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1465.- Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

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Federico Caffè

 

Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata».

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario».
Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio».
I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato».
Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi».
Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi».
Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario».
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Mario Draghi, si è laureato con questa tesi sorprendente: “L’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”.
Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione».
E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre».
Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui».
La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica,politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto ilpotere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano».

A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione».

Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale».

Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico.
Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società».
Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch».
Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili».
O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico».
Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».
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La libreria di Federico Caffè nella facoltà di Economia dell’università La Sapienza
Sono passati trent’anni da quella notte del 15 aprile 1987 in cui Federico Caffè usci all’alba dalla sua casa alla Balduina, Roma, e consegnò alla Storia il mistero della sua scomparsa. Lui, come era successo per Ettore Majorana, cinquant’anni prima. Il grande economista e il geniale fisico nucleare. Accumunati da questo mistero. E da quella solitudine buia che ha un nome orribile e conseguenze fatali: depressione. Ci vuole davvero una grande mente per riuscire a scomparire nel nulla, senza lasciare traccia alcuna. Oppure un buon amico molto fidato? «Non c’è niente da sapere su Federico Caffè. Se ne andato via da Roma e ha passato il resto della sua vita nella stanza rossa» a Copenaghen, scrivendo appunti e riflessioni, Keynes sempre in primo piano. Tesi che, variamente argomentata, Bruno amoroso, allievo alla «Sapienza» di Federico Caffè, amico e confidente ha poi sostenuto fino alla sua morte, nel gennaio scorso.
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Stato sociale, politica economica e democrazia

A cura di: Paolo Ramazzotti
Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi. Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).

Il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti. (Federico Caffè)

Saggi di:
Michele Cangiani (Università di Venezia), Alberto Camozzo e Francesca Gambarotto (Università di Padova), Claudio Gnesutta (Università di Roma “La Sapienza”), Stefano Perri (Università di Macerata) e Roberto Lampa (Universidad Nacional de San Martin, Buenos Aires), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Angelo Salento (Università del Salento)

I saggi del libro riflettono da più prospettive sugli spazi dell’intervento pubblico in questo momento storico. Traggono spunto dalla riflessione economica di Federico Caffè, per il quale la ragion d’essere della politica economica risiedeva in primo luogo nello scarto fra contabilità privata e contabilità sociale e, conseguentemente, nei costi sociali di un’economia di mercato. Se l’intervento pubblico doveva far fronte a situazioni concrete come gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione o le duplicazioni di spese per la ricerca, l’obiettivo più di fondo rimaneva quello di rendere possibile “un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”.
Alla luce di questo obiettivo generale i saggi affrontano una questione che, oggi, appare di particolare pregnanza: il rapporto fra le politiche economiche attuali e due dimensioni del “progresso sociale e civile”: i diritti fondamentali enunciati dalla Costituzione e la democrazia. L’ipotesi da cui partono gli autori è che i primi vengano vieppiù subordinati a interessi economici sezionali e che ciò generi un progressivo declino democratico. A sua volta questo declino rende difficile contrastare il processo in atto, determinando il rischio di un’involuzione sociale e politica.
Concorre a questa situazione il ruolo assegnato allo stato. La tesi di fondo è che una serie di interventi normativi e di mutamenti istituzionali ne abbiano progressivamente ridotto l’ambito di azione, non solo accentuando il processo su delineato ma rendendo più difficile contrastarlo. Fra i mutamenti istituzionali in questione figurano quello associato al processo di integrazione internazionale e quello connesso con l’accresciuto peso dei gestori della finanza. Il primo ha determinato un mutamento nell’ordinamento giuridico che sembra subordinare i principi fondamentali delle costituzioni nazionali alle liberalizzazioni economiche. Il secondo determina una pressione sulle strategie aziendali, orientandole verso obiettivi di breve periodo, di contenimento dei costi privati a scapito di quelli sociali e di accrescimento del valore (azionario) delle imprese senza significativi effetti sull’occupazione.
L’interrogativo che ci si pone è se sia possibile rifuggire da quello che potrebbe apparire come un processo irreversibile. Le tendenze qui delineate suggeriscono che un’inversione di tendenza debba essere perseguita non solo adoperando in modo diverso gli strumenti attualmente disponibili ma modificando l’assetto istituzionale al fine di recuperare uno spazio di manovra oggi ristretto. Cruciale, al riguardo, è la questione dei confini da assegnare al mercato. La storia dello stato sociale è non solo una di indirizzo ma di vera e propria delimitazione pubblica di attività economiche ritenute socialmente prioritarie e non compatibili con la logica privatistica. Il recupero di questa prospettiva, al di là di alcuni risvolti tecnici, chiama in causa la centralità dei valori che sottendono la politica economica.
I problemi qui delineati – pur se affrontati con particolare attenzione al caso italiano – possono apparire di portata talmente ampia da risultare poco appropriati all’urgenza delle scelte da compiere e poco compatibili con il contesto politico-istituzionale attuale. Riteniamo, viceversa, che uno degli insegnamenti di Caffè sia che il compito degli studiosi non sia di adeguare le loro analisi alle mutevoli contingenze politiche ma di delineare quegli interventi possibili rispetto ai quali le scelte politiche vanno valutate.
I saggi sono frutto di una forte interazione fra gli autori, come si può vedere dai richiami che ciascun saggio fa agli altri lavori, e si propongono di stimolare il dibattito e la riflessione su temi che si scostano dalle retoriche della saggezza convenzionale. L’auspicio è di favorire un dialogo fra studiosi di discipline diverse e che possa interessare un uditorio di non specialisti, contribuendo all’elaborazione di ipotesi di azione per l’oggi. Lo stile espositivo, pur nel rigore della trattazione, di ciò tiene conto.

 

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Un estratto dell’intervento di Michele Cangiani nel volume ‘Stato sociale, politica economica, democrazia’ appena uscito per Asterios.

Federico Caffè, trent’anni fa, individuò le tendenze della trasformazione neoliberale, ma non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata. Solo in seguito si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico” (Ramonet 1995) aveva tolto l’ossigeno all’auspicabile controtendenza basata sulla “public cognizance”.

Le vicende finanziarie – della finanza privata, ma anche di quella pubblica (dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà) – hanno continuato a provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria. Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, piuttosto come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali che come metodo efficiente di finanziamento delle imprese (Caffè 1971, p. 671). Questo atteggiamento ha reso, in seguito, più acuta e radicale la sua critica del dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Egli sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito. Le rendite – riguardo alle quali egli richiama la denuncia keynesiana di “inefficienza sociale” – gli appaiono connaturate con “la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario” (Caffè 2014, pp. 83-84).

I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di ‘aggiustamento strutturale’ imposte dal FMI negli anni Ottanta e, in generale, di “un’economia ‘usuraia’” (ibid., pp. 86-88). La stessa politica (la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali) è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli USA, con il Presidente Clinton, continuavano a indicare la rotta, riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la de-regolamentazione delle attività finanziarie. Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994 fu elaborato da FMI e USA per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio. I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione. La pressione del debito estero insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro portarono alla rovina l’economia argentina, predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo stato. Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete erano stati decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – ed ebbero, per la ex DDR, conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina.

Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica. In un articolo del 1985, Caffè, facendo anche riferimento ai pareri di diversi economisti, aveva indicato alcuni punti critici, tanto fondamentali quanto, purtroppo, sottovalutati. L’integrazione europea avrebbe dovuto, a suo avviso, adottare “idonee e coordinate misure di politica economica” (Caffè 2014, p. 146) contro la disoccupazione e la disuguaglianza, controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, egli osserva, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli stati membri sugli altri. Il problema è, in effetti, se si realizzerà “un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette” (ibid., p. 150). Ora sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi. Nell’articolo di Caffè viene rilevata la tendenza verso un’Europa “strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri”, contraria al permanere di “settori pubblici dell’economia”, soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere “un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali”, le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi (ibid., pp. 152, 146 e 149).

