Archivi categoria: MORALITA’ E CORRUZIONE

1186.- Cosa vogliono dalla zarina Boschi (i miliardi, il potere).

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Di Maurizio Blondet

Ricordate Francesco Spano? Quel tizio col cappottino arancione che dirigeva l’UNAR  sigla per il pomposo  Ufficio  Nazionale per anti discriminazioni razziali? – quello che finanziava  con denaro pubblico locali di droga e prostituzione omosex? Dove  (per usare i termini di Dagospia) “le uniche attività culturali sono il glory hole dove infilare il gingillo? Dove si spaccia droga? Dove ci sono dark room “Sono delle stanze buie dove la gente entra vestita, nuda, per fare sesso con chi capita, senza guardarsi in faccia?

Ebbene: vi ricorderete che  questo Spano era pure socio dei locali “culturali” che finanziava coi soldi nostri a botte di 55 mila  euro (“…Mi hanno abbonato a mia insaputa”).   Vi ricorderete anche che alla  fine Spano,   ha firmato una lettera vibrante di sdegno per la sua virtù offesa ( “la macchina del fango contro chi compie con lealtà e correttezza al proprio dovere”..). S’è dimesso dall’incarico. Si spera si sia dimesso anche dallo stipendio, che non ricordo più se ammontava a 150 o a 200 mila euro annui; non so, non sono sicuro. Magari  Maria Elena Boschi gli ha trovato un altro incarico presso  la Presidenza del Consiglio.

Rievoco la faccenda  per spiegare quel che fa della “Presidenza del Consiglio” una preda  invidiatissima,  che fa una gola immensa, che adesso “poteri forti o quasi vogliono togliere alla Boschi per metterci uno di loro. Un centro di potere  che ha il vantaggio di  essere  poco visibile,  con immensa capacità di spesa, che assume chi vuole e dà gli stipendi che vuole agli amici suoi,  per incarichi fantastici o inventati. Come  “ finanziare e promuovere progetti che abbiano come fine ultimo l’integrazione e la lotta alla discriminazioni di genere, razza, religione o orientamento sessuale”, quale è appunto la missione del suddetto UNAR, creato nel 2003 con un decreto. Sottolineo: decreto.

La  Presidenza del Consiglio è molto più di un ministero: è la macchina e plancia di comando dell’oligarchia burocratico-politica, con una autonomia di spesa vicina ai 4 miliardi l’anno: grasso che cola, laddove  gli  altri ministeri si vedono lesinare gli stanziamenti e controllare le spese.

E’ il vaso della marmellata  ideale per i loro cucchiai. Come si diceva,   per funzionare spende tra i 3,6 e 4 miliardi l’anno (a volte i primi ministri decidono di tagliare un po’; Renzi ha aumentato). Vi diranno che il 60 per cento del bilancio è dedicato alla Protezione Civile; infatti, 2 miliardi. Berlusconi volle la Protezione presso di sé. Ma sotto Berlusconi e Bertolaso essa funzionava; come funzioni oggi, chiedetelo ai terremotati del Centro Italia che aspettano ancora le casette,  i lavori non fatti, chiedetelo al ristorante che giorni fa è fallito perché ha dato da mangiare per mesi a soccorritori, e il governo non ha mai pagato il conto.  Mettere un di loro a quel posto, significa  per il partito  di governo avere la  più ampia disponibilità di spesa discrezionale concessa di questi tempi. Chi ti va a sindacare se il commissario compra le casette dell’amico suo che costano il doppio di quelle fabbricate in Alto Adige? Se da  lavori alle sue coop rosse tenendo alla larga tutti  concorrenti più efficienti? Chi è così meschino da andare a spulciare quanto costa una  roulotte per ricoverarci i bisognosi?

Ma  quanto a “spese discrezionali”, tuttavia, la Protezione Civile è nulla in confronto al “Segretariato generale”.   Si dedica alle “spese a  supporto  della presidenza, all’organizzazione e alla gestione amministrativa”: attività importantissime non meglio identificate. E non meglio sindacate e contabilizzate,  men che meno rese pubbliche. Quanto spende il Segretariato Generale della Presidenza del Consiglio? Dipende: per esempio, nel 2013 si parlava di 396 milioni; l’anno dopo, 2014, saliti a 754 milioni.

Che cosa giustifica un quasi raddoppio della spesa del Segretariato? Non si sa. E dico di più: non avete diritto di saperlo,  è l’insindacabile giudizio del premier del momento.

Il  solo personale di Palazzo Chigi costa sui 237 milioni l’anno: paga  bene,   la Presidenza  del Consiglio.  Si deve ammettere che rispetto a Renzi,  Letta  ha speso per  il personale di più: 38 milioni in più.

Spese insindacabili per “beni e servizi”:  150 milioni l’anno.

Poi ci sono gli “stanziamenti per l’editoria”.  Voce importantissima   per la gestione di potere, che fa esistere giornali che nessuno legge, e  di cui nemmeno conoscete l’esistenza (i “giornali di partito”) grazie ai sussidi. Dati o negati dalla Presidenza del Consiglio.

E   sotto Gentiloni? Lascio la parola a Franco Bechis, unico giornalista che si occupa di queste cose, nell’indifferenza di  voi italioti:

“A Palazzo Chigi quest’ anno si spendono circa 21,5 milioni di euro in più del 2016, e la lievitazione inattesa è tutta nelle spese correnti, che tornano a superare il miliardo di euro con un incremento di 36,3 milioni.

“Ma quel che fa comprendere la differenza fra i due governi è la notevole lievitazione delle spese del segretariato generale di palazzo Chigi, il cuore pulsante del potere del governo. Lo stanziamento in questo caso passa da 403,57 a 537,9 milioni di euro, con un incremento di 134 milioni.

“Aumentano addirittura del 40 per cento i costi del trattamento economico accessorio degli staff di Gentiloni e del sottosegretario Maria Elena Boschi, che passano rispetto a Renzi e al suo sottosegretario Claudio De Vincenti da 2,7 milioni a 3,76 milioni di euro annui. Mentre per i ministri senza portafoglio la crescita è più limitata, passando da 4,5 a 4,8 milioni di euro”.

Capito? 3,76 milioni di “trattamento economico” per la Zarina e il suo staff.

Bechis, implacabile: “Crescono anche i costi del personale fisso, che solo per le retribuzioni di ruolo aumentano di 1,513 milioni di euro.

Palazzo Chigi, Gentiloni costa piu’ di Renzi: spese salite di 21,5 milioni

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“Per le spese legali per liti e contenziosi, l’aumento è da record: più 180 per cento, e salgono da 50 a 140 milioni di euro i fondi stanziati”. Magari Spano, che è avvocato, avrà trovato colla coazione lì, chissà,   nelle spese per liti legali

“Di fronte a tanti aumenti, c’ è invece una riduzione di fondi che proprio nessuno avrebbe atteso: quelli del capitolo per la Protezione civile […]  sul  Fondo per la prevenzione del rischio sismico (cap. 7459) non è stata stanziata alcuna risorsa finanziaria».

E’ quel che ci si aspetta da un’oligarchia avida, parassitaria e incapace: aumenta il piatto per sé, e diminuisce  il servizio al pubblico necessario.

Ecco perché è sotto attacco  la Boschi, e attraverso di lei Renzi: ha mantenuto questo centro di poter che fa gola agli altri. O è Gentiloni che vuole conquistare piena autonomia da Renzi mettendo le mani su questa macchina di  sprechi?   Secondo il principio:   Togliti tu che mi ci metto io.

1169.- GLI 007: «FUNZIONARI LIBICI FAVORISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI»

Il traffico di esseri umani in Libia sfrutta la corruzione endemica di quel Paese e, perché no? dell’Italia.

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Pranzo in Libia oggi per l’ONG Sea Watch2.

Valentino Di Giacomo per “il Messaggero”

I libici favoriscono il traffico di migranti

  1. Sono tre i principali gruppi di trafficanti di esseri umani attivi in Libia nel mirino degli 007 europei. Gruppi che riescono ad alimentare il flusso di migranti verso le nostre coste con la complicità della Guardia costiera del governo di Tripoli. Secondo fonti dell’intelligence austriaca, sarebbero queste connivenze, più che l’attività svolta in mare dalle navi delle ong, ad aver agevolato il recente flusso di sbarchi.

barconi in partenza da Sabratah

barconi in partenza da Sabratah

I contatti tra le Ong e gli scafisti, più volte documentati dalla Marina e dalle maggiori agenzie di sicurezza europee, è un fenomeno che è esistito, ma che, in base alle informazioni, avrebbe un impatto sulla quantità di sbarchi significativamente inferiore rispetto ai loschi rapporti imbastiti, sulla terraferma, tra scafisti e guardie libiche compiacenti.

LE ORGANIZZAZIONI

Un rapporto dell’Hna una delle tre agenzie d’intelligence austriache fa luce proprio sull’enorme giro di danaro tra i mercanti di uomini e i delegati del governo di Tripoli che, teoricamente, sarebbero preposti a tenere sotto controllo il flusso migratorio in partenza dalle coste nordafricane.

A Sabratah, la città a 80 chilometri a Ovest di Tripoli da cui salpano gran parte dei barconi, il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, che opera sotto il ministero degli Interni del provvisorio governo Sarraj, appartiene a una potente tribù. È l’uomo che decide, in accordo con i trafficanti sotto un adeguato compenso, chi e quando deve partire. Secondo il rapporto, in questa città esistono due potenti organizzazioni che gestiscono il business dei migranti, la prima fa capo ad Ahmed Dabbashi, che nel 2011 si contraddistinse nella lotta all’ex regime di Gheddafi.

migranti in attesa di imbarco

migranti in attesa di imbarco

Grazie alla notorietà acquisita in battaglia Dabbashi ha messo in piedi una delle più potenti milizie locali che depreda e schiavizza i migranti prima di lasciarli partire sempre più spesso in accordo con i delegati libici verso l’Italia. L’altra organizzazione, specializzata nel business dei barconi, è gestita da Mussab Abu Ghrein, che si occupa prevalentemente di sudanesi e altri migranti subsahariani. Per i propri traffici Ghrein ha sfruttato invece i saldi rapporti di sangue tra la propria tribù d’appartenenza e quelle al confine con il Niger.

LA CORRUZIONE

Un giro di affari e connivenze, documentato da informative d’intelligence di più Paesi europei, mostra come i controllori (i delegati del governo) e i controllati (i trafficanti) anziché essere in conflitto, siano riusciti ad alimentare un sistema economico ben strutturato.

