Archivi categoria: economia e finanza

1892.- … la vera emergenza dell’Italia è la sua sopravvivenza finanziaria

Nello stesso giorno Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli mostrano preoccupazione per la crescita, i conti pubblici, la permanenza stessa in Europa del nostro Paese. Nel frattempo, il governo non fa nulla. E Di Maio e Salvini ci tengono occupati con le loro polemiche quotidiane
da LINKIESTA, di Francesco Cancellato

++ MPS: VISCO VEDE PATUELLI, BANCHE ITALIANE SOLIDE ++
Ignazio Visco

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Paolo Savona

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Antonio Patuelli

Non diteci che era così, che tutto questo agitarsi coi migranti, i vaccini, il decreto dignità, i vitalizi, che tutti i mirabolanti annunci di queste settimane servivano a nascondere quel che Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli, rispettivamente governatore della Banca d’Italia, ministro delle politiche comunitarie e presidente dell’Abi, nel giro di poche ore l’uno dall’altro hanno prefigurato.

Ha iniziato Visco, all’assemblea dell’Abi, raccontando che la crescita sta rallentando, che il protezionismo è un problema serio per un’economia come la nostra, che le riforme hanno perso slancio e che, proprio per questo, «davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa». Ha continuato Paolo Savona, in audizione di fronte alla commissione per le politiche europee in Senato, a proposito dell’uscita dall’Euro e del suo Piano B, affermando candidamente che «possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri», in altre parole che il vero rischio non è una nostra uscita volontaria, ma che ci caccino. Ha chiuso Antonio Patuelli, ricordando nella sua lunga relazione che se ciò dovesse avvenire L’Italia rischia di «finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani», cioè all’Argentina in perenne crisi finanziaria.

Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante. Valgano per tutte, le parole del ministro Tria, secondo cui Il disegno riformatore sarà efficace solo «mantenendo il percorso di riduzione del debito pubblico ed evitando un’inversione di tendenza nell’aggiustamento del saldo strutturale». Tradotto: i sogni sono chiusi nel cassetto a tripla mandata, per ora.
Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante
E non è un caso che in quaranta giorni il governo non abbia fatto ancora nulla. Che non ci sia uno straccio di politica espansiva, una a caso di tutte quelle promesse, che sia già stata messa sui binari. Che Di Maio vada a battere cassa in Europa prima e alla Banca Mondiale poi per finanziare il suo reddito di cittadinanza. Che di tutto il resto non se ne parli praticamente più, dalla flat tax al superamento della legge Fornero, dagli asili nido gratis alle assunzioni di 10mila nuovi agenti. Che tutta la baldanza anti europeista si sia spostata sulla questione migranti, mentre sulle politiche di bilancio siamo tornati docili come cagnolini: con un abbassamento del rating alle porte e una legge di bilancio da far approvare a Bruxelles c’è poco da fare i fenomeni.

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Attenzione, però. Perché scommettiamo che da settembre i nostri eroi Salvini e Di Maio ricominceranno a dar fuoco alle polveri contro i tecnocrati, che dopo i migranti d’estate, diventeranno l’alibi autunnale dietro cui nascondere la vacuità delle promesse gialloverdi. Diranno che è l’Europa che non ci fa cambiare l’Italia, minacceranno di sfondare il muro del 3%, e quando lo spread salirà – perché sale fisiologicamente, se le agenzie di rating decidono che il tuo debito è più rischioso e se minacci di farlo crescere ancora – diranno che è un complotto della finanza globale, o una vendetta di Soros, dipende dal livello di ispirazione.
La verità, purtroppo per noi, è molto più semplice. Che abbiamo un’emergenza chiamata debito pubblico, che dobbiamo smetterla di spendere più soldi di quelli che abbiamo e che prima di qualunque sogno, occorre disinnescare l’incubo di una spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia che manderebbe all’aria la nostra credibilità, i nostri conti pubblici, la nostra permanenza stessa in un’Unione Europa che prova a integrarsi sempre di più. Al netto di tutte le chiacchiere e di tutti i giocolieri in campagna elettorale perenne, è questa la vera questione.

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1891.- Il Piano A di Savona: “recuperare 50 miliardi a UE”, il volto europeo di Tria e Bagnai e le esternazioni di Boeri.

Lasciamo da parte l’immigrazione e l’incontro fra Trump e Putin per fare un punto sulla politica economica e finanziaria con Wall Street Italia.

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“Preferisco parlare del piano A”. Così il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona racconta in una lunga intervista a La Verità il progetto del governo per stimolare la crescita e rispettare gli obiettivi di bilancio e annuncia l’intenzione di chiedere all’Europa margini per poter finanziare 50 miliardi di investimenti pubblici.

“L’Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l’incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei Trattati europei. Questo nonostante abbiamo ancora una disoccupazione nell’ordine del 10% della forza lavoro e rischi crescenti di povertà per larghe fasce di popolazione. L’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna (…) Una politica della domanda centrata sugli investimenti, una scelta che, con l’avvento della Commissione Juncker era già stata effettuata sotto la spinta dell’opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo”.
Da qui se c’è l’ok dell’Ue, dice Savona, allora si potrà parlare di introdurre le riforme del governo, dalla flat tax al reddito di cittadinanza.

“Se l’Ue lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat Tax, salario di cittadinanza e revisione della Legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua”.

E a chi gli fa notare che rimane il nodo coperture, il ministro risponde a tono:

“I grandi progressi dell’umanità hanno avuto origine dalle utopie, che furono definite necessarie perché senza di esse non si sarebbero mai raggiunti risultati importanti”.
di Alessandra Caparello

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Intanto che il ministro dell’economia Giovanni Tria manifesta sempre più il suo volto europeo e, da indiscrezioni risulta che abbia detto No al Reddito di Cittadinanza, concedendo la Flat Tax solo a pochi, Alberto Bagnai, nuovo presidente della Commissione Finanza del Senato, dichiara: “Il Governo no farà nulla per attaccare l’euro”. un conto sono le commissioni accademiche e un altro la responsabilità politica, sottolineando, poi, l’importanza del debito se la crescita manterrà il passo esecutivo, potrebbe anche confermare gli obbiettivi di riduzione del debito stabiliti dal precedente governo di centro-sinistra.
Il Governo avrebbe già avviato una trattativa con l’Ue, chiedendo una flessibilità pari al 5% del PIL.

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Che Boeri sia stato sponsorizzato da De Benedetti e da Soros, è cosa nota e non va a favore di qualsivoglia sua tesi.

Scarso l’interesse dei cittadini per lo scontro tra il governo e il numero uno dell’Inps Tito Boeri sui numeri del decreto dignità, scontro istituzionale sfociato nella richiesta di dimissioni all’indirizzo di Boeri. Boeri fa politica, anziché fornire i propri dati al Governo.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre ostile a Boeri, ha detto: “Il presidente dell’Inps continua a dire che la legge Fornero non si tocca, che gli immigrati ci servono perché ci pagano le pensioni, che questo decreto crea disoccupazione. In un mondo normale se non sei d’accordo con niente delle linee politiche, economiche e culturali di un governo e tu rappresenti politicamente, perché il presidente dell’Inps fa politica, un altro modo di vedere il futuro, ti dimetti”
Luigi Di Maio, tentando una via diplomatica, è intervenuto:

“Non possiamo rimuovere Boeri ora, quando scadrà terremo conto che è un presidente dell’Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo, non perché il presidente dell’Inps la debba pensare come noi, ma perché noi vogliamo fare quota 100, quota 41, la revisione della legge Fornero, l’Inps ci deve fornire i dati, non un’opinione contrastante. I soldi per fare queste cose li troveremo”.
In piena sintonia con Di Maio, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”.

