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2224.- Ponte Morandi, ‘la ricostruzione diretta dal Registro navale italiano’. La notizia scompare, non la verità

Incuriosisce di più una notizia che viene pubblicata o una che misteriosamente scompare?

Nel turbolento vivere quotidiano in cui tutti criticano la stampa, ne attaccano l’indipendenza (temendo in realtà che i giornali siano davvero liberi di scrivere quel che va raccontato), si ubriacano di fake news e – come moderni untori – offrono il calice a chi è nella rubrica di WhatsApp, viene da chiedersi che effetto possa fare l’eliminazione di una pagina dal sito web di un grande quotidiano. Non è la comunicazione infondata di un vicepremier ricoverato per un malore in un nosocomio romano, ma un articolo che almeno all’apparenza poggerebbe su eventi documentati.

È la storia del pezzo che la redazione di Genova di Repubblicaaveva titolato Ponte Morandi, la direzione della ricostruzione al Registro Navale Italiano, ente al centro di cause internazionali, che era apparso su Google News e che a distanza di poche ore si è dissolto. Chi clicca sul link (presto sparirà anche quello) finisce su una pagina in cui campeggia un “non trovato”, cui fa seguito l’invito a segnalare alla redazione il problema riscontrato nella navigazione on line.

L’articolo era stato parzialmente ripreso (con tanto di rinvio al sito di Repubblica) anche dal portale di Windper poi sparire anche da lì, dove si leggeva un occhiello: “L’affidamento del coordinamento dei lavori al Rinagià condannato per il disastro della petroliera Erika e in causa per un rogo in Pakistan e un traghetto affondato in Egitto, è stato contestato dall’associazione ‘Abiti Puliti’”. Quasi si trattasse di un giallo misterioso, viene voglia di saperne di più. In un’epoca in cui si predica il fact checking, la tentazione di verificare si fa forte e i riscontri sui fatti citati è abbastanza agevole.

Primo accertamento. “Abiti Puliti” è da ricondurre alla “Clean Clothes Campaign”. È un’organizzazione che dal 1989 lavora per garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori (e in particolare delle donne lavoratrici) e che in Italia ha sede a vico Tartaruga a Genova presso la cooperativa equosolidale Fair, impegnata nella promozione di campagne di sensibilizzazione per la giustizia sociale ed ecologica, i diritti umani e il lavoro.

Il secondo blocco di conferme riguarda l’oggetto delle contestazioni. La storia della “Erika”, cargo che trasportava oli minerali e affondò nel golfo di Guascogna nel 1999 provocando danni ambientali lungo 400 chilometri di costa bretone, si è chiusa nel 2012 con la condanna di Total a 171 milioni di euro e di Rina (ossia il Registro Navale Italiano) a 30 milioni.

Il traghetto in Egitto? L’affondamento dell’Al Salam Boccaccio 98 viene considerato uno dei più grandi disastri marittimidella storia contemporanea. La notte tra il 2 e il 3 settembre 2006 1031 persone – tra pendolari, turisti e pellegrini di ritorno dalla Mecca – muoiono in un naufragio seguito a un incendio a bordo, provocato dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. La certificazione di quella nave era stata rilasciata dal Rina e la causa arriva a Genova, dove a dicembre 2012 il procedimento si estingue per difetto di giurisdizione: al momento dell’incidente il traghetto batteva bandiera panamense, perciò è lì che si dovrà tenere il processo (di cui non si hanno elementi).

Se andiamo indietro di poco più di due mesi troviamo l’anello di giunzione tra “Clean Clothes Campaign” e Rina, circostanza che forse spiega come mai sia stata l’associazione Abiti Puliti a far sentire la propria voce in un contesto il cui unico possibile fil rouge è la “sicurezza”. L’11 settembre del 2012 scoppia un incendio nello stabilimento tessile della Ali Enterprises di Karachi, in PakistanL’idoneità di quella fabbrica sotto il profilo della sicurezza era stata certificata da Rina, che aveva delegato la società locale RI&CA. Venne rilasciata la certificazione nonostante mancassero scale, uscite di sicurezza, estintori. Quell’ok ha contribuito a totalizzare la terrificante cifra di 260 morti, carneficina per cui sopravvissuti e i parenti delle vittime sono venuti a manifestare nel capoluogo ligure nemmeno un mese fa.

Tutto qui. Ogni riflessione è lasciata a ciascuno di noi. Si può cancellare un articolo, ma – visto il contesto marittimo – le cose vengono sempre a galla.

Umberto Rapetto
Umberto Rapetto. Giornalista, scrittore e docente universitario

Classe 1959, segno zodiacale Leone, da bambino ero talmente indisciplinato da far finire in collegio pure mio fratello più piccolo, segnando l’alba delle guerre preventive. Maturità classica alla Scuola Militare Nunziatella di Napoli, tre lauree, qualche corso di specializzazione, sono quel generale della Guardia di Finanza in congedo “colpevole” di aver diretto l’indagine sulle slot machine, quella dei 98 miliardi di euro…
Precursore delle indagini telematiche al punto di guadagnarmi l’appellativo di “sceriffo del web”, creatore e per undici anni comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, nel 2001 – ad esempio – ho “catturato” gli hacker penetrati nei sistemi informatici del Pentagono e della NASA e di uno di quei bricconi sono pure diventato amico. Mi si vede apparire in tv o mi si ascolta alla radio dove dico sempre le stesse cose, ma alla gente piace così. Scrivo – pardon, scarabocchio – su un mucchio di giornali come fanno quelli che insistono con le penne a sfera che non ne vogliono sapere.
La buonanima di Gigi, mio papà (incredulo di certe pubblicazioni), mi diceva “ieri ho visto un libro di un tuo omonimo” ed io – preoccupato dall’immaginario concorrente – sono stato costretto a farne uscire più di 50 senza riuscire ad incrementare la stima paterna nei miei riguardi. Docente in numerosi Atenei italiani e stranieri (l’ultimo contratto alla Facoltà di Ingegneria all’Università di Genova) e nei più importanti Centri di formazione militare e di polizia (insegno fra l’altro Open Source Intelligence alla NATO School di Oberammergau), cerco di non prendermi sul serio e mi svago con motociclettone e auto d’epoca. Dopo un anno e mezzo in Telecom Italia, prima in veste di consigliere strategico di Franco Bernabè, e poi come Group Senior Vice President, ho scelto di trovare nuove avventure e sono stato come sempre fortunato riuscendo in qualcosa di divertente da fare. Ho “messo su” una piccola azienda, assumendo qualche bravissimo giovane a tempo indeterminato e cercando di tener fede al nome dell’impresa che si chiama “HKAO – Human Knowledge As Opportunity.
Ho deciso di scrivere sul sito del Fatto Quotidiano per annoiare amici prezzolati e dissertare inutilmente su temi di sicurezza informatica, crimini tecnologici e stravaganze cibernetiche.


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2223.- Da Miglio ai due referendum: un sogno che diventa realtà

Nino Galloni‏ 

“SENZA UN PO’ DI MONETA STATALE NON A DEBITO PER IL SUD, LA MAGGIORE AUTONOMIA FISCALE DELLE REGIONI RICCHE DETERMINERÀ LA FINE DELLA INTEGRITÀ NAZIONALE. IL SUD NON È MAI STATO COSÌ LONTANO DAL NORD NEGLI ULTIMI 150 ANNI.”

 DonniniMario

“SARÀ COSÌ. L’AUTONOMIA SARÀ UN COSTO, MA DOVE E FINCHÈ CE N’È. INFATTI, IL DUBBIO È SUL MANTENIMENTO DELLE REGIONI, CHE ABOLIREI O RIDURREI ALLE TRE DI MIGLIO; COSÌ, MI CHIEDO SE L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA NON POTREBBE ESSERE UNA POSSIBILE FONTE DI RESPONSABILIZZAZIONE PROPRIO PER IL SUD.”

Prof. Gianfranco Miglio

Non è l’indipendenza predicata da Umberto Bossi, né il federalismo sognato da Gianfranco Miglio. Non è neppure il federalismo fiscale che Roberto Calderoli aveva messo a punto nell’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi e che poi, da Mario Monti in giù, nessun altro premier aveva estratto dal dimenticatoio. L’autonomia differenziata delle regioni è una cosa diversa da tutto ciò, ma è un capitolo della stessa storia, quella di territori produttivi che si comportano come cavalli purosangue: per dare il meglio chiedono di galoppare senza troppe briglie.

Bossi agitava la secessione ma puntava al federalismo

L’autonomia è nel Dna della Lega, anche se ha perso per strada il Nord. Il Bossi delle origini era un politico che voleva dare attuazione alle idee del professor Miglio, il quale dagli anni Sessanta predicava (nel silenzio generale) che l’accentramento amministrativo era stato un errore. Un’Italia federale fatta di macroregioni sarebbe stata più rispondente alla storia del Paese e anche alle diversità economiche.

Il Senatur portò Miglio in Parlamento ma non gli diede un seggio da ministro delle Riforme, nonostante che il professore avesse elaborato il primo progetto per modificare la Costituzione in senso autonomista. Bossi finì addirittura per superare le idee di Miglio quando premette sull’acceleratore e da forza federalista fece diventare il Carroccio indipendentista.

