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1906.- Quando De Benedetti faceva affari con Soros

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IL PRIMATO NAZIONALE. Roma, 13 feb – Molto si è detto e molto si è scritto a proposito dei legami tra Carlo De Benedetti e lo speculatore George Soros: solito materiale proprio dei complottisti o verità scappata ad un’attenta censura?

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Marco De Benedetti, attuale presidente di GEDI Gruppo Editoriale.

Sabato 10 febbraio La Repubblica, quotidiano appartenente a GEDI Gruppo Editoriale ora presieduto da Marco De Benedetti dopo la successione del padre Carlo avvenuta nel 2017, ha pubblicato un articolo quantomeno ruffiano, firmato da Ettore Livini, intitolato “Soros, il filantropo che viene accusato di ogni complotto. I populisti e la destra gli imputano mille trame: l’ultima sarebbe anti-Brexit” in cui si arriva pure a coniare una nuova parola da inserire al più presto nel dizionario della neolingua: la Sorosfobia. Ecco la geniale conclusione: “Tanti nemici, tanto onore. Lui (Soros) tira dritto per la sua strada. «Trump è un pericolo per il mondo, vuol creare uno stato mafioso – ha detto a Davos – Google e Facebook minacciano la democrazia; Paesi autoritari e big dell’hi-tech possono creare una rete di controlli orwelliana». La mappa della Sorosfobia è destinata ad allargarsi ancora”.

Un elemento rende il taglio complottista dell’articolo ancora più grottesco: la pubblicità dell’Espresso presente nella stessa pagina in cui spicca il titolone “Legami pericolosi”, ovvero quelli tra il leader della Lega, Matteo Salvini, e indefiniti uomini legati a Putin allo scopo di riempire le casse del partito. Secondo noi, tra questi uomini sarà presente sicuramente qualche rettiliano.

Non è la prima volta che i media di GEDI Gruppo Editoriale si genuflettono davanti a George Soros e ne tessono le lodi, spesso nei momenti di una sua maggiore vulnerabilità presso l’opinione pubblica italiana. Recentemente, l’anziano magnate ungherese è stato coinvolto in una vera tempesta mediatica a causa del finanziamento del valore di 400 mila sterline a favore di un gruppo anti Brexit in Gran Bretagna[1], e a causa dello scandalo che ha visto la sua Oxfam accusata dal governo britannico di aver coperto alcuni suoi dipendenti colpevoli di aver organizzato un vero traffico di prostitute ad Haiti[2].

A questo punto, ci siamo chiesti il motivo di un simile trattamento di favore dei giornali del gruppo di De Benedetti, e le risposte sono arrivate dopo una semplice ricerca che parte dagli anni ’80.

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Una delle figure che lega Carlo De Benedetti a George Soros è Isidoro Albertini, emblematica figura del mercato mobiliare italiano. Sponsorizzato politicamente da Beniamino Andreatta (l’autore, insieme a Ciampi, del divorzio Ministero del Tesoro – Banca d’Italia) e dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli, oltre ai forti legami con la famiglia dei banchieri Foglia di Banca del Ceresio, Albertini fece una rapida carriera come Presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano, per poi costituire la Albertini e co SIM agenti di cambio, ed essere nominato amministratore del Quantum Fund di Soros. Albertini favorì il primo investimento di George Soros in Italia: l’acquisto di un consistente e a buon mercato pacchetto azionario della Olivetti presieduta proprio da Carlo De Benedetti. In seguito Albertini dichiarò: “Intercettammo il pacchetto da alcuni azionisti minori che volevano vendere e una delle controparti fu appunto Soros, convinto che, pur nelle difficoltà in cui si trovava la società (erano i tempi della prima “crisi” di Ivrea), Olivetti aveva grandi potenzialità di recupero. In effetti fu così e Soros riuscì a realizzare un buon guadagno sull’investimento”[3].

Quindi Soros aiutò l’azienda di De Benedetti ad uscire da una profonda crisi finanziaria, consentendo ad Olivetti di continuare il suo piano produttivo. All’inizio degli anni ’90, De Benedetti e Albertini sono finiti anche in tribunale accusati dalla Cise Spa e da altri sottoscrittori “per aver ordito una sorta di macchinazione, operata grazie alle influenze delle testate possedute dall’ingegnere, che avrebbe dovuto travolgere il Fondo Europrogramme, e consentire a De Benedetti di impossessarsi del patrimonio immobiliare del Fondo a prezzi di saldo”. Nel 1993, però il Tribunale di Milano ha respinto l’azione giudiziaria contro De Benedetti e Albertini.

Ricordiamo, a tal proposito, anche le sentenze positive ricevute nei diversi gradi di giudizio dall’ingegnere durante il lunghissimo procedimento giudiziario riguardante il Lodo Mondadori intentato contro Silvio Berlusconi e la Fininvest, chiusosi nel 2013 con la sentenza civile che condannava quest’ultima al pagamento di 494 milioni di euro alla CIR di De Benedetti come risarcimento dei danni economici. Curiosamente, lo stesso George Soros ha dichiarato di aver iniziato ad operare in Italia con la sua Open Society Foundations nel 2008 “per supportare le battaglie legali contro la concentrazione della proprietà dei media da parte dell’amministrazione Berlusconi”[4]. Le attività legate al magnate sono sempre costellate da innumerevoli coincidenze.

Isidoro Albertini, un signore di Piazza Affari, morto nel dicembre 2015 a 96 anni e Edgar De Picciotto, morto nel marzo 2016 a 87 anni, dopo una lunga malattia. Nel 1969, questo eminente banchiere ginevrino fu il fondatore della Private Banking Union.

Un altro anello di congiunzione tra lo speculatore ungherese e l’imprenditore naturalizzato svizzero è Edgar De Picciotto definito “uno dei banchieri più furbi di Ginevra”; quest’ultimo era socio in affari di De Benedetti ed entrambi sedevano nel Consiglio di Amministrazione della Societé Financière de Genève. Curiosamente, negli anni ’80 il figlio di De Picciotto era tra gli amministratori dell’Olivetti. All’epoca, De Picciotto, come Albertini, era nel CdA di Quantum Fund di Soros. Un’altra curiosa coincidenza.

