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1343.- L’Italia ha bisogno di un suo De Gaulle. che faccia il nostro interesse nazionale come la Francia e la Germania. l’eccellenzza dell’Esercito Italiano nelle missioni internazionali di pace.

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L’Italia si trova in una crisi profonda che mette a rischio non solo la sua prosperità, ma ormai la sua stessa sopravvivenza come nazione e come Stato indipendente e sovrano.

Ernesto Galli della Loggia inizia un suo libro appena uscito, “Il tramonto di una nazione. Retroscena della fine”, con queste drammatiche parole: “Sono nato italiano, ma mi viene da chiedermi, a volte, se morirò tale… mi sembra che siano molti gli italiani che sentono ogni giorno crescere dentro di sé una sensazione sempre maggiore di spaesamento e alla fine quasi di estraneità”.

La decadenza generale, la sensazione di essere una nave alla deriva nella tempesta, un vaso di coccio tra vasi di ferro, l’espropriazione di sovranità che l’Italia ha subito (da Unione europea, mercati finanziari e altri poteri internazionali), la crisi economica ormai cronica in cui stanno soffocando il Paese, la prospettiva molto concreta dell’estinzione demografica con la contemporanea invasione migratoria, fanno dubitare fortemente che fra due generazioni ci sia ancora l’Italia.

La prima repubblica è finita, la seconda non è mai cominciata e le attuali leadership – che da anni si dimostrano almeno impotenti di fronte allo sfascio del Paese – risultano inadeguate e spesso dannose.

Anche il centrodestra, che pure sembra avere le idee più sensate, non dispone di una credibile e autorevole ipotesi di leader di governo per guidare la rinascita.

In Italia c’è un vuoto spaventoso di classi dirigenti che nella Sinistra è amplificato dalle idee perniciose che coltivano e dalle politiche fallimentari che realizzano.

E’ una crisi più grave di quella che la Francia visse a metà degli anni Cinquanta e che – col tramonto della Quarta Repubblica – portò al governo il generale Charles De Gaulle che varò la Quinta Repubblica (con una nuova Costituzione che tagliò – fin troppo – le unghie ai partiti).

Molti ritengono che all’Italia occorrerebbe appunto questo: un De Gaulle nostrano. Ed è il centrodestra che ne è alla ricerca e potrebbe proporlo. Vediamo di farne un possibile identikit.

CHI L’HA VISTO?

Dovrebbe aver servito il Paese con competenza e facendosi onore, ma senza provenire dalla palude della classe politica romana, né dai salotti “intellettuali” o finanziari.

Dovrebbe avere preparazione ed esperienza, anche internazionale, attitudine alla guida, capacità di analisi e una visione chiara dei problemi del Paese e della meta a cui guidarlo. Per ridargli dignità sulla scena internazionale.

Dovrebbe assumere come bussola proprio l’“interesse nazionale” (come fanno gli altri Paesi: Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna), obiettivo da perseguire senza alcuna sudditanza, né psicologica né politica né ideologica, verso governi o poteri stranieri: in pratica si cerca qualcuno che non si faccia mettere i piedi in testa e che non permetta ulteriori umiliazioni ed “espropri” dell’Italia.

C’è chi ritiene che una tale figura possa essere trovata – esattamente come De Gaulle – proprio fra i vertici di quei militari italiani che, in questi decenni, si sono distinti – agli occhi del mondo – per aver condotto con grande professionalità e intelligenza tante missioni di pace in zone molto pericolose e complesse (anche le nostre forze armate sono fra le “eccellenze italiane” che il mondo apprezza).

Infatti, in questa “riserva della repubblica” (si parla di coloro che sono già in congedo e non sono più militari) si trovano uomini che – per esperienza internazionale, alta preparazione e attaccamento all’Italia – potrebbero oggi risultare preziosi per il nostro disgraziato Paese (negli Usa è normale passare dalla vita militare a cariche politiche o di governo).

Del resto già oggi più d’uno – di quel mondo – interviene mostrando una capacità di analisi che non si trova tra politici e intellettuali. Sia i militari di orientamento progressista, sia quelli di orientamento liberal-conservatore in genere convergono sul tema della sovranità nazionale.

E’ forse ascrivibile al primo tipo il generale Fabio Mini che – per esempio su “Limes” – propone riflessioni storico-politiche e geostrategiche che fanno sempre riflettere.

Mentre il generale Marco Bertolini rappresenta una sensibilità che il centrodestra può trovare più affine. Due suoi interventi recenti hanno mostrato una chiarezza di visione assai significativa, che spicca in un panorama di lumaconi senza grinta o di furbetti cinici e incapaci.

Il generale Bertolini è stato Comandante del Comando operativo interforze e ha partecipato, spesso in ruoli di guida, a tante missioni militari italiane all’estero (Libano, Somalia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Kosovo). E’ stimato anche a livello internazionale. Nel 2008 ha assunto l’incarico di Capo di Stato Maggiore del Comando Isaf in Afghanistan: primo ufficiale italiano a ricoprire un tale ruolo.

IDEE CHIARE

Dunque Bertolini – oggi generale in congedo (ha 64 anni) – interpellato in questi giorni dopo un intervento pubblico, ha spiegato che l’enorme ondata migratoria può e deve essere bloccata, per esempio fermando le Ong, le quali – ha dichiarato il generale – “la devono smettere di prendere i migranti e di portarli da noi, che passivamente li dobbiamo subire, visto che rimarranno qua. Adesso, di fatto, c’è quasi un servizio di traghettamento che non fa sicuramente i nostri interessi”.

In questa intervista al “Giornale” ha spiegato: “L’Italia si trova al centro del Mediterraneo e nel Mediterraneo bisogna essere forti, politicamente, economicamente, culturalmente e, perché no, anche militarmente. Il nostro Paese, invece, non vuole esercitare la forza. In quest’area si scontrano gli interessi di altri Paesi fortissimi, che sono i classici vasi di ferro e se noi ci proponiamo come vaso di coccio, perché abbiamo dei confini porosi, perché accettiamo chiunque arrivi, perché siamo passivi nei confronti delle iniziative politiche e militari degli altri, siamo destinati a pagarla molto cara”.

Poi ha aggiunto: “Se dovessimo andare avanti in questa maniera scompariremo. Si usa il termine sovranità come se fosse una bestemmia dimenticando che, invece, è il valore per cui hanno giurato i militari, ma anche i ministri”.

Bertolini ha poi risposto a quei politici che – da sinistra – affermano che noi abbiamo bisogno dei migranti: “Dimenticano di dire che i motivi per cui non facciamo più figli sono dovuti alle scelte fatte da loro perché è stata distrutta la famiglia, ci sono state politiche contro la natalità, provvedimenti umilianti per la famiglia naturale (…). Abbiamo bisogno di giovani, ma non possiamo importarli e non possiamo sostituire gli italiani con i cittadini acquisiti ai quali si dà un passaporto”.

Richiesto poi di commentare la risposta “piccata” di Gentiloni all’Ungheria, proprio sui migranti, ha detto: “avrei gradito che gli stessi toni li avessimo utilizzati quando ci hanno imposto delle sanzioni alla Russia che vanno solo contro i nostri interessi”.

Il 2 luglio del 2016, nel suo discorso di congedo dall’Esercito per raggiunti limiti di età, disse: “Ritengo che una società che voglia sopravvivere, debba preservare con tutte le forze la propria identità e le proprie tradizioni. Poi, sarà ovvia, per ogni nuovo venuto, la necessità di adeguarsi alla nostra cultura. Ma se pensiamo che la nostra identità possa esclusivamente basarsi sul ‘Made in Italy’, sulle eccellenze della nostra cucina e sui centimetri di pelle nuda che esponiamo in pubblico, stiamo freschi. Senza radici cristiane, cosa ci resta da difendere, il nostro benessere? Quanto ai diritti, faccio parte di una generazione che era stata educata al rispetto dei propri doveri”.

Una personalità con un tale curriculum, con questo carattere e queste idee – che trovano nel centrodestra orecchie molto attente – potrebbe oggi candidarsi alla leadership con più credibilità, agli occhi degli elettori, dei politici attualmente sulla scena. E potrebbe rappresentare una svolta per il Paese.

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Antonio Socci

 

1334.- Siamo stati in mano a un falso. Re Giorgio bugiardo: ecco tutte le frasi che lo inchiodano. Era così interventista sulla Libia che criticò così la dubbiosa Merkel: «Insegue i sondaggi»

Facciamo un seguito al n. 1328, all’intervista di Claudio Tito pubblicata da Repubblica e F.Q. a Napolitano e alla boutade di Salvini sull’eventualità di un processo a Napolitano con un articolo de “il Giornale.it”, perché ci impone una riflessione sulla Costituzione della Repubblica, che ha permesso a un platealmente falso di opprimerci con quattro governi senza fondamenta elettorali e di farsi eleggere per due mandati, per quattordici anni, impossibili al punto da non essere stati oggetto di espresso divieto dei costituenti, come documentato e come documentammo, invano.

Sbadato Re Giorgio. Sulla ricostruzione dell’intervento militare in Libia nel 2011 l’ex capo dello Stato ha dei vuoti di memoria che colmiamo.

