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1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

1525.- DALLA PROCURA DI MILANO: CONSIGLIERE DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG PER 220MILA EURO”

Il gruppo della consulenza accusato di corruzione. Sarebbe stata Susanna Masi a vendere informazioni sulle modifiche della normativa fiscale ancora in discussione, permettendo così al gruppo di “poter offrire ai grossi clienti” e alle banche in particolare “servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme in divenire”. Da parte sua Masi si sarebbe “resa disponibile a proporre modifiche” a vantaggio della società e dei suoi clienti “alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero”. Secondo le mail citate dalla Procura, che risalgono al 30 maggio 2013, e le intercettazioni del 28 marzo 2014, Masi “avrebbe comunicato a Ernst & Young notizie riservate, ottenute per ragioni d’ufficio e che dovevano restare segrete, relative alla proposta di introduzione di una tassa europea sulle transazioni finanziarie” e “”discusse tra i rappresentanti degli 11 Statipartecipanti ai lavori della cooperazione internazionale“.

ministero-economia675Vendeva informazioni sulle novità fiscali in arrivo dal governo a Ernst & Young, suo ex datore di lavoro, che per questo le ha versato almeno 220mila euro. Un senior partner del gruppo della consulenza è accusato dalla Procura di Milano di aver corrotto Susanna Masi, consigliera del ministero dell’Economia entrata a fine 2012 (governo Monti) nella segreteria tecnica del sottosegretario Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliera in materia fiscale di Fabrizio Saccomanni, quindi del governo Letta nel 2013, e di Pier Carlo Padoan (governo Renzi e Gentiloni). 

 

MILANO – La notizia di questa inchiesta di corruzione letteralmente “esplosiva” che potrebbe arrivare a coinvolgere tutti i governi italiani dal 2012 ad oggi, apre il Corriere della Sera in edicola e promette di avere sviluppi ancor più clamorosi.

I fatti accertati dai magistrati della Procura della Repubblica di Milano, su imput dell’allora procuratore Robledo, sono gravissimi: dal 2013 a gennaio 2015 i contenuti riservati e coperti da segreto delle discussioni sulle delicatisime normative fiscali in seno al governo e al Consiglio dei ministri sono state, in cambio di un compenso di almeno 220.000 euro, rivelati “in diretta” al colosso della consulenza legale tributaria Ernst & Young da una ex professionista di questa società, Susanna Masi, improvvidamente fatta entrare a fine 2012 dal governo Monti e presumibilmente da Mario Monti in persona, dato che era anche ministro dell’Economia ad interim, nella segreteria tecnica del sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliere in materia fiscale sia nel governo Letta del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, sia nel governo Renzi dell’attuale ministro Pier Carlo Padoan, per di più venendo nominata, nel giugno 2015, anche tra i cinque consiglieri di amministrazione del cda di Equitalia

E’ un’inchiesta sulla quale sta ilavorando alacremente la procura di Milano, secondo quanto riporta il “Corriere della Sera”. Sulla scorta di mail sequestrate e di telefonate intercettate – spiega il quotidiano milanese – a conclusione degli accertamenti i pm milanesi Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, titolari delle indagini, ritengono quindi di accusare il ramo italiano di Ernst & Young  come societa’, e il suo senior partner e rappresentante italiano Marco Ragusa, di “corruzione” della consigliere ministeriale Susanna Masi, alla quale contestano anche l’ipotesi di “rivelazione di segreto d’ufficio” e il reato di “false attestazioni sulle qualita’ personali” per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi, cosa ovviamente grottesca, visto che Susanna Masi proveniva proprio da Ernst & Young e quindi è impensabile che la società non sapesse nulla di lei, indipendentemente dal fatto che la medesima l’avesse o meno detto.

Ma questa inchiesta getta un’ombra sinistra che arriva fino a Matteo Renzi e al suo ministro Lotti. Infatti, rileggere oggi alla luce di questa inchiesta il seguente articolo del Fatto Quotidiano pubblicato il 26 giugno 2017, mette i brividi:

“Il bando della Consip per i servizi di advisory strategico e consulenza legale, messi a gara nel marzo 2016, ha violato “i limiti di concorrenza, ragionevolezza e proporzionalità”. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato secondo cui la centrale acquisti della pubblica amministrazione ha fissato requisiti economici di ingresso così elevati da restringere “la platea dei concorrenti a un numero limitatissimo” con “effetto di sbarramento del mercato”. E ha accorpato in un “macrolotto di ben 23 milioni di euro” servizi che avrebbero dovuto essere frazionati. Consip è stata condannata anche al pagamento delle spese legali. A difenderla in giudizio era Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione Open, cassaforte di Matteo Renzi. Le consulenze a lui affidate dalla società pubblica, per un valore di 290mila euro dal 2012 a oggi, sono già finite nel mirino della Corte dei Conti. La causa contro Consip, già al centro come è noto di un’inchiesta che vede indagato anche il ministro Luca Lotti e il cui cda è dimissionario, è nata dal ricorso di un avvocato specializzato in diritto civile e dei contratti pubblici, Filippo Calcioli, che ha impugnato il bando. Al Tar del Lazio non l’ha spuntata: i giudici di primo grado hanno ritenuto che non avesse titolo per fare ricorso perché non aveva partecipato alla gara. Il Consiglio di Stato invece non ha ritenuto valida questa motivazione e, anzi, ha stabilito che il bando stesso “genera una lesione” per chi vorrebbe partecipare alla gara “ma non può farlo a causa della barriere all’ingresso. E gli ha dato ragione. La sentenza, spiega il suo legale Gianluigi Pellegrino,, ha l’effetto di annullare il maxi-bando ed “è una decisa bocciatura dell’operato di Consip riguardo al rispetto della concorrenza”.  Il bando richiedeva un fatturato globale non inferiore a 20 milioni di euro, un fatturato specifico in ambito procurement non sotto i 3 milioni e un fatturato per servizi legali nel diritto amministrativo non inferiore ai 2 milioni di euro. Un livello “patentemente eccessivo“, sottolineano i giudici. Non a caso hanno risposto al bando “solo tre raggruppamenti concorrenti, cui partecipano ditte preminenti – anche per associazioni e integrazioni a livelli mondiali – nei settori delle valutazioni contabili, della fiscalità, delle transazioni commerciali, della consulenza gestionale strategica”. Non solo. Le prestazioni messe a gara riguardano “attività professionali e imprenditoriali contenutisticamente diverse fra loro, eterogenee e reciprocamente autonome”. Consip, anziché dividere il bando in più lotti in funzione delle diverse tipologie, ha accorpato tutto in una gara unica da 23 milioni di euro “in danno dei principi della concorrenza”. A vincere era stato il raggruppamento costituito da Ernst&Young, Value Partners Management Consulting e P&I Studio Guccioni e associati”.

Questa inchiesta è destinata a sviluppi davvero clamorosi.

Redazione Milano

INCHIESTA-BOMBA DELLA PROCURA DI MILANO: ALTO FUNZIONARIO DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG

1511.- TEMPO DI ELEZIONI ANCHE PER FEDELI. IL MINISTRO!

1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

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Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

1499.- Abusi sessuali al preseminario Vaticano, un chierichetto: “Mi hanno molestato”. Nuzzi: “Papa ha incontrato il testimone”

Fateli lavorare e che si sposino, com’era fino all’anno mille! E’ vero che fra gli Ortodossi troviamo dei preti sposati. E’ vero che i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati? Ma cosa significa per la Chiesa il celibato?

“Il celibato non è un dogma di fede, ma è una regola di vita mutabile”, ha detto il papa; è una consacrazione volontaria. Il papa la apprezza, ma quanto costa questa regola? Non c’è giustizia né moralità possibile nella repressione sessuale, contro natura e anticamera della perversione. Il palazzo San Carlo, in Vaticano, ospita sia il preseminario di Francesco sia l’attico dell’ancora cardinale Bertone, simbolo dei voti di castità, povertà e obbedienza: deve essere decontaminato e benedetto. In calce alla cronaca, leggiamo tutta la verità sul celibato dei preti dalla voce autorevole di Angelo Perfetti.