Libia Guardia Costiera

Libia Guardia Costiera

È lo stesso fenomeno che avviene a trenta chilometri a Est di Sabratah, nella città di Ez Zauia dove si trova un altro hub del Mediterraneo. Anche qui i delegati del governo, che dovrebbero controllare la frontiera occidentale, fanno affari d’oro con i trafficanti e, quando invece non riescono a giungere ad un accordo, passano alle maniere forti. A Ez Zuia le organizzazioni degli scafisti sono costretti a pagare tangenti ai capi della marina libica, altrimenti, una volta partiti i barconi, gli uomini del governo fermano in mare le imbarcazioni e molto spesso si impossessano dei motori per poi rivenderli al mercato nero.

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Qui il capo dei trafficanti si chiama Abdurhaman Milad, da tutti conosciuto come «al-Bija» che ha parentele con chi gestisce il centro di detenzione per migranti della città. La «prigione degli stranieri», aperta lo scorso anno, è gestita dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. A Ez Zuia la situazione è ancora più paradossale: oltre al centro dei Nasser, c’era un altro campo dove venivano rinchiusi i migranti, quello di Abu Aissa sotto la diretta gestione del governo di Tripoli.

Ma gli uomini delle milizie di Nasser, grazie a continui raid armati di kalashnikov, hanno provocato la chiusura della struttura di Abu Aissa per accaparrarsi più migranti. E si ricorre a sparatorie ed esecuzioni anche tra le due potenti organizzazioni di Sabratah e quella di Ez Zuia che sono spesso in conflitto tra di loro su chi deve avere il controllo delle partenze. Il predominio viene risolto attraverso regolamenti di conti proprio come avviene tra clan della camorra o della mafia.

I VIAGGI

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il dossier austriaco spiega che la maggior parte dei migranti arriva dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Somalia e dall’Eritrea. I disperati fuggono da guerre e carestie affrontando ogni genere di sopruso pur di arrivare in Libia e poi giungere in Europa attraverso i barconi. I migranti sono motivati ad arrivare in Libia perché, prima della caduta del regime di Gheddafi, il Paese nordafricano era considerato uno Stato ricco e con buone possibilità per reperire mezzi di sostentamento da procurarsi prima di navigare verso l’Italia.

2. PM TRAPANI: ONG INDAGATE PER FAVOREGGIAMENTO ALL’IMMIGRAZIONE

Alessandra Ziniti per la Repubblica

“Alla Procura di Trapani risulta che in qualche caso navi delle Ong hanno effettuato operazioni di soccorso senza informare la centrale della Guardia costiera”. Davanti ai componenti della commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio da risposte secche e dirette pur non scendendo in alcun particolare dell’inchiesta aperta dalla sua procura sull’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina  – ha precisato ” che coinvolgono non le Ong come tali ma persone fisiche delle Ong”.

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Il procuratore si è trincerato dietro il segreto istruttorio sul contenuto della sua indagine specificando solo che “la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Soggetti a bordo delle navi sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti.

Andrea Tarondo

Andrea Tarondo

 

“Ma – ha anche osservato il procuratore di Trapani – la risposta a questo quesito deve arrivare tenendo conto della legislazione italiana che prevede una causa di giustificazione. Se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c’è il rischio che un’imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto. Insomma, per la legislazione italiana si potrebbe dire che viene commesso il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina ma non è punibile perché commesso per salvare una vita umana”

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Zuccaro

Il sostituto procuratore Andrea Tarondo ha poi riferito un recentissimo episodio che proverebbe il doppio gioco delle forze di polizia libiche. Due migranti algerini arrivati a Trapani il 28 marzo scorso hanno raccontato di essere saliti su un gommone in Libia scortati da un altro gommone con a bordo uomini in divisa con la scritta polizia. Dopo alcune miglia una nave della polizia libica avrebbe fermato le due barche sparando e ci sarebbe stata una lite in mare tra le due unita libiche. Probabilmente la nave che aveva fermato il gommone chiedeva soldi per lasciar passare i migranti scortati da un altro gommone della polizia evidentemente d’accordo con i trafficanti.

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centri di accoglienza 

Il procuratore Cartosio ha quindi sottolineato che la sua indagine non ipotizza affatto comportamenti che possano far pensare a reati di associazione per delinquere e dunque non di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

A conclusione della sua audizione il procuratore di Trapani ha escluso di avere elementi per dire che i finanziamenti delle Ong possano avere origini illegittime è che le finalità dei soccorsi in mare delle navi umanitarie possano avere obiettivi diversi. Cartosio ha invece confermato le affermazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza. “Qui – ha detto – la cosa è ben diversa. Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell’accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate”.

1166.- Migranti, le carte che testimoniano il patto scellerato tra scafisti ed equipaggi noleggiati da Ong

Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia

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Non è colpa del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, se altre procure hanno sottovalutato gli elementi investigativi che nei mesi scorsi erano finiti sotto la loro percezione. Chiunque si è sbilanciato in queste settimane dando addosso a Zuccaro, peraltro attribuendogli intenzioni e giudizi che mai gli sono appartenute, avrà di che scusarsi. Anche il tentativo di far poggiare le esternazioni del procuratore di Catania sullo studio fatto da un giovane che ha tracciato le rotte battute dalle navi dei soccorritori, si sta appalesando fuorviante e falso. In mano a Zuccaro c’è ben altro e soprattutto ci sono relazioni e atti ufficiali. Tracciano due piste in particolare, la prima parte dalla Calabria, l’altra dalla Spagna con tappa a Bruxelles. Spezzoni che in maniera disorganica sono finiti negli uffici delle cinque procure italiane che, prima del “terremoto Zuccaro”, avevano aperto fascicoli sui flussi migratori e sugli scafisti legati alla “mafia islamica”: Trapani, Palermo, Reggio Calabria, Cagliari, Napoli. Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la struttura titolata al coordinamento delle inchieste sulla “criminalità transnazionale”. Ma torniamo alle due piste che hanno acceso l’attenzione del procuratore di Catania Zuccaro. Un elicottero della marina spagnola impegnato nell’«Operazione Sophia» (decisa in seguito al terribile naufragio della primavera del 2015, quando l’Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean – Eunavfor Med -, un’operazione militare per contrastare l’opera dei trafficanti) capta una conversazione radio che provvede a registrare e, successivamente, a far tradurre. Due persone dialogano in lingua ucraina. Il chiamante è sulla terra ferma, in Libia. Il secondo è a bordo di una nave noleggiata da una Ong. La traduzione attesterà che il tono è amichevole, la chiamata era attesa e il suo contenuto, estremamente conciso, non lascia spazio ad equivoci: viene comunicato il via libera per la partenza di alcuni gommoni, la nave li attende nel “punto stabilito”. Insomma nessun recupero “casuale” ma un vero e proprio appuntamento in mare tra scafisti e soccorritori. L’intercettazione viene trasmessa a Bruxelles. Una copia finisce nelle mani del procuratore Zuccaro: è inutilizzabile non perché vi siano dubbi sulla sua provenienza ma perché trattasi di un’intercettazione “non ortodossa” e quindi non può fornire prova in un processo. Tutto qui.

Zuccaro però decide che sia giunto il momento di far scoppiare il caso e concede un’intervista, nella quale fa presente che spesso il rapporto tra scafisti e soccorritori appare viziato da comportamenti che oggettivamente portano vantaggi, non solo economici, a chi specula sulla pelle di un esercito di disperati ammassati sulle coste libiche. La sortita del procuratore Zuccaro provoca violente reazioni spesso animate da un insano pregiudizio. Ma provoca anche l’effetto che forse Zuccaro si proponeva: cominciano ad essere girate al suo ufficio anche altre segnalazioni e altre informative, queste invece, legittime e utilizzabili, che fino a quel momento avevano preso strade diverse ed erano rimaste senza riscontro. Tra queste due in particolare. La prima parte dalla Calabria e reca le firme di alcuni solerti agenti della Polizia di frontiera. La seconda è uno studio dell’Aise, il nostro servizio segreto all’estero. E’ il 30 maggio 2016. A Schiavonea, in Calabria, attracca la motonave “Dignity One”. Da questa vengono sbarcati 403 migranti. La polizia di frontiera detta le regole, imponendo che si dia priorità ai minori senza accompagnatori, poi ai “casi clinici”. Il resto dei naufraghi potrà sbarcare solo dopo i controlli di polizia sulla loro identità. Già, perché la polizia sospetta la presenza tra questi anche di alcuni “scafisti”. Ne nasce un contenzioso tra i responsabili della Ong tedesca che ha noleggiato la nave e i poliziotti. Alla fine tra i centodue “minori” sbarcano anche alcuni soggetti che appaiono aver ben più di 18 anni. La polizia non può opporsi visto che i soccorritori certificano il contrario ma decide di fotosegnalare i casi più sospetti. E bene fa perché qualche mese più tardi uno dei segnalati verrà identificato come un membro dell’organizzazione che aveva organizzato più “pellegrinaggi” (li chiamano così sui loro siti internet) verso l’Italia. E’ il primo riflettore acceso sulla motonave “Aquarius” che oggi è tra le più attenzionate nelle esternazioni del procuratore di Catania che osserva: “Su 134 navi gestite dalle organizzazioni non governative – a fronte delle tre che operavano nel 2015 – sei sono gestite da cinque Ong tedesche. I costi di gestione – prosegue il procuratore Zuccaro – sono molto elevati. La nave “Aquarius” di SOS Méditerranée spende 11.000 euro al giorno mentre il peschereccio Jugend 40.000 al mese”.

