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1775.- Leggi: Più reati procedibili a querela dal 9 maggio: approvato il Decreto legislativo nr. 36/2018

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Il DECRETO LEGISLATIVO 10 aprile 2018, n. 36. Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilita’ per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103. (18G00061). (GU n.95 del 24-4-2018). Vigente al: 9-5-2018, in vigore dal prossimo 9 maggio, modifica la disciplina del regime di procedibilità per taluni reati contro la persona e contro il patrimonio che si caratterizzano essenzialmente “per il valore privato dell’offesa o per il suo modesto valore offensivo”.

L’obiettivo della riforma che amplia l’istituto della procedibilità a querela di parte, spiega il Consiglio dei Ministri, è quello di “migliorare l’efficienza del sistema penale, favorendo meccanismi di conciliazione per i reati di minore gravità, anche attraverso la collegata operatività dell’istituto della estinzione del reato per condotte riparatorie, che riguarda i reati procedibili a querela ma con querela rimettibile, e di conseguenza una maggiore efficacia dell’azione di punizione dei reati più gravi”.
In particolare, la procedibilità a querela viene introdotta per i reati contro la persona puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni, con l’eccezione del delitto di violenza privata, nonché per i reati contro il patrimonio previsti dal Codice penale.

In tal modo, “le nuove norme fanno emergere e valorizzano anche l’interesse privato alla punizione del colpevole in un ambito connotato dall’offesa a beni strettamente individuali, collegandolo alla necessità di condizionare la repressione penale di un fatto, astrattamente offensivo, alla valutazione in concreto della sua gravità da parte della persona offesa”.
Nuovi reati procedibili a querela: l’elenco
Il decreto elenca pedissequamente le ipotesi di reato nei confronti delle quali è soppressa la procedibilità d’ufficio e, pertanto, si potrà procedere unicamente a querela di parte.

Tra questi il reato di minaccia (art. 612 c.p.) in cui rimarrà la procedibilità d’ufficio solo ove la minaccia sia grave ossia fatta in uno dei modi indicati nell’art. 339 c.p. che enumera una serie di aggravanti ovverosia (ad esempio minaccia commessa con armi, da persona travisata o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte).

A querela della persona offesa sarà punibile anche il reato di “Violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale” nell’ipotesi prevista dal comma 2 dell’art. 615 c.p, ovvero se l’abuso consiste nell’introdursi nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, senza l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge.
Procedibilità a querela anche per le ipotesi di reato previste:
– dall’art. 617-ter c.p. (Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche), primo comma;
– dall’art. 617-sexies c.p. (Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche), primo comma;
– dall’art. 619 c.p. (Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza commesse da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni);
– dall’art. 620 c.p. (Rivelazione del contenuto di corrispondenza, commessa da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni).

Ritoccati anche i reati di truffa (art. 640 c.p.) e di frode informatica (art. 640-ter c.p.) che saranno procedibili d’ufficio solo ove sia cagionato alla persona offesa un danno patrimoniale di rilevante gravità (art. 61, primo comma, numero 7, c.p.) e, nel caso della frode informatica, anche per aver approfittato di circostanze di persona, anche in riferimento all’età (art. 61, primo comma, numero 5, c.p.). Non sarà più procedibile d’ufficio neppure l’Appropriazione indebita (art. 646 c.p.).

In sostanza, viene fatta salva in ogni caso, la procedibilità d’ufficio qualora la persona offesa sia incapace per età o per infermità, o ricorrano circostanze aggravanti a effetto speciale ovvero le circostanze aggravanti indicate all’articolo 339 del Codice penale o, in caso di reati contro il patrimonio, il danno arrecato alla persona offesa sia di rilevante gravità.

Inoltre, in relazione a reati che già prevedono la procedibilità a querela nella ipotesi base, si riduce il novero delle circostanze aggravanti che comportano la procedibilità d’ufficio.

Il provvedimento precisa, infine, che per i reati perseguibili a querela in base alle disposizioni del decreto, commessi prima della data di entrata in vigore dello stesso, il termine per la presentazione della querela decorrerà da tale data, se la persona offesa ha avuto in precedenza notizia del fatto costituente reato.

Invece, ove sia pendente il procedimento, il P.M., nel corso delle indagini preliminari, o il giudice, dopo l’esercizio dell’azione penale, anche, se necessario, previa ricerca anagrafica, informerà la persona offesa dal reato dalla facoltà di esercitare il diritto di querela e il termine decorrerà dal giorno in cui la persona offesa è stata informata.

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24-4-2018 GAZZETTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Serie generale – n. 95 LEGGI ED ALTRI ATTI NORMATIVI
DECRETO LEGISLATIVO 10 aprile 2018, n. 36.

Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103.
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 76 e 87, quinto comma, della Costituzione;
Visto l’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400;
Vista la legge 23 giugno 2017, n. 103, recante modi- fiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, contenente la delega al Governo per la modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati, e, in particolare l’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17;
Visto il regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, recante approvazione del testo definitivo del codice penale;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 2 novembre 2017;
Acquisiti i pareri delle competenti commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione dell’8 febbraio 2018;
Considerato che le competenti commissioni della Ca- mera dei deputati e del Senato della Repubblica non han- no espresso il parere nei termini prescritti, ad eccezione della 2a commissione del Senato della Repubblica;
Viste le deliberazioni del Consiglio dei ministri, adot- tate nelle riunioni del 21 marzo 2018 e del 6 aprile 2018;
Sulla proposta del Ministro della giustizia;
EMANA
il seguente decreto legislativo:
Art. 1.
Minaccia
1. All’articolo 612 del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo comma, le parole: «e si procede d’uf- ficio» sono soppresse;
b) dopo il secondo comma è aggiunto il seguente: «Si procede d’ufficio se la minaccia è fatta in uno dei modi indicati nell’articolo 339.».
Art. 2.
Violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale
1. All’articolo 615 del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, dopo il secondo comma è aggiunto il seguente: «Nel caso previsto dal se- condo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa.».
Art. 3.
Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche
1. All’articolo 617-ter del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, dopo il secon- do comma è aggiunto il seguente: «Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa.».
Art. 4.
Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche
1. All’articolo 617-sexies del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, dopo il secon- do comma è aggiunto il seguente: «Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa.».
Art. 5.
Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza commesse da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni
1. All’articolo 619 del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, dopo il secon- do comma è aggiunto il seguente: «Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa.».
Art. 6.
Rivelazione del contenuto di corrispondenza, commessa da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni
1. All’articolo 620 del codice penale, approvato con re- gio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, dopo il primo com- ma è aggiunto il seguente: «Il delitto è punibile a querela della persona offesa.».
Art. 7.
Effetti sulla procedibilità delle circostanze aggravanti ad effetto speciale
1. Dopo il Capo III del Titolo XII del Libro II del codi- ce penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, è inserito il seguente:
«Capo III-bis
DISPOSIZIONI COMUNI SULLA PROCEDIBILITÀ
Art. 623-ter (Casi di procedibilità d’ufficio). — Per i fatti perseguibili a querela preveduti dagli articoli 612, se la minaccia è grave, 615, secondo comma, 617-ter, primo comma, 617-sexies, primo comma, 619, primo comma, e 620 si procede d’ufficio qualora ricorrano circostanze aggravanti ad effetto speciale.».
Art. 8.
Truffa
1. All’articolo 640 del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, al terzo comma le parole: «un’altra circostanza aggravante» sono sosti- tuite dalle seguenti: «la circostanza aggravante prevista dall’articolo 61, primo comma, numero 7».
Art. 9.
Frode informatica
1. All’articolo 640-ter, del codice penale, approva- to con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, al quarto comma le parole: «un’altra circostanza aggravante» sono sostituite dalle seguenti: «taluna delle circostanze previste dall’articolo 61, primo comma, numero 5, limitatamente all’aver approfittato di circostanze di persona, anche in riferimento all’età, e numero 7».
Art. 10.
Appropriazione indebita
1. All’articolo 646 del codice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, il terzo comma è abrogato.
Art. 11.
Effetti sulla procedibilità delle circostanze aggravanti ad effetto speciale
1. Dopo il Capo III del Titolo XIII del Libro II del co- dice penale, approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, è inserito il seguente:
Art. 649-bis (Casi di procedibilità d’ufficio). — Per i fatti perseguibili a querela preveduti dagli articoli 640, terzo comma, 640-ter, quarto comma, e per i fatti di cui
all’articolo 646, secondo comma, o aggravati dalle circo- stanze di cui all’articolo 61, primo comma, numero 11, si procede d’ufficio qualora ricorrano circostanze aggravan- ti ad effetto speciale.».
Art. 12.
Disposizioni transitorie in materia di perseguibilità a querela
1. Per i reati perseguibili a querela in base alle dispo- sizioni del presente decreto, commessi prima della data di entrata in vigore dello stesso, il termine per la presen- tazione della querela decorre dalla predetta data, se la persona offesa ha avuto in precedenza notizia del fatto costituente reato.
2. Se è pendente il procedimento, il pubblico mini- stero, nel corso delle indagini preliminari, o il giudice, dopo l’esercizio dell’azione penale, anche, se necessario, previa ricerca anagrafica, informa la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela e il termine decorre dal giorno in cui la persona offesa è stata informata.
Art. 13.
Clausola di invarianza finanziaria
1. Dall’attuazione delle disposizioni di cui al presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a ca- rico della finanza pubblica.
2. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti dal presente decreto con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addì 10 aprile 2018 MATTARELLA
Visto, il Guardasigilli: ORLANDO

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1746.- LA “PROPAGANDA E ISTIGAZIONE A DELINQUERE PER MOTIVI DI DISCRIMINAZIONE RAZZIALE ETNICA E RELIGIOSA” (art. 604-bis c.p.),

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E’ entrato in vigore, oggi 9 aprile, il decreto legislativo n. 21/2018, con cui è stata data attuazione alla delega sulla riserva di codice nella materia penale prevista dalla riforma Orlando e con cui si introducono una serie di fattispecie di reato nel codice stesso con contestuale abrogazione delle previsioni esterne al medesimo e norme di coordinamento.
Diciamo subito che il principio della riserva di codice in materia penale, stabilisce che “nuove disposizioni che prevedono reati possono essere introdotte nell’ordinamento solo se modificano il codice penale ovvero se sono inserite in leggi che disciplinano in modo organico tutto la materia”.

