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1217.- Giampalo Pansa: il partito renzista sarà unico e autoritario

 

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di Giampaolo Pansa

È un ingenuo Gianni Cuperlo, uno dei big del Partito democratico. Anche se ha passato la cinquantina, conserva la faccia del ragazzo bello e bravo che farebbe la gioia di tante madri con figlie a carico. Cuperlo è stato una giovane promessa del Pci, poi del Pds, sino ad arrivare al Pd odierno. Nel caos dei democratici, resta una delle voci ascoltate. E nella direzione del 20 ottobre, si è domandato con allarme se Matteo Renzi, partendo dalla convention della Leopolda, non stia meditando di costituire un partito parallelo a quello che oggi guida come segretario e, al tempo stesso, come premier.*

Cuperlo si sbaglia. Renzi non intende affatto dar vita a un bis del Pd. Più semplicemente, e brutalmente, vuole a prendersi tutto il partito attuale. Per trasformarlo dapprima in un partito personale e poi in un partito unico e autoritario. Con un solo uomo al comando: se stesso. E senza veri concorrenti.

Come lo chiamerà non lo sappiamo. I media hanno parlato di Partito della Nazione. Ma l’unica certezza e che sarà una costruzione diversa da tutte le altre che conosciamo, senza opposizioni, in grado di inchiodare la politica italiana a un regime personale. Dove conterà soltanto il verbo del leader.
I politici come Cuperlo dovrebbero dedicare le proprie energie intellettuali a domandarsi se Renzi abbia il carattere adatto, la tenacia giusta e la forza sufficiente per realizzare questo progetto. II Bestiario teme di si. E adesso cercherà di aiutare i Cuperlo d’Italia a scrutarlo molto da vicino. Per capire quante probabilità abbia di diventare Leader Solitario del nostro sfortunato paese.

Prima di tutto, Matteo è un soggetto impossibile da classificare. E’ di sinistra, di destra, di centro? Domande inutili. Renzi è Renzi, un Fregoli della politica, capace di tutti i travestimenti e di qualsiasi parte in commedia. Sempre più spesso, ho il sospetto che, da cattolico, sia convinto di essere un unto del Signore, destinato dal Padreterno a essere il padrone dell’Italia e guidarla verso traguardi luminosi. Per limitarmi ad altre figure della storia europea, la stessa convinzione animava Benito Mussolini, Adolf Hitler e persino Giuseppe Stalin. Anche se quest’ultimo, un marxista integrate, non credeva in Domineddio.

E’ possibile che Renzi sia convinto di aver ricevuto mandato da un’entità superiore. Ed è proprio questo che lo spinge a essere super sicuro di se spesso. Protervo. Sfrontato. Ironico. Sfottente. Persino bullo. Osservatelo alla tivù quando sta in un consesso internazionale. In maniche di camicia e la faccia da ragazzo che la sa lunga, sembra il nipote degli altri leader europei. Persino la cancelliera Angela Merkel mette da parte la sua mutria da walkiria per diventare una zia cautelosa di questo enigmatico bamboccione italico.

Perché Renzi potrebbe riuscire nell’intento di diventare il solo dominus della politica italiana? Prima di tutto perché ha il carattere del leader di animo cattivo, per non dire da carogna. Chi è obbligato a trattare con lui racconta che è vendicativo al massimo, pronto a rappresaglie anche personali. Non ha pietà per nessuno. Pensate alla fine che ha fatto a Matteo Richetti, renzista della prima ora, liquidato in un amen come competitor alla carica di presidente dell’Emilia Romagna: «Vai a fare altro». O al licenziamento di Carlo Cottarelli, il tecnico incaricato da Enrico Letta di indicare i tagli della spesa pubblica.

Politico del Duemila, Renzi sa approfittare come pochi dell’unico media vincente in quest’epoca dove il fumo conta più dell’arrosto: la televisione. Secondo Il Fatto quotidiano, nel solo mese di ottobre è stato in tivù per ben 77 ore. Ha invaso anche i programmi del suo ex avversario naturale, lo spompato Silvio Berlusconi. II suo cicì e ciciò con Barbara D’Urso su Canale 5 resterà nella storia come il primo caso di un cuculo che s’insinua nel nido di un altro pennuto. E lo devasta, con l’aria di fargli un favore.

Renzi sta già nel pieno della propria guerra lampo, il Blitzkrieg di hitleriana memoria. La velocità nell’azione è l’arma decisiva per la conquista totalitaria del potere. Qualcuno deve avergli spiegato che Benito Mussolini sconfisse le sinistre e s’impadroni dell’Italia nel giro di soli due anni, il 1921 e il 1922. Dallo squadrismo al regime passarono appena ventiquattro mesi. Poi ebbe inizio una dittatura destinata a durare un ventennio

Chi lo affianca in questa corsa non ha dubbi né sulla tattica né sulla strategia del premier. E lavora con entusiasmo alla costruzione di un sisterna a cerchi concentrici. II punto focale è Renzi. Poi viene il primo cerchio magico, tutto di fedelissimi arrivati da Firenze. Il secondo cerchio, più largo, messo insieme alla belle meglio, zeppo di mediocri, e altrettanto pronto a seguirlo. II terzo è ancora in costruzione e lo vedremo affollato da un battaglione di signori che hanno favori da chiedere al premier e sono disposte a dare qualsiasi cosa in cambio.

Il Blitzkrieg renziano, se mai vincerà, trasformerà in peggio il sistema istituzionale italiano. Tutte le democrazie si reggono su un sistema di pesi e contrappesi indispensabili, che trovano nel Parlamento il luogo delle decisioni. Winston Churchill era solito dire: «La democrazia è un pessimo sistema di governo, ma finora non è stato inventato niente di meglio». Renzi, ormai è chiaro, disprezza il Parlamento. Preferisce parlare alla gente, ossia al popolo. Senza distinzioni di ceto, fede politica, condizione sociale.

In realtà è il primo leader populista che appaia sulla scena italiana. Al confronto, Beppe Grillo è un mister nessuno. Per trovare qualcosa di simile al Matteo di oggi bisogna risalire al primissimo dopoguerra, al Guglielmo Giannini nel momento di massima espansione del suo Uomo Qualunque. Una fiammata che si spense molto presto.

Dal momento che Giannini non aveva nessun potere, mentre Renzi ne ha persino troppi. Non credo che Partito Renzista, unico e autoritario, tramonterà presto. Siamo appena alle primissime sequenze di un film che durerà a lungo. Matteo può essere mandato al tappeto soltanto da qualche incidente pesante in Parlamento o nelle piazze. O dall’improvviso aggravarsi di una crisi economica e sociale che nessuno sarebbe in grado di contenere.

Ma se l’Italia proseguirà ad affondare lentamente in un declino senza scosse, Renzi continuerà a vincere. Per l’assenza o l’estrema fragilità degli oppositori. Il centrodestra in coma e un patetico Berlusconi sogna rimonte impossibili. Beppe Grillo rischia il tramonto. II Pd ostile a Matteo verrà risucchiato dalla Cgil che ha un nuovo leader in agguato: Maurizio Landini.

Nel caso di elezioni anticipate, il renzismo autoritario prenderà gran parte dei voti di quel cinquanta per cento di italiani impauriti dalla crisi e ancora disposti ad andare ai seggi. Affidarsi a un uomo solo è una pessima abitudine italiana. Dunque la domanda è una sola: Renzi avrà un’opposizione degna di questo nome? Bisogna sperare di sì. Contrastare un sistema che rischia di diventare oppressivo è una necessità democratica.

Quanti se ne rendono conto nel ceto politico, imprenditoriale, burocratico e nei media? Non ho risposte. Se è vero che il futuro è solo I’inizio, come strilla lo slogan della Leopolda, dobbiamo toccare ferro. E sperare in un soprassalto di orgoglio in quel che resta dell’Italia repubblicana.

1193.- Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

Francesi e Tedeschi sostengono l’Unione europea del profitto per il profitto, dove comanda sempre il più forte. Polonia e Ungheria non ci stanno e i Greci hanno risposto con la violenza all’austerità dell’Ue. Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, non solo l’Europa, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza. Propongo la lettura di un precursore e valente scienziato, studioso di questa umanità distorta dall’economia.

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«Raccolti nel volume Per un nuovo Occidente (Il Saggiatore) gli scritti dell’autore del noto saggio “La grande trasformazione”.
Una raccolta inedita che spazia su molti temi del suo tempo.
Per definire un’alternativa sociale e istituzionale sia al mercato che alla pianificazione centralizzata dello Stato che ha influenzato più generazioni di antropologi, economisti e sociologi».
Il ManifestoDurante l’ultimo World Economic Forum di Davos si è scritto che un fantasma stesse perseguitando i potenti della terra, riuniti nella cittadina svizzera: lo spettro di Karl Polanyi, lo scienziato sociale che, con La grande trasformazione, raccontò l’impatto della società di mercato e dell’industrializzazione sulla civiltà occidentale, e colse meglio di chiunque altro gli effetti politici, culturali e antropologici della crisi degli anni trenta.
Oggi, mentre imperversa una nuova Grande recessione, idee che parevano ormai relegate alle librerie polverose dei dipartimenti universitari sono riemerse in tutta la loro attualità. Prima fra tutte, la questione, fondamentale, del ruolo dell’economia nella società.
Al centro dei saggi raccolti in queste pagine, scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale, c’è il tentativo di indicare la strada per tornare a un’economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in aperta polemica con l’ideologia del laissez-faire.
Storico, giurista, antropologo ed economista, decenni fa Polanyi parlava già dei problemi del nostro presente: e distorsioni della democrazia generate dal liberismo sregolato, le conseguenze del capitalismo sull’ambiente, la tendenza alla mercificazione di ogni cosa, il ruolo del potere pubblico nell’affermazione e nella tenuta del sistema economico.
La riflessione dello studioso ebreo ungherese sulle filosofie e i modelli istituzionali anglosassoni, continentali, fascisti e sovietici, e sulle loro intersezioni con il sistema economico, sfocia in una proposta alternativa al mercato autoregolato: non un sistema centralizzato, ma un’economia cooperativa, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Una forma di socialismo che elevi a suo valore fondante la libertà della persona, libertà irriducibile alla sola sfera economica e realizzabile soltanto nei legami sociali tra gli individui.
Dopotutto, è questo il più formidabile patrimonio culturale dell’Occidente. E sebbene le scelte politiche e l’economicismo abbiano dilapidato tale patrimonio, è solo riscoprendolo che potremo aprirci a un incontro fecondo con le altre civiltà.

Karl Polanyi (1886-1964), nato a Vienna, si laureò in diritto e filosofia a Budapest. Oppositore del nazismo, dal 1933 si trasferì dall’Austria all’Inghilterra, e infine negli Stati Uniti, dove insegnò per anni alla Columbia University di New York. Singolare figura di pensatore interdisciplinare, è considerato uno dei più importanti storici dell’economia. Tra le sue opere principali: La grande trasformazione (1944); Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968).

1185.- Il blocco navale e un popolo di coglioni

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(Gianni Candotto) – G7 in SICILIA. il governo ha approntato il blocco navale per evitare che durante quei giorni sbarchino immigrati in Sicilia.
Belle anche le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli “tra i migranti potrebbero esserci terroristi e pertanto è pericoloso per la sicurezza del G7”.
Bene, dopo 4 anni di sbarchi, il governo, con tutta la semplicità del mondo, ci fa sapere:
1) che basta un decreto di blocco navale per evitare gli sbarchi in Sicilia;
2) che tra gli immigrati ci sono potenziali terroristi e gli immigrati sono un rischio per la sicurezza.
Coseguentemente,
3) che fino ad oggi ci hanno solo preso per il culo.

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Solo pochi giorni fa.. La preoccupazione doveva essere stata tanto forte, rasentando il panico, quanto è sporca l’operazione, se George Soros, da mezzo secolo grande stragista sociale, si è precipitato da colui che falsamente presume nostro presidente del consiglio (ma avrà incontrato anche quello effettivo..e il loro patrono,ndr). In ballo era l’urgenza di applicare una sutura veloce e conclusiva allo squarcio aperto nel corpo del reato dal benemerito procuratore di Catania, Zuccaro, dai suoi emuli a Trapani e dall’altrettanto benemerito M5S, con il sostegno strumentale, non qualificante, ma utile, di qualche elemento politico e mediatico spurio. Uno squarcio che rischia di mandare in vacca l’intero gigantesco impegno profuso dal principe delle guerre per regime change nella destabilizzazione dell’Europa mediterranea e nella distruzione dei paesi da cui originano le migrazioni di massa.
Naturalmente è grazie a correttezza e trasparenza democratica che il conte Gentiloni, facente funzione apparente di premier, ha tenuto rigorosamente nascosto questo incontro, occorso senza preavviso e dettato dall’emergenza “taxi del Mediterraneo”. Avrebbe dovuto spiegare a parlamento e popolo in quale veste un capo di governo incontra un cittadino, sì, qualunque, ma anche l’assassino, negli anni ’90, della nostra valuta (da sostituire con il tumore dell’Euro), con relativa svalutazione del 30%, la perdita di 40 miliardi di dollari e la conseguente svendita a prezzo di saldi dell’apparato produttivo della settima nazione industriale del mondo. Un soggetto, dunque, da chiamare subito i carabinieri e far rinchiudere in attesa di sentenza di fine pena mai.
Il premier zuzzurellone non ha riferito una cippa né al parlamento, né ai media, né alla moglie. La notizia la dobbiamo alla foto e al lancio di un’occhiuta agenzia. Cosa il comparione e il compariuccio si siano detti non risulterà né nelle cronache, né negli annali, ma noi lo sappiamo perfettamente. “Allontana da me questo calice”, ha esclamato, tra l’impositivo e il supplicante, la testa della piovra, “salva i miei tentacoli a mare, blocca l’inchiesta”. Più o meno così. E Gentiloni: “Stai tranquillo, abbiamo già mosso le nostre pedine, a partire dai solidali istituzionali Boldrini, e Grasso, dagli amici magistrati, comandanti, capitani, a passare dal correo etilico Juncker e dalla cosca di Bruxelles, e a finire con la bassa forza umanitarista politico-mediatica. Quella dei Formigli, Saviano, Fratoianni, Zoro (“Gazebo”), Manconi (che, sul “manifesto” complice vomita oscenità su Zuccaro), Bonino, tutta la lobby talmudista, correligionaria di Soros, con Furio Colombo in testa” (avreste dovuto vedere quest’ultimo, paonazzo, occhi di fuori, bava alla bocca, al limite dell’’ischemia, che sbraitava nella “Gabbia” di Paragone contro chi lì, secondo lui, attaccando le ONG marinare si faceva promotore di interminabili ecatombi marine.
Grecizzare l’Italia e tutto il Sud
E’ forsennata e disperata la virulenza di questa storica armata dello speculatore ungherese, attivata in difesa della decina di Ong che, a vele, radar, droni, transponder ed equipaggi spiegati, su navi da 11mila euro di costo al giorno, battenti spesso bandiere di comodo, o, addirittura, di paradisi fiscali (il che dice molto), quali finanziate direttamente da Soros (e basterebbe questo), quali munificate da altre fonti, ma tutte in sintonia con il progetto mondialista sorosiano che implica il disfacimento di nazioni, tranne delle due o tre che fungono da arma sul campo dei banchieri globalizzanti. E’ l’inviperita reazione del rettile cui si sia pestata la coda. E’ che non si tratta solo di pizza e fichi, del business con soci trafficanti sulla quarta sponda e soci accoglienti a casa nostra. Qui è in ballo un progetto di portata epocale: la reductio ad unum del potere e del governo su quanto verrà lasciato campare, in schiavitù più o meno riconosciuta, sul globo terracqueo.
Svuotare i granai, riempire gli arsenali e le Ong
Svuotare i granai e riempire gli arsenali (parafrasando a rovescio il buon Pertini) è il meccanismo al quale gli ammiragli e i mozzi di Soros sono addetti nella sua fase intermedia. Quella della presa in consegna di bibliche popolazioni in fuga da terre rubate, spogliate e devastate dai similsoros delle potenze occidentali, del loro trasbordo nelle terre a perdere dell’Europa e dalla loro consegna a caporali e sfruttatori sotto comando di altri similsoros..In paesi sottomessi e con le pezze al culo, come il nostro, consegnato dai similsoros in alto alle cure terminali di cerusici, saltimbanchi e fattucchiere, non deve muoversi foglia che Soros non voglia. Il conticino Gentiloni ha battuto i tacchi, il ghigno dello stragista globale lo vedete nella foto.
Ora si tratta di vedere se il procuratore Zuccaro di Catania terrà duro, se non gli troveranno addosso calzini celesti, se non se ne occuperà chi di magistrati impertinenti in Sicilia solitamente si occupa, se l’intelligenza politica dei 5 Stelle saprà prevalere sui tentacoli dell’orco talmudista ungherese. Un’intelligenza implicitamente riconosciutagli dal New York Times, propagandista di tutte le malefatte di Soros, come del Pentagono e di Big Pharma,, quando li ha anatemizzati per aver espresso sui vaccini i dubbi che avvelenatori globali come i farmaceutici meritano ogni volta che battono le palpebre.
In tale evenienza gli ipocriti che lacrimano sulle guerre, le miserie, le disperazioni e gli annegamenti, che i loro mandanti provocano organizzando povertà, desertificazione, spopolamenti, trafficanti, scafisti di carrette a galla per 2 miglia, pirati umanitari, caporali, Buzzi e Carminati, si troveranno a corto di lacrime. Meno Ong, meno morti in terra e in mare. E non veniteci a parlare di “Medici senza Frontiere”, o di “Save the Children”. Che andrebbero salvati perché buoni. Come dire, buttarne qualcuna per salvare le più grosse. Chi non si ricorda di questi animatori e utilizzatori finali di tagliagole ai tempi di Libia e Siria? Quelli che “bisogna liberarsi di Gheddafi perché rimpinza di Viagra i suoi soldati per farli stuprare meglio donne e bambini”. Quelli che, fianco a fianco con i noti “Elmetti Bianchi”, “Assad ci bombarda gli ospedali e ammazza bambini”. E poi quegli ospedali non c’erano, o erano intatti.
A sconfiggere l’arma di migrazione di massa si fa il bene dell’umanità in tutti gli emisferi.
Nordcorea, arma di distrazione di massa
A tentare previsioni strategiche si rischia di rovinarsi la reputazione. Ma voglio rischiare. Credo che tutta la sarabanda trumpiana sulla Corea del Nord non preluda per niente, né oggi, né domani, a un attacco, magari nucleare, a quel paese. Serve a due cose. Primo, a giustificare l’installazione in Corea del Sud del THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), detto “scudo missilistico anti-nordcoreano”, ma in effetti sistema da primo colpo nucleare contro la Cina. E, secondo, da diversivo rispetto all’invasione della Siria che il concentramento di truppe giordane e americane sembra minacciare e di cui nessuno parla.
L’iniziativa, che vedrebbe aumentare l’attuale numero di effettivi militari Usa in Siria dai mille che operano in congiunzione con il mercenariato curdo nel nordest e si apprestano a far sloggiare l’Isis da Raqqa, a ben più di 2.500, sembrerebbe una risposta al piano elaborato ad Astana, Kazakistan, da russi, turchi e iraniani, con il netto dissenso dei ribelli moderati invitati alla riunione.
Dall’ennesimo incontro kazako dei tre paesi impegnati a trovare una qualche sistemazione al conflitto, è uscito un memorandum. Prevede la creazione di quattro enclavi in Siria che i russi e iraniani chiamano “aree di riduzione del conflitto (“de-escalation zones”), ma che per i turchi mantengono la vecchia denominazione di “aree di sicurezza” (“safe zones”). Quelle vagheggiatre da Erdogan fin dall’inizio dell’aggressione. La collocazione e delimitazione di queste zone non è molto chiara: provincia di Idlib, parti delle provincie di Latakia, Homs e Aleppo, Est Ghouta, a oriente di Damasco, e provincie meridionali di Daraa e Quneitra.
Quattro “aree di sicurezza”, quattro pezzi di una Siria da frantumare
Cosa ne viene al popolo siriano che, per bocca del suo presidente, rivendica fin dal primo giorno la liberazione di ogni pollice del territorio nazionale occupato dai nemici? Ne verrebbe questa situazione: Una larga area a nordest occupata, con il concorso e sotto la guida Usa, dai curdi dell’YPG, comprendente vasti territori arabi su cui i curdi hanno operato pulizia etnica. L’area di nord ovest, attorno a Idlib, occupata dai turchi insieme ai presunti surrogati “moderati” dell’Esercito Libero Siriano. Sacche frammentate sotto controllo Isis e Al Qaida (Al Nusra., ecc.) nell’ovest sotto il Golan e nel Sud attorno a Daraa, che però dalle forze lealiste stanno venendo riprese giorno dopo giorno, a dispetto della fattiva protezione israeliana.
I russi avevano già avanzato, tempo fa, una proposta di nuovo costituzione siriana. Federale. Ovviamente subito respinta da Damasco, perché vista come preludio alla spartizione che il sionimperialismo progetta da decenni. Ora Mosca ci riprova, stavolta, ahinoi, con l’apparente – e, forse, forzato – consenso del governo di Assad. Le quattro aree di “riduzione del conflitto” in parte si sovrappongono a quelle sottratte con la forza militare jihadista, turca, americano-curda. Dovrebbero materializzarsi ai primi di giugno e ne sarebbero “garanti” i tre paesi che le hanno inventate ad Astana, con però l’invito ad altri di associarsi. I garanti si impegnerebbero a far terminare ogni attività bellica. Con quanta adesione delle varie e, in parte incontrollabili, bande jihadiste è da vedere.
Da vedere resta anche se la progettata invasione di truppe Usa e giordane dal Sud del paese si inserisce nel quadro tracciato da russi, turchi e iraniani ad Astana, o se si tratta di mossa finalizzata a impedire che russi e iraniani possano mantenere voce in capitolo sul futuro della Siria.In ogni caso si tratta di sviluppi tutti non solo sospetti, ma fortemente negativi per chi contava sulla difesa ad oltranza dell’integrità e sovranità della Siria. Puzza maledettamente di prodromo alla spartizione del paese in varie parti e sotto diversi controlli: qualcosa ai curdi, qualcosa ai turchi, una fetta alla Giordania, protettorati israelo-americani, una ridotta lasciata agli sciti e ad Assad. Una situazione ingovernabile, foriera di interminabili contese. L’ideale per Israele, Golfo e Occidente. In ogni caso è garantito il lungamente vagheggiato oleodotto Qatar-Mediterraneo che Damasco aveva rifiutato preferendogli quello dall’Iran.
Peggio non poteva andare a un popolo che si è battuto con determinazione ed eroismo senza uguali, e soffrendo l’indicibile, per la causa più giusta del mondo. In un vertice a due Putin-Erdogan a Soci, il presidente russo ha dichiarato che le relazioni tra Turchia e Russia sono tornate ottimali. Forse ha anche pensato che il Turkstream, il gasdotto Russia-Turchia, val bene una messa islamico-ortodossa. Preghiamo gli dei di essere smentiti.
di Fulvio Grimaldi

1183.- Panem et circenses, ieri ed oggi

“Panem et circenses”è una famosa locuzione di Giovenale.“Uno vale uno” dice la locuzione di un tragico pifferaio, caro alle masse ignoranti. Anche se non approvo la lettura restrittiva che l’esimio prof. Massimo Rossi dà del principio di Solidarietà contenuto nell’art. 38 della Costituzione e che commenteremo con lui, Vi propongo questo bellissimo saggio tratto dal suo blog.

