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1361.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI… VIA LE ONG, TRITON RIPARTE.

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono state: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che hanno riversato orde immani di africani in Italia è stata la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena fu il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che denunciò il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros caricavano a bordo gli africani, sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggiasse i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante di giorno in giorno sempre più scarsi.

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Le parole di Leggeri – come scrisse il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio  – hanno rappresentato un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi che sono state impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono stati coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia e lo sarà ancora.

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

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Sappiamo tutti degli ostacoli frapposti alle indagini del procuratore Carmelo Zuccaro, dell’incursione immediata di Soros nell’ufficio di Gentiloni e dell’incremento assunto dalle operazioni delle ONG.

Per favore, nessuno dica che non sapessimo chi ha pagato l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operassero nella più totale illegalità.

 

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Ora, dopo la presa di posizione di Haftar, che ha capito come inserirsi nel gioco e ha chiesto all’Ue 20 miliardi in 20 anni, grazie all’impegno della guardia costiera libica e  grazie, anzitutto,  anche a al-Serraj, gli sbarchi di migranti in Italia si sono azzerati.  E’ vero anche che gli scontri tra fazioni nella zona di Sabrata, porto d’elezione per i trafficanti hanno complicato le operazioni dei trafficanti. Ma è bastato “mostrare le armi”, e Medécins sansa Frontieres, Save the Children, la spagnola “Poractiva Open Arms”, la tedesca Sea Eye hanno rinunciato ai loro salvataggi.

Effetto: un calo del 76 per cento degli arrivi rispetto allo stesso periodo di agosto 2016. E’ dunque evidente che le navi delle ONG “umanitarie” facevano da richiamo ed appello.

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D’accordo, i libici fanno questo dietro congrui pagamenti del “governo” Gentiloni-Alfani-Minniti. Pagati per fare quel che i  nostri non vogliono  fare apertamente; ma questo  è il livello della politica estera italiana – mazzette e tangenti.

Un grazie anche a “Generazione Identitaria”, che ha segnalato per prima le losche  collusioni della tedesca Iuventa con gli scafisti,  accendendo  un faro sulle operazioni delle ONG , che operavano continuamente protette dalla nebbia di lodi ed esaltazioni delle nostre Boldrini, dei nostri Saviano e dei media, col governo Soros-Gentiloni a far finta di niente, ed  il business parassitario dell’accoglienza a fare miliardi.  Ovviamente la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star, con i ragazzi di Defend Europe, è  stata e  viene subissata di insulti:  nazisti, razzisti, omofobi, negazionisti dell’oloqué… la nave  di Generazione Identitaria, la C-Star e i ragazzi di Defend Europe hanno fatto molto, ma molto di più della pomposa Marina Militare.

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Ovvio:  la demonizzazione di  cittadini che, senza i fondi di Soros, si organizzano efficacemente, fino a noleggiare una nave, per contrastare i soprusi del potere  globale, è un riflesso tipico delle oligarchie. Ci si abitueranno.

Ora che le ONG hanno virato di bordo, la Marina italiana sostiene la guardia costiera libica e a Ceuta arriva la stessa quantità di migranti del 2016, la domanda è: Chi li sta spostando? Chi? Ma l’Ue è impegnata con Soros, il governo è impegnato con Soros. Sanno loro in cambio di che o di quanto e, mentre molti si compiacciono, via le ONG, tocca alle navi “da guerra”! L’illusione è durata un solo attimo. Riparte Triton l’operazione che ha moltiplicato gli sbarchi dei clandestini. La Ue e’ soddisfatta, Soros anche: la sostituzione prosegue.

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1349.- Trasferito in Procura a Termini Imerese il procuratore del Tribunale di Trapani Ambrogio Cartosio.Ha sequestrato la nave “Juventa”! Tutte le accuse contro l’ong Jugend Rettet

 

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Quando il 10 maggio il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, è stato ascoltato dalla commissione d’indagine del senato italiano sulle operazioni di soccorso delle ong nel Mediterraneo, ha parlato di un fascicolo investigativo, aperto dalla sua procura, in cui si ipotizzava il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a carico di “alcune persone fisiche appartenenti alle ong”.

All’epoca il procuratore di Trapani aveva escluso in maniera categorica che ci fossero stati contatti diretti tra i trafficanti di esseri umani in Libia e le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo centrale, così come aveva negato che il reato contestato fosse di associazione a delinquere di stampo mafioso. E inoltre aveva spiegato ai senatori italiani l’importanza dell’articolo 54 del codice penale italiano, che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

Il procuratore aveva detto: “Se una nave di una ong, un mercantile, una nave della marina militare, un peschereccio, una privata imbarcazione viene messa al corrente che c’è un’imbarcazione in cui alcune persone rischiano l’annegamento, questa imbarcazione deve essere soccorsa. E questo principio travolge tutto. Viene commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non è punibile, perché è stato commesso al fine di salvare una vita umana”.

“Non è una questione ideologica”, aveva ribadito Cartosio incalzato dalle domande del senatore Maurizio Gasparri, ricordando l’importanza di alcuni princìpi giuridici fondamentali: “Sul piano penale è un intervento legittimo quello per salvare una vita umana”. Cartosio aveva poi anticipato che proprio sulla definizione e sull’interpretazione dello “stato di necessità” si sarebbero giocati sia l’inchiesta sia l’eventuale processo per i presunti favoreggiatori dell’immigrazione clandestina.

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Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave IUVENTA migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica.

 

Le accuse contro la Iuventa
Le indaginidella procura di Trapani, guidata da Ambrogio Cartosio, sono andate avanti contemporaneamente all’approvazione di un codice di condotta voluto dal governo italiano per le ong attive nel Mediterraneo. Il codice, che prevede tra le altre cose la presenza di agenti armati della polizia giudiziaria a bordo delle navi, non è stato firmato da alcune organizzazioni, tra cui la tedesca Jugend Rettet.

Il 2 agosto il giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo, accogliendo la richiesta della procura, ha emesso un decreto di sequestro preventivo della nave Iuventa della Jugend Rettet. La motopesca è stata scortata dalla guardia costiera italiana fino al molo di Lampedusa, prima di essere trasferita al porto di Trapani.

L’ipotesi di reato su cui la procura siciliana sta lavorando è quella di cui Cartosio aveva già parlato a maggio: favoreggiamento dell’immigrazione illegale aggravata, secondo l’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione 286 del 1998. I nomi dei sospettati non sono ancora noti e si procede contro ignoti. L’aggravante è data dal fatto che l’ingresso illegale ha riguardato più di cinque persone e la pena prevista per questo tipo di reato va da cinque a quindici anni di reclusione e una multa di 15mila euro per ogni persona che è stata favorita nell’ingresso in Italia.

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Per noi il salvataggio delle vite umane è e sarà la priorità“, dicono dall’ong tedesca Jugend Rettet, a cui ieri è stata sequestrata la nave Iuventa, sulla base di un fascicolo secondo cui gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.  Dopo avere raccolto tutte le informazioni, potremmo valutare la situazione e i passi da compiere“, aggiungono dall’organizzazione, con Medici senza frontiere tra quelle che hanno rifiutato il Codice di condotta. E intanto i primi dettagli su che cosa abbia portato allo stop della nave e al conseguente sequestro iniziano ad emergere. Già ieri sera il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, metteva in chiaro di avere “documentato incontri in mare”, ma di essere pronto a “escludere collegamenti tra Ong e libici. Escludo che qualcuno abbia agito per scopi di lucro, mentre sono presenti gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Le intercettazioni dell’equpaggio a bordo della Iuventa
Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica. “Noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c’è motivo, a questo non contribuiamo”, si sente dire in una delle intercettazioni in mano alla Polizia, in cui gli attivisti discutono anche sul coinvolgimento di esperti di diritto marittimo e internazionale, per valutare come muoversi con le autorità italiane. “Noi gli diamo fotografie generali dell’intervento e ci prepariamo – dicono -. Che ci assistano specializzati in diritto marittimo, diritto penale e il terzo… credo diritto internazionale e da loro dobbiamo avere dei feedback su quello che possiamo dire, quello che possiamo e non possiamo fare”.
Le “consegne concordate” tra gli scafisti e la ong tedesca
Inoltre ”l’ostilità verso l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre è confermata dal cartello con la scritta ‘Fuck Imrcc’ posizionato alla prua”, dicono gli inquirenti, secondo cui avrebbero “mostrato un atteggiamento di scarsa collaborazione verso le direttive impartite da Imrcc, confermando la volontà di voler effettuare esclusivamente trasbordi su altri assetti navali verosimilmente al fine di non attraccare in porti italiani”.
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Gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre

Il procuratore aggiunto di Trapani in una conferenza stampa ha spiegato che “gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre, avvenuti il 10 settembre del 2016, il 18 giugno del 2017 e il 26 giugno 2017”. Cartosio ha detto che durante questi episodi sono stati documentati dei contatti “tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e membri dell’equipaggio della nave”.http://www.ilgiornale.it/video_embed/1427697.html?ratio=559Un’attività per la quale, secondo la procura, i membri dell’equipaggio non ricevono alcun compenso dai trafficanti, “la motivazione riteniamo resti essenzialmente umanitaria”. Inoltre, secondo le indagini, gli operatori della Iuventa avrebbero lasciato alla deriva tre imbarcazioni, non distruggendole, e questo avrebbe permesso ai trafficanti di recuperarle. Le fonti dell’indagine sarebbero delle foto e dei video girati da alcuni agenti sotto copertura, imbarcati a bordo della nave Vos Hestia, dell’organizzazione umanitaria Save the children, attiva nello stesso tratto di mare.Sempre secondo la procura, non ci sarebbero stati gli estremi dello stato di necessità per procedere a un’attività di soccorso, cioè non ci sarebbe stato un imminente pericolo per le persone soccorse, e per questo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rimarrebbe in piedi.

Un reato ad ampio raggio
In Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato introdotto nel 1998 e colpisce chiunque aiuti dei cittadini stranieri a entrare nel paese in maniera irregolare, anche a scopi umanitari e senza lucro.