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La verità è che Berlusconi era sostanzialmente contrario all’uso della forza mentre l’allora capo dello Stato premeva per accendere i motori dei caccia. Rinfreschiamo la memoria del presidente emerito.

11 marzo 2011, vigilia del primo raid dei Mirage francesi contro Gheddafi, del 19 marzo. A Bruxelles c’è un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei 27 sulla crisi libica e il Colle sentenzia: «Gheddafi ha perso ogni legittimazione a governare». Il vertice è interlocutorio perché Sarkozy freme per l’intervento armato ma la cancelliera Merkel, assieme a Berlusconi, esprime tutte le sue perplessità. La situazione precipita e i caccia decollano. Dopo 10 giorni Napolitano, all’assemblea generale dell’Onu, rimarca: «Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime e alle distruzioni massicce inflitte dal leader libico». Sì, ma le bombe? L’ex capo dello Stato alza il ditino: «Il capitolo 7 della carta delle nazioni Unite contempla specificamente l’uso della forza».

Ma è due giorni dopo, il 30 marzo, che sempre da New York il presidente emerito torna sulla questione libica e sfiora l’incidente diplomatico. In una lunga intervista pubblica alla New York University, Napolitano è durissimo con la cancelliera tedesca, riluttante a far partire i caccia: «Non capisco la decisione di Angela sulla Libia – la sua predica -. Un leader non dovrebbe avere paura delle elezioni né inseguire i sondaggi». In effetti il 9 aprile di quell’anno erano in calendario elezioni in 7 su 16 laender tedeschi, tra cui il pesantissimo Stato di Amburgo. Tutti i sondaggi davano in picchiata la Cdu della cancelliera a vantaggio della Spd. Uno dei motivi? L’ingresso in guerra contro Gheddafi. Napolitano, insomma, picchia duro sulla Merkel e riceve pure la risentita risposta del portavoce della cancelliera che esclude qualsiasi collegamento tra le decisioni del governo di Berlino e le elezioni in alcuni laender. Il comunista e guerrafondaio Napolitano tira dritto: «L’intervento militare? L’Italia ha fatto la cosa giusta. E il fatto che i principali Paesi europei si siano divisi è molto negativo».

Berlusconi, invece, appena può rimarca la propria riluttanza all’intervento: «Non è stata facile la decisione del governo; abbiamo avuto difficoltà a congiungerci agli altri alleati» (26 aprile 2011). Il governo Berlusconi è stato quasi trascinato in guerra e nella maggioranza la Lega scalpita. Tanto che, da Pontida, l’allora ministro degli Interni Maroni aizza la folla dicendo che avrebbe chiesto lo stop alla missione in Libia: «È l’unico modo per fermare gli sbarchi», grida dal palco. Ancora una volta interviene Re Giorgio: «No, il nostro impegno è restare schierati in Libia, come del resto sancito dal Parlamento» (20 giugno 2011). A fare da mediatore il ministro degli Esteri Frattini che pone un limite temporale all’intervento: «Fino a settembre». La Lega se la lega al dito e in luglio porta in consiglio dei ministri un decreto per il rifinanziamento delle missioni militari: meno soldi alle missioni e rientro dell’ammiraglia Garibaldi dalla Libia. Il decreto passa all’unanimità ma anche questa volta il Colle dice la sua: «No a decisioni o ritiri unilaterali. Toghether out or toghether in». Do you remember, king George?

Francesco Cramer Sab, 05/08/2017

1217.- Giampalo Pansa: il partito renzista sarà unico e autoritario

 

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di Giampaolo Pansa

È un ingenuo Gianni Cuperlo, uno dei big del Partito democratico. Anche se ha passato la cinquantina, conserva la faccia del ragazzo bello e bravo che farebbe la gioia di tante madri con figlie a carico. Cuperlo è stato una giovane promessa del Pci, poi del Pds, sino ad arrivare al Pd odierno. Nel caos dei democratici, resta una delle voci ascoltate. E nella direzione del 20 ottobre, si è domandato con allarme se Matteo Renzi, partendo dalla convention della Leopolda, non stia meditando di costituire un partito parallelo a quello che oggi guida come segretario e, al tempo stesso, come premier.*

Cuperlo si sbaglia. Renzi non intende affatto dar vita a un bis del Pd. Più semplicemente, e brutalmente, vuole a prendersi tutto il partito attuale. Per trasformarlo dapprima in un partito personale e poi in un partito unico e autoritario. Con un solo uomo al comando: se stesso. E senza veri concorrenti.

Come lo chiamerà non lo sappiamo. I media hanno parlato di Partito della Nazione. Ma l’unica certezza e che sarà una costruzione diversa da tutte le altre che conosciamo, senza opposizioni, in grado di inchiodare la politica italiana a un regime personale. Dove conterà soltanto il verbo del leader.
I politici come Cuperlo dovrebbero dedicare le proprie energie intellettuali a domandarsi se Renzi abbia il carattere adatto, la tenacia giusta e la forza sufficiente per realizzare questo progetto. II Bestiario teme di si. E adesso cercherà di aiutare i Cuperlo d’Italia a scrutarlo molto da vicino. Per capire quante probabilità abbia di diventare Leader Solitario del nostro sfortunato paese.

Prima di tutto, Matteo è un soggetto impossibile da classificare. E’ di sinistra, di destra, di centro? Domande inutili. Renzi è Renzi, un Fregoli della politica, capace di tutti i travestimenti e di qualsiasi parte in commedia. Sempre più spesso, ho il sospetto che, da cattolico, sia convinto di essere un unto del Signore, destinato dal Padreterno a essere il padrone dell’Italia e guidarla verso traguardi luminosi. Per limitarmi ad altre figure della storia europea, la stessa convinzione animava Benito Mussolini, Adolf Hitler e persino Giuseppe Stalin. Anche se quest’ultimo, un marxista integrate, non credeva in Domineddio.

E’ possibile che Renzi sia convinto di aver ricevuto mandato da un’entità superiore. Ed è proprio questo che lo spinge a essere super sicuro di se spesso. Protervo. Sfrontato. Ironico. Sfottente. Persino bullo. Osservatelo alla tivù quando sta in un consesso internazionale. In maniche di camicia e la faccia da ragazzo che la sa lunga, sembra il nipote degli altri leader europei. Persino la cancelliera Angela Merkel mette da parte la sua mutria da walkiria per diventare una zia cautelosa di questo enigmatico bamboccione italico.

Perché Renzi potrebbe riuscire nell’intento di diventare il solo dominus della politica italiana? Prima di tutto perché ha il carattere del leader di animo cattivo, per non dire da carogna. Chi è obbligato a trattare con lui racconta che è vendicativo al massimo, pronto a rappresaglie anche personali. Non ha pietà per nessuno. Pensate alla fine che ha fatto a Matteo Richetti, renzista della prima ora, liquidato in un amen come competitor alla carica di presidente dell’Emilia Romagna: «Vai a fare altro». O al licenziamento di Carlo Cottarelli, il tecnico incaricato da Enrico Letta di indicare i tagli della spesa pubblica.

Politico del Duemila, Renzi sa approfittare come pochi dell’unico media vincente in quest’epoca dove il fumo conta più dell’arrosto: la televisione. Secondo Il Fatto quotidiano, nel solo mese di ottobre è stato in tivù per ben 77 ore. Ha invaso anche i programmi del suo ex avversario naturale, lo spompato Silvio Berlusconi. II suo cicì e ciciò con Barbara D’Urso su Canale 5 resterà nella storia come il primo caso di un cuculo che s’insinua nel nido di un altro pennuto. E lo devasta, con l’aria di fargli un favore.

Renzi sta già nel pieno della propria guerra lampo, il Blitzkrieg di hitleriana memoria. La velocità nell’azione è l’arma decisiva per la conquista totalitaria del potere. Qualcuno deve avergli spiegato che Benito Mussolini sconfisse le sinistre e s’impadroni dell’Italia nel giro di soli due anni, il 1921 e il 1922. Dallo squadrismo al regime passarono appena ventiquattro mesi. Poi ebbe inizio una dittatura destinata a durare un ventennio

Chi lo affianca in questa corsa non ha dubbi né sulla tattica né sulla strategia del premier. E lavora con entusiasmo alla costruzione di un sisterna a cerchi concentrici. II punto focale è Renzi. Poi viene il primo cerchio magico, tutto di fedelissimi arrivati da Firenze. Il secondo cerchio, più largo, messo insieme alla belle meglio, zeppo di mediocri, e altrettanto pronto a seguirlo. II terzo è ancora in costruzione e lo vedremo affollato da un battaglione di signori che hanno favori da chiedere al premier e sono disposte a dare qualsiasi cosa in cambio.

Il Blitzkrieg renziano, se mai vincerà, trasformerà in peggio il sistema istituzionale italiano. Tutte le democrazie si reggono su un sistema di pesi e contrappesi indispensabili, che trovano nel Parlamento il luogo delle decisioni. Winston Churchill era solito dire: «La democrazia è un pessimo sistema di governo, ma finora non è stato inventato niente di meglio». Renzi, ormai è chiaro, disprezza il Parlamento. Preferisce parlare alla gente, ossia al popolo. Senza distinzioni di ceto, fede politica, condizione sociale.