La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata. La sinergia tra le norme, e soprattutto le pratiche, dell’UE e la trasformazione neoliberista è profonda ed efficace. La moneta è stata resa autonoma dallo stato, sia pure non nella forma più estrema della “libera concorrenza tra le banche private di emissione”, secondo la formula che Caffè (2014, p. 56) cita dal saggio Denationalisation of Money pubblicato da Hayek nel 1976. Ecco “una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo”, commenta Caffè (ibid.), rilevando la coincidenza della concezione di Hayek con quella ottocentesca di Ferrara. Una corrispondenza viene mostrata ai nostri giorni da Claus Thomasberger (2015) fra le istituzioni della UE e l’ordinamento internazionale delineato da Hayek (1937) e da Robbins (1937), che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali. Secondo tale progetto, i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi. Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Le istituzioni democratiche devono avere, sostiene Hayek, semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti; e l’unione, quella di impedire l’interferenza dei singoli stati nell’attività economica (cfr. Thomasberger 2015, p. 193).

Le idee di Hayek e Robbins hanno avuto infine successo. In primo luogo, tuttavia, sia la persistenza secolare dell’ideologia liberista sia la sua speciale efficacia in certi periodi vanno spiegate: la prima, con il vincolo del profitto, quale caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica; la seconda, con fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali. In secondo luogo, il neoliberismo è bensì un successo di tale ideologia: ma un successo paradossale, poiché tratti fondamentali di essa – l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui – restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario.

Nel caso dell’UE, mentre la liberalizzazione della circolazione delle merci, delle attività finanziarie e dei movimenti dei capitali è stata universalmente imposta, le politiche dei singoli stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale. Anzi, si consente che singoli paesi pratichino il dumpingfiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da ‘paradisi fiscali’. Capita che la stesura di rapporti sui ‘beni comuni’ sia affidata a grandi società private, per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business. Viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso. La privatizzazione investe anche attività che costituiscono monopoli naturali, anche i beni comuni, le public utilities, la formazione e l’assistenza (sanitaria e sociale) (v. p. es. Frangakis et al., eds, 2010). Alla riduzione delle pensioni e dei servizi sociali fanno riscontro la forte diminuzione della progressività delle imposte dirette e l’aumento di quelle indirette e delle tasse. Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione. Quel che ciò significhi si vede, per esempio, nei dati seguenti, in cui vengono confrontati due sistemi di assistenza sanitaria, il primo prevalentemente pubblico e universalista, il secondo prevalentemente privato e individualistico. Nel 2014 la spesa sanitaria (pubblica e privata) pro capite è stata di $ 4950 in Francia e $ 9403 negli Stati Uniti d’America (a parità di potere d’acquisto). La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del PIL dei due Paesi. La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli USA (World Health Organization, 2016). Dunque, negli USA, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del PIL, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre.

La disoccupazione, pur essendo un problema sistemico, che riguarda almeno 30 milioni di persone nell’UE, tende a venir affrontata con politiche di ‘attivazione’ e di ‘workfare’ rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro. La contrattazione collettiva va scomparendo. La ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi.

Tutto ciò corrisponde al credo neoliberale, cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi. I risultati sono, oltre alla tendenza depressiva, l’aumento della disuguaglianza, lo smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e l’accentuarsi della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli stati membri dell’Unione. Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui. La sovranità popolare attraverso il parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, viene seriamente compromessa, sia dai governi ‘tecnici’ e di ‘grande coalizione’ sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori. Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono.

Il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione – corrispondente ai propri interessi o almeno al proprio modo di intenderli – della crisi politica ed economica iniziata negli anni Settanta. Essa ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia, e ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate. La nuova economia si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano. Vi è poi la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli sottratti alla gestione pubblica, menzionati qui sopra, ci sono l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali. Investimenti di questo tipo consentono bensì a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività. Come scrive David Harvey (2005, p. 159), il principale risultato del neoliberismo è stato di “trasferire più che creare reddito e ricchezza”: un’“accumulazione mediante espropriazione”.

Critici radicali della trasformazione neoliberista cercano la spiegazione della sua origine e dei suoi fallimenti nella dinamica contraddittoria e nell’inevitabilità della crisi, che caratterizzano l’accumulazione capitalistica. Si può dire in generale che non c’è rimedio – specialmente fra quelli adottati dal neoliberismo – che non produca anche o in seguito effetti contrari. L’indebitamento pubblico e privato serve a sostenere, insieme con la domanda, un certo livello di attività, ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria: essa genera infatti rendita finanziaria ed esigenza di ‘austerità’, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale. Wolfram Elsner (2015) dimostra che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza ecc.). Anche per questo tali politiche risultano controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte.

Secondo Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi, che è insito nel fatto che, come scrive Veblen (1994 [1901], p. 286), con il capitalismo le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Comunque, osservano Lohoff e Trenkle (2012, p. 19), la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito. Prima o poi “deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio”.

Depressione e sovraccumulazione derivano anche dall’aumento dei costi nel medio e lungo periodo, causato dal tentativo di scaricarli sull’ambiente naturale e umano per aumentare, immediatamente, il profitto atteso dagli investimenti e quindi gli investimenti stessi. A ciò si riferisce James O’Connor (1991) con il suo concetto di “seconda contraddizione del capitalismo” – la prima essendo la tendenza alla sovraccumulazione. Egli ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo. In effetti, la tendenza verso un rapporto contro-adattivo del sistema economico con l’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale, e più ancora nell’epoca neoliberale, in conseguenza della cosiddetta de-regolazione e della crisi, sia essa strisciante o conclamata. La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione.

Esiste una via d’uscita?

Colin Crouch (2013) immagina una possibile “socialdemocrazia come la forma più alta del liberalismo”, mediante la quale il capitalismo verrebbe reso “adatto alla società”. Ma, a parte la difficoltà costituita in generale dal fatto che il capitalismo stesso costituisce la struttura e la dinamica della società, la minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch. La lotta di classe di tale minoranza risulta vincente. Elsner, nello studio citato qui sopra, ritiene che lo smantellamento progressivo delle procedure democratiche sia necessario, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini del vitale aumento della massa (se non del saggio) di profitto.

Ci sarebbero in effetti, secondo Wolfgang Streek (2014), riforme alternative rispetto a quelle neoliberiste, le quali generano circoli viziosi che minacciano l’esistenza stessa del capitalismo. Egli è convinto che il capitalismo abbia l’esigenza di istituzioni regolative. Queste, bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, che Polanyi chiama “merci fittizie”, consentirebbero di combattere i “cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato”, cioè “la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale” (ibid., p. 55). E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta “un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo” (ibid., p. 64).

Il problema è che riforme tipicamente keynesiane quali il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito sono, attualmente, non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento. Le passate illusioni di un’economia ‘mista’ o di una ‘terza via’ sono cadute. Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma, mentre mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive.

Il sistema finanziario, per esempio. Che cosa potrebbe dire oggi Federico Caffè, il quale, di fronte a una situazione incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta (v. p. es. Barak 2017), osservava che “l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo (che, anzi, sono spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico)”? (Caffè 2014, p. 108) Traspariva già, in diverse sue considerazioni, specialmente nei suoi ultimi anni, l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico; di paesi dominanti che tendono alla prepotenza; di una politica segnata da servilismo e inefficienza; di una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza.

Occorrerebbero ulteriori ricerche, e un titanico lavoro di organizzazione politica, per capire quali politiche potrebbero, almeno, salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica. Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo “a un punto di svolta globale” – scrivono John Bellamy Foster and Fred Magdoff – riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che “un’organizzazione sociale più razionale” implicherebbe “una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano ‘socialismo’ e massimamente temono e denigrano” (Bellamy Foster e Magdoff 2009, pp. 138-140).

 

 

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1459. – NON AVRANNO IL VOTO DEGLI ITALIANI, MA IL LORO DISPREZZO

Paralizzato da anni per un incidente e cieco, Loris Bertocco, dopo aver affrontato molte difficoltà, a 59 anni è arrivato a prendere la decisione più tragica: andare a morire in una clinica svizzera.