“È un reato molto particolare, perché è un reato di pericolo”, spiega l’avvocato Guido Savio, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Non solo punisce chi effettua il trasporto, chi finanzia, chi gestisce, chi organizza il traffico di esseri umani, ma anche chi aiuta l’ingresso e questo a prescindere dal fatto che l’ingresso si verifichi”. Questa seconda parte della norma comporta uno spettro molto ampio di applicazione.

Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo per chiedere l’asilo?

L’avvocato Savio spiega che questa norma è problematica anche perché al momento non ci sono canali legali per chiedere l’asilo politico in Europa, se si risiede al di fuori del territorio dell’Unione. “Siccome non si rilasciano visti umanitari, è ovvio che i richiedenti asilo per esercitare un diritto – tutelato dalla convenzione di Ginevra e dalla costituzione italiana – non abbiano altra strada che venire in Europa in maniera irregolare”, spiega Savio, che domanda: “Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo al solo scopo di chiedere l’asilo?”.

Ma la questione più discussa dai giuristi che contestano le accuse dei pm siciliani contro la Iuventa è quella che riguarda il cosiddetto stato di necessità. Secondo l’avvocato Luca Masera dell’Asgi, è la prima volta che viene ipotizzato un reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico di membri di un’organizzazione non governativa, perché è sempre stato riconosciuto lo stato di necessità a chi opera soccorsi in mare. “Se io soccorro qualcuno che è in una situazione di pericolo, il reato di favoreggiamento esiste, ma non è punibile in quanto si è agito per tutelare la vita di chi era in pericolo”, ribadisce Masera.

L’impianto accusatorio della procura sostiene però che ci sia stato un accordo preventivo tra gli scafisti e gli operatori umanitari, il che farebbe decadere lo stato di necessità. Tuttavia, sostiene Masera, “un’interpretazione più estensiva dello stato di necessità” potrebbe arrivare a coprire anche una condotta come quella denunciata dalla procura di Trapani a carico della Iuventa. Un gommone sovraccarico di persone, anche in condizioni meteorologiche e marittime stabili, può essere considerato insicuro, perché potrebbe capovolgersi da un momento all’altro e questa condizione potrebbe determinare uno stato di necessità.

C’è da tener presente anche la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979“È vero che il mare era calmo nel momento in cui sono stati operati i soccorsi nei tre episodi contestati, ma come si può considerare una situazione sicura quella in cui centinaia di persone sono imbarcate su un gommone sovraccarico che potrebbe da un momento all’altro sgonfiarsi e naufragare?”, chiede l’avvocato Savio.Secondo l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo della clinica legale dell’università di Palermo, lo stato di necessità e di pericolo delle imbarcazioni non dipende dalle condizioni meteorologiche, ma dalla galleggiabilità del mezzo. “Quei gommoni non sono in condizioni di galleggiabilità nemmeno quando il mare è calmo, come è testimoniato da decine di persone che hanno fatto la traversata del Mediterraneo e dal numero dei morti registrato in quel tratto di mare”, spiega Paleologo (Quindi, è vero che prendono il mare quando sono certi di essere intercettati dalle ONG. ndr).

Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo. Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. E’ componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo tra i fondatori dell’Associazione Diritti e Frontiere. Opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse Organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca ed informazione Migreurop ed è componente della Campagna LasciateCientrare.
E’ autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e asilo.

Inoltre la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979 sui soccorsi, stabilisce l’obbligo di intervenire in aiuto di un’imbarcazione in difficoltà. “Se quelle navi sono intervenute per ottemperare a un obbligo di soccorso, non possono essere incriminate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, aggiunge Masera. “Esistono delle legislazioni internazionali che non possono essere ignorate e che sono più forti della singola legislazione nazionale o addirittura dei regolamenti governativi come il codice di condotta, che in questo caso non hanno nessun valore”, conclude Masera.

La distruzione dei gommoni
Uno degli elementi in mano ai pm di Trapani è la foto che mostra un gommone di soccorso della Iuventa trainare un barcone vuoto, dopo i soccorsi. Ma su questo punto, secondo i giuristi, ci sarebbero molte ambiguità. “Non c’è nessuna norma che obbliga i privati cittadini e gli operatori delle organizzazioni delle ong a distruggere i gommoni o le imbarcazioni usate dai trafficanti”, spiega l’avvocato dell’Asgi Guido Savio. “La mancata distruzione delle imbarcazioni può essere un’indicazione di contiguità con gli scafisti, il che non significa che sia stato commesso un reato”, continua Savio.

Ci sono invece norme europee che obbligano i mezzi navali di Frontex e quelli della missione Sophia di EunavforMed a distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti, spiega Fulvio Vassallo Paleologo. “Il fatto che i gommoni non siano più distrutti dimostra che i mezzi di Frontex e della missione Sophia non sono più presenti in quel tratto di mare, perché si sono ritirati molto più a nord”, dice Paleologo.

Gli interventi della guardia costiera italiana avvengono negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa

Secondo l’avvocato dell’università di Palermo, è molto comune nei soccorsi in mare che le barche dei migranti siano scortate da imbarcazioni di scafisti e da imbarcazioni della guardia costiera libica che sono difficili da distinguere tra loro, perché non hanno particolari segni di riconoscimento. “Ci sono delle fotografie che mostrano la guardia costiera italiana che interviene in soccorso di barche, negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa della ong Jugend Rettet”, afferma Paleologo e chiede: “Eventi di questo tipo si sono verificati solo per la Iuventa o non sono forse lo scenario abituale nel quale hanno operato tutte le navi delle ong e della guardia costiera italiana coinvolte nei soccorsi?”.

Paleologo, infine, solleva un’altra questione: “Dalle dichiarazioni rese dal procuratore di Trapani in conferenza stampa il 2 agosto non sembra risultino tabulati telefonici contenenti comunicazioni dirette tra scafisti o trafficanti e componenti dell’equipaggio della Jugend Rettet, né tantomeno versamenti di danaro o altre utilità da parte dei trafficanti. Emerge solo la contestazione dell’utilità indiretta, cioè il fatto di raccogliere fondi attraverso la pubblicità per i soccorsi in mare effettuati. Questo tipo di utilità è già stata contestata in passato ad altre organizzazioni, che sono poi state assolte nel processo, per esempio la nave Cap Anamur nel 2009 e più recentemente l’associazione italiana Ospiti in arrivo di Udine”.

L’altro elemento sul quale insistono molto i pm di Trapani è l’ipotesi che la Iuventa non abbia coordinato il suo intervento con le autorità italiane. “Si presume l’esclusione dell’articolo 51 del codice penale, la norma che garantisce l’impunità se si opera alle dipendenze dello stato, in coordinamento con la guardia costiera italiana”, conclude Paleologo. Su tutti questi punti che rimangono in sospeso sarà il processo a fare chiarezza, ammesso che il giudice rinvii a giudizio gli imputati, che per il momento non sono ancora stati identificati.

In ultima analisi e guardando al cosiddetto codice di comportamento: L’ong Jugend Rettet, d’accordo con Medici senza frontiere, tramite il suo portavoce Titus Molkenbur ha confermato che dopo una lunga discussione hanno deciso di non firmare. “L’unico motivo per firmare il codice sarebbe stato quello di rendere più efficiente il salvataggio di esseri umani nel Mediterraneo, rispettando le leggi internazionali e i princìpi umanitari a cui c’ispiriamo. Purtroppo al momento questi princìpi non sono rispettati, anche se ci auguriamo che ci siano altre discussioni con il governo italiano, perché noi rimaniamo impegnati a salvare vite”, ha detto Molkenbur. Belle parole, ma perché,  allora, mettere la prua sull’Italia e non sulla vicinissima Tunisia?

Una miliardaria tedesca dietro l’ong Jugend Rettet

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Maria Furtwängler è una miliardaria tedesca che sostiene Jugend Rettet, l’ong della nave Iuventa, fermata al largo Lampedusa. Il gruppo editoriale del marito, Hubert Burda, fatturerebbe più di 2 miliardi d’euro l’anno.

Le accuse all’organizzazione, contenute in un fascicolo, sostengono che gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. A svelare il legame tra la miliardaria e l’ong è stato Giulio Meotti, in un pezzo pubblicato su Il Foglio.

Maria Furtwängler è tra le più celebri attrici tedesche, figlia dell’architetto Bernhard Furtwängler e dell’attrice Kathrin Ackermann, è la pronipote del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, un mostro sacro della musica classica, e nipote della politica Katharina von Kardorff-Oheimb. E proprio dalla nonna, personaggio di spicco della Repubblica di Weimar, avrebbe ereditato alcune cifre stilistiche. Ma più che per le parentele, infatti, la miliardaria è conosciuta per le sue frequentazioni (e per i film). Oltre ad essere un medico, del resto, la Furtwängler è un personaggio televisivo salottiero, impegnata moltissimo nei campi del femminismo e della filantropia. Ed è anche dai principali salotti tedeschi, che Maria muoverebbe le fila del suo impegno metapolitico teso ad una “società più equa”. Critiche alla Merkel comprese.

“Tutti parlano, molti dicono la loro e troppo pochi fanno qualcosa. L’iniziativa di questi ragazzi mi colpisce, possiamo tutti imparare da loro”, ha dichiarato l’attrice, secondo quanto apprendiamo da questo pezzo. La miliardaria, ovviamente, si riferisce agli studenti che hanno messo in piedi la missione della Iuventa, la nave bloccata al largo di Lampedusa, dove la Guardia costiera italiana l’ha scortata fino in porto sino a farla approdare. Maria Furtwängler, peraltro, ha prestato il suo volto nella scorsa campagna promozionale della ong, quella che serviva per finanziare gli interventi nel Mediterraneo. Colpisce, come spesso accade in queste circostanze, il pulpito da cui parte la predica.

Il marito dell’attrice è Hubert Burda, fondatore di un gruppo editoriale che annovera 540 marchi. Possessore, tra le altre cose, delle versioni tedesche di Elle e di Playboy. Il fatturato annuale dell’impresa consisterebbe in più di 2 miliardi di euro annuali. Una buona posizione, insomma, per dibattere di migranti e povertà.

1348.- Libia, Haftar: bombarderemo le navi italiane; vice al-Sarraj: missione Italia viola la nostra sovranità. E Putin..

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Altra figura di cacca! Non vorrei essere nei panni dell’ambasciatore Perrone!