In realtà è il primo leader populista che appaia sulla scena italiana. Al confronto, Beppe Grillo è un mister nessuno. Per trovare qualcosa di simile al Matteo di oggi bisogna risalire al primissimo dopoguerra, al Guglielmo Giannini nel momento di massima espansione del suo Uomo Qualunque. Una fiammata che si spense molto presto.

Dal momento che Giannini non aveva nessun potere, mentre Renzi ne ha persino troppi. Non credo che Partito Renzista, unico e autoritario, tramonterà presto. Siamo appena alle primissime sequenze di un film che durerà a lungo. Matteo può essere mandato al tappeto soltanto da qualche incidente pesante in Parlamento o nelle piazze. O dall’improvviso aggravarsi di una crisi economica e sociale che nessuno sarebbe in grado di contenere.

Ma se l’Italia proseguirà ad affondare lentamente in un declino senza scosse, Renzi continuerà a vincere. Per l’assenza o l’estrema fragilità degli oppositori. Il centrodestra in coma e un patetico Berlusconi sogna rimonte impossibili. Beppe Grillo rischia il tramonto. II Pd ostile a Matteo verrà risucchiato dalla Cgil che ha un nuovo leader in agguato: Maurizio Landini.

Nel caso di elezioni anticipate, il renzismo autoritario prenderà gran parte dei voti di quel cinquanta per cento di italiani impauriti dalla crisi e ancora disposti ad andare ai seggi. Affidarsi a un uomo solo è una pessima abitudine italiana. Dunque la domanda è una sola: Renzi avrà un’opposizione degna di questo nome? Bisogna sperare di sì. Contrastare un sistema che rischia di diventare oppressivo è una necessità democratica.

Quanti se ne rendono conto nel ceto politico, imprenditoriale, burocratico e nei media? Non ho risposte. Se è vero che il futuro è solo I’inizio, come strilla lo slogan della Leopolda, dobbiamo toccare ferro. E sperare in un soprassalto di orgoglio in quel che resta dell’Italia repubblicana.

1193.- Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

Francesi e Tedeschi sostengono l’Unione europea del profitto per il profitto, dove comanda sempre il più forte. Polonia e Ungheria non ci stanno e i Greci hanno risposto con la violenza all’austerità dell’Ue. Macron, ardente sostenitore della globalizzazione e dell’integrazione europea fra stati a più velocità, immagina l’asse franco-tedesco, come il motore propulsore dell’intera UE. Gira che ti gira, sempre un Reich saremo, a meno di una provvidenziale… ITALEXIT! L’Europa deve integrarsi, rifondandosi sui principi degli stati sociali, ma Berlino e Parigi sono l’ostacolo da abbattere, e presto. Il tempo dei Reich appartiene al passato, come la leadership degli Stati Uniti volge al tramonto. Dobbiamo integrare l’intero Occidente, non solo l’Europa, ma sulla base di una partecipazione coesa di tutte le identità nazionali, la nostra vera ricchezza. Propongo la lettura di un precursore e valente scienziato, studioso di questa umanità distorta dall’economia.

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«Raccolti nel volume Per un nuovo Occidente (Il Saggiatore) gli scritti dell’autore del noto saggio “La grande trasformazione”.
Una raccolta inedita che spazia su molti temi del suo tempo.
Per definire un’alternativa sociale e istituzionale sia al mercato che alla pianificazione centralizzata dello Stato che ha influenzato più generazioni di antropologi, economisti e sociologi».
Il ManifestoDurante l’ultimo World Economic Forum di Davos si è scritto che un fantasma stesse perseguitando i potenti della terra, riuniti nella cittadina svizzera: lo spettro di Karl Polanyi, lo scienziato sociale che, con La grande trasformazione, raccontò l’impatto della società di mercato e dell’industrializzazione sulla civiltà occidentale, e colse meglio di chiunque altro gli effetti politici, culturali e antropologici della crisi degli anni trenta.
Oggi, mentre imperversa una nuova Grande recessione, idee che parevano ormai relegate alle librerie polverose dei dipartimenti universitari sono riemerse in tutta la loro attualità. Prima fra tutte, la questione, fondamentale, del ruolo dell’economia nella società.
Al centro dei saggi raccolti in queste pagine, scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale, c’è il tentativo di indicare la strada per tornare a un’economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in aperta polemica con l’ideologia del laissez-faire.
Storico, giurista, antropologo ed economista, decenni fa Polanyi parlava già dei problemi del nostro presente: e distorsioni della democrazia generate dal liberismo sregolato, le conseguenze del capitalismo sull’ambiente, la tendenza alla mercificazione di ogni cosa, il ruolo del potere pubblico nell’affermazione e nella tenuta del sistema economico.
La riflessione dello studioso ebreo ungherese sulle filosofie e i modelli istituzionali anglosassoni, continentali, fascisti e sovietici, e sulle loro intersezioni con il sistema economico, sfocia in una proposta alternativa al mercato autoregolato: non un sistema centralizzato, ma un’economia cooperativa, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Una forma di socialismo che elevi a suo valore fondante la libertà della persona, libertà irriducibile alla sola sfera economica e realizzabile soltanto nei legami sociali tra gli individui.
Dopotutto, è questo il più formidabile patrimonio culturale dell’Occidente. E sebbene le scelte politiche e l’economicismo abbiano dilapidato tale patrimonio, è solo riscoprendolo che potremo aprirci a un incontro fecondo con le altre civiltà.

Karl Polanyi (1886-1964), nato a Vienna, si laureò in diritto e filosofia a Budapest. Oppositore del nazismo, dal 1933 si trasferì dall’Austria all’Inghilterra, e infine negli Stati Uniti, dove insegnò per anni alla Columbia University di New York. Singolare figura di pensatore interdisciplinare, è considerato uno dei più importanti storici dell’economia. Tra le sue opere principali: La grande trasformazione (1944); Traffici e mercati negli antichi imperi (1957), Economie primitive, arcaiche e moderne (1968).

1185.- Il blocco navale e un popolo di coglioni

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(Gianni Candotto) – G7 in SICILIA. il governo ha approntato il blocco navale per evitare che durante quei giorni sbarchino immigrati in Sicilia.
Belle anche le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli “tra i migranti potrebbero esserci terroristi e pertanto è pericoloso per la sicurezza del G7”.
Bene, dopo 4 anni di sbarchi, il governo, con tutta la semplicità del mondo, ci fa sapere:
1) che basta un decreto di blocco navale per evitare gli sbarchi in Sicilia;
2) che tra gli immigrati ci sono potenziali terroristi e gli immigrati sono un rischio per la sicurezza.
Coseguentemente,
3) che fino ad oggi ci hanno solo preso per il culo.