Abbiamo quindi evidenziato il quadrato “magico” che ha legato negli anni ’80 e ’90 Carlo De Benedetti, gli amministratori del sorosiano Quantum Fund, Isidoro Albertini e Edgar De Picciotto, e George Soros. Nulla di illegale, ovviamente, ma questo può far meglio comprendere le ripercussioni sui contenuti informativi e il relativo taglio editoriale dei prodotti pubblicati sui media posseduti dall’oligarca dell’editoria italiana.

È per questo esemplificativa la data del 31 gennaio 1997[5].

Su La Repubblica vengono pubblicati tre articoli su George Soros: uno sulla pagina economica, in cui si esalta la presenza sempre più attiva del suo Quantum Fund nel sistema finanziario italiano, uno sulla pagina culturale firmato da Mario Vargas Llosa scrittore latino-americano promotore della legalizzazione della droga, in cui il magnate viene dipinto come un genio che dispensa saggezza filosofica sui mali del libero mercato, e l’ultimo sulla pagina editoriale firmato da Giorgio Ruffolo, esponente dell’allora sinistra tecnocratica italiana, in cui si glorifica Soros definendolo pentito delle speculazioni che ha operato in mezzo mondo e si consiglia di seguire il suo consiglio di introdurre una moneta unica europea.

Giorgio Ruffolo era tra gli eletti invitati alla riunione “Progetto Costituente Europa” organizzata, nel febbraio 1997, dalla Open Society Foundations “per decidere il lancio di una campagna continentale che dovrebbe portare alla formazione di un’assemblea costituente e quindi alla stesura della Carta Costituzionale Europea. Una specie di Bicamerale continentale insomma”. Tra gli altri partecipanti italiani anche l’immancabile Emma Bonino. Consigliamo di leggere interamente l’articolo del Corriere della Sera ripreso dal sito di Radio Radicale[6] ricordando che solo 5 anni prima Soros aveva contribuito ad affossare la lira e considerando tutto ciò che è avvenuto successivamente.

Ma il quotidiano di De Benedetti non era ancora soddisfatto dei tre articoli che idolatravano George Soros: perché non screditare ulteriormente Bettino Craxi, uno dei pochi politici italiani a criticare aspramente il magnate ungherese, con un ulteriore articolo pubblicato il medesimo 31 gennaio 1997[7]?

Non entriamo in merito alla incredibile e paradossale gestione della crisi del 1992 operata da Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato, ma è imbarazzante la strenua difesa che La Repubblica persegue degli allora Governatore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio, a distanza di 5 anni e viste le ripercussioni sul tessuto economico italiano, banalizzando le considerazioni di Craxi sulla questione. Per ascoltare le attualissime parole di Bettino Craxi sulla crisi del ’92 e su Soros, vi invitiamo a visionare il video “La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros”[8] e a leggere l’intervista a Bobo Craxi del giugno 2016 pubblicata da Il Dubbio[9]. Oltre a riproporre considerazioni del padre che aveva soprannominato il magnate “Squalos” e di lui parlava come di un “pescecane appartenente a quei poteri che volevano ridurre il nostro a un Paese debole e sottomesso” (triste profezia dello statista socialista), Bobo Craxi ha affermato: “Mio padre nel ’92 denunciò la speculazione del finanziere che aveva come obiettivo la distruzione dell’Italia. Oggi fa lo stesso con l’aiuto di gente come Di Maio: un fascista da monetine, con l’abito buono”, anticipando la nostra inchiesta sui legami tra Soros e il Movimento 5 Stelle pubblicata sulla rivista del Primato Nazionale di febbraio.

Merita di essere citata anche l’interrogazione parlamentare del novembre 1995[10] presentata da Antonio Parlato e Maurizio Gasparri, allora esponenti di Alleanza Nazionale, seguita all’esposto depositato da Paolo Raimondi e Claudio Ciocanti, presidente e segretario generale del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, “in cui si chiede l’apertura di un procedimento giudiziario nei confronti di Soros per verificare se la sua ammessa attività speculativa contro la lira sia stata fatta in violazione dell’articolo 501 del codice penale”.

L’esposto del Movimento internazionale per i diritti civili – solidarietà “mette in relazione la conseguente drammatica svalutazione della lira con l’incontro quasi cospirativo tenutosi il 2 giugno 1992 sullo yacht Britannia della regina Elisabetta d’Inghilterra, dove l’alta finanza britannica, massicciamente coinvolta nella speculazione degli strumenti derivati, concordava con uomini di Governo, quali Mario Draghi, direttore generale del Ministero del tesoro e Beniamino Andreatta, la privatizzazione delle Partecipazioni statali che, con l’attacco speculativo di settembre, sarebbe stata fatta a prezzi stracciati. L’esposto documenta anche il ruolo della finanziaria di Soros, il Quantum Fund, che ha tra i suoi amministratori Isidoro Albertini della “Albertini e co SIM agenti di cambio” di Milano e Edgar de Picciotto della Union Bancaire Prive’e (UBP) di Ginevra in attività poco lecite.

Come era logico presumere, ne l’esposto depositato presso il Tribunale di Milano ne l’interrogazione parlamentare hanno fatto chiarezza su una delle pagine più buie della storia economica italiana. Ricordiamo che solo i giudici francesi sono riusciti ad accusare in via definitiva per insider trading George Soros, nonostante lo stesso avesse portato la sentenza davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[11].

Sui rapporti tra De Bendetti e Soros non sarà infine inutile citare anche un dato risalente al 2005, quando l’allora esponente della Margherita, Francesco Rutelli, incontrò il magnate ungherese a New York, al 33esimo piano di un grattacielo con vista su Central Park. Dell’incontro dà notizia anche Repubblica, che tuttavia omette, non casualmente, un particolare interessante, riportato invece dal Corriere della Sera del 1° luglio 2005, a pagina 8, in un articolo a firma di Francesco Verderami, dal titolo significativo: “Rutelli vede Soros, De Bendetti fa da sponsor”. Sarebbe stato quindi l’imprenditore italiano a procurare a Rutelli il contatto con Soros. E non crediamo che quest’ultimo accolga tutte le “raccomandazioni” che gli arrivano dall’altra parte del mondo. Fra i due, evidentemente, c’era un rapporto consolidato.