Correva il 1996. L’obiettivo era irraggiungibile, Bossi lo sapeva ma preferiva cavalcare l’utopia della Padania libera piuttosto che scendere a qualche compromesso. Quando la Lega tornò al governo, nel 2001 e soprattutto dal 2008, i propositi scissionisti furono trasformati in un progetto più abbordabile e più sensato. Si chiamava federalismo fiscale, un tema ben noto agli studiosi di Scienza delle finanze, che non il centrodestra, ma il centrosinistra aveva introdotto nella Costituzione con la riforma del titolo V operata nel 2001. I suoi tessitori furono Calderoli e Giulio Tremonti. Era un modo per segnare una differenza territoriale giustificata dal buon governo. Le regioni avrebbero goduto di maggiore autonomia tributaria ma se ne sarebbero assunte tutte le conseguenze. Roma non avrebbe più saldato il conto degli amministratori dalle mani bucate, che alle elezioni successive non si sarebbero potuti ricandidare.

Il principio era lo stesso che si trova alla base di qualunque rivendicazione autonomistica: più i centri di spesa sono vicini ai cittadini, più facile è il controllo di come vengono impiegati i soldi. D’altra parte, se la Padania indipendente era una chimera, il fisco federale è una realtà consolidata in Trentino Alto Adige, dove funziona alla grande, e pure in Sicilia, anche se l’isola non si fa mai bastare i soldi delle sue tasse. Il processo riformista si è arenato con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, e poi di Letta, Renzi e Gentiloni.

Ma le regioni del Nord continuavano a lavorare per guadagnarsi maggiori spazi di azione. Che questa sia un’esigenza profondamente sentita, lo hanno confermato i referendum del 22 ottobre 2017 in Lombardia e Veneto: due plebisciti (98 per cento di sì in Veneto) per l’autonomia differenziata. Soldi in più non ne arrivano, per ora. Ma è un passo contro il centralismo e contro gli sprechi.

Stefano Filippi – Gio, 14/02/2019 

2222.- PUTIN RESPINGE LE MIRE DI ERDOGAN SULLA SIRIA

“La Turchia non entrerà mai nell’Unione europea”. Nel settembre 2017, Parigi e Berlino vollero sospendere e, poi, chiudere, i rapporti con la Turchia che, dapprima, reagì con forza. Il ministro massacratore dei Gilet Jaunes, allora, portavoce del governo francese, Christophe Castaner, dichiarò all’emittente France Inter: “La situazione politica della Turchia non permette di vedere un proseguimento delle discussioni. Si può continuare il dialogo, ma i negoziati, sotto tutti gli aspetti, sono sospesi, oggi non ci sono più. Questa è la realtà”. Fecero eco Angela Merkel e Martin Schulz: Ankara non ha mai avuto e mai avrà una chance di far parte dell’Ue. Infine, durante l’assemblea plenaria a Strasburgo, gli eurodeputati votarono a maggioranza qualificata di due terzi per il congelamento della procedura di adesione della Turchia. La Turchia aveva presentato la domanda di adesione il 14 aprile 1987, quindi, era da 54 anni che sperava in qualcosa che non accadde e che non sarebbe accaduto mai. All’epoca, gli italiani erano anch’essi contrari all’ingresso in Europa di 80 milioni di musulmani, ma l’Italia insistette affinché venisse lasciata alla Turchia la responsabilità della rottura. Dire no alla Turchia in Europa significò rifiutare il primo Paese islamico a essere ufficialmente candidato nell’Unione, con importanti conseguenze nel resto del mondo musulmano. Oggi, che milioni di musulmani sono immigrati in Europa, ci chiediamo quale sarebbe stata l’evoluzione della Turchia e della politica di Recep Tayyip Erdogan dopo l’ingresso in Europa? Al momento, Erdogan chiese chiarezza all’Europa, in seguito, sposò il progetto di un rinato impero ottomano. Dobbiamo partire da lì.

Putin respinge le mire di Erdogan sulla Siria

di Maurizio Blondet


“Lo ha fatto  giovedì  a Sochi durante un incontro bilaterale con il turco: la Turchia non ha il diritto di stabilire una zona-tampone in Siria senza il consenso di Damasco e l’invito del presidente siriano Assad.

Da notare: prima di entrare nella riunione e a due, Erdogan aveva espresso davanti a giornalisti   che contava di ottenere da Mosca (e  dall’altro alleato, l’Iran) il coordinamento per ritagliarsi una zona di sicurezza in una fetta del territorio siriano  a Nord.

Il bilaterale  è avvenuto  nel quadro della riunione dei tre stati “garanti”  del processo di pace deciso ad Astana, in cui ha partecipato l’iraniano Hassan Rouhani.  Putin ha invitato  farla finita con l’ultima enclave di terroristi  . Rouhani  si è detto d’accordo, mentre Erdogan non ha risposto. Come poi ha confermato  il portavoce presidenziale Peskov,  nessuna operazione militare   contro Idlib è stata decisa dai tre, evidentemente a causa della diserzione turca.

La Reuters vede giustamente in questo un intensificarsi delle tensioni fra Mosca ed Erdogan. Costui di fatto continua a non riconoscere Assad come legittimo governante.  E  di fatto  i caccia americani che  coprono  dal cielo le milizie curde anti-Daesh, continuano a decollare dalle base (NATO) della Turchia. Commandos e comandi americani restano  operative nella zona nord della Siria, a fianco delle  milizie curde;  Putin ha   commentato che  l’annuncio di Trump di ritirare le sue truppe è “un passo molto positivo”; ma  ha subito aggiunto che il presidente Usa potrà non adempiere a queste promesse 2per ragioni di politica interna”.  Erdogan: “Se il ritiro dlele truppe USA si realizza, questa decisione avrà numerose conseguenze   nella regione”.  Evidentemente vuole sostituire le sue truppe a quelle che usciranno, invece che restituire il territorio al governo legittimo di Damasco.  Nella conferenza stampa finale, Putin ha nonostante tutto definito   molto positivo il clima del trilaterale, e s’è detto fiducioso che la crisi “sarà risolta dal processo politico e dai negoziati”.

Noi ricordiamo padre  Paisios dell’Atos:  “Ci sarà una guerra tra Russia e Turchia. All’inizio i Turchi crederanno di vincere, ma ciò sarà la loro rovina. I Russi alla fine vinceranno e la Città (Costantinopoli)  cadrà in mano loro. Poi la prenderemo noi… Saranno costretti a darcela…».
«Gli Inglesi e gli Americani ci concederanno Costantinopoli.
Non perché ci amino, ma perché ciò concorderà con i loro interessi.»

I Turchi saranno distrutti. Saranno cancellati dalle mappe, poiché sono una nazione non scaturita dalla benedizione di Dio.”

2221.- AUTONOMIA DIFFERENZIATA, RESPONSABILITA’ E UNITA’


Udo Bullmann, presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici 


Come interpreta, la Politica, i sentimenti dei cittadini? Per i più consapevoli, i partiti si pongono come carrozzoni della politica, incapaci di offrire una reale partecipazione alla vita della Nazione. Inoltre, la grande maggioranza dei cittadini chiedeva e chiede “lavoro” e non “elemosine di cittadinanza”. Il presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici Udo Bullmann ha definito come un “richiamo alla realtà” il durissimo attacco del leader dei liberali dell’Alde, Verhofstadt al Presidente del Consiglio Conte, alla plenaria di Strasburgo. Come vogliamo interpretare, allora, i risultati delle elezioni in Abruzzo?

Il consenso crescente dell’intero Paese nei confronti della Lega premia l’attivismo di Salvini e sta a significare un giudizio di insufficienza sull’assistenzialismo portato avanti dai 5stelle. I nodi fra i due partiti vengono, ora, al pettine con l’intesa sull’autonomia differenziata per le tre regioni, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. C’è chi è ancorato al passato e non perde l’occasione di fare campagna elettorale, che parla di attentato all’unità dello Stato; ma lo Stato è diviso di fatto in almeno tre aree, come ben predicava Miglio e mantenerlo unito non deve significare perpetrare questa situazione. Così, parlare della perequazione tra aree forti ed aree deboli con riguardo ai gettiti tributari trattenuti e porla a carico dello Stato corrisponde alla logica assistenzialista con cui si è tentato di bilanciare l’irresponsabilità gestionale delle Regioni del Sud. Non che al nord siano rose e fiori, ma le condizioni del Nord lasciano più margini agli amministratori per far quadrare i conti del bene e del male. Ben venga una richiesta di maggiore autonomia anche dalle Regioni del Sud. Uno Stato determinato a risalire la china, la imporrebbe a tutte le Regioni in egual misura. Sarebbe l’occasione per obbligare quelle Regioni ad assumersi maggiore responsabilità, principiando proprio dal loro interno. La Lega, per suo conto, se vuole trionfare e il PD, se vuole rinascere, devono puntare a questi risultati e lasciare che l’assistenzialismo dei 5stelle vada alla deriva.

