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1571.- LA FRANCIA STRANGOLA 15 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO LA SUA VALUTA PARALLELA, IL CFA

LA COLONIZZAZIONE DEI FRANCESI IN AFRICA NON HA MAI AVUTO REALMENTE FINE, LO DIMOSTRA ANCHE LA MONETA ED IL LEGAME ECONOMICO CHE RESTA VIVO NELLE EX-COLONIE ANCHE DOPO LA LORO “INDIPENDENZA”. LA FRANCIA NEL 1945 HA TOLTO LA SOVRANITA’ MONETARIA A 14 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO UNA VALUTA PARALLELA, IL CFA,CHE LI OBBLIGA A VERSARE L’85 % DEI RICAVI DEGLI SCAMBI COMMERCIALI, DI FATTO STROZZANDOLI. LA GENTE EMIGRA IN ITALIA E LI MANTENIAMO NOI. GHEDDAFI VOLEVA IL DINARO ORO AL POSTO DEL CFA: E’ MORTO!

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Intervista a cura di Mohamed Berkani.Fonte: Notizie Dakar

“Insisto che bisogna, al più presto, ripudiare il franco CFA”

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Nel suo libro, “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, l’economista della Costa d’Avorio, il professor Nicolas Agbohou, Dottore in Economia Politica e docente in Francia, ingaggia una vera e propria crociata per dimostrare e far comprendere che i 15 paesi della zona CFA sono ancora molto lontani dalla loro indipendenza monetaria. Vi proponiamo qui un estratto di un’intervista rilasciata alla rivista Afrik. Agbohou ribadisce la sua tesi secondo cui il Franco francese e la nuova moneta europea, l’Euro, come il Franco CFA contribuiscono all’impoverimento strutturale dell’Africa o almeno mantengono il continente in condizioni di povertà strutturale. Per lui, dunque, bisogna che l’Africa ripudi, al più presto possibile, il franco CFA e adotti una nuova moneta comune, se vuole davvero uscire dal colonialismo e dalla povertà.

Afrik: Il suo libro è un atto d’accusa contro l’Euro e il Franco CFA. Perché queste due monete sarebbero contro l’Africa?

Nicolas Agbohou: Fondamentalmente, gli istituti finanziari che gestiscono il Franco CFA, le banche centrali, sono contro l’Africa. II consigli di amministrazione della BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), della BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e della Banca delle Comore, sono dominate dai francesi che beneficiano del diritto di veto. Le Comore non controllano la loro economia, perché nel cda della Banca centrale vi sono 4 francesi e 4 abitanti delle Comore. Dal momento che le decisioni devono essere prese all’unanimità o con la maggioranza di almeno cinque persone, basta che un solo francese sia contrario a un qualsiasi progetto, perché sia bocciato. Inoltre bisogna che gli africani non dimentichino che il CFA è una moneta francese.

Ma oltre a questo aspetto, perché il Franco è contro l’Africa?

Gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative. I 15 paesi della zona del Franco CFA sono costretti a lasciare in deposito in Francia il 65% dei loro proventi delle esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Questo è il presupposto per la stabilità della loro valuta. Supponiamo che un paese come il Niger, che non è in grado di pagare i propri funzionari, esporta prodotti per il valore di un miliardo di dollari, automaticamente deve lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro. Questo è assurdo! Nel frattempo i nigeriani muoiono di fame! Ci sono anche dispositivi tecnici che rendono il Franco CFA uno strumento di impoverimento e di colonizzazione permanente.

Che cosa sono questi dispositivi?

Dobbiamo ricordare che il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Come suggerisce il nome, è la Francia che trae il maggior beneficio. I principi che disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità e convertibilità e la centralizzazione degli scambi. A questo proposito, dobbiamo sapere con chiarezza e precisione che: in primo luogo, la libera trasferibilità favorisce la fuga di capitali africani, e in secondo luogo, quando un paese non ha risparmi, si ritrova con un debito estero che lo strangola.

Chi sono le persone che esportano i loro capitali?

Nicolas Agbohou: Alcuni leader e quelle che io chiamo neo-colonie. Ricordate che la prima decisione che Mitterrand aveva preso, della sua ascesa al potere, era di vietare la fuga di capitali. Da allora, l’Africa è doppiamente penalizzata: non solo deve affrontare la fuga di capitali, ma in aggiunta, è tenuta a riacquistare la propria moneta. In poche parole: i leader africani vanno a Parigi con le valigie piene di franchi CFA che scambiano contro franchi o in dollari. Ma le banche centrali africane sono obbligate a riscattare questi CFA che i leader hanno lasciato in Francia e che la Francia non vuole tenere. E devono farlo con una valuta forte! Quindi dal 65% dei proventi sulle esportazioni, che rimangono in deposito per le operazioni.

Perché anche l’Euro sarebbe in contrasto agli interessi africani?

Prima di fissare il cambio Franco CFA con l’Euro, solo la Francia aveva voce in capitolo sulle nostre economie. Ora è tutta l’Europa! Peggio ancora, le misure draconiane di Bruxelles sono incompatibili con le esigenze delle nostre economie. Ecco perché io insisto a ripudiare al più presto il CFA.

Cosa dovrebbe sostituirlo?

Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune (M.UA) che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA. L’Africa ha bisogno di una politica monetaria che soddisfi i propri bisogni e interessi.

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Questo economista ivoriano ha anche ricordato, avvolto in un fragoroso applauso, il giorno in cui i leader africani del panafricanismo sono stati eliminati dalla Francia perché avevano rifiutato di sottoporsi alla logica “colonialista” ed accettare il franco CFA. Questa sorte è toccata sia a Sekou Tourè in Guinea, al maliano Modibo Keita, al togolese Sylvius Olympio, al leader libico Muammar Gheddafi oe all’ex capo di Stato ivoriano Laurent Gbagbo.

Sviluppo Prioritario

Secondo questo economista, per il Presidente senegalese Macky Sall e per il governatore della BCEAO, Tièmoko Maliet Konè, il franco CFA non ha solo svantaggi per gli africani. Il fatto che la moneta è ancorata all’euro , garantisce una relativa stabilità dei prezzi e limita il rischio di inflazione e anche lo shock economico. Ancora oggi gli africani non hanno nessun controllo sulla produzione di denaro che viene messo in circolazione ed hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve di valuta estera sul conto operativo del Tesoro francese. Gli economisti considerano che con l’uscita dal franco si dovrebbe dare la priorità allo sviluppo.

Così Nicolas Agnohou auspica la creazione di una nuova moneta unica africana (M.UA) in alternativa al franco. Nel suo libro, egli dedica tutta la seconda parte al suo pensiero: “Per una moneta africana e la cooperazione Sud – Sud”. Questo progetto alternativo sarebbe giustificato da molte ragioni d’ordine psicologico, politico ed economico. Inoltre, dopo la mobilitazione internazionale del fronte anti CFA, una tabella di marcia è stata inviata dalla zona del franco ai capi di stato africani oltre che al governo francese.
Questo per poter mostrare loro la via per poter uscire dal CFA.

Tale approccio alla sovranità monetaria è in parte condivisa da Koko Nukpo Demba Moussa Dembele e da Marziale Ze Belinga nel loro lavoro collettivo “Out of Africa, la servitù monetaria. A chi giova il franco CFA …..”,pubblicato nel novembre 2016. Invece, è più sfumata la versione di Nicolas Agbohour, dove gli autori sottolineano la necessità di prendere in considerazione i regimi di cambio come alternativa un po’ più flessibile per poter sostenere la nascita della nuova moneta. Questo punto di vista è condiviso dall’ex capo di una banca centrale africana che ritiene che il dibattito sulla sovranità monetaria è legittimo per i 15 paesi ancora nella zona del franco.

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Il governo francese non può ignorare il lungo dibattito che sta interessando la sovranità di quindici paesi africani. Tanto più , che Kèmi Seba e l’ONG Emergency panafrica recentemente ha brandito la minaccia di un boicottaggio di tutti i prodotti francesi.

Il franco CFA è attualmente utilizzato da quindici paesi africani: il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Nuova Guinea ,Il Mali, Il Senegal , Il Niger, Il Togo, Il Camerun , la Repubblica Centroafricana (CAR), la Repubblica del Congo, il Gabon, Il Ciad , La Guinea equatoriale e la Repubblica islamica di Commores.

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1564.- Dalla Svizzera: “Euro è condannato a sparire”

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“L’euro è destinato a sparire”, secondo Pierre Kunz. Il presidente svizzero dell’Istituto nazionale di Ginevra ed ex deputato del partito Liberale Radicale (PLR) ha lanciato un appello per una rifondazione totale del progetto europeoe per l’abbandono della moneta unica, le cui condizioni di sopravvivenza non sono mai state completamente soddisfatte.

L’ex deputato del Grande Consiglio Federale Svizzero, che gestisce un blog sul sito del quotidiano de La Tribune de Geneve, sostiene che l’Europa rischia di implodere sotto gli effetti delle problematiche sociali, economiche e politiche che non riesce a superare perché il suo modello, che non ha intenzione di cambiare nonostante i suoi difetti, non è più adatto al nuovo mondo in cui ci troviamo.

“Questo nuovo mondo è quello delle nuove tecnologie, dell’informazone istantanea e universale, ma anche quello della ‘fine della mondializzazione‘ come ha sintetizzato François Lenglet, quello del ritorno dei popoli, dell’interesse e indentità nazionale, del protezionismo regionale, della concorrenza amministrata tra i grandi blocchi economici del mondo”, osserva il politico sul quotidiano Le Temps.

Europa: un orientamento testardo e irrazionale

Le autorità devono rimettere in causa le fondamenta su cui si è basata fino a oggi la politica europea dell’ultimo mezzo secolo, di quello che è stato definito “il progresso sociale” e devono ripensare il modello economico al quale siamo abituati, ossia quello della crescita attraverso i consumi. Bisogna creare un nuovo progetto che si basi sul produttore e non più sul consumatore.

“È il primo stadio, quello essenziale. Nel mirino dei riformatori deve essere la priorità. Non si tratta di prepararsi alla decrescita, fonte di disuguaglianze di reddito e di problemi sociali molto più gravi di quelli che si additano al capitalismo, bensì della capacità da parte dell’Europa di competere con le potenze emergenti. Per farlo serve un nuovo progetto di società“.

 

Libero scambio regionale e fine dell’euro

Servirebbe un piano per un’Europa federalista con meno accentramento dei poteri, spiega il politico svizzero, che abbandoni le sue procedure, le sue direttive e regolamenti, i suoi tecnocrati senza più contatto con la realtà, che vivono a Bruxelles nell’ignoranza di quello che succede ai popoli dei singoli Stati, quali sono le loro speranze, i loro problemi.

L’Europa che nascerebbe dalle ceneri del progetto dell’euro, nell’ideale di Kunz, “dovrebbe ridistribuire a suoi Paesi membri una buona parte di poteri, sovranità e fiscalità, mettendo fine alla libera circolazione delle persone come è in vigore oggi” e che ha contribuito – malgrado chi provi ancora a negare l’evidenza – a provocare la Brexit.

Quanto all’euro, “è condannato a sparire perché le condizioni della sua sopravvivenza, ossia il rigore di bilancio degli Stati membri dell’Unione, non sono state mai veramente rispettate”. Sparirà così anche la Bce, a meno che non trovi un ruolo meno ambizioso. Le misure di espansione monetaria straordinarie di Mario Draghi “non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi promessi”, secondo Kunz.

Nel suo ultimo libro sulla moneta unica europea Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, dichiara che l’euro non ha mai rispettato le attese e che è molto improbabile che porti i benefici promessi. Perché tanto pessimismo? Semplicemente perché – per usare le parole dell’illustre economista “nessuno si immagina la Germania impegnarsi istituzionalmente a inondare anno dopo anno i deficit di bilancio dei paesi del Sud d’Europa”.

Il solo modo di salvare l’euro, secondo lui, sarebbe quello di fare più politica in Europa, un’altra condizione altamente improbabile. Stiglitz consola coloro i quali credono ancora nel progetto dell’euro e che verranno deluso dalla sua fine, ricordando “non sarà la fine del mondo, le monete in fondo nascono e muoiono“.

Commento:

E’ difficile , oltre che presentuoso , dissentire da  quello che dicono persone così illustri e preparate , le cui esternazioni  inoltre sono il condensato di anni di studi approfonditi . Io , però , non sono così negativo sull’Euro e sul suo futuro .   E’ indubbio che la moneta unica sia stata gestita male o , per lo meno , che non abbia dato i risultati che ci si aspettava . Ciò nonostante , ci sono almeno 2 motivi importanti per non buttare via tutto senza almeno provare a rimettere a posto le cose .     Il primo è che stiamo andando verso un periodo che sarà dominato dal ” gigantismo ” .   A livello privato assistiamo a continui accorpamenti di società  che devono diventare sempre più grandi per reggere la concorrenza , un po’ in tutti i settori .  A livello pubblico , la Cina e , fra un po’ , anche l’India sono colossi che domineranno il mondo , finanziario , politico e militare , non fosse altro che per il numero degli abitanti .   Non credo che l’Europa possa mantenere un ruolo primario operando tutto in piccolo , cioè restando divisa in tanti Stati  e con tante monete . Il secondo è che la moneta condivisa è una base essenziale per costruire un superStato ( comunque lo si voglia organizzare ) che che possa muoversi da protagonista nel contesto di cui sopra . Ovviamente occorre che sia inserita nel contesto giusto e che si faccia quello che si sarebbe dovuto già fare ma non si è fatto .  Politica , Economia , Esercito ,  Fiscalità  e Welfare devono essere impostati come pilastri  comuni   affinchè si possa immaginare e  supportare un progetto comune . Fatto questo , poi però si può , anzi di deve , lasciare più libertà alle singole entità statali e/o regionali : senza troppi particolarismi ma anche senza rigidità preconcette .  Conviene a tutti e quindi anche la Germania potrebbe rivedere il proprio atteggiamento .

1561.- Che cos’è la blockchain, come funziona e perché funziona bene. La rete anarchica dietro i Bitcoin

Addio intermediazione bancaria, addio impero Rotschild? Finalmente una moneta trasparente e collettiva senza un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta; ma la Blockchain, per continuare a crescere, dovrà interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.

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La “catena di Sant’Antonio” dei bitcoin attira sempre più l’attenzione di banche e investitori. È un meccanismo intelligente che verrà adottato anche al di fuori dell’ambito in cui è nato. Il bitcoin ha creato una forte spaccatura tra sostenitori e detrattori, questi ultimi concentrati sul fatto che è possibile fare transazioni senza intermediazioni bancarie e quindi è possibile comprare qualsiasi cosa pagando con la criptovaluta, anche merci e servizi illegali, come se prima della sua invenzione avvenuta nel 2008, l’illegalità non fosse mai esistita. La Blockchain mette invece tutti d’accordo, perché per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza.
Anche l’Associazione bancaria europea (Abe) ne ha tessuto le lodi.

