Archivi categoria: NWO – banche

1443.- STRAGI E ATTENTATI SERVONO A INSTAURARE SEMPRE PIU’ CONTROLLI DI POLIZIA

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Mentre, in Italia, mimetizzato fra le pagliacciate del ministro Delrio, si sta approvando il D.L. 2886 di iniziativa Gentilonoi, con un emendamento letale per la Democrazia, presentato da un piccolo deputato del PD, sul CONTROLLO TOTALE DI INTERNET E DEI TELEFONI per selezionare e OSCURARE i contenuti sgraditi al governo, rectius, al potere, i sionisti e chi con loro attuano la strategia del terrore, prima arma, biblica, del popolo ebraico e, al suo tempo, dell’Impero Romano. Il terrorismo, nelle sue varie forme, serve già e ancor più servirà ad inasprire i controlli sulla popolazione e lo vedrete nei provvedimenti legislativi e nell’implementazione di nuovi sistemi di sorveglianza, più o meno tutti in suo nome. E, qui, sorge spontaneo un sentimento di rifiuto per chi vuole suscitare antisemitismo e da chi, come me, ha conosciuto la bellezza di questo popolo e celebra l’Olocausto, pagato per colpe di alcuni, già loro, troppo potenti e ben lontani da Israele. Diverso è il conflitto arabo-israeliano, in Siria, comunque lo si voglia intendere. Dicono dal web che i separatisti catalani sono finanziati da Soros, che l’invasione dell’Italia e dell’Europa è finanziata da Soros; abbiamo visto Soros spadroneggiare a Palazzo Chigi; ma Soros è uno soltanto di “Loro” e nemmeno il più potente. L’amico Maurizio Blondet ci presenta questo documento e le sue attente riflessioni: “La strage di LAS VEGAS è stata annunciata 3 settimane prima”.

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Sul sito 4chan , un tale “John” ha postato, l’11 Settembre scorso, questi post:

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Traduco  i post essenziali: l’1 e il 5 e 6

Lunedì 11 settembre, ore 6:08   – N. 141100963

“Sentite, mi spiace per alcuni di voi, per cui vi dirò un piccolo segreto.  Se vivete a Las Vegas o Henderson [un sobborgo. Ndr.] state a casa domani. Non andate in nessun luogo dove ci sia  un grande assembramento di folla.  E anche: se vedete tre furgoni neri parcheggiati l’uno vicinoall’altro, lasciate la zona immediatamente. Prego. John

Lunedì 11 settembre, 6:28

“Si chiama “progetto alto incidente”. Vogliono che il pubblico americano pensi che posti con altissimo  livello di sicurezza non sono sicuri.  Stanno cercando di instaurare più regolamenti.  Vedrete nuove leggi proposte nei prossimi anni per   installare sempre più metal detector e altri apparati.  I media e i politici diranno che i posti   con tanta polizia richiedono ancora più polizia. Non posso garantire che accada domani ma    hanno in mente Las Vegas.

Lunedì 11 settembre, 6:55

Se il loro piano ha successo lo stato del Nevada passerà leggi  che obbligheranno tutti i casinò ad avere metal detector e  porte  a raggi ..Subito dopo leggi saranno varate per posizionare queste cose in università, licei, palazzi federali,  dite  voi che altro.  Osi syste,ms e chertoff sono i maggiori produttori di questi macchinari. Verso il 20202 chertoff  ed osi si fonderanno in un’unica ditta.   Faranno milioni in profitti. Chertoff è in contatto con Sheldon Adelson. Adelson  sarà grande sponsor di queste macchine  e sarà il primo a metterle nei suoi casinò qunado passerà la legge. Questo è il mio ultimo messaggio  per ora. Non aspettate che torni presto.

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Che dire?

La Osi Systems è la grande produttrice di macchine a raggi X per la sicurezza aeroportuali, metal detector, eccetera. E’ presieduta dell’indiano Deepak Chopra.

Michael Chertof, doppia cittadinanza, “gestì” le indagini dopo l’11 Settembre.

“Chertoff”  è un nome molto interessante: Michael Chertoff, un americano con doppio passaporto israeliano, la cui madre fu una delle prime agenti dei servizi segreti dello stato ebraico,  l’11 Settembre 2001 era  a New York, ricopriva la carica di vice-attorney general  della sezione penale: in questa veste condusse  le indagini sugli eventi dell’attentato alle Twin Towers.  Le condusse in modo tale   che espulse in Israele (ossia sottrasse all’inchiesta)  i cosiddetti “israeliani danzanti”, ossia i cinque facchini di una agenzia di traslochi che furono visti festeggiare,  mentre osservavano le Towers in fiamme, fotografandosi a vicenda con i due grattacieli sullo sfondo  e facendo  il segno di Vittoria con le dita.  Arrestati dalla polizia di New York, risultarono tutti israeliani appena dimessi dal servizio militare nel loro paese.   L’FBI li interrogò per vari giorni, e accumulò indizi pesantissimi a loro carico.  Fu il vice-procuratore, l’israeliano Michael Chertoff, a liberarli dalle mani dell’Fbi espellendoli per aver lavorato in Usa senza permesso . Qui potete trovare la storia:

http://www.whatreallyhappened.com/WRHARTICLES/fiveisraelis.html

Poco dopo, il presidente Bush jr.  nominò Chertoff capo del nuovo minestero della Homeland Security, ossia della sicurezza interna. Ha coperto  quella carica fino al 2009.

Adesso  scopriamo che, tornato a vita privata, Chertoff ha fondato e presiede la Chertoff Group, una ditta di sicurezza, “Risk identification, analysis and mitigation” e Crisis management”.   Quanto a Sheldon Adelson, è un miliardario ebreo (uno dei tre uomini più ricchi degli Usa)   re dei casinò e del gioco d’azzardo, e neocon sfegatato.  Abita a LAs Vegas.

Coincidenza interessante: anche l’attentato-strage islamico sul lungomare di Nizza, 14 luglio 2016, avvenne nella città che doveva ospitare, ad  ottobre, un “Nizza Global Forum – International Congress on Homeland Security and Crisis Management.   Organizzato da un ente israeliano, IHSL, Israel’s Homeland Security , che vende sicurezza dagli attentati e forse, chissà, li organizza anche. 

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Nizza, 14 luglio 2016

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Evito di fare ipotesi, perché sarebbero bollate di antisemitismo.  Mi limito a dire che il quadro che s’intravvede dietro   questa storia è ancora più spaventoso della strage.

 

 

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1432.-DI FED SI PUO’ ANCHE MORIRE…

“ … Il 4 giugno 1963 il Presidente J.F. Kennedy firmò l’ordine esecutivo 11110. Il decreto ripristinava la potestà da parte del Governo USA di emettere moneta senza passare attraverso la FED.”

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Il Presidente Kennedy fu assassinato il 22 Novembre 1963.

L’intenzione del Presidente era di ritornare alla Costituzione. In essa si sancisce che solo il Congresso ha potestà di emissione di moneta. Con quel decreto Kennedy autorizzava l’emissione di 4.292.893.815 dollari in banconote statunitensi attraverso il Tesoro.

L’atto era d’estrema importanza: significava che per ogni oncia d’argento depositata nella cassaforte del Tesoro, il Governo avrebbe potuto mettere in circolazione nuova moneta. Vi lasciamo immaginare le conseguenze di questa legge: con una firma Kennedy metteva con le spalle al muro la Federal Reserve Bank.

L’entrata in circolazione della nuova banconota avrebbe di fatto eliminato la domanda di banconote della FED. Questo per un semplicissimo motivo: l’emissione governativa era garantita da scorte d’argento, mentre le banconote emesse dalla FED non poggiavano su alcuna forma di garanzia.

Il programma di JFK di stampare le banconote degli Stati Uniti, avrebbe messo fine al monopolio privatamente detenuto dal sistema bancario che s’identificava nella Federal Reserve Bank. Il Presidente aveva pianificato la stampa di un numero sufficiente di banconote ( la stessa cosa era stata fatta da Lincoln), per ripagare il debito nazionale e successivamente aveva abolito le tasse IRS senza fissarne di nuove.

Dopo l’assassinio, il suo successore, Lyndon B. Johnson, fermò immediatamente la stampa delle banconote affidando nuovamente alla FED il compito della loro emissione. Garantì inoltre la continuazione della tassa IRS per i profitti bancari.

E’ alquanto singolare annotare che l’atto esecutivo 11110 non fu mai abrogato e tuttora mantiene intatta la sua portata, anche se non vi è stato alcun Presidente che abbia mai ritenuto opportuno applicarlo.

Sorgono spontanee alcune domande: ” Come mai nessun Presidente ha mai pensato di ripristinare quel decreto? Forse l’assassinio perpetrato a Dallas è da considerare un avvertimento a tutti coloro che aspirano a divenire inquilini della Casa Bianca? ”

Una sorta di messaggio “ La FED non si tocca!?”.

All’indomani della tragica vicenda di Dallas, il nuovo Presidente e il capo della FBI, Hoover, istituirono la Commissione Warren, con il compito di indagare su quanto accaduto nella capitale texana. Ebbene a far parte di quella Commissione fu chiamato J. McCloy che pur non era un esperto di crimine, ordine pubblico o sicurezza nazionale: era “ semplicemente” Presidente della Chase Manhattan Bank (1)

Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy: quattro Presidenti assassinati. Ognuno di loro si era opposto ai banchieri. Andrew Jackson fu più fortunato: riuscì a scampare a più tentativi d’assassinio e fece della lotta contro lo strapotere del sistema bancario una ragione di vita.

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Il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan fu un cristiano convinto, devoto a Giovanni Paolo II. Altri tempi.

Reagan, è storia dei nostri giorni ormai, minacciò di sostituire il Presidente della FED, Paul Volcker. Alcuni giorni dopo aver pronunciato la famosa frase “ …non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve, tanto meno al suo Presidente”, il solito “ pazzo”, John Warnock Hinckley, gli scaricò addosso il caricatore di una Beretta.

Il povero Presidente ne uscì malconcio ma vivo. Dopo il periodo di ricovero, Reagan ebbe modo di dire in una conferenza stampa che il Presidente della FED, Volcker, stava facendo “ un buon lavoro”… Noi non avevamo alcun dubbio… Hinckley fu riconosciuto non colpevole per incapacità di intendere e volere e rinchiuso al St. Elizabeths Hospital, un manicomio criminale di Washington D.C. fino al 2016.

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John Warnock Hinckley era figlio dei ricchi proprietari della Hinckley Oil Company.

(1) Chase Manhattan Bank = J.P. Morgan e Rockefeller = Federal Reserve.
Nella Commissione Warren vi collaborò anche Nelson Rockefeller, fratello di David. In quel periodo negli States girava un modo di dire: “il lupo è stato messo a fare la guardia al pollaio”.

La Federal Riserve è una proprietà privata:

Chi possiede attualmente le Banche Centrali della Federal Riserve?
La proprietà delle 12 banche Centrali, un segreto ben mantenuto, è stato svelato:

La Banca Rothschild di Londra
La Banca Warburg di Amburgo
La Banca Rothschild di Berlino
La Lehman Brothers di New York
La Lazard Brothers di Parigi
La Banca Kuhln Loeb di New York
Le Banche Israel Moses Seif in Italia
La Goldman, Sachs di New York
La Banca Warburg di Amsterdam
La Chase Manhattam Bank di New York

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Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote in circolazione o, più generalmente, della base monetaria.

Signoraggio deriva dall’antico termine provenzale senhoratge , a sua volta derivante dal termine seigneur, signore. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

1421.- Attenti: hanno “normalizzato” Trump

Nessun leader può fermare i personaggi della finanza mondiale accomunati da un legame vecchio di millenni. Non cederanno mai. piuttosto sceglieranno l’olocausto atomico. I Farisei hanno portato il livello etico della nostra civiltà ai minimi termini. Solo il popolo americano, se vorrà, potrà sconfiggerli!

Verrebbe da dire: c’era una volta Trump.