Parliamo del consiglio dei Ministri dove si discuterà la bozza dell’accordo tra Stato e Regione Veneto sull’autonomia

Super-autonomia leghista alle tre Regioni più forti, il sud insorge. E forse non ha torto…

Scrive Robert Perdicchi: “Mentre i grillini festeggiano intorno al triste feticcio del reddito di cittadinanza, illudendosi che una misura assistenzialista per il sud possa bilanciare il consenso crescente dell’intero paese nei confronti della Lega, nel silenzio più o meno generale si sta consumando un’operazione di devolution, in stile Bossi anni Novanta, che rischia di premiare le tre regioni più forti del Paese a dispetto del resto d’Italia, ma soprattutto del sud.

“Nessuno slittamento. I testi sono pronti e li porto in Consiglio dei ministri domani”, conferma la ministra degli Affari regionali Erika Stefani sulle tre bozze di intesa sull’autonomia differenziata con le tre regioni, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, ormai in dirittura d’arrivo. “Restano dei nodi politici sui quali discutere”, conclude.

Tra i nodi politici, c’è quello della “doppia velocità“: autonomia è un bel concetto, ma quando si declina solo per chi già balla da sola, come le regioni economicamente più sviluppate, rischia davvero di minare la coesione sociale del Paese, nel silenzio del M5S, incapace di cogliere quali siano le vere minacce alla stabilità del territorio, altro che Tav…

La sinistra, ovviamente, contro quel decreto sulla super-autonomia al nord, lancia la solita battaglia del vittimismo meridionalista, con il governatore De Luca a tuonare contro Salvini, senza un briciolo di autocritica su quella doppia velocità imposta al sud proprio da una classe dirigente, inadeguata, a cui lui stesso appartiene.

Il nuovo regime prevede che ulteriori materie legislative rispetto alle attuali (tra le aggiunte si annoverano sanità, istruzione e tutela dell’ambiente, energia, beni culturali) vengano date in gestione esclusiva sottraendole a quella congiunta dello Stato.

Punto sul quale la Svimez, istituto di ricerca meridionale, fa notare: ”Il dibattito sul regionalismo a geometrie variabili è rimasto per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico e ora se ne continua a parlare in riunioni riservate. Man mano che trascorre il tempo, la parte più forte del Paese, il Nord, si trova ad essere sempre più debole e reagisce in modo sempre più aggressivo. Questa è la bomba ad orologeria piazzata alle fondamenta del nostro Stato”, attacca il presidente Adriano Giannola, al seminario Cgil sull’autonomia rafforzata. Il Presidente Svimez ha ribadito che, come sosteneva la legge 42 del 2009, fatta dal senatore leghista Calderoli, ministro delle Riforme nel governo Berlusconi, norma peraltro mai applicata, ”è lo Stato che deve assumersi la responsabilità di fare la perequazione tra aree forti ed aree deboli”.

Anche per il professor Gianfranco Viesti, quella norma che aumenta il gettito tributario trattenuto dalle Regioni più forti, non significa altro che ridurre i finanziamenti alle altre regioni attribuendo un ulteriore vantaggio economico al settentrione. Italia spaccata? Un rischio, cerrto. Sta di fatto che la stessa richiesta, di maggiore autonomia, potrebbe arrivare anche dalle Regioni del sud, ma autonomia significa anche responsabilità, controllo, spending review. Come si conciliano questi argomenti con il dna assistenzialista che scorre nelle vene di Pd e M5S?”


2220.- LA “SUPERCLASSE” DELLA FINANZA E I SUOI CRITICI (in USA)

Dovrebbero rappresentare la forza che accompagna la crescita dell’umanità, ma sono solo l’equivalente di una malformazione genetica o di un parassita troppo grosso.

Blondet & Friends riporta, tradotto, questo articolo di Farhad Manjoo, che punta il dito sul Gotha finanziario mondiale e, perciò, sulla madre dei “milioni di morti per il potere di pochi”: in pratica, sui moderni farisei e il loro folle disegno di un Nuovo Ordine Mondiale.
Quando il nostro amico Giulio Antonio Brianza Troisi scriveva il suo saggio sull’abolizione del denaro, intendeva proprio questo: evitare che uno strumento senz’anima prendesse le redini dell’umanità.

Questi che vedete sono alcuni dei reali possessori degli Stati Uniti d’America. Sembra unirli la stella di David, ma, in realtà, è il denaro che li unisce.
Maurizio Blondet

Abolire i miliardari”:  

quando un  titolo così appare   sul New York Times, il quotidiano più  autorevole dei “liberal”  e della “superclasse progressista”,  bisogna riconoscere  che è un evento in sé. L’autore del pezzo, Farhad Manjoo  (sudafricano di origine indiana, 40 anni, espertissimo delle nuove tecnologie, “un campo che crea e uccide un miliardario all’anno”) dice che in questa veste ha   accumulato un a  vera conoscenza antropologica  del miliardario.  E   va giù duro: “ Possedere un miliardo di dollari è    assolutamente   più di quanto chiunque abbia bisogno, anche tenendo conto dei lussi più esagerati. È molto più di quanto chiunque potrebbe ragionevolmente affermare di meritare, per quanto creda di aver contribuito alla società.  A un certo livello di ricchezza estrema, il denaro inevitabilmente corrompe. A sinistra e a destra,   “compra”  il  potere politico, mette a tacere il dissenso, serve principalmente a perpetuare una ricchezza sempre maggiore, spesso non correlata a nessun reciproco bene sociale”.

(105 miliardi. Non è accettabile)

Eliminare i  miliardari, essenzialmente con la tassazione marginale  progressiva e molto alta, è una richiesta che sta avanzando negli Stati Uniti, dal lato “progressista”.  La deputata Alexandra Ocasio Cortez, 29 anni, esponente in crescita del partito democratico,  femminista militante, sta guidando una campagna  per l’abolizione dei ricconi,  con  lo slogan: “Ogni miliardario  è  un fallimento politico”.  Huffington Post se  n’è uscito con un articolo,  firmato da una ex direttrice del  Wall Street Journal, che pone la domanda: “ Perché  poi i miliardari dovrebbero esistere?”

Should Billionaires Even Exist?

Insomma in USA –  grazie anche all’odio dei liberal per il milionario Trump – l’atmosfera   sta cambiando.   Ne avvertiamo soprattutto i progressisti nostrani, radicali e radicalchic: in USA, da cui accogliete tutte le mode, la moda sta cambiando, si entra nella critica all’iper-capitalismo, e voi  non avete niente da mettervi. Del  resto  cosa volete pretendere, sapendo che gli “intellettuali di sinistra” da noi vanno da Eugenio Scalfari (200 milioni di capitale) ad Augias (“giornalista” da 370 milioni annui),da Fabio Fazio e Saviano con casa a Manhattan passando per le giornaliste Rai da 200 mila e più : se  non miliardari, almeno milionari  e quindi per forza solidali  coi super-ricchi, difensori estremi dei “mercati” e del loro potere punitivo dei popoli e dei populisti,  adoratori dei banchieri centrali e  della UE.

Per essere più precisi, questi  esponenti della “sinistra” sono parte integrante  di quella Jacques Attali  ha chiamato la “superclasse”.

Attali – La Surclasse, l’Express, 7 mars 1999.  

L’ho ritrovato grazie all’amico Nicolas Bonnal.   In questo articolo agghiacciante,   il banchiere  dei Rotschild e uno degli autori   dei trattati europei ha raccontato  e prefigurato vent’anni fa, con gelida freddezza, l’avvenire che ci stata preparando  il sistema di potere di cui  lui è membro.

Negli Stati Uniti, la classe  operaia è rapidamente dissolta dalla concorrenza della tecnologia del Nord e dei bassi salari del Sud. Il salario operaio cala da 20 anni.  In dieci anni, la proporzione di impieghi  precari è quadruplicata, e la possibilità di restare disoccupato almeno una volta nei cinque anni a venire, è triplicata. Questa precarizzazione tocca  a poco a poco la classe  media: ingegneri, commercianti, impiegati, quadri intermedi sono minacciati dall’entrata dell’informatica nei servizi e per la concorrenza dei loro omologhi nel Sud (del mondo) entrambe accelerate dalla telecomunicazione”.

In questo mondo  di precari, sorgeranno le nuove “fortune”.

Queste fortune nuove non sono  quelle dei capitalisti tradizionali  né dei dirigenti dei grandi gruppi, ma invece dei detentori di rendite informazionali,   che dispongano, anche per un tempo breve, di un saper o di saper-fare (know-how) unico” .  Sono i “manipolatori di simboli”, le cui “fortune” sono, in fondo, parimenti precarie (il loro sapere ha  mercato “per breve tempo”).

In questo capitalismo globale di alta competizione e bassa inflazione, bisognerà disporre di capitali liquidi, non avere debiti né immobilizzi, e soprattutto  disporre di una “rendita di posizione”  tecnologica (un sapere, una competenza, un’opportunità di essere  un intermediario utile alla  valorizzazione o  circolazione dell’informazione, un’innovazione nel piazzamento di titoli, la genetica, lo spettacolo o l’arte).

Attali descrive estatico questi fortunati: “Coloro che saranno padroni di queste  rendite costituiranno ciò che chiamo una superclasse, perché non si unificano in una classe che deve i suoi privilegi alla proprietà dei mezzi di produzione. Le teorie liberali o  marxiste non si applicheranno a loro: non sono né imprenditori-creatori di posti di lavoro e di  ricchezza collettiva, né capitalisti  sfruttatori della classe  operaia.  Non possiedono né le imprese, nèi terreni, né i posti amministrativi”.

