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1278.- FNOMCeO: dal Consiglio Nazionale una forte presa di posizione sul DDL Lorenzin

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All’unanimità, il Consiglio nazionale della FNOMCeO, riunito a Roma sabato 24 giugno, ha approvato una mozione relativa al cosiddetto Ddl Lorenzin sulla riforma dell’istituzione ordinistica. Presentata da Filippo Anelli, Presidente OMCeO di Bari, la mozione è stata oggetto di un articolato dibattito al termine del quale i Presidenti di Ordine hanno espresso all’unanimità il proprio voto a favore della mozione. (In allegato).
In questo report però, richiamiamo il dispositivo finale: “Il Consiglio Nazionale della FNOMCeO invita il Governo ed il Parlamento a riprendere il confronto con la Professione Medica in tutte le sedi istituzionali, ripartendo dal testo approvato in Senato; a non cedere alla tentazione di sacrificare sull’altare di interessi di parte i livelli di tutela di salute dei cittadini, oggi assicurati dalla professione medica che da sempre interpreta, a volte anche con sacrificio, il proprio ruolo quale garante di un fondamentale diritto costituzionalmente protetto”.
Il Consiglio nazionale si è aperto con la relazione della Presidente Roberta Chersevani, che ha spaziato su tutti i problemi aperti con i quali si trova a misurarsi la Federazione. A partire dal sostegno alle zone dell’Italia centrale colpite dai terremoti. È avvenuta la consegna di tre FIAT Panda in provincia di Macerata, mentre presto sarà consegnata un’ambulanza nel Reatino. La Presidente ha quindi parlato dell’azione di contrasto contro due truffe quali il cosiddetto Registro Italiano dei Medici e l’European Medical Directory, nonché della gestione IMI-Alert e dell’Alert System e della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (CCEPS). Ha richiamato i due tavoli AIFA e il tavolo tecnico MMG con Ministero della Salute, MIUR e Regioni ed ha parlato dell’Osservatorio sui decreti attuativi della legge 24/2017 sulla responsabilità professionale e dell’indagine conoscitiva ENPAM-FNOMCeO sulle difficoltà di medici e odontoiatri. Altri temi le sperimentazioni cliniche con richiamo alla Carta di Napoli sulla tutela della persona. La Presidente ha ricordato i prossimi appuntamenti del CN: 14 e 15 luglio a Siena; 29 e 30 settembre a Messina; dicembre a Roma, con il bilancio. Ha riferito sulle audizioni in Parlamento sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento ed ha accennato alle disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale e della legge annuale per il mercato e la concorrenza. Ha infine trattato i vari aspetti dell’Atto della Camera 3868, anche noto come ddl Lorenzin, ma su questo tema e sulle posizioni che ha assunto la FNOMCeO rimandiamo alla mozione approvata all’unanimità.

Il dibattito si è articolato su 25 interventi.

Giuseppe Renzo, Presidente nazionale CAO: “Non siamo soddisfatti del ddl sulla concorrenza, che contrasta sia con la legge istitutiva degli Ordini sia con la legge 490/85 per gli odontoiatri, che esprimono contrarietà anche rispetto al 3868”.

Maurizio Scassola, Vice Presidente FNOMCeO ha svolto un dettagliato intervento sul ddl 3868, toccando alcuni punti-chiave: “Il testo è stato profondamente modificato: così non riconosce il ruolo istituzionale degli Ordini, mentre la legge 24/2017 attende ancora i decreti attuativi. Per noi – ha aggiunto Scassola – sono inaccettabili nuovi profili professionali e diciamo no a revisori dei conti scelti al di fuori degli Ordini. La proposta poi di decentrare l’elezione degli Ordini con seggi fuori sede dimostra che la politica è lontana dalle problematiche degli Ordini stessi”.

Per Emilio Pozzi, Presidente OMCeO di Bergamo “in Parlamento non si è tenuto conto dei suggerimenti degli Ordini, mentre prosegue il fenomeno per cui alcune Regioni, con proprie leggi, stravolgono le caratteristiche della Medicina”.

Filippo Anelli ha illustrato la mozione sopra richiamata, sottolineando alcuni punti: “Tutto parte dal Trattato di Lisbona, da lì è disceso il disconoscimento delle professioni. Il sapere sembra scomparso. La conseguenza potrebbe essere la scomparsa degli Ordini. Nel ddl Lorenzin veniamo visti come tecnici, ma noi dobbiamo riaffermare il valore della libertà che significa la possibilità di autogoverno della professione. Siamo noi che facciamo le diagnosi, il che implica assunzione di responsabilità e qui sta la differenza con la tecnica. Il ddl Lorenzin va bocciato. Gli Ordini devono governare la professione e interloquire con il Governo nazionale e con i Governi regionali”.

Amerigo Sbriccoli, Presidente OMCeO di Macerata, ha detto: “La professione medica non esiste più per la politica, è considerata al pari di altre professioni. I medici sono percepiti come nemici, non vengono presi in considerazione”.

Secondo Guido Lucchini, Presidente OMCeO di Pordenone, “con il ddl Lorenzin, tutto il Governo ci è contro. Eppure, anche da parte dei giovani medici che si avvicinano all’Ordine c’è entusiasmo, ma c’è rabbia nei confronti della politica”.

Giovanni Leoni, Presidente OMCeO di Venezia: “Il ddl Lorenzin dimostra ignoranza e aggressività nei confronti dei medici. Dopo alcune vicende come la riforma costituzionale, bocciata dagli italiani, o come la legge elettorale che non vede la luce, la classe politica non può venire a dire a noi come fare la professione”.

Per Eugenio Corcioni, Presidente OMCeO di Cosenza, “il ddl Lorenzin è un’offesa per tutti noi. Pensare di decentrare le elezioni degli Ordini è profondamente sbagliato, è un’idea che intacca la nostra autonomia, che invece noi dobbiamo difendere, specialmente in realtà come la mia dove il rischio è da un lato la prepotenza di certa politica, e, dall’altro, il rischio di infiltrazione della ‘ndrangheta”.

Giovanni D’Angelo, Presidente OMCeO di Salerno, ha sostenuto che “da tempo c’è una progressiva svalutazione della professione medica, che parte dall’Università. La diagnosi può appartenere a chi ha la conoscenza”.

Giuseppe Lavra, Presidente OMCeO di Roma, ha detto: “Nei tavoli tecnici occorre inserire anche specialisti e ospedalieri. Sul piano generale, occorre rivendicare il ruolo degli Ordini, perché sia il comma 566 sia il ddl Lorenzin sminuiscono il ruolo del medico. L’organizzazione della classe medica non è potere, ma responsabilità”.

Cesare Ferrari, Presidente OMCeO di Trapani ha posto l’accento su due aspetti: “Siamo fermi sul ddl Lorenzin, sulla legge 24 e sul comma 566, mentre invece dovremmo far sentire di più la nostra voce. Sul territorio poi, è un vulnus la vicenda delle nomine dei direttori generali delle Asl da parte delle Regioni”.

Augusto Pagani, Presidente OMCeO di Piacenza, oltre che del ddl Lorenzin, ha sottolineato “la possibilità che possano nascere conflitti di interesse tra Ordine e sindacato o tra Ordine e politica. Noi dobbiamo evitare simili situazioni, riaffermando il ruolo degli Ordini”.

Per Silvestro Scotti, Presidente OMCeO di Napoli, “il ddl Lorenzin è offensivo per tutti i medici e questo CN non è considerato come rappresentante della categoria. Mai come in questo momento, gli Ordini devono difendere la professione medica”.

Secondo Pierantonio Muzzetto, Presidente OMCeO di Parma, “il ddl Lorenzin mina alla base il senso della professione medica, che la si vuole ridurre alla mera applicazione di procedure e linee guida. Invece noi siamo Istituzioni democratiche e dobbiamo difendere il valore etico della nostra professione”.

Maria Erminia Bottiglieri, Presidente OMCeO di Caserta, ha posto l’accento sugli articoli 1 e 1 bis relativi alle sperimentazioni. Ma ha anche lanciato un ammonimento: “Donne e giovani devono essere valorizzati per le loro capacità”.

Carlo Manfredi, Presidente OMCeO di Massa Carrara ha operato una distinzione: “Il medico burocrate ha come obiettivo difendere la comunità, il medico clinico ha invece la mission di avere in cura la persona. Circa le sperimentazioni, si tende a ridurre i tempi per immettere più velocemente i farmaci sul mercato. Sull’obbligatorietà dei vaccini, occorre fare riferimento a linee guida basate sull’evidenza”.

Salvatore Amato, Presidente OMCeO di Palermo, ha sostenuto che “alcune scelte devono essere inquadrate oramai in una dimensione europea capace però di prendersi carico dei problemi e di fornire le soluzioni. Certo, il quadro è problematico, se si pensa che prima si è fatto l’euro come moneta unica e poi si è cominciato a pensare all’Europa, un paradigma che va ribaltato, come anche occorre passare dalla patologia della salute alla salutogenesi, esaltando il ruolo della prevenzione”.

Roberto Monaco, Presidente OMCeO di Siena, nel ricordare l’appuntamento del 14-15 luglio nella sua città, ha detto: “L’Ordine ha la funzione principale di tutelare la qualità della professione”.

Antonio Panti, Presidente OMCeO di Firenze, ha sostenuto che “occorre portare avanti le posizioni della Federazione a livello politico sia nazionale sia locale. Noi, sui vaccini, dobbiamo dare risposte alle domande dei cittadini”.

Francesco Noce, Presidente OMCeO di Rovigo, ha detto che “gli attacchi alla professione medica partono da molto lontano, mentre gli Ordini di confermano essere a tutela della professione e dei cittadini. Rischiamo però di perdere il decoro della professione, oltre che scienza e coscienza”. Noce ha auspicato “un’azione dirompente da parte della Federazione con le dimissioni collettive dei Presidenti senza escludere una manifestazione davanti al Parlamento”.

Ugo Trucco, Presidente OMCeO di Savona, ha sollecitato “iniziative da parte della Federazione, per affermare i nostri valori, anche perché i politici continueranno sulla loro strada, senza ascoltare le istanze che noi rappresentiamo”.

Per Roberto Rossi, Presidente OMCeO di Milano, “questo è il momento di mostrare la massima compattezza della Federazione sul ddl Lorenzin”.

Fulvio Borromei, Presidente OMCeO di Ancona, “la politica ha mostrato incompetenza e volontà di attaccare la professione, di attaccare l’Ordine vero per poter istituire nuovi Ordini”.

Ottavio Di Stefano, Presidente OMCeO di Brescia, ha invitato tutti “a un’autocritica: ci dobbiamo chiedere quanto contiamo davvero al nostro interno e nel rapporto con le Istituzioni”.

Secondo Giovanni Maria Righetti, Presidente OMCeO di Latina, “il Consiglio nazionale deve dare un mandato pieno al Comitato centrale e alla Presidente per portare avanti temi e problemi emersi nel dibattito che si è sviluppato anche in questa nostra Assemblea”.

Come si può osservare, forte è stata la partecipazione e altrettanto forte è stata la passione con cui i Presidenti di Ordine hanno affrontato le questioni cruciali di questo momento particolare che la professione medica sta vivendo.

LA CONCLUSIONE DELLA MOZIONE DEL CONSIGLIO NAZIONALE

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1259.-BAIL IN, IL PROBLEMA E’ IL 1834 CC

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   (Andrea Cavalleri)

Perché se una banca fallisce ci devono rimettere i correntisti?

In realtà bisognerebbe anche chiedersi perché una banca fallisce, ma qui il discorso diventa un po’ troppo tecnico, consiglio in merito di leggere le pubblicazioni del gruppo di studio inglese “Positive money” o di guardare i loro video con sottotitoli in italiano.

Torniamo quindi al nodo della questione che interessa il cittadino: se l’azienda bancaria fallisce logico che gli azionisti perdano tutto, logico che chi avanza dei diritti nei confronti della banca, come obbligazionisti e detentori di titoli vari, venga liquidato in percentuale a seguito della vendita delle residue attività, logico che vi sia una scala gerarchica nella ripartizione dei proventi fallimentari: lo Stato, i privilegiati, i chirografari.

Ma, si chiede il cittadino, perché io che ho messo i miei soldi in banca non posso riprendermeli e devo invece pagare per l’incapacità o la disonestà dei dirigenti dell’istituto?

Se io fossi un sarto, come Armani, e avessi depositato in un magazzino le mie giacche, in caso di fallimento del magazzino non sarei mai tenuto a rimborsare i creditori della logistica con i miei capi firmati, in banca non è lo stesso?

La risposta è no, non è per niente lo stesso, perché mentre Armani ha le sue giacche in magazzino, tu non hai i tuoi soldi in banca né potrai mai averli perché non esiste nemmeno la possibilità di “avere i propri soldi in banca”.

Il conto corrente bancario rientra in una fattispecie giuridica detta “deposito a vista” descritta dal

  1. 1834 del codice civile (quello italiano, comunque identico a tutti gli analoghi regolamenti bancari vigenti nel modo democratico, moderno e progredito, che tanto bene vuole ai suoi cittadini) che suona così:

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.

Dal testo risulta quindi che i soldi segnati nel conto corrente sono di proprietà della banca, in quanto il correntista glieli ha prestati all’atto stesso del deposito.

Due riflessioni in merito.

La prima: la legge non ammette ignoranza, dunque formalmente il rapporto cittadino-banca è perfettamente regolare e rispetta un contratto sottoscritto e approvato bilateralmente.

Però sostanzialmente, dato che, a essere ottimisti, un cittadino su mille conosce i termini della questione, i contratti bancari procedono da una circonvenzione di incapace e si configurano come falso ideologico e truffa di massa.

La seconda: la guerra al contante e l’obbligo sempre più massivo di effettuare ogni transazione passando da un conto corrente, ha come effetto quello di costringere la popolazione a prestare i suoi soldi alle banche. Dal punto di vista razionale e morale è una mostruosità senza precedenti, qualcuno mi può spiegare cosa significa “essere obbligati a prestare dei soldi”?

L’unica situazione analoga che mi viene in mente è quella di un “promotore assicurativo” dal forte accento meridionale, che forza imprenditori e commercianti a stipulare una “polizza di copertura contro rischi generici” magnificando la protezione attiva garantita dal general manager don Vito Corleone.

L’evocazione di don Vito ci riporta al secondo aspetto cruciale della questione, ovvero il perché i regolamenti bancari siano così anti intuitivi, contorti e poco spiegati al pubblico.

Forse la materia è così problematica che gli esperti non sanno trovare soluzioni migliori?

Direi proprio di no. Gli studi scientifici definitivi in materia risalgono al 1936 e sono dovuti al grande economista Irving Fisher (“Debt-deflaction theory” e “100% money” detto Chicago plan).

Questi spiegò che l’uso della riserva frazionaria (il metodo di gestione dei depositi a vista) non solo mette a rischio le proprietà del singolo correntista, ma che è la causa principale di tutte le grandi depressioni economiche, perché può provocare la scomparsa di ingenti quantità di moneta, precipitando il sistema in una gravissima crisi da deflazione. Nel caso della crisi del ’29, un terzo dei dollari di tutta la nazione americana scomparvero nel nulla, dollari che figuravano virtualmente sui conti correnti, ma che erano solo la proiezione di una serie di parametri bancari che, una volta compromessi, determinarono la volatilizzazione dei soldi.

Il rimedio a questo tallone d’Achille del sistema monetario è forse troppo complicato?

No, è banale!

Fisher spiegò chiaramente che bastava usare la “moneta intera” cioè moneta reale e non virtuale, ovvero permettere al cittadino di “avere i suoi soldi in banca”.

Ma allora perché non lo si fa?

E qui ritorna don Vito Corleone, cioè la persona umana dietro il sistema.

Dire che noi prestiamo i nostri soldi alle banche, significa, in ultima istanza, che noi diamo i nostri soldi ai banchieri (che poi ce li re-imprestano a interesse).

Questo andazzo, protratto ormai da qualche secolo, ha prodotto un accumulo incommensurabile di ricchezza e di potere nelle mani di una ristretta cerchia di banchieri e tra i poteri che queste persone si sono accaparrati c’è ovviamente quello di decidere sui regolamenti bancari e monetari.

Insomma il buon vecchio e sicuro conflitto di interessi elevato all’ennesima potenza.

Questa è la ragione per cui le migliori menti, studiano, escogitano metodi sicuri ed efficienti per garantire il benessere generale, magari ottengono dei riconoscimenti (come il premio Nobel a Tobin, quello della Tobin tax) ma poi non vedono mai applicate realmente le loro teorie.

Al contrario vengono regolarmente adottati i provvedimenti più assurdi, utilizzando come giustificazione teorie antiquate, inconsistenti e più volte smentite dai fatti, ma funzionali a garantire i privilegi di una ristretta casta dominante.

E’ così perché conviene a lorsignori. Conviene? Ma neanche, basta che piaccia.

Pensate che negli ultimi lustri si è sviluppato un sistema di scommesse detto dei “contratti derivati” che, pur con alcune eccezioni di utilità, è al 95% un giro di truffe e riffe da biscazzieri.