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Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

Sono nato nel 1954 a Orbetello (Grosseto) e da molti anni vivo a Montepulciano (Siena), dove sono professore ordinario di Lettere Latine e Greche presso il Liceo-Ginnasio "A.Poliziano"

 

 

Tratto dal blog del Prof. MASSIMO ROSSI, Docente di Italiano, Latino e Greco nel Liceo Classico: .. Questo blog nasce dall’esigenza di rendere noto il mio pensiero, sia per la didattica che per gli altri aspetti della vita individuale e sociale

1182.- LA DEMOCRAZIA E’ USCITA DI STRADA

L’Unione europea di 27 stati non può essere democratica e andrà in rovina per l’avidità di potere, come la democrazia è andata in rovina a causa dell’eccessiva libertà. L’Unione è serva dei mercanti del denaro, ma il denaro è uno strumento. I popoli europei, drogati da decenni di malintesa libertà, sono frammentati al loro interno, incapaci di difendere i loro principi, i loro diritti. Seguo il filosofo austriaco Karl Popper e seguo la sua interpretazione di Platone come pensatore totalitario, che avversò in maniera radicale la società aperta e la democrazia: “L’avversione platonica nei confronti della democrazia è di natura profonda e investe importanti aspetti del suo pensiero filosofico, sia sul versante antropologico sia su quello etico e morale. Per Platone la democrazia assume in maniera del tutto ingiustificata l’uguaglianza degli uomini e rinuncia programmaticamente al principio di competenza. Inoltre essa è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide.” Temo sia così e ho argomentato a me stesso, poi, a Voi queste riflessioni.

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La forza del capitale finanziario monta in un’epoca che la dà per vincente. Marcia spedita fra le contraddizioni e le lacune delle democrazie, trovando sempre più proseliti fra i loro difensori, fra quelli astiosi, incapaci di desiderare una società coesa, democratica nella realtà e non solo a parole; fra quelli immaturi politicamente e ineducati, incapaci di provare amore e rispetto per la cosa comune. Marcia spedita fra la degenerazione del principio di eguaglianza dei cittadini e la rinuncia programmatica al principio di competenza; fra i pedaggi imposti dal suffragio universale e dalla rinuncia al vincolo di mandato a entrambi i livelli, politico e amministrativo.

La leadership del capitale finanziario sta producendo l’aumento della povertà e il contestuale aumento dei redditi elevati: sopra i 30.000 dollari, per capirci. È stato notato che “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. È vero, ma non si tratta di un avvicendamento naturale, ciclico, che, com’è naturale che sia, avrebbe anche i suoi pregi, se fosse frutto di virtù e se fosse portatore di un progetto di sviluppo semplicemente diverso. Fosse il frutto di un’alternanza democratica, dovrebbe, per converso, favorire – ma non ha favorito – la nascita di una controproposta della parte cedente e generare una controspinta positiva. Sarebbe così in natura, dove a ogni azione corrisponde un’altra contraria. Così, invece, non sembra. Il tempo scorre invano e assistiamo alla resa delle democrazie, degli Stati sovrani eretti a loro difesa sistemica, con gli ordinamenti giuridici che dettavano le regole all’economia, con le frontiere che li garantivano, con i welfare che accompagnavano i cittadini, ma, soprattutto con le Costituzioni post-moderne, con le quali la società occidentale ha raggiunto il suo apice nello sviluppo politico-sociale. Apice e non traguardo! Perché il traguardo vogliamo ancora immaginarlo in una società ideale, utopica forse, i cui principi prevalgono sui vizi, sulle carenze degli uomini. Sembra di assistere alla crescita di un castello di carte, perfettamente eseguito, che, ciò malgrado, inizia a cedere dalla base.

La resa delle democrazie ha una ragione profonda nella contraddizione fra i principi fondamentali primigeni e i modelli politici ed economici con cui sono state attuate. In realtà, dovremmo più dire “con cui non sono state attuate”. La resa è avvenuta quando le ragioni dell’economia hanno prevalso su quelle del diritto; quando la capacità finanziaria di una multinazionale ha superato quella degli Stati sovrani. E’ quello lo spartiacque che segnò la rottura degli equilibri e la sudditanza dei cittadini ai soggetti giuridici.

E’ un matrimonio impossibile quello fra politica, diritto ed economia? Torniamo alle Costituzioni e alle forme di Stato con cui si è tentato di rendere puro questo matrimonio: dalle costituzioni moderne, dagli Imperi Centrali, alla costituzione di Weimar, alle non-costituzioni del fascismo e del nazionalsocialismo, fino a queste post-moderne e fino a questa anomalia giuridica, chiamata Unione europea, costruita sull’inganno. Si pensò di equilibrare la vita politica eliminando il pluralismo e ponendo al centro lo Stato e si ebbero le dittature. Ponemmo, poi, al centro della Costituzione la persona umana, il Lavoro, la Libertà, ma non vigilammo. La politica fu libera. I partiti degli eletti furono liberi, nel tu per tu con la finanza. I partiti hanno fatto propria la partecipazione popolare, dirazzando, mano, mano, dalla loro funzione strumentale, hanno posto in subordine anche gli eletti. Le istituzioni devono rappresentare e attuare la “reale volontà del popolo sovrano”. La sovranità appartiene e non emana verso gli eletti dal popolo che è e resta il sovrano. La Libertà implica partecipazione; vuole il pluralismo e la massima coesione e non significa arbitrio del più forte. Dalle elezioni non devono scaturire vincitori né vinti. Magnifica l’equazione “Lavoro = Dignità = Libertà” della nostra Costituzione. Bisogna chiarire a tutti che l’equazione su cui regge l’Unione europea: “Profitto = arbitrio del più forte” cancella la democrazia, azzerandone la trama dei Principi e offrendo dei succedanei usa e getta. Siamo già al trionfo della demagogia. “Panem et circenses” diceva una famosa locuzione di Giovenale; “Uno vale uno” dice la locuzione di un tragico pifferaio, caro alle masse ignoranti.

Il capitale finanziario riuscì sempre a indirizzare la politica degli Stati europei e non solo, per creare le premesse del suo successo; ma il suo non sarà il successo di una parte nel gioco dell’alternanza, perché l’uomo non è solo materia e perché la finanza è strumentale e non può e non deve reggere la politica. Perché, dunque, siede sullo scranno? E’ qui che si diagnostica il male di questa epoca; che si comprende come e perché “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. La nave prende il mare e le tempeste e il timoniere la guida a vincere i marosi. L’equipaggio le pone i ripari; ma se il timoniere poggia ai suoi interessi e se l’equipaggio pensa a imitarlo e a salvarsi con lui, ebbene, la forza del mare non perdona. A controbattere ogni forza, necessita un’altra forza almeno eguale e contraria. Gli uomini che abbiamo intitolato hanno ceduto al capitale finanziario e alle sue sirene. E noi? Siamo, siete capaci di risollevarvi e di rigenerare la democrazia? Possiamo ancora.

I costituenti non hanno fissato, non hanno voluto fissare i principi cui devono conformarsi gli strumenti di partecipazione alla vita politica. Non vollero e cancellarono l’art. 50,2 “Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”. Era troppo garantire la democraticità della politica? Da studioso della Costituzione, cerco in “Lei” le cause di questo destino tragico e ribadisco: Come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli 39 e 49, che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i sindacati e, sopratutto, attraverso i partiti. L’art. 49, con cui iniziammo questo percorso di studio, dice: “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti dei costituenti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie…sono ciò che la massa realmente vuole: responsabilità zero e vociare tanto. Per risorgere, democraticamente, dobbiamo ritrovare quell’articolo 50, 2 comma e riformare quegli articoli, 39 e 49, introducendovi i necessari principi ché si possano guidare le formazioni intermedie della nostra vita sociale, come la trama dei Principi della Prima Parte della Costituzione guida la nostra vita.

Mario Donnini

1180.- MACRON E DINTORNI. SOPRATTUTTO DINTORNI.

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Maurizio

Maurizio Blondet ha pubblicato questa analisi, di Roberto PECCHIOLI che Vi ripropongo. Vi anticipo questo paragrafo che interpreta bene le ragioni profonde della mia sofferenza giornaliera, che vede cristallizzate le anime progressiste e democratiche, come in una foresta pietrificata di un tempo che fu, e inseguo, così, l’ultima speranza, come si segue un feretro:

“La società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali. Il dissenso, diffuso quanto impotente, è diviso, rissoso, guarda al dito e non alla luna e non pare capace di costruire fronti, stringere alleanze in grado di ribaltare i rapporti di forza. Non si riescono a scardinare le categorie e le fratture del secolo scorso, diventate gabbie le cui chiavi sono in mano ai costruttori del consenso, ergo ai padroni perpetui, globali.”

Da studioso della Costituzione, cerco in Lei le cause di questo destino tragico e ribadisco: Come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli 39 e 49, che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i sindacati e i partiti “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti dei costituenti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie…sono ciò che la massa realmente vuole: responsabilità zero e vociare tanto. Per risorgere, democraticamente, dobbiamo riformare quegli articoli, introducendovi i necessari principi ché si possano guidare le formazioni intermedie della nostra vita sociale, come la trama dei Principi della Prima Parte della Costituzione guida la nostra vita. Ho detto democraticamente. Enrico, nel commento, che riporto in calce, fa apparire già grandi verità. Non basterà più l’uomo forte perché quell’uomo dovremmo essere noi. Ingenui, se pensavamo che gli Stati uniti avessero portato 10 Armate in Europa per liberarci. Le virtuose economie sono state incanalate in una Unione asfittica. Hanno sfruttato la conflittualità degli europei non per unirli, ma per dominarli. Hanno sfruttato la divisività, massimamente, degli italiani. Si è soddisfatto l’astio sociale, distruggendo il ceto medio, che lascerà pochi eredi e stranieri in Patria. Nulla di peggio che cedere a una causa sbagliata. Si potranno, infatti, dominare le masse, ma non l’uomo; perciò, il futuro appare tragico. Il Regno d’Italia nacque da un Piemonte che dissanguò, anzitutto, il Regno delle Due Sicilie, realtà industriale all’avanguardia in Europa. Il Meridione ancora paga per questa sottomissione ottenuta manu militari: A Gaeta, ultima ridotta di Re Ferdinando, la regina in persona caricava un cannone accanto ai serventi morti. Oggi, per volontà massonica e per lurido interesse, è la Repubblica Italiana ad essere dissanguata, per essere assorbita, dall’Unione europea. E Noi, non Voi, ma Noi, paghiamo il prezzo e consegnamo ai posteri lacrime amare. Lassù ci interrogano, muti.

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E’ troppo presto per elaborare il lutto. La botta è forte, il misero 35 per cento di Marine Le Pen pesa come un macigno e giustifica lo scomposto entusiasmo delle oligarchie e dell’esercito mediatico ed intellettuale schierato con Macron, il nuovo beniamino del progressismo universale, il funzionario della famiglia Rothschild divenuto presidente della Francia. Cerchiamo di mantenere un briciolo di lucidità e, archiviato con sofferenza l’oggi, pensiamo immediatamente al futuro.

Partiamo da lontano: dopo la Brexit e la vittoria di Trump, le oligarchie mondialiste hanno avuto paura ed hanno innescato una reazione durissima ed a largo raggio. La loro azione si può paragonare, giusto per rimanere ancorati alla storia francese intrecciata con quella dell’Europa tutta, ai famosi cento giorni che intercorsero, nel 1815, tra la fuga di napoleone dall’Elba e la vittoria angloprussiana di Waterloo. Già dal 1814, imprigionato Napoleone, si svolgeva il Congresso di Vienna volto alla restaurazione degli equilibri intraeuropei distrutti dalla Rivoluzione prima, poi dall’onda napoleonica che diffuse nell’intero continente le idee nuove.

L’entusiasmo dirompente, da scampato pericolo delle élite che hanno imbrogliato il popolo una volta di più, somiglia davvero al Congresso di Vienna. La restaurazione, o meglio una nuova stretta sulla presa feroce dei poteri finanziari e tecnocratici mondialisti è in atto. Macron ne sarà il perfetto esecutore. Epperò, la restaurazione non durò poi molto, e l’esplosione del 1848, anticipata in Francia dal 1830 di Filippo Egalité e dai cento nazionalismi crescenti in ogni angolo d’Europa travolsero la costruzione di Metternich e della solita Inghilterra, sempre abilissima nel “divide e t impera”.

Nessuna vittoria è definitiva, se si lavora come termiti per togliere la terra sotto i piedi al nemico. Nemico, non avversario, nel senso schmittiano ed anche, molto semplicemente come presa d’atto che nemico è considerato ogni pensiero alternativo al lessico tecnocratico liberale. La guerra continua. Incassiamo la testa nelle spalle, ingoiamo senza dimenticare nessun volto e nessun nome di quelli dei festeggiamenti scomposti – europoidi ed italiani- per lo scampato “mal francese” e avanti tutta.

Ma per approdare dove? Occorre una riflessione severa e serena affinché il fuoco non si spenga, ma anzi si propaghi sino alla vittoria dei popoli. Un primo punto, contingente, è riconoscere l’inadeguata prestazione di Marine Le Pen nel dibattito a due. Ha perduto in due ore quei cinque punti di recupero che aveva conquistato, ad unanime giudizio dei sondaggi. L’attacco virulento, l’assalto all’arma bianca sono l’ultima risorsa del molto debole. Fin troppo facile, per il signorino viziato targato Rothschild accreditarsi come l’uomo dell’ordine e della pace sociale. Secondo elemento: la violenza del regime si è dispiegata con tutte le sue risorse, ed è parso chiaro al francese medio che la vittoria del Front sarebbe sfociata in un clima di guerra civile alimentata ad arte. Terzo, la sinistra “sociale” non è in grado di superare i vecchi pregiudizi novecenteschi. Tuttavia, milioni di schede bianche e nulle – i voti validi sono stati appena 31 milioni, dimostrano che lo schema “ni patrie, ni patron, ni Le Pen ni Macron” è forte. I segnali della nascita di un “fronte sociale” ci sono tutti. Il problema è quello di saldarlo con un altro fronte, quello in senso lato, nazionale e sovranista. Quarto, la destra liberale e quella conservatrice – a Parigi come a Roma – risponde senza esitare al richiamo dell’oligarchia. Alla larga, definitivamente.

Vi sono anche elementi di speranza. In Francia, un terzo dell’elettorato, e milioni di astenuti, si sono comunque schierati contro il sistema globalitario. In più, l’agenda politica è stata dettata dal Front National, e, dall’altro lato, dai cosiddetti ribelli, o renitenti, (la France insoumise) di Mélenchon. Un’altra osservazione è che in Francia l’oligarchia è dovuta scendere in campo direttamente, con un brillante burattino di bell’aspetto azionato da uno dei più alti funzionari del mondialismo, Jacques Attali, teorico, tra l’altro, del “poliamore”.

C’è di più, ed è la generalizzazione delle grandi coalizioni. Se Frau Merkel governa con i socialdemocratici, lo spagnolo Rajoy sta in piedi per le astensioni e il benevolo atteggiamento dei socialisti. Lo stesso Macron, tra un mese, dovrà necessariamente fare i conti con una maggioranza parlamentare allargata ai repubblicani di ascendenza gollista ed ai resti del PS. Roma seguirà a ruota, come tutto fa prevedere, a partire dal nuovo profilo “liberal” dell’ex Cavaliere, cui daranno volentieri man forte centrini vari e non pochi orfanelli in crisi di astinenza da auto blu e poltrone ministeriali, il tutto sotto il comando del Buffalmacco di Rignano sull’Arno.

Il futuro sembra segnato: il cerchio del potere si chiude in se stesso poiché non riesce più a riprodurre il consenso di massa. La società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali. Il dissenso, diffuso quanto impotente, è diviso, rissoso, guarda al dito e non alla luna e non pare capace di costruire fronti, stringere alleanze in grado di ribaltare i rapporti di forza. Non si riescono a scardinare le categorie e le fratture del secolo scorso, diventate gabbie le cui chiavi sono in mano ai costruttori del consenso, ergo ai padroni perpetui, globali. Mentre qualcuno anima un fronte sociale, nessun vero dialogo, tanto meno alleanza si intravvede con gli ambienti identitari e sovranisti.

L’impasse diventa tragedia e riconsegna il potere ai soliti noti. Nel caso di Macron, l’aggravante è la sfacciata appartenenza alla casta usuraia, unita all’esibizione di simboli massonici: l’Inno alla Gioia suonato prima della Marsigliese, la foto davanti all’equivoca piramide postmoderna che sfigura il piazzale del Louvre. Marine Le Pen sembra aver capito di trovarsi, da protagonista, ad un tornante della storia, ed ha annunciato il cambio di nome del suo movimento, per favorirne il riposizionamento politico sul crinale che Alain Soral chiama “destra dei valori, sinistra del lavoro”. Occorrerà verificare il programma, ed anche scoprire chi comporrà lo stato maggiore, ma l’intuizione è forse l’unica (ultima?) via d’uscita.

In Italia, un intellettuale come Marcello Veneziani esorta ad un nazionalpopulismo con quattro punti principali. Il primo è la sovranità, ovvero la rivendicazione della sovranità popolare, nazionale, politica ed economica unita al passaggio dalla pulsione populistica alla visione comunitaria. Il secondo tema è la cura prioritaria degli interessi nazionali anche sul piano economico, e dunque “la necessità di proteggere e tutelare le economie locali e nazionali, i ceti popolari, i prodotti autoctoni dalla globalizzazione del commercio e del lavoro”. Un altro fronte è quello della difesa dei confini contro l’abbattimento di filtri e frontiere in ogni campo e il dilagare dei flussi migratori. Infine, la tutela della famiglia costituita da padre, madre e figli.

Vasto e condivisibile programma, che, tuttavia, nel passaggio dal fronte metaculturale a quello del realismo politico, sconta due terribili debolezze. La prima è l’evidenza che uno schieramento con queste parole d’ordine non sarà mai accettato dalla destra liberale. Berlusconi si dichiara ora fan di Macron, ma l’estraneità ai valori proposti dall’intellettuale barese è nei fatti, ovvero nell’agenda politica dei suoi governi. La seconda è l’ostilità dei maestrini della sinistra intellettuale per almeno tre dei quattro principi guida, il che preclude ogni dialogo a sinistra. Dunque, sconfitta certa, e ulteriore consegna della destra terminale e della sinistra intellò al cerchio magico neoliberale, nelle sue declinazioni progressista-libertaria e moderata.

E’ evidente che occorre spezzare il cerchio rompendo lo schema, come ha saputo fare, con le parole d’ordine antipolitiche ed anticorruzione, Beppe Grillo. Pure, non ci si può consegnare al grillismo, per quanto sia probabilmente il male minore rispetto alla dittatura dell’Unico Globale.

Chi scrive non possiede soluzioni magiche per ribaltare una situazione drammatica, né conosce formule politiche o alchimie ideologiche in grado di invertire la rotta. E’ tuttavia convinto che il sistema vigente non sia riformabile dall’interno e che dunque nessuna alleanza che comprenda le forze che compongono l’attuale arco politico possa essere percorribile. La constatazione necessaria, ma assai difficile da far passare nell’immaginario comune, è che le vantate libertà postmoderne e postideologiche siano un imbroglio e vadano quindi rifiutate tutte insieme. Libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone, insieme con l’abolizione di ogni riferimento morale o trascendente (libera circolazione di una sola idea, il relativismo assoluto) non possono essere accolte o rifiutate a pezzi, in parte, questa sì, quell’altra no.

La destra legata al novecento approva entusiasticamente la circolazione del denaro e delle merci, ma storce il naso dinanzi alle imponenti migrazioni. La vecchia sinistra figlia del socialismo reale è contraria ai rapporti di produzione del capitalismo finanziario e tecnologico, ma è banditrice dei nuovi diritti che travolgono la famiglia e difende l’immigrazione massiccia per il cosmopolitismo che ha sostituito l’internazionalismo. Il mondo unificato dall’impero del denaro e dalla potenza tecnologica uscito dalla vittoria liberalcapitalista ha una sua sinistra logica, avanza distruggendo ciò che trova. Non lo si può accettare per una parte e contrastare per un’altra. Dunque, la scelta politica sottostante, per chi è contro le oligarchie mondialiste, è la ricerca di un linguaggio comune che spazzi via definitivamente le vecchie appartenenze. C’è un nemico, ed è il liberalcapitalismo nella sua forma globalitaria di dominio attraverso il possesso di mezzi tecnologici oggi giorno più potenti. Avere un nemico comune è il primo motore di nuove alleanze, anche inedite o impensate sino all’attimo precedente.

Per chi vive l’appartenenza al mondo variegato del sovranismo, dell’amore per l’identità, del rispetto per la morale naturale, si tratta di fare, finalmente, un salto che è una presa di coscienza. Non c’è nulla che accomuni alle destre conservatrici, liberali e del denaro. Qualcosa unisce invece al vasto mondo di chi non ama il potere dei signori del denaro. Dunque, finalmente, proviamola nuova. Ciascuno di noi conosce per esperienza la tremenda difficoltà di parlare al nostro popolo fuori dal perimetro obbligato della ragion pratica: l’orizzonte immediato è fatto di richieste, bisogni, paure, speranze riconducibili alla dimensione collettiva politico-sociale. Questo è anche il motivo per il quale la sinistra tradizionale ha tanta facilità a farsi ascoltare.

Accettiamo allora lo schema di Veneziani, ma poniamo al primo punto – ed attrezziamo linguaggio, programma, personale politico- la “protezione”, ovvero un’offerta politica opposta all’agenda dei monopoli privati. Non dobbiamo avere paura di essere tacciati, dalla vetero-destra, di esserci trasferiti “altrove”. E’ proprio un altrove che cerchiamo disperatamente, da almeno vent’anni. Un movimento sociale nel senso letterale è quello di cui ha bisogno l’Italia. Una grammatica ed un lessico nuovo, contro la privatizzazione del mondo e, concretamente, un ritorno forte dell’idea di Stato. Essere sovranisti significa, in fin dei conti, esigere di farla infinita con l’impotenza. Ma ci vogliono strumenti pratici, il primo dei quali, screditato ma non troppo, è appunto lo Stato.

Se proprio vogliamo risalire alle fonti, irrompere nel presente ci permette di tornare ad un’ideale di cui fu protagonista il fascismo. Il trapassato remoto va lasciato dov’è, ma dalla miniera possiamo estrarre ancora qualcosa. Dobbiamo proteggere il popolo italiano innanzitutto prospettando il controllo pubblico del credito, della previdenza (ai giovani viene detto, pagati un’assicurazione, o lavorerai sino alla morte), della sanità. Dire di no senza compromessi a che reti informatiche e fonti energetiche siano controllate da privati estranei alla nostra gente. Far pagare le imposte sino all’ultima lira alle finte fondazioni bancarie/finanziarie ed ai giganti della tecnologia, che realizzano evasioni ed elusioni da capogiro, fare una campagna per l’abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione e l’uscita dal Meccanismo Europeo di Solidarietà, (il FMI in salsa europoide) e pretendere l’istituzione di un salario minimo. In parole semplici, enfatizzare la politica sociale e popolare ed attaccare le privatizzazioni, che sono una drammatica espulsione di piccole, poi medie, in seguito grandi imprese per fare posto ai monopoli. Aggredire ogni giorno il “partito di Davos”, innanzitutto nella forma e nel volto dei travestiti politici che rubano, letteralmente, il consenso popolare, a destra ed a sinistra.