Non perché fosse un malato terminale (non lo era affatto), né perché lui desiderasse morire, tutt’altro (“amo la vita”, ha scritto), ma perché è stato lasciato solo: “Se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata” ha spiegato “avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze”.

Ha anche scritto: “il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata… Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazioni di gravità?”.

Il fatto che Bertocco fosse una persona molto impegnata e conosciuta (fra i fondatori dei Verdi, candidato a varie elezioni, animatore di iniziative e programmi culturali) e che ciononostante non sia riuscito ad abbattere quel “muro” di sordità fa capire meglio qual è la situazione dei tantissimi disabili gravi meno noti di lui.

Il suo caso ha colpito. Ora è il momento delle geremiadi. Ieri su “Repubblica” si leggeva questo titolo: “Dopo il caso Bertocco. La vita a ostacoli dei 4 milioni di disabili gravi. Atto d’accusa: ‘Dallo Stato solo un’elemosina’. Per la loro assistenza ricevono appena 500 euro al mese”.

In effetti è così.

DISCRIMINAZIONE

Persone con il 100 per 100 di invalidità, totalmente impossibilitate a prendersi cura di sé, anche fisicamente, con 513 euro al mese dovrebbero vivere, nutrirsi, curarsi, vestirsi, pagarsi una casa, le utenze e soprattutto un’assistenza 24 ore su 24 (se sono ricoverati in strutture prendono molto meno, quasi nulla).

Si parla di 4 milioni di italiani, spesso giovani, che sono abbandonati a tal punto da arrivare – in certi casi come questo – a desiderare solo di mettere fine ai propri giorni.

Voi obietterete: “ma siamo in periodo di crisi e i soldi sono pochi”. Non è vero. Quello Stato italiano che si disinteressa così dei suoi cittadini più sofferenti e li abbandona, è lo stesso Stato, a dominio “progressista” e “umanitario”, che poi accoglie a braccia spalancate migliaia di emigranti che da tutto il mondo vengono portati in Italia (“venghino siòri, qua c’è posto, vitto e alloggio, casa e lavoro per tutti”).

Ebbene lo Stato italiano, governato da queste “illuminate” sinistre, spende ogni giorno per ciascun migrante 35 euro se maggiorenne e 45 se minorenne: il totale mensile è di 1050 euro se maggiorenne e 1350 se minore (c’è dentro pure il cosiddetto “pocket money” per le spese quotidiane del migrante).

Avete capito bene: per l’italiano inchiodato su un letto, paralizzato e impossibilitato a prendersi cura di sé, perfino nelle minime cose, lo Stato spende 513 euro al mese. Per gli stranieri che arrivano qua – solitamente giovani e robusti (in alcuni casi anche propensi al crimine) – lo Stato spende mensilmente più del doppio: 1050 euro.

Soldi nostri. Allora si pone una domanda: chi sono i discriminati? Gli italiani o i migranti?

Il quadro è ancora più assurdo se si considera lo stanziamento totale: al fondo per la “non autosufficienza” il governo nel 2017 ha assegnato 450 milioni (ne aveva promessi 500, ma gli sembravano troppi). Lo stesso governo italiano per i migranti nel 2017 ha stanziato 4,6 miliardi di euro (addirittura un miliardo in più rispetto a quanto si è speso nel 2016).

Ci rendiamo conto delle proporzioni? Per gli italiani “non autosufficienti”, che non ce la fanno nemmeno a nutrirsi” da soli, 450 milioni, mentre per i migranti 4,6 miliardi.

E teniamo presente che i disabili gravi sono 4 milioni di cittadini, molti di più dei migranti. Com’è possibile non indignarsi di fronte a una classe di governo così?

Stanziano per gli stranieri che dall’Africa o dall’Oriente vogliono emigrare – e verso i quali l’Italia non ha alcun obbligo – dieci volte di più di quanto stanziano per gli italiani totalmente disabili?

Dieci volte di più! Sono i soldi della tasse degli italiani. Se questi fondi fossero investiti tutti nell’assistenza dei disabili ognuno di loro potrebbe vivere degnamente a anche fare programmi di riabilitazione.

GUERRA CONTRO GLI ITALIANI

So già che adesso il solito luogocomunista si mostrerà sdegnato perché – così dicendo – stiamo opponendo, a suo parere, poveri contro poveri.

Ma questa è pura demagogia per giustificare l’ingiustizia. Milena Gabanelli ha ragionevolmente fatto notare che la coperta della spesa sociale è quella, se la tiri da una parte (estera) ne scopri un’altra (italiana): “Le anime belle parlano di frontiere aperte, ignorando che la frontiera aperta significa fine del sistema del welfare. E’ questo che vogliamo?”.

Sono lorsignori al potere che stanno facendo la guerra contro gli italiani, specie contro quelli più bisognosi e sofferenti.

Ecco perché gli italiani oggi desiderano solo mandare a casa questa banda di devastatori che sono al potere da anni e che sfasciano il Paese senza mai aver avuto la maggioranza dei voti degli elettori e anzi con un surplus di parlamentari che è stato perfino dichiarato “incostituzionale” dalla Corte.

E’ proprio quel “surplus” di seggi con cui il Pd, partito di minoranza assoluta, di fatto da anni sta spadroneggiando in Italia imponendo pure provvedimenti limitativi della libertà e soprattutto provvedimenti che sappiamo essere contro la maggioranza del Paese.

Come lo Ius soli che adesso cercano di infliggere al Paese a colpi di “fiducia” parlamentare.

GLI “UMANITARI”

Invece di digiunare ridicolmente per lo Ius soli, contro la propria stessa maggioranza, perché un ministro come Del Rio non digiuna per i disabili gravi? Il suo cattocomunismo è sensibile solo per gli stranieri? O sono loro il bacino elettorale che dovrebbe sostituire gli elettori italiani che non li votano più?

E quei parlamentari che fanno appelli e partecipano al comico “digiuno a staffetta” sempre per lo Ius soli? E’ dall’arroganza e dal potere che non digiunano mai, anzi se ne inebriano.

E dov’è il demagogo argentino che tutti i giorni da quasi cinque anni ci tartassa le orecchie pretendendo che gli italiani varino lo Ius soli e si sobbarchino tutti i migranti del mondo, senza però che lui – nello stato vaticano di cui è sovrano assoluto – se ne prenda nemmeno uno?

Il pressing sul governo per lo Ius soli – Bergoglio e i vescovi – lo fanno, ma per la situazione terribile di milioni di disabili gravi no.

Vanno a braccetto con i radicali di Emma Bonino che cavalcano il migrazionismo, con tutti i salotti del potere globale e i magnati alla Soros.

E tutti i soloni del pensiero “illuminato” che pontificano sui giornali pretendendo di dare o negare agli altri patenti di “civiltà” in base ai propri faziosi pregiudizi ideologici?

Qual è la soluzione che questo “progressismo” propone per i disabili gravi? L’eutanasia per coloro che non hanno familiari, parenti o amici che possono spendere tanti soldi in assistenza? Sarebbe il “suicidio assistito” la soluzione, che peraltro viene già prospettata in qualche altro paese “illuminato”, così da risparmiare sulla spesa sanitaria?

Purtroppo non ci sarebbe da stupirsi. Sono buoni a nulla, ma capaci di tutto: stanno già distruggendo l’Italia. E hanno pure il coraggio di sentirsi “i migliori”, la “parte sana” del Paese (per autocertificazione). Credo che sempre più italiani – per difendersi – vogliano dare il benservito a questa classe dirigente per mancanza di prove.

Meriterebbero di essere licenziati, ma troveranno il modo per blindarsi sulla poltrona e restare con il pallino in mano. Tuttavia a una cosa non possono sfuggire: il disprezzo.

.Antonio Socci

1439.- AUTONOMIA, VOGLIAMO IL VENETO COME TRENTO E BOLZANO: LIBERO DI GESTIRE LE PROPRIE RISORSE

 

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Cita “Avvenire” che re Felipe nel suo discorso non ha mai accennato alle violenze della polizia nelle ore concitate del referendum.

Ed ora, il pensiero di Elena Donazzan.

