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1987.- CRAXI: LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA NEL 1992 FU A OPERA DI SOROS

 

 

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Stopeuro ripropone il video sulla svalutazione della lira avvenuto nel 1992. Nel video vi sono le interventiste a Paolo Cirino Pomicino, Renato Brunetta e Bettino Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni, su Tangentopoli e sul ruolo che si presume ebbero i “poteriforti” e George Soros dietro tutto ciò.

Un anno da ricordare per il nostro paese massonico è il 1992. Nei primi anni 90 la lira era una delle monete forti in Europa, ma quando si alzarono i tassi di interesse (senza un reale motivo per farlo e l’economia andava fin troppo bene) sotto decisione Carlo Azeglio Ciampi ai tempi governatore della Banca d’Italia, le cose sono cambiate. Fu un caso che Ciampi creò le basi per il crollo della lira?

La domanda è lecita perché d’allora la moody’s declassò la lira. Nel settembre dello stesso anno iniziò un violento attacco alla lira che per correre ai ripari venne svalutata del 30% dall’ allora governo Amato.
l soliti squali della finanza tra i quali l’immancabile George Soros, approfittarono della ghiotta situazione trasferendo in valuta estera, in quel caso dollari USA, ben 30000 miliardi di lire, in seguito con un successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse!!! Sembra proprio una bella speculazione organizzata a dovere con la complicità di Banca d’Italia e del suo governatore (nel caso fosse provato, un vero traditore della patria) che in seguito divenne addirittura Presidente della Repubblica Italiana!

 

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1986.- Dieci anni di crisi. Da Lehman & Brothers al QE. Di Roberto Pecchioli

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Sono passati 10 anni dal fatidico 15 settembre 2008, data simbolo della crisi finanziaria ed economica più grave dal 1929. Quel giorno crollò la banca d’affari Lehman & Brothers per le insolvenze dei mutui immobiliari esplose nell’anno precedente. La memoria visiva ci rimanda alle immagini di impiegati allibiti che lasciavano gli uffici di New York reggendo scatoloni di cartone con documenti e effetti personali. Le conseguenze di quelle vicende sono ben presenti nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone e meritano qualche riflessione in chiave italiana ed europea.

Soprattutto adesso, in una fase in cui si moltiplicano allarmi e tensioni di chi teme un nuovo crac. Tra le tante dichiarazioni, colpiscono quelle dell’analista internazionale Juan Ignacio Crespo. Preso atto che la crisi del 2008 fu una crisi di sovra indebitamento, rileva che oggi torniamo a essere indebitati oltre ogni ragionevole limite. Per di più, ed è ciò che più inquieta, l’apparente soluzione, in America con la Federal Reserve e poi in Europa, è stata fare altro debito, sempre più debito. E’ stata nascosta la polvere sotto il tappeto, badando che il tappeto appartenesse agli Stati sovrani.

L’operazione più rilevante è stata forzare lo statuto della Banca Centrale Europea affinché acquistasse a mercato aperto quote crescenti di titoli pubblici. Il meccanismo sta per interrompersi dopo circa quattro anni. Il cosiddetto quantitative easing, alleggerimento quantitativo, ha pompato, meglio ha creato denaro dal nulla al ritmo di 60 miliardi al mese, poi addirittura 80, scendendo a 30 nell’anno corrente, dimezzati a 15 negli ultimi tre mesi del 2018. BCE è oggi la principale detentrice del debito pubblico italiano, acquisito con denaro inesistente, garantito dal nostro lavoro.

Astrattamente, Francoforte potrebbe decidere di liquidare quelle somme, il che la obbligherebbe a ricapitalizzare il suo bilancio con la conseguenza di una bancarotta. Per evitarla potrebbe stampare banconote, generando una forte inflazione dagli esiti drammatici. E’ solo una scenario teorico, il più negativo, reso improbabile dallo statuto della banca che impegna alla stabilità, ma è sicuro che la fine degli stimoli artificiali avrà conseguenze sui mercati europei. Non mancano tuttavia le voci che ritengono possibile un effetto benefico sull’economia a medio termine per il prevedibile rialzo dei tassi dopo la fine del QE.

In Gran Bretagna il meccanismo fu adottato dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L’economia si trovò due volte prossima alla recessione. Dopo la conclusione del QE, l’M4 e i prestiti risalirono, il Pil si rafforzò e gli investimenti da parte delle imprese subirono un’accelerazione. Storicamente, è dimostrato che esperimenti di questo tipo, realizzati anche in Giappone e negli Usa, non hanno concorso alla crescita né hanno conseguito l’obiettivo di determinare quel tanto di inflazione permessa dal pensiero unico monetarista, responsabile dei disastri degli ultimi decenni.

Ciononostante la tensione sale. In chiave italiana, pesa l’ostilità aperta di Mario Draghi, uno degli ospiti del panfilo Britannia che diede l’avvio nel 1992 all’affossamento dell’Italia, oltreché il “fuoco amico” capitanato dal Quirinale, a partire dalla sconcertante dichiarazione con la quale ha intimato al governo di “non mercanteggiare” in sede di bilancio europeo. Insomma, dobbiamo rimanere servi felici, pagare e tacere. La conclusione è quella di una profonda vulnerabilità del sistema che si ripercuote su un’Italia fragile e divisa, con l’intero establishment schierato contro il governo gialloblù.

Il mondo è oggi più indebitato di dieci anni fa. E’ cambiata la composizione, sta esplodendo il debito privato negli Usa e in Cina, aumenta costantemente in Francia e Germania, mentre l’Italia sta assai meglio di molti altri paesi nel rapporto tra PIL e debito aggregato, la somma delle esposizioni pubbliche e private. Altrove, come in Spagna, il debito privato è stato tamponato trasferendolo sulle casse pubbliche. Il rapporto debito/PIL non superava il 40 per cento nel 2007, ora sfiora il 100 per cento. Un’immensa trasfusione di sangue dal popolo al sistema creditizio. Dell’agonia greca sappiamo.

Un altro rilievo di Crespo riguarda una lezione dei fatti del 2007/2008: “la crisi cominciò perché i veicoli di investimento speciali, creati per realizzare fuori bilancio quello che non era profittevole in bilancio, ignorarono un principio base: finanziarono a breve termine i loro investimenti a lungo termine.” Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale.

I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”. Non si è riusciti a sciogliere neppure il nodo del ritorno alla divisione tra banche d’affari e banche di credito e deposito, le uniche meritevoli di aiuto pubblico.

La Germania, attraverso il centro di potere politico economico e finanziario rappresentato da Angela Merkel e Jens Weidmann (Bundesbank) ha ucciso la Grecia per salvare i propri istituti esposti dopo averne finanziato non solo il deficit, ma anche garantito gli incauti acquisti ellenici di armi sul mercato tedesco e francese, salvando contemporaneamente con il denaro dei contribuenti (europei!) i suoi colossi alla canna del gas. Ciò che è stato vietato all’Italia nelle crisi di MPS e delle banche venete, Berlino lo ha fatto tranquillamente, nazionalizzando di fatto Deutsche Bank e Commerzbank.