Ebbene in caso di fallimento di una banca i contratti derivati hanno una priorità rispetto ai conti correnti. Cioè quando il commissario liquidatore avrà racimolato il patrimonio derivato dalla cessione di tutti gli attivi, prima dovrà pagare le scommesse di lorsignori chiamate derivati e poi, nell’eventualità -impossibile- che avanzi qualche briciola, potrà ripartirla tra i correntisti.

Giustamente vengono prima i loro divertimenti e poi le nostre necessità.

Per concludere la logica vorrebbe che il bail in fosse la normale procedura fallimentare, ma con moneta intera, cioè coi “miei soldi in banca” e che non si toccano!

Per fare questo bisognerebbe pensare a una campagna referendaria per l’abrogazione del 1834 del codice civile, il che equivarrebbe a una rivoluzione e imporrebbe in pratica una costituente.

Il vecchio potere non acconsentirà mai, ma un tale referendum costituirebbe comunque la legittimazione giuridica e democratica dei forconi. Forconi che non devono andare in piazza, ma nei collegi degli azionisti di maggioranza delle banche, nelle fondazioni bancarie e nelle direzioni generali degli istituti di credito.

Con le buone maniere si ottiene sempre tutto.

 di Maurizio Blondet

 

1254.- Una trappola chiamata ius soli

La giovane coppia cinese che ho in affitto avrà un figlio cinese, dovunque nasca. Solo una parte degli italiani è convinta che l’identità nasca dalla terra e appartiene alla stessa parte politica degli ignoranti al governo: ignoranti, ma non per i loro interessi. Rodolfo Casadei scrive:

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Premesso che nessuna delle due cose rappresenta un peccato o una virtù in base alla morale cristiana e al Catechismo della Chiesa cattolica, in linea di principio sono contrario allo ius soli e favorevole allo ius sanguinis. Per un motivo molto semplice: i bambini non nascono dal suolo, ma dal ventre delle loro madri. Crescerli ed educarli non è compito dello Stato, ma dei genitori. Padre e madre hanno il diritto e il dovere di crescere ed educare i figli secondo la storia, la cultura, i valori di cui loro sono eredi e che definiscono la loro identità. Da due italiani nasce un italiano, o un’italiana; da due tunisini nasce un tunisino, o una tunisina; da un tunisino e un‘italiana nasce un italo-tunisino, ecc.

Qualunque sia il paese nel quale le coppie sopra menzionate si trovino a vivere, e qualunque sia la legislazione vigente sulle nazionalità e sulle naturalizzazioni, nessuno potrà cancellare il fatto che l’identità nazionale di un bambino che viene al mondo è quella dei suoi genitori, oppure è una combinazione delle loro nazionalità se i genitori sono di nazionalità diversa. Quando un bambino viene dato in adozione a una coppia di italiani nel contesto di un’adozione internazionale, quel bambino diventa ipso facto italiano non perché va a vivere in Italia, ma perché coloro che si impegnano a offrirgli amore ed educazione sono italiani. I rapporti reali vengono prima delle determinazioni giuridiche astratte, come quella che stabilisce che chi nasce in un certo luogo ne assume per il fatto stesso la cittadinanza in quel momento storico vigente.

Lo ius soli assoluto vige nei paesi, come gli Stati Uniti, di recente formazione e nati da una colonizzazione che ha coinvolto persone di molte etnie diverse. In quel caso essendo il territorio “vuoto” e senza storia (i pellerossa avrebbero molto da ridire su questo, ma non hanno abbastanza forza per farsi ascoltare), lo stesso prenderà i suoi valori e la sua tradizione da chi viene ad abitarlo. Contrariamente a quello che pensano i progressisti italiani, in epoca moderna lo ius soli non sta a significare la preminenza della cultura del luogo su quella di chi immigra, che viene incorporato alla cultura dominante attraverso la cittadinanza, ma il riempimento di una identità vuota da parte di chi immigra. Gli Stati Uniti, dove vige una forma radicale di ius soli, sono stati a lungo un paese Wasp (white, anglo-saxon and protestant) perché Wasp erano la maggioranza degli immigrati. Poi hanno assunto il cattolicesimo nella loro identità attraverso gli immigrati italiani, irlandesi e polacchi. Poco più di 35 anni fa la componente ispanofona ha messo il turbo, e oggi negli Usa ci sono 41 milioni di persone che parlano spagnolo come loro prima lingua, quando nel 1980 erano solo 11 milioni. Gli Usa sono diventati un paese che è anche latino.

In linea di principio, lo ius sanguinis indica una preminenza dei rapporti reali su quelli astratti: riconosco la cittadinanza italiana a un figlio di italiani perché confido che gli trasmetteranno la lingua e la cultura che storicamente hanno costituito l’identità italiana, beni che la cittadinanza mira a proteggere insieme ad altri diritti della persona. Storicamente lo ius sanguinis è praticato da popoli di origine antica (o che si pensano tali) che hanno con fatica creato istituzioni politiche sovrane in un determinato territorio, e a partire dalla sovranità su quel territorio riconoscono diritti di cittadinanza a tutti coloro che presentano le caratteristiche identitarie di quel popolo, anche se nati fuori dai confini. È il caso dell’Italia e della Germania, del Marocco e di Israele, ecc.

Se l’Italia dovesse approvare la legge attualmente in discussione al Senato, nel nostro paese verrebbe introdotta una forma temperata di ius soli accanto allo ius sanguinis, che resterebbe vigente. Secondo il testo di legge un bambino nato in Italia avrebbe diritto alla cittadinanza se almeno uno dei due genitori è cittadino Ue e si trova legalmente in Italia da almeno cinque anni. Se i genitori non provengono dall’Unione Europea, oltre ad avere il permesso di soggiorno da almeno cinque anni almeno uno dei due deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio idoneo e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Inoltre potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, elementari o medie. I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Perché ci sarebbe bisogno di questa innovazione? I sostenitori della proposta invocano due motivi: perché occorre mettere fine alla discriminazione fra bambini stranieri nati in Italia e bambini italiani, e per facilitare l’integrazione dei bambini stranieri. Tutte e due le motivazioni appaiono discutibili. In Italia bambini italiani e bambini stranieri hanno gli stessi diritti civili e possono accedere agli stessi servizi: scuola, sanità, assistenza sociale in caso di povertà, ecc. Di più: in Italia italiani e stranieri possono godere degli stessi diritti umani fondamentali. Come scrive Rocco Todero su Il Foglio, «oggi gli stranieri regolarmente residenti nel nostro Paese godono di tutti i diritti e le libertà fondamentali consacrate nella Costituzione repubblicana. Si va dal naturale riconoscimento di tutte le libertà cosiddette negative, come quelle di circolazione, manifestazione del pensiero, associazione, religione, alla tutela dei principali diritti sociali di prestazioni quali il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza sociale, all’istruzione, alla sanità, agli assegni sociali e all’invalidità civile». L’unica cosa che agli stranieri manca è il diritto di voto, ma in compenso non sono tenuti ad assolvere quanto richiesto dall’art. 52 della Costituzione: sono esentati dal “sacro dovere” della difesa in armi della patria italiana. Quanto al secondo argomento, quello dell’integrazione, è evidente che la cittadinanza dovrebbe essere la conclusione di un percorso integrativo e non un qualcosa che viene conferito all’inizio, a scopo di incoraggiamento.

Quali sono allora le vere ragioni che spingono la sinistra ad accelerare su questo tema? Anzitutto c’è una ragione ideologica: l’ossessione per l’uguaglianza. I progressisti si sentono in colpa e vogliono che tutti gli italiani si sentano in colpa e si vergognino per il fatto che persiste una diseguaglianza fra i minorenni italiani e i minorenni stranieri che vivono da tempo in Italia, la disuguaglianza di cittadinanza. Anche se tutti i diritti umani e civili fondamentali dei bambini stranieri sono rispettati e promossi, la diseguaglianza di cittadinanza appare ai loro occhi intollerabile come la differenza che hanno cercato di eliminare con l’istituzione delle unioni civili, o la differenza legale fra il consumo di alcolici e il consumo di cannabis che desiderano cancellare, o la genitorialità che vorrebbero estendere a tutti i tipi di coppie, ecc. Non si rendono conto che in questo caso il loro egualitarismo ha il sapore del disprezzo per la cultura e la nazionalità altrui. È come se dicessero: “Poverini, gli tocca restare marocchini, gli tocca restare albanesi, è intollerabile!”. Ma chi ha stabilito che la nazionalità italiana è così superiore a quella egiziana, o peruviana, o filippina, che negarla troppo a lungo a qualcuno diventa un delitto di lesa civiltà? Dopo tante prediche multiculturaliste, il velo del politically correct cade e si vede quello che i progressisti pensano veramente: le altre nazionalità sono talmente inferiori alla nostra che prima ne liberiamo gli stranieri e meglio sarà per tutti.

Poi ci sono ragioni più pratiche. Una è quella che vede nell’accelerazione delle naturalizzazioni la via maestra per riequilibrare il deficit demografico italiano e quindi per risolvere il rebus pensionistico dell’Italia dei prossimi decenni. Un demografo serio come Giancarlo Blangiardo ha spiegato e rispiegato che questa idea è sbagliata. I deficit demografici e le loro conseguenze sulla struttura pensionistica di un paese non si riequilibrano, il prezzo degli errori fatti si paga senza sconti, e se si crede di risolvere il guaio intensificando l’immigrazione si rinvia di poco il redde rationem e lo si appesantisce un altro po’. Perché anche gli immigrati invecchieranno e bisognerà pagare loro la pensione, e poiché mediamente avranno versato meno contributi degli italiani, il tesoro pubblico dovrà accollarsi altri pesi. Senza poi dimenticare che anche gli immigrati, dopo qualche anno che sono in Italia, abbassano sensibilmente il loro tasso di fecondità al punto da contribuire al deficit demografico italiano anziché alleviarlo. Evidentemente ci sono problemi economici e politici che spingono la natalità in Italia verso il basso, problemi che valgono sia per gli italiani che per gli immigrati, e l’importazione di esseri umani dall’estero non è una soluzione.

Probabilmente la vera ragione per cui il governo di sinistra vuole introdurre una legislazione di ius soli riguarda non i minorenni, ma i loro genitori: per un bambino straniero in Italia non cambia niente avere la nazionalità italiana subito piuttosto che a 18-20 anni, ma per i suoi genitori la cosa può fare una grossa differenza. Chi ha un figlio divenuto italiano non potrà essere allontanato dall’Italia perché è rimasto disoccupato e quindi non gli viene rinnovato il permesso di soggiorno, o perché dopo tanti anni di ricorsi la sua domanda per essere riconosciuto come rifugiato è stata respinta. Un minorenne con la cittadinanza italiana vale tanto oro quanto pesa per la sua famiglia che la cittadinanza italiana ancora non ce l’ha. Perché credete che in Europa arrivino attraverso l’emigrazione illegale tanti minorenni non accompagnati? Sono minorenni, non possono essere espulsi, le famiglie di origine contano nel tempo di ricongiungersi a loro in terra europea.

Il governo di sinistra evidentemente vuole captare la benevolenza politica di questi immigrati, e in prospettiva il loro voto. Dal punto di vista utilitaristico degli uni e degli altri, lo ius soli pare dunque un buon affare. Ma è buono veramente, per le famiglie di immigrati e per l’Italia in generale? C’è da dubitarne assai. Un figlio che diventa italiano prima del genitore non è una buona prospettiva per un immigrato: questo fatto potrebbe accentuare il distacco generazionale, alimentare un’estraneità fra genitori e figli. L’integrazione di un ragazzo immigrato al mainstream italiano senza la mediazione familiare può avere esiti socialmente perversi. Dall’Olanda arriva una lezione su cui riflettere, portata alla mia attenzione dal direttore dell’Istat olandese Kim Putters. Costui, ex senatore socialista non sospettabile di pregiudizi etnici o razziali, mi spiegava che se si vanno a vedere le statistiche dei due gruppi di immigrati più numerosi in Olanda, marocchini e turchi (entrambe le comunità contano circa 400 mila unità), i primi risultano più integrati dei secondi: sono più secolarizzati e parlano meglio l’olandese.

Eppure il 70 per cento dei marocchini ha problemi con la legge prima del compimento del trentesimo anno di età per reati contro il patrimonio o a sfondo sessuale, mentre il tasso di criminalità dei turchi è identico o inferiore a quello degli olandesi autoctoni. A proteggere i giovani turchi da passi falsi non è l’integrazione, ma il suo contrario: la coesione familiare, l’introversione del gruppo, il relativo isolamento dal resto della società, l’essere più turchi che olandesi in tutti i sensi. Per avere uomini retti e buoni cittadini la famiglia, cioè il sangue, è più importante del suolo.

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1212.- LA SVEZIA VIETA LE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE…

 

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26 maggio 2017

Il 10 maggio il Parlamento svedese ha respinto 7 proposte che avrebbero promosso le vaccinazioni obbligatorie. Il governo svedese ha deciso infatti che le politiche di vaccinazione forzata sono contrarie ai diritti costituzionali dei loro cittadini.

La Svezia, invece di aderire alla pressione delle aziende farmaceutiche o delle tattiche spaventose dei media mainstream, ha adottato la decisione di rifiutare l’applicazione della vaccinazione obbligatoria ai suoi cittadini. Infatti, un tale mandato, hanno affermato, violerebbe la Costituzione del paese.Anche altri fattori hanno influenzato questa decisione. Da un lato c’è stata la pressione dei cittadini che hanno manifestato chiaramente il loro dissenso al concetto di vaccinazioni forzate. Il testo di uno dei motivi relativi alla decisione ha rilevato che i parlamentari avevano osservato “una grande resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione“.

I politici hanno anche citato alcuni dati dall’NHF (National Health Federation Sweden) che hanno rivelato frequenti e “gravi reazioni avverse” al vaccino MMR (morbillo, orecchioni e rosolia) ed hanno osservato che tali reazioni sono specificate anche nel foglietto informativo del vaccino. I politici hanno affermato che siccome i bambini dovrebbero ricevere due dosi di questa vaccinazione, questi considerevoli rischi sarebbero raddoppiati. Inoltre hanno sottolineato che tali rischi non erano limitati al vaccino MMR, ma che altri vaccini causavano “reazioni avverse simili”.

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Ecco l’articolo originale in svedese di ciò che è avvenuto (è tradotto con il traduttore dato che non conosciamo lo svedese ):

“La NHF svedese ha inviato una lettera al Comitato e ha spiegato che violerebbe la nostra Costituzione se introducesse la vaccinazione obbligatoria o la vaccinazione obbligatoria come è stata presentata nel moto di Arkelstens. Molti altri hanno anche presentato una corrispondenza e molti hanno richiamato il Parlamento e i politici. I politici parlamentari hanno sicuramente notato che c’è una massiccia resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione.”

Inoltre, questo deve essere osservato da tutti i paesi che impongono vaccinazioni obbligatorie di bambini e adulti, specialmente in Italia, dove esiste un vero e proprio regime nazista fatto di minacce e ritorsioni a tutti coloro che mettono in dubbio il dogma dei vaccini, senza alcuna apertura al dialogo e alla comprensione delle critiche. Su ActivistPost leggiamo:

“La NHF svedese mostra anche le frequenti reazioni avverse in base al tasso a cui FASS specifica nel foglietto illustrativo del vaccino MMR, quando si vaccina un gruppo intero di anno. Inoltre, bisogna tener conto che ogni gruppo di età riceverà due volte il vaccino MMR, per cui gli effetti collaterali sono raddoppiati. Non dobbiamo dimenticare che, inoltre, si applicano simili liste di reazioni avverse per altri vaccini. Nella lettera abbiamo anche incluso una vasta lista degli additivi trovati nei vaccini – sostanze che non sono sostanze per la salute e non appartengono a bambini o bambini. Abbiamo finito l’opinione dei politici con una scoraggiante lista di studi che dimostrano che la vaccinazione è una cattiva idea.”

E’ importante notare un punto che viene sempre tralasciato in questa campagna mediatica portata avanti in Italia da televisioni e giornali dove si usa tanta retorica e poco cervello, perché “non si discute sui vaccini” ovvero “non si usa il cervello, si fa il gregge e basta”. La questione degli additivi trovati nei vaccini che “non sono sostanze per la salute e certamente non appartengono ai neonati o ai bambini”.

Quali sono gli additivi dei vaccini?

Leggiamo sul sito ufficiale canadeseImmunize Canada leggiamo ad esempio che nei vaccini c’è:

Su Wikipedia leggiamo anche altri eccipienti:

  • Siero di vitello bovino
  • albumina umana
  • siero di albumina umana
  • gelatina idrolizzata
  • L-glutamato monosodico
  • proteine cellulari MRC-5

Tessuti di feti umani abortiti nei vaccini

Come leggiamo su Wikipedia le proteine cellulari MRC-5 sono:

“Una linea di coltura umana diploidi composta da fibroblasti derivata da tessuto polmonare di un feto maschio caucasico abortito di 14 settimane. [1][2] La linea cellulare è stata isolata da J.P. Jacobs e colleghi nel settembre 1966.

