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2149.- Quello che dirà domani Macron (secondo il JDD) : almeno 15 miliardi in più di deficit.

Domani sera Macron annuncerà la sua manovra. Farà un deficit fra 2,8 e 3,4%. La Francia può. Intanto, bombe depotenziate tirate addosso ai cittadini!!!!! Basta! Il Governo italiano non può restare in silenzio di fronte a tale violenza!!!!! Ma i gentiluomini UE che mandavano i Commissari per i Controlli per violazione dei Diritti Umani da noi, in Francia che mandano? Abbiamo notizie?

 

 

Il Journal du Dimanche, ripreso poi da tutti i quotidiani francesi, compreso Le Point, si è azzardato nel fare alcune valutazioni sulle concessioni che domani annuncerà in TV Macron alla nazione.  Alcune ovvie, alcune già parte del programma, alcune invece non previste. Iniziamo :

  • Cancellazione della carbon tax sui carburanti, cioè nesun aumento di 3 centesimi per la benzina e di 6 per il diesel, e neppure fine delle defiscalizzazioni a scopo professionale;
  • Cancellazione della “Taxe d’Habitation”, una delle varie tasse immobiliari francesi, sinora prevista per il 2021;
  • Un Aumento delle pensioni minime, forse piccolo ritocco alla SMIC (paga minima) , ma questo dubbio ;
  • Un premio fiscale ai 7 francesi su 10 che vanno al lavoro in auto, cosa promessa in campagna elettorale e che va all’opposto di quanto previsto dalla politica verde;
  • l’invito a tutti i datori di lavoro a dare un premio facoltativo defiscalizzato;
  • qualche altra misura simbolica, come ad esempio la cancellazione dell’odiato limite degli 80 all’ora sulle strade extraurbane.

Tutte queste misure, da calcoli approssimativi, verranno a pesare 15 miliardi di euro, cioè uno 0,6% in più di deficit. Dato che le previsioni sono ora al 2,8% significa arrivare al 3,4%, e questo va al di sopra dei limiti che vorrebbe imporre l’Unione. Qualcosa dovrebbe saltare, ed in questo caso si parla della riduzione delle imposte alle aziende dal 33,3 al 25%, ma questo, aggiungo io, andrebbe contro altre promesse, oltre ad essere in contrasto con le richieste impellenti, anche da parte del ministro del Lavoro francese, di concedere aumenti salariali lauti. Macron è stato eletto proprio con questa finalità con l’appoggio di ogni organizzazione degli imprenditori, che pure hanno investito in lui, per cui è anche possibile che non si proceda in questa direzione, ma si decida di superare i limiti comunitari nell’interesse del popolo, e del presidente, francese.

Intanto il ministro Bruno Le Maire, sempre da Le Point, parla di “Disastro per il commercio” e di “Crisi della democrazia”, annunciando poi aiuti ai commercianti danneggiati dalla stagione infausta. Anche se non sembra questo è un altro modo per concedere denari ai Gilet Gialli, molti dei quali sono lavoratori autonomi e piccoli imprenditori o commercianti, e che facevano della preferenza per il piccolo uno dei loro cavalli di battaglia.

Per terminare un sondaggio che indica, o dovrebbe indicare, chi votarono i Gilet Gialli alle ultime elezioni:

Europe Elects@EuropeElects

France, Elabe poll:

“Would you say that you are a ““?” ‘

Yes (%)’ 2017 Presidential election 1st round voters of…

Le Pen (FN-ENF): 42

Melenchon (FI-LEFT): 20

Fillon (LR-EPP): 16

Hamon (PS-S&D): 9

Macron (LREM-ALDE): 5

Sample Size: 1,000 Field Work: 27-28/11/18

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2148.- L’existence de l’euro, cause première des « gilets jaunes »

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A quasi venti anni dal lancio dell’euro, il 1 ° gennaio 1999, la situazione della moneta unica europea è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è ovvio, essendo riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. D’altra parte, questo argomento è ora tabù in Francia, al punto che nessun politico osa affrontarlo a testa alta. Come viene spiegata questa situazione?

Près de vingt ans après le lancement de l’euro, le 1er janvier 1999, la situation de la monnaie unique européenne est paradoxale. D’un côté, l’échec de ce projet est patent, étant reconnu par la plupart des économistes compétents, dont de très nombreux prix Nobel. De l’autre, ce sujet est maintenant tabou en France, au point qu’aucun responsable politique n’ose plus l’aborder de front. Comment s’explique une telle situation ?

Nessuno collega l’attuale movimento dei “giubbotti gialli” al fallimento dell’euro. Tuttavia, l’impoverimento dello stragrande numero di persone, ne rappresenta il segno più evidente e deriva direttamente dalle politiche messe in atto per cercare di salvare, ad ogni costo, la moneta unica europea.

Il problema non è tanto qui, ma nella politica monetaria del quantitative easing, ovvero, nell’aumento della moneta in circolazione, praticata dalla Banca centrale europea, inefficace o insufficiente, fra l’altro, per aumentare la produzione, così come nelle politiche fiscali, ovunque richieste dalla Commissione di Bruxelles, volte ad aumentare le tasse e abbassare gli investimenti pubblici. Questi fattori hanno, certamente, finito col ripristinare i conti esterni di alcuni paesi allora deficitari. D’altra parte, ciò poteva avvenire solo al prezzo di una “svalutazione interna”, cioè di una drastica diminuzione del reddito, associata a un crollo della domanda interna. Di conseguenza, c’è stato un drammatico crollo della produzione nella maggior parte dei paesi dell’Europa meridionale e un tasso di disoccupazione molto alto, nonostante vi sia stato un massiccio esodo da questi paesi.

Personne ne relie le mouvement actuel des « gilets jaunes » à l’échec de l’euro. Or, l’appauvrissement du plus grand nombre, dont il est le signe le plus manifeste, découle directement des politiques mises en œuvre pour tenter de sauver, coûte que coûte, la monnaie unique européenne.
Il ne s’agit pas tant, ici, de la politique monétaire d’assouplissement quantitatif pratiquée par la Banque centrale européenne, peu efficace, au demeurant, pour relancer la production, mais des politiques budgétaires de hausse des impôts et de baisse des investissements publics, partout exigées par la Commission de Bruxelles. Celles-ci ont, certes, fini par redresser les comptes extérieurs de certains pays déficitaires. En revanche, ce fut au prix d’une « dévaluation interne », c’est-à-dire d’une diminution drastique des revenus, associée à un étranglement de la demande interne. Elles ont ainsi engendré un effondrement dramatique de la production dans la plupart des pays d’Europe du Sud et un taux de chômage resté très élevé, en dépit d’un exode massif des forces vives de ces pays.

