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1517.- Unione Europea ed Asia Centrale, nuove possibilità di cooperazione

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E’ tempo d’investimenti e non di guerre. La Conferenza internazionale “Central Asia: Shared Past and Common Future, Cooperation for Sustainable Development and Mutual Prosperity” che si è svolta a Samarcanda, in Uzbekistan, il 10 novembre ha costituito un evento molto importante perché la situazione geopolitica in Asia centrale, per quanto ci possa apparire lontana, costituisce tuttavia un elemento di grande attenzione per l’intera comunità internazionale. Le pressioni esercitate sulla regione dalla Cina e dalla Russia, la presenza di un soggetto importante come il Kazakistan, il persistere della conflittualità nel vicino Afghanistan il possibile futuro ruolo di un’altra grande potenza emergente come l’India: sono tutti elementi di grande criticità per la sicurezza e la stabilità di questo importante quadrante”.

Così, il peso della Cina e dell’India risveglia l’Asia centrale. Dal 30 ottobre si va dalla Turchia, per la Georgia, all’Azerbaigian, con la nuova ferrovia Baku-Alyat-Tbilisi-Kars di 826km. E’ una nuova via della Seta su ferrovia, tra la Cina e l’Europa, che affianca il Corridoio meridionale del gas e l’oleodotto dal Caucaso all’Europa, aggirando Russia e Armenia. Fin d’ora, si prevede di raggiungere i tre milioni di passeggeri entro tre anni. La Pechino – Berlino è sempre più vicina.

Lo scorso anno, ad aprile, il primo treno carico di container partito da Wuhan, in Cina, ha raggiunto la sua destinazione, Lione, in quindici giorni: metà del tempo via mare, ma la compagnia «Wuhan Asia Europe Logistics » conta di dimezzarlo.  11.300 chilometri di viaggio percorsi attraverso Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, con uno scalo per scaricare alcuni container a Duisburg. Sono stati superati non pochi problemi tecnici. In Russia, per esempio, i binari hanno lo scartamento più largo, servono soste obbligate e cambi in corsa. Il governo russo e quello cinese hanno realizzato un accordo per costruire l’alta velocità: un’opera da sei miliardi di dollari. L’Italia per adesso è tagliata fuori, ma non lo sarà in futuro, fra 13-14 anni, con l’inaugurazione del tunnel del Gottardo, e poi con la Torino-Lione.

 

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L’arrivo alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione del treno della «Wuhan Asia Europe Logistics » alla presenza delle autorità europee, il 21 aprile 2016.

 

Non si può fare a meno di rimarcare l’inopportunità della vendita dell’ANSALDO BREDA del gruppo Leonardo-Finmeccanica (prima Finmeccanica) al gruppo  giapponese HITACHI, nel 2015. La società era stata fondata da Camillo Benson Conte di Cavour e assunse il nome di Hitachi Rail Italy. A supporto di questo cambiamento si cita che la nuova Hitachi Rail Italy chiuse il bilancio 2015 con un attivo di 2,1 milioni, il primo dopo 15 anni in rosso; ma il risultato dipese in gran parte dalla commessa affidatale da Trenitalia per la produzione di trecento treni doppio piano per il trasporto regionale, in parte dal modello “total quality” della casa madre giapponese. Sicurezza, qualità, certezza dei tempi di consegna e costi. Forse che non eravamo in grado di adottare un simile modello?

