Archivi categoria: MORALITA’ E CORRUZIONE

1987.- CRAXI: LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA NEL 1992 FU A OPERA DI SOROS

 

 

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Stopeuro ripropone il video sulla svalutazione della lira avvenuto nel 1992. Nel video vi sono le interventiste a Paolo Cirino Pomicino, Renato Brunetta e Bettino Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni, su Tangentopoli e sul ruolo che si presume ebbero i “poteriforti” e George Soros dietro tutto ciò.

Un anno da ricordare per il nostro paese massonico è il 1992. Nei primi anni 90 la lira era una delle monete forti in Europa, ma quando si alzarono i tassi di interesse (senza un reale motivo per farlo e l’economia andava fin troppo bene) sotto decisione Carlo Azeglio Ciampi ai tempi governatore della Banca d’Italia, le cose sono cambiate. Fu un caso che Ciampi creò le basi per il crollo della lira?

La domanda è lecita perché d’allora la moody’s declassò la lira. Nel settembre dello stesso anno iniziò un violento attacco alla lira che per correre ai ripari venne svalutata del 30% dall’ allora governo Amato.
l soliti squali della finanza tra i quali l’immancabile George Soros, approfittarono della ghiotta situazione trasferendo in valuta estera, in quel caso dollari USA, ben 30000 miliardi di lire, in seguito con un successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse!!! Sembra proprio una bella speculazione organizzata a dovere con la complicità di Banca d’Italia e del suo governatore (nel caso fosse provato, un vero traditore della patria) che in seguito divenne addirittura Presidente della Repubblica Italiana!

 

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1938.- Ho un orribile presentimento: nessuno ricostruirà il Ponte Morandi. E Salvini in galera. di Maurizio Blondet

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Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, è salito sulla nave Diciotti a Catania. Il magistrato è titolare dell’inchiesta sui migranti trattenuti a bordo. L’inchiesta, che potrebbe ipotizzare anche il sequestro di persona, è ancora a carico di ignoti: qualora fossero individuate responsabilità da parte di esponenti del governo la palla passerebbe al tribunale dei ministri.

Allora, sunteggiamo le iniziative della magistratura.

Il pm di Agrigento sale sulla Diciotti e apre un fascicolo “contro ignoti” per “sequestro di persona”. Ha di mira Salvini, ovviamente.

Pm di Genova: manda la Finanza negli uffici di Autostrade a sequestrare “computer e telefonini” della dirigenza. Otto giorni dopo il collasso del Ponte Morandi. Dicesi otto giorni.

Tanto tanto tempo per cancellare le email, far sparire i video (già fatto), azzerare i server, insomma far sparire prove.

Commento di uno che passa (io non c’entro, signor giudice):

“In un paese normale la magistratura avrebbe sigillato immediatamente uffici e server di Autostrade per l’Italia, per evitare manomissioni e distruzione di prove”.

Un altro: “Mi preoccupa molto come si sta muovendo la magistratura. Passata una settimana non abbiamo ancora un iscritto al registro degli indagati”.

Una settimana, e nemmeno non solo un imputato, nemmeno formulato un capo d’imputazione. Non sanno di cosa accusare chi.

Titolo di giornale del 20 agosto:

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Ecco un filmato subito rimosso che mostra le auto in frenata. Quelli della società Autostrade … c’è stato un black out. Sulle cause c’è ancora incertezza, ma un ragazzo fa notare che anche la sera prima i lavori di manutenzione erano in corso proprio sul ponte Morandi.
“Da anni dicono che il ponte è in pericolo, ma nessuno faceva una manutenzione vera. Manutenzione ordinaria sì, ieri notte gli operai stavano martellando proprio qui e mia cognata li ha sentiti da casa”: “”Di notte, il 13 agosto, sotto un nubifragio, cosa martellavano?”ndr.

Genova, la Procura: «Cerchiamo filmato del crollo. Per ora nessun indagato».

Il filmato del crollo che non c’è più. Hanno sequestrato le macerie, ma ancora non hanno perquisito la sede della concessionaria.

Passano i giorni.

Commento di uno che passa (io ne prendo vigorosamente le distanze, signor procuratore)

“Ovvero : stiamo disperatamente prendendo tempo per trovare un modo per salvare i Benetton”.

Un altro (ma io mi dissocio):

Come mai l’iscrizione nel registro degli indagati è sempre un “atto dovuto” e stavolta dopo una settimana… Nessuno! Devono ancora capire come si chiama la società che gestiva, e gestisce tuttora, quella strada? Stanno cercando l’indirizzo?”.

Un altro che passa: “Ho un orrendo presentimento”:

Da questo commento non mi dissocio. Ho un orrendo presentimento anch’io. Dovuto alla mia esperienza di vecchio giornalista.

Rafforzato dal fatto che i Benetton non solo hanno offerto una cifra ridicola alle vittime del disastro, ma dopo qualche ora, hanno ripreso sicurezza e , stanno cominciando ad accusare il governo di aver fatto cadere il titolo. Non è stato il crollo del ponte a farlo cadere in Borsa, ma gli strilli di Salvini e Di Maio contro la società concessionaria, a cui il governo precedente ha abbandonato un monopolio naturale, la libertà di fare profitti che emulano soltanto lo spaccio di droga, e l’autocontrollo sugli investimenti: che infatti sono un terzo di quelli pattuiti e necessari.

Insomma: sono loro, i Benetton, che pretendono i danni dallo Stato. Lo fanno con uno stuolo di avvocati potentissimi, fra cui la nota paola Severino: quella che ha fatto la ministra della “giustizia” nel governo Monti, per sottolineare da che parte sta. Nessun sospetto di conflitto d’interesse, tutto legale. Ovvio, questi si sono fatti le leggi a loro vantaggio, dunque tutto ciò che fanno loro è legale per definizione.

Io ho un bruttissimo presentimento: non avrete mai più il vostro ponte, o genovesi. Non lo rifaranno certo i Benetton – perché dovrebbero spenderci un centesimo, ormai? – né potrà farlo il governo, perché dovrà rifondere i miliardi necessari agli “azionisti” di Atlantia, oltre che ai Benetton che sono stati così danneggiai dalle esternazioni di Salvini.

Tenete d’occhio soprattutto la classs action americana, avviata dallo “studio legale Bronstein, Gewirtz & Grossman” (jjj) il quale “sta esaminando potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti” dopo che, sulla notizia della possibile revoca della concessione e di una sanzione “il prezzo delle azioni è sceso di 1,66 dollari, o del 13,7%, per chiudere a 10,45 dollari il 16 agosto”.

La Class action non lascerà che le briciole in Italia
Questo studio legale vanta speciale “competenza nella ricerca aggressiva di richieste di contenzioso”. Chi conosce queste capacità aggressive, sa già cosa accadrà: si prenderanno tutti i miliardi gli americani per conto dei loro azionisti, poi Atlantia opportunamente “fallirà” , ossia resterà senza un soldo insomma; ai genovesi e alle vittime non resteranno nemmeno le briciole.