La prima, di cui tutti ricordiamo il ruolo di killer esercitato nel 2011 contro l’Italia con la svendita dei Buoni del Tesoro, ha in pancia 42.000 miliardi di euro di titoli derivati, spazzatura pari a 16 volte il PIL della Repubblica Federale di Germania. Commerzbank non sta meglio; il valore sul mercato dei due istituti è crollato di quasi il 90 per cento, di cui il 35 nell’anno corrente. Si prepara una maxi fusione tra i giganti malati, la cui capitalizzazione complessiva è adesso simile a quella di Unicredit. Weidmann, in un’intervista cui la stampa italiana, sdraiata come sempre sugli interessi antinazionali, non ha dato troppo risalto, ha rivendicato tutte le mosse dell’ultimo decennio che hanno rafforzato il ruolo della Germania e messo sotto scacco l’Europa del Sud, a partire dalla sua principale economia, la nostra.

Illuminante è un brano di Adulti nella stanza, libro dell’ex ministro greco Varoufakis, che rivela la dipendenza del ministro italiano Padoan dal falco tedesco Schaeuble, il quale impartì gli ordini di Berlino al governo Renzi in materia di mercato del lavoro. Solo dopo che passarono n Italia i provvedimenti graditi a Schaeuble, riferisce Varoufakis, cessò l’ostilità tedesca all’Italia.

Nessuna indignazione o finta sorpresa. In Germania hanno difeso i loro interessi, con l’aiuto francese. Il problema è l’impossibilità di suscitare in Italia analoga capacità di agire a tutela di noi stessi. Storia vecchia di secoli: gli italiani spalancano sempre le porte agli stranieri. La politica non tenta neppure di riappropriarsi di ciò che è suo, ovvero il potere di determinare le politiche economiche e quelle finanziarie. Dopo Draghi, arriverà il super falco Weidmann: dalla padella nella brace. E’ ancora possibile inserire in un programma politico la riconquista della sovranità monetaria attraverso una profonda riforma del Trattato di Maastricht nella parte relativa alla Banca Centrale Europea e il ritorno di Bankitalia (un istituto il cui nome contraddice la realtà dei suoi azionisti) in mani pubbliche?

Il tabù resiste e nessun progetto di governo potrebbe oggi permettersi di evocare una rivoluzione tanto grande. Pure, se vogliamo sopravvivere come nazione, potenza economica, speranza di futuro comune e indipendente dai signori del debito, non dobbiamo smettere di alimentare il dibattito, elaborare strumenti, individuare percorsi. Come dicevano della riconquista dell’Alsazia Lorena gli irredentisti francesi dopo la disfatta del 1870, alla sovranità monetaria occorre pensare sempre e, in pubblico, parlarne pochissimo.

Roberto PECCHIOLI

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1960.- Taglio pensioni d’oro, fra dibattito e Costituzione

Vittorio Feltri: Dopo i casini del decreto dignità, la riapertura del Parlamento coinciderà con l’ inizio delle discussioni riguardo alla legittima difesa, al taglio sconsiderato delle pensioni (incluso quello relativo alla reversibilità) e al varo del reddito di cittadinanza…Di Maio può ricorrere all’ aumento del debito? Cioè pagare i suoi aficionados con quattrini inesistenti e pertanto prelevati da forzieri vuoti? Mi sembra improbabile. Se poi egli intende falcidiare le pensioni di chi ha versato i contributi per sovvenzionare coloro che non hanno mai lavorato, scatenerà una lotta micidiale a livelli sociali. Una sorta di battaglia fratricida dai destini incerti. D’ altronde per i 5 Stelle non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale significa perdere consensi e andare alle europee incontro a una sonora sconfitta.

Voglio fare una premessa anch’io: Le pensioni, tranne le loro, quelle che ci siamo pagate, sono parte del contratto di lavoro e, per lo Stato, costituiscono un obbligazione da onorare e non materia con cui fare e disfare per fingersi politici. La pensione di reversibilità alla vedova è la sua pensione guadagnata in una vita e pagata così forfettariamente. E’ un diritto e non si tocca! Aggiungo che, con i contributi versati all’INPS, si dovevano acquistare beni fruttiferi per integrarli nel tempo. Hanno acquistato immobili, pagandoli spesso più del valore e ieri li hanno svenduti al di sotto del prezzo e del valore. Venduto l’immobile, spariti i documenti? Ecco a chi è in mano il nostro futuro, dopo una vita di lavoro!
E, poi:
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia. Un ‘working paper’ del Fmi curato da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi e dal titolo ‘Italy: toward a growth-friendly fiscal reform’ mette in evidenza come ci sarebbero molte aree nel sistema pensionistico in cui l’Italia potrebbe agire per ridurre la spesa e quindi risparmiare.
Una delle ipotesi che potrebbero essere seguite e’ quella dell’eliminazione della quattordicesima e di una riduzione della tredicesima, che potrebbero essere sostituite con interventi anti povertà. C’e’ poi l’introduzione di un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l’orfano.
in realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire:
1. La proprietà della casa. Infatti, gli ultimi dati dell’Istituto di statistica europea rivelano che più di sette connazionali su dieci vivono in abitazioni di proprietà; una percentuale superiore alla media dell’Eurozona (66,6%) e dell’Unione Europea (70%). Il confronto dei dati italiani con quelli degli altri Paesi dell’Ue mostra risultati interessanti. Secondo i dati – aggiornati al 2013 – infatti, la Romania è il primo Paese della lista, con la quasi totalità di persone che vivono in case di proprietà. A seguire la Spagna (77,7%), la Grecia (75,8%), il Portogallo (74,2%) e il nostro Paese (73,0%).
2. Il risparmio. Il risparmio degli Italiani è tra i più elevati al mondo. Il punto debole del Belpaese è piuttosto l’enorme debito pubblico.
Le passività finanziarie di una famiglia italiana è sotto il 90% del reddito disponibile. Molto meno della media dell’Eurozona. Si risparmia troppo e non siamo, perciò, ben gestibili, perciò si deve colpire il risparmio. Cito l’aumento dei tassi d’interesse, l’ingresso di società straniere nel sistema bancario: Société Generale con Unicredit e cito anche il bail in, che ritengo assolutamente incostituzionale. Le regole dell’Unione Bancaria europea completeranno il piano agendo sulle percentuali di crediti detenibili.
3. Le pensioni. Il rapporto sul bilancio del sistema previdenziale del Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali” pone in relazione le “prestazioni in pagamento e la popolazione, con il risultato di una prestazione ogni 2,638 abitanti, in pratica una per famiglia”. Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito. Dimenticavo le esondazioni di Mattarella contro la sovranità, ma non serve.
Buona lettura.

TAGLIO PENSIONI D’ORO, FRA DIBATTITO E COSTITUZIONE


Veniamo al taglio delle pensioni d’oro e al dibattito sulla soglia minima; la proposta di un prelievo una tantum sugli assegni più bassi ed i rischi di incostituzionalità.
Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziale in arrivo con la prossima legge di Bilancio, c’è il taglio delle pensioni d’oro, su cui si scalda il dibattito, con il vicepremier, Luigi Di Maio, che insiste sulla proposta pentastellata di agire sui trattamenti superiori ai 4mila euro netti.