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“In Catalunya non avremmo mai voluto vedere i volti di anziani insanguinati, né la Polizia costretta a intervenire con la forza sulla propria gente. Credo che la responsabilità maggiore vada ricondotta a chi ha portato avanti una azione separatista, illudendosi che sarebbe stata priva di reazione. I centri sociali col pugno chiuso si sono presentati come al solito a fomentare, a provocare, ma la responsabilità sta in capo al Presidente della Catalunya che poteva ben immaginare cosa sarebbe accaduto violando la legge. Una secessione non è mai pacifica. Fa male al cuore, ma la democrazia ha delle regole e i servitori dello Stato devono farle rispettare loro malgrado, in Spagna, come in qualsiasi altro Paese, altrimenti sarebbe caos e anarchia.

Ripeto: la secessione è sempre un momento traumatico ed è impensabile che possa avvenire attraverso un referendum. E bisogna essere realisti, senza gettare fumo negli occhi alle persone: in democrazia la secessione è un processo inattuabile.

Noi siamo convinti che l’autonomia e il federalismo a geometria variabile siano la miglior soluzione, perché crediamo fermamente nell’Unità nazionale e nel rispetto delle regole. Il 22 ottobre voteremo ‘Sì’ al referendum per l’autonomia perché vogliamo che il Veneto possa diventare come le Province di Trento e Bolzano: libero di gestire al meglio le proprie risorse per una maggiore crescita e un maggior sviluppo del territorio.”

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1435.- Elezioni Germania: perché i tedeschi hanno bastonato la Merkel e Schulz

Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

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Se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri dei tedeschi, quando il prossimo anno (forse) si recheranno alle urne, il PD dovrebbe scendere all’1%!!!

L’analisi del voto tedesco non poteva essere più facile: puniti i partiti di governo, premiati gli altri. E’ vero, fa un po’ specie notare che siano state penalizzate le formazioni politiche che costituivano l’esecutivo di un Paese che non ha mai avuto nella sua storia una situazione economica così florida.

In Germania infatti la Borsa è sui massimi storici, l’economia continua a crescere ad un ritmo sostenuto, il tasso di disoccupazione non è mai stato così basso, per non parlare della bilancia commerciale che ha surplus superiori a quelli della Cina.

Insomma se anche gli italiani dovessero applicare gli stessi criteri, quando il prossimo anno si recheranno alle urne, il PD, visti i risultati, dovrebbe scendere all’1%!!!

Ed allora sembra logico chiedersi, ma i tedeschi sono dei pazzi a “punire” elettoralmente chi li ha resi più ricchi che mai?

La risposta, evidentemente, è no! E per diversi motivi.

Sorvolando sul fatto che l’andamento economico, nelle scelte elettorali, conta molto ma non è tutto, dobbiamo ricordare che una persona, quando entra nella cabina elettorale, non pensa soltanto a sé, ma anche, se non soprattutto, ai suoi figli, ed i tedeschi, giustamente, si sono chiesti cosa ne sarà della Germania se le cose dovessero continuare di questo passo.

Sono stato recentemente in vacanza a Monaco di Baviera, ho visto una sola persona vestita col costume bavarese, suonava la chitarra e cantava, raccogliendo offerte, nella piazzetta antistante una celeberrima “birreria”.

In compenso ho visto decine se non centinaia di donne col “niqab”, il velo integrale islamico che lascia scoperti solo gli occhi. Passeggiando su marciapiedi, poi, anche in zone centrali della città, spesso si viene investiti da nuvole di fumo, sono numerosi infatti i locali con tavolini che danno sulla strada in cui gli avventori fumano “narghilè”.

Non ci si può stupire quindi dell’affermazione di Alternative fur Deutschland, un partito destinato ad ottenere sempre più consensi non solo per la problematica gestione del fenomeno immigrazione, ma soprattutto per le prospettive tutt’altro che rosee  in seno all’Unione europea.

Il voto in Germania, infatti, non ha evidenziato solo insofferenza per come sia stato gestito il flusso migratorio, i tedeschi sono altresì preoccupati per la piega che sta prendendo l’Unione europea.

La paventata istituzione di un unico Ministero delle Finanze, a loro modo di vedere, potrebbe essere l’anteprima di quelle misure straordinarie di politica economica, come ad esempio gli eurobond, che il popolo tedesco ha sempre avversato.

L’opinione pubblica ritiene che già ora la Grecia sopravviva grazie alle sovvenzioni provenienti dell’Ue, della quale sono i maggiori contribuenti, il loro timore, quindi, è che queste sovvenzioni vengano estese anche ad altri Stati con i conti pubblici non in ordine.

Insomma, Unione sì … ma fin quando conviene a loro.

 

1428.- La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

 Stiamo assistendo a una storia scritta dalla nostra divisivita’. Ancora fra fascismo, comunismo, destre e sinistre.  I partiti del potere, anzichè dei nostri bisogni.

 

La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

Fonte: Diorama letterario

8e395921afd8a4f0980aa1b393f8cb59Si intitola “La guerra delle ombre” l’ultimo editoriale di Diorama Letterario, rivista diretta da Marco Tarchi, accademico dell’Università di Firenze: è una riflessione profonda sui rischi generati dalle tendenze liberticide che permeano lavori parlamentari e dalle strumentali visioni storico-politiche dei media mainstream

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L’ultimo episodio è stato certamente il più grottesco – lo scandalo di portata nazionale nato dalle trovate tra il goliardico e lo psicopatologico del bagnino nostalgico di una spiaggia di Chioggia, desideroso di esternare le sue opinioni sull’Italia in camicia nera con espedienti degni del Catenacci di “Alto gradimento”, trasmissione radiofonica cult dell’Italia anni Settanta – e lo si potrebbe a buon diritto giudicare, in sé, indegno di ispirare qualunque commento che varchi i confini della piccola cronaca del periodo balneare. Eppure, anche un episodio di così minuscola portata può, e deve, servire ad aprire una riflessione su un fenomeno ben più rilevante ed inquietante che è sotto i nostri occhi da molti anni, e non accenna a ridimensionarsi: quella vera e propria guerra delle ombre che si è insinuata nell’odierno scenario politico e metapolitico, quel revival di fantasmi di epoche trapassate che da più parti ci si sforza di riportare sulla scena per oscurare o sostituire i veri conflitti di fondo che attraversano la nostra epoca. Quel teatro degli spettri i cui protagonisti sono il fascismo e l’antifascismo.

fascismo-riassuntoNon è la prima volta che la questione si impone all’attenzione. Già una quindicina abbondante di anni fa qualche osservatore più attento della media si chiese come mai riaffiorassero alla superficie del dibattito pubblico, con un carico di veleni sorprendentemente elevato, tematiche che, affrontate a caldo cinquant’anni prima, non avevano mai suscitato altrettanti furori – se non nella ristretta platea di coloro che, dall’esserne coinvolti direttamente, avevano subito gravi torti – e si erano in breve tempo acquietate. Ci riferiamo alle vicende dalla guerra civile italiana del periodo 1943-1945, alle “colpe” della Rsi e alla conseguente “indegnità” dei suoi combattenti e sostenitori, nonché alla complicità del governo di Salò nella persecuzione degli ebrei, e, sul versante simmetrico, al furore repressivo delle vendette antifasciste (il “sangue dei vinti” evocato da Giampaolo Pansa in un libro destinato a uno straordinario e imprevedibile successo di vendite) e ai regolamenti di conti contro “fascisti e padroni” nel triangolo rosso emiliano. Non si trattava di vicende sconosciute, ma di fatti tragici su cui esistevano numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie, atti di processi, volumi di memorie, dibattiti arroventati tra i sostenitori delle opposte parti che erano comunque passati in giudicato negli anni Cinquanta – e che erano tornati alla ribalta solo per un breve periodo quando il famoso caso Tambroni, con il determinante sostegno del Msi all’esecutivo e lo sconsiderato tentativo dello stesso partito di tenere il proprio congresso nazionale in una “città medaglia d’oro della Resistenza” avevano provocato i tumulti di Genova e i morti di Reggio Emilia. Perché quelle pagine venivano riaperte dopo mezzo secolo, e con toni immediatamente aspri?

