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2220.- LA “SUPERCLASSE” DELLA FINANZA E I SUOI CRITICI (in USA)

Dovrebbero rappresentare la forza che accompagna la crescita dell’umanità, ma sono solo l’equivalente di una malformazione genetica o di un parassita troppo grosso.

Blondet & Friends riporta, tradotto, questo articolo di Farhad Manjoo, che punta il dito sul Gotha finanziario mondiale e, perciò, sulla madre dei “milioni di morti per il potere di pochi”: in pratica, sui moderni farisei e il loro folle disegno di un Nuovo Ordine Mondiale.
Quando il nostro amico Giulio Antonio Brianza Troisi scriveva il suo saggio sull’abolizione del denaro, intendeva proprio questo: evitare che uno strumento senz’anima prendesse le redini dell’umanità.

Questi che vedete sono alcuni dei reali possessori degli Stati Uniti d’America. Sembra unirli la stella di David, ma, in realtà, è il denaro che li unisce.
Maurizio Blondet

Abolire i miliardari”:  

quando un  titolo così appare   sul New York Times, il quotidiano più  autorevole dei “liberal”  e della “superclasse progressista”,  bisogna riconoscere  che è un evento in sé. L’autore del pezzo, Farhad Manjoo  (sudafricano di origine indiana, 40 anni, espertissimo delle nuove tecnologie, “un campo che crea e uccide un miliardario all’anno”) dice che in questa veste ha   accumulato un a  vera conoscenza antropologica  del miliardario.  E   va giù duro: “ Possedere un miliardo di dollari è    assolutamente   più di quanto chiunque abbia bisogno, anche tenendo conto dei lussi più esagerati. È molto più di quanto chiunque potrebbe ragionevolmente affermare di meritare, per quanto creda di aver contribuito alla società.  A un certo livello di ricchezza estrema, il denaro inevitabilmente corrompe. A sinistra e a destra,   “compra”  il  potere politico, mette a tacere il dissenso, serve principalmente a perpetuare una ricchezza sempre maggiore, spesso non correlata a nessun reciproco bene sociale”.

(105 miliardi. Non è accettabile)

Eliminare i  miliardari, essenzialmente con la tassazione marginale  progressiva e molto alta, è una richiesta che sta avanzando negli Stati Uniti, dal lato “progressista”.  La deputata Alexandra Ocasio Cortez, 29 anni, esponente in crescita del partito democratico,  femminista militante, sta guidando una campagna  per l’abolizione dei ricconi,  con  lo slogan: “Ogni miliardario  è  un fallimento politico”.  Huffington Post se  n’è uscito con un articolo,  firmato da una ex direttrice del  Wall Street Journal, che pone la domanda: “ Perché  poi i miliardari dovrebbero esistere?”

Should Billionaires Even Exist?

Insomma in USA –  grazie anche all’odio dei liberal per il milionario Trump – l’atmosfera   sta cambiando.   Ne avvertiamo soprattutto i progressisti nostrani, radicali e radicalchic: in USA, da cui accogliete tutte le mode, la moda sta cambiando, si entra nella critica all’iper-capitalismo, e voi  non avete niente da mettervi. Del  resto  cosa volete pretendere, sapendo che gli “intellettuali di sinistra” da noi vanno da Eugenio Scalfari (200 milioni di capitale) ad Augias (“giornalista” da 370 milioni annui),da Fabio Fazio e Saviano con casa a Manhattan passando per le giornaliste Rai da 200 mila e più : se  non miliardari, almeno milionari  e quindi per forza solidali  coi super-ricchi, difensori estremi dei “mercati” e del loro potere punitivo dei popoli e dei populisti,  adoratori dei banchieri centrali e  della UE.

Per essere più precisi, questi  esponenti della “sinistra” sono parte integrante  di quella Jacques Attali  ha chiamato la “superclasse”.

Attali – La Surclasse, l’Express, 7 mars 1999.  

L’ho ritrovato grazie all’amico Nicolas Bonnal.   In questo articolo agghiacciante,   il banchiere  dei Rotschild e uno degli autori   dei trattati europei ha raccontato  e prefigurato vent’anni fa, con gelida freddezza, l’avvenire che ci stata preparando  il sistema di potere di cui  lui è membro.

Negli Stati Uniti, la classe  operaia è rapidamente dissolta dalla concorrenza della tecnologia del Nord e dei bassi salari del Sud. Il salario operaio cala da 20 anni.  In dieci anni, la proporzione di impieghi  precari è quadruplicata, e la possibilità di restare disoccupato almeno una volta nei cinque anni a venire, è triplicata. Questa precarizzazione tocca  a poco a poco la classe  media: ingegneri, commercianti, impiegati, quadri intermedi sono minacciati dall’entrata dell’informatica nei servizi e per la concorrenza dei loro omologhi nel Sud (del mondo) entrambe accelerate dalla telecomunicazione”.

In questo mondo  di precari, sorgeranno le nuove “fortune”.

Queste fortune nuove non sono  quelle dei capitalisti tradizionali  né dei dirigenti dei grandi gruppi, ma invece dei detentori di rendite informazionali,   che dispongano, anche per un tempo breve, di un saper o di saper-fare (know-how) unico” .  Sono i “manipolatori di simboli”, le cui “fortune” sono, in fondo, parimenti precarie (il loro sapere ha  mercato “per breve tempo”).

In questo capitalismo globale di alta competizione e bassa inflazione, bisognerà disporre di capitali liquidi, non avere debiti né immobilizzi, e soprattutto  disporre di una “rendita di posizione”  tecnologica (un sapere, una competenza, un’opportunità di essere  un intermediario utile alla  valorizzazione o  circolazione dell’informazione, un’innovazione nel piazzamento di titoli, la genetica, lo spettacolo o l’arte).

Attali descrive estatico questi fortunati: “Coloro che saranno padroni di queste  rendite costituiranno ciò che chiamo una superclasse, perché non si unificano in una classe che deve i suoi privilegi alla proprietà dei mezzi di produzione. Le teorie liberali o  marxiste non si applicheranno a loro: non sono né imprenditori-creatori di posti di lavoro e di  ricchezza collettiva, né capitalisti  sfruttatori della classe  operaia.  Non possiedono né le imprese, nèi terreni, né i posti amministrativi”.

Essi sono ricchi di un  attivo nomade, monetario o intellettuale e l’utilizzano in modo mobile   essi stessi, mobilitando rapidamente del capitale e delle competenze in  combinazioni cangianti, per finalità effimere  in cui lo Stato non ha alcun ruolo.  Essi non voglio dirigere gli affari pubblici (la celebrità  politica è per loro una maledizione)”.

Essi amano creare, gioire, spostarsi; non si preoccupano di trasmettere le  loro fortune o  potere ai figli: ciascuno per sé. Ricchi, vivono lussuosamente, spesso senza pagare ciò che consumano” . Questi nomadi dell’effimero che stanno  attaccati al telefonino negli aeroporti, sugli aerei, negli hotel del lusso-standard..

“Essi portano con loro  – dice Attali   – il meglio  e il peggio, installando una società  volatile, egoista ed edonista, nel sogno e nella violenza”.

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Violenza? Egoismo, edonismo nomade, sogno e violenza? Evidentemente Attali  prefigura  con precisione chiaroveggente  il regime di Macron, di cui i Gilet Gialli provano la violenza, della Erasmus generation  e dei miliardari nomadi, i cui saperi e successi sono ugualmente  effimeri. Quella classe che “si fa passare per detentrice di una conoscenza superiore”, quella  middle class  globale” descritta da Preve, “ caratterizzata  dalla sua facilità di viaggiare, dall’inglese scolastico, dall’uso moderato delle droghe, da una nuova estetica androgina transessuale”, di  cui Emmanuel Macron è  la incarnazione, e addirittura la caricatura.

Attali  sta dalla parte di  questa superclasse.   Lo  dice il disprezzo con cui tratta “le elites tradizionali europee: anch’esse saranno spazzate via da questi nuovi venuti. Civiltà agricola, l’Europa è di fatto meno ben piazzata dell’America per questa vittoria della mobilità.  Farà  più fatica ad accettare che il potere economico non sia più dei proprietari di  terreni, dei muri, di officine, di diplomi. Le sue elites che cumulano queste proprietà divenute anacronistiche saranno a poco a poco declassate.  La Francia è particolarmente mal preparata a questo avvenire. E’ una nazione contadina e statica (statica perché contadina)”.

Non si legge qui la parafrasi degli insulti di cui Macron ha riempito i  i suoi concittadini? “Galli refrattari alle riforme”, “fannulloni, cinici, estremisti” ,  “une foule haineuse” (folla  odiatrice”, detto dei Gilet Gialli), gente  che non fa che lamentarsi, gente “che non sono niente”…

Attali ci ordinava: “Bisogna accettare questa mutazione, perché questa superclasse porta la creatività e il benessere di domani. […]  L’Europa  non deve avere complessi. Nella formidabile fase di  crescita che inizia, e che durerà trent’anni, l’Europa ha tutte le possibilità di essere la  prima potenza del XXI secolo. A condizione di permettere a questa superclasse europea di esprimersi liberamente e di mettere le sue competenze creative  al servizio  del lungo termine e della solidarietà”.

Non sarà come in America, assicura, dove “una superclasse trionfante  galleggerà sulle acque fangose della miseria, e la riuscita di alcuni si  pagherà al prezzo della marginalizzazione del più gran numero e  della violenza de declassati”-

Certo, gongola Attali, “per questo, bisogna immaginare più che un programma politico, una rivoluzione culturale: l’accettazione del nuovo come  una buona novella, la precarietà come valore, l’instabilità come una urgenza e il meticciato come ricchezza.  La creazione di tribù nomadi adattabili   senza  tregua, liberanti mille energie e  portatrici di solidarietà originali”.

“A questo scopo bisogna cambiare tutto – e presto – nel sistema fiscale, educativo e sociale.  Serve una fiscalità che favorisca la creazione più che il possesso di ricchezze, l’innovazione più che la routine, il lavoro ad alto valore aggiunto più che il lavoro non qualificato. E’ assurdo che ci si interessi solo al lavoro non qualificato, abbassando le tassazioni che gravano su di esso, mentre  la disoccupazione più pericolosa per il futuro delle nostre società  è quella dei giovani diplomati, membri potenziali di questa superclasse e  creatori futuri di impieghi non qualificati. Bisogna favorire in ogni modo la creazione  di prodotti, di idee, di intraprese  per cui nascano  impieghi valorizzanti e che ciascuno possa esprimere le sue potenzialità”.

Se obiettate all’idea che bisogna tassare   di più  i meno qualificati,  ossia i poveri,  Attali ha il rimedio: “In contropartita, bisogna imporre una  giustizia sociale più esigente, che assicuri ad ognuno l’eguaglianza delle opportunità  di accedere a questa superclasse. Ossia, cessare di confondere sicurezza e immobilismo, e dare a ciascuno al minimo i mezzi di mangiare, apprendere e di abitare”.

Sentite, assaporate come Attali si esalta a descrivere la sua utopia, il suo ideale di società, miscuglio inestricabile di sessantottismo totale, di rivoluzione permanente o trotzkismo psichico  radicalmente imposto non solo alla società  ma alle anime, in nome del capitalismo ultimo creativo delle competenze fugaci e  dei mercati effimeri, come le rendite. Egli desidera realizzare come utopia questo mondo orribile dove “la liquidazione delle radici forma la base del programma, per cui solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica” (ci avvertiva già Christopher Lasch).

