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2734.- Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

Quando Mussolini parlava del pericolo giallo:

La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

 

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One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato internosostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

da LINDRO, di Fulvio Beltrami.

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1853.- Corea pacificata, a chi conviene e a chi no

Le Corea dopo Singapore. Festeggiano Pechino e Pyongyang, con Kim che vede sfumare sanzioni e arrivare investimenti senza toccare il regime. Soddisfazione anche a Seul.
– A Tokyo invece suona un campanello d’allarme.
– Ogni Paese con sue alleanze vere o solo dichiarate, desideri, rischi e obiettivi da portare a casa.
Di Ennio Remondino 18 giugno 2018

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Corea del nord
Corea del sud
Cina Giappone

Corea pacificata, a chi conviene e a chi no; la svolta che scuote tutto lo scacchiere asiatico e suscita molti timori in Giappone.
Il vertice di Singapore dà il via a una ridefinizione degli equilibri regionali. Simone Pieranni su EastWest: «Festeggiano Pechino e Pyongyang, che ora può accumulare investimenti stranieri senza toccare il regime. Soddisfazione anche a Seul. A Tokyo invece suona un campanello d’allarme E Abe deve inventarsi qualcosa».
Il summit tra Kim e Trump, evento più mediatico che politico, ha comunque messo in moto una macchina diplomatica che sta scuotendo lo scacchiere asiatico. Usa, Cina, Giappone, Coree e Russia sono ora impegnate in incontri e proposte destinate, prima o poi, a ridefinire gli equilibri della regione. Con qualcuno che ha molto da guadagnare, esempio la Corea atomica ma affamata del Nord, con altri che hanno invece il timore di dover perdere qualcosa, ad esempio il Giappone.

Ogni Paese un suo interesse

Cina, forse la più soddisfatta insieme a Kim Jong-un degli esiti del summit. Pechino, incassa in un colpo solo un doppio obiettivo: sospensione dei test missilistici nordcoreani, sospensione della presenza militare americana in Corea del Sud. Via le basi Usa dai suoi confini è pretendere troppo. Trump ha ribadito che le basi restano. Ma ha aperto alla possibilità di sospendere le esercitazioni. Lo hanno ribadito il duro Mike Pompeo e dal coreano di Seul Moon Jae-in.
Pechino – dunque – si prende il risultato ottenuto e in occasione della visita di Pompeo dei giorni Nella partita coreana, la Cina di Xi deve gestire anche un’altra partita, addirittura più decisiva e forse complessa: le relazioni commerciali con gli Usa e la quasi guerra dei dazi ormai in corso.

Corea di Nord. Kim Jong-un, è il vincitore assoluto della riffa diplomatica. «Kim è stato affrontato da Trump come un leader di una potenza qualunque, sorvolando non solo sulla questione dei diritti umani in Corea del Nord ma anche su alcuni atteggiamenti internazionali da sempre sotto la lente di ingrandimento di Onu e organizzazioni internazionali, i rapporti con la Siria ad esempio in tema di armi chimiche», sempre EastWest.
Per Kim, ex paria, inviti a incontrarlo da mezzo mondo, a partire da Giappone a Russia. Mentre, in cambio di un lungo processo di verifica sulla denuclearizzazione, sfumeranno sanzioni e arriveranno investimenti stranieri, senza questioni di democrazia a infastidire il controllo sul Paese. Pyongyang dentro la nuova via della Seta, ma non solo Pechino. Russia, Corea del Sud e perfino gli Usa, pronti ad un sostegno economico. Una prossima rappresentanza Usa Pyongyang e un trattato di pace con la Corea del Sud, il trionfo.

Corea del Sud. Quasi tutto merito di quanto accaduto a Moon Jae-in. «È finita la guerra fredda», il commento del presidente sud coreano. Per il resto, prudente compostezza. Fine delle esercitazioni, forse, per non far gioire troppo e gratis Pechino. I casa coreana, dopo 11 anni, sono ripresi i dialoghi militari con la Corea del Nord.

Giappone. «Chi non può cantare vittoria, invece, è sicuramente il Giappone», considera Simone Pieranni. Il premier Abe che ha problemi interni vede sminuirsi la solida alleanza con gli Stati Uniti con Trump preso dal suo nuovo amico Kim Jong-un. Peggio, l’ipotesi, di una sospensione delle esercitazioni tra Seul e Washington nella penisola coreana. Incubo Stati Uniti meno interessati o capaci di portare avanti gli interessi giapponesi nel scacchiere asiatico che deve ancora definirsi.
Ed ecco Abe che chiede di incontrare Kim per negoziare senza l’inaffidabile Trump di mezzo.

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I conti in tasca alle forze armata del regime di Pyongyang, salvo la follia di decidere l’uso di qualche ordigno atomico.
Arma segreta, ‘Bureau 121’, un esercito di circa 1.800 hacker addestrati alla cyber-war.

1772 .- La fine dell’impero del dollaro

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L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.

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Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti.

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Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.

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Di Wim Dierckxsens e Walter Formento. Sito Aurora. Traduzione di Alessandro Lattanzio

E, per quanto ci riguarda come italiani… non cambierà gran che.

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1541.- Guerra Nucleare: Manhattan e la Casa Bianca nel mirino della Corea del Nord

Lavrov:”le ultime azioni degli Stati Uniti sembravano mirare alla provocazione di Pyongyang nel prendere azioni precipitose. ” La Russia non resterà a guardare se gli USA attaccano la Corea del Nord.” L’unica vera arma di Pyongyang contro Washington è la provocazione. Giocata di sponda, vale anche verso Pechino. Gli obiettivi della Corea del Nord:

1509288708-getty-20170729052716-23906987La Casa Bianca, il Pentagono, Manhattan. Sono alcuni dei 15 target della Corea del Nord in caso di un’offensiva nucleare contro gli Stati Uniti. L’elenco, redatto dall’European Council on Foreign Relations comprende anche altri bersagli potenziali, tra cui Guam, le Hawaii, le basi militari degli Stati Uniti nel Pacifico.

Un mix di obiettivi:

  1. Il territorio statunitense
  2. Le principali città americane;
  3. Manhattan
  4. La Casa Bianca
  5. Il Pentagono
  6. Le basi statunitensi nel Pacifico
  7. Guam
  8. Le portaerei nucleari statunitensi
  9. Località nel teatro sudcoreano
  10. Installazioni militari americane in Corea del Sud: Osan, Gunsan, Busan
  11. Pyeongtaek, Jungwon, Degu Gyeryongdae, in Corea del Sud
  12. Seul
  13. La residenza del presidente in Corea del Sud e le “altre agenzie governative reazionarie”
  14. Le basi statunitensi in Giappone e Okinawa. Le località di Yosuka, Misawa, e Okinawa
  15. Il il territorio giapponese nel suo complesso

 

“perché la Corea del Nord non distingue tra l’uso di armi nucleare contro obiettivi militari e l’utilizzo contro i civili”.

