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1468.- Audizione dell’avv. Felice Besostri al Senato.

 

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Il Tribunale di Venezia – torniamo indietro con Formiche al 9 maggio 2014 – ha rinviato alla Corte Costituzionale la legge elettorale per le europee per soglia di sbarramento del 4%.

IL RICORSO

La decisione è stata assunta durante l’esame di un ricorso presentato dall’avvocato Felice Besostri, che già aveva impugnato il Porcellum, poi bocciato dalla Consulta. 

PARLA L’AVVOCATO BESOSTRI

“… avrei preferito che il quesito fosse sottoposto alla Corte di Giustizia della Ue, mentre l’esito è certo anche per i precedenti del Tribunale Costituzionale Federale tedesco”. L’avvocato Besostri commenta così la decisione del Tribunale, e aggiunge: “Le norme costituzionali sul diritto di voto sono uguali nella Costituzione tedesca (articolo 38) e italiana (articolo 48) e la giurisprudenza costituzionale tedesca in materia elettorale è un riferimento anche per la Consulta, che ne ha fatto uso nella sentenza sul Porcellum. …”

CHI E’ FELICE BESOSTRI

1969: Laurea in Diritto, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Diritto, Tesi «Il controllo materiale della costituzionalità sulle norme formalmente costituzionali nella Repubblica Federale Tedesca», voto finale 110/110 con lode. “Materia principalmente studiate: diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto internazionale, economia politica, storia del diritto”, si legge nella sua biografia.

LA BIOGRAFIA

Nato il 23 aprile 1944, dal 1993 ha la doppia nazionalità; italiana e svizzera. Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.

 

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Senato della Repubblica Prima Commisione

Audizione del 19 ottobre 2017

dell’on. avv. Felice C. Besostri,

coordinatore degli avvocati antitalikum

 

Ringrazio per la convocazione il Presidente della Commissione e per il Suo tramite il Senato della Repubblica, di cui ho fatto parte nella XIII legislatura e proprio di questa Commissione. Devo, peraltro, confessare che mi ha stupito notare che è stato fissato un termine per gli emendamenti per l’aula che scade prima di avere la certezza che la Prima Commissione ABBIA TERMINATO I SUOI LAVORI CON UN MANDATO AL RELATORE, come è già avvenuto per la legge n. 52/2015. Non è una procedura normale che non si esaurisca la fase referente, soprattutto quando contempla la congiunzione di altri dieci disegni di legge di iniziativa dei senatori che, evidentemente, non saranno esaminati; tra di essi, voglio segnalare ad esempio l’Atto Senato n. 2876, che propone un binominale di genere che non comporta alcuna criticità di ordine costituzionale.

Se si dà praticamente per scontato, magari consentendo al governo di porre la questione di fiducia, che la Commissione non possa o soprattutto non debba introdurre modifiche, penso che le opinioni degli esperti auditi non saranno proprio prese in considerazione. Tuttavia ritengo un dovere civico partecipare, perché è compito di ogni cittadino difendere la Costituzione e nella speranza che chi ha il compito e il dovere di decidere abbia lo scrupolo di riflettere sulle argomentazioni che svolgerò frigido pacatoque animo, cercando di separare l’animosità politica dall’onestà intellettuale e di non fare affermazioni delle quali non si sia convinti, soltanto per vis polemica.

 

Ritengo che:

– nel testo della proposta di legge in esame sussiste l’evidente lesione della libertà e personalità del voto dell’elettore in violazione dell’art. 48 Cost., la cui cogenza ha dato luogo alle declaratorie di incostituzionalità delle sentenze nn. 1/2014 e 35/2017, in quanto non è possibile votare per un candidato uninominale che si stima, se collegato ad una lista bloccata i cui candidati non siano assolutamente graditi e comunque tra i quali l’elettore non possa scegliere con un voto di preferenza. La scelta libera di votare per il miglior candidato non è assicurata, perché in caso di giudizio differente tra candidato uninominale e lista collegata la sola scelta obbligata è di non votare o di ripiegare su un voto che non costituisca la prima preferenza. L’obbligo di collegamento con una lista costituisce un limite: sia per un candidato uninominale, che pur ritenga di poter essere il più votato nel collegio, perché non può candidarsi se nessuna lista circoscrizionale è di suo gradimento ovvero nessuna lista circoscrizionale accetti di collegarsi; sia per una lista circoscrizionale, che non possa presentarsi per partecipare al recupero proporzionale se non ha o non trova un candidato uninominale disposto a collegarsi;

– vi è anche la violazione dell’art. 51 c. 1 e dell’art. 3 Cost. per il candidato e dell’art. 49 per la lista, in quanto la presentazione di liste è riservata dall’art. 14 dpr 361/1957 a partiti o gruppi politici organizzati. Se tale decisione non fosse libera – e pertanto impedisse di decidere di presentarsi solo nella parte maggioritaria o in quella proporzionale limitata ai collegi plurinominali – violerebbe l’art. 3 Cost. e l’art. 49 Cost., per il quale l’unico limite per concorrere a determinare la politica nazionale è quello di avvalersi del metodo democratico. Una serie di aggravamenti alla presentazione di liste di candidati, accompagnati da facilitazioni ed esenzioni, per esempio dalla raccolta delle firme, sono fatte per impedire il sorgere di nuovi soggetti politici, che possano competere in condizioni di eguaglianza. Quando questi ostacoli e facilitazioni sono posti dal Parlamento uscente, per di più eletto con una legge dichiarata successivamente incostituzionale, sono gravemente lesi i principi affermati in una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 23 aprile 1986 Federazione dei Verdi v. Parlamento europeo. Se per candidarsi bisogna appartenere o essere graditi ad un partito politico, vi sarebbe violazione dell’art. 49 Cost. poiché esso garantisce a tutti i cittadini di associarsi liberamente in partiti (e non obbligatoriamente) se vogliono partecipare alle elezioni. Le probabilità di elezione sono alterate non dal consenso dei cittadini del collegio, ma dalle liste collegate;

– queste disposizioni violano gli artt. 48, 49, 51, 56 e 58 Cost. perché il voto non è personale, libero e diretto in quanto non si può scegliere il candidato causa l’assenza di preferenze o meccanismi equivalenti (quali la cancellatura di nomi di candidati) nelle liste proporzionali ovvero il solo candidato uninominale a causa del voto congiunto. Ciò, inoltre, insieme con le norme di presentazione delle liste, non consente a partiti o movimenti politici organizzati la scelta di come e dove presentarsi. Infine, non ci si può candidare in condizioni di eguaglianza quando si hanno liste bloccate e pluralità di candidature previste per alcune situazioni e non per altre. Ritengo censurabile che, per un formale omaggio alle “liste corte” (dando un’importanza eccessiva ad un passaggio discorsivo della sentenza n. 1/2014), il numero massimo dei candidati sia limitato a 4, anche quando il numero dei deputati assegnati sia di molto superiore. Il rischio di non avere candidati in numero sufficiente a coprire i seggi spettanti – anche a causa delle pluricandidature – aumenta il rischio di dover trasferire i voti ad altro collegio, secondo un sistema le cui norme hanno causato il noto pasticcio dell’art. 84 dpr 361/1957, come sostituito dal comma 28 dell’art. 1 del ddl in esame: pasticcio rimediato, una toppa al buco, con un coordinamento del testo, che non ha eliminato i dubbi perché a rigor di logica un voto per la parte proporzionale può soltanto in ultima, e non penultima, istanza trasferirsi su candidati uninominali. Occorreva cioè, ed occorre ancora, invertire l’ordine dei commi 6° e 7° del testo trasmesso al Senato.

 

L’esito del proprio voto libero, personale ed eguale in connessione alle soglie di accesso nazionali, rende impossibile fare una previsione degli effetti del proprio voto, specialmente se si esprime solo con un voto al candidato uninominale. Questa incertezza sull’effetto del proprio voto rende lo stesso non eguale, non libero e non personale. Poiché sono convinto che sui temi di carattere generale ci saranno interventi di colleghi ben più autorevoli di me, vorrei dedicarmi a norme speciali e di dettaglio cui si è prestata in generale, anche nel passato, poca attenzione. Non è un caso che delle norme speciali del Trentino-Alto Adige/Südtirol ci si occupa soltanto in modo specifico nel 23° ricorso antitalikum di imminente presentazione. In proposito rilevo che:

– l’art 1 c. 2 dispone «2. Il territorio nazionale è diviso nelle circoscrizioni elettorali indicate nella tabella A allegata al presente testo unico. Salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero e fermo restando quanto disposto dall’articolo 2, nelle circoscrizioni del territorio nazionale sono costituiti 231 collegi uninominali ripartiti in ciascuna circoscrizione sulla base della popolazione; le circoscrizioni Trentino-Alto Adige/Südtirol e Molise sono ripartite, rispettivamente, in sei e in due collegi uninominali indicati nella Tabella A.1.»;

– nella legge vigente per la Camera dei Deputati, approvata con legge n. 52/2015, alla stessa Regione erano attribuiti 11 deputati, dei quali 8 eletti in collegi uninominali e 3 di compensazione proporzionale con liste di candidati collegate ai candidati nei collegi uninominali. Poiché non ci sono stati altri censimenti generali della popolazione italiana dopo di quello 2011 – in base al quale, in applicazione dell’art. 56.3 Cost., spettavano complessivamente 11 deputati – ciò significa che con la nuova legge avremo 6 deputati eletti in collegi uninominali e 5 in liste proporzionali;

– nel territorio nazionale nel suo complesso il rapporto tra collegi uninominali e posti da assegnare con liste proporzionali è pari a 612:231=2, 64, cioè ad ogni seggio uninominale corrispondono in media 2,64 proporzionali. In altri termini, i seggi uninominali rappresentano il 37,74 del totale. Tale rapporto corrisponde grosso modo – in termini rovesciati – a quello della legge n. 52/2015 per la Regione Trentino–Alto Adige/Südtirol, in quanto 11:3=3,66. In termini percentuali i seggi proporzionali sono il 27,27 del totale. Viene mantenuta una specialità regionale in quanto il rapporto tra seggi totali e seggi uninominali è pari a 11:6=1,83 e rappresentano il 54,54% del totale. Il legislatore ha discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma non oltre il limite dell’arbitrarietà. Una disparità di trattamento con il resto del territorio nazionale, come quella denunciata, è ingiustificabile e senza precedenti, ad eccezione della legge n. 52/2015, mai applicata e destinata a non esserlo se questa legge dovesse mai essere approvata. L’art. 3 Cost. dispone che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il disegno di legge in esame, come altre leggi elettorali in precedenza, ha derogato alle norme comuni per le liste rappresentative di minoranze linguistiche in forza all’art. 83 dpr n. 361/1957, come modificato dall’art. 1 comma 25 della legge in esame; precisamente, ai sensi dell’art 83 co. 1 lett. b) numeri 1) e 2) rispettivamente per «le coalizioni di liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 10 per cento dei voti validi espressi e che contengano almeno una lista collegata che abbia conseguito sul piano nazionale almeno il 3 per cento dei voti validi espressi ovvero una lista collegata rappresentativa di minoranze linguistiche riconosciute, presentata esclusivamente in una regione ad autonomia speciale il cui statuto o le relative nome di attuazione prevedano una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbia conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nella regione medesima o i cui candidati siano stati proclamati eletti in almeno due collegi uninominali della circoscrizione ai sensi dell’articolo 77 del presente testo unico » e per « singole liste non collegate che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 3 per cento dei voti validi espressi e le singole liste non collegate rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute, presentate esclusivamente in una regione ad autonomia speciale il cui statuto o le relative nome di attuazione prevedano una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbiano conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nella regione medesima o i cui candidati siano stati proclamati eletti in almeno due collegi uninominali della circoscrizione ai sensi dell’articolo 77 del presente testo unico ».