Una piccola conclusione finale: troviamo molto divertente che i giornali della galassia De Benedetti, La Repubblica in testa, accusino di complottismo chi fa ricerca, portando elementi probanti a supporto, a proposito delle ingerenze di George Soros nella politica italiana e internazionale, e poi siano i primi a scorgere ovunque influenze russe, mai provate nonostante tutto il mondo progressista si stia impegnando tenacemente, palesate come giustificazione per elezioni passate dal’esito non congeniale e come spauracchio per votazioni future, arrivando anche ad insinuare che Masha e Orso facciano propaganda dalla loro casetta in Russia[12].

Francesca Totolo

NOTE

[1] George Soros ‘proud’ of donating £400.000 to anti-Brexit campaign: https://www.theguardian.com/business/2018/feb/11/george-soros-proud-donating-anti-brexit-campaign

[2] Scandalo ONG, orge e prostituzione nei paesi poveri: http://www.oltrelalinea.news/2018/02/11/scandalo-ong-orge-e-prostituzione-nei-paesi-poveri/

[3] Addio a Isidoro Albertini, un Signore di Piazza Affari. L’intervista al Sole: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-12-06/addio-isidoro-albertini-signore-piazza-affari-l-intervista-sole-165551.shtml?uuid=ACzU1MoB

[4] La Open Society Foundations in Italia: https://www.opensocietyfoundations.org/explainers/open-society-foundations-italy/it

[5] La Repubblica, archivio: https://ricerca.repubblica.it/ricerca/repubblica?fromdate=1997-01-31&todate=1997-01-31&month=01&year=1997&day=31&filter_people=george+soros

[6] Soros federalista europeo: http://www.radioradicale.it/exagora/soros-federalista-europeo-0

[7] Craxi – Ciampi, e’ polemica sulla svalutazione del ’92: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/01/31/craxi-ciampi-polemica-sulla-svalutazione.html

[8] La svalutazione della lira nel 1992, Craxi contro Soros: https://www.youtube.com/watch?v=52i6Y10rxMA

[9] Craxi: «Soros appoggia i populisti per distruggere l’ Europa»: http://ildubbio.news/ildubbio/2016/06/29/craxi-soros-appoggia-i-populisti-per-distruggere-l%C2%92europa/

[10] INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/15250 presentata da PARLATO ANTONIO (ALLEANZA NAZIONALE) in data 19951106: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/15250&ramo=CAMERA&leg=12&tipoAtto=INTERROGAZIONE%20RISPOSTA%20SCRITTA&testo=interrogazione%204%2015250

[11] La sentenza francese contro George Soros, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e i suoi giudici: https://www.lucadonadel.it/la-sentenza-francese-contro-george-soros-e-i-suoi-giudici/

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1890.- Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Bechir Rabani, giornalista indipendente morto suicidato. É evidente che aveva scoperto cose che non doveva sapere né divulgare. Proprio per questo ci attendiamo che si indaghi più a fondo prendendo debite precauzioni, sì perché quando ti ammazzano significa che hai preso un pesce molto grosso.
Da Controinformazione.info

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

Bechir Rabani, giornalista libero
Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario, è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti: TheTruth Seeker Culture-wars.com. Traduzione e nota: Luciano Lago

1843.- DE GRAUWE E LA “CONCESSIONE” DEL LIBERAL-GLOBAL ORDER (“UN ERRORE NEL SISTEMA”)

Abbiamo il piacere di augurare “Buon Lavoro” al fondatore di Orizzonte48, professor Luciano Barra Caracciolo, giurista e magistrato, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Politiche Europee.
Non è il primo incarico del genere per il giurista e magistrato romano che nel 1994 era stato nominato consigliere giuridico del Ministro della funzione pubblica Giuliano Urbani primo governo Berlusconi, incarico che aveva mantenuto nel 1995 con Franco Frattini nel Governo – tecnico – guidato da Lamberto Dini (già ministro con Berlusconi). Sempre all’interno del governo Berlusconi I è Barra Caracciolo è stato Capo di gabinetto del Ministero per gli italiani nel mondo. Dal 2001 al 2005 – durante il secondo governo guidato da Silvio Berlusconi – Luciano Barra Caracciolo è stato Vice Segretario generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Migrants wait to disembark from Aquarius in the Sicilian harbour of Catania

1. Accadono strani fenomeni.
In apparenza.
E per comprendere questa apparenza, ragioniamoci un po’ su.
Un indicatore del “variare” di questa apparenza, può essere la posizione che assume Paul De Grauwe, un economista certamente prestigioso e, probabilmente, il più accreditato e organico all’interno dell’ambiente istituzionale e scientifico-economico dell’Ue.

2. Soltanto tredici mesi fa, De Grauwe, chiamato ad esprimersi nel dibattito sull’euro apertosi nel mainstream mediatico italiano, aveva ammesso che la partecipazione all’euro della nostra Repubblica fosse stata un errore, che l’aggiustamento del costo del lavoro da operare per riconquistare la “competitività” fosse “doloroso” ma “anche inevitabile”.
Tuttavia, al tempo, concludeva questa indicazione terapeutica con una diagnosi che addossava praticamente ogni responsabilità – di questo errore e di questa necessaria “sofferenza” (secondo una prognosi che aveva effettuato già Padoan dagli scranni dell’OCSE) – alla realtà antropologica e, di conseguenza istituzionale, italiana (sempre qui, p.5):
“L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.
Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.”
2.1. Quindi tredici mesi fa, per De Grauwe, l’Italia doveva fare le riforme istituzionali per mantenere il privilegio di rimanere nell’eurozona: e questa profonda revisione di ordine costituzionale, come ben sappiamo, perseguiva l’obiettivo di meglio consentire le “riforme strutturali”. La quali, poi, altro non sono che l’aggiustamento, per via di austerità fiscale, del costo del lavoro.

3. E veniamo all’oggi.
De Grauwe muta non secondariamente la sua analisi. E, per di più, la evolve non nella sede dei media italiani, bensì in un’intervista, significativamente, ad una testata tedesca.
Il passaggio saliente dell’intervista rivede profondamente l’attribuzione delle “responsabilità”, imputate ai meccanismi istituzionali dell’euro in sè, – come d’altra parte era di comune dominio (presso la comunità scientifica più prestigiosa) fin dalla sua immutata progettazione iniziale nel rapporto Werner – e non unicamente all’un-fitness antropologico-istituzionale italiana.