La zona euro è ora quella il cui tasso di crescita economica è diventato il più basso del mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, sono notevolmente aumentate. Invece di promuovere l’emergere di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” è stata accompagnata da un aumento del debito, pubblico e privato, nella maggioranza delle nazioni. Ma l’esistenza stessa dell’euro, i cui effetti potrebbero essere nuovamente discussi, è ora diventata un argomento tabù. Mentre il suo collegamento con l’attuale scontento è ovvio, i sostenitori dell’euro mostrano i suoi benefici in gran parte illusori (tranne la facilità di viaggiare in Europa –senza soldi! ndr-). Si va tracciando un quadro apocalittico della situazione economica che prevarrebbe in caso di uscita dalla “moneta unica”, capace di spaventare i francesi che non hanno approfondito la questione.

La zone euro est désormais celle dont le taux de croissance économique est devenu le plus faible du monde. Les divergences entre les pays membres, loin d’avoir été réduites, se sont largement amplifiées. Au lieu de favoriser l’éclosion d’un marché européen des capitaux, la « monnaie unique » s’est accompagnée d’une montée de l’endettement, public et privé, de la majorité des nations. Or, l’existence même de l’euro, dont on pouvait autrefois encore discuter les effets, est maintenant devenu un sujet absolument tabou. Tandis que son lien avec le mécontentement actuel est manifeste, les partisans de l’euro font miroiter aux Français ses avantages largement illusoires (sauf la facilité de déplacement en Europe). Ils dressent un tableau apocalyptique de la situation économique qui prévaudrait en cas de sortie de la « monnaie unique », dans le but d’affoler des Français qui n’ont pas approfondi le sujet.

 

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Economistes contre l’euro et la baisse du pouvoir d’achat. Gli economisti, contro l’euro e contro il basso potere di acquisto.

 

Di fronte a tali argomenti, dobbiamo ora mostrare tutto ciò che l’euro ha causato in  Francia in termini di perdita e di crescita economica (crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo; drammatico indebolimento del suo apparato industriale) . I francesi stanno già registrando cali del potere d’acquisto, dell’occupazione, della qualità del sistema pensionistico, della qualità dei servizi pubblici, ecc. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere l’euro, non sono state ancora pienamente attuate in patria, a differenza di altri paesi dell’Europa meridionale, ma stanno già provocando reazioni di rifiuto. Il movimento di “gilet gialli” è la conseguenza diretta.

Face à de tels arguments, il faut aujourd’hui montrer tout ce que l’euro a fait perdre à la France en matière de croissance économique (effondrement de ses parts de marché en Europe et dans le monde, affaiblissement dramatique de son appareil industriel). Les Français subissent déjà des reculs en matière de pouvoir d’achat, d’emploi, de retraite, de qualité des services publics, etc. Les politiques de « dévaluation interne », qui sont indispensables si l’on veut garder l’euro, n’ont pas encore été pleinement mises en œuvre chez nous, contrairement aux autres pays d’Europe du Sud, mais elles provoquent déjà des réactions de rejet. Le mouvement des « gilets jaunes » en est la conséquence directe.

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La BREXIT ha suonato la campana per questa Unione poco europea, i Gilets Jaune stanno celebrando il suo funerale in Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania, in Bulgaria.

Avendo presenti queste argomentazioni, dobbiamo, quindi, spiegare ai nostri connazionali che il principale svantaggio dell’euro, per la Francia, è un tasso di cambio eccessivamente alto che inevitabilmente porta a una perdita di competitività della nostra economia, aumentando i prezzi e il costo del lavoro in Francia. rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Evitiamo di confondere gli animi con l’idea di una possibile convivenza tra un franco restaurato e una “moneta comune”, dotata di tutti i suoi attributi, perché è un vicolo cieco: una tale moneta potrebbe essere validamente concepita come come una semplice “unità di conto”, analoga alla vecchia ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità dovuta all’euro, se, pure, è chiaramente percepibile, resta un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono particolarmente sensibili alla loro situazione concreta.

Il faut donc expliquer à nos compatriotes que l’inconvénient majeur de l’euro, pour la France, est un taux de change trop élevé qui engendre, fatalement, une perte de compétitivité de notre économie, en majorant les prix et coûts salariaux français vis-à-vis de la plupart des pays étrangers. Évitons de brouiller les esprits avec l’idée d’une coexistence éventuelle entre un franc rétabli et une « monnaie 2 commune », pourvue de tous ses attributs, car c’est une voie sans issue : une telle monnaie ne pourrait se concevoir valablement que comme une simple « unité de compte », analogue à l’ancien ECU. Quant à la perte de souveraineté due à l’euro, si elle est indubitable, il s’agit d’un sujet théorique, loin des préoccupations des Français, ceux-ci étant surtout sensibles à leur situation concrète.

A causa della mancanza di comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti mantengono, per il momento, un timore, tuttora non dissipato, di fronte a qualsiasi ipotesi di sconvolgimento dello status quo, nel mentre i sostenitori dell’euro levano le loro grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare in queste condizioni? Di fronte al malcontento dei francesi, è ovvio che nessuna politica di recupero della Francia sarà possibile se non riusciamo a ricreare una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adattato al nostro paese. Ma è anche certo che questo cambiamento deve essere fatto in condizioni che siano sia quelle vitali sia accettate dal popolo francese.

Faute d’avoir compris les vrais enjeux, beaucoup de nos compatriotes gardent ainsi, pour l’instant, une peur non dissipée vis-à-vis de tout bouleversement du statu quo, cependant que les partisans de l’euro poussent des cris d’orfraie à chaque fois que leur fétiche est remis en question. Que faire, dans ces conditions ? Face au mécontentement des Français, il est évident qu’aucune politique de redressement de la France ne sera possible si l’on ne parvient pas à recréer une monnaie nationale dont le taux de change soit adapté à notre pays. Mais il est également certain que ce changement doit être opéré dans des conditions qui soient à la fois viables et acceptées par le peuple français.

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione fluida verso un post-euro, se possibile, parlandone con i nostri partner per organizzare una smantellamento concertato, ma, per il resto, prendendo l’iniziativa unilateralmente, dopo aver messo in atto misure appropriate per la nostra sussistenza. La seconda sarebbe quella di rendere chiari ai nostri connazionali i vantaggi di una “svalutazione” del franco recuperato, insieme ad una politica economica coerente, per controllare l’inflazione, come è avvenuto nel 1958 con il generale de Gaulle, poi nel 1969 con Georges Pompidou. E oggi l’inflazione è ancora meno da temere proprio a causa della sottoutilizzazione della nostra capacità produttiva. L’inevitabile perdita di potere d’acquisto, derivante dall’aumento di alcune importazioni, sarebbe solo modesta e temporanea, essendo molto rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe perché sarebbe automaticamente convertito in franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae che prevale nelle finanze internazionali). La Francia e i Francesi recupererebbero, così, le brillanti prospettive future che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

La première de ces conditions serait de préparer une transition harmonieuse vers un après-euro, si possible en discutant avec nos partenaires l’organisation d’un démontage concerté, mais sinon en prenant l’initiative de façon unilatérale après avoir mis en place les mesures conservatoires appropriées. La seconde serait de faire comprendre à nos compatriotes les avantages d’une « dévaluation monétaire » du franc retrouvé, accompagnée d’une politique économique cohérente, maîtrisant l’inflation, comme ce fut le cas en 1958 avec le général de Gaulle, puis en 1969 avec Georges Pompidou. Et l’inflation serait encore moins à redouter aujourd’hui en raison du sous-emploi de nos capacités de production. La perte inéluctable de pouvoir d’achat, résultant du renchérissement de certaines importations, ne serait que modeste et passagère, étant très rapidement compensée par le redémarrage de la production nationale. La dette publique de notre pays ne s’alourdirait pas, car elle serait automatiquement convertie en francs (selon la règle dite lex monetae qui prévaut en matière de finance internationale). La France et les Français recouvreraient ainsi les brillantes perspectives d’avenir que l’euro a, jusqu’à présent, constamment étouffées.