E se gli Stati Uniti sono in cima alla lista, tra gli altri obiettivi potenziali spiccano  le basi Usa nel Pacifico, Guam, i siti nel teatro sudcoreano, Seul, tre località nipponiche (Yosuka, Misawa, Okinawa) e il territorio giapponese nel suo complesso.

L’ECFR e molti altri analisti sostengono comunque che la strategia di Kim Jong-un contempla l’uso dell’atomica in chiave difensiva. Pyongyang, se colpita per prima, con ogni probabilità non avrebbe alcuna chance di reagire. Ecco perché l’arma più efficace in mano a Kim è la costante “minaccia di colpire per primo”.

Se la comunità internazionale vuole evitare una guerra – si legge nel report –“deve comprendere come il regime considera le sue armi nucleari e quando sarebbe disposto ad usarle”.

I ricercatori hanno infine evidenziato che Kim Jong-un non prenderà mai in considerazione l’ipotesi di smantellare l’arsenale nucleare.

>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

La Corea del Nord ha lanciato un nuovo missile intercontinentale: “Pronti a colpire tutte le città Usa”

la Corea del Nord nella notte sul 29 ha compiuto l’ultimo test del programma nucleare, lanciando un nuovo missile balistico intercontinentale, rivendicato come un “successo storico”.

“Il missile sembra sia caduto nella zona economica esclusiva (la zona di mare adiacente alle acque territoriali) del Giappone”.

Così ha affermato il premier nipponico Shinzo Abe. La tv nordcoreana conferma il lancio del missile Wasong-15, capace di raggiungere “tutto il territorio Usa” come ha dichiarato la tv di Stato di Pyongyang autoproclamandosi uno Stato nucleare.

“Ora siamo una potenza nucleare e possiamo colpire tutto il territorio degli Stati Uniti”.

Il missile lanciato Hwasong-15 è un nuovo modello, il più potente tra quelli sperimentati finora, capace di raggiungere  un’altitudine di oltre 4.000 chilometri volando per circa 50 minuti, stabilendo un nuovo primato come hanno dichiarato gli esperti della Union of Concerned Scientists.

Regolando la traiettoria potrebbe arrivare fino a Washington e a tutta la costa orientale americana.

Forte la preoccupazione da parte della comunità internazionale. Nella serata di ieri il presidente americano Donald Trump ha parlato con i giornalisti di minaccia di cui si occuperà presto.  E in una telefonata con il premier giapponese Abe, i due leader hanno dichiarato che la Corea del Nord ha “compromesso la propria sicurezza” e si è “ulteriormente isolata dalla comunità internazionale”.

“Le opzioni diplomatiche per risolvere la crisi restino sul tavolo, ma ha chiesto alla comunità internazionale di prendere ulteriori misure al di là delle sanzioni già adottate dal consiglio di sicurezza dell’Onu, compreso il diritto di proibire iltraffico marittimo che trasporta beni verso e dalla Corea del nord”.

Così il segretario di stato Rex Tillerson. In risposta al lancio del missile, le autorità militari sudcoreane preparano un’esercitazione missilistica per un raid di precisione.

Governo Russia: in Corea del Nord il rischio è “apocalittico”

La situazione in Corea del Nord potrebbe degenerare in uno “scenario apocalittico”: è questa la forte espressione utilizzata dal viceministro degli Esteri russo Igor Morgulov, riferendosi al possibile utilizzo di armi nucleari. Il numero due della diplomazia russa ha parlato nel corso della Asian Conference annuale, a Seul, ed è stato citato dall’agenzia russa Tass.

“Uno scenario che vede uno sviluppo apocalittico della situazione della Penisola coreana esiste e non possiamo girarci dall’altra parte. Spero che il senso comune, il pragmatismo e l’istinto di auto-preservazione prevalgano fra i nostri partner per escludere uno scenario così negativo”, ha detto Morgulov.

Nel corso dell’anno le reciproche minacce fra Corea del Nord e Stati Uniti sono arrivate ai massimi livelli, con Washington determinata a utilizzare la forza se necessario per garantire la sicurezza dei partner, potenzialmente minacciati dal programma nucleare del dittatore Kim Jong-un. Dall’altra parte le armi nucleari sono viste come uno sviluppo necessario al mantenimento della sovranità e non come un arma di offesa. In occasione della sua visita al Giappone di inizio novembre, fra i Paesi che potrebbero finire sotto il tiro di Kim, Trump aveva detto: “Siamo in grado di controllare lo spazio aereo e quello terrestre e la Corea del Nord non deve sottovalutare la nostra totale determinazione. Chiuderemo presto questa situazione.

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Negli scorsi 25 anni, l’approccio alle minacce nordcoreane è stato di troppa debolezza, ma ora cambierà tutto”. La Russia da parte sua ha spesso ribadito l’inutile inasprimento dei toni, mettendo sull’accento dell’importanza della diplomazia.

Usa minacciano Corea del Nord: “Ora la guerra è più vicina”

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Tensione alle stelle tra Corea del Nord e Stati Uniti dopo l’ultimo lancio di un missile balistico intercontinentale da parte di Pyongyang . “Ora la guerra è più vicina” ha tuonato ieri l’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Haley, durante il consiglio di sicurezza sulla Corea del Nord.

Gli Stati Uniti hanno inoltre minacciato che il regime nordcoreano sarà “totalmente distrutto” se scoppierà una guerra e hanno chiesto di rendere l’isolamento di Pyongyang totale, includendo tra i tagli anche le forniture di greggio dalla Cina alla Corea del Nord.

“Il dittatore della Corea del Nord ha fatto una scelta ieri che porta il mondo più vicino alla guerra, non più lontano. Se la guerra scoppierà non ci saranno errori: il regime nordcoreano verrà completamente distrutto”.

Quindi l’ennesimo appello alla comunità internazionale (rivolto ancora una volta soprattutto a Pechino) per “tagliare tutti i rapporti con Pyongyang”, per isolare ulteriormente il regime di Kim: dai rapporti diplomatici, alla cooperazione militare, scientifica e commerciale, passando per lo stop a tutte le importazioni ed esportazioni. “Invece – ha denunciato – alcuni Paesi continuano ancora a finanziare il programma nucleare nordcoreano”.