 

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Dopo la denuncia contenuta in ‘Peccato originale’ (Chiarelettere) sui fatti e soprattutto sui misfatti della Santa Sede, nuove rivelazioni si aggiungono a quelle pubblicate nel libro del giornalista. Una vittima degli abusi ha raccontato tutto alle Iene

Il vaso di Pandora sugli abusi sessuali coi chierichetti del Papa è ormai scoperchiato. Dopo la denuncia choc contenuta in Peccato originale (Chiarelettere), il nuovo libro inchiesta di Gianluigi Nuzzi sui fatti e soprattutto sui misfatti del Vaticano, nuove sconcertanti rivelazioni si aggiungono a quelle pubblicate dal giornalista. È lo stesso Nuzzi in un tweet a scrivere: “Denunce abusi sessuali su minorenni chierichetti del Papa che vivono in Vaticano: dopo esposti Bergoglio di recente ha incontrato seminarista e testimone italiano”. A ilfattoquotidiano.it Nuzzi spiega, infatti, che “il Papa ha convocato e incontrato riservatamente il testimone degli abusi sessuali che avvenivano nel preseminario vaticano Pio X”. “Era stato proprio questo secondo testimone – precisa il giornalista – a consegnare nelle mani di Francesco, durante un’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, la lettera di denuncia scritta dal polacco Kamil Tadeusz Jarzembowski”. Quest’ultimo è un ex studente del preseminario della Santa Sede che ha raccontato a Bergoglio di essere statotestimone di atti sessuali” che avvenivano la sera nel collegio dei chierichetti del Papa che si trova nel Palazzo San Carlo, lo stesso dove c’è il mega attico del cardinale Tarcisio Bertone.

In Vaticano non ci sono riscontri di questo faccia a faccia che ci sarebbe stato tra il Papa e uno dei testimoni di questi incontri sessuali ma, secondo Nuzzi, “si sta aprendo una voragine”. Per il giornalista, infatti, “quello raccontato dal giovane Kamil a Bergoglio non è un caso isolato. E i monsignori che si sono spesi contro queste cose sono stati tutti subito allontanati dalla Basilica di San Pietro”. È proprio Kamil a parlare per la prima volta in televisione in un servizio de Le Iene, realizzato da Gaetano Pecoraro, e a raccontare cosa avveniva la sera, verso le ventitré, nel collegio dove vivono i chierichetti del Papa. “Ho visto il mio compagno di stanza – racconta il giovane polacco – abusato da un altro seminarista che in quel momento era già entrato dentro il percorso specifico che lo portava verso il sacerdozio”. Anche il molestatore era un ragazzo ma, precisa Kamil, aveva “una posizione di potere all’interno del seminario e anche della Basilica di San Pietro. Non era un normale seminarista perché godeva della massima fiducia del rettore. Era lui che sceglieva cosa facevo io, cosa faceva il mio amico e così via”.

Oltre a Kamil, a parlare a Le Iene è anche il suo compagno di stanza vittima delle molestie che ha chiesto, però, di non essere riconosciuto in video. “Durante la notte, quando non c’era più nessun superiore nei corridoi, (il seminarista più anziano, ndr) entrava nella camera, si infilava nel letto e cominciava a toccare le parti intime. La prima volta avevo tredici anni. È stato il mio primo approccio. Neanche capivo esattamente cosa stesse succedendo. Non avevo coscienza piena di quegli atti”. A ilfattoquotidiano.it Nuzzi svela, inoltre, di essere in possesso di 15 documenti delle varie denunce che sono state fatte sugli abusi sessuali compiuti sui chierichetti del Papa. Si tratta di bambini di scuola media che manifestano una predisposizione per il sacerdozio e che partecipano alle funzioni religiose nella Basilicadi San Pietro. Secondo quanto racconta il giornalista, parlare e denunciare ai superiori quanto avviene nel preseminario equivale a essere subito allontanato dal Vaticano. Per questo è molto difficile rompere questo muro di omertà che ora starebbe crollando proprio grazie a quanto svelato in Peccato originale.

“La denuncia di Kamil Tadeusz Jarzembowski sul preseminario – scrive Nuzzi nel suo libro – non ha colto di sorpresa le autorità vaticane. Non è la prima volta che arrivano allarmanti informazioni su quanto accade all’interno di quell’istituto riservato a ragazzini in cerca di vocazione. Già nell’estate del 2013 una dettagliata lettera anonima era stata recapitata a diversi esponenti della Curia, tutti autorevoli. Tra questi spiccavano l’ex Segretario di Stato Angelo Sodano, lo stesso cardinale Angelo Comastri e anche alcuni collaboratori del Segretario di Stato allora in carica Tarcisio Bertone, come l’attuale prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il porporato francese Dominique Mamberti, che all’epoca era segretario per i Rapporti con gli Stati”.

Nuzzi racconta, inoltre, che “Sodano, dopo aver ricevuto la lettera, chiese e fece chiedere chiarimenti a Comastri e a monsignor Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro. Il rettore del San Pio X, monsignor Enrico Radice, fu chiamato in Segreteria di Stato. Radice smentì ogni fatto indicato nel documento anonimo, sostenendo che i ragazzi erano certo vivaci ma che non era accaduto nessun episodio rilevante. Comastri distrusse il documento anonimo, che tutti alla fine considerarono figlio di quel pettegolezzo e di quelle maldicenzeche come un venticello fastidioso circolavano nei corridoi dei sacri palazzi. Forse proprio con questo pretesto, la prima risposta alle denunce di Jarzembowski, iniziate già pochi mesi dopo l’uscita dal preseminario, fu quella dell’assoluto silenzio”. Silenzio che ora sembra si stia finalmente sgretolando.

