Archivio mensile:luglio 2017

1323.- TUTTI GLI AMICI ITALIANI DI SOROS

di Francesca Totolo

(Maurizio Blondet : pubblico l’ottimo lavoro di Francesca Totolo per il sito di Luca Donadel, https://www.lucadonadel.it/soros-e-collegamenti-politici-italiani/

“Più una situazione si aggrava, meno ci vuole a rovesciarla, e più grande è il lato positivo”. George Soros

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Il noto “filantropo” ungherese naturalizzato americano nacque nel 1930 a Budapest con il nome di György Schwartz. Presto però dovette affrontare il dolore causato dal “re di tutti i mali”, il fascismo, che costrinse lui e la sua abbiente famiglia a cambiare il proprio cognome in Soros per sfuggire dal crescente antisemitismo nel Paese.
Anzi il padre del “neo-battezzato” George fece di più: Tividar comprò al piccolo erede dei documenti falsi che certificavano l’avvenuta adozione da parte di un cittadino ungherese che per professione aiutava gli ufficiali nazisti a confiscare le proprietà ed i beni degli ebrei magiari mandati nei campi di sterminio. L’infante Soros non poté fare altro che obbedire al volere del padre naturale, seguendo così il finto genitore adottivo e collaborando con lo stesso nelle operazioni di confisca a danno di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”. In seguito, un Soros dichiarò a proposito di questa vicenda: “naturalmente sarei potuto essere stato dall’altra parte o potrei essere stato tra coloro a cui ho confiscato i beni. Ma non c’è alcun senso a teorizzare su questo ora, perché è come il mercato, se non l’avessi fatto io, qualcun’altro lo avrebbe fatto comunque. Io ero solo uno spettatore in quella situazione, quando la proprietà veniva confiscata: siccome non ero io il responsabile non avevo alcun senso di colpa”.1Per fortuna, quindi, la vicenda non segnò minimamente la coscienza di Soros e non ebbe nessuna ripercussione sulla sua condotta “morale”; forse non fu lo stesso per le vittime delle confische a cui prese parte.

Nel 1947, un Soros si trasferì in Inghilterra per sfuggire questa volta dal nuovo regime filosovietico instauratosi in Ungheria. Giunto in terra britannica, si riservò la migliore educazione possibile, studiando al London School Of Economics dove incontrò il suo vate nonché ispiratore morale, Karl Popper.

“La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici.

Giovano laureato in economia, nel 1954 diede inizio alla sua lunga e promettente carriera come impiegato nel reparto arbitraggio della banca d’affari londinese Singer & Friedlander. Nel 1956, capì che l’Europa era troppo piccola per contenere tutto il suo entusiasmo giovanile e si trasferì nella patria delle speranze, gli Stati Uniti d’America, dove consolidò le proprie esperienze nel ramo finanziario specializzandosi nella gestione dei mercati del vecchio continente operando in diversi istituti bancari. La svolta dell’ambizioso Soros avvenne nel 1969 quando fondò il Quantum Fund, che gli garantì rendimenti elevatissimi per più di un decennio.

Da bambino ebreo di Budapest perseguitato dal terribile fascismo ungherese, George Soros si trasformò in deciso uomo d’affari non lesinando neanche azioni speculative sui mercati finanziari (e comunque se non le avesse fatte lui, le avrebbero fatte altri, no?). Le speculazioni sorosiane riguardarono anche l’Italia; nel 1992, Soros partecipò insieme ad altri “investitori” ad un attacco alla Banca d’Italia causando una epica svalutazione della lira, l’uscita dal Sistema Monetario Europeo e la seguente crisi economica. Il “filantropo”, futuro paladino delle associazioni umanitarie dichiarò: “Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Deutsche Bundesbank. Si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali. Quella fu una buona speculazione”. Lo fu un po’ meno per i portafogli del popolo italiano.
Soros non si limitò alle speculazioni operate sulla lira; anche l’Inghilterra subì lo stesso trattamento.

I suoi passatempi con le monete nazionali però non rimasero impunite in altri stati: in Francia fu processato e giudicato colpevole di “insider trading”, e dovette sborsare 2 miliardi di dollari, in Indonesia fu condannato all’ergastolo e in Malesia, invece, alla pena di morte.

Poi come San Paolo, il Soros ebbe l’illuminazione sulla via di Damasco (forse per quello che ha così a cuore le vicende del popolo siriano).
Ecco che da “avido” speculatore senza scrupoli, George Soros si trasforma nel benevolo filantropo, patron di ogni causa che riguardi la discriminazione e che impedisca una società civile “aperta” e inclusiva. Con il passare degli anni, la sua Open Society Foundations si impone come regina in ambito “umanitario”, occupandosi un po’ di tutto, dai diritti civili delle persone LGBT a quelli dei migranti musulmani in territorio europeo, aspirando ad un mondo senza confini di popperiana memoria.

La sua fondazione è molto attiva anche nel nostro Paese sostenendo diverse associazioni (Onlus e Migranti in Italia), e interagendo a vario titolo anche con illustri rappresentanti delle nostre istituzioni, come membri del parlamento nostrano ed europeo, e del governo, nonché con i sindaci delle città più esposte ai flussi di migranti (ricordiamo la stretta collaborazione con Giusi Nicolini a Lampedusa trattata nell’approfondimento Analisi ONG nel Mediterraneo).

A livello nazionale, li troviamo quasi tutti riuniti il 6 luglio del 2015 in occasione delle conferenza “Rivitalizzare l’accoglienza in Italia: Seminario di alto livello sul rafforzamento e l’espansione della capacità di accoglienza per i richiedenti asilo” organizzata dalla Fondazione De Gasperi (di cui Angelino Alfano è presidente), dal Migration Policy Institute (di cui la OSF è tra i maggiori finanziatori) e ovviamente dalla Open Society Foundations.2

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Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:

Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4Vediamo nel dettaglio chi è intervenuto al seminario e i relativi legami con la Open Society Foundations:
Costanza Hermaninè Segretaria Particolare del Sottosegretario di Stato alla Giustizia On. Gennaro Migliore; uno dei suoi principali compiti è il “Monitoraggio della giurisdizione in materia d’asilo e relative proposte di riforma”. Dal 2009 al 2016, la Hermanin è stata Senior Analyst “Antidiscriminazione e Migrazioni” e manager del Progetto Italia della Open Society Foundation. Con Miriam Anati (anch’essa presente al seminario), ha sviluppato il progetto Open Migration (trattato nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).3 4

Gennaro Migliore è Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia(nel governo Renzi e confermato nel governo Gentiloni) ed esponente del PD(dopo diversi cambi di casacca); in precedenza, è stato presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione”. L’On. Migliore è sempre in prima linea quando gli eventi, le conferenze e i progetti riguardano la Open Society Foundations; la scelta della Hermanin come sue assistente sarà stata semplice.5 6 7 8 9

 

Pierfrancesco Majorino è assessore alle “Politiche Sociali, Salute e Diritti” del Comune di Milano (nella giunta Pisapia e riconfermato in quella di Beppe Sala). Majorino sempre presente alle iniziative promosse dalla Open Society Foundations e dalla associazione da questa sostenute, ha organizzato la mobilitazione “20 Maggio senza Muri” a Milano dove sono accorse tutte le Onlus e le organizzazioni sorosiane (trattata nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).10 11 12

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Luigi Manconi [un sardo che pratica ancora l’endogamia, convivendo con la miliardaria di Stato Berlinguer . nd.Blondet] è senatore delle Repubblica Italiana eletto nelle fila del PD, presidente della “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” e presidente dell’associazione “A Buon Diritto” fondata e sostenuta dalla Open Society Foundations (Manconi e “A Buon Diritto” sono stati trattati nell’approfondimento Onlus e Migranti in Italia).
Mario Morcone ha ricoperto diverse cariche in altrettanti governi; è Capo di gabinetto del ministro Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio trattata nell’approfondimento Associazioni Religiose e Migranti in Italia) durante il governo Monti nel 2011; nel 2014, è Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione presso il Ministero dell’Interno e nel 2017 viene nominato Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno. Ricordiamo che ASGI e A Buon Diritto sono tra le associazioni italiane fondate e finanziate grazie alla Open Society Foundations.13 14

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Marco Perduca, storico esponente del Partito Radicale, viene eletto nelle liste del PD nel 2008; per la prima metà della legislatura è membro della III Commissione permanente “Affari esteri ed emigrazione” e successivamente diventa membro della II Commissione permanente “Giustizia”, nonché segretario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e membro della Commissione parlamentare per la semplificazione della legislazione. Ora si occupa dell’Associazione Luca Coscioni (finanziata anche dalla Open Society Foundations) e della Open Society Foundations.15 16

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1323.- Cappuccetto rosso è Gentiloni, ma il capo chi è?