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Solo pochi giorni fa.. La preoccupazione doveva essere stata tanto forte, rasentando il panico, quanto è sporca l’operazione, se George Soros, da mezzo secolo grande stragista sociale, si è precipitato da colui che falsamente presume nostro presidente del consiglio (ma avrà incontrato anche quello effettivo..e il loro patrono,ndr). In ballo era l’urgenza di applicare una sutura veloce e conclusiva allo squarcio aperto nel corpo del reato dal benemerito procuratore di Catania, Zuccaro, dai suoi emuli a Trapani e dall’altrettanto benemerito M5S, con il sostegno strumentale, non qualificante, ma utile, di qualche elemento politico e mediatico spurio. Uno squarcio che rischia di mandare in vacca l’intero gigantesco impegno profuso dal principe delle guerre per regime change nella destabilizzazione dell’Europa mediterranea e nella distruzione dei paesi da cui originano le migrazioni di massa.
Naturalmente è grazie a correttezza e trasparenza democratica che il conte Gentiloni, facente funzione apparente di premier, ha tenuto rigorosamente nascosto questo incontro, occorso senza preavviso e dettato dall’emergenza “taxi del Mediterraneo”. Avrebbe dovuto spiegare a parlamento e popolo in quale veste un capo di governo incontra un cittadino, sì, qualunque, ma anche l’assassino, negli anni ’90, della nostra valuta (da sostituire con il tumore dell’Euro), con relativa svalutazione del 30%, la perdita di 40 miliardi di dollari e la conseguente svendita a prezzo di saldi dell’apparato produttivo della settima nazione industriale del mondo. Un soggetto, dunque, da chiamare subito i carabinieri e far rinchiudere in attesa di sentenza di fine pena mai.
Il premier zuzzurellone non ha riferito una cippa né al parlamento, né ai media, né alla moglie. La notizia la dobbiamo alla foto e al lancio di un’occhiuta agenzia. Cosa il comparione e il compariuccio si siano detti non risulterà né nelle cronache, né negli annali, ma noi lo sappiamo perfettamente. “Allontana da me questo calice”, ha esclamato, tra l’impositivo e il supplicante, la testa della piovra, “salva i miei tentacoli a mare, blocca l’inchiesta”. Più o meno così. E Gentiloni: “Stai tranquillo, abbiamo già mosso le nostre pedine, a partire dai solidali istituzionali Boldrini, e Grasso, dagli amici magistrati, comandanti, capitani, a passare dal correo etilico Juncker e dalla cosca di Bruxelles, e a finire con la bassa forza umanitarista politico-mediatica. Quella dei Formigli, Saviano, Fratoianni, Zoro (“Gazebo”), Manconi (che, sul “manifesto” complice vomita oscenità su Zuccaro), Bonino, tutta la lobby talmudista, correligionaria di Soros, con Furio Colombo in testa” (avreste dovuto vedere quest’ultimo, paonazzo, occhi di fuori, bava alla bocca, al limite dell’’ischemia, che sbraitava nella “Gabbia” di Paragone contro chi lì, secondo lui, attaccando le ONG marinare si faceva promotore di interminabili ecatombi marine.
Grecizzare l’Italia e tutto il Sud
E’ forsennata e disperata la virulenza di questa storica armata dello speculatore ungherese, attivata in difesa della decina di Ong che, a vele, radar, droni, transponder ed equipaggi spiegati, su navi da 11mila euro di costo al giorno, battenti spesso bandiere di comodo, o, addirittura, di paradisi fiscali (il che dice molto), quali finanziate direttamente da Soros (e basterebbe questo), quali munificate da altre fonti, ma tutte in sintonia con il progetto mondialista sorosiano che implica il disfacimento di nazioni, tranne delle due o tre che fungono da arma sul campo dei banchieri globalizzanti. E’ l’inviperita reazione del rettile cui si sia pestata la coda. E’ che non si tratta solo di pizza e fichi, del business con soci trafficanti sulla quarta sponda e soci accoglienti a casa nostra. Qui è in ballo un progetto di portata epocale: la reductio ad unum del potere e del governo su quanto verrà lasciato campare, in schiavitù più o meno riconosciuta, sul globo terracqueo.
Svuotare i granai, riempire gli arsenali e le Ong
Svuotare i granai e riempire gli arsenali (parafrasando a rovescio il buon Pertini) è il meccanismo al quale gli ammiragli e i mozzi di Soros sono addetti nella sua fase intermedia. Quella della presa in consegna di bibliche popolazioni in fuga da terre rubate, spogliate e devastate dai similsoros delle potenze occidentali, del loro trasbordo nelle terre a perdere dell’Europa e dalla loro consegna a caporali e sfruttatori sotto comando di altri similsoros..In paesi sottomessi e con le pezze al culo, come il nostro, consegnato dai similsoros in alto alle cure terminali di cerusici, saltimbanchi e fattucchiere, non deve muoversi foglia che Soros non voglia. Il conticino Gentiloni ha battuto i tacchi, il ghigno dello stragista globale lo vedete nella foto.
Ora si tratta di vedere se il procuratore Zuccaro di Catania terrà duro, se non gli troveranno addosso calzini celesti, se non se ne occuperà chi di magistrati impertinenti in Sicilia solitamente si occupa, se l’intelligenza politica dei 5 Stelle saprà prevalere sui tentacoli dell’orco talmudista ungherese. Un’intelligenza implicitamente riconosciutagli dal New York Times, propagandista di tutte le malefatte di Soros, come del Pentagono e di Big Pharma,, quando li ha anatemizzati per aver espresso sui vaccini i dubbi che avvelenatori globali come i farmaceutici meritano ogni volta che battono le palpebre.
In tale evenienza gli ipocriti che lacrimano sulle guerre, le miserie, le disperazioni e gli annegamenti, che i loro mandanti provocano organizzando povertà, desertificazione, spopolamenti, trafficanti, scafisti di carrette a galla per 2 miglia, pirati umanitari, caporali, Buzzi e Carminati, si troveranno a corto di lacrime. Meno Ong, meno morti in terra e in mare. E non veniteci a parlare di “Medici senza Frontiere”, o di “Save the Children”. Che andrebbero salvati perché buoni. Come dire, buttarne qualcuna per salvare le più grosse. Chi non si ricorda di questi animatori e utilizzatori finali di tagliagole ai tempi di Libia e Siria? Quelli che “bisogna liberarsi di Gheddafi perché rimpinza di Viagra i suoi soldati per farli stuprare meglio donne e bambini”. Quelli che, fianco a fianco con i noti “Elmetti Bianchi”, “Assad ci bombarda gli ospedali e ammazza bambini”. E poi quegli ospedali non c’erano, o erano intatti.
A sconfiggere l’arma di migrazione di massa si fa il bene dell’umanità in tutti gli emisferi.
Nordcorea, arma di distrazione di massa
A tentare previsioni strategiche si rischia di rovinarsi la reputazione. Ma voglio rischiare. Credo che tutta la sarabanda trumpiana sulla Corea del Nord non preluda per niente, né oggi, né domani, a un attacco, magari nucleare, a quel paese. Serve a due cose. Primo, a giustificare l’installazione in Corea del Sud del THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), detto “scudo missilistico anti-nordcoreano”, ma in effetti sistema da primo colpo nucleare contro la Cina. E, secondo, da diversivo rispetto all’invasione della Siria che il concentramento di truppe giordane e americane sembra minacciare e di cui nessuno parla.
L’iniziativa, che vedrebbe aumentare l’attuale numero di effettivi militari Usa in Siria dai mille che operano in congiunzione con il mercenariato curdo nel nordest e si apprestano a far sloggiare l’Isis da Raqqa, a ben più di 2.500, sembrerebbe una risposta al piano elaborato ad Astana, Kazakistan, da russi, turchi e iraniani, con il netto dissenso dei ribelli moderati invitati alla riunione.
Dall’ennesimo incontro kazako dei tre paesi impegnati a trovare una qualche sistemazione al conflitto, è uscito un memorandum. Prevede la creazione di quattro enclavi in Siria che i russi e iraniani chiamano “aree di riduzione del conflitto (“de-escalation zones”), ma che per i turchi mantengono la vecchia denominazione di “aree di sicurezza” (“safe zones”). Quelle vagheggiatre da Erdogan fin dall’inizio dell’aggressione. La collocazione e delimitazione di queste zone non è molto chiara: provincia di Idlib, parti delle provincie di Latakia, Homs e Aleppo, Est Ghouta, a oriente di Damasco, e provincie meridionali di Daraa e Quneitra.
Quattro “aree di sicurezza”, quattro pezzi di una Siria da frantumare
Cosa ne viene al popolo siriano che, per bocca del suo presidente, rivendica fin dal primo giorno la liberazione di ogni pollice del territorio nazionale occupato dai nemici? Ne verrebbe questa situazione: Una larga area a nordest occupata, con il concorso e sotto la guida Usa, dai curdi dell’YPG, comprendente vasti territori arabi su cui i curdi hanno operato pulizia etnica. L’area di nord ovest, attorno a Idlib, occupata dai turchi insieme ai presunti surrogati “moderati” dell’Esercito Libero Siriano. Sacche frammentate sotto controllo Isis e Al Qaida (Al Nusra., ecc.) nell’ovest sotto il Golan e nel Sud attorno a Daraa, che però dalle forze lealiste stanno venendo riprese giorno dopo giorno, a dispetto della fattiva protezione israeliana.
I russi avevano già avanzato, tempo fa, una proposta di nuovo costituzione siriana. Federale. Ovviamente subito respinta da Damasco, perché vista come preludio alla spartizione che il sionimperialismo progetta da decenni. Ora Mosca ci riprova, stavolta, ahinoi, con l’apparente – e, forse, forzato – consenso del governo di Assad. Le quattro aree di “riduzione del conflitto” in parte si sovrappongono a quelle sottratte con la forza militare jihadista, turca, americano-curda. Dovrebbero materializzarsi ai primi di giugno e ne sarebbero “garanti” i tre paesi che le hanno inventate ad Astana, con però l’invito ad altri di associarsi. I garanti si impegnerebbero a far terminare ogni attività bellica. Con quanta adesione delle varie e, in parte incontrollabili, bande jihadiste è da vedere.
Da vedere resta anche se la progettata invasione di truppe Usa e giordane dal Sud del paese si inserisce nel quadro tracciato da russi, turchi e iraniani ad Astana, o se si tratta di mossa finalizzata a impedire che russi e iraniani possano mantenere voce in capitolo sul futuro della Siria.In ogni caso si tratta di sviluppi tutti non solo sospetti, ma fortemente negativi per chi contava sulla difesa ad oltranza dell’integrità e sovranità della Siria. Puzza maledettamente di prodromo alla spartizione del paese in varie parti e sotto diversi controlli: qualcosa ai curdi, qualcosa ai turchi, una fetta alla Giordania, protettorati israelo-americani, una ridotta lasciata agli sciti e ad Assad. Una situazione ingovernabile, foriera di interminabili contese. L’ideale per Israele, Golfo e Occidente. In ogni caso è garantito il lungamente vagheggiato oleodotto Qatar-Mediterraneo che Damasco aveva rifiutato preferendogli quello dall’Iran.
Peggio non poteva andare a un popolo che si è battuto con determinazione ed eroismo senza uguali, e soffrendo l’indicibile, per la causa più giusta del mondo. In un vertice a due Putin-Erdogan a Soci, il presidente russo ha dichiarato che le relazioni tra Turchia e Russia sono tornate ottimali. Forse ha anche pensato che il Turkstream, il gasdotto Russia-Turchia, val bene una messa islamico-ortodossa. Preghiamo gli dei di essere smentiti.
di Fulvio Grimaldi

1183.- Panem et circenses, ieri ed oggi

“Panem et circenses”è una famosa locuzione di Giovenale.“Uno vale uno” dice la locuzione di un tragico pifferaio, caro alle masse ignoranti. Anche se non approvo la lettura restrittiva che l’esimio prof. Massimo Rossi dà del principio di Solidarietà contenuto nell’art. 38 della Costituzione e che commenteremo con lui, Vi propongo questo bellissimo saggio tratto dal suo blog.

