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1465.- Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

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Federico Caffè

 

Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata».

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario».
Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio».
I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato».
Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi».
Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi».
Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario».
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Mario Draghi, si è laureato con questa tesi sorprendente: “L’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”.
Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione».
E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre».
Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui».
La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica,politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto ilpotere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano».

A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione».

Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale».

Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico.
Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società».
Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch».
Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili».
O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico».
Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».
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La libreria di Federico Caffè nella facoltà di Economia dell’università La Sapienza
Sono passati trent’anni da quella notte del 15 aprile 1987 in cui Federico Caffè usci all’alba dalla sua casa alla Balduina, Roma, e consegnò alla Storia il mistero della sua scomparsa. Lui, come era successo per Ettore Majorana, cinquant’anni prima. Il grande economista e il geniale fisico nucleare. Accumunati da questo mistero. E da quella solitudine buia che ha un nome orribile e conseguenze fatali: depressione. Ci vuole davvero una grande mente per riuscire a scomparire nel nulla, senza lasciare traccia alcuna. Oppure un buon amico molto fidato? «Non c’è niente da sapere su Federico Caffè. Se ne andato via da Roma e ha passato il resto della sua vita nella stanza rossa» a Copenaghen, scrivendo appunti e riflessioni, Keynes sempre in primo piano. Tesi che, variamente argomentata, Bruno amoroso, allievo alla «Sapienza» di Federico Caffè, amico e confidente ha poi sostenuto fino alla sua morte, nel gennaio scorso.
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Stato sociale, politica economica e democrazia

A cura di: Paolo Ramazzotti
Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi. Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).

Il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti. (Federico Caffè)

Saggi di:
Michele Cangiani (Università di Venezia), Alberto Camozzo e Francesca Gambarotto (Università di Padova), Claudio Gnesutta (Università di Roma “La Sapienza”), Stefano Perri (Università di Macerata) e Roberto Lampa (Universidad Nacional de San Martin, Buenos Aires), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Angelo Salento (Università del Salento)

I saggi del libro riflettono da più prospettive sugli spazi dell’intervento pubblico in questo momento storico. Traggono spunto dalla riflessione economica di Federico Caffè, per il quale la ragion d’essere della politica economica risiedeva in primo luogo nello scarto fra contabilità privata e contabilità sociale e, conseguentemente, nei costi sociali di un’economia di mercato. Se l’intervento pubblico doveva far fronte a situazioni concrete come gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione o le duplicazioni di spese per la ricerca, l’obiettivo più di fondo rimaneva quello di rendere possibile “un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.”.
Alla luce di questo obiettivo generale i saggi affrontano una questione che, oggi, appare di particolare pregnanza: il rapporto fra le politiche economiche attuali e due dimensioni del “progresso sociale e civile”: i diritti fondamentali enunciati dalla Costituzione e la democrazia. L’ipotesi da cui partono gli autori è che i primi vengano vieppiù subordinati a interessi economici sezionali e che ciò generi un progressivo declino democratico. A sua volta questo declino rende difficile contrastare il processo in atto, determinando il rischio di un’involuzione sociale e politica.
Concorre a questa situazione il ruolo assegnato allo stato. La tesi di fondo è che una serie di interventi normativi e di mutamenti istituzionali ne abbiano progressivamente ridotto l’ambito di azione, non solo accentuando il processo su delineato ma rendendo più difficile contrastarlo. Fra i mutamenti istituzionali in questione figurano quello associato al processo di integrazione internazionale e quello connesso con l’accresciuto peso dei gestori della finanza. Il primo ha determinato un mutamento nell’ordinamento giuridico che sembra subordinare i principi fondamentali delle costituzioni nazionali alle liberalizzazioni economiche. Il secondo determina una pressione sulle strategie aziendali, orientandole verso obiettivi di breve periodo, di contenimento dei costi privati a scapito di quelli sociali e di accrescimento del valore (azionario) delle imprese senza significativi effetti sull’occupazione.
L’interrogativo che ci si pone è se sia possibile rifuggire da quello che potrebbe apparire come un processo irreversibile. Le tendenze qui delineate suggeriscono che un’inversione di tendenza debba essere perseguita non solo adoperando in modo diverso gli strumenti attualmente disponibili ma modificando l’assetto istituzionale al fine di recuperare uno spazio di manovra oggi ristretto. Cruciale, al riguardo, è la questione dei confini da assegnare al mercato. La storia dello stato sociale è non solo una di indirizzo ma di vera e propria delimitazione pubblica di attività economiche ritenute socialmente prioritarie e non compatibili con la logica privatistica. Il recupero di questa prospettiva, al di là di alcuni risvolti tecnici, chiama in causa la centralità dei valori che sottendono la politica economica.
I problemi qui delineati – pur se affrontati con particolare attenzione al caso italiano – possono apparire di portata talmente ampia da risultare poco appropriati all’urgenza delle scelte da compiere e poco compatibili con il contesto politico-istituzionale attuale. Riteniamo, viceversa, che uno degli insegnamenti di Caffè sia che il compito degli studiosi non sia di adeguare le loro analisi alle mutevoli contingenze politiche ma di delineare quegli interventi possibili rispetto ai quali le scelte politiche vanno valutate.
I saggi sono frutto di una forte interazione fra gli autori, come si può vedere dai richiami che ciascun saggio fa agli altri lavori, e si propongono di stimolare il dibattito e la riflessione su temi che si scostano dalle retoriche della saggezza convenzionale. L’auspicio è di favorire un dialogo fra studiosi di discipline diverse e che possa interessare un uditorio di non specialisti, contribuendo all’elaborazione di ipotesi di azione per l’oggi. Lo stile espositivo, pur nel rigore della trattazione, di ciò tiene conto.

 

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Un estratto dell’intervento di Michele Cangiani nel volume ‘Stato sociale, politica economica, democrazia’ appena uscito per Asterios.

Federico Caffè, trent’anni fa, individuò le tendenze della trasformazione neoliberale, ma non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata. Solo in seguito si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico” (Ramonet 1995) aveva tolto l’ossigeno all’auspicabile controtendenza basata sulla “public cognizance”.

Le vicende finanziarie – della finanza privata, ma anche di quella pubblica (dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà) – hanno continuato a provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria. Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, piuttosto come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali che come metodo efficiente di finanziamento delle imprese (Caffè 1971, p. 671). Questo atteggiamento ha reso, in seguito, più acuta e radicale la sua critica del dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Egli sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito. Le rendite – riguardo alle quali egli richiama la denuncia keynesiana di “inefficienza sociale” – gli appaiono connaturate con “la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario” (Caffè 2014, pp. 83-84).

I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di ‘aggiustamento strutturale’ imposte dal FMI negli anni Ottanta e, in generale, di “un’economia ‘usuraia’” (ibid., pp. 86-88). La stessa politica (la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali) è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli USA, con il Presidente Clinton, continuavano a indicare la rotta, riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la de-regolamentazione delle attività finanziarie. Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994 fu elaborato da FMI e USA per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio. I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione. La pressione del debito estero insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro portarono alla rovina l’economia argentina, predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo stato. Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete erano stati decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – ed ebbero, per la ex DDR, conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina.

Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica. In un articolo del 1985, Caffè, facendo anche riferimento ai pareri di diversi economisti, aveva indicato alcuni punti critici, tanto fondamentali quanto, purtroppo, sottovalutati. L’integrazione europea avrebbe dovuto, a suo avviso, adottare “idonee e coordinate misure di politica economica” (Caffè 2014, p. 146) contro la disoccupazione e la disuguaglianza, controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, egli osserva, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli stati membri sugli altri. Il problema è, in effetti, se si realizzerà “un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette” (ibid., p. 150). Ora sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi. Nell’articolo di Caffè viene rilevata la tendenza verso un’Europa “strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri”, contraria al permanere di “settori pubblici dell’economia”, soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere “un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali”, le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi (ibid., pp. 152, 146 e 149).

La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata. La sinergia tra le norme, e soprattutto le pratiche, dell’UE e la trasformazione neoliberista è profonda ed efficace. La moneta è stata resa autonoma dallo stato, sia pure non nella forma più estrema della “libera concorrenza tra le banche private di emissione”, secondo la formula che Caffè (2014, p. 56) cita dal saggio Denationalisation of Money pubblicato da Hayek nel 1976. Ecco “una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo”, commenta Caffè (ibid.), rilevando la coincidenza della concezione di Hayek con quella ottocentesca di Ferrara. Una corrispondenza viene mostrata ai nostri giorni da Claus Thomasberger (2015) fra le istituzioni della UE e l’ordinamento internazionale delineato da Hayek (1937) e da Robbins (1937), che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali. Secondo tale progetto, i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi. Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Le istituzioni democratiche devono avere, sostiene Hayek, semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti; e l’unione, quella di impedire l’interferenza dei singoli stati nell’attività economica (cfr. Thomasberger 2015, p. 193).

Le idee di Hayek e Robbins hanno avuto infine successo. In primo luogo, tuttavia, sia la persistenza secolare dell’ideologia liberista sia la sua speciale efficacia in certi periodi vanno spiegate: la prima, con il vincolo del profitto, quale caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica; la seconda, con fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali. In secondo luogo, il neoliberismo è bensì un successo di tale ideologia: ma un successo paradossale, poiché tratti fondamentali di essa – l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui – restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario.

Nel caso dell’UE, mentre la liberalizzazione della circolazione delle merci, delle attività finanziarie e dei movimenti dei capitali è stata universalmente imposta, le politiche dei singoli stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale. Anzi, si consente che singoli paesi pratichino il dumpingfiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da ‘paradisi fiscali’. Capita che la stesura di rapporti sui ‘beni comuni’ sia affidata a grandi società private, per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business. Viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso. La privatizzazione investe anche attività che costituiscono monopoli naturali, anche i beni comuni, le public utilities, la formazione e l’assistenza (sanitaria e sociale) (v. p. es. Frangakis et al., eds, 2010). Alla riduzione delle pensioni e dei servizi sociali fanno riscontro la forte diminuzione della progressività delle imposte dirette e l’aumento di quelle indirette e delle tasse. Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione. Quel che ciò significhi si vede, per esempio, nei dati seguenti, in cui vengono confrontati due sistemi di assistenza sanitaria, il primo prevalentemente pubblico e universalista, il secondo prevalentemente privato e individualistico. Nel 2014 la spesa sanitaria (pubblica e privata) pro capite è stata di $ 4950 in Francia e $ 9403 negli Stati Uniti d’America (a parità di potere d’acquisto). La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del PIL dei due Paesi. La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli USA (World Health Organization, 2016). Dunque, negli USA, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del PIL, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre.

La disoccupazione, pur essendo un problema sistemico, che riguarda almeno 30 milioni di persone nell’UE, tende a venir affrontata con politiche di ‘attivazione’ e di ‘workfare’ rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro. La contrattazione collettiva va scomparendo. La ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi.

Tutto ciò corrisponde al credo neoliberale, cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi. I risultati sono, oltre alla tendenza depressiva, l’aumento della disuguaglianza, lo smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e l’accentuarsi della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli stati membri dell’Unione. Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui. La sovranità popolare attraverso il parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, viene seriamente compromessa, sia dai governi ‘tecnici’ e di ‘grande coalizione’ sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori. Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono.

Il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione – corrispondente ai propri interessi o almeno al proprio modo di intenderli – della crisi politica ed economica iniziata negli anni Settanta. Essa ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia, e ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate. La nuova economia si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano. Vi è poi la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli sottratti alla gestione pubblica, menzionati qui sopra, ci sono l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali. Investimenti di questo tipo consentono bensì a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività. Come scrive David Harvey (2005, p. 159), il principale risultato del neoliberismo è stato di “trasferire più che creare reddito e ricchezza”: un’“accumulazione mediante espropriazione”.

Critici radicali della trasformazione neoliberista cercano la spiegazione della sua origine e dei suoi fallimenti nella dinamica contraddittoria e nell’inevitabilità della crisi, che caratterizzano l’accumulazione capitalistica. Si può dire in generale che non c’è rimedio – specialmente fra quelli adottati dal neoliberismo – che non produca anche o in seguito effetti contrari. L’indebitamento pubblico e privato serve a sostenere, insieme con la domanda, un certo livello di attività, ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria: essa genera infatti rendita finanziaria ed esigenza di ‘austerità’, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale. Wolfram Elsner (2015) dimostra che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza ecc.). Anche per questo tali politiche risultano controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte.

Secondo Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi, che è insito nel fatto che, come scrive Veblen (1994 [1901], p. 286), con il capitalismo le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Comunque, osservano Lohoff e Trenkle (2012, p. 19), la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito. Prima o poi “deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio”.

Depressione e sovraccumulazione derivano anche dall’aumento dei costi nel medio e lungo periodo, causato dal tentativo di scaricarli sull’ambiente naturale e umano per aumentare, immediatamente, il profitto atteso dagli investimenti e quindi gli investimenti stessi. A ciò si riferisce James O’Connor (1991) con il suo concetto di “seconda contraddizione del capitalismo” – la prima essendo la tendenza alla sovraccumulazione. Egli ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo. In effetti, la tendenza verso un rapporto contro-adattivo del sistema economico con l’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale, e più ancora nell’epoca neoliberale, in conseguenza della cosiddetta de-regolazione e della crisi, sia essa strisciante o conclamata. La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione.

Esiste una via d’uscita?

Colin Crouch (2013) immagina una possibile “socialdemocrazia come la forma più alta del liberalismo”, mediante la quale il capitalismo verrebbe reso “adatto alla società”. Ma, a parte la difficoltà costituita in generale dal fatto che il capitalismo stesso costituisce la struttura e la dinamica della società, la minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch. La lotta di classe di tale minoranza risulta vincente. Elsner, nello studio citato qui sopra, ritiene che lo smantellamento progressivo delle procedure democratiche sia necessario, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini del vitale aumento della massa (se non del saggio) di profitto.

Ci sarebbero in effetti, secondo Wolfgang Streek (2014), riforme alternative rispetto a quelle neoliberiste, le quali generano circoli viziosi che minacciano l’esistenza stessa del capitalismo. Egli è convinto che il capitalismo abbia l’esigenza di istituzioni regolative. Queste, bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, che Polanyi chiama “merci fittizie”, consentirebbero di combattere i “cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato”, cioè “la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale” (ibid., p. 55). E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta “un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo” (ibid., p. 64).

Il problema è che riforme tipicamente keynesiane quali il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito sono, attualmente, non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento. Le passate illusioni di un’economia ‘mista’ o di una ‘terza via’ sono cadute. Le istituzioni politiche sono occupate dal potere economico, che non solo le indirizza, ma le deforma, mentre mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive.

Il sistema finanziario, per esempio. Che cosa potrebbe dire oggi Federico Caffè, il quale, di fronte a una situazione incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta (v. p. es. Barak 2017), osservava che “l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo (che, anzi, sono spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico)”? (Caffè 2014, p. 108) Traspariva già, in diverse sue considerazioni, specialmente nei suoi ultimi anni, l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico; di paesi dominanti che tendono alla prepotenza; di una politica segnata da servilismo e inefficienza; di una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza.

Occorrerebbero ulteriori ricerche, e un titanico lavoro di organizzazione politica, per capire quali politiche potrebbero, almeno, salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica. Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo “a un punto di svolta globale” – scrivono John Bellamy Foster and Fred Magdoff – riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che “un’organizzazione sociale più razionale” implicherebbe “una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano ‘socialismo’ e massimamente temono e denigrano” (Bellamy Foster e Magdoff 2009, pp. 138-140).

 

 

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1433.- Signoraggio bancario: cos’è e come funziona davvero

Torniamo a parlare di signoreggio con Matteo Muzio, ricordandoci che Il signoraggio (letteralmente «aggio del signore», di derivazione medioevale) è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Oggi, In macroeconomia, per signoraggio si intendono i redditi che un governo ottiene grazie alla possibilità di creare base monetaria in condizioni di monopolio. Negli stati moderni, solitamente, la banca centrale stampa le banconote mentre il governo (ad esempio tramite una zecca) conia le monete metalliche, ed entrambi hanno un reddito da signoraggio.

Da Guernsey nel 1600 alla Siria di oggi

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Un solido, moneta romana dell’età imperiale

Da quando la crisi economica ha colpito duramente il mondo euro-americano, le pagine di economia, sia sul web che su quotidiani, sono passate dall’essere pagine da saltare a piè pari prima dello sport a diventare improvvisamente interessanti.
Ma, come spesso accade quando non si comprende una materia complessa, si cerca un bandolo della matassa, una ragione suprema, un principio primo che spieghi tutto, che renda la realtà leggibile come un libro di poche pagine. E la chiave di volta di tutto questo sistema maligno, che arricchisce pochi banchieri e impoverisce il resto del mondo, eccola qua: si chiama signoraggio. Ma il signoraggio non è come le scie chimiche, il signoraggio è una qualcosa che esiste.

Innanzitutto il significato. Signoraggio deriva dall’antico termine provenzale senhoratge , a sua volta derivante dal termine seigneur, signore. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

Questo termine nasce per definire il diritto del signore feudale a coniare moneta e a trattenere un poco del metallo prezioso usato per coniarlo. Insomma, una garanzia ulteriore sul già intrinseco valore del denaro. C’era una (sia pur impercettibile) differenza tra il valore nominale delle monete e quello reale del metallo con il quale erano coniate. Il valore veniva trattenuto dal governo e veniva usato per la spesa pubblica. Il primo regnante ad usarlo in modo netto fu l’imperatore romano Settimio Severo: metà del metallo prezioso viene tolta alle monete, ma il loro valore nominale rimane tale. Il signoraggio continuò anche per tutto il Medioevo e l’epoca moderna, quando gli Stati continuarono a esercitare il diritto di signoraggio anche usando la monetazione in argento o in rame.

Con la Conferenza di Bretton Woods nel 1944, si cerca di stabilizzare la situazione internazionale usando il dollaro agganciato all’oro come riferimento di tutte le altre valute. Questo sistema viene abbandonato dal presidente Usa Richard Nixon durante la guerra del Vietnam, nel 1971, in favore dell’attuale sistema della Fiat Currency, che di fatto non è agganciata ad alcun valore reale. E allora, che uso di fa del signoraggio, nello stato attuale? Si usa, e l’Italia lo usò molto negli anni Settanta, quando ci fu molto bisogno di far fronte a una spesa pubblica in crescita e una crescente infedeltà fiscale. E anche la Germania di Weimar, tra il 1921 e il 1923 ne abusò, innescando una spirale iperinflattiva che rese carta straccia le banconote. Fin qui cos’è il signoraggio nella teoria economica.

Ma cosa pensano invece i “complottisti”? C’è una data che per loro è decisiva: 27 luglio 1694, anno della fondazione della Banca d’Inghilterra, prima Banca Centrale al mondo, che per la prima volta crea il debito pubblico e fa perdere allo stato la propria “sovranità monetaria”, a tutto vantaggio dei banchieri contro lo Stato e i cittadini.

Ci sono almeno quattro gravi imprecisioni in questa asserzione.

  • Primo, La banca centrale del mondo più antica del mondo, intanto, è la Sverige Riksbank, la Banca Centrale svedese, fondata il 17 settembre 1668.
  • Secondo, anche il Banco di San Giorgio di Genova, fondato nel 1407, già svolgeva funzioni da Banca Centrale, pur essendo molto diversa come struttura, e, per quanto i teorici del complotto sostengano fosse pubblica, i capitali che la componevano erano in larga parte privati e gli azionisti ricevevano una rendita del 7% sui loro depositi. In più a volte la Banca svolgeva vere e proprie funzioni di governo nelle colonie genovesi, come in Corsica e in Crimea, molto più di qualsiasi altra banca centrale.
  • Terzo, il debito pubblico c’era già prima. Solo che si chiamava debito della Corona. Il processo di costituzione della Banca avviene anche in un periodo in cui le prerogative reali stavano per essere devolute al Parlamento, quindi normale che anche quelle di natura economica subissero analogo destino.
  • Quarto, le casse dello Stato, che prima di allora si rivolgevano agli orefici e ai finanziatori privati, si rafforzarono notevolmente tanto che l’Inghilterra potè cominciare proprio in quel periodo a diventare una potenza globale.

Non basta: nel 1946 la Bank of England viene nazionalizzata dal governo laburista di Clement Attlee. Quindi, assumendo che la teoria sia vera, prima del 1998, quando la banca ricevette da un altro laburista di nuovo la sua indipendenza, sia pur rimanendo di proprietà integralmente pubblica, l’Inghilterra è stata liberata dal signoraggio per ben 52 anni.

Ci sono però, anche per i signoraggisti, delle banche o istituzioni cosiddette “buone”. Eccole.

  • Parlamento di Guernsey. Guernsey, così come le altre dipendenze della corona britannica, emette moneta attraverso il proprio parlamento locale. Per i signoraggisti, questa è la prova dell’esistenza della moneta sovrana e di come questa tenga i bilanci a posto senza bisogno di debito o di tassazione. E senza nemmeno il pericolo iperinflattivo.
    In realtà il tasso di cambio della sterlina di Guernsey è collegato 1 a 1 alla sterlina britannica.
  • Banca del North Dakota. Il piccolo stato del Midwest americano sembra non aver sofferto per niente sin dai tempi della crisi dei mutui subprime. Una bassissima disoccupazione (3,1% nel 2012) e un reddito medio pro capite che dal 2006 al 2012 è cresciuto da 33.034 dollari agli attuali 51.893. Per merito di che cosa? Ovviamente del fatto che la Banca del North Dakota è, unica in tutto il paese, completamente di proprietà statale. E che quindi rimane fuori dal sistema della Federal Reserve.
    È vero che la Banca è di proprietà statale al 100% ma non è vero che è fuori dal sistema della Federal Reserve, visto che fa parte del nono distretto, quello della Federal Reserve di Minneapolis. E gran parte del boom economico che sta attraversando lo stato è merito dell’incremento dell’estrazione petrolifera, visto che il North Dakota è diventato il secondo stato maggior produttore di petrolio degli Stati Uniti. Con questo senza nulla togliere al buon funzionamento della banca, che funge sia da banca centrale che da banca commerciale.
  • Banca Centrale di Siria. Per i signoraggisti questa banca forse non esiste nemmeno, dato che indicano tra le principali ragioni di un attacco americano, l’assenza di una banca centrale “privata e dominata dai Rothschild”.
    Tralasciando la sparata antisemita, la banca centrale esiste eccome: fondata nel 1963, dal 2005 a oggi ha un governatore, Adib Mayaleh, che nei primi anni del suo mandato ha portato avanti di concerto con il governo di Assad un programma di liberalizzazione dell’economia e del sistema bancario tanto da ricevere il plauso del Fondo Monetario Internazionale. Un po’ strano, per essere una banca che lotta contro un sistema mondiale di poteri forti. Solo recentemente, e a causa sia delle sanzioni che degli eventi bellici, che la Siria è tornata a un sistema economico pianificato.