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Intanto, mentre al Tesoro americano si studiano nuove sanzioni finanziarie e al Pentagono si valuta l’ipotesi di un blocco navale, le Nazioni Unite rinviano la decisione di nuove misure punitive verso Pyongyang, con i quindici del Consiglio di sicurezza che per il momento insistono sulla piena e rigorosa attuazione delle sanzioni già prese negli ultimi mesi. Soprattutto da parte della Cina che resta il più stretto alleato della Corea del Nord. Trump intanto ha deciso di armare con mezzi militari sofisticati Giappone e Corea del Sud. Secondo un sondaggio condotto da Washington Post-Abc News, riportato dal Tempo, la maggioranza degli americani vorrebbe che a gestire la crisi bellico-diplomatica con Kim Jong-un non fosse il presidente (che gode di una fiducia del 37%) ma il corpo militare (un clamoroso 72%). Paradossalmente, l’opzione preferita però non è quella militare né quella delle sparate ad effetto, ma quella di abbassare i toni. I due terzi degli intervistati, tra l’altro, è contrario a un attacco preventivo e tre quarti preferirebbero sanzioni economiche più restrittive contro il regime.

Il presidente russo Vladimir Putin, invece, ritiene che le sanzioni non serviranno a nulla, e che la Corea del Nord “preferirà mangiare erba” piuttosto che rinunciare al programma nucleare. Il leader del Cremlino, che definito i test missilistici una flagrante violazione delle risoluzioni Onu, ha ribadito il concetto secondo cui il conflitto va risolto seguendo la via diplomatica. Per UBS le possibilità che scoppi un conflitto militare maggiore sono salite al 10-20%.

E se le relazioni economiche degli Stati Uniti con la Cina e i rischi economici e politici del debito cinese sono stati il piatto forte del viaggio di Donald Trump in Asia, la minaccia della Corea del Nord, resta al centro del confronto asiatico. Così sarà fino a quando Pyongyang e Pechino non troveranno un punto di equilibrio.

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la crescita boom cinese sta subendo una battuta d’arresto, sono soprattutto i livelli di indebitamento a creare timori. Abbiamo accennato ai problemi del debito cinese, perché si stanno rapidamente espandendosi a livello mondiale tanto che la mole del debito pechinese è un chiaro pericolo per l’economia globale.

Per capire le ragioni di tale allarme basta considerare che le grandi aziende cinesi, dall’Anbang Insurance Group, Dalian Wanda group fino a Fosun group e HNA Group stanno conoscendo una forma di repressione il che suggerisce che Pechino ha un grande problema che riguarda le grosse aziende. Da qualche tempo tema centrale della campagna lanciata dal presidente cinese Xi Jinping riguarda la necessità di ridurre i debiti delle grandi corporation cinesi.

In base agli ultimi dati difatti le grosse aziende cinesi hanno effettuato acquisizioni all’estero per oltre 14 miliardi di dollari indebitandosi pesantemente. Da qui l’ordine alle banche di non emettere più credito alle società che son così costrette a investire in patria.

Ovviamente ne risentiranno i futuri investimenti all’estero. La Cina è una scatola nera e nessuno può affermare con certezza se il freno agli investimenti all’estero delle grosse conglomerate pechinesi possa dare una mano allo stato. Ciò che è chiaro è che la Cina è pericolosamente appesantita dal debito a cui si aggiunge il rischio che il presidente Xi governi per un altro periodo di cinque anni e il presidente Trump minaccia una guerra commerciale con Pechino dopo Mosca. Il rischio politico cinese non è solo un disincentivo per gli acquirenti di obbligazioni. È un pericolo chiaro e attuale per l’economia mondiale.

Fortunatamente, l’economista ex manager di Goldman Sachs Jim O’Neill afferma che non bisognerebbe preoccuparsi troppo dei livelli di debito crescente in Cina, facendo intendere che Pechino non farà la fine degli Stati Uniti nel 2008.

1500.- L’APEC nota la fine dell’influenza degli USA in Asia

Se il forum APEC ha fornito un terreno di prova per stimare quanto gli Stati Uniti possano risuscitare il proprio potere in Asia, il summit di Da Nang segnala che sarà un lungo cammino, caso mai. Il punto è, mentre gli Stati Uniti sottolineano la propria posizione militare, la battaglia per l’influenza in Asia si acuirà e diverrà invece economica. Gli Stati Uniti hanno perso la faccia ritirandosi dall’accordo di partenariato Trans-Pacifico (TPP). La missione dell’APEC a Da Nang era continuare sulla linea del sistema di scambi aperto. Il dinamismo economico dell’Asia dipende decisamente dall’ambiente estero. Peter Drysdale, professore emerito all’Università Nazionale Australiana, scriveva la settimana prima: “La fiducia nel sistema commerciale globale è importante per l’Asia. Ha sostenuto interdipendenza, prosperità economica e sicurezza politica asiatica in passato e continuerà a farlo in futuro. Pertanto, osservando questi interessi strategici globali, l’Asia ha un ruolo nuovo e critico da svolgere. L’APEC è il teatro in cui deve iniziare l’azione“. Da questa prospettiva, quando il presidente Donald Trump si rivolse al vertice APEC, fece il discorso sbagliato nel posto sbagliato. (Trascrizione). Trump minacciava che gli Stati Uniti non tollereranno più “abusi commerciali continui”, lamentandosi degli squilibri commerciali e sostenendo che il commercio libero era costato milioni di posti di lavoro statunitensi, paragonando “reciproci equilibrio e vantaggio” col “commercio reciproco”, scagliandosi contro il World Trade Organization. Trump chiudeva la porta agli accordi regionali di libero scambio. La grande diplomazia della transazione veniva così espressa. Tuttavia i leader asiatici affermavano la priorità delle soluzioni multilaterali ai problemi commerciali globali. Col TPP finito, la Partnership regionale economica globale guidata dall’ASEAN è l’unica strategia esistente, e gli Stati Uniti non sono nemmeno presenti. Al contrario, non sarà sfuggito al pubblico asiatico che il discorso del Presidente cinese Xi Jinping, subito dopo Trump, presentava una visione molto diversa del futuro del commercio globale. (Trascrizione).
Il Presidente Xi affermava che la globalizzazione è irreversibile e salutava l’accredito cinese come nuovo campione del commercio mondiale. “Dovremmo sostenere il regime multilaterale dei negoziati e praticare il regionalismo aperto per permettere agli aderenti in via di sviluppo di trarre il massimo vantaggio dal commercio internazionale e dagli investimenti“, esortava Xi, parlando di economia digitale, scienza quantistica, intelligenza artificiale, ecc., e descrivendo una visione del futuro coerente e completa. A proposito, mentre Xi parlava al vertice APEC, la Cina annunciava piani storici per ridurre i limiti della proprietà estera di gruppi finanziari. Il FT riferiva che Pechino propone di rilassare od eliminare i limiti sulla proprietà nei mercati commerciali, titoli, futures, asset management e assicurazioni. La Cina utilizza i requisiti di joint venture e caps ownership su un’ampia gamma di industrie per proteggere i gruppi nazionali dalla concorrenza e indurre la condivisione di tecnologie e competenze di gestione estere coi partner locali. Xi affermava nel suo discorso, “Nei prossimi 15 anni, la Cina avrà un mercato ancora più grande e uno sviluppo completo. Si stima che la Cina importerà merci per 24 trilioni di dollari USA, attirerà investimenti diretti per 2 trilioni di dollari e avrà 2 miliardi di dollari di investimenti in uscita“. In confronto, Trump è sempre più escluso dai partenariati. Quando tre primi ministri dell’ASEAN, Malaysia, Thailandia e Singapore, hanno recentemente visitato Washington, Trump celebrò l’evento come accordo di acquisti. Gli asiatici portano regali come espressione materiale di amicizia, ma Trump l’ignora e li celebra come trionfo dell’”America First“. Durante la visita del Primo ministro Malaysiano Najib Razak, il Khazanah Nasional (fondo sovrano del governo malese) e il Fondo previdenziale dei dipendenti (National Pension Fund Malaysia) annunciarono diversi miliardi di dollari di investimenti in progetti finanziari ed infrastrutturali negli Stati Uniti; Le Malaysia Airlines s’impegnavano ad esplorare le opzioni per acquisire altri aerei Boeing e motori General Electric per 10 miliardi di dollari. Il Primo ministro della Thailandia Prayut Chanocha promise che i militari del suo Paese avrebbero acquistato elicotteri Blackhawk, Lakota, Cobra, missili Harpoon e aggiornamenti del caccia F-16 assieme a 20 nuovi velivoli Boeing per le Thai Airways. Il gruppo Siam Cement decise di acquistare 155000 tonnellate di carbone per alleviare la situazione dei lavoratori statunitensi della “Rust Belt“, mentre la società petrolifera thailandese PTT accettava d’investire sul gas bituminoso dell’Ohio. Prayut e Trump inoltre firmarono un memorandum d’intesa per facilitare investimenti per 6 miliardi di dollari USA per presumibilmente generare oltre 8000 posti di lavoro negli Stati Uniti. Singapore propose l’acquisto di 39 aeromobili dalla Boeing Corporation che avrebbe generato 7000 posti di lavoro negli Stati Uniti. (Alla cerimonia della firma in TV, Trump sorrise ampiamente e strattonò scherzando il CEO della Boeing, pronunciando molto chiaramente alle telecamere, “Questi sono posti di lavoro, posti di lavoro americani, altrimenti non firmavo!“)
Ecco qui: il viaggio in Asia di Trump rafforza solo la percezione delle élite del sud-est asiatico secondo cui gli Stati Uniti perdono terreno strategico rispetto la Cina. In poche parole, l’efficacia della strategia asiatica basata principalmente sulla forza militare è incerta e insostenibile. La Dichiarazione dell’APEC (qui) testimonia che il discorso di Xi era in linea con lo spirito dei tempi, mentre Trump è rimasto fuori a produrre insulsi fuoco e fiamme. Nel momento in cui i giganti tecnologici cinesi si posizionano attentamente per sfruttare il previsto boom dell’economia digitale dell’ASEAN nel prossimo decennio, con la “One Belt, One Road” che avanza progressivamente con la firma di una rete di accordi di scambi e investimenti con la Cina al centro e creando una nuova rete di rifornimento globale, gli Stati regionali sperimentano concretamente i limiti della potenza statunitense. Quando Trump celebra accordi commerciali per 253 miliardi di dollari con la Cina, gli asiatici notano come tutte le strade portino a Pechino.MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 12 novembre 2017. Traduzione di Alessandro Lattanzio