Fonte WSI,Finanza. Immagini Getty.

1886.- Grecia: l’operazione è riuscita, il paziente è morto

Offenderei la Vostra intelligenza se confermassi che la Grecia ha superato la crisi e sta uscendo dal piano di aiuti. La verità è che i greci superstiti vivranno sotto la Troika e le sue austerità, che piloterà anche i prossimi governi, fino alla distruzione totale. Che sia un governo Tsipras o di Nuova Democrazia, che sia di destra o di sinistra, la Grecia è, ormai, una nazione morta. Pare che 333.000 greci abbiano rinunciato alle eredità delle famiglie per non avere di che con cui pagare le tasse di successione e ci sono mezzo milione di greci in meno. è la fine della rana bollita, felice nell’acqua calda fino al bollore. Ci attende un destino simile, ma siamo una Nazione di ben altro spessore e occorrerà più tempo. Importante sarà che restiamo nell’eurozona, altrimenti questi italiani , con la loro creatività e la passione per il Lavoro, verranno di nuovo a galla, come i funghi dopo le piogge; importante sarà anche che governino i partiti degli ignoranti, altrimenti il palco del boia cascherebbe. Vi sovviene che entrambi i leader vincitori delle elezioni del 4 marzo sono passati prima dalla Trilaterale, Di Maio e da Bruxelles, Salvini? C’è passato anche Berlusconi e, infatti, potrebbe raccogliere il testimone da Tajani. E quel pallone sgonfio di Saviano, tutti i giorni lì, a impestare il web? Ci vogliono nudi, meglio se a culo nudo, ma con una maglietta rossa. E ci avranno!

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Il primo ministro della Grecia Alexis Tsipras: Missione compiuta!

E, adesso, leggiamo Roberto Pecchioli.
Il debito pubblico era attorno al 100 per cento del PIL, adesso sfiora il 190, molti vivono di carità privata. Queste sono le macerie che lascia la dittatura quasi decennale delle “istituzioni finanziarie”.
Suonano a distesa le campane euro entusiaste: la Grecia è fuori della crisi che la attanaglia da dieci anni, la Troika (BCE, Fondo Monetario, Commissione Europea) che l’ha commissariata si ritira. Paolo Gentiloni, già primo ministro italiano, ha ringraziato commosso il suo omologo Tsipras, l’ex beniamino della sinistra fattosi massacratore del popolo greco.

6125748Il ministro delle Finanze Euclid Tsakalotos e il primo ministro della Grecia Alexis Tsipras assistono alla seduta parlamentaria ad Atene. PHOTO / PETROS GIANNAKOURIS

La Grecia esce dal piano di aiuti. Tsipras: evento storico
La gioia del conte Gentiloni Silverj è assai sospetta e merita mostrare i dati socio economici. Il primo dato che sgomenta è l’ampiezza degli interventi dei “benefattori”. Gli aiuti hanno superato i 241 miliardi di euro, una parte dei quali uscita da tasche italiane. La maggior parte di questa cifra è servito per salvare l’enorme esposizione delle banche tedesche e francesi (oltre 90 miliardi), il resto sono andati in interessi.
Cerchiamo di capire che cosa è accaduto dal 2008-2009, allorché il precipizio si è aperto sotto i piedi del popolo ellenico.

Il PIL della Grecia è ora in lieve rialzo dopo essere disceso per anni, con una punta al ribasso del 15 per cento. E il popolo greco? Ha dovuto sopportare finora circa 800 “riforme” economiche e sociali imposte dai dittatori finanziari. La prima parte del loro sporco lavoro è fatta. Assomiglia a quei bollettini medici in cui si dice che l’operazione è tecnicamente riuscita, ma il paziente è morto.

In meno di dieci anni la Grecia ha perso mezzo milione di abitanti, passando da 11,3 milioni a 10,8. La mortalità è aumentata con punte raggelanti tra i neonati e i bambini, l’aspettativa di vita è calata. Un greco su 4 non ha accesso a cure mediche per lo smantellamento del sistema pubblico e la mancanza di denaro per le terapie. Il tasso di suicidi si è alzato del 35,7 per cento. Quattro bambini su 10 vivono in povertà: il dato è semplicemente ignobile e rende disgustose le congratulazioni di Gentiloni e compagni.

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La bandiera greca davanti alla borsa di Atene.PHOTO / PETROS GIANNAKOURIS

Grecia, cosa pensano i parlamentari dell’uscita dal piano di aiuti
La Grecia è stata espropriata di tutto. La sua fragile economia è quasi interamente in mani straniere, spiccano tedeschi, francesi e cinesi. Sono stati svenduti i porti- l’antichissimo Pireo ha gli occhi a mandorla- gli aeroporti, gli immobili turistici, le ferrovie, le scarse industrie e il settore agricolo intensivo. La disoccupazione, al 10 per cento prima del governo Troika-Tsipras è adesso al 20 per cento, un successone, giacché si toccò il 28 per cento. Ma i numeri sono difficili da nascondere dietro le fumisterie contabili: solo il 35 per cento della popolazione è attiva, l’età media di chi lavora è salita per l’emigrazione massiccia dei giovani. Industria ed esportazione sono in modesta ripresa, ma ci vorranno decenni per risalire al dato pre-crisi. Lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 500 euro, la contrattazione collettiva è stata abolita per legge. Le pensioni sono state tagliate ben 13 volte, e nel 2019 è prevista un’altra sforbiciata; la media è inferiore a 400 euro.
Mancano i farmaci per molte patologie e lo stesso sistema bancario, che gli usurai si vantano di aver risanato ha un euro di impieghi su due a rischio di mancata restituzione. Tuttavia, il ministro francese Bruno Lemaire e il suo collega tedesco Olof Scholz si congratulano con Tsipras: ha fatto un buon lavoro. Parola di necrofori. L’euro non è in discussione, esultano. Gioiscono assai meno i 200 mila dipendenti tagliati nel settore pubblico e l’intera popolazione il cui potere d’acquisto si è eroso di oltre il 28 per cento. In compenso, crescono i profitti greci della Germania.

Ma hanno fatto un ottimo lavoro e soffrono intensamente leggendo che il 35,6 per cento dei greci è oltre la soglia della povertà. Piangono ogni notte sapendo che nel 2017 ci sono state l’enormità di 133.000 rinunce all’eredità, con un balzo del 333 per cento. Mancano i soldi per pagare le tasse relative, i beni vanno all’asta e capirete a chi finiscono.

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Fondo Monetario Internazionale (FMI). PHOTO / ITSUO INOUYE

Tsipras: la Grecia può sopravvivere senza FMI
Il debito pubblico era attorno al 100 per cento del PIL, adesso sfiora il 190, molti vivono di carità privata. Queste sono le macerie che lascia la dittatura quasi decennale delle “istituzioni finanziarie”. La Grecia è un morto che cammina, come ripete un farmacista ateniese impossibilitato a rifornire i suoi clienti. Oltre a chi non può più permettersi terapie e medicine, oltre le carenze di approvvigionamento e distribuzione e i tagli selvaggi alla sanità, sussiste l’obbligo di fornire i farmaci antitumorali soltanto a pochi pazienti. La legge prescrive che la fornitura sia legata all’aspettativa presunta di vita, che viene direttamente indicata sulla ricetta. Insomma, i greci devono morire, per di più soffrendo senza cure, affinché le istituzioni finanziarie si riprendano i soldi che avevano improvvidamente prestato.
La verità è che la Troika non si ritira dalla Grecia. Ha infatti imposto ulteriori politiche di austerità e tagli, che troveranno ubbidienti esecutori nel prossimo governo. Tsipras perderà le elezioni, ma nulla cambierà, giacché gli succederà Nuova Democrazia: la destra e la sinistra che hanno distrutto la Grecia si danno il cambio.

