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1221.- LA PROPOSTA IN DISCUSSIONE NON È IL “MODELLO TEDESCO”

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Manca il voto disgiunto, cioè personale e diretto, come vuole la Costituzione.

“Cominciamo a dare un altro nome all’ultima fatica della Camera in materia elettorale: non si tratta del modello ‘tedesco’”. Così Felice Besostri, coordinatore degli avvocati antitalicum-Cdc. “L’unico punto in comune -prosegue poi- è che il riparto complessivo dei seggi tra le liste dipende dal voto per quelle circoscrizionali per la Camera e che ci sono 303 collegi uninominali, cioè la metà dei seggi in palio sul territorio nazionale, esclusi quelli della circoscrizione estero e delle regioni autonome Val d’Aosta e Trentino Alto Adige”.

Manca il voto disgiunto e, quindi, la libertà dell’elettore di esprimere un voto che, come richiede la Costituzione, “sia personale (articolo 48 Cost.) e diretto (artt. 56 e 58 Cost.) -commenta- Ci sono altresì problemi di rispetto dell’articolo 51 Cost. (diritto di candidarsi in condizioni di eguaglianza) a seconda del fatto di essere candidati in un collegio uninominale o nella lista bloccata circoscrizionale/regionale”.

Un’altra perplessità “di disparità di trattamento – e, perciò, di violazione del combinato disposto degli articoli 3, 48 e 49 Cost. – è la previsione di un esagerato numero di sottoscrizioni per le liste di candidati e la contestuale esenzione delle forze politiche già presenti in Parlamento.

Sono diverse le incostituzionali presenti.

Un esempio per tutti. “Per candidarsi in Umbria (con poco meno di un milione di abitanti) servono 10mila firme di sottoscrizione, quando nella Renania settentrionale-Vestfalia (un Land con quasi 20 milioni di abitanti) ne bastano 1000 per le liste non presentate da partiti politici registrati (che sono esentati)”.

L’ultima notazione riguarda, invece, la tecnica legislativa. “Con questi emendamenti super-canguri, è di fatto cancellato l’articolo 72 della Costituzione e, quindi, il ruolo del Parlamento. Nel caso specifico, il Pd Fiano abolisce il ruolo del Senato persino nel delineare la propria legge elettorale”.

Ci sono tuttavia margini per eliminare queste incostituzionalità. “Si confida -commenta infine Besostri- nelle forze politiche tutte, che hanno difeso la Costituzione e combattuto contro l’incostituzionalità dell’Italicum”

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1165.- La formazione del Governo. Articolo 92 Costituzione

Si parla spesso di Presidente del Consiglio “non eletto”, senza specificare cosa voglia significare. Ci si limita ad affermare che nel nostro Paese non esiste la figura del Presidente del Consiglio eletto direttamente, richiamando, al più, le leggi elettorali maggioritarie che hanno portato ad accenni falliti di “premierato”. Da parte del sistema e, cosi’ pure, in parte della dottrina, si sostiene che, finché c’è una maggioranza in Parlamento, un Governo può restare in carica e si minimizza sul risultato del referendum, che ha portato alle dimissioni di Renzi, dimenticando che la sovranità appartiene al popolo e non emana dal popolo, che non la trasferisce ai, comunque, eletti. Giudico, perciò, contraddittoria l’affermazione con cui si tenta di sostenere quella tesi, “D’altra parte la maggioranza è espressione del voto elettorale”. Ed e’ su questo equivoco, creato dalla sentenza (che oserei giudicare parzialmente equivoca) della Corte Costituzionale n°. 1/2014 sulla legge elettorale, che si regge la legittimita’ dei governi che sono seguiti. Vale a dire e dico: se il Parlamento e’ stato eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale ed è, perciò, parzialmente legittimo, non sono legittimi i Governi cui vota la fiducia e nemmeno i Presidenti della Repubblica che elegge. Perché la politica potesse esprimere la reale volontà dei cittadini, il Presidente della Repubblica doveva attivarsi con gli strumenti in suo potere perché si tenessero nuove elezioni. Non sembra contestabile che, dopo la pubblicazione della sentenza che ha dichiarato l’incostituzionalità della legge elettorale n. 270 del 21 dicembre 2005, il Governo potesse e dovesse restare in carica soltanto per svolgere le attivita’ ordinarie e – ma non necessariamente – per votare una nuova legge elettorale, ben potendosi votare con la legge n. 270/2005, purgata dei vizi d’incostituzionalità. L’avere, invece, consentito, addirittura al Governo, di proporre un riforma costituzionale e di quale ampiezza, lascia trasparire il dubbio della strumentalità di queste politiche dilatorie.