Quando nel 2002 il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti propose all’allora governatore della Bce Wim Duisenberg di stampare banconote da 1 e 2 euro, quest’ultimo gli rispose indirettamente durante una conferenza stampa (per meglio comprendere, sappiate che i diritti di signoraggio per le banconote in euro vengono riscosse dalla Bce, quelli delle monete dalla Banca d’Italia): «Non abbiamo progetti di introdurre banconote da 1 o 2 euro, ma ne abbiamo sentito parlare. Naturalmente, ne abbiamo discusso. Stiamo valutando le implicazioni di introdurre tali banconote. In linea di principio non abbiamo niente contro questo progetto, ma stiamo valutando le implicazioni e spero che il signor Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come Ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Qualcuno già allora sarà stato contento che un ministro della Repubblica volesse rinunciare in modo così pacifico e contro così tanti poteri forti al signoraggio.

Signoraggio

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1432.-DI FED SI PUO’ ANCHE MORIRE…

“ … Il 4 giugno 1963 il Presidente J.F. Kennedy firmò l’ordine esecutivo 11110. Il decreto ripristinava la potestà da parte del Governo USA di emettere moneta senza passare attraverso la FED.”

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Il Presidente Kennedy fu assassinato il 22 Novembre 1963.

L’intenzione del Presidente era di ritornare alla Costituzione. In essa si sancisce che solo il Congresso ha potestà di emissione di moneta. Con quel decreto Kennedy autorizzava l’emissione di 4.292.893.815 dollari in banconote statunitensi attraverso il Tesoro.

L’atto era d’estrema importanza: significava che per ogni oncia d’argento depositata nella cassaforte del Tesoro, il Governo avrebbe potuto mettere in circolazione nuova moneta. Vi lasciamo immaginare le conseguenze di questa legge: con una firma Kennedy metteva con le spalle al muro la Federal Reserve Bank.

L’entrata in circolazione della nuova banconota avrebbe di fatto eliminato la domanda di banconote della FED. Questo per un semplicissimo motivo: l’emissione governativa era garantita da scorte d’argento, mentre le banconote emesse dalla FED non poggiavano su alcuna forma di garanzia.

Il programma di JFK di stampare le banconote degli Stati Uniti, avrebbe messo fine al monopolio privatamente detenuto dal sistema bancario che s’identificava nella Federal Reserve Bank. Il Presidente aveva pianificato la stampa di un numero sufficiente di banconote ( la stessa cosa era stata fatta da Lincoln), per ripagare il debito nazionale e successivamente aveva abolito le tasse IRS senza fissarne di nuove.

Dopo l’assassinio, il suo successore, Lyndon B. Johnson, fermò immediatamente la stampa delle banconote affidando nuovamente alla FED il compito della loro emissione. Garantì inoltre la continuazione della tassa IRS per i profitti bancari.

E’ alquanto singolare annotare che l’atto esecutivo 11110 non fu mai abrogato e tuttora mantiene intatta la sua portata, anche se non vi è stato alcun Presidente che abbia mai ritenuto opportuno applicarlo.

Sorgono spontanee alcune domande: ” Come mai nessun Presidente ha mai pensato di ripristinare quel decreto? Forse l’assassinio perpetrato a Dallas è da considerare un avvertimento a tutti coloro che aspirano a divenire inquilini della Casa Bianca? ”

Una sorta di messaggio “ La FED non si tocca!?”.

All’indomani della tragica vicenda di Dallas, il nuovo Presidente e il capo della FBI, Hoover, istituirono la Commissione Warren, con il compito di indagare su quanto accaduto nella capitale texana. Ebbene a far parte di quella Commissione fu chiamato J. McCloy che pur non era un esperto di crimine, ordine pubblico o sicurezza nazionale: era “ semplicemente” Presidente della Chase Manhattan Bank (1)

Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy: quattro Presidenti assassinati. Ognuno di loro si era opposto ai banchieri. Andrew Jackson fu più fortunato: riuscì a scampare a più tentativi d’assassinio e fece della lotta contro lo strapotere del sistema bancario una ragione di vita.

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Il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan fu un cristiano convinto, devoto a Giovanni Paolo II. Altri tempi.

Reagan, è storia dei nostri giorni ormai, minacciò di sostituire il Presidente della FED, Paul Volcker. Alcuni giorni dopo aver pronunciato la famosa frase “ …non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve, tanto meno al suo Presidente”, il solito “ pazzo”, John Warnock Hinckley, gli scaricò addosso il caricatore di una Beretta.

Il povero Presidente ne uscì malconcio ma vivo. Dopo il periodo di ricovero, Reagan ebbe modo di dire in una conferenza stampa che il Presidente della FED, Volcker, stava facendo “ un buon lavoro”… Noi non avevamo alcun dubbio… Hinckley fu riconosciuto non colpevole per incapacità di intendere e volere e rinchiuso al St. Elizabeths Hospital, un manicomio criminale di Washington D.C. fino al 2016.

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John Warnock Hinckley era figlio dei ricchi proprietari della Hinckley Oil Company.

(1) Chase Manhattan Bank = J.P. Morgan e Rockefeller = Federal Reserve.
Nella Commissione Warren vi collaborò anche Nelson Rockefeller, fratello di David. In quel periodo negli States girava un modo di dire: “il lupo è stato messo a fare la guardia al pollaio”.

La Federal Riserve è una proprietà privata:

Chi possiede attualmente le Banche Centrali della Federal Riserve?
La proprietà delle 12 banche Centrali, un segreto ben mantenuto, è stato svelato:

La Banca Rothschild di Londra
La Banca Warburg di Amburgo
La Banca Rothschild di Berlino
La Lehman Brothers di New York
La Lazard Brothers di Parigi
La Banca Kuhln Loeb di New York
Le Banche Israel Moses Seif in Italia
La Goldman, Sachs di New York
La Banca Warburg di Amsterdam
La Chase Manhattam Bank di New York

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Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote in circolazione o, più generalmente, della base monetaria.

Signoraggio deriva dall’antico termine provenzale senhoratge , a sua volta derivante dal termine seigneur, signore. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

1407.- LA PIÙ SATANICA PRIVATIZZAZIONE

Maurizio Blondet

L’espansione della NATO ad Est, nei territori dell’Ex Patto di Varsavia, è giustificata dal rinnovato pericolo russo?

Il vero motivo è scritto nero su bianco  in un articolo del New York Times. Maurizio Blondet traduce:

I fabbricanti  occidentali di armamenti hanno fatto pressioni durissime per l’espansione della NATO  ai paesi ex-satelliti dopo il collasso del comunismo.  E da allora hanno premuto e influenzato sia i vecchi stati-membri NATO  sia i nuovi perché non si sviassero fuori dall’Alleanza per acquisti di armi che avrebbero intaccato il loro giro d’affari”.

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Il sistema missilistico S-400 esposto durante una parata militare a Mosca nel 2015. I funzionari occidentali sono a disagio sull’influenza della Russia in Turchia, membro della NATO. Agenzia di Photo Credit Sputnik, via Reuters, ISTANBUL

La  NATO alla “conquista di nuovi mercati”.

Viene così  confermata la conclusione del  generale pakistano Asad Durrani, uno dei capi dei servizi del suo paese, che noi abbiamo riferito giorni fa: che le guerre americane dell’ultimo trentennio sono dettate non da valutazioni politico-strategiche di Stato, bensì dagli  interessi che diremmo commerciali della  gigantesca industria dell’armamento americana, dalla sua necessità  di  “espandere il business”, facendole durare all’infinito,   e conquistare “nuove quote di mercato”.

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Lt general pakistano Asad Durrani

Naturalmente il New York Times essendo il megafono dell’Establishment, non sta deplorando la cosa. Anzi, la frase è all’interno di un articolo che si scaglia contro la Turchia di Erdogan per  l’acquisto dei S-400 dalla Russia. Un acquisto che “è uno schiaffo alla cooperazione  entro l’alleanza NATO” e, per la prima volta dal dopoguerra,  intacca  il business del complesso militare-industriale statunitense. Invito a considerare l’apertura di “nuovi  mercati”  al business delle armi la NATO  come  uno dei motori occulti e concreti della espansione atlantica   ad Est, in spregio dellepromesse che la Casa Bianca fece a Gorbacioov quando sciolse il Patto di Varsavia.  Si possono  solo immaginare i grassi lucri spuntati  dalle industrie anglo-americane a spese di quegli Stati, obbligati dagli esperti militari NATO a standardizzare, omogeneizzare, rendere “inter-operabili”, i sistemi d’arma, munizionamenti,  e di fatto di  gettare via quelli del vecchio Patto di Varsavia e comprare quelli americani e inglesi (da soli valgono  due terzi dell’industria)  E si tratta, per usare il gergo americano degli affari, di mercati “captive”, ossia letteralmente “prigionieri”, dipendenti dal fornitore in esclusiva.

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Il Pentagono ha imposto a noi satelliti, che ci piaccia o no, l’acquisto dell’F-35, che richiederà di essere rifinanziato negli anni, per acquistare gli aggiornamenti pogressivamente necessari a renderlo interoperativo con i nostri sistemi. È un programma finanziariamente perfetto per il complesso militare industriale statunitense, ma non per il sistema Difesa Italia, che ne risulta menomato per difetto di risorse e per la mai pienamente conseguita efficienza.

Attenzione: non si tratta qui di denunciare (vecchio discorso pacifista) l’indebita influenza del complesso militare industriale sul governo. Si tratta ormai di molto di più: di fusione e integrazione totale di tali industrie e delle loro logiche  col  e nel   governo, di identificazione della loro essenza nella nazione  stessa.

Il complesso militare-industriale è  l’ultima rete di industrie americane al 100 per cento, che producono cioè all’interno (mentre le imprese   produttrici di beni di consumo  delocalizzano) impiegando centinaia di migliaia di dipendenti qualificati con stipendi sicuri (mentre negli altri settori è di regola la precarietà e il calo salariale): la sola Lockheed-Martin occupa 126  mila lavoratori, la Boeing 160 mila, Raytheon 66 mila, Nortrop Grumman 65 mila, General Dynamics 100 mila…se  poi si conta  l’indotto, le immani aziende di appaltatori militari a contratto  del Pentagono, nonché i “contractors”, i mercenari ex militari, si constaterà che l’apparato bellicista è la più solida istituzione anche sociale di un paese economicamente tutt’altro che prospero, per milioni di  lavoratori ed elettori  – per i quali il patriottismo si identifica col lavoro in una delle  prestigiose imprese.

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Usa e Regno Unito da soli pesano due terzi. Sono imprese private, sì, ma che hanno un grande unico Cliente e consumatore: lo Stato, più precisamente il Pentagono, più il corteggio degli Stati europei NATO, mercati captive, che possono essere considerati una  pura estensione  – filiali – del Pentagono.

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E’ il Pentagono che sceglie modelli di nuove armi, che ne finanzia la ricerca e lo sviluppo e li impone ai satelliti  che piaccia loro o no  (pensate solo allo F-35). Dunque abbiamo il caso di industrie private che  non sono veramente “sul mercato” ,  ma poppano alla  mammella del denaro  pubblico dalla spesa incontrollata.   Un conflitto d’interessi possibile. Che viene scongiurato felicemente: i più alti dirigenti, generali e ammiragli, appena vanno in pensione, vengono assunti con stipendi enormemente maggiorati  da Lockheed, Northrop, Boeing –  e si mettono subito a telefonare  ai colleghi ancora in servizio,  di cui sono stati superiori,   per proporre nuovi progetti, contratti, servizi : per esempio, appalti per la formazione di  truppe straniere, come quelle dell’Afghanistan e Irak, di cui il generale Durrani ha spiegato: “Queste compagnie private forniscono spesso alle reclute una cattiva  formazione allo scopo di prolungare i loro contratti”.

 

In pratica,  agli attori di questo sistema è impossibile distinguere l’interesse aziendale da quello pubblico e politico,   “il mercato” dalla ”patria” e dalla sua difesa. Queste porte girevoli pubblico-privato sono uno scandalo occidentale  molto diffuso e  ampiamente tollerato, anzi lodato ed esaltato: si veda il caso di banchieri centrali che sono stati dirigenti  di Goldman Sachs, portano la mentalità,  i criteri e gli interessi del “privato”  nella gestione  pubblica, ed ha fatto sì che “gli stati hanno perso il controllo dello strumento monetario e quindi della politica economica, avendo il solo potere di ratificare quel che è stato deciso dai mercati”, ciò che un economista mainstream come Riccardo Petrella  non esita a definire “un sistema finanziario criminale che risponde solo all’ottimizzazione degli interessi finanziari  per gli investitori”.

Parallelamente  a questa  privatizzazione falsa e malsana (perché non è “mercato”, ma parassitismo pubblico)  nel settore bancario, nel settore militare  le grandi imprese industriali  (“private”)  hanno di fatto preso possesso del Pentagono  – il loro cliente principale, se non unico – e lo guidano secondo i loro criteri  e la loro idea di “produzione” e “consumo” .  Di più,  pagando i politici che poi mettono a controllare la spesa pubblica,  si sono assicurati di trasformare il Pentagono in una immane

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Vedi McCain, capo della Commissione Difesa da decenni, per conto della finanza mondiale e non per caso figlio d’un ammiraglio dell’US NAVY.

bolla o vescica, strapiena di centinaia di miliardi di denaro pubblico  che distribuisce alle aziende, con sprechi e malversazioni e “sparizioni” contabili di trilioni di dollari,totalmente impunite. Il Pentagono come mille ATAC Se posso osare un paragone prosaico, direi che il Pentagono è una ATAC romana  – ovviamente  moltiplicata per mille. Se l’ATAC  fornisce un pessimo servizio di trasporto, la “produzione”  del  Pentagono consiste nel produrre  cattive guerre non vincibili; ossia  sempre “nuovi mercati”  per le industrie dell’armamento, private ma “patriottiche”,  onde non solo non falliscano ma aumentino il giro d’affari. La  subordinazione degli strateghi alle esigenze  aziendali ebbe già un precedente plateale“durante la Guerra del Vietnam. La Bell Aircraft Corporation stava fallendo prima del conflitto, ma venne salvata dalle massicce commesse governative e da un cambio di tattica militare. I generali, su pressione delle corporations militari, introdussero il trasporto delle truppe di attacco tramite elicotteri, con successivo sbarco a ridosso delle linee nemiche. Fu una decisione catastrofica, perchè ai soldati nordvietnamiti bastava  attendere nascosti il momento dell’atterraggio per colpire i soldati americani mentre scendevano”, mi ha ricordato  un lettore competente,  “Learco”. Ma oggi si è superato anche questo,   con l’occupazione  del Cliente da parte dei fornitori.  Questa ultima,maligna “privatizzazione” della guerra fu teorizzata da Donald Rumsfeld – lui stesso uomo del business militare, dirigente della General Instruments Corporations, gran venditore di armi all’allora amico Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran  – che la applicò appena salito al potere a fianco di  Cheney (ex Halliburton, altro fornitore) sotto Bush jr.

 

Il mega attentato dell’11  Settembre  deve essere letto come il colpo di Stato decisivo con la presa di potere  degli interessi bellici  privati sulla superpotenza. Rumsfeld annunciò “la lunga guerra globale” al “terrorismo mondiale, detta subito “long war””;    dichiarò che sarebbe stata  facile e poco costosa, perché avrebbe usato non i mezzi dello Stato ma i privati; per esempio,   meno soldati e più contractors (mercenari): “Costano di più, ma li usi solo  finché ne  hai bisogno”,  e   il subappalto di tutto  i servizi ausiliari ai privati, “snelli ed economici”” perché “competitivi”.   Chiamò la sua privatizzazione “Revolution in Military Affairs”.Il risultato è quello che vediamo: non la riduzione, ma l’aumento delle spese militari sbalorditivo e   titanico; il Pentagono è diventato un mostruoso tumore che succhia la sostanza vivente di una società in deperimento grave,  con un’economia civile  invasa di merci estere, dove i lavoratori sono impoveriti e  precari, le paghe calano e i debiti aumentano, dove il 60 per cento dei civili è sotto oppiacei e i militari si suicidano a  percentuali aberranti.  Guerre motivate da pretesti e false flag, in  cui l’America si impantana, che non riesce a vincere contro avversari che non sono  nemmeno Stati, come “il terrorismo islamico”, come l’ISIS,   che  lo stesso Pentagono arma e addestra.

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Dopo le confessioni pubbliche di generali e senatori USA, non c’è più nessun dubbio che  sia lo stesso Pentagono ad armare e addestrare l’ISIS. Sono solo gli USA lo Stato canaglia?

Tutto ciò fa  bene al business, anche se male all’Americano medio  e al mondo. La produzione e il consumo   del Pentagono sotto gestione “privata”  vanno a gonfie vele.  Producono centinaia di migliaia di morti in Siria, Irak e Yemen, milioni di sfollati, profughi e rifugiati; città in macerie, miserie infinite: ma siccome devastano popoli lontani e  “poco civili” di cui l’americano medio non sa nemmeno dove siano, li si può considerare “sfridi” accettabili. Naturalmente, la privatizzazione della guerra ha fatto subito a meno di ogni resto di etica militare, s’è libero dal minimo onore militare, insieme ad ogni capacità di  valutazione strategica vera e propria: non occorre Clausewitz quando il successo che avete è giudicato dai mercati azionari, e il Nemico di turno è un innocuo nano militare,   che subisce soltanto l’aggressione americana, del tutto incapace di  portare la guerra sul suolo statunitense. Attenzione però: come tutte le imprese private che traggono i loro  lucri dalla poppa pubblica, anche il complesso militare-industriale non è veramente fiorente;  qualunque allentamento della tensione mondiale  la pone davanti allo spettro del fallimenti,  del downsizing (ristrutturazioni, riduzioni del personale) o anche solo del crollo  in borsa delle azioni.

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Qualunque allentamento della tensione mondiale  pone il complesso militare-industriale davanti allo spettro del fallimenti, del downsizing (ristrutturazioni, riduzioni del personale) o anche solo del crollo  in borsa delle azioni. 

Un pericolo così estremo e terminale  che ha indotto queste industrie all’ultimo, fatale passo,   che è sotto gli occhi di tutti:  appena l’elettorato americano stanco di guerre ha eletto un candidato che prometteva di  allentare le tensioni internazionali ed occuparsi del lavoro e dell’economia civile, il Deep State l’ha messo sotto tutela. E non a caso, sotto tutela di tre generali: McMaster,  Mattis, Kelly ed hanno creato di sana pianta un nemico  nella Russia di Putin.

I tre generali USA: Lt. General Herbert Raymond “H. R.”McMaster US Army, retired (born July 24, 1962)General ‘Maddog’ James Norman Mattis US Marine Corps (born September 8, 1950), retired; Gen.John F Kelly US Marine Corps, retired (born May 11, 1950), current White House Chief of Staff for U.S. President Donald Trump (Steve Bannon’s deputy).

L’enfasi posta  dai mezzi d’informazione sulle sofferenze, meglio, sulla tragedia della popolazione siriana di Aleppo ha un suo tempismo randomico e tende a coincidere con l’andamento delle operazioni militari favorevoli o sfavorevoli a Washington e a Londra. Prova ne sia che, nel silenzio dei media, l’esercito turco, per niente mimetizzato fra i cosiddetti ribelli o Daesh, ha occupato la città siriana di Akhtarin o AktDhtareen, di poco più di 5.000 abitanti, 38 km a NordEst di Aleppo. Daesh sono quelli che sono stati intervistati da Channel4News senza che nulla gli venisse chiesto del ragazzino siriano che avevano decapitato. E’ evidente. Per giorni dalla Siria rimbalzarono notizie di bombardamenti su obiettivi civili e conseguenti stragi ai danni di uomini, donne e bambini innocenti. La data coincise con l’inizio dell’offensiva massiccia delle forze armate siriane sui distretti orientali di Aleppo, ancora in mano alle milizie jihadiste. Non è la prima volta che succede. Curiosamente ogni volta che le forze lealiste erano sul punto di cambiare gli equilibri sul campo, gli allarmi per i danni collaterali della guerra alzavano il volume.

Vediamo con ordine. Fin dal 2012, quando le fila dei ribelli al governo di Damasco crescevano in progressione geometrica e il potere centrale sembrava avviato ad un rapido disfacimento, sono cominciate a circolare notizie su stragi di civili attraverso uso di armi non convenzionali. L’informazione a questo proposito è stata sempre a senso unico: “le forze lealiste, in aperto affanno e frustrate per un imminente tracollo, ricorrono ad armi illecite per fare terra bruciata e punire civili conniventi con i ribelli”. Il principale diffusore di queste informazioni è, secondo prassi, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la cui voce viene rimbalzata con cadenza quotidiana dalla maggioranza dei media occidentali. Come sostenuto più volte da Difesa Online, l’Osservatorio non è una ONG qualunque, ma un’enigmatica organizzazione con sede a Londra, divenuta rapidamente l’unico portavoce ascoltato in Occidente dei report di guerra siriani.

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L’Osservatorio siriano per i diritti umani è una enigmatica ONG con sede a Londra.  Il suo leader, Rami Abdel Rhaman, è un attivista dell’opposizione e collabora con i servizi occidentali (inglesi).

