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1647.- L’ABBANDONO DELLA CLASSE OPERAIA

Esiste o può esistere veramente un popolo sovrano? Maurizio Blondet ci presenta un articolo di Paul Craig Roberts che descrive l’inattitudine della classe operaia a produrre una politica che tuteli i suoi diritti. La trama dei principi delle Costituzioni è stata travolta facilmente dal dominio finanziario delle fonti d’informazione e della stessa politica che si è fatta prendere a rimorchio, anche con le sole promesse. Ostinatamente, tentano di opporsi alla dittatura finanziaria tecnocratica le destre – al plurale – perché tanti sono i leader e tanti sono movimenti, perciò frammentati e, se l’unione fa la forza, la frammentazione fa la debolezza.

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Paul Craig Roberts è nato il 3 aprile 1939. È un economista americano, giornalista, blogger, teorico della cospirazione e un ex funzionario statale. È meglio conosciuto come giornalista specializzato in affari economici da una prospettiva conservatrice liberista e anti-establishment.
Nel 1981 è stato Segretario del Tesoro per la politica economica degli Stati Uniti sotto la presidenza di Reagan.

Una delle grandi tragedie del nostro tempo è l’abbandono della classe operaia da parte della sinistra liberal progressista bianca. Non è più la classe operaia ad essere la vittima e Wall Street, le grandi banche e i capitalisti ad essere i carnefici. Oggi il carnefice è la classe lavoratrice bianca e la vittima è chiunque altro. In qualche modo, la classe operaia, i cui redditi e opportunità si sono ridotti per tre decenni, una classe che non possiede uomini politici ed è stata abbandonata anche dal Partito Democratico, è il potente sfruttatore che ha messo da parte i miliardari e ha dominato l’America al loro posto. Quanto è probabile che la bistrattata classe lavoratrice, marchiata da Hillary Clinton come “i deplorabili di Trump”, sia quella che governa l’America?

I capitalisti usano il loro potere per massimizzare il loro reddito e la loro ricchezza, ma nelle politiche identitarie il maschio bianco usa semplicemente il suo potere per impegnarsi nel razzismo, nel sessismo e nell’omofobia. Inoltre, a differenza dei gruppi delle vittime – omosessuali, minoranze preferite e donne – il maschio bianco non è protetto da quote, correttezza politica e crimini di odio. Un maschio bianco può essere chiamato ogni nome nel libro, ma una parola è considerata offensiva o minacciosa per un membro di un gruppo di vittime e, a sua volta, il potente maschio bianco è spinto ad allenare la sensibilità o tra le fila dei disoccupati. Se la verità fosse possibile, chiaramente sarebbero i maschi eterosessuali bianchi a comprendono il gruppo delle vittime.

Ma come tutte le ideologie, la politica identitaria è cieca ai fatti. L’ideologia non è basata sulla verità. La politica identitaria è basata sul marxismo culturale ebraico, che è stato progettato per rompere la società goy, ed ha fatto un buon lavoro.

La politica identitaria ha una vasta capacità di distorcere la comprensione. Ad esempio, un risultato positivo dell’elezione a presidente di Donald Trump è la rivitalizzazione delle organizzazioni nazionali della fauna selvatica e dell’ambiente. La dipendenza di queste organizzazioni dalle sovvenzioni aziendali e, quindi, dai dirigenti aziendali come membri dei loro consigli di amministrazione, ha diminuito il loro spirito combattivo. L’assalto totale di Trump all’ambiente – persino i monumenti nazionali e le acque costiere protette della Florida – le sta facendo rivivere.

Le riviste delle organizzazioni ambientaliste e della fauna selvatica stanno diventando più combattive, una buona cosa. Ad esempio, nel numero corrente di Sierra, c’è un articolo, “Fool’s Gold”, di Sophia Jones:

https://www.sierraclub.org/sierra/2018-1-january-february/feature/women-ghana-battle-us-owned-gold-mine-for-land-and-livelihood

L’articolo parla delle acquisizioni del colosso minerario del Colorado, Newmont, di piccole fattorie in Ghana per espandere le proprie operazioni minerarie.

In qualche modo la compagnia mineraria statunitense, probabilmente con il pagamento di tangenti, ha ottenuto il permesso dal governo del Ghana, o da chiunque nel governo del Ghana, per permettere alla società mineraria di sfrattare i cittadini ghanesi dalla loro terra ad costo minimo per Newmont. Sophia Jones scrive che Yaa Konadu è stata trasferita dalla sua terra, dove lei e i suoi familiari erano autosufficienti, con un costo per Newmont di soli 343 miseri dollari.

L’articolo documenta molte conseguenze negative delle acquisizioni da parte di Newmont, tra cui la rovina delle risorse idriche e l’esposizione di giovani donne sessualmente interessate ad impiegati maschili che non si preoccupano delle gravidanze che ne derivano.

Per quanto posso accertare, Sophia Jones sta fornendo informazioni accurate. Non è mia intenzione screditarla sottolineando che lei, forse sotto l’influenza di politiche identitarie, perde il fulcro della sua storia di sfruttamento capitalista, sostituendolo con lo sfruttamento delle donne da parte di uomini. Il cattivo dell’articolo cessa di essere Newmont e diventa il maschio eterosessuale.

Se si legge l’articolo di Sierra, cosa che raccomando, si vedrà che le politiche identitarie impediscono a Sophia Jones di concentrarsi sullo sfruttamento capitalista. Il capitalismo globale sta rovinando la vita delle persone in tutto il mondo, ma l’enfasi è diluita con una storia di sfruttamento sessuale.

Per il capitalismo sfruttatore globale, la politica identitaria è una creazione utile che distoglie l’attenzione da sé stesso. Riesco a visualizzare lo staff di pianificazione aziendale che decide che il modo per violentare uno Stato economicamente è spostare l’attenzione sulla politica di genere.

L’aspetto negativo dell’articolo di Sophia Jones su Sierra è che sposta la preoccupazione lontano dallo sfruttamento capitalista globale. In altre parole, le politiche identitarie servono la classe dominante, mascherando chi è il vero sfruttatore.

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1601.- I MOVIMENTI POPULISTI IN EUROPA NEL 2017

Cosa insegna il 2017 e cosa dobbiamo aspettarci dall’anno nuovo

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Il 2017 doveva essere l’anno del trionfo dei partiti populisti in tutta Europa. Non è andata così. Che ne sarà del 2018? Lo spiega a VoxEurope l’esperto dei movimenti populisti Cas Mudde.
Mentre il 2016 è stato l’anno della sorpresa populista, il 2017 doveva essere quello della vittoria dei movimenti che a quella tendenza si richiamano. Con le elezioni previste in Austria, Francia, Germania e Paesi Bassi, per citare le più importanti, tutta l’attenzione era dedicata ai “populisti” che, nella stragrande maggioranza dei casi, rappresentavano la destra radicale populista.

I mezzi d’informazione britannici e statunitensi sostenevano che i terremoti della Brexit e dell’elezione di Donald Trump avrebbero provocato gravi scosse di assestamento sul continente europeo, portando alla scomparsa di leader centristi di lungo corso, come la cancelliera Angela Merkel in Germania, e all’ascesa di nuove personalità populiste, come Marine Le Pen in Francia.

Il mantra ricorrente di un populismo rafforzato che sconfigge lo status quo dopo averlo assediato ha subìto un primo colpo con le elezioni parlamentari olandesi di marzo, in cui il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha registrato un risultato inferiore alle aspettative, anche rispetto ai sondaggi più realistici diffusi subito prima del voto. Il grande “vincitore” politico è stato invece il primo ministro Mark Rutte, sebbene in posizione di perdente elettorale per aver adottato la propaganda e in parte le politiche del Pvv. Rutte ha dichiarato che il suo “populismo buono” aveva sconfitto il “cattivo populismo” di Wilders, e i mezzi d’informazione internazionali hanno seguito questa linea. Siamo tutti populisti!
Tuttavia, il vero test per quel mantra ricorrente erano le elezioni presidenziali francesi di aprile, le uniche con il sistema maggioritario (“chi vince prende tutto”). Per buona parte dell’anno precedente, Marine Le Pen era rimasta in testa nei sondaggi come la personalità politica francese col più alto gradimento. Tuttavia, i mezzi d’informazione non avevano riportato il fatto che Le Pen fosse di gran lunga anche il politico più impopolare del paese, e ciò ha azzerato le sue chance di vincere al secondo turno.

Alla fine, la candidata del Front national ha raggiunto risultati al di sotto delle aspettative in entrambi i turni, in parte a causa della campagna elettorale indebolita e della scarsa performance in un dibattito televisivo, ed è stata eclissata dal nuovo astro nascente della politica europea, Emmanuel Macron, che ha stravinto anche le elezioni parlamentari del mese successivo. Inevitabilmente, anche lui è stato battezzato come “populista”: malgrado i fatti, il populismo doveva essere il grande vincitore del 2017!

Mentre Macron veniva ridefinito come outsider invece che come un populista a tutti gli effetti, i giornalisti stavano cominciando a ventilare un nuovo mantra: la morte del populismo. esagerando le mediocri performance di Le Pen e Wilders, in particolare nel confronto tra risultati reali e aspettative irrealistiche. Alla luce di questa situazione, le imminenti elezioni parlamentari tedesche di settembre hanno rappresentato la prova del nove per il “populismo”. Merkel avrebbe trionfato, dando ai populisti il colpo di grazia, o sarebbero stati i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) a porre fine ai suoi dodici anni alla guida della Germania?

La risposta delle urne era incerta: l’Afd ha registrato il secondo miglior risultato per un partito al terzo posto nella storia recente, ma Merkel e la Cdu/Csu sono rimasti chiaramente i soggetti più solidi della politica tedesca. Nei mezzi d’informazione e tra gli opinionisti regnava il caos: il populismo ne è uscito vincitore o sconfitto? La sentenza doveva giungere dai vicini austriaci, che svolgevano le elezioni parlamentari il mese dopo. Tuttavia, le elezioni in Austria hanno offerto un altro scenario, che mostrava alcune somiglianze sia con la situazione olandese, sia con quella francese.

Il grande vincitore del voto austriaco è stato il giovane ministro degli esteri Sebastian Kurz, che ha trasformato il partito conservatore Övp in uno strumento politico personale, sul modello di quanto fatto da Macron in Francia. D’altra parte, Kurz ha ripreso la strategia del “buon populismo” adottata da Rutte nei Paesi Bassi, sostenendo una reazione autoritaria e nativista di fronte alla cosiddetta crisi dei rifugiati. Tuttavia, in totale rottura con gli altri paesi, che hanno ostracizzato i populisti di estrema destra, Kurz ha coinvolto il partito estremista Fpö nella formazione di governo. A differenza di quanto accaduto nel 2000, quando il suo predecessore Wolfgang Schüssel aveva fatto lo stesso, questa volta non c’è stata una forte reazione nazionale o internazionale. La destra radicale e populista è stata normalizzata, sia essa un partner politico o una forza emarginata.

Con questo panorama arriviamo al 2018, anno in cui molti paesi europei con solidi partiti populisti andranno al voto, inclusi Ungheria e Italia. Cosa possiamo aspettarci, rispetto alle lezioni del 2017? Prima di tutto, non ci sono lezioni valide in generale, poiché l’Europa è un continente, non un paese. Le elezioni nazionali sono, per definizione, nazionali! Pertanto, il voto in Ungheria saranno influenzato da fattori ungheresi, come ad esempio la divisione interna dell’opposizione, e quello in Italia da fattori italiani, tra cui l’attuale situazione migratoria. In secondo luogo, il populismo continuerà a interessare le elezioni europee, soprattutto in quei contesti in cui i partiti populisti erano già presenti un decennio fa. In terzo luogo, a prescindere da quale sia il vero risultato dei partiti populisti, i media internazionali gli riserveranno un’attenzione sproporzionata. Tradotto da Andrea Torsello

POPULISTI DI DESTRA IN EUROPA
Quanto pesano davvero?

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Questa mappa mostra il peso dei partiti populisti, sovranisti e nazionalisti di destra in Europa, secondo le ricerche e le classificihe realizzate da Timbro, Policy Solutions, Parties and elections, Chapel Hill Experts Survey, Epicenter Network e Cas Mudde.In Italia non vengono considerati i partiti e i movimenti di Destra, fra cui Forza Nuova e Casapound, in forte ascesa, mentre vengono computati Movimento 5 Stelle e Lega, che, stando alle ultime elezioni, vengono dati al 20%. Tutto da vedere, quindi, alla prossima tornata elettorale.

