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1241.- CINA E IRAN: MANOVRE NAVALI CONGIUNTE AD ORMUZ. Risposta all’Escalation Usa.

1530311_499402710230945_6132659780291696905_nSEMPRE PIU’ VICINI!

 

Il 18 giugno navi da guerra iraniane e  cinesi hanno compiuto manovre militari congiunte nello stretto di Ormuz, passaggio strategico posto al sud dell’Iran e a nord degli Emirati Arabi Uniti. Queste esercitazioni avvengono nel pieno dello scontro diplomatico tra Teheran e Washington  e di una crisi maggiore che scuote la penisola arabica,  e che oppone il Qatar ai suoi vicini, specie l’Arabia Saudita.  Il contrammiraglio cinese Shen Hao, citato dall’egenzia iraniana IRNA,  ha spiegato che  tali manovre  congiunte  hanno lo scopo di rinforzare la fiducia le due  marine militari”.

La zona delle esercitazioni navali cino-iraniane.

Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno reso noto di aver sparato due missili balistici a medio raggio contro obiettivi ribelli siriani nella zona di Deir ez-Zor:  questa è  l’enclave leale al governo di Damasco che resta da anni sotto accerchiamento di Isis e altre formazioni terroristiche, e che gli americani hanno bombardato nel settembre 2016, deliberatamente  uccidendo 80-90 soldati di Assad  là assediati – sia per aiutare l’ISIS (infatti ,lo Stato Islamico ha  sferrato un attacco subito dopo il bombardamento, in evidente coordinazione Usa)  sia  per mandare a monte il primo cessate il fuoco imbastito da Mosca fra i belligeranti. Ipotizziamo come più che probabile che fra “il gran numero di miliziani” che l’Iran dice di aver ucciso coi suoi missili, ci siano anche “consiglieri” (leggi commandos) americani, britannici o israeliani.  Gli iraniani hanno dichiarato che  il lancio è anche una riposta  al recente  attentato  al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini, rivendicato dall’ISIS (o Rita Katz). “Lo spargimento di sangue innocente non resterà senza risposta”, hanno scritto i pasdaran in un comunicato.

Risposta alla risposta, subito  dopo,  “l’esercito siriano ha confermato che aerei della coalizione a guida USA hanno abbattuto un suo velivolo SU-22 alla periferia di Raqqa. “Questo attacco arriva in un momento in cui l’esercito siriano e i suoi alleati stavano avanzando nella lotta contro i terroristi dell’Isis, i quali sono stati battuti in più di un modo nel deserto”, scrive il portavoce dell’esercito di Damasco.

E’ una vendetta  per i rovesci che le forze americane alleate ai “ribelli” hanno subito ad Al-Tanf,  posto del confine tra Irak e Siria, dove hanno tentato invano, con attacchi proditori, di impedire alle forze siriane regolari di collegarsi con le forze irachene anti-ISIS.    Ad Al Tanf , le forze statunitensi (Berretti Verdi sotto comando CIA) dispiegate all’interno di una base  ufficialmente per “preparare” le forze ribelli,  ma sono state colte di sorpresa dalla velocità e l’efficienza delle tattiche  utilizzate dalle unità delle forze armate siriane .

L’intervento degli F-18 e degli A-10 americani hanno fatto pagare un alto prezzo ai combattenti siriani, privi di copertura aerea e ancor più crudelmente, di anti-aerea: 88 soldati uccisi  dai cannoncini di bordo.

E  nonostante ciò, una controffensiva sferrata dai ribelli  guidati dai Berretti Verdi subito dopo l’attacco aereo, evidentemente coordinata  con l’Air Force, è stata fatta fallire dai siriani.  Le cui forze speciali “hanno  superato sul fianco i ribelli e sono riusciti a condurre una perfetta  manovra di accerchiamento”. Si parla di 1300 ribelli perduti per l’America.Le perdite americane non sono dichiarate, come al solito  (mica possono confessare che si battono a fianco dei tagliagole), ma non possono esser mancate.

..”I ribelli e le forze Usa con loro si son trovati intrappolati  ed hanno dovuto la loro salvezza dall’annientamento solo ad  una pressione molto energica dei russi sul comando siriano. Il Pentagono ha riconosciuto il ruolo della Russia nello “acquietamento” di Al Tanf”. Fin qui il comunicato siriano.

https://strategika51.wordpress.com/2017/06/18/le-declin-tactique-dal-tanf/

Ovviamente la Russia  non dà  agli alleati la copertura aerea per non arrivare ad un confronto diretto con l’aviazione americana.  Il Pentagono   ha ringraziato,  riconosciuto che i suoi soldati sono stati salvati da Mosca, e poi 1) abbattuto il vecchio aereo siriano, e 2) mandato a rafforzare la base  di Al Tanf  i loro  lanciarazzi plurimi su automezzo  HIMARS (High Mobility Multiple Advanced Rocket System).

Mosca  avvisa: ogni oggetto volante sarà abbattuto

 

HIMARS Aamericani ad Al Tanf

Quindi vogliono la rivincita; siano i russi ad evitare il confronto, a mantenere un senso di responsabilità;  loro preparano l’escalation – fin dove, se non verso la guerra mondiale?

A questo punto, Mosca ha interrotto ogni coordinamento con la aviazione americana, ed ha annunciato che “nelle zone d’intervento della  flotta aerea russa in Siria, ogni oggetto volanti, droni compresi, della coalizione internazionale [ quella messa insieme dagli Usa] all’ovest dell’Eufrate, saranno considerati come bersagli dalle forze  terrestri e  aeree russe” (19 giugno).

I comandi regolari siriani, nonostante le perdite, hanno evidenti motivi  di soddisfazione: in tre occasioni le loro forze sono riuscite  ad accerchiare le forze  speciali americane, che hanno rivelato così una palese inferiorità tattica  e combattiva; hanno dovuto richiedere l’appoggio aereo; ma intanto  i siriani si sono spinti fino alla frontiera con l’Irak – ciò che i brutali interventi americani volevano impedire.

Cosa accadrà adesso è difficile dire.  “Alcuni civili pazzi alla Casa Bianca spingono per ampliare il conflitto in una vera e propria guerra Iran-Usa. I comandi militari  stanno frenando”, il che non stupisce dopo i rovesci sul terreno, e temendo per le loro truppe nella più vasta area irachena, esposte ad un vero conflitto – –  ma ci sono elementi al Pentagono e alla Cia che sono per  l’escalation.

https://www.yahoo.com/news/white-house-officials-push-widening-225019128.html?.tsrc=jtc_news_index

Frattanto il Senato Usa ha votato, con una maggioranza di 98 su cento, un vero e proprio atto di guerra contro Teheran. Non solo rimette in vigore  le sanzioni già tolte e ne aggiunge di nuove, ma esige dal presidente che dia ordine “di ispezionare sistematicamente navi e aerei iraniani”  per impedire ogni assistenza armata ai  paesi in preda alla guerra contro(o pro) il terrorismo; per la prima volta, pone le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane nella lista delle “organizzazioni terroristiche”; invita il presidente a “identificare ogni  altra azione iraniana suscettibile di essere sottoposta a sanzioni”,  e  a studiare modo di impedire all’Iran di finanziare il suo programma missilistico.

IRAN-NAVI

Le esercitazioni navali congiunte Pechino-Teheran sullo stretto di Ormuz  sembrano essere una risposta, molto cinese, a  questa frenesia di rabbia e demenzialità Usa.

1202.- La Nuova Via della Seta entra nella fase operativa.

L’Agenzia Sputnik lancia questo messaggio e lo rivolge anche ai paesi del Mediterraneo, ma dimentica che il prossimo “Mediterraneo” sarà il Mare non più glaciale Artico. L’Occidente, purtroppo, ha ancora un atteggiamento troppo miope rispetto al BRI, come confermano le decisioni americana, inglese, francese, tedesca e anche indiana, di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Leggiamo le linee strategiche della politica cinese, che traduco in “Avanti a 360°”.

DAhNNB5XsAASsaD.jpg-largeLa conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chiamata anche “Belt and Road Initiative” (BRI), tenutasi recentemente a Pechino inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sull’intero pianeta.

Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo, tra cui anche il nostro presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni.

In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.

Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il “progetto del secolo”, ha fatto appello alla cooperazione produttiva internazionale, in quanto “le industrie sono il fondamento dell’economia”. Una maggiore cooperazione internazionale vuol dire migliorare la governance globale.

Ben consapevole del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha detto che “la finanza è la linfa dell’economia moderna. Servono una finanza stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversificato e una forte cooperazione tra governi e capitale privato.” Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.

Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. “Quanto proposto è estremamente necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno”, ha detto. “Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto BRI ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati”.Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.

L’Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al BRI, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l’India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan  e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.

La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di infrastrutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Intanto si collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l’Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Europa orientale e infine l’Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l’Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.Il BRI è quindi un’iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo.

E’ il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) di più recente costituzione.

La bandiera della Cina
© REUTERS/ KIM KYUNG-HOON

E’ importante notare che con il BRI la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell’Unione europea, anche quelli più piccoli dell’Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Con i primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l’Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell’Europa!Il BRI apre all’Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.

E’ noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con investimenti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale strategico. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferrovie fin dentro ai porti. E’ opportuno ricordare che i porti di Genova, Venezia e Trieste giò “arrivano” direttamente al centro dell’Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo.

Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni.

1196.- La lunga marcia verso l’Africa e il fattore CPEC nei rapporti cino-indiani

Mentre la dittatura tecnocratica finanziaria tiene al palo l’Occidente e mentre gli Stati europei continuano a combattere, se pure con armi diverse, per il dominio del continente, la Cina si propone come potenza a livello mondiale, da un lato, confrontandosi con gli Stati Uniti nel Mare Cinese meridionale, nell’Artide e in Groenlandia; da un altro lato rafforzando le basi del suo predominio nell’Est asiatico, sia, stavolta, collaborando con gli Stati Uniti nel tenere in posizione di sudditanza e, perciò, divise le due Coree e sia creando i presupposti della propria leadership sull’India, sopratutto, attraverso l’alleanza con il Pakistan. Tutto ciò, mentre continua nella sua marcia alla conquista del continente africano e delle sue materie prime. E siamo alle porte dell’Iran. Ed eccoci a Vladimir Terekhov, esperto sui problemi della regione Asia-Pacifico, che in esclusiva per la rivista online ‘New Eastern Outlook ha analizzato i risvolti del progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Leggendolo, comprendiamo meglio quanto sia stata danneggiata la Nazione e l’economia italiana dal governo Renzi e quali interessi abbia soddisfatto con la vendita alla giapponese Hitachi della secolare Breda treni (fu fondata da Cavour), con il progettato corridoio Berlino – Pechino nel suo portafoglio ordini.

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L’ambizioso progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), ripetutamente discusso qui, arriva gradualmente al centro delle tese relazioni tra i giganti asiatici Cina e India. Va ricordato che si tratta della costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali per circa 3000 km attraverso il Pakistan, collegando le province della Cina occidentale con il Mar Arabico. È inutile dire che tali collegamenti daranno risalto a varie infrastrutture minori che dovranno essere costruite per sostenere il CPEC. Tali progetti, in cui trasporti e impianti industriali saranno costruiti con uno scopo specifico, vengono spesso definiti “corridoi infrastrutturali industriali”. Strutture economiche simili sono ora create in India. Di queste, la più impressionante è il corridoio Delhi-Mumbai di quasi 2000 km. Questi progetti spesso consentono agli Stati di risolvere il problema dello sviluppo economico di territori lontani, soprattutto quando non rientrano nel cosiddetto “mondo occidentale”. A tal proposito, è ovvio che per Islamabad le intenzioni di Pechino di assegnare 46 miliardi di dollari all’attuazione del CPEC possano diventare cruciali. Tuttavia, offrendo questo progetto al Pakistan, la Cina non s’impegna nella mera beneficenza, ma risolve uno dei propri obiettivi strategici fondamentali, imposti dalla necessità di accedere in modo affidabile al Golfo Persico e alle coste orientali dell’Africa, bypassando il vulnerabile Stretto di Malacca. E sebbene Pechino sottolinei in ogni modo la natura puramente economica del CPEC, sembra certo che rafforzi ulteriormente i rapporti tra Cina e Pakistan.
La stessa natura del CPEC è destinata a provocare sentimenti negativi in India, pure rafforzati dal fatto che metà del futuro “corridoio” attraverserà le unità amministrative del Pakistan che appartenevano al Kashmir. Come risultato delle numerose guerre indo-pakistane, l’ex-principato oggi è diviso a metà con le parti che sostengono la piena proprietà del territorio precedente. In India, a quanto pare, si crede che il futuro “corridoio” sarà protetto non solo dai pakistani ma anche dalle truppe cinesi. Ciò renderà la prospettiva di un ipotetico “ricongiungimento” del Kashmir sotto controllo indiano, un sogno. Pertanto, Nuova Delhi era riluttante ad accettare qualsiasi appello di Islamabad e Pechino a “scartare qualsiasi ostilità” aderendo al progetto CPEC. Inoltre, i generali indiani parlano apertamente della prospettiva di una “guerra su due fronti”. Ad esempio, l’annuncio dell’ex-capo dell’esercito indiano, Generale Bipin Rawat, dell’8 gennaio. I commenti sui media indiani su questa affermazione hanno due punti interessanti. Primo, sarebbe stata provocata dall’attuazione del progetto CPEC, nonché dalla costruzione di infrastrutture nel Tibet cinese, adiacente al confine con l’India. Fu anche menzionato lo sviluppo delle relazioni di Pechino con Bangladesh, Nepal e Bhutan. Si ritiene che l’India possa puntare sui missili a testata nucleare Agni-V (attualmente testati), così come sui corpi dei cacciatori di montagna di circa 100000 effettivi, in risposta, se la guerra su “due fronti” iniziasse mai. Ciononostante, un mese fa il Generale Bipin Rawat ammise apertamente che le truppe indiane non possono rispondere adeguatamente a tale minaccia, mentre, allo stesso tempo, ora ricevono sufficienti finanziamenti per poter condurre una guerra su due fronti. Ecco perché Bipin Rawat è convinto della necessità urgente di formare alleanze con Paesi regionali, come Iran, Iraq e Afghanistan. Questa dichiarazione fu provocata dall’ultimo incidente sulla “linea del cessate il fuoco” con il Pakistan del 1° maggio, nel territorio dell’ex-Kashmir. Secondo gli indiani, forze speciali pakistane entrarono nella terra di nessuno, uccidendo un ufficiale indiano e sfigurandone il cadavere.
Va ricordato che l’anno scorso India e Pakistan (potenze nucleari) furono sull’orlo della guerra per due volte a causa degli incidenti sulla “linea del cessate il fuoco”, rientrando perfettamente nell’immaginazione generalizzata su terrorismo e scontri tra unità regolari di entrambi gli eserciti, avvenuti più volte all’anno negli ultimi decenni. Tale situazione nella regione non permette in alcun modo una risposta positiva dell’India agli appelli di Islamabad e Pechino ad aderire al CPEC. Inoltre, il consenso a tali proposte significherebbe che l’India riconosce effettivamente la situazione territoriale sviluppatasi finora nelle relazioni con il Pakistan. Di conseguenza, la linea del “cessate il fuoco” diverrebbe un confine internazionale riconosciuto. Tuttavia, lungi dall’appello, è difficile che il Pakistan accetti un esito nella disputa territoriale con l’India. Per Islamabad Nuova Delhi non tiene conto degli interessi della popolazione degli Stati indiani di Jammu e Kashmir, che per il 70-100% (in diversi distretti) professa l’Islam. Tutto ciò consente di concludere che non esiste alcuna possibilità che l’India, in qualsiasi forma, partecipi al CPEC nonostante l’evidente vantaggio economico che otterrebbe aderendovi. L’India decide di risolvere i propri problemi rafforzando le posizioni nell’area del Golfo Persico. Un passo importante in questa direzione fu il vertice tripartito con la partecipazione dei leader di India, Iran e Afghanistan del maggio 2016 a Teheran. Forse il risultato principale fu il prestito di 500 milioni di dollari all’India per ricostruire porto e infrastrutture nel villaggio iraniano di Chabahar. Si badi al fatto che Chabahar si trova sul Mar Arabico, dove il CPEC si dirige, ed a soli duecento km dal porto pakistano di Gwadar, all’estremità del suddetto “corridoio”. L’Afghanistan, a sua volta, era particolarmente soddisfatto dal progetto di modernizzazione di Chabahar, vivendo da tempo relazioni tese con il Pakistan. Infine, Kabul avrà l’opportunità di entrare nell’Oceano Indiano escludendo il territorio pakistano, usando la zona controllata dall’Iran e rafforzando i legami (quantomeno amichevoli) con l’India.
In conclusione, va ricordato che il CPEC è percepito dalla Cina come la parte più importante dell’ambiziosa rinascita della Grande Via della Seta. Nel frattempo, l’approccio cauto di Nuova Delhi verso il CPEC spiega l’assenza del Primo ministro indiano Narendra Moody al forum di Pechino dedicato all’attuazione del progetto Fascia e Via.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1150.- Dopo 100 giorni, Trump rimedia un’umiliazione coreana

