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1442.- Tutte le falsità della propaganda pro-migranti

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La nostra società vive un momento storico di forte decadenza. Si è perso ormai ogni contatto con la realtà, siamo in balia delle ideologie, dei dogmi e subiamo le conseguenze di un feroce indottrinamento e allineamento di massa a quelle che devono essere le “idee dominanti”.

Assistiamo giornalmente all’uccisione del libero pensiero, un omicidio che si perpetra attraverso due azioni equivalenti condotte in parallelo: da un lato si ghettizza il pensiero che si discosta dai canoni dominati, accostandolo a tetri aggettivi quali xenofobo, razzista, intollerante, populista eccetera, con lo scopo di scoraggiare la loro diffusione tra le masse e – dall’altro – si utilizzano termini inappropriati per definire situazioni scomode per l’affermazione dell’idea dominante, che se definite con i termini consoni finirebbero facilmente per essere avvertite per quello che realmente sono, ovvero realtà illegali e pericolose.

Ecco che allora il sovranista, il nazionalista e l’identitario diventano populista, razzista e xenofobo, ed il clandestino diventa semplicemente migrante; le magie della “neolingua” del nostro secolo, da far rabbrividire George Orwell.

Ma c’è da aggiungere un’altra cosa, forse ancora più drammatica, ovvero la presenza di una larga e consistente fetta della società che non solo ha recepito perfettamente l’indottrinamento a cui è stata sottoposta – sul tema dell’immigrazione, ma anche su altre grandi tematiche della nostra epoca: Unione Europea, egemonia statunitense, globalizzazione eccetera – ma ha effettuato un passo in più verso il baratro, un’involuzione sempre più profonda della capacità di pensiero, un’inibizione totale che li porta non solo a non riconoscere il grande inganno a cui sono sottoposti ma addirittura a spalleggiare l’inganno stesso, sublimandosi da vittime a complici, divenendo anch’essi carnefici.

È il caso, ad esempio, di tutta quella gente che ieri manifestava a Milano nella marcia pro-migranti e di tutti coloro che esprimono vicinanza a questa linea di pensiero.

Molte volte sentiamo esponenti del povero mondo intellettuale e giornalistico italiano, anch’esso in forte decadenza, come del resto quello politico, esprimere pareri imbarazzanti in tema di immigrazione. L’impressione che si ha è che queste persone siano i veri populisti, poiché fanno demagogia assecondando così le loro stesse utopie. Credono nel multiculturalismo e nella globalizzazione ed invece di ricredersi di fronte all’evidenza preferiscono perseverare nella loro follia.

È dunque l’approccio al tema ad essere sbagliato, affrontano il tema in maniera ideologica, filtrando il pensiero attraverso i loro dogmi politici e le loro insulse utopie: dalla società multietnica, passando per le frontiere che non esistono, fino all’uomo cittadino del mondo. Invece, per discutere seriamente di questo e di tanti altri temi “caldi”, bisognerebbe semplicemente usare il caro e vecchio buon senso.

In questo articolo vogliamo smontare, una ad una, le bugie più clamorose che ci vengono propinate attraverso i media, lo strumento colluso che fa da piattaforma all’indottrinamento, dimostrando la totale infondatezza delle argomentazioni alla base del pensiero pro-migranti.

1. “L’immigrazione è una risorsa”

Come contraddire questa frase? Certamente l’immigrazione è una risorsa… ma quando parliamo di quella regolare! Quando parliamo di uno Stato che attua politiche tali da avere piena contezza di chi entra nel proprio Paese e dei motivi per i quali lo fa: se per turismo, studio o lavoro e quando – soprattutto – in base alla situazione socio-economico-politica della Nazione vara delle soglie ai visti da concedere per chi cerca occupazione. Il problema è che taluni quando pronunciano questa frase non applicano la stessa distinzione, ma si riferiscono complessivamente a tutta l’immigrazione, regolare e clandestina.

Un migrante – alias clandestino – non è una risorsa, tranne per le ONG, per gli hotel che li ospitano sul territorio nazionale, per la criminalità organizzata che li arruola nello spaccio della droga o nei campi attraverso il caporalato ed infine per chi necessità di nuovi schiavi sottopagati per abbattere i costi della manodopera.

2. “Anche noi siamo stati migranti”

Noi siamo stati emigrati regolari, sottoposti a controlli alle frontiere, venivamo messi in quarantena quando arrivavamo negli Stati Uniti e se non trovavamo lavoro venivamo respinti ed espulsi. Nessun italiano dei milioni di concittadini emigrati fin dai primi anni del ’900 ha ricevuto sussidi divenendo un peso per la società in cui arrivava. Gli italiani si sono sempre guadagnati il pane, non hanno fatto i parassiti succhiando risorse senza generare progresso nei paesi in cui giungevano. Questo paragone non ha senso. È estremamente offensivo accostare due figure così lontane e così diverse di emigrato.

3.”Dobbiamo promuovere l’accoglienza e l’integrazione”

Una frase senza né testa e né coda. Praticamente uno spot elettorale: non si accoglie nessuno e non si integra nessuno per opera dello spirito santo, ma solo attraverso il lavoro. Far giungere centinaia di migliaia di persone in un Paese con il 35% di disoccupazione giovanile non promuove di certo l’integrazione. Queste persone resteranno tutte senza lavoro e quindi gli sarà automaticamente preclusa la possibilità di integrarsi: il lavoro è l’unico strumento di integrazione! Grazie al sostentamento economico, infatti, accresce la dignità del lavoratore, gli concede i mezzi per vivere in pari dignità sociale con il resto dei cittadini, facendolo sentire integrato nella società.

Lavorando, lo straniero avrà modo non solo di avere una casa, una macchina e mantenere la prole, ma in particolare avrà la possibilità di essere accettato dalla comunità perché apprezzato per il lavoro che compie, instaurando rapporti lavorativi e privati con quelli che sono – a tutti gli effetti – suoi concittadini, imparando così la cultura, la storia e le tradizioni locali, magari finendo per farle proprie. Ecco perché l’unica immigrazione che può funzionare è quella regolare e regolata: varare delle soglie per gli ingressi di cittadini stranieri è fondamentale affinché l’immigrazione sia una risorsa e non un ulteriore problema sociale!

4. “Gli immigrati fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare”

Altra frase che sta tanto a cuore ai “radical chic” e che spesso sentiamo pronunciare dagli stessi. Rivolgo nuovamente l’invito a riflettere se questa non sia la vera forma di populismo presente oggigiorno in Italia. Per essere corretta andrebbe modificata in “gli immigrati fanno i lavori sottopagati, quelli che gli italiani non accettano di fare”.

Ma perché gli immigrati accettano di essere sfruttati? Perché non essendoci un serio controllo degli ingressi abbiamo un numero estremamente elevato di stranieri. In più, a questi, si aggiungono centinaia di migliaia di clandestini che sbarcano nel nostro Paese, i quali, vivendo in una condizione sociale disumana, sono disposti a lavorare anche a 5 euro al giorno. La disperazione, il soprannumero – quindi la grande “concorrenza” di manodopera e la scarsa domanda – unita ad una concezione del lavoro e della dignità diversa dalla nostra, porta l’immigrato ad accettare lo sfruttamento.

5. “Chi vuole controllare l’immigrazione è razzista”

Quante volte ci siamo sentiti dare del razzista e dello xenofobo? Ma chi sono i veri razzisti? Come detto al paragrafo precedente, se gli immigrati finiscono per essere sottopagati e sfruttati è perché non c’è una politica seria in fatto di immigrazione, non c’è un controllo degli ingressi. È questo che comporta la sfruttamento dello straniero. Chi vuole le frontiere aperte è il vero razzista, in quanto pone queste persone nelle condizioni per essere schiavizzate, illudendoli di trovare chissà cosa, finendo poi sotto i porticati delle stazioni ferroviarie. A chi fa comodo una tale situazione? Ai grandi industriali.

Se non riescono più a delocalizzare le industrie, abbassando così il costo della manodopera, delocalizzano la manodopera stessa, portandola direttamente qui in Europa con gli sbarchi di migliaia di clandestini. La sinistra cosa fa di fronte ad una tale situazione? Grida “razzista” a chi propone delle politiche che sono di tutela per l’immigrato stesso e soprattutto per il lavoratore. Questo dimostra come la sinistra odierna sia collusa con il capitalismo estremo ed in balia di una forte crisi d’identità.

6. “Non è vero che gli immigrati ci rubano il lavoro”

Invece sì. Poiché accettando lavori sottopagati, per i motivi di cui sopra, sottraggono posti di lavoro agli italiani. Non solo: distruggono anche le conquiste sociali ottenute in secoli di lotta dei lavoratori per ottenere più diritti e retribuzioni eque. Si tratta di lavori che gli italiani hanno sempre svolto in tutta la loro storia – ma a condizioni dignitose.

7. “Abbiamo il dovere di aiutarli”

35% di disoccupazione giovanile, 12% il dato generale, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà e ben 11 milioni che per ragioni economiche rinunciano a cure mediche: ci vuole coraggio a pronunciare questa frase. L’accoglienza dei migranti ci è già costata ben oltre 4 miliardi di euro, di cui il 98% provenienti dalla casse dello Stato italiano e solo il 2% da fondi europei (che sono comunque anche soldi nostri, ricordo che l’Italia è uno dei principali contribuenti dell’UE). È evidente che una cifra così elevata sarebbe potuta essere investita per generare occupazione, per costruire infrastrutture, per applicare sgravi fiscali e per far ripartire l’economia.

Francamente non abbiamo nessun dovere di aiutarli, capirlo dovrebbe essere semplice: lo Stato ha il dovere di aiutare i propri cittadini, quegli stessi cittadini che per decenni – e di generazione in generazione – hanno contribuito con le tasse a finanziare lo Stato, generando quel “tesoretto sociale” che è di loro proprietà, perché appunto da loro sovvenzionato, sicché da loro deve essere utilizzato in caso di bisogno, a maggior ragione in un’epoca in cui vige una disastrosa situazione economia ed occupazionale. È davvero assurdo, nonché ingiusto, che queste risorse vengano stanziate in favore di chi non ha contribuito in alcun modo a crearle.

8. “Scappano dalla guerra”

Non scappano da nessuna guerra, i numeri parlano chiaro (dati riferiti al 2016) : su 180 mila sbarchi solo 120 mila persone hanno presentato domanda di asilo. Sicché già 60 mila, quindi un terzo degli arrivi, si dimostrano in mala fede. Delle 120 mila domande, l’asilo politico per rifugiato di guerra o perseguitato politico è stato riconosciuto a solo 5 mila persone. Ad altri 35 mila, invece, è stato concesso di restare per il momento in Italia in attesa di ulteriori verifiche circa il proprio status e poche migliaia sono stati espulsi. In totale, 176 mila sono mantenuti dai contribuenti negli alberghi.

9. “È colpa nostra che abbiamo sfruttato i loro Paesi”

No, è colpa nostra che continuiamo a sfruttarli! Ed il modo migliore per farlo è sottrarre risorse umane a questi paesi. Anche in questo caso si palesa il controsenso di chi spalleggia l’immigrazione clandestina e poi accusa l’occidente di colonialismo. Incentivare i flussi migratori significa condannare a morte quelle Nazioni e schiavizzare coloro che giungono in Europa, illudendoli di trovare Eldorado, finendo sottopagati e ai margini della società.

10. “Immigrazione non è sinonimo di criminalità”

Ancora una volta il problema è concettuale. Se parlassimo di un Paese in cui si attuano norme serie per il controllo degli ingressi l’equazione immigrazione=criminalità sarebbe insensata. Ma dato che non è questo il caso dell’Italia e dato che per questi signori immigrazione non significa immigrazione regolare, non possiamo che contraddirli. Se non si parla da New York, oppure da qualche attico dei Parioli, ma si vivono le città, si utilizzano i trasporti pubblici e si attraversano le stazioni ferroviarie, diventa facile rendersi conto che le nostre città siano in balia di migliaia di nulla facenti che vivono ghettizzati e ai margini della società. Non a caso la percentuale di stranieri presenti nelle nostre carceri è altissima, così come la percentuale di crimini commessi, il che è molto grave considerando che rappresentano una minoranza nel Paese. La soluzione per il pensiero “radical chic” qual è? Integrazione!

Una marea di disoccupati, senza fissa dimora e in condizione sociali pessime, cosa può diventare se non criminale? Per non parlare del fatto che, non avendo contezza di chi siano coloro che stiamo “accogliendo” – e qui mi fermerei a riflettere se questa sia accoglienza – non sappiamo se queste persone abbiano precedenti penali, se siano detenuti scappati dalle carceri libiche o se addirittura siano affiliati ad organizzazioni terroristiche.