Il suo leader, Rami Abdel Rhaman, è indicato dal governo siriano come attivista dell’opposizione, mentre fonti non verificate alludono esplicitamente a collaborazioni con servizi occidentali (inglesi). Lo scopo sarebbe screditare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale il governo di Damasco, agendo magari in previsione di una futura iniziativa giudiziale penale internazionale contro le sue figure politiche di rilievo.

Nel 2013 iniziò a circolare lo scandalo dei barili-bomba, bombe artigianali che l’esercito siriano avrebbe confezionato ad hoc per mietere più vittime possibili e al tempo stesso risparmiare armi convenzionali costose. I barili-bomba altro non sono che fusti di benzina riciclati come contenitori di esplosivo a cui verrebbero aggiunti metalli e catrame. Alcune veline di “esperti” osservatori di diritti umani hanno parlato addirittura di fusti riempiti di fosforo bianco. Proprio dopo l’occupazione delle milizie jihadiste di alcuni quartieri di Aleppo, la voce di un uso indiscriminato di questi ordigni nelle aree occupate da parte dei siriani è diventato un tormentone, buono per reportage strappa lacrime la cui cortina di dolore viene amplificata secondo i cliché manichei della propaganda: i cattivi tirano le bombe; i buoni sono qui a prenderle. Chiariamo alcuni punti. Nessuna delle notizie di stragi di civili riportate in 5 anni di guerra in Siria è stata mai corredata da conferme indipendenti sul campo che ne potessero attestare consistenza e responsabilità.

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Solo per fare un esempio, abbiamo contato ben 15 denunce di bombardamenti di ospedali dall’inizio del 2016: in 14 occasioni le responsabilità sono state assegnate senza alcuna esitazione a raid aerei o a tiri di artiglieria russo-siriani; in tutte le occasioni le denunce sono partite dall’Osservatorio siriano dei diritti umani o dalla SAMS, la Syrian American Medical Society, associazione di medici con sede a Washington e operativa in Siria dal 2011; in nessun caso tuttavia sono state fornite prove attendibili sui danni umani e materiali dovuti ai bombardamenti, né sulla loro paternità. Per giorni ci si è limitati a dire che le bombe continuavano a cadere e si è fatto a gara a chi sparava la cifra di bambini morti più alta. Al di là dell’effettivo rilievo (i morti sono morti e c’è poco da ironizzare) è bene usare un po’ di buon senso per capire meglio. Limitiamoci all’area metropolitana di Aleppo, dove si sono concentrati gli allarmi di stragi civili più frequenti e prendiamo in considerazione 3 punti:

  1. la guerra urbana comporta un coinvolgimento inevitabile di civili. È la guerra in sé ad essere orribile, non le sue conseguenze. Una guerra combattuta tra le case, per forza di cose ha impatti indesiderati ancora più drammatici. Il moralismo a corrente alternata serve a poco; i miliziani del Free Syrian Army, di Jabhat Fateh al-Sham (ex Al Nusra) e di altre bande jihadiste filoturche che hanno controllato i distretti orientali di Aleppo non erano più di 4-5000, a fronte di centinaia di migliaia di civili presenti nell’area occupata.
  2. La lentezza con cui le Forze Armate siriane hanno proceduto a ripulire la città è stata dettata, principalmente, dalla necessità di evitare spargimenti di sangue tra la popolazione, sistematicamente tenuta in ostaggio come scudo umano dai miliziani. La popolarità del governo di Damasco, è cresciuta notevolmente nell’ultimo biennio, da quando cioè la jihad è stata monopolizzata da guerriglieri stranieri. Quella che viene presentata dai media come una guerra civile tra fazioni pro e contro Assad, è in realtà una guerra combattuta da uno Stato sovrano contro milizie eterodirette a cui si affiancano gli immancabili fiancheggiatori interni. Lo dimostra la parabola del Free Syrian Army, sbocco naturale per decine di migliaia di disertori nei primi mesi di guerra, poi fortemente ridotto come organico e come importanza man mano che le sorti della guerra cambiavano.
  3. Riguardo l’uso indiscriminato dei cosiddetti barili-bomba da parte delle forze lealiste, la rete è intasata di articoli tecnici che mettono in ridicolo il possibile uso da parte di una forza armata istituzionale di un ordigno simile. Non serve aggiungere altro. Propaganda o cronaca poco importa. Della distorsione dell’informazione sulla guerra in Siria abbiamo già parlato abbondantemente. Il dato rilevante è che si continua a speculare sulla morte e sulla sofferenza di migliaia di persone. Questo fino a prova contraria, sembra l’unico dato oggettivo.

Propaganda o cronaca poco importa. Della distorsione dell’informazione sulla guerra in Siria abbiamo già parlato abbondantemente. Il dato rilevante è che si continua a speculare sulla morte e sulla sofferenza di migliaia di persone. Questo fino a prova contraria, sembra l’unico dato oggettivo. I tre generali messi alle costole di Trump sono un segno evidente che il  sistema disperato, non può  permettersi “ristrutturazioni” per iniziativa politica. Come racconta il generale Durrani, quando “Obama nel 2011 decise di ritirare le truppe dall’Irak” il complesso militare-industriale cadde  nel panico. E “ha  ritrovato la sua euforia  solo  quando la comparsa di Daesh ha obbligato a ridispiegare le truppe. Che sollievo! Avevano scongiurato il ritiro della NATO dall’Afghanistan!”. Ora, dovreste aver appreso che “qualcuno”  ha creato, addestrato ed armato  Daesh; che la sua improvvisa comparsa non ha nulla di spontaneo.  Anche questo è un elemento per  creare un nuovo  mercato. Il Pentagono continua a dare armi ai ribelli siriani. Così abbiamo appreso, da un rapporto dello Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), che “dall’inizio della guerra in Siria, il Pentagono direttamente, e la Cia attraverso l’Arabia Saudita,  hanno inondato di armi i “ribelli” anti-Assad, tagliagole e jihadisti, per tener vivo il conflitto. Il Pentagono da solo, e solo dal 2015,  ha speso 2,2 miliardi di dollari  in armi munizioni “di stile sovietico” –  si noti –  che ha comprato dalle manifatture dell’Est, Ucraina, Polonia,  Romania, Bulgaria, Serbia, Croazia. 2200 milioni in kalashnikov, rpg, mortai, munizioni.Come mai questo? Non solo perché sarebbe stato imbarazzante vedere i terroristi islamici che gli Usa dicono di combattere, con in mano la  carabina d’ordinanza delle forze armate Usa, l’M4 fabbricato dalla Colt.  Il motivo più vero è un altro: creare  un “mercato” per quelle industrie dell’ex Patto di Varsavia che saranno penalizzate dall’espansione della NATO nei loro paesi;  cointeressarle al cambiamento; aiutarle a svuotare  i loro magazzini di invenduto,  a eliminare le giacenze.

L’enfasi posta  dai mezzi d’informazione sulle sofferenze, meglio, sulla tragedia della popolazione siriana di Aleppo ha avuto un suo tempismo randomico, tendendo a coincidere con l’andamento delle operazioni militari favorevoli o sfavorevoli a Washington e a Londra. Prova ne sia che, nel silenzio dei media, l’esercito turco, per niente mimetizzato fra i cosiddetti ribelli o Daesh, occupò la città siriana di Akhtarin o AktDhtareen, di poco più di 5.000 abitanti, 38 km a NordEst di Aleppo. Daesh sono quelli che vennero intervistati da Channel4News senza che nulla gli venisse chiesto del ragazzino siriano che avevano decapitato. E’ evidente, che la Turchia intenderebbe appropriarsi di parte della Siria e impedire la nascita di uno Stato curdo indipendente, come è evidente che USA e Russia non la contrastano per la sua posizione strategica.

 

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Per giorni dalla Siria abbiamo sentito rimbalzare notizie di bombardamenti su obiettivi civili e conseguenti stragi ai danni di uomini, donne e bambini innocenti, in concomitanza con l’inizio dell’offensiva massiccia delle forze armate siriane sui distretti orientali di Aleppo, ancora in mano alle milizie jihadiste. Non era la prima volta che succedeva. Curiosamente ogni volta che le forze lealiste sono state sul punto di cambiare gli equilibri sul campo, gli allarmi per i danni collaterali della guerra hanno alzato il volume.

 

 

 

1402.- GEORGE SOROS, LA SOCIETA’ APERTA E LA MADONNA DI FATIMA

 

Qualche mese fa il nostro Presidente del Consiglio, Gentiloni, ricevette, per un colloquio, George Soros, tentando di tenere nascosto l’incontro. Il finanziere ebreo-ungherese, è bene ricordarlo ai corti di memoria, operò nel 1992 contro l’Italia, speculando, nel mercato dei cambi, a danno della lira, che all’epoca era ancora la nostra moneta nazionale. L’operazione anti-lira di Soros ci costò 48 miliardi anche per via dell’inettitudine dell’allora Governatore di Bankitalia, il “venerato maestro” Carlo Azeglio Ciampi, che tentò di fermare la speculazione sorosiana bruciando tutte le nostre riserve in marchi tedeschi e dollari. Alla fine la lira dovette svalutare del 30% (il che non fu completamente un male perché ne conseguì un boom delle nostre esportazioni) ed uscire dallo Sme, l’accordo sui cambi fissi che all’epoca legava tra esse le monete europee in vista della futura moneta unica. Cosa incredibile, tuttavia, è che nel 2013, in quel di Udine, George Soros è stato insignito del premio internazionale Terzani. Non a caso, a nostro giudizio, dato che Soros non è semplicemente uno speculatore avido di denaro ma un filosofo propugnatore della “società aperta”. La giuria del premio deve averlo considerato in sintonia con la filosofia che ispirava Tiziano Terzani. Ci piacerebbe, però, sapere cosa ne avrebbe pensato quest’ultimo, ricercatore di spiritualità esotiche in nome della  “liberazione nirvanica”. Certo il sospetto di una possibile e segreta connessione filosofica tra nichilismo spirituale e liberalismo è forte.

Un analista americano di matrice conservatrice, Phil Butler, ha messo in rilievo, sulla base della documentazione trapelata da DC Leaks, l’influenza irresistibile esercitata da Soros sulle classi politiche europee (1). I media ci assillano quotidianamente a proposito delle incursioni informatiche della Russia per influenzare le elezioni americane, ma quel che è emerso sul potere di Soros è roba da far apparire Putin – sempre che le accuse mossegli siano vere (ed anche qualora lo fossero si tratterebbe di una antica prassi di guerra diplomatica e mediatica da tutti esercitata almeno da metà ottocento) – un improvvisato giocatore della cyberwar.

Le fughe di notizie di DC Leaks hanno fatto trapelare il controllo totale di Soros sulle politiche europee. Le intercettazioni rese pubbliche dimostrano in modo schiacciante che la sua Open Society Foundations finanzia i media europei indirizzandoli verso l’ideologia della “società aperta”. Nella documentazione emersa viene spiegato, ad esempio, che l’Open Society Initiative for Europe ha influenzato le elezioni europee del 2014 pagando incredibili quantità di denaro a giornalisti, opinion markers e politici per “creare” la politica dell’Unione Europea e la classe dirigente chiamata ad attuarla. Soros, secondo tali rivelazioni, ha creato un apposito ente non profit, l’EUobserver, per “solleticare” i media europei. L’EUobserver – è stato scritto testualmente a margine della documentazione trapelata – ha quale mission quella di «incoraggiare il dibattito su come i valori della società aperta siano minacciati (…). EUobserver ha reclutato giornalisti locali esperti per assistere agli eventi legati alle campagne elettorali, per condurre interviste e scrivere editoriali di alto livello in 16 Stati. Con questa strategia di infiltrarsi nel giornalismo locale, EUobserver è stato in grado di indicare i preoccupanti trend internazionali, piuttosto che limitarsi a riportare incidenti isolati. Hanno pubblicato un totale di 128 articoli nel periodo che va da febbraio a maggio 2014».

Secondo Butler, la Open Society Foundations di Soros ha finanziato l’EUobserver con 130.922 dollari, permettendo la pubblicazione di centinaia di influenti articoli, che sono stati poi letti in tutto il Continente, approssimativamente pagando 1000 dollari ad articolo, con lo scopo di «reclutare un network di giornalisti indipendenti (?!) nelle capitali europee».

Dalla documentazione emersa da DC Leaks la manipolazione sociale da parte delle varie ONG di Soros è determinante per le politiche neo-liberali. La Open Society Foundations finanzia programmi come l’European Alternatives, che ha una sua specifica branca italiana, con lo scopo di convertire la gioventù italiana all’ideologia neo-liberale promuovendo la comunità LGBT e praticamente ogni circolo “progressista”. Un altro ente finanziato da Soros è lo European Youth Portal, un meccanismo per la standardizzazione degli ideali giovanili nel pentolone del globalismo ultraliberale. Con quasi 300mila dollari la Open Society finanzia anche il Radical Democracy for Europe, un programma nato, come hanno rivelato i documenti di DC Leakes, «per coinvolgere la comunità di media-making creativo (tra cui artisti video e d’animazione) nel dibattito sulle elezioni e sulle politiche europee, in linea con gli obiettivi generali della Open Society, connettendosi ai social network e alle piattaforme digitali e usando i film come uno strumento di incremento della consapevolezza, allo scopo di raggiungere un’ampia audience e massimizzare l’impatto».

«Attraverso la creazione e manipolazione – scrive Phil Butler – di app e altri strumenti tecnologici, Soros cerca di “acchiappare” chiunque possa sostenere i suoi obiettivi. Da piccoli programmi come iChange Europe a innovazioni come Vote Match Europe, gli scagnozzi di Soros hanno impiantato sistemi di controllo in ogni angolo dell’Unione. SPIOR in Olanda, Transparency International in Lettonia, l’European Youth Forum, Migrant Voice… la lista di strumenti dell’Open Society per influenzare (l’opinione pubblica europea) … è impressionante. Soros ha lanciato una campagna di massa per trasformare l’Europa (…).C’è ampia evidenza che George Soros sia l’architetto e il dittatore dell’intera situazione migratoria che sta distruggendo l’Europa. Attraverso meccanismi di controllo acquisiti o influenzati ad ogni livello, non è irragionevole pensare che Soros diriga le leadership dell’Unione Europea alla stregua di un burattinaio. Ogni dogma, obiettivo, retorica, tono, e direzione della documentazione dell’Open Society che DC Leaks ha svelato mette le attività di Soros al centro del reticolo. Da Medici Senza Frontiere a misconosciute organizzazioni come la Federazione delle Organizzazioni Greche per Persone con Disabilità, Soros fa leva su qualsiasi cosa e qualsiasi persona capace di aiutarlo nei suoi obiettivi. (…). All’interno di queste intercettazioni ci sono prove che suggeriscono che Soros eserciti influenza non solo su leader come Angela Merkel e le sue controparti dell’Est Europa, ma anche sulle organizzazioni deputate alla mediazione dei conflitti. Dall’OSCE ad un’ampia gamma di cosiddette “ONG dei diritti umani”, Soros si comporta come una specie di “Padrino”. Le sue offerte, che nessuno sembra capace di rifiutare, ora si estendono molto più in là della mera offerta di denaro. (…)  ogniqualvolta un governo minaccia dissenso contro il movimento liberal-globalista, Soros raduna (ad esempio: OSCE e ONG contro l’Ungheria) un potentissimo esercito di collaboratori» (2).

L’analista americano, al modo tipico del giornalismo d’oltreoceano, snocciola una serie di informazioni e dati, accenna a qualche commento secondo le sue posizioni politiche, azzarda previsioni ma non va oltre. Non arriva al punto “metafisico” e “trans-storico” della questione.

George Soros è stato il finanziatore delle rivoluzioni colorate dalla Libia alla Siria passando per l’Ucraina. “Open Society” è un chiaro riferimento al suo maestro filosofico ovvero Karl Popper, che per quanto possa vantare meriti in epistemologia (nello smontare la mitologia sottesa al costruzionismo ideologico, anche quello scientista) è tuttavia uno dei padri riconosciuti del liberalismo novecentesco la cui essenza consiste nella negazione stessa della possibilità che esista la Verità metafisica. Popper è il maestro del relativismo ma non nel senso antropologico di Claude Lévi-Strauss bensì in quello filosofico liberale a suo tempo denunciato da Papa Ratzinger quale deriva dell’Occidente.

Popper è stato imposto all’attenzione culturale internazionale dal suo grande amico Frederich von Hayek e fu aiutato anche da Ludwig von Mises, altri due padri del liberalismo, nella sua versione economica ai quali si ispirò più tardi Milton Friedman il grande consigliere “monetarista” di Ronald Reagan e della Thatcher.

La sinistra ha abboccato al popperismo sin dagli anni ottanta: basta citare, come esempio, la rivista “Reset” alfiere appunto della “società aperta” intesa come società di sinistra. Sicché non è possibile dare tutti i torti ad Alesina e Giavazzi quando affermano che il liberismo, promuovendo mediante la concorrenza la mobilità sociale e quindi presuntivamente favorendo l’ascesa dei poveri, è di sinistra.

Quando Zygmunt Bauman ha iniziato a criticare la società liquida molti hanno finalmente compreso, anche a sinistra, che essa coincide con la “open society” di Popper e di Soros. Ma il potere apolide e globale del denaro è dalla parte di Soros, il quale non è avido di denaro di per sé. Soros non è un volgare usuraio ma un raffinato tessitore di strategie iniziatico-culturali che guarda al denaro – liquido come la società liquida globale – quale strumento per il perseguimento del suo disegno di ingegneria sociale neo-liberista di segno progressista. Progressista, sì!, ma non favorevole ai lavoratori ed a ciò che rimane del ceto impiegatizio, ossia piccolo borghese, ed operaio, ossia proletario. L’ingegneria sociale popperiana messa in cantiere da Soros favorisce il capitale apolide, trans-nazionale, che vuole assoluta libertà di movimento e di decisione, che aspira, e lo sta ottenendo, al potere di vita e di morte su lavoratori e popoli. Il capitale globale vuole imporsi negando le identità, quelle di classe come quelle nazionali. E ci sta riuscendo anche grazie a Soros ed alla sinistra “arcobaleno”.

I complottisti errano quando immaginano “superiori incogniti” incappucciati nelle segrete logge. Forse un tempo era così, ma oggi i presunti incappucciati, se mai lo hanno avuto, il cappuccio lo hanno tolto mostrando chiaramente volto, nome e cognome: Soros, Attali, Monnet, ed i loro immediati collaboratori come Monti, Macron, Juncker, Merkel etc.

La Russia di Putin è per Soros l’esempio tipico di “società chiusa”. Per questo essa è l’obbiettivo principale, il nemico “metafisico”, della rete costruita dal finanziere ungherese.

Sabato 13 maggio 2017 è stato il centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima e qualcosa ci dice che la profezia della Madre di Dio secondo la quale “alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà” abbia a che fare anche con il ruolo di Katéchon svolto, in questa fase storica, dalla Russia putiniana. In effetti, come annunciato a Fatima, la Russia si è convertita o almeno ha riscoperto la sua identità tradizionale e religiosa. Cosa, questa, che ha tra l’altro smentito il “fatimismo” conservatore filo-americano (vedi padre Krammer) il quale ai tempi dell’Unione Sovietica interpretava la profezia della Vergine in chiave politicamente anticomunista e filoamericana. Dio se la ride di certe convinzioni e sa sempre come sorprenderci.

Nel frattempo, però, la battaglia tra il Drago e la Donna “vestita di sole” è pienamente in atto e non si può pronunciare il nome di Soros non pensando a questo passo profetico che indica in un potere finanziario globale l’incarnazione storica di Colui che si oppone a Cristo

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio» (Apocalisse 13,16-17).

Questa profezia tuttavia non deve impressionare. Essa, infatti, è parte di un più vasto Annuncio che rassicura sulla vittoria finale di Cristo. Dobbiamo pertanto restare tranquilli, nonostante l’apparente invincibilità del potere globale che Soros, novello Saruman, serve quotidianamente. Noi già sappiamo che questo potere globale ha i giorni contati, proprio perché, un secolo fa, ci è stato promesso il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria. Il Cuore attraverso il quale il Verbo di Dio si è incarnato, entrando definitivamente nella storia dell’umanità, ed il cui ritorno Maria sta annunciando. “Vi saranno segni nel Sole” (Lc. 21,25), come appunto vi sono stati a Fatima ed altrove in Presenza di Maria.

Il Verbo Incarnato Gesù Cristo, Dio-Uomo, tornerà per sconfiggere definitivamente l’Oscuro Signore, colui che la tradizione islamica chiama al-Dajjāl, l’Impostore, il Mentitore, e la tradizione cristiana l’Anticristo, l’“omicida sin da principio”, “menzognero e padre della menzogna” (Gv. 8,44), “l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino  a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2Tes. 2,3-4), ed il cui “segno” va ricercato, come svelatoci nel Libro della Rivelazione, soprattutto nel potere mondiale del denaro.

Luigi Copertino

1376.- Schaeuble, piano per poter commissariare l’Italia

Gli gnomi dell’alta dittatura finanziaria sono contrariati dalla resistenza del popolo italiano e hanno deciso che quella anomalia istituzionale chiamata Commissione europea, benché di koro nomina, sia tuttavia un organo troppo politico (!) e influenzabile dai governi. Qualcuno dirà: “Scopro che abbiamo un Governo!”. Ecco, allora, che spunta il fondo Esm che assumerà i poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati, indovinate quali? Quelli come l’Italia, che non rispettano le regole di bilancio e, a non rispettarle, ci pensa questa serie di governi, sostenuti dalla fiducia di un parlamento illegittimo. Quindi, miliardi a gogò: alle banche, agli F-35, agli afroasiatici, più afro che asiatici, che hanno vinto la lotteria del buonismo italiano e ciucciano in compagnia di chi può. Oggi, un altro italiano disperato suicida. Insomma, hanno deciso che dobbiamo essere commissariati e che marceremo al passo dell’oca; infatti, l’Esm è finanziato dalla Germania per il 22%. Così pagheremo all’infinito un debito pubblico inventato – quasi, quasi – per noi. Tutto questo grazie agli eredi sinistri della Resistenza, che ci guarderanno dall’alto dei loro conti correnti esteri e con la benedizione del Vaticano.