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C’era, fino a poche settimane fa, un presidente che prometteva un’America diversa da quella di Obama ma anche di Bush, di Clinton, di Bush padre. Un’America intenzionata a rompere nettamente con la dottrina neoconservatrice, che in nome della lotta al terrorismo  e di un mondo migliore ha ottenuto, dal 2001 ad oggi esattamente l’opposto: più instabilità in tutto il Medio Oriente, più fondamentalismo islamico, la nascita dell’Isis e una serie di attentati nelle capitali europee. Quell’America si proponeva di non essere più il poliziotto del mondo e pareva ansiosa di fare la pace con Putin.

Non fatevi ingannare dal rumore mediatico degli ultimi mesi: a disturbare l’establishment americano e quello Stato Profondo (Deep State) che in realtà governa l’America e che accomuna repubblicani e democratici, non era solo la persona di Donald Trump, quanto, soprattutto, le sue idee, quel progetto di America.

Quanto avvenuto la notte scorsa in Siria segna un cambiamento radicale nello spirito e nelle intenzioni di Trump. Cinque mesi di campagna martellante contro il presidente eletto hanno prodotto, evidentemente , gli effetti auspicati. E non mi riferisco solo alle manifestazioni di piazza, all’opposizione isterica della stampa, alle sentenze dei giudici (a proposito: ricordate l’articolo di Kupchan? Era profetico). Trump non è stato capace di resistere al boicottaggio che proveniva dall’interno delle istituzioni e dall’apparato dell’intelligence e della difesa. E chissà a quali altre pressioni e minacce. Si è lasciato avvinghiare, inghiottire da quel mondo che prometteva di combattere. Tutto in appena due mesi e mezzo dal giorno del suo insediamento.

L’errore più grande lo ha commesso quando ha accettato che uno dei suoi consiglieri più fidati, Flynn, si dimettesse. Un commentatore acuto e davvero indipendente quale Paul Craig Roberts lo aveva capito subito: quel cedimento era devastante, perché spaccava il fronte dei fedelissimi ma soprattutto perché rompeva la posizione di Trump sul “caso Russia”, che poteva diventare così un caso nazionale. Della serie: Se Flynn si dimetteva c’era qualcosa da nascondere. E allora via con le pressioni. Ancora oggi mancano prove concrete sulle ipotetiche collusioni con Mosca per condizionare il voto, ma il “deep state” lo ha fatto diventare il Caso Nazionale con toni maccartisti, paventando persino un impeachment nell’arco di qualche mese. Un impeachment sul nulla, ma questo era secondario.

Flynn era la mente della nuova politica estera e di sicurezza dell’Amministrazione Trump. Un’Amministrazione che si è via via riempita di ministri, consiglieri ed esperti appartenenti alla vecchia guardia. All’inizio quelle nomine, poco coerenti, parevano una concessione obbligata al Partito repubblicano che controlla il Congresso, nella supposizione che le redini sarebbero rimaste nelle mani del presidente. Ma si è rivelata una falsa speranza.  E quando, l’altro ieri, l’altro suo più fedele collaboratore, lo stratega politico Bannon è stato estromesso dal Consiglio di sicurezza nazionale, l’accerchiamento si è concluso. Il segretario di Stato Tillermann si è rapidamente allineato all’establishment e ora a guidare la politica estera e di difesa, a consigliare il presidente sono gli esperti della Washington di sempre.

siria2E si vede: la distensione con il Cremlino appare sempre più lontana; anzi proprio i ministri della nuova amministrazione alimentano la retorica antirussa con le stesse argomentazioni e lo stesso tono di Obama. Il Trump di qualche mese fa avrebbe preteso la verità sull’uso del gas in Siria, quello di oggi, invece, ha proclamato – senza ombra di dubbio – che molte linee rosse erano state superate. Proprio come Obama nel 2013. Peccato che allora, in seguito, si scoprì che a usare il sarin erano stati i “ribelli” moderati per far cadere la colpa su Assad e provocare l’intervento della Nato. Sarin la cui consegna sarebbe stata autorizzata da Hillary Clinton. Ed è molto verosimile che anche la strage dell’altro giorno sia stata provocata dai “ribelli” per fornire agli Stati Uniti un pretesto per intervenire.

Solo che nel 2013 Obama si fermò all’ultimo minuto, il Trump di oggi no. Ha fatto tutto in fretta, senza riscontri oggettivi sulle responsabilità di Assad, evidentemente mal consigliato. O consigliato benissimo, dipende dai punti di vista. Intanto l’Isis e i fondamentalisti islamici  che combattono Assad ringraziano: la distruzione della base siriana avrà un solo effetto concreto, quello di indebolire l’esercito siriano e dunque di rimettere in discussione una vittoria che sembra certa. E’ così che si combatte lo Stato Islamico? Non ci prendano in giro: così lo si favorisce,perché l’obiettivo di Washington è il cambio di regime a Damasco anche a costo di vedere trionfare in Siria il peggior integralismo islamico.

Non è un caso che a salutare l’interventismo della Casa Bianca siano stati proprio Hillary Clinton e John McCain. L’impressione è che l’agenda Trump sia già stata sconfessata a beneficio di quella irresponsabile e interventista portata avanti negli ultimi 15 anni dai neoconservatori.

Se ciò fosse vero, significherebbe che Trump è stato “normalizzato”. E per la pace nel mondo sarebbe una pessima notizia.

Resta una sola flebile speranza: che si tratti di un riposizionamento transitorio e non di una resa. Che l’uomo sia capace di riscattarsi. Ma probabilmente, a questo punto, più che una speranza è un’illusione.

Marcello Foa
Marcello Foa, a lungo firma de Il Giornale, ora dirige il gruppo editoriale svizzero Corriere del Ticino-Media Ti ed è docente di Comunicazione e Giornalismo.

1413.- LA TV RUSSA ESPONE “I ROTHSCHILD E IL NUOVO ORDINE MONDIALE”. UN PO’ DI SWIFT.

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Una delle famiglie più ricche e più influenti del mondo è stata esposta dalla TV russa (guarda il video completo qui sotto). La famiglia Rothschild è stata posta sotto i riflettori in Russia e sperano di esporre la corruzione che si dice venga dall’interno.

 

PUTIN SEMBRA PREPARARSI AD OPPORSI A UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Molte voci si sono aggirate sulla connessione tra la famiglia Rothschild e il Nuovo Ordine Mondiale.

Dato che la famiglia ha rapporti con molti stabilimenti diversi, il conflitto di interessi non può essere ignorato.

Si dice che Putin stia facendo preparare il suo popolo a combattere contro il Nuovo Ordine Mondiale, i poteri che vengono istituiti e che hanno il controllo su quasi tutto i governo, i media e le banche del mondo.

Putin, a quanto pare, vuole sbarazzarsi dei sistemi bancari internazionali e ricominciare da una piattaforma nazionalistica che ha il sostegno di migliaia di tonnellate di oro insieme alle alleanze in Europa, Medio Oriente e Cina che stanno crescendo.

La Russia ha un forte desiderio di diventare indipendente dal resto del mondo, questo è emerso durante la sentenza di Putin e questo si è manifestato in molti modi diversi.

LA RUSSIA STA COSTITUENDO UN NUOVO SISTEMA BANCARIO PER L’INDIPENDENZA

Un insider della Russia ha affermato che il paese si sta preparando ad istituire un sistema di banche che assicurerà l’indipendenza dal resto delle banche del mondo, che è una mossa audace nell’economia di oggi.

La famiglia Rothschild è naturalmente nota per avere la proprietà dei sistemi bancari e hanno soldi in numerosi paesi in tutto il mondo.

Ora sembra che la Russia voglia aumentare la distanza tra se stessi e il sistema corrotto.

Si dice che la Russia abbia sviluppato e implementato con successo un sistema alternativo che va ad escludere i vari sistemi bancari.

La Russia non vuole affidare il settore bancario al sistema SWIFT delle banche internazionali.

Si tratta di un modo rapido e presunto sicuro di trasferimento di denaro, ed è utilizzato da oltre 50 anni.

Il codice SWIFT è un codice di sicurezza internazionale utilizzato per tracciare i bonifici interbancari realizzati tra Paesi diversi. Il nome di questo codice è un acronimo e trae origine dalla società che assegna la sequenza di cifre e numeri, la Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, la cui sede legale è a Bruxelles.

Il codice serve a identificare univocamente la banca del beneficiario del bonifico ed è composto da 8 o 11 caratteri alfanumerici. I primi quattro caratteri individuano la banca, i successivi due il Paese di appartenenza, i seguenti due la città in cui si trova la banca beneficiaria. Infine, possono esserci altri tre caratteri che indicano la filiale dell’istituto bancario. Se le ultime tre lettere sono XXX, il bonifico sarà accreditato nella sede centrale della banca. Il codice è assegnato mediate un algoritmo segreto, capace di garantire che il trasferimento di denaro vada a buon fine.

Il codice SWIFT è anche indicato come codice BIC, è elaborato secondo lo standard ISO 9362 ed è uno degli elementi che costituiscono le coordinate bancarie internazionali. L’adozione di un sistema univoco per l’attribuzione del codice identificativo delle banche a livello internazionale è stata approvata dall’ISO, l’Organizzazione internazionale per la normazione. L’indicazione di questo codice è necessaria tutte le volte che si ordina un bonifico SEPA, che si autorizza un pagamento verso uno Stato esterno all’area Euro o che si riceve un pagamento dall’estero.