Mario Donnini

Veniamo al Presidente del Consiglio non eletto

“Dopo il risultato del referendum che ha bocciato la riforma della Costituzione proposta dal governo Renzi, da più parti si sono levate proteste e polemiche per l’incarico conferito al nuovo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. C’è infatti chi ne contesta la legittimità, sia costituzionale che politica, sottolineando che si tratta di un premier “non eletto dal popolo” (ma la stessa critica veniva mossa ai predecessori), e che dunque il governo non abbia la legittimità del corpo elettorale.”

“La repubblica è parlamentare – scrive askanews – e la legittimità del governo dipende esclusivamente dal voto di fiducia espresso dai due rami del parlamento (come da articolo 94 della Costituzione). Il presidente della Repubblica, infatti, (art. 92) “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.

In parole povere, non sono gli elettori a conferire direttamente il mandato al ‘premier’, ma è il presidente della Repubblica che, sulla base del voto popolare e sulla base delle intese politiche fra i gruppi parlamentari, individua la personalità che avrà la maggioranza delle Camere e lo nomina presidente del Consiglio. Quest’ultimo può benissimo non essere neanche un parlamentare, come è successo con Matteo Renzi. Pertanto, finché c’è una maggioranza in parlamento un governo può tranquillamente andare avanti, anche se accadono ‘scivoloni’ come quello del referendum, che ha portato alle dimissioni di Renzi. D’altra parte la maggioranza è espressione del voto elettorale. ED E’ SU QUESTO EQUIVOCO, CREATO DALLA SENTENZA PARZIALMENTE EQUIVOCA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N°. 1/2014 SULLA LEGGE ELETTORALE CHE SI REGGE LA LEGITTIMITA’ DEI GOVERNI CHE L’HANNO SEGUITA. VALE A DIRE: SE IL PARLAMENTO E’ PARZIALMENTE LEGITTIMO, NON SONO LEGITTIMI I GOVERNI CUI VOTA LA FIDUCIA E NEMMENO I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA.

E’ vero che negli ultimi anni c’è stata una qualche ‘forzatura’ in senso del premierato, soprattutto col ‘Mattarellum’, che era una legge elettorale con correzione maggioritaria. Questo ha portato le forze politiche a dare indicazione del nome del presidente del consiglio anche nel simbolo col quale si presentavano alle elezioni. Ma era, appunto, una certa ‘forzatura’. I partiti, cioè, si presentavano alle elezioni dicendo: se tu elettore mi dai i voti, ed io avrò la maggioranza, proporrò Tizio come presidente del consiglio. Cosa che effettivamente è accaduta, come con Berlusconi o Prodi, ma sempre nel rispetto dei passaggi costituzionali. Tant’è vero che, sia alla caduta di Berlusconi che a quella di Prodi, non si è andati subito alle elezioni, ma son state trovate maggioranze e presidenti del consiglio diversi (Dini dopo Berlusconi e D’Alema dopo Prodi).

Quanto alla legittimazione politica, le forze d’opposizione, soprattutto dopo il risultato del referendum, possono certamente e legittimamente chiedere a gran voce le elezioni al più presto possibile. Ma si tratta, appunto, di richieste ‘politiche’. Per le elezioni, bisognerà aspettare come minimo le dimissioni di Gentiloni.

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Art. 92 Costituzione

 
Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri (1) (2).

Dispositivo dell’Art. 92

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri (3) e, su proposta di questo, i ministri (4).

