Archivi categoria: Politica

1514.- MA CHE FASCISMO E ANTIFASCISMO! QUESTA È UNA DITTATURA.

23722278_2018249495125661_4720325760161017415_n

Chi ha preso la gestione della Nazione vuole trasformare la campagna elettorale e la butta in caciara, rispolverando fascismo, antifascismo e comunismo, politicamente defunti; ma, peggio, incentiva un’altra guerra fratricida fra gli ignoranti e per seppellire ogni rigurgito d’italianità, ci ha invaso con milioni di barbari, che, dall’Italia degli italiani, vogliono solo il sangue e il sudore dei vivi, che cantano e ballano sul Sacrario dei Caduti. Vedo politici che non hanno mai, dico mai lavorato e poco hanno studiato, arricchirsi, mentre, sempre più poveri, ci avviciniamo al Natale.
Questi necrofori del popolo sviano la nostra attenzione ed eseguono la volontà dei loro padroni stranieri, invocando la perdita della nostra cittadinanza, ceduta insieme alla identità di valori della gente italica, sempre più vilipesi.
Hanno infiltrato e impostato la sinistra politica e sindacale per stroncare, poi, la destra con l’epiteto di fascista.
Non c’è destra e non c’è sinistra. C’è la dignità dei lavoratori: la Libertà; lavoratori privati del Lavoro e dello Stato sociale in nome di una falsa integrazione europea: falsa perché i salari, il welfare, l’assistenza ai poveri, quelli dei greci e presto anche degli italiani, non sono per niente quelli dei tedeschi.
L’architettura della Repubblica è fondata sul LAVORO e voleva essere fondata sulla PARTECIPAZIONE! Parliamo, perciò, dei LAVORATORI. Questa campagna elettorale è falsa perché la sua legge elettorale sarà dichiarata incostituzionale, ma dopo aver eletto un altro Parlamento illegittimo di gente scelta dai partiti del potere, che obbedirà al potere e non a noi elettori. Quindi, eleggerà altri presidenti e giudici illegittimi.
Questa non deve essere un’altra guerra politica fra antifascisti, comunisti e fascisti, come nel 1920 e dopo, negli anni 1943-1948. Mancano tutti i presupposti. Non ci sono le bande di assassini rossi o neri. Non ci sono giovani, nati durante il fascismo, difensori di quello Stato sociale che crebbe durante la dittatura, perché negli anni ’60 abbiamo fatto di meglio. Ma per poco! Una analogia, però, con quegli anni, c’è . I 2/3 dei partigiani erano rossi e volevano un’altra dittatura, rossa, ma dittatura. Oggi, quelli che si spacciano per partigiani accettano la dittatura di Bruxelles. Sono, INVECE, tutti rossi, ma, col cavolo che verrebbero con me in montagna a difendere la loro Repubblica! Stanno al caldo nelle loro case, riscuotono 4 milioni di contributi, fanno cene e cantano “Bella ciao”, i più furbi pensando alla greppia della politica.
Anche se non ha senso parlare di antifascismo e, poi, sposare una dittatura, siamo rimasti, sostanzialmente, a quegli anni, con una parte, senza né capo né coda, che chiede Libertà e una che vota, compatta, per una dittatura, ancora una volta filo tedesca, ma europea di nome, finanziaria di fatto. Chi paga è il popolo,la Nazione Italia invasa, spogliata e distrutta per la seconda e ultima volta dallo straniero.
Come sempre accade in queste sconfitte, c’è chi si vende e si ammanta del potere, si avvantaggia e si arricchisce con la fame degli altri.
Bando alla violenza e bandite i falsi!

Annunci

1477.- ANCORA UN BREVE COMMENTO SUL REFERENDUM LOMBARDO-VENETO

 

Lo_sbarco_a_Marsala_-_George_Macaulay_Trevelyan
La Royal Navy attese e protesse lo sbarco dei Mille contro le navi napoletane di Acton.

di Luigi Copertino
Con il referendum tenutosi in Lombardia e Veneto sono venuti al pettine i nodi del Risorgimento. Non so se si possa parlare di eterogenesi dei fini o di nemesi storica, anche perché bisognerebbe prima mettersi d’accordo sul fatto se la storia è guidata o meno dall’astuzia che ad essa imputava, mediante la ragione, Hegel. Resta tuttavia l’evidenza che una unità nazionale realizzata contro le identità storiche delle varie parti della Penisola e, soprattutto, contro la fede cattolica che accomunava tutti gli italiani, non ha mai consentito una vera nascita dell’Italia e di un comune sentimento nazionale fortemente condiviso, salvo forse l’ambito calcistico. Sotto il profilo storico, il brigantaggio meridionale antiunitario e la resistenza popolare anti-sabauda negli Stati preunitari sono lì a dimostrarlo, come aveva capito Antonio Gramsci.

Probabilmente la via unitaria più adeguata per l’Italia era quella confederale suggerita da Rosmini e Gioberti, sul versante cattolico, e da Cattaneo e Balbo, sul versante laico. Non dimentichiamoci che i milanesi delle note “5 giornate”, nel 1848, guardavano come fumo negli occhi l’ingerenza sabauda nelle vicende della città. Fu invece seguita, per l’evidente appoggio di potenze straniere ossia Francia ed Inghilterra – a disdetta di ogni retorica risorgimentale, l’unità italiana è stata nient’altro che un capitolo della storia dell’imperialismo anglo-francese – interessate a mettere in difficoltà l’Austria, la via giacobina e centralista sotto la guida di una dinastia, la Sabauda, che aveva messo al governo la massoneria liberale. Creando oltretutto i presupposti di una guerra di religione tra una élite iniziatica, che mirava all’abbattimento non tanto dello Stato pontificio quanto piuttosto della Chiesa Cattolica per realizzare in Italia una “riforma protestante”, e la gran massa del popolo fedele alla fede cattolica ed alle tradizioni secolari di una pietà religiosa che significava anche fonte di sopravvivenza per i ceti più poveri.

C’è stato, in fondo, ed è inutile negarlo, un solo momento della storia unitaria nel quale gli italiani si sono sentiti veramente italiani ed orgogliosi di esserlo e fu durante il ventennio fascista. La nazionalizzazione delle masse, in quegli anni, funzionò per davvero, benché in un’ottica di dinamica politica autoritaria. E se è vero che la nazionalizzazione fascista si poneva in continuità con quella inutilmente tentata, soprattutto attraverso la scuola e l’esercito di leva, dai governi liberali post-unitari, la differenza tra le precedenti esperienze sabaude e quella fascista stava in due cose: l’integrazione, secondo una politica di nazionalismo sociale, delle classi popolari le quali in precedenza, nel regime liberal-borghese risorgimentale, erano escluse da qualunque partecipazione politica e, soprattutto, la Conciliazione con la Chiesa cattolica che consentì agli italiani di superare il divario, imposto da Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi, tra fede e appartenenza nazionale.

Ma, poi, arrivò la tragedia dell’ 8 settembre che, come ci hanno spiegato Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia, ha significato la morte della Patria. L’indipendentismo siciliano, nel 1943-48, dimostrò subito, banditismo a parte, che i nodi risorgimentali non erano affatto stati sciolti. La diffidenza con la quale gli immigrati meridionali, durante gli anni del boom economico, venivano accolti nel Nord era un altro segno della irrisolta questione nazionale. Se, tuttavia, è certo che tutti gli sforzi messi in atto per colmare il divario Nord-Sud sono andati progressivamente fallendo, è altrettanto certo che il Nord, che oggi vive di pulsioni autonomiste ed indipendentiste, ha goduto per primo ed in misura superiore al meridione dei vantaggi della politica interventista e dirigista, eredità del fascismo, praticata nell’Italia del decollo industriale ed economico negli anni ’50, ’60 e ’70, le cui basi erano già state poste nel decennio che precedette il secondo conflitto mondiale. L’Eni di Enrico Mattei fu lo sviluppo dell’Agip fascista, l’IRI era stato istituito negli anni ’30 da Alberto Beneduce con il pieno appoggio di Mussolini dando così inizio all’economia delle partecipazioni statali che modernizzò il nostro Paese, la legislazione bancaria del 1936 aveva posto sotto controllo il credito onde finalizzarlo all’investimento sociale e non alla speculazione ed aveva assegnato alla Banca centrale il ruolo di Istituto finanziatore a basso o nullo interesse del fabbisogno statale (il nostro attuale debito pubblico è schizzato alle stelle a partire del 1981 con l’indipendenza dell’Istituto di Emissione che ha costretto lo Stato a finanziarsi presso i mercati a tassi elevatissimi o a comprimere la spesa pubblica), la politica di collaborazione capitale-lavoro, consacrati in articoli semi-attuati della Costituzione quali il 46 e il 49, continuava, nonostante tutto, in clima democratico l’esperienza corporativista del fascismo.

Senza lo Stato nazionale il Nord non avrebbe avuto le infrastrutture necessarie alla sua sviluppata economia. Senza lo Stato nazionale il conflitto di classe, molto forte nelle zone industrializzate , non avrebbe trovato quelle soluzioni interclassiste, anche queste sulla scia già tracciata dal fascismo, che hanno consentito all’industria di prosperare con evidenti vantaggi – almeno fino a quando il neoliberismo globalizzatore non ha spiazzato l’idea stessa di Stato nazionale e sociale – anche per i ceti operai e piccolo borghesi.