Anche perché era fin dall’inizio chiaro che i Benetton, di soldi loro, non ne hanno messo uno. “Non hanno investito niente, comprarono Autostrade con i soldi di Autostrade”, come ha spiegato il trader Gianni Zibordi.

Come, l’ha spiegato l’articolo qua sopra. Hanno creato una società apposta che ha fatto un debito immane, poi – ottenuta la concessione da Prodi, D’Alema e soci, l’hanno fusa con Autostrade, a cui hanno accollato l’immane debito: “Hanno fatto il debito e lo stanno ripagando coi profitti del pedaggio – queste sono vere rapine, non quelle in banca”, commenta Zibordi. Che non lo senta un PM, perché potrebbe aprire un fascicolo contro di lui per diffamazione:tutto ciò che i Benetton hanno fatto è perfettamente legale. Per forza. Dimostra chiaramente che stavano ancora pagando il debito coi pedaggi; finita la concessione, finiti i pedaggi, eccoli nullatenenti.

Naturalmente, restano miliardari.”Chiunque legga bilanci di Atlantia e Autostrade sa che i profitti netti sono stati più di 12 miliardi dal 2001 e le tasse che pagano sono circa un 24%….”.

Ma andate pure a reclamare i loro possedimenti fra i Mapuche. O in Lussemburgo il paradiso fiscale nel centro della UE.

Manifesto: sempre dalla parte dell’azionista.
Uno che passa: “E’ la procura di Genova, ragazzi”.

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Claudio Borghi “il PM che ha disposto il sequestro dei conti della Lega”.

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/09/15/pm-genova-non-contro-lega-ma-pro-camere_8f26623a-9697-4da9-a67b-

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La Procura di Genova dice di lavorare solo su profili tecnici. Francesco Cozzi, procuratore di Genova, è il titolare dell’inchiesta sul crollo del ponte Morandi. Ha avuto un incarico altamente politico e di parte nel governo Prodi e il fascicolo sul caso dei 49 milioni della Lega è stato aperto da lui medesimo, procuratore di Genova, che ha chiesto alla Cassazione di sequestrare i conti del partito. Francesco Cozzi contesta le concessioni, ma è anche il procuratore che ha aspettato otto giorni prima di far perquisire gli uffici di Autostrade ed elevare un’imputazione. Se anche questi sono profili tecnici, speriamo che la Procura di Genova, che si è mostrata, a parole, subito molto determinata e saggia, si avvarrà di professionisti adeguati ed all’altezza, per il delicato compito di stabilire le cause del crollo del viadotto Morandi.

Francesco Cozzi, il PM che ha aspettato otto giorni prima di far perquisire gli uffici di Autostrade ed elevare un’imputazione, risulta dalla sua biografia ufficiale, è stato “direttore dell’Ufficio rapporti con il Parlamento nel Gabinetto del Ministro della Giustizia prof G.M. Flick”.

Insomma, il pm Cozzi ha avuto un incarico altamente politico e di parte nel governo Prodi Uno (maggio ’96-ottobre ’98), ed ora stava occupandosi di colpire la Lega “dando la caccia” ai suoi miliardi scomparsi, quando è crollato il ponte: proprio in tempo, era stato appena nominato procuratore capo a Genova.

Non c’è qui un conflitto d’interesse? Non ha dato prova, il dottor Cozzi, di militare politicamente per la parte politica avversa all’attuale governo, quella che ha tutto da perdere se un giudice solleva il segreto di Stato sulla concessione di Autostrade, e lo scambio di favori che non può non nascondere?

Non lo chiedete però, perché aprono un fascicolo contro di voi perché avete mancato di rispetto. .

Chiedere lo spostamento dell’istruttoria per legittima suspicione’ Non scherzate – e non mancate d rispetto. Per queste cose, la magistratura ha tutto il tempo. Per la mia diretta esperienza (avevo intervistato il tassista Cornelio Rolandi appena tornato da Roma dove aveva riconosciuta Valpreda come il passeggero che aveva portato a Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969), fui chiamato a Catanzaro dove l’ennesimo processo era stato spostato “per legittima suspicione”, dopo sentenze di Cassazione: dieci anni dopo. Il tassista Rolandi era morto, anche se aveva lasciato una dichiarazione giurata sul letto di morte in cui confermava che il passeggero era Valpreda. Vista la convocazione con le solite minacce se non mi presentavo, mi feci il viaggio in treno da Milano a Catanzaro. Confermai ciò che avevo scritto nell’articolo, apparso su LA Domenica del Corriere , sotto il Natale 1969. Il presidente della Corte mi intimò di esibire il taccuino degli appunti di allora: di dieci anni prima. Dissi che non l’avevo tenuto, avendo però scritto l’articolo su La Domenica del Corriere. “Bel giornalista è lei!”, mi disse. Io avrei dovuto rispondere: “Bei giudici siete voi, che in dieci anni ancora n0on avete dato un colpevole alla strage di piazza Fontana”. Ma naturalmente tacqui.

Per il motivo che Pierpaolo Pasolini aveva scritto sul Corriere il 28 settembre 1975,

dopo aver esordito: “Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.

….concludeva:

““Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.

http://videotecapasolini.blogspot.com/2015/11/pasolini-il-mondo-28-agosto-1975-il.html

Poche ore dopo, Pasolini venne ucciso.

Sarà così anche stavolta. Fra dieci anni, forse, la “giustizia” rifarà il processo che Cozzi ha cominciato, mandandolo per legittima suspicione che so, a Potenza, a Roccella Jonica – . Nel frattempo, Salvini sarà in galera, i Benetton liberi, e liberi i Delrio, i Letta che stanno nei loro consigli, i Renzi e i Gentiloni, tutti quelli che hanno stipulato loro la concessione senza che spendessero un soldo dei loro, prolungando la concessione per decenni (perché potessero pagare il debito). Sarà libero Mario Draghi che ha comprato per la Banca Centrale azioni di Atlantia…

“Nel conto mettere anche i bond atlantia ed autostrade comprati dalla #ECB stampando moneta per acquistare debito corporate tramite programma CSPP…il 25% degli acquisti totali è fatto sul primario… “funding secure””.La BCE che non compra titoli di debito pubblico dagli Satti (perché sono corrotti), però compra titoli di debito privati direttamente da privati che lucrano indebitamente da un monopolio naturale.

Ci ha investito anche Draghi…

Ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

Una cosa posso dirvi per certo: che il ponte non sarà mai ricostruito, le famiglie mai risarcite, e voi genovesi – – metterete ore per andare da ponente a levante. Se ci sarete ancora dei genovesi, chiaro: il porto ovviamente avrà perso il suo traffico, a vantaggio di Marsiglia, e non avrete più decine dimmigliai di posti di lavoro (non mi dispiace per via dei camalli, pagatissimaboly rossa, avrà quel che si merita). Vi conviene migrare.