28 Luglio 2017

 

 

(Adriano Scianca) – Una delle poche virtù che ancora, nonostante tutto, faceva parte dell’armamentario culturale degli italiani, era la furbizia. Ovvero il pragmatismo, la scaltrezza, l’arte di arrangiarsi, la capacità di capire le situazioni prima degli altri e di modificare di conseguenza la propria strategia, anche se questo vuol dire aggirare norme e regole. Non era molto, ma pare che abbiamo perso anche quello. Nello scacchiere internazionale, i nostri governanti sembrano costantemente preda di una terribile fiducia nelle favole. Il premier, Paolo Gentiloni, fa un po’ la figura di un tizio che, in piena apocalisse zombi, vada al supermercato e si metta in fila al banco dei salumi, prendendo il numeretto: mentre tutti fuggono, combattono, saccheggiano, lui sta lì, a presidio di regole ormai inesistenti. La figura che stiamo facendo nei confronti della Francia è esattamente questa.

Dopo aver sostenuto Macron in nome di un europeismo del tutto illusorio (falso!), ci siamo ritrovati con un vicino di casa che chiude i porti e le frontiere agli immigrati,che prende iniziativa autonoma in Libia, che nazionalizza senza troppi problemi laddove percepisca che “l’amico italiano” invade i suoi interessi strategici. L’inquilino dell’Eliseo, ovviamente, fa bene: agisce da leader di uno Stato sovrano. Certo, un po’ di retorica sulle virtù della Ue ce la poteva anche risparmiare, il pupillo dei Rothschild. Ma, all’estero, hanno ben chiara la differenza tra parole e fatti. Noi no. Noi ci beviamo tutto.

Ndr: Vuol dire che siamo posseduti in tutto e per tutto, che pochi ruzzolasoldi ebrei possiedono tutti gli italiani.  Sono bravi. Del resto, non avevano crocifisso anche Cristo? Ma i francesi lo sanno che la famiglia possiede anche loro o pensano che Macron sia piovuto dalle urne? Macron e’ il loro Renzi, con le dovute proporzioni, s’intende.

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I Rothschild sono senza dubbio i pionieridel settore bancario internazionale, la Dinastia Rothschild è infatti la famiglia più benestante nella storia del mondo, che riuscì a distriscarsi dalla gabbia dell’ antisemitismo europeo per creare le sue  fortune finanziarie nei continenti. Secondo le stime degli esperti, la famiglia dei Rothschild controllerebbe più di 350 miliardi di dollari, se consideriamo tutti i patrimoni sommati della famiglia.”I Rothschild… sono i guardiani del tesoro papale.” –Encyclopedia Judaica, 1901–1906, Vol. 10, p.497. Malgrado questa onnipotenza, la notte del 30 aprile 2000, quando Raphel, Baron De Rothschild, si è addentato il laccio emostatico attorno al braccio, ha infilato l’ago, ha premuto lo stantuffo della “pera”, a Manhattan, nessuno ha allungato una mano per salvarlo dall’ overdose.

La fiducia dei governanti italiani nella Ue, nel libero mercato, nei regolamenti internazionali, è commovente. Gentiloni & co. credono di vivere in un mondo ordinato, equo, amichevole, dove tutti si vogliono bene, masticano con la bocca chiusa e ti chiedono permesso prima di entrare. Vivono, insomma, nel mondo delle favole. La favola più grande è quella secondo cui gli Stati non contano più nulla, non possono fare nulla, hanno le mani legate, perché tanto fa tutto l’Ue, o il mercato, o l’Onu o chissà chi altro. E invece gli Stati continuano a governare il mondo, a prendere l’iniziativa, a tutelare i propri interessi, forzando le leggi, aggirandole, usandole a proprio comodo, semplicemente fottendosene.

Lo scopo dell’Europa unita doveva essere quello di far sì che, almeno nel perimetro europeo, questo non accadesse più, che si imponesse un unico interesse nazionale, quello della nazione Europa, contro tutti gli altri. Questo non è mai accaduto, ed è il principale fallimento della Ue, che ha fornito solo un’ipocrita veste formale a una solidarietà fra nazioni che non c’è mai stata. L’Ue resta il campo di battaglia fra europei, non fra gli europei e tutti gli altri. Quindi è inutile, ha fallito. E noi, che ci ostiniamo a credere fideisticamente in essa, falliamo con lei.

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Brigitte Macron, le Baron David de Rothschild et Emmanuel Macron, en février 2016. EREZ LICHTFELD/SIPA
Prima di apparire sulla scena politica europea, Emmanuel Macron, ha permesso al colosso svizzero Nestlé di strappare la divisione che opera nel business del cibo per bambini della Pfizer ai rivali francesi della Danone. Un’operazione da quasi 12 miliardi di dollari, di cui Macron è stato advisor quando nel 2012 lavorava come banchiere d’affari in Rothschild. Lo scontro ha permesso alla Nestlé di crescere in Cina e nei mercati emergenti, dove non aveva grandi quote di mercato, e di aggiudicarsi marchi come S-26, Sma, Promil che si sono andati ad aggiungere ad altri già in suo possesso quali Nan, Geber, Lactogen, Nestogen. L’operazione a tutti gli analisti delle principali banche d’affari era apparsa conveniente dal punto di vista industriale, ma aveva fatto storcere il naso a molti perché era stata giudicata troppo cara. Nestlé per sconfiggere i concorrenti ha sborsato 11,85 miliardi di dollari. Non poco rispetto alla cifra iniziale che si aggirava tra i 9 e i 10 miliardi. E un ruolo di primo piano nel convincere la Nestlé ad alzare la posta, l’avrebbe avuto proprio Macron. Marine LePen  l’ha accusato di aver conti offshore e in rete sono circolati documenti al riguardo, bollati subito come falsi da Macron stesso: un numero uno di quella finanza, insomma.

1322.- “Navi italiane in acque libiche”?

28 luglio: serraj smentisce Gentiloni :”mai chiesto intervento delle navi italiane in Libia. La nostra sovranità è invalicabile “

27 luglio: Scrive Gian Micalessin su il giornale.it di Alessandro Sallusti: Ma così rischiamo l’isolamento. “Serraj ci lancia un salvagente: “Contrastiamo i trafficanti”. Per l’intervento delle navi militari italiane nelle acque libiche, contro le Ong dei trafficanti servirebbe, però, l’egida della missione Sophia”. 

E noi, invece, ci domandiamo:

Perché la Francia schiera le sue forze armate in Libia, nel Niger, in Siria e dove più gli comoda e gli italiani vogliono sempre essere sotto tutela di qualcuno e, poi, si lamentano. Chi mi dice che a Serraj, le pastoie di Macron risolvano il problema di trattare con Haftar, ma in un momento a lui sfavorevole e non garantiscano il risultato mentre invece garantiranno i risultati della Total, l’approvvigionamento di uranio per le centrali nucleare francesi e lucrosi contratti per qualche loro gruppo industriale. Se le trattative di Parigi proseguiranno e avranno un esito positivo, non è detto che a festeggiare sarà proprio Haftar. Quanto forte si sente Fayez Serraj? All’indomani di Parigi, a chi si rivolge Serraj? All’Italia. E’ piombato a Roma perché è evidente che, ieri, Sarkozy e, oggi, Macron ci hanno silurato e stanno silurando anche lui. Del resto, i francesi sono alleati di Haftar e nostri nemici dichiarati da sempre, almeno dal tempo del Bonaparte, alla faccia dell’Unione europea, che unione non è.

Prosegue Gian Micalessin:

A raccontarla sembra quasi una fiaba. Il figliol prodigo Fayez Serraj dopo la scappatella francese con l’irresistibile Emmanuel Macron ed il rivale generale Khalifa Haftar si presenta a Roma e, pur di farsi perdonare, propone al premier Paolo Gentiloni quel che fin qui s’è sempre rifiutato di chiedere ovvero l’invio di navi militari dentro le acque territoriali libiche per dar la caccia ai trafficanti di uomini.