 

Tribune collective firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD. Traduzione libera, didascalie e illustrazioni di Mario Donnini.

2147.- LA FINE DEL SOGNO EUROPEO E, PRESTO, DELL’UNIONE DELLE BANCHE.

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Liceali a Place de la République, 8 dicembre

 

Oggi, a Bruxelles è fallito l’assalto della folla al Parlamento europeo. A Parigi, la quarta grande manifestazione dei gilet jaunes era iniziata pacificamente e stava procedendo così, ma la polizia francese ha arrestato 500 persone – dicono- a scopo preventivo ed è andata avanti con i gas e 180 blindati. Ha sparato da brevi distanze, proiettili di gomma in faccia ai manifestanti, ferendoli gravemente. Ha usato addirittura granate GLI-FA4 anti uomo ed è l’unico Paese europeo ad averle in dotazione. Sebbene siano classificate come armi non mortali, ci sono già stati casi in cui hanno causato mutilazioni e ferite mortali. Dopo le scene da Gestapo di ieri con l’umiliazione dei ragazzi dei licei Saint-Exupery e Jean-Rostand di Mantes-la-Jolie, oggi, a Montbéliard, le squadre anti sommossa sono riuscite, in 10 contro 1, ad ammazzare a manganellate un giovane studente. La città diToulose è fuori controllo e le frontiere sono state sguarnite per combattere i gilet jaunes a Parigi. A Ventimiglia si passa e si ripassa.
Questo è il vero volto dell’Unione europea delle banche, una dittatura antidemocratica e sanguinaria disposta a tutto pur di dominarci. Nessuno in Italia e in Occidente ha alzato una voce per le violazioni dei diritti umani da parte di Macron. Solo Assad deve essere bombardato in nome della democrazia. In altri tempi, la ghigliottina non sarebbe stata abbastanza per un dittatore. Alcune immagini:

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Lo studente ucciso a Montbéliard
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I manifestanti colpiti in viso dai proiettili di gomma sparati da breve distanza a Parigi

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Contro i Gilets Jaunes Macron ha usato addirittura granate GLI-FA4 anti uomo.

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I nazi-poliziotti di Macron.

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Chi semina vento, raccoglie tempesta.

2146.- Chi sparge demagogie contro le pensioni della classe media

A Roma, nella Piazza del Popolo riempita dalla Lega in stile CGIL, da tutta Italia, la clac di Salvini mostrava un cartello: ”Ladri di Stato, ridateci la pensione che ci avete rubato!” Si riferiva al diritto negato dalla Fornero, ma… Il governo c’è grazie anche a Salvini. Si è servito dell’astio motivato contro poche pensioni d’oro per decretare il blocco delle rivalutazioni di tutte le pensioni già dai 2.000 lordi al mese. Dopo tanti tira e molla, i due soci hanno partorito la fregatura. L’adeguamento degli stipendi e delle pensioni al valore della moneta è un diritto sacro dei cittadini. Chi ha lavorato una vita, raggiungendo posizioni apicali, non è un ladro.

 

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Il corsivo di Nicola Giglio sulle pensioni al tempo della demagogia televisiva e non solo

Mario Giordano è uno dei grandi maestri del giornalismo gridato ad alto tasso di demagogia. Lottatore indefesso contro i “poteri forti” come lui stesso recita dal suo ultimo video. Lui che non lavora per un piccolo giornale di provincia, ma al servizio del più grande tycoon italiano. Ebbene il nostro fustigatore dei costumi, questa volta, se la prende con i pensionati – Paperoni. Uno scandalo, tuona dal video, ma anche una grande lezione di giornalismo all’insegna del coraggio, con tanto di nome e cognome dei 7, dicasi 7, poveri malcapitati.

Il primo della lista è l’ex manager Telecom, Mauro Sentinelli, record man di incassi, con un assegno pensionistico di 90mila euro lordi al mese. Quasi meno della metà spetta a Mauro Gambaro, ex dirigente di Interbanca, 51.160 euro lordi di pensione mensile. Sul terzo gradino del podio troviamo Alberto Giordano, ex condirettore di Capitalia, 42.245 euro al mese. E poi un altro suo “amico Lamberto Dini”, commenta ironico il giornalista. Ex Banca d’Italia, 31mila euro lordi. Al quale, per fortuna, aggiungiamo noi, hanno tagliato i vitalizi. Segue Giovanni Consorte, ex presidente Unipol, 28.593 euro al mese. Nella lista figura anche una donna, Maurizia Angelo Comneno, attuale vicepresidente di Mediobanca, 21.386 euro al mese “più evidentemente gli emolumenti attuali”.

Finora solo banchieri e grandi manager, ma per fortuna c’è anche un dipendente comunale: Mario Cartasegna, ex dipendente del Comune di Perugia, 49mila euro lordi al mese attraverso un meccanismo particolare per cui sommava allo stipendio anche le parcelle delle cause che vinceva. “E tutto questo – aggiunge con crescente meraviglia – gli è entrato, in modo surreale, anche nel calcolo della pensione”. Sette casi, quindi. Se vi sembran pochi, provate voi a fare il cane da caccia.

Ci fossimo calati anche noi nella fisionomia dell’untore, che per fortuna non diffonde la peste, come nella Milano descritta dal Manzoni, ma solo il livore sociale, la prima reazione sarebbe stata: beati loro. Quindi ci saremmo posti una serie di domande. La più importante: quanti contributi sociali hanno pagato questi signori e per quanto tempo. Le due variabili essenziali per capire se siamo di fronte ad una semplice stravaganza del destino o ad un fatto sistemico. Quindi ci saremmo chiesti: ma qual era il relativo regime? Distributivo, misto, contributivo? Qualificazione essenziale quest’ultima per capire. Non è infatti detto che per le pensioni più elevate, il sistema contributivo sia quello più penalizzante. Nel retributivo, infatti, il rendimento annuo calcolato sui singoli versamenti contributivi decresce al crescere del suo ammontare. Al fine di garantire un meccanismo perequativo a favore delle pensioni più basse. Regola la cui esistenza ha contribuito a smorzare gli entusiasmi dei fautori del ricalcolo. E farli approdare sulla sponda del puro saccheggio: un taglio del 40 per cento, secondo la dichiarazione congiunta di Di Maio e Conte. Nel silenzio della Lega.