1466.- La Cina cambia ancora e in queste ore sta decidendo il nostro destino

La Cina è la nostra grande opportunità e non deve essere un avversario.
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È iniziato il Congresso del Partito comunista cinese

È l’appuntamento più importante della politica in Cina, si tiene ogni cinque anni e potrebbe portare alla consacrazione dello strapotere del presidente Xi Jinping.

A differenza dei suoi predecessori Xi Jinpin vuole rimanere segretario del Partito Comunista cinese oltre i dieci anni canonici. Finora ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma ha reso il partito più omogeneo e più giovane. Il futuro di Europa e Italia dipende dalle sue scelte

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Nel suo discorso di apertura, questa mattina, Xi, ha detto: «Attualmente le condizioni interne ed esterne stanno subendo cambiamenti profondi e complicati. Il nostro paese sta attraversando un importante periodo di opportunità strategiche nel suo sviluppo. La prospettiva è estremamente luminosa; le sfide sono anche estremamente difficili». Xi ha fatto riferimento alle tensioni sociali determinate da profonde ineguaglianze economiche, ai problemi dell’inquinamento, dell’accesso al sistema sanitario ed educativo. Il principale obbiettivo di Xi è stata la corruzione.

Xi Jinpin ha aperto oggi il del congresso del Partito Comunista Cinese. A differenza dei passati leaders, che pare si siano voluti alternare con mandati di 10 anni ciascuno (5+5), questa volta la leadership di Mr. Xi sembra voglia estendere le propria influenza oltre il suo periodo predestinato. Con la sua leadership sembrerebbe che l’alternanza tra le varie correnti sia destinata a cessare, origine di coperture reciproche e di corruzione. L’alternanza era una regola non scritta per evitare che una sola fazione potesse controllare il paese per troppo tempo.

L’azione di Xi è stata fin qui devastante, ha combattuto ferocemente la corruzione e il malgoverno, arrivando persino a mettere in prigione quasi un terzo dei generali dell’esercito cinese del People Liberation Army accusati di corruzione ed incapacità. Non ha avuto riguardo per nessuno, neanche del suo possibile pre designato successore Mr. Zhengcai, segretario del Partito Comunista di ChongQing città, che è stato dimesso e accusato di corruzione e di deviazione dalle regole del partito. Xi ha rotto tutti gli schemi, andando contro corrente ma rendendo così il partito più omogeneo e portando forze più giovani in front line. Mai visti così tanti 40enni al vertice dell’esercito!

Le purghe di Xi hanno colpito persino il figlio del passato presidente, Mr. Jiang Zhemin, quindi lui non si è fermato neanche davanti al suo principale mèntore. L’obiettivo di dell’attuale leadership è quella di calmare le turbolenze sociali che stavano per scoppiare contro la corruzione dilagante e l’ingiustizia sociale. Il Presidente Xi ha spinto nella direzione di rendere le riforme popolari e per far capire alla gente che ci sarà un futuro migliore anche per i meno fortunati. Da qui l’apertura di questa mattina con ampi riferimenti alla necessità di bilanciare gli scompensi di sviluppo tra zone costiere e quelle più interne.

La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

Il partito vuole stabilità, vuole risolvere i problemi e spingendo le aziende, anche i giganti tecnologici a partecipare al benessere e sviluppo del paese. Lenovo, Alibaba, per esempio, stanno comprando sempre più terreni agricoli per portare la meccanizzazione nell’agricoltura e quindi produrre con più efficienza alimenti. Il cibo e l’acqua saranno un tema caldo per una società che presenta una crescita demografica così importante. Questa la chiamano responsabilità sociale delle imprese che devono sempre guardarsi dietro le spalle per non dimenticarsi le origini e lo sviluppo del paese.