Si poteva, allora, collegare quella resurrezione all’inaspettata fuoriuscita missina dal ghetto in cui lo aveva costretto la formula dell’arco costituzionale a seguito di Tangentopoli e, soprattutto, della decisione di Berlusconi di includere Fini e i suoi nella propria coalizione, trascinandoli al governo. Non potendo gli ex comunisti spingere più di tanto sul pedale dell’antifascismo, per non subirne, nell’immediato indomani del crollo dell’impero sovietico, l’effetto boomerang – ed anzi, non volendo farlo, essendo funzionale al loro accreditamento in prospettiva governativa il superamento delle opposte memorie –, si era aperta una finestra di opportunità per gli intellettuali di matrice azionista, i custodi dell’antifascismo più genuino e umorale per prenderne il posto e schierarsi all’avanguardia. Così come si erano create le condizioni, sul fronte avversario, per rispondere al tiro (pur con un arsenale assai più sguarnito) rispolverando le accuse a vecchi nemici che, all’epoca, non si erano risparmiati in ferocia, come i libri di Pansa, non certo un nostalgico, dimostravano ampiamente.

Il gioco aveva così innestato sottotraccia, nella “seconda repubblica”, quella retrodatazione dello scenario di scontro che tuttavia, stante l’ascesa di ex comunisti ed ex (neo)fascisti ad alcuni dei più alti scranni istituzionali, si era manifestata solo episodicamente in primo piano, e coinvolgendo per di più quasi solo ambienti marginali. Anche se – dato da non sottovalutare – l’immaginario della lotta antifascista, sia pur orientata contro un fantasma, molto più accattivante dell’opposizione ad un magnate della tv e delle costruzioni affetto da tardive ossessioni sessuali, si era diffuso e radicato nella galassia dei centri sociali, centri di raccolta di rabbie, frustrazioni e vocazioni alla violenza sempre pronti ad accendersi e a fornire squadre d’azione a gruppi in stile black bloc. Questo per parlare dell’Italia, perché all’estero l’antifascismo era rimasto all’interno del perimetro cerimoniale e giuridico definito dall’esito della seconda guerra mondiale, poiché il suo contraltare era ridotto quasi a presenza virtuale, sopravvivendo esclusivamente in gruppuscoli magari a tratti feroci nelle manifestazioni, come gli skinheads, o patetici nelle manifestazioni coreografiche, come le lillipuziane fazioni in divisa di ascendenza neonazista, ma politicamente del tutto ininfluenti.

Leader populisti

Le cose sono di nuovo cambiate, però, quando su diversi scenari europei hanno fatto ritorno, in vesti meno dimesse e abborracciate del passato, movimenti che si è convenuto – non senza valide ragioni – di chiamare populisti. Liquidate come bizzarrie le prime manifestazioni del fenomeno in Danimarca e in Norvegia, paesi considerati troppo benestanti, pacifisti e socialdemocratici per dar corpo a incubi, il campanello d’allarme è scattato con le prime esplosioni elettorali di metà anni Ottanta: il Front national nelle europee del 1984, sopra l’11%, la Fpö in Austria. Con l’ingresso di Jean-Marie Le Pen e Jörg Haider nel serraglio dei nuovi “uomini neri”, le presunte reincarnazioni di Hitler e Mussolini, si è aperto il capitolo di cui gli anni recenti ci stanno mostrando le pagine più sconcertanti.

In una prima fase, la trasformazione del conflitto tra populisti e sostenitori del quadro politico vigente (l’establishment) in revival degli “oscuri” anni Trenta ha visto in campo soltanto i secondi, dalle cui fila sono partiti gli strali e gli slogans miranti ad equiparare gli scomodi concorrenti alle formazioni fasciste dei tempi che furono.L’appetibile bersaglio ha offerto alle disperse schegge di un’ultrasinistra rapidamente disillusa dalla speranza di far breccia attraverso l’agitazione di piazza no global la possibilità di ritrovare un nemico identificante e costituire un fronte internazionalista, gli antifa, sfogandogli contro la mai sopita voglia di menar le mani e ribadire che Carl Schmitt, nel suo legare inscindibilmente la politica alla coppia amico/nemico, ha avuto piena ragione. Ma, molto più ampiamente, ha consentito a chi ne prosperava di ribadire la centralità dell’asse sinistra-destra, sovraccaricandolo di contenuti emotivi con l’evocazione di una minacciosa estrema destra, depotenziando l’intenzione populista di sostituirlo con l’asse alto/basso, cioè popolo contro classi dirigenti oligarchiche, considerato molto più aderente alla realtà dei fatti.

Non si può dire che questa mossa strategica abbia avuto pieno successo, perché parti cospicue degli elettorati di varie nazioni non sono cadute nella trappola e hanno orientato il proprio consenso verso i guastafeste populisti e i loro programmi rivendicativi. Tuttavia, su altri settori del potenziale ambito di sostegno delle formazioni populiste l’agitazione dello spauracchio di un nuovo fascismo ha avuto qualche presa, soprattutto là dove qualcuno dei partiti tradizionali non ha esitato ad impossessarsi di temi di campagna e proposte di soluzione branditi dagli avversari, annacquandoli e riproducendoli in versioni edulcorate, più digeribili per queste frange timorose della popolazione. La reazione di una quota non trascurabile degli elettori che nei sondaggi si dicevano intenzionati a votare Wilders o Le Pen al battage politico-mediatico che ha presentato la Brexit e il successo di Trump come pericolosissime aperture ad un’apoteosi dell’estremismo di destra sta a dimostrarlo.

Una giovane sostenitrice della candidatura patriottica di Marine Le Pen

Malgrado la costante e talvolta esasperata strategia di dé-diabolisation condotta ormai da oltre sei anni, Marine Le Pen ha visto scattare di nuovo, pur se in proporzioni decisamente ridotte, il meccanismo del richiamo antifascista che aveva travolto il padre nel secondo turno dell’elezione presidenziale del 2002. Tutti gli altri candidati, ad eccezione del sovranista Dupont-Aignan, le si sono schierati contro evocando la necessità di battere, ad ogni costo, l’“estrema destra”. E il grosso delle truppe li ha seguiti. C’è da prevedere che in Austria e in Germania l’espediente produrrà nel prossimo futuro frutti analoghi.

Il momentaneo arresto del ciclo ascendente dei movimenti populisti, però, non ha prodotto solo la compiaciuta constatazione del blocco di potere oggi egemone che le scelte fatte hanno pagato. Ha simmetricamente evocato delusioni e frustrazioni nelle frange più radicali della loro base di sostegno, già probabilmente a disagio di fronte allo stile dichiaratamente non violento (se non, a volte, sul piano verbale) di tali movimenti, rendendo probabili scissioni e creazioni di nuovi gruppuscoli estremisti. Già si vedono centinaia di attivisti prendere le distanze dall’“imborghesito” Jobbik, si leggono propositi oltre le righe negli scambi social fra delusi della piega presa dal Front national, si colgono qua e là altri segni di sconforto e compaiono su giornali e siti video e fotografie che ritraggono decine di ragazzi e ragazze in divise e pose paramilitari, inquadrati e schierati, intenti ad esibire in rituali di altra epoca la loro voglia di contestazione del clima culturale e sociale del mondo in cui vivono.