Assumere, quindi, ma sul serio, la tutela e la voce dei perdenti della globalizzazione: i giovani precarizzati, gli espulsi in età matura dal mercato del lavoro, le vittime di Equitalia e prima ancora dei ricatti del criminale sistema bancario, i piccoli e medi imprenditori espropriati di fatto, i pensionati che vedono ogni anno diminuire i loro assegni. Non interessa, è anzi oziosa, la domanda se ciò sia di destra o di sinistra. E’, semplicemente, giusto, è la croce della nostra gente, crediamo anche sia la giusta vocazione.

Come si può essere sovranisti, amare la patria comune, pretendere di essere padroni a casa propria, e non essere concretamente al fianco di chi vive e veste panni esattamente come noi? Il comandante vandeano Charette diceva che la sua patria era quella che sentiva sotto i piedi. Se i connazionali soffrono, dobbiamo soffrire con loro ed essere dalla stessa parte. Nessuno può immaginare di trasformarci in cosmopoliti amanti della migrazione di massa, o di indifferenti che confinano nelle scelte individuali l’attacco vergognoso alla famiglia ed alla morale naturale. Ciò che dovremmo tentare è di rinnovare noi stessi a partire dall’approccio. Ezra Pound invitava a studiare economia per capire il Novecento. Oggi, dobbiamo aggiungere la finanza e la tecnologia, ma il codice è quello. Abbiamo idee giuste che diffondiamo, ahimè, in una lingua sconosciuta ai più. Proviamo ad assumere le priorità dei milioni di perdenti, di impauriti, di disagiati, di maltrattati da un sistema diabolico. Quelle priorità sono, tutte, il ghigno cattivo del sistema liberale e capitalista.

Drieu La Rochelle esortava ad essere oggi là dove gli altri sarebbero arrivati domani. Dobbiamo fare di più, e tentare un salto enorme. Nell’alto mare aperto si può affogare, ma nel cabotaggio desolante cui ci siamo ridotti c’è solo il ridicolo, l’inedia, o, peggio, l’inutilità.

Per questo, indipendentemente da quello che faranno o non faranno altrove, esprimiamo uno scatto di orgoglio e di fierezza, raccogliamo le forze e diventiamo avanguardia. Sociale, nazionale, sovranista, o altro, sono solo aggettivi. Avanguardia: qualcuno che è convinto di aver individuato i mali e si propone di curarli. Dalla parte del popolo, che ha bisogno di protezione. Quella protezione si chiama Stato, e l’unico aggettivo è “sociale”. Dalla parte di chi non ha nulla o lo sta perdendo, e sono milioni. Contro, senza compromessi, monopoli, finanza, Commissione Europea, Banca Centrale. I nemici abbondano, purtroppo. Scegliamo, intanto, quelli che infliggono le ferite quotidiane alla nostra gente più esposta. Saranno loro i primi a riconoscere e condividere, per istinto, i nostri no all’immigrazione sostitutiva, allo smantellamento della famiglia, all’espulsione di Dio. Diventeranno sovranisti senza chiederglielo, vorranno riappropriarsi dell’identità smarrita. Ma intanto dobbiamo rivolgerci al loro stomaco, al loro portafogli svuotato, alle loro legittime e concretissime paure.

Funzionerà, non funzionerà? Lo sapremo vivendo, e comunque, tutto il resto non ha funzionato, ovvero è stato il trampolino per carriere personali. Inoltre, c’è un momento nella vita di ogni uomo, e di ogni comunità, in cui si deve fare ciò che va fatto. Susanna Tamaro prescrisse di andare “dove ti porta il cuore”. Nel nostro caso, cuore e cervello possono coincidere. La scelta più facile è, in genere, quella sbagliata, in ogni campo della vita. Per noi, gridare più forte al lupo con le tradizionali parole d’ordine della destra terminale è più semplice e, nell’immediato, può anche fruttare qualcosa, ma, guardiamo in faccia, per favore, la realtà anche quando è brutta, cattiva, impietosa. Su un punto Berlusconi ha ragione: di sola destra non si vince; di centro, si muore…

Nella cassetta degli attrezzi nostra, per fortuna, c’è molto di più. Invertiamo la rotta. E’ la cosa giusta e, comunque, non abbiamo più qualcosa da perdere.

ROBERTO PECCHIOLI

1173.- Il neo-razzismo e la falsa idea dello “scontro di civiltà”

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La Nascita di Venere è un dipinto a tempera su tela di lino di Sandro Botticelli, databile al 1482-1485 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera d’arte è attualmente conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Nel 1996 veniva dato alle stampe “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” del politologo statunitense Samuel P. Huntington. Un libro destinato a produrre alcune delle più resistenti categorie interpretative della nostra epoca al punto che il suo titolo, così capace di restituire una chiara visione del mondo, è presto diventato formula usata e abusata anche al di fuori dell’ambito accademico, diventando infine slogan invalso nel discorso pubblico e politico. Lo “scontro di civiltà” sembra infatti un concetto capace di descrivere la complessità del nostro tempo: l’estremismo islamico, le guerre “di faglia” in Ucraina o in Siria, i fenomeni migratori, le rinnovate ambizioni delle potenze mondiali, tutto questo sembra potersi riassumere nella formula dello “scontro di civiltà”. Anche a questa capacità sintetica si deve il successo editoriale del volume di Huntington.

E poco conta che la teoria dello “scontro di civiltà” fosse utile a ratificare e giustificare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti durante e dopo gli anni Novanta: il testo di Huntington è rapidamente diventato bussola per coloro che cercavano una spiegazione, una chiave di lettura, del mondo globalizzato. Un libro “sacro” che, però, produce una visione distorta della realtà. Huntigton, infatti, deriva la propria idea del mondo dal concetto di cultura. La diversità culturale – sostiene il politologo americano – e i luoghi dove questa diversità si incontra, generano conflitto. L’altro, quindi, è portatore di conflittualità. Una concezione che predispone allo scontro. In altre parole il testo di Huntington produce codici e rappresentazioni dell’alterità funzionali a un progetto conflittuale – ovvero il progetto di “nuovo ordine mondiale” a stelle e strisce. Si tratta quindi di una rappresentazione che alimenta stereotipi in cui gli altridiventano di solito “barbari” o “selvaggi”. A suffragio di questa teoria, si individuano così linee di frattura (di “faglia”, le definisce l’autore), di disaccordo, di incommensurabilità tra i “nostri” modi di vivere e quelli degli altri.

Creata un’alterità negativa, la rappresentazione dell’altro subirà giocoforza l’effetto di stereotipi in cui la diversità diventa oggetto di stigmatizzazione, di rifiuto, di odio. La strada verso il razzismoè spianata. Non s’intende qui affermare che il testo di Huntington promuova il razzismo, si sottolinea piuttosto come certe impostazioni concettuali – alimentate da testi come quello citato – producano una visione del mondo in cui le diverse culture sono viste come antitetiche, irriducibilmente diverse e di impossibile convivenza: conflitti, differenze, interessi, tutto si viene a spiegare con la “cultura”. Anche lo scontro di civiltà si deve all’esistenza di differenti culture che tra loro non possono comunicare, in quanto intese come rigide, calcificate in un modello preordinato. Ne deriva la necessità di classificare le culture, creando compartimenti stagni. Ma è accaduto di peggio.

Il concetto “rigido” di cultura ha rafforzato il razzismo presente nella società occidentale, trasformandolo. Non potendo più fondarsi su dati biologici (anche se c’è ancora chi lo fa), il discorso razzistico si avvale oggi dell’idea antropologica di relativismo culturale estremizzandola al punto da sostenere che le culture umane siano tra loro radicalmente diverse, incommensurabili e incomunicanti. Su altri versanti la cultura è spesso invocata per rivendicare un proprio diritto alla differenza, ma anche per affermare la propria supposta superiorità nei confronti di altri. In slogan come “aiutiamoli a casa loro” c’è il riconoscimento dell’altrui cultura ma ciò è funzionale al rifiuto di quella cultura stessa. Ancora Huntington, nel 2000, ha curato un libro dal titolo Culture Matters, (“Questione di cultura”) la cui tesi di fondo è che i divari e gli squilibri socio-economici tra differenti regioni del pianeta sono il prodotto di eredità e disposizioni culturali. Quindi, il mancato sviluppo economico, si deve a una “arretratezza culturale”: il discorso biologico non c’è più, è vero, ma il razzismo permane.

Questo neo-razzismo è largamente diffuso nella società e si esprime attraverso impliciti e non più con evidenti richiami biologici alla superiorità della razza. Tuttavia, proprio nel suo essere sotterraneo, il “neo-razzismo” si mimetizza, facendosi invisibile benché assai presente nel discorso pubblico occidentale. L’ascesa dei nuovi nazionalismi europei, che sovente usano i temi culturali per le proprie retoriche sulla “tradizione” e l’autenticità, si alimenta di questo sentimento coperto dall’uso di termini all’apparenza positivi, come cultura, etnia, relativismo, ma che possono essere usati come strumento per costruire una società discriminatoria. Anche il termine “multiculturalismo“, che traduce un’idea di società in cui le diverse culture convivono, giustapponendosi le une alle altre, nega implicitamente l’idea che le culture possano ibridarsi.

L’ibridazione è forse l’unica risposta possibile agli Huntington e al neo-razzismo. Riconoscere cioè che da sempre le culture si incontrano, si guardano magari con sospetto, entrano in conflitto, scambiano, dialogano, imparano le une dalle altre influenzandosi a vicenda. Le culture, nella storia umana, non si sono solo “irrimediabilmente scontrate”. In ciascuno di noi è presente una parte dell’altro: non esiste cultura immutata e autentica, originale e pura. Basterebbe forse essere consapevoli di questo a disinnescare ogni nuova forma di razzismo.

2013-09-07-169-300x200-1-150x150  Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E’ stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E’ autore di “Congo, maschere per una guerra”, Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di “Revolyutsiya – La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile” (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

1170.- Quello che finora nessuno ha detto: “Il re è finalmente nudo”

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(Gianni Fraschetti) -Nessuno pare essersi accorto di un fenomeno che rappresenta la vera novità della politica europea. Tutto ciò che conoscevamo non esiste più, le vecchie categorie della politica sono andate a puttane, altro che Macron! Dall’Austria, all’Olanda, alla Francia, ovunque si voti, si creano due schieramenti che nulla hanno a che vedere con gli schemi classici che ci erano stati propinato dal dopoguerra. Se qualcuno pensava che le classi dirigenti dei diversi schieramenti non fossero tutti servi dello stesso padrone è stato servito e oggi da una parte troviamo schierati Tsipras e Macron, destra e sinistra, finti progressisti, globalisti, gender, cattolici, ebrei, moderati, conservatori e chi più ne ha ne metta.

Tutti ammucchiati stretti stretti a formare il quadrato della disperazione, posto a difesa di questa UE e dei poteri forti che la governano. Contro di esso si va formando, faticosamente, una banda di “straccioni di Valmy” che ha scoperchiato questo verminaio e non ha nessuna intenzione di fare finta di nulla, consapevole che se perderemo la battaglia la luce si spegnerà per secoli. Macron è stato appena eletto e stiamo già vedendo il magma della politica italiana ribollire mentre si va a rimodellare secondo questo nuovo schema europeo. Berlusconi, un personaggio che meriterebbe l’ergastolo all’inferno, si prepara al grande inciucio, accompagnato dai Fratelli d’Italia che si rivelano veramente vera feccia. Tutti insieme appassionatamente pur di mantenere il culo sulla poltrona. Resta Salvini che ha già mandato a quel paese il Cavaliere e rimane da capire cosa farà il M5S. Il grande equivoco introdotto nella politica italiana. Spazio per bluffare ormai non ce n’è più. Da una parte ci sono le grandi ammucchiate mondialiste, dall’altra i patrioti. Decidessero che vogliono fare.

1158.- DIALOGANDO CON PAOLO E FRANCESCO DI DEMOCRAZIA.

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La farsa è la Democrazia, con la “D” maiuscola, per la nobiltà dei suoi valori; gli attori sono tribuni o profeti falsi, persone effimere, in cerca di una ragione per la loro esistenza al di sopra delle altre. Vivono in moto perpetuo, ma sanno soltanto salire. Non importa se a cavallo di un somaro. Non sanno scendere dalla sella perché non hanno nulla di interiore che valga a sorreggerle. Gli ignavi? Non offendetevi, siamo noi. E lo dico agli ignavi ignoranti, come a quelli consapevoli di essere gestiti da poveri di valori che non siano quelli materiali; qualcosa di simile, ma infinitamente meno tragico di quelli che salivano sui vagoni delle deportazioni, spinti da attori inconsciamente effimeri, ma attori. Ci sono anche gli aspiranti attori: quelli che fanno la felicità dei partiti; che vedi sgomitare e salire, dritti, alla cattedra, incapaci di tutto, ma pronti a tutto: marce, adunate, gazebo, gite e cene, nella perenne ricerca di porre un riparo a se stessi. I loro biglietti da visita preferiti sono: “Segretario di…”, oppure, “Già candidato a…”. Uno, ansioso di sfruttare il mio modesto sapere, mi confessò: “Ho un futuro politico!” Io appartengo a quegli ignavi consapevoli, ma ricchi dentro, che traduco con “Acqua mi bagna, Vento mi asciuga”, ma che, nel trogolo di questa politica, accompagno con il “Prua al mare e motore!” di un vecchio marinaio. Andiamo avanti, dunque, ma da spettatori perché una cosa è la democrazia e un’altra è la realtà. I valori della democrazia servono a disarmarci e assopirci; le sue istituzioni, a irreggimentarci, liberi di ascoltare. La libertà di parola? Parlano gli scranni, parla chi può essere ascoltato e gli altri parlano al vento, biasimando chi tace. Qualcuno degli ignavi, più bravo o fortunato, giunge a manifestare il suo pensiero, la sua volontà nell’ambito di qualche struttura democratica, ma non si accorge che le fila della matassa sono sempre nelle mani dei soliti pochi e che gli altri vengono guidati dal pifferaio di turno. Se se ne accorge e valica i suoi confini può accadergli di tutto. La massa si convince facilmente di essere lei a determinare il proprio futuro; meglio con i principi di una Costituzione. Con i suoi concetti astratti abbiamo fatto credere il contrario della realtà. Abbiamo addormentato il popolo sovrano. Dicono della nostra che è la più bella del mondo. Mi stava bene se serviva a evitare la non-riforma del Governo (le riforme costituzionali le deve proporre, e mai peggiorative, il Parlamento e il Governo può solo eseguirle), ma come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i partiti “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie del… . Nella Parte Prima sono stati fissati e sacramentati i principi che garantiscono i cittadini, ma non quelli che disciplinano le formazioni intermedie attraverso le quali si svolge la vita politica. I partiti e i sindacati rappresentano se stessi, i propri interessi particolari e anche personali e questo fa comodo a chi dirige i pifferai di turno e ci comanda, da sempre e dal Risorgimento, almeno. E allora? Allora, Paolo, “Prua al mare e motore!”


LE VOCI BISBIGLIANO; POI E’ IL CORO. COSÌ LEGGO FRANCESCO FIORENTINO:

Farsi distruggere e poi ABRACATABRA..!

Arrivare a farsi distruggere, nell’arco di 35-40anni senza mai opporsi, almeno per cercare di dare freno a tutto il contesto sistemico nelle sua palese ascesa distruttiva, e poi aspettarsi miracoli dai stessi…ciò è solennemente patologico. Mettiamo caso che al governo ci arrivi M. Salvini, che sembra quello più indicato a volere fare per rimettere in careggiata il depauperamento esistenziale. Ma nessuno si chiede che dovrebbe fare i conti con quelle istituzioni che si sono messe a disposizione di Matteo Renzi Ordine Mondiale? Grillo non volle scendere a patti con Renzi, in streaming, e ciò subito dopo elezioni, il quale Renzi si disse disponibile a collaborare, scendere a patti su alcuni cavalli di battaglia di Grillo, che tutto sommato possiamo anche dire, oggi, che M5S si sia accodato alle politiche del governo Renzi, filo Ordine Mondiale.(?) Ciò per dire che, appare chiaro che se le istituzioni non fossero state compatte a sostenere Matteo Renzi, ci sarebbe stata una rivoluzione. Dunque, a chi non reagisce, e noi popolo non lo abbiamo fatto, non resta altro che accodarsi…come ha fatto un certo Beppe Grillo. Dal contesto planetario che si sta attraversando non se n’esce fuori con vie di mezzo..!”Sperare che vengo dalla Le Pen..? Ridicolo, avranno i loro problemi…,basta guardare cosa sta accadendo in attesa delle votazioni, in Francia, le reazioni della polizia..!

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1153.- “IL LIBRO VERDE” di Gheddafi

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MUAMMAR QADDAFI

IL LIBRO VERDE

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MUAMMAR QADDAFI,  IL LIBRO VERDE

INDICE GENERALE

LO STRUMENTO DI GOVERNO I PARLAMENTI
IL PARTITO
LA CLASSE

IL REFERENDUM
I CONGRESSI POPOLARI ED I COMITATI POPOLARI
LA LEGGE DELLA SOCIETA’
LA STAMPA
BASE ECONOMICA DELLA TERZA TEORIA UNIVERSALE BASE SOCIALE DELLA TERZA TEORIA UNIVERSALE
LA FAMIGLIA
LA TRIBU’
LA NAZIONE
LA DONNA
LE MINORANZE
I NERI
L’ISTRUZIONE
LA MUSICA E LE ARTI
LO SPORT, L’EQUITAZIONE E GLI SPETTACOLI

LO STRUMENTO DI GOVERNO

 

 

Il problema dello “strumento di governo” è il primo tra i problemi politici che si pongono alle società umane. Perfino il conflitto che sorge in seno alla famiglia deriva, spesso, da questo problema. Tale problema è divenuto molto grave fin dal sorgere delle società moderne. Oggi i popoli si trovano di fronte a questo persistente problema e le comunità sopportano i numerosi rischi e le gravi conseguenze che ne derivano. Non si è ancora riusciti a risolverlo in modo definitivo e democratico. Il “Libro Verde” presenta la soluzione definitiva del “problema dello strumento di governo”. Tutti i sistemi politici del mondo odierno sono il risultato della lotta tra i vari apparati per giungere al potere. La lotta può essere pacifica o armata , come la lotta delle classi, delle sette, delle tribù, dei partiti, o degli individui. Il suo risultato è sempre la vittoria di uno strumento di governo, sia esso un individuo, un gruppo, un partito, o una classe, e la sconfitta del popolo, in altri termini la sconfitta della vera democrazia. La lotta politica che si risolve nella vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dell’insieme dei voti degli elettori, porta ad un sistema dittatoriale presentato sotto le false spoglie di democrazia. Infatti il 49% degli elettori sono governati da uno strumento di governo che non hanno scelto, ma che ad essi è stato imposto. Questa è dittatura. Il conflitto politico può inoltre portare ad uno strumento di governo che rappresenta soltanto la minoranza; questo avviene quando i voti degli elettori vengono distribuiti tra un gruppo di candidati, uno dei quali ottiene un maggior numero di voti rispetto ad ognuno degli altri candidati, considerati singolarmente. Ma, se si sommassero insieme i voti ottenuti dagli “sconfitti”, si avrebbe una schiacciante maggioranza. Nonostante questo, vince il candidato che ha ottenuto il minor numero di voti e la sua vittoria è considerata legale e democratica! In realtà si instaura una dittatura sotto l’apparenza di una falsa democrazia. Questa è la verità sui sistemi politici dominanti nel mondo contemporaneo. La loro falsificazione della vera democrazia appare evidente: sono regimi dittatoriali.

 

I PARLAMENTI

I parlamenti sono la spina dorsale della democrazia tradizionale moderna, regnante oggi nel mondo. Il parlamento è una rappresentanza ingannatrice del popolo ed i sistemi parlamentari costituiscono una falsa soluzione del problema della democrazia. Il parlamento è costituito fondamentalmente come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non un potere in rappresentanza di esso. L’esistenza stessa di un parlamento significa assenza del popolo. La vera democrazia, però, non può esistere se non con la presenza di rappresentanti di questo. I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere. Al popolo non resta che la falsa apparenza della democrazia, che si manifesta nelle lunghe file di elettori venuti a deporre nelle urne i loro voti. Per mettere a nudo il vero volto del parlamento, dobbiamo esaminare la sua origine. Il parlamento è eletto nelle circoscrizioni elettoriali, oppure è costituito da un partito o da una coalizione di partiti, o per designazione dall’alto. Nessuna di queste procedure è democratica, perché la ripartizione degli abitanti in circoscrizioni elettoriali significa che un solo deputato rappresenta, a seconda del numero degli abitanti, centinaia o centinaia di migliaia o milioni di cittadini. Significa, inoltre, che il deputato non è legato ai suoi elettori da un rapporto organico popolare, in quanto, secondo la tesi della democrazia tradizionale oggi attuata, egli è considerato il rappresentante di tutto il popolo, alla pari degli altri deputati. Le masse, quindi, sono separate completamente dal loro rappresentante, ed egli, a sua volta, è completamente separato da esse. Infatti, subito dopo la sua elezione, egli usurpa la sua sovranità ed agisce al loro posto. La democrazia tradizionale, dominante oggi nel mondo, riveste i membri del parlamento di una sacralità e da una immunità che nega invece al singolo cittadino. Questo significa che i parlamenti sono divenuti uno strumento per usurpare e monopolizzare a proprio vantaggio il potere del popolo. Questo è il motivo per cui è divenuto, oggi, diritto dei popoli lottare, attraverso la rivoluzione popolare, per distruggere questi strumenti di monopolio della democrazia e della sovranità che si denominano parlamenti, i quali usurpano la volontà delle masse. E’ diritto dei popoli proclamare solennemente il nuovo principio: “Nessuna rappresentanza al posto del popolo”.

Quando il parlamento è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il parlamento del partito e non del popolo. Rappresenta il partito e non il popolo ed il potere esecutivo detenuto dal parlamento è il potere del partito vincitore e non del popolo. Lo vale per il parlamento in cui ogni partito dispone di un certo numero d seggi. Infatti, i titolari dei seggi rappresentano il loro partito e non il popolo; il potere esercitato da tale coalizione è il potere dei partiti coalizzati e non il potere del popolo. In questi sistemi di governo, il popolo è la preda è la preda per la quale ci si batte. Il popolo è la vittima ingannata e sfruttata dagli organismi politici che combattono per giungere al potere per strappare dei voti al popolo mentre questo si allinea silenzioso in lunghe file, che si muovono come un rosario, al fine di deporre il suo voto nelle urne, nello stesso modo in cui si gettano altre carte nel cestino di rifiuti. Questa è la democrazia tradizionale attuata nel mondo intero, sia che si tratti di un sistema monopartitico, di un sistema bipartitico o pluripartitico o perfino di un sistema senza alcun partito; diventa, così, evidente che la “rappresentanza è un’impostura”. Quanto alle assemblee che si formano per designazione o per successione ereditaria, esse non hanno nessuna caratteristica democratica. Inoltre, siccome il sistema di elezione dei parlamenti si forma sulla propaganda per ottenere voti è, di conseguenza, un sistema demagogico nel vero senso della parola. I voti possono essere comprati o falsificati; per questo, il povero non può affrontare le battaglie elettorali, in cui vince sempre e soltanto il ricco. Furono i filosofi, i pensatori e gli autori politici che sostennero la teoria della rappresentanza parlamentare, quando i popoli erano ignoranti e guidati come pecore da re, sultani, conquistatori. L’aspirazione ultima dei popoli era, allora, di avere qualcuno che li rappresentasse dinnanzi ai governanti. Perfino questa aspirazione fu loro negata e per ottenerla i popoli affrontarono lunghe e dure lotte. E’ dunque irragionevole oggi, dopo la vittoria dell’era delle repubbliche e l’inizio dell’era delle masse, che la democrazia sia la formazione di un piccolo gruppo di deputati, che agiscono in nome delle grandi masse popolari. E’ una teoria antiquata ed una esperienza superata. Il potere deve essere interamente del popolo. Le più tiranniche dittature che il mondo abbia mai conosciuto si sono instaurate all’ombra dei parlamenti.