da Il FattoQuotidiano.it / Cronaca

TUTTA LA VERITÀ SUL CELIBATO DEI PRETI

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Il dibattito sul tema della sessualità nel clero è aperto da secoli. E’ tornato d’attualità dopo le parole di Papa Francesco, che rispondendo a una domanda posta in aereo durante uno dei suoi viaggi, ha detto: “Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita, che io apprezzo tanto e credo sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre una porta aperta”. Questa “apertura” ha scatenato i commentatori di tutto il mondo, ed ha innescato anche un dibattito tra la gente. Eppure, già Benedetto XVI aveva dedicato un Sinodo a questo tema, aprendo, appunto, ad una riforma della disciplina del celibato. Scorrono sui media fiumi di parole su castità, astinenza e celibato, termini usati spesso in modo equivalente, come sinonimi. Tutto ciò crea un’enorme confusione, che sfocia poi nella domanda finale, sul perché i preti non possano sposarsi, visto che nei Sacri Testi non si fa accenno esplicito a questo particolare. Vale la pena, allora, fare un piccolo viaggio nella storia, per capire come siano andate le cose, e perché.
Nella Chiesa antica, i ministri di Dio erano scelti sia tra le persone celibi che tra i coniugati. Volendo risalire alle origini, san Pietro era sposato, san Giovanni celibe, come san Paolo. Coniugati erano i padri della Chiesa, San Gregorio, vescovo di Nissa, e san Paolino, vescovo di Nola. Sant’Agostino aveva addirittura una moglie, considerata dalla legge del tempo concubina (perché di classe sociale inferiore). Dunque, il matrimonio non è stato sempre interdetto ai sacerdoti cattolici di rito romano. La regola del celibato è disciplinata nel canone 987, secondo paragrafo, del Codice di diritto canonico del 1917, dove si stabilisce che le persone sposate “sono impedite” alla sacra ordinazione. Ma, prima di arrivare a questo, ci sono stati tanti passaggi. A partire dal IV secolo, alcuni concili si occuparono specificamente della questione del celibato e della castità. Il principio di base, tramandato dall’inizio nella disciplina attuale, era che un uomo sposato poteva dedicarsi al ministero, purché accettasse la legge della continenza, ossia, il non avere rapporti carnali con la propria moglie. Accadeva, però, che questa regola non fosse rispettata, e la cosa diventava evidente nei casi in cui la consorte dell’ordinato rimaneva incinta. Così, il Concilio di Elvira, nel IV secolo d. C. (305), stabilì che il vescovo o qualsiasi altro chierico potesse vivere insieme soltanto a una sorella o a una figlia vergine consacrata. E’ chiaro già da subito che per vivere con una figlia, il matrimonio era stato contratto prima dell’ordinazione, e questo non era stato di impedimento per l’ordinazione. Nel Concilio di Nicea (325 d.C. il primo ecumenico) si ribadisce la cosa, con alcuni “aggiustamenti”, allargando la possibilità di accudire il sacerdote alla madre, a una zia o a una persona al di sopra di ogni sospetto, vista evidentemente l’impossibilità di gestire una casa e contemporaneamente la comunità ecclesiale. Dunque, la Chiesa delle origini prevedeva che un uomo sposato potesse essere anche sacerdote, ma imponeva il vincolo dell’astinenza. Con i Concili Lateranense II (1139) e di Trento (1563) si dichiara l’impossibilità per un ordinato di contrarre matrimonio. Si lasciava spazio per un percorso dal matrimonio verso l’ordinazione sacerdotale (a certe condizioni) ma non per il percorso inverso, cioè, da sacerdote a marito. Ecco quindi spiegato il concetto di “celibato”, che va di pari passo con quello di “continenza”, che prevede l’astensione dall’avere relazioni intime ed esclusive con chiunque, essendo il sacerdote dedicato alla comunità. Anche nella Chiesa Cattolica, però, alcuni riti prevedono la figura del sacerdote sposato. Per esempio, le chiese di rito orientale: riconoscono l’autorità del Papa e al contempo ammettono il matrimonio per i sacerdoti. Anche la Chiesa anglicana ammette i sacerdoti sposati a pieno titolo nella Chiesa. Ed è così per i preti cattolici di rito bizantino o costantinopolitano, della Chiesa greco-cattolica, di rito macedone, di rito antiocheno, di rito caldeo e di rito armeno. Altra cosa, invece, è il voto di castità, proprio della vita religiosa, che consiste nell’obbligo a non avere rapporti sessualie a utilizzare le sacre energie al servizio di Dio e degli uomini. Normalmente, il voto di castità si professa insieme al voto di obbedienza e al voto di povertà. I sacerdoti non pronunciano voto di castità, ma si impegnano al celibato con l’ordinazione. Nella Chiesa cattolica, si definiscono istituti religiosi quelle società ecclesiastiche legittimamente erette o approvate dalla competente autorità (ordinario diocesano o Santa Sede) i cui membri (religiosi) professano voti pubblici e vivono in comunità (monaci, frati e suore). Insieme agli istituti secolari (cioè, di coloro che hanno fatto la medesima scelta, ma non vivono in comunità) fanno parte degli Istituti di vita consacrata.
Canone 987, secondo paragrafo del Codice di diritto canonico del 1917 e canone 277, primo paragrafo  del Codice di diritto canonico del 1983.

Oggi, il grande universo dei preti si può distinguere in due categorie: i preti (cosiddetti) diocesani e i preti (cosiddetti) religiosi. I primi sono tali perché si pongono al servizio del Vescovo di una Diocesi (per esempio: la Diocesi di Roma); in questo caso vengono “incardinati” presso la propria Diocesi dove rimarranno praticamente tutta la vita (se non vengono chiamati ad altri incarichi o non scelgono di andare in missione). Costoro al momento di essere ordinati emettono tre promesse: promessa di celibato, promessa di obbedienza al proprio Vescovo e promessa di preghiera e santificazione. I secondi (sacerdoti religiosi) sono chiamati tali perché appartengono ad una famiglia religiosa (per esempio: francescani, gesuiti, salesiani, eccetera); per aderire alla famiglia religiosa e prima ancora di diventare preti sono tenuti ad emettere i tre voti, quello di castità, quello di povertà e quello di obbedienza. Rimarranno per tutta la vita inseriti in quella famiglia religiosa, che disporrà del loro servizio secondo le necessità e la vocazione.

Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne, fare lo sporcaccione, ecc. ecc. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni. 

Esiste nella Chiesa cattolica di rito latino una “regola” o “legge del celibato”. Se si tratta di una “regola”, essa va considerata anzitutto dal punto di vista canonico. Che cosa significa questa regola? Lo dice per la prima volta in modo esplicito il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 987, § 2), dove si stabilisce che le persone sposate «sono impedite», cioè non possono accedere alla sacra ordinazione. In altri termini, l’essere sposati, l’essere nello stato coniugale, oggi come oggi nella Chiesa cattolica di rito latino, costituisce un “impedimento” canonico alla ricezione del sacramento dell’Ordine. Questo “impedimento” è stato recepito anche dal nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 277 § 1). Si tratta di un impedimento “semplice”, tale cioè che l’ordinazione di un uomo sposato risulta illecita, ma non invalida.

Ora questo “impedimento” non esiste da sempre nella Chiesa cattolica. In effetti, nella Chiesa antica i sacri ministri erano scelti sia tra le persone celibi sia tra le persone coniugate. Non abbiamo delle statistiche (o almeno io non le conosco), ma è certo che molti preti e vescovi fossero coniugati. Per fare qualche esempio, che risale addirittura al tempo apostolico, san Pietro era coniugato, mentre san Giovanni certamente era non solo celibe, ma vergine; san Paolo invece era celibe. Per citare altri nomi abbastanza noti, san Paolino, vescovo di Nola, era sposato; così pure s. Ilario, vescovo di Poitiers e san Gregorio, vescovo di Nissa; s. Agostino aveva una concubina, mentre sant’Ambrogio era celibe (e forse anche vergine).

La cosa da tenere presente – e che non tutti fanno – è che chi veniva ordinato (diacono, presbitero o vescovo), fosse coniugato o celibe, da allora in poi si impegnava a vivere nella perfetta continenza. Chiamo questo “la legge della continenza”: non era una legge scritta, codificata, ma scaturiva dalla natura stessa del ministero apostolico, di cui quello diaconale, presbiterale ed episcopale è un prolungamento. Era evidente che l’imposizione della mani per il ministero conferiva una grazia dello Spirito Santo che rendeva la persona totalmente consacrata a Cristo, per il servizio del Vangelo, dei sacramenti e del popolo santo.

Se l’ordinato era celibe, doveva poi vivere questo stato in vera castità, resistendo a tutte le tentazioni e seduzioni della carne, che pure aveva. Evidentemente, ciò non era possibile senza una vita spirituale intensa, perché la castità da sola non sta in piedi, se non è accompagnata dalla preghiera, dallo spirito di servizio, dall’umiltà, dalla carità. Quanti preti e vescovi celibi nella Chiesa antica sono stati anche arrivisti, intriganti, affaristi, amanti della buona tavola, come testimoniano gli scritti di san Cipriano e di san Giovanni Crisostomo!

Se l’ordinato era coniugato, si poneva un’altra serie di problemi: come vivere la continenza stando con la propria moglie? E costei sarebbe stata d’accordo nel rinunciare al rapporto coniugale? Evidentemente, le spose degli ordinati dovevano vivere la stessa spiritualità dei loro mariti, diventati preti o vescovi. Concretamente, avveniva la separazione dei letti e anche, dove possibile, delle abitazioni. Ad esempio, san Paolino e la moglie Terasia, in vista dell’ordinazione di lui come presbitero, decisero di vivere in perfetta castità, pur abitando vicini nel centro monastico da loro fondato a Cimitile, presso Nola, attorno alla tomba di san Felice martire.