A partire dagli anni ’80 e poi con quello che Diego Fusaro ha giustamente definito il “colpo di Stato” della stagione di Tangentopoli anche l’Italia è stata costretta ad entrare nella globalizzazione. Una parte della sinistra, quella “migliorista”, quella per capirci lib-lab che guardava a Zapatero ed a Blair, oggi a Macron, che cercava le vie per superare lo shock storico del 1989, accettò, senza farsi troppi problemi della sorte dei lavoratori, l’investitura da parte del capitale transnazionale della guida del processo di mondializzazione dell’Italia. In quel contesto Berlusconi rappresentò un disturbo che però alla fin dei conti si è rivelato inconsistente e non solo per l’inabilità del personaggio ma anche perché Berlusconi ragionava, e ragiona, da imprenditore e non da statista e quindi non ha capito nulla di quanto stava accadendo in termini di smantellamento globale dell’Italia del novecento.

Approfittando della rabbia popolare contro i corrotti partiti della prima repubblica, che però erano comunque espressione di una democrazia popolare e non elitaria come quella anglosassone. Nel 1981, come si è già detto, era stata resa indipendente la Banca centrale facendo aumentare la spesa per interessi sul debito pubblico che, per questa causa, crebbe a dismisura in quanto i governi non se la sentirono di tagliare la spesa pubblica, ed in particolare quella sociale (scuola e sanità, innanzitutto) come la separazione tra Stato e Banca centrale avrebbe richiesto. Nel 1992 sul Britannia si programmò la svendita del nostro patrimonio pubblico mettendo fine all’esperienza dell’IRI.. Si passò, così, a smantellare il Welfare ed a precarizzare il lavoro ossia a praticare politiche economiche dal solo lato dell’offerta, che significa politiche vantaggiose solo al capitale ed in particolare al capitale finanziario, favorendo le liberalizzazioni e la mobilità transnazionale dei capitali.

La retorica neoliberista affermava che in tal modo si sarebbe diminuita su scala mondiale la povertà, ma in realtà mentre essa andava aumentando in tutto il pianeta innescando i conflitti internazionali oggi in atto, perché a far profitti fu solo la finanza apolide e socialmente oltre che nazionalmente irresponsabile, da noi, quale conseguenza delle delocalizzazioni industriali, restò un’alta disoccupazione con ritorno alla lotta di classe. Solo che a vincerla la nuova lotta di classe è stato il capitale grazie al fatto che esso, distrutto lo Stato nazionale, si è unito globalmente, cementando i propri interessi, mentre il lavoro è rimasto, per ovvio dato naturale trattandosi di uomini e famiglie radicate sul territorio, suddiviso per nazioni. I populismi sono ora la risposta dei ceti popolari al capitale transnazionale. Una risposta che, checché ne dicano nella sinistra mondialista che ancora guarda marxisticamente all’unità mondiale dei lavoratori, è molto più realistica di quanto si pensi perché considera e non elimina il dato naturale e storico della nazione.

Quale nazione? La domanda è, a questo punto, pertinente perché la globalizzazione ha riportato in auge le “piccole patrie”, le heimat, dalla Catalogna alla Scozia, dal Lombardo-Veneto alla Vallonia o alla Bretagna. Lo Stato nazionale era, per certi versi, una costruzione che si è imposta, storicamente, contro le due Autorità universali della Cristianità, Chiesa ed Impero, e contro le identità locali, appunto le heimat, senza però eclissarle mai del tutto. La risorgenza delle piccole patrie, però, se da un lato appare come una “vendetta della storia” contro lo Stato nazionale, centralista e giacobino, dall’altro lato è molto di più l’epifenomeno della globalizzazione che si va imponendo, per superare l’ostacolo degli Stati nazione, come “glocalismo”. Le rivendicazioni di autonomia o di indipendenza delle heimat giocano – dispiace dirlo ma oggettivamente è così – tutte a favore dei processi economici globalizzanti perché la frammentazione fa venir meno i protezionismi, o quel che di essi rimane, anche il protezionismo sociale, e incentiva il liberismo di mercato.

E’ solo una pia illusione – anche se è una illusione capace di irretire il meglio del cosiddetto “antagonismo anticapitalista di destra” – quella dei cattolici tradizionalisti o dei neo-guelfi e dei neo-ghibellini di essere alla soglia di un “neo-medioevo” che dovrebbe restituirci la Cristianità universalmente unita nel pluralismo comunitario localista. Nulla di tutto questo sta avanzando ma, al contrario, l’esito ultimo della globalizzazione quale nuovo universalismo rovesciato nella predominanza dell’Economico – ed in particolare della finanza trans-nazionale – sul Politico e sul Santo/Sacro. Un universalismo post ed anti-cristiano che scimmiotta, e non è un caso, l’Universalismo romano-cristiano pre-moderno. Tutta l’ampia e diffusa letteratura – si pensi ad un testo come “La vittoria della ragione” di Rodney Stark – che cerca di far passare l’idea che il medioevo era ricco e felice perché era assente lo Stato nazionale non solo risulta essere una ricostruzione storica fondamentalmente viziata da un presupposto ideologico di tipo conservatore-liberale ma, soprattutto, contribuisce ad inculcare la fasulla convinzione che abbattendo gli Stati e liberalizzando i capitali si otterranno di nuovo le concrete “libertates” tradizionali. Molti allocchi, tra i cattolici tradizionalisti o sedicenti tali, hanno abboccato a tale esegesi accettando il ruolo degli utili idioti della globalizzazione “anti-cristica”. La non curanza dei problemi tecnici connessi al funzionamento dell’economia moderna costringe neo-guelfi, neo-ghibellini e tradizionalisti vari ad andare a rimorchio di chi davvero gestisce e programma la globalizzazione, ossia dei i vari Monet, Attali, Soros e compagnia bella.

Quando i catalani, gli scozzesi ed i lombardo-veneti otterranno l’indipendenza capiranno che senza sovranità monetaria, ossia con una moneta controllata da un organismo sovranazionale e politicamente irresponsabile, anzi responsabile solo verso la nazione egemone in Europa ossia la Germania, e senza la sovranità militare, ossia dipendendo da un esercito “di occupazione” inserito nella Nato, non c’è affatto sovranità. Alla fine, nonostante gli starnazzi dei valligiani bergamaschi o pirenaici, tutto si risolverà in una mera autonomia o indipedenza fiscale che devolverà le tasse non sul territorio, come si illudono autonomisti ed indipendentisti, ma direttamente, ovvero senza più passare per lo Stato centrale,a compensazione degli interessi sul debito pubblico, o sulla porzione di competenza locale del debito pubblico nazionale che chi vuole l’autonomia fiscale deve per equità e giustizia accollarsi, versati ai mercati finanziari trans-nazionali. Capiranno i lombardo-veneti ed i catalani che le loro heimat resteranno schiacciate ancor di più tra la potenza economica tedesca, o americana o cinese, della quale saranno maggiormente vassalle, e la potenza globale del capitale trans-nazionale libero di attraversare le loro frontiere come e quando gli aggrada per lucrarvi i propri profitti e lasciare quei territori quando la vacca è stata del tutto dissanguata. Allora, e solo allora, capiranno che se Roma o Madrid o Parigi erano “ladrone”, la City, Wall Street, Bruxelles, Francoforte ed il FMI sono padroni molto più dispotici.

Luigi Copertino

1476.- Yves Mény: ”Il populismo è inadeguato alla società di oggi”

Per il politologo però i movimenti di protesta avranno vita lunga, anche perché l’Europa ha un problema: non ha un’identità a sorreggerla. Prevale, dunque, la frammentazione e la liquidità dell’offerta politica. Finché non si viene messi alla prova del governo. Così dice Alessandro Franzi.

 


Per chi studia il fenomeno del populismo senza farsi distrarre dai colpi della cronaca di giornata, il libro di Yves Mény, politologo e presidente della scuola superiore Sant’Anna, è un punto di riferimento d’obbligo. Si intitola Populismo e democrazia, lo ha scritto con Yves Surel ormai quindici anni fa, ma è ancora freschissimo nella sua analisi. Il populismo è una parola che, di anno in anno, si è moltiplicata nel discorso pubblico in Occidente. Soprattutto in Europa, dove si è appena concluso un ciclo di un anno e mezzo di elezioni e referendum che ha rimesso in discussione le certezze della democrazia rappresentativa e del sistema dei partiti tradizionali. Ma che cosa è rimasto, di questa ondata di protesta che l’etichetta populista ha dapprima segnalato e, poi, offuscato? “La politica europea è diventata liquida, stiamo vivendo un periodo di grande instabilità e di grande redistribuzione delle carte”, risponde il professor Mény a Linkiesta. “Ma – aggiunge – non sarei troppo pessimista, gli elettori si sono accorti che le risposte semplicistiche non bastano a risolvere i problemi”. In Austria, la destra nazionalista è però a un passo dal ritorno al Governo con la destra moderata che si è, invece, radicalizzata sull’immigrazione, il rapporto con l’Islam, la sovranità economica.

Professore, insomma, dopo il voto in Austria e la loro cospicua presenza elettorale in diversi Paesi anche importanti, siamo di fronte alla normalizzazione dei movimenti populisti in Europa?
No, nel senso che probabilmente vedremo i partiti della destra populista partecipare al governo in Austria e anche in alcuni Paesi scandinavi, sempre come partner di minoranza. Ma certo quello non è il loro ruolo naturale. I partiti populisti fanno fatica a entrare nelle istituzioni. E quando capita hanno di fronte due opzioni: fallire o entrare nella corrente politica mainstream. Quando arrivano al potere, è dunque difficile che sopravvivano senza cambiare.

