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2110.- IL TEATRINO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Di Andrea Olivotto

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La notizia della bocciatura della manovra non sorprende nessuno perché era scontata.
Quel che non è scontato è ciò che emerge, su cui vedo che nessuno vuole giungere a farsene una ragione.
Riassumerò così il tutto in alcuni punti.

PRIMO PUNTO
La manovra non è stata bocciata per il deficit. Se così fosse, sarebbero state bocciate, in passato, manovre dal deficit molto più alto, che pure sono state approvate.
Se andate a vedere le manovre del governo Monti, Letta e Renzi, ci troverete deficit molto più alti della manovra del governo Conte.
Così ci troviamo di fronte al primo punto da chiarire: che il deficit non c’entra una cippa.
La manovra è stata bocciata perché troppo poco disposta a svendere settore pubblico, a tagliare servizi essenziali, a regalare soldi alle banche e privilegiare – a torto o a ragione – le classi deboli e soddisfare così le esigenze degli speculatori della finanza internazionale.
Queste sono le vere ragioni: il deficit è solo un facile pretesto.

SECONDO PUNTO
Proprio il fatto che tale bocciatura fosse largamente attesa, ci porta ad interrogarci su quella che è la reale strategia di fondo dei partiti antisistema.
Se non si hanno le forze per ribellarsi alle ritorsioni dei poteri che non vogliono questa manovra, può esistere solo una ragione affinché si sia deciso di portarla avanti: ossia che si volesse come risposta proprio la bocciatura.
Questo può aprire scenari di ogni tipo: volendo attenersi al rasoio di Occam, si potrebbe pensare che sia la Lega che il Movimento 5 Stelle vogliano usare questo argomento in una prossima campagna elettorale antieuropeista, accusando così la Commissione Europea di voler affamare i popoli.
Ma, e non me ne vorranno gli amici leghisti o pentastellati, io non riesco ad escluderne un altro di scenario: e cioè che si stia assistendo allo stesso percorso della Grecia.
Un governo in teoria espressione della volontà popolare finge di voler eseguire i voleri del popolo ma TOH… guarda caso arrivano i “poteri forti europei” che dicono “Non si può fare”.
A quel punto lo Tsipras di turno si presenta alla nazione e dice: “Ci dispiace, volevamo fare questo, volevamo fare quell’altro ma dall’Europa non ce l’hanno consentito”.
E così ci si becca una supermanovra basata su privatizzazioni in massa, tagli verticali delle specie sociali (Sanità e pensioni) per poi ritrovarsi a qualche anno della cura con un debito pubblico raddoppiato e un PIL dimezzato.

TERZO PUNTO
Necessario per capire chi sono i nostri veri nemici.
La commissione europea non è il vero centro dei poteri che decidono se rifiutare o no una manovra.
Quello che occorre capire è che l’Unione Europea, non avendo nessun esercito e nessuna polizia reale espressione del potere esecutivo e giudiziario, può imporre decisioni e sanzioni “solo sulla carta”.
Se, per dire, l’Italia decidesse di strafottersene dei diktat dell’Unione Europea e di proseguire imperterrita nel percorso tracciato, potrebbe benissimo farlo.
Ovviamente non può ma questo non dipende da poteri che siano espressioni dell’Europa.
I poteri che decidono le manovre finanziarie dei paesi europei sono PRIVATI ed EXTRAEUROPEI.
La stessa Troika (parola di origine russa che deriva da “terzina”) è espressione delle seguenti entità: BCE, FMI e Commissione Europea.
La Commissione Europea è *teoricamente* l’organo del potere esecutivo. Teoricamente perché nella pratica ciò che attesta la reale presenza di un potere esecutivo sono le polizie. Non esistendo alcuna polizia europea, non esiste il potere esecutivo europeo e quindi se l’Italia volesse, potrebbe tranquillamente stracatafottersene di sanzioni e infrazioni e chiudere la porta ai commissari europei ai quali, a quel punto, non rimarrebbe che l’invasione con i carri armati.
Se si chiarisce questo principio, si chiarisce tutto.
Le altre due entità sono la BCE e il FMI.
La BCE *IN TEORIA* sarebbe la banca pubblica dell’Unione Europea. Nella pratica, è una banca totalmente indipendente dalle istituzioni europee (e questo già basterebbe a chiudere il discorso) ma, ed è questa la cosa ancora più grave, posseduta dalle banche nazionali che sono state tutte quante denazionalizzate, una contraddizione in termini.
Ma c’è di più.
I veri proprietari di queste banche nazionali, sono banche private le quali, a loro volta, o sono indebitate con realtà economiche extraeuropee oppure, pur possedendo debiti nazionali, sono controllate da banche extraeuropee.
Tradotto: la BCE è, attraverso un sistema di scatole cinesi, controllata dalla finanza internazionale, gran parte della quale risiede a New York e a Londra, cioè due realtà extraeuropee.
Completa il quadro il Fondo Monetario Internazionale. Che ha sede a Washington ed è posseduto in gran parte dalla finanza americana.
Tradotto: chi se la prende con l’Euro, se la prende con le manette ma non con il carceriere.
Che non è in Europa ma negli Stati Uniti.

QUARTO PUNTO, PER FINIRE
Oggi come oggi, si avverte sempre più la necessità di un’opposizione EUROPEA a questa situazione.
Pensare che l’Italia, da sola, possa fronteggiare il nemico che vuole distruggerla è del tutto illusorio.
Se tutti i primi ministri europei avessero concordato manovre con deficit, la finanza se ne sarebbe ben guardata dall’aggredirci.
Se ciò accade, è perché il sovranismo deve giungere al passo decisivo: costituire un fronte europeo che designi una nuova alleanza europea.
Un’internazionale sovranista che capisca chi è il vero nemico dei paesi europei: gli Stati Uniti, dove poi risiedono i veri centri poteri della finanza internazionale.

Perché quando ci si trova dinnanzi ad un nemico globale, la risposta può essere solo sovranazionale.

Cit

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2108.- Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Battono i cuori degli italiani. Nino Galloni, ti abbiamo ascoltato e riascoltato, letto e riletto e, ora, ti ritrovo su ByoBlu di Claudio Messora e ti rileggiamo insieme.

“Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè” …

di Nino Galloni, 2 maggio 2013

Andreatta-e-Ciampi

Guardateli bene.

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il

Nino Galloni

blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. 

Andreotti

Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave.

Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”.

E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana

Ciampi

avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze. Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa.

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Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più

Agnelli

facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.

Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato.

Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca

Andreatta

Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita.

E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti».

Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che, dal 2008 al 2011, ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Draghi

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità.

A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in

Merkel e Monti

Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa» (nonno Prescott Bush fu tra i finanziatori del riarmo di Hitler. ndr).

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.

Xi Jinping, nuovo leader cinese

Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas. Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Nino Galloni

http://www.libreidee.org/2013

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

Infine, su Papandreou e Berlusconi, aggiungiamo: Hans Werner Sinn, economista anche lui

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Hans Werner Sinn, economista ‘falco’, molto seguito in Germania, conferma che sia Berlusconi che Papandreou tentarono di trattare segretamente l’uscita dall’Euro. Furono spinti alle dimissioni nella stessa settimana. Detto questo: su Papandreou c’è la spiegazione di Financial Times, che leggete qui sopra, in pratica, silurato internamente su suggerimento di Barroso (tramite il ministro delle finanze Venizoloz (che ambiva al suo posto); Berlusconi, invece, fu oggetto di un vero e proprio colpo di stato finanziario in cui il braccio armato fu la stessa BCE e il sicario Giorgio Napolitano. Quindi, per Papandreou, a tradirlo, fu il governo greco, che, poi, si sottomise; per Berlusconi, furono il presidente della Repubblica Napolitano e il suo partito. A tutt’oggi, l’ultimo Governo Berlusconi fu anche l’ultimo governo italiano democraticamente scaturito dal voto degli elettori. Tale, infatti, non può dirsi il papocchio voluto da Sergio Mattarella, Presidente nel solco tracciatogli da Napolitano.

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2101.-Blockchain, fondo ad hoc con 45 milioni in tre anni

Una legge ad hoc per Casaleggio

Altro che le leggi ad hoc di Renzi e Gentiloni! La manovra (art. 19) prevede la nascita del “Fondo Blockchain e Internet of things”, dotato di 45 milioni in tre anni, che, tramite la piattaforma Rousseau, è in stretti rapporti con Davide Casaleggio. Il Fondo, che sarà gestito al Mise di Di Maio, è stato creato con il DEF per finanziare interventi in nuove tecnologie e applicazioni di intelligenza artificiale ed ha ricevuto una dotazione notevole, stante la crisi: 15 milioni di euro all’anno per il triennio 2019-2021, per un totale, appunto, di 45 milioni.
Spingere la blockchain in Italia è la grande battaglia della Casaleggio associati, che, oggi, riunisce vari attori del settore. Siamo a un bel conflitto di interessi, che coinvolgerebbe tutta la pubblica amministrazione… al confronto quello delle televisioni è una bazzecola… Non siamo soltanto agli investimenti pubblici per profitti privati perché Casaleggio e Di Maio potranno far finanziare un nuovo sistema di protezione dati per per coprire le defaillance della loro piattaforma Rosseau; ma c’è molto di più perché, come finora hanno gestito le elezioni dei 5 Stelle, potrebbero, per esempio, o, certamente, potranno gestire, a loro insindacabile giudizio, i Centri per l’Impiego e, tramite loro, l’assunzione di ogni lavoratore disoccupato italiano. … E questo è il Governo del Popolo! Dopo l’intervista shock di Casaleggio, presidente di Rousseau, alla “Verità”: “Le Camere non saranno più necessarie”, tutto è possibile. Le ambizioni di Casaleggio sono solo un esempio degli scenari che si aprono se non si mette sotto controllo il progresso scientifico: scenari che superano i diritti dell’uomo, come vuole il Nuovo Ordine Mondiale e, presto, molto presto, ci renderemo conto che, al confronto, l’epoca della dittatura di Mussolini era una burletta.