Austria: Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ). Belgio: Vlaams Belang (VB). Bosnia Erzegovina: Народни демократски покрет (NDP)-Партија демократског прогреса (PDP), Bosanska patriotska stranka (BPS). Bulgaria: Обединени Патриоти (United Patriots), Граждани за европейско развитие на България (GERB). Cipro: Εθνικό Λαϊκό Μέτωπο (ELAM, Fronte nazionale popolare). Croazia: Živi zid, Promijenimo Hrvatsku. Danimarca: Dansk Folkeparti (DF). Estonia: Eesti Konservatiivne Rahvaerakond (EKRE). Finlandia: Perussuomalaiset (Partito dei Finlandesi). Francia: Front National (FN). Germania: Alternative für Deutschland (AfD). Grecia: Χρυσή Αυγή (Alba dorata), Ανεξάρτητοι Έλληνες (Greci indipendenti). Ungheria: Fidesz, Jobbik. Islanda: Framsóknarflokkurinn (Partito progressista), Miðflokkurinn (Partito di centro). Italia: Movimento 5 Stelle (M5S), Lega Nord. Lettonia: Nacionālā apvienība (Alleanza nazionale), No sirds Latvijai (Dalla Lettonia col cuore). Lituania: Tvarka ir teisingumas (Ordine e giustizia), Lietuvos valstiečių ir žaliųjų sąjunga (Unione dei contadini lituani e dei Verdi). Lussemburgo: Alternativ Demokratesch Reformpartei (ADF). Macedonia: Внатрешна македонска револуционерна организација – Демократска партија за македонско национално единство (VPRO-DPMNE). Malta: Alleanza Bidla, Moviment Patrijotti Maltin. Norvegia: Fremskrittspartiet. Paesi Bassi: Partij voor de Vrijheid (PVV), Forum voor Democratie (FvD). Polonia: Prawo i Sprawiedliwość (PiS), Kukiz’15, Kongres Nowej Prawicy. Portogallo: Partido Nacional Renovador (PNR). Repubblica ceca: Akce nespokojených občanů (ANO), Svoboda a přímá demokracie-Tomio Okamura (SPD). Romania: Romania Mare, Partidul România Unită. Serbia: Srpska radikalna stranka (SRS). Slovacchia: Slovenská národná strana (SNS). Svezia: Sverigedemokraterna (SD). Svizzera: Schweizerische Volkspartei (SVP/UDC), Lega. Turchia: Milliyetçi Hareket Partisi. Regno Unito: UK Independence Party. Ucraina: Pravy Sektor, Svoboda.

1588.- Come si finanziava l’Italia prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia

Con il termine “divorzio” si menziona l’atto con cui il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, con un semplice scambio di lettere con il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’acquisto illimitato dei titoli di Stato da parte della nostra banca centrale.

Riproponiamo la quinta puntata della serie dedicata all’analisi storica e politica del mercato del lavoro in Italia e alla sua relazione con i vari shock di politica economica occorsi a partire dall’inizio degli anni ottanta: dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, all’indomani dell’entrata italiana nello Sistema Monetario Europeo (SME), fino alle politiche fiscali intraprese dai governi che si sono succeduti; per chiudere poi con lunga fase di crescente liberalizzazione del mercato del lavoro.

Oggi parleremo di come si finanziava il governo (cioè di come il Tesoro finanziava la propria spesa) prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia.

Prima del divorzio i canali di finanziamento del Tesoro presso la Banca d’Italia erano sostanzialmente due. Il primo era il cosiddetto “Conto corrente di Tesoreria”. Esso era un vero e proprio conto corrente bancario detenuto dal Tesoro presso la Banca d’Italia già a partire dal dopoguerra, nel quale come spiega questo documento pubblicato dalla Banca d’Italia (La Banca d’Italia e la Tesoreria dello Stato di Giuseppe Mulone, 2006, p.33):

confluivano giornalmente gli introiti e gli esiti in contanti eseguiti da tutte le sezioni di tesoreria. In un primo tempo, lo sbilancio del conto a debito del Tesoro fu fissato, in cifra fissa, nell’ammontare massimo di 50 miliardi di lire; successivamente (D.lgs. 544/48) la misura massima di indebitamento venne rapportata al 15 per cento del complessivo importo degli originari stati di previsione della spesa approvata dal Parlamento e delle successive variazioni di bilancio. In seguito, la L. 13/12/1964, n. 1333, in relazione alla mutata classificazione delle spese, ridusse tale percentuale al 14 per cento. I provvedimenti del 1948 prevedevano che ogni qual volta dalla situazione mensile della Banca d’Italia risultasse uno sbilancio a debito del Tesoro superiore al limite prestabilito la Banca stessa ne desse comunicazione immediata al Ministro del Tesoro per gli opportuni provvedimenti. Qualora l’indebitamento al Tesoro non fosse rientrato nei limiti di legge entro 20 giorni dalla suddetta comunicazione, la Banca d’Italia non doveva dare corso a ulteriori pagamenti di tesoreria fino a quando, a seguito di introiti o versamenti fatti dallo stesso Tesoro, lo sbilancio del conto corrente non fosse rientrato nel limite. Il meccanismo non mirava in teoria a facilitare il finanziamento della Banca d’Italia al Tesoro, ma solo ad assicurare a quest’ultimo una elasticità di cassa, attraverso la creazione di uno strumento di carattere temporaneo come una linea di credito e che non costituisse un vero e proprio finanziamento.

In pratica, come ricorda l’attuale Presidente della Bce, Mario Draghi, il Tesoro aveva la possibilità di “attingere a un’apertura di credito di conto corrente presso la Banca per il 14 per cento delle spese iscritte in bilancio” (Fonte: L’autonomia della politica monetaria. Una riflessione a trent’anni dalla lettera del Ministro Andreatta al Governatore Ciampi che avviò il “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, 2011, p. 2-3)

Ossia, “il Tesoro poteva spendere sopra le proprie entrate utilizzando un ‘diritto di scoperto’ sul conto accentrato presso l’Istituto di emissione; diritto consentito fino al 14 per cento della spesa di bilancio” (Fonte: L’indipendenza della Banca d’Italia dal Governo negli anni Ottanta: cause interne e internazionali di Maria Luisa Marinelli, 2011, p. 148)

Il Tesoro quindi poteva cioè finanziare tramite la Banca d’Italia le spese iscritte nel suo bilancio preventivo (quindi non ancora materialmente effettuate) per un ammontare pari al 14 per cento del loro totale. Facciamo un esempio per capire meglio: supponiamo che il Tesoro decidesse di effettuare una spesa per un ammontare totale di 100, iscrivendo questa spesa nel suo bilancio preventivo, la Banca d’Italia a quel punto avrebbe dovuto garantire al Tesoro uno scoperto di conto pari a 14.

Il secondo canale di finanziamento del Tesoro presso la Banca d’Italia fu introdotto con la riforma del mercato dei Bot (Buoni ordinari del Tesoro) del 1975. A partire da quella data, come ricorda il solito Draghi, la Banca d’Italia si era “impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria”. Anche Draghi, dunque, conferma quello che ci ha già detto Andreatta: la Banca d’Italia si impegnava a “garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo” (Fonte). E questo era un fatto di enorme importanza per il Tesoro, dal momento che “gli interventi della Banca centrale alle aste dei titoli servivano a mantenere il tasso d’interesse a un livello stabilito, compatibile con l’esigenza del Tesoro di finanziarsi relativamente a buon mercato: semplicemente se il mercato non voleva i titoli al tasso stabilito dal Tesoro, la Banca d’Italia li acquistava, immettendo così moneta fresca nel sistema. Il Tesoro, certo, le pagava interessi, ma la Banca d’Italia poi glieli restituiva, e quindi per il Tesoro questo era debito a costo zero, equivalente al finanziamento di una parte del fabbisogno con moneta, la cosiddetta ‘base monetaria creata dal canale del tesoro’” (Il Tramonto dell’Euro di Alberto Bagnai, 2012, p. 184).

Facciamo un esempio: il Tesoro decide di offrire al mercato l’equivalente di 100 in titoli di Stato a un tasso d’interesse fissato del 3 per cento (faccio notare che il tasso veniva fissato dal Tesoro stesso, non dal mercato come avviene oggi). Ipotizziamo adesso che il mercato avesse deciso di acquistare solamente 80 di questi titoli. Cosa sarebbe successo a questo punto? Si sarebbe scatenato il panico perché non ci sarebbero stati sono i soldi per finanziare la spesa per scuole, ospedali, infrastrutture? Niente affatto. A quel punto la Banca d’Italia sarebbe intervenuta, acquistando gli altri titoli, equivalenti a un controvalore di 20. “E la Banca d’Italia – si chiederà qualcuno – dove prendeva questi soldi?”. Semplice: li creava dal nulla, trasferendoli poi sul conto corrente detenuto dal Tesoro presso di essa. Come conseguenza la Banca avrebbe poi registrato i titoli acquistati alla voce attivi sul suo bilancio e l’incremento equivalente operato sul conto del Tesoro fra i passivi. A questo punto, il Tesoro avrebbe potuto tranquillamente spendere quel denaro, che indovinate un po’ a chi finiva? Ai privati. Sotto forma di reddito diretto (lo stipendio di un impiegato comunale, di un insegnate, di un medico…) o di reddito da interesse percepito dai detentori dei titoli del debito pubblico (parleremo della differenza nella distribuzione di questa spesa).

“Sì, ma in questo modo – si potrebbe obiettare – il Tesoro non si sarebbe indebitato con la Banca d’Italia?”. La risposta è no, dal momento che la vendita di titoli da parte del Tesoro alla propria Banca Centrale, a differenza di quanto erroneamente pensano in molti (ogni riferimento ai signoraggisti è puramente voluto), non costituisce affatto un indebitamento reale verso essa. Come spiega l’economista francese Alain Parguez, infatti, tale procedura costituisce una semplice operazione contabile “fittizia”: “la quota di disavanzo che non è assorbita dalla vendita di obbligazioni [presso il mercato, nda] viene assorbita dalla vendita fittizia di tali obbligazioni alla Banca Centrale. Si tratta della cosiddetta componente ‘monetaria’ del vincolo di bilancio” (Parguez A., The Tragedy of Disciplinary Fiscal Economics or Back to the Ancien Régime, 29th Annual Conference of the Eastern Economic Association, New York, 2003)

Tesoro e Banca d’Italia agiscono, in questo caso, di concerto, ma è il primo a indirizzare l’operato della seconda, stabilendo l’ammontare della spesa, la quantità di titoli da emettere e il tasso d’interesse al quale offrire quei titoli. In quest’ottica, dice sempre Parguez, bisogna considerare “l’esistenza della Banca Centrale come ramo bancario dello Stato. Nel bilancio della Banca Centrale, la controparte del deficit [pubblico, nda] si traduce nell’accumulo sul lato delle attività di titoli del debito pubblico ad un tasso di rendimento fissato dal Tesoro. In questo caso il debito pubblico non è altro che un debito che lo Stato ha con sé stesso” (Parguez A., The true rules of a good management of public finance, mimeo, 2010).

E anche Luigi Spaventa, per citare un noto ed eminente economista italiano, riconosceva candidamente questo fatto già nel lontano 1984. Leggete cosa scriveva: “lo stock di base monetaria creata tramite il canale del Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente. Ciò si vede bene qualora si consolidi il Tesoro con la Banca Centrale: in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio” (Spaventa L., La crescita del debito pubblico in Italia: evoluzione, prospettive e problemi di politica economica, Moneta e Credito, Volume n. 37 , Fascicolo n. 147, 1984).

Il punto fondamentale da capire è che anche governi che dispongono della piena sovranità monetaria tendono a creare assetti istituzionali che (operativamente parlando) separano l’azione svolta dal Tesoro e dalla Banca Centrale (i motivi possono essere molteplici e sicuramente il principale è l’incomprensione di fondo di come funzionano i sistemi monetari, oltre a un preciso orientamento ideologico di fondo contro lo Stato e la sua inefficienza, la spesa pubblica…). Ma, nella sostanza, questa divisione di ruolo non intacca il fatto che il potere di emissione di monetaria, essendo emanazione del potere che Parlamento e Governo esercitano in nome del popolo sovrano, sia nelle mani del Tesoro. E l’Italia prima del divorzio ne era un esempio lampante.