Non è la Korea democratica che può scatenare la guerra, ma il braccio di ferro in atto in Siria.

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Nikki Haley

Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson, dopo aver allontanato l’ambasciatrice neocon Nikki Haley dalla sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, segnalava la disponibilità di Washington a colloqui diretti con la leadership della Corea democratica. Tillerson dichiarava “Il nostro obiettivo non è il cambio del regime. Né vogliamo minacciare il popolo nord-coreano o destabilizzare la regione dell’Asia Pacifico. Negli anni abbiamo ritirato le nostre armi nucleari dalla Corea del Sud e offerto aiuti alla Corea democratica come prova della nostra intenzione di normalizzare le relazioni… gli Stati Uniti credono in un futuro per la Corea democratica. Questi primi passi verso un futuro più speranzoso saranno più spediti se altri soggetti interessati, nella regione e nella sicurezza globale, ci raggiungeranno”.

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Il segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson. Stati Uniti e Cina intendono entrambi mantenere la divisione delle due Coree. La strategia della politica USA dovrebbe tenere in maggior conto l’espansione delle nuove potenze asiatiche: India e Corea, che si aggiungono alla Cina e rendersi parte attiva della fondazione di un Nuovo Occidente, dall’Alaska, all’Alaska, con l’Europa e la Russia, assumendovi la funzione di “primus inter pares” (ndr).

Tillerson, però continuava minacciando “Dobbiamo imporre la massima pressione economica tagliando i rapporti commerciali che finanziano direttamente il programma nucleare e missilistico della RPDC. Invito la comunità internazionale a sospendere il flusso dei lavoratori ospiti nordcoreani e ad imporre divieti alle importazioni nordcoreane, in particolare al carbone”.

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>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

Questi sistemi missilistici nordcoreani sono allo stato più potenziale che sperimentale e i ripetuti lanci falliti potrebbero anche dipendere da attività di contromisure elettroniche ostili. Allo stato dei fatti, rappresentano l’arma diplomatica migliore della Corea democratica, da sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni.

Tillerson chiariva che ormai obiettivo degli USA è impedire alla Corea democratica di sviluppare armamenti strategici che possano minacciare direttamente la terraferma nordamericana. Timore confermato da Vasilij Kashin, analista militare russo, “Attualmente, i test riusciti con i missili KN-11 Pukkuksong-1 navali e KN-15 Pukkuksong-2 terrestri, sono in corso. In realtà, i nordcoreani hanno raggiunto lo stesso livello della Cina agli inizi degli anni ’80, quando Pechino effettuò i test di volo del JL-1, il primo missile lanciato da sottomarini della Cina, da cui evolse il DF-21, missile balistico mobile a medio raggio”. Kashin indicava che la Cina impiegò 5-6 anni per completare i test di volo del JL-1, mentre “I nordcoreani hanno iniziato i test di volo del Pukkuksong-1 nel 2014, ed è possibile che saranno pronti a schierarli alla fine del decennio. Questi missili avrebbero una gittata di 2000 km, paragonabile a quella di JL-1 e DF-21A. Pyongyang avrà la capacità sicura di colpire obiettivi in Corea del Sud e Giappone, ma ancora non potrebbe raggiungere gli Stati Uniti”. Si pensa che i nordcoreani abbiano fatto una dozzina di prove con i Pukkuksong-1 e 2, e nell’agosto 2016 fu compiuto un lancio da un sottomarino del Pukkuksong-1. Secondo Kashin, questi successi saranno la base di ulteriori progressi. Tuttavia, “il passo per realizzare un missile balistico intercontinentale, e in particolare un ICBM propulso da combustibili solidi, richiederà un salto qualitativo nello sviluppo della base produttiva e delle infrastrutture dei test della Corea democratica”.

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La Corea democratica ha sviluppato anche il KN-08, noto anche come Rodong-C o Hwasong-13, ICBM autocarrato mobile allo studio dal 2010. Kashin osservava che i nordcoreani, “dovranno saper produrre motori a razzo a propellente solido dal grande diametro. Dovranno sperimentare nuovi combustibili e nuovi contenitori per missili. Una limitazione seria è la capacità o meno di acquistare o creare le attrezzature necessarie”. Inoltre, “per essere testati, gli ICBM dovranno essere lanciati sopra il territorio giapponese in direzione dell’Oceano Pacifico meridionale. Dato che l’esperienza dei cinesi nel testare i loro ICBM DF-5 nei primi anni ’80 dimostra che i test richiederanno la creazione di una flotta di navi specializzate dotate di complessi strumenti di misura e, probabilmente, nuove navi da guerra per scortarle. I tentativi di condurre tali test saranno minacciati da Stati Uniti ed alleati, anche con tentativi di abbattere i missili durante il decollo, o di bloccare le apparecchiature di controllo a bordo delle navi nordcoreane”. Quindi, secondo Kashin, i test sugli ICBM richiederanno circa 5-6 anni. La Cina “schierò i suoi ICBM DF-31 15-20 anni dopo lo schieramento dei Jl-2 e DF-21”. Quindi, secondo l’analista, passerebbero decenni prima che Pyongyang possa disporre di un vero ICBM. “Perché i nordcoreani sentano la necessità di richiamare l’attenzione sui sistemi di armi che, anche secondo lo scenario più ottimista, non possono essere schierati prima della metà degli anni 2030? È possibile che, dal punto di vista di Pyongyang, sia una dimostrazione della determinazione e, allo stesso tempo, un invito ai colloqui, che la Corea democratica, nonostante l’isolamento, intende condurre da una posizione di forza. È possibile che questi potenziali sistemi missilistici siano ciò che la Corea democratica è pronta a sacrificare in cambio di una riduzione delle pressioni e delle sanzioni. La sicurezza del Paese è garantita dalla capacità d’infliggere danni inaccettabili agli alleati degli USA Corea del Sud e Giappone in caso di guerra. Pyongyang non abbandonerà armi nucleari e missili a medio raggio, ma potrebbe accettare di non condurre nuovi test o sviluppare missili intercontinentali in cambio di concessioni economiche e politiche. Questo è possibile, può benissimo essere lo scenario ideale per Pyongyang”. I nordcoreani potrebbero essere pronti a rinunciare alla futura capacità di attaccare il continente nordamericano in cambio della normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. Ciò potrebbe spiegare il discorso di Tillerson al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