Note

(1) Dalla pluralità di soggetti che compongono il Governo deriva la sua qualifica di organo costituzionale complesso. Oltre ai soggetti elencati dalla disposizione di regola sono presenti altre figure (v. l. 23 agosto 1988, n. 400): uno o più vicepresidenti del Consiglio, con compiti politici e con funzione di supplenza del Capo del Governo; i viceministri; i Sottosegretari di Stato, che operano in base alle deleghe dell’esecutivo; i Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio; i Commissari straordinari del Governo. Altresì, i vari soggetti possono costituire altri organi oltre al Consiglio dei ministri: il Consiglio di gabinetto, formato dal Presidente del Consiglio e da alcuni ministri da lui scelti, che garantisce un confronto più immediato tra i componenti; i comitati interministeriali (tra i quali, ad esempio, il Comitato Interministeriale per il Credito ed il Rispermio, CICR) ed i comitati di ministri.
(2) Tali soggetti compongono l’esecutivo e sono chiamati a compiere scelte in ordine alla politica anche economica del Paese. Pertanto, emerge la necessità che queste scelte non siano influenzate dall’eventuale possesso di capitali ingenti perchè, altrimenti, potrebbero non essere più volte a soddisfare l’interesse della Nazione. A presidio di questa necessità è stata emanata la l. 20 luglio 2004, n. 215 che disciplina il c.d. conflitto di interessi. In sintesi, coloro che ricoprono precise cariche (tra le quali: presidente del Consiglio, ministro, Sottosegretario ecc.) debbono evitare tale situazione di conflitto così come definito dalla legge stessa (nello specifico esso ricorre se il soggetto versa in una incompatibilità o se incide sull’adozione di un atto relativo al patrimonio suo o dei congiunti). Il conflitto, peraltro, non riguarda la proprietà dei patrimoni ma la loro gestione. Sul rispetto della legge vigila l’Autorià garante della concorrenza e del mercato.
(3) Rispetto alla laconicità della disposizione, è necessario dettagliare il momento della nomina del Presidente del Consiglio. L’adozione, negli anni recenti (dal 2005), di un sistema elettorale proporzionale ma con premio di maggioranza ha fatto si che dalle elezioni emerga già, di regola, il nome del futuro Capo del Governo (quale capo della lista o della coalizione che ottiene la maggioranza). Lo stesso può dirsi per il periodo immediatamente precedente (1993-2005), durante il quale il bipolarismo consentiva alle forze politiche di stabilirsi su schieramenti precisi e di indicare il capo del partito o della coalizione. Durante la Prima Repubblica, invece, il sistema elettorale non generava un partito dotato della maggioranza assoluta e questo comportava un percorso diverso per giungere alla nomina del Capo del Governo. In base alla prassi, infatti, il Presidente della Repubblica procedeva alle consultazioni dei rappresentanti dei partiti allo scopo di verificare quale fosse la figura in grado di guidare l’esecutivo. Quindi, le conferiva l’incarico e se questa proponeva un programma gradito ai partiti veniva nominata Presidente del Consiglio; altrimenti, riprendevano le consultazioni. In caso di stallo insuperabile venivano sciolte le Camere (art. 88 Cost.) ed indette nuove elezioni.
Ad oggi, quindi, rimane la distinzione nelle seguenti fasi: consultazioni, eventuale mandato esplorativo (ad un soggetto di rilievo, allo scopo di fare ulteriori indagini), conferimento dell’incarico e accettazione con riserva cui possono seguire la rinuncia all’incarico (e l’iter ricomincia) o la nomina (previe dimissioni del precedente Premier e nomina dei nuovi ministri). Alcune di queste fasi (come le consultazioni) conservano, però, un valore prettamente formale.
(4) La fase relativa alla nomina del nuovo Capo di Governo si compone, in realtà, di tre distinti decreti presidenziali. Nel primo viene effettivamente nominato il nuovo Presidente del Consiglio. Nel secondo vengono nominati i singoli ministri, che il neoeletto ha indicato in apposita lista. Nel terzo si accettano le dimissioni rese, nel frattempo, dall’esecutivo uscente.

Ratio Legis

Nelle intenzioni del costituente la nomina del Presidente del Consiglio spetta al Capo dello Stato in quanto questi è figura autorevole e super partes in grado, quindi, di fare una scelta ponderata laddove una situazione delicata lo rendesse necessario.

Relazione al Progetto della Costituzione

(Relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana, 1947)

92 La portata della sua [del Presidente della Repubblica] azione politica sta soprattutto in tre punti costituzionalmente determinati.
Egli nomina, e conseguentemente revoca, il Primo Ministro ed i Ministri. Questi debbono bensì avere la fiducia del Parlamento; ma la scelta, la designazione di un uomo a capo del Governo può, in situazioni complesse e delicate, aver influenza decisiva di orientazione.

L’art.92 della Costituzione disciplina la formazione del Governo con una formula semplice e concisa: “Il Presidente della Repubblica nomina …“.
Secondo tale formula sembrerebbe che la formazione del Governo non sia frutto di un vero e proprio procedimento. Invece, nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato processo, nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina.
Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento come prescritto dagli articoli 93 e 94 della Costituzione.

La fase preparatoria

Questa fase consiste essenzialmente nelle consultazioni che il Presidente svolge, per prassi costituzionale, per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento. Questo meccanismo viene attivato, ovviamente, ogni qualvolta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica. L’ordine delle consultazioni non è disciplinato se non dal mero galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In sostanza, questa fase può ritenersi realmente circoscritta a quelle consultazioni che potrebbero essere definite necessarie e, cioè, quelle riguardanti i Capi dei Gruppi parlamentari e dei rappresentanti delle coalizioni, con l’aggiunta dei Presidenti dei due rami del Parlamento, i quali devono essere comunque sentiti in occasione dello scioglimento delle Camere. A titolo esemplificativo può dirsi che l’elenco attuale delle personalità che il Presidente della Repubblica consulta comprende: i Presidenti delle camere; gli ex Presidenti della Repubblica, le delegazioni politiche.

L’incarico

Anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell’incarico può essere preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l’incarico direttamente alla personalità che, per indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento. L’istituto del conferimento dell’incarico ha fondamentalmente una radice consuetudinaria, che risponde ad esigenze di ordine costituzionale. Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell’incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento. L’incarico è conferito in forma esclusivamente orale, al termine di un colloquio tra il Presidente della Repubblica e la personalità prescelta. Del conferimento dell’incarico da’ notizia, con un comunicato alla stampa, alla radio e alla televisione, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica. Una volta conferito l’incarico, il Presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell’incaricato, né può revocargli il mandato per motivi squisitamente politici

La nomina

L’incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un breve giro di consultazioni, si reca nuovamente dal capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva. Subito dopo lo scioglimento della riserva si perviene alla firma e alla controfirma dei decreti di nomina del Capo dell’Esecutivo e dei Ministri. In sintesi il procedimento si conclude con l’emanazione di tre tipi di decreti del Presidente della Repubblica:

quello di nomina del Presidente del Consiglio (controfimato dal Presidente del Consiglio nominato, per attestare l’accettazione); quello di nomina dei singoli ministri (controfimato dal Presidente del Consiglio); quello di accettazione delle dimissioni del Governo uscente (controfirmato anch’esso dal Presidente del Consiglio nominato)

Il giuramento e la fiducia

Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento secondo la formula rituale indicata dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88. Il giuramento rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe in modo particolare su tutti i cittadini ed, in modo particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (in base all’art. 54 della Costituzione). Entro dieci giorni dal decreto di nomina, il Governo è tenuto a presentarsi davanti a ciascuna Camera per ottenere il voto di fiducia, voto che deve essere motivato dai gruppi parlamentari ed avvenire per appello nominale, al fine di impegnare direttamente i parlamentari nella responsabilità di tale concessione di fronte all’elettorato. E’ bene precisare che il Presidente del Consiglio e i Ministri assumono le loro responsabilità sin dal giuramento e, quindi, prima della fiducia.

Formula rituale

“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”

927.-Con l’ “italicum corretto” non si va alle elezioni

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La sentenza della Consulta sull’Italicum non ha creato un vuoto legislativo e non l’avrebbe potuto perché avrebbe impedito al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere. Pure se la Corte Costituzionale ha dichiarato che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione», in realtà, ha ritagliato una legge elettorale, solo apparentemente, utilizzabile da subito per il voto. Ha salvato un elemento maggioritario: il premio di maggioranza alla Camera, per chi raggiungerà il 40% (la sentenza n. 1/2014 sul Porcellum lo eliminò perché non era agganciato a una soglia di voti) e ha salvato i capilista bloccati, che sono uno strumento molto importante per i segretari dei partiti; ha dichiarato incostituzionale, invece, il ballottaggio perché viola il principio di eguaglianza e perché il voto non sarebbe diretto e ha bocciato la possibilità di opzione per il capolista eletto in più collegi, nelle candidature multiple, che, ora, dovranno essere eletti nel collegio in cui la loro lista ha ricevuto più voti. In caso di plurielezione, resta anche  il criterio residuale del sorteggio del collegio, previsto dall’ultimo periodo. Questa possibilità non era stata censurata nelle ordinanze di rimessione;  ciò non toglie che il “sistema casuale” del ricorso al sorteggio, per la scelta del collegio dove farsi eleggere, non sembra, francamente, democratico.

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Commento di Giuseppe Palma sul Giornale d’Italia

Quanto alla diversità tra le leggi: quella per la Camera e quella per il Senato, “si tratta di due leggi armonizzate. Due leggi omogenee, come voleva il Presidente e a forte impianto proporzionale, ma con soglie diverse tra Camera e Senato, con il premio di maggioranza contemplato per un ramo del Parlamento e non per l’altro, con le coalizioni previste in un sistema e nell’altro no.

Dopo vent’anni di maggioritario e di primato della governabilità sulla rappresentatività, la Corte ci restituisce un sistema proporzionale, ma con un premio impossibile da raggiungere, che rende inevitabile il ricorso alle “larghe intese”, costringe i partiti a ragionare in termini maggioritari. Infatti, chi corresse da solo, anche ricorrendo ad una lista-coalizione, si condannerebbe a un ruolo secondario, perché non potrebbe partecipare alla corsa per il premio (che garantisce il 55% dei seggi, pari a 340) e non avrebbe la maggioranza assoluta, perciò, servirà un “governo di coalizione”. Inoltre, sembra passata la tesi della Avvocatura generale dello Stato, “la Costituzione non vincola il legislatore in modo totale al proporzionale puro”. Tuttavia, il premio è previsto solo alla Camera, mentre al Senato “le soglie (all’8% per chi non è alleato) potrebbero produrre un effetto maggioritario, ma difficilmente tale da dare una maggioranza assoluta”.  In pratica, anche provando a mettere insieme delle alleanze, il premio di maggioranza sarà difficile da ottenere. Questo, mette in fuori gioco chi non mostra la capacità politica di creare accordi e, perciò, gioca a favore di Berlusconi e Renzi.

Bersani: “il Parlamento si deve esprimere”. E spiega: “Abbiamo avuto una legge votata con la fiducia, ora c’è la Consulta… “. La totale difformità tra il sistema elettorale della Camera dei deputati e quello del Senato necessita un deciso intervento parlamentare per armonizzare i due sistemi di voto in un testo concordato.

Nell’attesa, che prevedo lunga, si rafforza il ruolo di Gentiloni e andrà impallidendo la stella di Renzi. Questo frattempo giocherebbe a favore di Berlusconi se, come è probabile, potrà essere riabilitato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo entro il 2017. Attendiamo che, a metà febbraio, siano depositate le motivazioni della sentenza, per sapere se – comè probabile – saranno accompagnate da richieste di armonizzazione, per esempio, se verranno date indicazioni sulle soglie di sbarramento per il Senato, oppure, anche sulle candidature multiple dei capilista: sono troppi 10 collegi in cui è possibile presentarsi, sempre che il Parlamento voglia reintrodurle.