Ovviamente il 60% della popolazione italiana sarà composta da negri – pardon, di immigrati che fuggono dalle guerre e dalla fame, perché la Diciotti sarà stata rimessa ad emulare Open Arms ed Aquarius. Ogni giorno, i media vi ricorderanno quanto siete razzisti, perché uno avrà lanciato un uovo contro un “rifugiato” o un controllore reagito dopo essere stato picchiato dalle bande di nigeriani….

Ma è colpa vostra , italiani.

Perché non avete ascoltato il consiglio urgente di Danilo Quinto, fuoriuscito dai Radicali perché convertito alla fede, e rimasto grande animal politico:

“Di fronte all’ennesima iniziativa della magistratura contro Salvini, ai processi mediatici che ogni giorno Salvini subisce, a una Guardia Costiera che non obbedisce agli ordini ricevbuti, bisogna agire nell’immediatezza, convocando il popolo italiano ad una grande, immensa manifestazione di piazza. Fatelo subito ed azzerate le responsabilità a tutti i livelli nei Ministeri, prima che sia troppo tardi”:

Forse è già tardi.

Come sempre,quando l’oligarchia sinistra perde, a fare il lavoro entra “la giustizia”.

(Avrei solo una domanda. Al dottor Piercamillo. Quello che voleva rivoltare l’Italia come un calzino, l’eroe di Mani Pulite, quello per cui la magistrata è pura e la politica è corrotta, oggi capo dell’ANM il potentissimo sindacato dei giudici. Ma non oso fargliela. Si faccia i complimenti da solo).

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Pier Camillo Davigo è una delle toghe simbolo della stagione di Mani Pulite e della lotta alla corruzione. Noto come il “dottor Sottile”,ha due lauree, è stato presidente dell’associazione nazionale magistrati, leader di Autonomia&Indipendenza, ha quasi 68 anni ed è presidente della II sezione penale della Corte di Cassazione.in frenata. Quelli della società Autostrade non si sa se ci sono, nessun sequestro per nove giorni.

1936.- L’indecente segreto di Stato sui contratti di concessione

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Gli accordi sulla gestione delle autostrade non possono essere resi pubblici: “Vanno protetti i dati delle società”. Angelo Allegri, il Giornale.it, 17/08/2018.

Quattro o cinque anni fa la neonata Autorità dei trasporti chiese al ministero delle Infrastrutture i testi dei contratti di concessione autostradale.

Sembrava una richiesta di routine e invece i funzionari ministeriali fecero muro: i documenti, spiegarono, contengono dati delicati per le aziende coinvolte e quindi non possono essere divulgati. Nemmeno all’organismo di controllo. Affermazione sorprendente ma del tutto in linea con quello che era accaduto al momento stesso della creazione dell’Autorità. L’Aiscat, l’associazione dei gestori, era riuscita a ottenere una sostanziale riduzione dei suoi poteri: contrariamente a quello che accade in altri Paesi l’Autorità deve ancora oggi limitarsi alle nuove concessioni, ma non può mettere becco in quelle già firmate, tutte le più importanti compresa quella di Autostrade.

Non meraviglia dunque che Phastidio, il sito dell’economista Mario Seminerio, abbia definito le concessioni «un indecente segreto di Stato», più tutelato di quelli militari. In questo caso, però a essere protetta non è la collettività, ma le società che incassano i pedaggi. Il muro di gomma ha fino ad ora sempre tenuto, sventando ogni pericolo; l’esempio più recente risale all’inizio di quest’anno: mantenendo all’apparenza le ripetute promesse di trasparenza, Graziano Delrio, ministro dei trasporti del governo Gentiloni, ha fatto pubblicare su internet i testi incriminati. Peccato però che siano state escluse le parti più importanti, quelle davvero utili per farsi un’idea della sensatezza economica degli accordi.

Le concessioni, in tutto una ventina o poco più, sono i contratti con cui lo Stato (attraverso il Ministero delle Infrastrutture) affida a una società la gestione di un tronco autostradale, i rispettivi obblighi e diritti, i ricavi che l’operatore privato ne potrà trarre e gli investimenti a cui si impegna. Nella maggior parte dei casi risalgono alla fine degli anni Novanta, il periodo delle grandi privatizzazioni. Quella di Autostrade per l’Italia, siglata nel 1997, scadeva nel 2038, ma di recente, in cambio dei lavori sulla nuova super tangenziale di Genova, la cosiddetta Gronda, è stata prorogata al 2042.

Proprio le proroghe sono uno dei tasti più delicati. La legge europea prevede che una volta scadute, le convenzioni vengano messe a gara, nel nome di una sana competizione. Peccato che in Italia non succeda praticamente mai. Il cavallo di Troia sono di solito i nuovi investimenti: il gestore si impegna a costruire un nuovo tronco, una terza (o quarta corsia), opere considerate indispensabili, e come remunerazione finisce con l’ottenere dal governo un aumento dei pedaggi o una proroga del contratto (talvolta entrambi). Spesso, tra l’altro, l’investimento provoca un aumento del traffico e il gestore ci guadagna due volte. Atlantia dei Benetton (con Autostrade primo gestore italiano) o il gruppo Gavio (secondo) hanno un altro vantaggio: possiedono delle società di costruzioni interne a cui, almeno in parte, affidano i lavori. L’incasso tende così a triplicarsi.

Uno dei dominus del sistema è Fabrizio Palenzona, tra i più formidabili uomini di potere dell’Italia degli ultimi decenni. Ai tempi della prima Repubblica era già un democristiano in carriera (è stato sindaco di Tortona e presidente della provincia di Alessandria). Poi è diventato banchiere (vicepresidente di Unicredit) e proconsole dei Benetton nel settore infrastrutture. In questa veste è presidente di Aiscat (come detto l’associazione dei gestori autostradali) e di Assoaeroporti (i Benetton controllano lo scalo di Fiumicino).

La famiglia di Ponzano Veneto, oggi in difficoltà di fronte all’accanita competizione nel settore dei maglioncini (dove da anni perde soldi) è entrata nel più redditizio comparto dei servizi in concessione già dalla prima privatizzazione nel 1998. Più o meno nello stesso periodo sono entrati i Gavio. Le società della famiglia di Tortona sono state coinvolte qualche anno fa in una grottesca vicenda che rende bene la scarsa trasparenza del settore. La cosiddetta legge sblocca Italia del 2015 prevedeva a loro vantaggio la solita proroga (con relativi incassi) in cambio di lavori per 10 miliardi. Arrivata a Bruxelles la norma fu bocciata tra mille imbarazzi: i «nuovi» lavori, dissero i funzionari Ue, sono gli stessi che ci avete presentato negli anni precedenti. Quante volte volete farveli pagare?

1928.- AI FUNERALI DI GENOVA E’ FINITA LA SECONDA REPUBBLICA ED E’ INIZIATA LA TERZA. ECCO PERCHE’.

