate. Chi li accusa, sì, sta rubando da uno scranno che, per incultura, non è in grado di occupare, ma piace alle gentarelle grilline dell’astio e dell’odio sociale fare giustizia di ciò che è stato guadagnato in una vita di impegno e di lavoro. Infatti, un conto è far scendere dalle stelle i favoriti e gli esponenti del regime che incassano pensioni da decine di migliaia di euro e un altro conto è “sforbiciare” ciò che non è stato rubato, ma è stato guadagnato raggiungendo i livelli apicali, come un capo dipartimento di un ministero o un generale di Corpo d’Armata, per fare due esempi. E, poi, Di Maio dice che dai tagli alle pensioni d’oro risparmieremo un miliardo. Falso! Sono 70.000 gli alti pensionati che si vanno a colpire e non si ottengono più di 150 milioni di euro. Gli altri 850, vi ho già anticipato che verranno dalle pensioni d’argento e, poi, da quelle di bronzo. Aspettate e vedrete.

Comunque, il pareggio di bilancio si deve superare se questo serve a investire in una crescita maggiore dell’indebitamento che si sottoscrive; ma non è questo il nostro caso, purtroppo. Siamo andati allo scontro con l’Europa per portare a casa un’impennata dello spread che ha causato, direttamente o indirettamente, 36 miliardi di perdite alle banche, danneggiato il corso dei Titoli di Stato italiani, che, improvvisamente sono diventati interessanti e sono rastrellati da J.P. Morgan. Tradotto, lo lo leggo così: Le banche italiane perdono e J.P. Morgan guadagna. Bella manovra! Ed eccoci al reddito di cittadinanza: la vera bufala per i bischeri perché quelli che ne godranno: pochi i bisognosi, tanti gli zingari, stranieri fankazzisti, lavoratori in nero, che dovranno spenderli come dice Di Maio “in spese morali” e non potranno risparmiarli per programmare e fare fronte a una spesa importante. Queste sono la dignità e la libertà secondo il Governo Conte (c’è anche lui), molto diverse da ciò che dice la Costituzione. In estrema sintesi, 23 milioni di lavoratori andranno a pagare questa cambiale da 8-9 miliardi, anzi 10-11 perché c’è come condizione di far lavorare i Centri per l’Impiego che, ad oggi, non sono serviti a una beata.. . Tralascio il taglio delle tasse del programma elettorale sottoscritto da Salvini perché, a conti fatti (sconti per 600 milioni contro 5,3 miliardi di sconti fiscali cancellati) non ce n’è traccia, come non c’è traccia di fondi per i rimpatri dei migranti su cui ha costruito il suo successo; e anche qui…

Vedo, insomma, soltanto un fascio di frecce spuntate con cui salvare il Governo,non certo l’Italia e arrivare alle europee di maggio, occupando gli spazi della comunicazione, facendo grancassa. Con tristezza. Mario Donnini.

Apre così Flavia Perina da L’Inkiesta:

“Non è post-ideologia. La Lega è pure destra. I Cinquestelle hanno una piattaforma economica di sinistra. Il Governo è fermo per opposizione di forze. E non siamo sicuri che i gialloverdi abbiano davvero voglia di governare. Piuttosto cercano consenso in vista delle europee.”
governo_conte_salvini_dimaio_giorgetti_m5s_lega_lapresse_2018_thumb660x453

Con la consueta franchezza Giancarlo Giorgetti, definito a torto il Gianni Letta della Lega perché in fondo ne è l’ideologo oltreché il grande tessitore, ha dato le coordinate giuste per giudicare questa fase politica. La Lega, ha detto, «ha sdoganato la destra: oggi la gente non si dice più di centrodestra, ma di destra». E forse, anche sulla scorta di questo giudizio, sarebbe il caso di rivedere la critica alla manovra che da settimane si abbatte sul governo come una grandinata: le incertezze, le contraddizioni, i molti ripensamenti in materia, non sono solo una questione di soldi, disponibilità, allerta europei, spread, agenzie di rating, scarsa esperienza nel gestire tutto ciò, ma il loro nocciolo va cercato in una questione politica.

