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1466.- La Cina cambia ancora e in queste ore sta decidendo il nostro destino

La Cina è la nostra grande opportunità e non deve essere un avversario.
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È iniziato il Congresso del Partito comunista cinese

È l’appuntamento più importante della politica in Cina, si tiene ogni cinque anni e potrebbe portare alla consacrazione dello strapotere del presidente Xi Jinping.

A differenza dei suoi predecessori Xi Jinpin vuole rimanere segretario del Partito Comunista cinese oltre i dieci anni canonici. Finora ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma ha reso il partito più omogeneo e più giovane. Il futuro di Europa e Italia dipende dalle sue scelte

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Nel suo discorso di apertura, questa mattina, Xi, ha detto: «Attualmente le condizioni interne ed esterne stanno subendo cambiamenti profondi e complicati. Il nostro paese sta attraversando un importante periodo di opportunità strategiche nel suo sviluppo. La prospettiva è estremamente luminosa; le sfide sono anche estremamente difficili». Xi ha fatto riferimento alle tensioni sociali determinate da profonde ineguaglianze economiche, ai problemi dell’inquinamento, dell’accesso al sistema sanitario ed educativo. Il principale obbiettivo di Xi è stata la corruzione.

Xi Jinpin ha aperto oggi il del congresso del Partito Comunista Cinese. A differenza dei passati leaders, che pare si siano voluti alternare con mandati di 10 anni ciascuno (5+5), questa volta la leadership di Mr. Xi sembra voglia estendere le propria influenza oltre il suo periodo predestinato. Con la sua leadership sembrerebbe che l’alternanza tra le varie correnti sia destinata a cessare, origine di coperture reciproche e di corruzione. L’alternanza era una regola non scritta per evitare che una sola fazione potesse controllare il paese per troppo tempo.

L’azione di Xi è stata fin qui devastante, ha combattuto ferocemente la corruzione e il malgoverno, arrivando persino a mettere in prigione quasi un terzo dei generali dell’esercito cinese del People Liberation Army accusati di corruzione ed incapacità. Non ha avuto riguardo per nessuno, neanche del suo possibile pre designato successore Mr. Zhengcai, segretario del Partito Comunista di ChongQing città, che è stato dimesso e accusato di corruzione e di deviazione dalle regole del partito. Xi ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma rendendo così il partito più omogeneo e portando forze più giovani in front line. Mai visti così tanti 40enni al vertice dell’esercito!

Le purghe di Xi hanno colpito persino il figlio del passato presidente, Mr. Jiang Zhemin, quindi lui non si è fermato neanche davanti al suo principale mèntore. L’obiettivo di dell’attuale leadership è quella di calmare le turbolenze sociali che stavano per scoppiare contro la corruzione dilagante e l’ingiustizia sociale. Il Presidente Xi ha spinto nella direzione di rendere le riforme popolari e per far capire alla gente che ci sarà un futuro migliore anche per i meno fortunati. Da qui l’apertura di questa mattina con ampi riferimenti alla necessità di bilanciare gli scompensi di sviluppo tra zone costiere e quelle più interne.

La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

Il partito vuole stabilità, vuole risolvere i problemi e spingendo le aziende, anche i giganti tecnologici a partecipare al benessere e sviluppo del paese. Lenovo, Alibaba, per esempio, stanno comprando sempre più terreni agricoli per portare la meccanizzazione nell’agricoltura e quindi produrre con più efficienza alimenti. Il cibo e l’acqua saranno un tema caldo per una società che presenta una crescita demografica così importante. Questa la chiamano responsabilità sociale delle imprese che devono sempre guardarsi dietro le spalle per non dimenticarsi le origini e lo sviluppo del paese.

Gli investimenti definiti speculativi sono quindi stati fermati perché non ha senso investire in Europa nel real estate, per esempio, con rendimenti asfittici, del 5%-7%, quando in Cina lo stesso settore rende oltre il 20%. Sono chiaramente visti come investimenti per portare fuori dalla Cina capitali non chiari, e fonte di corruzione. Mentre gli investimenti, definiti strategici, in tecnologie ed aziende sane, da poter far sviluppare in Cina, troveranno sempre terreno fertile ed apertura.

In questi giorni si sta quindi parlando di una Cina che muta, evolve e che guarda al futuro senza dimenticarsi delle classi più povere. Sarà una Cina più aperta, ma ai progetti e alle iniziative che porteranno più sviluppo al paese mentre la corruzione sarà punita sempre più severamente. Questa è una buona notizia anche per le aziende occidentali che potranno competere con quelle locali su basi più corrette e non “drogate” dalla corruzione. In Cina chi sarà in grado di seguire la rivoluzione tecnologica e a portare maggiore valore aggiunto, potrà vincere la sfida e svilupparsi el mercato e non solo in quello Cinese.

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Da ricordare che quello cinese è un mercato impossibile da ignorare, anche se sento parecchi opinion leaders, giornalisti, politici che in Italia, non capendo cosa stia accadendo, la ignorano oppure la denigrano. La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

 

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1434.- ” LA CINA COMPRA L’AFRICA, UN FAR WEST SENZA LIBERTA’ ”

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Strade e ponti in cambio di petrolio. Ospedali in cambio di rame e cobalto. La Cina si sta comprando l’Africa pezzo a pezzo, e lo sta facendo sotto i nostri occhi. Colonizzazione del terzo millennio, la si potrebbe chiamare.

Affamata di materie prime e pronta a cucirsi addosso un nuovo ruolo globale, la Cina si sta proponendo oramai sempre più apertamente come nuova portavoce del mondo in via di sviluppo, riprendendo il filo di quella Conferenza di Bandung che nel 1955 – grazie alla lungimiranza e al genio politico di Zhou Enlai, uno dei veri padri della Repubblica popolare cinese – diede vita al gruppo dei “non allineati”.

Ma, intanto, in quel mondo in via di sviluppo si sta espandendo con una spregiudicatezza notevole. Nel continente nero molto più che altrove. E questo dovrebbe preoccuparci.

C’è, in tutto questo, un doppio beneficio per Pechino. Uno sfogo per il suo flusso di produzioni (dai vestiti ai telefonini) e, quel che più conta, una fonte preziosa e quasi vergine di materie prime e fonti di energia: cibo necessario per un gigante in marcia verso uno sviluppo che, al momento, pare insostenibile. Meno evidenti sono le ricadute positive per l’Africa.

I grattacieli di Luanda, la capitale dell’Angola (il principale partner cinese nel continente), testimoniano la concretezza degli aiuti di Pechino. Ma vale la pena avere uno stadio in più, sapendo che le merci a basso costo che inondano il paese soffocano le produzioni locali? Vale la pena farsi costruire una strada nel deserto, per prosciugare le proprie miniere e a beneficio di un’economia straniera?

Se lo è chiesto, di recente, anche Angelo Ferrari, giornalista dell’Agenzia Italia, nel suo Africa gialla: un viaggio in Angola, paese uscito da vent’anni di guerra civile per imboccare la strada di questa nuova e più subdola forma di sfruttamento. Un racconto a tratti da incubo, fra bambini minatori che grattano il cobalto a mani nude, città in cui a dividere i pochi ricchi dalla miseria c’è un abisso ogni giorno più profondo, e detenuti cinesi esportati come operai non pagati e poi lasciati lì, con una nuova casa e un po’ di terra regalata dalle autorità.

C’è un termine sempre più usato per definire questo nuovo personaggio della storia contemporanea: Cinafrica. Ed è anche il titolo di un libro, un reportage di Serge Michel e Michel Beuret che, accompagnati dal fotografo Paolo Woods, hanno percorso quindici paesi di questo “Far west del ventunesimo secolo”. È la testimonianza di un’ epopea il cui epilogo pare essere, sempre e comunque, quello della povertà, per chi proviene dalle remote campagne cinesi come per chi abita le bidonville di qualche metropoli africana. Il racconto di una frontiera che non ha nessuna libertà da regalare.

 

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Due anni fa il presidente cinese Hu Jintao si avventurò in un gran tour africano. Doveva essere un trionfo, un viaggio per raccogliere gli applausi di un continente grato. Dopo essere passato in Sudan firmando fascicoli di accordi e tacendo sugli orrori che si consumavano in Darfur, ad attenderlo in Zambia trovò, più che gli applausi, fischi e proteste: per i lavoratori senza garanzie di sicurezza (decine e decine di morti), per i sindacati disciolti, per gli spari su chi chiedeva qualcosa in più di due dollari al giorno (“non ci considerano neanche esseri umani”, disse uno di loro, subito messo a tacere).