Giordano, invece, non ci pensa minimamente. Per lui guadagnano troppo ed in quanto ricchi devono piangere. Strana metamorfosi di un uomo che si richiama al liberal moderatismo ed invece insegue il sogno del vecchio partito di Fausto Bertinotti. Problemi suoi: si potrebbe dire. Se l’operazione non fosse scorretta da un punto di vista più generale. Cita, infatti, dei casi limiti per affondare nella carne viva di migliaia di pensionati, che non hanno al loro attivo cifre come quelle, ma saranno comunque salassati.

È come se per colpire qualche stupratore, si proibisse al resto della gente di fare l’amore.

2145.- Cosa penso del programma economico dei Gilet Gialli anti Macron. Il commento del filosofo Ocone di Corrado Ocone

Il programma dei Gilet Jaunes,avanguardia europea,comincia così:

  1. STATI GENERALI DELLA FISCALITÀ.Costituzionalizzare il divieto per lo Stato di prelevare dai cittadini più del 25% del loro reddito.”Inscrine dans la Constitution l’impossibilité pour l’Ètat de prélever plus de 25% de la ricchezze des citoyens.

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Il programma economico dei Gilet Jaunes anti Macron. 

 

Il programma dei Gilet Gialli in Francia visto e analizzato dal filosofo Corrado Ocone, autore del recente saggio “La cultura liberale. Breviario per il nuovo secolo” (Giubilei Regnani editore)

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E’ davvero impressionante la somiglianza fra la piattaforma di richieste inviata alla stampa dei “gilet gialli” francesi (vedere in fondo) e il programma, in buona parte riversato nel “contratto di governo”, con cui i Cinquestelle si sono presentati agli elettori italiani il 4 marzo scorso. A riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che quella italiana non è una situazione politica “anomala” poiché i movimenti che se ne fanno interpreti al governo riflettono un sentire ormai comune a vaste frange dell’elettorato europeo.

Certo, si tratta di una sensibilità che si traduce spesso in richieste irrealistiche, demagogiche, in contraddizione le une con le altre, non riconducibili a una visione del mondo più o meno coerente o organica. Esse però possono essere sintetizzate con una parola che sembra essere il tenue filo rosso che le unisce: ciò che molti europei oggi cercano è protezione, sicurezza. E declinano questa richiesta sia dal punto di vista economico, come nel caso dei “gilet gialli”, sia da quello della legalità e dell’ordine pubblico. La garanzia di sicurezza o protezione della vita è, in verità, lo statuto costitutivo di ogni forma politica della modernità.

Lo Stato nasce per adempiere questo scopo e lo fa avocando a sé l’uso della forza, che, nelle sue mani e sotto il suo monopolio, diventa legittima. Lo Stato moderno però, nel garantire la sicurezza, vuole anche offrire un libero campo di gioco al sano conflitto delle opinioni e delle visioni del mondo, nonché alla libera intrapresa individuale. In questo senso, esso si pone come liberale o “Stato di diritto”.

Ora, invece, sembrerebbe che proprio questa dialettica sia entrata in crisi. In molti sembrerebbero oggi disposti a sacrificare quote non indifferenti di libertà in cambio di quella sicurezza e protezione che bene o male gli Stati occidentali hanno garantito negli ultimi decenni. Il fatto è che proprio questa garanzia sembra oggi essere venuta meno, o vacillare fortemente. E ciò genera ansia, preoccupazione, spavento. I “gilet gialli” si pongono come espressione di questo stato d’animo, soprattutto per la parte riguardante il malessere economico diffuso. Essi quindi si fanno portavoci di richieste sociali che un tempo non avremmo esitato a catalogare come “di sinistra”.

Ciò che però li differenzia dalla sinistra tradizionale mi sembra che sia, da una parte, la mancanza di ancoraggio ad una visione generale del mondo e ad una logica politica stringente, dall’altra, la mancanza di speranza e la connessa disillusione sulle possibilità del futuro. Il malessere più che dall’impoverimento delle nostre società, ancora per fortuna relativo, deriva in effetti dalla convinzione che per sé stessi e i propri figli sarà lecito aspettarsi in futuro sempre di meno.

Alla tendenza delle nostre società, che era stata quella di un progressivo allargamento della classe media, il futuro sembra oggi prospettare una riproletarizzazione dei neoborghesi. Proprio perché manca una visione generale o sistemica, che le vecchie classi proletarie avevano acquisito con la mediazione dei partiti (veri dispensatori della marxiana “coscienza di classe”), la tendenza prevalente è quella di chiedere sussidi e garanzie senza porsi il problema delle risorse: di voler spartire una torta senza capire che la torta rischia di diventare sempre più piccola. O, meglio, le risorse vengono viste come acquisite e definitive, in un gioco a somma zero, anche se ingiustamente accaparrate da “caste” di vario tipo. Le quali perseguirebbero i propri interessi non considerando minimamente i riflessi sulla vita delle persone delle loro politiche.

Il Macron patrocinatore di una rapida svolta ecologista e che non si pone il problema dell’incidenza che l’aumento delle tariffe del gasolio ha, anche e soprattutto psicologicamente, su una classe media impoverita o in via di impoverimento, è un esempio da manuale del fallimento delle élite politiche occidentali e insieme la miccia di questa sorta di jacquerie postmoderna che le strade e piazze parigine ci stanno in questi giorni offrendo.

Il “principio speranza” di cui parlava il filosofo tedesco Ernst Bloch, o semplicemente la fiducia nel futuro, ha abbandonato oggi i ceti deboli. Al contrario le élite, che per tutta la modernità avevano subito l’avanzata dei proletari e avevano maturato un sentimento pessimista sul mondo, guardano invece ora al futuro con l’ottimismo di chi sa che l’umanità si avvicina a un mondo, dominato dalla tecnica, che dischiude inaudite possibilità.

Questa inversione del sentimento dominante fra élite e popolo è un’altra delle contraddizioni del nostro tempo.

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IL PROGRAMMA DEI GILET GIALLI, SECONDO CORRADO OCONE, È QUI RIPORTATO DI SEGUITO, MA DIFFERISCE DA QUELLO PUBBLICATO DA NOI IN TESTA ALL’ARTICOLO.