Non vi è dubbio che la Regione T-A.A./S sia una regione a Statuto speciale, il cui Statuto prevede una particolare tutela delle minorane linguistiche, al pari di Friuli-Venezia Giulia e Val d’Aosta, mentre tali norme sono assenti nelle regioni a Statuto Speciale della Sicilia e, del tutto contraddittoriamente, della Sardegna, che pure ospita la più grande minoranza linguistica, tra quelle tutelate dalla legge n. 482/1999. Il testo proposto discrimina quindi pesantemente tra varie comunità linguistiche autoctone, introducendo irragionevolmente previsioni legislative grandemente diversificate tra gruppi linguistici legalmente riconosciuti, tutti posti sullo stesso piano dalla normativa costituzionale e ordinaria (artt. 2, 3, 6 Cost., art. 2 legge n. 482/99, legge di ratifica 28 agosto 1997 n. 302 della Convenzione-quadro di tutela delle minoranze nazionali) e dalla sent. Corte cost. n. 215/2013, applicando oltretutto un regime elettorale speciale, che sostanzialmente tutela specifici partiti politici nelle due Province Autonome di Trento e Bolzano più che le minoranze linguistiche neppure richiamate.

La norma generale sulle liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute avrebbe, quindi teorica applicazione nella sola regione Friuli-Venezia Giulia, che peraltro non tutela di fatto né la minoranza linguistica slovena (malgrado un’espressa previsione di legge, l’art. 26 della legge n. 38/2001), ma neppur quella più consistente friulanofona. I collegi uninominali del Trentino-Alto Adige/Südtirol e del Molise sono totalmente sottratti ai criteri generali, ma «Nelle circoscrizioni Trentino-Alto Adige/Südtirol e Molise sono costituiti, rispettivamente, sei e due collegi uninominali quali territorialmente definiti dal decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 535, recante determinazione dei collegi uninominali del Senato della Repubblica» perché «nelle altre circoscrizioni del territorio nazionale, di cui alla Tabella A allegata al decreto legislativo 30 marzo 1957, n. 361, come modificata dalla presente legge, i collegi uninominali sono ripartiti in numero proporzionale alla rispettiva popolazione determinata sulla base dei risultati dell’ultimo censimento generale della popolazione, come riportati dalla più recente pubblicazione ufficiale dell’Istituto nazionale di statistica» (art. 3 c. 1 lett. a) pdl in esame). Anche per i collegi – plurinominali nelle sopraddette regioni ex art. 3 c. 1 lett, b) del ddl in esame – si procede in deroga ai criteri generali: infatti « al Molise è assegnato un seggio da attribuire con metodo proporzionale ai sensi degli articoli 83 e 83-bis del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361» (un seggio non può essere attribuito con metodo proporzionale) in tutte le regioni con 7 seggi senatoriali ad esclusione del Friuli Venezia Giulia si procede in modo apparentemente analogo, poiché «Nelle circoscrizioni Trentino-Alto Adige/Südtirol, Umbria, Molise e Basilicata è costituito un unico collegio plurinominale comprensivo di tutti i collegi uninominali della circoscrizione;». Ma nel solo Trentino-Alto Adige/Südtirol il rapporto tra seggi uninominali e seggi proporzionali è alterato a favore degli uninominali;

– a causa delle norme speciali per il Trentino-Alto Adige/Südtirol le norme speciali uniformi per le liste rappresentative di minoranze linguistiche sono inapplicabili, perché in due Regioni a Statuto speciale non ci sono norme statutarie di tutela (pur in presenza di minoranze linguistiche) e in Val d’Aosta c’è un solo collegio uninominale. La normativa del tutto irragionevolmente discrimina tra le minoranze linguistiche, perché nessuna tutela è data agli occitani di Piemonte, agli albanesi di Calabria e ai grecanici di Puglia (pur più numerosi dei franco-provenzali della Valle d’Aosta, dei Ladini trentini e alto atesini e degli sloveni del Friuli-Venezia Giulia), per non parlare dei friulanofoni e dei sardi. Nella Provincia autonoma di Bolzano non vi è rispetto della pluralità linguistica e – all’interno delle comunità linguistiche – della pluralità politica come affermati nella misura n. 111 di attuazione del pacchetto per il Senato e nell’art. 47 c. 3 dello Statuto speciale regionale, norma di rango costituzionale. In violazione dell’art. 3 c. 1 Cost. le deroghe alla soglia nazionale del 3% non sono riconosciute alle liste rappresentative di interessi politici regionali senza connotazione linguistica.

Come in passato, di queste osserrvazioni non si potrà tenere conto, perchè una modifica imporrebbe il ritorno alla Camera dei Deputati per una doppia lettura conforme, come richiesto da un sistema parlamentare a bicameralismo paritario.

L’impossibilità di ribaltare l’esito referendario del 4 dicembre ha condotto alla Camera ad ignorare l’art. 72 c. 4 Cost. ammettendo un voto di fiducia, cioè una procedura speciale, in luogo di quella normale. Che si tratti di procedura speciale basta dedurlo dalla sua collocazione nella parte terza del Regolamento della Camera, come fatto rilevare dalla Presidente Iotti nel lontano 1980, in quello che fu chiamato “Lodo Iotti”, e come confermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 391/1995. La lettura dell’art. 116 Regolamento Camera fatta dalla Presidenza della Camera – basata sul non essere contemplate le leggi elettorali nell’elenco delle materie sulle quali non sia lecito apporre la fiducia ex art. 116 c. 4 dello stesso Regolamento – prova troppo, perché in tale elenco non sono comprese le leggi costituzionali; quindi, se non è vietato porre la fiducia sulle leggi elettorali, logica vorrebbe che non sia vietato porla anche sulle leggi in materia costituzionale: una manna dal cielo per un Parlamento eletto con una legge incostituzionale.

Tuttavia una tale interpretazione non potrà darsi al Senato, perchè proprio in quest’aula l’allora Presidente del Consiglio ha dichiarato tra l’altro: «Il punto vero però è che le riforme costituzionali non fanno mettere la fiducia [grassetto nostro], ma hanno restituito fiducia agli italiani» (Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 563 del 20/01/2016).

La presidente nella Camera non ha citato l’unico precedente di voto di fiducia con questa Costituzione (l’altro risaliva al 1923 con la legge Acerbo, che pur tuttavia consentì l’elezione di due personaggi che hanno illustrato la storia del nostro Parlamento, Giacomo Matteotti del PSU e Antonio Gramsci del PCdI, grazie ai voti di preferenza, banditi da questo ddl). Ci si riferisce, per gli immemori, alla vicenda che si concluse nella Domenica delle Palme del 1953, vicenda apertasi quando – con un accorato discorso, in cui aveva ricordato che alla Camera si era discusso in 57 sedute, con un totale di 340 ore di discussione, e che il Senato si era preparato al dibattito conclusivo con 42 sedute della competente Commissione, altri tempi! – il Presidente del Consiglio di allora ALCIDE DE GASPERI, non Paolo Gentiloni, pose la fiducia.

Il Presidente del Senato di allora, Giuseppe Paratore – un giurista siciliano, come il Presidente Grasso – fece inserire nel processo verbale “PRESIDENTE. Quindi questo non rappresenta un precedente.” (seduta del 24 marzo 1953). Quello che non richiamò la presidenza della Camera, non potrà certo richiamare la Presidenza del Senato, nella denegata ipotesi che il governo ponga la questione di fiducia anche al Senato, fatto inconcepibile anche a prescindere dall’art. 72 c. 4 Cost.. Se pone la fiducia significa che ritiene l’approvazione necessaria o indispensabile per l’attuazione del suo programma, ma di questo non c’è traccia scritta, semmai si rinvengono affermazioni in senso contrario. I metodi di propria elezione riguardano il Parlamento, non un altro organo. Nella forma di governo Parlamentare la fiducia al governo è stata data dalle due Camere ed è presunta fino a che non fosse presentata una mozione di sfiducia, che purtroppo non è ancora costruttiva come in Germania Federale. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione. NON RISULTA CHE CI SIA UNA MOZIONE DI SFIDUCIA, quindi porla è un abuso, cioè è un messaggio contrario: “caro Parlamento ti chiedo la fiducia per dimostrare che ho la tua fiducia, cioè che tu hai la mia fiducia, altrimenti chiedo lo scioglimento anticipato e vi punisco facendo votare con il Consultellum, cioè senza garanzia di rielezione”.

Una tale imposizione richiederebbe una sola risposta individuale basata sul NON PRECEDENTE PARATORE: ma questa è una questione di coscienza e non giuridica e quindi esula dal mio compito ricordare quale debba essere.