A tal proposito vorrei sottolineare come la condizione sociale in cui versano gli immigrati sia assolutamente una condizione potenzialmente idonea affinché avvenga la radicalizzazione del soggetto: l’illusione di migliorare la propria vita, unita alla condizione indegna di sopravvivenza, genera solo odio verso la società occidentale. Dobbiamo renderci conto che grazie a queste politiche suicide d’accoglienza abbiamo fatto giungere nel nostro Paese un esercito di potenziali jihadisti, truppe lanciate dietro le linee nemiche pronte a colpirci appena l’odio – causato dalle utopie di taluni – sarà tale da far maturare in essi l’estremismo ed il fanatismo.

Infine, con la dislocazione in tutta Italia dei “migranti”, non oso immaginare qualora dovesse avvenire un fatto grave, ad esempio l’uccisione di uno di loro in una colluttazione con la popolazione locale, cosa potrebbe accadere a livello nazionale se tra i migranti si diffondesse questa notizia. La risposta è semplice: una marea di persone, ormai diffuse anche nei più piccoli paesini, scenderebbe per strada. Mi chiedo come le Prefetture pensino di riuscire a contenere una situazione simile che coinvolge anche il più piccolo borgo d’Italia. Ma si continua a parlare di accoglienza e di distribuzione dei migranti nei comuni di tutta Italia. Folle.

11. “Calo delle nascite: senza l’apporto degli immigrati l’Italia scomparirà”

Pensare di risolvere il problema della natalità facendo giungere più immigrati nel nostro Paese è semplicemente una follia. Sostanzialmente per due ragioni: uno, gli immigrati fanno figli a prescindere dalle loro possibilità economiche, quindi così si genera solo altra povertà che si aggiunge a quella già presente, quindi altri problemi sociali, altre spese per lo Stato; due, il problema della natalità si risolve solo generando occupazione per gli italiani stessi, accorciando i tempi per avere un’occupazione dalla conclusione degli studi, instaurando una politica di sostegno per le famiglie, con sgravi fiscali e sussidi per i figli, sussidi che li accompagnino durante tutta la crescita (altro che reddito di cittadinanza, tra l’altro pensato anche per gli stranieri).

12. “Lo ius soli è un traguardo di progresso irrinunciabile”

Non avere la percezione della realtà comporta l’affermazione di queste frasi del tutto scollegate dal mondo reale. Allo stato attuale, in cui sono presenti centinaia di migliaia di persone assolutamente sconosciute, realizzare lo ius soli sarebbe una follia. Ciò che è accaduto e sta accadendo in Francia e Germania dovrebbe farci riflettere intimandoci la calma su questo tema.

13. “L’immigrazione non è un fenomeno controllabile”

L’immigrazione di queste masse è un fenomeno fin troppo controllato e controllabile. Lo dimostrano le ultime inchieste della Magistratura che hanno svelato quello che viene denunciato da anni, ovvero la collusione delle ONG nel traffico dei clandestini. Le loro navi sconfinano nelle acque territoriali libiche raggiungendo dei veri e propri punti di incontro con gli scafisti.

Dall’altro canto l’Italia e gli altri partner europei hanno messo in piedi delle operazioni militari che non vanno nella direzione di fermare le partenze, bensì – paradossalmente – le incentivano: è chiaro che se il clandestino sa che dopo poche decine di miglia di navigazione incontrerà del naviglio militare pronto ad accoglierlo e a trasportarlo in Italia si sentirà più sicuro di intraprendere il viaggio e partirà in massa. Perciò, come si sta controllando l’immigrazione nella direzione sbagliata, ovvero incentivandola, si può tranquillamente controllare nella direzione giusta, reprimendola alla radice. Ma per fare questo ci vuole la volontà politica.

Innanzitutto andrebbe instaurata una politica interna seria in materia di immigrazione, come detto più volte in questo articolo, in quanto è il primo passo fondamentale per gestire il fenomeno. Andrebbero posti dei requisiti stringenti per giungere nel nostro Paese: basterebbe ispirarsi a quanto già fanno molti Paesi come Stati Uniti, Canada e Australia. Per risolvere, invece, la situazione del Mar Mediterraneo si può agire in due modi, anche se per farlo il nostro Paese dovrebbe trovare un barlume di orgoglio, dignità e soprattutto sovranità in fondo alla sua anima.

Quindi dovrebbe chiedere, in sede ONU,  una risoluzione che autorizzi l’Italia a pattugliare le coste libiche, instaurando un blocco navale, impedendo così le partenze. Se le Nazioni Unite non dovessero appoggiare una tale risoluzione, l’Italia – ma è davvero un’utopia allo stato attuale – dovrebbe agire ugualmente, come del resto da mezzo secolo fanno gli Stati Uniti. Solo che noi, al contrario di loro, agiremmo nella nostra area geopolitica, nel nostro mare, per tutelare la nostra sovranità e non bombarderemmo nessuno Stato sovrano, non uccideremmo nessuno e anzi risolveremmo una situazione che da decenni causa migliaia di vittime all’anno.

Questo, ovviamente, non bloccherebbe i flussi migratori, semplicemente li dirotterebbe altrove. Affinché si arresti totalmente il fenomeno si dovrebbero arrestare le politiche globaliste che destabilizzano da sempre l’area nordafricana e mediorientale, lasciando che in quelle terre siano le popolazioni a decidere le sorti politiche dei propri Paesi, senza porre ingerenze, senza manie di colonialismo.

Ma questo è certamente un problema mondiale che non può essere affrontato unicamente dall’Italia, ma appunto congiuntamente da tutta la comunità internazionale. Ma anche questo richiede che ci sia una volontà politica per farlo. E siccome la volontà politica non è diretta dal popolo, ma dalle pressioni esercitate dai poteri economici e finanziari globali, i quali da questo flusso di schiavi verso l’Europa hanno solo da guadagnarci, lo scenario che si prospetta non è per niente roseo.

Riguadagnare la propria sovranità politica, economica e militare è una condizione irrinunciabile se davvero vogliamo risorgere e cambiare il nostro Paese, le nostre vite ed il mondo. Speriamo non resti solo un sogno, ma questo dipende da tutti noi e da come reagiamo all’indottrinamento: se caliamo la testa, spegnendola – per esempio partecipando alla marcia per i migranti – oppure se apriamo gli occhi, ragioniamo con il nostro cervello e con la nostra coscienza, decidendo così di non morire intellettualmente.

(di Carmine Savoia)

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1417.- Il primo ministro danese Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato: i musulmani hanno assunto il controllo di parti del paese.

Swedish party wants to ban deportations - 'since white Swedes are not expelled'

Victoria Kawesa, dell’Uganda, è il primo leader eletto dal partito dei negri della Svezia questo fine settimana. Il suo partito vuole vietare le deportazioni, vuole un’immigrazione totalmente libera e smontare le difese degli svedesi.

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Chi governa in Danimarca? Lars Løkke Rasmussen o le bande muslim?

In un’intervista sensazionale, il primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha riconosciuto che i musulmani hanno assunto il controllo di parti della Danimarca. Ciò sta accadendo in relazione al dibattito in corso sul problema delle società parallele, che né la Danimarca né gli altri paesi occidentali hanno superato.

Il Primo Ministro, specificamente, menziona i musulmani in connessione con la falsa situazione giuridica che è sorta in alcune parti del paese. Lars Løkke Rasmussen esprime preoccupazione per la presenza di luoghi nel paese in cui lo Stato non è in grado di mantenere la legge e l’ordine, posti che sono invece controllati da bande musulmane:

– È questione di vedere la situazione con realismo. Ed è così che ci sono aree dove c’è già un insieme diverso di regole. Dove le bande hanno assunto il controllo e dove la polizia non può fare il suo dovere, dice Lars Løkke Rasmussen a Jyllands Posten.

In un’intervista più lunga con il giornale, spiega come le politiche dei governi che lottano contro le società parallele sono fallite.

– Prendiamo la mano corta e rimbalziamo avanti e indietro. Un giorno abbiamo un dibattito sul burka e il giorno dopo un altro dibattito sulle scuole musulmane. L’aria è piena di soluzioni facili e penso che dobbiamo cercare di ripensare a questo problema – basandoci sul riconoscimento aperto che abbiamo queste società parallele.

Lars Løkke Rasmussen ha inizialmente chiesto al Ministro per l’Immigrazione, l’Integrazione e l’Alloggio, Inger Støjberg, al Ministro dell’Economia e dell’Interno, Simon Emil Ammitzbøll e al Ministro della Giustizia, Søren Pape Poulsen, di elaborare nuovi strumenti che possano essere utilizzati. Per esempio: scuole concretamente impegnate sui grandi problemi dell’integrazione o aree residenziali con molti immigrati per il loro benessere.

Naturalmente, l’unico strumento che sarebbe veramente efficace, sarebbero le deportazioni forzate di massa.

Noi, invece, cominceremmo col deportare Lars Løkke Rasmussen!

1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

Another attack in London by a loser terrorist.These are sick and demented people who were in the sights of Scotland Yard. Must be proactive!

“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.

1398.- Gli sbarchi fantasma dei migranti in Sicilia

Negli ultimi due mesi, circa 800 persone sono arrivate di nascosto dal mare, scomparendo nel nulla. TPI è andata nei luoghi dove avvengono questi sbarchi

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Il peschereccio ‘Bochra’ (Bella notizia) con cui sono sbarcati 90 migranti la notte del 4 agosto a Torre Salsa. Credit: Davide Lorenzano

Pare il canovaccio di un’opera di Daniel Dafoe. Con un gruppo di personaggi smarriti e il loro destino al centro della vicenda. E anche l’azione, piuttosto priva di dialoghi. Lo si deduce guardando un filmato dove si staglia un’imbarcazione sulla battigia e, poco distante, un flusso di uomini senza nome intenti solo a correre e confondersi nella sterpaglia dissolvendosi.

Dalla spiaggia della Riserva Naturale di Torre Salsa, a pochi chilometri da Agrigento, non è poi così raro individuare piccole barche affollate di gente sbarcare in modo del tutto indisturbato e silenzioso. Ultimo l’episodio di domenica 27 agosto, quando due natanti hanno attraccato con a bordo una quarantina di persone.

Li chiamano sbarchi “fantasma” e si stima che, solo negli ultimi due mesi, con queste modalità siano immigrate clandestinamente nella provincia circa 800 persone, senza considerare quelle arrivate Lampedusa e Linosa: circa 1300.

Ma come fanno gli equipaggi a eludere le navi di soccorso e gli altri controlli del Canale di Sicilia? È questa la domanda delle domande. E perché il litorale di Torre Salsa non è presidiato da terra?

 

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Realizzando il servizio si è potuto constatare la difficoltà nel raggiungimento a piedi della riva e, in particolare, del luogo dove è avvenuto lo sbarco. E neanche i veicoli di terra possono giungervi facilmente. Le autorità che volessero intervenire tempestivamente sarebbero perciò facilmente aggirate. Probabilmente, solo i mezzi aerei potrebbero garantire un efficace pattugliamento.

Dal racconto di testimoni, nell’ultimo periodo sono stati più volte avvistati lungo le strade statali corridoi di uomini disperati. Spesso è in questo modo che si viene a conoscenza dello sbarco nelle vicinanze; altre volte, invece, con il solo rinvenimento di indumenti abbandonati al suolo.

Dai filmati di questi attracchi, diffusi online, i viaggiatori che cercano di disperdersi corrono agilmente e non paiono provati dalla traversata del mare aperto. Bottiglie rimaste a bordo dei barchini e sulla sabbia paiono dispensare ancora acqua, e riserve di carburante rimangono sigillate.

Tante le stravaganze che farebbero pensare a nuove ipotesi. “Ci sembra molto difficile che queste barche possano attraversare il Mediterraneo. Si sta iniziando a diffondere l’idea che ci possa essere una barca madre che li porti a riva. Per esempio, questa barca che vediamo qui e che ha trasportato qualche giorno fa 15 migranti è lunga 6 metri ed ha un motore di 15 cavalli: sembra ben difficile che possa arrivare dalla Tunisia anche se ci sono solo 200 chilometriˮ, ha detto a TPI Claudio Lombardo, medico con la passione per l’ambiente e membro di Mareamico, l’associazione ecologica che spesso per prima ha denunciato diversi casi di sbarchi fantasma grazie anche alle numerose segnalazioni dei sostenitori, e che adesso denuncia l’inquinamento, anche paesaggistico, derivante dai relitti arenati da giorni su una spiaggia di forte interesse per i turisti.