Un abboccamento che per il povero Gentiloni è un vero salvagente. Tradito da Macron e abbandonato da una Corte Europea del Lussemburgo irriducibile nel rigettare quei ricorsi della Croazia su cui contavamo per aggirare il trattato di Dublino lo sconsolato premier non sapeva più a che santo votarsi. Invece, inaspettatamente, ecco Serraj proporgli «un sostegno tecnico con unità navali italiane nel comune contrasto al traffico di esseri umani da svolgersi in acque libiche». Una proposta che se non fosse vera bisognerebbe inventarsela, ma a cui il risollevato Gentiloni non può che offrire entusiasta sostegno. «La richiesta spiega il premier – è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa. Le scelte saranno esaminate dalle autorità libiche e con il Parlamento italiano. Ma se valuteremo la possibilità di rispondere positivamente, come credo necessario, può rappresentare un punto di novità molto rilevante per il contrasto al traffico di esseri umani».

E a rasserenare il premier contribuisce anche una chiacchierata telefonica con un Angela Merkel pronta a promettergli sostegno per la redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue e a garantire fondi tedeschi per le attività di contrasto al traffici di uomini in Libia. Infine, come se non bastasse, Gentiloni riesce, persino, a garantirsi l’appoggio di parte delle opposizioni. Per il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e per il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri «la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane» è infatti «una proposta attesa da tempo». Prima di cantar vittoria sarà opportuno, però, scoprire cosa si nasconda dietro l’improvviso dietrofont di Serraj. La prima stranezza è perché il premier libico ci chieda di utilizzare navi italiane, mettendo in piedi una missione ex novo, quando non solo esiste, ma è pienamente operativa Eunavfor Med, la missione navale europea, conosciuta come Operazione Sophia. Varata nel 2015 e pronta a operare, dopo la recente riconferma europea, fino al dicembre 2018 la missione è stata progettata proprio per contrastare l’attività dei trafficanti di uomini colpendoli non solo dentro le acque territoriali di Tripoli, ma addirittura sulle coste libiche. Non a caso sulle sue unità sono imbarcati distaccamenti di unità specializzate come il Battaglione San Marco o i marines inglesi. A tutt’oggi l’operazione non è potuta passare alla fase d’intervento sul territorio libico proprio perché mancava una delle due condizioni politiche indispensabili per avviarla ovvero un via libera garantito da una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o, in alternativa, una richiesta del governo di Tripoli. Una richiesta che Serraj non ha mai voluto firmare nel giustificato timore di venir defenestrato da una delle tante milizie che da una parte lo sostengono e dall’altra s’arricchiscono con il traffico di uomini. Anche stavolta c’è dunque da chiedersi se Serraj trasformerà in richiesta scritta quel che fin qui ha solo sussurrato nelle orecchie di Gentiloni. Se lo farà Eunavfor Med potrà finalmente entrare nel vivo. Affidata al comandante italiano Ammiraglio Enrico Credendino l’operazione ha 6 unita navali e sei velivoli già operativi, ma soprattutto ha ben chiari, grazie al lavoro d’intelligence già svolto, gli obbiettivi da colpire. In più ha il vantaggio, grazie alla bandiera europea, di non poter esser accusata di mire coloniali come succederebbe se nelle acque territoriali si presentassero le unità navali con il tricolore. Unità che in caso di necessità potrebbero tranquillamente venir aggregate ad un’operazione già guidata come ammiraglia dalla nostra nave San Giusto.

1321.-Il patto con Malta che ci rifila gli immigrati

Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 25/05/2017


Mentre continuano gli sbarchi di migranti sulle coste italiane e infuriano le polemiche sulle responsabilità delle Ong riguardo alla loro presunta collaborazione con gli scafisti, più di qualche osservatore si è chiesto perché alle navi delle Ong non passa nemmeno per la mente di portare i migranti a Malta. La piccola isola nel mezzo del Mediterraneo oggi non è più sfiorata dal problema, eppure si trova più vicino alle coste libiche rispetto alla Sicilia, e secondo le regole del diritto internazionale i migranti andrebbero accompagnati al porto di destinazione più vicino e sicuro per la loro incolumità. Malta ha tutte le caratteristiche richieste dal caso, ma le navi Ong non considerano minimamente di accostarsi ai porti maltesi. La questione riapre un dibattito iniziato lo scorso anno, quando il leader dell’opposizione e del partito nazionalista maltese, Simon Musuttil, in una dichiarazione ripresa da The Independent, accusò apertamente di tradimento il governo maltese per aver sottoscritto un tacito accordo con Roma.

A quale accordo fa riferimento il politico maltese? Per Musuttil Roma e La Valletta avrebbero raggiunto un’intesa che prevede l’interruzione dell’arrivo dei migranti sulle coste maltesi in cambio della concessione dei diritti di sfruttamento petroliferi nel tratto di mare a sud-est della Sicilia, a metà strada tra questa e Malta. Su questo punto c’è stato un aspro contenzioso tra i due paesi che ha raggiunto l’apice nel 2012. In quel periodo infatti il governo di Roma estese il tratto di mare dove venivano eseguite delle trivellazioni petrolifere fino a giungere, secondo La Valletta, nelle acque territoriali maltesi. Secondo uno studio indipendente realizzato dalla società Erc Equipoise, il tratto di mare in questione potrebbe fruttare una quantità di petrolio pari a circa 260 milioni di barili. Da qui nacque lo scontro tra Roma e La Valletta.

Ma secondo Musuttil il governo maltese avrebbe ceduto alle richieste dell’Italia sui diritti di sfruttamento petroliferi in cambio dell’accoglienza dei migranti a esclusivo carico delle autorità italiane. Il tacito accordo sarebbe stato raggiunto dall’ex premier Renzi lo scorso anno e dal suo omologo maltese, il primo ministro Joseph Muscat, che ora a causa dello scandalo finanziario dei Panama papers è stato costretto a dare le dimissioni. A confermare questo scambio in un primo momento era stata persino una autorevole voce del governo maltese, il ministro degli Interni Carmelo Abela, che aveva parlato di un accordo in questo senso sulla cessione dei diritti petroliferi contesi da Malta in cambio dell’impegno italiano a ricevere gli immigrati irregolari. In un secondo momento lo stesso ministro aveva fatto retromarcia e aveva parlato di «stretta collaborazione» tra Italia e Malta smorzando la gravità delle dichiarazioni precedenti.

Questo però non è servito a mettere a tacere le polemiche sull’assenza di Malta nella crisi dei migranti. Dal 2015 delle circa 142.000 persone partite dalle coste nordafricane solamente 100 sono giunte a Malta. Due anni prima, nel 2013, Malta riceveva 2.008 migranti mentre l’Italia si faceva carico di circa 150.000 arrivi. La sproporzione negli sbarchi tra i due Paesi era evidente anche all’epoca, ma è ancora più evidente dopo il 2015 il crollo verticale dei migranti giunti a Malta. Il 99% in meno rispetto a due anni prima.

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Sergio Mattarella premia Regina Cantambrone, una calabrese che con il marito americano, Christopher Egle Liotta ha dato vita all’Ong MOAS, acronimo di Migrant Offshore Aid Station che ha sede a Malta. È tra le persone insignite del riconoscimento del titolo di ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana per quanto sta facendo nel trasporto dei migranti che attraversano il tratto di mare che separa la spiaggia libica dalla loro nave. Hanno una nave, la Phoenix I, che è la prima imbarcazione privata destinata alle operazioni di “soccorso” nelle acque libiche. La Phoenix I, ha venti persone di equipaggio, compresi medici e paramedici di Medici senza frontiere e droni dotati di eco e termo-scandaglio notturno in modo da controllare una vasta area di mare per individuare le barche dei migranti. Il drone, una volta individuato il barcone o il gommone scatta una foto e la invia alla nave. Ad oggi sono alcune migliaia le persone trasportate.