La violazione di norme costituzionali attraverso interpretazioni creative delle norme regolamentari non è più tuttavia, a mio parere, senza rimedi a disposizione dei parlamentari, i cui diritti siano stati compressi. Sono note le tradizionali conclusioni – desunte da un’interpretazione estensiva dell’ordinanza 14 aprile 2000, n. 101 – sulla non configurabilità del conflitto infra-organico nel nostro ordinamento di giustizia costituzionale: ma quella stessa ordinanza, pronunciata in tema di prerogative parlamentari, si limitava ad avvertire che “il giudizio per conflitto di attribuzione non può essere usato quale strumento generale di tutela dei diritti costituzionali, ulteriore rispetto a quelli offerti dal sistema giurisdizionale” (sottolineatura aggiunta), e non superava affatto la riserva già precedentemente espressa dalla Corte costituzionale nell’ordinanza 20 maggio 1998, n. 177, ove si lasciava “impregiudicata la questione se in altre questioni siano configurabili attribuzioni individuali di potere costituzionale, per la cui tutela il singolo parlamentare sia legittimato a ricorrere allo strumento del conflitto tra i poteri dello Stato[1]. Più recentemente e circostanziatamente, è stato notato che, se tale violazione avviene “in relazione a diritti sostanzialmente collegati all’esercizio della funzione rappresentativa (a diritti che hanno perciò fondamento costituzionale, l’efficacia dei quali non è circoscritta al Parlamento ma si espande nell’intero ordinamento), il sacrificio che eventualmente dovesse derivarne ad opera del Presidente d’Assemblea non potrebbe restare senza rimedio. […] Giudice «naturale» rispetto alle violazioni di diritti che si sono appena prospettate dovrebbe essere la Corte costituzionale, adita dal parlamentare attraverso la strada del conflitto d’attribuzioni sollevato contro la camera d’appartenenza” (Zanon, Il libero mandato parlamentare, Milano 1991, 311-312).

Una strada finora non percorsa, che resta a disposizione come monito, per evitare anche che la questione sia posta troppo tardi, attraverso il controllo incidentale di costituzionalità. La via ordinaria potrebbe giungere all’attenzione della Corte costituzionale, come si dice in Toscana, “a babbo morto”, cioè ad elezioni già celebrate, con le paradossali conclusioni della sentenza n. 1/2014. Certamente se la Consulta, visti i risultati, facesse retroagire gli effetti della sua decisione, alla convalida piuttosto che alla proclamazione degli eletti, l’effetto paradossale sarebbe mitigato. Sarebbe anche evitato lo scandalo dell’applicazione di una legge, come la n. 270/2005, anche in epoca successiva alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza n. 1/2014, quando si sono operate surroghe di parlamentari eletti grazie al premio di maggioranza dichiarato incostituzionale.

Al mancato completamento dell’iter del disegno di legge Atto Senato n. 2941 e connessi si può porre rimedio, in accoglimento del paragrafo 15.2 del Considerato in diritto della sentenza n. 35/2017, con l’approvazione di poche norme di armonizzazione, consistenti:

  • nell’abrogazione del premio di maggioranza previsto per la Camera;
  • nell’abrogazione delle coalizioni al Senato e nel ripristino per entrambe le Camere dell’articolo 14-bis del dpr n. 361/1957 nel testo precedente alla sostituzione operata con la legge n. 52/2015, eliminando il riferimento al capo della coalizione come richiesto dal Presidente emerito Giorgio Napolitano;
  • armonizzando le soglie di accesso del Senato con quelle della Camera;
  • introducendo la doppia preferenza di genere anche per il Senato;
  • eventualmente introducendo circoscrizioni subregionali per quelle più popolose, al fine di aumentare la conoscibilità dei candidati.

 

Felice C. Besostri

[1] D’altra parte, già lo Jellinek sosteneva: “I così detti diritti dei deputati quali membri della Camera non sono pretese giuridiche individuali, ma competenze di organi statali. Le norme che si riferiscono alle votazioni, alla partecipazione alle sedute, alla presentazione di proposte e di interpellanze, alla nomina del Presidente, dell’Ufficio di Presidenza, delle Giunte e dei Comitati della Camera, sono parti integranti delle norme sulla organizzazione dello Stato […]. La loro violazione non sarebbe perciò violazione di un diritto subbiettivo, ma infrazione di una norma giuridica, offesa allo Stato nel suo ordinamento, non offesa ad un individuo”: Jellinek, Sistema dei diritti pubblici subbiettivi, Milano, 1912, 185-186.

 

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1466.- La Cina cambia ancora e in queste ore sta decidendo il nostro destino

La Cina è la nostra grande opportunità e non deve essere un avversario.
Congresso nazionale Partito Comunista Cinese
È iniziato il Congresso del Partito comunista cinese

È l’appuntamento più importante della politica in Cina, si tiene ogni cinque anni e potrebbe portare alla consacrazione dello strapotere del presidente Xi Jinping.

A differenza dei suoi predecessori Xi Jinpin vuole rimanere segretario del Partito Comunista cinese oltre i dieci anni canonici. Finora ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma ha reso il partito più omogeneo e più giovane. Il futuro di Europa e Italia dipende dalle sue scelte

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Nel suo discorso di apertura, questa mattina, Xi, ha detto: «Attualmente le condizioni interne ed esterne stanno subendo cambiamenti profondi e complicati. Il nostro paese sta attraversando un importante periodo di opportunità strategiche nel suo sviluppo. La prospettiva è estremamente luminosa; le sfide sono anche estremamente difficili». Xi ha fatto riferimento alle tensioni sociali determinate da profonde ineguaglianze economiche, ai problemi dell’inquinamento, dell’accesso al sistema sanitario ed educativo. Il principale obbiettivo di Xi è stata la corruzione.

Xi Jinpin ha aperto oggi il del congresso del Partito Comunista Cinese. A differenza dei passati leaders, che pare si siano voluti alternare con mandati di 10 anni ciascuno (5+5), questa volta la leadership di Mr. Xi sembra voglia estendere le propria influenza oltre il suo periodo predestinato. Con la sua leadership sembrerebbe che l’alternanza tra le varie correnti sia destinata a cessare, origine di coperture reciproche e di corruzione. L’alternanza era una regola non scritta per evitare che una sola fazione potesse controllare il paese per troppo tempo.

L’azione di Xi è stata fin qui devastante, ha combattuto ferocemente la corruzione e il malgoverno, arrivando persino a mettere in prigione quasi un terzo dei generali dell’esercito cinese del People Liberation Army accusati di corruzione ed incapacità. Non ha avuto riguardo per nessuno, neanche del suo possibile pre designato successore Mr. Zhengcai, segretario del Partito Comunista di ChongQing città, che è stato dimesso e accusato di corruzione e di deviazione dalle regole del partito. Xi ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma rendendo così il partito più omogeneo e portando forze più giovani in front line. Mai visti così tanti 40enni al vertice dell’esercito!

Le purghe di Xi hanno colpito persino il figlio del passato presidente, Mr. Jiang Zhemin, quindi lui non si è fermato neanche davanti al suo principale mèntore. L’obiettivo di dell’attuale leadership è quella di calmare le turbolenze sociali che stavano per scoppiare contro la corruzione dilagante e l’ingiustizia sociale. Il Presidente Xi ha spinto nella direzione di rendere le riforme popolari e per far capire alla gente che ci sarà un futuro migliore anche per i meno fortunati. Da qui l’apertura di questa mattina con ampi riferimenti alla necessità di bilanciare gli scompensi di sviluppo tra zone costiere e quelle più interne.

La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

Il partito vuole stabilità, vuole risolvere i problemi e spingendo le aziende, anche i giganti tecnologici a partecipare al benessere e sviluppo del paese. Lenovo, Alibaba, per esempio, stanno comprando sempre più terreni agricoli per portare la meccanizzazione nell’agricoltura e quindi produrre con più efficienza alimenti. Il cibo e l’acqua saranno un tema caldo per una società che presenta una crescita demografica così importante. Questa la chiamano responsabilità sociale delle imprese che devono sempre guardarsi dietro le spalle per non dimenticarsi le origini e lo sviluppo del paese.

Gli investimenti definiti speculativi sono quindi stati fermati perché non ha senso investire in Europa nel real estate, per esempio, con rendimenti asfittici, del 5%-7%, quando in Cina lo stesso settore rende oltre il 20%. Sono chiaramente visti come investimenti per portare fuori dalla Cina capitali non chiari, e fonte di corruzione. Mentre gli investimenti, definiti strategici, in tecnologie ed aziende sane, da poter far sviluppare in Cina, troveranno sempre terreno fertile ed apertura.

In questi giorni si sta quindi parlando di una Cina che muta, evolve e che guarda al futuro senza dimenticarsi delle classi più povere. Sarà una Cina più aperta, ma ai progetti e alle iniziative che porteranno più sviluppo al paese mentre la corruzione sarà punita sempre più severamente. Questa è una buona notizia anche per le aziende occidentali che potranno competere con quelle locali su basi più corrette e non “drogate” dalla corruzione. In Cina chi sarà in grado di seguire la rivoluzione tecnologica e a portare maggiore valore aggiunto, potrà vincere la sfida e svilupparsi el mercato e non solo in quello Cinese.

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Da ricordare che quello cinese è un mercato impossibile da ignorare, anche se sento parecchi opinion leaders, giornalisti, politici che in Italia, non capendo cosa stia accadendo, la ignorano oppure la denigrano. La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

 

1465.- Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

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Federico Caffè

 

Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata».

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario».
Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio».
I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato».
Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi».
Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi».
Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario».
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Mario Draghi, si è laureato con questa tesi sorprendente: “L’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”.
Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione».
E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre».
Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui».
La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica,politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto ilpotere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano».

A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione».

Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale».

Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico.
Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società».
Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch».
Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili».
O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico».
Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».
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La libreria di Federico Caffè nella facoltà di Economia dell’università La Sapienza
Sono passati trent’anni da quella notte del 15 aprile 1987 in cui Federico Caffè usci all’alba dalla sua casa alla Balduina, Roma, e consegnò alla Storia il mistero della sua scomparsa. Lui, come era successo per Ettore Majorana, cinquant’anni prima. Il grande economista e il geniale fisico nucleare. Accumunati da questo mistero. E da quella solitudine buia che ha un nome orribile e conseguenze fatali: depressione. Ci vuole davvero una grande mente per riuscire a scomparire nel nulla, senza lasciare traccia alcuna. Oppure un buon amico molto fidato? «Non c’è niente da sapere su Federico Caffè. Se ne andato via da Roma e ha passato il resto della sua vita nella stanza rossa» a Copenaghen, scrivendo appunti e riflessioni, Keynes sempre in primo piano. Tesi che, variamente argomentata, Bruno amoroso, allievo alla «Sapienza» di Federico Caffè, amico e confidente ha poi sostenuto fino alla sua morte, nel gennaio scorso.
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Stato sociale, politica economica e democrazia

A cura di: Paolo Ramazzotti
Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi. Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).