Dal Blog Lo Straniero di Antonio Socci

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Ci sono momenti nella storia di un popolo che diventano eventi simbolici. Per esempio i funerali di ieri a Genova per le vittime del crollo del ponte Morandi, oltre al dolore, hanno mostrato l’Italia che sta voltando pagina.

Perché si è visto qualcosa che non si era mai visto prima, nelle tante tragedie che hanno costellato la cronaca di questo paese: i due giovani rappresentanti del governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, accolti da un applauso scrosciante e da acclamazioni (QUI) , mentre i rappresentanti dell’opposizione sono stati accolti da un silenzio gelido rotto da fischi e urla di disapprovazione (“Andatevene”, “basta” e “vergogna”) perché si trattava di leader del Pd che evidentemente sono stati considerati simbolo dei governi passati.

In genere i rappresentanti del governo e dello Stato venivano sommersi da proteste e fischi perché non di rado – per certe sciagure – c’erano da lamentare inefficienze, ritardi ed errori.

Ieri è accaduto il contrario. La gente ha capito benissimo cosa è successo nel passato e cosa accade oggi, mostrando di apprezzare il comportamento dell’attuale nuovo esecutivo.

Non si era mai vista una scena simile. L’unico precedente forse è quello del terremoto in Irpinia, quando il presidente Pertini, il 26 novembre 1980, davanti alle telecamere gridò “vergogna!” perché – a 48 ore dal sisma – gli aiuti tardavano ad arrivare. Il presidente fu coralmente applaudito dalla gente e dai media.

Tuttavia in quel caso non si trattava del governo, ma del Capo dello Stato che non ha responsabilità operative e che con serie ragioni, ma forse pure con un po’ di populismo, alzava la sua voce di protesta.

In quel caso il vertice dello Stato si schierava contro il governo. Invece ieri proprio il governo – nella persona dei due giovani ministri più rappresentativi – è stato applaudito dalla gente per il suo operato.

Insieme ai pompieri, alle forze dell’ordine, alla protezione civile, agli enti locali che subito sono intervenuti. Insieme allo Stato lì rappresentato al più alto grado dal presidente Mattarella.

Qualcuno aveva provato, nei giorni scorsi, a lanciare slogan “contro lo Stato”, forse per titillare un generico ribellismo qualunquista e magari convogliare contro il nuovo governo la rabbia della gente.

Ma nessuno c’è cascato. Tutti hanno mostrato di sapere bene come stanno le cose e per questo hanno riservato un applauso scrociante a Salvini e Di Maio. E’ un fatto inedito.

Evidentemente le persone comuni si sentono comprese dai nuovi governanti, si riconoscono nelle loro parole e nei loro atti, percepiscono che vogliono aiutarle, mettendole al primo posto. Sentono che parlano la loro stessa lingua e non il politichese.

La gente accetta anche qualche sbavatura dovuta alla giovane età e all’impeto di rinnovamento, ma perché capisce che stanno provando veramente a voltare pagina.

Quegli applausi di ieri devono far sentire a Salvini e Di Maio che grande aspettativa (da non deludere) grava su di loro. Hanno un compito storico. In effetti la tragica vicenda del ponte può segnare il vero passaggio dalla seconda alla terza repubblica.

Perché le conseguenze politiche potranno andare ben oltre l’eventuale revoca della concessione ai privati della gestione delle autostrade. Si stanno rimettendo in discussione le scelte strategiche degli ultimi 25 anni, quelle che – a colpi di “austerità europea” e di privatizzazioni (che dovrebbero essere attentamente riconsiderate) – hanno impoverito enormemente la gente e hanno annichilito e indebitato lo Stato. Ora si tratta di lanciare un grande piano di investimenti per rimettere in moto l’Italia oltreché Genova.

Sicuramente qualcuno si straccerà le vesti contro gli applausi e i fischi di ieri giudicandoli una mancanza di rispetto verso i morti. Ma allora perché le acclamazioni a Pertini andavano bene? E a Mattarella?

Vedrete che i giornali definiranno “composto e rispettoso applauso” quello tributato a Mattarella (che comunque ha detto parole chiare: “tragedia inaccettabile, accertamento rigoroso delle responsabilità”). Mentre per Salvini e Di Maio si parlerà di claque politica e di sciacallaggio.

Il vecchio establishment non si rassegna a perdere potere. Anche nel Pd c’è chi si metterà a inveire, ma divampa pure la sua rissa interna dove volano gli stracci.

Il governatore pugliese Emiliano sulla dirigenza del suo partito: “Siete giá stati mesi da parte e siete già ai minimi storici. Avete già devastato tutto. Rifatevi un partito neo conservatore a protezione di tutte le lobbies del mondo, Autostrade per l’Italia compresa, e smettetela di rompere i coglioni a chi ha sempre lavorato bene”.

Alfredo D’Attorre (ex Pd oggi Leu) ha scritto: “Che per parte della ‘sinistra’ la preoccupazione più manifestata dopo Genova sia stata il crollo delle azioni di Atlantia è l’amara conferma che bisogna cambiare tutto. E in fretta, se non vogliamo che la parola sinistra resti impronunciabile in Italia per i prossimi 20 anni”.

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Antonio Socci

Da “Libero”, 19 agosto 2018

1927.- Si è rotto il patto sociale

Il crollo del Morandi ha aperto una finestra sull’Italia, sulla sua discesa annunciata, tale e quale a quella annunciata del viadotto. Sono i nodi del fiero pasto che vengono al pettine e mettono a nudo il cinismo e le bassezze di chi è stato e di chi ancora gestisce il potere. Non c’è pace che possa placare lo sdegno di una condoglianza implacabile. Quello che ne traggo, è un ribrezzo che richiama quello per le arpie che lordano la mensa con i loro escrementi e non c’è pace perché mi è difficile distinguere fra istituzioni e escrementi. Voglio, un voglio caparbio e guardo avanti ascoltando Marcello Veneziani, che riesce sempre a portarmi alla riflessione e ad alzare il livello dello discorso.

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Fissavo l’immagine terribile del ponte spezzato sui palazzi evacuati del Polcevera e pensavo all’indecente scannatoio divampato tra i palazzi della politica, i social e i media. Ripensavo a quel ponte durante i funerali di Stato – funerali anch’essi dimezzati come il ponte, perché molti famigliari hanno rifiutato le pubbliche esequie.

I simboli sono segni del destino e ci dicono la verità più dei ragionamenti. Un ponte si è spezzato nella nostra società e ormai è irrimediabile e vistosa la frattura. Cosa è successo? Si è rotto il patto sociale su cui reggeva l’Italia. Si è rotto il patto tra governati e governanti, tra cittadini e istituzioni, tra forze politiche, sociali ed economiche in campo, tra Stato e popolo italiano, tra ideologia dominante e comune sentire. Ognuno va per conto suo e si sente in diritto di dire e fare quel che vuole, perché ormai non deve dar conto a nessuno.

