Archivi categoria: Immigrazione

1894.- Incassa 300mila euro a settimana grazie ai barconi. Chi è l’uomo da arrestare: ci fa invadere, uccide e… A chi fa capo?

Altro che “Salvini assassino”. La faccia e la storia della bestia del Mediterraneo.

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Sei anni fa l’etiope Ermias Ghermay era un “normale” clandestino, in Sicilia, con richiesta d’asilo. Poi dal Centro di accoglienza di Mineo ha spiccato il volo, diventando il re del traffico di migranti. Il boss di una rete internazionale con centro in Libia e in Italia e appoggi in tutta Europa, per un giro di affari che porta nelle sue tasche, scrive il Fatto quotidiano, 300mila euro a settimana.

C’è lui, ad esempio, dietro il viaggio tragico nel Mediterraneo che ha portato alla morte di 366 persone nell’ottobre 2013. È lui che tiene le fila dell’agghiacciante traffico di organi che vede vittime i migranti disperati che non possono pagargli il viaggio verso l’Europa. L’indagine della polizia italiana, grazie a oltre 30mila intercettazioni, ha svelato la rete di potere dell’etiope, che sfruttava come base logistica e finanziaria una profumeria a due passi dalla Stazione Termini, a Roma, gestita da un suo connazionale che raccoglieva in un libro mastro i nomi dei migranti trasportati dalla mafia libica e raccoglieva i soldi da spedire poi in Libia. In quella profumeria romana, scrive il Fatto, “gli agenti hanno sequestrato 526mila euro e 25mila dollari in contanti”.

I migranti disposti a pagare di più avevano la garanzia di arrivare in Italia non via mare ma attraverso ricongiungimenti familiari. Oggi Ghermay è latitante e ricercato, dopo aver sfruttato un permesso di soggiorno valido fino al 2019. Sarebbe tornato in Libia, dove regna dal suo centro operativo, “una fattoria dove nasconde fino a 600 migranti alla volta, ai quali chiede tra i 1.200 e i 1.600 dollari a testa per partire”. Fatti due conti, “80mila dollari per ogni partenza di migranti stipati sulle carrette del mare”.

Libero.it

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1890.- Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Bechir Rabani, giornalista indipendente morto suicidato. É evidente che aveva scoperto cose che non doveva sapere né divulgare. Proprio per questo ci attendiamo che si indaghi più a fondo prendendo debite precauzioni, sì perché quando ti ammazzano significa che hai preso un pesce molto grosso.
Da Controinformazione.info

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

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Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario, è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti: TheTruth Seeker Culture-wars.com. Traduzione e nota: Luciano Lago

1889.- L’AMMIRAGLIO: “LEGGE DEL MARE NON IMPONE DI ACCOGLIERE I CLANDESTINI”

Da VOX questi articoli che gettano una luce oscura sull’attuale comandante e sulle operazioni della Guardia Costiera italiana e fanno chiarezza sui contrasti fra l’Italia e Malta per le attività di ricerca e salvataggio. Lo scorso anno, a maggio, fu data notizia di un dossier che avrebbe messo sotto accusa l’ammiraglio ispettore​ capo (CP) Giovanni Pettorino, attuale comandante generale della Guardia Costiera, nominato da Gentiloni. Di lui si dice che sta facendo l’anti Salvini con un duro ostruzionismo al nuovo governo, assieme a tutto l’apparato, per esempio, andando a prendere i migranti in Libia con nave Diciotti. Come che sia, gli ammiragli non devono essere confusi da politiche contrastanti dei presidenti vari, dei poteri vari, degli interessi vari.

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GUARDIA COSTIERA: “NAVI ONG LE INVIAMO NOI IN LIBIA”

QUESTO CONFERMA LE ACCUSE DI GEFIRA RIPORTATE DA VOX
L’altro giorno, la Guardia costiera ha difeso l’opera dei trafficanti umanitari da parte della flotta delle Ong. Lo fa fatto per bocca del suo capo, tal Vincenzo Melone, che ha spiega davanti alla Commissione Difesa che le operazioni di soccorso dei barconi si sono estese «dai 500mila chilometri quadrati di competenza italiana ad un milione e centomila, praticamente metà del Mediterraneo».

Il motivo è che, fino allo scorso 28 giugno (ndr), la Libia non aveva mai dichiarato la sua area di soccorso e con il caos post Gheddafi era incapace di farlo. E così ci siamo beccati noi tutti i clandestini: per motivi sconosciuti, visto che allora potrebbe farlo anche la Tunisia, la Francia o qualsiasi altro paese. L’alto ufficiale – si fa per dire – ribadisce «che le unità navali a nostra disposizione non ce la fanno e dunque dobbiamo chiamare a raccolta chiunque navighi in vicinanza di un evento Sar (ricerca e soccorso), mercantili e navi delle Ong». Lo sappiamo. Che la Guardia Costiera sia complice del traffico è noto a chiunque legga Vox e abbia seguito un po’ più dei giornalisti lo scandalo ‘Canale di Sicilia’:

SCANDALO ONG SI ALLARGA: “IMPLICATA ANCHE GUARDIA COSTIERA” – VIDEO

SR 1380 – NGOs Smuggling Migrants Into Italy on an Industrial Scale

La Guardia Costiera che garantisce per le Ong, è come Provenzano che fa da garante a Riina. In Libia ce le mandano loro, la Guardia Costiera sta violando la legge – e tradisce la Patria, ma questo per loro non è una novità – ogni volta che invia navi dei trafficanti umanitari in Libia e poi le accoglie nei porti italiani invece di dirigerle in Tunisia o Malta.