Una chiara disparità denunciata anche al Parlamento europeo dalla deputata di Forza Italia, Elisabetta Gardini, che aveva chiesto spiegazioni alle istituzioni Ue sui motivi del mancato impegno dei maltesi. Dopo un iniziale silenzio, l’Europa rispose al quesito della Gardini, ma la risposta fu che Bruxelles semplicemente non ne sapeva nulla. Il Commissario alla Migrazione e agli Affari Interni, Dimitris Avramopoulos, rispose infatti di «non essere a conoscenza di nessun accordo bilaterale tra le autorità maltesi e italiane riguardo alle operazione di recupero nel Mediterraneo». Quindi Bruxelles non smentisce l’esistenza di un tale accordo, e aggiunge che per una strana coincidenza l’area interessata dalle esplorazioni petrolifere si sovrappone a quella dove i migranti vengono recuperati. Roma quindi continua a ricevere migliaia di migranti, mentre La Valletta resta al riparo dal fenomeno. Se questo patto esistesse davvero il primo responsabile degli sbarchi, oltre alle Ong, sarebbe il governo italiano che ha scambiato petrolio con immigrati.

1320.- L’ORSA DANIZA AMMAZZATA TRE ANNI FA DAVANTI AGLI ORSACCHIOTTI DA GENTAGLIA. OGGI IL PRESIDENTE UGO ROSSI E 30 FORESTALI CI RIPROVANO con Kj2! E TRE!

Cani Laika e proiettili narcotizzanti, nei boschi di Trento continua la caccia a madre orsa Kj2

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A TRENTO IL PRESIDENTE ANTI-ORSI UGO ROSSI DELLA PROVINCIA TROPPO AUTONOMA HA ORDINATO UN’ALTRA CACCIA ALL’ORSA: PERICOLOSITA’  MASSIMA. NON SA CHE ACCETTARE GLI ORSI SIGNIFICA LASCIARLI RIPRODURRE E SVEZZARE I CUCCIOLI IN SANTA PACE. NEANCHE UN BOSCO SENZA CURIOSI! QUANTI CARTELLI INVITANO A EVITARE IL BOSCO DOVE L’ORSA KJ2 HA SICURAMENTE I SUOI PICCOLI?

Sabato aveva ferito un idraulico settantenne a passeggio nei laghi. Non l’aveva ucciso perché non voleva, ma solo allontanarlo: Poco, ma sicuro! L’animale, Kj2, identificato da peli trovati (!), avrebbe, dicono “avrebbe” già aggredito nel 2015. Il presidente Rossi firma l’ordinanza: “Pericolosità massima”. Buffoni! Educate la gente a evitare gli orsi o rinunciate ai contributi dell’Ue per questi animali protetti! Ecco le regole (complicate) per catturarla e allontanarla. E i piccoli? Ha o no il diritto di difenderli?

Sono trenta i forestali pronti a darsi il turno nella caccia all’orso protagonista dell’attacco di sabato sera, a pochi chilometri da Trento. A 36 ore dall’episodio il governatore della Provincia di Trento, Ugo Rossi, ha firmato l’ordinanza urgente che consentirà l’identificazione e quindi il trasporto dell’animale in un recinto alle porte della città. La pericolosità dell’orsa è definita “massima”. Ma sul luogo dell’aggressione si sono già portate cinque pattuglie di forestali con l’incarico di avvisare turisti ed escursionisti della presenza dell’orso, mentre altri quattro uomini – accompagnati da due cani – stanno già battendo i boschi. Il sospetto è che l’orso in questione sia in realtà un’orsa di 15 anni e 133 chili di peso, nome in codice Kj2, protagonista di un’aggressione nel giugno del 2015 e da allora ricercata dai forestali. Solo il test sui peli ritrovati nel luogo dell’aggressione, un sentiero tra il Lago di Terlago e il Lago di Lamar, potrà comunque confermare che è davvero lei l’orsa protagonista di questo nuovo attacco.

Le regole per la cattura di un animale protetto come l’orso sono molto complicate e prevedono una serie di procedure definite dal ministero per l’Ambiente in accordo con le Regioni: le squadre devono essere di almeno quattro uomini, tra cui un veterinario, un operatore addestrato all’uso di fucili per la telenarcosi, un forestale con fucile tradizionale (per garantire la sicurezza della squadra) e un conduttore di cane addestrato alle attività contro gli “orsi problematici”. La Provincia di Trento ha scelto cani di razza Laika, provenienti dalla zona artica, di taglia media ma di grande coraggio.

Le squadre dovranno lavorare per lo più di notte (quando è più probabile la cattura) e le tecniche autorizzate dal ministero sono tre: l’uso di trappole tubo (in cui l’orso si infila attirato dal cibo per poi rimanere chiuso all’interno), l’uso di lacci Aldrich (che sono in grado di trattenere l’orso al suo passaggio senza provocargli ferite) e infine l’utilizzo di proiettili anestetici. Per quest’ultima tecnica, adottata nelle situazioni più gravi e quando comunque è possibile avvicinarsi all’orso, le regole sono ancora più severe: in particolare è vietato sparare un proiettile anestetico a un orso che potrebbe mettere se stesso in pericolo o essere pericoloso per altre persone. Ne sanno qualcosa i forestali di Trento che nel 2008, durante un tentativo di cattura, videro un orso cadere nel Lago di Molveno, colpito da un dardo narcotizzante, e morire annegato. E’ proibito anche anestetizzare un orso in un luogo da cui sarebbe difficile trasportarlo altrove e prima di entrare in azione i forestali devono attendere almeno 15 minuti ed essere certi che l’animale sia addormentato. Un ulteriore problema arriva dal fatto che, in caso di cattura, l’orso dovrà comunque essere rilasciato e ricatturato (dopo avergli infilato un radiocollare) solo dopo la conferma che sia davvero il responsabile dell’attacco attraverso il test del Dna.

Nel frattempo la Provincia autonoma di Trento ha aggiornato le mappe che indicano la presenza di orse con cuccioli sul territorio trentino, per informare chi ama frequentare le montagne. Le aree più battute dagli orsi sono quelle del Soprasasso e del Monte Bondone (a pochi

chilometri dalla città) e i versanti meridionali del Gruppo di Brenta. In totale sul territorio provinciale gli orsi sono una cinquantina, dopo un progetto di reintroduzione partito alla fine degli Anni Novanta, ma gli esemplari sono perlopiù concentrati nel Trentino centro-orientale

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Aggredito dall’orso, pronto l’esposto in procura. “Vogliamo capire se ci sono stati comportamenti omissivi, responsabilità o reati”. Rossi firma l’ordinanza

Mentre il presidente della Provincia ha dato il via libera alla procedura che dovrà portare alla “rimozione dell’orso”, Angelo Metlicovec (degente in ospedale) e il suo legale pensano a come muoversi e quanto vi abbiamo anticipato ieri potrebbe cambiare le carte in tavola.

 

Di Luca Pianesi – 25 luglio 2017 

TRENTO. Esposto alla Procura della Repubblica per valutare se c’è stato reato. Stanno pensando a questo l’avvocato Lorenzo Eccher e il suo assistito Angelo Metlicovec dopo che quest’ultimo è finito all’ospedale per l’aggressione di un orso. E le rivelazioni fatte ieri dall’uomo a il Dolomiti spiegherebbero il perché: la sera prima dello spiacevole incontro tra Metlicovec e l’orso, infatti, nella stessa zona una giovane podista che stava correndo sui sentieri tra gli stessi boschi poco sopra Terlago era stata vittima di quello che la Pat ha definito un “falso attacco” di un plantigrado. Stessa dinamica, stessa fuga precipitosa con conseguente infortunio della ragazza ma, fortunatamente, non stessa drammatica aggressione.

 

“Stiamo pensando all’esposto – spiega il legale – perché vorremmo fosse la magistratura ad appurare se ci sono state delle mancanze, dei comportamenti omissivi, se ci sono delle responsabilità, dei reati commessi da qualcuno. E la vicenda della ragazza della sera prima, ovviamente, è cruciale perché Angelo sicuramente, se avesse saputo che poche ore prima un orso aveva spaventato una persona in quel bosco, avrebbe evitato di andarci a passeggiare. Le lesioni, in concorso con un potenziale comportamento omissivo da parte di chi avrebbe dovuto vigilare, sono tutti elementi che pensiamo dovrebbero essere vagliati da un magistrato“.