Parliamo di SWIFT, il provider globale di servizi di messaggistica finanziaria

SWIFT è una società cooperativa, leader nel mondo nell’offerta di servizi per la messaggistica in campo finanziario. Fornisce una piattaforma per lo scambio di informazioni finanziarie, oltre a prodotti e servizi per l’accesso, l’integrazione, l’identificazione, l’analisi e la compliance.
SWIFT serve più di 11.000 istituzioni finanziarie e aziende in oltre 200 Paesi, per lo scambio di milioni di messaggi finanziari standardizzati. Attraverso la piattaforma proprietaria SWIFTNet, permette ai suoi utenti di scambiare informazioni finanziarie in modo automatico, standardizzato, sicuro e affidabile, consentendo la riduzione di costi e rischi ed eliminando le inefficienze operative. Inoltre, SWIFT promuove la collaborazione tra le istituzioni finanziarie favorendo il dialogo, con l’obiettivo di definire congiuntamente pratiche di mercato e nuovi standard, e stimolando la discussione su questioni di interesse collettivo.
Fondata nel 1973 per iniziativa di 239 banche in 15 Paesi, la società ha sede principale in Belgio e grazie alla sua rete globale è presente attivamente nei principali centri finanziari, con 25 uffici in tutto il mondo.
SWIFT in Italia
SWIFT è presente in Italia da oltre 30 anni. Guidata da Erika Toso, Head of South East Europe, la società opera come partner dei principali istituti finanziari presenti in Italia, fornendo soluzioni per la connettività, la messaggistica e la compliance,
Tra i progetti più significativi realizzati negli ultimi mesi da SWIFT in Italia con i propri partner:
  •   Compliance: la soluzione KYC Registry contro i crimini finanziari è stata adottata da 10 tra i principali gruppi bancari, tra cui UniCredit.
  •   Connettività: la soluzione multi-banca e multi-canale 3SKey – che permette alle aziende di autenticare e approvare in maniera totalmente sicura le proprie transazioni finanziarie – è stata scelta da Intesa Sanpaolo per offrire ai propri clienti corporate accesso personalizzato e sicuro tramite firma digitale e autenticazione rinforzata.
  •   Pagamenti: nel dicembre 2015, SWIFT ha lanciato la Global Payments Innovation Initiative, un progetto di innovazione nei pagamenti destinato a rivoluzionare la customer experience nell’ambito dei pagamenti transfrontalieri. Tra i 45 gruppi bancari che vi hanno immediatamente aderito nel mondo, anche le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo.
    I numeri del 2015
    Paesi connessi: oltre 200
    Utenti SWIFT: oltre 11,000
    Traffico FIN totale: oltre 6.1 miliardi di messaggi
    Traffico FIN media giornaliera: oltre 24.22 milioni di messaggi
    Picco più alto del traffico FIN nell’anno: 30 aprile, oltre 27.5 milioni di messaggi Affidabilità FIN: 99.999%
    Affidabilità SWIFTNet: 99.999%
    Crescita del traffico (confronto 2014/2015) – FIN: + 8.8% del volume dei messaggi
    – InterAct: +28% del volume dei messaggi – FileAct: +4% del volume dei messaggi
    La strategia SWIFT2020
    SWIFT2020 è la strategia quinquennale che definisce le priorità della società e il continuo miglioramento dei servizi alla comunità. La strategia risponde efficacemente alle nuove sfide a partire dagli importanti risultati già raggiunti, e si concentra su tre aree principali:
 Ampliamento e rafforzamento dei servizi di messaggistica per pagamenti e securities
Estensione dell’offerta per le infrastrutture di mercato
  •   Consolidamento dell’offerta di soluzioni per la compliance contro i crimini finanziari
    Sicurezza delle informazioni
    La sicurezza delle informazioni rappresenta per SWIFT un fattore chiave per la creazione di valore a beneficio dei clienti e un elemento distintivo per i servizi offerti. Le misure di sicurezza sono progettate per rispondere a qualsiasi situazione, con lo scopo di impedire qualsiasi accesso non autorizzato.
    Le aree di business
    Messaggi e Standard
    Grazie alla collaborazione con la comunità finanziaria, SWIFT svolge storicamente un ruolo di primo piano nella definizione degli standard alla base della messaggistica finanziaria globale.
    La piattaforma proprietaria SWIFTNet consente agli utenti di comunicare in maniera perfettamente sicura attraverso un’unica utility condivisa. I requisiti di messaggistica che devono essere rispettati dal settore dei servizi finanziari sono in continua evoluzione e si differenziano secondo gli attori coinvolti nella comunicazione (infrastrutture, banche corrispondenti o clienti commerciali). Oltre alla piattaforma SWIFTNet, SWIFT ha dunque ampliato la propria offerta per rispondere alle diverse esigenze tramite quattro servizi complementari per la messaggistica: FIN, InterAct, FileAct e WebAccess.
    Prodotti e servizi
    I prodotti e i servizi di SWIFT sono in continua evoluzione, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze della comunità in termini di accesso, integrazione, business intelligence, reference data, e alle necessità di compliance contro i crimini finanziari. Tale offerta consente agli utenti di gestire e analizzare il proprio traffico di messaggistica.
    Infrastrutture dei mercati finanziari
    SWIFT è partner di oltre 200 infrastrutture dei mercati finanziari in tutto il mondo, sia per quanto riguarda i sistemi di pagamento che per le securities. L’offerta comprende:
  •   ISO 20022
  •   Progetti Innovativi
  •   High Value Payments
  •   CSD (Central Securities Depositories)
  •   Real Time Payments
    Financial Crime Compliance
    I servizi di SWIFT per la compliance contro i crimini finanziari rispondono a criteri di rapidità di esecuzione e accuratezza, favorendo economie di scala. SWIFT è al fianco del settore finanziario nell’affrontare questa importante sfida, incrementando costantemente la propria offerta di soluzioni:
  •   Utility
  •   KYC
  •   Sanctions
  •   AML
  •   Securities
    Tecnologia e Operations
    SWIFT applica in maniera innovativa la tecnologia all’interno del settore finanziario e si impegna a fornire soluzioni sicure ed affidabili, attraverso quattro ambiti diversi di intervento:
  •   Eccellenza operativa. SWIFT investe in maniera continuativa in tecnologia, sicurezza, persone e processi.
  •   Innovazione. SWIFT contribuisce da sempre a favorire l’adozione di tecnologie, servizi e standard sicuri nel business del correspondent banking.
  •   Customer support. Tutti i servizi di SWIFT sono monitorati e supportati 24 ore su 24, 7 giorni a settimana da un team di tecnici specializzati dislocati geograficamente in diversi centri di controllo.

 

Architettura. SWIFT investe costantemente per rendere le soluzioni di messaggistica non solo affidabili e resilienti, ma anche aggiornate ed efficaci, con varie funzionalità, flessibili e scalabili. Questo è possibile anche grazie al continuo rinnovamento della piattaforma di messaggistica, tramite il programma FIN Renewal.

Da 40 anni al servizio della comunità finanziaria globale

1980: primi Paesi asiatici connessi a 2001: SWIFTNet
SWIFT 2004: introduzione di ISO 20022 1986: SWIFT lancia i servizi a valore 2008: SWIFT lancia Alliance Lite aggiunto 2009: SWIFT lancia Innotribe 1987: SWIFT lancia i servizi di
sicurezza

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1973: nascita di SWIFT
1976: apertura del primo centro operativo
1977: invio del primo messaggio
1979: Nord America è connesso a SWIFT

1992: Interbank File Transfer 1994: apertura del Customer support centre a Hong Kong 1997: apertura del SWIFT technology centre negli USA

2012: SWIFT lancia Sanctions Screening and Testing 2013: SWIFT apre un centro operativo in Svizzera e un centro operativo per le corporate a Kuala Lumpur

Da 40 anni al servizio della comunità finanziaria globale

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1407.- LA PIÙ SATANICA PRIVATIZZAZIONE

Maurizio Blondet

L’espansione della NATO ad Est, nei territori dell’Ex Patto di Varsavia, è giustificata dal rinnovato pericolo russo?

Il vero motivo è scritto nero su bianco  in un articolo del New York Times. Maurizio Blondet traduce:

I fabbricanti  occidentali di armamenti hanno fatto pressioni durissime per l’espansione della NATO  ai paesi ex-satelliti dopo il collasso del comunismo.  E da allora hanno premuto e influenzato sia i vecchi stati-membri NATO  sia i nuovi perché non si sviassero fuori dall’Alleanza per acquisti di armi che avrebbero intaccato il loro giro d’affari”.

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Il sistema missilistico S-400 esposto durante una parata militare a Mosca nel 2015. I funzionari occidentali sono a disagio sull’influenza della Russia in Turchia, membro della NATO. Agenzia di Photo Credit Sputnik, via Reuters, ISTANBUL

La  NATO alla “conquista di nuovi mercati”.

Viene così  confermata la conclusione del  generale pakistano Asad Durrani, uno dei capi dei servizi del suo paese, che noi abbiamo riferito giorni fa: che le guerre americane dell’ultimo trentennio sono dettate non da valutazioni politico-strategiche di Stato, bensì dagli  interessi che diremmo commerciali della  gigantesca industria dell’armamento americana, dalla sua necessità  di  “espandere il business”, facendole durare all’infinito,   e conquistare “nuove quote di mercato”.

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Lt general pakistano Asad Durrani

Naturalmente il New York Times essendo il megafono dell’Establishment, non sta deplorando la cosa. Anzi, la frase è all’interno di un articolo che si scaglia contro la Turchia di Erdogan per  l’acquisto dei S-400 dalla Russia. Un acquisto che “è uno schiaffo alla cooperazione  entro l’alleanza NATO” e, per la prima volta dal dopoguerra,  intacca  il business del complesso militare-industriale statunitense. Invito a considerare l’apertura di “nuovi  mercati”  al business delle armi la NATO  come  uno dei motori occulti e concreti della espansione atlantica   ad Est, in spregio dellepromesse che la Casa Bianca fece a Gorbacioov quando sciolse il Patto di Varsavia.  Si possono  solo immaginare i grassi lucri spuntati  dalle industrie anglo-americane a spese di quegli Stati, obbligati dagli esperti militari NATO a standardizzare, omogeneizzare, rendere “inter-operabili”, i sistemi d’arma, munizionamenti,  e di fatto di  gettare via quelli del vecchio Patto di Varsavia e comprare quelli americani e inglesi (da soli valgono  due terzi dell’industria)  E si tratta, per usare il gergo americano degli affari, di mercati “captive”, ossia letteralmente “prigionieri”, dipendenti dal fornitore in esclusiva.

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Il Pentagono ha imposto a noi satelliti, che ci piaccia o no, l’acquisto dell’F-35, che richiederà di essere rifinanziato negli anni, per acquistare gli aggiornamenti pogressivamente necessari a renderlo interoperativo con i nostri sistemi. È un programma finanziariamente perfetto per il complesso militare industriale statunitense, ma non per il sistema Difesa Italia, che ne risulta menomato per difetto di risorse e per la mai pienamente conseguita efficienza.

Attenzione: non si tratta qui di denunciare (vecchio discorso pacifista) l’indebita influenza del complesso militare industriale sul governo. Si tratta ormai di molto di più: di fusione e integrazione totale di tali industrie e delle loro logiche  col  e nel   governo, di identificazione della loro essenza nella nazione  stessa.

Il complesso militare-industriale è  l’ultima rete di industrie americane al 100 per cento, che producono cioè all’interno (mentre le imprese   produttrici di beni di consumo  delocalizzano) impiegando centinaia di migliaia di dipendenti qualificati con stipendi sicuri (mentre negli altri settori è di regola la precarietà e il calo salariale): la sola Lockheed-Martin occupa 126  mila lavoratori, la Boeing 160 mila, Raytheon 66 mila, Nortrop Grumman 65 mila, General Dynamics 100 mila…se  poi si conta  l’indotto, le immani aziende di appaltatori militari a contratto  del Pentagono, nonché i “contractors”, i mercenari ex militari, si constaterà che l’apparato bellicista è la più solida istituzione anche sociale di un paese economicamente tutt’altro che prospero, per milioni di  lavoratori ed elettori  – per i quali il patriottismo si identifica col lavoro in una delle  prestigiose imprese.

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Usa e Regno Unito da soli pesano due terzi. Sono imprese private, sì, ma che hanno un grande unico Cliente e consumatore: lo Stato, più precisamente il Pentagono, più il corteggio degli Stati europei NATO, mercati captive, che possono essere considerati una  pura estensione  – filiali – del Pentagono.

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E’ il Pentagono che sceglie modelli di nuove armi, che ne finanzia la ricerca e lo sviluppo e li impone ai satelliti  che piaccia loro o no  (pensate solo allo F-35). Dunque abbiamo il caso di industrie private che  non sono veramente “sul mercato” ,  ma poppano alla  mammella del denaro  pubblico dalla spesa incontrollata.   Un conflitto d’interessi possibile. Che viene scongiurato felicemente: i più alti dirigenti, generali e ammiragli, appena vanno in pensione, vengono assunti con stipendi enormemente maggiorati  da Lockheed, Northrop, Boeing –  e si mettono subito a telefonare  ai colleghi ancora in servizio,  di cui sono stati superiori,   per proporre nuovi progetti, contratti, servizi : per esempio, appalti per la formazione di  truppe straniere, come quelle dell’Afghanistan e Irak, di cui il generale Durrani ha spiegato: “Queste compagnie private forniscono spesso alle reclute una cattiva  formazione allo scopo di prolungare i loro contratti”.

 

In pratica,  agli attori di questo sistema è impossibile distinguere l’interesse aziendale da quello pubblico e politico,   “il mercato” dalla ”patria” e dalla sua difesa. Queste porte girevoli pubblico-privato sono uno scandalo occidentale  molto diffuso e  ampiamente tollerato, anzi lodato ed esaltato: si veda il caso di banchieri centrali che sono stati dirigenti  di Goldman Sachs, portano la mentalità,  i criteri e gli interessi del “privato”  nella gestione  pubblica, ed ha fatto sì che “gli stati hanno perso il controllo dello strumento monetario e quindi della politica economica, avendo il solo potere di ratificare quel che è stato deciso dai mercati”, ciò che un economista mainstream come Riccardo Petrella  non esita a definire “un sistema finanziario criminale che risponde solo all’ottimizzazione degli interessi finanziari  per gli investitori”.