901.-La questione legge elettorale, spiegata bene

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Oggi in Italia sono in vigore due leggi diverse e incoerenti per Camera e Senato, e una forse è incostituzionale: quasi tutti le vogliono cambiare, nessuno sa bene come

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Dopo la sconfitta al referendum costituzionale e le dimissioni del governo Renzi, la più importante questione politica che tiene campo in Parlamento, sui giornali e nei talk show riguarda la legge elettorale, da cui dipende se e quando ci saranno nuove elezioni e le alleanze con cui i partiti si presenteranno di fronte agli elettori. Si tratta di una questione difficile da risolvere, perché l’Italicum, la legge elettorale attualmente in vigore (solo alla Camera: ci arriviamo), non piace a nessuno o quasi, e tutte le forze parlamentari si sono impegnate a cambiarla. Non è chiaro però se e quanto quelle stesse forze siano disponibili ad accordarsi su una nuova legge e, nel caso, quanto tempo ci vorrà a raggiungere un compromesso.
Stando alle posizioni ufficiali, soltanto Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia vogliono andare a votare con l’attuale sistema elettorale (che lo stesso M5S aveva definito fascista). Oltre alle ragioni tattiche – il ballottaggio previsto dall’Italicum potrebbe favorire il partito di Beppe Grillo – ce ne sono altre più sostanziose. Il sistema elettorale italiano, dopo la vittoria dei NO al referendum, al momento, è caotico e incoerente: ci sono due leggi elettorali completamente diverse, una per la Camera e una residuata per il Senato. Quella per la Camera è l’Italicum, una legge creata per produrre in ogni circostanza una netta maggioranza. Questo obbiettivo è garantito da un grosso premio di maggioranza che viene assegnato a chi ottiene il 40 per cento dei consensi su base nazionale o vince un ballottaggio tra i due partiti più votati.
L’Italicum vale solo per la Camera, e non solo perché la Costituzione prevede che il Senato sia eletto a base regionale: durante le trattative per la sua approvazione si decise di non estenderlo al Senato, nemmeno modificandolo, per legare in qualche modo la sua effettiva applicazione all’approvazione della riforma costituzionale, e rassicurare così chi temeva che subito dopo l’approvazione della legge elettorale il governo Renzi avrebbe dato le dimissioni per tornare a votare subito.