Non tutti però erano dei santi. Accadeva che molti preti continuassero ad avere rapporti coniugali con le loro mogli, sia per debolezza, sia per ignoranza delle norme della Chiesa. In genere ci si fidava dei buoni propositi delle persone, ma se la moglie rimaneva incinta, era chiaro che la castità non era stata rispettata. Per questo motivo a partire dal IV secolo i sinodi che si occuparono di tale questione vietarono espressamente ai sacri ministri sposati di continuare la convivenza con le loro mogli. Così il sinodo di Elvira, in Spagna, all’inizio del IV secolo stabilisce che «il vescovo o qualsiasi altro chierico, abbia con sé solo una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio» (can. 27). Se si parla di “figlia”, significa che era sposato. Questa norma è affermata ancora più chiaramente nel can. 33: «Si  stabilisce senza eccezioni per vescovi, presbiteri, diaconi […] questa proibizione: si astengano dall’avere rapporti con le loro mogli e dal generare figli. Chiunque farà ciò sarà per sempre allontanato dallo stato clericale».

Alcuni hanno interpretato questa norma come se il sinodo di Elvira avesse introdotto una novità “da un giorno all’altro”, proibendo quello che prima invece era pacificamente ammesso. Ma tale interpretazione non regge. Emanare un divieto non significa proibire una cosa che prima era permessa, bensì arginare un abuso. Un decreto ancora più solenne è quello del Concilio di Nicea del 325 (I° ecumenico), che dice nel can 3: «Questo grande concilio proibisce assolutamente ai vescovi, presbiteri e diaconi […] di avere con sé una donna, a meno che non si tratti della propria madre, di una sorella, di una zia e di una persona che sia al di sopra di ogni sospetto».

C’è anche un altro fatto, richiamato proprio da questo canone, che fa pensare che già dai primi secoli i membri del clero fossero in gran parte celibi, ed è il problema delle convivenze. Infatti i preti celibi che non avevano più la madre o non avevano una sorella, da chi dovevano essere accuditi? Alcuni pensarono di prendere in casa una vergine consacrata (le cosiddette virgines subintroductae), per attendere alla faccende domestiche, ma questa era una soluzione per nulla soddisfacente, perché alimentava i sospetti tra la gente. Perciò i vescovi come san Cipriano e san Giovanni Crisostomo condannarono energicamente questa pratica.

In definitiva, dal punto di vista della Chiesa antica, il problema non era se ordinare persone sposate o celibi, ma come vivere autenticamente la castità sacerdotale. L’orientamento prevalente però fu quello di assumere persone celibi, sperando che fossero formate nella virtù. I vari concili medievali che si sono espressi su tale questione, fino al concilio di Trento, constatarono però la difficoltà di avere preti non solo celibi, ma anche capaci di dominare la propria sessualità, per cui spesso vivevano con concubine o addirittura cercavano di sposarsi. Così il concilio Lateranense II (1139) dichiara che se un vescovo, prete o diacono osa contrarre matrimonio, tale matrimonio è invalido. La stessa cosa ripete il concilio di Trento nel 1563 (sess. 24, can. 9). Nonostante queste evidenti difficoltà, la Chiesa latina ha sempre mantenuto la “legge delle continenza”, che di fatto è diventata la “legge del celibato”. Diversamente sono andate le cose nella Chiesa greca, dove a partire dall’VIII secolo, con il Concilio Quininsesto (in Trullo) fu concessa una mitigazione alla legge della continenza, permettendo ai preti e ai diaconi sposati di continuare i rapporti coniugali e quindi di avere figli. Per i vescovi però è rimasta la legge della continenza o celibato.

Riassumendo: la “legge del celibato”, come l’abbiamo spiegata all’inizio, e cioè come norma che per diritto canonico “impedisce” alle persone sposate di accedere al sacramento dell’Ordine, è chiaramente una norma ecclesiastica, cioè fatta dalla Chiesa e non emanante dalla Parola di Dio, che in san Paolo prevede che siano scelte al diaconato, al presbiterato e all’episcopato anche persone sposate, purché lo siano state «una sola volta» e abbiano dato buona prova nell’educazione dei figli (1 Timoteo 3, 2; 3, 12; Tito 5, 6).

La “legge della continenza” invece è, almeno a mio avviso, di origine apostolica e si radica nella figura stessa di Gesù, il quale non si è sposato e ha chiesto ai suoi apostoli una sequela radicale, che comportava un abbandono della vita coniugale a motivo del regno, in accordo con l’eventuale sposa, che da quel momento diventava una “sorella”.

In definitiva, il passaggio dalla stato coniugale a quello sacerdotale è stato ammesso nella Chiesa antica, ma non è ammesso ora nella Chiesa cattolica di rito latino. Invece il passaggio dallo stato sacerdotale a quello coniugale non è mai stato ammesso nella Chiesa, né antica, né moderna, e neppure nelle Chiese Ortodosse. Qui non ci sono “porte aperte”. La ragione è che lo stato sacerdotale è qualcosa di più rispetto allo stato coniugale. Ora si può passare dal meno al più, ma non dal più al meno.

Quindi dire che nella Chiesa antica i preti si potevano sposare è una sciocchezza; dire che i preti Ortodossi si possono sposare è un’altra sciocchezza. Ma anche dire che la “legge del celibato” ci sia sempre stata nella Chiesa è anch’essa una cosa non esatta. Riprendiamo allora le parole del Papa, sperando che ora siano più chiare: «Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Il celibato sacerdotale dunque, pur essendo una regola della Chiesa, è però un “dono” prezioso, che la Chiesa cattolica ha maturato nel tempo e che conserva gelosamente perché è il mezzo migliore per tenere alta la spiritualità dei suoi ministri, in conformità con le esigenze del Vangelo.

1497.- Pensioni, immigrati: il trucco dei ricongiungimenti per ottenere l’assegno

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Cresce di anno in anno il numero delle pensioni (assegno) sociale versate agli extra comunitari. Siamo arrivati (dati Inps elaborati dal sito truenumbers.it), a 81.619 immigrati titolari di una pensione di tipo “sociale” (74.429 del 2014). La maggior parte di queste pensioni assistenziali: 49.852 nel 2015 (erano 44.645 nel 2014).

Le pensioni di tipo assistenziale sono sganciate dai contributi. Spiega l’Inps che l’assegno «sociale è rivolto ai cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno comunitario e per i soggiornanti di lungo periodo», che abbiano redditi bassi (sotto i 5.824,91 euro annui; 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato).

L’importo della pensione viene ritoccato ogni anno (per il 2017 è di 448,07 euro per 13 mensilità), e la norma prevede che venga sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Oggi con le banche dati elettroniche incrociate è più difficile sfuggire ai controlli. Dopo un anno dall’eventuale sospensione la prestazione viene revocata. E comunque non è reversibile ai familiari superstiti ed «è inesportabile, quindi non può essere erogata all’estero».

Però nelle cronache locali spiccano le storie di cittadini italiani che in teoria risiedono nello Stivale, incassano regolarmente la pensione sociale su un conto italiano, salvo poi scoprire che vivono a Cuba, in Brasile o in Tunisia.

Per ottenere l’assegno dall’Inps, tra gli altri requisiti, bisogna aver compiuto almeno 65 anni e 7 mesi, dimostrare di vivere in Italia da almeno 10 anni e, se si è cittadini extracomunitari, avere un permesso Ue per lungosoggiornanti, la cosiddetta carta di soggiorno.

L’assegno per gli extra comunitari ha scatenato un dibattito non marginale durante la discussione parlamentare sullo Ius Soli. E l’eventuale impatto della legge sul sistema pensionistico futuro. E’ vero che oggi con il sistema contributivo chi prenderà la pensione l’avrà autoalimentata, indipendentemente dal Paese di nascita. Però esistono questi trattamenti nel sistema previdenziale italiano, che sono erogati indipendentemente dai contributi versati, anzi alcuni non prevedono alcun versamento e rientrano nel campo della mera spesa assistenziale.