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Le traversate hanno caratteristiche diverse dalle tratte in gommone dalla Libia. Per questo motivo si ritiene che le imbarcazioni provengano dalla Tunisia, come dimostrano alcuni documenti di riconoscimento tunisini, talvolta distrutti, rinvenuti nelle vicinanze delle barche.

Viaggi sicuri – spesso conclusi in orari notturni con i passeggeri che, messi i piedi a terra, si fanno luce con l’ausilio dei cellulari – cui costo potrebbe in tutta probabilità essere superiore a quello delle tratte tradizionali poiché non necessitano di soccorsi e sono in grado di sottrarsi ai controlli, così da eludere il sistema di accoglienza che prevede la necessaria identificazione dei migranti.

Ma perché questa premura a non essere identificati e quindi precludersi la possibilità di accedere a circuiti di integrazione? Nei giorni scorsi, il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in un’intervista a Repubblica non ha escluso la presenza tra i migranti di uomini che hanno problemi con la giustizia nei paesi d’origine, o di individui già espulsi dall’Italia o, peggio, qualcuno legato al terrorismo internazionale.

Sul posto, proprio mentre TPI effettuava le riprese delle immagini che vi proponiamo nel servizio, anche l’inviato delle Iene Cristiano Pasca che, ispezionando i vestiti abbandonati sul terreno dai migranti, ha fatto la preoccupante scoperta della felpa nera con la scritta bianca “Haters #Paris”, Odiatori di Parigi, con in mezzo un’immagine della Tour Eiffel capovolta.

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Pasca ha rinvenuto il capo d’abbigliamento accanto a un cartone del latte e a un sacco nero utilizzato per contenere abiti asciutti che i migranti indossano nel momento dell’arrivo sulla terra ferma. Con la consegna dell’oggetto alla procura della Repubblica di Agrigento da parte della iena, è stata avviata un’indagine.

La vicenda è spinosa e parlarne richiede non poca cautela. Il confine tra l’essere tacciati per allarmisti o per buonisti, per noi giornalisti, è molto sottile. Non si può dire che il ritrovamento non desti preoccupazioni che suscitano nuovi interrogativi, come non si può neppure dire che rappresenti un reale segnale di pericolosità.

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È inoltre possibile che qualcuno abbia adagiato volontariamente l’indumento per terra, affinché fosse ritrovato. L’articolo non sarà facilmente reperibile in Italia ma attraverso una veloce ricerca online ci si imbatte in diversi modelli. Il portale Meridionews ha fatto notare come dal sito di e-commerce cdiscount.com, per esempio, è possibile visualizzare una galleria di articoli uguali o molto simili alla felpa incriminata, appartenenti al marchio “Jeans Industry”.

Dal sito della ditta – incredibilmente francese – l’articolo non risulta però in elenco. L’ipotesi che possa essere stata posizionata ad arte può trovare strada a seguito delle forti tensioni nella vicina Porto Empedocle per via dell’apertura, alla vigilia di ferragosto, di un nuovo centro di prima accoglienza per minori migranti non accompagnati e dove ignoti hanno danneggiato il citofono della struttura.

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Aizzare le folle all’odio non è mai stata la soluzione giusta, in nessuna epoca storica. Se l’opinione pubblica condanna le indicibili stragi perpetrate a danno di innocenti, la stessa non può ricorrere a quelli stessi comportamenti che le originano. Il malcontento popolare rischia di riversarsi, con atti estremamente violenti, su altrettanti deboli.

Il fenomeno degli sbarchi fantasma si è acuito nelle coste meridionali della Sicilia da qualche mese, ma gli episodi si verificano con sospetta abitualità già da un paio di anni.

La notte del 14 giugno, sulla spiaggia di Drasy, a ridosso di Punta Bianca, hanno attraccato due imbarcazioni di legno di circa 7 metri. Sparsi intorno sono stati ritrovati vestiti, scarpe, beni di consumo e altri oggetti precari. Abbandonate a bordo, diverse taniche di benzina. Dei circa 30 migranti che si ritengono essere sbarcati la polizia ha potuto intercettarne 11, tra cui una donna condotta all’ospedale San Giovanni di Dio.

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Nel pomeriggio del 3 agosto, un altro sbarco ha interessato le spiagge agrigentine, a Capo Rossello, nei pressi di Realmonte. Quando le autorità sono giunte sul posto, dei 12 migranti non c’era più traccia. La notte del 4 agosto, a Torre Salsa, sono approdate circa 90 persone. Erano a bordo della Bochra (“Bella notizia”), un peschereccio di undici metri in buone condizioni. Giovedì 17 agosto, nell’incredulità dei bagnanti di Villa Romana, tra Porto Empedocle e Realmonte, due barche solitarie sono state individuate sulla secca a pochi metri dall’arenile: una decina di passeggeri si sarebbero allontanati immediatamente dopo l’arrivo.

Nella stessa giornata, la spiaggia di Torre Salsa accoglieva un’altra imbarcazione. Circa 30 dei viaggiatori sono stati catturati da carabinieri e guardia di finanza, mentre i restanti 10 si sarebbero dileguati nelle campagne di Siculiana. Lo sbarco – che di “fantasma” ha ben poco – è avvenuto alla luce di molti testimoni. È stato un diportista infatti ad avere ripreso in video il momento dell’approdo, trasmettendo il documento alla delegazione di Agrigento di Mareamico che lo ha pubblicato online.

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Immagini già viste, pochi giorni prima, sulla spiaggia di Zahara de los Atunes, in località Cadice, in Spagna, e diffuse dall’emittente Todo Radio: un gommone affollato di individui provenienti dal continente africano è sbarcato fra i turisti che hanno filmato la scena con lo smartphone.

Il 18 agosto, a seguito di un furioso inseguimento in mare, le motovedette della guardia costiera di Porto Empedocle hanno intercettato una novantina di migranti che, giunti sulla terra ferma, sono stati fermati nel tentativo di fuga. Uomini, donne e minori provenienti dall’area del Maghreb che hanno sete. Sete di libertà.

 

 

1397.- “Sono tornato in Nigeria e con la mia radio convinco i migranti a non partire”

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Quello che i governi europei onesti dovrebbero fare: Un ragazzo di 28 anni ha raccontato perché oggi impiega buona parte della sua vita a spiegare ai suoi connazionali i rischi di un viaggio verso l’Europa. TPI.

Augustine aveva 26 anni nel 2015, quando decise di lasciare la Nigeria per andare in Europa. Le elezioni nazionali erano appena state vinte da Muhammadu Buhari, ma durante la campagna elettorale Augustine si era schierato con il candidato della fazione opposta, il presidente uscente Goodluck Jonathan.

Per sostenerlo Augustine aveva rassegnato le dimissioni, e tanti altri come lui: se Jonathan avesse vinto di nuovo le elezioni, Augustine avrebbe avuto un posto nella sua amministrazione.

“Sfortunatamente per noi, abbiamo perso quelle elezioni”, racconta Augustine a TPI. La crisi economica in corso nel suo paese ha fatto il resto: nonostante avesse anni di carriera alle spalle come giornalista e conduttore radiofonico, a un certo punto Augustine si è reso conto che non avrebbe avuto alcuna possibilità di trovare un lavoro. Così ha deciso di partire: è andato in Niger e da lì in Algeria.

“Non è stata una bella esperienza”, racconta: all’inizio voleva raggiungere l’Europa, ma dopo essere partito ha capito che il rischio era troppo alto. “Non biasimo chi tenta di arrivare, ma per me rischiare la vita al 50 per cento non è un’opzione”.

Il ritorno in Nigeria

Così, dopo quattro mesi in Algeria dove ha insegnato inglese e svolto altri lavori, Augustine si è deciso di tornare nel suo paese. Durante il viaggio di ritorno è stato derubato dei suoi soldi e della sua videocamera e abbandonato nel deserto del Niger.

Lì ha scoperto per caso che esiste un centro di transito dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) ad Agadez. Così si è rivolto agli operatori del centro, che forniscono assistenza e supporto ai migranti in transito e sviluppa progetti per aiutarli a reintegrarsi nei loro paesi con i rimpatri volontari.

“Voglio creare una radio che aiuti chi sta pensando di partire, gli spieghi i rischi che corre e perché dovrebbe restare nel nostro paese”, aveva risposto Augustine agli operatori quando gli chiesero cosa volesse fare una volta tornato in Nigeria.

Nacque così Amebo Fm, una radio online che oggi coinvolge 21 persone, di cui 11 membri dello staff e altri volontari. Ogni giorno, 24 ore su 24, in radio parlano di migrazioni dalla loro sede di Abuja, cercando di informare e supportare chi sta decidendo di partire.

“Identifichiamo i fattori chiave della migrazione, che hanno a che fare con la disoccupazione”, ci spiega Augustine. “Ma non si può parlare di migrazione senza offrire una soluzione: per questo abbiamo avviato il progetto dell’empowerment. Con il gruppo Migrant Support li aiutiamo a non essere in condizione di dover partire per forza. Diamo anche suggerimenti alla gente che vuole a tutti i costi partire per raggiungere i propri sogni. Non tutti ad esempio sanno nuotare, vogliamo realizzare uno skill acquisition program che insegni loro le cose fondamentali”.

In radio Augustine invita anche le persone che sono tornate, per condividere la loro esperienza: “Il nostro scopo è far sì che prima di decidere se intraprendere il viaggio verso l’Europa, una persona possa fare domande. Cosa deve affrontare un migrante? È legale o illegale arrivare in Europa? Diamo loro consigli anche sugli enti a cui rivolgersi”.

Grazie a questo progetto gli ascoltatori hanno scoperto qual è lo scopo principale dell’Oim, che non è solo un’organizzazione umanitaria, ma che con i suoi progetti aiuta i migranti.

Per Augustine, le donne sono una priorità. “Una volta giunte in Italia rischiano di finire nella prostituzione, di contrarre malattie, e infine di cadere in depressione”, sostiene. “Se scopri di avere una malattia cronica e non hai i soldi per curarti finisci per sviluppare una depressione e per morire. Abbiamo testimonianze video di donne a cui sono stati promessi lavori e poi sono finite nella prostituzione. Questi filmati stanno diventando virali e fanno dire alla gente: ‘l’Italia non è un posto per me’”.

Augustine è sicuro che i risultati si vedano già. Il server della loro radio è andato fuori uso per le troppe visite, ma presto saranno di nuovo online.

“Molte persone sono andate al centro dell’Iom, fanno domande prima di andare, chiedono del visto”, racconta Augustine. “Scoprono che in Europa non c’è lavoro. Sì, si vive bene, ma non c’è lavoro. Meglio essere certi di avere un buon lavoro prima di andare”.

Per esempio, c’è Victor, che è tornato dal Regno Unito e in radio ha raccontato che ci sono medici nigeriani, avvocati nigeriani, ingegneri aeronautici, che a Londra vivono per strada. “Loro hanno ciò che serve per lavorare nel loro paese, allora perché non tornano indietro?”, chiede Augustine. “Questa testimonianza si è diffusa moltissimo, e la gente si stupiva. Sono stati fuorviati da quello che vedevano sui media”.

È vero, non sempre funziona. “A prescindere dal modo in cui provi a sensibilizzarle, ci sono comunque persone che non ti ascolteranno mai”, dice Augustine. “Ma il 95 % ti ascolta”.

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I progetti dell’Oim

Con Augustine lavora anche Sofia, che viene da Benin City ed è la consulente sul tema delle migrazioni. Lei non ha un’esperienza diretta di cosa voglia dire migrare, ma indirettamente lo ha vissuto per via di alcuni conoscenti o parenti.

“Cerchiamo di sensibilizzare le persone spiegando loro che in Nigeria hanno la libertà, in Europa rischiano di essere deportati con la forza. Allora perché non stabilirsi qui con quello che abbiamo?”, spiega Sofia a TPI. “La Nigeria è un grande paese, ha tutte le risorse del suolo. Li incoraggiamo a restare, dobbiamo costruire insieme una nazione. E chissà, magari le prossime generazioni dell’Italia un giorno aspireranno a venire in Nigeria”.

Una volta che un migrante decide di partire, tuttavia, non è così semplice tornare indietro, accettando che tutti i sacrifici vissuti durante il viaggio siano stati vani.

“Quando diciamo loro che se si imbarcano sui barconi dalla Libia rischiano la vita rispondono che sono già morti, che se tornano a casa sono morti ugualmente. Non è questo quello che funziona”, ha detto a TPI Giuseppe Lo Prete, capo missione dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni in Niger.