 

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Il ministro delle Finanze tedesco vuole una troika tutta europea. Il meccanismo europeo di stabilità (Esm), detto anche fondo salva Stati, potrebbe essere usato dagli Stati anche per situazioni di crisi come catastrofi naturali e per migliorare le congiunture in periodi negativi e non solo in caso di fallimento. In cambio però i paesi che non rispettato le regole di Bilancio perderebbero la loro sovranità e sarebbero commissariati. Sarebbe questo il piano del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble secondo un articolo di Bild.

Il progetto di riforma delle istituzioni europee, che dovrebbe essere lanciato subito dopo le elezioni Federali in Germania, prevede la creazione di un Fondo monetario europeo e getterebbe le basi per poter commissariare i paesi in crisi non virtuosi. I soldi dei contribuenti tedeschi verrebbero messi a disposizione dei Paesi del Sud d’Europa (degli 80 miliardi del bilancio del Fondo, 22 sono versati da Berlino) ma la contropartita a cui pensa Schaeuble è molto grossa.

In cambio l’Esm avrebbe infatti una maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli Stati. Stando alla prima bozza del piano, il fondo Esm andrebbe a prendere importanti poteri che ora spettano alla Commissione europea nella verifica dei conti pubblici e nelle sanzioni agli Stati che non rispettano le regole di bilancio.

La Commissione è considerata da alcuni come un organo troppo politico per prendere queste decisioni e troppo sensibile alle richieste dei Paesi membri. Le indiscrezioni sulla proposta di Schaeuble arrivano poco prima delle elezioni tedesche del 24 settembre e sembrano andare incontro alle richieste del presidente francese Emmanuel Macron in favore di un bilancio unico in Eurozona.

Nella visione della Germania, il rispetto della disciplina di bilancio è il presupposto per il rafforzamento della governance economica europea. Il Meccanismo europeo di stabilità è dotato di 80 miliardi di euro, di cui 22 miliardi sono messi dalla Germania. Nei calcoli di Schaeuble, il Paese avrebbe così maggiore potere di intervento sui bilanci degli Stati europei.

“Non sono previsti eurobond né ricette miliardarie”, ha precisato la portavoce di Schaeuble in conferenza stampa, “ma in gioco c’è lo sviluppo del Meccanismo di stabilità europeo e il progresso dell’Eurozona”.

D’altra parte, la Commissione è contraria ad attribuire all’Esm la funzione di guardiano dei conti pubblici perché il Fondo avrebbe soltanto il ruolo di gestione di potenziali crisi nell’area euro, anche se il fondo è visto come il futuro sostegno comune dell’Unione bancaria.

Oggi, 24 agosto 2017, di Livia Liberatore

 

1362.- NEL SILENZIO PIU’ TOTALE DEI MEDIA ITALIANI LA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA METTE IL PRIMO CHIODO SULLA BARA DELL’EURO

 

In Italia è ferragosto e quindi tutti sono al mare, al sole, in vacanza, anche se magari se ne stanno a casa perchè non si possono permettere le ferie .

Purtroppo non è lo stesso in Germania, dove una pensante pronuncia della Corte Costituzionale del 14 agosto rischia di mettere la prima pietra per la Tomba della BCE e dell’Euro.

La Corte Costituzionale Tedesca ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione circa la legittimità della politica  monetaria espansiva tramite acquisto di titoli sul mercato secondario : infatti per Karlsruhe vi sono gravi indizi che il QE esercitato dalla Banca Centrale Europea come parte della propria politica monetaria non sia altro che un aiuto finanziario diretto agli stati, fatto specificamente vietato dallo statuto della BCE.

Praticamente gli acquisti fatti da Draghi, secondo la Corte tedesca, avrebbero arbitrariamente ridotto gli interessi, stimolato i prestiti e quindi sarebbero intervenuti sui budget dei singoli stati facilitandone il finanziamento.

Ecco il volume degli acquisti di titoli tedeschi, francesi ed italiani fatti con il programma del QE,

 

La Corte di Giustizia Europea di Strasburgo non potrà dismettere il ricorso tedesco con facilità. Inoltre la Corte Costituzionale, secondo Die Welt, potrebbe perfino imporre alla Bundesbank di ritirarsi dal programma di politica monetaria della BCE, provocando una frattura profonda nella Banca Centrale Europea ed oggettivamente mettendo fine alla politica monetaria comune, primo passo verso la fine dell’euro.

Nello stesso tempo appare impossibile poter governare una moneta senza fare politica monetaria con acquisti e vendite di titoli sul mercato secondario, strumento tradizionalmente usato dalla Banche Centrali. Proprio la politica monetaria rilassata del “Whatever it takes” voluta da Draghi ha salvato l’unione monetaria all’indomani della crisi greca e dell’esplosione dello spread italiano. Rinunciare a questa politica significherebbe sottoporre l’area a stress fortissimi e, in ultima analisi, accellerarne la rottura. Perciò, la Commissione europea difende la Bce, ritenendo che stia agendo sulle basi e nei limiti dei Trattati, con l’acquisto di bond di stato sul mercato secondario, nell’ambito delle proprie operazioni di politica monetaria» e «interverrà in questo senso nel procedimento». Così ha fatto subito sapere la portavoce della Commissione europea per gli Affari economici e finanziari Annika Breidthardt, dichiarando che il Qe sia ancora necessario.

Come dicevano gli antichi: gli Dei accecano chi vogliono distruggere.

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Per i giudici di Karlsruhe l’acquisto di titoli di Stato viola la proibizione, sancita dai Trattati Ue, di finanziare direttamente gli Stati, superando i limiti del mandato della Bce. Draghi è nel mirino.

I ricorsi
Alla Corte costituzionale di Karlsruhe erano stati presentati tre distinti ricorsi a maggio, settembre e ottobre 2015. Il secondo, in particolare, era stato promosso da Bernd Lucke, il professore universitario di economia che ha fondato Alternative für Deutschland, il partito euroscettico rimasto fuori dal Bundestag per un soffio (4,7%) alle elezioni del 2013. Il partito si era però spaccato e Lucke ne è uscito fondando Alfa, acronimo di Allianz für Fortschritt und Aufbruch (Alleanza per il progresso e la rinascita).

«Le cause sono dirette, appunto, contro il programma di acquisto di titoli della Bce e mettono nel mirino Parlamento e governo tedeschi per non essere riusciti a fermarlo» aveva dichiarato il portavoce di Karlsruhe, Michael Allmendinger.

Un altro ricorrente è l’ex parlamentare Peter Gauweiler, bavarese della Csu ed euroscettico, già tra i promotori del ricorso contro il programma di acquisti Omt (Outright Monetary Transactions) del 2012. All’epoca la Corte tedesca si rivolse a quella europea, che respinse il ricorso, ritenendo legittimo il programma. «Con la sua eufemistica politica di Quantitative easing, la Bce sta cercando di provocare fiammate inflazionistiche, stampando una quantità enorme di moneta» aveva detto Gauweiler. «Questo è un programma di politica economica che serve alle banche dalle quali la Bce compra prestiti problematici. Si sta trasformando nella bad bank d’Europa».

 

1353.- PD CHIAMO’ SOROS IN ITALIA. E SOROS RISPOSE.

Dal grande Maurizio Blondet 12 agosto 2017

Daniel Wedi Korbaria

Colour revolution in Italia (riuscita)

A questo punto della storia la domanda sorge spontanea: ma come ha fatto Soros ad arrivare fin nel cuore del Mediterraneo? Chi ce l’ha portato da oltreoceano?Il primo tentativo, di una serie di riverenti salamelecchi per ridursi a zerbini, è stato quello di Francesco Rutelli accompagnato da Lapo Pistelli e da una delegazione della Margherita. Nell’ufficio al 33° piano di un grattacielo che si affaccia su Central Park, per la prima volta, Rutelli incontra Soros al quale consegna una lettera di presentazione scritta dall’amico Carlo De Benedetti che lo raccomandava come “un giovane politico di sicuro avvenire”. Era il luglio del 2005.

Scrive l’inviato di la Repubblica Umberto Rosso: “E tutti rimasti piuttosto affascinati dal personaggio, «certamente stimolante», tanto che questo è stato solo il primo di una serie di incontri, il rapporto certamente andrà avanti”. L’incontro aveva prodotto una prima iniziativa concreta: una convention su Democrazia e Islam da farsi a Venezia a fine settembre organizzata dal Partito democratico europeo.

“Rutelli ha gettato le basi per un rapporto duraturo con la Open society, la più famosa delle fondazioni create dal finanziere. A tavola c’era anche il presidente della struttura Aryeh Neier.” scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

“By 2010 we played a role in every region of the world. Entro il 2010 saremo protagonisti in ogni regione del mondo” Open Society Foundations.

Primo flashback: il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore per una speculazione mirata a far crollare lira e sterlina, una notte brava in cui Soros guadagnò 10 miliardi di dollari. Come scrive Antonella Randazzo nel suo articolo intitolato Come è stata svenduta l’Italia: “Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira.” La sua speculazione costrinse la Banca d’Italia a bruciare circa 40 mila miliardi di lire in riserve valutarie. Quasi tre anni dopo, il 30 ottobre 1995, Romano Prodi offrì a Soros la laurea honoris causa in economia.

Marco Marozzi scrive su la Repubblica: “Ieri a Bologna, nella più antica università del mondo, gli hanno dato la laurea honoris causa. In economia. Festa di professori, banchieri, industriali. Ma anche un abbozzo di contestazione”. Lo stesso Prodi si incarica di presentare l’ultimo libro di Soros: “Le contestazioni sono incoerenti. Fanno ridere. Non hanno letto il libro” replica.

“Tutti a riconoscere l’importanza della Open Society Fund creata da Soros per allargare nel mondo il concetto di democrazia economica e politica” scrive il giornalista de la Repubblica. Nel dicembre 2005, al rientro dalla sua visita a New York, Carlo De Benedetti organizza una conferenza nazionale sul futuro del Partito Democratico (PD) dove promuove Rutelli e il sindaco di Roma Walter Veltroni a candidati alla guida del partito. Così, il 14 ottobre 2007, dalla fusione dei due partiti La Margherita e i DS nasceva il PD. Sei mesi dopo, nell’aprile del 2008 nella capitale italiana c’era già fermento sulla voce che vedeva Soros interessato alla compravendita della squadra calcistica AS Roma. Questi i commenti di allora: Rutelli (laziale) “L’interesse di Soros è serio”, Veltroni (juventino) “La politica non si metta in mezzo”, Massimo D’Alema (romanista) “È un uomo di grande valore, un intellettuale impegnato in grandi azioni umanitarie”. Come dire: “Quando un uomo mette sulla stessa linea un juventino, un laziale e un romanista!”

 

Ma perché il centro-sinistra ha viaggiato fino a New York per chiamare Soros in Italia?

Vista l’esperienza americana del 2003 in cui Soros investì 15 milioni di dollari per sconfiggere il presidente Bush nelle elezioni del novembre 2004, che a suo dire era diventata “una questione di vita o di morte”, qualcuno in Italia ha pensato bene di approfittare del filantropo per sconfiggere il presidente Berlusconi. Il 2011 è l’anno delle primavere arabe, la nuova versione delle rivoluzioni colorate per i paesi del Maghreb. Quello che era successo precedentemente in Serbia, Georgia, Tunisia ed Egitto sarebbe successo anche in Italia all’insaputa degli italiani. E fu per attuare questo progetto “non violento” che Soros sbarcò in Italia. Doveva battere “democraticamente” il Cavaliere organizzandogli una bella rivoluzione colorata, una di quelle che sapeva fare benissimo e, visto che i colori li aveva quasi finiti, scelse per l’Italia l’ultimo rimasto nella sua scatola Giotto, il colore viola. Così nacque il Popolo viola. E, il 5 dicembre 2009, la piazza San Giovanni a Roma si riempì di centinaia di migliaia di persone del popolo viola organizzate su Facebook per chiedere al governo le dimissioni. Quel giorno venne chiamato il No B. Day.

Ovviamente, Berlusconi non si dimise e il movimento “spontaneo” perse il suo slancio innovativo per il cambiamento e andò scemando. A questo punto serviva un altro sistema efficace per dimissionare Silvio Berlusconi. E qual è il miglior sistema per un Grande Speculatore come Soros, che già nel 1993 aveva fatto svalutare la lira italiana del 30%, se non un altro attacco economico?

Infatti, ad un anno dal No B. Day, gli italiani dovettero imparare una nuova parola straniera: lo spread fra Bund tedeschi e i Btp italiani. Il “4 gennaio 2011 lo spread è a 173 punti. Il 30 dicembre arriverà a quota 528, con un incremento di 355 punti” scrive Michela Scacchioli su la Repubblica e aggiunge: “Il 9 novembre Napolitano nomina Monti senatore a vita (…) Tre giorni dopo Silvio Berlusconi sale al Colle per dimettersi (…) Il 16 novembre il presidente della Repubblica dà a Monti l’incarico di formare un governo tecnico.”

Così, finalmente, a colpi di spread, Soros archiviò il ventennio di Berlusconi. Un regime-change economico, un silenzioso Colour revolution. Il centro-sinistra è entrato finalmente a Palazzo Chigi senza alcun bisogno di andare alle elezioni.

Una nota complottistica: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, George Soros, Mario Monti, e il suo successore a Palazzo Chigi Enrico Letta fanno tutti parte del gruppo Bilderberg, un’organizzazione internazionale massonica.

 

Gli Smart Dissidents

A sorpresa, il 17 febbraio 2014 sbuca dal nulla Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, che riceve dal presidente Napolitano l’incarico di formare un nuovo Governo. Una carriera fulminea quella di Matteo Renzi che diventa il 63° Presidente del Consiglio scalzando il Governo Letta dopo averlo prima rincuorato con un “Enrico stai sereno!”

Ma come è potuto accadere?

Secondo flashback: un giorno, chissà perché a Renzi venne in mente di regalare a Soros Le Murate, l’ex carcere nel centro di Firenze. E, George, sebbene non fosse il suo compleanno, accettò di buon grado l’omaggio del Sindaco di Firenze. E non ci mise molto ad avere l’idea di trasformare quel mostruoso edificio, all’interno del quale nel medioevo si torturavano e si uccidevano le persone, in uno spazio pieno di vita, un’isola felice in cui far regnare i diritti umani per esportarli dappertutto. Così, per la ristrutturazione, ha incaricato il famoso architetto Renzo Piano che, senza badare a spese, è riuscito a trasformare l’ex carcere in un albergo di lusso per ospitare attivisti e bloggers dei diritti umani provenienti da tutto il mondo. Il vecchio carcere divenne così il Centro per gli Smart Dissidents.

Il 17 maggio 2013, giorno dell’inaugurazione, assieme all’Ambasciatore americano c’era anche Kerry, la figlia di Robert Kennedy. Al taglio del nastro il Centro fu battezzato: Robert Kennedy Center for Justice and Human Rightsdi cui Kerry divenne la presidente. Era il 2010.

“Can Smart Dissident Create Change?” era la scritta che campeggiava nel Centro: Può un blogger provocare una rivoluzione? Cioè si può fare rivoluzione usando il computer chiusi in una stanza ben arredata? L’idea di Soros era quella di ospitare a tempo indeterminato, come fosse un rifugio, tutti quei bloggers perseguitati nei loro paesi di origine che volevano fare regime-change stile OTPOR nel proprio paese e, ovviamente, questi rivoluzionari della tastiera dovevano provenire da quei paesi cosiddetti “chiusi” come la Cina, la Russia, l’Afghanistan e l’Iran.

Il centro iniziò il suo percorso rivoluzionario e nel tempo furono invitati esperti della color-revolution e attivisti della primavera araba come Dalia Ziada (Egitto), Kerim Bouzouita (Tunisia) per offrire corsi di specializzazione su “Human Rights and Social Media” ad esperti di diritto internazionale, nonché ad esperti di comunicazione, professionisti, giornalisti del web, docenti, dottorandi e studenti di corsi post-universitari.

Così, grazie al Sindaco di Firenze, la città che ha dato i natali a Dante Alighieri, Sandro Botticelli, Filippo Brunelleschi, Benvenuto Cellini, Donatello, Giotto, Cimabue, Nicolò Macchiavelli, Lorenzo il Magnifico e Amerigo Vespucci, da questa città ogni giorno nascono idee rivoluzionarie atte a destabilizzare il mondo.

Marzio Fatucchi definisce “una vera e propria casa l’International house of human rights del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (…) Messico, Pakistan, Myanmar, Sri Lanka, Filippine, Zimbabwe, Uganda, da lì viene questo primo gruppo di dissidenti che questa settimana sta partecipando all’Empowerment laboratory organizzato dal RFK Training Institute. (…) hanno avuto la possibilità di confrontarsi con alcuni dei più autorevoli esperti di nuove tecnologie applicate alla difesa dei diritti umani al mondo, come Tactical Technology Collective (TTC); Global Voices Online (GVO), OneWorld Digital Security Exchange (ODSE); Witness.org; Electronic Freedom Frontier (EFF), e Human Rights Watch (HRW).”

“Con questo corso vogliamo creare uno spazio in cui i dissidenti digitali possano conoscersi e lavorare insieme per promuovere democrazia e pace nei propri paesi” spiega Federico Moro, responsabile del Robert F. Kennedy Center.

Do Ut Des

Nessuno fa nulla per nulla, men che meno Soros il filantropo. Bisognerà pur dargli qualcosa in cambio. Si chiama Do ut des, ed è una filosofia di vita inventata dai Romani. A quei tempi funzionava non solo con gli esseri umani ma anche con le divinità. I Romani chiedevano alla Divinità di turno una grazia e in cambio gli promettevano la costruzione di un Tempio, una specie di fioretto che veniva onorato solo nel caso in cui la grazia fosse stata soddisfatta altrimenti la promessa era da non ritenersi valida. Do ut des appunto, io ti do una cosa così che tu me ne dai un’altra. Sono passati migliaia di anni da allora ma i discendenti di quella civiltà, ossia gli italiani di oggi, non hanno mai smesso di applicarla ogniqualvolta se ne sia presentata l’occasione. In Italia funziona tutto così, Tangentopoli docet. Ma a quanto pare anche i “filantropi” d’oltreoceano non disdegnano questa tradizione italica.

Il do ut des alla Soros recita pressappoco così: “Io ti metto a capo di un Governo ma tu fai quello che ti dico di fare. Intanto come antipasto voglio iniziare con qualche piccolo business, giusto per rientrare di qualche spesuccia”.

Sarà pure una coincidenza ma appena Renzi diviene il nuovo Presidente del Consiglio ecco che viene registrata la compravendita del 5% della COOP, 20 milioni investiti nell’IDG. Altre voci lo vedrebbero in lizza per l’acquisto di caserme e immobili statali per un valore che sarebbe attorno agli 800 milioni di euro. Poi, nel febbraio 2016 il Soros Fund Management ha invece acquisito lo 0,45% di Ferrari, pari a un pacchetto di 850 mila azioni. Ma forse è troppo riduttivo confinare Soros ad un discorso meramente economico, forse c’è dell’altro. Tipo una qualche riforma “progressista”.

In tutti i parlamenti che hanno discusso ed approvato le “Unioni Civili” è passato l’uragano Soros e la sua rivoluzione colorata. Lui usa come carota le unioni civili mentre il bastone cade come un macigno sull’economia di quello stesso paese per schiacciarlo. Le Unioni Civili sono delle riforme che distraggono l’opinione pubblica mentre si privatizza l’economia e ci si indebita. Con tutti i problemi economici che ha avuto la Grecia, vendita del suo patrimonio e austerity, il presidente eletto Tsipras che fretta aveva di far approvare in parlamento le unioni civili? Con tutti i problemi politici e militari che aveva l’Ucraina, Poroshenko aveva forse fretta di far approvare quella legge? Con tutti i problemi economici e di disoccupazione dell’Italia, Renzi aveva forse bisogno di occupare il parlamento per discutere di Unioni civili?

Secondo il segretario del Partito Comunista Rizzo le unioni civili sono dei falsi bisogni creati appositamente per distogliere le attenzioni del popolo dai problemi reali che lo affliggono (i salari, il lavoro, le pensioni). Sono: “un’arma di distrazione di massa” dice in un’intervista rilasciata a Federico Cenci: “L’esempio concreto è la Grecia di Tsipras, dove vengono tagliate le pensioni, viene ridimensionata l’assistenza sanitaria, aumentano i meccanismi di sfruttamento, si cancella lo stato sociale (…) La sinistra è oggi una costola del capitalismo, che crea false esigenze e contrapposizioni ingannevoli: il problema non è tra omosessuale ed eterosessuale, bensì tra gay povero e gay ricco.”

 

Per esempio, uno degli attivisti delle Unioni Civili in Italia è stato il giornalista Vittorio Longhi che ha promosso una petizione sulla sua piattaforma Progressi.org, figlia della sorosiana MoveOn.org, dal titolo: Approviamo subito il testo sulle unioni civili. Il giornalista Longhi rappresenta quella categoria di giornalisti riverenti, impiegatucci e affascinati dal suo potere che ha ritenuto “non appropriata” una petizione che voleva cacciare Soros e la sua organizzazione fuori dall’Italia quando invece nella sua piattaforma promuove petizioni assurde contro Trump.

Ma torniamo a “Lui”. Ora per Soros è più interessante l’immigrazione del semplice business o delle Unioni Civili.

Lo si deduce dalla lettera aperta scritta a Renzi con un tono pretenzioso da Costanza Hermanin, (senior policy officer presso l’Open Society Foundations) a due settimane dal suo insediamento a Palazzo Chigi intitolata: “Caro Matteo, adesso dammi una ragione per non dover più lavorare sui diritti umani in Italia.”

Nel primo paragrafo la Hermanin dice: “Adesso che il governo è pronto a mettersi al lavoro è giunto il momento di domandarti d’includere l’immigrazione, la parità e i diritti fondamentali nell’agenda delle riforme, politiche ma soprattutto istituzionali.”

Difatti, erano già cinque anni che la Open Society Foundations si occupava di “diritti umani” in Italia.