Con oltre 3.931mila cittadini non comunitari censiti nel gennaio 2016 dall’Istat (2.143mila extracomunitari registrati dall’Inps), questa popolazione è inevitabilmente destinata a crescere nei prossimi anni. Tanto più che (dati gennaio/ottobre 2016), sui circa 140mila permessi di soggiorno erogati, circa il 32,74% è proprio per i ricongiungimenti familiari.

A dirla tutta tra questi le classi di età preponderante è quella dei giovani (soprattutto figli e coniugi), però stanno aumentando anche gli extracomunitari con un’età superiore ai 60 anni (il 6,3%). E poi stanno statisticamente andando a maturazione anche le platee di lavoratori delle prime ondate di migrazione (anni Ottanta), che stanno conseguendo il diritto anagrafico alla pensione, indipendentemente dal numero di contributi versati, appunto.

Con oltre 18,29 milioni di pensioni erogate annualmente, verificare costantemente tutte le prestazioni, e il comportamento degli aventi diritto, non è cosa da poco. I controlli elettronici aiutano, ma non bastano. Le cronache giornalistiche (e giudiziarie), spesso riportano casi di truffa all’Istituto. E con un assegno mensile erogato generosamente – solo sulla base del possesso del certificato di cittadinanza e dei fatidici 10 anni di residenza – qualche furbetto salta sempre fuori. In teoria basta far arrivare il nonno, o l’anziana madre, per tempo per far loro maturare il diritto all’assegno Inps.

C’è da vedere se la concessione di un assegno sociale sarà in futuro economicamente sostenibile. Siamo tra i primi Paesi al mondo per indebitamento pubblico. E uno dei capitoli d’uscita primari del bilancio italiano è proprio la spesa previdenziale a assistenziale: 197,4 miliardi di euro le uscite del 2016. Le ondate di migrazioni straordinarie che impatto avranno? Anche i rifugiati riconosciuti oggi ne hanno diritto…

di Antonio Castro

1494.- LA CONNECTION SULL’ ARNO TRA UOMINI DI CAMORRA E QUELLA IMPRENDITORIA TOSCANA

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La ruota gira. Con il fallimento, prima del referendum e, poi, del tour elettorale in treno, dovrebbe essersi conclusa l’avventura di Renzi e della sua famiglia. L’NWO e i suoi poteri finanziari hanno trovato già un altro pupazzetto per completare la sua opera di demolizione del Paese e Obama l’ha chiamato a rapporto. Più grande è l’ascesa e più forte è il botto. Ecco che Guardia di Finanza e Procure aprono i cassetti: “Firenze, indagati il padre e la madre di Matteo Renzi. i genitori dell’ex premier e attuale segretario Pd, entrambi indagati dalla procura. L’iscrizione nel registro, che è stata segretata,avvenuta in coincidenza della visita compiuta dalla G.F.nell’azienda di famiglia, la Eventi6”. Anche MPS concesse mutuo di 1,3milioni a Eventi6 azienda dei Renzi. a Settembre scorso. La sorella si è dimessa l’ altro ieri. E, quindi, si smuovono ora? Ma c’è posta anche per Maria Elena?

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I BIGLIETTONI DELLA CAMORRA NELLA TERRA DELLA FAMIGLIA BOSCHI: IL CLAN MALLARDO SI ERA INSEDIATO A SUON DI CONTANTI FRA MONTEVARCHI E LATERINA. IL PAPA’ DELLA SOTTOSEGRETARIA AVEVA DUE CONTI CORRENTI COINTESTATI CON UN INDAGATO, E ANCHE TIZIANO RENZI VIENE SFIORATO DALL’INCHIESTA.

Dario Del Porto e Gianluca Di Feo per “la Repubblica”

Gli affari sono affari. E quando si presentano degli oscuri imprenditori con un forte accento campano e con le valigette piene di biglietti da 500 euro, nessuno batte ciglio. Trovano soci e professionisti per realizzare i loro piani, investono e guadagnano. Se però questo accade lungo quel tratto dell’ Arno che unisce Arezzo e Firenze, nei paesi che hanno segnato l’ ascesa di Matteo Renzi, allora la questione può diventare quantomeno imbarazzante.

Così l’ ultima istruttoria della procura di Napoli sul clan Mallardo, famiglia camorristica di Giugliano considerata una delle cosche più influenti d’ Italia, va a intrecciare direttamente le attività di Pierluigi Boschi e arriva persino lambire l’ ingegnere di un’ azienda promossa da Tiziano Renzi. Nei loro confronti non c’ è nulla di penalmente rilevante, mentre il gip ha ridimensionato il ruolo degli imprenditori toscani indagati per riciclaggio. Gli atti della procura, però, offrono un racconto impressionante di quanto sia facile per gli emissari delle mafie infiltrare il tessuto economico: di fronte ai quattrini, tutti aprono le porte. In silenzio.

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In carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo

L’ epicentro di questa inchiesta è Montevarchi, borgo da cartolina quasi a metà strada tra Arezzo e Firenze. Lì secondo i magistrati gli inviati dei boss mettono su una manciata di società e per 10 anni vi riversano i soldi raccolti con la droga e con il racket. Ovviamente si affidano a figure ben note nel paese, che sanno a chi rivolgersi per raggiungere i risultati. La prima creatura si chiama Valdarno Costruzioni.

Ha sede presso la società di un prestigioso architetto, che fa la spola tra Montevarchi e Laterina, di cui è stato candidato sindaco in rivalità con la lista di Maria Elena Boschi. La Valdarno è la prima creatura dei Mallardo. Tutte le pratiche e i progetti vengono curati dal principale studio cittadino, lo stesso che disegna i piani urbanistici dei comuni e che realizza sul territorio opere per Gucci e Prada. Non sorprende quindi leggere che il primo rogito viene siglato dal notaio che redige i verbali delle assemblee di Banca Etruria. Che la sede viene ospitata dalla ditta del segretario del Rotary. O che il commercialista di riferimento lavora per numerose istituzioni fiorentine. Relazioni che permettono in fretta di costruire e vendere i primi 14 appartamenti con oltre due milioni di incasso. Non stupiscono, dunque, neppure le parole del pentito Giuliano Pirozzi, quando racconta delle «ottime entrature presso le banche in Toscana » vantate da Antimo Liccardo, considerato l’ uomo di fiducia dei Mallardo in Val d’ Arno.

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Sono due i referenti principali degli investitori venuti dal Sud, indagati per riciclaggio. C’ è Mario Nocentini, ben introdotto nel giro della Coldiretti. È lui che nel 2002 trascina Pier Luigi Boschi, il papà di Maria Elena, insieme ad altri coltivatori della zona, tra cui il titolare di uno dei frantoi più famosi, nel piano per l’ Orcio: un camping di livello che non verrà mai completato.

Tra l’ aprile 2005 e l’ agosto 2012, Nocentini entra con il 49 per cento nella Edil Europa 2 srl, società immobiliare controllata dalla Valdarno che realizza le palazzine ritenute in odor di camorra, ma i denari – scoprono gli inquirenti – non li mette lui: sono i risparmi di tre commercianti di Montevarchi, che preferivano non apparire. Per i pm, guidati dal procuratore Giovanni Melillo e dal suo vice Giuseppe Borrelli, sono comunque «capitali di provenienza opaca». Alla fine, il business vale oltre cinque milioni.

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Michele Quaranta invece ha una società che è riuscita a farsi approvare il progetto per tre asili, finanziati con i fondi renziani per l’ edilizia scolastica. Tra il 2004 e il 2007, è socio al 30 per cento della filiale toscana dei Mallardo. E poi nel 2014 porta avanti le iniziative della Nikila Invest. Si tratta di una azienda fiorentina nel mirino di diverse procure: si occupa di outlet e residenze di prestigio. Ha relazioni societarie con la Party srl di Tiziano Renzi, che mentre il figlio era a Palazzo Chigi avrebbe partecipato personalmente agli incontri con i sindaci di Sanremo e Fasano per promuovere i cantieri di nuovi centri commerciali.