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Quando si e’ al governo per fare soldi a palate tutto il resto (reddito di cittadinanza, microcredito, pensioni d’oro, taglio stipendio parlamentari…) è solo uno specchietto per le allodole. (foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

Nell’ultima legge finanziaria, all’articolo 19, è passata quasi in silenzio una battaglia su uno dei temi più cari alla Casaleggio attuale: l’istituzione di un «Fondo Blockchain e Internet of things». Si tratta di un nuovo fondo destinato a «interventi in nuove tecnologie e applicazioni di intelligenza artificiale», dotato di risorse notevoli, in tempi di penuria: 15 milioni di euro all’anno per il triennio 2019-2021, per un totale di 45 milioni; ma quali interventi, quali progetti, di chi e per chi?

La strana storia dei 45 milioni per il Fondo Blockchain e il conflitto di Casaleggio

Blockchain è la buzzword del 2018 e forse anche per questo il governo del cambiamento ha sentito la necessità di finanziare lo sviluppo delle tecnologie Blockchain nella manovra finanziaria “del Popolo” al vaglio del Parlamento. Il contributo per la tecnologia più amata da Casaleggio è inserito al comma 20 dell’articolo 19 che istituisce un Fondo per favorire lo sviluppo delle tecnologie e delle applicazioni di Intelligenza Artificiale, Blockchain e Internet of Things, con una dotazione di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Uno stanziamento che ha lo scopo di finanziare progetti di ricerca e sfide competitive in questi campi.

L’attivismo di Di Maio sulla Blockchain

Quarantacinque milioni di euro in tre anni destinati ai progetti realizzati da soggetti pubblici e privati italiani ma anche esteri.  A sovrintendere sulla gestione del Fondo sarà il Ministero dello Sviluppo Economico, ovvero il dicastero retto da Luigi Di Maio, il Capo Politico di quel MoVimento che tramite la piattaforma Rousseau è in stretti rapporti con Davide Casaleggio. Che il governo, e soprattutto il ministro, siano molto impegnati sul fronte della Blockchain è noto ed è pubblico. Ad esempio il 27 settembre Di Maio annunciava che l’Italia era finalmente entrata nell’era della Blockchain aderendo alla Blockchain Partnership Initiative europea.
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Anche l’interesse di Casaleggio per questa tecnologia non è un mistero. Al punto che – come raccontano Stefano Feltri e Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano di oggi – nel bilancio pubblicato ad aprile la la Casaleggio Associati fa sapere di «aver rilanciato le attività di consulenza “in aree in forte espansione” come l’intelligenza artificiale e la blockchain». Sempre ad ottobre scorso, scrive il Fatto, il Cipe, su proposta di Di Maio, ha sospeso la sperimentazione sul 5G (la nuova tecnologia di connessione per le reti cellulari) dirottando «95 milioni di euro per la diffusione dei servizi wi-fi e per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la blockchain». Proprio oggi infine, racconta La Stampa, si apre la terza edizione dell’evento dedicato alle imprese organizzato dalla Casaleggio Associati che quest’anno sarà dedicato proprio alle modalità con cui la Blockchain rivoluzionerà il modo di operare delle imprese. Anche se per la verità l’utilità della Blockchain (che Casaleggio Jr immagina verrà utilizzata anche per le operazioni di voto) è ancora tutta da chiarire.

L’interesse di Casaleggio per le “consulenze strategiche” alle aziende che vogliono investire nella Blockchain

L’evento, spiega Casaleggio in un video, non si concentra sulla parte tecnologica della Blockchain ma sul modo con cui si farà business con la Blockchain. Il ruolo della Casaleggio Associati nella diffusione della tecnologia è spiegato chiaramente nella ricerca – finanziata da Poste e Consulcesi Tech che hanno versato uno contributo da 30mila euro ciascuno – pubblicata in occasione dell’evento. Casaleggio non si occuperà di sviluppare l’infrastruttura tecnica o di produrre implementazioni della Blockchain. Si occuperà invece di fare da supporto alle aziende ottimizzando i processi e analizzando i modelli di business. Insomma come sempre la Casaleggio si occupa di fare consulenza ad altre società.

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2078.- In dirittura di arrivo il patto globale sui rifugiati.

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L’Europa e l’ONU si accingono a mettere nero su bianco le regole definitive sull’immigrazione, che saranno valide per tutti i Paesi. E’ la costruzione di un vero sistema per la mobilità umana, che prevede società aperte, accoglienza, e zero respingimenti. Lo scopo? Nel mondo globalizzato anche  gli esseri umani devono essere rapidamente spostabili come le merci. Opporsi? Non è previsto. Se dovesse venire sottoscritto il GlobalCompactMigration, sarebbe la fine della sovranità italiana sulla questione immigrazione.  Vi prego di leggere attentamente quanto contenuto nel documento delle Nazioni Unite, che troverete qui in calce.

di Francesca Totolo per Byoblu

Partiamo dall’ultima trovata che arriva dalla Commissione Europea. I Paesi membri dell’Unione Europea che hanno mostrato più solidarietà nell’accoglienza dei migranti, come Grecia e Italia, saranno premiati dai fondi strutturali del prossimo budget UE 2021-2027. Chi invece si mostrerà refrattario a fare la sua parte a favore degli immigranti e sul rispetto dello stato di diritto, come Ungheria e Polonia, si troverà penalizzato. Continue promesse da Jean-Claude Juncker e Frans Timmermans, sempre disattese, che sembrano piuttosto voler colpire gli Stati Visegrad e l’Austria, rei di voler difendere gli interessi dei propri connazionali invece di aprire le frontiere agli stranieri indiscriminatamente.

Le dichiarazioni della Commissione Europea arrivano in seguito all’incontro pubblico del 16 aprile scorso voluto da George Soros. Durante il meeting, lo speculatore ungherese ha esposto le sue ragioni a Timmermans (Vice Presidente della Commissione Europea) contro il governo ungherese guidato dal Premier Viktor Orbán a proposito del pacchetto legislativo “StopSoros” che ha portato alla chiusura della sede della Open Society Foundations di Budapest e a quella, che sarà definitiva nel 2021, della Central European University fondata e finanziata dalla fondazione di Soros.

I legami di amicizia e stima personale che legano George Soros, Jean-Claude Juncker e Frans Timmermanssono chiari e noti da tempo. Lo stesso Vice Presidente della Commissione Europea parla di un rapporto che lo lega al magnate da più di vent’anni e di condividere il suo impegno a favore della “società aperta”. Come sono noti i pranzi informali, che si svolgono mensilmente a Bruxelles, dove i tre e Martin Schulz condividono le proprie opinioni e le possibili soluzioni da portare in Commissione.

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L’Unione Europea, sembra seguendo le direttive del consulente George Soros, sta cercando di correre ai ripari a causa della crescente “minaccia populista” dilagante in ogni Stato membro, delle sempre crescenti percentuali di cittadini europei che chiedono lo stop all’immigrazione (ora il 78%), e in vista delle elezioni del 2019.

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Gli eurocrati, quindi, sembrano sempre più convinti che si debba intervenire sulla questione migratoria per quietare l’opinione pubblica, ovviamente senza nessuna intenzione di arrestare il flusso costante e continuo grazie a opportuni accordi con i Paesi di origine e attraverso una seria ridiscussione della cooperazione internazionale.

Dal 2016, come sancito dal Migration Partnership Framework redatto dalla Commissione Europea e come suggerito dall’ispiratore degli Stati Uniti d’Europa, George Soros, la UE sta tentando di riprendere il controllo dei suoi confini e si sta impegnando nel costruire meccanismi comuni per proteggere le frontiere, per determinare le richieste di asilo e per trasferire i rifugiati.

Questo piano della Commissione Europea non è altro che un’ulteriore perdita di sovranità degli Stati membri; si parla della gestione centralizzata dei confini dell’Unione attraverso il rafforzamento del coinvolgimento delle agenzie europee, come Frontex e EUROPOL, che andranno di fatto a coordinare le autorità nazionali, di uffici della UE dislocati nei Paesi di transito per una comune amministrazione delle procedure delle richieste di asilo, e di una maggiore partecipazione delle organizzazioni del settore privato. Ovviamente nel piano, non potevano mancare i corridoi umanitari gestiti centralmente dalla Commissione Europea con ricollocamento obbligatorio negli Stati membri.

Quando tutte le operazioni comprese nel Migration Partnership Framework saranno implementate, l’Italia non avrà più nessun potere e controllo a proposito delle politiche migratorie. In cambio il nostro Paese forse riceverà due denari in fondi strutturali che saranno chiaramente destinati alla formazione e all’inclusione sociale degli immigrati arrivati.

E a livello internazionale non va meglio. Nel dicembre del 2018, sarà pubblicato il Global Compact on Migration, documento delle Nazioni Unite che segnerà un punto di svolta per l’immigrazione e traccerà le linee guida che le singole nazioni e l’Unione Europea dovranno seguire. Lo leggete qui, più avanti,

Possiamo affermare che il tweet pubblicato a Pasqua di IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), agenzia collegata alle Nazioni Unite, non promette nulla di buono.