di Roberto Pecchioli<img

E, per completezza,leggiamo Giuseppe PALMA:

Ecco cosa sta accadendo in Grecia. Le bufale di Tv e giornaloni sull’uscita dalla crisi
Quando vi dicono che la Grecia è uscita dalla crisi tornando, grazie all’austerità, a collocare sul mercato i suoi Titoli di Stato, la verità è questa:

1) Il governo Tsipras ha messo la finanza pubblica (i conti) in ordine massacrando cittadini e imprese, cioè tagliando in misura inaccettabile le voci di spesa pubblica più sensibili (sanità, pensioni etc);

2) per l’effetto, i mercati sono garantiti dai conti in ordine e il governo non deve pagare interessi molto alti per collocare i suoi titoli di stato sul mercato primario;

3) nel frattempo, per finanziarsi, avendo perso sovranità monetaria, il governo ha fatto ricorso ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, della Bce e della Ue (vi dice qualcosa il Mes, Meccanismo Europeo di Stabilità?), garantiti dagli asset pubblici (beni artistici, porti, aeroporti, in gran parte finiti in mano tedesca).

Per comprendere ancor meglio la situazione, vi ricordate come fa uno Stato privo di sovranità monetaria a reperire la moneta? Deve andarsela a cercare. Come?

1) chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati, quindi a banche private, assicurazioni etc, che applicano tassi di interesse commisurati all’affidabilità della finanza pubblica di ciascuno Stato a poterla “restituire”. In pratica lo Stato colloca mensilmente i propri Titoli di Stato sul mercato primario, cioè quelli battuti ogni mese dal Tesoro (così incamera la moneta), ed è quindi il mercato a decidere i tassi di interesse: più i conti dello Stato sono in ordine (cioè tagli selvaggi alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, alla giustizia etc…) e più i tassi di interesse saranno bassi; più lo Stato aiuta cittadini e imprese (quindi spende a deficit) e più i tassi di interesse saranno alti;

2) andandola ad estorcere a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità e pensioni;

3) favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Riguardo queste ultime, in termini di competitività – non potendo più intervenire sul cambio (cioè non potendo più svalutare la moneta visto che l’euro è un accordo di cambi fissi) -, siamo costretti ad intervenire sul lavoro attraverso la contrazione dei salari e dei diritti fondamentali (svalutazione del lavoro), e medesimo discorso dicasi per attirare gli investimenti esteri: chi intende investire nel nostro Paese non vuole trovarsi “irritanti commerciali” che gli impediscano la realizzazione del massimo profitto, cioè deve poter gestire il capitale investito senza dover fare i conti tutti i giorni con i diritti fondamentali che, nella sostanza, costituiscono un intralcio alla realizzazione del massimo profitto. Diversamente, troverà convenienza ad investire in altri Paesi con legislazioni maggiormente flessibili in materia di lavoro.

Ora mettete insieme i pezzi del puzzle e arriverete a capire, da soli, cosa sta accadendo veramente in Grecia.

Ma in Tv e sui giornaloni nazionali vi diranno (anzi, vi stanno già dicendo) che la Grecia è uscita dalla crisi grazie all’austerità, proponendovi a reti unificate la sinfonia che “più Europa” fa bene.

Tutto questo deve farci riflettere. Attenzione alla bozza franco-tedesca sulla riforma dell’eurozona. Macron e Merkel vogliono introdurre un Fondo Monetario Europeo (sostituendolo al Mes) che intervenga come paracadute in caso di crisi del debito degli Stati più a rischio, cioè col debito pubblico più alto. In cambio, gli Stati che ne facessero ricorso dovranno dare in garanzia gli asset pubblici, cioè i “gioielli di famiglia”, il tesoro nazionale.

In Grecia tutto questo è già avvenuto.

Di fronte alla proposta franco-tedesca il governo italiano deve opporsi e, se l’asse Macron-Merkel dovesse insistere, Conte deve porre il veto.

Avv. Giuseppe PALMA

1885.- COSA SI NASCONDE DIETRO LA GUERRA COMMERCIALE FRA USA E UNIONE EUROPEA. ECCO COME C’ENTRA CON IL NUOVO GOVERNO ITALIANO

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La “guerra economica” scoppiata fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea è molto di più di una controversia dovuta all’inaudito surplus commerciale tedesco. Molto più di una questione di dazi: è il ritorno della Storia.

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Infatti la Germania, che di certo è un grande Paese, ora è tornata ad essere anche un grande problema. Non solo per l’Europa, ma pure per gli Stati Uniti. E Trump ha tutta l’intenzione di vincere il braccio di ferro con la Merkel, ridimensionando i disegni imperiali tedeschi (già la Brexit è andata in questa direzione: la Gran Bretagna è storicamente ostile agli imperi continentali).

La Germania perderà il confronto con gli Usa e potrebbe essere un duro colpo per tutta l’attuale Unione Europea di Maastricht (da non confondere con la Comunità europea originaria).

Le leggi della geopolitica sono fatali e le nazioni che tendono alla supremazia continentale, come la Germania, dovrebbero imparare dagli errori del passato.

Era questo l’ammonimento che Paolo Savona nel 2012 aveva intelligentemente espresso nel libro “Lettera agli amici tedeschi e italiani”, uno scritto che – rilanciato nelle settimane scorse – ha suscitato le ire dell’establishment germanico ed è costato a Savona il posto di ministro del Tesoro.

Savona voleva “sollecitare” gli amici tedeschi per avere

“un vostro maggiore impegno nell’evitare che l’Europa si infili in una nuova tragedia – quella del ritorno alla povertà di alcuni popoli con gli odi e i conflitti che seguirebbero – operando in modo tale da garantire non solo una continuazione della crescita per il vostro paese, ma anche per tutti gli altri, in uno sforzo cooperativo”.

E’ evidente infatti che l’euro così come è stato realizzato e i Trattati di Maastricht hanno avvantaggiato enormemente la Germania e hanno svantaggiato molti altri (in primis l’Italia).

Savona spiegava che invece dell’armonica crescita comune

“ora prevale la competizione conflittuale. Ma ancora più grave è il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra (…). Dai vostri recenti comportamenti collettivi”, scrive ai tedeschi, “viene il sospetto che stiate scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell’allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile. Il Piano Funk prevedeva che la Germania divenisse il ‘paese d’ ordine d’Europa’ ed è quello che ora proponete; che le monete nazionali ‘confluissero nell’ area del marco’ ed è ciò che desiderate e, in parte, avete ottenuto; che lo sviluppo industriale fosse di vostra esclusiva pertinenza, solo affiancati dall’ alleato ‘storico’ del vostro paese, la Francia, una soluzione che il mercato comune europeo e la moneta unica sta causando”.

Queste preveggenti parole di Savona, tornate d’attualità nei giorni della formazione del governo, sono preziose anche per capire la concomitante iniziativa di Trump che, proprio nelle stesse ore, ha stabilito dazi commerciali per acciaio e alluminio provenienti dalla Ue, mirando così a colpire soprattutto la Germania (con cui gli Usa hanno 75 miliardi di deficit commerciale).

L’eccessivo surplus commerciale tedesco – che supera perfino quello cinese e che da anni trasgredisce le regole europee – provoca enormi squilibri, sia a scapito degli altri paesi europei sia a scapito degli Stati Uniti.

Ma finora la UE si è ben guardata dal “punire” la Germania, come invece minaccia sempre di fare con l’Italia se osasse trasgredire il parametro del deficit. E gli Stati Uniti, con l’Amministrazione Obama, si sono limitati alle critiche e alle proteste verbali verso Berlino.