C’è anche una controproposta, formulata da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, che invece pensa a una misura una tantum (una sorta di prelievo di solidarietà), partendo dagli assegni superiori ai 2mila euro netti.

E c’è un possibile punto d’incontro, rappresentato dall’idea del presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, che avanza l’ipotesi di un taglio da applicare a trattamenti più alti, dai 5mila euro netti al mese. Vediamo i termini del dibattito.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
Il punto di partenza è rappresentato da un disegno di legge presentato alla Camera dalle forze di maggioranza, in base al quale la decurtazione dovrebbe riguardare le pensioni superiori agli 80mila euro annui (significa, appunto, circa 4mila euro netti al mese), solo nel caso in cui non corrispondano ai contributi versati. Semplificando un po’, la proposta in pratica applica il sistema contributivo a coloro che sono già in pensione, e hanno assegni superiori alle cifre sopra citate.
Secondo uno studio di Itinerari Previdenziali, firmato da Alberto Brambilla, Gianni Geroldi e Antonietta Mundo, si tratta di una rimodulazione delle regole retroattiva, e quindi di

un’operazione che può presentare una lesione della certezza del diritto e profili di incostituzionalità.
Rivalutazione pensioni alte: blocco costituzionale
14 maggio 2018
Si tratta di una considerazione da non sottovalutare, anche alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale degli ultimi anni, che hanno ad esempio bocciato il blocco della rivalutazione della pensioni di fine 2011, che toccando i trattamenti superiori a tre volte il minimo è stato ritenuto non rispettoso dei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza previsti dalla Costituzione.
La stessa Corte ha, con altre sentenze, ritenuto invece legittimo il blocco della rivalutazione sopra le sei volte il minimo, facendo prevalere la necessità di salvaguardare i conti pubblici. Ma in questo caso il discorso è diverso, perché la proposta di legge delle forze di maggioranza non prevede una misura una tantum, ma di fatto un ricalcolo delle pensioni già in essere.

Tornando al dibattito, come detto il punto di incontro potrebbe essere rappresentato dall’innalzamento della soglia oltre la quale far scattare il taglio: non più 4mila euro, ma 5mila euro al mese. Una misura, quindi, che sarebbe comunque retroattiva, toccando quindi trattamenti in essere, ma tutelerebbe maggiormente i principi di proporzionalità e adeguatezza.

Quota 100 in attesa di dettagli: scenari possibili
31 luglio 2018
Bisogna vedere se e in che modo proseguirà il dibattito, anche alla luce delle altre misure di Riforma Pensioni che il Governo prepara, e che deve ancora decidere in che modo modulare in vista della manovra economica: sembra probabile che la quota 100 venga inserita nella Legge di Bilancio (nhe qui, bisogna vedere in che modo verrà modulata la norma), mentre dovrebbe slittare ai prossimi anni l’uscita con 41 anni di contributi.
di Barbara Weisz, Fonte: iStock

1942.- Prosegue la francesizzazione del sistema Italia. In due articoli: “I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale”. “L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s”.

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La banca Unicredit è di interesse nazionale. La fusione con la banca francese Société Generale, darà ai francesi la possibilità di gestire al ribasso il nostro mercato per,poi, proseguire nelle acquisizioni di altri istituti. Il risparmio italiano sarà preda dell’Unione Bancaria europea, voluta, insieme da Parigi e Berlino. La trattativa parte da lontano ed è così avanzata che Unicredit avrebbe già nominato un senior advisor di Rotschild, l’ex presidente di Société Generale Daniel Bouton, dimessosi nel 2008 a seguito della truffa da 4,9 miliardi subita da un suo giovane funzionario informatico, Jerome Kerviel, che lavorava per l’istituto di credito dal 2002. Morgan Stanley e JP Morgan favorirono il corrispondente aumento di capitale. Dal canto suo, Société Générale avrebbe scelto come advisor Jp Morgan. La vicenda Diciotti ha coperto tante cose. Avete letto chi sono i potenti gruppi finanziari che seguono SocGen e chi sono gli advisor, quindi significa che le trattative per la fusione sono concrete e in fase avanzata. Potrà il Governo Conte fermare questo nuovo assalto all’economia italiana?

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I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale nell’analisi di Michele Arnese su START mag.

Si infittiscono dubbi, rilievi, critiche e allarmi sull’eventualità di una fusione-aggregazione tra Unicredit e la francese Société Générale rilanciata come indiscrezioni da articoli di stampa.

In queste ore dal mondo politico arrivano interrogativi e ammonimenti soprattutto dal versante di centrodestra e di intellettuali vicini alle posizioni della maggioranza di governo M5S-Lega.

Significativo, questa mattina, il tweet di Guido Crosetto, giù sottosegretario nei governi di centrodestra, ora esponente di Fratelli d’Italia nonché presidente di Aiad, l’associazione delle aziende italiane attive nel settore della difesa.

Ma anche ieri ci sono stati tweet preoccupati sull’eventualità di un’acquisizione di Unicredit da parte del gruppo bancario francese, come quelli dell’intellettuale e manager del gruppo Sator, Vladimiro Giacché, e dell’economista della Lega, Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Gli ultimi rumors sono stati svelati il 24 agosto dal quotidiano Mf/Milano Finanza. Secondo il quotidiano del gruppo Class i colloqui tra le due banche per studiare l’integrazione o l’acquisizione non si sono fermati. Unicredit, ha aggiunto Mf, sarebbe affiancata da “consulenti di prim’ordine”, a partire da Bouton.

Daniel Bouton è stato presidente di SocGen, da cui si è dimesso nel 2009 in seguito allo scandalo Kerviel, dopo un decennio alla guida della banca francese.

Anche l’amministratore delegato di UniCredit, Jean Pierre Mustier, è un ex manager di Société Générale e la sua nomina nel 2016 aveva acceso le speculazioni sulla possibilità che i due istituti unissero le forze.

Non solo: a giugno il Financial Times ha scritto che Unicredit stava esplorando la possibilità di una fusione con la rivale francese, aggiungendo che la volatilità della situazione politica italiana aveva causato uno slittamento dei tempi dell’eventuale operazione.

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Dal 2016, l’amministratore delegato di UniCredit è Jean Pierre Mustier (57 anni), ex manager di Société Générale, subentrato a Federico Ghizzoni. l’incertezza sulla politica italiana ha allungato i tempi.

In occasione della diffusione della trimestrale all’inizio di questo mese, Mustier ha detto che il piano della banca al 2019 è basato sulla crescita organica ma che il nuovo piano potrebbe considerare anche la crescita esterna: “L’Europa ha bisogno di banche paneuropee forti e noi intendiamo essere un vincitore paneuropeo”, ha dichiarato.

Ma Unicredit e Société Générale – contattate da Reuters – non hanno commentato le indiscrezioni e Reuters non ha avuto alcun commento da Rothschild.