Il patto sociale era l’accordo sotterraneo che ancora sorreggeva, fino a qualche tempo fa, la nostra democrazia. Fortemente logorato da svariate crisi, passaggi traumatici di governi e di repubblica, reggeva ancora a malapena, evitando che il dissenso, le divergenze, i linguaggi ostili, le posizioni arrivassero alle loro estreme conseguenze e schizzassero come i tiranti del ponte Morandi. Il patto sociale reggeva su un residuo interesse reciproco a tenerlo in piedi, sovraccarico di critiche ma senza romperlo. Già con la seconda repubblica la società si era rivoltata contro la politica, ed era nato il berlusconismo; ora si rivolta e inveisce anche contro l’economia, contro tutti i potentati, contro l’intera classe dirigente. Così il ponte è saltato.

Cosa frenava la rottura del patto sociale? Un residuo interesse comune, nazionale, generale, reciproco, tra governati e governanti; la sensazione di essere comunque sulla stessa barca, e persino il sottinteso che se la classe dirigente s’arricchiva, sia pure in modi illeciti, i benefici poi si estendevano a cascata un po’ su tutti i cittadini. Poi il flusso clientelare si è interrotto, il Welfare è finito, non solo a causa dell’Europa e della crisi economica. Ma insieme al venir meno di tutto questo, negli ultimi anni, è avvenuto qualcosa di traumatico di cui non si è ancora capita la portata micidiale: il sentire comune, il noi quotidiano, l’alfabeto elementare su cui reggeva la nostra società è stato sconvolto, mortificato, perfino criminalizzato. Nel giro di poco tempo abbiamo appreso che tutto quello in cui credevamo, le parole che usavamo, le cose a cui tenevamo erano infami, segni di arretratezza e di razzismo, di sessismo e di familismo, di xenofobia e di fascismo, perfino. Ogni volta che si poneva l’Italia davanti all’Europa si doveva essere dalla parte dell’Europa e non dell’Italia, altrimenti si era retrivi, isolazionisti e sciovinisti. Ogni volta che si opponeva l’assetto contabile della Finanza alla vita reale dei popoli si doveva dar la precedenza al primo. Ogni volta che sorgevano contrasti tra gli italiani e i migranti clandestini o i rom si doveva parteggiare per i migranti clandestini o per i rom. Ogni volta che si opponevano delinquenti che ti entrano in casa a derubati bisognava preoccuparsi di garantire i ladri, non i derubati. Ogni volta che si ponevano le famiglie naturali e tradizionali, composte da padri, madri e figli, rispetto alle unioni omosessuali, ai transgender, agli uteri in affitto, si doveva parteggiare per questi, e far sparire anche nel lessico i riferimenti “trogloditi” alla famiglia e alla nascita. Ogni volta che si esponevano i simboli religiosi che ci accompagnano da sempre – il crocifisso, il rosario, il presepe, i canti di Natale e i riti di Pasqua – bisognava provare ribrezzo o almeno imbarazzo nel nome dell’ateismo come esperanto universale o delle religioni altrui. Provate a stressare in questo modo e su ogni piano un popolo e insieme a fargli avvertire tutto il disprezzo verso una plebe bollata come razzista, sessista e dentro di sé fascista, fino a produrre una forma di razzismo rovesciato, di apartheid che separa la minoranza dirigente dalla “trascurabile maggioranza degli italiani” e vedete se alla fine non si spezza il ponte.

Quando poi a tutto questo aggiungi i privilegi e le scorrerie del capitalismo nostrano che viaggia sotto scorta politico-mediatica della sinistra e si mangia o svende quel che faticosamente ha messo insieme lo Stato italiano, allora la rabbia schiuma e si fa scomposta. Quando senti, per esempio che il presidente dell’Iri sotto cui avvenne, col governo di centro-sinistra guidato da Prodi, la cessione delle Autostrade ad Altantia (cioè al gruppo Benetton & C.), diventa poi presidente della stessa società Atlantia (sto parlando di Gros-Pietro, attualmente presidente d’Intesa-San Paolo) beh, allora capisci che il patto sociale è saltato non solo perché si è imbarbarita la società e l’antipolitica che l’esprime, ma anche e soprattutto, perché un ceto dominante, tra potentati e partiti, ha abusato del potere, della società e della gente e l’ha pure disprezzata. I grillini, i populisti, non sono il rimedio al crollo del patto sociale ma non sono nemmeno la causa, piuttosto sono il sintomo e l’effetto. La causa principale è in quei potentati, nelle oligarchie di sinistra, nei poteri giudiziari, nei giornali e tv di servizio. Rispetto a questo blocco, il centro-destra berlusconiano (e finiano) è stato inefficace, consenziente e da ultimo anche connivente. Con quella classe dominante, la società è cresciuta per conto suo, si è inselvatichita, si è imbastardita.

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Ho voluto aggiungere all’articolo questo quadro del presidente d’Intesa-San Paolo Gros Pietro, per capire.

Ora tutto questo non ci porta a soffiare sul fuoco della guerra civile e incivile e ad armare il risentimento né ci porta a elogiare l’ignoranza e l’arroganza delle masse come rimedio all’abuso di potere. Ma ci porta a sognare disperatamente che passata la furia e il dolore del momento, il trauma del crollo, venga fuori un maturo senso dello Stato con un’adeguata classe dirigente e si ricomponga un decente patto sociale. Altrimenti non solo il ponte crollerà, ma anche la terra che sta sotto.

MV, Il Tempo 19 agosto 2018

Il commento di Roby Montemurro, Marcello,

La tua penna e’ sempre efficace, scorrevole, perfino amabile.
Bello il pensiero del patto sociale e il ponte rotto. Hai scritto cio’ che vorresti, cio’ che ti auguri.

….passata la furia e il dolore del momento, il trauma del crollo, venga fuori un maturo senso dello Stato con un’adeguata classe dirigente e si ricomponga un decente patto sociale. Altrimenti non solo il ponte crollerà, ma anche la terra che sta sotto…

Io sono un po’ piu’ cinico sulla natura degli Italiani. Non vedo questa base “rivoluzionaria” tutta capacita’ ed efficienza pronta a “ricomporre un decente patto sociale”.
Vedo ancora incompetenza, demagogia, modi arruffati di gestione della cosa pubblica. Vedo una scuola che non forma nel rispetto reciproco, nell’educazione civica, nell’eccellenza del sapere e soprattutto nel principio della certezza delle pena.

Non vedo tracce di “un maturo senso dello Stato”. Basta ascoltare la gente e soprattutto chi la gente elegge alle massime istituzioni. Ancora poco propensi alla concertazione, al costruttivo dialogo; anzi assai irrispettosi nella ripicca sociale e interpersonale.

Certo non siamo il Giappone (che ne ha avute di disgrazie venute dal management.. Fukushima) e neppure l’Inghilterra ancora assai composta sul Brexit nonostante i distinguo interni (non ascolto parolacce e toni sopra le righe nei loro dibattiti politici sebbene la questione sia davvero importante).