La nostra “intelligence” dal canto suo, avrebbe monitorato l’attività di 14 navi, scegliendo quelle che da sole hanno praticamente coperto il 40% dei “recuperi in mare” effettuati negli ultimi dieci mesi. E qui occorre premettere una riflessione: le ONG utilizzano quasi esclusivamente barche noleggiate e non di loro proprietà. Inoltre, gli equipaggi non sono composti da personale appartenente alle ONG stesse, quindi motivato nel lavoro da spirito “umanitario”, bensì da “marittimi di professione”. E veniamo alle 14 navi monitorate. Di queste solo una batte bandiera italiana mentre tre operano sotto l’egida di Panama e delle Isole Marshall, quanto di meno trasparente possa capitare di dover incontrare nell’ambito di un’indagine giudiziaria di qualsivoglia natura. Molte di queste sono quasi totalmente in mano a equipaggi ucraini, dal comandante al mozzo di bordo. Ucraini sono anche molti degli “operativi” reclutati dagli scafisti in Libia. In tre casi l’attenzione viene catturata da organizzazioni umanitarie tra le più note: la Moas italo-americana e le delegazioni di Francia, Italia e Spagna di “Medici senza frontiere”. L’inaffidabilità degli equipaggi, inoltre, è la ragione che ha spinto l’organizzazione “Save the children” a rivolgersi all’unica nave battente bandiera italiana, la “Vos Hestia”. Infine i rilievi satellitari. Questi testimoniano che gran parte dei recuperi avvengono proprio a ridosso delle acque libiche ma ancora in quelle internazionali, vale a dire a più di dodici miglia dalla costa libica. In diversi casi, però, i recuperi sono avvenuti ben dentro le acque territoriali libiche, tra le cinque e le dieci miglia marittime. Il che significa che navi noleggiate dall’Ong hanno scientemente violato le norme del diritto internazionale. Spinte da ragioni umanitarie? Oppure in esecuzione di accordi criminosi stretti anche all’insaputa di chi ne paga il nolo? Carmelo Zuccaro ritiene che questi interrogativi, insieme ad altri, dovranno avere una risposta da parte della magistratura italiana che però può contare su mezzi ridottissimi rispetto a quelli dispiegati dagli altri attori in campo.

 

Continuano a prendere in giro i cittadini italiani. Perché e per chi?

 

 

“L’affermazione più volte ripetuta dai rappresentanti delle ong secondo cui le loro unità navali opererebbero sotto il controllo della Guardia costiera è corretta, nella misura in cui tale controllo naturalmente sussiste solo nelle fasi del soccorso”. Lo ha dichiarato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera, ammiraglio Vincenzo Melone, in audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato. “L’area italiana di responsabilità sar (search and rescue) copre 500 mila kmq di mare, il doppio del territorio italiano, ma di fatto ci troviamo a effettuare interventi di soccorso praticamente in metà del Mediterraneo. Nessuna Guardia costiera al mondo – ha aggiunto – si è mai trovata ad affrontare un problema così pesante nel tempo o a sostenere una così grande responsabilità giuridica e umana: siamo di fronte ad un evento epocale, ad un’emergenza umanitaria enorme e non possiamo voltare le spalle”.

Sul tema questa mattina è intervenuta anche la ong Moas nel corso di un’audizione davanti al comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. “Non abbiamo svolto nessuna attività di intelligence per nessun governo e per nessun soggetto”, ha precisato un responsabile delle operazione dell’organizzazione non governativa, Ian Rugger. “Per quanto riguarda il nostro intervento in acque territoriali” libiche, “è capitato, si sono verificate queste situazioni, sempre su indicazione da parte dell’Mrcc (il centro di coordinamento per il salvataggio marittimo). Normalmente la prassi prevede che noi riceviamo a bordo delle nostre imbarcazioni una telefonata che ci incarica di recarci all’interno di acque territoriali, perché a volte esplicitamente ci viene detto che è stata individuata un’imbarcazione. O a volte ci viene chiesto di avvicinarci e poi solo successivamente individuiamo effettivamente l’imbarcazione. In ogni caso quando ci viene richiesto, e quindi i nostri interventi non sono mai autonomi e indipendenti ma sempre su indicazione dell’Mrcc, noi chiediamo sempre se le autorità omologhe in Libia sono state avvisate”.

Sanno di poter mentire e, alla fine, tutto si tradurrà nel divieto di approdo a due-tre ONG, prontamente rifondate con altro nome.
Che il traffico sia pianificato e coordinato, lo dicono il numero delle navi impiegate e la frequenza delle rotte e degli sbarchi. Che lo sia da parte della guardia Costiera italiana, dimostra che vi sono cointeressenze e cooperazione volte a violare le leggi italiane. Che non si tratti di attività umanitaria,  risulta dalla assenza come dalla impossibilità di garantire un futuro a questa gente e dallo sfruttamento selvaggio contemporaneamente in atto nel nostro e nei loro paesi.
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Che mentano, lo dicono le registrazioni delle rotte e del traffico e questa immagine, dove vedete l’ONG che sta operando a meno di un miglio dalla costa libica.
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1164.- SCANDALO ONG, SOLDI GUADAGNATI TRAGHETTANDO CLANDESTINI FINISCONO AI CATRAMBONE

IL TRAFFICO UMANITARIO RENDE. LA ONG DEI CATRAMBONE HA CHIUSO IN UTILE: + 1.307.828, MA L’ONG SVOLGE ANCHE ATTIVITA’ D’INTELLIGENCE OUTSOURCING PER GLI STATI UNITI

Moas. La ONG di Regina e Christopher Catrambone, i due fondatori milionari, dietro i quali molti vedono loschi interessi capaci di andare ben oltre il dichiarato desiderio di ‘aiutare i clandestini’.

Base operativa La Valletta (Malta), Moas nasce nel 2014 dall’idea della coppia italo americana arricchitasi grazie ad un’agenzia di assicurazioni specializzata in zone ad alto rischio, la Tangiers Group. In due anni di attività hanno traghettato 33.455 migranti dalla Libia ai porti italiani. Spesa annuale: 3 milioni e 694mila euro, più gli spiccioli.

Dove trovino il denaro, non è dato sapere fino in fondo. Il bilancio pubblicato online fornisce qualche risposta, ma non tutte. Al 31 dicembre 2015 il pallottoliere delle donazioni contava 5,7 milioni euro raccolti grazie a finanziatori privati. Tanti rispetto al 2014, quando in cassa arrivarono appena 56mila euro e il resto (1,7milioni) li versò la società dei Catrambone. Inutile chiedere le generalità precise dei donatori: non li forniscono, se non alcuni nomi famosi tra cui i Coldplay. Di certo tra loro compare Avaaz.org, cioè l’associazione riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al “filantropo” milionario George Soros. E tra i partner ci sono l’azienda austriaca Schiebel (la stessa che poi gli affitta i droni) e la Unique Maritime Group (specializzata in “attrezzature per il settore marino e subacqueo”).

Altri 300 mila euro li hanno presi dalla Croce Rossa Italiana: una sinergia, visto che l’ONG traghetta i fancazzisti che poi la CRI ospita nei propri centri a spese dei contribuenti.

Insomma, quasi 2 milioni di euro girati alla multinazionale dei fondatori dell’Ong, che salva i migranti, per noleggio delle navi, oltre un milione di affitto per due droni, 400mila euro per marketing e pubbliche relazioni. E dal 3 aprile addirittura un aereo di pattugliamento, che sarebbe stato pagato dalla fondazione del figlio del patron di Ryanair.

In soli 24 mesi le attività di SAR si sono moltiplicate: per la sola benzina nel 2015 ha speso 232mila euro, il triplo dell’anno precedente. Poi ci sono 200mila euro per lo staff, 163mila per marketing e quasi 11mila per le telecomunicazioni. L’anno scorso non sono servite riparazioni particolari ai natanti, visto che alla voce “manutenzione” appaiono appena 354 euro. In fondo nel 2014 i Catrambone si erano privati di una bella cifra pur di mettere in piedi Moas e hanno fatto le cose in grande: la Tangiers International Limited, una delle divisioni di Tangiers Group, aveva provveduto a pagare 1,5miloni di euro per mettere in acqua la Phoenix, una nave commerciale da 40 metri e battente bandiera di Belize. Oggi a bilancio appaiono anche i costi per il funzionamento della Topaz Responder, un natante da soccorso di 51 metri battente bandiera delle Isole Marshall. Chiudono il capitolo sui “mezzi di soccorso” due droni usati per visionare dall’alto il mare e che pesano sul partafoglio la “modica” cifra di 1,2 milioni di euro. Somma finale dei costi operativi: 3,6 milioni di euro.

Ingenti sono state pure le spese amministrative (249mila euro), cui bisogna aggiungere 139mila euro di attività di Pr, 65mila per lo staff, 51mila di onorari per gli amministratori e poi ci sono i viaggi, gli affitti, le consulenze professionali e legali. Totale: 701mila euro. Mettendo insieme le spese operative e quelle amministrative la colonna delle uscite di Moas supera i 4,3 milioni di euro. Un numero ragguardevole, ma pur sempre inferiore a quanto incassato, tanto da generare un surplus di 1.307.828 euro.

Christopher Catrambone ha collaborato con il Congresso americano, ha finanziato con 416mila euro la campagna elettorale di Hillary Clinton; ma anche il nostro ministero dell’Ambiente, partecipò (perché?) con 100 – 250 mila dollari. A Philadelphia, per la convention dei democratici americani, hanno partecipato e presenziato anche Laura Boldrini e Maria Elena Boschi.

Articolo di Gian Micalessin su Il Giornale, al quale Vox ha aggiunto una chicca che ne conferma le accuse:

L’intelligence italiana conosce bene la pratica. I file sul Moas e sulle altre Ong in grado di mandare navi davanti le coste libiche incominciarono a venir redatti fin dall’inizio di Mare Sicuro, la missione navale per la difesa degli interessi nazionali varata nel marzo 2015.

L’attenzione del personale d’intelligence imbarcato sulle nostre unità si focalizzò immediatamente sull’addestramento e sulle capacità del personale di soccorso del Moas, l’Ong basata a Malta e guidata dall’americano Christofer Catrambone e dalla moglie italiana Regina. Bastò poco per scoprire – spiega una fonte de il Giornale – che «gran parte di quel personale veniva arruolato nelle stesse liste di contractors ingaggiati dalle compagnie private di sicurezza». Gli «angeli custodi» dei migranti, con cui lavorava anche Emergency erano, insomma, veri e propri mercenari. O se vogliamo un titolo più à la page professionalissimi «contractors».

Ma la rivelazione più interessante raccolta da il Giornale è un’altra. Secondo fonti militari di Malta le attività del Moas coprono attività d’intelligence per conto del governo statunitense. E secondo le stesse fonti su almeno una delle due navi del Moas sono, o erano, installate strumentazioni per intercettazioni ad ampio raggio. Nulla d’illegale per carità. Negli Stati Uniti l’intelligence outsourcing, l’affidamento di operazioni di spionaggio a società private dà lavoro a 45mila persone e spartisce fondi per 16 miliardi di dollari. Il problema è la copertura sotto cui il Moas svolge la duplice attività. Il coordinamento delle operazioni di soccorso viene infatti realizzato con il coordinamento della Guardia Costiera. Come se, insomma, un’ambulanza in capo al 118 o a un altro numero di pubblico soccorso, utilizzasse la propria attività per raccogliere informazioni finalizzate alle strategie di potenze straniere.