4. Lo spunto lo fornisce l’esito elettoral-governativo delle ultime elezioni italiane:
“È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell’Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l’austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia.
Il paese ha decisamente esagerato nell’imporre misure di austerità.
Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa.
Questi paesi avrebbero potuto alleviare l’onere dell’Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C’è un errore nel sistema.”

5. Non andiamo oltre nel riportare il (neo)pensiero di De Grauwe nell’intervista: si tratta di sviluppi logico-economici e corollari a noi ben noti.
Quello che importa è che l’autorevole voce del nostro, ammetta che si è esagerato con l’austerità in Italia. E che l’aggiustamento è stato incongruamente, dal punto di vista politico-economico, asimmetrico (cioè non cooperativo, e quindi, dal punto di vista del nostro sistema costituzionale fondamentale, contrario all’art.11 Cost.). Questo asimmetrico, incongruo e a-cooperativo aggiustamento, peraltro, era del tutto prevedibile alla luce della struttura istituzionale e della composizione statuale, germanocentrica, dell’eurozona: sulla prima la “palma” della primogenitura, ci pare debba andare al compianto Winne Godley (v. qui, nella prefazione), mentre sulla seconda, non paradossalmente, allo stesso Prodi pre-svolta governativa (quale citato da Halevi, qui, p.5).

6. Ma la domanda è: supponendo che questa ammissione, oggi, risulti sostanzialmente copernicana, dopo una fase tolemaica di cui la massima espressione era questa affermazione di Draghi del 2013 “La Germania aiuta (!) al meglio l’euro col rafforzare la propria competitività” (e altre durissime constatazioni…controintuitive, in una mitica intervista a Der Spiegel), essa ha poi un senso politico? Vale a dire: è una qualche concessione che preluda ad un riassetto sensato, sul piano economico-scientifico e del perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni?

7. C’è da dubitarne: ammissioni ufficiose, affidate a esponenti “dal volto umano” dell’establishment €uropeo-global trade, sono in realtà spesso utilizzate come sedativi (per il “populace”) a momenti di destabilizzazione del sistema; in genere scaturenti dai deprecati effetti del suffragio universale nei singoli Stati-nazione (in coerenza con le reazioni già avute dall’establishment liberal-globa in occasione del Brexit-deliryum).
De Grauwe, in fondo, utilizza una tecnica di richiamo al buon senso in cui eccelle Wolff, con il quale, per dire, De Grauwe condivide la pubblicazione di articoli sul Financial Times.
Ma si tratta di un riposizionamento meramente verbale, che prospetta posizioni compromissorie che possono tranquillamente cadere nel nulla, non appena altri strumenti di pressione, di segno del tutto contrario, riducano le opinioni pubbliche a più miti consigli. Quest’ultima è la linea tedesca, come abbiamo visto: tutta spread, impliciti ricatti BCE sulla liquidità e “adesso vi daremo una lezione”.

8. D’altra parte, questa duplice tecnica, – ammissioni ufficiose e comprensive di voci autorevoli dell’establishment sui media/ durezza negoziale e istituzionale senza alcun concreto arretramento -, appare utilizzata, prima di tutto nei confronti del fenomeno Trump.
Gli articoli di Wolf, sopra linkati, in definitiva, tendevano a raggiungere un “ragionevole compromesso”, che la figura del Presidente attuale contiene in sè, e che peraltro, non è tutt’ora considerato accettabile da un liberal-global order sempre più in una posizione di irriducibile preferenza per qualche forma di “eliminazione” dell’avversario.

9. Ce ne fornisce la conferma questo articolo di Zerohedge, a firma di James George Jatras, tratto da The Strategic Culture Foundation, di cui consiglio la lettura completa, attesa la sua visione “panoramica” sui vari temi ricorrenti geo-politico-economici elencati minuziosamente; l’articolo trova il suo punto focale in questo passaggio, (dopo aver peraltro dedicato un paragrafetto proprio alla situazione italiana, testualmente intitolato Viva l’Italia!):
“Sarebbe inaccurato dire che (quelle perseguite da Trump, sul piano geo-politico, economico e commerciale, cioè nel por fine, tra l’altro, a una situazione in cui gli USA praticano unilateralmente il free-trade e i paesi presunti “amici” si dedicano al mercantilismo) possano definirsi “mosse” dello US government, del quale Trump ha solo un parziale controllo.
Con una struttura burocratica di governo – per non dire addirittura di coloro che sono stati nominati da lui stesso – che cerca di sabotarlo ad ogni passo, Trump pare ricorrere all’unico strumento a sua personale disposizione: disruption (cioè, la rottura degli schemi).

(la gente, specialmente della Rust Belt) ha votato per lui perché voleva un toro in un negozio di porcellane cinesi, una wrecking ball (palla di ferro per la demolizione), a bomba a mano umana, un grande “FU” (significato dell’acronimo…intuitivo) al sistema.

Con certezza, nessuno degli sviluppi sopra elencati delle iniziative di Trump è decisivo. Ma presi insieme puntano a una notevole confluenza di buoni auspici, almeno dal punto di vista di quelli che volevano scuotere, e persino infrangere, le comode convenienze che hanno guidato il cosiddetto“liberal global order.”
Ma quelli le cui carriere e i cui privilegi, ed in alcuni casi le cui libertà e le cui stesse vite, dipendono dalla perpetuazione di tale “ordine” non accetteranno con gentilezza questa “buona notte”.
Costoro si stanno innervosendo.
Ciò significa, in particolare, gli elementi dei “servizi speciali” di US-UK, i Democratici e i GOP (Repubblicani) “mai insieme con Trump), i Trump-hating fake news media, e le non-entità burocratiche di Brussels (not only at the European Commission but at NATO headquarters).

Se qualcuno pensa che ci sia un qualche limite oltre il quale i nemici di Trump non si spingerebbero, ci riflettesse bene”.