Il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti. (Federico Caffè)

Saggi di:
Michele Cangiani (Università di Venezia), Alberto Camozzo e Francesca Gambarotto (Università di Padova), Claudio Gnesutta (Università di Roma “La Sapienza”), Stefano Perri (Università di Macerata) e Roberto Lampa (Universidad Nacional de San Martin, Buenos Aires), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Angelo Salento (Università del Salento)

I saggi del libro riflettono da più prospettive sugli spazi dell’intervento pubblico in questo momento storico. Traggono spunto dalla riflessione economica di Federico Caffè, per il quale la ragion d’essere della politica economica risiedeva in primo luogo nello scarto fra contabilità privata e contabilità sociale e, conseguentemente, nei costi sociali di un’economia di mercato. Se l’intervento pubblico doveva far fronte a situazioni concrete come gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione o le duplicazioni di spese per la ricerca, l’obiettivo più di fondo rimaneva quello di rendere possibile “un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”.
Alla luce di questo obiettivo generale i saggi affrontano una questione che, oggi, appare di particolare pregnanza: il rapporto fra le politiche economiche attuali e due dimensioni del “progresso sociale e civile”: i diritti fondamentali enunciati dalla Costituzione e la democrazia. L’ipotesi da cui partono gli autori è che i primi vengano vieppiù subordinati a interessi economici sezionali e che ciò generi un progressivo declino democratico. A sua volta questo declino rende difficile contrastare il processo in atto, determinando il rischio di un’involuzione sociale e politica.
Concorre a questa situazione il ruolo assegnato allo stato. La tesi di fondo è che una serie di interventi normativi e di mutamenti istituzionali ne abbiano progressivamente ridotto l’ambito di azione, non solo accentuando il processo su delineato ma rendendo più difficile contrastarlo. Fra i mutamenti istituzionali in questione figurano quello associato al processo di integrazione internazionale e quello connesso con l’accresciuto peso dei gestori della finanza. Il primo ha determinato un mutamento nell’ordinamento giuridico che sembra subordinare i principi fondamentali delle costituzioni nazionali alle liberalizzazioni economiche. Il secondo determina una pressione sulle strategie aziendali, orientandole verso obiettivi di breve periodo, di contenimento dei costi privati a scapito di quelli sociali e di accrescimento del valore (azionario) delle imprese senza significativi effetti sull’occupazione.
L’interrogativo che ci si pone è se sia possibile rifuggire da quello che potrebbe apparire come un processo irreversibile. Le tendenze qui delineate suggeriscono che un’inversione di tendenza debba essere perseguita non solo adoperando in modo diverso gli strumenti attualmente disponibili ma modificando l’assetto istituzionale al fine di recuperare uno spazio di manovra oggi ristretto. Cruciale, al riguardo, è la questione dei confini da assegnare al mercato. La storia dello stato sociale è non solo una di indirizzo ma di vera e propria delimitazione pubblica di attività economiche ritenute socialmente prioritarie e non compatibili con la logica privatistica. Il recupero di questa prospettiva, al di là di alcuni risvolti tecnici, chiama in causa la centralità dei valori che sottendono la politica economica.
I problemi qui delineati – pur se affrontati con particolare attenzione al caso italiano – possono apparire di portata talmente ampia da risultare poco appropriati all’urgenza delle scelte da compiere e poco compatibili con il contesto politico-istituzionale attuale. Riteniamo, viceversa, che uno degli insegnamenti di Caffè sia che il compito degli studiosi non sia di adeguare le loro analisi alle mutevoli contingenze politiche ma di delineare quegli interventi possibili rispetto ai quali le scelte politiche vanno valutate.
I saggi sono frutto di una forte interazione fra gli autori, come si può vedere dai richiami che ciascun saggio fa agli altri lavori, e si propongono di stimolare il dibattito e la riflessione su temi che si scostano dalle retoriche della saggezza convenzionale. L’auspicio è di favorire un dialogo fra studiosi di discipline diverse e che possa interessare un uditorio di non specialisti, contribuendo all’elaborazione di ipotesi di azione per l’oggi. Lo stile espositivo, pur nel rigore della trattazione, di ciò tiene conto.

 

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Un estratto dell’intervento di Michele Cangiani nel volume ‘Stato sociale, politica economica, democrazia’ appena uscito per Asterios.

Federico Caffè, trent’anni fa, individuò le tendenze della trasformazione neoliberale, ma non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata. Solo in seguito si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico” (Ramonet 1995) aveva tolto l’ossigeno all’auspicabile controtendenza basata sulla “public cognizance”.

Le vicende finanziarie – della finanza privata, ma anche di quella pubblica (dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà) – hanno continuato a provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria. Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, piuttosto come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali che come metodo efficiente di finanziamento delle imprese (Caffè 1971, p. 671). Questo atteggiamento ha reso, in seguito, più acuta e radicale la sua critica del dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Egli sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito. Le rendite – riguardo alle quali egli richiama la denuncia keynesiana di “inefficienza sociale” – gli appaiono connaturate con “la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario” (Caffè 2014, pp. 83-84).

I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di ‘aggiustamento strutturale’ imposte dal FMI negli anni Ottanta e, in generale, di “un’economia ‘usuraia’” (ibid., pp. 86-88). La stessa politica (la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali) è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli USA, con il Presidente Clinton, continuavano a indicare la rotta, riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la de-regolamentazione delle attività finanziarie. Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994 fu elaborato da FMI e USA per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio. I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione. La pressione del debito estero insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro portarono alla rovina l’economia argentina, predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo stato. Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete erano stati decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – ed ebbero, per la ex DDR, conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina.

Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica. In un articolo del 1985, Caffè, facendo anche riferimento ai pareri di diversi economisti, aveva indicato alcuni punti critici, tanto fondamentali quanto, purtroppo, sottovalutati. L’integrazione europea avrebbe dovuto, a suo avviso, adottare “idonee e coordinate misure di politica economica” (Caffè 2014, p. 146) contro la disoccupazione e la disuguaglianza, controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, egli osserva, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli stati membri sugli altri. Il problema è, in effetti, se si realizzerà “un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette” (ibid., p. 150). Ora sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi. Nell’articolo di Caffè viene rilevata la tendenza verso un’Europa “strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri”, contraria al permanere di “settori pubblici dell’economia”, soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere “un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali”, le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi (ibid., pp. 152, 146 e 149).

La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata. La sinergia tra le norme, e soprattutto le pratiche, dell’UE e la trasformazione neoliberista è profonda ed efficace. La moneta è stata resa autonoma dallo stato, sia pure non nella forma più estrema della “libera concorrenza tra le banche private di emissione”, secondo la formula che Caffè (2014, p. 56) cita dal saggio Denationalisation of Money pubblicato da Hayek nel 1976. Ecco “una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo”, commenta Caffè (ibid.), rilevando la coincidenza della concezione di Hayek con quella ottocentesca di Ferrara. Una corrispondenza viene mostrata ai nostri giorni da Claus Thomasberger (2015) fra le istituzioni della UE e l’ordinamento internazionale delineato da Hayek (1937) e da Robbins (1937), che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali. Secondo tale progetto, i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi. Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Le istituzioni democratiche devono avere, sostiene Hayek, semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti; e l’unione, quella di impedire l’interferenza dei singoli stati nell’attività economica (cfr. Thomasberger 2015, p. 193).

Le idee di Hayek e Robbins hanno avuto infine successo. In primo luogo, tuttavia, sia la persistenza secolare dell’ideologia liberista sia la sua speciale efficacia in certi periodi vanno spiegate: la prima, con il vincolo del profitto, quale caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica; la seconda, con fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali. In secondo luogo, il neoliberismo è bensì un successo di tale ideologia: ma un successo paradossale, poiché tratti fondamentali di essa – l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui – restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario.

Nel caso dell’UE, mentre la liberalizzazione della circolazione delle merci, delle attività finanziarie e dei movimenti dei capitali è stata universalmente imposta, le politiche dei singoli stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale. Anzi, si consente che singoli paesi pratichino il dumpingfiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da ‘paradisi fiscali’. Capita che la stesura di rapporti sui ‘beni comuni’ sia affidata a grandi società private, per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business. Viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso. La privatizzazione investe anche attività che costituiscono monopoli naturali, anche i beni comuni, le public utilities, la formazione e l’assistenza (sanitaria e sociale) (v. p. es. Frangakis et al., eds, 2010). Alla riduzione delle pensioni e dei servizi sociali fanno riscontro la forte diminuzione della progressività delle imposte dirette e l’aumento di quelle indirette e delle tasse. Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione. Quel che ciò significhi si vede, per esempio, nei dati seguenti, in cui vengono confrontati due sistemi di assistenza sanitaria, il primo prevalentemente pubblico e universalista, il secondo prevalentemente privato e individualistico. Nel 2014 la spesa sanitaria (pubblica e privata) pro capite è stata di $ 4950 in Francia e $ 9403 negli Stati Uniti d’America (a parità di potere d’acquisto). La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del PIL dei due Paesi. La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli USA (World Health Organization, 2016). Dunque, negli USA, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del PIL, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre.

La disoccupazione, pur essendo un problema sistemico, che riguarda almeno 30 milioni di persone nell’UE, tende a venir affrontata con politiche di ‘attivazione’ e di ‘workfare’ rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro. La contrattazione collettiva va scomparendo. La ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi.

Tutto ciò corrisponde al credo neoliberale, cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi. I risultati sono, oltre alla tendenza depressiva, l’aumento della disuguaglianza, lo smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e l’accentuarsi della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli stati membri dell’Unione. Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui. La sovranità popolare attraverso il parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, viene seriamente compromessa, sia dai governi ‘tecnici’ e di ‘grande coalizione’ sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori. Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono.

Il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione – corrispondente ai propri interessi o almeno al proprio modo di intenderli – della crisi politica ed economica iniziata negli anni Settanta. Essa ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia, e ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate. La nuova economia si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano. Vi è poi la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli sottratti alla gestione pubblica, menzionati qui sopra, ci sono l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali. Investimenti di questo tipo consentono bensì a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività. Come scrive David Harvey (2005, p. 159), il principale risultato del neoliberismo è stato di “trasferire più che creare reddito e ricchezza”: un’“accumulazione mediante espropriazione”.

Critici radicali della trasformazione neoliberista cercano la spiegazione della sua origine e dei suoi fallimenti nella dinamica contraddittoria e nell’inevitabilità della crisi, che caratterizzano l’accumulazione capitalistica. Si può dire in generale che non c’è rimedio – specialmente fra quelli adottati dal neoliberismo – che non produca anche o in seguito effetti contrari. L’indebitamento pubblico e privato serve a sostenere, insieme con la domanda, un certo livello di attività, ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria: essa genera infatti rendita finanziaria ed esigenza di ‘austerità’, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale. Wolfram Elsner (2015) dimostra che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza ecc.). Anche per questo tali politiche risultano controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte.

Secondo Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi, che è insito nel fatto che, come scrive Veblen (1994 [1901], p. 286), con il capitalismo le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Comunque, osservano Lohoff e Trenkle (2012, p. 19), la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito. Prima o poi “deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio”.