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Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

Sono nato nel 1954 a Orbetello (Grosseto) e da molti anni vivo a Montepulciano (Siena), dove sono professore ordinario di Lettere Latine e Greche presso il Liceo-Ginnasio "A.Poliziano"

 

 

Tratto dal blog del Prof. MASSIMO ROSSI, Docente di Italiano, Latino e Greco nel Liceo Classico: .. Questo blog nasce dall’esigenza di rendere noto il mio pensiero, sia per la didattica che per gli altri aspetti della vita individuale e sociale

1182.- LA DEMOCRAZIA E’ USCITA DI STRADA

L’Unione europea di 27 stati non può essere democratica e andrà in rovina per l’avidità di potere, come la democrazia è andata in rovina a causa dell’eccessiva libertà. L’Unione è serva dei mercanti del denaro, ma il denaro è uno strumento. I popoli europei, drogati da decenni di malintesa libertà, sono frammentati al loro interno, incapaci di difendere i loro principi, i loro diritti. Seguo il filosofo austriaco Karl Popper e seguo la sua interpretazione di Platone come pensatore totalitario, che avversò in maniera radicale la società aperta e la democrazia: “L’avversione platonica nei confronti della democrazia è di natura profonda e investe importanti aspetti del suo pensiero filosofico, sia sul versante antropologico sia su quello etico e morale. Per Platone la democrazia assume in maniera del tutto ingiustificata l’uguaglianza degli uomini e rinuncia programmaticamente al principio di competenza. Inoltre essa è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide.” Temo sia così e ho argomentato a me stesso, poi, a Voi queste riflessioni.

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La forza del capitale finanziario monta in un’epoca che la dà per vincente. Marcia spedita fra le contraddizioni e le lacune delle democrazie, trovando sempre più proseliti fra i loro difensori, fra quelli astiosi, incapaci di desiderare una società coesa, democratica nella realtà e non solo a parole; fra quelli immaturi politicamente e ineducati, incapaci di provare amore e rispetto per la cosa comune. Marcia spedita fra la degenerazione del principio di eguaglianza dei cittadini e la rinuncia programmatica al principio di competenza; fra i pedaggi imposti dal suffragio universale e dalla rinuncia al vincolo di mandato a entrambi i livelli, politico e amministrativo.

La leadership del capitale finanziario sta producendo l’aumento della povertà e il contestuale aumento dei redditi elevati: sopra i 30.000 dollari, per capirci. È stato notato che “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. È vero, ma non si tratta di un avvicendamento naturale, ciclico, che, com’è naturale che sia, avrebbe anche i suoi pregi, se fosse frutto di virtù e se fosse portatore di un progetto di sviluppo semplicemente diverso. Fosse il frutto di un’alternanza democratica, dovrebbe, per converso, favorire – ma non ha favorito – la nascita di una controproposta della parte cedente e generare una controspinta positiva. Sarebbe così in natura, dove a ogni azione corrisponde un’altra contraria. Così, invece, non sembra. Il tempo scorre invano e assistiamo alla resa delle democrazie, degli Stati sovrani eretti a loro difesa sistemica, con gli ordinamenti giuridici che dettavano le regole all’economia, con le frontiere che li garantivano, con i welfare che accompagnavano i cittadini, ma, soprattutto con le Costituzioni post-moderne, con le quali la società occidentale ha raggiunto il suo apice nello sviluppo politico-sociale. Apice e non traguardo! Perché il traguardo vogliamo ancora immaginarlo in una società ideale, utopica forse, i cui principi prevalgono sui vizi, sulle carenze degli uomini. Sembra di assistere alla crescita di un castello di carte, perfettamente eseguito, che, ciò malgrado, inizia a cedere dalla base.

La resa delle democrazie ha una ragione profonda nella contraddizione fra i principi fondamentali primigeni e i modelli politici ed economici con cui sono state attuate. In realtà, dovremmo più dire “con cui non sono state attuate”. La resa è avvenuta quando le ragioni dell’economia hanno prevalso su quelle del diritto; quando la capacità finanziaria di una multinazionale ha superato quella degli Stati sovrani. E’ quello lo spartiacque che segnò la rottura degli equilibri e la sudditanza dei cittadini ai soggetti giuridici.

E’ un matrimonio impossibile quello fra politica, diritto ed economia? Torniamo alle Costituzioni e alle forme di Stato con cui si è tentato di rendere puro questo matrimonio: dalle costituzioni moderne, dagli Imperi Centrali, alla costituzione di Weimar, alle non-costituzioni del fascismo e del nazionalsocialismo, fino a queste post-moderne e fino a questa anomalia giuridica, chiamata Unione europea, costruita sull’inganno. Si pensò di equilibrare la vita politica eliminando il pluralismo e ponendo al centro lo Stato e si ebbero le dittature. Ponemmo, poi, al centro della Costituzione la persona umana, il Lavoro, la Libertà, ma non vigilammo. La politica fu libera. I partiti degli eletti furono liberi, nel tu per tu con la finanza. I partiti hanno fatto propria la partecipazione popolare, dirazzando, mano, mano, dalla loro funzione strumentale, hanno posto in subordine anche gli eletti. Le istituzioni devono rappresentare e attuare la “reale volontà del popolo sovrano”. La sovranità appartiene e non emana verso gli eletti dal popolo che è e resta il sovrano. La Libertà implica partecipazione; vuole il pluralismo e la massima coesione e non significa arbitrio del più forte. Dalle elezioni non devono scaturire vincitori né vinti. Magnifica l’equazione “Lavoro = Dignità = Libertà” della nostra Costituzione. Bisogna chiarire a tutti che l’equazione su cui regge l’Unione europea: “Profitto = arbitrio del più forte” cancella la democrazia, azzerandone la trama dei Principi e offrendo dei succedanei usa e getta. Siamo già al trionfo della demagogia. “Panem et circenses” diceva una famosa locuzione di Giovenale; “Uno vale uno” dice la locuzione di un tragico pifferaio, caro alle masse ignoranti.

Il capitale finanziario riuscì sempre a indirizzare la politica degli Stati europei e non solo, per creare le premesse del suo successo; ma il suo non sarà il successo di una parte nel gioco dell’alternanza, perché l’uomo non è solo materia e perché la finanza è strumentale e non può e non deve reggere la politica. Perché, dunque, siede sullo scranno? E’ qui che si diagnostica il male di questa epoca; che si comprende come e perché “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. La nave prende il mare e le tempeste e il timoniere la guida a vincere i marosi. L’equipaggio le pone i ripari; ma se il timoniere poggia ai suoi interessi e se l’equipaggio pensa a imitarlo e a salvarsi con lui, ebbene, la forza del mare non perdona. A controbattere ogni forza, necessita un’altra forza almeno eguale e contraria. Gli uomini che abbiamo intitolato hanno ceduto al capitale finanziario e alle sue sirene. E noi? Siamo, siete capaci di risollevarvi e di rigenerare la democrazia? Possiamo ancora.

I costituenti non hanno fissato, non hanno voluto fissare i principi cui devono conformarsi gli strumenti di partecipazione alla vita politica. Non vollero e cancellarono l’art. 50,2 “Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”. Era troppo garantire la democraticità della politica? Da studioso della Costituzione, cerco in “Lei” le cause di questo destino tragico e ribadisco: Come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli 39 e 49, che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i sindacati e, sopratutto, attraverso i partiti. L’art. 49, con cui iniziammo questo percorso di studio, dice: “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti dei costituenti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie…sono ciò che la massa realmente vuole: responsabilità zero e vociare tanto. Per risorgere, democraticamente, dobbiamo ritrovare quell’articolo 50, 2 comma e riformare quegli articoli, 39 e 49, introducendovi i necessari principi ché si possano guidare le formazioni intermedie della nostra vita sociale, come la trama dei Principi della Prima Parte della Costituzione guida la nostra vita.

Mario Donnini

1180.- MACRON E DINTORNI. SOPRATTUTTO DINTORNI.

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Maurizio

Maurizio Blondet ha pubblicato questa analisi, di Roberto PECCHIOLI che Vi ripropongo. Vi anticipo questo paragrafo che interpreta bene le ragioni profonde della mia sofferenza giornaliera, che vede cristallizzate le anime progressiste e democratiche, come in una foresta pietrificata di un tempo che fu, e inseguo, così, l’ultima speranza, come si segue un feretro:

“La società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali. Il dissenso, diffuso quanto impotente, è diviso, rissoso, guarda al dito e non alla luna e non pare capace di costruire fronti, stringere alleanze in grado di ribaltare i rapporti di forza. Non si riescono a scardinare le categorie e le fratture del secolo scorso, diventate gabbie le cui chiavi sono in mano ai costruttori del consenso, ergo ai padroni perpetui, globali.”