E infatti, l’Europa di Maastricht è sempre più evidentemente adattata   su misura della superclasse – e dei suoi maggiordomi del circo mediatico e politico.

Nella realtà, questa società ha fatto apparire anche in Europa uno squallido fenoemno americano: quelli dei “working poor”, dei poveri che, pur lavorando, restano poveri:  perché  le loro paghe sono al disotto del 60 per cento del reddito mediano (non medio)  delle  famiglie.  Lavoratori e  lavoratrici che non riescono ad assicurare il cibo ai figli.

In-work poverty has been growing across Europe since the global financial crisis in 2008. Here’s what you need to know about the problems facing the “working poor” pic.twitter.com/iafvrKTU53

— TRT World (@trtworld) January 13, 2019

La mancanza di lavori a tempo pieno, l’austerità, le tasse gravanti proprio sui redditi bassi, sono fra le cause.  Così come l’enorme estensione dei lavori in nero  ed illegali. I “lavoratori poveri” sono numerosi   nella stessa Germania . Milioni di bambini nei paesi europei hanno  un genitore che lavora ma vivono  in povertà.   Famiglie con un salario devono ricorrere ai pacchi delle banche alimentari, che in Usa ricorrono ai food stamps. Altri  lavorano 60 ore la settimana per poi abitare in tuguri e faticare a cavarsela. Le nuove povertà europee sono la diretta conseguenza della  “utopia”  attaliana.

I Gilet  Gialli lo hanno capito – anche perché di questa decomposizione della sociailità, di questo globalismo, sono fra levittime, e sono in gran parte “working poor” –  mentre gli intellettuali “di sinistra”  lino, e li bollano di fascisti. E’ il caso  tipico rilevato da Costanzo Preve:

“Oggi ci troviamo in una situazione nuova: gli intellettuali sono nella stragrande maggioranza più stupidi delle persone comuni”.

Orbene, questo mondo  sta cominciando ad essere messo in discussione   proprio  negli Stati Uniti, ad un livello intellettuale che i nostri “intellettuali” non sospettano nemmeno. Non solo si è capito che i miliardari sono dannosi.

Miliardari, affini ai criminali per irresponsabilità sociale

The American  Interest, bimestrale colto, ha anche cominciato a constatare che i miliardari   che  “vivono in comunità chiuse, viaggiano con jet personali e flotte di autobus privati ​​e mandano i loro figli in scuole esclusive”  eludono vittoriosamente le tassazioni perché non si sentono più obbligati a contribuire, poniamo, ai servizi sociali di un moderno stato sociale. E questo loro rigetto “dall’alto” converge con un altro rifiuto “dal basso “ nelle società globalizzate: “Cartelli della droga, trafficanti di esseri umani, hacker informatici, contraffattori, trafficanti d’armi “ e  mettiamoci i nigeriani cannibali , “che  sfruttano le scappatoie, le eccezioni e le falle  delle istituzioni governative per costruire imperi”, spesso micro-sovranità  neo-tribali incistate nella società come piccole enclaves  impenetrabili.

Tutti e due i gruppi privilegiati opprimono e derubano –  dall’alto  i primi,   dal basso  i delinquenti –  “le classi medie,  – le persone che “giocano secondo le regole” andando a scuola e ottenendo tradizionali lavori della classe media la cui principale virtù è la stabilità. Questo tipo di persone, che non hanno la crudeltà di agire come insorgenti criminali o le risorse per agire come insorti plutocratici, possono solo   assistere all’erosione delle istituzioni sociali  costruite nel corso del 20 ° secolo per garantire un’alta qualità della vita per un’ampia maggioranza di cittadini. A mano a mano che le basi sociali dell’azione collettiva si sgretolano, gli individui delle classi medie potrebbe o dover accettare una progressiva perdita di sicurezza sociale e de facto degrado sociale, o aderire a una delle due cosche del rifiuto”; ovviamente come servi.

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2217.- L’Italia fa guerra a Macron, ma la partita è molto più complessa

 

Sempre, i nodi vengono al pettine. Macron è solamente il rappresentante dei poteri finanziari che hanno voluto, creato e che gestiscono questa Unione europea. La partita è fra i popoli europei, con i loro stati sociali e quei poteri, con la BCE – banca privata, infatti – la sua ipocrisia e la sua austerità. Da una parte, le conquiste delle democrazie, edificate sulle rovine delle non poche conquiste dei nazionalismi, dall’altra parte, avvolta come spire di un serpente, la finanza mondiale, con la sua scia di povertà e di morte, in nome di un governo mondiale, ma di che? La guerra di Macron, passa attraverso la competizione economica, ma è contro i ribelli a quel disegno schiavista, di cui, lui, è soltanto uno dei miseri kapò. I Gilet Jaunes, sono i ribelli. Sono francesi perché sono un popolo coeso, al di sopra delle sacrosante divisioni politiche: quello che gli italiani non saranno mai. L’approccio dei 5 stelle agli eroici paladini gialli della democrazia è soltanto strategia elettorale: nessuna chiamata alle piazze, nessuna presa di posizione concreta delle istituzioni italiane, campioni senza valore da quando, in nome di questa Unione europea, a partire dal presidente della Repubblica, hanno rinnegato la Costituzione e la sua meravigliosa trama dei principi, come andava definirla Stefano Rodotà. Qui, leggiamo Lorenzo Vita, per Occhi della Guerra.

Piccolo uomo con le mani lorde del sangue dei suoi cittadini. Guardo gli occhi orbati, le mani sfracellate dalle granate, i morti e le migliaia di feriti dei patrioti, gli undici poliziotti suicidi. Per lui e il suo ministro Castaner, neanche la forca sarebbe sufficiente espiazione.

La guerra diplomatica fra Italia e Francia continua inesorabile. Dopo lo scontro fra Luigi Di Maio e il governo francese, che ha provocato l’ira di Parigi tanto da convocare l’ambasciatrice italiana al Quai d’Orsay. Lo scontro si fa ogni giorno più acceso. Ieri, il premier Giuseppe Conte e il ministro Enzo Moavero Milanesi hanno provato a disinnescare l’ordigno piazzato da lega e Movimento 5 Stelle.

Il ministro degli Esteri si è incontrato ieri con il suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, per discutere delle tensioni ormai infinite fra Roma e Parigi. Moavero ha provato a dialogare con la controparte francese, ma da parte del ministro d’Oltralpe sembrano essere arrivati toni molto duri. Le Drian era furioso: e non ha fatto niente per nasconderlo. La Farnesina ha provato a smorzare le accuse dicendo che si tratta di “campagna elettorale”. Una tesi che, come spiega La Stampa,è stato lo stesso Di Maio a negare in radice: “Non è campagna elettorale: è una battaglia di civiltà contro l’ipocrisia di Macron”. E la disputa a questo punto non accenna a diminuire.

Anche Conte prova a fare da pompiere. Il presidente del Consiglio ha ribadito che è giusto porsi delle domande sul futuro dell’Europa, sulle sue politiche e su come viene gestito il continente dagli altri Paesi, in particolare da Parigi. Conte tenta di aggiustare il tiro, ritiene legittimo interrogarsi sulle politiche globali sia dell’Unione Europea sia a livello di singoli Stati. “Ma questo non vuol dire mettere in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tanto meno con il popolo francese. Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi, oltreché che europee e di altri Paesi, fianco a fianco per trovare soluzioni condivise”. Il tentativo di rimediare c’è. Ma la Lega né il Movimento 5 Stelle sembrano decise a seguire la linea del premier, che si trova ora a dover fare da paciere in uno scontro che rischia di diventare durissimo per la Francia ma anche per l’Italia.

In questi giorni, da Roma, si sono alzate le colombe per cercare di rimediare allo scontro. La stessa presidenza della Repubblica, con Sergio Mattarella in testa, sta cercando di spegnere le fiamme. E Moavero lavora in strettissimo contatto con il presidente, come più volte sottolineato in questa testata. Lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha espresso in mattinata l’augurio che le “tensioni decrescano”. E del resto, fra Italia e Francia le questioni economiche sono aperte sono moltissime, da Fincantieri Stx ad Alitalia, passando per la grande quantità di grandi imprese italiane che hanno una quota francese.

La diplomazia ufficiale e non ufficiale si inizia a muovere per evitare la guerra. Ma da parte delle forze di maggioranza non sembrano esserci gli stessi intenti. Lo ha dimostrato Matteo Salvini, lo ha dimostrato Di Maio. L’opposizione, invece, è spaccata. La destra di Fratelli d’Italia segue la linea di Lega e M5S. Oggi Giorgia Meloni ha ribadito di ritenere il Trattato di Aquisgrana un “dichiarazione di guerra” contro l’Italia. Da parte di Forza Italia vige un rigoroso silenzio. Mentre il Partito democratico è quello più di tutti protesta per le tensioni con Parigi.

L’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha parlato di un isolamento controproducente da parte italiana. E alla presentazione del libro di Linda Lanzillotta Il Paese delle mezze riforme, l’ex premier Pd ha detto: “Oggi ho letto una dichiarazione del ministro Moavero, persona a cui mi lega stima e amicizia, sulla bagarre incredibile tra Italia e Francia. Dice che si tratta di campagna elettorale… Se questo è il nostro ‘deep State’, allora non c’è da essere per niente tranquilli”. E del resto, Gentiloni è lo stesso premier che ha voluto siglare il trattato del Quirinale con la Francia ricalcando quello dell’Eliseo fra Germania e Francia che è stato blindato e aggiornato ieri ad Aquisgrana da Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

La questione quindi è anche di politica interna dei rispettivi Stati. Ed esistono due diplomazie alternative. Quella ufficiale e quella dei partiti. Da una parte quella ufficiale è paradossalmente molto più legata all’opposizione, con il Pd che si schiera insieme a Moavero e al presidente della Repubblica per raffreddare i toni. E il legame è chiaramente con i grandi gruppi industriali francesi e con Emmanuel Macron, che fu benedetto da tutti i leader del centrosinistra. Dall’altra parte, M5S e Lega si sono schierati con le opposizioni: i pentastellati, senza grandi risultati, con i gilet gialli; la Lega, con risultati molto più positivi e stabili con Marine Le Pen e il suo Rassemblement National. In ballo ci sono le elezioni europee e il blocco sovranista.

Il problema dell’Italia è triplice. Da un lato la Francia ci serve per provare a contrastare la politica di austerity voluta da Berlino. Dall’altro lato, abbiamo enormi interessi economici e industriali in comune. Terzo punto, fondamentale, c’è la Libia che ribolle. Nei giorni scorsi, come ricordato da La Stampa, “il sorvolo dei caccia francesi Raphale nel Sud della Libia a sostegno di un’operazione militare del generale Haftar è stato interpretato come un modo per fare pressione su Tripoli e sulla comunità internazionale, in contrasto con quanto definito alla Conferenza di Palermo”. 

Ora, dopo i commenti di Vita, vi propongo un esempio ignorante, che non si può collocare da qualunque parte e, perciò, fare oggetto di discussione. Italiano? nemmeno, ma uno qualunque dei senatori espressi dal voto altrettanto ignorante e che non sa nulla della competizione in atto.

Dove porta il vento, in nome di un interesse personale senza fondamenta.

2216.- Non è una guerra Italia-Francia Ma di Macron all’Italia giallo-verde

Emmanuel Macron ha dichiarato guerra all’Italia giallo-verde. È questo il vero tema dello scontro diplomatico che in questi giorni coinvolge Italia e Francia. E sbaglia chi crede che questa sia una sfida fra due Paesi che in realtà hanno legami ben più profondi che travalicano la disfida fra Eliseo e Palazzo Chigi. La realtà è che è sì, mai come questa volta i due Stati hanno agende contrapposte. Ma è soprattutto chiaro che il presidente francese, simbolo di quell’élite europea contrastata dai movimenti sovranisti e populisti, vuole infliggere colpi durissimi al governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle, che rappresentano i nemici perfetti dell’inquilino dell’Eliseo.