 

Uno dei tanti intrecci che capitano nelle piazze del Valdarno. Per Nocentini come per Quaranta, il gip ha bocciato la richiesta di sequestro. E adesso tutti sostengono che si trattava di pessimi affari, di averci perso. Già, ma perché nessuno ha mai protestato? Stando ai documenti ufficiali, sembrano vittime perché cedono quote agli emissari del clan senza farsi compensare in modo adeguato.

Gli inquirenti però hanno un altro sospetto e ipotizzano che i pagamenti ci siano stati, ma in nero. Citano la conversazione registrata nello studio di un avvocato legato al boss: «Sono stati tacitati in nero, i voti del concordato che abbiamo comprato a nero e tutto il resto appresso cioè c’ è un mondo dietro questo, che lei non sa, non può sapere e non vuole sapere».

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2. “IO RICICLATORE DELLE COSCHE? MA SE HO PERSO TUTTI I MIEI SOLDI”, di Michele Bocci.

«Il riciclaggio? Ma io non sapevo nemmeno di essere indagato. L’ ho scoperto dalla stampa». Mario Nocentini è chiuso nell’ ufficetto del suo vivaio, a poche centinaia di metri dall’ uscita Valdarno dell’ A1. Fuma una sigaretta dopo l’ altra e discute con la compagna. Voglia di parlare, zero. «Ma che ne so della camorra, l’ unica cosa di cui sono certo è con quell’ azienda ho perso tutto».

L’ imprenditore è stato anche socio in una azienda diversa del padre della sottosegretaria alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi, Pierluigi, con il quale condivide due conti correnti. Quando Nocentini parla di soldi perduti, si riferisce ai 400mila euro (una casa e denaro ereditati dalla madre) che nel 2001 aveva messo nella Edil Europa 2.

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Ad invitarlo a fare l’ investimento era stato colui che poi sarebbe diventato l’ amministratore della società e cioè Domenico Pirozzi, imprenditore originario di Giugliano piuttosto noto a Montevarchi e anche lui indagato. Il vivaista aveva il 49% della Edil Europa 2, l’ altro 51% era in mano alla Valdarno costruzioni, dove appunto sarebbero entrati i soldi dei camorristi Mallardo.

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Nei primi anni la società costruiva case. «Pagavano regolarmente, rispettando i contratti», dicono nello studio di architettura di Montevarchi, pieno di clienti privati e pubblici, che si è occupato dei progetti. Passati tre o quattro anni, Edil Europa 2 ha avuto improvvise perdite e nel 2011 Nocentini è uscito, senza più un euro. Ma lo stesso imprenditore aveva già buttato via denaro in un’ altra società, L’ Orcio, costituita alla fine degli anni Novanta con altri vivaisti e Pierluigi Boschi, al tempo dirigente di Coldiretti in Valdarno, per fare un campeggio di lusso sulla via Chiantigiana.

 Nocentini è finito nell’ indagine della procura di Napoli sulle infiltrazioni camorristiche in questo pezzo della Toscana scelto già da tempo dalla criminalità organizzata per ripulire denaro sporco e fare affari. È accusato di riciclaggio ma il gip ha bocciato la richiesta di sequestro dei beni perché «non ha materialmente concorso alle immissioni di capitali di provenienza delittuosa» nella società di costruzioni Edil Europa 2.

Anche qui, all’ inizio le cose andavano bene (erano costruiti alcuni dei 24 bungalow) poi sono lievitate le spese e nessuno aveva i 2 milioni necessari ad andare avanti. Nocentini ha perso tutto e abbandonato la società ma gli sono rimasti due conti correnti, uno intestato a lui e Boschi, l’ altro anche agli ex soci. Nessuno li chiude perché sono in rosso.

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Leggiamo anche: “Nuovi guai per Maria Elena Boschi: il socio del padre indagato per i soldi del clan”, pubblicato da Libero. it, per capire a chi (e perché?) era stato affidato il ministero per le Riforme; da quale mondo veniva la proposta di riforma costituzionale bocciata dal referendum di dicembre. In quel mondo ha vissuto finora colei che regge le attività di Palazzo Chigi.

“No, no… Non parlo. Non ho niente da dire”. Così Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena, risponde a quanto pubblicato oggi da alcuni quotidiani sull‘inchiesta della procura di Napoli per riciclaggio dei beni del clan camorristico Mallardo. Secondo i quotidiani in edicola, tra gli indagati ci sarebbe anche Mario Nocentini, 64 anni, imprenditore edile di Montevarchi (Ar), cointestatario di un conto corrente con papà Boschi che non è indagato. I magistrati avrebbero controllato i conti correnti di alcune società di Nocentini e, almeno due di questi secondo quanto scrive Il Corriere della Sera, presso la Banca del Valdarno, sarebbe cointestato a lui e Boschi. La Procura di Napoli aveva chiesto il sequestro del conto, insieme a molti altri riconducibili a Nocentini, ma il gip ha respinto la richiesta.

“Il padre della Boschi risulta estraneo all’inchiesta condotta dagli inquirenti partenopei, ma tutti i depositi del suo amico, dunque anche i suoi” continua l’articolo del Corriere, “sono finiti sotto controllo proprio per ricostruire il percorso dei soldi che sarebbero stati investiti dai criminali. Anche perché oltre ai 19 arresti scattati due giorni fa che hanno portato in carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo, sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro”.

Le indagini, condotte dai poliziotti delle Squadre mobili di Napoli e Firenze, iniziano più di due anni fa e riguardano tutti gli affari del clan utili a reinvestire i proventi del traffico di armi e droga. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Dai controlli eseguiti emerge che Nocentini insieme ad altri imprenditori viene accusato di aver “effettuato operazioni per rendere difficoltosa o comunque ostacolare” scrive il Corriere della Sera, “l’identificazione dell’origine illecita della provvista”. Si tratta di passaggi di denaro che in alcuni casi superano il milione di euro anche perché prevedono la compravendita di alcuni immobili.

Dalle indagini dei pm è emerso che Mario Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. Di questi sette aperti presso Banca Etruria. In più si scopre che Nocentini ha avuto ruoli nelle società utilizzate dal clan dal 2005 e che gli affari sono andati avanti fino al 2012. In questo periodo ha versato oltre 470mila euro, ma – e questo è ciò che ha insospettivo gli investigatori – non ha preteso di essere liquidato quando le società sono state chiuse e sono state poi ammesse al concordato preventivo. Dunque, secondo l’accusa, l’imprenditore potrebbe essere stato liquidato “in nero” dagli esponenti del clan napoletano o aver ottenuto in cambio altri vantaggi.

Boschi risulta estraneo all’inchiesta condotta dagli inquirenti partenopei, ma tutti i depositi del suo amico, dunque anche i suoi, sono finiti sotto controllo proprio per ricostruire il percorso dei soldi che sarebbero stati investiti dai criminali e le verifiche degli investigatori proseguono proprio per ricostruire ogni passaggio di denaro e così individuare la provenienza delle somme.

Le aziende toscane

Gli accertamenti condotti dai poliziotti delle Squadre mobili di Napoli e Firenze, coordinati dallo Sco guidato da Alessandro Giuliano, cominciano oltre due anni fa e riguardano tutti gli affari del clan utili a reinvestire i proventi del traffico di armi e droga. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Il ruolo di Nocentini emerge proprio da questi controlli e insieme ad altri l’imprenditore viene accusato di aver «effettuato operazioni — alcune giustificate come “rimborso finanziamento socio” — per rendere difficoltosa o comunque ostacolare l’identificazione dell’origine illecita della provvista». Sono passaggi di denaro che in alcuni casi superano il milione di euro anche perché prevedono la compravendita di alcuni immobili.