Pochi mesi prima, nelle fastose sale della Città proibita, era stato organizzato un elefantiaco vertice con i leader di tutti i paesi africani: per Pechino, un modo simbolico (e pienamente cinese, dunque) di mostrare al mondo il nuovo ruolo di grande sponsor dell’Africa. E di grande compratore.

Ecco, tutto questo dovrebbe preoccuparci. Non solo per motivi strategici e geopolitici, perché l’Africa ce l’abbiamo di fronte. Non solo per evidenti ragioni commerciali ed economiche. Ma per un altro aspetto, forse ancora più drammatico. Il fatto è che ai cinesi del futuro dell’Africa non interessa nulla, fondamentalmente. I diritti umani sono un intralcio in patria, figuriamoci in un altro continente. E allora con i tiranni si fanno affari, senza problemi di sorta, vanificando il pur minimo effetto delle (troppo flebili) voci che da Occidente talvolta si alzano contro i tiranni grandi e piccoli, da Mugabe ad Al Bashir, che ancora infestano l’Africa.

Chi difende Pechino, accusa l’Europa e l’America di “ipocrisia”, rispolvera le tragedie del colonialismo e sottolinea le colpe del capitalismo, del mercatismo e della globalizzazione. Non è un argomento convincente. La Cina è molto peggio, e gli africani probabilmente lo hanno capito più di noi.

editoriale di Federico Brusadelli

1424.-RUSSIA: La crisi nordcoreana secondo Mosca

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La situazione mondiale ha i suoi equilibri, necessari alla finanza e malgrado la crisi degli Stati sovrani e delle loro alleanze. Un equilibrio d’importanza fondamentale per l’Asia è dato dalla divisione fra le due Coree, utile e necessaria alla Cina e al suo piano di espansione a Ovest, non meno che all’India; non solo, ma attraverso le interessenze della Cina negli USA e la loro decadenza, anche a questi ultimi. Appare evidente che la potenzialità delle due Coree unite creerebbe un gigante economico contro il quale la stessa Cina potrebbe difficilmente competere. Non stupirà, neppure, che il ras di Pyongyang, Kim Jong trovi anch’egli utile questa strategia della tensione. E’ indubbio, infatti, che difficilmente potrebbe conservare la sua supremazia ed esercitare la sua follia in una grande Corea unita. ecco, dunque, che un missile al mese, un botta e risposta di minacce alla settimana aiutano a mantenere gli equilibri utili sopratutto al mercato globale. Sia Kim Jong sia Trump non si fanno pregare e i missili, un po’ ucraini, un po’ coreani sorvolano il Mar del Giappone, che, per i medesimi motivi, si unisce soddisfatto al coro. Putin, diventato nemico della NATO, ma innocente, ha tutto da guadagnare da un assetto tutto sommato equilibrato e copre politicamente, a sua volta, i missili di Teheran, sua confinante e si giostra con Pyongyang. Un esempio sono state le sanzioni alla Corea del Nord volute da Washington, come piatto forte ormai usuale del paniere diplomatico USA. Benché, per Mosca, le sanzioni non siano da considerarsi una valida alternativa – le sopporta anch’essa facilmente – , tuttavia, due settimane fa, al Consiglio di Sicurezza, la Federazione russa ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. A dimostrazione di questa nostra tesi, le sanzioni sono de facto aggirabili e la contraddittorietà del Cremlino è, in pratica, priva di effetto, almeno quanto le minacce di Washington. L’atteggiamento russo è dunque altalenante in apparenza, ma dettato dalle opportunità e sia la crisi scatenata dai lanci di Pyongyang, sia le minacce di Trump nel suo primo discorso all’ONU e sia i moniti della Cina sono considerati dal Cremlino come le mosse di una partita – e qui condivido l’autore di questo articolo – con opportunità, appunto, tanto maggiori quanto maggiore è la tensione. 
Ora che la vittoria russo-siriana sta ponendo fine a quella guerra, la strategia della tensione sta puntando sulla Corea del Nord e sull’Iran: i nuovi stati canaglia e, qui, si aggiunge, veramente foriero di pericoli il timore di Israele di vedere, non solo annullati i suoi piani di dominio sul Medio Oriente, ma anche le sue frontiere messe in pericolo, sopratutto, dagli Hezbollah. L’assassinio di Valeri Asapov non può bastare. Insomma, prestiamo orecchio a tutti, ma teniamo gli occhi puntati sugli Sciiti e su Tel Aviv. Mario Donnini
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 Pyongyang North Korea Vintage Architecture Photo Essay by Raphael Olivier
Leggiamo cosa scrive 

La frenesia missilistica di Kim Jong-un spadroneggia nei media italiani. Il contesto è ben noto, ma la sua portata si è recentemente aggravata. In un crescendo di ostilità, la Corea del Nord si è spinta fino a sorvolare con i propri missili la giapponese isola di Hokkaido. Per ben due volte Tokyo e il mondo hanno temuto che le minacce sinora paventate da Kim potessero infine tradursi in realtà.

Tutti i principali attori internazionali sono intervenuti in merito alla questione. Nonostante l’iniziale reticenza al rilascio di dichiarazioni, anche la Russia di Putin si è resa sempre più presente sulla scena. Le scelte di Mosca, tuttavia, sembrano comporre un quadro d’azione contraddittorio – o almeno così pare in superficie.

Le fasi alterne del comportamento russo

Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha condannato i lanci missilistici nordcoreani, definendoli una violazione sia del diritto internazionale, sia di diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alla stesso tempo, però, Mosca prende le distanze anche dalla linea statunitense. Secondo Putin, la “retorica insultante” e le pressioni militari di Washington non porteranno ad altro che al fallimento dei tentativi di riconciliazione, precipitando le ostilità in guerra.

Se qualsiasi intervento militare è da escludersi, le sanzioni non sono però da considerarsi una valida alternativa per Mosca. Nonostante siano state in vigore per lungo tempo, pare che esse non abbiano ridimensionato in alcun modo le velleità di Pyongyang. Come ha dichiarato Putin a latere dell’ultima conferenza dei paesi BRICS, i nordcoreani “mangeranno erba ma non fermeranno il proprio programma [nucleare] finché non si sentiranno al sicuro”. Certamente, il parere russo non è disinteressato: oltre ad essere essa stessa vittima di sanzioni, Mosca intrattiene consistenti relazioni commerciali con Pyongyang. Ma il volume di queste ultime non è tale da costituire il centro degli interessi russi nella crisi nordcoreana.

Se le sanzioni sono ritenute inutili, ci si potrebbe allora aspettare che la Russia osteggi qualsiasi nuova risoluzione che ne imponga di nuove. Sbagliato. L’11 settembre scorso, infatti, il rappresentante della Federazione russa al Consiglio di Sicurezza ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. Sanzioni da molti considerate cosmetiche e de facto aggirabili, ma pur sempre in contrasto con la retorica dispiegata in precedenza da Mosca.

L’altalenante atteggiamento russo è infine guarnito da proposte poco credibili elaborate con Pechino circa la soluzione della crisi, da dubbie rivendicazioni riguardo allo stato dei diritti umani in Corea del Nord e frecciatine agli Stati Uniti mascherate da ponderate interpretazioni delle azioni di Kim come applicazione della “lezione imparata” dall’Iraq di Saddam – schiacciato da Washington perché privo di garanzie nucleari.

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Un solo obiettivo: prestigio

Tuttavia, l’incostante tattica politica moscovita non è da confondersi con la mancanza di un disegno strategico. Anzi, tutt’al contrario, essa è riconducibile ad una visione di lungo periodo che ruota intorno a un obiettivo ben preciso. In questo caso come in altri (in Siria, ad esempio), l’obiettivo per Mosca è quello di “esserci” e contare al tavolo negoziale.

In tal senso, non è la risoluzione della crisi nordcoreana a muovere l’agenda del Cremlino, quanto piuttosto la partecipazione alla sua risoluzione. Tramite una tattica d’azione coerente nella sua flessibilità – capace di mutare in base alle sfumature assunte di volta in volta dalla situazione e alle possibili contromosse altrui – la Russia si propone come interlocutore indispensabile. In questo modo, Mosca appare non tanto come colei con la quale si possa risolvere una crisi, ma come attore senza il quale non è affatto possibile raggiungere una soluzione.

La “strategia della presenza” della Federazione russa è insomma tesa a convertire la presenza al tavolo negoziale (nordcoreano) in benefici sul piano del prestigio internazionale, a loro volta reindirizzabili a vantaggio di Mosca in contesti anche molto diversi – in base al principio del do ut des.