Come possiamo leggere il quadro europeo, da questo punto di vista?
Credo che la situazione politica europea sia liquida. Più o meno in ogni Paese c’è un partito populista che ottiene consensi. Il fatto è che stiamo vivendo un periodo di grande instabilità e di grande redistribuzione delle carte, ma non sarei troppo pessimista, anche se il populismo non è l’unico elemento in gioco.

E con quali altri elementi si può combinare?
I partiti populisti si possono legare a manifestazioni di autoritarismo, per esempio. Di recente si sono collocati quasi tutti nella fascia della destra radicale, anche se in generale raccolgono voti in tutte le aree politiche. Che sposino la destra radicale non è positivo, perché in passato abbiamo vissuto gli effetti che queste tendenze hanno avuto sulla democrazia.

Perché, dunque, non è pessimista?
Perché per il momento è emerso che il discorso populista, con le sue risposte semplicistiche, si è rivelato incompatibile con la complessità della società e dei suoi problemi. Gli elettori se ne sono accorti. Penso che il momento emblematico, in questo senso, sia stato il discorso di Marine Le Pen all’ultimo dibattito televisivo con Emmanuel Macron, prima del ballottaggio delle presidenziali francesi. La Le Pen è apparsa incompetente e ha preso uno schiaffo da quegli elettori che l’avrebbero voluta votare anche senza condividerne tutte le idee.

Un elemento chiave è stata la vittoria di Macron in Francia, non solo perché ha battuto una candidata estremista come la Le Pen ma soprattutto per un altro motivo. Macron è infatti riuscito ad affrontare frontalmente il problema, non rincorrendo l’avversario ma offrendo una proposta radicalmente opposta

Dal voto delle presidenziali austriache, passando per il referendum sulla Brexit per arrivare al voto in Germania, è stato un anno e mezzo di elezioni particolarmente imprevedibili in Europa. Che cosa è cambiato, a conti fatti?
Le rispondo che il contributo più decisivo che i partiti populisti hanno dato non è stato nell’accesso a posizioni di potere, appunto, ma nell’imporre quella che si chiama l’agenda politica. In questo, hanno avuto sicuramente successo. I partiti populisti sono stati bravi a impadronirsi dei temi caldi e difficili che gli altri partiti, quelli tradizionali, non sono in grado di gestire. Però poi si è rivelato difficile anche per loro passare all’azione. Lo vediamo con Donald Trump: è arrivato alla presidenza americana, ma la sua filosofia resta bloccata nei 240 caratteri di un tweet. Siamo, insomma, al grado zero della politica.

Ecco, Trump: ha consolidato o viceversa indebolito le forze populiste in Europa, una volta che è entrato alla Casa Bianca e ha dovuto passare all’azione?
Diciamo che gli Stati Uniti sono un Paese importante e giocano un ruolo decisivo. Ma sono anche lontani. Trump si è, dunque, rivelato un elemento di indebolimento, ma lo sono stati anche altri fattori più importanti e vicini. Il primo è sicuramente la Brexit, che doveva essere una marcia di liberazione ed è diventata invece una via crucis. Il secondo elemento chiave è stata la vittoria di Macron in Francia, non solo perché ha battuto una candidata estremista come la Le Pen ma soprattutto per un altro motivo. Macron è infatti riuscito ad affrontare frontalmente il problema, non rincorrendo l’avversario ma offrendo una proposta radicalmente opposta.

Una differenza non da poco, viste altre esperienze…
Sì, i partiti tradizionali troppe volte hanno cercato compromessi con quelli populisti. Invece il contributo di Macron è stato questo: ha segnalato che i populisti non sono invincibili. Detto questo, beninteso, non sono stati nemmeno sconfitti. Avremo a che fare per molto tempo con forme di agitazione, di protesta, di mobilitazione politica alternativa. A destra, ma anche in situazioni meno estreme come in Spagna con Podemos. E poi ci sono le mobilitazioni territoriali, come quelle in Catalogna o in Scozia. Ecco perché parlo di liquefazione del sistema politico europeo.

Alle elezioni Europee del 2014 era proprio l’Unione Europea il nemico dei populisti, che ne profetizzavano una rapida dissoluzione. Ora questo tema è secondario rispetto a quello dell’immigrazione. Ma l’Ue, secondo lei, come uscirà trasformata da questa liquefazione politica di cui parla?
Sicuramente l’Unione Europea dovrà trasformarsi. Come lo farà, non si sa ancora. Anche perché il problema più serio che l’Europa deve affrontare è quello dell’identità. Dietro alla protesta, ai populismi, alla liquefazione politica c’è una ricerca di identificazione culturale e anche territoriale che l’Europa ideologicamente non sta soddisfacendo. E visto che questo sostegno ideologico manca, prendono importanza le religioni, i networks transnazionali, le identità territoriali, la nostalgia del piccolo e del passato. Quindi, le fonti di frammentazione oggi sono parecchie e sono forti, senza che si vedano all’orizzonte nuove capacità di aggregazione come quelle che riuscivano ad assicurare i partiti politici tradizionali.

Alla fine, quali partiti populisti sono destinati, secondo lei, a rimanerre sulla scena?
I populismi che riescono a sopravvivere sono quelli che a poco a poco riescono appunto ad adeguarsi al quadro politico in cui sono inseriti, come dicevamo all’inizio. Per parlare del caso italiano, dico che sopravvivono i populismi come quello di Forza Italia delle origini, un partito che è riuscito a conquistare un’esperienza di governo, così come ha fatto la Lega Nord, che non è più quella di una volta. Vedo anche un’evoulzione del Movimento 5 Stelle, che finalmente ha scelto un leader diverso dal fantasma ufficiale che è Beppe Grillo. Ci può insomma essere un’evoluzione, e qualcosa si sta vedendo. Che poi queste proposte politiche siano efficaci una volta arrivate al governo, è tutto da vedere. Ma se forze come i 5 Stelle andranno finalmente al potere significherà che il sistema sta iniziando a digerire anche le espressioni politiche più radicali. Se invece i 5 Stelle o altri partiti simili in Europa non riusciranno mai ad andare al Governo, significa che hanno fallito.

1475.- Autonomia alle regioni? Ecco perché sarebbe un disastro

Un conto è votare per una maggiore autonomia, un altro conto è profittare del buon risultato per chiedere lo statuto speciale, impossibile a ottenersi e senz’altro da non condividersi. Sempre più evidente la strumentalità del referendum a fini elettorali personali di Zaia. Sempre più svanisce la speranza di una resurrezione della politica alle prossime elezioni. Leggiamo le riflessioni di Flavia Perina.

Schermata 2017-10-25 alle 17.20.26

Le 23 competenze rivendicate sembrano eccedere di parecchio le capacità fin qui dimostrate dagli enti Regione. Prima di Zaia il Veneto ha avuto cinque governatori su cinque condannati. Cavalcavia che crollano, superstrade inutili. Le Regioni sono riuscite a mandare in perdita pure i casinò

25 Ottobre 2017 

“Il professor Miglio si rivolterebbe nella tomba”, dice Massimo Cacciari commentando la pretesa veneta di farsi Regione a statuto speciale ma soprattutto l’appiattimento del grande tema dell’autonomia sulla contabilità fiscale, sul ragionierismo del dare-avere, sull’idea che “padroni a casa propria” non sia uno slogan ma un programma da intendersi in senso letterale: tutti i soldi, tutte le competenze, e voi non ficcate più il naso nei nostri affari. Anche perché queste rivendicate 23 competenze sembrano eccedere di parecchio le capacità fin qui dimostrate dagli enti Regione, tutti, senza eccezione alcuna.

Le Regioni italiane sono da un ventennio sulla vetta della questione morale italiana. Il Veneto, in particolare, detiene probabilmente un record: prima di Luca Zaia, quattro presidenti eletti su quattro coinvolti in scandali, anzi 5 su 5 poiché anche il primo (Angelo Tomelleri) incappò in un’inchiesta giudiziaria e si autosospese per un anno salvo poi essere assolto. Fuori elenco solo i tre che si alternarono in una caotica successione fra il ’92 e il ’95, e che forse, visto la brevissima durata dei loro mandati, non ebbero neanche il tempo di mettersi nei guai. Mica solo loro, per carità. Per ogni calabrese che si paga il Gratta e Vinci con i soldi pubblici c’è un lombardo che se ne va in ferie sullo yacht dell’amico con clinica privata, per ogni Batman col fuoristrada a spese dello Stato c’è un Celeste che scambia favoroni con favoretti. Gli scandali fanno coppia con una conclamata inefficienza gestionale: passino i trasporti, passino gli ospedali con le cimici, passino i cavalcavia che crollano o le superstrade che non servono a niente, ma le Regioni italiane sono riuscite a mandare in perdita persino i Casinò, che fanno utile in ogni luogo del mondo.

Di questa incompetenza lo Stato centrale paga i conti ogni mese. Le mancate bonifiche sul territorio sono alluvioni, e danni da risarcire e sopportare. Le mancate messe a norma degli edifici sono terremoti catastrofici, e altri danni da risarcire e sopportare. Le mancate manutenzioni dei bacini idrici sono siccità, e ancora danni, ancora risarcimenti. I contabili del regionalismo, nel conto del dare/avere, dovrebbero metterci anche questo. E spiegarci poi come dovrebbe funzionare la cosa una volta che si saranno impadroniti delle 23 competenze 23 che rivendicano.