La rappresentante di Moas, una delle organizzazioni sotto accusa, sempre in Commissione difesa, aveva del resto ammesso che l’«unica eccezione per entrare in acque territoriali libiche è quando viene esplicitamente richiesto da Roma». I capi italiani dell’organizzazione sono a Palazzo Chigi! Per questo Soros è andato da Gentiloni, per questo il governo non fa nulla: non può accusare se stesso.

Si cita il caso della nave Aquarius di Msf e Sos Mediterranee che venne monitorata un quarto di miglio all’interno delle acque libiche. Dal comando della Guardia costiera di Roma gli fu risposto che c’era attività in mare senza però confermare se questa stava avvenendo in acque territoriali di un altro paese.

Per l’ennesima volta. Giorni prima era toccato ad altre navi di scafisti umanitari.

7 giorni in Libia con i trafficanti umanitari delle ONG a caccia

Si è detto che il Comandante della Guardia Costiera non deve essere sentito in commissione perché spieghi o meno se le ONG trafficano, ma come protagonista di questo traffico. Ma anche lui, in fondo, è una mera pedina, traditrice del popolo ma pedina, di ordini diretti del governo. Abusivo e criminale.

L’ammiraglio Ferdinando Lolli, ex comandante generale della Guardia Costiera afferma: “I clandestini non sono naufraghi, vanno in mare apposta per farsi salvare. Nessun porto è stato chiuso, ma è legittimo negare l’accosto di una nave”.

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“L’Italia ha tutto il diritto di non voler più accogliere migranti (clandestini ndr…) ma profughi”.
“Non sono naufraghi. Tutte le convenzioni del mare dicono che chi rischia di morire va soccorso. Ma queste convenzioni sono pensate per soccorrere chi si sta perdendo per la fortuna del mare. È la solidarietà del navigante verso un altro navigante. Ma la Bibbia di tutte le convenzioni del mare, Amburgo 1979, viene ora chiamata in causa anche per quanti si mettono in mare proprio per essere soccorsi”.

Infatti. Deve essere rivista, perché legata ad un’altra epoca. Come Gesù rivedrebbe la parabola dello straniero se si presentassero alla sua porta migliaia di stranieri che vogliono approfittarsi di Lui.

“Il gommone che usano è fatto per sgonfiarsi. I mezzi sono costruiti e gestiti in violazione di tutte le norme di sicurezza. Non sono unità navali, ma legni e gomme galleggianti” (Aggiungo: non portano scorte di carburante né di cibo. Hanno, al massimo un motore da 40 HP, come nella foto. ndr).

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“Malta ha dichiarato una Sar immensa, ma se ne disinteressa perché la sua popolazione è quella di un quartiere di Roma. Ma è uno Stato e ha degli obblighi”.

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Tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della Convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di SAR, e le SAR dei vari stati devono coordinarsi tra di loro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i Paesi costieri nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997. Secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati.

Tutto questo concepito per il normale traffico marittimo, non certo per una situazione in cui flotte di barconi lasciano l’Africa per raggiungere l’Italia. Approfittando proprio delle leggi che ci siamo stretti al collo come un cappio.

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E ORA, SEMPRE DA VOX, MA DELL’APRILE 2016.- CI PRENDIAMO CLANDESTINI IN CAMBIO DI TRIVELLE, L’ACCORDO SEGRETO

Denunciato un patto segreto tra Malta e il governo Renzi per scambiare i clandestini con i diritti di esplorazione petrolifera

Il leader dell’opposizione maltese ha affermato che Malta e l’Italia hanno stipulato un accordo segreto in cui Malta cede i diritti di esplorazione di petrolio in una zona off-shore contesa con l’Italia, mentre l’Italia ricambia il ‘favore’ – a qualche compagnia amicha del governo Renzi – prendendosi la quota di di clandestini che trovandosi in zona maltese, dovrebbero essere presi in carico da Malta.

Alla fine di marzo, la Commissione europea è stata costretta a rispondere alle accuse, negando; ma è una questione complicata.

Il leader dell’opposizione maltese Simon Busuttil del partito nazionalista, e membro del Parlamento europeo fino al 2013, ha accusato il governo maltese alla fine dell’anno scorso di consentire al governo italiano di trivellare in acque maltesi in uno scambio petrolio-per-immigrati. Renzi ha una passione per le trivelle. E per i clandestini. Figuriamoci se può prendersi entrambi: doppio business.

Lo scorso settembre, il ministro degli Interni maltese Carmelo Abela aveva dichiarato che Malta ha un accordo ‘informale’ con l’Italia su questo punto, per poi smentire e parlare di “stretta collaborazione”.

Sarà, ma intanto, mentre in Italia ha raccattato decine e decine di migliaia di clandestini negli ultimi mesi, a Malta, in tutto il 2015, ne sono arrivati 100.