Parallelamente  a questa  privatizzazione falsa e malsana (perché non è “mercato”, ma parassitismo pubblico)  nel settore bancario, nel settore militare  le grandi imprese industriali  (“private”)  hanno di fatto preso possesso del Pentagono  – il loro cliente principale, se non unico – e lo guidano secondo i loro criteri  e la loro idea di “produzione” e “consumo” .  Di più,  pagando i politici che poi mettono a controllare la spesa pubblica,  si sono assicurati di trasformare il Pentagono in una immane

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Vedi McCain, capo della Commissione Difesa da decenni, per conto della finanza mondiale e non per caso figlio d’un ammiraglio dell’US NAVY.

bolla o vescica, strapiena di centinaia di miliardi di denaro pubblico  che distribuisce alle aziende, con sprechi e malversazioni e “sparizioni” contabili di trilioni di dollari,totalmente impunite. Il Pentagono come mille ATAC Se posso osare un paragone prosaico, direi che il Pentagono è una ATAC romana  – ovviamente  moltiplicata per mille. Se l’ATAC  fornisce un pessimo servizio di trasporto, la “produzione”  del  Pentagono consiste nel produrre  cattive guerre non vincibili; ossia  sempre “nuovi mercati”  per le industrie dell’armamento, private ma “patriottiche”,  onde non solo non falliscano ma aumentino il giro d’affari. La  subordinazione degli strateghi alle esigenze  aziendali ebbe già un precedente plateale“durante la Guerra del Vietnam. La Bell Aircraft Corporation stava fallendo prima del conflitto, ma venne salvata dalle massicce commesse governative e da un cambio di tattica militare. I generali, su pressione delle corporations militari, introdussero il trasporto delle truppe di attacco tramite elicotteri, con successivo sbarco a ridosso delle linee nemiche. Fu una decisione catastrofica, perchè ai soldati nordvietnamiti bastava  attendere nascosti il momento dell’atterraggio per colpire i soldati americani mentre scendevano”, mi ha ricordato  un lettore competente,  “Learco”. Ma oggi si è superato anche questo,   con l’occupazione  del Cliente da parte dei fornitori.  Questa ultima,maligna “privatizzazione” della guerra fu teorizzata da Donald Rumsfeld – lui stesso uomo del business militare, dirigente della General Instruments Corporations, gran venditore di armi all’allora amico Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran  – che la applicò appena salito al potere a fianco di  Cheney (ex Halliburton, altro fornitore) sotto Bush jr.

 

Il mega attentato dell’11  Settembre  deve essere letto come il colpo di Stato decisivo con la presa di potere  degli interessi bellici  privati sulla superpotenza. Rumsfeld annunciò “la lunga guerra globale” al “terrorismo mondiale, detta subito “long war””;    dichiarò che sarebbe stata  facile e poco costosa, perché avrebbe usato non i mezzi dello Stato ma i privati; per esempio,   meno soldati e più contractors (mercenari): “Costano di più, ma li usi solo  finché ne  hai bisogno”,  e   il subappalto di tutto  i servizi ausiliari ai privati, “snelli ed economici”” perché “competitivi”.   Chiamò la sua privatizzazione “Revolution in Military Affairs”.Il risultato è quello che vediamo: non la riduzione, ma l’aumento delle spese militari sbalorditivo e   titanico; il Pentagono è diventato un mostruoso tumore che succhia la sostanza vivente di una società in deperimento grave,  con un’economia civile  invasa di merci estere, dove i lavoratori sono impoveriti e  precari, le paghe calano e i debiti aumentano, dove il 60 per cento dei civili è sotto oppiacei e i militari si suicidano a  percentuali aberranti.  Guerre motivate da pretesti e false flag, in  cui l’America si impantana, che non riesce a vincere contro avversari che non sono  nemmeno Stati, come “il terrorismo islamico”, come l’ISIS,   che  lo stesso Pentagono arma e addestra.

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Dopo le confessioni pubbliche di generali e senatori USA, non c’è più nessun dubbio che  sia lo stesso Pentagono ad armare e addestrare l’ISIS. Sono solo gli USA lo Stato canaglia?

Tutto ciò fa  bene al business, anche se male all’Americano medio  e al mondo. La produzione e il consumo   del Pentagono sotto gestione “privata”  vanno a gonfie vele.  Producono centinaia di migliaia di morti in Siria, Irak e Yemen, milioni di sfollati, profughi e rifugiati; città in macerie, miserie infinite: ma siccome devastano popoli lontani e  “poco civili” di cui l’americano medio non sa nemmeno dove siano, li si può considerare “sfridi” accettabili. Naturalmente, la privatizzazione della guerra ha fatto subito a meno di ogni resto di etica militare, s’è libero dal minimo onore militare, insieme ad ogni capacità di  valutazione strategica vera e propria: non occorre Clausewitz quando il successo che avete è giudicato dai mercati azionari, e il Nemico di turno è un innocuo nano militare,   che subisce soltanto l’aggressione americana, del tutto incapace di  portare la guerra sul suolo statunitense. Attenzione però: come tutte le imprese private che traggono i loro  lucri dalla poppa pubblica, anche il complesso militare-industriale non è veramente fiorente;  qualunque allentamento della tensione mondiale  la pone davanti allo spettro del fallimenti,  del downsizing (ristrutturazioni, riduzioni del personale) o anche solo del crollo  in borsa delle azioni.

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Qualunque allentamento della tensione mondiale  pone il complesso militare-industriale davanti allo spettro del fallimenti, del downsizing (ristrutturazioni, riduzioni del personale) o anche solo del crollo  in borsa delle azioni. 

Un pericolo così estremo e terminale  che ha indotto queste industrie all’ultimo, fatale passo,   che è sotto gli occhi di tutti:  appena l’elettorato americano stanco di guerre ha eletto un candidato che prometteva di  allentare le tensioni internazionali ed occuparsi del lavoro e dell’economia civile, il Deep State l’ha messo sotto tutela. E non a caso, sotto tutela di tre generali: McMaster,  Mattis, Kelly ed hanno creato di sana pianta un nemico  nella Russia di Putin.

I tre generali USA: Lt. General Herbert Raymond “H. R.”McMaster US Army, retired (born July 24, 1962)General ‘Maddog’ James Norman Mattis US Marine Corps (born September 8, 1950), retired; Gen.John F Kelly US Marine Corps, retired (born May 11, 1950), current White House Chief of Staff for U.S. President Donald Trump (Steve Bannon’s deputy).

L’enfasi posta  dai mezzi d’informazione sulle sofferenze, meglio, sulla tragedia della popolazione siriana di Aleppo ha un suo tempismo randomico e tende a coincidere con l’andamento delle operazioni militari favorevoli o sfavorevoli a Washington e a Londra. Prova ne sia che, nel silenzio dei media, l’esercito turco, per niente mimetizzato fra i cosiddetti ribelli o Daesh, ha occupato la città siriana di Akhtarin o AktDhtareen, di poco più di 5.000 abitanti, 38 km a NordEst di Aleppo. Daesh sono quelli che sono stati intervistati da Channel4News senza che nulla gli venisse chiesto del ragazzino siriano che avevano decapitato. E’ evidente. Per giorni dalla Siria rimbalzarono notizie di bombardamenti su obiettivi civili e conseguenti stragi ai danni di uomini, donne e bambini innocenti. La data coincise con l’inizio dell’offensiva massiccia delle forze armate siriane sui distretti orientali di Aleppo, ancora in mano alle milizie jihadiste. Non è la prima volta che succede. Curiosamente ogni volta che le forze lealiste erano sul punto di cambiare gli equilibri sul campo, gli allarmi per i danni collaterali della guerra alzavano il volume.

Vediamo con ordine. Fin dal 2012, quando le fila dei ribelli al governo di Damasco crescevano in progressione geometrica e il potere centrale sembrava avviato ad un rapido disfacimento, sono cominciate a circolare notizie su stragi di civili attraverso uso di armi non convenzionali. L’informazione a questo proposito è stata sempre a senso unico: “le forze lealiste, in aperto affanno e frustrate per un imminente tracollo, ricorrono ad armi illecite per fare terra bruciata e punire civili conniventi con i ribelli”. Il principale diffusore di queste informazioni è, secondo prassi, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la cui voce viene rimbalzata con cadenza quotidiana dalla maggioranza dei media occidentali. Come sostenuto più volte da Difesa Online, l’Osservatorio non è una ONG qualunque, ma un’enigmatica organizzazione con sede a Londra, divenuta rapidamente l’unico portavoce ascoltato in Occidente dei report di guerra siriani.

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L’Osservatorio siriano per i diritti umani è una enigmatica ONG con sede a Londra.  Il suo leader, Rami Abdel Rhaman, è un attivista dell’opposizione e collabora con i servizi occidentali (inglesi).

Il suo leader, Rami Abdel Rhaman, è indicato dal governo siriano come attivista dell’opposizione, mentre fonti non verificate alludono esplicitamente a collaborazioni con servizi occidentali (inglesi). Lo scopo sarebbe screditare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale il governo di Damasco, agendo magari in previsione di una futura iniziativa giudiziale penale internazionale contro le sue figure politiche di rilievo.

Nel 2013 iniziò a circolare lo scandalo dei barili-bomba, bombe artigianali che l’esercito siriano avrebbe confezionato ad hoc per mietere più vittime possibili e al tempo stesso risparmiare armi convenzionali costose. I barili-bomba altro non sono che fusti di benzina riciclati come contenitori di esplosivo a cui verrebbero aggiunti metalli e catrame. Alcune veline di “esperti” osservatori di diritti umani hanno parlato addirittura di fusti riempiti di fosforo bianco. Proprio dopo l’occupazione delle milizie jihadiste di alcuni quartieri di Aleppo, la voce di un uso indiscriminato di questi ordigni nelle aree occupate da parte dei siriani è diventato un tormentone, buono per reportage strappa lacrime la cui cortina di dolore viene amplificata secondo i cliché manichei della propaganda: i cattivi tirano le bombe; i buoni sono qui a prenderle. Chiariamo alcuni punti. Nessuna delle notizie di stragi di civili riportate in 5 anni di guerra in Siria è stata mai corredata da conferme indipendenti sul campo che ne potessero attestare consistenza e responsabilità.

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Solo per fare un esempio, abbiamo contato ben 15 denunce di bombardamenti di ospedali dall’inizio del 2016: in 14 occasioni le responsabilità sono state assegnate senza alcuna esitazione a raid aerei o a tiri di artiglieria russo-siriani; in tutte le occasioni le denunce sono partite dall’Osservatorio siriano dei diritti umani o dalla SAMS, la Syrian American Medical Society, associazione di medici con sede a Washington e operativa in Siria dal 2011; in nessun caso tuttavia sono state fornite prove attendibili sui danni umani e materiali dovuti ai bombardamenti, né sulla loro paternità. Per giorni ci si è limitati a dire che le bombe continuavano a cadere e si è fatto a gara a chi sparava la cifra di bambini morti più alta. Al di là dell’effettivo rilievo (i morti sono morti e c’è poco da ironizzare) è bene usare un po’ di buon senso per capire meglio. Limitiamoci all’area metropolitana di Aleppo, dove si sono concentrati gli allarmi di stragi civili più frequenti e prendiamo in considerazione 3 punti:

  1. la guerra urbana comporta un coinvolgimento inevitabile di civili. È la guerra in sé ad essere orribile, non le sue conseguenze. Una guerra combattuta tra le case, per forza di cose ha impatti indesiderati ancora più drammatici. Il moralismo a corrente alternata serve a poco; i miliziani del Free Syrian Army, di Jabhat Fateh al-Sham (ex Al Nusra) e di altre bande jihadiste filoturche che hanno controllato i distretti orientali di Aleppo non erano più di 4-5000, a fronte di centinaia di migliaia di civili presenti nell’area occupata.
  2. La lentezza con cui le Forze Armate siriane hanno proceduto a ripulire la città è stata dettata, principalmente, dalla necessità di evitare spargimenti di sangue tra la popolazione, sistematicamente tenuta in ostaggio come scudo umano dai miliziani. La popolarità del governo di Damasco, è cresciuta notevolmente nell’ultimo biennio, da quando cioè la jihad è stata monopolizzata da guerriglieri stranieri. Quella che viene presentata dai media come una guerra civile tra fazioni pro e contro Assad, è in realtà una guerra combattuta da uno Stato sovrano contro milizie eterodirette a cui si affiancano gli immancabili fiancheggiatori interni. Lo dimostra la parabola del Free Syrian Army, sbocco naturale per decine di migliaia di disertori nei primi mesi di guerra, poi fortemente ridotto come organico e come importanza man mano che le sorti della guerra cambiavano.
  3. Riguardo l’uso indiscriminato dei cosiddetti barili-bomba da parte delle forze lealiste, la rete è intasata di articoli tecnici che mettono in ridicolo il possibile uso da parte di una forza armata istituzionale di un ordigno simile. Non serve aggiungere altro. Propaganda o cronaca poco importa. Della distorsione dell’informazione sulla guerra in Siria abbiamo già parlato abbondantemente. Il dato rilevante è che si continua a speculare sulla morte e sulla sofferenza di migliaia di persone. Questo fino a prova contraria, sembra l’unico dato oggettivo.