 

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Questa carta di Limes evidenzia tutti i collegamenti infrastrutturali, presenti e in progetto, fra Cina, Russia e Germania (in arancione). I paesi coivolti nei progetti di connessioni (e che dal Triangolo traggono benefici) sono rappresentati in verde chiaro. In futuro però in soli 2 giorni si potrebbe arrivare da Pechino a Berlino (8160 chilometri), se verrà realizzata la “ferrovia veloce” (linea blu), per la quale l’ex ANSANDO BREDA ha buone carte da giocare. Osserva Limes: “È perfettamente possibile che il fidanzamento d’interesse fra Cina, Russia e Germania non produca un nuovo ordine eurasiatico.Le forze liberate dai sismi in corso tra Grande Medio Oriente ed Estremo Oriente potrebbero rivelarsi incoercibili in qualsiasi parallelogramma. Ne scaturirebbe il caos. L’Eurasia ingovernata e ingovernabile. Rispetto all’egemonia cinese in un triangolo scaleno con Mosca e Berlino, al quale finirebbero per avvicinarsi Tōkyō, Seoul, Delhi e Teheran, il disordine può apparire un obiettivo invidiabile ad alcuni strateghi americani. Per i quali, restando fuori delle mischie eurasiatiche e anzi incentivandole, gli Stati Uniti sarebbero presto richiamati dai contendenti ad arbitrare un compromesso. Alle proprie condizioni. Gioco col fuoco, nel continente dove si concentrano otto delle nove potenze atomiche”.

 

Il tredicesimo incontro annuale tra Unione Europea ed Asia Centrale, tenutosi lo scorso 10 novembre a Samarcanda, è stata l’occasione per fare il punto della situazione su quanto sta avvenendo nella regione dal punto di vista dei rapporti internazionali. Al meeting ha partecipato anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha evidenziato come in Asia Centrale siano in corso importanti mutamenti, soprattutto grazie alle novità nella politica estera uzbeka introdotte dal nuovo presidente Chavkat Mirzoiev.

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l’Alto rappresentante/Vicepresidente Mogherini ha dichiarato: “L’Asia Centrale riveste un’importanza strategica per l’Unione europea. L’UE e i paesi della regione sono partner forti in ambiti che vanno dalla sicurezza alla lotta alla radicalizzazione e all’estremismo, dal commercio al sostegno della società civile. Questa riunione annuale ci permette di fare il punto di quanto che è stato raggiunto nell’ultimo anno e di riflettere su una nuova agenda per promuovere la crescita, la sicurezza e la stabilità nelle nostre regioni a beneficio dei nostri cittadini”.

L’importante funzionario ha ricordato come Unione Europea ed Asia Centrale stiano rivedendo i vecchi accordi e stipulandone di nuovi. A titolo di esempio risale all’anno scorso la firma tra UE e Kazakistan dell’Accordo di Partenariato e di Cooperazione Rafforzato (APCR) che prende il posto del vecchio accordo risalente ormai al 1999, ossia ad un momento storico in cui la situazione e le aspettative generali erano alquanto diverse e l’Unione Europea, spinta anche da forti motivazioni ideologiche, stipulava trattati commerciali come l’INOGATE o il TRACECA.

Oggi l’Asia Centrale sembra essere sulla via di una maggiore coesione, almeno questa la speranza dei ministri degli esteri delle cinque repubbliche centroasiatiche firmatari, sempre nell’occasione del meeting di Samarcanda, di un accordo per realizzare un programma di mutua cooperazione per il biennio 2018-19. L’attività di Mirzoiev in tal senso è decisa, tanto che il presidente uzbeko ha proposto l’organizzazione di una serie di incontri periodici tra i capi di Stato della regione, senza che questo diventi la creazione dell’ennesima organizzazione internazionale in l’Asia Centrale.

L’Uzbekistan non solo ha risolto diverse controversie con il Kirghizistan ma ha anche firmato importanti accordi di partnership con il Turkmenistan, tra cui la costruzione di un ponte ed una ferrovia per la creazione di un corridoio commerciale Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman. A livello energetico Tashkent ha riallacciato i rapporti con il Tagikistan dopo anni di crisi. Ma, forse la cosa più rilevante, l’Uzbekistan ha firmato importanti accordi economici e commerciali con il Kazakistan, suo grande rivale storico per il ruolo di leader regionale in Asia Centrale.