Noi siamo Italiani senza senso dello Stato, che emerge un pochino solo dopo le disgrazie che MAI abbiamo saputo gestire (c’e’ forse stato qualche esempio di perfetta gestione dopo qualche terremoto o alluvione?) ed emerge ahime’ solo nelle competizioni sportive.

Questo senso dello Stato che io e tu auspichiamo non nasce dal tramonto all’alba, non nasce col “cittadino-parlamentare” (assai impreparato nel 90% dei casi) …bensi’ con il ripristino della cultura e del rispetto (voi giornalisti siete responsabili di molti parapiglia immotivati purtroppo).
E non si diventa Stato in 5 mesi, il tempo di ricostruzione del ponte.
Marcello Veneziani

ALCUNI LIBRI DI MARCELLO VENEZIANI CHE MI HANNO INTERESSATO

La sconfitta delle idee (2003, ultima edizione 2008).
«Le idee non servono più. Sono ritenute d’intralcio al potere e al piacere, agli ascolti, al mercato e alla vita. Di loro sopravvivono solo i gusci vuoti o i loro idoli e al loro posto trionfa la retorica, il puro vitalismo, il culto del denaro o resistono i vecchi residui dell’ideologia e dell’utopia». Dall’autore della Cultura della destra, un viaggio impietoso tra gli intellettuali e il potere, i mass media e l’Occidente, animato da una convinzione: nessuna civiltà può sopravvivere alla fine delle idee. (Dalla copertina)

Dio, Patria e Famiglia dopo il declino (2012), analizza la crisi di questi 3 valori
Dio, patria e famiglia sono tramontati. Un declino graduale, lungo la modernità, accelerato nel Novecento, esploso nei nostri anni. Sono stati il fondamento ideale e morale, storico e pratico della vita umana e di ogni civiltà. Il crollo di un muro, due torri e tre principi è alle origini della nostra epoca. Con il muro di Berlino cadde il comunismo, sorse l’Europa e dilagò la globalizzazione. Con le due Torri gemelle cadde la supremazia inviolata degli Stati Uniti e riemerse la storia dal fanatismo. Ma col declino di religione, patria e famiglia si spegne la civiltà e si ridisegna radicalmente la condizione umana. Di tale crisi di solito non ci diamo pensiero, ma ne scontiamo gli effetti ogni giorno. Ereditiamo il vuoto e la perdita di questi tre cardini con la stessa naturale passività con cui i nostri padri ereditarono la fede e la loro osservanza. In queste pagine Marcello Veneziani non esorta a barricarsi tra le rovine, fingendo che nulla sia accaduto, non coltiva illusioni. Ma cerca di capire i motivi della loro caduta, ne osserva l’assenza nel mondo presente, riflette su cosa ci siamo persi e cosa abbiamo guadagnato, cosa c’è al loro posto e da cosa oggi si può ripartire per rifondare la vita. Un viaggio che si dipana tra filosofia ed esperienza individuale, pensieri dell’anima e sguardi sul nostro tempo. L’incontro con Dio, patria e famiglia avviene seguendo un percorso originario e originale.

Lettera agli Italiani (2015)
Per quelli che vogliono farla finito con questo paese

Di Padre in figlio. Elogio della Tradizione (2001, ultima edizione 2007), €11,42
Il nostro tempo sembra essere quello dell’assoluto presente. Aboliti i grandi progetti a lungo termine, stiamo cancellando la storia e con essa i legami con il nostro passato. Eppure la tradizione è indispensabile per ogni società e occorre ritornare ad essa per ristabilire quella rete fondamentale di rapporti che legano i padri ai figli.

La cultura della destra (2002, ultima edizione 2008)
Che vuol dire essere di destra oggi, qual è la cultura della destra e come si esprime nel nostro tempo davanti ai problemi cruciali creati dalla globalizzazione e dall’immigrazione, dal dominio della tecnica e del mercato, dalla bioetica e dalle nuove famiglie? Ecco le principali domande a cui cerca di rispondere questo saggio che evidenzia alcune contraddizioni: la forbice esistente tra una cultura di destra larga e diffusa e una cultura militante di destra che è invece minoritaria e marginale e il paradosso di una destra che per la sinistra è sempre stata al potere sotto falso nome (liberalismo, fascismo, democrazia cristiana, berlusconismo) e per i suoi sostenitori invece è sempre stata all’opposizione.

I vinti, I perdenti della globalizzazione e loro elogio finale.

La globalizzazione sta seminando lungo il suo percorso vittime simboliche e reali, ideologiche e umane. Il riferimento non è ai no-global e a quanti contestano i poteri mondiali, ma a quanti non si sono adeguati al loro nuovo corso, a quanti li vivono con disagio o sono fuori dal loro cono di luce. Sconfitti appaiono tutti coloro che non si riconoscono negli imperativi dei nuovi padroni del pianeta, che si pongono fuori dallo spirito del tempo, che sono legati a valori passati, futuri o trascendenti: gli ambientalisti, i “meridionali” (di tutto il mondo), i fascisti.

1833.- ONDATA DI BAMBINI COMPRATI DAI GAY ALL’ESTERO: SALVINI FACCIA INTERVENIRE I PREFETTI

Chi sostiene il commercio di esseri umani, di più, ancora in gestazione o incapaci d’intendere e di volere è peggio di un assassino. Chi vuol fare del vizio o della deformità sessuale una regola è un pericolo da estirpare. Siamo in piena crisi demografica, ma in Italia, la politica si occupa di importare migranti sostitutivi e delle famiglie arcobaleno.

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Due parole su quest’ultimo argomento ché viene facilmente accompagnato al nostro nel nome della famiglia. Parlare di famiglia, a proposito di coppie omosessuali, non serve a creare più tipi di famiglia né a legittimarle come tali. Anche qui, come per il rapporto fra uomo e donna, osserviamo la difficoltà di accettare le diversità e ne contestiamo il“relativismo”. Parlare di famiglia è strumentale ad acquisirne i diritti, ma una cosa è la famiglia, culla della natalità, che si costituisce fra i futuri genitori, sposati o conviventi, ma secondo l’ordine naturale e nella quale al figlio “generato” si trasmettono la sua eredità genetica e le fondamenta della identità; altra cosa è la coppia omosessuale nella quale ciascuno dei partecipanti può e deve trovare, in modo non surrettizio, la dimensione giuridica della sua partecipazione, a prescindere dalla sessualità, perché non è volta al fine di ed è incapace ex se di generare.
Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
L’Ordinamento giuridico ben può soddisfare giuridicamente le aspirazioni e i diritti delle coppie omosessuali, anche secondo un’applicazione per quanto possibile del principio di eguaglianza, e soprattutto nei campi previdenziali e successorio (si qualifica interesse meritevole di tutela il rapporto di convivenza “more uxorio” ove caratterizzato da apprezzabile stabilità),
ma nei giusti limiti e senza voler condizionare autoritativamente né prevaricare gli ancor più tutelandi diritti dei soggetti di là da venire, che, rispetto al diritto della coppia sono terzi e portatori del diritto di avere una madre e un padre secondo l’ordine naturale.
Il libero sviluppo della vita di coppia, anche all’interno di una famiglia, soddisfa un diritto individuale, ma tenga indenne il diritto dei figli ad una genitorialità naturale, talché, nel rispetto della dignità sociale, ben potranno aversi coppie eterosessuali o omosessuali, a condizione che la loro parificazione non avvenga attraverso un uso strumentale del matrimonio e della famiglia.
L’omogenitorialità: genitori che hanno avuto un figlio prima dell’unione omosessuale; coppie lesbiche e gay incrociate per avere un figlio; l’adozione; la procreazione assistita, compreso l’utero in affitto, non è la regola. La sua legittimazione, compresa la forma derivata della “adozione del configlio dal partner”, costituisce una palese violazione dei diritti e della dignità del bambino (cfr. Art. 7 Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia): non solo contrasta con l’evidenza (nessuno è figlio di due padri o due madri), ma riduce lo strumento dell’adozione ad un metodo per dare bambini a chi non può averne, dimenticando che l’adozione serve invece a dare un padre e una madre sostitutivi a chi li ha perduti, nell’interesse supremo del bambino.

