Archivi categoria: Immigrazione

1539.- La dittatura islamica e la dittatura dell’immigrazionismo

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C’è chi preme perché in Italia si adotti la Sharia. Sui motivi, ogni ipotesi è valida, ma non sarà possibile dire “questo Sì” o “questo No”..

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La dittatura dell’immigrazionismo

La dittatura relativista, straordinario neologismo coniato da Benedetto XVI che la definì il “male assoluto” e ne denunciò la presenza anche in seno alla Chiesa, unitamente alla dittatura eurocratica, ci hanno imposto l’ideologia dell’immigrazionismo che ci obbliga a concepire gli immigrati buoni a prescindere, a subire l’invasione di clandestini a dispetto delle disastrose conseguenze sociali, economiche e valoriali. È soprattutto Papa Francesco a promuovere l’immigrazionismo sostenendo una visione globalista che abbatte le frontiere nazionali e legittima la libera migrazione delle masse umane in tutto il mondo, considerato una terra di tutti, dove pertanto chiunque può entrare ed uscire dall’Italia a proprio piacimento. Dopo averci costretto a non usare più il termine “clandestino” , che implica la consumazione di un reato, sostituendolo con il termine neutro di “migrante”, l’Italia prima ha abolito il reato penale di clandestinità, poi è diventata l’unico Stato al mondo che legittima la clandestinità al punto che nel 2014 abbiamo investito 10 milioni di euro al mese solo per le spese delle unità della Marina e dell’Aeronautica che si sono spinte fino al largo delle coste libiche per trasferire nel nostro Paese più di 170 mila clandestini. Nonostante la presenza di 10 milioni di italiani poveri e di 4 milioni di italiani nullatenenti ridotti alla fame, l’Italia accorda a ciascun clandestino 1200 euro al mese per il vitto, l’alloggio, le sigarette e la ricarica telefonica, che aumentano a 1400 euro al mese se è un minorenne. Questa flagrante ingiustizia che evidenzia la discriminazione degli italiani rispetto ai clandestini in Italia, sta inevitabilmente producendo dei conflitti sociali e sta irresponsabilmente diffondendo il germe malefico del razzismo.

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L’obiettivo strategico è di ridurci a semplici strumenti di produzione e consumo della materialità nel contesto di una moltitudine meticcia, sradicando le nostre radici, la fede, l’identità, i valori, le regole e la civiltà. La prospettiva è di realizzare un mondo sottomesso alla dittatura della finanza speculativa globalizzata, con un Nuovo Ordine Mondiale retto da un unico Governo dittatoriale scardinando gli Stati nazionali, le comunità locali, la famiglia naturale, la persona depositaria dei valori assoluti e universali della sacralità della vita, della pari dignità, della libertà di scelta. Oggi stiamo di fatto subendo quanto scrisse nel 1925 il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894 – 1972), fondatore dell’Unione Paneuropea da cui è nata l’Unione Europea. Nelle pagine 21-23 del suo libro «Praktischer Idealismus» (Idealismo pratico) del 1925, scrisse:

“L’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno vittime del crescente superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza del futuro, negroide-eurasiatica, simile in aspetto a quella dell’Egitto antico, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli con una molteplicità di personalità (…)

Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere, assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto, infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale, assenza di pregiudizi e ampiezza d’orizzonti”.

La dittatura eurocratica ha inoltre ipotecato la nostra sovranità giudiziaria facendo prevalere le sentenze emesse dalle Corti europee (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede a Lussemburgo e la Corte Europea dei Diritti dell’uomo con sede a Strasburgo) sulle sentenze emesse dai tribunali nazionali.

Questa Unione Europea finirà per eliminare del tutto la sovranità nazionale, con la confluenza dell’Italia negli Stati Uniti d’Europa, che altro non saranno che un protettorato tedesco al cui interno l’Italia, al pari di altri Stati, si ridurranno a semplici colonie economiche, le cui spoglie verranno condivise dal grande capitale internazionale, a cui aderiscono cinesi, arabi, russi, indiani.

 

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La dittatura islamica

La dittatura islamica si sviluppa attraverso sia il terrorismo dei taglia-gole, coloro che sgozzano, decapitano e massacrano uccidendoci fisicamente, sia il terrorismo dei taglia-lingue, coloro che ci impongono di non dire e di non fare nulla che possa urtare la loro suscettibilità. Entrambi convergono nell’obiettivo di sottometterci all’islam ottemperando a quanto Allah ha prescritto nel Corano e a quanto ha detto e ha fatto Maometto. Ma divergono e sono concorrenti perché perseguono lo stesso obiettivo con modalità diverse. I primi pensano di accedere al potere tagliando la testa di chi lo occupa. I secondi più astutamente ritengono che per accedere al potere in modo definitivo e irreversibile sia necessario mettere solide radici, che constano di una fitta rete di moschee, scuole coraniche, ambulatori e centri ricreativi, macellerie e alimentari halal, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici, centri studi sull’islamofobia e centri di formazione per imam, siti religiosi e di proselitismo. L’Occidente ingenuamente teme i primi e asseconda i secondi, per quanto il nemico maggiore siano proprio i terroristi taglia-lingue, coloro che dall’interno di casa nostra camuffandosi all’occorrenza all’insegna del precetto della dissimulazione sancito dal Corano, sono convinti, come disse un alto dignitario islamico turco nel corso di un incontro di dialogo interreligioso, che “grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

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1534.- Aiutarli a casa loro? Giusto, ma in Africa meno povertà farà crescere le migrazioni

Economisti: ancora per molti anni, l’aumento dei redditi spingerà più migranti a partire.
TOMMASO CARBONI

Blocchi alle frontiere, rimpatri, e aiuti allo sviluppo. Sono questi i pilastri della strategia italiana (ed europea) per affrontare le migrazioni irregolari dall’Africa. Tra luglio e settembre, il calo inaspettato e drastico di sbarchi dalla Libia ha messo in luce la prima parte del piano: linea dura con le Ong, sostegno alla marina Libica, e accordi con le tribù nel sud del Paese. A questo poi si è aggiunto l’aiuto decisivo di alcune milizie della città di Sabratha – che da terra hanno bloccato le partenze per due mesi e mezzo. Poi, questo fine settimana, i barconi hanno ripreso il mare. E’ forse saltata la tregua? Troppo presto per rispondere. Certamente, però, quelle messe in campo sono misure di contenimento: non toccano le ragioni strutturali delle migrazioni. Ed è qui che entrerebbero in gioco gli aiuti allo sviluppo. Con il fondo fiduciario per l’Africa (2 miliardi e 800 milioni di euro), l’Europa, oltre a rafforzare le frontiere del Continente, vuole stimolarne cresciuta e occupazione. Investimenti benedetti se l’obiettivo è la lotta alla povertà. Ma per scoraggiare le migrazioni ci vorranno ancora diverse decadi. Anzi, nell’immediato, la crescita economica in Africa le farà probabilmente aumentare.

Dopo gli accordi con la Turchia e la chiusura del passaggio balcanico, la maggioranza dei migranti irregolari in arrivo in Europa viaggia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. In Italia ne sono sbarcati circa 600000 dal 2014. A oggi, nel 60-70% dei casi si tratta di migranti economici, provenienti in misura crescente dall’Africa sub-sahariana. Secondo gli esperti, a spingerli a partire è la vasta differenza tra i redditi percepiti nei paesi d’origine e quelli potenzialmente disponibili in Europa. Anche la Libia, oggi luogo di transito, era un punto d’arrivo. Poi la caduta di Gheddafi e la discesa nel caos del paese hanno costretto molti migranti a proseguire verso l’Italia.