Le cellule MRC-5 vengono utilizzate per produrre diversi vaccini tra cui MMR [NdR: morbillo, orecchioni rosolia], Varicella e Polio. Le cellule infette MRC-5 secernono il virus e possono essere coltivate in grandi volumi adatti alla produzione commerciale.”

Tempo fa avevamo pubblicato la notizia di uno studio che mostra la connessione tra autismo e inserimento di feti umani abortiti nei vaccini.

I morti per morbillo e i morti per vaccino da morbillo

Ebbene, nel ricercare questo articolo ho scoperto due fonti di informazioni molto interessanti dai media principali, che, se esaminati collettivamente, forniscono una reale comprensione del modo in cui il nostro pensiero è manipolato su questo tema. Come afferma Tracey Watson che ha scoperto questi dati:

  1. Un articolo sulla NBC News intitolato 7 Miti vaccinali esaminati dai medici. Uno dei “miti” che presumibilmente crollano è l’idea che “più persone muoiono dal vaccino che da morbillo”. Essi affermano che mentre il morbillo uccide 140.000 persone di tutto il mondo ogni anno, solo 57 dichiarazioni di morte dal vaccino contro il morbillo sono state depositato con il Programma di Compensazione Colpiti dai Vaccini (VICP). Ora, è interessante notare che questo articolo esamina la morte in tutto il mondo, ma cita solo i tassi di mortalità dei vaccini per gli Stati Uniti, dove il VICP è stato istituito nel 1986.
  2. Andiamo al secondo articolo parlando dei mali del morbillo. Questo articolo di Very Well effettivamente dà il numero di persone che sono morte di morbillo negli Stati Uniti. L’articolo fornisce solo cifre dal 2000, ma rileva con rabbia che sono stati 11 morti per morbillo da quell’anno.

Quindi, l’articolo ci dice che 57 sentenze di morte per vaccino contro il morbillo sono state presentate con VICP (presumibilmente dal 1986), mentre l’altro ci dice che un totale complessivo di 11 persone è morto dalla malattia stessa tra il 2000 e il 2015. Anche se volessimo raddoppiare quel numero per conto degli anni tra il 1986 e il 2000 (portandolo da 11 a 22), ciò significa ancora che più del doppio di persone è morto per vaccino contro il morbillo rispetto al morbillo reale…

Da notare che in Francia una decisione simile a quella della Svezia è stata presa all’inizio di quest’anno – il ministro della sanità stava spingendo per i vaccini obbligatori e aumentando il numero di vaccini raccomandati, avevano una commissione e stavano spingendo questa opzione, ma il pubblico e alcuni esperti li persuasero a non farlo.

Disclaimer: Questo articolo ha solo fine illustrativo e non sostituisce il parere del medico. Non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento. Disclaimer completo

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Vaccini, bimba di due mesi muore nel sonno a Torino dopo esavalente.

Una bimba di due mesi, figlia di una coppia di rifugiati di origine nigeriana ospite di una comunità a Lemie, nel Torinese, stamattina è stata trovata morta nella sua culla. I carabinieri, intervenuti sul posto, hanno rilevato che il decesso è avvenuto per cause apparentemente naturali. Potrebbe dunque trattarsi di Sids, la sindrome di morte improvvisa del lattante che in Italia uccide circa 300 neonati l’anno. La piccola ieri era stata sottoposta a vaccinazione esavalente e non sembrava aver accusato alcun malessere. Per dare una spiegazione si attende l’esito dell’autopsia disposta dalla procura di Ivrea. Il fascicolo è stato affidato al pm Giuseppe Drammis.

L’Asl To4 ha sostituito, in via precauzionale, tutti i lotti del vaccino esavalente del tipo a cui era stata sottoposta la bimba. «Le vaccinazioni – ha dichiarato il direttore sanitario Giovanni Lavalle – non subiscono alcuna sospensione e sono effettuate secondo i calendari programmati». La bambina – fa sapere l’Asl – era nata pretermine. «Siamo particolarmente colpiti dal dramma che ha interessato la famiglia della piccola – ha dichiarato il direttore generale dell’ASL TO4, dottor Lorenzo Ardissone – anche perchè di fronte alla morte improvvisa di un bimbo non si può che rimanere attoniti e profondamente addolorati. Siamo comunque in collegamento diretto con la Procura della Repubblica e stiamo predisponendo la documentazione clinica utile a chiarire quanto accaduto». Nella giornata di ieri – spiega l’Asl – la piccola era stata vaccinata con l’esavalente (vaccino contro difterite, epatite B, infezioni da Haemophilus Influenzae tipo B, pertosse, poliomielite e tetano) più il vaccino anti-Rotavirus.

«Il fascicolo è di atti relativi al decesso in quanto al momento non è accertata alcuna responsabilità. Dopo l’autopsia si faranno le valutazioni del caso». Così il procuratore di Ivrea, Giuseppe Ferrando, in merito alla vicenda della bimba nigeriana di due mesi morta a Lemie. «Non ci sono sequestri di vaccino da parte della procura – precisa Ferrando – ma solo un ritiro a scopo cautelativo dei lotti di vaccino da parte dell’Asl To4».

1191.- LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA E NEPPURE IGNORANTI

Un atto legislativo deve essere conosciuto e conoscibile ed essere, perciò, redatto in modo semplice e facilmente comprensibile. Ecco una dimostrazione di come l’Unione europea sfugge alla comprensione e alla partecipazione dei cittadini: “Sommergendoli di parole.” Ma non si tratta di un atto dell’Unione, bensì di una legge della Regione Veneto che dovrebbe istruire i veneti cittadini sul come europizzarsi.

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LEGGE REGIONALE  n. 26 del 25 novembre 2011

Norme sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea.

Il Consiglio regionale ha approvato
Il Presidente della Giunta regionale
promulga

la seguente legge regionale:

TITOLO I
Disposizioni generali

Art. 1
Finalità

1. La Regione del Veneto, sulla base dei principi di attribuzione, sussidiarietà, proporzionalità, efficienza e partecipazione democratica promuove il rafforzamento dell’Unione europea e favorisce il processo d’integrazione europea nel proprio territorio, la conoscenza delle iniziative europee fra i diversi soggetti pubblici e privati e la partecipazione ai programmi e progetti europei.

Art. 2
Oggetto

1. La presente legge definisce le modalità di partecipazione della Regione alla formazione e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato e del riparto costituzionale delle competenze.

Art. 3
Cooperazione interistituzionale e obblighi di informazione

1. La Regione, al fine di rappresentare le proprie istanze nei rapporti con l’Unione europea, lo Stato e le altre regioni, partecipa con i propri organi, nell’ambito delle rispettive competenze e prerogative, alle sedi di collaborazione e di cooperazione interistituzionale.
2. Il Consiglio regionale e la Giunta regionale si informano reciprocamente e tempestivamente in ordine alle attività svolte e adottano ogni misura necessaria a favorire il massimo raccordo tra le strutture regionali, al fine di consentire l’espressione di una posizione unitaria della Regione con riferimento ai progetti di atti normativi dell’Unione europea e agli atti preordinati alla formulazione degli stessi.


TITOLO II
Partecipazione regionale alla formazione del diritto dell’Unione europea

Art. 4
Partecipazione mediante la formulazione
di osservazioni al Governo

1. La Regione, mediante i propri organi, in un quadro di leale collaborazione istituzionale volta all’affermazione unitaria degli interessi del Veneto, formula osservazioni sui progetti di atti normativi dell’Unione europea, o sugli atti agli stessi preordinati, nel rispetto della normativa statale vigente.
2. Fatti salvi i casi d’urgenza, il Consiglio regionale e la Giunta regionale definiscono d’intesa le osservazioni di cui al comma 1. Qualora entro sette giorni non si raggiunga l’intesa, la Giunta regionale può comunque procedere alla formulazione delle stesse, dandone immediata comunicazione all’organo consiliare.
3. Qualora un progetto di atto normativo dell’Unione europea riguardi una materia attribuita alla competenza legislativa regionale, il Presidente della Giunta regionale, anche su proposta del Consiglio regionale, può chiedere al Governo la convocazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, di seguito denominata Conferenza Stato-regioni, ai fini del raggiungimento dell’intesa di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281 “Definizione ed ampliamento delle attribuzioni della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano ed unificazione, per le materie ed i compiti di interesse comune delle regioni, delle province e dei comuni, con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali”.
4. Il Presidente della Giunta regionale può altresì chiedere, anche su proposta del Consiglio regionale, alla Conferenza Stato-regioni di invitare il Governo ad apporre la riserva di esame in sede di Consiglio dei ministri dell’Unione europea.

Art. 5
Verifica del rispetto del principio di sussidiarietà

1. Il Consiglio regionale, anche attraverso la partecipazione a forme di coordinamento e di collaborazione tra regioni, verifica il rispetto del principio di sussidiarietà nei progetti di atti legislativi dell’Unione europea secondo le modalità previste dal proprio Regolamento e ne trasmette le risultanze alla Giunta regionale, alle Camere e al Comitato delle regioni.

TITOLO III
Partecipazione regionale all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea

Art. 6
Sessione europea del Consiglio regionale

1. Entro il mese di maggio di ogni anno il Consiglio regionale è convocato per una o più sedute in sessione europea al fine di esaminare:
a) il disegno di legge regionale europea, di cui all’articolo 8;
b) il programma legislativo annuale della Commissione europea;
c) la relazione sullo stato di conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea, trasmessa dalla Giunta regionale al Consiglio regionale e alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche comunitarie entro il 15 gennaio di ogni anno;
d) il rapporto sugli affari europei, di cui all’articolo 7.
2. Al fine di garantire la più ampia partecipazione degli enti locali, delle università, delle altre autonomie funzionali e delle parti sociali ed economiche, all’interno della sessione europea possono essere attivate adeguate forme di consultazione in relazione ad aspetti dell’attività europea che presentino specifica rilevanza nei loro ambiti di competenza.
3. Il Consiglio regionale conclude la sessione europea approvando apposito atto di indirizzo.

Art. 7
Rapporto sugli affari europei

1. Entro il mese di aprile di ogni anno la Giunta regionale trasmette al Consiglio regionale un rapporto in ordine alle attività svolte ai fini della partecipazione alle politiche dell’Unione europea, che indica:
a) lo stato di avanzamento degli interventi regionali cofinanziati dall’Unione europea, le disposizioni procedurali adottate per l’attuazione, i risultati conseguiti, le criticità riscontrate;
b) le iniziative che si intendono adottare nell’anno in corso con riferimento alle politiche dell’Unione europea d’interesse regionale, tenendo conto del programma legislativo e di lavoro approvato annualmente della Commissione europea e degli altri strumenti di programmazione delle istituzioni europee;
c) le posizioni sostenute nell’ambito della Conferenza Stato-regioni, convocata per la trattazione degli aspetti delle politiche dell’Unione europea di interesse regionale;
d) le questioni sollevate nel Comitato delle regioni e nell’ambito del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei;
e) lo stato delle relazioni tra la Regione e l’Unione europea ed in particolare le prospettive dei negoziati svolti presso le istituzioni europee;
f) le eventuali procedure di infrazione a carico dello Stato per inadempienze imputabili alla Regione.

Art. 8
La legge regionale europea

1. La Regione assicura l’adeguamento dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea e l’attuazione delle politiche europee attraverso l’emanazione di una legge regionale europea annuale, che:
a) recepisce gli atti normativi emanati dall’Unione europea nelle materie di competenza regionale, con particolare riguardo alle direttive, disponendo quanto necessario per l’attuazione dei regolamenti;
b) detta disposizioni attuative delle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea e delle decisioni della Commissione europea che comportano obbligo di adeguamento;
c) dispone le modifiche o abrogazioni delle norme regionali conseguenti agli adempimenti di cui alle lettere a) e b) o a procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti della Regione;
d) individua gli atti dell’Unione europea alla cui attuazione ed esecuzione la Regione può provvedere in via regolamentare o amministrativa, dettando i relativi principi e criteri direttivi.
2. La legge regionale europea reca l’indicazione dell’anno di riferimento e stabilisce il termine per l’adozione di ogni ulteriore atto regionale di attuazione cui la legge stessa rimandi; le misure di adeguamento dell’ordinamento regionale agli obblighi europei indicano nel titolo l’atto dell’Unione europea cui si riferiscono.
3. Entro il mese di aprile di ogni anno la Giunta regionale presenta il disegno di legge regionale europea, accompagnato da una relazione che riferisce sullo stato di attuazione della legge regionale europea dell’anno precedente, motivando in ordine agli adempimenti omessi, ed elenca le direttive europee di competenza regionale da attuare in via legislativa, regolamentare o amministrativa, nonché quelle che non necessitano di successivi provvedimenti di attuazione in quanto:
a) direttamente applicabili per il loro contenuto sufficientemente preciso e incondizionato;
b) l’ordinamento regionale è già conforme alle direttive stesse;
c) lo Stato ha già adottato provvedimenti attuativi da cui la Regione non intende discostarsi e, in tal caso, la relazione contiene l’elenco dei provvedimenti statali di attuazione.
4. Resta salva la possibilità che specifiche misure di attuazione del diritto dell’Unione europea siano contenute in altre leggi regionali, specie a fronte di atti normativi o di sentenze degli organi dell’Unione europea che comportino obblighi di adempimento e scadano prima della data di presunta entrata in vigore della legge regionale europea.
5. La legge regionale europea è trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche comunitarie.

Art. 9
Programmazione regionale sulle politiche europee

1. La Regione partecipa ai piani, ai programmi e ai progetti promossi dall’Unione europea nell’ambito delle materie di propria competenza.
2. Il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regionale, delibera gli atti di programmazione degli interventi regionali cofinanziati dall’Unione europea e le eventuali modifiche sostanziali agli stessi. Per modifiche sostanziali si intendono, in particolare, le modifiche che comportino uno spostamento o modifica di priorità strategiche e delle risorse finanziarie ad esse collegate.
3. La Giunta regionale riferisce al Consiglio regionale sull’andamento delle procedure di negoziato con lo Stato e con la Commissione europea e, al termine del negoziato, trasmette nuovamente gli atti di cui al comma 2 al Consiglio regionale.

Art. 10
Informazione sulle politiche europee

1. La Regione fornisce supporto al sistema della programmazione di cui all’articolo 9, rendendo accessibile ai cittadini, tramite i sistemi informativi della Giunta regionale e del Consiglio regionale, tutte le informazioni relative all’adozione di bandi per l’allocazione dei fondi europei.

Art. 11
Impugnazione di atti normativi europei

1. Qualora ritenga illegittimo un atto normativo dell’Unione europea emanato in materie di competenza legislativa regionale, il Presidente della Giunta regionale, previo parere della commissione consiliare competente in materie europee, può richiederne al Governo l’impugnazione dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea, nonché sollecitare la richiesta di impugnativa in sede di Conferenza Stato-regioni. Il Presidente della Giunta regionale può altresì proporre ricorso dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, contro gli atti dell’Unione europea, anche regolamentari, adottati nei confronti della Regione.
2. Il Consiglio regionale può invitare il Presidente della Giunta regionale a promuovere la richiesta di cui al comma 1.

Art. 12
Aiuti di Stato

1. Il Consiglio regionale e la Giunta regionale, in relazione alle rispettive competenze, trasmettono alla Commissione europea i progetti di legge e le proposte di regolamento e di atto amministrativo che istituiscono o modificano aiuti di Stato soggetti ad obbligo di notifica in base al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
2. La notifica di cui al comma 1 è effettuata dal Presidente della Giunta regionale, su proposta della commissione consiliare competente in materie europee, secondo le modalità previste dalle disposizioni europee e dal Regolamento del Consiglio regionale. La commissione consiliare competente per l’istruttoria licenzia definitivamente gli atti di cui al comma 1 per l’approvazione da parte del Consiglio regionale dopo aver acquisito l’autorizzazione all’aiuto da parte della Commissione europea.
3. Per motivi di urgenza, gli atti di cui al comma 1 possono essere approvati dal Consiglio regionale senza il visto dell’Unione europea. In questo caso la legge regionale reca una clausola di sospensione dell’efficacia fino alla comunicazione della compatibilità dell’aiuto da parte della Commissione europea; alla relativa notifica provvede il Presidente della Giunta regionale.
4. Nel caso il Consiglio regionale in sede di approvazione apporti al progetto di legge o alla proposta di regolamento delle modifiche, introducendo o modificando disposizioni che prevedono aiuti di Stato, si applica quanto previsto dal comma 3.
5. La Giunta regionale con proprio provvedimento adotta per gli atti di competenza disposizioni di contenuto analogo a quello previsto dal presente articolo, dandone comunicazione alla commissione consiliare competente in materie europee.
6. Le strutture della Giunta regionale e del Consiglio regionale garantiscono il reciproco accesso telematico alle banche dati in materia di aiuti di Stato.