Alla fine del mese scorso, la Commissione europea ha finalmente risposto alle accuse, con il Commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione Dimitris Avramopoulos. La risposta è stata pilatesca, ha detto che “non era a conoscenza di tale accordo bilaterale … tra le autorità maltesi e italiane in materia di ricerca e soccorso (SAR) nel Mar Mediterraneo. ”

“Non essere a conoscenza” di certo non dice nulla. E lascia spazio a tutto.

Detto questo, come riportato da The Independent, la Commissione ha osservato che per coincidenza l’area di ricerca di idrocarburi in questione si sovrappone con le aree di soccorso migranti.
Pur non essendo a conoscenza di alcun accordo, la Commissione ha detto che se ci fosse un accordo, sarebbe in linea con la normale ripartizione degli oneri.

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Malta ha un potenziale di 260 milioni di barili. Ma Malta e l’Italia rivendicano la zona per trivellare, ma non la vorrebbero in quanto a responsabilità di prendersi i clandestini. Questo fino all’arrivo di Renzi. Anzi, dall’arrivo del PD al governo.

Il nocciolo della questione è una legge 2012 approvata dal Italia, che ha in sostanza raddoppiato direzione sud-est della piattaforma continentale in Italia della Sicilia e verso la costa libica rivendicato anche da Malta. Alla fine del 2015 , Malta e l’Italia hanno raggiunto un accordo informale per sospendere l’attività esplorativa di perforazione petrolifera in questo settore.

Forse, lo scandalo PD-Petrolio è un tantino più largo. Forse, arrivano fino alla Libia.

1878.- UNA LETTERA APERTA A TITO BOERI di Paolo Savona

L’INPS DEVIATO di Boeri tiene i nostri pensionati col minimo alla fame, ma regala l’assegno sociale a 55.940 stranieri ultra 65enni che godono in Italia dell’assegno sociale senza nemmeno aver lavorato un giorno e mai stati residenti in Italia. Ma Boeri chi è?

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(Mauro Ammirati) – Boeri è la personificazione d’una cultura superata dalla scienza e dalla storia. Noi non dobbiamo preoccuparci che un giorno venga a mancare il denaro per pagare le pensioni (il denaro è l’unica risorsa al mondo di cui disponiamo in quantità illimitata, possono venire a mancarci anche l’aria e l’acqua, ma non il denaro, che può esaurirsi solo quando si esauriscono i numeri, cioè mai). Dobbiamo invece preoccuparci che, un giorno, il sistema economico non sia in grado di soddisfare la domanda di beni e servizi dei cittadini, quindi anche dei pensionati. Invero, questa è una preoccupazione solo teorica, perché, nei Paesi avanzati, la cosiddetta “economia della scarsità” è superata da almeno un secolo, il vero problema non è più la capacità produttiva, oggi siamo in grado di produrre mille volte i beni ed i servizi di cui abbiamo necessità. Il vero problema, nelle economie avanzate, non è più, da un bel pezzo, la produzione o l’offerta, ma la domanda, la distribuzione, il potere d’acquisto collettivo. Se gli anziani prendono pensioni troppo basse e se gli altri cittadini devono lavorare fino a 67 anni, il risultato sarà una pressione sulla domanda, una minore richiesta di beni e servizi. Ed il sistema produttivo sarà sottoutilizzato. Ciò che, infatti, avviene oggi. Se avessero dato buone pensioni ai nostri trisavoli, nella prima metà del XIX secolo, questo avrebbe potuto creare inflazione, perché la capacità produttiva di allora era, verosimilmente, insufficiente a soddisfare la domanda di beni e servizi. Il problema, a quel tempo, era la produzione. Ma negli ultimi 150 anni, la situazione si è rovesciata: se oggi non dai buone pensioni e costringi il lavoratore ad andare a riposo molto tardi, il sistema economico si blocca. Boeri e quelli come lui ragionano come se dal XIX secolo ad oggi non fosse accaduto nulla.
Dal blog di Gianni Fraschetti

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Caro Boeri,
avevo letto le tue dichiarazioni sul ruolo degli immigrati nel sistema pensionistico italiano e le avevo cercate inutilmente nella Relazione annuale dell’INPS, ma le ho trovate solo negli estratti stampa di un tuo intervento in uno dei tanti inutili e confusionari incontri che si tengono in Italia.

Conclusi che la lettura delle tue dichiarazioni poteva essere oggetto di interpretazioni positive e ho lasciato perdere. Sei tornato sul tema e ho sentito ripetere nuovamente i concetti nel corso di una trasmissione radio nella quale sostieni che il tuo ruolo all’INPS è di fornire informazioni statistiche sullo stato del sistema pensionistico; sarebbe cosa meritevole, perché quelle che fornisci non sono sufficienti e sono devianti perché le accompagni con interpretazioni che inducono a una valutazione distorta della realtà.

Tu dici che gli immigrati che hanno trovato un lavoro hanno versato oneri sociali di rilevante entità che servono per pagare le pensioni degli italiani e concludi che sono perciò indispensabili. Così presentata l’informazione induce a ritenere che ogni opposizione all’accoglienza di immigrati che non tiene conto di questo vantaggio è errata, accreditando la politica fallimentare finora seguita in materia.

La prima obiezione, che conferma la natura di interpretazione delle statistiche che rendi pubbliche, è che, se al posto degli immigrati ci fossero stati italiani, il gettito contributivo sarebbe stato lo stesso perché il sistema pensionistico italiano è basato sul metodo distributivo: i giovani lavoratori pagano per gli anziani andati in pensione e se tra essi vi sono immigrati non è la loro nazionalità a dare un carattere particolare al contributo che essi danno al sistema.