Invece che un bacino di rischi sempre maggiori, la crisi scatenata da Pyongyang è considerata dal Cremlino come una sede di grandi opportunità – tanto maggiori quanto maggiore la tensione. E’ per tale ragione che potremo aspettarci anche in futuro un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte di Mosca. Utilizzando una locuzione recentemente impiegata dal professor Carlo Pelanda, le scelte russe sono da ricondursi ad un “realismo pragmatico” che mira a rimandare i rischi della crisi nel tempo – non risolverli. Tanto più essi permarranno, infatti, tanto più la Russia riuscirà a sfruttarli come fonti di accrescimento della propria statura politica internazionale.

Questo studioso di East Journal è un esempio di cosa potrebbero e possano fare i giovani italiani. Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l’Ambasciata d’Italia a Tallinn e ricercatore presso l’Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese, russo. Ricordo che in Albania gli uffici pubblici e privati erano mandati avanti dalle ragazze e che parlavano tutte più lingue, imparandole dai programmi televisivi europei. Almeno per le lingue: Chi vale vuole, chi non vuole non vale!

1281.- LA CINA INTANTO DIVENTA GRANDE POTENZA NAVALE

Già nel 2000 lessi che l’US NAVY prevedeva di essere sorpassata dalle forze navali della Repubblica Popolare cinese nel 2025 e, da tempo, andiamo affermando che questa Unione europea non soddisfa al compito di favorire la nascita di un Nuovo Occidente, dall’Alaska all’Alaska, ponendosi come fattore di equilibrio fra Russia e Stati Uniti; ma il problema ha una sua radice più lontana nella politica neocon, che Trump e Putin dovrebbero superare, se vogliono potersi confrontare, con qualche probabilità di successo, con le potenze asiatiche. Si tratta per noi europei di voler essere ancora protagonisti o mai più e di comprendere che il pericolo è giallo, come diceva qualcuno.

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LPD Tipo 71 “Jianggangshan” delle forze navali della Repubblica Popolare

Mentre Usa ed Ue si accaniscono a contrastare “la minaccia russa”,  e la sua “aggressività”,  cose interessanti avvengono in Cina.

Nei cantieri navali dei cantieri Hudong Zhonghua di Shanghai, sta costruendo un grande mezzo  navale  da sbarco (nel gergo  americano LPD Landing Platform Dock), come rivelato da foto satellitari del febbraio scorso. Scafo prefabbricato, il mezzo – Tipo 075 – sarà il più grande  mezzo anfibio della  Marina Popolare:  con lo stesso dislocamento, sopra le 40 mila tonnellate,   della porta-elicotteri da sbarco americana LHD (Landing Helicopter Dock) d’assalto polivalente –  per confronto, il Mistral francese disloca la metà.

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Contemporaneamente, ha annunciato sotto  forma di indiscrezione di voler quintuplicare  il suo  attuale corpo di fanti di Marina (Marines, truppa  d’assalto e da sbarco) da 20 mila a 100 mila uomini, da 2 a dieci brigate. Ha già raddoppiato le sue Divisioni di Fanteria di Marina Motorizzate (AMID,Air and Marine Interdiction Divisions).  Nello stesso tempo, i comandi dell’esercito (Armata Popolare  di Liberazione) hanno  annunciato  di volere ridurre la loro forza di 300 mila uomini.  Evidentemente Pechino sta dando alla sua potenza militare complessiva un ri-orientamento strategico cruciale, da forza terrestre a potenza navale capace di “proiezione della forza” molto lontano dalle sue coste.

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Nuovi radar e nuovi missili per i cacciatorpediniere Tipo 051

La sua marina militare cresce in volume e capacità offensive.  I cantieri navali sfornano a spron battuto  cacciatorpediniere Tipo 052D (rimodernano i Tipo 051) , fregate Tipo 054, corvette Tipo 0 56; naturalmente è significativa l’aggiunta alla flotta di almeno due  incrociatori lanciamissili DDG  [Guided missile destroyers]  055, di una portaerei di nuova classe interamente fabbricata in Cina,di due portaelicotteri da sbarco  LHD di Tipo 071 che porterà a sei il numero di bastimenti di questa classe  ed a cui si unirà presto il Tipo 075 in costruzione a Shanghai.

Tutta questo potenziamento navale  ha a che fare con il completamento della nuova base strategica che Pechino ha impiantato a Gibuti, nel Corno d’Africa  e  con i sempre  più sostenuti investimenti per il porto di Gwadar in Pakistan:  questo, concepito inizialmente come piattaforma logistica del Corridonio Economico Cina-Pachistan e lo “One  Belt One Road” (la via della seta marinara), sta diventando anche una base militare con il compito di  garantire la sicurezza del commercio marittimo cinese  – e del Pakistan.

Una gigantesca riconversione da terra a mare

E’ interessante notare come   l’avanzamento della Cina nella zona  del Golfo, così rovente, sia stato ottenuto   stringendo accordi mutualmente utili coi diversi  paesi costieri.  A Obock, Gibuti, la sua base  iniziata nel 2016,  Pechino l’ha creata   col dichiarato scopo di partecipare ad operazioni congiunte di lotta alla pirateria somala,   ma anche di proteggere i suoi interessi in Africa dove ha tanto investito. Ora la struttura di Gibuti si sta evolvendo in una base navale capace di sostenere a  lungo, nel tempo e nello spazio,  le brigate di Marines cinesi coi loro mezzi anfibi destinati a proteggere in permanenza   le rotte transitanti per il golfo di Aden,  nonché  di porto per i sottomarini che pattugliano l’Oceano Indiano. La base di Gibuti è vicinissima a quella  americana di Camp Lemonnier, e ad  una  installazione molto più piccolo delle forze navali giapponesi (Japanese Maritime Self Defense Force).  La base serve a proteggere  le vitali importazioni di greggio e gas  della Cina, il 34% delle  quali passa per  il golfo di Aden.  La base navale di Gwadar in Pakistan, oltre che a servire come scalo commerciale, fornisce la centrale d’operazione abbastanza vicina allo stretto  di Ormuz, per cui passano  tante risorse energetiche cinesi, e la cui chiusura per un conflitto o un atto di terrorismo configurerebbe un gravissimo danno per l’economia cinese. Le manovre militari di metà giugno  con la marina iraniana  hanno evidenziato la volontà cinese di collaborare con  le potenze regionali a tenere aperto  il terribile collo di bottiglia dello Stretto, ma beninteso ha mostrato  agli altrui vicini  –  come ha detto l’ammiraglio Shen Hao, comandante della squadra impegnata nelle esercitazioni, che “l’Iran e  la Cina sono due antiche civiltà con una lunga storia di amicizia”.

Sappiamo meglio, se non altro per l’opposizione, proteste  e  le provocazioni americane,  della basi che Pechino sta costruendo nel  Mar della Cina Meridionale e nello stretto di Malacca. Di qui passano 5 trilioni di dollari l’anno del commercio mondiale, di cui buona parte è l’import-export cinese ;  di qui l’interesse cinese di mettere in sicurezza la  zona. E non solo per mantenerla aperta ai traffici navali, ma anche – come dimostra l’eccezionale sistema di fortificazioni che sta costruendo – anche a stabilirvi una “interdizione all’accesso – negazione all’accesso” a difesa avanzata dei suoi territori meridionali.

Tre isolotti,  anzi tre barriere coralline, Mischief Reef, Fiery Cross Reef e Subi Reef, sono diventate basi militari con piste d’aviazione di 2500 e 2700  metri, hangar per gli aerei a prova  di bomba, bunker per le munizioni,  torri di radar avanzate, oltre che alloggi   per il personale. Aerei da combattimento e missili terra-aria HQ9  sono stati dispiegati in  certi periodi  in queste basi. Porti e   base di elicotteri sparsi in altri isolotti o atolli circostanti  alla Cina il modo di affermare la presenza nella regione con una completezza irraggiungibile da qualunque altra potenza regionale, o  dalla potenza internazionale che immaginate.

La Cina rinforza le sue posizioni anche  nelle isole Paracel, contesele dal Vietnam (ci sono stati scontri fra i due paesi  negli anni ’80),  contesa ravvivata dalla scoperta in zona di petrolio. Apparentemente, Pechino  sta attrezzando alcune di queste isole per servire in futuro a basi della guerra anti-sommergibile.

Fatto notevole, benché determinata nell’affermazione   del suo “diritto” ad occupare quegli isolotti contesi, Pechino  ha fatto tentativi diplomatici di calmare le tensioni coi vicini. Cosa che è parzialmente riuscita  con le Filippine, con l’incontro personale fra Xi e Duterte a inizio anno, ed è fallita col Vietnam: il 20 giugno Vietnam e Cina hanno interrotto  le discussioni militari che avrebbero dovuto in qualche modo  appianare la disputa sulle Paracel. La delegazione cinese non ha apprezzato le manovre militari congiunte Vietnam-Usa  ai primi di giugno, né la visita del capo del governo vietnamita in Usa e Giappone.