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Già negli anni settanta, per attenuare le pressioni migratorie, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro consigliava di sostenere redditi e opportunità d’impiego nei paesi di partenza. E’ un principio corretto. Tuttavia, l’inversione di tendenza – ossia una riduzione dell’emigrazione a fronte di un progressivo aumento della ricchezza – scatta solo una volta superato un certo livello di reddito medio. Che le ricerche economiche fissano tra i 7.000 e i 10.000 dollari pro-capite l’anno (a parità di potere d’acquisto). Secondo le stime di Bruegel, un autorevole think tank di Bruxelles, si trovano sopra a questa soglia soltanto sette dei 47 paesi dell’Africa sub-sahariana; i rimanenti 39 stanno sotto; e gran parte di loro ci resterà – anche con una crescita del Pil pro-capite del 2%, – almeno fino al 2030, quando, sempre secondo Bruegel, vivranno in quei paesi poco più di un miliardo di abitanti. Anche se non partiranno tutti quelli in grado di farlo, e una parte minoritaria di loro raggiungerà l’Europa, è comunque un numero enorme di potenziali migranti.

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Per spiegare la dinamica delle partenze dalle nazioni povere, Michael Clemens, economista dello sviluppo al Iza Institute of Labor Economics, fa l’esempio di un ipotetico cittadino del Niger. Se restasse nel suo paese, avrebbe un reddito annuo di circa 1000 dollari. Partendo per l’Europa potrebbe guadagnarne anche 13000-14000 (probabilmente non in Italia). Ora, continua Clemens, immaginiamo che il suo reddito raddoppi grazie a una performance particolarmente brillante dell’economia nigerina. Avrebbe a disposizione 2000 dollari. Cosa fare? Partirebbe comunque, afferma Clemens. Anzi, avrebbe più soldi per finanziarsi il viaggio. Documenti, trasporti, tariffe per i visti, e pagamenti ai trafficanti (se il viaggio è irregolare).

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Migrare, in fin dei conti, è un investimento piuttosto costoso. Non è una coincidenza quindi che Marocco, El Salvador e Filippine – con redditi pro-capite tra 7.000 e 8.000 dollari l’anno – presentino tassi di emigrazione molto superiori a quelli di paesi poveri come Etiopia, Mali e Niger. Se ne deduce, afferma Hein de Haas, fondatore dell’International Migration Institute dell’Università di Oxford, che un aumento della ricchezza in Africa sub-sahariana molto probabilmente provocherà un crescita delle emigrazioni verso l’Europa.

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Bisogna tenere presente che in Africa la popolazione si sposta anche a causa di carestie, guerre e siccità. In questi casi la cooperazione internazionale può garantire assistenza umanitaria immediata, come cibo, protezione e medicine, stabilizzando flussi migratori anche piuttosto intensi, oltre ad adattare con investimenti di più lungo corso l’agricoltura al cambiamento climatico. Sempre per affrontare questo tipo di emergenze l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati sta lavorando con Bruxelles a uno schema da 40.000 posti l’anno per valutare le richieste d’asilo direttamente in Africa. L’obiettivo è ridurre gli arrivi illegali via mare, portando in Europa chi ne ha diritto attraverso corridoi umanitari.

A questo bisogna però affiancare una gestione più funzionale dei migranti economici. Qui l’Europa dovrebbe agire su due livelli, spiega Mattia Toaldo, ricercatore del think tank European Council on Foreign Relations: è corretto chiudere i canali d’immigrazione illegale, ma contemporaneamente si devono espandere le opportunità legali di entrata. Accordi sui rimpatri, avverte Toaldo, si raggiungono più facilmente offrendo qualcosa in cambio ai Paesi d’origine e transito. Per esempio, un certo numero di regolari permessi di lavoro. “Bisogna capire che la gente emigra comunque”, ha spiegato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i Rifugiati, in una recente intervista. “E se non ci sono vie legali, continuerà a farlo nell’illegalità”.

1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

1497.- Pensioni, immigrati: il trucco dei ricongiungimenti per ottenere l’assegno

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Cresce di anno in anno il numero delle pensioni (assegno) sociale versate agli extra comunitari. Siamo arrivati (dati Inps elaborati dal sito truenumbers.it), a 81.619 immigrati titolari di una pensione di tipo “sociale” (74.429 del 2014). La maggior parte di queste pensioni assistenziali: 49.852 nel 2015 (erano 44.645 nel 2014).

Le pensioni di tipo assistenziale sono sganciate dai contributi. Spiega l’Inps che l’assegno «sociale è rivolto ai cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno comunitario e per i soggiornanti di lungo periodo», che abbiano redditi bassi (sotto i 5.824,91 euro annui; 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato).

L’importo della pensione viene ritoccato ogni anno (per il 2017 è di 448,07 euro per 13 mensilità), e la norma prevede che venga sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Oggi con le banche dati elettroniche incrociate è più difficile sfuggire ai controlli. Dopo un anno dall’eventuale sospensione la prestazione viene revocata. E comunque non è reversibile ai familiari superstiti ed «è inesportabile, quindi non può essere erogata all’estero».

Però nelle cronache locali spiccano le storie di cittadini italiani che in teoria risiedono nello Stivale, incassano regolarmente la pensione sociale su un conto italiano, salvo poi scoprire che vivono a Cuba, in Brasile o in Tunisia.

Per ottenere l’assegno dall’Inps, tra gli altri requisiti, bisogna aver compiuto almeno 65 anni e 7 mesi, dimostrare di vivere in Italia da almeno 10 anni e, se si è cittadini extracomunitari, avere un permesso Ue per lungosoggiornanti, la cosiddetta carta di soggiorno.

L’assegno per gli extra comunitari ha scatenato un dibattito non marginale durante la discussione parlamentare sullo Ius Soli. E l’eventuale impatto della legge sul sistema pensionistico futuro. E’ vero che oggi con il sistema contributivo chi prenderà la pensione l’avrà autoalimentata, indipendentemente dal Paese di nascita. Però esistono questi trattamenti nel sistema previdenziale italiano, che sono erogati indipendentemente dai contributi versati, anzi alcuni non prevedono alcun versamento e rientrano nel campo della mera spesa assistenziale.

Con oltre 3.931mila cittadini non comunitari censiti nel gennaio 2016 dall’Istat (2.143mila extracomunitari registrati dall’Inps), questa popolazione è inevitabilmente destinata a crescere nei prossimi anni. Tanto più che (dati gennaio/ottobre 2016), sui circa 140mila permessi di soggiorno erogati, circa il 32,74% è proprio per i ricongiungimenti familiari.

A dirla tutta tra questi le classi di età preponderante è quella dei giovani (soprattutto figli e coniugi), però stanno aumentando anche gli extracomunitari con un’età superiore ai 60 anni (il 6,3%). E poi stanno statisticamente andando a maturazione anche le platee di lavoratori delle prime ondate di migrazione (anni Ottanta), che stanno conseguendo il diritto anagrafico alla pensione, indipendentemente dal numero di contributi versati, appunto.