I 39 conti correnti

Si scopre che Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. Di questi sette, intestati alle aziende e sui quali ha la delega ad operare, risultano aperti presso Banca Etruria. I pubblici ministeri, da oltre tre mesi guidati dal procuratore Gianni Melillo, effettuano lo screening di tutte le movimentazioni proprio per individuare l’esatto percorso del denaro. Scoprono così che Nocentini ha avuto ruoli nelle società utilizzate dal clan dal 2005 e che gli affari sono andati avanti fino al 2012. In questo periodo ha versato oltre 470 mila euro, ma — ed è la circostanza che ha insospettivo gli investigatori — non ha preteso di essere liquidato quando le aziende sono state chiuse e sono state poi ammesse al concordato preventivo. Dunque, secondo la tesi dell’accusa, potrebbe essere stato liquidato «in nero» dagli esponenti della criminalità napoletana o comunque aver ottenuto altri vantaggi.

I depositi di Boschi

Nell’ambito di queste verifiche si è scoperto il legame con Pier Luigi Boschi e l’esistenza dei due conti, entrambi presso la Valdarno. Il primo, numero 604906, risulta intestato anche a Paolo Amerighi, Roberto Amerighi, Giuliano Scattolin e Pierluigi Maddii. Riguarda un investimento effettuato molti anni fa per un campeggio e secondo alcune verifiche effettuate servirebbe in particolare a pagare il mutuo ancora acceso. Boschi, avrebbero spiegato gli altri soci, fu coinvolto quando era dirigente della Coldiretti. L’altro deposito, numero 603551, è invece intestato soltanto a Nocentini e Boschi e sarebbe stato utilizzato per alcuni affari immobiliari che hanno effettuato insieme. Secondo quanto emerso dall’indagine si tratta di compravendite che nulla hanno a che fare con gli investimenti del clan. Boschi non risulta aver avuto infatti rapporti con emissari e prestanome dei Mallardo, ma solo interessi in comune con Nocentini. Ed è proprio sul ruolo dell’imprenditore che si concentrano le ulteriori verifiche. Il gip non ha infatti autorizzato il sequestro dei suoi beni ritenendo che non sia stato provato che «fosse consapevole dell’esistenza di un rapporto tra i soci della Valdarno Costruzioni e i Mallardo, nè che la restituzione della somma «ragionevolmente restituita “in nero”» provenisse «dalle casse del clan». E dunque saranno effettuati ulteriori controlli proprio per individuare eventuali altri passaggi occulti di soldi.

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Vuoi vedere che l’aeroplanone di Renzi tornerà utile?

 

1493.- Libia, i migranti affogano: video incastra Ong tedesca. Altro che recuperi umanitari!

 

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La motovedetta libica li ha accostati e sta per prenderli a bordo

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I barchini della ONG Sea Watch li attirano in mare per lasciarli affogare

La guardia costiera libica accusa le ong di ostacolato le operazioni di salvataggio per consentire ai migranti di salire sulla propria imbarcazione e sfuggire così al rimpatrio. Questo filmato è del 31 ottobre riguarda un incidente simile in mare alla presenza della nave da guerra italiana “Andrea Doria” e della nave “Aquarius” della ong Sos Méditerranée.

I filmati parziali e le foto dei talebani dell’accoglienza puntano a incolpare la Marina libica. Ma la verità è un’altra. Dal video è chiaro che l’avvicinarsi del gommone della ong ha fatto da “esca” causando la tragedia.

 

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Il barchino fa da esca
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“Sea Watch 3” è l’assassino. Li attira in mare e non presta soccorso

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Una motovedetta della Guardia costiera libica arriva per prima in mezzo al mare per soccorrere un gommone zeppo di migranti, che non sarebbe rimasto a galla a lungo. Poco dopo piomba sulla scena Sea watch 3 (guarda il video), una delle navi della Ong tedesca talebana dell’accoglienza.

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Piuttosto che collaborare con il comandante libico, che cerca di convincere gli umanitari, fa da calamita, se non da esca per i migranti che si gettano in mare. Almeno cinquanta annegano compreso un neonato, secondo le testimonianze dei superstiti a Pozzallo. L’Ong punta subito il dito contro i libici (guarda il video), accusandoli di aver provocato la tragedia, ma i filmati girati dalla Guardia costiera di Tripoli dimostrano il contrario.

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Lunedì scorso il centro di coordinamento con la Marina italiana nella base di Abu Sitta a Tripoli allerta i libici che c’è un gommone in difficoltà a 30 miglia dalla costa. In venti minuti la motovedetta più vicina, “Ras Jadir”, arriva sul posto, dove la situazione è delicata. Il gommone di fabbricazione cinese è stracarico con oltre 100 migranti e potrebbe affondare. Pure la centrale operativa della Guardia costiera a Roma ha lanciato l’allarme e “Sea watch” piomba sul posto, ma dopo i libici, che essendo arrivati per primi hanno il comando delle operazioni.

Un filmato postato ieri dai marinai di Tripoli mostra con quanta cautela si avvicinino ai migranti per lanciare una cima verso il gommone invitandoli a stare calmi (guarda il video). Il rischio è che per i movimenti a bordo il gommone si ribalti facendo finire tutti in mare.

 

«L’equipaggio della “Ras Jadir” ha cominciato a recuperare i migranti, ma la gente di “Sea watch” si è piazzata a dieci metri nonostante le ripetute richieste del comandante di collaborare» spiega al Giornale il Capitano di vascello Abujela Abdelbari, veterano della Guardia costiera. «I migranti illegali è ovvio che vogliono andare in Italia e non tornare indietro in Libia. La vicinanza del gommone della Ong ha provocato il disastro. A decine si sono tuffati anche a rischio di annegare» sottolinea l’ufficiale libico. E le immagini lo dimostrano. Una volta affiancato il gommone alla motovedetta libica molti migranti si lanciano in mare nuotando verso l’unità della Ong.

Una situazione simile a quella accaduta il 31 ottobre scorso, quando una Ong ha ostacolato le operazioni di soccorso alla presenza della nave da guerra italiana “Andrea Doria” e della nave “Aquarius” della organizzazione non governativa Sos Méditeranée, come mostra un altro filmato (guarda il video).

 

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I filmati parziali e le foto dei talebani dell’accoglienza, al contrario, puntano a dimostrare che è tutta colpa della Guardia costiera di Tripoli.

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1489.- DALLE BANCHE PER LO STATO DEMOCRATICO ALLO STATO DELLE BANCHE. E NOI PAGHIAMO!

FQ: “Nel nuovo libro “Sacco bancario” Vincenzo Imperatore racconta l’inefficienza degli organi di vigilanza, gli escamotage con cui i vertici proteggono imprenditori senza scrupoli e i trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile”.

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l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”. Leggetelo.

L’inefficienza degli organi di vigilanza, attentissimi solo agli aspetti formali. Gli escamotage con cui i vertici di alcune bancheitaliane proteggono imprenditori senza scrupoli, mentre le severe (sulla carta) norme antiriciclaggio raccomandano segnalazioni urgenti anche per piccoli movimenti all’apparenza poco chiari. I trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri – come raccontato nell’estratto che anticipiamo – mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile. In poche parole: l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali che sta dietro a un sistema per le cui falle stanno pagando un conto salato cittadini e risparmiatori.
A raccontarlo è l’ex manager bancario Vincenzo Imperatore nel suo nuovo libro Sacco Bancario (Chiarelettere) scritto in collaborazione con Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, e con la prefazione di Marco Travaglio. Nel libro che conclude il percorso iniziato con “Io so e ho le prove” (Chiarelettere, 2014) continuato con“Io vi accuso” (Chiarelettere, 2015), Imperatore mette a disposizione le testimonianze di dirigenti apicali, gole profonde e insider. Oltre a documenti interni e riservati che fanno luce su meccanismi “mille volte denunciati eppure tuttora perfettamente funzionanti”.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Storie di piccole banche (come la Banca Popolare delle Province Molisane o di Banca Popolare Etica) che funzionano sulla base di tre parametri solo all’apparenza incompatibili: ottima governance, rigore moralenei consigli di amministrazione e profitto.