Per capirlo, vediamo passo dopo passo cosa avveniva durante il processo di vendita di titoli di Stato da parte del Tesoro alla Banca d’Italia. Dunque, ipotizziamo che la Banca d’Italia acquistasse dal Tesoro un ammontare di titoli di Stato pari a 100. Questa sarebbe stata la situazione nei rispettivi bilanci: la Banca d’Italia registra fra le attività i titoli di Stato acquistati e fra le passività l’incremento equivalente messo a disposizione sul conto corrente del Tesoro; specularmente il Tesoro metterà al passivo i titoli di Stato venduti alla propria Banca Centrale e all’attivo l’incremento equivalente del suo conto. Ecco un’immagine per esemplificare il tutto:

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Notate subito una cosa: se consolidiamo i bilanci di Tesoro e Banca d’Italia di fatto non esiste un indebitamento del Tesoro (come scriveva lo stesso Spaventa), passività e attività si compensano a vicenda; ma, questa semplice operazione contabile “fittizia” (Parguez) permette al Tesoro di creare dal nulla i fondi necessari a finanziare la sua spesa.

Il Tesoro dunque effettua la sua spesa: ipotizziamo che sia equivalente a 100 per costruire una scuola; paga le aziende incaricate di realizzare l’opera accreditando i loro conti correnti detenuti presso le varie banche private (per semplicità ipotizziamo che ci sia una sola banca commerciale che rappresenta di fatto l’aggregato di tutte le banche commerciali esistenti). Ecco la nuova situazione (vi consiglio di aprire l’immagine in una nuova scheda, basta cliccarci sopra):

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Andiamo con ordine: il Tesoro ha effettuato la sua spesa e dunque il saldo del suo conto corrente presso la Banca Centrale diventa zero; i soldi spesi dal Tesoro sono finiti ad aziende e famiglie che hanno lavorato per costruire la scuola, che (per ora) decidono di lasciarli in banca sotto forma di depositi; la banca commerciale registra fra le passività il denaro che famiglie e aziende detengono presso di essa, dal momento che quelli sono soldi che la banca “deve” ai propri clienti; allo stesso tempo, però, contemporaneamente all’aumento dei depositi la banca commerciale vede crescere in egual misura anche le sue riserve detenute presso la Banca Centrale (utilizzate per regolare i pagamenti con le altre banche e per far fronte alla riserva obbligatoria).

Facciamo un ulteriore passo avanti: ipotizziamo (realisticamente) che famiglie e imprese non detengano tutte le loro attività sotto forma di depositi ma che decidano di detenere una quota delle loro attività sotto forma dei contanti (circolante), per esempio 10. In questo caso avremo una variazione che coinvolge i bilanci della banca commerciale e della Banca Centrale. Ecco come:

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Adesso, arriviamo a un punto cruciale (attenzione: capire questo significa capire uno snodo importante del funzionamento delle operazioni effettuate dalla Banca Centrale!): ipotizziamo che la Banca Centrale imponga un obbligo di riserva alle banche commerciali pari al 10 per cento dei loro depositi. Nel nostro esempio i depositi delle banche commerciali ammontano complessivamente a 90, dunque le banche commerciali saranno obbligate a detenere a riserva obbligatoria 9 di questi 90. La domanda fondamentale a questo punto è: cosa faranno le banche con le riserve in eccesso, quelle che non sono obbligate a detenere presso la Banca Centrale, nel nostro caso 81? Le possibilità sono solamente tre:

1) Le banche commerciali possono mantenere le riserve in eccesso presso la Banca Centrale e percepire un interesse piuttosto modesto su di esse (oggi, per esempio, nell’Eurosistema questo tasso d’interesse, chiamato deposit facility, è pari a zero).

2) Le banche che hanno un eccesso di riserve possono prestarle (sul mercato interbancario) a quelle che hanno carenza di riserve e devono far fronte alla riserva obbligatoria. Ma, come avviene nel nostro esempio, se in aggregato le banche commerciali hanno un eccesso di riserve significa che complessivamente una volta che tutte le banche sono in grado di far fronte all’obbligo di riserva permarrà una situazione di eccesso di liquidità; quindi le banche cercheranno di piazzare queste riserve in eccesso in vista di guadagni maggiori. E qual è la loro unica opzione?

3) Nel momento in cui il rendimento dei titoli di Stato si colloca anche leggermente al di sopra del tasso d’interesse percepito sulle riserve in eccesso detenute presso la Banca Centrale e del tasso d’interesse interbancario (quello al quale le banche si prestano denaro fra di loro), è nell’interesse delle banche commerciali liberarsi di quelle riserve in modo da ottenere un’attività sicura, facilmente scambiabile ed estremamente liquida, con un rendimento maggiore. Ecco quindi che esse saranno ben liete di acquistare dalla Banca Centrale i titoli di Stato (sul perché la Banca decida di venderli parleremo in uno dei prossimo post in cui vedremo come la Banca Centrale fissa il tasso d’interesse di riferimento).

Ecco quindi la nuova situazione che si viene a creare:

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Dunque, riepilogando, questa è tutta le sequenza che abbiamo visto:

1) Il Tesoro emette dei titoli di Stato, li vende alla propria Banca Centrale sul cosiddetto mercato primario (la Banca d’Italia fino al 1981 era obbligata ad acquistare tutti quelli non venduti in sede d’asta).

2) Il Tesoro effettua così la propria spesa a favore dei privati (costruzione di ospedali, scuole….) e accredita i conti correnti delle aziende e famiglie incaricate di eseguire il lavoro.

3) Il denaro così immesso nel circuito bancario crea un eccesso di riserve bancarie rispetto agli obblighi di riserva. Le banche commerciali avranno quindi tutto l’interesse ad acquistare sul mercato secondario i titoli precedentemente acquistati dalla Banca d’Italia, dal momento che essi garantiscono un tasso d’interesse maggiore di quello che le banche otterrebbero lasciando le riserve in eccesso parcheggiate presso la Banca Centrale.

Questo meccanismo (che io ho esemplificato) trova piena conferma empirica in un paper pubblicato nel 2012 dalla Banca d’Italia (Monetary policy and fiscal dominance in Italy from the early 1970s to the adoption of the euro: a review di Eugenio Gaiotti e Alessandro Secchi) che a pagina 27 mostra l’ammontare netto di titoli di Stato (cioè la differenza fra i titoli acquistati dalla Banca Centrale e quelli ripagati dal Tesoro alla Banca stessa) acquistati dalla Banca d’Italia sul mercato primario (in blu) e di quelli scambiati sul mercato secondario da parte della Banca d’Italia con le banche commerciali (in grigio).

garfico mercato primario e secondario

Come scrivono gli autori: “la figura conferma che gli acquisti di titoli di Stato (al netto, nda) sul mercato primario da parte della Banca d’Italia sono progressivamente aumentati durante gli anni settanta, raggiungendo il picco nel 1981, poi si sono rapidamente ridotti dopo il “divorzio” (cioè da quando la Banca d’Italia non era più costretta a garantire in asta il collocamento integrale dei titoli emessi dal Tesoro, ma poteva intervenire in via facoltativa, nda), sebbene siano rimasti positivi per il resto del decennio. […] Negli anni novanta, dal momento che gli acquisti lordi sul mercato primario scesero a zero, il canale Tesoro distruggeva liquidità per un’ammontare pari ai titoli in scadenza detenuti in portafoglio dalla Banca d’Italia, mentre le operazioni sul mercato aperto creavano liquidità per fini di controllo monetario”.

In sostanza il grafico ci dice che nel momento in cui i titoli detenuti dalla Banca d’Italia giungevano a maturazione il Tesoro emetteva altri titoli, per un ammontare maggiore di quelli a scadenza e li vendeva alla Banca d’Italia. In sostanza il debito veniva ripagato emettendo altro debito che veniva venduto alla Banca d’Italia (ricordiamo che si tratta di una vendita “fittizia”, Parguez) e questo per tutti gli anni settanta e ottanta. Poi, con l’entrata in vigore il primo novembre 1993 del Tratto di Maastricht, viene vietata la “concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle Banche centrali degli Stati membri [..] a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle Banche centrali nazionali”. Il Trattato, inoltre, sancisce anche l’abolizione del Conto corrente di Tesoreria.

Come conferma il professore della Bocconi, Luca Fantacci: “Nessuno stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli” (fonte).

Quindi, fino al 1981 il Tesoro aveva la possibilità di finanziare la propria spesa utilizzando (oltre alla vendita di titoli presso privati) denaro fresco, creato dal nulla dalla Banca d’Italia tramite l’acquisto “fittizio” di titoli emessi dal Tesoro; questo denaro veniva immesso all’interno del settore privato (famiglie e aziende) all’atto della spesa pubblica. In pratica, a livello operativo, la Banca d’Italia “consentiva” semplicemente al Tesoro di monetizzare il proprio disavanzo.

Capite bene che, in un contesto di questo tipo, il potere monetario non era affatto indipendente e sovraordinato agli altri; al contrario, il suo controllo era ben saldo nelle mani del Tesoro, che a sua volta rispondeva al governo, al parlamento e al controllo della magistratura. In altre parole, il suo esercizio avveniva, nonostante tutti i limiti che potesse avere (la corruzione, la casta, i favori al cugino, le ostriche e lo champagne), all’interno del circuito democratico.

Daniele Della Bona

1587.- Repetita juvant. Il mantra del debito pubblico

DAL POPOLO SOVRANO ALLA FINANZA SOVRANA
Grazie al divorzio tra tesoro e Bankitalia realizzato con una semplice lettera del ministro del Tesoro Andreatta e Ciampi, al tempo governatore e poi ai trattati europei (che ci hanno imposto di aprire i mercati alle privatizzazioni), la nostra capacità di rifinanziare il debito pubblico è in mano alla grande finanza.

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Carlo Azeglio Ciampi, un traditore dai mille volti ma con un unico abito: quello del liquidatore fallimentare di un’Italia in piena ascesa, trasformata in terra di conquista.

“Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti”, condannando l’Italia alla deindustrializzazione.
(da Paolo Raffone BLOG)

Il dibattito che si svolge in Europa e in Italia sulle scelte di politica economica e monetaria nasconde la verità. La decisione di attuare all’inizio degli anni ’80 una politica di privatizzazione della politica monetaria, in Europa tramite lo SME e poi l’euro, è stata una grave decisione politica.

Oggi leggiamo di un Romano Prodi che accusa la Mediobanca di Cuccia di aver “messo l’Italia nel freezer, per difendere il sistema”. Mediobanca «ha reso il Paese immobile – spiega Prodi – proprio quando si preparavano le carte per il cambiamento futuro». Ma forse Prodi ha dimenticato alcuni passaggi della storia italiana? No, non è possibile perché lui c’era e la sua memoria è proverbiale. E allora? Il compianto Padoa Schioppa non può più testimoniare ma il presidente Giorgio Napolitano c’era e firmò il decreto di “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1998. Anche Cuccia non può più dirci la sua. Neppure Enrico Berlinguer ci può più spiegare per quale strategia o calcolo scelse che il PCI accettasse lo SME.
La decisione fu politica ma mascherata da tecnicismi economici che promettevano grandi vantaggi per tutti: crescita, occupazione, sviluppo, pace, prosperità.

Dopo la disfatta americana in Vietnam e lo shock petrolifero, la dottrina di sicurezza americana (Kissinger) formulò un piano di trasformazione dell’Occidente che si basava sulle teorie finanziarie e monetariste di Chicago. Reagan e Thatcher ne furono gli interpreti internazionali. In Italia, tutto iniziò con una lettera dell’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, nel 1981.

Da allora, questo è vero, la storia non è più stata la stessa. Il potere d’acquisto è crollato, la disoccupazione è cresciuta, il debito pubblico avanza inesorabile, il credito bancario è scomparso, l’Europa, usata come scudo per giustificare la scelta politica di allora, è ormai odiata dalla maggioranza dei cittadini. Non c’è che dire: “guardare lontano” è stato un ottimo risultato!

Per cercare di capire che la scelta politica degli anni ’80 fu scellerata, e probabilmente non completamente indipendente, si deve riaprire il dibattito su quegli anni. Su chi fece e decise che cosa e perché o per conto di chi.

Finora la “politica della paura” è riuscita a imporsi ma i pesci in barile non se li compra più nessuno!

Ovviamente, in un blog non si può entrare nei dettagli. Tuttavia, qui di seguito forniamo la riproduzione di un testo del 2011 che, attribuito a Mario Draghi, fu presentato al club di pensatori Astrid, vicino a Enrico Letta. Segue, poi, una sinopsi sulle banche centrali che permette di capire alcuni fondamentali di chi tira le fila delle pene che i popoli europei stanno patendo in nome dell’Europa dell’euro.

DOCUMENTO (15 febbraio 2011)

L’autonomia della politica monetaria

Una riflessione a trent’anni dalla lettera del Ministro Andreatta al Governatore Ciampi che avviò il “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia

Il 12 febbraio 1981, trenta anni fa, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta
scrive al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi la lettera che avvia il
cosiddetto “divorzio” tra le due istituzioni. La politica monetaria in Italia cambia corso.