Ma cos’è e come funziona la Blockchain?

È un database, un libro digitale nel quale vengono registrate tutte le transazioni bitcoin. Una sorta di protocollo di comunicazione (una rete diffusa in tutto il mondo), che risiede su migliaia di Pc collegati tra loro chiamati nodi. In questo modo i dati non vengono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine. Ed è proprio questo il suo punto di forza, perché chiunque può farne parte: è accessibile a tutti, basta scaricarlo tramite un software specifico. Una logica di governance basata sul concetto di fiducia tra tutti i soggetti della rete, grazie alla quale nessuno ha la possibilità di prevalere e tutto passa rigorosamente attraverso la costruzione del consenso. Il problema che la Blockchain risolve è assicurare che chi paga in criptovalute sia il vero proprietario della moneta, tramite la ricostruzione di tutti i passaggi di quella moneta che si sta usando per quella specifica transazione. L’idea geniale alla base è questa: utilizzare un registro digitale pubblico (la Blockchain) per validare e verificare ogni singola transazione. Il pagamento deve essere in pratica certificato dalla maggioranza dell’intera rete.
La Blockchain certifica quindi qualsiasi transazione.

Senza scendere in troppi tecnicismi informatici, potremmo semplificare il suo funzionamento così: le transazioni (costituite da dati crittografati) vengono verificate, approvate e successivamente registrate su tutti i nodi che partecipano alla rete. La medesima “informazione” è quindi presente su tutti i nodi e pertanto diventa immodificabile se non attraverso un’operazione che dovrà essere approvata della maggioranza dei nodi di quella rete. In questo modo si permette a chiunque voglia farne parte di sapere quanta moneta c’è in circolazione e di seguirne i flussi. Per questo viene considerata una moneta trasparente e collettiva, non esiste un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta.

La Blockchain è quindi una tecnologia orizzontale, coinvolge tutti e incarna lo spirito della disintermediazione con cui è stata pensata. Affonda le sue radici in una sorta di filosofia anarchica, l’anarco-capitalismo degli anni ’80, un orientamento della politica liberale diffuso negli Usa, che aveva l’obiettivo di preservare la ricchezza dall’intrusione di autorità e dai governi. Ma il paradosso, oggi, è che la Blockchain per continuare a crescere dovrà cominciare a interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.
D’altra parte, come accade in tutte le rivoluzioni tecnologiche industriali e culturali, si inizia sempre con le aspettative di cambiare tutto e alla fine ci si adatta. Saranno poi i regolatori a gestire questo delicato passaggio di assestamento. I due punti di forza della piattaforma rimarranno comunque sempre gli stessi: riuscire ad assicurare l’immutabilità dei dati gestiti, perché in grado di garantirne la storia (non si può cancellare il passato); l’accessibilità per tutti. Per questo siamo di fronte a un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni – in generale, non solo quelle che riguardano transazioni di criptovalute – e per questo porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale.

La rete anarchica dietro i Bitcoin

Immaginiamo per un attimo di tornare indietro nel 1994 e di trovarci fra le mani una rivista di tecnologia che parla di Internet mentre ascoltiamo a tutto volume una canzone dei Nirvana, seduti sul divano di casa. “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”, si leggerebbe su quella rivista. Ora ricatapultiamoci nel presente: siamo all’interno di un vagone affollato della metro e mentre ascoltiamo una canzone dall’auricolare – questa volta degli Arctic Monkeys –, sul nostro smartphone osserviamo, attoniti, un grafico del Bitcoin che accompagna l’articolo di un quotidiano online. Scorrendo il testo con il pollice, l’occhio cade su una frase: “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”.

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Il Bitcoin innovativo come lo è stato il web? A qualcuno potrebbe sembrare un paragone azzardato, addirittura farneticante. Ma in verità, secondo diversi osservatori, non lo è affatto. Soprattutto grazie alla struttura su cui si basa il Bitcoin, la cosiddetta Blockchain, che in molti hanno paragonato alle invenzioni più importanti degli ultimi 100 anni.

Chiariamo subito un concetto, visto che per un certo periodo la Blockchain è stata confusa o, meglio, identificata con il bitcoin. Si è scelto di adottare una convenzione: il termine Bitcoin con l’iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia su cui si basa – appunto la Blockchain –, mentre il minuscolo bitcoin si riferisce alla valuta in sé.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin inteso come valuta continua a crescere senza freni: solo nel 2017 è salito dell’850 per cento, arrivando a rappresentare una capitalizzazione di circa 160 miliardi. Una crescita inarrestabile che si autoalimenta: più passano le ore, maggiore è l’interesse che suscita, anche tra i meno esperti di logiche finanziarie. Alcuni la definiscono una colossale bolla speculativa – lo scoppio della quale destabilizzerebbe addirittura l’economia di alcuni Stati –, altri lo vedono invece come il punto di riferimento del prossimo futuro. Impossibile sapere oggi chi ha ragione. Restiamo allora sul presente, che tutto sommato è anche l’inizio di quel futuro, e soffermiamoci sulla tecnologia alla base del bitcoin, un nuovo protocollo che sta permettendo alla criptomoneta di ottenere sempre maggiori consensi. Pensiamo anzitutto al fatto che una moneta non può diffondersi senza fiducia. È un principio che i Romani avevano capito già duemila anni fa e che evidenzia molto bene Pietro Caliceti in un suo appassionante romanzo, Bitglobal: “La parola ‘credito’ viene dalla parola ‘credere’ – scrive l’autore – ossia avere fiducia. E se si ha fiducia che la moneta sarà accettata in pagamento, qualsiasi cosa può servire da moneta: denti di balena, conchiglie, sigarette, pietre. Persino algoritmi”.

Nel caso dei bitcoin e delle criptovalute in generale, la sempre maggiore fiducia arriva proprio grazie alla solidità del protocollo su cui si poggia.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE
Alla luce di tutto ciò, quel paragone iniziale con il ’94 comincia dunque ad avere senso. Se la rivoluzione digitale ha permesso di mandare a chiunque la copia di qualsiasi file, la Blockchain permetterà invece di trasferire per la prima volta un oggetto digitale univoco, non la sua copia.
Nel caso del Bitcoin si tratta della transazione della valuta, ma se pensiamo a tutte le cose che rimangono univoche, i settori che potrebbero investire in questa nuova tecnologia sono davvero tanti. Addirittura il voto politico, in un futuro prossimo, potrebbe essere validato dalla Blockchain. Oppure un atto notarile.

Secondo uno studio della banca d’investimento svizzera Ubs, l’incremento del valore economico annuo mondiale della Blockchain potrebbe addirittura subire un’impennata tra i 300-400 miliardi di dollari entro il 2027, proprio grazie all’introduzione di nuovi servizi e prodotti. Pensiamo al mondo delle assicurazioni, al lavoro dei commercialisti e degli avvocati. Insomma, la lista è davvero lunga e tutto fa pensare che prima o poi anche la Blockchain assumerà un’economia di scala e varrà adottata in massa.

È un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può prelevarlo dal web, diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in Bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

Estrapolata dal suo contesto può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Un protocollo sicuro e inespugnabile che ha già spinto 25 banche ad investire nella startup R3, dedita alla creazione di blockchain per il mondo finanziario dei circuiti bancari canonici.

Le transazioni vengono distribuite sui nodi che la convalidano, inserendole nel primo blocco libero disponibile. Un sistema di time stamping decentralizzato, ovvero che non necessita di una sola ed unica risorsa centrale come può essere un server, impedisce che la stessa quantità di Bitcoin venga usata per compiere due acquisti o che la traccia della transazione venga cancellata o modificata. Diventa così possibile pubblicare tutte quelle applicazioni e quei dati che oggi, per sicurezza e per privacy, risiedono su server proprietari e privati.

Riducendo all’essenziale la definizione di Bitcoin si può dire che è un’informazione e, come tale, va scovata. Ogni blocco contiene 25 Bitcoin (9.800 euro al cambio attuale) e viene liberato dai miner, minatori dotati di un’enorme potenza di calcolo utile a risolvere l’algoritmo che li protegge. Di fatto una miniera dalle risorse non illimitate, oggi ne circolano circa 15,25 milioni. Il meccanismo di sblocco si autoregolamenta affinché ne venga liberato uno ogni 10 minuti circa: quindi più potenza di calcolo viene impegnata per risolvere gli algoritmi più questi diventano complessi. Chi libera un blocco incassa 25 Bitcoin che può riversare sul mercato e quindi conseguire un guadagno. Anche i nodi, le maglie della catena che supervisionano e approvano le transazioni, incassano una piccola percentuale del totale delle transazioni stesse.

Perché funziona? La risposta è la più banale possibile: perché tutti coloro che vi partecipano guadagnano. E comprometterne l’attendibilità significherebbe mettere in discussione la sicurezza del protocollo e quindi del Bitcoin, peraltro già minata dai fallimenti delle piattaforme di scambio.

Per comprendere meglio come il Bitcoin si stia spandendo in Italia ci siamo avvalsi delle conoscenze di Guido Baroncini Turricchia, membro del network Coincapital, che tra le altre cose ha creato il primo bancomat per il cambio euro-Bitcoin. “In Italia c’è molto fervore ma è difficile creare, questo spiega perché gli italiani vanno a fare startup all’estero”. La raccolta di fondi difficile e la burocrazia spingono verso altri lidi, così come la poco marcata tendenza a creare un vero sistema.

“Le startup che lavorano alla Blockchain hanno attirato investimenti per circa 1 miliardo di dollari, il 70% dei quali fuori dall’Europa, continente in cui l’Inghilterra è molto attiva”.

Eppure lo stesso Baroncini Turicchia, con la startup Helperbit, è stato premiato al contest D10E , conferenza internazionale itinerante che nella sua edizione corrente si è soffermata sulla Blockchain, strappando un biglietto per l’edizione di San Francisco a luglio, alla quale presenzierà un parterre di investitori.

Una startup nostrana si fa notare, nonostante in Italia la cultura del Bitcoin e del suo protocollo debba ancora attecchire. “Da noi è necessario che la politica, gli attori di rilievo dell’economia e il sistema bancario siano più uniti e aperti verso l’innovazione”, continua Guido Baroncini Turricchia.

Helpbit vuole veicolare cultura e sicurezza, questa volta in ambito sociale, promuovendo donazioni peer-to-peer destinate alle aree colpite da catastrofi naturali: “Se si donano Bitcoin a un’organizzazione, si può seguire il percorso della donazione e sapere come sono stati impiegati i fondi. Questo spinge le persone a superare la paura che il proprio denaro venga impiegato male”.

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La tecnologia su cui si basano le criptovalute è orizzontale e incarna lo spirito della disintermediazione. È applicabile a una miriade di settori e porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale

Bitcoin sfiora i 10mila dollari, dove può arrivare?

Bolla o cos’altro? In realtà dietro al +900% in un anno della più popolare criptovaluta si nascondono l’interesse di investitori istituzionali e l’effetto bene rifugio. Entro l’anno a quota 15.000 ?

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1550.- MAASTRICHT: ERA GIA’ TUTTO PREVISTO (da Einaudi a Carli fino a Draghi: ma cosa c’entra la sinistra con l’elite liberale?)

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1. Questo video è ormai molto noto.

 

In esso Draghi spiega come deve funzionare, per necessità scientifico-economica e politica, l’eurozona. E parte direttamente dalla necessità degli “aggiustamenti”, tra i paesi dell’eurozona. Spiega, nella seconda parte, delle divergenze di crescita e di inflazione tra i paesi che vi appartengono e di come ciò dia luogo a fenomeni di movimento di capitali che, dai paesi più competitivi e con tassi di inflazione più bassi, finanziano le importazioni da parte dei paesi meno competitivi.

 

Racconta, per implicito, come l’invariabilità del cambio favorisca tutto ciò, rendendo conveniente effettuare questo credito da parte dei sistemi bancari dei paesi più forti e di come, però, a un certo punto, le posizioni debitorie così create (sottintende dovute principalmente a credito privato da scambio commerciale e da affluenza di capitali attratti dai tassi di interesse più alti nei paesi a inflazione maggiore), divengano eccessive e quindi “rischiose” (anche perché ciò droga la crescita col capitale preso a prestito e genera ulteriore innalzamento dell’inflazione).

 

 

1.1. Pertanto, superata questa soglia di rischio (visto come probabile incapacità di restituzione) ciò induce i creditori a chiedere il rientro delle proprie posizioni e obbliga i paesi “deboli” ad agire in un solo modo: effettuare la “internal devaluation” cioè comprimere la propria domanda interna mediante la leva fiscale (aumento delle tasse e taglio della spesa pubblica), al fine di correggere verso il basso i prezzi, in particolare i c.d. salari.

 

Draghi mostra di ritenere tutto ciò un male necessario, e quindi un sacrificio per un presunto bene superiore, in quanto non ci sarebbe altra scelta. E lo dice sottolineando che non possono esserci paesi per sempre (“permanent“) debitori e paesi per sempre creditori: fa l’esempio di “altre unioni monetarie” che contemplano questa possibilità, e la risolvono mediante i trasferimenti di un comune governo federale verso i paesi “debitori”, ma esclude che ciò sia praticabile in €uropa, non essendo “realistic” allo stato dell’attuale integrazione politica tra gli Stati europei.

 

2. Quando abbiamo parlato del primo progetto “ufficiale” di moneta unica, cioè già  ascrivibile alle (allora) istituzioni comunitarie europee, e quindi al Rapporto Werner del 1971, citammo un commento di Carli del 1973 a questo stesso primo progetto.

 

Questo commento lo ritrovate ne “La Costituzione nella palude” alle pagg. 137-138, preceduto da una sintesi critica (allora) di Maiocchi (del 1974) sui “meccanismi automatici di aggiustamento della bilancia dei pagamenti“: questi sarebbero una soluzione contraddittoria in quanto collegati alla preventiva rinuncia ai trasferimenti federali, lasciati a un’indefinita “seconda fase”, e prevedendosi, nel frattempo, aggiustamenti eccessivamente onerosi per i paesi “debitori” e il pratico impedimento a “politiche fiscali anticicliche e di crescita”, sovrastate e rese controproducenti dall’esigenza di mantenere la stabilità monetaria.

 

Quindi, tutto ciò in attesa di un tempo “futuro”, che abbiamo visto non sarebbe arrivato mai, in cui si sarebbe potuto istituire il meccanismo fiscale “compensativo”.

 

E questo a tacere dell’utilità (indimostrabile), in termini di crescita e di sviluppo, di un’unione monetaria in sè, quand’anche cioè caratterizzata in partenza dalla perfetta convergenza di indicatori economici (inflazione, produttività, dinamiche salariali, sistemi fiscali, amministrativi e persino giudiziari) tra i diversi Stati partecipanti.