wang_yi_ Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi

Ma se il segretario di Stato Rex Tillerson sembrava indicare un ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso la Corea democratica, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, affermava, “La chiave per risolvere la questione nucleare sulla penisola non è nelle mani cinesi. È necessario mettere da parte il dibattito su chi debba compiere il primo passo e smettere di discutere chi abbia ragione e chi torto. Ora è il momento di considerare seriamente la ripresa dei colloqui”. Sempre Wang Yi, in una conferenza stampa con il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, affermava “Certamente crediamo che i continui test nucleari violino le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma effettuare esercitazioni militari nella penisola coreana chiaramente non è n linea con lo spirito delle risoluzioni del Consiglio… riguardo la probabilità di una guerra, anche una minima probabilità non è accettabile. La penisola coreana non è il Medio Oriente. Se la guerra esplodesse, le conseguenze sarebbero inimmaginabili”, tracciando così la linea rossa che gli Stati Uniti non devono attraversare. Inoltre, il Quotidiano del Popolo avvertiva, “La forza non porterà da alcuna parte; dialogo e negoziati restano l’unica soluzione. È indispensabile che tutte le parti interessate considerino la proposta della Cina: sospensione dei test nucleari da parte della RPDC e cessazione delle esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. Altre parole aspre e confronti militari non beneficeranno né Stati Uniti né RPDC. Se le parti possono inviassero segnali positivi, il problema potrebbe avere una probabile soluzione”. Lungi dall’essere disposta a considerare ulteriori sanzioni contro la Corea democratica, la Cina chiede agli Stati Uniti d’impegnarsi immediatamente in colloqui diretti con la Corea democratica e che sospendano le esercitazioni militari con la Corea del Sud, in cambio della sospensione della Corea democratica di ulteriori test nucleari. Tillerson restava scioccato dalla risposta cinese, “Non negozieremo il nostro ritorno ai negoziati con la Corea democratica, non ricompenseremo le violazioni delle risoluzioni passate, né il cattivo comportamento nei colloqui”. Ma il Viceministro degli Esteri russo Gennadij Gatilov sosteneva la Cina, dichiarando, “Una retorica bellicosa accoppiata a dimostrazioni di forza accanita hanno portato a una situazione in cui il mondo intero seriamente si domanda se ci sarà una guerra. Un pensiero sbagliato o un errore male interpretato porterebbero a conseguenze spaventose e deprecabili”. Gatilov osservava come la Corea democratica sia minacciata dalle esercitazioni militari congiunte statunitensi-sudcoreane e dall’arrivo delle portaerei statunitensi nelle acque della penisola coreana.

Cina e Russia si oppongono allo schieramento del sistema antimissile statunitense in Corea del Sud, definito “sforzo destabilizzante” che danneggia la fiducia tra le parti sulla questione della Corea democratica. In sostanza, invece d’isolare la Corea democratica, gli USA si ritrovano la Cina ad accusarli di suscitare una crisi, e non solo Beijing si oppone alle pretese degli Stati Uniti di ulteriori sanzioni, ma rafforza il sostegno alla Corea democratica. Il Quotidiano del Popolo riportava, “Nonostante le tensioni sulla penisola, una guerra non è affatto imminente. Anche se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo governo rimproverano alla RPDC il programma nucleare e missilistico, e sebbene la RPDC abbia risposto con parole e azioni nette, ci sono ancora segnali incoraggianti. Negli ultimi giorni, la RPDC non ha condotto alcun nuovo test nucleare. E il 26 aprile, segretario di Stato, segretario della difesa e direttore dell’intelligence nazionale degli USA dichiaravano congiuntamente che i negoziati sono ancora sul tavolo”.
Tornando al discorso di Tillerson alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le sue parole dimostrano chiaramente che gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non dialogare con Piyongiyang, e la necessità per l’amministrazione Trump, dopo la foia bellicosa delle ultime settimane, di avere la foglia di fico delle sanzioni cinesi per salvarsi la faccia prima di negoziare con la Corea democratica. Ma i cinesi, memori dell’oltraggio dell’attacco missilistico alla Siria, avvenuto mentre Trump incontrava il Presidente Xi Jinping, negano a Trump tale favore. Infatti, l’ambasciatore nordcoreano, d’accordo con i cinesi, neanche si degnava di partecipare alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rispondere a Tillerson. Per loro hanno parlato Cina e Russia.

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Un’aula computer nella Grand People’s Study House, a Pyongyang. I computer danno accesso a Kwangmyong, non ad internet. Da marzo del 2014, i computer sono attrezzati con Windows XP ed Internet Explorer 6. Kwangmyong è accessibile solo dall’interno della Corea del Nord.

Il successo della Corea democratica nel programma missilistico e nucleare dimostra che possiede una seria base industriale e tecnologica comprendente chimica avanzata e fisica nucleare. Il successo della Corea democratica nel produrre cellulari e tablet intelligenti e la rete intranet nazionale “Kwangmyong”, indicano anche l’esistenza di un’industria informatica avanzata. Rodong Sinmun, quotidiano del Partito dei Lavoratori della Corea democratica, spiega la necessità del programma strategico per la Corea democratica, “Recentemente, il rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, attaccando le giuste misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, dichiarava che costituirebbero una minaccia per gli Stati Uniti e diversi altri Paesi, e che “Paesi compiono atti malvagi”, come la RPDC, non firmando la convenzione del bando delle armi nucleari o non attuandola. Ciò è una distorsione grossolana della realtà. Gli Stati Uniti distorcono e sfruttano deliberatamente la realtà per mutare il quadro in loro favore. Lo scopo è indicare la RPDC come nemica della pace e nascondere la verità sul terribile criminale nucleare e giustificarne le mosse per soffocare la RPDC. Non hanno merito e diritto di accusare le misure della RPDC per rafforzare la deterrenza nucleare, e neanche diritto di agitarsi sulla convenzione per il divieto delle armi nucleari. Gli USA cercano di convincere il pubblico che la denuclearizzazione del mondo non avviene a causa della RPDC. È un’accusa senza senso che ignora i motivi storici per cui la RPDC è stata costretta ad optare per le armi nucleari e rafforzarle qualitativamente e quantitativamente, e del perché è diventato necessario nel mondo disporre della convenzione sul divieto delle armi nucleari. Non sono altri che gli Stati Uniti che hanno costretto la RPDC ad accedere alle armi nucleari e sono sempre gli Stati Uniti che spingono costantemente la RPDC a rafforzarle qualitativamente e quantitativamente. La deterrenza nucleare della RPDC non minaccia gli altri, ma è un mezzo per difendere la sovranità del Paese dalla provocazione nucleare statunitense in ogni aspetto. La RPDC continuerà ad esercitare questo diritto con dignità, indipendentemente da ciò che altri possano dire”.
Infine, Trump si vantava di aver diviso la Cina dalla Russia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel tentativo di suscitare zizzania tra Beijing e Mosca; cosa confermata dal consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H. R. McMaster, che in un’intervista dichiarava in preda al delirio, “Ciò che sappiamo è che rispondendo alla strage del regime siriano, il presidente Trump e prima signora hanno ospitato una conferenza straordinariamente vincente con il Presidente Xi e la sua squadra. E non solo hanno stabilito un rapporto molto caldo, ma… hanno lavorato sulla risposta alla strage da parte del regime di Assad nel voto alle Nazioni Unite. Penso che il Presidente Xi sia stato coraggioso nel distanziarsi dai russi, isolando russi e boliviani… E credo che il mondo l’abbia visto bene, in quale club volete essere? Il club russo-boliviano? Oppure nel club degli Stati Uniti, lavorando insieme sui nostri interessi per la pace e la sicurezza”. Un commento che illustra la miseria della diplomazia statunitense sotto Trump. “I cinesi chiarirono a Mosca la decisione di astenersi nel voto alle Nazioni Unite, prima della votazione. Dal loro punto di vista e da quello dei russi, la decisione della Cina di astenersi non significava molto. Non c’era possibilità che il progetto di risoluzione passasse perché la Russia aveva già fatto sapere che avrebbe posto il veto, mentre gli Stati Uniti avevano già rimosso i termini più offensivi nel progetto di risoluzione prima che venisse votato, cancellando la formulazione che accusava dell’incidente di Qan Shayqun il governo siriano, prima che avesse luogo una qualsiasi inchiesta… ciò che i cinesi intesero come semplice cortesia diplomatica verso Trump su un tema che per la Cina era secondario, tuttavia fu erroneamente interpretato dall’amministrazione Trump come passo della Cina contro la Russia. Chiaramente, sarebbe stato completamente diverso se la Cina avesse votato la risoluzione dopo che la Russia aveva fatto sapere che avrebbe votato contro. In quel caso sarebbe stato legittimo parlare di grave frattura sul tema siriano tra Pechino e Mosca. Tuttavia l’astensione non va interpretata così”. Comunque, come visto, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso la dirigenza cinese e il tentativo puerile di dividere Cina e Russia, oltre alle minacce alla Corea democratica, non solo hanno spinto la leadership cinese a riaffermare la persistenza dei rapporti tra Cina e Russia, ma irritava la Cina, con il risultato visto al Consiglio di Sicurezza, dove la Cina sostiene espressamente le richieste nordcoreane sulla fine delle manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, collegandole al programma strategico nordcoreano, passo contro cui gli Stati Uniti si sono sempre opposti. Inoltre, la realtà della cooperazione cinese e russa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite veniva dimostrata appunto sulla questione della Corea democratica, con i russi che sostengono con nettezza la Cina, dimostrando un chiaro coordinamento tra dirigenze di Cina e Russia.