Anche un esponente di spicco di Forza Italia, come l’economista Renato Brunetta, ministro nel governo Berlusconi, ha di recente stimmatizzato l’operazione. Non solo: ha individuato nelle proposte di Francia e Germania sul completamento dell’unione bancaria in Europa e sulle regole di gestione per gli Npl (crediti incagliati) un piano per favorire indirettamente le mire di Société Générale in Italia.

Ecco che cosa ha scritto Brunetta il 24 giugno scorso:

“L’altra grossa trappola che l’asse franco-tedesco sta preparando all’Italia riguarda il completamento dell’Unione Bancaria, da attuarsi attraverso una maxi pulizia dei bilanci degli istituti di credito, soprattutto sulla parte relativa ai Non-performing loans (NPL). Anche in questo caso, l’accordo franco-tedesco è stato partorito nell’incontro di Mesemberg, dove Parigi e Berlino si sono accordati sulla necessità di introdurre l’obiettivo di ridurre i crediti deteriorati lordi al 5% e quelli netti al 2,5% dei prestiti totali detenuti in bilancio.

Se tale proposta passasse gli istituti italiani, che attualmente detengono NPL lordi per una quota pari all’11% e netti per una quota pari al 6%, dovrebbero fare uno sforzo enorme per rientrare nei parametri, con la quasi certezza che, per raggiungere l’obiettivo, si vedano costretti a ridurre l’ammontare dei prestiti a famiglie e imprese. Una scelta che verrebbe punita dai mercati finanziari attraverso un crollo dei corsi azionari, rendendo gli stessi istituti preda delle acquisizioni straniere. Che l’obiettivo della Francia sia quello di continuare nella sua campagna di conquista del risparmio italiano, già iniziato con le acquisizioni di Pioneer, rilevata da Amundi, e Banca Leonardo, rilevata da Credite Agricole, è cosa nota. Il prossimo obiettivo è quello grosso, la conquista totale di Unicredit, da far confluire in Société Générale“.

Per questo c’è chi ora, anche sulla scia di un articolo del Sussidiario, chiede al governo di intervenire:
Ma come governo e Parlamento possono occuparsi della vicenda?

Paolo Annoni, firma di prestigio, titola: L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s.
I rassetti sono nostri.

Secondo Milano Finanza, le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali ..Una fusione di questo tipo sarebbe ovviamente un’operazione di sistema ai massimi livelli; Unicredit è l’unica banca italiana considerata sistemica a livello europeo e SocGen una delle quattro francesi. Le banche sono una parte centrale del sistema Paese e di qualsiasi sua sovranità sostanziale; chi decide come erogare il credito o se comprare bond statali o meno è per definizione un pezzo centrale del sistema Paese.

Di questa fusione si parla, a scadenze, da un decennio e l’ipotesi è stata rilanciata a inizio giugno anche dal Financial Times. Sull’asse Francia/Italia le operazioni di sistema negli ultimi dieci anni si sono sprecate. Unicredit, così come la principale assicurazione italiana Generali, hanno due amministratori delegati francesi e Unicredit ha “appena” venduto il risparmio gestito, Pioneer, alla francese Amundi in un deal che senza l’approvazione dei due sistemi Paese non sarebbe stato possibile.

La Francia ha un interesse strategico in Italia perché negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi. Avanziamo alcuni possibili spunti.

L’Italia ha ancora una ricchezza che ha pochissimi eguali, ma davvero pochi, tra i Paesi del primo mondo e cioè il risparmio. Gli italiani hanno, per esempio, uno dei tassi di proprietà della prima casa più alti in Europa occidentale. Solo uno dei moltissimi indicatori che testimoniano la ricchezza finanziaria, i risparmi, delle famiglie italiane. Questo è un possibile spunto che si aggiunge al fatto che potrebbe essere meglio mettere i propri soldi in una banca più tutelata, in virtù di un sistema Paese più forte in sede europea, rispetto a quelle italiane.

Il secondo spunto è che comprando o mettendo le mani su una banca di queste dimensioni, ovviamente comanderebbe la Francia, si acquisirebbe una leva di controllo/indirizzo sul Governo italiano notevole. Pensiamo solo al ruolo delle banche italiane nella stabilizzazione dello spread. Si potrebbe pensare che in questo modo, in un certo senso raddoppiando l’esposizione, si arrivi a una situazione tale di sovranità sostanziale sull’Italia da poterne determinare le politiche sia in un vero e proprio senso coloniale, sia come assicurazione sui suoi fremiti “populisti”. Non che in Francia siano messi molto meglio.

Il terzo spunto è come mai proprio nell’estate 2018 e dopo la vittoria dei “populisti” alle elezioni riparta questa trattativa. Oltre alle ragioni di cui al punto due ci potrebbe essere una valutazione “politica”. In molti ritengono che la leadership francese di Unicredit, e anche Generali, possa essere messa in crisi da un Governo “sovranista” che potrebbe volere leadership “più italiane”. Su questa nozione negativa di “sovranismo” in campo economico c’è quasi da ridere perché a parti invertite avrebbero schierato l’esercito pur di evitare quello che si è visto in Italia. Qualunque Governo senza una mentalità da colonia, dagli Stati Uniti alla Germania passando per l’Inghilterra, è sovranista in alcuni campi e la finanza è sicuramente uno di questi.

In ogni caso questo, soprattutto con l’Italia sotto attacco dei mercati, potrebbe essere il momento per affondare un colpo che probabilmente diventerebbe più complicato dopo le elezioni europee con il probabile successo dei partiti che oggi governano e che muoverebbero mari e monti pur di evitare la francesizzazione finale del sistema finanziario italiano. Oggi all’orizzonte, con il contributo determinante di un’opposizione inesistente e a tratti lunare, si intravede alle europee il successo dei “populisti”. Non è affatto un augurio, solo un’analisi. Quindi si deve sfruttare una finestra che rischia di chiudersi.

Ultimo corollario: chiunque dipinga l’operazione come una fusione alla pari sbaglia o mente perché altrimenti i francesi non la farebbero mai. Chiunque dica che è un’operazione di mercato sbaglia o mente perché due banche sistemiche neanche iniziano a parlare senza l’appoggio esplicito di almeno uno dei due sistemi Paese.

© Riproduzione Riservata.

1906.- Quando De Benedetti faceva affari con Soros

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IL PRIMATO NAZIONALE. Roma, 13 feb – Molto si è detto e molto si è scritto a proposito dei legami tra Carlo De Benedetti e lo speculatore George Soros: solito materiale proprio dei complottisti o verità scappata ad un’attenta censura?

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Marco De Benedetti, attuale presidente di GEDI Gruppo Editoriale.

Sabato 10 febbraio La Repubblica, quotidiano appartenente a GEDI Gruppo Editoriale ora presieduto da Marco De Benedetti dopo la successione del padre Carlo avvenuta nel 2017, ha pubblicato un articolo quantomeno ruffiano, firmato da Ettore Livini, intitolato “Soros, il filantropo che viene accusato di ogni complotto. I populisti e la destra gli imputano mille trame: l’ultima sarebbe anti-Brexit” in cui si arriva pure a coniare una nuova parola da inserire al più presto nel dizionario della neolingua: la Sorosfobia. Ecco la geniale conclusione: “Tanti nemici, tanto onore. Lui (Soros) tira dritto per la sua strada. «Trump è un pericolo per il mondo, vuol creare uno stato mafioso – ha detto a Davos – Google e Facebook minacciano la democrazia; Paesi autoritari e big dell’hi-tech possono creare una rete di controlli orwelliana». La mappa della Sorosfobia è destinata ad allargarsi ancora”.