Per IOM, “l’immigrazione è inevitabile, desiderabile e necessaria”. Quindi nessuna intenzione di intervenire, come si dovrebbe, nei Paesi di origine, perché l’immigrazione è un fenomeno auspicabile per l’occidente. Alla Boeri, insomma.

Il 4 aprile scorso, alti funzionari dell’Unione Europea e della IOM si sono incontrati a Bruxelles per discutere sui contenuti del futuro Global Compact on Migration. Il direttore generale dell’IOM, William Lacy Swing, ha dichiarato: “Abbiamo un’opportunità storica per costruire un sistema per la mobilità umana in cui le persone possano muoversi in sicurezza, legalmente e volontariamente, nel pieno rispetto dei loro diritti umani. Abbiamo particolarmente bisogno di fare progressi nell’affrontare il movimento dei migranti più vulnerabili con esigenze di protezione specifiche.(…) Siamo ottimisti sul fatto che con i leader dell’Unione Europea, raggiungeremo un accordo che fornisca un quadro unificante di principi comuni, degli impegni e di comprensione tra gli Stati membri su tutti gli aspetti della migrazione”.

Sono state pubblicate varie bozze sul futuro Global Compact on Migration, e sono perfettamente in linea con la nuova direzione, di sorosiana ispirazione, presa dalla Commissione Europea. Prenderemo in esame l’ultima versione stilata il 26 marzo scorso.

Già il preambolo svela il contenuto che sarà sviluppato nel documento: “Questo Global Compact esprime il nostro impegno collettivo a migliorare la cooperazione sull’immigrazione (il termine utilizzato è migrazione ma gli uccelli migrano, non le persone) internazionale. L’immigrazione ha fatto parte dell’esperienza umana nel corso di tutta la sua storia, e riconosciamo che è una fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile del nostro mondo globalizzato. La maggior parte dei migranti di tutto il mondo oggi viaggia, vive e lavora in modo sicuro, ordinato e regolare. Ma la migrazione incide indubbiamente sui nostri Paesi in modo molto diverso e a volte in modi imprevedibili. È fondamentale che l’immigrazione internazionale ci unisca piuttosto che dividerci (grande bugia e grande fesseria visto che, per realizzarla, si devono cancellare le identità dei popoli, quindi, non unire, ma azzerare e “tutti eguali a zero” non significa “tutti uguali”, ma “tutti zero”. ndr). Questo Global Compact definisce la nostra comprensione comune, le responsabilità condivise e l’unità di intenti in merito all’immigrazione in modo tale che funzioni per tutti”.

Nel Global Compact, si continua a parlare di canali legali per l’immigrazione. Le Nazioni Unite si impegneranno a migliorare la disponibilità e la flessibilità dei percorsi per l’immigrazione regolare, basandosi sulle realtà demografiche e globali del mercato del lavoro per “massimizzare l’impatto socioeconomico degli immigranti”. Ovvero i mondialisti delle Nazioni Unite continuano a spingere verso la costituzione di quello che Karl Marx ne Il Capitale chiamava l’esercito industriale di riserva.

L’obiettivo 8 riguarda molto da vicino l’Italia: “Ci impegniamo a collaborare a livello internazionale per salvare vite umane e prevenire morti e feriti tra i migranti, attraverso operazioni congiunte di ricerca e soccorso, raccolta e scambio standardizzati di informazioni. Per questo impegno dovremo sviluppare procedure e accordi sulla ricerca e il salvataggio con l’obiettivo primario di proteggere il diritto alla vita dei migranti che è negato dai respingimenti alle frontiere terrestri e marittime”.

Questo significa che le Nazioni Unite e l’Unione Europea non permetteranno, dopo l’introduzione del Global Compact, i respingimenti assistiti dei barconi partiti dalla Libia, punto inserito nel programma elettorale della coalizione del centro destra e sviluppato da Gianandrea Gaiani.

L’obiettivo 11 ”Gestire i confini in modo integrato, sicuro e coordinato” auspica dichiaratamente un coordinamento centrale delle frontiere, in piena sintonia con il piano europeo: “Impegno a gestire i confini nazionali in modo coordinato che garantisca la sicurezza e faciliti i movimenti regolari di persone, nel pieno rispetto dei diritti umani di tutti i migranti, indipendentemente dal loro status”. Quindi libero accesso a tutti i migranti, senza alcuna distinzione tra i reali beneficiari della protezione internazionale e i migranti economici.

Rafforzare la certezza e la prevedibilità nelle procedure di immigrazione” è l’obiettivo 12, e prevede la standardizzazione a livello internazionale delle metodologie riguardanti la gestione nazionale degli immigrati (identificazione, valutazione, assistenza, etc). Gli Stati avranno dei protocolli operativi forniti dalle Nazioni Unite, e non godranno più di nessun tipo di libertà nelle procedure di smistamento e riconoscimento degli immigrati.

La detenzione degli immigrati sarà usata solo limitatamente, e questo varrà sia al momento dell’ingresso sia nel procedimento di rimpatrio. Quindi in Italia, saranno pressoché aboliti i CIE (Centri di identificazione ed espulsione), mentre gli Hotspot e i CARA saranno regolamentati per non ledere i diritti degli immigrati che, come documentato, spesso fanno resistenze, anche violente, nelle procedure di identificazione.

L’obiettivo 16 prevede l’impegno dello Stato, che accoglie gli immigrati, di “promuovere società inclusive e coese”, riducendo al minimo le disparità, cercando di aumentare la fiducia dell’opinione pubblica a proposito delle politiche migratorie applicate e facendo comprendere ai cittadini che gli stranieri contribuiscono positivamente alla prosperità del Paese. Le famose “risorse” di boldriniana memoria.

E questi sono solo gli obiettivi più prevaricanti delle sovranità nazionali. Il Global Compact on Migration delle Nazioni Unite, al momento della sua sottoscrizione a fine anno, toglierà ogni tipo di libertà di azione ai governi dei Paesi di transito e/o di arrivo dei migranti. Tutte le procedure saranno standardizzate, realizzando in un prossimo futuro un occidente “no border” dove vigerà la libertà totale di mobilità delle persone oltre a quello delle merci.

E così sarà il vero globalismo voluto dal capitale, con gli orwelliani maiali della Fattoria degli animali al potere.

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Global Compact for Migration

The Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration (GCM)

The Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration is expected to be the first, intergovernmentally negotiated agreement, prepared under the auspices of the United Nations, to cover all dimensions of international migration in a holistic and comprehensive manner. It presents a significant opportunity to improve the governance on migration, to address the challenges associated with today’s migration, and to strengthen the contribution of migrants and migration to sustainable development.  The process to develop this Global Compact for Migration started in April 2017. The General Assembly will then hold an intergovernmental conference on international migration in December 2018 with a view to adopting the Global Compact.

The New York Declaration

For the first time on 19 September 2016 Heads of State and Government came together to discuss, at the global level within the UN General Assembly, issues related to migration and refugees. This sent an important political message that migration and refugee matters have become major issues in the international agenda. In adopting the New York Declaration for Refugees and Migrants, the 193 UN Member States recognized the need for a comprehensive approach to human mobility and enhanced cooperation at the global level and committed to:

  • protect the safety, dignity and human rights and fundamental freedoms of all migrants, regardless of their migratory status, and at all times;
  • support countries rescuing, receiving and hosting large numbers of refugees and migrants;
  • integrate migrants – addressing their needs and capacities as well as those of receiving communities – in humanitarian and development assistance frameworks and planning;
  • combat xenophobia, racism and discrimination towards all migrants;
  • develop, through a state-led process, non-binding principles and voluntary guidelines on the treatment of migrants in vulnerable situations; and
  • strengthen global governance of migration, including by bringing IOM into the UN family and through the development of a Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration

Annex II of the New York Declaration set in motion a process of intergovernmental consultations and negotiations culminating in the planned adoption of the Global Compact for Migration at an intergovernmental conference on international migration in 2018.

What are the aims of the Global Compact for Migration?

The Global Compact is framed consistent with target 10.7 of the 2030 Agenda for Sustainable Development in which Member States committed to cooperate internationally to facilitate safe, orderly and regular migration and its scope is defined in Annex II of the New York Declaration. It is intended to:

  • address all aspects of international migration, including the humanitarian, developmental, human rights-related and other aspects;
  • make an important contribution to global governance and enhance coordination on international migration;
  • present a framework for comprehensive international cooperation on migrants and human mobility;
  • set out a range of actionable commitments, means of implementation and a framework for follow-up and review among Member States regarding international migration in all its dimensions;
  • be guided by the 2030 Agenda for Sustainable Development and the Addis Ababa Action Agenda; and
  • be informed by the Declaration of the 2013 High-Level Dialogue on International Migration and Development.

The development of the Global Compact for Migration – an open, transparent and inclusive process

The Modalities Resolution for the intergovernmental negotiations of the Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration outlines the key elements and timeline of the process. The Global Compact is being developed through an open, transparent and inclusive process of consultations and negotiations and the effective participation of all relevant stakeholders, including civil society, the private sector, academic institutions, parliaments, diaspora communities, and migrant organizations in both the intergovernmental conference and its preparatory process.

For more information see “GCM Development Process“

L’Assemblea generale dell’ONU è stato l’ultimo incontro ai massimi livelli governativi e internazionali prima di giungere all’adozione formale nel 2018 del Global Compact sui rifugiati (GCR), di Nino Sergi

Si è trattato di un ultimo incontro ai massimi livelli governativi e internazionali prima dell’ultima tappa per giungere all’adozione formale del Patto globale sui rifugiati entro il 2018.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha aperto e condotto i lavori, a cui hanno attivamente partecipato ministri e sottosegretari da tutti i continenti dopo gli interventi introduttivi del primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, del ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, della vice-presidente del Costarica Epsy Campbell Barr, paesi ampiamente toccati dalla presenza di rifugiati, del presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim.