Resta il fatto che, mentre la superpotenza americana  sa usare contro gli avversari potenziali solo il bastone della minaccia di intervento militare (e la vendita di armi ai  agli “amici”), la Cina  offre ai paesi coinvolti trattati mutualmente  benefici. Lungo tutto il percorso della Via della Seta marittima, Pechino ha diffuso  progetti di infrastrutture commerciali e di trasporto di energia che rendono vantaggioso per i paesi, e per le loro popolazioni, la partecipazione alla Via Marittima,  nei decenni avvenire. A Gwadar,  la Cina ha posizionato anche una flotta della sua marina da guerra, mostrando la volontà di condividere, coi vantaggi economici, anche il fardello della difesa  della rotta.

“Invece di offrire ai paesi la scelta fra il vassallaggio e l’invasione come fanno gli Stati Uniti, o un giuoco di regole economiche restrittive che  avvantaggiano il suo autore come la UE, la Cina offre alle nazioni che collaborano alla sua Via della Seta un posto in tavola” (Brian Kalman, analista militare  navale).

Un’altra fondamentale differenza:  la Cina sta creando la sua potenza  navale in stretto rapporto con la necessità di proteggere il suo gigantesco commercio  per via  marittima.

Cecità europea

Gli Stati Uniti per contro mantengono la flotta da guerra più grande del mondo e della storia,  e tuttavia non hanno praticamente una marina mercantile. Gli Usa hanno fatto la scelta di  subappaltare  il trasporto marittimo ai loro partner e vassalli, e di  dispiegare la sua marina da guerra nelle acque territoriali di detti  vassalli.  Di fatto, la cantieristica americana è quasi inesistente, producono solo piccoli bastimenti per il commercio costiero e le formidabili navi della loro flotta bellica.

Ora, l’ammiraglio americano  Alfred Thayer Mahan (1840-1914), forse il massimo storico  e stratega navale,  aveva scritto:

“La  necessità di  una marina [da guerra] in senso stretto nasce come conseguenza dell’esistenza di un trasporto marittimo  mercantile  di cui bisogna assicurare lo svolgimento pacifico, e scompare con esso – a meno che una nazione abbia tendenze aggressive e  mantenga una flotta potente che non sarà che un ramo  del suo establishment militare” (Alfred Thayer Mahan,  The Influence of Sea Power upon History 1660-1783).

I paesi europei, vassalli, vengono concentrati a  sfidare il “pericolo russo” creato artificialmente, mentre la Russia è un paesetto in confronto alla Cina  –    il suo Pil è un decimo di quello americano – laddove la  Cina è, fra gli avversari che storicamente gli Usa hanno avuto,  il solo che per grandezza e potenza economica gli si avvicina.

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Il varo della nuova portaerei cinese “Shandong”, che affiancherà in mare la Liaoning nel 2020, appare un po’ più grande (tra 65mila e 70 mila tonnellate di dislocamento). Rispetto alla Liaoning, la Shandong ha subito alcune modifiche e miglioramenti. Dispone di un radar più avanzato (Type 346 AESA) di un hangar più grande, potrebbe imbarcare una decina di velivoli in più e costituisce la capoclasse della serie Type 001A che vedrà presto entrare in cantiere un’unità gemella mentre altre 2 portaerei più grandi (Type 004 da 80 mila tonnellate e probabilmente propulsione nucleare) sono in fase realizzazione nell’ambito del programma cinese teso a disporre di 5 portaerei entro il 2030 inclusa la Liaoning.

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La Germania nazista, nel  1943, pesava solo il 26 per cento del Prodotto interno lordo americano. 

 

Il Giappone imperiale, il 13, 5%.

L’URSS, nel 1980, pesava il 40,4  per cento.

 

La Cina vale il 59, 4 per cento del Pil americano  (2014).

 

Ciò significa che in caso di guerra, per la prima, volta, la vittoria americana non è affatto assicurata. Gli è piaciuto vincere facile, ma ora… Ora,  le nazioni europee sono in posizione di beneficiare delle vie della Seta che la Cina sta costruendo, e non hanno la forza militare per minacciarla.  Forse conviene lasciare soli gli Usa a fare la loro guerra finale.

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Maurizio Blondet, 8 luglio 2017

1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

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Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

HIMARS Aamericani ad Al Tanf

Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

IRAN-NAVI

Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.

1202.- La Nuova Via della Seta entra nella fase operativa.

L’Agenzia Sputnik lancia questo messaggio e lo rivolge anche ai paesi del Mediterraneo, ma dimentica che il prossimo “Mediterraneo” sarà il Mare non più glaciale Artico. L’Occidente, purtroppo, ha ancora un atteggiamento troppo miope rispetto al BRI, come confermano le decisioni americana, inglese, francese, tedesca e anche indiana, di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Leggiamo le linee strategiche della politica cinese, che traduco in “Avanti a 360°”.

DAhNNB5XsAASsaD.jpg-largeLa conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chiamata anche “Belt and Road Initiative” (BRI), tenutasi recentemente a Pechino inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sull’intero pianeta.

Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo, tra cui anche il nostro presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni.

In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.

Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il “progetto del secolo”, ha fatto appello alla cooperazione produttiva internazionale, in quanto “le industrie sono il fondamento dell’economia”. Una maggiore cooperazione internazionale vuol dire migliorare la governance globale.

Ben consapevole del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha detto che “la finanza è la linfa dell’economia moderna. Servono una finanza stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversificato e una forte cooperazione tra governi e capitale privato.” Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.

Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. “Quanto proposto è estremamente necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno”, ha detto. “Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto BRI ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati”.Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.

L’Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al BRI, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l’India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan  e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.

La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di infrastrutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Intanto si collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l’Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Europa orientale e infine l’Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l’Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.Il BRI è quindi un’iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo.

E’ il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) di più recente costituzione.

La bandiera della Cina
© REUTERS/ KIM KYUNG-HOON

E’ importante notare che con il BRI la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell’Unione europea, anche quelli più piccoli dell’Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Con i primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l’Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell’Europa!Il BRI apre all’Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.

E’ noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con investimenti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale strategico. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferrovie fin dentro ai porti. E’ opportuno ricordare che i porti di Genova, Venezia e Trieste giò “arrivano” direttamente al centro dell’Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo.

Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni.

1196.- La lunga marcia verso l’Africa e il fattore CPEC nei rapporti cino-indiani

Mentre la dittatura tecnocratica finanziaria tiene al palo l’Occidente e mentre gli Stati europei continuano a combattere, se pure con armi diverse, per il dominio del continente, la Cina si propone come potenza a livello mondiale, da un lato, confrontandosi con gli Stati Uniti nel Mare Cinese meridionale, nell’Artide e in Groenlandia; da un altro lato rafforzando le basi del suo predominio nell’Est asiatico, sia, stavolta, collaborando con gli Stati Uniti nel tenere in posizione di sudditanza e, perciò, divise le due Coree e sia creando i presupposti della propria leadership sull’India, sopratutto, attraverso l’alleanza con il Pakistan. Tutto ciò, mentre continua nella sua marcia alla conquista del continente africano e delle sue materie prime. E siamo alle porte dell’Iran. Ed eccoci a Vladimir Terekhov, esperto sui problemi della regione Asia-Pacifico, che in esclusiva per la rivista online ‘New Eastern Outlook ha analizzato i risvolti del progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Leggendolo, comprendiamo meglio quanto sia stata danneggiata la Nazione e l’economia italiana dal governo Renzi e quali interessi abbia soddisfatto con la vendita alla giapponese Hitachi della secolare Breda treni (fu fondata da Cavour), con il progettato corridoio Berlino – Pechino nel suo portafoglio ordini.