TITOLO IV
Relazioni con istituzioni e organismi europei

Art. 13
Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee

1. Il Presidente della Giunta regionale attraverso le competenti sedi di concertazione interistituzionale:
a) propone al Governo la designazione dei rappresentanti regionali in seno al Comitato delle regioni, sulla base delle indicazioni della Giunta regionale e del Consiglio regionale;
b) comunica al Governo la propria candidatura, o la designazione di un proprio delegato, quale componente della delegazione italiana che partecipa alle attività del Consiglio dell’Unione europea;
c) comunica al Governo i nominativi dei rappresentanti della Regione, o dei loro delegati, ai fini della partecipazione al Comitato tecnico integrato di cui si avvale il Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei.
2. Quando sono trattate questioni di interesse della Regione, il Presidente della Giunta regionale chiede al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome di partecipare ai lavori del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei.
3. La Giunta regionale, dandone immediata comunicazione al Consiglio regionale, designa secondo le modalità concordate in sede di Conferenza Stato-regioni, i rappresentanti tecnici che partecipano:
a) ai gruppi di lavoro del Consiglio dell’Unione europea e dei comitati della Commissione europea nell’ambito delle delegazioni italiane;
b) ai negoziati con le istituzioni europee e ai tavoli di coordinamento nazionali Stato-regioni per la definizione della posizione italiana;
c) ad ogni altro tavolo o gruppo di lavoro inerente questioni europee.
4. La Giunta regionale assicura al Consiglio regionale un’informazione qualificata e tempestiva dell’attività svolta dai rappresentanti ed esperti regionali in seno alle istituzioni e gruppi di lavoro di cui ai commi 1, 2 e 3, anche mediante l’invio dei relativi verbali di seduta.

Art. 14
Strutture regionali di coordinamento con le istituzioni europee

1. La Regione assicura il collegamento tecnico, amministrativo e operativo con le istituzioni europee mediante lo svolgimento, da parte delle competenti strutture, delle seguenti funzioni:
a) informazione alla Giunta regionale e al Consiglio regionale circa le iniziative normative della Commissione europea in materie di interesse regionale;
b) supporto al Presidente della Giunta regionale, alla Giunta regionale, ai consiglieri regionali, nonché ai rappresentanti regionali negli organismi e nei comitati di lavoro delle istituzioni dell’Unione europea;
c) sportello informativo europeo sulle attività istituzionali della Regione;
d) raccordo tra la Regione e la rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione europea;
e) informazione e consulenza all’attività di enti, imprese ed organismi pubblici e privati sulle opportunità offerte dall’ordinamento dell’Unione europea;
f) studi e approfondimenti sulla normativa europea di interesse regionale;
g) coordinamento delle relazioni tra istituzioni dell’Unione europea e istituzioni pubbliche, enti locali, associazioni e altri organismi rappresentativi di interessi collettivi veneti relativamente alla presentazione di progetti e alla partecipazione a programmi e iniziative dell’Unione europea;
h) formazione in affari europei ed europrogettazione dei funzionari regionali;
i) monitoraggio dei fondi a gestione diretta della Commissione europea d’interesse per il sistema veneto.
2. Al fine di assicurare un efficace sistema di relazioni con le istituzioni e gli organismi dell’Unione europea, la Giunta regionale e il Consiglio regionale si avvalgono, per le rispettive competenze, della sede di rappresentanza di Bruxelles.
3. Con riferimento alle funzioni di cui al comma 1, la Giunta regionale individua il proprio assetto organizzativo, determinando le specifiche attribuzioni.
4. Il Presidente della Giunta regionale, in relazione agli affari internazionali di competenza regionale, può avvalersi di specifiche professionalità in materia.

Art. 15
Attività di partenariato istituzionale e collaborazione territoriale in ambito europeo

1. Al fine di rafforzare la coesione e l’integrazione europea la Regione promuove partenariati istituzionali, aderisce ad associazioni e partecipa a forme stabili e strutturate di collaborazione con enti territoriali interni di altri Stati membri dell’Unione europea che possano incentivare interessi comuni in campo economico, culturale, sociale e sanitario, turistico e ambientale.
2. La Regione in particolare adotta iniziative volte a valorizzare le opportunità derivanti dalla sua posizione di centralità nell’Adriatico e in Europa e le prospettive legate alla creazione dell’area di libero scambio per diventare punto di snodo delle attività commerciali e concorrere al rafforzamento della stabilità nell’area adriatica e balcanica.

TITOLO V
Disposizioni organizzative e finali

Art. 16
Modifiche al Regolamento del Consiglio regionale e modalità organizzative

1. Il Consiglio regionale adegua il proprio Regolamento alle prescrizioni contenute nella presente legge, definendo, in particolare:
a) le strutture consiliari competenti a svolgere il monitoraggio della documentazione trasmessa dal Governo ai fini della partecipazione alla fase ascendente;
b) le modalità della verifica del rispetto del principio di sussidiarietà da parte del Consiglio regionale;
c) le procedure per la verifica della conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea e la trasmissione delle relative osservazioni al Presidente del Consiglio dei ministri;
d) i tempi, le modalità di esame e di votazione della legge regionale europea e degli atti di programmazione di cui alla presente legge;
e) i compiti e le funzioni della commissione consiliare competente in materie europee;
f) le modalità di notifica alla Commissione europea dei progetti di legge e delle proposte di regolamento o atto amministrativo dirette a istituire o modificare aiuti di Stato.
2. La Giunta regionale e l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale disciplinano con deliberazioni coordinate gli aspetti organizzativi interni che consentono il raccordo tra le strutture regionali esistenti in materia di affari europei e tra queste e le analoghe strutture a livello nazionale ed europeo e individuano, in fase di prima applicazione della presente legge, un gruppo di lavoro Giunta-Consiglio, nonché un referente tecnico per la fase ascendente e discendente per la Giunta regionale ed uno per il Consiglio regionale.
3. La Regione promuove e favorisce la realizzazione di distacchi dei propri funzionari presso le istituzioni e gli organi dell’Unione europea, gli Stati membri dell’Unione e gli stati candidati all’adesione all’Unione, secondo la disciplina europea in materia di esperti nazionali distaccati e nel rispetto della normativa regionale in materia di ordinamento del personale.

Art. 17
Monitoraggio sull’attuazione della legge

1. Trascorsi tre anni dall’entrata in vigore della presente legge la Giunta regionale e la commissione consiliare competente in materie europee, per le parti di rispettiva competenza, presentano al Consiglio regionale una relazione sull’attuazione della legge e delle procedure da essa previste, riferendo in particolare circa la partecipazione alla formazione degli atti dell’Unione europea e l’attuazione del sistema informativo di cui all’articolo 10.

Art. 18
Norma finanziaria

1. Dall’applicazione della presente legge non possono derivare a carico del bilancio regionale oneri aggiuntivi rispetto a quelli già previsti normativamente per finalità analoghe.
2. Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge, quantificati in euro 110.000,00 per l’esercizio 2011, e in euro 350.000,00 per ciascuno degli esercizi 2012 e 2013, si fa fronte con le risorse allocate nell’upb U0023 “Spese generali di funzionamento” del bilancio di previsione 2011 e pluriennale 2011-2013.

Art. 19
Abrogazioni

1. È abrogata la legge regionale 6 settembre 1996, n. 30 “Norme generali sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo comunitario e sulle procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari”.

La presente legge sarà pubblicata nel Bollettino ufficiale della Regione veneta. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge della Regione veneta.

Venezia, 25 novembre 2011

Luca Zaia


INDICE

TITOLO I – Disposizioni generali

Art. 1 – Finalità
Art. 2 – Oggetto
Art. 3 – Cooperazione interistituzionale e obblighi di informazione

TITOLO II – Partecipazione regionale alla formazione del diritto dell’Unione europea

Art. 4 – Partecipazione mediante la formulazione di osservazioni al Governo
Art. 5 – Verifica del rispetto del principio di sussidiarietà

TITOLO III – Partecipazione regionale all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea

Art. 6 – Sessione europea del Consiglio regionale
Art. 7 – Rapporto sugli affari europei
Art. 8 – La legge regionale europea
Art. 9 – Programmazione regionale sulle politiche europee
Art. 10 – Informazione sulle politiche europee
Art. 11 – Impugnazione di atti normativi europei
Art. 12 – Aiuti di Stato

TITOLO IV – Relazioni con istituzioni e organismi europei

Art. 13 – Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee
Art. 14 – Strutture regionali di coordinamento con le istituzioni europee
Art. 15 – Attività di partenariato istituzionale e collaborazione territoriale in ambito europeo

TITOLO V – Disposizioni organizzative e finali

Art. 16 – Modifiche al Regolamento del Consiglio regionale e modalità organizzative
Art. 17 – Monitoraggio sull’attuazione della legge
Art. 18 – Norma finanziaria
Art. 19 – Abrogazioni

Dati informativi concernenti la legge regionale 25 novembre 2011, n. 26
Il presente elaborato ha carattere meramente informativo, per cui è sprovvisto di qualsiasi valenza vincolante o di carattere interpretativo. Pertanto, si declina ogni responsabilità conseguente a eventuali errori od omissioni.
Per comodità del lettore sono qui di seguito pubblicati:
1 – Procedimento di formazione
2 – Relazione al Consiglio regionale
3 – Note agli articoli
4 – Leggi regionali abrogate
5 – Strutture di riferimento

1. Procedimento di formazione

– Il procedimento di formazione della legge regionale è stato avviato su iniziativa dei sottoelencati consiglieri regionali che hanno presentato due proposte di legge, a ciascuno dei quali è stato attribuito uno specifico numero di progetto di legge:
– proposta di legge d’iniziativa del consigliere Pettenò relativa a “Partecipazione della Regione Veneto al processo normativo comunitario e procedure di esecuzione degli obblighi comunitari”; (progetto di legge n. 89);
– proposta di legge d’iniziativa dei consiglieri Laroni, Puppato, Franchetto, Bond, Bottacin, Foggiato, Berlato Sella, Valdegamberi, Bortolussi e Caner relativa a “Norme sulla partecipazione della Regione Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea”; (progetto di legge n. 182).
– I progetti di legge sono stati assegnati alla Prima commissione consiliare;
– La Prima commissione consiliare, sulla base dei succitati progetti, ha elaborato un unico progetto di legge denominato “Norme sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo e all’attuazione del diritto e delle politiche dell’Unione europea”;
– La Prima commissione consiliare ha completato l’esame del progetto di legge in data 28 settembre 2011;
– Il Consiglio regionale, su relazione del consigliere Nereo Laroni, ha esaminato e approvato il progetto di legge con deliberazione legislativa 3 novembre 2011, n. 25.

2. Relazione al Consiglio regionale

Signor Presidente, colleghi consiglieri,
subito dopo l’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001, le Regioni italiane hanno mostrato particolare attenzione verso i nuovi strumenti offerti dall’ordinamento per svolgere un ruolo attivo nel processo di formazione e di attuazione delle norme europee.
Dopo la riforma costituzionale del 2001 e prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ben undici Regioni hanno infatti adottato norme di procedura che regolano gli aspetti interni della partecipazione. Altre due Regioni hanno legiferato dopo la sua entrata in vigore ed altre tre, che pur non avendo adottato un’apposita legge in materia, vi hanno dedicato precise norme statutarie e regolamentari.
La legge regionale del Veneto che disciplina la partecipazione al processo normativo comunitario e le procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari risale agli anni novanta. Si tratta della legge regionale 6 settembre 1996, n. 30, adottata sulla base della c.d. legge la Pergola (legge n. 86/1989), che aveva segnato un sensibile cambiamento a livello sostanziale della ricezione degli atti normativi dell’Unione, introducendo il meccanismo della legge comunitaria statale, e aveva anche disciplinato la partecipazione delle regioni all’attuazione del diritto comunitario tanto nelle materie a competenza esclusiva quanto in quella concorrente.
Oggi, tuttavia, il quadro normativo è cambiato. Non solo l’articolo 117 della Costituzione, come riformato nel 2001, ha affermato che lo Stato e le Regioni esercitano il potere legislativo “nel rispetto dei principi costituzionali e gli obblighi derivanti dall’ordinamento comunitario” e ha dato rilievo costituzionale ai rapporti delle Regioni con l’Unione europea, inserendoli tra le materie di legislazione concorrente, ma ha disciplinato la partecipazione delle regioni nelle materie di loro competenza alle decisioni volte alla formazione degli atti comunitari, per lungo tempo riservate alla competenza esclusiva dello Stato, in tal modo configurando nella fase c.d. “ascendente” un ruolo regionale inedito e di alto profilo. Inoltre, sempre con la riforma costituzionale del 2001, ha trovato riconoscimento costituzionale la partecipazione delle Regioni nella fase discendente.
Le leggi ordinarie con cui è stata data attuazione alla riforma del 2001 sono, come noto, la legge 5 giugno 2003, n. 131 (meglio nota come legge La Loggia) e la legge 4 febbraio 2005, n. 11 (nota come legge Buttiglione), a seguito delle quali si è registrata l’intensa attività regionale di cui si è parlato.
A ciò si aggiunga che l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il 1° dicembre 2009 ha realizzato un’ulteriore apertura alle esigenze specifiche delle regioni. Nel rispetto del principio di sussidiarietà, la Commissione europea dovrà tener conto dell’impatto delle proprie proposte legislative – in particolare delle direttive – sulla legislazione regionale, mentre le Assemblee regionali con potere legislativo parteciperanno alla verifica del corretto esercizio delle competenze a livello europeo (controllo della sussidiarietà, c.d. “early warning system”).
È dunque il momento che anche il Veneto assuma un ruolo più allineato all’importanza assegnata alle Regioni, agendo negli spazi già assegnati dalla Costituzione nella riforma del 2001 e dalle norme che seguono il nuovo contesto previsto dal Trattato di Lisbona, di cui tiene conto il processo di riforma della legge n. 11/2005 (disegno di legge Senato n. 2646).
L’intreccio tra la produzione di norme europee e regionali è evidente: le norme UE incidono su settori sempre più ampi e che soventemente coincidono con gli ambiti di competenza regionale (agricoltura e pesca, tutela dell’ambiente, protezione dei consumatori, trasporti, energia, ecc.); nel caso di interventi regionali non conformi alla legislazione europea, lo Stato deve affrontare procedure di infrazione con il rischio di condanne al pagamento di sanzioni pecuniarie. Pur esistendo meccanismi di salvaguardia – dal potere sostitutivo statale all’azione di rivalsa nel caso di condanne pecuniarie – si devono prevenire le inefficienze o i potenziali conflitti.
Per altro verso, si tratta di cogliere le opportunità offerte dal processo di integrazione europea: contribuendo alla decisione e conoscendo contenuti e motivazioni delle norme europee in formazione, le Regioni saranno meglio in grado di adattarle alle proprie specificità e bisogni in fase di recepimento.
Il progetto di legge che viene proposto è il risultato dell’abbinamento dei progetti di legge n. 89 e n. 182 avvenuto in sede di Prima Commissione dopo aver recepito il parere della Commissione speciale per le relazioni internazionali ed i rapporti comunitari.
Nel corso della seduta del 29 settembre 2011 la Prima Commissione ha esaminato e modificato il testo alla luce degli emendamenti pervenuti e raccordati sotto il profilo tecnico dagli uffici di Giunta e Consiglio.
Sono disciplinati sia gli aspetti relativi alla partecipazione della Regione alla formazione degli atti dell’Unione europea (fase ascendente), sia gli aspetti relativi al recepimento e all’attuazione del diritto dell’Unione europea (fase discendente).
Il testo del progetto di legge si articola in cinque titoli e diciotto articoli.
In estrema sintesi, oltre ai due titoli di apertura e chiusura recanti le disposizioni generali sulle finalità e l’oggetto della legge (Titolo I), e quelle organizzative e finali (Titolo V), altri due sono dedicati rispettivamente alle fasi ascendente e discendente (Titoli II e III). Quello relativo alla fase discendente contiene non solo disposizioni per il recepimento della normativa europea, ma anche una disposizione per l’attuazione delle politiche europee, ossia quella riguardante la programmazione regionale sulle politiche europee (articolo 8).
Un altro titolo, dedicato alle relazioni con istituzioni e organismi europei (Titolo IV), contiene norme sui referenti politici e tecnici che rappresentano la Regione del Veneto in seno alle istituzioni europee e a quelle italiane di coordinamento con la UE, nonché sulle strutture regionali che devono assicurare il collegamento tecnico con tali istituzioni. Nello stesso titolo è collocata una norma volta a incentivare la cooperazione territoriale, specie al fine di valorizzare le opportunità derivanti dalla posizione di centralità del Veneto nell’Adriatico e in Europa (articolo 14).
Anticipata l’articolazione del presente progetto di legge, consideriamo le principali novità procedurali introdotte dallo stesso, soffermandoci dapprima sulle fase ascendente e su quella dell’attuazione, per poi definire in particolare alcuni punti degli ultimi due titoli (Relazioni con istituzioni e organismi europei e Disposizioni organizzative e finali).