Gli investimenti definiti speculativi sono quindi stati fermati perché non ha senso investire in Europa nel real estate, per esempio, con rendimenti asfittici, del 5%-7%, quando in Cina lo stesso settore rende oltre il 20%. Sono chiaramente visti come investimenti per portare fuori dalla Cina capitali non chiari, e fonte di corruzione. Mentre gli investimenti, definiti strategici, in tecnologie ed aziende sane, da poter far sviluppare in Cina, troveranno sempre terreno fertile ed apertura.

In questi giorni si sta quindi parlando di una Cina che muta, evolve e che guarda al futuro senza dimenticarsi delle classi più povere. Sarà una Cina più aperta, ma ai progetti e alle iniziative che porteranno più sviluppo al paese mentre la corruzione sarà punita sempre più severamente. Questa è una buona notizia anche per le aziende occidentali che potranno competere con quelle locali su basi più corrette e non “drogate” dalla corruzione. In Cina chi sarà in grado di seguire la rivoluzione tecnologica e a portare maggiore valore aggiunto, potrà vincere la sfida e svilupparsi el mercato e non solo in quello Cinese.

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Da ricordare che quello cinese è un mercato impossibile da ignorare, anche se sento parecchi opinion leaders, giornalisti, politici che in Italia, non capendo cosa stia accadendo, la ignorano oppure la denigrano. La Cina conta almeno 200 milioni di persone nella classe media con una capacità di spesa di oltre 30 mila dollari/anno, una classe media persino più ampia di quella del nord America. E’ per questo che dovremmo fare molto attenzione agli sviluppi e temi di questo Congresso per renderci conto che il nostro sviluppo e futuro dei nostri giovani ed economie in Italia e l’Europa dipende anche dalla Cina.

 

1434.- ” LA CINA COMPRA L’AFRICA, UN FAR WEST SENZA LIBERTA’ ”

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Strade e ponti in cambio di petrolio. Ospedali in cambio di rame e cobalto. La Cina si sta comprando l’Africa pezzo a pezzo, e lo sta facendo sotto i nostri occhi. Colonizzazione del terzo millennio, la si potrebbe chiamare.

Affamata di materie prime e pronta a cucirsi addosso un nuovo ruolo globale, la Cina si sta proponendo oramai sempre più apertamente come nuova portavoce del mondo in via di sviluppo, riprendendo il filo di quella Conferenza di Bandung che nel 1955 – grazie alla lungimiranza e al genio politico di Zhou Enlai, uno dei veri padri della Repubblica popolare cinese – diede vita al gruppo dei “non allineati”.

Ma, intanto, in quel mondo in via di sviluppo si sta espandendo con una spregiudicatezza notevole. Nel continente nero molto più che altrove. E questo dovrebbe preoccuparci.

C’è, in tutto questo, un doppio beneficio per Pechino. Uno sfogo per il suo flusso di produzioni (dai vestiti ai telefonini) e, quel che più conta, una fonte preziosa e quasi vergine di materie prime e fonti di energia: cibo necessario per un gigante in marcia verso uno sviluppo che, al momento, pare insostenibile. Meno evidenti sono le ricadute positive per l’Africa.

I grattacieli di Luanda, la capitale dell’Angola (il principale partner cinese nel continente), testimoniano la concretezza degli aiuti di Pechino. Ma vale la pena avere uno stadio in più, sapendo che le merci a basso costo che inondano il paese soffocano le produzioni locali? Vale la pena farsi costruire una strada nel deserto, per prosciugare le proprie miniere e a beneficio di un’economia straniera?

Se lo è chiesto, di recente, anche Angelo Ferrari, giornalista dell’Agenzia Italia, nel suo Africa gialla: un viaggio in Angola, paese uscito da vent’anni di guerra civile per imboccare la strada di questa nuova e più subdola forma di sfruttamento. Un racconto a tratti da incubo, fra bambini minatori che grattano il cobalto a mani nude, città in cui a dividere i pochi ricchi dalla miseria c’è un abisso ogni giorno più profondo, e detenuti cinesi esportati come operai non pagati e poi lasciati lì, con una nuova casa e un po’ di terra regalata dalle autorità.

C’è un termine sempre più usato per definire questo nuovo personaggio della storia contemporanea: Cinafrica. Ed è anche il titolo di un libro, un reportage di Serge Michel e Michel Beuret che, accompagnati dal fotografo Paolo Woods, hanno percorso quindici paesi di questo “Far west del ventunesimo secolo”. È la testimonianza di un’ epopea il cui epilogo pare essere, sempre e comunque, quello della povertà, per chi proviene dalle remote campagne cinesi come per chi abita le bidonville di qualche metropoli africana. Il racconto di una frontiera che non ha nessuna libertà da regalare.

 

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Due anni fa il presidente cinese Hu Jintao si avventurò in un gran tour africano. Doveva essere un trionfo, un viaggio per raccogliere gli applausi di un continente grato. Dopo essere passato in Sudan firmando fascicoli di accordi e tacendo sugli orrori che si consumavano in Darfur, ad attenderlo in Zambia trovò, più che gli applausi, fischi e proteste: per i lavoratori senza garanzie di sicurezza (decine e decine di morti), per i sindacati disciolti, per gli spari su chi chiedeva qualcosa in più di due dollari al giorno (“non ci considerano neanche esseri umani”, disse uno di loro, subito messo a tacere).

Pochi mesi prima, nelle fastose sale della Città proibita, era stato organizzato un elefantiaco vertice con i leader di tutti i paesi africani: per Pechino, un modo simbolico (e pienamente cinese, dunque) di mostrare al mondo il nuovo ruolo di grande sponsor dell’Africa. E di grande compratore.

Ecco, tutto questo dovrebbe preoccuparci. Non solo per motivi strategici e geopolitici, perché l’Africa ce l’abbiamo di fronte. Non solo per evidenti ragioni commerciali ed economiche. Ma per un altro aspetto, forse ancora più drammatico. Il fatto è che ai cinesi del futuro dell’Africa non interessa nulla, fondamentalmente. I diritti umani sono un intralcio in patria, figuriamoci in un altro continente. E allora con i tiranni si fanno affari, senza problemi di sorta, vanificando il pur minimo effetto delle (troppo flebili) voci che da Occidente talvolta si alzano contro i tiranni grandi e piccoli, da Mugabe ad Al Bashir, che ancora infestano l’Africa.