Di questa incompetenza lo Stato centrale paga i conti ogni mese. Le mancate bonifiche sul territorio sono alluvioni, e danni da risarcire e sopportare. Le mancate messe a norma degli edifici sono terremoti catastrofici, e altri danni da risarcire e sopportare. Le mancate manutenzioni dei bacini idrici sono siccità, e ancora danni, ancora risarcimenti. Ci siamo svenati per tenere in piedi le famose “banche del territorio”, a cui le Regioni – tutte – tenevano moltissimo e trattavano come fiore all’occhiello, difendendole ogni volta che si alzava un sopracciglio. Ci sveniamo per pagare i forestali che hanno assunto per farsi votare. Ci sveneremo a vita per sostenere le loro idee balzane sul futuro, tipo il voto elettronico in Lombardia, peraltro adottato con l’entusiasta sostegno delle opposizioni, M5S compreso.

I contabili del regionalismo, nel conto del dare/avere, dovrebbero metterci anche questo. E spiegarci poi come dovrebbe funzionare la cosa una volta che si saranno impadroniti delle 23 competenze 23 che rivendicano. Tra di esse ci sono, ad esempio, «i rapporti internazionali e con l’Unione europea»: nel caso facessero casino violando un embargo, rifiutando una direttiva o altro, le multe chi le paga? Lo Stato? E quando avranno conquistato «porti, aeroporti, grandi reti di trasporto e di navigazione», gli eventuali errori dei cugini nominati manager, li scaliamo dalle loro diarie? Per non dire delle altre cose che completano l’elenco, che amplificano fino al disastro le possibili conseguenze dell’approssimazione regionale: la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia; la previdenza complementare e integrativa; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; le casse di risparmio, le casse rurali, gli enti di credito fondiario.

Dare corda alle rivendicazioni di questo tipo di regionalismo è da matti. E bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza cedimenti all’idea del “tanto poi si stufano, è solo campagna elettorale” e senza concessioni all’idea di imbastire tavoli e tavolini per lasciarli sfogare. L’attuale assetto delle Regioni non può reggere un trasferimento di competenze ne’ su grande ne’ su piccola scala. E la pretesa di costruire l’autonomia, lo Stato federale, con la logica dei conti della serva – novanta a me, dieci a te – che tra l’altro somigliano alla spartizione di un bottino, è da respingere al mittente subito, senza mezze misure.

1472.- Partito Dementi, ma il voto c’è stato.

guglielmo donnini, martedì 24/10/2017

di Marco Travaglio

Quando tre cittadini veneti e due lombardi su cinque vanno a votare in un referendum consultivo non si può far finta di niente. E serve a poco discettare sull’inutilità pratica di una consultazione che poteva essere sostituita, a costo zero, da un voto del Consiglio regionale per chiamare – come fa l’Emilia Romagna – il governo a trattare sul “regionalismo differenziato” previsto dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Anche le polemiche sui 70 milioni buttati (soprattutto per acquistare i famosi 24 mila tablet, che Maroni chiama comicamente “voting machine” e han creato casini inenarrabili) o sulle false promesse di una rivoluzione fiscale che non era né poteva essere oggetto del referendum, andavano bene fino a domenica mattina. Ora c’è un grosso fatto politico da interpretare. Non solo nella Lega, con la campagna elettorale dei tre galli del suo pollaio (Zaia, Maroni e Salvini). Ma anche negli altri partiti: i 5 milioni di votanti non sono solo della Lega e del centrodestra, ma trasversali. Anche i 5Stelle erano favorevoli (in Lombardia i loro consiglieri hanno persino redatto il quesito smussando le asprezze secessioniste di quello leghista), così come un bel numero di amministratori del Pd, che invece da Roma invitava all’astensione. Ma non, come le sinistre, per contestare il referendum; bensì per non prendere posizione, avendone come al solito una mezza dozzina.

Così ora il centrodestra può andare all’incasso e spacciarsi per un monolite compatto (e non lo è: B. è saltato sul Carroccio del vincitore solo alla vigilia delle urne, la Meloni era contraria e i confratelli d’Italia nordisti La Russa e Beccalossi favorevoli). I 5Stelle, più al Nord che sotto il Rubicone, possono dire di aver intercettato il malcontento che si è sfogato in quel quesito, anche oltre il suo significato letterale. E chi resta col cerino in mano e il marchio della sconfitta? Il solito Pd, sempre più incapace di interpretare e intercettare i movimenti del Paese e specializzato nel trovarsi sempre dalla parte opposta al popolo. Che ormai coglie ogni occasione per partecipare e manifestare la sua – magari confusa – voglia di cambiare. Intendiamoci: non basta vincere un referendum per avere ragione. È perfettamente legittimo sostenere che il regionalismo differenziato chiesto dalle due maggiori realtà del Nord (fra l’altro approfittando di un’opportunità concessa proprio dal centrosinistra con la riforma del Titolo V della Costituzione datata 2001) sia un errore. Noi, per esempio, ripetiamo da tempo che le autonomie regionali sono miseramente fallite.

È sprofondato in un pozzo nero di sprechi, malaffari, clientele e burocrazie. E la soluzione non è estendere gli statuti speciali o para-speciali alle regioni ordinarie, ma abolire tutte le regioni insieme alle province e immaginare un federalismo su base municipale, costruito intorno all’unica istituzione davvero avvertita dai cittadini come amica e controllabile: il comune. Ma bisognerebbe, appunto, avere qualcosa da dire e poi dirlo. Andare in giro a spiegare il proprio progetto alternativo. Qual è invece la proposta del Pd? Nessuno lo sa, perché non esiste. Infatti il presunto segretario Renzi, così garrulo su tutti i temi che non gli competono (tipo la conferma o meno del governatore di Bankitalia), è riuscito a non dire mai una parola sui referendum del Nord, tenendo il suo trenino ben lontano dalle regioni settentrionali (come pure dalla Sicilia alla vigilia del voto), lasciando che i suoi esternassero in ordine sparso tutto e il contrario di tutto. Il sindaco renziano di Bergamo, Giorgio Gori, autocandidato a governatore regionale, ha votato Sì. Il sindaco pseudorenziano di Milano, Beppe Sala, aveva detto che avrebbe votato Sì e poi s’è inventato un impegno urgente a Parigi per avere la scusa di assecondare gli ultimi desiderata del Nazareno, che parevano inclinare verso l’astensione. In Veneto molti erano per il Sì. Il vicesegretario unico e ministro Maurizio Martina, bergamasco, ha atteso la vigilia delle urne per paventare addirittura una “deriva catalana” (per un referendum consultivo su un passaggio di funzioni previsto dalla Costituzione). La Prova d’orchestra di Fellini, al confronto, era un capolavoro di coerenza.

La verità è che il Pd non ha niente da dire perché non ha nessuno che pensi, rifletta, elabori, discuta. E chi ci prova è un gufo da espellere. Raus. Molto meglio improvvisare, vivere alla giornata, navigare a vista, anzi a svista. Encefalogramma piatto. Negli ultimi vent’anni, nelle sue varie reincarnazioni, il centrosinistra ha cambiato una dozzina di segretari, ma senza mai trovarne uno che riuscisse a parlare credibilmente a due delle regioni più avanzate d’Italia. Infatti ha perso tutte le elezioni, salvo quando ha preso a prestito candidati di centrodestra (tipo Sala). E, dopo ogni scoppola, s’è ritrovato nei salotti televisivi a spiegare (ma a chi?) che la Lega vince perché “radicata nel territorio” e i 5Stelle vincono perché “radicati nelle periferie”. Intanto i papaveri pidini seguitavano a radicarsi nelle terrazze romane, nei Cda delle banche e nei summit di Confindustria. A strillare contro i “populisti” che hanno il brutto vizio di essere popolari. E poi a tentare, trafelati, di recuperare il contatto perduto con la società da Maria De Filippi (lo fece Fassino, lo rifece Renzi travestito da Fonzie) o al Festival di Sanremo (Bersani, tra i fischi). Peggiorando, se possibile, la situazione. La miglior definizione dei dirigenti del Pd la diede, senza volerlo, Carlo Cipolla a proposito di quanti – diversamente dai mascalzoni che danneggiano gli altri per favorire se stessi – riescono a danneggiare sia gli altri sia se stessi. Infatti parlava degli stupidi.

 

1471.- Referendum, vince Zaia, perde Salvini, ma il partito forte resta l’astensionismo.

il-momento-di-fare    ORA O MAI PIÙ

Mentre mi domando: Cosa starà pensando Flavio Tosi dell’avanzata di Zaia, penso a che cosa aspetta Salvini a ricucire la Lega e il Fare. La radice della Lega e quella del Fare sono comuni e la spaccatura è stata voluta dai due leader e solo loro potrebbero ricucirla. Ecco che il referendum-sondaggio di Zaia e per Zaia diventa l’esame di maturità per loro, che si definiscono la terza e la quarta gamba del Centro Destra. Entrambi i due leader  hanno lavorato per il Sì e correttamente, ora, attendono il risultato della Sicilia; ma bisogna dare fiducia e rappresentanza ai tanti elettori che non voteranno Berlusconi o la Meloni e, magari, anche Salvini, affinché non vadano a ingrossare le file dell’astensionismo. Né Berlusconi né Salvini e ancor meno Tosi sono in grado di superare il 15% di consensi. Un gesto di riappacificazione potrebbe richiamare una serie di forze di tutta l’area liberale e aiutare a far superare i limiti dei leader del centrodestra”. 

Leggiamo, intanto le considerazioni di Flavia Perina.

pt8N7htA

Sinistra e Cinquestelle sono inesistenti. E’ l’ora della Destra: Ora o mai pià.