Invece Trump è passato alla guerra commerciale, come aveva promesso in campagna elettorale. Naturalmente i dazi statunitensi ora danneggeranno anche (in parte minore) l’Italia che – per l’incapacità dei suoi governi – ha pagato finora l’arroganza imperiale tedesca e paga adesso la ritorsione americana verso l’UE.

Tuttavia il ridimensionamento della Germania e il conflitto euroamericano potrebbe destabilizzare “questa” Unione Europea e l’euro nella direzione auspicata dal nuovo governo Lega-M5S.

Perciò l’Italia avrebbe tutto l’interesse a stabilire una forte alleanza politica e commerciale con gli Stati Uniti di Trump. E il nuovo esecutivo Conte ha l’ottica giusta per farlo non essendo succube della Merkel come i precedenti governi.

La “guerra commerciale” appena scoppiata fa anche capire un’altra cosa preziosa.

Negli ultimi 25 anni l’ideologia economica iperliberista – che Tremonti chiama “mercatismo” – ha assunto i tratti di un dogma teologico indiscutibile ed è alla base dei Trattati di Maastricht.

Sembra che l’assoluto dominio dei mercati sia il Bene metafisico e comporti l’automatico progresso dell’umanità. Mentre ciò che (specie per l’esistenza degli Stati, dei governi e della democrazia) impedisce il loro totale arbitrio pare rappresentare il Male metafisico e il regresso nella miseria più oscura.

Adesso scopriamo che invece non è così e che le categorie liberismo/protezionismo sono solo due possibili opzioni che gli Stati adottano a seconda dei momenti storici, perseguendo anzitutto il loro interesse nazionale. E lo si vede soprattutto nella storia americana.

Paul Bairoch, nel libro “Economia e storia mondiale”, scrive: “nelle regioni che vennero gradualmente a comporre il mondo sviluppato, il protezionismo fu la politica commerciale dominante. Tale fu soprattutto il caso degli Stati Uniti che, lungi dall’essere un paese liberista come molti pensano, può essere definito ‘la culla e il bastione del protezionismo’ ”.

Nessuno può negare che questa scelta protezionista abbia portato la massima prosperità agli Usa. Del resto che il mercatismo non sia automaticamente sinonimo di prosperità, ma anzi possa portare nel baratro è dimostrato per l’Europa da questi decenni (e specie dalla crisi finanziaria 2007-2008).

Lo avevano già capito nell’Ottocento. Bairoch citando Disraeli, nello storico dibattito del 1846 sul sistema di libero scambio e il protezionismo, evoca l’esempio dell’Impero ottomano dove “con un’applicazione totale e prolungata nel tempo del sistema della concorrenza illimitata” si è distrutto uno dei sistemi manifatturieri “più belli del mondo”.

La lezione che dunque ci arriva da Trump è questa. Dopo essere stati ammorbati per anni dal dogma mercatista, secondo cui occorreva inchinarsi al totale arbitrio dei mercati e del libero scambio, scopriamo che – se non vogliamo soccombere – il primato spetta agli Stati, cioè ai popoli, non ai mercati. E la bussola delle politiche pubbliche deve essere la difesa dell’interesse nazionale.

Anche questo è un tema a cui il nuovo governo dovrebbe essere sensibile. I governi che si sono succeduti finora a Roma lo avevano dimenticato.

Antonio Socci, da Lo Straniero..

1878.- UNA LETTERA APERTA A TITO BOERI di Paolo Savona

L’INPS DEVIATO di Boeri tiene i nostri pensionati col minimo alla fame, ma regala l’assegno sociale a 55.940 stranieri ultra 65enni che godono in Italia dell’assegno sociale senza nemmeno aver lavorato un giorno e mai stati residenti in Italia. Ma Boeri chi è?

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(Mauro Ammirati) – Boeri è la personificazione d’una cultura superata dalla scienza e dalla storia. Noi non dobbiamo preoccuparci che un giorno venga a mancare il denaro per pagare le pensioni (il denaro è l’unica risorsa al mondo di cui disponiamo in quantità illimitata, possono venire a mancarci anche l’aria e l’acqua, ma non il denaro, che può esaurirsi solo quando si esauriscono i numeri, cioè mai). Dobbiamo invece preoccuparci che, un giorno, il sistema economico non sia in grado di soddisfare la domanda di beni e servizi dei cittadini, quindi anche dei pensionati. Invero, questa è una preoccupazione solo teorica, perché, nei Paesi avanzati, la cosiddetta “economia della scarsità” è superata da almeno un secolo, il vero problema non è più la capacità produttiva, oggi siamo in grado di produrre mille volte i beni ed i servizi di cui abbiamo necessità. Il vero problema, nelle economie avanzate, non è più, da un bel pezzo, la produzione o l’offerta, ma la domanda, la distribuzione, il potere d’acquisto collettivo. Se gli anziani prendono pensioni troppo basse e se gli altri cittadini devono lavorare fino a 67 anni, il risultato sarà una pressione sulla domanda, una minore richiesta di beni e servizi. Ed il sistema produttivo sarà sottoutilizzato. Ciò che, infatti, avviene oggi. Se avessero dato buone pensioni ai nostri trisavoli, nella prima metà del XIX secolo, questo avrebbe potuto creare inflazione, perché la capacità produttiva di allora era, verosimilmente, insufficiente a soddisfare la domanda di beni e servizi. Il problema, a quel tempo, era la produzione. Ma negli ultimi 150 anni, la situazione si è rovesciata: se oggi non dai buone pensioni e costringi il lavoratore ad andare a riposo molto tardi, il sistema economico si blocca. Boeri e quelli come lui ragionano come se dal XIX secolo ad oggi non fosse accaduto nulla.
Dal blog di Gianni Fraschetti

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Caro Boeri,
avevo letto le tue dichiarazioni sul ruolo degli immigrati nel sistema pensionistico italiano e le avevo cercate inutilmente nella Relazione annuale dell’INPS, ma le ho trovate solo negli estratti stampa di un tuo intervento in uno dei tanti inutili e confusionari incontri che si tengono in Italia.

Conclusi che la lettura delle tue dichiarazioni poteva essere oggetto di interpretazioni positive e ho lasciato perdere. Sei tornato sul tema e ho sentito ripetere nuovamente i concetti nel corso di una trasmissione radio nella quale sostieni che il tuo ruolo all’INPS è di fornire informazioni statistiche sullo stato del sistema pensionistico; sarebbe cosa meritevole, perché quelle che fornisci non sono sufficienti e sono devianti perché le accompagni con interpretazioni che inducono a una valutazione distorta della realtà.

Tu dici che gli immigrati che hanno trovato un lavoro hanno versato oneri sociali di rilevante entità che servono per pagare le pensioni degli italiani e concludi che sono perciò indispensabili. Così presentata l’informazione induce a ritenere che ogni opposizione all’accoglienza di immigrati che non tiene conto di questo vantaggio è errata, accreditando la politica fallimentare finora seguita in materia.

La prima obiezione, che conferma la natura di interpretazione delle statistiche che rendi pubbliche, è che, se al posto degli immigrati ci fossero stati italiani, il gettito contributivo sarebbe stato lo stesso perché il sistema pensionistico italiano è basato sul metodo distributivo: i giovani lavoratori pagano per gli anziani andati in pensione e se tra essi vi sono immigrati non è la loro nazionalità a dare un carattere particolare al contributo che essi danno al sistema.

Potresti tutt’al più obiettare che le nuove assunzioni avvengono sovente in deroga al versamento degli oneri sociali e, quindi, in prospettiva il sistema pensionistico peggiora. Questo sarebbe assolvere al proprio dovere.