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L’ambizioso progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), ripetutamente discusso qui, arriva gradualmente al centro delle tese relazioni tra i giganti asiatici Cina e India. Va ricordato che si tratta della costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali per circa 3000 km attraverso il Pakistan, collegando le province della Cina occidentale con il Mar Arabico. È inutile dire che tali collegamenti daranno risalto a varie infrastrutture minori che dovranno essere costruite per sostenere il CPEC. Tali progetti, in cui trasporti e impianti industriali saranno costruiti con uno scopo specifico, vengono spesso definiti “corridoi infrastrutturali industriali”. Strutture economiche simili sono ora create in India. Di queste, la più impressionante è il corridoio Delhi-Mumbai di quasi 2000 km. Questi progetti spesso consentono agli Stati di risolvere il problema dello sviluppo economico di territori lontani, soprattutto quando non rientrano nel cosiddetto “mondo occidentale”. A tal proposito, è ovvio che per Islamabad le intenzioni di Pechino di assegnare 46 miliardi di dollari all’attuazione del CPEC possano diventare cruciali. Tuttavia, offrendo questo progetto al Pakistan, la Cina non s’impegna nella mera beneficenza, ma risolve uno dei propri obiettivi strategici fondamentali, imposti dalla necessità di accedere in modo affidabile al Golfo Persico e alle coste orientali dell’Africa, bypassando il vulnerabile Stretto di Malacca. E sebbene Pechino sottolinei in ogni modo la natura puramente economica del CPEC, sembra certo che rafforzi ulteriormente i rapporti tra Cina e Pakistan.
La stessa natura del CPEC è destinata a provocare sentimenti negativi in India, pure rafforzati dal fatto che metà del futuro “corridoio” attraverserà le unità amministrative del Pakistan che appartenevano al Kashmir. Come risultato delle numerose guerre indo-pakistane, l’ex-principato oggi è diviso a metà con le parti che sostengono la piena proprietà del territorio precedente. In India, a quanto pare, si crede che il futuro “corridoio” sarà protetto non solo dai pakistani ma anche dalle truppe cinesi. Ciò renderà la prospettiva di un ipotetico “ricongiungimento” del Kashmir sotto controllo indiano, un sogno. Pertanto, Nuova Delhi era riluttante ad accettare qualsiasi appello di Islamabad e Pechino a “scartare qualsiasi ostilità” aderendo al progetto CPEC. Inoltre, i generali indiani parlano apertamente della prospettiva di una “guerra su due fronti”. Ad esempio, l’annuncio dell’ex-capo dell’esercito indiano, Generale Bipin Rawat, dell’8 gennaio. I commenti sui media indiani su questa affermazione hanno due punti interessanti. Primo, sarebbe stata provocata dall’attuazione del progetto CPEC, nonché dalla costruzione di infrastrutture nel Tibet cinese, adiacente al confine con l’India. Fu anche menzionato lo sviluppo delle relazioni di Pechino con Bangladesh, Nepal e Bhutan. Si ritiene che l’India possa puntare sui missili a testata nucleare Agni-V (attualmente testati), così come sui corpi dei cacciatori di montagna di circa 100000 effettivi, in risposta, se la guerra su “due fronti” iniziasse mai. Ciononostante, un mese fa il Generale Bipin Rawat ammise apertamente che le truppe indiane non possono rispondere adeguatamente a tale minaccia, mentre, allo stesso tempo, ora ricevono sufficienti finanziamenti per poter condurre una guerra su due fronti. Ecco perché Bipin Rawat è convinto della necessità urgente di formare alleanze con Paesi regionali, come Iran, Iraq e Afghanistan. Questa dichiarazione fu provocata dall’ultimo incidente sulla “linea del cessate il fuoco” con il Pakistan del 1° maggio, nel territorio dell’ex-Kashmir. Secondo gli indiani, forze speciali pakistane entrarono nella terra di nessuno, uccidendo un ufficiale indiano e sfigurandone il cadavere.
Va ricordato che l’anno scorso India e Pakistan (potenze nucleari) furono sull’orlo della guerra per due volte a causa degli incidenti sulla “linea del cessate il fuoco”, rientrando perfettamente nell’immaginazione generalizzata su terrorismo e scontri tra unità regolari di entrambi gli eserciti, avvenuti più volte all’anno negli ultimi decenni. Tale situazione nella regione non permette in alcun modo una risposta positiva dell’India agli appelli di Islamabad e Pechino ad aderire al CPEC. Inoltre, il consenso a tali proposte significherebbe che l’India riconosce effettivamente la situazione territoriale sviluppatasi finora nelle relazioni con il Pakistan. Di conseguenza, la linea del “cessate il fuoco” diverrebbe un confine internazionale riconosciuto. Tuttavia, lungi dall’appello, è difficile che il Pakistan accetti un esito nella disputa territoriale con l’India. Per Islamabad Nuova Delhi non tiene conto degli interessi della popolazione degli Stati indiani di Jammu e Kashmir, che per il 70-100% (in diversi distretti) professa l’Islam. Tutto ciò consente di concludere che non esiste alcuna possibilità che l’India, in qualsiasi forma, partecipi al CPEC nonostante l’evidente vantaggio economico che otterrebbe aderendovi. L’India decide di risolvere i propri problemi rafforzando le posizioni nell’area del Golfo Persico. Un passo importante in questa direzione fu il vertice tripartito con la partecipazione dei leader di India, Iran e Afghanistan del maggio 2016 a Teheran. Forse il risultato principale fu il prestito di 500 milioni di dollari all’India per ricostruire porto e infrastrutture nel villaggio iraniano di Chabahar. Si badi al fatto che Chabahar si trova sul Mar Arabico, dove il CPEC si dirige, ed a soli duecento km dal porto pakistano di Gwadar, all’estremità del suddetto “corridoio”. L’Afghanistan, a sua volta, era particolarmente soddisfatto dal progetto di modernizzazione di Chabahar, vivendo da tempo relazioni tese con il Pakistan. Infine, Kabul avrà l’opportunità di entrare nell’Oceano Indiano escludendo il territorio pakistano, usando la zona controllata dall’Iran e rafforzando i legami (quantomeno amichevoli) con l’India.
In conclusione, va ricordato che il CPEC è percepito dalla Cina come la parte più importante dell’ambiziosa rinascita della Grande Via della Seta. Nel frattempo, l’approccio cauto di Nuova Delhi verso il CPEC spiega l’assenza del Primo ministro indiano Narendra Moody al forum di Pechino dedicato all’attuazione del progetto Fascia e Via.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1150.- Dopo 100 giorni, Trump rimedia un’umiliazione coreana

Non è la Korea democratica che può scatenare la guerra, ma il braccio di ferro in atto in Siria.

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Nikki Haley

Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson, dopo aver allontanato l’ambasciatrice neocon Nikki Haley dalla sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, segnalava la disponibilità di Washington a colloqui diretti con la leadership della Corea democratica. Tillerson dichiarava “Il nostro obiettivo non è il cambio del regime. Né vogliamo minacciare il popolo nord-coreano o destabilizzare la regione dell’Asia Pacifico. Negli anni abbiamo ritirato le nostre armi nucleari dalla Corea del Sud e offerto aiuti alla Corea democratica come prova della nostra intenzione di normalizzare le relazioni… gli Stati Uniti credono in un futuro per la Corea democratica. Questi primi passi verso un futuro più speranzoso saranno più spediti se altri soggetti interessati, nella regione e nella sicurezza globale, ci raggiungeranno”.

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Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson. Stati Uniti e Cina intendono entrambi mantenere la divisione delle due Coree. La strategia della politica USA dovrebbe tenere in maggior conto l’espansione delle nuove potenze asiatiche: India e Corea, che si aggiungono alla Cina e rendersi parte attiva della fondazione di un Nuovo Occidente, dall’Alaska, all’Alaska, con l’Europa e la Russia, assumendovi la funzione di “primus inter pares” (ndr).

Tillerson, però continuava minacciando “Dobbiamo imporre la massima pressione economica tagliando i rapporti commerciali che finanziano direttamente il programma nucleare e missilistico della RPDC. Invito la comunità internazionale a sospendere il flusso dei lavoratori ospiti nordcoreani e ad imporre divieti alle importazioni nordcoreane, in particolare al carbone”.

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>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

Questi sistemi missilistici nordcoreani sono allo stato più potenziale che sperimentale e i ripetuti lanci falliti potrebbero anche dipendere da attività di contromisure elettroniche ostili. Allo stato dei fatti, rappresentano l’arma diplomatica migliore della Corea democratica, da sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni.