Se è vero infatti che la Lega interpreta la destra profonda, la destra-destra, è altrettanto scontato che la matrice culturale del Movimento Cinque Stelle è, almeno in parte, la stessa che in altre nazioni ha mosso il successo dei Jeremy Corbyn, dei Bernie Sanders e persino di questi ultimi arrivati, i Verdi tedeschi di Katharina Scuhlze che sfondano nella Baviera ultra-conservatrice. La sinistra-sinistra, insomma, quella che si appella alla regolazione del mercato, alla tutela dei ceti deboli, all’intervento pubblico per riequilibrare le diseguaglianze che crescono, il rigore contro la corruzione.

Non basterebbero cento miliardi piovuti dal cielo per mettere d’accordo gli elettorati di questi due mondi. Anche se le risorse fossero illimitate – e non lo sono – l’elettore di destra giudicherebbe sempre il Reddito di Cittadinanza un regalo ai fannulloni, in specie ai fannulloni meridionali, potenzialmente tutti truffatori.

E quello di sinistra vedrebbe comunque nella Pace Fiscale un dono agli evasori, ai furbetti, ai grandi e piccoli “prenditori” dell’impresa, un premio alla disonestà naturale di chi sfugge alle regole. Allo stesso modo Flat Tax e taglio alle pensioni d’oro appartengono a due narrazioni inconciliabili e contrapposte: la redistribuzione delle risorse affidata al mercato (tasse più basse, più soldi in circolo, vantaggi per tutti) e quella governata dallo Stato (forbici sui redditi di chi ha molto per offrire garanzie a chi non a niente).

​Se è vero infatti che la Lega interpreta la destra profonda, la destra-destra, è altrettanto scontato che la matrice culturale del Movimento Cinque Stelle è la stessa che in altre nazioni ha mosso il successo dei Jeremy Corbyn, dei Bernie Sanders e persino di questi ultimi arrivati, i Verdi tedeschi di Katharina Scuhlze che sfondano nella Baviera ultra-conservatrice. La sinistra-sinistra

Tenere in equilibrio queste due visioni, evitando danni elettorali al partner è lo sforzo titanico che la maggioranza sta affrontando in questo momento. La questione del governo – inteso come risoluzione pratica ed efficiente delle questioni sul tappeto – è molto secondaria, quasi irrilevante rispetto all’obbiettivo di arrivare alle Europee tenendo insieme, nel recinto dei due partiti dell’alleanza, il sessanta per cento degli elettori, senza perderne neanche uno per strada.

I rapporti di forza sanciti il 4 marzo (33 a 17) consentirebbero al M5S di chiedere banco, spingendo sulle misure gradite al loro mondo. Quelli certificati dagli ultimi sondaggi (31 a 28) permetterebbero alla Lega di fare altrettanto, alzando il prezzo a favore delle sue categorie di riferimento. Ma mai come in questa circostanza vale il rischio del “Simul stabunt simul cadent”: uno scivolone dell’alleato non converrebbe a nessuno dei contraenti, non adesso, non prima di aver incassato un voto che legittimi al tempo stesso l’intesa di governo, il predominio di Matteo Salvini a destra, la seconda vita del Cinque Stelle come partito di governo.

La questione del governo – inteso come risoluzione pratica ed efficiente delle questioni sul tappeto – è molto secondaria, quasi irrilevante rispetto all’obbiettivo di arrivare alle Europee tenendo insieme, nel recinto dei due partiti dell’alleanza, il sessanta per cento degli elettori, senza perderne neanche uno per strada

Mission Impossible, dicono in tanti. Quando i provvedimenti saranno nero su bianco, sarà inevitabile un moto di delusione, forse di rabbia, dei rispettivi elettorati. Sicuri sicuri? La politica non è un’equazione matematica, spesso offre risultati diversi dalla somma o sottrazione degli addendi.