Parigi ha manifestato da subito la sua totale avversione nei confronti del governo italiano. E se è assolutamente vero che l’esecutivo italiano ha da sempre considerato Macron l’obiettivo numero uno della propria politica estera, è anche vero che non c’è mai stato da parte del presidente francese alcun interesse a dialogare con l’Italia. Anzi, da quando le elezioni di marzo 2018 hanno consegnato una maggioranza del tutto opposta a quanto preferito da Parigi (e Berlino), l’ordine del presidente francese è stato quello di scatenare una vera e propria sfida a 360 gradi nei confronti dell’agenda politica italiana. E lo hanno dimostrato le dichiarazioni nei confronti della maggioranza di governo (da “vomitevoli” a “lebbra nazionalista”) ma anche le azioni messe in atto dall’Eliseo per colpire gli interessi italiani (Libia, Fincantieri, Alitalia, deficit, Europa, migranti, sconfinamenti).

Da questa sfida all’Italia, il governo italiano ha ovviamente reagito con veemenza. E non sorprendono le prese di posizione di Matteo Salvini e Luigi di Maio che, pur con scelte opinabili, hanno sostanzialmente risposto a una serie di attacchi da parte del governo francese. Ma quello che è scaturito successivamente a questo scontro è l’idea, perpetrata da molti, che questo scontro fra governi sia in realtà una sfida fra Italia e Francia. Cioè fra due Paesi e non fra le loro rispettive amministrazioni.

In realtà non è così. E lo dimostrano soprattutto le alleanza politiche costruite in questi anni specialmente fra la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen. E lo dimostrano per certi versi anche i legami instaurati (pur molto fragili) fra Movimento 5 Stelle e gilet gialli. E questa è la dimostrazione più eloquente di come la fantomatica guerra dell’Italia alla Francia, come sostenuto da molti osservatori, sia in realtà un’idea assolutamente superficiale. Questa è una partita ben differente: è una sfida fra due idee di Europa fra loro inconciliabili. Ed è per questo che si sta spostando su un piano internazionale una questione che è prima di tutto politica.

Il governo di Giuseppe Conte, ha scalfito le certezze di un certo sistema europeo basato sull’asse franco-tedesco. Probabilmente non con i risultati sperati e non senza alcune conseguenze anche gravi. Ma è del tutto evidente che se a quelle elezioni presidenziali del 2017 fosse uscita vincente Marine Le Pen, nessuno avrebbe parlato di una guerra fra Italia e Francia, ma probabilmente di due Paesi amici e alleati. Naturalmente nessuno può avere la certezza.

Ma vedendo la profonda sinergia della Lega con quello che era il Front National e soprattutto vedendo l’asse fra le opposizioni e Macron (basti ricordare il legame fra En Marche! e il Partito democratico di Matteo Renzi) non si può non riflettere sul fatto che il presidente francese stia facendo il possibile per isolare e colpire l’Italia più perché rappresenta un avversario politico che un avversario strategico. Anche perché passare dal negoziato sul Trattato del Quirinale con Paolo Gentiloni a contrastare in ogni modo la politica italiana, significherebbe aver cambiato atteggiamento in maniera fin troppo rapida su Roma e le sue strategie. È cambiato il governo e le idee che muovono Palazzo Chigi: ed è per questo che Macron ha fatto scattare le rappresaglie.

2207.- QUANTO VALGONO I BOIA DEGLI EUROPEI

Il caso Alexandre Benalla continua a pesare su Macron.

Dall’Agenzia Giornalistica Italiana, leggiamo le miserie dell’omuncolo messo dalla Finanza a far da boia a un grande popolo, cui, soltanto tra assassini di piazza e suicidi fra le forze dell’ordine, è già costato 24 morti, senza contare gli oltre 2.000 feriti e il vulnus alla democrazia.

L’ex guardia del corpo del presidente francese è tornato alla ribalta lo scorso 31 gennaio. In un’intervista a Mediapart, Benalla aveva rivelato di aver continuato a sentire Macron via Telegram anche dopo l’estate scorsa, quando fu licenziato per aver indossato illegalmente distintivi della polizia e aver malmenato un manifestante. “Ci scambiamo messaggi su molti temi diversi, spesso del tipo ‘come la vedi questa cosa’. Può essere sui gilet gialli, il pensiero su qualcuno o temi di sicurezza”, aveva spiegato. Parole che rischiano inoltre di riaccendere le voci secondo le quali Benalla avesse addirittura una relazione con Macron, che smentì in modo esplicito tale diceria. 

Il caso dei passaporti diplomatici

Macron aveva assicurato di non avere più contatti con la sua ex guardia del corpo dopo il licenziamento e le nuove rivelazioni hanno creato nuovi imbarazzi all’Eliseo. A tenere banco, in particolare, è l’indagine della procura di Parigi sulla mancata restituzione, e il possibile recente utilizzo, dei passaporti diplomatici da parte dell’ex bodyguard per un recente viaggio in Africa. A rivolgersi al procuratore di Parigi, Rémy Heitz, che indaga per “violazione della fiducia”, è stato il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, dopo la diffusione delle notizie di un viaggio di Benalla in Ciad. 

Lo stesso ministero degli Esteri aveva nondimeno assicurato che “il signor Benalla non ha beneficiato di alcuna particolare indulgenza” e  che”diversi passi” sono stati presi dal dicastero per ottenere la restituzione dei passaporti diplomatici dell’ex collaboratore del presidente Macron. Ciò significa che Benalla non ha mai restituito quei documenti? Durante la sua audizione formale, lo scorso settembre, Benalla aveva dichiarato di averli lasciati nel suo ex ufficio all’Eliseo ma pochi giorni fa la stampa aveva raccontato di suoi recenti viaggi d’affari in Africa, ancora in possesso di passaporti diplomatici. Rivelazioni che avevano spinto la Commissione Leggi del Senato a chiedere spiegazioni formali all’Eliseo. Quando si viaggia all’estero con un passaporto diplomatico, l’ambasciata francese non può infatti non esserne a conoscenza.

L’ex guardia del corpo, licenziata per aver picchiato un manifestante, sostiene di scambiare ancora “messaggi su molti temi diversi” con il presidente francese, che smentisce. Benalla è inoltre accusato di aver conservato i passaporti diplomatici e di utilizzarli per viaggi d’affari in Africa, cosa impossibile da nascondere al governo


IL NUOVO SCANDALO CHE TRAVOLGE MACRON

di Maurizio Blondet

Crase: “Stanno per perquisire  En Marche”Benalla: “Ancora?”Crase: “Ho le mie cose dentro. Proverei a andare questa notte, ma il problema è  che ci sono i poliziotti davanti”.Benalla: “Prima che si faccia, avremo portato fuori il denaro dalla cassa  e ci tiriamo fuori dalla merda, si va in Marocco e in Senegal  a divertirsi”.Alexandre Benalla,  il favorito di  Macron, sta parlando con Vincent Crase, un ex gendarme dell’Eliseo. 
E‘ il 26 luglio, entrambi sono sotto inchiesta e non dovrebbero vedersi ( Alexandre Benalla è stato posto in stato di fermo nel quadro dell’inchiesta sui passaporti diplomatici, di cui era titolare, aperta dalla giustizia. ndr).  Invece si parlano : di soldi che  hanno lì, nella sede del partito. Si noti che Crase, è stato comprovato, ha ricevuto un bonifico da 240 mila euro  da un oligarca russo Iskander Makhmudov (ovviamente indicato come “nell’entourage di Putin”) per un servizio di protezione del riccone  e della famiglia.  Crase, appena licenziato, ha fondato una compagnia di sicurezza, Mars, di cui è socio occulto anche Benalla. Il quale, mentendo, aveva  negato tutto nell’audizione al Senato.Benalla non è per niente preoccupato, anzi  è alle stelle, se la ride  di avere  due commissioni d’inchiesta addosso. “Questo ti fa ridere?” domanda l’altro.  E Benalla. “Lui (Macron) ride. E’ morto dal ridere. Nervosamente, ma questo lo fa soffocare dal ridere. Non lo allarma più di tanto.  Se domani c’è una crisi, cosa  vuoi che succeda?”.E aggiunge: “Roba da matti, il Patron ieri sera mi manda un messaggio e mi dice: “Tu te li mangi  in un boccone, tu  sei più  forte di loro, è per questo che ti ho  voluto vicino a m”:Crase: “Dunque il patron ci appoggia?”.Benalla: “Ebbé, fa più che sostenerci, è come folle”, dice ilare e giocondo.  L’altro: “Chi ti sostiene, in concreto?”Benalla enumera: “Il presidente, Madame [Brigitte], Ismael che mi consiglia sui media e compagnia”: Ismael Emelien è un altro braccio destro di Macron.Tutte  questi colloqui sono stati adesso rivelati da Mediapart,  il giornale online: una bomba, un  nuovo  scandalo gigantesco che si abbatte sul banchierino fru-fru  messo all’Eliseo dall’alta finanza per fare “più  Europa” .Secondo  Jean-Luc Melenchon,  senatore e fondatore di France Insoumise (social-comunista) queste rivelazioni sono state passate a  Mediapart “dalla polizia”, più probabilmente da   qualche ala  dei servizi , senza escludere quelli militari; inizia un regolamento di conti contro “Le patron”,  con  l’evidente scopo di rovesciarlo.

2204.- GLOBALIZZAZIONE E MONDIALISMO: IL TRUCCO C’E’ . E PURE LA BENDA MEDIATICA SUGLI OCCHI.

Repubblica. it pubblica “Salviamo Casa Europa”  è il manifesto-appello dei patrioti europei che il filosofo francese Bernard-Henry Lévy ha promosso in vista delle prossime elezioni europee. Tra i firmatari anche Eugenio Scalfari e Roberto Saviano. Dicono: “l’Europa è a rischio a causa del programma delle forze populiste che spazzano il continente”. Non dicono che è a rischio perché è un’anomalia istituzionale, perché non è frutto di una costituzione fondante, accettata, approvata e condivisa dai popoli europei, cui è stata imposta, invece, attraverso i trattati, l’austerità da una banca centrale privata: la BCE.

E, ancora, dicono: “È in questo clima nefasto che nel maggio 2019 si terranno le elezioni europee. A meno che qualcosa non cambi, a meno che qualcosa non intervenga ad arginare la marea che cresce, preme e monta, a meno che in tutto il continente non si manifesti al più presto un nuovo spirito di resistenza, quelle elezioni rischiano di essere le più disastrose che mai abbiamo conosciuto: vittoria dei demolitori”… Non dicono che sperano che il qualcosa che cambi sia la repressione armata della reazione alla brutale, sanguinaria violenza con cui stanno arginando la protesta dei Gilet Jaunes in otto paesi d’Europa. Una violenza che ha fatto 13 morti e oltre 2.000 feriti fra i manifestanti, alcuni orbati dalle granate flashback sparategli in faccia da brevissima distanza; ma che ha prodotto anche 11 suicidi fra le forze della Police e della Gendarmerie costrette ad attuarla.