Tillerson chiariva che ormai obiettivo degli USA è impedire alla Corea democratica di sviluppare armamenti strategici che possano minacciare direttamente la terraferma nordamericana. Timore confermato da Vasilij Kashin, analista militare russo, “Attualmente, i test riusciti con i missili KN-11 Pukkuksong-1 navali e KN-15 Pukkuksong-2 terrestri, sono in corso. In realtà, i nordcoreani hanno raggiunto lo stesso livello della Cina agli inizi degli anni ’80, quando Pechino effettuò i test di volo del JL-1, il primo missile lanciato da sottomarini della Cina, da cui evolse il DF-21, missile balistico mobile a medio raggio”. Kashin indicava che la Cina impiegò 5-6 anni per completare i test di volo del JL-1, mentre “I nordcoreani hanno iniziato i test di volo del Pukkuksong-1 nel 2014, ed è possibile che saranno pronti a schierarli alla fine del decennio. Questi missili avrebbero una gittata di 2000 km, paragonabile a quella di JL-1 e DF-21A. Pyongyang avrà la capacità sicura di colpire obiettivi in Corea del Sud e Giappone, ma ancora non potrebbe raggiungere gli Stati Uniti”. Si pensa che i nordcoreani abbiano fatto una dozzina di prove con i Pukkuksong-1 e 2, e nell’agosto 2016 fu compiuto un lancio da un sottomarino del Pukkuksong-1. Secondo Kashin, questi successi saranno la base di ulteriori progressi. Tuttavia, “il passo per realizzare un missile balistico intercontinentale, e in particolare un ICBM propulso da combustibili solidi, richiederà un salto qualitativo nello sviluppo della base produttiva e delle infrastrutture dei test della Corea democratica”.

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La Corea democratica ha sviluppato anche il KN-08, noto anche come Rodong-C o Hwasong-13, ICBM autocarrato mobile allo studio dal 2010. Kashin osservava che i nordcoreani, “dovranno saper produrre motori a razzo a propellente solido dal grande diametro. Dovranno sperimentare nuovi combustibili e nuovi contenitori per missili. Una limitazione seria è la capacità o meno di acquistare o creare le attrezzature necessarie”. Inoltre, “per essere testati, gli ICBM dovranno essere lanciati sopra il territorio giapponese in direzione dell’Oceano Pacifico meridionale. Dato che l’esperienza dei cinesi nel testare i loro ICBM DF-5 nei primi anni ’80 dimostra che i test richiederanno la creazione di una flotta di navi specializzate dotate di complessi strumenti di misura e, probabilmente, nuove navi da guerra per scortarle. I tentativi di condurre tali test saranno minacciati da Stati Uniti ed alleati, anche con tentativi di abbattere i missili durante il decollo, o di bloccare le apparecchiature di controllo a bordo delle navi nordcoreane”. Quindi, secondo Kashin, i test sugli ICBM richiederanno circa 5-6 anni. La Cina “schierò i suoi ICBM DF-31 15-20 anni dopo lo schieramento dei Jl-2 e DF-21”. Quindi, secondo l’analista, passerebbero decenni prima che Pyongyang possa disporre di un vero ICBM. “Perché i nordcoreani sentano la necessità di richiamare l’attenzione sui sistemi di armi che, anche secondo lo scenario più ottimista, non possono essere schierati prima della metà degli anni 2030? È possibile che, dal punto di vista di Pyongyang, sia una dimostrazione della determinazione e, allo stesso tempo, un invito ai colloqui, che la Corea democratica, nonostante l’isolamento, intende condurre da una posizione di forza. È possibile che questi potenziali sistemi missilistici siano ciò che la Corea democratica è pronta a sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni. La sicurezza del Paese è garantita dalla capacità d’infliggere danni inaccettabili agli alleati degli USA Corea del Sud e Giappone in caso di guerra. Pyongyang non abbandonerà armi nucleari e missili a medio raggio, ma potrebbe accettare di non condurre nuovi test o sviluppare missili intercontinentali in cambio di concessioni economiche e politiche. Questo è possibile, può benissimo essere lo scenario ideale per Pyongyang”. I nordcoreani potrebbero essere pronti a rinunciare alla futura capacità di attaccare il continente nordamericano in cambio della normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. Ciò potrebbe spiegare il discorso di Tillerson al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

wang_yi_ Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi

Ma se il segretario di Stato Rex Tillerson sembrava indicare un ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso la Corea democratica, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, affermava, “La chiave per risolvere la questione nucleare sulla penisola non è nelle mani cinesi. È necessario mettere da parte il dibattito su chi debba compiere il primo passo e smettere di discutere chi abbia ragione e chi torto. Ora è il momento di considerare seriamente la ripresa dei colloqui”. Sempre Wang Yi, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, affermava “Certamente crediamo che i continui test nucleari violino le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma effettuare esercitazioni militari nella penisola coreana chiaramente non è n linea con lo spirito delle risoluzioni del Consiglio… riguardo la probabilità di una guerra, anche una minima probabilità non è accettabile. La penisola coreana non è il Medio Oriente. Se la guerra esplodesse, le conseguenze sarebbero inimmaginabili”, tracciando così la linea rossa che gli Stati Uniti non devono attraversare. Inoltre, il Quotidiano del Popolo avvertiva, “La forza non porterà da alcuna parte; dialogo e negoziati restano l’unica soluzione. È indispensabile che tutte le parti interessate considerino la proposta della Cina: sospensione dei test nucleari da parte della RPDC e cessazione delle esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. Altre parole aspre e confronti militari non beneficeranno né Stati Uniti né RPDC. Se le parti possono inviassero segnali positivi, il problema potrebbe avere una probabile soluzione”. Lungi dall’essere disposta a considerare ulteriori sanzioni contro la Corea democratica, la Cina chiede agli Stati Uniti d’impegnarsi immediatamente in colloqui diretti con la Corea democratica e che sospendano le esercitazioni militari con la Corea del Sud, in cambio della sospensione della Corea democratica di ulteriori test nucleari. Tillerson restava scioccato dalla risposta cinese, “Non negozieremo il nostro ritorno ai negoziati con la Corea democratica, non ricompenseremo le violazioni delle risoluzioni passate, né il cattivo comportamento nei colloqui”. Ma il Viceministro degli Esteri russo Gennadij Gatilov sosteneva la Cina, dichiarando, “Una retorica bellicosa accoppiata a dimostrazioni di forza accanita hanno portato a una situazione in cui il mondo intero seriamente si domanda se ci sarà una guerra. Un pensiero sbagliato o un errore male interpretato porterebbero a conseguenze spaventose e deprecabili”. Gatilov osservava come la Corea democratica sia minacciata dalle esercitazioni militari congiunte statunitensi-sudcoreane e dall’arrivo delle portaerei statunitensi nelle acque della penisola coreana.

Cina e Russia si oppongono allo schieramento del sistema antimissile statunitense in Corea del Sud, definito “sforzo destabilizzante” che danneggia la fiducia tra le parti sulla questione della Corea democratica. In sostanza, invece d’isolare la Corea democratica, gli USA si ritrovano la Cina ad accusarli di suscitare una crisi, e non solo Beijing si oppone alle pretese degli Stati Uniti di ulteriori sanzioni, ma rafforza il sostegno alla Corea democratica. Il Quotidiano del Popolo riportava, “Nonostante le tensioni sulla penisola, una guerra non è affatto imminente. Anche se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo governo rimproverano alla RPDC il programma nucleare e missilistico, e sebbene la RPDC abbia risposto con parole e azioni nette, ci sono ancora segnali incoraggianti. Negli ultimi giorni, la RPDC non ha condotto alcun nuovo test nucleare. E il 26 aprile, segretario di Stato, segretario della difesa e direttore dell’intelligence nazionale degli USA dichiaravano congiuntamente che i negoziati sono ancora sul tavolo”.
Tornando al discorso di Tillerson alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le sue parole dimostrano chiaramente che gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non dialogare con Piyongiyang, e la necessità per l’amministrazione Trump, dopo la foia bellicosa delle ultime settimane, di avere la foglia di fico delle sanzioni cinesi per salvarsi la faccia prima di negoziare con la Corea democratica. Ma i cinesi, memori dell’oltraggio dell’attacco missilistico alla Siria, avvenuto mentre Trump incontrava il Presidente Xi Jinping, negano a Trump tale favore. Infatti, l’ambasciatore nordcoreano, d’accordo con i cinesi, neanche si degnava di partecipare alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rispondere a Tillerson. Per loro hanno parlato Cina e Russia.

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Un’aula computer nella Grand People’s Study House, a Pyongyang. I computer danno accesso a Kwangmyong, non ad internet. Da marzo del 2014, i computer sono attrezzati con Windows XP ed Internet Explorer 6. Kwangmyong è accessibile solo dall’interno della Corea del Nord.