Fra le nuove fattispecie di reato, abbiamo preso in esame la “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa” (art. 604-bis c.p.), perché introduce, anzi, resuscita un tema che ritenevamo confinato alle negatività del regime fascista, sia pure con presupposti totalmente differenti. Infatti, qui non si tratta di assecondare l’alleato tedesco sulla via della purezza razziale, ridicola, per chi considera di quante etnie si compone il popolo italiano; si tratta, invece, di prendere atto delle obbiettive difficoltà nell’ordine sociale e nella legalità venutesi a creare con l’introduzione massiva, da parte del Governo, in massima parte di natura illegale, di numeri importanti e incontrollabili di individui, con identità non integrabili dagli italiani, nel senso logico e nomastico del termine integrazione. Integrazione, infatti, sta a significare scambio reciproco di valori, che presuppone che chi entra nel Paese si ponga nella duplice veste di ricettore e di portatore di valori e non di demolitore.
Teoricamente, tutti gli individui, possono essere portatori di valori e riceverne; ma questi valori sono integrabili soltanto entro certi limiti. Costituisce, peraltro, un grave segno di presunzione pensare che la nostra identità sia astrattamente superiore a quella di un altro popolo. Facciamo subito abiura delle superiorità razziali che non trovano riscontro nella scienza e diciamo che le etnie si sono costruite nei secoli attraverso la stanzialità in determinati luoghi. Quelle, ad esempio, che si sono stabilite intorno ai Poli differiscono profondamente da quelle stabilitesi intorno all’Equatore. Il colore della pelle è la manifestazione più appariscente, ma non l’unica che può caratterizzarle. Vogliamo significare che ogni identità, relativamente al suo popolo, equivale ad un’altra, in valore assoluto, come anche che le separano precisi caratteri di ciascuna. È assurdo e stolto pensare di poter valicare quei confini, di poter integrare quei caratteri con un timbro dell’anagrafe, migrando come attraverso uno Stargate, da un’identità all’altra. È assurdo e stolto per l’imponenza dei numeri e per il salto di civiltà che questa migrazione economica dall’Africa Sub Sahariana verso l’Europa impone; ma, sotto un altro profilo, è criminoso, perché va a ledere il diritto di ogni individuo alla propria identità. Così per gli italiani, così per i migranti. Aggiungo che la resistenza di ciascuno attorno alla propria identità genererà la rottura della società italiana e la ghettizzazione delle varie etnie attirate con l’inganno di un eldorado inesistente. La pratica, infatti, insegna che, oltre certi limiti; quando i rispettivi valori sono distanti, troppo distanti, non si produce integrazione, ma disgregazione, con reciproco danno per entrambi i soggetti, quello che vede compromesso il suo tessuto sociale e quello che ha rinunciato al suo per migrare. Sia chiaro che il migrante economico non è attratto dalla storia, dal diritto, dalle consuetudini e dalle tradizioni, dall’Ordinamento giuridico della Nazione Italia; ma soltanto dal suo benessere. Un benessere che dovrà misurare, però, ponendosi in relazione con esso uti singulo. Accenno appena all’ulteriore danno che la migrazione economica produce a carico del Paese cedente, che viene a perdere le proprie risorse umane, normalmente le più giovani. Ebbene, dopo questa disgressione intorno alla migrazione è doveroso precisare che accogliere un pellegrino o un vero naufrago è un gesto d’amore cristiano; ma accogliere si può fin dove e come si può, fino a che non si sconfina nella cattiva accoglienza.

Andando alla norma dell’art. 604 – bis codice penale, si punisce,
salvo che il fatto costituisca più grave reato:
a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

L’impressione migliore che questa norma suscita è che, con essa, si sia dichiarata fallita l’azione di governo nei riguardi della Nazione e del fenomeno migratorio.
È così evidente che non risolverà i problemi che noi italiani dovremmo affrontare per costituire un degno Paese ospitante, ponte fra due continenti, che viene legittimamente da chiedersi se con esso non si sia voluto incanalare l’integrazione in un percorso normativo; ma si sia voluto porre come una guarentigia normativa a salvaguardia dei costumi e dei precetti religiosi o pseudo religiosi dei migranti, spesso in drammatica antitesi con la Costituzione e con tutto l’Ordinamento Giuridico, con le consuetudini, con le tradizioni e con la storia dell’Italia. Prendo ad esempio i precetti del corano nei confronti della donna, tratti dalla traduzione di alcuni suoi versetti.
Le donne vi sono considerate esseri antropologicamente inferiori e schiave sessuali e valgono la metà dell’uomo. Cito dal Corano:

• Le donne devono essere uccise se commettono “azioni infami”;
• Vanno picchiate se si teme che non si sottomettano all’uomo;
• Allah legittima la riduzione della donna a schiava sessuale;
• Meglio una schiava musulmana di una donna libera miscredente;
• Allah legittima la poligamia;
• La sposa viene ripudiata ripetendole tre volte “Ti ripudio!”;
• La musulmana deve sposare un musulmano;
• Si può sposare una non musulmana virtuosa, che non deve però trasmettere la sua religione ai figli, né può ereditare dal marito;
• L’adulterio è fra i reati puniti con la flagellazione e la pena di morte;
• La fornicazione fra fidanzati non sposati vale 100 frustate.
L’islam non rispetta la donna, non ammette il pluralismo religioso ed è incostituzionale sotto ogni aspetto, checché vogliano raccontarci.

L’impressione peggiore che la norma dell’art. 604 – bis c.p., invece, suscita è che, con essa stiamo rischiando di aprire la strada a interpretazioni che, all’occorrenza, possono contribuire alla repressione dei sentimenti e dei diritti politici e religiosi degli italiani, costituzionalmente protetti. Trovo sciocco, quanto meno puerile voler giustificare la norma appellandosi al pericolo di un risorgere delle leggi razziali fasciste, come per tutto ciò che si rifà a un regime impossibile a ricrearsi in questo contesto storico, politico e sociale. Falso è pure l’appellarsi al principio costituzionale di solidarietà perché per sua natura cristiano, ma, soprattutto, volto a creare per ogni cittadino le condizioni per poter dare una partecipazione consapevole alla vita politica della Nazione. Temo che la norma troverà applicazione a senso unico, nei riguardi soltanto dei cittadini italiani, non più sovrani in assoluto e non solo dal punto di vista solo monetario, se e come.

1671.- A MACERATA, MARCIA ANTIFASCISTA SÌ, PRESIDIO FORZANOVISTA NO.

PER I MACELLAI DELL’ITALIA FARE A PEZZI UNA RAGAZZA, MANGIARNE(?)IL CUORE, LE PARTI INTIME, NON È OMICIDIO. INFATTI È PEGGIO,MOLTO PEGGIO.
“Sabato in Italia sei persone sono state vittima di una aggressione armata a causa della loro pelle: ci mancava solo il delirio dell’Unione Europea sulla sparatoria a Macerata contro gli africani. Ma neanche una parola per Pamela, macellata da un animale nigeriano, una delle tante risorse per la dittatura eurocomunista nemica dei popoli. Anche Piero Grasso è tornato alla carica: “Chi semina odio raccoglie violenza”. Il presidente della Cei Bassetti è entrato a gamba tesa dicendo “no agli imprenditori della paura, bisogna favorire l’inclusione”.
Il segretario della Lega ha rispedito al mittente l’allarme fascismo: “Questa cosa incredibile dell’allarme fascismo, del ritorno dei fascismi, dell’ondata delle camice nere mi sembra surreale e agitata da una parte politica che in sei anni ha dimostrato il suo nulla. Sull’immigrazione io chiedo regole: avere in Italia circa 500mila immigrati porta ovviamente caos e se non si espelle nessuno qui ci mettiamo trent’anni per tornare alla normalità”.
Il segretario di Forza Nuova e leader di Italia Agli Italiani fa sul serio e chiede al pool di avvocati di difendere Luca Traini. Intanto Piero Grasso sclera e attacca il vento patriottico: ” Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuova è oltre ogni limite”. NESSUNA PIETA’ PER LA RAGAZZA SQUARTATA.
Il leader della coalizione Italia agli Italiani dichiara quanto segue: “Rendo noto che il mio Movimento ha deciso di chiedere ad un pool di avvocati (i quali hanno immediatamente offerto la propria disponibilità) di incalzare magistrati e autorità preposte all’ordine civile per le criticità emerse gli ultimi giorni nel maceratese”.
Roberto Fiore chiede spiegazioni urgenti riguardo:
1) il trattamento riservato al pusher nigeriano Innocent Oseghale, responsabile dell’omicidio di Pamela Mastropietro, che in questi momenti potrebbe essere scarcerato in quanto non accusato di omicidio;
2) le accuse rivolte a Luca Traini (strage e aggravante razziale), totalmente avventate nel contesto dei fatti.
Il pool di legali di Forza Nuova si occuperà anche di denunciare alla Procura di Macerata l’esistenza di una violentissima ed efferata mafia, quella nigeriana, già evidenziata dal Presidente della Commissione Antimafia Franco Roberti, per questo, conclude Fiore, “terremo gli occhi ben aperti sugli eventi di Macerata e non tollereremo altre distrazioni o ingiustizie”.
E il leader del partito di estrema sinistra LeU Piero Grasso sbraita:
“Se fomenti fascismo e razzismo, uno che spara rischi di trovarlo. Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuovaè oltre ogni limite”. Così Pietro Grasso alla presentazione dei candidati del Lazio di Liberi e Uguali ha commentato il raid di Macerata, dove il ventottenne Luca Traini ha ferito a colpi di pistola sei stranieri nella città marchigiana. “È il momento di difendere quelli ai quali si spara in mezzo alla strada. Noi siamo contro fascismo. Non è possibile minimizzare come atto di un folle quello che è chiaramente terroristico a sfondo razziale”, ha continuato Grasso.

L’autopsia:

Il referto autoptico di Pamela, depositato in Procura dal medico legale Antonio Tombolini, parla di “depezzamento, scarnificazione, sezionamento di parti di derma, muscolatura e seni” e denuncia la irreperibilità di alcuni organi come il cuore e parte del pube, oltre alla scomparsa della porzione di collegamento tra testa e torace, cioè del collo della ragazza. La causa di morte è stata identificata in una «intossicazione acuta da xenobiotici per via endovenosa probabilmente indotta, oltre ad una ferita da punta e taglio alla parte bassa della porzione postero-laterale destra del torace», e non è stato possibile quantificare l’entità dell’ emorragia a causa del depezzamento, ed inoltre «lo smembramento in vari pezzi del corpo è stato eseguito con grossi strumenti da taglio, ed è stato mutilato in più punti, testa, torace, mammelle, bacino, monte di venere, mentre le braccia e le gambe sono state ridotte ciascuna in due parti». I vari pezzi del cadavere poi sono stati dissanguati e lavati uno ad uno con una «sostanza a base di cloro», per poi essere deposti in due valigie, le stesse che sono state recapitate ai medici legali con il loro macabro contenuto.