Il contesto
All’inizio degli anni Ottanta il quadro macroeconomico internazionale sta
rapidamente cambiando. Il secondo shock petrolifero ha causato in tutti i paesi sviluppati una nuova fiammata inflazionistica. I guasti e i pericoli di un’alta inflazione sono tornati all’attenzione delle opinioni pubbliche. Si ravviva il dibattito intorno alla natura e allo status istituzionale delle banche centrali: quanto è importante la loro indipendenza funzionale (instrument independence)? Quanto è importante che esse fissino la stabilità dei prezzi come obiettivo prevalente?

Negli Stati Uniti Paul Volcker, succeduto nel 1979 ad Arthur Burns come chairman del Board of Governors del Sistema della Riserva federale, imprime subito un radicale cambio di rotta alla gestione monetaria, con l’obiettivo esplicito di “taking on inflation”. In tutti i principali paesi avanzati le politiche monetarie si fanno restrittive.

In Italia, l’inflazione supera il 20 per cento nel 1980. Il meccanismo di indicizzazione dei salari ai prezzi, introdotto dall’accordo del 1975 tra Confindustria e sindacati confederali, amplifica a dismisura l’impatto degli shock provenienti dai prezzi internazionali. Gli squilibri di fondo della finanza pubblica accumulati nel decennio
precedente continuano ad aggravarsi: il fabbisogno del settore statale raggiunge l’11 per cento del prodotto.

Nel nostro paese il concetto di indipendenza della Banca centrale è in quegli
anni debole, sfumato. La riflessione degli economisti italiani sul ruolo della moneta, con poche significative eccezioni, è limitata; essa si concentra piuttosto sui temi dello sviluppo, dell’industrializzazione, del conflitto sociale e distributivo. Il governatore Baffi è giunto a dolersi esplicitamente dell’assenza di un chiaro obiettivo di tutela della stabilità dei prezzi che sia affidato alla Banca d’Italia dalla legge, come accade alle banche centrali di altri paesi, in primis la Bundesbank.

Benché goda di riconosciuta autorevolezza, la Banca d’Italia ha in quel tempo
scarsa autonomia nel controllo della base monetaria e nella fissazione dei tassi di interesse a breve termine; il contrasto dell’inflazione e la difesa del tasso di cambio ne sono resi difficoltosi; i tassi di interesse reali sono da tempo negativi. In occasione della riforma del mercato dei Bot nel 1975 la Banca si è impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria. Non solo: il Tesoro può attingere a un’apertura di credito di conto corrente presso la Banca per il 14 per cento delle spese iscritte in bilancio; detiene il potere formale di modificare il tasso di sconto (sia pure su proposta del governatore).

In queste condizioni l’adesione italiana al Sistema monetario europeo, in vigore
dal marzo del 1979 e di cui Andreatta è stato uno dei principali propugnatori, rischia di decadere ad “atto velleitario”, per la difficoltà di rendere le politiche economiche interne coerenti con quel vincolo. Un forte riallineamento delle parità centrali nello SME, che avrebbe gettato benzina sul fuoco dell’inflazione, viene sventato nel 1980 grazie a una restrizione monetaria assai controversa nel dibattito pubblico; non può essere evitato nel marzo del 1981.

In Banca d’Italia si fa strada in quegli anni una convinzione, espressa dal governatore Ciampi in un noto passaggio delle Considerazioni Finali lette nel maggio 1981.

La convinzione è che il ritorno a una moneta stabile richieda una “costituzione monetaria”, fondata sui tre pilastri della i) indipendenza del potere di creare moneta da chi determina la spesa pubblica, di ii) procedure di spesa rispettose del vincolo di bilancio, di iii) una dinamica salariale coerente con la stabilità dei prezzi.

Una idea del genere, oggi sedimentata nella cultura economica generale, è coltivata negli anni Settanta solo da pochi economisti. Già alla fine di gennaio 1976, nei giorni concitati di una crisi della lira che porta alla chiusura del mercato italiano dei cambi,
durante uno scambio di opinioni con i vertici della Banca d’Italia il Prof. Andreatta esprime il parere che occorra “una ferma dichiarazione di indipendenza della banca centrale dal Tesoro”, in modo che essa sia messa in grado di dichiarare un suo obiettivo di espansione della moneta di fronte alle drammatiche difficoltà dell’economia italiana, prefigura già allora un’idea che riprenderà da Ministro del Tesoro: che la funzione della Banca d’Italia come banca del Tesoro non debba interferire con quella di regolatore della liquidità monetaria.

Lo scambio di lettere e l’avvio del “divorzio”

Quando Beniamino Andreatta assume la responsabilità del ministero del Tesoro,
nell’ottobre 1980, la spirale prezzi-salari è avviata. Va, nelle parole del ministro, “cambiato il regime della politica economica”. Ma il clima politico non è favorevole: la stessa compagine di governo è “ossessionata dall’ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole”. La decisione di “cambiare regime” non viene pertanto sottoposta al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio per un’approvazione formale; assume la forma di un semplice scambio di lettere fra ministro e governatore; a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro.

Con la sua lettera, il ministro chiede il “parere” del governatore sull’ipotesi di una modifica del regime esistente, con l’obiettivo esplicito di porre rimedio all’insufficiente autonomia della Banca nei confronti del Tesoro. Il governatore, nella sua risposta, concorda sulla necessità che la Banca risponda unicamente a obiettivi di politica monetaria nel regolare il finanziamento al Tesoro; prefigura inoltre, per il futuro, l’intenzione della Banca di procedere alla predisposizione e alla comunicazione al mercato di obiettivi quantitativi di crescita della base monetaria, passo decisivo verso un cambiamento di strategia monetaria.

È divorzio, consensuale.

Il nuovo regime viene avviato nel luglio del 1981. La riforma non è completa: alle aste dei Bot il Tesoro continuerà a fissare un tetto massimo ai rendimenti (il “tasso base”) fino al 1988-89; fino al 1994 la Banca d’Italia continuerà a intervenire discrezionalmente in asta e fino a quell’anno rimarrà anche in essere il finanziamento
automatico del Tesoro tramite il conto corrente presso la Banca.

Nonostante questi evidenti limiti, il nuovo regime ha effetti di grande portata.
Un test importante giunge alla fine del 1982. Il fabbisogno del Tesoro stenta a trovare
copertura sul mercato; occorrerebbe far salire i tassi base il Tesoro nicchia; la Banca non acquista in asta i titoli di Stato non collocati e costringe il Governo a investire della questione il Parlamento, facendosi approvare un’anticipazione straordinaria della Banca.

Dopo il “divorzio” i tassi di interesse reali tornano stabilmente su livelli,
positivi, compatibili con il progressivo rientro dell’inflazione e con la permanenza nello SME; il fabbisogno pubblico viene finanziato pressoché per intero sul mercato senza creazione di base monetaria; inizia da parte della Banca d’Italia la pratica di annunciare obiettivi di espansione della moneta.

Una decisione politica

La decisione di Andreatta e Ciampi, pur rivestita di panni “tecnici”, ha forti
effetti politici di lungo periodo. Il ministro e il governatore ne sono consapevoli. Nelle stesse parole di Andreatta, il divorzio nasce come “congiura aperta” tra i due, nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro.

Una volta compiuto il “fatto”, le reazioni sono ostili. Gli scettici ritengono la misura destinata a vita breve. Sono contrari ampi settori della maggioranza di governo, dell’opposizione, del sistema bancario, tutti timorosi del rialzo dei tassi di interesse reali.

Viene agitato lo spettro della deindustrializzazione del Paese. Ma la riconquista dell’autonomia da parte della banca centrale si rivela duratura; permette di riportare la crescita dei prezzi sotto controllo senza soffocare l’apparato industriale, come sarà più avanti rivendicato da Ciampi10. Tra il 1980 e il 1987 l’inflazione cade da oltre il 21 per cento a meno del 5; il prodotto interno lordo torna a crescere del 3 per cento l’anno, in media, fra il 1984 e il 1988.

Il “divorzio” apre una stagione di grandi cambiamenti nella gestione degli strumenti di politica monetaria, in direzione di una piena indipendenza funzionale della banca centrale e di un più efficiente funzionamento dei mercati finanziari; vengono tra l’altro abbandonati i controlli amministrativi sul credito. La riduzione dell’inflazione prosegue negli anni Novanta, passaggio essenziale per consentire la nostra tempestiva partecipazione all’Unione Economica e Monetaria in Europa.

Gli effetti del “divorzio” sulla politica di bilancio non sono invece quelli sperati.
Chi si è augurato che un atteggiamento non accomodante della banca centrale nel finanziare con moneta il disavanzo induca comportamenti di spesa più responsabili resta deluso. Manca una modifica radicale delle procedure e delle prassi, elemento essenziale della nuova costituzione monetaria invocata da Ciampi. Dopo dieci anni dal divorzio il fabbisogno annuo del settore statale si colloca ancora tra il 10 e l’11 per cento del Pil; il rapporto tra debito pubblico e prodotto supera il 120 per cento del prodotto nel 1994.

Per un miglioramento sostanziale della finanza pubblica si devono attendere gli
anni Novanta e la corsa affannosa a rientrare nei criteri per l’ammissione all’area nell’euro con il primo gruppo di paesi. Come ha sostenuto alla fine degli anni Ottanta Tommaso Padoa-Schioppa, la gestione responsabile della moneta è essenziale, ma da sola non basta a curare tutti i mali di un’economia con la finanza pubblica in disordine; la scelta per la stabilità appartiene alla società nel suo complesso, non alla sola banca centrale.

L’eredità di quegli anni
Le idee che hanno portato alla unificazione monetaria d’Europa, che ne sono
oggi il fondamento, si sono affermate in tutti i paesi avanzati all’inizio degli anni Ottanta: indipendenza delle banche centrali, obiettivo di assicurare la stabilità dei prezzi, divieto di finanziamento monetario dei disavanzi pubblici. Andreatta e Ciampi hanno colto e applicato quelle idee con straordinaria tempestività.

Conviene sempre rammentare quanto a fondo la moneta comune europea abbia
piantato il seme della stabilità monetaria nei nostri paesi. La credibilità della politica
monetaria, che l’Eurosistema ha ereditato dalle migliori tradizioni delle banche centrali partecipanti, ha rafforzato la resistenza delle economie dei paesi dell’area di fronte a shock avversi.

Durante l’ultima crisi l’ancoraggio delle aspettative d’inflazione nell’area
dell’euro ha concesso un ampio spazio di manovra alla politica monetaria, per garantire il funzionamento dei mercati, per sostenere il credito ed evitare il tracollo dell’economia. I tassi di mercato monetario sono scesi su valori senza precedenti, vicini allo zero, sono state adottate misure eccezionali di creazione di liquidità, senza muovere le aspettative di inflazione nel medio-lungo termine. Non si è ripetuto lo stop and go di politica monetaria tipico degli anni Settanta.

La credibilità che abbiamo raggiunto va salvaguardata, mantenendo alta la
guardia.

È un insegnamento dell’esperienza degli anni Ottanta anche il principio,
irrinunciabile per la costruzione europea, che politiche fiscali sostenibili sono fondamento essenziale di una unione monetaria. A questo intendeva rispondere il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, si è a volte preferito piegare le regole anziché aggiustare le politiche, annacquando il Patto o violandone lettera e spirito. Molti paesi membri hanno affrontato la crisi globale con livelli già elevati del debito pubblico. I problemi di finanza pubblica avevano origine anche da squilibri strutturali, a cui era stata prestata un’attenzione insufficiente.

Oggi come negli anni Ottanta, la politica monetaria non può essere considerata
un rimedio alla irresponsabilità di altre politiche.

La costruzione europea deve essere resa ancora più resistente. Le istituzioni
europee stanno lavorando nella giusta direzione, sui tre fronti dove i progressi sono più necessari: regole di coordinamento fiscale più stringenti e meno soggette a discrezionalità nell’applicazione; un meccanismo di sorveglianza macroeconomica tra i paesi dell’area che consenta gli interventi strutturali necessari a rimuovere gli squilibri e a promuovere la crescita; meccanismi robusti di gestione delle crisi e di supporto finanziario, nell’ambito di una chiara condizionalità. È possibile, è necessario completare la costruzione europea guardando avanti.

Trenta anni fa, nel nostro paese, Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti, e
lontano.

Fonte: http://www.astrid-online.it/Economia-e/Studi–ric/Draghi_AREL_15_02_11.pdf

Lo scambio di lettere con cui fu siglato il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia

Aggiungo a corredo del post precedente (che trovate qui o qui) le lettere scambiate fra il Ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta, e il Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1981 siglarono il cosiddetto divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia.