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Xi Jinping e Putin

di Alessandro Lattanzio

1147.- La prima portaerei made in China

‘Type 001A’, una sigla prima del vero nome, per la prima portaerei cinese costruita interamente in casa. Copiatori d’eccellenza, gli ingegneri cinesi avevano a comprato la loro prima portaerei dalla Russia, e ora fanno da soli. Corsa al riarmo anche se la gara con gli Usa per ora è dispari, ma è dal 2000 che l’US NAVY prevede il sorpasso dei cinesi per il 2025.

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Ieri 26 aprile Pechino ha varato la prima portaerei completamente «Made in China». La nuova nave da guerra, la seconda portaerei della flotta cinese, è stata costruita nei cantieri navali di Dalian, nel Nord-Est della Cina. La nuova unità, ancora da ‘armare’ nel saenso navale e non soltanto, entrerà però in servizio tra due o tre anni.
Con una stazza di 50 mila tonnellate e una lunghezza di 315 metri, la nuova Type-001A è di poco più grande rispetto alla Liaoning, la portaerei di fabbricazione sovietica, acquistata dalla Cina in Ucraina e che dal 2012 è parte della flotta della Repubblica Popolare.

Grande enfasi nazionalista per l’evento, ma c’è anche chi ha voluto rimarcare il forte divario con la potenza navale Usa. La US Navy può contare su dieci portaerei, con altre due sono in costruzione. Inoltre, le portaerei cinesi mostrano limiti nelle dimensioni e in altri dettagli tecnici rispetto alle navi da guerra a propulsione nucleare che fanno parte della flotta americana.
Anche se la Cina sta già lavorando a navi da guerra di nuova generazione, per ora la dottrina militare di Pechino sembra concentrata a livello regionale: Taiwan, le contese territoriali con il Giappone e sulle isole nel Mar Cinese Meridionale.

Nell’ultimo decennio, però, la marina cinese ha iniziato ad ampliare i ‘proprio orizzonti’ in senso letterale. Dal 2008 è impegnata in missioni anti-pirateria al largo della Somalia, la prima presenza al di fuori delle proprie acque territoriali condotta da Pechino. Una fregata cinese aveva partecipato alla scorta internazionale per l’evacuazione dei gas tossici dalla Siria. Attualmente, nel Golfo di Aden, a Gibuti, la Cina sta costruendo la sua prima base navale all’estero. Una posizione strategica, quella del Corno d’Africa, da cui si controllano le rotte commerciali ed energetiche tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una delle priorità dell’amministrazione del Presidente Xi Jinping è stata proprio la modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina prevede il progressivo spostamento di uomini e risorse dalle forze di terra – oggi l’enormità di un milione e 600 mila soldati – verso la marina e l’aviazione. Come si legge nei documenti ufficiali di Pechino, è già una trentina d’anni che la Cina ha iniziato a trasformare la propria dottrina militare, dalla tradizionale difesa dei confini terrestri per iniziare a rivolgere la propria attenzione agli oceani. La Cina che apriva alle riforme economiche doveva, infatti, proteggere le rotte marittime su cui viaggiano le esportazioni di Pechino.

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Nel 2016 la Cina aveva messo a bilancio 954,35 miliardi di yuan per la spesa militare, 138,4 miliardi di dollari. L’aumento deciso per quest’anno, +7%, la porta a 147,9 miliardi di dollari, la spesa più alta dopo quella degli Stati Uniti, superiore alla somma dei rivali regionali Giappone e Corea del Sud. D’altra parte quella cinese è la seconda economia del mondo.
Il +7% «circa» del 2017 porta il budget delle forze armate oltre la soglia simbolica dei 1.000 miliardi di yuan (147,9 miliardi di dollari). Ma 9 miliardi di dollari in più sul 2016 sono una frazione dei 54 miliardi chiesti da Donald Trump davanti al Congresso di Washington. E il Pentagono ha a disposizione 603 miliardi di dollari, il quadruplo dell’Esercito cinese.

1100.- SOLO I NEO-CON CERCANO LA GUERRA

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Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria

Trump contro tutti, un twitt o una intervista tv dopo l’altra. Ieri Corea e Cina, oggi l’ex amico Putin e la Siria. “Ha nascosto prove dell’attacco chimico di Assad”. Putin con Mattarella aveva ricordato le menzogna americane sulla armi atomiche di Saddam. Prima i twitt contro la Corea, “Cercano guai”, e quelli alla Cina su sostanziale ‘chi se ne frega’ se non aiutata e non volete le nostre atomiche a Seul.

Siria

Donald Trump incontenibile, sembra voler sfidare il mondo, prendendolo a schiaffi. Corea, Cina, Siria, Russia, e via strepitando. E ricomincia con la Siria, rompendo l’insolito silenzio che teneva da venerdì, giorno in cui ha ordinato l’attacco missilistico contro la Siria di Assad. Intervista alla tv amica Fox News e il tabloid New York Post. Secondo una imprecisata agenzia di spionaggio -spara Trump- Mosca ha cercato di nascondere le prove dell’attacco chimico della settimana scorsa dal regime di Assad. Ieri Putin aveva di fatto già smentito queste ipotesi nell’incontro con Mattarella, ricordando le storiche bugie Usa sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam.

Scopo dell’offensiva mediatica è chiarire la posizione dell’amministrazione sulla Siria dopo che per giorni i più stretti collaboratori di Trump, modello armata Brancaleone, avevano detto tutto e il contrario di tutto. Almeno su un punto Trump, frena: “Non stiamo andando in Siria -dice al New York Post- La nostra missione è prima di tutto sconfiggere lo Stato islamico”.
Speranza di qualche chiarimento questa mattina a Mosca durante l’incontro fra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il suo omologo Sergey Lavrov. Nuova amministrazione Usa dai passi decisamente incerti e, per aiutare Tillerson a gestire la situazione, arriva come numero due del dipartimento di Stato John Sullivan, ex sottosegretario al Commercio con Bush Junior, uno che sa come funziona la macchina del governo Usa.

Corea

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«La Corea del Nord cerca guai. Se la Cina decide di aiutare sarebbe magnifico. Altrimenti, risolveremo il problema senza di loro!», ha twittato il presidente americano. Un cinguettio dietro l’altro, Trump ci racconta di avr spiegato al collega Xi, il presidente cinese, «che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà molto meglio per loro se risolvono il problema nordcoreano».
Ricattuccio elegante ma non molto, in attesa di risposta da Pechino.
Replica subito invece Pyongyang, che minaccia «catastrofiche conseguenze» in risposta ad ogni ulteriore provocazione americana, definendo «oltraggiosa» la decisione Usa di dispiegare navi militari nella penisola coreana.