Il referendum delle nostre Catalogne in miniatura si conclude come prevedibile: è tornata la “vecchia Lega” del “Padroni A Casa Nostra“. Ma la notizia vera è che sia sinistra che i Cinquestelle hanno rinunciato a qualsiasi forma di lotta sul terreno del Nord.

Dentro il quorum del Veneto, dentro il 40 per cento di affluenza della Lombardia, ci sono anche gli elettori del M5S, del Pd, di FI, ma non importa. Il successo del referendum autonomista è tutto di Luca Zaia e lo strano caso delle nostre Catalogne in miniatura si conclude come prevedibile: con la consegna alla “vecchia Lega” – la Lega della devolution, di Roma Ladrona, di Padroni A Casa Nostra – del monopolio politico su una battaglia che evidentemente continua a scaldare i cuori e in qualche modo offusca le ambizioni nazionali di Matteo Salvini. «Da domani lavorerò perché anche i cittadini delle altre regioni che già me lo hanno chiesto, dalla Puglia al Piemonte, dal Lazio alla Toscana, possano fare la stessa scelta», dice il segretario leghista, cercando di mettere il cappello su una strategia e una vittoria che non è sua. E nella frase c’è la controprova della torsione in corso, giacché è evidente il conflitto di interessi tra le Regioni del Centro-Sud e l’eventuale successo dell’operazione di Zaia, finalizzata, come ha immediatamente dichiarato il Governatore, a “tenersi il 90 per cento le tasse”.

Il referendum del lombardo-veneto è uno strano caso per molti motivi. Il primo è l’assenza di competizione. Tutti i partiti, di governo e di opposione, si sono consegnati al racconto leghista. Solo dieci anni fa il referendum sulla Devolution aveva visto un’aspra battaglia tra il centrodestra a trazione leghista e il mondo progressista. Oggi si è preferito salire in massa sul carro del probabile vincitore. Il fronte del No non esisteva. Il consueto fronte dell’astensione, che su altri quesiti (vedi Trivelle) aveva incendiato il dibattito, si è limitato alle dichiarazioni del ministro Maurizio Martina e qualche battuta di Giorgia Meloni. Persino il M5S, così orgoglioso delle sue battaglie “in solitaria” e così poco disponibile ad accodarsi ad operazioni altrui, è passato sotto le forche caudine del governatore Zaia e si è messo in fila per baciare la pantofola autonomista. Complesso di inferiorità? Resa all’ineluttabile? Più che altro, sembra aver agito il terrore della sconfitta e una strategia politica che consentirà di dire, oggi, a risultati acquisiti: “abbiamo vinto anche noi”.

L’esito più evidente – la rivincita del leghismo Old Style – è anche quello che conterà e avrà conseguenze. La linea Bossi, quella che Matteo Salvini pensava di aver sepellito proprio quest’anno vietando il palco al vecchio padre-padrone, si conferma come la radice ineluttabile e incancellabile del Carroccio, quella che regala più soddisfazioni.

L’asimmetria tra i risultati del Veneto e della Lombardia è il secondo elemento singolare di questa storia. “Quota 40” è più o meno la percentuale con cui è stato eletto Roberto Maroni cinque anni fa, e il fatto che in Lombardia l’affluenza si sia fermata lì, nonostante il robusto appoggio al quesito del Pd Gorgio Gori, marca una sostanziale differenza all’interno delle due enclavi leghiste. Se le istanze autonomiste del Veneto non sono discutibili, quelle della Lombardia risultano quantomeno dubbie e circoscritte all’elettorato che ancora segue le indicazioni dei partiti: il “popolo lombardo” per dirla con la retorica della politica, e specialmente i milanesi (25% di votanti), è rimasto piuttosto indifferente. La mitica Padania non è tutta uguale. E, probabilmente, i molti scandali che hanno scosso la Regione Lombardia dall’era Formigoni in poi hanno vaccinato parte degli elettorati dall’idea che sia opportuno consegnare maggiori margini di autonomia alle classi dirigenti locali.

Ma le analisi di dettaglio in questo momento sono secondarie. L’esito più evidente – la rivincita del leghismo Old Style – è anche quello che conterà e avrà conseguenze. La linea Bossi, quella che Matteo Salvini pensava di aver sepellito proprio quest’anno vietando il palco al vecchio padre-padrone, si conferma come la radice ineluttabile e incancellabile del Carroccio, quella che regala più soddisfazioni. E si porta dietro anche un tipo di relazione con le altre forze del centrodestra, Berlusconi e Forza Italia in primis, del tutto divergenti dalla competizione muscolare avviata dall’attuale segretario, dalle sue sortite pirotecniche e provocatorie, dal suo sgomitare per la primogenitura. I referendum incoronano la Lega di governo, in giacca e cravatta, senza felpe, senza troppa visibilità televisiva. E c’è da immaginare che i suoi promotori, i vecchi colonnelli di Bossi, Zaia e Maroni, aspettino al varco la prova dell’«altra Lega» nelle Regionali siciliane per chiudere il cerchio, e i conti con il loro giovane leader.

1469.- Referendum Autonomia Lombardia: votare sì o no. Cosa cambia.

referendum-autonomia-lombardia-votare-s-o-no-cosa-cambia

L’esito del referendum non è vincolante e l’ultima parola spetta allo Stato. L’articolo 116 della Costituzione prevede che le regioni possano richiedere ulteriori competenze rispetto al presente.

Il quesito del Referendum sull’Autonomia della Lombardia che si terrà oggi recita così: «Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?».

E su questo quesito, verranno chiamate ad esprimersi le popolazioni della Lombardia e anche del Veneto che dovranno mandare un segnale preciso alle forze politiche in campo, ma anche un chiaro messaggio alla Politica Nazionale su quale sia lo stato di tolleranza degli Enti Locali verso una politica che troppo spesso si mostra lontana dalle esigenze della gente comune. Si tratta di un appuntamento che è legato a doppia mandata all’esito di un’altra consultazione referendaria: quella che, nelle intenzioni dell’allora Premier Matteo Renzi (dimessosi dall’incarico proprio in seguito a quella cocente delusione) avrebbe dovuto sancire l’entrata in vigore di una Carta Costituzionale praticamente nuova. Vediamo allora quali sono le ragioni di chi deciderà di votare sì o no e cosa cambia se l’esito, che stavolta appare non troppo incerto, dovesse essere quello che si aspettano i promotori dell’appuntamento.

L’esito del referendum non è vincolante e, sulla procedura di concessione di maggiore autonomia, l’ultima parola spetta allo Stato. L’articolo 116 della Costituzione, modificato con la riforma del 2001, prevede che le regioni possano richiedere allo Stato ulteriori competenze oltre a quelle che gli spettano in base al famoso Titolo V della Costituzione, quello che la riforma costituzionale bocciata lo scorso quattro dicembre voleva modificare. Possono partecipare al referendum consultivo tutti gli iscritti alle liste elettorali della Lombardia. Le urne saranno aperte domenica 22 ottobre dalle sette del mattino fino alle ventitrè. Da tenere presente che il voto si esprimerà scegliendo tra le opzioni Sì, No o scheda bianca. In questo tipo di referendum non è previsto un quorum, cioè un numero minimo di votanti affinché il referendum sia valido.

Referendum Autonomia Lombardia perché votare sì

 

Il Referendum Autonomia della Lombardia è uno degli appuntamenti cruciali di questo autunno. Non solo per quel che riguarda il merito della faccenda, ma anche perché se dovesse, come è molto probabile, vincere il Sì, si aprirebbero scenari nuovi per la Lega (il partito che più di tutti ha caldeggiato questa consultazione referendaria), ma anche per tutte le regioni italiane. È bene chiarire che, nell’immediato, difficilmente potrebbe cambiare qualcosa visto che si tratta di un referendum solo consultivo. I comitati dei rispettivi schieramenti si sono organizzando per una battaglia che si annuncia aspra e ricca di colpi di scena.

Ecco le motivazioni che stanno alla base del perché votare Sì. La Lombardia, in caso di esito positivo, potrà ottenere maggiori competenze e anche la possibilità di mantenere una parte della tassazione che oggi finisce allo Stato, come l’Irpef, sul territorio. Naturalmente il governo potrà accettare le loro richieste in toto, in parte oppure rifiutarle. La soluzione più logica è che alla fine si raggiunga un compromesso dove alcune competenze, anche in materia fiscale, passeranno alle regioni. Ma la Lombardia è ben lontana dal raggiungere l’autonomia, per esempio, delle regioni a statuto speciale, che è il vero obbiettivo del referendum. Il sogno della Lombardia è, quindi che il novanta per cento delle tasse restino sul territorio.

Se si calcola che esse cedono ogni anno allo Stato un residuo fiscale, ovvero la differenza di entrate e di spese, di oltre cinquanta miliardi, si capisce l’entità del fenomeno e la botta che potrebbe arrivare allo Stato, che si vedrebbe privato di una bella fetta di risorse. Ma non si tratta solo di soldi. Le due Regioni reclamano maggiore autonomia in settori come la scuola, l’ambiente, il demanio idro-geologico, la salvaguardia del territorio, i beni culturali, le strade e la viabilità fuori dal diretto controllo dell’Anas, la pubblica amministrazione e la gestione di alcuni fondi europei. Tra queste ci sono anche competenze delle province, che questi enti non sono più in grado di assolvere per mancanza di fondi. Il difficile, però, viene dopo perché per modificare alcune di queste competenze bisogna mettere mano a tre articoli della Costituzione, e i tempi si allungano.