Non a caso il comandante generale della Guardia Costiera ammiraglio Vincenzo Melone è atteso in Commissione Difesa del Senato per rispondere, già martedì prossimo sull’esigenza di preservare gli interessi nazionali in un’area critica come le coste della Libia. Interessi apertamente calpestati dal Moas che per primo – come rivelano sia le segnalazioni di Mare Sicuro, sia dalla missione europea EunavFor Med – iniziò a varcare il limite delle acque territoriali libiche. Tra le quattro operazioni al di sotto delle 12 miglia messe sotto esame nel 2016 due vennero portate a termine tra giugno e luglio dal Phoenix e dalla Topaz-Responder, le due imbarcazioni di 41 e 50 metri in capo al Moas registrate in Belize e nelle isole Marshall. Operazioni registrate dai trasponder di bordo sicuramente non sfuggite all’attenzione della Guardia Costiera.

Il problema a questo punto è se la duplice attività svolta dal Moas sia stata segnalata al nostro governo e se queste segnalazioni siano state recepite con la dovuta attenzione. Per capire che le operazioni del Moas erano il simulacro mediatico di altre attività bastava consultare il sito internet di Tangiers Group, la compagnia capofila di Christoper Catrambone in cui si pubblicizzano apertamente attività come «assicurazioni, assistenza d’emergenza e servizi d’intelligence». Ma come dimostrano gli avvertimenti «politici» ricevuti dal procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, responsabile dell’inchiesta sul Moas e sulle altre Ong, portare alla luce e denunciare quell’ambiguità non è altrettanto facile. In fondo il signor Catrambone restituiva parte dei proventi incassati con le attività d’intelligence devolvendo 416mila dollari al comitato elettorale di una Hillary Clinton considerata, fino allo scorso novembre, la prossima, inarrestabile inquilina dello Studio Ovale.

Il tutto mentre la moglie Regina spiegava sul sito Open Democracy – un’organizzazione di George Soros – la necessità di garantire agli immigrati accessi facilitati in Europa. Referenze complicate e imbarazzanti. Capaci di vanificare anche le esigenze di sorveglianza attribuite solitamente a un governo.

Possiamo scrivere senza tema di smentita che la società capogruppo del Moas, Tangiers, operava per conto del governo americano almeno dal 2009. Tanto che i suoi investigatori e mercenari, che si occupavano di indagare per conto della multinazionale AIG i feriti di guerra – si tratta di dipendenti federali americani feriti in zone di guerra e che chiedevano un giusto risarcimento che la multinazionale tentava di negare con l’apporto di sciacalli come i Catrambone-, mostravano tessere di identificazione del Dipartimento di Stato Usa, quello guidato all’epoca da Hillary Clinton e del Dipartimento del Lavoro:

Siamo talmente certi, di quello che scriviamo, che invitiamo il signor Catrambone a denunciare Vox. Magari alla Procura di Catania. Non basta: perché il Dipartimento del Lavoro, in una sorta di faida interna al governo americano, denunciò l’uso da parte dei Catrambone di falsi documenti di identificazione, al che i Catrambone si rifecero ad un permesso dell’ambasciata americana a Malta, che però smentì.

Siamo in presenza di una organizzazione tutt’altro che benefica. Capofila di un’operazione ad ampio raggio tesa a destabilizzare l’Europa con l’importazione di massa di africani. Operazione probabilmente partorita dall’amministrazione Obama: prima destabilizziamo la Libia – con l’utilizzo di agenti come Sarkozy -, poi la usiamo come base per l’operazione di sostituzione etnica. Del resto Tangers-Moas lavora a contratto per il governo americano, fornisce mercenari, e ora ‘soccorritori’.

A Repubblica, Fulvio Vittorio Paleologo, collaboratore di molte Ong rivela che nel 2014, quando l’Italia chiuse Mare Nostrum, molti mercantili furono coinvolti dalla Guardia Costiera nelle operazioni di salvataggio dei barconi alla deriva. Il cambio di rotta produceva ritardi e costringeva le compagnie di assicurazione (“come quella dei Catrambone”) a pagare “ricchi risarcimenti” secondo “quanto previsto dalle polizze” per la modifica delle tabelle di marcia delle navi. In sintesi: la sua società di assicurazioni ha risentito economicamente della mancanza di ‘soccorritori’. E allora è nato Moas.

Non a caso con l’arrivo di Moas, See-Eye, Msf e via dicendo, le navi commerciali hanno diminuito drasticamente gli interventi: dalle 40mila persone salvate nel 2014, sono scese ad appena 13mila nel 2016. Con il conseguente risparmio delle società assicurative. Compresa la sua.

Ma la cosa più sconcertante di tutto questo, è che per il traffico umanitario valso ai contribuenti italiani il mantenimento di oltre 33 mila fancazzisti africani e bengalesi, nel 2015, la signora Catrambone sia stata premiata da “Mattarella”:

Perché Mattarella (incautamente?) premiò un’organizzazione creata da poco sulla quale già indagavano i servizi? Mistero!

Nell’ottobre 2015, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  ha consegnato diciotto onorificenze a personaggi “illustri” del Paese.

Un riconoscimento andò anche a Regina Egle Liotta (in Catrambone), nata a Reggio Calabria, nominata ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana: “Per il contributo che attraverso l’Ong Moas – Migrant Offshore Aid Station offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo”.

Nel 2014, assieme al marito Christopher, fondò Moas – Migrant Offshore Aid Station, una Ong con sede a Malta che, con una nave da spedizione, droni, gommoni e una squadra di soccorritori (incluso personale sanitario) localizza e preleva i migranti nel Mediterraneo.

Nel 2015, l’intelligence italiana e, si suppone, anche il governo sapevano che il Moas e altre Ong mandavano navi davanti le coste libiche; files e documentazioni incominciarono a venir redatti fin dall’inizio di Mare Sicuro, la missione navale per la difesa degli interessi nazionali varata nel marzo 2015.

L’attenzione del personale d’intelligence imbarcato sulle nostre unità si focalizzò immediatamente sull’addestramento e sulle capacità del personale di soccorso del Moas, l’Ong basata a Malta e guidata dall’americano Christofer Catrambone e dalla moglie italiana Regina. Bastò poco per scoprire – spiega una fonte de il Giornale – che «gran parte di quel personale veniva arruolato nelle stesse liste di contractors ingaggiati dalle compagnie private di sicurezza».

Ma la rivelazione più interessante raccolta da il Giornale è un’altra. Secondo fonti militari di Malta le attività del Moas coprono attività d’intelligence per conto del governo statunitense. E secondo le stesse fonti su almeno una delle due navi del Moas sono, o erano, installate strumentazioni per intercettazioni ad ampio raggio. Nulla d’illegale per carità. Negli Stati Uniti l’intelligence outsourcing, l’affidamento di operazioni di spionaggio a società private dà lavoro a 45mila persone e spartisce fondi per 16 miliardi di dollari. Il problema è la copertura sotto cui il Moas svolge la duplice attività.

Chissà dove finiscono i soldi degli utili. Un po’ alla Clinton, gli altri…

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I droni per raccattare più clandestini e scaricarli in Italia.

Parola di Regina Catambrone, l’ereditiera miliardaria maltese fondatrice di Moas, finta Ong impegnata nel prelevare clandestini in Libia per vomitarli in Italia. In collaborazione con l’amico Renzi e le coop del PD. E’ tutta una filiera.

“Nelle nostre missioni – spiega la miliardaria – impegniamo personale altamente specializzato, con il supporto di due gommoni veloci, di una clinica e soprattutto della tecnologia di due droni”. Dal 2014 a oggi il Moas ha raccattato con la collaborazione dei Medici Senza Frontiere ma con portafoglio oltre 33 mila potenziali terroristi e molestatori.  Solo a Pasqua hanno dichiarato di aver sbarcato in Italia 2.000 clandestini.

DRONE

I droni utilizzati, spiega, “hanno le stesse caratteristiche di quelli usati nella missione ‘Mare nostrum’”, hanno una autonomia di sei ore, possono percorrere 900 miglia nautiche a una velocità di cento chilometri orari. “I tempi sono molti importanti e l’utilizzo dei droni – prosegue Regina Catambrone – accorcia i tempi di ricerca. Le immagini che in tempo reale possiamo trasmettere ai centri di ricerca, fanno sì che le decisioni possano essere prese molto più velocemente e che le persone siano salvate prima di un eventuale naufragio”.  Perché non si butta vie niente.

Moas ha sede a La Valletta, isola di Malta, dove i Catrambone sono attivi da anni nel ramo assicurativo e nonostante le loro imbarcazioni partano da quell’isola, gli immigrati recuperati in mare non vengono mai sbarcati a Malta. Lì ci vivono loro!

E Regina Egle Liotta (in Catrambone), è dal 2015 “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. La padrona della società privata maltese che raccatta clandestini in Libia per portarli in Italia, è stata infatti nominata ‘ufficiale’ dall’abusivo Mattarella: tra sfruttatori dei contribuenti italiani ci si riconosce.

Motivo: “Per il contributo che attraverso l’Ong MOAS – Migrant Offshore Aid Station offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo”. Premiata perché ha scaricato, in collaborazione con gli scafisti libici, 33 mila clandestini in Italia.

MOAS, dopo le accuse i miliardari Catrambone iniziano a trovare cadaveri

Sulla nave Phoenix della ong Moas che ieri ha portato a Catania 394 persone soccorse su tre natanti c’era anche “il cadavere di un ragazzo con una ferita da arma da fuoco. Testimoni ci hanno detto che è stato ucciso a colpi di pistola perchè non ha voluto dare il suo cappellino da baseball ad un trafficante”. Lo ha detto Regina Catrambone, fondatrice del Moas insieme al marito Christopher.

Certo. Se lo riferisce la signora Catrambone su testimonianza dei clandestini è, certamente, una notizia affidabile. Preparatevi, nei giorni a venire, ad una moltiplicazione di cadaveri di ‘migranti’ e di fake news generate a raffica da Catrambone e soci. Visto che i Catrambone gestiscono anche mercenari, non deve essere difficile trovare cadaveri: ovviamente per la grande capacità investigativa, intendiamo.

Ma non solo loro, anche i colleghi scafisti umanitari di MSF e di Save the Children (children 50 enni) stanno trovando un sacco di cadaveri, dopo la rivelazione dei traffici delle Ong con la Libia.

Cadaveri da mostrare in televisione, come quello di Aylan. Cadaveri sui quali portare avanti il traffico. Bambini, preferibilmente. Da dare in pasto ai media di distrazione di massa.