Lo scorso 5 aprile, alla vigilia del primo incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping, Pyongyang aveva lanciato un altro missile balistico nel mar del Giappone. Ma gli esperti non hanno escluso nuove provocazioni in occasione del 105esimo anniversario della nascita del defunto fondatore nordcoreano, Kim II Sung, nonno dell’attuale leader, il prossimo 15 aprile. E se Pechino ha smentito le voci sul dispiegamento di 150.000 uomini al confine con la Corea del Nord, ha comunque detto di seguire «da vicino» gli sviluppi nella penisola coreana. «Riteniamo che alla luce della situazione attuale – ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chungying – tutte le parti dovrebbero mostrare equilibrio ed evitare azioni in grado di far aumentare la tensione».

Portavoce spara scemenze

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Sean Spicer, sgradevole e prepotente portavoce della Casa Bianca, in un’intervista alla Cnn fa un parallelo fra Adolf Hitler e il presidente siriano Bashar al-Assad. «Non abbiamo usato armi chimiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Neanche una persona spregevole come Hitler è caduto al livello di usare le armi chimiche». Peccato che milioni di ebrei siano morti nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti.

Una giornalista che ha chiesto chiarimenti, ed arriva la pezza peggiore del buco: «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’Olocausto», delicato modo per definire i campi di sterminio.
La doppia figuraccia di Spicer ha scatenato la rabbia dei democratici, dei social network e del Centro Anna Frank, che ha invocato il licenziamento in tronco del portavoce: in un messaggio pubblicato su Facebook, il direttore esecutivo del centro con sede a New York ha scritto che Spicer «manca dell’integrità» necessaria per la sua posizione. «Ho sbagliato, chiedo scusa».

Abu Ivanka, il ‘leone di Idlib’

Trump che aveva indignato i musulmani del mondo per il divieto di immigrazione da alcuni Paesi islamici che diventa un eroe per una parte di loro. Dall’inaspettato raid americano contro una base siriana del governo di Damasco, per molti sui social arabi il neo presidente americano è diventato un mezzo eroe. Trump è diventato Abu Ivanka all’Amriki, hashtag in arabo #Abu Ivanka, il padre di Ivanka, utilizzando una forma di rispetto nel mondo arabo. Gli è spuntata la barba, simbolo di pietà per i musulmani.

Trump è diventato di tutto: dalla «spada degli arabi» al «leone di Idlib», «luce dei nostri occhi».
Se parte dei social arabi ha visto in Trump un eroe, sia tra gli user siriani sia del resto della regione, rimane chi ha sollevato dubbi: «Ora vi piace Trump, dove sono finiti quelli che dicevano che odia arabi e musulmani?». A prendere una netta posizione in favore dell’azione militare è stata subito l’Arabia Saudita, seguita da tutti i potentati del Golfo tranne l’Oman. Nel week end c’è stata anche una telefonata tra il presidente Trump e il re Salman saudita, in cui il sovrano ha chiaramente sostenuto l’Amministrazione Trump nella sua azione militare.

Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria col segretario di Stato Tillerson a Mosca.

La riunione dei ministri degli Esteri del G7 ha concluso che non c’è soluzione militare per la Siria e che bisogna lavorare a una soluzione politica, coinvolgendo la Russia (ridicoli!). E il segretario di Stato Rex Tillerson , prima della visita al Cremlino, aveva dichiarato: “Sarebbe meglio che la soluzione politica escludesse Assad, per il quale “non c’è futuro, il suo potere è alla fine”. Ancor più netto il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault: “Non ci può essere una soluzione per la Siria con Assad al potere”. Ma lo stesso capo della diplomazia di Parigi sottolinea la necessità di “tendere la mano ai russi e dire: dobbiamo mettere fine a questa tragedia siriana che ha provocato così tanti morti, dolore e rifugiati”. Insomma, dopo 7 anni che la Siria è sotto attacco di terroristi, bombardieri e mascalzoni di almeno 70 paesi, il colpevole sarebbe Bashar al-Assad.

A questo punto, però, “i russi dicano con chi vogliono stare” aveva sintetizzato ancora Tillerson. Perché “noi vogliamo creare un futuro per la Siria che sia stabile e sicuro. Ma la Russia ha scelto un partner inaffidabile come Assad. Allora, la Russia può essere parte di quel futuro e giocare un ruolo importante. Il ministro degli Affari esteri di Berlino, Sigmar Gabriel, la voce di Mekel: “Rex Tillerson ha detto esplicitamente che stanno cercando una strada non violenta, non militare” ha spiegato, elogiando la controparte americana per avere espresso una “posizione molto realistica e chiara”. Il ministro tedesco ha quindi confermato “l’appoggio” dei ministri del G7 a Tillerson. Insomma, gli USA giocano come se la vittoria di Putin si loro terroristi sia un fatto episodico. Hanno messo i piedi in Siria e vogliono metterci anche le mani. È proprio vero ciò ch’è scritto in questa vignetta?

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Veniamo all’Asia: L’attacco missilistico USA durante la visita di Xi Jinping è stato l’aperitivo per la cena e un messaggio per la Korea del Nord. Il presidente cinese, al suo rientro, non ha perso l’occasione per confermarsi come leader del mondo asiatico.

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Questa la notizia di oggi: Corea del Nord, Xi Jinping chiama Trump: “Soluzione pacifica”, che la questione si risolva attraverso il dialogo.

Il presidente cinese Xi Jinping in una conversazione telefonica con il presidente americano Donald Trump ha sollecitato una soluzione “pacifica” alle tensioni con la Corea del Nord per il programma nucleare di Pyongyang. Lo riferisce la tv cinese di Stato CCTV. Nel colloquio, Xi ha detto a Trump che Pechino “richiede che si si risolva la questione con metodi pacifici” e “attraverso il dialogo”. Ieri Trump aveva detto che gli Usa sono pronti ad affrontare il problema da soli se la Cina non volesse dare una mano. I due leader hanno parlato anche di Siria, e Xi ha assicurato che per la Cina è “inaccettabile” l’uso di armi chimiche”, mentre per porre fine al conflitto occorre seguire “la via politica”.

 

1021.- Asia, la nuova polveriera del mondo

Il punto sull’Asia.

Dalla Corea del Nord al mar della Cina, e non c’è solo il poco credibile ma pericoloso Kim. L’Asia oggi è la polveriera del mondo, sostengono diversi analisti, come lo è stata l’Europa dei secoli scorsi. Continente infinito sul più grande Oceano del pianeta attorno a cui si concentrano conflitti più o meno mascherati tra le grandi potenze che cercavano di conquistare spazi, risorse e influenza. E cinque di loro sono potenze nucleari.

FILE PHOTO: North Korean leader Kim Jong Un supervised a ballistic rocket launching drill of Hwasong artillery units of the Strategic Force of the KPA on the spot

C’è poco da scherzare, dice Bernard Guetta su France Inter, quasi a dialogare con Piero Orteca su Kim Jong-Un. Parliamo di Asia, dove troppe cose poco rassicuranti stanno accadendo, e non basta il volto apparentemente bonaccione del Kim sovrappeso a rassicurare su quelle bombe atomiche e quei missili nella mani di un irresponsabile, se non del tutto folle.
L’ultimo episodio il lancio di missili dalla Corea del Nord verso il mare del Giappone. E tutti ne approfittano. Il Giappone e cambia la sua costituzione e riarma. Gli Stati Uniti felicemente forniscono gli strumenti, mentre accelerano il dispiegamento di un loro sistema di protezione antimissile in Corea del Sud. Che è molto vicina alla Cina.

Gli Stati Uniti, motivazione ufficiale le minacce di Pyongyang con i missili puntati loro alleato giapponese, quindi accrescono la loro presenza in Asia. Ma è la Cina a non essere affatto contenta di vedere la forze armate americane avvicinarsi alle sue frontiere. Anche perché gli intenti della nuova amministrazione Usa non appaino molto rassicuranti, dopo che Donald Trump ha stabilito che Pechino è il principale rivale Usa.
In realtà la Cina è ormai la seconda potenza econonomica mondiale e non è detto che si voglia accontentare solo di quel ruolo. Mentre gli Stati Uniti, sempre più disimpegnati in Europa e Medio Oriente, concentrano il loro sforzo militare sull’Asia proprio per contrastare la Cina.

I 54 miliardi di dollari aggiuntivi alla enormità del bilancio per il Pentagono che Trump ha promesso, serviranno -analisi di fonti militari- soprattutto a rafforzare la marina per permetterle di essere più presente nel mar Cinese meridionale.
Stiamo parlando della zona del Pacifico in cui transita quasi un terzo del traffico marittimo internazionale e che è quasi interamente rivendicata da Pechino nonostante le proteste di altri cinque paesi costieri che vorrebbero far valere i loro diritti sulle acque contese, con la Cina che sta trasformando isolotti disabitati in basi militari.

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Solo minacce o pericolo reale?
La guerra non è una certezza in Asia, rassicura Bernad Guetta sui Internazionale, ma non c’è da giurarci sopra. Sei i punti di crisi elencati, minacce presunti e reali.
1, la Cina fa paura a tutti i suoi vicini;
2, il nazionalismo è molto forte nei paesi asiatici;
3, l’India e il Pakistan sono in guerra dalla ritirata dei britannici e la divisione del subcontinente di settant’anni fa;
4, la Cina, l’India, il Pakistan e la Corea del Nord sono potenze nucleari;
5, l’Asia è molto lontana dall’aver trovato un equilibrio tra le varie potenze;
6, gli Stati Uniti, infine, non vogliono permettere alla Cina di dominare il continente perché questo la renderebbe la prima potenza del mondo a scapito dell’America.

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Le guerre d’Asia
Guerre e i conflitti aperti all’interno del continente che vedono direttamente coinvolti Pakistan e India. Il Pakistan, confinante con i problematici Afghanistan ed Iran, è impegnato, da un lato, in scontri con la componente pashtun e, dall’altro, cerca di reprimere i separatismi del Belucistan e del Waziristan, aree di confine ricche di risorse naturali e sedi di basi militari e nucleari pakistane. l’India, dal canto suo, oltre ad avere proprio con il Pakistan sempre in sospeso il contenzioso sul Kashmir, e al suo interno alcuni devastanti conflitti etnici.

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Le isole il cui possesso può rivelarsi utile nel collegamento fra Oceano Indiano e Oceano Pacifico in caso di conflitti. Ed ecco la disputa tra Giappone e Corea del Sud per le isole Dodko, tra lo stesso Giappone e Russia per le isole Curili e le rivendicazioni cinesi sulle isole Paracel e Spratly.
Il Mar Cinese Meridionale, crocevia fondamentale dal punto di vista logistico-commerciale, delle risorse ittiche e, soprattutto, delle risorse energetiche. Intorno a questi due gruppi di isole potrebbe esserci un potenziale di circa 150 miliardi di barili di petrolio ed enormi quantità di gas. Ed ecco che la Cina aumenta la sua spesa militare del 10% ogni anno e ha permesso a Pechino di diventare la seconda marina militare del mondo, con una delle tre portaerei cinesi in programma che è già stata operativa nelle acque siriane.

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1012.- Pechino, l’ex alleato prende le distanze. “Vengano rispettate le risoluzioni Onu”. Tutti contro Pyongyang

Il ministro degli Esteri cinese: ci opponiamo con forza agli esperimenti coreani. Almeno 3 dei quattro missili balistici lanciati da Pyongyang sono caduti in una zona economica esclusiva del Giappone.

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La Corea del Nord e’ una ”seria minaccia”: il lancio di missili da parte di Pyongyang e’ una ”chiara violazione” di varie risoluzioni dell’Onu. Lo afferma il presidente americano Donald Trump nel corso di due colloqui separati con il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente reggente della Corea del Sud Hwang Kyo-Ahn. I tre leader hanno aggiunto che ”continueranno la stretta collaborazione bilaterale e trilaterale per dimostrare alla Corea che ci sono conseguenze severe per le sue azioni provocatorie e di minaccia”.

Gli Stati Uniti iniziano a spostare equipaggiamenti per il sistema anti-missili in Corea del Sud, muovendo i primi ”componenti del Thaad”, il Terminal High Altitude Area Defense per colpire missili balistici a medio e corto raggio. Lo afferma il Us Command, sottolineando che il Thaad rafforzera’ la difesa contro la minaccia della Corea del Nord.

Quattro missili balistici lanciati dalla Corea del Nord verso il mare del Giappone, tre dei quali finiti nella zona economica esclusiva giapponese senza provocare danni, percorrendo una distanza di circa 1.000 km. Tokyo ha inoltrato una protesta formale. Gli Usa hanno condannato con forza i lanci e riaffermato l’impegno a difendere gli alleati. La Corea del Sud ha dato il via al pronto coordinamento con Usa e Giappone in risposta ai quattro missili testati.

Dura condanna dagli USA, che riaffermano – attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Mark Toner – l’impegno a difendere gli alleati facendo ricorso ”all’ampia gamma di capacita’ a nostra disposizione”. Toner ha invitato tutti i Paesi a usare ogni canale possibile e mezzo di persuasione per rendere chiaro alla Corea del Nord che ulteriori provocazioni sono da ritenersi inaccettabili, tali da provocare conseguenze. Il portavoce, nel resoconto della Yonhap, ha poi invitato Pyongyang ad adempiere agli obblighi internazionali e a mostrare l’impegno per il ritorno al dialogo sulla denuclearizzazione. ”La nostra determinazione a difendere gli alleati, inclusi Corea del Sud e Giappone, di fronte alle minacce resta inattaccabile. Siamo pronti e continueremo a prendere tutte le misure necessarie – ha concluso Toner – per aumentare la nostra prontezza a difesa dei nostri alleati dagli attacchi e siamo preparati all’uso di tutte le nostre capacita’ per rispondere alle minacce crescenti”.

>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

LA TENSIONE SALE

La Cina non gradisce questa escalation di Pyongyang che va a incidere sulla sua politica nel Mar Meridionale Cinese e ha annunciato che reagirà al dispiegamento del sistema anti-missile Usa in Corea del Sud, affermando che Washington e Seul ne affronteranno le conseguenze. Non altrettanto sembra essere per gli Stati Uniti, che hanno colto l’occasione per iniziare a spostare equipaggiamenti anti-missile in Corea contro le minacce di Pyongyang.” 

L’ultimo lancio di missili compiuto dalla Corea del Nord era un test per un attacco contro una base Usa in Giappone. La Corea del Nord e’ una ”seria minaccia”: il lancio di missili da parte di Pyongyang e’ una ”chiara violazione” di varie risoluzioni dell’Onu, afferma il presidente americano Donald Trump nel corso di due colloqui separati con il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente reggente della Corea del Sud Hwang Kyo-Ahn.

L’omicidio con il gas nervino agente Vx all’aeroporto di Kuala Lumpur di Kim Jong-nam, il fratellastro del leader Kim Jong, è stato un altra ragione di scontro diplomatico, questa volta fra Pyongyang e la Malaysia, che ha visto un salto di livello: con l’espulsione dei rispettivi ambasciatori. Pyongayang ha poi decretato il divieto per i malesi in Corea del Nord di lasciare il Paese. Il premier malese Najib Razak ha duramente condannato la mossa definendo “ostaggi” i concittadini bloccati al Nord. In una nota, oltre a intimare l'”immediato rilascio”, Najib ha annunciato di aver istruito la polizia su un analogo blocco della partenza dei cittadini nordcoreani dalla Malaysia, un migliaio secondo le stime più accreditate.

Pechino, l’ex alleato prende le distanze. “Vengano rispettate le risoluzioni Onu”.

Un portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha detto che la Cina “si oppone fermamente” al dispiegamento del sistema anti-missile americano e che Pechino “prenderà sicuramente le misure necessarie per salvaguardare i nostri interessi di sicurezza”. “Tutte le conseguenze” ricadranno sugli Stati Uniti e la Corea del Sud, ha aggiunto.

La Farnesina “condanna” il lancio di missili effettuato dalla Corea del Nord. “I ripetuti test di missili” e “lo sviluppo di un arsenale nucleare”, si legge in una nota, “costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e una aperta violazione delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. La Corea del Nord “deve abbandonare lo sviluppo di un arsenale missilistico e nucleare e interrompere il cammino intrapreso di sfida della comunità internazionale e di auto-isolamento. L’Italia è pronta a contribuire a una risposta ferma e coesa della Comunità Internazionale”.

