813.-Il “Progetto Eurasia” contro il TTIP

Alla ventesima edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’Italia, ospite d’onore dell’evento, è stata beneficiaria di numerosi vantaggiosi accordi bilaterali. Sotto l’aspetto politico, sebbene le sanzioni contro Mosca siano state rinnovate automaticamente di altri sei mesi, in Europa è ben chiara la percezione che il danno sia stato autoinflitto, visti i margini di fiducia dettati dall’economia russa – che probabilmente attendeva una buona occasione per intraprendere la direzione dello sviluppo interno. Il Capo dell’Amministrazione presidenziale, Sergej Ivanov, ha infatti dichiarato a Sputnik che l’effetto delle sanzioni è stato benefico per l’economia del Paese, e che più a lungo resteranno attive più opportunità di crescita interna si potranno avere.

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Nel lungo dibattito che si tenne fra il presidente Vladimir Putin, il capo di Stato kazako Nursultan Nazarbaev e il premier Matteo Renzi, si parlò del rilancio della cooperazione economica sulla base istituzionale della EEU, l’Unione Economica Eurasiatica. Ad oggi tale accordo comprende soltanto cinque Paesi ex-URSS e, con la crisi economica seguita alle tensioni in Ucraina il progetto si era inesorabilmente arenato per curare gli interessi in altri scenari. Con la situazione mediorientale in via di definizione e un’Ucraina in stallo politico, il presidente russo porta avanti un discorso che potrebbe andare ben oltre la coltivazione di buoni rapporti economici tra Paesi, ma verso una vera e propria cooperazione che possa andare molto oltre la riduzione delle barriere tariffarie al commercio, abbracciando anche la via della rivoluzione tecnologica, e l’integrazione regolamentata dei mercati energetico e finanziario. L’agenzia TASS riportò le dichiarazioni di Putin, il quale vorrebbe includere l’Unione Europea nel dialogo eurasiatico, cui si affiancherebbero Paesi come l’India, il Pakistan, la Cina, l’Iran e i membri della Comunità degli Stati Indipendenti, già compresi nella cornice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO).

Il presidente kazako, Nursultan Nazarbaev ha avanzato la proposta della creazione di un forum di dialogo tra UE e EEU, nel quale esperti, businessmen e accademici possano disegnare un percorso di integrazione tra le due istituzioni.

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Il dittatore kazako Nazarbayev “caro amico” di Berlusconi

 Ad oggi, infatti, secondo Putin vi sarebbero circa 40 stati desiderosi di instaurare delle vantaggiose relazioni economiche con l’Unione Eurasiatica. Anche fra Russia e Cina sono state avviate le negoziazioni di un accordo di libero scambio onnicomprensivo sulla partnership economica e commerciale, approfondite nel Forum economico dell’estremo Oriente che si è tenuto a settembre a Vladivostok.

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Il Primo Ministro Shinzo Abe e il Presidente Vladimir Putin.

I legami strategici in Estremo Oriente hanno una base economica che si consolida sempre di più, anche se può apparire prematuro dire che “il Yuan cinese seppellirà il dollaro”. Da questo punto di vista, tra l’altro, proprio nell’ambito del Forum economico orientale a Vladivostok, che ha anticipato di poche ore il G20 a Hangzhou, la Cina ha mostrato interesse alla partecipazione alla progettata (si parla del 2050) linea ferroviaria, di concezione futuristica, che dovrà unire la regione russa della Čukotka, nell’estremo nordest della Siberia, agli Stati Uniti attraverso Kamčatka, stretto di Bering e Alaska.

Si assiste, insomma, a un continuo e nemmeno tanto lento accumularsi di tasselli che indicano come l’asse economico e geopolitico mondiale si stia progressivamente spostando verso la regione estremorientale, con gli Stati Uniti all’affannosa rincorsa di posizioni, puntellata da una politica che un secolo fa si sarebbe detta delle cannoniere e che oggi si traduce nel dispiegamento di armi strategiche nucleari nelle aree che Washington può ancora considerare “alleate”. Non fa alcuna meraviglia che il Giappone, sull’onda dell’avvicinamento con Mosca (nonostante la questione tuttora aperta delle Kurili meridionali (Iturup, Šikotan, Kunašir e l’arcipelago Khabomai), crei un Ministero apposito per i rapporti economici con la Russia. Il nuovo dicastero dovrebbe essere diretto dall’attuale Ministro dell’economia, commercio e industria Hiroshige Sekō e già questo testimonia dell’importanza che Tokyo attribuisce ai legami con Mosca.