Non so se i giornali abbiano riferito una tua frase dove sostieni che non tutti gli immigrati finiranno con beneficiare di una pensione, ma questa è stata l’interpretazione. Se l’andazzo del bilancio e del debito pubblico continua, probabilmente tutti gli immigrati, non solo gli italiani, non beneficeranno della pensione attesa.

Mi indigna il solo pensare alla possibilità di un’espoliazione o decurtazione di valore della pensione che gli immigrati attendono. Se l’affermazione fosse tua, ha tutti i tratti del colonialismo d’antan. Sono favorevole all’inclusione di immigrati regolari nel mondo del lavoro, ma sono contrario che essi provengano dall’immigrazione irregolare, la cui numerosità è enormemente sproporzionata rispetto a quella del suo assorbimento da parte dell’attività produttiva, creando ben altri problemi sociali.

Trovo inoltre giuridicamente devastante che, se l’immigrato trova lavoro regolare, il suo illecito diventi lecito, perché induce scontento nel migliore dei casi e scarso rispetto della legge da parte di chi quotidianamente lotta per adempiere alle incombenze di cittadino; esse sono piene di scadenze che, se solo vengono saltate di un giorno, generano ammende. Anche all’INPS. Si introduce nel corpo delle leggi il concetto di violazioni sanabili e non sanabili.

Ritengo inoltre socialmente ingiusto che un immigrante illecito venga preferito a un giovane italiano perché disposto a lavorare a un salario inferiore; ancor più considero economicamente errato che si assista l’immigrante illecito a condizione che non lavori. I giovani italiani costretti a emigrare pur essendo preparati, di cui parli nelle tue dichiarazioni, sono il risultato di questo stesso modo di intendere la cittadinanza ed essendo tu equiparato a un funzionario dello Stato devi rispettare il dettato costituzionale e le leggi ordinarie, non “interpretarle” come fanno in troppi.

Se vuoi combattere per un’idea che ritieni giusta, devi lasciare l’INPS ed entrare nella tenzone politica o metterti a predicare come faccio io, rifiutandomi di conformarmi alla volontà dei gruppi dirigenti.
Credo che il risanamento del sistema pensionistico passi attraverso la trasformazione del metodo per ripartizione in metodo per accumulazione. Il primo passo è il ricalcolo del valore della pensione sulla base dei contributi versati, per poter comunicare a ciascun cittadino quale sia la quota di cui ha diritto e quale l’assistenza pubblica che riceve. Non per tagliare l’assistenza, ma per chiarire i rapporti tra cittadino e Stato.

Il secondo passo è una buona legge di tutela del risparmio pensionistico, che oggi manca. Spero che lo farai, risparmiandoci in futuro altri giudizi equivoci.
Grato per l’attenzione.
Paolo Savona
Milano Finanza 22.7.17

1877.- IL SUGGERIMENTO DEL PREMIO NOBEL JOSEPH STIGLITZ ALL’ITALIA: “LASCIATE L’EURO”

exit from the eurozone
How to exit the eurozone
Italy is right to consider leaving the EU’s common currency area.
By JOSEPH STIGLITZ 6/26/18, 1:02 PM CET Updated 7/2/18, 7:23 AM CET

Joseph Stigliz, il premio nobel 2001 per l’economia, la scorsa settimana, ha attribuito alla moneta unica la responsabilità della stagnazione italiana. Il motivo? Semplice: “Il fatto di avere la moneta unica senza più controllo sulle politiche fiscali e monetarie – ha spiegato Stigliz – ha tolto margine di manovra al Paese per migliorare la propria condizione.” Il risultato, secondo Stigliz, sono stati “vent’anni senza crescita significativa.” E il peggio, secondo il premio Nobel, deve ancora venire dal momento che “Le strutture di controllo dell’Euro non consentono all’Italia di crescere, dato il sistema economico e produttivo del Paese. E non ci sono riforme strutturali che possano cambiare questa situazione.”
Insomma: per Stigliz la madre di tutti i problemi è e resta l’Euro. Quella dei compiti a casa da fare in Italia – un mantra degli euroentusiasti – è solo una retorica buona per tenere calme le masse. Certo, ammette il professore, l’uscita dalla moneta unica sarebbe complessa e non priva di criticità. Ma rappresenterebbe, se non altro, una strada per ridare una prospettiva di crescita al Paese. L’alternativa è restare sulla vecchia via che porta, verso un risultato sicuro: un’Italia destinata a diventare colonia economica di Germania e Francia.

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L’ECONOMISTA DELLA COLUMBIA UNIVERSITY CONSIGLIA “DI INTRODURRE UNA MONETA PARALLELA E USARE UNA MONETA ELETTRONICA SEMPRE PIU’ SEMPLICE ED EFFICACE” PER NON MORIRE STRAZIATI DALL’ECONOMIA EUROPEA: “SE LA GERMANIA NON È DISPOSTA A MIGLIORARE L’UNIONE MONETARIA, DOVREBBE FARE LA COSA MIGLIORE: LASCIARE L’EUROZONA”.

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Francesco Specchia per “Libero quotidiano”: JOSEPH STIGLITZ

L’euro è la nostra peste, la Germania il suo cocciuto untore. Consiglia ferocemente all’ appena insediatosi «governo italiano euroscettico» Joseph E.Stiglitz – Nobel con l’ elmetto, Torquemada della moneta unica – di «introdurre una moneta parallela» e «usare una moneta elettronica sempre più semplice ed efficace» per evitare di morire straziati dall’ economia Ue dominata dalla Germania e dall’ euro cattivo. Non è un’ idea nuova, quella che l’ economista della Columbia University propone in un articolo per la testata Politico Global Policy Lab e che accenna tra le pagine nella nuova edizione del suo La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi, dove il tema sono gli Usa).

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Non è un’idea nuova, la sua evocata uscita dall’euro da parte dell’Italia. Ma stavolta la prende più alla larga. Sostiene, Stieglitz, che l’euro così com’è abbia «aumentato le divisioni all’interno dell’ Ue, in particolare tra paesi creditori e debitori»; e che sia alla base della «crisi migratoria, in cui le norme europee impongono un onere ingiusto ai paesi in prima linea che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia»; che, in realtà, la vera causa del disallineamento dei tassi di cambio potenziali sia nella politica fiscale e salariale molto stitica della Merkel (“stitico” non è il proprio il suo termine, ma rende l’ arroganza dello squilibrio commerciale che viola le norme comunitarie).

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Stiglitz cita le gestioni personalistiche negli approcci economici di Trump e Berlusconi dominati da «corrotti cercatori di rendite»; e afferma che fuori dall’ euro il Belpaese «avrebbe maggiori probabilità di cooperare in altri settori chiave con l’ Europa: migrazione, una forza di difesa europea, sanzioni contro la Russia, politica commerciale». Un crescendo epico. Ed ecco, poi, il cambio di passo: l’ Italia chieda, in pratica, di ristrutturare il suo debito, pagando in titoli di Stato.

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A quel punto gli altri membri Ue avrebbero due strade: o espellerci (ma, data la possanza del nostro debito, 3° al mondo, crollerebbe l’ intera Ue); o, addottando con successo una moneta più flessibile – un “euro morbido”- e creando una sorta di «zona euro meridionale vicino a un’ area valutaria ottimale», accadrebbe che altri paesi ci seguirebbero. E Stiglitz ricorda le vicissitudini finanziarie della Grecia.