“Quello che noi cerchiamo di dire è: ‘Sì, se vai ci sono dei rischi’. Ma diciamo anche: ‘Perché non rimani qui con noi e facciamo questo?’ Oppure: ‘Perché non ritorni indietro con noi e cominciamo con un progetto nel tuo villaggio?’. Sono progetti di gruppo, non singoli, noi li raggruppiamo per villaggi perché comunque vengono tutti dalle stesse zone”.

Tutto questo in Niger, uno dei principali paesi di transito dei migranti, esiste già da almeno tre anni, ma è cresciuto nel tempo. Adesso ci sono centri di assistenza e transito su tutto il territorio del paese.

“Sempre più migranti vengono per via della formazione che facciamo sul campo o perché non ce la fanno più a pagare i trafficanti”, dice Lo Prete. “Quando vengono nei centri ricevono un’assistenza totale, sostegno psicologico, possono mangiare e dormire. I nostri centri sono aperti, volontari, non come quelli della Libia. Sono gestiti direttamente da noi o dai nostri partner e da lì organizziamo un ritorno volontario con questi progetti di reintegrazione nei loro villaggi d’origine”.

1392.- Cupole criminali, colpi di Stato e guerre africane

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Eleonora Di PIlato – Università di Milano, relatore della tesi, professore Nando dalla Chiesa. Da Ri.t

L’Africa ha vissuto più di 40 guerre e circa 90 colpi di stato militari dalle indipendenze a oggi, un’instabilità cronica che la rende il continente in cui più vividamente si palesa la relazione di interdipendenza tra il crimine organizzato e le guerre civili.
A livello nazionale la mancanza di effettività di governo tipica dei governi africani, unita ad una profonda disgregazione della compagine sociale sulla base delle differenze etniche, religiose o claniche, ha creato le condizioni per una replicazione su scala locale delle logiche di dominazione e predazione straniera.
Il trascorso di sfruttamento coloniale in origine, quello neo-imperialista durante la Guerra Fredda, insieme all’ostracismo internazionale degli Anni Novanta, compaiono infatti tra i responsabili dell’affermazione di una gestione patrimoniale e personalistica del potere che vede le élite, o coloro che aspirano a farvi parte, privilegiare il clientelismo e la logica predatoria all’interesse comune.
L’instabilità che ne consegue ha plasmato anche il fenomeno criminale africano: una struttura altamente flessibile, contraddistinta da partnership temporanee e orientate a business specifici, con alcune caratteristiche tipiche anche della criminalità italiana di stampo mafioso. La violenza, quale risorsa primaria di affermazione dei gruppi criminali, il controllo del territorio, necessario per la predazione delle risorse naturali e statali, la conduzione dei traffici illeciti e i rapporti di dipendenza personali, in riferimento agli altissimi tassi di corruzione della regione.
In un continente in cui è prevalente l’identificazione dell’elettorato su base etnica e dove i colpi di stato hanno visto succedersi attori politici e militari, la legittima alternanza democratica risulta pressoché impossibile, mentre la lotta armata costituisce troppo spesso lo strumento preferenziale di affermazione del potere.
Le origini delle guerre civili possono essere ricondotte a due filoni principali, l’ipotesi ‘grievance’, sulla lamentela, riconducibile alle motivazioni ideologiche, geopolitiche e culturali. E l’ipotesi‘greed’, sull’avidità, relativa alle motivazioni economiche e teorizzata dalla “political economy”.
La realtà empirica dimostra come alla base di quelli che vengono dipinti al e dal mondo occidentale come scontri tribali, folli e irrazionali, piuttosto che un’alternatività tra motivazioni etnico-politiche ed economiche, sussista una loro compresenza. L’ipotesi ‘greed’ differisce in maniera sostanziale dalla prima, per la mancanza di una qualunque motivazione ideologica effettiva, così come dimostrato da numerosi episodi di comprovata cooperazione tra membri corrotti dell’esercito regolare e altri gruppi militari, formalmente contrapposti nello scontro, ma accomunati dall’interesse a perpetuare lo stato di guerra per trarne profitto.
Paradigmatici in questo senso sono lo Zaire – Congo democratico e la Sierra Leone. Entrambi ricchissimi di risorse naturali, hanno visto mutare la natura della competizione, da politica a criminale, parallelamente all’affermarsi di gruppi armati tuttora attivi, rispettivamente come attori militari o criminali, in un climax di efferatezza. Il quadro attuale ritrae due paesi dilaniati dai conflitti interni, dove il potere centrale è stato frammentato in favore di “cupole criminali” distinte, esercitanti potere effettivo su territori limitati, e originatisi da milizie regolari e non, tramite un processo di “criminalizzazione“.
Anche quando generati da rivendicazioni politiche, i movimenti di guerriglia non hanno esitato a sovvertire le proprie finalità e le proprie alleanze, in vista di un profitto maggiore, in termini di potere e controllo, e soprattutto di utile economico. Oggi rappresentano il tessuto primario della criminalità organizzata nell’ Africa subsahariana.

1391.- La mafia nigeriana fra voodoo e computer

Tratta delle prostitute. Droga. Riciclaggio. Truffe on line. Un dossier del Sisde rivela come agiscono le bande africane in Italia, mescolando tradizioni locali a una grande capacità di adattarsi al mercato globalizzato

Riportiamo qui di seguito ampi stralci del rapporto sulla mafia nigeriana – e sui suoi tentacoli in Italia – elaborato dalla rivista italiana di Intelligence Gnosis , edita dal Sisde.

Abituati ad esportare la mafia nazionale all’estero, si è pervenuti in ritardo alla percezione del rischio criminale straniero in Italia. Si sono sottostimati, se non la pericolosità di alcune manifestazioni – quali traffico di droga, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero – almeno il disegno transnazionale più generale e composito. Il presente elaborato propone alcune osservazioni sulla minaccia integrata nigeriana. Sebbene molti analisti ritengano che il collante ‘strutturale’ di tale matrice criminale sia l’omertoso ossequio ad un fideismo superstizioso, sintetizzato dalle pratiche del voodoo o del ju-ju, tuttavia, ad una esplorazione successiva sono emersi caratteri fondanti ancor più complessi e pericolosi. La nostra analisi, quindi, mira ad individuare e qualificare i fattori di rischio avvalendosi della conoscenza degli elementi costitutivi sociali, politici, economici, religiosi e culturali della Repubblica nigeriana.

Essi si ripetono all’interno del fitto contesto reticolare ordito nel tempo dalla locale criminalità a livello internazionale. Rete che si estende anche in Italia, attraverso una complessa filiera impermeabile e indefinita che ha le potenzialità di veicolare istanze integraliste, interessi illegali lobbisti ed attività delittuose.

Il raccapricciante ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nelle acque del Tamigi , la clonazione di un sito Internet bancario, una cassa comune che unisce in un rapporto circolare e perverso lenoni e prostitute sono solo alcuni degli originali aspetti di una stessa realtà criminale, quella di matrice nigeriana, in grado di pianificare indifferentemente omicidi atroci, espressione di rituali primitivi permeati da elementi magici, reati informatici di alto profilo tecnologico, originali e fantasiose iniziative imprenditoriali e gestionali applicate al delitto.

Nell’universo criminale nigeriano si alternano capacità innovative, sotto l’aspetto tecnologico e funzionale, ad elementi primitivi criminogeni. L’alternanza conferisce alla minaccia una duplice natura solo apparentemente differente ma in effetti interattiva ed interdipendente. In essa convivono riti primitivi e superstiziosi, spesso eletti quale iniziatico sanguinario al settarismo lobbista, e modelli tecnologicamente e culturalmente evoluti, in cui si integrano le più diverse e qualificate risorse sociali nigeriane.

Accanto a bande aggressive, che derivano la loro legittimazione da organizzazioni strutturate in madrepatria, quali gli Eiye ed i Black Axe, responsabili di violente risse e di reati predatori particolarmente eclatanti in Piemonte ed in Veneto, si assiste al proliferare di articolazioni ben più solide, delle vere e proprie holding.

Esse si modulano come società moderne, attraverso: la multisettorialità degli affari, derivante dalla morfologia flessibile del modello organizzativo, in grado di aderire utilmente ad ogni aspetto remunerativo del mercato globale; la diffusività delle cellule, che realizzano un ampio network intercontinentale, in cui nodi locali, relativamente autonomi, rispondono all’occorrenza ad imputazioni delle lobby che dirigono i traffici; l’elevata capacità di condividere disegni transnazionali, frutto della duttilità strutturale, della disponibilità a condividere spazi illegali senza esasperare la competitività e dell’adattività agli ambienti ospiti; il mirato esercizio della violenza, normalmente orientata all’interno della diaspora ed in modo ‘inabissato’ per evitare l’allarme sociale.

I gruppi finiscono per operare in modo autonomo, come attori criminali indipendenti, orizzontalmente, quali snodi di una rete e verticalmente, in ambiti associativi mafiosi gerarchizzati.

Camaleonticamente essi assumono atteggiamenti tanto elastici da aderire magmaticamente a differenziati disegni criminosi, assicurandosi una ‘forte tenuta interna’ e cogestendo affari personali e ruoli terminali di un processo ben più ampio ed allogeno.

Non deve quindi meravigliare che per lungo tempo la criminalità nigeriana sia apparsa solo nelle sue manifestazioni più periferiche e residuali e che il conseguente rischio sia stato parcellizzato secondo evidenze casuali. Raccogliendo le tessere e componendole secondo i parametri della potenzialità, la minaccia criminale può riservare inedite preoccupazioni.

Nel territorio italiano la criminalità nigeriana ha acquisito un ottimo livello di competitività nel mercato illecito per la specializzazione conseguita in alcuni settori illegali e per la coesione all’interno dei gruppi. Inoltre ha colto le opportunità offerte dal fitto reticolato transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale.

La transnazionalità e la forte ‘omertà’ presente nelle comunità nigeriane, oltre a connotare la matrice criminale, sono fattori costitutivi del network lobbista, che da tali caratteri trae legittimazione e forza. E’ proprio tale ‘interdipendenza’ il nuovo orizzonte della minaccia, attraverso cui mirare e interpretare le poliedriche attività illegali.

Il felice connubio tra tradizione e modernità emerge anche dalle cosiddette ‘contribution’, che conferiscono uno statuto imprenditoriale attualissimo nell’ambito della prostituzione, ritenuto misoneista e chiuso alle innovazioni, tra riti ju-ju e voodoo. Secondo tale sistema, ormai generalmente applicato, le donne costrette a prostituirsi investono una quota dei guadagni nell’acquisto e nello sfruttamento di altre connazionali che, aumentando i profitti, facilitino l’assolvimento dei loro debiti con l’organizzazione ed il conseguente affrancamento.

Siffatto modello gestionale, ancora più impermeabile, efficace e competitivo, attraverso una partecipazione più diretta e coinvolgente di tutti gli attori illegali, vittime e carnefici, crea un circuito perverso di reciproco coinvolgimento che espande il mercato e limita eventuali defezioni.

Il fenomeno nigeriano in Italia, qualitativamente crescente, emerge soprattutto nel Triveneto, Piemonte, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio e Campania.

In quest’ultima regione i nigeriani, concentrati nell’area domiziana, si sono inseriti nella manodopera in nero e nel traffico di droga. Nel primo caso hanno pressoché monopolizzato la raccolta di pomodori e di frutta, la pastorizia e la piccola produzione casearia.

Nel mercato locale di narcotici, invece, essi hanno vissuto momenti di conflittualità con gruppi albanesi e camorristi, allorquando abbiano tentato di espandere spazi e competenze, minando così i delicati equilibri locali. Sono, inoltre, mal sopportate talune spiralizzazioni che, provocando allarme sociale, mettono a repentaglio l’andamento degli affari criminali nell’area.

Nel Triveneto, in Piemonte e nel centro-Italia, infine, interagiscono gruppi ‘microcriminali’, vere e proprie organizzazioni strutturate come in madrepatria, di cui ripetono interessi ed antagonismi e associazioni di spiccato profilo imprenditoriale e “penetrate” da qualificati pregiudicati.

Sotto l’aspetto direttamente criminale i nigeriani hanno acquisito una posizione competitiva in molti settori illegali.