Dicono i commentatori di Orizzonte48: “Invocano la Casa Europa perché, dandocela come casa, ti tolgono la possibilità di avere una casa reale (che vuol dire anche una casa che si trovi innestata in un tessuto di una comunità) per avere una “casa” metaforica ed ideale con deflazione salariale, sradicamento dalle famiglie, dal territorio e decomposizione sociale”. “E’ il frutto di una pianificazione politica, economica e finanziaria, che ha creato le condizioni per accrescere esclusivamente la ricchezza delle multinazionali, entità economiche prive di territorialità, ma dotate di un immenso potere finanziario”.

Stiamo vivendo l’ultima battaglia degli Stati nazione, sociali, che devono esistere per garantire gli ordinamenti giuridici, fiscali che ognuno di essi esprime in modo proprio. L’alternativa è il disordine, la solitudine e la debolezza di ognuno di noi: ognuno perdente. Gli Stati sono la nostra forza. Uniamoli, senza cancellarli. Facciamo che l’ultima battaglia non sia il nostro canto del cigno e la sconfitta del sogno europeo, quello dei popoli, non quello delle multinazionali, prima fra tutte, quelle finanziarie dei farisei.

Orizzonte48, il blog di Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario di Stato, giudice e costituzionalista, titolava così il 7 aprile 2016:

“GLOBALIZZAZIONE E MONDIALISMO: IL TRUCCO C’E’ . E PURE LA BENDA MEDIATICA SUGLI OCCHI”. È attuale.

1. Perchè, vedete, il “trucco” è sempre lo stesso: prima si crea una situazione istituzionale sovranazionale (cioè un vincolo da trattato internazionale) che non consente agli Stati democratici la tutela dei diritti fondamentali (occupazione, salute, istruzione, previdenza) delle comunità sociali, le più ampie possibile in omaggio alla dottrina che i “confini” statali sono cattivi e guerrafondai. Poi si invoca un rafforzamento di questa situazione istituzionale come rimedio alla insostenibilità creata da essa stessa.Sappiamo ormai che questo è il metodo seguito con la moneta unica europea. Nonostante che questa metodologia fosse stata abbondantemente deunciata in anticipo, e tutt’ora, come distruttiva del benessere e della democrazia.

2. Ma, in realtà, come s’è pure già detto, il trucco del mondialismo, di cui l’UE-UEM sono l’esperimento-pilota, orwelliano, più avanzato – nel senso che se funziona sulle democrazie costituzionali di paesi economicamente e socialmente sviluppati, nulla poi sarà capace di opporglisi-, ha un’unica e solida matrice:in una federazione di stati nazionali la diversità di interessi è maggiore di quella presente all’interno di un singolo stato, e allo stesso tempo è più debole il sentimento di appartenenza a un’identità in nome della quale superare i conflitti stessi (…). Un’omogeneità strutturale, derivante da dimensioni limitate e tradizioni comuni, permette interventi sulla vita sociale ed economica che non risulterebbero accettabili nel quadro di unità politiche più ampie e per questo meno omogenee (Hayek, 1939, “The Economic Conditions of Interstate Federalism”pagg.121-122)”.
3. Muovendo da questa matrice, il discorso può essere strategicamente sofisticato in modo tale da risultare incontestabile e da rendere definitivamente impotenti le reazioni democratiche dei paesi i cui popoli sono sottoposti alla condizionalità e al senso di colpa.Un esempio di questa strategia l’abbiamo vista nelle teorie della Sassen sulla “globalizzazione buona”, cosa che a sua volta presuppone quel diffuso benessere  conseguente al molto presunto “maggior” progresso tecnologico che ne deriverebbe.Nel suo linguaggio paludato, – ma circondato da un’ammirazione incondizionata negli ambienti mondialisti, divenuti paradigma mediatico del bene e della pace-, la Sassen ci spiega infatti che:”La globalizzazione è frutto di “nuovi regimi giuridici“, che, come sappiamo, fanno capo alla conclusione di trattati internazionali che, – come ammette senza alcuna preoccupazione, anzi, con un certo “apprezzamento”, la Sassen-, constano:a) di un punto di riferimento finale, cioè il titolare dell’interesse tutelato e realizzato dai trattati, individuato nelle “marche globali” (sarebbe poi a dire, le industrie multinazionali);b) un punto di riferimento statuale nazionale, individuato in “alcuni settori“, o “alcune componenti” interne allo Stato nazionale (!) che con un lavoro “altamente specializzato” – cioè di quelli ben retribuiti- portano avanti la denazionalizzazione per edificare uno spazio internazionalizzato nell’interesse non dei cittadini – che, necessariamente, sono coloro nel cui interesse devono agire i vari “settori” dello Stato-, ma delle imprese multinazionali.  Infatti queste, poverine, non avendo una persona giuridica che le tutela (a livello mondiale), si devono accontentare di…catturare settori dello Stato per fargli attuare politiche di proprio interesse…non nazionale!”La Sassen poi precisa ulteriormente:”Perché se riconosciamo i processi di denazionalizzazione, se in altri termini comprendiamo che la globalizzazione è un processo parzialmente endogeno al nazionale piuttosto che a esso esterno, possiamo capire che è proprio all’interno del nazionale che si stanno aprendo nuovi spazi politici potenzialmente globali per tutta una serie di attori confinati nel nazionale. Attori che possono prendere parte alla politica globale non solo attraverso strumenti globali, di cui possono anche non disporre, ma attraverso gli strumenti formali dello stato nazionale…”. 
Questo passaggio può apparire un po’ criptico e, addirittura, (nella tentazione di andare oltre), può indurre a soprassedere. Mal ve ne incoglierebbe! Quello che la Sassen ci sta dicendo nel suo metalinguaggio (che l’ha ormai resa celebre) è, tradotto in corretti e concreti termini giuridico-economici: – i politici che assumono il ruolo di promuovere, concludere e, successivamente, attuare i trattati internazionali che tutelano gli interessi delle “marche globali”(=”multinazionali”) acquistano un maggiore e crescente spazio istituzionale, funzionalmente giustificato dallo sviluppo dell’azione agevolatrice già svolta.”

4. Ora, in margine al famoso trilemma di Rodrik, che in realtà è una versione abbastanza standard di cose che altri dicono ancor più esplicitamente – come Sen sopra riportato o prima ancora Rawls, Keynes e Caffè -, si è riaccesa l’attenzione: ovviamente per la preoccupazione di confutarlo, in un momento in cui il capitalismo sfrenato, che è il volto nascosto del mondialismo, pare impaziente di superare gli ostacoli che si frappongono alla sua definitiva affermazione istituzionale.Non sorprendentemente, provvede alla sua dose di confutazione il Sole24 ore.Si espone la spiegazione di Rodrik circa la soluzione per una globalizzazione più o meno, (moderatamente), democratica:«Io non ho dubbi: la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull’iperglobalizzazione – spega ancora Rodrik – . Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con le esigenze dell’economia globale, è quest’ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi più solide per l’economia mondiale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione. Uno strato sottile di regole internazionali, che lascino ampio spazio di manovra ai Governi nazionali, è una globalizzazione migliore, un sistema che può risolvere i mali della globalizzazione senza intaccarne i grandi benefici economici». Non ci serve una globalizzazione estrema, riassume con uno slogan, ma una globalizzazione intelligente.” 

5. Ma il gran finale dell’articolo del Sole è dedicato alla confutazione di questa idea (implicitamente bislacca e retrograda). La liquidazione di Rodrik, come vedrete, è alquanto perentoria (abbiamo aggiunto il link al c.v. di Rosa Lastra. A proposito, perchè rivolgersi proprio e solo a lei, esperta di diritto internazionale della finanza e della moneta, per dare una valutazione sul pensiero di un economista dello sviluppo, in tema di implicazioni istituzionali di assetti macroeconomici internazionali?):“Dunque la ricetta per una globalizzazione intelligente sarebbe un ritorno agli Stati nazionali? Rosa Lastra, docente di International Financial and Monetary Law alla Queen Mary University of London, non è per nulla d’accordo. «Secondo me la dicotomia tra mercati internazionali e leggi nazionali può essere meglio affrontata proprio attraverso l’internazionalizzazione delle regole e delle istituzioni che governano i mercati mondiali – spiega – . La risposta è quella di più leggi internazionali e meno nazionali». Quindi una strada opposta rispetto a quella indicata da Rodrik. L’eccessiva fiducia nelle leggi nazionali accompagnata da deboli standard normativi internazionali è stata anzi una delle cause della crisi finanziaria globale, spiega ancora Lastra. Ma chi può gestire il cambiamento? «Il Fondo monetario internazionale, istituzione al centro del sistema monetario e finanziario internazionale, è nella miglior posizione per diventare uno “sceriffo globale” della stabilità», conclude la studiosa. Con buona pace del trilemma”.

6. Circa la mission del FMI e di come si sia andata trasformando nel tempo, rinviamo a quanto illustrato qui, citandone un passaggio saliente:”Siamo di fronte, oggi più che mai, a quello che Lordon chiama il diritto internazionale privatizzato (cioè, poi, come evidenzia Chang, non certo a vantaggio delle comunità sociali, ma rispondente agli interessi degli eletti, i Bad Samaritans“, professanti il free-trade da invariabili posizioni di forza). 
Anzi tale sistema “istituzionalizzato” risponde, più esattamente, alle potenze vincitrici “occidentali” (problema che ha prima reso scarsamente efficace lo stesso ruolo dellONU e che poi lo ha quasi del tutto reso inutile). Tali potenze hanno esercitato e tutt’ora cercano di esercitare, secondo la loro convenienza politico-economica, il controllo (governance) su WTO, OCSE, WB, e, più che mai, sul FMI.  Quest’ultimo è ormai irreversibilmente trasformato in un organismo che nulla più ha a che fare, semmai in passato l’abbia avuto, con i principi della Carta della Nazioni Unite, cioè con gli scopi fondamentali di queste ultime. Tant’è che nessuno penserebbe di rivolgersi con qualche speranza di essere ascoltato, all’Assembea o altro organo arbitrale delle NU, – divenute ormai troppo “deboli” se non inutili-, per dedurre l’illegittimità provocata dalla inosservanza dell’accordo (di mera forma, ai sensi degli artt.57 e 63 della Carta ONU) concluso dal FMI con le NU, violazione concretizzatasi nella imposizione di una “lettera di Intenti”. Queste “lettere di intenti” sono normalmente impositive, allo Stato indebitato con l’estero, di pesanti “condizionalità” in cambio dell’accesso, mediato attraverso i c.d. “diritti speciali di prelievo”, alla valuta di riserva occorrente nelle transazioni internazionali (quella valuta che i paesi del c.d. “terzo mondo” prima, e poi, grazie alla asimmetria strutturale dell’euro, i paesi “periferici” dell’UEM, non vantano più come “riserva”, essendo impediti, grazie al funzionamento dei mercati “liberalizzati”di capitali e di merci, a procurarsela mediante dei fisiologici attivi della bilancia dei pagamenti, resi impossibili dal funzionamento del free-trade). 
Ma non risulta che tali “condizionalità” imposte dal FMI siano mai state oggetto di censura, mediante raccomandazioni (art.63 della Cartta), di organi dell’ONU, ovvero di lamentela da parte degli Stati per aver violato ciò che l’accordo che “dovrebbe” legare il FMI all’ONU sarebbe teso a garantire: cioè che il FMI (in quanto istituto specializzato delle NU) debba operare nel quadro dei fini indicati come prioritari dall’art.55 della Carta.…..Gli esiti delle “cure” propinate ai vari paesi dalle condizionalità imposte dal FMI non possono certamente ricondursi, neppure nelle più sfrenate fantasie, a tali finalità ed obiettivi.
E le Nazioni Unite, prescegliendo, attraverso il proprio Consiglio economico e sociale, di tralasciare la verifica sostanziale del rispetto dell’art.55 da parte dei suoi istituti o “agenzie” specializzati, hanno lasciato mano libera al FMI per instaurare una precisa concezione del ruolo della moneta e dei modi di correzione degli squilibri nei pagamenti internazionaliche ha finito per negare, anzichè tutelare, diritti umani piena occupazione, elevazione culturale autodecisione dei popoli.