Il successo della Corea democratica nel programma missilistico e nucleare dimostra che possiede una seria base industriale e tecnologica comprendente chimica avanzata e fisica nucleare. Il successo della Corea democratica nel produrre cellulari e tablet intelligenti e la rete intranet nazionale “Kwangmyong”, indicano anche l’esistenza di un’industria informatica avanzata. Rodong Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori della Corea democratica, spiega la necessità del programma strategico per la Corea democratica, “Recentemente, il rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, attaccando le giuste misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, dichiarava che costituirebbero una minaccia per gli Stati Uniti e diversi altri Paesi, e che “Paesi compiono atti malvagi”, come la RPDC, non firmando la convenzione del bando delle armi nucleari o non attuandola. Ciò è una distorsione grossolana della realtà. Gli Stati Uniti distorcono e sfruttano deliberatamente la realtà per mutare il quadro in loro favore. Lo scopo è indicare la RPDC come nemica della pace e nascondere la verità sul terribile criminale nucleare e giustificarne le mosse per soffocare la RPDC. Non hanno merito e diritto di accusare le misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, e neanche diritto di agitarsi sulla convenzione per il divieto delle armi nucleari. Gli USA cercano di convincere il pubblico che la denuclearizzazione del mondo non avviene a causa della RPDC. È un’accusa senza senso che ignora i motivi storici per cui la RPDC è stata costretta ad optare per le armi nucleari e rafforzarle qualitativamente e quantitativamente, e del perché è diventato necessario nel mondo disporre della convenzione sul divieto delle armi nucleari. Non sono altri che gli Stati Uniti che hanno costretto la RPDC ad accedere alle armi nucleari e sono sempre gli Stati Uniti che spingono costantemente la RPDC a rafforzarle qualitativamente e quantitativamente. La deterrenza nucleare della RPDC non minaccia gli altri, ma è un mezzo per difendere la sovranità del Paese dalla provocazione nucleare statunitense in ogni aspetto. La RPDC continuerà ad esercitare questo diritto con dignità, indipendentemente da ciò che altri possano dire”.
Infine, Trump si vantava di aver diviso la Cina dalla Russia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel tentativo di suscitare zizzania tra Beijing e Mosca; cosa confermata dal consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H. R. McMaster, che in un’intervista dichiarava in preda al delirio, “Ciò che sappiamo è che rispondendo alla strage del regime siriano, il presidente Trump e prima signora hanno ospitato una conferenza straordinariamente vincente con il Presidente Xi e la sua squadra. E non solo hanno stabilito un rapporto molto caldo, ma… hanno lavorato sulla risposta alla strage da parte del regime di Assad nel voto alle Nazioni Unite. Penso che il Presidente Xi sia stato coraggioso nel distanziarsi dai russi, isolando russi e boliviani… E credo che il mondo l’abbia visto bene, in quale club volete essere? Il club russo-boliviano? Oppure nel club degli Stati Uniti, lavorando insieme sui nostri interessi per la pace e la sicurezza”. Un commento che illustra la miseria della diplomazia statunitense sotto Trump. “I cinesi chiarirono a Mosca la decisione di astenersi nel voto alle Nazioni Unite, prima della votazione. Dal loro punto di vista e da quello dei russi, la decisione della Cina di astenersi non significava molto. Non c’era possibilità che il progetto di risoluzione passasse perché la Russia aveva già fatto sapere che avrebbe posto il veto, mentre gli Stati Uniti avevano già rimosso i termini più offensivi nel progetto di risoluzione prima che venisse votato, cancellando la formulazione che accusava dell’incidente di Qan Shayqun il governo siriano, prima che avesse luogo una qualsiasi inchiesta… ciò che i cinesi intesero come semplice cortesia diplomatica verso Trump su un tema che per la Cina era secondario, tuttavia fu erroneamente interpretato dall’amministrazione Trump come passo della Cina contro la Russia. Chiaramente, sarebbe stato completamente diverso se la Cina avesse votato la risoluzione dopo che la Russia aveva fatto sapere che avrebbe votato contro. In quel caso sarebbe stato legittimo parlare di grave frattura sul tema siriano tra Pechino e Mosca. Tuttavia l’astensione non va interpretata così”. Comunque, come visto, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso la dirigenza cinese e il tentativo puerile di dividere Cina e Russia, oltre alle minacce alla Corea democratica, non solo hanno spinto la leadership cinese a riaffermare la persistenza dei rapporti tra Cina e Russia, ma irritava la Cina, con il risultato visto al Consiglio di Sicurezza, dove la Cina sostiene espressamente le richieste nordcoreane sulla fine delle manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, collegandole al programma strategico nordcoreano, passo contro cui gli Stati Uniti si sono sempre opposti. Inoltre, la realtà della cooperazione cinese e russa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite veniva dimostrata appunto sulla questione della Corea democratica, con i russi che sostengono con nettezza la Cina, dimostrando un chiaro coordinamento tra dirigenze di Cina e Russia.

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Xi Jinping e Putin

di Alessandro Lattanzio

1147.- La prima portaerei made in China

‘Type 001A’, una sigla prima del vero nome, per la prima portaerei cinese costruita interamente in casa. Copiatori d’eccellenza, gli ingegneri cinesi avevano a comprato la loro prima portaerei dalla Russia, e ora fanno da soli. Corsa al riarmo anche se la gara con gli Usa per ora è dispari, ma è dal 2000 che l’US NAVY prevede il sorpasso dei cinesi per il 2025.

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Ieri 26 aprile Pechino ha varato la prima portaerei completamente «Made in China». La nuova nave da guerra, la seconda portaerei della flotta cinese, è stata costruita nei cantieri navali di Dalian, nel Nord-Est della Cina. La nuova unità, ancora da ‘armare’ nel saenso navale e non soltanto, entrerà però in servizio tra due o tre anni.
Con una stazza di 50 mila tonnellate e una lunghezza di 315 metri, la nuova Type-001A è di poco più grande rispetto alla Liaoning, la portaerei di fabbricazione sovietica, acquistata dalla Cina in Ucraina e che dal 2012 è parte della flotta della Repubblica Popolare.

Grande enfasi nazionalista per l’evento, ma c’è anche chi ha voluto rimarcare il forte divario con la potenza navale Usa. La US Navy può contare su dieci portaerei, con altre due sono in costruzione. Inoltre, le portaerei cinesi mostrano limiti nelle dimensioni e in altri dettagli tecnici rispetto alle navi da guerra a propulsione nucleare che fanno parte della flotta americana.
Anche se la Cina sta già lavorando a navi da guerra di nuova generazione, per ora la dottrina militare di Pechino sembra concentrata a livello regionale: Taiwan, le contese territoriali con il Giappone e sulle isole nel Mar Cinese Meridionale.

Nell’ultimo decennio, però, la marina cinese ha iniziato ad ampliare i ‘proprio orizzonti’ in senso letterale. Dal 2008 è impegnata in missioni anti-pirateria al largo della Somalia, la prima presenza al di fuori delle proprie acque territoriali condotta da Pechino. Una fregata cinese aveva partecipato alla scorta internazionale per l’evacuazione dei gas tossici dalla Siria. Attualmente, nel Golfo di Aden, a Gibuti, la Cina sta costruendo la sua prima base navale all’estero. Una posizione strategica, quella del Corno d’Africa, da cui si controllano le rotte commerciali ed energetiche tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una delle priorità dell’amministrazione del Presidente Xi Jinping è stata proprio la modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina prevede il progressivo spostamento di uomini e risorse dalle forze di terra – oggi l’enormità di un milione e 600 mila soldati – verso la marina e l’aviazione. Come si legge nei documenti ufficiali di Pechino, è già una trentina d’anni che la Cina ha iniziato a trasformare la propria dottrina militare, dalla tradizionale difesa dei confini terrestri per iniziare a rivolgere la propria attenzione agli oceani. La Cina che apriva alle riforme economiche doveva, infatti, proteggere le rotte marittime su cui viaggiano le esportazioni di Pechino.

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J-15 Flying Shark Carrier Borne Naval Fighter

Nel 2016 la Cina aveva messo a bilancio 954,35 miliardi di yuan per la spesa militare, 138,4 miliardi di dollari. L’aumento deciso per quest’anno, +7%, la porta a 147,9 miliardi di dollari, la spesa più alta dopo quella degli Stati Uniti, superiore alla somma dei rivali regionali Giappone e Corea del Sud. D’altra parte quella cinese è la seconda economia del mondo.
Il +7% «circa» del 2017 porta il budget delle forze armate oltre la soglia simbolica dei 1.000 miliardi di yuan (147,9 miliardi di dollari). Ma 9 miliardi di dollari in più sul 2016 sono una frazione dei 54 miliardi chiesti da Donald Trump davanti al Congresso di Washington. E il Pentagono ha a disposizione 603 miliardi di dollari, il quadruplo dell’Esercito cinese.