Per l’Italia è intervenuto a sostegno del patto globale e della sua adozione il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano che, evidenziando l’alto numero di rifugiati accolti negli anni nelle regioni italiane, ha ribadito la necessità di una condivisione delle responsabilità, in particolare tra paesi europei, anche per garantire accoglienza dignitosa, protezione e particolare sostegno ai più vulnerabili. La premier Sheikh Hasina, fortemente impegnata ad accogliere ed a trovare una soluzione duratura per ridare diritti e dignità ai profughi rohingya, ha anche testimoniato la sua passata condizione di rifugiata, con la propria famiglia, per ben due volte e per lunghi anni, per fuggire a persecuzione politica e morte.

Filippo Grandi ha ricordato l’adozione nel settembre 2016 della Dichiarazione di New York sui migranti e rifugiati. I 193 Stati dell’Assemblea Generale (AG) dell’ONU hanno riconosciuto la necessità di un approccio globale alla mobilità umana, programmando un percorso di consultazione e negoziazione per giungere all’adozione nel 2018 di due patti globali: il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare (GCM) e il Global Compact sui rifugiati (GCR).

La formulazione del GCR è stata affidata all’UNHCR che, basandosi sulla Convenzione di Ginevra del 1951, il relativo Protocollo del 1967 e le altre normative internazionali a tutela e protezione della persona, ha coinvolto in un ampio processo di consultazione tutti i soggetti interessati, governativi, internazionali, privati profit e non profit, istituzioni finanziarie, organizzazioni della società civile, ong, accompagnato da negoziati intergovernativi fino a giungere, dopo mesi di lavoro, alla definizione di un testo condiviso che è stato proposto all’adozione formale dell’AG.

Il pressante appello dell’Alto Commissario Filippo Grandi ai governi presenti chiede che sia mantenuto l’iter di approvazione programmato e che il GCR sia formalmente approvato dall’AG entro dicembre 2018 con il pieno sostenuto dagli Stati, le istituzioni internazionali, la società civile, il settore privato. «I due Compact, sulle migrazioni e sui rifugiati, sono anche l’occasione per riflettere sui valori e sui principi fondamentali delle Nazioni Unite, il cui valore rimane immutato e sono un efficace strumento per combattere contro ogni forma di discriminazione, di xenofobia, di razzismo».

I 35 interventi hanno manifestato apprezzamento per il lavoro svolto in un clima di apertura e dialogo politico e ribadito l’impegno a sostenere la programmazione temporale proposta e l’approvazione formale del Patto globale. Lo stesso impegno è stato assunto dalla presidente della 73° Assemblea Generale, l’ecuadoriana Maria Fernanda Espinosa Garcés, in un sentito intervento in cui ha auspicato che ogni Stato possa quanto prima definire politiche e strumenti vincolanti in applicazione delle indicazioni del Global Compact che non hanno potuto avere carattere giuridicamente vincolante.

Le persone fuggite da guerre, violenze e persecuzioni sono poco meno di 70 milioni, tra rifugiati che hanno chiesto protezione ad altri Stati e sfollati interni. Nel solo 2017 sono state 16,2 milioni: 44.400 al giorno, una ogni due secondi. Il GCR si concentra sulla necessità di una risposta globale con responsabilità e impegni condivisi e sulle azioni per poterla rendere effettiva. Non si limita a rafforzare le risposte di emergenza ma propone soluzioni sostenibili nei paesi di accoglienza ed interventi sulle cause per favorire le condizioni per il ritorno in sicurezza. Dato che la presenza dei rifugiati pesa per l’84% su paesi a basso tasso di sviluppo o poveri (contro il 10% dell’Europa) che si trovano a sostenere sforzi talvolta superiori alle proprie possibilità, il GCR prevede di assicurare agli interventi umanitari fondi addizionali e programmabili per sostenere i paesi che accolgono e di esplorare nuove vie per l’ammissione di rifugiati in altri paesi. Tutti sono chiamati all’assunzione di responsabilità e di impegni, sostenendo con l’UNHCR lo sviluppo di una risposta globale e maltistakeholder (comprehensive refugee response framework), con un Programma di azione e di cooperazione nella condivisione delle responsabilità e delle incombenze, con precisi impegni per ciascuna situazione di rilievo e per le diverse fasi: dal sistema di allerta alla risposta immediata, la programmazione, l’accoglienza e l’assistenza umanitaria, le molteplici necessità sociali, educative, lavorative, formative e di integrazione dei rifugiati, con attenzione ai vulnerabili e ai minori, il sostegno alle comunità ospiti, l’individuazione di soluzioni durature e sostenibili, gli interventi sulle cause per favorire un ritorno sicuro.

Una sfida importante, con problemi e contrasti politici ancora aperti, a cui i due Patti globali sulle migrazioni e sui rifugiati cercano di dare risposte e indicazioni concrete.

 


*Nino Sergi è fondatore e presidente emerito di INTERSOS

2073.- Perché una società neoliberista non può sopravvivere

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Di Margherita Russo

Torniamo ancora una volta a occuparci dell’approccio teorico all’ideologia neoliberista. T.J. Coles, ricercatore presso il Cognition Institute dell’Università di Plymouth e autore di diversi libri, tra cui Human Wrongs (2018, iff Books), in questa analisi critica sostiene, sulla base di una serie di studi socio-psicologici, che le politiche neoliberiste portano alla distruzione della società e hanno come risultato una situazione di caos ed anarchia diffusi, da cui solo pochi possono trarre vantaggio, ma che in ultima istanza porta all’autodistruzione della civiltà così come la conosciamo. In questo contesto, l’inversione di tendenza che si afferma con sempre più forza a livello globale è incoraggiante. Tuttavia è necessario conoscere e capire i fenomeni attuali per poter combattere il declino sociale dell’egoismo e utilitarismo di politiche di austerità ultra-liberiste.

T.J. Coles, 25 ottobre 2018

Humans are complicated creatures. We are both cooperative and sectarian. We tend to be cooperative within in-groups (e.g., a trade union) whilst competing against out-groups (e.g., a business confederation). But complex societies such as ours also force us to cooperate with out-groups – in neighbourhoods, at work, and so on. In social systems, natural selection favours cooperation. In addition, we are biased toward ethical behaviours, so cooperation and sharing are valued in human societies.
But what happens when we are forced into an economic system that makes us compete at every level? The logical outcome is societal decline or collapse.

Gli esseri umani sono creature complicate. Siamo sia cooperativi che settari. Tendiamo a essere cooperativi all’interno di gruppi (ad es. un sindacato) mentre competiamo con gruppi esterni (ad esempio, una confederazione di imprese). Ma società complesse come la nostra ci costringono anche a cooperare con gruppi esterni – nei quartieri, nel lavoro e così via. Negli ecosistemi sociali, la selezione naturale favorisce la cooperazione. Inoltre, esiste una preferenza per i comportamenti etici, quindi la cooperazione e la condivisione sono qualità apprezzate nelle società umane.

Ma cosa succede quando siamo obbligati da un sistema economico che ci vuole competitivi a tutti i livelli? Il risultato logico è il declino o il collasso della società.

IL DOGMA NEOLIBERISTA NEL XX SECOLO

Ne “L’individuo nella società“, Ludwig von Mises, insegnante di Friedrich Hayek (il padre del moderno neoliberismo), scriveva che, nel contratto sociale, il datore di lavoro è alla mercé della folla. Ma in un’economia di mercato improntata all’utilitarismo, “il coordinamento delle azioni autonome di tutti gli individui scaturisce dal funzionamento del mercato“. Quindi, in questo mondo fantastico, i datori di lavoro possono licenziare i lavoratori e sostituirli con quelli più economici senza incorrere nei costi sociali dei sistemi di contratto sociale.

Questo tipo di pensiero ha iniziato a permeare la cultura dei pianificatori del “libero mercato” nei corsi di economia delle università di Ivy League, in particolare dopo gli anni ’70.

Robert Simons della Harvard Business School nota come l’economia sia di gran lunga la disciplina accademica dominante negli Stati Uniti oggi, e che molti laureati trasferiscono questa ideologia dell’interesse personale acquisita all’università nella loro attività lavorativa di gestione patrimoniale, hedge fund, assicurazioni, credito e così via. Simons critica ciò che definisce “l’accettazione universale e indiscussa da parte degli economisti dell’interesse personale – degli azionisti, dei manager e dei dipendenti – come fondamento concettuale per la progettazione e la gestione aziendale“. Simons nota che i lavoratori sono una classe utilitaristica, come lo sono i manager, nel senso che cercano di ottenere maggiori benefici. “Per rimediare a questa situazione potenzialmente catastrofica” dei diritti dei lavoratori, “gli economisti di mercato tentano di canalizzare comportamenti sbagliati usando la teoria dello stimolo-risposta” ossia attraverso una legislazione antisindacale, tagli ai servizi sociali e la minaccia dell’outsourcing. Gli economisti di mercato “hanno elevato l’interesse personale ad ideale normativo”.

IL CONTAGIO DELLA SINISTRA

Nel 1988 l’allora cancelliere Tory Nigel Lawson scrisse che negli anni ’70, “il capitalismo, basato sull’interesse personale, è ritenuto moralmente deplorevole” dalla maggioranza dei britannici. Ma altrettanto immorale per Lawson era l’intervento statale: “Non c’è nulla di particolarmente morale in un’azione governativa pesante“, sosteneva (a meno che non si tratti di salvare le grandi imprese). Ma, fortunatamente per i Tories, “l’ondata ideologica è cambiata“, consentendo loro di ritornare al governo e imporre ulteriori riforme neoliberiste.