 

IL PARTITO

Il partito è la dittatura contemporanea. E’ lo strumento di governo delle moderne dittature poiché rappresenta il potere di una parte sul tutto. E’ il più recente sistema dittatoriale. Poiché il partito non è un individuo, esso da luogo a un’apparente democrazia, formando assemblee e comitati senza contare la propaganda svolta dai suoi membri. Il partito non è affatto un organo democratico poiché è composto da individui che hanno o gli stessi interessi o le stesse opinioni o la stessa cultura o che appartengono alla stessa regione o che hanno la stessa ideologia. Essi formano un partito per realizzare i loro interessi o per imporre le loro opinioni o per estendere il potere della loro dottrina a tutte le società. Il loro obbiettivo è giungere al potere con il pretesto di attuare i loro programmi. Non è democraticamente ammissibile che uno qualsiasi di questi gruppi governi l’intero popolo, che è formato da numerosi interessi, idee, temperamenti, luoghi di provenienza e credi. Il partito è uno strumento di governo dittatoriale in quanto permette a coloro che hanno le stesse opinioni e gli stessi interessi di governare il popolo nel suo insieme. Rispetto al popolo, il partito è una minoranza. Lo scopo che determina la formazione di un partito è quello di creare uno strumento per governare il popolo, in altre parole, di governare tramite il partito su coloro che sono al di fuori di esso. Il partito, infatti, si fonda essenzialmente su una teoria autoritaria ed arbitraria… vale a dire sul dispositismo dei membri del partito sugli altri elementi del popolo. Il partito afferma che l’accesso al potere è il mezzo per realizzare i propri obiettivi, pretendendo che questi obiettivi, siano quelli del popolo. Questa è la teoria che giustifica la dittatura del partito ed è la stessa teoria su cui si fonda qualsiasi dittatura. Qualunque sia il numero dei partiti, la teoria è sempre la stessa. L’esistenza di più partiti inasprisce la lotta per il potere, che si risolve nella distruzione di ogni conquista del popolo e nel sabotaggio di ogni programma di sviluppo della società. Questa distruzione serve da preteso (al partito di opposizione) per giustificare il tentativo di indebolire la posizione del partito al potere, allo scopo di prenderne il posto. La lotta tra i partiti, se non si risolve nella lotta armata, il che avviene raramente, si svolge per mezzo della critica e della denigrazione reciproca. E’ una lotta che si combatte inevitabilmente a danno degli interessi vitali e supremi della società e da ciò consegue che una parte o tutti gli interessi della società cadranno vittime della lotta dei partiti per giungere al potere.

Infatti, è nella distribuzione stessa di questi interessi che il partito o i partiti all’opposizione trovano la giustificazione della loro controversia con il partito al potere. Il partito all’opposizione per giungere al potere deve abbattere lo strumento di governo che è al potere. Per fare questo deve distruggerne le realizzazioni e denigrarne i programmi anche se sono utili alla società. Di conseguenza, gli interessi ed i programmi della società diventano vittime della lotta dei partiti per giungere al potere. Certo, il conflitto nato dalla molteplicità dei partiti suscita un’intensa attività politica, ma rimane sempre il fatto che tale conflitto è, da una parte, politicamente, socialmente ed economicamente distruttivo per la società e, dall’altra, si risolve sempre con la vittoria di un altro strumento di governo identico al precedente; vale a dire con la caduta di un partito e con la vittoria di un altro. E’ sempre la sconfitta del popolo e, quindi, la sconfitta della democrazia. Inoltre i partiti possono essere comprati o corrotti sia dall’interno che dall’esterno. Originariamente il partito nasce come rappresentante del popolo, poi la direzione del partito diventa la rappresentante dei membri del partito, e il presidente del partito diventa il rappresentante della direzione del partito. E’ chiaro così che il gioco dei partiti è un’ingannevole farsa fondata su una caricatura di democrazia dal contenuto egoista e fondata sul gioco degli intrighi e delle manovre politiche. Tutto questo conferma che il partitismo è uno strumento della dittatura moderna. E’ una dittatura che si presenta apertamente, senza maschera, e che il mondo non ha ancora superata. E’ realmente “la dittatura dell’epoca contemporanea”. Il parlamento del partito vincitore e in realtà il parlamento del partito; il potere esecutivo designato da questo parlamento è il potere del partito sul popolo. Il potere del partito, che dovrebbe essere al servizio del popolo intero, è in realtà nemico mortale di una parte di esso, di quella, cioè, costituita dal partito o dai partiti all’opposizione e dai loro sostenitori. L’opposizione non rappresenta il controllo popolare sul partito al potere; piuttosto, cerca, essa stessa, una possibilità di sostituirlo al potere. Secondo la tesi della democrazia moderna, il controllo legale appartiene al parlamento, la cui maggioranza è costituita da membri del partito al potere, vale a dire, che il controllo è nelle mani del partito che esercita tale controllo. Sono dunque evidenti l’impostura, la falsificazione, la inefficacia delle teorie politiche dominanti oggi nel mondo dalle quali scaturisce la democrazia tradizionale nella sua forma attuale. Il partito rappresenta soltanto una parte del popolo, ma la sovranità popolare è indivisibile. Il partito governa in nome del popolo, ma il principio fondamentale è che non deve esserci “nessuna rappresentanza al posto del popolo”.

Il partito è la tribù e la setta dell’età moderna. La società governata da un unico partito è identica a quella governata da un’unica tribù o da un’unica setta. Il partito, come abbiamo già affermato, rappresenta le opinioni, le ideologie, il luogo di provenienza di un solo gruppo della società. Il partito, quindi, è una minoranza rispetto all’intero popolo, così come lo sono la tribù e la setta. La minoranza ha gli stessi interessi e la stessa ideologia. Da questi interessi o da questa ideologia scaturiscono identiche opinioni. Non vi è nessuna differenza tra il partito e la tribù, eccezion fatta per il legame di sangue, che, d’altra parte, può esistere anche nel partito al momento della sua costituzione. La lotta dei partiti non differisce in alcun modo della lotta delle tribù o delle sette per ottenere il poter. Se il sistema tribale o settario è da rifiutare e da deplorare politicamente, si deve anche rifiutare e deplorare il sistema dei partiti, poiché tutti e due i sistemi precedono nello stesso modo e conducono allo stesso risultato. Per la società, la lotta dei partiti ha lo stesso effetto negativo e distruttivo della lotta tribale o settaria.

LA CLASSE

 

Il sistema politico di classe è identico a quello dei partiti, delle tribù o delle sette. Che una società politica sia denominata da una classe o da un partito, da una tribù o da una setta è essenzialmente la stessa cosa. La classe, come il partito, la setta e la tribù, è un gruppo di individui che hanno gli stessi interessi in comune. Questi interessi comuni nascono dalle esistenza di un gruppo di persone unite insieme da vincoli di parentela, di ideologia, di cultura, di luogo di origine o di livello di vita. La classe, il partito, la setta e la tribù nascono da cause identiche e portano allo stesso risultato, vale a dire, che i vincoli di parentela, di ideologia, di livello di vita, di cultura, di luogo di origine, creano le stesse idee per raggiungere lo stesso scopo. La forma sociale del gruppo si manifesta, quindi sotto l’aspetto di una classe, di un partito, di una tribù o di una setta che attuerà un sistema politico avente come fine la realizzazione delle idee e degli interessi del gruppo. In ogni caso, il popolo non è né la classe, né il partito, né la tribù, né la setta; ognuno di questi non è altro che una parte del popolo e costituisce una minoranza. Quando una classe, un partito, una tribù o una setta domina la società, ci troviamo di fronte ad un regime dittatoriale. Tuttavia, la coalizione di classi o di tribù è preferibile alla coalizione di partiti perché il popolo, alla sua origine, è costituito da un insieme di tribù, mentre tutti fanno parte di una determinata classe. Nessun partito o coalizione di partiti, tuttavia, può comprendere l’intero popolo; per questo il partito o la coalizione di partiti non è che una minoranza rispetto alla massa dei non aderenti. Secondo la vera democrazia, non è giustificabile che una classe, un partito, una tribù o una setta opprima, per il proprio interesse, gli altri. Permettere una tale liquidazione (dei concorrenti ) significa abbandonare la logica della democrazia e far ricorso alla logica della forza. E’ un atto dittatoriale contrario agli interessi di tutta la società che non è costituita né da una sola classe, né da una sola tribù o setta e nemmeno da aderenti ad un solo partito. Una tale azione non può trovare giustificazione alcuna. La dittatura si giustifica riconoscendo che la società è effettivamente composta da vari elementi, ma che uno solo di questi deve restare da solo al potere, eliminando gli altri. Tale azione, quindi, non è nell’interesse dell’intera società, ma unicamente nell’interesse di una sola classe, tribù, setta o partito, cioè, nell’interesse di coloro che si arrogano di prendere il posto della società. Infatti, questa misura eliminatoria è diretta essenzialmente contro i membri della società che non appartengono al partito, alla classe, alla tribù alla setta che la intraprende.

La società dilaniata dalla lotta tra partiti è del tutto simile a quella dilaniata dalle lotte tribali e settarie. Il partito costituitosi in norme di una classe sociale si trasforma automaticamente nel sostituto di questa classe. Tale trasformazione è spontanea e continua fino a quando il partito non diviene l’erede della classe ostile alla sua. Ogni classe che diviene l’erede della società ne eredita allo stesso tempo le caratteristiche. Se, per esempio, la classe operaia annientasse tutte le altre, diverrebbe l’erede della società; diverrebbe, cioè, la base materiale e sociale della società. L’erede conserva le caratteristiche di colui da cui eredita, anche se queste possono non essere subito evidenti. Con il passare del tempo, le caratteristiche delle classi eliminate emergono all’interno della classe operaia e a queste caratteristiche corrispondono determinate attitudini ed opinioni. La classe operaia, quindi, si trasformerebbe, a poco a poco, in una società diversa, avente le stesse contraddizioni della vecchia società. In un primo tempo, si differenzierebbero i livelli materiali e morali degli individui poi, apparirebbero i gruppi che, automaticamente, si svilupperebbero in classi del tutto simili alle classi abolite. La lotta per il potere incomincerebbe ancora una volta. Ogni insieme di individui, poi, ogni gruppo ed infine ogni nuova classe cercherebbe di diventare strumento di governo. La base materiale della società è instabile perché è anche sociale. Il sistema di governo di una base materiale unica potrà stabilirsi, forse, per un certo periodo di tempo, ma è destinato a sparire non appena emergono, all’interno della stessa base materiale univa, i nuovi livelli materiali e sociali. Ogni società, in cui vi è conflitto di classi, è stata in passato una società composta da un’unica classe; in seguito all’inevitabile evoluzione delle cose, questa stessa classe ha generato le altre. La classe che ha privato le altre del potere, al fine di monopolizzarlo a suo esclusivo vantaggio, si accorgerà che questa appropriazione agisce nel suo ambito nello stesso modo in cui agisce nella società. In breve, i tentativi di unificare la base materiale della società, al fine di risolvere il problema del poter, o i tentativi di porre fine alla lotta in favore di un partito, di una classe, di una setta o di una tribù, sono falliti, come sono falliti gli sforzi per soddisfare le masse attraverso l’elezione di rappresentanti o attraverso l’organizzazione di referendum, al fine di conoscere le loro opinioni. Continuare su questa strada significherebbe perdere tempo o beffarsi del popolo.

 

IL REFERENDUM

Il referendum è una frode contro la democrazia. Quelli che dicono “Si” e quelli che dicono “No” non esprimono di fatto la loro volontà, ma sono stati imbavagliati in norme del concetto di moderna democrazia. E’ permesso loro dire una parola soltanto: “Si” o “No”. Questo è il sistema dittatoriale più oppressivo e crudele. Colui che dice “No” dovrebbe poter motivare la sua risposta e spiegare perché non ha detto “Si”. Colui che ha detto “Si” dovrebbe poter giustificare la sua scelta e spiegare la ragione per cui non ha detto “No”. Ognuno dovrebbe poter dire ciò che vuole ed esprimere le ragioni del suo consenso o del suo rifiuto. Qual’è, allora, la via che le società umane devono seguire per liberarsi definitivamente dalle epoche dell’arbitrio e della dittatura? Poiché, nella questione democratica, il problema insolubile è quello dello strumento di governo, problema che si esprime nella lotta tra i partiti, le classi o tra individui, dato che l’invenzione dei metodi elettorali e del referendum non è altro che un tentativo di camuffare l’insuccesso di questi esperimenti, che non riescono a risolvere questo problema, ne consegue che la soluzione è nel trovare uno strumento di governo diverso dagli attuali, che sono causa di conflitto e che rappresentano solo una parte della società. Si tratta, dunque, di trovare un sistema di governo che non sia il partito, la classe, la setta o la tribù, ma che sia il popolo nel suo insieme e che, quindi, non lo rappresenti e non si sostituisca ad esso. “Nessuna rappresentanza al posto del popolo”, “la rappresentanza è un’impostura”. Se fosse possibile trovare questo sistema di governo il problema sarebbe risolto. La democrazia popolare sarebbe realizzata e le società umane avrebbero posto fine ai tempi dell’arbitrio e ai sistemi dittatoriali che sarebbero sostituiti dal potere del popolo. Il “Libro Verde” presenta la soluzione definitiva del problema dello strumento di governo; indica ai popoli il modo per passare dall’era della dittatura all’era della vera democrazia. Questa nuova teoria si fonda sul potere del popolo, senza alcuna rappresentanza né sostituto. Attua una democrazia diretta, in modo organizzato ed efficace. Differisce dal vecchio tentativo di democrazia diretta che non ha trovato realizzazioni pratiche e che ha mancato di serietà a causa dell’assenza di un’organizzazione di base popolare.

 

I CONGRESSI POPOLARI ED I COMITATI POPOLARI

I congressi popolari sono l’unico mezzo per mettere in atto la democrazia popolare. Ogni altro sistema è una forma non democratica di governo. Tutti i sistemi di governo dominanti oggi nel mondo non saranno democratici fino a quando non avranno adottato questo mezzo. I congressi popolari sono l’approdo finale del movimento dei popoli verso la democrazia. I congressi popolari e i comitati popolari sono il frutto della lotta dei popoli per la democrazia. I congressi popolari ed i comitati popolari non sono invenzione dell’immaginazione, in quanto sono il prodotto del pensiero umano, che ha assimilato a fondo le diverse esperienze dei popoli per giungere alla democrazia. La democrazia diretta, se messa in atto, è innegabilmente ed indiscutibilmente il metodo ideale di governo. Le società si sono allontanate dalla democrazia diretta dato che era impossibile riunire tutto il popolo, in una volta sola qualunque fosse il suo numero, per discutere, per esaminare e decidere la sua politica. Ed ecco perché le nazioni si sono allontanate dalla democrazia diretta che è rimasta un’idea utopistica lontana dalla realtà. E’ stata sostituita da vari sistemi di governo, quali i parlamenti, le coalizioni di partiti, i referendum. Tutto questo ha portato ad isolare il popolo dall’esercizio dell’attività politica, ad usurpare la sua sovranità e a monopolizzare il suo potere e la sua sovranità politica a vantaggio di successivi e contrastanti strumenti di governo, dall’individuo, alla classe, alla setta, alla tribù, al parlamento o al partito. Il “Libro Verde” però annuncia ai popoli la scoperta della via giusta per la democrazia diretta, fondata su un sistema innovatore e pratico. Poiché tutti sono d’accordo sul fatto che la democrazia diretta è la forma ideale di governo, ma che la sua attuazione è stata finora impossibile e poiché la Terza Teoria Universale ci presenta un’esperienza realistica di democrazia diretta; il problema della democrazia nel mondo è definitivamente risolto. Alle masse non resta altro che lottare per abbattere tutte le forme dittatoriali di governo che dominano oggi nel mondo e che sono falsamente presentate come democrazia queste varie forma che comprendono i parlamenti, la setta, la tribù, la classe, il sistema monopartitico, il sistema bipartitico o pluripartitico. La democrazia ha un solo metodo e una sola teoria. Le differenze e le divergenze tra i sistemi che si pretendono democratici sono la prova che essi non sono democratici. Il potere popolare non ha che un volto solo e non può essere realizzato se non in unico modo; vale a dire tramite i congressi popolari ed i comitati popolari. “Non esiste democrazia senza congressi popolari” e “comitati popolari in ogni luogo”.

In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano , in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica. In questo modo sia l’amministrazione che il controllo di essa diverrebbero popolari e si porterebbe così fine alla vecchia definizione di democrazia che dice: “la democrazia è il controllo del popolo su se stesso”. Tutti i cittadini che sono membri di questi congressi popolari appartengono, per la loro professione e per le loro funzioni, a varie categorie o settori quali gli operai, i contadini, gli studenti, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i professionisti. Essi, oltre ad essere cittadini membri, o cittadini aventi funzioni direttive nei congressi popolari di base o nei comitati popolari, devono costituire congressi popolari a loro propri. I problemi discussi nei congressi popolari di base, nei comitati popolari, prendono forma definitiva nel Congresso Generale del Popolo, dove s’incontrano tutti i direttivi dei congressi popolari, dei comitati popolari. Tutto quello che viene deciso nel Congresso Generale del Popolo, che si riunisce una volta all’anno, è riferito ai congressi popolari, ai comitati popolari, per la sua messa in atto da parte dei comitati popolari che sono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base. Il Congresso Generale del Popolo non è un gruppo di membri di un partito o di persone fisiche come i parlamenti ma è l’incontro dei congressi popolari di base, dei comitati popolari. In questo modo il problema dello strumento di governo sarà di fatto risolto e si porrà fine ai regimi dittatoriali. Il popolo diverrà strumento di governo ed il problema della democrazia nel mondo sarà definitivamente risolto.

 

LA LEGGE DELLA SOCIETA’

Il problema della legge – problema parallelo a quello del sistema di governo – no ha ancora trovato la sua soluzione nei tempi moderni, anche se è stato risolto in alcuni periodi della storia. E’ ingiusto e non democratico che un comitato o un parlamento abbia il diritto di legiferare per la società. E’, inoltre, ingiusto e non democratico che un individuo, un comitato o un parlamento emendi o abroghi la legge della società. Qual’è, dunque, la legge della società? Chi la elabora? Qual’è la sua importanza in rapporto alla democrazia? La legge naturale di una società è costituita dalla tradizione o dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile ed illogico. Le costituzioni non sono la legge della società. La costituzione è una legge statuaria elaborata dall’uomo. Essa ha bisogno di una base su cui fondersi per trovare la sua giustificazione. Il problema della libertà nei tempi moderni consiste nel fatto che le costituzioni sono divenute la legge della società e che esse si fondano unicamente sulle diverse concezioni dei sistemi di governo dittatoriali attuati nel mondo, dall’individuo al partito. Prova ne sono le differenze tra una costituzione e l’altra malgrado che la libertà dell’uomo sia unica. La ragione di queste differenze è dovuta alla disparità di concezioni di chi detiene il potere. Ed è questo che ha soffocato la libertà nei sistemi politici del mondo contemporaneo. Il mezzo adoperato da chi detiene il potere per dominare il popolo è rappresentato dalla costituzione, ed il popolo è costretto a rispettarla dalla forza delle leggi derivanti dalla costituzione stessa, la quale non è altro che il prodotto della volontà e delle concezioni dei vari governanti. La legge dei sistemi di governo dittatoriale ha sostituito la legge naturale. La legge umana ha sostituito la legge naturale ed è sparito ogni criterio obiettivo, creando con ciò uno squilibrio. L’uomo è lo stesso ovunque. La sua morfologia e i suoi istinti sono identici dappertutto. E’ per questo che la legge naturale è divenuta la legge logica dell’uomo. Poi vennero le costituzioni: semplici leggi prodotte dall’uomo che non considerano l’uomo uguale. La loro concezione dell’uomo non ha altra giustificazione che la volontà di dominare il popolo da parte di chi detiene il potere, sia questi un individuo, un parlamento, una classe, un partito. Vediamo così che, generalmente, le costituzioni sono soggette a mutamenti ogni volta che cambiano i sistemi di governo. Ciò dimostra che la costituzione non è la legge naturale, ma il prodotto della volontà degli apparati di governo e che esiste in quanto deve servire i loro interessi.

Questo è il pericolo che minaccia la libertà ovunque la legge della società è assente ed è sostituita da leggi umane promulgate da uno strumento di governo al fine di dominare le masse. Punto essenziale è che il metodo di governo deve conformarsi alla legge della società, e non viceversa. La legge della società non può essere perciò oggetto di redazione o di codificazione. L’importanza della legge è nel fatto che essa è il criterio per distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, come pure i diritti e i doveri degli individui. La libertà sarà sempre minacciata fino a quando non ci sarà una legge sacra e fondata su norme stabili che non siano soggette ad essere trasformate o sostituite da un qualsiasi strumento di governo. Al contrario, è lo strumento di governo che è tenuto a seguire la legge della società. Tuttavia, i poli, in tutto il modo, sono governati tramite leggi umane suscettibili di essere trasformate ed abrogate a seconda dell’esito della lotta tra i gruppi politici per giungere al potere. I referendum dei popoli sulle costituzioni, talvolta, non sono sufficienti perché sono, essi stessi, un’impostura verso la democrazia, non permettendo che un “Si” o un “No”. I popoli sono costretti ad accettare i referendum in virtù delle leggi umane. Il referendum sulla costituzione non significa che questa sia la legge della società; ma significa che è solo una costituzione, una cosa oggetto di referendum e niente altro. Da questa realtà consegue che la legge della società è un’eredità umana eterna. Non è proprietà solo dei viventi. Il redigere una costituzione e sottometterla al referendum dei soli votanti è, pertanto, una specie di farsa. I codici redatti dall’uomo e derivanti dalle costituzioni sono pieni di sanzioni materiali, dirette contro l’uomo, mentre la legge tradizionale ne è quasi priva. La legge tradizionale prevede quasi esclusivamente sanzioni morali, le sole degne dell’uomo. La religione contiene ed assorbe la tradizione. La maggior parte delle sanzioni materiali, nella religione, sono differite. La maggior parte delle sue norme sono insegnamenti, indicazioni e risposte a delle domande. Questa è la migliore legge per rispettare l’uomo. La religione non ammette sanzioni temporali se non in casi estremi, quando queste si rilevano assolutamente necessarie alla società. La religione comprende la tradizione che è l’espressione della vita naturale dei popoli. La religione, quindi, è una conferma del diritto naturale. Le leggi non religiose e non tradizionali sono creazioni dell’uomo contro l’uomo. Esse sono, pertanto, ingiuste poiché non derivano da questa fonte naturale costituita dalla tradizione e dalla religione.