1163.- SCANDALO OLTRE LE ONG, NELLA STIVA PROSTITUTE NIGERIANE, CARICHI DI DROGA …E ARMI?

Il fenomeno del traffico di clandestini dalla Libia all’Italia è strettamente legato anche ad altri settori di criminalità, oltre le Ong, su cui le forze di polizia indagano quotidianamente. Ma pensa.

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Le donne vittime di tratta, incontrate sulle strade della città soltanto da alcune unità di strada, nel 2015 sono state 1.854: il 63% sono originarie dei Paesi dell’Est Europa, il 28% nigeriane e il 3% sudamericane. Ma se si scende nel dettaglio delle nazionalità, il gruppo più numeroso è quello delle romene (37%) seguito da quello delle nigeriane (28%). Preoccupa la presenza sempre più massiccia di minorenni, in particolare tra le nigeriane. Ad oggi, le nigeriane hanno superato le romene. Di fatto, i trafficanti di uomini sfruttano i canali dell’immigrazione per far arrivare sempre più donne, specialmente nigeriane, da sfruttare nel mercato della prostituzione. E a tal proposito, è stata suor Claudia Biondi responsabile dell’area “Maltrattamento donna” di Caritas Ambrosiana a citare alcuni dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) riguardanti gli sbarchi di persone di nazionalità nigeriana: «Nel 2015 erano state 22mila e nel 2014 9mila – ha proseguito suor Claudia -: il 90 per cento delle donne nigeriane che arrivano in Italia sono vittime della tratta» il 98% di quelle che si prostituiscono in strada è vittima di violenza e sfruttamento: non c’è alcuna libera scelta. 

La tratta delle nigeriane, come risulta anche dai decreti di fermo disposti dal pubblico ministero di Palermo, avviene, invece, grazie a sodalizi criminosi tra personaggi provenienti proprio dai Paesi del Nord Africa. Nell’ambito dell’operazione «Boga» sono stati arrestati diversi soggetti di nazionalità nigeriana e ghanese che costringevano le donne a venire in Italia a prostituirsi, trasportandole sui barconi come gli immigrati, in modo clandestino, dietro pagamento di 30mila euro come saldo del viaggio. Nel decreto si legge: «Approfittando della situazione di vulnerabilità psicologica determinata alla celebrazione di un rito Vodoo», quindi sotto ricatto, «a garanzia del debito contratto», le donne venivano trasportate in Italia, violentate, messe in regime di schiavitù e, quindi, su strada. Grazie agli uomini della Guardia di finanza, il Mediterraneo viene controllato anche per questo tipo di traffici.

Vi sentireste di escludere che alcune navi Ong trasportino droga? Noi si, ovviamente. Ma di sicuro trasportano prostitute nigeriane e spacciatori. Grazie.

Le prostitute

Prendiamo, per esempio, Milano. Sempre più donne nigeriane si prostituiscono a Milano e nell’hinterland. Secondo le associazioni che si occupano di prevenire la tratta, hanno ormai superato le donne dell’est. Molte di loro sono arrivate negli ultimi mesi, coi barconi, traghettate da Renzi dalla Libia.

E sono oltre duemila le persone (in gran parte donne) contattate in strada (ma anche nelle case) nel corso del 2015 dalle associazioni che si occupano di prevenzione della prostituzione e della tratta, con un turn over notevole, che arriva a superare il 50% nel caso delle nigeriane e delle romene, perché la criminalità organizzata non vuole che le ragazze si ambientino troppo in un territorio, che creino legami con i residenti o con le stesse unità di strada.

La droga

Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo da tempo indaga anche su aspetti diversi, quali l’importazione di stupefacenti dai Paesi del Nord Africa e la tratta delle prostitute nigeriane. È stata proprio questa sezione delle Fiamme Gialle, a partire dal 2011, in seguito alle crisi politiche libica ed egiziana, a occuparsi dei canali commerciali dell’hashish, che da quel momento si sono radicalmente modificati.

Mentre gli algerini preferiscono trasportare i carichi via terra, lungo il percorso che attraversa il Sahara, per raggiungere i confini della Libia, quelli marocchini, che sono i maggiori fornitori di hashish al mondo, prediligono il trasporto via mare. Lo stupefacente viene caricato al largo di Casablanca, o nelle zone limitrofe e trasportato da siriani, egiziani o libanesi con pescherecci fino al largo delle coste della Cirenaica orientale. Ed è dalla Libia e dall’Egitto che i carichi vengono poi fatti passare per il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Nell’ambito dell’operazione «Libeccio», volta proprio al contrasto del traffico di stupefacenti, gli uomini della Gdf hanno sequestrato numerosi carichi.

Nel 2013 sulla «Adam», battente bandiera delle Isole Comore, furono recuperate, tanto per fare un esempio, 15 tonnellate di hashish nascosti in 591 sacchi di juta.

Quarantotto ore. Tanto è durata l’operazione congiunta del gruppo aeronavale e dei comandi provinciali di Trapani e Palermo  della Guardia di finanza, che ha portato al maxi sequestro di oltre 20 tonnellate di hashish, trasportate sulla nave “Adam” battente bandiera delle Isole Comore e partita presumibilmente dalle coste marocchine. “Stavamo ormai seguendo da due giorni l’imbarcazione  –  sottolinea il tenente colonnello Cristino Alemanno, comandante del gruppo Aeronavale di Trapani –  con due unità d’altura e un Atr 42, punta di diamante del reparto. L’abbiamo seguita con l’areo “Grifo 15″, abbiamo aspettato che facesse ingresso in acque territoriali, poi finalmente a circa 11 miglia da Pantelleria, in quelle poche ore di passaggio, il guardacoste Paolini del Gruppo aeronavale di Trapani, ha effettuato l’abbordaggio. Una operazione delicatissima questa perché non sapevamo cosa potesse aspettarci, ora possiamo dirci soddisfatti”. Quello operato nella notte dai finanzieri è di uno dei sequestri più importanti di stupefacenti effettuati negli ultimi anni in acque italiane. La notizia di una nave con un carico di droga era arrivata al comando pperativo aeronavale di Pratica di Mare. La nave dopo l’abbordaggio è stata scortata dalle unità della Guardia di finanza nel porto di Marsala per le operazioni di quantificazione della droga: una vera montagna di hashish confezionata in sacchi di juta e occultata sotto dei teloni di plastica. “Le indagini dovranno accertare intanto la provenienza dello stupefacente anche se dale carte sembra che il carico provenga dal Marocco e naturalmente a chi era diretta – dice Alemanno  –  presumibilmente a una organizzazione criminale libica o di qualche Paese del Nordafrica. Al momento non ci sarebbe alcun coinvolgimento con organizzazioni mafiose italiane, ma saranno le ulteriori indagini a verificare se ve ne siano”. I sei membri dell’equipaggio, di origine siriana uno è dovuto ricorrere alle cure dei medici per un malore, e la nave sono a disposizione della Autorità Giudiziaria. Già il 13 aprile scorso, una nave turca con quasi una tonnellata di hashish era stata sequestrata dal Gruppo Aeronavale di Trapani, in sinergia con i Reparti territoriali siciliani. “L’odierna operazione  – dice il colonnello Pietro Calabrese, comandante provinciale della Gdf di Trapani, conferma come il Mediterraneo sia fonte di ricchezza, ma anche opportunità per I traffici illeciti” (Laura Spanò – Foto Ansa e Studio Camera)

Il sequestro più ingente è quello del luglio 2014, attuato sulla motonave «Aberdeen» al largo di Pantelleria, quando furono trovate 42 tonnellate di stupefacente. «Il nostro – spiega il tenente colonnello Giuseppe Campobasso del nucleo di Polizia tributaria della GdF – è un lavoro molto serrato e puntuale. I controlli avvengono anche su base di collaborazioni con Paesi esteri e scaturiscono da indagini, segnalazioni e attività di polizia». Al porto di Palermo ci sono due navi di medie dimensioni e un peschereccio, sotto sequestro da tempo. Costano allo Stato perché non sono ancora state alienate. Il carico di stupefacenti era nascosto sotto tonnellate di reti, mentre in un altro caso, molto recente, la droga era occultata nella stiva, saldata e ricoperta di marmo.

Le armi

Salvini, ospite di Lucia Annunziata insieme al presidente di Medici senza frontiere Italia Loris De Filippi, ha sostenuto: “A me risulta che ci sia un dossier dei servizi segreti italiani che certificano i contatti tra trafficanti, malavita, scafisti e alcune associazioni. Se esiste questo dossier, ed è in mano al presidente del Consiglio Gentiloni e il premier lo tiene nel cassetto, sarebbe una cosa gravissima. Se esiste lo renda pubblico a tutti gli italiani e lo dia al procuratore capo di Catania”. Poi butta lì: “Su quelle navi ci sono armi e droga…”. A quel punto interviene De Filippi di Msf: “Sono illazioni, tiri fuori le prove. Se avete prove, siamo i primi a chiederle: a noi gli scafisti fanno schifo”.

Il discorso viene lasciato cadere, ma Lucia Annunziata ci torna quando la puntata è quasi finita: “Avete in mano la presidenza del Copasir (attraverso Giacomo Stucchi, ndr) non potete agire?”. Risposta di Salvini: “Ma certo. Se io le dico qualcosa è perché abbiamo fondati motivi per supporre che ci sono elementi concreti che tracciano non solo i contatti tra scafisti e alcuni soccorritori, ma che certificano che a bordo di alcune di quelle navi ci sono armi e droga. Noi non stiamo aiutando chi scappa dalla guerra, stiamo portando in Italia persone che rischiano di portarci la guerra in casa”. Conclude la giornalista: “Quindi lei ci sta dicendo che quando parla di armi e droga, fornisce un’opinione informata…”. Salvini annuisce.

1159.- ONG E TRAFFICANTI: ALTRO CHE BUFALE! SULLA SCRIVANIA DI ZUCCARO IL RAPPORTO MILITARE DI EUNAVFORMED

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È l’alba di una fredda mattina dei primi giorni del 2017. Un pattugliatore dell’«Operazione Sophia» capta una conversazione radio sul canale (libero) 16, utilizzato per le comunicazioni in mare. Poche frasi dalle quali si intuisce che un membro di un equipaggio di una nave di soccorso comunica a un interlocutore che si trova sulla terra ferma la posizione della nave e da terra l’interlocutore avvisa che le imbarcazioni stanno partendo.

mare_nostrum_marina_lampedusa_migranti5Il pattugliatore ispeziona l’area dove si incontrano i migranti in mare e la nave che li deve salvare e documenta con delle foto l’incontro delle due imbarcazioni.