Perché votare No al referendum per l’Autonomia della Lombardia

Se queste sono alcune delle ragioni che stanno alla base delle ragioni del Sì, proviamo a spiegare anche i motivi che animano lo schieramento del perché votare No al referendum per l’Autonomia della Lombardia. A questo punto bisogna ricordare che tutti i partiti hanno votato a favore del referendum. Unica eccezione il Partito Democratico che si è astenuto. Alcuni oppositori hanno giudicato il referendum talmente ovvio da essere inutile, altri invece lo considerano un atto eversivo che mina i principi dell’unità nazionale. Insomma, le principali motivazioni dei comitati che si batteranno per il No alla prossima consultazione referendaria ne fanno una questione patriottica.

Lo considerano un atto eversivo nei confronti dello Stato Nazionale che perderebbe autorità in quanto, secondo il più classico degli effetti domino, se passasse in Lombardia (e anche in Veneto che è l’altra regione a fare da apripista in questa consultazione) l’esempio verrebbe seguito dalle altre regioni che guadagnerebbero così sempre maggiori spazi di liberà ed autonomia di manovra. Con questo voto i lombardi quindi potranno manifestare tutto il loro disagio nei confronti dello Stato centrale e chiedere, dopo anni di lotte, maggiore autonomia, nel caso di un voto positivo. In caso contrario evidentemente la scheda elettorale verrà contrassegnata con un bel No. Ad una più attenta analisi, però, in Lombardia, nonostante questa regione resti certamente la patria della Lega, e il risultato sembrerebbe scontato a favore del Sì, bisogna considerare un aspetto importante. Rispetto al Veneto, ad esempio, dove l’autonomismo è molto più spinto rispetto alla Lombardia.

Stesso discorso per quei sentimenti anti-statali che spesso hanno portato a proteste anche clamorose (come dimenticare il carro armato fatto transitare a Piazza San Marco qualche anno fa). In Lombardia questo è meno sentito. Più che altro i Sì potranno contare anche sulla spinta di coloro che puntano a tenere le risorse economiche sul proprio territorio di insistenza. I Sì vinceranno anche qui, ma il risultato, come responso e partecipazione, potrebbe essere nettamente inferiore. Il referendum è fortemente sostenuto dalla stampa di destra, mentre sul versante opposto si prova a far passare sotto banco questo appuntamento. Una strategia che, probabilmente, non pagherà visto che non riuscirà a motivare abbastanza cittadini che non avranno un punto di riferimento, o se preferite, una versione alternativa per scegliere a quale schieramento iscriversi. Sempre se si decida di recarsi alle urne.

1465.- Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

Unknown-1
Federico Caffè

 

Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata».

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario».
Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio».
I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato».
Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi».
Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi».
Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario».
draghi-970-630x420
Mario Draghi, si è laureato con questa tesi sorprendente: “L’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”.
Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione».
E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre».
Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui».
La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica,politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto ilpotere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano».

A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione».

Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale».

Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico.
Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società».
Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch».
Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili».
O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico».
Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».
Libreria_di_Federico_Caffè
La libreria di Federico Caffè nella facoltà di Economia dell’università La Sapienza
Sono passati trent’anni da quella notte del 15 aprile 1987 in cui Federico Caffè usci all’alba dalla sua casa alla Balduina, Roma, e consegnò alla Storia il mistero della sua scomparsa. Lui, come era successo per Ettore Majorana, cinquant’anni prima. Il grande economista e il geniale fisico nucleare. Accumunati da questo mistero. E da quella solitudine buia che ha un nome orribile e conseguenze fatali: depressione. Ci vuole davvero una grande mente per riuscire a scomparire nel nulla, senza lasciare traccia alcuna. Oppure un buon amico molto fidato? «Non c’è niente da sapere su Federico Caffè. Se ne andato via da Roma e ha passato il resto della sua vita nella stanza rossa» a Copenaghen, scrivendo appunti e riflessioni, Keynes sempre in primo piano. Tesi che, variamente argomentata, Bruno amoroso, allievo alla «Sapienza» di Federico Caffè, amico e confidente ha poi sostenuto fino alla sua morte, nel gennaio scorso.
 LET02F50_2390786F1_22384_20120517161225_HE10_20120520-0015-kVG-U43310150842539aiG-593x443@Corriere-Web-Sezioni

Stato sociale, politica economica e democrazia

A cura di: Paolo Ramazzotti
Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi. Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).

Il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti. (Federico Caffè)

Saggi di:
Michele Cangiani (Università di Venezia), Alberto Camozzo e Francesca Gambarotto (Università di Padova), Claudio Gnesutta (Università di Roma “La Sapienza”), Stefano Perri (Università di Macerata) e Roberto Lampa (Universidad Nacional de San Martin, Buenos Aires), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Angelo Salento (Università del Salento)

I saggi del libro riflettono da più prospettive sugli spazi dell’intervento pubblico in questo momento storico. Traggono spunto dalla riflessione economica di Federico Caffè, per il quale la ragion d’essere della politica economica risiedeva in primo luogo nello scarto fra contabilità privata e contabilità sociale e, conseguentemente, nei costi sociali di un’economia di mercato. Se l’intervento pubblico doveva far fronte a situazioni concrete come gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione o le duplicazioni di spese per la ricerca, l’obiettivo più di fondo rimaneva quello di rendere possibile “un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”.
Alla luce di questo obiettivo generale i saggi affrontano una questione che, oggi, appare di particolare pregnanza: il rapporto fra le politiche economiche attuali e due dimensioni del “progresso sociale e civile”: i diritti fondamentali enunciati dalla Costituzione e la democrazia. L’ipotesi da cui partono gli autori è che i primi vengano vieppiù subordinati a interessi economici sezionali e che ciò generi un progressivo declino democratico. A sua volta questo declino rende difficile contrastare il processo in atto, determinando il rischio di un’involuzione sociale e politica.
Concorre a questa situazione il ruolo assegnato allo stato. La tesi di fondo è che una serie di interventi normativi e di mutamenti istituzionali ne abbiano progressivamente ridotto l’ambito di azione, non solo accentuando il processo su delineato ma rendendo più difficile contrastarlo. Fra i mutamenti istituzionali in questione figurano quello associato al processo di integrazione internazionale e quello connesso con l’accresciuto peso dei gestori della finanza. Il primo ha determinato un mutamento nell’ordinamento giuridico che sembra subordinare i principi fondamentali delle costituzioni nazionali alle liberalizzazioni economiche. Il secondo determina una pressione sulle strategie aziendali, orientandole verso obiettivi di breve periodo, di contenimento dei costi privati a scapito di quelli sociali e di accrescimento del valore (azionario) delle imprese senza significativi effetti sull’occupazione.
L’interrogativo che ci si pone è se sia possibile rifuggire da quello che potrebbe apparire come un processo irreversibile. Le tendenze qui delineate suggeriscono che un’inversione di tendenza debba essere perseguita non solo adoperando in modo diverso gli strumenti attualmente disponibili ma modificando l’assetto istituzionale al fine di recuperare uno spazio di manovra oggi ristretto. Cruciale, al riguardo, è la questione dei confini da assegnare al mercato. La storia dello stato sociale è non solo una di indirizzo ma di vera e propria delimitazione pubblica di attività economiche ritenute socialmente prioritarie e non compatibili con la logica privatistica. Il recupero di questa prospettiva, al di là di alcuni risvolti tecnici, chiama in causa la centralità dei valori che sottendono la politica economica.
I problemi qui delineati – pur se affrontati con particolare attenzione al caso italiano – possono apparire di portata talmente ampia da risultare poco appropriati all’urgenza delle scelte da compiere e poco compatibili con il contesto politico-istituzionale attuale. Riteniamo, viceversa, che uno degli insegnamenti di Caffè sia che il compito degli studiosi non sia di adeguare le loro analisi alle mutevoli contingenze politiche ma di delineare quegli interventi possibili rispetto ai quali le scelte politiche vanno valutate.
I saggi sono frutto di una forte interazione fra gli autori, come si può vedere dai richiami che ciascun saggio fa agli altri lavori, e si propongono di stimolare il dibattito e la riflessione su temi che si scostano dalle retoriche della saggezza convenzionale. L’auspicio è di favorire un dialogo fra studiosi di discipline diverse e che possa interessare un uditorio di non specialisti, contribuendo all’elaborazione di ipotesi di azione per l’oggi. Lo stile espositivo, pur nel rigore della trattazione, di ciò tiene conto.

 

Federico_caffè0001

Un estratto dell’intervento di Michele Cangiani nel volume ‘Stato sociale, politica economica, democrazia’ appena uscito per Asterios.

Federico Caffè, trent’anni fa, individuò le tendenze della trasformazione neoliberale, ma non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata. Solo in seguito si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico” (Ramonet 1995) aveva tolto l’ossigeno all’auspicabile controtendenza basata sulla “public cognizance”.

Le vicende finanziarie – della finanza privata, ma anche di quella pubblica (dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà) – hanno continuato a provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria. Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, piuttosto come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali che come metodo efficiente di finanziamento delle imprese (Caffè 1971, p. 671). Questo atteggiamento ha reso, in seguito, più acuta e radicale la sua critica del dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Egli sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito. Le rendite – riguardo alle quali egli richiama la denuncia keynesiana di “inefficienza sociale” – gli appaiono connaturate con “la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario” (Caffè 2014, pp. 83-84).