 

CHI CONTROLLA IL CAMMINO DELLA SOCIETA’ ?

La domanda è: una volta che si verifica una deviazione della legge, chi controllerà la società per avvisarla di tale deviazione? Democraticamente nessuna parte può, in nome della società, pretendere il diritto di controllo. Ciò significa che spetta alla società di controllare se stessa. E’ una dittatura la pretesa di una qualsiasi parte, sia essa un individuo o un gruppo di individui, di essere responsabile della legge, perché democrazia significa responsabilità della società intera e, pertanto, il diritto di controllo spetta a tutta la società. E’ questa la democrazia, che si esercita attraverso lo strumento di governo democratico che è il risultato della organizzazione della società stessa nei congressi popolari di base. L’auto – governo del popolo si attua tramite i comitati popolari e in seguito tramite il Congresso Generale del Popolo (Congresso Nazionale) dove si incontrano le segreterie popolari, i comitati popolari. Secondo questa teoria il popolo diviene egli stesso strumento di governo e controllerà, in questo caso, se stesso. In questo modo si realizza l’autocontrollo della società sulla propria legge.

 

COME PUO’ LA SOCIETA’ CORREGGERE LA SUA DIREZIONE IN CASO DI DEVIAZIONE DALLA PROPRIA LEGGE ?

Se uno strumento di governo è dittatoriale, come è oggi il caso di tutti i sistemi politici del mondo, la società, constatando una deviazione dalla legge, non ha altro mezzo di esprimere e di correggere tale deviazione se non la violenza, cioè la rivoluzione contro lo strumento di governo. Questa violenza o rivoluzione, anche se esprime la presa di coscienza di tale deviazione della società, non è attuata però da tutta la società, ma intrapresa solo da quelli che hanno la capacità, l’iniziativa e l’audacia di affermare la volontà della società. Tuttavia, questa azione è un passaggio alla dittatura, poiché questa iniziativa rivoluzionaria rende possibile, per necessità della rivoluzione stessa, l’instaurarsi di uno strumento di governo che si sostituisce al popolo, e ciò significa che tale strumento di governo è rimasto ancora dittatoriale. Inoltre, la violenza ed i cambiamenti ottenuti con l’uso della forza sono in se stessi un atto non democratico, anche se esso avviene in conseguenza di una precedente situazione non democratica. Una società che si trovi ancora in questa situazione è una società arretrata. Qual’è dunque la soluzione? La soluzione è che il popolo divenga lo strumento di governo – dai congressi popolari di base al Congresso Generale del Popolo – che l’amministrazione governativa sia abolita e sostituita dai comitati popolari e che il Congresso Generale del Popolo sia un congresso nazionale dove si incontrano i congressi popolari e i comitati popolari. Se in questo sistema si verificherà una deviazione della legge della società si tratterà di una deviazione collettiva, che deve essere corretta in modo collettivo, attraverso una verifica democratica e non con l’uso della forza. La correzione di questa deviazione non sarà più il prodotto di una scelta volontaria del metodo di cambiamento o di correzione di questa deviazione, ma l’inevitabile risultato della natura stessa di questo sistema di governo democratico. In questo caso non ci sarà più una parte della collettività contro cui dirigere l’azione violenta e non sarà possibile ritenerla responsabile della deviazione.

 

LA STAMPA

Ogni persona fisica ha il diritto di esprimere se stessa, e fin’anche se pazza di esprimere la propria pazzia. Anche ogni persona giuridica ha il diritto di esprimere la sua personalità. Nel primo caso la persona fisica rappresenta soltanto se stessa, nel secondo la persona giuridica rappresenta il gruppo di persone fisiche che la costituiscono. La società è costituita da numerose persone fisiche e da varie persone giuridiche. Di conseguenza, quando una persona fisica, per esempio, esprime la propria pazzia, ciò non significa che tutti gli altri membri della società siano del pari pazzi. L’opinione di una persona fisica è l’espressione di quella singola persona, quella della persona giuridica è l’espressione degli interessi o dei punti di vista dei suoi componenti. Per esempio, una società di produzione e vendita del tabacco rappresenta soltanto gli interessi di quella società, vale a dire, di quelli che traggono profitto della produzione o dalla vendita del tabacco, sebbene questo sia nocivo alla salute degli altri. La stampa è il mezzo di espressione della società e non il mezzo di espressione di una persona fisica o giuridica. Logicamente e democraticamente, quindi, la stampa non può essere proprietà né dell’una né dell’altra. Quando un individuo possiede un giornale, questo è il “suo” giornale ed esprime la “sua” opinione. La pretesa che il giornale esprima l’opinione pubblica è falsa e senza fondamento, poiché, in realtà, esso esprime le opinioni di una persona fisica. Non è democraticamente ammissibile che una persona fisica possegga un qualsiasi mezzo di diffusione o di informazione pubblica. Tuttavia, è diritto naturale della persona fisica esprimersi con qualsiasi mezzo, anche se pazzesco. Un giornale pubblicato da professionisti è solamente l’espressione di questa particolare categoria sociale. Esprime il suo punto di vista e non il punto di vista dell’opinione pubblica. Questo vale per tutte le persone fisiche e le persone giuridiche che costituiscono la società. La stampa (veramente) democratica è quella pubblicata da un comitato popolare composto da tutte le varie categorie sociali, cioè, dalle unioni di operai, dalle unioni femminili, dalle unioni studentesche, dalle unioni di contadini, dalle unioni di professionisti, dalle unioni di impiegati, dalle unioni di artigiani e così via. In questo caso, e soltanto in questo, la stampa o qualsiasi altro mezzo di informazione sarà l’espressione della società intera e rappresenterà l’opinione pubblica. La stampa sarà allora veramente democratica. Se i medici professionisti pubblicassero un giornale, dovrebbe trattarsi soltanto di una rivista medica, per essere veramente l’espressione di quelli che la pubblicano.

Se l’Ordine degli avvocati pubblicasse un giornale, dovrebbe trattarsi di una rivista giuridica, per esprimere le opinioni di quelli che la pubblicano. La stessa cosa vale per tutte le altre categorie. La persona fisica ha il diritto di esprimere la sua opinione; non è democraticamente ammissibile, però, che si esprima in nome degli altri. In questo modo, può essere risolto, definitivamente e democraticamente, quello che si definisce nel mondo “il problema della libertà di stampa”. Questo problema, le cui controversie sono ancora in atto nel mondo, scaturisce dal più generale problema della democrazia. Non potrà essere risolto finché sussisterà la crisi della democrazia in tutta la società. Non vi è che un modo per risolvere questo intricato problema ed è la Terza Teoria Universale.

Secondo questa teoria, il sistema democratico, in tutti i suoi aspetti, è una struttura coerente fondata sui congressi popolari, sui comitati popolari. Tutti questi organismi si incontrano nella riunioni del Congresso Generale del Popolo.

Non esiste assolutamente altra concezione di una società realmente democratica al di fuori di questa. Finalmente, dopo l’epoca delle repubbliche, l’era delle masse si avvicina rapidamente a noi, infiammando i sentimenti e abbagliando lo sguardo. Tuttavia, se da un lato, questa era è annunciatrice della vera libertà delle masse e del loro felice affrancamento dalle catene degli strumenti di governo, dall’altro, ci mette in guardia contro l’avvento di un’era di anarchia e di demagogia che può verificarsi se la nuova democrazia, che è il potere del popolo, cade di nuovo ed il potere di un individuo, di una classe, di una tribù, di una setta o di un partito ritorna a predominare. Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma, nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda.

 

BASE ECONOMICA DELLA TERZA TEORIA UNIVERSALE

Importanti e storiche evoluzioni si sono certo verificate per quanto concerne la soluzione del problema del lavoro e del costo del lavoro (cioè la soluzione del rapporto fra lavoratore e datore di lavoro, fra proprietari e lavoratori – produttori -, come ad esempio la limitazione delle ore lavorative, la retribuzione del lavoro straordinario, il diritto alle ferie, il riconoscimento di una paga base, la partecipazione del lavoratore agli utili e all’amministrazione, il divieto di licenziamento arbitrario, il diritto all’assistenza sociale, il diritto allo sciopero e quant’altro contenuto nelle leggi del lavoro e presente in quasi tutte le legislazioni contemporanee); rispetto ai precedenti si sono avuti anche nella concezione della proprietà, in quanto sono state elaborate norme che limitano il reddito ed altre che vietano la proprietà privata trasferendola allo stato. Malgrado però tutte queste evoluzioni, di evidente rilievo, nel susseguirsi delle problematiche economiche, il problema sostanzialmente persiste ancora, nonostante tutti i ritocchi, i miglioramenti, gli emendamenti e tutti gli altri sforzi che lo hanno reso meno pressante, rispetto a come si era manifestato nei secoli scorsi, tuttavia, pur realizzando molte delle aspettative dei lavoratori, il problema economico non è stato ancora risolto nel mondo. I tentativi compiuti per risolvere il problema delle proprietà non hanno risolto quello dei lavoratori in quanto produttori, che permangono ancora dei salariati, “anche se” la concezione della proprietà attraverso varie tappe intermedie, si è spostata dalla estrema destra alla estrema sinistra, con diverse posizioni intermedie.

[ Il salario ]

I tentativi operati in tema di salari non sono meno rilevanti di quelli operati nella concezione della proprietà che ha subito un ribaltamento. Il risultato dei tentativi che si sono operati in tema di salario sono i privilegi ottenuti dai lavoratori: una organica legislazione del lavoro, le difese dei sindacati. Questo come ha cambiato la situazione precaria in cui versavano i lavoratori all’inizio della rivoluzione industriale. Gli operai, i tecnici e il personale amministrativo col passare del tempo hanno ottenuto diritti ritenuti da sempre irraggiungibili, anche se in realtà il problema persiste ancora. Gli sforzi effettuati allo scopo di migliorare il trattamento salariale non sono stati risolutivi bensì sono stati tentativi artificiosi di riforma, più vicini alla beneficenza che al riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Perché si da un salario ai lavoratori? Perché svolgono una attività produttiva a favore dei terzi, e cioè per conto di chi li assume al fine di realizzare una produzione. Pertanto i lavoratori non consumano il proprio prodotto, ma sono costretti a cederlo in cambio di un compenso, mentre una sua norma è che chi produce deve consumare. I lavoratori anche se il loro trattamento salariale è migliorato, permangono degli asserviti, indipendentemente dall’entità della retribuzione.

[ Precarietà dei salariati ]

Il salariato è come uno schiavo del padrone alle cui dipendenze permane temporaneamente e la cui schiavitù si manifesta fino a quando egli lavorerà alle sue dipendenze ed in cambio di un compenso. Ciò indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro sia un individuo o lo stato. I lavoratori, nei loro rapporti individuali sia col singolo datore di lavoro sia con l’azienda produttrice, non sono altro che dei salariati, prescindendo dalla evoluzione che ha subito il concetto della proprietà. Infatti anche gli entri economici pubblici non offrono ai loro lavoratori dipendenti altro che paghe e altri servizi sociali assai simili alla carità che i ricchi titolari di un’azienda privata assegnano ai propri lavoratori.

[ Tutti i lavoratori sono dei salariati ]

E’ giusto dire che il reddito, quando deriva da un’azienda pubblica, è prerogativa della comunità e quindi anche dei lavoratori, contrariamente a quanto accade nelle aziende private, in cui il reddito è prerogativa esclusiva del titolare. Tuttavia questo avviene se consideriamo gli interessi generali della collettività e non gli interessi individuali dei lavoratori e se si suppone che il potere politico monopolizzatore della proprietà appartenga a tutta la gente, cioè sia potere di tutto il popolo, che viene esercitato tramite i congressi e i comitati popolari, e non potere di una sola classe, di un solo partito, o di una setta, tribù, famiglia, individuo e qualsivoglia forma di potere parlamentare. Malgrado tutto la remunerazione che va direttamente a tutti i lavoratori, sia essa sotto forma di salario, sia sotto forma di percentuale sugli utili, sia sotto forma di servizi sociali, è indicata a quella percepita dai lavoratori in un’azienda privata; pertanto sia i lavoratori che operano in un ente pubblico sia coloro che lavorano in una società privata, sono tutti dei salariati indipendentemente dal tipo di datore di lavoro.

[ Lavoratori e produzione ]

Così il processo evolutivo che ha caratterizzato il concetto di proprietà, spostandola da una mano all’altra, non ha risolto il problema del diritto che il lavoratore ha sulla produzione stessa che si è realizzata col suo apporto diretto e non per tramite della società o dietro salario; in realtà i lavoratori (produttori), nonostante si sia mutato il concetto di proprietà, restano ancora dei salariati. La soluzione definitiva rimane nell’abolizione del salario e nella liberazione dell’essere da questo genere di schiavitù; e cioè il ritorno alle norme naturali che hanno definito il rapporto prima del sorgere delle classi, e delle varie forma di governo e delle legislazioni elaborate dall’uomo.

[ La norma naturale ]

Le norme naturali sono l’unità di misura, il punto di riferimento, e l’unica fonte dei rapporti umani. Da queste norme naturali è scaturito un socialismo naturale fondato sulla eguaglianza tra gli elementi che concorrono alla produzione economica. L’applicazione di questo principio ha consentito di distribuire quasi equamente tra gli individui i prodotti della natura. Al contrario lo sfruttamento del proprio simile da parte dell’individuo, il possesso di beni in misura superiore al proprio fabbisogno costituiscono l’abbandono della norma naturale, l’inizio della corruzione e della deviazione dai valori fondamentali e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

[I fattori produttivi ]

Analizzando i fattori produttivi nel tempo, rileviamo che essi sono costituiti da tre elementi fondamentali:
– materia di produzione
– mezzo di produzione

– produttore.

Il principio naturale di eguaglianza si fonda sul fatto che ad ogni elemento che ha partecipato alla produzione spetta una parte. Infatti la produzione in oggetto si può realizzare soltanto con il concorso di ogni singolo elemento senza il quale la produzione stessa non avrebbe luogo.

[ Ripartizione del prodotto ]

Dato che il ruolo di detti elementi nel processo produttivo è necessario e fondamentale, nella stessa misura è ovvio che gli stessi hanno pari diritti sulla produzione effettuata. Il predominio di una parte sull’altra contrasta con la norma naturale della eguaglianza ed è una violazione dei diritti altrui. Perciò ad ogni elemento spetta una quota – parte, indipendentemente dagli elementi stessi. Se troviamo che un’attività produttiva è realizzata solo da due elementi, ad ogni elemento spetta la metà della produzione. E se invece l’operazione viene compiuta da tre elementi, ad ognuno di essi ne spetterà un terzo e così via.

[ L’evoluzione industriale ]

Applicando questa norma naturale sulla realtà del passato e del presente troviamo quanto segue:

nella fase della produzione manuale il processo produttivo si realizza grazie al concorso delle materie prime e dell’intervento dell’uomo. Poi via via si introducono i mezzi di produzione adottati dall’uomo nei diversi processi produttivi. Questi mezzi nel tempo si avvicendano passando dall’animale alle macchine. Dalle materie prime più elementari e meno costose si passa alle più complesse e alle più costose. Come l’uomo da semplice operaio si evolve e diviene tecnico o ingegnere, così da folti gruppi di lavoratori emerge un numero limitato di tecnici. La modificazione quantitativa e qualitativa degli elementi della produzione non ha cambiato essenzialmente il ruolo degli stessi che rimane nel processo produttivo necessariamente invariato. Ad esempio: il ferro grezzo che costituiva anticamente e costituisce ancora oggi un elemento della produzione, era lavorato dapprima con un sistema primitivo: il fabbro produceva manualmente un coltello, un piccone o una lama e via di seguito, mentre ora gli ingegneri e i tecnici lavorano lo stesso ferro con metodi industriali e per mezzo di altri forni producono macchinari, motori e veicoli di ogni genere. Alla stessa stregua l’animale (cavallo, mulo, cammello o qualsiasi animale di fatica) che costituiva un elemento della produzione ora è sostituito dalle grosse fabbriche e da potenti macchinari. Così pure gli utensili primitivi sono stati sostituiti da complicate attrezzature tecniche. Tuttavia i fattori naturali e fondamentali della produzione, nonostante gli enormi mutamenti sono rimasti essenzialmente costanti e la stabilità del loro rapporto fa della norma naturale la giusta base insostituibile per la soluzione del problema economico in forma definitiva; e ciò spiega il fallimento dei precedenti tentativi storici che non hanno tenuto conto di questi fondamenti naturali.

[ I tentativi delle teorie passate ]

Le teorie storiche precedenti si sono occupate del problema economico solo dal punto di vista dell’appartenenza dei fattori produttivi e dei salari rispetto alla produzione, senza riuscire a chiarire l’essenza della produzione stessa. Gli elementi caratterizzanti dei sistemi economici esistenti ancora oggi nel mondo si fondano sul salario. Tali sistemi escludono il lavoratore da qualsiasi diritto sulla produzione realizzata con il suo diretto intervento. Sia essa realizzata per conto della collettività oppure per conto di una azienda privata.

[ Interazione delle componenti produttive ]

Nelle aziende industriali i processi produttivi poggiano su materie di produzione, impianti di produzione e attraverso i lavoratori. La produzione si ottiene mediante l’uso di macchinari che può aver luogo soltanto con l’intervento dei lavoratori. La lavorazione delle materie prime, la produzione di prodotti finiti pronti per l’uso, si ottengono attraverso il processo produttivo ed il processo produttivo stesso non avrebbe avuto luogo senza l’apporto di materie prime, della fabbrica e dei lavoratori. Infatti, escludendo dal processo produttivo le materie produttive, la fabbrica non avrebbe cosa produrre. Mancando la fabbrica le materie prime non potrebbero subire alcun processo di trasformazione. E senza l’intervento dei lavoratori (produttori) la fabbrica non potrebbe funzionare. Da qui assistiamo ad un processo di compartecipazione a livello produttivo da parte di tutti e tre gli elementi in eguale misura. Infatti senza la presenza di tutti e tre gli elementi non potrebbe aver luogo alcun processo produttivo; atteso che il singolo elemento preso individualmente non esprime alcuna capacità produttiva, così pure due di questi elementi, in mancanza del terzo. La norma naturale presuppone che nel processo produttivo il contributo dei tre elementi sia paritetico; pertanto non è importante la materia o la fabbrica singolarmente considerata ma è altresì importante la presenza del lavoratore (produttore).

[ La produzione agricola ]

Ciò vale anche per il processo produttivo in agricoltura che si compie attraverso l’intervento dell’uomo sulla terra senza l’uso di un terzo mezzo. Ciò vale anche esattamente per le attività produttive nei settori artigianali. Alla produzione in questo caso concorrono solo due elementi. Se invece viene usato il mezzo meccanico o qualcosa del genere per l’agricoltura, in tal caso al processo produttivo vengono a concorrere tutti e tre gli elementi; la terra, il coltivatore, il macchinario che viene adoperato per la coltivazione della terra. Così si attua un sistema socialista al quale si attiene tutto il processo produttivo fondato su questa norma naturale.

[ I produttori sono i lavoratori ]

I produttori sono i lavoratori e sono così chiamati perché le parole lavoratori, manovali, o classe operaia, si considerano al di fuori della realtà attuale. In base alla definizione tradizionale i lavoratori attraversano continuamente un processo evolutivo sia quantitativamente che qualitativamente, e la classe operaia è in diminuzione graduale e continua, conformemente all’evolversi delle tecnologie e delle scienze. Lo sforzo che era richiesto ad un numero elevato di lavoratori, oggi si sostituisce con l’uso del macchinario, e l’uso della macchina richiede un numero minore di operatori. Questo è il cambiamento quantitativo delle forze lavoratrici. Così pure la macchina richiede capacità tecnica invece di quella fisica. Quest’ultimo costituisce il cambiamento qualitativo delle forze lavoratrici .

[ Qualificazione della mano d’opera ]

Una nuova forza produttrice è divenuta fattore della produzione, la mano d’opera si è trasformata passando da uno stadio di manovalanza ignorante ad un ristretto gruppo di tecnici, ingegneri e specialisti. Conseguentemente i sindacati degli operai scompariranno e saranno sostituiti dai sindacati di ingegneri, di benessere per l’umanità e grazie a ciò l’analfabetismo sarà assorbita progressivamente dal processo scientifico. Tuttavia l’uomo nella sua nuova forma rimarrà sempre un elemento fondamentale del processo produttivo.

[ Il bisogno ]

La libertà dell’uomo è incompleta se da un altro uomo dipendono i suoi bisogni. Lo stato di necessità può far diventare l’uomo schiavo di un altro uomo. Lo sfruttamento è motivato dal bisogno, che è un problema reale. Il conflitto ha inizio quando qualche altra parte è arbitra dei bisogni dell’uomo.

[Lacasa]

La casa è una necessità per l’individuo e la sua famiglia. Pertanto deve essere di proprietà di chi la abita. Non vi è libertà alcuna per l’uomo che vive in una casa appartenente ad un altro sia che paghi o no il canone. I tentativi operati dai governi allo scopo di risolvere il problema dell’alloggio non costituiscono una soluzione del problema perché non mirano ad una soluzione radicale e definitiva, in quanto non tengono conto della necessità primordiale dell’uomo di possedere un alloggio proprio. Al contrario detti tentativi si limitano a trattare semplicemente sull’entità del canone al fine di diminuirlo, aumentarlo o comunque ristrutturarlo sia che il rapporto di locazione si intrattenga con un privato sia che si intrattenga con un ente pubblico. Nella comunità socialista non è ammesso che i bisogni dell’uomo siano alla mercé di alcuno, anche se questi sia la collettività stessa. Nessuno ha il diritto di costruire una casa in più della propria e di quella dei suoi eredi, allo scopo di cederla in locazione. Quella casa non è altro che un bisogno di un altro uomo, e costruirla allo scopo di cederla in affitto è un inizio di sopraffazione del bisogno altrui: significa conculcare un bisogno di quell’uomo stesso. Nel bisogno scompare la libertà.

[ Il sostentamento ]

Il sostentamento è una necessità assoluta per l’uomo. Non è ammissibile, in una società socialista, che per l’appagamento dei propri bisogni l’uomo debba dipendere da un compenso sotto forma di salario o di carità da qualsiasi parte essi vengano. Nella società socialista non dovrebbero esserci salariati, ma associati, poiché i proventi sono prerogativa personale dell’individuo, sia nel caso in cui li procuri da se stesso nei limiti delle sue esigenze, sia che detti proventi costituiscano una parte della produzione nella quale l’individuo stesso è un elemento fondamentale. In ogni caso i proventi non possono derivare da un salario percepito per una attività produttiva effettuata per conto di terzi.

[ Il mezzo di trasporto ]

Il mezzo di trasporto è una necessità per l’individuo e per la sua famiglia ed esso non deve essere di proprietà altrui. Nella società socialista non è consentito al singolo individuo o ad altri di possedere mezzi di trasporto da noleggiare, perché questo costituirebbe un invadere i bisogni degli altri.

[Laterra]

La terra non è proprietà di nessuno, ma è permesso ad ognuno di sfruttarla, godendone i benefici mediante il lavoro, l’agricoltura e il pascolo. Tutto questo nel corso della propria vita, e quella dei propri eredi, nel limite del lavoro personale (senza assumere altri a pagamento o gratuitamente) e nel limite della soddisfazione dei propri bisogni. Se la proprietà della terra fosse permessa, nessun altro, all’infuori dei proprietari esistenti, troverebbe il soddisfacimento dei propri bisogni. La terra è un bene immobile, mentre coloro che ne traggono beneficio sono soggetti, col passare del tempo, a mutamenti in ordine alla professione, alla capacità, e alla esistenza.