  1. Urgente: risolvere il problema dei senzacasa. Circa 200 mila persone vivono per strada in Francia.
  2. Imposta sul reddito fortemente progressiva;
  3. Paga minima mensile di riferimento SMIC a 1300 euro;
  4. Favorire i piccoli commercianti con la fine della costruzione dei grandi centri commerciali e con la concessione dei parcheggi gratuiti nelle città;
  5. Che i grandi (Macdonald, Amazon, Carrefours) paghino tanto e i piccoli paghino poco;
  6. Tutti abbiano la stessa pensione, fine della discriminazione per i lavoratori dipendenti (RSI);
  7. Il sistema pensionistico deve essere socializzato ed essere solidale per tutti; 
  8. Fine dell’aumento dei carburanti;
  9. Pensioni minime a 1200 euro mese;
  10. Per tutti gli eletti lo stipendio ottenibile sarà lo stipendio MEDIO, con controllo per i rimborsi dei trasporti e gli altri trasporti ed il diritto alle ferie pagate. Anche questa richiesta ricorda molto quella del M5s in Italia, ed è anche indicativa della scarsa stima dei francesi per i loro politici;
  11. Tutti gli stipendi e le pensioni devono essere collegati all’inflazione;
  12. Difendere l’industria francese, combattere le delocalizzazioni e difendere il know how specifico;
  13. Fine del lavoro in trasferta. Tutti coloro che lavorano sul territorio francese devono essere sottoposti alle norme fiscali, contrattuali e previdenziali dei cittadini francesi, senza possibilità di fare concorrenza sleale ai lavoratori nazionali.
  14. Lotta per la sicurezza del posto di lavoro contro i Contratti a tempo determinato (CDD) ed a favore dei contratti a tempo indeterminato;
  15. Fine del CICE , cioè del regime speciale concesso alle imprese di riduzione del carico contributivo, e sua conversione in un fondo per lo sviluppo dell’auto francese a Idrogeno, quella si veramente ecologica, invece che quella elettrica , che ecologica non è (ed hanno ragione);
  16. Fine della politica di austerità, con il non pagamento di tutti quegli interessi sul debito che sono stati dichiarati illegittimi, e pagamento degli altri senza pesare sui poveri, ma cercando di rincorrere le frodi fiscali (80 miliardi).
  17. Che siano trattate le cause all’origine delle migrazioni; 
  18. Che i richiedenti asilo siano ben trattati, abbiano alloggi , cibo ed educazione, ma lavorando con l’ONU affinché attendano il permesso di accesso nei paesi d’origine;
  19. Che le concessioni ed i rinnovi dei permessi di soggiorno siano compiuti nei paesi d’origine;
  20. Che una vera politica dell’integrazione sia messa in atto, per cui immigrare in Francia significhi diventare francese, con corsi di lingua, di storia e di educazione civica, con un percorso certificato;
  21. Salario Minimo a 15 mila euro annui , 1250 euro al mese senza tredicesima;
  22. Creazione di nuovi posti di lavoro per i disoccupati; 
  23. Aumento dei fondi per gli handicappati;
  24. Tetto per gli affitti e affitti sotto controllo per gli studenti e i lavoratori sociali;
  25. Divieto della vendita di beni appartenenti allo Stato francese (esempio gli aeroporti, con la società Aeroporti di Parigi che è in vendita);
  26. Più mezzi per la giustizia, le forze dell’ordine e l’esercito a cui siano pagate le ore di straordinario;
  27. Tutto il denaro incassato dai pedaggi autostradali deve essere utilizzato per la sicurezza e l’ammodernamento delle autostrade francesi;
  28. Il prezzo del gas e dell’elettricità è aumentato dopo le privatizzazioni e quindi questi servizi devono tornare pubblici per ridurre il prezzo delle utenze;
  29. Fine della chiusura delle linee secondarie, dei pronto soccorso, degli uffici postali, delle maternità e delle scuole;
  30. Divieto di fare business sugli anziani. “L’oro grigio è finito”;
  31. Tetto massimo di 25 allievi in ogni scuola di ogni ordine e grado;
  32. Una legge per il referendum popolare, con un sito trasparente tove raccogliere le firme. Se una proposta raggiunge le 700 mila firme , dopo essere stata completata dal parlamento deve essere portata come referendum popolare entro un mese ed un anno;
  33. Ritorno del mandato del Presidente a 7 anni, con elezioni politiche ogni 5 in modo da dare un segnale politico al presidente stesso sulla qualità del suo comportamento;
  34. Obbligo pensionistico a 60 anni per i lavori usuranti che godranno della possibilità di pensione volontaria a 55 anni;
  35. Estensione del sistema di assistenza per la sorveglianza dei minori Pajemploi dai 6 ai 10 anni;
  36. Il trasporto per le merci deve favorire la ferrovia rispetto alla strada;
  37. Fine dei prelievi alla fonte;
  38. Fine dell’indennità presidenziale a vita;
  39. Divieto di far pagare commissioni sui pagamenti per carte di debito, Tasse sul gasolio navale e kerosene per aerei. 

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2144.- Le intromissioni costanti dello Stato della Chiesa nella politica interna italiana

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Lo Stato della Chiesa che si intromette e fa politica in Italia, evidentemente, non rispettando la sovranità dello Stato Italiano, non è più esso stesso sovrano, ma viene a far parte dell’Italia. Ne consegue che chi vi risiede, è cittadino italiano, deve partecipare alle elezioni e pagare le tasse come gli italiani. Lo Stato nel proprio ordine laico, la Chiesa soltanto in quello religioso, sono e restano ciascuno indipendente e sovrano.

 

Accadde oggi: nel 1947 i Patti Lateranensi entrarono a far parte della Costituzione

I Patti Lateranensi, ovvero il documento che precisava i rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano, entrarono a far parte della Costituzione il 25 maggio 1947

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Mentre si archiviavano le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma, sempre il 25 marzo, ma del 1947, 70 anni fa, l’Italia viveva un altro momento fondamentale della sua storia: l’approvazione da parte dell’Assemblea costituente dell’articolo 5 del progetto di Costituzione che sarebbe diventato il 7 del testo definitivo: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale“. I Patti Lateranensi erano stati sottoscritti nel 1929 dalla Chiesa, nella persona del cardinale Gasparri, e dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Benito Mussolini. La norma, nel ’47, fu approvata con 350 sì e 149 no, dopo un ampio dibattito che vide l’intervento dei principali leader politici. A partire da Alcide De Gasperi, che intervenne “parlando per la prima volta in questa Assemblea, al di fuori dei limiti posti dalla solidarietà ministeriale con uomini di diverso pensiero”, su “un argomento intimamente legato alla nostra concezione personale della vita“.

Lo statista democristiano partì innanzi tutto dalla considerazione del “fatto storico“, considerando che in Italia “troviamo che su 45 milioni, 526mila 770 abitanti, 45 milioni, 349 mila 221 si sono dichiarati cattolici“. Inoltre “siamo dinanzi non ad una improvvisazione della storia, ad una passione popolare, ad una superstizione nata in un momento di suggestione particolare nei secoli; ma dinanzi ad un istituto millenario, che ha resistito a tanti colpi, a tante discussioni, a tante scissioni, istituto plurisecolare che ha sempre seguito un metodo nei rapporti con gli Stati: quello degli accordi e dei concordati“. De Gasperi arrivò quindi alla “questione fondamentale: se la Repubblica, cioè, accetta l’apporto della pace religiosa che questo Concordato offre, dichiarato necessario completamento del Trattato che chiude la ‘Questione romana’. Votando favorevolmente all’articolo 7, a questa questione rispondiamo sì; votando contro aprite in questo corpo dilaniato d’Italia una nuova ferita che io non so quando rimarginerà. Evidentemente, aggiungiamo ai nostri guai un ulteriore guaio, il quale non può rafforzare il regime repubblicano“.