Il traffico di esseri umani rappresenta il primo collettore di ricavi illegali da destinare al più lucroso traffico degli stupefacenti. Nella tratta, collegata al racket della prostituzione ed allo sfruttamento della manodopera in nero, i sodalizi nigeriani hanno raggiunto elevati standard organizzativi e gestionali, curando interamente ogni fase, dal ‘reclutamento’ in patria (ingaggio per debito) alla fornitura di documenti falsi per l’espatrio, dal trasferimento nei Paesi di arrivo per tappe successive, sino allo smistamento nei vari settori di impiego illecito. La maggior parte delle vittime proviene dagli Stati del sud (soprattutto Edo, ma anche Delta e Lagos), è di etnia Bini, ha un diploma secondario ed è di religione cristiana (pentecostale, cattolica, anglicana).

Nel traffico i cittadini dello Stato di Edo monopolizzano la tratta verso i Paesi Schengen, gli Yoruba e gli Igbo, invece, preferiscono Gran Bretagna ed Usa.

Le principali rotte per il trasferimento in Italia delle clandestine si sviluppano per via aerea -diretta od in tratte successive- oppure via terra, attraverso una serie di soste effettuate in vari Stati africani -in attesa si verifichino le condizioni di sicurezza necessarie alla prosecuzione del viaggio- fino all’attraversamento del Sahara con successivo arrivo in Algeria, Libia o in Marocco.

Da quest’ultimo Paese, via mare, raggiungono la Spagna o direttamente l’Italia.

I viaggi via terra sono compiuti in jeep, condotte da autisti arabi che trasportano una ventina di passeggeri per volta, e possono durare da 2/8 mesi fino a due anni. La tratta via mare, con partenza dalle coste marocchine, avviene in modo precario su piccoli scafi che trasportano gruppi di 20 o più persone.

Dai Paesi dell’Africa subsahariana (Africa centrale, occidentale e Corno d’Africa) arriva un flusso crescente di clandestini diretti verso le coste italiane, in prevalenza provenienti dall’Africa occidentale ed in particolare dal Ghana e dalla Nigeria. La Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) prevede la libera circolazione all’interno degli Stati membri. Pertanto, i migranti provenienti dai Paesi dell’area diretti verso l’Italia sarebbero effettivamente controllati solo allorquando varchino la frontiera con l’Algeria e la Libia.

Le clandestine sono destinate soprattutto al mercato della prostituzione. Il fenomeno ha assunto un rilievo ‘epidemico’ tanto da interessare pressoché tutto il territorio nazionale. Infatti, il 60 per cento delle prostitute straniere presenti in Italia è di origine africana. Si concentra inizialmente nel Piemonte e nel Veneto, sviluppandosi su tutto il territorio nazionale ad opera dei gruppi deputati a gestire il debito delle migranti ammontante a 50/60.000 euro.

Il racket della prostituzione si avvale, talvolta, dell’attività di associazioni apparentemente legali, collegate ai vertici criminali nell’area di origine.

C’è poi il traffico di droga. L’Italia è interessata al narcotraffico sia direttamente, sia quale snodo per altri Stati europei.

I gruppi africani investono nella droga parte dei proventi della tratta e della prostituzione, sfruttando la fitta rete intercontinentale nigeriana al fine di selezionare corrieri di varia nazionalità e provenienza (anche tra microcriminali delle diverse realtà ospiti) e mantenere rapporti efficaci con omologhi sodalizi sudamericani ed asiatici.

Essi, inoltre, utilizzano opportunisticamente canali e strutture dedite anche ad altri servizi criminali, così rendendo il proprio profilo interoperativo ed assicurando un costante incremento del bacino d’utenze e delle risorse disponibili.

Anche in Italia viene adottato il sistema ‘a grappolo’ e ‘della formica’, che coinvolge un gran numero di corrieri incaricati di trasportare quantità relativamente piccole. Peraltro questi ultimi, spesso ‘ingoiatori’ di ovuli (che contengono la droga) o occidentali incensurati (meno soggetti a controlli), utilizzano differenziate rotte d’ingresso (aeree, marittime e terrestri).

I profitti delittuosi alimentano diversificati traffici illegali, anche in considerazione del rapporto spesso organico tra i gruppi operanti che, partecipando ad un fitto network transnazionale, possono agevolmente orientare i proventi nei settori più remunerativi.

Sempre più nigeriani investono in attività commerciali (nei settori alimentari etnici), imprenditoriali, phone-center e strutture finanziarie di trasferimento di denaro, soprattutto money-transfer, attraverso cui controllano i circuiti delle rimesse in patria e supportano le filiere illegali all’estero.

In conclusione, l’elevata capacità di alimentare la rete clientelare-lobbista-criminale consente ai gruppi nigeriani di interpretare fedelmente le opportunità offerte dalla transnazionalità.

La poliedricità degli interessi illegali coltivati e la capillarità delle presenze nigeriane a livello mondiale garantiscono potenzialità competitive e rapida possibilità di convertire lo strumento illegale a favore degli affari congiunturalmente più remunerativi.

La morfologia organizzativa della criminalità nigeriana presenta, infatti, una duttilità che consente di aderire alle più remunerative logiche del mercato globale e di sfruttare la vulnerabilità del Paese ospite.

Inoltre, la complessità sociale ed etnica e le tensioni centrifughe presenti in Nigeria assicurano pericolosi canali di comunicazione e trasferimento delle criticità anche in Europa ed in Italia.

1390.- La mafia nigeriana in Italia si è data il nome di “Famiglia Vaticana”

L’organizzazione, suddivisa in “forum” e “famiglie”, si occupa di importazione di droga, di sfruttamento della prostituzione e di immigrazione clandestina.

MAFIA:NAPOLI,ARRESTATI OTTO NIGERIANI DEL GRUPPO 'BLACK AXE'

La criminalità organizzata nigeriana in Italia si è data il nome di “Famiglia Vaticana”: è quanto risulta alla procura di Torino, che martedì ha chiuso un’inchiesta a carico di diciotto persone contestando loro numerosi reati tra i quali l’associazione di stampo mafioso, il falso, la rapina, il traffico di droga, oltre alle lesioni. Il provvedimento è giunto al culmine dell’operazione denominata “Athenaeum”, condotta da Carabinieri e Polizia municipale del capoluogo piemontese, che era sfociata lo scorso settembre in una serie di arresti.

Delle due bande scoperte dagli investigatori una è la “Maphite”, radicata in diversi Paesi europei. La sua articolazione italiana, secondo il pm Stefano Castellani, si fa chiamare “Famiglia Vaticana” ed è suddivisa in “forum” e “famiglie”. Si occupa di importazione di droga, di sfruttamento della prostituzione e di immigrazione clandestina: i suoi adepti “mantengono contatti con soggetti nigeriani residenti in Libia”. Nell’indagine sono coinvolti anche elementi di un gruppo mafioso rivale, gli “Eyie”, con i quali i “Maphite” si sono scontrati più volte nel corso degli anni.

La prostituzione nigeriana in Italia si è spostata al Settentrione spinta da soldi e stragi

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Nell’ultimo report dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni si trova la storia di Blessing, Precious, Nina e molte altre. Tutte vittime della tratta di esseri umani attraverso il Mediterraneo. Donne sfruttate sessualmente. Spesso minorenni. Che potremmo aver visto ai bordi di una strada. In 3 anni le potenziali vittime sono aumentate del 600%

La storia della prostituzione nigeriana in Italia è fatta di spostamenti lungo il territorio: prima al Nord – piccoli gruppi negli anni Ottanta – poi il radicamento nel Sud Italia, in Campania e nelle isole dove approdano i migranti. Infine, un nuovo slittamento nel Settentrione a caccia di sicurezza e nuovi mercati da colonizzare. La tratta delle nigeriane a scopo sessuale coinvolge il nostro paese – assieme alla Spagna che tuttavia, spesso, funge solo da scalo – in maniera superiore a qualunque altra nazione d’Europa. I motivi sono diversi.

«Sono stata ingannata. Una donna del mio paese mi aveva promesso che avrei dovuto lavorare in un negozio di generi alimentari. Mi fidavo di lei. Aveva pagato anche il mio riscatto quando sono stata sequestrata in Libia. Quando una sera l’ho incontrata in Italia, mi ha regalato alcuni abiti molto provocanti, lì ho capito di essere stata ingannata».

«Non avevo mai avuto rapporti sessuali con un uomo prima di venire in Italia. Ora sono in strada a prostituirmi dodici ore al giorno. Ho paura di essermi ammalata. La notte non riesco a dormire. Mi capita spesso di annodare le lenzuola per buttarmi dal palazzo. Oppure, preparo la valigia per scappare, ma mi blocco davanti alla porta. Ho paura di tornare in strada. Aiutatemi», ha raccontato agli operatori dell’Oim.

Le mafie nigeriane in Italia

Oltre alla ovvia ragione geografica – l’Italia è il primo paese d’approdo e il più vicino alla Libia, da dove partono gommoni e barconi – si riscontra da anni una presenza radicata e organizzata di alcuni gruppi che magistrati e investigatori chiamano “nuove mafie” o “mafie etniche”, caratterizzati da un’accentuata efferatezza nel delinquere (leggi la recensione del libro “Mafie straniere in Italia“). Sono gli “Eye”, gli scissionisti di “Aye” e i “Black Axe” che, oltre alla prostituzione, orchestrano traffici illeciti di droga e armi. Si è spesso ipotizzato che lavorassero in subappalto per le organizzazioni mafiose italiane, ma la prova definitiva di questo legame non esiste.

Sono brand criminali transnazionali che, secondo il ministero dell’Interno, operano «come piccoli gruppi autonomi come snodi di una rete verticale […] Le loro attività sono pervase di ritualità magiche e fideistiche, vincoli etnici che uniti all’influenza delle lobby in madre patria costituiscono un fattore di coesione e assoggettamento psicologico molto forte». Per questo le ragazze ridotte in schiavitù denunciano raramente, nonostante l’ordinamento italiano preveda il rilascio del permesso di soggiorno per le vittime della tratta che fanno i nomi dei propri aguzzini.

Le istituzioni conoscono e mappano questo fenomeno sulla scia delle inchieste portate avanti dal 2006 in poi: l’operazione “Niger” dei carabinieri, la “Mutilevel” della polizia e l’operazione “Milord” della guardia di finanza.

L’approccio solo giudiziario, tuttavia, può creare fraintendimenti: per i magistrati inquirenti queste strutture sono a tutti gli effetti mafie da perseguire attraverso il 416-bis, sul modello di Cosa Nostra. Antropologi, criminologi e ricercatori vanno oltre e spiegano come la struttura, criminale e simbolica, non sia affatto verticistica, nemmeno totalmente orizzontale e paritaria, ma piuttosto capillare e fatta di cellule in relazione fra loro dove è impossibile individuare un’unica testa pensante che comanda. Il patto che tiene unita l’organizzazione si basa su legami e relazioni di natura tribale e etnica più ancora che su giuramenti, ricatti o affiliazioni d’opportunità.

Soldi e stragi spostano i gruppi criminali

Le mafie nigeriane si sono stanziate nel nord Italia, in piccolissimi gruppi negli anni Ottanta, per poi trasferirsi in comunità più numerose a Palermo, nel Cagliaritano e lungo la via Domiziana, che da Mondragone costeggia il litorale a nord di Napoli, fino alla provincia di Caserta. Per poi radicarsi nuovamente in Settentrione negli ultimi 10-15 anni: Torino e Milano, certo, ma anche in più piccoli centri di provincia e aree ex industriali come Novara, Padova, Biella, Brescia e Rimini.

Nel movimento che li ha portati a spostare il cuore delle loro attività al Nord, sfruttamento della prostituzione in primis, hanno influito almeno due elementi. Il primo: la ricerca di aree più ricche dove “smerciare” la droga e le donne che arrivano a Lampedusa e nei porti siciliani. Abbiamo già visto come bastino 30 giorni per passare da un centro siculo dove rilasciare le impronte digitali a un appartamento nel quartiere Porta Palazzo di Torino, sparendo dal radar del ministero dell’Interno.

Ma è il 2008 la data che potrebbe aver portato a una rottura definitiva del saldo e omertoso legame fra mafia nigeriana e Meridione: il 18 settembre di quell’anno un commando camorristico del clan dei Casalesiha ucciso sei immigrati di origine africana, in quella che è passata alle cronache come la strage di Castelvolturno. Un eccidio che ha scatenato le proteste della comunità nera del Casertano, che il giorno dopo gli omicidi sfilò per le strade della città in segno di protesta.

Dei sei immigrati ammazzati, tutti lavoravano legalmente e non facevano parte di organizzazioni criminali straniere, ma secondo le ipotesi della direzione distrettuale antimafia di Napoli dell’epoca, in quella strage efferata c’erano due messaggi: uno palese e l’altro criptato. Il primo: l’odio razziale da parte dei camorristi, riconosciuto come aggravante anche nella sentenza della Cassazione; il secondo: l’avvertimento agli immigrati che, per svolgere attività sul territorio, legali o illegali che fossero, bisognava pagare una tassa ai clan. Una gabella che non sempre le “mafie etniche” come i normali lavoratori migranti possono o vogliono pagare e che potrebbe aver contribuito allo slittamento dei loro business criminali verso nord, dove il controllo delle strade e dei quartieri con manu militari è meno diffuso.