La quale, messa malissimo, era lì lì per introdurre il meccanismo di una nuova dracma; me venne fermata dalla Banca Centrale europea, che la «strangolò». Certo, ora pare uscita definitivamente dalla crisi, ma la cura da cavallo a cui si sottopose fu per anni un dramma euripideo. Stiglitz è comunque onesto. Non nega che l’ addio all’ euro possa essere dolorosetto: «alcune aziende falliranno, altri vedranno il declino dei loro redditi reali». Ma se la Germania non avesse agito con egoismo, «se l’ economia italiana avesse trascorso i 20 anni dalla crescita della creazione dell’ euro al tasso della zona euro nel suo insieme, il suo Pil sarebbe stato del 18% più alto». Cari Salvini e Di Maio, volete uscire dalla gabbia Bruxelles? Parliamone. La replica dei nostri – e del ministro dell’ economia Tria – non è tutt’ ora pervenuta..

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1870.- Flat tax irrealizzabile e rivolta delle imprese: i sogni di Lega e Cinque Stelle si schiantano sull’economia

904881f1-ff13-4f00-9286-a4168fe4890f_smallDecreto dignità e reddito di cittadinaza sono fermi e si allontanano. Le imprese si lamentano. Le banche non sono contente. Ecco perché dal punto di vista dell’economia il governo Carioca fa acqua da tutte le parti. E non uscirà facilmente dall’impasse. Il sottosegretario M5S all’Economia Castelli parla di “manovrina”. Dopo il nodo coperture sul dl Dignità, per Di Maio si fa dura.
Cari Salvini e Di Maio,dopo la parziale affermazione di Conte a Bruxelles,l’immigrazione continuerà. A Roma,è sempre la squadra di Padoan (FMI) a condizionarvi dai ministeri della spesa. Ogni promessa del contratto passa, perciò, per il dicastero guidato da Tria. Conte, Salvini, Di Maio, bocciate al centro.

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29 Giugno 2018 – 07:30
Il decreto dignità ha subito una battuta d’arresto, vittima delle contraddizioni in senso al popolo; il reddito di cittadinanza (che poi non è per davvero di cittadinanza) viene rinviato, vittima delle contraddizioni in seno al governo; la flat tax (che non è così piatta come la si è dipinta) finisce fuori dalla legge di bilancio per le contraddizioni in seno alla finanza pubblica e per quelle tra Roma e Bruxelles (è in corso un difficile negoziato allo scopo ottenere flessibilità sul bilancio pubblico, proprio come ai vecchi tempi di Matteo Renzi).

È passato meno di un mese dal giuramento del nuovo governo italiano davanti al presidente della Repubblica e le promesse giallo-verdi in tema di politica economica e sociale sono in ritirata di fronte alla realtà. Intendiamoci, non è che Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiano intenzione di rinunciare, ma debbono fare quel che finora hanno sempre rinviato: cioè fare i conti con le risorse e con gli interessi dei ceti che li sostengono, delle categorie, delle lobby e delle corporazioni che finora li hanno appoggiati.

Prendiamo la Confcommercio che ha tributato una standing ovation a Di Maio quando alla loro assemblea ha detto: «L’Iva non aumenterà, io sono con voi». Adesso il presidente Carlo Sangalli, letto il provvedimento del ministro del lavoro, lo dichiara senza mezzi termini «inaccettabile» perché è «un ritorno al passato sui contratti a termine»: le possibilità di proroga vengono ridotte da 5 a 4, e sono reintrodotte le causali, senza contare il contributo aggiuntivo di mezzo punto per ogni rinnovo. L’irrigidimento del mercato del lavoro non piace nemmeno alla Confesercenti, tanto meno alla Confindustria che ha lanciato un attacco ad ampio spettro: il partito della crescita contro il partito dei sussidi, quello che vuole produrre il reddito e quello che vuole distribuire il reddito che non è stato prodotto. Il presidente Vincenzo Boccia è uscito anche dai confini della economia in senso stretto per tirare una bordata contro uno dei principi fondamentali del Movimento 5 Stelle: “Se non vuoi sentire i corpi intermedi – ha detto – puoi fare pure la democrazia diretta, ma non si capisce chi ascolti”.

È passato meno di un mese dal giuramento del nuovo governo italiano davanti al presidente della Repubblica e le promesse giallo-verdi in tema di politica economica e sociale sono in ritirata di fronte alla realtà
“Sono con la Coldiretti” aveva proclamato Salvini lanciando la sua campagna contro il riso cambogiano. Salvo poi che il ministro dell’agricoltura, il leghista Gian Mario Centinaio, adesso mette in guardia dal protezionismo. Va bene il riso (sul quale c’è un contenzioso aperto da parte di tutti i paesi europei produttori, quindi non si tratta di una specificità italiana), ma «Salvini e Di Maio sbagliano dal punto di vista tecnico – sostiene Centinaio -, gli Stati Uniti vogliono mettere dazi sull’olio spagnolo. Se dovessero fare la stessa cosa con l’olio, il vino e la pasta italiana? Dovremo chiudere le aziende. Dazi chiamano dazi» Insomma con il protezionismo e con l’isolazionismo non si va da nessuna parte.

Gli industriali sono allarmati anche dall’idea di imporre sanzioni fino al 200% per chi delocalizza pur avendo preso sostegni dallo stato (per esempio i macchinari acquistati con gli incentivi di industria 4.0). A parte la difficoltà di farlo e a parte il fatto che non è chiaro se la legge Calenda verrà prorogata o no, è in ballo una questione di fondo: chi fa le scelte produttive, il governo o l’imprenditore? Tira un’aria da Gosplan che non può certo tranquillizzare le aziende. Nemmeno il salario minimo per legge convince la Confindustria, e non solo perché limita la contrattazione tra le parti sociali, ma perché, senza una riforma della rappresentanza e una revisione dei livelli a favore dei contratti aziendali, introduce un fardello in più, inutile se il salario minimo è uguale o inferiore a quello dei contratti nazionali, dannoso se è superiore, senza alcun collegamento con la produttività e la prestazione lavorativa.

C’è poi la posizione del ministro delle infrastrutture, il grillino Danilo Toninelli, il quale intende bloccare le grandi opere (come la Tav, la Tap, il Terzo valico) a favore di quelle che ha chiamato “opere piccole”. Mentre Di Maio sta sbattendo la testa di fronte all’Ilva. Adesso dice che deve studiare 23 mila pagine e rimanda tutto a settembre, quando arriverà la resa dei conti anche per l’Alitalia. I leghisti stanno alla finestra e pensano sempre al mitico rilancio di Malpensa. I pentastellati vorrebbero una nazionalizzazione usando la Cassa depositi e prestiti e trovando (chissà dove) altri capitali coraggiosi. Giuseppe Guzzetti a nome delle fondazioni bancarie, azioniste di minoranza della Cdp, ma dotate di un forte potere di veto, ha detto che si opporrà minacciando addirittura di uscire. Se ciò accadesse, la Cassa entrerebbe dritta dritta nel perimetro del debito pubblico. Di rinvio in rinvio c’è anche la fatturazione elettronica per i distributori di carburante (e perché non anche per altre categorie?). E altro seguirà certamente. A cominciare probabilmente dalla flat tax.

Qui esiste sia un problema di risorse sia una questione di equità. I messaggi finora inviati sono contraddittori. Salvini ha promesso una “pace fiscale”, cioè un mega condono per chi deve meno di centomila euro, con il quale finanziare almeno in parte la riforma dell’Irpef. A sentir parlare di condono s’è leccato i baffi tutto “il popolo delle partite Iva”. Poi sono arrivate le simulazioni sulla flat tax (si tratterebbe di due aliquote e quattro scaglioni come effetto di deduzioni e detrazioni che debbono rendere progressiva una imposta di per sé proporzionale). Sono ipotesi ancora di scuola, ma mostrano che i benefici maggiori vanno ai redditi più elevati. Del resto Salvini aveva detto che voleva ridurre le imposte ai ricchi perché consumano di più e così facendo aiutano tutta l’economia, facendo sfoggio di reaganismo padano.