Parole che non convinsero Pietro Nenni, che annunciò un voto contrario “per ragioni di principio e di coscienza. Siamo profondamente convinti che la pace religiosa è un bene altamente apprezzabile, ma per noi, la garanzia della pace religiosa è nello Stato laico, nella separazione delle responsabilità e dei poteri, per cui lo stato esercita la sua funzione sovrana nel campo che gli è proprio e garantisce alla Chiesa la sovranità della sua funzione nel campo che le è proprio”. “Lo Stato laico -disse ancora il leader socialista- considera la religione come un problema individuale di coscienza; esso non vuole nè distruggere la religione nè puntellarla, ma si mantiene nella sfera della sua sovranità senza invadere il campo della filosofia e delle religioni. In questo senso noi abbiamo coscienza di contribuire -votando contro l’articolo 7- alla pace religiosa del Paese“.

Ricordo -affermò invece Palmiro Togliattiche Gramsci mi diceva che il giorno in cui si fosse formato in Italia un governo socialista, in cui fosse sorto un regime socialista, uno dei principali compiti di questo governo, di questo regime, sarebbe stato di liquidare completamente la questione romana garantendo piena libertà alla Chiesa cattolica”. “Consideriamo definitiva la soluzione della questione romana -disse ancora il leader comunista- e non vogliamo in nessun modo riaprirla. Riteniamo che il Concordato sia uno strumento bilaterale e che solo bilateralmente potrà essere riveduto”.

“La classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi, così come non vuole la scissione fra noi e i socialisti. Noi siamo dunque lieti, anche se voteremo differentemente dal Partito socialista, che questo fatto non apra un contrasto fra di noi. In pari tempo però sentiamo che è nostro dovere fare il necessario perché una scissione e un contrasto non si aprano tra la massa comunista e socialista da una parte e i lavoratori cattolici dall’altra. Siamo convinti, dando il nostro voto all’articolo che ci viene presentato, di compiere il nostro dovere -concluse Togliatti- verso la classe operaia e le classi lavoratrici, verso il popolo italiano, verso la democrazia e la Repubblica, verso la nostra Patria”.

 

2143.- Perché la Bce acquisterà meno titoli di Stato italiani e perché la Germania festeggia

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Tutte le novità in arrivo dalla Bce sugli acquisti dei titoli di Stato. Con effetti diversi su Paesi come Italia e Germania. Fatti, numeri, approfondimenti, commenti e un’analisi di Fabio Vanorio

La Banca centrale europea ridurrà all’11,80%, dal 12,31%, la quota dell’Italia nel suo capitale (capital key).

Scende leggermente, infatti, la quota di titoli di Stato italiani acquistabili dalla Bce presieduta da Mario Draghi attraverso il quantitative easing a partire da gennaio 2019.

E’ quello che si legge in una nota dell’Istituto centrale con sede a Francoforte.

LA DECISIONE DELLA BCE

La decisione è stata presa nel quadro della revisione quinquennale della quota di ciascun Paese nel capitale della Bce (“capital key”) che si basa sui rispettivi Pil e popolazione.

L’IMPATTO DELLA SCELTA

Aumentano, invece, le capital key di Germania, Francia, Irlanda, Austria, Belgio: Paesi che così potranno giovarsi di maggiori acquisti di titoli da parte della Banca centrale europea.

LE STIME DI BLOOMBERG

Oggi la Bce ha in pancia quasi 350 miliardi di titoli italiani acquistati nell’ambito del Quantitative easing che termina a fine anno. Parte di questi titoli scadranno nel 2019 e dovranno essere rinnovati in base alle nuove regole. L’agenzia Bloomberg ha calcolato che a causa della rimodulazione delle quote di capitale il reinvestimento in titoli del debito italiano potrebbe in teoria risultare inferiore di quasi un miliardo rispetto alle previsioni,

LA QUESTIONE CAPITAL KEY

Ogni cinque anni la capital key della Banca centrale europea, ovvero la quota che ciascuna banca centrale nazionale detiene dell’azionariato Bce, viene aggiornata tenendo conto delle variazioni Pil e della popolazione dei Paesi dell’Eurozona. Sulla base della stessa capital key, vengono spartiti in proporzione fissa gli acquisti di asset da parte dell’Eurotower.

EFFETTI E SCENARI

La quota della Bundesbank nel capitale della Bce è previsto salire a scapito dei Paesi le cui economie si sono contratte, come Italia, Spagna e Grecia, secondo quanto emerge dalla nuova struttura dell’azionariato della Banca centrale europea.

LA RILEVANZA DELLA QUESTIONE

Considerata inizialmente come un fatto simbolico, oggi la questione sta assumendo un significato rilevante perché è utilizzato, appunto, per determinare la porzione di acquisto dei bond governativi, come previsto dal programma di stimolo della Bce.

IL COMMENTO DI CECCHINI SU HUFFINGTON POST

“Un’altra tegola cade sulla testa del governo gialloverde”, commenta su Huffington Post Italia Marco Cecchini, giornalista di lungo corso di economia e finanza, per anni al Corriere della Sera.

L’ANALISI DI MARCO VALERIO LO PRETE

A prevedere chiaramente quello che è stato deciso oggi è stato lo scorso maggio Marco Valerio Lo Prete, già capo dell’economia e della finanza del Foglio, ora al Tg1: “L’Italia è diventata decisamente più “leggera” in termini di Pil dell’Ue ed è rimasta stabile in termini di popolazione; la Germania ha guadagnato molto peso in termini di Pil e ne ha perso pochissimo dal punto di vista demografico. Dunque Berlino – la cui quota di partecipazione al capitale Bce è adesso pari a 17,9973 – potrebbe diventare ancora più influente all’Eurotower; invece l’Italia – la cui quota è oggi pari a 12,3108 – potrebbe perdere influenza. Per di più in una situazione in cui, per esempio, l’attuale programma di Quantitative easing prevede che la Bce acquisti titoli di debito pubblico degli Stati membri dell’Eurozona in proporzione alle quote del capitale sociale della Bce detenute dalle Banche centrali nazionali”, ha scritto su Public Policy.

ECCO DI SEGUITO UN ESTRATTO DELL’ANALISI DI FABIO VANORIO PER START PUBBLICATA IL 4 NOVEMBRE

Come notato dal Financial Times, il ricalcolo del “capital key” richiederebbe alla BCE di acquistare meno debito dai Paesi periferici nel 2019 rispetto a quanto l’attuale “capital key” ne consenta.

Secondo l’investment bank Jefferies, la modifica del “capital key” potrebbe autorizzare acquisti addizionali da parte della Bundesbank (in misura pari a circa €18bn di debito governativo tedesco) e da parte dei Paesi periferici che hanno migliorato la loro posizione fiscale (quali Irlanda e Portogallo). A fronte di questo, Banca d’Italia, Banque de France e Banco de España dovrebbero ridurre i propri flussi di debito governativo nazionale in misura rispettivamente pari a circa €28bn, €12bn, e €19bn. Per fare un esempio, nel 2019, allorquando la Banca d’Italia fosse nella condizione di reinvestire circa €35bn e il Banco de España circa €25bn da titoli sovrani in scadenza, i flussi di reinvestimento effettivi potrebbero essere solo pari a circa la meta’.