Chi difende Pechino, accusa l’Europa e l’America di “ipocrisia”, rispolvera le tragedie del colonialismo e sottolinea le colpe del capitalismo, del mercatismo e della globalizzazione. Non è un argomento convincente. La Cina è molto peggio, e gli africani probabilmente lo hanno capito più di noi.

editoriale di Federico Brusadelli

1424.-RUSSIA: La crisi nordcoreana secondo Mosca

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La situazione mondiale ha i suoi equilibri, necessari alla finanza e malgrado la crisi degli Stati sovrani e delle loro alleanze. Un equilibrio d’importanza fondamentale per l’Asia è dato dalla divisione fra le due Coree, utile e necessaria alla Cina e al suo piano di espansione a Ovest, non meno che all’India; non solo, ma attraverso le interessenze della Cina negli USA e la loro decadenza, anche a questi ultimi. Appare evidente che la potenzialità delle due Coree unite creerebbe un gigante economico contro il quale la stessa Cina potrebbe difficilmente competere. Non stupirà, neppure, che il ras di Pyongyang, Kim Jong trovi anch’egli utile questa strategia della tensione. E’ indubbio, infatti, che difficilmente potrebbe conservare la sua supremazia ed esercitare la sua follia in una grande Corea unita. ecco, dunque, che un missile al mese, un botta e risposta di minacce alla settimana aiutano a mantenere gli equilibri utili sopratutto al mercato globale. Sia Kim Jong sia Trump non si fanno pregare e i missili, un po’ ucraini, un po’ coreani sorvolano il Mar del Giappone, che, per i medesimi motivi, si unisce soddisfatto al coro. Putin, diventato nemico della NATO, ma innocente, ha tutto da guadagnare da un assetto tutto sommato equilibrato e copre politicamente, a sua volta, i missili di Teheran, sua confinante e si giostra con Pyongyang. Un esempio sono state le sanzioni alla Corea del Nord volute da Washington, come piatto forte ormai usuale del paniere diplomatico USA. Benché, per Mosca, le sanzioni non siano da considerarsi una valida alternativa – le sopporta anch’essa facilmente – , tuttavia, due settimane fa, al Consiglio di Sicurezza, la Federazione russa ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. A dimostrazione di questa nostra tesi, le sanzioni sono de facto aggirabili e la contraddittorietà del Cremlino è, in pratica, priva di effetto, almeno quanto le minacce di Washington. L’atteggiamento russo è dunque altalenante in apparenza, ma dettato dalle opportunità e sia la crisi scatenata dai lanci di Pyongyang, sia le minacce di Trump nel suo primo discorso all’ONU e sia i moniti della Cina sono considerati dal Cremlino come le mosse di una partita – e qui condivido l’autore di questo articolo – con opportunità, appunto, tanto maggiori quanto maggiore è la tensione. 
Ora che la vittoria russo-siriana sta ponendo fine a quella guerra, la strategia della tensione sta puntando sulla Corea del Nord e sull’Iran: i nuovi stati canaglia e, qui, si aggiunge, veramente foriero di pericoli il timore di Israele di vedere, non solo annullati i suoi piani di dominio sul Medio Oriente, ma anche le sue frontiere messe in pericolo, sopratutto, dagli Hezbollah. L’assassinio di Valeri Asapov non può bastare. Insomma, prestiamo orecchio a tutti, ma teniamo gli occhi puntati sugli Sciiti e su Tel Aviv. Mario Donnini
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 Pyongyang North Korea Vintage Architecture Photo Essay by Raphael Olivier
Leggiamo cosa scrive 

La frenesia missilistica di Kim Jong-un spadroneggia nei media italiani. Il contesto è ben noto, ma la sua portata si è recentemente aggravata. In un crescendo di ostilità, la Corea del Nord si è spinta fino a sorvolare con i propri missili la giapponese isola di Hokkaido. Per ben due volte Tokyo e il mondo hanno temuto che le minacce sinora paventate da Kim potessero infine tradursi in realtà.

Tutti i principali attori internazionali sono intervenuti in merito alla questione. Nonostante l’iniziale reticenza al rilascio di dichiarazioni, anche la Russia di Putin si è resa sempre più presente sulla scena. Le scelte di Mosca, tuttavia, sembrano comporre un quadro d’azione contraddittorio – o almeno così pare in superficie.

Le fasi alterne del comportamento russo

Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha condannato i lanci missilistici nordcoreani, definendoli una violazione sia del diritto internazionale, sia di diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alla stesso tempo, però, Mosca prende le distanze anche dalla linea statunitense. Secondo Putin, la “retorica insultante” e le pressioni militari di Washington non porteranno ad altro che al fallimento dei tentativi di riconciliazione, precipitando le ostilità in guerra.

Se qualsiasi intervento militare è da escludersi, le sanzioni non sono però da considerarsi una valida alternativa per Mosca. Nonostante siano state in vigore per lungo tempo, pare che esse non abbiano ridimensionato in alcun modo le velleità di Pyongyang. Come ha dichiarato Putin a latere dell’ultima conferenza dei paesi BRICS, i nordcoreani “mangeranno erba ma non fermeranno il proprio programma [nucleare] finché non si sentiranno al sicuro”. Certamente, il parere russo non è disinteressato: oltre ad essere essa stessa vittima di sanzioni, Mosca intrattiene consistenti relazioni commerciali con Pyongyang. Ma il volume di queste ultime non è tale da costituire il centro degli interessi russi nella crisi nordcoreana.

Se le sanzioni sono ritenute inutili, ci si potrebbe allora aspettare che la Russia osteggi qualsiasi nuova risoluzione che ne imponga di nuove. Sbagliato. L’11 settembre scorso, infatti, il rappresentante della Federazione russa al Consiglio di Sicurezza ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. Sanzioni da molti considerate cosmetiche e de facto aggirabili, ma pur sempre in contrasto con la retorica dispiegata in precedenza da Mosca.

L’altalenante atteggiamento russo è infine guarnito da proposte poco credibili elaborate con Pechino circa la soluzione della crisi, da dubbie rivendicazioni riguardo allo stato dei diritti umani in Corea del Nord e frecciatine agli Stati Uniti mascherate da ponderate interpretazioni delle azioni di Kim come applicazione della “lezione imparata” dall’Iraq di Saddam – schiacciato da Washington perché privo di garanzie nucleari.

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Un solo obiettivo: prestigio

Tuttavia, l’incostante tattica politica moscovita non è da confondersi con la mancanza di un disegno strategico. Anzi, tutt’al contrario, essa è riconducibile ad una visione di lungo periodo che ruota intorno a un obiettivo ben preciso. In questo caso come in altri (in Siria, ad esempio), l’obiettivo per Mosca è quello di “esserci” e contare al tavolo negoziale.

In tal senso, non è la risoluzione della crisi nordcoreana a muovere l’agenda del Cremlino, quanto piuttosto la partecipazione alla sua risoluzione. Tramite una tattica d’azione coerente nella sua flessibilità – capace di mutare in base alle sfumature assunte di volta in volta dalla situazione e alle possibili contromosse altrui – la Russia si propone come interlocutore indispensabile. In questo modo, Mosca appare non tanto come colei con la quale si possa risolvere una crisi, ma come attore senza il quale non è affatto possibile raggiungere una soluzione.