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Squartarono il cadavere di un corriere per recuperare la droga contenuta in un ovulo che, rompendosi, lo aveva ucciso, poi disseminarono i suoi resti per le campagne. È uno dei raccapriccianti episodi ricostruiti dalla Dda di Napoli, agli atti dell’ordinanza di custodia cautelare  che ha portato, questa notte, a un blitz a Castelvolturno contro la mafia nigeriana. Quindici persone sono state arrestate, sette sono invece state sottoposte all’obbligo di firma. Sono accusate di traffico di droga, estorsioni ed episodi intimidatori contro loro connazionali.

L’operazione è stata eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Caserta e ha portato alla ricostruzione di una rete di contatti che portava il gruppo “Eye” a inviare una parte dei proventi delle attività illecite, in Africa. “Una organizzazione transnazionale”, come l’ha definita in conferenza stampa il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, “che aveva ramificazioni anche in altre zone d’Italia”. E infatti, oltre ai nigeriani, sono finiti in manette anche due italiani.

Determinanti per le indagini sono state le dichiarazioni di una ragazza, vittima della tratta di prostitute, che collaborando con la procura ha reso possibile ricostruire, tra le altre cose, anche i rituali di iniziazione con i quali gli affiliati venivano ammessi nel clan. “La comunità africana sul Litorale Domitio è composta anche da tante brave persone – ha commentato il colonnello Giancarlo Scafuri – e il lavoro di recupero di quelle zone degradate va affrontato costruendo anche su questa base”. L’operazione è stata eseguita dai carabinieri della compagnia di Santa Maria Capua Vetere, diretti dal capitano Franco Macera.

Dovevano bere un miscuglio di sangue di animale e resti bruciati della propria foto e di quella raffigurante un’aquila nera gli immigrati africani che entravano a far parte, a Castel Volturno del gruppo dell’Eye, agguerrita organizzazione che trafficava e spacciava droga per conto dell’associazione madre che opera in Nigeria. Il rito si concludeva con la pronuncia di un giuramento di fedeltà ad un codice.

Il gruppo smantellato dai carabinieri con il coordinamento della Dda di Napoli non è ancora giuridicamente qualificabile come clan mafioso nel senso tradizionale del termine, non essendo stata contestata l’associazione mafiosa (articolo 416 bis del codice penale), ma di certo i rituali ricordano, seppur con aspetti più tribali, il rito della punciuta di Cosa Nostra; tra l’altro, come avviene nei clan campani, chi entra a far parte del gruppo dopo il rituale non può più uscirne.

L’organizzazione comunque, seppur non avesse il controllo completo del territorio di Castel Volturno, svolgeva alcune delle classiche attività delle cosche italiane, ovvero imponeva il pizzo agli immigrati africani che svolgevano attività economiche che in caso di rifiuto veniva puniti con pestaggi. L’organizzazione era formata soprattutto da nigeriani, ghanesi e liberiani.

È stata fatta luce, durante le indagini, sui riti di affiliazione e sui codici comportamentali in vigore nel gruppo dell’Eye. Molti degli indagati sono clandestini e lo spaccio delle sostanze stupefacenti, acquistate anche all’estero, avveniva a Castel Volturno, ma anche a Roma e Firenze.

1390.- Immigrazione: traffici criminali e solidarietà d’interesse

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Cifre e dati sull’immigrazione. Il giro d’affari di un traffico criminale che ha come complice la nostra falsa accoglienza. Di Stefano Alì

Accoglienza benevola o destino crudele? Quale è il nostro vero atteggiamento verso l’immigrazione? Come la strega di Hänsel e Gretel facciamo da “palo” per i traffici criminali.

Dalla casa marzapane che li aveva attirati e che stavano sgranocchiando spunta una vecchietta gentilissima. Mossa a compassione, si offre di ospitare i due fratelli. I bambini, non sapendo dove andare, accettano grati la sua ospitalità.
Ben presto Hänsel e Gretel si rendono conto di non essere più liberi. Sono prigionieri della vecchia, che si era finta compassionevole quando in realtà era una strega nota per aver ucciso e mangiato molti bambini. (Trama di “Hänsel e Gretel” – Fratelli Grimm).

Nel fenomeno dell’immigrazione le nostre false “ospitalità” e “solidarieta” attraggono i migranti come la “casa di marzapane”. Trascinandoli in un abisso infernale.

Perché l’immigrazione è un affare. Non importa quanti ne muoiono. L’importante è che ne arrivino sempre di più per aumentare il giro di affari.

Per rendere tutto questo accettabile all’opinione pubblica occorre presentarlo nel modo giusto.

Le parole chiave sono Solidarietà, Accoglienza e Integrazione. Ma li aspetta la casa della strega.

Immigrazione: La confusione delle parole e delle cifre

Migranti, profughi, rifugiati e sfollati

Molti rapporti, specie delle agenzie e organizzazioni internazionali, continuano a citare dati dei “profughi”. Nel palazzo romano sgomberato di via Curtatone/Piazza Indipendenza troneggiava uno striscione: “Siamo profughi, non clandestini”.

Nei rapporti UNHCR si parla di profughi che scappano dalle guerre, sostenendo di fare anche “fact checking“.

Allora occorre fare chiarezza. Tutti quelli che scappano da una guerra sono “profughi“. Fra questi, chi chiede asilo in altro Paese è un “rifugiato“.

Chi, pur abbandonando la propria terra o la propria città, rimane nel proprio Paese è uno sfollato.

Al richiedente asilo cui viene riconosciuto lo stato di “rifugiato” viene applicata la “Convenzione di Ginevra”. Ha perciò diritto all’assistenza sanitaria e sociale gratuita, all’istruzione gratuita eccetera.

Richiedere asilo infatti non significa averne diritto. La richiesta viene esaminata, ma – nel frattempo – la ricevuta della richiesta costituisce già permesso di soggiorno e i tempi dell’esame delle richieste, stante l’intasamento, sono ormai biblici.

Attribuire per automatismo mediatico a tutti coloro che sbarcano in Italia lo stato di profugo, quindi, è intellettualmente disonesto.

Immigrazione e rifugiati: le cifre

In tutto il 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone (fonte: Ministero dell’Interno). Di queste solo 123.600 hanno richiesto asilo (fonte: Ministero dell’Interno).

Ben 57.836 sbarcati (il 32%) non hanno neanche avanzato la richiesta di asilo, testimoniando di per se di essere ben a conoscenza di non averne diritto.

Non ho trovato statistiche delle istanze accettate relative all’anno di presentazione. Le statistiche che ho trovato si riferiscono alle istanze accettate rispetto al totale delle istanze esaminate nel corso dell’anno.

Siccome, però, ormai il dato è consolidato, possiamo assumere che circa il 5% delle richieste di asilo avanzate ottiene il riconoscimento di “rifugiato” (il “profugo” fuori dal suo Stato).

Con riferimento al 2016, quindi, dei 123.600 richiedenti, solo 6.180 saranno riconosciuti “rifugiati”. Se, invece, prendiamo a riferimento il numero complessivo degli sbarchi del 2016 (181.436 migranti), la percentuale è ancora più irrisoria: appena il 3% .

I profughi: rifugiati e sfollati

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ci spiega che:

La spinta all’emigrazione da questi paesi deriva da fattori di instabilità politica e sociale.

L’Eritrea (20% degli arrivi totali del 2015) è dominata da più di vent’anni dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki; tra le cause della fuga, oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, c’è la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata.

In Somalia (14% del totale degli sbarchi 2015), dopo oltre 25 anni di conflitto civile, la minaccia maggiore è rappresentata dai miliziani di al-Shebaab, autori, negli ultimi mesi, di sanguinosi attacchi terroristici nella capitale.

Le incursioni di Boko Haram, invece, sono le principali responsabili della emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui il solo 2015 ha fatto registrare quasi 11mila morti violente.

Ma così i conti dell’immigrazione non tornano.

Ad esempio nel 2016 sono state esaminate 18.542 richieste di asilo di persone provenienti dalla Nigeria. Solo in 521 (2,8%) hanno ottenuto lo stato di rifugiato. Molto al di sotto della media generale che si attesta al 5% delle richieste esaminate.

Dove sta l’errore? Nella confusione creata (non sempre in buona fede).

Prendiamo la Nigeria, il Paese da cui arriva il maggior numero di migranti. Boko Haram controlla una parte del territorio a nord.

Secondo le mappe “ReliefWeb“, la maggior parte dei profughi si limita a spostamenti interni:

Si tratta di “profughi”, ma IDPs (Internal Displaced Persons) ovvero “sfollati”. Molti i “rifugiati” nei Paesi vicini.

Ecco perché il numero di richieste di asilo politico accettate di nigeriani è così esiguo.

Identico discorso per la Somalia. Secondo l’agenzia di intelligence USA Stratfor, Al Shebaab ne controlla una parte:

La situazione dei profughi somali e di tutto il Corno d’Africa è rappresentata in figura:

Secondo i dati nessun arrivo dallo Yemen. In netta diminuzione gli arrivi dalla Siria, nonostante il “corridoio umanitario“.

A proposito dei “ribelli”

Apro e chiudo una parentesi. Al Shabaab e Boko Haram sono delle frange della corrente Wahabita dell’Islam.

La stessa corrente, di derivazione sunnita, di cui fanno parte Isis e talebani.

per oltre due secoli il Wahhabismo è stato il credo dominante nella Penisola Arabica e dell’attuale Arabia Saudita. Esso costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su un’interpretazione letteralista del Corano.

I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell’Islam. I suoi critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a un’interpretazione rigorosa dell’Islam, ricordando come dalla loro linea di pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i Ṭālebān (Wikipedia).

Ovviamente, trattandosi di Arabia Saudita, con cui facciamo affari e a cui vendiamo le nostre armi, l’argomento è “off limits”.

Approfondirò l’argomento in altro post e aggiornerò questo inserendo il relativo link.

Immigrazione: Il viaggio infernale verso l’inferno

Perché emigrare

La gran parte dell’immigrazione in Italia, quindi, non è frutto di guerre e conflitti. Ma allora cosa spinge queste persone a lasciare il loro Paese?

Un miraggio. Il miraggio di una vita migliore, di lavoro più facile e guadagni elevati. Il miraggio di un futuro diverso.

Nel libro “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” della prof. Anna Bono leggiamo alcune testimonianze.

Secondo il Ministro dei senegalesi all’estero, a partire sono ragazzi e uomini con discrete posizioni sociali: insegnanti, impiegati pubblici e persino docenti universitari. Per il Ministro la gente non parte perché non ha niente. Va via perché vuole di più.

Leggendo il libro della prof. Bono, le convinzioni del Ministro sembrano essere confermate da diverse storie raccontate dai migranti stessi.

In un servizio della BBC del 2015, ad esempio, un giovane immigrato di 30 anni spiegava al giornalista perché era partito: Gli avevano detto «Lo sanno tutti che là (in Europa, n.d.r.) si può guadagnare un sacco di denaro».

Aggiungeva che se avesse saputo quanto è pericoloso il viaggio non sarebbe partito. Anche se venisse pagato per andare, non partirebbe più.

Identico discorso per il lottatore e la portiera della nazionale femminile di calcio del Gambia che, però, sono morti nel viaggio.

A morire nel viaggio anche un allevatore senegalese di 27 anni che ha venduto la sua mandria per pagarsi il viaggio mortale.

Il prezzo della vita

Si deve tenere presente che il viaggio ha un costo fra i 3.500 e i 6.000 dollari. Chi è davvero disperato non può pagarsi il viaggio. Chi disperato non è, lo diventa.

In molti casi l’emigrazione diventa l’investimento della famiglia.

Tutti i componenti si tassano per consentire a un familiare di emigrare in modo che questo, diventando ricco (come abbiamo visto il solo fatto di emigrare è garanzia – falsa – di successo e ricchezza), può poi provvedere alle necessità economiche di tutta la famiglia.

Il viaggio infernale

La mostruosa realtà si presenta già durante il viaggio. Il rapporto UNICEF “Un viaggio fatale per i bambini” si riferisce ai bambini, la parte più fragile, sfruttata e violentata del flusso di immigrazione.

Ma vale per tutti quelli che intraprendono la “rotta del Mediterraneo centrale”.