Da studioso della Costituzione, cerco in Lei le cause di questo destino tragico e ribadisco: Come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli 39 e 49, che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i sindacati e i partiti “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti dei costituenti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie…sono ciò che la massa realmente vuole: responsabilità zero e vociare tanto. Per risorgere, democraticamente, dobbiamo riformare quegli articoli, introducendovi i necessari principi ché si possano guidare le formazioni intermedie della nostra vita sociale, come la trama dei Principi della Prima Parte della Costituzione guida la nostra vita. Ho detto democraticamente. Enrico, nel commento, che riporto in calce, fa apparire già grandi verità. Non basterà più l’uomo forte perché quell’uomo dovremmo essere noi. Ingenui, se pensavamo che gli Stati uniti avessero portato 10 Armate in Europa per liberarci. Le virtuose economie sono state incanalate in una Unione asfittica. Hanno sfruttato la conflittualità degli europei non per unirli, ma per dominarli. Hanno sfruttato la divisività, massimamente, degli italiani. Si è soddisfatto l’astio sociale, distruggendo il ceto medio, che lascerà pochi eredi e stranieri in Patria. Nulla di peggio che cedere a una causa sbagliata. Si potranno, infatti, dominare le masse, ma non l’uomo; perciò, il futuro appare tragico. Il Regno d’Italia nacque da un Piemonte che dissanguò, anzitutto, il Regno delle Due Sicilie, realtà industriale all’avanguardia in Europa. Il Meridione ancora paga per questa sottomissione ottenuta manu militari: A Gaeta, ultima ridotta di Re Ferdinando, la regina in persona caricava un cannone accanto ai serventi morti. Oggi, per volontà massonica e per lurido interesse, è la Repubblica Italiana ad essere dissanguata, per essere assorbita, dall’Unione europea. E Noi, non Voi, ma Noi, paghiamo il prezzo e consegnamo ai posteri lacrime amare. Lassù ci interrogano, muti.

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E’ troppo presto per elaborare il lutto. La botta è forte, il misero 35 per cento di Marine Le Pen pesa come un macigno e giustifica lo scomposto entusiasmo delle oligarchie e dell’esercito mediatico ed intellettuale schierato con Macron, il nuovo beniamino del progressismo universale, il funzionario della famiglia Rothschild divenuto presidente della Francia. Cerchiamo di mantenere un briciolo di lucidità e, archiviato con sofferenza l’oggi, pensiamo immediatamente al futuro.

Partiamo da lontano: dopo la Brexit e la vittoria di Trump, le oligarchie mondialiste hanno avuto paura ed hanno innescato una reazione durissima ed a largo raggio. La loro azione si può paragonare, giusto per rimanere ancorati alla storia francese intrecciata con quella dell’Europa tutta, ai famosi cento giorni che intercorsero, nel 1815, tra la fuga di napoleone dall’Elba e la vittoria angloprussiana di Waterloo. Già dal 1814, imprigionato Napoleone, si svolgeva il Congresso di Vienna volto alla restaurazione degli equilibri intraeuropei distrutti dalla Rivoluzione prima, poi dall’onda napoleonica che diffuse nell’intero continente le idee nuove.

L’entusiasmo dirompente, da scampato pericolo delle élite che hanno imbrogliato il popolo una volta di più, somiglia davvero al Congresso di Vienna. La restaurazione, o meglio una nuova stretta sulla presa feroce dei poteri finanziari e tecnocratici mondialisti è in atto. Macron ne sarà il perfetto esecutore. Epperò, la restaurazione non durò poi molto, e l’esplosione del 1848, anticipata in Francia dal 1830 di Filippo Egalité e dai cento nazionalismi crescenti in ogni angolo d’Europa travolsero la costruzione di Metternich e della solita Inghilterra, sempre abilissima nel “divide e t impera”.

Nessuna vittoria è definitiva, se si lavora come termiti per togliere la terra sotto i piedi al nemico. Nemico, non avversario, nel senso schmittiano ed anche, molto semplicemente come presa d’atto che nemico è considerato ogni pensiero alternativo al lessico tecnocratico liberale. La guerra continua. Incassiamo la testa nelle spalle, ingoiamo senza dimenticare nessun volto e nessun nome di quelli dei festeggiamenti scomposti – europoidi ed italiani- per lo scampato “mal francese” e avanti tutta.

Ma per approdare dove? Occorre una riflessione severa e serena affinché il fuoco non si spenga, ma anzi si propaghi sino alla vittoria dei popoli. Un primo punto, contingente, è riconoscere l’inadeguata prestazione di Marine Le Pen nel dibattito a due. Ha perduto in due ore quei cinque punti di recupero che aveva conquistato, ad unanime giudizio dei sondaggi. L’attacco virulento, l’assalto all’arma bianca sono l’ultima risorsa del molto debole. Fin troppo facile, per il signorino viziato targato Rothschild accreditarsi come l’uomo dell’ordine e della pace sociale. Secondo elemento: la violenza del regime si è dispiegata con tutte le sue risorse, ed è parso chiaro al francese medio che la vittoria del Front sarebbe sfociata in un clima di guerra civile alimentata ad arte. Terzo, la sinistra “sociale” non è in grado di superare i vecchi pregiudizi novecenteschi. Tuttavia, milioni di schede bianche e nulle – i voti validi sono stati appena 31 milioni, dimostrano che lo schema “ni patrie, ni patron, ni Le Pen ni Macron” è forte. I segnali della nascita di un “fronte sociale” ci sono tutti. Il problema è quello di saldarlo con un altro fronte, quello in senso lato, nazionale e sovranista. Quarto, la destra liberale e quella conservatrice – a Parigi come a Roma – risponde senza esitare al richiamo dell’oligarchia. Alla larga, definitivamente.

Vi sono anche elementi di speranza. In Francia, un terzo dell’elettorato, e milioni di astenuti, si sono comunque schierati contro il sistema globalitario. In più, l’agenda politica è stata dettata dal Front National, e, dall’altro lato, dai cosiddetti ribelli, o renitenti, (la France insoumise) di Mélenchon. Un’altra osservazione è che in Francia l’oligarchia è dovuta scendere in campo direttamente, con un brillante burattino di bell’aspetto azionato da uno dei più alti funzionari del mondialismo, Jacques Attali, teorico, tra l’altro, del “poliamore”.

C’è di più, ed è la generalizzazione delle grandi coalizioni. Se Frau Merkel governa con i socialdemocratici, lo spagnolo Rajoy sta in piedi per le astensioni e il benevolo atteggiamento dei socialisti. Lo stesso Macron, tra un mese, dovrà necessariamente fare i conti con una maggioranza parlamentare allargata ai repubblicani di ascendenza gollista ed ai resti del PS. Roma seguirà a ruota, come tutto fa prevedere, a partire dal nuovo profilo “liberal” dell’ex Cavaliere, cui daranno volentieri man forte centrini vari e non pochi orfanelli in crisi di astinenza da auto blu e poltrone ministeriali, il tutto sotto il comando del Buffalmacco di Rignano sull’Arno.

Il futuro sembra segnato: il cerchio del potere si chiude in se stesso poiché non riesce più a riprodurre il consenso di massa. La società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali. Il dissenso, diffuso quanto impotente, è diviso, rissoso, guarda al dito e non alla luna e non pare capace di costruire fronti, stringere alleanze in grado di ribaltare i rapporti di forza. Non si riescono a scardinare le categorie e le fratture del secolo scorso, diventate gabbie le cui chiavi sono in mano ai costruttori del consenso, ergo ai padroni perpetui, globali. Mentre qualcuno anima un fronte sociale, nessun vero dialogo, tanto meno alleanza si intravvede con gli ambienti identitari e sovranisti.

L’impasse diventa tragedia e riconsegna il potere ai soliti noti. Nel caso di Macron, l’aggravante è la sfacciata appartenenza alla casta usuraia, unita all’esibizione di simboli massonici: l’Inno alla Gioia suonato prima della Marsigliese, la foto davanti all’equivoca piramide postmoderna che sfigura il piazzale del Louvre. Marine Le Pen sembra aver capito di trovarsi, da protagonista, ad un tornante della storia, ed ha annunciato il cambio di nome del suo movimento, per favorirne il riposizionamento politico sul crinale che Alain Soral chiama “destra dei valori, sinistra del lavoro”. Occorrerà verificare il programma, ed anche scoprire chi comporrà lo stato maggiore, ma l’intuizione è forse l’unica (ultima?) via d’uscita.