7. Insomma, si poteva chiedere anche una serie di pareri sul tema della globalizzazione, e sulle stesse teorie di Rodrik, a chi, per c.v. e autorevolezza scientifica, è più noto per essersene occupato. Tipo lo stesso Lordon o Chang, che non sono certo gli ultimi arrivati. E lo si poteva fare, se non altro, per completezza di contraddittorio e di informazione.Di Lordon riportiamo questa citazione, proprio perché è particolarmente attinente al tema (ed essendo tratta da “Le Monde Diplomatique”, non era certo meno autorevole):”Ripiegamento nazionale“, in ogni caso, è diventato il termine spauracchio, suscettibile, nella sua genericità, di essere opposto a qualsiasi progetto di uscita dall’ordine neoliberale. Dal momento che, se quest’ordine in effetti si definisce come sforzo di dissoluzione sistematica della sovranità dei popoli, perché possa così dispiegarsi senza intralcio la potenza dominante del capitale, qualsiasi idea di porvi fine non può avere altro senso che quello di una restaurazione di questa sovranità. […] Pronunciare la parola “nazione”, come una delle possibili vie di questa restaurazione della sovranità popolare, forse anche la più agevole o almeno la più facilmente accessibile a breve termine – precisazione temporale importante, visto che il jacquattalismo mondiale può aspettare – pronunciare la parola “nazione”, dunque, significa esporsi ai fulmini dell’internazionalismo, o almeno della sua forma più inconseguente: quella che, o sogna un internazionalismo politicamente vuoto, visto che non indica mai le condizioni concrete della deliberazione collettivaoppure, indicandole, non si accorge che sta semplicemente reinventando il principio (moderno) della nazione su scala più ampia!” 
8. In definitiva, la soluzione offerta dalla Lastra è proprio quel meccanismo sul quale abbiamo portato l’attenzione all’inizio del post: un vincolo esterno rende gli Stati impotenti perchè, contrariamente a quello che afferma la Lastra, le regole derivanti dal diritto internazionale “privatizzato”, dei trattati, vengono affermate in assunto come più forti.Ma tali regole sono forti proprio in quanto hanno un inarrestabile effetto programmatico liberalizzante di scambi e movimenti dei capitali; quindi, sono volte ad affermare la deregolazione dell’intervento e degli interessi pubblici, come discende appunto dalle lettere di intenti del FMI (o dai memorandum della trojka UE), per giungere alla neo-liberista “libertà” degli operatori economici sovranazionali. In altre parole, gli standard delle “leggi” internazionali sono già estremamente forti.Se dovessero non avere più questo contenuto “debole”, che è appunto segno di una grande forza normativa (capace di destrutturare Stati e sovranità!),  semplicemente dovrebbero regolare altri, nel senso di “ulteriori”, interessi: ma gli interessi di chi e, soprattutto, prescelti come?E quali sarebbero le sedi di rappresentanza istituzionale di tali interessi a livello internazionale?Come e da chi sarebero “votate/adottate” leggi di regolazione nel pubblico interesse del sub-strato sociale internazionale? Ammesso che è questo quanto si intenderebbe fare e ammesso che questo pubblico interesse internazionalizzato sia identificabile e concretizzabile, cosa che Hayek nega radicalmente, con una geniale intuizione, ponendo tale negatoria alla base dell’internazionalismo istituzionalizzato (ovvero, del mondialismo della globalizzazione per trattato, ai nostri giorni)?
E un tale paradigma è, sia pur in negativo, cioè come paralisi delle potestà normative statali (avete presente la storiella degli “aiuti di Stato” di fronte a una crisi bancaria che travolga i risparmi tutelati dall’art.47 Cost.?), il massimo della forza cogente storicamente raggiunta dai trattati: cioè la paralisi e la delegittimazione delle fonti giuridiche supreme degli Stati nazionali, cioè le Costituzioni. Questi problemi non sono neppure considerati lontanamente nella semplificata e apodittica confutazione del trilemma di Rodrik da parte della Lastra (e dunque nell’articolo del Sole24h.). Gli interrogativi sopra posti non hanno cioè alcun tipo di risposta.Ma questo, se dal punto di vista mediatico, può essere un abile sistema semplificato di sostegno al paradigma mondialista, dal punto di vista pratico, cioè della soluzione dei problemi macroeconomici e sociali, che si pongono a causa del mondialismo, è solo quello che appare: una pericolosa non risposta

2156.- VOGLIONO FARCI INVADERE A TUTTI I COSTI

Rifugiati. Dopo il Global compact for migration, di pochi giorni fa – che l’Italia non ha, ancora, firmato grazie alla levata di scudi di Giorgia Meloni e alla palla buttata in avanti da Matteo Salvini (per la protesta popolare) – ieri l’Assemblea generale dell’Onu, compresa l’Italia, nonostante l’opposizione di Stati Uniti e Ungheria, ha approvato il Global Compact on Refugees, come parte della risoluzione annuale di quest’anno sull’Unhcr: l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Dicono che è un quadro globale, uno strumento operativo non vincolante, che ha lo scopo di rafforzare la cooperazione e fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte degli oltre 25 milioni di rifugiati al mondo. Infatti, grazie in massima parte all’ONU, al FMI e alla Banca Mondiale e ai loro piani di non-sviluppo, 9 su 10 dei rifugiati vivono in Paesi, dove i servizi di base come assistenza sanitaria o istruzione sono sacrificati al pagamento degli interessi del debito pubblico a FMI e Banca Mondiale. Ma il Patto non punta ad affrontare questi problemi. L’obbiettivo ultimo e reale è la confusione dei popoli europei e la loro soggiogazione.  

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Nell’occasione del contestato Patto Globale per una migrazione sicura (Global compact for migration’ di Marrakech, l’Italia ha scelto di non presentarsi e rinviare una presa di posizione sull’argomento dopo la discussione in Parlamento: un primo dibattito è previsto alla Camera domani 19 dicembre (dopo il voto sul ddl Anticorruzione): l’aula dovrebbe discutere le mozioni che, in modo diverso, chiedono al governo una posizione chiara sull’accordo Onu, proposto a Marrakech il 10 e 11 dicembre, che gestisce i flussi migratori a livello internazionale. Sull’argomento non mancano le tensioni dentro la maggioranza.

 A parole è “uno strumento operativo non vincolante, che ha lo scopo di fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte dei profughi”. Se non ve ne siete accorti, ci stanno circondando. Alle Nazioni unite, c’è qualcosa che non torna in materia di immigrazione. Le carte continuano a darle quelli come Soros. Spadroneggiano.

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L’assemblea dell’Onu ha votato un altro documento globale, stavolta sui rifugiati, ma la filosofia ispiratrice è la stessa. Le nazioni e i loro confini arrivano sempre dopo chi emigra e qualunque sia il motivo per cui lo faccia.

Il provvedimento rafforza la responsabilità condivisa per aiutare coloro che sono costretti a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni. Il testo è passato con 181 sì, 2 no e 3 astenuti.

“La sorpresa è che anche il nostro Paese ieri ha votato a favore dell’accordo che prevede garanzie per i rifugiati, che vorremmo invece essere liberi di concedere nella nostra sovranità.

Domanda: il si’ pronunciato dalla signora Maria Angela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu per decreto di Gentiloni, le è stato indicato dal governo in carica? E se sì, da chi? Oppure ha fatto di testa sua?

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Maria Angela Zappia, ambasciatrice italiana all’Onu nominata per decreto da Gentiloni

La questione non è di poco conto, perché vogliamo immaginare che la rappresentante dell’Italia in quel consesso abbia avvisato l’esecutivo di Conte di quel che prevedeva l’ordine del giorno dell’assemblea generale delle Nazioni unite. Se non lo ha fatto è gravissimo. Se lo ha fatto e ha ricevuto una direttiva favorevole senza alcuna discussione pubblica, alla luce di quanto accaduto in materia di global compact sulle migrazioni, è una pazzia.

Perché tutto si può decidere, ma non di nascosto. Occorre trasparenza, perché altrimenti ci sentiamo tutti presi in giro. E auspichiamo – e certo senza volontà polemica nei confronti del leader della Lega – che sia proprio Salvini a voler andare in fondo a questo comportamento sul documento in materia di rifugiati.

Perché se l’indicazione favorevole – contrastante ad esempio con il voto di americani e ungheresi e l’astensione di altri paesi assieme a quelli che non hanno voluto proprio partecipare alla sfida – è partita da palazzo Chigi o dalla Farnesina, diventa un triste spettacolo su cui va calato il sipario. Perché diventa un affronto a quanto si è fatto finora in tema di politiche migratorie e vanifica anche quel consenso popolare che era stato costruito sul tema.

E starebbe anche a significare che anche la discussione parlamentare più impegnativa, quella più generale sul cosiddetto diritto a migrare, rischia di essere segnata da pasticci a Cinque stelle.

Già, perché oggi e domani si dibattono e si votano a Montecitorio le mozioni sul global compact rinviate addirittura a dopo la firma di Marrakech dello scorso 11 dicembre. Il governo italiano attende in questo caso “istruzioni parlamentari” e ci sono due mozioni in calendario: quella di Fratelli d’Italia, contraria a firmare l’accordo; e quella di sinistra, ovviamente sbracata sul si’. Ne arriverà stamane una di Leu e domani si voteranno tutte e tre.

Domanda: che farà la Lega? Un’altra: che intenzioni hanno i Cinque stelle? E se su un tema importante come questo, Lega e M5s vanno separati, a chi racconteranno di poter rimanere insieme a governare, soprattutto se la posizione del Pd dovesse prevalere grazie ai grillini di Fico?

Tutti sulla riva del fiume a vedere la scena. Chissà se finisce o comincia un incubo per l’Italia”. Francesco Storace.

Scrive Luciano Barra Caracciolo: “Vediamo se si capisce meglio: il refugee compact, agganciandosi all’art.10 Cost. nelle sue varie previsioni, implica che, secondo quanto deciderà l’autorità NU con le ong, l’intera popolazione cinese o africana (242 milioni di africani, ndr) sia abilitata a chiedere asilo con trasferimento in Italia.”

L’articolo 10 della Costituzione, fu richiamato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, contestuale all’emanazione del decreto legge su migranti e sicurezza.

Articolo 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

In riferimento a quest’ultimo comma, la legge costituzionale 21 giugno 1967, numero 1, prevede che, come anche l’ultimo comma dell’articolo 26 che disciplina l’estradizione, non si applichi ai delitti di genocidio.

Voi che, in buona fede, giubilate per il global compact, ancora non avete capito perché le classi dominanti l’hanno escogitato? Per favorire la libera circolazione di braccia a basso costo. Per sfruttarle senza confini e per abbassare i costi della forza lavoro in generale.

 

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Il Global Compact on Refugees, da non confondere con quello sui migranti, rafforza la responsabilità condivisa per aiutare coloro che sono costretti a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni. Il testo è passato con 181 sì, 2 no e 3 astenuti.