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione alla operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto quasi solo dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari (Se lo sente Soros! ndr). Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”.

Finisce qui il fugace momento di gloria.

Il Ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, è stata costretta a rallentare le operazioni militari per attestarsi su posizioni prudenti. Il pattugliatore d’altura Comandante Borsini, entrato nelle acque libiche il 3 agosto e ormeggiato presso il porto di Tripoli, ora ha o avrebbe ricevuto l’ordine di ritirarsi in acque internazionali rimanendo in attesa. Notizia che non trova riscontri ufficiali da parte italiana. A bordo di nave Borsini è imbarcato il nucleo di ricognizione, costituito da ufficiali del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Squadra Navale, che dovrebbe condurre, congiuntamente con i rappresentanti della Marina e della Guardia Costiera libiche, le necessarie attività di ricognizione e definire le ultime modalità di dettaglio per quanto attiene alle misure di coordinamento della missione navale in supporto e di sostegno dei libici. Per ora, non sarà così. Il Governo, pur minimizzando i rischi, affermando che le fazioni libiche ostili all’Italia non avrebbero la capacità militare per rappresentare una minaccia alle navi da guerra italiane (sic!), sembra attestarsi su posizioni attendiste affermando che le attività di pattugliamento navale in chiave anti-immigrazione saranno effettuate solo su basi di stretta collaborazione con la Guardia costiera e il Governo libico, quello di al-Serraj, che rappresenta la fazione politica libica più debole a rischio di distruzione militare.

Il Governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma non dalla maggioranza dei libici. Anche all’interno dei territori che controlla è forte  l’opposizione che accusa al-Serraj di essere una semplice marionetta della ex potenza coloniale, che abili demagoghi libici associano alle violenze inflitte alla popolazione durante il periodo fascista. Anche l’appoggio ONU si sta progressivamente rimodellando, assecondando il piano francese di una intesa tra al-Serraj e Haftar per creare un Governo di unità nazionale in attesa delle elezionipreviste per il 2018. Solo l’Italia rimane ferma sulla posizione di difesa ad oltranza del Governo di Tripoli considerando, a ragione, pericolosa ogni forma di compromesso con il Generale Haftar, ormai considerato dai libici l’unico uomo forte in grado di unificare la Nazione e riportarla agli antichi splendori.
Haftar può anche accettare una temporanea alleanza con al-Serraj, consapevole che la sua forza militare e il suo prestigio, che sta crescendo tra la popolazione libica- e il sostegno di Francia, Russia, Egitto, Arabia Saudita, costringeranno il leader islamico di Tripoli ad una posizione subalterna e lo condurranno ad una  probabile sconfitta elettorale se, nel 2018, si terranno le elezioni. Il piano francese, ora promosso dalle Nazioni Unite, prevede la fusione dei due eserciti. Un punto rilevante a favore di Haftar è che possiede una forza militare superiore a quella di Tripoli, in grado di controllare il futuro esercito nazionale.

Sfruttando l’onda lunga dell’emergenza migrazione  – dipinta da taluni settori della politica nazionale come una benedizione per il Paese  -, Roma sostiene che il principale compito della sua marina militare è quello di collaborare con le autorità libiche nel fermare le attività degli scafisti e la loro presunta collaborazione con alcune ONG internazionali che agli inizi del duemila hanno preventivamente creato filiali in Italia  -tra esse Save The Children e Medici Senza Frontiere. L’obiettivo che si tende a far passare in subordine è quello di contrastare le azioni francesi in Libia, volte a controllare il Paese chiave del Nord Africa e gestire gli ingenti giacimenti petroliferi e di gas naturale ai danni dell’azienda petrolifera  nazionale, l’ENI.

La strategia francese in chiave anti-italiana è iniziata durante l’Amministrazione Nicolas Sarkozy, quando, nel 2011, è intervenuto nella guerra civile libica offrendo supporto aereo ai ribelli e creando i presupposti per la caduta del Colonnello Muhammar Gheddafi. Senza l’intervento francese il regime di Gheddafi sarebbe riuscito a vincere militarmente le formazioni ribelli e a ripristinare l’ordine in Libia.

L’intervento francese aveva due obiettivi.
Primo obiettivo, impedire il progetto della moneta africana: il dinaro oro, che Gheddafi stava lanciando nell’Africa Occidentale per sostituire, nelle ex colonie africane ancora sotto controllo francese, la moneta unica Franco CFA, creata nel 1947 per controllare le riserve di valuta estera e le finanze dei Paesi africani francofoni. La moneta africana, se fosse stata introdotta grazie alle immense riserve d’oro di Gheddafi, avrebbe trovato il pieno consenso dei Paesi dell’Africa Occidentale, in primis Ciad e Mali, desiderosi di liberarsi dal controllo finanziario di Parigi, studiato per ottenere vantaggi unilaterali e coloniali per l’economia francese impedendo ai Paesi africani la sovranità finanziaria.
Il secondo obiettivo era quello di spezzare il monopolio ENI sugli idrocarburi libici garantito da una stretta alleanza politica economica con il regime Gheddafi. E’ la guerra segreta tra Italia e Francia combattuta in Libia. Una alleanza, rafforzata sotto il Governo Berlusconi, molto proficua per la multinazionale italiana, in quanto Gheddafi non era solo un ottimo fornitore ma anche un importante finanziatore che deteneva il 7% delle azioni ENI e si stava apprestando ad arrivare a quota 10%, offrendo alla azienda italiana finanziamenti in valuta pregiata per avviare nuovi investimenti produttivi non solo in Libia.

La decisione di inviare navi a supporto della navi della Guardia costiera libica, secondo alcuni osservatori qui in Libia, sarebbe una ‘menzogna italiana’, le motivazioni risiederebbero tutte nella politica fagocitante ideata da Parigi e nella necessità di tutelare gli interessi ENI. Nonostante la caotica situazione di guerra civile che perdura nel Paese,  ENI riesce ad assicurarsi ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, come ci ha spiegato Gabriele Iacovino, in una recente intervista a ‘L’Indro. L’accusa di violazione della sovranità libica giunta proprio dall’interno del Governo di Tripoli, alleato dell’Italia, distruggerebbe la presunta collaborazione con le autorità libiche (o con parte di esse), evidenziando una pericolosa spaccatura all’interno degli alleati italiani sulla missione militare tricolore.

Ci manca solo che facciamo a cannonate!

L’opposizione di parte del Governo amico di Tripoli e le minacce militari dell’Esercito Nazionale Libico sotto il controllo del Generale Haftar, sembrano aver di fatto creato le condizioni per l’aborto prematuro della avventura militare italiana che ora vede minati i presupposti per la sua attuazione. Nonostante le rassicurazioni offerte dall’Ambasciatore italiano a Tripoli durante una intervista rilasciata sabato 5 agosto a ‘RaiNews24‘, le navi italiane difficilmente potranno proseguire l’avventura, in quanto l’Esercito italiano non può sostenere il rischio di un conflitto aperto anche solo diplomatico in Libia che potrebbe far perdere gli ultimi giacimenti petroliferi e di gas naturale ancora sotto controllo della ENI. L’azienda  riesce  a creare un interscambio di 2,8 miliardi di euro (dati 2016). Un giro d’affari ben lontano da quelli registrati quando la Libia era sotto il controllo di Gheddafi, allora gli affari Eni in Libia valevano circa 15 miliardi di euro annui.

Intervista Al-Mejbari a tv: ‘Non esprime la volontà del governo d’intesa’. E il pattugliatore d’altura italiano, appena giunto da Augusta, scosta dal molo di Tripoli e lascia in sordina le acque territoriali libiche: “A pucchiacca in mane a ‘e creature!” Elezioni!!!

Schermata 2017-08-09 alle 17.57.36.pngIl vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Fathi Al-Mejbari, prende le distanze dall’autorizzazione data da al Sarraj alla missione navale italiana, che rappresenta “un’infrazione esplicita dell’accordo politico” e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla “sovranità della Libia”, e “non esprime la volontà del Consiglio presidenziale del governo di intesa”. Lo riferisce il sito della Tv LibyaChannel.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale libico Fathi Al-Mejbari chiede all’Italia “di cessare immediatamente la violazione della sovranità libica” e fa appello alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza Onu perchè prendano una posizione sulla missione navale italiana. Stando al sito della Tv LibyaChannel “Al-Mejbari ha anche chiesto alla Lega Araba e all’Unione Africana di esprimersi al riguardo condannando “tale violazione, sostenendo e appoggiando la Libia”.

Le parole di Fathi Mejbari, vice presidente del consiglio presidenziale libico, circa l’asserita violazione della sovranità libica da parte dell’Italia “rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico – che l’Italia rispetta pienamente – e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi”. Lo riferiscono fonti vicine alla Farnesina. Questo rapporto di cooperazione è “mirato a potenziare la lotta contro i trafficanti di esseri umani e a rafforzare la sovranità libica, il tutto all’interno di una cornice giuridica certa”.

Ambasciatore italiano, inutili minacce di Haftar  – Le minacce del generale Khalifa Haftar non fermano la missione italiana in Libia. Ad affermarlo in una intervista al ‘Corriere della Sera’ è l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Le parole del generale Haftar, spiega il diplomatico, “non fermano la missione italiana, già concordata con le legittime autorità libiche che fanno capo al Consiglio presidenziale sulla base di una sua richiesta”. “Noi – aggiunge – siamo interessati a operare d’intesa con tutti i libici se è possibile, e ovviamente con il generale Haftar. Quindi cercheremo il contatto anche con lui e faremo in modo di spiegare gli obiettivi di una missione che non è militare, ma di assistenza alle autorità libiche affinché possano esercitare la loro sovranità in tutto il territorio del Paese. Lo stiamo spiegando a tutte le autorità. È una missione che serve a rafforzare la sovranità libica, non a indebolirla”. “La nostra – fa anche sapere Perrone – è una strategia complessiva. Con la Guardia costiera libica, una parte. Lavoriamo al Sud anche con la Guardia di frontiera e con i Paesi vicini. L’obiettivo è che il traffico di esseri umani non entri proprio in Libia. Agiamo con sindaci del Sud e della costa perché ci siano alternative all’economia di questo traffico. Importante è anche migliorare le condizioni dei campi di accoglienza in Libia”. Sul rapporto con la Francia, il diplomatico dice: “Noi lavoriamo per raggiungere obiettivi condivisi: stabilità e riconciliazione nazionale”

E Putin manda a Tobruck il suo generale di fiducia.