In Italia, un intellettuale come Marcello Veneziani esorta ad un nazionalpopulismo con quattro punti principali. Il primo è la sovranità, ovvero la rivendicazione della sovranità popolare, nazionale, politica ed economica unita al passaggio dalla pulsione populistica alla visione comunitaria. Il secondo tema è la cura prioritaria degli interessi nazionali anche sul piano economico, e dunque “la necessità di proteggere e tutelare le economie locali e nazionali, i ceti popolari, i prodotti autoctoni dalla globalizzazione del commercio e del lavoro”. Un altro fronte è quello della difesa dei confini contro l’abbattimento di filtri e frontiere in ogni campo e il dilagare dei flussi migratori. Infine, la tutela della famiglia costituita da padre, madre e figli.

Vasto e condivisibile programma, che, tuttavia, nel passaggio dal fronte metaculturale a quello del realismo politico, sconta due terribili debolezze. La prima è l’evidenza che uno schieramento con queste parole d’ordine non sarà mai accettato dalla destra liberale. Berlusconi si dichiara ora fan di Macron, ma l’estraneità ai valori proposti dall’intellettuale barese è nei fatti, ovvero nell’agenda politica dei suoi governi. La seconda è l’ostilità dei maestrini della sinistra intellettuale per almeno tre dei quattro principi guida, il che preclude ogni dialogo a sinistra. Dunque, sconfitta certa, e ulteriore consegna della destra terminale e della sinistra intellò al cerchio magico neoliberale, nelle sue declinazioni progressista-libertaria e moderata.

E’ evidente che occorre spezzare il cerchio rompendo lo schema, come ha saputo fare, con le parole d’ordine antipolitiche ed anticorruzione, Beppe Grillo. Pure, non ci si può consegnare al grillismo, per quanto sia probabilmente il male minore rispetto alla dittatura dell’Unico Globale.

Chi scrive non possiede soluzioni magiche per ribaltare una situazione drammatica, né conosce formule politiche o alchimie ideologiche in grado di invertire la rotta. E’ tuttavia convinto che il sistema vigente non sia riformabile dall’interno e che dunque nessuna alleanza che comprenda le forze che compongono l’attuale arco politico possa essere percorribile. La constatazione necessaria, ma assai difficile da far passare nell’immaginario comune, è che le vantate libertà postmoderne e postideologiche siano un imbroglio e vadano quindi rifiutate tutte insieme. Libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone, insieme con l’abolizione di ogni riferimento morale o trascendente (libera circolazione di una sola idea, il relativismo assoluto) non possono essere accolte o rifiutate a pezzi, in parte, questa sì, quell’altra no.

La destra legata al novecento approva entusiasticamente la circolazione del denaro e delle merci, ma storce il naso dinanzi alle imponenti migrazioni. La vecchia sinistra figlia del socialismo reale è contraria ai rapporti di produzione del capitalismo finanziario e tecnologico, ma è banditrice dei nuovi diritti che travolgono la famiglia e difende l’immigrazione massiccia per il cosmopolitismo che ha sostituito l’internazionalismo. Il mondo unificato dall’impero del denaro e dalla potenza tecnologica uscito dalla vittoria liberalcapitalista ha una sua sinistra logica, avanza distruggendo ciò che trova. Non lo si può accettare per una parte e contrastare per un’altra. Dunque, la scelta politica sottostante, per chi è contro le oligarchie mondialiste, è la ricerca di un linguaggio comune che spazzi via definitivamente le vecchie appartenenze. C’è un nemico, ed è il liberalcapitalismo nella sua forma globalitaria di dominio attraverso il possesso di mezzi tecnologici oggi giorno più potenti. Avere un nemico comune è il primo motore di nuove alleanze, anche inedite o impensate sino all’attimo precedente.

Per chi vive l’appartenenza al mondo variegato del sovranismo, dell’amore per l’identità, del rispetto per la morale naturale, si tratta di fare, finalmente, un salto che è una presa di coscienza. Non c’è nulla che accomuni alle destre conservatrici, liberali e del denaro. Qualcosa unisce invece al vasto mondo di chi non ama il potere dei signori del denaro. Dunque, finalmente, proviamola nuova. Ciascuno di noi conosce per esperienza la tremenda difficoltà di parlare al nostro popolo fuori dal perimetro obbligato della ragion pratica: l’orizzonte immediato è fatto di richieste, bisogni, paure, speranze riconducibili alla dimensione collettiva politico-sociale. Questo è anche il motivo per il quale la sinistra tradizionale ha tanta facilità a farsi ascoltare.

Accettiamo allora lo schema di Veneziani, ma poniamo al primo punto – ed attrezziamo linguaggio, programma, personale politico- la “protezione”, ovvero un’offerta politica opposta all’agenda dei monopoli privati. Non dobbiamo avere paura di essere tacciati, dalla vetero-destra, di esserci trasferiti “altrove”. E’ proprio un altrove che cerchiamo disperatamente, da almeno vent’anni. Un movimento sociale nel senso letterale è quello di cui ha bisogno l’Italia. Una grammatica ed un lessico nuovo, contro la privatizzazione del mondo e, concretamente, un ritorno forte dell’idea di Stato. Essere sovranisti significa, in fin dei conti, esigere di farla infinita con l’impotenza. Ma ci vogliono strumenti pratici, il primo dei quali, screditato ma non troppo, è appunto lo Stato.

Se proprio vogliamo risalire alle fonti, irrompere nel presente ci permette di tornare ad un’ideale di cui fu protagonista il fascismo. Il trapassato remoto va lasciato dov’è, ma dalla miniera possiamo estrarre ancora qualcosa. Dobbiamo proteggere il popolo italiano innanzitutto prospettando il controllo pubblico del credito, della previdenza (ai giovani viene detto, pagati un’assicurazione, o lavorerai sino alla morte), della sanità. Dire di no senza compromessi a che reti informatiche e fonti energetiche siano controllate da privati estranei alla nostra gente. Far pagare le imposte sino all’ultima lira alle finte fondazioni bancarie/finanziarie ed ai giganti della tecnologia, che realizzano evasioni ed elusioni da capogiro, fare una campagna per l’abolizione del pareggio di bilancio in Costituzione e l’uscita dal Meccanismo Europeo di Solidarietà, (il FMI in salsa europoide) e pretendere l’istituzione di un salario minimo. In parole semplici, enfatizzare la politica sociale e popolare ed attaccare le privatizzazioni, che sono una drammatica espulsione di piccole, poi medie, in seguito grandi imprese per fare posto ai monopoli. Aggredire ogni giorno il “partito di Davos”, innanzitutto nella forma e nel volto dei travestiti politici che rubano, letteralmente, il consenso popolare, a destra ed a sinistra.

Assumere, quindi, ma sul serio, la tutela e la voce dei perdenti della globalizzazione: i giovani precarizzati, gli espulsi in età matura dal mercato del lavoro, le vittime di Equitalia e prima ancora dei ricatti del criminale sistema bancario, i piccoli e medi imprenditori espropriati di fatto, i pensionati che vedono ogni anno diminuire i loro assegni. Non interessa, è anzi oziosa, la domanda se ciò sia di destra o di sinistra. E’, semplicemente, giusto, è la croce della nostra gente, crediamo anche sia la giusta vocazione.

Come si può essere sovranisti, amare la patria comune, pretendere di essere padroni a casa propria, e non essere concretamente al fianco di chi vive e veste panni esattamente come noi? Il comandante vandeano Charette diceva che la sua patria era quella che sentiva sotto i piedi. Se i connazionali soffrono, dobbiamo soffrire con loro ed essere dalla stessa parte. Nessuno può immaginare di trasformarci in cosmopoliti amanti della migrazione di massa, o di indifferenti che confinano nelle scelte individuali l’attacco vergognoso alla famiglia ed alla morale naturale. Ciò che dovremmo tentare è di rinnovare noi stessi a partire dall’approccio. Ezra Pound invitava a studiare economia per capire il Novecento. Oggi, dobbiamo aggiungere la finanza e la tecnologia, ma il codice è quello. Abbiamo idee giuste che diffondiamo, ahimè, in una lingua sconosciuta ai più. Proviamo ad assumere le priorità dei milioni di perdenti, di impauriti, di disagiati, di maltrattati da un sistema diabolico. Quelle priorità sono, tutte, il ghigno cattivo del sistema liberale e capitalista.

Drieu La Rochelle esortava ad essere oggi là dove gli altri sarebbero arrivati domani. Dobbiamo fare di più, e tentare un salto enorme. Nell’alto mare aperto si può affogare, ma nel cabotaggio desolante cui ci siamo ridotti c’è solo il ridicolo, l’inedia, o, peggio, l’inutilità.

Per questo, indipendentemente da quello che faranno o non faranno altrove, esprimiamo uno scatto di orgoglio e di fierezza, raccogliamo le forze e diventiamo avanguardia. Sociale, nazionale, sovranista, o altro, sono solo aggettivi. Avanguardia: qualcuno che è convinto di aver individuato i mali e si propone di curarli. Dalla parte del popolo, che ha bisogno di protezione. Quella protezione si chiama Stato, e l’unico aggettivo è “sociale”. Dalla parte di chi non ha nulla o lo sta perdendo, e sono milioni. Contro, senza compromessi, monopoli, finanza, Commissione Europea, Banca Centrale. I nemici abbondano, purtroppo. Scegliamo, intanto, quelli che infliggono le ferite quotidiane alla nostra gente più esposta. Saranno loro i primi a riconoscere e condividere, per istinto, i nostri no all’immigrazione sostitutiva, allo smantellamento della famiglia, all’espulsione di Dio. Diventeranno sovranisti senza chiederglielo, vorranno riappropriarsi dell’identità smarrita. Ma intanto dobbiamo rivolgerci al loro stomaco, al loro portafogli svuotato, alle loro legittime e concretissime paure.