La spinta verso la cooperazione è dovuta anche ad una difficile situazione economica di diversi tra gli attori coinvolti, retaggio anche dell’organizzazione economica sovietica che rendeva difficili i rapporti tra le cinque repubbliche, come dimostrato dal Turkmenistan. Il paese si trova infatti alle prese con una crisi economica latente, isolato commercialmente ed alla ricerca di partner. Non è forse un caso che proprio recentemente Ashgabat abbia sottoscritto numerose convenzioni internazionali e stia decidendo di privatizzare diverse proprietà statali per attrarre capitali.

Segnale in tal senso è venuto dalla Francia che, tramite una lettera del presidente Macron, ha dichiarato di voler intensificare con il Turkmenistan la cooperazione in tutti i campi. Il caso più clamoroso di ricerca di appoggi internazionali, tuttavia, è stato quello kirghiso quando a febbraio l’ormai ex presidente Atambaiev, nel corso di un viaggio diplomatico in Belgio e Germania, ha prospettato durante un’intervista la possibilità che il Kirghizistan potesse aderire all’Unione Europea, questo dopo avere elogiato i vantaggi economici dell’aderire a quella eurasiatica.

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Tornando alle parole della Mogherini, un grosso ostacolo rischia di essere ancora il tema dei diritti umani nella regione. L’Alto rappresentate ha infatti ribadito come l’Unione Europea sia attenta alla questione, senza però specificare quanto questa sia oggi pregiudiziale nei rapporti con le repubbliche centroasiatiche. Pochi giorni prima dell’incontro di Samarcanda e pochi dopo il varo di una collaborazione con l’ONU sul tema, in Turkmenistan è stata attaccata la casa della madre di un’attivista di Human Right Watch, ma il problema sembra essere trasversale in tutta la regione.

In conclusione possiamo dire che il nuovo corso uzbeko sta sicuramente dando dinamismo alla politica internazionale centroasiatica, rendendo possibile la nascita di una regione più forte ed autorevole, tuttavia i rapporti con l’Unione Europea rischiano di restare incagliati nelle questioni di sempre, senza particolari sviluppi in una sorta di stagnazione post-post-sovietica.

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813.-Il “Progetto Eurasia” contro il TTIP

Alla ventesima edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’Italia, ospite d’onore dell’evento, è stata beneficiaria di numerosi vantaggiosi accordi bilaterali. Sotto l’aspetto politico, sebbene le sanzioni contro Mosca siano state rinnovate automaticamente di altri sei mesi, in Europa è ben chiara la percezione che il danno sia stato autoinflitto, visti i margini di fiducia dettati dall’economia russa – che probabilmente attendeva una buona occasione per intraprendere la direzione dello sviluppo interno. Il Capo dell’Amministrazione presidenziale, Sergej Ivanov, ha infatti dichiarato a Sputnik che l’effetto delle sanzioni è stato benefico per l’economia del Paese, e che più a lungo resteranno attive più opportunità di crescita interna si potranno avere.

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Nel lungo dibattito che si tenne fra il presidente Vladimir Putin, il capo di Stato kazako Nursultan Nazarbaev e il premier Matteo Renzi, si parlò del rilancio della cooperazione economica sulla base istituzionale della EEU, l’Unione Economica Eurasiatica. Ad oggi tale accordo comprende soltanto cinque Paesi ex-URSS e, con la crisi economica seguita alle tensioni in Ucraina il progetto si era inesorabilmente arenato per curare gli interessi in altri scenari. Con la situazione mediorientale in via di definizione e un’Ucraina in stallo politico, il presidente russo porta avanti un discorso che potrebbe andare ben oltre la coltivazione di buoni rapporti economici tra Paesi, ma verso una vera e propria cooperazione che possa andare molto oltre la riduzione delle barriere tariffarie al commercio, abbracciando anche la via della rivoluzione tecnologica, e l’integrazione regolamentata dei mercati energetico e finanziario. L’agenzia TASS riportò le dichiarazioni di Putin, il quale vorrebbe includere l’Unione Europea nel dialogo eurasiatico, cui si affiancherebbero Paesi come l’India, il Pakistan, la Cina, l’Iran e i membri della Comunità degli Stati Indipendenti, già compresi nella cornice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO).

Il presidente kazako, Nursultan Nazarbaev ha avanzato la proposta della creazione di un forum di dialogo tra UE e EEU, nel quale esperti, businessmen e accademici possano disegnare un percorso di integrazione tra le due istituzioni.

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Il dittatore kazako Nazarbayev “caro amico” di Berlusconi

 Ad oggi, infatti, secondo Putin vi sarebbero circa 40 stati desiderosi di instaurare delle vantaggiose relazioni economiche con l’Unione Eurasiatica. Anche fra Russia e Cina sono state avviate le negoziazioni di un accordo di libero scambio onnicomprensivo sulla partnership economica e commerciale, approfondite nel Forum economico dell’estremo Oriente che si è tenuto a settembre a Vladivostok.

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Il Primo Ministro Shinzo Abe e il Presidente Vladimir Putin.

I legami strategici in Estremo Oriente hanno una base economica che si consolida sempre di più, anche se può apparire prematuro dire che “il Yuan cinese seppellirà il dollaro”. Da questo punto di vista, tra l’altro, proprio nell’ambito del Forum economico orientale a Vladivostok, che ha anticipato di poche ore il G20 a Hangzhou, la Cina ha mostrato interesse alla partecipazione alla progettata (si parla del 2050) linea ferroviaria, di concezione futuristica, che dovrà unire la regione russa della Čukotka, nell’estremo nordest della Siberia, agli Stati Uniti attraverso Kamčatka, stretto di Bering e Alaska.

Si assiste, insomma, a un continuo e nemmeno tanto lento accumularsi di tasselli che indicano come l’asse economico e geopolitico mondiale si stia progressivamente spostando verso la regione estremorientale, con gli Stati Uniti all’affannosa rincorsa di posizioni, puntellata da una politica che un secolo fa si sarebbe detta delle cannoniere e che oggi si traduce nel dispiegamento di armi strategiche nucleari nelle aree che Washington può ancora considerare “alleate”. Non fa alcuna meraviglia che il Giappone, sull’onda dell’avvicinamento con Mosca (nonostante la questione tuttora aperta delle Kurili meridionali (Iturup, Šikotan, Kunašir e l’arcipelago Khabomai), crei un Ministero apposito per i rapporti economici con la Russia. Il nuovo dicastero dovrebbe essere diretto dall’attuale Ministro dell’economia, commercio e industria Hiroshige Sekō e già questo testimonia dell’importanza che Tokyo attribuisce ai legami con Mosca.

Già durante l’incontro dello scorso maggio a Soči, Vladimir Putin e il primo ministro giapponese Shinzō Abe si erano accordati per la realizzazione di progetti economici su larga scala, in particolare nella regione dell’Estremo Oriente: porti, infrastrutture per il gas, industrie dei settori energetico, nucleare e ad alta tecnologia. Ovviamente, nota il sito Katehon, Tokyo ha le proprie ragioni geo-economiche per cercare di portare dalla propria parte Mosca, nel tentativo di scalzare la preminenza cinese nella regione e di deviare parte della potenziale collaborazione militare russa da Pechino verso Tokyo; e Mosca, da parte sua, stringendo rapporti reciprocamente vantaggiosi con il Giappone, è interessata a non dipendere completamente dalla Cina nella regione del Pacifico e, contemporaneamente, sostenere un Giappone più indipendente dagli Stati Uniti che non al momento attuale, quando Tokyo è parte integrante della cintura “Anaconda” di accerchiamento della Russia. Scrive il network Katehon, di fronte a Russia e Giappone c’è l’obiettivo di un necessario avvicinamento. Il prossimo incontro Putin-Abe in Giappone, fissato per dicembre, dovrebbe portare qualche progresso anche nell’accordo di pace tra i due paesi, in sospeso a settant’anni dalla fine della guerra. Putin ha fatto capire che le dispute territoriali tra Mosca e Tokyo potrebbero smussarsi in coincidenza con un diverso approccio giapponese, non di contrapposizione, ma di indipendenza (dagli USA) e di amicizia (con la Russia), così come è avvenuto per parti di territorio prima controllate da Urss e Russia e poi cedute alla Cina, in virtù dei nuovi rapporti russo-cinesi. “Il problema reale, per la Russia, nella soluzione della disputa territoriale con il Giappone” scrive ancora Katehon, “risiede nella cooperazione strategica del paese con gli Stati Uniti (de facto occupazione). In queste condizioni, il trasferimento delle isole Kurili meridionali (Iturup, Šikotan, Kunašir e l’arcipelago Khabomai) al Giappone, significherebbe un trasferimento de facto agli Stati Uniti, principale rivale geopolitico della Russia”. La politica attesa da Trump va in questa direzione.

Putin ha fatto riferimento alla Dichiarazione di Mosca del 1956, sottoscritta da Urss e Giappone, con cui l’Unione Sovietica accettava di consegnare Khabomai e Šikotan a Tokyo dopo la conclusione del trattato di pace. Tuttavia, il trattato fu silurato dagli Stati Uniti, che minacciarono di non restituire al Giappone l’isola di Okinawa e interrompere i finanziamenti al paese devastato dalla guerra; così Tokyo rifiutò di firmare il trattato di pace. Nel 1960, dopo l’accordo su cooperazione e sicurezza tra USA e Giappone, l’Unione Sovietica rifiutò di esaminare la questione delle cessioni territoriali a Tokyo, che avrebbero comportato l’allargamento del territorio utilizzato dal principale nemico geopolitico della Russia sovietica, cioè gli USA. Attualmente il Giappone rivendica le quattro isole meridionali che il governo di Tokyo chiama “i territori settentrionali”. Anche se qualche progresso diplomatico si è verificato con la presidenza di Vladimir Vladimirovič Putin, difficilmente si potrà restituire al Giappone le quattro isole meridionali dell’arcipelago, in quanto sedi delle basi navali, aeree e dei sottomarini nucleari russi. Per lo sviluppo delle regioni dell’Estremo Oriente, è fondamentale non tanto che i giapponesi simpatizzino o meno con la Russia, quanto che si sbarazzino della tutela statunitense.

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Le isole Curili costituiscono un arcipelago di 60 isole che si trova tra l’estremità nordorientale dell’isola giapponese di Hokkaidō e la penisola russa della Kamčatka. 
Tornando, al “Grande Progetto Eurasia”, è aperto anche all’Europa, e non avrà una valenza esclusivamente commerciale, prevedendo una cooperazione concertata per lo sviluppo delle tecnologie, l’armonizzazione delle politiche collettive in materia finanziaria, doganale e fitosanitaria. Il progetto di Putin, dunque, si orienta verso la polarizzazione del discorso eurasiatico, inserito in un contesto decisamente multipolare, cercando di scardinare il sistema di accordi che gli Stati Uniti d’America stanno intavolando sul fronte del Pacifico, con il TPP (già approvato) e su quello europeo, il famigerato TTIP, sul quale la moltitudine dei cittadini europei sta prendendo coscienza.

La valenza geostrategica dei due trattati TPP e TTIP rischia di condurre Russia e Cina, rispettivamente superpotenza militare ed economica, in un isolamento politico e commerciale che andrebbe a destabilizzare gli attuali equilibri geopolitici, più di quanto già non siano compromessi. È lecito, dunque, dare credito alle mosse di Putin, ma la domanda è se ha abbastanza forza contrattuale per far pesare in maniera adeguata la concretezza della sua strategia.