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Lev Dengov è giunto a Tobruck a capo di un contract team. Il piano di Putin è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati con Mu’ammar Gheddafi.

Mentre noi in Libia mandiamo un paio di barchette a fare la balia alle navi delle Ong che trafficano con gli immigrati, la Russia bada al sodo. Cioè agli affari. Quelli dei contratti che aveva firmato prima del 2011 con Gheddafi e che, con la rivoluzione e lo spezzettamento del Paese africano in tante regioni controllate da diverse fazioni, sono venuti meno. Contratti in campo petrolifero, ma anche per la ferrovia Sirte Bengasi da 550 km e 2,2 miliardi di euro di commessa. Contratti nel settore militare, con la vendita di elicotteri d’assalto , cacciabombardieri Sukhoi e l’ammodernamento dei vecchi Mig-23. Contratti, ancora, nel settore energetico, con il piano per costruire in Libia la prima centrale nucleare, ad uso esclusivamente pacifico, sul modello di quella costruita in Iran.

La Russia ha da tempo scelto da che parte stare e da tempo fa arrivare di soppiatto armi al suo alleato Khalifa Haftar attraverso Egitto e Emirati Arabi. Lo scambio commerciale, dopo anni di impasse, è ripreso. Ma sono ancora briciole, visto che l’anno scorso ha toccato quota 74 milioni. Per far decollare questa cifra, Putin ha inviato in Cirenaica, la terra controllata da Haftar, un suo uomo di fiducia. Lev Dengov, a capo di un contract team. Il piano del Cremlino è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati col raiss. Sarà sempre il petrolio, secondo Dengov, a garantire i pagamenti (ma non solo. C’è l’uranio a Sud, ai confini con il Ciad. ndr).

L’emissario di Mosca, come riporta La Stampa, guarda anche oltre la Cirenaica: ha già preso contatti con le tribù del sud del Paese che, dice, “hanno un ruolo molto importante e sono pronte a collaborare con la Russia” e guarda anche a un possibile accordo con Al Serraj: “Se ci saranno elezioni e un governo condiviso – conclude Dengov, sarà possibile revocare l’emargo alla vendita di armi”. E per Mosca la Libia tornerebbe l’Eldorado.

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La Striscia di Aozou (anche Striscia Aouzou) (in francese Bande d’Aozou, in arabo قطاع أوزو), in colore rosso, è un territorio prevalentemente desertico, che si trova nel nord del Ciad (regione di Borkou-Ennedi-Tibesti), lungo il confine con la Libia. Larga circa 100 km e lunga circa 1 000, la striscia si estende su una superficie di 114 000 k. A causa della presenza di depositi di uranio, sorse una disputa tra il Ciad e la Libia per il controllo di quest’area, che portò alla guerra tra i due paesi. Nel 1973 la Libia iniziò operazioni militari nella striscia di Aozou per ottenere accesso ai minerali ed influenzare la politica del Ciad. La Libia basava la sua rivendicazione di questa area su un trattato del 1935 tra l’Italia e la Francia, rispettivamente potenze coloniali in Libia e in Ciad: si tratta del cosiddetto “Trattato Mussolini-Laval“. Il trattato prevedeva la cessione della striscia di Aozou da parte della Francia all’Italia come premio per la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Nel 1955 il governo libico di re Idris I cedette nuovamente la striscia alla Francia.

Da qualche anno, siamo sempre dalla parte sbagliata. A Gentiloni, rectius, all’ENI, messa in angolo dall’intraprendenza di Macron e dall’inesperienza di Alfano, resta solo di sperare nell’appoggio dell’ONU (leggi: degli USA)

1346.- Maurizio Nazari Libia, “missione farlocca?”

di Fulvio Grimaldi

La missione Pinotti-Usa mira a stoppare Haftar e il riscatto libico. ONG: code di paglia lunghe da Timbuctu al canale di Sicilia

Qualcuno irride alla “missione farlocca” di Gentiloni-Pinotti-Mogherini-Stato Profondo Usa in Libia. Di farlocco qui c’è soltanto quel Trump che ogni due per tre deve rinnegare qualcosa o qualcuno in cui crede e sbattere i tacchi davanti ai 14 servizi segreti, al Pentagono e ai predatori multinazionali, per evitare che continuino a scuoiarlo a forza di mostruose balle tipo Russiagate (al “manifesto”, che si beve tutto, non dispiaccia se giuriamo che non è vera neanche una virgola, tantomeno una parola e l’intera faccenda diventa grottesca all’evidenza delle ininterrotte interferenze dei servizi e media Usa in tutte le istituzioni ed elezioni del mondo).

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Ma il pattugliatore italiano con nave d’appoggio, che costituiscono la Grande Armada spedita dai nostri feldmarescialli a Tripoli, è volta a garantire che il fantasmino Al Serraj, con la sua truppa di scorticatori di neri a Misurata (cari ai Medici Senza Frontiere che li hanno sostenuti durante tutta la mattanza in Libia), possa continuare a fingere, con l’ONU e gli Usa, che a Tripoli vi sia un governo e che quel governo non debba essere sfiorato neanche con un dito dal generale Khalifa Haftar, autentico liberatore della Libia e intralcio alla sua ricolonizzazione e spartizione. Cosa perfettamente capita da Macron che si è dovuto adattare, per salvare capra, cavoli e Total nell’ambita Libia da sottrarre agli italiani, e prova a giocarsela con tutti e due, con l’autentico e con il farlocco.

Chè questo è lo scopo della “missione farlocca” dei governicoli italioti: alzare a Tripoli, nominalmente di Al Serraj, effettivamente in mano a misuratini e altre bande islamiste, quindi facile riconquista per l’efficiente Esercito Nazionale Libico di Haftar (l’unico dotato di formazioni disciplinate, motivate da patriottismo, dotate di forza aerea e navale e di consistenti sostegni internazionali non occidentali), la bandierina italiana, talchè un attacco alla capitale si configurerrebbe come attacco anche all’Italia, a un membro della Nato, con le auspicate conseguenze di tirarsi dietro un po’ di Stato Profondo Usa. Alla faccia di Macron.

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Haftar, gia padrone di tutta la Cirenaica e con buoni addentellati nel Fezzan a sud, sfotticchiato i distruttori della Libia con la riabilitazione di un Gheddafi, nientemeno che Said, figlio maggiore ed erede politico, condannato a morte a Tripoli e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, sta sloggiando l’Isis da Derna e perfino da Sirte, dopodichè la strada per Tripoli è aperta.

Tanto più che gli alleati berberi di Haftar e del legittimo governo di Tobruk, a suo tempo democraticamente eletto, da Zintan, a ovest di Tripoli, stanno minacciando l’accerchiamento della capitale. Rischia così di volatilizzarsi anche il controllo ricattatorio di Misurata, Al Serraj e bande varie, sulle aree di imbarco dei migranti africani, tra Tripoli e Tunisia, tuttora gestite da quel coacervo di delinquenti, consustanziali all’”Operazione Migranti nella filiera che parte dal push factor Ong nei paesi d’origine, passa per il pull factor Ong in mare e termina in Italia nei campi del caporalato, o nei bassifondi delle metropoli alla mercè di miseria o traffici criminali. Magari a rimediare al deficit di nascite italiane.

Con il che si arriva a Luigi Manconi, al solito “manifesto”, e ai loro eroi sguinzagliati nel Mediterraneo per garantire, nel quadro della globalizzazione neoliberista, la privatizzazione di vite e movimenti degli ex-abitanti di nazioni da stravolgere e rapinare. Luigi Manconi è quell’ex-virgulto di Lotta Continua, scivolato sulla buccia di banana del trasformismo storico italico e arrivato in ottima forma al “manifesto” e in tutta la congerie dei dirittoumanisti che, con bande di pifferi e ottoni, accompagnano e facilitano le varie imprese imperialiste in giro per il mondo contro “dittatori” e per la democrazia. Il timido tentativo che Roma, via Minniti, ha fatto per convincere la flotta sorosiana, che fa da ponte fra espulsori, mediatori, trafficanti e caporali pugliesi o mafia senegalese dello spaccio e della prostituzione, ad accettare un qualche granellino di controllo negli ingranaggi della scellerata manovra di distruzione di Africa e altri paesi dell’arma di migrazione di massa, dall’indignato Manconi è equiparato a qualcosa di peggio delle deiezioni di un ratto: “E’ una velenosa tendenza a lordare tutto”.

Perfino quelle anime candide come ostie di coloro che, foraggiati da governi e organizzazioni neoclonialisti (come è il caso dimostrato di gran parte delle dozzina di Ong le cui navi sguazzano tra Sicilia e Libia, o tra Grecia e Turchia), istigando i corrispondenti a terra a sacrificare esseri umani su barcarole ad affondamento garantito: niente affogati, niente Ong). Tutto il resto del pezzo è uno spurgo di odio contro chi cerca di mettere un minimo di mordacchia ai trafficanti Ong. Naturalmente non si fa mancare, il diritto umanista con croce di ferro di prima classe, lo sbertucciamento del Procuratore di Catania Zuccaro che ha osato sollevare il coperchio sul verminaio Ong. Nessuna sorpresa: Luigi Manconi è anche quello che avete visto a innumerevoli conferenze stampa sulla denuncia dell’abietto Al Sisi, assassino a prescindere di Giulio Regeni, l’uomo degli spioni e massacratori John Negroponte e Colin McColl. Un sorosiano perfetto.