[ La nuova collettività socialista ]

Il fine della nuova collettività socialista è la formazione di una comunità felice perché libera. Ciò non potrebbe essere realizzato se non con la soddisfazione dei bisogni materiali e morali dell’uomo, attraverso l’affrancamento di questi bisogni del predominio e dell’arbitrio degli altri. Il soddisfacimento dei bisogni deve essere compiuto senza lo sfruttamento o la schiavitù degli altri, il che andrebbe contro i fini della nuova società socialista. L’uomo della nuova società, o lavora per conto proprio, per assicurare il soddisfacimento dei propri bisogni materiali, o lavora in un’azienda socialista, ove lui stesso è socio nella produzione, oppure lavora prestando dei servizi generali per la società, là dove questa gli garantirà il soddisfacimento dei suoi bisogni materiali. L’attività economica della nuova società socialista è un’attività produttiva allo scopo di soddisfare le esigenze materiali, e non è un’attività improduttiva o procacciatrice di lucro al fine di accumulare risparmi eccedenti la soddisfazione di quelle necessità. Ciò non è compatibile con le nuove strutture socialiste.

[ Lo scopo lecito dell’attività economica ]

Lo scopo lecito dell’attività economica degli individui è quello di soddisfare i loro bisogni, dato che sia la ricchezza nel mondo sia quella esistente in ogni società a sé stante sono pressoché limitate in ogni fase. E perciò nessun individuo ha il diritto di compiere un’attività economica con l’intento di impossessarsi di un quantitativo di ricchezza eccedente ai suoi bisogni è prerogativa di altri individui. Tuttavia a questo individuo spetta il diritto di risparmiare nell’ambito di quanto prodotto personalmente da lui, e non dal lavoro altrui, o a spese dei bisogni altrui. Perché se fosse lecito compiere un’attività economica all’infuori del soddisfacimento dei propri bisogni il risultato sarebbe che ogni uomo possiederebbe più di quanto è necessario per il soddisfacimento dei suoi bisogni, escludendo gli altri dell’appagamento dei propri bisogni.

[ Il risparmio eccedente ai bisogni e lo sfruttamento ]

Il risparmio eccedente la misura per il soddisfacimento dei propri bisogni diventa privazione del soddisfacimento dei bisogni di un altro nell’ambito della ricchezza della collettività. L’essenza dello sfruttamento consiste:

– nel consentire all’attività produttiva privata di conseguire risparmi in misura maggiore di quella necessaria per il soddisfacimento dei bisogni;
– nel permettere l’assunzione di altri per il soddisfacimento dei propri bisogni;
– nell’assumere ancora altri per ottenere qualcosa di più nell’appagamento delle proprie necessità;

– nell’imporre a un uomo di soddisfare altrui bisogni o di procurare risparmi per altri limitando i propri bisogni.

[ Il lavoro dietro compenso ]

Il lavoro dipendente oltre ad essere una schiavitù dell’uomo, come abbiamo accennato, è un lavoro privo di incentivo al lavoro stesso, perché il lavoratore (produttore) è un salariato e non un socio. Chi lavora per conto proprio è maggiormente dedito al suo lavoro produttivo, avendo a incentivo nel dedicarsi al proprio lavoro l’agire per soddisfare i propri bisogni materiali, chi lavora in un’azienda socialista è socio dell’azienda, ed è altresì dedito al suo lavoro produttivo, poiché da quella produzione dovrà trarne di che soddisfare i propri bisogni. Chi invece lavora alle dipendenze degli altri non ha incentivo che lo spinga al lavoro. Il lavoro salariato mette in crisi l’incremento e lo sviluppo della produzione. Ciò accade sia quando è svolto in una attività di servizi sia quando si esplica in una attività produttiva. Esso è soggetto ad un continuo deterioramento in quanto si fonda sul sacrificio dei salariati.

Esempi

– di lavoro retribuito effettuato per conto della comunità, – di lavoro effettuato per conto privato,
– di lavoro non remunerato.

1° Esempio:
A: Un lavoratore produce dieci mele per conto della comunità e da questa percepisce una sola mela in cambio della sua produzione. E ciò soddisfa esattamente i suoi bisogni.
B: Un lavoratore produce dieci mele per conto della comunità, ed ottiene dalla comunità una sola mela in cambio della sua produzione, ma ciò non basta per soddisfare i suoi bisogni.

2° Esempio:
Un lavoratore produce dieci mele per conto di un altro individuo e percepisce un compenso inferiore al prezzo di una sola mela.

3° Esempio:
Un lavoratore produce dieci mele per se stesso.

Risultato:

1 A: Il lavoratore non aumenterà la sua produzione, perché anche aumentando la produzione non otterrà per se stesso che una sola mela, sufficiente a soddisfare i suoi bisogni. E così vediamo che tutte le forze lavoratrici, che compiono dei lavori per conto della società sono sottoposte (psicologicamente ed automaticamente) a una continua recessione.

1 B: Non ha incentivo a produrre, perché produce per la comunità, senza che egli ottenga ciò che soddisfi i suoi bisogni; egli continua a lavorare senza stimolo, costretto a sottostare alle condizioni del lavoro in tutta la società. Questo è lo stato di tutti gli individui che compongono quella società.

2. Non lavora addirittura per produrre, ma lavora per ottenere una remunerazione, e dato che questa remunerazione è minore del suo fabbisogno, o egli cercherà un altro padrone per offrirgli il suo lavoro a maggior prezzo del primo, oppure sarà costretto a continuare il suo lavoro, per sopravvivere.

3. Il terzo è l’unico che produce senza recessione e costrizione alcuna.

Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. Così troviamo che il terzo esempio illustra la condizione ottimale della produzione, mentre in tutti gli altri casi la produzione continua, solo per necessità di sopravvivenza. Non c’è esempio più chiaro di quello delle società capitalistiche dove la produzione si accumula, si ingrandisce e rimane sempre in mano ad un numero minore di proprietari, i quali non lavorano, ma sfruttano il lavoro della classe operaia che viene costretta a produrre per vivere. Il “Libro Verde” non risolve semplicemente il problema materiale della produzione, ma indica la direzione della soluzione completa dei problemi della società, in modo da liberare l’individuo, materialmente e moralmente, per la definitiva realizzazione della sua felicità.

Altri esempi:

Se si suppone che la ricchezza della società è di dieci unità ed il numero dei membri di questa società è pari a dieci elementi, la parte di ricchezza spettante ad ogni individuo è di 10:10 uguale a 1 derivante dal complesso delle unità disponibili della ricchezza sociale. Se invece un numero di individui di questa società possedesse più di una unità di ricchezze, gli altri individui ne sarebbero privati, perché i primi sarebbero in possesso della loro parte. Ciò spiega l’esistenza di ricchi e poveri nella società dello sfruttamento. Se ammettiamo che cinque individui di questa società posseggano due unità ciascuno, gli altri cinque individui rimarrebbero privi della loro parte. Sarebbe a dire che il 50% è stato privato del diritto alla sua ricchezza, per il fatto che l’unità in più posseduta da ognuno dei primi cinque è la parte spettante agli altri cinque.

[ L’accumulazione di ricchezza ]

Ciò di cui abbisogna un individuo per soddisfare i propri bisogni è una unità della ricchezza complessiva della società. Ora, l’individuo che possiede più di una unità di questa ricchezza è in realtà responsabile di avere limitato il diritto di altri individui alla loro parte di ricchezza e non ha fatto altro che accumulare realizzando ciò in danno dei bisogni altrui. Tutto ciò è alla base dell’attività di coloro che accumulano risparmio senza consumare, cioè che risparmiano in una misura superiore a quanto dovuto per il soddisfacimento dei loro bisogni. Da qui scaturisce la formazione di nuclei di persone che chiedono di soddisfare i propri bisogni e rivendicano il loro diritto alla propria quota di ricchezza nella società di cui fanno parte, senza ottenere nulla. La privazione della loro quota di ricchezza è un vero furto, anche se fatto allo scopo e legale, secondo le norme inique e sfruttatrici che governano la società. Tutto quanto va oltre il soddisfacimento dei propri bisogni rimane in definitiva proprietà di tutti i membri della collettività. A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani.

[ La ricchezza della società ]

La ricchezza della società assomiglia ad un ente o ad un deposito di alimentari, che offre quotidianamente ad un numero di persone un certo quantitativo di approvvigionamenti sufficienti a soddisfare giornalmente i propri bisogni. Ogni individuo può risparmiare o consumare della sua parte ciò che desidera! Così facendo egli sfrutta le sue capacità personali e la sua intelligenza. Colui che sfrutta la sua abilità allo scopo di ottenere dal magazzino di approvvigionamento maggiori quantità al fine di aggiungerle a ciò di cui aveva bisogno, indubbiamente è un ladro. Perciò chi adopera la sua intelligenza per impossessarsi di una ricchezza in misura maggiore di quella necessaria per il soddisfacimento dei suoi bisogni lede in realtà un diritto di tutti: la ricchezza della società, pari in questo caso al succitato magazzino di approvvigionamenti. Nella nuova società socialista non si ammettono disparità nella distribuzione della ricchezza tra individui. Solo a coloro che prestano servizi generali, la società disporrà di una data parte di ricchezza in proporzione alle loro prestazioni. Le unità di ricchezza assegnate a questi individui saranno ripartite in proporzione dei maggiori servizi prestati da ciascuno di essi.

[ Finalità della nuova società socialista]

Queste esperienze storiche hanno generato una nuova esperienza, quale finale coronamento vittorioso della lotta dell’uomo per il completamento della sua libertà, la realizzazione della sua felicità e il soddisfacimento delle sue esigenze. Si rimuove così ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e si viene a realizzare un sistema idoneo per un’equa distribuzione della ricchezza della società, in modo da consentire all’individuo di lavorare per se stesso, per il soddisfacimento dei propri bisogni, facendo a meno di ogni altro e non appropriandosi di ciò che è degli altri. Questa è la teoria della liberazione dell’uomo attraverso il soddisfacimento dei propri bisogni. Pertanto la nuova società socialista non è altro che la conseguenza dialettica degli iniqui rapporti regnanti nel mondo. Da essa sono scaturiti nuovo principi naturali: la proprietà può essere privata nella misura in cui viene a soddisfare i bisogni dell’individuo, senza l’intervento di altri ; e vi è altresì una proprietà socialista in cui i produttori sono soci nel processo produttivo.

Questo sistema sostituisce il principio della proprietà privata fondata sulla produzione da essi realizzata dal momento che il loro rapporto si esaurisce con la corresponsione del salario.
Colui che possiede la casa in cui un individuo abita, o il mezzo di trasporto che lo stesso individuo usa, e gli elargisce il sostentamento con cui costui vive, in definitiva possiede la sua libertà o una parte di essa. Essendo però la libertà indivisibile l’uomo per essere felice ha bisogno di essere libero. E per essere libero deve essere in condizione di possedere ciò con cui soddisfare da sé i propri bisogni. Colui che possiede i beni necessari al soddisfacimento dei bisogni di un individuo è in condizione di dominarlo, di sfruttarlo, e di ridurlo alla schiavitù, nonostante ogni legge che lo vieti. I bisogni materiali fondamentali dell’uomo vanno dal vestiario e il cibo, fino al mezzo di trasporto e la casa, quale proprietà privata ed inalienabile. Non è ammesso che questa sia presa in locazione da alcuno dietro compenso poiché ciò dà la facoltà al proprietario di intromettersi nella vita privata dell’individuo, impedendogli il soddisfacimento dei suoi bisogni e disponendo ad arbitrio della sua libertà e felicità. Così il proprietario dei vestiti presi in affitto può spogliarlo magari in mezzo alla strada lasciandolo nudo, o il titolare del mezzo di trasporto può toglierlo e lasciare in mezzo la strada chi lo sta usando, oppure anche il proprietario della casa, lasciando senza riparo l’individuo che la abita. E’ una beffa che i bisogni dell’uomo siano regolati mediante procedure legali, amministrative o simili, mentre su di essi sostanzialmente si fonda la società stessa in base a norme naturali.

L’obiettivo della società socialista è la felicità dell’essere che non si realizza se non nell’ambito delle libertà materiali e morali. La realizzazione di dette libertà dipende dal modo in cui l’uomo è padrone delle sue cose, in modo che deve essere sicuro ed inalienabile. Pertanto ciò che deve soddisfare i bisogni di un individuo non deve essere proprietà di altri, roba esposta ad essere sottratta all’uomo da qualunque parte della società. Altrimenti, l’individuo vive in uno stato d’ansia che gli porta via la felicità, riducendolo ad essere non libero che vive nella paura di interferenze esterne. La trasformazione delle società contemporanee da società di salariati a società di soci, è fatale conseguenza dialettica delle tesi economiche contrastanti esistenti nel mondo di oggi, ed è anche fatale conseguenza delle ingiustizie inerenti al sistema salariale, e non ancora risolte. Le forze incombenti dei sindacati dei lavoratori nel mondo capitalista, costituiscono una garanzia per la trasformazione delle società capitalistiche da società di salariati in società di associati. La rivoluzione per la realizzazione del socialismo ha inizio nel m omento in cui i lavoratori (produttori) prenderanno possesso delle parti loro spettanti nella produzione che essi stessi realizzano. A questo punto il motivo degli scioperi dei lavoratori cambierà: da una richiesta di aumento di salario si passerà ad una richiesta di partecipazione alla produzione. Seguendo i principi del “Libro Verde” tutto questo prima o poi sarà una realtà.

BASE SOCIALE DELLA TERZA TEORIA UNIVERSALE

Motore della storia umana è il fattore associativo delle Genti (igtimà’ì ay qawm). La base della dinamica della storia è il vincolo associativo che tiene legati i diversi gruppi umani, ciascuno singolarmente, dalla famiglia alla tribù sino alla nazione (ummah). Gli eroi della storia sono individui che si sacrificano per delle cause. Non esiste in merito altra possibile definizione. Ma quali cause? Gli eroi sacrificano se stessi per amore degli altri. Ma quali altri? Quelli che hanno un legame con loro. Il legame fra singolo e gruppo è di natura associativa, ossia intercorrere fra individui di una stessa etnia (o Gente: qawn). La base su cui si è formata l’etnia è la coscienza della nazione (qawmityyah). Perciò quelle sono cause nazionali, ed il legame nazionale è legame associativo: quello associativo deriva dal gruppo (gamà’ah), è cioè il legame interno al gruppo; quello nazionale deriva dalla etnia, è cioè il legame interno all’etnia. Il legame associativo è legame nazionale, e viceversa; dato che il gruppo è etnia e che l’etnia è gruppo, anche se quest’ultimo può esserle numericamente inferiore. Tralasciando qui la definizione particolare che concerne il gruppo transitorio (gamà’ah muwaqqatah), che non ha legami gentilizi fra i suoi membri. Infatti ciò che qui si intende per gruppo (gamà’ah) è il gruppo perenne (gamà’ah dà’imah) in virtù dei legami della nazione [ovvero è l’associatività nazionale]. I movimenti storici sono movimenti di masse (gamàhìriyyah), ossia di un gruppo a favore proprio e per la sua indipendenza da un altro gruppo diverso: infatti ciascuno dei due gruppi ha una formazione (takwìn) sociale sua propria che lo tiene legato insieme. I movimenti di un gruppo sono sempre di carattere indipendentista, cioè volti alla realizzazione dell’identità del gruppo sopraffatto od oppresso da parte di un altro. In merito alla lotta per il potere, essa è insita alla natura del gruppo, persino a livello della famiglia, come spiega la prima parte de “Il Libro Verde” – Base Politica della Terza Teoria Universale”. il movimento di un gruppo è il movimento di un’etnia a proprio favore, dato che ogni singolo gruppo, in forza della sua formazione naturale unica, ha bisogni sociali comuni che necessitano di soddisfazione collettiva, e che non sono affatto individuali: sono bisogni, diritti, rivendicazioni od obiettivi collettivi propri di un’etnia legata da una stessa coscienza nazionale. Perciò tali movimenti sono stati definiti movimenti nazionali. I movimenti di liberazione nazionale dell’epoca attuale sono anch’essi movimenti sociali, e non si concluderanno finché ogni gruppo non si sarà liberato dall’egemonia di qualsiasi altro.

Vale a dire che oggi il mondo passa per uno dei cicli della normale dinamica della storia, che è la lotta nazionale a sostegno della coscienza nazionale. Questa è la realtà storica, cioè sociale, nel mondo dell’uomo. Vale a dire che la lotta nazionale, ossia la lotta sociale, è alla base della dinamica della storia, perché è più forte di tutti gli altri fattori. Ciò in quanto è l’origine, il fondamento, ovvero è la natura stessa del gruppo umano, è la natura dell’etnia. Anzi, è la natura della vita stessa, perché anche gli altri animali all’infuori dell’uomo vivono raggruppati; il gruppo è la base della sopravvivenza del regno animale, così come la coscienza nazionale è la base della sopravvivenza delle nazioni (umam). Infatti le nazioni la cui coscienza si è infranta sono quelle la cui esistenza è esposta alla rovina. Le minoranze che sono uno dei problemi politici mondiali, hanno all’origine una causa sociale; sono nazioni la cui coscienza nazionale si è infranta ed i cui vincoli sono spezzati. Il fattore sociale è il fattore di vita e di sopravvivenza, e perciò è motore naturale ed essenziale all’etnia per la sua sopravvivenza. La coscienza nazionale (qawmiyyah) nel mondo dell’uomo e [l’identificazione nel gruppo] in quello degli animali è come la forza di attrazione (gàdhìbiyyah) nel regno minerale ed astrale. Se la forza di attrazione propria del sole venisse meno, i suoi gas si disperderebbero e svanirebbe la sua unità, mentre proprio essa è alla base della sua sopravvivenza. La sopravvivenza è perciò basata sul fattore che tiene unita la cosa, ed il fattore che tiene unito qualsiasi gruppo è quello sociale, ovvero la coscienza nazionale. Per tale ragione i gruppi lottano per la loro unità nazionale: poiché è in ciò che sta la loro sopravvivenza. Il fattore nazionale, ossia il vincolo nazionale, tende spontaneamente a spingere ogni singola etnia verso la sua sopravvivenza, così come la forza di attrazione propria della cosa tende spontaneamente a mantenerla come massa unica attorno al nucleo. L’espansione e la dispersione delle particelle nella bomba atomica si sviluppano dalla spaccatura del nucleo quale fonte di attrazione delle suddette che lo circondano: quando si distrugge il fattore che tiene uniti tali corpi e se ne perde la forza di attrazione, ciascuna di esse vola via e la bomba finisce in una dispersione di particelle con tutto ciò che ne consegue. Questa è la natura delle cose. E’ una legge naturale fissa, ed ignorarla o contrastarla sconvolge la vita. Allo stesso modo la vita dell’uomo si sconvolge quando si comincia ad ignorare la coscienza nazionale, ossia il fattore della coesione sociale, la forza di attrazione del gruppo, che è il segreto della sua sopravvivenza. Oppure quando si inizia a contrastare ciò. Il fattore sociale nell’influenzare l’unità del singolo gruppo non ha altro antagonista eccetto quello religioso, che a volte divide il gruppo nazionale, ed a volte può unificare gruppi di nazionalità (qawmiyyàt) diverse.

Però il fattore sociale è quello che in definitiva ha il sopravvento: così è avvenuto in tutte le epoche. Storicamente ogni etnia ha una sua religione. E ciò sarebbe l’armonia delle cose; ma di fatto si ha una discrepanza, che si traduce in causa effettiva del conflitto e dell’instabilità nella vita dei popoli (sh’uùb) nelle diverse epoche. La regola corretta è che ogni etnia abbia una sua religione, altrimenti si ha l’anomalia. Tale anomalia ha creato un contesto imperfetto, che è divenuto causa reale dello scoppio dei conflitti entro il singolo gruppo nazionale. E non vi è altra soluzione se non quella di essere in armonia con la regola naturale, e cioè che ogni nazione (ummah) abbia una sua religione: sì che il fattore sociale coincida con quello religioso e si consegua così l’ordine, e si stabilizzi la vita dei popoli rafforzandosi e sviluppandosi perfettamente. Il matrimonio è un atto che può incidere sul fattore sociale in modo negativo o positivo. Benché ogni uomo e donna siano liberi di accettare chi vogliono e di rifiutare chi non vogliono, come regola naturale di libertà, il matrimonio entro lo stesso gruppo ne rafforza l’unità in modo naturale e realizza uno sviluppo collettivo in armonia col fattore sociale.

 

LA FAMIGLIA

La famiglia (usrah), rispetto ad ogni singolo individuo, è più importante dello stato. L’umanità conosce l’individuo (l’essere umano) e l’individuo (l’essere umano) normale conosce la famiglia. La famiglia è la sua culla, la sua origine ed il suo riparo sociale. Per natura l’umanità è l’individuo e la famiglia, e non è lo stato. L’umanità non conosce ciò che si definisce “stato”. Lo stato è un ordinamento (nizàm) politico ed economico artificiale, e volte militare, con cui l’umanità non ha rapporto né ha nulla a che vedere. La famiglia è esattamente come la pianta singola nella natura che sta all’origine di tutte le altre. Invece il trasformare la natura in colture, giardini etc. è un procedimento artificiale senza alcun rapporto con la natura vera della pianta, formata da un certo numero di rami, di foglie e di fiori. Analogicamente per la famiglia: che i fattori politici, economici e militari abbiano finito per ridurre insiemi di famiglie a forma di stato, non ha nulla a che vedere con l’umanità. Perciò qualunque situazione, circostanza o procedimento che conduca allo smembramento della famiglia, o alla sua dispersione e alla sua rovina è inumana ed innaturale; anzi, è arbitraria. Esattamente come qualunque atto, circostanza o procedimento che porta all’uccisione della pianta, allo smembramento dei suoi rami, al danneggiamento e all’avvizzimento dei suoi fiori o delle sue foglie. La società ove per qualsiasi circostanza vengono minacciate l’esistenza e l’unità della famiglia, sono come un campo le cui piante vengono minacciate dall’erosione delle acque, oppure dall’arsura o dall’incendio, dall’avvizzimento e dalla siccità. Il giardino o il campo fiorente sono quelli le cui piante crescono in modo naturale, fioriscono, impollinano e si radicano saldamente. Lo stesso è per la società umana. La società fiorente è quella ove l’individuo si radica nella famiglia in modo naturale ed ove fiorisce la famiglia. Infatti l’individuo si radica nella famiglia umana come la foglia sul ramo o il ramo sull’albero, che non ha significato né vita materiale qualora se ne stacchi. Come non ne ha l’individuo se si stacca dalla famiglia, nel senso che senza questa è privo di significato e di vita sociale. Se la società dovesse giungere a far esistere l’essere umano all’infuori della famiglia, diverrebbe allora una società di emarginati (sa’àlìk), paragonabile alle piante artificiali.

 

LA TRIBU’

La tribù (qabìlah) è la famiglia che si è ingrandita a seguito della riproduzione. Dunque la tribù è una grande famiglia. La nazione è la tribù che si è accresciuta a seguito della riproduzione. Dunque la nazione è una grande tribù. Il mondo è la nazione che si è ramificate in diverse altre a seguito della proliferazione. Perciò il mondo è una grande nazione. Il vincolo che tiene legata la famiglia è come quello che tiene legata la tribù, la nazione ed il mondo, sennonché esso si attenua quanto più cresce il numero degli individui. La coscienza di appartenere all’umanità (insàniyyah) comporta la coscienza nazionale (qawmiyyah); la coscienza nazionale comporta quella tribale (qabaliyyah); la coscienza tribale è un vincolo familiare (ràbitah usriyyah), il cui grado di intensità però si attenua passando dal livello minore al maggiore. Questa è una realtà sociale che può essere negata solo da chi la ignora. Dunque il vincolo sociale, la coesione, l’unità, la concordia e l’affetto sono più forti a livello familiare che tribale, a livello tribale che nazionale, e nazionale che mondiale. Infatti i vantaggi, le peculiarità, i valori e gli ideali derivanti da detti vincoli sociali si trovano quando il grado di tali legami è per natura forte e indubbiamente spontaneo: ossia essi sono più saldi a livello familiare che tribale; tribale che nazionale; nazionale che mondiale. Pertanto questi legami sociali e i connessi vantaggi, peculiarità e ideali, svaniscono o si deteriorano ogni qualvolta svaniscono o si deteriorano la famiglia, la tribù, la nazione e l’umanità. Perciò è molto importante per la società umana salvaguardare la coesione familiare, tribale, nazionale ed internazionale, per profittare dei vantaggi, delle peculiarità, dei valori e degli ideali procurati dalla compattezza, dalla coesione, dall’unità, dalla concordia e dall’amore familiare, tribale, nazionale ed umano. La società familiare dal punto di vista sociale è superiore a quella tribale, la tribale a quella nazionale, e la nazionale a quella internazionale, per quanto riguarda la compattezza, la buona disponibilità reciproca, la solidarietà e l’utilità.

I vantaggi della tribù

Poiché la tribù è una grande famiglia essa procura ai suoi membri le medesime utilità materiali e peculiarità sociali che anche la famiglia procura ai suoi. Infatti la tribù è una famiglia su scala più grande (ad-daragah ath-thaniyah). Ciò che vale la pena ribadire per la sua importanza, è che l’individuo talora si comporta in modo abietto, quale egli non potrebbe di fronte alla famiglia; però, date le esigue dimensioni della famiglia, egli non ne avverte il controllo, al contrario di quanto avviene per la tribù, i cui membri non si sentono liberi dalla sua vigilanza. In base a siffatte considerazioni, la tribù ha formato per i suoi membri un modello di comportamento divenuto un’educazione sociale migliore e superiore a qualunque altra di tipo scolastico. La tribù è una scuola sociale i cui individui crescono sin dall’infanzia permeandosi di ideali che si trasformano in un comportamento di vita e si radicano automaticamente col crescere della persona. Al contrario dell’educazione e delle scienze che vengono inculcate in modo formale, e che svaniscono gradualmente col crescere dell’individuo, perché sono formali ed acquisite dall’esterno (ikhtibàriyyah), e perché l’individuo è consapevole che gli sono state inculcate dall’esterno. La tribù è un riparo sociale naturale per la sicurezza dell’individuo. In forza delle sue consuetudini sociali tribali essa fornisce ai suoi membri un prezzo di sangue (diyah) di gruppo, un risarcimento (guràmah) di gruppo, una vendetta di gruppo e una difesa di gruppo, ossia offre una protezione sociale. Il sangue è all’origine della formazione della tribù, che però non si basa esclusivamente su di esso. Anche la affiliazione (intimà’) è una delle componenti della tribù. Col passare del tempo scompaiono le differenze tra le componenti di sangue e quelle di affiliazione, e rimane la tribù quale unità sociale e materiale unica. E’ però un’unità di sangue e di stirpe più forte di ogni altra struttura.

 

LA NAZIONE

La nazione (ummah) per l’individuo è un riparo politico nazionale, più distante da quello sociale che la tribù fornisce ai suoi membri. Lo spirito tribale (qabaliyyah) è la rovina della coscienza nazionale (qawmiyyah), poiché la fedeltà (walà’) tribale indebolisce e danneggia quella nazionale, così come la fedeltà familiare danneggia e indebolisce quella tribale. Il particolarismo (ta’assub) nazionale, nella stessa misura in cui è necessario alla nazione, è minaccevole per l’umanità. La nazione nella società umana è come la famiglia nella tribù. Ogni qualvolta le famiglie di una stessa tribù si azzuffano sostenendo ciascuna la propria causa, la tribù viene ovviamente minacciata. Così quando i membri di una stessa famiglia si trovano in conflitto fra loro ed ognuno parteggia a proprio vantaggio, la famiglia viene minacciata. E se le tribù di una nazione si combattono fra loro sostenendo ciascuna i propri interessi, quella nazione viene minacciata. Allo stesso modo sono male e detrimento all’umanità il particolarismo nazionale e l’uso della forza nazionale contro le nazioni deboli; oppure il progresso nazionale conseguito appropriandosi di ciò che appartiene ad altra nazione. Però l’individuo forte, rispettoso di se stesso, consapevole delle sue responsabilità personali è importante ed utile alla famiglia; la famiglia rispettosa, forte, consapevole della sua importanza è socialmente e materialmente utile alla tribù; la nazione progredita, produttiva e civilizzata è utile al mondo intero. Per contro, la struttura (binà’) politica e quella nazionale si corrompono se scendono a livello sociale, cioè familiare e tribale, interferendo con esso e assumendone i punti di vista. La nazione equivale a una grande famiglia passata attraverso lo stadio della tribù ed il moltiplicarsi delle tribù ramificatesi da un’unica stirpe, comprese quelle che vi appartengono per affiliazione in un destino comune. La famiglia non diviene nazione se non dopo il passaggio per gli stadi della tribù e della sua ramificazione, indi per lo stadio d’affiliazione a seguito del diverso mescolarsi. Sotto l’aspetto sociale ciò si realizza dopo un certo tempo, che non può non essere lungo: anche se un lungo tempo, come genera nazioni nuove, così concorre a disgregare quelle antiche. La stirpe unica e l’affiliazione in un destino comune sono i due fondamenti storici di ogni nazione: prima la stirpe e poi l’affiliazione. La nazione però non è solo una stirpe, anche se questa ne è stata la base e l’origine. La nazione, oltre ciò, è costituita da accumulazioni (taràkumàt) storico – umane le quali fanno sì che un complesso di gente viva su una stessa parte di territorio, costruisca una stessa storia, si formi per essa un unico retaggio e finisca per affrontare un unico destino.

Così la nazione, a prescindere dal vincolo di sangue, in definitiva è un’affiliazione e un destino comune ( intimà’ wa masìr). Ma perché la faccia (kharìtah: la carta) della terra ha visto il formarsi di grandi stati che sono poi scomparsi, mentre al loro posto ne sono apparsi altri, e viceversa? Forse che la causa è politica , e non vi è rapporto con la “Base Sociale della Terza Teoria Universale”, oppure è sociale e riguarda in particolare questa parte de ” Il Libro Verde”? Vediamo: nessuna obiezione al fatto che la famiglia è una formazione (takwìn) sociale, e non politica; così pure la tribù perché è una famiglia che si è riprodotta, moltiplicata ed è diventata un ingente numero di famiglie. E la nazione è la tribù che si è ingrandita dopo che i suoi sottogruppi (afkhàdhuhà wa butùnuhà) si sono accresciuti e trasformati prima in clan (‘ashà’ir) e poi in tribù (qabà’il). Anche la nazione è una formazione (takwìn) sociale, il cui vincolo è la coscienza nazionale (qawmiyyah); la tribù è una formazione sociale, il cui vincolo è la coscienza tribale (qabaliyyah); la famiglia è una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza familiare (usriyyah); le nazioni del mondo sono una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza di appartenere all’umanità (insàniyyah). Queste sono ovvie verità. Esiste poi una formazione politica che è lo stato (dawlah), che dà forma all’assetto (kharìtah: carta) politico del mondo. Ma perché tale assetto (lett.: carta) cambia da un’epoca all’altra? La causa è che la formazione politica talora può coincidere con quella sociale, e talora no. Quando essa coincide con una sola nazione dura e non muta, e se muta in conseguenza di un colonialismo straniero o di un suo declino, essa riappare poi sotto l’insegna della lotta nazionale, del risveglio nazionale e dell’unità nazionale. Invece se la formazione politica comprende più di una nazione il suo assetto (“carta”) si smembra in seguito all’indipendenza di ogni nazione sotto l’insegna della propria coscienza nazionale. In tal modo si è smembrato l’assetto (“carta”) degli imperi (imbaràtùriyyàt) comparsi al mondo, poiché erano raggruppamenti di parecchie nazioni, che non tardarono a sostenere ciascuna la propria identità nazionale e ad esigere l’indipendenza. L’impero politico quindi si smembra perché le sue componenti tornino alle loro origini sociali. La prova è del tutto evidente nella storia del mondo, se la riesaminiamo in ogni sua epoca. Ma perché quegli imperi furono formati da nazioni diverse? La risposta è che la formazione dello stato non è solo di tipo sociale, come la famiglia, la tribù e la nazione. Lo stato è un’entità (kiyàn) politica creata da parecchi fattori, il più semplice e il primo dei quali è la coscienza nazionale.

Lo stato nazionale (dawlah qawmiyyah) è l’unica forma politica in armonia con la formazione sociale naturale e la cui esistenza dura finché non è soggetta alla tirannia di un’altra nazionalità più forte; oppure finché la sua formazione politica di stato non viene influenzata dalla sua formazione sociale di tribù, clan e famiglie. Infatti se la formazione politica soggiace a quella sociale, tribale, familiare o confessionalistica (ta’ifi) e ne assume i punti di vista, si corrompe. Gli altri fattori della formazione dello stato che non sia quello semplice (dawlah basìtah), cioè lo stato nazionale, sono di ordine religioso, economico e militare. Un’unica religione talora può formare uno stato da parecchie nazionalità (qawmiyyàt), e così anche la necessità economica e pure le conquiste militari. In tal modo in una determinata epoca il mondo vede cosa è uno stato o un impero, e poi un’altra li vede scomparire. Quando lo spirito nazionale (rùh qawmiyyah) si manifesta più forte dello spirito religioso (rùh dìniyyah) e si inasprisce la lotta tra le diverse nazionalità tenute unite da un’unica religione, allora ogni nazione (ummah) diviene indipendente, tornando alla sua formazione sociale d’origine, e quell’impero scompare. Poi ritorna la fase religiosa, quando lo spirito religioso si manifesta più forte di quello nazionale, e le diverse nazionalità si uniscono sotto l’emblema di un’unica religione. Finché torna un’altra volta la fase nazionale, e così via. Tutti gli stati composti da nazionalità diverse per cause religiose, economiche, militari o ideologico – positive (‘aqa’idì wad’ì) saranno dilaniati dalla lotta nazionale, finché ogni nazionalità diverrà indipendente, ossia finché il fattore sociale vinca fatalmente su quello politico. Così, malgrado le necessità politiche impongano che vi sia lo stato, la base della vita degli individui è la famiglia, poi la tribù e quindi la nazione sino all’umanità. Il fattore di base è quello sociale, che è fisso, cioè la coscienza nazionale (qawmiyyah). Occorre fare perno sulla realtà sociale e curare la famiglia, affinché l’uomo appaia normale ed educato; poi la tribù come riparo sociale e scuola sociale naturale che educa l’essere umano in ciò che trascende la famiglia; infine la nazione. La persona conosce il pregio dei valori sociali solo dalla famiglia e dalla tribù, che sono la formazione sociale naturale che nessuno interviene a costruire. Si deve aver cura della famiglia nell’interesse dell’individuo, e cura nella tribù nell’interesse della famiglia, dell’individuo e della nazione, cioè della coscienza nazionale. Il fattore sociale (ossia il fattore nazionale) è motore reale e permanente della storia. Ignorare il vincolo nazionale dei gruppi umani, e costruire un ordinamento politico in antitesi alla situazione sociale, significa realizzare una struttura transitoria, che sarà distrutta dalla dinamica del fattore sociale di quei gruppi, ossia dal movimento nazionale di ogni nazione.

Queste sono tutte verità già in principio scontate nella vita dell’essere umano, e non elucubrazioni elaborate. Dovere di ogni individuo al mondo esserne cosciente ed agire comprendendole, affinché la sua opera risulti retta. Occorre dunque conoscere queste verità fisse, perché non si verifichino deviazione, disordine e rovina nella vita dei gruppi umani, in conseguenza d’incomprensione e di mancato rispetto di tali principi della vita umana.

LA DONNA

La donna è un essere umano e l’uomo è un essere umano. Su ciò non esiste disaccordo né dubbio alcuno. La donna e l’uomo, dal punto di vista umano, ovviamente sono uguali. Fare una discriminazione tra uomo e donna sul piano umano è un’ingiustizia clamorosa e senza giustificazione. La donna mangia e beve come mangia e beve l’uomo. La donna odia e ama come odia e ama l’uomo. La donna pensa, apprende e capisce come pensa, apprende e capisce l’uomo. La donna ha bisogno di alloggio, di vestiario e di mezzo di trasporto come ha bisogno l’uomo. La donna ha fame e ha sete come ha fame e ha sete l’uomo. Ma allora perché esiste l’uomo e perché esiste la donna? Certo la società umana non è formata soltanto da uomini o soltanto da donne, ma da entrambi, ossia da uomo e donna assieme per legge di natura. Perché non sono stati creati solo uomini oppure solo donne? Qual’è inoltre la differenza tra uomini e donne, ossia fra l’uomo e la donna? Perché il creato ha richiesto la creazione dell’uomo e della donna, il che si realizza con l’esistenza di entrambi, e non dell’uomo soltanto, o della donna soltanto? Deve assolutamente esservi una necessità naturale a favore dell’esistenza di entrambi, e non soltanto dell’uno, o soltanto dell’altra. Dunque ciascuno dei due non è l’altro, e fra i due vi è una differenza naturale, la cui prova è l’esistenza dell’uomo e della donna assieme nel creato. Ciò di fatto significa che per ciascuno dei due esiste un ruolo naturale che si differenzia conformemente alla diversità dell’uno rispetto all’altro. Dunque è assolutamente necessario che vi sia una condizione che ciascuno dei due vive, e in cui svolge il suo ruolo diverso dall’altro. E tale condizione deve differire da quella dell’altro, in ragione del diverso ruolo naturale proprio di ciascuno. Per riuscire a comprendere tale ruolo, rendiamoci conto della differenza naturale esistente fra la costituzione fisica dell’uomo e quella della donna, ossia quali sono le differenze naturali tra i due: la donna è femmina e l’uomo è maschio. La donna conformemente a ciò – come dice il ginecologo – ha le sue regole, ovvero arrivata al mese è indisposta, mentre l’uomo per il fatto che è maschio non ha le regole e di abitudine non è mensilmente indisposto. Questa indisposizione periodica, cioè mensile, è un’emorragia. Vale a dire che la donna, per il fatto che è femmina, è naturalmente soggetta ad una emorragia mensile. Quando la donna non ha le sue regole è gravida. E se è tale, per la natura stessa della gravidanza, è indisposta per circa un anno, ovvero impedita in ogni attività naturale finché non partorisce.

Quando poi partorisce o quand’anche abortisce, è colpita dai disturbi conseguenti ad ogni parto o aborto. Invece l’uomo non diviene gravido e di conseguenza, per natura, non è colpito dai disturbi da cui è colta la donna per il fatto che è femmina. La donna dopo il parto allatta l’essere che aveva portato in sé. L’allattamento naturale dura circa due anni. Ciò significa che il bambino è inseparabile dalla donna ed ella è inseparabile da lui, tanto che sarà impedita da svolgere la sua attività e direttamente responsabile di un altro essere umano: è lei che lo assiste nell’adempimento di tutte le funzioni biologiche, e senza di lei egli morrebbe. Invece l’uomo non diviene gravido e non allatta. E qui termina la spiegazione del medico. Questi dati naturali creano differenze congenite, per le quali non è possibile che l’uomo e la donna siano eguali. Esse di per sé costituiscono la reale necessità dell’esistenza, del maschio e della femmina, cioè dell’uomo e della donna. Ciascuno dei due nella vita ha un ruolo o una funzione diversa dall’altro, in cui non è assolutamente possibile che il maschio subentri alla femmina: ossia non è possibile che l’uomo assolva a queste funzioni naturali in luogo della donna. E’ degno di considerazione che tali funzioni biologiche sono un peso gravoso per la donna, che le impone uno sforzo ed una sofferenza non trascurabili. Ma senza dette funzioni cui ella adempie la vita umana finirebbe: si tratta dunque di funzioni naturali, non volontariamente scelte né obbligatorie, ma piuttosto necessarie, la cui sola alternativa sarebbe la fine totale della vita del genere umano. Esiste un intervento volontario contro la gravidanza, che costituisce l’alternativa della vita umana; esiste un intervento volontario parziale contro la gravidanza; esiste l’intervento contro l’allattamento. Essi però sono tutti anelli di una catena di azioni contrarie alla natura della vita, culminanti nell’uccisione, ossia nel fatto che la donna uccida se stessa nella sua essenza per non ingravidare, non procreare e non allattare. Il che rientra negli interventi artificiali contro la natura della vita rappresentata dalla gravidanza, l’allattamento, la maternità e il matrimonio, salvo il fatto che essi ne differiscono nel grado. La rinuncia al ruolo naturale della donna nella maternità, ossia che gli asili nido si sostituiscano alla madre, è l’inizio della rinunzia alla società nella sua dimensione umana e della sua trasformazione in società puramente biologica e in vita artificiale. Separare i bambini dalle madri ammassandoli negli asili nido è un’operazione che li rende pressoché pulcini, perché gli asili nido sono qualcosa che rassomiglia alle stazioni di sagginamento in cui si ammucchiano i pulcini dopo la covata. Infatti solo la maternità naturale conviene alla costituzione dell’essere umano, è compatibile con la sua natura e confacente alla sua dignità.

Vale a dire che il bambino va educato dalla madre e deve crescere in famiglia in cui vi sono amore materno, paterno e fraterno e non in una sorta di stazione come quella per allevare il pollame. Anche i polli tuttavia hanno il bisogno della maternità come fase naturale, al pari dei rimanenti figli dell’intero regno animale. Perciò allevarli in stazioni simili agli asili nido è contro la loro crescita naturale, e persino la loro carne si accosta maggiormente a quella preparata su base industriale che a quella di allevamento spontaneo. La carne degli uccelli di allevamento (mahattàt) non è gustosa e talora non fa nemmeno bene, poiché i rispettivi volatili non stati allevati in modo naturale, ossia a riparo della maternità naturale. Invece i volatili ruspanti sono più appetitosi e sostanziosi, poiché sono cresciuti grazie alla maternità naturale e nutrendosi in modo naturale. In quanto ai senza famiglia e ai senza tetto, la società ne è tutore. E’ solo per costoro che la società dovrebbe istituire gli asili nido etc. E’ meglio che di essi si curi la società, piuttosto che individui che non sono i loro padri. Se si facesse un esperimento empirico per conoscere l’inclinazione naturale del bambino fra la madre e il centro di puericultura, il bambino propenderebbe per la madre, certo non per l’altro. E dato che la predilezione naturale del bambino è per la madre, ella è dunque il riparo naturale e giusto dell’allevamento. Perciò indirizzare il bambino all’asilo nido anziché lasciarlo alla madre è una coercizione ed è un abuso contro la sua libera tendenza naturale. In tutte le cose la crescita naturale è quella sana in piena libertà. Che si faccia dell’asilo nido una madre è un atto coercitivo contrario alla libertà della crescita corretta. I bambini sono condotti all’asilo nido forzatamente, oppure per il fatto che li si raggira e per la loro semplicità infantile. E poi essi vi sono inviati per cause puramente materiali, e non sociali. Ma, tolti i mezzi coercitivi adottati nei loro confronti e la semplicità infantile, essi rifiuterebbero l’asilo nido e starebbero attaccati alle loro madri. La sola giustificazione per questa operazione innaturale e inumana è che la donna si trovi in una situazione incompatibile con la natura, ovvero che sia costretta all’adempimento di obblighi sociali e contrari alla maternità. La natura della donna le comporta un ruolo diverso da quello dell’uomo, per poter adempiere al quale ella deve porsi in una situazione diversa rispetto all’uomo. La maternità è funzione della femmina, non del maschio. Perciò è naturale che i figli non vengano separati dalla madre. Qualunque provvedimento che li separa dalla madre è abuso, tirannia e dispotismo. La madre che rinuncia alla maternità verso i suoi figli contravviene al suo ruolo naturale nella vita, ed occorre che le vengano garantiti i diritti e le condizioni adeguate mancanti.

Sono egualmente l’abuso e il dispotismo che obbligano la donna a espletare il suo ruolo naturale in circostanze innaturali, mettendola in una situazione di contrasto intrinseco. Se la donna rinuncia al suo ruolo naturale del parto e della maternità essendovi costretta, sono esercitate su di lei tirannia e dispotismo. La donna bisognosa di un lavoro, che la renda incapace di assolvere alla sua missione naturale, non è libera essendovi costretta dal bisogno, perché nel bisogno la libertà scompare. Vi sono circostanze appropriate e anche necessarie perché sia agevolato alla donna l’adempimento della sua missione naturale, diversa da quella dell’uomo. Fra esse quelle che si confanno ad una persona indisposta, oppressa dalla gravidanza, ossia dal portare in grembo un altro essere umano capace che la deblita sul piano della capacità materiale. In una delle fasi della maternità è ingiusto che la donna venga messa in una situazione non confacente a tale stato: come il lavoro fisico, che per lei equivale a una sanzione corrispondente al suo tradimento umano della maternità. Ed equivale anche a un tributo che ella è costretta a pagare per entrare nel mondo degli uomini, che certo non sono del suo stesso sesso. Si è convinti – compresa lei stessa – che la donna svolga il lavoro fisico esclusivamente di una spontanea volontà, ma di fatto non è così. Ella vi adempie solo perché la dura società materialistica l’ha messa in circostanze di forza maggiore, senza che lei se ne rendesse direttamente conto. E non le resta altra via che assoggettarsi alle condizioni di tale società, mentre è convinta di lavorare per sua libera scelta. Ma ella non è libera di fronte a una siffatta regola che sosterrebbe: “fra uomo e donna non vi è differenza in nessuna cosa”. L’espressione “in nessuna cosa” è il grande inganno nei confronti della donna. Distrugge infatti le condizioni a lei appropriate e indispensabili: condizioni necessarie e di cui ella deve senz’altro godere dinanzi all’uomo, in conformità alla sua natura che le ha predisposto un ruolo da svolgere nella vita. L’eguaglianza fra l’uomo e la donna nel portare pesi mentre ella è gravida è ingiustizia e crudeltà, come lo è l’eguaglianza fra di loro nel digiuno e nella fatica mentre ella allatta. E’ ingiustizia e crudeltà l’eguaglianza fra di loro in un lavoro sporco che sfigura la bellezza di una donna, privandola della sua femminilità. E’ anche ingiustizia e crudeltà addestrare la donna ad un programma che, di conseguenza la conduce allo svolgimento di un lavoro non confacente alla sua natura. Fra l’uomo e la donna non esiste differenza sul piano umano: a nessuno dei due è lecito sposare l’altro senza il suo libero consenso, né sciogliere il matrimonio senza un equo arbitrato che lo ratifichi, o senza l’accordo delle due volontà dell’uomo e della donna al di fuori dell’arbitrato.