Dall’altra parte, l’attuale tripolarismo italiano – dove circa tre partiti o coalizioni hanno più o meno un terzo dei voti ciascuno – può essere “disinnescato” col premio di maggioranza nazionale, come quello della Camera, ma non con molti premi di maggioranza regionali come sarebbe dovuto avvenire al Senato, facendo saltare così la principale caratteristica dell’Italicum, cioè la garanzia di avere sempre una netta maggioranza in Parlamento per chi ha un voto in più degli altri.
Il fallimento del referendum fa sì che il Senato resti com’è adesso nella sua forma e nelle sue funzioni, e al Senato c’è una situazione opposta. La legge elettorale del Senato è il cosiddetto “Consultellum”, cioè un’evoluzione del vecchio “Porcellum”, la legge elettorale scritta nel 2005 dall’allora ministro Roberto Calderoli e poi modificata dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un proporzionale quasi puro che fa l’esatto contrario dell’Italicum, ossia porta a un’altissima frammentazione del voto e rende quasi impossibile formare una maggioranza (secondo una simulazione realizzata poche settimane fa, con gli attuali sondaggi, l’unica maggioranza possibile sarebbe un’alleanza PD-M5S oppure PD-Forza Italia-Lega Nord: entrambe piuttosto implausibili).
Se votassimo domani con le due leggi elettorali in vigore, quindi, il risultato probabilmente sarebbe una Camera con una netta maggioranza del PD o del Movimento 5 Stelle (al momento i due principali partiti secondo i sondaggi) e un Senato spezzettato e non in grado di formare una maggioranza. Anche per questa ragione quasi tutti i partiti sono d’accordo, almeno a parole, nel voler adottare una nuova legge elettorale, che sia più organica e che renda possibile la formazione se non di una maggioranza di coalizione “monocolore” almeno una di larga coalizione (cioè tra centrodestra e centrosinistra).
Le cose si complicano ulteriormente: in ogni caso, infatti, è molto probabile che non andremo mai a votare con l’Italicum, perché la legge elettorale al momento si trova sotto l’esame della Corte Costituzionale, secondo la quale potrebbe avere fino a “sei profili di incostituzionalità”. I più importanti sono la presenza di liste parzialmente bloccate (che era già stata dichiarata incostituzionale nella precedente legge elettorale, il cosiddetto “Porcellum”) e la faccenda del ballottaggio che assegna un grosso premio di maggioranza. Inizialmente la Corte aveva fatto sapere che avrebbe preso una decisione il 4 ottobre, ma successivamente ha deciso di rimandarla a data da destinarsi. Secondo quasi tutti gli esperti la Corte si esprimerà a gennaio.
Molto probabilmente la Corte Costituzionale eliminerà il premio di maggioranza dell’Italicum e altri aspetti secondari della legge (come la questione dei “capilista bloccati”), trasformando così anche la legge per la Camera in un proporzionale puro che porterebbe a una Camera divisa in tre o quattro blocchi medio-grandi, senza nessuna chiara maggioranza. In teoria tutti i partiti hanno manifestato l’intenzione di non ritrovarsi in questa situazione e di approvare in tempi relativamente rapidi una nuova legge elettorale con cui presentarsi al voto già nella primavera del 2017.
Al momento circolano molte proposte di nuova legge elettorale, alcune di tipo proporzionale con premio di maggioranza, simili al Porcellum, ma con un premio ridotto per evitare una nuova bocciatura della Corte Costituzionale (queste proposte sono spesso definite di tipo “greco”, l’unico sistema in occidente, oltre quello italiano, a prevedere un premio di maggioranza). Altri propongono sistemi misti proporzionale-maggioritario (e a volte chiamati “sistema tedesco”) come il Mattarellum, in vigore in Italia dal 1993 al 2005, che assegna il 75 per cento tramite collegi maggioritari e il 25 per cento su base di criteri proporzionali. Alcuni hanno proposto un “Mattarellum 2.0″, simile alla vecchia legge ma con l’aggiunta di un premio di maggioranza.
Nel dibattito su quale sistema scegliere sono presenti due esigenze differenti. Da un lato i singoli partiti hanno preferenze di tipo “tattico”. Forza Italia, per esempio, è tendenzialmente contraria ai sistemi che prevedano una componente maggioritaria (dove, cioè, in ogni collegio i vari candidati vanno allo scontro diretto e ottiene il seggio chi conquista la maggioranza dei voti). Forza Italia, infatti, non è molto forte sul piano del radicamento territoriale e un sistema di questo tipo costringerebbe il partito di Silvio Berlusconi ad allearsi con la Lega Nord e cedere al partito di Matteo Salvini numerosi collegi nel Nord del paese. Berlusconi preferisce i sistemi proporzionali, che permetterebbero a Forza Italia di andare da sola, fare una campagna nazionale slegata dai candidati locali e fungere poi da “stampella destra” a un futuro governo di coalizione. Il PD invece, come hanno dimostrato la trattative interne tra minoranza e maggioranza interne al partito, preferisce un sistema maggioritario, dove può far valere la sua forza, che è molto concentrata in varie zone del paese e può permettere una facile vittoria in numerosi collegi.
L’altra esigenza che viene spesso citata nasce dalla distribuzione attuale dei consensi tra i partiti italiani: che piaccia o no ci sono tre o quattro partiti o coalizioni che si dividono la gran parte dei voti, quindi l’unico modo per escludere le grandi coalizioni e “sapere chi governa la sera delle elezioni” – la frase che si sente dire più spesso – è applicare una qualche forzatura con i premi di maggioranza oppure scegliere un sistema maggioritario simile a quello in vigore nel Regno Unito. L’Italicum era stato pensato come un compromesso per garantire questo risultato, ma sarà probabilmente cambiato e in ogni caso non riguarda il Senato. Il problema è che finché il paese resta diviso in 3-4 blocchi di medie dimensioni (PD, M5S, Lega Nord e Forza Italia) e un eventuale Parlamento che rispecchi la frammentazione dell’elettorato potrà formare una maggioranza solo grazie ad ampie e probabilmente instabili alleanze. D’altro canto, con un paese così diviso, è molto difficile pensare a un sistema elettorale in grado di assegnare la maggioranza a una forza parlamentare votata soltanto da una minoranza dell’elettorato. Molto del futuro della legge elettorale dipenderà quindi dalle trattative parlamentari dei prossimi mesi, dall’abilità tattica dei singoli leader politici e dalla loro volontà di raggiungere un compromesso. Il PD, che è la forza di maggioranza relativa in entrambe le Camere, avrà probabilmente il ruolo più importante in queste trattative. Global Sale