Con oltre 18,29 milioni di pensioni erogate annualmente, verificare costantemente tutte le prestazioni, e il comportamento degli aventi diritto, non è cosa da poco. I controlli elettronici aiutano, ma non bastano. Le cronache giornalistiche (e giudiziarie), spesso riportano casi di truffa all’Istituto. E con un assegno mensile erogato generosamente – solo sulla base del possesso del certificato di cittadinanza e dei fatidici 10 anni di residenza – qualche furbetto salta sempre fuori. In teoria basta far arrivare il nonno, o l’anziana madre, per tempo per far loro maturare il diritto all’assegno Inps.

C’è da vedere se la concessione di un assegno sociale sarà in futuro economicamente sostenibile. Siamo tra i primi Paesi al mondo per indebitamento pubblico. E uno dei capitoli d’uscita primari del bilancio italiano è proprio la spesa previdenziale a assistenziale: 197,4 miliardi di euro le uscite del 2016. Le ondate di migrazioni straordinarie che impatto avranno? Anche i rifugiati riconosciuti oggi ne hanno diritto…

di Antonio Castro

1493.- Libia, i migranti affogano: video incastra Ong tedesca. Altro che recuperi umanitari!

 

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La motovedetta libica li ha accostati e sta per prenderli a bordo

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I barchini della ONG Sea Watch li attirano in mare per lasciarli affogare

La guardia costiera libica accusa le ong di ostacolato le operazioni di salvataggio per consentire ai migranti di salire sulla propria imbarcazione e sfuggire così al rimpatrio. Questo filmato è del 31 ottobre riguarda un incidente simile in mare alla presenza della nave da guerra italiana “Andrea Doria” e della nave “Aquarius” della ong Sos Méditerranée.

I filmati parziali e le foto dei talebani dell’accoglienza puntano a incolpare la Marina libica. Ma la verità è un’altra. Dal video è chiaro che l’avvicinarsi del gommone della ong ha fatto da “esca” causando la tragedia.

 

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Il barchino fa da esca
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“Sea Watch 3” è l’assassino. Li attira in mare e non presta soccorso

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Una motovedetta della Guardia costiera libica arriva per prima in mezzo al mare per soccorrere un gommone zeppo di migranti, che non sarebbe rimasto a galla a lungo. Poco dopo piomba sulla scena Sea watch 3 (guarda il video), una delle navi della Ong tedesca talebana dell’accoglienza.

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Piuttosto che collaborare con il comandante libico, che cerca di convincere gli umanitari, fa da calamita, se non da esca per i migranti che si gettano in mare. Almeno cinquanta annegano compreso un neonato, secondo le testimonianze dei superstiti a Pozzallo. L’Ong punta subito il dito contro i libici (guarda il video), accusandoli di aver provocato la tragedia, ma i filmati girati dalla Guardia costiera di Tripoli dimostrano il contrario.

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Lunedì scorso il centro di coordinamento con la Marina italiana nella base di Abu Sitta a Tripoli allerta i libici che c’è un gommone in difficoltà a 30 miglia dalla costa. In venti minuti la motovedetta più vicina, “Ras Jadir”, arriva sul posto, dove la situazione è delicata. Il gommone di fabbricazione cinese è stracarico con oltre 100 migranti e potrebbe affondare. Pure la centrale operativa della Guardia costiera a Roma ha lanciato l’allarme e “Sea watch” piomba sul posto, ma dopo i libici, che essendo arrivati per primi hanno il comando delle operazioni.

Un filmato postato ieri dai marinai di Tripoli mostra con quanta cautela si avvicinino ai migranti per lanciare una cima verso il gommone invitandoli a stare calmi (guarda il video). Il rischio è che per i movimenti a bordo il gommone si ribalti facendo finire tutti in mare.

 

«L’equipaggio della “Ras Jadir” ha cominciato a recuperare i migranti, ma la gente di “Sea watch” si è piazzata a dieci metri nonostante le ripetute richieste del comandante di collaborare» spiega al Giornale il Capitano di vascello Abujela Abdelbari, veterano della Guardia costiera. «I migranti illegali è ovvio che vogliono andare in Italia e non tornare indietro in Libia. La vicinanza del gommone della Ong ha provocato il disastro. A decine si sono tuffati anche a rischio di annegare» sottolinea l’ufficiale libico. E le immagini lo dimostrano. Una volta affiancato il gommone alla motovedetta libica molti migranti si lanciano in mare nuotando verso l’unità della Ong.

Una situazione simile a quella accaduta il 31 ottobre scorso, quando una Ong ha ostacolato le operazioni di soccorso alla presenza della nave da guerra italiana “Andrea Doria” e della nave “Aquarius” della organizzazione non governativa Sos Méditeranée, come mostra un altro filmato (guarda il video).

 

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I filmati parziali e le foto dei talebani dell’accoglienza, al contrario, puntano a dimostrare che è tutta colpa della Guardia costiera di Tripoli.

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1492.- Sentenza del Consiglio di Stato: Permessi di soggiorno regalati agli immigrati.

1500026447705.jpg--finto_matrimonio_nell_alessandrino___ci_abbiamo_provato__e_andata_male_Per ottenere il permesso di soggiorno basta provare l’esistenza di un solido e duraturo rapporto di convivenza e affetto di tipo familiare. 

 

Lo afferma il Consiglio di Stato (sulla scia della sentenza della Cassazione 44182/2016) con la sentenza 5040 del 31 ottobre 2017, nella quale ha esaminato il caso del rifiuto di concedere il rinnovo del permesso di soggiorno da parte di una Questura (Brescia), per il fatto che l’extracomunitaria aveva presentato un contratto di colf (fittizio) che non dava reddito sufficiente secondo i parametri di legge.

In realtà, come aveva del resto dimostrato la cittadina extracomunitaria già in sede di presentazione della domanda, si trattava di un duraturo rapporto affettivo di convivenza con un italiano.
Quindi, per il Consiglio di Stato, “nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art.30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998″. Il Consiglio di Stato ha, così, confermato la sentenza del Tar Lombardia che aveva già seguito lo stesso ragionamento.

Questo provvedimento ha suscitato sdegno nei cittadini italiani “per bene”, ma la materia abbraccia il campo costituzionale, attende di essere coordinata con le riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto e, ovviamente, è resa complessa dall’imponenza del fenomeno migratorio in atto. Leggiamo:

E’ illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in considerazione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di lavoro (nella specie, di collaborazione domestica), sussiste un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, che avrebbe onerato la Questura a valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (vedi appresso), il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), dello stesso decreto; tale  disposizione, infatti, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost. (1), anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. 6 febbraio 2007, n. 30 (2).

N O T A (1)

Art. 3, Costituzione,

comma primo

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (1) e sono eguali davanti alla legge (2), senza distinzione di sesso [29, 31, 37 1, 48 1, 51; c.c. 143, 230bis], di razza, di lingua [6], di religione [8, 19, 20], di opinioni politiche [21, 49], di condizioni personali e sociali (3).

comma secondo

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico [24 3, 34, 36, 40] e sociale [30 2, 31, 32, 37], che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [37, 38] e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori [35] all’organizzazione politica [48, 49], economica [39, 4547] e sociale [31, 34] del Paese (4).