 

3. Il commento del 1973 di Carli, perciò, non casualmente era il seguente:

 

“Se in questo momento la lotta all’inflazione appare l’obiettivo prioritario, l’Unione monetaria europea non può tuttavia essere imperniata su un meccanismo che tenda a relegare verso il fondo della scala gli obiettivi dello sviluppo e della piena occupazione, cioè ad invertire le scelte accettate dalla generalità dei popoli e dei governi in questo dopoguerra”.

 

Nel libro “Economia e luoghi comuni” Amedeo Di Maio (pag.26), al culmine di un’interessante esposizione del paradigma economico ordoliberista, – che conferma quanto a sua volta esposto ne “La Costituzione nella palude”- ci racconta come Müller-Armack,l’inventore della formula-simbolo dell’ordoliberismo, “economia sociale di mercato” (su cui così nitidamente ci ragguagliò Einaudi, v. infra), in uno scritto del 1978, avesse predicato che stabilità monetaria e finanziaria dovessero precedere l’instaurazione di un “ordine monetario” comune, e che l’unico mezzo per ottenere questo risultato era la precondizione del pareggio di bilancio nei vari Stati coinvolti (di cui era così enunciata la funzione equivalente, nell’ambito dei rapporti tra gli Stati appartenenti all'”ordine monetario”, al gold standard: garantire quella stabilità, ovverosia quell’attitudine del lavoro ad assorbire ogni aggiustamento reso necessario dal mantenimento della competitività e dell’equilibrio dei conti con l’estero, che si ottiene controllando ossessivamente la dinamica salariale mediante un alto livello strutturale di disoccupazione e precarietà).

 

4. Ma, altrettanto, noi sappiamo che si scelse apertamente di non percorrere questa via, che pure sarebbe stata, per tradizione culturale, quella preferita dai tedeschi (almeno da quelli del tempo dei primi progetti, cioè prima che il neo-ordoliberismo divenisse una pura strumentalità mercantilistica per convenienze immediate e non cooperative).

 

Si scelse invece quella attuale perché la moneta unica, e con essa il trattato di Maastricht (e prima ancora l’Atto Unico del 1987), vedevano concordi tutti i “negoziatori” dei paesi interessati nel creare questa costrizione al pareggio di bilancio e, comunque, alla stabilità monetaria e dunque all’inflazione “bassa e stabile”, proprio perché, come aveva preconizzato Einaudi negli anni ’40 e negli anni ’50, questo non avrebbe certo portato alla crescita, quanto al ridisegno sociale in senso liberista, e anti-socialcostituzionale, dell’intera Europa (così Einaudi, da ultimo citato, nel commento al pensiero economico di Erhard e Eucken: “O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo”;…”anche il qualificativo «sociale» è un semplice riempitivoil riempitivo «sociale» ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali».”).

 

5. Dunque, a seguire le teorie economiche che costituivano il patrimonio condiviso dei sostenitori dell’Europa economica e monetaria, (quale poi in effetti realizzata), le condizioni di stretta convergenza di crescita (realistica, cioè non tale da generare tensioni inflattive e da resdistribuire il potere socio-politico agli “agitati sociali”), inflazione e regime fiscale di pareggio di bilancio, avrebbero dovuto precedere e non seguire l’instaurazione dell’unione monetaria.

 

Ma l’occasione di costringere, ridisegnare e ridisciplinare le masse riottose dei paesi a costituzioni “socialiste”, era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: dunque, si sarebbe offerta, in una cornice di opportuna propaganda mediatica, l’idea della pace e della cooperazione come perno della costruzione europea, ben sapendo che non sarebbe stata altro che severa disciplina fiscale e, naturalmente, del lavoro, chiamato a pagare il costo degli “aggiustamenti automatici” (a loro volta subito esaltati da Einaudi, che preferisce chiamarli fasi applicative di “sanzioni“, appunto automatiche, in una visione di chiara rivalsa verso una società eticamente distorta, secondo lui; qui p.5).

 

6. La conferma di questo percorso ci viene, ancora una volta, dalle memorie di Carli, che indulge in una serie di considerazioni apparentemente contraddittorie; nel senso che è cosciente dei problemi economici e distributivi che sarebbero sorti nel governare, in nome della sola concorrenza sui liberi mercati, le tensioni sociali riversate sul lavoro, ma rinuncia a mitigare tutto ciò, risolvendo quello che può apparire un problema di coscienza (che già si indovinava nel commento del 1973), sulla base di considerazioni “etiche” collimanti con quelle di Einaudi.

 

Ricostruiamo questo percorso, narrato da Carli, in base all’attenta selezione offertaci, more solito, da Arturo:

 

 

La questione riguarda la prima forma di tetto al deficit (ora previsto all’art.126 TFUE), laddove se l’ideale è appunto il pareggio di bilancio, è ovvio che “gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi” (par.1), ma qualcosa “potrebbe” essere economicamente irrazionale nel prevedere un tetto rigido e automatico:

 

Se l’articolo 104 C, comma 2, a, punto 1 fu scritto dalla nostra delegazione, il punto seguente reca la firma della delegazione britannica, laddove esclude l’applicazione meccanica dei criteri in caso di scostamenti “eccezionali e temporanei”. 

 

E’ questo, in tutto il trattato, l’unico accenno al ciclo economico. Né deve stupire che siano stati i britannici a proporre quell’emendamento. L’Inghilterra resta pur sempre la patria di John Maynard Keynes. 

 

Per chi, come me, è stato sinceramente convinto della bontà dell’impianto complessivo degli statuti di Bretton Woods e della loro interpretazione successiva, è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello occupazionale e, dunque, al benessere delle comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria

 

Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione che pochi mesi dopo sarebbe riemerso, dopo tanta dimenticanza, come il problema principale dell’Europa. Senza successo.” (G. Carli, “Cinquant’anni di vita italiana”, Laterza, Roma-Bari, 1996 [1993], pag. 407).

 

7. Ma del tentativo “mitigatore” fallito, Carli non ritiene di doversi eccessivamente preoccupare, dato che (come già per Einaudi) ben altre sono le positive opportunità che possono derivare dall’adozione di una moneta unica che obbliga a deflazionare ed a disciplinare le politiche fiscali in senso “austero”, a prescindere da qualsiasi esigenza del “ciclo economico”, cioè, per l’appunto, in forza di automatismi che valgono come ridisegno preventivo dell’ordine sociale (rispetto a quello costituzionale) e, come dice Draghi, come sistema di aggiustamento.

 

Carli oscilla, con un misto di attrazione e repulsione, tra il mito del gold standard e la finale e risolutiva esigenza “etica” di un “appartenente alla elite liberale” di domare gli “istinti animalidella politica e delle plebi italiane.

 

Queste, dunque, avevano bisogno del “vincolo esterno”, costasse quel che costasse.

 

 

“Non si può dirla, la verità, soprattutto in Italia, perché significherebbe accendere la luce sul quarto partito e le sue decisioni, che hanno pesantemente condizionato tutta la storia repubblicana, per non andare più indietro nel tempo (come pure si potrebbe), erodendo via via qualsiasi margine per una politica alternativa, ormai anche contro i loro stessi interessi. O almeno alcuni di essi.

 

In effetti pochi documenti risultano più ferocemente candidi delle memorie di Guido Carli, evidentemente esaltato, ma anche preoccupato, dal “compimento” del suo disegno neoeinaudiano incarnato da Maastricht, nel chiarire i dilemmi e le oscillazioni di questo raggruppamento.
Si sa che Carli è stato un sostenitore entusiasta del vincolo esterno, che ci avrebbe “salvati” più volte. Che la misura della costrittività del medesimo possa rivelarsi eccessiva è però lui il primo ad ammetterlo, parlando della proposta di Jacques Rueff, consigliere economico di De Gaulle, che a partire dagli anni Sessanta, per contrastare il predominio americano nel mercato valutario, proponeva un ritorno al gold standard(episodio da ricordare agli acritici ammiratori del Generale…):  

 

“Nelle Considerazioni finali pronunciate nel maggio del 1965 avevo dato ampio spazio alle implicazioni sociali della scelta di un sistema monetario piuttosto che di un altro.
E mi riferivo a Rueff quando scrivevo:
L’argine contro il dilagare del potere d’acquisto che movendo dagli Stati Uniti minaccia di sommergere l’Europa, si continua a sostenere, potrebbe essere innalzato esclusivamente mediante il ripristino del gold standard. In realtà, concezioni del genere incontravano, un tempo, un coerente completamento nelle enunciazioni che attribuivano al meccanismo concorrenziale il compito di realizzare, mediante congrui adattamenti dei livelli salariali, il riequilibrio dei conti con l’estero.
Insomma, il ritorno alla convertibilità aurea generalizzata implicava governi autoritari, società costituite di plebi poverissime e poco istruite, desiderose solo di cibo, nelle quali la classe dirigente non stenta ad imporre riduzioni dei salati reali, a provocare scientemente disoccupazione, a ridurre lo sviluppo dell’economia

 

Quelli erano gli anni nei quali la piena occupazione era un imperativo per qualsiasi governo, anche conservatore. E non si deve dimenticare che negli statuti originari del Fondo monetario internazionale la piena occupazione era uno degli obiettivi primari, al fianco dell’abbattimento delle barriere ai commerci che il sistema monetario mondiale doveva concorrere a raggiungere.
Ci opponemmo sempre alle proposte francesi, anche perché erano incompatibili con il modello di sviluppo che, pur senza condividerlo in pieno, la Banca d’Italia doveva accettare come dato in quanto proveniva dall’ autorità politica

 

Il «gold standard» era simile a certe teorie monetariste, in quanto espelleva dal sistema ogni elemento di discrezionalità, era integralmente meccanicistico. Secondo me «presupponeva un ambiente economico nel quale le dimensioni del settore pubblico, il grado di organizzazione…delle forze economiche e le rigidità tecnologiche erano ben diverse da quelli oggi sperimentati». Per questo adottammo sempre politiche monetarie che cercassero di tutelare il tasso di crescita previsto per lo sviluppo del Paese.” (Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1996 [1993], pag. 187).

 

 

Così Carli descrive il gold standard, quando noi sappiamo benissimo che l’euro è ancora più rigido!!
Ma allora come si spiega l’adesione, preoccupata (per il comportamento della Gran Bretagna e della Bundesbank: pag. 405), a Maastricht?
Vediamo:
I più intelligenti tra i miei critici di ispirazione comunistica [certo, come Caffè, Saraceno, Ardigò, Lombardi, talvolta perfino La Malfa…] misero in discussione l’assunto di fondo della nostra politica: il rispetto del vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, perseguito attraverso uno sviluppo privilegiato della domanda estera,soddisfatta con esportazioni alle quali era demandato il compito di trainare tutta l’economia. Era il «modello di sviluppo» che l’élite liberale alla quale appartenevoaveva scelto fin dalla fine degli anni Quaranta.

 

Doveva essere rimesso in discussione sulla base di questa critica: una crescita trainata dalla domanda estera costringe a una politica salariale restrittiva e attua una redistribuzione a favore di quei limitati settori industriali sottoposti alla concorrenza internazionale

 

In questo modo si è trascurata la crescita, anche qualitativa, dei settori industriali non ordinati all’esportazione. Un modello basato su un più intenso sviluppo della domanda interna avrebbe consentito una politica salariale più generosa, attuando una redistribuzione del reddito più favorevole alle classi lavoratrici senza nuocere all’equilibrio esterno del Paese.
Questa obiezione contiene del vero
[lo ammette!!].  

 

Tuttavia, non ci si deve dimenticare che negli anni Cinquanta l’inserimento dell’Italia nel circuito delle merci, dei capitali e vorrei dire delle idee di un più vasto mercato mondiale ci appariva come una priorità assoluta. L’economia di mercato, mutuata dall’esterno, è sempre stata una conquista precaria, fragile, esposta a continui rigurgiti di mentalità autarchica.  

 

Il vincolo esterno ha garantito il mantenimento dell’Italia nella comunità dei Paesi liberi

 

La nostra scelta del «vincolo esterno» è una costante che dura fino ad anni recentissimi, e caratterizza anche la presenza della delegazione italiana a Maastricht. 

 

Essa nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese.” (Ibid., pagg. 266-7).

 

10. Parole eloquenti e inequivocabili, per le quali ulteriori commenti risultano superflui (se si vuol capire): la visione è chiara, gli obiettivi e le priorità pure.

 

E questa, dunque è la “commemorazione” di Maastricht che, in prima battuta vi proponiamo: oggi hanno vinto e dominano, dentro la “costrizione” della moneta unica e contro ogni regola fondamentale della Costituzione, le sanzioni automatiche, gli aggiustamenti gravanti sul lavoro e fatti passare come beneficio contro lo spauracchio (quello sì “inflazionato”) dell’inflazione.

 

A proposito: Einaudi del 1944, qui v. addendum, nel definirla la più “odiosa delle tasse“, non aveva il copyright: si era ispirato alla Conferenza di Genova del 1922, dove lo stilema aveva già trovato enunciazione pressocché identica: qui, p.7.

 

Rimane inspiegabile come la sinistra italiana, non si sia mai accorta di tutto questo e difenda ancora a spada tratta l’euro, la lotta all’inflazione (non sapendo più tecnicamente come si possa, semmai, combattere la deflazione, al netto del peso dei prezzi petroliferi), e come e perché abbia dimenticato che la Costituzione non era nata per consentire tutto questo: ma, anzi, perché non potesse mai più “tornare”

1549.- Nino Galloni: la scarsità di denaro? Così ci rendono servi.

 

Pubblicato il 05 dic 2017

Nino Galloni, economista per molti anni direttore generale del Ministero del Lavoro: “Dobbiamo rompere la condizione di scarsità artificiosa che è voluta per asservire la gente e rendere un costo la democrazia. Invece, la democrazia deve essere un modo che noi scegliamo per vivere, come è scritto nella nostra Costituzione, ma se noi diciamo che la democrazia non ce la possiamo permettere perché non abbiamo i soldi per gestirla, è chiaro che non c’è soluzione. Noi dobbiamo realizzare i principi, i valori e gli obiettivi della Costituzione, ma per farlo dobbiamo rompere la trappola della scarsa liquidità”. È un Nino Galloni come sempre provvido di ricostruzioni storiche quello che, ai microfoni di Byoblu, commenta le dichiarazioni di ieri, apparse sul Corriere della Sera, di Roberto Napoletano (ex direttore del Messaggero e del Sole 24 Ore), secondo il quale “la Francia ha un disegno di conquista strategico e militare sull’Italia: indebolirne le banche, prenderne i gioielli di famiglia, conquistare il nord e ridurre il Sud a una grande tendopoli”. Da Mattei a Moro, passando per Berlusconi e Gheddafi, ecco la sua ricostruzione.