Potresti tutt’al più obiettare che le nuove assunzioni avvengono sovente in deroga al versamento degli oneri sociali e, quindi, in prospettiva il sistema pensionistico peggiora. Questo sarebbe assolvere al proprio dovere.

Non so se i giornali abbiano riferito una tua frase dove sostieni che non tutti gli immigrati finiranno con beneficiare di una pensione, ma questa è stata l’interpretazione. Se l’andazzo del bilancio e del debito pubblico continua, probabilmente tutti gli immigrati, non solo gli italiani, non beneficeranno della pensione attesa.

Mi indigna il solo pensare alla possibilità di un’espoliazione o decurtazione di valore della pensione che gli immigrati attendono. Se l’affermazione fosse tua, ha tutti i tratti del colonialismo d’antan. Sono favorevole all’inclusione di immigrati regolari nel mondo del lavoro, ma sono contrario che essi provengano dall’immigrazione irregolare, la cui numerosità è enormemente sproporzionata rispetto a quella del suo assorbimento da parte dell’attività produttiva, creando ben altri problemi sociali.

Trovo inoltre giuridicamente devastante che, se l’immigrato trova lavoro regolare, il suo illecito diventi lecito, perché induce scontento nel migliore dei casi e scarso rispetto della legge da parte di chi quotidianamente lotta per adempiere alle incombenze di cittadino; esse sono piene di scadenze che, se solo vengono saltate di un giorno, generano ammende. Anche all’INPS. Si introduce nel corpo delle leggi il concetto di violazioni sanabili e non sanabili.

Ritengo inoltre socialmente ingiusto che un immigrante illecito venga preferito a un giovane italiano perché disposto a lavorare a un salario inferiore; ancor più considero economicamente errato che si assista l’immigrante illecito a condizione che non lavori. I giovani italiani costretti a emigrare pur essendo preparati, di cui parli nelle tue dichiarazioni, sono il risultato di questo stesso modo di intendere la cittadinanza ed essendo tu equiparato a un funzionario dello Stato devi rispettare il dettato costituzionale e le leggi ordinarie, non “interpretarle” come fanno in troppi.

Se vuoi combattere per un’idea che ritieni giusta, devi lasciare l’INPS ed entrare nella tenzone politica o metterti a predicare come faccio io, rifiutandomi di conformarmi alla volontà dei gruppi dirigenti.
Credo che il risanamento del sistema pensionistico passi attraverso la trasformazione del metodo per ripartizione in metodo per accumulazione. Il primo passo è il ricalcolo del valore della pensione sulla base dei contributi versati, per poter comunicare a ciascun cittadino quale sia la quota di cui ha diritto e quale l’assistenza pubblica che riceve. Non per tagliare l’assistenza, ma per chiarire i rapporti tra cittadino e Stato.

Il secondo passo è una buona legge di tutela del risparmio pensionistico, che oggi manca. Spero che lo farai, risparmiandoci in futuro altri giudizi equivoci.
Grato per l’attenzione.
Paolo Savona
Milano Finanza 22.7.17

1873.- ECCO COME THOMAS SANKARA VOLEVA RISOLVERE LE MIGRAZIONI

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Sankara sapeva come evitare le migrazioni. Thomas Sankara aveva idee ben precise per far prosperare i popoli africani nelle loro terre, senza chiedere nulla a nessuno.

Siamo stati noi occidentali ad impedirgli di realizzarle, nello specifico qualcuno tra i nostri alleati, qualcuno che oggi, del problema dell’immigrazione, se ne lava le mani.

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“Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante.

Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.”

“Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

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Continua Thomas Sankara: “Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo.

Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie.

Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito.

Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici»”.

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“Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.

In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso.

Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui.

Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri.

Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri”. “Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare.

Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare : il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato”.
Thomas Sankara.

1868.- Lo diceva Craxi nel ‘90: aiutiamoli veramente a casa loro e il mondo guarirà entro il 2020.

Bastava cancellare il debito del Terzo Mondo. Ma non si è fatto niente. E il 2020 è praticamente arrivato e quei paesi, sempre più poveri, vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo.

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«Proporre ai paesi poveri del mondo un “contratto di solidarietà” che rompa, entro il 2020, il ciclo infernale della miseria e della fame». Così parlava Bettino Craxi a Parigi nel lontanissimo 1990. La proposta: cancellare il debito del Terzo Mondo. Noi cos’abbiamo fatto, in trent’anni, su quel fronte? Meno di zero. Il 2020 è praticamente arrivato, e quei paesi (sempre più poveri) vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo. Rileggere oggi le parole di Craxi – riportate all’epoca dai quotidiani – fa semplicemente piangere: qualcuno ricorda una sola sillaba, di tenore paragonabile, pronunciata negli ultimi decenni da uno qualsiasi dei famosi campioni dell’Unione Europea? Siamo sgovernati da infimi ragionieri e grigi yesmen al servizio del capitale finanziario neoliberista che i tipi come Craxi li ha esiliati in Tunisia, trasformandoli in profughi politici – corsi e ricorsi, nell’amara ironia della storia: importiamo derelitti, dopo aver cacciato leader autorevoli e dotati di visione strategica. Nel ‘90, Craxi intervenne nella capitale francese in qualità di rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per i problemi del debito del Terzo Mondo, dinanzi alla Conferenza parigina dei 41 paesi più poveri del pianeta.