Nelle mani delle organizzazioni criminali gli emigranti attraversano il deserto a piedi. A volte per giorni senza acqua né cibo. Subiscono violenze e abusi. Muoiono a migliaia. MISSING! Semplicemente spariti, svaniti nel nulla.

Ci riflettano i sostenitori del “nel Mediterraneo dobbiamo salvarne di più“. Come con l’operazione “Triton” che ha consentito ad alcune ONG colluse di andare a prelevare i “naufraghi” appena partiti dalla costa.

Rendendo più sicura la traversata, i morti nel Mediterraneo sono aumentati.

Da un lato perché sono aumentate le partenze dai Paesi di origine e quindi il flusso, dall’altro perché le organizzazioni criminali hanno cominciato a risparmiare sul costo dei natanti.

Se riuscissimo a rendere la traversata del Mediterraneo assolutamente sicura, aumenterebbero a dismisura i morti e i dispersi nel viaggio via terra. Lungo la tratta che porta gli immigrati dai loro Paesi alle coste libiche.

Metteremmo ancora più persone nelle mani delle organizzazioni criminali.

Perché siamo noi a fare pubblicità alle “agenzie di viaggio” criminali.

Se non ci fosse l’illusione di una inesistente vita migliore, se le organizzazioni criminali non potessero far leva su questo miraggio la gente non lascerebbe la propria casa.

Immigrazione: benvenuti all’inferno

Quelli più forti, che hanno superato la prova mortale dell’intero viaggio vengono “accolti” all’inferno.

Diventano materiale buono per lavoro nero, schiavismo, prostituzione femminile e maschile (anche minorile), traffico di organi eccetera.

Oppure stritolati, annientati e annichiliti nella macchina del “sistema di accoglienza” che abbiamo inventato.

Vivo a Catania. È vicina al CARA di Mineo, il più grande d’Europa.

Alcune cose le vedo personalmente, altre mi vengono raccontate.

Vengono sedotti da chi riempie i suoi discorsi con “accoglienza” e “integrazione”. E sono proprio costoro che li spingono nel baratro della criminalità.

Questa non è solidarietà. Si chiama crudeltà.

Schiavi nelle campagne sotto il sole che brucia

Il CARA di Mineo offre vasta scelta di materiale umano a basso costo. I caporali offrono il servizio di accompagnamento. Pochi euro per spaccarsi la schiena anche per 12 ore al giorno. Fino a morire.

La prostituzione

A Catania basta andare nel viale di accesso al porto per “toccare con mano” il fenomeno della immigrazione destinata alla prostituzione maschile. Anche minorile.

Per la quella femminile (anche minorile) occorre spostarsi nelle strade parallele alla Strada Statale 114 verso Siracusa o lungo la Strada Statale 417 per Caltagirone e Gela.

Per le donne può anche presentarsi il problema delle gravidanze. Diventa un problema perché, anche se volessero tenere il bambino, vengono costrette ad abortire.

Spesso con pratiche tribali che portano a emorragie e rischio vita. L’ospedale di Caltagirone è l’unica speranza di salvezza per queste donne.

C’è chi sostiene che dal CARA di Mineo è attivo un servizio navetta che garantisce lo spostamento da e verso i luoghi di “lavoro” per le turnazioni di “servizio”.

Minori non accompagnati e minori che spariscono: Minori “irreperibili”

Secondo il rapporto Oxfam la percentuale è stabile. I minori non accompagnati si attestano al 15% dell’intero flusso di immigrazione.

All’aumentare del flusso aumentano, quindi, i minori non accompagnati.

Dai dati del rapporto Oxfam solo nei primi sei mesi del 2016 sono sbarcati in Italia 13.705 minori non accompagnati. Nello stesso periodo sono stati segnalati 5.222 minori “irreperibili”.

Significa semplicemente che sono scomparsi 5.222 minori non accompagnati. Il 38% di quelli arrivati.

Che fine fanno? Scappano, dice il rapporto.

Ma scappano da soli o ci sono organizzazioni che ne organizzano la fuga?

Da un articolo di “Report”:

Se un minore appena sbarcato è in grado uno o due giorni dopo di andarsene significa che ha un punto di riferimento sul territorio; un’organizzazione che gli dà contatti telefonici, nomi, indirizzi. E questo, di solito, non avviene nell’interesse del minore (Amalia Settineri Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma)

 

Sono molti e diversi i rischi cui vanno incontro, da quello relativo alla prostituzione minorile, allo sfruttamento nel lavoro, c’è poi la manovalanza nel crimine, lo spaccio, e tra i rischi non si esclude neppure il traffico di organi. (Vittorio Piscitelli, Commissario straordinario del governo per le persone scomparse) ..

Benvenuti all’inferno!

Però “Accoglienza”, “Ospitalità”, “Integrazione” sono le parole chiave per farne arrivare sempre di più. Per metterne sempre di più nelle mani della criminalità organizzata.

E per aumentare il fascino nefasto i complici delle organizzazioni criminali si sono inventati una nuova sirena: lo Jus Soli.

Una legge che pare fatta apposta per far aumentare il flusso di minori non accompagnati.

Ne scriverò in un prossimo post.

Immigrazione: Maschi in cattività

Le cifre

Anche in questo caso le percentuali sono abbastanza stabili, quindi possiamo prendere a riferimento i dati del 2016.

Delle 123.600 richieste di asilo, 105.006 sono di maschi (85%).

Nella fascia di età compresa fra 18 e 30 anni si collocano 99.066 richieste (80%).

Quindi una enorme maggioranza di immigrati è costituita da maschi nel pieno vigore fisico.

Uomini e donne o maschi e femmine?

Senza voler sviluppare un trattato, mi limito a scrivere che la biochimica e, quindi, la fisiologia (ovvero il funzionamento psico-fisico) degli uomini e delle donne è diverso.

A meno di rigettare l’intera teoria evoluzionistica, il genere umano fa parte del regno animale.

Con buona pace della Boldrini e di chi, andandole appresso, sostiene l’assoluta parità dei sessi1, le ovaie della femmina del genere umano inducono ormoni estrogeni (progesterone prima di tutto), mentre i testicoli del maschio inducono ormoni androgeni (essenzialmente testosterone).

Come per qualunque altro animale.

E l’equilibrio naturale ha bisogno di entrambi. Ha bisogno dei rispettivi ruoli fisiologici che la stessa natura ha assegnato.

In una società civile, poi, è necessario che ci sia la parità dei diritti. Non solo nella diversità del sesso, ma anche nella diversità della stessa sessualità.

Pari dignità nella diversità.

In alcuni casi si possono canalizzare o, forzando la natura, reprimere gli effetti, ma per quanto “civilizzato” ed “educato” il testosterone continuerà a indurre nel maschio (uomo) aggressività competitiva.

Un nato maschio non sarà mai uguale a una nata femmina e viceversa.

Neppure se stabilito per Legge!

Immigrazione: I maschi in cattività

Come abbiamo visto, la grande maggioranza degli immigrati è di sesso maschile e nel pieno del vigore (18-30 anni).

Mentre gli ormoni esplodono, il nostro “sistema di accoglienza” mette queste persone in cattività.

Li ricolloca. Isolandoli. Segregandoli.

Cosa pensiamo? Di poterli riportare alle polluzioni notturne o, al massimo, alla masturbazione?

E noi “civiltà avanzata” non ci rendiamo neppure conto del livello di sofferenza che produciamo?

Non ci rendiamo conto che spingiamo esseri umani verso elevati livelli di aggressività? O pensiamo di aggiungere dosi industriali di bromuro di potassio ai pasti?

Conclusioni

L’obiettivo di questo lungo post è dimostrare quanto marcio sia il nostro sistema di accoglienza.

Quanto pelosa e collusa sia la politica che gioca sulle emozioni dell’opinione pubblica per agevolare azioni criminali.

Nulla è cambiato dai tempi del favoreggiamento di Buzzi e Carminati. Pochissimi i politici in buona fede.

“Accogliamoli tutti” significa agevolare i flussi di materia prima per le organizzazioni criminali.

E la “materia prima” è costituita da uomini e donne sedotti da una prospettiva di vita migliore che non esiste.

E allora? Affondiamo le imbarcazioni?

Scherziamo? Ancora una volta si parla di uomini e donne. Di esseri umani.

Nessuno si consenta neppure di immaginare che affondare le imbarcazioni sia una soluzione ammissibile!

Che fare?

Politici, organizzazioni, ONG, Agenzie ONU, gerarchie ecclesiastiche di tutte le religioni sono presenti nel Paesi di partenza e in Italia. Per lucrare.

Come con “Mafia capitale”.

Ma cosa fanno per far comprendere che l’Europa e sopratutto l’Italia sono l’inferno e non la terra promessa?

Cosa fanno per far comprendere che nessun futuro li aspetta oltre il Mediterraneo?

A giudicare dagli effetti, nulla.

Non “aiutiamoli a casa loro”, per carità!

“Aiutiamoli a casa loro”, dice Matteo Renzi.

Tremo solo al pensiero, visto il suo concetto di aiuto.

Visti i suoi rapporti di affari e di fornitura di armi all’Arabia Saudita, principale elemento di instabilità di quell’area.

Ma dallo Yemen, implacabilmente bombardato dall’Arabia Saudita con le bombe italiane, non arrivano migranti. Quindi è tutto a posto!

Visto che la sua ENI ha svaligiato le enormi risorse naturali dei Paesi con cui è venuta in contatto. Con cui ha scontrato i suoi interessi.

Poco tempo fa sono emersi gli scandali delle mazzette pagate dall’ENI (come fosse una novità) per saccheggiare le risorse naturali nigeriane.

Qualche notizia qui, qui e qui.

Questa è vera mafia!

Fin’ora, quindi, hanno tutti partecipato per agevolare un olocausto. Perché i flussi migratori sono ancora più lucrosi dell’assistenza.

Una complicità diffusa, ramificata come una piovra.

Come la mafia e per la mafia.

Perché anche questa è mafia!

1382.- LA TRAPPOLA DELL’ODIO DEGLI AGENTI D’INFLUENZA. LA MANOVRA DELL’ANTISOVRANO. ORIZZONTE 48

  1. C’è un concetto “base” che torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni, di fronte

al dilagare della sovraesposizione mediatica di accadimenti come gli sgomberi di immobili occupati commettendo illeciti penali non “giustificabili” secondo alcuna interpretazione costituzionalmente (cioè democraticamente) orientata, ovvero come la violenza sessuale di gruppo posta in essere da stranieri, probabilmente a loro volta illecitamente presenti sul territorio nazionale (e, nel caso, oltretutto, in danno di altri stranieri che invece erano più che lecitamente entrati come turisti, categoria di cui si esalta l’oggettiva utilità in termini di saldo attivo delle partite correnti dei conti con l’estero, salvo poi contraddire questa auspicata propensione produttiva del territorio italiano attraverso destrutturazione e degrado permanenti perseguiti con l’austerità fiscale che incide su ogni livello di gestione del territorio. Fenomeno che è il naturale corollario degli obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio e della privazione della sovranità monetaria imposti dall’appartenenza alla moneta unica).

 

1.1. Il concetto base è il seguente: l’antisovrano ha paura della sovranità popolare perché non vuole la democrazia.

E non vuole la democrazia (a meno che non sia “liberale”, cioè ridotta a mero processo elettorale idraulico che azzera ogni reale possibilità di scelta popolare dell’indirizzo politico da seguire), perché (come dice Barroso, una volta per tutte, richiamando il ruolo imperituro de L€uropa nelle nostre vite quotidiane) la considera inefficiente dal punto di vista allocativo.

E ciò in quanto, appunto, le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico: cioè legittima un equilibrio allocativo che riflette una Legge naturale a cui asservire ogni attività normativa e amministrativa dello Stato, e rende un diritto incomprimibile il ritrarre un profitto da questa titolarità incontestabile, anche a scapito dell’interesse di ogni soggetto umano che non sia (già) proprietario di questi fattori della produzione.

Il merito che si autoattribuisce il capitalismo è quello di attivare una capacità di trasformazione delle risorse (limitate) per moltiplicare i beni suscettibili di essere acquisiti in proprietà (questo sarebbe il dispiegarsi dell’ordine del mercato, fin dai tempi della teorizzazione ecclesiastica), essenzialmente oggetto di consumo, e di permettere, nel corso di tale processo, l’impiego lavorativo di moltitudini di esseri umani che, in tal modo, sarebbero in grado automaticamente di procurarsi i mezzi di sostentamento.

