Archivi categoria: Immigrazione

1254.- Una trappola chiamata ius soli

La giovane coppia cinese che ho in affitto avrà un figlio cinese, dovunque nasca. Solo una parte degli italiani è convinta che l’identità nasca dalla terra e appartiene alla stessa parte politica degli ignoranti al governo: ignoranti, ma non per i loro interessi. Rodolfo Casadei scrive:

bambini-migranti-ius-soli-ansa

Premesso che nessuna delle due cose rappresenta un peccato o una virtù in base alla morale cristiana e al Catechismo della Chiesa cattolica, in linea di principio sono contrario allo ius soli e favorevole allo ius sanguinis. Per un motivo molto semplice: i bambini non nascono dal suolo, ma dal ventre delle loro madri. Crescerli ed educarli non è compito dello Stato, ma dei genitori. Padre e madre hanno il diritto e il dovere di crescere ed educare i figli secondo la storia, la cultura, i valori di cui loro sono eredi e che definiscono la loro identità. Da due italiani nasce un italiano, o un’italiana; da due tunisini nasce un tunisino, o una tunisina; da un tunisino e un‘italiana nasce un italo-tunisino, ecc.

Qualunque sia il paese nel quale le coppie sopra menzionate si trovino a vivere, e qualunque sia la legislazione vigente sulle nazionalità e sulle naturalizzazioni, nessuno potrà cancellare il fatto che l’identità nazionale di un bambino che viene al mondo è quella dei suoi genitori, oppure è una combinazione delle loro nazionalità se i genitori sono di nazionalità diversa. Quando un bambino viene dato in adozione a una coppia di italiani nel contesto di un’adozione internazionale, quel bambino diventa ipso facto italiano non perché va a vivere in Italia, ma perché coloro che si impegnano a offrirgli amore ed educazione sono italiani. I rapporti reali vengono prima delle determinazioni giuridiche astratte, come quella che stabilisce che chi nasce in un certo luogo ne assume per il fatto stesso la cittadinanza in quel momento storico vigente.

Lo ius soli assoluto vige nei paesi, come gli Stati Uniti, di recente formazione e nati da una colonizzazione che ha coinvolto persone di molte etnie diverse. In quel caso essendo il territorio “vuoto” e senza storia (i pellerossa avrebbero molto da ridire su questo, ma non hanno abbastanza forza per farsi ascoltare), lo stesso prenderà i suoi valori e la sua tradizione da chi viene ad abitarlo. Contrariamente a quello che pensano i progressisti italiani, in epoca moderna lo ius soli non sta a significare la preminenza della cultura del luogo su quella di chi immigra, che viene incorporato alla cultura dominante attraverso la cittadinanza, ma il riempimento di una identità vuota da parte di chi immigra. Gli Stati Uniti, dove vige una forma radicale di ius soli, sono stati a lungo un paese Wasp (white, anglo-saxon and protestant) perché Wasp erano la maggioranza degli immigrati. Poi hanno assunto il cattolicesimo nella loro identità attraverso gli immigrati italiani, irlandesi e polacchi. Poco più di 35 anni fa la componente ispanofona ha messo il turbo, e oggi negli Usa ci sono 41 milioni di persone che parlano spagnolo come loro prima lingua, quando nel 1980 erano solo 11 milioni. Gli Usa sono diventati un paese che è anche latino.

In linea di principio, lo ius sanguinis indica una preminenza dei rapporti reali su quelli astratti: riconosco la cittadinanza italiana a un figlio di italiani perché confido che gli trasmetteranno la lingua e la cultura che storicamente hanno costituito l’identità italiana, beni che la cittadinanza mira a proteggere insieme ad altri diritti della persona. Storicamente lo ius sanguinis è praticato da popoli di origine antica (o che si pensano tali) che hanno con fatica creato istituzioni politiche sovrane in un determinato territorio, e a partire dalla sovranità su quel territorio riconoscono diritti di cittadinanza a tutti coloro che presentano le caratteristiche identitarie di quel popolo, anche se nati fuori dai confini. È il caso dell’Italia e della Germania, del Marocco e di Israele, ecc.

Se l’Italia dovesse approvare la legge attualmente in discussione al Senato, nel nostro paese verrebbe introdotta una forma temperata di ius soli accanto allo ius sanguinis, che resterebbe vigente. Secondo il testo di legge un bambino nato in Italia avrebbe diritto alla cittadinanza se almeno uno dei due genitori è cittadino Ue e si trova legalmente in Italia da almeno cinque anni. Se i genitori non provengono dall’Unione Europea, oltre ad avere il permesso di soggiorno da almeno cinque anni almeno uno dei due deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio idoneo e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Inoltre potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, elementari o medie. I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Perché ci sarebbe bisogno di questa innovazione? I sostenitori della proposta invocano due motivi: perché occorre mettere fine alla discriminazione fra bambini stranieri nati in Italia e bambini italiani, e per facilitare l’integrazione dei bambini stranieri. Tutte e due le motivazioni appaiono discutibili. In Italia bambini italiani e bambini stranieri hanno gli stessi diritti civili e possono accedere agli stessi servizi: scuola, sanità, assistenza sociale in caso di povertà, ecc. Di più: in Italia italiani e stranieri possono godere degli stessi diritti umani fondamentali. Come scrive Rocco Todero su Il Foglio, «oggi gli stranieri regolarmente residenti nel nostro Paese godono di tutti i diritti e le libertà fondamentali consacrate nella Costituzione repubblicana. Si va dal naturale riconoscimento di tutte le libertà cosiddette negative, come quelle di circolazione, manifestazione del pensiero, associazione, religione, alla tutela dei principali diritti sociali di prestazioni quali il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza sociale, all’istruzione, alla sanità, agli assegni sociali e all’invalidità civile». L’unica cosa che agli stranieri manca è il diritto di voto, ma in compenso non sono tenuti ad assolvere quanto richiesto dall’art. 52 della Costituzione: sono esentati dal “sacro dovere” della difesa in armi della patria italiana. Quanto al secondo argomento, quello dell’integrazione, è evidente che la cittadinanza dovrebbe essere la conclusione di un percorso integrativo e non un qualcosa che viene conferito all’inizio, a scopo di incoraggiamento.

Quali sono allora le vere ragioni che spingono la sinistra ad accelerare su questo tema? Anzitutto c’è una ragione ideologica: l’ossessione per l’uguaglianza. I progressisti si sentono in colpa e vogliono che tutti gli italiani si sentano in colpa e si vergognino per il fatto che persiste una diseguaglianza fra i minorenni italiani e i minorenni stranieri che vivono da tempo in Italia, la disuguaglianza di cittadinanza. Anche se tutti i diritti umani e civili fondamentali dei bambini stranieri sono rispettati e promossi, la diseguaglianza di cittadinanza appare ai loro occhi intollerabile come la differenza che hanno cercato di eliminare con l’istituzione delle unioni civili, o la differenza legale fra il consumo di alcolici e il consumo di cannabis che desiderano cancellare, o la genitorialità che vorrebbero estendere a tutti i tipi di coppie, ecc. Non si rendono conto che in questo caso il loro egualitarismo ha il sapore del disprezzo per la cultura e la nazionalità altrui. È come se dicessero: “Poverini, gli tocca restare marocchini, gli tocca restare albanesi, è intollerabile!”. Ma chi ha stabilito che la nazionalità italiana è così superiore a quella egiziana, o peruviana, o filippina, che negarla troppo a lungo a qualcuno diventa un delitto di lesa civiltà? Dopo tante prediche multiculturaliste, il velo del politically correct cade e si vede quello che i progressisti pensano veramente: le altre nazionalità sono talmente inferiori alla nostra che prima ne liberiamo gli stranieri e meglio sarà per tutti.

Poi ci sono ragioni più pratiche. Una è quella che vede nell’accelerazione delle naturalizzazioni la via maestra per riequilibrare il deficit demografico italiano e quindi per risolvere il rebus pensionistico dell’Italia dei prossimi decenni. Un demografo serio come Giancarlo Blangiardo ha spiegato e rispiegato che questa idea è sbagliata. I deficit demografici e le loro conseguenze sulla struttura pensionistica di un paese non si riequilibrano, il prezzo degli errori fatti si paga senza sconti, e se si crede di risolvere il guaio intensificando l’immigrazione si rinvia di poco il redde rationem e lo si appesantisce un altro po’. Perché anche gli immigrati invecchieranno e bisognerà pagare loro la pensione, e poiché mediamente avranno versato meno contributi degli italiani, il tesoro pubblico dovrà accollarsi altri pesi. Senza poi dimenticare che anche gli immigrati, dopo qualche anno che sono in Italia, abbassano sensibilmente il loro tasso di fecondità al punto da contribuire al deficit demografico italiano anziché alleviarlo. Evidentemente ci sono problemi economici e politici che spingono la natalità in Italia verso il basso, problemi che valgono sia per gli italiani che per gli immigrati, e l’importazione di esseri umani dall’estero non è una soluzione.

Probabilmente la vera ragione per cui il governo di sinistra vuole introdurre una legislazione di ius soli riguarda non i minorenni, ma i loro genitori: per un bambino straniero in Italia non cambia niente avere la nazionalità italiana subito piuttosto che a 18-20 anni, ma per i suoi genitori la cosa può fare una grossa differenza. Chi ha un figlio divenuto italiano non potrà essere allontanato dall’Italia perché è rimasto disoccupato e quindi non gli viene rinnovato il permesso di soggiorno, o perché dopo tanti anni di ricorsi la sua domanda per essere riconosciuto come rifugiato è stata respinta. Un minorenne con la cittadinanza italiana vale tanto oro quanto pesa per la sua famiglia che la cittadinanza italiana ancora non ce l’ha. Perché credete che in Europa arrivino attraverso l’emigrazione illegale tanti minorenni non accompagnati? Sono minorenni, non possono essere espulsi, le famiglie di origine contano nel tempo di ricongiungersi a loro in terra europea.

Il governo di sinistra evidentemente vuole captare la benevolenza politica di questi immigrati, e in prospettiva il loro voto. Dal punto di vista utilitaristico degli uni e degli altri, lo ius soli pare dunque un buon affare. Ma è buono veramente, per le famiglie di immigrati e per l’Italia in generale? C’è da dubitarne assai. Un figlio che diventa italiano prima del genitore non è una buona prospettiva per un immigrato: questo fatto potrebbe accentuare il distacco generazionale, alimentare un’estraneità fra genitori e figli. L’integrazione di un ragazzo immigrato al mainstream italiano senza la mediazione familiare può avere esiti socialmente perversi. Dall’Olanda arriva una lezione su cui riflettere, portata alla mia attenzione dal direttore dell’Istat olandese Kim Putters. Costui, ex senatore socialista non sospettabile di pregiudizi etnici o razziali, mi spiegava che se si vanno a vedere le statistiche dei due gruppi di immigrati più numerosi in Olanda, marocchini e turchi (entrambe le comunità contano circa 400 mila unità), i primi risultano più integrati dei secondi: sono più secolarizzati e parlano meglio l’olandese.

Eppure il 70 per cento dei marocchini ha problemi con la legge prima del compimento del trentesimo anno di età per reati contro il patrimonio o a sfondo sessuale, mentre il tasso di criminalità dei turchi è identico o inferiore a quello degli olandesi autoctoni. A proteggere i giovani turchi da passi falsi non è l’integrazione, ma il suo contrario: la coesione familiare, l’introversione del gruppo, il relativo isolamento dal resto della società, l’essere più turchi che olandesi in tutti i sensi. Per avere uomini retti e buoni cittadini la famiglia, cioè il sangue, è più importante del suolo.

Leggi di Più: Ius soli. Perché non funziona | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

1229.- Migranti, un anno da 200mila sbarchi: ecco il nuovo piano del Viminale, ma è il DEF.

031432642-6d9bb211-f645-4aec-a5f9-c27c3827f37c

Ancora record nel 2017. Il ministero dell’Interno chiede alle Regioni uno sforzo ulteriore e avvia l’apertura di 11 nuovi centri permanenti per il rimpatrio. L’Anci: “Oggi più sindaci fanno la loro parte”

 

“L’Italia si prepara ad accogliere (si fa per dire) la cifra record di 200mila migranti. Il nuovo piano di ripartizione è pronto. Ciascuno dovrà fare la propria parte”. Mentre proseguono gli sbarchi e si discute del ruolo delle Ong nel Mediterraneo, al Viminale si pensa a rinforzare le retrovie. La macchina dell’accoglienza dovrà fare di più. Due casi per tutti: nel 2017 la Lombardia dovrà passare dagli attuali 25mila posti a disposizione a oltre 28mila, la Campania da 16mila a oltre 19mila. Questa volta, però, senza migranti paracadutati dai prefetti sui vari territori, ma con tavoli di coordinamento con i sindaci. Due i modelli di riferimento: le province di Milano e Bologna che stanno riuscendo a distribuire in maniera uniforme i rifugiati tra tutti i comuni dell’aerea.