I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di ‘aggiustamento strutturale’ imposte dal FMI negli anni Ottanta e, in generale, di “un’economia ‘usuraia’” (ibid., pp. 86-88). La stessa politica (la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali) è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli USA, con il Presidente Clinton, continuavano a indicare la rotta, riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la de-regolamentazione delle attività finanziarie. Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994 fu elaborato da FMI e USA per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio. I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione. La pressione del debito estero insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro portarono alla rovina l’economia argentina, predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo stato. Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete erano stati decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – ed ebbero, per la ex DDR, conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina.

Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica. In un articolo del 1985, Caffè, facendo anche riferimento ai pareri di diversi economisti, aveva indicato alcuni punti critici, tanto fondamentali quanto, purtroppo, sottovalutati. L’integrazione europea avrebbe dovuto, a suo avviso, adottare “idonee e coordinate misure di politica economica” (Caffè 2014, p. 146) contro la disoccupazione e la disuguaglianza, controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, egli osserva, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli stati membri sugli altri. Il problema è, in effetti, se si realizzerà “un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette” (ibid., p. 150). Ora sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi. Nell’articolo di Caffè viene rilevata la tendenza verso un’Europa “strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri”, contraria al permanere di “settori pubblici dell’economia”, soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere “un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali”, le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi (ibid., pp. 152, 146 e 149).

La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata. La sinergia tra le norme, e soprattutto le pratiche, dell’UE e la trasformazione neoliberista è profonda ed efficace. La moneta è stata resa autonoma dallo stato, sia pure non nella forma più estrema della “libera concorrenza tra le banche private di emissione”, secondo la formula che Caffè (2014, p. 56) cita dal saggio Denationalisation of Money pubblicato da Hayek nel 1976. Ecco “una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo”, commenta Caffè (ibid.), rilevando la coincidenza della concezione di Hayek con quella ottocentesca di Ferrara. Una corrispondenza viene mostrata ai nostri giorni da Claus Thomasberger (2015) fra le istituzioni della UE e l’ordinamento internazionale delineato da Hayek (1937) e da Robbins (1937), che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali. Secondo tale progetto, i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi. Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Le istituzioni democratiche devono avere, sostiene Hayek, semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti; e l’unione, quella di impedire l’interferenza dei singoli stati nell’attività economica (cfr. Thomasberger 2015, p. 193).

Le idee di Hayek e Robbins hanno avuto infine successo. In primo luogo, tuttavia, sia la persistenza secolare dell’ideologia liberista sia la sua speciale efficacia in certi periodi vanno spiegate: la prima, con il vincolo del profitto, quale caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica; la seconda, con fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali. In secondo luogo, il neoliberismo è bensì un successo di tale ideologia: ma un successo paradossale, poiché tratti fondamentali di essa – l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui – restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario.

Nel caso dell’UE, mentre la liberalizzazione della circolazione delle merci, delle attività finanziarie e dei movimenti dei capitali è stata universalmente imposta, le politiche dei singoli stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale. Anzi, si consente che singoli paesi pratichino il dumpingfiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da ‘paradisi fiscali’. Capita che la stesura di rapporti sui ‘beni comuni’ sia affidata a grandi società private, per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business. Viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso. La privatizzazione investe anche attività che costituiscono monopoli naturali, anche i beni comuni, le public utilities, la formazione e l’assistenza (sanitaria e sociale) (v. p. es. Frangakis et al., eds, 2010). Alla riduzione delle pensioni e dei servizi sociali fanno riscontro la forte diminuzione della progressività delle imposte dirette e l’aumento di quelle indirette e delle tasse. Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione. Quel che ciò significhi si vede, per esempio, nei dati seguenti, in cui vengono confrontati due sistemi di assistenza sanitaria, il primo prevalentemente pubblico e universalista, il secondo prevalentemente privato e individualistico. Nel 2014 la spesa sanitaria (pubblica e privata) pro capite è stata di $ 4950 in Francia e $ 9403 negli Stati Uniti d’America (a parità di potere d’acquisto). La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del PIL dei due Paesi. La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli USA (World Health Organization, 2016). Dunque, negli USA, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del PIL, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre.

La disoccupazione, pur essendo un problema sistemico, che riguarda almeno 30 milioni di persone nell’UE, tende a venir affrontata con politiche di ‘attivazione’ e di ‘workfare’ rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro. La contrattazione collettiva va scomparendo. La ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi.

Tutto ciò corrisponde al credo neoliberale, cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi. I risultati sono, oltre alla tendenza depressiva, l’aumento della disuguaglianza, lo smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e l’accentuarsi della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli stati membri dell’Unione. Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui. La sovranità popolare attraverso il parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, viene seriamente compromessa, sia dai governi ‘tecnici’ e di ‘grande coalizione’ sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori. Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono.

Il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione – corrispondente ai propri interessi o almeno al proprio modo di intenderli – della crisi politica ed economica iniziata negli anni Settanta. Essa ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia, e ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate. La nuova economia si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano. Vi è poi la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli sottratti alla gestione pubblica, menzionati qui sopra, ci sono l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali. Investimenti di questo tipo consentono bensì a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività. Come scrive David Harvey (2005, p. 159), il principale risultato del neoliberismo è stato di “trasferire più che creare reddito e ricchezza”: un’“accumulazione mediante espropriazione”.

Critici radicali della trasformazione neoliberista cercano la spiegazione della sua origine e dei suoi fallimenti nella dinamica contraddittoria e nell’inevitabilità della crisi, che caratterizzano l’accumulazione capitalistica. Si può dire in generale che non c’è rimedio – specialmente fra quelli adottati dal neoliberismo – che non produca anche o in seguito effetti contrari. L’indebitamento pubblico e privato serve a sostenere, insieme con la domanda, un certo livello di attività, ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria: essa genera infatti rendita finanziaria ed esigenza di ‘austerità’, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale. Wolfram Elsner (2015) dimostra che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza ecc.). Anche per questo tali politiche risultano controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte.

Secondo Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi, che è insito nel fatto che, come scrive Veblen (1994 [1901], p. 286), con il capitalismo le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Comunque, osservano Lohoff e Trenkle (2012, p. 19), la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito. Prima o poi “deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio”.

Depressione e sovraccumulazione derivano anche dall’aumento dei costi nel medio e lungo periodo, causato dal tentativo di scaricarli sull’ambiente naturale e umano per aumentare, immediatamente, il profitto atteso dagli investimenti e quindi gli investimenti stessi. A ciò si riferisce James O’Connor (1991) con il suo concetto di “seconda contraddizione del capitalismo” – la prima essendo la tendenza alla sovraccumulazione. Egli ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo. In effetti, la tendenza verso un rapporto contro-adattivo del sistema economico con l’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale, e più ancora nell’epoca neoliberale, in conseguenza della cosiddetta de-regolazione e della crisi, sia essa strisciante o conclamata. La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione.

Esiste una via d’uscita?

Colin Crouch (2013) immagina una possibile “socialdemocrazia come la forma più alta del liberalismo”, mediante la quale il capitalismo verrebbe reso “adatto alla società”. Ma, a parte la difficoltà costituita in generale dal fatto che il capitalismo stesso costituisce la struttura e la dinamica della società, la minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch. La lotta di classe di tale minoranza risulta vincente. Elsner, nello studio citato qui sopra, ritiene che lo smantellamento progressivo delle procedure democratiche sia necessario, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini del vitale aumento della massa (se non del saggio) di profitto.

Ci sarebbero in effetti, secondo Wolfgang Streek (2014), riforme alternative rispetto a quelle neoliberiste, le quali generano circoli viziosi che minacciano l’esistenza stessa del capitalismo. Egli è convinto che il capitalismo abbia l’esigenza di istituzioni regolative. Queste, bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, che Polanyi chiama “merci fittizie”, consentirebbero di combattere i “cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato”, cioè “la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale” (ibid., p. 55). E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta “un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo” (ibid., p. 64).

Il problema è che riforme tipicamente keynesiane quali il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito sono, attualmente, non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento. Le passate illusioni di un’economia ‘mista’ o di una ‘terza via’ sono cadute. Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma, mentre mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive.

Il sistema finanziario, per esempio. Che cosa potrebbe dire oggi Federico Caffè, il quale, di fronte a una situazione incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta (v. p. es. Barak 2017), osservava che “l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo (che, anzi, sono spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico)”? (Caffè 2014, p. 108) Traspariva già, in diverse sue considerazioni, specialmente nei suoi ultimi anni, l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico; di paesi dominanti che tendono alla prepotenza; di una politica segnata da servilismo e inefficienza; di una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza.

Occorrerebbero ulteriori ricerche, e un titanico lavoro di organizzazione politica, per capire quali politiche potrebbero, almeno, salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica. Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo “a un punto di svolta globale” – scrivono John Bellamy Foster and Fred Magdoff – riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che “un’organizzazione sociale più razionale” implicherebbe “una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano ‘socialismo’ e massimamente temono e denigrano” (Bellamy Foster e Magdoff 2009, pp. 138-140).

 

 

1459. – NON AVRANNO IL VOTO DEGLI ITALIANI, MA IL LORO DISPREZZO

Paralizzato da anni per un incidente e cieco, Loris Bertocco, dopo aver affrontato molte difficoltà, a 59 anni è arrivato a prendere la decisione più tragica: andare a morire in una clinica svizzera.