Tra i ripensamenti e gli avvertimenti c’è quello di Carlo Messina, il capo della banca Intesa Sanpaolo. La settimana scorsa ha pronunciato una frase allarmante che poca eco ha avuto sulla stampa e nessuna in televisione. Ha detto che la minicrisi dello spread è costata cara alla sua banca la quale ha visto ridursi da 53 a 43 miliardi il suo valore azionario: «Eravamo la terza banca europea – ha detto Messina – adesso siamo la quinta. E si è ridotta anche la nostra forza: a 33 miliardi diventiamo contendibili», cioè scalabili
Fatti i conti in tasca e visto che il condono non darà in ogni caso risorse sufficienti, i contribuenti cominciano a farsi il loro conto dei costi e dei benefici. Tanto più che emergono altre idee non del tutto tranquillizzanti: una patrimoniale sugli immobili che s’aggiunge alle imposte già esistenti e un taglio alle pensioni. Si parla di quelle oltre i cinquemila euro mensili, ma chi tocca le pensioni muore, lo si è visto con la legge Fornero.
Ma lo si è visto anche nel 2011 quando fu la Lega Nord di Umberto Bossi a mettere in crisi il governo Berlusconi il quale, incalzato dalla Bce (ricordate la ormai famosa lettera dell’agosto?) aveva deciso di mettere mano a una riforma. Capofila della rivolta di palazzo allora fu Roberto Calderoli che è ancora politicamente vivo, vegeto e pimpante.

Insomma, per governare non bastano annunci e proclami. Di Maio se la prende con la bollinatura e altre astrusità burocratiche. A parte il fatto che si tratta di verificare la fattibilità delle misure immaginate, il vicepresidente del Consiglio è stato parlamentare nonché vicepresidente della Camera, quindi di queste cose deve aver sentito parlare, sia pure nel mitico corridoio dei passi perduti che attraversa il palazzo di Montecitorio.
Tra i ripensamenti e gli avvertimenti c’è quello di un grande banchiere come Carlo Messina, il capo della banca Intesa Sanpaolo. La settimana scorsa ha pronunciato una frase allarmante che poca eco ha avuto sulla stampa e nessuna in televisione. Ha detto che la minicrisi dello spread è costata cara alla sua banca la quale ha visto ridursi da 53 a 43 miliardi il suo valore azionario: «Eravamo la terza banca europea – ha detto Messina – adesso siamo la quinta. E si è ridotta anche la nostra forza: a 33 miliardi diventiamo contendibili», cioè scalabili. È un memento di grande importanza, perché ricorda ai partiti, ai ministri e all’opinione pubblica che la politica non è chiacchiera da caffè: gli atti si pesano su una bilancia crudele che può far pendere il piatto contro gli interessi del paese, dei cittadini, del “popolo”. Ma non solo gli atti, a volte le parole stesse diventano macigni.
di Stefano Cingolani

1869.- IL CAPO DELLA BUNDESBANK SI È LASCIATO SCAPPARE COSA VOGLIONO I TEDESCHI DALL’ITALIA

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Di un mese fa, ma viste le acque in cui naviga l’Unione … Se il capo della Bundesbank Weidmann dovesse sostituire Draghi?

Da qualche tempo i tedeschi hanno fatto trapelare l’ipotesi e l’interessato stesso non ha smentito questa possibilità nell’intervista appena rilasciata alla Rai. Già il fatto che l’unica intervista rilasciata da Weidmann sia stata ai media italiani la dice lunga sull’avanzamento del progetto e infatti Weidmann ha lanciato un messaggio piuttosto chiaro su cosa dovrebbe essere fatto nei nostri confronti.

E cosa diamine avrà mai il presidente della Bundesbank che non va? La fiatella? Gli puzzano i piedi? Ha le chiappe chiacchierate? Strozza le vecchiette per hobby? Se fosse solo per queste cosucce non sarebbe tanto diverso da un Brunetta qualsiasi, il guaio è che Jens Weidmann conserva dell’Italia l’immagine stereotipata trasmessa dai film americani degli anni Cinquanta (pizza, mafia e mandolino), ma soprattutto non si capacita di come questi cialtroni mediterranei possiedano una ricchezza privata media superiore a quella di un tedesco. Weidmann lo dice col sorriso tirato tipico dei primi della classe, ma lo dice chiaramente e proprio nell’intervista messa in onda ieri da RaiUno nella trasmissione di Lucia Annunziata.«Sa che è stata fatta una ricerca tra i paesi dell’area euro nella quale si evidenzia che le famiglie italiane hanno più patrimonio delle famiglie tedesche? Non penso però che qualcuno auspichi un trasferimento di patrimoni dall’Italia alla Germania…»

Così ha detto Weidmann all’intervistatrice, sfoggiando un bel sorriso sarcastico. I passaggi dell’intervista sono piuttosto lunghi e numerosi e tutti i giornalisti, in queste ore, si stanno soffermando sulle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank con riferimento al quantitative easing di Mario Draghi, che per Weidmann è stato un fallimento, o sulla necessità che l’Italia provveda quanto prima a ridurre il debito pubblico. Invece, il punto chiave è quello evidenzaito dal sottoscritto: LE FAMIGLIE ITALIANE HANNO PIU’ PATRIMONIO DI QUELLE TEDESCHE!E’ di assoluta evidenza, per uno studioso del fenomeno capitalistico, che l’ultracapitalismo non può reggersi a lungo quando consente alla maggior parte della popolazone di tutelarsi attraverso il risparmio. Se ci facciamo caso, i paesi maggiormente capitalistici, come gli Stati Uniti, promuovono la spesa dei privati tramite carte di credito, tramite i “pagherò”, ma non certo tramite il risparmio. E persino la prima casa è molto più tassata che in Italia. Lasciamo perdere le faraoniche idiozie che ha raccontato Berlusconi per anni, la verità è che nei paesi capitalistici i patrimoni sono riservati ai ricchi e che anche gli alti stipendi della middle class vengono puntualmente sputtanati in tasse, assicurazioni e cianfrusaglie da comprare (tipo il suv coi rostri per i bufali, anche se abiti a New York City).

Per gli americani avere una casa di proprietà (e non essere in affitto) vuol dire veramente avercela fatta nella vita. Difatti, a parte i ricchi ricchi, praticamente nessuno ne ha un’altra, la famosa seconda casa. Bene, ora guardatevi un po’ attorno: quanti impiegati e operai conoscete, in Italia, che hanno una seconda casa? Io abito in Veneto e oserei dire, almeno una famiglia su tre. Ma al di là delle impressioni personali, quel che è certo, è che i tedeschi non sono nelle nostre stesse condizioni e non si capacitano del perchè, nonostante il loro efficentismo e i loro (ex) alti stipendi, siano più poveri degli italiani come beni rifugio accumulati. Ma Weidmann lo sa (welfare e tasse basse sul patrimonio) ed è lì che andrà a picchiare se diventerà il nuovo inquilino della Bce a Francoforte. Con Weidmann al posto di Draghi il debito italiano non avrà più alcuna copertura e diventerà facile occasione di vendite allo scoperto per gli speculatori. Il governo italiano, qualsiasi esso sia, dovrà porvi rimedio attraverso alte tasse sui patrimoni della classe media italiana, trasferendo di fatto quella ricchezza alle banche tedesche, finalmente monopolio del board della Bce. Se c’è una cosa bella dei tedeschi è che non sanno mentire. Purtroppo, troppi italiani non capiscono e non sanno trarre le conclusioni politiche dalle confessioni d’oltralpe.
di Massimo Bordin

1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

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I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

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Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.