Un elemento rende il taglio complottista dell’articolo ancora più grottesco: la pubblicità dell’Espresso presente nella stessa pagina in cui spicca il titolone “Legami pericolosi”, ovvero quelli tra il leader della Lega, Matteo Salvini, e indefiniti uomini legati a Putin allo scopo di riempire le casse del partito. Secondo noi, tra questi uomini sarà presente sicuramente qualche rettiliano.

Non è la prima volta che i media di GEDI Gruppo Editoriale si genuflettono davanti a George Soros e ne tessono le lodi, spesso nei momenti di una sua maggiore vulnerabilità presso l’opinione pubblica italiana. Recentemente, l’anziano magnate ungherese è stato coinvolto in una vera tempesta mediatica a causa del finanziamento del valore di 400 mila sterline a favore di un gruppo anti Brexit in Gran Bretagna[1], e a causa dello scandalo che ha visto la sua Oxfam accusata dal governo britannico di aver coperto alcuni suoi dipendenti colpevoli di aver organizzato un vero traffico di prostitute ad Haiti[2].

A questo punto, ci siamo chiesti il motivo di un simile trattamento di favore dei giornali del gruppo di De Benedetti, e le risposte sono arrivate dopo una semplice ricerca che parte dagli anni ’80.

debenedetti

Una delle figure che lega Carlo De Benedetti a George Soros è Isidoro Albertini, emblematica figura del mercato mobiliare italiano. Sponsorizzato politicamente da Beniamino Andreatta (l’autore, insieme a Ciampi, del divorzio Ministero del Tesoro – Banca d’Italia) e dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli, oltre ai forti legami con la famiglia dei banchieri Foglia di Banca del Ceresio, Albertini fece una rapida carriera come Presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano, per poi costituire la Albertini e co SIM agenti di cambio, ed essere nominato amministratore del Quantum Fund di Soros. Albertini favorì il primo investimento di George Soros in Italia: l’acquisto di un consistente e a buon mercato pacchetto azionario della Olivetti presieduta proprio da Carlo De Benedetti. In seguito Albertini dichiarò: “Intercettammo il pacchetto da alcuni azionisti minori che volevano vendere e una delle controparti fu appunto Soros, convinto che, pur nelle difficoltà in cui si trovava la società (erano i tempi della prima “crisi” di Ivrea), Olivetti aveva grandi potenzialità di recupero. In effetti fu così e Soros riuscì a realizzare un buon guadagno sull’investimento”[3].

Quindi Soros aiutò l’azienda di De Benedetti ad uscire da una profonda crisi finanziaria, consentendo ad Olivetti di continuare il suo piano produttivo. All’inizio degli anni ’90, De Benedetti e Albertini sono finiti anche in tribunale accusati dalla Cise Spa e da altri sottoscrittori “per aver ordito una sorta di macchinazione, operata grazie alle influenze delle testate possedute dall’ingegnere, che avrebbe dovuto travolgere il Fondo Europrogramme, e consentire a De Benedetti di impossessarsi del patrimonio immobiliare del Fondo a prezzi di saldo”. Nel 1993, però il Tribunale di Milano ha respinto l’azione giudiziaria contro De Benedetti e Albertini.

Ricordiamo, a tal proposito, anche le sentenze positive ricevute nei diversi gradi di giudizio dall’ingegnere durante il lunghissimo procedimento giudiziario riguardante il Lodo Mondadori intentato contro Silvio Berlusconi e la Fininvest, chiusosi nel 2013 con la sentenza civile che condannava quest’ultima al pagamento di 494 milioni di euro alla CIR di De Benedetti come risarcimento dei danni economici. Curiosamente, lo stesso George Soros ha dichiarato di aver iniziato ad operare in Italia con la sua Open Society Foundations nel 2008 “per supportare le battaglie legali contro la concentrazione della proprietà dei media da parte dell’amministrazione Berlusconi”[4]. Le attività legate al magnate sono sempre costellate da innumerevoli coincidenze.

Isidoro Albertini, un signore di Piazza Affari, morto nel dicembre 2015 a 96 anni e Edgar De Picciotto, morto nel marzo 2016 a 87 anni, dopo una lunga malattia. Nel 1969, questo eminente banchiere ginevrino fu il fondatore della Private Banking Union.

Un altro anello di congiunzione tra lo speculatore ungherese e l’imprenditore naturalizzato svizzero è Edgar De Picciotto definito “uno dei banchieri più furbi di Ginevra”; quest’ultimo era socio in affari di De Benedetti ed entrambi sedevano nel Consiglio di Amministrazione della Societé Financière de Genève. Curiosamente, negli anni ’80 il figlio di De Picciotto era tra gli amministratori dell’Olivetti. All’epoca, De Picciotto, come Albertini, era nel CdA di Quantum Fund di Soros. Un’altra curiosa coincidenza.

Abbiamo quindi evidenziato il quadrato “magico” che ha legato negli anni ’80 e ’90 Carlo De Benedetti, gli amministratori del sorosiano Quantum Fund, Isidoro Albertini e Edgar De Picciotto, e George Soros. Nulla di illegale, ovviamente, ma questo può far meglio comprendere le ripercussioni sui contenuti informativi e il relativo taglio editoriale dei prodotti pubblicati sui media posseduti dall’oligarca dell’editoria italiana.

È per questo esemplificativa la data del 31 gennaio 1997[5].

Su La Repubblica vengono pubblicati tre articoli su George Soros: uno sulla pagina economica, in cui si esalta la presenza sempre più attiva del suo Quantum Fund nel sistema finanziario italiano, uno sulla pagina culturale firmato da Mario Vargas Llosa scrittore latino-americano promotore della legalizzazione della droga, in cui il magnate viene dipinto come un genio che dispensa saggezza filosofica sui mali del libero mercato, e l’ultimo sulla pagina editoriale firmato da Giorgio Ruffolo, esponente dell’allora sinistra tecnocratica italiana, in cui si glorifica Soros definendolo pentito delle speculazioni che ha operato in mezzo mondo e si consiglia di seguire il suo consiglio di introdurre una moneta unica europea.

Giorgio Ruffolo era tra gli eletti invitati alla riunione “Progetto Costituente Europa” organizzata, nel febbraio 1997, dalla Open Society Foundations “per decidere il lancio di una campagna continentale che dovrebbe portare alla formazione di un’assemblea costituente e quindi alla stesura della Carta Costituzionale Europea. Una specie di Bicamerale continentale insomma”. Tra gli altri partecipanti italiani anche l’immancabile Emma Bonino. Consigliamo di leggere interamente l’articolo del Corriere della Sera ripreso dal sito di Radio Radicale[6] ricordando che solo 5 anni prima Soros aveva contribuito ad affossare la lira e considerando tutto ciò che è avvenuto successivamente.