A MACERATA, MARCIA ANTIFASCISTA, di Maurizio Blondet

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….Eppure, il mistero delle donne spezzate, mutilate e abbandonate in sacchi o valigie ai bordi delle strade, è stato affrontato anche da siti antirazzisti, illuministi e progressisti come quello di Repubblica, dove si ricordava, in un articolo dal titolo Indagine sui cadaveri mutilati (archivio Repubblica 2007-08-26) che:“ Poco prima del Natale 1999 un cacciatore notò un grosso sacco nero in un bosco nei pressi di Macerata. Lo aprì e svenne. Nel sacco c’ erano i resti di una donna giovanissima, bianca, nuda. Le braccia erano legate dietro la schiena; la testa e le mani erano state tagliate.”

http://www.ereticamente.net/2018/02/lafrica-che-ci-invade-e-ci-travolge-con-le-pratiche-oscure-della-necromanzia-il-poliscriba.html

Viene beccato un clandestino nigeriano, noto spacciatore, con due valige dentro cui ci sonoi pezzi di una giovane donna. Cosa pensa immediatamente un GIP progressista? Che NON l’ha uccisa lui. Non ci sono prove. L’indagine suppone che lei è morta per overdose e lui s’è spaventato – è un animo delicato che ha tanto sofferto – per cui l’ha dissanguata, sezionata, squartata, privata del cuore, del Mons Veneris ed altri interessanti dettagli, e quindi ha cercato di liberarsi del corpo.

Quando qualcuno che se ne intende ventila che in questo omicidio ci sono elementi che fanno pensare a un rituale “nero”, ecco:

“Gli inquirenti smentiscono in modo assoluto: niente riti voodoo”.

Matt Martini (che dal suo post su Facebook sembra uno studioso di medicine alternative, gnosi e rituali etnologici) scrive:

6 febbraio alle ore 22:06 ·
La procura di Macerata, irritualmente, e non so quanto regolarmente circa la divulgazione di materiale relativo alle indagini, fa una smentita di questo tipo…
Molto infondata in realtà, perché non risulta che i giudici di Macerata siano esperti di culti africani e, stante che non hanno nominato ancora degli antropologi come consulenti, non hanno conoscenze in merito.
Alcune precisazioni:
1) io non ho mai parlato di voudu, il voudu è un culto sincretico haitiano. In Nigeria è praticata soprattutto la Regla de Ifa.
2) Non si tratta di riti occulti ma fanno parte del culto ordinario. Il quale prevede anche sacrifici umani.
3) bisogna distinguere fra riti di sacrificio e omicidi rituali. In questo secondo caso, varie parti del corpo devono essere tagliate ed ognuna offerta ad uno specifico Orixà.
4) Anche se si compie un sacrificio in un terreiro consacrato a questo o quell’orixà, colui che compie effettivamente il taglio, chiamato ‘maestro di coltello’, deve essere un iniziato di Ogun.
5) I sacerdoti di Ogun hanno sulle braccia e sul cuio capelluto i segni di Ogun, delle cicatrici di tagli da coltello piuttosto riconoscibili, recanti simboli particolari.
Sarebbe piuttosto facile smentire l’appartenenza del nigeriano a tali culti, semplicemente facendo queste rilevazioni. Ad ogni modo qui non risulta che queste indagini siano state fatte. Su cosa si basa allora il magistrato per fare certe smentite?
6) Dove ha posto il nigeriano le parti del corpo asportate (cuore, fegato, capezzolo, monte di venere)? Solitamente vengono tenute in dei feticci o in vasi, nell’ipotesi di uso rituale. Il sospettato per ora non ha collaborato.
Anche escludendo la mancanza del cuore (la procura di Macerata dice “non confermata”, il che è diverso da “smentita”) rimane che lo smembramento è frequente nella Black Axe nigeriana, soprattutto verso le prostitute. E nella Black Axe è presente una componente di culti rituali, è una cosa ben nota.
7)L’ipotesi rituale è confermata dal fatto che asportare certe parti anatomiche richiede quanto meno una certa esperienza, e quindi occorre una mano del mestiere.
8 ) Se anche fosse che lui ha solo trasportato il cadavere o ha infierito, qualcuno deve aver comunque ucciso la ragazza. O qualcuno a cui sono stati consegnati gli organi. In ogni caso questo presuppone un’organizzazione di almeno due o più persone. In questo secondo caso, anche se il soggetto non ha i segni da houngan questo non smentirebbe l’ipotesi rituale. Allora l’houngan potrebbe essere qualcuno a lui superiore.

Una prima autopsia non rivela le cause del decesso, dice Repubblica. Nella seconda autopsia il medico legale, professor Mariano Cingolani,

“Pamela ha una ferita alla testa che all’occhio clinico del cattedratico risulta inferta quando era viva. E ha ferite all’altezza del fegato compatibili con il segno di coltellate”, scrive Repubblica: “Secondo il medico che ha condotto l’esame si rafforza l’ipotesi dell’omicidio. La procura: ci vuole ancora cautela”.

Anche se “a parere del professore, chi ha agito lo ha fatto con una mano straordinariamente esperta e, apparentemente, a giudicare dalla meticolosità con cui ha operato in alcune parti del corpo, con l’intento di ostacolare il più possibile gli accertamenti scientifici in grado di rivelare se Pamela sia stata stuprata o strangolata”.

Il giorno dopo, nuovo articolo: “Un nigeriano di 27 anni è stato bloccato dai Carabinieri di Milano nella Stazione Centrale perché sospettato di un coinvolgimento nell’omicidio di Pamela Mastropietro. I militari hanno individuato l’uomo su indicazione dei colleghi del capoluogo marchigiano e sono già in viaggio per consegnarglielo. Sembra che l’uomo stesse cercando di raggiungere la Svizzera. M

Il gran giornale illuminato ci spiega che “la seconda autopsia sui resti della 18enne romana non è stata in grado di sciogliere la riserva sulle cause del suo decesso, ma da essa sarebbero stati tratti gli elementi che hanno portato all’individuazione dei due nigeriani da interrogare. Gli inquirenti sono convinti che lo smembramento del cadavere non possa essere stato eseguito da una solapersona”.

La procura precisa: ” Non sono stati effettuati fermi”. Nemmeno del nigeriano che stava scappando in Svizzera. Repubblica: “Restano le due principali ipotesi sulla morte di Pamela: overdose o omicidio. ”

Le procure ci hanno aituato a tanti misteri. Il negazionismo della magia nera africana della procure di Macerata è interessante. Poniamo che fosse stato beccato con le due valigie con dentro i pezzi squartati di Pamela un giovanotto di Forza Nuova, un fascista: avrebbero detto presto presto che NON ci sono prove che ad ucciderla sia stata lui? La capacità di deduzione avrebbe sicuramente agito, in questo caso: i fascisti uccidono, si sa.

Infatti è stata autorizzata la Marcia Antifascista: ANPI, ARCI, Potere al Popolo, i Centro Sociali , le Madri di non so cosa: “Ora e sempre resistenza!”. A pochi giorni dalle elezioni, non si può farne a meno. Il governo ha preparato tutto per vincere le elezioni: aumenti distipendio e nuovo contratto a milioni di dipendenti pubblici, così sanno per chi votare; ma senza un corteo antifascista, che elezioni sarebbero? Il pericolo è il fascismo, mica l’arrivo dei rituali africani di sangue praticati. C’è un ordine pubblico per i centri sociali e un altro per i cittadini. Anche una manifestazione conclusasi pacificamente contro il garantismo verso uno squartatore,così innocente da dover cancellare ogni prova del suo delitto, serve a instaurare un clima di violenta e ingiustificata repressione poliziesca, nientemeno che della polizia in tenuta anti-sommossa. Aggressione immotivata della Polizia contro i forzanovisti che tornavano alle proprie auto, 15 fermati, 6 di loro feriti, è il primo bilancio. Dopo aver subito una prima carica in piazza, accerchiati dalla canea antifascista, Roberto Fiore è stato circondato dai giornalisti, a questo punto è stato chiesto ai militanti di fare ritorno alle auto. Durante il tragitto l’aggressione, violenta e assolutamente immotivata. A Macerata non bastavano i giudici con la tessera! Più violenza, più controlli, più limiti, più regime.
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Siamo in lutto. Inutile commentare. Aspettando la Marcia Antifascista, occupate il tempo ascoltando un comizio di una nota avvocatessa:

Intanto, ecco cosa pubblica il Viminale razzista:
Dati choc dal Viminale: il 55% dei furti, il 39% di stupri, commessi da immigrati che sono solo l’8%. Questo non significa razzismo. Significa che è in corso un progetto eversivo, che sono state occupate e colonizzate le istituzioni e che hanno sovvertito i poteri dello stato democratico: esecutivo, legislativo e giudiziario e, poiché, la politica ci è imposta da una Banca Centrale Europea, privata, significa che ci siamo spogliati di ogni diritto e che mai più ne avremo.

1617.- L’Europa e la crisi, ovvero: i diritti sociali sono ancora diritti fondamentali?

Perché si parla, oramai, dei “diritti sociali” come di “diritti finanziariamente condizionati”?

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Che la “terapia” anti-crisi messa in campo dall’Unione europea e in particolare da quel sotto-insieme che definiamo “Eurozona” sia irrimediabilmente fallita è opinione anch’essa non certo isolata, eppure ancora oggi è fortemente scoraggiata ogni “dottrina” che non sia quella che fa leva sulle politiche di austerità, disegnando inevitabilmente una parabola involutiva dei modelli di welfare. Tutti i diritti sociali, anche se “fondamentali”, divengono così il corpo vivo su cui chirurgicamente opera il tentativo di riassestamento (dei bilanci pubblici e non solo) imposto ai paesi europei, soprattutto ai paesi più deboli, con la duplice, paradossale conseguenza di smentire di fatto il riconoscimento ad essi tributato dalle Carte e al contempo di negare ogni principio di autonomia della politica sociale degli stati.
Ma, come si è già accenato in premessa, non di sola recessione soffrono i diritti sociali nello spazio giuridico-economico europeo. Lo strano destino dei diritti sociali fondamentali – prima affermati in via di prassi dalle Corti ma obliterati dal diritto della U.E.; poi affermati in via di (pieno) diritto ma ridimensionati nella loro effettività dalla crisi economica e sociale – è frutto, come è oramai chiarissimo, di precise scelte politiche dei governanti europei, a partire dall’ambiguità impressa all’integrazione europea. Mai smentita, la teoria dominante è stata fino a ieri quella (tipicamente liberale) secondo cui il funzionamento del mercato interno avrebbe favorito o prodotto spontaneamente l’armonizzazione dei sistemi sociali (la linea dell’armonizzazione negativa, piuttosto singolarmente enunciata a chiare lettere in una clausola del TFUE: v. art. 151 co. 3).5 Con la crisi, le reticenze e gli accordi “al ribasso” dell’intesa che ha portato all’adozione del Trattato di Lisbona nel 2007 sono più evidenti che mai. L’ambizione dei governanti europei di disegnare un’architettura istituzionale molto complessa ed articolata ignorando i problemi di fondo dell’Unione in materia politica ed economica è risultata, anzi, totalmente inadeguata. Sicché anche i passi in avanti compiuti con l’adozione del Trattato – oltre al “riconoscimento” della Carta dei diritti, assegnandole il rango di Trattato ex art. 6 TFUE, la “decostituzionalizzazione” della concorrenza, non più formulata come obiettivo primario dal Trattato di Lisbona e inserita in un protocollo allegato, e la stessa esplicita affermazione dei fini dell’integrazione europea individuati nella elevazione e nel benessere dei cittadini europei restano irretiti dai compromessi che hanno caratterizzato l’ultima fase dell’integrazione europea. E fra questi compromessi indubbiamente una valenza peculiare, dal punto di vista dei diritti sociali e in particolare del diritto del lavoro, ha la scelta di non mettere minimamente in discussione l’assetto delle competenze definito dall’art. 153.5 TFUE – disposizione che esclude il potere d’intervento dell’Unione in tema di retribuzione, diritto di associazione e diritto di sciopero, materie cruciali per l’integrazione europea – di cui ora si percepisce, come scrive Bronzini, tutta la “potenzialità distruttiva”, paralizzando ogni possibile intervento regolativo ma consentendo, al tempo stesso, in materie socialmente delicatissime, “manutenzioni straordinarie” ad opera della Corte di giustizia. Non si riduce, in altre parole, l’asimmetria del modello di integrazione europea, in cui deboli matrici sociali convivono con forti e resolute tendenze, particolarmente da Maastricht in avanti, a rafforzare i vincoli del mercato interno. La crisi di questo assetto, fondato sulla divaricazione/separazione fra “costituzione economica” e “costituzione sociale”, che a suo modo tutelava la sovranità sociale degli stati e l’autonomia delle parti sociali, non ha prodotto alcun ripensamento nella strategia dei governanti europei e il rapporto fra “stato e mercato” è e resta disciplinato sul principio dell’uniformazione delle condizioni concorrenziali e del libero ed uniforme dispiegarsi delle libertà economiche, lasciando agli stati il difficile compito di preservare gli equilibri sociali interni e governare la politica economica. All’epoca del declino dello stato-nazione, del tumultuoso attacco dei mercati finanziari all’autonomia degli stati, questo equilibrio (che le “aperture” del Trattato di Maastricht non hanno cerro rovesciato) non poteva che sfaldarsi, tanto più che spontaneamente i sistemi nazionali non hanno affatto dimostrato quella convergenza o spontanea armonizzazione promessa. Viene allo scoperto, in tal modo, la congenita debolezza del “gradualismo” nelle politiche di integrazione – una sorta di “infantilismo nel determinismo storico” – che come un mantra ha posseduto le elite europee, lasciando alla Corte di Giustizia il difficile compito di disegnare in modo quanto meno credibile i tratti di una cittadinanza europea che Giubboni, riprendendo Pinelli, ha definito più transnazionale che sovranazionale, ossia più spinta alla garanzia dell’integrazione dei lavoratori, individualmente considerati, nei sistemi nazionali di welfare che all’istituzione di un sistema autenticamente europeo.
L’Europa sembra così destinata a subire gli stessi problemi di squilibrio dei paesi “aggrediti” dalla globalizzazione, un quadro cioè in cui si manifestano incisivamente forti tendenze alla deregolazione e all’apertura dei mercati ma debolissime politiche di ri- regolazione in materia di lavoro, relazioni industriali e mercati del lavoro. Per di più, nel contesto di una crisi “epocale” che incide sulle strutture sociali ed economiche dei paesi europei in modo destrutturante, sottraendo garanzie e prestazioni. E dinanzi ad uno scenario che richiederebbe forti innovazioni, le risposte dei paesi europei sono apparse invece timide, incongruenti, addirittura controproducenti, creando una spirale “negativa” inarrestabile e riproponendo posizioni fortemente conservatrici, con una strenua difesa degli interessi nazionali, senza un orizzonte comune (come ha dimostrato plasticamente la trattativa sul bilancio europeo 2014-2020, chiusa con esiti a dir poco fallimentari).13
Da un quinquennio di crisi ed incertezze ereditiamo così un vero e proprio “declassamento” dei diritti sociali, risultato al quale paradossalmente contribuiscono non solo le riforme della governance europea ma la stessa “traiettoria impressa al processo di integrazione europea dalla giurisprudenza della Corte di giustizia sul mercato interno”.14 Autorevolissimi studiosi, preso atto del decalage dei diritti sociali, apertamente assumono come dato oramai molto concreto la “de-fondamentalizzazione” di questi diritti, pur formalmente equiordinati alle libertà economiche fondamentali.15
Dinanzi a così grandi difficoltà si prefigurano oramai apertamente soluzioni che presuppongono il fallimento, più che la crisi, del progetto di integrazione europea. Se potrebbe configurarsi come una stretta necessità l’accettazione di un modello di integrazione a due velocità (a two-speed Europe)16 o asimmetrica, mediante cooperazioni rafforzate,17 in modo anche più radicale si giunge ad invocare e teorizzare la necessità dello smantellamento dell’Unione monetaria, al cui attivo resta, come scrive Streeck, la divisione economica dei paesi europei.18 L’adozione di misure divisive avrebbe ovviamente ripercussioni critiche su qualsiasi possibile sviluppo futuro della dimensione sociale della cittadinanza europea,19 ma il fatto stesso di teorizzarne la possibilità (o addirittura necessità) è il segno che l’Europa di Bruxelles – come si è sviluppata secondo il disegno dei Trattati, a partire dal Trattato fondativo di Roma, e non certo, come si è anche di recente sostenuto, mutando la propria natura dopo Maastricht – è giunta oramai ad un tale stadio della propria crisi da apparire insostenibile agli occhi non di qualche euroscettico ma di raffinati intellettuali progressisti.

Diritti sociali e vincoli economici

Ma certamente la crisi non sollecita soltanto riflessioni critiche sulle politiche europee di integrazione e sui compromessi, talvolta poco “illuminati”, che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea. Un’acuta e in verità spiazzante riflessione che la dottrina più in incline a guardare al “sistema” (com’è indubitabilmente la dottrina costituzionalistica) sembra offrirci, è difatti sulla stessa sostenibilità del modello sociale europeo,20 mettendo in chiaro (la crisi) che i diritti fondamentali non sono “variabili indipendenti e che la tenuta di quel compromesso costituzionale fra “stato” e “mercato”, o, per usare una metafora, fra Smith e Keynes, comune alla storia di tanti (o forse tutti i) paesi europei, non costituisce affatto una conquista irrevocabile. Al fondo, ci suggerisce Spadaro, s’impone oramai una revisione dei nostri “valori” e un deciso ri/orientamento delle nostre società, nel cui seno è sorta quell’aspettativa di benessere oggi drammaticamente messa in discussione dalla crisi, tanto da far emergere un’antitesi inaspettata, qual è l’immagine fortemente evocativa di un “modello sociale europeo più sobrio, solidale e sostenibile”.
In effetti può farsi risalire (almeno) al roosveltiano Bill of Right del 1944 l’affermazione secondo cui fra i diritti non possono darsi né gerarchie né tanto meno differenze, sul piano dell’ effettività come della “sostenibilità”. Tutti i diritti – i diritti di libertà non meno dei diritti sociali – dipendono in misura maggiore o minore da “investimenti selettivi di risorse scarse”, e come scrivono Holmes e Sunstein hanno radici “nel terreno più instabile della politica”, destinati per questo “a essere più suscettibili di affievolimento di quanto l’aspirazione alla certezza giuridica potrebbe indurci ad auspicare”.21 Non dovrebbe sorprendere quindi che i bilanci pubblici degli stati europei siano divenuti il termine di riferimento per selezionare l’accesso ai diritti sociali e definire i loro contenuti positivi, anzi, è da tempo che si parla oramai dei diritti sociali come “diritti finanziariamente condizionati” anche nella giurisprudenza della nostra Corte costituzionale.22 Ma ciò che, a ben vedere, può fare di questa crisi un punto di rottura, è che la restrizione dei diritti sociali non è la risultante di scelte discrezionali degli stati o l’esito dei conflitti sui modelli di giustizia distributiva, e neppure della scarsità di risorse pubbliche, bensì del “dispotismo” dei mercati finanziari, in grado di sottrarsi al controllo dei dispositivi statali e tuttavia capaci di sovra-determinare le politiche pubbliche. Parafrasando un’espressione di Guy Peters si potrebbe dire che la crisi è “l’asso pigliatutto”, irrompe nella storia come un deus ex machina – proprio come in una tragedia greca – senza che neppure sia chiaro se la sua rappresentazione come evento esogeno, ineluttabile, corrisponda ad un dato di realtà o non sia invece un modo alquanto sofisticato per esorcizzare le responsabilità politiche delle elite europee incapaci di un’efficace regolazione del mercato.
Alain Supiot ci offre un’amara constatazione dell’impotenza delle forze progressiste ed europeiste – “condamnée à accompagner sur le mode compassionel la dégradation des conditions de vie et de travail engendrées par la globalisation”.23 Alla prospettiva neoliberale e alla sua durissima ricetta economica si contrappongono così sollecitazioni a rilanciare il modello sociale europeo, ma in un contesto di frammentazione e di generale debolezza, di rinascita degli egoismi nazionali e di rafforzamento dei “freni costituzionali interni”. Né la convinzione oramai diffusa della necessità di una politica europea che finalmente consideri come asse prioritario l’economia reale stimola risposte adeguate, anzi, è proprio qui che l’assenza di “ricette” credibili appare in tutta la sua criticità. Sembra quasi che tutte le opzioni politiche ed economiche sul tavolo siano state bocciate dalla crisi economica. Se le politiche neo-liberiste sono il principale imputato degli squilibri economici e del potere assunto dall’economia finanziaria,24 fallendo proprio nella loro solenne promessa di generare ricchezza – sul piano cioè della capacità di “concepire e applicare schemi esecutivi per stimolare e organizzare la produzione”25 – ed agendo piuttosto sul piano della “distribuzione”, con la conseguenza di accrescere le diseguaglianze e generare nuove povertà,26 quella diversa ed antitetica prospettiva di politica economica che per comodità può definirsi “socialdemocratica” o keynesiana – basata sull’accordo fra capitale e lavoro e in particolare sull’intervento pubblico in campo economico (non solo per correggere i “fallimenti del mercato”) – siede anch’essa sul banco degli imputati, poiché è proprio il massiccio investimento di risorse pubbliche nella “spesa sociale” ad aver causato, secondo le spiegazioni ricorrenti sulla crisi finanziaria europea, la crescita esponenziale del debito sovrano degli stati più deboli dell’Unione creando le premesse dell’aggressione dei mercati. Il duplice fallimento delle strategie regolative più accreditate nell’economia politica è l’espressione di una crisi che travolge stato e mercato in egual misura: “alla market failure si affianca la state failure”, nota efficacemente (e causticamente) Cassese.27 Sotto questo aspetto la crisi potrebbe davvero dischiudere nuovi orizzonti, mettere in moto processi che ci “costringano” a rivedere i presupposti di fondo del nostro modello di sviluppo. Nel presente, tuttavia, gli effetti della crisi continuano ad incidere sulle condizioni di vita (sui salari e sui redditi) e sui livelli occupazionali in modo recessivo, senza che si vedano all’opera contro-tendenze di analoga forza ed impatto ma semmai, come si è notato,28 soltanto un “lieve mutamento di rotta” (dall’austerity alla crescita) auspicato dalla stessa Commissione nelle sue Raccomandazioni sul programma di stabilità.29
Né tanto meno l’Unione europea sembra in grado di difendere se stessa e il suo progetto di integrazione. Dopo le grandi direttive degli anni novanta si è tornati alla logica del “doppio binario” – accentramento della politica monetaria ed ora della politica di bilancio, decentramento della politica economica e sociale – mentre, nel quadro giuridico definito dai Trattati, è proseguita senza soste la realizzazione del mercato interno, eliminando ogni ostacolo alla libertà di circolazione e così sottraendo agli stati sovranità sulla disciplina dei rapporti economici e sociali all’interno dei propri confini. Questa forte matrice liberista dell’integrazione europea si esprime in modo molto sofisticato, ma semplificando al massimo si potrebbe dire che se da un lato, con il principio di attribuzione, l’Europa ossequia i “signori dei trattati”, dall’altro, con la dottrina del “primato”, svuota l’acqua in cui nuotano gli stati. Come nel wendersiano falso movimento, verrebbe da dire.30
In un quadro dunque già ipotecato da queste ambiguità di fondo intervengono, in modi particolarmente incisivi, i provvedimenti anti-crisi dell’Eurozona, aggravando le diseguaglianze e creando le premesse di una vera e propria rottura fra paesi in grado di difendere i propri modelli sociali adottando in vario modo misure “protezionistiche” e paesi deindustrializzati ed impoveriti che rischiano di precipitare in un violentissimo scontro sociale (fra i quali si può certamente annoverare l’Italia).

1599.- IL DIRITTO ALLA PENSIONE E LA PROGRESSIVA DEMOLIZIONE DEL WELFARE ITALIANO.

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La legge Fornero ha inciso negativamente sul diritto alla pensione di molti italiani, ma, ammesso che ciò sia stato nelle facoltà dei “poteri riuniti”, legislativo, esecutivo e, in gran parte, giudiziario, ci chiediamo: Con quale finalità? I risparmi? Leggo dal WEB:
“I risparmi della legge Fornero azzerati dai costi dell’accoglienza. Risparmio annuo Fornero 6 miliardi, costo accoglienza 6 miliardi.”
E l’accoglienza, questo strano principio usato contro i principi della Costituzione; ma è meglio chiamarlo con il suo nome: l’invasione di maschi africani, prosegue insieme agli intrallazzi di trafficanti, COOP e Caritas.
Anche a Camere sciolte, questo governo continua a regalare assegni sociali a intere famiglie di extracomunitari che non hanno mai lavorato. L’unica possibile finalità è di sottrarre risorse agli italiani. Non si comprende perché si sia voluto creare questo preteso “dovere” dell’accoglienza, aprendo di conseguenza un capitolo molto delicato per la tenuta dei conti pubblici e del sistema previdenziale. Quando potremo ripristinare la democrazia e la divisione dei poteri, che ne è condizione imprescindibile, una delle prime cose da fare sarà di abrogare la Legge Fornero e smetterla di regalare soldi a chiunque. Chi non sarà in grado di sostentarsi dovrà essere rimpatriato, anziché cadere nel giro della delinquenza o vivere sulle spalle degli italiani. Le risorse che saranno risparmiate potranno reintegrare gli italiani nei loro diritti e, se ne avanzano, essere destinate a progetti di cooperazione con i paesi dei migranti. Troppo semplice, vero?

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Facciamo un breve riepilogo:

Anzitutto, i Contributi Previdenziali sono dei versamenti effettuati sia dal datore di lavoro che dal lavoratore all’INPS o ad altre casse previdenziali al fine di ottenere poi l’erogazione della pensione.
Il lavoratore destina, quindi, una quota della propria retribuzione o del proprio reddito da lavoro al finanziamento di prestazioni pensionistiche ed il datore di lavoro è obbligato a versare i contributi ed a dichiarare all’INPS e all’INAIL le retribuzioni dell’anno precedente di ogni lavoratore.
La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.). Quindi, i contributi previdenziali costituiscono anche un’obbligazione del rapporto sintagmatico fra datore di lavoro e lavoratore.

L’art. 24 del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, detto “decreto salva Italia”, convertito successivamente in legge 22 dicembre 2011 n. 214(definito come riforma delle pensioni Fornero dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Monti, Elsa Fornero che ne fu promotrice), ha attuato la riforma Monti del sistema pensionistico pubblico italiano. Fu denominato Decreto Salva Italia perché le misure introdotte, secondo lo stesso Monti, erano finalizzate al risparmio di spesa pubblica volta ad evitare il default finanziario dello Stato Italiano nell’ambito della crisi del debito sovrano (?) europeo.
La riforma delle pensioni Fornero ha avuto il duplice scopo dichiarato di:
1) equilibrare strutturalmente la spesa pensionistica pubblica, costituita dagli assegni pensionistici correnti, con i contributi sociali (che comprendono i contributi previdenziali) versati dai lavoratori in attività;
2) mettere in sicurezza i conti previdenziali, facenti parte dei conti pubblici, e rendere sostenibile il sistema previdenziale nel lungo periodo.
Per annullare gli effetti della riforma delle pensioni Fornero sono stati promossi anche alcuni referendum abrogativi che però non hanno mai trovato la strada per le urne. In particolare, quello proposto dalla Lega Nord è stato giudicato inammissibile dalla Consulta nel gennaio 2015.
Le norme contenute nella legge Fornero infatti non possono essere soggette a referendum in quanto intaccherebbero l’articolo 75 della Costituzione che impedisce consultazioni popolari sulle leggi tributarie e di bilancio.
Con la Legge di Bilancio 2017 sono state introdotte modifiche che hanno garantito una parziale revisione dei requisiti imposti dalla legge Fornero.

Punti essenziali e novità della riforma pensioni

La legge Fornero innalzò drasticamente l’età pensionabile e introdusse penalizzazioni pesanti sulla pensione anticipata. Una delle introduzioni e novità più importanti della legge è quella che impone il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo da parte di tutti i lavoratori. Mentre il primo viene calcolato sulla base dell’ultimo stipendio percepito, il secondo viene operato sulla base dei contributi versati nell’arco della sua carriera lavorativa. Non si fa parola degli interessi maturati sulle somme versate né sui redditi degli investimenti immobiliari realizzati con quelle somme, in parte svenduti con le cartolarizzazioni. La legge Fornero ha anche imposto il blocco degli adeguamenti per assegni superiori a tre volte il trattamento minimo nel biennio 2012-2013. Questa novità sulle pensioni è però stata oggetto di una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità della riforma in questo punto, dal momento che travalicava “i limiti di ragionevolezza e proporzionalità” richiesti alla legislazione. La sentenza, che aveva fatto ben sperare i pensionati, aveva ribaltato la norma imponendone la sua cancellazione, dando il via ai rimborsi per la mancata indicizzazione. Negli anni scorsi molti pensionati hanno presentato domanda all’Inps dopo lo stop alla perequazione e alla rivalutazione degli assegni, imposto dall’allora Governo Monti.
La sentenza che ha bocciato i ricorsi per incostituzionalità del meccanismo di rivalutazione delle pensioni è stata pronunciata il 25 ottobre 2017 dalla Consulta, secondo la quale il bonus Poletti previsto dal decreto n. 65/2015 che realizzava un bilanciamento tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica. Ai pensionavi spettava, tuttavia, soltanto un rimborso pensione parziale.

Rapporto rispetto alla pensione minima Percentuale di rivalutazione
Fino a 3 volte (1.405,05 euro) 100%
Da 3 a 4 40%
Da 4 a 5 20%
Da 5 a 6 10%
Oltre 6 volte (2810.1 euro) Nessuna

In pratica, i diritti dei pensionati soccombono rispetto alla spesa militare e a quelle dell’accoglienza, stabilendo un precedente.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale viene definitivamente a scemare la speranza di rimborso pensioni per chi aveva presentato ricorso.

Il cambiamento nelle modalità di calcolo intercorso con la riforma pensioni Fornero risulta favorevole per la finanza pubblica garantendo così un risparmio sulle uscite per prestazioni previdenziali. Si deve comunque sottolineare che già la legge Dini del 1995 richiedeva un passaggio al sistema contributivo ma con modalità meno brusche e con una tempistica maggiormente dilatata rispetto a quanto fatto dalla legge Fornero per le pensioni.

La legge Fornero per le pensioni ha imposta anche novità in materia di adeguamento alla speranza di vita. La prossima verifica sui requisiti per le pensioni è prevista proprio in virtù degli effetti della legge Fornero per il 2019 e da allora la frequenza con la quale viene effettuato il calcolo che avverrà ogni 2 anni invece di 3.
Il problema degli esodati: Una delle problematiche legate alla legge Fornero è quella relativa agli esodati. La categoria comprende al suo interno tutte quelle persone che avevano deciso di lasciare il proprio lavoro in vista della pensione con i requisiti di accesso antecedenti la riforma del 2011, ma, a causa del subitaneo cambiamento sui criteri d’accesso al trattamento pensionistico, si sono trovate, contemporaneamente, senza lavoro e senza trattamento pensionistico per un periodo di tempo più o meno lungo. Si tratta di circa 350 mila lavoratori vittime della legge Fornero.

Un recente studio promosso dall’Inapp indica come le novità sulle pensioni abbiano portato ad una diminuzione delle assunzioni stimata a poco oltre le 43 mila unità.
Le novità indicate dallo studio del 2017 dal titolo “Riforma delle pensioni e politiche di assunzione: nuove evidenze empiriche” ha avuto modo di mostrare come tra gli effetti della legge Fornero si registra anche un aumento del personale inserito all’interno di percorsi di formazione professionale.
La riforma Fornero sulle pensioni avrebbe portato il 2,2% delle imprese a rimandare assunzioni già programmate. I settori nei quali si è registrata una maggiore contrazione delle assunzioni a causa delle novità della legge Fornero sono quelli dei servizi finanziari e assicurativi, dei trasporti e dell’industria.

La causa tipica del contratto di lavoro è lo scambio tra il lavoro (intellettuale o manuale) prestato in posizione subordinata e la retribuzione. Dal contratto derivano pertanto due obbligazioni speculari: quella del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione dovuta, oltre che una quota di contributi previdenziali e quella del lavoratore subordinato di prestare la propria opera “alle dipendenze e sotto la direzione” del datore (art. 2094 c.c.).

Aggiornamenti per il 2018

Le pensioni nel 2018 torneranno a crescere ma con aumenti minimi e non per tutti. Non per una decisione politica ma per il meccanismo automatico di adeguamento all’inflazione, ovvero all’aumento del costo dei prodotti presenti nel famoso ‘paniere’ ISTAT che costituisce il punto di riferimento per l’erogazione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali. Dopo due anni di blocco, a partire da gennaio 2018 l’assegno pensionistico sarà rivalutato dell’1,1%, ma saranno rivalutate interamente solamente le pensioni fino a 3 volte il minimo, cioè, 1405,05 €.

Per le altre pensioni è previsto invece un meccanismo a scalare, che porterà gli aumenti ad essere impercettibili. Le pensioni minime passeranno dai 501 euro attuali a 507 euro al mese.

Referendum abrogativi della legge Fornero

Il referendum abrogativo della legge Fornero sulle pensioni, proposto dalla Lega Nord, è stato dichiarato dalla Corte Costituzionale inammissibile per il suo «stretto collegamento» con la legge di bilancio, che non può essere sottoposta a referendum, e per la «palese carenza di omogeneità del quesito».

MOTIVI DI NATURA NORMATIVA. Il referendum, dunque, è stato in primo luogo bocciato «per motivi che attengono alla natura della normativa che si intende abrogare», la quale è stata ritenuta «strettamente collegata» con l’ambito di operatività della legge di bilancio, che, secondo l’art. 75 della Costituzione, non può essere abrogata con referendum. La Consulta infatti ha evidenzato come l’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, oggetto del referendum, «si compone di una variegata serie di ‘disposizioni in materia di trattamenti pensionistici’, relativa ai settori del lavoro sia pubblico che privato, sia subordinato che autonomo e dei liberi professionisti»; disposizioni «che attengono sia alla ‘nuova’ pensione di vecchiaia che a quella ‘anticipata’», che «contemplano misure concernenti la contribuzione di solidarietà e il blocco della perequazione automatica delle pensioni», nonché l’istituzione di un «Fondo» per l’occupazione giovanile e delle donne e che disciplinano, tra l’altro, la tassazione delle indennità di fine rapporto.
CATEGORIA DELLE «LEGGI DI BILANCIO». Si tratta di un complesso normativo, ha rilevato la Consulta, che rientra nella categoria delle cosiddette «leggi di bilancio». Categoria alla quale sono riconducibili quelle leggi che «presentino effetti collegati in modo così stretto all’ambito di operatività’ delle leggi di bilancio, da essere sottratte a referendum, diversamente dalle altre innumerevoli leggi di spesa». Questo «stretto collegamento» è ravvisabile nel caso della legge Fornero, anche se questa – come hanno obiettato i promotori del referendum – è successiva alla legge di bilancio: secondo la Consulta, infatti, «il ‘collegamento’, agli effetti della inammissibilità del referendum, ben può riferirsi anche a provvedimenti successivi alla legge di bilancio, ove formalmente e sostanzialmente correttivi o integrativi della stessa, che si rendano necessari per l’equilibrio della manovra finanziaria». Come nel caso, appunto, della legge Fornero che ha tra l’altro abrogato la norma sull’elevazione del requisito anagrafico a 67 anni per chi matura il diritto al pensionamento dal 2026, incidendo così «su un aggregato importante della manovra».

«CARENZA DI OMOGENEITÀ DEL QUESITO». Il secondo motivo di inammissibilità del referendum («a sua volta decisivo») è costituito invece dalla «palese carenza di omogeneità del quesito». Il referendum si proponeva infatti di abrogare l’intero art. 24 del decreto n. 201 del 2011 che, come visto, contiene «una pluralità di fattispecie differenziate, sia in relazione alle forme di pensione, sia con riguardo alla pluralità delle categorie di soggetti interessati». E non solo. Secondo la Consulta si trattava di un «aggregato indivisibile di norme», di fronte al quale «l’elettore si sarebbe trovato a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e disposizioni diverse’, con ‘conseguente compressione della propria libertà di convincimento e di scelta».

“MANTENIMENTO DEGLI IMPEGNI CON L’UE”. A quanto esposto, si aggiunge una terza motivazione, ovvero il mantenimento degli impegni con l’UE, come si legge nella sentenza infatti:

“Nella Relazione al Parlamento, presentata il 4 dicembre 2011, il Governo evidenziava come – in ragione delle recenti tensioni sui mercati finanziari – ’per mantenere gli impegni assunti in sede europea’ si rendesse, appunto, necessaria una manovra correttiva [della precedente legge n. 183 del 12 novembre 2011] equivalente a circa l’1,3 per cento del Prodotto interno lordo – incidente, per una parte rilevante sul settore previdenziale – ed espressamente qualificava tale intervento come ’collegato’ alla manovra di finanza pubblica per il triennio 2012-2014”.

1574.- UNA MOSCHEA AL POSTO DI UNA CHIESA? LA CHIESA CATTOLICA FIORENTINA NON RISPETTA I PRINCIPI COSTITUZIONALI SU CUI FONDANO LA LIBERTÀ RELIGIOSA E LA LIBERTÀ DI CULTO

UNA MOSCHEA AL POSTO DI UNA CHIESA? – LA DIOCESI DI FIRENZE VENDE I TERRENI ALLA COMUNITA’ ISLAMICA, MA NON – DICO NON – “NON PUO’ FARLO!”

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Sesto Fiorentino (Firenze), 14 dicembre 2017 – La moschea a Sesto Fiorentino si farà. E sarà sul terreno, che sarà venduto alla Comunità islamica dalla Chiesa, secondo il protocollo d’intesa tra l’arcidiocesi di Firenze, la comunità musulmana, il Comune di Sesto Fiorentino e l’università di Firenze. Il cardinale Giuseppe Betori a margine della consegna-mercato da parte del Demanio all’Arcidiocesi di Firenze delle chiavi della Certosa del Galluzzo, ricevuta quale contraccambio, ha offeso la Costituzione e l’intelligenza degli italiani, con questa grave bugia:
“La Chiesa cattolica fiorentina dimostra con i fatti di rispettare la libertà religiosa e di promuovere la libertà di culto ».
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Voglio tentare, con alcuni argomenti, di dimostrarvi perché il cardinale Giuseppe Betori dicendo di rispettare la libertà religiosa e di promuovere la libertà di culto sul territorio dello Stato, afferma il falso e perché i firmatari devono essere incriminati.
Siamo sicuri che sui quei terreni donati alla Chiesa non ci sia un vincolo di destinazione pro fide et caritate simul? Chi è legittimato a farlo valere? Voi, per esempio, che interesse ad opporvi potete avere?
La Costituzione, all’art. 8, dice e garantisce che: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, quindi, in ossequio al Principio di Libertà, valorizza le differenze fra le religioni; ma, contraddicendosi e riconoscendo, così, il concordato dei Patti Lateranensi – pochissimo osservati dalla Chiesa cattolica – dice che solo la Chiesa di Roma è sovrana e può avere una costituzione propria. Tutte le altre confessioni non possono avere una costituzione, ma solo uno statuto, se ed in quanto non contrasti con la Legge dello Stato italiano, che devono osservare, come qualunque associazione. I loro rapporti con la Repubblica italiana sono regolati da intese, che hanno valore di legge ordinaria e non costituzionale; ma chi stipulasse un’intesa con una religione che incita all’assassinio degli infedeli o chi la propagandasse: peggio se, come accade, riveste una carica istituzionale, deve essere incriminato. La religione che predica morte, pedofilia, la sofferenza Alal per gli animali: la sharia, cioè, l’ISLAM è illegale perché è in conflitto radicale con l’Ordinamento giuridico dello Stato.
Ora, la Chiesa cede all’ISLAM le donazioni ricevute? La Chiesa cattolica non può esercitare la sua sovranità e autonomia sul territorio della Repubblica e i Patti Lateranensi si fondarono sul principio, già prima vigente, ma tenuto valido fino al 1984, che la “Religione cattolica romana “ è la sola religione dello Stato perché la cristianità è alla base dell’identità degli italiani. Cito gli effetti civili del matrimonio canonico. La politica di questo papa, che mira a stabilire il suo potere sull’Islam – “C’è un solo Dio” – , anziché a tutelare la fede cattolica, si rivolga al suo stato e rispetti la nostra sovranità e autonomia, almeno nel territorio della Repubblica. Ma sia chiaro che non può contraddire le fondamenta dei privilegi concessi alla sua Chiesa senza perderli. Cito quello già poco costituzionalmente coerente dell’8×1000. A prescindere, ma non sottacendo, dai sicuri vincoli pro fide et caritate simul che accompagnarono le donazioni ricevute dalla Chiesa, chi stipulerà l’atto di cessione o un altro strumento giuridico? Lo chiedo ai Notai fiorentini, anzi lo chiedo al Consiglio Nazionale del Notariato.
Mario Donnini
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1573.- PIANGONO DI GIOIA PERCHE’ HANNO LEGALIZZATO LA MORTE

Maurizio Blondet 15 dicembre 2017

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E’ passata la legge sull’eutanasia. Emma Bonino e gli altri radicali nelle tribune al Senato piangono di gioia: hanno adempiuto alla loro missione, dare la morte all’inizio, dare la morte alla fine della vita.

Naturalmente gli italiani sono a grande maggioranza a favore, e non s’accorgono di quanto sia aberrante questa scena di lacrime fanatiche e anti-umane. Gli Italiani, al 70 per cento, “vogliono” l’eutanasia. Si sono ormai perfettamente adeguati alla condizione di esseri puramente zoologici, da eliminare quando il loro mantenimento costa più di quanto rende.

Naturalmente, le bestie non riescono nemmeno a immaginarsi le conseguenze di questa “conquista” sulle loro proprie vite.

Ancor meno riescono a capire di quali poteri satanici loro, e i radicali, stanno facendo il gioco.

Un’occhiata sul loro futuro possono averla da questa notizia che viene da San Francisco.

Una organizzazione che si batte contro la crudeltà verso gli animali”, la SPCA (Society for the Prevention of Cruelty to Animals ) nel Mission District ha cominciato ad utilizzare robot-poliziotti per ripulire le strade attorno al suo edificio di esseri umani: senzatetto di una grossa tendopoli che “lasciano aghi, spaccano automobili, delinquono” e minacciano la sicurezza del loro personale, per non parlare della sporcizia.

Perché usare robot per cacciar via uomini? Perché, spiegano alla SPCA, costano meno: affittare un robot costa 7 $ l’ora, ossia 3 $ in meno della paga minima in California. I robot sono stati istruiti a ripulire i marciapiedi da residui umani e loro aghi (come sapete, infuria in Usa una epidemia di oppiacei, che è una delle cause maggiori per cui i bianchi operai perdono il lavoro e diventano senza-tetto).

Ma passate poche ore, la gente del luogo, non solo gli attendati, hanno reagito: spalmando i sensori dei robot di sostanze che vanno dal Ketchup alle Feci (umane), li hanno neutralizzati.
I robot usaticontro i senzatetto: a 7 $ l’ora
Decine di altri hanno protestato (ovviamente) via tweet. Come questo, che è un buon sunto della questione:
Ben Norton

✔ @BenjaminNorton

Capitalism: instead of providing homes for homeless people, spend exorbitant sums of money creating robots that will prevent homeless people from making homes for themselveshttps://twitter.com/businessinsider/status/940655493156139014 …

1:36 AM – Dec 13, 2017

“Capitalismo: invece di provvedere a case per i senzatetto, spendono somme esorbitanti a fabbricare robot che impediscono ai senzatetto di farsi abitazioni da sé”.

Come sapete, la California è sconvolta da vastissimi incendi che sembrano invincibili. Quello di Bel-Air, che minaccia le ville dei divi di Hollywood, “è stato causato da un fornelletto in un accampamento di senza tetto”, hanno rivelato i giornali, “che si sono accampati presso una delle entrate di questo quartiere molto apprezzato dalle celebrità … Questo incendio mette in evidenza la crisi dei senzatetto che si aggrava da parecchi anni a Los Angeles […] Ciò significa che tali cose si ripeteranno finché non si risolve il problema”.
“Più Europa vuol dire più pace, più sicurezza, più diritti, più crescita, più efficienza, più cultura, più libertà”
Il biotestamento è la soluzione del problema! L’eutanasia, naturalmente dei consenzienti. I prossimi robot spareranno siringhe risolutive. Gli Stati Uniti sono sempre un’avanguardia. Presto in Europa.

Il nuovo diritto per uomini superflui.

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Emma Bonino, asciugate le lacrime di gioia, dopo il successo ha detto che si presenterà alle elezioni per poi allearsi col PD. Con Benedetto Della Vedova ed altri funerari radicali ha formato una propria lista.

Il cui nome è un programma: “Più Europa” perché “più Europa vuol dire più pace, più sicurezza, più diritti, più crescita, più efficienza, più cultura, più libertà“, ha detto Bonino.

Svegliatevi, bestie! (Speranza vana)

Le persone non si rivolteranno. Non alzeranno gli occhi dai loro schermi, non abbastanza per notare cosa sta accadendo”

“1984” – George Orwell

Il partito Radicale non riesce ad arrivare nemmeno a 3 mila iscritti. Eppure riceve ogni anno dallo Stato 20 milioni di euo per la sua radio.

1539.- La dittatura islamica e la dittatura dell’immigrazionismo

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C’è chi preme perché in Italia si adotti la Sharia. Sui motivi, ogni ipotesi è valida, ma non sarà possibile dire “questo Sì” o “questo No”..

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La dittatura dell’immigrazionismo

La dittatura relativista, straordinario neologismo coniato da Benedetto XVI che la definì il “male assoluto” e ne denunciò la presenza anche in seno alla Chiesa, unitamente alla dittatura eurocratica, ci hanno imposto l’ideologia dell’immigrazionismo che ci obbliga a concepire gli immigrati buoni a prescindere, a subire l’invasione di clandestini a dispetto delle disastrose conseguenze sociali, economiche e valoriali. È soprattutto Papa Francesco a promuovere l’immigrazionismo sostenendo una visione globalista che abbatte le frontiere nazionali e legittima la libera migrazione delle masse umane in tutto il mondo, considerato una terra di tutti, dove pertanto chiunque può entrare ed uscire dall’Italia a proprio piacimento. Dopo averci costretto a non usare più il termine “clandestino” , che implica la consumazione di un reato, sostituendolo con il termine neutro di “migrante”, l’Italia prima ha abolito il reato penale di clandestinità, poi è diventata l’unico Stato al mondo che legittima la clandestinità al punto che nel 2014 abbiamo investito 10 milioni di euro al mese solo per le spese delle unità della Marina e dell’Aeronautica che si sono spinte fino al largo delle coste libiche per trasferire nel nostro Paese più di 170 mila clandestini. Nonostante la presenza di 10 milioni di italiani poveri e di 4 milioni di italiani nullatenenti ridotti alla fame, l’Italia accorda a ciascun clandestino 1200 euro al mese per il vitto, l’alloggio, le sigarette e la ricarica telefonica, che aumentano a 1400 euro al mese se è un minorenne. Questa flagrante ingiustizia che evidenzia la discriminazione degli italiani rispetto ai clandestini in Italia, sta inevitabilmente producendo dei conflitti sociali e sta irresponsabilmente diffondendo il germe malefico del razzismo.

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L’obiettivo strategico è di ridurci a semplici strumenti di produzione e consumo della materialità nel contesto di una moltitudine meticcia, sradicando le nostre radici, la fede, l’identità, i valori, le regole e la civiltà. La prospettiva è di realizzare un mondo sottomesso alla dittatura della finanza speculativa globalizzata, con un Nuovo Ordine Mondiale retto da un unico Governo dittatoriale scardinando gli Stati nazionali, le comunità locali, la famiglia naturale, la persona depositaria dei valori assoluti e universali della sacralità della vita, della pari dignità, della libertà di scelta. Oggi stiamo di fatto subendo quanto scrisse nel 1925 il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), fondatore dell’Unione Paneuropea da cui è nata l’Unione Europea. Nelle pagine 21-23 del suo libro «Praktischer Idealismus» (Idealismo pratico) del 1925, scrisse:

“L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a quella dell’Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità (…)

Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere, assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto, infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale, assenza di pregiudizi e ampiezza d’orizzonti”.

La dittatura eurocratica ha inoltre ipotecato la nostra sovranità giudiziaria facendo prevalere le sentenze emesse dalle Corti europee (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo e la Corte Europea dei Diritti dell’uomo con sede a Strasburgo) sulle sentenze emesse dai tribunali nazionali.

Questa Unione Europea finirà per eliminare del tutto la sovranità nazionale, con la confluenza dell’Italia negli Stati Uniti d’Europa, che altro non saranno che un protettorato tedesco al cui interno l’Italia, al pari di altri Stati, si ridurranno a semplici colonie economiche, le cui spoglie verranno condivise dal grande capitale internazionale, a cui aderiscono cinesi, arabi, russi, indiani.

 

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La dittatura islamica

La dittatura islamica si sviluppa attraverso sia il terrorismo dei taglia-gole, coloro che sgozzano, decapitano e massacrano uccidendoci fisicamente, sia il terrorismo dei taglia-lingue, coloro che ci impongono di non dire e di non fare nulla che possa urtare la loro suscettibilità. Entrambi convergono nell’obiettivo di sottometterci all’islam ottemperando a quanto Allah ha prescritto nel Corano e a quanto ha detto e ha fatto Maometto. Ma divergono e sono concorrenti perché perseguono lo stesso obiettivo con modalità diverse. I primi pensano di accedere al potere tagliando la testa di chi lo occupa. I secondi più astutamente ritengono che per accedere al potere in modo definitivo e irreversibile sia necessario mettere solide radici, che constano di una fitta rete di moschee, scuole coraniche, ambulatori e centri ricreativi, macellerie e alimentari halal, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici, centri studi sull’islamofobia e centri di formazione per imam, siti religiosi e di proselitismo. L’Occidente ingenuamente teme i primi e asseconda i secondi, per quanto il nemico maggiore siano proprio i terroristi taglia-lingue, coloro che dall’interno di casa nostra camuffandosi all’occorrenza all’insegna del precetto della dissimulazione sancito dal Corano, sono convinti, come disse un alto dignitario islamico turco nel corso di un incontro di dialogo interreligioso, che “grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

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1492.- Sentenza del Consiglio di Stato: Permessi di soggiorno regalati agli immigrati.

1500026447705.jpg--finto_matrimonio_nell_alessandrino___ci_abbiamo_provato__e_andata_male_Per ottenere il permesso di soggiorno basta provare l’esistenza di un solido e duraturo rapporto di convivenza e affetto di tipo familiare. 

 

Lo afferma il Consiglio di Stato (sulla scia della sentenza della Cassazione 44182/2016) con la sentenza 5040 del 31 ottobre 2017, nella quale ha esaminato il caso del rifiuto di concedere il rinnovo del permesso di soggiorno da parte di una Questura (Brescia), per il fatto che l’extracomunitaria aveva presentato un contratto di colf (fittizio) che non dava reddito sufficiente secondo i parametri di legge.

In realtà, come aveva del resto dimostrato la cittadina extracomunitaria già in sede di presentazione della domanda, si trattava di un duraturo rapporto affettivo di convivenza con un italiano.
Quindi, per il Consiglio di Stato, “nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art.30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998″. Il Consiglio di Stato ha, così, confermato la sentenza del Tar Lombardia che aveva già seguito lo stesso ragionamento.

Questo provvedimento ha suscitato sdegno nei cittadini italiani “per bene”, ma la materia abbraccia il campo costituzionale, attende di essere coordinata con le riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto e, ovviamente, è resa complessa dall’imponenza del fenomeno migratorio in atto. Leggiamo:

E’ illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in considerazione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di lavoro (nella specie, di collaborazione domestica), sussiste un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, che avrebbe onerato la Questura a valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (vedi appresso), il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), dello stesso decreto; tale  disposizione, infatti, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost. (1), anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. 6 febbraio 2007, n. 30 (2).

N O T A (1)

Art. 3, Costituzione,

comma primo

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (1) e sono eguali davanti alla legge (2), senza distinzione di sesso [29, 31, 37 1, 48 1, 51; c.c. 143, 230bis], di razza, di lingua [6], di religione [8, 19, 20], di opinioni politiche [21, 49], di condizioni personali e sociali (3).

comma secondo

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico [24 3, 34, 36, 40] e sociale [30 2, 31, 32, 37], che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [37, 38] e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori [35] all’organizzazione politica [48, 49], economica [39, 4547] e sociale [31, 34] del Paese (4).

Nella prospettiva giuridica adottata, l’eguaglianza si può sintetizzare anzitutto nella parità formale tra tutti i cittadini, inibendone così discriminazioni. Essa si raccorda idealmente all’art. 1 della CEDU; vengono quindi in seguito specificati i singoli divieti (le mancanze di distinzioni di cui al termine del primo capoverso) cui ancorare una effettiva tutela del pari trattamento. Per legge è da intendersi ogni fonte disciplinante il complesso dei diritti da tutelarsi, ivi comprese quelle comunitarie (art. 20 CEDU). Le leggi che introducono differenziazioni tra categorie o situazioni sono sottoposte ad una valutazione di conformità a Costituzione in riferimento all’articolo qui in esame.

N O T A (2)

Ha chiarito la Sezione che tale conclusione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, l. 20 maggio 2016, n. 76, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”, ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

Ha aggiunto la Sezione che la circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

Leggiamo, ora, il  Testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286/1998, Titolo II – Disposizioni sull’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato (Artt. 4-20). Capo I.- Disposizioni sull’ingresso e il soggiorno e, precisamente, l’Art. 5, comma 9:

Il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro sessanta giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda, se sussistono i requisiti e le condizioni previsti dal presente testo unico e dal regolamento di attuazione per il permesso di soggiorno richiesto ovvero, in mancanza di questo, per altro tipo di permesso da rilasciare in applicazione del presente testo unico. 

9-bis. In attesa del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, anche ove non venga rispettato il termine di sessanta giorni di cui al precedente comma, il lavoratore straniero può legittimamente soggiornare nel territorio dello Stato e svolgere temporaneamente l’attività lavorativa fino ad eventuale comunicazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, da notificare anche al datore di lavoro, con l’indicazione dell’esistenza dei motivi ostativi al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno. L’attività di lavoro di cui sopra può svolgersi alle seguenti condizioni: 

a) che la richiesta del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia stata effettuata dal lavoratore straniero all’atto della stipula del contratto di soggiorno, secondo le modalità previste nel regolamento d’attuazione, ovvero, nel caso di rinnovo, la richiesta sia stata presentata prima della scadenza del permesso, ai sensi del precedente comma 4, e dell’articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica del 31 agosto 1999 n. 394, o entro sessanta giorni dalla scadenza dello stesso;

b) che sia stata rilasciata dal competente ufficio la ricevuta attestante l’avvenuta presentazione della richiesta di rilascio o di rinnovo del permesso.

 

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Per ottenere il permesso di soggiorno, allo straniero extracomunitario basta dimostrare la convivenza con un cittadino italiano; ma domestica o convivente?

dice Marilisa Bombi:

La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286/1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76/2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30.

Il dispositivo della sentenza:

CONSIGLIO DI STATO, sez. III, Sentenza 19, n. 5040, depositata il 31 ottobre 2017.

Presidente Lipari – Estensore Noccelli

Permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato – Mancanza di un reddito minimo idoneo al sostentamento – Stabile convivenza con un cittadino italiano – Rilascio di permesso di soggiorno per motivi familiari – Interpretazione analogica – Cittadino UE con relazione stabile attestata da documentazione ufficiale – Principio di eguaglianza sostanziale – Rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio e unione civile

Fatto e diritto

1. L’odierna appellante, C.M.D.S., ha impugnato avanti al T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, il decreto emesso nei suoi confronti dal Questore della Provincia di Brescia, che ha respinto la domanda volta ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato a cagione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale.

1.1. La ricorrente, nel dedurre l’illegittimità del provvedimento impugnato con un unico articolato motivo incentrato sulla mancata analisi della sua situazione di stabile convivenza con un cittadino italiano, formalmente suo datore di lavoro, che provvedeva al suo sostentamento, ne ha chiesto, previa sospensione, l’annullamento.

1.2. Nel primo grado del giudizio si è costituita l’Amministrazione intimata per resistere al ricorso.

2. Il T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, con la sentenza n. 1238 del 26 settembre 2016, all’esito dell’istruttoria disposta sul rapporto di lavoro dichiarato e sulla sufficienza dei redditi percepiti, ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente alla rifusione delle spese di lite nei confronti dell’Amministrazione.

2.1. Avverso tale sentenza ha proposto appello l’interessata e ne ha chiesto, previa sospensione, la riforma, con il conseguente annullamento del decreto contestato in primo grado.

2.2. Si è costituita l’Amministrazione appellata per resistere al gravame, di cui ha chiesto la reiezione.

2.3. Con l’ordinanza n. 2773 del 28 giugno 2017 la Sezione, in considerazione del grave pregiudizio che la ricorrente avrebbe potuto subire per la prevedibile espulsione nelle more del giudizio, ha sospeso l’esecutività della sentenza impugnata.

2.4. Infine, nella pubblica udienza del 19 ottobre 2017, il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

3. L’appello è fondato e deve essere accolto.

4. Il primo giudice, all’esito dell’attività istruttoria disposta, ha ritenuto che la ricorrente non avesse adeguatamente comprovato i «contorni fattuali afferenti all’impiego in corso», apparsi come «nebulosi», né l’ammontare dei redditi effettivamente percepiti (p. 4 della sentenza impugnata).

4.1. Ora, sebbene tale rilievo sia corretto per aver ammesso la stessa appellante di avere messo «in piedi formalmente una assunzione e un rapporto di collaborazione domestica, in quanto questo era l’unico modo per la Sig.ra M.D.S. di poter ottenere un permesso di soggiorno» (p. 3 del ricorso), deve il Collegio tuttavia rilevare che la ricorrente aveva già allegato, in sede procedimentale, e dimostrato, in sede giudiziale, di essere partner convivente di S.G. e di coabitare con lui e con i due figli avuti da precedente unione nella medesima abitazione di Brescia.

4.2. Pertanto, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007.

4.3. Una simile interpretazione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, della l. n. 76 del 2016, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile», ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

4.4. Si è assistito dunque, e non solo nella nostra legislazione nazionale, ad una interpretazione nuova ed evolutiva del concetto di famiglia, comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (e anche dello stesso sesso), tanto che la Corte di Strasburgo, di recente, ha chiarito come la legislazione degli Stati membri in materia di immigrazione non si può spingere sino al punto di negare all’individuo il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia, intesa come vita familiare (Corte europea dei diritti dell’uomo, 23 febbraio 2016, ric. n. 6845/13, Pajic c. Croazia).

4.5. In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

4.6. La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

4.7. Non può che discenderne, pertanto, l’illegittimità del decreto questorile qui impugnato nella misura in cui, pur correttamente rilevando che non sussistessero i presupposti reddituali per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, non ha però valutato in violazione dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, a fronte della situazione di fatto rappresentata in sede procedimentale e limitandosi solo a rilevare, illegittimamente, che il nucleo familiare della richiedente fosse composto solo dai figli e non dal compagno convivente, se sussistessero o meno i presupposti, formali e sostanziali, per rilasciare un permesso a diverso titolo e, in particolare, per i motivi familiari di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione da applicarsi necessariamente, in via analogica, anche alla convivenza di fatto della straniera, odierna appellante, con il cittadino italiano.

5. In conclusione, per i motivi esposti, l’appello deve essere accolto, sicché, in integrale riforma della sentenza impugnata, va annullato il decreto emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti dell’odierna appellante, con l’obbligo, per l’Amministrazione, di rivalutare la domanda dell’interessata secondo i principî sopra enunciati, previa verifica di una stabile relazione di convivenza, ai sensi della legislazione vigente, con S.G..

6. Le spese del doppio grado del giudizio, attesa la novità dei principî qui affermati di cui non constano a questo Collegio precedenti noti, possono essere interamente compensate tra le parti.

6.1. Il Ministero dell’Interno deve essere condannato a rimborsare, attesa la sua soccombenza, il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando sull’appello, come proposto da C.M.D.S., lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, annulla il decreto Cat.A.12/2015/Immig./II Sez/gm/15BS021748 emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti della stessa.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio.

Pone definitivamente a carico del Ministero dell’Interno il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.