Un discorso, scrisse Franco Fabiani su “Repubblica” – nel quale Craxi ha ripercorso quelli che ha definito «i sentieri statistici della povertà che solcano il globo con la loro sfilata di drammatici indici della miseria e del sottosviluppo, dall’America latina

all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa subsahariana». Circa un miliardo di persone definite povere nelle statistiche ufficiali della Banca Mondiale (senza comprendere la Cina) costrette a fare i conti con risorse inferiori a quelle che occorrono per il minimo vitale. Erano quattro, per Craxi, i maggiori problemi da affrontare: nodi che – ieri come oggi – turbano, in questo contesto drammatico, «la ricerca dell’equilibrio e della prosperità di tutto il nostro pianeta: le guerre, la povertà, il debito, il degrado ecologico e ambientale». Africa e Asia, Medio Oriente, America Latina: aree tormentate negli anni ‘80 da guerre, guerriglie tra Stati e popoli e gruppi di diverse ideologie. Tragedie che hanno prodotto «distruzioni e persecuzioni, ma anche e soprattutto costi economici enormi, che hanno aumentato a dismisura l’indebitamento». Di qui la ricetta di Craxi, proposta alle 150 delegazioni presenti a Parigi: sviluppare una cooperazione con questi paesi per mettere fine ai conflitti e alleviare il debito, cominciando dai paesi che rispettano i diritti umani.

In una parola: «Concentrare gli sforzi politici e finanziari per spezzare l’intreccio perverso guerra-povertà». E quindi, innnanzitutto: fare il possibile per evitare nuove guerre. Quella in agenda nel ‘90 era la prima Guerra del Golfo, a cui il “profeta” Craxi si opponeva: un conflitto nel Golfo, sosteneva, «trascinerebbe con sé un carico incalcolabile di distruzioni e di conseguenze tragiche di cui proprio i paesi più poveri sarebbero le prime vittime». Ed ecco la proposta strategica: «Cancellare sino al 90% del debito bilaterale, mentre il restante 10% dovrebbe essere convertito in moneta locale, per farlo affluire ai progetti di sviluppo economico, di formazione di capitale umano e di tutela dell’ambiente». La cancellazione del debito verso i paesi poveri «comporterebbe un onere annuo pari al 10% del Pil dei paesi donatori, cui si dovrebbe aggiungere almeno una percentuale identica di nuovi aiuti». In questo modo, secondo Craxi, «si potrebbe avere una robusta crescita dei paesi più poveri che consentirebbe loro di debellare la fame entro il 2020». Unica condizione: la stabilità del prezzo del petrolio, e quindi la pace. Un simile discorso, oggi, in Europa, avrebbe bisogno di un traduttore specializzato: la lingua di Craxi sembra estinta, come quella dei Sumeri.

1867.- Vertice UE migranti, parla Becchi: “Stavolta l’Europa salta davvero”

Siamo giunti al “Vertice EU sulla questione migranti: “Giuseppe Conte minaccia di porre il Veto sulle decisioni non concordate e “la Merkel incontra Conte per un colloquio a quattr’occhi”prima della riunione generale”.
Prima questa Europa salterà, prima potremo rifondarla; ma senza potenze coloniali e stati privilegiati. Mario Donnini ha aggiunto.
Sbaglia chi pensa che l’Italia oggi rischi l’isolamento, è vero l’esatto contrario. Oggi sul tema dei migranti e dell’eurozona siamo al centro di tutti i giochi e Conte farà finalmente valere i nostri interessi, con buona pace di Merkel e Macron e – aggiungo – dei loro padroni.

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C’è chi ritiene che oggi sia in gioco il destino dell’Europa. Il vertice della Ue si annuncia ad alta tensione soprattutto su due temi in particolare: la gestione dell’immigrazione e i rapporti con la Russia. L’Italia è pronta a fare la voce grossa e a minacciare il veto se sull’immigrazione non arriveranno risposte convincenti in ordine alla condivisione dei salvataggi in mare. Del fatto che l’Europa sia ormai ad un bivio è convinto il filosofo Paolo Becchi che a Lo Speciale evidenzia come il nuovo ruolo dell’Italia, potrà essere davvero determinante per porre fine all’asse franco-tedesco che fino ad oggi ha guidato i destini della Ue.

Cosa si aspetta dal vertice europeo di oggi?

“Oggi può arrivare il punto di svolta. L’Italia nel pre-vertice della settimana scorsa ha messo in chiaro la sua posizione che spero vivamente resti quella decisa dal Governo. Conte ha fatto capire chiaramente che sull’immigrazione non basterà cambiare il Trattato di Dublino ma andare oltre. Serve un nuovo trattato che prenda atto della situazione attuale, che non è più la stessa di allora. La Germania e la Francia devono riconoscere di aver sbagliato tutto e ammettere che la politica migratoria da loro imposta a tutta l’Europa è stata completamente fallimentare”.

C’è chi addirittura intravede la possibilità che l’Europa possa saltare. Siamo a questo punto?