Essi sono ricchi di un  attivo nomade, monetario o intellettuale e l’utilizzano in modo mobile   essi stessi, mobilitando rapidamente del capitale e delle competenze in  combinazioni cangianti, per finalità effimere  in cui lo Stato non ha alcun ruolo.  Essi non voglio dirigere gli affari pubblici (la celebrità  politica è per loro una maledizione)”.

Essi amano creare, gioire, spostarsi; non si preoccupano di trasmettere le  loro fortune o  potere ai figli: ciascuno per sé. Ricchi, vivono lussuosamente, spesso senza pagare ciò che consumano” . Questi nomadi dell’effimero che stanno  attaccati al telefonino negli aeroporti, sugli aerei, negli hotel del lusso-standard..

“Essi portano con loro  – dice Attali   – il meglio  e il peggio, installando una società  volatile, egoista ed edonista, nel sogno e nella violenza”.

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Violenza? Egoismo, edonismo nomade, sogno e violenza? Evidentemente Attali  prefigura  con precisione chiaroveggente  il regime di Macron, di cui i Gilet Gialli provano la violenza, della Erasmus generation  e dei miliardari nomadi, i cui saperi e successi sono ugualmente  effimeri. Quella classe che “si fa passare per detentrice di una conoscenza superiore”, quella  middle class  globale” descritta da Preve, “ caratterizzata  dalla sua facilità di viaggiare, dall’inglese scolastico, dall’uso moderato delle droghe, da una nuova estetica androgina transessuale”, di  cui Emmanuel Macron è  la incarnazione, e addirittura la caricatura.

Attali  sta dalla parte di  questa superclasse.   Lo  dice il disprezzo con cui tratta “le elites tradizionali europee: anch’esse saranno spazzate via da questi nuovi venuti. Civiltà agricola, l’Europa è di fatto meno ben piazzata dell’America per questa vittoria della mobilità.  Farà  più fatica ad accettare che il potere economico non sia più dei proprietari di  terreni, dei muri, di officine, di diplomi. Le sue elites che cumulano queste proprietà divenute anacronistiche saranno a poco a poco declassate.  La Francia è particolarmente mal preparata a questo avvenire. E’ una nazione contadina e statica (statica perché contadina)”.

Non si legge qui la parafrasi degli insulti di cui Macron ha riempito i  i suoi concittadini? “Galli refrattari alle riforme”, “fannulloni, cinici, estremisti” ,  “une foule haineuse” (folla  odiatrice”, detto dei Gilet Gialli), gente  che non fa che lamentarsi, gente “che non sono niente”…

Attali ci ordinava: “Bisogna accettare questa mutazione, perché questa superclasse porta la creatività e il benessere di domani. […]  L’Europa  non deve avere complessi. Nella formidabile fase di  crescita che inizia, e che durerà trent’anni, l’Europa ha tutte le possibilità di essere la  prima potenza del XXI secolo. A condizione di permettere a questa superclasse europea di esprimersi liberamente e di mettere le sue competenze creative  al servizio  del lungo termine e della solidarietà”.

Non sarà come in America, assicura, dove “una superclasse trionfante  galleggerà sulle acque fangose della miseria, e la riuscita di alcuni si  pagherà al prezzo della marginalizzazione del più gran numero e  della violenza de declassati”-

Certo, gongola Attali, “per questo, bisogna immaginare più che un programma politico, una rivoluzione culturale: l’accettazione del nuovo come  una buona novella, la precarietà come valore, l’instabilità come una urgenza e il meticciato come ricchezza.  La creazione di tribù nomadi adattabili   senza  tregua, liberanti mille energie e  portatrici di solidarietà originali”.

“A questo scopo bisogna cambiare tutto – e presto – nel sistema fiscale, educativo e sociale.  Serve una fiscalità che favorisca la creazione più che il possesso di ricchezze, l’innovazione più che la routine, il lavoro ad alto valore aggiunto più che il lavoro non qualificato. E’ assurdo che ci si interessi solo al lavoro non qualificato, abbassando le tassazioni che gravano su di esso, mentre  la disoccupazione più pericolosa per il futuro delle nostre società  è quella dei giovani diplomati, membri potenziali di questa superclasse e  creatori futuri di impieghi non qualificati. Bisogna favorire in ogni modo la creazione  di prodotti, di idee, di intraprese  per cui nascano  impieghi valorizzanti e che ciascuno possa esprimere le sue potenzialità”.

Se obiettate all’idea che bisogna tassare   di più  i meno qualificati,  ossia i poveri,  Attali ha il rimedio: “In contropartita, bisogna imporre una  giustizia sociale più esigente, che assicuri ad ognuno l’eguaglianza delle opportunità  di accedere a questa superclasse. Ossia, cessare di confondere sicurezza e immobilismo, e dare a ciascuno al minimo i mezzi di mangiare, apprendere e di abitare”.

Sentite, assaporate come Attali si esalta a descrivere la sua utopia, il suo ideale di società, miscuglio inestricabile di sessantottismo totale, di rivoluzione permanente o trotzkismo psichico  radicalmente imposto non solo alla società  ma alle anime, in nome del capitalismo ultimo creativo delle competenze fugaci e  dei mercati effimeri, come le rendite. Egli desidera realizzare come utopia questo mondo orribile dove “la liquidazione delle radici forma la base del programma, per cui solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica” (ci avvertiva già Christopher Lasch).

E infatti, l’Europa di Maastricht è sempre più evidentemente adattata   su misura della superclasse – e dei suoi maggiordomi del circo mediatico e politico.

Nella realtà, questa società ha fatto apparire anche in Europa uno squallido fenoemno americano: quelli dei “working poor”, dei poveri che, pur lavorando, restano poveri:  perché  le loro paghe sono al disotto del 60 per cento del reddito mediano (non medio)  delle  famiglie.  Lavoratori e  lavoratrici che non riescono ad assicurare il cibo ai figli.

In-work poverty has been growing across Europe since the global financial crisis in 2008. Here’s what you need to know about the problems facing the “working poor” pic.twitter.com/iafvrKTU53

— TRT World (@trtworld) January 13, 2019

La mancanza di lavori a tempo pieno, l’austerità, le tasse gravanti proprio sui redditi bassi, sono fra le cause.  Così come l’enorme estensione dei lavori in nero  ed illegali. I “lavoratori poveri” sono numerosi   nella stessa Germania . Milioni di bambini nei paesi europei hanno  un genitore che lavora ma vivono  in povertà.   Famiglie con un salario devono ricorrere ai pacchi delle banche alimentari, che in Usa ricorrono ai food stamps. Altri  lavorano 60 ore la settimana per poi abitare in tuguri e faticare a cavarsela. Le nuove povertà europee sono la diretta conseguenza della  “utopia”  attaliana.

I Gilet  Gialli lo hanno capito – anche perché di questa decomposizione della sociailità, di questo globalismo, sono fra levittime, e sono in gran parte “working poor” –  mentre gli intellettuali “di sinistra”  lino, e li bollano di fascisti. E’ il caso  tipico rilevato da Costanzo Preve:

“Oggi ci troviamo in una situazione nuova: gli intellettuali sono nella stragrande maggioranza più stupidi delle persone comuni”.

Orbene, questo mondo  sta cominciando ad essere messo in discussione   proprio  negli Stati Uniti, ad un livello intellettuale che i nostri “intellettuali” non sospettano nemmeno. Non solo si è capito che i miliardari sono dannosi.

Miliardari, affini ai criminali per irresponsabilità sociale

The American  Interest, bimestrale colto, ha anche cominciato a constatare che i miliardari   che  “vivono in comunità chiuse, viaggiano con jet personali e flotte di autobus privati ​​e mandano i loro figli in scuole esclusive”  eludono vittoriosamente le tassazioni perché non si sentono più obbligati a contribuire, poniamo, ai servizi sociali di un moderno stato sociale. E questo loro rigetto “dall’alto” converge con un altro rifiuto “dal basso “ nelle società globalizzate: “Cartelli della droga, trafficanti di esseri umani, hacker informatici, contraffattori, trafficanti d’armi “ e  mettiamoci i nigeriani cannibali , “che  sfruttano le scappatoie, le eccezioni e le falle  delle istituzioni governative per costruire imperi”, spesso micro-sovranità  neo-tribali incistate nella società come piccole enclaves  impenetrabili.

Tutti e due i gruppi privilegiati opprimono e derubano –  dall’alto  i primi,   dal basso  i delinquenti –  “le classi medie,  – le persone che “giocano secondo le regole” andando a scuola e ottenendo tradizionali lavori della classe media la cui principale virtù è la stabilità. Questo tipo di persone, che non hanno la crudeltà di agire come insorgenti criminali o le risorse per agire come insorti plutocratici, possono solo   assistere all’erosione delle istituzioni sociali  costruite nel corso del 20 ° secolo per garantire un’alta qualità della vita per un’ampia maggioranza di cittadini. A mano a mano che le basi sociali dell’azione collettiva si sgretolano, gli individui delle classi medie potrebbe o dover accettare una progressiva perdita di sicurezza sociale e de facto degrado sociale, o aderire a una delle due cosche del rifiuto”; ovviamente come servi.