 

Quel che a questo punto pare certo è che Metlicovec non accetterà l’indennizzo, standard, della Pat in caso di aggressione da orso “che è stabilito da polizze infortunio, quindi da contratti siglati dalla Provincia e non contempla responsabilità civili o penali“, spiega ancora l’avvocato. “Se noi accettassimo quell’indennizzo – completa Eccher – chiuderemmo la vicenda così e non si potrebbero appurare le responsabilità”. Intanto, mentre la degenza di Metlicovec continua all’Ospedale Santa Chiara di Trento, dopo l’operazione al braccio e le medicazioni delle ferite riportate alle gambe, il presidente della Provincia Ugo Rossi ha firmato l’ordinanza che prevede l’intervento “di monitoraggio, identificazione e rimozione di un orso pericoloso – così recita il testo – per l’incolumità e la sicurezza pubblica”.

 

L’ordinanza in oggetto è il principale strumento di cui l’amministrazione provinciale dispone per la gestione di eventi straordinari, come quello di sabato. E oggi la Commissione dei 12 si riunirà per l’esame della norma di attuazione depositata dalla Provincia, che, se approvata, consentirebbe di gestire in via ordinaria, e quindi in maniera diretta e più rapida, nel rispetto del quadro normativo nazionale ed europeo, tutto quanto concerne la presenza dell’orso in Trentino alla stessa Provincia. Nel frattempo continua l’attività di monitoraggio e presidio della zona con personale forestale sia nei 5 punti di accesso principali, anche con il compito di informare le persone che vi transitassero, sia con una squadra di emergenza di quattro persone e due cani finalizzata anche alle attività di cattura previste dall’ordinanza.
Il presidente Ugo Rossi, visto anche quanto disposto dal Pacobace (Piano di azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi centro-orientali) ha ordinato con l’atto firmato ieri, al Servizio Foreste e Fauna, tramite il personale del corpo forestale trentino, di procedere, nel più breve tempo possibile, ad eseguire nell’ordine le seguenti attività:

 

1) monitorare in maniera intensiva l’area ove si è verificato l’incidente e gli areali potenzialmente interessati dall’animale, al fine di assicurare la massima prevenzione possibile a tutela dell’incolumità e della sicurezza pubblica;

 

2) procedere nel più breve tempo possibile, a mettere in campo le azioni necessarie all’identificazione genetica ed al riconoscimento dell’esemplare che si è reso protagonista dell’incidente in oggetto, compatibilmente con i limiti tecnici insiti in tale tipo di attività;

 

3) procedere, ad avvenuta identificazione e riconoscimento dell’animale, alla rimozione dello stesso, applicando le misure alternativamente che saranno disposte in relazione alle circostanze di tempo e luogo sussistenti al momento, avuto riguardo al fatto che la fattispecie comportamentale dell’animale integra il massimo livello della scala di pericolosità prevista dal Pacobace.

 

Insomma, siamo a Daniza 2. La procedura di “rimozione” è praticamente la stessa. L’importante è non “sbagliare” la dose della droga, questa volta:

Settembre 2014. Daniza, esemplare dotato di radiocollare, spiata  da dietro un albero e disturbata dal cercatore di funghi Daniele Maturi, mentre era con i suoi due piccoli, lo allontana con due zampate senza ucciderlo. Braccata per un mese da un’ordinanza di Ugo Rossi, presidente della Provincia (troppo) autonoma di Trento e uccisa con doppia dose di narcosi fra la disperazione dei cuccioli. Nessuna condanna! Rossi evitò la condanna, non si dimise e, oggi, ci riprova e fa piazzare tre tagliole per analizzare i DNA degli orsi. E tutte le leggi a protezione degli animali?

Dalla cronaca di allora: Il ferimento

L’episodio è avvenuto nei boschi di Pinzolo. Protagonista un uomo del posto che si è imbattuto in una femmina di orsa, probabilmente il plantigrado conosciuto come Daniza, e con i suoi due cuccioli. Dalle prime informazioni pare che l’orsa, avvertita la presenza dell’uomo che si era riparato dietro un albero per osservare la cucciolata, si sia avventata contro quest’ultimo e lo abbia graffiato alla schiena e al ginocchio mordendolo infine ad uno scarpone. L’esemplare è munito di radio collare e la squadra specializzata dei forestali lo sta localizzando. Lo stato di necessità che si è determinato impone le procedure di cattura dell’orsa e – se l’operazione risultasse problematica – non si esclude il suo abbattimento. Sul posto si sta recando l’assessore all’Agricoltura, Michele Dallapiccola, per sincerarsi delle condizioni dell’uomo (all’ospedale è già presente il dirigente generale Romano Masè) e per seguire l’andamento delle operazioni.Una vicenda che farà discutere, soprattutto gli animalisti. La Provincia autonoma di Trento sta per emettere un’ordinanza di cattura per l’orsa che ha reagito con due zampate per allontanare un cercatore di funghi. Lo comunica il presidente Ugo Rossi che ha appena informato il ministro all’ambiente dell’accaduto.

Luca ha quasi 50 anni e gli ultimi dieci li ha passati su e giù per i boschi del Trentino. Binocolo in mano, orsi in vista, emozioni a non finire. Mercoledì sera c’era anche lui nella squadra dei quattro forestali provinciali che sono partiti da Trento a caccia di Daniza, per catturarla. In realtà il nome Luca lo ha scelto per la chiacchierata al telefono di ieri sera perché «meglio non scrivere la vera identità, non si sa mai che qualche esaltato….». Luca ripete che «noi siamo i primi ad essere dispiaciuti per quello che è successo», giura che «abbiamo sempre voluto che questo degli orsi fosse un buon progetto» e che «amiamo gli animali, gli dedichiamo tantissimo tempo ed energie». Ripensa alla scena dell’altra sera, a Daniza che barcolla e si accascia. «Un’amarezza profonda — dice — vederla in quel modo… ci tenevamo così tanto che andasse tutto bene e invece…». Invece hanno dovuto vederla morire. «Siamo intervenuti rapidamente, c’era con noi il veterinario e quando ci siamo avvicinati non era ancora morta. Ma intervenire in quelle condizioni non è facile, senza attrezzature, senza tutto ciò che si può avere in una clinica. Giuro che abbiamo fatto tutto il possibile per salvarla, davvero tutto il possibile». Se assistere alla morte di Daniza è stato «di una tristezza infinita», guardare i cuccioli venire verso la madre è stato anche peggio. La femmina si è avvicinata di più, è stato possibile catturarla per applicarle il chip auricolare che permetterà di tenerla sotto controllo: «L’abbiamo spostata in una zona di sicurezza e l’abbiamo tenuta d’occhio fino al risveglio» racconta Luca, che è rimasto in piedi tutta notte «fra scoramento e amarezza».Ci hanno pensato e ripensato, lui e i suoi colleghi. «Cos’è che è andato così storto?» si sono domandati fino all’alba ripercorrendo ogni passaggio. «Non abbiamo fatto nulla che non rispondesse a protocolli ben stabiliti. Abbiamo riflettuto molto, nessuno sa spiegarsi cosa può essere successo. Magari c’entra l’età avanzata… l’orsa aveva 18-19 anni e un’orsa vive in media fra i 20 e i 25. Tutto può aver influito. In questi anni ho imparato che durante la cattura un imprevisto può sempre succedere. Lo devi sempre mettere in conto, in qualche modo». Stavolta la possibilità che qualcosa non andasse bene sembrava esclusa dal calcolo delle probabilità. O meglio: nessuno della «squadra emergenza orsi», come la chiamano tutti informalmente, ci aveva pensato. «Mi creda, la morte Daniza è stata una sconfitta anche per noi».

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NON LE CREDETTI, come non credetti all’aggressione! Preferisco credere a chi criticò la dose mortale della telenarcosi.

1319.- Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

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“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

 

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

 

 

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una badbank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USa…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

 

Kurt Volker coi nazi ucraini: ha promesso loro  armi pesanti.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizzaDeutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Guai grossi per l’auto tedesca.

 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

http://www.ilvelino.it/it/article/2017/07/24/migranti-mattarella-europa-e-africa-sempre-piu-vicine-europeizzare-acc/e62832dd-d9c4-4644-bbba-9e9966d8f7fe/

Patetico: due giorni dopo, Macron ci ha fottuto la Libia, senza nememno avvertirci come si usa fra buoni vicini. Juncker, che forse già è occupato dal  suo trasloco, ci ha assicurato, sui migranti,  l’appoggio di una UE che non esiste più, dove ognuno  sta ingegnandosi di perseguire il suo interesse nazionale.  Persino le Ong a Roma  si rifiutano di obbedire a Minniti, ossia di obbedire al codice di comportamento che  “l’Europa” ci ha approvato (cosa le costa?).    Solo noi siamo rimasti a fare sacrifici “per l’Europa”, e prendiamo calci in faccia persino dalle ONG:  dopo quello che ci hanno visto prendere da Macron, non gli ispiriamo certo timori di   nostre ritorsioni.   Se per la Merkel ci sono  dubbi  sulle sue qualità di statista  e comandante da grandi tempeste, per Gentiloni, Mattarella ed Alfano è proprio un dubbio sul Q.I., il quoziente intellettivo.