10. Ecco: un conflitto epocale è dunque già in corso.
L’epicentro (planetario) è il fenomeno di rifiuto popolare che ha innalzato l’onda di Trump.
Per lui, come per chi tentasse in Italia, in un’ulteriore vicenda che sta assumendo una crescente importanza non periferica, di riportare l’interesse nazionale democraticamente espresso al centro dell’azione politica, i nemici sono ben definiti; e, in entrambi i casi, quelli le cui carriere e i cui privilegi dipendono dalla perpetuazione dell’ordine globale liberale, lotteranno con ogni mezzo contro ogni tentativo di porvi fine, ridando senso alle democrazie fondate sulla sovranità popolare.

1842.- Chi finanazia Macron George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

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Diagramma che illustra come Fancy Bear ottiene illecitamente l’accesso ai server privati.

Le e-mail di Macron del 2017 erano fughe di oltre 20.000 e-mail relative alla campagna di Emmanuel Macron durante le elezioni presidenziali francesi del 2017, due giorni prima del voto finale. Le perdite hanno raccolto un’abbondanza di attenzione da parte dei media a causa della rapidità con cui le notizie della fuga si diffondono su Internet, aiutate in gran parte da robot e spammer e hanno accolto le accuse che il governo russo sotto la responsabilità di Vladimir Putin. Le e-mail sono state condivise da Wikileaks e da diversi attivisti di alt-destra americani attraverso siti di social media come Twitter, Facebook e 4chan.
Originariamente pubblicato su un sito di condivisione file chiamato PasteBin, le e-mail non avevano alcun effetto sul voto finale in quanto erano state scaricate poche ore prima di un blackout mediatico di 44 ore che è richiesto dalla legge elettorale francese.
La campagna affermava che le e-mail erano state “ottenute in modo fraudolento” e che i documenti falsi erano mescolati con quelli genuini per “creare confusione e disinformazione”. Numerama, una pubblicazione online incentrata sulla vita digitale, descriveva il materiale trapelato come “assolutamente banale”, costituito da “contenuti di un disco rigido e diverse e-mail di colleghi e funzionari politici marchigiani”. Il senatore degli Stati Uniti dalla Virginia, Mark Warner ha citato la fuga di e-mail come rafforzamento della causa dietro l’indagine del Comitato di intelligence del Senato degli Stati Uniti sull’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016. Nondimeno, il governo russo ha negato tutte le accuse di intervento elettorale straniero.

Pubblicato il contenuto di Macronleaks, una montagna di documenti archiviata nelle caselle di posta elettronica dello staff di Emmanuel Macrone che l’elettorato francese aveva il diritto di conoscere prima della consultazione per le presidenziali.

La stampa d’oltralpe e in particolare Le Monde ha rilasciato un comunicato stampa nel quale afferma espressamente di non aver voluto rivelare il contenuto dei file, per i timori di “influenzare il ballottaggio”: alla faccia del “cane da guardia della democrazia”, interessi oligarchici anteposti a quelli del popolo.

Al solito certi mezzucci hanno le gambe corte e i file sono stati in qualche modo recuperati da altri organi d’informazione e resi pubblici.

Spicca un prestito di otto milioni in favore dell’AFCPEM, l’associazione del candidato di En Marche! per il finanziamento della sua campagna elettorale.

Il finanziamento è stato erogato da Credit Agricole.

Questi soldi dovranno essere restituiti entro il marzo 2019 ed è curioso l’articolo 1415 del contratto: in caso di inadempienza il patrimonio personale di Brigitte, la moglie di Macron, non verrà intaccato.

E’doveroso sottolineare che nessuna banca francese si è detta disposta a finanziare la campagna elettorale di Marine Le Pen, mentre il neo-eletto presidente della Repubblica francese non ha incontrato alcuna difficoltà in tal senso.

E’ il Boston Consulting Group uno dei gruppi che ha manifestato maggior sostegno nei confronti di Emmanuel Macron, viene indicato dal presidente di AFCPEM, Christian Dargnat in una e mail come “ uno dei maggiori sostenitori” e desidera metterlo al corrente “dell’evoluzione del movimento e per scambiare pareri sulle prospettive delle sue azioni”.

Grande è l’interesse del BCG all’attività di Macron, infatti in direttore marketing del gruppo contatta Stephane Charbit, direttore della banca Rothschild a Parigi, per chiedergli di “essere messo in contatto con la persona per organizzare un incontro”.

La presenza del colosso bancario Rothschild è una costante nella campagna elettorale di En Marche, partecipando attivamente a diversi meeting organizzati dallo staff di Emmanuel Macron.

In attesa delle puntate successive un po’ di nomi e cifre intorno a Emmanuel Macron: George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

Unknown

Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

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Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni

1793.- I ROTHSCHILD CONTRO I ROMANOV : UNA GUERRA DURATA 74 ANNI (1844-1918)

Nel 1844 Benjamin Disraeli scrive dell’odio dei Rothschild per la Russia.
Benjamin Disraeli e’ una figura letteraria anglo-ebraica ed aspirante politico.
Diventera’ due volte primo ministro della Gran Bretagna (1868 e di nuovo nel 1874) ed il politico dominante del 19° secolo in Europa.
Molto prima della sua ascesa alla ribalta Disraeli pubblica un romanzo politico ‘Coningsby : the new generation’. Anche se fittizio Coningsby e’ basato sulla politica britannica contemporanea.
Nel libro c’e’ un personaggio di nome Sidonia che rappresenta Lionel Rothschild (figlio di Nathan), Sidonia rivela al politico Coningsby come le forze invisibili, tra tutti l’ebreo ‘Sidonias’, formano gli affari europei ed i movimenti rivoluzionari europei.
Sidonia rivela la sua avversione per la famiglia Romanov (zar della Russia) : ”non c’e’ stata alcuna amicizia tra la corte di San Pietroburgo (Russia) e la mia famiglia”
Disraeli un ‘battezzato’ ebreo era strettamente vicino alla famiglia Rothschild

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1853-1856 : la guerra di Crimea