LA PARTECIPAZIONE ALLA FASE ASCENDENTE (Titolo II: articoli 3 e 4)
La partecipazione della Regione alla formazione della normativa europea, secondo quanto disposto dalla legge Buttiglione (legge n. 11/2005), si esplica attraverso la trasmissione di osservazioni al Governo, che ne tiene conto per formare la posizione italiana.
Alle leggi regionali di procedura è lasciata la scelta di definire con quali modalità pervenire alla formulazione delle osservazioni e, soprattutto, quale organo sia competente per effettuarle, se la Giunta o il Consiglio e, in questo ultimo caso, quale ruolo abbia la commissione eventualmente competente per le politiche europee.
Tale scelta è effettuata nell’articolo 3 della presente proposta a favore del Consiglio, ed in particolare della Commissione competente per le relazioni europee. Il progetto di legge postula infatti la presenza e il ruolo di una specifica Commissione, attualmente non contemplata fra le commissioni permanenti, ma istituita come speciale per la durata di due anni in applicazione dell’articolo 21 dello Statuto.
Con questo progetto si propone che le osservazioni siano dunque adottate dalla Commissione consiliare competente per le relazioni europee su proposta della Giunta regionale o anche di un consigliere regionale e previo parere delle commissioni competenti per materia. Alla Giunta viene assicurata la possibilità di intervenire nella fase ascendente non solo attraverso la proposta di osservazioni al Consiglio, ma anche attraverso l’adozione delle osservazioni stesse nel caso il Consiglio regionale non si esprima entro il quinto giorno antecedente la scadenza del termine assegnato dalla normativa statale.
Si ritiene, dunque, di valorizzare l’organo assembleare nella partecipazione alla definizione della normativa europea in corrispondenza della sua più generale competenza legislativa.
Come è noto, la legge n. 11 del 2005 concede alle Regioni un termine molto breve – venti giorni – per avanzare osservazioni al Presidente del Consiglio dei Ministri o al Ministro per le politiche comunitarie. Sotto il profilo organizzativo tale termine risulta difficile da rispettare, sia per la mole di atti comunicati dal Governo (circa 800 a settimana), sia per la difficoltà di coordinare le Giunte e i Consigli regionali, sia perché le osservazioni devono passare per la Conferenza dei Presidenti delle Regioni o per la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali. Infatti, tra gli emendamenti proposti dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali al testo di riforma della legge Buttiglione attualmente all’esame del Senato ve n’è uno volto a portare tale termine a trenta giorni.
Per questo motivo si ritiene che l’unica soluzione possibile per garantire il rispetto da parte del Consiglio del suddetto termine sia che le osservazioni vengano formulate direttamente dalla Commissione consiliare competente per le politiche europee, sentite le altre commissioni competenti per materia.
Per quanto riguarda la ricezione della documentazione sulle proposte di atti europei trasmessa dal Governo (per il tramite delle Conferenze dei Presidenti delle Regioni e dei Presidenti dei Consigli regionali), si ritiene che l’esplicarsi della partecipazione regionale alla fase ascendente non possa prescindere da una costante attività di monitoraggio e sintesi, in modo da individuare tempestivamente gli atti o progetti sui quali la Regione ha interesse ad esprimersi e a formulare le proprie osservazioni. Per questo motivo il presente progetto di legge introduce nell’articolo 15 delle disposizioni organizzative e finali dedicate alle modifiche del regolamento interno del Consiglio (comma 1, lettera a)).
Restando nell’ambito della fase ascendente, il presente progetto di legge introduce tra gli adempimenti consiliari la “verifica del rispetto del principio di sussidiarietà” da parte degli atti dell’Unione europea (articolo 4), un controllo che i Consigli regionali sono chiamati ad effettuare in virtù del protocollo 2 allegato al Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° gennaio 2009.
Come noto, secondo il principio di sussidiarietà l’Unione europea, nei settori di competenza concorrente con gli Stati membri, può intervenire solo se gli obiettivi dell’azione prevista non possano essere sufficientemente realizzati dagli Stati.
L’inserimento di tale verifica nella legge serve per salvaguardare le prerogative direttamente attribuite alle assemblee legislative regionali.

LA PARTECIPAZIONE ALLA FASE DELL’ATTUAZIONE (Titolo III: articoli 5-11)
Per quanto riguarda la fase discendente, tra le novità più interessanti della presente proposta, vi sono la sessione europea del Consiglio regionale (articolo 5), convocata ogni anno entro il mese di febbraio, e la legge regionale europea (articolo 7), che viene esaminata, unitamente alla relazione di accompagnamento, nel corso della sessione stessa.
Il disegno di legge regionale europea viene trasmesso dalla Giunta al Consiglio entro il mese di gennaio di ogni anno. Si tratta di un documento complesso, che indica gli atti emanati dall’Unione europea, specie le direttive, che devono essere recepite nell’ordinamento regionale e che, più in generale, dispone circa il corretto recepimento del diritto dell’Unione europea nell’ordinamento regionale.
Oltre al disegno di legge regionale europea, nella sessione europea il Consiglio dovrà esaminare altri tre documenti:
1) il “Programma legislativo annuale della Commissione europea” (articolo 5, comma 1, lettera b)), che attiene alla fase ascendente. Esso indica sia le linee generali delle politiche europee, sia l’elenco, settore per settore, degli atti che si intendono approvare o modificare nell’anno successivo. Per le Regioni questo atto rappresenta lo strumento per prevedere l’evoluzione dell’ordinamento europeo e quindi individuare gli atti sui quali focalizzare l’attenzione per poter essere pronti alla partecipazione alla fase ascendente;
2) la “Relazione sullo stato di conformità dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea” (articolo 5, comma 1, lettera c)), che attiene alla fase discendente (è un elenco degli atti normativi con cui la Giunta ha dato attuazione alle direttive nelle materie di propria competenza regionale);
3) un “Rapporto sugli affari regionali europei” (articolo 6), che costituisce un momento di sintesi degli altri due documenti finalizzato a costituire la base per gli indirizzi del Consiglio regionale.
Grazie a questi tre documenti in cui si conoscono gli orientamenti della Commissione europea e lo stato di attuazione delle politiche UE da parte della Giunta, il Consiglio potrà ottenere un’adeguata e tempestiva informazione – preventiva e successiva – ed essere in grado di indirizzare l’attività della Giunta.
Va detto che il termine di febbraio è funzionale al fatto che col passare dei mesi vengono presentate le iniziative della Commissione europea e si esaurisce il tempo utile per esaminare parte degli atti preannunciati nel Programma legislativo UE (normalmente presentato a novembre). Va comunque precisato che le relazioni informative richieste sono frutto di un costante monitoraggio svolto durante tutto l’arco dell’anno. A tal fine potrebbe rivelarsi utile istituire un gruppo di lavoro tra la Giunta e il Consiglio, da utilizzare anche successivamente, sia per la fase discendente che per la fase ascendente, e che possa funzionare anche a composizione variabile in occasione dell’esame dei singoli atti (un’indicazione in tal senso è contenuta nell’ambito delle disposizioni organizzative e finali, all’articolo 15, comma 2).
Un altro aspetto di rilievo della sessione europea è quello che contempla la possibilità di attivare forme di consultazione degli enti locali, delle Università, degli stakeholders in relazione ad aspetti dell’attività europea che presentino specifica rilevanza nei loro ambiti di competenza (articolo 5, comma 2).
Al momento della conoscenza segue quello della decisione. Quindi il passo successivo alla sessione europea del Consiglio è l’atto di indirizzo del Consiglio nei confronti della Giunta e l’adozione della legge regionale europea, funzionale all’obiettivo di garantire l’adeguamento periodico dell’ordinamento regionale a quello dell’Unione europea.
Va detto peraltro che la legge regionale europea non rappresenta lo strumento esclusivo per l’adempimento degli obblighi europei. Per evitare equivoci nel merito il comma 4 dell’articolo 7 fa salva la possibilità che specifiche misure di attuazione del diritto dell’Unione europea siano contenute in altre leggi regionali.
Un altro momento conoscitivo fondamentale per il Consiglio è quello che riguarda lo stato di attuazione e di avanzamento dei programmi regionali cofinanziati dall’Unione europea: la Giunta informa il Consiglio delle disposizioni procedurali adottate per l’attuazione, i risultati conseguiti, le criticità riscontrate e le iniziative che si intendono adottare per ottimizzarne l’attuazione nell’anno in corso (articolo 8, comma 3).
Per questioni di trasparenza e di promozione della conoscenza delle iniziative europee, l’articolo 9 prevede inoltre la realizzazione di una banca dati accessibile dai siti web della Giunta e del Consiglio, contenente le informazioni relative all’adozione di bandi per l’allocazione dei fondi europei e che costituisca al contempo un valido supporto analitico al sistema della programmazione.
L’articolo 10 disciplina l’impugnazione degli atti normativi dell’Unione europea, prevedendo che la Giunta possa richiederla al Governo, previo parere della Commissione consiliare competente per le relazioni europee e che il Consiglio possa sollecitare tale richiesta alla Giunta.
L’articolo 11 sulla disciplina della notifica degli aiuti di Stato, presenta un contenuto molto innovativo rispetto alla prassi attualmente seguita dalle strutture della Regione del Veneto. Nel presente progetto di legge si propone che le leggi contenenti disposizioni che prevedono o modificano aiuti di Stato, vengano pubblicate soltanto dopo la comunicazione del parere della Commissione europea; la Commissione consiliare competente per l’istruttoria licenzierebbe definitivamente gli atti per l’approvazione da parte dell’Aula solo dopo aver acquisito l’autorizzazione all’aiuto.
Solo per motivi di urgenza si prevede che le leggi regionali possano essere approvate dal Consiglio regionale senza la prescritta autorizzazione; in questo caso la legge recherebbe una clausola di sospensione dell’efficacia fino alla comunicazione della compatibilità dell’aiuto da parte della Commissione europea. Tale disposizione varrebbe anche nel caso in cui il Consiglio regionale apportasse delle modifiche al testo di legge o di regolamento, introducendo o modificando disposizioni che prevedono
aiuti di Stato.
L’articolo 11 prevede infine che le strutture regionali che gestiscono aiuti di Stato inseriscano i relativi dati in un unico data base regionale.

RELAZIONI CON ISTITUZIONI E ORGANISMI EUROPEI E DISPOSIZIONI ORGANIZZATIVE
Venendo ora a considerare gli ultimi due titoli (Relazioni con istituzioni e organismi europei e Disposizioni organizzative e finali), è necessario porre in rilievo alcuni aspetti innovativi.
Uno riguarda l’articolo 12 “Rappresentanti ed esperti regionali per le relazioni con le istituzioni europee”, ove si prevede che la designazione da parte della Giunta regionale di dirigenti, funzionari o esperti regionali in tale ambito debba avvenire previo parere della Commissione consiliare competente per le relazioni europee e che la Giunta ed il Consiglio si informino reciprocamente degli esiti dell’attività di relazione svolta.
Un altro aspetto che si desidera evidenziare è l’impostazione della presente proposta in relazione alle strutture regionali che assicurano il coordinamento con le istituzioni europee. L’articolo 13 del progetto di legge si limita a stabilire che la Regione del Veneto deve assicurare il collegamento tecnico, amministrativo e operativo con tali istituzioni, senza indicare quali siano le strutture a ciò preposte, in quanto, trattandosi di una scelta rientrante nell’ambito dell’autonomia organizzativa dell’ente regionale, si ritiene non debba essere effettuata con legge, ma lasciata a successivi atti amministrativi.
Pertanto, va sottolineato che il presente progetto di legge – che all’articolo 18 abroga la legge regionale n. 30 del 1996, istitutiva dell’Ufficio regionale di Bruxelles – non implica di per sé il venir meno del fondamento dell’attuale Direzione Sede di Bruxelles, che potrà essere comunque individuata quale struttura competente per i compiti di cui all’articolo 13.
Infine, si evidenzia che il progetto di legge dispone all’articolo 16 l’effettuazione di un monitoraggio sull’attuazione della legge (da svolgersi a tre anni dall’entrata in vigore) in particolare sugli aspetti della partecipazione alla formazione degli atti dell’Unione europea e del sistema informativo di cui all’articolo 9.
La Prima commissione nella seduta n. 42 del 28 settembre 2011 ha concluso i propri lavori in ordine all’argomento oggi in esame approvandolo a maggioranza con i voti favorevoli dei rappresentanti dei gruppi consiliari PDL, PDV, UDC, Unione Nordest, Federazione della Sinistra veneta-PRC, e l’astensione del rappresentante del gruppo consiliare LV-LN-P.

3. Note agli articoli

Nota all’articolo 4:
– Il testo dell’art. 3, del decreto legislativo n. 281/1997 è il seguente:
“3. Intese.
1. Le disposizioni del presente articolo si applicano a tutti i procedimenti in cui la legislazione vigente prevede un’intesa nella Conferenza Stato-regioni.
2. Le intese si perfezionano con l’espressione dell’assenso del Governo e dei presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano.
3. Quando un’intesa espressamente prevista dalla legge non è raggiunta entro trenta giorni dalla prima seduta della Conferenza Stato-regioni in cui l’oggetto è posto all’ordine del giorno, il Consiglio dei Ministri provvede con deliberazione motivata (7).
4. In caso di motivata urgenza il Consiglio dei Ministri può provvedere senza l’osservanza delle disposizioni del presente articolo. I provvedimenti adottati sono sottoposti all’esame della Conferenza Stato-regioni nei successivi quindici giorni. Il Consiglio dei Ministri è tenuto ad esaminare le osservazioni della Conferenza Stato-regioni ai fini di eventuali deliberazioni successive.”.

4. Leggi regionali abrogate

L’art. 19 abroga la legge regionale 6 settembre 1996, n. 30 “Norme generali sulla partecipazione della Regione del Veneto al processo normativo comunitario e sulle procedure di informazione e di attuazione dei programmi comunitari”.

5. Strutture di riferimento

– Segreteria generale della programmazione
– Segreteria generale del Consiglio regionale

1189.- Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali

Con la sentenza numero 24084/2017 (qui sotto allegata), i giudici della Cassazione hanno letteralmente affermato che è “essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

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La vicenda: il pugnale Kirpan

Alla base della pronuncia, la vicenda di un indiano condannato alla pena di 2mila euro di ammenda per il fatto di essersi aggirato, senza un giustificato motivo, con un coltello lungo 18 centimetri e mezzo e, per le sue caratteristiche, idoneo all’offesa.

Il punto, però, è che il coltello era in realtà un pugnale Kirpan, ovverosia uno dei simboli della religione monoteista Sikh, alla quale l’indiano apparteneva: facendo leva su tale circostanza, e individuando in essa una giustificazione al porto del coltello, l’uomo è quindi ricorso in Cassazione per tentare di salvarsi dalla condanna, anche invocando l’articolo 19 della Costituzione.

Nessuna deroga a sicurezza.

Secondo la Cassazione, “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Articolo 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Nella disposizione in esame si evidenziano il principio personalista, che pone lo Stato in funzione dell’uomo riconoscendogli i diritti più ampi (prima fra tutti la libertà), e quello dell’inviolabilità dei diritti tanto del singolo individuo quanto come membro di formazioni sociali (principio pluralista e solidarista).
La copertura costituzionale così delineata, che rende attuabile e tutelabile ogni diritto in ambito nazionale innanzi alla Corte costituzionale, ed in ambito comunitario ed internazionale innanzi alle competenti Corti (vedasi la CEDU), risulta aperta anche alle nuove forme di diritti.
(2) Tra i valori fondanti della nostra Repubblica emerge qui la solidarietà come base della convivenza sociale, cui tutti (quindi anche gli apolidi e gli stranieri, oltre che i cittadini) devono attenersi: essa può avere riverberi in ambito patrimoniale (di cui all’art. 23 Cost.), e trova ulteriore suggello nel successivo art. 3 Cost. ove si prevede la c.d. eguaglianza sostanziale.

I limiti alla libertà di religione

Per la Corte, tuttavia, la sicurezza pubblica è un bene da tutelare ed è proprio a tal fine che il nostro ordinamento pone il divieto di porto di armi e di oggetti atti ad offendere. Così non può ritenersi che la libertà di religione, il libero esercizio del culto e l’osservanza dei riti non contrari al buon costume siano ostacolati da provvedimenti di tale genere, in quanto l’articolo 19 della Costituzione incontra comunque dei limiti che la legislazione pone in vista della tutela di altre esigenze, come quella della pacifica convivenza e della sicurezza.

Di conseguenza, la decisione consapevole di stabilirsi in una società i cui valori sono diversi da quelli della società di provenienza “ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

La conclusione, quindi, per la Corte è una sola: l’ammenda resta.

Le reazioni politiche

Come non era difficile immaginare, le reazioni sono giunte senza un minuto di ritardo, soprattutto dal mondo politico. Se da Forza Italia, Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale e Lega nord arrivano grandi applausi, il responsabile sicurezza del PD, Fiano, ci va più cauto: la sentenza è giusta e equilibrata, ma non va strumentalizzata dalla politica. Sullo stesso eco si pone anche la Cei.

Se perseguire la tutela della sicurezza pubblica può essere  inteso come strumentalizzazione a fini politici, allora, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione dell’ignoranza consapevole di parte della politica, che non distingue fra il nucleo di valori comuni in cui tutti gli italiani si devono riconoscere e quelli particolari e di grado subordinato di ogni parte politica. Ma siamo di fronte anche alla endemica divisività degli italiani, che non vanno alla politica per rendere un servizio al popolo sovrano, ma, esclusivamente, per conseguire propri interessi, attraverso il proprio partito, trasformato, così, da strumento della partecipazione alla politica a centro per la soddisfazione di interessi particolari e, financo, personali. Vorrei astenermi dal commentare la consueta intromissione della CEI nella politica italiana, fuori posto e fuori dal vaso, alla luce di quanto appena affermato.