I documenti sono tratti dal testo L’Autonomia della politica monetaria. Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo di Andreatta B., Ciampi C. A., Draghi M., Grassini F. A., Letta E., Monti M., Mussari G., Salvemini T. (2011).

La prima lettera viene inviata da Andreatta il 12 febbraio del 1981:

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A questa farà seguito la risposta di Carlo Azeglio Ciampi il 6 marzo dello stesso anno:

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SINOPSI DELLE BANCHE CENTRALI

ITALIA

La Banca d’Italia fu creata da tre banchieri privati nel 1865 e poi autorizzata con legge nel 1893. Essa diventò un istituto di diritto pubblico con una legge del 1936 che escluse i privati dalla partecipazione al suo capitale.

Dal Dizionario di Diritto Amministrativo (Guarino, 1978) si legge che la Banca d’Italia ha “il compito di regolare la circolazione monetaria ed il fabbisogno creditizio dell’economia nazionale. Nell’esercizio di tale funzione la Banca persegue il fine di salvaguardare la stabilità del potere d’acquisto della moneta, in modo che siano assicurati, entro i limiti della compatibilità delle diverse esigenze, un elevato livello di occupazione ed un adeguato saggio di sviluppo del reddito nazionale. Inoltre, alla Banca sono attribuiti compiti generali di direzione e vigilanza sul sistema bancario e creditizio. […] L’estensione che ha raggiunto l’intervento dello Stato in campo economico e sociale ha determinato un’incidenza sempre maggiore del Tesoro volta a reperire i mezzi finanziari necessari a colmare il deficit tra le entrate e le spese dello Stato”.

Il d.lgs 10 marzo 1998 n. 43 sottrasse la Banca d’Italia dalla gestione da parte del governo italiano, sancendo l’appartenenza della stessa al sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Da questa data quindi la quantità di moneta circolante viene decisa in autonomia dalla Banca centrale. Solo nel 2005, il governatore Antonio Fazio, decise di rendere note ufficialmente le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia: il 94,33% di proprietà di banche e assicurazioni private, e il 5,66% di enti pubblici (INPS e INAIL).

Il 13 giugno 1999 il Senato della Repubblica, nel corso della XIII Legislatura discusse il disegno di legge n. 4083 “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia”. Tale disegno di legge prevedeva di far acquisire dallo Stato tutte le azioni dell’istituto, ma non venne mai approvato.

Il 19 dicembre 2005, dopo intense campagne di stampa e critiche al suo operato nell’ambito dello scandalo di “Bancopoli”, il governatore Antonio Fazio si dimise. Pochi giorni dopo, fu nominato al suo posto Mario Draghi, che si insediò il 16 gennaio 2006.

Lo Statuto della Banca d’Italia fu modificato con il D.P.R. del 12 dicembre 2006, firmato dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che abrogò il vincolo del controllo pubblico sulla Banca d’Italia, e sui soggetti che possono possedere delle quote, la cui titolarità resta disciplinata dalla legge. Tuttavia, non sono in vigore norme che disciplinano i soggetti ammessi alla partecipazione del capitale della Banca d’Italia.

GERMANIA

La Deutsches Bundesbank è la banca centrale dello Stato federale della Germania. La storia delle due Guerre Mondiali ha notevolmente influito sulla struttura e sugli obiettivi della Bundesbank che fu creata nel 1957, in sostituzione della Banca degli Stati Tedeschi (1948) che a sua volta aveva sostituito la banca statale della Germania (Reichsbank) dichiarata fallita. Il modello della Bundesbank fu mutuato da quello della Federal Reserve statunitense e le fu attribuita un’assoluta indipendenza dallo Stato tedesco. Infatti, nel 2012 gli azionisti della Banca erano per il 75% investitori istituzionali (banche) e per il 25% privati. Diversamente dalla FED, lo statuto della Banca prevede che non è prestatore di ultima istanza, non è responsabile per il mantenimento della stabilità finanziaria, e non può prestare credito al settore pubblico. Dal 2001, le funzioni di politica monetaria sono state cedute alla Banca Centrale Europea (BCE). Invece, la Banca mantiene la responsabilità di supervisore del sistema bancario e del rispetto dei limiti della massa monetaria rispetto alle riserve (in chiave anti inflattiva).

BANCA CENTRALE EUROPEA

La Banca Centrale Europea (BCE) è stata istituita in base al Trattato sull’Unione europea e allo “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”, il 1º giugno 1998. Essa ha iniziato ad essere funzionale dal 1º gennaio 1999, quando tutte le funzioni di politica monetaria e del tasso di cambio delle allora undici banche centrali nazionali sono state trasferite alla BCE. Nella stessa data sono stati sanciti irrevocabilmente i tassi di conversione delle monete nazionali rispetto all’euro. Inoltre, ai sensi del diritto pubblico internazionale, la Banca ha propria personalità giuridica autonoma.
Scopo principale della BCE è quello di mantenere sotto controllo l’andamento dei prezzi mantenendo il potere d’acquisto nell’area dell’euro. La BCE esercita, infatti, il controllo dell’inflazione nell’”area dell’euro” badando a contenere, tramite opportune politiche monetarie (controllando la base monetaria o fissando i tassi di interesse a breve), il tasso di inflazione di medio periodo a un livello inferiore (ma tuttavia prossimo) al 2%.
Un ruolo analogo di contenimento dell’inflazione è svolto negli USA dalla Federal Reserve che però, a differenza della BCE, deve contemporaneamente perseguire l’obiettivo politico del pieno impiego.
La BCE non è prestatore di ultima istanza. Tuttavia, dopo le crisi dell’eurozona, dal 2010 la BCE ha modificato il suo orientamento attraverso un complesso sistema che le permette di intervenire con operazioni sul mercato secondario obbligazionario dei titoli emessi dai paesi membri. Tuttavia, sia la complessità che gli oneri di tale sistema non hanno incontrato il favore dei paesi in difficoltà.
L’azionariato della BCE è composto per quote delle banche centrali della zona euro (i primi tre paesi senza deroga sono: Germania 18.9%; Francia 14.2%; Italia 12.5%) e da alcune banche centrali di paesi ‘con deroga’ non aderenti all’euro, tra cui il Regno Unito con il 14.5%. Il capitale interamente versato costituisce la riserva di cambio per un valore di 40 miliardi di euro, ripartito al 15% in oro e all’85% in Yen e dollari americani.

REGNO UNITO

A titolo di esempio, vale la pena richiamare che, diversamente dall’Italia, la Banca d’Inghilterra (BoE) è la banca centrale del governo britannico. Costituita nel 1646 come banca privata fu nazionalizzata nel 1946 e dal 1998 è un ente pubblico indipendente la cui proprietà è interamente posseduta dal Ministero del Tesoro britannico rappresentato dal Treasury Solicitor. Tra le responsabilità della BoE figurano il mantenimento della stabilità dei prezzi e il sostegno alle politiche economiche del governo, che sono orientate alla promozione della crescita economica. Quindi la BoE può agire in qualità di prestatore di ultima istanza, cioè può intervenire con operazioni sul mercato primario e secondario dei titoli obbligazionari del Regno Unito, privati e pubblici.

STATI UNITI D’AMERICA

La Federal Reserve (FED) degli USA fu creata dal Congresso nel 1913 per mettere fine al disordine monetario che derivava dalle emissioni di valuta dei vari Stati membri. Gli obiettivi che il Congresso attribuì alla FED sono tutt’ora in vigore: massimo impiego; stabilità dei prezzi; tassi di interesse moderati sul lungo termine. Sebbene la FED si consideri una banca centrale indipendente, la nomina del suo presidente e vicepresidente spetta al presidente degli USA e deve essere confermata dal Senato. Da un lato la FED ha la prerogativa della politica monetaria, ma dall’altro il Dipartimento del Tesoro dell’amministrazione USA ha ancora la prerogativa del conio, ovvero può decidere sulla massa di moneta circolante. La FED può agire in qualità di prestatore di ultima istanza, cioè può intervenire con operazioni sul mercato primario e secondario dei titoli obbligazionari americani, privati e pubblici. Nonostante il nome, la FED è una società interamente privata che è posseduta da banche e consorzi bancari statunitensi, ma anche britannici e israeliani.

1514.- MA CHE FASCISMO E ANTIFASCISMO! QUESTA È UNA DITTATURA.

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Chi ha preso la gestione della Nazione vuole trasformare la campagna elettorale e la butta in caciara, rispolverando fascismo, antifascismo e comunismo, politicamente defunti; ma, peggio, incentiva un’altra guerra fratricida fra gli ignoranti e per seppellire ogni rigurgito d’italianità, ci ha invaso con milioni di barbari, che, dall’Italia degli italiani, vogliono solo il sangue e il sudore dei vivi, che cantano e ballano sul Sacrario dei Caduti. Vedo politici che non hanno mai, dico mai lavorato e poco hanno studiato, arricchirsi, mentre, sempre più poveri, ci avviciniamo al Natale.
Questi necrofori del popolo sviano la nostra attenzione ed eseguono la volontà dei loro padroni stranieri, invocando la perdita della nostra cittadinanza, ceduta insieme alla identità di valori della gente italica, sempre più vilipesi.
Hanno infiltrato e impostato la sinistra politica e sindacale per stroncare, poi, la destra con l’epiteto di fascista.
Non c’è destra e non c’è sinistra. C’è la dignità dei lavoratori: la Libertà; lavoratori privati del Lavoro e dello Stato sociale in nome di una falsa integrazione europea: falsa perché i salari, il welfare, l’assistenza ai poveri, quelli dei greci e presto anche degli italiani, non sono per niente quelli dei tedeschi.
L’architettura della Repubblica è fondata sul LAVORO e voleva essere fondata sulla PARTECIPAZIONE! Parliamo, perciò, dei LAVORATORI. Questa campagna elettorale è falsa perché la sua legge elettorale sarà dichiarata incostituzionale, ma dopo aver eletto un altro Parlamento illegittimo di gente scelta dai partiti del potere, che obbedirà al potere e non a noi elettori. Quindi, eleggerà altri presidenti e giudici illegittimi.
Questa non deve essere un’altra guerra politica fra antifascisti, comunisti e fascisti, come nel 1920 e dopo, negli anni 1943-1948. Mancano tutti i presupposti. Non ci sono le bande di assassini rossi o neri. Non ci sono giovani, nati durante il fascismo, difensori di quello Stato sociale che crebbe durante la dittatura, perché negli anni ’60 abbiamo fatto di meglio. Ma per poco! Una analogia, però, con quegli anni, c’è . I 2/3 dei partigiani erano rossi e volevano un’altra dittatura, rossa, ma dittatura. Oggi, quelli che si spacciano per partigiani accettano la dittatura di Bruxelles. Sono, INVECE, tutti rossi, ma, col cavolo che verrebbero con me in montagna a difendere la loro Repubblica! Stanno al caldo nelle loro case, riscuotono 4 milioni di contributi, fanno cene e cantano “Bella ciao”, i più furbi pensando alla greppia della politica.
Anche se non ha senso parlare di antifascismo e, poi, sposare una dittatura, siamo rimasti, sostanzialmente, a quegli anni, con una parte, senza né capo né coda, che chiede Libertà e una che vota, compatta, per una dittatura, ancora una volta filo tedesca, ma europea di nome, finanziaria di fatto. Chi paga è il popolo,la Nazione Italia invasa, spogliata e distrutta per la seconda e ultima volta dallo straniero.
Come sempre accade in queste sconfitte, c’è chi si vende e si ammanta del potere, si avvantaggia e si arricchisce con la fame degli altri.
Bando alla violenza e bandite i falsi!

1477.- ANCORA UN BREVE COMMENTO SUL REFERENDUM LOMBARDO-VENETO

 

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La Royal Navy attese e protesse lo sbarco dei Mille contro le navi napoletane di Acton.

di Luigi Copertino
Con il referendum tenutosi in Lombardia e Veneto sono venuti al pettine i nodi del Risorgimento. Non so se si possa parlare di eterogenesi dei fini o di nemesi storica, anche perché bisognerebbe prima mettersi d’accordo sul fatto se la storia è guidata o meno dall’astuzia che ad essa imputava, mediante la ragione, Hegel. Resta tuttavia l’evidenza che una unità nazionale realizzata contro le identità storiche delle varie parti della Penisola e, soprattutto, contro la fede cattolica che accomunava tutti gli italiani, non ha mai consentito una vera nascita dell’Italia e di un comune sentimento nazionale fortemente condiviso, salvo forse l’ambito calcistico. Sotto il profilo storico, il brigantaggio meridionale antiunitario e la resistenza popolare anti-sabauda negli Stati preunitari sono lì a dimostrarlo, come aveva capito Antonio Gramsci.