Depressione e sovraccumulazione derivano anche dall’aumento dei costi nel medio e lungo periodo, causato dal tentativo di scaricarli sull’ambiente naturale e umano per aumentare, immediatamente, il profitto atteso dagli investimenti e quindi gli investimenti stessi. A ciò si riferisce James O’Connor (1991) con il suo concetto di “seconda contraddizione del capitalismo” – la prima essendo la tendenza alla sovraccumulazione. Egli ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo. In effetti, la tendenza verso un rapporto contro-adattivo del sistema economico con l’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale, e più ancora nell’epoca neoliberale, in conseguenza della cosiddetta de-regolazione e della crisi, sia essa strisciante o conclamata. La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione.

Esiste una via d’uscita?

Colin Crouch (2013) immagina una possibile “socialdemocrazia come la forma più alta del liberalismo”, mediante la quale il capitalismo verrebbe reso “adatto alla società”. Ma, a parte la difficoltà costituita in generale dal fatto che il capitalismo stesso costituisce la struttura e la dinamica della società, la minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch. La lotta di classe di tale minoranza risulta vincente. Elsner, nello studio citato qui sopra, ritiene che lo smantellamento progressivo delle procedure democratiche sia necessario, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini del vitale aumento della massa (se non del saggio) di profitto.

Ci sarebbero in effetti, secondo Wolfgang Streek (2014), riforme alternative rispetto a quelle neoliberiste, le quali generano circoli viziosi che minacciano l’esistenza stessa del capitalismo. Egli è convinto che il capitalismo abbia l’esigenza di istituzioni regolative. Queste, bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, che Polanyi chiama “merci fittizie”, consentirebbero di combattere i “cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato”, cioè “la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale” (ibid., p. 55). E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta “un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo” (ibid., p. 64).

Il problema è che riforme tipicamente keynesiane quali il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito sono, attualmente, non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento. Le passate illusioni di un’economia ‘mista’ o di una ‘terza via’ sono cadute. Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma, mentre mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive.

Il sistema finanziario, per esempio. Che cosa potrebbe dire oggi Federico Caffè, il quale, di fronte a una situazione incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta (v. p. es. Barak 2017), osservava che “l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo (che, anzi, sono spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico)”? (Caffè 2014, p. 108) Traspariva già, in diverse sue considerazioni, specialmente nei suoi ultimi anni, l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico; di paesi dominanti che tendono alla prepotenza; di una politica segnata da servilismo e inefficienza; di una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza.

Occorrerebbero ulteriori ricerche, e un titanico lavoro di organizzazione politica, per capire quali politiche potrebbero, almeno, salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica. Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo “a un punto di svolta globale” – scrivono John Bellamy Foster and Fred Magdoff – riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che “un’organizzazione sociale più razionale” implicherebbe “una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano ‘socialismo’ e massimamente temono e denigrano” (Bellamy Foster e Magdoff 2009, pp. 138-140).

 

 

1464.- CALA IL SIPARIO SUL SECOLO AMERICANO

 

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La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.

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Wayne Madsen SCF 16.10.2017, aurora. Traduzione di Alessandro Lattanzio

 

1463.- John Kerry confessa: noi con l’Isis in Siria, dalla base di Smirne: La loro Isis.

La guerra contro la Siria è il primo conflitto dell’epoca informatica a durare oltre sei anni. Numerosissimi documenti che sarebbero dovuti rimanere a lungo segreti sono già stati pubblicati. Benché siano stati divulgati, in misura diversa, in paesi diversi e l’opinione pubblica non abbia così potuto prenderne piena consapevolezza, essi consentono sin da ora una ricostruzione degli avvenimenti. La pubblicazione della registrazione di quanto dichiarato da John Kerry in privato, a settembre scorso, rivela la politica del Dipartimento di Stato americano e costringe tutti gli osservatori, noi compresi, a rivedere le proprie analisi. La registrazione integrale dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con membri della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, avvenuta il 22 settembre nei locali della delegazione olandese alle Nazioni Unite, pubblicata da “The Last Refuge”, rimette in causa la nostra analisi della posizione Usa nei confronti della Siria.

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In primo luogo, avevamo creduto che Washington, dopo aver dato inizio all’operazione chiamata “Primavera araba”, finalizzata a rovesciare i regimi laici a beneficio dei Fratelli Musulmani, avesse lasciato i propri alleati da soli a dare l’avvio alla seconda guerra contro la Siria, iniziata a luglio 2012. E avevamo creduto che, perseguendo questi alleati obiettivi propri (ricolonizzazione per Francia e Regno Unito; conquista del gas per il Qatar; espansione del wahabismo e vendetta della guerra civile libanese per l’Arabia Saudita; annessione della Siria del nord per la Turchia, secondo il modello cipriota, ecc.), l’obiettivo iniziale fosse stato abbandonato. Invece, nella registrazione si sente John Kerry affermare che Washington non ha mai rinunciato ai tentativi di rovesciamento della repubblica araba siriana. Ciò significa che gli Usa hanno seguito passo per passo l’operato degli alleati. Di fatto, negli ultimi quattro anni gli jihadisti sono stati comandati, armati e coordinati dall’Allied Land Com (Comando delle forze terrestri) della Nato, basato a Smirne (Turchia).

In secondo luogo, John Kerry riconosce che Washington non poteva esporsi maggiormente per due ragioni: il diritto internazionale e la posizione della Russia. Sia chiaro, gli Stati Uniti non hanno mai avuto scrupoli a violare il diritto internazionale: hanno distrutto le strutture nodali della rete petrolifera e del gas della Siria, con il pretesto di combattere gli jihadisti (ciò che è conforme al diritto internazionale), senza però che il presidente al-Assad glielo avesse chiesto (quindi, in violazione del diritto internazionale). Non hanno invece osato mandare truppe terrestri per combattere in campo aperto la repubblica siriana, come viceversa avevano fatto in Corea, in Vietnam e in Iraq. E hanno scelto di mandare in prima linea i loro alleati (secondo la strategia della “leadership from behind” – leadership occulta) e di sostenere, senza peraltro grande discrezione, i mercenari, come avvenne in Nicaragua, rischiando di venire condannati dalla Corte internazionale di Giustizia (il tribunale dell’Onu).

In realtà, Washington non vuole imbarcarsi in una guerra contro la Russia. E, dal canto suo, la Russia, che non si era opposta alla distruzione della Jugoslavia e della Libia, ora ha rialzato la testa e spinto più in là il limite da non oltrepassare. Mosca è in condizione di difendere il diritto con la forza, qualora Washington ingaggiasse apertamente una nuova guerra di conquista. In terzo luogo, quanto detto da John Kerry dimostra che Washington sperava in una vittoria di Daesh sulla repubblica siriana. Fino a oggi, basandoci sul rapporto del generale Michael Flynn del 12 agosto 2012 e dell’articolo di Robert Wright sul “New York Times” del 28 settembre 2013, avevamo ritenuto che il Pentagono volesse creare un “Sunnistan” a cavallo tra Siria e Iraq, per tagliare la via della seta. Nella registrazione Kerry confessa che il piano andava ben oltre. Probabilmente, Daesh avrebbe dovuto prendere Damasco per poi venirne cacciato da Tel Aviv (ossia, ripiegare sul “Sunnistan”, appositamente creato). La Siria avrebbe potuto così essere spartita: il sud a Israele, l’est a Daesh, il nord alla Turchia.

Ciò fa capire perché Washington abbia dato l’impressione di non controllare nulla, di “lasciar fare” gli alleati: gli Stati Uniti hanno indotto Francia e Regno Unito a impegnarsi nel conflitto, facendo loro credere che avrebbero potuto ricolonizzare il Levante, mentre, al contrario, avevano già deciso che sarebbero stati esclusi dalla spartizione della Siria. In quarto luogo, John Kerry, ammettendo di aver “sostenuto” Daesh, riconosce di averlo armato. La retorica della “guerra contro il rerrorismo” si riduce perciò a nulla. Dall’attentato del 22 febbraio 2006 alla moschea al-Askari di Samarra, Iraq, sapevamo che Daesh (che inizialmente si chiamava “Emirato islamico dell’Iraq”) era stato creato dal direttore nazionale dell’intelligence Usa, John Negroponte, e dal colonnello James Steele per stroncare la resistenza irachena e provocare una guerra civile, sul modello di quanto fatto in Honduras. Dopo la pubblicazione sul quotidiano del Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan, “Özgür Gündem”, del processo verbale della riunione di pianificazione, tenutasi ad Amman il 1° giugno 2014, sapevamo che gli Stati Uniti avevano organizzato un’offensiva congiunta di Daesh su Mosul, e del governo regionale del Kurdistan iracheno su Kirkuk.

In quinto luogo, abbiamo ritenuto che il conflitto tra il clan Allen/Clinton/Feltman/Petraeus da un lato, e l’amministrazione Obama/Kerry dall’altro vertesse sul sostegno o no a Daesh. Non è affatto così. Entrambi i campi non hanno avuto scrupoli a organizzare e sostenere gli jihadisti più fanatici. Il loro disaccordo attiene esclusivamente al ricorso alla guerra aperta – e al rischio di un conflitto con la Russia– o alla scelta di manovrare dietro le quinte. Solo Flynn, attuale consigliere per la sicurezza di Trump – si è opposto allo jihadismo. Se accadesse che, fra qualche anno, gli Stati Uniti crollassero, com’è accaduto per l’Urss, la registrazione di John Kerry potrebbe essere utilizzata contro di lui e contro Obama davanti a una giurisdizione internazionale – ma non davanti alla Corte penale internazionale dell’Onu, ormai screditata. Avendo riconosciuto la veridicità degli estratti pubblicati dal “New York Times”, Kerry non potrebbe contestare l’autenticità del documento sonoro integrale. Il sostegno a Daesh che Kerry esibisce vìola parecchie risoluzioni delle Nazioni Unite e costituisce una prova della responsabilità sua e di Obama nei crimini contro l’umanità commessi dall’organizzazione terrorista.

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Robert Freeman: Tappa per tappa, come gli Stati Uniti hanno creato l’Isis

 La creazione dell’Isis è avvenuta in tre fasi: distruzione dei regimi seccolari di Iraq e Siria, appoggio ai fondamentalisti sunniti contro Assad. Lo dichiara lo storico Robert Freeman. 

“La cosa più importante da capire sullo Stato Islamico è che è stato creato dagli Stati Uniti”. Lo dichiarava nel 2014 lo storico Robert Freeman in un’intervista a Common Dreams molto utile da rileggere oggi alla luce del bombardamento ‘accidentale’ contro l’esercito siriano di venerdì scorso che ha fatto decine di morti e feriti, facilitando l’avanzata dell’Isis.