 

(Qualcuno lo avverta che la UE non c’è più)

Maurizio Blondet

1318.- MIGRANTI: IL RACKET DI SOROS

(Il seguente articolo  è basato sulla ricerca di Francesca Totolo pubblicata su lucadonadel.it.1)

 

Confini aperti e censura dei media.
Perché c’è una crisi migratoria nel Mediterraneo? Perché le ONG sono coinvolte? Perché c’è una estesa rete di attivisti ed organizzazioni dei ‘’confini aperti’’ dietro la faccenda; molti di loro sono finanziati o collaborano con la Open Society Foundation di George Soros. È illegale? No. L’attivismo politico è una parte essenziale delle democrazie. Tuttavia, in alcuni casi le cause promosse sono irrealistiche o insostenibili. La rete della lobby dell’immigrazione in Italia è composta da ONG internazionali finanziate da Open Society (in verde), ONG Italiane, sempre finanziate da Open Society, in blu e organizzazioni con progetti condivisi con OSF in viola.

  1. Open Society Foundations and Associazione Carta di Roma

L’associazione Carta di Roma è stata creata nel Dicembre 2011 per mettere insieme un codice deontologico per la corretta informazione sui temi dell’immigrazione. Dal 2016 la Carta di Roma è parte integrante del ‘’Testo Unico sui doveri del giornalista’’.2)Membri permanenti sono il Consiglio ONU dei Rifugiati, l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, e l’Ufficio Nazionale Contro la Discriminazione Razziale.

Il glossario della Carta di Roma è stato rivisto dai redattori per garantire il politicamente corretto, limitando l’utilizzo di vocaboli ritenuti non appropriati quando il soggetto della notizia è un cittadino di un paese straniero. I termini accettati sono: richiedente asilo, rifugiato, persona protetta da assistenza sussidiaria, beneficiario di protezione umanitaria, vittima di traffico, migrante irregolare (precedentemente definito come clandestino), flussi migratori misti. L’uso del termine ‘’clandestino’’ è ora punito con multe e richiami da parte dell’Albo dei Giornalisti.3)

Nella maggior parte dei casi, la Carta di Roma ritiene ridondante menzionare la nazionalità di coloro che commettono crimini nel territorio italiano.4)

Sponsor della Carta sono Open Society, la Chiesa Valdese ed il Consiglio ONU per i Rifugiati.5)

Le fonti ritenute affidabili dall’Associazioni Carta di Roma sono: Amnesty International, ASGI, Cospe, 21 Luglio, A Buon Diritto, Medici Senza Frontiere, Save The Children, coinvolti nel trasporto di migranti dalla Libia all’Italia, e l’UNAR, coinvolto in uno scandalo di prostituzione omosessuale. Molte di queste dono finanziate da Open Society.

  1. Open Society e Cospe Onlus

Cospe Onlus è una organizzazione non a scopo di lucro fondata nel 1983. Opera in 30 paesi con 150 progetti per ‘’favorire uno sviluppo eguale e sostenibile, il rispetto dei diritti umani, la pace e la giustizia per i popoli’’ sostenendo il diritto alla mobilità internazionale. Il suo obbiettivo è un mondo dove ‘’la diversità è considerata un valore, con molte voci e dove l’incontro tra popoli differente risulta in un mutuo arricchimento, dove la giustizia sociale va attraverso uguali diritti ed opportunità’’.

Cospe è tra i fondatori di SOS Mediterranee Italia, una ONG che lavora nel Mediterraneo collaborando con la barca Acquarius di Medici Senza Frontiere.6)

 

acquarius

I partner di Cospe,7)includono la già citata Associazione Carta di Roma, con cui condivide la piattaforma per la ‘’corretta informazione’’ sull’immigrazione e con cui ha organizzato seminari,8)e Carta di Lampedusa, un’organizzazione nata nel 2014 volta a rimuovere leggi che limitano l’immigrazione e l’abolizione di tutte le leggi europee che limitano la libertà di movimento.9)

L’ultimo budget di Cospe disponibile è del 2015. Cospe ha raccolto circa 9,5 milioni di Euro, 7,5 dei quali da soggetti pubblici, i cui più rilevanti sono l’Unione Europea (66%) e il Ministero Italiano degli Esteri (27%).10)

  1. Open Society e ASGI (Association per Studi Giuridici sull’Immigrazione)

L’obbiettivo di ASGI è di contribuire al dibattito sull’immigrazione tra accademici, giusti e avvocati e alla creazione di leggi nazionali ed europea sull’immigrazione, l’asilo e la cittadinanza, promuovendo il dialogo politico e la protezione degli stranieri. È stata fondata da Open Society ed è direttamente finanziata dalla stessa.11)

ASGI si occupa spesso dell’Ungheria, su cui l’UNHCR ha chiesto una sospensione temporanea delle richieste d’asilo finché le politiche del governo ungherese non saranno in linea con le regole europee.

ASGI inoltre provvede a un servizio anti discriminazione, supporto legale contro discriminazioni etniche, razziali e religiose, con un centro operativo a Milano e diversi centri secondari a Torino, Firenze, Napoli, Roma e Verona ed una rete di professionisti che monitora questioni di discriminazione. Finanziata da Charlemagne Onlus, Tavola Valdese ed Open Society.12)

Il manifesto di ASGI,13)elenca le ragioni per le migrazioni verso l’Europa: guerre, regimi repressivi e dittature, conseguenze del colonialismo, sfruttamento delle risorse naturali in Africa, crescita demografica e cambiamento climatico.

Le riforme proposte sul tema dell’immigrazione sono:
canali di libero accesso per chi cerca lavoro
-modi per rendere permanenti visti temporanei
-facilitare i ricongiungimenti familiari
rimpatri volontari o forme alternative invece di quelli forzati
diritto di votare alle elezioni amministrative per stranieri provenienti da fuori dell’UE
-sull’asilo, l’Europa dovrebbe desistere dall’attuare politiche adottate negli ultimi anni, quali l’accordo con la Turchia e le collaborazioni con dittature come Niger, Libia e Sudan; creare un sistema di ridistribuzione dei rifugiati obbligatorio, e cambiare il sistema di Dublino aggiungendo la possibilità da parte del richiedente asilo di scegliere il paese di destinazione.

La rete di ASGI include Migregroup, con il progetto Boats4people e la piattaforma online WatchTheMed che mappa morti e violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo.14)

WatchTheMed è stato creato dalla onlus Habeshia, diretta da padre Mussie Zerai, autoproclamatosi ‘’padre Mosè’’ per la sua abilità nel far si che i migranti attraversino il Mediterraneo. L’organizzazione da informazioni ai migranti su come arrivare in Europa. La ONG Sea-Watch, attualmente presente del Mediterraneo è parte della piattaforma di WatchTheMed.15)

ASGI collabora con l’Associazione 21 Luglio, Dottori per i Diritti Umani, Senza confini e la Società Italiana per la Medicina e le Migrazioni.

  1. Open Society e CILD (Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili)

Creata nel 2014, CILD è una rete che promuove diritti e libertà per chiunque, con campagne, azioni pubbliche e legali. CILD sostiene accessi facilitati per i migranti all’Italia come risposta ai ‘’flussi misti’’. Dopo il recente cambio della legge nell’accoglienza ai minori, CILD ha sostenuto il cambiamento delle regole sulla cittadinanza e l’adozione dello Ius Soli.