Probabilmente la via unitaria più adeguata per l’Italia era quella confederale suggerita da Rosmini e Gioberti, sul versante cattolico, e da Cattaneo e Balbo, sul versante laico. Non dimentichiamoci che i milanesi delle note “5 giornate”, nel 1848, guardavano come fumo negli occhi l’ingerenza sabauda nelle vicende della città. Fu invece seguita, per l’evidente appoggio di potenze straniere ossia Francia ed Inghilterra – a disdetta di ogni retorica risorgimentale, l’unità italiana è stata nient’altro che un capitolo della storia dell’imperialismo anglo-francese – interessate a mettere in difficoltà l’Austria, la via giacobina e centralista sotto la guida di una dinastia, la Sabauda, che aveva messo al governo la massoneria liberale. Creando oltretutto i presupposti di una guerra di religione tra una élite iniziatica, che mirava all’abbattimento non tanto dello Stato pontificio quanto piuttosto della Chiesa Cattolica per realizzare in Italia una “riforma protestante”, e la gran massa del popolo fedele alla fede cattolica ed alle tradizioni secolari di una pietà religiosa che significava anche fonte di sopravvivenza per i ceti più poveri.

C’è stato, in fondo, ed è inutile negarlo, un solo momento della storia unitaria nel quale gli italiani si sono sentiti veramente italiani ed orgogliosi di esserlo e fu durante il ventennio fascista. La nazionalizzazione delle masse, in quegli anni, funzionò per davvero, benché in un’ottica di dinamica politica autoritaria. E se è vero che la nazionalizzazione fascista si poneva in continuità con quella inutilmente tentata, soprattutto attraverso la scuola e l’esercito di leva, dai governi liberali post-unitari, la differenza tra le precedenti esperienze sabaude e quella fascista stava in due cose: l’integrazione, secondo una politica di nazionalismo sociale, delle classi popolari le quali in precedenza, nel regime liberal-borghese risorgimentale, erano escluse da qualunque partecipazione politica e, soprattutto, la Conciliazione con la Chiesa cattolica che consentì agli italiani di superare il divario, imposto da Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi, tra fede e appartenenza nazionale.

Ma, poi, arrivò la tragedia dell’ 8 settembre che, come ci hanno spiegato Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia, ha significato la morte della Patria. L’indipendentismo siciliano, nel 1943-48, dimostrò subito, banditismo a parte, che i nodi risorgimentali non erano affatto stati sciolti. La diffidenza con la quale gli immigrati meridionali, durante gli anni del boom economico, venivano accolti nel Nord era un altro segno della irrisolta questione nazionale. Se, tuttavia, è certo che tutti gli sforzi messi in atto per colmare il divario Nord-Sud sono andati progressivamente fallendo, è altrettanto certo che il Nord, che oggi vive di pulsioni autonomiste ed indipendentiste, ha goduto per primo ed in misura superiore al meridione dei vantaggi della politica interventista e dirigista, eredità del fascismo, praticata nell’Italia del decollo industriale ed economico negli anni ’50, ’60 e ’70, le cui basi erano già state poste nel decennio che precedette il secondo conflitto mondiale. L’Eni di Enrico Mattei fu lo sviluppo dell’Agip fascista, l’IRI era stato istituito negli anni ’30 da Alberto Beneduce con il pieno appoggio di Mussolini dando così inizio all’economia delle partecipazioni statali che modernizzò il nostro Paese, la legislazione bancaria del 1936 aveva posto sotto controllo il credito onde finalizzarlo all’investimento sociale e non alla speculazione ed aveva assegnato alla Banca centrale il ruolo di Istituto finanziatore a basso o nullo interesse del fabbisogno statale (il nostro attuale debito pubblico è schizzato alle stelle a partire del 1981 con l’indipendenza dell’Istituto di Emissione che ha costretto lo Stato a finanziarsi presso i mercati a tassi elevatissimi o a comprimere la spesa pubblica), la politica di collaborazione capitale-lavoro, consacrati in articoli semi-attuati della Costituzione quali il 46 e il 49, continuava, nonostante tutto, in clima democratico l’esperienza corporativista del fascismo.

Senza lo Stato nazionale il Nord non avrebbe avuto le infrastrutture necessarie alla sua sviluppata economia. Senza lo Stato nazionale il conflitto di classe, molto forte nelle zone industrializzate , non avrebbe trovato quelle soluzioni interclassiste, anche queste sulla scia già tracciata dal fascismo, che hanno consentito all’industria di prosperare con evidenti vantaggi – almeno fino a quando il neoliberismo globalizzatore non ha spiazzato l’idea stessa di Stato nazionale e sociale – anche per i ceti operai e piccolo borghesi.

A partire dagli anni ’80 e poi con quello che Diego Fusaro ha giustamente definito il “colpo di Stato” della stagione di Tangentopoli anche l’Italia è stata costretta ad entrare nella globalizzazione. Una parte della sinistra, quella “migliorista”, quella per capirci lib-lab che guardava a Zapatero ed a Blair, oggi a Macron, che cercava le vie per superare lo shock storico del 1989, accettò, senza farsi troppi problemi della sorte dei lavoratori, l’investitura da parte del capitale transnazionale della guida del processo di mondializzazione dell’Italia. In quel contesto Berlusconi rappresentò un disturbo che però alla fin dei conti si è rivelato inconsistente e non solo per l’inabilità del personaggio ma anche perché Berlusconi ragionava, e ragiona, da imprenditore e non da statista e quindi non ha capito nulla di quanto stava accadendo in termini di smantellamento globale dell’Italia del novecento.

Approfittando della rabbia popolare contro i corrotti partiti della prima repubblica, che però erano comunque espressione di una democrazia popolare e non elitaria come quella anglosassone. Nel 1981, come si è già detto, era stata resa indipendente la Banca centrale facendo aumentare la spesa per interessi sul debito pubblico che, per questa causa, crebbe a dismisura in quanto i governi non se la sentirono di tagliare la spesa pubblica, ed in particolare quella sociale (scuola e sanità, innanzitutto) come la separazione tra Stato e Banca centrale avrebbe richiesto. Nel 1992 sul Britannia si programmò la svendita del nostro patrimonio pubblico mettendo fine all’esperienza dell’IRI.. Si passò, così, a smantellare il Welfare ed a precarizzare il lavoro ossia a praticare politiche economiche dal solo lato dell’offerta, che significa politiche vantaggiose solo al capitale ed in particolare al capitale finanziario, favorendo le liberalizzazioni e la mobilità transnazionale dei capitali.

La retorica neoliberista affermava che in tal modo si sarebbe diminuita su scala mondiale la povertà, ma in realtà mentre essa andava aumentando in tutto il pianeta innescando i conflitti internazionali oggi in atto, perché a far profitti fu solo la finanza apolide e socialmente oltre che nazionalmente irresponsabile, da noi, quale conseguenza delle delocalizzazioni industriali, restò un’alta disoccupazione con ritorno alla lotta di classe. Solo che a vincerla la nuova lotta di classe è stato il capitale grazie al fatto che esso, distrutto lo Stato nazionale, si è unito globalmente, cementando i propri interessi, mentre il lavoro è rimasto, per ovvio dato naturale trattandosi di uomini e famiglie radicate sul territorio, suddiviso per nazioni. I populismi sono ora la risposta dei ceti popolari al capitale transnazionale. Una risposta che, checché ne dicano nella sinistra mondialista che ancora guarda marxisticamente all’unità mondiale dei lavoratori, è molto più realistica di quanto si pensi perché considera e non elimina il dato naturale e storico della nazione.

Quale nazione? La domanda è, a questo punto, pertinente perché la globalizzazione ha riportato in auge le “piccole patrie”, le heimat, dalla Catalogna alla Scozia, dal Lombardo-Veneto alla Vallonia o alla Bretagna. Lo Stato nazionale era, per certi versi, una costruzione che si è imposta, storicamente, contro le due Autorità universali della Cristianità, Chiesa ed Impero, e contro le identità locali, appunto le heimat, senza però eclissarle mai del tutto. La risorgenza delle piccole patrie, però, se da un lato appare come una “vendetta della storia” contro lo Stato nazionale, centralista e giacobino, dall’altro lato è molto di più l’epifenomeno della globalizzazione che si va imponendo, per superare l’ostacolo degli Stati nazione, come “glocalismo”. Le rivendicazioni di autonomia o di indipendenza delle heimat giocano – dispiace dirlo ma oggettivamente è così – tutte a favore dei processi economici globalizzanti perché la frammentazione fa venir meno i protezionismi, o quel che di essi rimane, anche il protezionismo sociale, e incentiva il liberismo di mercato.

E’ solo una pia illusione – anche se è una illusione capace di irretire il meglio del cosiddetto “antagonismo anticapitalista di destra” – quella dei cattolici tradizionalisti o dei neo-guelfi e dei neo-ghibellini di essere alla soglia di un “neo-medioevo” che dovrebbe restituirci la Cristianità universalmente unita nel pluralismo comunitario localista. Nulla di tutto questo sta avanzando ma, al contrario, l’esito ultimo della globalizzazione quale nuovo universalismo rovesciato nella predominanza dell’Economico – ed in particolare della finanza trans-nazionale – sul Politico e sul Santo/Sacro. Un universalismo post ed anti-cristiano che scimmiotta, e non è un caso, l’Universalismo romano-cristiano pre-moderno. Tutta l’ampia e diffusa letteratura – si pensi ad un testo come “La vittoria della ragione” di Rodney Stark – che cerca di far passare l’idea che il medioevo era ricco e felice perché era assente lo Stato nazionale non solo risulta essere una ricostruzione storica fondamentalmente viziata da un presupposto ideologico di tipo conservatore-liberale ma, soprattutto, contribuisce ad inculcare la fasulla convinzione che abbattendo gli Stati e liberalizzando i capitali si otterranno di nuovo le concrete “libertates” tradizionali. Molti allocchi, tra i cattolici tradizionalisti o sedicenti tali, hanno abboccato a tale esegesi accettando il ruolo degli utili idioti della globalizzazione “anti-cristica”. La non curanza dei problemi tecnici connessi al funzionamento dell’economia moderna costringe neo-guelfi, neo-ghibellini e tradizionalisti vari ad andare a rimorchio di chi davvero gestisce e programma la globalizzazione, ossia dei i vari Monet, Attali, Soros e compagnia bella.

Quando i catalani, gli scozzesi ed i lombardo-veneti otterranno l’indipendenza capiranno che senza sovranità monetaria, ossia con una moneta controllata da un organismo sovranazionale e politicamente irresponsabile, anzi responsabile solo verso la nazione egemone in Europa ossia la Germania, e senza la sovranità militare, ossia dipendendo da un esercito “di occupazione” inserito nella Nato, non c’è affatto sovranità. Alla fine, nonostante gli starnazzi dei valligiani bergamaschi o pirenaici, tutto si risolverà in una mera autonomia o indipedenza fiscale che devolverà le tasse non sul territorio, come si illudono autonomisti ed indipendentisti, ma direttamente, ovvero senza più passare per lo Stato centrale,a compensazione degli interessi sul debito pubblico, o sulla porzione di competenza locale del debito pubblico nazionale che chi vuole l’autonomia fiscale deve per equità e giustizia accollarsi, versati ai mercati finanziari trans-nazionali. Capiranno i lombardo-veneti ed i catalani che le loro heimat resteranno schiacciate ancor di più tra la potenza economica tedesca, o americana o cinese, della quale saranno maggiormente vassalle, e la potenza globale del capitale trans-nazionale libero di attraversare le loro frontiere come e quando gli aggrada per lucrarvi i propri profitti e lasciare quei territori quando la vacca è stata del tutto dissanguata. Allora, e solo allora, capiranno che se Roma o Madrid o Parigi erano “ladrone”, la City, Wall Street, Bruxelles, Francoforte ed il FMI sono padroni molto più dispotici.

Luigi Copertino

1476.- Yves Mény: ”Il populismo è inadeguato alla società di oggi”

Per il politologo però i movimenti di protesta avranno vita lunga, anche perché l’Europa ha un problema: non ha un’identità a sorreggerla. Prevale, dunque, la frammentazione e la liquidità dell’offerta politica. Finché non si viene messi alla prova del governo. Così dice Alessandro Franzi.