Oppure che la donna si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento, o che l’uomo si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento. La donna è la padrona della casa perché la casa è una delle condizioni appropriate e necessarie a lei che è incinta, è indisposta, procrea ed assolve alla maternità. La femmina è padrona del riparo della maternità, cioè la dimora, anche nel mondo degli altri animali diversi dall’uomo. Per la sua natura il suo dovere è la maternità, ed è un arbitrio privare i figli della madre o privare la donna della casa. La donna non è altro che femmina. Femmina significa che essa ha una natura biologica diversa da quella dell’uomo, per il fatto che egli è maschio. La natura biologica della femmina, diversa dal maschio, ha assegnato alla donna caratteristiche differenti da quelle dell’uomo sia nella forma sia nell’essenza. L’aspetto della donna è diverso da quello dell’uomo perché ella è femmina, così come ogni femmina fra gli esseri viventi, animali e vegetali, è diversa dal maschio sia nella forma sia nell’essenza. Questa è una realtà naturale indiscutibile. Il maschio nel regno animale e vegetale è stato creato forte e rude per natura, mentre la femmina nei vegetali e negli animali è stata creata bella e delicata per natura. Queste sono realtà naturali ed eterne con cui sono stati creati gli esseri viventi chiamati uomini, animali, piante. In ragione di tale diversa costituzione e delle leggi naturali, il maschio svolge il ruolo del forte e del rude non per costrizione, ma perché è stato creato così. Invece la femmina svolge il ruolo del delicato e del bello non per sua libera scelta, ma perché è stata creata così. Questa regola naturale è la giusta norma, per il fatto che da un lato è naturale e dall’altro è la regola fondamentale della libertà, dato che le cose sono state create libere e che qualunque intervento contrario alla regola della libertà è un arbitrio. Non attenersi a questi ruoli naturali e trascurarne i limiti significa trascurare e corrompere i valori della vita stessa. La natura è stata ordinata così per trovarsi in armonia con l’ineluttabilità della vita fra l’essere e il divenire. L’essere vivente, allorché è creato vivente, è un essere che necessariamente vive finché non muore. La durata dell’esistenza tra il principio e la fine si basa su una legge costitutiva e naturale, in cui non vi è possibilità di libera scelta né di coercizione, ma è naturale, è la libertà naturale. Negli animali, nei vegetali e nell’uomo è necessario che vi siano maschio e femmina per il realizzarsi della vita fra l’essere e il divenire. E non è solo sufficiente che l’uomo e la donna esistano, ma bisogna anche che svolgano il loro ruolo naturale per il quale sono stati creati. E ciò deve avvenire con piena capacità. Se esso non è compiuto perfettamente, significa che nel corso della vita vi è un difetto, conseguente a chissà quale circostanza.

E questa è la situazione oggi vissuta dalla società quasi ovunque al mondo, come risultato della confusione fra il ruolo dell’uomo e quello della donna: vale a dire in seguito ai tentativi di ridurre la donna in uomo. In armonia con la natura costitutiva ed i suoi scopi, l’uomo e la donna devono sempre eccellere nel loro ruolo. Altrimenti sarebbe la regressione, l’atteggiamento in contrasto con la natura e distruttivo della regola della libertà, ed in contrasto con la vita e con la sopravvivenza. E’ necessario che ciascuno dei due adempia al ruolo per il quale è stato creato, senza rinunciavi; poiché il rinunciarvi, sia pure in parte, si verifica solo per circostanze di forza maggiore, ovvero in una situazione anomala. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio, oppure l’ornamento e la leggiadria per motivi di salute, rinuncia al suo ruolo naturale nella vita per la circostanza di forza maggiore della salute. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio oppure la maternità etc. a causa del lavoro, rinunzia al suo ruolo naturale per una circostanza egualmente di forza maggiore. La donna che rifiuta la gravidanza, il matrimonio o la maternità etc, senza alcuna causa concreta, rinuncia al suo ruolo naturale per una circostanza di forza maggiore dovuta alla deviazione ideale rispetto alla regola della natura costitutiva. Così non è possibile che la femmina o il maschio rinuncino a svolgere il loro ruolo naturale nella vita, se non in circostanze innaturali, contrarie alla libertà e minatorie per la sopravvivenza. Perciò è necessaria una rivoluzione universale che elimini tutte le condizioni materiali che impediscono alla donna l’espletamento del suo ruolo naturale nella vita, e che le fanno svolgere i compiti dell’uomo perché sia pari a lui nei diritti. Questa rivoluzione avverrà inevitabilmente, specie nelle società industriali, come reazione dell’istinto di sopravvivenza, ed anche senza il bisogno di qualche provocatore alla rivoluzione, come per esempio “Il Libro Verde”. Tutte le società oggi guardano alla donna né più né meno che come ad una merce. L’Oriente guarda ad essa come oggetto di godimento suscettibile di vendita e di compera. L’Occidente guarda ad essa come se non fosse femmina. Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un’ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita. Infatti il lavoro maschile cancella le belle fattezze della donna con cui la natura costitutiva ha voluto che appaia perché svolga un ruolo diverso da quello del lavoro confacente a chi non è femmina. E’ esattamente come i fiori, creati per attirare i grani del polline e per produrre le semenze: se li eliminassimo finirebbe il ciclo delle piante nella vita. E’ proprio l’abbellimento naturale della farfalla, degli uccelli e delle restanti femmine degli animali che serve a questo scopo vitale naturale.

Se la donna svolge il lavoro maschile deve allora trasformarsi in uomo, rinunziando al suo ruolo e alla sua bellezza. La donna ha pieni diritti, anche senza essere costretta a trasformarsi in uomo e a rinunziare alla sua femminilità. La conformazione fisica, per natura diversa fra l’uomo e la donna, implica che differiscono anche le funzioni degli organi, diversi nella femmina rispetto al maschio. Il che comporta a sua volta una differenza del loro intero modo di essere : differenza di temperamento, di psiche, di nervi e di aspetto fisico. La donna è tenera. La donna è bella. La donna ha facile il pianto. La donna ha paura e generalmente, in conseguenza della conformazione naturale, la donna è delicata, mentre l’uomo è rude. Ignorare le differenze naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e barbare. E’ stolto e pericoloso per la civiltà umana imitarle! Perciò il problema non è che la donna lavori o non lavori. Questo è uno sciocco modo materialistico di porre la questione. Occorre che la società procuri il lavoro a tutti i suoi individui abili e bisognosi, uomini e donne. Ma ogni individuo deve lavorare nel campo che gli si confà, senza essere forzato sotto arbitrio a fare ciò che non gli si addice. E’ sopruso e dispotismo che i bambini si trovino nelle condizioni di lavoro degli adulti. E’ anche sopruso e dispotismo che la donna si trovi nella condizione di lavoro degli uomini. La libertà è che ogni essere umano apprenda le cognizioni che gli si confanno, e che lo qualificano ad un lavoro che gli si addice. Invece il dispotismo è che l’essere umano apprenda le cognizioni che non gli si confanno e lo conducono a un lavoro che non gli si addice. Il lavoro che si confà all’uomo non è sempre quello che si addice alla donna, e le cognizioni che si confanno al bambino non sono quelle che si addicono all’adulto. Non vi è differenza nei diritti umani fra l’uomo e la donna e fra l’adulto e il bambino, ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere.

 

LE MINORANZE

Che cos’è una minoranza (aqualliyyah)? Quali sono i suoi vantaggi e gli svantaggi? Come va risolta la questione delle minoranze in accordo ai diversi problemi dell’uomo alla luce de “La Terza Teoria Universale”? La minoranza è solo di due tipi, non ve n’è terzo: uno è quello che fa parte di una nazione, che la inquadra socialmente; l’altro è quello senza nazione, e senz’altro quadro sociale tranne il proprio. Questo secondo tipo è quello che forma una delle accumulazioni storiche che finiscono per costituire una nazione, in forza della appartenenza e del destino comune. Tale minoranza – come è evidente – ha diritti sociali propri, ed è sopruso che qualunque maggioranza abbia a usurparli. Infatti la connotazione sociale è intrinseca, e non risulta possibile di venire assegnata né tolta. I problemi politici ed economici della minoranza si possono risolvere solo nell’ambito della società delle masse (mugtamà gamàhìrì), nelle cui mani devono trovarsi il potere, la ricchezza e le armi. E’ dispotismo e ingiustizia considerare la minoranza solo in base al fatto che essa è tale sotto l’aspetto politico ed economico.

I NERI

L’ultimo periodo della schiavitù è stato l’asservimento della razza nera da parte della razza bianca. Tale epoca rimarrà impressa nella memoria del Nero finché egli non abbia avvertito che gli è stata restituita la propria dignità. Questo tragico evento storico, il sentimento doloroso che ne deriva, la ricerca del senso di soddisfazione che una razza prova nell’essere riabilitata, costituiscono una ragione psicologica che non è possibile ignorare nel movimento della razza nera allo scopo di vendicare se stessa e di dominare. A ciò si unisce l’ineluttabilità dei cicli storico – sociali, incluso il dominio della razza gialla quando marciò dall’Asia verso gli altri continenti. Poi è venuto il turno della razza bianca, quando è avanzata ha intrapreso un vasto movimento coloniale che ha coinvolto tutti i continenti del mondo. Ora è giunto il turno che sia la razza nera a dominare. Attualmente la razza nera si trova in una situazione sociale alquanto arretrata. Però tale arretratezza agisce a vantaggio della sua superiorità numerica, dato che il basso livello in cui vivono i Neri li ha tenuti al riparo dalla conoscenza dei mezzi di limitazione e di pianificazione della prole. Anche le loro tradizioni sociali arretrate fanno si che non esista limite a contrarre matrimoni. E ciò li porta a moltiplicarsi senza misura, mentre la popolazione delle altre razze va scemando per la limitazione della prole e del matrimonio, e per l’assiduo impegno al lavoro, a differenza dei Neri che vivono in apatia in un clima perennemente caldo.

I Neri domineranno nel mondo.

 

L’ISTRUZIONE

La scienza e l’apprendimento non consistono solo nel programma sistematico e nelle materie ben classificate che i giovani sono costretti a imparare in libri stampati durante determinate ore, mentre stanno seduti in fila. Questo tipo di istruzione, che attualmente prevale in tutto il mondo, è un metodo contrario alla libertà. L’istruzione coercitiva, di cui vanno fiere le nazioni al mondo ogni volta che riescono a imporla ai giovani, è uno dei metodi repressivi della libertà. E’ una soppressione forzata delle doti dell’essere umano, ed è altresì un modo forzato di orientarne le scelte. E’ un atto dispotico, fatale alla libertà, perché impedisce alla persona la libera scelta, l’originale inventiva e la possibilità di brillare per il proprio talento. E’ dispotismo che la persona sia costretta ad apprendere un siffatto programma. E’ dispotismo che vengano imposte materie specifiche per indottrinare la gente. L’istruzione di tipo coercitivo, l’istruzione metodizzata e sistematizzata, in realtà è un abbrutimento forzato delle masse. Tutti gli stati che limitano gli indirizzi di insegnamento in forma di programmi ufficiali e che costringono la gente a seguirli (fissando in modo ufficiale le materie e le conoscenze di cui viene richiesto l’apprendimento) esercitano prepotenza contro i loro cittadini. Tutti i sistemi di insegnamento prevalenti al mondo dovrebbero essere distrutti da una rivoluzione culturale universale che liberasse la mentalità dell’essere umano dei metodi del fanatismo e del deliberato modellamento del gusto, dell’intelligenza e della mentalità della persona. Ciò significa che gli istituti scientifici debbano chiudere le porte, come potrebbe sembrare a chi legge superficialmente, e neppure che la gente desista di apprendere. Al contrario: significa che la società deve fornire tutti i tipi di istruzione, e deve consentire alla gente la libertà di indirizzarsi in modo spontaneo verso qualsiasi scienza. Ciò richiede che gli istituti scientifici siano adeguati ad impartire tutti i tipi di conoscenze. Diversamente si limita la libertà dell’essere umano, lo costringe ad apprendere solo determinate conoscenze (ossia quelle che gli vengono fornite) e lo si priva di un diritto naturale, per la mancata disponibilità delle altre. Le società che impediscono e monopolizzano la conoscenza sono reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà. Le società che impediscono la conoscenza della religione per quella che è sono ugualmente reazionarie, oscurantiste (muta ‘ assibat al-gahl: fanaticamente ignoranti) e nemiche della libertà, come anche quelle che monopolizzano la conoscenza religiosa.

Le società che danno un’immagine distorta della religione altrui, della civiltà altrui e dei modi di vita altrui nel presentarli come conoscenza nel loro ambito, sono altresì reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà. Le società che impediscono la conoscenza materiale sono reazionarie, oscurantiste e nemiche della libertà, e lo sono anche quelle che la monopolizzano. La conoscenza è un diritto naturale di ogni essere umano, di cui nessuno ha facoltà di privarlo per nessun preteso, a meno che la persona non commetta qualcosa che le tolga tale diritto. L’ignoranza avrà fine quando ogni cosa sarà presentata nella sua vera realtà e quando la conoscenza sarà resa disponibile ad ogni persona nel modo che le è confacente.

 

LA MUSICA E LE ARTI

L’umanità continuerà ad essere arretrata finché rimarrà incapace di esprimersi in un’unica lingua. Finché l’uomo non realizzerà tale aspirazione – che sembra persino impossibile – l’espressione della gioia e del dolore, del bene e del male, del bello e del brutto, del riposo e dell’affanno, dell’annientamento e dell’eternità, dell’amore e dell’odio, dei colori, dei modi di sentire, dei gusti e del temperamento – l’espressione di tutte queste cose rimarrà nella stessa lingua che ogni popolo parla spontaneamente. Anzi, il comportamento stesso rimarrà conforme alla reazione derivante dal modo di sentire che la lingua crea nell’intelligenza di chi la parla. L’apprendimento di un’unica lingua, qualunque essa sia, non è però la soluzione possibile al giorno d’oggi. Questo problema continuerà a restare necessariamente irrisolto finché il processo di unificazione del linguaggio non passerà attraverso molte epoche e generazioni. E a condizione che il fattore ereditario, trasmesso dalle generazioni precedenti, venga a cessare in seguito al trascorrere di un tempo a ciò sufficiente, dato che il modo di sentire, il gusto e il carattere dei nonni e dei padri formano quello dei figli e dei nipoti. Se tali antenati si esprimevano in lingue diverse, e se i loro discendenti si esprimessero in un’unica lingua, quest’ultimi non avrebbero l’un l’altro gli stessi gusti, sia pure parlando la stessa lingua. Infatti tale unità di gusti si realizza solo dopo che la nuova lingua arriva ad elaborare gusti e modi di sentire che le generazioni si trasmettono per eredità dall’una all’altra. Se un gruppo di gente, in caso di lutto, veste di colore bianco ed un altro gruppo, nella stessa situazione, veste di nero, il modo di sentire di ciascun gruppo si plasmerà in ragione di questi due colori. Vale a dire che un gruppo finisce per detestare il nero, mentre all’altro esso piace, e viceversa. Tale modo di sentire lascia una traccia tangibile, sulle cellule e tutte le molecole e la loro dinamica nel corpo. Perciò questo adattamento del gusto si trasmetterà per eredità: l’erede odia automaticamente il colore odiato da chi glielo trasmette, perché ne eredita anche il modo di sentire. Così i popoli sono in armonia solo con le loro arti e il loro retaggio. Non possono esserlo con quelle degli altri a causa del fattore ereditario; neppure se, diversi per retaggio, dovessero trovarsi a parlare una stessa lingua. Anzi, questa differenza, sia pure in termini molto ridotti, compare persino fra i gruppi di uno stesso popolo.

L’apprendimento di un’unica lingua di per sé non è un problema, e non lo è neppure la comprensione delle arti degli altri, dopo aver appreso la loro lingua. Il vero problema è l’impossibilità del reale adattamento interiore alla lingua degli altri. Cosa che rimarrà impossibile fino a quando non sia scomparsa la traccia ereditaria nel fisico dell’uomo, evolutosi a parlare la stessa lingua. In realtà il genere umano continuerà ad essere arretrato finché l’uomo non parlerà col suo fratello umano una stessa lingua, che sia trasmessa per eredità, e non appresa. Però il raggiungimento di tale meta da parte dell’umanità resta un problema di tempo, almeno finché la civiltà non abbia subito un totale rivolgimento.

 

LO SPORT, L’EQUITAZIONE E GLI SPETTACOLI

Lo sport può essere privato, come la preghiera che la persona recita da sola e per proprio conto, anche dentro una stanza chiusa; oppure può essere pubblico, quale è praticato collettivamente nei campi sportivi, come la preghiera cui si adempie collettivamente nei luoghi di culto. Il primo tipo di sport interessa personalmente il singolo individuo; il secondo riguarda tutto il popolo, il quale lo pratica senza lasciare che nessuno lo faccia in sua vece. Sarebbe irrazionale che le masse (gamàhìr) entrassero nei luoghi di culto, senza pregare, solo per stare a guardare una persona o un gruppo che prega. Allo stesso modo è irrazionale che esse entrino negli stadi e nei campi senza praticare lo sport, solo per stare a guardare uno o più individui che giocano. Lo sport è come il pregare, il mangiare, il riscaldare ed il ventilare. Sarebbe sciocco che le masse entrassero in un ristorante per stare a guardare una persona o un gruppo che mangia! Oppure che la gente lasciasse che una persona o un gruppo godessero fisicamente del riscaldamento e dell’aria in sua vece! Allo stesso modo è irrazionale che si permetta ad un individuo o ad una squadra di monopolizzare lo sport escludendo la società, mentre essa sopporta gli oneri di tale monopolizzazione a vantaggio di detto individuo o detta squadra. Proprio come democraticamente non dovrebbe essere permesso che il popolo autorizzi un individuo, un gruppo, fosse pure un partito, una classe, una confessione religiosa, una tribù o un’assemblea, a decidere del suo destino in sua vece o a sentire i suoi bisogni in sua vece. Lo sport privato interessa solo chi lo pratica su sua responsabilità e a sue spese. Lo sport pubblico è una necessità pubblica per la gente. Nessuno dovrebbe essere delegato a praticarlo in sua vece, fisicamente e democraticamente. Sotto l’aspetto fisico tale delegato non può trasmettere agli altri il vantaggio che trae dallo sport per il suo corpo e il suo spirito. Sotto l’aspetto democratico non è giusto che un individuo o un gruppo monopolizzino lo sport, come anche il potere, la ricchezza e le armi, escludendo gli altri. I circoli sportivi oggi al mondo sono alla base dello sport tradizionale e si accaparrano tutte le spese ed i mezzi pubblici relativi all’attività sportiva in ogni stato. Tali istruzioni non sono altro che strumenti di monopolio sociale; come gli strumenti politici dittatoriali che monopolizzano il potere escludendo le masse; come gli strumenti economici che monopolizzano la ricchezza della società; come gli strumenti militari tradizionali che monopolizzano le armi della società.

L’era delle masse, come distruggerà gli strumenti di monopolio della ricchezza, del potere e delle armi, così sicuramente distruggerà anche gli strumenti di monopolio dell’attività sociale quale lo sport, l’equitazione etc. Le masse fanno la fila per sostenere un candidato a rappresentarle nel decidere il loro destino, in base all’assurdo presupposto che egli le rappresenterà e propugnerà la loro dignità, sovranità e prestigio. A tali masse, defraudate della volontà e della dignità, non rimane che stare a guardare una persona che svolge un’attività che per natura dovrebbero svolgere loro stesse. Esse sono come le masse che non praticano lo sport di persona e per se stesse, perché ne sono incapaci per loro ignoranza, e per il raggiungimento davanti agli strumenti che mirano a divertirle e a stordirle affinché ridano e applaudano, invece di fare dello sport, che essi appunto monopolizzano. Come il potere deve essere delle masse, anche lo sport deve essere delle masse. Come la ricchezza deve essere di tutte le masse e le armi del popolo, anche lo sport, per la sua qualità di attività sociale, deve essere delle masse. Lo sport pubblico riguarda tutte le masse, ed è un diritto di tutto il popolo per i vantaggi che offre in salute ed in benessere. E’ stolto lasciare tali benefici ad individui e a gruppi particolari, che li monopolizzano e ne colgono individualmente i vantaggi igienici e spirituali, mentre le masse provvedono a tutte le facilitazioni e mezzi, pagando le spese per sostenere lo sport pubblico e quanto esso richiede. Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere sono migliaia stolti incapaci di praticare lo sport di persona: tanto che stanno allineati sui palchi dello stadio apatici e plaudenti a quegli eroi che hanno strappato loro l’iniziativa dominando il campo, e che si sono accaparrati lo sport requisendo tutti i mezzi prestati a loro vantaggio dalle stesse masse. Le gradinate degli stadi pubblici originariamente sono state allestite per frapporre un ostacolo tra le masse ed i campi e gli stadi: cioè per impedire alle masse di raggiungere i campi sportivi. Esse saranno disertate, e quindi soppresse, il giorno in cui le masse si faranno avanti e praticheranno lo sport collettivamente nel bel mezzo degli stadi e dei campi sportivi, rendendosi conto che lo sport è un’attività pubblica che bisogna praticare e non stare a guardare. Se mai potrebbe essere ragionevole il contrario: che a guardare fosse la minoranza impotente o inerte. Le gradinate degli stadi scompariranno quando non si troverà più chi vi si siede. La gente incapace di rappresentare i ruoli dell’eroismo nella vita, coloro che ignorano i fatti della storia, che sono limitati nella rappresentazione del futuro e che non sono seri nella vita sono degli individui marginali che riempiono i posti dei teatri e degli spettacoli per stare a guardare i fatti della vita e imparare come procede.

Esattamente come gli allievi che riempiono i banchi delle scuole, perché non sono istruiti, anzi in partenza sono analfabeti. Coloro che si costruiscono la vita da sé, non hanno bisogno di guardare come va per mezzo di attori sul palcoscenico del teatro o nelle sale da spettacolo. Così i cavalieri, ciascuno dei quali monta il proprio cavallo, non hanno posto al margine dell’ippodromo. E se ognuno avesse un cavallo non si troverebbe chi assiste ed applaude alla corsa: gli spettatori seduti sono soltanto quelli incapaci di svolgere tale attività, perché non sono cavalieri. Così ai popoli beduini non importa il teatro e gli spettacoli, perché lavorano sodo e sono del tutto seri nella vita. Essi realizzano la vita seria, e perciò si burlano della recitazione. Le comunità beduine non stanno a guardare chi svolge una parte, ma praticano i divertimenti o i giochi in modo collettivo, perché ne sentono istintivamente il bisogno e li eseguono senza spiegazioni. I diversi tipi di pugilato e di lotta sono prova che l’umanità non si è ancora liberata da tutti i comportamenti selvaggi. Ma necessariamente finiranno, quando l’essere umano si sarà elevato più in alto sulla scala della civiltà. Il duello con le pistole e prima d’esso l’offerta del sacrificio umano erano un costume abituale in una delle fasi dell’evoluzione dell’umanità. Ma queste pratiche selvagge sono cessate da secoli, e l’uomo ha cominciato a ridere di se stesso e nel contempo a dolersi di aver compiuto tali atti. Così sarà anche per la questione dei diversi tipi di pugilato e di lotta fra decenni o fra secoli. Ma gli individui più civilizzati degli altri e mentalmente più elevati già fin d’ora possono fare qualcosa per tenersi lontano dal praticare e incoraggiare tale comportamento selvaggio.