“L’Italia potrà porre il veto sulle decisioni che non condividerà o rifiutarsi di sottoscrivere gli accordi. Di certo la Germania è uscita dai mondiali di calcio, ma sta entrando in una situazione molto complessa. Non sappiamo neanche quanto il Governo Merkel potrà durare. Sbaglia chi pensa che l’Italia oggi rischi l’isolamento, è vero l’esatto contrario. La nostra posizione è stata talmente dirompente da aver messo in crisi gli equilibri che si erano creati in Germania. Il ministro dell’Interno Seehofer si mostra sempre più scettico circa la permanenza in vita della Grande Coalizione tedesca facendo capire che dal primo luglio sarà pronto a rivoluzionare la politica dell’immigrazione portata avanti fino ad oggi dalla Cancelliera. Se non gli sarà consentito, potrà far cadere il Governo dal momento che i voti della Csu sono determinanti. Macron non sta affatto meglio visto che la Francia è la principale responsabile dell’emergenza immigrazione, prima per aver creato la crisi libica e poi per la dissennata gestione del franco francese che sta distruggendo le ex colonie in Africa. O l’Europa cambia marcia oppure Francia e Germania resteranno isolate. Il dato di fatto importante è che oggi Conte al vertice conterà davvero”.

C’è poi il nodo della Russia. Cosa potrà accadere?

“Nel programma del Governo gialloverde c’è la ridiscussione delle sanzioni alla Russia. L’Italia non può continuare a tollerare una situazione come quella attuale che vede la Germania fare affari indirettamente con Mosca mentre noi siamo obbligati a rispettare i vincoli. La nostra economia è fortemente danneggiata da queste sanzioni, quindi anche qui dovremo battere i pugni sul tavolo ed ottenere a tutti i costi la revoca delle restrizioni contro la Russia. Sicuramente francesi e tedeschi non saranno d’accordo, ma anche qui non possiamo suicidarci per far piacere loro”.

Le ultime elezioni amministrative hanno rafforzato o meno il Governo Conte?

“Lo hanno sicuramente rafforzato nel momento stesso in cui hanno sancito la morte delle opposizioni. Il Pd è defunto dopo aver perso le storiche roccaforti della sinistra, e dovrà ripartire da zero, ricostruire tutto dalle fondamenta, per poter riuscire a rimettere in piedi un’alternativa di governo. Penso che da adesso alle prossime elezioni europeee l’Esecutivo potrà lavorare in tutta tranquillità e senza grossi impedimenti. Fa bene Matteo Salvini a portare avanti la sua politica sulla sicurezza e contro l’immigrazione che sta già dando ottimi risultati, ma spero che quanto prima analoghi risultati si vedano anche sul piano sociale. Dobbiamo dare risposte decisive sul grande tema del lavoro. La disoccupazione purtroppo non cenna a diminuire e tanta gente continua a vivere al di sotto della soglia di povertà. Dobbiamo coniugare il sovranismo identitario con quello sociale e solidale e per fare questo dovremo sfondare il patto di stabilità e trasgredire i vincoli europei. Altrimenti non ne usciremo”.

Dopo le europee cosa potrà accadere?

“Qui il discorso diventa più complesso. Senza dubbio l’orientamento di Salvini è chiaro, contribuire alla creazione di un grande blocco sovranista ed euroscettico insieme ai paesi di Visegrad che porti a rifondare l’Europa contrapponendosi ai due schieramenti fino ad oggi dominanti, popolari e socialisti. Cosa farà il M5S? Aderirà al blocco sovranista? Manterrà una posizione autonoma? Si schiererà con i liberali? Con i verdi? Su posizioni euroscettiche o no? Questo il grande dilemma. A quel punto in base alla collocazione che i 5S sceglieranno in Europa potrebbero presentarsi seri problemi per la tenuta del Governo. Ma è prematuro parlarne ora. Adesso per un anno penso si procederà senza intoppi e con risultati secondo me anche molto positivi. Se il buongiorno si vede dal mattino! Oggi l’Italia sul tema dei migranti e dell’eurozona è al centro di tutti i giochi. Come andrà a finire nessuno lo sa, ma di certo nulla sarà più come prima”.

1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

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I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

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Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.

1865.- COSA C’È DIETRO L’IMMIGRAZIONE DI MASSA

Cause, interessi occulti e terribili conseguenze: il parere di Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”. FEDERICO CENCI

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Giovani africani in partenza dalla Libia

Negli ultimi anni l’opinione pubblica europea ha imparato a conoscere e in qualche modo a metabolizzare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Frotte di uomini, donne e bambini assiepano scomodi barconi che salpano il mar Mediterraneo fin quando non vengono raggiunti dalle imbarcazioni delle ormai arcinote ong, le quali si assumono il compito di traghettare i migranti sulle coste settentrionali. È questo solo l’ultimo stadio di un processo che inizia nei Paesi d’origine degli immigrati, ma che affonda le radici nei meccanismi finanziari che regolano l’economia globale.
Austerity, debito, maltusianesimo
Del tema se n’è parlato giovedì scorso presso la Sala Teatro della Fondazione Cristo Re, a Roma. Relatori Enzo Pennetta, biologo, docente e scrittore, e Ilaria Bifarini, economista, autrice dei libri Neoliberismo e manipolazione di massa (2017) e I Coloni dell’austerity: Africa, Neoliberismo e migrazioni di massa (2018). È un’analisi dei fatti che parte da lontano quella offerta dalla Bifarini, che si definisce una “bocconiana redenta”, dal nome della prestigiosa università dove ha studiato, la “Bocconi” di Milano, fabbrica dei futuri manager dell’alta finanza.