1548.- ILLUSIONE AUREA

di Giulia Nunziante. I prezzi aumentano e, talvolta, diminuiscono.
L’inflazione indica il fenomeno per il quale col passare del tempo i prezzi di acquisto dei prodotti e dei servizi tendono in genere ad aumentare. Tuttavia, in alcuni periodi si può verificare una riduzione dei prezzi, definita deflazione. Particolare attenzione viene rivolta da parte degli economisti ai fenomeni di inflazione e deflazione per comprendere le cause ed elaborare interventi che permettano di controllarli e di valutarne gli effetti sull’economia.
Cos’è l’inflazione e come si misura
Con il termine inflazione si indica l’aumento nel tempo dei prezzi. Per misurare tale incremento si utilizza il tasso di inflazione ricavato in base a una formula matematica che permette di confrontare i prezzi di uno stesso bene in due diversi anni.
Consideriamo per esempio di voler calcolare il tasso d’inflazione di un paio di pantaloni che nel 2005 costava 100 euro e nel 2006 110 euro. Inserendo il valore del prezzo dei pantaloni nel 2005 (pari a P2005) e degli stessi pantaloni nel 2006 (pari a P2006) nella
formula:
 ottenete un tasso d’inflazione del 10%. Questo valore indica di quanto è aumentato il prezzo dei pantaloni (10 euro) rispetto al valore dell’anno precedente (100 euro). Il calcolo del tasso d’inflazione riferito a un solo bene risulta molto semplice. Per valutare l’andamento dei prezzi di un mercato che produce diversi beni e servizi è necessario costruire un indice dei prezzi, ossia un numero, ricavato in base a complicate formule matematiche, che tenga in considerazione i prezzi di tutti i beni e servizi in relazione al loro contributo alla produzione totale di un paese. Il tasso d’inflazione indica in questo caso l’incremento dell’indice dei prezzi nell’arco temporale e dà conto dell’andamento medio dei prezzi di un paese.
Perché i prezzi tendono ad aumentare
Il tasso d’inflazione varia nel corso del tempo, da paese a paese e, all’interno dello stesso Stato, da prodotto a prodotto. Cosa determina questo incremento dei prezzi? Sono soprattutto tre i motivi a cui si può ricondurre l’inflazione. In primo luogo, i prezzi possono aumentare a seguito di un incremento dei costi sostenuti per la produzione. Quando si verifica, per esempio, un aumento del salario dei lavoratori oppure un innalzamento dei costi delle materie prime utilizzate nella produzione, le imprese che intendono mantenere lo stesso guadagno aumentano i prezzi di vendita. In secondo luogo, l’inflazione è anche determinata da aumenti della domanda da parte dei consumatori che le imprese sono disposte a soddisfare solo in cambio di un incremento dei prezzi. Infine, i prezzi si innalzano quando la banca centrale immette sul mercato molta moneta.
La spirale inflazionistica
In seguito all’incremento dei prezzi la moneta perde valore. Se riconsideriamo l’esempio iniziale possiamo affermare che, mentre nel 2005 con 100 euro potevate acquistare un paio di pantaloni, in seguito questa somma di denaro non risulta più sufficiente per lo stesso acquisto e quindi vale di meno. Sulla base di questa osservazione, immaginiamo come cambia la situazione di Caio che ha ricevuto un prestito di 100 euro da Tizio e che verso di questi è pertanto debitore. In seguito all’inflazione, l’anno successivo il credito di Tizio nei confronti di Caio, anche se rimane di 100 euro, perde di valore. Pertanto in presenza di inflazione i debitori traggono vantaggi dalla perdita di valore del denaro ricevuto in prestito a scapito dei creditori. In generale, tutti coloro che guadagnano un salario fisso o percepiscono una pensione vengono svantaggiati dal minore valore della moneta ed è per questo motivo che periodicamente i salari e le pensioni vengono ricalcolati (indicizzati) in base all’andamento dei prezzi. Tuttavia tali adeguamenti salariali possono avere effetti molto negativi sull’economia del paese a causa della cosiddetta spirale inflazionistica. L’aumento dei salari potrebbe infatti spingere l’imprenditore che intende mantenere lo stesso profitto a innalzare i prezzi generando nuova inflazione che a sua volta spinge al rialzo i salari indicizzati. In questo modo il livello dei prezzi sfugge al controllo delle autorità economiche e il paese rischia di entrare in situazioni di inflazione galoppante (con tassi superiori al 5%) o addirittura di iperinflazione (superiori al 20%).
Cos’è la deflazione
Il termine deflazione è utilizzato dagli economisti per definire situazioni diverse, a volte in contrasto tra loro. Una prima interpretazione definisce la deflazione come il fenomeno opposto all’inflazione. È difatti possibile, anche se più raro, che in un paese si verifichi per un determinato lasso di tempo una riduzione generalizzata dei prezzi. Poiché la deflazione può essere accompagnata da una diminuzione della produzione o da un rallentamento della sua crescita, il termine è il più delle volte utilizzato per indicare una fase di recessione o di stagnazione economica. Tuttavia, gli studiosi di economia hanno rilevato che in alcuni particolari periodi, come per esempio durante gli anni Settanta del Novecento, si siano verificati nei principali paesi industrializzati casi in cui a una contrazione dell’offerta si è accompagnato un aumento dei prezzi.
Deflazione ‘buona’ e ‘cattiva’
La deflazione è una situazione sicuramente positiva dal punto di vista dell’acquirente. Egli ha la possibilità di comprare lo stesso bene o servizio a un prezzo inferiore rispetto al periodo precedente. Tuttavia, la riduzione dei prezzi può avere origini diverse e pertanto definirsi ‘buona’ o ‘cattiva’ in senso economico. Nel caso positivo la deflazione può nascere da una riduzione dei costi di produzione dovuta, per esempio, alla diminuzione dei costi dei singoli fattori di produzione, all’adozione di metodi di produzione innovativi o all’introduzione di soluzioni organizzative migliori, oppure può trarre origine da un mutamento nella forma di mercato, che è divenuto più concorrenziale, come nel caso dell’ingresso di aziende concorrenti in grado di produrre beni e servizi prima offerti solo dal monopolista. La deflazione è invece negativa quando è l’effetto finale di una riduzione della produzione e quindi dell’occupazione. In questo caso, essa diventa la spia di gravi squilibri del mercato: le imprese producono più di quello che viene richiesto e sono quindi costrette a ridurre la loro offerta.
Gli effetti della deflazione e la spirale deflazionistica
La diminuzione dei prezzi induce l’imprenditore a investire solo in piccola misura il suo denaro nell’incremento delle capacità produttive, per evitare di sperperarlo in attività rischiose. Il suo atteggiamento prudente comporta in genere una riduzione dell’occupazione e dei salari. I lavoratori sono costretti a subire tali scelte dei datori di lavoro e assistono impotenti alla riduzione del proprio reddito. La loro domanda sul mercato, soprattutto di beni superflui (come i gioielli) e durevoli (come gli elettrodomestici) si contrae. Le imprese sono portate di conseguenza a diminuire ulteriormente la produzione innescando la cosiddetta spirale deflazionistica: minore domanda delle famiglie, minore offerta delle imprese, minore occupazione, ulteriore minore domanda delle famiglie, e così via. Per uscire da tale circolo vizioso lo Stato è costretto a intervenire con appropriate politiche economiche in grado di ridare fiducia nello sviluppo economico del paese. I governi nazionali, le imprese e gli stessi consumatori considerano oggi molto importante il controllo delle variazioni dei prezzi. La politica economica di un paese deve puntare al raggiungimento di un livello di crescita dei prezzi che non sia troppo basso per non incombere nel rischio di una recessione ma che non sia neanche eccessivamente elevato per evitare casi di spirale inflazionistica; in genere gli economisti considerano ‘sano’ un tasso di inflazione prossimo all’1÷2%.

 

Deflazione (economia) La deflazione è, in macroeconomia, una diminuzione del livello generale dei prezzi. Il fenomeno opposto si definisce inflazione. La deflazione non va confusa con la disinflazione, che descrive semplicemente un rallentamento del tasso di inflazione.

 

la storia europea degli ultimi due secoli tra inflazione e deflazione

Tipologie di inflazione.

Il tragico cancelliere tedesco Brüning, che governò la Germania immediatamente prima di Hitler, era convinto, al pari di molti anche oggi, che la causa dell’iper-inflazione, come quella che negli anni venti aveva colpito la sua Patria, fosse l’emissione statuale di moneta. Una convinzione questa, di chi, come Brüning, si era formato ai dogmi dell’economia classica e nella supina accettazione della teoria quantitativa della moneta, che negli anni ’30 del XX secolo si dimostrò fatale per la Germania, l’Europa ed il mondo.

L’inflazione, tecnicamente si tratta dell’aumento dei prezzi, è un fenomeno in qualche modo fisiologico ed anche corroborante per l’economia. Tuttavia se diventa iper-inflazione produce effetti distruttivi. L’iper-inflazione non è spiegabile in modo univoco e chi pretende di farlo, come ad esempio i viennesi ed i monetaristi che la connettono soltanto all’aumento della massa monetaria, finisce per impedirne una più amplia ed esatta cognizione.

La maggior disponibilità di liquidità ha come effetto collaterale la svalutazione della moneta – questo vale sia in regime di conio aureo che cartaceo – non perché, come ritengono i quantitativisti, la moneta sia una merce il cui valore dipende dalla maggior o minor quantità di essa presente sul mercato, ma perché maggior liquidità significa maggior domanda di beni rispetto ad una offerta che non riesce a soddisfarla. Questo squilibrio tra domanda ed offerta comporta l’aumento dei prezzi dei beni disponibili in misura insufficiente per, appunto, soddisfare la domanda. Si parla in proposito di “inflazione da domanda”.

Oltre che dalla domanda, l’inflazione può dipendere anche da un aumento dei costi delle materie prime che si ripercuote sui costi di produzione e quindi sui prezzi finali dei beni sul mercato. In tal caso si ha “inflazione da costi”.

Un caso particolare di inflazione da costi è quello che dipende dall’aumento, indipendentemente dalla effettiva produttività, dei salari. Va detto, però, in proposito, che trattandosi non di merce, come le materie prime, ma di lavoro umano, questo tipo di inflazione da costo salariale non può trovare giusta ed idonea soluzione mediante la facile via delle politiche di taglio del costo del lavoro quanto piuttosto con politiche di partecipazione del lavoro alla gestione ed agli utili aziendali in modo da commisurare gli aumenti salariali alla produttività, prelevando una quota dei profitti a vantaggio del lavoro, perché così facendo gli aumenti salariali non determinano un aumento dei costi di produzione ma sono fatti derivare dall’equa ripartizione del profitto tra capitale e lavoro.

Un ultimo caso di inflazione è quello dell’“inflazione da contrazione dell’offerta” che si ha soprattutto in circostanze disastrose come guerre e calamità naturali le quali contraggono la produzione o costringono, come nei passaggi da una economia di guerra ed una di pace, ad un riassestamento dell’organizzazione produttiva con inevitabili crolli della produzione prima che il sistema si riassesti su coordinate diverse dalle precedenti.

Nella concretezza della storia, i casi più noti di inflazione hanno evidenziato una contemporanea manifestazione delle sue diverse tipologie, in quanto le diverse sue cause tendono generalmente a presentarsi come concomitanti.

Proprio il caso tedesco del primo dopoguerra fu una dimostrazione di questa concomitanza dato che la Germania del 1919-23 era una nazione prostrata da una guerra tremenda, oltretutto persa, e sottoposta a sanzioni/vendetta che la costringevano a riparazioni finanziariamente insostenibili.

Questo dovrebbe indurre a sospettare di ogni spiegazione puramente “quantitativa”.

Tuttavia la memoria dell’iper-inflazione del suo primo dopoguerra, letta secondo un paradigma quantitativo, è quella che ancora oggi terrorizza i tedeschi e che è alla base del rigore finanziario imposto nell’Unione Europea dalla egemone Germania ordoliberale.

Stabilità monetaria e verifica storica. Il caso inglese.

Tra le cause dell’iperinflazione tuttavia non viene quasi mai annoverata l’ossessione per la stabilità della moneta. Può sembrare un controsenso considerare quale causa possibile dell’iperinflazione quel che dovrebbe esserne il contrario ma l’indagine storica porta a tale conclusione. Infatti è proprio l’ossessione della stabilità ad imputare esclusivamente all’emissione statuale di moneta ogni responsabilità nel generarsi dell’iper-inflazione ed a far perdere di vista non solo gli altri e più potenti fattori inflattivi ma soprattutto il pericolo reattivo della deflazione. Inflazione e deflazione si rivelano all’indagine storiografica tra esse strettamente connesse sicché spesso, a causa di errate prospettive di cognizione delle esatte cause, l’una genera l’altra e viceversa.

Quando si parla di stabilità della moneta, oggi, in regime monetario non più aureo, si pensa immediatamente all’austerità finanziaria, come quella imposta dall’UE nella crisi iniziata dal 2008. Ma un tempo, in regime monetario aureo, la stabilità della moneta era ritenuta diretta conseguenza della natura aurea della stessa o della dipendenza, con cambio fisso legalmente sancito, del simbolo cartaceo dalle riserve metalliche che, si credeva, fossero la fonte del potere d’acquisto della cartamoneta.

Lo studio delle remote cause dell’iperinflazione tedesca del primo dopoguerra consente di demitizzare la convinzione che il pericolo per la stabilità della moneta, quale sicura panacea contro l’impennata dei prezzi, sia nel potere statuale di emissione monetaria, secondo quanto viene affermato dal modello interpretativo quantitativista. La scienza economica avulsa dalla conoscenza storica non rende mai un buon servizio alla miglior cognizione degli stessi fenomeni economici.

L’indagine storica sulle cause dell’iper-inflazione germanica del 1919-23 deve partire dall’età post-napoleonica.

Durante le guerre napoleoniche, il Tesoro del Regno Unito, al fine di sostenere i costi sempre crescenti delle guerre in corso sul continente europeo, aveva contratto una notevole esposizione debitoria sia verso la Banca d’Inghilterra, detentrice dal 1694 del monopolio di emissione monetaria, sia verso altri finanziatori e speculatori non istituzionali.

L’indebitamento consentì al Tesoro di Sua Maestà Britannica maggior disponibilità di liquidità. Questa maggiore capacità di spesa  non fu certo usata per aumentare il reddito popolare ma per le spese militari. L’indebitamento dello Stato, quindi, aveva ripercussioni espansive sul mercato soltanto nel settore dell’industria delle armi e nel suo immediato indotto. In altri termini l’indebitamento dello Stato favoriva l’arricchimento dei costruttori di armi e dei fornitori dell’esercito reale.

La sempre crescente domanda di armamenti e derrate militari, resa possibile dalla maggior liquidità concessa allo Stato dalla Banca Centrale e dagli altri suoi creditori acquirenti dei titoli del debito pubblico, insieme con l’incapacità di soddisfare tale domanda da parte dell’industria bellica alle prese con le difficoltà di reperimento di materie prime e con la contrazione dell’offerta tipica delle situazioni di guerra endemica, aveva comportato un crollo del potere di acquisto della sterlina, ossia un crollo del valore della carta-moneta inglese in termini di prezzo ovvero di quantità di beni con essa acquistabili.