Forse l’aspetto peggiore del neoliberismo è il fatto di aver contagiato il partito laburista. Per fare alcuni esempi: un neoliberista statunitense, Lawrence Summers (in seguito il Segretario al Tesoro di Bill Clinton), fece da tutore al giovane Ed Balls, che presto sarebbe diventato il consigliere economico del futuro cancelliere britannico Gordon Brown. Quando era ancora un semplice deputato, Brown ebbe degli incontri con il presidente della Federal Reserve statunitense, Alan Greenspan. Ciò diede inizio nel Regno Unito a un periodo di ulteriore deregolamentazione finanziaria sotto l’egida del sedicente “New Labour”.

Vi furono tuttavia economisti che, a metà degli anni 2000, poco prima del crack finanziario, iniziarono a vedere crepe nell’ideologia, e osservarono:

Vediamo nel pubblico un diffuso disagio riguardo le soluzioni di mercato. Il libero scambio e la globalizzazione, la privatizzazione della previdenza sociale e la deregolamentazione del mercato dell’energia suscitano l’opposizione di molti consumatori, a volte argomentata ​​ma spesso inadeguata. Non è un caso che il sostegno alle soluzioni di mercato sia concentrato tra le classi di maggior successo economico, e l’opposizione tra chi ne ha meno. La libera scelta ha un fascino morale, ma l’aspetto morale è più forte quando non è mescolato all’interesse personale“.

Nel 2008 gli Stati Uniti, e quindi l’economia globale, sono entrate in crisi. Greenspan testimoniò alla Camera dei rappresentanti: “Ho commesso un errore nel ritenere che l’interesse personale delle organizzazioni, in particolare delle banche e di altri, fosse tale da essere in grado di proteggere i propri azionisti e le proprie società azionarie“. Eppure interesse personale significa proprio interesse personale. Gli amministratori delegati e gli alti dirigenti non vedevano la necessità di onorare i loro presunti doveri verso i loro azionisti, per non parlare della popolazione in generale.

CONSEGUENZE SOCIALI

Le conseguenze politiche di decenni di neoliberismo hanno portato all’espropriazione democratica, in particolare durante il periodo di espansione (dagli anni ’70 al 2008), segnato dal declino o stagnazione dell’affluenza elettorale e dall’affermarsi di politiche cosiddette estremiste all’indomani della crisi (dal 2009 a oggi). Ma l’ideologia è radicata nella classe dominante. Così, anche dopo l’inevitabile incidente del 2008, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d’Inghilterra hanno continuato a portare avanti il neoliberismo imponendo austerità rispettivamente ai popoli europei e al Regno Unito.

In questo contesto, le istituzioni finanziarie transnazionali predatorie traggono profitto dal caos. Il fallimento del gigante immobiliare Carillon ne è un esempio calzante. La società fu lasciata fallire e il suo declino avvantaggiò diversi hedge fund, compresi alcuni con sede negli Stati Uniti.

Le conseguenze sociali del neoliberismo sono ancora più gravi. La classe media americana si è ristretta dagli anni ’70, poiché i singoli individui sono diventati o molto poveri o molto ricchi. Uno studio del Harvard Business Review ha rilevato che all’inizio degli anni ’80 almeno il 49% degli americani pensava che la qualità dei loro prodotti e servizi fosse diminuita negli ultimi anni. I tassi di suicidio maschile e femminile hanno continuato a salire a partire dalla metà degli anni ’90. Uno studio recente suggerisce che l’aspettativa di vita è scesa ovunque tra i paesi ad alto reddito.

Nel Regno Unito, l’austerità guidata dai Tory ha causato oltre centomila morti in un decennio, secondo il BMJ. Le popolazioni dei paesi più fragili ne hanno risentito ancora di più. Tra il 1990 e il 2005, i paesi sub-sahariani i cui governi hanno chiesto prestiti di adeguamento strutturale al Fondo monetario internazionale e alla Banca di sviluppo africana hanno visto un incremento da 231 a 360 ​​casi di decessi da parto per 100.000 nati vivi, rispettivamente. Secondo un altro rapporto del BMJ, nei paesi dell’America latina un incremento di solo l’1% della disoccupazione tra il 1981 e il 2010 si è tradotto in “significativi peggioramenti nei risultati di salute“, tra cui un incremento di 1,14 decessi infantili su 1.000 nascite. Tutto questo equivale a un bollettino di guerra di milioni di morti.

Come documentato altrove, le società più vulnerabili, vale a dire le comunità indigene dedite al mantenimento dei loro modi di vita tradizionali, si stanno letteralmente estinguendo man mano che la “civiltà” avanza.

CONCLUSIONI
Se questo modello decennale continua imporsi in tutto il mondo, specialmente in nazioni con popolazioni massicce come l’India e la Cina che sempre più si stanno allineando a politiche neoliberiste, le attuali condizioni di divisione sociale e di infrastrutture fatiscenti sembreranno al confronto solo un minimo inconveniente, in particolare nel contesto di sempre maggiore scarsità di risorse e cambiamenti climatici. Solo se il mutamento culturale contro il neoliberismo cui si assiste oggi, che viene espresso un po’ dappertutto dai movimenti sociali progressisti agli scioperi dei lavoratori, riuscirà a sopravvivere ed espandersi, allora si potrà immaginare un futuro più equo.

2054.- La questione migranti che portò Roma al collasso

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La cattiva gestione dell’ondata migratoria dei Goti, nel quarto secolo, generò le ostilità alla base della Battaglia di Adrianopoli, l’inizio della fine per l’Impero Romano d’Occidente. Una vicenda da cui avremmo da imparare. Il parallelo fra l’invasione controllata e, poi, esplosa, dei Goti e quella dall’Africa sub sahariana di oggi, operato da Elisabetta Intini e pubblicato su Focus, era già venuto a mente, perché, in entrambe le vicende, vi sono alla base le spinte migratorie e la corruzione; ma c’è un particolare: la migrazione dei Goti avvenne sotto la spinta degli Unni; quella dei migranti economici, invece, almeno di quelli che ci invadono dall’Africa, avviene a causa dello sfruttamento delle loro risorse da parte delle multinazionali, anche nostre e delle politiche destabilizzatrici della finanza sovranazionale, che ha sovvertito i fondamenti del nostro mondo. Così, l’Impero Romano si indebolì militarmente per la perdita di intere province, fino a vedere l’invasione dell’Italia da parte di Teodorico, l’Europa, invece, è stata indebolita dal suo interno, attraverso l’invenzione di una moneta con un rapporto di cambio irreversibile. Per l’Italia, si è trattato di condividere la moneta senza più possibilità di agire sui rapporti di cambio, ma senza che si potesse ridistribuire il debito. L’Unione europea è andata in metastasi un giorno dopo l’altro. Non c’è stato bisogno di eserciti per costruire questo disastro. È stato sufficiente creare qualche milione di poveri, molti milioni di ignoranti e contrapporli ad altri milioni di selvaggi; la corruzione e l’arroganza degli ignoranti sta completando masochisticamente l’opera di distruzione di questa seconda civiltà europea. Trovo utile un’altro paragone. L’ordine e la disciplina erano alla base dell’Impero Romano e delle sue legioni; l’amore cristiano per il prossimo fu l’anima della rivoluzione cristiana e di questa civiltà. Diamo atto alla finanza sovranazionale, di aver saputo fare di questo nostro amore, la sua arma. Amen.

 

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Il 9 agosto del 378 d.C., ad Adrianopoli, in Tracia – nella moderna provincia turca di Edirne – si consumava una delle peggiori sconfitte militari mai subite dai romani: il massacro di 30 mila soldati dell’impero, guidati da Flavio Giulio Valente, perpetrato dai Goti, al seguito del re guerriero Fritigerno. Secondo gli storici, quella disfatta segnò l’inizio della catena di eventi che avrebbe portato alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476.

 

Ripercorrere oggi gli eventi che portarono alla battaglia di Adrianopoli è interessante: secondo una lettura dei fatti di allora pubblicata su Quartz, all’origine della strage ci sarebbe stata la cattiva gestione, da parte dei romani, di un’imponente ondata migratoria di Goti avvenuta due anni prima. Gli stessi Goti che si sarebbero trasformati nei carnefici delle legioni dell’Urbe.

IN FUGA DALLA GUERRA. Nel 376 d.C., racconta lo storico Ammiano Marcellino, i Goti furono costretti ad abbandonare i propri territori (nell’attuale Europa orientale) spinti dagli Unni, “la razza più feroce di ogni parallelo”, che premeva da nord sui loro confini. Il loro arrivo, “come un turbine, dalle montagne, come se fossero saliti dai più segreti recessi della Terra per distruggere tutto quello che capitava a tiro”, provocò un bagno di sangue tra i Goti che decisero – come fanno oggi i siriani – di fuggire.

 

RICHIESTA DI ASILO. I Goti, guidati da Fritigerno, chiesero allora ai Romani di potersi stabilire in Tracia, al di là del Danubio: una terra fertile con un fiume che li avrebbe protetti da un’invasione unna. Quell’area era governata dall’imperatore Valente, al quale i Goti promisero sottomissione a patto che avessero potuto vivere in pace, coltivando e servendo i romani come truppe ausiliarie. In segno di gratitudine, Fritigerno si convertì anche al cristianesimo.