Ma c’è anche un altro rapporto militare finito a Bruxelles nel quale si sospetta che alcune navi Ong recuperino i motori dei gommoni degli scafisti per poi essere rivenduti e reimpiegati nella rete dei trafficanti.

«Operazione Sophia» nasce dopo il terribile naufragio della primavera del 2015, quando la Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean (Eunavfor Med), una operazione militare per neutralizzare le tratte consolidate delle rotte dei trafficanti.

E i militari impegnati nella ricognizione producono un rapporto che inspiegabilmente finisce al procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro. Che il 22 marzo scorso viene sentito dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. Le sue affermazioni sono esplosive.

«A partire dal settembre-ottobre del 2016 – denuncia il procuratore -, abbiamo registrato un improvviso proliferare di unità navali di queste Ong che hanno fatto il lavoro che prima gli organizzatori svolgevano, cioè quello di accompagnare fino al nostro territorio i barconi dei migranti».

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Audizione Zuccaro >>>

Accuse pesantissime. Nei fatti, sostiene la Procura di Catania, le navi Ong si sono trasformate in taxi del mare sostituendo i trafficanti dei migranti.

Dunque, sulla scrivania di Zuccaro finisce il rapporto di Eunavformed. Nelle sue interviste e dichiarazioni, il procuratore di Catania lascia intendere che questo materiale è inservibile ai fini processuali.

In realtà non è ancora chiaro se abbia delegato la polizia giudiziaria a sviluppare le indagini.

Perché un rapporto di una struttura militare europea finisce a un procuratore di Catania? Chi deve essere l’interlocutore istituzionale italiano di Eunavformed?

Naturalmente si conosce il giorno della conversazione captata, ovvero il giorno del passaggio dei migranti dai barchini dei trafficanti alla nave delle Ong. Basta poco per risalire alla nave e all’equipaggio (che sembrerebbe essere ucraino). Questo non per chiudere le indagini ma soltanto per aprirle. E invece il procuratore di Catania decide di giocare a carte scoperte. Creando una tempesta politica.

Guido Ruotolo  per TISCALI.IT

Zuccaro:

“Tra gli strumenti per poter meglio lavorare e riprendere l’azione investigativa sarebbero utili le intercettazioni delle comunicazioni satellitari usati per la richiesta di soccorsi dei migranti: dall’esame del traffico telefonico di questi Turaya potrebbero emergere elementi importanti per individuare di trafficanti”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato. “Gli scafisti – ha ricordato Zuccaro – ricevono spesso l’indicazione di gettare in mare il telefono se il soccorso viene fatto da navi militari, mentre con navi civili il satellitare viene preso da terze persone e riutilizzato per altre operazioni di soccorso. Sono state infatti segnalate chiamate partite dallo stesso cellulare”.

Tra il il personale delle Ong vi sono figure “non proprio collimabili con quelle dei filantropi“. Lo ha detto il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nel corso dell’audizione in Commissione Difesa del Senato ribadendo che sarebbe “molto utile individuare le fonti di finanziamento delle Ong di più recente nascita”. “Il fine di solidarietà è tra i più nobili tra quelli perseguiti dall’uomo – ha aggiunto – e tanto più è vasta tanto più è nobile. Ma in questo caso vi sono interessi in gioco non solo di chi viene salvato”.

“Gommoni e barconi carichi di migranti non sempre sono soli quando lasciano le acque territoriali libiche” ha poi riferito il procuratore nel corso della sua audizione in commissione Difesa del Senato, chiedendo che sul punto fosse sospesa la trasmissione del suo intervento. ANSA

 “Non si può ospitare in Italia tutti i migranti economici: per le ong questo non è un discrimine, ma per uno Stato sì”.

Le organizzazioni mafiose italiane appetiscono all’ingente quantità di denaro erogata per l’accoglienza dei migranti, parliamo di cifre notevoli, in parte intercettate dalle mafie“. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla commissione Difesa del Senato, segnalando ad esempio che “ci sono centri che accolgono minori che non hanno idoneità”. ansa

dal video:

00:23:08 …”Nel corso del 2017, in cui c’è un proliferare di sbarchi veramente incredibile, noi abbiamo almeno il 50% dei salvataggi che viene effettuato da queste ONG. Parallelamente a questo, noi registriamo un dato che, ovviamente, ci desta preoccupazione e, cioè, il fatto che il numero di morti in mare nel corso del 2016 e del 2017, e parlo solo di dati ufficiali, ha raggiunto un numero elevatissimo. Nel corso del 2016 mi risulta che oltre 5.000 persone – dati ufficiali – sarebbero morte in mare nel tentativo di entrare in Europa. Per quanto il nostro distretto, quello catanese, abbiamo più di 2.000 morti nel triennio 2013-2015 e questo numero di morti non accenna a diminuire; vi ho detto che nel 2016 siamo arrivati a quella cifra. Il che mi induce a ritenere che la presenza di queste organizzazioni, a prescindere dagli intenti per cui operano, non ha attenuato, purtroppo, il numero delle tragedie in mare. Sono convinto del fatto che i dati ufficiali di questi morti rispecchino soltanto in maniera molto, ma molto approssimativa il dato effettivo delle tragedie che si verificano nel nostro mare. Perché questo? Perché noi stiamo constatando il fatto che, effettivamente, i barconi su cui queste genti vengono fatte salire sono sempre più inadeguati al loro scopo, sono sempre più inidonei e le persone che si pongono alla guida di questi barconi sono sempre più inidonee. Ormai, non sono più appartenenti, sia pure a livello basso, della organizzazione del traffico; ma stiamo parlando di persone che vengono scelte all’ultimo momento tra gli stessi migranti, a cui viene data in mano una bussola, quando gli viene dato in mano una bussola e un telefono satellitare, quando gli viene dato in mano un telefono satellitare e gli si dice di seguire una determinata rotta che tanto, prima o poi, questo è certo, li verrà a soccorrere, questo è certo – quello che viene detto a loro – li verrà a soccorrere una ONG. Io sono convinto del fatto che, per quanto possano essere numerose, quelle ONG non riescono a coprire tutto l’intenso traffico che sta avvenendo in questo momento dalle coste della Libia in particolare, che è il mio osservatorio principale. Resta il fatto che coloro che hanno la fortuna di salire su queste unità navali, affrontano il viaggio in condizioni, certamente, ottimali.” … “Tuttavia vi sono tutti gli altri, le cui speranze vengono alimentate dal fatto di potere contare sul salvataggio, che, poi, molte volte non si realizza. Ora, cosa questo comporta per quanto riguarda la nostra attività giudiziaria? Che la possibilità di poter intercettare i cosiddetti facilitatori, cioè, le imbarcazioni che accompagnavano, prima, nei primi tratti delle acque internazionali questi barconi di migranti, oggi ci possiamo dimenticare di poterli identificare. Noi, neanche a questo livello medio-basso dell’organizzazione del traffico riusciamo più ad arrivare perché queste ONG, indubbiamente, hanno fatto venir meno questa esigenza. …” 00:27:43

Ma, a ciel sereno: Che ci faceva oggi Soros nello studio di Gentiloni a Palazzo Chigi? Quali rapporti intrattiene con il Governo italiano il finanziatore delle ONG?

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1075 .- Il Forteto non esiste: gli orrori di un storia che nessuno racconta

Inchiesta sul Forteto: ecco tutti gli orrori e gli errori di un storia di cui nessuno parla

Di Simone Cosimelli
 
Non è così per noi che ne parliamo da oltre due anni. Leggi:

– 718.-RENZI E I PEDOFILI PROTETTI DEL FORTETO

di Gianni Lannes Voi mettereste dei bambini in una comunità dove i fondatori ancora operanti sono stati condannati più volte per abusi sessuali a minori? E’ quello che hanno fatto impunemente per decenni alcuni magistrat…

– NON VUOL VESTIRSI DA BIMBA: BANDITO DALL’ASILO!    Una banda di impostori, gestita dai circoli massonici, ci governa con una politica distruttiva di ogni valore della nostra identità, sempre più marcatamente amorale, volta alla demolizione, appunto, dell’identità del pop…

– FORTETO/A Bagno a Ripoli la Presentazione del Libro-inchiesta sulla cooperativa degli orroriSETTA DI STATO” il libro di Francesco Pini e Duccio Tronci, sarà presentato domani sera dal gruppo INSIEME PER BAGNO A RIPOLI. L’incontro vedrà la presenza degli autori del libro, alcuni testimoni, i rappresentanti delle…      Un anno fa

– IL PD, LA COOP E LO SCANDALO FORTETO: DOVE SI STUPRAVANO I BAMBINI. 20, 01. 2013 L’albo d’onore del Forteto è un florilegio di vip della sinistra. Piero Fassino e Livia Turco, Rosy Bindi e Susanna Camusso, Tina Anselmi…    2 anni fa

 
Un paio di mesi fa una giornalista russa, intervistando il presidente dell’associazione Vittime del Forteto, Sergio Pietracito, si fermò, visibilmente scossa, per fare una domanda di buon senso: chiese come mai una storia del genere non fosse conosciuta nel suo Paese. La risposta fu indicativa: «Nemmeno fuori Firenze se ne sa nulla, per questo ci battiamo». In un Paese normale, 30 anni di stupri e abusi su minorenni, perpetrati all’ombra del muro di connivenze della Toscana «rossa», non passerebbero inosservati. Ma nessuno avrà il coraggio di dire che l’Italia lo sia. E infatti è accaduto di tutto: oltre l’inimmaginabile, oltre la giustizia. E’ una vicenda orrenda quella del Forteto, e oggi, mentre si celebra il secondo grado di un processo tanto atteso, non se ne intravede la fine. Sono stati presi i mostri, ma non chi i mostri li ha prima osannati e poi protetti.  
 
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           Il Forteto – comunità Inchiesta Forteto, 30 anni di violenze: solo disattenzioni? 
 