A quel tempo la moneta legale circolava, fiduciariamente, nella convinzione che il valore dei simboli monetari cartacei si fondasse sul Gold Standard ossia sul sistema a copertura aurea. Si riteneva, cioè, che l’unità della divisa monetaria di una Nazione venisse garantita e definita nel suo valore in base a un certo quantitativo di oro, secondo un cambio fisso legalmente stabilito. La scarsità e preziosità di questo metallo fungeva nell’immaginario collettivo da garanzia di stabilità della moneta cartacea ed induceva tra gli economisti classici lo strabismo per il quale essi furono portati a considerare emissioni monetarie cartacee sovrabbondanti la quantità di oro della riserva come la causa dell’inflazione ovvero dell’aumento dei prezzi. L’errore degli economisti classici stava infatti nel considerare la moneta una merce. Essi non si rendevano conto che la moneta non era stata, in realtà, una merce neanche in regime di diretto conio aureo, dato che non c’è moneta solo perché c’è una certa quantità di oro senza, tuttavia, l’accettazione fiduciaria consacrata dall’atto di garanzia sovrano del conio. Laddove esiste solo oro, che si scambia contro altre merci, siamo ancora in una economia di baratto e non in una economia monetaria.

Che la moneta fosse stabile perché coperta da quantità corrispondenti di oro era, per lo più, una pia illusione dato che l’emissione di cartamoneta, senza che in tempi di normalità ciò inducesse inflazione, avveniva puntualmente – per le necessità endogene dello Stato e del mercato – in misura sovrabbondante rispetto alla riserva aurea presuntivamente posta a garanzia del potere di acquisto della carta. La convinzione, per quanto concettualmente errata, tuttavia funzionava perché placava le ansie dei detentori di liquidità cartacea. Nessuno aveva ancora compreso che il potere d’acquisto della cartamoneta dipende dalla reciproca fiducia ossia dalla tacita e consuetudinaria convenzione sociale, consacrata dall’Autorità politica mediante il corso forzoso, che fa sì che, in regime di fiat money, chiunque accetta carta contro beni non per la copertura aurea del simbolo cartaceo ma sul presupposto che tutti gli altri facciano altrettanto.

Ma, come si è detto, la convinzione “quantitativista” funzionava nonostante l’erroneità dei suoi postulati e fondamenti, sicché nell’età immediatamente post-napoleonica, della quale stiamo trattando, i creditori possessori di titoli del debito inglese non furono più disposti ad accettare le perdite di valore dei loro risparmi causate dall’inflazione generatasi a seguito delle guerre europee, ormai finite, ma che essi ritenevano dipendere dall’eccesso di emissioni monetarie e di titoli di debito sovrano. Ribadire un più stretto collegamento della sterlina all’oro sembrò la soluzione migliore per gli interessi dei creditori.

Il ragionamento era questo: dato che la limitazione naturale dell’offerta di oro garantisce valore stabile alla sterlina e rende difficile la sua svalutazione, bisogna che le Autorità o aumentano il quantitativo di riserve auree oppure, cosa certamente di più facile attuazione, contraggano la quantità di circolante per riportarla in misura proporzionale all’effettiva consistenza dell’oro depositato presso la Banca centrale emittente. Naturalmente corollario di questo ragionamento era che il circolante da ridurre, attraverso l’aumento della pressione fiscale e tagli alle spese statuali,  fosse quello, per quanto poco, in disponibilità del popolo, e non certo quello che rappresentava il corrispettivo del credito vantato dagli speculatori, ossia capitale ed interessi maturati sull’esposizione debitoria dello Stato. Fu così che il Gold Standard venne rinforzato in Inghilterra dopo il Congresso di Vienna.

La teoria monetaria quantitativista guardava infatti la questione dal punto di vista degli interessi dei creditori preoccupati che il valore della cartamoneta da essi posseduta, in forma di divisa monetaria o di titoli del debito pubblico, non fosse eroso dall’inflazione. Nessuna considerazione circa il fatto che la deflazione aurea comportava una inevitabile limitazione del livello dell’attività produttiva a causa della limitazione della quantità di oro esistente in natura. L’applicazione dei paradigmi della teoria quantitativa da un lato deprimeva l’attività economica, impedendo la crescita dell’occupazione e migliori condizioni di vita per le classi subalterne, e dall’altro spingeva le nazioni europee alla ricerca di oro, e di materie prime in genere utilizzabili nell’industria o tesaurizzabili nel cambio aureo, ossia alla colonizzazione manu militari del resto del mondo. Il dogma ufficiale della scienza economica dell’epoca imponeva sacrifici umani sull’altare del Moloch monetario e della sua stabilità ritenuta dipendente dall’oro. Il dogma funziona ancora oggi anche se è venuto meno il Gold Standard perché esso è stato sostituito, a partire dalla rivoluzione neoliberista degli anni ’80 del XX secolo, dall’austerità finanziaria. Quel che preme, ieri come oggi, come si è visto nel caso del massacro finanziario della Grecia nel 2015, è sempre e soltanto l’interesse, intoccabile, dei creditori che sono quasi sempre gli speculatori.

Nell’Inghilterra del XIX qualcuno provò sommessamente a modificare la dogmatica quantitavista proponendo l’argento al posto dell’oro quale sottostante della cartamoneta. Si sostenne, da più parti, che onde evitare gli effetti deflazionisti, e socialmente deleteri, del Gold Standard sarebbe stato meglio ancorare la sterlina all’argento, ossia ad un metallo di maggior disponibilità in natura e più facile da estrarre dalle miniere. Altri sostennero il sistema bimetallico, ad un tempo aureo ed argenteo. L’intenzione era chiaramente quella di aumentare la massa monetaria, quindi la liquidità, disponibile per scopi produttivi e di generale beneficio, ma, come è evidente, si trattava di tentativi, per quanto nobili nelle intenzioni, tutti pensati all’interno del paradigma quantitativista che faceva dipendere il potere d’acquisto della cartamoneta dalla riserva di un qualche metallo prezioso.

La Germania: una nazione emergente alle prese con la stabilità monetaria.

Negli Stati Uniti vi fu persino uno scontro politico tra i mono-metallisti ed i bi-metallisti favorevoli, questi ultimi, al dollaro d’argento. Ma, mentre ci si accalorava intorno a quale metallo, l’oro o l’argento, dovesse essere preso a garanzia della cartamoneta, tra il 1850 e il 1870 la scoperta di nuove e ricche miniere di metallo giallo aprì quella che i successivi film western hanno immortalato come la corsa all’oro. Nel giro di vent’anni la produzione di oro pareggiò l’intera quantità di oro estratto nei precedenti tre secoli. Il sistema del Gold Standard ne risultò avvantaggiato finendo per essere adottato legalmente in tutti i Paesi occidentali.

Negli stessi anni della corsa all’oro, la Germania di Bismarck – la vittoria tedesca di Sedan sulla Francia di Napoleone III è del 1870 (1) – si avviava a diventare il Secondo Reich dando inizio all’età guglielmina. Epoca che, sconfitta militarmente la concorrenza francese, fu per i tedeschi una età di rampante sviluppo industriale ed anche di riforme sociali – le prime basi di Welfare furono impiantate dal conservatore Bismarck – sicché, egemone ed universalmente accettato il Gold Standard, diventò conseguenziale per la Germania ambire a una moneta forte collegata all’oro.

Sconfitti sul campo, i francesi furono costretti a pagare enormi riparazioni di guerra. Le quali, in ossequio al regime monetario aureo, furono stabilite direttamente in oro. Circa cinquant’anni più tardi la Francia avrebbe reso la pariglia alla Germania, sconfitta nel 1918, imponendole esosissime riparazioni belliche – per il loro ammontare esse contemplavano l’ultima rata non prima del 1960 – da pagare in franchi o sterline (2).

Ai tempi di Sedan, quindi, la concomitanza dell’aumento dell’offerta di oro nel precedente ventennio con l’euforia della vittoria, e delle conseguenti sanzioni imposte alla Francia sconfitta, spinsero la Germania adottare una moneta forte come quella inglese ancorata all’oro lasciando cadere ogni altra ipotesi di coniazione su base argentea o di bimetallismo. Nel 1873 la Germania adottò ufficialmente il Gold Standard.

Il Reich guglielmino pose fuorilegge le monete d’argento da un giorno all’altro. Il conio in argento improvvisamente non ebbe più corso legale. La prima immediata conseguenza di questa decisione fu un aumento di offerta di argento sui mercati – detto metallo era ora reso disponibile per altre finalità immediatamente commerciali e non più vincolato al conio – che fece crollare il suo prezzo provocando contestualmente una notevole rivalutazione delle valute a copertura aurea. Questa rivalutazione diventò un grave problema, sul mercato dei cambi, per quei Paesi, come Francia ed Italia, rimasti al sistema bimetallico.

Nello stesso anno, 1873, nel quale la Germania adottava il Gold Standard anche gli Stati Uniti abbandonarono il bimetallismo oro-argento, adottato dai tempi di Alexander Hamilton, ed emanarono il Coinage Act che stabiliva la base aurea della coniazione del dollaro.

Il processo di standardizzazione aurea della coniazione assunse ben presto carattere generale tanto che alla fine degli anni settanta del XIX secolo soltanto l’India e la Cina, che erano colonie, dipendevano ancora dall’argento. Tutti le nazioni occidentali avevano ormai adottato il Gold Standard dando vita, in un lasso di tempo esiguo, ad un nuovo sistema monetario internazionale basato sull’oro.

La Grande Deflazione del 1873. Le prime critiche al Gold Standard.

La storia dell’economia annovera, proprio a partire dal 1873, e non casualmente, una delle più grandi recessioni mai registratesi, che secondo alcuni fu la premessa senza soluzioni di continuità della Grande Depressione del 1929. La concomitanza tra l’adozione generale del Gold Standard e la recessione del 1873 evidenzia uno stretto collegamento tra il sistema monetario a base aurea  e l’insorgere della deflazione.

Dal 1870 la produzione di oro aveva iniziato a flettere. Essa non cresceva più ai ritmi del ventennio precedente e non era in grado di mantenere un passo pari allo sviluppo industriale e commerciale internazionale. La scarsità di oro a livello mondiale fu determinata anche dal sempre crescente accumulo di riserve auree da parte degli Stati Uniti che avevano un continuo surplus nella loro bilancia dei pagamenti ossia esportavano a man bassa incamerando valuta a copertura aurea. Il 7% delle riserve auree mondiali era posseduto a fine 1879 dal Tesoro statunitense. Un ammontare che nel 1890 già raggiunse il 20%. In presenza di una offerta mondiale di oro sostanzialmente stazionaria era evidente che l’accumulo aureo americano coincideva con una perdita di riserve in qualche altra parte del mondo.

Si era creata una situazione abnorme per la quale la mancanza di aumento dello stock monetario, causato dalla carente offerta mondiale di oro, non sosteneva il volume crescente della produzione industriale. La conseguenza fu la deflazione. I prezzi, tanto delle materie prime che dei prodotti industriali, iniziarono a diminuire drasticamente avvitando al ribasso anche i livelli salariali.

Nel periodo 1875-1895 la diminuzione dei prezzi registrò una media dell’1,7% all’anno in America e dello 0,8% in Inghilterra. La fase più acuta della deflazione durò sessantacinque mesi, dall’ottobre del 1873 al marzo del 1879. Ma la ripresa stentò tra timidi rialzi e nuovi forti ribassi, un po’ come sta accadendo oggi nell’eurozona. Nel 1882, dopo una lieve risalita, i prezzi tornarono a diminuire per altri trentotto mesi. Se si pensa che il crack deflattivo del 1929 ebbe una durata di quarantatré mesi può ben comprendersi la maggior gravità della deflazione tardo-ottocentesca.

La Germania guglielmina risentì più di altri della deflazione internazionale. Ciononostante nessuno mise in dubbio in Europa, né in Germania né altrove, la validità del Gold Standard e si dovette aspettare la prima metà del XX secolo affinché il tallone aureo, benché riaffermato nel 1944 a Bretton Woods, iniziasse ad essere scientificamente criticato ed il 1971 affinché esso fosse definitivamente superato.

Invece negli Stati Uniti la discussione intorno al Gold Standard non cessò mai. Esso fu accompagnato da accanite polemiche sia all’atto della sua adozione sia successivamente. In America, immediatamente dopo l’adesione allo standard aureo, nacque il Greenback Party, un movimento politico che, polemizzando con la scienza economica ufficiale, indicava quale misura anti-deflazionista l’emissione di dollari cartacei garantiti dallo Stato e senza base aurea. Abramo Lincoln, sotto la spinta delle necessità belliche imposte dalla Guerra di Secessione del 1871-75, realizzò la proposta sebbene per un breve lasso di tempo.

Ezra Pound nei suoi “Cantos” ricorda il giovane candidato democratico alle elezioni del 1896 William Jennings Bryan. Più giovane di Matteo Renzi, aveva solo 36 anni, vinse le primarie del Partito Democratico sposando il bimetallismo e più tardi il biglietto di Stato. «Non si può continuare a imporre – affermava arringando le folle contro il Gold Standard – sulle spalle dei lavoratori questa corona di spine. Non si può crocifiggere l’umanità con una croce d’oro». Pur vincendo per tre volte le primarie non riuscì mai a conquistare la Casa Bianca. Diventato ministro degli esteri sotto la presidenza di Woodrow Wilson fu costretto a dimettersi in polemica con la politica interventista del suo Presidente favorevole a portare gli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa.

Come sovente accade nelle vicende umane si va a caccia di untori per non vedere le vere responsabilità dei mali incipienti sull’umanità. Così, mentre negli Stati Uniti il dibattito pro o contro il Gold Standard infiammava gli animi, la scienza ufficiale non riusciva o non voleva individuare le cause della “Lunga Depressione” del 1873/1879-1895/1900 nel sistema monetario a base aurea, che era diventato una gabbia deflazionista. Prendevano, in tal modo, facilmente piede le spiegazioni che, sulla base di uno stretto rapporto che da sempre in effetti sussiste tra ambito teologico ed ambito monetario in particolar modo nell’ebraismo postbiblico, chiamavano in causa presunte cospirazioni. E’, non a caso, del 1879 la pubblicazione in Germania del pamphlet di Wilhelm Marr dal titolo “La vittoria del giudaismo sul germanesimo”. Partiti dichiaratamente antisemiti, benché minoritari, fecero il loro ingresso nel 1893 al Reichstag. La cosa più ridicola, ma intrinsecamente tragica, era che a cavallo tra XIX e XX secolo, complici gli errori della scienza economica ufficiale del tempo, in Europa, ed in particolare in Germania, si temeva l’inflazione galoppante mentre imperversava una deflazione micidiale. Ma nessuno voleva mettere in discussione il Gold Standard ritenuto garante della stabilità monetaria.