 


Per chi studia il fenomeno del populismo senza farsi distrarre dai colpi della cronaca di giornata, il libro di Yves Mény, politologo e presidente della scuola superiore Sant’Anna, è un punto di riferimento d’obbligo. Si intitola Populismo e democrazia, lo ha scritto con Yves Surel ormai quindici anni fa, ma è ancora freschissimo nella sua analisi. Il populismo è una parola che, di anno in anno, si è moltiplicata nel discorso pubblico in Occidente. Soprattutto in Europa, dove si è appena concluso un ciclo di un anno e mezzo di elezioni e referendum che ha rimesso in discussione le certezze della democrazia rappresentativa e del sistema dei partiti tradizionali. Ma che cosa è rimasto, di questa ondata di protesta che l’etichetta populista ha dapprima segnalato e, poi, offuscato? “La politica europea è diventata liquida, stiamo vivendo un periodo di grande instabilità e di grande redistribuzione delle carte”, risponde il professor Mény a Linkiesta. “Ma – aggiunge – non sarei troppo pessimista, gli elettori si sono accorti che le risposte semplicistiche non bastano a risolvere i problemi”. In Austria, la destra nazionalista è però a un passo dal ritorno al Governo con la destra moderata che si è, invece, radicalizzata sull’immigrazione, il rapporto con l’Islam, la sovranità economica.

Professore, insomma, dopo il voto in Austria e la loro cospicua presenza elettorale in diversi Paesi anche importanti, siamo di fronte alla normalizzazione dei movimenti populisti in Europa?
No, nel senso che probabilmente vedremo i partiti della destra populista partecipare al governo in Austria e anche in alcuni Paesi scandinavi, sempre come partner di minoranza. Ma certo quello non è il loro ruolo naturale. I partiti populisti fanno fatica a entrare nelle istituzioni. E quando capita hanno di fronte due opzioni: fallire o entrare nella corrente politica mainstream. Quando arrivano al potere, è dunque difficile che sopravvivano senza cambiare.

Come possiamo leggere il quadro europeo, da questo punto di vista?
Credo che la situazione politica europea sia liquida. Più o meno in ogni Paese c’è un partito populista che ottiene consensi. Il fatto è che stiamo vivendo un periodo di grande instabilità e di grande redistribuzione delle carte, ma non sarei troppo pessimista, anche se il populismo non è l’unico elemento in gioco.

E con quali altri elementi si può combinare?
I partiti populisti si possono legare a manifestazioni di autoritarismo, per esempio. Di recente si sono collocati quasi tutti nella fascia della destra radicale, anche se in generale raccolgono voti in tutte le aree politiche. Che sposino la destra radicale non è positivo, perché in passato abbiamo vissuto gli effetti che queste tendenze hanno avuto sulla democrazia.

Perché, dunque, non è pessimista?
Perché per il momento è emerso che il discorso populista, con le sue risposte semplicistiche, si è rivelato incompatibile con la complessità della società e dei suoi problemi. Gli elettori se ne sono accorti. Penso che il momento emblematico, in questo senso, sia stato il discorso di Marine Le Pen all’ultimo dibattito televisivo con Emmanuel Macron, prima del ballottaggio delle presidenziali francesi. La Le Pen è apparsa incompetente e ha preso uno schiaffo da quegli elettori che l’avrebbero voluta votare anche senza condividerne tutte le idee.

Un elemento chiave è stata la vittoria di Macron in Francia, non solo perché ha battuto una candidata estremista come la Le Pen ma soprattutto per un altro motivo. Macron è infatti riuscito ad affrontare frontalmente il problema, non rincorrendo l’avversario ma offrendo una proposta radicalmente opposta

Dal voto delle presidenziali austriache, passando per il referendum sulla Brexit per arrivare al voto in Germania, è stato un anno e mezzo di elezioni particolarmente imprevedibili in Europa. Che cosa è cambiato, a conti fatti?
Le rispondo che il contributo più decisivo che i partiti populisti hanno dato non è stato nell’accesso a posizioni di potere, appunto, ma nell’imporre quella che si chiama l’agenda politica. In questo, hanno avuto sicuramente successo. I partiti populisti sono stati bravi a impadronirsi dei temi caldi e difficili che gli altri partiti, quelli tradizionali, non sono in grado di gestire. Però poi si è rivelato difficile anche per loro passare all’azione. Lo vediamo con Donald Trump: è arrivato alla presidenza americana, ma la sua filosofia resta bloccata nei 240 caratteri di un tweet. Siamo, insomma, al grado zero della politica.

Ecco, Trump: ha consolidato o viceversa indebolito le forze populiste in Europa, una volta che è entrato alla Casa Bianca e ha dovuto passare all’azione?
Diciamo che gli Stati Uniti sono un Paese importante e giocano un ruolo decisivo. Ma sono anche lontani. Trump si è, dunque, rivelato un elemento di indebolimento, ma lo sono stati anche altri fattori più importanti e vicini. Il primo è sicuramente la Brexit, che doveva essere una marcia di liberazione ed è diventata invece una via crucis. Il secondo elemento chiave è stata la vittoria di Macron in Francia, non solo perché ha battuto una candidata estremista come la Le Pen ma soprattutto per un altro motivo. Macron è infatti riuscito ad affrontare frontalmente il problema, non rincorrendo l’avversario ma offrendo una proposta radicalmente opposta.

Una differenza non da poco, viste altre esperienze…
Sì, i partiti tradizionali troppe volte hanno cercato compromessi con quelli populisti. Invece il contributo di Macron è stato questo: ha segnalato che i populisti non sono invincibili. Detto questo, beninteso, non sono stati nemmeno sconfitti. Avremo a che fare per molto tempo con forme di agitazione, di protesta, di mobilitazione politica alternativa. A destra, ma anche in situazioni meno estreme come in Spagna con Podemos. E poi ci sono le mobilitazioni territoriali, come quelle in Catalogna o in Scozia. Ecco perché parlo di liquefazione del sistema politico europeo.

Alle elezioni Europee del 2014 era proprio l’Unione Europea il nemico dei populisti, che ne profetizzavano una rapida dissoluzione. Ora questo tema è secondario rispetto a quello dell’immigrazione. Ma l’Ue, secondo lei, come uscirà trasformata da questa liquefazione politica di cui parla?
Sicuramente l’Unione Europea dovrà trasformarsi. Come lo farà, non si sa ancora. Anche perché il problema più serio che l’Europa deve affrontare è quello dell’identità. Dietro alla protesta, ai populismi, alla liquefazione politica c’è una ricerca di identificazione culturale e anche territoriale che l’Europa ideologicamente non sta soddisfacendo. E visto che questo sostegno ideologico manca, prendono importanza le religioni, i networks transnazionali, le identità territoriali, la nostalgia del piccolo e del passato. Quindi, le fonti di frammentazione oggi sono parecchie e sono forti, senza che si vedano all’orizzonte nuove capacità di aggregazione come quelle che riuscivano ad assicurare i partiti politici tradizionali.

Alla fine, quali partiti populisti sono destinati, secondo lei, a rimanerre sulla scena?
I populismi che riescono a sopravvivere sono quelli che a poco a poco riescono appunto ad adeguarsi al quadro politico in cui sono inseriti, come dicevamo all’inizio. Per parlare del caso italiano, dico che sopravvivono i populismi come quello di Forza Italia delle origini, un partito che è riuscito a conquistare un’esperienza di governo, così come ha fatto la Lega Nord, che non è più quella di una volta. Vedo anche un’evoulzione del Movimento 5 Stelle, che finalmente ha scelto un leader diverso dal fantasma ufficiale che è Beppe Grillo. Ci può insomma essere un’evoluzione, e qualcosa si sta vedendo. Che poi queste proposte politiche siano efficaci una volta arrivate al governo, è tutto da vedere. Ma se forze come i 5 Stelle andranno finalmente al potere significherà che il sistema sta iniziando a digerire anche le espressioni politiche più radicali. Se invece i 5 Stelle o altri partiti simili in Europa non riusciranno mai ad andare al Governo, significa che hanno fallito.

1475.- Autonomia alle regioni? Ecco perché sarebbe un disastro

Un conto è votare per una maggiore autonomia, un altro conto è profittare del buon risultato per chiedere lo statuto speciale, impossibile a ottenersi e senz’altro da non condividersi. Sempre più evidente la strumentalità del referendum a fini elettorali personali di Zaia. Sempre più svanisce la speranza di una resurrezione della politica alle prossime elezioni. Leggiamo le riflessioni di Flavia Perina.

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Le 23 competenze rivendicate sembrano eccedere di parecchio le capacità fin qui dimostrate dagli enti Regione. Prima di Zaia il Veneto ha avuto cinque governatori su cinque condannati. Cavalcavia che crollano, superstrade inutili. Le Regioni sono riuscite a mandare in perdita pure i casinò

25 Ottobre 2017 

“Il professor Miglio si rivolterebbe nella tomba”, dice Massimo Cacciari commentando la pretesa veneta di farsi Regione a statuto speciale ma soprattutto l’appiattimento del grande tema dell’autonomia sulla contabilità fiscale, sul ragionierismo del dare-avere, sull’idea che “padroni a casa propria” non sia uno slogan ma un programma da intendersi in senso letterale: tutti i soldi, tutte le competenze, e voi non ficcate più il naso nei nostri affari. Anche perché queste rivendicate 23 competenze sembrano eccedere di parecchio le capacità fin qui dimostrate dagli enti Regione, tutti, senza eccezione alcuna.

Le Regioni italiane sono da un ventennio sulla vetta della questione morale italiana. Il Veneto, in particolare, detiene probabilmente un record: prima di Luca Zaia, quattro presidenti eletti su quattro coinvolti in scandali, anzi 5 su 5 poiché anche il primo (Angelo Tomelleri) incappò in un’inchiesta giudiziaria e si autosospese per un anno salvo poi essere assolto. Fuori elenco solo i tre che si alternarono in una caotica successione fra il ’92 e il ’95, e che forse, visto la brevissima durata dei loro mandati, non ebbero neanche il tempo di mettersi nei guai. Mica solo loro, per carità. Per ogni calabrese che si paga il Gratta e Vinci con i soldi pubblici c’è un lombardo che se ne va in ferie sullo yacht dell’amico con clinica privata, per ogni Batman col fuoristrada a spese dello Stato c’è un Celeste che scambia favoroni con favoretti. Gli scandali fanno coppia con una conclamata inefficienza gestionale: passino i trasporti, passino gli ospedali con le cimici, passino i cavalcavia che crollano o le superstrade che non servono a niente, ma le Regioni italiane sono riuscite a mandare in perdita persino i Casinò, che fanno utile in ogni luogo del mondo.

Di questa incompetenza lo Stato centrale paga i conti ogni mese. Le mancate bonifiche sul territorio sono alluvioni, e danni da risarcire e sopportare. Le mancate messe a norma degli edifici sono terremoti catastrofici, e altri danni da risarcire e sopportare. Le mancate manutenzioni dei bacini idrici sono siccità, e ancora danni, ancora risarcimenti. I contabili del regionalismo, nel conto del dare/avere, dovrebbero metterci anche questo. E spiegarci poi come dovrebbe funzionare la cosa una volta che si saranno impadroniti delle 23 competenze 23 che rivendicano.

Di questa incompetenza lo Stato centrale paga i conti ogni mese. Le mancate bonifiche sul territorio sono alluvioni, e danni da risarcire e sopportare. Le mancate messe a norma degli edifici sono terremoti catastrofici, e altri danni da risarcire e sopportare. Le mancate manutenzioni dei bacini idrici sono siccità, e ancora danni, ancora risarcimenti. Ci siamo svenati per tenere in piedi le famose “banche del territorio”, a cui le Regioni – tutte – tenevano moltissimo e trattavano come fiore all’occhiello, difendendole ogni volta che si alzava un sopracciglio. Ci sveniamo per pagare i forestali che hanno assunto per farsi votare. Ci sveneremo a vita per sostenere le loro idee balzane sul futuro, tipo il voto elettronico in Lombardia, peraltro adottato con l’entusiasta sostegno delle opposizioni, M5S compreso.

I contabili del regionalismo, nel conto del dare/avere, dovrebbero metterci anche questo. E spiegarci poi come dovrebbe funzionare la cosa una volta che si saranno impadroniti delle 23 competenze 23 che rivendicano. Tra di esse ci sono, ad esempio, «i rapporti internazionali e con l’Unione europea»: nel caso facessero casino violando un embargo, rifiutando una direttiva o altro, le multe chi le paga? Lo Stato? E quando avranno conquistato «porti, aeroporti, grandi reti di trasporto e di navigazione», gli eventuali errori dei cugini nominati manager, li scaliamo dalle loro diarie? Per non dire delle altre cose che completano l’elenco, che amplificano fino al disastro le possibili conseguenze dell’approssimazione regionale: la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia; la previdenza complementare e integrativa; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le casse di risparmio, le casse rurali, gli enti di credito fondiario.