Il Patto Globale sui Rifugiati, il cui via libera dall’Assemblea Generale Onu arriva pochi giorni dopo l’adozione a Marrakech del Patto Globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, è stato approvato come parte della risoluzione annuale sull’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

È, a parole, “uno strumento operativo non vincolante che ha lo scopo di rafforzare la cooperazione e fornire un sostegno più solido ai Paesi che ospitano la maggior parte dei profughi”.

La Meloni attacca: “Scusate, ma chi e dove ha deciso il voto italiano?” Intanto il grillino Brescia esulta: “Buona notizia il nostro appoggio al provvedimento sui rifugiati”. Ecco che i 5 Stelle, che rivendicano sempre di essere contro i poteri forti, oggi, invece, ricevono ordini dall’Onu”

Buongiorno ambasciatrice Zappia . Per cortesia, può confermare che il Suo voto favorevole al Global Compact for Refugees è conforme a una direttiva in merito ricevuta dal Ministero degli Esteri? La ringrazio dell’attenzione e la saluto cordialmente.

2110.- IL TEATRINO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Di Andrea Olivotto

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La notizia della bocciatura della manovra non sorprende nessuno perché era scontata.
Quel che non è scontato è ciò che emerge, su cui vedo che nessuno vuole giungere a farsene una ragione.
Riassumerò così il tutto in alcuni punti.

PRIMO PUNTO
La manovra non è stata bocciata per il deficit. Se così fosse, sarebbero state bocciate, in passato, manovre dal deficit molto più alto, che pure sono state approvate.
Se andate a vedere le manovre del governo Monti, Letta e Renzi, ci troverete deficit molto più alti della manovra del governo Conte.
Così ci troviamo di fronte al primo punto da chiarire: che il deficit non c’entra una cippa.
La manovra è stata bocciata perché troppo poco disposta a svendere settore pubblico, a tagliare servizi essenziali, a regalare soldi alle banche e privilegiare – a torto o a ragione – le classi deboli e soddisfare così le esigenze degli speculatori della finanza internazionale.
Queste sono le vere ragioni: il deficit è solo un facile pretesto.

SECONDO PUNTO
Proprio il fatto che tale bocciatura fosse largamente attesa, ci porta ad interrogarci su quella che è la reale strategia di fondo dei partiti antisistema.
Se non si hanno le forze per ribellarsi alle ritorsioni dei poteri che non vogliono questa manovra, può esistere solo una ragione affinché si sia deciso di portarla avanti: ossia che si volesse come risposta proprio la bocciatura.
Questo può aprire scenari di ogni tipo: volendo attenersi al rasoio di Occam, si potrebbe pensare che sia la Lega che il Movimento 5 Stelle vogliano usare questo argomento in una prossima campagna elettorale antieuropeista, accusando così la Commissione Europea di voler affamare i popoli.
Ma, e non me ne vorranno gli amici leghisti o pentastellati, io non riesco ad escluderne un altro di scenario: e cioè che si stia assistendo allo stesso percorso della Grecia.
Un governo in teoria espressione della volontà popolare finge di voler eseguire i voleri del popolo ma TOH… guarda caso arrivano i “poteri forti europei” che dicono “Non si può fare”.
A quel punto lo Tsipras di turno si presenta alla nazione e dice: “Ci dispiace, volevamo fare questo, volevamo fare quell’altro ma dall’Europa non ce l’hanno consentito”.
E così ci si becca una supermanovra basata su privatizzazioni in massa, tagli verticali delle specie sociali (Sanità e pensioni) per poi ritrovarsi a qualche anno della cura con un debito pubblico raddoppiato e un PIL dimezzato.

TERZO PUNTO
Necessario per capire chi sono i nostri veri nemici.
La commissione europea non è il vero centro dei poteri che decidono se rifiutare o no una manovra.
Quello che occorre capire è che l’Unione Europea, non avendo nessun esercito e nessuna polizia reale espressione del potere esecutivo e giudiziario, può imporre decisioni e sanzioni “solo sulla carta”.
Se, per dire, l’Italia decidesse di strafottersene dei diktat dell’Unione Europea e di proseguire imperterrita nel percorso tracciato, potrebbe benissimo farlo.
Ovviamente non può ma questo non dipende da poteri che siano espressioni dell’Europa.
I poteri che decidono le manovre finanziarie dei paesi europei sono PRIVATI ed EXTRAEUROPEI.
La stessa Troika (parola di origine russa che deriva da “terzina”) è espressione delle seguenti entità: BCE, FMI e Commissione Europea.
La Commissione Europea è *teoricamente* l’organo del potere esecutivo. Teoricamente perché nella pratica ciò che attesta la reale presenza di un potere esecutivo sono le polizie. Non esistendo alcuna polizia europea, non esiste il potere esecutivo europeo e quindi se l’Italia volesse, potrebbe tranquillamente stracatafottersene di sanzioni e infrazioni e chiudere la porta ai commissari europei ai quali, a quel punto, non rimarrebbe che l’invasione con i carri armati.
Se si chiarisce questo principio, si chiarisce tutto.
Le altre due entità sono la BCE e il FMI.
La BCE *IN TEORIA* sarebbe la banca pubblica dell’Unione Europea. Nella pratica, è una banca totalmente indipendente dalle istituzioni europee (e questo già basterebbe a chiudere il discorso) ma, ed è questa la cosa ancora più grave, posseduta dalle banche nazionali che sono state tutte quante denazionalizzate, una contraddizione in termini.
Ma c’è di più.
I veri proprietari di queste banche nazionali, sono banche private le quali, a loro volta, o sono indebitate con realtà economiche extraeuropee oppure, pur possedendo debiti nazionali, sono controllate da banche extraeuropee.
Tradotto: la BCE è, attraverso un sistema di scatole cinesi, controllata dalla finanza internazionale, gran parte della quale risiede a New York e a Londra, cioè due realtà extraeuropee.
Completa il quadro il Fondo Monetario Internazionale. Che ha sede a Washington ed è posseduto in gran parte dalla finanza americana.
Tradotto: chi se la prende con l’Euro, se la prende con le manette ma non con il carceriere.
Che non è in Europa ma negli Stati Uniti.

QUARTO PUNTO, PER FINIRE
Oggi come oggi, si avverte sempre più la necessità di un’opposizione EUROPEA a questa situazione.
Pensare che l’Italia, da sola, possa fronteggiare il nemico che vuole distruggerla è del tutto illusorio.
Se tutti i primi ministri europei avessero concordato manovre con deficit, la finanza se ne sarebbe ben guardata dall’aggredirci.
Se ciò accade, è perché il sovranismo deve giungere al passo decisivo: costituire un fronte europeo che designi una nuova alleanza europea.
Un’internazionale sovranista che capisca chi è il vero nemico dei paesi europei: gli Stati Uniti, dove poi risiedono i veri centri poteri della finanza internazionale.

Perché quando ci si trova dinnanzi ad un nemico globale, la risposta può essere solo sovranazionale.

Cit

2108.- Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Battono i cuori degli italiani. Nino Galloni, ti abbiamo ascoltato e riascoltato, letto e riletto e, ora, ti ritrovo su ByoBlu di Claudio Messora e ti rileggiamo insieme.

“Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè” …

di Nino Galloni, 2 maggio 2013

Andreatta-e-Ciampi

Guardateli bene.

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il

Nino Galloni

blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. 

Andreotti

Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave.

Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”.

E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana

Ciampi

avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze. Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa.

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Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più

Agnelli

facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.

Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato.

Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca

Andreatta

Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita.

E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti».

Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che, dal 2008 al 2011, ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Draghi

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità.

A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in

Merkel e Monti

Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa» (nonno Prescott Bush fu tra i finanziatori del riarmo di Hitler. ndr).

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.

Xi Jinping, nuovo leader cinese

Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas. Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Nino Galloni

http://www.libreidee.org/2013

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

Infine, su Papandreou e Berlusconi, aggiungiamo: Hans Werner Sinn, economista anche lui

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Hans Werner Sinn, economista ‘falco’, molto seguito in Germania, conferma che sia Berlusconi che Papandreou tentarono di trattare segretamente l’uscita dall’Euro. Furono spinti alle dimissioni nella stessa settimana. Detto questo: su Papandreou c’è la spiegazione di Financial Times, che leggete qui sopra, in pratica, silurato internamente su suggerimento di Barroso (tramite il ministro delle finanze Venizoloz (che ambiva al suo posto); Berlusconi, invece, fu oggetto di un vero e proprio colpo di stato finanziario in cui il braccio armato fu la stessa BCE e il sicario Giorgio Napolitano. Quindi, per Papandreou, a tradirlo, fu il governo greco, che, poi, si sottomise; per Berlusconi, furono il presidente della Repubblica Napolitano e il suo partito. A tutt’oggi, l’ultimo Governo Berlusconi fu anche l’ultimo governo italiano democraticamente scaturito dal voto degli elettori. Tale, infatti, non può dirsi il papocchio voluto da Sergio Mattarella, Presidente nel solco tracciatogli da Napolitano.

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2101.-Blockchain, fondo ad hoc con 45 milioni in tre anni

Una legge ad hoc per Casaleggio

Altro che le leggi ad hoc di Renzi e Gentiloni! La manovra (art. 19) prevede la nascita del “Fondo Blockchain e Internet of things”, dotato di 45 milioni in tre anni, che, tramite la piattaforma Rousseau, è in stretti rapporti con Davide Casaleggio. Il Fondo, che sarà gestito al Mise di Di Maio, è stato creato con il DEF per finanziare interventi in nuove tecnologie e applicazioni di intelligenza artificiale ed ha ricevuto una dotazione notevole, stante la crisi: 15 milioni di euro all’anno per il triennio 2019-2021, per un totale, appunto, di 45 milioni.
Spingere la blockchain in Italia è la grande battaglia della Casaleggio associati, che, oggi, riunisce vari attori del settore. Siamo a un bel conflitto di interessi, che coinvolgerebbe tutta la pubblica amministrazione… al confronto quello delle televisioni è una bazzecola… Non siamo soltanto agli investimenti pubblici per profitti privati perché Casaleggio e Di Maio potranno far finanziare un nuovo sistema di protezione dati per per coprire le defaillance della loro piattaforma Rosseau; ma c’è molto di più perché, come finora hanno gestito le elezioni dei 5 Stelle, potrebbero, per esempio, o, certamente, potranno gestire, a loro insindacabile giudizio, i Centri per l’Impiego e, tramite loro, l’assunzione di ogni lavoratore disoccupato italiano. … E questo è il Governo del Popolo! Dopo l’intervista shock di Casaleggio, presidente di Rousseau, alla “Verità”: “Le Camere non saranno più necessarie”, tutto è possibile. Le ambizioni di Casaleggio sono solo un esempio degli scenari che si aprono se non si mette sotto controllo il progresso scientifico: scenari che superano i diritti dell’uomo, come vuole il Nuovo Ordine Mondiale e, presto, molto presto, ci renderemo conto che, al confronto, l’epoca della dittatura di Mussolini era una burletta.

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Quando si e’ al governo per fare soldi a palate tutto il resto (reddito di cittadinanza, microcredito, pensioni d’oro, taglio stipendio parlamentari…) è solo uno specchietto per le allodole. (foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

Nell’ultima legge finanziaria, all’articolo 19, è passata quasi in silenzio una battaglia su uno dei temi più cari alla Casaleggio attuale: l’istituzione di un «Fondo Blockchain e Internet of things». Si tratta di un nuovo fondo destinato a «interventi in nuove tecnologie e applicazioni di intelligenza artificiale», dotato di risorse notevoli, in tempi di penuria: 15 milioni di euro all’anno per il triennio 2019-2021, per un totale di 45 milioni; ma quali interventi, quali progetti, di chi e per chi?