1499617290613.jpg--Il danno che queste manifestazioni di infantilismo possono recare, non solo e non tanto ai partiti e movimenti populisti quanto alla già ardua causa del contrasto dell’odierno “spirito del tempo” sul piano metapolitico della penetrazione delle idee nella mentalità collettiva, è potenzialmente enorme. Già in passato, in varie occasioni, la riattivazione strumentale del binomio conflittuale fascismo/antifascismo ha servito gli interessi dei fruitori dello status quo. Ha attizzato guerre per procura, suscitato odi, fatto versare sangue a profitto degli spettatori interessati degli scontri. E ha tenuto in vita la residua capacità di attrazione di quegli ambigui contenitori, svuotati ormai di contenuti in sintonia con le dinamiche del tempo presente, che sono le varie “destre” e la varie “sinistre”. Chi si presta a questo torbido gioco, foss’anche con le intenzioni più pure, e, cedendo al ricatto delle memorie, si presta alla penosa riproposizione sotto forma di farsa di eventi e soggetti che hanno già fatto la loro parte nella storia in un’epoca di tragedie, è un inconsapevole ma oggettivo complice degli odierni padroni delle coscienze. Gli unici ai quali la guerra tra spettri del passato che si va profilando può apportare sostanziosi utili.

di Marco Tarchi – via Arianna ed. – Fonte: Diorama letterario

1343.- L’Italia ha bisogno di un suo De Gaulle. che faccia il nostro interesse nazionale come la Francia e la Germania. l’eccellenzza dell’Esercito Italiano nelle missioni internazionali di pace.

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L’Italia si trova in una crisi profonda che mette a rischio non solo la sua prosperità, ma ormai la sua stessa sopravvivenza come nazione e come Stato indipendente e sovrano.

Ernesto Galli della Loggia inizia un suo libro appena uscito, “Il tramonto di una nazione. Retroscena della fine”, con queste drammatiche parole: “Sono nato italiano, ma mi viene da chiedermi, a volte, se morirò tale… mi sembra che siano molti gli italiani che sentono ogni giorno crescere dentro di sé una sensazione sempre maggiore di spaesamento e alla fine quasi di estraneità”.

La decadenza generale, la sensazione di essere una nave alla deriva nella tempesta, un vaso di coccio tra vasi di ferro, l’espropriazione di sovranità che l’Italia ha subito (da Unione europea, mercati finanziari e altri poteri internazionali), la crisi economica ormai cronica in cui stanno soffocando il Paese, la prospettiva molto concreta dell’estinzione demografica con la contemporanea invasione migratoria, fanno dubitare fortemente che fra due generazioni ci sia ancora l’Italia.

La prima repubblica è finita, la seconda non è mai cominciata e le attuali leadership – che da anni si dimostrano almeno impotenti di fronte allo sfascio del Paese – risultano inadeguate e spesso dannose.

Anche il centrodestra, che pure sembra avere le idee più sensate, non dispone di una credibile e autorevole ipotesi di leader di governo per guidare la rinascita.

In Italia c’è un vuoto spaventoso di classi dirigenti che nella Sinistra è amplificato dalle idee perniciose che coltivano e dalle politiche fallimentari che realizzano.

E’ una crisi più grave di quella che la Francia visse a metà degli anni Cinquanta e che – col tramonto della Quarta Repubblica – portò al governo il generale Charles De Gaulle che varò la Quinta Repubblica (con una nuova Costituzione che tagliò – fin troppo – le unghie ai partiti).

Molti ritengono che all’Italia occorrerebbe appunto questo: un De Gaulle nostrano. Ed è il centrodestra che ne è alla ricerca e potrebbe proporlo. Vediamo di farne un possibile identikit.

CHI L’HA VISTO?

Dovrebbe aver servito il Paese con competenza e facendosi onore, ma senza provenire dalla palude della classe politica romana, né dai salotti “intellettuali” o finanziari.

Dovrebbe avere preparazione ed esperienza, anche internazionale, attitudine alla guida, capacità di analisi e una visione chiara dei problemi del Paese e della meta a cui guidarlo. Per ridargli dignità sulla scena internazionale.

Dovrebbe assumere come bussola proprio l’“interesse nazionale” (come fanno gli altri Paesi: Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna), obiettivo da perseguire senza alcuna sudditanza, né psicologica né politica né ideologica, verso governi o poteri stranieri: in pratica si cerca qualcuno che non si faccia mettere i piedi in testa e che non permetta ulteriori umiliazioni ed “espropri” dell’Italia.

C’è chi ritiene che una tale figura possa essere trovata – esattamente come De Gaulle – proprio fra i vertici di quei militari italiani che, in questi decenni, si sono distinti – agli occhi del mondo – per aver condotto con grande professionalità e intelligenza tante missioni di pace in zone molto pericolose e complesse (anche le nostre forze armate sono fra le “eccellenze italiane” che il mondo apprezza).

Infatti, in questa “riserva della repubblica” (si parla di coloro che sono già in congedo e non sono più militari) si trovano uomini che – per esperienza internazionale, alta preparazione e attaccamento all’Italia – potrebbero oggi risultare preziosi per il nostro disgraziato Paese (negli Usa è normale passare dalla vita militare a cariche politiche o di governo).

Del resto già oggi più d’uno – di quel mondo – interviene mostrando una capacità di analisi che non si trova tra politici e intellettuali. Sia i militari di orientamento progressista, sia quelli di orientamento liberal-conservatore in genere convergono sul tema della sovranità nazionale.

E’ forse ascrivibile al primo tipo il generale Fabio Mini che – per esempio su “Limes” – propone riflessioni storico-politiche e geostrategiche che fanno sempre riflettere.

Mentre il generale Marco Bertolini rappresenta una sensibilità che il centrodestra può trovare più affine. Due suoi interventi recenti hanno mostrato una chiarezza di visione assai significativa, che spicca in un panorama di lumaconi senza grinta o di furbetti cinici e incapaci.

Il generale Bertolini è stato Comandante del Comando operativo interforze e ha partecipato, spesso in ruoli di guida, a tante missioni militari italiane all’estero (Libano, Somalia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Kosovo). E’ stimato anche a livello internazionale. Nel 2008 ha assunto l’incarico di Capo di Stato Maggiore del Comando Isaf in Afghanistan: primo ufficiale italiano a ricoprire un tale ruolo.

IDEE CHIARE

Dunque Bertolini – oggi generale in congedo (ha 64 anni) – interpellato in questi giorni dopo un intervento pubblico, ha spiegato che l’enorme ondata migratoria può e deve essere bloccata, per esempio fermando le Ong, le quali – ha dichiarato il generale – “la devono smettere di prendere i migranti e di portarli da noi, che passivamente li dobbiamo subire, visto che rimarranno qua. Adesso, di fatto, c’è quasi un servizio di traghettamento che non fa sicuramente i nostri interessi”.

In questa intervista al “Giornale” ha spiegato: “L’Italia si trova al centro del Mediterraneo e nel Mediterraneo bisogna essere forti, politicamente, economicamente, culturalmente e, perché no, anche militarmente. Il nostro Paese, invece, non vuole esercitare la forza. In quest’area si scontrano gli interessi di altri Paesi fortissimi, che sono i classici vasi di ferro e se noi ci proponiamo come vaso di coccio, perché abbiamo dei confini porosi, perché accettiamo chiunque arrivi, perché siamo passivi nei confronti delle iniziative politiche e militari degli altri, siamo destinati a pagarla molto cara”.

Poi ha aggiunto: “Se dovessimo andare avanti in questa maniera scompariremo. Si usa il termine sovranità come se fosse una bestemmia dimenticando che, invece, è il valore per cui hanno giurato i militari, ma anche i ministri”.

Bertolini ha poi risposto a quei politici che – da sinistra – affermano che noi abbiamo bisogno dei migranti: “Dimenticano di dire che i motivi per cui non facciamo più figli sono dovuti alle scelte fatte da loro perché è stata distrutta la famiglia, ci sono state politiche contro la natalità, provvedimenti umilianti per la famiglia naturale (…). Abbiamo bisogno di giovani, ma non possiamo importarli e non possiamo sostituire gli italiani con i cittadini acquisiti ai quali si dà un passaporto”.

Richiesto poi di commentare la risposta “piccata” di Gentiloni all’Ungheria, proprio sui migranti, ha detto: “avrei gradito che gli stessi toni li avessimo utilizzati quando ci hanno imposto delle sanzioni alla Russia che vanno solo contro i nostri interessi”.