La “strategia della presenza” della Federazione russa è insomma tesa a convertire la presenza al tavolo negoziale (nordcoreano) in benefici sul piano del prestigio internazionale, a loro volta reindirizzabili a vantaggio di Mosca in contesti anche molto diversi – in base al principio del do ut des.

Invece che un bacino di rischi sempre maggiori, la crisi scatenata da Pyongyang è considerata dal Cremlino come una sede di grandi opportunità – tanto maggiori quanto maggiore la tensione. E’ per tale ragione che potremo aspettarci anche in futuro un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte di Mosca. Utilizzando una locuzione recentemente impiegata dal professor Carlo Pelanda, le scelte russe sono da ricondursi ad un “realismo pragmatico” che mira a rimandare i rischi della crisi nel tempo – non risolverli. Tanto più essi permarranno, infatti, tanto più la Russia riuscirà a sfruttarli come fonti di accrescimento della propria statura politica internazionale.

Questo studioso di East Journal è un esempio di cosa potrebbero e possano fare i giovani italiani. Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l’Ambasciata d’Italia a Tallinn e ricercatore presso l’Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese, russo. Ricordo che in Albania gli uffici pubblici e privati erano mandati avanti dalle ragazze e che parlavano tutte più lingue, imparandole dai programmi televisivi europei. Almeno per le lingue: Chi vale vuole, chi non vuole non vale!

1281.- LA CINA INTANTO DIVENTA GRANDE POTENZA NAVALE

Già nel 2000 lessi che l’US NAVY prevedeva di essere sorpassata dalle forze navali della Repubblica Popolare cinese nel 2025 e, da tempo, andiamo affermando che questa Unione europea non soddisfa al compito di favorire la nascita di un Nuovo Occidente, dall’Alaska all’Alaska, ponendosi come fattore di equilibrio fra Russia e Stati Uniti; ma il problema ha una sua radice più lontana nella politica neocon, che Trump e Putin dovrebbero superare, se vogliono potersi confrontare, con qualche probabilità di successo, con le potenze asiatiche. Si tratta per noi europei di voler essere ancora protagonisti o mai più e di comprendere che il pericolo è giallo, come diceva qualcuno.

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LPD Tipo 71 “Jianggangshan” delle forze navali della Repubblica Popolare

Mentre Usa ed Ue si accaniscono a contrastare “la minaccia russa”,  e la sua “aggressività”,  cose interessanti avvengono in Cina.

Nei cantieri navali dei cantieri Hudong Zhonghua di Shanghai, sta costruendo un grande mezzo  navale  da sbarco (nel gergo  americano LPD Landing Platform Dock), come rivelato da foto satellitari del febbraio scorso. Scafo prefabbricato, il mezzo – Tipo 075 – sarà il più grande  mezzo anfibio della  Marina Popolare:  con lo stesso dislocamento, sopra le 40 mila tonnellate,   della porta-elicotteri da sbarco americana LHD (Landing Helicopter Dock) d’assalto polivalente –  per confronto, il Mistral francese disloca la metà.

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Contemporaneamente, ha annunciato sotto  forma di indiscrezione di voler quintuplicare  il suo  attuale corpo di fanti di Marina (Marines, truppa  d’assalto e da sbarco) da 20 mila a 100 mila uomini, da 2 a dieci brigate. Ha già raddoppiato le sue Divisioni di Fanteria di Marina Motorizzate (AMID,Air and Marine Interdiction Divisions).  Nello stesso tempo, i comandi dell’esercito (Armata Popolare  di Liberazione) hanno  annunciato  di volere ridurre la loro forza di 300 mila uomini.  Evidentemente Pechino sta dando alla sua potenza militare complessiva un ri-orientamento strategico cruciale, da forza terrestre a potenza navale capace di “proiezione della forza” molto lontano dalle sue coste.

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Nuovi radar e nuovi missili per i cacciatorpediniere Tipo 051

La sua marina militare cresce in volume e capacità offensive.  I cantieri navali sfornano a spron battuto  cacciatorpediniere Tipo 052D (rimodernano i Tipo 051) , fregate Tipo 054, corvette Tipo 0 56; naturalmente è significativa l’aggiunta alla flotta di almeno due  incrociatori lanciamissili DDG  [Guided missile destroyers]  055, di una portaerei di nuova classe interamente fabbricata in Cina,di due portaelicotteri da sbarco  LHD di Tipo 071 che porterà a sei il numero di bastimenti di questa classe  ed a cui si unirà presto il Tipo 075 in costruzione a Shanghai.

Tutta questo potenziamento navale  ha a che fare con il completamento della nuova base strategica che Pechino ha impiantato a Gibuti, nel Corno d’Africa  e  con i sempre  più sostenuti investimenti per il porto di Gwadar in Pakistan:  questo, concepito inizialmente come piattaforma logistica del Corridonio Economico Cina-Pachistan e lo “One  Belt One Road” (la via della seta marinara), sta diventando anche una base militare con il compito di  garantire la sicurezza del commercio marittimo cinese  – e del Pakistan.

Una gigantesca riconversione da terra a mare

E’ interessante notare come   l’avanzamento della Cina nella zona  del Golfo, così rovente, sia stato ottenuto   stringendo accordi mutualmente utili coi diversi  paesi costieri.  A Obock, Gibuti, la sua base  iniziata nel 2016,  Pechino l’ha creata   col dichiarato scopo di partecipare ad operazioni congiunte di lotta alla pirateria somala,   ma anche di proteggere i suoi interessi in Africa dove ha tanto investito. Ora la struttura di Gibuti si sta evolvendo in una base navale capace di sostenere a  lungo, nel tempo e nello spazio,  le brigate di Marines cinesi coi loro mezzi anfibi destinati a proteggere in permanenza   le rotte transitanti per il golfo di Aden,  nonché  di porto per i sottomarini che pattugliano l’Oceano Indiano. La base di Gibuti è vicinissima a quella  americana di Camp Lemonnier, e ad  una  installazione molto più piccolo delle forze navali giapponesi (Japanese Maritime Self Defense Force).  La base serve a proteggere  le vitali importazioni di greggio e gas  della Cina, il 34% delle  quali passa per  il golfo di Aden.  La base navale di Gwadar in Pakistan, oltre che a servire come scalo commerciale, fornisce la centrale d’operazione abbastanza vicina allo stretto  di Ormuz, per cui passano  tante risorse energetiche cinesi, e la cui chiusura per un conflitto o un atto di terrorismo configurerebbe un gravissimo danno per l’economia cinese. Le manovre militari di metà giugno  con la marina iraniana  hanno evidenziato la volontà cinese di collaborare con  le potenze regionali a tenere aperto  il terribile collo di bottiglia dello Stretto, ma beninteso ha mostrato  agli altrui vicini  –  come ha detto l’ammiraglio Shen Hao, comandante della squadra impegnata nelle esercitazioni, che “l’Iran e  la Cina sono due antiche civiltà con una lunga storia di amicizia”.