La guerra di Crimea e’ combattuta tra l’impero russo ed un’alleanza tra la Gran Bretagna, la Francia, e l’Impero ottomano (Turchia). La maggior parte del conflitto si svolse nella penisola di Crimea (Mar Nero/Ucraina). In apparenza la guerra si e’ combattuta per avere influenza sui territori ottomani incluso il controllo della Terra Santa (Palestina) Lo zar russo Nicola I cerca di evitare la guerra assicurando la Gran Bretagna che il suo unico interesse e’ quello di proteggere altri cristiani ortodossi sotto il dominio ottomano musulmano. Ma la Gran Bretagna dei Rothschild e’ determinata a combattere la Russia. La Francia si unira’ a loro. La famiglia Rothschild finanzia lo sforzo bellico britannico-francese contro lo zar. La Russia perde la guerra e preziosi porti nel Mar Nero Tenere la marina russa lontano dal Medio Oriente (futura sede di Israele); Lionel Rothschild finanzio’ la guerra di Crimea contro la Russia

1873: la Lega dei Tre Imperi blocca l’intrigo franco-inglese nel centro ed est Europa
Una mossa brillante del cancelliere tedesco Bismarck ostacola le ambizioni dei Rothschild
1-al fine di dominare l’Oriente e farsi strada verso il Medio Oriente la Lega dei Tre Imperi deve essere rotta
2-un cartone britannico mostra un ritratto poco lusinghiero dei tre imperatori come burattini del cancelliere Bismarck

1877-1878 La Russia ed i suoi alleati balcani vince una guerra contro l’Impero ottomano turco
Il generale Skobolyn era il capo delle armate ortodosse unite sul fronte balcanico durante la guerra russo-turco. Ha liberato gran parte degli ortodossi della Romania, Serbia e Bulgaria dal controllo ottomano

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Benjamin Disraeli

1878 : Benjamin Disraeli agente Rothschild e primo ministro inglese interferisce nel Congresso di Berlino
Nei colloqui di pace del dopo guerra a Berlino, il primo ministro inglese Benjamin Disraeli usa la sua influenza per conto dei turchi sconfitti. Disraeli guida anche un cuneo tra l’Austria-Ungheria e la Russia facendo in modo che alcuni alleati ortodossi appena liberati dalla Russia si posizionino sotto il dominio austro-ungarico. La tensione che Disraeli ha deliberatamente progettato provoca lo scioglimento della Lega dei Tre Imperi.
Cartoni animati politici di quel periodo raffigurano Disraeli che trama al congresso di Berlino e porta l’impero ottomano sulla schiena.

1881 : L’assassinio dello zar Alessandro
I terroristi rossi dei Rothschild riescono finalmente ad assassinare lo zar Alessandro
Con suo figlio Alessandro III ed il nipote Nicola che guardano, i marxisti scagliano bombe al trasporto dello zar. Parti delle gambe di Alessandro sono amputate e sanguinano a morte.
I radicali rossi sono sempre stati controllati dai banchieri NWO-pensa a George Soros ed a ‘Black Lives Matter’ o ”Occupy Wall Street”.

1894 : La Francia adesca la Russia nell’alleanza franco-russa
Isolata dai suoi ex-alleati Germania ed Austria-Ungheria (grazie allo schema dividi et impera di Disraeli al Congresso di Berlino), la Russia si impiglia nella rete francese di intrighi.
L’alleanza franco-russa si lega alle due nazioni in un blocco militare.
Il grande romanziere russo Lev Tolstoj condanna l’alleanza franco-russa come un trucco francese per intrappolare la Russia in una futura guerra contro il nemico della Francia (Germania). Tolstoj sarcasticamente descrisse il colpo amichevole della Francia come una persona che, senza ragione, improvvisamente professava tale amore spontaneo ed eccezionale contro la Russia.

1905 : Jacob Schiff finanzia la vittoria giapponese nella guerra russo-giapponese. Teddy Roosvelt complotta contro la Russia
Il finanziamento di Schiff della guerra del Giappone contro la Russia gli fa guadagnare dall’imperatore giapponese.
Il pupazzo di Schiff Teddy Roosevelt vince un premio Nobel per la pace per spingere le condizioni di pace a favore del Giappone.
Nel corso del 1700 le famiglie Schiff e Rothschild hanno condiviso una casa bifamiliare a Francoforte

1905: i Rossi dei Rothschild sfruttano l’occasione della guerra russo-giapponese per tentare una rivoluzione
Nel 1905, i Rossi dei Rothschild falliscono, ma sarebbero ritornati di nuovo.

Nel 1907 la Gran Bretagna e la Francia attirano la Russia nella trappola della Triplice Intesa
Il tavolo per la prossima guerra e’ stato impostato quando la Gran Bretagna collegata con l’alleanza franco-russa per formare ”la triplice intesa”, ex-nemici della Russia ed i loro padroni Rothschild hanno cercato di usare il potere russo per aiutarli a portare fuori la Germania.
Da parte sua, la Russia, ha visto l’alleanza come un’opportunita’ per regolare vecchi conti con i turchi ottomani, recuperandoli , per il mondo orotdosso, la citta’ portuale strategica e storica di Costantinopoli. Oggi nota come Istambul, Costantinopoli era una volta il centro dell’Impero Romano d’Oriente e la sua chiesa ortodossa.
La sua strategica posizione avrebbe anche dato alla Russia il libero accesso del Mediterraneo.
Questa era l’esca utilizzata per attirare la Russia in una ‘santa alleanza’ con i cospiratori della Francia e Gran Bretagna.