Ma il quotidiano di De Benedetti non era ancora soddisfatto dei tre articoli che idolatravano George Soros: perché non screditare ulteriormente Bettino Craxi, uno dei pochi politici italiani a criticare aspramente il magnate ungherese, con un ulteriore articolo pubblicato il medesimo 31 gennaio 1997[7]?

Non entriamo in merito alla incredibile e paradossale gestione della crisi del 1992 operata da Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato, ma è imbarazzante la strenua difesa che La Repubblica persegue degli allora Governatore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio, a distanza di 5 anni e viste le ripercussioni sul tessuto economico italiano, banalizzando le considerazioni di Craxi sulla questione. Per ascoltare le attualissime parole di Bettino Craxi sulla crisi del ’92 e su Soros, vi invitiamo a visionare il video “La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros”[8] e a leggere l’intervista a Bobo Craxi del giugno 2016 pubblicata da Il Dubbio[9]. Oltre a riproporre considerazioni del padre che aveva soprannominato il magnate “Squalos” e di lui parlava come di un “pescecane appartenente a quei poteri che volevano ridurre il nostro a un Paese debole e sottomesso” (triste profezia dello statista socialista), Bobo Craxi ha affermato: “Mio padre nel ’92 denunciò la speculazione del finanziere che aveva come obiettivo la distruzione dell’Italia. Oggi fa lo stesso con l’aiuto di gente come Di Maio: un fascista da monetine, con l’abito buono”, anticipando la nostra inchiesta sui legami tra Soros e il Movimento 5 Stelle pubblicata sulla rivista del Primato Nazionale di febbraio.

Merita di essere citata anche l’interrogazione parlamentare del novembre 1995[10] presentata da Antonio Parlato e Maurizio Gasparri, allora esponenti di Alleanza Nazionale, seguita all’esposto depositato da Paolo Raimondi e Claudio Ciocanti, presidente e segretario generale del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, “in cui si chiede l’apertura di un procedimento giudiziario nei confronti di Soros per verificare se la sua ammessa attività speculativa contro la lira sia stata fatta in violazione dell’articolo 501 del codice penale”.

L’esposto del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà “mette in relazione la conseguente drammatica svalutazione della lira con l’incontro quasi cospirativo tenutosi il 2 giugno 1992 sullo yacht Britannia della regina Elisabetta d’Inghilterra, dove l’alta finanza britannica, massicciamente coinvolta nella speculazione degli strumenti derivati, concordava con uomini di Governo, quali Mario Draghi, direttore generale del Ministero del tesoro e Beniamino Andreatta, la privatizzazione delle Partecipazioni statali che, con l’attacco speculativo di settembre, sarebbe stata fatta a prezzi stracciati. L’esposto documenta anche il ruolo della finanziaria di Soros, il Quantum Fund, che ha tra i suoi amministratori Isidoro Albertini della “Albertini e co SIM agenti di cambio” di Milano e Edgar de Picciotto della Union Bancaire Prive’e (UBP) di Ginevra in attività poco lecite.

Come era logico presumere, ne l’esposto depositato presso il Tribunale di Milano ne l’interrogazione parlamentare hanno fatto chiarezza su una delle pagine più buie della storia economica italiana. Ricordiamo che solo i giudici francesi sono riusciti ad accusare in via definitiva per insider trading George Soros, nonostante lo stesso avesse portato la sentenza davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[11].

Sui rapporti tra De Bendetti e Soros non sarà infine inutile citare anche un dato risalente al 2005, quando l’allora esponente della Margherita, Francesco Rutelli, incontrò il magnate ungherese a New York, al 33esimo piano di un grattacielo con vista su Central Park. Dell’incontro dà notizia anche Repubblica, che tuttavia omette, non casualmente, un particolare interessante, riportato invece dal Corriere della Sera del 1° luglio 2005, a pagina 8, in un articolo a firma di Francesco Verderami, dal titolo significativo: “Rutelli vede Soros, De Bendetti fa da sponsor”. Sarebbe stato quindi l’imprenditore italiano a procurare a Rutelli il contatto con Soros. E non crediamo che quest’ultimo accolga tutte le “raccomandazioni” che gli arrivano dall’altra parte del mondo. Fra i due, evidentemente, c’era un rapporto consolidato.

Una piccola conclusione finale: troviamo molto divertente che i giornali della galassia De Benedetti, La Repubblica in testa, accusino di complottismo chi fa ricerca, portando elementi probanti a supporto, a proposito delle ingerenze di George Soros nella politica italiana e internazionale, e poi siano i primi a scorgere ovunque influenze russe, mai provate nonostante tutto il mondo progressista si stia impegnando tenacemente, palesate come giustificazione per elezioni passate dal’esito non congeniale e come spauracchio per votazioni future, arrivando anche ad insinuare che Masha e Orso facciano propaganda dalla loro casetta in Russia[12].

Francesca Totolo

NOTE

[1] George Soros ‘proud’ of donating £400.000 to anti-Brexit campaign: https://www.theguardian.com/business/2018/feb/11/george-soros-proud-donating-anti-brexit-campaign

[2] Scandalo ONG, orge e prostituzione nei paesi poveri: http://www.oltrelalinea.news/2018/02/11/scandalo-ong-orge-e-prostituzione-nei-paesi-poveri/

[3] Addio a Isidoro Albertini, un Signore di Piazza Affari. L’intervista al Sole: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-12-06/addio-isidoro-albertini-signore-piazza-affari-l-intervista-sole-165551.shtml?uuid=ACzU1MoB

[4] La Open Society Foundations in Italia: https://www.opensocietyfoundations.org/explainers/open-society-foundations-italy/it

[5] La Repubblica, archivio: https://ricerca.repubblica.it/ricerca/repubblica?fromdate=1997-01-31&todate=1997-01-31&month=01&year=1997&day=31&filter_people=george+soros

[6] Soros federalista europeo: http://www.radioradicale.it/exagora/soros-federalista-europeo-0

[7] Craxi – Ciampi, e’ polemica sulla svalutazione del ’92: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/01/31/craxi-ciampi-polemica-sulla-svalutazione.html

[8] La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros: https://www.youtube.com/watch?v=52i6Y10rxMA

[9] Craxi: «Soros appoggia i populisti per distruggere l’ Europa»: http://ildubbio.news/ildubbio/2016/06/29/craxi-soros-appoggia-i-populisti-per-distruggere-l%C2%92europa/

[10] INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/15250 presentata da PARLATO ANTONIO (ALLEANZA NAZIONALE) in data 19951106: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/15250&ramo=CAMERA&leg=12&tipoAtto=INTERROGAZIONE%20RISPOSTA%20SCRITTA&testo=interrogazione%204%2015250

[11] La sentenza francese contro George Soros, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e i suoi giudici: https://www.lucadonadel.it/la-sentenza-francese-contro-george-soros-e-i-suoi-giudici/