Ma cosa ci sarà mai di così offensivo e iniquo in questo codice dagli 11 punti proposto da Roma e dall’UE agli scafisti Ong e che tre già si sono rifiutati di firmare, tra cui Medici Senza Frontiere (i nuovi missionari, con discrimine occidentocentrico incorporato, alla Zanotelli, lanciati in colonia dal fondatore e ministro bellicista di Sarkozy, Bernard Kouchner, quelli che io ho incontrato in Somalia, ovviamente dalla parte dei colonialisti, quelli che a Misurata curavano solo chi ammazzava gheddafiani, stuprava gheddafiane e scuoiava libici neri, quelli che ad Aleppo, sempre dalla parte sbagliata, propagavano fole in combutta con i celebrati “elmetti bianchi”, per non dire altro)? Non devono entrare in acque libiche, dove entravano in base ad accordi radio, telefonici e luminosi con i banditi sulla costa; non devono nascondersi agli occhi delle navi degli Stati spegnendo il transponder; la devono smettere di fare i taxi del mare trasferendo migranti da imbarcazione a imbarcazione; non devono ostacolare le operazioni della Guardia Costiera libica. E devono accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria che possano indagare, utilmente fin da subito, su chi traffica in umani e come e con chi e perchè. E devono raccontare al colto e all’inclita chi gli permette di solcare i mari con tanto di avanzatissime flotte tecnologiche, costosissime per gestione, manutenzione, rifornimenti, “rimborsi spese” e battendo tanto di bandiere una più strana dell’altra e addirittura di paradisi fiscali noti per lo stratosferico tasso di criminalità.

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Neanche durante l’ultima guerra abbiamo avuto un controllo così marcato della costa libica come con le ONG. Come mai quelle navi non violano la sovranità libica, ma esiste una sovranità libica?

E dunque questi privatizzatori dell’operazione di trasferimenti biblici di popolazioni ai danni di chi parte e di chi riceve, si rifiutano di farsi controllare, di essere trasparenti su chi li finanzia, di far vedere come operano a chi ne ha titoli giuridici. Il responsabile in Italia di MSF raglia di militarizzazione, di offensivo uso della armi a violazione del carattere umanitario delle operazioni. Cosa hanno da nascondere codesti salvatori se non il lato oscuro del loro operare e del sistema nel quale sono inseriti (da sempre!ndr). Lato oscuro che va ben al di là della copertura di un partner delinquente che un ufficiale di polizia giudiziaria potrebbe individuare e la cui identificazione e cattura potrebbe, magari, compromettere un po’ di oscure relazioni.

Tutta queste gente delle Ong, altrove impegnata a destabilizzare paesi,“antidemocratici” perchè renitenti alla leva imperialista, non s’è mai vista, in barca, in tenda, in clinica, o in piazza, contro i genocidi dal Vietnam ad oggi. Anzi, gli antesignani di “Jugend rettet”, la Ong marinara tedesca reclamizzata dal “manifesto”, sono quelli della famigerata Cap Anamur, dai capitani e dirigenti processati per traffico di esseri umani, che raccattava boat people al largo del Vietnam massacrato dagli Usa e poi del Kosovo divorato dai terroristi Nato e UCK, per poi sbatterli sui tavoli di redazioni militarizzate dalla Cia). Gente che non s’è mai vista in zone difese dai patrioti di paesi aggrediti dall’Occidente, non si sono mai uditi gridare che i soggetti che strappano all’Africa gli vengono messi a disposizione da coloro che si sono presi il 40% delle terre coltivabili del continente. Se si ricorda tutto questo, si capisce perchè di controlli e regole non ne vogliono sapere. Ma stiano tranquilli: il codice non ha nessuna forza vincolante. E’ una proposta, da prendere o lasciare. Carta straccia finchè il parlamento non la trasforma in legge. Cosa che non farà mai. Non per nulla George Soros s’è visto sottobraccio a Gentiloni appena l’ottimo PM Zuccaro di Catania ha sollevato il tappeto.

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Qualcuno mi ha chiesto, con aria provocatoria, se io fossi pro o contro la “missione italiana in Libia”. Non mi ci è voluto niente per dire che sono contro qualsiasi iniziativa di questa banda di briganti di passo che, spolpato il proprio popolo, insieme a correi, si avventa ora su altri. Però, occhio, precisando che sono con ancora maggiore indignazione contro questi sciagurati ipocriti dei salvataggi che promuovono salvataggi e abbisognano di rischi di annegamento e, a monte, dello sradicamento di popolazioni di là e di crisi sociali e antropologiche di qua. C’è chi li ammira: Soros, Rothschild, gli scontristi di civiltà, i predatori del Sud perduto, i globalizzatori dell’esistente, “il manifesto”.

In un mio recente viaggio in Grecia per il documentario che vorrà illustrare le malefatte dell’UE e della Troika, al vecchio aeroporto di Olympic Airways, abbandonato su ordine tedesco, ho cercato di riprendere un gruppo di attivisti dell’ OIM (Organizzazione Mondiale dei Migranti, semi ONG e semi ufficiale). Un poliziotto, intervenuto con modi brutali (che ruolo giocano in questa fogna le Forze dell’Ordine? ndr), mi ha minacciato d’arresto se non avessi subito cancellato quelle immagini. Al mio amico e guida. Panagiotis Grigoriou, storico, etnologo, studioso della crisi greca, ho chiesto una spiegazione. La sua risposta, che ci riporta direttamente al Canale di Sicilia.

Sempre di più la vicenda dei migranti diventa un segreto. Un segreto anzitutto da parte delle stesse Ong. Ong che godono spesso di finanziamenti occulti e, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato. Uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, del numero di migranti che può, o vuole, accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un problema effettivamente in piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico dentro al quale farle operare..”

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1342.- Immigrazione ed estinzione, oppure, Arremba tu che magno io

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(Ida Magli) – I problemi posti dagli immigrati sono, per la scuola italiana, molto più gravi di quanto non possa apparire al primo sguardo. I tentativi di prevenirli, nonostante la buona volontà del Ministro e degli Insegnanti, si scontrano con una realtà molto complessa che i vari sostenitori entusiasti delle cosiddette società multietniche non vedono. La parola “integrazione”, di cui fanno sfoggio i politici, è priva di contenuto reale. Le culture non si integrano. Ad un certo punto scatterà, e non dipende dal numero, la sopraffazione dell’una sull’altra. Dipende dalla sua forza, dalla sua vitalità, dall’entusiasmo di chi ne è portatore. Quella italiana è perdente perché sono gli immigrati che si impadroniscono del nostro territorio e questo basta a farli sentire conquistatori.

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Gli italiani non trovano più posti negli asili comunali e c’è chi ha legiferato “Prima i veneti”: argomento spinoso.  La graduatoria, infatti, è compilata sulla base di un punteggio che penalizza le famiglie italiane. L’anno scorso la graduatoria iniziale comprendeva 885 domande per 638 posti disponibili, distribuiti fra i 12 nidi comunali e i 13 convenzionati. Le rinunce sono spesso motivate dall’entità delle rette, che variano fra i 540 euro della prima fascia Isee ( corrispondente a oltre 32mila euro) e i 63 euro della tredicesima fascia (fino a 4mila euro). Le famiglie che più spesso rinunciano sono quel 30% che rientra nella fascia più elevata. Gli immigrati e gli zingari non rinunciano: per loro è gratis. Perché sono ‘nullatenenti’.Vi è tentata Rosa, che ha ottenuto il posto nell’asilo, ma protesta: «Abbiamo un reddito normalissimo, ma il mio compagno ha ereditato un semplice appartamento, che basta a fare salire l’Isee al massimo. Dovrei pagare 500 euro al mese, che sono più del mio stipendio, mentre conosco madri straniere che non lavorano e ne pagano 90». Poi fanno il ‘Fertility Day’.

Il motivo per cui la “scuola”, l’istituzione che dovrebbe aiutare tutti, italiani e stranieri, ad apprendere il “vivere italiano”, non può riuscire in questo compito, consiste prima di tutto nella molteplicità dei bisogni di ogni allievo. Per un bambino straniero prima di tutto la lingua. Quella di cui ha percepito i suoni fin da prima di nascere (sente la voce della mamma nell’utero) non è la stessa che sente quando entra nella classe. Il disorientamento di chi non capisce quello che sente dire, non è soltanto cognitivo e strumentale, ma psicologico. La lingua è la caratteristica di Specie che la natura ha affidato totalmente all’innesco sociale e culturale, alla presenza di altri esseri umani che parlano: l’individuo sordo alla nascita non parla perché non sente parlare. Oggi poi sappiamo con precisione che anche con l’intervento cocleare, se eseguito dopo i tre anni d’età, chi è nato sordo sente i suoni ma non apprende a parlare. Dunque il deficit causato da una lingua diversa è molto complesso e incide sulla capacità dell’elaborazione del pensiero, sulla sicurezza della personalità stessa.

Per quanto riguarda i ragazzi italiani, la presenza in una classe anche di pochi stranieri, e il 30% è moltissimo, rende più lento e faticoso l’insegnamento, ma soprattutto crea un ambiente in cui le differenze di sensibilità per il cibo, per le credenze religiose, per il comportamento sessuale, perfino per la gestualità, per la mimica, diventano “segnali” difficili da interpretare e ai quali non si sa come reagire. Non esistono soluzioni “buone”. In Spagna la scuola pubblica è ormai frequentata soltanto dagli immigrati, mentre gli spagnoli frequentano le scuole private (a pagamento). Non si tratta di non voler stare insieme agli immigrati, ma del fatto che il livello dell’insegnamento si è adeguato necessariamente al minimo. L’Italia sta seguendo la stessa strada.

Insomma l’immigrazione è oggi il più grave problema, sia nella scuola sia fuori, e non sono né le percentuali, né gli incitamenti e le belle parole dei politici o degli ecclesiastici a poter cambiare la situazione. Non è colpa degli immigrati; ma non è neanche colpa degli italiani, i quali ormai si stanno in qualche modo avviando – ne è testimonianza il fatto che fanno pochi figli – verso la fine di qualsiasi speranza per il futuro della propria nazione. Se ne può trovare la prova  nell’incredibile sfoggio di nomi che si richiamano all’Italia, al Futuro, alla Nazione, che improvvisamente hanno cominciato a fare i politici. Loro sanno bene che sono le uniche cose nelle quali gli italiani vorrebbero ancora credere e per le quali li voterebbero con entusiasmo. Si tratta, però, di una cinica frode. Sono stati i politici a condannare a morte gli italiani: l’immigrazione ne è soltanto il principale strumento.