Il “piano dei 200mila” è nei numeri: basta pensare che ieri sono saliti a 43.245 gli arrivi via mare nel 2017, il 38,54% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (anno che con oltre 181mila sbarchi aveva già infranto ogni record nella storia del nostro Paese). Per questo ci si prepara a una maxi accoglienza sul territorio. In questo momento, tra strutture temporanee e centri governativi il nostro Paese ospita 179mila migranti. Ma le stime per fine anno spingono il Viminale a trovare posto per almeno 200mila persone. I parametri sono già concordati con l’Anci. A livello regionale fa fede l’accordo del 10 luglio 2014: ogni regione dovrà accogliere una percentuale di migranti pari alla propria quota di accesso al Fondo nazionale per le politiche sociali, con piccole eccezioni per i centri colpiti dai terremoti (per esempio alla Lombardia spetta il 14,15% del totale e al Lazio l’8,6%). Poi all’interno di ogni singola regione scatta l’accordo Viminale-Anci di dicembre scorso: i comuni fino a duemila abitanti dovranno ospitare 6 migranti, i comuni con più di 2mila abitanti ne accoglieranno 3,5 ogni mille abitanti, le città metropolitane (già gravate in quanto hub di transito di molti rifugiati) si limiteranno a 2 posti ogni mille residenti.

Il piano è già in atto: obiettivo prioritario del prefetto Gerarda Pantalone, capo del dipartimento Libertà civili del Viminale, è infatti coinvolgere più sindaci possibili nell’accoglienza, visto che attualmente sono solo 2.880 su oltre 8mila quelli che hanno aperto le loro porte ai rifugiati. E qualcosa già si muove. “Oggi i sindaci stanno facendo la loro parte – sostengono all’Anci – e questo grazie a una nuova modalità di contrattazione territoriale: non più migranti catapultati di imperio dai prefetti sui territori comunali, ma una distribuzione concordata con gli amministratori locali”.

Insomma nessuna imposizione. E i risultati si vedono: al 5 maggio scorso sono 154 i nuovi comuni che hanno presentato domanda volontaria per aderire allo Sprar (la rete d’accoglienza gestita appunto dall’Anci, ndr). “Sindaci ‘virtuosi’ per i quali scatterà la clausola di salvaguardia, nel senso che non potranno subire altri trasferimenti dai prefetti”.

pyjKIyI1

Degrado a Castel Sant’Angelo, un’immagine triste di Roma

Due modelli di accoglienza diffusa circolano, come detto, sui tavoli del ministero: quello della provincia di Bologna e quello di Milano. Nel capoluogo lombardo, per esempio, in base al recente “Protocollo tra prefettura, città metropolitana e comuni della zona omogenea” i sindaci si impegnano “ad accogliere gradualmente sul proprio territorio, entro il 2017, un numero di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale in conformità al Piano Anci-Viminale e a reperire unità abitative di soggetti pubblici o privati necessarie alla copertura dei posti”. Spetterà poi alla prefettura stipulare le convenzioni con gli enti gestori dell’accoglienza al “prezzo unitario pro-capite di 35 euro al giorno oltre Iva”.

Sul fronte della lotta agli irregolari, il Viminale avvia invece l’apertura di 11 nuovi Cpr (i centri permanenti per il rimpatrio, ex Cie) in altrettante regioni, destinati all’identificazione ed espulsione dei migranti. In gran parte si tratta della ristrutturazione di Cie preesistenti. Si va da Gradisca d’Isonzo in Friuli Venezia Giulia alla caserma di Montichiari in Lombardia; da Ponte Galeria a Roma al carcere di Iglesias in Sardegna.

impiccati-672x288
Terremotato si impicca, lui era ancora senza casa: i profughi nell’hotel accanto. Non è stata la paura a sconfiggerlo, ma il futuro, o meglio: il timore averlo perduto. I disagi e la precarietà causati dal terremoto erano diventati un macigno impossibile da sopportare e così ha deciso di farla finita con la vita. L’uomo, un operaio di 57 anni, A. A., è stato trovato morto nella mattinata di ieri nella cantina della sua abitazione nelle campagne di Sarnano. L’uomo aveva dovuto lasciarla perché resa inagibile il sisma.
DB4JdwUXsAEuOh8.jpg-large
IMMIGRAZIONE SENZA FINE: diecimila arrivi in tre giorni e nessuno di loro in fuga da una guerra. Il governo PD ormai è scafismo allo stato puro.

DCBzXmZXUAAq-NT

È tutta una messinscena per far vedere che i soldi che gli diamo servono a qualcosa. Nel DEF hanno già stabilito quanti ne dovranno arrivare nel 2017

 

DB0o-2pXUAALkLt
SILENZIO ASSORDANTE SUI DUE ANZIANI TROVATI MORTI PER LA FAME A GENOVA: NON ERANO MIGRANTI. Franco e Renata Ricciardi, di 60 e 68 anni, erano seguiti dalla Caritas diocesana di Genova.

Articolo 38 Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

1198.- Gommoni, ONG e Puttanazze, il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Le migrazioni ci sono sempre state, ma sono state sempre osteggiate dai nativi nel cui territorio avvenivano ( ad es. gli Hyksos verso l’ Egitto: i micenei verso le coste anatoliche: la “guerra di Troia” ne è un episodio; etc.); con gli stati moderni sono state regolate e finalizzate alla loro formazione e sviluppo economico (USA; Argentina; Australia; etc.). Tornando all’ impero romano sono state proprio le immigrazioni non più controllate che facendo venire meno le leggi, la cultura, i valori che erano stati propri di Roma ne segnarono il declino e la fine, esattamente come sta avvenendo per l’ Europa se non vi si pone rimedio. Quello che è totalmente nuovo è questa protezione del Governo ai trafficanti che vanno a prendere quasi sulle spiagge libiche i migranti, per lucrarci buoni affari. E, poi, i numeri dell’invasione, che non lasciano spazio a nessuna integrazione. Destabilizzeranno l’ordine pubblico e la società italiana quando saranno abbandonati al loro destino.

Minolta DSC   maurizio_blondet

Il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Ora che Santa Gabanelli © ha finalmente parlato degli strani intrecci tra ONG e scafisti libici, torniamo a fare chiarezza.

Schermata 2017-05-17 alle 15.02.18barconePersino le Puttanazze dei media italici si sono improvvisamente accorti che qualcosa non quadra, nella “nobile opera” della navi che “salvano” i migrati, in realtà comodi taxi per trasportarli in Italia, e poco più.

C-zaVrgXkAEXWXP

I “gommoni” che vengono utilizzati,  tubolari con chiglia praticamente piatta sono assemblati nella vicina Tunisia. Non vengono dalla Cina, come molti affermano, sbagliando. Chissà, magari qualcuno potrebbe fare un giro in zona Monastir oppure più a nord, nella regione di Zaghouan…. Il mondo della nautica è piccolo, e magari qualcuno sa qualcosa.

Questi gommoni, assemblati in PVC del tipo economico, del solito grigio chiaro, non possono neanche essere montati e caricati sulla spiaggia. occorre avvitare i vari pannelli di compensato che ne costituiscono il fondo gli uni con gli altri, poi i migranti si caricano il gommone in spalla, lo portano in mare e dall’acqua salgono a bordo.

Per essere precisi, come ha chiarito bene il buon Lolli, i gommoni ed i migranti partono attualmente dalla città libica di Zuara, controllata da una tribù berbera.

mattarella_catambrone

I coniugi Catambrone, titolari dell’ONG MOAS con il Presidente della Repubblica.

La situazione politica il Libia è un filino complicata, la costa della Tripolitania è controllata dalle varie tribù e milizie Twuar. Milizie di cui lo stesso Lolli fa parte, e che hanno inflitto un colpo terribile ai miliziani dell’Isis: nel modo corretto, ovvero prendendo i fanatici salafiti uno ad uno e facendoli fuori fisicamente, non alleandosi con loro, come fa il generale Haftar, paladino dell’occidente.

Rimane il sud della Libia, il Fezzan, controllato dalle tribù berbere (barbari per i romani), che fanno passare i migranti provenienti dal centro Africa e diretti verso la zona vicino alla Tunisia, la città di Zuara. Ma i berberi della costa sono alleati con i Twuar, contro le milizie Warshefanna, che fanno capo ad Haftar, e la tratta dei migranti non può essere fermata con la forza.

Tuareg-cop

Le tribù berbere del Fezzan libico sono i Tebu, i Suleman e, più noti, i nomadi Tuareg.

Tratta che è molto interessante dal punto di vista economico, se ogni migrante paga minimo tremila euro per arrivare sulla costa ed essere imbarcato nei gommoni quest’anno con almeno quattrocentomila migranti in transito parliamo di cifre ben oltre il miliardo di euro. Soldi a cui andranno aggiunti i fondi stanziati dai governi occidentali per “fermare il traffico”.

Appartenenti alla classe media

Un bel business anche quelle delle navi controllate dalle ONG che prelevano i migranti stessi a poche miglia dalla costa. Ricordiamo che tanti soldi confluiscono in queste ONG, organizzazioni che non pubblicano bilanci e che investono a loro discrezione, stipendiando tra l’altro i “volontari” che per qualche migliaio di euro al mese accolgono i migranti. Tutto legittimo, per carità.

Pensavate che i medici e gli infermieri lavorassero gratis? Di questi tempi anche i duemilasettecento euro che Medici Sans Frontieres e Emergency pagano ogni mese sono soldi anche per un neolaureato, spesso costretto ad accontentarsi di molto meno, lavorando e facendo i turni per una clinica privata in Italia. E poi fa curriculum.

A questo punto è facile immaginare che gli scafisti telefonino direttamente alle ONG (cosa tra l’altro riportata nel rapporto Frontex, non da siti complottisti) o che siano le luci stesse delle navi al largo che indichino agli scafisti quando partire, sia come sia gli scafisti sanno esattamente quando far partire i gommoni. Droni e satelliti ormai controllano le coste libiche e movimenti strani di vecchie navi mercantili o pescherecci sono facilmente rilevabili. Senza i gommoni realizzati da “misteriose” aziende tunisine, che incassano decine di milioni di euro all’anno per i loro servizi, i migranti semplicemente non potrebbero partire.

Infatti si è appena aperta una nuova rotta, i migranti provenienti dal Bangladesh arrivano in Egitto con l’aereo, da lì compiono un lungo viaggio attraverso il Sudan e la Libia fino ad arrivare a Zuara, diretti verso l’Italia.

Cosa vengono a fare in Italia?

E’ presto detto, sono appartenenti alla classe media. Si, sono della classe media, ma di solito secondi o terzi figli;  il primogenito si tiene l’attività di famiglia, che so una piccola fabbrica, un negozietto o robe del genere. Il cadetto va all’avventura come ai tempi delle Crociate, ma al contrario. E deve rendere i soldi che gli sono stati prestati per il viaggio alla famiglia.

Comunque in Italia si sta meglio che nel loro disgraziato paese, l’obbiettivo è quello di ottenere un permesso di soggiorno e alla lunga di potersi liberamente spostare verso altri paesi europei. Nel frattempo vanno avanti a colpi di ricongiungimento familiare al fine di garantire una pensione minima e assistenza medica gratuita agli anziani della famiglia.

Altri benvenuti dalle organizzazioni di assistenza, che ricevono miliardi di euro per sfamarli e assisterli, facendo lavorare tanta gente, italiani che altrimenti resterebbero disoccupati. Lavoranti nelle coop, insegnanti di italiano e altri, tutti volti buoni per una certa parte politica e per il controllo del territorio.

Del migrante non si butta via niente, e poi mica hanno l’etichetta con la scadenza!

Ma le ONG svolgono solo una parte del traffico. Prima di giungere al mare, i migranti sono nelle mani dei berberi. Questo pezzo di Ennio Remondino è di aprile, ma è importante per valutare l’efficacia dell’opera del Governo, alla luce dei risultati di un mese, considerando che gli sbarchi proseguono al ritmo di 3.000 al giorno. Una luce inquietante viene dal blocco delle partenze ordinato per il tempo del G7 di Taormina. 

avatar2  Ennio Remondino

In Libia, patto con le tribù per sigillare i deserti a sud

Un vero e proprio trattato tra i capi delle tribù, delle kabile libiche Tebu, Suleyman e Tuareg, l’accordo tra di loro e l’Italia mediatrice e garante. Il ‘capo tribù’ che rappresentava l’Italia in quel salone enorme del Viminale, Marco Minniti, ministro degli interni e sopratutto, ex responsabile politico delle spie.

Un accordo di pace tra le tribù, tra i popoli del Fezzan, siglato in un clima top secret. Tebu, Suleman,Tuareg. Per noi lettori di antichi fumetti e libri d’avventura, sono questi ultimi, i tuareg, gli ‘Uomini blu’ a suscitare ricordi e attenzione. Dalla memorie al futuro, saranno d’ora in avanti loro, gli uomini del deserto che, finalmente alleati, torneranno a vigilare lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad, Algeria e Nigeria.
Non solo il controllo delle coste libiche, ma anche quello a Sud del Paese, per frenare l’ondata migratoria dall’Africa verso le coste italiane.
Per presidiare i confini della Libia meridionale, strategica la pace nel Fezzan, nel cuore del deserto del Sahara. Il patto tra le tribù Tebu e Suleyman alla presenza dei capi dei nomadi Tuareg e del vice premier libico Ahmed Maitig. Capo della tribù ospite, il ministro Marco Minniti. Nell’ombra altri personaggi che non gradiscono comparire.