Il suo manifesto sostiene un cambiamento di visione sull’immigrazione, focalizzato su un sistema di asilo, non criminale, doveri di accoglienza e cittadinanza allargata.16)

I progetti di CILD includono Open Migration,17)che si occupa di ‘’fact-checking’’ sull’immigrazione; i suoi articoli includono critiche al procuratore Zuccaro per le indagini sulle ONG,18)l’asserzione che non è vero che gli appelli in secondo grado dei richidenti asilo siano un problema per il sistema giudiziario, 19)e un’altra in cui si ritiene che i migranti siano sovra rappresentati nel sistema carcerario a causa della custodia cautelare.20), ignorando il fatto che commettano più crimini, degli italiani, 21)

La rete di CILD include, tra gli altri:
A Buon Diritto: un gruppo di advocacy sul tema immigrazione, finanziato da Open Society;22)ANSI: Associazione Nazionale Stampa Intercultura, associazione di giornalisti stranieri, sostenuta do Cospe e Open Society;23)
Antigone: organizzazione per i diritti e le garanzie nel sistema carcerario, finanziata da Open Society;24)
ARCI: organizzazione per l’emancipazione, oltre un milione di iscritti, sostenuta da Open Society;25)
ASGI: descritta in precedenza
Associazione 21 Luglio: si occupa dell’etnia rom, finanziata da Open Society;26)
CIR: Consiglio Italiano per i Rifugiati, finanziato da Open Society;27)
Cittadini del Mondo: promuove i confini aperti, finanziata da Open Society;28)
Cospe Onlus: descritta in precedenza;
Fondazione Leone Moressa: think thank sull’immigrazione, finanziato da Open Society;29)
Lunaria: non profit con focus sull’immigrazione, collabora regolarmente con Open Society;30) 31) 32)
NAGA: si occupa dei diritti dei migranti, focus Rom, finanziata da Open Society;33)
PARSEC: istituto di ricerca di studi sociali, ha creato con il sostegno di Open Society,34)il progetto ‘’Parlare civile’’, che si occupa del linguaggio politicamente corretto sull’immigrazione.

  1. Open Society e A Buon Diritto

A Buon Diritto è un gruppo di advocacy con focus sull’immigrazione, il suo sito è realizzato con il contributo di Open Society.35)Il suo presidente, Luigi Manconi, altrimenti conosciuto come Simone Dessì, è un ex attivista di Lotta Continua. Le sue pubblicazioni includono ‘’Accogliamoli Tutti’’ un libro in cui si sostiene che ‘’l’unico approccio efficiente sull’immigrazione è accoglierli tutti’’, citando le teorie dell’immigrazione di rimpiazzo, secondo cui gli anziani europei dovrebbero essere rimpiazzati da giovani immigrati, come elemento centrale delle sue argomentazioni. Sostiene che il suo approccio è basato sul buon senso ed è un modo pragmatico per governare l’immigrazione, non subirla. L’introduzione è scritta dall’ex ministro dell’integrazione Cecile Kyenge.36)

Un’altra pubblicazione include è ‘’Abolire il carcere’’, ‘’un approccio ragionevole di riforma per la sicurezza dei cittadini.37)

Le iniziative includono: ‘’Navigare a vista’’, un racconto delle attività di ricerca e salvataggio delle ONG nel Mediterraneo;38)‘’la grande bugia delle navi-taxi, le ONG e i salvataggi in mare’’una conferenza con la presenza di Manconi, dell’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino e rappresentanti delle ONG Proactiva Open Arms, MSF e Save The Children, tutte attualmente impegnate nel Mediterraneo.39)

Conclusioni

La rete, come esemplificato da CILDI, è estesa ed intricata. Include ex ministri come la Bonino (esteri) e la Kyenge (integrazione), entrambe direttamente responsabili per la gestione dei flussi migratori accettati dall’Italia negli ultimi anni, ma anche gruppi che sostengono la censura di stampa, supporto legale e pubblicazioni.
I bilanci sono pubblicati solo in pochi casi.

Il tema principale della rete di Open Society è quello di usare leggi anti-discriminazioni per promuovere l’abolizione dei confini e l’immigrazione illimitata. L’idea è apertamente dichiarata nei manifesti di diverse organizzazioni. Altro tema ricorrente è quella della promozione del proprio approccio estremista come ‘’basato sui fatti’’ e ‘’di buon senso’’ per mantenere un’aura di credibilità scientifica, tuttavia suggerendo interpretazioni soggettive ed ideologiche dei dati o omettendo informazioni. Un esempio è la richiesta di omettere la nazionalità dei criminali, l’equivalente di ammettere che il problema esiste, ma non si deve parlarne. L’atteggiamento è tipico di regimi totalitari, non democratici e certamente non ‘’società aperte’’. L’obbiettivo di ‘’corretta informazione sul tema dell’immigrazione’’ non è certo raggiunto in questo modo. Infine, la strategia di abolizione dei confini è raggiunta con la diffusa azione della lobby dell’immigrazione in favore delle ONG nel Mediterraneo. Tramite fondi, pubblicazioni, conferenze, ricerche o canali di informazione per i migranti, la rete produce un efficace sostegno per i migranti, indipendentemente dal fatto che siano legali o meno.

Maurizio Blondet

1317.- Tutti gli scandali dell’invasione svelati da “Immigrazione S.p.A”

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Un libro inchiesta per spiegare cosa si nasconde dietro il falso mito dell’accoglienza. Da Mafia Capitale alla Libia passando per Bruxelles

Ipocrisia, false speranze, disperazione e criminalità. Sono questi i mattoni con cui è costruito l’incubo dei barconi e dell’invasione senza sosta.

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«Immigrazione S.p.A» è un libro inchiesta che racconta la storia di due fenomeni di cronaca che per anni si sono incrociati sotterraneamente, fino a uscire allo scoperto solo negli ultimi mesi. È una storia di uomini, sfruttati da altri uomini.

C’è chi fugge da una terra martoriata dalla guerra, dalla fame e dalla malattia alla ricerca di un’oasi che molto probabilmente è un miraggio, una catapulta che lo proietta in un inferno di povertà, alienazione e delinquenza. Questi uomini incontrano altri uomini, che a questa domanda di fuga hanno risposto con un commercio. Di carne umana. Sono i tour operator della morte. I macellai della disperazione. Ma sono soltanto i primi che lucrano su questi disgraziati. Scafisti, criminali senza scrupoli. Moderni «Caronte» che traghettano nelle bolge dell’occidente masse di illusi. Al loro arrivo, sulle coste europee, ci sono altri uomini. Magari in giacca e cravatta, con l’amico in Parlamento e la fede saldamente inchiodata al mito sinistro dell’accoglienza. Ma sono criminali come quelli che glieli hanno portati in casa. Una mano lava l’altra. E magari c’è chi, nella stanza dei bottoni, col sorriso altruista di chi diffonde il verbo del multiculturalismo, fa leggi che spalancano le porte del nostro Paese a un mare di disperati. Che non abbiamo modo di accogliere E NEMMENO IL DOVERE. Non siamo l’ONU.

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Ma tutto fa brodo, nel business dell’accoglienza. Una categoria che non dovrebbe nemmeno esistere, ma con la quale invece dobbiamo fare in conti tutti i giorni, inciampando nelle conversazioni pornografiche di chi pensa che «gli immigrati rendano più del traffico di droga». Sono gli scandali delle cooperative rosse e bianche, e nel volume ce lo raccontano. Ed è sale sulla piaga di questa tragedia epocale, che cambierà per sempre il volto del nostro Continente.

In questo libro, con prefazione del direttore Alessandro Sallusti, otto firme del Giornale (Fausto Biloslavo e Valentina Raffa, Fabrizio de Feo, Massimo Malpica, Giuseppe Marino, Giovanni Masini, Gian Micalessin e Antonio Signorini) ripercorrono a 360 gradi la linea di saldatura di questo commercio, quella zona d’ombra scarsamente esplorata da chi non vuole intaccare il falso mito dell’accoglienza. Dalle carte della vergogna – le telefonate che hanno scoperchiato il vaso di Pandora sullo scandalo dei centri per migranti – a tutte le leggi che hanno reso possibile questa sistematica invasione. Se Roma ha subito proclamato la resa di fronte alle masse di immigrati – complici gli affari di chi sui profughi ci lucra – l’Europa ha sempre «tifato» per l’invasione. Assente, spesso colpevole e sempre disinteressata ai problemi dello Stivale, Bruxelles ha solo prodotto leggi inutili o, nella migliore delle ipotesi, fuori tempo massimo, quando oramai erano solo un pannicello caldo su una ferita in espansione. Di fatto trasformando il nostro Paese in una sala di attesa permanente per tutta la Ue. Ma l’inchiesta di «Immigrazione Spa» non si ferma solo a Roma e a Bruxelles, arriva anche ai confini delle nostre città e forse della nostra civiltà. Nelle terre di frontiera, da Ventimiglia a Calais. E poi, la Sicilia: il confine naturale d’Europa, abbandonato a se stesso, alla mercé di affaristi e scafisti. A un passo dalla Libia, la madre di tutti i flussi e di tutti i traffici. Il grande disastro diplomatico dell’Occidente. «Immigrazione S.p.A» arriva anche lì, nel far west della Libia post Gheddafi, dove comandano le bande e il traffico di esseri umani è il mercato più florido. Ovviamente verso l’Italia.