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via Gianni Fraschetti

 

Un alunno su dieci nelle scuole italiane è straniero. Milano al comando della classifica. Dati 2016

Romeni, albanesi, marocchini. Ma anche filippini e cinesi. La scuola multiculturale è ormai una realtà solida, che chiunque lavori con i bambini conosce. Un alunno su dieci nelle scuole italiane è infatti figlio di immigrati. Ma in un caso su due è nato in Italia – negli asili sono addirittura nove su dieci nati qui – quindi destinato appena compiuta la maggiore età ad avere la cittadinanza, anche prima se mai verrà varata l’attesa legge sullo Ius soli. In termini assoluti sono ormai 814mila gli alunni stranieri fra i banchi, il 20 per cento in più rispetto a cinque anni fa. Parlano le lingue del mondo a casa, ma a scuola imparano l’italiano e sono loro a insegnarlo poi ai genitori. I dati sulla scuola multiculturale sono nell’ultimo rapporto curato dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) con la Fondazione Ismu, presentato a Milano. Città scelta non a caso, visto che la Lombardia con 201mila ragazzi immigrati batte il record fra le regioni e Milano quello delle città con le scuole più multietniche, avendo anche il primato delle scuole a maggioranza di alunni stranieri (157 istituti in regione).
I NUMERI.
Sono i bimbi stranieri a salvare la scuola italiana dal lento spopolamento dovuto al calo demografico. A fronte di una diminuzione del 2,7 per cento degli iscritto, gli alunni con cittadinanza non italiana sono aumentati del 20,9 per cento negli ultimi cinque anni. Nell’ultimo anno, la crescita è stata dell’1,4 per cento. Tanto per essere precisi, si è passati dai 196.414 alunni nell’anno scolastico 2001/02 (2,2 per cento della popolazione complessiva) agli 814.187 dell’ultimo anno scolastico (9,2% del totale). Nell’ultimo decennio, si conferma il primato della scuola primaria (scuola dell’obbligo e di durata quinquennale) per il maggior numero di alunni stranieri con cittadinanza non italiana. Anche se – complice la lunga crisi economica che negli scorsi anni ha rallentato i flussi migratori – la distribuzione percentuale nei diversi ordini e gradi mostra una consistente diminuzione dei ragazzini stranieri nelle elementari, (passato da accogliere il 42,8 degli alunni non italiani dieci anni fa all’attuale 35,8 per cento), a fronte di un aumento significativo delle presenze nelle scuole secondarie di secondo grado (dal 14% al 23%). Questo semplicemente, perché i piccoli che cinque anni fa erano alla primaria, adesso sono alla secondaria e non c’è stato molto ricambio con i nuovi arrivati. Sono oggi 291.782 gli alunni stranieri iscritti alle scuole primarie (uno su dieci), 187.357 gli studenti nella scuola secondaria di secondo grado (7 per cento), 167.068 gli allievi nelle secondarie di primo grado (9,6%) e infine 167.980 i bambini nelle scuole dell’infanzia (10,2 per cento).

NAZIONALITA’. Di origine romena, albanese, marocchina, cinese e filippina. Vengono dalla Romania in 157mila, seguiti da albanesi (108.331) e marocchini (101.584). A distanza troviamo il gruppo degli alunni di origine cinese (41.707) e filippina (26.132). Negli asili e nelle elementari i paesi “emergenti” – corrispondenti a giovani coppie che vengono in Italia e qui mettono su famiglia – sono Bangladesh (27,1 per cento), Marocco (25,8) ed Egitto (23,8). Alle elementari si aggiungono il Pakistan (40,1 per cento) e India (39,5). Nelle secondarie di primo grado gli studenti più numerosi sono originari della Cina (24,7 per cento), della Macedonia (24,4 per cento) e delle Filippine (24,1 per cento). Infine nella secondaria di secondo grado – in particolare negli istituti tecnici e professionali – sono particolarmente numerosi gli studenti dell’Europa orientale (ucraini 39,4 per cento e moldavi 38 per cento) e i latinoamericani (peruviani e ecuadoriani al 34 per cento).

I ROM. Crescono anche gli iscritti Rom, Sinti e Camminanti, sintomi di un percorso di integrazione che migliora e prosegue. Sono 12.437 nell’ultimo anno, 780 in più rispetto all’anno precedente. Una crescita in controtendenza rispetto alla progressiva diminuzione registrata negli ultimi anni.

I NATI IN ITALIA. Continuano a essere la maggioranza, un gruppo con un’incidenza percentuale significativa nei primi anni di scuola: sono più che raddoppiati dal 2007/08 e corrispondono oggi al 55,3 per cento della popolazione scolastica complessiva. La percentuale massima si trova nella scuola dell’infanzia: sono nati in Italia l’84,8 per cento dei bambini figli di immigrati. Nelle secondarie di secondo grado gli studenti stranieri nati in Italia sono più che quadruplicati, passando da 8.111 del 2007/08 agli 34.788 dell’anno scorso.

Il primato lo detiene il Nord Ovest, che accoglie 179.422 alunni stranieri nativi, seguito dal Nord Est (129.981), dal Centro (100.839), e dal Sud (23.877) e dalle Isole (11.415). La regione con più alunni stranieri nati in Italia è la Lombardia (122.153). A livello provinciale sono 12 le province che si caratterizzano per una presenza superiore a 10mila nati in Italia: ovvero la provincia di Milano, al primo posto con quasi 48mila nati in Italia, seguita da Roma (31mila), Torino e Brescia (oltre 20mila), Bergamo (quasi 16mila), Vicenza, Verona, Treviso e Firenze (oltre 12mila), Bologna (oltre 11mila), Padova e Modena (oltre 10mila). Per quanto riguarda la percentuale di nati in Italia sul totale degli alunni stranieri tra le realtà territoriali con una componente significativa di nati in Italia e superiore al 60%, segnaliamo in particolare Prato, Vicenza, Biella, Verona, Cuneo, Mantova, Treviso, Bergamo, Cremona, Padova, Lecco, Reggio Emilia, Brescia, Trento, Novara, Rovigo. Crescono i neoentrati nel sistema scolastico italiano.

1340.- “Ecco chi sono davvero gli immigrati che vengono in Italia”

L’esperta di Africa smonta le balle di Boldrini e Ong:

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“Signore, prendicela: Non siamo degni!”

Tracciare l’identikit dell’ immigrato che arriva in Italia attraverso il Mediterraneo vuol dire confutare parecchi luoghi comuni. Ha i titoli (e il coraggio) per farlo Anna Bono, dodici anni di studi e ricerche passati in Kenya, già docente di Storia e Istituzioni dell’ Africa all’Università degli Studi di Torino, recente autrice del saggio Migranti!? Migranti!? Migranti!?edito dalla friulana Segno. Da dove partono gli immigrati che sbarcano nel nostro Paese? «Soprattutto dall’Africa subsahariana, in particolare dall’Africa Occidentale. Nigeria in testa, seguita da Senegal, Ghana, Camerun e Gambia. Africa a parte, un numero consistente viene da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan. Siriani e iracheni in fuga dalla guerra sono una minoranza». Si può farne un ritratto? «Quasi il 90% sono maschi, hanno perlopiù dai 18 ai 34 anni, con una percentuale importante di minorenni (stando almeno alle dichiarazioni al momento dell’ arrivo). E viaggiano da soli. Pochissime sono le famiglie, a differenza di quanto accade per siriani e iracheni». Quali sono le loro condizioni economiche? «Per affrontare un viaggio clandestino – clandestino, va precisato, dalla partenza all’arrivo, e non soltanto nell’ultimo tratto via mare – bisogna affidarsi ai trafficanti. I costi sono elevati, nell’ordine delle migliaia di dollari. Ecco perché a partire sono persone del ceto medio (ormai più o meno un terzo della popolazione africana) con un reddito discreto». Ma se hanno un reddito discreto perché partono? «In Africa c’è una percentuale di popolazione giovane convinta che l’Occidente è talmente ricco che basta arrivarci per fare fortuna». E non li frenano i rischi del viaggio, la paura di morire prima di arrivare a destinazione? «Non so quanto sia chiara in Africa la consapevolezza di questi rischi. E in effetti un modo per diradare il flusso di partenze sarebbe promuovere campagne informative in loco sui pericoli e i costi del viaggio, e su cosa ci si deve aspettare una volta arrivati in Europa, in termini di disoccupazione giovanile e reali opportunità d’ impiego. C’era un senegalese che aveva una mandria di mucche e dei tori. Tutto sommato una buona posizione. Ha venduto tutto per venire in Europa ed è morto in mare. Ma se anche ce l’avesse fatta, uno come lui, un semplice possidente, senza esperienze lavorative e senza conoscere la lingua, quale lavoro avrebbe potuto fare?». Chi dà queste informazioni sbagliate sull’Europa? «C’è un’immagine positiva dell’Europa veicolata dai mass media. Ma pesano anche altri fattori. Gli europei, agli occhi dell’africano medio, sono tutti ricchi. L’europeo è il turista che frequenta alberghi di lusso, oppure il dipendente dell’azienda occidentale che frequenta buoni ristoranti, ha una bella casa, l’automobile, magari l’autista. C’è poi un altro elemento. Da decenni in Africa arriva dall’Occidente di tutto: medicine, cibo, vestiti. Le Ong scavano pozzi e costruiscono (ottimi) ospedali. Tutto gratis. Questo contribuisce all’idea di una prosperità senza limiti dell’Occidente. Per concludere, c’è il ruolo dei trafficanti, che per alimentare il loro business hanno tutto l’interesse ad illudere le persone sul futuro roseo che troveranno in Europa». Non esiste una controinformazione? «In Mali dal 2014 il governo tenta una campagna di sensibilizzazione, anche con cartelloni nelle città, per far capire ai giovani che l’emigrazione non è una soluzione. Altri governi fanno lo stesso. E le conferenze episcopali locali organizzano incontri con i ragazzi per dissuaderli dal partire, presentando le testimonianze di chi è tornato indietro. Un lavoro non semplice, ma i governi europei potrebbero collaborare, magari promuovendo spot o finanziando alcune iniziative. Anche se poi, se un giovane si mette in testa di partire. Lo scorso settembre è partita dal Gambia una ragazzina di 19 anni: era il portiere della nazionale femminile di calcio. È annegata nel Mediterraneo. Chi la conosceva era sconvolto: quella giovane donna aveva realizzato in patria il sogno di molte ragazzine, eppure se ne era andata lo stesso, senza dir niente a nessuno. Sempre dal Gambia, a novembre è partito un famoso wrestler. Anche lui è morto in mare. Eppure guadagnava bene, e aveva ammiratori anche fuori confine, in Senegal. Si vede che qualcuno gli avrà messo in testa che, se in Gambia era famoso, in Europa sarebbe diventato milionario». Le istituzioni internazionali vedono un’economia africana in forte crescita. «Da oltre vent’anni il Pil continentale cresce a medie altissime. Nel 2017 la crescita media sarà del 2,6%. Grazie al petrolio, l’Angola ha conosciuto picchi del 17% e vanta un record di crescita del Pil tra il 2003 e il 2013 di quasi il 150%. Ma la crescita economica di per sé non coincide con lo sviluppo. Scarseggiano ancora gli investimenti in settori produttivi, infrastrutture, servizi». Cosa frena lo sviluppo? «Prima di tutto la corruzione, presente a tutti i livelli sociali, non solo al vertice, che fa sprecare risorse enormi. Pensi che nel 2014 in Nigeria l’ente petrolifero nazionale avrebbe dovuto incassare 77 miliardi di dollari, invece ne ha incassati solo 60. I governi, inoltre, hanno puntato per convenienza politica su una crescita eccessiva del settore pubblico. A tutto questo si accompagna il tribalismo, altro freno allo sviluppo». È giusto dire «aiutiamoli a casa loro»? «Ma l’Occidente già lo fa: da decenni trasferisce grandi risorse finanziarie, umane e tecnologiche in Africa. Gli aiuti alla cooperazione internazionale nel 2015 hanno toccato i 135 miliardi di dollari. Ma la Banca Mondiale qualche anno fa, parlando della Somalia, aveva calcolato che su ogni 10 dollari consegnati alle istituzioni governative, 7 non arrivavano a destinazione». Abbiamo parlato della maggioranza degli immigrati. C’ è poi la minoranza di chi fugge da guerre e dittature. «Su 123 mila domande di status di rifugiato nel 2016 ne sono state accolte 4.940». Da dove arrivano? «Dalla Somalia, in preda alla guerra civile. Dall’Eritrea, dove c’è una delle dittature peggiori del pianeta. Un po’ dal Sudan. Ma in realtà dalle zone più in difficoltà non arrivano tante persone. Dal Sudan del Sud, in guerra dal 2013, arrivano in pochissimi. Dalla Repubblica Centrafricana e dalla Repubblica Democratica del Congo non arriva praticamente nessuno. Quanto alla Nigeria, gli immigrati partono dal Sud, dove non ci sono pericoli, e solo pochissimi dal Nord Est, dove imperversa Boko Haram». Come si spiega? «La maggior parte dei profughi non vuole allontanarsi troppo da casa, dove spera di tornare. Chi fugge dalla guerra in Somalia, per esempio, si sposta in Kenya o in Etiopia, e ci pensa bene prima di allontanarsi di più. Insistere sulla integrazione dei rifugiati significa dimenticare che chi scappa dalle bombe chiede una protezione temporanea. Centinaia di migliaia di profughi iracheni e siriani stanno tornando o sono già tornati alle loro case. Emblematico il caso di Mosul: non era ancora stata liberata del tutto dall’Isis, gli abitanti scappavano ancora da alcuni quartieri, ma già nelle aree sicure rientravano alcuni sfollati». La sorprendono le notizie sulle complicità Ong-scafisti? «Per niente. La prassi era nota da mesi. Indicativa è la qualità dei nuovi gommoni usati dagli scafisti: dovendo fare un percorso molto più breve di un tempo, si usa materiale di pessima qualità proveniente dalla Cina. Dopo il trasbordo degli immigrati, il gommone viene gettato via. Si conserva solo il motore, che poi si usa per altri gommoni». di Alessandro Giorgiutti, Liberoquotidiano.it