Secondo Pictet Wealth Management (PWM), mentre i valori assoluti di questa riduzione sono infimi (“peanuts”), c’è il rischio che la situazione incendi ulteriormente la retorica anti-euro in atto in Europa. PWM evidenzia, comunque, che gli acquisti programmati per il prossimo anno dalla BCE, ad esempio, di debito italiano sono già fissati in misura inferiore ad altri Paesi poiché la BCE detiene titoli del debito italiano a scadenze più lunghe, in media, che in paesi core quale la Germania.

2142. – La proposta di Haftar a Conte: “Io a capo delle forze armate”

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I possibili motivi della visita improvvisa di Haftar a Roma (mentre al-Serraj volava a Bruxelles). 

 

Inizia a delinearsi il quadro attorno al colloquio avuto in questo giovedì tra il presidente del consiglio Giuseppe Conte ed il generale Khalifa Haftar. I due si sono incontrati questa mattina a Palazzo Chigi, dove già intorno alle 9:30 risultano presenti alcuni uomini della delegazione dell’uomo forte della Cirenaica. L’incontro è stato sostanzialmente riservato, soltanto una nota a fine mattinata da parte dell’ufficio stampa della presidenza del consiglio ha mostrato le foto della stretta di mano tra il premier ed il generale. Poche le frasi riportate da Palazzo Chigi, ma significative e che confermano le indiscrezioni della vigilia. Infatti sono stati toccati temi quali, su tutti, il processo di stabilizzazione del Paese dopo gli ultimi sviluppi del vertice di Palermo ed il contrasto all’immigrazione.

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Sarebbe la cosa più sensata se Haftar diventasse il capo delle forze armate libiche o, come lui le chiama, della Libyan National Army. Un principio di saluto ad al-Sarraj, ma una speranza di ritrovata unità per la Libia.

Haftar punta alla riunificazione dell’esercito

A giudicare dalle foto, l’incontro sembrerebbe essere stato cordiale: strette di mano, pose di rito all’interno di una delle sale più importanti dello storico palazzo di piazza Colonna. Ingredienti che suggeriscono un clima disteso, lontano dalle tensioni pre vertice di Palermo, quando Haftar è riuscito in quell’occasione a far parlare di sé grazie ai dubbi da lui stessi sapientemente diffusi circa la sua presenza in Sicilia. Nelle ore immediatamente successive alla fine dei colloqui con Conte, sono iniziate a trapelare indiscrezioni più dettagliate circa i temi principali trattati a palazzo Chigi. Secondo quanto riferito da fonti vicine al generale, riportate sul sito Al Araby, Haftar a Roma ha provato a chiudere il cerchio per avere l’appoggio italiano sulla creazione di un esercito libico da porre sotto la sua guida.

La visita di Haftar a Roma è stata un’ennesima sorpresa “regalata” dal generale, che per la verità dopo il vertice di Palermo era rimasto silente nella sua Cirenaica. Una sorpresa dettata, molto probabilmente, da esigenze di riservatezza e quindi di sicurezza, ma che al tempo stesso ha suggerito la possibilità di un arrivo a Roma non programmato tanti giorni prima. In realtà Conte, specie dopo la stretta di mano tra Haftar ed Al Sarraj davanti ad alcuni importanti leader a Palermo, avrebbe in mente già da settimane la possibilità di nuovi incontri con i due attorti libici di maggior peso. Ma uno così ravvicinato con Haftar forse non era del tutto preventivato. Segno che da Bengasi si sta definendo una definitiva accelerazione verso il progetto che sta più a cuore al generale, ossia l’unificazione delle forze di difesa libiche con a capo lo stesso uomo forte della Cirenaica. Ed Haftar, forse anche tenendo in considerazione le prospettive degli incontri di Al Sarraj a Bruxelles, dove ha incontrato tra gli altri il segretario della Nato, ha pianificato nel giro di poco tempo una trasferta romana per avere il via libera dell’Italia.

Il tema immigrazione

E sul piatto il generale avrebbe messo un argomento certamente molto caro al governo italiano: il contrasto alle partenze di migranti dalle coste libiche. Quando mercoledì mattina l’iniziale “toccata e fuga” di Haftar a Roma si è rivelata essere invece una visita di tre giorni, il cui apice sarebbe stato proprio l’incontro tra il generale ed il premier, da più parti sono arrivati riscontri sul fatto che l’immigrazione sarebbe stato uno degli argomenti affrontati. Il generale, con il suo esercito da lui stessi ribattezzato Lna (Libyan National Army) controlla la Cirenaica: da lì non parte nessuno, barconi diretti verso l’Italia da Bengasi piuttosto che da Derna o Tobruk non se ne vedono da anni. Perché dunque affrontare un tema che riguarda invece maggiormente la Tripolitania, dove Haftar non ha alcune truppe a suo servizio?Forse, per l’appunto, la ragione va ricercata nelle richieste del leader dell’Lna. Nel caso in cui l’Italia dovesse dare il disco verde al progetto di riunificazione dell’esercito libico, Haftar potrebbe promettere un contrasto a tutto tondo dei gruppi criminali che gestiscono le tratte. Difficile dire però, al momento, in che modo si è concluso l’incontro tra i due. E se, soprattutto, Roma abbia o meno dato il suo via libera. C’è però un indizio in tal senso: Haftar, una volta messo piede nella capitale, ha incontrato David Robinson. Quest’ultimo non è certo uno qualunque: si tratta di un diplomatico di spessore essendo ambasciatore statunitense a Tunisi e, in questa veste, responsabile della Casa Bianca per il dossier libico. In sede di incontro tra il diplomatico ed il generale, sarebbe emersa l’approvazione al progetto di unificazione dell’esercito da parte americana. E dunque, per Roma, potrebbe essere più semplice rispondere affermativamente alle richieste di Haftar senza per questo dare l’impressione di “scaricare” Al Sarraj. Al contrario, forse si troverebbe in tal modo una sorta di ideale compromesso: Al Sarraj rimane a Tripoli come leader politico, Haftar quale leader militare. Anzi, come vero e proprio “gendarme dell’Italia”, scrive Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post.

Tornerà un ambasciatore italiano a Tripoli?

Ma indubbiamente se l’Italia vuole definitivamente sbloccare la matassa libica, deve anche riprendere in mano il dossier che riguarda la propria rappresentanza diplomatica nel paese nordafricano. La questione relativa all’ambasciatore non potrebbe più aspettare. E proprio questo sarebbe stato un altro argomento affrontato nell’incontro tra Conte ed Haftar. Giuseppe Perrone, ambasciatore italiano (ed unico occidentale) a Tripoli, è rientrato in Italia il 10 agosto, richiamato dopo che dall’est del paese era stato definito persona non gradita. Ma Haftar sarebbe tornato sui suoi passi, ribadendo questo giovedì a Conte la propria non contrarietà al rientro di Perrone in Libia.

I problemi, però, per Roma, secondo questa fonte, sarebbero più di natura interna. Come scrive Filippo Attili su Repubblica, ci sarebbero scontri interni alla Farnesina dietro il congelamento di Perrone. Quest’ultimo, dopo aver lasciato la Libia, non solo non è più rientrato a Tripoli, ma da mesi non si vede in giro nemmeno tra i corridoio della Farnesina. Una grana quindi, alla luce delle ultime novità, decisamente da risolvere.