Propaganda o cronaca poco importa. Della distorsione dell’informazione sulla guerra in Siria abbiamo già parlato abbondantemente. Il dato rilevante è che si continua a speculare sulla morte e sulla sofferenza di migliaia di persone. Questo fino a prova contraria, sembra l’unico dato oggettivo. I tre generali messi alle costole di Trump sono un segno evidente che il  sistema disperato, non può  permettersi “ristrutturazioni” per iniziativa politica. Come racconta il generale Durrani, quando “Obama nel 2011 decise di ritirare le truppe dall’Irak” il complesso militare-industriale cadde  nel panico. E “ha  ritrovato la sua euforia  solo  quando la comparsa di Daesh ha obbligato a ridispiegare le truppe. Che sollievo! Avevano scongiurato il ritiro della NATO dall’Afghanistan!”. Ora, dovreste aver appreso che “qualcuno”  ha creato, addestrato ed armato  Daesh; che la sua improvvisa comparsa non ha nulla di spontaneo.  Anche questo è un elemento per  creare un nuovo  mercato. Il Pentagono continua a dare armi ai ribelli siriani. Così abbiamo appreso, da un rapporto dello Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), che “dall’inizio della guerra in Siria, il Pentagono direttamente, e la Cia attraverso l’Arabia Saudita,  hanno inondato di armi i “ribelli” anti-Assad, tagliagole e jihadisti, per tener vivo il conflitto. Il Pentagono da solo, e solo dal 2015,  ha speso 2,2 miliardi di dollari  in armi munizioni “di stile sovietico” –  si noti –  che ha comprato dalle manifatture dell’Est, Ucraina, Polonia,  Romania, Bulgaria, Serbia, Croazia. 2200 milioni in kalashnikov, rpg, mortai, munizioni.Come mai questo? Non solo perché sarebbe stato imbarazzante vedere i terroristi islamici che gli Usa dicono di combattere, con in mano la  carabina d’ordinanza delle forze armate Usa, l’M4 fabbricato dalla Colt.  Il motivo più vero è un altro: creare  un “mercato” per quelle industrie dell’ex Patto di Varsavia che saranno penalizzate dall’espansione della NATO nei loro paesi;  cointeressarle al cambiamento; aiutarle a svuotare  i loro magazzini di invenduto,  a eliminare le giacenze.

L’enfasi posta  dai mezzi d’informazione sulle sofferenze, meglio, sulla tragedia della popolazione siriana di Aleppo ha avuto un suo tempismo randomico, tendendo a coincidere con l’andamento delle operazioni militari favorevoli o sfavorevoli a Washington e a Londra. Prova ne sia che, nel silenzio dei media, l’esercito turco, per niente mimetizzato fra i cosiddetti ribelli o Daesh, occupò la città siriana di Akhtarin o AktDhtareen, di poco più di 5.000 abitanti, 38 km a NordEst di Aleppo. Daesh sono quelli che vennero intervistati da Channel4News senza che nulla gli venisse chiesto del ragazzino siriano che avevano decapitato. E’ evidente, che la Turchia intenderebbe appropriarsi di parte della Siria e impedire la nascita di uno Stato curdo indipendente, come è evidente che USA e Russia non la contrastano per la sua posizione strategica.

 

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Per giorni dalla Siria abbiamo sentito rimbalzare notizie di bombardamenti su obiettivi civili e conseguenti stragi ai danni di uomini, donne e bambini innocenti, in concomitanza con l’inizio dell’offensiva massiccia delle forze armate siriane sui distretti orientali di Aleppo, ancora in mano alle milizie jihadiste. Non era la prima volta che succedeva. Curiosamente ogni volta che le forze lealiste sono state sul punto di cambiare gli equilibri sul campo, gli allarmi per i danni collaterali della guerra hanno alzato il volume.

 

 

 

1402.- GEORGE SOROS, LA SOCIETA’ APERTA E LA MADONNA DI FATIMA

 

Qualche mese fa il nostro Presidente del Consiglio, Gentiloni, ricevette, per un colloquio, George Soros, tentando di tenere nascosto l’incontro. Il finanziere ebreo-ungherese, è bene ricordarlo ai corti di memoria, operò nel 1992 contro l’Italia, speculando, nel mercato dei cambi, a danno della lira, che all’epoca era ancora la nostra moneta nazionale. L’operazione anti-lira di Soros ci costò 48 miliardi anche per via dell’inettitudine dell’allora Governatore di Bankitalia, il “venerato maestro” Carlo Azeglio Ciampi, che tentò di fermare la speculazione sorosiana bruciando tutte le nostre riserve in marchi tedeschi e dollari. Alla fine la lira dovette svalutare del 30% (il che non fu completamente un male perché ne conseguì un boom delle nostre esportazioni) ed uscire dallo Sme, l’accordo sui cambi fissi che all’epoca legava tra esse le monete europee in vista della futura moneta unica. Cosa incredibile, tuttavia, è che nel 2013, in quel di Udine, George Soros è stato insignito del premio internazionale Terzani. Non a caso, a nostro giudizio, dato che Soros non è semplicemente uno speculatore avido di denaro ma un filosofo propugnatore della “società aperta”. La giuria del premio deve averlo considerato in sintonia con la filosofia che ispirava Tiziano Terzani. Ci piacerebbe, però, sapere cosa ne avrebbe pensato quest’ultimo, ricercatore di spiritualità esotiche in nome della  “liberazione nirvanica”. Certo il sospetto di una possibile e segreta connessione filosofica tra nichilismo spirituale e liberalismo è forte.

Un analista americano di matrice conservatrice, Phil Butler, ha messo in rilievo, sulla base della documentazione trapelata da DC Leaks, l’influenza irresistibile esercitata da Soros sulle classi politiche europee (1). I media ci assillano quotidianamente a proposito delle incursioni informatiche della Russia per influenzare le elezioni americane, ma quel che è emerso sul potere di Soros è roba da far apparire Putin – sempre che le accuse mossegli siano vere (ed anche qualora lo fossero si tratterebbe di una antica prassi di guerra diplomatica e mediatica da tutti esercitata almeno da metà ottocento) – un improvvisato giocatore della cyberwar.

Le fughe di notizie di DC Leaks hanno fatto trapelare il controllo totale di Soros sulle politiche europee. Le intercettazioni rese pubbliche dimostrano in modo schiacciante che la sua Open Society Foundations finanzia i media europei indirizzandoli verso l’ideologia della “società aperta”. Nella documentazione emersa viene spiegato, ad esempio, che l’Open Society Initiative for Europe ha influenzato le elezioni europee del 2014 pagando incredibili quantità di denaro a giornalisti, opinion markers e politici per “creare” la politica dell’Unione Europea e la classe dirigente chiamata ad attuarla. Soros, secondo tali rivelazioni, ha creato un apposito ente non profit, l’EUobserver, per “solleticare” i media europei. L’EUobserver – è stato scritto testualmente a margine della documentazione trapelata – ha quale mission quella di «incoraggiare il dibattito su come i valori della società aperta siano minacciati (…). EUobserver ha reclutato giornalisti locali esperti per assistere agli eventi legati alle campagne elettorali, per condurre interviste e scrivere editoriali di alto livello in 16 Stati. Con questa strategia di infiltrarsi nel giornalismo locale, EUobserver è stato in grado di indicare i preoccupanti trend internazionali, piuttosto che limitarsi a riportare incidenti isolati. Hanno pubblicato un totale di 128 articoli nel periodo che va da febbraio a maggio 2014».

Secondo Butler, la Open Society Foundations di Soros ha finanziato l’EUobserver con 130.922 dollari, permettendo la pubblicazione di centinaia di influenti articoli, che sono stati poi letti in tutto il Continente, approssimativamente pagando 1000 dollari ad articolo, con lo scopo di «reclutare un network di giornalisti indipendenti (?!) nelle capitali europee».

Dalla documentazione emersa da DC Leaks la manipolazione sociale da parte delle varie ONG di Soros è determinante per le politiche neo-liberali. La Open Society Foundations finanzia programmi come l’European Alternatives, che ha una sua specifica branca italiana, con lo scopo di convertire la gioventù italiana all’ideologia neo-liberale promuovendo la comunità LGBT e praticamente ogni circolo “progressista”. Un altro ente finanziato da Soros è lo European Youth Portal, un meccanismo per la standardizzazione degli ideali giovanili nel pentolone del globalismo ultraliberale. Con quasi 300mila dollari la Open Society finanzia anche il Radical Democracy for Europe, un programma nato, come hanno rivelato i documenti di DC Leakes, «per coinvolgere la comunità di media-making creativo (tra cui artisti video e d’animazione) nel dibattito sulle elezioni e sulle politiche europee, in linea con gli obiettivi generali della Open Society, connettendosi ai social network e alle piattaforme digitali e usando i film come uno strumento di incremento della consapevolezza, allo scopo di raggiungere un’ampia audience e massimizzare l’impatto».

«Attraverso la creazione e manipolazione – scrive Phil Butler – di app e altri strumenti tecnologici, Soros cerca di “acchiappare” chiunque possa sostenere i suoi obiettivi. Da piccoli programmi come iChange Europe a innovazioni come Vote Match Europe, gli scagnozzi di Soros hanno impiantato sistemi di controllo in ogni angolo dell’Unione. SPIOR in Olanda, Transparency International in Lettonia, l’European Youth Forum, Migrant Voice… la lista di strumenti dell’Open Society per influenzare (l’opinione pubblica europea) … è impressionante. Soros ha lanciato una campagna di massa per trasformare l’Europa (…).C’è ampia evidenza che George Soros sia l’architetto e il dittatore dell’intera situazione migratoria che sta distruggendo l’Europa. Attraverso meccanismi di controllo acquisiti o influenzati ad ogni livello, non è irragionevole pensare che Soros diriga le leadership dell’Unione Europea alla stregua di un burattinaio. Ogni dogma, obiettivo, retorica, tono, e direzione della documentazione dell’Open Society che DC Leaks ha svelato mette le attività di Soros al centro del reticolo. Da Medici Senza Frontiere a misconosciute organizzazioni come la Federazione delle Organizzazioni Greche per Persone con Disabilità, Soros fa leva su qualsiasi cosa e qualsiasi persona capace di aiutarlo nei suoi obiettivi. (…). All’interno di queste intercettazioni ci sono prove che suggeriscono che Soros eserciti influenza non solo su leader come Angela Merkel e le sue controparti dell’Est Europa, ma anche sulle organizzazioni deputate alla mediazione dei conflitti. Dall’OSCE ad un’ampia gamma di cosiddette “ONG dei diritti umani”, Soros si comporta come una specie di “Padrino”. Le sue offerte, che nessuno sembra capace di rifiutare, ora si estendono molto più in là della mera offerta di denaro. (…)  ogniqualvolta un governo minaccia dissenso contro il movimento liberal-globalista, Soros raduna (ad esempio: OSCE e ONG contro l’Ungheria) un potentissimo esercito di collaboratori» (2).

L’analista americano, al modo tipico del giornalismo d’oltreoceano, snocciola una serie di informazioni e dati, accenna a qualche commento secondo le sue posizioni politiche, azzarda previsioni ma non va oltre. Non arriva al punto “metafisico” e “trans-storico” della questione.

George Soros è stato il finanziatore delle rivoluzioni colorate dalla Libia alla Siria passando per l’Ucraina. “Open Society” è un chiaro riferimento al suo maestro filosofico ovvero Karl Popper, che per quanto possa vantare meriti in epistemologia (nello smontare la mitologia sottesa al costruzionismo ideologico, anche quello scientista) è tuttavia uno dei padri riconosciuti del liberalismo novecentesco la cui essenza consiste nella negazione stessa della possibilità che esista la Verità metafisica. Popper è il maestro del relativismo ma non nel senso antropologico di Claude Lévi-Strauss bensì in quello filosofico liberale a suo tempo denunciato da Papa Ratzinger quale deriva dell’Occidente.

Popper è stato imposto all’attenzione culturale internazionale dal suo grande amico Frederich von Hayek e fu aiutato anche da Ludwig von Mises, altri due padri del liberalismo, nella sua versione economica ai quali si ispirò più tardi Milton Friedman il grande consigliere “monetarista” di Ronald Reagan e della Thatcher.