In questo caso il Fattore X da tenere presente è l’alta disistima per le destre e per le sinistre “di prima”, che poi sono le stesse – con gli stessi uomini, le stesse facce, le stesse parole e programmi – che occupano il campo oggi cercando maldestramente di contestare i nuovi arrivati. Nel mondo Cinque Stelle un mezzo reddito di cittadinanza accompagnato da una mezza sanatoria sarà sempre meglio del Jobs Act di Matteo Renzi. Nel mondo della Lega un pezzetto di Flat Tax con qualche regalo ai meridionali sarà sempre preferibile all’ultima e confusa fase del berlusconismo di governo. Per riaprire la competizione con le destre e le sinistre dei tempi nuovi non basterà aspettare che si facciamo male da sole.

527

     Flavia Perina

2026.- InDeformabile: Strage alla stazione di Bologna

Filmato girato poco dopo la strage della stazione di Bologna.Si sconsiglia la visione a persone facilmente suggestionabili.
Cortometraggio avuto per gentile concessione dell’Associazione tra i familiari delle vittime strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980. Cliccate sul link.

http://www.arcoiris.tv/embed.php?l=1&st=it&lid=144

Da Il Blog del Prof. Massimo Sconvolto

In realtà non proprio indeformabile in quanto è una deformazione professionale dovendo io per lavoro capire cosa è realmente successo senza essere stato presente all’evento basandomi su indizi e calcoli.
Di “Stragi” mi ero già occupato in queste pagine ma prendendo spunto dalla riapertura del processo sperando che questa volta non sia una farsa (opinione personale espressa ex art. 21 Cost.) oggi vi parlerò di una strage che mi sta particolarmente a cuore “La strage della stazione di Bologna”.
Perché ho parlato di farsa?
Da 38 anni cercano chi ha messo una valigia contenente esplosivo e non si preoccupano di chi, quella valigia, l’ha fatta mettere.
Forse infinocchieranno l’opinione pubblica ma non possono infinocchiare tecnici e per tecnici non intendo gli emeriti professori e studenti demandati dall’Eccellentissimo Tribunale di Bologna di periziare le macerie per capire il tipo e il funzionamento dell’esplosivo ma il sottoscritto.
Non c’è nessun bisogno di periziare niente, basta guardare a ciò che per 38 anni non si è voluto vedere.
Basta un video http://www.arcoiris.tv/scheda/it/144/ per capire e per capire che chi ha fatto mettere la valigia è forse addirittura più coperto dei “borsaiuoli” (quelli che stanno a Palazzo Mezzanotte ma, l’ho anche dimostrato, ex art. 501 c.p. dovrebbero stare ad Opera.
Ragioniamo.
La bomba ha distrutto solo le pareti esterne e il tetto della sala d’aspetto di 2 classe dove, addossata alla parete che da sul primo binario e quasi al centro della stessa parete, era stata piazzata senza causare nessun danno alle pareti e agli edifici laterali.

stazione

Ergo il quantitativo di esplosivo non era stato messo ad ….  ma era quello necessario e sufficiente e per sapere quanto esplosivo è necessario e sufficiente bisogna conoscere la struttura, le caratteristiche di progetto.
Altro particolare evidente nel video è la ridotta area detriti, ovvero la distanza a cui vengono proiettati i detriti in seguito all’esplosione, limitata a parte del piazzale antistante la parte esplosa e al primo binario.
Insomma, già due indizi portano lontano chi vuole vedere.
Per realizzare la demolizione chirurgica di cui sopra è stata usata una tecnica di demolizione implosiva che guarda caso era in uso già da decenni al tempo della strage di Bologna … in USA.
Ormai sapete che non parlo ad ….. m ma vi farò una lezione di storia.
Il pioniere della tecnica implosiva nelle demolizioni è stato Jack Loizeaux che nel 1947 fondò a Phoenix, Maryland (USA) la Controlled Demolition Inc. ancor oggi famosa per la propria precisione “chirurgica” e guarda caso nel 1978 fu rapito e ucciso a Roma Aldo Moro (Presidente DC) che favorevolmente aveva accolto la proposta di Enrico Berlinguer (Segretario del PCI) per un compromesso di governo DC-PCI e nel 1980 … Berlinguer riproponeva al segretario DC Flaminio Piccoli il suo compromesso e nel 1980 a Bologna considerata La roccaforte PCI veniva fatta esplodere una bomba che causava una demolizione chirurgica di una sala d’aspetto della stazione ferroviaria.
Vaneggio?
Se consideriamo che negli anni presi in esame si era ancora in piena guerra fredda…
Insomma, invece di buttare migliaia di euro per trovare chi ha messo una valigia facciamo venir fuori quelli che gli hanno “consigliato” di metterla o dobbiamo aspettare che muoiano serenamente, impuniti, in pace?

2025.- LA «BOMBA» DEI MIGRANTI DALLA LIBIA

Fausto Biloslavo ci comunica che la «bomba» migranti in Libia è sempre innescata e pronta ad esplodere e che l’OIM ha registrato la presenza di 669.176 pronti ad invadere il territorio italiano.

IOM-OIM.svg

La diminuzione degli arrivi rispetto all’anno scorso non deve ingannare. L’allarme è dell’Oim. Il mare ci separa da questa invasione, ma la cronaca nera e il “favor” da parte della magistratura ci pongono di fronte alla realtà. Presto, non faranno più notizia né credo più che Salvini avrà successo con i rimpatri, perché non vedo stanziamenti per questa voce nel DEF e Conte tace.

310x0_1536064047638.2

Fausto Biloslavo

La «bomba» migranti in Libia è sempre innescata e pronta ad esplodere. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), costola dell’Onu, ha registrato la presenza di 669.176 migranti sul territorio libico. La notizia è stata rivelata da un dettagliato rapporto. E dimostra che nonostante la riduzione di oltre l’80% di arrivi dalla Libia rispetto lo scorso anno, il paese nordafricano è ancora un consistente serbatoio di migranti che vogliono arrivare in Europa sbarcando in Italia. «I migranti che arrivano da 41 paesi diversi sono stati identificati in 100 municipalità all’interno di 554 comunità» ha certificato nero su bianco Oim. Secondo i dati raccolti sul terreno le nazionalità maggioritaria provengono dal Niger, l’Egitto, il Chad, il Sudan e la Nigeria. I nigerini fanno la parte del leone con 130.087 persone, quasi il 20% del totale dei migranti in Libia. Gli egiziani, flusso sottovalutato, sfiora le 100mila unità (14%) e dal Chad sono arrivati in 91.904. Poi seguono i nigeriani (64.980) e gli africani del Ghana (46.726) e del Mali (36.152).

A parte alcune regioni settentrionali della Nigeria infestate dai tagliagole islamici di Boko Haram, la stragrande maggioranza dei migranti provenienti dai primi 5 paesi non fuggono da guerre, ma per motivi economici. Questo significa che se arrivassero in Italia non avrebbero diritto all’asilo e sarebbero di fatto dei clandestini.

Il 60% dei migranti, che in Libia vengono considerati tutti illegali, si trova nel nord ovest del paese, la Tripolitania, dove permangono i principali porti di partenza dei barconi. Solo nell’area della capitale l’Oim ha registrato 148.460 migranti, il 22% del totale. Il resto «è diviso fra l’Est e il Sud (rispettivamente il 21,5% ed il 18,5%)» riporta la costola dell’Onu per le migrazioni. La parte meridionale, povera e desertica del Fezzan è la porta d’ingresso in Libia, ma il grosso dei migranti prosegue verso nord per raggiungere la costa nella speranza di imbarcarsi. Nonostante il flusso di 100mila migranti dall’Egitto nella Cirenaica, la zona orientale del paese assorbe meno del 20% con quasi nessun porto di imbarco. Secondo i dati del rapporto sono presenti in Libia 23.126 cittadini del Bangladesh e 10. 260 siriani, che avrebbero diritto all’asilo in Italia come i 7.185 eritrei.

L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sottolineato che nel 2018 la Guardia costiera libica è riuscita ad intercettare 14mila migranti salpati verso il nostro paese riportandoli indietro. E circa 8mila sono rinchiusi in 18 centri di detenzione, soprattutto nella zona di Tripoli. Numeri esigui rispetto ai 600mila presenti in Libia in attesa di raggiungere l’Europa. La «bomba» dimenticata dei migranti sarà uno dei temi della conferenza internazionale sul futuro della Libia che si terrà a Palermo il 12 e 13 novembre.