1890.- Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Bechir Rabani, giornalista indipendente morto suicidato. É evidente che aveva scoperto cose che non doveva sapere né divulgare. Proprio per questo ci attendiamo che si indaghi più a fondo prendendo debite precauzioni, sì perché quando ti ammazzano significa che hai preso un pesce molto grosso.
Da Controinformazione.info

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

Bechir Rabani, giornalista libero
Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario, è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti: TheTruth Seeker Culture-wars.com. Traduzione e nota: Luciano Lago

1843.- DE GRAUWE E LA “CONCESSIONE” DEL LIBERAL-GLOBAL ORDER (“UN ERRORE NEL SISTEMA”)

Abbiamo il piacere di augurare “Buon Lavoro” al fondatore di Orizzonte48, professor Luciano Barra Caracciolo, giurista e magistrato, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche Europee.
Non è il primo incarico del genere per il giurista e magistrato romano che nel 1994 era stato nominato consigliere giuridico del Ministro della funzione pubblica Giuliano Urbani primo governo Berlusconi, incarico che aveva mantenuto nel 1995 con Franco Frattini nel Governo – tecnico – guidato da Lamberto Dini (già ministro con Berlusconi). Sempre all’interno del governo Berlusconi I è Barra Caracciolo è stato Capo di gabinetto del Ministero per gli italiani nel mondo. Dal 2001 al 2005 – durante il secondo governo guidato da Silvio Berlusconi – Luciano Barra Caracciolo è stato Vice Segretario generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Migrants wait to disembark from Aquarius in the Sicilian harbour of Catania

1. Accadono strani fenomeni.
In apparenza.
E per comprendere questa apparenza, ragioniamoci un po’ su.
Un indicatore del “variare” di questa apparenza, può essere la posizione che assume Paul De Grauwe, un economista certamente prestigioso e, probabilmente, il più accreditato e organico all’interno dell’ambiente istituzionale e scientifico-economico dell’Ue.

2. Soltanto tredici mesi fa, De Grauwe, chiamato ad esprimersi nel dibattito sull’euro apertosi nel mainstream mediatico italiano, aveva ammesso che la partecipazione all’euro della nostra Repubblica fosse stata un errore, che l’aggiustamento del costo del lavoro da operare per riconquistare la “competitività” fosse “doloroso” ma “anche inevitabile”.
Tuttavia, al tempo, concludeva questa indicazione terapeutica con una diagnosi che addossava praticamente ogni responsabilità – di questo errore e di questa necessaria “sofferenza” (secondo una prognosi che aveva effettuato già Padoan dagli scranni dell’OCSE) – alla realtà antropologica e, di conseguenza istituzionale, italiana (sempre qui, p.5):
“L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.
Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.”
2.1. Quindi tredici mesi fa, per De Grauwe, l’Italia doveva fare le riforme istituzionali per mantenere il privilegio di rimanere nell’eurozona: e questa profonda revisione di ordine costituzionale, come ben sappiamo, perseguiva l’obiettivo di meglio consentire le “riforme strutturali”. La quali, poi, altro non sono che l’aggiustamento, per via di austerità fiscale, del costo del lavoro.

3. E veniamo all’oggi.
De Grauwe muta non secondariamente la sua analisi. E, per di più, la evolve non nella sede dei media italiani, bensì in un’intervista, significativamente, ad una testata tedesca.
Il passaggio saliente dell’intervista rivede profondamente l’attribuzione delle “responsabilità”, imputate ai meccanismi istituzionali dell’euro in sè, – come d’altra parte era di comune dominio (presso la comunità scientifica più prestigiosa) fin dalla sua immutata progettazione iniziale nel rapporto Werner – e non unicamente all’un-fitness antropologico-istituzionale italiana.

4. Lo spunto lo fornisce l’esito elettoral-governativo delle ultime elezioni italiane:
“È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell’Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l’austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia.
Il paese ha decisamente esagerato nell’imporre misure di austerità.
Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa.
Questi paesi avrebbero potuto alleviare l’onere dell’Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C’è un errore nel sistema.”

5. Non andiamo oltre nel riportare il (neo)pensiero di De Grauwe nell’intervista: si tratta di sviluppi logico-economici e corollari a noi ben noti.
Quello che importa è che l’autorevole voce del nostro, ammetta che si è esagerato con l’austerità in Italia. E che l’aggiustamento è stato incongruamente, dal punto di vista politico-economico, asimmetrico (cioè non cooperativo, e quindi, dal punto di vista del nostro sistema costituzionale fondamentale, contrario all’art.11 Cost.). Questo asimmetrico, incongruo e a-cooperativo aggiustamento, peraltro, era del tutto prevedibile alla luce della struttura istituzionale e della composizione statuale, germanocentrica, dell’eurozona: sulla prima la “palma” della primogenitura, ci pare debba andare al compianto Winne Godley (v. qui, nella prefazione), mentre sulla seconda, non paradossalmente, allo stesso Prodi pre-svolta governativa (quale citato da Halevi, qui, p.5).

6. Ma la domanda è: supponendo che questa ammissione, oggi, risulti sostanzialmente copernicana, dopo una fase tolemaica di cui la massima espressione era questa affermazione di Draghi del 2013 “La Germania aiuta (!) al meglio l’euro col rafforzare la propria competitività” (e altre durissime constatazioni…controintuitive, in una mitica intervista a Der Spiegel), essa ha poi un senso politico? Vale a dire: è una qualche concessione che preluda ad un riassetto sensato, sul piano economico-scientifico e del perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni?

7. C’è da dubitarne: ammissioni ufficiose, affidate a esponenti “dal volto umano” dell’establishment €uropeo-global trade, sono in realtà spesso utilizzate come sedativi (per il “populace”) a momenti di destabilizzazione del sistema; in genere scaturenti dai deprecati effetti del suffragio universale nei singoli Stati-nazione (in coerenza con le reazioni già avute dall’establishment liberal-globa in occasione del Brexit-deliryum).
De Grauwe, in fondo, utilizza una tecnica di richiamo al buon senso in cui eccelle Wolff, con il quale, per dire, De Grauwe condivide la pubblicazione di articoli sul Financial Times.
Ma si tratta di un riposizionamento meramente verbale, che prospetta posizioni compromissorie che possono tranquillamente cadere nel nulla, non appena altri strumenti di pressione, di segno del tutto contrario, riducano le opinioni pubbliche a più miti consigli. Quest’ultima è la linea tedesca, come abbiamo visto: tutta spread, impliciti ricatti BCE sulla liquidità e “adesso vi daremo una lezione”.

8. D’altra parte, questa duplice tecnica, – ammissioni ufficiose e comprensive di voci autorevoli dell’establishment sui media/ durezza negoziale e istituzionale senza alcun concreto arretramento -, appare utilizzata, prima di tutto nei confronti del fenomeno Trump.
Gli articoli di Wolf, sopra linkati, in definitiva, tendevano a raggiungere un “ragionevole compromesso”, che la figura del Presidente attuale contiene in sè, e che peraltro, non è tutt’ora considerato accettabile da un liberal-global order sempre più in una posizione di irriducibile preferenza per qualche forma di “eliminazione” dell’avversario.