Non perché fosse un malato terminale (non lo era affatto), né perché lui desiderasse morire, tutt’altro (“amo la vita”, ha scritto), ma perché è stato lasciato solo: “Se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata” ha spiegato “avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze”.

Ha anche scritto: “il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata… Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone in situazioni di gravità?”.

Il fatto che Bertocco fosse una persona molto impegnata e conosciuta (fra i fondatori dei Verdi, candidato a varie elezioni, animatore di iniziative e programmi culturali) e che ciononostante non sia riuscito ad abbattere quel “muro” di sordità fa capire meglio qual è la situazione dei tantissimi disabili gravi meno noti di lui.

Il suo caso ha colpito. Ora è il momento delle geremiadi. Ieri su “Repubblica” si leggeva questo titolo: “Dopo il caso Bertocco. La vita a ostacoli dei 4 milioni di disabili gravi. Atto d’accusa: ‘Dallo Stato solo un’elemosina’. Per la loro assistenza ricevono appena 500 euro al mese”.

In effetti è così.

DISCRIMINAZIONE

Persone con il 100 per 100 di invalidità, totalmente impossibilitate a prendersi cura di sé, anche fisicamente, con 513 euro al mese dovrebbero vivere, nutrirsi, curarsi, vestirsi, pagarsi una casa, le utenze e soprattutto un’assistenza 24 ore su 24 (se sono ricoverati in strutture prendono molto meno, quasi nulla).

Si parla di 4 milioni di italiani, spesso giovani, che sono abbandonati a tal punto da arrivare – in certi casi come questo – a desiderare solo di mettere fine ai propri giorni.

Voi obietterete: “ma siamo in periodo di crisi e i soldi sono pochi”. Non è vero. Quello Stato italiano che si disinteressa così dei suoi cittadini più sofferenti e li abbandona, è lo stesso Stato, a dominio “progressista” e “umanitario”, che poi accoglie a braccia spalancate migliaia di emigranti che da tutto il mondo vengono portati in Italia (“venghino siòri, qua c’è posto, vitto e alloggio, casa e lavoro per tutti”).

Ebbene lo Stato italiano, governato da queste “illuminate” sinistre, spende ogni giorno per ciascun migrante 35 euro se maggiorenne e 45 se minorenne: il totale mensile è di 1050 euro se maggiorenne e 1350 se minore (c’è dentro pure il cosiddetto “pocket money” per le spese quotidiane del migrante).

Avete capito bene: per l’italiano inchiodato su un letto, paralizzato e impossibilitato a prendersi cura di sé, perfino nelle minime cose, lo Stato spende 513 euro al mese. Per gli stranieri che arrivano qua – solitamente giovani e robusti (in alcuni casi anche propensi al crimine) – lo Stato spende mensilmente più del doppio: 1050 euro.

Soldi nostri. Allora si pone una domanda: chi sono i discriminati? Gli italiani o i migranti?

Il quadro è ancora più assurdo se si considera lo stanziamento totale: al fondo per la “non autosufficienza” il governo nel 2017 ha assegnato 450 milioni (ne aveva promessi 500, ma gli sembravano troppi). Lo stesso governo italiano per i migranti nel 2017 ha stanziato 4,6 miliardi di euro (addirittura un miliardo in più rispetto a quanto si è speso nel 2016).

Ci rendiamo conto delle proporzioni? Per gli italiani “non autosufficienti”, che non ce la fanno nemmeno a nutrirsi” da soli, 450 milioni, mentre per i migranti 4,6 miliardi.

E teniamo presente che i disabili gravi sono 4 milioni di cittadini, molti di più dei migranti. Com’è possibile non indignarsi di fronte a una classe di governo così?

Stanziano per gli stranieri che dall’Africa o dall’Oriente vogliono emigrare – e verso i quali l’Italia non ha alcun obbligo – dieci volte di più di quanto stanziano per gli italiani totalmente disabili?

Dieci volte di più! Sono i soldi della tasse degli italiani. Se questi fondi fossero investiti tutti nell’assistenza dei disabili ognuno di loro potrebbe vivere degnamente a anche fare programmi di riabilitazione.

GUERRA CONTRO GLI ITALIANI

So già che adesso il solito luogocomunista si mostrerà sdegnato perché – così dicendo – stiamo opponendo, a suo parere, poveri contro poveri.

Ma questa è pura demagogia per giustificare l’ingiustizia. Milena Gabanelli ha ragionevolmente fatto notare che la coperta della spesa sociale è quella, se la tiri da una parte (estera) ne scopri un’altra (italiana): “Le anime belle parlano di frontiere aperte, ignorando che la frontiera aperta significa fine del sistema del welfare. E’ questo che vogliamo?”.

Sono lorsignori al potere che stanno facendo la guerra contro gli italiani, specie contro quelli più bisognosi e sofferenti.

Ecco perché gli italiani oggi desiderano solo mandare a casa questa banda di devastatori che sono al potere da anni e che sfasciano il Paese senza mai aver avuto la maggioranza dei voti degli elettori e anzi con un surplus di parlamentari che è stato perfino dichiarato “incostituzionale” dalla Corte.

E’ proprio quel “surplus” di seggi con cui il Pd, partito di minoranza assoluta, di fatto da anni sta spadroneggiando in Italia imponendo pure provvedimenti limitativi della libertà e soprattutto provvedimenti che sappiamo essere contro la maggioranza del Paese.

Come lo Ius soli che adesso cercano di infliggere al Paese a colpi di “fiducia” parlamentare.

GLI “UMANITARI”

Invece di digiunare ridicolmente per lo Ius soli, contro la propria stessa maggioranza, perché un ministro come Del Rio non digiuna per i disabili gravi? Il suo cattocomunismo è sensibile solo per gli stranieri? O sono loro il bacino elettorale che dovrebbe sostituire gli elettori italiani che non li votano più?

E quei parlamentari che fanno appelli e partecipano al comico “digiuno a staffetta” sempre per lo Ius soli? E’ dall’arroganza e dal potere che non digiunano mai, anzi se ne inebriano.

E dov’è il demagogo argentino che tutti i giorni da quasi cinque anni ci tartassa le orecchie pretendendo che gli italiani varino lo Ius soli e si sobbarchino tutti i migranti del mondo, senza però che lui – nello stato vaticano di cui è sovrano assoluto – se ne prenda nemmeno uno?

Il pressing sul governo per lo Ius soli – Bergoglio e i vescovi – lo fanno, ma per la situazione terribile di milioni di disabili gravi no.

Vanno a braccetto con i radicali di Emma Bonino che cavalcano il migrazionismo, con tutti i salotti del potere globale e i magnati alla Soros.

E tutti i soloni del pensiero “illuminato” che pontificano sui giornali pretendendo di dare o negare agli altri patenti di “civiltà” in base ai propri faziosi pregiudizi ideologici?

Qual è la soluzione che questo “progressismo” propone per i disabili gravi? L’eutanasia per coloro che non hanno familiari, parenti o amici che possono spendere tanti soldi in assistenza? Sarebbe il “suicidio assistito” la soluzione, che peraltro viene già prospettata in qualche altro paese “illuminato”, così da risparmiare sulla spesa sanitaria?

Purtroppo non ci sarebbe da stupirsi. Sono buoni a nulla, ma capaci di tutto: stanno già distruggendo l’Italia. E hanno pure il coraggio di sentirsi “i migliori”, la “parte sana” del Paese (per autocertificazione). Credo che sempre più italiani – per difendersi – vogliano dare il benservito a questa classe dirigente per mancanza di prove.

Meriterebbero di essere licenziati, ma troveranno il modo per blindarsi sulla poltrona e restare con il pallino in mano. Tuttavia a una cosa non possono sfuggire: il disprezzo.

.Antonio Socci

1439.- AUTONOMIA, VOGLIAMO IL VENETO COME TRENTO E BOLZANO: LIBERO DI GESTIRE LE PROPRIE RISORSE

 

spagna278242

Cita “Avvenire” che re Felipe nel suo discorso non ha mai accennato alle violenze della polizia nelle ore concitate del referendum.

Ed ora, il pensiero di Elena Donazzan.

18670989_653941038130103_3492196542198674543_n

“In Catalunya non avremmo mai voluto vedere i volti di anziani insanguinati, né la Polizia costretta a intervenire con la forza sulla propria gente. Credo che la responsabilità maggiore vada ricondotta a chi ha portato avanti una azione separatista, illudendosi che sarebbe stata priva di reazione. I centri sociali col pugno chiuso si sono presentati come al solito a fomentare, a provocare, ma la responsabilità sta in capo al Presidente della Catalunya che poteva ben immaginare cosa sarebbe accaduto violando la legge. Una secessione non è mai pacifica. Fa male al cuore, ma la democrazia ha delle regole e i servitori dello Stato devono farle rispettare loro malgrado, in Spagna, come in qualsiasi altro Paese, altrimenti sarebbe caos e anarchia.

Ripeto: la secessione è sempre un momento traumatico ed è impensabile che possa avvenire attraverso un referendum. E bisogna essere realisti, senza gettare fumo negli occhi alle persone: in democrazia la secessione è un processo inattuabile.

Noi siamo convinti che l’autonomia e il federalismo a geometria variabile siano la miglior soluzione, perché crediamo fermamente nell’Unità nazionale e nel rispetto delle regole. Il 22 ottobre voteremo ‘Sì’ al referendum per l’autonomia perché vogliamo che il Veneto possa diventare come le Province di Trento e Bolzano: libero di gestire al meglio le proprie risorse per una maggiore crescita e un maggior sviluppo del territorio.”

.