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Fonte: Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
(www.StudioCataldi.it)

Fonte: Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
(www.StudioCataldi.it) Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 31 marzo – 15 maggio 2017, n. 24084
Presidente Mazzei – Relatore Novik
Rilevato in fatto

1. Con sentenza emessa il 5 febbraio 2015, il Tribunale di Mantova ha condannato Si. Ja. alla pena di Euro 2000 di ammenda per il reato di cui all’art. 4 legge n. 110 del 1975, perché “portava fuori dalla propria abitazione senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di cm 18,5 idoneo all’offesa per le sue caratteristiche”. Commesso in Goito il 6 marzo 2013.
2. Risulta in fatto che l’imputato era stato trovato dalla polizia locale in possesso di un coltello, portato alla cintura. Richiesto di consegnarlo, aveva opposto rifiuto adducendo che il comportamento si conformava ai precetti della sua religione, essendo egli un indiano “SIKH”.
Secondo il giudice di merito, le usanze religiose integravano mera consuetudine della cultura di appartenenza e non potevano avere l’effetto abrogativo di norma penale dettata a fini di sicurezza pubblica.
3. Avverso questa sentenza ha presentato ricorso l’imputato personalmente chiedendone l’annullamento per violazione dell’art. 4 della Legge n. 110/1975 e vizio di motivazione. Ritiene che il porto di coltello era giustificato dalla sua religione e trovava tutela dell’articolo 19 della Costituzione. Il coltello (KIRPAN), come il turbante, era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso. Chiede quindi l’annullamento della sentenza.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.
2. Va premesso, in termini generali, che il reato contestato ha natura contravvenzionale, è punito anche a titolo di colpa, ed è escluso se ricorre un “giustificato motivo”. L’assenza di giustificato motivo è prevista come elemento di tipicità del fatto di reato (trattasi di elemento costitutivo della fattispecie, come precisato da Sez. Un. n. 7739 del 9.7.1997). La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che il giustificato motivo di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, comma 2, ricorre quando le esigenze dell’agente siano corrispondenti a regole relazionali lecite rapportate alla natura dell’oggetto, alle modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell’accadimento e alla normale funzione dell’oggetto (ex multis, Sez. 1 n.4498 del 14.1.2008, rv. 238946). Per fare alcuni esempi, è giustificato il porto di un coltello da chi si stia recando in un giardino per potare alberi o dal medico chirurgo che nel corso delle visite porti nella borsa un bisturi; per converso, lo stesso comportamento posto in essere dai medesimi soggetti in contesti non lavorativi non è giustificato e integra il reato.
2.1. Nel caso specifico, la sentenza impugnata da’ atto che, al momento del controllo di polizia, l’imputato si trovava per strada e teneva il coltello nella cintola. A fronte della allegazione di circostanze di obiettivo rilievo dimostrativo, scatta l’onere dell’imputato di fornire la prova del giustificato motivo del trasporto.
2.2. L’imputato ha affermato che il porto del coltello era giustificato dal credo religioso per essere il Kirpan “uno dei simboli della religione monoteista Sikh” e

ha invocato la garanzia posta dall’articolo 19 della Costituzione. Il Collegio, pur a fronte dell’assertività dell’assunto, non ritiene che il simbolismo legato al porto del coltello possa comunque costituire la scriminante posta dalla legge. 2.3. In una società multietnica, la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante. La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere.

2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’articolo 19 invocato, incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell’ ordine pubblico; e la stessa Corte costituzionale ha affermato la necessità di contemperare i diritti di libertà con le citate esigenze. Come osserva il Giudice delle leggi nella sentenza numero 63 del 2016 Tra gli interessi costituzionali da tenere in adeguata considerazione nel modulare la tutela della libertà di culto – nel rigoroso rispetto dei canoni di stretta proporzionalità, per le ragioni spiegate sopra – sono senz’altro da annoverare quelli relativi alla sicurezza, all’ordine pubblico e alla pacifica convivenza.

2.5. Nello stesso senso, si muove anche l’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che, al secondo comma, stabilisce che La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui..

2.6. La giurisprudenza Europea, a proposito del velo islamico, in Leyla Sahin c. Turchia [GC], n. 44774/98, § 111, CEDU 2005 XI ; Refah Partisi e altri c. Turchia [GC], n. 41340/98, 41342/98, 41343/98 e 41344/98, § 92, CEDU 2003 II, ha riconosciuto che lo Stato può limitare la libertà di manifestare una religione se l’uso di quella libertà ostacola l’obiettivo perseguito di tutela dei diritti e delle libertà altrui, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica. Nella causa

Eweida e altri contro Regno Unito del 15 gennaio 2013, la Corte ha riconosciuto la legittimità delle limitazioni alle abitudini di indossare visibilmente collane con croci cristiane durante il lavoro e ha suffragato l’opinione ricordando che, nello stesso ambiente lavorativo, dipendenti di religione Sikh avevano accettato la disposizione di non indossare turbanti o Kirpan (in questo modo dimostrando che l’obbligo religioso non è assoluto e può subire legittime restrizioni).

3. Pertanto, tenuto conto che l’articolo 4 della legge n. 110 del 1975 ha base nel diritto nazionale, è accessibile alle persone interessate e presenta una formulazione abbastanza precisa per permettere loro – circondandosi, all’occorrenza, di consulenti illuminati – di prevedere, con un grado ragionevole nelle circostanze della causa, le conseguenze che possono derivare da un atto determinato e di regolare la loro condotta (Go. ed altri c. Polonia (Grande Camera), n 44158/98, § 64, CEDU 2004), va affermato il principio per cui nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere.

4. Consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

1181.- Legittima difesa, illegittima offesa al senso comune

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Da ERETICAMENTE, di Roberto Pecchioli

La vicenda del cammino parlamentare della legge sulla legittima difesa è assai significativa del clima che si respira nel Belpaese, nonché dell’impressionante inadeguatezza delle sue classi dirigenti. Tralasciamo, per non scadere nell’avanspettacolo, la questione delle ore notturne, le uniche in cui sarebbe lecito difendersi dalle aggressioni, condotta proibita alla luce del giorno. Il problema è ben più grave, ed è l’illegittima offesa al senso comune arrivata dal governo e dalla maggioranza, ma anche dall’opposizione. La goffaggine e l’inadeguatezza dei legislatori targati PD è tanto evidente che l’unica meraviglia riguarda il numero cospicuo di sostenitori e clienti che hanno partecipato al gioco delle primarie. Esiste una sola spiegazione: quel partito rappresenta più e meglio di ogni altro ciò che è diventato il paese chiamato Italia. A ruota, il personale politico grillino, degno rappresentante dell’Italia del Bar Sport e degli Incorruttibili riuniti. Brodo primordiale, lo avrebbe definito Riccardo Pazzaglia, saggio come possono esserlo soltanto certi napoletani colti.

Cominciamo da Sua Eccellenza il signor Ministro di Giustizia, Andrea Orlando, gran dispensatore di luoghi comuni “de sinistra”. Con il consueto sguardo perso nel vuoto, il custode della giustizia nazionale ha giudiziosamente affermato che “non è bene armare i cittadini”.  Eh, no, signor ministrosprugolino (lui sa che cosa significa), non è affatto bene. Proprio le parole decise e rassicuranti che ci si aspetta dalla classe dirigente di fronte ai problemi. Alla Spezia, la sua città, per descrivere il carattere particolarissimo degli abitanti, dicono che “di Arcola e di Pitelli hanno buttato via i modelli”. Speriamo sia così per lei, dottor Orlando, e magari ci spieghi se è bene che siano armati i delinquenti, se è di destra o di sinistra che troppi rapinino, rubino,sparino, vivano di prepotenze quotidiane e di violenze tanto comuni da non trovare più posto nelle cronache.

Con parole sue, anche di sinistra, ci dica perché il suo ministero non esegua i (rari) decreti di espulsione che emette, per cui, sia pure indirettamente, compagno Andrea, lei ha le mani sporche del sanguedi tanta brava gente, come gli assassinati da Igor il Russo dai tanti nomi e profili Facebook. Ci spieghi anche perché milioni di persone, commercianti o semplicemente persone che abitano in zone periferiche, tra cui certamente moltissimi incauti elettori del suo partito, abbiano paura e chiedano di armarsi. Qualche giornalista amico suo, come Mattia Feltri, ha scritto articoli di insulti carichi di razzismo etico nei confronti dei sostenitori della legittima difesa. Passi, il mondo è pieno di leccapiedi, ma lei è un ministro di Stato. I suoi più vicini sodali politici, la sinistra PD ed i transfughi di Articolo 1 (la sovranità appartiene al popolo…) si sono spinti oltre, affermando che la nuova legge è “di destra”. No, non se ne può più di questa segnaletica ridicola ed a senso unico. La bresaola è di destra e la mortadella di sinistra, secondo Giorgio Gaber. Chiudiamola lì e ragioniamo seriamente.

Come sempre, si scontrano concezioni della vita e della convivenza comune molto lontane. Da un lato, lo stravagante impero delle anime belle che odiano le armi e ripudiano la violenza, ma non quella dei farabutti. Dall’altro, ci si limita a urlare a gola spiegata – e non è vero- che la “difesa è sempre legittima”.

Signor ministro sprugolino (che è solo un modo affettuoso di chiamare, tra liguri, uno di Spezia) si è chiesto perché la gente vuole armarsi? E’ convinto che noi, quel 99 per cento che non ha l’auto blu, la scorta o le guardie private, vogliamo davvero quello che voi sapientoni chiamate senza fantasia Far West? Le risulta che bande di italiani normali girino per le strade allenandosi al tiro a segno o minacciando a mano armata, magari mendicanti africani, badanti moldave, camerieri asiatici o parrucchieri cinesi? Non è così, cari abitatori del dorato mondo dei Buoni, dei Giusti e dei Riflessivi. Ci si vuole soltanto difendere da battaglioni di mascalzoni multietnici che spadroneggiano ovunque h.24, non soltanto nelle scure notti in cui regnano la civetta ed il saggio gufo. I cattivi esistono, con buona pace delle suorine ottimiste, e persino nel vecchio West, WyattEarp e Doc Holliday arrivarono dopo la banda assassina dei fratelli Clanton.

Ciò che dovrebbe preoccupare anche lei è il disarmo morale del nostro popolo, la sua rassegnazione, l’incapacità di reagire a troppe pessime cose, delle quali la malvivenza è solo una. No, l’indignazione di Orlando e lorcompagni va all’ipotesi che i cittadini si armino. Disarmino i delinquenti, e vedrà che saranno pochissimi a comprare pistole e fucili, e gli appassionati si accontenteranno del Tiro a Segno Nazionale. Ed a proposito, come mai ladri, assassini, rapinatori, grassatori e farabutti vari le armi se le procurano sempre, e con facilità? Forse comprano online, come gli aspiranti genitori che su diversi siti possono procurarsi figli con garanzia ed in offerta speciale. Credeteci, è tutto vero. Magari gli organi del suo benemerito ministero potrebbero occuparsi meno di reprimere le opinioni dissidenti o le baruffe tra tifosi e un po’ di più di stroncare tanti squallidi mercati. Ma già, non è così semplice, nel supermercato mondo. Per le armi ed il loro uso, sappiamo tutti benissimo che l’aspirazione di chi intende difendersi è quella di non doverle mai usare, che diciamo, nemmeno essere costretti a spianarle dinanzi all’aggressore.

Inoltre, dottore Orlando, una relazione tra l’immigrazione incontrollata e la violenza diffusa esiste. Igor non è di Bra, Kabobo non è nativo di Castrovillari e le bande di “latinos” non affliggono l’omonima città fondata da un innominabile dittatore. Un giorno qualsiasi, vada dalle parti di Piazza Brin, nel quartiere umbertino della sua città, e si metta una mano sulla coscienza, verificando, ad esempio, che lo spaccio di droga non è in mano al feroce cartello di Sarzana.

La verità è che in Italia – e non solo- delinquere è una buona scelta di vita. L’immensa maggioranza dei furti non è perseguita, spesso neanche denunciata, solo una minoranza delle rapine si conclude con l’arresto e comunque espiare le pene è molto raro, certo più difficile che usufruire delle mille leggi e circolari per le quali i colpevoli tornano presto in circolazione. Pure gli omicidi godono di attenuanti ed esimenti che limitano molto, per chi viene condannato, la permanenza nelle carceri, un brutto posto, ma prima che a Caino, forse sarebbe il caso di pensare ad Abele. Se la maggioranza credesse nell’efficacia della polizia e nel ruolo della giustizia non ci si armerebbe, poiché il mestiere di delinquente sarebbe rischioso. L’errore è alla base: le costituzioni europee affermano che le pene devono essere rieducative. Vasto, angelico programma che dimentica l’offesa arrecata. Un corretto sistema giuridico considera le pene retributive, ossia il giusto castigo degli errori commessi. Poi, con la giustizia, deve sussistere la grazia, che va meritata con i comportamenti, e chi ha sbagliato una volta non deve essere proscritto o stigmatizzato per sempre. Un proverbio antico consigliava “la prima si perdona, la seconda si bastona”.

In tutta onestà intellettuale, occorre riconoscere che, sulla vicenda, il comportamento del centrodestra non è granché migliore. Solo slogan, poca riflessione, la difesa non è sempre legittima, e la soluzione non è l’iniziativa privata. La soluzione è il ripristino dello Stato, come autorità, come funzione e prestigio e come spazio comune. Certo, difendere la vita e l’oggetto del proprio lavoro è sacrosanto, ma sparare nel mucchio non è un diritto. Vennero pronunciate parole di verità ed equilibrio sin dal Medio Evo. San Tommaso, nella Summa Theologiae, scrisse: “Dall’azione della difesa possono seguire due effetti: il primo è la conservazione della propria vita. Quest’azione non può essere considerata illecita”. Il secondo effetto che l’Aquinate ammette come moralmente accettabile è la morte dell’offensore. Il vigente Catechismo, ai punti 2264 e 2265 riprende identici concetti quasi con le medesime parole del grande domenicano. Vi è di più, a nostro avviso: in molte circostanze, la difesa non è solo un diritto naturale, ma un dovere morale, come sa chiunque voglia proteggere i suoi figli ed i suoi affetti.

Ciò che deve essere fatto è ripristinare l’autorità – innanzitutto morale- dello Stato, l’efficienza delle forze di sicurezza (che vanno sostenute e difese) e pretendere la certezza della pena. Nel ventennio bipolare, il centrodestra è stato al governo per dieci anni. Non ha risolto nulla, né rispetto all’immigrazione, né in merito all’ordine pubblico, che ora è di moda chiamare sicurezza. E’ troppo semplice prendersela con l’avversario politico, che pure ha la faccia e le parole dei mille Orlando. La sinistra è arroccata su vecchie idee giustificazioniste (le colpe della società, vere o presunte povertà, altre baggianate sociologiche), il mito incapacitante del dialogo ad ogni costo anche quando manca qualsiasi codice comune, tutte cose che impediscono una politica della sicurezza. Ma la destra, da parte sua, a parole inflessibile e talora forcaiola con ladri e semplici disturbatori della quiete borghese, è assai di manica larga allorché si tratta di perseguire i criminali in giacca e cravatta, manipolatori di bilanci, truffatori finanziari, corruttori per sistemare affari ed appalti. Il risultato, se ci si permette la semplificazione, è che ciascuno difende i suoi, una mano lava l’altra ed entrambe aiutano i disonesti dii ogni risma.

C’è poi un’altra questione di grande rilievo, ed è il monopolio dell’uso della forza legittima. Da una parte aborrono le armi in mano ai privati, ma, diciamolo, non digeriscono neppure che polizia e carabinieri siano armati, tant’è che è piuttosto comune vedere sul banco degli imputati chi è armato per dovere e servizio. Dall’altra, si fidano così poco degli organi di giustizia, che la maggior parte delle liti tra società di capitali vengono affidate ad esperti perché emettano rapidi lodi e diffondono le imprese di sicurezza private. Ripetiamo, la soluzione è più Stato, ma uno Stato migliore e completamente diverso dal presente simulacro in mano a inadeguati, incompetenti, disonesti.

Le varie componenti della società contemporanea dissentono su tutto,e, come comprese Ortega, si sono trasformate in gruppi reciprocamente ostili, ma una cosa hanno in comune, il fastidio o l’aperto disprezzo per tutto ciò che è ordine, stabilità, certezza, continuità. Ad una cosa potrà servire il dibattito sulla legittima difesa, depurato dagli slogan e dalle urla scomposte delle tifoserie avverse, a recuperare una dimensione smarrita, quello dello spazio “sacro”, privato ed intimo di cui la contemporaneità ci ha espropriato. A nessuno può essere consentito di violare il recinto dei miei affetti, della mia casa, del lavoro che ho costruito, delle mie stesse cose, che amo perché sono mie e le ho volute, proprio quelle e proprio lì. La violenza della nostra società ha diversi aspetti, e la violazione dello spazio personale è una ferita profonda.