Funzionerà, non funzionerà? Lo sapremo vivendo, e comunque, tutto il resto non ha funzionato, ovvero è stato il trampolino per carriere personali. Inoltre, c’è un momento nella vita di ogni uomo, e di ogni comunità, in cui si deve fare ciò che va fatto. Susanna Tamaro prescrisse di andare “dove ti porta il cuore”. Nel nostro caso, cuore e cervello possono coincidere. La scelta più facile è, in genere, quella sbagliata, in ogni campo della vita. Per noi, gridare più forte al lupo con le tradizionali parole d’ordine della destra terminale è più semplice e, nell’immediato, può anche fruttare qualcosa, ma, guardiamo in faccia, per favore, la realtà anche quando è brutta, cattiva, impietosa. Su un punto Berlusconi ha ragione: di sola destra non si vince; di centro, si muore…

Nella cassetta degli attrezzi nostra, per fortuna, c’è molto di più. Invertiamo la rotta. E’ la cosa giusta e, comunque, non abbiamo più qualcosa da perdere.

ROBERTO PECCHIOLI

1173.- Il neo-razzismo e la falsa idea dello “scontro di civiltà”

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La Nascita di Venere è un dipinto a tempera su tela di lino di Sandro Botticelli, databile al 1482-1485 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l’opera d’arte è attualmente conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Nel 1996 veniva dato alle stampe “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” del politologo statunitense Samuel P. Huntington. Un libro destinato a produrre alcune delle più resistenti categorie interpretative della nostra epoca al punto che il suo titolo, così capace di restituire una chiara visione del mondo, è presto diventato formula usata e abusata anche al di fuori dell’ambito accademico, diventando infine slogan invalso nel discorso pubblico e politico. Lo “scontro di civiltà” sembra infatti un concetto capace di descrivere la complessità del nostro tempo: l’estremismo islamico, le guerre “di faglia” in Ucraina o in Siria, i fenomeni migratori, le rinnovate ambizioni delle potenze mondiali, tutto questo sembra potersi riassumere nella formula dello “scontro di civiltà”. Anche a questa capacità sintetica si deve il successo editoriale del volume di Huntington.

E poco conta che la teoria dello “scontro di civiltà” fosse utile a ratificare e giustificare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti durante e dopo gli anni Novanta: il testo di Huntington è rapidamente diventato bussola per coloro che cercavano una spiegazione, una chiave di lettura, del mondo globalizzato. Un libro “sacro” che, però, produce una visione distorta della realtà. Huntigton, infatti, deriva la propria idea del mondo dal concetto di cultura. La diversità culturale – sostiene il politologo americano – e i luoghi dove questa diversità si incontra, generano conflitto. L’altro, quindi, è portatore di conflittualità. Una concezione che predispone allo scontro. In altre parole il testo di Huntington produce codici e rappresentazioni dell’alterità funzionali a un progetto conflittuale – ovvero il progetto di “nuovo ordine mondiale” a stelle e strisce. Si tratta quindi di una rappresentazione che alimenta stereotipi in cui gli altridiventano di solito “barbari” o “selvaggi”. A suffragio di questa teoria, si individuano così linee di frattura (di “faglia”, le definisce l’autore), di disaccordo, di incommensurabilità tra i “nostri” modi di vivere e quelli degli altri.

Creata un’alterità negativa, la rappresentazione dell’altro subirà giocoforza l’effetto di stereotipi in cui la diversità diventa oggetto di stigmatizzazione, di rifiuto, di odio. La strada verso il razzismoè spianata. Non s’intende qui affermare che il testo di Huntington promuova il razzismo, si sottolinea piuttosto come certe impostazioni concettuali – alimentate da testi come quello citato – producano una visione del mondo in cui le diverse culture sono viste come antitetiche, irriducibilmente diverse e di impossibile convivenza: conflitti, differenze, interessi, tutto si viene a spiegare con la “cultura”. Anche lo scontro di civiltà si deve all’esistenza di differenti culture che tra loro non possono comunicare, in quanto intese come rigide, calcificate in un modello preordinato. Ne deriva la necessità di classificare le culture, creando compartimenti stagni. Ma è accaduto di peggio.

Il concetto “rigido” di cultura ha rafforzato il razzismo presente nella società occidentale, trasformandolo. Non potendo più fondarsi su dati biologici (anche se c’è ancora chi lo fa), il discorso razzistico si avvale oggi dell’idea antropologica di relativismo culturale estremizzandola al punto da sostenere che le culture umane siano tra loro radicalmente diverse, incommensurabili e incomunicanti. Su altri versanti la cultura è spesso invocata per rivendicare un proprio diritto alla differenza, ma anche per affermare la propria supposta superiorità nei confronti di altri. In slogan come “aiutiamoli a casa loro” c’è il riconoscimento dell’altrui cultura ma ciò è funzionale al rifiuto di quella cultura stessa. Ancora Huntington, nel 2000, ha curato un libro dal titolo Culture Matters, (“Questione di cultura”) la cui tesi di fondo è che i divari e gli squilibri socio-economici tra differenti regioni del pianeta sono il prodotto di eredità e disposizioni culturali. Quindi, il mancato sviluppo economico, si deve a una “arretratezza culturale”: il discorso biologico non c’è più, è vero, ma il razzismo permane.

Questo neo-razzismo è largamente diffuso nella società e si esprime attraverso impliciti e non più con evidenti richiami biologici alla superiorità della razza. Tuttavia, proprio nel suo essere sotterraneo, il “neo-razzismo” si mimetizza, facendosi invisibile benché assai presente nel discorso pubblico occidentale. L’ascesa dei nuovi nazionalismi europei, che sovente usano i temi culturali per le proprie retoriche sulla “tradizione” e l’autenticità, si alimenta di questo sentimento coperto dall’uso di termini all’apparenza positivi, come cultura, etnia, relativismo, ma che possono essere usati come strumento per costruire una società discriminatoria. Anche il termine “multiculturalismo“, che traduce un’idea di società in cui le diverse culture convivono, giustapponendosi le une alle altre, nega implicitamente l’idea che le culture possano ibridarsi.

L’ibridazione è forse l’unica risposta possibile agli Huntington e al neo-razzismo. Riconoscere cioè che da sempre le culture si incontrano, si guardano magari con sospetto, entrano in conflitto, scambiano, dialogano, imparano le une dalle altre influenzandosi a vicenda. Le culture, nella storia umana, non si sono solo “irrimediabilmente scontrate”. In ciascuno di noi è presente una parte dell’altro: non esiste cultura immutata e autentica, originale e pura. Basterebbe forse essere consapevoli di questo a disinnescare ogni nuova forma di razzismo.

2013-09-07-169-300x200-1-150x150  Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E’ stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E’ autore di “Congo, maschere per una guerra”, Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di “Revolyutsiya – La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile” (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

1170.- Quello che finora nessuno ha detto: “Il re è finalmente nudo”

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(Gianni Fraschetti) -Nessuno pare essersi accorto di un fenomeno che rappresenta la vera novità della politica europea. Tutto ciò che conoscevamo non esiste più, le vecchie categorie della politica sono andate a puttane, altro che Macron! Dall’Austria, all’Olanda, alla Francia, ovunque si voti, si creano due schieramenti che nulla hanno a che vedere con gli schemi classici che ci erano stati propinato dal dopoguerra. Se qualcuno pensava che le classi dirigenti dei diversi schieramenti non fossero tutti servi dello stesso padrone è stato servito e oggi da una parte troviamo schierati Tsipras e Macron, destra e sinistra, finti progressisti, globalisti, gender, cattolici, ebrei, moderati, conservatori e chi più ne ha ne metta.

Tutti ammucchiati stretti stretti a formare il quadrato della disperazione, posto a difesa di questa UE e dei poteri forti che la governano. Contro di esso si va formando, faticosamente, una banda di “straccioni di Valmy” che ha scoperchiato questo verminaio e non ha nessuna intenzione di fare finta di nulla, consapevole che se perderemo la battaglia la luce si spegnerà per secoli. Macron è stato appena eletto e stiamo già vedendo il magma della politica italiana ribollire mentre si va a rimodellare secondo questo nuovo schema europeo. Berlusconi, un personaggio che meriterebbe l’ergastolo all’inferno, si prepara al grande inciucio, accompagnato dai Fratelli d’Italia che si rivelano veramente vera feccia. Tutti insieme appassionatamente pur di mantenere il culo sulla poltrona. Resta Salvini che ha già mandato a quel paese il Cavaliere e rimane da capire cosa farà il M5S. Il grande equivoco introdotto nella politica italiana. Spazio per bluffare ormai non ce n’è più. Da una parte ci sono le grandi ammucchiate mondialiste, dall’altra i patrioti. Decidessero che vogliono fare.