La svolta drammatica del primo conflitto mondiale. La Grande Inflazione tedesca.

Il Gold Standard aveva però ormai fatto il suo tempo e, alla vigilia del primo conflitto mondiale, era tenuto in vita soltanto dalla pigrizia intellettuale sia degli economisti sia dei politici e dell’opinione pubblica. Esso entrò in crisi proprio con gli eventi bellici del 1914-18. Nel ventennio successivo il Gold Standard fu, a più riprese, da diversi Stati prima abbandonato, poi riassunto, quindi, con la crisi del 1929, di nuovo derogato ed infine, contro i suggerimenti di John Maynard Keynes e di altri economisti eterodossi, di nuovo consacrato a Bretton Woods nel 1944 ma non tanto per le sue intrinseche virtù di stabilizzazione monetaria, alle quali ormai nessuno più credeva, quanto per garantire l’egemonia internazionale del dollaro americano quale valuta di riserva del sistema monetario occidentale.

Nell’immediato primo dopoguerra, dal 1919 al 1923, la Germania fu travolta dalla grande iper-inflazione il cui ricordo ancor oggi scuote i tedeschi, troppo dimentichi invece della grande deflazione del 1930-33 che portò all’ascesa ed all’affermazione del nazismo. A partire dal 1919 i prezzi raddoppiarono per poi triplicare nel 1920. Nel 1921 ci fu una momentanea frenata ma già nel 1922 essi tornarono ad accelerare con un tasso di inflazione pari al 1.600%. Nel 1923 il marco perse ogni potere di acquisto ed i prezzi salirono del 486.000.0000%. Per comprendere la cosa basta pensare che se nel 1913 un dollaro era scambiato con 4,2 marchi, nel 1923 per un dollaro occorrevano 4,2 miliardi di marchi. Nel 1922-23 i prezzi raddoppiavano ogni 3 giorni.

A Versailles le potenze vincitrici, Francia ed Inghilterra, misero in scena non la pace ma la vendetta. Il trattato che la Germania fu costretta a firmare prevedeva riparazioni di guerra, in valuta franco-inglese, talmente esose che anche un bambino avrebbe compreso l’impossibilità di onorarle senza mandare in malora la nazione. Keynes lasciò il tavolo delle trattative polemizzando con il proprio governo per l’immoralità degli alleati e – inascoltata Cassandra – profetizzando, in un libro scritto per l’occasione, il futuro revanscismo tedesco.

Già durante la guerra la Germania, come tutti i Paesi belligeranti, aveva finanziato lo sforzo bellico ricorrendo sia all’indebitamento sia all’emissione di nuova moneta. Alla fine del conflitto, e con l’inizio del riassestamento dell’industria per il passaggio dall’economia di guerra a quella di pace, le entrate fiscali crollarono a causa della forte contrazione della produzione che si accompagnò ad una ingente disoccupazione provocata dallo scioglimento dell’esercito e quindi dal ritorno alla vita civile di una gran massa di manodopera che, in quelle condizioni, l’apparato industriale tedesco non era in grado di assorbire. La politica miope delle riparazioni militari da pagare in franchi e sterline, ossia cambiando il marco in valuta estera iper-valutata, fu benzina sul fuoco già divampante. Né gli alleati dimostrarono non diciamo misericordia ma perlomeno ragionevolezza quando fu chiaro che la Germania non avrebbe mai potuto soddisfare le loro pretese. Francia ed Inghilterra, di fronte al marco svalutato, pretesero il pagamento delle riparazioni direttamente in oro e accertata ben presto, come era prevedibile, anche l’impossibilità di tale via decisero l’occupazione militare della Ruhr, la Valle del Reno, sede delle maggiori industrie tedesche che furono poste a servizio dell’economia franco-inglese.

Nel tentativo di trovare il denaro necessario alle riparazioni di guerra ed a fronteggiare le altre conseguenze del conflitto, il Governo tedesco inasprì da un lato il prelievo fiscale e dall’altro l’emissione di titoli di debito pubblico a breve scadenza. Nell’esercizio finanziario 1919 le entrate ordinarie ammontarono approssimativamente a 11 miliardi, mentre, dal lato delle uscite, la sola voce “servizio del debito”, ossia gli interessi, assorbì 8,4 miliardi. La residua quota di 2,6 miliardi di entrate fiscali non risultava sufficiente per i fabbisogni di bilancio e per questo si ricorse al debito allo scopo di finanziarie le altre uscite causate dalla guerra ossia quelle relative alla smobilitazione, all’assistenza alle vittime belliche, alle imposte riparazioni, alle diverse misure di sostegno all’economia. Alla fine dell’esercizio finanziario del 1919, l’indebitamento a breve era salito a 91,6 miliardi, con una crescita di oltre 40 miliardi rispetto al livello del novembre 1918. Nell’anno successivo lo stesso debito a breve salì a 166,3 miliardi e, infine, nel 1922 si fissò a 271,9 miliardi. La situazione cominciò veramente a precipitare nel settembre 1922. La spesa pubblica, per via delle riparazioni e delle conseguenze postbelliche della guerra appena finita, salì alle stelle in brevissimo tempo. La sua copertura con le entrate fiscali era sempre più ristretta mentre aumentava quella derivante dalla contrazione del debito statale. Il ricorso al credito, perciò, toccò livelli, espressi in marchi-carta, fino a quel momento sconosciuti.

Il costo della vita aumentava molto più di salari e stipendi. Gli stipendi dei funzionari crescevano meno dei salari degli operai. Il ceto medio era quello che rischiava di più in termini di progressiva pauperizzazione. E’ stato notato, sia dagli economisti sia dagli storici, che, nonostante le proibitive condizioni nelle quali versava la Germania tra il 1919 ed il 1923, l’iperinflazione comportò il riassorbimento della disoccupazione. I momenti di maggior inflazione furono quelli di maggiore occupazione che tuttavia si accompagnarono alla proletarizzazione della classe media. I momenti di parziale rallentamento dell’inflazione invece, pur salvaguardando la ricchezza, comportarono nuove contrazioni dell’occupazione. L’accresciuta immissione di liquidità comportava, a causa delle aspettative inflazionistiche, una spinta verso l’alto della domanda ma l’offerta, stante le difficoltà dell’apparato produttivo, non riusciva a soddisfare la domanda di beni per i possessori di liquidità, ossia proprio i lavoratori, in cerca di rifugio dall’inflazione. La velocità di circolazione della moneta era aumentata inverosimilmente perché funzionari ed operai, in previsione di ulteriori aumenti di prezzi nei giorni successivi, cercavano di spendere immediatamente, lo stesso giorno della paga settimanale, lo stipendio, senza peraltro riuscirvi sia per la scarsità di beni sia per i prezzi sempre più alti degli stessi. A fronte dell’aumentata domanda l’industria rispondeva tentando la rincorsa dal lato dell’offerta ossia aumentando la produzione, per quanto gli alti costi delle materie prime lo consentissero, e quindi assorbendo disoccupazione ma a bassi salari.

Questo sta a dimostrare due cose.

La prima è che vi è un nesso chiaro ed evidente tra inflazione e domanda, sicché la prima è spesso dovuta alla seconda ovvero a maggior disponibilità di liquidità che spinge in alto la domanda. Non pertanto al mero deprezzamento di una supposta moneta-merce.

La seconda è che se un eccesso di inflazione, nonostante il tendenziale pieno impiego, porta alla pauperizzazione generalizzata, al contrario, la deflazione, nonostante faccia aumentare la ricchezza per i ceti alti, porta all’esplodere della disoccupazione, o della sottoccupazione, generale. In entrambi i casi si ha instabilità politica e sociale.

Iper-inflazione germanica: una narrazione distorta.

Il debito pubblico del Reich raggiunse in poco tempo livelli astronomici e l’inflazione tedesca assunse un carattere assolutamente eccezionale. La vulgata  narra che l’iperinflazione germanica fosse causata da una eccessiva stampa di moneta da parte del Governo. Si tratta di una narrazione a  supporto della tesi quantitativista e monetarista per la quale la via per ottenere una sicura iper-inflazione è quella di lasciare ai governi la creazione o il controllo della moneta.

La leggenda, dunque, vuole che nella Germania del primo dopoguerra fossero il Governo e la Reichsbank a stampare cartamoneta a gogò, nel tentativo di far fronte alle riparazioni imposte dalla “vendetta” delle potenze vincitrici. Invece la realtà storica ci racconta un’altra verità. La stampa di moneta non era governativa ed ovunque venivano stampate banconote succedanee di quella statale, aumentandone la velocità di circolazione dell’intera massa monetaria. Un testimone di prima fila ossia Hjalmar Schacht (3), all’epoca Governatore della Reichsbank, nelle sue Memorie narra l’iper-inflazione del primo dopoguerra in modo alquanto diverso dalla vulgata.

Stando alla sua narrazione, di testimone oculare dei fatti, nel maggio del 1922 gli alleati vincitori della guerra, preoccupati dal fatto che il Gold Standard impedisse alla Banca Centrale tedesca di stampare quantità di marchi sufficienti per pagare, al tasso di cambio vigente, le riparazioni di guerra imposte a Versailles, insistettero per la privatizzazione, sotto tutela straniera, della Reichsbank, con il mandato per quest’ultima di dare mano libera alle banche private nella creazione di moneta. La moneta di creazione privata, che ben presto giunse a superare la metà di tutto il circolante, veniva convertita automaticamente dalla Reichsbank in Reichsmarks “a richiesta”.

In altri termini la moneta bancaria privata veniva monetizzata in marchi di Stato per pagare le riparazioni di guerra. La speculazione, poi, si inseriva in questo sporco gioco scommettendo sul crollo della valuta tedesca.

Sul finire del 1923 proprio Schacht fu nominato Governatore della Reichsbank. Egli immediatamente pose termine alla conversione su richiesta di marchi creati dalle banche private in Reichsmark bloccando, tra l’altro, la domanda speculativa di prestiti con la finalità di scommettere sull’ulteriore caduta del marco. Come secondo atto Schacht creò una nuova moneta legale, il Rentenmark, non convertibile in valuta estera. Con il Rentenmark in pratica si ripartiva da zero proprio perché il vecchio marco non aveva più alcun valore essendo venuta meno ogni fiducia in esso a causa dell’innalzamento inusitato dei prezzi.

Fatto significativo, però, fu che Schacht, al fine di rifornire il sistema di sufficienti mezzi di pagamento a valore stabile, prese come riferimento i beni reali in modo da consentire la conversione del nuovo denaro in valori diversi dall’oro. Veniva meno il feticismo aureo della moneta, benché non ancora nella chiara consapevolezza della natura fiduciaria e legale/convenzionale del suo potere d’acquisto. Nell’ottobre 1923, infatti, fu creata la Rentenbank con un capitale garantito per metà dall’agricoltura (attraverso debiti ipotecari) e per metà dalle banche, dalle industrie e dal commercio (mediante obbligazioni). Tale banca era autorizzata a operare sia come istituto di emissione, sia come istituto di credito. Quale istituto di emissione fu autorizzata a emettere “Rentenmark” (marchi-rendita) garantiti da cartelle che la banca emetteva sui crediti fondiari e mobiliari e che vennero considerati mezzi legali di pagamento. Il 20 novembre 1923 il rapporto Rentenmark – Marco carta fu fissato in uno a mille miliardi.

L’emissione dei nuovi biglietti riuscì pienamente, tanto che nell’ottobre 1924 la Rentenbank venne posta in liquidazione in quanto aveva assolto al suo compito: promuovere una rinascita di fiducia nella moneta tedesca. Il risultato quindi fu immediato: gli speculatori finirono con le ossa rotte e l’iperinflazione si fermò. Quest’ultima non era pertanto addebitabile all’eccessiva stampa di moneta da parte della Banca Centrale dello Stato ma piuttosto alla combinazione letale delle riparazioni di guerra eccessive e della massiccia creazione di moneta da parte del sistema bancario privato, con un Istituto centrale di emissione, in mano a privati speculatori ed alle potenze straniere, ridotto a istituto di riciclaggio del denaro di emissione privata.

Dalla Grande Inflazione alla Grande Deflazione.

L’inizio del 1924 fu per i tedeschi la fine di un incubo. Ma proprio in quei giorni un giovane militante di un partito-setta sconosciuto ai più, arrestato nel novembre, stava scrivendo in carcere un libro con il quale sistematizzava le sue idee. Quel libro sarebbe stato conosciuto con il titolo di “Mein Kampf” ed il suo autore era un certo Adolf Hitler.

Perché qui, infatti, inizia un’altra fase della tormentata storia tedesca tra le due guerre mondiali.

Sempre secondo la corrente vulgata a spianare la strada al nazismo sarebbe stata l’iper-inflazione degli anni venti. Questa vulgata serve per far credere all’opinione pubblica che bisogna evitare di ripetere l’errore di allora tentando di risolvere le crisi economiche attuali ricorrendo all’aiuto della Banca Centrale. L’ortodossia anti-inflazionistica che i tedeschi hanno imposto a tutta l’Unione Europea trova in questo argomento pseudo-storico il suo principale fondamento.

Ma si tratta, appunto, di un argomento pseudo-storico perché le vicende storiche parlano di altri scenari. Dopo l’iperinflazione degli anni venti, risolta come si è visto pocanzi, l’economia tedesca supportata dai due Piani di aiuti americani, il Piano Dewis ed il Piano Young,  e dalla pressione statunitense affinché Francia ed Inghilterra rateizzassero a lungo termine il debito di guerra tedesco, ebbe una ripresa di notevoli dimensioni. Fino al 1929. Quando il crack economico d’oltreoceano  interruppe gli aiuti americani, fece defluire i capitali statunitensi dalla Germania, e riacutizzò le pressioni dei paesi creditori tornati ad esigere ora u subito le riparazioni di guerra.

Negli anni trenta per affrontare la nuova crisi il cancelliere Brüning perseguì una politica monetaria e fiscale iper-restrittiva. Fu l’haushalt, l’austerità. Con conseguenze devastanti: la Germania si inabissò in una gravissima deflazione mentre la disoccupazione di massa dilagò. Fu questa miscela letale di salari bassi e disoccupazione di massa – conseguenza diretta delle politiche deflazionistiche del cancelliere Brüning – ad aprire la strada al partito di Hitler, che fino a quel momento era niente più che una setta dedita a culti esoterici arianosofici con scarso seguito militante. Non dunque l’iperinflazione degli anni venti.

Mentre la disoccupazione raggiungeva e superava la fatidica cifra dei sei milioni – sembra proprio che questa cifra, sei milioni, sia per la Germania sempre fatale, che si tratti del numero dei disoccupati della Repubblica di Weimar o del numero delle vittime ebree del genocidio nazista – il consenso elettorale del Partito Nazionalsocialista passò dal 2,6% del maggio 1928 al 34,7% del luglio 1932.