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A Crema, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, con l’esposto, che verrà depositato giovedì mattina, chiedono «la verifica dell’operato del sindaco, quale ufficiale di stato civile». Ma soprattutto «l’avvio di un procedimento amministrativo, rivolto all’annullamento gerarchico della trascrizione». Insomma, si rivolgono al prefetto di Cremona, quale rappresentante del governo, affinché ‘cancelli’ quanto firmato dal sindaco: la doppia paternità di due gemellini. E ciò, in virtù della «autorità di controllo affidatale». Non accenna a placarsi la vicenda innescata dalla firma, con la quale Stefania Bonaldi, nelle scorse settimane, ha avallato la genitorialità di due uomini, registrando all’anagrafe il nome del secondo papà di altrettanti bimbi nati di recente in Nord America, grazie alla pratica della maternità surrogata. E a sollecitare il prefetto Paola Picciafuochi, affinché agisca «in autotutela (facoltà di modifica un atto amministrativo, ndr)», sono il coordinatore cremasco di Fratelli d’Italia Giovanni De Grazia, ma anche il referente locale di Forza Italia Gianmario Donida e il capogruppo in aula Ostaggi e segretario cittadino della Lega Andrea Agazzi. Sono loro, le firme in calce all’esposto.

Questo accade a Crema. Ma le forze pedo-arcobaleno sono scatenate in tutta Italia: da Sarzana, dove il sindaco uscente ha riconosciuto il bambino comprato all’estero da due gay a Rovereto, dove accade per quello di due lesbiche. Protagonisti, sempre, sindaci PD e alcuni del M5s, che a livello locale è all’estrema sinistra.

Per questo è urgente che il ministro dell’Interno, che da sempre ha difeso la famiglia naturale e il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà, intervenga: imponendo ai prefetti di annullare queste oscenità.

Si tratta, del resto, solo di applicare la legge: non c’è nel contratto l’abrogazione dei ‘matrimoni gay’, è vero, ma in questo caso si tratterebbe solo di applicare la legge esistente che non permette l’adozione gay e, anzi, persegue chi compra bambini all’estero attraverso l’oscena pratica dell’utero in affitto o il commercio illegale di sperma.

Salvini dimostri al suo popolo che metterlo dove l’abbiamo messo conta.

Da Breaking News

1636.- Il Forteto, la sinistra e l’ideologia anti-famiglia

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Eugenia Roccella

La storia del Forteto è nota: una comunità chiusa, con le tipiche ed evidenti connotazioni della setta basata su regole assurde, abusi e maltrattamenti; un capo, Rodolfo Fiesoli, violento e prevaricatore, che si proponeva come Dio in terra, tanto da intimare a un ragazzo spastico in carrozzella: “alzati e cammina” (e naturalmente il ragazzo cadde). Fiesoli era culturalmente rozzo, esibizionista, chiaramente poco affidabile come educatore, e inoltre aveva già scontato una condanna per abusi sessuali quando il giudice Meucci gli affidò il primo bambino down; eppure per tanti, tanti anni (più di trenta), il Forteto fu circondato da una protezione politica e istituzionale compatta, che si è sgretolata solo di fronte all’evidenza terribile delle testimonianze e alla lunga lotta dei ragazzi abusati e maltrattati, e dei loro genitori, per avere giustizia.

A fine dicembre le condanne sono state confermate dalla Corte di Cassazione, e ieri una bella puntata di Matrix ha dato voce a qualcuno di questi ragazzi ormai cresciuti, provando anche a intervistare chi ha coperto, e a volte promosso, il “modello educativo” di Fiesoli e compagni. Quasi tutti si sono sottratti, e chi ha risposto ha cercato disperatamente di sminuire le proprie responsabilità. Ma, a partire dai deputati di quel collegio, come Di Pietro, fino ai vari presidenti della Regione Toscana che si sono succeduti negli anni (Claudio Martini, Vannino Chiti, e ora Rossi), le responsabilità sono evidenti, anche se sono solo morali e non sanzionate dalla legge.

Perché tutto questo è potuto accadere? Perché intellettuali, politici e magistrati, non hanno voluto vedere, e hanno dato credito a un personaggio palesemente inadeguato e inquietante? E’ semplice: per motivi squisitamente ideologici. Fiesoli denigrava la famiglia naturale, la considerava come il luogo di tutti i mali, promuoveva (meglio dire imponeva) l’omosessualità, teorizzava la “famiglia funzionale”, cioè una non famiglia, e tutto questo piaceva alla sinistra del Mugello, che Guareschi avrebbe definito trinariciuta. Il processo del 1978 che portò alla prima condanna era stato istruito da Carlo Casini, un cattolico, quindi i trinariciuti si convinsero subito che si trattava di un errore giudiziario, anzi, dell’accanimento di un procuratore bigotto contro l’esponente di un modello educativo nuovo e anticonformista. Quindi, tutti lì a glorificare Fiesoli, a fornirgli patenti culturali, a inondarlo di finanziamenti; e tutti lì i politici: il passaggio al Forteto era un classico delle campagne elettorali della sinistra.

Oggi tutti si nascondono, negano, minimizzano, qualcuno (pochi, per la verità) ammette l’errore e si scusa. Ma nessuno mette in discussione le proprie convinzioni ideologiche, di fronte a quei bambini ormai cresciuti che hanno dovuto rinnegare i propri genitori, essere sfruttati e maltrattati, subire angherie e abusi. Nessuno che dica: ho sbagliato, non ho voluto vedere la verità perché l’ideologia mi ha accecato, perché credevo nelle teorie dell’anti-famiglia (come le chiama Cristopher Lasch), nella sperimentazione di modelli educativi che rompessero la tradizione (vedi il progetto “Barbiana e il Mugello, una scuola per l’integrazione”, fatto dal Forteto, costruito con l’università di Firenze, associazioni del privato sociale sulla disabilità, e la comunità montana), in pratiche di “analisi selvaggia” come le confessioni in pubblico. No, questo non lo dirà mai nessuno.