Mediazione lunga e complessa, non sotto l’ombra di una palma da datteri in un’oasi del deserto, ma nel suk romano. Mesi di incontri a Roma dei singoli capi tribù per ascoltare le ragioni di ciascuno. Poi, passo dopo passo, le proposte ai madiazione, i piccoli passi avanti sulla strada dell’accordo. La diplomazia del deserto basata sulla fiducia e sulla mediazione personale.
Regole e codici tradizionali, e anche soldi, li metterà l’Italia, operativa da adesso in poi anche sul fronte libico meridionale.
Lo stop alla guerra tra le tribù Tebu e Suleyman – che solo negli ultimi anni ha provocato 500 morti – segna una svolta sul fronte immigrazione sia per l’Italia, sia per gli altri Paesi europei. «Sigillare la frontiera a Sud della Libia significa sigillare la frontiera a Sud dell’Europa», vanta legittimamente Minniti.
Una guardia di frontiera libica per sorvegliare i confini Sud della Libia, 5000 chilometri di confine con Ciad, Algeria e Nigeria, mentre a Nord, contro gli scafisti sarà operativa la guardia costiera libica, addestrata sempre da noi italiani, che dal 30 aprile sarà dotata di 10 motovedette che sempre noi stiamo finendo di ristrutturare.

Decisamente curioso il racconto dell’insolito vertice sulla Stampa. Sessanta capi clan, chi in abiti occidentali, chi con la lunga tunica, il turbante e la ‘tagelmust’, la sciarpa bianca a coprire il volto- a discutere per 72 ore, al secondo piano del ministero dell’Interno, intorno a un enorme tavolo. Protagonisti principali i capi degli Awlad Suleyman e i Tebu, ma c’erano anche i leader Tuareg.
Formidabili i dettagli. Per i Tebu è intervenuto il sultano Zilawi Minah Salah, per i Suleiman il generale Senussi Omar Massaoud mentre per i Tuareg, Sheikh Abu Bakr Al Faqwi.
Compromesso atteso, sperato. La riconciliazione tra i Tebu e i Suleyman permetterà alle due tribù di unire le forze per contrastare la criminalità, il terrorismo e lo jihadismo. Non va infatti dimenticato Con Isis ormai sulla difensiva in Iraq e Siria, diventa prioritario proteggere l’area del Mediterraneo dalla fuga dei foreign fighters.

Pace senza protocolli è pace credibile?
«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue» hanno detto i capi tribù salutando il ministro Minniti.
«Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue», replica il ministro.
Libia e meridionalità assieme per segrete mediazioni.

QUEL SUD DELLA LIBIA DOVE TUTTO PASSA

Territorio delle tribù Tebu, di qua e di là del confine col Niger. Loro, i Tebu, conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. L’estremo Sud del Fezzan, sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia.
Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. É il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, porta di accesso per l’Europa. Il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato regno assoluto delle tribù.

tuareg.9dbjhazt2io0s84kc88cg8oos.1n4kr7rgh18gs08gcg0csw4kg.th

I ‘Neri del deserto’
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad.

Tuareg, gli ‘uomini blu’
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

patriarche-des-touaregs

Tuareg con Gheddafi
I Tuareg hanno avuto un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, allora su fronti opposti. Nel novembre del 2015, con la mediazione del Qatar, i Tuareg con i Tebu a sostegno del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Tribù contro tribù, o kabila, se preferite, come da sempre in quei territori accade.

La guerra della scimmietta
Esempio la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

1189.- Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali

Con la sentenza numero 24084/2017 (qui sotto allegata), i giudici della Cassazione hanno letteralmente affermato che è “essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

172113390-68950ba3-0bf4-43a6-8d50-bcaa4e89093c

La vicenda: il pugnale Kirpan

Alla base della pronuncia, la vicenda di un indiano condannato alla pena di 2mila euro di ammenda per il fatto di essersi aggirato, senza un giustificato motivo, con un coltello lungo 18 centimetri e mezzo e, per le sue caratteristiche, idoneo all’offesa.

Il punto, però, è che il coltello era in realtà un pugnale Kirpan, ovverosia uno dei simboli della religione monoteista Sikh, alla quale l’indiano apparteneva: facendo leva su tale circostanza, e individuando in essa una giustificazione al porto del coltello, l’uomo è quindi ricorso in Cassazione per tentare di salvarsi dalla condanna, anche invocando l’articolo 19 della Costituzione.

Nessuna deroga a sicurezza.

Secondo la Cassazione, “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Articolo 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Nella disposizione in esame si evidenziano il principio personalista, che pone lo Stato in funzione dell’uomo riconoscendogli i diritti più ampi (prima fra tutti la libertà), e quello dell’inviolabilità dei diritti tanto del singolo individuo quanto come membro di formazioni sociali (principio pluralista e solidarista).
La copertura costituzionale così delineata, che rende attuabile e tutelabile ogni diritto in ambito nazionale innanzi alla Corte costituzionale, ed in ambito comunitario ed internazionale innanzi alle competenti Corti (vedasi la CEDU), risulta aperta anche alle nuove forme di diritti.
(2) Tra i valori fondanti della nostra Repubblica emerge qui la solidarietà come base della convivenza sociale, cui tutti (quindi anche gli apolidi e gli stranieri, oltre che i cittadini) devono attenersi: essa può avere riverberi in ambito patrimoniale (di cui all’art. 23 Cost.), e trova ulteriore suggello nel successivo art. 3 Cost. ove si prevede la c.d. eguaglianza sostanziale.

I limiti alla libertà di religione

Per la Corte, tuttavia, la sicurezza pubblica è un bene da tutelare ed è proprio a tal fine che il nostro ordinamento pone il divieto di porto di armi e di oggetti atti ad offendere. Così non può ritenersi che la libertà di religione, il libero esercizio del culto e l’osservanza dei riti non contrari al buon costume siano ostacolati da provvedimenti di tale genere, in quanto l’articolo 19 della Costituzione incontra comunque dei limiti che la legislazione pone in vista della tutela di altre esigenze, come quella della pacifica convivenza e della sicurezza.

Di conseguenza, la decisione consapevole di stabilirsi in una società i cui valori sono diversi da quelli della società di provenienza “ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

La conclusione, quindi, per la Corte è una sola: l’ammenda resta.

Le reazioni politiche

Come non era difficile immaginare, le reazioni sono giunte senza un minuto di ritardo, soprattutto dal mondo politico. Se da Forza Italia, Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale e Lega nord arrivano grandi applausi, il responsabile sicurezza del PD, Fiano, ci va più cauto: la sentenza è giusta e equilibrata, ma non va strumentalizzata dalla politica. Sullo stesso eco si pone anche la Cei.

Se perseguire la tutela della sicurezza pubblica può essere  inteso come strumentalizzazione a fini politici, allora, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione dell’ignoranza consapevole di parte della politica, che non distingue fra il nucleo di valori comuni in cui tutti gli italiani si devono riconoscere e quelli particolari e di grado subordinato di ogni parte politica. Ma siamo di fronte anche alla endemica divisività degli italiani, che non vanno alla politica per rendere un servizio al popolo sovrano, ma, esclusivamente, per conseguire propri interessi, attraverso il proprio partito, trasformato, così, da strumento della partecipazione alla politica a centro per la soddisfazione di interessi particolari e, financo, personali. Vorrei astenermi dal commentare la consueta intromissione della CEI nella politica italiana, fuori posto e fuori dal vaso, alla luce di quanto appena affermato.

172212480-95fdadce-e921-4c2e-a274-0288bb025dbe

Fonte: Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
(www.StudioCataldi.it)

Fonte: Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
(www.StudioCataldi.it) Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 31 marzo – 15 maggio 2017, n. 24084
Presidente Mazzei – Relatore Novik
Rilevato in fatto

1. Con sentenza emessa il 5 febbraio 2015, il Tribunale di Mantova ha condannato Si. Ja. alla pena di Euro 2000 di ammenda per il reato di cui all’art. 4 legge n. 110 del 1975, perché “portava fuori dalla propria abitazione senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di cm 18,5 idoneo all’offesa per le sue caratteristiche”. Commesso in Goito il 6 marzo 2013.
2. Risulta in fatto che l’imputato era stato trovato dalla polizia locale in possesso di un coltello, portato alla cintura. Richiesto di consegnarlo, aveva opposto rifiuto adducendo che il comportamento si conformava ai precetti della sua religione, essendo egli un indiano “SIKH”.
Secondo il giudice di merito, le usanze religiose integravano mera consuetudine della cultura di appartenenza e non potevano avere l’effetto abrogativo di norma penale dettata a fini di sicurezza pubblica.
3. Avverso questa sentenza ha presentato ricorso l’imputato personalmente chiedendone l’annullamento per violazione dell’art. 4 della Legge n. 110/1975 e vizio di motivazione. Ritiene che il porto di coltello era giustificato dalla sua religione e trovava tutela dell’articolo 19 della Costituzione. Il coltello (KIRPAN), come il turbante, era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso. Chiede quindi l’annullamento della sentenza.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.
2. Va premesso, in termini generali, che il reato contestato ha natura contravvenzionale, è punito anche a titolo di colpa, ed è escluso se ricorre un “giustificato motivo”. L’assenza di giustificato motivo è prevista come elemento di tipicità del fatto di reato (trattasi di elemento costitutivo della fattispecie, come precisato da Sez. Un. n. 7739 del 9.7.1997). La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che il giustificato motivo di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, comma 2, ricorre quando le esigenze dell’agente siano corrispondenti a regole relazionali lecite rapportate alla natura dell’oggetto, alle modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell’accadimento e alla normale funzione dell’oggetto (ex multis, Sez. 1 n.4498 del 14.1.2008, rv. 238946). Per fare alcuni esempi, è giustificato il porto di un coltello da chi si stia recando in un giardino per potare alberi o dal medico chirurgo che nel corso delle visite porti nella borsa un bisturi; per converso, lo stesso comportamento posto in essere dai medesimi soggetti in contesti non lavorativi non è giustificato e integra il reato.
2.1. Nel caso specifico, la sentenza impugnata da’ atto che, al momento del controllo di polizia, l’imputato si trovava per strada e teneva il coltello nella cintola. A fronte della allegazione di circostanze di obiettivo rilievo dimostrativo, scatta l’onere dell’imputato di fornire la prova del giustificato motivo del trasporto.
2.2. L’imputato ha affermato che il porto del coltello era giustificato dal credo religioso per essere il Kirpan “uno dei simboli della religione monoteista Sikh” e

ha invocato la garanzia posta dall’articolo 19 della Costituzione. Il Collegio, pur a fronte dell’assertività dell’assunto, non ritiene che il simbolismo legato al porto del coltello possa comunque costituire la scriminante posta dalla legge. 2.3. In una società multietnica, la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante. La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere.

2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’articolo 19 invocato, incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell’ ordine pubblico; e la stessa Corte costituzionale ha affermato la necessità di contemperare i diritti di libertà con le citate esigenze. Come osserva il Giudice delle leggi nella sentenza numero 63 del 2016 Tra gli interessi costituzionali da tenere in adeguata considerazione nel modulare la tutela della libertà di culto – nel rigoroso rispetto dei canoni di stretta proporzionalità, per le ragioni spiegate sopra – sono senz’altro da annoverare quelli relativi alla sicurezza, all’ordine pubblico e alla pacifica convivenza.

2.5. Nello stesso senso, si muove anche l’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che, al secondo comma, stabilisce che La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui..

2.6. La giurisprudenza Europea, a proposito del velo islamico, in Leyla Sahin c. Turchia [GC], n. 44774/98, § 111, CEDU 2005 XI ; Refah Partisi e altri c. Turchia [GC], n. 41340/98, 41342/98, 41343/98 e 41344/98, § 92, CEDU 2003 II, ha riconosciuto che lo Stato può limitare la libertà di manifestare una religione se l’uso di quella libertà ostacola l’obiettivo perseguito di tutela dei diritti e delle libertà altrui, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica. Nella causa

Eweida e altri contro Regno Unito del 15 gennaio 2013, la Corte ha riconosciuto la legittimità delle limitazioni alle abitudini di indossare visibilmente collane con croci cristiane durante il lavoro e ha suffragato l’opinione ricordando che, nello stesso ambiente lavorativo, dipendenti di religione Sikh avevano accettato la disposizione di non indossare turbanti o Kirpan (in questo modo dimostrando che l’obbligo religioso non è assoluto e può subire legittime restrizioni).

3. Pertanto, tenuto conto che l’articolo 4 della legge n. 110 del 1975 ha base nel diritto nazionale, è accessibile alle persone interessate e presenta una formulazione abbastanza precisa per permettere loro – circondandosi, all’occorrenza, di consulenti illuminati – di prevedere, con un grado ragionevole nelle circostanze della causa, le conseguenze che possono derivare da un atto determinato e di regolare la loro condotta (Go. ed altri c. Polonia (Grande Camera), n 44158/98, § 64, CEDU 2004), va affermato il principio per cui nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere.

4. Consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

1188.- E SE IL LAVORO NON C’E’? ECONOMIA E LEGALITA’ INTERNAZIONALE E COSTITUZIONALE SUL TEMA DELL’IMMIGRAZIONE

za4yPtWn_bigger        Luciano Barra Caracciolo


NIENTE SBARCHI DI MIGRANTI DURANTE IL G-7 DI TAORMINA: CHIUSI TUTTI I PORTI SICILIANI

C_35mcYXoAAnrcC
1. Vorrei tornare su alcuni punti che abbiamo focalizzato nel post CHANG, TRUMP E IL “NEW NORMAL”…MA L’€UROPA? KAPUTT.
Una questione prioritaria riguarda il modo in cui va intesa la relazione tra immigrazione, – che, quali che ne siano le cause, implica sempre l’immissione di forza lavoro aggiuntiva in un determinata comunità sociale a rilevanza politico-territoriale-, e la gestione dell’economia da parte delle istituzioni responsabili.
Non dovrebbe essere difficile capire che predicare “l’accoglienza” per motivi umanitari – suggestivamente ed aggressivamente reclamati in modo del tutto avulso dai presupposti legali di connessione effettiva col coinvolgimento giuridico del nostro Stato- come regola suprema, – in nessun modo affermata come tale da regole del diritto internazionale generale o dei trattati -, è null’altro che un espediente di propaganda comunicativa.
1.1. Questa propaganda, pur rivestita di un umanitarismo di facciata, disinteressato alle (quantomeno) simmetriche ragioni umanitarie della comunità sociale che sopporta il peso di tale pseudo-regola (peraltro affermata da soggetti privati, finanziati in modo non del tutto chiaro da altri soggetti privati, e non da soggetti del diritto internazionale legittimati a dar luogo a mutamenti del diritto internazionale generale), corrisponde oggettivamente alla volontà di affermare che la responsabilità delle politiche economiche di un certo Stato sia attribuita all’ordine internazionale del (libero) mercato (come vedremo più sotto nella chiara teorizzazione di Einaudi), piuttosto che alla volontà democratica espressa dal corpo elettorale che dovrebbe (siamo sempre nel “condizionale”) legittimare, in conformità ad essa, l’azione dei preposti alle istituzioni di governo previste dalla, e rispettose della, Costituzione.
2. Questa assoluta ovvietà relativa al sistema della democrazia costituzionale, comune a tutte le Nazioni civili (in realtà patrimonio comune di civiltà giuridica condiviso dal diritto internazionale generale), è oggi offuscata in modo tale che chi si opponga alle forze naturalistiche del movimento di emigranti (addirittura comprovate da analisi storico-antropologiche) si trova ad essere tacciato di razzismo-xenofobia e nazionalismo guerrafondaio! Un concetto abusato a sproposito che, rammentiamo, è un altro equivoco di interpretazione storica, che confonde il nazionalismo sovrano con il militarismo delle Nazioni che si reclamavano “dominatrici” e le loro politiche di riarmo aggressivo a fini imperialisti, cioè negatori della altrui sovranità.
Basti, al riguardo, circa la natura revisionista di questa odierna propaganda, rammentare le parole di Lelio Basso (qui, p.1) che escludono come questo equivoco, attentamente alimentato, possa legittimamente ascriversi “a sinistra”:
“l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano LA PROPRIA COSCIENZA NAZIONALE… il nostro internazionalismo non ha nulla di comune CON QUESTO COSMOPOLITISMO DI CUI SI SENTE TANTO PARLARE E CON IL QUALE SI GIUSTIFICANO E SI INVOCANO QUESTE UNIONI EUROPEE E QUESTECONTINUE RINUNZIE ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE.
L’internazionalismo proletario NON RINNEGA IL SENTIMENTO NAZIONALE, NON RINNEGA LA STORIA, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni diverse di vivere pacificamente insieme.
Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie nostrane e dell’Europa affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera… Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso ACQUISTA CONTEMPORANEAMENTE LA COSCIENZA DI CLASSE E LA COSCIENZA NAZIONALE, ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista! (Vivissimi applausi e congratulazioni)” [L. BASSO, discorso del 13 luglio 1949, in Il dibattito sul Consiglio d’Europa alla Camera dei deputati, ora in Mondo operaio, 10 settembre 1949, 3-4-].”
3. E se non sono collocabili a sinistra, hanno infatti ben altra origine. Ed infatti:
“… Se vogliamo prosperità e pace nel mondo, dobbiamo combattere contro i monopoli di ogni sorta; epperciò anche contro quelli che, per nascondere la propria natura nemica all’uomo, si chiamano monopoli di stato…” [L. EINAUDI, La nota americana ed il commercio internazionale in Risorgimento liberale, 20 marzo 1945].
“… Gli effetti dannosi del frazionamento dell’Europa in microscopici mercati sono oggi assai maggiori di quel che non fossero innanzi al 1914. In quegli anni lontani, ho avuto l’onore di combattere insieme con alcuni pochi uomini testardi, primissimi fra tutti Edoardo Giretti, Antonio De Viti De Marco, Attilio Cabiati, Maffeo Pantaleoni, contro il protezionismo doganale…
QUEL CHE VOGLIAMO NOI FEDERALISTI È DUNQUE L’ABOLIZIONE DELLE FRONTIERE ECONOMICHE FRA STATO E STATO … Fa d’uopo essere ben chiari su questo punto… FEDERALISMO È SINONIMO DI RIDUZIONE DELLA SOVRANITÀ ECONOMICA di ognuno degli stati federati …
Io credo che la limitazione sarà di grande vantaggio all’economia dei singoli Stati ex sovrani. … La sua attuazione incontrerà ostacoli ed opposizioni formidabili; ed è tanto più necessario guardarli in faccia. Se noi vogliamo evitare le guerre, od almeno una parte di esse, dobbiamo sapere quali sono le difficoltà che dovranno superare per ottenere il bene massimo della pace [L. EINAUDI, La unificazione del mercato europeo, Europa federata, Edizioni di Comunità, 1947, 55-56]”.
L’idea del pacifismo borghese è infatti quella di non eliminare la guerra sulla base di reali motivazioni etiche, ma sulla scorta di di considerazioni pratiche e utilitaristiche e di un’azione che sottragga allo stato-nazione la possibilità di manifestare la propria volontà sovrana. Cioè di tutelare i diritti fondamentali dei propri cittadini e, quindi, la vera pace sociale.

Legare la pace all’internazionalismo del capitalismo sfrenato, a quanto pare, è stato sempre un vizietto, la facciata buona dei liberoscambisti incalliti (da R. Cobden a E. Giretti, da V. Pareto a B. Wootton), quella “purezza originale” da arricchire gradualmente con gli epiteti più disparati da dare poi in pasto agli idioti di ogni tempo (spinelliani inclusi).
Pace e concordia, come no. Probabilmente il seguente passo di Basso lo abbiamo già citato, ma vale la pena riprenderlo:
“… formalmente la società borghese risolve tutte le sue contraddizioni e per ogni soperchieria brutale che il capitalismo compie, per ogni forma di sfruttamento che il capitalismo impone alle classi oppresse, ESSO DEVE SEMPRE TROVARE UNA GIUSTIFICAZIONE IDEALE. Di fronte ad una contraddizione che si aggrava sul piano sociale, BISOGNA SEMPRE TROVARE UNA APPARENZA DI SOLUZIONE VALIDA SUL PIANO FORMALE: ed è questo il servigio che i ceti medi rendono alle classi capitaliste, è appunto il servigio di tradurre in questo linguaggio ideale e formale le contraddizioni brutali della società…
È veramente una situazione assurda e io la sottolineo in questo dibattito, perché credo che essa ci aiuti a mettere in rilievo quello che, secondo me, è l’elemento che va denunciato nello strumento che è sottoposto alla nostra ratifica.
Il Consiglio europeo, cioè, è la maschera PROGRESSISTA, IDEALISTA che deve coprire due realtà brutali: LA MANOMISSIONE ECONOMICA CHE L’IMPERIALISMO, IL GRANDE CAPITALE AMERICANO, ESERCITA SULL’EUROPA E LA POLITICA DEL BLOCCO OCCIDENTALE IN FUNZIONE ANTISOVIETICA.
Tradurre questa politica nel linguaggio del federalismo, esprimere cioè questa realtà di sopraffazione e di soperchieria IN TERMINI IDEALI, È UN MEZZO CHE SERVE A FARE ACCETTARE QUESTA POLITICA A MOLTA GENTE IN BUONA FEDE per poi servirsi di tutta questa gente in buona fede come specchio per le allodole onde trascinare certi strati della popolazione dalla stessa parte…
I progetti di Briand del 1930 sono falliti … perché il capitale finanziario allora si muoveva ancora nel quadro dello stato nazionale; eravamo ancora in fase di grave conflitto tra i capitali finanziari dei singoli paesi; il capitale europeo non aveva ancora trovato un capitale più forte, come quello americano, che lo riducesse all’obbedienza. L’Europa non aveva ancora allora trovato la sua vera capitale a Wall Street. Questa la ragione per la quale nel 1930 sono falliti i progetti di Briand. Questa la ragione per cui oggi si realizzano i nuovi progetti.

… Noi non vogliamo assurdi ritorni al passato. Il processo di concentrazione capitalistica è in atto; il processo di predominio del capitale finanziario segue il suo corso; esso ingigantisce le contraddizioni di classe, ingigantisce le contraddizioni del mondo capitalistico. E noi socialisti siamo la coscienza vivente di queste contraddizioni, che nascono da questo mondo e da questa società. Il capitalismo tende a COPRIRE LA SUA BRUTALE POLITICA CON UNA APPARENZA IDEALE, cerca di risolvere su questo piano puramente formale le sue interne contraddizioni. Coloro che, coscientemente o incoscientemente, sono al servizio degli interessi del grande capitale, sono sempre pronti A TRADURRE IN LINGUAGGIO IDEALISTICO LE BRUTALI SOPERCHIERIE E LE IMPRESE DEL CAPITALISMO. È il compito di un Léon Blum e di un André Philip…” [L. BASSO, Intervento sul disegno di legge “Ratifica ed esecuzione dello Statuto del Consiglio d’Europa firmato a Londra il 5 maggio 1949, Camera dei deputati, 25 maggio 1949].

4. In realtà, se riconosciamo l’importanza democratica, (cioè di tutela dell’interesse maggioritario delle classi sociali più deboli, rispetto ai poteri economici che incarnano la posizione di forza) della gerarchia delle fonti, dovremmo rammentare sempre che il diritto internazionale generale “fondamentale” (cioè le consuetudini accettate dalla maggioranza degli Stati e, con l’affermarsi della democrazia, codificate sempre di più nell’ambito delle Nazioni Unite, almeno nella fase iniziale del secondo dopoguerra), prevale su ogni trattato internazionale: più che mai se, com’è suo connotato normale, risulti “speciale” in molte accezioni (cioè applicabile a aspetti settoriali delle relazioni tra Stati, come la convenzione sui rifugiati, o il “diritto del mare”, o, ancora, risoluzioni dell’Unione europea attinenti a aspetti peculiari come la vigilanza attiva sulle proprie suoi “frontiere esterne”).
La “specialità” (o comunque la settorialità”), infatti, consente un certo grado di deroga alle regole generali del diritto internazionale generale, ma non può mai assurgere a fonte abrogativa dei suoi principi fondamentali: questi ultimi, nel complesso, costituiscono un vincolo interpretativo dei trattati, quali fonti inferiori, al punto che essi valgono in quanto, nella loro applicazione, siano resi compatibili con la norma superiore di diritto internazionale generale, risultando altrimenti nulli per violazione dello ius cogens (basti vedere il concetto di ius cogens e il trattamento riservato dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, agli artt.53 e 64, alle pattuizioni con esso in contrasto).
5. Ora sul legame indissolubile tra tutela dei confini di uno Stato, come forma irrinunciabile della sovranità, più che mai coessenziale anche, e specialmente, agli ordinamenti democratico-costituzionali, e tutela del lavoro come concreta manifestazione di un “valore universale” assurto a principio inderogabile rientrante nello ius cogens (che, dunque, nel suo contenuto incomprimibile neppure i trattati europei potrebbero validamente derogare…per quanto siano ben sospetti di averlo fatto con la loro ossessione per la stabilità dei prezzi e della moneta), abbiamo sufficienti certezze  offerte proprio dalla funzione garantista (della democrazia) propria della gerarchia delle fonti.
E questa garanzia, come vedremo in base all’illuminante analisi di Chang, corrisponde a ragioni istituzionali solidamente appoggiate sulla scienza economica (più attendibile).
6. Il superiore quadro di definizione della tutela del lavoro secondo il diritto internazionale generale, com’è agevole contatare, si risolve (scandalosamente per gli €uropeisti e i cosmopoliti “no borders”), in un obbligo ben preciso, nei suoi contenuti, che grava sugli Stati e, anzi, ne caratterizza più di ogni altro, la connotazione come “democratici”.
Il fondamento come diritto internazionale generale deriva dal (famoso) art. 23 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, e, come vedrete, la considerazione del fenomeno dell’immigrazione e della sua facile degenerazione in forme, vecchie e nuove di schiavitù, è oggetto della vera attenzione dedicata al problema: non certo la fissazione di un principio di illimitata “accoglienza” indifferente sia alla riferibilità ad un certo Stato dell’obbligo di assumersi l’onere dello “stato di necessità” creato da altri e ben al di fuori dei suoi confini e dei suoi ragionevoli obblighi di solidarietà internazionale (riporto il commento per intero, integrandolo con alcune enfasi in grassetto).
Un memento preliminare per agevolare la lettura: l’art.4 della Costituzione, lungi dall’essere l’obsoleto retaggio di una mera aspirazione enfatica, è, oggi più che mai, conforme al diritto internazionale generale inderogabile e si conferma come attualissimo controlimite (v. p.11.4. e qui, p.7, per la sua intera responsabilità applicativa) purtroppo disapplicato, agli arrembanti “obblighi assunti dall’Italia verso l’Unione europea”, nel settore finanziario pubblico e delle politiche monetarie:

Articolo 23 – Per un lavoro dignitoso

Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO “Diritti umani, democrazia e pace” presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova, sull’Articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani

Autore: Antonio Papisca

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Il contenuto di questo Articolo è ulteriormente specificato dagli Articoli 6, 7 e 8 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, dove è innanzitutto stabilito che le misure che gli Stati sono obbligati a prendere “per dare piena attuazione a tale diritto”, dovranno comprendere “programmi di orientamento e di formazione tecnica e professionale, nonché l’elaborazione di politiche e di tecniche atte ad assicurare un costante sviluppo economico, sociale e culturale ed un pieno impiego produttivo” (corsivo aggiunto).
Il messaggio che proviene dal Diritto internazionale è chiaro: il settore del lavoro non può essere lasciato al libero arbitrio del mercato, ma deve costituire oggetto di politiche pubbliche nel quadro di una più ampia programmazione di stato sociale. E’ inoltre stabilito che deve esserci “la possibilità eguale per tutti di essere promossi, nel rispettivo lavoro, alla categoria superiore appropriata, senza altra considerazione che non sia quella dell’anzianità di servizio e delle attitudini personali”. La meritocrazia trova qui i parametri conformi a dignità umana, come tali prioritari rispetto a qualsiasi altra tipologia.
Il diritto umano al lavoro trova anche riscontro nella Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale, nella Convenzione internazionale contro ogni forma di discriminazione nei riguardi delle donne, nella Convenzione internazionale sui diritti dei bambini, nella Convenzione internazionale sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, nella Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli e in tanti altri strumenti giuridici, internazionali e regionali-continentali.
Nell’interpretazione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali il diritto al lavoro è un diritto che inerisce ad ogni persona ed è allo stesso tempo un diritto collettivo. Esso comprendente tutte le forme legittime di lavoro, dipendente o non.
La produzione di norme giuridiche internazionali in materia di lavoro ha il suo principale laboratorio nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, con sede a Vienna.
La sua Conferenza è formata da delegazioni nazionali ‘tripartite’, comprendenti i rappresentanti dei governi, dei sindacati dei lavoratori, delle organizzazioni padronali. Alcuni organi interni di controllo sull’applicazione della normativa sono formati da persone indipendenti dagli stati. Tra le molte Convenzioni OIL si segnala la numero 22 portante sulla politica dell’occupazione, la quale parla del diritto ad una “occupazione piena, produttiva e liberamente scelta”. Purtroppo questa prospettiva rimane molto lontana per milioni di esseri umani.
La disoccupazione e la mancanza di lavoro sicuro spingono i lavoratori a trovare occupazione nel settore informale dell’economia. Il vigente Diritto internazionale è molto deciso nello stigmatizzare sia il lavoro forzato sia il lavoro prestato in settori dell’economia informale. Il primo è definito dall’OIL come “qualsiasi lavoro o servizio esigito dalla persona sotto la minaccia di una qualsiasi penalità e per il quale la persona non si è offerta volontariamente”.
Gli stati sono obbligati ad abolire, vietare e contrastare qualsiasi forma di lavoro forzato, come anche prescritto dall’articolo 5 della Convenzione sulla schiavitù. Gli stati devono altresì intervenire per ridurre quanto più possibile il numero di lavoratori che operano al di fuori dell’economia formale, obbligando i datori di lavoro a rispettare la legge e dichiarare i nomi dei loro lavoratori in modo da rendere possibile la garanzia dei loro diritti.
Gli stati sono inoltre obbligati a proibire il lavoro dei minori di sedici anni. Tra i loro obblighi, oltre quelli di assicurare non discriminazione, pari opportunità ed eguaglianza, c’è quello di adottare misure che assicurino che le misure di privatizzazione non ledano i diritti dei lavoratori. In particolare, il Comitato delle Nazioni Unite afferma senza mezzi termini che “specifiche misure destinate a incrementare la flexicurity dei mercati del lavoro non devono rendere il lavoro meno stabile o ridurre la protezione sociale dei lavoratori”.
Già, la flexicurity. Ci si può ubriacare (colpevolmente) di flexicurity così come avvenne con la deregulation.
Anche in sede di Unione Europea c’è il rischio che si istituzionalizzi il vizio della flexicurity.
Il Diritto internazionale dei diritti umani esige che, in tema di occupazione, si parta col piede giusto (anzi, obbligato), cioè dal diritto al lavoro come diritto fondamentale che è, allo stesso tempo, diritto alla piena occupazione e diritto allo stato sociale.
Il diritto al lavoro come tale non ha pertanto nulla a che vedere con l’ideologia neoliberista e relative vischiose varianti.
Il diritto umano al lavoro è strettamente collegato ai cosiddetti diritti sindacali, a fondare e far parte di sindacati.
Il Diritto internazionale ‘riconosce’ i sindacati, non parla invece di ‘partiti’, se non nel contesto regionale dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa.
E’ il caso di ricordare che dal 1961 è in vigore la Carta sociale europea, più volte riformata, sulla cui applicazione veglia il Consiglio d’Europa, in particolare attraverso il Comitato europeo dei diritti sociali, organo formato da esperti indipendenti. Ad esso possono presentare reclami proprio le associazioni sindacali e organizzazioni non governative.
La Dichiarazione universale non fa cenno allo sciopero. Ci pensa invece l’Articolo 8 (1 comma, lettera d) del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che impone agli stati l’obbligo di garantire “il diritto di sciopero, purchè esso venga esercitato in conformità alle leggi di ciascun paese”. Il rinvio è dunque alla legge nazionale, la quale deve però essere conforme ai principi generali del Diritto internazionale, e considerare quindi lo sciopero quale articolazione connaturale al diritto fondamentale al lavoro. E’ appena il caso di sottolineare che l’esercizio di questo diritto deve avvenire nel rispetto di tutti gli altri diritti fondamentali, in uno spirito di alta responsabilità sociale.
Se ne dicono tante sui sindacati. Certamente, essi devono essere guidati da persone che abbiano nella mente e nel cuore i diritti dei lavoratori, e che non  vengano a compromesso con istanze vetero-corporative.
Si possono e si devono criticare quelle dirigenze sindacali che si sono burocratizzate o, più o meno palesemente, partiticizzate. Ma chiediamoci: se non ci fossero stati i sindacati, sarebbe stato possibile avviare la ‘civiltà del lavoro’? E se non ci fossero oggi, sarebbe possibile riprendere quel cammino?
Riflessione finale, forse troppo ovvia. L’Articolo 1 della Costituzione Italiana proclama che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
E se il lavoro non c’è? Senza fondamento(a) la Repubblica crolla. E se al posto del lavoro si mette il precariato o la flexicurity, quanto ne guadagna la statica della Repubblica?”.7. Veniamo ora al connesso fondamento costituzionale della tutela dei confini che, ed è questo il punto ulteriore da rammentare, va necessariamente collegato, (come strumento), al perseguimento dei fini fondamentali della sovranità costituzionale italiana, che sono appunti quelli di una democrazia sociale, e non liberale, in quanto fondata sul lavoro.
Ci serviamo, per comprendere ciò, di questa rassegna della giurisprudenza della Corte costituzionale ad opera del prof.Guido Corso, che smentisce chiaramente ogni legittimità dell’accusa di xenofobia e razzismo quando sia in gioco la ponderazione di interessi tutelati che pone ineludibilmente in gioco la difesa della democrazia costituzionale:

8. Chang, abbiamo visto, ci dice varie cose, con la sua consueta chiarezza fenomenologica da economista istituzionale (e dello sviluppo). Sintetizzando i passaggi essenziali, che vi traduco dai commenti di Arturo, riscontriamo il pieno allineamento di un’attendibile visione economica coi presupposti di diritto internazionale (ius cogens) e diritto costituzionale (nei suoi principi inderogabili da qualunque fonte e caratterizzanti i fini della sovranità).
Chang spiega questo meccanismo autoevidente che discende dal considerare il mercato un “governante” senza confini in contrapposizione alle politiche di tutela dei propri cittadini che legittimano l’esistenza stessa degli Stati democratici: 
“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.
Come si determina il massimo della immigrazione? 

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

8.1. Ovviamente si fa finta di ignorare come l’accoglienza illimitata, e forzosamente agganciata al territorio dello Stato nazionale, al di fuori di ogni presupposto di diritto internazionale e costituzionale che la possa imporre come regola legittima, è una scelta politica di incisione sul livello dell’occupazione e, conseguentemente, del livello delle retribuzioni, che corrisponde  giocoforza all’interesse dell’ordine internazionale oligarchico del mercato(basta avere la cultura storica ed economica minima per rendersi conto delle parole di Einaudi).
Chang, ne dà una spiegazione chiarificatrice ulteriore (che collima con le enunciazioni del diritto internazionale generale e costituzionale, per l’appunto, sopra riportate):
“Naturalmente, nel criticare l’incoerenza degli economisti free-market in tema di controllo dell’immigrazione (ndr; nel senso che l’abolizione dei confini è esattamente una scelta politica degli Stati e anche consapevolmente forte), non sostengo che il controllo dell’immigrazione debba essere abolito. Non ho bisogno di farlo perché (come in molti avranno ormai notato) non sono un free-market economist.
I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).
Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.
Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.
Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.
Costituisce un mito – a un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.
La catena di montaggio dell’immigrazione punta dunque a questo risultato di “disgregazione” sociale senza curarsi in alcun modo della progressiva impossibilità di correggerlo, rischiandosi un violento collasso delle strutture fisiche e sociali delle società “riceventi”. Può darsi che i privati e solerti sostenitori dell’accoglienza “a prescindere” siano in buona fede, e quindi, per proprio limiti di elementare cultura economica e della legalità costituzionale, all’oscuro di questi riflessi devastanti della loro azione. 
Ma rimane il fatto che la loro azione produce esattamente gli effetti che Einaudi, nel nome del liberismo più drastico (siamo infatti nel 1910, alle soglie di sconquassi mondiali che non vorremmo certo veder ripetuti), auspicava con la “teoria della porta aperta”: in base a tale, anche al tempo, super-emotiva propaganda, i “pacifisti e i liberisti” reclamavano come prioritario il diritto della oligarchia cosmopolita capitalista di “produrre la merci a basso costo”, contro l’assurda pretesa de “i partiti socialisti ed i sindacati operai dei paesi che chiamansi più evoluti” di voler tutelare il livello d’occupazione e le condizioni di dignità del lavoro di intere nazioni…

1185.- Il blocco navale e un popolo di coglioni

ob_9d6e42_img-2661

(Gianni Candotto) – G7 in SICILIA. il governo ha approntato il blocco navale per evitare che durante quei giorni sbarchino immigrati in Sicilia.
Belle anche le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli “tra i migranti potrebbero esserci terroristi e pertanto è pericoloso per la sicurezza del G7”.
Bene, dopo 4 anni di sbarchi, il governo, con tutta la semplicità del mondo, ci fa sapere:
1) che basta un decreto di blocco navale per evitare gli sbarchi in Sicilia;
2) che tra gli immigrati ci sono potenziali terroristi e gli immigrati sono un rischio per la sicurezza.
Coseguentemente,
3) che fino ad oggi ci hanno solo preso per il culo.