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                Rodolfo Fiesoli. Abusi, coperture e conformismo: il dramma del Forteto

 
Tutto inizia nel 1977. Nel comune di Barberino nasce la comunità Il Forteto assieme all’azienda agricola, destinata a radicarsi nel territorio come baluardo del made in Tuscany alimentare. L’iniziativa è di due uomini che si avvalgono di falsi titoli di studio in psicologia: Rodolfo Fiesoli, detto il Profetae capo indiscusso della struttura, e Luigi Goffredi, l’ideologo. Tutto ruota attorno alla teoria, ancora in fase sperimentale, della “famiglia funzionale”. Cioè all’educazione alternativa dei minori tramite gli affidi a due soggetti, uomo-donna, il cui accostamento avviene a tavolino. La conoscenza reciproca è superficiale e svincolata dalla sfera dell’affettività, ritenuta nociva. Si cresceranno ragazzi disagiati senza il «fardello della materialità sessuale». Fiesoli e Goffredi si presentano come pionieri. L’ammirazione è incondizionata. Il Tribunale dei minori comincerà presto ad affidare bambini provenienti da situazioni difficili (genitori tossicodipendenti o assenti). E nel tempo intellettuali e psichiatri loderanno quel miscuglio di Freud e Don Milani. Eppure, fin da subito, cosa fosse realmente il Forteto avrebbe dovuto essere chiaro.Nel settembre 1978 il magistrato Carlo Casini fa arrestare i due per abusi sessuali. E’ la prima avvisaglia degli scempi commessi, ma vengono scarcerati alcuni mesi dopo. La scesa in campo di Casini in politica, nella file della Dc, scatena infatti il magistrato Gian Paolo Meucci (di tutt’altre vedute), padre del diritto minorile italiano e intransigente difensore del Profeta. Non basta allora il discorso di Rinaldo Innaco (DC), tenuto nell’ottobre 1980 in Consiglio regionale, dove si parla di costrizione e «regime di vita imposto e caratterizzato (…) dalla pratica dell’omosessualità». Non basta la condanna in primo grado del 1981, confermata in Cassazione nell’84, per «atti di libidine violenti e maltrattamenti e lesioni». Non basta quella del gennaio 1985, pur passata in giudicato, della Corte D’Appello di Firenze per «atti di libidine e corruzione di minori». La posizione di Meucci, che all’autorevolezza personale unisce l’assoluta deferenza dei colleghi, fa dimenticare il verdetto, con nessun effetto pratico. Un caso senza precedenti nella giustizia nazionale. Poi, contro ogni valutazione plausibile, si affidano subito altri bambini. Dopo l’85, inizia il dominio incontrastato del Forteto.

A far “merenda”, trasferita la sede nel paesino di Vicchio, passano in tanti: politici, giudici del Tribunale dei minori, sindacalisti, dirigenti dei servizi sociali. Di fatto, tutta la Sinistra toscana (PCI, PSI, PdUP, Sinistra Indipendente) favorisce la nuova realtà. Il Forteto diventa una passerella obbligata. Fiesoli è paragonato a Don Milani. Stupisce, commuove, incanta. Scrive libri. I ragazzi intanto, all’oscuro delle condanne e allontanati dalle famiglie naturali, vengono traviati mentalmente: molti diranno di aver considerato normale il fatto di essere abusati sessualmente. E fino al 2009 la comunità ne riceve circa 60. La mattina a spalare la calce e lavorare i campi, la sera in balia dei “genitori”. Nel frattempo, la Cooperativa, l’altra faccia del Forteto, acquista prestigio: 130 occupati, un fatturato di quasi 20 milioni, eccellenze alimentari esportate dall’America all’Australia. Un vanto per tutta la Regione. Il 13 luglio del 2000, però, tornano i guai. La Corte europea dei diritti dell’uomo, in seguito alla denuncia di due madri a cui veniva impedito di vedere i figli, condanna l’Italia con una multa di 200 milioni di lire per danni morali. La sentenza di Strasburgo pesa eccome, ma si alzano le barricate: e non cambia nulla. Anzi, solo dal ’97 al 2010, il Forteto ottiene contributi dalla Regione per 1 milione e 254 mila euro. Si arriva poi al novembre 2011. Al TEDxFirenze (manifestazione socio-culturale), Fiesoli interviene a Palazzo Vecchio sull’educazione minorile in qualità di esperto: presenziava, e fu ringraziato, l’allora sindaco Matteo Renzi. Proprio il mese successivo, però, viene arrestato per atti di pedofilia. L’accusa è schiacciante. Nasce una commissione d’inchiesta regionale per indagare sul sistema di potere appena scoperchiato e nel gennaio 2013 viene stilata una relazione dove si elencano i soggetti che hanno frequentato la comunità. Tra i tanti noti (109): Livia Turco, Piero Fassino, Vittoria Franco, Susanna Camusso, i giornalisti Betty Barsantini e Sandro Vannucci.

Dopo il tentativo dell’avvocato del Profeta di far ricusare il presidente del collegio giudicante, Marco Bouchard (unico caso nella storia della Repubblica), così da rallentare il dibattimento in odor di prescrizione, il 17 giugno 2015 la sentenza in primo grado condanna 16 dei 23 imputati. 17 anni e mezzo per Fiesoli, 8 per Goffredi, e via via a scendere per gli altri componenti di quella che ormai è considerata una setta. Le testimonianze delle vittime, scappate dal Forteto, sono determinanti. Nelle motivazioni della Corte si legge: «Il Forteto è stata un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale, retta da persone non equilibrate (…) Le perversioni del Fiesoli e compagni sono state di volta in volta avallate, tollerate. Chi ha reagito, chi ha protestato, chi ha contestato è stato emarginato, isolato, escluso, denigrato e, finalmente, allontanato». Nell’estate 2015, il caso arriva a Roma. Una mozione a firma di Deborah Bergamini (FI) chiede un’inchiesta parlamentare e il commissariamento dell’azienda per il presunto intreccio con la comunità. Il PD interviene: e affossa la mozione. Si parla di responsabilità individuali e non collettive: smentendo i fatti, le vittime e la sentenza. Le opposizioni ringhiano («La decisione del Governo è sconcertante: non ha alcuna logica, alcuna sensibilità, alcun senso politico»). Invano.

A livello locale, invece, le polemiche non si sono mai spente. Un libro, Setta di Stato, scritto dai giornalisti Tronci e Pini, ha fatto rumore. Si è istituita una commissione regionale Bis per indagare sulle responsabilità politiche, che del Forteto sono state la stampella e lo scudo. Ma non avendo i poteri di un’autorità giudiziaria, finora ha avuto le mani legate di fronte alle reticenze di chi è stato interpellato alle audizioni, o peggio ha scelto di tacere. Nessuno infatti ricorda, nessuno c’era o sapeva. Non ricorda, per esempio, Giuliano Pisapia (sindaco uscente di Milano), membro del collegio che patrocinò il Profeta in Cassazione nell’85. Non ricorda Rosy Bindi, più volte accostata al Forteto. Ha pensato di non poter aiutare, dopo aver promesso il contrario, Bruno Vespa: che anni addietro ricevette pressioni per non mandare in onda una puntata di Porta a Porta sull’argomento. Convocato, non si è presentato. Secondo la sentenza, negli anni, centinaia di persone sarebbero state segnate. Con intere famiglie rovinate. Otto ragazzi, una volta usciti, non ce l’hanno fatta: stroncati dalla tossicodipendenza, dall’indigenza e dai traumi passati. Spesso, ci si chiede come sia possibile che fatti di entità molto minore siano squadernati sulle pagine dei giornali e dibattuti nel Talk show, quando invece del Forteto, in tutta Italia, non se ne sa niente. Malgrado un processo in corso (con sentenza il 29 giugno), un’indagine da concludere e ancora tanto da scavare, e capire. Si dà una spiegazione, l’unica sensata: il Forteto fa paura.

Così, Cosimelli scriveva domenica, 26 giugno 2016: Politici, magistrati, servizi sociali, giornalisti: l’inchiesta su 30 anni di violenze sessuali e maltrattamenti non salva nessuno

Sul caso Forteto ci sono responsabilità gravi. Dal mondo della politica «rossa» (dal Pci al Pd), ai dirigenti dei servizi socio-sanitari, fino al Tribunale dei minori (TM). E per impedire che un’esperienza del genere possa ripetersi deve intervenire il Parlamento. La relazione finale della commissione d’inchiesta Bis sull’orrore perpetrato in Toscana per decenni (presentata il 23 giugno a Firenze), non consente altre letture. Nel Mugello c’è stato un blackout professionale e istituzionale senza precedenti, che ha permesso di mandare più di 80 bambini in pasto ai mostri. Sfruttati la mattina nei campi e la sera nei letti. Nel documento si fanno nomi, si svelano le trame e le connivenze, si avanzano delle richieste. Si racconta la storia di una comunità che ha imposto un’egemonia culturale alla quale si sono piegati in tanti. Chiudendo un occhio, o tutte e due.

Dopo 9 mesi di lavori, nel bilancio dei sei consiglieri delegati all’indagine – di tutti i colori i politici – figurano 36 audizioni e 102 personaggi interrogati. Essendo la commissione regionale (e dunque non dotata dei poteri di un’autorità giudiziaria), c’è stato chi ha scelto di non venire, non parlare, o peggio non ricordare. E un profluvio di amnesie e reticenze si è abbattuto contro chi, ingenuo, credeva che il buon senso avrebbe prevalso sull’interesse personale. È stato ricevuto Andrea Sodi, ex-sostituto procuratore del TM di Firenze, che, in tre diversi momenti dal 2000 al 2002, con Rodolfo Fiesoli (il principale imputato per abusi, e fondatore del Forteto) andò a Budapest in «gita scolastica» portandosi dietro diversi ragazzi, anche minorenni. Di lui, nella sentenza di primo grado, si scrive: «Il Sodi non vede, non sa, non controlla». Il suo comportamento da magistrato è valutato come «surreale e imbarazzante». Poi Piero Tony, presidente del TM dal 1998 al 2004, che al Forteto andava addirittura a cucinare il risotto, sua specialità. Ha raccontato di essersi interrogato, dopo le condanne degl’anni ’80 contro Fiesoli e compari per atti di libidine e corruzione di minori, su cosa si celasse dietro la struttura. Un esame di coscienza profondo, tanto che sotto di lui lì dentro finiscono 50 minori. Per non parlare di Roberto Leonetti (oggi responsabile del dipartimento di salute mentale dell’azienda sanitaria di Firenze, e prima neuropsichiatra in forza al Mugello), che facendo muro assieme a Menichetti (al tempo direttore), difendeva il Forteto dalla condanna della Corte Europea del luglio 2000. E non a caso un altro responsabile, Marino Marunti, ha dichiarato che non solo si doveva far quadrato, ma che facendolo si faceva carriera; e chi sbagliava, e non stava alle regole, «veniva punito».