Secondo Freeman, la creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti ha attraversato tre fasi principali:

La prima fase della creazione del gruppo Stato islamico si è verificato durante la guerra in Iraq e il rovesciamento del governo laico di Saddam Hussein. Secondo l’autore, il regime di Hussein era “corrotto, ma stabilizzante” – durante il suo governo non c’era Al Qaeda, da cui ha avuto origine l’Isis. Inoltre, gli USA, prosegue lo storico, hanno lasciato il potere in Iraq ad un governo sciita, quando metà della popolazione del paese è sunnita, alimentando l’odio di quest’ultima. Il fatto che l’esercito iracheno e i curdi furono sconfitti dallo Stato Islamico è dipeso dal fatto che i sunniti preferirono schierarsi con i jihadisti piuttosto che con i loro “avversari religiosi” sciiti, prosegue lo storico.

La seconda tappa della creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti, prosegue Freeman, è stata la campagna contro il governo laico di Bashar al Assad in Siria. Il presidente siriano aveva una forza interna dovuta alla “pace relativa” che aveva garantito per molti anni tra le varie sette religiose all’interno del paese. Nei loro tentativi di destabilizzare il governo della Siria, gli Stati Uniti d’America hanno aiutato i “precursori” dello Stato islamico nel paese, tra cui, secondo l’autore, il Fronte Al-Nusra (Al-Qaeda in Siria).

La terza fase della formazione dello Stato Islamico da parte degli Stati Uniti ha avuto luogo quando “la Casa Bianca ha organizzato insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia il finanziamento e il sostegno dei ribelli in Siria”, che, secondo Freeman, erano già uno “stato proto-islamico”. L’Arabia Saudita è un paese che professa il wahhabismo, una delle versioni più “dure e aggressivamente anti-occidentale” dell’Islam. Questo spiega perché 15 dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei del 11 settembre 2001 erano sauditi, e il leader di al Qaeda Osama bin Laden era dello stesso paese, principale alleato degli Stati Uniti.

Dopo aver creato lo Stato Islamico, gli Stati Uniti d’America mostrano fragilità quando dichiarano di combatterlo, a causa dell’assenza di una “strategia coerente”. In questo senso, i “ribelli moderati”, quelli che gli Stati Uniti hanno addestrato in Siria contro Assad ora si rifiutano di combattere contro lo Stato islamico, che, secondo l’autore, non è sorprendente, dal momento che questi ribelli condividono con i jihadisti la stessa visione di mondo. “Le forze più capaci per sconfiggere lo Stato islamico” nel breve periodo, conclude, sono la Russia, Siria e Iran, ma gli Stati Uniti preferiscono che la situazione peggiori più che per i terroristi per i “nemici degli Stati Uniti”. E quando la situazione peggiora per i terroristi e migliora per i “nemici” degli Stati Uniti, quest’ultimi intervengono e bombardamento direttamente l’esercito siriano per facilitare l’Isis.

Fonte: RT   Tratto da: L’Antidiplomatico

Ma non è finita. L’Onu: Israele collabora con l’Isis. Vuole il petrolio del Golan

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Un colonnello israeliano catturato in Iraq con miliziani dell’Isis, e un dossier ufficiale dell’Onu che denuncia il ruolo di Israele nel supporto al Califfato. Motivo? Mettere le mani sul petrolio siriano, dopo che la società Genie Energy, in cui figura anche Dick Cheney, ha scoperto nel Golan un immenso giacimento. Ma nulla di tutto ciò affiora sui media mainstream, protesta il professor William Engdhal, consulente strategico e docente universitario negli Usa. Clamorosa la cattura dell’ufficiale israeliano, il colonnello Yusi Oulen Shahak, sorpreso “a brache calate assieme all’Isis” dall’esercito iracheno. Secondo l’agenzia iraniana “Fars”, l’ufficiale era legato al “Battaglione Golani” dell’Isis, insieme a cui l’ufficiale avrebbe «partecipato alle operazioni terroristiche della fazione takfirita» dei miliziani jihadisti. Dal 30 settembre, cioè «da quando sono iniziati gli efficaci bombardamenti russi», scrive Engdhal, sono emersi dettagli sempre più imbarazzanti sul «ruolo alquanto sporco» giocato da Washington, dalla Turchia di Erdogan e anche da Israele. Già a fine 2014 il “Jerusalem Post” aveva scoperto un rapporto delle Nazioni Unite «largamente ignorato e politicamente esplosivo», che descrive come l’esercito israeliano sia stato visto cooperare con i combattenti dell’Isis.

1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

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1461.- Che valore ha un referendum né legale né rappresentativo? La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

La legge fondamentale spagnola disegna un modello di stato decentrato, in cui le regioni sono convertite in comunità autonome, con un proprio governo, un parlamento, tribunali regionali e uno statuto che ne garantisce le competenze.

L’articolo 2 della Costituzione riconosce infatti, oltre al principio di “indissolubile unità della Nazione spagnola”, anche il “diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono”. 

Grazie a questo, Madrid riconobbe prima l’autonomia delle nazionalità storiche come la Catalogna, i Paesi Baschi, la Galizia e l’Andalusia e poi, in diverse fasi successive, permise a tutte le altre regioni di costituirsi come comunità autonome.

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L’opinione di Carlo Brenner sul referendum in Catalogna, privo dei requisiti minimi di legalità e rappresentatività, e pertanto discutibile nel suo esito

Il referendum catalano è illegale. Il Tribunale costituzionale lo ha comunicato al governo della regione che, pertanto, non aveva competenza per organizzarlo.

In Catalogna il governo presieduto da Carles Puigdemont si è molto lamentato delle brutalitàcompiute dallo stato spagnolo (foto), ma in realtà quest’ultimo è stato fin troppo blando: non ha applicato, ancora, l’articolo 155 della Costituzione, che gli permetterebbe di prendere immediatamente il controllo della regione, e nemmeno la legge di sicurezza nazionale, che gli consentirebbe di avocare a sé tutte le forze di polizia.

Considerata l’illegalità del referendum, bisogna anche ripesare la rappresentatività del suo risultato. Pare evidente che, il giorno del voto, la popolazione della Catalogna fosse divisa in due: chi era pro-referendum e chi era contro. I primi erano anche gli unici convinti della legittimità della consultazione.

Questa considerazione porta a pensare che gli “astenuti” possano in larga parte considerarsi come degli impliciti “no” all’indipendenza: perché una persona convinta dell’illegalità di una consultazione avrebbe dovuto presentarsi alle urne?

In ogni caso, proviamo a prendere il risultato per buono: considerando che l’affluenza alle urne dei 5.360.000 catalani aventi diritto è stata del 42,2 per cento per cento, ciò significa che a votare sono state 2.262.000 persone.

Tra queste il 90 per cento si è espresso per il Sì e il 7,8 per il No. Sottraendo i No e facendo il calcolo sul totale degli aventi diritto, risulta che il 38,9 per cento ha votato per l’indipendenza. E il restante 61,1 per cento? Se consideriamo che anche solo una parte di questi non sia andata a votare per rispetto delle indicazioni di Madrid, il risultato appare già viziato.

Il 1 ottobre molti cittadini catalani si saranno svegliati con questo dubbio: devo dar retta al governo centrale o a quello catalano? Oltre a questo aspetto, che già di per se inficia l’esito, bisogna considerare che la procedura di voto si è svolta, malgrado le migliori intenzioni degli organizzatori, in maniera non regolare.

Gli interventi della Guardia Civil hanno costretto alcuni seggi a spostarsi, a far votare la gente per strada, il voto telematico è proseguito oltre la chiusura dei seggi, l’identificazione del votante era fatta attraverso un’applicazione online che, nel pomeriggio, ha smesso di funzionare.

Potenzialmente, quindi, una persona potrebbe aver votato più volte, così come potrebbero aver espresso la loro preferenza anche persone non iscritte alle liste elettorali (ad esempio i turisti).

Tutto questo, ripeto, malgrado l’ottima organizzazione e le buone intenzioni degli organizzatori. In conclusione, il referendum per l’indipendenza della Catalogna non può essere considerato una reale espressione di voto del popolo catalano: non era legale e, comunque, il risultato non è rappresentativo.

Lo si potrebbe considerare una pittoresca e coreografica manifestazione pro indipendenza, questo sì, ma nulla di più. Quello che mi interessa capire è, quindi, cosa abbia portato molti catalani a una presa di posizione così forte.

I partiti e le associazioni pro indipendenza che hanno organizzato il referendum sono stati molto abili. Attraverso un lavoro intenso e ben organizzato durato anni sono riusciti a instillare il sentimento della secessione negli animi di diverse categorie di cittadini: la trasversalità e l’eterogeneità delle persone coinvolte ha colpito tutti gli osservatori.

Ma chi ha permesso che la visione di questi partiti e associazioni potesse prendere piede? Il buonismo e la mediocrità che caratterizzano la maggior parte della politica europea.

Questi sono gli elementi alla base del percorso che ha portato al referendum illegale per l’indipendenza della Catalogna. Non si può non notare che viviamo in un periodo contrassegnato da idee evanescenti, estemporanee e confuse.

Ci manca il coraggio di dedicarci completamente ad un progetto. Per questo siamo vulnerabili di fronte a chi, in questo caso i catalani, appare molto deciso nelle sue pretestuose prese di posizione sulle ragioni storiche della propria indipendenza.

Tutti gli stati moderni sono invenzioni arbitrarie. Comprese la Spagna e la Catalogna. La Spagna moderna è nata dal matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1469 e la sua attuale monarchia, quella dei Borbone di Spagna, inizia con la guerra di successione spagnola all’inizio del 1700.

Si chiama “di successione” perché era una guerra per la successione al trono dopo la morte di Carlo II di Asburgo, che non avendo eredi aveva nominato suo successore Filippo V, un nipote di Luigi XIV di Francia.

Alla fine del ‘600 l’egemonia sull’Europa era contesa tra Inghilterra e Francia. Se la Spagnafosse finita sotto l’orbita di influenza francese, questo avrebbe alterato gli equilibri di potere sul continente: per questo ci fu una guerra che vide coinvolti gran parte dei regni europei.

In Catalogna, ancora oggi, l’11 settembre si festeggia la Diada, il giorno in cui, nel 1714, Filippo V ha conquistato la regione. I catalani però festeggiano l’eroismo della loro resistenza contro l’oppressore e non l’unione al resto del paese.

La festa è stata istituita a fine ‘800, arbitrariamente, come pretesto per richiedere l’indipendenza. Questo piccolo excursus sulle origini della Spagna mi serve per far notare che anche questo paese, come gli altri, è nato da lotte di potere delle famiglie regnanti e non da moti popolari, passioni, tradizioni, verità ancestrali.