L’austerity, a suo avviso, e prima ancora il debito, sarebbero le cause scatenanti dell’immigrazione di massa nonché della globalizzazione della povertà. Austerity che, nell’introduzione di Pennetta, troverebbe una correlazione con il maltusianesimo, dottrina economica ispirata all’inglese Thomas Malthus secondo cui la popolazione crescerebbe in maniera superiore alle risorse disponibili. Di qui la necessità, promossa dai seguaci di questa teoria, di ridurre l’assistenza sociale perché essa incentiva la crescita demografica. E proprio i tagli alla spesa pubblica sono il punto di contatto tra Malthus e l’austerity.

Il ricatto all’Africa
Quest’ultima, diventata tema ricorrente in Occidente, “trova nell’Africa, e nel Terzo Mondo in generale, il proprio laboratorio di sperimentazione”, ha affermato la Bifarini. La sua riflessione è partita dalla crisi del debito del Terzo Mondo del 1982, quando – ha detto – “le politiche ultraliberiste occidentali irrompono nel continente africano attraverso i piani di aggiustamento strutturale, ossia una serie di riforme economiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale, poste come condizioni per la concessione di prestiti”.

Che tipo di riforme? Presto detto: privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni. Una congerie di ricette economiche ultraliberiste che – ha osservato la Bifarini – “hanno prodotto un aumento della disuguaglianza, della povertà e, conseguentemente, dell’emigrazione”. Non è un caso che i Paesi che presentano una superiore propensione all’emigrazione sono proprio quelli con un debito pubblico più ridotto, cioè quelle che hanno versato più “lacrime e sangue”, per usare un’espressione famigerata. L’economista ha tenuto a precisare che prima di questo corto circuito, benché a piccoli passi, anche diversi Paesi africani avevano iniziato a crescere, e lo avevano fatto attraverso politiche keynesiane, cioè con interventi statali per incentivare la domanda. Metodo che – ha aggiunto – è stato usato anche in Occidente per far fronte e superare la grande depressione del 1929.

A chi giova l’immigrazione di massa
Oggi invece, per rimanere all’Occidente, la crisi economica del 2008 viene affrontata non promuovendo maggiori investimenti pubblici, bensì assecondando le spinte ultraliberiste. Questo atteggiamento – ha rilevato la Bifarini – “applicato già nel Terzo Mondo, creerà anche qui da noi, anche attraverso l’emigrazione incontrollata di quelle stesse vittime africane del neoliberismo, una globalizzazione della povertà che non risparmia nessuno e che è linfa vitale della finanza speculatrice internazionale”.

Il flusso migratorio è ormai rodato e gradito ai mercati. “L’Africa – ha detto la Bifarini – si trova ad affrontare una crescita demografica esponenziale, che nel 2050 porterà la popolazione del continente a raddoppiare, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di abitanti. Al contrario l’Occidente è stretto nella morsa della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione”. È così che – ha proseguito – “attraverso la migrazione di massa, da una parte i Paesi africani si liberano della popolazione eccedente, dall’altra l’Occidente aggira il compito ineludibile di attuare politiche del lavoro e di tutela delle famiglie”.

L’esercito industriale di riserva
Non solo, l’arrivo di masse di disperati, disposti a tutto pur di avere un impiego, abbassa notevolmente il costo del lavoro, permettendo ai Paesi occidentali di competere nel mercato globale con le cosiddette economie emergenti, le quali spesso non hanno una tradizione in diritto alla tutela del lavoro. Essi rappresentano – ha sottolineato Pennetta – quello che Karl Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, moltitudini di persone pronte ad accontentarsi di retribuzioni da fame e di cattive condizioni lavorative. A tal proposito, Pennetta ha citato la dichiarazione di un esponente del Pd, che nel corso di una trasmissione tv nel 2016 ha detto che “uno dei parametri” a cui l’Italia è inchiodata è quello della “disoccupazione strutturale”. “Nel Def – ha chiarito l’esponente politico – abbiamo scritto che nei prossimi anni la disoccupazione non scenderà sotto il 12%, come obiettivo quasi dichiarato del governo”. Ciò significa – la riflessione di Pennetta – che si vuole che almeno un cittadino su dieci sia disoccupato, “di modo che sia disposto ad accettare stipendi sempre più bassi, per creare una concorrenza tanto sleale da far scendere sempre più retribuzioni e tutele”.

E per centrare l’obiettivo neoliberista c’è bisogno, inoltre, di quella che la Bifarini ha chiamato la “depoliticizzazione”, per cui lo Stato nazionale assume sempre meno valenza e cede la propria sovranità ad organi sovranazionali. “Nei Paesi africani – la sua riflessione – è stata repressa in nuce la nascita di Stati nazionali indipendenti nel periodo postcoloniale, che sono stati subito sostituiti da élite locali al servizio della finanza e delle multinazionali”. È ciò che sta avvenendo oggi anche in Occidente, ha rilevato la Bifarini. Ma la soppressione dello Stato non fa altro che generare una schizofrenia socioeconomica per cui non si investe più per risanare l’economia reale, quella delle imprese che producono beni e servizi, ma si alimenta il drago invisibile dell’economia virtuale, quella dei mercati, dei flussi di denaro che si muovono dietro lo schermo di un pc.