La sinistra ha abboccato al popperismo sin dagli anni ottanta: basta citare, come esempio, la rivista “Reset” alfiere appunto della “società aperta” intesa come società di sinistra. Sicché non è possibile dare tutti i torti ad Alesina e Giavazzi quando affermano che il liberismo, promuovendo mediante la concorrenza la mobilità sociale e quindi presuntivamente favorendo l’ascesa dei poveri, è di sinistra.

Quando Zygmunt Bauman ha iniziato a criticare la società liquida molti hanno finalmente compreso, anche a sinistra, che essa coincide con la “open society” di Popper e di Soros. Ma il potere apolide e globale del denaro è dalla parte di Soros, il quale non è avido di denaro di per sé. Soros non è un volgare usuraio ma un raffinato tessitore di strategie iniziatico-culturali che guarda al denaro – liquido come la società liquida globale – quale strumento per il perseguimento del suo disegno di ingegneria sociale neo-liberista di segno progressista. Progressista, sì!, ma non favorevole ai lavoratori ed a ciò che rimane del ceto impiegatizio, ossia piccolo borghese, ed operaio, ossia proletario. L’ingegneria sociale popperiana messa in cantiere da Soros favorisce il capitale apolide, trans-nazionale, che vuole assoluta libertà di movimento e di decisione, che aspira, e lo sta ottenendo, al potere di vita e di morte su lavoratori e popoli. Il capitale globale vuole imporsi negando le identità, quelle di classe come quelle nazionali. E ci sta riuscendo anche grazie a Soros ed alla sinistra “arcobaleno”.

I complottisti errano quando immaginano “superiori incogniti” incappucciati nelle segrete logge. Forse un tempo era così, ma oggi i presunti incappucciati, se mai lo hanno avuto, il cappuccio lo hanno tolto mostrando chiaramente volto, nome e cognome: Soros, Attali, Monnet, ed i loro immediati collaboratori come Monti, Macron, Juncker, Merkel etc.

La Russia di Putin è per Soros l’esempio tipico di “società chiusa”. Per questo essa è l’obbiettivo principale, il nemico “metafisico”, della rete costruita dal finanziere ungherese.

Sabato 13 maggio 2017 è stato il centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima e qualcosa ci dice che la profezia della Madre di Dio secondo la quale “alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà” abbia a che fare anche con il ruolo di Katéchon svolto, in questa fase storica, dalla Russia putiniana. In effetti, come annunciato a Fatima, la Russia si è convertita o almeno ha riscoperto la sua identità tradizionale e religiosa. Cosa, questa, che ha tra l’altro smentito il “fatimismo” conservatore filo-americano (vedi padre Krammer) il quale ai tempi dell’Unione Sovietica interpretava la profezia della Vergine in chiave politicamente anticomunista e filoamericana. Dio se la ride di certe convinzioni e sa sempre come sorprenderci.

Nel frattempo, però, la battaglia tra il Drago e la Donna “vestita di sole” è pienamente in atto e non si può pronunciare il nome di Soros non pensando a questo passo profetico che indica in un potere finanziario globale l’incarnazione storica di Colui che si oppone a Cristo

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio» (Apocalisse 13,16-17).

Questa profezia tuttavia non deve impressionare. Essa, infatti, è parte di un più vasto Annuncio che rassicura sulla vittoria finale di Cristo. Dobbiamo pertanto restare tranquilli, nonostante l’apparente invincibilità del potere globale che Soros, novello Saruman, serve quotidianamente. Noi già sappiamo che questo potere globale ha i giorni contati, proprio perché, un secolo fa, ci è stato promesso il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria. Il Cuore attraverso il quale il Verbo di Dio si è incarnato, entrando definitivamente nella storia dell’umanità, ed il cui ritorno Maria sta annunciando. “Vi saranno segni nel Sole” (Lc. 21,25), come appunto vi sono stati a Fatima ed altrove in Presenza di Maria.

Il Verbo Incarnato Gesù Cristo, Dio-Uomo, tornerà per sconfiggere definitivamente l’Oscuro Signore, colui che la tradizione islamica chiama al-Dajjāl, l’Impostore, il Mentitore, e la tradizione cristiana l’Anticristo, l’“omicida sin da principio”, “menzognero e padre della menzogna” (Gv. 8,44), “l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino  a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2Tes. 2,3-4), ed il cui “segno” va ricercato, come svelatoci nel Libro della Rivelazione, soprattutto nel potere mondiale del denaro.

Luigi Copertino

1382.- LA TRAPPOLA DELL’ODIO DEGLI AGENTI D’INFLUENZA. LA MANOVRA DELL’ANTISOVRANO. ORIZZONTE 48

  1. C’è un concetto “base” che torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni, di fronte

al dilagare della sovraesposizione mediatica di accadimenti come gli sgomberi di immobili occupati commettendo illeciti penali non “giustificabili” secondo alcuna interpretazione costituzionalmente (cioè democraticamente) orientata, ovvero come la violenza sessuale di gruppo posta in essere da stranieri, probabilmente a loro volta illecitamente presenti sul territorio nazionale (e, nel caso, oltretutto, in danno di altri stranieri che invece erano più che lecitamente entrati come turisti, categoria di cui si esalta l’oggettiva utilità in termini di saldo attivo delle partite correnti dei conti con l’estero, salvo poi contraddire questa auspicata propensione produttiva del territorio italiano attraverso destrutturazione e degrado permanenti perseguiti con l’austerità fiscale che incide su ogni livello di gestione del territorio. Fenomeno che è il naturale corollario degli obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio e della privazione della sovranità monetaria imposti dall’appartenenza alla moneta unica).

 

1.1. Il concetto base è il seguente: l’antisovrano ha paura della sovranità popolare perché non vuole la democrazia.

E non vuole la democrazia (a meno che non sia “liberale”, cioè ridotta a mero processo elettorale idraulico che azzera ogni reale possibilità di scelta popolare dell’indirizzo politico da seguire), perché (come dice Barroso, una volta per tutte, richiamando il ruolo imperituro de L€uropa nelle nostre vite quotidiane) la considera inefficiente dal punto di vista allocativo.

E ciò in quanto, appunto, le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico: cioè legittima un equilibrio allocativo che riflette una Legge naturale a cui asservire ogni attività normativa e amministrativa dello Stato, e rende un diritto incomprimibile il ritrarre un profitto da questa titolarità incontestabile, anche a scapito dell’interesse di ogni soggetto umano che non sia (già) proprietario di questi fattori della produzione.

Il merito che si autoattribuisce il capitalismo è quello di attivare una capacità di trasformazione delle risorse (limitate) per moltiplicare i beni suscettibili di essere acquisiti in proprietà (questo sarebbe il dispiegarsi dell’ordine del mercato, fin dai tempi della teorizzazione ecclesiastica), essenzialmente oggetto di consumo, e di permettere, nel corso di tale processo, l’impiego lavorativo di moltitudini di esseri umani che, in tal modo, sarebbero in grado automaticamente di procurarsi i mezzi di sostentamento.

 

  1. Di conseguenza, come trapela anche da autori (neo)neo-classici (cioè neo-liberisti) del nostro tempo, (eloquente in tal senso è “La nascita dell’economia europea” di Barry Eichengreen, che ho avuto modo di rileggere questa estate, non senza un certo disagio sulla disumana dissonanza cognitiva che ne emerge), il profitto è l’unico motore possibile della società e della sopravvivenza della specie.

Pertanto, i governi debbono esclusivamente preoccuparsi di garantirne la continuità (e ce ne accorgeremo presto, ancora una volta, quando si dovranno “fare gli investimenti” per risolvere la “crisi” dell’acqua), assicurando, nell’unica dialettica considerata razionalmente ammissibile, l’esistenza istituzionale di un mercato del lavoro che vincoli, a qualsiasi prezzo sociale, la massa dei lavoratori non-proprietari a condizioni di mera sussistenza.

 

  1. La moneta gold standard, o qualsiasi soluzione similare, ed anche più rigida, come l’euro, che rendono le politiche di stabilità monetaria indipendenti da ogni altro obiettivo politico (qui, p.17.1.), sono perciò un totem irrinunciabile innalzato sull’altare dell’unico diritto possibile e legittimo, essendo tutti gli altri diritti degli odiosi privilegi clientelari frutto di clientelismo e corruzione, (come ci illustrano con alti lai indignati contro la “giustizia sociale”, intesa come “corruzione legalizzata”, Spinelli, Hayek e Einaudi).

E l’unico diritto legittimo è, naturalmente, quello al profitto derivante dalla “data” allocazione delle risorse limitate in capo ai pochi grandi proprietari; i quali, in termini di equilibrio allocativo ideale, dovrebbero anche essere gli unici proprietari.

Qualsiasi alterazione di questo equilibrio è considerata razionalmente intollerabile e pone in pericolo l’equilibrio allocativo efficiente che, dunque, è prima di tutto un assetto di potere politico.

Lo Stato che abbia deviato da questo assetto, ponendo in essere divergenti condizioni di redistribuzione di tali risorse, ex ante (o ex post: ma queste ultime sono dotate di un’ambiguità che le rende asservibili anche ad obiettivi del tutto opposti a quelli della tutela del lavoro, come ci insegnano Pikketty, qui, p.8, e l’Unione bancaria), deve “ricostruire”, anche con ampi e notevoli interventi, prolungati per tutto il tempo necessario, la razionalità indiscutibile di questa Legge sovrastatuale e perenne.

 

  1. Come si ricollega tutto questo agli episodi di reato (e di loro difficoltosa repressione) posti in essere da “immigrati” a vario titolo nel territorio nazionale?

In modo alquanto coerente con il funzionamento progressivo del sistema di ripristino, accelerato da L€uropa, dell’assetto allocativo efficiente.

L’euro costringe alla svalutazione del tasso di cambio reale e consente che ciò si realizzi unicamente attraverso la riforma incessante del mercato del lavoro-merce (come spiega benissimo Eichengreen parlando del gold standard), cioè al fine di porre in condizioni di progressiva “mera sussistenza”, l’insieme dei soggetti non proprietari estranei al controllo dell’oligopolio concentrato e finanziarizzato (una condizione di “classe” che eccede di gran lunga quella del solo lavoratore dipendente, qui, p.4).

 

  1. Il costo politico di tale continuo aggiustamento, in costanza di suffragio universale (condizione mantenuta obtorto collo e in vista di una sua definitiva e formale abolizione), può essere sopportato solo “sostituendo” le classi sociali impoverite, e in precedenza titolari delle aspettative di tutela sociale apprestate, (formalmente ancora oggi), dalla Costituzione, con un adeguato contingente di soggetti “importati”, se e in quanto siano sradicati, per inconciliabile vocazione culturale, da questo precedente assetto sociale democratico.

Questi nuovi “insediati” sono dunque preferibilmente (cioè intenzionalmente) prescelti in quanto inclini a considerare la comunità di insediamento come un’organizzazione aliena, i cui precetti normativi fondamentali debbano, al più presto, cedere di fronte alla pressione numerica dei nuovi arrivati e delle loro esigenze primarie (rivendicate esplicitamente come le uniche da considerare, a detrimento di ogni situazione di crescente povertà degli autoctoni, che si lasciano governati dalla condanna a un senso di colpa inemendabile).

L’intera operazione di reinsediamento demografico è pianificata e incentivata attraverso organizzazioni – private ed espressione del perseguimento degli interessi dei grandi gruppi economici che dominano il diritto internazionale privatizzato– che inoculano e rafforzano, nei gruppi etnici reinsediati, questa idea di ordinamento giuridico arrendevole e di aspettativa incondizionata alla redistribuzione ex post di risorse in danno delle classi più povere e deboli in precedenza viventi sul territorio da “trasformare”.

 

  1. “Agenti di influenza” (NB: la fonte linkata è ufficiale dell’AISI-governo.it), appositamente predisposti sia all’interno del sistema mediatico dello Stato nazionale di “accoglienza”, che operanti nell’organizzazione, reclutamento e agevolazione del reinsediamento, si preoccupano essenzialmente di rafforzare e rendere irreversibile l’idea che le leggi statali nazionali che vietano comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico e l’interesse generale della comunità “ricevente”, e da trasformare a tappe forzate, siano sostanzialmente immorali o troppo difficili da applicare e perciò oggetto di urgenti riforme (ad es; il cosiddetto ius soli), o, ancor meglio, di desuetudine: cioè di accettazione diffusa della loro inapplicazione in nome di un prevalente “stato di necessità” che si fonda sull’inevitabile “scarsità di risorse”.