Non esiste la “vera” origine di un popolo, il caso crea le opportunità e spesso le passioni vengono instillate a tavolino nel cuore delle persone.

Esattamente come è successo con i partiti e le associazioni che hanno organizzato il referendum. Nel momento in cui realizziamo che tutto è arbitrario ci rendiamo anche conto che l’unica cosa importante è prendere una posizione.

Oggi, adesso, per il futuro. A me non interessano le fantasmagoriche ragioni degli indipendentisti. La Catalogna mi preoccupa solo perché, se dovesse avere successo, accenderebbe una miccia che potrebbe facilmente propagarsi altrove.

In Italia dovremmo fare i conti con la lega Nord, che non manca di ricordarci che i padani hanno origini celtiche.

Oggi esiste un solo obiettivo per il vecchio continente: l’Europa. Non abbiamo bisogno di trovare una ragione storica, di ritrovare qualcuno che nel passato abbia detto per la prima volta “Europa”, o “una battaglia per l’Europa”. Non è questo che ci interessa.

L’Europa è un progetto per il futuro, è basato su un’idea comune di progresso, diritti, organizzazione statale, è il modo in cui la nostra parte del mondo può tornare a contare, ad avere un ruolo geopolitico, a non farsi schiacciare da est e da ovest.

È una decisione che prendiamo oggi per i giorni a venire. Ma qualunque decisione si prenda è sempre importante ricordare, per nostra chiarezza mentale, che è una decisione arbitraria, che non esiste una “verità”, e che quindi è inutile cercarla.

Esistono solo obiettivi per il futuro e la frammentazione non fa parti di questi. Tutti i vari indipendentismi muovono nella direzione opposta, allontanandoci quindi dai traguardi di lungo termine, quelli che dobbiamo perseguire con dedizione e costanza.

  • Da Madrid secondo ultimatum a Puigdemont: entro oggi doveva chiarire se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna. 

La Catalogna può diventare davvero un paese dell’Ue?

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Rispetto della costituzione ed esercizio della democrazia non sono sempre sinonimi: in Catalogna, ieri, catalani hanno giocato l’espressione della democrazia per eccellenza, il voto, contro il dettato della costituzione; mentre gli spagnoli si sono trincerati dietro la lettera della costituzione negando lo spirito della democrazia. C’era probabilmente, anzi c’era sicuramente modo di non esasperare fino a questo punto le tensioni tra Madrid e Barcellona. Ma, dall’una e dall’altra parte, c’è stata incapacità, o indisponibilità, alla mediazione; e gli scambi di accuse e gli scarichi di responsabilità dopo l’attentato sulla Rambla di metà agosto hanno ulteriormente inasprito la situazione.

Così, il referendum c’è stato. Ma è stato un simulacro di consultazione: la libertà e il diritto di voto sono stati conculcati; e le condizioni di voto (senza garanzia di segretezza e senza la certezza che una persona non votasse più volte) erano approssimative. I dati ufficiali parlano di oltre due milioni di catalani alle urne, più o meno i due quinti degli aventi diritto, con un 90 per cento di sì all’indipendenza (la stragrande maggioranza dei contrari non sono semplicemente andati ai seggi). Un risultato largo, ma non probante: non un plebiscito di popolo, ma un plebiscito del popolo di parte.

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha definito la consultazione elettorale una messinscena. Durante la giornata, gli scontri con la polizia hanno causato oltre 800 feriti

Adesso, siamo al punto che i catalani, che non hanno tanta voglia di essere ‘spagnoli’, ma che non hanno nessuna voglia di non essere ‘europei’, devono scegliere tra la Spagna e l’Unione: se ci sarà la dichiarazione d’indipendenza – e resta da vedere -, essa significherà l’uscita dall’Unione, senza avere in tasca il biglietto di ritorno, perché ogni paese ha diritto di veto su una nuova adesione (e, dunque, Madrid potrebbe tenere Barcellona fuori dall’Ue).

Siamo in una situazione speculare rispetto a quella scozzese: il no all’indipendenza nel referendum del 2014 fu anche favorito dal timore di ritrovarsi fuori dall’Unione; mentre un sì all’indipendenza in un referendum prossimo venturo potrebbe essere incoraggiato dalla decisione britannica d’uscire dall’Ue.

Lo si sapeva pure prima, è chiaro ora. Chi, prima e ora, invocava e invoca l’Europa, deprecandone il silenzio, e l’imbarazzo, di fronte a questa vicenda, non ne conosce la struttura e i meccanismi: un’Unione di stati che rispettano l’un altro i propri ordinamenti, cioè le proprie costituzioni. E che quindi paventano, a vicenda, scissioni non concordate nei paesi membri.

E non c’è dubbio che la vicenda catalana incoraggerà autonomismi, secessionismi, indipendentismi, in un continente che nel dopoguerra contava una trentina di stati e che oggi ne ha oltre 40, causa lo sgretolamento di Urss e Jugoslavia e la separazione tra cechi e slovacchi.

I referendum, specie quelli per l’indipendenza, sono strumenti strani, difficili da maneggiare e che suscitano reazioni contraddittorie. Chi, nel segno del diritto dei popoli all’autodeterminazione, provava ieri simpatia per la causa scozzese e oggi per quella catalana, che cosa dirà, o scriverà, se e quando a votare per l’indipendenza pretendessero di essere, ad esempio, i veneti? Chi, oggi, mette la sordina alla costituzione (spagnola) per il rispetto della democrazia (catalana), che cosa dirà, o scriverà, se e quando forze politiche italiane dovessero promuovere, contro la costituzione, referendum sul mantenimento dell’euro, o sulla permanenza nell’Unione?

Non sempre c’è coerenza negli atteggiamenti. Ricordiamoci che cosa accadeva negli anni bui – e molto più drammatici di quanto non lo sia finora stata la vicenda catalana – dello smembramento della Jugoslavia: il diritto all’autodeterminazione dei popoli, regolarmente invocato per la Slovenia e la Croazia e pure per paesi mai esistiti e dalla improbabile composizione etnica come la Bosnia, veniva regolarmente negato quando a invocarlo erano i serbi di Croazia o di Bosnia, che volevano essere serbi. Senza tenere in conto che le frontiere degli stati della Federazione jugoslava era state disegnate in funzione della Federazione, mescolando le etnie.

Fino al caso del Kosovo, la cui autoproclamata indipendenza è così giuridicamente controversa che tuttora, quasi vent’anni dopo, molti paesi di tutto il mondo e diversi paesi dell’Unione europea, fra cui, non a caso, la Spagna, non la riconoscono.

Che cosa accadrà, adesso, nell’Unione europea? Prima di rispondere, bisogna vedere che cosa accadrà in Spagna: se la spaccatura si rivelerà irreparabile o se le circostanze stesse in cui s’è prodotta indurranno tutti i protagonisti a cercare una via d’uscita nel dialogo, rinunciando gli uni e gli altri ai massimalismi.

Personalmente, io non so se la Spagna e la Catalogna non siano più compatibili l’un l’altra; ma sono certo che sono entrambe compatibili con l’Europa e indispensabili all’Europa.

1460.- Porre la fiducia sull’approvazione di una legge elettorale è un atto eversivo.

 

Schermata 2017-10-10 alle 21.05.15.pngVeda, senatrice Finocchiaro, illegittima, lei si è prestata a un atto eversivo, in violazione della Costituzione e a nulla è valso che tenesse la testa bassa!

L’art. 72 della costituzione cosa dice? è l’articolo che disciplina le modalità attraverso le quali i disegni di legge vengono approvati in Parlamento e recita:.

Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza(.
Può altresì stabilire in quali casi e forme l’esame e l’approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso o votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Ripeto: La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale…   Quindi, L’Assemblea costituente ha stabilito le modalità di esame ed approvazione delle leggi. In particolare, ha ammesso procedimenti più snelli per consentire al Parlamento di operare più agevolmente, ma ha riservato l’iter ordinario (più complesso e lungo) a determinate materie, ritenute più importanti, come, appunto, quelle costituzionale ed elettorale, che sono riservate all’assemblea, non possono essere discusse da una commissione. “Adottare la procedura normale”, significa che non si procede con voti di fiducia!

Per inciso, le modifiche presentate da Finocchiaro – Calderoli alla proposta di legge costituzionale bocciata dal referendum, non mettevano in discussione e ribadivano la esclusione dei procedimenti di approvazione più snelli proprio anche per la materia elettorale.

A proposito di fiducia e di regole infrante, per il Rosatellum bis, la fiducia è stata chiesta sei volte.

Se l’art. 72, 4° comma della Costituzione può essere violato platealmente e impunemente e, se il Presidente della Repubblica non farà uso del suo potere di rinvio e promulgherà questa ennesima legge elettorale incostituzionale, saremo messi di fronte a un atto eversivo, l’ennesimo, da quando il PD è al governo e, meglio, da quando Aldo Moro fu assassinato.

Esaminiamo insieme  l’art. 72, 4° comma della Costituzione e gli articoli 49 e 116 del Regolamento della Camera.

L’art. 72 della Costituzione prevede che per l’approvazione delle leggi elettorali si adotti la “procedura normale”, e non si chieda il voto di fiducia.

L’art. 49, 1° comma, del Regolamento della Camera sancisce che “la questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto” e l’art. 116, 4° comma, del Regolamento della Camera stabilisce che “sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”.
art. 49 del regolamento della Camera:
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art. 116 del regolamento della Camera:
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Bagarre di ieri e di oggi. Ma siamo allo stadio o in Parlamento?
Infine, mi chiedo: Se la votazione finale è stata e deve essere segreta, se, in base al regolamento di Montecitorio, essa non può essere ‘blindata’ con la fiducia, perché per l’approvazione degli articole 1, 2, 3 del Rosatellum bis (nome cretino) sono stati violati gli art. 72, 4° comma della Costituzione e 49 e 116 dei Regolamento della Camera?
Riguardo a quanto è avvenuto in Parlamento in questi giorni, si è trattato di una riedizione peggiorativa di quanto già avvenuto con i tre voti di fiducia, precisamente, sugli articoli 1, 2 e 4 dell’Italicum, chiesti, quella volta, dal Ministro per le Riforme (!) Maria Elena Boschi.
Anche allora le pregiudiziali di costituzionalità furono superate senza troppi affanni e anche allora ci fu bagarre in aula dopo la decisione di porre la questione di fiducia su una legge elettorale. Anche allora la Presidente della Camera stizzì.
In quella occasione, Renzi ribadì così la sua posizione: “Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia: se passa, il governo va avanti altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. E’ tempo del coraggio non di rimanere attaccati alla poltrona”. Infatti, il 4 dicembre è stata la poltrona a restare attaccata a lui.
Noi italiani non sappiamo che farne delle bagarre, delle reazioni durissime da parte delle opposizioni, dei terremoti all’interno del Partito democratico e delle bizze di una parvenue della politica.
A parte tutte le considerazioni di carattere politico ed etico, qualcuno dovrebbe farlo notare alla Presidente della Camera e al Presidente della Repubblica, e a tutti i Parlamentari che si stanno agitando per essere rieletti e continuare nella loro meravigliosa gita scolastica a Roma.

 Commenti dal WEB

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Cosa dice Bruxelles

Dopo tre anni dalla Sentenza della Corte Costituzionale N°. 1/2014 che ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum, il Parlamento illegittimo ha partorito grazie ai voti di fiducia l’ennesima legge elettorale incostituzionale e IN APERTA VIOLAZIONE DEL “CODICE DI BUONA CONDOTTA IN MATERIA ELETTORALE” approvato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Infatti l’articolo 2b, delle “condizioni per l’attuazione dei principi” delle “linee guida” del sopracitato Codice, recita: “GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL DIRITTO ELETTORALE, ed in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni, NON DEVONO POTER ESSERE MODIFICATI NELL’ANNO CHE PRECEDE L’ELEZIONE”.

Lo scopo di questa regola è chiarito dagli articoli 63, 64 e 65 del “rapporto esplicativo” delle “linee guida” del suddetto Codice, i quali recitano: “LA STABILITÀ DEL DIRITTO è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato a tal punto che potrebbe pensare, che IL DIRITTO ELETTORALE SIA UNO STRUMENTO MANOVRATO A PROPRIO BENEFICIO DA CHI DETIENE IL POTERE, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. E’ opportuno EVITARE LE MANIPOLAZIONI IN FAVORE DEL PARTITO AL POTERE ED UNA REVISIONE CHE INTERVIENE POCO PRIMA DELLO SCRUTINIO (MENO DI UN ANNO). Questa apparirà in tal caso come legata ad interessi di partito”.

Aggiungo che approvando una modifica della legge elettorale poco prima delle elezioni, L’ITALIA SUBIRA’ SICURAMENTE UNA GRAVE CONDANNA DALL’UNIONE EUROPEA, come è già successo alla Bulgaria per lo stesso motivo.

Per visionare il sopracitato “Codice di Buona Condotta in Materia Elettorale” copiate ed incollate nella barra degli indirizzi del vostro browser, il seguente link: http://www.venice.coe.int/docs/2002/CDL-AD(2002)023rev-ita.pdf

 

1459. – NON AVRANNO IL VOTO DEGLI ITALIANI, MA IL LORO DISPREZZO

Paralizzato da anni per un incidente e cieco, Loris Bertocco, dopo aver affrontato molte difficoltà, a 59 anni è arrivato a prendere la decisione più tragica: andare a morire in una clinica svizzera.

Non perché fosse un malato terminale (non lo era affatto), né perché lui desiderasse morire, tutt’altro (“amo la vita”, ha scritto), ma perché è stato lasciato solo: “Se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata” ha spiegato “avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze”.

Ha anche scritto: “il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata… Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazioni di gravità?”.

Il fatto che Bertocco fosse una persona molto impegnata e conosciuta (fra i fondatori dei Verdi, candidato a varie elezioni, animatore di iniziative e programmi culturali) e che ciononostante non sia riuscito ad abbattere quel “muro” di sordità fa capire meglio qual è la situazione dei tantissimi disabili gravi meno noti di lui.

Il suo caso ha colpito. Ora è il momento delle geremiadi. Ieri su “Repubblica” si leggeva questo titolo: “Dopo il caso Bertocco. La vita a ostacoli dei 4 milioni di disabili gravi. Atto d’accusa: ‘Dallo Stato solo un’elemosina’. Per la loro assistenza ricevono appena 500 euro al mese”.

In effetti è così.

DISCRIMINAZIONE

Persone con il 100 per 100 di invalidità, totalmente impossibilitate a prendersi cura di sé, anche fisicamente, con 513 euro al mese dovrebbero vivere, nutrirsi, curarsi, vestirsi, pagarsi una casa, le utenze e soprattutto un’assistenza 24 ore su 24 (se sono ricoverati in strutture prendono molto meno, quasi nulla).

Si parla di 4 milioni di italiani, spesso giovani, che sono abbandonati a tal punto da arrivare – in certi casi come questo – a desiderare solo di mettere fine ai propri giorni.

Voi obietterete: “ma siamo in periodo di crisi e i soldi sono pochi”. Non è vero. Quello Stato italiano che si disinteressa così dei suoi cittadini più sofferenti e li abbandona, è lo stesso Stato, a dominio “progressista” e “umanitario”, che poi accoglie a braccia spalancate migliaia di emigranti che da tutto il mondo vengono portati in Italia (“venghino siòri, qua c’è posto, vitto e alloggio, casa e lavoro per tutti”).

Ebbene lo Stato italiano, governato da queste “illuminate” sinistre, spende ogni giorno per ciascun migrante 35 euro se maggiorenne e 45 se minorenne: il totale mensile è di 1050 euro se maggiorenne e 1350 se minore (c’è dentro pure il cosiddetto “pocket money” per le spese quotidiane del migrante).

Avete capito bene: per l’italiano inchiodato su un letto, paralizzato e impossibilitato a prendersi cura di sé, perfino nelle minime cose, lo Stato spende 513 euro al mese. Per gli stranieri che arrivano qua – solitamente giovani e robusti (in alcuni casi anche propensi al crimine) – lo Stato spende mensilmente più del doppio: 1050 euro.

Soldi nostri. Allora si pone una domanda: chi sono i discriminati? Gli italiani o i migranti?

Il quadro è ancora più assurdo se si considera lo stanziamento totale: al fondo per la “non autosufficienza” il governo nel 2017 ha assegnato 450 milioni (ne aveva promessi 500, ma gli sembravano troppi). Lo stesso governo italiano per i migranti nel 2017 ha stanziato 4,6 miliardi di euro (addirittura un miliardo in più rispetto a quanto si è speso nel 2016).

Ci rendiamo conto delle proporzioni? Per gli italiani “non autosufficienti”, che non ce la fanno nemmeno a nutrirsi” da soli, 450 milioni, mentre per i migranti 4,6 miliardi.

E teniamo presente che i disabili gravi sono 4 milioni di cittadini, molti di più dei migranti. Com’è possibile non indignarsi di fronte a una classe di governo così?

Stanziano per gli stranieri che dall’Africa o dall’Oriente vogliono emigrare – e verso i quali l’Italia non ha alcun obbligo – dieci volte di più di quanto stanziano per gli italiani totalmente disabili?

Dieci volte di più! Sono i soldi della tasse degli italiani. Se questi fondi fossero investiti tutti nell’assistenza dei disabili ognuno di loro potrebbe vivere degnamente a anche fare programmi di riabilitazione.

GUERRA CONTRO GLI ITALIANI

So già che adesso il solito luogocomunista si mostrerà sdegnato perché – così dicendo – stiamo opponendo, a suo parere, poveri contro poveri.

Ma questa è pura demagogia per giustificare l’ingiustizia. Milena Gabanelli ha ragionevolmente fatto notare che la coperta della spesa sociale è quella, se la tiri da una parte (estera) ne scopri un’altra (italiana): “Le anime belle parlano di frontiere aperte, ignorando che la frontiera aperta significa fine del sistema del welfare. E’ questo che vogliamo?”.

Sono lorsignori al potere che stanno facendo la guerra contro gli italiani, specie contro quelli più bisognosi e sofferenti.

Ecco perché gli italiani oggi desiderano solo mandare a casa questa banda di devastatori che sono al potere da anni e che sfasciano il Paese senza mai aver avuto la maggioranza dei voti degli elettori e anzi con un surplus di parlamentari che è stato perfino dichiarato “incostituzionale” dalla Corte.

E’ proprio quel “surplus” di seggi con cui il Pd, partito di minoranza assoluta, di fatto da anni sta spadroneggiando in Italia imponendo pure provvedimenti limitativi della libertà e soprattutto provvedimenti che sappiamo essere contro la maggioranza del Paese.

Come lo Ius soli che adesso cercano di infliggere al Paese a colpi di “fiducia” parlamentare.

GLI “UMANITARI”

Invece di digiunare ridicolmente per lo Ius soli, contro la propria stessa maggioranza, perché un ministro come Del Rio non digiuna per i disabili gravi? Il suo cattocomunismo è sensibile solo per gli stranieri? O sono loro il bacino elettorale che dovrebbe sostituire gli elettori italiani che non li votano più?

E quei parlamentari che fanno appelli e partecipano al comico “digiuno a staffetta” sempre per lo Ius soli? E’ dall’arroganza e dal potere che non digiunano mai, anzi se ne inebriano.

E dov’è il demagogo argentino che tutti i giorni da quasi cinque anni ci tartassa le orecchie pretendendo che gli italiani varino lo Ius soli e si sobbarchino tutti i migranti del mondo, senza però che lui – nello stato vaticano di cui è sovrano assoluto – se ne prenda nemmeno uno?

Il pressing sul governo per lo Ius soli – Bergoglio e i vescovi – lo fanno, ma per la situazione terribile di milioni di disabili gravi no.

Vanno a braccetto con i radicali di Emma Bonino che cavalcano il migrazionismo, con tutti i salotti del potere globale e i magnati alla Soros.

E tutti i soloni del pensiero “illuminato” che pontificano sui giornali pretendendo di dare o negare agli altri patenti di “civiltà” in base ai propri faziosi pregiudizi ideologici?

Qual è la soluzione che questo “progressismo” propone per i disabili gravi? L’eutanasia per coloro che non hanno familiari, parenti o amici che possono spendere tanti soldi in assistenza? Sarebbe il “suicidio assistito” la soluzione, che peraltro viene già prospettata in qualche altro paese “illuminato”, così da risparmiare sulla spesa sanitaria?

Purtroppo non ci sarebbe da stupirsi. Sono buoni a nulla, ma capaci di tutto: stanno già distruggendo l’Italia. E hanno pure il coraggio di sentirsi “i migliori”, la “parte sana” del Paese (per autocertificazione). Credo che sempre più italiani – per difendersi – vogliano dare il benservito a questa classe dirigente per mancanza di prove.

Meriterebbero di essere licenziati, ma troveranno il modo per blindarsi sulla poltrona e restare con il pallino in mano. Tuttavia a una cosa non possono sfuggire: il disprezzo.

.Antonio Socci