Nella prospettiva giuridica adottata, l’eguaglianza si può sintetizzare anzitutto nella parità formale tra tutti i cittadini, inibendone così discriminazioni. Essa si raccorda idealmente all’art. 1 della CEDU; vengono quindi in seguito specificati i singoli divieti (le mancanze di distinzioni di cui al termine del primo capoverso) cui ancorare una effettiva tutela del pari trattamento. Per legge è da intendersi ogni fonte disciplinante il complesso dei diritti da tutelarsi, ivi comprese quelle comunitarie (art. 20 CEDU). Le leggi che introducono differenziazioni tra categorie o situazioni sono sottoposte ad una valutazione di conformità a Costituzione in riferimento all’articolo qui in esame.

N O T A (2)

Ha chiarito la Sezione che tale conclusione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, l. 20 maggio 2016, n. 76, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”, ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

Ha aggiunto la Sezione che la circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

Leggiamo, ora, il  Testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286/1998, Titolo II – Disposizioni sull’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato (Artt. 4-20). Capo I.- Disposizioni sull’ingresso e il soggiorno e, precisamente, l’Art. 5, comma 9:

Il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro sessanta giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda, se sussistono i requisiti e le condizioni previsti dal presente testo unico e dal regolamento di attuazione per il permesso di soggiorno richiesto ovvero, in mancanza di questo, per altro tipo di permesso da rilasciare in applicazione del presente testo unico. 

9-bis. In attesa del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, anche ove non venga rispettato il termine di sessanta giorni di cui al precedente comma, il lavoratore straniero può legittimamente soggiornare nel territorio dello Stato e svolgere temporaneamente l’attività lavorativa fino ad eventuale comunicazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, da notificare anche al datore di lavoro, con l’indicazione dell’esistenza dei motivi ostativi al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno. L’attività di lavoro di cui sopra può svolgersi alle seguenti condizioni: 

a) che la richiesta del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro sia stata effettuata dal lavoratore straniero all’atto della stipula del contratto di soggiorno, secondo le modalità previste nel regolamento d’attuazione, ovvero, nel caso di rinnovo, la richiesta sia stata presentata prima della scadenza del permesso, ai sensi del precedente comma 4, e dell’articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica del 31 agosto 1999 n. 394, o entro sessanta giorni dalla scadenza dello stesso;

b) che sia stata rilasciata dal competente ufficio la ricevuta attestante l’avvenuta presentazione della richiesta di rilascio o di rinnovo del permesso.

 

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Per ottenere il permesso di soggiorno, allo straniero extracomunitario basta dimostrare la convivenza con un cittadino italiano; ma domestica o convivente?

dice Marilisa Bombi:

La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76/2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 286/1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76/2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30.

Il dispositivo della sentenza:

CONSIGLIO DI STATO, sez. III, Sentenza 19, n. 5040, depositata il 31 ottobre 2017.

Presidente Lipari – Estensore Noccelli

Permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato – Mancanza di un reddito minimo idoneo al sostentamento – Stabile convivenza con un cittadino italiano – Rilascio di permesso di soggiorno per motivi familiari – Interpretazione analogica – Cittadino UE con relazione stabile attestata da documentazione ufficiale – Principio di eguaglianza sostanziale – Rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio e unione civile

Fatto e diritto

1. L’odierna appellante, C.M.D.S., ha impugnato avanti al T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, il decreto emesso nei suoi confronti dal Questore della Provincia di Brescia, che ha respinto la domanda volta ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato a cagione della mancanza di un reddito minimo idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale.

1.1. La ricorrente, nel dedurre l’illegittimità del provvedimento impugnato con un unico articolato motivo incentrato sulla mancata analisi della sua situazione di stabile convivenza con un cittadino italiano, formalmente suo datore di lavoro, che provvedeva al suo sostentamento, ne ha chiesto, previa sospensione, l’annullamento.

1.2. Nel primo grado del giudizio si è costituita l’Amministrazione intimata per resistere al ricorso.

2. Il T.A.R. per la Lombardia, sezione staccata di Brescia, con la sentenza n. 1238 del 26 settembre 2016, all’esito dell’istruttoria disposta sul rapporto di lavoro dichiarato e sulla sufficienza dei redditi percepiti, ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente alla rifusione delle spese di lite nei confronti dell’Amministrazione.

2.1. Avverso tale sentenza ha proposto appello l’interessata e ne ha chiesto, previa sospensione, la riforma, con il conseguente annullamento del decreto contestato in primo grado.

2.2. Si è costituita l’Amministrazione appellata per resistere al gravame, di cui ha chiesto la reiezione.

2.3. Con l’ordinanza n. 2773 del 28 giugno 2017 la Sezione, in considerazione del grave pregiudizio che la ricorrente avrebbe potuto subire per la prevedibile espulsione nelle more del giudizio, ha sospeso l’esecutività della sentenza impugnata.

2.4. Infine, nella pubblica udienza del 19 ottobre 2017, il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

3. L’appello è fondato e deve essere accolto.

4. Il primo giudice, all’esito dell’attività istruttoria disposta, ha ritenuto che la ricorrente non avesse adeguatamente comprovato i «contorni fattuali afferenti all’impiego in corso», apparsi come «nebulosi», né l’ammontare dei redditi effettivamente percepiti (p. 4 della sentenza impugnata).

4.1. Ora, sebbene tale rilievo sia corretto per aver ammesso la stessa appellante di avere messo «in piedi formalmente una assunzione e un rapporto di collaborazione domestica, in quanto questo era l’unico modo per la Sig.ra M.D.S. di poter ottenere un permesso di soggiorno» (p. 3 del ricorso), deve il Collegio tuttavia rilevare che la ricorrente aveva già allegato, in sede procedimentale, e dimostrato, in sede giudiziale, di essere partner convivente di S.G. e di coabitare con lui e con i due figli avuti da precedente unione nella medesima abitazione di Brescia.

4.2. Pertanto, nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE dei suoi familiari in un altro Stato membro, l’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007.

4.3. Una simile interpretazione non risponde solo ad un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, ormai consacrato, a livello di legislazione interna, anche dall’art. 1, comma 36, della l. n. 76 del 2016, per quanto qui rileva, sulle convivenze di fatto tra «due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile», ma anche alle indicazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire che la nozione di «vita privata e familiare», contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo includa, ormai, non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le unioni di fatto nonché, in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale.

4.4. Si è assistito dunque, e non solo nella nostra legislazione nazionale, ad una interpretazione nuova ed evolutiva del concetto di famiglia, comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (e anche dello stesso sesso), tanto che la Corte di Strasburgo, di recente, ha chiarito come la legislazione degli Stati membri in materia di immigrazione non si può spingere sino al punto di negare all’individuo il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia, intesa come vita familiare (Corte europea dei diritti dell’uomo, 23 febbraio 2016, ric. n. 6845/13, Pajic c. Croazia).

4.5. In altri termini, proprio in virtù della presenza di rapporti affettivi (di natura eterosessuale od omosessuale), l’eventuale applicazione di una misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado, secondo la Corte di Strasburgo, di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore dell’interesse (Corte europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric. n. 31956/05, Hamidovic c. Italia, in particolare § 37), come avverrebbe nel caso di specie a danno irrimediabile dell’odierna appellante.

4.6. La circostanza che l’attuale legislazione in materia di permessi di soggiorno non sia stata ancora adeguata o comunque ben coordinata, sul punto, alle riforme introdotte dalla l. n. 76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto, consentendo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, anche al convivente straniero di cittadino italiano, purché ne ricorrano le condizioni, formali e sostanziali, ora previste dalla stessa l. n. 76 del 2016 (e, in particolare, dall’art. 1, commi 36 e 37), non osta all’applicazione mediata, anche in via analogica, degli istituti previsti dalla legislazione in materia di immigrazione per le unioni matrimoniali e, quindi, dello stesso art. 30, e ciò per la forza, essa immediata, di principî costituzionali ed europei, la cui cogenza prescinde dalla normativa sopravvenuta della medesima l. n. 76 del 2016 e dalle conseguenti disposizioni di attuazione e/o coordinamento.

4.7. Non può che discenderne, pertanto, l’illegittimità del decreto questorile qui impugnato nella misura in cui, pur correttamente rilevando che non sussistessero i presupposti reddituali per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, non ha però valutato in violazione dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, a fronte della situazione di fatto rappresentata in sede procedimentale e limitandosi solo a rilevare, illegittimamente, che il nucleo familiare della richiedente fosse composto solo dai figli e non dal compagno convivente, se sussistessero o meno i presupposti, formali e sostanziali, per rilasciare un permesso a diverso titolo e, in particolare, per i motivi familiari di cui all’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione da applicarsi necessariamente, in via analogica, anche alla convivenza di fatto della straniera, odierna appellante, con il cittadino italiano.

5. In conclusione, per i motivi esposti, l’appello deve essere accolto, sicché, in integrale riforma della sentenza impugnata, va annullato il decreto emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti dell’odierna appellante, con l’obbligo, per l’Amministrazione, di rivalutare la domanda dell’interessata secondo i principî sopra enunciati, previa verifica di una stabile relazione di convivenza, ai sensi della legislazione vigente, con S.G..

6. Le spese del doppio grado del giudizio, attesa la novità dei principî qui affermati di cui non constano a questo Collegio precedenti noti, possono essere interamente compensate tra le parti.

6.1. Il Ministero dell’Interno deve essere condannato a rimborsare, attesa la sua soccombenza, il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando sull’appello, come proposto da C.M.D.S., lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, annulla il decreto Cat.A.12/2015/Immig./II Sez/gm/15BS021748 emesso il 29 dicembre 2015 dal Questore della Provincia di Brescia nei confronti della stessa.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio.

Pone definitivamente a carico del Ministero dell’Interno il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo e in secondo grado.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 

1482.- Immigrati e “invasione”, il documento segreto di Soros: i 14 parlamentari italiani “affidabili”

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Ci sono 14 parlamentari italiani giudicati “affidabili” da Open Society, la fondazione del magnate ungherese Goerge Soros attivissima nelle politiche a sostegno di profughi e immigrazione. Soros viene considerato il maggiore sponsor mondiale della “invasione” dell’Occidente, qualcuno parla addirittura di “sostituzione etnica”. E il dossier segreto sui suoi rapporti con l’Europarlamentodi Strasburgo, di cui parla Maria Giovanna Maglie su Dagospia, proprio per questo suona assai inquietante.

Nel documento, filtrato da Open Society. si fa riferimento con nomi e cognomi a 14 europarlamentari italiani: 13 sono del Pd e uno della Lista Tsipras. Del Pd sono Brando Maria Benifei, Sergio Cofferati, Cecile Kyenge, Alessia Mosca, Andrea Cozzolino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Isabella De Monte, Luigi Morgano, Pier Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Elena Schlein, Daniele Viotti. Della Lista Tsipras è Barbara Spinelli. Tutti loro rientrano nel “gruppone” di politici giudicati ottimi partner strategici da Soros e compagnia terzomondista, 226 parlamentari su 751, più 7 vicepresidenti, decine di coordinatori e di questori, i membri di 11 commissioni e 26 delegazioni.

Tra gli “amici” ci sono anche 38 esponenti del Ppe, 36 del Partito Liberale, 34 della Sinistra nordica e a addirittura 7 tra Conservatori e Conservatori e riformisti europei. “Pratica lobbistica classica”, sottolinea la Maglie, anche se qui non si sta parlando di sostegno a questa o quella attività economica ma di un complicatissimo, difficilissimo esperimento sociale, economico, culturale. L’Europa sta ridisegnando la sua immagine e il suo futuro, e il sospetto che tutto questo non solo sia reso obbligato dalle migrazioni di massa, ma anche favorito da qualcuno che nel business dell’accoglienza ha più di qualche interesse rende il tutto decisamente preoccupante.

Non a caso Open Society Foundation si propone di “far accettare agli europei i migranti e la scomparsa delle frontiere”, come reso noto da un progetto finanziato per 18 miliardi di dollari. E qualcuno, tra Stasburgo e Bruxelles, sarà pronto a fare sponda.

1473.- Perché l’idea che la cittadinanza sia una questione di sangue non ha nessuna logica

Saif Raja ha spiegato a TPI perché la cittadinanza di un paese dovrebbe basarsi su criteri come la lingua, la compatibilità con i valori e le norme condivisi, l’inclusione socio-culturale, e non ha nulla a che vedere con la “purezza del sangue”.

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Sono arrivato in Italia dal Pakistan quando avevo undici anni, ma il mio viaggio per venire qui, in qualche modo, è iniziato un paio di anni prima: mia madre e i miei fratelli si sono trasferiti prima di me – vi è dietro una lunga storia burocratica, noiosa e poco interessante, su cui non mi fermo; a nove anni, cominciai a pensare a come sarebbe stato trasferirmi in un paese totalmente diverso dal mio, iniziai ad assaporare il cibo italiano nella mia mente, ad immaginare il diverso modo di vestirsi, di vivere e così via.

Uno dei miei primissimi ricordi, legati all’Italia, è aver conosciuto una ragazza. Ero imbarazzato, traumatizzato, agitato e nervoso: non ero abituato a parlare con le ragazze della mia età, soprattutto perché in Pakistan, a scuola, le classi non sono miste. Ora, quella ragazza è una delle presenze più significative nella mia vita, un pilastro fisso.

Prima ancora che me ne accorgessi, l’Italia mi aveva già adottato: parlavo con le ragazze tranquillamente. Avevo interiorizzato un aspetto culturale, senza nemmeno rendermene conto. Sono nato in un paese in cui il solo pensiero della non esistenza di Dio è condannato, in cui non c’è lo spazio per la laicità.

Un paese, una cultura in cui non si discute se Dio esista oppure no. Esiste, punto. Oggi, a ventitré anni, non ho nessun problema a discutere sulla eventuale non esistenza di Dio. Ho interiorizzato un altro aspetto culturale del paese che mi ha accolto; questa volta, però, ne sono pienamente consapevole.

In questo periodo, leggo moltissimi commenti a favore e contro lo ius soli e mi sono chiesto se io sia italiano o pakistano. Prima di arrivare alla risposta, bisogna capire effettivamente cosa sia un paese? Che relazione c’è fra un paese, la sua cultura e il suo popolo? Sono indipendenti fra di loro? Assolutamente, no.

Un paese non esiste se non grazie alla sua storia e alla sua cultura. È la storia che costruisce la memoria collettiva di ciascun paese, e quest’ultima, a sua volta, influenza ampiamente la memoria individuale di ogni suo abitante. La cultura, che è in continuo mutamento perché il popolo è in continuo cambiamento, è l’insieme delle norme, delle tradizioni, dei valori condivisi dagli abitanti di un paese. Quindi: cosa serve avere per essere totalmente italiani?

Questa è una domanda le cui risposte possono essere tante, senza, però, arrivare ad un’effettiva conclusione. Ad esempio: molte volte, sento alcune persone dire che per essere italiani bisogna essere nati in Italia, da genitori italiani. Conta, perciò, il sangue puramente italiano.

Ora, al di là della assurdità di questo concetto – perché il voler creare una stirpe pura, sotto ogni aspetto, è una ideologia comprensibile solo se siamo personaggi di un qualche romanzo fantasy, Voldemort, ad esempio – nella realtà dei fatti, nella quotidianità, questa fantasia malata è insensata: non esiste il sangue italiano puro, almeno per due motivi:

– Il sangue degli italiani non ha caratteristiche biologiche diverse dal sangue dei francesi, dei tedeschi, dei marocchini, degli americani

– L’Italia, come la maggior parte dei paesi del mondo, è stata teatro di spettacoli diversi: barbari, arabi, tedeschi, per citarne alcuni, sono passati per la penisola italiana, influenzando il paese non solo culturalmente ma anche geneticamente: la storia è piena di donne schiave che venivano violentate e che, in seguito, rimanevano incinte. Quindi, il voler basarsi su criteri genetici per un eventuale titolo di appartenenza ad un paese è semplicemente illogico.

La cittadinanza di un paese deve avere caratteristiche logicamente concrete: possono essere la lingua, la compatibilità con i valori e le norme condivisi, l’inclusione socio-culturale, per esempio. Caratteristiche che i bambini nati in Italia, da genitori stranieri, assimilano senza nessuna fatica ed inconsciamente, così come qualsiasi bambino nato da due genitori italiani. Un piccolo esempio è l’accento che si sente nel parlato di questi bambini: è il tipico della loro regione di provenienza.

Occupandomi di bambini e della loro educazione, ne ho incontrato diversi, nati in Italia ma da genitori stranieri, che hanno un marcato accento veneto, ad esempio, perché sono nati in quella regione.

Io stesso, avendo sempre vissuto a Belluno, ho l’accento bellunese. Spesso, con i miei amici, parlo in dialetto. Ecco: io, loro, noi, che siamo nati o cresciuti qui, in Italia, abbiamo assunto una caratteristica qualitativa di questo paese. E, a mio avviso, la cittadinanza si deve basare proprio su questi aspetti di tipo qualitativo.

Un’ultima nota, di cui spesso ci dimentichiamo, è che i paesi e i confini esistono perché è stato l’uomo stesso a tracciarli.

In natura, esiste la terra, esiste il mondo, non il Pakistan, non l’Italia tantomeno qualsiasi altro paese: questi esistono perché noi esseri umani ci siamo messi d’accordo e ci siamo detti: questo è mio, quello è tuo. Quando di mio, di tuo o di suo non c’è niente. È semplicemente tutto nostro.

1442.- Tutte le falsità della propaganda pro-migranti

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La nostra società vive un momento storico di forte decadenza. Si è perso ormai ogni contatto con la realtà, siamo in balia delle ideologie, dei dogmi e subiamo le conseguenze di un feroce indottrinamento e allineamento di massa a quelle che devono essere le “idee dominanti”.

Assistiamo giornalmente all’uccisione del libero pensiero, un omicidio che si perpetra attraverso due azioni equivalenti condotte in parallelo: da un lato si ghettizza il pensiero che si discosta dai canoni dominati, accostandolo a tetri aggettivi quali xenofobo, razzista, intollerante, populista eccetera, con lo scopo di scoraggiare la loro diffusione tra le masse e – dall’altro – si utilizzano termini inappropriati per definire situazioni scomode per l’affermazione dell’idea dominante, che se definite con i termini consoni finirebbero facilmente per essere avvertite per quello che realmente sono, ovvero realtà illegali e pericolose.

Ecco che allora il sovranista, il nazionalista e l’identitario diventano populista, razzista e xenofobo, ed il clandestino diventa semplicemente migrante; le magie della “neolingua” del nostro secolo, da far rabbrividire George Orwell.

Ma c’è da aggiungere un’altra cosa, forse ancora più drammatica, ovvero la presenza di una larga e consistente fetta della società che non solo ha recepito perfettamente l’indottrinamento a cui è stata sottoposta – sul tema dell’immigrazione, ma anche su altre grandi tematiche della nostra epoca: Unione Europea, egemonia statunitense, globalizzazione eccetera – ma ha effettuato un passo in più verso il baratro, un’involuzione sempre più profonda della capacità di pensiero, un’inibizione totale che li porta non solo a non riconoscere il grande inganno a cui sono sottoposti ma addirittura a spalleggiare l’inganno stesso, sublimandosi da vittime a complici, divenendo anch’essi carnefici.

È il caso, ad esempio, di tutta quella gente che ieri manifestava a Milano nella marcia pro-migranti e di tutti coloro che esprimono vicinanza a questa linea di pensiero.

Molte volte sentiamo esponenti del povero mondo intellettuale e giornalistico italiano, anch’esso in forte decadenza, come del resto quello politico, esprimere pareri imbarazzanti in tema di immigrazione. L’impressione che si ha è che queste persone siano i veri populisti, poiché fanno demagogia assecondando così le loro stesse utopie. Credono nel multiculturalismo e nella globalizzazione ed invece di ricredersi di fronte all’evidenza preferiscono perseverare nella loro follia.

È dunque l’approccio al tema ad essere sbagliato, affrontano il tema in maniera ideologica, filtrando il pensiero attraverso i loro dogmi politici e le loro insulse utopie: dalla società multietnica, passando per le frontiere che non esistono, fino all’uomo cittadino del mondo. Invece, per discutere seriamente di questo e di tanti altri temi “caldi”, bisognerebbe semplicemente usare il caro e vecchio buon senso.

In questo articolo vogliamo smontare, una ad una, le bugie più clamorose che ci vengono propinate attraverso i media, lo strumento colluso che fa da piattaforma all’indottrinamento, dimostrando la totale infondatezza delle argomentazioni alla base del pensiero pro-migranti.

1. “L’immigrazione è una risorsa”

Come contraddire questa frase? Certamente l’immigrazione è una risorsa… ma quando parliamo di quella regolare! Quando parliamo di uno Stato che attua politiche tali da avere piena contezza di chi entra nel proprio Paese e dei motivi per i quali lo fa: se per turismo, studio o lavoro e quando – soprattutto – in base alla situazione socio-economico-politica della Nazione vara delle soglie ai visti da concedere per chi cerca occupazione. Il problema è che taluni quando pronunciano questa frase non applicano la stessa distinzione, ma si riferiscono complessivamente a tutta l’immigrazione, regolare e clandestina.

Un migrante – alias clandestino – non è una risorsa, tranne per le ONG, per gli hotel che li ospitano sul territorio nazionale, per la criminalità organizzata che li arruola nello spaccio della droga o nei campi attraverso il caporalato ed infine per chi necessità di nuovi schiavi sottopagati per abbattere i costi della manodopera.

2. “Anche noi siamo stati migranti”

Noi siamo stati emigrati regolari, sottoposti a controlli alle frontiere, venivamo messi in quarantena quando arrivavamo negli Stati Uniti e se non trovavamo lavoro venivamo respinti ed espulsi. Nessun italiano dei milioni di concittadini emigrati fin dai primi anni del ’900 ha ricevuto sussidi divenendo un peso per la società in cui arrivava. Gli italiani si sono sempre guadagnati il pane, non hanno fatto i parassiti succhiando risorse senza generare progresso nei paesi in cui giungevano. Questo paragone non ha senso. È estremamente offensivo accostare due figure così lontane e così diverse di emigrato.

3.”Dobbiamo promuovere l’accoglienza e l’integrazione”

Una frase senza né testa e né coda. Praticamente uno spot elettorale: non si accoglie nessuno e non si integra nessuno per opera dello spirito santo, ma solo attraverso il lavoro. Far giungere centinaia di migliaia di persone in un Paese con il 35% di disoccupazione giovanile non promuove di certo l’integrazione. Queste persone resteranno tutte senza lavoro e quindi gli sarà automaticamente preclusa la possibilità di integrarsi: il lavoro è l’unico strumento di integrazione! Grazie al sostentamento economico, infatti, accresce la dignità del lavoratore, gli concede i mezzi per vivere in pari dignità sociale con il resto dei cittadini, facendolo sentire integrato nella società.

Lavorando, lo straniero avrà modo non solo di avere una casa, una macchina e mantenere la prole, ma in particolare avrà la possibilità di essere accettato dalla comunità perché apprezzato per il lavoro che compie, instaurando rapporti lavorativi e privati con quelli che sono – a tutti gli effetti – suoi concittadini, imparando così la cultura, la storia e le tradizioni locali, magari finendo per farle proprie. Ecco perché l’unica immigrazione che può funzionare è quella regolare e regolata: varare delle soglie per gli ingressi di cittadini stranieri è fondamentale affinché l’immigrazione sia una risorsa e non un ulteriore problema sociale!

4. “Gli immigrati fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare”

Altra frase che sta tanto a cuore ai “radical chic” e che spesso sentiamo pronunciare dagli stessi. Rivolgo nuovamente l’invito a riflettere se questa non sia la vera forma di populismo presente oggigiorno in Italia. Per essere corretta andrebbe modificata in “gli immigrati fanno i lavori sottopagati, quelli che gli italiani non accettano di fare”.

Ma perché gli immigrati accettano di essere sfruttati? Perché non essendoci un serio controllo degli ingressi abbiamo un numero estremamente elevato di stranieri. In più, a questi, si aggiungono centinaia di migliaia di clandestini che sbarcano nel nostro Paese, i quali, vivendo in una condizione sociale disumana, sono disposti a lavorare anche a 5 euro al giorno. La disperazione, il soprannumero – quindi la grande “concorrenza” di manodopera e la scarsa domanda – unita ad una concezione del lavoro e della dignità diversa dalla nostra, porta l’immigrato ad accettare lo sfruttamento.

5. “Chi vuole controllare l’immigrazione è razzista”

Quante volte ci siamo sentiti dare del razzista e dello xenofobo? Ma chi sono i veri razzisti? Come detto al paragrafo precedente, se gli immigrati finiscono per essere sottopagati e sfruttati è perché non c’è una politica seria in fatto di immigrazione, non c’è un controllo degli ingressi. È questo che comporta la sfruttamento dello straniero. Chi vuole le frontiere aperte è il vero razzista, in quanto pone queste persone nelle condizioni per essere schiavizzate, illudendoli di trovare chissà cosa, finendo poi sotto i porticati delle stazioni ferroviarie. A chi fa comodo una tale situazione? Ai grandi industriali.

Se non riescono più a delocalizzare le industrie, abbassando così il costo della manodopera, delocalizzano la manodopera stessa, portandola direttamente qui in Europa con gli sbarchi di migliaia di clandestini. La sinistra cosa fa di fronte ad una tale situazione? Grida “razzista” a chi propone delle politiche che sono di tutela per l’immigrato stesso e soprattutto per il lavoratore. Questo dimostra come la sinistra odierna sia collusa con il capitalismo estremo ed in balia di una forte crisi d’identità.

6. “Non è vero che gli immigrati ci rubano il lavoro”

Invece sì. Poiché accettando lavori sottopagati, per i motivi di cui sopra, sottraggono posti di lavoro agli italiani. Non solo: distruggono anche le conquiste sociali ottenute in secoli di lotta dei lavoratori per ottenere più diritti e retribuzioni eque. Si tratta di lavori che gli italiani hanno sempre svolto in tutta la loro storia – ma a condizioni dignitose.

7. “Abbiamo il dovere di aiutarli”

35% di disoccupazione giovanile, 12% il dato generale, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà e ben 11 milioni che per ragioni economiche rinunciano a cure mediche: ci vuole coraggio a pronunciare questa frase. L’accoglienza dei migranti ci è già costata ben oltre 4 miliardi di euro, di cui il 98% provenienti dalla casse dello Stato italiano e solo il 2% da fondi europei (che sono comunque anche soldi nostri, ricordo che l’Italia è uno dei principali contribuenti dell’UE). È evidente che una cifra così elevata sarebbe potuta essere investita per generare occupazione, per costruire infrastrutture, per applicare sgravi fiscali e per far ripartire l’economia.

Francamente non abbiamo nessun dovere di aiutarli, capirlo dovrebbe essere semplice: lo Stato ha il dovere di aiutare i propri cittadini, quegli stessi cittadini che per decenni – e di generazione in generazione – hanno contribuito con le tasse a finanziare lo Stato, generando quel “tesoretto sociale” che è di loro proprietà, perché appunto da loro sovvenzionato, sicché da loro deve essere utilizzato in caso di bisogno, a maggior ragione in un’epoca in cui vige una disastrosa situazione economia ed occupazionale. È davvero assurdo, nonché ingiusto, che queste risorse vengano stanziate in favore di chi non ha contribuito in alcun modo a crearle.

8. “Scappano dalla guerra”

Non scappano da nessuna guerra, i numeri parlano chiaro (dati riferiti al 2016) : su 180 mila sbarchi solo 120 mila persone hanno presentato domanda di asilo. Sicché già 60 mila, quindi un terzo degli arrivi, si dimostrano in mala fede. Delle 120 mila domande, l’asilo politico per rifugiato di guerra o perseguitato politico è stato riconosciuto a solo 5 mila persone. Ad altri 35 mila, invece, è stato concesso di restare per il momento in Italia in attesa di ulteriori verifiche circa il proprio status e poche migliaia sono stati espulsi. In totale, 176 mila sono mantenuti dai contribuenti negli alberghi.

9. “È colpa nostra che abbiamo sfruttato i loro Paesi”

No, è colpa nostra che continuiamo a sfruttarli! Ed il modo migliore per farlo è sottrarre risorse umane a questi paesi. Anche in questo caso si palesa il controsenso di chi spalleggia l’immigrazione clandestina e poi accusa l’occidente di colonialismo. Incentivare i flussi migratori significa condannare a morte quelle Nazioni e schiavizzare coloro che giungono in Europa, illudendoli di trovare Eldorado, finendo sottopagati e ai margini della società.