ob_dbaa61_img-2516
Solo pochi giorni fa.. La preoccupazione doveva essere stata tanto forte, rasentando il panico, quanto è sporca l’operazione, se George Soros, da mezzo secolo grande stragista sociale, si è precipitato da colui che falsamente presume nostro presidente del consiglio (ma avrà incontrato anche quello effettivo..e il loro patrono,ndr). In ballo era l’urgenza di applicare una sutura veloce e conclusiva allo squarcio aperto nel corpo del reato dal benemerito procuratore di Catania, Zuccaro, dai suoi emuli a Trapani e dall’altrettanto benemerito M5S, con il sostegno strumentale, non qualificante, ma utile, di qualche elemento politico e mediatico spurio. Uno squarcio che rischia di mandare in vacca l’intero gigantesco impegno profuso dal principe delle guerre per regime change nella destabilizzazione dell’Europa mediterranea e nella distruzione dei paesi da cui originano le migrazioni di massa.
Naturalmente è grazie a correttezza e trasparenza democratica che il conte Gentiloni, facente funzione apparente di premier, ha tenuto rigorosamente nascosto questo incontro, occorso senza preavviso e dettato dall’emergenza “taxi del Mediterraneo”. Avrebbe dovuto spiegare a parlamento e popolo in quale veste un capo di governo incontra un cittadino, sì, qualunque, ma anche l’assassino, negli anni ’90, della nostra valuta (da sostituire con il tumore dell’Euro), con relativa svalutazione del 30%, la perdita di 40 miliardi di dollari e la conseguente svendita a prezzo di saldi dell’apparato produttivo della settima nazione industriale del mondo. Un soggetto, dunque, da chiamare subito i carabinieri e far rinchiudere in attesa di sentenza di fine pena mai.
Il premier zuzzurellone non ha riferito una cippa né al parlamento, né ai media, né alla moglie. La notizia la dobbiamo alla foto e al lancio di un’occhiuta agenzia. Cosa il comparione e il compariuccio si siano detti non risulterà né nelle cronache, né negli annali, ma noi lo sappiamo perfettamente. “Allontana da me questo calice”, ha esclamato, tra l’impositivo e il supplicante, la testa della piovra, “salva i miei tentacoli a mare, blocca l’inchiesta”. Più o meno così. E Gentiloni: “Stai tranquillo, abbiamo già mosso le nostre pedine, a partire dai solidali istituzionali Boldrini, e Grasso, dagli amici magistrati, comandanti, capitani, a passare dal correo etilico Juncker e dalla cosca di Bruxelles, e a finire con la bassa forza umanitarista politico-mediatica. Quella dei Formigli, Saviano, Fratoianni, Zoro (“Gazebo”), Manconi (che, sul “manifesto” complice vomita oscenità su Zuccaro), Bonino, tutta la lobby talmudista, correligionaria di Soros, con Furio Colombo in testa” (avreste dovuto vedere quest’ultimo, paonazzo, occhi di fuori, bava alla bocca, al limite dell’’ischemia, che sbraitava nella “Gabbia” di Paragone contro chi lì, secondo lui, attaccando le ONG marinare si faceva promotore di interminabili ecatombi marine.
Grecizzare l’Italia e tutto il Sud
E’ forsennata e disperata la virulenza di questa storica armata dello speculatore ungherese, attivata in difesa della decina di Ong che, a vele, radar, droni, transponder ed equipaggi spiegati, su navi da 11mila euro di costo al giorno, battenti spesso bandiere di comodo, o, addirittura, di paradisi fiscali (il che dice molto), quali finanziate direttamente da Soros (e basterebbe questo), quali munificate da altre fonti, ma tutte in sintonia con il progetto mondialista sorosiano che implica il disfacimento di nazioni, tranne delle due o tre che fungono da arma sul campo dei banchieri globalizzanti. E’ l’inviperita reazione del rettile cui si sia pestata la coda. E’ che non si tratta solo di pizza e fichi, del business con soci trafficanti sulla quarta sponda e soci accoglienti a casa nostra. Qui è in ballo un progetto di portata epocale: la reductio ad unum del potere e del governo su quanto verrà lasciato campare, in schiavitù più o meno riconosciuta, sul globo terracqueo.
Svuotare i granai, riempire gli arsenali e le Ong
Svuotare i granai e riempire gli arsenali (parafrasando a rovescio il buon Pertini) è il meccanismo al quale gli ammiragli e i mozzi di Soros sono addetti nella sua fase intermedia. Quella della presa in consegna di bibliche popolazioni in fuga da terre rubate, spogliate e devastate dai similsoros delle potenze occidentali, del loro trasbordo nelle terre a perdere dell’Europa e dalla loro consegna a caporali e sfruttatori sotto comando di altri similsoros..In paesi sottomessi e con le pezze al culo, come il nostro, consegnato dai similsoros in alto alle cure terminali di cerusici, saltimbanchi e fattucchiere, non deve muoversi foglia che Soros non voglia. Il conticino Gentiloni ha battuto i tacchi, il ghigno dello stragista globale lo vedete nella foto.
Ora si tratta di vedere se il procuratore Zuccaro di Catania terrà duro, se non gli troveranno addosso calzini celesti, se non se ne occuperà chi di magistrati impertinenti in Sicilia solitamente si occupa, se l’intelligenza politica dei 5 Stelle saprà prevalere sui tentacoli dell’orco talmudista ungherese. Un’intelligenza implicitamente riconosciutagli dal New York Times, propagandista di tutte le malefatte di Soros, come del Pentagono e di Big Pharma,, quando li ha anatemizzati per aver espresso sui vaccini i dubbi che avvelenatori globali come i farmaceutici meritano ogni volta che battono le palpebre.
In tale evenienza gli ipocriti che lacrimano sulle guerre, le miserie, le disperazioni e gli annegamenti, che i loro mandanti provocano organizzando povertà, desertificazione, spopolamenti, trafficanti, scafisti di carrette a galla per 2 miglia, pirati umanitari, caporali, Buzzi e Carminati, si troveranno a corto di lacrime. Meno Ong, meno morti in terra e in mare. E non veniteci a parlare di “Medici senza Frontiere”, o di “Save the Children”. Che andrebbero salvati perché buoni. Come dire, buttarne qualcuna per salvare le più grosse. Chi non si ricorda di questi animatori e utilizzatori finali di tagliagole ai tempi di Libia e Siria? Quelli che “bisogna liberarsi di Gheddafi perché rimpinza di Viagra i suoi soldati per farli stuprare meglio donne e bambini”. Quelli che, fianco a fianco con i noti “Elmetti Bianchi”, “Assad ci bombarda gli ospedali e ammazza bambini”. E poi quegli ospedali non c’erano, o erano intatti.
A sconfiggere l’arma di migrazione di massa si fa il bene dell’umanità in tutti gli emisferi.
Nordcorea, arma di distrazione di massa
A tentare previsioni strategiche si rischia di rovinarsi la reputazione. Ma voglio rischiare. Credo che tutta la sarabanda trumpiana sulla Corea del Nord non preluda per niente, né oggi, né domani, a un attacco, magari nucleare, a quel paese. Serve a due cose. Primo, a giustificare l’installazione in Corea del Sud del THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), detto “scudo missilistico anti-nordcoreano”, ma in effetti sistema da primo colpo nucleare contro la Cina. E, secondo, da diversivo rispetto all’invasione della Siria che il concentramento di truppe giordane e americane sembra minacciare e di cui nessuno parla.
L’iniziativa, che vedrebbe aumentare l’attuale numero di effettivi militari Usa in Siria dai mille che operano in congiunzione con il mercenariato curdo nel nordest e si apprestano a far sloggiare l’Isis da Raqqa, a ben più di 2.500, sembrerebbe una risposta al piano elaborato ad Astana, Kazakistan, da russi, turchi e iraniani, con il netto dissenso dei ribelli moderati invitati alla riunione.
Dall’ennesimo incontro kazako dei tre paesi impegnati a trovare una qualche sistemazione al conflitto, è uscito un memorandum. Prevede la creazione di quattro enclavi in Siria che i russi e iraniani chiamano “aree di riduzione del conflitto (“de-escalation zones”), ma che per i turchi mantengono la vecchia denominazione di “aree di sicurezza” (“safe zones”). Quelle vagheggiatre da Erdogan fin dall’inizio dell’aggressione. La collocazione e delimitazione di queste zone non è molto chiara: provincia di Idlib, parti delle provincie di Latakia, Homs e Aleppo, Est Ghouta, a oriente di Damasco, e provincie meridionali di Daraa e Quneitra.
Quattro “aree di sicurezza”, quattro pezzi di una Siria da frantumare
Cosa ne viene al popolo siriano che, per bocca del suo presidente, rivendica fin dal primo giorno la liberazione di ogni pollice del territorio nazionale occupato dai nemici? Ne verrebbe questa situazione: Una larga area a nordest occupata, con il concorso e sotto la guida Usa, dai curdi dell’YPG, comprendente vasti territori arabi su cui i curdi hanno operato pulizia etnica. L’area di nord ovest, attorno a Idlib, occupata dai turchi insieme ai presunti surrogati “moderati” dell’Esercito Libero Siriano. Sacche frammentate sotto controllo Isis e Al Qaida (Al Nusra., ecc.) nell’ovest sotto il Golan e nel Sud attorno a Daraa, che però dalle forze lealiste stanno venendo riprese giorno dopo giorno, a dispetto della fattiva protezione israeliana.
I russi avevano già avanzato, tempo fa, una proposta di nuovo costituzione siriana. Federale. Ovviamente subito respinta da Damasco, perché vista come preludio alla spartizione che il sionimperialismo progetta da decenni. Ora Mosca ci riprova, stavolta, ahinoi, con l’apparente – e, forse, forzato – consenso del governo di Assad. Le quattro aree di “riduzione del conflitto” in parte si sovrappongono a quelle sottratte con la forza militare jihadista, turca, americano-curda. Dovrebbero materializzarsi ai primi di giugno e ne sarebbero “garanti” i tre paesi che le hanno inventate ad Astana, con però l’invito ad altri di associarsi. I garanti si impegnerebbero a far terminare ogni attività bellica. Con quanta adesione delle varie e, in parte incontrollabili, bande jihadiste è da vedere.
Da vedere resta anche se la progettata invasione di truppe Usa e giordane dal Sud del paese si inserisce nel quadro tracciato da russi, turchi e iraniani ad Astana, o se si tratta di mossa finalizzata a impedire che russi e iraniani possano mantenere voce in capitolo sul futuro della Siria.In ogni caso si tratta di sviluppi tutti non solo sospetti, ma fortemente negativi per chi contava sulla difesa ad oltranza dell’integrità e sovranità della Siria. Puzza maledettamente di prodromo alla spartizione del paese in varie parti e sotto diversi controlli: qualcosa ai curdi, qualcosa ai turchi, una fetta alla Giordania, protettorati israelo-americani, una ridotta lasciata agli sciti e ad Assad. Una situazione ingovernabile, foriera di interminabili contese. L’ideale per Israele, Golfo e Occidente. In ogni caso è garantito il lungamente vagheggiato oleodotto Qatar-Mediterraneo che Damasco aveva rifiutato preferendogli quello dall’Iran.
Peggio non poteva andare a un popolo che si è battuto con determinazione ed eroismo senza uguali, e soffrendo l’indicibile, per la causa più giusta del mondo. In un vertice a due Putin-Erdogan a Soci, il presidente russo ha dichiarato che le relazioni tra Turchia e Russia sono tornate ottimali. Forse ha anche pensato che il Turkstream, il gasdotto Russia-Turchia, val bene una messa islamico-ortodossa. Preghiamo gli dei di essere smentiti.
di Fulvio Grimaldi

1174.- A scuola per il futuro. Dove studiare per non essere impreparati quando ci si propone un tema di politica.

044045517-3f53c11b-1867-481b-98e1-415565788cc9

Le indagini delle Procure di Catania e di Trapani sulle ONG che operano per l’immigrazione clandestina hanno portato, fra l’altro, a evidenziare, ancora più, la frattura le diverse sensibilità dei cittadini e fra le diverse politiche migratorie dei Paesi aderenti all’Unione europea. Si vuole porre l’accento fra la responsabilità mostrata dal Primo Ministro ungherese Orbán nel puntare l’indice sul mercante Soros e l’accoglienza che quest’ultimo ha ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio di ministri Gentiloni.

Mentre il Primo Ministro Orbán  parla di migranti “come il cavallo di troia del terrorismo” nel cuore dell’Europa “sotto assedio”, le associazioni a tutela dei rifugiati tra cui l’Hungarian Helsinki Committee e MigSzol dichiarano che difficilmente si arrivi ai 400 richiedenti asilo nel paese, e che quest’ultima mossa governativa non sia altro che l’ennesimo tentativo di accrescere paura e sospetto nella popolazione. A marzo il Parlamento ungherese ha votato una nuova legge anti-migranti, che aggiunge un altro tassello al mosaico delle politiche di Orbán in materia. La nuova normativa è stata approvata con 138 voti a favore, 6 contrari e 22 astensioni. Fidesz, il partito di governo, e il partito di estrema destra Jobbik, hanno lavorato insieme questa volta, superando quei problemi di politica interna, che nei mesi scorsi avevano messo a repentaglio il fronte comune contro l’emergenza migranti.

Numerose ONG e Istituzioni Internazionali hanno espresso la loro indignazione e preoccupazione di fronte alla nuova legge. Gauri Van Gulik il Direttore di Amnesty International per l’Europa ha detto che queste decisioni vanno “oltre il limite” e che  “scaricare i rifugiati nei containers non è una politica migratoria, ma equivale ad evitarne una”. Anche l’Agenzia dei Rifugiati per i Diritti Umani (UNHCR) ha espresso le sue preoccupazioni per la vicenda: Cécile Pouilly, portavoce dell’organizzazione ha dichiarato che la detenzione forzata e prolungata cui sarebbero sottoposti anche donne e bambini violerebbe gli obblighi ungheresi verso l’Unione Europea e il Diritto Internazionale, per non parlare dell’impatto fisico e psichico sui migranti, persone che hanno già sofferto lungo il viaggio che li ha portati fino in Ungheria.