2219.- La RDC Card: Un altro passo verso il controllo capillare dei cittadini.

PMI.it titola: “La RDC Card viola la Privacy”

e cita i cinque punti della “memoria” depositata dal Garante della Privacy in cui il decreto che disciplina il reddito di cittadinanza evidenzia rilevanti criticità.

Testualmente: “

Bocciato da parte del Garante della Privacy il reddito di cittadinanza, con particolare riferimento all’intero impianto del decreto legge che disciplina la nuova misura, a partire dal sito di riferimento, per passare all’eccessivo controllo dei cittadini, fino ad arrivare alle violazioni al GDPR.

Il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, scrive nella memoria depositata presso la Commissione permanente XI (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica:

  1. viola il GDPR poiché il decreto-legge contiene previsioni di portata generale, inidonee a definire con sufficiente chiarezza le modalità di svolgimento delle procedure di consultazione e verifica delle varie banche dati;
  2. non sono previste misure di sicurezza per i database utilizzati da INPS, Anagrafe tributaria, PRA e le altre amministrazioni pubbliche detentrici dei dati per la verifica dei requisiti dei beneficiari. Un massivo flusso di informazioni per il quale non sono state previste adeguate misure di sicurezza dei dati;
  3. il monitoraggio delle spese è una sorveglianza smisurata, continua e capillare sugli utilizzatori della card;
  4. il sito web presenta diverse carenze nell’informativa sul trattamento dei dati e nelle modalità tecniche della sua implementazione;
  5. forti perplessità vengono sollevate anche sul rilascio delle attestazioni ISEE.

Il Garante Privacy scrive:

Alle attività di monitoraggio centralizzato e sistematico degli acquisti effettuati tramite la carta – suscettibili di comportare l’acquisizione anche di dati particolarmente sensibili – si aggiungono, quindi, i controlli puntuali sulle scelte di consumo individuali, condotti dagli operatori dei centri per l’impiego e dei servizi comunali, in assenza di procedure ben definite e di criteri normativamente individuati.

Per il Garante Privacy si tratta di un’intrusione sproporzionata e ingiustificata su ogni aspetto della vita privata degli interessati.

Blocco del reddito di cittadinanza

A fronte delle problematiche emerse in tema di protezione della privacy, il Codacons è pronto a chiedere in Tribunale il blocco dell’intera procedura di erogazione del reddito di cittadinanza. Il Presidente Carlo Rienzi spiega:

La protezione dei dati sensibili degli utenti è interesse prioritario rispetto al provvedimento economico del Governo, e pertanto in caso di violazione delle norme sulla privacy sarà inevitabile la sospensione dell’intera procedura.”

Aggiungiamo a questo articolo che la protezione della privacy è molto sentita dagli europei. Secondo i dati citati da Barbara Weisz, sono oltre 95mila reclami che sono arrivati alle autorità dei diversi stati per violazione del GDPR, la normativa comunitaria sulla protezione dei dati personali, in vigore dal 25 maggio 2018. Nella sola Italia (secondo i dati che si riferiscono al 31 dicembre 2018) ci sono state: 4mila 704 segnalazioni (in crescita, rispetto alle 3mila 378 dell’analogo periodo maggio-dicembre 2017, quando ancora non era in vigore il GDPR) e 630 notificazioni di data breach. All’Autorità italiana sono inoltre arrivate 43.269 comunicazioni sui DPO (Responsabili per la Protezione dei Dati).

Altre perplessità riguardano il ruolo e la figura stessa del Navigator: sorta di tutor chiamato ad affiancare i beneficiari del contributo nelle attività di ricerca di lavoro e riqualificazione.

Secondo i consulenti del lavoro, infatti, non è chiaro dove i Navigator verrebbero collocati e con quale modello organizzativo dovrebbero operare:

  • le attività connesse alla stipula del patto per il lavoro sono di pertinenza dei Centri per l’Impiego e, dove previsto, da operatori privati accreditati con proprio personale.
  • per la gestione dell’Assegno di ricollocazione è prevista la presenza di tutor dipendenti degli operatori stessi.

Secondo quanto affermato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, in audizione al Senato, caratteristiche e titoli di studio richiesti ai Navigator rientrano nell’ampio plafond di competenze professionali dei consulenti del lavoro: viene pertanto avanzata la disponibilità della categoria a dare il proprio contributo attraverso propri iscritti.

Per i previsti 10.000 Navigator è infatti necessaria laurea quinquennale in economia, giurisprudenza, sociologia, scienze politiche, psicologia o scienze della formazione e servono anche 4 anni di esperienza nel settore della consulenza del lavoro.

2218.- L’Act XIII dei Gilet Jaunes indica un’ovvietà: Non si fermerà

Gilets Jaunes Acte XIII, sabato: Una granata depotenziata sparata ad altezza d’uomo, come consueto, ha sfracellato la mano di un dimostrante, RIPETO: DI UN DIMOSTRANTE. Per Emmanuel Macron e per il suo ministro dell’interno Christophé Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione. Questa Unione europea è finita. Si regge sulla polizia di regime. più e peggio dei regimi nazifascisti. MA, QUI, NON SIAMO A GAZA!

Il punto di Boulevard Voltaire.

Sabato 9 febbraio, Acte XIII


Non si tratta più di posizionarsi a favore o contro il movimento. Non siamo come a favore o contro la pioggia. Cerchiamo di comprendere e poi ci conformiamo alla realtà. Nessuna scelta. Il movimento, a partire dal primo movimento Gilet Jaunes – perché, diciamolo chiaramente, c’è un’evoluzione dal 17 novembre 2018 a oggi: Non sta scemando.

Questo sabato 9 febbraio è stato l’occasione di nuovi scontri, alcuni dei quali alle porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

La stampa si pone ancora furiosamente nei confronti dei gilet gialli e gli ripete continuamente, “ma alla fine, cosa volete?” Ed è vero che c’è una quadratura del cerchio per rispondere a questa domanda. … una parte di ciò che vogliono è del tutto illegale o al di sopra della legge: ad esempio, per deporre il presidente o per istituire un’Assemblea costituente, oppure, per rovesciare la rappresentanza nazionale e sostituirla con esperimenti di democrazia diretta, ecc. Quindi, inevitabilmente, può essere problematico dare una risposta alla domanda ricorrente sul loro “volere”.

Tuttavia, i Gilets sono lì, non fuggono da nessuna parte, e ogni sabato è un passo in più rispetto al sabato precedente. E non sono i giubbotti gialli a cui si deve porre la domanda sul futuro, ma al governo.

Sta a noi cittadini, bagnati dalla pioggia, che ci piaccia o no, rivolgerci ai nostri governanti e chiedere loro: “E adesso?”
Emmanuel Macron non ha risposto nulla.

Julien Michel

Questo sabato 9 febbraio, gli scontri, hanno raggiunto le porte del Palais Bourbon, là dove siedono i deputati.

Il punto amaro dei cittadini

Ma “destituire il Presidente è in tutto e per tutto illegale”. Julien Michel dovrebbe ricordare che l’articolo 68 della Costituzione francese prevede la possibilità che il Presidente venga destituito, in caso di “una mancata esecuzione delle sue funzioni, manifestamente incompatibile con l’esercizio del suo mandato”. Tutto ciò che occorre è che 58 deputati (o 35 senatori) avviino questa procedura.

François Asselineau, il presidente del partito politico “Union Populaire Républicaine” (UPR), che ha vinto lo 0,9% dei voti nel 2017


François Asselineau ha anche facilitato il lavoro ai parlamentari inviando loro un fascicolo con 13 violazioni della Costituzione compiute dal Presidente.
E finora, solo un deputato (MP) Franck Marlin (LR) ha dichiarato di essere disposto a firmare l’applicazione dell’articolo 68 della Costituzione: « Je ne supporte plus le mépris du président de la République et des membres du gouvernement ». Così Marlin, in una lettera del 18 dicembre.

Franck Marlin


Quindi, se il Presidente non viene “destituito”, non è perché la procedura sia illegale, ma solo perché gli “pseudo-avversari”, che hanno i mezzi costituzionali per liberarsi di questo dittatore, non fanno nulla … a parte biasimarlo nei post. Essi sono INTERAMENTE nella paga di Macron. Non siamo più in un paese democratico … la democrazia è morta ….. per il momento. E sarà così fino a quando questo presidente è lì. Grazie a tutti coloro che hanno votato per lui!