Il 2 luglio del 2016, nel suo discorso di congedo dall’Esercito per raggiunti limiti di età, disse: “Ritengo che una società che voglia sopravvivere, debba preservare con tutte le forze la propria identità e le proprie tradizioni. Poi, sarà ovvia, per ogni nuovo venuto, la necessità di adeguarsi alla nostra cultura. Ma se pensiamo che la nostra identità possa esclusivamente basarsi sul ‘Made in Italy’, sulle eccellenze della nostra cucina e sui centimetri di pelle nuda che esponiamo in pubblico, stiamo freschi. Senza radici cristiane, cosa ci resta da difendere, il nostro benessere? Quanto ai diritti, faccio parte di una generazione che era stata educata al rispetto dei propri doveri”.

Una personalità con un tale curriculum, con questo carattere e queste idee – che trovano nel centrodestra orecchie molto attente – potrebbe oggi candidarsi alla leadership con più credibilità, agli occhi degli elettori, dei politici attualmente sulla scena. E potrebbe rappresentare una svolta per il Paese.

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Antonio Socci

 

1334.- Siamo stati in mano a un falso. Re Giorgio bugiardo: ecco tutte le frasi che lo inchiodano. Era così interventista sulla Libia che criticò così la dubbiosa Merkel: «Insegue i sondaggi»

Facciamo un seguito al n. 1328, all’intervista di Claudio Tito pubblicata da Repubblica e F.Q. a Napolitano e alla boutade di Salvini sull’eventualità di un processo a Napolitano con un articolo de “il Giornale.it”, perché ci impone una riflessione sulla Costituzione della Repubblica, che ha permesso a un platealmente falso di opprimerci con quattro governi senza fondamenta elettorali e di farsi eleggere per due mandati, per quattordici anni, impossibili al punto da non essere stati oggetto di espresso divieto dei costituenti, come documentato e come documentammo, invano.

Sbadato Re Giorgio. Sulla ricostruzione dell’intervento militare in Libia nel 2011 l’ex capo dello Stato ha dei vuoti di memoria che colmiamo.

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La verità è che Berlusconi era sostanzialmente contrario all’uso della forza mentre l’allora capo dello Stato premeva per accendere i motori dei caccia. Rinfreschiamo la memoria del presidente emerito.

11 marzo 2011, vigilia del primo raid dei Mirage francesi contro Gheddafi, del 19 marzo. A Bruxelles c’è un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei 27 sulla crisi libica e il Colle sentenzia: «Gheddafi ha perso ogni legittimazione a governare». Il vertice è interlocutorio perché Sarkozy freme per l’intervento armato ma la cancelliera Merkel, assieme a Berlusconi, esprime tutte le sue perplessità. La situazione precipita e i caccia decollano. Dopo 10 giorni Napolitano, all’assemblea generale dell’Onu, rimarca: «Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime e alle distruzioni massicce inflitte dal leader libico». Sì, ma le bombe? L’ex capo dello Stato alza il ditino: «Il capitolo 7 della carta delle nazioni Unite contempla specificamente l’uso della forza».

Ma è due giorni dopo, il 30 marzo, che sempre da New York il presidente emerito torna sulla questione libica e sfiora l’incidente diplomatico. In una lunga intervista pubblica alla New York University, Napolitano è durissimo con la cancelliera tedesca, riluttante a far partire i caccia: «Non capisco la decisione di Angela sulla Libia – la sua predica -. Un leader non dovrebbe avere paura delle elezioni né inseguire i sondaggi». In effetti il 9 aprile di quell’anno erano in calendario elezioni in 7 su 16 laender tedeschi, tra cui il pesantissimo Stato di Amburgo. Tutti i sondaggi davano in picchiata la Cdu della cancelliera a vantaggio della Spd. Uno dei motivi? L’ingresso in guerra contro Gheddafi. Napolitano, insomma, picchia duro sulla Merkel e riceve pure la risentita risposta del portavoce della cancelliera che esclude qualsiasi collegamento tra le decisioni del governo di Berlino e le elezioni in alcuni laender. Il comunista e guerrafondaio Napolitano tira dritto: «L’intervento militare? L’Italia ha fatto la cosa giusta. E il fatto che i principali Paesi europei si siano divisi è molto negativo».

Berlusconi, invece, appena può rimarca la propria riluttanza all’intervento: «Non è stata facile la decisione del governo; abbiamo avuto difficoltà a congiungerci agli altri alleati» (26 aprile 2011). Il governo Berlusconi è stato quasi trascinato in guerra e nella maggioranza la Lega scalpita. Tanto che, da Pontida, l’allora ministro degli Interni Maroni aizza la folla dicendo che avrebbe chiesto lo stop alla missione in Libia: «È l’unico modo per fermare gli sbarchi», grida dal palco. Ancora una volta interviene Re Giorgio: «No, il nostro impegno è restare schierati in Libia, come del resto sancito dal Parlamento» (20 giugno 2011). A fare da mediatore il ministro degli Esteri Frattini che pone un limite temporale all’intervento: «Fino a settembre». La Lega se la lega al dito e in luglio porta in consiglio dei ministri un decreto per il rifinanziamento delle missioni militari: meno soldi alle missioni e rientro dell’ammiraglia Garibaldi dalla Libia. Il decreto passa all’unanimità ma anche questa volta il Colle dice la sua: «No a decisioni o ritiri unilaterali. Toghether out or toghether in». Do you remember, king George?

Francesco Cramer Sab, 05/08/2017

1217.- Giampalo Pansa: il partito renzista sarà unico e autoritario

 

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di Giampaolo Pansa

È un ingenuo Gianni Cuperlo, uno dei big del Partito democratico. Anche se ha passato la cinquantina, conserva la faccia del ragazzo bello e bravo che farebbe la gioia di tante madri con figlie a carico. Cuperlo è stato una giovane promessa del Pci, poi del Pds, sino ad arrivare al Pd odierno. Nel caos dei democratici, resta una delle voci ascoltate. E nella direzione del 20 ottobre, si è domandato con allarme se Matteo Renzi, partendo dalla convention della Leopolda, non stia meditando di costituire un partito parallelo a quello che oggi guida come segretario e, al tempo stesso, come premier.*

Cuperlo si sbaglia. Renzi non intende affatto dar vita a un bis del Pd. Più semplicemente, e brutalmente, vuole a prendersi tutto il partito attuale. Per trasformarlo dapprima in un partito personale e poi in un partito unico e autoritario. Con un solo uomo al comando: se stesso. E senza veri concorrenti.

Come lo chiamerà non lo sappiamo. I media hanno parlato di Partito della Nazione. Ma l’unica certezza e che sarà una costruzione diversa da tutte le altre che conosciamo, senza opposizioni, in grado di inchiodare la politica italiana a un regime personale. Dove conterà soltanto il verbo del leader.
I politici come Cuperlo dovrebbero dedicare le proprie energie intellettuali a domandarsi se Renzi abbia il carattere adatto, la tenacia giusta e la forza sufficiente per realizzare questo progetto. II Bestiario teme di si. E adesso cercherà di aiutare i Cuperlo d’Italia a scrutarlo molto da vicino. Per capire quante probabilità abbia di diventare Leader Solitario del nostro sfortunato paese.

Prima di tutto, Matteo è un soggetto impossibile da classificare. E’ di sinistra, di destra, di centro? Domande inutili. Renzi è Renzi, un Fregoli della politica, capace di tutti i travestimenti e di qualsiasi parte in commedia. Sempre più spesso, ho il sospetto che, da cattolico, sia convinto di essere un unto del Signore, destinato dal Padreterno a essere il padrone dell’Italia e guidarla verso traguardi luminosi. Per limitarmi ad altre figure della storia europea, la stessa convinzione animava Benito Mussolini, Adolf Hitler e persino Giuseppe Stalin. Anche se quest’ultimo, un marxista integrate, non credeva in Domineddio.

E’ possibile che Renzi sia convinto di aver ricevuto mandato da un’entità superiore. Ed è proprio questo che lo spinge a essere super sicuro di se spesso. Protervo. Sfrontato. Ironico. Sfottente. Persino bullo. Osservatelo alla tivù quando sta in un consesso internazionale. In maniche di camicia e la faccia da ragazzo che la sa lunga, sembra il nipote degli altri leader europei. Persino la cancelliera Angela Merkel mette da parte la sua mutria da walkiria per diventare una zia cautelosa di questo enigmatico bamboccione italico.

Perché Renzi potrebbe riuscire nell’intento di diventare il solo dominus della politica italiana? Prima di tutto perché ha il carattere del leader di animo cattivo, per non dire da carogna. Chi è obbligato a trattare con lui racconta che è vendicativo al massimo, pronto a rappresaglie anche personali. Non ha pietà per nessuno. Pensate alla fine che ha fatto a Matteo Richetti, renzista della prima ora, liquidato in un amen come competitor alla carica di presidente dell’Emilia Romagna: «Vai a fare altro». O al licenziamento di Carlo Cottarelli, il tecnico incaricato da Enrico Letta di indicare i tagli della spesa pubblica.

Politico del Duemila, Renzi sa approfittare come pochi dell’unico media vincente in quest’epoca dove il fumo conta più dell’arrosto: la televisione. Secondo Il Fatto quotidiano, nel solo mese di ottobre è stato in tivù per ben 77 ore. Ha invaso anche i programmi del suo ex avversario naturale, lo spompato Silvio Berlusconi. II suo cicì e ciciò con Barbara D’Urso su Canale 5 resterà nella storia come il primo caso di un cuculo che s’insinua nel nido di un altro pennuto. E lo devasta, con l’aria di fargli un favore.

Renzi sta già nel pieno della propria guerra lampo, il Blitzkrieg di hitleriana memoria. La velocità nell’azione è l’arma decisiva per la conquista totalitaria del potere. Qualcuno deve avergli spiegato che Benito Mussolini sconfisse le sinistre e s’impadroni dell’Italia nel giro di soli due anni, il 1921 e il 1922. Dallo squadrismo al regime passarono appena ventiquattro mesi. Poi ebbe inizio una dittatura destinata a durare un ventennio

Chi lo affianca in questa corsa non ha dubbi né sulla tattica né sulla strategia del premier. E lavora con entusiasmo alla costruzione di un sisterna a cerchi concentrici. II punto focale è Renzi. Poi viene il primo cerchio magico, tutto di fedelissimi arrivati da Firenze. Il secondo cerchio, più largo, messo insieme alla belle meglio, zeppo di mediocri, e altrettanto pronto a seguirlo. II terzo è ancora in costruzione e lo vedremo affollato da un battaglione di signori che hanno favori da chiedere al premier e sono disposte a dare qualsiasi cosa in cambio.

Il Blitzkrieg renziano, se mai vincerà, trasformerà in peggio il sistema istituzionale italiano. Tutte le democrazie si reggono su un sistema di pesi e contrappesi indispensabili, che trovano nel Parlamento il luogo delle decisioni. Winston Churchill era solito dire: «La democrazia è un pessimo sistema di governo, ma finora non è stato inventato niente di meglio». Renzi, ormai è chiaro, disprezza il Parlamento. Preferisce parlare alla gente, ossia al popolo. Senza distinzioni di ceto, fede politica, condizione sociale.

In realtà è il primo leader populista che appaia sulla scena italiana. Al confronto, Beppe Grillo è un mister nessuno. Per trovare qualcosa di simile al Matteo di oggi bisogna risalire al primissimo dopoguerra, al Guglielmo Giannini nel momento di massima espansione del suo Uomo Qualunque. Una fiammata che si spense molto presto.

Dal momento che Giannini non aveva nessun potere, mentre Renzi ne ha persino troppi. Non credo che Partito Renzista, unico e autoritario, tramonterà presto. Siamo appena alle primissime sequenze di un film che durerà a lungo. Matteo può essere mandato al tappeto soltanto da qualche incidente pesante in Parlamento o nelle piazze. O dall’improvviso aggravarsi di una crisi economica e sociale che nessuno sarebbe in grado di contenere.

Ma se l’Italia proseguirà ad affondare lentamente in un declino senza scosse, Renzi continuerà a vincere. Per l’assenza o l’estrema fragilità degli oppositori. Il centrodestra in coma e un patetico Berlusconi sogna rimonte impossibili. Beppe Grillo rischia il tramonto. II Pd ostile a Matteo verrà risucchiato dalla Cgil che ha un nuovo leader in agguato: Maurizio Landini.

Nel caso di elezioni anticipate, il renzismo autoritario prenderà gran parte dei voti di quel cinquanta per cento di italiani impauriti dalla crisi e ancora disposti ad andare ai seggi. Affidarsi a un uomo solo è una pessima abitudine italiana. Dunque la domanda è una sola: Renzi avrà un’opposizione degna di questo nome? Bisogna sperare di sì. Contrastare un sistema che rischia di diventare oppressivo è una necessità democratica.

Quanti se ne rendono conto nel ceto politico, imprenditoriale, burocratico e nei media? Non ho risposte. Se è vero che il futuro è solo I’inizio, come strilla lo slogan della Leopolda, dobbiamo toccare ferro. E sperare in un soprassalto di orgoglio in quel che resta dell’Italia repubblicana.

1193.- Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

Francesi e Tedeschi sostengono l’Unione europea del profitto per il profitto, dove comanda sempre il più forte. Polonia e Ungheria non ci stanno e i Greci hanno risposto con la violenza all’austerità dell’Ue. Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, non solo l’Europa, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza. Propongo la lettura di un precursore e valente scienziato, studioso di questa umanità distorta dall’economia.

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«Raccolti nel volume Per un nuovo Occidente (Il Saggiatore) gli scritti dell’autore del noto saggio “La grande trasformazione”.
Una raccolta inedita che spazia su molti temi del suo tempo.
Per definire un’alternativa sociale e istituzionale sia al mercato che alla pianificazione centralizzata dello Stato che ha influenzato più generazioni di antropologi, economisti e sociologi».
Il ManifestoDurante l’ultimo World Economic Forum di Davos si è scritto che un fantasma stesse perseguitando i potenti della terra, riuniti nella cittadina svizzera: lo spettro di Karl Polanyi, lo scienziato sociale che, con La grande trasformazione, raccontò l’impatto della società di mercato e dell’industrializzazione sulla civiltà occidentale, e colse meglio di chiunque altro gli effetti politici, culturali e antropologici della crisi degli anni trenta.
Oggi, mentre imperversa una nuova Grande recessione, idee che parevano ormai relegate alle librerie polverose dei dipartimenti universitari sono riemerse in tutta la loro attualità. Prima fra tutte, la questione, fondamentale, del ruolo dell’economia nella società.
Al centro dei saggi raccolti in queste pagine, scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale, c’è il tentativo di indicare la strada per tornare a un’economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in aperta polemica con l’ideologia del laissez-faire.
Storico, giurista, antropologo ed economista, decenni fa Polanyi parlava già dei problemi del nostro presente: e distorsioni della democrazia generate dal liberismo sregolato, le conseguenze del capitalismo sull’ambiente, la tendenza alla mercificazione di ogni cosa, il ruolo del potere pubblico nell’affermazione e nella tenuta del sistema economico.
La riflessione dello studioso ebreo ungherese sulle filosofie e i modelli istituzionali anglosassoni, continentali, fascisti e sovietici, e sulle loro intersezioni con il sistema economico, sfocia in una proposta alternativa al mercato autoregolato: non un sistema centralizzato, ma un’economia cooperativa, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Una forma di socialismo che elevi a suo valore fondante la libertà della persona, libertà irriducibile alla sola sfera economica e realizzabile soltanto nei legami sociali tra gli individui.
Dopotutto, è questo il più formidabile patrimonio culturale dell’Occidente. E sebbene le scelte politiche e l’economicismo abbiano dilapidato tale patrimonio, è solo riscoprendolo che potremo aprirci a un incontro fecondo con le altre civiltà.

Karl Polanyi (1886-1964), nato a Vienna, si laureò in diritto e filosofia a Budapest. Oppositore del nazismo, dal 1933 si trasferì dall’Austria all’Inghilterra, e infine negli Stati Uniti, dove insegnò per anni alla Columbia University di New York. Singolare figura di pensatore interdisciplinare, è considerato uno dei più importanti storici dell’economia. Tra le sue opere principali: La grande trasformazione (1944); Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968).