1914-1917 : La Russia risucchiata nella Prima guerra mondiale
La miccia per la guerra mondiale pianificata e’ stato l’assassinio dell’arciduca austriaco Ferdinando nel 1914.
La Serbia era stata accusata dalla stampa austriaca. Quando l’Austria-Ungheria dichiaro’ guerra alla Serbia la Russia lo fece contro l’Austria-Ungheria. In poche settimane Germania, Turchia ottomana e l’Austra-Ungheria erano in guerra con la Russia, Francia e Gran Bretagna.
La Germania era alleata con la Turchia, sia la guerra che la Russia hanno subito perdite terribili.
Alla fine, la Grande Guerra avrebbe portato giu’ 4 imperi; Russia, Austria-Ungheria, Turchi ottomani e Germania. Gli agenti Rothschild avrebbero assunto il controllo su tutti e quattro

1917 : La rivolta dei Rossi dei Rothschild in Russia
Come e’ avvenuto nel 1905, il malcontento per lo sforzo di una guerra persa e abilmente utilizzata per istigare una rivolta popolare.
La rivoluzione di Febbraio del 1917 rovescia lo zar ed istituisce un sistema socialista democratico.
Lo zar e’ preso in custodia prima dell’esilio.
I banchieri ebrei situati in Occidente finanziarono Lenin e la sua bande terroristica

1918 : I bolscevichi eliminano lo zar e la sua famiglia
Gli ‘amici’ dello zar in Gran Bretagna – re Giorgio è cugino e amico dello zar – e Francia non gli avrebbero concesso asilo
Alla vigilia del 6 luglio 1918 la famiglia reale Romanov viene svegliata alle 2 del mattino, gli viene ordinato di vestirsi, poi vengono ammazzati nella cantina di casa dove sono detenuti.
Qualche istante dopo, gli ebrei killer rossi, sparano all’intera famiglia, il loro medico e tre servitori
Alcune delle figlie Romanov vengono accoltellate e bastonate a morte dopo che gli spari iniziali non sono riusciti ad ucciderle.

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da Ninco89

1781.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI. SOLDI PUBBLICI ALLE ONG PRO MIGRANTI.

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Finalmente anche alcune testate giornalistiche si accorgono di chi si trova dietro il piano di invasione dell’Italia, chi lo finanzia, chi lo favorisce e quali sono gli interessi che sono collegati all’immigrazione clandestina. Quello che noi andiamo denunciando e scrivendo da anni diventa finalmente una notizia di cui parlare anche in concomitanza dell’indagine aperta dalla Procura di Catania sulle ONG che hanno il compito di prelevare i migranti dalle coste della Libia e farli sbarcare sulle coste del sud Italia.

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Da Il Nord:

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che riversano orde immani di africani in Italia è la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena è stato il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che ha denunciato il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros carichino a bordi gli africani sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggi i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato.

Le parole di Leggeri – come ha scritto il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio – rappresentano un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia.


Moas?Vi ricorda nulla?

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

E ora, nessuno dica che non sapere chi paga l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operano nella più totale illegalità.
Primo dubbio che i pm di Palermo, Catania e Trapani vogliono chiarire: chi finanzia le costose operazioni in mare? In parte, è la paradossale risposta, i soldi ce li mette lo Stato italiano. L’informazione è contenuta nel bilancio 2016 di Medici senza frontiere, una delle organizzazioni più attive nei salvataggi in mare, col pregio di garantire un minimo di trasparenza. Le Ong non dicono chi sono i loro grandi finanziatori, ma Msf dichiara di aver ricevuto 9,7 milioni di euro di fondi del 5 per mille Irpef. Di questa considerevole somma, nel 2016 dichiara di aver investito 1,5 milioni di euro per «ricerca e soccorso» nel Mediterraneo. Esattamente il tipo di attività attualmente sottoposta a un fuoco di critiche, tra l’altro, dall’agenzia europea Frontex, perché vanifica l’azione di contrasto agli scafisti da parte delle navi militari dell’operazione Sophia, andando incontro ai gommoni dei migranti a ridosso della costa libica, cioè prima che possano essere intercettati dalle navi militari.

In un dibattito ospitato da Sky Tg24, un rappresentante di Msf, Marco Bertotto, ha raccontato: «A noi è capitato in cinque occasioni, in coordinamento con la guardia costiera italiana e dietro autorizzazione di quella libica, di entrare in acque territoriali libiche». La guardia di costiera italiana però nega di aver «coordinato» il salvataggio in Libia, ma di essere solo stata allertata e di aver perciò contattato le autorità libiche.
E che il modus operandi delle Ong non sia solo casualmente in conflitto con l’attività delle autorità italiane ed europee, che vorrebbero sì salvare i migranti in difficoltà, ma anche stroncare il traffico di uomini, lo prova anche il fatto che, come racconta al Giornale un poliziotto in servizio negli hotspot in Sicilia, «i responsabili delle navi delle Ong si rifiutano di consegnare i video dei recuperi di migranti in mare». Lo scopo deliberato è di impedire le indagini su chi era al timone dei gommoni visto che, secondo le organizzazioni umanitarie, non si tratta di scafisti, ma di migranti che si prestano a pilotare le imbarcazioni e in cambio viaggiano gratis.

Ed ecco cosa scrive il sito dell’organizzazione Open Migration sull’operato delle Ong: «Un’operatrice ammette che le missioni in mare per le organizzazioni non governative sono sexy, come testimonia il numero doppio di imbarcazioni in mare rispetto allo scorso anno. Il salvataggio dei migranti è una nuova frontiera del business della solidarietà». Il tutto giustificato dallo scopo umanitario di salvare vite. Anche se nel 2016, quando il numero degli interventi delle Ong è salito dal 5 al 40% del totale, la mortalità dei migranti in mare è cresciuta del 30%. Un’altra Ong, la maltese Moas, ha annunciato: chiederemo il 5 per mille pure noi.

via Controinformazione

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Ci sono ancora popoli che sanno scegliere i loro governanti. Orban blocca le attività di Soros: “lui non può essere al di sopra delle leggi dell’Ungheria”.
Vi sono immensi capitali degli illuminati, rastrellati con le crisi dal 2008 ad oggi, a disposizione, per distruggere l’umanità. Questi fantasmi potentissimi agiscono anche a livello politico dei vari stati, e sono pericolosi, e quindi sono protetti da omertà e silenzio.

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I nigeriani accusati di aver ucciso Pamela Mastropietro discutevano al telefono sul taglio delle ossa di Pamela Mastropietro. Gentiloni dice che abbiamo bisogno di migranti. È questa gente che ha permesso a macellai simili di entrare in Italia.

Soldi pubblici alle Ong pro migranti

La “flotta buonista” boicotta le indagini sugli scafisti. Ma prende milioni dallo Stato. Tre procure siciliane indagano sulle operazioni di soccorso delle Ong nel Mediterrneo e sul loro rapporto con gli scafisti.