9. Ce ne fornisce la conferma questo articolo di Zerohedge, a firma di James George Jatras, tratto da The Strategic Culture Foundation, di cui consiglio la lettura completa, attesa la sua visione “panoramica” sui vari temi ricorrenti geo-politico-economici elencati minuziosamente; l’articolo trova il suo punto focale in questo passaggio, (dopo aver peraltro dedicato un paragrafetto proprio alla situazione italiana, testualmente intitolato Viva l’Italia!):
“Sarebbe inaccurato dire che (quelle perseguite da Trump, sul piano geo-politico, economico e commerciale, cioè nel por fine, tra l’altro, a una situazione in cui gli USA praticano unilateralmente il free-trade e i paesi presunti “amici” si dedicano al mercantilismo) possano definirsi “mosse” dello US government, del quale Trump ha solo un parziale controllo.
Con una struttura burocratica di governo – per non dire addirittura di coloro che sono stati nominati da lui stesso – che cerca di sabotarlo ad ogni passo, Trump pare ricorrere all’unico strumento a sua personale disposizione: disruption (cioè, la rottura degli schemi).

(la gente, specialmente della Rust Belt) ha votato per lui perché voleva un toro in un negozio di porcellane cinesi, una wrecking ball (palla di ferro per la demolizione), a bomba a mano umana, un grande “FU” (significato dell’acronimo…intuitivo) al sistema.

Con certezza, nessuno degli sviluppi sopra elencati delle iniziative di Trump è decisivo. Ma presi insieme puntano a una notevole confluenza di buoni auspici, almeno dal punto di vista di quelli che volevano scuotere, e persino infrangere, le comode convenienze che hanno guidato il cosiddetto“liberal global order.”
Ma quelli le cui carriere e i cui privilegi, ed in alcuni casi le cui libertà e le cui stesse vite, dipendono dalla perpetuazione di tale “ordine” non accetteranno con gentilezza questa “buona notte”.
Costoro si stanno innervosendo.
Ciò significa, in particolare, gli elementi dei “servizi speciali” di US-UK, i Democratici e i GOP (Repubblicani) “mai insieme con Trump), i Trump-hating fake news media, e le non-entità burocratiche di Brussels (not only at the European Commission but at NATO headquarters).

Se qualcuno pensa che ci sia un qualche limite oltre il quale i nemici di Trump non si spingerebbero, ci riflettesse bene”.

10. Ecco: un conflitto epocale è dunque già in corso.
L’epicentro (planetario) è il fenomeno di rifiuto popolare che ha innalzato l’onda di Trump.
Per lui, come per chi tentasse in Italia, in un’ulteriore vicenda che sta assumendo una crescente importanza non periferica, di riportare l’interesse nazionale democraticamente espresso al centro dell’azione politica, i nemici sono ben definiti; e, in entrambi i casi, quelli le cui carriere e i cui privilegi dipendono dalla perpetuazione dell’ordine globale liberale, lotteranno con ogni mezzo contro ogni tentativo di porvi fine, ridando senso alle democrazie fondate sulla sovranità popolare.

1842.- Chi finanazia Macron George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

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Diagramma che illustra come Fancy Bear ottiene illecitamente l’accesso ai server privati.

Le e-mail di Macron del 2017 erano fughe di oltre 20.000 e-mail relative alla campagna di Emmanuel Macron durante le elezioni presidenziali francesi del 2017, due giorni prima del voto finale. Le perdite hanno raccolto un’abbondanza di attenzione da parte dei media a causa della rapidità con cui le notizie della fuga si diffondono su Internet, aiutate in gran parte da robot e spammer e hanno accolto le accuse che il governo russo sotto la responsabilità di Vladimir Putin. Le e-mail sono state condivise da Wikileaks e da diversi attivisti di alt-destra americani attraverso siti di social media come Twitter, Facebook e 4chan.
Originariamente pubblicato su un sito di condivisione file chiamato PasteBin, le e-mail non avevano alcun effetto sul voto finale in quanto erano state scaricate poche ore prima di un blackout mediatico di 44 ore che è richiesto dalla legge elettorale francese.
La campagna affermava che le e-mail erano state “ottenute in modo fraudolento” e che i documenti falsi erano mescolati con quelli genuini per “creare confusione e disinformazione”. Numerama, una pubblicazione online incentrata sulla vita digitale, descriveva il materiale trapelato come “assolutamente banale”, costituito da “contenuti di un disco rigido e diverse e-mail di colleghi e funzionari politici marchigiani”. Il senatore degli Stati Uniti dalla Virginia, Mark Warner ha citato la fuga di e-mail come rafforzamento della causa dietro l’indagine del Comitato di intelligence del Senato degli Stati Uniti sull’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016. Nondimeno, il governo russo ha negato tutte le accuse di intervento elettorale straniero.

Pubblicato il contenuto di Macronleaks, una montagna di documenti archiviata nelle caselle di posta elettronica dello staff di Emmanuel Macrone che l’elettorato francese aveva il diritto di conoscere prima della consultazione per le presidenziali.

La stampa d’oltralpe e in particolare Le Monde ha rilasciato un comunicato stampa nel quale afferma espressamente di non aver voluto rivelare il contenuto dei file, per i timori di “influenzare il ballottaggio”: alla faccia del “cane da guardia della democrazia”, interessi oligarchici anteposti a quelli del popolo.

Al solito certi mezzucci hanno le gambe corte e i file sono stati in qualche modo recuperati da altri organi d’informazione e resi pubblici.

Spicca un prestito di otto milioni in favore dell’AFCPEM, l’associazione del candidato di En Marche! per il finanziamento della sua campagna elettorale.

Il finanziamento è stato erogato da Credit Agricole.

Questi soldi dovranno essere restituiti entro il marzo 2019 ed è curioso l’articolo 1415 del contratto: in caso di inadempienza il patrimonio personale di Brigitte, la moglie di Macron, non verrà intaccato.

E’doveroso sottolineare che nessuna banca francese si è detta disposta a finanziare la campagna elettorale di Marine Le Pen, mentre il neo-eletto presidente della Repubblica francese non ha incontrato alcuna difficoltà in tal senso.

E’ il Boston Consulting Group uno dei gruppi che ha manifestato maggior sostegno nei confronti di Emmanuel Macron, viene indicato dal presidente di AFCPEM, Christian Dargnat in una e mail come “ uno dei maggiori sostenitori” e desidera metterlo al corrente “dell’evoluzione del movimento e per scambiare pareri sulle prospettive delle sue azioni”.

Grande è l’interesse del BCG all’attività di Macron, infatti in direttore marketing del gruppo contatta Stephane Charbit, direttore della banca Rothschild a Parigi, per chiedergli di “essere messo in contatto con la persona per organizzare un incontro”.

La presenza del colosso bancario Rothschild è una costante nella campagna elettorale di En Marche, partecipando attivamente a diversi meeting organizzati dallo staff di Emmanuel Macron.

In attesa delle puntate successive un po’ di nomi e cifre intorno a Emmanuel Macron: George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

Unknown

Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

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Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni