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1186.- Cosa vogliono dalla zarina Boschi (i miliardi, il potere).

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Di Maurizio Blondet

Ricordate Francesco Spano? Quel tizio col cappottino arancione che dirigeva l’UNAR  sigla per il pomposo  Ufficio  Nazionale per anti discriminazioni razziali? – quello che finanziava  con denaro pubblico locali di droga e prostituzione omosex? Dove  (per usare i termini di Dagospia) “le uniche attività culturali sono il glory hole dove infilare il gingillo? Dove si spaccia droga? Dove ci sono dark room “Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia?

Ebbene: vi ricorderete che  questo Spano era pure socio dei locali “culturali” che finanziava coi soldi nostri a botte di 55 mila  euro (“…Mi hanno abbonato a mia insaputa”).   Vi ricorderete anche che alla  fine Spano,   ha firmato una lettera vibrante di sdegno per la sua virtù offesa ( “la macchina del fango contro chi compie con lealtà e correttezza al proprio dovere”..). S’è dimesso dall’incarico. Si spera si sia dimesso anche dallo stipendio, che non ricordo più se ammontava a 150 o a 200 mila euro annui; non so, non sono sicuro. Magari  Maria Elena Boschi gli ha trovato un altro incarico presso  la Presidenza del Consiglio.

Rievoco la faccenda  per spiegare quel che fa della “Presidenza del Consiglio” una preda  invidiatissima,  che fa una gola immensa, che adesso “poteri forti o quasi vogliono togliere alla Boschi per metterci uno di loro. Un centro di potere  che ha il vantaggio di  essere  poco visibile,  con immensa capacità di spesa, che assume chi vuole e dà gli stipendi che vuole agli amici suoi,  per incarichi fantastici o inventati. Come  “ finanziare e promuovere progetti che abbiano come fine ultimo l’integrazione e la lotta alla discriminazioni di genere, razza, religione o orientamento sessuale”, quale è appunto la missione del suddetto UNAR, creato nel 2003 con un decreto. Sottolineo: decreto.

La  Presidenza del Consiglio è molto più di un ministero: è la macchina e plancia di comando dell’oligarchia burocratico-politica, con una autonomia di spesa vicina ai 4 miliardi l’anno: grasso che cola, laddove  gli  altri ministeri si vedono lesinare gli stanziamenti e controllare le spese.

E’ il vaso della marmellata  ideale per i loro cucchiai. Come si diceva,   per funzionare spende tra i 3,6 e 4 miliardi l’anno (a volte i primi ministri decidono di tagliare un po’; Renzi ha aumentato). Vi diranno che il 60 per cento del bilancio è dedicato alla Protezione Civile; infatti, 2 miliardi. Berlusconi volle la Protezione presso di sé. Ma sotto Berlusconi e Bertolaso essa funzionava; come funzioni oggi, chiedetelo ai terremotati del Centro Italia che aspettano ancora le casette,  i lavori non fatti, chiedetelo al ristorante che giorni fa è fallito perché ha dato da mangiare per mesi a soccorritori, e il governo non ha mai pagato il conto.  Mettere un di loro a quel posto, significa  per il partito  di governo avere la  più ampia disponibilità di spesa discrezionale concessa di questi tempi. Chi ti va a sindacare se il commissario compra le casette dell’amico suo che costano il doppio di quelle fabbricate in Alto Adige? Se da  lavori alle sue coop rosse tenendo alla larga tutti  concorrenti più efficienti? Chi è così meschino da andare a spulciare quanto costa una  roulotte per ricoverarci i bisognosi?

Ma  quanto a “spese discrezionali”, tuttavia, la Protezione Civile è nulla in confronto al “Segretariato generale”.   Si dedica alle “spese a  supporto  della presidenza, all’organizzazione e alla gestione amministrativa”: attività importantissime non meglio identificate. E non meglio sindacate e contabilizzate,  men che meno rese pubbliche. Quanto spende il Segretariato Generale della Presidenza del Consiglio? Dipende: per esempio, nel 2013 si parlava di 396 milioni; l’anno dopo, 2014, saliti a 754 milioni.

Che cosa giustifica un quasi raddoppio della spesa del Segretariato? Non si sa. E dico di più: non avete diritto di saperlo,  è l’insindacabile giudizio del premier del momento.

Il  solo personale di Palazzo Chigi costa sui 237 milioni l’anno: paga  bene,   la Presidenza  del Consiglio.  Si deve ammettere che rispetto a Renzi,  Letta  ha speso per  il personale di più: 38 milioni in più.

Spese insindacabili per “beni e servizi”:  150 milioni l’anno.

Poi ci sono gli “stanziamenti per l’editoria”.  Voce importantissima   per la gestione di potere, che fa esistere giornali che nessuno legge, e  di cui nemmeno conoscete l’esistenza (i “giornali di partito”) grazie ai sussidi. Dati o negati dalla Presidenza del Consiglio.

E   sotto Gentiloni? Lascio la parola a Franco Bechis, unico giornalista che si occupa di queste cose, nell’indifferenza di  voi italioti:

“A Palazzo Chigi quest’ anno si spendono circa 21,5 milioni di euro in più del 2016, e la lievitazione inattesa è tutta nelle spese correnti, che tornano a superare il miliardo di euro con un incremento di 36,3 milioni.

“Ma quel che fa comprendere la differenza fra i due governi è la notevole lievitazione delle spese del segretariato generale di palazzo Chigi, il cuore pulsante del potere del governo. Lo stanziamento in questo caso passa da 403,57 a 537,9 milioni di euro, con un incremento di 134 milioni.

“Aumentano addirittura del 40 per cento i costi del trattamento economico accessorio degli staff di Gentiloni e del sottosegretario Maria Elena Boschi, che passano rispetto a Renzi e al suo sottosegretario Claudio De Vincenti da 2,7 milioni a 3,76 milioni di euro annui. Mentre per i ministri senza portafoglio la crescita è più limitata, passando da 4,5 a 4,8 milioni di euro”.

Capito? 3,76 milioni di “trattamento economico” per la Zarina e il suo staff.

Bechis, implacabile: “Crescono anche i costi del personale fisso, che solo per le retribuzioni di ruolo aumentano di 1,513 milioni di euro.

Palazzo Chigi, Gentiloni costa piu’ di Renzi: spese salite di 21,5 milioni

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“Per le spese legali per liti e contenziosi, l’aumento è da record: più 180 per cento, e salgono da 50 a 140 milioni di euro i fondi stanziati”. Magari Spano, che è avvocato, avrà trovato colla coazione lì, chissà,   nelle spese per liti legali

“Di fronte a tanti aumenti, c’ è invece una riduzione di fondi che proprio nessuno avrebbe atteso: quelli del capitolo per la Protezione civile […]  sul  Fondo per la prevenzione del rischio sismico (cap. 7459) non è stata stanziata alcuna risorsa finanziaria».

E’ quel che ci si aspetta da un’oligarchia avida, parassitaria e incapace: aumenta il piatto per sé, e diminuisce  il servizio al pubblico necessario.

Ecco perché è sotto attacco  la Boschi, e attraverso di lei Renzi: ha mantenuto questo centro di poter che fa gola agli altri. O è Gentiloni che vuole conquistare piena autonomia da Renzi mettendo le mani su questa macchina di  sprechi?   Secondo il principio:   Togliti tu che mi ci metto io.

1163.- SCANDALO OLTRE LE ONG, NELLA STIVA PROSTITUTE NIGERIANE, CARICHI DI DROGA …E ARMI?

Il fenomeno del traffico di clandestini dalla Libia all’Italia è strettamente legato anche ad altri settori di criminalità, oltre le Ong, su cui le forze di polizia indagano quotidianamente. Ma pensa.

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Le donne vittime di tratta, incontrate sulle strade della città soltanto da alcune unità di strada, nel 2015 sono state 1.854: il 63% sono originarie dei Paesi dell’Est Europa, il 28% nigeriane e il 3% sudamericane. Ma se si scende nel dettaglio delle nazionalità, il gruppo più numeroso è quello delle romene (37%) seguito da quello delle nigeriane (28%). Preoccupa la presenza sempre più massiccia di minorenni, in particolare tra le nigeriane. Ad oggi, le nigeriane hanno superato le romene. Di fatto, i trafficanti di uomini sfruttano i canali dell’immigrazione per far arrivare sempre più donne, specialmente nigeriane, da sfruttare nel mercato della prostituzione. E a tal proposito, è stata suor Claudia Biondi responsabile dell’area “Maltrattamento donna” di Caritas Ambrosiana a citare alcuni dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) riguardanti gli sbarchi di persone di nazionalità nigeriana: «Nel 2015 erano state 22mila e nel 2014 9mila – ha proseguito suor Claudia -: il 90 per cento delle donne nigeriane che arrivano in Italia sono vittime della tratta» il 98% di quelle che si prostituiscono in strada è vittima di violenza e sfruttamento: non c’è alcuna libera scelta. 

La tratta delle nigeriane, come risulta anche dai decreti di fermo disposti dal pubblico ministero di Palermo, avviene, invece, grazie a sodalizi criminosi tra personaggi provenienti proprio dai Paesi del Nord Africa. Nell’ambito dell’operazione «Boga» sono stati arrestati diversi soggetti di nazionalità nigeriana e ghanese che costringevano le donne a venire in Italia a prostituirsi, trasportandole sui barconi come gli immigrati, in modo clandestino, dietro pagamento di 30mila euro come saldo del viaggio. Nel decreto si legge: «Approfittando della situazione di vulnerabilità psicologica determinata alla celebrazione di un rito Vodoo», quindi sotto ricatto, «a garanzia del debito contratto», le donne venivano trasportate in Italia, violentate, messe in regime di schiavitù e, quindi, su strada. Grazie agli uomini della Guardia di finanza, il Mediterraneo viene controllato anche per questo tipo di traffici.

Vi sentireste di escludere che alcune navi Ong trasportino droga? Noi si, ovviamente. Ma di sicuro trasportano prostitute nigeriane e spacciatori. Grazie.

Le prostitute

Prendiamo, per esempio, Milano. Sempre più donne nigeriane si prostituiscono a Milano e nell’hinterland. Secondo le associazioni che si occupano di prevenire la tratta, hanno ormai superato le donne dell’est. Molte di loro sono arrivate negli ultimi mesi, coi barconi, traghettate da Renzi dalla Libia.

E sono oltre duemila le persone (in gran parte donne) contattate in strada (ma anche nelle case) nel corso del 2015 dalle associazioni che si occupano di prevenzione della prostituzione e della tratta, con un turn over notevole, che arriva a superare il 50% nel caso delle nigeriane e delle romene, perché la criminalità organizzata non vuole che le ragazze si ambientino troppo in un territorio, che creino legami con i residenti o con le stesse unità di strada.

La droga

Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo da tempo indaga anche su aspetti diversi, quali l’importazione di stupefacenti dai Paesi del Nord Africa e la tratta delle prostitute nigeriane. È stata proprio questa sezione delle Fiamme Gialle, a partire dal 2011, in seguito alle crisi politiche libica ed egiziana, a occuparsi dei canali commerciali dell’hashish, che da quel momento si sono radicalmente modificati.

Mentre gli algerini preferiscono trasportare i carichi via terra, lungo il percorso che attraversa il Sahara, per raggiungere i confini della Libia, quelli marocchini, che sono i maggiori fornitori di hashish al mondo, prediligono il trasporto via mare. Lo stupefacente viene caricato al largo di Casablanca, o nelle zone limitrofe e trasportato da siriani, egiziani o libanesi con pescherecci fino al largo delle coste della Cirenaica orientale. Ed è dalla Libia e dall’Egitto che i carichi vengono poi fatti passare per il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Nell’ambito dell’operazione «Libeccio», volta proprio al contrasto del traffico di stupefacenti, gli uomini della Gdf hanno sequestrato numerosi carichi.

Nel 2013 sulla «Adam», battente bandiera delle Isole Comore, furono recuperate, tanto per fare un esempio, 15 tonnellate di hashish nascosti in 591 sacchi di juta.

Quarantotto ore. Tanto è durata l’operazione congiunta del gruppo aeronavale e dei comandi provinciali di Trapani e Palermo  della Guardia di finanza, che ha portato al maxi sequestro di oltre 20 tonnellate di hashish, trasportate sulla nave “Adam” battente bandiera delle Isole Comore e partita presumibilmente dalle coste marocchine. “Stavamo ormai seguendo da due giorni l’imbarcazione  –  sottolinea il tenente colonnello Cristino Alemanno, comandante del gruppo Aeronavale di Trapani –  con due unità d’altura e un Atr 42, punta di diamante del reparto. L’abbiamo seguita con l’areo “Grifo 15″, abbiamo aspettato che facesse ingresso in acque territoriali, poi finalmente a circa 11 miglia da Pantelleria, in quelle poche ore di passaggio, il guardacoste Paolini del Gruppo aeronavale di Trapani, ha effettuato l’abbordaggio. Una operazione delicatissima questa perché non sapevamo cosa potesse aspettarci, ora possiamo dirci soddisfatti”. Quello operato nella notte dai finanzieri è di uno dei sequestri più importanti di stupefacenti effettuati negli ultimi anni in acque italiane. La notizia di una nave con un carico di droga era arrivata al comando pperativo aeronavale di Pratica di Mare. La nave dopo l’abbordaggio è stata scortata dalle unità della Guardia di finanza nel porto di Marsala per le operazioni di quantificazione della droga: una vera montagna di hashish confezionata in sacchi di juta e occultata sotto dei teloni di plastica. “Le indagini dovranno accertare intanto la provenienza dello stupefacente anche se dale carte sembra che il carico provenga dal Marocco e naturalmente a chi era diretta – dice Alemanno  –  presumibilmente a una organizzazione criminale libica o di qualche Paese del Nordafrica. Al momento non ci sarebbe alcun coinvolgimento con organizzazioni mafiose italiane, ma saranno le ulteriori indagini a verificare se ve ne siano”. I sei membri dell’equipaggio, di origine siriana uno è dovuto ricorrere alle cure dei medici per un malore, e la nave sono a disposizione della Autorità Giudiziaria. Già il 13 aprile scorso, una nave turca con quasi una tonnellata di hashish era stata sequestrata dal Gruppo Aeronavale di Trapani, in sinergia con i Reparti territoriali siciliani. “L’odierna operazione  – dice il colonnello Pietro Calabrese, comandante provinciale della Gdf di Trapani, conferma come il Mediterraneo sia fonte di ricchezza, ma anche opportunità per I traffici illeciti” (Laura Spanò – Foto Ansa e Studio Camera)

Il sequestro più ingente è quello del luglio 2014, attuato sulla motonave «Aberdeen» al largo di Pantelleria, quando furono trovate 42 tonnellate di stupefacente. «Il nostro – spiega il tenente colonnello Giuseppe Campobasso del nucleo di Polizia tributaria della GdF – è un lavoro molto serrato e puntuale. I controlli avvengono anche su base di collaborazioni con Paesi esteri e scaturiscono da indagini, segnalazioni e attività di polizia». Al porto di Palermo ci sono due navi di medie dimensioni e un peschereccio, sotto sequestro da tempo. Costano allo Stato perché non sono ancora state alienate. Il carico di stupefacenti era nascosto sotto tonnellate di reti, mentre in un altro caso, molto recente, la droga era occultata nella stiva, saldata e ricoperta di marmo.

Le armi

Salvini, ospite di Lucia Annunziata insieme al presidente di Medici senza frontiere Italia Loris De Filippi, ha sostenuto: “A me risulta che ci sia un dossier dei servizi segreti italiani che certificano i contatti tra trafficanti, malavita, scafisti e alcune associazioni. Se esiste questo dossier, ed è in mano al presidente del Consiglio Gentiloni e il premier lo tiene nel cassetto, sarebbe una cosa gravissima. Se esiste lo renda pubblico a tutti gli italiani e lo dia al procuratore capo di Catania”. Poi butta lì: “Su quelle navi ci sono armi e droga…”. A quel punto interviene De Filippi di Msf: “Sono illazioni, tiri fuori le prove. Se avete prove, siamo i primi a chiederle: a noi gli scafisti fanno schifo”.

Il discorso viene lasciato cadere, ma Lucia Annunziata ci torna quando la puntata è quasi finita: “Avete in mano la presidenza del Copasir (attraverso Giacomo Stucchi, ndr) non potete agire?”. Risposta di Salvini: “Ma certo. Se io le dico qualcosa è perché abbiamo fondati motivi per supporre che ci sono elementi concreti che tracciano non solo i contatti tra scafisti e alcuni soccorritori, ma che certificano che a bordo di alcune di quelle navi ci sono armi e droga. Noi non stiamo aiutando chi scappa dalla guerra, stiamo portando in Italia persone che rischiano di portarci la guerra in casa”. Conclude la giornalista: “Quindi lei ci sta dicendo che quando parla di armi e droga, fornisce un’opinione informata…”. Salvini annuisce.

1075 .- Il Forteto non esiste: gli orrori di un storia che nessuno racconta

Inchiesta sul Forteto: ecco tutti gli orrori e gli errori di un storia di cui nessuno parla

Di Simone Cosimelli
 
Non è così per noi che ne parliamo da oltre due anni. Leggi:

– 718.-RENZI E I PEDOFILI PROTETTI DEL FORTETO

di Gianni Lannes Voi mettereste dei bambini in una comunità dove i fondatori ancora operanti sono stati condannati più volte per abusi sessuali a minori? E’ quello che hanno fatto impunemente per decenni alcuni magistrat…

– NON VUOL VESTIRSI DA BIMBA: BANDITO DALL’ASILO!    Una banda di impostori, gestita dai circoli massonici, ci governa con una politica distruttiva di ogni valore della nostra identità, sempre più marcatamente amorale, volta alla demolizione, appunto, dell’identità del pop…

– FORTETO/A Bagno a Ripoli la Presentazione del Libro-inchiesta sulla cooperativa degli orroriSETTA DI STATO” il libro di Francesco Pini e Duccio Tronci, sarà presentato domani sera dal gruppo INSIEME PER BAGNO A RIPOLI. L’incontro vedrà la presenza degli autori del libro, alcuni testimoni, i rappresentanti delle…      Un anno fa

– IL PD, LA COOP E LO SCANDALO FORTETO: DOVE SI STUPRAVANO I BAMBINI. 20, 01. 2013 L’albo d’onore del Forteto è un florilegio di vip della sinistra. Piero Fassino e Livia Turco, Rosy Bindi e Susanna Camusso, Tina Anselmi…    2 anni fa

 
Un paio di mesi fa una giornalista russa, intervistando il presidente dell’associazione Vittime del Forteto, Sergio Pietracito, si fermò, visibilmente scossa, per fare una domanda di buon senso: chiese come mai una storia del genere non fosse conosciuta nel suo Paese. La risposta fu indicativa: «Nemmeno fuori Firenze se ne sa nulla, per questo ci battiamo». In un Paese normale, 30 anni di stupri e abusi su minorenni, perpetrati all’ombra del muro di connivenze della Toscana «rossa», non passerebbero inosservati. Ma nessuno avrà il coraggio di dire che l’Italia lo sia. E infatti è accaduto di tutto: oltre l’inimmaginabile, oltre la giustizia. E’ una vicenda orrenda quella del Forteto, e oggi, mentre si celebra il secondo grado di un processo tanto atteso, non se ne intravede la fine. Sono stati presi i mostri, ma non chi i mostri li ha prima osannati e poi protetti.  
 
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           Il Forteto – comunità Inchiesta Forteto, 30 anni di violenze: solo disattenzioni? 
 
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                Rodolfo Fiesoli. Abusi, coperture e conformismo: il dramma del Forteto

 
Tutto inizia nel 1977. Nel comune di Barberino nasce la comunità Il Forteto assieme all’azienda agricola, destinata a radicarsi nel territorio come baluardo del made in Tuscany alimentare. L’iniziativa è di due uomini che si avvalgono di falsi titoli di studio in psicologia: Rodolfo Fiesoli, detto il Profetae capo indiscusso della struttura, e Luigi Goffredi, l’ideologo. Tutto ruota attorno alla teoria, ancora in fase sperimentale, della “famiglia funzionale”. Cioè all’educazione alternativa dei minori tramite gli affidi a due soggetti, uomo-donna, il cui accostamento avviene a tavolino. La conoscenza reciproca è superficiale e svincolata dalla sfera dell’affettività, ritenuta nociva. Si cresceranno ragazzi disagiati senza il «fardello della materialità sessuale». Fiesoli e Goffredi si presentano come pionieri. L’ammirazione è incondizionata. Il Tribunale dei minori comincerà presto ad affidare bambini provenienti da situazioni difficili (genitori tossicodipendenti o assenti). E nel tempo intellettuali e psichiatri loderanno quel miscuglio di Freud e Don Milani. Eppure, fin da subito, cosa fosse realmente il Forteto avrebbe dovuto essere chiaro.Nel settembre 1978 il magistrato Carlo Casini fa arrestare i due per abusi sessuali. E’ la prima avvisaglia degli scempi commessi, ma vengono scarcerati alcuni mesi dopo. La scesa in campo di Casini in politica, nella file della Dc, scatena infatti il magistrato Gian Paolo Meucci (di tutt’altre vedute), padre del diritto minorile italiano e intransigente difensore del Profeta. Non basta allora il discorso di Rinaldo Innaco (DC), tenuto nell’ottobre 1980 in Consiglio regionale, dove si parla di costrizione e «regime di vita imposto e caratterizzato (…) dalla pratica dell’omosessualità». Non basta la condanna in primo grado del 1981, confermata in Cassazione nell’84, per «atti di libidine violenti e maltrattamenti e lesioni». Non basta quella del gennaio 1985, pur passata in giudicato, della Corte D’Appello di Firenze per «atti di libidine e corruzione di minori». La posizione di Meucci, che all’autorevolezza personale unisce l’assoluta deferenza dei colleghi, fa dimenticare il verdetto, con nessun effetto pratico. Un caso senza precedenti nella giustizia nazionale. Poi, contro ogni valutazione plausibile, si affidano subito altri bambini. Dopo l’85, inizia il dominio incontrastato del Forteto.

A far “merenda”, trasferita la sede nel paesino di Vicchio, passano in tanti: politici, giudici del Tribunale dei minori, sindacalisti, dirigenti dei servizi sociali. Di fatto, tutta la Sinistra toscana (PCI, PSI, PdUP, Sinistra Indipendente) favorisce la nuova realtà. Il Forteto diventa una passerella obbligata. Fiesoli è paragonato a Don Milani. Stupisce, commuove, incanta. Scrive libri. I ragazzi intanto, all’oscuro delle condanne e allontanati dalle famiglie naturali, vengono traviati mentalmente: molti diranno di aver considerato normale il fatto di essere abusati sessualmente. E fino al 2009 la comunità ne riceve circa 60. La mattina a spalare la calce e lavorare i campi, la sera in balia dei “genitori”. Nel frattempo, la Cooperativa, l’altra faccia del Forteto, acquista prestigio: 130 occupati, un fatturato di quasi 20 milioni, eccellenze alimentari esportate dall’America all’Australia. Un vanto per tutta la Regione. Il 13 luglio del 2000, però, tornano i guai. La Corte europea dei diritti dell’uomo, in seguito alla denuncia di due madri a cui veniva impedito di vedere i figli, condanna l’Italia con una multa di 200 milioni di lire per danni morali. La sentenza di Strasburgo pesa eccome, ma si alzano le barricate: e non cambia nulla. Anzi, solo dal ’97 al 2010, il Forteto ottiene contributi dalla Regione per 1 milione e 254 mila euro. Si arriva poi al novembre 2011. Al TEDxFirenze (manifestazione socio-culturale), Fiesoli interviene a Palazzo Vecchio sull’educazione minorile in qualità di esperto: presenziava, e fu ringraziato, l’allora sindaco Matteo Renzi. Proprio il mese successivo, però, viene arrestato per atti di pedofilia. L’accusa è schiacciante. Nasce una commissione d’inchiesta regionale per indagare sul sistema di potere appena scoperchiato e nel gennaio 2013 viene stilata una relazione dove si elencano i soggetti che hanno frequentato la comunità. Tra i tanti noti (109): Livia Turco, Piero Fassino, Vittoria Franco, Susanna Camusso, i giornalisti Betty Barsantini e Sandro Vannucci.

Dopo il tentativo dell’avvocato del Profeta di far ricusare il presidente del collegio giudicante, Marco Bouchard (unico caso nella storia della Repubblica), così da rallentare il dibattimento in odor di prescrizione, il 17 giugno 2015 la sentenza in primo grado condanna 16 dei 23 imputati. 17 anni e mezzo per Fiesoli, 8 per Goffredi, e via via a scendere per gli altri componenti di quella che ormai è considerata una setta. Le testimonianze delle vittime, scappate dal Forteto, sono determinanti. Nelle motivazioni della Corte si legge: «Il Forteto è stata un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale, retta da persone non equilibrate (…) Le perversioni del Fiesoli e compagni sono state di volta in volta avallate, tollerate. Chi ha reagito, chi ha protestato, chi ha contestato è stato emarginato, isolato, escluso, denigrato e, finalmente, allontanato». Nell’estate 2015, il caso arriva a Roma. Una mozione a firma di Deborah Bergamini (FI) chiede un’inchiesta parlamentare e il commissariamento dell’azienda per il presunto intreccio con la comunità. Il PD interviene: e affossa la mozione. Si parla di responsabilità individuali e non collettive: smentendo i fatti, le vittime e la sentenza. Le opposizioni ringhiano («La decisione del Governo è sconcertante: non ha alcuna logica, alcuna sensibilità, alcun senso politico»). Invano.

A livello locale, invece, le polemiche non si sono mai spente. Un libro, Setta di Stato, scritto dai giornalisti Tronci e Pini, ha fatto rumore. Si è istituita una commissione regionale Bis per indagare sulle responsabilità politiche, che del Forteto sono state la stampella e lo scudo. Ma non avendo i poteri di un’autorità giudiziaria, finora ha avuto le mani legate di fronte alle reticenze di chi è stato interpellato alle audizioni, o peggio ha scelto di tacere. Nessuno infatti ricorda, nessuno c’era o sapeva. Non ricorda, per esempio, Giuliano Pisapia (sindaco uscente di Milano), membro del collegio che patrocinò il Profeta in Cassazione nell’85. Non ricorda Rosy Bindi, più volte accostata al Forteto. Ha pensato di non poter aiutare, dopo aver promesso il contrario, Bruno Vespa: che anni addietro ricevette pressioni per non mandare in onda una puntata di Porta a Porta sull’argomento. Convocato, non si è presentato. Secondo la sentenza, negli anni, centinaia di persone sarebbero state segnate. Con intere famiglie rovinate. Otto ragazzi, una volta usciti, non ce l’hanno fatta: stroncati dalla tossicodipendenza, dall’indigenza e dai traumi passati. Spesso, ci si chiede come sia possibile che fatti di entità molto minore siano squadernati sulle pagine dei giornali e dibattuti nel Talk show, quando invece del Forteto, in tutta Italia, non se ne sa niente. Malgrado un processo in corso (con sentenza il 29 giugno), un’indagine da concludere e ancora tanto da scavare, e capire. Si dà una spiegazione, l’unica sensata: il Forteto fa paura.

Così, Cosimelli scriveva domenica, 26 giugno 2016: Politici, magistrati, servizi sociali, giornalisti: l’inchiesta su 30 anni di violenze sessuali e maltrattamenti non salva nessuno

Sul caso Forteto ci sono responsabilità gravi. Dal mondo della politica «rossa» (dal Pci al Pd), ai dirigenti dei servizi socio-sanitari, fino al Tribunale dei minori (TM). E per impedire che un’esperienza del genere possa ripetersi deve intervenire il Parlamento. La relazione finale della commissione d’inchiesta Bis sull’orrore perpetrato in Toscana per decenni (presentata il 23 giugno a Firenze), non consente altre letture. Nel Mugello c’è stato un blackout professionale e istituzionale senza precedenti, che ha permesso di mandare più di 80 bambini in pasto ai mostri. Sfruttati la mattina nei campi e la sera nei letti. Nel documento si fanno nomi, si svelano le trame e le connivenze, si avanzano delle richieste. Si racconta la storia di una comunità che ha imposto un’egemonia culturale alla quale si sono piegati in tanti. Chiudendo un occhio, o tutte e due.

Dopo 9 mesi di lavori, nel bilancio dei sei consiglieri delegati all’indagine – di tutti i colori i politici – figurano 36 audizioni e 102 personaggi interrogati. Essendo la commissione regionale (e dunque non dotata dei poteri di un’autorità giudiziaria), c’è stato chi ha scelto di non venire, non parlare, o peggio non ricordare. E un profluvio di amnesie e reticenze si è abbattuto contro chi, ingenuo, credeva che il buon senso avrebbe prevalso sull’interesse personale. È stato ricevuto Andrea Sodi, ex-sostituto procuratore del TM di Firenze, che, in tre diversi momenti dal 2000 al 2002, con Rodolfo Fiesoli (il principale imputato per abusi, e fondatore del Forteto) andò a Budapest in «gita scolastica» portandosi dietro diversi ragazzi, anche minorenni. Di lui, nella sentenza di primo grado, si scrive: «Il Sodi non vede, non sa, non controlla». Il suo comportamento da magistrato è valutato come «surreale e imbarazzante». Poi Piero Tony, presidente del TM dal 1998 al 2004, che al Forteto andava addirittura a cucinare il risotto, sua specialità. Ha raccontato di essersi interrogato, dopo le condanne degl’anni ’80 contro Fiesoli e compari per atti di libidine e corruzione di minori, su cosa si celasse dietro la struttura. Un esame di coscienza profondo, tanto che sotto di lui lì dentro finiscono 50 minori. Per non parlare di Roberto Leonetti (oggi responsabile del dipartimento di salute mentale dell’azienda sanitaria di Firenze, e prima neuropsichiatra in forza al Mugello), che facendo muro assieme a Menichetti (al tempo direttore), difendeva il Forteto dalla condanna della Corte Europea del luglio 2000. E non a caso un altro responsabile, Marino Marunti, ha dichiarato che non solo si doveva far quadrato, ma che facendolo si faceva carriera; e chi sbagliava, e non stava alle regole, «veniva punito».

Passando alla politica, non va meglio. L’ex Presidente della Regione, Vannino Chiti (Ministro nel Governo Prodi II e poi senatore), uno che nel Pd c’è finito dopo tutta la trafila, non si è mai accorto di nulla. Eppure al Forteto era di casa e ne aveva un’ottima impressione: almeno in campagna elettorale, passava sempre. Vittoria Franco, storica senatrice eletta nel collegio del Mugello, nel febbraio 2010 – a un anno dall’arresto di Fiesoli – aveva organizzato a Palazzo Madama la presentazione di un libro sulla comunità, Una scuola per l’integrazione. Nonostante diverse condanne a carico, Fiesoli e Goffredi (due con falsi titoli di studio in psicologia) furono beatificati nel Palazzo del Senato. Incalzata sul perché non abbia mai dubitato allora, non ha avuto dubbi: «Avevano la fiducia di tutti». Tranne che delle Corti, ma va be’. Ci sono poi i turisti per caso. Tipo Rosy Bindi, in passato più volte accostata al Forteto. Sia nei verbali della prima inchiesta, sia dalla prima commissione, in cui compare tra i soggetti con delle “frequentazioni” – insieme a Piero Fassino, Massimo D’Alema, Livia Turco. Ricevuta dai consiglieri, due settimana fa, ha negato tutto. E infatti nella relazione si legge: «Rosy Bindi ha dichiarato contrariamente a quanto indicato dai testimoni di non essersi mai recata al Forteto». Anche Di Pietro, eroe di Mani Pulite, c’è cascato. Candidato nelle liste del Mugello per l’Ulivo, nel 1997, passò da quelle parti come da programma del comitato elettorale. Meglio: scrisse la prefazione di un libro (di Lucio Caselli) dove si paragonava la famiglia funzionale del Forteto agli insegnamenti del Vangelo. Ma, dopo tanti anni, non se ne ricorda più.

Per l’informazione merita una citazione il giornalista Rai Sandro Vannucci, che 15 anni fa scrisse un altro libro apologetico, Ritratti di Famiglia, in cui descriveva il percorso di crescita dei ragazzi, a suo dire invidiabile. E ancora oggi proprio non capisce come «due che hanno fatto solo del bene come Fiesoli e Goffredi» possano rischiare la galera. In ultimo, Bruno Vespa. L’alfiere dell’informazione denunciò, nel 2002, le pressioni subite per una storica puntata di Porta a Porta sul Forteto, dove ci furono telefonate intimidatorie, politiche e non, perché «nemmeno la parola Forteto avrebbe dovuto essere pronunciata». Convocato, con qualche fatica e non poche riserve, ha ricordato le chiamate: ma non chi chiamava. Troppo alto il rischio delle querele.

La relazione sta per essere spedita al Csm, alla procure di Firenze e Genova e alle alte cariche dello Stato. Contro l’azienda, il volto economico del Forteto, è stato richiesto il commissariamento affinché ci sia un taglio netto col passato. E’ stata avanzata l’ipotesi di una riforma dei servizi sociali e la necessità di norme più stringenti per il TM. Il testimone, e il compito di andare fino in fondo, lo si vorrebbe passare a Roma. Una spia di quello che avverrà, però, c’è già: Il Pd locale e regionale, nel solco della coerenza e per non cadere in tentazione, in queste ore ha sconfessato il Presidente della commissione (del Pd) e tutto il lavoro svolto. Paolo Bambagioni, infatti, avrebbe una colpa: aver screditato il suo stesso partito (costretto dall’evidenza), aver sparato nel mucchio senza fare distinguo e aver chiamato «coperture» quello che furono solo «disattenzioni». Ha risposto per tutti, in coro con le opposizioni, il presidente dell’Associazione vittime, Sergio Pietracito: «Si continua a difendere l’indifendibile. Da salvaguare non è l’appartenza al partito ma la verità, l’unica cosa che rende libero l’uomo. Qual è la ragione di tutto ciò? Perché chiudersi in un’autodifesa che non ha più ragione d’esserePerché negare ancora?».

975.- AFFONDIAMO FRA PROSTITUTE ALLA CAMERA, CIRCOLI GAY A PALAZZO CHIGI, IL FORTETO E LE GRAVIDANZE DI VENDOLA

unknown   Anche questa è politica? Dove vogliamo andare senza morale? Come mai la Ilda Bocassini si occupa soltanto di Ruby? La prostituzione anche minorile sistematica e la droga nelle associazioni gay finanziate da Palazzo Chigi con la firma di Maria Elena Boschi non interessano la Giustizia? Ilda Boccassini appartiene a una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia. Suo zio Magistrato Nicola Boccassini fu arrestato e condannato per associazione a delinquere, concussione corruzione, favoreggiamento e abuso di ufficio perchè spillò con altri sodali e con ricatti vari 186 milioni di vecchie lire a un imprenditore. Vedi: [ricerca.repubblica.it] (vendeva processi per un poker repubblica)
Anche suo padre Magistrato e suo cugino acquisito Attilio Roscia furono inquisiti. Suo marito Alberto Nobili fu denunciato alla procura di Brescia da Pierluigi Vigna, Magistrato integerrimo e universalmente stimato per presunte collusioni con gli affiliati di Cosa Nostra che gestivano l’Autoparco Milanese di via Salamone a Milano. Vedi: [ricerca.repubblica.it]

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Un bel giro di puttane anche per D’Alema, ma la Boccassini li’ dormiva… DI AGOSTINO 

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L’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri finanzia le orge e la prostituzione gay. Chiudere subito l’UNAR. L’inchiesta delle IENE del 19 febbraio 2017. Un servizio tv delle Iene mostra che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni finanzierebbe un’associazione gay nei cui circoli si consumerebbero rapporti sessuali a pagamento. Il direttore dell’Unar, Francesco Spanò, si è dimesso dal suo incarico. Precedentemente Spano era stato convocato a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Maria Elena Boschi.   
iene-unar-660x330Il Il direttore generale dell’UNAR, Francesco Spano, ricevuto nel pomeriggio a Palazzo Chigi dalla Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico”, si legge nella nota di Palazzo Chigi. Sulla vicenda erano insorti alcuni politici tra cui la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che chiede la chiusura immediata dell’Ufficio, e Lucio Malan di Forza Italia, secondo il quale l’associazione da tempo agisce al di fuori della legge.

“Le dimissioni – si legge nel comunicato della (p)residenza del Consiglio– vogliono essere un segno di rispetto al ruolo e al lavoro che ha svolto e continua a svolgere l’Unar, istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, in recepimento alla direttiva comunitaria n. 2000/43 CE contro ogni forma di discriminazione”.
“La presidenza del Consiglio, per quanto non si ravvisino violazioni della procedura prevista e d’accordo con il dottor Spano, disporrà la sospensione in autotutela del Bando di assegnazione oggetto dell’inchiesta giornalistica, per effettuare le ulteriori opportune verifiche. I relativi fondi, comunque, non sono stati ancora erogati”, conclude la nota. ADNKRONOS

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Francesco Spano e Laura Boldrini in una foto di repertorio.

E già, sospesi 55.570 € dei 900.000 del bando. E gli altri? Leggiamo la cronaca.

Le escort, o prostitute, o puttane, che dir si voglia, hanno sempre frequentato i palazzi del Governo e del potere in generale ma, evidentemente, è scandaloso solo se a mignotte ci va Berlusconi, se ci vanno D’Alema e compagni, è tutto regolare, tutto lecito. Quando sono i “rossi” a concedersi i piaceri della carne a pagamento la zelante pm Ilda Boccassini evidentemente si distrae… Non possiamo tollerare questo continuo doppiopesismo di chi vive d’invidia e tenta di demonizzare e abbattere il nemico con ogni mezzo. Pubblichiamo qui di seguito un’interessantissima inchiesta de Il Giornale che dimostra come la prostituzione fosse diffusa a Palazzo Chigi e a Montecitorio anche quando il presidente del Consiglio era Massimo D’Alema e ciò non provocava la solerte reazione della magistratura.

Un giro di squillo esercitava pressioni su uomini vicini all’allora premier per ottenere favori e appalti pubblici. Persino con incontri hard alla Camera: “Offerti favori sessuali in cambio di forti benefici economici”.

Appalti, squillo e festini a Palazzo. Sì, proprio dentro la Camera dei deputati. Nell’ufficio di un «personaggio importante», per dirla con l’ispettore della Squadra mobile che s’era subito mosso dopo la soffiata di una prostituta, una sua fonte. Lo sbirro della Buoncostume aveva scoperto che ben due squillo entravano a Montecitorio senza lasciare documenti all’ingresso e che dopo esser stata accolta da un «segretario», una di loro successivamente veniva fatta accomodare in una stanza dove di lì a poco si sarebbe «congiunta carnalmente» con un personaggio, all’epoca, definito «importante». Se sia lo stesso che ha anche convinto i commessi a non registrare il passaggio della escort, non lo sapremo mai visto che l’inchiesta nata sul finire del 1999 è abortita pochi mesi dopo con la condanna a un anno (previo patteggiamento) della sola maîtresse che organizzava gli incontri coi politici.

E proprio dalle carte di quell’inchiesta dimenticata escono ora le intercettazioni e i verbali delle escort che tirano in ballo i fedelissimi dell’ex premier Massimo D’Alema. Più informative della Squadra mobile di Roma che ribadiscono come la maîtresse R.F. contattasse «noti personaggi del mondo politico e di enti pubblici» al fine «di ottenere appalti o erogazioni in denaro» organizza per loro «incontri a sfondo sessuale». A mo’ d’esempio l’ex capo della Mobile, Nicolò D’Angelo, allega una lunga serie di conversazioni nella sua nota alla procura. A cominciare da quella del 29 settembre nella quale Vincenzo Morichini, fedelissimo del leader Ds, ex ad di Ina-Assitalia, parla con la maîtresse di una festa a casa di Franco Mariani (già dirigente pci, presidente dell’ente porto di Bari, dalemiano di ferro)».

«IO HO FATTO LA BRAVA MA… GLI AMICI SONO STATI CATTIVI»

La donna dice di averlo saputo direttamente la sera prima «dal suo amico Roberto» (De Santis, eminenza grigia dell’ex premier, azionista delle sale bingo, l’imprenditore che vendette la barca Ikarus a Baffino, ndr) intervenuto a una cena a casa di Franco dove erano presenti la maîtresse e due squillo. «Io ho fatto la brava bambina – ride la donna al cellulare – mentre Franco e Roberto con le mie amiche hanno fatto i cattivi… ». Solo il giorno prima la maîtresse aveva cercato di portare a casa un affare pubblicitario in corso con l’Ina-Assitalia, affare osteggiato a suo dire da Checchino Proietti (parlamentare Pdl, all’epoca segretario di Gianfranco Fini). Così chiama direttamente Morichini in ufficio: «Senti, quella lista sarà pronta per giovedì». A quel punto Morichini – scrive la polizia – «le comunica che vorrebbe scopare. Lui le dice che le ha risolto i problemi con la Banca di Roma e con l’Alitalia. R.F. gli rappresenta che se gli risolve i problemi, lei si metterà a “tappetino” con lui». In realtà i problemi con Alitalia persistono. Così la maîtresse pensa di sbloccare la questione dell’appalto del calendario Alitalia ricorrendo agli amici che contano.

«MA QUESTI SONO PAZZI A DIRE NO A D’ALEMA»

È decisa a far valere le sue amicizie importanti, e lo confessa candidamente al telefono: «Ma questi so’ pazzi, ma che stiamo scherzando? L’Alitalia che dice di no a D’Alema! Ma non esiste, non è possibile… ». Più avanti aggiungerà, sempre al telefono, che adesso «lei andrà con Franco (Mariani) ed Enzo (Morichini) dal direttore generale il quale dovrà dirle di no davanti a loro». Passano quattro giorni e Mariani richiama la donna dicendole che sta andando lui a parlare da Zanichelli (pubbliche relazioni Alitalia). Alcune telefonate dopo, ecco l’ok di Mariani nel sunto della polizia. «Franco chiama R.F. e le comunica che ha parlato con Marco (Zanichelli, ndr) e lo stesso ha garantito che gli darà una mano per il convegno alla presidenza del Consiglio facendogli assegnare la sponsorizzazione richiesta, e che farà rifare nuovamente a R.F. la rivista dell’Alitalia». Le telefonate successive vertono su un festino a cui la maîtresse porterà due ragazze: «Porta anche la tua sorellina… », scherza Mariani. «Ok, ti devo dare il numero di una nuova massaggiatrice, così cambi un po’… », ribatte lei. Ma non c’è solo l’Ina-Assitalia nei desiderata della maîtresse. Per perorare le cause dell’amica, Morichini si spende direttamente col presidente dell’Acea. E intanto R.F. si dà un gran da fare per allietare i suoi amici. A Maria P., il 21 settembre, ricorda che in settimana deve «chiudere la storia con la Banca di Roma» altrimenti si trova «in grossa difficoltà».

«DEVO PORTARE COMPAGNIA? DUE, CHE SIAMO GIÀ TROPPE»

Chiacchierando con un’altra ragazza della sua scuderia, Eliana C., le ricorda di andare a casa di Franco per la festa. «Eliana – annota il poliziotto che ascolta in cuffia – le chiede in modo criptato: “Quante compagnie devo portare?”. R.F. risponde che bastano due, “perché sono già molte”… ». Laconico il commento del capo della Squadra mobile nella sua ennesima corrispondenza con la procura: «La donna che inequivocabilmente procura ragazze a molte persone organizzando incontri sessuali, utilizza però tale “chiave di accesso” per ottenere dai destinatari di queste “attenzioni” che sembrano essere tutti ai vertici di strutture pubbliche e private, favori e indebite pressioni al fine di ottenere benefici economici nella forma di ghiotti appalti o incarichi ben remunerati. Appare infatti chiaro che ci troviamo di fronte a un particolare sfruttamento della prostituzione, in cui il ruolo di R.F. è quello di una maîtresse molto particolare». Sesso in cambio di un aiutino per gli affari.

«ERAVAMO IN 6 A FARE SESSO CON AMICI IMPORTANTI… »

Tra festini e appalti, gli agenti della Settima sezione della Mobile tra settembre e ottobre 1999, sono costretti a convocare in questura una quindicina di ragazze protagoniste dei party a luci rosse organizzati dalla maîtresse per gli amici influenti. È Stefania C. a svelare il giro: «Mi venne detto che R.F. aveva bisogno di incontri a sfondo sessuale con suoi amici (…). Il primo incontro avvenne a piazza Colonna» dirimpetto Palazzo Chigi. «Ricordo che eravamo in sei, tre uomini e tre donne, e la serata proseguì negli uffici di via della Colonna Antonina dove avemmo separatamente incontri sessuali (…). Ricevetti da R.F. la somma di 600mila lire, e ricordo che organizzava tali incontri sessuali al fine di chiudere contratti di lavoro che erano in corso (…). Ricordo infine che durante gli incontri sessuali sia io che le altre partecipanti, eravamo sotto lo stretto controllo di R.F. la quale faceva attenzione che nessuna di noi stringesse rapporti con i suoi amici intervenuti, che lei diceva essere personaggi molto importanti». Il 20 ottobre anche Giovanna F., nel suo verbale, fa riferimento alle assidue frequentazioni politiche della maîtresse mirate a mettere le mani su vari appalti, specie in Alitalia: «La prima volta che siamo uscite insieme, R.F. mi chiese se fossi disposta a uscire con lei unitamente a suoi “importanti amici”. In quell’occasione mi rappresentò che dovevo avere dei rapporti sessuali con gli stessi, in cambio avrebbe provveduto lei a sdebitarsi con me facendomi una serie di regali, rappresentandomi che tali amicizie erano fondamentali per lei al fine di procurarsi una serie di appalti presso importanti società sia pubbliche che private (…). Gli incontri sessuali – continua Giovanna F. – sono stati quattro. A questi, a fasi alterne, hanno partecipato Franco Mariani insieme a un certo Roberto (De Santis, ndr) e in una occasione con tale Enzo Morichini, con il citato Roberto» o a casa di Mariani al Colosseo oppure direttamente nell’ufficio della maîtresse in via della Colonna Antonina.

«ANCHE LO STRIPTEASE PER IL PARTITO DI SINISTRA»

«In un appuntamento a sfondo sessuale organizzato da R.F. – prosegue Giovanna F. – oltre alla stessa ho partecipato io e una ragazza che conosco con il nome di Arianna. Questo incontro avvenne a casa di Mariani. Per tale prestazione come da accordi precedenti ho ricevuto in regalo da Rita un anello in metallo bianco e brillanti». Il 22 ottobre sfila negli uffici della polizia in via di San Vitale Patrizia C., altra ragazza gettonatissima dalla maîtresse: «Durante alcune serate conobbi molti amici di R.F. che lei mi diceva appartenessero al mondo politico (…). Ho avuto tre rapporti sessuali con l’uomo di nome Franco mentre R.F e le altre erano rimaste al piano di sotto dove era in corso uno striptease. Alcuni dei presenti si scambiavano effusioni amorose (…). Durante gli incontri cercavo di avere con i suoi amici un atteggiamento positivo e carino, anche perché a dire di R.F. loro appartenendo al partito della sinistra erano in grado di procurarmi facilmente il lavoro (…) e ricordo che R.F. diceva che le persone che incontravamo alle feste erano personaggi influenti che servivano per il suo lavoro». Eliana C. non è da meno: «R.F. in alcune occasioni mi ha invitato in alcune feste private (…) e l’ultima a cui sono andata l’ha organizzata un certo Franco in zona Colosseo». Concludendo: «Sono a conoscenza che R.F. ha contattato per farsi “aiutare” in questa situazione Franco Mariani, non so se lo stesso si sia attivato o meno, R.F. mi ha detto in passato che Franco è un personaggio politico».

TARIFFA FISSA: 800MILA E IN REGALO ANELLI

Sulle presunte protezioni politiche di cui avrebbe goduto R.F. per fronteggiare l’offensiva della polizia e della magistratura finite a curiosare tra gli appalti vinti in Alitalia, parla anche Anna Maria G. interrogata il 15 ottobre 1999 al secondo piano della questura: «A un certo punto R.F. ha concluso il suo sfogo dicendo che aveva importanti amicizie politiche e che non le potevano fare nulla perché lei era pulita». Come contropartita economica alle prestazioni effettuate dalle ragazze nei festini organizzati per gli uomini vicini all’ex premier Massimo D’Alema, R.F. «faceva regali (anelli, telefonini, giacche di pelle, somme di denaro per interventi di chirurgia estetica, ecc. ) oppure pagava di tasca sua».

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Fonte

961.-Come la CIA creò il narcotraffico in Afghanistan

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Muhamad Taraqi Nur.

L’ex presidente afghano Hamid Karzai aveva buone ragioni per cercare di chiudere le indagini degli Stati Uniti sulla corruzione nel suo governo. L’aristocrazia afghana ha sempre gestito il narcotraffico nazionale. Ma fu la CIA a crearlo.
(Tratto dal capitolo 8 di Big Oil & suoi banchieri)

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Nel 1933 il re Muhamad Zahir Shah salì al trono in Afghanistan, governandolo in maniera feudale finché fu deposto dal cugino Muhamad Daud nel 1973. Una manciata di famiglie, tra cui i Karzai e i Kalilzidad (Zalmay Kalilzidad è ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan) possedevano quasi tutti i terreni seminati, mentre la maggior parte degli afghani languiva tra la peggiore povertà del pianeta. Infine, ne ebbero abbastanza. Nell’aprile 1978 Daud fu ucciso nella rivoluzione guidata da Muhamad Taraqi Nur, che divenne presidente. Taraqi intraprese un programma di riforme agrarie ambiziose per aiutare i poveri mezzadri afgani tradizionalmente costretti a lavorare la terra di proprietà del re e dei suoi compari. Costruì scuole per le donne, a cui veniva vietata l’istruzione sotto la monarchia. Aprì le università afghane ai poveri e introdusse l’assistenza sanitaria gratuita. Quando i banditi controrivoluzionari cominciarono a bruciare le università e le scuole per le ragazze, molti afghani vi videro la mano della CIA. Nell’aprile 1979, ben sette mesi prima della tanto sbandierata “invasione” sovietica dell’Afghanistan, funzionari degli Stati Uniti incontrarono i corrotti signori della guerra afghani e i marci oligarchi per rovesciare Taraqi. Con l’intensificarsi dei sabotaggi, i rivoluzionari di Kabul invitarono il leader sovietico Leonid Brezhnev ad inviare truppe per cacciare i banditi. Brezhnev si rifiutò e la situazione peggiorò. I militanti pro-Taraqi, convinti del complotto per destabilizzarli della CIA, assassinarono a Kabul il capo della stazione CIA Spike Dubbs. Il 3 luglio 1979, il presidente Jimmy Carter firmò la prima direttiva della sicurezza nazionale che autorizza gli aiuti segreti ai signori della guerra afgani. Il consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski disse più tardi che convinse Carter che a suo “…parere questi aiuti avrebbero provocato l’intervento militare sovietico”. Brzezinski, che ha co-fondato la Commissione Trilaterale con David Rockefeller, volle trascinare i sovietici nell’invasione dell’Afghanistan.
Taraqi, assediato, nominò Afiizullah Amin ministro della riforma agraria. Amin lanciò una brutale campagna terroristica contro gli oppositori politici, mettendo l’opinione pubblica mondiale contro il governo di Taraqi, già celebrato. L’ex-direttore del KGB Jurij Andropov credeva che Amin fosse un agente provocatore della CIA infiltrato nel governo di Kabul con l’intento di screditarne l’agenda progressista. Taraqi comprese la stessa cosa e si recò a Mosca per consultarsi con i sovietici sulla strategia per sbarazzarsi di Amin. Quando tornò a Kabul, fu giustiziato. Amin prese il potere. Poche settimane dopo i signori della guerra appoggiati dalla CIA massacrarono decine di funzionari del governo afghano nella città occidentale di Herat. Questa combinazione di eventi costrinse Brezhnev ad intervenire. Nel dicembre 1979 i carri armati sovietici attraversarono la valle del Panshir, mentre agenti del KGB assaltarono il palazzo reale di Kabul, eliminando Amin e installandovi Babrak Karmal nuovo leader dell’Afghanistan. Brzezinski ebbe la giustificazione che cercava per armare apertamente i controrivoluzionari in Afghanistan. Anche se il decennale conflitto afghano uccise 2 milioni di persone, Brzezinski si vantò: “Questa (direttiva segreta di Carter) fu un’ottima idea. Ebbe l’effetto di attirare i russi nella trappola afgana”.

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Gli agenti della CIA fluirono da Peshawar, nella frontiera nord-occidentale del Pakistan. La città è ai piedi del Passo Khyber, la porta per l’Afghanistan. Decine di migliaia di rifugiati afghani invasero Peshawar per sfuggire alla guerra incombente. Con l’aiuto dell’Inter-Service Intelligence (ISI) del Pakistan, la CIA rastrellò i campi profughi in cerca di moderni assassini fondamentalisti islamici, preparandoli ad intensificare la guerriglia contro il governo socialista di Kabul e per respingere i sovietici dall’Afghanistan. L’azienda trovò ciò di cui aveva bisogno nell’Hizb-i Islami, una forza di combattenti islamici feudali assemblati e addestrati dai militari pakistani sotto la supervisione della CIA. Il loro capo era Gulbuddin Hekmatyar, un fanatico che nei primi anni ’70 ordinò ai suoi seguaci di gettare acido in faccia alle donne afghane che si rifiutavano di indossare il burqa. Nel 1996, le truppe di Hekmatyar presero Kabul con un colpo di Stato contro il governo di Rabbani, per poi consegnarla ai taliban. I documenti di Wikileaks recentemente rilasciati, dicono che Hekmatyar ora aiuta i taliban ad attaccare i soldati statunitensi. Nel 1972, l’Hizbi-i Islami assassinò centinaia di studenti di sinistra in Afghanistan per poi fuggire a Peshawar, mettendosi sotto la protezione del governo militare del Pakistan, alleato degli USA. Il gruppo era temuto e disprezzato da afghani e pakistani, che lo ritenevano un’organizzazione terroristica.
Gli Stati Uniti armarono tali terroristi con armi acquistate in Egitto, Cina e Cecoslovacchia. Il dittatore militare del Pakistan Zia ul-Haq permise alla CIA di aprire una stazione dell’intelligence vicino l’Unione Sovietica e di utilizzare le basi militari pakistane per i voli da ricognizione sull’Afghanistan. Le stesse basi furono usate per addestrare alla guerriglia le truppe di Hekmatyar, che il dipartimento di Stato di Reagan presto definì affettuosamente mujahidin. Il Pakistan del presidente Zia divenne il terzo maggior beneficiario degli aiuti militari statunitensi nel mondo, dopo solo Israele ed Egitto. Gran parte di tale aiuto erano armi per i mujahidin che compivano raid in Afghanistan, occupando abitati e piantando papaveri. Nel 1982-1983 i raccolti di oppio lungo il confine afgano-pakistano raddoppiarono e nel 1984 il Pakistan esportò il 70% dell’eroina mondiale. Durante questo periodo, la stazione CIA di Islamabad, capitale del Pakistan, divenne il più grande covo di spie del mondo. Non è un caso che l’eroina prodotta dalla Mezzaluna d’Oro superò quella del Triangolo d’Oro, proprio mentre la CIA lanciò la più grande operazione dai tempi del Vietnam. Mentre le truppe di Hekmatyar piantavano papaveri, un altro capo dei mujahidin, Sayad Ahmad Gaylani, fornì al consorzio dei lupi grigi turchi l’oppio. Gaylani era un ricco aristocratico afghano collegato all’ex-re Zahir Shah. Possedeva la concessionaria Peugeot di Kabul e il suo traffico di droga fu finanziato dai sauditi. Hekmatyar possedeva sei laboratori di eroina nel Baluchistan. Ma Hekmatyar e Gailani stavano semplicemente seguendo le orme di Vang Pao, Phoumi Nosavan e Khun Sa, i signori dell’eroina della CIA del Triangolo d’Oro.
Negli anni ’80 il Pakistan divenne il manifesto mondiale della corruzione politica. Il costante supporto della giunta d’Islamabad ai mujahidin di Reagan era alla radice della corruzione. Un alto funzionario degli Stati Uniti dichiarò che, “i comandanti di Hekmatyar, vicino all’ISI, controllano i laboratori di eroina nel Pakistan meridionale e l’ISI collabora al narcotraffico”. Nel settembre 1985 il Pakistan Herald riferì che i camion della cellula logistica nazionale dell’esercito del Pakistan trasportavano armi dal porto di Karachi a Peshawar per conto della CIA, e che gli stessi camion tornavano a Karachi sigillati dall’esercito pakistano e carichi d’eroina. La pratica, secondo l’Herald, avveniva dal 1981, proprio quando le forze di Hekmatyar cominciarono a piantare papaveri. Due alti ufficiali pakistani furono catturati con 220 chili di eroina, ma non furono mai perseguiti. L’eroina della Mezzaluna d’Oro prese il 60% del mercato statunitense e mattoni di hashish apparvero nelle città degli Stati Uniti timbrati con il logo dei 2 fucili d’assalto AK-47 incrociati e circondati dalle parole “affumica i sovietici”. Nel 1982-1992, il periodo dell’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, la dipendenza da eroina negli Stati Uniti aumentò del 50%. Nello stesso tempo Nancy Reagan diceva a tutti “Devi dire solo di no”.
Per il bene degli oligarchi e dei loro mazzieri della CIA, Karzai è meglio che tenga il trita-documenti acceso. Ci sono un sacco di scheletri nell’armadio afgano.

Ronald Reagan, Burhaneddin Rabbani

Fonte: Aurora