 

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro 

IL CASO BANCA PROMOS

BANCA PROMOS. Il nostro indice di solidità:

ISTITUTO CET1 AL 31/12/2016 TARGET BCE 2016 ECCEDENZA
Banca Promos 30,40% 7,00% 23,25%
Unicredit 11,15% 10,00% 1,15%
Intesa San Paolo 12,90% 9,50% 3,40%
UBI Banca 11,22% 9,25% 1,97%
Popolare Milano 11,42% 9,55% 1,87%
Popolare Emilia 13,30% 7,25% 6,05%
Pubblicità di BANCA PROMOS:  SCEGLI LA NOSTRA ESPERIENZA, SIAMO DA OLTRE 30 ANNI SUI MERCATI MOBILIARI INTERNAZIONALI. Il nostro gruppo di lavoro si impegna quotidianamente nella ricerca dei migliori investimenti per clienti istituzionali. Il nostro Trading Team e la Sales Force cercano opportunità trasparenti, attraverso una rete di rapporti con oltre 1200 banche nel mondo.

Eccezioni e distrazioni

Quella che segue è la storia di una piccola impresa «benedetta» dal caso, dalla fortuna o, più probabilmente, da una raccomandazione giunta dall’alto. Un «pesce piccolo» che, mancando di solide basi patrimoniali e dunque di sufficienti garanzie, non avrebbe mai potuto ricevere soldi in prestito da una banca. Invece li ha ricevuti, e pure tanti.

La banca di cui stiamo parlando si chiama Promos Spa, e nasce a Napoli, nel 1980, su iniziativa di Ugo Malasomma e Tiziana Carano. All’inizio è una Srl che ha per oggetto sociale lo svolgimento di attività di intermediazione sui mercati azionari e obbligazionari italiani, poi seguiranno vari passaggi, come l’iscrizione all’albo della Consob nel 1991, l’ingresso in Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel 1998, e infine l’iter di trasformazione in banca nel 2002.

Ancora oggi  ha un capitale sociale di soli 7.740.000 euro e nel suo consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri,Luigi Gorga, che da presidente della Banca Popolare di Sviluppo subì nel 2013 una sanzione da parte della Banca d’Italia, e Umberto de Gregorio, nel 2015 nominato dal governatore della Campania Vincenzo De Luca – per il quale aveva svolto il ruolo di coordinatore della campagna elettorale – al vertice dell’Eav (Ente Autonomo Volturno), la holding che gestisce una larga fetta dei trasporti della regione (1).  Nell’aprile del 2015 (attenzione alle date…), la Promos finanzia l’acquisto del 22 per cento della società 4KA Spa Knowledge for aviation – una giovane azienda che fabbrica aeromobili e veicoli spaziali, con sede a Ponticelli, in provincia di Napoli – da parte della Hold and Fly Srl. Prezzo di acquisto/vendita: 1.720.000 euro.

Un finanziamento come tanti, direte voi. Nient’affatto, perché la Hold and Fly Srl, in realtà, è una scatola vuota e l’operazione, per una piccola banca come la Promos, è da considerare a dir poco rischiosa. Come mai si è andati avanti lo stesso? La verità è che la Hold and Fly Srl è stata costituita il 10 aprile 2015 dagli stessi soci di riferimento della K4A Spa, allo scopo di rafforzarne il gruppo di controllo e supportarne i piani di sviluppo.

La Banca Promos accorda ogni richiesta ma, in cambio, quali garanzie offre la Hold and Fly Srl? Nessuna, visto che ha un capitale sociale di appena 10.000 euro. Anzi, non potrebbe nemmeno essere finanziata, perché priva di alcuni requisiti necessari non ancora verificati: i risultati imprenditoriali, la competenza e l’esperienza maturata nel settore e il comportamento negli affari. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento e ancora oggi (8 settembre 2017), la Hold and Fly srl risulta ancora “inattiva” presso la Camera di Commercio di Napoli. Una società inattiva significa che non opera e pertanto non produce reddito, ma legalmente costituita pertanto esistente come natura giuridica. “La banca in questione, come tutto il sistema bancario d’altronde – ci rivela la nostra “gola profonda”- in base a una consuetudine che alcuni giudicano ormai superata ma che ancora oggi tende a essere osservata – finanzia soltanto aziende «già consolidate da almeno un paio di anni di attività, che operino e producano reddito, risultante dal bilancio ufficiale, da almeno 24 mesi.».

“Se poi ci aggiungiamo il fatto – continua il nostro interlocutore – che la normativa interna della banca stabilisce che “di regola” non e’ possibile concedere finanziamenti ad aziende che non abbiamo almeno 6 mesi di vita “salvo deroga”, capiamo che tutto e’ possibile se deciso nelle segrete stanze del cda.”

Come è stato possibile dunque che la Promos abbia erogato ugualmente il prestito? Qui entra in gioco la fantasia. Il «trucco» escogitato è stato quello di finanziare uno a uno i singoli soci della Hold and Fly, con un affidamento, sotto forma di scoperto di conto corrente, per complessivi 1.755.000 euro.

Il problema è che neppure loro – lo attestano i documenti interni della stessa Promos, che il whistleblower mi ha procurato – non sarebbero stati «teoricamente» in grado di restituire il prestito alla scadenza pattuita. Per la maggior parte dei soci, il rischio creditizio valutato da CRIF (2) e’ alto o addirittura negativo

Vero è che la banca ha chiesto in garanzia un pegno sulle azioni della K4A Spa possedute dai soci. Ma nessuno si è curato di stabilire se il loro valore nominale fosse realistico e coerente rispetto a quello riportato in bilancio. Nella fase istruttoria, questo controllo è stato, chissà perché, «dimenticato». Inoltre, come confermano i documenti a nostra disposizione, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari proponenti e sottoposto agli organi deliberanti.

Come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Sono dunque da ritenere casuali tante «attenzioni», eccezioni e «distrazioni», da parte di Promos, a vantaggio dei soci della Hold and Fly Srl? Difficile dare una risposta.

Certo, è forte il sospetto che il top management della banca, avesse in testa solo il profitto immediato, e che non si curasse di far correre un rischio agli altri risparmiatori.

L’istituto, dal novembre del 2016, sempre secondo il racconto della fonte, era sotto ispezione di Bankitalia, un lavoro conclusosi nel giugno del 2017 senza riscontrare irregolarita’. Ma le proporzioni dell’affidamento, per una iniziativa imprenditoriale che ad oggi risulta inattiva, parrebbero disattendere i piu’ normali criteri di erogazione creditizia. Ma facciamo un passo indietro, per conoscere piu’ da vicino il “gioiello” che sta al centro di tutta questa vicenda: la K4A Spa.

(1) Per tale nomina, cosi come riporta Dagospia, e’ stato inviato alla Procura di Napoli e all’Anac di Raffaele Cantone un esposto contro il presidente dell’EaV per una presunta incompatibilità per l’incarico ricoperto in quanto dipendente pubblico. De Gregorio, iscritto all’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli, è infatti docente di economia aziendale nell’istituto tecnico commerciale «A. Diaz».Secondo la denuncia, l’assunzione della guida della società pubblica sarebbe in contrasto con il contratto nazionale scuola oltre che vietato da specifiche disposizioni di legge. In più, sempre alla base dell’esposto, ci sarebbe la circostanza che De Gregorio avrebbe chiesto l’aspettativa un anno dopo circa la nomina alla guida della holding regionale. Un «doppio lavoro» che potrebbe aver provocato anche un danno all’Erario su cui potrebbe essere chiamata a indagare la Procura presso la Corte dei Conti

(2) Crif è il gestore del principale Sistema di informazioni creditizie (Sic) presente in Italia, chiamato Eurisc. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese