Tutti gli articoli di gendiemme

1570.- Israele non è più una potenza aerea

3

Ci sono voluti tre anni alle Forze Armate siriane per ristrutturare le unità da difesa aerea, primi bersagli dei terroristi taqfiri che, subito dopo l’inizio della guerra nel 2011, ne attaccarono i siti principali nel sud della Siria. Guidati dal servizio segreto israeliano, i terroristi distrussero queste unità prima di smembrarle e consegnarne i pezzi ai servizi segreti israeliani. Uno dei siti, probabilmente il più grande, vicino al confine israeliano, era a metà strada tra Dara e Qunaytra, nel sud della Siria. Gli attacchi dei terroristi al sito di Tal Hara, al centro di sorveglianza di Saydnaya e al centro di comando aereo tra Jarmanah e al-Maliha, minarono gravemente la difesa aerea siriana. Ma ora è finita e i recenti fallimenti dell’aviazione israeliana lo provano. L’analista libanese Umar Marabuni ritorna su un articolo ripreso dal sito del canale televisivo al-Mayadin.
L’autore evoca la liberazione di Saidnaya e Marj al-Sultan da parte dell’Esercito arabo siriano e degli alleati che permisero alla Difesa Aerea siriana di riattivarsi, “creando nuovi siti di sorveglianza e radar” e ripristinando le batterie della difesa danneggiate. Una delle conseguenze della riabilitazione fu la distruzione da parte della difesa aerea siriana, quasi un anno e mezzo fa, di un aereo da guerra israeliano sulle alture del Golan.
100884189-Israelifighterjet.530x298

Gli israeliani furono presi dal panico, ma non fu l’ultima sorpresa. Due mesi fa, un F-35 israeliano veniva colpito da un S-200 siriano ottimizzato, sistema missilistico di fabbricazione russa su cui la Russia basava la propria difesa missilistica. Questi due eventi scossero lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano: l’incidente dell’F-16 israeliano sul Golan, al confine tra Siria, Giordania e Israele, spinse quest’ultimo a cambiare tattica senza rinnovarla: l’Aeronautica militare israeliana riprese le tattiche degli anni ’80 quando colpì le batterie missilistiche SAM-6 della Siria dai cieli del Libano.

Schermata 2016-12-20 alle 20.47.58

L’abbattimento dell’F-35 fu il secondo shock, costringendo Israele a cambiare tattica una seconda volta aumentando la quota di volo dei suoi caccia, che prima dell’incidente sorvolavano il Libano a una quota molto bassa per evitare i radar siriani. Israele è riuscito a riconquistare la piena capacità d’attacco aereo in Siria, che inizia a vedere la fine del tunnel? Nulla è meno sicuro. Sfortunatamente per Tel Aviv, gli ultimi due attacchi aerei israeliani contro i sobborghi di Damasco (al-Qiswa e Jamariya) rivelavano un’altra capacità recuperata dalla difesa aerea siriana: le batterie missilistiche siriane intercettavano sei sofisticati missili da crociera israeliani Ariha-1 e LORA. Al quartier generale dell’esercito israeliano regna la totale confusione: è tempo di revisione e soprattutto di chiedersi: cosa fare?
È chiaro che Israele cerca una soluzione. Negli anni ’70, fece la stessa cosa: moltiplicò gli attacchi limitati e sporadici per distruggere la forza aerea siriana. Ma il problema non è lo stesso. L’Aeronautica siriana degli anni ’70 non ha nulla a che fare con la difesa aerea attuale dell’Esercito arabo siriano. Gli aerei israeliani troveranno difficile impegnarsi in un grande combattimento aereo data la dispersione delle unità antiaeree siriane in tutta la Siria e, soprattutto, il netto miglioramento della qualità dei sistemi d’intercettazione. L’S-200 o SAM-5, con una gittata di 150 chilometri vicino a al-Zamir e Homs, copre quasi l’intero cielo siriano.

22688065

Ma ci sono anche il Buk-M2, con un raggio di 50 chilometri, e il Pantsir-S1, che ha una portata identica. Queste batterie possono intercettare i missili da crociera israeliani. La Russia ha minato gli interessi d’Israele?

260px-Buk-M1-2_9A310M1-2

Il sistema missilistico 9K37M1-2 “Buk”-M1-2 (cirillico: Бук) denominato dalla NATO SA-17 “Grizzly” è il sostituto del precedente SA-11 Gadfly, in quanto la gittata di 30km di quest’ultimo, sembrava parzialmente insufficiente per affrontare le minacce moderne. Il sistema 9K37M1-2 “Buk”-M1-2,è entrato in servizio nel 1998 con il nuovo missile 9M317 che permette al sistema di intercettare missili balistici, offre migliori prestazioni dei sistemi radar e maggiore resistenza alle contromisure elettroniche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio,Aurora

Annunci

1569.- Povertà in Italia: quando la percezione è diversa dai dati reali

DP4ExqSX0AAj6cB

L’Italia è uno dei Paesi europei in cui la percezione di un problema si discosta maggiormente dalla realtà dei fatti. Un esempio concreto? Il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato, ma ci sentiamo più poveri. E qualche motivo, in realtà, ce l’abbiamo
di Francesco Nicodemo e Giusy Russo
12 Dicembre 2017

Esistono i fatti e le opinioni, poi esiste la realtà e il modo in cui viene percepita. Perils of Perception di Ipsos esamina quanto si discosta ciò che pensano le persone di vari Paesi dalla realtà dei fenomeni considerati, come ad esempio il tasso di omicidi o i decessi per terrorismo. Ebbene l’Italia si colloca al dodicesimo posto sui 38 Stati esaminati per quantità di errori. Oltre ai risultati è interessante riflettere sul motivo delle errate valutazioni. Ipsos evidenzia il ruolo giocato dal fattore emotivo e quindi come non solo spesso si tenda a sovrastimare ciò che alimenta ansia e paure, ma come le brutte notizie impieghino meno tempo a catturare l’attenzione rispetto a quelle positive.

D’altronde dal celebre “La spinta gentile” di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein abbiamo imparato non solo che il modo di pensare degli uomini si basa su due sistemi, quello impulsivo e quello riflessivo con il primo che spesso prevale sul secondo, ma abbiamo conosciuto anche alcune euristiche e le distorsioni che queste determinano. In particolare i due autori hanno citato le regole individuate da Tversky e Kahneman: ancoraggio, disponibilità e rappresentatività. L’ancoraggio opera quando per quantificare un fenomeno, tendiamo ad avvicinarci a un numero che conosciamo già, come quando ad esempio dobbiamo stimare gli abitanti di una città e prendiamo come riferimento la popolazione della capitale e ragioniamo in base a quel dato. La rappresentatività è l’euristica che si basa sugli stereotipi (“l’idea è che nel valutare la probabilità che A appartenga alla categoria B, gli individui reagiscono domandandosi quanto sia simile A all’ immaginario o allo stereotipo che hanno di B, cioè quanto A è rappresentativo di B”, per usare le parole del testo). Infine, la disponibilità porta a considerare più grave o probabile un rischio di cui si è sentito parlare di recente o più spesso oppure di cui è facile pensare immediatamente a un esempio. Secondo Thaler e Sunstein questa euristica non riguarda solo le persone comuni ma anche i rappresentanti e chi ha responsabilità di governo, dal momento che in base a questa sorta di regola si può decidere di intervenire su quelle materie dove i cittadini hanno più paura e magari non dove al contrario, rischi e pericoli sono più probabili.

Pochi giorni fa infatti, l’Istat ha reso noti i dati dell’indagine Eu-Silc da cui emerge che sia il reddito disponibile che il potere d’acquisto delle famiglie italiane nel 2015 sono aumentati. La media è di 2500 euro al mese per nucleo familiare e rappresenta l’1,8% in più in termini nominali e l’1,7% in più in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014. Al Sud il reddito medio aumenta più del doppio rispetto a quanto avvenuto su scala nazionale ma resta inferiore se messo a confronto
E a proposito di aree in cui intervenire, un suggerimento è arrivato di recente. Pochi giorni fa infatti, l’Istat ha reso noti i dati dell’indagine Eu-Silc da cui emerge che sia il reddito disponibile che il potere d’acquisto delle famiglie italiane nel 2015 sono aumentati. La media è di 2500 euro al mese per nucleo familiare e rappresenta l’1,8% in più in termini nominali e l’1,7% in più in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014. Al Sud il reddito medio aumenta più del doppio rispetto a quanto avvenuto su scala nazionale ma resta inferiore se messo a confronto. Tuttavia sono soprattutto altri i dati che catturano l’attenzione, la stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è infatti del 30% e qui ad essere registrato è un peggioramento rispetto all’anno precedente quando la percentuale era del 28,7.

Come si legge sul sito web del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la povertà è un fenomeno complesso che dipende da vari fattori in quanto non deriva solo dalla mancanza di reddito ma anche dalle scarse probabilità di partecipare alla vita economica e sociale del Paese. Secondo quanto riportato dall’Istat, il rischio di cadere nella condizione di povertà riguarda sia gli individui considerati singolarmente (e si passa dal 19,9% al 20,6%), sia coloro che vivono in famiglie con scarsi mezzi (e qui l’incidenza passa dall’11,5% al 12,1%), sia infine persone che vivono in nuclei a bassa intensità lavorativa. Anche in questo caso la percentuale è salita, per la precisione dall’11,7% al 12,8%. Le aree più esposte al fenomeno sono quelle meridionali ma rappresenta un campanello d’allarme anche il Centro del Paese dove un quarto dei residenti è a rischio povertà. Scorrendo i dati, si scopre che non sono soltanto i nuclei più numerosi a rischiare l’esclusione sociale ma anche quelli con uno o due componenti. Esistono i fatti e le opinioni dicevamo, ma quelli dell’Istat sono dei numeri e rappresentano un tema su cui molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare. Sembra scontato dirlo ma in un dibattito pubblico in cui a volte è difficile individuare le priorità e in cui capita che si confondano le cause con gli effetti, ripeterlo una volta in più non è un errore.

1568.- L’Italia e il nodo libico

Tripoli
Libia. Da colonia italiana a colonia globale: Nei primi mesi del 2011, a cent’anni esatti dall’impresa coloniale italiana in Libia, si è consumato un nuovo intervento militare contro il Paese nordafricano Artefici di quest’attacco piratesco, come è qui documentato con precisione, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a cui presto si è dovuta accodare anche l’Italia, il più stretto e importante partner economico-commerciale della Libia Ne è seguito un disastro immane le cui vere ragioni sono state tenute nascoste al pubblico internazionale Con molta lentezza, mentre si consumava la tragedia che ha dilaniato l’ex colonia italiana, sono emersi qua e là taluni brandelli di notizie sulle cause che hanno portato all’entrata in guerra della NATO contro Mu’ammar Gheddafi Ma, come già era avvenuto, i media mainstream hanno continuato a tacere sul disegno e le finalità complessive dell’operazione In addition to not claim justice for the “statesmen” responsible for such social and humanitarian catastrophe The book by Paolo Sensini is a contribution that is essential for anyone who wants to really understand what happened in Libya and, more generally, on what has gone down in history with the bombastic name of “Arab spring” Is a gripping tale, who leads us by the hand into the labyrinth of Libya and of which the author, which completed the picture by publishing important contributions on the strategy of chaos in the Middle East, up to the latest events and updates us with wealth beyond

5380357

La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.
Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Paolo Sensini, storico, analista geopolitico
Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.
— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Oggi è in discussione il dossier che il ministro Minniti aveva cercato di trattare con il governo Serraj, cioè per un possibile controllo dei flussi di migranti, ma quest’iniziativa è stata condannata dall’ONU, perché si sostiene che non si possono fermare persone in Libia per via delle torture e ci sono dei rischi di violazione del principio di non respingimento. L’ONU vanifica quest’estremo tentativo per cercare di fermare quest’afflusso continuo.

— Per capire la situazione attuale della Libia è indispensabile analizzare anche il passato del Paese. “Libia da colonia italiana a colonia globale” è il libro che hai scritto in merito. Ce ne puoi parlare?

— Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Migranti in un campo profughi
© REUTERS/ GORAN TOMASEVIC
Politico libico chiede all’ONU di trovare fondi per mantenere un esercito in Africa
Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.
— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
© FOTO: FORNITA DA PAOLO SENSINI
Copertina del libro “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” di Paolo Sensini
Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

Saif al-Islam Gheddafi
© AP PHOTO/ AMMAR EL-DARWISH
Avvocato famiglia Gheddafi: il figlio del colonnello tornerà in politica
— Quindi?

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

Libia prima e dopo Gheddafi
© SPUTNIK.
Libia: prima e dopo Gheddafi
— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.

1567.- Paolo Sensini: “Gheddafi poteva emettere il Dinaro d’Oro”

Libia, un caos totale su cui leggiamo il punto fatto da Paolo Sensini, saggista, storico e analista di geopolitica, autore, fra gli altri, del libro “Libia”.

di Maurizio Blondet
8.12.2017

Tatiana Santi

img800-perch-l-occidente-volle-la-fine-di-gheddafi-128690

La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.

Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.

— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.

— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

© SPUTNIK.

Libia: prima e dopo Gheddafi

— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.

Qui sotto, la mail del 4 aprile 2011 che rivela l’allarme di Usa e Parigi per la possibile creazione, da parte di Gheddafi, del “dinaro-oro”.

(Sidney Blumenthal è un dirigente della Clinton Foundation e assistente di Bill e Hillary.)

FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

From: Sidney Blumenthal To: Hillary Clinton Date: 2011-04-02 02:00

Subject: FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 RELEASE IN FULL CONFIDENTIAL April 2, 2011 For: Hillary From: Sid Re: France’s client & Qaddafi’s gold 1. A high ranking official on the National Libyan Council states that factions have developed within it. In part this reflects the cultivation by France in particular of clients among the rebels. General Abdelfateh Younis is the leading figure closest to the French, who are believed to have made payments of an unknown amount to him. Younis has told others on the NLC that the French have promised they will provide military trainers and arms. So far the men and materiel have not made an appearance. Instead, a few “risk assessment analysts” wielding clipboards have come and gone. Jabril, Jalil and others are impatient. It is understood that France has clear economic interests at stake. Sarkozy’s occasional emissary, the intellectual self-promoter Bernard Henri-Levy, is considered by those in the NLC who have dealt with him as a semi-useful, semi joke figure. 2. Rumors swept the NLC upper echelon this week that Qaddafi may be dead or maybe not. 3. Qaddafi has nearly bottomless financial resources to continue indefinitely, according to the latest report we have received: On April 2, 2011 sources with access to advisors to Saif al-Islam Qaddafi stated in strictest confidence that while the freezing of Libya’s foreign bank accounts presents Muammar Qaddafi with serious challenges, his ability to equip and maintain his armed forces and intelligence services remains intact. According to sensitive information available to this these individuals, Qaddafi’s government holds 143 tons of gold, and a similar amount in silver. During late March, 2011 these stocks were moved to SABHA (south west in the direction of the Libyan border with Niger and Chad); taken from the vaults of the Libyan Central Bank in Tripoli. This gold was accumulated prior to the current rebellion and was intended to be used to establish a pan-African currency based on the Libyan golden Dinar. This plan was designed to provide , the Francophone African Countries with an alternative to the French franc (CFA). (Source Comment: According to knowledgeable individuals this quantity of gold and silver is valued at more than $7 billion. French intelligence officers discovered this plan shortly after the current rebellion began, and this was one of the factors that influenced President Nicolas UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 Sarkozy’s decision to commit France to the attack on Libya. According to these individuals Sarkozy’s plans are driven by the following issues: a.A desire to gain a greater share of Libya oil production, b. Increase French influence in North Africa, c.Improve his internal political situation in France, d. Provide the French military with an opportunity to reassert its position in the world, e.Address the concern of his advisors over Qaddafi’s long term plans to supplant France as the dominant power in,Francophone Africa. ) On the afternoon of April 1, an individual with access to the National Libyan Council (NLC) stated in private that senior officials of the NLC believe that the rebel military forces are beginning to show signs of improved discipline and fighting spirit under some of the new military commanders, including Colonel Khalifha Haftar, the former commander of the anti- Qaddafi forces in the Libyan National Army (LNA). According to these sources, units defecting from Qaddafi’s force are also taking a greater role in the fighting on behalf of the rebels.

1566.- La società del non-luogo e i profeti del meticciato

Bxtaz9JCYAAK0Kg

 

di Carlo Bogside – La società occidentale contemporanea assume sempre più i contorni del non-luogo. Non vi è ambito che sfugga a questo nuova Bibbia del pensiero destrutturante che vede l’uomo come un essere biologico che deve mutare la sua identità lavorativa, sessuale, nazionale e religiosa, a seconda delle necessità dettate dal politically correct. Basti pensare all’ambito del lavoro, ove oltre alla figura del lavoro precario che oramai è l’ultima frontiera delle assunzioni per i giovani e non solo, si assiste all’affermarsi del cosiddetto smartworking, cioè il lavoro svolto non più in un posto fisso e continuativo, ma in ogni dove e a ogni ora, avendo a disposizione telefoni e computer portatili forniti dall’azienda. Questo modo di lavorare ha le sue indubbie comodità per chi lo svolge, perché può anche essere eseguito non necessariamente nel tradizionale e noioso ufficio aziendale, con tanto di tavolo, computer, telefono ed eventuale pianta di ficus a corredo, dando evidentemente la sensazione di essere più liberi e soprattutto mobili. Ecco, la mobilità, è proprio il termine giusto per descrivere l’uomo contemporaneo, che liberato finalmente dai condizionamenti dati dagli aspetti tradizionali del suo vivere relazionale, può decidere come, quando e dove lavorare.

Tralasciamo volutamente gli aspetti problematici della questione, per soffermarci sul concetto espresso prima: mobilità, va bene, ma verso quale luogo? E’ bene fissare questo concetto, perché tutti abbiamo un luogo dove andare e soprattutto dove stare, ma tutto ciò sembra essere superato dalla perenne e faticosa ricerca dell’isola che non c’è. In questo senso, diventa importante come ci si sente, non quello che si è ontologicamente. Ergo, a livello sessuale, si può scegliere tra le quarantasei identità attualmente censite negli Usa come “gender” (numero in continua evoluzione) e cambiare le stesse più volte al giorno come si cambia vestito, a seconda del proprio umore. Non importa che ciò implichi un “uscire da sè stessi” per diventare “altro”. Anzi è proprio quello che va di moda. Allo stesso modo si può, ma in qualche caso come auspicato dai profeti del “non-luogo” Scalfari ed Augias, si deveuscire dalla propria appartenenza etnica, di memoria condivisa, di usi e costumi tipici. Per diventare “meticci universali”, un nuovo prototipo umanoide che si sente meglio se assume su di sè una non-appartenenza, anche perché non gli è stato concesso di scegliere il posto in cui nascere, come direbbe Fazio.

I “pedagoghi” della nuova Religione, perché di questo si tratta, con i suoi dogmi, riti e celebrazioni, spingono l’acceleratore come nel caso della scrittrice Murgia che invita a parlare di “Matria” e non di Patria, concetto secondo lei obsoleto e aggressivo. Anche in questo caso utilizzando, in modo erroneo, la semantica per condurre verso il non-luogo. Anche Dio non sfugge alla regola e viene trascinato in un supermarket in cui ogni Dio è valido, basta sceglierselo, anche se questo vuol dire eliminare il Sacro dalla società e trascinarlo ancora una volta nel non-luogo, in modo che sia irraggiungibile. In quest’opera bisogna dire che Papa Bergoglio sta dando il suo contributo e non a caso è acclamato dagli Scalfari di turno, nella santa opera di destrutturazione dell’Europa che,nelle intenzioni dei profeti della nuova religione, dovrebbe trovare finalmente un luogo di approdo nel regno del meticciato errabondo e senza punti di riferimento certi.

 

Fonte: Il Primato Nazionale

1565.- IL SUPERSTATO CANAGLIA. MA BERLINO (forse) SI SMARCA.

di Maurizio Blondet
“Non accetteremo mai l’occupazione e la tentata annessione della Crimea”, ha scandito Rex Tillerson a Vienna: “Le sanzioni resteranno fino a quando la Russia restituirà il pieno controllo della penisola all’Ucraina”. Poche ore dopo, volato a Parigi, vi ha incontrato il premier libanese Hariri, che aveva ritirato le dimissioni date a Ryad sotto costrizione del reuccio saudita. Tillerson ha “Incoraggiato il governo libanese e altri stati ad agire in modo più aggressivo per limitare l’attività destabilizzatrice di Hezbollah nella regione, ciò che renderà più forte e stabile il Libano”. Non importa la semplice verità, che Hezbollah nel sequestro saudita di Hariri abbia operato come forza di stabilità. Ormai è chiaro: le posizioni della Casa Bianca si sono irrigidite e puntano al conflitto con l’Iran e i suoi alleati.

lavrov-greminger-kurz-tillerson

Da sinistra: Lavrov, il segretario dell’OSCE Thomas Greminger, il ministrro degli esteri austriaco Kurz e Tillerson alla riunione di Vienna. Dove il piano di Mosca per la pacificazione del Donbass è stato frantumato.

A Vienna, riunione dell’OSCE, Tillerson ha respinto e frantumato la proposta Putin (accettata cautamente da Germania e Francia) per allentare la crisi del Donbass: sostituire gli “osservatori OSCE” che nulla osservano, con caschi blu dell’ONU nelle zone separatiste, che consentano e sorveglino la tenuta di libere elezioni in vista di un ritorno in una Ucraina federale.

Per mandare a monte la proposta, il regime di Kiev – senza impegnarsi a promettere né uno status speciale per il Donbass né un’amnistia per i combattenti – ha posto due condizioni: che non solo l’ONU assuma il governo delle regioni secessioniste, ma che i Caschi Blu siano posizionati anche sul confine tra Donbass e Russia – oggi incustodito – e che fra i Caschi Blu non siano ammessi soldati russi, dato che la Russia “è parte in causa”. In realtà, per gli accordi di Minsk , Mosca non è parte in causa, bensì mediatore. E mettere truppe sul confine russo-Donbass significa affamare le popolazioni, perché da lì arrivano i rifornimenti alimentari e sanitari per i secessionisti. Il Washington Post (che è ufficialmente il quotidiano del Deep State da quando Jeff Bezos, il miliardario di Amazon, l’ha acquistato per conto della CIA) ha definito la proposta di Putin “una trappola”. A Vienna, Tillerson ha se possibile rincarato la dose: “la Russia arma, guida e combatte insieme alle forze anti-governo”, e poi appunto: “mai accetteremo l’annessione della Crimea”, eccetera. Il tono è stato tale, che il ministro Lavrov s’è detto “allarmato del tentativo di trasformare il senso della nostra proposta di sostituire l’OSCE con l’ONU”, e ha detto che a questo punto, “non ci sarebbe più processo di Minsk”.

Tillerson ha detto anche: “I russi hanno resistito a lungo ad una forza di mantenimento della pace, ma ora hanno accettato…”. Anders Rasmussen , già capo civile della NATO fino al 2014, nel forum di politica estera Berlino,ha suggerito che i Caschi Blu da piazzare in Ucraina(praticamente solo truppe NATO) dovrebbero essere diecimila. “La Russia deve capire che una normalizzazione delle relazioni tra Russia e Occidente dipende dal rapporto fra Mosca e Kiev. Questo deve capire la Russia”: Insomma secondo istruzioni, la Russia è stata messa sul banco degli accusati per non riconoscerla come mediatrice. Una tattica ben nota.

https://www.voanews.com/a/vienna-tillerson-sparred-lavrov-ukraine-conflicts/4153877.html

Il punto è tirare in lungo, mentre si affama la popolazione del Donbass. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato che da febbraio interromperà le consegne di alimentari nell’Est Ucraina, per mancanza di fondi: ha chiesto ai paesi donatori 200 milioni di dollari, ne ha ricevuto solo il 30%. Nelle attuali condizioni, la popolazione nell’Ucraina orientale ha di fronte la carestia. Anche questa una tattica di guerra ibrida ben nota, vedi Yemen.

Fortuna che Lavrov non ha perso il suo proverbiale senso dell’humour. A margine dell’incontro, a proposito della decisione unilateraledi Donald di fare di GErusalemme la capitale di Sion, ha rivelato ai giornalisti. “Rex [Tillerson] mi ha lasciato capire che gli Usa si attendono di fare “l’accordo del secolo” che risolverà il conflito israelo-palestinese d’un solo colpo. Certamente vogliamo capire come vedono avvenbire questo”.

Sigmar Gabriel critica Washington e “ammira” Pechino
Da segnalare come fatto positivo il cambiamento di tono del ministro tedesco degli Esteri Sigmar Gabriel (che probabilmente resterà su quella poltrona se si riforma la grande coalizione di governo). Miracolo dello sbiadire di Angela Merkel, il 5 dicembre a Berlino, Gabriel ha ammesso che “la percezione implicita del ruolo fondamentalmente protettore degli Stati Uniti nonostante dispute occasionali, comincia a collassare”, ed ha espressamente sottolineato che questo resterà anche se Trump venisse mandato via dalla Casa Bianca. “Il ritiro degli Stati Uniti non dipende da un solo presidente. Ciò non cambierà in modo fondamentale nemmeno dopo le elezioni”. Sostanzialmente, con precisione “implacabile che fa pensare a una risoluzione operative” (così Philippe Grasset), Gabriel ha scandito: gli Usa non fanno più la loro parte; debbono diventare per noi (Germania, Europa) un blocco di potenza fra gli altri; la Germania si deve rifiutare di seguire gli Usa nelle sue avventure di politica estera che sono completamente estranee ai nostri interessi e alla nostra visione del mondo”: Qui ha citato le sanzioni alla Russia, che mettono in pericolo “gli interessi economici nostri”; sulla Siria, al contrario di Roosevelt che consigliava di “parlare piano e agitare un grosso bastone” noi “abbiamo gridato forte e agitato un bastone piccolo”; poi c’è il ripudio Usa dell’accordo con l’Iran, e adesso la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ebraica.

Mai in nessun momento Sigmar Gabriel ha citato la NATO. Per contro, ha citato ampiamente la iniziativa One Belt One Road” (la nuova Via della Seta) come “concetto geostrategico in cui la Cina applica le sue concezioni d’ordine: politica commerciale, geografia, geopolitica, ed eventualmente anche forza militare”. Precisando subito che le sue parole “non hanno affatto lo scopo di “biasimare la Cina”, ma al contrario di “suscitare il rispetto e l’ammirazione. Noi, in Occidente, potremmo essere a giusto titolo criticati per non aver concepito alcuna strategia paragonabile”.

Possibile che Angela Kasner in arte Merkel sia così sbiadita? Che la Germania si svegli dal sonno dogmatico?

Forse contribuisce al risveglio l’interesse. Nell’ambito della One Belt One Road , Pechino guida l’iniziativa ”16 + 1” che sta rafforzando la cooperazione con 11 paesi membri della UE e cinque paesi balcanici: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia. La regione ha una popolazione di 120 milioni di persone.

ferrovia-ungheria-serbia-300x267

La ferrovia Ungheria-Serbia fatta coi cinesi. E’ solo il primo tratto di una futura rete che unirà i Balcani meridionali. Anzi, molto oltre:

 

baku-kars-300x225

la linea Baku-Tbilisi -Kars che unirà il Mar Nero al Caspio.

La cooperazione ha come punta di lancia le INFRASTRUTTTURE. Il premier Orban ha stretto con la Cina un accordo per una linea ferroviaria nord-Sud dalla Polonia ai Balcani meridionali. La maggior parte degli investimenti cinesi sarà concentrata in Ungheria. Il 28 novembre è partito da Mortara il primo treno merci cinese diretto a Chendu Cina, 17 vagoni con merci italiane. La frequenza dei convogli dipenderà dall’intensià del’interscambio.

Naturalmente “nostra” classe “dirigente” ha ben più concrete preoccupazoni:

 

Altro che immigrati, delinquenza e disoccupazione….abbiamo paura dei fassisti.

1564.- Dalla Svizzera: “Euro è condannato a sparire”

GettyImages-610903510-980x450

“L’euro è destinato a sparire”, secondo Pierre Kunz. Il presidente svizzero dell’Istituto nazionale di Ginevra ed ex deputato del partito Liberale Radicale (PLR) ha lanciato un appello per una rifondazione totale del progetto europeoe per l’abbandono della moneta unica, le cui condizioni di sopravvivenza non sono mai state completamente soddisfatte.

L’ex deputato del Grande Consiglio Federale Svizzero, che gestisce un blog sul sito del quotidiano de La Tribune de Geneve, sostiene che l’Europa rischia di implodere sotto gli effetti delle problematiche sociali, economiche e politiche che non riesce a superare perché il suo modello, che non ha intenzione di cambiare nonostante i suoi difetti, non è più adatto al nuovo mondo in cui ci troviamo.

“Questo nuovo mondo è quello delle nuove tecnologie, dell’informazone istantanea e universale, ma anche quello della ‘fine della mondializzazione‘ come ha sintetizzato François Lenglet, quello del ritorno dei popoli, dell’interesse e indentità nazionale, del protezionismo regionale, della concorrenza amministrata tra i grandi blocchi economici del mondo”, osserva il politico sul quotidiano Le Temps.

Europa: un orientamento testardo e irrazionale

Le autorità devono rimettere in causa le fondamenta su cui si è basata fino a oggi la politica europea dell’ultimo mezzo secolo, di quello che è stato definito “il progresso sociale” e devono ripensare il modello economico al quale siamo abituati, ossia quello della crescita attraverso i consumi. Bisogna creare un nuovo progetto che si basi sul produttore e non più sul consumatore.

“È il primo stadio, quello essenziale. Nel mirino dei riformatori deve essere la priorità. Non si tratta di prepararsi alla decrescita, fonte di disuguaglianze di reddito e di problemi sociali molto più gravi di quelli che si additano al capitalismo, bensì della capacità da parte dell’Europa di competere con le potenze emergenti. Per farlo serve un nuovo progetto di società“.

 

Libero scambio regionale e fine dell’euro

Servirebbe un piano per un’Europa federalista con meno accentramento dei poteri, spiega il politico svizzero, che abbandoni le sue procedure, le sue direttive e regolamenti, i suoi tecnocrati senza più contatto con la realtà, che vivono a Bruxelles nell’ignoranza di quello che succede ai popoli dei singoli Stati, quali sono le loro speranze, i loro problemi.

L’Europa che nascerebbe dalle ceneri del progetto dell’euro, nell’ideale di Kunz, “dovrebbe ridistribuire a suoi Paesi membri una buona parte di poteri, sovranità e fiscalità, mettendo fine alla libera circolazione delle persone come è in vigore oggi” e che ha contribuito – malgrado chi provi ancora a negare l’evidenza – a provocare la Brexit.

Quanto all’euro, “è condannato a sparire perché le condizioni della sua sopravvivenza, ossia il rigore di bilancio degli Stati membri dell’Unione, non sono state mai veramente rispettate”. Sparirà così anche la Bce, a meno che non trovi un ruolo meno ambizioso. Le misure di espansione monetaria straordinarie di Mario Draghi “non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi promessi”, secondo Kunz.

Nel suo ultimo libro sulla moneta unica europea Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, dichiara che l’euro non ha mai rispettato le attese e che è molto improbabile che porti i benefici promessi. Perché tanto pessimismo? Semplicemente perché – per usare le parole dell’illustre economista “nessuno si immagina la Germania impegnarsi istituzionalmente a inondare anno dopo anno i deficit di bilancio dei paesi del Sud d’Europa”.

Il solo modo di salvare l’euro, secondo lui, sarebbe quello di fare più politica in Europa, un’altra condizione altamente improbabile. Stiglitz consola coloro i quali credono ancora nel progetto dell’euro e che verranno deluso dalla sua fine, ricordando “non sarà la fine del mondo, le monete in fondo nascono e muoiono“.

Commento:

E’ difficile , oltre che presentuoso , dissentire da  quello che dicono persone così illustri e preparate , le cui esternazioni  inoltre sono il condensato di anni di studi approfonditi . Io , però , non sono così negativo sull’Euro e sul suo futuro .   E’ indubbio che la moneta unica sia stata gestita male o , per lo meno , che non abbia dato i risultati che ci si aspettava . Ciò nonostante , ci sono almeno 2 motivi importanti per non buttare via tutto senza almeno provare a rimettere a posto le cose .     Il primo è che stiamo andando verso un periodo che sarà dominato dal ” gigantismo ” .   A livello privato assistiamo a continui accorpamenti di società  che devono diventare sempre più grandi per reggere la concorrenza , un po’ in tutti i settori .  A livello pubblico , la Cina e , fra un po’ , anche l’India sono colossi che domineranno il mondo , finanziario , politico e militare , non fosse altro che per il numero degli abitanti .   Non credo che l’Europa possa mantenere un ruolo primario operando tutto in piccolo , cioè restando divisa in tanti Stati  e con tante monete . Il secondo è che la moneta condivisa è una base essenziale per costruire un superStato ( comunque lo si voglia organizzare ) che che possa muoversi da protagonista nel contesto di cui sopra . Ovviamente occorre che sia inserita nel contesto giusto e che si faccia quello che si sarebbe dovuto già fare ma non si è fatto .  Politica , Economia , Esercito ,  Fiscalità  e Welfare devono essere impostati come pilastri  comuni   affinchè si possa immaginare e  supportare un progetto comune . Fatto questo , poi però si può , anzi di deve , lasciare più libertà alle singole entità statali e/o regionali : senza troppi particolarismi ma anche senza rigidità preconcette .  Conviene a tutti e quindi anche la Germania potrebbe rivedere il proprio atteggiamento .

1563.- Attacchi aerei: Israele si rompe i denti sulla Siria

 

caccia_israeliano.jpg_415368877

Mikhail Gamandij-Egorov, al-Manar, 6 dicembre 2017

Israele vede la superiorità aerea in Medio Oriente seriamente limitata. Damasco, dopo aver eliminato la minaccia terroristica, non lascia più senza risposta le aggressioni israeliane, registrando un primo successo in questo settore. La fine dell’impunità aerea di Tel Aviv è gravida di conseguenze nella regione. L’intercettazione da parte dei siriani di diversi missili terra-terra israeliani indica i cambiamenti radicali nella bilancia di potere nel Vicino e Medio Oriente. Questa evoluzione militare è senz’altro sostenuta dai cambiamenti della linee di forza geostrategiche, che non saranno lamentati dai partigiani della multipolarità. Affrontando quest’ultimo punto, si nota innanzitutto l’isteria sempre più evidente dai capi israeliani. Netanyahu, notando il fallimento del suo scenario ideale, l’incancrenimento indefinito del conflitto siriano, minaccia quasi quotidianamente Damasco ed alleati, tra cui Teheran. A volte le minacce sono seguite da momenti di silenzio, poiché la nuova realtà sembra travolgere i capi dello Stato ebraico. In effetti, nei giorni scorsi, Israele alzava i toni dicendo che “non tollererà alcuna presenza iraniana in Siria”. Dimenticando che la Siria non è una colonia israeliana, come quelle nel territorio palestinese. Inoltre trascura il fatto che la Repubblica Siriana, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere il permesso di terzi, siano israeliani, statunitensi o europei, per la presenza sul suo territorio delle forze alleate di Russia, Iran od Hezbollah.

SONY DSC

 

Tel-Aviv sembra anche sorpresa che la Siria abbia non solo sconfitto decine di migliaia di terroristi che operavano sul suo territorio da diversi anni, grazie all’aiuto decisivo della Russia, avviando ampi progetti di ricostruzione nazionale, ma che anche imponga le nuove condizioni nella difesa del proprio spazio aereo. Va ricordato che durante la guerra di Siria ed alleati contro il terrorismo internazionale, l’aviazione sionista compì numerosi raid contro le postazioni dell’Esercito arabo siriano, senza mai toccare alcun gruppo terroristico, come SIIL o al-Qaida? Damasco non mancò di sottolineare la complicità tra Tel Aviv e i gruppi terroristici. Ma al di là di tali convinzioni, è chiaro che la Siria non poteva in genere difendere adeguatamente il proprio territorio dagli attacchi israeliani; in realtà, l’Esercito arabo siriano era principalmente mobilitato nella lotta al terrorismo e, secondo il Presidente Assad, diversi sistemi di difesa aerea furono distrutti dai terroristi all’inizio del conflitto.
Alcuni pettegolezzi non esitavano a denigrare la Russia, alleata di Damasco, sulla volontà di affrontare gli attacchi aerei israeliani, che spesso solcano lo spazio aereo libanese. La sola azione visibile di Mosca era convocare l’ambasciatore israeliano per presentargli le proteste ufficiali. Personalmente, sono convinto che se il Cremlino avesse provato, invano, a convincere Israele a fermare le ostilità contro la Siria, la ragione principale di tale “pazienza” era concentrarsi sull’eliminazione dei terroristi in Siria. Missione compiuta, dato che i terroristi sono stati eliminati per più del 95%. Sulle incursioni aeree contro Damasco, la Russia aveva annunciato l’intenzione di rafforzare in modo significativo la difesa aerea siriana. Alcuni potrebbero aver pensato che sarebbero state solo parole. La Russia ha fatto di tutto per nasconderlo, ma i risultati ci sono: con diversi missili israeliani intercettati, la Siria ha dimostrato di poter contrastare gli attacchi israeliani. La Russia, da buon alleato, non sbandiera di certo le ragioni di tale cambiamento della difesa antiaerea della Repubblica Araba. Non è sua abitudine. Un po’ come al momento delle vittorie decisive ad Aleppo, Palmyra, Homs o Dayr-al-Zur, dove la Russia ha sempre lasciato la palma della vittoria a popolo, esercito e governo siriani. Tuttavia, una cosa è certa: lo Stato sionista non domina più lo spazio aereo della regione. La pillola sarà difficile da ingoiare, ma avverrà. E invece di rompersi i denti, Israele farebbe meglio a ripensare la propria politica verso Siria, Palestina e l’intera regione. In caso contrario, potrebbe affrontare conseguenze che gli saranno certamente dannose.

SONY DSCTraduzione di Alessandro Lattanzio, aurora

1562.- La vera risposta palestinese al discorso di Gerusalemme di Trump

2521
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas il 23 maggio 2017 a Betlemme. (Foto di PPO tramite Getty Images).  Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. All’ONU, il capo negoziatore dei palestinesi, Saeb Erekat, ha dichiarato che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché il presidente Usa non annullerà la sua decisione. “Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace” ha ribadito in serata il presidente palestinese Abu Mazen.

 

di Bassam Tawil, 7 

DQoUrxEWAAAa-dN

 

L’incidente rappresenta ancora un altro esempio della collusione tra palestinesi e media, i cui rappresentanti sono sempre più che felici di fungere da portavoce per la macchina della propaganda palestinese e fornire una piattaforma aperta per trasmettere minacce palestinesi contro Israele e gli Stati Uniti.

Se i fotografi e i cameramen non si fossero fatti vedere in occasione dell’evento “spontaneo” che bruciava i manifesti, gli attivisti palestinesi sarebbero stati costretti a tornare tranquillamente in uno dei bei caffè di Betlemme.

Eppure, non c’era da preoccuparsi per questo: gli attivisti palestinesi sono ben consapevoli che i giornalisti locali e stranieri sono affamati di sensazionalismo – e che cosa meglio si adatta al cartellone dei manifesti di Trump che vanno in fiamme nel bel mezzo della casa natale di Gesù, alla vigilia del Natale e migliaia di pellegrini e turisti cristiani stanno convergendo sulla città?

Schermata 2017-12-08 alle 20.45.04.png

Gerusalemme capitale di Israele, Hamas chiama alla nuova Intifada: scontri e feriti. 

 

Rappresentando erroneamente la “cerimonia” che brucia i manifesti come riflesso della diffusa rabbia palestinese riguardo alla politica di Trump su Gerusalemme, i media internazionali sono ancora una volta complici nel promuovere la propaganda degli spin doctor palestinesi. I leader e i portavoce palestinesi si sforzano di creare l’impressione che la politica di Trump riguardo a Gerusalemme porterà la regione in fiamme. Cercano anche di inviare un messaggio agli americani che le politiche del loro presidente mettono in pericolo le loro vite. In effetti, i media si sono offerti volontari per servire la campagna di intimidazione palestinese. E la convergenza dei media sulla farsa che brucia a poster a Betlemme è solo l’inizio.

Ora che i palestinesi sono riusciti, con l’aiuto dei media, a bruciare queste immagini nelle menti di milioni di americani, stanno pianificando più proteste in scena. L’obiettivo: terrorizzare il pubblico americano e costringere Trump a rescindere la sua decisione sullo status di Gerusalemme. Questa tattica di intimidazione attraverso i media non è nuova. In realtà, è qualcosa che sta accadendo da decenni, in gran parte grazie al buy-in dei media mainstream in Occidente.

Ora, giornalisti palestinesi e occidentali sono stati invitati a coprire una serie di proteste pianificate dai palestinesi nei prossimi giorni e settimane in risposta alle politiche di Trump. Ai giornalisti, compresi fotografi e troupe televisive, sono stati consegnati piani dettagliati degli eventi che si svolgeranno in diverse parti della West Bank e della Striscia di Gaza. Ai giornalisti sono state promesse altre scene di foto in fiamme di Trump e bandiere degli Stati Uniti. Alcuni giornalisti hanno persino ricevuto consigli sui luoghi in cui si suppone che si verifichino “scontri” tra i rivoltosi palestinesi e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. In altre parole, ai giornalisti è stato detto precisamente dove devono essere per documentare i palestinesi che tirano pietre contro i soldati – e ha predetto la risposta dell’IDF.

 

Ecco la parte divertente. Se, per qualsiasi motivo, le telecamere sono un no-show, è probabile che anche gli “attivisti” lo siano. Nel mondo palestinese, si tratta di manipolare i media e reclutarli a favore della causa. E la causa è sempre colpire Israele – con Trump bashing non molto indietro.

Sì, i palestinesi protesteranno nei prossimi giorni contro Trump. Sì, scenderanno in piazza e lanciano pietre contro i soldati israeliani. Sì, bruceranno le foto di Trump e delle bandiere statunitensi. E sì, proveranno a compiere attacchi terroristici contro israeliani.

Ma quando ci sediamo nei nostri salotti e guardiamo le notizie che escono dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza, chiediamoci: quanti di questi “eventi” sono, in realtà, burleschi dei media? Perché i giornalisti si lasciano ingannare dalla macchina della propaganda palestinese, che diffonde odio e violenza dal mattino alla sera? E perché i giornalisti stanno esagerando e aggravando le minacce palestinesi per la violenza e l’anarchia?

Innanzitutto, molti dei giornalisti vogliono placare i loro lettori ed editori offrendo loro storie che riflettono negativamente su Israele. Secondo, alcuni giornalisti credono che scrivere storie anti-israeliane spianino loro la strada per ottenere premi da varie organizzazioni di “segnalazione virtuosa”. Terzo, molti giornalisti credono che scrivere resoconti anti-israeliani dia loro accesso ai cosiddetti “liberali” e ad una supposta “illuminata” cerchia che romanticizza di essere “sulla parte giusta della storia”. Non vogliono vedere che 21 stati musulmani hanno cercato per molti decenni di distruggere uno stato ebraico; invece, sembrano pensare che se i giornalisti sono “liberali” e “di mentalità aperta”, devono sostenere il “perdente”, che credono siano “i palestinesi”. In quarto luogo, molti dei giornalisti considerano il conflitto tra i cattivi (presumibilmente gli israeliani) e i bravi ragazzi (presumibilmente i palestinesi) e che è loro dovere stare con i “buoni”, anche se i “bravi ragazzi” sono impegnato nella violenza e nel terrorismo.

Recentemente, oltre 300 fedeli musulmani sono stati massacrati da terroristi musulmani mentre pregavano in una moschea nel Sinai, in Egitto. Quella tragedia fu probabilmente coperta da un minor numero di giornalisti rispetto all’episodio di Trump a Betlemme. Dov’era il clamore nel mondo arabo e islamico? Ora, arabi e musulmani parlano di “giorni di rabbia” per protesta contro Trump. Perché non c’erano “giorni di rabbia” nei paesi arabi e islamici quando più di 300 fedeli, molti dei quali bambini, furono massacrati durante le preghiere del venerdì?

E ‘giunto il momento per una riflessione personale da parte dei media: desiderano davvero continuare a servire come portavoce di quegli arabi e musulmani che intimidiscono e terrorizzano l’Occidente?

I giornalisti collaborano attivamente con l’Autorità palestinese e Hamas per creare la falsa impressione che la terza guerra mondiale esploderà se l’ambasciata degli Stati Uniti viene trasferita a Gerusalemme. Centinaia di migliaia di musulmani e cristiani sono stati massacrati dall’inizio della “primavera araba” più di sei anni fa. Sono stati uccisi da terroristi musulmani e altri arabi. Lo spargimento di sangue continua fino ad oggi in Yemen, Libia, Siria, Iraq ed Egitto.

Quindi, non fraintendetene: i “fiumi di sangue” che ci stanno promettendo fluiscono mentre parliamo. Eppure, è il coltello che arabi e musulmani si prendono a vicenda la gola che è la fonte di questa corrente cremisi, non qualche affermazione fatta da un presidente americano. Forse quello potrebbe finalmente essere un evento che valga la pena di coprire i giornalisti itineranti della regione?

 

Bassam Tawil è un musulmano con sede nel Medio Oriente.

 

1561.- Che cos’è la blockchain, come funziona e perché funziona bene. La rete anarchica dietro i Bitcoin

Addio intermediazione bancaria, addio impero Rotschild? Finalmente una moneta trasparente e collettiva senza un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta; ma la Blockchain, per continuare a crescere, dovrà interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.

1456136430_Bitcoin-600x335-600x335

La “catena di Sant’Antonio” dei bitcoin attira sempre più l’attenzione di banche e investitori. È un meccanismo intelligente che verrà adottato anche al di fuori dell’ambito in cui è nato. Il bitcoin ha creato una forte spaccatura tra sostenitori e detrattori, questi ultimi concentrati sul fatto che è possibile fare transazioni senza intermediazioni bancarie e quindi è possibile comprare qualsiasi cosa pagando con la criptovaluta, anche merci e servizi illegali, come se prima della sua invenzione avvenuta nel 2008, l’illegalità non fosse mai esistita. La Blockchain mette invece tutti d’accordo, perché per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza.
Anche l’Associazione bancaria europea (Abe) ne ha tessuto le lodi.

Ma cos’è e come funziona la Blockchain?

È un database, un libro digitale nel quale vengono registrate tutte le transazioni bitcoin. Una sorta di protocollo di comunicazione (una rete diffusa in tutto il mondo), che risiede su migliaia di Pc collegati tra loro chiamati nodi. In questo modo i dati non vengono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine. Ed è proprio questo il suo punto di forza, perché chiunque può farne parte: è accessibile a tutti, basta scaricarlo tramite un software specifico. Una logica di governance basata sul concetto di fiducia tra tutti i soggetti della rete, grazie alla quale nessuno ha la possibilità di prevalere e tutto passa rigorosamente attraverso la costruzione del consenso. Il problema che la Blockchain risolve è assicurare che chi paga in criptovalute sia il vero proprietario della moneta, tramite la ricostruzione di tutti i passaggi di quella moneta che si sta usando per quella specifica transazione. L’idea geniale alla base è questa: utilizzare un registro digitale pubblico (la Blockchain) per validare e verificare ogni singola transazione. Il pagamento deve essere in pratica certificato dalla maggioranza dell’intera rete.
La Blockchain certifica quindi qualsiasi transazione.

Senza scendere in troppi tecnicismi informatici, potremmo semplificare il suo funzionamento così: le transazioni (costituite da dati crittografati) vengono verificate, approvate e successivamente registrate su tutti i nodi che partecipano alla rete. La medesima “informazione” è quindi presente su tutti i nodi e pertanto diventa immodificabile se non attraverso un’operazione che dovrà essere approvata della maggioranza dei nodi di quella rete. In questo modo si permette a chiunque voglia farne parte di sapere quanta moneta c’è in circolazione e di seguirne i flussi. Per questo viene considerata una moneta trasparente e collettiva, non esiste un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta.

La Blockchain è quindi una tecnologia orizzontale, coinvolge tutti e incarna lo spirito della disintermediazione con cui è stata pensata. Affonda le sue radici in una sorta di filosofia anarchica, l’anarco-capitalismo degli anni ’80, un orientamento della politica liberale diffuso negli Usa, che aveva l’obiettivo di preservare la ricchezza dall’intrusione di autorità e dai governi. Ma il paradosso, oggi, è che la Blockchain per continuare a crescere dovrà cominciare a interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.
D’altra parte, come accade in tutte le rivoluzioni tecnologiche industriali e culturali, si inizia sempre con le aspettative di cambiare tutto e alla fine ci si adatta. Saranno poi i regolatori a gestire questo delicato passaggio di assestamento. I due punti di forza della piattaforma rimarranno comunque sempre gli stessi: riuscire ad assicurare l’immutabilità dei dati gestiti, perché in grado di garantirne la storia (non si può cancellare il passato); l’accessibilità per tutti. Per questo siamo di fronte a un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni – in generale, non solo quelle che riguardano transazioni di criptovalute – e per questo porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale.

La rete anarchica dietro i Bitcoin

Immaginiamo per un attimo di tornare indietro nel 1994 e di trovarci fra le mani una rivista di tecnologia che parla di Internet mentre ascoltiamo a tutto volume una canzone dei Nirvana, seduti sul divano di casa. “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”, si leggerebbe su quella rivista. Ora ricatapultiamoci nel presente: siamo all’interno di un vagone affollato della metro e mentre ascoltiamo una canzone dall’auricolare – questa volta degli Arctic Monkeys –, sul nostro smartphone osserviamo, attoniti, un grafico del Bitcoin che accompagna l’articolo di un quotidiano online. Scorrendo il testo con il pollice, l’occhio cade su una frase: “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”.

Bitcoin

Il Bitcoin innovativo come lo è stato il web? A qualcuno potrebbe sembrare un paragone azzardato, addirittura farneticante. Ma in verità, secondo diversi osservatori, non lo è affatto. Soprattutto grazie alla struttura su cui si basa il Bitcoin, la cosiddetta Blockchain, che in molti hanno paragonato alle invenzioni più importanti degli ultimi 100 anni.

Chiariamo subito un concetto, visto che per un certo periodo la Blockchain è stata confusa o, meglio, identificata con il bitcoin. Si è scelto di adottare una convenzione: il termine Bitcoin con l’iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia su cui si basa – appunto la Blockchain –, mentre il minuscolo bitcoin si riferisce alla valuta in sé.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin inteso come valuta continua a crescere senza freni: solo nel 2017 è salito dell’850 per cento, arrivando a rappresentare una capitalizzazione di circa 160 miliardi. Una crescita inarrestabile che si autoalimenta: più passano le ore, maggiore è l’interesse che suscita, anche tra i meno esperti di logiche finanziarie. Alcuni la definiscono una colossale bolla speculativa – lo scoppio della quale destabilizzerebbe addirittura l’economia di alcuni Stati –, altri lo vedono invece come il punto di riferimento del prossimo futuro. Impossibile sapere oggi chi ha ragione. Restiamo allora sul presente, che tutto sommato è anche l’inizio di quel futuro, e soffermiamoci sulla tecnologia alla base del bitcoin, un nuovo protocollo che sta permettendo alla criptomoneta di ottenere sempre maggiori consensi. Pensiamo anzitutto al fatto che una moneta non può diffondersi senza fiducia. È un principio che i Romani avevano capito già duemila anni fa e che evidenzia molto bene Pietro Caliceti in un suo appassionante romanzo, Bitglobal: “La parola ‘credito’ viene dalla parola ‘credere’ – scrive l’autore – ossia avere fiducia. E se si ha fiducia che la moneta sarà accettata in pagamento, qualsiasi cosa può servire da moneta: denti di balena, conchiglie, sigarette, pietre. Persino algoritmi”.

Nel caso dei bitcoin e delle criptovalute in generale, la sempre maggiore fiducia arriva proprio grazie alla solidità del protocollo su cui si poggia.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE
Alla luce di tutto ciò, quel paragone iniziale con il ’94 comincia dunque ad avere senso. Se la rivoluzione digitale ha permesso di mandare a chiunque la copia di qualsiasi file, la Blockchain permetterà invece di trasferire per la prima volta un oggetto digitale univoco, non la sua copia.
Nel caso del Bitcoin si tratta della transazione della valuta, ma se pensiamo a tutte le cose che rimangono univoche, i settori che potrebbero investire in questa nuova tecnologia sono davvero tanti. Addirittura il voto politico, in un futuro prossimo, potrebbe essere validato dalla Blockchain. Oppure un atto notarile.

Secondo uno studio della banca d’investimento svizzera Ubs, l’incremento del valore economico annuo mondiale della Blockchain potrebbe addirittura subire un’impennata tra i 300-400 miliardi di dollari entro il 2027, proprio grazie all’introduzione di nuovi servizi e prodotti. Pensiamo al mondo delle assicurazioni, al lavoro dei commercialisti e degli avvocati. Insomma, la lista è davvero lunga e tutto fa pensare che prima o poi anche la Blockchain assumerà un’economia di scala e varrà adottata in massa.

È un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può prelevarlo dal web, diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in Bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

Estrapolata dal suo contesto può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Un protocollo sicuro e inespugnabile che ha già spinto 25 banche ad investire nella startup R3, dedita alla creazione di blockchain per il mondo finanziario dei circuiti bancari canonici.

Le transazioni vengono distribuite sui nodi che la convalidano, inserendole nel primo blocco libero disponibile. Un sistema di time stamping decentralizzato, ovvero che non necessita di una sola ed unica risorsa centrale come può essere un server, impedisce che la stessa quantità di Bitcoin venga usata per compiere due acquisti o che la traccia della transazione venga cancellata o modificata. Diventa così possibile pubblicare tutte quelle applicazioni e quei dati che oggi, per sicurezza e per privacy, risiedono su server proprietari e privati.

Riducendo all’essenziale la definizione di Bitcoin si può dire che è un’informazione e, come tale, va scovata. Ogni blocco contiene 25 Bitcoin (9.800 euro al cambio attuale) e viene liberato dai miner, minatori dotati di un’enorme potenza di calcolo utile a risolvere l’algoritmo che li protegge. Di fatto una miniera dalle risorse non illimitate, oggi ne circolano circa 15,25 milioni. Il meccanismo di sblocco si autoregolamenta affinché ne venga liberato uno ogni 10 minuti circa: quindi più potenza di calcolo viene impegnata per risolvere gli algoritmi più questi diventano complessi. Chi libera un blocco incassa 25 Bitcoin che può riversare sul mercato e quindi conseguire un guadagno. Anche i nodi, le maglie della catena che supervisionano e approvano le transazioni, incassano una piccola percentuale del totale delle transazioni stesse.

Perché funziona? La risposta è la più banale possibile: perché tutti coloro che vi partecipano guadagnano. E comprometterne l’attendibilità significherebbe mettere in discussione la sicurezza del protocollo e quindi del Bitcoin, peraltro già minata dai fallimenti delle piattaforme di scambio.

Per comprendere meglio come il Bitcoin si stia spandendo in Italia ci siamo avvalsi delle conoscenze di Guido Baroncini Turricchia, membro del network Coincapital, che tra le altre cose ha creato il primo bancomat per il cambio euro-Bitcoin. “In Italia c’è molto fervore ma è difficile creare, questo spiega perché gli italiani vanno a fare startup all’estero”. La raccolta di fondi difficile e la burocrazia spingono verso altri lidi, così come la poco marcata tendenza a creare un vero sistema.

“Le startup che lavorano alla Blockchain hanno attirato investimenti per circa 1 miliardo di dollari, il 70% dei quali fuori dall’Europa, continente in cui l’Inghilterra è molto attiva”.

Eppure lo stesso Baroncini Turicchia, con la startup Helperbit, è stato premiato al contest D10E , conferenza internazionale itinerante che nella sua edizione corrente si è soffermata sulla Blockchain, strappando un biglietto per l’edizione di San Francisco a luglio, alla quale presenzierà un parterre di investitori.

Una startup nostrana si fa notare, nonostante in Italia la cultura del Bitcoin e del suo protocollo debba ancora attecchire. “Da noi è necessario che la politica, gli attori di rilievo dell’economia e il sistema bancario siano più uniti e aperti verso l’innovazione”, continua Guido Baroncini Turricchia.

Helpbit vuole veicolare cultura e sicurezza, questa volta in ambito sociale, promuovendo donazioni peer-to-peer destinate alle aree colpite da catastrofi naturali: “Se si donano Bitcoin a un’organizzazione, si può seguire il percorso della donazione e sapere come sono stati impiegati i fondi. Questo spinge le persone a superare la paura che il proprio denaro venga impiegato male”.

criptovalute-755x515-1

La tecnologia su cui si basano le criptovalute è orizzontale e incarna lo spirito della disintermediazione. È applicabile a una miriade di settori e porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale

Bitcoin sfiora i 10mila dollari, dove può arrivare?

Bolla o cos’altro? In realtà dietro al +900% in un anno della più popolare criptovaluta si nascondono l’interesse di investitori istituzionali e l’effetto bene rifugio. Entro l’anno a quota 15.000 ?

Bitcoin