Non lo dirà mai nessuno.

L’Occidentale è una testata giornalistica registrata.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007.

1582.- VACCINI : DICIASSETTE BAMBINI MORTI IN MENO DI TRE MESI?

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Maurizio Blondet 20 dicembre 2017 2
L’elenco dei piccoli morti cresce giorno dopo giorno. Solo nelle ultime settimane DICIASSETTE sono i bimbi morti (da 3 mesi a 6 anni).
Continueremo a pubblicare l’elenco aggiornato con il solo intento di denunciare da una parte una situazione inaccettabile e dall’altra per sensibilizzare le masse su un problema gravissimo che potrebbe interessare chiunque.
Quanti bambini morti e bambini gravemente danneggiati serviranno prima che un magistrato illuminato e libero emetta un mandato di arresto nei confronti del ministro della salute Beatrice Lorenzin, colpevole di aver firmato e presentato un decreto-legge scellerato?
Quante anime dovranno ancora essere sacrificate sopra l’altare di una scienza (non democratica e gestita dalle industrie chimiche), prima che si comprendano i crimini contro l’infanzia che si stanno perpetrando?
Ecco l’elenco incompleto in ordine cronologico (estrapolato da quotidiani locali) delle tristissime morti avvenute di recente…
La stampa nazionale ha notizie molto più importanti da veicolare!

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Porto San Giorgio (Fermo), 17 dicembre 2017
Bambino di 2 anni muore per difficoltà respiratorie. La causa della morte sarebbero complicanze dell’influenza…
http://www.ilrestodelcarlino.it/fermo/cronaca/bimbo-morto-1.3615483

Cles (Trento), 17 dicembre 2017
Bambino di 6 anni muore nella notte di arresto cardio-respiratorio. Il papà medico e la mamma pediatra.
Fonte: http://www.lavocedeltrentino.it/2017/12/18/tragedia-cles-bimbo-6-anni-muore-nella-notte/

Sant’Antioco, Sardegna, 11 dicembre 2017
Neonato di 2 mesi trovato morto nella culla dai genitori. Dai primi accertamenti potrebbe trattarsi di SIDS…
Fonte: http://www.unionesarda.it/…/sant_antioco_tragedia_in_casa_m…

Massarosa (Lucca), 10 dicembre 2017
Neonato di due mesi è stato trovato morto nella culla. Potrebbe trattarsi della SIDS morte in culla.
Fonte: http://www.lanazione.it/…/cro…/neonato-morto-culla-1.3594700

Caserta, 27 novembre 2017
Bimbo di pochi mesi trovato morto nella culla. Potrebbe trattarsi della SIDS morte in culla.
Fonte: http://www.cronacacaserta.it/bimbo-mesi-trovato-morto-nella-…/20846

Lecco, 22 novembre 2017
Bimbo di 18 mesi è morto nel reparto di terapia intensiva. “Non si esclude reazione avversa ai vaccini”
Fonte: http://www.ilgiorno.it/lecco/cronaca/bimbo-morto-vaccino-1.3554157

Catania, 15 novembre 2017
Bambino di 4 anni morto per choc settico. Era vaccinato!
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/…/milano-bambina-m…/3954787/

Milano, 2 novembre 2017
Bambina di 6 anni morta per meningite. Era vaccinata per tutto.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/…/milano-bambina-m…/3954787/

Salsomaggiore, 1 novembre 2017
Bambina di 3 mesi muore in culla, dicono per un improvviso malore.
Fonte: http://www.gazzettadiparma.it/…/muore-in-culla-a-tre-mesi.h…

Avellino, 25 ottobre 2017
Bimbo di 2 anni morto per meningite da pneumococco. Il bambino era stato vaccinato.
Fonte: http://www.ansa.it/…/bimbo-muore-per-meningite-da-pneumococco-era-…

Macerata, 27 ottobre 2017
Bambina di 2 anni ricoverata perché si è sentita male dopo una crisi epilettica e un arresto cardiaco. Attualmente si trova in condizioni gravissime.
Fonte: http://www.cronachemaceratesi.it/…/gravissima-bamb…/1026545/

Avellino, 25 ottobre 2017
Bambino (vaccinato) di 2 anni deceduto a causa di meningite da pneumococco, una forma delle patologia non infettiva.
Fonte: http://www.ansa.it/…/bimbo-muore-per-meningite-era-vaccinat…

Ferrara, 2 ottobre 2017
Bambina di 4 anni è morta per un arresto cardiaco.
Fonte: http://lanuovaferrara.gelocal.it/…/bambina-muore-per-un-arr…

Napoli, 1 ottobre 2017
Bimbo di 2 anni è morto per arresto cardiocircolatorio.
Fonte: https://www.ilmattino.it/…/bimbo_di_2_anni_muore-3274170.ht…

Pisa, 24 settembre 2017
Bambino di 4 anni stroncato da un malore. Forse ha avuto un attacco cardiaco.
Fonte: http://iltirreno.gelocal.it/…/muore-bambino-di-4-anni-per-u…

Como, 18 settembre 2017
Bambina di 4 anni dopo essersi sentita male è morta nella notte tra lunedì e martedì.
Fonte: http://giornaledicomo.it/…/tragedia-inverigo-muore-bimba-4…/

Lecco, 14 settembre 2017
Bimbo di 10 mesi stroncato da una malformazione congenita non diagnosticata oppure dalla Sids.
http://www.ilgiorno.it/…/casatenovo-malore-all-asilo-muore-…

Bergamo, 11 agosto 2017
Bimba di 4 mesi muore per arresto cardiaco. Il decesso è stato derubricato come Sids, «morte in culla».
Fonte: http://milano.corriere.it/…/monza-morte-in-culla-bambina-4-…
e sono 18!
Spero, Voglio che un magistrato illuminato e libero emetta un mandato di arresto nei confronti del ministro della salute Beatrice Lorenzin,colpevole di aver firmato e presentato un decreto-legge scellerato?
Fonte: il blog di Maurizio Blondet

Posso solo dire un fatto reale. Ospedale di Biella morti 5 neonati..causa…?..sconosciuta..per noi comuni mortali..la voce del direttivo..”Sono nella norma annuale”..alla domanda: “Perché..?” … se ne andato.

Ascoltiamo le considerazioni personali di Giulio Antonio Brianza Troisi sul senso delle coercizioni vaccinali, alla luce del piano ONU di migrazione sostitutiva, della guerra globale al terrorismo e delle crisi finanziarie.

17 giugno 2017

Bill Gates ha tranquillamente dichiarato che, dato che bisogna ridurre la popolazione a causa del climate change, uno degli strumenti da utilizzare a questo proposito potrebbero essere i vaccini.

1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.