 

1316.- SIAMO SPREMUTI DALLA GERMANIA E SIAMO IN GUERRA CON LA FRANCIA. È QUESTA L’EUROPA?

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Continua in crescendo l’esodo dal Niger all’Italia: i militari francesi lasciano passare i migranti. Il “corridoio” che porta in Libia è presidiato dall’Armée. Che non muove un dito sono già passati 300mila clandestini pronti a imbarcarsi per l’Italia.

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In Africa la Francia sta giocando la sua partita contro l’Italia. Da oltre due anni, come riferisce Repubblica, l’esodo dei migranti economici, che da tutta l’Africa muovono verso la Libia per imbarcarsi verso le coste italiane, passa dal Niger dove sono di stanza i militari francesi.

Che non muovono un dito per fermarli. E così, stando ai dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom), soltanto nel 2016 sono transitati 291mila clandestini.

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Gli interessi della Francia sull’Africa sono molteplici. Oggi il presidente francese Emmanuel Macron incontrerà il capo del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, e il generale Khalifa Hafter. Sulla carta vuole cercare una soluzione al conflitto che infiamma dalla cacciata del rais Muhammar Gheddafi, in realtà punta al petrolio e alle commesse commerciali che un tempo erano italiane. Attualmente, due governi si contendono il potere sostenuti da varie milizie stanno combattendo: Al Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, e un altro nella zona orientale sotto il generale Haftar, che domina circa il 60% del territorio nazionale. “Per la Francia – riferisce una nota dell’Eliseo – la sfida è creare uno Stato in grado di soddisfare le esigenze di base dei libici, dotato di un esercito unificato sotto l’autorità del potere civile. 

È una necessità per il controllo del territorio libico e dei suoi confini, al fine di combattere i gruppi terroristici e il traffico di armi e di migranti, ma anche di fronte a un ritorno a una vita istituzionale stabile”. Dietro l’unità nazionale e la lotta al terrorismo, in realtà, si celano altri interessi. Che, guarda caso, confliggono con quelli dell’Italia.

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Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono da 250 a 1000 militari francesi.

Il Niger è l’ultimo avamposto presidiato prima di arrivare in Libia. I migranti economici, che puntano a imbarcarsi per l’Italia, passano tutti dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine. “Si muovono in lunghe colonne di camion e pickup, colmi all’inverosimile di merci e persone – spiega Repubblica – difficile non notarli nella vastità del Sahara, soprattutto per il contingente francese che schiera squadriglie di Mirage da ricognizione, di droni da sorveglianza e di elicotteri”. Nel “fortino” di Madama, nel Nord del Niger, ci sono almeno 250 militari che, durante le operazioni più impegnative, vengono raddoppiati. Se a questi si aggiungono quelli dell’operazione Barkhane, arriviamo a più di mille uomini. “Ma – si legge ancora su Repubblica – la guarnigione dell’Armée non si cura di questa moltitudine in movimento nel deserto. Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i migranti stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno soccorsi dalle navi nel Canale di Sicilia. O – spiega – immagini dei fuoristrada zeppi di persone che arrancano vicino ai bimotori Transall parcheggiati sull’aeroporto della base militare.

Ieri, a Tunisi, si è tenuta la seconda riunione del Gruppo di Contatto sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nel suo intervento, come spiega il Giornale, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha ribadito che l’Europa e l’Africa possono e devono lavorare insieme. “Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti – ha spiegato ai microfoni del Tg1 – non era semplice coinvolgere altri Paesi africani”. Oggi, ha proseguito Minniti, “si sono aggiunti alla Tunisia e alla Libia, l’Algeria, il Niger, il Mali e il Ciad che sono Paesi chiave per il controllo della rotta del Mediterraneo centrale”. L’idea del titolare del Viminale è governare i flussi migratori in Africa. Ma nei territori sorvegliati da Parigi i militari francesi si preoccupano solo di sorvegliare le miniere di uranio, che alimentano gli impianti nucleari della Francia, e di combattere i fondamentalisti islamici. Fermare i migranti economici non sono un loro problema. Anche perché Macron ha già militarizzato la frontiera a Ventimiglia. Chiunque riesca a valicarla, viene riportato in Italia dalla gendarmerie.

“Stai sereno Paolo… Alla Libia ci penso io”

1315.- GRIDANO “I FASCISTI” E FANNO I DITTATORI. PARLANO DI DEMOCRAZIA, MA RIFIUTANO IL DIALOGO.

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Molti comitati o coordinamenti o associazioni parlano di democrazia e si impaludano della Costituzione seminando odio e astio sociale; sparlano di democrazia, rinnegando il dialogo fra le opposte idee politiche, quando, invece, il dialogo è il sale della democrazia e la Costituzione è di tutti. Costoro, ipocritamente, fingono preoccupazione, mentre seminano zizzania o cercano l’occasione per collidere. Grande è la nausea per quante e quanti, appartenenti a ogni livello delle frange politiche che hanno allontanato dal voto milioni di elettori; che hanno disfatto con leggi e misfatti, svenduto con intrallazzi e trattati capestro i frutti del sudore italiano di settanta anni, Quanto è accaduto il 17 luglio a Padova e, peggio, le scuse puerili, per non dire idiote, del sindaco, sono il frutto di questo odio, fanno disperare della capacità di vivere in democrazia. La dimostrazione: solo una, ma emblematica è nel sentire ancora la fabbrica dell’odio sbavare sangue dalla bocca, parlando, niente meno che di fascismo. Parliamo di oggi e, meglio, parliamo di domani, perché il fascismo appartiene ormai alla storia. Sono di oggi, invece, i ladri di Stato, dei beni pubblici di noi tutti. Sono di oggi quelli che si ingozzano dei risparmi di una vita dei poveri vecchi italiani; quelli che fanno affari con il traffico di esseri umani, usando i soldi, i contributi versati dagli italiani per le pensioni, offrendo a quegli illusi un futuro in qualche favelas; quelli che abbandonano i terremotati fra le macerie per un anno e hanno lasciato morire nel ghiaccio 300 loro animali.

 

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Mi vergogno per loro! A quei ruzzolasoldi, rivolgo questo conato, pregandoli , anzi pregandola di tacere e imparare a convivere con tutte le realtà politiche, democraticamente, come ho fatto io, dando loro la mano e trovando sempre qualcosa da imparare. A quella parte politica esprimo il mio augurio, sempre sereno, che riesca a purgarsi dei profittatori del patrimonio pubblico, che si affacci alla politica senza brame di potere e di sopraffazione, con le minoranze e anche per le minoranze, rispettandoci. Le elezioni non incoronano vincitori né vinti. Non si alzi la bandiera del partito sulla città, come ho visto sul Brenta, imbandierato dal PD ogni sabato e ogni domenica! Cosa avete da sventolare? Forse che il Lazio issa le bandiere del PD? o è questione di civiltà? Le elezioni, in un paese democratico dicono solo chi avrà più titolo a sostenere le proprie tesi e, se sarà onesto, anche quelle giuste della minoranza. Non vogliamo partiti padroni come il PD; altrimenti parlerete di fascismo, di intolleranza e razzismo, ma sarete voi intolleranti, fascisti e razzisti. E’ il momento della coesione, non dell’odio e ricordate: Il fascismo nacque in molti per difendersi da questa oppressione comunistoide, che tutto invade e nulla rispetta. La differenza sostanziale fra democrazia e fascismo è che il Partito Nazionale Fascista poneva al centro lo Stato; anche i sindacati erano parte dello Stato, mentre la democrazia pone al suo centro la persona umana e la libertà; ma il PD pone al suo centro il denaro nostro e lo prende e lo arraffa ovunque e non rispetta nessuno e nessuno vive più libero. Nessuno può più liberamente intraprendere un’attività. Parliamo dei perché!

 

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