Se aggiungiamo l’arroganza dei criminali, non importa se nazionali o di importazione, l’indifferenza e goffaggine delle istituzioni, la rovina a cui può condurre sostenere interminabili battaglie giudiziarie, l’insicurezza latente anche quando saliamo su un mezzo pubblico in tante zone o ci avventuriamo nelle stazioni ferroviarie, il ghigno sardonico di chi spaccia sotto i nostri occhi, minaccia, ruba, toglie tranquillità, si resta sbalorditi della scarsa capacità di reazione del nostro popolo. Forse il fuoco cova sotto la cenere, forse l’italiano medio non è migliore di chi lo governa e apre gli occhi solo quando è colpito personalmente. Forse, semplicemente, non è più un popolo, ma un gregge stanziato casualmente tra le Alpi e il mare.

Manca il senso e lo spirito pubblico, ma latita anche il senso comune. Ed esiste ancora un senso comune, o la frammentazione sociale è tanto avanzata che non c’è consenso neppure sui fondamenti della convivenza? Per questo anche un tema drammatico come la legittima difesa si è trasformato in un palcoscenicoin cui bene e male, giusto e sbagliato si sono confusi e fatti spettacolo. E’ la lunga notte di una civilizzazione stremata, impaurita ma incapace di difendersi per disarmo interiore. Più che la forza, servirebbe la virtù della fortezza.

Roberto PECCHIOLI

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

1168.- Il lavoro nella Costituzione europea

La vittoria di Emmanuelle Macron nelle elezioni presidenziali francesi viene vista esclusivamente come la vittoria contro la destra di Marine Le Pen; ma è stata anche la vittoria dell’europeismo e, per converso, la sconfitta dei nazionalismi, intesi come Stati, popoli, nazioni. È sembrato, perciò, utile tornare a parlare del lavoro come era considerato nella proposta di Costituzione europea, bocciata dai referendum francese e olandese del 2005, perché è lì, in quella proposta di costituzione, poi, travasata e tramutata negli aggiornamenti dei trattati europei che vanno sotto il nome di Trattato di Lisbona, che noi troviamo l’abbandono della centralità del principio costituzionale del lavoro per la centralità della legge dei mercati adottata come principio fondante dell’Unione europea.

 

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L’idea di Europa «Fare l’Europa vuol dire tre cose, vuol dire accettare tre obiettivi: il primo, che ci ipnotizza, è un obiettivo politico-amministrativo; l’altro, su cui stendiamo un velo pudico, è un obiettivo economico-finanziario; il terzo, che trattiamo come un antipasto o come un dessert, è un obiettivo culturale». Le parole di Lucien Febvre (1879-1956), pronunciate nel corso delle lezioni tenute nell’anno accademico 1944-45 al Collège de France e venate di scettico sarcasmo, sembrano purtroppo assai attuali. Tuttavia, il rallentamento del processo di coesione europea, dovuto alla mancata ratifica (frettolosamente definita «bocciatura») del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa da parte di Francia e Olanda, non corrisponde all’estinzione del progetto. Un referendum, in un dato momento storico, può anche risolversi per l’emersione di una maggioranza sfavorevole e irrazionale. Zygmunt Bauman ha chiarito che i numeri grandi hanno autorità per la loro dimensione: il presupposto di base (anche se raramente è dichiarato) è che «tante persone non possono essere dalla parte sbagliata», soprattutto se sono la maggioranza.

L’idea di Europa «Fare l’Europa vuol dire tre cose, vuol dire accettare tre obiettivi: il primo, che ci ipnotizza, è un obiettivo politico-amministrativo; l’altro, su cui stendiamo un velo pudico, è un obiettivo economico-finanziario; il terzo, che trattiamo come un antipasto o come un dessert, è un obiettivo culturale».1

Le parole di Lucien Febvre (1879-1956), pronunciate nel corso delle lezioni tenute nell’anno accademico 1944-45 al Collège de France e venate di scettico sarcasmo, sembrano purtroppo assai attuali. Tuttavia, il rallentamento del processo di coesione europea, dovuto alla mancata ratifica (frettolosamente definita «bocciatura») del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa2 da parte di Francia e Olanda, non corrisponde all’estinzione del progetto. Un referendum, in un dato momento storico, può anche risolversi per l’emersione di una maggioranza sfavorevole e irrazionale. Zygmunt Bauman ha chiarito che i numeri grandi hanno autorità per la loro dimensione: il presupposto di base (anche se raramente è dichiarato) è che «tante persone non possono essere dalla parte sbagliata», soprattutto se sono la maggioranza.3

L’analisi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che è la parte propulsiva del Trattato, si è risolta spesso nella critica alle mancanze e imperfezioni del testo, mentre si taceva sulla forza del contenuto. La coscienza europea significa infatti differenziazione dell’Europa, come entità politica, da altre entità, da altri continenti o gruppi di nazioni.4

Il criterio fondamentale di differenziazione dell’Europa è quello della «libertà».5 Non esistono mercati economici laddove manca un sistema continentale di coesione che produca benessere generalizzato e garanzie universali per i cittadini. In termini di politica sociale, la Carta è il tentativo di dare un nuovo disegno ai diritti delle persone, di costituire lo statuto inviolabile di coloro che risiedono sul territorio europeo, indipendentemente dall’occupazione, dall’origine, dal genere, dall’appartenenza di classe, etnica, culturale.

Dal punto di vista ideale, è la continuazione del progetto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e per usare le parole di Giuliano Amato «non è una missione impossibile. È semplicemente necessaria».6

La Carta dei diritti UE e il lavoro

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea costituisce la seconda parte del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa.7 Alcune delle contraddizioni e debolezze nel testo della Carta dei diritti UE8 e nel medesimo pro c e sso della sua adozione sono conosciute sino dai lavori preparatori e risalgono al Consiglio europeo di Colonia del 3 e 4 giugno 1999 che ne decise l’elaborazione.9

La difficoltà di coordinare le politiche sociali è amplificata dall’esistenza di una Unione monetaria i cui paesi aderenti (la cosiddetta area Euro) sono una minoranza interna all’Unione a venticinque membri. È una condizione inevitabile che può essere risolta anche attraverso la cooperazione rafforzata, se si considera che non vi è alternativa a una Unione europea in grado di esercitare un ruolo su scala mondiale.10

La Carta trasforma l’Unione europea, prevalentemente economica e di mercato, in Europa politica. Insieme alla moneta unica europea, l’adozione della Carta è uno tra gli eventi più importanti della storia contemporanea. È bello ricordare che Giovanni Paolo II, dopo l’angelus del 1 gennaio 2002, rivolse «uno speciale augurio di pace e di prosperità ai paesi dell’Unione europea, che oggi, con la moneta unica, raggiungono un traguardo storico. Auspico che ciò favorisca il pieno sviluppo dei cittadini dei vari paesi. Crescano in tutta Europa la giustizia e la solidarietà, a vantaggio dell’intera famiglia umana».11

Il lavoro ha sempre avuto una collocazione centrale nella politica di coesione europea. In questo senso, non si possono interpretare le disposizioni della Carta senza collocarla nel sistema della legislazione europea, poiché questo significherebbe limitarsi al valore formale dell’atto e al suo contenuto letterale senza considerare che un ordinamento giuridico è una unità, come insegnava Santi Romano (1875-1947), «non artificiale o ottenuta con un procedimento di astrazione, ma concreta ed effettiva».12 L’obiettivo della buona occupazione si è tradotto costantemente nell’affermazione che il lavoro di qualità è anche in relazione con la fattispecie contrattuale, con lo schema giuridico di prestazione del rapporto: «I contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro e contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati e a migliorare il rendimento», dispone una direttiva del Consiglio dell’Unione europea.13 In questo senso, la Carta stabilisce che l’esercizio di una professione e il diritto di lavorare (art. II-75)14 rappresentano un elemento costitutivo della libertà dei cittadini europei, preceduto solo dalla dignità umana (art. II-61)15 e dalla proibizione di tenere la persona «in condizioni» di schiavitù o di servitù come dal divieto di lavoro forzato o obbligatorio (art. II-65).16

Inoltre, il principio che «la parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione»17 è accompagnato dal riconoscimento espresso del diritto a conciliare la vita familiare e la vita professionale.18 Ancora con il medesimo processo di gradazione e collegamento dei diritti, si stabilisce che «ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose»19 e si chiarisce che «i giovani ammessi al lavoro devono beneficiare di condizioni di lavoro appropriate alla loro età ed essere protetti contro lo sfruttamento economico o contro ogni lavoro che possa minarne la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o che possa mettere a rischio la loro istruzione».20

Nella costruzione dell’ordinamento giuridico europeo, anche rispetto al ruolo e all’importanza che hanno il lavoro e l’occupazione di qualità, non si deve sottovalutare la previsione del diritto a una buona pubblica amministrazione,21 che comprende «il diritto di ogni persona di accedere al fascicolo che la riguarda, nel rispetto dei legittimi interessi della riservatezza e del segreto professionale»22 e «l’obbligo per l’amministrazione di motivare le proprie decisioni».23 Si può certamente discriminare tra norme precettive e norme programmatiche o promozionali, come da sempre accade tra i costituzionalisti, ma la Carta dei diritti fondamentali ha comunque per l’Europa una capacità di aggregazione che ne rappresenta il principale valore giuridico. Il concetto fondamentale della saggezza, da un punto di vista politico, sociale ed economico, è la stabilità. Nulla è sensato se non si può progettare la sua continuità per lungo tempo, senza incorrere in ostacoli insormontabili.24

È importante osservare che la Carta dei diritti non distingue tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, nella predisposizione di tutele fondamentali per la persona che lavora. In questo senso, la Carta è una opportunità per correggere l’uso distorto del diritto commerciale nella regolamentazione del lavoro. La governance di questi processi economici e demografici ha necessità di una costituzionalizzazione, per quanto perfettibile essa sia.25 Il diritto si è generalmente sviluppato sul modello della proprietà, come situazione giuridica soggettiva, assoluta, individuale. L’organizzazione del lavoro ha spesso sofferto di questa costruzio ne soggettiva della posizione del lavoratore, stretta tra la fonte formalmente contrattuale del rapporto e la disciplina a garanzia del suo svolgimento. Bruno Trentin ha posto chiaramente la questione della libertà come presupposto e condizione per la tutela dei lavoratori, comeuna ricerca ininterrotta26 sulla liberazione della persona e sulla sua capacità di autorealizzazione: «La domanda che infatti intendo porre è la seguente: è possibile immaginare una politica estera, della sicurezza e della cooperazione internazionale, in uno Stato o in una unione di Stati e di cittadini, che non dispongono di una forte e solidale politica economica e sociale? E nel caso dell’Unione europea, di procedure di decisione capaci di coordinare le politiche economiche, sociali e ambientali degli Stati membri? Io non lo ritengo possibile, perché si tratta di una contraddizione in termini».27

In senso generale, tutti i paesi dell’Europa occidentale hanno buoni risultati per quanto riguarda la democrazia nel lavoro, i diritti dei lavoratori, la distribuzione del reddito e la protezione sociale, sebbene questo sia pagato con un inferiore tasso di crescita economica e una maggiore disoccupazione rispetto ai paesi anglosassoni, dove al contrario si osserva una consistente polarizzazione della ricchezza e la rinuncia al principio di universalità del sistema di welfare pubblico.28 Sono risultati  importanti, essenziali. È l’eredità dello spazio sociale europeo che dobbiamo all’iniziativa di Jacques Delors alla presidenza della Commissione europea.29

Lavoro decente e lavoro di qualità

Il cardine della teoria economica neoclassica è di trattare il lavoro come ogni altro fattore di produzione. Ma il lavoro non è in alcun modo assimilabile alle altre merci. Joseph Stiglitz, in «Occupazione, giustizia sociale e benessere della società», ha ricordato quanto sia importante il lavoro per le persone, «il fatto che qualcuno riconosca il loro contributo mediante un corrispettivo».30

Il lavoro «di qualità» (quality in work; job quality), promosso dalle  politiche per l’occupazione dell’Unione europea,31 ha un corrispondente nel concetto di «lavoro decente»32 o «dignitoso» (decent work; travail decent) che impegna l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). I due principi non sono equivalenti, sebbene abbiano il comune obiettivo di tutelare il lavoratore e migliorare le condizioni in cui il lavoro è prestato. In un certo senso, tutte le nozioni risentono della inevitabile vischiosità del linguaggio giuridico ed economico, dell’incapacità a descrivere un fenomeno con espressioni linguistiche.33

Il concetto di lavoro «decente», apparso inizialmente nel Rapporto del direttore generale dell’OIL alla ottantasettesima sessione della Conferenza internazionale del lavoro nel 1999 è fondato su quattro elementi: occupazione, protezione sociale, diritti dei lavoratori e dialogo sociale.34

Gli indicatori economici, giuridici e sociali del lavoro decente sono le opportunità di lavoro (il tasso di occupazione rispetto alla popolazione), la retribuzione, le condizioni di lavoro, lo sviluppo del sistema di sicurezza sociale, il rispetto dei diritti fondamentali (lavoro coatto o minorile, discriminazione, libertà di associazione), l’ampiezza del dialogo sociale (contrattazione collettiva, democrazia economica, partecipazione alle decisioni politiche).

Gli indicatori necessari a individuare il lavoro «dignitoso» hanno spesso necessità di elementi comparativi. Il fatto che il lavoro sia retribuito non esclude l’uso di indicatori alternativi per valutare l’adeguatezza della retribuzione, come lo stato di nutrizione, l’alfabetizzazione e il grado di istruzione degli adulti, il tasso di mortalità nella prima infanzia o la percentuale di working poors, di «poveri industriosi» secondo la definizione di Marx,35 sul totale della popolazione lavorativa.36 Il principio di solidarietà sociale universale, caratteristica dei sistemi pubblici europei, consente di promuovere un obiettivo più difficile e ambizioso del lavoro decente: il lavoro «di qualità».

La creazione di lavoro dignitoso (decent work) ha per scopo diretto e immediato l’abbattimento o comunque il decremento della povertà. Si tratta di una nozione riferibile alle condizioni minime di dignità della persona umana, una precondizione essenziale per la crescita economica.37 Il concetto di lavoro di qualità (job quality) riguarda una fase superiore delle politiche per l’occupazione: la promozione sociale del lavoratore. In particolare, c’è una relazione negativa tra la quota di lavori di bassa qualità (low quality jobs) e il tasso di occupazione: le persone che ottengono lavori di bassa qualità, specie se prive di opportunità formative, restano ad alto rischio di sprofondare nuovamente nella disoccupazione o nel lavoro sommerso.38 Al contrario, c’è un legame positivo tra la qualità dell’occupazione, la produttività del lavoro e i grandi temi delle politiche a tutela della persona umana: la parità di genere e l’aumento della quota di donne occupate, la lotta alle discriminazioni, la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono precisamente i diritti che la Carta ha sancito per l’intera Unione europea.