2217.- L’Italia fa guerra a Macron, ma la partita è molto più complessa

 

Sempre, i nodi vengono al pettine. Macron è solamente il rappresentante dei poteri finanziari che hanno voluto, creato e che gestiscono questa Unione europea. La partita è fra i popoli europei, con i loro stati sociali e quei poteri, con la BCE – banca privata, infatti – la sua ipocrisia e la sua austerità. Da una parte, le conquiste delle democrazie, edificate sulle rovine delle non poche conquiste dei nazionalismi, dall’altra parte, avvolta come spire di un serpente, la finanza mondiale, con la sua scia di povertà e di morte, in nome di un governo mondiale, ma di che? La guerra di Macron, passa attraverso la competizione economica, ma è contro i ribelli a quel disegno schiavista, di cui, lui, è soltanto uno dei miseri kapò. I Gilet Jaunes, sono i ribelli. Sono francesi perché sono un popolo coeso, al di sopra delle sacrosante divisioni politiche: quello che gli italiani non saranno mai. L’approccio dei 5 stelle agli eroici paladini gialli della democrazia è soltanto strategia elettorale: nessuna chiamata alle piazze, nessuna presa di posizione concreta delle istituzioni italiane, campioni senza valore da quando, in nome di questa Unione europea, a partire dal presidente della Repubblica, hanno rinnegato la Costituzione e la sua meravigliosa trama dei principi, come andava definirla Stefano Rodotà. Qui, leggiamo Lorenzo Vita, per Occhi della Guerra.

Piccolo uomo con le mani lorde del sangue dei suoi cittadini. Guardo gli occhi orbati, le mani sfracellate dalle granate, i morti e le migliaia di feriti dei patrioti, gli undici poliziotti suicidi. Per lui e il suo ministro Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione.

La guerra diplomatica fra Italia e Francia continua inesorabile. Dopo lo scontro fra Luigi Di Maio e il governo francese, che ha provocato l’ira di Parigi tanto da convocare l’ambasciatrice italiana al Quai d’Orsay. Lo scontro si fa ogni giorno più acceso. Ieri, il premier Giuseppe Conte e il ministro Enzo Moavero Milanesi hanno provato a disinnescare l’ordigno piazzato da lega e Movimento 5 Stelle.

Il ministro degli Esteri si è incontrato ieri con il suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, per discutere delle tensioni ormai infinite fra Roma e Parigi. Moavero ha provato a dialogare con la controparte francese, ma da parte del ministro d’Oltralpe sembrano essere arrivati toni molto duri. Le Drian era furioso: e non ha fatto niente per nasconderlo. La Farnesina ha provato a smorzare le accuse dicendo che si tratta di “campagna elettorale”. Una tesi che, come spiega La Stampa,è stato lo stesso Di Maio a negare in radice: “Non è campagna elettorale: è una battaglia di civiltà contro l’ipocrisia di Macron”. E la disputa a questo punto non accenna a diminuire.

Anche Conte prova a fare da pompiere. Il presidente del Consiglio ha ribadito che è giusto porsi delle domande sul futuro dell’Europa, sulle sue politiche e su come viene gestito il continente dagli altri Paesi, in particolare da Parigi. Conte tenta di aggiustare il tiro, ritiene legittimo interrogarsi sulle politiche globali sia dell’Unione Europea sia a livello di singoli Stati. “Ma questo non vuol dire mettere in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tanto meno con il popolo francese. Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi, oltreché che europee e di altri Paesi, fianco a fianco per trovare soluzioni condivise”. Il tentativo di rimediare c’è. Ma la Lega né il Movimento 5 Stelle sembrano decise a seguire la linea del premier, che si trova ora a dover fare da paciere in uno scontro che rischia di diventare durissimo per la Francia ma anche per l’Italia.

In questi giorni, da Roma, si sono alzate le colombe per cercare di rimediare allo scontro. La stessa presidenza della Repubblica, con Sergio Mattarella in testa, sta cercando di spegnere le fiamme. E Moavero lavora in strettissimo contatto con il presidente, come più volte sottolineato in questa testata. Lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha espresso in mattinata l’augurio che le “tensioni decrescano”. E del resto, fra Italia e Francia le questioni economiche sono aperte sono moltissime, da Fincantieri Stx ad Alitalia, passando per la grande quantità di grandi imprese italiane che hanno una quota francese.

La diplomazia ufficiale e non ufficiale si inizia a muovere per evitare la guerra. Ma da parte delle forze di maggioranza non sembrano esserci gli stessi intenti. Lo ha dimostrato Matteo Salvini, lo ha dimostrato Di Maio. L’opposizione, invece, è spaccata. La destra di Fratelli d’Italia segue la linea di Lega e M5S. Oggi Giorgia Meloni ha ribadito di ritenere il Trattato di Aquisgrana un “dichiarazione di guerra” contro l’Italia. Da parte di Forza Italia vige un rigoroso silenzio. Mentre il Partito democratico è quello più di tutti protesta per le tensioni con Parigi.

L’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha parlato di un isolamento controproducente da parte italiana. E alla presentazione del libro di Linda Lanzillotta Il Paese delle mezze riforme, l’ex premier Pd ha detto: “Oggi ho letto una dichiarazione del ministro Moavero, persona a cui mi lega stima e amicizia, sulla bagarre incredibile tra Italia e Francia. Dice che si tratta di campagna elettorale… Se questo è il nostro ‘deep State’, allora non c’è da essere per niente tranquilli”. E del resto, Gentiloni è lo stesso premier che ha voluto siglare il trattato del Quirinale con la Francia ricalcando quello dell’Eliseo fra Germania e Francia che è stato blindato e aggiornato ieri ad Aquisgrana da Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

La questione quindi è anche di politica interna dei rispettivi Stati. Ed esistono due diplomazie alternative. Quella ufficiale e quella dei partiti. Da una parte quella ufficiale è paradossalmente molto più legata all’opposizione, con il Pd che si schiera insieme a Moavero e al presidente della Repubblica per raffreddare i toni. E il legame è chiaramente con i grandi gruppi industriali francesi e con Emmanuel Macron, che fu benedetto da tutti i leader del centrosinistra. Dall’altra parte, M5S e Lega si sono schierati con le opposizioni: i pentastellati, senza grandi risultati, con i gilet gialli; la Lega, con risultati molto più positivi e stabili con Marine Le Pen e il suo Rassemblement National. In ballo ci sono le elezioni europee e il blocco sovranista.

Il problema dell’Italia è triplice. Da un lato la Francia ci serve per provare a contrastare la politica di austerity voluta da Berlino. Dall’altro lato, abbiamo enormi interessi economici e industriali in comune. Terzo punto, fondamentale, c’è la Libia che ribolle. Nei giorni scorsi, come ricordato da La Stampa, “il sorvolo dei caccia francesi Raphale nel Sud della Libia a sostegno di un’operazione militare del generale Haftar è stato interpretato come un modo per fare pressione su Tripoli e sulla comunità internazionale, in contrasto con quanto definito alla Conferenza di Palermo”. 

Ora, dopo i commenti di Vita, vi propongo un esempio ignorante, che non si può collocare da qualunque parte e, perciò, fare oggetto di discussione. Italiano? nemmeno, ma uno qualunque dei senatori espressi dal voto altrettanto ignorante e che non sa nulla della competizione in atto.

Dove porta il vento, in nome di un interesse personale senza fondamenta.

2216.- Non è una guerra Italia-Francia Ma di Macron all’Italia giallo-verde

Emmanuel Macron ha dichiarato guerra all’Italia giallo-verde. È questo il vero tema dello scontro diplomatico che in questi giorni coinvolge Italia e Francia. E sbaglia chi crede che questa sia una sfida fra due Paesi che in realtà hanno legami ben più profondi che travalicano la disfida fra Eliseo e Palazzo Chigi. La realtà è che è sì, mai come questa volta i due Stati hanno agende contrapposte. Ma è soprattutto chiaro che il presidente francese, simbolo di quell’élite europea contrastata dai movimenti sovranisti e populisti, vuole infliggere colpi durissimi al governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, che rappresentano i nemici perfetti dell’inquilino dell’Eliseo.

Parigi ha manifestato da subito la sua totale avversione nei confronti del governo italiano. E se è assolutamente vero che l’esecutivo italiano ha da sempre considerato Macron l’obiettivo numero uno della propria politica estera, è anche vero che non c’è mai stato da parte del presidente francese alcun interesse a dialogare con l’Italia. Anzi, da quando le elezioni di marzo 2018 hanno consegnato una maggioranza del tutto opposta a quanto preferito da Parigi (e Berlino), l’ordine del presidente francese è stato quello di scatenare una vera e propria sfida a 360 gradi nei confronti dell’agenda politica italiana. E lo hanno dimostrato le dichiarazioni nei confronti della maggioranza di governo (da “vomitevoli” a “lebbra nazionalista”) ma anche le azioni messe in atto dall’Eliseo per colpire gli interessi italiani (Libia, Fincantieri, Alitalia, deficit, Europa, migranti, sconfinamenti).

Da questa sfida all’Italia, il governo italiano ha ovviamente reagito con veemenza. E non sorprendono le prese di posizione di Matteo Salvini e Luigi di Maio che, pur con scelte opinabili, hanno sostanzialmente risposto a una serie di attacchi da parte del governo francese. Ma quello che è scaturito successivamente a questo scontro è l’idea, perpetrata da molti, che questo scontro fra governi sia in realtà una sfida fra Italia e Francia. Cioè fra due Paesi e non fra le loro rispettive amministrazioni.

In realtà non è così. E lo dimostrano soprattutto le alleanza politiche costruite in questi anni specialmente fra la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. E lo dimostrano per certi versi anche i legami instaurati (pur molto fragili) fra Movimento 5 Stelle e gilet gialli. E questa è la dimostrazione più eloquente di come la fantomatica guerra dell’Italia alla Francia, come sostenuto da molti osservatori, sia in realtà un’idea assolutamente superficiale. Questa è una partita ben differente: è una sfida fra due idee di Europa fra loro inconciliabili. Ed è per questo che si sta spostando su un piano internazionale una questione che è prima di tutto politica.