 

  1. Senso di colpa indotto in via propagandistica dagli “agenti di influenza” e scarsità di risorse, come parametro ormai metanormativo e supercostituzionale, costituiscono un combinato tale che si ottiene anche l’effetto più ambito, come evidenziava Rodrik, da parte delle elites timocratiche che guidano l’operazione: lo scatenarsi del conflitto sezionale tra poveri importati cittadini esteri, e cittadini impoveriti soggetti all’accoglienza in funzione di fissazione deflattiva dei livelli retributivi.

Il porre i vari pezzi di non-elite uno contro l’altro, scardina ogni senso di reazione alla manovra aggressiva di classe condotta dalle oligarchie cosmopolite, e alla sottrazione della sovranità democratica che, appunto, (così Luciani, p.7) si caratterizzava su una “concezione ascendente”, cioè per la sua titolarità “di popolo”, e sull’idea di Nazione; l’unica storicamente tale da individuare in senso coesivo e solidale una comunità sociale sufficientemente univoca per determinare gli interessi comuni che la sovranità persegue per sua natura (qui p.11.3 e, prima ancora, come rammentava Lord Beveridge, cfr; p.5 infine).

 

7.1. L’attitudine distraente del conflitto sezionale si manifesta, per la verità in tutto il mondo occidentale, in modo da amplificare il potere degli agenti di influenza delle elites che hanno buon gioco nello stigmatizzare quell’odio che hanno accuratamente infuso e alimentato nel corpo sociale delle non-elites: e questo fino al punto da delegittimare, nei fatti narrati in modo da forzare etichette di condanna ipocritamente “etica”, quelle che sono esattamente le reazioni naturali, quasi meccanicistiche, che avevano inteso deliberatamente suscitare.

Il senso di colpa, in precedenza diffuso a livello di preparazione mediatico-culturale dell’operazione, può quindi essere addebitato al corpo sociale aggredito in base a “fatti” che corrispondono anch’essi alla meccanica calcolata dell’intolleranza che si intendeva suscitare.

 

  1. Il cerchio si sta chiudendo, dunque.

L’unica risposta rimasta è la consapevolezza. E la consapevolezza ci riporta alla rivendicazione della effettiva legalità costituzionale. Oltre di essa c’è solo il territorio di nessuno dello stadio pre-giuridico dei puri rapporti di forza, come ci avvertiva Calamandrei, rapporti imposti dall’ordine internazionale dei mercati.

Il conflitto sezionale che questo ordine mira a portare alle sue conseguenze estreme non deve essere l’inganno finale con cui si autodistrugge la sovranità democratica, in una trappola innescata da odiatori dell’umanità, tanto apparentemente astuti quanto, in sostanza, rozzi e primordiali.

 

8.1. Basterebbe rammentare due semplici passaggi. Il primo, già citato, è di Rodrik (qui, p.4):

“…riportiamo un significativo brano di Dani Rodrik che, sebbene riferito alle dinamiche dei paesi in via di sviluppo, per le condizioni create dal liberoscambismo sanzionato dal vincolo esterno “valutario”, ci appare eloquente anche per la Grecia e, di riflesso (mutatis mutandis, in una sostanza però omogenea), per tutti i paesi coinvolti nell’area euro.

Da rilevare che questa spiegazione ci dà ben conto dei sub-conflitti “sezionali” (p.11.1.), in funzione destabilizzatrice della democrazia, che fanno capo ai “diritti cosmetici” e alle identità etnico-religiose-localistiche, conflitti che sono una vera manna per le elites:

 

 

 

“Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.

 

I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell’industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all’informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili.

 

Gli interessi condivisi all’interno della non-elite sono più ardui da definire, l’organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

 

 

 

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.

 

Inoltre, le elites possono ben preferire – e ne hanno l’attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l’altro.

 

Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l’elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, ha meno probabilità di verificarsi.

 

In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile.”

 

  1. Il secondo è di Chang (qui, pp.8- 8.1.):

“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.

Come si determina il massimo della immigrazione?

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).

Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.

Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.

Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.

Costituisce un mito – un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.

Stupri e occupazioni di immobili sono qualcosa che, dunque, corrisponde ad un effetto ben prevedibile dell’operazione che si sta ponendo in essere: l’obiettivo è proprio quello di “porre sotto stress le instrastrutture fisiche e sociali” della comunità statale “attaccata”, per distruggerne ogni “identità nazionale” per mezzo di una ben preparata condanna mediatico-moralistica e, attraverso di essa, ogni “coesione sociale”.

E’ questo valore, infatti, il principale ostacolo al pieno ripristino dell’ordine internazionale dei mercati (cioè dell’assetto allocativo efficiente che predica il solo diritto al profitto di pochi proprietari).

 

  1. Riforme in stato di eccezione permanente, accoglienza illimitata, distruzione definitiva della legalità costituzionale sono tutt’uno, dunque, con la cinicamente calcolata diffusione dei reati commessi dagli immigrati. E con la loro enfatizzazione, intenzionalmente diffusiva dell’odio che intendono addebitarci, per poi reprimerlo anche con la forza delle armi. Armi di ogni tipo: il primo sono gli agenti di influenza che, secondo la teorizzazione che ne fa la stessa intelligence, sono destinati a influenzare e controllare l’azione dei governi presso cui tali agenti operano, rispondendo a interessi e direttive ostili alla Nazione infiltrata.

Non ci cascate.

Difendete la Costituzione democratica: con tutti i mezzi che essa offre. Il primo, però, e il più importante, è dentro di voi.

Perché i veri avversari, ci avvertivano i Costituenti, sono quelli che non credono nelle Costituzioni...

 

Professore, condivido con un distinguo e, cioè, che difendere la Costituzione significa difendere la trama dei suoi Principi, resi, oggi, inattuabili per difetto dei costituenti che non hanno saputo o voluto garantire la partecipazione del popolo alla politica dando ai partiti e a tutte le formazioni intermedie, attraverso le quali questa partecipazione si deve svolgere (quindi, anche i sindacati) un altrettanto definita trama di Principi, come, esemplificando, la trasparenza, anzi, le trasparenze amministrativa e ordinativa e l’alternanza). Restringere questi principi, come fa l’art. 49, all’espressione “con metodo democratico” e lasciare a una ipotetica legge ordinaria la disciplina dei partiti, significa aver affermato che “la sovranità appartiene al popolo”, senza avergliene fornito gli strumenti per esercitarla. Vediamo, infatti, che il Parlamento, preso nel significato lessicale della parola, non esprime e non legifera secondo la reale volontà del popolo, principalmente quello colto e più capace, che si allontana, perciò, dalla politica, come dimostrato dall’astensionismo e dal basso livello culturale degli eletti. Tralascio ogni considerazione sui motivi possibili di questa grave carenza. Non meno importante fu non aver meglio garantito l’applicabilità della Costituzione, particolarmente di quella sua parte economica e non aver esplicitato e reso praticamente applicabile la sanzione per il reato di alto tradimento. Ecco, allora, che condivido quanti chiedono che sia data attuazione alla Costituzione, ma solo per quanto attiene ai suoi principi.

 

1381.- ALTRO CHE RIFUGIATI! DENTRO IL PALAZZO SGOMBERATO DAGLI ERITREI: LA VERITÀ, SONO PIÙ RICCHI DI TANTI ITALIANI. LE IMMAGINI DELL’ATTACCO ALLA POLIZIA..A ROMA!

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Nemmeno dopo tutto quel che è accaduto il Fondo Omega di Idea Fimit ha potuto riprendere possesso del palazzo di sua proprietà occupato da più di 500 eritrei dal 2013. Le chiavi non sono ancora state restituite al legittimo proprietario perché lo sgombero non è ancora terminato: fino al tardo pomeriggio di ieri erano ancora asserragliate dentro alcune donne incinte, e la polizia non ha voluto ovviamente forzare la mano. Donne e bambini sono stati più volte utilizzati sia dagli occupanti che dalle associazioni per il diritto alla casa e da alcune onlus che non raramente li hanno manovrati, ed è probabile che siano esposti in prima fila oggi nel corteo di protesta ad altissimo rischio organizzato alle 16,30 a Roma, con partenza in piazza dell’Esquilino in una città blindata per l’occasione con paura di nuovi scontri.

Movimenti antagonisti e ong che sono spuntati come funghi durante lo sgombero per cavalcare anche politicamente la vicenda degli scontri con la polizia hanno arringato fin dai primi giorni gli occupanti perché rifiutassero le soluzioni abitative loro proposte sia dall’assessorato ai servizi sociali di Roma che dalla società Sea che quell’immobile dovrebbe prendere in affitto dal Fondo Omega appena liberato. Per altro quella soluzione provvisoria (alcune villette a Forano, in provincia di Rieti) è stata sbarrata dal sindaco Pd del paese, Marco Cortella, che ieri non ha voluto sentire ragioni. «Sono contrario», ha detto Cortella, «perché siamo il comune nella provincia di Rieti con il numero più alto di richiedenti asilo. Ne abbiamo già 40 su 3.168 cittadini, oltre la percentuale del 3 per mille per ogni Comune prevista dal Ministero dell’Interno. Invece di gratificarci, ci mortificano».

Al momento gli sfollati dall’immobile di via Curtatone si sono dispersi per la città, alcuni convogliati da alcune associazioni (Baobab in testa) in ricoveri di emergenza, altri andati in una sorta di rifugio provvisorio vicino alla stazione Tiburtina, altri ancora presi comunque in gestione dalle strutture comunali. E tutti pronti a tornare appena verrà allentata la tensione e la vigilanza in quel palazzo dove ormai si erano insediati da anni.

C’è un rarissimo video – girato nel novembre scorso da Rete Zero, una tv privata di Rieti – che in pochi minuti fa capire come si svolgeva la vita all’interno del palazzo occupato, e che tipo di sistemazione avevano trovato gli eritrei. Ormai non era un accampamento come ci si potrebbe immaginare, ma un ufficio trasformato in un vero e proprio palazzo residenziale. Nell’androne interno chi vi abitava lasciava in modo ordinato biciclette, passeggini e carrozzine. Poi lungo le scale si arrivava ai corridoi degli uffici che erano stati unificati e trasformati in veri e propri alloggi, con tutto l’arredamento che era necessario. L’unica cosa artigianale – mancando gli allacciamenti al gas – erano le cucine, con i forni alimentati da quelle bombole al Gpl che avevano tanto preoccupato i vigili del fuoco nell’unica parziale ispezione fatta. In casa non mancava nulla: parte giorno e parte notte, letti e divani, tavoli, poltrone, tende per difendere la propria privacy, quadri e immagini religiose (crocifissi e madonnine, perché erano quasi tutti cristiani gli abitanti). Poi frigoriferi, lavatrici, elettrodomestici vari (forni a micro onde, macchine per il caffè) e in non poche abitazioni anche televisori al plasma di grande dimensioni e decoder per ricevere la tv satellitare collegati alle parabole installate dagli stessi migranti sul tetto dell’ edificio.

Entrando in quel palazzo occupato si ha dunque l’impressione di un certo benessere di chi vi abitava, e che gli eritrei fossero ben al di sopra della soglia di povertà si capisce bene anche dalle immagini scattate sia nel giorno degli scontri che ieri quando sono tornati lì vicino a spiegare la loro protesta alla stampa: molti hanno in mano smartphone di ultima generazione del valore di centinaia di euro. Avevano uno stile di vita compatibile anche con una abitazione regolarizzata da un affitto a Roma, magari non in zone così centrali.

Che non fossero poveri in canna viene confermato informalmente dai rappresentanti della comunità eritrea in Italia che abbiamo sentito in queste ore, che confermano l’esistenza di lavori regolarmente retribuiti per buona parte degli occupanti. Altri elementi informativi invece fanno capire che non poche fossero le infiltrazioni in quel palazzo, anche di tipo criminale. Non tutti quelli che vi abitavano erano eritrei: molti etiopi, qualche somalo. Eritrei si sono tutti dichiarati al momento dello sbarco in Italia proprio per potere godere della protezione internazionale, e non avendo documenti per molti di loro l’ attesa delle verifiche è stata talmente lunga da potersi imboscare con facilità.