Le analisi e proposte non debbono sottovalutare la crescente interdipendenza fra i fattori in gioco: un’interdipendenza spaziale, enfatizzata dalla globalizzazione e una funzionale rafforzata dalle nuove tecnologie, specie informatiche.39 Il sistema giuridico europeo può essere inteso in senso deregolativo soltanto se si enfatizza l’esigenza di rendere competitive le imprese, che pure crea occupazione, e si tace sull’obiettivo, espresso con forza anche maggiore, di migliorare la qualità del lavoro.40

L’esclusione sociale

A Ginevra, durante la novantatreesima Conferenza dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), svoltasi dal 31 maggio al 16 giugno 2005, il direttore generale dell’organizzazione ha dichiarato che il divario tra la concentrazione di ricchezza nell’economia globale e la modesta crescita dell’occupazione «pone una crescente minaccia alla sicurezza internazionale, allo sviluppo e alla democrazia».41 In senso radicalmente contrario, nell’Europa a quindici membri la popolazione a rischio di povertà è calata dal 17% del 1995 al 15% del 2001, secondo i dati Eurostat.42 Nel medesimo periodo, l’aspettativa di vita è cresciuta da 77 anni a 78,5 circa.43

Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, nel discorso dell’11 gennaio 1944, disse: «Siamo arrivati a comprendere con chiarezza il fatto che l’autentica libertà individuale non può esistere senza la sicurezza e l’indipendenza economica. Un uomo oppresso dalle necessità non è un uomo libero. La gente affamata e senza lavoro è la materia di cui sono fatte le dittature».44

Una globalizzazione giusta si compie creando opportunità per tutti, con un dialogo tripartito che coinvolga datori di lavoro, lavoratori e governi.45 È interessante notare che il testo inglese del Rapporto prodotto dalla Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione utilizza la parola worker che indica la categoria generale dei lavoratori, tanto autonomi che subordinati.46

Un livello adeguato di Stato sociale, che è tradizione comune ai paesi europei, rende l’Unione più solida e democratica.47Non è ravvisabile alcuna correlazione positiva tra le diseguaglianze di reddito, specialmente prodotte dalla compressione verso il basso dell’imposizione fiscale, l’occupazione e lo sviluppo dell’economia. Il PIL può crescere rapidamente nei calcoli statistici, ma non nell’esperienza della gente comune che si trova oppressa da frustrazioni crescenti, da alienazione e insicurezza. Dopo un po’ anche il prodotto nazionale lordo smette di crescere, non a causa di insuccessi scientifici o tecnologici, ma per via di una paralisi strisciante causata dal rifiuto di cooperare, espresso in varie forme di evasione dalla realtà, da parte non solo degli oppressi e degli sfruttati ma anche dei gruppi notevolmente privilegiati.48 I fattori che incoraggiano la crescita dell’occupazione, specialmente nei servizi, sono la diffusione di redditi crescenti, la transizione verso una produzione di alta qualità, l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, lo sviluppo del welfare state, l’introduzione di innovazioni, la riduzione dell’orario di lavoro, la specializzazione nei servizi alle esportazioni.49

A proposito di giustizia distributiva, Giovanni Bazoli interpreta la parabola evangelica degli operai della vigna (Matteo, 20, 1-16), che il padrone remunera tutti con un denaro senza differenza tra quelli che hanno iniziato il lavoro al mattino e gli altri, assunti nel tardo pomeriggio: il fatto che gli operai non avessero in precedenza lavorato, perché nessuno li aveva assoldati, «non descrive pigrizia o ignoranza, bensì una differenza di opportunità, non dipendente dalla volontà dei lavoratori ».50 Sono spesso le disuguaglianze iniziali a materializzare una diversa «resa» degli uomini. La sola alternativa tra l’uguaglianza come «inclusione» e la disuguaglianza come «esclusione» è comunque inadeguata. Una mobilità diffusa verso il basso sarebbe altrettanto minacciosa per la coesione sociale che l’esistenza di una classe ostile di esclusi.51 Per Sigmund Freud il senso sociale poggia «sul rovesciamento di un sentimento inizialmente ostile in un legame caratterizzato in senso positivo, la cui natura è quella di una identificazione».52

Le analisi sulle origini della disoccupazione e della povertà non mancano. Spesso, non sono concordanti, come non lo sono i rimedi proposti. Il semplice potere del mercato economico non risolve il problema, senza la concreta libertà di partecipazione alla vita sociale.53

Gli Stati europei sono tutti troppi piccoli per garantire, da soli, sicurezza e benessere ai propri cittadini. Allo stesso modo, anche le imprese e le persone devono scegliere se consolidare una entità «più alta, più forte e più capace di competere come l’Unione europea».54

In cinquanta anni di costruzione europea, da sei a venticinque membri, l’Unione è l’unico esempio contemporaneo di democrazia sovranazionale. È il risultato di un lungo, paziente dialogo, della continua e sempre rinnovata ricerca dell’interesse comune e superiore, di un equilibrio più alto e stabile.55 Una ricerca di equilibrio e di libertà che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea consolida e promuove, anche nella disciplina del lavoro e dell’occupazione.

Di Gianpiero Golisano Martedì 01 Novembre 2005 02:00 Stampa

1167.- Il Diritto dimenticato. Il lavoro nella Costituzione europea

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1 – L’assenza del “diritto al lavoro” tra i diritti fondamentali dell’Unione non sembra provocare alcun turbamento nella scienza giuridica europea. I pochissimi che di sfuggita rilevano tale assenza, la considerano una ‘dimenticanza’ non particolarmente significativa.

Per l’autore di questo volume si tratta, invece, di un’assenza inquietante. L’autore non riesce, infatti, proprio a condividere l’idea che l’oblio del quale è stato vittima il diritto al lavoro (ma anche altri diritti sociali dei lavoratori) sia da considerare un evento secondario e privo di significato.

Come è possibile, infatti, chiedere agli abitanti del vecchio continente di sentirsi cittadini europei, di essere partecipi di una inedita e nuova comunità politica (l’Unione), di essere, insomma, “pronti a prendersi cura della città”, se la città stessa non si mostra pronta a prendersi cura dei bisogni fondamentali del cittadino?

2 – Queste domande potranno apparire dettate dal bisogno romantico, e un po’ retrò, di non smarrire la memoria del nostro, peraltro assai recente, passato. Non si tratta di questo.

La principale preoccupazione del volume riguarda il presente e il futuro. Il timore che un’Europa indifferente al destino sociale dei suoi cittadini, e di tutti coloro che la popolano, finisca per smarrire il senso della propria esistenza ed identità culturale, prima ancora che politica.

La differenza ‘etica’ del modello europeo rispetto al modello americano e al modello asiatico non può ridursi al (pur fondamentalissimo) divieto della pena di morte. Il fascino del vecchio continente, anche agli occhi dei non europei, risiede ancora oggi nella capacità dell’Europa di apparire e di essere il continente della modernità, ma anche della critica alla modernità. Delle leggi del mercato, ma anche dei limiti e dei vincoli alla ratio economica.

3 – La codificazione del diritto al lavoro ha storicamente avuto anche, forse soprattutto, questo straordinario significato simbolico. Ha rappresentato la volontà e la capacità dell’Europa di dare forma giuridica alla preoccupazione per il legame sociale. Il rischio è che l’attuale tendenza alla ‘decostituzionalizzazione’ del diritto al lavoro finisca per mettere in discussione anche altri diritti sociali: la sicurezza nei luoghi di lavoro, le tutele sociali, le libertà individuali e collettive dei lavoratori.

La posta in gioco è, insomma, altissima. ‘Dimenticato’ il diritto al lavoro è assai probabile che si apra la strada ad un’altra e più drammatica ‘dimenticanza’. Ne è un segno allarmante lo sguardo sempre più disattento e burocratico con il quale i media registrano il perdurare e, talvolta, la vera e propria escalation degli incidenti sul lavoro. Ormai derubricati quasi ad episodi di cronaca nera, facili da ‘archiviare’ come la dignità e la vita di coloro che ne sono vittima. Diritti ‘dimenticati’, appunto.

4 – Le pagine di questo volume muovono, insomma, dalla convinzione che al diritto al lavoro non si possa rinunciare a cuor leggero. Che questa assenza debba, anzi, essere al più presto superata. Ne va della credibilità ‘etica’ dell’Europa, della legittimità del suo modello sociale.

La prima parte del volume (Il regime del lavoro in Europa) è il frutto della rielaborazione di una lezione tenuta il 10 maggio 2006 presso il “Centro interdipartimentale di ricerca e formazione sul Diritto pubblico europeo e comparato” dell’Università di Siena. Un “viaggio” nello spazio. Prima negli ordinamenti costituzionali della “vecchia” Europa, poi negli ordinamenti costituzionali della “nuova” Europa e, infine, nell’ordinamento comunitario e dell’Unione.

La seconda parte del volume (Il diritto al lavoro nella storia europea) riproduce, con qualche aggiornamento, variazione e approfondimento, il testo della relazione presentata il

5 aprile 2006 al Convegno III Jornadas sobre la constitución europea presso l’Università di Granada. Un “viaggio” nel tempo. Un “viaggio” nella storia europea del diritto al lavoro, nelle culture sociali, giuridiche e politiche che ne hanno perorato la sua codificazione costituzionale e in quelle che hanno provato a relativizzarne la natura di diritto fondamentale.

5 – Il bilancio di questo “viaggio” nello spazio e nel tempo è interamente affidato al giudizio del lettore. È un bilancio che va fatto senza nostalgia per un glorioso tempo che è stato e senza malinconia per un irriconoscente tempo presente che ha ‘dimenticato’. Ma è un bilancio che va fatto fino in fondo e con rigore, specie da coloro che sottolineano la “storicità” del diritto al lavoro e propongono per esso una declinazione assai diversa da quella consegnataci dal passato.

La memoria non può, infatti, essere relegata nei musei, né delegata ai professionisti del “culturalmente e politicamente corretto”. Non si può innovare una tradizione ignorandola o rimuovendola. Nessun paradigma veramente nuovo può affermarsi senza afferrare e svelare le ragioni della tradizione. Vale in generale. Vale anche per l’eredità, solo apparentemente minore, del diritto al lavoro.

6 – La storia europea ci consegna, da questo punto di vista, un’eredità stratificata. Di complessa interpretazione.

Diritto al lavoro è, infatti, termine semanticamente impegnativo. Dalle molteplici e assai diverse declinazioni.

In una prima declinazione, che ha avuto il suo apice nei primi decenni del ventesimo secolo, in particolare negli ordinamenti socialisti dell’Europa centro-orientale, il diritto al lavoro è pensato come un diritto soggettivo perfetto (e, per questa ragione, fortemente avversato in particolare in Europa occidentale). Come una pretesa, direttamente azionabile di fronte ai pubblici poteri (anche di fronte all’autorità giudiziale), di ottenere un “posto di lavoro”.

In una seconda declinazione, quella prevalente in Europa “occidentale” nei cosiddetti trent’anni gloriosi dello Stato sociale, il diritto al lavoro è pensato in termini giuridicamente meno impegnativi (si è un po’ impropriamente parlato di una declinazione debole del diritto). E, tuttavia, assai impegnativi dal punto di vista politico costituzionale, implicando un obbligo costituzionale del legislatore di attuare programmi di politica economica miranti al pieno impiego e, in ultima istanza, una combinazione di politiche sociali dirette a garantire non il diritto ad un “posto di lavoro”, ma almeno la sicurezza del posto di lavoro.

7 – Oggi alcuni dei fautori della “società europea” come “società attiva” (tra i quali, in primis, le istituzioni comunitarie e dell’Unione) rinvengono tracce di queste nozioni forti del diritto al lavoro in una terza declinazione. Ovvero, nell’ “obbligo” dei pubblici poteri di fornire ai cittadini ogni attività strumentale – quale ad esempio, formazione, informazione, orientamento – necessaria alla proficua ricerca di un posto di lavoro, tramite una combinazione integrata di politiche mirate alla flessibilità del lavoro, alla sicurezza dell’occupazione lungo tutto l’arco della vita (e non alla sicurezza del posto di lavoro) e, in qualche misura, anche del reddito.

A noi, questa declinazione appare, invece, assai debole e assai poco attraente. Per questa ragione abbiamo provato a percorrere, in particolare nelle pagine conclusive del volume, un diverso sentiero e a proporre una diversa declinazione della pretesa al lavoro in grado di restituire al ‘diritto dimenticato’ una nuova ed inedita centralità.

da Antonio Cantaro, “Il Diritto dimenticato. Il lavoro nella Costituzione europea”, Torino, Giappichelli, 2007, pp. 175, €. 16.00

1138.- L’ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola
Lo scheletro e uno scarpone ritrovati nella primavera 2015 nelle Dolomiti 

Lo scheletro dell’alpino, recuperato nel 2015 nelle Dolomiti, non ha una tomba per colpa della burocrazia

di PAOLO RIMUZ

Attenti: se trovate un Caduto, rimettetelo subito sotto terra. Riconsegnate il corpo alle stelle alpine, alle primule, alla pace ritrovata dei luoghi dove ha combattuto. Altrimenti, se ne denuncerete la presenza secondo le procedure di legge, lo farete finire in qualche sottoscala o in uno scaffale, ed egli diventerà numero, rapporto, carteggio, faldone, scartoffia, italica scocciatura. Sarà annichilito dagli ingranaggi di una macchina burocratica che ha dimenticato cosa sia la memoria e la riconoscenza per chi ha fatto il suo dovere.

È il destino del milite ignoto trovato nella primavera del 2015, a cent’anni esatti dall’inizio della Grande Guerra, sotto la Cima di Costabella in Dolomiti, tra la Marmolada e il Passo di San Pellegrino, dove Italiani e Austriaci si sono combattuti per due anni e mezzo in condizioni estreme. Ventidue mesi dopo il ritrovamento e trasferimento a valle, il cadavere è ancora lì, alla stazione dei Carabinieri di Moena, non si sa se in un sacco, una cassetta o una scatola, in attesa di un “Requiem” e di un camposanto dove riposare.

A Moena tutti hanno fatto il loro dovere. Il “recuperante”, Livio Defrancesco, che ha trovato il corpo senza nome in fondo a un canalone dopo un violento temporale che aveva smosso le ghiaie sopra lo scheletro. Il magistrato che ha avviato la pratica. I Carabinieri, che hanno avvertito i loro superiori. La stampa locale e nazionale, che ha informato gli Italiani.

Non il ministero della Difesa, che attraverso l’apposito istituto interforze denominato “Onorcaduti”, avrebbe dovuto occuparsi della sepoltura. Morale: i Cc di Moena vivono dal luglio del 2015 con in caserma un morto che nessuno vuole. Ci avranno fatto quasi l’abitudine, a quel mucchietto di femori, clavicole, costole e falangi, chiusi non si sa dove con probabile targhetta di cartone. Tutto questo a pochi chilometri dal cimitero militare di Santa Giuliana, a Vigo di Fassa, dove altri Caduti della Grande Guerra hanno trovato onorevole riposo, in una prateria con vista sui monti più belli del mondo.

E sì che, dal 2001, il comando di “Onorcaduti” è in mano a commissari scelti dall’arma dei Carabinieri, che alla tenenza di Moena avrebbero dovuto dare risposta immediata. Nell’ordine, i generali Bruno Scandone, Vittorio Barbato, Silvio Ghiselli e, ora, Rosario Aiosa, il quale si è trovato a fronteggiare le commemorazioni del centenario con mezzi inadeguati, in gran parte grazie all’aiuto volontario di associazioni combattentistiche e d’arma, a fronte di una situazione disastrosa, con ossari e cimiteri in pessime condizioni.

Se una civiltà si giudica dai suoi cimiteri, allora è possibile dire che con la nuova gestione sono finiti, anzi sepolti per sempre, i tempi in cui “Onorcaduti”, nati nel 1919 con al comando nientemeno che il generale Armando Diaz, portarono a compimento la missione in posti come El Alamein e il fronte russo. Tempi in cui l’istituto fu trascinato dall’entusiasmo di figure mitiche, come i generali Umberto Ricagno e Ferruccio Brandi, o da superiori iper-attivi come Benito Gavazza, che nel 1990 avviò il rimpatrio dei Caduti sul fronte del Don.

Ma tu chi sei, alpino di Costabella? Sì, perché tu, soldato, morto certamente in azione sul canalone Ovest della montagna, col cranio spaccato da un masso a soli cinquanta metri dalle linee austriache, eri un alpino che andava all’assalto. Un alpino gigantesco per l’epoca, alto sul metro e ottantacinque. Lo dicono i tuoi femori. Dovevano conoscerti tutti, per la tua forza. Lo sappiamo con sicurezza in che compagnia stavi, perché su quel tratto di fronte c’eravate solo voi, ragazzi della 206.a, battaglione Val Cordevole, settimo reggimento.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Tu ignori, per fortuna, la miseria dei nostri tempi. Noi, invece, sappiamo qualcosa di te e dei tuoi compagni. Eravate tappi di un metro e sessanta di media, ma capaci di sopportare fatiche da bestie. Gente come Giacomo Dall’Osbel detto “Ross faghèr”, faggio di pelo rosso, in grado di portare sulle spalle un quintale e mezzo in salita. O il vostro capitano, Arturo Andreoletti, immenso alpinista, che ebbe il fegato di mandare a quel paese il generale Peppino Garibaldi per gli ordini che dava, considerati suicidi.

Come l’assalto al Col di Lana, una vera tomba per gli Italiani. Sappiamo anche quando, presumibilmente, precipitasti in quel canalone: fu alla fine del tremendo inverno del 1916, in cui caddero, in Dolomiti, diciotto metri di neve.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Sono tutte cose che Livio Defrancesco sa bene. È da bambino che batte le sue montagne e oggi, con i materiali che ha trovato, ha aperto in casa propria uno dei più bei musei della guerra alpina. Si definisce un miracolato, per essere sopravvissuto a tre esplosioni, tra cui il botto micidiale di una bombarda. “I tre jolly della mia vita li ho già giocati”, commenta rudemente, come chi ha già visto cosa c’è oltre la linea d’ombra.

“Ero sotto la cima di Costabella a fare manutenzione dei sentieri – racconta – e ho visto delle scarpe chiodate, tipiche di quella guerra in montagna. Le ho prese in mano e ho sentito che dietro venivano i piedi, la gamba, il corpo. Le ossa erano perfette, grandi più del normale. Accanto al corpo, un arpione per far sicurezza ai compagni, una gavetta e una bomba a mano. Niente piastrina di riconoscimento. L’elmetto era spezzato. Era stato chiaramente portato via da una valanga o da una frana”.

L'ultimo affronto al milite ignoto: dimenticato in una scatola

Chissà se, attraverso questa denuncia, riusciremo a sapere il tuo nome, soldato di Costabella. “Gli alpini della 206.a compagnia non erano poi tanti, ed erano sicuramente bellunesi – commenta Mariolina Cattaneo, coordinatrice della rivista “L’Alpino” a Milano – se poi si pensa alla statura inconsueta dell’uomo e alla memoria leggendaria di quegli scontri, forse qualche parente o studioso della Grande Guerra si farà vivo per sciogliere l’enigma”.

E chissà, a quel punto, che non requiescat in pace.

da La Repubblica, 27 aprile 2017