Negli anni trenta del secolo scorso, la scelta di politiche di austerità – le stesse che proprio i tedeschi oggi, direttamente per mezzo degli organi istituzionali europei ed indirettamente per mezzo della loro influenza all’interno della BCE,  hanno imposto ai Paesi della periferia europea – portò alla disoccupazione di massa e alla catastrofe del nazismo.

I vigenti trattati europei vietano il “monetary financing”, il finanziamento diretto degli Stati da parte della BCE, ed è per questo che Mario Draghi per attuare il Quantitative Easing ha dovuto ricorrere al mercato secondario ossia all’acquisto di titoli del debito pubblico, dei Paesi europei in difficoltà, sul normale mercato dei titoli, come può fare qualsiasi banca commerciale, e non all’atto dell’emissione primaria di quei titoli. I trattati però esistono per essere cambiati. Sicché non sta scritto da nessuna parte che tra gli obiettivi della BCE, piaccia o non piaccia ai tedeschi immemori della loro storia, alla stabilità monetaria non si possa aggiungere anche la piena occupazione.

I Paesi dell’area della sterlina (sterling bloc) nel 1931 uscirono dal Gold Standard e poterono così perseguire politiche esplicitamente espansionistiche-inflazionistiche per fronteggiare le disastrose conseguenze del Grande Crack di Wall Street. Lo stesso fece l’Italia fascista, benché a modo suo e  senza formalmente uscire dal Gold Standard ma derogandovi silenziosamente al fine di supportare l’intervento economico dello Stato nel salvataggio delle imprese nazionali mediante l’IRI. Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia se la Germania avesse praticato politiche inflazioniste o fosse uscita dal Gold Standard ma le ricerche di storia dell’economia portano a supporre che probabilmente sarebbe andata in modo diverso e che, forse, il partito nazista sarebbe rimasto quell’oscura ed insignificante setta neopagana che, prima della grande deflazione, esso era.

A noi, “euro-schiavi” del XXI secolo, non resta che sperare che, quando nel 2019 la BCE tornerà ad essere governata da un tedesco, non sia solo la memoria della Grande Inflazione ma soprattutto quella della Grande Deflazione ad ispirare la politica monetaria europea.

Anche se qualcosa ci dice che si tratta di una vana speranza e che alla fine potremmo consolarci solo con la deflagrazione dell’eurozona e della stessa Unione Europea alla quale porterà la politica monetaria restrittiva che la Germania imporrà alla BCE.

Mal comune mezzo gaudio. E solo allora, forse, si potrà ripartire.

 

Luigi Copertino

 

NOTE

1) La prospettiva che un Hohenzollern, anche se cattolico, salisse sul trono di Spagna era, per diverse ragioni, inaccettabile per la Francia di Napoleone III. Quando l’ambasciatore francese rese noto a Guglielmo I di Prussia che il suo Imperatore poneva il veto alla designazione in questione, per la successione sul trono ispanico, ottenne una risposta chiara: la Prussia perseguiva i propri interessi anche se questo dispiaceva alla Francia. Il 1 agosto 1870 l’esercito di Napoleone III iniziò l’offensiva bellica ma, con grande sorpresa dell’Europa intera, nel giro di pochi mesi l’esercito prussiano arrivò a Parigi mentre l’Imperatore dei francesi fuggiva per sempre, ponendo fine al Secondo Impero. Guglielmo I, a sfregio, organizzò la propria incoronazione imperiale nella stanza degli specchi di Versailles. A quel punto le basi del revanchismo francese, che avrebbe fortemente contribuito ad innescare l’incendio del primo conflitto mondiale, erano già tutte poste.

2) Questo costrinse la Germania ad acquistare, ad un cambio sfavorevole, le divise monetarie delle sue rivali e quindi a stampare marchi in misura incontrollata, con le sopra citate conseguenze inflattive non causate, però, direttamente dalla quantità di marchi quanto dall’incapacità dell’apparato produttivo tedesco, prostrato dalla guerra ed in fase di riassestamento, a soddisfare l’aumentata domanda ossia la corsa dei tedeschi agli acquisti durevoli per sbarazzarsi della moneta nazionale prima dei successivi aumenti di prezzo dei beni.

3) Si tratta dello stesso banchiere centrale che, più tardi, avrebbe reso possibile, inventando una sorta di cambiale di Stato ad uso degli industriali, ossia iniettando liquidità nel sistema, il “miracolo” del decollo hitleriano dell’economia tedesca nel 1934, portando la Germania fuori dalla deflazione e riassorbendo la disoccupazione di massa. Per questo fu processato e condannato a Norimberga, benché, dopo la condanna, rimesso in libertà relativamente presto.

1527.- Con la fine del petroldollaro va a terminare l’epoca del ricatto dell’Impero USA

di James O’Neill – 25/11/2017

Con la fine del petroldollaro va a terminare l’epoca del ricatto dell’Impero USA

 

La fine annunciata del Petrodollaro ha il potenziale per rimodellare l’assetto geopolitico mondiale.

All’inizio degli anni ’70, il presidente Richard Nixon suscitò due cambiamenti che ebbero effetti profondi. Il primo di questi stava portando gli Stati Uniti al di fuori del sistema del gold standard; con la fine degli accordi di Bretton Woods, da quel momento in poi in poi i dollari USA non sarebbero stati più convertibili in oro. Normalmente questo avrebbe dovuto avere conseguenze significative per il valore del dollaro USA.

Tuttavia, gli effetti deleteri sono stati evitati grazie ad un altro cambiamento altrettanto profondo. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon, Henry Kissinger, si incaricò di negoziare un accordo con l’Arabia Saudita in forza del quale tutto il petrolio (inizialmente dell’Arabia Saudita ma esteso rapidamente a tutti i paesi OPEC) sarebbe stato scambiato soltanto in dollari USA, con la nascita del cosiddetto petrodollaro.

 

Si  trattò di un classico accordo di stile mafioso. In cambio dell’accordo con l’Arabia Saudita sull’uso esclusivo del dollaro per le transazioni petrolifere, gli Stati Uniti hanno garantito la sicurezza dell’Arabia Saudita assicurando in tal modo la continuità di uno dei regimi più corrotti e repressivi del mondo.

Per quanto non reso pubblico, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita stipularono anche un accordo in base al quale i gruppi terroristici islamici (purché fossero sunniti) sarebbero stati finanziati dall’Arabia Saudita e armati dagli americani per poi utilizzarli al fine di perseguire gli obiettivi geopolitici statunitensi. L’operazione Cyclone, iniziata sotto l’amministrazione Carter negli anni ’70, fu uno dei primi precursori di questa tattica, ma questa da allora è stata perfezionata e utilizzata con diverse modalità in un ampio numero di paesi.

L’obiettivo era sempre fondamentalmente lo stesso: minare e, se necessario, sostituire governi che non erano sufficientemente conformi agli obiettivi geopolitici statunitensi. Come e quando fu ritenuto necessario, le truppe statunitensi e i loro alleati della “coalizione” furono inseriti nei paesi obiettivo di “regime change”. La distruzione dell’Afghanistan (2001 e continua) dell’Iraq (2003 e continua) della Libia (2011 e continua) sono solo tre degli esempi più noti.

Prossima caduta del petroldollaro ?

L’enorme costo finanziario derivante da queste iniziative militari e geopolitiche non ha imposto un costo adeguato al bilancio degli Stati Uniti, grazie al ruolo egemonico esercitato dal dollaro USA. Gli Stati Uniti, in effetti, hanno ottenuto il pagamento delle loro molteplici guerre da altri paesi, visto che la supremazia del dollaro nel commercio mondiale ha sempre creato una domanda costante di buoni del Tesoro USA.

Il ruolo di signoraggio del dollaro USA ha anche permesso agli Stati Uniti di imporre sanzioni ai paesi recalcitranti. La natura selettiva delle sanzioni, sempre orientate verso un vantaggio geopolitico o commerciale statunitense, era chiaramente uno strumento del potere repressivo. Nonostante le affermazioni che si dovesse “punire” la presunta cattiva condotta del paese specificato, il loro uso effettivo ne tradiva il loro scopo geopolitico.

Le sanzioni contro la Russia per la sua “invasione” dell’Ucraina e “annessione” della Crimea e contro l’Iran per il suo “programma nucleare” sono due dei più noti esempi manifestati di sanzioni giustificate da motivi inconfessati.

L’uso e l’abuso del potere del dollaro è chiaramente inaccettabile, ma la capacità di invocare contromisure è stata fino a poco tempo fa severamente limitata. L’unica forza di compensazione più importante è stata attualmente l’ascesa della Cina come potenza economica del mondo e, soprattutto, la creazione di strutture alternative nel commercio, nella finanza e nella sicurezza (geofinanza) , che traducono il potere economico cinese in una forza per grandi cambiamenti.

Tale cambiamento è accompagnato da numerosi sviluppi collaterali. Nel 1990, le nazioni del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito) avevano un PIL combinato circa sei volte maggiore rispetto ai sette paesi emergenti economicamente più importanti (Brasile, Cina, India, Indonesia, Messico, Russia e Corea del sud).

Nel 2013 i “sette paesi emergenti” avevano superato il totale del PIL del G7 e, secondo le stime del FMI per il 2017, il PIL dei due gruppi sarà di $ 47,5 miliardi e $ 37,8 miliardi per i sette emergenti e il G7 rispettivamente. La Turchia, che cresce del 5% l’anno, ha rimpiazzato il Messico nei primi sette emergenti.

Il gruppo dei BRICS, che include quattro delle sette nazioni emergenti e la Shanghai Corporation Organization (SCO), che comprende Cina, India e Russia, stanno lavorando insieme sull’architettura di un’alternativa monetaria al dollaro. La sola SCO contiene il 42% della popolazione mondiale.

Il ruolo dell’India nei BRICS e nella SCO è una delle ragioni per cui viene coltivato assiduamente dall’Australia, dal Giappone e dagli Stati Uniti nel tentativo di creare un “quadrilatero quattro” per rallentare e minare il ruolo di Cina e Russia nel creare un’alternativa a quella di vecchia data del dominio e dello sfruttamento occidentale.

         Putin con il premier cinese

E ‘stato in questo contesto che il presidente russo Putin alla recente riunione dei BRICS a Xiamen, in Cina, ha detto quanto segue:

“La Russia condivide le preoccupazioni dei paesi BRICS per l’ingiustizia dell’architettura finanziaria ed economica globale, che non tiene in debito conto il crescente peso delle economie emergenti”.

Questo discorso ha sviluppato un tema che Putin aveva sviluppato in un articolo pubblicato prima della riunione dei BRICS. Putin ha promesso senza mezzi termini di distruggere il sistema finanziario guidato dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di riformare un sistema che conferisce un eccessivo dominio a un numero limitato di valute di riserva (cioè prevalentemente occidentali).

La Cina ha sviluppato un nuovo sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS) per sostituire il sistema SWIFT dominato dagli Stati Uniti, utilizzato come strumento per l’egemonia finanziaria dagli Stati Uniti. La Russia ha anche preso provvedimenti per isolarsi dagli effetti negativi dell’esclusione dal sistema SWIFT.

Altre importanti modifiche si stanno anche verificando. Il Venezuela, con le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo, ha smesso di accettare pagamenti in dollari USA. In passato la rappresaglia degli Stati Uniti attraverso un cambio di regime sarebbe stata immediata come accadde a Gheddafi della Libia (confermata dalle e-mail trapelate da Clinton) e all’Iraq Saddam Hussein che aveva annunciato che da allora in poi avrebbe accettato il pagamento in euro e non in dollari.

La Cina e il Qatar hanno recentemente concluso un accordo da $ 50 miliardi denominato in Yuan. C’erano minacce immediate e richieste assurde dall’Arabia Saudita, indubbiamente la voce dell’amministrazione statunitense, ma niente di più serio. La mancanza di un intervento militare o un tentativo di cambio di regime è probabilmente attribuibile all’intervento militare della Turchia, a una serie di accordi con l’Iran e alla probabile minaccia implicita di un intervento cinese nel caso in cui i sauditi avessero voluto dimostrare ulteriormente la loro incompetenza militare (come nello Yemen) con qualche mossa militare avventata diretta contro il Qatar.

L’Arabia Saudita sta rapidamente raggiungendo un punto cruciale nei suoi rapporti con la Cina, un enorme acquirente del petrolio dell’Arabia Saudita. È noto che la Cina vuole contratti di petrolio futuri denominati in Yuan. L’attrazione per l’Arabia Saudita è che i cinesi garantiscono il loro yuan con l’oro scambiato nelle borse di Hong Kong e Shanghai. Ironia della sorte, questo pone la Cina nella stessa posizione degli Stati Uniti prima del ritiro di Nixon dal dollaro sostenuto dall’oro.

Il dilemma per i sauditi è che se si conformano alle richieste cinesi rischiano di perdere gli americani che sottoscrivono la loro sicurezza. Il cambio di regime istigato dagli Stati Uniti in Arabia Saudita è una possibilità molto reale e le recenti manovre di Mohammad bin Salman per consolidare il suo potere possono essere interpretate come una risposta a tale possibilità.

In genere, i media occidentali si concentravano su banalità relative all’Arabia S., come la questione delle donne che erano in grado di guidare veicoli a motore dal 2018 (in circostanze limitate), piuttosto che esaminare la sottostante lotta di potere geopolitico.

L’altro importante sviluppo che vale la pena menzionare in questo contesto è il rapido aumento del numero di paesi che fanno affari con la Cina utilizzando lo Yuan o le proprie valute nazionali come mezzo di scambio. L’iniziativa per la Cintura della Seta cinese ( China’s Belt and Road Initiative), che attualmente coinvolge 65 nazioni, accelera senza dubbio questa tendenza. La Russia e la Cina sono già reciprocamente importanti partner commerciali e tutti gli accordi tra loro sono denominati sia in Yuan che in Rubli.

Sarebbe ingenuo presumere che tutto ciò si potrà verificare senza una massiccia azione di retroguardia da parte degli americani che sanno bene che la loro capacità di sfidare la logica economica è possibile solo grazie al ruolo unico di supremazia del dollaro, permettendo a turno gli interventi militari per sostenere il loro potere egemonico attualmente in rapido declino.

Le azioni aggressive e provocatorie degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale, nella Corea del Nord, in Ucraina, in Siria e altrove sono interpretate al meglio come il flagello di un impero in declino. La vera domanda è che gli Stati Uniti accetteranno la scomparsa del potere unico che hanno esercitato dall’accordo di Bretton Woods del 1944 e adegueranno di conseguenza rapido le loro politiche o distruggeranno tutti noi nei loro tentativi di riconquistare un mondo perduto.