Dentro il palazzo – secondo le stesse fonti ufficiali della comunità eritrea in Italia – accanto a una vita normale ce ne era una parallela, con cui ci si arrangiava e si otteneva qualche guadagno extra. La più banale veniva dalla sistemazione di alcune stanze con il minimo necessario che venivano affittate a 15 euro a notteagli eritrei di passaggio a Roma. Una sorta di bed and breakfast. Esisteva anche un altro tipo di commercio: quello delle abitazioni permanenti ricavate in quegli uffici. Se qualcuno di loro trovava regolare sistemazione in città, vendeva i diritti di abitazione in via Curtatone per cifre di una certa importanza, “anche 12mila euro“. Le forze di polizia erano già intervenute all’interno in poche occasioni per stroncare altri tipi di commercio assai più irregolari: sette inquilini arrestati per traffico di migranti, e altri identificati e fermati per traffico di stupefacenti.

di Franco Bechis

E ora qualche immagine di questa brava gente che lancia sampietrini e bombole di gas ai nostri poliziotti. Nel mezzo, come sempre, c’è Medici senza frontiere, dalla parte di chi assale le Forze dell’Ordine. E’ un’associazione a delinquere di matrice politica, pagata da chi non vuole l’Ordine Pubblico. Genitori, dove è scritto che i poliziotti e i carabinieri devono essere assaliti a pietre, insulti e bombole di GPL?

1380.- LA LEGGE SECONDO IL PD

Piazza Indipendenza

Sgomberi e immigrati. Le polemiche e le mille fesserie pubblicate sullo sgombero dello stabile di Piazza Indipendenza a Roma e, insieme, i filmati del lancio di bombole di gas, aperte e pure accese, contro i “nostri” carabinieri, meritano un approfondimento e un punto a capo.

 Minniti non è fascista. I manganelli di Piazza Indipendenza obbedivano alla tessera N.1 del PD. Feltri brutale contro Franco Gabrielli: “Sei il capo della Polizia o dei boy scout?” Se occupano la casa di un’anziana mentre è ricoverata in ospedale, manche la mia, bisogna trovare casa agli abusivi e nessuno può intervenire. Pazzesco!

Questa cittadina eritrea sgomberata con mille buone maniere da casa De Benedetti è così povera che sarà alloggiata “a ufo” in unavilletta in provincia di Rieti (contro il volere del sindaco).
Dall’inciucio con le Ong di Soros, alla svendita della sovranità del popolo italiano e della cittadinanza, questo Governo, che ho definito un Vuoto Politico, sta abusando oltre ogni limite della civiltà degli italiani e della protezione delle Forze dell’Ordine: le stesse che oppone disarmate alle orde selvagge fatte sbarcare nella nostra terra. Dal 2006, da più di dieci anni, gli italiani non votano con una legge coerente e rispettosa della Costituzione repubblicana, cioè, siamo tornati sotto dittatura dal 2006 e questo Governo, come quelli che in questi anni lo hanno preceduto è legittimato dalla fiducia di un Parlamento illegittimo, almeno parzialmente dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014. Una consulta timorosa di andare fino in fondo, che ha dato la misura dell’invasione della politica del malaffare nelle istituzioni.
Gianni Fraschetti, in questi giorni, ha sentito dire tante cose sullo sgombero. Ha sentito dire che “ci vorrebbe un Minniti di destra”, ha sentito dire che “finalmente il governo ha deciso di fare sgomberi a tappeto” e tante altre ingenue amenità e dice: Io mi ero limitato a notare e a chiedermi “come mai sgomberano l’unica palazzina dove ci sono profughi veri e non clandestini occupanti?” e a concludere con “nessuno mi leverà dalla testa che la sgomberano solo perchè la palazzina è di una ben nota proprietà”. Mi hanno risposto che non capisco niente e che faccio propaganda contro il governo anche quando ha deciso di imboccare la strada giusta.
Eccovela la strada giusta: il governo e Minniti hanno deciso che non si sgombererà MAI PIU’ una palazzina occupata se prima non verrà trovata un’adeguata sistemazione per tutti gli occupanti. Cioè hanno abolito la proprietà privata, cioè hanno stabilito che se qualcuno ti occupa la casa non potrà più essere cacciato (a meno che non gli si trovi una casa popolare, e coi tempi che ci sono passano tanti anni). Il diritto romano ha portato la proprietà privata in tutta Europa. Il governo del PD ha abolito questo diritto.
Come avevo scritto DOVEVANO sgomberare quella palazzina, ma solo QUELLA e poi basta. E ci hanno pure aggiunto che tutti gli altri si attaccheranno al manico.
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Sull’argomento leggiamo da Libero uno sdegnatissimo Vittorio Feltri:

“Se non si capisce che occupare le case altrui è una forma intollerabile di violenza, si rischia di dire cazzate che confondono le idee. Non è solo questione dell’ edificio sgomberato a Roma che ha generato tante stupide polemiche. Il problema è molto più grave e diffuso. Anche a Milano succede spesso che una vecchia signora esca di casa per fare la spesa e immediatamente ci sia un figlio di buona donna che approfitta della assenza della proprietaria per entrare nei suoi locali onde impossessarsene. È una bella cosa da approvare o anche solo da sopportare? Eppure si dà il caso che nessuno provveda a intervenire allo scopo di restituire l’ alloggio a chi proditoriamente ne è stato privato. Di norma la poverina succube di prepotenti non ha mezzi propri per ribellarsi e finisce all’ ospizio. Si commette così una ingiustizia che grida vendetta.
Simili odiosi episodi si registrano ogni giorno. È possibile andare avanti così? Occorre aggiungere che gli usurpatori della proprietà altrui sono dei disperati a cui bisogna concedere delle attenuanti, ma non l’ impunità. Se passa il concetto che il meno debole frega con l’ inganno il debolissimo, va a farsi benedire la legalità. Inammissibile.
Serve il pugno di ferro per impedire simili soperchierie. La polizia deve agire e non farsi impietosire. La guerra fra poveri è disgustosa. Se poi viene danneggiata la persona meno robusta, come sempre accade, è obbligatorio difenderla. La miseria non giustifica l’ aggressione a gente senza la capacità di proteggersi. Ciò detto, ribadiamo: se le occupazioni abusive sono violenze, chi le effettua non si lagni se qualcuno lo prende a calci nel posteriore. Merita di essere punito. Ecco perché non ci scandalizziamo se lo stabile di piazza Indipendenza nella capitale è stato sgomberato dagli agenti con maniere brusche. Era l’ unico modo per ripristinare la legalità. O ce ne era un altro, tipo la persuasione, la gentilezza, la diplomazia, mazzi di fiori e baci in fronte?
Buttare fuori gli occupanti di alloggi richiede fermezza e decisione, altrimenti non se ne vanno. Una operazione del genere non è certamente elegante ma necessaria, uno spettacolo orribile però senza alternative. E allora l’ ex prefetto dell’ Urbe, attuale capo della polizia, Franco Gabrielli, ha sbagliato delle grosse a prendersela con i propri uomini che hanno eseguito gli ordini con professionalità ed efficacia. È stato chiesto loro di svuotare il palazzo dei pensionati? Ebbene lo hanno fatto nell’ unica maniera possibile, scacciando chiunque.
Gabrielli ha redarguito un poliziotto che, davanti al lancio da una finestra di una bombola di gas (non una piuma) destinata a colpire in testa un agente, ha gridato: spezzate un braccio al perfido lanciatore. Che altro avrebbe potuto dire? Gettateci in capo anche un tavolo o un armadio?
Egregio dottor Gabrielli una domanda: l’ edificio romano andava sgomberato ai tempi in cui lei era prefetto? Se è così perché non ha eseguito tale sgombero? E ora ci spieghi perché attacca i suoi collaboratori che, invece, si sono impegnati a realizzare le disposizioni piovute dall’ alto. I poliziotti non sono assistenti sociali né suore: non sono obbligati per decreto a prenderle ma è consentito loro di reagire.
Lei ha la vocazione del tutore della legge o del boy-scout?

L’Illegalità eretta a sistema di governo in nome della Resistenza o di chi? Dove sono i partigiani della democrazia?

 

1376.- Schaeuble, piano per poter commissariare l’Italia

Gli gnomi dell’alta dittatura finanziaria sono contrariati dalla resistenza del popolo italiano e hanno deciso che quella anomalia istituzionale chiamata Commissione europea, benché di koro nomina, sia tuttavia un organo troppo politico (!) e influenzabile dai governi. Qualcuno dirà: “Scopro che abbiamo un Governo!”. Ecco, allora, che spunta il fondo Esm che assumerà i poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati, indovinate quali? Quelli come l’Italia, che non rispettano le regole di bilancio e, a non rispettarle, ci pensa questa serie di governi, sostenuti dalla fiducia di un parlamento illegittimo. Quindi, miliardi a gogò: alle banche, agli F-35, agli afroasiatici, più afro che asiatici, che hanno vinto la lotteria del buonismo italiano e ciucciano in compagnia di chi può. Oggi, un altro italiano disperato suicida. Insomma, hanno deciso che dobbiamo essere commissariati e che marceremo al passo dell’oca; infatti, l’Esm è finanziato dalla Germania per il 22%. Così pagheremo all’infinito un debito pubblico inventato – quasi, quasi – per noi. Tutto questo grazie agli eredi sinistri della Resistenza, che ci guarderanno dall’alto dei loro conti correnti esteri e con la benedizione del Vaticano.

 

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Il ministro delle Finanze tedesco vuole una troika tutta europea. Il meccanismo europeo di stabilità (Esm), detto anche fondo salva Stati, potrebbe essere usato dagli Stati anche per situazioni di crisi come catastrofi naturali e per migliorare le congiunture in periodi negativi e non solo in caso di fallimento. In cambio però i paesi che non rispettato le regole di Bilancio perderebbero la loro sovranità e sarebbero commissariati. Sarebbe questo il piano del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble secondo un articolo di Bild.

Il progetto di riforma delle istituzioni europee, che dovrebbe essere lanciato subito dopo le elezioni Federali in Germania, prevede la creazione di un Fondo monetario europeo e getterebbe le basi per poter commissariare i paesi in crisi non virtuosi. I soldi dei contribuenti tedeschi verrebbero messi a disposizione dei Paesi del Sud d’Europa (degli 80 miliardi del bilancio del Fondo, 22 sono versati da Berlino) ma la contropartita a cui pensa Schaeuble è molto grossa.

In cambio l’Esm avrebbe infatti una maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli Stati. Stando alla prima bozza del piano, il fondo Esm andrebbe a prendere importanti poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati che non rispettano le regole di bilancio.

La Commissione è considerata da alcuni come un organo troppo politico per prendere queste decisioni e troppo sensibile alle richieste dei Paesi membri. Le indiscrezioni sulla proposta di Schaeuble arrivano poco prima delle elezioni tedesche del 24 settembre e sembrano andare incontro alle richieste del presidente francese Emmanuel Macron in favore di un bilancio unico in Eurozona.

Nella visione della Germania, il rispetto della disciplina di bilancio è il presupposto per il rafforzamento della governance economica europea. Il Meccanismo europeo di stabilità è dotato di 80 miliardi di euro, di cui 22 miliardi sono messi dalla Germania. Nei calcoli di Schaeuble, il Paese avrebbe così maggiore potere di intervento sui bilanci degli Stati europei.

“Non sono previsti eurobond né ricette miliardarie”, ha precisato la portavoce di Schaeuble in conferenza stampa, “ma in gioco c’è lo sviluppo del Meccanismo di stabilità europeo e il progresso dell’Eurozona”.

D’altra parte, la Commissione è contraria ad attribuire all’Esm la funzione di guardiano dei conti pubblici perché il Fondo avrebbe soltanto il ruolo di gestione di potenziali crisi nell’area euro, anche se il fondo è visto come il futuro sostegno comune dell’Unione bancaria.

Oggi, 24 agosto 2017, di Livia Liberatore