Cristo Re

La profezia di Sankara

Infine la Bifarini ha voluto citare la figura di Thomas Sankara, storico presidente del Burkina Faso tra il 1983 e il 1987. Egli denunciò e combatté l’inganno del debito, visto come una sorta di neocolonialismo nei confronti dell’Africa, e per questo fu assassinato dal suo vice, con la presunta complicità di alcuni tra i maggiori Stati occidentali. Secondo Sankara – ha detto l’economista – “le masse popolari europee non sono contro le masse popolari africane, ma gli stessi che vogliono depredare l’Europa sono quelli che hanno sfruttato l’Africa”. Pertanto il nemico – ha concluso la Bifarini – è lo comune a tutti i popoli: “l’elite neoliberista che specula sulla miseria e trae profitto dall’immigrazione di massa e dalla globalizzazione della povertà”.
Ilaria Bifarini e Enzo Pennetta

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1864.- LA PROPOSTA DI CONTE PER SUPERARE DUBLINO SI INTITOLA «EUROPEAN MULTILEVEL STRATEGY FOR MIGRATION» ED È COMPOSTA DA UNA PREMESSA E 10 OBIETTIVI

Si è conclusa la riunione informale sul tema migrazione a Bruxelles e rientriamo a Roma decisamente soddisfatti. Abbiamo impresso la giusta direzione al dibattito in corso (Non si può discutere dei “secondary movements” senza prima aver affrontato l’emergenza dei “primary movements”). Ci rivediamo giovedì al Consiglio Europeo.

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Ecco il documento di sintesi della proposta italiana avanzata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al vertice informale di Bruxelles sui migranti. Si intitola «European Multilevel Strategy for Migration» e consta di una premessa e 10 obiettivi.
«L’Europa – vi si legge – è chiamata ad una sfida cruciale. Se non riesce a realizzare un’efficace politica di regolazione e gestione dei flussi migratori, rischia di perdere credibilità tutto l’edificio europeo. Occorre un approccio integrato, multilivello che coniughi diritti e responsabilità. L’Italia vuole contribuire costruttivamente alla formulazione di questo nuovo approccio. Dobbiamo passare dalla gestione emergenziale, alla gestione strutturale del fenomeno immigrazione. Ciò si realizza in primo luogo con la regolazione dei flussi primari (ingressi) in Europa, solo così si potranno regolare successivamente i flussi secondari (spostamenti intraeuropei).

1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti e investire in progetti. Ad esempio la Libia e il Niger, col cui aiuto abbiamo ridotto dell’80% le partenze nel 2018.

2. Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito. Per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari. A questo scopo l’Ue deve lavorare con UNHCR e OIM. Perciò è urgente rifinanziare il Trust Fund UE-Africa (che ha attualmente uno scoperto complessivo di 500milioni di euro) che incide anche su contrasto a immigrazione illegale su frontiera Libia-Niger.

3. Rafforzare le frontiere esterne. L’Italia sta già sostenendo missioni UE (EUNAVFOR MED Sophia e Joint Operation Themis) e supportando la Guardia Costiera Libica, occorre rafforzare queste iniziative.

4. Superare Dublino (obiettivo più complesso). Nato per altri scopi, è ormai insufficiente. Solo il 7% dei migranti sono rifugiati. Senza intervenire adeguatamente rischiamo di perdere la possibilità di adottare uno strumento europeo veramente efficace. Il Sistema Comune Europeo d’Asilo oggi è fondato su un paradosso: i diritti vengono riconosciuti solo se le persone riescono a raggiungere l’Europa, poco importa a che prezzo.

5. Superare il criterio Paese di primo arrivo. Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Riaffermare responsabilità-solidarietà come binomio, non come dualismo. È in gioco Schengen.

6. Responsabilità comune tra Stati membri sui naufraghi in mare. Non può ricadere tutto sui Paesi di primo arrivo. Superare il concetto di `attraversamento illegale´ per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di Sar. Bisogna scindere tra porto sicuro di sbarco e Stato competente ad esaminare richieste di asilo. L’obbligo di salvataggio non può diventare obbligo di processare domande per conto di tutti.

7. L’Unione europea deve contrastare, con iniziative comuni e non affidate solo ai singoli Stati membri, la `tratta di esseri umani´ e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.

8. Non possiamo portare tutti in Italia o Spagna. Occorrono centri di accoglienza in più paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva e evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento.

9. Contrastare i movimenti secondari. Attuando principi precedenti, gli spostamenti intra-europei di rifugiati sarebbero meramente marginali. Così i movimenti secondari potranno diventare oggetto di intese tecniche tra paesi maggiormente interessati.

10. Ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici. È un principio che va rispettato, ma – conclude il documento – vanno previste adeguate contromisure finanziare rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere rifugiati».

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Below are the leaders’ comments on arriving for talks.

German Chancellor Angela Merkel

“One large part of today’s discussions will be protecting the outside borders and how we reduce illegal migration to Europe. There will also be a discussion about secondary migration, how do we treat each other fairly inside Schengen, how can we find a reasonable balance.”