Mauro Indelicato per Gli occhi della Guerra, 6 dicembre 2018.

 

2141.- UNO ALLA VOLTA!

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Uno alla volta, ci mettono in ginocchio

Ditemi: Queste istituzioni sono colonizzate dalla finanza sovranazionale? Mattarella, come posso chiamarla Presidente? Al referendum e alle elezioni di marzo votammo contro l’Europa dell’austerità malvagia, contro l’invasione e vinse e bene il centro-destra. Mattarella ha imposto un governo inconcludente per noi, ma ben avvitato alle sedie fino a maggio. La manovra tiene il campo da mesi, ma noi non sappiamo ancora oggi cosa chiederà, loro … stanno valutandone le misure: parole di Tria. E, fino a ieri, cosa avete valutato? Crescono i poveri, crescono gli stranieri. Sono più d’uno per ogni dieci abitanti e di questi, 6 su 10 li manteniamo. A Conte dispiace non firmare il Global compact? In nome di chi? A Palermo, ci siamo sputtanati e Conte sorride. Di cosa ride? Ma chi è questo Giuseppe Conte e a chi obbedisce? Con Bruxelles ci parla Lei? Cosa dice di diverso da quello che vogliono sentirsi dire? Sbaglio o ha fatto buca già a giugno? Mentre mezza Europa è in piazza, noi viviamo fra le porcherie dei grillini, le boiate, ieri dei Bossi, poi, dei Renzi e, oggi, dei Di Maio, le stronzate di Fico, le “bausciate”, strilla e fuggi, contro Bruxelles, fra i bacioni e i proclami contro l’immigrazione, che, invece, continua ogni giorno, a botte di centinaia: … le ruspe! Ogni giorno la scena si apre con un burattino. Non li vedo e non li sento. Siamo strangolati dalle tasse. Ci aspetta un Natale di merda. Ci resta soltanto la dignità. Fino a quando? Non c’è dignità senza lavoro! e non c’è Libertà senza dignità! Altro che andare in pensione!

Vogliamo lavorare!

Fateci lavorare!!!!

2140.- BRUXELLES IN FLAMES

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Le rivolte dei Gilet Jaunes francesi si sono diffuse in Belgio – Centinaia di rivolte si scatenano in casa dell’UE.
La polizia belga ha usato cannoni ad acqua e dispiegato gas lacrimogeni nel centro di Bruxelles per respingere i manifestanti ispirati al movimento anti-tasse della “maglia gialla” francese, mentre i dimostranti hanno costretto il quartier generale della Commissione europea a un blocco dei lavori temporaneo.

di Joe Barnes, da Bruxelles

 

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Centinaia di attivisti hanno preso di mira i punti di riferimento politici del Belgio, marciando da uno all’altro tra nuvole di fumo di petardi e bombe fumogene, mentre erano inseguiti da dozzine di agenti anti sommossa, armati di manganelli, pronti ad assalirli. I manifestanti sono scesi nella sede della Commissione europea a Berlaymont, il cuore del processo decisionale dell’UE. Infatti, hanno creato la “campagna della giacca gialla” del Belgio contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e contro il costo della vita. La Commissione Europea è stata costretta a chiudere temporaneamente le sue porte mentre le guardie di sicurezza dell’edificio si sono rifiutate di lasciare entrare o uscire chiunque mentre i manifestanti marciavano.
Una solitaria “giacca gialla” è rimasta di guardia fuori dalle porte chiuse, insistendo sul fatto che il Berlaymont era ormai “chiuso per tutto il giorno”.

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L’edificio della Commissione europea è stato costretto a chiudere temporaneamente le sue porte (Immagine: JOE BARNES)

Un altro manifestante, che voleva rimanere anonimo fra le scene di violenza, ha dichiarato a Express.co.uk: “Stiamo protestando contro l’aumento dei costi della benzina, della vita e delle tasse elevate“Accade la stessa cosa in Francia, a Parigi e, forse, presto in Olanda e, forse, in Inghilterra.”

Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nello scontro iniziato quando una manifestazione pacifica, ma non autorizzata, è degenerata nella violenza.

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Almeno due furgoni della polizia sono stati distrutti nelle proteste (Immagine: JOE BARNES)

La polizia ha fatto dozzine di arresti dopo che i manifestanti, con i volti coperti da maschere o cappucci hanno tentato di irrompere attraverso le linee della polizia.

Il movimento dei “giubbotti gialli” del Belgio spera di ispirare a scene simili in tutta l’Europa, con Londra come particolare punto di riferimento, per la possibile violenza.
Usano i social media per diffondere il loro messaggio e affermano di aver già chiuso la pagina degli eventi di Facebook per la marcia di Bruxelles.
La polizia antisommossa è stata attaccata da una piccola fazione separatista mentre era intenta a disperdere pacifiche “giacche gialle”, lontano dal quartier generale della Commissione europea. Una dozzina di giovani, vestiti con felpe nere, senza le giacche ad alta visibilità, presero a sassate la polizia, che diede loro la caccia nelle vie secondarie.

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La polizia ha usato cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti (Immagine: GETTY IMAGES)

I proprietari dei negozi affrettarono a sbarrare le loro porte in un clima di paura perché potevano diventare le vittime innocenti degli scontri tra la polizia e la folla.
I manifestanti pacifici, invece, hanno continuato a marciare lontano dalla Commissione con le mani in alto sopra le loro teste mentre aspettavano l’assalto della polizia antisommossa.
Alla fine centinaia di persone si sono date appuntamento nell’ufficio del primo ministro Charles Michel.
Le folle hanno chiesto le dimissioni della PM mentre cantavano “Michel, dimettiti!”
Michel è un alleato liberale di Macron, che ha espresso solidarietà per i problemi della gente, questo giovedì. Ma ha subito aggiunto: “Il denaro non cade dal cielo”.
La sua coalizione di centro-destra affronterà le elezione a maggio.

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La polizia ha detto che circa 500 manifestanti hanno preso parte alle manifestazioni (Immagine: JOE BARNES)

Un tweet del leader belga ha dichiarato: “Nessuna impunità per violenze inaccettabili a Bruxelles, chi viene a spaccare e rubare deve essere punito”.
Le proteste in Belgio, in particolare intorno ai depositi di carburante nel sud di lingua francese, sono state ispirate dai “gilet jaunes” in azione in Francia.
Le giacche gialle hanno inscenato dimostrazioni sui Champs-Élysées la scorsa settimana per protestare contro gli aumenti delle tasse sui carburanti imposti dal governo del presidente Emmanuel Macron (come il governo francese vuole che sia accreditata la rivolta. ndr), come parte degli sforzi per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento globale.

PUBBLICATO: 00:01, sab, 1 dic, 2018 | AGGIORNAMENTO: 17:34, sab, 1 dic 2018. Segnalazione aggiuntiva di Harvey Gavin. traduzione libera di Mario Donnini.