“Open Society Foundations, per quelli di voi che non la conoscono- dice Hermanin ad una presentazione -è una fondazione internazionale che ha la sede principale a New York e il cui fondatore è il filantropo e finanziatore George Soros. (…) Ciò detto, dal 2009 lavoriamo in Italia e sosteniamo studi e ricerche ma anche campagne. La nostra è una fondazione un po’ politicamente scorretta, ossia ci interessiamo a temi complessi: dalla prostituzione, all’abuso di droghe, ai temi di immigrazione, e lo facciamo non solo con i finanziamenti, ma anche cercando di affiancare il nostro peso nell’advocacy su questi fenomeni.”

Una delle sue prime creazioni della OSF in materia dei diritti umani che serviva come una piattaforma di lancio, una base per quel che sarebbe arrivato dopo, fu chiamata CILD, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, un’associazione che raggruppa varie Onlus di diversa natura e provenienza politica. Per esempio A Buon Diritto del senatore PD Luigi Manconi, Associazione Luca Coscioni dei Radicali, ecc.

Nella seconda edizione il suo “Premio Cild per le Libertà Civili” è stato assegnato quest’anno al cronista Valerio Cataldi (TG2) e Diego Bianchi detto Zoro (Gazebo). “Ecco chi sono i nostri eroi dei diritti umani” scrive CILD annunciando il suo evento della premiazione del 16 dicembre 2016. Ovviamente il giornalista Cataldi che si appresta a vincere il premio made by Soros aveva già scritto vari articoli sull’Eritrea e aveva partecipato a tante iniziative della OSF come moderatore ed è anche membro fondatore del Comitato 3Ottobre. Della serie “se la suonano e se la cantano da soli”!

Le iniziative della sorosiana CILD si moltiplicano ogni mese. Le sue ultime due creature legate al giornalismo-online sono 19 Million Project struttura battezzata a Roma dove vi lavora il fior fiore di esperti del web e della migrazione, il loro slogan recita: “Siamo una coalizione di giornalisti, programmatori, progettisti, strateghi digitali e cittadini del mondo che si uniscono per affrontare la crisi migratoria nel Mediterraneo”.

La seconda è nata ad un mese di distanza e si chiama: OpenMigration e offre suggerimenti agli addetti ai lavori (dell’immigrazione) basandosi su cifre, numeri, statistiche, ossia, in una sola parola, Datagiornalismo, un sistema politically correct di raccontare ai cittadini europei il #RefugeeCrisis o #MigrationCrisis e convincerli a non aver paura dei migranti.

Il Manifesto ha accolto la nascita di CILD con toni molto entusiastici: “Eppure, ricorda Aryeh Neier, ex direttore dell’American Civil Liberties Union e co-fondatore di Human Rights Watch e presidente della Open Society Foundations, in tutto il mondo si sta ancora aspettando quell’età d’oro per i diritti civili che ci si aspettava si sarebbe “aperta dopo la caduta del muro” (…) “Nel creare questa coalizione in Italia – conclude Neier – non solo riuscirete a rafforzare la lotta nazionale ma in sinergia con altre organizzazioni europee porterete questa battaglia a un livello superiore”.

Ma il 27 settembre 2015 succede un imprevisto, cinematograficamente si chiama colpo di scena.

Al Clinton Global Initiative di New York, inaspettatamente, Matteo Renzismentisce Soros che aveva appena finito di dire che la minaccia dell’Europa è la Russia di Putin: “I think it could be a tragic mistake consider identity of Europe against Russia”, (Penso che potrebbe essere un tragico errore riconoscere l’identità dell’Europa solo in contrapposizione alla Russia).

Per Renzi la vera minaccia non è la Russia bensì l’Ungheria che continua a costruire muri contro i rifugiati. George Soros col suo sorriso sprezzante incassò il colpo non aspettandosi quelle dichiarazione da una “sua creatura” e meditò vendetta. Dopo varie peripezie e un fallimento referendario sul suo operato, il 5 dicembre 2016 Matteo Renzi ammette la sconfitta al referendum costituzionale e si dimette da presidente del Consiglio. Il 12 dicembre Paolo Gentiloni viene eletto nuovo Presidente del Consiglio.

1341.- Il banchiere Gotti Tedeschi a Libero: “Per difendere l’euro ci attende un futuro terrificante”. Allegria!

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Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, già presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior) dal 2009 al 2012 ha una lunga carriera nel mondo dell’economia e finanza, iniziata con l’americana McKinsey e proseguita con la co-fondazione di Akros Finanziaria. Ha insegnato per vari anni in Università Cattolica ed in Aseri (Alta scuola di economia e relazioni internazionali). È stato consigliere del ministro del Tesoro dal 2008 al 2011, consigliere della Cassa Depositi e Prestiti per tre mandati e presidente del Fondo infrastrutture F2i.

Professore, la sua ultima lettera al sito di Maurizio Blondet ha suscitato un dibattito tra gli “internauti”. I giornali hanno ignorato la sua missiva che mette in rilievo la necessità non solo economica, ma di “libertà democratica” di uscire dalla moneta unica. Può spiegare ai lettori di Libero la sua posizione al riguardo? 
«La mia posizione, è la seguente: l’ euro è stato utilizzato come scusa per ridimensionare il nostro Paese da un punto di vista economico e “morale” (spiegherò che vuol dire). Le altre giustificazioni sono insostenibili da più punti di vista. Dette giustificazioni usano un modello (ir)razionale che confonde cause con effetti, è lo stesso usato per spiegare decisioni che provocano le condizioni per giustificarle, come è successo per l’ immigrazione (gap di popolazione) o l’ ambientalismo (neomalthusianesimo). Così le pressioni fatte al nostro Paese per difendere l’ Euro (tedesco) sono state giustificate dall’ alto debito pubblico italiano, che è un falso problema perché è il debito complessivo di un paese che va misurato, come il caso Usa 2008-2010 ha ben dimostrato (in situazione di insolvenza, tutto il debito privato diventa debito pubblico). Ma dette pressioni ci hanno ridotto allo stremo economico, con rischio morale. La carta stampata ha ignorato la mia considerazione perché può avere indirizzi politici da rispettare: «No touch issues», che sono tabù e vanno trattati in un certo modo. Per esempio appunto l’ immigrazione, l’ ambientalismo,l’ Europa, l’ euro, Bergoglio, ecc.».
Vuole dire che questo argomento può essere affrontato solo in un modo? 
«L’ Europa e l’ euro non devono essere messi in discussione a meno che non lo autorizzi la signora Merkel. Poiché l’ economia non è una scienza, è piuttosto arduo prevedere con un minimo di certezza ciò che può succedere con l’ uscita dalla moneta unica. Troppo spesso politici ed economisti fanno prognosi senza aver fatto una corretta diagnosi, ne consegue che se non sono state intese le cause delle nostre difficoltà attuali nel sistema euro, difficilmente si potrà esser credibili nelle proposte di soluzione degli effetti».
Potrebbe farci degli esempi su questo? 
«Oggi ci ricordiamo in che situazione economica era l’ Italia prima dell’ entrata nell’ euro, quali condizioni le vennero imposte per entrare e come realizzò dette condizioni? Ci ricordiamo quanto pesava negli anni ’90 l’ economia “di Stato” direttamente e indirettamente sul Pil? (quasi il 65%). E quanto pesavano le banche private sul sistema creditizio? (qualche percentuale minima). Ci ricordiamo come si realizzarono le privatizzazioni? (molto male). Il lettore ricorda il famoso algoritmo Prodi per passare da un deficit di 7 punti al deficit di 3 punti percentuali? Ho spiegato questo per far intendere che i problemi riferiti all’ euro sono un po’ più complessi di quanto spesso vengano spiegati. Ma temo che la nostra capacità decisionale in proposito sia piuttosto bassa ed il rischio di pagar cara l’ uscita piuttosto alto».
Cosa intende quando dice “pagar caro”?
«Si deve riflettere su cosa significhi “pagar caro” la decisione di uscire, comparata con il costo di restare, costo che temo non sia solo economico, ma di libertà democratica di cui potremmo venir privati».
Ad oggi quindi la questione dell’ euro non è più un solo problema economico, ma di democrazia? 
«Per giustificare l’ economia, si potrà forzare la libertà. La moneta unica per funzionare necessita di un governo unico europeo che dovrà coesistere con il governo del mondo globale. A questo si sta arrivando, in modo sempre più accelerato dopo la crisi globale scoppiata nel 2007, grazie agli organismi sovranazionali che impongono leggi, discipline, modelli democratici, governanti cooptati, e soprattutto visione morale omogenea».
Allora il nostro destino è sottostare a questo “supergoverno mondiale”? 
«Probabilmente sì, l’ attuale situazione mi fa pensare che dobbiamo riconoscere la nostra impotenza, che non possiamo più fare nulla. I giochi son fatti e noi non giochiamo più, siamo diventati un gioco in mano ad altri. Il nuovo mondo globale aspira ad un’ omogeneità culturale e pertanto morale, che significa relativizzare le norme morali. Tutto questo porta ad una forma di sincretismo religioso, che necessariamente tende ad arrivare ad una religione globale panteista, ambientalista (animalista e vegana), neomalthusiana e orientata alla decrescita. Se questo è vero e l’ euro venisse usato come strumento per forzare chi non è d’ accordo, si spiega la mia preoccupazione. Se fossi stato un governante nel nostro Paese, negli ultimi 6-7 anni, avrei fatto il contrario di ciò che è stato invece fatto».
Se questa è la situazione, come vede il futuro per il nostro Paese? 
«Con la scusa di difendere l’ euro dai problemi italiani, il nostro futuro non potrà che essere terrificante. Attenzione però, il problema non è nell’ euro in sé, ma nell’ avere un euro gestito “abusivamente” da altri, grazie alle nostre debolezze politiche».
Può fare degli esempi? 
«Darei due esempi, per ora solo immaginabili: in una siffatta Europa a governo unico, per ridurre il debito pubblico ci potrebbe venir imposto di espropriare i beni dei cittadini. Per ridurre il deficit di bilancio ci potrebbe venir imposta l’ eutanasia per i pensionati ultrasessantacinquenni, per tagliare la spesa pubblica di pensioni e sanità».
Si andrebbe persino verso il superamento del principio della dignità umana? 
«E chi la afferma più? Ormai legge civile, salute, vita, morale, ecc. che significato hanno? Quello deciso dall’ Oms all’ Onu ? Se così fosse la vita e la salute sarebbero benessere psicosociale. Se riconoscessimo che un governo, “cooptato o gradito”, è sottoposto alla “moral suasion” internazionale (che si può immaginare possa utilizzare anche i vincoli di una moneta unica), e se convenissimo che i paesi influenti, al di là delle forme diplomatiche, ci disprezzano, ci boicottano e ci vedono come un vantaggio da acquisire per rafforzare se stessi, che concluderemmo? Quale governo, non cooptato, saprebbe oggi decidere le specifiche soluzioni necessarie al nostro paese, rifiutando, se il caso, l’ applicazione di leggi economico-morali, da altri ritenute necessarie ma che danneggiano economicamente e, soprattutto, possono privare i cittadini di libertà democratica e personale?».
Una serie di interrogativi a cui appare difficile rispondere. Ma adesso ci permetta di fare un passo al 1992, all’ alba del trattato di Maastricht. Come giudica lo stato attuale dell’ Ue? Secondo lei ci sarà ancora un futuro per questa Unione? 
« I Padri fondatori quali De Gasperi, Adenauer, Schuman e Monnet avevano progettato un’ Europa sussidiaria ai vari Paesi, destinata a valorizzarne le identità. Ma il progetto di moneta unica doveva essere destinato a valorizzare le singole economie dei Paesi europei. Poi sono sopravvenute “modifiche genetiche” di carattere cultural-politico che hanno cambiato lo spirito originario facendo persino rinnegare le radici cristiane. Poi è arrivata la crisi economica del 2007 che fa esplodere le contraddizioni economiche, politiche e morali facendo trionfare gli stessi egoismi arroganti che avevano snaturato il progetto originario».
Lei ha parlato di radici cristiane può precisare meglio questo punto? 
«L’ Europa è fatta da tre “culture religiose”: quella protestante-calvinista, quella cattolica e quella illuminista-laicista. Quando le cose vanno male, quale visione di cosa è bene o male prevale secondo voi? Secondo “loro” deve prevalere una forma di pragmatismo egoistico che rifiuta morali forti e dogmatiche e pretende morali relative, in evoluzione, pluraliste, dove l’ Autorità morale non deve più intervenire nel confronto con le leggi (etiche) dello stato, ormai leggi globali di uno stato globale. Che succede se l’ Autorità morale è invitata ad occuparsi di socio-economia e non più di morale? E chi ci difende e tutela allora? Ecco perché sono sempre più preoccupato».
Come giudica l’ attuale posizione della Chiesa Cattolica rispetto a quella precedente di Benedetto XVI, secondo il quale “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare”? 
«Meglio se non rispondo a questa domanda, rischierei una “scomunica”. Quanto ci manca Benedetto XVI, mai come ora! Le migrazioni son sempre più manifestamente state volute e pianificate, soprattutto per “aiutare” il nostro Paese, dove risiede la massima Autorità morale al mondo, a correggersi e aprirsi al “multiculturalismo” orientato a un sincretismo religioso necessario a prevenire “guerre di religione”. Temo che non riusciremo a metter in discussione più nulla , ahimè».
Ci consenta un’ ultima domanda. Di fronte a questo scenario che ha delineato alle prossime elezioni, quale sarebbe secondo lei la prima cosa da fare per il futuro governo? 
«Per vincere le elezioni. Risposta seria: produrre un vero progetto per il paese e dotarsi delle capacità di gestirle (un paio di nomi io li avrei), invece di sperare di prender voti coccolando cani e gatti in tv. Risposta provocatoria: andare a cercare all’ estero,anche fuori Europa, i consensi necessari facendo alleanze e compromessi a destra e manca. Risposta realistica e rassegnata: fare atto di sottomissione alla Germania. Per governare e risolvere i problemi del Paese (escludendo la prima risposta). Andare a pregare la Madonna a Medjugorje. Anche rischiando scomuniche». 

di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti

1329.- ANALISI ONG NEL MEDITERRANEO: SECONDA PARTE

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C’è una regia operativa che dirige lo schieramento a rastrello. Nulla deve sfuggire.

 

(Come operano, chi le finanzia e i punti oscuri)

Premessa

Lo scopo di questa ricerca, come delle precedenti, non è quello di denunciare l’operato delle ONG nel Mediterraneo o di provare presunte collusioni con gli scafisti.
Lo scopo è quello di mettere ordine e fare chiarezza sui fatti vista la grande quantità di informazioni spesso in contrasto tra di loro.
Lo scopo è quello di stimolare un’analisi successiva del lettore partendo da dati il “più possibile neutri”.
Lo scopo è quello di sollecitare maggior trasparenza riguardo alle operazioni svolte dalle ONG nel Mediterraneo visto che l’onere del fare vivere dignitosamente le persone a cui loro salvano la vita spetta al popolo italiano.
Lasciamo alle varie Procure della nostra Repubblica impegnate nelle diverse inchieste, alla commissione di Frontex e alla Commissione Difesa del Senato, il compito di indagare e portare la realtà dei fatti “a galla”.
Luca Donadel e Francesca Totolo

1

Quali ONG operano nel Mediterraneo 2

Medici Senza Frontiere

Dicono di loro: “Al cuore dell’identità di MSF c’è l’impegno a essere indipendenti, neutrali e imparziali. Questi principi hanno guidato ogni aspetto del nostro lavoro – dall’assistenza medica e logistica agli aspetti finanziari e alla comunicazione – fin da quando MSF è stata fondata nel 1971”.

MSF è un’organizzazione umanitaria composto da 23 sezioni nazionali indipendenti riunite sotto un unico statuto. Le singole sezioni reclutano gli operatori umanitari, promuovono l’organizzazione attraverso campagne stampa e di sensibilizzazione, fanno raccolta fondi per finanziare le missioni. Gli uffici che coordinano direttamente le operazioni sul terreno (“centri operativi”) si trovano a Bruxelles, Parigi, Amsterdam, Barcellona e Ginevra. Nei contatti con le istituzioni sovranazionali e le organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e le Nazioni Unite, MSF è rappresentata dall’Ufficio Internazionale sito a Ginevra.

Nel 1998 MSF Italia si costituisce come Onlus (organizzazione non lucrativa di utilità sociale), con il riconoscimento della personalità giuridica da parte del Ministero della Sanità e nel 2002 riceve l’idoneità di Organizzazione Non Governativa (ONG) dal Ministero degli Affari Esteri. In Italia è anche basata un’unità operativa (“cellula”) che dipende dal centro operativo di Bruxelles e gestisce direttamente le attività condotte da MSF nei seguenti paesi: Italia, Bulgaria, Grecia, Mauritania, Libia, Egitto. 1

Le navi

Per il terzo anno consecutivo sono impegnati in operazioni di ricerca, soccorso e assistenza medica nel Mediterraneo centrale.

Da aprile a novembre 2016, l’équipe di MSF è operativa su tre navi, la Dignity I, la Bourbon Argos e l’Aquarius. Dichiarano di aver partecipato a decine di operazioni coordinate dalla Guardia Costiera Italiana.

Durante la stagione invernale, l’unica nave operativa è stata l’Aquarius, in collaborazione con SOS Mediterranee. A partire da Marzo, hanno acquisito una nuova imbarcazione, la Prudence, che può ospitare a bordo 600 persone e altre 400 in caso di estrema necessità. Con 13 persone dello staff MSF a bordo, tra cui diversi italiani, e 17 membri dell’equipaggio, la nave è equipaggiata per fornire primo soccorso a bordo ed è dotata di pronto soccorso, ambulatorio, farmacia e aree per trattare i casi più vulnerabili.

Campagne di sensibilizzazione sponsorizzate da Medici Senza Frontiere

#MILIONIDIPASSI: informando sulle sofferenze del popoli “costretti a migrare”, MSF ammonisce i governi nazionali sul metodo utilizzato in risposta a questa emergenza: “Serve un nuovo approccio umanitario, che guardi alle indicibili sofferenze di sfollati e rifugiati e alle ragioni della loro fuga, non alle modalità – legali o illegali – del loro viaggio o ai timori dei paesi di arrivo”.2 Inoltre chiedono l’apertura di “corridoi umanitari” per ovviare la piaga dei trafficanti e conseguentemente dichiarano. “L’Europa deve abbandonare la logica della fortezza da difendere. Chiediamo di superare i muri e il filo spinato, interrompere le deportazioni previste negli accordi con i Paesi d’origine, cessare gli abusi delle forze di polizia, offrire un’accoglienza dignitosa a chi fugge e assistere le persone più vulnerabili”.3
La campagna #milionidipassi cerca anche di sfatare i 10 principali “luoghi comuni” sui migranti attraverso l’operazione “L’anti-slogan”, come ad esempio quello che “ci portano le malattie”, quello che “li trattano meglio degli italiani” e tanti altri.4

#SAFEPASSAGE: “La nostra richiesta ai leader europei è di aprire vie legali e sicure per tutte le persone in fuga verso l’Europa e porre fine alle politiche indifendibili che stanno trasformando un prevedibile afflusso in una vera tragedia umana”.5

Campagne a sostegno dei migranti approdati in Italia

Centro di riabilitazione per i sopravvissuti a tortura e per le vittime di trattamenti crudeli e degradanti (Roma): l’obiettivo è quello di offrire servizi riabilitativi con un approccio multidisciplinare (medico, psicoterapeutico, fisioterapeutico, sociale e legale) a vittime di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nella città di Roma e provincia.  Il centro segue attualmente 98 pazienti di 22 differenti nazionalità (di cui Mali, Gambia e Nigeria sono le prevalenti), la maggior parte dei quali richiedenti asilo residenti a Roma e provincia.

Screening per l’individuazione e la presa in carico dei casi positivi di cardiopatia reumatica nei gruppi di popolazione migrante (Roma): l’obiettivo è quello di fornire una diagnosi rapida ed efficace e una prevenzione secondaria nei casi di cardiopatia reumatica all’interno di alcuni gruppi di migranti, richiedenti asilo e rifugiati a Roma nella fascia di età 10-25.

Supporto psicologico per richiedenti asilo nella Provincia di Trapani: Supporto psicosociale ai richiedenti asilo ospiti nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) della provincia di Trapani/Ambulatorio di psicoterapia transculturale per la popolazione migrante di Trapani. Da Luglio 2016 MSF ha attivato, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale e l’Unitá di Psicologia, un ambulatorio di psicoterapia transculturale: lo scopo é di offrire un servizio terapeutico ai migranti affetti da grave disagio mentale; il setting prevede la presenza, oltre che del terapeuta, anche dei mediatori culturali.

PFA (Primo Soccorso Psicologico) per sopravvissuti a naufragio (Sicilia e Sud Italia): MSF ha deciso di continuare per il secondo anno a fornire primissima assistenza ai porti di arrivo in caso di sbarchi traumatici. Un team mobile, composto da un coordinatore, psicologi e mediatori culturali specializzati, viene dispiegato e raggiunge il luogo di approdo entro 72 ore dall’allerta del Ministero dell’Interno.

Assistenza medica e psico-sociale per i migranti in transito (Como e Ventimiglia): l’obiettivo è quello di fornire supporto medico e psicologico a migranti, rifugiati e richiedenti asilo in transito alle frontiere settentrionali dell’Italia, con un’attenzione particolare alla salute mentale e della donna.6

Il fondatore di Medici Senza Frontiere: Bernard Kouchner

Bernard Kouchner è un politico e medico francese. Co-fondatore di Medici Senza Frontiere e Médecins du Monde, dal 2007 fino al 2010, ha ricoperto la carica di Ministro degli Affari Esteri ed Europei nel governo Fillon di centro-destra sotto il presidente Nicolas Sarkozy, anche se precedentemente ha rivestito cariche istituzionali in governi socialisti.

Nel luglio 1999, in virtù della Security Council Resolution 1244, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha nominato Kouchner come secondo rappresentante speciale delle Nazioni Unite e il capo della missione amministrativa delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK).7

Kouchner, difensore di interventi umanitari di lunga data, all’inizio del 2003, si è pronunciato a favore dell’eliminazione Saddam Hussein come presidente dell’Iraq, sostenendo che l’intervento contro la dittatura dovrebbe essere una priorità globale e invitando le Nazioni Unite ad una veloce risoluzione.8

Nel 2005 fu candidato alla posizione di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ma non venne eletto, come successe anche nel 2006 per la candidatura a Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute.