La strana storia dei 45 milioni per il Fondo Blockchain e il conflitto di Casaleggio

Blockchain è la buzzword del 2018 e forse anche per questo il governo del cambiamento ha sentito la necessità di finanziare lo sviluppo delle tecnologie Blockchain nella manovra finanziaria “del Popolo” al vaglio del Parlamento. Il contributo per la tecnologia più amata da Casaleggio è inserito al comma 20 dell’articolo 19 che istituisce un Fondo per favorire lo sviluppo delle tecnologie e delle applicazioni di Intelligenza Artificiale, Blockchain e Internet of Things, con una dotazione di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. Uno stanziamento che ha lo scopo di finanziare progetti di ricerca e sfide competitive in questi campi.

L’attivismo di Di Maio sulla Blockchain

Quarantacinque milioni di euro in tre anni destinati ai progetti realizzati da soggetti pubblici e privati italiani ma anche esteri.  A sovrintendere sulla gestione del Fondo sarà il Ministero dello Sviluppo Economico, ovvero il dicastero retto da Luigi Di Maio, il Capo Politico di quel MoVimento che tramite la piattaforma Rousseau è in stretti rapporti con Davide Casaleggio. Che il governo, e soprattutto il ministro, siano molto impegnati sul fronte della Blockchain è noto ed è pubblico. Ad esempio il 27 settembre Di Maio annunciava che l’Italia era finalmente entrata nell’era della Blockchain aderendo alla Blockchain Partnership Initiative europea.
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Anche l’interesse di Casaleggio per questa tecnologia non è un mistero. Al punto che – come raccontano Stefano Feltri e Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano di oggi – nel bilancio pubblicato ad aprile la la Casaleggio Associati fa sapere di «aver rilanciato le attività di consulenza “in aree in forte espansione” come l’intelligenza artificiale e la blockchain». Sempre ad ottobre scorso, scrive il Fatto, il Cipe, su proposta di Di Maio, ha sospeso la sperimentazione sul 5G (la nuova tecnologia di connessione per le reti cellulari) dirottando «95 milioni di euro per la diffusione dei servizi wi-fi e per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la blockchain». Proprio oggi infine, racconta La Stampa, si apre la terza edizione dell’evento dedicato alle imprese organizzato dalla Casaleggio Associati che quest’anno sarà dedicato proprio alle modalità con cui la Blockchain rivoluzionerà il modo di operare delle imprese. Anche se per la verità l’utilità della Blockchain (che Casaleggio Jr immagina verrà utilizzata anche per le operazioni di voto) è ancora tutta da chiarire.

L’interesse di Casaleggio per le “consulenze strategiche” alle aziende che vogliono investire nella Blockchain

L’evento, spiega Casaleggio in un video, non si concentra sulla parte tecnologica della Blockchain ma sul modo con cui si farà business con la Blockchain. Il ruolo della Casaleggio Associati nella diffusione della tecnologia è spiegato chiaramente nella ricerca – finanziata da Poste e Consulcesi Tech che hanno versato uno contributo da 30mila euro ciascuno – pubblicata in occasione dell’evento. Casaleggio non si occuperà di sviluppare l’infrastruttura tecnica o di produrre implementazioni della Blockchain. Si occuperà invece di fare da supporto alle aziende ottimizzando i processi e analizzando i modelli di business. Insomma come sempre la Casaleggio si occupa di fare consulenza ad altre società.

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2078.- In dirittura di arrivo il patto globale sui rifugiati.

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L’Europa e l’ONU si accingono a mettere nero su bianco le regole definitive sull’immigrazione, che saranno valide per tutti i Paesi. E’ la costruzione di un vero sistema per la mobilità umana, che prevede società aperte, accoglienza, e zero respingimenti. Lo scopo? Nel mondo globalizzato anche  gli esseri umani devono essere rapidamente spostabili come le merci. Opporsi? Non è previsto. Se dovesse venire sottoscritto il GlobalCompactMigration, sarebbe la fine della sovranità italiana sulla questione immigrazione.  Vi prego di leggere attentamente quanto contenuto nel documento delle Nazioni Unite, che troverete qui in calce.

di Francesca Totolo per Byoblu

Partiamo dall’ultima trovata che arriva dalla Commissione Europea. I Paesi membri dell’Unione Europea che hanno mostrato più solidarietà nell’accoglienza dei migranti, come Grecia e Italia, saranno premiati dai fondi strutturali del prossimo budget UE 2021-2027. Chi invece si mostrerà refrattario a fare la sua parte a favore degli immigranti e sul rispetto dello stato di diritto, come Ungheria e Polonia, si troverà penalizzato. Continue promesse da Jean-Claude Juncker e Frans Timmermans, sempre disattese, che sembrano piuttosto voler colpire gli Stati Visegrad e l’Austria, rei di voler difendere gli interessi dei propri connazionali invece di aprire le frontiere agli stranieri indiscriminatamente.

Le dichiarazioni della Commissione Europea arrivano in seguito all’incontro pubblico del 16 aprile scorso voluto da George Soros. Durante il meeting, lo speculatore ungherese ha esposto le sue ragioni a Timmermans (Vice Presidente della Commissione Europea) contro il governo ungherese guidato dal Premier Viktor Orbán a proposito del pacchetto legislativo “StopSoros” che ha portato alla chiusura della sede della Open Society Foundations di Budapest e a quella, che sarà definitiva nel 2021, della Central European University fondata e finanziata dalla fondazione di Soros.

I legami di amicizia e stima personale che legano George Soros, Jean-Claude Juncker e Frans Timmermanssono chiari e noti da tempo. Lo stesso Vice Presidente della Commissione Europea parla di un rapporto che lo lega al magnate da più di vent’anni e di condividere il suo impegno a favore della “società aperta”. Come sono noti i pranzi informali, che si svolgono mensilmente a Bruxelles, dove i tre e Martin Schulz condividono le proprie opinioni e le possibili soluzioni da portare in Commissione.

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L’Unione Europea, sembra seguendo le direttive del consulente George Soros, sta cercando di correre ai ripari a causa della crescente “minaccia populista” dilagante in ogni Stato membro, delle sempre crescenti percentuali di cittadini europei che chiedono lo stop all’immigrazione (ora il 78%), e in vista delle elezioni del 2019.

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Gli eurocrati, quindi, sembrano sempre più convinti che si debba intervenire sulla questione migratoria per quietare l’opinione pubblica, ovviamente senza nessuna intenzione di arrestare il flusso costante e continuo grazie a opportuni accordi con i Paesi di origine e attraverso una seria ridiscussione della cooperazione internazionale.

Dal 2016, come sancito dal Migration Partnership Framework redatto dalla Commissione Europea e come suggerito dall’ispiratore degli Stati Uniti d’Europa, George Soros, la UE sta tentando di riprendere il controllo dei suoi confini e si sta impegnando nel costruire meccanismi comuni per proteggere le frontiere, per determinare le richieste di asilo e per trasferire i rifugiati.

Questo piano della Commissione Europea non è altro che un’ulteriore perdita di sovranità degli Stati membri; si parla della gestione centralizzata dei confini dell’Unione attraverso il rafforzamento del coinvolgimento delle agenzie europee, come Frontex e EUROPOL, che andranno di fatto a coordinare le autorità nazionali, di uffici della UE dislocati nei Paesi di transito per una comune amministrazione delle procedure delle richieste di asilo, e di una maggiore partecipazione delle organizzazioni del settore privato. Ovviamente nel piano, non potevano mancare i corridoi umanitari gestiti centralmente dalla Commissione Europea con ricollocamento obbligatorio negli Stati membri.

Quando tutte le operazioni comprese nel Migration Partnership Framework saranno implementate, l’Italia non avrà più nessun potere e controllo a proposito delle politiche migratorie. In cambio il nostro Paese forse riceverà due denari in fondi strutturali che saranno chiaramente destinati alla formazione e all’inclusione sociale degli immigrati arrivati.

E a livello internazionale non va meglio. Nel dicembre del 2018, sarà pubblicato il Global Compact on Migration, documento delle Nazioni Unite che segnerà un punto di svolta per l’immigrazione e traccerà le linee guida che le singole nazioni e l’Unione Europea dovranno seguire. Lo leggete qui, più avanti,

Possiamo affermare che il tweet pubblicato a Pasqua di IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), agenzia collegata alle Nazioni Unite, non promette nulla di buono.

Per IOM, “l’immigrazione è inevitabile, desiderabile e necessaria”. Quindi nessuna intenzione di intervenire, come si dovrebbe, nei Paesi di origine, perché l’immigrazione è un fenomeno auspicabile per l’occidente. Alla Boeri, insomma.

Il 4 aprile scorso, alti funzionari dell’Unione Europea e della IOM si sono incontrati a Bruxelles per discutere sui contenuti del futuro Global Compact on Migration. Il direttore generale dell’IOM, William Lacy Swing, ha dichiarato: “Abbiamo un’opportunità storica per costruire un sistema per la mobilità umana in cui le persone possano muoversi in sicurezza, legalmente e volontariamente, nel pieno rispetto dei loro diritti umani. Abbiamo particolarmente bisogno di fare progressi nell’affrontare il movimento dei migranti più vulnerabili con esigenze di protezione specifiche.(…) Siamo ottimisti sul fatto che con i leader dell’Unione Europea, raggiungeremo un accordo che fornisca un quadro unificante di principi comuni, degli impegni e di comprensione tra gli Stati membri su tutti gli aspetti della migrazione”.

Sono state pubblicate varie bozze sul futuro Global Compact on Migration, e sono perfettamente in linea con la nuova direzione, di sorosiana ispirazione, presa dalla Commissione Europea. Prenderemo in esame l’ultima versione stilata il 26 marzo scorso.

Già il preambolo svela il contenuto che sarà sviluppato nel documento: “Questo Global Compact esprime il nostro impegno collettivo a migliorare la cooperazione sull’immigrazione (il termine utilizzato è migrazione ma gli uccelli migrano, non le persone) internazionale. L’immigrazione ha fatto parte dell’esperienza umana nel corso di tutta la sua storia, e riconosciamo che è una fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile del nostro mondo globalizzato. La maggior parte dei migranti di tutto il mondo oggi viaggia, vive e lavora in modo sicuro, ordinato e regolare. Ma la migrazione incide indubbiamente sui nostri Paesi in modo molto diverso e a volte in modi imprevedibili. È fondamentale che l’immigrazione internazionale ci unisca piuttosto che dividerci (grande bugia e grande fesseria visto che, per realizzarla, si devono cancellare le identità dei popoli, quindi, non unire, ma azzerare e “tutti eguali a zero” non significa “tutti uguali”, ma “tutti zero”. ndr). Questo Global Compact definisce la nostra comprensione comune, le responsabilità condivise e l’unità di intenti in merito all’immigrazione in modo tale che funzioni per tutti”.

Nel Global Compact, si continua a parlare di canali legali per l’immigrazione. Le Nazioni Unite si impegneranno a migliorare la disponibilità e la flessibilità dei percorsi per l’immigrazione regolare, basandosi sulle realtà demografiche e globali del mercato del lavoro per “massimizzare l’impatto socioeconomico degli immigranti”. Ovvero i mondialisti delle Nazioni Unite continuano a spingere verso la costituzione di quello che Karl Marx ne Il Capitale chiamava l’esercito industriale di riserva.