1339.- GLI SBARCHI E IL VUOTO DI GIURISDIZIONE

Il prof. Paolo Maddalena, giudice e vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, offre un parere puntualmente motivato sull’azione del Governo riguardo all’invasione in corso.

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Chi ha voluto che l’Italia fosse l’unico responsabile degli sbarchi e della permanenza degli immigrati?

Sarebbe una notizia falsa, quella, circolata nei mezzi di comunicazione, secondo la quale la responsabilità degli sbarchi degli immigrati in Italia risalirebbe ai sottoscrittori del Trattato di Dublino, del Regolamento Dublino II e del Regolamento Dublino III.

La smentita viene da un comunicato stampa dell’Ansa, nel quale si legge: “Il piano operativo Triton (e cioè il piano operativo proposto dall’Agenzia Europea Frontex, che ha l’incarico di gestire il fenomeno dell’immigrazione in Europa), concordato e sottoscritto con le Autorità italiane, prevede che sia l’Italia il Paese ospitante della missione. In quanto tale, l’Italia decide in quale dei propri porti debba avvenire lo sbarco dei migranti soccorsi durante le attività di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’operazione Triton. A spiegarlo è un portavoce di Frontex, che ricorda come la stessa regola valga anche per le operazioni Poseidon per la Grecia, e Indalo per la Spagna”. Inoltre la On.le Bonino, ex titolare del Ministero degli esteri, ha dichiarato, al “Giornale di Brescia” e di recente anche in televisione, che “nel 2014-2016, e dunque durante il governo Renzi, siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”.

Di chi effettivamente sia la responsabilità è difficile dirlo, e probabilmente, anche se i Trattati e i Regolamenti di Dublino nulla dicono in ordine all’obbligatorietà degli sbarchi in Italia, si tratta di una responsabilità concorrente, sia dei sottoscrittori degli Accordi di Dublino, sia dei sottoscrittori dell’Accordo Triton. Ma ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, e specialmente da quando è entrato in vigore il Trattato Europeo di Maastricht, i nostri rappresentanti politici hanno agito con sempre minore attenzione per la tutela degli interessi italiani e sempre con minor rispetto dei nostri principi costituzionali.

Ciò pone ai giuristi di buona volontà dei gravissimi problemi da risolvere. In sostanza, di fronte ai riprovevoli comportamenti dei nostri politici, non si può fare a meno di cominciare a pensare che, non solo debba ritenersi percorribile la strada del ricorso al giudice comune, affinché la illegittimità costituzionale di Trattati o Accordi internazionali, sia fatta valere davanti la Corte costituzionale, secondo il principio giurisprudenziale dei cosiddetti “contro limiti”, ma che occorra anche riflettere sulla cosiddetta intangibilità degli “atti di governo”, proclamata dalla giurisprudenza amministrativa nel presupposto che non fossero concepibili “atti di governo” contrari all’interesse del Popolo italiano. Ora che, come si è visto, questo presupposto è venuto meno, è evidente che si debba essere molto attenti nel far riferimento a detta “intangibilità”.

Si deve ricordare, infatti, che gli atti di governo sono quegli atti nei quali la “discrezionalità” è massima, e che, tuttavia, tale discrezionalità non può arrivare fino al punto di danneggiare tutti i cittadini. In questo caso, non si tratta più di “discrezionalità”, ma di “carenza di potere”, con la conseguenza che chi pone in essere questi atti lo fa assumendosene personalmente la “responsabilità” e quindi correndo il rischio di essere chiamato in giudizio per rispondere dei danni arrecati ai singoli e alla Collettività nel suo complesso.

La giurisprudenza costituzionale è ferma nell’affermare che non possono esserci “vuoti di giurisdizione” e non è chi non veda che, nei casi citati, richiamarsi all’intangibilità degli atti di governo potrebbe dar luogo a un vero e proprio “vuoto di giurisdizione”.

Paolo Maddalena

1338.- INVASIONE PROGRAMMATA! La Polizia: “Gli sbarchi nei fine settimana sono la prova dello scafismo di Stato”.

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Il segretario del Sap, Gianni Tonelli, parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei weekend come “prova di accordi informali tra il Governo e le Ong”.

“Alla luce dell’indagine aperta dalla procura di Trapani relativamente alla nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet, non è per nulla un caso che l’80% degli sbarchi (e parliamo di 600/800 migranti per volta) avvenga nei weekend“. Questa l’accusa lanciata venerdì dal segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia (Sap), Gianni Tonelli, che parla di una pianificazione degli sbarchi in Sicilia nei week end come “prova di accordi informali tra governo e Ong”.

“I passaggi fondamentalmente sono due – scrive il Sap in una nota – il primo, riguarda l’accordo informale tra il governo e Ong, in quanto le operazioni non prevedono il solo soccorso in mare, ma una serie di tante altre incombenze, tra cui identificazione, fotosegnalamento, prima visita medica, screening sanitario, schede di provenienza, incontro con mediatori culturali, individuazione degli alloggi, noleggi di pullman per il trasporto nelle varie città italiane, individuazione dei centri di accoglienza sull’intero territorio italiano e organizzazione dello smistamento”.

“Tutte queste operazioni – spiega il Sap – necessitano di essere programmate e dunque sincronizzate con gli sbarchi. Qui arriviamo quindi al secondo passaggio, ovvero l’accordo tra Ong e scafisti per programmare lo sbarco e dare avvio a delle vere e proprie ‘ondate migratorie sincronizzate’, con il ‘benestare’ dello Stato Italiano che non può non sapere”. l Sindacato autonomo di Polizia afferma che “dall’inizio dell’anno ad oggi a Catania, su 17 sbarchi, 10 sono avvenuti durante il week end i restanti 7 il lunedì. Anche a Messina, su 9 sbarchi, 7 sono avvenuti durante il fine settimana e il Lunedì Santo. Il ritardo di un giorno è legato alla variabile indipendente delle condizioni meteorologiche”. Secondo Gianni Tonelli, “dopo le rivelazioni di Emma Bonino la quale ha reso noto che l’approdo esclusivo nei porti italiani era stato deciso dal governo Renzi per ottenere elasticità sullo sforamento del tetto di stabilità, al fine della elargizione degli 80 euro, si aggiunge un ulteriore tassello che delinea il puzzle della vergogna perpetrata contro il Paese gli interessi della nazione e che tira in ballo, oltre alle responsabilità del governo, anche quelle delle amministrazioni interessate”. Tonelli punta il dito anche contro “il poco personale di Polizia a disposizione, i doppi e tripli turni di per far fronte all’emergenza, le inutili mascherine antialito date in dotazione ma che di fatto non proteggono per nulla da possibili contagi”.

 

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Il Codice di comportamento delle Ong, è una farsa. Sentite la protesta di Medici senza frontiere: “Profana il nostro santuario”. Cosa nasconde questa associazione? Non mi è mai stata chiara, ma non mi è chiara nemmeno la posizione di governo e istituzioni.

1502008618419.jpg--codice_ong__protesta_medici_senza_frontiere___viola_il_nostro_santuario_E su Iuventa, il poliziotto sotto copertura: “Sono rimasto a bordo per 40 giorni e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio tedesco e i trafficanti d’uomini”.

Dice no al Codice etico delle Ong Loris Filippi, presidente di Msf. “Io non esprimo alcun giudizio politico sull’attività del ministro Minniti. Se lui crede nell’efficacia dell’azione coercitiva, vada pure avanti. Noi non siamo d’accordo. Ma l’errore fondamentale è ritenere di poter miscelare l’azione umanitaria con il contrasto all’immigrazione clandestina. I militari, la polizia fanno il loro lavoro, noi facciamo altro e questa separazione di ruoli è fondamentale”, dichiara a Repubblica. “Se nelle nostre strutture o sui nostri mezzi dovesse entrare personale armato sarebbe uno spazio violato, non sarebbe più un santuario umanitario. Noi ci rendiamo ben conto che le forze dell’ordine sono una cosa diversa dalle milizie, però anche un contesto come quello del Mediterraneo dove una nostra nave è stata attaccata dalla guardia costiera libica presenta rischi sulla sicurezza”.
E ha suscitato scalpore la vicenda del poliziotto dello Sco, il Servizio centrale operativo che per quaranta giorni ha lavorato sotto copertura sulla Vos Hestia di Save the Children, che ha scoperto i contatti tra l’equipaggio della nave Iuventa e gli scafisti. Suo compito, verificare la fondatezza delle denunce presentate da alcuni volontari proprio di Save the Children. “Sono rimasto a bordo per 40 giorni”, ha raccontato l’agente al Corriere, “e sono riuscito a documentare con foto e video i contatti tra l’equipaggio della Iuventa e i trafficanti d’uomini”.

Luca B., 45 anni, sub, abilitato al soccorso medico in mare, agente esperto, ha dovuto agire con circospezione,”continuamente all’erta per non essere scoperto”. La cosa più complicata è stata filmare e scattare foto “per timore di suscitare sospetti tra gli altri membri dell’equipaggio”. E alla fine, il 18 giugno, la sua pazienza è stata premiata: “All’alba, la Vos Hestia e la Iuventa si incontrano in alto mare. Pochi minuti dopo si avvicina un barchino dei trafficanti. Rimane a pochi metri da Iuventa, gli scafisti parlano coi volontari. Arriva un altro barchino che scorta un gommone carico di migranti”.
Luca B. riesce a scattare foto e a filmare lo scambio. Tre ore dopo c’è un altro contatto e anche in quell’occasione l’agente sotto copertura riesce a filmare tutto. Poi comunica coi suoi capi: “Ho tutto, comprese le immagini dei barchini restituiti ai trafficanti e riportati in Libia”. Grazie a lui, ciò che tutti han sempre saputo e che pochi (Salvini, Zuccaro, la Lega, il Centrodestra) han sempre detto, viene infine dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. E adesso tremano i buonisti.

 

 

1336.- Le elites ex-naziste tedesche dietro al finanziamento della ONG Jugend Rettet (non è uno scherzo)

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Le notizie scottanti finalmente filtrano. La nave ONG Jugend Rettet, scoperta a trattare con gli scafisti grazie agli infiltrati dell’AISE sulla nave tedesca – grazie alla cooperazione italiana con potenze internazionali (…) – hanno dimostrato come ci sia un coordinamento nell’invasione italiana dei migranti [gli italiani quando decidono di far le cose per bene sono molto bravi, ndr]. Meglio detta, esiste ed esisteva un vero e proprio piano per far arrivare sulle coste della Penisola più migranti possibili e le ONG straniere ne sono parte integrante.

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Ben inteso, spero che a tutti sia chiaro come dette ONG, soprattutto se attive in scenari di guerra, siano in realtà il paravento umanitario dietro a cui si celano le teste di ponte dei vari servizi segreti occidentali con il fine sia di carpire informazioni sul posto che di infiltrare propri uomini nelle fila nemiche, se non addirittura promuovere operazioni coi locali (…). Caso scuola è quello di Medicines Sans Frontieres (MSF), ONG francese attiva anch’essa nella tratta dei migranti verso l’Italia, il cui fondatore B. Kouchner è stato addirittura ministro degli Esteri dell’era Sarkozy e prima segretario di Stato nel governo Rocard del 1988 se ricordo bene. La tedesca Jugend Rettet svolge compiti simili: nata da poco per lo scopo di portare migranti dentro l’Italia, l’organizzazione scoperta con le mani della marmellata del piano di invasione dell’Italia evidentemente è coordinata da quel BND tedesco tanto bravo a rubare i dati fiscali dalla vicina Svizzera usati per ricattare i politici europei scomodi (vedasi il caso greco sotto molti versi ricopiato in Italia) quanto enormemente grossolano nel gestire operazioni che distino più di 500 km dai propri confini soprattutto se a sud/sud-est.

Quello che deve preoccupare è che tutte le ONG dei grandi paesi ex coloniali siano oggi attive non solo in Ucraina, Syria, Libya, Somalia, Iraq, Afghanistan ma anche in Italia!!

Ma la notizia interessante non è questa. Per il motivo spiegato sopra gli Stati ex coloniali non possono fondare loro stessi ONG altrimenti sarebbero semplicemente un’altra colonna delle loro stesse forze armate. Hanno infatti bisogno di sodali privati che facciano il lavoro sporco per conto dei governi. Nel caso di Jugend Rettet la “finanziatrice” è la bellezza teutonica Maria Furtwaengler (come indicato dalla FAZ nel 2016), nipote di Wilhelm Furtwaengler, il famoso direttore d’orchestra che dirigeva per Goebbels ed Hitler, il quale non solo fece parte del partito nazionalsocialista ma addirittura – secondo una sua biografia, di Eberhard Straub – trasse vantaggi personali dal nazismo, arricchendosi. Solo per cercare successivamente di nascondere il suo indicibile passato. (Pensate che il motto della Jugend Rettet è qualcosa di simile a “Fancul.. centro di coordinamento italiano per i migranti“, come riportato da agenzie di stampa oggi, …, ndr).

Tale Maria, discendente di cotanta stirpe, sapete chi ha sposato? Hubert Burda, il magnate dell’impresa editoriale tra le più conosciute in Germania e molto vicino ad Angela Merkel, discendente diretto di quel Franz Burda che non solo fu nazista ma addirittura profondamente antisemita fino ad impossessarsi di beni durante l’arianizzazione degli ebrei. Ecco dunque i finanziatori di Jugend Rettet!
(Si noti che non è un caso che i nipoti dei nazisti si imparentino tra loro, visto che normalmente Norimberga processò solo la punta dell’iceberg dei sodali nazisti, lasciando quasi intonse le gerarchie imprenditoriali, ad es. i proprietari attuali di BMW, i Quandt, sono i nipoti di Goebbels; ma i casi si sprecano, andate a vedere Adidas, Thyssen, Krupp, le famiglie dietro al colosso Aldi, Voslkwagen, Porsche etc.). Non è un caso che dette elites esportatrici industriali tedesche siano tutte indistintamente interessate a mantenere l’euro a tutti i costi – possibilmente debole – e quindi ovviare ad ogni tentativo di uscita dalla moneta unica soprattutto dei paesi che contribuiscono all’indebolimento dell’euro.

Ovvero, quanto sosteniamo su queste pagine da anni – che esiste un piano per i migranti fatti arrivare che in Italia e Grecia (la geopolitica tedesca aveva previsto fin dal 2012 l’invasione dei migranti: come abbiano potuto avere cotante capacità divinatorie è stato poi spiegato dagli eventi che si sono succeduti) – sta purtroppo dimostrandosi nella sua interezza. Ugualmente il piano economico nazista post invasione dell’Europa nazista (Piano Funk) sta oggi reincarnandosi nel progetto della moneta unica, da tenere in piedi a tutti i costi. Anche con metodi nazisti. Da qui il finanziamento di Jugend Rettet da parte di una delle elites tra le più ex naziste di Germania.

Vale la pena ricordare perché l’Italia sia vittima di tale indebita ingerenza: in un contesto di crisi globale di fatto irrisolta dal 2008 (siamo tornati globalmente a circa lo stesso livello di debito del 2008, quando si fermerà il QE ci sarà di nuovo l’implosione globale), l’Italia da una parte è una minaccia mortale per l’EU e dall’altra fa gola per i suoi assets. Minaccia perché è l’unico paese profondamente euroscettico in grado di deragliare il vero progetto dei globalisti, l’euro, oltre ad essere troppo storicamente vicina agli USA che oggi l’asse franco-tedesco vorrebbe sostituire al comando dell’EUropa. Dall’altra ha ancora tanti assets che fanno gola, dal residuo delle fu possenti aziende di stato, ai risparmi degli italiani, passando per primarie aziende private (Generali, le banche nazionali, aziende manifatturiere ecc.). Dunque va neutralizzata e per fare questo non si esita a farla invadere di migranti, per destabilizzare a fondo la struttura sociale del paese ossia per abbassare i salari degli italiani, inseminare violenza straniera, creare disagio ovvero dare la colpa del crollo della ricchezza italica non al vero responsabile (l’EU tedesca con l’euro) ma ai migranti. Sempre il solito trucco.
Caso mai Roma volesse azzardarsi ad uscire dall’euro, proprio ora che gli USA di Trump sono a favore della fine dell’euro….

3DlYgszy_bigger  Antonio M. Rinaldi‏, scenari economici.it

1333.- Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta

Interessante, da leggere.blog_rossi2

1, 2, 3… TANA PER SOROS!
Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).
Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.
Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Soros-Obama-ClintonSOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).
E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

soros-quoteLO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI
Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombesolo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?
L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.
La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.
Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.
Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.