Nel 2010, il Jerusalem Post ha inserito Bernard Kouchner al 15° posto nella classifica degli ebrei più influenti nel mondo.). Nella medesima classifica compaiono anche Sergey Brin (fondatore di Google), Mark Zuckerberg(fondatore di Facebook) e Dominique Strauss-Kahn (ex presidente del Fondo Monetario Internazionale dalle vicende ben note).9

Dal 2015 Kouchner è tra i leader dell’AMU (Agenzia per la modernizzazione della Ucraina), dove contribuisce con la sua esperienza nel settore sanitario.10
L’Agenzia ha spinto il Governo Ucraino verso l’entrata in Europa: “The Association Agreement with the European Union, ratificato dal Parlamento ucraino nel 2014, promette significativi vantaggi per l’Ucraina e la sua gente. L’accordo impegna l’Ucraina ad attuare standard europei in un ampio spettro, dalla governance democratica alle regolamentazioni economiche e all’ammodernamento delle infrastrutture”.11

Kouchner è un noto pro-europeista. Ha sostenuto la ratifica del Trattato di Lisbona a causa della minaccia di un possibile respingimento dagli irlandesi nel referendum da loro indetto. Recentemente, ha co-firmato la richiesta di George Soros per il rafforzamento delle prerogative europee come risposta alla crisi della zona euro.12

A causa di un conflitto di opinioni con il presidente di MSF, Claude Malhuret, ha fondato Doctors of the World (Médecins du Monde) nel 1980.

Nell’immagine Bernard Kouchner con George Soros.13

Bilanci di Medici Senza Frontiere

I dati sono tratti dal Bilancio 2016:1415

Fondi raccolti 58.000.000€ con un incremento dell’8,5% rispetto al 2015.

Fondi raccolti tramite la raccolta del 5×1000 in Italia 9.774.726€ con un aumento del 23% rispetto al 2015.

Destinazione dei fondi raccolti.

Medici Senza Frontiere, per il primo anno, nel 2016 ha rinunciato ai fondi europei per protestare contro gli accordi sui migranti con la Turchia avvenuti in marzo.

Dall’Activity Report di MSF International 2015.16

MSF International si finanzia tramite il 92% di fondi privati e l’8% di fondi istituzionali. Per fondi privati, si intendono anche le donazioni fatte da aziende partner e fondazioni.

Zone d’ombra di Medici Senza Frontiere

1)Ogni anno puntualmente MSF pubblica il bilancio d’esercizio per garantire la trasparenza richiesta a chi opera con fondi derivanti principalmente dalle donazioni private. Invece, come solitamente le ONG dovrebbero fare ricevendo donazioni così ingenti, MSF non pubblica la lista delle fondazioni partnerlimitandosi a quella delle aziende partner.17

2)Attacco armato alla nave Bourbon Argos: il 17 agosto 2016, un motoscafo non identificato ha attaccato e sparato, secondo la ricostruzione dello staff, contro la Bourbon Argos, una delle navi di MSF, mentre svolgeva attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. MSF dichiara: “l’attacco è avvenuto in acque internazionali, a 24 miglia nautiche a nord della costa libica. Uomini armati a bordo del motoscafo hanno sparato da una distanza di 400-500 metri verso la Bourbon Argos e poi sono saliti a bordo, dove non c’erano persone soccorse durante la giornata. Né i membri dell’equipaggio né i membri dello staff di MSF sono stati feriti”. Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni di MSF, chiarisce: “Anche se non conosciamo l’identità degli aggressori o la loro motivazione, da una nostra prima ricostruzione dei fatti riteniamo che fossero dei professionisti e ben addestrati. Si tratta di un attacco serio e preoccupante, perché gli spari verso la nave avrebbero potuto mettere in serio pericolo il nostro staff”. I dubbi sono molteplici: perché attaccare una nave appartenente ad una ONG che si occupa di curare i migranti, quindi senza ricchezze ne in denaro ne in beni? Perché gli assalitori una volta saliti sulla nave si sono intrattenuti per 50 minuti senza arrecare ne nessun danno ne un seppur piccolo furto mentre l’equipaggio e lo staff si erano spostati nell’area sicura? Perché nessuno ha soccorso la Bourbon Argos che presumibilmente aveva lanciato un SOS visto che, dalle dichiarazioni, si trovava in acque internazionali pattugliate quotidianamente dalla nostra Guardia Costiera? 18

Una spiegazione sarebbe arrivata dalla Guardia Costiera Libica. Un portavoce della marina ha affermato che le forze libiche si erano avvicinati alla Bourbon Argos, dopo che il suo equipaggio avrebbe rifiutato di identificarsi. Ma la marina ha negato di aver sparato direttamente alla barca di MSF, e ha sostenuto di non essere saliti a bordo della stessa. “Un pattugliatore della guardia costiera libica era a circa 25 miglia al largo. Ha individuato una nave non identificata a cui fu dato l’ordine di fermarsi, ma questa non lo ha rispettato. Abbiamo sparato cinque colpi di avvertimento. Non abbiamo assaltato la nave, siamo categorici al riguardo. E la pattuglia ha quindi fatto rotta verso la costa. Abbiamo informato gli operatori della Operazione Sophia e di questo incidente abbiamo aperto un’inchiesta. Noi siamo la guardia costiera libica e la nave doveva fermarsi e identificarsi”. Una versione molto diversa da quella fornita da MSF. 19

3)Sequestro e uccisione dell’attivista Kayla Mueller: sequestrata nelle vicinanze di Aleppo con un collega spagnolo nel 2013 mentre portava aiuti ad un ospedale sovvenzionato da MSF, la Mueller è stata ostaggio nelle mani dell’Isis per 18 mesi. I sequestratori affermarono, si presume per mera propaganda, che fosse stata uccisa da un bombardamento dell’esercito giordano nel febbraio del 2015 dopo una missione di salvataggio americana fallita. Le proteste arrivarono dalla famiglia della Mueller come riportato da ABS News: “Marsha and Carl Mueller of Prescott, Arizona, said the group (MSF) refused to speak with them for months and then withheld critical information provided by freed Doctors Without Borders (MSF) hostages, information that directly concerned their daughter and was needed in order to begin negotiations for her release”. L’articolo continua con altre dichiarazioni dei Mueller: *”In a phone conversation recorded by the Muellers 10 months after their daughter’s kidnapping and provided to ABC News, they asked the group if it would help negotiate for their daughter. «No» the senior official replied: «So, the crisis management team that we have installed for our five people and that managed the case for our people will be closed down in the next week. Yeah? Because our case is closed»”.20

MSF si difese dalle accuse motivando che la Mueller non faceva parte del loro staff (anche se si trovava ad Aleppo per aiutare un ospedale da loro supportato insieme con un membro della loro organizzazione) e dichiarando di non avere nessun obbligo morale visto che “We are not hostage negotiators”.21

4)MSF nel Myanmar: Il governo di Myanmar era nel 2013 in gran parte dipendente da MSF e da altre ONG per quanto riguardava la fornitura e l’assistenza sanitaria in particolare nello Stato del Rhakine, di difficile accesso a causa anche della violenza presente in quella determinata zona. Nel 2013, il governo decise di non prolungare il suo accordo con MSF riguardante le operazioni nello stato del Rakhine. Ye Htut, portavoce del Presidente del Myanmar Thein Sein, affermò ai media che il Ministero della Salute aveva già provveduto ad inviare un team di risposta alle emergenze con otto ambulanze nel suddetto Stato per riempire il vuoto a causa della fine delle operazione di MSF. Il Governo dichiarò di aver deciso di non prolungare l’accordo perché MSF offriva un trattamento preferenziale a favore della popolazione di Rohingya e di aver istituito una clinica per i neonati senza essere stata autorizzata a farlo.

Ye Htut affermò: “MSF’s foreign and local staff in Rakhine have created a lot of problems because they are not following their core principle of neutrality and impartiality”. Il sospetto non celato delle istituzioni del Myanmar riguardava la possibilità di collusione tra MSF, USA e altri stati membri delle Nazioni Unite: “to function as a destabilizing factor that challenges the sovereignty of governments in targeted countries”, ricordando che nel Paese sono presenti due importanti infrastrutture: un oleodotto e un gasdotto.2223

5)MSF-Pfizer e lo scandolo dei farmaci contro la meningite in Nigeria del 2011: illazioni e accuse sono volate tra MSF e Pfizer, multinazionale farmaceutica. In sostanza, MSF insinuò che Pfizer stesse testando vaccini sperimentali contro la meningite in un periodo fortemente critico a causa di una vasta epidemia nel Paese, mentre la secondo tacciò la prima di usare invece un farmaco poco efficace e più economico.24

MSF e il ruolo in Siria: sarà affrontato in un approfondimento specifico.

MSF in Kenia: diverse donne sieropositive denunciarono di aver subito un’isterectomia sotto la coercizione dei medici di MSF nel 2014. Le pazienti affermarono che se non si fossero prestate a tali pratica non avrebbero più avuto accesso ai trattamenti medicali e al supporto nutrizionale.2526

Save The Children

Save the Children Italia è stata costituita alla fine del 1998 come Onlus ed ha iniziato le sue attività nel 1999. Oggi é una Ong riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri. Focalizzano la loro missione su attività e progetti rivolti sia ai bambini dei cosiddetti paesi in via di sviluppo sia a quelli che vivono sul territorio italiano.
(Statuto costitutivo di Save The Children27)

Codice Etico: contestualmente all’approvazione del Modello 231 che recepisce il Decreto Legislativo 231 del 2001 (decreto che stabilisce un regime di responsabilità amministrativa equiparabile sostanzialmente alla responsabilità penale), Save the Children Italia ha aggiornato il proprio Codice Etico per dare opportuna visibilità ai propri valori e per definire le norme di condotta specifiche che regolano le sue attività.28

Save The Children e le campagne riguardanti i minori migranti

Attività di sensibilizzazione e pressione rivolto alle istituzione italiane: al lavoro svolto sul campo, in Italia come negli altri paesi di transito e destinazione, “si accompagna una forte attività di sensibilizzazione e di pressione sulle istituzioni, italiane ed europee, affinché i bambini in viaggio verso l’Europa, o che si trovano già qui, ricevano un’adeguata accoglienza e assistenza”. STC dichiara di aver registrato una grande vittoria nel 2017 quando il 29 marzo “il Parlamento italiano ha approvato una legge che definisce un sistema nazionale di accoglienza e di protezione per i bambini e gli adolescenti stranieri che arrivano in Italia”. È una legge da loro proposta tre anni prima e che ha raccolto un grande consenso da parte di tutte le organizzazioni umanitarie: “È la prima legge di questo tipo in Europa e segna una svolta perché guarda ai minori stranieri non accompagnati per il loro essere bambini e adolescenti, prima che migranti e profughi”. MSF afferma: “d’ora in avanti saremo impegnati ad attuare questa legge e allo stesso tempo continueremo a chiedere a gran voce di garantire ai migranti, e in particolare ai minori, vie di accesso sicure e legali evitando che l’unica alternativa sia quella di affidarsi ai trafficanti per attraversare, a rischio della vita, il Mediterraneo o le frontiere interne o esterne dell’Europa”.29

Attività di sensibilizzazione e pressione rivolto alle istituzione europee: STC propone all’Europa una sorta di agenda composta da vari step per intervenire sulla questione minori migranti:30

  • Proseguimento delle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo come una priorità assoluta e che venga garantito il massimo sforzo per assicurare, prima di tutto, il salvataggio delle vite umane a rischio.
  • Attivazione di vie sicure e legali attraverso le quali i migranti, e in particolare i bambini, possano raggiungere l’Europa evitando di affidarsi a trafficanti spregiudicati (visti umanitari).
  • Garanzia sul rispetto della direttiva sul ricongiungimento familiare, una possibilità che ai minori deve essere concessa già dai momenti immediatamente successivi al loro arrivo in un paese dell’UE.
  • Richiesta alle istituzioni della UE e agli Stati Membri di mettere in atto meccanismi di responsabilità condivisa che assicurino che tutti gli Stati Membri partecipino ai programmi di reinsediamento.
  •  Implementare una politica sui rimpatri, forzati o volontari, che sia efficace e condivisa e che soprattutto protegga i più piccoli dal rischio di ritornare in paesi per loro poco sicuri. Tali politiche dovrebbero sempre salvaguardare il superiore interesse dei minori e la loro sicurezza.
  • Richiesta agli Stati Membri e all’UE di porre immediatamente fine alla reclusione dei minori nei centri di detenzione offrendo loro opportunità di accoglienza in strutture alternative sicure e adeguate; di consentire l’accesso nei cosiddetti hotspot a ONG e attori impegnati nella protezione dei diritti dei bambini; di migliorare le procedure di identificazione e registrazione dei minori non accompagnati; di fornire a questi ultimi supporto legale e informazioni dettagliate sui propri diritti e sulle procedure per richiedere asilo.
  • Affrontare le cause primarie della crisi migratoria, a partire dall’impegno per portare a termine il conflitto in Siria. (pressioni per intervento di risoluzione in Siria).
  • Critiche al Migration Compact approvato nel giugno 2016 dalla Commissione Europea che, a detta loro,rischia di segnare irrimediabilmente il passaggio a una politica estera europea preoccupata soprattutto nel frenare l’immigrazione verso i propri confini, a discapito dei diritti umani e dei valori fondativi della stessa Europa.

La nave

Save The Children opera nel Mediterraneo sul nave Vos Hestia.31

Save The Children e le campagne riguardanti i minori migranti

1)Intervento a Roma e Milano: nella maggior parte dei casi l’Italia è solo una tappa del viaggio dei migranti verso altri Paesi europei. Per questo motivo, sono state create strutture di accoglienza, più o meno formali, con rilevanti rischi di sfruttamento e tratta. A causa di questi pericoli, a Roma e a Milano, Save The Children ha potenziato gli interventi già attivi nell’ambito del progetto CivicoZero, intensificando così la loro attività. Un’apposita unità mobile di strada è stata dedicata a raggiungere e supportare i minori in transito, garantendo loro un’adeguata informazione sui loro diritti e sui rischi che corrono. A Milano hanno inoltre attivato un intervento rivolto ai bambini in nucleo familiare: uno “Spazio a misura di bambino” (Child Friendly Space – CFS), in altre parole un’area protetta dove i bambini in transito possono giocare, raccontare e trovarsi in un luogo a loro dedicato e sicuro.32

Il Progetto CivicoZero è realizzato nelle città di Roma (implementato dalla cooperativa CivicoZero), Milano e Torino ed è volto a fornire supporto, orientamento e protezione ai minori migranti e neo-maggiorenni che si trovano, o che rischiano di trovarsi, in situazioni di marginalità sociale, devianza, sfruttamento e abuso, al fine di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita e al rispetto dei loro diritti. Il progetto comprende: un’unità mobile e il Centro CivicoZero (attività informativa e di consulenza legale e socio-sanitaria, attività formative e di integrazione sociale, come alfabetizzazione, orientamento alla formazione e alla ricerca lavoro ed erogazione di borse di studio e lavoro; attività culturali, artistiche, creative e ricreative).33

2)Helpline minori migranti: attivato a luglio 2016, la “Helpline Minori Migranti” è un numero verde multilingua di consulenza tramite cui i minori non accompagnati possono chiedere informazioni e ricevere risposte adeguate e pertinenti sui propri diritti e sulle proprie opportunità. I minori possono anche accedere a una serie di servizi (mediazione culturale, assistenza legale, supporto psicologico, attivazione dei canali di assistenza sociale). La Helpline, pur nascendo come servizio dedicato ai minori migranti, rappresenta anche un importante punto di riferimento per i loro familiari, per i cittadini, per gli operatori delle strutture di accoglienza, per le istituzioni, per le ONG di settore e per le associazioni di volontariato.34

Presidente e Direttore Generale

Claudio Tesauro, presidente di STC dal 2008, è socio dello Studio BonelliErede, svolge la sua attività presso la sede di Roma e coordina il dipartimento Antitrust, Comunitario e Attività Regolamentate che è articolato sulle tre sedi di Bruxelles, Roma e Milano.

Valerio Neri, nel 1990 viene nominato Direttore Generale del WWF Italia, già membro del Budget and Planning Committee del WWF Internazionale sotto la Presidenza del Principe Filippo di Edimburgo. Nel 1996 lascia il WWF Italia per assumere la funzione di Direttore Generale de “Il Telefono Azzurro Onlus”. Mantiene il suo ruolo fino al 1997 quando diviene Direttore Comunicazione e Marketing di Atac SPA, azienda pubblica di trasporto della città di Roma. In questi stessi anni continua tuttavia ad operare nel settore no profit come collaboratore esterno di Greenpeace e dal 2002 come Consulente per la Comunicazione e il Marketing nel Comitato Scientifico della Fondazione FAI (Fondo Ambiente Italiano). Dal 2006 ricopre la carica di Direttore Generale di Save the Children in Italia.35

Consiglieri di Save The Children

I consiglieri del direttivo di Save The Children operano quasi totalmente nel settore bancario, in quello finanziario e nelle grandi aziende multinazionali:

  • Marco De Benedetti, figlio dell’imprenditore Carlo De Benedetti, è dal novembre 2005 Managing Director e Co-Head dell’Europe Buyout Group di The Carlyle Group, società internazionale di asset management e tra i maggiori fondi di PE a livello globale. È Presidente del Consiglio degli Accomandatari della Carlo De Benedetti & Figli; siede inoltre nei Consigli di Amministrazione di COFIDE (Gruppo De Benedetti SPA), CIR SPA, Moncler SPA, NBTY Inc., CommScope Holding Company, Twin-Set Simona Barbieri SPA, Marelli Motori SPA. e Sematic SPA (di queste ultime tre aziende è anche Presidente del Consiglio di Amministrazione).
  • Massimo Capuano, è Presidente di IW Bank SPA, banca del Gruppo UBI specializzata nel retail banking and trading on line dal giugno 2013. Precedentemente è stato Amministratore Delegato di Borsa Italiana SPA dal gennaio 1998 (anno della privatizzazione della Società) al 1 aprile 2010, e amministratore fino a fine luglio 2010. Dal 1 ottobre 2007 e’ stato anche membro del Board of Directors del London Stock Exchange Group come Vice Amministratore Delegato.36
  • Luigi De Vecchi, chairman of Continental Europe for Corporate and Investiment Banking, Citigroup.
  • Maria Bianca Farina, presidente di ANIA (associazione nazionale imprese assicuratrici) e di Fondazione ANIA, amministratore delegato di Poste Vita e di Poste Assicura. Dal 2014 è membro del Consiglio Direttivo dell’AIF (Autorità di Informazione Finanziaria e di Vigilanza della Santa Sede), con nomina di Papa Bergoglio. Da settembre 2015 è nel Consiglio Direttivo della Fondazione “Bambino Gesù Onlus“ e membro del Consiglio Direttivo della FEBAF (Federazione delle banche, delle assicurazioni e della finanza).37
  • Patrizia Grieco, presidente del consiglio di amministrazione di Enel SPA. Dal 2008 al 2013 è Amministratore delegato di Olivetti, di cui nel 2011 assume anche la Presidenza. È stata inoltre consigliere di amministrazione di Fiat Industrial e ricopre attualmente la carica di consigliere di amministrazione di Anima Holding, Ferrari, Amplifon, Università Bocconi e della Fondazione MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo). È membro del consiglio direttivo di Assonime. Inoltre, è membro permanente della Trilateral (“gruppo di studio” non governativo fondato nel 1973 da David Rockefeller, tra i cui scopi c’è la cooperazione internazionale nella convinzione della crescente interdipendenza tra gli stati del mondo. Mario Monti ne è stato presidente tra il 2010 e il 2011, sostituito poi da Jean-Claude Trichet che ne conserva la carica).38
  • Paola Rossi, presidente del consiglio di amministrazione di Teseo Capital (Sicav-Sif), società di investimento lussemburghese.
  • Enrico Giovannini, è stato Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 all’agosto 2009, Presidente dell’Istat dall’agosto 2009 all’aprile 2013. Dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato Ministro del lavoro e delle politiche socialidel governo Letta. È fondatore e Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) ed è professore ordinario di statistica economica all’Università di Roma “Tor Vergata“. Il 29 agosto 2014 il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon lo ha nominato Co-chair dell’ “Independent Expert Advisory Group on the Data Revolution for Sustainable Development“ per aiutare le Nazioni Unite a mettere a punto l’agenda dello sviluppo post 2015.
  • Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly Srl per cui ha lasciato l’incarico di consigliere strategico per le politiche industriali e le relazioni con la business community del governo Renzi. Precedentemente è stato amministratore delegato di Luxottica dal 27 luglio 2004 al 31 agosto 2014. Prima di tale incarico, ha trascorso un periodo di dieci anni in Merloni Elettrodomestici, successivamente Indesit, giungendo a ricoprirne il ruolo di amministratore delegato.39
  • Auro Palomba, nel 2001 ha fondato Community che si occupa di reputation management. Al momento è Presidente di Community Strategic Communications Advisers e di Community Public Affairs e dirige la divisione Community Media Research oltre ad essere docente di comunicazione nel corso di laurea magistrale in scienze della formazione continua presso il Dipartimento di sociologia dell’Università di Padova.40
  • Marco Sala, numero uno di International Game Technology (il nuovo nome assunto da Gtech, la ex Lottomatica), azienda quotata al Nyse, grazie alla quale si è piazzato nel 2015 al 6° posto tra gli uomini più pagati. Prima del suo ingresso nella Società, è stato Amministratore Delegato di Buffetti, industria leader in Italia nelle forniture per ufficio. In precedenza è stato a capo della Divisione Business Directories Italia di SEAT Pagine Gialle e poi dell’intera area Business Directories, comprendente diverse aziende internazionali come Thomson (Gran Bretagna), Euredit (Francia) e Kompass (Italia). Precedentemente Sala ha ricoperto altri incarichi dirigenziali presso Magneti Marelli (società del Gruppo Fiat) e Kraft Foods.4142
  • Silvio Ursini, vice presidente esecutivo di Bulgari Group.
  • Andrea Tardiola, direttore del segretariato generale della Regione Lazio.
  • Simonetta Cavalli, assistente sociale e consigliere CNOAS (consiglio ordine nazionale degli assistenti sociali).