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«Nonostante l’opposizione della comunità internazionale, oggi la Repubblica popolare democratica di Corea ha condotto un altro esperimento nucleare. Il governo cinese si oppone fermamente e chiede con forza che onori l’impegno di denuclearizzazione e rispetti le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Pesa come un macigno la dichiarazione del ministero degli Affari esteri cinese, tanto più che minaccia di protestare formalmente presso l’ambasciata nordcoreana.

Per più di un decennio, la Repubblica popolare cinese è infatti stata considerata l’unico alleato del «regno eremita» e allo stesso tempo l’unico Stato in grado di fare da garante per la sua denuclearizzazione. Ma con Kim Jong-un, la controparte nordcoreana che il presidente Xi Jinping non ha mai incontrato e che pare ossessionata dall’idea di trasformare il suo Paese in una potenza nucleare, il dialogo appare impossibile. Il quinto test nucleare della Corea del Nord nel giorno del suo 68° anniversario ha fatto traboccare il vaso. I 10 Kilotoni esplosi equivalgono a due terzi della potenza dell’ordigno che ha colpito Hiroshima.

Già a marzo Wu Dawei, da sempre il negoziatore per la Cina nei «colloqui a sei» per il disarmo nucleare, in un’intervista straordinariamente esplicita a un quotidiano sudcoreano aveva espresso la sua frustrazione affermando che ormai i consigli cinesi gli «entravano da un orecchio e ne uscivano dall’altro» e che, rifiutando di astenersi dal migliorare le proprie capacità missilistiche e nucleari, la Corea del Nord aveva «firmato la sua condanna a morte». A questa intervista era seguito un editoriale del quotidiano di Stato «Global Times», altrimenti detto «la voce del Partito», che metteva in guardia l’imprevedibile alleato con parole mai pronunciate prima. «Missili e armi nucleari sono sì strumenti strategici, ma nel caso della Corea del Nord hanno portato a un rischio imminente per la sicurezza del Paese. Pyongyang non deve sopravvalutare le sue capacità nel controllare le situazioni pericolose e non può aspettarsi che la Cina sia in grado di proteggere la sua sicurezza se continua ad assumersi rischi avventati. La situazione che si viene a creare, semplicemente, non è più sotto il controllo cinese». Tutte argomentazioni che negli ultimi mesi sono entrate a far parte del dibattito strategico.

La Cina di fatto non ha potuto far altro che prendere atto che le ambizioni nucleari nordcoreane si sono trasformate in una minaccia per la propria sicurezza nazionale e che a niente è valso il supporto economico che ha continuato a offrirgli nonostante le sanzioni. Il «brillante leader» non è disposto a fare nessun passo indietro per favorire le manovre diplomatiche dell’importante alleato e quest’ultimo si trova nella scomoda posizione di non poter opporre nessun argomento concreto all’installazione in Corea del Sud del Thaad (Terminal High Altitude Area Defence), il sistema statunitense anti-missile più sviluppato al mondo «contro le armi di distruzione di massa e la minaccia nordcoreana dei missili balistici».

Nonostante nel comunicato congiunto i ministeri della difesa di Stati Uniti e Corea del Sud abbiano sottolineato che «non sarà diretto verso nazioni terze», per Pechino che non accetta interferenze così vicine al suo territorio sarebbe «un’evidente minaccia alla stabilità dell’area». Come d’altronde lo sarebbe il collasso del regno eremita, con conseguente ingresso di milioni di profughi nordcoreani nel Paese e potenziale avvicinamento di un fronte unito Usa-Corea del Sud. La Repubblica popolare è a un bivio e nessuna delle due strade che le si aprono di fronte è priva di ostacoli. Sarebbe il caso di percorrere una terza via che al momento, però, è ancora tutta da costruire.

1011.-Militari, armi e basi: così la Cina mostra i muscoli in Africa

CECILIA ATTANASIO GHEZZI, PECHINO

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Negli ultimi cinque anni la presenza militare cinese in Africa è cambiata. Fino al 2012 si limitava a fornire supporto di basso profilo nelle operazioni internazionali di peacekeeping, preferiva mandare ingegneri e medici che militari. Oggi non è più così. Di fatto la Repubblica popolare è l’ottavo paese per numero di unità militari che partecipano alle operazioni dei Caschi blu in Africa e il primo in assoluto tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Mathieu Duchatel, analista dell’European Council on Foreign Relations, spiega cosa sta succedendo.
Com’è la presenza cinese in Africa?
«Dal 2000 la presenza in Africa della Cina cresce esponenzialmente. Ma il segno dei tempi che cambiano sono proprio le forze militari. Un tempo, a parte qualche considerevole eccezione durante la Guerra Fredda, l’influenza cinese era limitata al campo economico. La Repubblica popolare si presentava come un partner per lo sviluppo dei Paesi africani che avrebbe aderito al “principio di non interferenza” negli affari interni di uno Stato. Non c’era nessun interesse ad avere un ruolo nella sicurezza».

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E come è cambiata?
«L’evoluzione è lunga. In primo luogo si è trattato di proteggere i propri investimenti e le infrastrutture che andava costruendo dai momenti di “instabilità” di diverse nazioni africane. Ma il punto di svolta sono stati i piani di evacuazione per i propri cittadini durante le crisi. Lo abbiamo visto in Libia, nella Repubblica centroafricana, in Sierra Leone e Gibuti. A quel punto era necessaria una logistica più sofisticata».

Solo piani di evacuazione quindi?
«No. C’è anche la questione dei Caschi Blu. Se inizialmente la Cina forniva per lo più personale medico e ingegneri, per la prima volta ha accettato di far combattere i suoi soldati in Mali e Sud Sudan. Sicuramente anche questa è una decisione che rispecchia la volontà di proteggere i propri interessi economici, ma si tratta di un cambiamento notevole che esula dai compiti di un partner esclusivamente commerciale e sfocia in quelli di un partner militare e politico».

Un esempio?
«In Nigeria la Cina si è messa al fianco del governo contro Boko Haram. Qui si tengono insieme l’esportazione di armi e una cooperazione politica. Potrebbe anche decidere di costruire una base militare, come quella in Gibuti».

Non tutti la considerano una base militare vera e propria…
«Anche se i cinesi non la chiamano “base” ma “hub di facilitazione logistica per le missioni in corso”, anche se insistono sul fatto che serve a proteggere gli affari e non a far la guerra, è chiaramente molto più di quello. È il supporto logistico delle evacuazioni e delle operazioni di peacekeeping. È a tutti gli effetti una base militare ed è il simbolo del cambiamento paradigmatico dei cinesi alla sicurezza africana: un tempo l’eventualità di costruire una base militare all’estero era esclusa, oggi c’è e, verosimilmente, ne verranno costruite altre».

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I condomini di Kilamba attendono gli inquilini dalla Cina

Che significa in termini geopolitici?
«La presenza militare cinese in Africa ci parla in definitiva delle aspirazioni e delle ambizioni della Repubblica popolare a potenza mondiale. È già molto di più che la mera difesa degli interessi economici».

Con buona pace del «principio di non interferenza»?
«La prova della verità deve ancora arrivare. Il principio di non interferenza ha guidato la politica estera cinese per decenni, ma oggi qualcosa sta cambiando. Diciamo che viene ancora rispettato, ma in maniera “flessibile”. Poniamo il caso di una guerra civile che scoppia in un Paese in cui la presenza militare cinese è consistente. La Cina si troverebbe ad avere una moneta di scambio che potrebbe far pendere la fortuna dall’una o dall’altra parte. Siamo sicuri che non la userà?».

Photo_Duchatel-16382-kTlD-U11001643901840HZD-150x150@LaStampa.it  Mathieu Duchatel è un analista dello European Council on Foreign Relations

989.-Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.

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La strategia confusa di Trump permette un’altra piroetta ad Erdogan

Gli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria”. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.

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Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi”. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più”. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan”. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.

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Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Ruben Kruglov. Traduzione di Alessandro Lattanzio