Dare corda alle rivendicazioni di questo tipo di regionalismo è da matti. E bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza cedimenti all’idea del “tanto poi si stufano, è solo campagna elettorale” e senza concessioni all’idea di imbastire tavoli e tavolini per lasciarli sfogare. L’attuale assetto delle Regioni non può reggere un trasferimento di competenze ne’ su grande ne’ su piccola scala. E la pretesa di costruire l’autonomia, lo Stato federale, con la logica dei conti della serva – novanta a me, dieci a te – che tra l’altro somigliano alla spartizione di un bottino, è da respingere al mittente subito, senza mezze misure.

1472.- Partito Dementi, ma il voto c’è stato.

guglielmo donnini, martedì 24/10/2017

di Marco Travaglio

Quando tre cittadini veneti e due lombardi su cinque vanno a votare in un referendum consultivo non si può far finta di niente. E serve a poco discettare sull’inutilità pratica di una consultazione che poteva essere sostituita, a costo zero, da un voto del Consiglio regionale per chiamare – come fa l’Emilia Romagna – il governo a trattare sul “regionalismo differenziato” previsto dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Anche le polemiche sui 70 milioni buttati (soprattutto per acquistare i famosi 24 mila tablet, che Maroni chiama comicamente “voting machine” e han creato casini inenarrabili) o sulle false promesse di una rivoluzione fiscale che non era né poteva essere oggetto del referendum, andavano bene fino a domenica mattina. Ora c’è un grosso fatto politico da interpretare. Non solo nella Lega, con la campagna elettorale dei tre galli del suo pollaio (Zaia, Maroni e Salvini). Ma anche negli altri partiti: i 5 milioni di votanti non sono solo della Lega e del centrodestra, ma trasversali. Anche i 5Stelle erano favorevoli (in Lombardia i loro consiglieri hanno persino redatto il quesito smussando le asprezze secessioniste di quello leghista), così come un bel numero di amministratori del Pd, che invece da Roma invitava all’astensione. Ma non, come le sinistre, per contestare il referendum; bensì per non prendere posizione, avendone come al solito una mezza dozzina.

Così ora il centrodestra può andare all’incasso e spacciarsi per un monolite compatto (e non lo è: B. è saltato sul Carroccio del vincitore solo alla vigilia delle urne, la Meloni era contraria e i confratelli d’Italia nordisti La Russa e Beccalossi favorevoli). I 5Stelle, più al Nord che sotto il Rubicone, possono dire di aver intercettato il malcontento che si è sfogato in quel quesito, anche oltre il suo significato letterale. E chi resta col cerino in mano e il marchio della sconfitta? Il solito Pd, sempre più incapace di interpretare e intercettare i movimenti del Paese e specializzato nel trovarsi sempre dalla parte opposta al popolo. Che ormai coglie ogni occasione per partecipare e manifestare la sua – magari confusa – voglia di cambiare. Intendiamoci: non basta vincere un referendum per avere ragione. È perfettamente legittimo sostenere che il regionalismo differenziato chiesto dalle due maggiori realtà del Nord (fra l’altro approfittando di un’opportunità concessa proprio dal centrosinistra con la riforma del Titolo V della Costituzione datata 2001) sia un errore. Noi, per esempio, ripetiamo da tempo che le autonomie regionali sono miseramente fallite.

È sprofondato in un pozzo nero di sprechi, malaffari, clientele e burocrazie. E la soluzione non è estendere gli statuti speciali o para-speciali alle regioni ordinarie, ma abolire tutte le regioni insieme alle province e immaginare un federalismo su base municipale, costruito intorno all’unica istituzione davvero avvertita dai cittadini come amica e controllabile: il comune. Ma bisognerebbe, appunto, avere qualcosa da dire e poi dirlo. Andare in giro a spiegare il proprio progetto alternativo. Qual è invece la proposta del Pd? Nessuno lo sa, perché non esiste. Infatti il presunto segretario Renzi, così garrulo su tutti i temi che non gli competono (tipo la conferma o meno del governatore di Bankitalia), è riuscito a non dire mai una parola sui referendum del Nord, tenendo il suo trenino ben lontano dalle regioni settentrionali (come pure dalla Sicilia alla vigilia del voto), lasciando che i suoi esternassero in ordine sparso tutto e il contrario di tutto. Il sindaco renziano di Bergamo, Giorgio Gori, autocandidato a governatore regionale, ha votato Sì. Il sindaco pseudorenziano di Milano, Beppe Sala, aveva detto che avrebbe votato Sì e poi s’è inventato un impegno urgente a Parigi per avere la scusa di assecondare gli ultimi desiderata del Nazareno, che parevano inclinare verso l’astensione. In Veneto molti erano per il Sì. Il vicesegretario unico e ministro Maurizio Martina, bergamasco, ha atteso la vigilia delle urne per paventare addirittura una “deriva catalana” (per un referendum consultivo su un passaggio di funzioni previsto dalla Costituzione). La Prova d’orchestra di Fellini, al confronto, era un capolavoro di coerenza.

La verità è che il Pd non ha niente da dire perché non ha nessuno che pensi, rifletta, elabori, discuta. E chi ci prova è un gufo da espellere. Raus. Molto meglio improvvisare, vivere alla giornata, navigare a vista, anzi a svista. Encefalogramma piatto. Negli ultimi vent’anni, nelle sue varie reincarnazioni, il centrosinistra ha cambiato una dozzina di segretari, ma senza mai trovarne uno che riuscisse a parlare credibilmente a due delle regioni più avanzate d’Italia. Infatti ha perso tutte le elezioni, salvo quando ha preso a prestito candidati di centrodestra (tipo Sala). E, dopo ogni scoppola, s’è ritrovato nei salotti televisivi a spiegare (ma a chi?) che la Lega vince perché “radicata nel territorio” e i 5Stelle vincono perché “radicati nelle periferie”. Intanto i papaveri pidini seguitavano a radicarsi nelle terrazze romane, nei Cda delle banche e nei summit di Confindustria. A strillare contro i “populisti” che hanno il brutto vizio di essere popolari. E poi a tentare, trafelati, di recuperare il contatto perduto con la società da Maria De Filippi (lo fece Fassino, lo rifece Renzi travestito da Fonzie) o al Festival di Sanremo (Bersani, tra i fischi). Peggiorando, se possibile, la situazione. La miglior definizione dei dirigenti del Pd la diede, senza volerlo, Carlo Cipolla a proposito di quanti – diversamente dai mascalzoni che danneggiano gli altri per favorire se stessi – riescono a danneggiare sia gli altri sia se stessi. Infatti parlava degli stupidi.

 

1471.- Referendum, vince Zaia, perde Salvini, ma il partito forte resta l’astensionismo.

il-momento-di-fare    ORA O MAI PIÙ

Mentre mi domando: Cosa starà pensando Flavio Tosi dell’avanzata di Zaia, penso a che cosa aspetta Salvini a ricucire la Lega e il Fare. La radice della Lega e quella del Fare sono comuni e la spaccatura è stata voluta dai due leader e solo loro potrebbero ricucirla. Ecco che il referendum-sondaggio di Zaia e per Zaia diventa l’esame di maturità per loro, che si definiscono la terza e la quarta gamba del Centro Destra. Entrambi i due leader  hanno lavorato per il Sì e correttamente, ora, attendono il risultato della Sicilia; ma bisogna dare fiducia e rappresentanza ai tanti elettori che non voteranno Berlusconi o la Meloni e, magari, anche Salvini, affinché non vadano a ingrossare le file dell’astensionismo. Né Berlusconi né Salvini e ancor meno Tosi sono in grado di superare il 15% di consensi. Un gesto di riappacificazione potrebbe richiamare una serie di forze di tutta l’area liberale e aiutare a far superare i limiti dei leader del centrodestra”. 

Leggiamo, intanto le considerazioni di Flavia Perina.

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Sinistra e Cinquestelle sono inesistenti. E’ l’ora della Destra: Ora o mai pià.

Il referendum delle nostre Catalogne in miniatura si conclude come prevedibile: è tornata la “vecchia Lega” del “Padroni A Casa Nostra“. Ma la notizia vera è che sia sinistra che i Cinquestelle hanno rinunciato a qualsiasi forma di lotta sul terreno del Nord.

Dentro il quorum del Veneto, dentro il 40 per cento di affluenza della Lombardia, ci sono anche gli elettori del M5S, del Pd, di FI, ma non importa. Il successo del referendum autonomista è tutto di Luca Zaia e lo strano caso delle nostre Catalogne in miniatura si conclude come prevedibile: con la consegna alla “vecchia Lega” – la Lega della devolution, di Roma Ladrona, di Padroni A Casa Nostra – del monopolio politico su una battaglia che evidentemente continua a scaldare i cuori e in qualche modo offusca le ambizioni nazionali di Matteo Salvini. «Da domani lavorerò perché anche i cittadini delle altre regioni che già me lo hanno chiesto, dalla Puglia al Piemonte, dal Lazio alla Toscana, possano fare la stessa scelta», dice il segretario leghista, cercando di mettere il cappello su una strategia e una vittoria che non è sua. E nella frase c’è la controprova della torsione in corso, giacché è evidente il conflitto di interessi tra le Regioni del Centro-Sud e l’eventuale successo dell’operazione di Zaia, finalizzata, come ha immediatamente dichiarato il Governatore, a “tenersi il 90 per cento le tasse”.

Il referendum del lombardo-veneto è uno strano caso per molti motivi. Il primo è l’assenza di competizione. Tutti i partiti, di governo e di opposione, si sono consegnati al racconto leghista. Solo dieci anni fa il referendum sulla Devolution aveva visto un’aspra battaglia tra il centrodestra a trazione leghista e il mondo progressista. Oggi si è preferito salire in massa sul carro del probabile vincitore. Il fronte del No non esisteva. Il consueto fronte dell’astensione, che su altri quesiti (vedi Trivelle) aveva incendiato il dibattito, si è limitato alle dichiarazioni del ministro Maurizio Martina e qualche battuta di Giorgia Meloni. Persino il M5S, così orgoglioso delle sue battaglie “in solitaria” e così poco disponibile ad accodarsi ad operazioni altrui, è passato sotto le forche caudine del governatore Zaia e si è messo in fila per baciare la pantofola autonomista. Complesso di inferiorità? Resa all’ineluttabile? Più che altro, sembra aver agito il terrore della sconfitta e una strategia politica che consentirà di dire, oggi, a risultati acquisiti: “abbiamo vinto anche noi”.

L’esito più evidente – la rivincita del leghismo Old Style – è anche quello che conterà e avrà conseguenze. La linea Bossi, quella che Matteo Salvini pensava di aver sepellito proprio quest’anno vietando il palco al vecchio padre-padrone, si conferma come la radice ineluttabile e incancellabile del Carroccio, quella che regala più soddisfazioni.

L’asimmetria tra i risultati del Veneto e della Lombardia è il secondo elemento singolare di questa storia. “Quota 40” è più o meno la percentuale con cui è stato eletto Roberto Maroni cinque anni fa, e il fatto che in Lombardia l’affluenza si sia fermata lì, nonostante il robusto appoggio al quesito del Pd Gorgio Gori, marca una sostanziale differenza all’interno delle due enclavi leghiste. Se le istanze autonomiste del Veneto non sono discutibili, quelle della Lombardia risultano quantomeno dubbie e circoscritte all’elettorato che ancora segue le indicazioni dei partiti: il “popolo lombardo” per dirla con la retorica della politica, e specialmente i milanesi (25% di votanti), è rimasto piuttosto indifferente. La mitica Padania non è tutta uguale. E, probabilmente, i molti scandali che hanno scosso la Regione Lombardia dall’era Formigoni in poi hanno vaccinato parte degli elettorati dall’idea che sia opportuno consegnare maggiori margini di autonomia alle classi dirigenti locali.

Ma le analisi di dettaglio in questo momento sono secondarie. L’esito più evidente – la rivincita del leghismo Old Style – è anche quello che conterà e avrà conseguenze. La linea Bossi, quella che Matteo Salvini pensava di aver sepellito proprio quest’anno vietando il palco al vecchio padre-padrone, si conferma come la radice ineluttabile e incancellabile del Carroccio, quella che regala più soddisfazioni. E si porta dietro anche un tipo di relazione con le altre forze del centrodestra, Berlusconi e Forza Italia in primis, del tutto divergenti dalla competizione muscolare avviata dall’attuale segretario, dalle sue sortite pirotecniche e provocatorie, dal suo sgomitare per la primogenitura. I referendum incoronano la Lega di governo, in giacca e cravatta, senza felpe, senza troppa visibilità televisiva. E c’è da immaginare che i suoi promotori, i vecchi colonnelli di Bossi, Zaia e Maroni, aspettino al varco la prova dell’«altra Lega» nelle Regionali siciliane per chiudere il cerchio, e i conti con il loro giovane leader.