*James O’Neill, avvocato australiano di diritto. Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

1525.- DALLA PROCURA DI MILANO: CONSIGLIERE DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG PER 220MILA EURO”

Il gruppo della consulenza accusato di corruzione. Sarebbe stata Susanna Masi a vendere informazioni sulle modifiche della normativa fiscale ancora in discussione, permettendo così al gruppo di “poter offrire ai grossi clienti” e alle banche in particolare “servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme in divenire”. Da parte sua Masi si sarebbe “resa disponibile a proporre modifiche” a vantaggio della società e dei suoi clienti “alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero”. Secondo le mail citate dalla Procura, che risalgono al 30 maggio 2013, e le intercettazioni del 28 marzo 2014, Masi “avrebbe comunicato a Ernst & Young notizie riservate, ottenute per ragioni d’ufficio e che dovevano restare segrete, relative alla proposta di introduzione di una tassa europea sulle transazioni finanziarie” e “”discusse tra i rappresentanti degli 11 Statipartecipanti ai lavori della cooperazione internazionale“.

ministero-economia675Vendeva informazioni sulle novità fiscali in arrivo dal governo a Ernst & Young, suo ex datore di lavoro, che per questo le ha versato almeno 220mila euro. Un senior partner del gruppo della consulenza è accusato dalla Procura di Milano di aver corrotto Susanna Masi, consigliera del ministero dell’Economia entrata a fine 2012 (governo Monti) nella segreteria tecnica del sottosegretario Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliera in materia fiscale di Fabrizio Saccomanni, quindi del governo Letta nel 2013, e di Pier Carlo Padoan (governo Renzi e Gentiloni). 

 

MILANO – La notizia di questa inchiesta di corruzione letteralmente “esplosiva” che potrebbe arrivare a coinvolgere tutti i governi italiani dal 2012 ad oggi, apre il Corriere della Sera in edicola e promette di avere sviluppi ancor più clamorosi.

I fatti accertati dai magistrati della Procura della Repubblica di Milano, su imput dell’allora procuratore Robledo, sono gravissimi: dal 2013 a gennaio 2015 i contenuti riservati e coperti da segreto delle discussioni sulle delicatisime normative fiscali in seno al governo e al Consiglio dei ministri sono state, in cambio di un compenso di almeno 220.000 euro, rivelati “in diretta” al colosso della consulenza legale tributaria Ernst & Young da una ex professionista di questa società, Susanna Masi, improvvidamente fatta entrare a fine 2012 dal governo Monti e presumibilmente da Mario Monti in persona, dato che era anche ministro dell’Economia ad interim, nella segreteria tecnica del sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliere in materia fiscale sia nel governo Letta del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, sia nel governo Renzi dell’attuale ministro Pier Carlo Padoan, per di più venendo nominata, nel giugno 2015, anche tra i cinque consiglieri di amministrazione del cda di Equitalia

E’ un’inchiesta sulla quale sta ilavorando alacremente la procura di Milano, secondo quanto riporta il “Corriere della Sera”. Sulla scorta di mail sequestrate e di telefonate intercettate – spiega il quotidiano milanese – a conclusione degli accertamenti i pm milanesi Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, titolari delle indagini, ritengono quindi di accusare il ramo italiano di Ernst & Young  come societa’, e il suo senior partner e rappresentante italiano Marco Ragusa, di “corruzione” della consigliere ministeriale Susanna Masi, alla quale contestano anche l’ipotesi di “rivelazione di segreto d’ufficio” e il reato di “false attestazioni sulle qualita’ personali” per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi, cosa ovviamente grottesca, visto che Susanna Masi proveniva proprio da Ernst & Young e quindi è impensabile che la società non sapesse nulla di lei, indipendentemente dal fatto che la medesima l’avesse o meno detto.

Ma questa inchiesta getta un’ombra sinistra che arriva fino a Matteo Renzi e al suo ministro Lotti. Infatti, rileggere oggi alla luce di questa inchiesta il seguente articolo del Fatto Quotidiano pubblicato il 26 giugno 2017, mette i brividi:

“Il bando della Consip per i servizi di advisory strategico e consulenza legale, messi a gara nel marzo 2016, ha violato “i limiti di concorrenza, ragionevolezza e proporzionalità”. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato secondo cui la centrale acquisti della pubblica amministrazione ha fissato requisiti economici di ingresso così elevati da restringere “la platea dei concorrenti a un numero limitatissimo” con “effetto di sbarramento del mercato”. E ha accorpato in un “macrolotto di ben 23 milioni di euro” servizi che avrebbero dovuto essere frazionati. Consip è stata condannata anche al pagamento delle spese legali. A difenderla in giudizio era Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione Open, cassaforte di Matteo Renzi. Le consulenze a lui affidate dalla società pubblica, per un valore di 290mila euro dal 2012 a oggi, sono già finite nel mirino della Corte dei Conti. La causa contro Consip, già al centro come è noto di un’inchiesta che vede indagato anche il ministro Luca Lotti e il cui cda è dimissionario, è nata dal ricorso di un avvocato specializzato in diritto civile e dei contratti pubblici, Filippo Calcioli, che ha impugnato il bando. Al Tar del Lazio non l’ha spuntata: i giudici di primo grado hanno ritenuto che non avesse titolo per fare ricorso perché non aveva partecipato alla gara. Il Consiglio di Stato invece non ha ritenuto valida questa motivazione e, anzi, ha stabilito che il bando stesso “genera una lesione” per chi vorrebbe partecipare alla gara “ma non può farlo a causa della barriere all’ingresso. E gli ha dato ragione. La sentenza, spiega il suo legale Gianluigi Pellegrino,, ha l’effetto di annullare il maxi-bando ed “è una decisa bocciatura dell’operato di Consip riguardo al rispetto della concorrenza”.  Il bando richiedeva un fatturato globale non inferiore a 20 milioni di euro, un fatturato specifico in ambito procurement non sotto i 3 milioni e un fatturato per servizi legali nel diritto amministrativo non inferiore ai 2 milioni di euro. Un livello “patentemente eccessivo“, sottolineano i giudici. Non a caso hanno risposto al bando “solo tre raggruppamenti concorrenti, cui partecipano ditte preminenti – anche per associazioni e integrazioni a livelli mondiali – nei settori delle valutazioni contabili, della fiscalità, delle transazioni commerciali, della consulenza gestionale strategica”. Non solo. Le prestazioni messe a gara riguardano “attività professionali e imprenditoriali contenutisticamente diverse fra loro, eterogenee e reciprocamente autonome”. Consip, anziché dividere il bando in più lotti in funzione delle diverse tipologie, ha accorpato tutto in una gara unica da 23 milioni di euro “in danno dei principi della concorrenza”. A vincere era stato il raggruppamento costituito da Ernst&Young, Value Partners Management Consulting e P&I Studio Guccioni e associati”.

Questa inchiesta è destinata a sviluppi davvero clamorosi.

Redazione Milano

INCHIESTA-BOMBA DELLA PROCURA DI MILANO: ALTO FUNZIONARIO DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG

1523.- PER COPRIRE IL BUCO NEI CONTI UE DELLA BREXIT, L’ITALIA DOVRA’ DARE UN MILIARDO L’ANNO IN PIU’ (IN CAMBIO? NIENTE!)

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L’ultima di martedì 21 novembre 2017

LONDRA – Tutti coloro che soffrono per le politiche di austerita’ imposte dalla UE saranno furiosi di sapere che questa istituzione malefica costa ogni anno 140 miliardi di euro (280mila miliardi delle vecchie lire) e ovviamente questi soldi non cadono dal cielo ma provengono dai bilanci dei vari paesi membri che a loro volta tassano i cittadini per procurarsi queste risorse.

Vista la forte crescita dei vari movimenti euroscettici in praticamente tutti gli stati della Ue, sarebbe logico pensare che i parassiti annidati a Bruxelles nei palazzi dell’Unione europea stiano pensando a un modo per ridurre questo bilancio, cosi’ da consentire ai vari paesi membri di avere piu’ risorse da destinare a coloro che vivono in poverta’.

E invece non e’ affatto cosi’.

Infatti, alcuni giorni fa il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani ha proposto di raddoppiare il bilancio della UE portandolo a 280 miliardi di euro e di reperire questi fondi introducendo una eurotassa da far pagare a tutti i cittadini della UE.

Gia’ la UE deve trovare un modo per coprire il buco da 10 miliardi di euro – all’anno – causato dalla uscita della Gran Bretagna grazie all Brexit, buco che verra’ coperto con l’aumento dei contributi di altri paesi membri, ora addirittura raddoppiarne il bilancio rasenta la follia. Ma questa follia potrebbe materializzarsi a breve.

Comunque, per riempire il “buco” lasciato dalla Gran Bretagna, si prevede che la Germania aumentera’ il suo contributo di 5 miliardi di euro (passando dai 15 miliardi a 20 miliardi l’anno), la Francia 1.2 miliardi in piu’ e l’Italia 1 miliardo in piu’ all’anno e adesso Tajani vorrebbe anche che la UE introducesse una nuova tassa per raddoppiare il bilancio comunitario allo scopo di affrontare il problema del terrorismo e dell’arrivo dei rifugiati! Rifugiati che tali non sono per oltre l’80% di chi è arrivato in Europa, sempre illegalmente, dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente.

Per nostra fortuna pero’, questa eurotassa non verra’ approvata per via della forte opposizione della Germania.

Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, ha dichiarato che questa proposta non e’ nell’agenda del governo tedesco e un funzionario del ministero delle finanze tedesco ha detto che il bilancio della UE e’ funzionale e cio’ che serve e’ spendere meglio i fondi esistenti.

Al momento le autorita’ tedesche non hanno specificato meglio il motivo di tale obiezione alla proposta di Tajani, ma e’ chiaro che temono che una nuova eurotassa possa portare ancora piu’ consenso ai vari movimenti euroscettici che stanno creando problemi alla UE. Resta il fatto, però, che per sanare la voragine nei conti derivata dalla Brexit, almeno per ciò che riguarda l’Italia “il conto” che verrà presentato dalla Ue sarà di un miliardo di euro in più da versare nelle voraci casse Ue ogni anno, senza avere nulla in cambio.

Questa notizia ha avuto ampia copertura da parte della stampa britannica e i giornali d’Oltremanica non hanno perso l’occasione di usare questa storia per spiegare perche’ sia importante uscire dalla UE.

In Italia invece questa notizia e’ stata ignorata e questo e’ inaccettabile visto che questa proposta avrebbe danneggiato di parecchio gli italiani ma si sa che i giornali di regime amano censurare cio’ che da’ fastidio al PD.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di riportare questa notizia perche’ vogliamo che gli italiani siano informati sulla vera natura della UE che non e’ il paradiso descritto dai mezzi di informazione ma una istituzione malefica da cui bisogna uscire al piu’ presto.

 

GIUSEPPE DE SANTIS – Londra

 

PER COPRIRE IL BUCO NEI CONTI UE DELLA BREXIT, L'ITALIA DOVRA' DARE UN MILIARDO L'ANNO IN PIU' (IN CAMBIO? NIENTE!)

 

1501.- DRAGHI: L’INTOCCABILE.

Cari amici

il dibattito politico sulla banche è passato, anche giustamente , ad occuparsi di chi era Governatore della Banca d’Italia fino al 2011, quindi responsabile della sorveglianza sul sistema bancario, cioè Mario Draghi, attuale governatore della BCE.

Le sue responsabilità vengono chiamate in merito a due situazionei :

a) le popolari venete;

b) l’acquisto scriteriato di Antonveneta da parte di Monte Paschi Siena.

Sul tema delle popolari abbiamo scritto abbondantemente nei giorni scorsi e sappiamo che l’allora governatore fece poco, anzi nulla , per rimettere le banche sulla giusta strada. Vediamo il fresco caso di MPS.

Nel 2007 MPS acquistò da ABN Ambro Antonveneta per un prezzo di 9 miliardi più 8 di prestito, in totale 17 miliardi per una banca che ABN aveva pagato 3 sei mesi prima. Vero che ABN aveva parzialmente ricapitalizzato l’istituto padovano, ma comunque si trattò di un prezzo completamente sproporzionato che affossò l’istituto e predispose per la successiva crisi.

Banca d’Italia vigilava mentre veniva predisposta questa cessione ? Si, vigilava e pure in modo attento, come rivela Libero Quotidiano attraverso una lettera della filiale di Padova alla sede centrale :

L’allora direttore Minnella avvertiva Roma come la situazione della banca, ancorchè regolarizzato dal punto di vista della patrimonializzazione, era tutt’altro che positiva, essendo elevatissimo il rischio creditizio, con un’organizzazione aziendale inadeguata ed organi di governo incapaci di governare la realtà gestionale dell’azienda. Insomma il direttore della filiale di Padova faceva un quadro estremamente negativo della situazione aziendale di Antonveneta, tale da non giustificare l’enorme prezzo pagato da Monte dei Paschi.

Il governatore della Banca d’Italia era all’epoca Mario Draghi e non fece praticamente nulla per impedire questo patto scellerato. Chiaramente non è solo lui responsabile diretto, ma sussiste una chiara responsabilità oggettiva nella materia, e questo è indubbio e sotto gli occhi di tutto. Nonostante questo vi è una corsa politica a difendere il governatore della BCE un po’ da tutti, destra e sinistra, basterebbe leggere Berlusconi. Questo perchè Draghi, come governatore, con il QE avrebbe “Salvato l’euro” e l’Italia, abbattendo i tassi di interesse.

In realtà vi sono due fatti che vengono perfettamente ignorati:

  • la politica del QE finirà, e finir presto, sostituita da quella di stretta economica dei tedeschi. Draghi ha soltanto calciato un po’ più avanti il barattolo che, o prima o dopo, tornerà ad essere di distruzione dei paesi indebitati e di scarsità monetaria. Non che il QE abbia portato ad una vera crescita, almeno al di qua dell’oceano: i suoi unici veri risultati sono stati un po’ di speculazione nel nord europa, un po’ di bolla immobiliare in Svezia, Germania ed Olanda e , soprattutto, tante operazioni di buy-back azionario negli USA, fatte solo per ingrassare una base azionaria sempre più ristretta. La ricaduta sui consumi e sulla crescita è stata minima, un calcio al barattolo;
  • Draghi è già di per se inattaccabile. LA BCE gode di un’immunità giuridica assoluta, come se si trattasse di uno stato terzo, comparabile all’immunità totale di cui gode il rappresentate diplomatico di uno stato terzo. I suoi membri non possono essere chiamati a testimoniare o essere penalmente ritenuti responsabili, come non pagano tasse nazionali. Dato il regime di extraterritorialità della sede della BCE a Francoforte dubito che possa essergli perfino consegnata la richiesta di comparire di fronte alla commissione bilaterale d’inchiesta.

Quindi preoccuparsi per Draghi è inutile: comunque è destinato a passare e, volendo, comunque non si potrebbe fare nulla. In attesa di poterlo chiamare a rispondere bisogna invece concentrarsi sui veri responsabili politici, cioè tutti coloro che hanno legiferato in materia bancaria negli ultimi 20 anni, e coloro che hanno imposto il cappio dell’euro e dell’Unione Europea all’Italia. Loro sono quelli da destinare ad una dannazione politica. Draghi pul anche aspettare.

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