VIAGGIO DELLA SPERANZA. Inizialmente le cose sembrarono funzionare: i Romani, nei confronti delle popolazioni sottomesse, esercitavano abitualmente una strategia inclusiva. Preferivano farne cittadini romani e assimilarne la cultura, per evitare future ribellioni. Decine di migliaia di Goti (forse oltre 200 mila) guadarono il Danubio di giorno e di notte, imbarcandosi su navi e scialuppe di fortuna; molti di essi, per il gran numero, annegarono, e furono trascinati via dalle correnti.

 

CORRUZIONE E SOPRUSI. In base agli accordi, i Goti arrivati in Tracia sarebbero stati coscritti nell’esercito romano e avrebbero ottenuto la cittadinanza. Ma gli ufficiali militari che dovevano garantire loro supporto e provviste – un’antica rete di supporto ai migranti – si rivelarono corrotti e approfittarono dei mezzi stanziati per i nuovi arrivati, vendendo le provvigioni al mercato nero. Ridotti alla fame, i Goti furono costretti a vendere i figli come schiavi e a comprare carne di cane dai romani.

 

L’EPILOGO E LA MEMORIA (CORTA). Le ostilità tra le due popolazioni crebbero. Il risentimento covato dai Goti li portò dal desiderare di divenire romani al desiderio di annientare i romani. Fu con questa rabbia covata a lungo che sterminarono gli eserciti di Valente. E la battaglia fu l’inizio della valanga che travolse l’Occidente. Tanto che molti storici assumono il 9 agosto 378 come data spartiacque tra l’antichità e il Medioevo.

 

Nella gestione dei flussi migratori, oggi, ci si prospettano due strade: quella dell’inclusione, e quella del rifiuto e del respingimento. Se è vero che la storia è magistra vitae, abbiamo già visto una volta dove porta la seconda via.

1987.- CRAXI: LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA NEL 1992 FU A OPERA DI SOROS

 

 

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Stopeuro ripropone il video sulla svalutazione della lira avvenuto nel 1992. Nel video vi sono le interventiste a Paolo Cirino Pomicino, Renato Brunetta e Bettino Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni, su Tangentopoli e sul ruolo che si presume ebbero i “poteriforti” e George Soros dietro tutto ciò.

Un anno da ricordare per il nostro paese massonico è il 1992. Nei primi anni 90 la lira era una delle monete forti in Europa, ma quando si alzarono i tassi di interesse (senza un reale motivo per farlo e l’economia andava fin troppo bene) sotto decisione Carlo Azeglio Ciampi ai tempi governatore della Banca d’Italia, le cose sono cambiate. Fu un caso che Ciampi creò le basi per il crollo della lira?

La domanda è lecita perché d’allora la moody’s declassò la lira. Nel settembre dello stesso anno iniziò un violento attacco alla lira che per correre ai ripari venne svalutata del 30% dall’ allora governo Amato.
l soliti squali della finanza tra i quali l’immancabile George Soros, approfittarono della ghiotta situazione trasferendo in valuta estera, in quel caso dollari USA, ben 30000 miliardi di lire, in seguito con un successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse!!! Sembra proprio una bella speculazione organizzata a dovere con la complicità di Banca d’Italia e del suo governatore (nel caso fosse provato, un vero traditore della patria) che in seguito divenne addirittura Presidente della Repubblica Italiana!

 

1986.- Dieci anni di crisi. Da Lehman & Brothers al QE. Di Roberto Pecchioli

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Sono passati 10 anni dal fatidico 15 settembre 2008, data simbolo della crisi finanziaria ed economica più grave dal 1929. Quel giorno crollò la banca d’affari Lehman & Brothers per le insolvenze dei mutui immobiliari esplose nell’anno precedente. La memoria visiva ci rimanda alle immagini di impiegati allibiti che lasciavano gli uffici di New York reggendo scatoloni di cartone con documenti e effetti personali. Le conseguenze di quelle vicende sono ben presenti nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone e meritano qualche riflessione in chiave italiana ed europea.

Soprattutto adesso, in una fase in cui si moltiplicano allarmi e tensioni di chi teme un nuovo crac. Tra le tante dichiarazioni, colpiscono quelle dell’analista internazionale Juan Ignacio Crespo. Preso atto che la crisi del 2008 fu una crisi di sovra indebitamento, rileva che oggi torniamo a essere indebitati oltre ogni ragionevole limite. Per di più, ed è ciò che più inquieta, l’apparente soluzione, in America con la Federal Reserve e poi in Europa, è stata fare altro debito, sempre più debito. E’ stata nascosta la polvere sotto il tappeto, badando che il tappeto appartenesse agli Stati sovrani.

L’operazione più rilevante è stata forzare lo statuto della Banca Centrale Europea affinché acquistasse a mercato aperto quote crescenti di titoli pubblici. Il meccanismo sta per interrompersi dopo circa quattro anni. Il cosiddetto quantitative easing, alleggerimento quantitativo, ha pompato, meglio ha creato denaro dal nulla al ritmo di 60 miliardi al mese, poi addirittura 80, scendendo a 30 nell’anno corrente, dimezzati a 15 negli ultimi tre mesi del 2018. BCE è oggi la principale detentrice del debito pubblico italiano, acquisito con denaro inesistente, garantito dal nostro lavoro.

Astrattamente, Francoforte potrebbe decidere di liquidare quelle somme, il che la obbligherebbe a ricapitalizzare il suo bilancio con la conseguenza di una bancarotta. Per evitarla potrebbe stampare banconote, generando una forte inflazione dagli esiti drammatici. E’ solo una scenario teorico, il più negativo, reso improbabile dallo statuto della banca che impegna alla stabilità, ma è sicuro che la fine degli stimoli artificiali avrà conseguenze sui mercati europei. Non mancano tuttavia le voci che ritengono possibile un effetto benefico sull’economia a medio termine per il prevedibile rialzo dei tassi dopo la fine del QE.

In Gran Bretagna il meccanismo fu adottato dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L’economia si trovò due volte prossima alla recessione. Dopo la conclusione del QE, l’M4 e i prestiti risalirono, il Pil si rafforzò e gli investimenti da parte delle imprese subirono un’accelerazione. Storicamente, è dimostrato che esperimenti di questo tipo, realizzati anche in Giappone e negli Usa, non hanno concorso alla crescita né hanno conseguito l’obiettivo di determinare quel tanto di inflazione permessa dal pensiero unico monetarista, responsabile dei disastri degli ultimi decenni.

Ciononostante la tensione sale. In chiave italiana, pesa l’ostilità aperta di Mario Draghi, uno degli ospiti del panfilo Britannia che diede l’avvio nel 1992 all’affossamento dell’Italia, oltreché il “fuoco amico” capitanato dal Quirinale, a partire dalla sconcertante dichiarazione con la quale ha intimato al governo di “non mercanteggiare” in sede di bilancio europeo. Insomma, dobbiamo rimanere servi felici, pagare e tacere. La conclusione è quella di una profonda vulnerabilità del sistema che si ripercuote su un’Italia fragile e divisa, con l’intero establishment schierato contro il governo gialloblù.

Il mondo è oggi più indebitato di dieci anni fa. E’ cambiata la composizione, sta esplodendo il debito privato negli Usa e in Cina, aumenta costantemente in Francia e Germania, mentre l’Italia sta assai meglio di molti altri paesi nel rapporto tra PIL e debito aggregato, la somma delle esposizioni pubbliche e private. Altrove, come in Spagna, il debito privato è stato tamponato trasferendolo sulle casse pubbliche. Il rapporto debito/PIL non superava il 40 per cento nel 2007, ora sfiora il 100 per cento. Un’immensa trasfusione di sangue dal popolo al sistema creditizio. Dell’agonia greca sappiamo.

Un altro rilievo di Crespo riguarda una lezione dei fatti del 2007/2008: “la crisi cominciò perché i veicoli di investimento speciali, creati per realizzare fuori bilancio quello che non era profittevole in bilancio, ignorarono un principio base: finanziarono a breve termine i loro investimenti a lungo termine.” Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale.

I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”. Non si è riusciti a sciogliere neppure il nodo del ritorno alla divisione tra banche d’affari e banche di credito e deposito, le uniche meritevoli di aiuto pubblico.

La Germania, attraverso il centro di potere politico economico e finanziario rappresentato da Angela Merkel e Jens Weidmann (Bundesbank) ha ucciso la Grecia per salvare i propri istituti esposti dopo averne finanziato non solo il deficit, ma anche garantito gli incauti acquisti ellenici di armi sul mercato tedesco e francese, salvando contemporaneamente con il denaro dei contribuenti (europei!) i suoi colossi alla canna del gas. Ciò che è stato vietato all’Italia nelle crisi di MPS e delle banche venete, Berlino lo ha fatto tranquillamente, nazionalizzando di fatto Deutsche Bank e Commerzbank.

La prima, di cui tutti ricordiamo il ruolo di killer esercitato nel 2011 contro l’Italia con la svendita dei Buoni del Tesoro, ha in pancia 42.000 miliardi di euro di titoli derivati, spazzatura pari a 16 volte il PIL della Repubblica Federale di Germania. Commerzbank non sta meglio; il valore sul mercato dei due istituti è crollato di quasi il 90 per cento, di cui il 35 nell’anno corrente. Si prepara una maxi fusione tra i giganti malati, la cui capitalizzazione complessiva è adesso simile a quella di Unicredit. Weidmann, in un’intervista cui la stampa italiana, sdraiata come sempre sugli interessi antinazionali, non ha dato troppo risalto, ha rivendicato tutte le mosse dell’ultimo decennio che hanno rafforzato il ruolo della Germania e messo sotto scacco l’Europa del Sud, a partire dalla sua principale economia, la nostra.

Illuminante è un brano di Adulti nella stanza, libro dell’ex ministro greco Varoufakis, che rivela la dipendenza del ministro italiano Padoan dal falco tedesco Schaeuble, il quale impartì gli ordini di Berlino al governo Renzi in materia di mercato del lavoro. Solo dopo che passarono n Italia i provvedimenti graditi a Schaeuble, riferisce Varoufakis, cessò l’ostilità tedesca all’Italia.

Nessuna indignazione o finta sorpresa. In Germania hanno difeso i loro interessi, con l’aiuto francese. Il problema è l’impossibilità di suscitare in Italia analoga capacità di agire a tutela di noi stessi. Storia vecchia di secoli: gli italiani spalancano sempre le porte agli stranieri. La politica non tenta neppure di riappropriarsi di ciò che è suo, ovvero il potere di determinare le politiche economiche e quelle finanziarie. Dopo Draghi, arriverà il super falco Weidmann: dalla padella nella brace. E’ ancora possibile inserire in un programma politico la riconquista della sovranità monetaria attraverso una profonda riforma del Trattato di Maastricht nella parte relativa alla Banca Centrale Europea e il ritorno di Bankitalia (un istituto il cui nome contraddice la realtà dei suoi azionisti) in mani pubbliche?

Il tabù resiste e nessun progetto di governo potrebbe oggi permettersi di evocare una rivoluzione tanto grande. Pure, se vogliamo sopravvivere come nazione, potenza economica, speranza di futuro comune e indipendente dai signori del debito, non dobbiamo smettere di alimentare il dibattito, elaborare strumenti, individuare percorsi. Come dicevano della riconquista dell’Alsazia Lorena gli irredentisti francesi dopo la disfatta del 1870, alla sovranità monetaria occorre pensare sempre e, in pubblico, parlarne pochissimo.

Roberto PECCHIOLI

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1960.- Taglio pensioni d’oro, fra dibattito e Costituzione

Vittorio Feltri: Dopo i casini del decreto dignità, la riapertura del Parlamento coinciderà con l’ inizio delle discussioni riguardo alla legittima difesa, al taglio sconsiderato delle pensioni (incluso quello relativo alla reversibilità) e al varo del reddito di cittadinanza…Di Maio può ricorrere all’ aumento del debito? Cioè pagare i suoi aficionados con quattrini inesistenti e pertanto prelevati da forzieri vuoti? Mi sembra improbabile. Se poi egli intende falcidiare le pensioni di chi ha versato i contributi per sovvenzionare coloro che non hanno mai lavorato, scatenerà una lotta micidiale a livelli sociali. Una sorta di battaglia fratricida dai destini incerti. D’ altronde per i 5 Stelle non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale significa perdere consensi e andare alle europee incontro a una sonora sconfitta.

Voglio fare una premessa anch’io: Le pensioni, tranne le loro, quelle che ci siamo pagate, sono parte del contratto di lavoro e, per lo Stato, costituiscono un obbligazione da onorare e non materia con cui fare e disfare per fingersi politici. La pensione di reversibilità alla vedova è la sua pensione guadagnata in una vita e pagata così forfettariamente. E’ un diritto e non si tocca! Aggiungo che, con i contributi versati all’INPS, si dovevano acquistare beni fruttiferi per integrarli nel tempo. Hanno acquistato immobili, pagandoli spesso più del valore e ieri li hanno svenduti al di sotto del prezzo e del valore. Venduto l’immobile, spariti i documenti? Ecco a chi è in mano il nostro futuro, dopo una vita di lavoro!
E, poi:
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia. Un ‘working paper’ del Fmi curato da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi e dal titolo ‘Italy: toward a growth-friendly fiscal reform’ mette in evidenza come ci sarebbero molte aree nel sistema pensionistico in cui l’Italia potrebbe agire per ridurre la spesa e quindi risparmiare.
Una delle ipotesi che potrebbero essere seguite e’ quella dell’eliminazione della quattordicesima e di una riduzione della tredicesima, che potrebbero essere sostituite con interventi anti povertà. C’e’ poi l’introduzione di un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l’orfano.
in realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire:
1. La proprietà della casa. Infatti, gli ultimi dati dell’Istituto di statistica europea rivelano che più di sette connazionali su dieci vivono in abitazioni di proprietà; una percentuale superiore alla media dell’Eurozona (66,6%) e dell’Unione Europea (70%). Il confronto dei dati italiani con quelli degli altri Paesi dell’Ue mostra risultati interessanti. Secondo i dati – aggiornati al 2013 – infatti, la Romania è il primo Paese della lista, con la quasi totalità di persone che vivono in case di proprietà. A seguire la Spagna (77,7%), la Grecia (75,8%), il Portogallo (74,2%) e il nostro Paese (73,0%).
2. Il risparmio. Il risparmio degli Italiani è tra i più elevati al mondo. Il punto debole del Belpaese è piuttosto l’enorme debito pubblico.
Le passività finanziarie di una famiglia italiana è sotto il 90% del reddito disponibile. Molto meno della media dell’Eurozona. Si risparmia troppo e non siamo, perciò, ben gestibili, perciò si deve colpire il risparmio. Cito l’aumento dei tassi d’interesse, l’ingresso di società straniere nel sistema bancario: Société Generale con Unicredit e cito anche il bail in, che ritengo assolutamente incostituzionale. Le regole dell’Unione Bancaria europea completeranno il piano agendo sulle percentuali di crediti detenibili.
3. Le pensioni. Il rapporto sul bilancio del sistema previdenziale del Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali” pone in relazione le “prestazioni in pagamento e la popolazione, con il risultato di una prestazione ogni 2,638 abitanti, in pratica una per famiglia”. Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito. Dimenticavo le esondazioni di Mattarella contro la sovranità, ma non serve.
Buona lettura.

TAGLIO PENSIONI D’ORO, FRA DIBATTITO E COSTITUZIONE


Veniamo al taglio delle pensioni d’oro e al dibattito sulla soglia minima; la proposta di un prelievo una tantum sugli assegni più bassi ed i rischi di incostituzionalità.
Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziale in arrivo con la prossima legge di Bilancio, c’è il taglio delle pensioni d’oro, su cui si scalda il dibattito, con il vicepremier, Luigi Di Maio, che insiste sulla proposta pentastellata di agire sui trattamenti superiori ai 4mila euro netti.

C’è anche una controproposta, formulata da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, che invece pensa a una misura una tantum (una sorta di prelievo di solidarietà), partendo dagli assegni superiori ai 2mila euro netti.

E c’è un possibile punto d’incontro, rappresentato dall’idea del presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, che avanza l’ipotesi di un taglio da applicare a trattamenti più alti, dai 5mila euro netti al mese. Vediamo i termini del dibattito.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
Il punto di partenza è rappresentato da un disegno di legge presentato alla Camera dalle forze di maggioranza, in base al quale la decurtazione dovrebbe riguardare le pensioni superiori agli 80mila euro annui (significa, appunto, circa 4mila euro netti al mese), solo nel caso in cui non corrispondano ai contributi versati. Semplificando un po’, la proposta in pratica applica il sistema contributivo a coloro che sono già in pensione, e hanno assegni superiori alle cifre sopra citate.
Secondo uno studio di Itinerari Previdenziali, firmato da Alberto Brambilla, Gianni Geroldi e Antonietta Mundo, si tratta di una rimodulazione delle regole retroattiva, e quindi di

un’operazione che può presentare una lesione della certezza del diritto e profili di incostituzionalità.
Rivalutazione pensioni alte: blocco costituzionale
14 maggio 2018
Si tratta di una considerazione da non sottovalutare, anche alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale degli ultimi anni, che hanno ad esempio bocciato il blocco della rivalutazione della pensioni di fine 2011, che toccando i trattamenti superiori a tre volte il minimo è stato ritenuto non rispettoso dei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza previsti dalla Costituzione.
La stessa Corte ha, con altre sentenze, ritenuto invece legittimo il blocco della rivalutazione sopra le sei volte il minimo, facendo prevalere la necessità di salvaguardare i conti pubblici. Ma in questo caso il discorso è diverso, perché la proposta di legge delle forze di maggioranza non prevede una misura una tantum, ma di fatto un ricalcolo delle pensioni già in essere.

Tornando al dibattito, come detto il punto di incontro potrebbe essere rappresentato dall’innalzamento della soglia oltre la quale far scattare il taglio: non più 4mila euro, ma 5mila euro al mese. Una misura, quindi, che sarebbe comunque retroattiva, toccando quindi trattamenti in essere, ma tutelerebbe maggiormente i principi di proporzionalità e adeguatezza.

Quota 100 in attesa di dettagli: scenari possibili
31 luglio 2018
Bisogna vedere se e in che modo proseguirà il dibattito, anche alla luce delle altre misure di Riforma Pensioni che il Governo prepara, e che deve ancora decidere in che modo modulare in vista della manovra economica: sembra probabile che la quota 100 venga inserita nella Legge di Bilancio (nhe qui, bisogna vedere in che modo verrà modulata la norma), mentre dovrebbe slittare ai prossimi anni l’uscita con 41 anni di contributi.
di Barbara Weisz, Fonte: iStock

1942.- Prosegue la francesizzazione del sistema Italia. In due articoli: “I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale”. “L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s”.