1865.- COSA C’È DIETRO L’IMMIGRAZIONE DI MASSA

Cause, interessi occulti e terribili conseguenze: il parere di Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”. FEDERICO CENCI

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Giovani africani in partenza dalla Libia

Negli ultimi anni l’opinione pubblica europea ha imparato a conoscere e in qualche modo a metabolizzare il fenomeno dell’immigrazione di massa. Frotte di uomini, donne e bambini assiepano scomodi barconi che salpano il mar Mediterraneo fin quando non vengono raggiunti dalle imbarcazioni delle ormai arcinote ong, le quali si assumono il compito di traghettare i migranti sulle coste settentrionali. È questo solo l’ultimo stadio di un processo che inizia nei Paesi d’origine degli immigrati, ma che affonda le radici nei meccanismi finanziari che regolano l’economia globale.
Austerity, debito, maltusianesimo
Del tema se n’è parlato giovedì scorso presso la Sala Teatro della Fondazione Cristo Re, a Roma. Relatori Enzo Pennetta, biologo, docente e scrittore, e Ilaria Bifarini, economista, autrice dei libri Neoliberismo e manipolazione di massa (2017) e I Coloni dell’austerity: Africa, Neoliberismo e migrazioni di massa (2018). È un’analisi dei fatti che parte da lontano quella offerta dalla Bifarini, che si definisce una “bocconiana redenta”, dal nome della prestigiosa università dove ha studiato, la “Bocconi” di Milano, fabbrica dei futuri manager dell’alta finanza.

L’austerity, a suo avviso, e prima ancora il debito, sarebbero le cause scatenanti dell’immigrazione di massa nonché della globalizzazione della povertà. Austerity che, nell’introduzione di Pennetta, troverebbe una correlazione con il maltusianesimo, dottrina economica ispirata all’inglese Thomas Malthus secondo cui la popolazione crescerebbe in maniera superiore alle risorse disponibili. Di qui la necessità, promossa dai seguaci di questa teoria, di ridurre l’assistenza sociale perché essa incentiva la crescita demografica. E proprio i tagli alla spesa pubblica sono il punto di contatto tra Malthus e l’austerity.

Il ricatto all’Africa
Quest’ultima, diventata tema ricorrente in Occidente, “trova nell’Africa, e nel Terzo Mondo in generale, il proprio laboratorio di sperimentazione”, ha affermato la Bifarini. La sua riflessione è partita dalla crisi del debito del Terzo Mondo del 1982, quando – ha detto – “le politiche ultraliberiste occidentali irrompono nel continente africano attraverso i piani di aggiustamento strutturale, ossia una serie di riforme economiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale, poste come condizioni per la concessione di prestiti”.

Che tipo di riforme? Presto detto: privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni. Una congerie di ricette economiche ultraliberiste che – ha osservato la Bifarini – “hanno prodotto un aumento della disuguaglianza, della povertà e, conseguentemente, dell’emigrazione”. Non è un caso che i Paesi che presentano una superiore propensione all’emigrazione sono proprio quelli con un debito pubblico più ridotto, cioè quelle che hanno versato più “lacrime e sangue”, per usare un’espressione famigerata. L’economista ha tenuto a precisare che prima di questo corto circuito, benché a piccoli passi, anche diversi Paesi africani avevano iniziato a crescere, e lo avevano fatto attraverso politiche keynesiane, cioè con interventi statali per incentivare la domanda. Metodo che – ha aggiunto – è stato usato anche in Occidente per far fronte e superare la grande depressione del 1929.

A chi giova l’immigrazione di massa
Oggi invece, per rimanere all’Occidente, la crisi economica del 2008 viene affrontata non promuovendo maggiori investimenti pubblici, bensì assecondando le spinte ultraliberiste. Questo atteggiamento – ha rilevato la Bifarini – “applicato già nel Terzo Mondo, creerà anche qui da noi, anche attraverso l’emigrazione incontrollata di quelle stesse vittime africane del neoliberismo, una globalizzazione della povertà che non risparmia nessuno e che è linfa vitale della finanza speculatrice internazionale”.

Il flusso migratorio è ormai rodato e gradito ai mercati. “L’Africa – ha detto la Bifarini – si trova ad affrontare una crescita demografica esponenziale, che nel 2050 porterà la popolazione del continente a raddoppiare, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di abitanti. Al contrario l’Occidente è stretto nella morsa della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione”. È così che – ha proseguito – “attraverso la migrazione di massa, da una parte i Paesi africani si liberano della popolazione eccedente, dall’altra l’Occidente aggira il compito ineludibile di attuare politiche del lavoro e di tutela delle famiglie”.

L’esercito industriale di riserva
Non solo, l’arrivo di masse di disperati, disposti a tutto pur di avere un impiego, abbassa notevolmente il costo del lavoro, permettendo ai Paesi occidentali di competere nel mercato globale con le cosiddette economie emergenti, le quali spesso non hanno una tradizione in diritto alla tutela del lavoro. Essi rappresentano – ha sottolineato Pennetta – quello che Karl Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, moltitudini di persone pronte ad accontentarsi di retribuzioni da fame e di cattive condizioni lavorative. A tal proposito, Pennetta ha citato la dichiarazione di un esponente del Pd, che nel corso di una trasmissione tv nel 2016 ha detto che “uno dei parametri” a cui l’Italia è inchiodata è quello della “disoccupazione strutturale”. “Nel Def – ha chiarito l’esponente politico – abbiamo scritto che nei prossimi anni la disoccupazione non scenderà sotto il 12%, come obiettivo quasi dichiarato del governo”. Ciò significa – la riflessione di Pennetta – che si vuole che almeno un cittadino su dieci sia disoccupato, “di modo che sia disposto ad accettare stipendi sempre più bassi, per creare una concorrenza tanto sleale da far scendere sempre più retribuzioni e tutele”.

E per centrare l’obiettivo neoliberista c’è bisogno, inoltre, di quella che la Bifarini ha chiamato la “depoliticizzazione”, per cui lo Stato nazionale assume sempre meno valenza e cede la propria sovranità ad organi sovranazionali. “Nei Paesi africani – la sua riflessione – è stata repressa in nuce la nascita di Stati nazionali indipendenti nel periodo postcoloniale, che sono stati subito sostituiti da élite locali al servizio della finanza e delle multinazionali”. È ciò che sta avvenendo oggi anche in Occidente, ha rilevato la Bifarini. Ma la soppressione dello Stato non fa altro che generare una schizofrenia socioeconomica per cui non si investe più per risanare l’economia reale, quella delle imprese che producono beni e servizi, ma si alimenta il drago invisibile dell’economia virtuale, quella dei mercati, dei flussi di denaro che si muovono dietro lo schermo di un pc.

Cristo Re

La profezia di Sankara

Infine la Bifarini ha voluto citare la figura di Thomas Sankara, storico presidente del Burkina Faso tra il 1983 e il 1987. Egli denunciò e combatté l’inganno del debito, visto come una sorta di neocolonialismo nei confronti dell’Africa, e per questo fu assassinato dal suo vice, con la presunta complicità di alcuni tra i maggiori Stati occidentali. Secondo Sankara – ha detto l’economista – “le masse popolari europee non sono contro le masse popolari africane, ma gli stessi che vogliono depredare l’Europa sono quelli che hanno sfruttato l’Africa”. Pertanto il nemico – ha concluso la Bifarini – è lo comune a tutti i popoli: “l’elite neoliberista che specula sulla miseria e trae profitto dall’immigrazione di massa e dalla globalizzazione della povertà”.
Ilaria Bifarini e Enzo Pennetta

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