 

  1. Di conseguenza, come trapela anche da autori (neo)neo-classici (cioè neo-liberisti) del nostro tempo, (eloquente in tal senso è “La nascita dell’economia europea” di Barry Eichengreen, che ho avuto modo di rileggere questa estate, non senza un certo disagio sulla disumana dissonanza cognitiva che ne emerge), il profitto è l’unico motore possibile della società e della sopravvivenza della specie.

Pertanto, i governi debbono esclusivamente preoccuparsi di garantirne la continuità (e ce ne accorgeremo presto, ancora una volta, quando si dovranno “fare gli investimenti” per risolvere la “crisi” dell’acqua), assicurando, nell’unica dialettica considerata razionalmente ammissibile, l’esistenza istituzionale di un mercato del lavoro che vincoli, a qualsiasi prezzo sociale, la massa dei lavoratori non-proprietari a condizioni di mera sussistenza.

 

  1. La moneta gold standard, o qualsiasi soluzione similare, ed anche più rigida, come l’euro, che rendono le politiche di stabilità monetaria indipendenti da ogni altro obiettivo politico (qui, p.17.1.), sono perciò un totem irrinunciabile innalzato sull’altare dell’unico diritto possibile e legittimo, essendo tutti gli altri diritti degli odiosi privilegi clientelari frutto di clientelismo e corruzione, (come ci illustrano con alti lai indignati contro la “giustizia sociale”, intesa come “corruzione legalizzata”, Spinelli, Hayek e Einaudi).

E l’unico diritto legittimo è, naturalmente, quello al profitto derivante dalla “data” allocazione delle risorse limitate in capo ai pochi grandi proprietari; i quali, in termini di equilibrio allocativo ideale, dovrebbero anche essere gli unici proprietari.

Qualsiasi alterazione di questo equilibrio è considerata razionalmente intollerabile e pone in pericolo l’equilibrio allocativo efficiente che, dunque, è prima di tutto un assetto di potere politico.

Lo Stato che abbia deviato da questo assetto, ponendo in essere divergenti condizioni di redistribuzione di tali risorse, ex ante (o ex post: ma queste ultime sono dotate di un’ambiguità che le rende asservibili anche ad obiettivi del tutto opposti a quelli della tutela del lavoro, come ci insegnano Pikketty, qui, p.8, e l’Unione bancaria), deve “ricostruire”, anche con ampi e notevoli interventi, prolungati per tutto il tempo necessario, la razionalità indiscutibile di questa Legge sovrastatuale e perenne.

 

  1. Come si ricollega tutto questo agli episodi di reato (e di loro difficoltosa repressione) posti in essere da “immigrati” a vario titolo nel territorio nazionale?

In modo alquanto coerente con il funzionamento progressivo del sistema di ripristino, accelerato da L€uropa, dell’assetto allocativo efficiente.

L’euro costringe alla svalutazione del tasso di cambio reale e consente che ciò si realizzi unicamente attraverso la riforma incessante del mercato del lavoro-merce (come spiega benissimo Eichengreen parlando del gold standard), cioè al fine di porre in condizioni di progressiva “mera sussistenza”, l’insieme dei soggetti non proprietari estranei al controllo dell’oligopolio concentrato e finanziarizzato (una condizione di “classe” che eccede di gran lunga quella del solo lavoratore dipendente, qui, p.4).

 

  1. Il costo politico di tale continuo aggiustamento, in costanza di suffragio universale (condizione mantenuta obtorto collo e in vista di una sua definitiva e formale abolizione), può essere sopportato solo “sostituendo” le classi sociali impoverite, e in precedenza titolari delle aspettative di tutela sociale apprestate, (formalmente ancora oggi), dalla Costituzione, con un adeguato contingente di soggetti “importati”, se e in quanto siano sradicati, per inconciliabile vocazione culturale, da questo precedente assetto sociale democratico.

Questi nuovi “insediati” sono dunque preferibilmente (cioè intenzionalmente) prescelti in quanto inclini a considerare la comunità di insediamento come un’organizzazione aliena, i cui precetti normativi fondamentali debbano, al più presto, cedere di fronte alla pressione numerica dei nuovi arrivati e delle loro esigenze primarie (rivendicate esplicitamente come le uniche da considerare, a detrimento di ogni situazione di crescente povertà degli autoctoni, che si lasciano governati dalla condanna a un senso di colpa inemendabile).

L’intera operazione di reinsediamento demografico è pianificata e incentivata attraverso organizzazioni – private ed espressione del perseguimento degli interessi dei grandi gruppi economici che dominano il diritto internazionale privatizzato– che inoculano e rafforzano, nei gruppi etnici reinsediati, questa idea di ordinamento giuridico arrendevole e di aspettativa incondizionata alla redistribuzione ex post di risorse in danno delle classi più povere e deboli in precedenza viventi sul territorio da “trasformare”.

 

  1. “Agenti di influenza” (NB: la fonte linkata è ufficiale dell’AISI-governo.it), appositamente predisposti sia all’interno del sistema mediatico dello Stato nazionale di “accoglienza”, che operanti nell’organizzazione, reclutamento e agevolazione del reinsediamento, si preoccupano essenzialmente di rafforzare e rendere irreversibile l’idea che le leggi statali nazionali che vietano comportamenti incompatibili con l’ordine pubblico e l’interesse generale della comunità “ricevente”, e da trasformare a tappe forzate, siano sostanzialmente immorali o troppo difficili da applicare e perciò oggetto di urgenti riforme (ad es; il cosiddetto ius soli), o, ancor meglio, di desuetudine: cioè di accettazione diffusa della loro inapplicazione in nome di un prevalente “stato di necessità” che si fonda sull’inevitabile “scarsità di risorse”.

 

  1. Senso di colpa indotto in via propagandistica dagli “agenti di influenza” e scarsità di risorse, come parametro ormai metanormativo e supercostituzionale, costituiscono un combinato tale che si ottiene anche l’effetto più ambito, come evidenziava Rodrik, da parte delle elites timocratiche che guidano l’operazione: lo scatenarsi del conflitto sezionale tra poveri importati cittadini esteri, e cittadini impoveriti soggetti all’accoglienza in funzione di fissazione deflattiva dei livelli retributivi.

Il porre i vari pezzi di non-elite uno contro l’altro, scardina ogni senso di reazione alla manovra aggressiva di classe condotta dalle oligarchie cosmopolite, e alla sottrazione della sovranità democratica che, appunto, (così Luciani, p.7) si caratterizzava su una “concezione ascendente”, cioè per la sua titolarità “di popolo”, e sull’idea di Nazione; l’unica storicamente tale da individuare in senso coesivo e solidale una comunità sociale sufficientemente univoca per determinare gli interessi comuni che la sovranità persegue per sua natura (qui p.11.3 e, prima ancora, come rammentava Lord Beveridge, cfr; p.5 infine).

 

7.1. L’attitudine distraente del conflitto sezionale si manifesta, per la verità in tutto il mondo occidentale, in modo da amplificare il potere degli agenti di influenza delle elites che hanno buon gioco nello stigmatizzare quell’odio che hanno accuratamente infuso e alimentato nel corpo sociale delle non-elites: e questo fino al punto da delegittimare, nei fatti narrati in modo da forzare etichette di condanna ipocritamente “etica”, quelle che sono esattamente le reazioni naturali, quasi meccanicistiche, che avevano inteso deliberatamente suscitare.

Il senso di colpa, in precedenza diffuso a livello di preparazione mediatico-culturale dell’operazione, può quindi essere addebitato al corpo sociale aggredito in base a “fatti” che corrispondono anch’essi alla meccanica calcolata dell’intolleranza che si intendeva suscitare.

 

  1. Il cerchio si sta chiudendo, dunque.

L’unica risposta rimasta è la consapevolezza. E la consapevolezza ci riporta alla rivendicazione della effettiva legalità costituzionale. Oltre di essa c’è solo il territorio di nessuno dello stadio pre-giuridico dei puri rapporti di forza, come ci avvertiva Calamandrei, rapporti imposti dall’ordine internazionale dei mercati.

Il conflitto sezionale che questo ordine mira a portare alle sue conseguenze estreme non deve essere l’inganno finale con cui si autodistrugge la sovranità democratica, in una trappola innescata da odiatori dell’umanità, tanto apparentemente astuti quanto, in sostanza, rozzi e primordiali.

 

8.1. Basterebbe rammentare due semplici passaggi. Il primo, già citato, è di Rodrik (qui, p.4):

“…riportiamo un significativo brano di Dani Rodrik che, sebbene riferito alle dinamiche dei paesi in via di sviluppo, per le condizioni create dal liberoscambismo sanzionato dal vincolo esterno “valutario”, ci appare eloquente anche per la Grecia e, di riflesso (mutatis mutandis, in una sostanza però omogenea), per tutti i paesi coinvolti nell’area euro.

Da rilevare che questa spiegazione ci dà ben conto dei sub-conflitti “sezionali” (p.11.1.), in funzione destabilizzatrice della democrazia, che fanno capo ai “diritti cosmetici” e alle identità etnico-religiose-localistiche, conflitti che sono una vera manna per le elites:

 

 

 

“Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.

 

I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell’industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all’informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili.

 

Gli interessi condivisi all’interno della non-elite sono più ardui da definire, l’organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

 

 

 

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.

 

Inoltre, le elites possono ben preferire – e ne hanno l’attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l’altro.

 

Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l’elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, ha meno probabilità di verificarsi.

 

In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile.”

 

  1. Il secondo è di Chang (qui, pp.8- 8.1.):

“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.

Come si determina il massimo della immigrazione?

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).

Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.

Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.

Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.

Costituisce un mito – un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.

Stupri e occupazioni di immobili sono qualcosa che, dunque, corrisponde ad un effetto ben prevedibile dell’operazione che si sta ponendo in essere: l’obiettivo è proprio quello di “porre sotto stress le instrastrutture fisiche e sociali” della comunità statale “attaccata”, per distruggerne ogni “identità nazionale” per mezzo di una ben preparata condanna mediatico-moralistica e, attraverso di essa, ogni “coesione sociale”.

E’ questo valore, infatti, il principale ostacolo al pieno ripristino dell’ordine internazionale dei mercati (cioè dell’assetto allocativo efficiente che predica il solo diritto al profitto di pochi proprietari).

 

  1. Riforme in stato di eccezione permanente, accoglienza illimitata, distruzione definitiva della legalità costituzionale sono tutt’uno, dunque, con la cinicamente calcolata diffusione dei reati commessi dagli immigrati. E con la loro enfatizzazione, intenzionalmente diffusiva dell’odio che intendono addebitarci, per poi reprimerlo anche con la forza delle armi. Armi di ogni tipo: il primo sono gli agenti di influenza che, secondo la teorizzazione che ne fa la stessa intelligence, sono destinati a influenzare e controllare l’azione dei governi presso cui tali agenti operano, rispondendo a interessi e direttive ostili alla Nazione infiltrata.

Non ci cascate.

Difendete la Costituzione democratica: con tutti i mezzi che essa offre. Il primo, però, e il più importante, è dentro di voi.

Perché i veri avversari, ci avvertivano i Costituenti, sono quelli che non credono nelle Costituzioni...

 

Professore, condivido con un distinguo e, cioè, che difendere la Costituzione significa difendere la trama dei suoi Principi, resi, oggi, inattuabili per difetto dei costituenti che non hanno saputo o voluto garantire la partecipazione del popolo alla politica dando ai partiti e a tutte le formazioni intermedie, attraverso le quali questa partecipazione si deve svolgere (quindi, anche i sindacati) un altrettanto definita trama di Principi, come, esemplificando, la trasparenza, anzi, le trasparenze amministrativa e ordinativa e l’alternanza). Restringere questi principi, come fa l’art. 49, all’espressione “con metodo democratico” e lasciare a una ipotetica legge ordinaria la disciplina dei partiti, significa aver affermato che “la sovranità appartiene al popolo”, senza avergliene fornito gli strumenti per esercitarla. Vediamo, infatti, che il Parlamento, preso nel significato lessicale della parola, non esprime e non legifera secondo la reale volontà del popolo, principalmente quello colto e più capace, che si allontana, perciò, dalla politica, come dimostrato dall’astensionismo e dal basso livello culturale degli eletti. Tralascio ogni considerazione sui motivi possibili di questa grave carenza. Non meno importante fu non aver meglio garantito l’applicabilità della Costituzione, particolarmente di quella sua parte economica e non aver esplicitato e reso praticamente applicabile la sanzione per il reato di alto tradimento. Ecco, allora, che condivido quanti chiedono che sia data attuazione alla Costituzione, ma solo per quanto attiene ai suoi principi.