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La banca Unicredit è di interesse nazionale. La fusione con la banca francese Société Generale, darà ai francesi la possibilità di gestire al ribasso il nostro mercato per,poi, proseguire nelle acquisizioni di altri istituti. Il risparmio italiano sarà preda dell’Unione Bancaria europea, voluta, insieme da Parigi e Berlino. La trattativa parte da lontano ed è così avanzata che Unicredit avrebbe già nominato un senior advisor di Rotschild, l’ex presidente di Société Generale Daniel Bouton, dimessosi nel 2008 a seguito della truffa da 4,9 miliardi subita da un suo giovane funzionario informatico, Jerome Kerviel, che lavorava per l’istituto di credito dal 2002. Morgan Stanley e JP Morgan favorirono il corrispondente aumento di capitale. Dal canto suo, Société Générale avrebbe scelto come advisor Jp Morgan. La vicenda Diciotti ha coperto tante cose. Avete letto chi sono i potenti gruppi finanziari che seguono SocGen e chi sono gli advisor, quindi significa che le trattative per la fusione sono concrete e in fase avanzata. Potrà il Governo Conte fermare questo nuovo assalto all’economia italiana?

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I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale nell’analisi di Michele Arnese su START mag.

Si infittiscono dubbi, rilievi, critiche e allarmi sull’eventualità di una fusione-aggregazione tra Unicredit e la francese Société Générale rilanciata come indiscrezioni da articoli di stampa.

In queste ore dal mondo politico arrivano interrogativi e ammonimenti soprattutto dal versante di centrodestra e di intellettuali vicini alle posizioni della maggioranza di governo M5S-Lega.

Significativo, questa mattina, il tweet di Guido Crosetto, giù sottosegretario nei governi di centrodestra, ora esponente di Fratelli d’Italia nonché presidente di Aiad, l’associazione delle aziende italiane attive nel settore della difesa.

Ma anche ieri ci sono stati tweet preoccupati sull’eventualità di un’acquisizione di Unicredit da parte del gruppo bancario francese, come quelli dell’intellettuale e manager del gruppo Sator, Vladimiro Giacché, e dell’economista della Lega, Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Gli ultimi rumors sono stati svelati il 24 agosto dal quotidiano Mf/Milano Finanza. Secondo il quotidiano del gruppo Class i colloqui tra le due banche per studiare l’integrazione o l’acquisizione non si sono fermati. Unicredit, ha aggiunto Mf, sarebbe affiancata da “consulenti di prim’ordine”, a partire da Bouton.

Daniel Bouton è stato presidente di SocGen, da cui si è dimesso nel 2009 in seguito allo scandalo Kerviel, dopo un decennio alla guida della banca francese.

Anche l’amministratore delegato di UniCredit, Jean Pierre Mustier, è un ex manager di Société Générale e la sua nomina nel 2016 aveva acceso le speculazioni sulla possibilità che i due istituti unissero le forze.

Non solo: a giugno il Financial Times ha scritto che Unicredit stava esplorando la possibilità di una fusione con la rivale francese, aggiungendo che la volatilità della situazione politica italiana aveva causato uno slittamento dei tempi dell’eventuale operazione.

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Dal 2016, l’amministratore delegato di UniCredit è Jean Pierre Mustier (57 anni), ex manager di Société Générale, subentrato a Federico Ghizzoni. l’incertezza sulla politica italiana ha allungato i tempi.

In occasione della diffusione della trimestrale all’inizio di questo mese, Mustier ha detto che il piano della banca al 2019 è basato sulla crescita organica ma che il nuovo piano potrebbe considerare anche la crescita esterna: “L’Europa ha bisogno di banche paneuropee forti e noi intendiamo essere un vincitore paneuropeo”, ha dichiarato.

Ma Unicredit e Société Générale – contattate da Reuters – non hanno commentato le indiscrezioni e Reuters non ha avuto alcun commento da Rothschild.

Anche un esponente di spicco di Forza Italia, come l’economista Renato Brunetta, ministro nel governo Berlusconi, ha di recente stimmatizzato l’operazione. Non solo: ha individuato nelle proposte di Francia e Germania sul completamento dell’unione bancaria in Europa e sulle regole di gestione per gli Npl (crediti incagliati) un piano per favorire indirettamente le mire di Société Générale in Italia.

Ecco che cosa ha scritto Brunetta il 24 giugno scorso:

“L’altra grossa trappola che l’asse franco-tedesco sta preparando all’Italia riguarda il completamento dell’Unione Bancaria, da attuarsi attraverso una maxi pulizia dei bilanci degli istituti di credito, soprattutto sulla parte relativa ai Non-performing loans (NPL). Anche in questo caso, l’accordo franco-tedesco è stato partorito nell’incontro di Mesemberg, dove Parigi e Berlino si sono accordati sulla necessità di introdurre l’obiettivo di ridurre i crediti deteriorati lordi al 5% e quelli netti al 2,5% dei prestiti totali detenuti in bilancio.

Se tale proposta passasse gli istituti italiani, che attualmente detengono NPL lordi per una quota pari all’11% e netti per una quota pari al 6%, dovrebbero fare uno sforzo enorme per rientrare nei parametri, con la quasi certezza che, per raggiungere l’obiettivo, si vedano costretti a ridurre l’ammontare dei prestiti a famiglie e imprese. Una scelta che verrebbe punita dai mercati finanziari attraverso un crollo dei corsi azionari, rendendo gli stessi istituti preda delle acquisizioni straniere. Che l’obiettivo della Francia sia quello di continuare nella sua campagna di conquista del risparmio italiano, già iniziato con le acquisizioni di Pioneer, rilevata da Amundi, e Banca Leonardo, rilevata da Credite Agricole, è cosa nota. Il prossimo obiettivo è quello grosso, la conquista totale di Unicredit, da far confluire in Société Générale“.

Per questo c’è chi ora, anche sulla scia di un articolo del Sussidiario, chiede al governo di intervenire:
Ma come governo e Parlamento possono occuparsi della vicenda?

Paolo Annoni, firma di prestigio, titola: L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s.
I rassetti sono nostri.

Secondo Milano Finanza, le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali ..Una fusione di questo tipo sarebbe ovviamente un’operazione di sistema ai massimi livelli; Unicredit è l’unica banca italiana considerata sistemica a livello europeo e SocGen una delle quattro francesi. Le banche sono una parte centrale del sistema Paese e di qualsiasi sua sovranità sostanziale; chi decide come erogare il credito o se comprare bond statali o meno è per definizione un pezzo centrale del sistema Paese.

Di questa fusione si parla, a scadenze, da un decennio e l’ipotesi è stata rilanciata a inizio giugno anche dal Financial Times. Sull’asse Francia/Italia le operazioni di sistema negli ultimi dieci anni si sono sprecate. Unicredit, così come la principale assicurazione italiana Generali, hanno due amministratori delegati francesi e Unicredit ha “appena” venduto il risparmio gestito, Pioneer, alla francese Amundi in un deal che senza l’approvazione dei due sistemi Paese non sarebbe stato possibile.

La Francia ha un interesse strategico in Italia perché negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi. Avanziamo alcuni possibili spunti.

L’Italia ha ancora una ricchezza che ha pochissimi eguali, ma davvero pochi, tra i Paesi del primo mondo e cioè il risparmio. Gli italiani hanno, per esempio, uno dei tassi di proprietà della prima casa più alti in Europa occidentale. Solo uno dei moltissimi indicatori che testimoniano la ricchezza finanziaria, i risparmi, delle famiglie italiane. Questo è un possibile spunto che si aggiunge al fatto che potrebbe essere meglio mettere i propri soldi in una banca più tutelata, in virtù di un sistema Paese più forte in sede europea, rispetto a quelle italiane.

Il secondo spunto è che comprando o mettendo le mani su una banca di queste dimensioni, ovviamente comanderebbe la Francia, si acquisirebbe una leva di controllo/indirizzo sul Governo italiano notevole. Pensiamo solo al ruolo delle banche italiane nella stabilizzazione dello spread. Si potrebbe pensare che in questo modo, in un certo senso raddoppiando l’esposizione, si arrivi a una situazione tale di sovranità sostanziale sull’Italia da poterne determinare le politiche sia in un vero e proprio senso coloniale, sia come assicurazione sui suoi fremiti “populisti”. Non che in Francia siano messi molto meglio.

Il terzo spunto è come mai proprio nell’estate 2018 e dopo la vittoria dei “populisti” alle elezioni riparta questa trattativa. Oltre alle ragioni di cui al punto due ci potrebbe essere una valutazione “politica”. In molti ritengono che la leadership francese di Unicredit, e anche Generali, possa essere messa in crisi da un Governo “sovranista” che potrebbe volere leadership “più italiane”. Su questa nozione negativa di “sovranismo” in campo economico c’è quasi da ridere perché a parti invertite avrebbero schierato l’esercito pur di evitare quello che si è visto in Italia. Qualunque Governo senza una mentalità da colonia, dagli Stati Uniti alla Germania passando per l’Inghilterra, è sovranista in alcuni campi e la finanza è sicuramente uno di questi.

In ogni caso questo, soprattutto con l’Italia sotto attacco dei mercati, potrebbe essere il momento per affondare un colpo che probabilmente diventerebbe più complicato dopo le elezioni europee con il probabile successo dei partiti che oggi governano e che muoverebbero mari e monti pur di evitare la francesizzazione finale del sistema finanziario italiano. Oggi all’orizzonte, con il contributo determinante di un’opposizione inesistente e a tratti lunare, si intravede alle europee il successo dei “populisti”. Non è affatto un augurio, solo un’analisi. Quindi si deve sfruttare una finestra che rischia di chiudersi.

Ultimo corollario: chiunque dipinga l’operazione come una fusione alla pari sbaglia o mente perché altrimenti i francesi non la farebbero mai. Chiunque dica che è un’operazione di mercato sbaglia o mente perché due banche sistemiche neanche iniziano a parlare senza l’appoggio esplicito di almeno uno dei due sistemi Paese.

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