Sappiamo meglio, se non altro per l’opposizione, proteste  e  le provocazioni americane,  della basi che Pechino sta costruendo nel  Mar della Cina Meridionale e nello stretto di Malacca. Di qui passano 5 trilioni di dollari l’anno del commercio mondiale, di cui buona parte è l’import-export cinese ;  di qui l’interesse cinese di mettere in sicurezza la  zona. E non solo per mantenerla aperta ai traffici navali, ma anche – come dimostra l’eccezionale sistema di fortificazioni che sta costruendo – anche a stabilirvi una “interdizione all’accesso – negazione all’accesso” a difesa avanzata dei suoi territori meridionali.

Tre isolotti,  anzi tre barriere coralline, Mischief Reef, Fiery Cross Reef e Subi Reef, sono diventate basi militari con piste d’aviazione di 2500 e 2700  metri, hangar per gli aerei a prova  di bomba, bunker per le munizioni,  torri di radar avanzate, oltre che alloggi   per il personale. Aerei da combattimento e missili terra-aria HQ9  sono stati dispiegati in  certi periodi  in queste basi. Porti e   base di elicotteri sparsi in altri isolotti o atolli circostanti  alla Cina il modo di affermare la presenza nella regione con una completezza irraggiungibile da qualunque altra potenza regionale, o  dalla potenza internazionale che immaginate.

La Cina rinforza le sue posizioni anche  nelle isole Paracel, contesele dal Vietnam (ci sono stati scontri fra i due paesi  negli anni ’80),  contesa ravvivata dalla scoperta in zona di petrolio. Apparentemente, Pechino  sta attrezzando alcune di queste isole per servire in futuro a basi della guerra anti-sommergibile.

Fatto notevole, benché determinata nell’affermazione   del suo “diritto” ad occupare quegli isolotti contesi, Pechino  ha fatto tentativi diplomatici di calmare le tensioni coi vicini. Cosa che è parzialmente riuscita  con le Filippine, con l’incontro personale fra Xi e Duterte a inizio anno, ed è fallita col Vietnam: il 20 giugno Vietnam e Cina hanno interrotto  le discussioni militari che avrebbero dovuto in qualche modo  appianare la disputa sulle Paracel. La delegazione cinese non ha apprezzato le manovre militari congiunte Vietnam-Usa  ai primi di giugno, né la visita del capo del governo vietnamita in Usa e Giappone.

Resta il fatto che, mentre la superpotenza americana  sa usare contro gli avversari potenziali solo il bastone della minaccia di intervento militare (e la vendita di armi ai  agli “amici”), la Cina  offre ai paesi coinvolti trattati mutualmente  benefici. Lungo tutto il percorso della Via della Seta marittima, Pechino ha diffuso  progetti di infrastrutture commerciali e di trasporto di energia che rendono vantaggioso per i paesi, e per le loro popolazioni, la partecipazione alla Via Marittima,  nei decenni avvenire. A Gwadar,  la Cina ha posizionato anche una flotta della sua marina da guerra, mostrando la volontà di condividere, coi vantaggi economici, anche il fardello della difesa  della rotta.

“Invece di offrire ai paesi la scelta fra il vassallaggio e l’invasione come fanno gli Stati Uniti, o un giuoco di regole economiche restrittive che  avvantaggiano il suo autore come la UE, la Cina offre alle nazioni che collaborano alla sua Via della Seta un posto in tavola” (Brian Kalman, analista militare  navale).

Un’altra fondamentale differenza:  la Cina sta creando la sua potenza  navale in stretto rapporto con la necessità di proteggere il suo gigantesco commercio  per via  marittima.

Cecità europea

Gli Stati Uniti per contro mantengono la flotta da guerra più grande del mondo e della storia,  e tuttavia non hanno praticamente una marina mercantile. Gli Usa hanno fatto la scelta di  subappaltare  il trasporto marittimo ai loro partner e vassalli, e di  dispiegare la sua marina da guerra nelle acque territoriali di detti  vassalli.  Di fatto, la cantieristica americana è quasi inesistente, producono solo piccoli bastimenti per il commercio costiero e le formidabili navi della loro flotta bellica.

Ora, l’ammiraglio americano  Alfred Thayer Mahan (1840-1914), forse il massimo storico  e stratega navale,  aveva scritto:

“La  necessità di  una marina [da guerra] in senso stretto nasce come conseguenza dell’esistenza di un trasporto marittimo  mercantile  di cui bisogna assicurare lo svolgimento pacifico, e scompare con esso – a meno che una nazione abbia tendenze aggressive e  mantenga una flotta potente che non sarà che un ramo  del suo establishment militare” (Alfred Thayer Mahan,  The Influence of Sea Power upon History 1660-1783).

I paesi europei, vassalli, vengono concentrati a  sfidare il “pericolo russo” creato artificialmente, mentre la Russia è un paesetto in confronto alla Cina  –    il suo Pil è un decimo di quello americano – laddove la  Cina è, fra gli avversari che storicamente gli Usa hanno avuto,  il solo che per grandezza e potenza economica gli si avvicina.

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Il varo della nuova portaerei cinese “Shandong”, che affiancherà in mare la Liaoning nel 2020, appare un po’ più grande (tra 65mila e 70 mila tonnellate di dislocamento). Rispetto alla Liaoning, la Shandong ha subito alcune modifiche e miglioramenti. Dispone di un radar più avanzato (Type 346 AESA) di un hangar più grande, potrebbe imbarcare una decina di velivoli in più e costituisce la capoclasse della serie Type 001A che vedrà presto entrare in cantiere un’unità gemella mentre altre 2 portaerei più grandi (Type 004 da 80 mila tonnellate e probabilmente propulsione nucleare) sono in fase realizzazione nell’ambito del programma cinese teso a disporre di 5 portaerei entro il 2030 inclusa la Liaoning.

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La Germania nazista, nel  1943, pesava solo il 26 per cento del Prodotto interno lordo americano. 

 

Il Giappone imperiale, il 13, 5%.

L’URSS, nel 1980, pesava il 40,4  per cento.

 

La Cina vale il 59, 4 per cento del Pil americano  (2014).

 

Ciò significa che in caso di guerra, per la prima, volta, la vittoria americana non è affatto assicurata. Gli è piaciuto vincere facile, ma ora… Ora,  le nazioni europee sono in posizione di beneficiare delle vie della Seta che la Cina sta costruendo, e non hanno la forza militare per minacciarla.  Forse conviene lasciare soli gli Usa a fare la loro guerra finale.

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Maurizio Blondet, 8 luglio 2017

1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

1530311_499402710230945_6132659780291696905_nSEMPRE PIU’ VICINI!

 

Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

HIMARS Aamericani ad Al Tanf

Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

IRAN-NAVI

Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.