Quando l’Unione Europea propose il sistema quote, aveva chiesto al governo magiaro di accogliere 1294 rifugiati, quelli che hanno chiesto di rimanere in Ungheria sono 29.432 ma solo 425 richiestesono state accettate nel 2016.

La confusione tra gli italiani è massima e contrasta con le chiarissime analisi pessimistiche di molti migranti, che abbiamo ascoltato. In sintesi: “L’Italia era buona una volta, ora non più”. La confusione esiste a livello politico, anche per l’impreparazione che accompagna usualmente la partecipazione alla politica. Questa confusione, in contrasto con il senso di responsabilità di chi aspira a gestire la cosa pubblica, è stata portata “alle stelle” dal motto di un noto movimento “Uno vale uno” e se ne vedono i risultati. I temi che più ne soffrono sono quelli, apparentemente, di interesse generale, come, appunto, la solidarietà e, perciò, l’immigrazione clandestina. Immancabili gli interventi di Amnesty, Medici senza Frontiere e della Conferenza Episcopale Italiana, che, forte del primato della Fede, ha così etichettato l’opera dei magistrati: “Su Ong fuoco politico ipocrita e vergognoso”.

Ecco, dunque, che, per meglio comprendere quanto accade nell’Est Europa, offro a chi ha tempo e voglia di conoscere due importanti riferimenti accademici che fanno capo all’Università di Bologna.

L’augurio ai nostri associati è di leggere il loro nome fra gli studenti. Buono studio?

logo

Parliamo di due tra i più importanti punti di riferimento accademici sull’est Europa in Italia, afferenti all’Università degli Studi di Bologna. Si tratta di PECOB, Portale dell’Istituto per l’Europa centro-orientale e Balcanica, e MAiA (MIREES Alumni International Association), network dei laureati del corso di laurea magistrale (Master) in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES), che rappresenta una delle migliori realtà accademiche sull’Est Europa a livello internazionale. Seguendo East Journal, proporremo analisi, approfondimenti e reportage sulle questioni politiche, economiche e sociali che riteniamo di particolare interesse per i frequentatori di associazioneeuropalibera.wordpress.com.

d0e9f5f8-7274-4ac2-b893-966488adf792

1. Centro per l’Europa Centro-Orientale e Balcanica (CECOB)

Obiettivo principale di questo Centro dipartimentale è quello di sviluppare la ricerca di base ed applicata, con una attenzione interdisciplinare focalizzata in particolare sulla storia, la politica, l’antropologia, la cultura, così come sui mutamenti giuridici, sociali ed economici dell’Europa Centro Orientale e Balcanica. Il Centro rivolge i suoi interessi anche ai temi dell’allargamento dell’UE ad Est, della Nuova Politica di Vicinato e alle strategie di integrazione in Europa con specifico riguardo alle politiche macro-regionali. Data l’importanza geopolitica crescente, è stato aperto anche un programma di studi e formazione su Caucaso e Asia Centrale. Una particolare attenzione è dedicata inoltre alla gestione delle differenze nel contesto europeo con riferimento alle loro implicazioni socio-politiche ed istituzionali.

Il Centro è stato costituito, ai suoi albori, grazie ad un accordo bilaterale tra l’Università ed il Comune di Bologna nel 1996. Attualmente è parte del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. La sua sede è dislocata nella sede distaccata dell’Università a Forlì.
La peculiarità del Centro risiede nella cooperazione attiva con lo “Europe and the Balkans International Network”, un vasto network di esperti e studiosi (più di 250 provenienti da 36 paesi europei e da Stati Uniti, Canada, Egitto, Sud Africa, India, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) il quale assicura una dimensione internazionale a tutte le attività realizzate dal Centro.
I principali obiettivi del Centro per l’Europa Centro Orientale e Balcanica sono:

– Sviluppare la ricerca di base ed applicata focalizzata in particolare sulla storia, la politica, l’antropologia, la cultura, così come sui mutamenti giuridici, sociali ed economici dell’Europa Centro-Orientale e Balcanica;
– Monitorare il processo di allargamento dell’UE verso Est, favorire lo sviluppo della politica di vicinato e le strategie di integrazione in Europa con un interesse specifico per le politiche macro-regionali;
– Cooperare con le Università e le amministrazioni pubbliche nel delineare e realizzare attività educative e formative concernenti l’Europa Centro-Orientale e Balcanica;
– Diffondere la conoscenza e la sensibilità verso l’Europa Centro-Orientale e Balcanica attraverso approcci bilaterali e multilaterali indirizzati alle diverse tipologie di beneficiari delle attività del Centro;
– Favorire sinergie operative con istituzioni, esperti e ricercatori delle aree di interesse, sia per mezzo di progetti internazionali, sia ospitando studenti, dottorandi, ricercatori e professori provenienti dall’estero o dall’Italia;
– Organizzare e partecipare a conferenze e convegni promossi da istituzioni nazionali ed internazionali;
– Fornire consulenze e ricerche approfondite su molteplici argomenti riguardanti l’Europa centrale, orientale e della regione balcanica.

Metodologicamente, il Centro promuove, in particolare, aree di studio interdisciplinari, pubblicazioni (attraverso la gestione di un blind peer-review journal e una collana di libri specializzata), policy papers e articoli analitici. Alcune di queste pubblicazioni hanno un profilo accademico, altre invece sono concepite per rispondere, sotto il profilo analitico, ai bisogni dei Ministeri, delle pubbliche amministrazioni, delle istituzioni finanziarie, delle imprese e delle ONG.

Chi leggeremo:

Stefano Bianchini

Stefano Bianchini è Professore ordinario di Storia dell’Europa Orientale all’Università di Bologna, sede di Forlì; è esperto di questioni balcaniche, in particolare relativamente alla Jugoslavia e ai suoi stati successori. E’ stato per molti anni consulente del Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella Ex Jugoslavia. Coordina la Laurea Magistrale Internazionale e Interdisciplinare in in Ricerche e Studi sull’Est Europa (MIREES) e co-dirige il Master Europeo in Democrazia e Diritti Umani nell’Europa Sud-Orientale con sede a Sarajevo.

Sonia Lucarelli

Professore associato in Scienza Politica. Insegna Relazioni internazionali e Pan-European Security presso la sede di Forlì della Scuola di Scienze politiche e sociali.

Francesco Privitera

Ricercatore confermato, insegna Storia dell’Europa Orientale e Post-communist transition and EU Enlargement Eastwards

Marco Borraccetti

Ricercatore confermato, insegna Diritto dell’Unione Europea al corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Bologna – sede di Forlì.
Visiting Professor all’ “Institut d’Etudes Européennes” (IEE) – Université Libre de Bruxelles (ULB).
Modulo Jean Monnet “Il Diritto dell’Immigrazione Europeo” (2012-2015).
Settori di ricerca: migrazione nell’Unione Europea e Diritto dell’immigrazione; la protezione giudiziaria dei diritti fondamentali nell’Unione Europea ed in Europa.

Maura De Bernart

Ricercatore confermato. Insegna Storia del Pensiero Sociologico (L Sociologia) e Jewish Studies and Socio-Religious transitions (LM MIREES). Svolge ricerche su Olocausto e genocidi, nonché sulle migrazioni.

Giovanna Guerzoni

Ricercatore confermato, insegna Discipline Demoetnoantropologiche al Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin”.

Sara Barbieri

Assegnista di ricerca in Storia dell’Europa Orientale con un progetto dal titolo ‘Autonomie culturali’ e ‘Autonomia fra settori’. Meccanismi alternativi della gestione delle diversità nazionali in Europa Centro-Orientale e Balcanica. Ha completato il Dottorato di Ricerca alla Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino con una tesi dal titolo ‘National Minorities in Post-revolutionary and Soviet Russia (1917-1932). Theoretical Framework and Institutional Arrangements’. La sua attività di ricerca si concentra sullo studio delle minoranze in Russia e nei Balcani, con una attenzione particolare all’uso delle autonomie non-territoriali come strumento per la gestione delle diversità.
Ha condotto la sua ricerca alla Accademia Russa delle Scienze a Mosca e all’Università di Stato di Tomsk. E’ stata ricercatrice al Centro di Studi Avanzati a Sofia, dove ha svolto una ricerca sul sistema ottomano dei Millet. Dal 2006 è assistente di redazione del Journal Southeastern Europe, pubblicato dalla casa editrice Brill a Leiden in Olanda. Insegna saltuariamente nel corso di laurea magistrale Master in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) dell’Università di Bologna, sede di Forlì.

AAEAAQAAAAAAAAYmAAAAJDgzMmMwZDlkLTU3ZTUtNDljNy1iODM3LTE1MDQ2NmU1ZDdhZg MIREES

2. Ricerca interdisciplinare e studi sull’Europa orientale (MIREES)

Il Master internazionale delle ricerche e studi interdisciplinari dell’Europa Orientale (MIREES) è un secondo ciclo di laurea triennale (120 ECTS), conseguito dalla Facoltà di Scienze Politiche-Forlì presso l’Università di Bologna in collaborazione con le seguenti università partner: Vytautas Magnus University di Kaunas e Università di Stato di San Pietroburgo.

MIREES è un programma innovativo di laurea, insegnato interamente in inglese, unico in Italia e in Europa, dedicato agli studenti che hanno una laurea in Economia, Politica, Relazioni Internazionali, Storia, Studi Agricoli o Culturali in generale e ora vorrebbero acquisire una Una conoscenza approfondita e approfondita dei paesi post-socialisti in transizione, i nuovi Stati membri dell’UE dopo gli ingrandimenti del 2004 e del 2007, nonché i nuovi paesi dell’Europa orientale.
MIREES combina un approccio accademico con la formazione professionale, forgiando potenziali consulenti, analisti e manager come esperti di area per agenzie internazionali, pubbliche amministrazioni, aziende private e pubbliche e ONG, offrendo una solida base per ulteriori studi accademici a livello di dottorato .

Il programma di laurea è adatto per gli studenti con un BA in Economia, Politica, Relazioni Internazionali, Storia, Lingue e studi culturali in generale, nonché per i futuri studenti di PhD. È destinato a formare analisti, esperti di zona, consulenti e mediatori per soddisfare le esigenze degli istituti di ricerca, della Commissione europea, delle agenzie internazionali, delle organizzazioni di volontariato e delle ONG, della pubblica amministrazione, dei dirigenti, delle imprese e delle banche attive nella regione del Mar Baltico, orientale L’Europa centrale ei Balcani.

Le ricerche interdisciplinari e gli studi sull’Europa dell’Est (MIREES) si basano su (1) una Facoltà internazionale (fornita da partenariato); (2) un ambiente internazionale degli studenti (fornito da un’iscrizione a studenti di livello internazionale); (3) la mobilità obbligatoria degli studenti all’interno del partenariato; (4) una forte componente di ricerca; (5) linguistiche; (6) interdisciplinarietà; (7) una metodologia ampia ed intensa volta a incoraggiare la partecipazione attiva e fornire competenze organizzative, analitiche, multifunzionali e culturali e di empatia verso lo spazio geopolitico della specializzazione.

Località
Forlì, FC

Sito Web
http://www.mirees.unibo.it

1173.- Il neo-razzismo e la falsa idea dello “scontro di civiltà”

Живопись_Сандро-Боттичелли_Рождение-Венеры-около-1485
La Nascita di Venere è un dipinto a tempera su tela di lino di Sandro Botticelli, databile al 1482-1485 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera d’arte è attualmente conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Nel 1996 veniva dato alle stampe “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” del politologo statunitense Samuel P. Huntington. Un libro destinato a produrre alcune delle più resistenti categorie interpretative della nostra epoca al punto che il suo titolo, così capace di restituire una chiara visione del mondo, è presto diventato formula usata e abusata anche al di fuori dell’ambito accademico, diventando infine slogan invalso nel discorso pubblico e politico. Lo “scontro di civiltà” sembra infatti un concetto capace di descrivere la complessità del nostro tempo: l’estremismo islamico, le guerre “di faglia” in Ucraina o in Siria, i fenomeni migratori, le rinnovate ambizioni delle potenze mondiali, tutto questo sembra potersi riassumere nella formula dello “scontro di civiltà”. Anche a questa capacità sintetica si deve il successo editoriale del volume di Huntington.

E poco conta che la teoria dello “scontro di civiltà” fosse utile a ratificare e giustificare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti durante e dopo gli anni Novanta: il testo di Huntington è rapidamente diventato bussola per coloro che cercavano una spiegazione, una chiave di lettura, del mondo globalizzato. Un libro “sacro” che, però, produce una visione distorta della realtà. Huntigton, infatti, deriva la propria idea del mondo dal concetto di cultura. La diversità culturale – sostiene il politologo americano – e i luoghi dove questa diversità si incontra, generano conflitto. L’altro, quindi, è portatore di conflittualità. Una concezione che predispone allo scontro. In altre parole il testo di Huntington produce codici e rappresentazioni dell’alterità funzionali a un progetto conflittuale – ovvero il progetto di “nuovo ordine mondiale” a stelle e strisce. Si tratta quindi di una rappresentazione che alimenta stereotipi in cui gli altridiventano di solito “barbari” o “selvaggi”. A suffragio di questa teoria, si individuano così linee di frattura (di “faglia”, le definisce l’autore), di disaccordo, di incommensurabilità tra i “nostri” modi di vivere e quelli degli altri.