Bilancio di Save The Children

I dati si riferiscono al bilancio 2016 di Save The Children.43

Totale fondi raccolti nel 2016 e loro gestione tra le diverse aree operative.

Provenienza fondi raccolti nel 2016.

Donatori individuali.

Destinazione fondi distribuiti tra le diverse attività e tra i diversi programmi.

Destinazione fondi raccolti grazie al 5×1000.

Fidelizzazione dei donatori aziende e fondazioni.

Donazioni da Enti e Istituzioni.

Destinazione fondi donati da Enti e Istituzioni.

Operazione Search&Rescue nel Mediterraneo.

Progetti minori migranti.

Staff di Save The Children (oltre allo staff, l’organizzazione può vantare 1800 volontari).

Trasparenza assoluta di Save The Children Italia

Save The Children pubblica ogni anno il bilancio con relativa documentazione sulle fonti di finanziamento, sui donatori e sulle aziende/fondazioni che la sostengono. La trasparenza è rispettata pienamente facendo della ONG un esempio per chi non rispetta tale principio richiesto ad organizzazioni che si finanziano principalmente con donazioni di privati.

Le campagne avviate in Italia per assistere i minori migranti sono una buona risposta all’emergenza in atto nel nostro Paese, soprattutto la Helpline minori migranti.

Zone d’ombra Save The Children

Data l’assoluta trasparenza di Save The Children Italia, le zone d’ombra riguardano soprattutto Save The Children International e STC di altri Paesi:

  • Nel 2014, il Daily Mail svelò che Save The Children del Regno Unito pagò all’agenzia Adam and Eve Communication 726.343£ per una campagna di comunicazione. Il direttore dell’agenzia era Jon Forsyth, fratello di Justin Forsyth, allora CEO di STC UK e oggi Deputy Executive Director of the United Nations Children’s Fund (UNICEF).44

  • L’articolo del Daily Mail continua pubblicando gli elevati stipendi dello staff di STC UK.44

  • Nel 2005, il capo della sicurezza russa Nikolai Patrushev dichiarò che la Charity Merlin del Regno Unito e il US Peace Corps erano tra le ONG, presenti sul territorio russo, utilizzate per raccogliere informazioni di intelligence. La Saudi Red Crescent e un’altra organizzazione del Kuwait sono state accusate della medesima attività. La Merlin nel 2013 è stata acquisita da STC International dopo aver lavorato per 20 anni al suo fianco.4546
  • Un’inchiesta della BBC ha svelato alcune incoerenze riguardanti le ONG del Regno Unito. Tra queste troviamo Save The Children UK che fu accusata di “aver evitato di criticare uno dei suoi maggiori donatori e sponsor, la British Gas, azienda fornitrice di servizi alla popolazione britannica, per le bollette troppo alte, a detta di molti commentatori, imposte alle famiglie del Regno Unito”.47
  • La BBC riporta che, nel 2015, STC International è stata accusata dal Pakistan di compiere attività di spionaggio e operazioni contro il potere sovrano con la scusa delle campagne vaccinali. L’insinuazione era già stata fatta negli anni precedenti quando le intelligence cercavano di rintracciare il luogo dove si nascondeva Bin Laden. Per questo motivo, il Pakistan chiese a STC di lasciare il Paese entro 15 giorni.48
  • Critiche da parte di 500 membri dello staff e dell’opinione pubblica per il premio “Global Legacy Award” di STC dato nel 2014 a Tony Blair, a causa delle sue passate operazioni in Medio Oriente. Justin Forsyth, direttore generale di Save the Children UK ed ex collaboratore di Blair, ha ammesso che la mossa aveva danneggiato la credibilità internazionale dell’organizzazione. Una petizione online chiedeva che il premio fosse revocato, citando il ruolo di Blair nella guerra del 2003 in Iraq e le “accuse schiaccianti relative al suo ruolo in Medio Oriente e ai rapporti dello stesso con governanti autocratici”.49
  • Discutibile l’appello pro donazioni di STC International dove si da per scontato che il 4 aprile del 2017 la provincia di Idlib in Siria sia stata colpita da un attacco con armi chimiche (notizia non ancora verificata ad oggi).50
  • C’è da notare la grossa incoerenza tra le politiche di respingimento di Frontex recepite dagli Stati Membri dell’UE e i fondi che la Commissione Europea e i Ministeri italiani dell’Interno e degli Esteri donano a STC Italia, che chiaramente opera nel Mediterraneo con le attività di ricerca e salvataggio (attività che potrebbero, come riportato nelle informative di Frontex, “spingere” determinati popoli ad una ancora più numerosa immigrazione).

Emergency

Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. Emergency promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.

Emergency parte dal presupposto che tutti abbiano diritto alle cure: offre assistenza completamente gratuita; garantisce cure a chiunque ne abbia bisogno, senza discriminazioni politiche, ideologiche o religiose; dà una risposta sanitaria di elevata qualità; forma il personale locale fino al raggiungimento della completa autonomia operativa.

La sua opera si sostanzia nella costruzione di ospedali in zone di guerra e nei Paesi più poveri. Tutte le strutture di Emergency sono progettate, costruite e gestite da staff internazionale specializzato, impegnato anche nella formazione del personale locale.

L’attività di Emergency è fondata sul Manifesto per una medicina basata sui diritti umani, ideato ed elaborato a Venezia nel maggio del 2008 in un incontro promosso dall’organizzazione sui problemi della sanità in Africa a cui hanno partecipato i ministri della Sanità di otto paesi africani.51

Per sostenere gli obiettivi di Emergency su una più ampia scala internazionale, nel 2005 negli Stati Uniti si sono creati alcuni gruppi di volontari che nel 2008 si sono costituiti in associazione riconosciuta (Emergency Usa); nel 2007 invece si è costituita Emergency UK. Tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011 sono nate Emergency Japan e Emergency Svizzera, successivamente diventata Fondazione Emergency Svizzera. Dal 2013 sono attive Emergency Belgium e Emergency Hong Kong.

Dal 2006 Emergency è riconosciuta come Ong partner delle Nazioni Unite – Dipartimento della Pubblica Informazione. Dal 2015, fa parte dell’Economic and Social Council come associazione in Special Consultative Status.

Attività di sensibilizzazione e Manifesto

Emergency basa la sua “mission” sul seguente Manifesto.52

Progetto scuola

Emergency entra negli istituti scolastici con il “progetto scuola”.53

Emergency e le campagne riguardanti i migranti

Emergency svolge e ha svolto diverse operazioni a favore dei migranti arrivati in Italia e nel loro viaggio attraverso il Mediterraneo:

  • Assistenza sanitaria e attività di intermediazione culturale in Sicilia: i medici e i mediatori di Emergency sono al lavoro per garantire assistenza sanitaria ai migranti che sbarcano sulle coste della regione. Nel 2013 iniziano i primi interventi in Sicilia, fornendo assistenza sanitaria ai migranti ospitati nel Centro di prima accoglienza cittadino Umberto I. Questo intervento è andato avanti fino a maggio 2016, quando hanno dovuto sospenderlo in seguito alla chiusura del Centro da parte delle autorità, rimanendo a disposizione per proseguire l’intervento in altre strutture. Dall’estate 2015stanno lavorando anche nei porti di Augusta e Pozzallo per offrire le prime cure ai migranti nella fase immediatamente successiva all’arrivo. Lo staff di Emergency opera anche nel Centro per minori non accompagnati di Priolo e nel CAS (Centro di accoglienza straordinaria) “Frasca” a Rosolini, in provincia di Siracusa, e nel Centro di accoglienza di Siculiana, in provincia di Agrigento.  Insieme allo staff sanitario, medici e infermieri, nel team lavorano anche mediatori, che aiutano nel lavoro di rilevamento dei bisogni socio-sanitari durante gli sbarchi e che sono disponibili per informare i migranti in arrivo sui percorsi amministrativi-legali da intraprendere. Questa attività è presente anche in 5 altre regioni italiane.53

  • Missione di salvataggio e cura dei migranti nel mare Mediterraneo: a bordo della nave Topaz Responder del MOAS per il soccorso e salvataggio dei migranti in mare, lo staff di Emergency ha garantito l’assistenza post salvataggio, in particolare cure mediche e mediazione culturale a tutti i migranti, direttamente in mare. Ad agosto 2016 il progetto si è concluso, dopo che Emergency è stata informata da MOAS della decisione di concludere la collaborazione. In quei mesi, Emergency ha garantito a bordo cure mediche, mediazione culturale e tutta l’assistenza post salvataggio.5455

Emergency e le inchieste sulle ONG operanti nel Mediterraneo

Comunicato stampa di Emergency del 27 aprile 2017 a seguito delle inchieste delle diverse Procure italiane, delle audizioni presso la Commissione Difesa del Senato e dell’informativa di Frontex:56

“Le polemiche di questi giorni sui soccorsi in mare sono ignobili. Sono ignobili perché vengono dal mondo della politica che per primo dovrebbe sentire la responsabilità di affrontare la questione delle migrazioni in modo sistematico, aprendo possibilità sicure di accesso all’Europa, invece che costringere migliaia di persone a mettere a rischio la propria vita per attraversare il Mediterraneo. Sono ignobili perché colpevolizzano alcuni tra i soggetti che stanno cercando di dare il loro aiuto nella più grande tragedia che l’Europa si è trovata ad affrontare dal dopoguerra e che – peraltro – lo fanno in strettissima collaborazione con lo Stato italiano, la Marina e il ministero dell’Interno. Sono ignobili perché ignorano l’urgenza e il dovere morale di salvare delle vite in pericolo prima di aprire qualsiasi dibattito sui modi e sugli strumenti di accoglienza: lo scorso anno 5.098 persone sono morte in mare. Dall’inizio di quest’anno sono 1.092. E soprattutto sono ignobili perché non si pongono la domanda essenziale: perché queste persone fuggono dai loro Paesi e sono disposte a mettere a rischio la loro stessa vita per arrivare in Europa? Se guardiamo i Paesi di provenienza di chi cerca rifugio in Europa, non possiamo nasconderci dietro nessuna ideologia. Siria, Afghanistan, Nigeria, Iraq, Eritrea sono i primi 5; tutti Paesi dove la popolazione è oppressa dalla guerra, dalla povertà o dal rischio di essere perseguitata. Come organizzazione impegnata in alcuni di questi Paesi, EMERGENCY è convinta che fino a che non ci si assumerà la responsabilità di quello che spinge i migranti a fuggire non si potrà mai affrontare in modo efficace la gestione del flusso di migranti e rifugiati che vedono nell’Europa l’unica possibilità di salvezza e che invece continuiamo a ignorare. EMERGENCY è dalla parte delle istituzioni, Ong, agenzie internazionali, operatori del sociale e società civile che stanno svolgendo il loro compito con spirito di servizio e civiltà secondo i principi costituzionali e le convenzioni internazionali”.

Bilancio di Emergency

Il bilancio del 2016 di Emergency non è ancora stato pubblicato; quindi i dati esposti sono quelli relativi al 2015; al contrario il report sui programmi del 2016 è già presente sul sito internet dell’organizzazione.5758

Fondi raccolti da Emergency nel 2015.

Partnership di Emergency.

Totale fondi raccolti nel 2015 e loro gestione tra le diverse aree operative.

Totale fondi raccolti nel 2015 e loro gestione tra le diverse aree operative.

Allocazione risorse tra i diversi progetti.

Come si compone il personale di Emergency e distribuzione tra staff nazionale e internazionale.

Zone d’ombra di Emergency

1)Rapporto di collaborazione tra Emergency e MOAS: la collaborazione tra le due organizzazioni per l’attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo del 2016 si è conclusa dopo solo due mesi. Un secco comunicato di Emergency dichiara: “Venerdì scorso Emergency è stata informata da MOAS (Migrant Offshore Aid Station) della decisione di concludere la collaborazione che vedeva entrambe le associazioni impegnate in una missione di salvataggio e cura dei migranti nel Mediterraneo. Le motivazioni di MOAS sono di natura economica, riguardano solo MOAS e prescindono dalle azioni e dalla volontà di Emergency, che non è stata coinvolta in questa decisione. Per questa ragione, con grande tristezza, oggi Emergency lascerà il Responder a bordo del quale si era imbarcata due mesi fa. In questo periodo, il nostro team si è preso cura di 4.950 persone, garantendo cure mediche, mediazione culturale e tutta l’assistenza post salvataggio”.59

Al comunicato stampa di Emergency risponde la portavoce del MOAS, Maria Teresa Sette: “E’ stato da parte nostra necessario interrompere per motivi di fondi. Ma vogliamo sottolineare che la collaborazione con Emergency è stata fantastica, il loro livello di professionalità è eccellente, abbiamo salvato in soli due mesi migliaia di persone. Abbiamo lavorato insieme cercando di dare il meglio: da parte nostra però c’è la responsabilità di dover mantenere una missione estremamente costosa, da 900mila euro al mese per due navi da soccorso. Con Emergency la collaborazione era comunque limitata nel tempo, e per motivi di fondi abbiamo dovuto muoverci verso altri canali“. Nel Report 2016 di Emergency, il MOAS non viene mai citato ne sono presenti immagini relative alla collaborazione. Finita la collaborazione con Emergency, il MOAS ha iniziato una nuova collaborazione con la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.6061

2)Campagna “Io non ti denuncio”: discussa campagna di sensibilizzazione e protesta del 2009 in difesa del diritto all’accesso alle cure per chiunque, e quindi in dissenso con una proposta di legge depennante la norma che non permette al medico di denunciare un immigrato senza documenti bisognoso di assistenza medica in una struttura pubblica. Questa campagna è totalmente sparita dagli archivi on line di Emergency se non per qualche piccola news sugli eventi ad essa correlati.62

3)Arresto di tre operatori a Lashkar Gah e le accuse di non neutralità e politicizzazione dell’organizzazione: nell’aprile 2010, tre operatori di Emergency sono stati arrestati a Lashkar Gah, nella provincia afghana di Helmand, con l’accusa di aver complottato per uccidere il governatore della provincia. Nel corso delle operazioni della polizia afghana, coadiuvata da truppe ISAF, sono state trovate all’interno dell’ospedale gestito da Emergency cinture esplosive, granate e pistole. Pochi giorni dopo l’arresto, i tre operatori di Emergency sono stati ritenuti innocenti e liberati. Nel luglio 2010, Gino Strada ha reso noto che il governatore della provincia di Helmand ha autorizzato la riapertura dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah e l’attività è tempestivamente ripresa.6364

L’arresto dei tre operatori ha suscitato particolare clamore e sono costate diverse accuse nei confronti di Emergency riguardanti la mancanza di neutralità e la forte politicizzazione dell’organizzazione. Massimo Barra, Presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa Internazionale, in un intervista a Radio Radicale afferma che non sia “illegale” per una ONG essere non neutrale ed essere politicizzata ma solo opportuno, anche per motivi di sicurezza operando in contesti definiti pericolosi.65

4)Il Caso Sudan: in Sudan Emergency ha istituito un centro di cardiochirurgia a Soba e due centri pediatrici. Le spese sostenute, 10 milioni di euro, sono state pagate con i contributi del Presidente del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ex colonnello del’esercito sudanese, salito al potere nel 1989 con un colpo di stato(94,5% di suffragi a suo favore nelle ultime elezioni del 2015, con le quali è stato rinnovato il suo mandato). Nel 2009 infatti sono stati espulsi dal Sudan tutti gli operatori umanitari stranieri con l’accusa di aver violato, in Darfur, il regolamento sulle attività di cooperazione, mentre tredici di queste sono state accusate di aver fornito informazioni al Tribunale Internazionale dell’Aja sulle violenze perpetrate contro i civili: unica ONG autorizzata a rimanere in Sudan è stata proprio Emergency. Nel 2010 Emergency ha speso 13 milioni di Euro per interventi in Sudan. Nel luglio 2008, il Presidente del Sudan al-Bashir è stato accusato dal procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra proprio nel Darfur. Il tribunale ha emesso il 4 marzo 2009 un mandato d’arresto per al-Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma ha stabilito che non vi erano prove sufficienti per perseguirlo per genocidio. Alle accuse di violazione della neutralità ed indipendenza fatte ad Emergency (il governo di Al-Bashir finanzia Emergency con circa 3 milioni di Euro, come da bilancio) Gino Stradarisponde difendendo Al-Bashir e contestando il diritto della Corte Penale Internazionale a giudicare il presidente sudanese in quanto il suo paese non riconosce ufficialmente tale tribunale. Anche l’attuale presidente di Emergency, Cecilia Strada, figlia del fondatore, difende il comportamento dell’organizzazione da lei presieduta, sostenendo che non si deve guardare solo ad Al-Bashir, ma anche agli stati confinanti, e che il suo compito non è quello di giudicare i governanti nei paesi in cui opera, ma quello di assistere le vittime.666768

5)Il ruolo di negoziazione di Emergency nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo: fu preso in ostaggio dai talebani nel 2007 in Afghanistan e liberato grazie al ruolo di Emergency. Le accuse anche qui non mancarono. Fausto Biloslavo in un articolo su “Il Giornale” affermava: “Il sequestro Mastrogiacomo, con i suoi lati oscuri e l’epilogo finale, ha segnato l’inizio del dente avvelenato degli americani e in seguito degli inglesi nei confronti di Emergency. Nei primi giorni del sequestro le Sas, i corpi speciali britannici, erano pronti a intervenire con un blitz per tentare di liberare gli ostaggi. I velivoli senza piloti avevano individuato i sequestratori del feroce mullah Dadullah in movimento. Da Roma, il governo Prodi disse no preferendo una costosa trattativa”. Nella mediazione venne coinvolta Emergency, grazie al responsabile afghano del suo ospedale a Lashkar Gah, Ramatullah Hanefi. La richiesta dei talebani era uno scambio di prigionieri e per affrettare la trattativa tagliarono la testa a Sayed Agha, l’autista di Mastrogiacomo. Biloslavo afferma: “l’accusa era la partigianeria del mediatore Hanefi e il triste fatto che la pelle di un afghano vale meno di quella di un occidentale. Dadullah riuscì a strappare al governo di Kabul cinque comandanti di rango, che languivano in galera. Fra questi c’era anche suo fratello”. Mastrogiacomo fu liberato grazie allo scambio, ma l’interprete rimase nelle mani dei sequestratori. La rabbia degli afghani di Lashkar Gah esplose. L’ospedale di Emergency venne preso a sassate.69

Generazione Identitaria

Alle ONG che si dedicano alla ricerca e al salvataggio nel Mediterraneo, si contrappone una giovane associazione, Generazione Identitaria, che ha iniziato la propria campagna di opposizione e protesta la notte del 12 maggio tramite un’azione dimostrativa avvenuta nel porto di Catania. Gli Identitari hanno simbolicamente bloccato la partenza della nave Aquarius di SOS MEDITERRANEE e Medici Senza Frontiere.

Generazione Identitaria (GID) è un movimento apartitico indipendente nato il 21 Novembre 2012, promossa da diversi giovani identitari italiani animati dall’amore verso la propria terra e dalla determinazione a salvarne, con l’azione militante, il suo popolo, la sua cultura, il suo ambiente e la sua sovranità politica. GID è una realtà nata sulla scia della Génération Identitaire francese, ed il movimento identitario si è poi diffuso in molte altre nazioni come Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia, assumendo così carattere europeo.

Dicono di loro: “Gli identitari sono dunque coloro che considerano la preservazione delle identità di fronte al rullo compressore mondialista come una missione storica del nostro tempo. Noi leviamo dunque la bandiera dell’identità contro la mondiale uniformità massificante. L’Identità nasce dunque dalle nostre radici, dall’idea che siamo il prodotto di una terra, di un lignaggio e di una storia come l’anello di una catena”.

Il significato di Identità per il movimento: “L’identità nasce come eredità e trasmissione ed è la base delle tradizioni popolari, delle lingue, degli usi e dei costumi ed rappresenta quindi l’accettazione e la presa di conoscenza di un passato comune che ci unisce e la volontà di vivere assieme come comunità nei tempi a venire. L’identità è la celebrazione della vita, è il ricordo dei nostri morti, un modo di concepire il mondo e di raccontarlo, basato su di una comune memoria culturale, etnica e spirituale. L’identità di ogni popolo rende quest’ultimo incomparabile, inimitabile ed unico. Seppur siamo tutti uomini, ogni uomo è diverso dall’altro e nessuno è mai uguale a qualcun altro; lo stesso avviene dunque anche per le nazioni ed i popoli”.70

Campi di azione:

  • Azioni dimostrative, direttamente nelle città italiane per sensibilizzare la popolazione sulle tematiche di comune interesse ed importanti per il Paese.
  • Manifestazioni, in diverse piazza in varie città d’Europa per difendere ciò in cui credono, partendo dal presupposto che “le strade d’Italia e d’Europa ci appartengono per diritto di nascita. Scendere in piazza per difendere il tuo Paese è un tuo diritto e un tuo dovere, e nessuno può impedirtelo”.
  • Formazione politica, grazie all’Accademia Politica Identitaria, che attraverso seminari, lezioni e distribuzione di materiale didattico, contribuisce alla formazione politica e filosofica dei militanti.
  • Generazione solidale, nasce dal presupposto che difendere il proprio popolo significa anche aiutare le famiglie in difficoltà, abbandonate da Stato e istituzioni. Per questo si impegnano nella “solidarietà etnica”, ovvero solidarietà verso gli italiani che sopravvivono in condizioni indegne, senza cibo e/o una casa, spesso ignorati dallo Stato e dalle istituzioni. Forniscono sostegno alle famiglie italiane, perché “una generazione che non aiuta prima di tutto la propria gente non saprà mai aiutare veramente nessuno” (Hanno aperto un fondo per aiutare i terremotati del 24 agosto del 2016 e grazie a questo hanno già provveduto nel rifornimento di generi di prima necessità alla popolazione).71

Generazione Identitaria e i migranti:

Premessa: la cosiddetta crisi dei rifugiati, fenomeno talmente artificiale dall’essere ormai oggetto di indagine anche da parte delle Procure della Repubblica, è funzionale al processo della grande sostituzione. Un esodo enorme è stato aizzato deliberatamente verso i paesi europei come strumento di pressione politica da parte di stati esteri (Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita ecc), che per ragioni diverse hanno interesse a destabilizzare lo scenario politico europeo immettendo al suo interno quote sempre più vaste di immigrati totalmente inassimilabili. La sola Germania ha ricevuto più di un milione di “rifugiati siriani”, mentre l’Italia quasi mezzo milione di “rifugiati” sub sahariani, il 90% dei quali privi di ogni requisito per la richiesta dello status di asilo politico in Italia e spesso di identità ignota. La crisi dei rifugiati è il più grande business economico mai intentato ai danni dei popoli europei, un progetto che ha come scopo il guadagno, e dove criminalità e genocidio si uniscono in una sintesi letale, intollerante e pericolosa. Questo progetto trova come cani da guardia la maggioranza dei partiti politici, il mondo sindacale, la gran parte della Chiesa Cattolica e l’antagonismo antifascista in assenza di fascismo.