Il governo di Giuseppe Conte, ha scalfito le certezze di un certo sistema europeo basato sull’asse franco-tedesco. Probabilmente non con i risultati sperati e non senza alcune conseguenze anche gravi. Ma è del tutto evidente che se a quelle elezioni presidenziali del 2017 fosse uscita vincente Marine Le Pen, nessuno avrebbe parlato di una guerra fra Italia e Francia, ma probabilmente di due Paesi amici e alleati. Naturalmente nessuno può avere la certezza.

Ma vedendo la profonda sinergia della Lega con quello che era il Front National e soprattutto vedendo l’asse fra le opposizioni e Macron (basti ricordare il legame fra En Marche! e il Partito democratico di Matteo Renzi) non si può non riflettere sul fatto che il presidente francese stia facendo il possibile per isolare e colpire l’Italia più perché rappresenta un avversario politico che un avversario strategico. Anche perché passare dal negoziato sul Trattato del Quirinale con Paolo Gentiloni a contrastare in ogni modo la politica italiana, significherebbe aver cambiato atteggiamento in maniera fin troppo rapida su Roma e le sue strategie. È cambiato il governo e le idee che muovono Palazzo Chigi: ed è per questo che Macron ha fatto scattare le rappresaglie.

2215.- M5S: ecco perché la restituzione dei rimborsi dei parlamentari, in realtà, è solo pubblicità a pagamento

Arriveranno anche in Liguria i due milioni di euro che i deputati del Movimento 5 Stelle si sono “tagliati” dagli stipendi di Parlamentari e che sono stati donati alla Protezione Civile per interventi in favore delle regioni alluvionate.
La somma verrà suddivisa tra Liguria, Friuli e Sicilia e
verrà destinata ad interventi per la messa in sicurezza del territorio e in sostegno delle comunità colpite dalle alluvioni.

Si tratta dell’ennesimo “Restitution day” che il Movimento 5 Stelle attua da quando è entrato in Parlamento e che ha già fatto risparmiare alle casse italiane per 97 milioni di Euro.

È il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese: un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso. Il commento per TPI di Lorenzo Tosa, ex responsabile comunicazione M5S in Liguria.

In calce, riportiamo il regolamento interno che affida le somme restituite dai parlamentari a un comitato presieduto da Di Maio: le eccedenze saranno destinate, in ultima istanza, all’associazione di Casaleggio Rousseau. Lo ha rivelato l’agenzia AdnKronos. Protestano le senatrici Nugnes e Fattori: “Noi ci siamo impegnati a restituire i soldi ai cittadini non a Casaleggio”. 

Le cose stanno così. Parallelamente al M5S, il 7 agosto 2018 è stato costituito un “comitato per le rendicontazioni e i rimborsi del Movimento 5 Stelle” incaricato di “curare attivamente l’organizzazione, l’amministrazione, il coordinamento, la disciplina, la rendicontazione e la gestione delle restituzioni degli stipendi e dei rimborsi” dei parlamentari pentastellati.

Il comitato è presieduto dal capo politico del movimento, Luigi Di Maio, e dai due capigruppo alla Camera e al Senato, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli.

Nell’atto costitutivo si legge che “allo scioglimento del comitato, dovessero restare fondi a disposizione, questi verranno devoluti all’Associazione Rousseau”. È questo il punto incriminato.

Vero o Falso?

A tre giorni dalle regionali in Abruzzo, puntuale come un congiuntivo sbagliato, il Movimento 5 Stelle ha sventolato a Roma un maxi-assegno da 2 milioni di euro frutto – come ci ripetono allo sfinimento – delle restituzioni degli stipendi dei parlamentari.

Un rituale che si ripete ormai da anni, identico, alla vigilia di ogni tornata elettorale, più o meno importante, più o meno locale. Lo chiamano “Restitution Day”, altro non è se non pubblicità a pagamento, come una qualsiasi inserzione sulla cartellonistica di una città o sulla pagina di un grande giornale. Con la sottile differenza che i grillini non pagano per pubblicizzare un prodotto, ma il pagamento è il prodotto stesso. E non è una differenza trascurabile.

Di tutte le favole che i grillini hanno raccontato agli italiani, quella delle restituzioni è senza dubbio la più subdola e ipocrita. Vale la pena dirlo chiaramente, una volta per tutte: questa roba qui non è gratis. Nulla è o è mai stato gratis in nessuna delle iniziative politiche che i 5 Stelle abbiano attuato, pensato o financo immaginato da quando Gianroberto Casaleggio ha teorizzato questo laboratorio del populismo realizzato.

Nell’impalcatura della propaganda grillina le restituzioni sono qualcosa più di una colonna: sono le fondamenta stesse che tengono ancora in piedi, pur tra alcune ombre o vere e proprie truffe, il mito fondativo della diversità genetica tra gli “onesti” e il resto del mondo. Ma è proprio così? Per capirlo bisogna fare un passo indietro alle origini del Movimento.

Casaleggio senior non è stato solo un visionario della forma della politica ma anche e soprattutto dei suoi meccanismi più nascosti e segreti. Mentre due lustri fa destra e sinistra si impantanavano in una difesa – pur condivisibile – del finanziamento pubblico ai partiti, il guru milanese aveva capito, con un anticipo spaventoso, due concetti che ancora oggi sono alla base del successo pentastellato.

1) I soldi, come i voti, non si pesano tutti allo stesso modo.

2) Se impari a dominare gli uni, gli altri arriveranno di conseguenza: un’equazione in cui puoi spostare a piacimento gli addendi senza che cambi il risultato finale.


D’altra parte, basta conoscere anche per sommi capi la macchina del consenso 5 Stelle per rendersi conto di come ogni operazione, ogni scelta, ogni strategia, nasca e si consumi nella gestione spregiudicata del denaro.

D’altra parte, basta conoscere anche per sommi capi la macchina del consenso 5 Stelle per rendersi conto di come ogni operazione, ogni scelta, ogni strategia, nasca e si consumi nella gestione spregiudicata del denaro.

Persino le misure bandiera del M5S altro non sono che partite di giro su larga scala che rifiutano ideologicamente gli strumenti tradizionali della politica, spostando il più possibile la questione su un territorio rapidamente comprensibile e di facilissima presa sugli elettori. E non c’è nulla di più immediato, chiaro e potente oggi, nella società attuale, del denaro. Non è un caso che tutti i principali capisaldi del programma politico grillino ruotino, più o meno indirettamente, attorno al denaro: il reddito di cittadinanza, il taglio degli stipendi dei parlamentari, la lotta senza quartiere alle pensioni d’oro.

Un’architettura propagandistica nella quale il “Restitution Day” e ogni forma di restituzione liquida giocano un ruolo decisivo. Ora, sorvoliamo sul fatto che la beneficenza, le donazioni e qualunque altra iniziativa di volontariato sono belle quando non vengono pubblicizzate, altrimenti a qualcuno potrebbe sorgere il sospetto che fini e finalità non coincidano. Ma la narrazione 5 Stelle si spinge addirittura oltre il semplice marketing.

Qui abbiamo oltrepassato da un pezzo la mera propaganda pelosa e siamo entrati ufficialmente nel campo, un poco sinistro in una democrazia, dell’auto-celebrazione, della glorificazione mitica, dell’auto-elevazione etica, a tratti messianica. Quella foto di gruppo con assegno scattata sulle scalinate di piazza del Parlamento è forse la forma più compiuta e plastica della concezione del denaro di Gianroberto Casaleggio.

Sarebbe persino limitante liquidarla come una semplice operazione pubblicitaria. È oltre, è di più: è il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese. Un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso.

Casaleggio non si è inventato mica nulla. Ha solo trasposto su scala politica quello che ogni azienda minimamente lungimirante applica ogni giorno per accrescere il proprio business. C’è la società che investe in formazione dei dipendenti, chi in ricerca e sviluppo. E c’è chi, come il M5S, investe in restituzioni. Ogni milione restituito produce tre, quattro volte tanto in termini di consenso, che si traduce in voti, che a loro volta si traducono in seggi e, di lì, in nuovi stipendi e indennità ai gruppi parlamentari e regionali, in un circolo virtuoso – per loro – potenzialmente senza fine.

Stiamo parlando di un fiume di denaro pubblico che in larga parte viene recuperato in missioni, benzina, iniziative istituzionali più o meno utili o urgenti. Il tutto senza contare i ripetuti e acclarati casi di mancate restituzioni che, paradossalmente, rischiano di rovinare una macchina perfettamente oliata. Un giochino semplice semplice a spese degli italiani.

Qualunque cifra i 5 Stelle stiano restituendo, gli elettori gliela stanno ripagando al triplo del valore ogni volta che mettono una croce su quel simbolo. E, in cambio, per gratitudine, Di Maio & C. stanno contribuendo a sfasciare le fondamenta democratiche, sociali e civili di questo Paese. Non c’è che dire: un affare per tutti, se si escludono 60 milioni di italiani.