Creata un’alterità negativa, la rappresentazione dell’altro subirà giocoforza l’effetto di stereotipi in cui la diversità diventa oggetto di stigmatizzazione, di rifiuto, di odio. La strada verso il razzismoè spianata. Non s’intende qui affermare che il testo di Huntington promuova il razzismo, si sottolinea piuttosto come certe impostazioni concettuali – alimentate da testi come quello citato – producano una visione del mondo in cui le diverse culture sono viste come antitetiche, irriducibilmente diverse e di impossibile convivenza: conflitti, differenze, interessi, tutto si viene a spiegare con la “cultura”. Anche lo scontro di civiltà si deve all’esistenza di differenti culture che tra loro non possono comunicare, in quanto intese come rigide, calcificate in un modello preordinato. Ne deriva la necessità di classificare le culture, creando compartimenti stagni. Ma è accaduto di peggio.

Il concetto “rigido” di cultura ha rafforzato il razzismo presente nella società occidentale, trasformandolo. Non potendo più fondarsi su dati biologici (anche se c’è ancora chi lo fa), il discorso razzistico si avvale oggi dell’idea antropologica di relativismo culturale estremizzandola al punto da sostenere che le culture umane siano tra loro radicalmente diverse, incommensurabili e incomunicanti. Su altri versanti la cultura è spesso invocata per rivendicare un proprio diritto alla differenza, ma anche per affermare la propria supposta superiorità nei confronti di altri. In slogan come “aiutiamoli a casa loro” c’è il riconoscimento dell’altrui cultura ma ciò è funzionale al rifiuto di quella cultura stessa. Ancora Huntington, nel 2000, ha curato un libro dal titolo Culture Matters, (“Questione di cultura”) la cui tesi di fondo è che i divari e gli squilibri socio-economici tra differenti regioni del pianeta sono il prodotto di eredità e disposizioni culturali. Quindi, il mancato sviluppo economico, si deve a una “arretratezza culturale”: il discorso biologico non c’è più, è vero, ma il razzismo permane.

Questo neo-razzismo è largamente diffuso nella società e si esprime attraverso impliciti e non più con evidenti richiami biologici alla superiorità della razza. Tuttavia, proprio nel suo essere sotterraneo, il “neo-razzismo” si mimetizza, facendosi invisibile benché assai presente nel discorso pubblico occidentale. L’ascesa dei nuovi nazionalismi europei, che sovente usano i temi culturali per le proprie retoriche sulla “tradizione” e l’autenticità, si alimenta di questo sentimento coperto dall’uso di termini all’apparenza positivi, come cultura, etnia, relativismo, ma che possono essere usati come strumento per costruire una società discriminatoria. Anche il termine “multiculturalismo“, che traduce un’idea di società in cui le diverse culture convivono, giustapponendosi le une alle altre, nega implicitamente l’idea che le culture possano ibridarsi.

L’ibridazione è forse l’unica risposta possibile agli Huntington e al neo-razzismo. Riconoscere cioè che da sempre le culture si incontrano, si guardano magari con sospetto, entrano in conflitto, scambiano, dialogano, imparano le une dalle altre influenzandosi a vicenda. Le culture, nella storia umana, non si sono solo “irrimediabilmente scontrate”. In ciascuno di noi è presente una parte dell’altro: non esiste cultura immutata e autentica, originale e pura. Basterebbe forse essere consapevoli di questo a disinnescare ogni nuova forma di razzismo.

2013-09-07-169-300x200-1-150x150  Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E’ stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E’ autore di “Congo, maschere per una guerra”, Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di “Revolyutsiya – La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile” (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

1171.- La procura di Trapani indaga su operatori Ong per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma il governo tace.

Immigration: ship frigate Espero patrol Mediterranean Sea

Trapani, 10 mag. – La procura di Trapani ha aperto un’inchiesta sull’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che coinvolge alcuni uomini di altrettante ong. Lo fa sapere davanti alla commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio, specificando che non sono le ong in quanto tali a essere messe sul banco degli imputati, ma alcuni dei loro uomini.

“Ci risulta – ha spiegato Cartosio – che le ong hanno fatto qualche intervento di salvataggio in mare anche senza informare la nostra Guardia costiera”. Non ha voluto aggiungere molto altro, il procuratore, che era protetto dal segreto istruttorio. Ha tuttavia specificato che “la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

I soggetti a bordo delle navi, quindi gli operatori delle ong, sono quindi evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti “e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento”, spiega Cartosio. Il procuratore però ha specificato che la legge italiana sebbene riconosca che il comportamento delle navi possa favorire il reato di immigrazione clandestina, non ne prevede la punibilità perché “se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto”.

ONG  tedesca: “Non vogliamo poliziotti italiani a bordo”

Cartosio vuole escludere che le Ong abbiano finalità diverse da quelle umanitarie e non ipotizza che dette organizzazioni ricevano finanziamenti illeciti. Tuttavia l’inchiesta rimane aperta, sotto il massimo riserbo al momento. In merito poi alle dichiarazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza, Cartosio conferma: “Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell’accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate”.

 

1169.- GLI 007: «FUNZIONARI LIBICI FAVORISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI»

Il traffico di esseri umani in Libia sfrutta la corruzione endemica di quel Paese e, perché no? dell’Italia.

C_ddpdqXgAEFqrF

Pranzo in Libia oggi per l’ONG Sea Watch2.

Valentino Di Giacomo per “il Messaggero”

I libici favoriscono il traffico di migranti

  1. Sono tre i principali gruppi di trafficanti di esseri umani attivi in Libia nel mirino degli 007 europei. Gruppi che riescono ad alimentare il flusso di migranti verso le nostre coste con la complicità della Guardia costiera del governo di Tripoli. Secondo fonti dell’intelligence austriaca, sarebbero queste connivenze, più che l’attività svolta in mare dalle navi delle ong, ad aver agevolato il recente flusso di sbarchi.

barconi in partenza da Sabratah

barconi in partenza da Sabratah

I contatti tra le Ong e gli scafisti, più volte documentati dalla Marina e dalle maggiori agenzie di sicurezza europee, è un fenomeno che è esistito, ma che, in base alle informazioni, avrebbe un impatto sulla quantità di sbarchi significativamente inferiore rispetto ai loschi rapporti imbastiti, sulla terraferma, tra scafisti e guardie libiche compiacenti.

LE ORGANIZZAZIONI

Un rapporto dell’Hna una delle tre agenzie d’intelligence austriache fa luce proprio sull’enorme giro di danaro tra i mercanti di uomini e i delegati del governo di Tripoli che, teoricamente, sarebbero preposti a tenere sotto controllo il flusso migratorio in partenza dalle coste nordafricane.

A Sabratah, la città a 80 chilometri a Ovest di Tripoli da cui salpano gran parte dei barconi, il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, che opera sotto il ministero degli Interni del provvisorio governo Sarraj, appartiene a una potente tribù. È l’uomo che decide, in accordo con i trafficanti sotto un adeguato compenso, chi e quando deve partire. Secondo il rapporto, in questa città esistono due potenti organizzazioni che gestiscono il business dei migranti, la prima fa capo ad Ahmed Dabbashi, che nel 2011 si contraddistinse nella lotta all’ex regime di Gheddafi.

migranti in attesa di imbarco

migranti in attesa di imbarco

Grazie alla notorietà acquisita in battaglia Dabbashi ha messo in piedi una delle più potenti milizie locali che depreda e schiavizza i migranti prima di lasciarli partire sempre più spesso in accordo con i delegati libici verso l’Italia. L’altra organizzazione, specializzata nel business dei barconi, è gestita da Mussab Abu Ghrein, che si occupa prevalentemente di sudanesi e altri migranti subsahariani. Per i propri traffici Ghrein ha sfruttato invece i saldi rapporti di sangue tra la propria tribù d’appartenenza e quelle al confine con il Niger.

LA CORRUZIONE

Un giro di affari e connivenze, documentato da informative d’intelligence di più Paesi europei, mostra come i controllori (i delegati del governo) e i controllati (i trafficanti) anziché essere in conflitto, siano riusciti ad alimentare un sistema economico ben strutturato.

Libia Guardia Costiera

Libia Guardia Costiera

È lo stesso fenomeno che avviene a trenta chilometri a Est di Sabratah, nella città di Ez Zauia dove si trova un altro hub del Mediterraneo. Anche qui i delegati del governo, che dovrebbero controllare la frontiera occidentale, fanno affari d’oro con i trafficanti e, quando invece non riescono a giungere ad un accordo, passano alle maniere forti. A Ez Zuia le organizzazioni degli scafisti sono costretti a pagare tangenti ai capi della marina libica, altrimenti, una volta partiti i barconi, gli uomini del governo fermano in mare le imbarcazioni e molto spesso si impossessano dei motori per poi rivenderli al mercato nero.

migranti 3

migranti 

Qui il capo dei trafficanti si chiama Abdurhaman Milad, da tutti conosciuto come «al-Bija» che ha parentele con chi gestisce il centro di detenzione per migranti della città. La «prigione degli stranieri», aperta lo scorso anno, è gestita dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. A Ez Zuia la situazione è ancora più paradossale: oltre al centro dei Nasser, c’era un altro campo dove venivano rinchiusi i migranti, quello di Abu Aissa sotto la diretta gestione del governo di Tripoli.

Ma gli uomini delle milizie di Nasser, grazie a continui raid armati di kalashnikov, hanno provocato la chiusura della struttura di Abu Aissa per accaparrarsi più migranti. E si ricorre a sparatorie ed esecuzioni anche tra le due potenti organizzazioni di Sabratah e quella di Ez Zuia che sono spesso in conflitto tra di loro su chi deve avere il controllo delle partenze. Il predominio viene risolto attraverso regolamenti di conti proprio come avviene tra clan della camorra o della mafia.

I VIAGGI

migranti 2

migranti

 

il dossier austriaco spiega che la maggior parte dei migranti arriva dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Somalia e dall’Eritrea. I disperati fuggono da guerre e carestie affrontando ogni genere di sopruso pur di arrivare in Libia e poi giungere in Europa attraverso i barconi. I migranti sono motivati ad arrivare in Libia perché, prima della caduta del regime di Gheddafi, il Paese nordafricano era considerato uno Stato ricco e con buone possibilità per reperire mezzi di sostentamento da procurarsi prima di navigare verso l’Italia.

2. PM TRAPANI: ONG INDAGATE PER FAVOREGGIAMENTO ALL’IMMIGRAZIONE

Alessandra Ziniti per la Repubblica

“Alla Procura di Trapani risulta che in qualche caso navi delle Ong hanno effettuato operazioni di soccorso senza informare la centrale della Guardia costiera”. Davanti ai componenti della commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio da risposte secche e dirette pur non scendendo in alcun particolare dell’inchiesta aperta dalla sua procura sull’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina  – ha precisato ” che coinvolgono non le Ong come tali ma persone fisiche delle Ong”.

ONG MIGRANTI2ONG migranti

Il procuratore si è trincerato dietro il segreto istruttorio sul contenuto della sua indagine specificando solo che “la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Soggetti a bordo delle navi sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti.

Andrea Tarondo

Andrea Tarondo

 

“Ma – ha anche osservato il procuratore di Trapani – la risposta a questo quesito deve arrivare tenendo conto della legislazione italiana che prevede una causa di giustificazione. Se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto. Insomma, per la legislazione italiana si potrebbe dire che viene commesso il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina ma non è punibile perché commesso per salvare una vita umana”

zuccaro

Zuccaro

Il sostituto procuratore Andrea Tarondo ha poi riferito un recentissimo episodio che proverebbe il doppio gioco delle forze di polizia libiche. Due migranti algerini arrivati a Trapani il 28 marzo scorso hanno raccontato di essere saliti su un gommone in Libia scortati da un altro gommone con a bordo uomini in divisa con la scritta polizia. Dopo alcune miglia una nave della polizia libica avrebbe fermato le due barche sparando e ci sarebbe stata una lite in mare tra le due unita libiche. Probabilmente la nave che aveva fermato il gommone chiedeva soldi per lasciar passare i migranti scortati da un altro gommone della polizia evidentemente d’accordo con i trafficanti.

centri di accoglienza 8

centri di accoglienza 

Il procuratore Cartosio ha quindi sottolineato che la sua indagine non ipotizza affatto comportamenti che possano far pensare a reati di associazione per delinquere e dunque non di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

A conclusione della sua audizione il procuratore di Trapani ha escluso di avere elementi per dire che i finanziamenti delle Ong possano avere origini illegittime è che le finalità dei soccorsi in mare delle navi umanitarie possano avere obiettivi diversi. Cartosio ha invece confermato le affermazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza. “Qui – ha detto – la cosa è ben diversa. Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell’accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate”.