Azioni proposte per fermare l’esodo dei migranti:

  • chiusura immediata dei confini verso ed abolizione del trattato di Schengen per garantire più sicurezza ai cittadini vista l’incombente minaccia terroristica, avendo riscontrato l’infiltrazione di persone radicalizzate tra i migranti sbarcati nei porti italiani;
  • rimpatrio di tutti gli immigrati extraeuropei attualmente presenti nei nostri territori: espulsione immediata per chi dopo aver richiesto lo status di rifugiato, non è risultato idoneo perché privo dei requisiti o per chi sia giudicato colpevole di qualsiasi tipo di reato;
  • aiuti agli Stati in crisi e cessazione di ogni loro destabilizzazione da parte di UE e Stati Uniti, rinunciando a qualsiasi velleità di esportazione alla democrazia attraverso seri programmi governativi da intraprendere, in collaborazione con altre nazioni e con i Paesi del sud del mondo, per lo sviluppo degli stessi e la costruzione di infrastrutture efficienti, in grado di garantire benessere a quelle popolazioni.

Generazione Identitaria e la campagna DefendEurope: la campagna nasce in contrapposizione all’attività delle ONG che operano nel Mediterraneo. Secondo l’associazione, sono colpevoli di introdurre illegalmente centinaia di migliaia di clandestini in Europa, mettendo così a repentaglio la sicurezza e il futuro del continente, e sono responsabili per di più delle migliaia di morti di migranti in mare. La campagna prevede azioni dimostrative a bordo di una nave per bloccare l’attività delle ONG. Per questo motivo, Generazione Identitaria ha attivato un conto per finanziare la locazione di una imbarcazione che permetta lo svolgimento delle operazioni.72


Aggiornamenti relativi al documento precedente

Le indagini delle varie Procure coinvolte, l’inchiesta aperta in Commissione Difesa del Senato e le ricerche dei vari quotidiani hanno portato a ulteriori sviluppi e informazioni riguardanti le ONG che operano nel Mediterraneo:

1) Da due diversi articoli (Fausto Biloslavo de Il Giornale e Paola Pintus su Tiscali.it) apprendiamo che The One Foundation, finanziatrice del nuovo aereo del MOAS per il pattugliamento marino (il King Air B 200), appartiene a Declar Ryan, fondatore di Ryanair (compagnia di voli low-cost). La fondazione sembrava non più operante visto che il sito internet a cui rimanda MOAS era fermo al 2013. Paola Pintus si è rivolta al portavoce della suddetta, Lye Ogunsanya, per avere qualche chiarimento; la risposta alle obiezioni della Pintus è stata: “One Foundation è un fondo filantropico privato con sede a Dublino. Uno degli obiettivi della One Foundation è quello di migliorare significativamente le chance di vita dei rifugiati, sostenendo le organizzazioni senza scopo di lucro. La fondazione è fondata su forti principi d’impresa e ritiene che la filantropia attiva possa essere un modo efficace per generare soluzioni a lungo termine alle problematiche che oggi affrontano i rifugiati. Ciò significa che la Fondazione One investe fondi, competenze, supporti tecnici e altre risorse nelle organizzazioni senza scopo di lucro che condividono la propria visione per aiutarli ad apportare un cambiamento di Impatto”. Il portavoce continua: “anche se la maggior parte delle attività si sono concluse nel 2013/2014, alcune continuano a concentrarsi sulla crisi dei rifugiati. La partnership MOAS è solo una di queste”.
Biloslavo ha anche intervistato Paolo Romani, presidente del gruppo di Forza Italia in Senato e appartenente al Copasir (Comitato parlamentare per il controllo dei servizi segreti). Il senatore afferma che quasi due milioni di euro dei donatorisono andati a finire nelle casse delle società private dei fondatori Catrambone, evidenza negata in Commissione Difesa del Senato.7374

2) A proposito delle inchieste delle Procure siciliane sulle organizzazioni del Mediterraneo, una ONG è ufficialmente indagata dalla Procura di Trapani per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.75

3) Anche la Fondazione Migrantes tramite Monsignor Giancarlo Perego entra nel merito delle indagini avviate delle Procure Siciliane e sulla questione della non collaborazione di alcune ONG che si sono rifiutate di comparire in Commissione Difesa del Senato afferma: “Il fuoco politico è stato un atto ipocrita e vergognoso”.76

4) Incontro a Palazzo Chigi tra George Soros e Paolo Gentiloni del 3 maggio 2017: dopo le pressioni del “filantropo” alla UE per intervenire sulla chiusura prevista della Central European University (università fondata dallo stesso in Ungheria) voluta dal Premier Viktor Orban e approvata da una legge del Parlamento ungherese, George Soros si è recato a Palazzo Chigi per incontrare personalmente il premier Paolo Gentiloni. Una nota dell’ufficio di Soros afferma: “Le notizie circolate sulla stampa relative ai presunti finanziamenti di George Soros tesi a favorire l’afflusso di migranti in Europa sono false. La Open Society Foundations di Soros sostiene organizzazioni che operano per alleviare l’impatto della migrazione sia sulle popolazioni ospitanti che sui migranti. L’operato delle Ong che salvano i migranti alla deriva nel Mediterraneo è una tragica necessità derivante dall’assenza perdurante di una politica migratoria comune a livello dell’UE che affronti tutte le dimensioni del fenomeno. George Soros è attualmente in Italia per una serie di incontri su una vasta gamma di temi, tra i quali figurano la società civile, l’Unione europea e l’attuale situazione economica”. Nessun comunicato ufficiale è stato redatto da Palazzo Chigi.77
George Soros,che ora si proclama filantropo, è stato attore in diverse operazioni speculative in tutto il mondo, tra le quali spiccano quelle sulla lira e sulla sterlinadel 1992 da cui guadagnò più di due miliardi di dollari, quelle in Indonesia e Malesia dove fu condannato rispettivamente all’ergastolo e alla pena di morte, e quella in Francia dove fu condannato per insider trading (dovette pagare 2 miliardi di dollari). Oggi è noto soprattutto per le attività della sua Open Society Foundations, fondazione multimilionaria che si occupa di diversi ambiti: ambiente, diritti LGBT, diritti delle donne e diritti alla migrazione. La fondazione è tra le più prolifiche e generose al mondo e a sua volta sostiene altre fondazioni e organizzazioni, tra le quali:

  • MOAS (a dispetto del comunicato dell’ufficio stampa, la ONG è stata finanziata da Avaaz tra i cui fondatori e sostenitori figura Moveon.org, un’organizzazione americana posseduta da Soros)78
  • Cospe Onlus (socio fondatore di SOS MEDITERRANEE)79
  • Open Migration (creata da CILD, Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, che supporta le ONG sotto un punto di vista legale e promuove iniziative pro immigrazione)80
  • Migration Policy Institute (fornisce l’analisi, lo sviluppo, e la valutazione delle politiche migratorie e di rifugiati a livello locale, nazionale e internazionale)81
  • International Crisis Group (organizzazione indipendente che lavora per prevenire le guerre e modellare le politiche che costruiranno un mondo più pacifico)82
  • Democracy Now! (pluripremiato programma televisivo trasmesso su diversi canali in tutto il mondo)83
  • Peace and Security Funders Group (organizzazione impegnata a migliorare l’efficacia della filantropia focalizzata su questioni di pace e sicurezza)84
  • Amnesty International85
  • Global Exchange (fondata da Medea Benjamin, un pro-Castro radicale, che ha contribuito a creare un progetto denominato “Iraq Occupation Watch” allo scopo di incoraggiare una diserzione diffusa degli “obiettori di coscienza” in campo militare degli Stati Uniti. Nel dicembre 2004, Benjamin ha annunciato che Global Exchange avrebbe inviato aiuti alle famiglie dei ribelli terroristi che combattevano le truppe americane in Iraq)85
  • Fidh (The Worldwide Human Rights Movement, fondatore di Free Syrian Voices, focalizza la sua opera sui migranti in Europa e sui loro diritti)86
  • Euro-Mediterranean Human Rights Network (un network che raccoglie più di 80 organizzazioni per i diritti umani e in Italia supporta l’Italian Refugee Council)87
  • Human Rights Watch (organizzazione senza scopo di lucro, non governativa per i diritti umani composta da circa 400 membri in tutto il mondo).88

Qui sono state elencate solo una parte delle organizzazione con focus sui migranti che a vario modo sono sostenute da George Soros.

5) Il 7 aprile 2017 il sito di Open Society Foundations pubblica un comunicato dal titolo “Nella crisi del Mediterraneo non ci si può tirare indietro”: “A febbraio, il direttore dell’agenzia Frontex, la guardia di frontiera e costiera dell’Unione Europea, sollevò molto clamore quando suggerì in un’intervista che le ONG stessero in sostanza “sostenendo gli affari delle reti criminali e dei trafficanti in Libia attraverso le imbarcazioni europee che raccolgono i migranti sempre più vicino alla costa libica”. E mentre due imbarcazioni delle ONG hanno operato in queste acque nei mesi invernali, le imbarcazioni della guardia costiera sotto il comando di Frontex sono state trattenute vicino alle coste italiane, a più di 100 miglia di distanza dalla Libia”. Il comunicato continua: “Noi di Open Society Foundations siamo estremamente preoccupati per gli attacchi mossi verso le ONG coinvolte in questi salvataggi. Sebbene sia fondamentale non incoraggiare i trafficanti e le loro tattiche senza scrupoli che spesso comportano morte e sofferenza, esiste anche un obbligo morale e giuridico ai sensi del diritto internazionale per cui non si può semplicemente lasciare che delle persone affoghino in mare”. E sostengono: “La Open Society Foundations non finanzia operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”. Per quanto riguarda invece il supporta ai suoi partner in Italia: “Per tali motivi sosteniamo Carta di Roma, che organizza formazioni per i professionisti dei media nell’uso corretto di una terminologia giusta sull’immigrazione e le minoranze, e la piattaforma web #OpenMigration della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, che fornisce dati, infografiche, commenti, notizie e analisi sulle tendenze migratorie e sui relativi sviluppi legali e politici”. Concludono affermando: “L’Europa è ancora alla ricerca delle politiche efficaci di cui ha bisogno per gestire il flusso di persone in fuga dalla guerra e dalla povertà, proprio come quando, nel XIX e nel XX secolo, le famiglie italiane davano una sterzata alle proprie esistenze, dirigendosi negli Stati Uniti e in America Latina alla ricerca di una vita migliore. Tali soluzioni emergeranno in Italia e in Europa soltanto attraverso un dibattito aperto e basato sui fatti, guidato dalla nostra comune umanità”.89

6) MOAS e le foto con gli scafisti: nel marzo 2015, il giornalista maltese freelance Mark Micallef racconta sul Times of Malta la storia del MOAS e di come i coniugi Catrambone abbiano investito in questa iniziativa 8 milioni di euro personali. Il giornalista correda l’articolo proprio con le foto, consegnate personalmente dal MOAS, che inquadran l’incontro in mare fra lo staff della ONG maltese e i trafficanti. Micallef scrive sul Times of Malta a proposito del ruolo ricoperto da Robert Young Pelton nello staff dei Catrambone: “In questo senso l’aiuto del signor Pelton non avrebbe potuto essere più puntuale. Con un’esperienza in più di 40 zone di conflitto durante i quali si è costruito una reputazione per la sua capacità di ottenere un accesso, senza precedenti, ad organizzazioni terroristiche e a gruppi di insorti come Al-Qaeda e i talebani, Pelton porta al MOAS una preziosa visione della sicurezza in un momento in cui il conflitto è in aumento a livelli senza precedenti in Libia”. Da questo passo dell’intervista sorgono alcune domande: Cosa fa dunque Pelton per i Catrambone? Qual è il suo ruolo nei rapporti con le organizzazioni terroristiche? Ha un ruolo di mediazione con chi in Libia si occupa della tratta dei migranti?Pelton sostiene, nella medesima intervista, che non abbia senso immaginare che i terroristi si infiltrino fra gli immigrati sui barconi. “E’ troppo rischioso per loro”affermava nel 2015. Pensiero non condiviso però né dal ministro libico dell’Informazione, Omar al Gawari né dal Copasir italiano, i quali sostengono esattamente il contrario.9091

7) La Guardia Costiera Libia dichiara “Ong responsabili aumento flusso migranti”: questo è quello che ha riferito il capo della Guardia Costiera libica per la regione centrale, Rida Aysa, nel corso di un’intervista esclusiva ad Aki-AdnKronos International. Lo stesso stima che ci siano “centinaia di migliaia di migranti clandestini” pronti a imbarcarsi per l’Europa” e afferma che i migranti sono informati della presenza di ONG preparate ad effettuare soccorsi nel viaggio nel Mediterraneo, aumentando così il numero di quelli che sono pronti a partire. Di questo, la Libia ha informato sia la UE, sia i comandanti dell’Operazione Sophia. Il capo della Guardia Costiera libica aggiunge che “la Guardia Costiera libica ha fermato alcuni gommoni all’interno delle acque territoriali libiche, per poi imbattersi in alcune organizzazioni umanitarie che si sono lamentate del fatto che quei gommoni appartenevano a loro, benché non l’avessero comunicato alla Guardia Costiera, violando così le acque territoriali libiche”. Rida Aysa ricorda l’episodio di un gommone tedesco fermato a nord di al-Zawiyah, rivelatosi di proprietà di Sea Watch, e del caso della nave allontanata con alcuni colpi di avvertimento per aver violato le acque territoriali libiche appartenente a Medici Senza Frontiere. Il militare conclude l’intervista affermando che le ONG non rispettano la sovranità libica violando le acque territoriali nazionali senza nessun tipo di avviso e che le stesse siano solite avvertire i trafficanti tramite l’accensione di luci notturne dopo essersi posizionati a 12 miglia, punto perfettamente visibile dalla costa.92

8) Proposta del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, di far salire a bordo delle navi delle organizzazioni umanitarie la polizia giudiziaria:possibilità che ha subito creato scompiglio tra le ONG che operano nel Mediterraneo e ha registrato un “no assoluto” di alcune delle stesse. Come Jugend Rettet, che dopo diversi rifiuti a presentarsi in Commissione Difesa del Senato, afferma: “Un’assurdità ritrovarsi dalla parte dei cattivi. Veniamo qui (Commissione Migranti e Antimafia) perché abbiamo grandissimo rispetto delle istituzioni e però ci veniamo con spirito negativo per quello che sta accadendo attorno alle Ong”. E sulla proposta legittima di Zuccaro: “non se ne parla di avere operatori di polizia giudiziaria a bordo”. Il Procuratore di Catania in Commissione Migranti e Antimafia continua infine con un’analisi: “Dei migranti che arrivano in Italia, solo una percentuale molto bassa ha diritto all’asilo, tutto il resto è immesso nel circuito illegale e diventa vittima di tratta, caporalato o altri circuiti illeciti. Il mio dovere di procuratore è quello di segnalarlo. Si decida chi salvare e, una volta deciso, si vada a prenderlo senza alimentare il traffico della migrazione”.93

Spunti e conclusioni

Ci chiediamo perché ONG che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica e i Governi a favore della libera circolazione degli individui, che si battono per i diritti dei migranti, che chiedono alle istituzioni il cambiamento di leggi troppo stringenti sul diritto di asilo e che si prodigano in ogni modo possibile per i diritti umani anche con costose campagne di comunicazione, non facciano attività dimostrative dirette a quei Paesi che stanno facendo poco o nulla riguardo a queste problematiche? Perché Medici Senza Frontiere non approda in un porto francese, facilmente raggiungibile, per spingere il governo transalpino a muoversi diversamente nelle politiche di accoglienza? Perché il MOAS, per una volta, non attracca con un carico di migranti in un porto maltese? Perché, similmente, Proactiva Open Arms non approda in Spagna? E così via per tutte le altre ONG che si occupano di operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. Eppure una parte ingente dei loro fondi sono destinati ad attività di comunicazione e sensibilizzazione, non mancando di rimproverare l’insufficienza di politiche efficaci per risolvere la tematica del grande flusso migratorio.

Ci chiediamo, inoltre, il motivo della non collaborazione di alcune ONG (Jugend Rettet, Sea-Watch e Sea-Eye) nello svolgimento sia delle indagini di alcune Procure siciliane sia dell’inchiesta in Commissione Difesa del Senato. La collaborazione sembrerebbe cosa dovuta visto che i migranti che loro salvano dal mare vengono portati sulle nostre coste e, una volta sbarcati, vengono aiutati grazie alla generosità dei contribuenti italiani. Forse la sovranità italiana non è da loro riconosciuta?

Un altro punto saliente riguardo ai fondi donati alle ONG: nonostante il reddito pro-capite in Italia si mantenga su valori bassi e stabili da anni, e la propensione al risparmio sia in crescita, le somme donate da privati hanno un trend decisamente positivo; così come, a dispetto della stagnazione dell’economia italiana, le donazioni provenienti dalle aziende sono sempre in aumento. In aggiunta, gli enti italiani, seppur stretti da pesanti vincoli imposti dall’ Unione Europea e con preoccupanti valori riguardo al PIL nazionale, riservano comunque a molte organizzazioni una vistosa generosità. Il settore del no profit sembrerebbe l’unico in forte rialzo per quanto riguarda le fonti di sostentamento.

Fonte: Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica.94

Fonte: Istituto Italiano Donazione.95


Fonti:

  1. (http://www.medicisenzafrontiere.it/)
  2. (http://www.medicisenzafrontiere.it/cosa-facciamo/azione-medico-umanitaria/quando-interveniamo/popolazioni-in-fuga#mare)
  3. (http://milionidipassi.medicisenzafrontiere.it/aderisci/)
  4. (http://milionidipassi.medicisenzafrontiere.it/antislogan/)
  5. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/cosa-scriveresti-sul-tuo-giubbotto-di-salvataggio)
  6. (http://www.medicisenzafrontiere.it/cosa-facciamo/missione-italia)
  7. (https://www.un.org/press/en/2000/20001116.sc6953.doc.html)
  8. (https://web.archive.org/web/20070707120254/http://www.reunir.asso.fr/article.php?id_article=21)
  9. (http://www.jpost.com/Jewish-World/Jewish-Features/Worlds-50-most-influential-Jews-176071)
  10. (http://www.fru.org.ua/en/events/international-events/komanda-amu-pochynaie-robotu-nad-prohramoiu)
  11. (https://web.archive.org/web/20150703163557/http://amukraine.org/themes/eu-integration/)
  12. (http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-10-11/soros-vera-riforma-trattato-230313.shtml)
  13. (http://21stcenturywire.com/2016/04/22/george-soros-anti-syria-campaign-impresario/)
  14. (http://archivio.medicisenzafrontiere.it/pdf/Schemi%20di%20bilancio.pdf)
  15. (http://archivio.medicisenzafrontiere.it/pdf/Relazione%20sulla%20gestione.pdf)
  16. (http://www.msf.org/sites/msf.org/files/internationalactivityreport2015en2nded_0.pdf)
  17. (http://www.medicisenzafrontiere.it/sostienici/aziende-e-fondazioni/i-nostri-partner)
  18. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/msf-condanna-lattacco-alla-sua-nave-di-ricerca-e-soccorso-nel-mediterraneo-da-parte-di)
  19. (http://www.informatorenavale.it/news/attacco-alla-bourbon-argos-di-medici-senza-frontiere-la-marina-libica-ammette-di-aver-sparato/)
  20. (http://abcnews.go.com/International/doctors-borders-refused-american-isis-hostage-kayla-mueller/story?id=41601887)
  21. (http://www.dailymail.co.uk/news/article-3758693/MSF-defend-decision-refuse-negotiate-Kayla-Mueller.html)
  22. (https://nsnbc.me/2014/03/11/myanmar-doctors-without-borders-operations-suspended-due-to-unethical-conduct/)
  23. (http://edition.cnn.com/2014/03/03/world/asia/myanmar-rakhine-doctors-without-borders/)
  24. (http://www.cbsnews.com/news/pfizers-nigeria-scandal-doctors-without-borders-stirs-the-pot-to-little-effect/)
  25. (http://www.msf.org/en/article/kenya-msf-reviews-patient-allegations-coerced-sterilisation)
  26. (http://allafrica.com/stories/201412121567.html)
  27. (https://www.savethechildren.it/sites/default/files/files/Statuto%20save%20the%20children.pdf)
  28. (https://www.savethechildren.it/sites/default/files/files/codiceetico.pdf)
  29. (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/minori-migranti)
  30. (https://www.savethechildren.it/le-nostre-richieste-all%E2%80%99europa)
  31. (http://savethechildren.org.hk/pressrelease.aspx?lang=en&rid=3571)
  32. (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/progetti/supporto-ai-minori-transito)
  33. (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/progetti/civicozero)
  34. (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/progetti/helpline-minori-migranti)
  35. (http://www.telecomitalia.com/tit/it/archivio-lightbox/innovazione/valerio-neri-biografia.html)
  36. (http://www.tesoro.it/ministero/comitati/CP/documenti/CapuanoCV.pdf)
  37. (http://www.ania.it/it/chi-siamo/curriculum-vitae/maria-bianca-farina.html)
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  40. (http://www.communitygroup.it/team/auro-palomba/)
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