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Primo dubbio che i pm di Palermo, Catania e Trapani vogliono chiarire: chi finanzia le costose operazioni in mare? In parte, è la paradossale risposta, i soldi ce li mette lo Stato italiano. L’informazione è contenuta nel bilancio 2016 di Medici senza frontiere, una delle organizzazioni più attive nei salvataggi in mare, col pregio di garantire un minimo di trasparenza. Le Ong non dicono chi sono i loro grandi finanziatori, ma Msf dichiara di aver ricevuto 9,7 milioni di euro di fondi del 5 per mille Irpef. Di questa considerevole somma, nel 2016 dichiara di aver investito 1,5 milioni di euro per «ricerca e soccorso» nel Mediterraneo. Esattamente il tipo di attività attualmente sottoposta a un fuoco di critiche, tra l’altro, dall’agenzia europea Frontex, perché vanifica l’azione di contrasto agli scafisti da parte delle navi militari dell’operazione Sophia, andando incontro ai gommoni dei migranti a ridosso della costa libica, cioè prima che possano essere intercettati dalle navi militari. In un dibattito ospitato da Sky Tg24, un rappresentante di Msf, Marco Bertotto, ha raccontato: «A noi è capitato in cinque occasioni, in coordinamento con la guardia costiera italiana e dietro autorizzazione di quella libica, di entrare in acque territoriali libiche». La guardia di costiera italiana però nega di aver «coordinato» il salvataggio in Libia, ma di essere solo stata allertata e di aver perciò contattato le autorità libiche.
E che il modus operandi delle Ong non sia solo casualmente in conflitto con l’attività delle autorità italiane ed europee, che vorrebbero sì salvare i migranti in difficoltà, ma anche stroncare il traffico di uomini, lo prova anche il fatto che, come racconta al Giornale un poliziotto in servizio negli hotspot in Sicilia, «i responsabili delle navi delle Ong si rifiutano di consegnare i video dei recuperi di migranti in mare». Lo scopo deliberato è di impedire le indagini su chi era al timone dei gommoni visto che, secondo le organizzazioni umanitarie, non si tratta di scafisti, ma di migranti che si prestano a pilotare le imbarcazioni e in cambio viaggiano gratis.
Ed ecco cosa scrive il sito dell’organizzazione Open Migration sull’operato delle Ong: «Un’operatrice ammette che le missioni in mare per le organizzazioni non governative sono sexy, come testimonia il numero doppio di imbarcazioni in mare rispetto allo scorso anno. Il salvataggio dei migranti è una nuova frontiera del business della solidarietà». Il tutto giustificato dallo scopo umanitario di salvare vite. Anche se nel 2016, quando il numero degli interventi delle Ong è salito dal 5 al 40% del totale, la mortalità dei migranti in mare è cresciuta del 30%. Un’altra Ong, la maltese Moas, ha annunciato: chiederemo il 5 per mille pure noi.

1772 .- La fine dell’impero del dollaro

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L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.

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Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti.

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Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.

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Di Wim Dierckxsens e Walter Formento. Sito Aurora. Traduzione di Alessandro Lattanzio

E, per quanto ci riguarda come italiani… non cambierà gran che.

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1760.- LETTERA APERTA

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ORDINE E’ LIBERTA’
I governi di quella cariatide, i parlamenti illegittimi hanno imbalsamato le Forze di Polizia: SI PICCHIANO I CARABINIERI!!! L’Islam, con la sua legge violenta, è funzionale al dominio della Finanza Mondiale globalista. Perciò, hanno tramutato le città in casbah, incoraggiato la violenza che l’Islam predica nel corano, contro la Costituzione (leggetelo!). È questo dei ragazzi pestati a sangue, delle ragazze stuprate, squartate l’Ordine Pubblico? La legge obbedisce, ci impedisce qualunque difesa. in Italia, NELL’INDIFFERENZA GENERALE, SI PRATICA ADDIRITTURA IL CANNIBALISMO. Chi ne parla è contro corrente. Io, cultore dei principi della Costituzione, io che ho il tricolore nella mia casa, sono contro corrente? L’informazione ci depista; la politica ci divide. Chi viene eletto deve conformarsi alla volontà malata di quattro farisei. Siamo uno Stato senza più sistema nervoso, colonizzato dai vermi, incapace di competere in un sistema libero. Siamo in un empasse istituzionale voluto, costruito ad arte con la legge; siamo sull’orlo del precipizio finanziario; saremo travolti da un debito pubblico artefatto, ma non sembra che ci riguardi. Se la democrazia richiede la partecipazione libera dei cittadini, la libertà non fa per noi. Né la Costituzione dei partiti senza regole, né i partiti delle consorterie la vogliono. Il popolo bischero non se ne cura. Preferirà un assegno di disoccupazione, un’elemosina di Stato da spendere la domenica nelle moschee della finanza: all’IKEA, su Amazon, ma finché ce n’è! Nella Repubblica fondata sul Lavoro, il popolo non chiede la dignità di un reddito da lavoro per sé e per i suoi figli. Senza lavoro non c’é dignità e senza dignità non c’è Libertà. Non si investe sulla piena occupazione con l’IRPEF di Bersani, con le tasse non gira l’economia! Non si investe senza una banca centrale che dia al governo la moneta e la Banca Centrale Europea la moneta ce la presta a debito perché è una banca privata! La finanza dittatoriale, sionista ci tiene stretti per la gola. Corre a bloccare i giudici che vogliono fermare la tratta degli schiavi e viene ricevuta a palazzo con gli onori! Il 25 aprile vergognatevi per tutti i morti della Resistenza. I partigiani, mai stati partigiani dell’ANPI lo trascorrano davanti a uno specchio! Gli altri guardino avanti. Abbiamo rischiato la guerra nucleare. Senza scomodare il balcone di Piazza Venezia, ma nemmeno il Parlamento, un impostore ha messo in campo le Forze Armate contro la Siria; ha rifornito in volo i bombardieri del male, ma no! Non era un atto di guerra! Come contro la Serbia, contro l’alleata Libia! In cambio di che? A chi va il premio, visto che non contiamo un beato cavolo? Non mi è rimasto più nulla in cui credere! Nemmeno il papa! Qualunque sistema sarà più democratico di questa repubblica. Liberiamoci dalla dittatura dell’Unione europea e rifondiamo un’Europa libera. Libera come quella della nostra gioventù.

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