Già durante l’incontro dello scorso maggio a Soči, Vladimir Putin e il primo ministro giapponese Shinzō Abe si erano accordati per la realizzazione di progetti economici su larga scala, in particolare nella regione dell’Estremo Oriente: porti, infrastrutture per il gas, industrie dei settori energetico, nucleare e ad alta tecnologia. Ovviamente, nota il sito Katehon, Tokyo ha le proprie ragioni geo-economiche per cercare di portare dalla propria parte Mosca, nel tentativo di scalzare la preminenza cinese nella regione e di deviare parte della potenziale collaborazione militare russa da Pechino verso Tokyo; e Mosca, da parte sua, stringendo rapporti reciprocamente vantaggiosi con il Giappone, è interessata a non dipendere completamente dalla Cina nella regione del Pacifico e, contemporaneamente, sostenere un Giappone più indipendente dagli Stati Uniti che non al momento attuale, quando Tokyo è parte integrante della cintura “Anaconda” di accerchiamento della Russia. Scrive il network Katehon, di fronte a Russia e Giappone c’è l’obiettivo di un necessario avvicinamento. Il prossimo incontro Putin-Abe in Giappone, fissato per dicembre, dovrebbe portare qualche progresso anche nell’accordo di pace tra i due paesi, in sospeso a settant’anni dalla fine della guerra. Putin ha fatto capire che le dispute territoriali tra Mosca e Tokyo potrebbero smussarsi in coincidenza con un diverso approccio giapponese, non di contrapposizione, ma di indipendenza (dagli USA) e di amicizia (con la Russia), così come è avvenuto per parti di territorio prima controllate da Urss e Russia e poi cedute alla Cina, in virtù dei nuovi rapporti russo-cinesi. “Il problema reale, per la Russia, nella soluzione della disputa territoriale con il Giappone” scrive ancora Katehon, “risiede nella cooperazione strategica del paese con gli Stati Uniti (de facto occupazione). In queste condizioni, il trasferimento delle isole Kurili meridionali (Iturup, Šikotan, Kunašir e l’arcipelago Khabomai) al Giappone, significherebbe un trasferimento de facto agli Stati Uniti, principale rivale geopolitico della Russia”. La politica attesa da Trump va in questa direzione.

Putin ha fatto riferimento alla Dichiarazione di Mosca del 1956, sottoscritta da Urss e Giappone, con cui l’Unione Sovietica accettava di consegnare Khabomai e Šikotan a Tokyo dopo la conclusione del trattato di pace. Tuttavia, il trattato fu silurato dagli Stati Uniti, che minacciarono di non restituire al Giappone l’isola di Okinawa e interrompere i finanziamenti al paese devastato dalla guerra; così Tokyo rifiutò di firmare il trattato di pace. Nel 1960, dopo l’accordo su cooperazione e sicurezza tra USA e Giappone, l’Unione Sovietica rifiutò di esaminare la questione delle cessioni territoriali a Tokyo, che avrebbero comportato l’allargamento del territorio utilizzato dal principale nemico geopolitico della Russia sovietica, cioè gli USA. Attualmente il Giappone rivendica le quattro isole meridionali che il governo di Tokyo chiama “i territori settentrionali”. Anche se qualche progresso diplomatico si è verificato con la presidenza di Vladimir Vladimirovič Putin, difficilmente si potrà restituire al Giappone le quattro isole meridionali dell’arcipelago, in quanto sedi delle basi navali, aeree e dei sottomarini nucleari russi. Per lo sviluppo delle regioni dell’Estremo Oriente, è fondamentale non tanto che i giapponesi simpatizzino o meno con la Russia, quanto che si sbarazzino della tutela statunitense.

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Le isole Curili costituiscono un arcipelago di 60 isole che si trova tra l’estremità nordorientale dell’isola giapponese di Hokkaidō e la penisola russa della Kamčatka. 
Tornando, al “Grande Progetto Eurasia”, è aperto anche all’Europa, e non avrà una valenza esclusivamente commerciale, prevedendo una cooperazione concertata per lo sviluppo delle tecnologie, l’armonizzazione delle politiche collettive in materia finanziaria, doganale e fitosanitaria. Il progetto di Putin, dunque, si orienta verso la polarizzazione del discorso eurasiatico, inserito in un contesto decisamente multipolare, cercando di scardinare il sistema di accordi che gli Stati Uniti d’America stanno intavolando sul fronte del Pacifico, con il TPP (già approvato) e su quello europeo, il famigerato TTIP, sul quale la moltitudine dei cittadini europei sta prendendo coscienza.

La valenza geostrategica dei due trattati TPP e TTIP rischia di condurre Russia e Cina, rispettivamente superpotenza militare ed economica, in un isolamento politico e commerciale che andrebbe a destabilizzare gli attuali equilibri geopolitici, più di quanto già non siano compromessi. È lecito, dunque, dare credito alle mosse di Putin, ma la domanda è se ha abbastanza forza contrattuale per far pesare in maniera adeguata la concretezza della sua strategia.

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2 pensieri su “813.-Il “Progetto Eurasia” contro il TTIP

  1. Salabayeva e Alua, moglie e figlia dell’oppositore kazako Mukhtar Ablyazov, catturate nel raid organizzato dal ministro degli Interni e segretario del Pdl Alfano, nel 2013, con ben cinquanta uomini armati della Digos, furono, poi, espulse dall’Italia perché accusate di avere passaporti falsi e finirono nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev. L’accusa fu, poi, smentita dal tribunale di Roma, secondo cui l’espulsione non andava autorizzata perché i documenti erano in regola.

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  2. La nuova guerra fredda, imposta da Obama agli Stati Uniti, mirava a una Russia fragile, umiliata, impoverita, da sfruttare unicamente come rivenditore all’ingrosso di materie prime a basso costo, come piacerebbe al complesso militare-industriale americano, fino, poi,al colpo di grazia: lo smembramento territoriale di quel Paese così vasto e così ricco di petrolio, gas, derrate alimentari e risorse idriche.
    La Russia avrebbe dovuto fare la stessa fine della Jugoslavia: trascinata in una guerra civile alimentata da vecchi contrasti etnici e nazionalistici fomentati dall’esterno, bombardata e poi occupata dalla NATO, infine balcanizzata. Lo stesso copione adottato per l’IRAQ, la Libia e la Siria. L’elezione di Trump rappresenta la protesta degli americani o la consapevolezza della sconfitta dei piani USA?

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