1100.- SOLO I NEO-CON CERCANO LA GUERRA

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Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria

Trump contro tutti, un twitt o una intervista tv dopo l’altra. Ieri Corea e Cina, oggi l’ex amico Putin e la Siria. “Ha nascosto prove dell’attacco chimico di Assad”. Putin con Mattarella aveva ricordato le menzogna americane sulla armi atomiche di Saddam. Prima i twitt contro la Corea, “Cercano guai”, e quelli alla Cina su sostanziale ‘chi se ne frega’ se non aiutata e non volete le nostre atomiche a Seul.

Siria

Donald Trump incontenibile, sembra voler sfidare il mondo, prendendolo a schiaffi. Corea, Cina, Siria, Russia, e via strepitando. E ricomincia con la Siria, rompendo l’insolito silenzio che teneva da venerdì, giorno in cui ha ordinato l’attacco missilistico contro la Siria di Assad. Intervista alla tv amica Fox News e il tabloid New York Post. Secondo una imprecisata agenzia di spionaggio -spara Trump- Mosca ha cercato di nascondere le prove dell’attacco chimico della settimana scorsa dal regime di Assad. Ieri Putin aveva di fatto già smentito queste ipotesi nell’incontro con Mattarella, ricordando le storiche bugie Usa sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam.

Scopo dell’offensiva mediatica è chiarire la posizione dell’amministrazione sulla Siria dopo che per giorni i più stretti collaboratori di Trump, modello armata Brancaleone, avevano detto tutto e il contrario di tutto. Almeno su un punto Trump, frena: “Non stiamo andando in Siria -dice al New York Post- La nostra missione è prima di tutto sconfiggere lo Stato islamico”.
Speranza di qualche chiarimento questa mattina a Mosca durante l’incontro fra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il suo omologo Sergey Lavrov. Nuova amministrazione Usa dai passi decisamente incerti e, per aiutare Tillerson a gestire la situazione, arriva come numero due del dipartimento di Stato John Sullivan, ex sottosegretario al Commercio con Bush Junior, uno che sa come funziona la macchina del governo Usa.

Corea

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«La Corea del Nord cerca guai. Se la Cina decide di aiutare sarebbe magnifico. Altrimenti, risolveremo il problema senza di loro!», ha twittato il presidente americano. Un cinguettio dietro l’altro, Trump ci racconta di avr spiegato al collega Xi, il presidente cinese, «che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà molto meglio per loro se risolvono il problema nordcoreano».
Ricattuccio elegante ma non molto, in attesa di risposta da Pechino.
Replica subito invece Pyongyang, che minaccia «catastrofiche conseguenze» in risposta ad ogni ulteriore provocazione americana, definendo «oltraggiosa» la decisione Usa di dispiegare navi militari nella penisola coreana.

Lo scorso 5 aprile, alla vigilia del primo incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping, Pyongyang aveva lanciato un altro missile balistico nel mar del Giappone. Ma gli esperti non hanno escluso nuove provocazioni in occasione del 105esimo anniversario della nascita del defunto fondatore nordcoreano, Kim II Sung, nonno dell’attuale leader, il prossimo 15 aprile. E se Pechino ha smentito le voci sul dispiegamento di 150.000 uomini al confine con la Corea del Nord, ha comunque detto di seguire «da vicino» gli sviluppi nella penisola coreana. «Riteniamo che alla luce della situazione attuale – ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chungying – tutte le parti dovrebbero mostrare equilibrio ed evitare azioni in grado di far aumentare la tensione».

Portavoce spara scemenze

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Sean Spicer, sgradevole e prepotente portavoce della Casa Bianca, in un’intervista alla Cnn fa un parallelo fra Adolf Hitler e il presidente siriano Bashar al-Assad. «Non abbiamo usato armi chimiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Neanche una persona spregevole come Hitler è caduto al livello di usare le armi chimiche». Peccato che milioni di ebrei siano morti nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti.

Una giornalista che ha chiesto chiarimenti, ed arriva la pezza peggiore del buco: «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’Olocausto», delicato modo per definire i campi di sterminio.
La doppia figuraccia di Spicer ha scatenato la rabbia dei democratici, dei social network e del Centro Anna Frank, che ha invocato il licenziamento in tronco del portavoce: in un messaggio pubblicato su Facebook, il direttore esecutivo del centro con sede a New York ha scritto che Spicer «manca dell’integrità» necessaria per la sua posizione. «Ho sbagliato, chiedo scusa».

Abu Ivanka, il ‘leone di Idlib’

Trump che aveva indignato i musulmani del mondo per il divieto di immigrazione da alcuni Paesi islamici che diventa un eroe per una parte di loro. Dall’inaspettato raid americano contro una base siriana del governo di Damasco, per molti sui social arabi il neo presidente americano è diventato un mezzo eroe. Trump è diventato Abu Ivanka all’Amriki, hashtag in arabo #Abu Ivanka, il padre di Ivanka, utilizzando una forma di rispetto nel mondo arabo. Gli è spuntata la barba, simbolo di pietà per i musulmani.

Trump è diventato di tutto: dalla «spada degli arabi» al «leone di Idlib», «luce dei nostri occhi».
Se parte dei social arabi ha visto in Trump un eroe, sia tra gli user siriani sia del resto della regione, rimane chi ha sollevato dubbi: «Ora vi piace Trump, dove sono finiti quelli che dicevano che odia arabi e musulmani?». A prendere una netta posizione in favore dell’azione militare è stata subito l’Arabia Saudita, seguita da tutti i potentati del Golfo tranne l’Oman. Nel week end c’è stata anche una telefonata tra il presidente Trump e il re Salman saudita, in cui il sovrano ha chiaramente sostenuto l’Amministrazione Trump nella sua azione militare.

Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria col segretario di Stato Tillerson a Mosca.

La riunione dei ministri degli Esteri del G7 ha concluso che non c’è soluzione militare per la Siria e che bisogna lavorare a una soluzione politica, coinvolgendo la Russia (ridicoli!). E il segretario di Stato Rex Tillerson , prima della visita al Cremlino, aveva dichiarato: “Sarebbe meglio che la soluzione politica escludesse Assad, per il quale “non c’è futuro, il suo potere è alla fine”. Ancor più netto il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault: “Non ci può essere una soluzione per la Siria con Assad al potere”. Ma lo stesso capo della diplomazia di Parigi sottolinea la necessità di “tendere la mano ai russi e dire: dobbiamo mettere fine a questa tragedia siriana che ha provocato così tanti morti, dolore e rifugiati”. Insomma, dopo 7 anni che la Siria è sotto attacco di terroristi, bombardieri e mascalzoni di almeno 70 paesi, il colpevole sarebbe Bashar al-Assad.

A questo punto, però, “i russi dicano con chi vogliono stare” aveva sintetizzato ancora Tillerson. Perché “noi vogliamo creare un futuro per la Siria che sia stabile e sicuro. Ma la Russia ha scelto un partner inaffidabile come Assad. Allora, la Russia può essere parte di quel futuro e giocare un ruolo importante. Il ministro degli Affari esteri di Berlino, Sigmar Gabriel, la voce di Mekel: “Rex Tillerson ha detto esplicitamente che stanno cercando una strada non violenta, non militare” ha spiegato, elogiando la controparte americana per avere espresso una “posizione molto realistica e chiara”. Il ministro tedesco ha quindi confermato “l’appoggio” dei ministri del G7 a Tillerson. Insomma, gli USA giocano come se la vittoria di Putin si loro terroristi sia un fatto episodico. Hanno messo i piedi in Siria e vogliono metterci anche le mani. È proprio vero ciò ch’è scritto in questa vignetta?

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Veniamo all’Asia: L’attacco missilistico USA durante la visita di Xi Jinping è stato l’aperitivo per la cena e un messaggio per la Korea del Nord. Il presidente cinese, al suo rientro, non ha perso l’occasione per confermarsi come leader del mondo asiatico.

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Questa la notizia di oggi: Corea del Nord, Xi Jinping chiama Trump: “Soluzione pacifica”, che la questione si risolva attraverso il dialogo.

Il presidente cinese Xi Jinping in una conversazione telefonica con il presidente americano Donald Trump ha sollecitato una soluzione “pacifica” alle tensioni con la Corea del Nord per il programma nucleare di Pyongyang. Lo riferisce la tv cinese di Stato CCTV. Nel colloquio, Xi ha detto a Trump che Pechino “richiede che si si risolva la questione con metodi pacifici” e “attraverso il dialogo”. Ieri Trump aveva detto che gli Usa sono pronti ad affrontare il problema da soli se la Cina non volesse dare una mano. I due leader hanno parlato anche di Siria, e Xi ha assicurato che per la Cina è “inaccettabile” l’uso di armi chimiche”, mentre per porre fine al conflitto occorre seguire “la via politica”.