L’obiettivo 8 riguarda molto da vicino l’Italia: “Ci impegniamo a collaborare a livello internazionale per salvare vite umane e prevenire morti e feriti tra i migranti, attraverso operazioni congiunte di ricerca e soccorso, raccolta e scambio standardizzati di informazioni. Per questo impegno dovremo sviluppare procedure e accordi sulla ricerca e il salvataggio con l’obiettivo primario di proteggere il diritto alla vita dei migranti che è negato dai respingimenti alle frontiere terrestri e marittime”.

Questo significa che le Nazioni Unite e l’Unione Europea non permetteranno, dopo l’introduzione del Global Compact, i respingimenti assistiti dei barconi partiti dalla Libia, punto inserito nel programma elettorale della coalizione del centro destra e sviluppato da Gianandrea Gaiani.

L’obiettivo 11 ”Gestire i confini in modo integrato, sicuro e coordinato” auspica dichiaratamente un coordinamento centrale delle frontiere, in piena sintonia con il piano europeo: “Impegno a gestire i confini nazionali in modo coordinato che garantisca la sicurezza e faciliti i movimenti regolari di persone, nel pieno rispetto dei diritti umani di tutti i migranti, indipendentemente dal loro status”. Quindi libero accesso a tutti i migranti, senza alcuna distinzione tra i reali beneficiari della protezione internazionale e i migranti economici.

Rafforzare la certezza e la prevedibilità nelle procedure di immigrazione” è l’obiettivo 12, e prevede la standardizzazione a livello internazionale delle metodologie riguardanti la gestione nazionale degli immigrati (identificazione, valutazione, assistenza, etc). Gli Stati avranno dei protocolli operativi forniti dalle Nazioni Unite, e non godranno più di nessun tipo di libertà nelle procedure di smistamento e riconoscimento degli immigrati.

La detenzione degli immigrati sarà usata solo limitatamente, e questo varrà sia al momento dell’ingresso sia nel procedimento di rimpatrio. Quindi in Italia, saranno pressoché aboliti i CIE (Centri di identificazione ed espulsione), mentre gli Hotspot e i CARA saranno regolamentati per non ledere i diritti degli immigrati che, come documentato, spesso fanno resistenze, anche violente, nelle procedure di identificazione.

L’obiettivo 16 prevede l’impegno dello Stato, che accoglie gli immigrati, di “promuovere società inclusive e coese”, riducendo al minimo le disparità, cercando di aumentare la fiducia dell’opinione pubblica a proposito delle politiche migratorie applicate e facendo comprendere ai cittadini che gli stranieri contribuiscono positivamente alla prosperità del Paese. Le famose “risorse” di boldriniana memoria.

E questi sono solo gli obiettivi più prevaricanti delle sovranità nazionali. Il Global Compact on Migration delle Nazioni Unite, al momento della sua sottoscrizione a fine anno, toglierà ogni tipo di libertà di azione ai governi dei Paesi di transito e/o di arrivo dei migranti. Tutte le procedure saranno standardizzate, realizzando in un prossimo futuro un occidente “no border” dove vigerà la libertà totale di mobilità delle persone oltre a quello delle merci.

E così sarà il vero globalismo voluto dal capitale, con gli orwelliani maiali della Fattoria degli animali al potere.

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Global Compact for Migration

The Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration (GCM)

The Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration is expected to be the first, intergovernmentally negotiated agreement, prepared under the auspices of the United Nations, to cover all dimensions of international migration in a holistic and comprehensive manner. It presents a significant opportunity to improve the governance on migration, to address the challenges associated with today’s migration, and to strengthen the contribution of migrants and migration to sustainable development.  The process to develop this Global Compact for Migration started in April 2017. The General Assembly will then hold an intergovernmental conference on international migration in December 2018 with a view to adopting the Global Compact.

The New York Declaration

For the first time on 19 September 2016 Heads of State and Government came together to discuss, at the global level within the UN General Assembly, issues related to migration and refugees. This sent an important political message that migration and refugee matters have become major issues in the international agenda. In adopting the New York Declaration for Refugees and Migrants, the 193 UN Member States recognized the need for a comprehensive approach to human mobility and enhanced cooperation at the global level and committed to:

  • protect the safety, dignity and human rights and fundamental freedoms of all migrants, regardless of their migratory status, and at all times;
  • support countries rescuing, receiving and hosting large numbers of refugees and migrants;
  • integrate migrants – addressing their needs and capacities as well as those of receiving communities – in humanitarian and development assistance frameworks and planning;
  • combat xenophobia, racism and discrimination towards all migrants;
  • develop, through a state-led process, non-binding principles and voluntary guidelines on the treatment of migrants in vulnerable situations; and
  • strengthen global governance of migration, including by bringing IOM into the UN family and through the development of a Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration

Annex II of the New York Declaration set in motion a process of intergovernmental consultations and negotiations culminating in the planned adoption of the Global Compact for Migration at an intergovernmental conference on international migration in 2018.

What are the aims of the Global Compact for Migration?

The Global Compact is framed consistent with target 10.7 of the 2030 Agenda for Sustainable Development in which Member States committed to cooperate internationally to facilitate safe, orderly and regular migration and its scope is defined in Annex II of the New York Declaration. It is intended to:

  • address all aspects of international migration, including the humanitarian, developmental, human rights-related and other aspects;
  • make an important contribution to global governance and enhance coordination on international migration;
  • present a framework for comprehensive international cooperation on migrants and human mobility;
  • set out a range of actionable commitments, means of implementation and a framework for follow-up and review among Member States regarding international migration in all its dimensions;
  • be guided by the 2030 Agenda for Sustainable Development and the Addis Ababa Action Agenda; and
  • be informed by the Declaration of the 2013 High-Level Dialogue on International Migration and Development.

The development of the Global Compact for Migration – an open, transparent and inclusive process

The Modalities Resolution for the intergovernmental negotiations of the Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration outlines the key elements and timeline of the process. The Global Compact is being developed through an open, transparent and inclusive process of consultations and negotiations and the effective participation of all relevant stakeholders, including civil society, the private sector, academic institutions, parliaments, diaspora communities, and migrant organizations in both the intergovernmental conference and its preparatory process.

For more information see “GCM Development Process“

L’Assemblea generale dell’ONU è stato l’ultimo incontro ai massimi livelli governativi e internazionali prima di giungere all’adozione formale nel 2018 del Global Compact sui rifugiati (GCR), di Nino Sergi

Si è trattato di un ultimo incontro ai massimi livelli governativi e internazionali prima dell’ultima tappa per giungere all’adozione formale del Patto globale sui rifugiati entro il 2018.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha aperto e condotto i lavori, a cui hanno attivamente partecipato ministri e sottosegretari da tutti i continenti dopo gli interventi introduttivi del primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, del ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, della vice-presidente del Costarica Epsy Campbell Barr, paesi ampiamente toccati dalla presenza di rifugiati, del presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim.

Per l’Italia è intervenuto a sostegno del patto globale e della sua adozione il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano che, evidenziando l’alto numero di rifugiati accolti negli anni nelle regioni italiane, ha ribadito la necessità di una condivisione delle responsabilità, in particolare tra paesi europei, anche per garantire accoglienza dignitosa, protezione e particolare sostegno ai più vulnerabili. La premier Sheikh Hasina, fortemente impegnata ad accogliere ed a trovare una soluzione duratura per ridare diritti e dignità ai profughi rohingya, ha anche testimoniato la sua passata condizione di rifugiata, con la propria famiglia, per ben due volte e per lunghi anni, per fuggire a persecuzione politica e morte.

Filippo Grandi ha ricordato l’adozione nel settembre 2016 della Dichiarazione di New York sui migranti e rifugiati. I 193 Stati dell’Assemblea Generale (AG) dell’ONU hanno riconosciuto la necessità di un approccio globale alla mobilità umana, programmando un percorso di consultazione e negoziazione per giungere all’adozione nel 2018 di due patti globali: il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare (GCM) e il Global Compact sui rifugiati (GCR).

La formulazione del GCR è stata affidata all’UNHCR che, basandosi sulla Convenzione di Ginevra del 1951, il relativo Protocollo del 1967 e le altre normative internazionali a tutela e protezione della persona, ha coinvolto in un ampio processo di consultazione tutti i soggetti interessati, governativi, internazionali, privati profit e non profit, istituzioni finanziarie, organizzazioni della società civile, ong, accompagnato da negoziati intergovernativi fino a giungere, dopo mesi di lavoro, alla definizione di un testo condiviso che è stato proposto all’adozione formale dell’AG.

Il pressante appello dell’Alto Commissario Filippo Grandi ai governi presenti chiede che sia mantenuto l’iter di approvazione programmato e che il GCR sia formalmente approvato dall’AG entro dicembre 2018 con il pieno sostenuto dagli Stati, le istituzioni internazionali, la società civile, il settore privato. «I due Compact, sulle migrazioni e sui rifugiati, sono anche l’occasione per riflettere sui valori e sui principi fondamentali delle Nazioni Unite, il cui valore rimane immutato e sono un efficace strumento per combattere contro ogni forma di discriminazione, di xenofobia, di razzismo».

I 35 interventi hanno manifestato apprezzamento per il lavoro svolto in un clima di apertura e dialogo politico e ribadito l’impegno a sostenere la programmazione temporale proposta e l’approvazione formale del Patto globale. Lo stesso impegno è stato assunto dalla presidente della 73° Assemblea Generale, l’ecuadoriana Maria Fernanda Espinosa Garcés, in un sentito intervento in cui ha auspicato che ogni Stato possa quanto prima definire politiche e strumenti vincolanti in applicazione delle indicazioni del Global Compact che non hanno potuto avere carattere giuridicamente vincolante.

Le persone fuggite da guerre, violenze e persecuzioni sono poco meno di 70 milioni, tra rifugiati che hanno chiesto protezione ad altri Stati e sfollati interni. Nel solo 2017 sono state 16,2 milioni: 44.400 al giorno, una ogni due secondi. Il GCR si concentra sulla necessità di una risposta globale con responsabilità e impegni condivisi e sulle azioni per poterla rendere effettiva. Non si limita a rafforzare le risposte di emergenza ma propone soluzioni sostenibili nei paesi di accoglienza ed interventi sulle cause per favorire le condizioni per il ritorno in sicurezza. Dato che la presenza dei rifugiati pesa per l’84% su paesi a basso tasso di sviluppo o poveri (contro il 10% dell’Europa) che si trovano a sostenere sforzi talvolta superiori alle proprie possibilità, il GCR prevede di assicurare agli interventi umanitari fondi addizionali e programmabili per sostenere i paesi che accolgono e di esplorare nuove vie per l’ammissione di rifugiati in altri paesi. Tutti sono chiamati all’assunzione di responsabilità e di impegni, sostenendo con l’UNHCR lo sviluppo di una risposta globale e maltistakeholder (comprehensive refugee response framework), con un Programma di azione e di cooperazione nella condivisione delle responsabilità e delle incombenze, con precisi impegni per ciascuna situazione di rilievo e per le diverse fasi: dal sistema di allerta alla risposta immediata, la programmazione, l’accoglienza e l’assistenza umanitaria, le molteplici necessità sociali, educative, lavorative, formative e di integrazione dei rifugiati, con attenzione ai vulnerabili e ai minori, il sostegno alle comunità ospiti, l’individuazione di soluzioni durature e sostenibili, gli interventi sulle cause per favorire un ritorno sicuro.

Una sfida importante, con problemi e contrasti politici ancora aperti, a cui i due Patti globali sulle migrazioni e sui rifugiati cercano di dare risposte e indicazioni concrete.

 


*Nino Sergi è fondatore e presidente emerito di INTERSOS