10. “Immigrazione non è sinonimo di criminalità”

Ancora una volta il problema è concettuale. Se parlassimo di un Paese in cui si attuano norme serie per il controllo degli ingressi l’equazione immigrazione=criminalità sarebbe insensata. Ma dato che non è questo il caso dell’Italia e dato che per questi signori immigrazione non significa immigrazione regolare, non possiamo che contraddirli. Se non si parla da New York, oppure da qualche attico dei Parioli, ma si vivono le città, si utilizzano i trasporti pubblici e si attraversano le stazioni ferroviarie, diventa facile rendersi conto che le nostre città siano in balia di migliaia di nulla facenti che vivono ghettizzati e ai margini della società. Non a caso la percentuale di stranieri presenti nelle nostre carceri è altissima, così come la percentuale di crimini commessi, il che è molto grave considerando che rappresentano una minoranza nel Paese. La soluzione per il pensiero “radical chic” qual è? Integrazione!

Una marea di disoccupati, senza fissa dimora e in condizione sociali pessime, cosa può diventare se non criminale? Per non parlare del fatto che, non avendo contezza di chi siano coloro che stiamo “accogliendo” – e qui mi fermerei a riflettere se questa sia accoglienza – non sappiamo se queste persone abbiano precedenti penali, se siano detenuti scappati dalle carceri libiche o se addirittura siano affiliati ad organizzazioni terroristiche.

A tal proposito vorrei sottolineare come la condizione sociale in cui versano gli immigrati sia assolutamente una condizione potenzialmente idonea affinché avvenga la radicalizzazione del soggetto: l’illusione di migliorare la propria vita, unita alla condizione indegna di sopravvivenza, genera solo odio verso la società occidentale. Dobbiamo renderci conto che grazie a queste politiche suicide d’accoglienza abbiamo fatto giungere nel nostro Paese un esercito di potenziali jihadisti, truppe lanciate dietro le linee nemiche pronte a colpirci appena l’odio – causato dalle utopie di taluni – sarà tale da far maturare in essi l’estremismo ed il fanatismo.

Infine, con la dislocazione in tutta Italia dei “migranti”, non oso immaginare qualora dovesse avvenire un fatto grave, ad esempio l’uccisione di uno di loro in una colluttazione con la popolazione locale, cosa potrebbe accadere a livello nazionale se tra i migranti si diffondesse questa notizia. La risposta è semplice: una marea di persone, ormai diffuse anche nei più piccoli paesini, scenderebbe per strada. Mi chiedo come le Prefetture pensino di riuscire a contenere una situazione simile che coinvolge anche il più piccolo borgo d’Italia. Ma si continua a parlare di accoglienza e di distribuzione dei migranti nei comuni di tutta Italia. Folle.

11. “Calo delle nascite: senza l’apporto degli immigrati l’Italia scomparirà”

Pensare di risolvere il problema della natalità facendo giungere più immigrati nel nostro Paese è semplicemente una follia. Sostanzialmente per due ragioni: uno, gli immigrati fanno figli a prescindere dalle loro possibilità economiche, quindi così si genera solo altra povertà che si aggiunge a quella già presente, quindi altri problemi sociali, altre spese per lo Stato; due, il problema della natalità si risolve solo generando occupazione per gli italiani stessi, accorciando i tempi per avere un’occupazione dalla conclusione degli studi, instaurando una politica di sostegno per le famiglie, con sgravi fiscali e sussidi per i figli, sussidi che li accompagnino durante tutta la crescita (altro che reddito di cittadinanza, tra l’altro pensato anche per gli stranieri).

12. “Lo ius soli è un traguardo di progresso irrinunciabile”

Non avere la percezione della realtà comporta l’affermazione di queste frasi del tutto scollegate dal mondo reale. Allo stato attuale, in cui sono presenti centinaia di migliaia di persone assolutamente sconosciute, realizzare lo ius soli sarebbe una follia. Ciò che è accaduto e sta accadendo in Francia e Germania dovrebbe farci riflettere intimandoci la calma su questo tema.

13. “L’immigrazione non è un fenomeno controllabile”

L’immigrazione di queste masse è un fenomeno fin troppo controllato e controllabile. Lo dimostrano le ultime inchieste della Magistratura che hanno svelato quello che viene denunciato da anni, ovvero la collusione delle ONG nel traffico dei clandestini. Le loro navi sconfinano nelle acque territoriali libiche raggiungendo dei veri e propri punti di incontro con gli scafisti.

Dall’altro canto l’Italia e gli altri partner europei hanno messo in piedi delle operazioni militari che non vanno nella direzione di fermare le partenze, bensì – paradossalmente – le incentivano: è chiaro che se il clandestino sa che dopo poche decine di miglia di navigazione incontrerà del naviglio militare pronto ad accoglierlo e a trasportarlo in Italia si sentirà più sicuro di intraprendere il viaggio e partirà in massa. Perciò, come si sta controllando l’immigrazione nella direzione sbagliata, ovvero incentivandola, si può tranquillamente controllare nella direzione giusta, reprimendola alla radice. Ma per fare questo ci vuole la volontà politica.

Innanzitutto andrebbe instaurata una politica interna seria in materia di immigrazione, come detto più volte in questo articolo, in quanto è il primo passo fondamentale per gestire il fenomeno. Andrebbero posti dei requisiti stringenti per giungere nel nostro Paese: basterebbe ispirarsi a quanto già fanno molti Paesi come Stati Uniti, Canada e Australia. Per risolvere, invece, la situazione del Mar Mediterraneo si può agire in due modi, anche se per farlo il nostro Paese dovrebbe trovare un barlume di orgoglio, dignità e soprattutto sovranità in fondo alla sua anima.

Quindi dovrebbe chiedere, in sede ONU,  una risoluzione che autorizzi l’Italia a pattugliare le coste libiche, instaurando un blocco navale, impedendo così le partenze. Se le Nazioni Unite non dovessero appoggiare una tale risoluzione, l’Italia – ma è davvero un’utopia allo stato attuale – dovrebbe agire ugualmente, come del resto da mezzo secolo fanno gli Stati Uniti. Solo che noi, al contrario di loro, agiremmo nella nostra area geopolitica, nel nostro mare, per tutelare la nostra sovranità e non bombarderemmo nessuno Stato sovrano, non uccideremmo nessuno e anzi risolveremmo una situazione che da decenni causa migliaia di vittime all’anno.

Questo, ovviamente, non bloccherebbe i flussi migratori, semplicemente li dirotterebbe altrove. Affinché si arresti totalmente il fenomeno si dovrebbero arrestare le politiche globaliste che destabilizzano da sempre l’area nordafricana e mediorientale, lasciando che in quelle terre siano le popolazioni a decidere le sorti politiche dei propri Paesi, senza porre ingerenze, senza manie di colonialismo.

Ma questo è certamente un problema mondiale che non può essere affrontato unicamente dall’Italia, ma appunto congiuntamente da tutta la comunità internazionale. Ma anche questo richiede che ci sia una volontà politica per farlo. E siccome la volontà politica non è diretta dal popolo, ma dalle pressioni esercitate dai poteri economici e finanziari globali, i quali da questo flusso di schiavi verso l’Europa hanno solo da guadagnarci, lo scenario che si prospetta non è per niente roseo.

Riguadagnare la propria sovranità politica, economica e militare è una condizione irrinunciabile se davvero vogliamo risorgere e cambiare il nostro Paese, le nostre vite ed il mondo. Speriamo non resti solo un sogno, ma questo dipende da tutti noi e da come reagiamo all’indottrinamento: se caliamo la testa, spegnendola – per esempio partecipando alla marcia per i migranti – oppure se apriamo gli occhi, ragioniamo con il nostro cervello e con la nostra coscienza, decidendo così di non morire intellettualmente.

(di Carmine Savoia)