Leggiamo il:

TRATTAMENTO ECONOMICO ELETTI MOVIMENTO 5 STELLE

Il Comitato di Garanzia, ai sensi dell’art. 3, lett. F) e art. 9 lett. B) dello Statuto, approva la proposta di “Regolamento relativo al trattamento economico degli eletti del Movimento 5 Stelle”.

Ciascun parlamentare italiano, europeo, consigliere regionale eletto all’esito di una competizione elettorale nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, percepirà il seguente trattamento economico:

1) L’indennità percepita dovrà essere pari ad un massimo di 3.250,00 euro netti mensili (D); 1 bis) L’indennità netta verrà ridotta di un importo corrispondente alle ritenute per le assenze

addebitate dall’Assemblea elettiva di appartenenza.

2) l’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato) dovrà essere commisurato a tale indennità: dunque, verrà percepito nella misura massima di 15.000 euro netti per 60 mesi di mandato effettivo.

3) dovrà rinunciare a ulteriori indennità e rimborsi in relazione a ulteriori cariche assunte;

4) per una questione di equità, di dignità e di giustizia sociale si impegnerà nel promuovere provvedimenti di carattere regolamentare e/o legislativo al fine di applicare per sé, e per tutti gli eletti, un trattamento previdenziale calcolato esclusivamente sulla base dei contributi effettivamente versati e della normativa vigente per la generalità dei cittadini e a rinunciare ad un trattamento previdenziale privilegiato equiparandolo a quello di un qualsiasi cittadino;

5) dovrà indicare l’indennità percepita e ogni altro importo, a qualunque titolo ricevuto in ragione della carica ricoperta, sul portale Tirendiconto (in seguito detto “portale”), pubblicando i relativi cedolini;

6) avrà diritto ad ogni altro rimborso erogato dall’Assemblea elettiva di appartenenza in misura pari all’importo delle spese effettivamente sostenute e rendicontate all’interno del portale;

7) Gli eletti dovranno rendicontare con regolarità e trasparenza, restituire le eccedenze delle indennità e dei rimborsi risultanti dalla rendicontazione, le ulteriori indennità e rimborsi eventualmente irrinunciabili e l’eccedenza del trattamento di fine mandato, seguendo i criteri indicati nel portale;

I portavoce eletti al parlamento italiano:

● Per le spese generali e di diaria potranno trattenere un importo stabilito in misura forfettaria pari a euro 3.000,00 che, per i soli parlamentari residenti nella provincia di Roma, si riduce ad euro 2.000,00. Questa quota include le spese di soggiorno, vitto, trasporti e spese telefoniche. (E)

  • ●  Dovrà invece essere puntualmente rendicontata la quota di rimborsi (F) ricavata sottraendo al Totale accreditato mensilmente al parlamentare (indennità e rimborsi) (A):- l’importo minimo da restituire previsto (B),
    – il contributo all’ Associazione Rousseau per il mantenimento delle piattaformetecnologiche (C),
    – l’indennità netta mensile spettante al portavoce (D),
    – la quota forfettaria relativa alle spese generali e di diaria di cui al punto (E)
  • ●  I rimborsi che prevedono la rendicontazione puntuale (F) sono così suddivisi:
    o una quota per l’organizzazione e la partecipazione ad eventi ufficiali del MoVimento5 Stelle pari a euro 1.000,00; (G)
    o larestanteparteperlespesedimandatopercollaboratori,consulenze,eventi,convegni; (L)
  • ●  Dovranno restituire mensilmente un importo minimo pari a euro 2.000,00. (B)
  • ●  Il totale da restituire (R) è composto dall’importo di euro 2.000 (B) a cui si sommano le eccedenze dei rimborsi non spesi per gli eventi ufficiali del MoVimento 5 Stelle (I) e quelle dell’esercizio del mandato (Collaboratori, consulenze, eventi, convegni). (N)
  • ●  Potranno essere effettuati controlli di coerenza a campione sulle rendicontazioni e sulle restituzioni.

8) Le eccedenze sopra indicate andranno versate con cadenza mensile, entro il secondo mese successivo al mese di riferimento, ad un conto corrente dedicato in attesa di individuarne periodicamente la destinazione finale attraverso votazione sulla piattaforma Rousseau.

9) I parlamentari, al fine di onorare l’impegno previsto dall’articolo 5 del Codice Etico, erogheranno un contributo mensile di euro 300,00 destinato al mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e dei singoli parlamentari;

10) I consiglieri e i deputati regionali al fine di onorare quanto previsto dall’articolo 5 del Codice Etico, erogheranno un contributo mensile di euro 300,00 destinato allo “Scudo della Rete”, che ha come obiettivo la difesa di iscritti ed eletti del MoVimento 5 Stelle dalle cause legali intentate nei loro confronti, nonché la tutela del MoVimento 5 Stelle e della Associazione Rousseau;

11) L’inadempimento di quanto previsto ai punti precedenti costituisce una grave violazione (che rischia di pregiudicare la stessa immagine del MoVimento 5 Stelle) suscettibile dell’applicazione di provvedimenti disciplinari.

DISPOSIZIONE FINALI

Destinatari del trattamento economico

Il trattamento economico così definito è destinato a ciascun parlamentare italiano, europeo, consigliere regionale eletto all’esito di una competizione elettorale, nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, successivamente alla pubblicazione del codice etico (30/12/2017).

Destinazione delle restituzioni:

In attesa dell’apertura di un conto di raccolta dedicato per le restituzioni, gli eletti del MoVimento 5 Stelle verseranno le restituzioni con cadenza mensile al fondo per il microcredito o altra destinazione successivamente individuata attraverso votazione sulla piattaforma Rousseau.

Restituzione Trattamento di fine mandato:

– l’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato) dovrà essere commisurato all’indennità prevista dal trattamento economico (3.250,00 euro): dunque, verrà percepito nella misura massima di 15.000 euro netti per 60 mesi di mandato effettivo dai parlamentari italiani, europei e dai consiglieri regionali non rieletti, o rieletti con una carica diversa, o che in generale hanno ricevuto un importo a titolo di trattamento di fine mandato dall’Assemblea elettiva di appartenenza.

L’importo da restituire è individuato nella misura dell’importo totale ricevuto dal portavoce a titolo di Trattamento di fine mandato, sottratto dell’eventuale tassazione prevista per l’importo ricevuto (se non trattenuta alla fonte) e dell’importo spettante secondo il trattamento (massimo di 15.000 euro per 60 mesi di mandato effettivo).

DISPOSIZIONE TRANSITORIE
Per i parlamentari eletti nella XVII legislatura:

– Per il periodo 01 gennaio – 22 marzo 2018, al fine di semplificare la chiusura delle rendicontazioni relative la scorsa legislatura, i parlamentari restituiranno un importo forfettariopari a euro 3.500,00 da destinare al fondo del microcredito. A questo importo forfettario vanno aggiunti eventuali accantonamenti di rimborsi che hanno accumulato durante la rendicontazione.

Per i parlamentari eletti nella XVIII legislatura:

– Per il periodo 23 marzo – 30 giugno 2018 i parlamentari restituiranno un importo forfettario pari a euro 6.500,00 da destinare al fondo del microcredito. A partire dal mese di luglio 2018 si applicheranno le modalità di rendicontazione indicate nel presente regolamento.

– Per il periodo 23 marzo – 30 giugno 2018 i parlamentari onoreranno l’impegno assunto di versare un contributo all’ Associazione Rousseau, per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività̀ dei gruppi e dei singoli parlamentari, pari a euro 950,00.

“Non è concepibile che una associazione privata sia la destinataria di eventuali fondi residui”

In base, dunque, al “Regolamento relativo al trattamento economico degli eletti del Movimento 5 Stelle” [qui il documento], i parlamentari devono restituire almeno 2mila euro al mese e possono trattenere un importo forfettario di 3mila euro mensili, che diventano 2mila per chi risiede in provincia di Roma. Inoltre è previsto un “contributo Rousseau” di 300 euro mensili per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche M5S.

Il comitato che deve gestire le somme restituite è previsto che si sciolga contestualmente allo scioglimento delle Camere. Nell’atto costitutivo si legge che “l’assemblea determinerà le modalità della liquidazione, nominando l’organo deputato alla liquidazione stessa, scelto anche fra i non componenti del comitato, che curi la liquidazione in tutti i beni mobili ed immobili ed estingua le obbligazioni in essere”.

I consiglieri e il presidente del comitato “non hanno diritto a compensi e/o rimborsi e/o gettoni di presenza”. Ed è fatto divieto di “distribuire, anche in modo indiretto o differito, utili o avanzi di gestione, nonché fondi, riserve o capitale, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge”.

Il comitato, che ha sede legale presso la Camera dei deputati, “ha l’obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione a favore di attività istituzionali statutariamente previste”. Per quanto riguarda gli obblighi sulla trasparenza, “le deliberazioni del consiglio direttivo sulle modalità ed i limiti della raccolta fondi nonché i rendiconti approvati, verranno pubblicati sul sito internet ‘movimento5stelle.it’ o sul diverso sito al quale dovesse essere trasferito il coordinamento del comitato”.

La Restituzione è stata la “bandiera” del Movimento 5 Stelle sin dalla sua fondazione.