Passando alla politica, non va meglio. L’ex Presidente della Regione, Vannino Chiti (Ministro nel Governo Prodi II e poi senatore), uno che nel Pd c’è finito dopo tutta la trafila, non si è mai accorto di nulla. Eppure al Forteto era di casa e ne aveva un’ottima impressione: almeno in campagna elettorale, passava sempre. Vittoria Franco, storica senatrice eletta nel collegio del Mugello, nel febbraio 2010 – a un anno dall’arresto di Fiesoli – aveva organizzato a Palazzo Madama la presentazione di un libro sulla comunità, Una scuola per l’integrazione. Nonostante diverse condanne a carico, Fiesoli e Goffredi (due con falsi titoli di studio in psicologia) furono beatificati nel Palazzo del Senato. Incalzata sul perché non abbia mai dubitato allora, non ha avuto dubbi: «Avevano la fiducia di tutti». Tranne che delle Corti, ma va be’. Ci sono poi i turisti per caso. Tipo Rosy Bindi, in passato più volte accostata al Forteto. Sia nei verbali della prima inchiesta, sia dalla prima commissione, in cui compare tra i soggetti con delle “frequentazioni” – insieme a Piero Fassino, Massimo D’Alema, Livia Turco. Ricevuta dai consiglieri, due settimana fa, ha negato tutto. E infatti nella relazione si legge: «Rosy Bindi ha dichiarato contrariamente a quanto indicato dai testimoni di non essersi mai recata al Forteto». Anche Di Pietro, eroe di Mani Pulite, c’è cascato. Candidato nelle liste del Mugello per l’Ulivo, nel 1997, passò da quelle parti come da programma del comitato elettorale. Meglio: scrisse la prefazione di un libro (di Lucio Caselli) dove si paragonava la famiglia funzionale del Forteto agli insegnamenti del Vangelo. Ma, dopo tanti anni, non se ne ricorda più.

Per l’informazione merita una citazione il giornalista Rai Sandro Vannucci, che 15 anni fa scrisse un altro libro apologetico, Ritratti di Famiglia, in cui descriveva il percorso di crescita dei ragazzi, a suo dire invidiabile. E ancora oggi proprio non capisce come «due che hanno fatto solo del bene come Fiesoli e Goffredi» possano rischiare la galera. In ultimo, Bruno Vespa. L’alfiere dell’informazione denunciò, nel 2002, le pressioni subite per una storica puntata di Porta a Porta sul Forteto, dove ci furono telefonate intimidatorie, politiche e non, perché «nemmeno la parola Forteto avrebbe dovuto essere pronunciata». Convocato, con qualche fatica e non poche riserve, ha ricordato le chiamate: ma non chi chiamava. Troppo alto il rischio delle querele.

La relazione sta per essere spedita al Csm, alla procure di Firenze e Genova e alle alte cariche dello Stato. Contro l’azienda, il volto economico del Forteto, è stato richiesto il commissariamento affinché ci sia un taglio netto col passato. E’ stata avanzata l’ipotesi di una riforma dei servizi sociali e la necessità di norme più stringenti per il TM. Il testimone, e il compito di andare fino in fondo, lo si vorrebbe passare a Roma. Una spia di quello che avverrà, però, c’è già: Il Pd locale e regionale, nel solco della coerenza e per non cadere in tentazione, in queste ore ha sconfessato il Presidente della commissione (del Pd) e tutto il lavoro svolto. Paolo Bambagioni, infatti, avrebbe una colpa: aver screditato il suo stesso partito (costretto dall’evidenza), aver sparato nel mucchio senza fare distinguo e aver chiamato «coperture» quello che furono solo «disattenzioni». Ha risposto per tutti, in coro con le opposizioni, il presidente dell’Associazione vittime, Sergio Pietracito: «Si continua a difendere l’indifendibile. Da salvaguare non è l’appartenza al partito ma la verità, l’unica cosa che rende libero l’uomo. Qual è la ragione di tutto ciò? Perché chiudersi in un’autodifesa che non ha più ragione d’esserePerché negare ancora?».

1042.- GENTILONI HA MESSO PROFUMO IN LEONARDO-FINMECCANICA. MISSIONE: SMANTELLARE E sVENDERE I PEZZI

LA NOMINA DI PROFUMO FA CALARE IL TITOLO DI FINMECCANICA DI OLTRE IL 3%

Tra le blue chip di Piazza Affari, Leonardo – Finmeccanica (-3,6%) continua a scontare i dubbi del mercato sulla nomina del nuovo a.d. Alessandro Profumo.

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(MB: Un governo che non ha alcuna legittimità, che dovrebbe esistere solo per varare la legge elettorale onde farci finalmente votare e poi scomparire alle elezioni, compie gravissime operazioni di svendita del patrimonio pubblico italiano. Per coprire i buchi fatti dalla casta parassitaria e dal PD (vedi Montepaschi).

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L’ARTICOLO DI DAGOSPIA CHE ANTICIPAVA LA MISSIONE DI PROFUMO: SMANTELLARE FINMECCANICA E VENDERLA A PEZZI

NOMINE: A LEONARDO ARRIVA PROFUMO, DEL FANTE IN POSTE (ANSA) – Al vertice di Leonardo il Tesoro indica l’ex banchiere Alessandro Profumo e l’attuale presidente Giovanni De Gennaro, mentre per Poste la scelta cade su Matteo Del Fante (attuale a.d. di Terna) e Bianca Maria Farina. Lo annuncia una nota del Tesoro.

NOMINE: DESCALZI E STARACE CONFERMATI IN ENI ED ENEL

(ANSA) – Confermati i vertici di Eni ed Enel. Al gruppo petrolifero Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi e a quello elettrico Patrizia Grieco e Francesco Starace. Lo annuncia una nota del Tesoro con le liste per le società partecipate.

TESORO, SU TERNA DECIDE AZIONISTA CDP

(ANSA) – “Per quanto riguarda la società Terna le cui nomine spettano al Consiglio di Amministrazione della Cassa depositi e prestiti, le proposte dei vertici CDP saranno coerenti con i criteri seguiti dal Governo nelle nomine di propria competenza”. LO sottolinea il Mef nella nota con cui ha reso note le indicazioni per i vertici delle società partecipate in vista delle assemblea chiamate a deliberare sul rinnovo delle carice.

1.NOMINE, IL GOVERNO PRENDE TEMPO PROFUMO A LEONARDO, ULTIMO SCOGLIO

Estratto dall’articolo di Gianni Dragoni per ”Il Sole 24 Ore”

Solo poco dopo le 22 dal Mef è arrivata la comunicazione che le liste dei candidati ai nuovi consigli di amministrazione per i prossimi tre anni saranno diffuse oggi. Secondo indiscrezioni, non confermate, il governo si sarebbe trovato di fronte all’ improvviso ripensamento – alcune fonti hanno parlato addirittura di una rinuncia – di Profumo, designato amministratore delegato dell’ ex Finmeccanica, al posto di Mauro Moretti.

Un piccolo azionista della banca che è in contrasto con Profumo per come sono stati fatti i bilanci di Mps di questi anni, l’ esperto di finanza Giuseppe Bivona, da Londra ha scritto al ministro dell’ Economia, Pier Carlo Padoan, chiedendogli di bloccare la nomina.

(…) La scelta di Profumo sarebbe stata ispirata da Renzi. L’ ex premier voleva a tutti i costi un esterno, tuttavia sarebbe stato Padoan, economista ed ex direttore della Fondazione Italianieuropei diretta da Massimo D’ Alema, a indicare il banchiere che ha guidato Unicredit e poi è stato presidente di Banca Mps. Profumo non ha mai fatto mistero di votare alle primarie del Pd. Da settembre 2015 è presidente di Equita Sim, banca d’ investimento posseduta dal management.

Profumo ieri ha avuto alcuni colloqui con professionisti sulle strategie di Leonardo. A tarda serata si è diffusa la notizia di una sua rinuncia, spaventato dalle reazioni negative, con il governo che cercava di convincerlo ad accettare e versioni contrastanti. Non è stato possibile interpellarlo.

IL PIANO DEL PD SU FINMECCANICA SMANTELLARLA A FAVORE DEI FRANCESI
Claudio Antonelli per ”La Verità”

Le nomine delle partecipate pubbliche sono uno sport nazionale, nel quale spesso vince chi parte per ultimo. Finmeccanica, o come si chiama ora Leonardo, di solito è la specialità di gara più complessa.

Tant’ è che ieri è spuntato all’ improvviso il nome di Alessandro Profumo, manager bancario che ha legato il suo nome a Unicredit, alla maxi buona uscita e soprattutto al Monte dei Paschi di Siena che ha abbandonato a metà 2015 senza avere avuto il coraggio di scuotere per davvero il tappeto delle sofferenze.

Eppure a spingere nella sua direzione ci sono il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan e mezzo partito democratico, che da sempre ama il manager con lo zainetto, tanto da averlo anche immaginato come papa straniero. Renzi si è limitato ad acconsentire, mentre il premier Paolo Gentiloni sembra nicchiare.

Molti quotidiani danno la nomina per fatta. Bisogna ricordare che nel 2011 nei due giorni precedenti al deposito delle liste uscì il nome di uno stimato manager aerospaziale.

Sembrava un esisto scontato.

Due ore prima l’ ufficializzazione da parte del Mef, allora guidato da Giulio Tremonti, spuntò dal cappello magico il nome di Giuseppe Orsi. Vinse e divenne amministratore delegato fino alla tempesta giudiziaria che gli tagliò la testa. Tanto per precisare che queste ore sono decise. La nomina di Alessandro Profumo accenderebbe però un grande faro sulla strategia industriale del governo in merito a uno degli asset più importanti del nostro Paese: oltre 12 miliardi di fatturato, più di 40.000 dipendenti e un passato glorioso nell’ elicotteristica.

Molti manager del mondo aerospaziale, sentito il nome di Profumo, sono sobbalzati sulla sedia. Non per il ruolo che ebbe nella russa Sberbank, ma per via della lontananza siderale dal mondo dell’ aerospazio. Perché un esperto di finanza dentro un’ azienda che, dopo tre anni di pulizie firmate Mauro Moretti, si ritrova senza una strategia precisa e cerca sbocchi nelle grandi gare internazionali? La risposta non è semplice, ma sembra stare proprio nella mancanza di capacità specifiche. Da affiancare alla gestione ci sarebbe una strategia europea che mira a sacrificare alcuni settori industriali dell’ Italia.

Il piano del Pd con Profumo alla guida sarebbe ottimizzare la gestione finanziaria per poi spacchettare il colosso di piazza Monte Grappa e cederne ai competitor esteri una parte. Soprattutto quella aeronautica. In pole position ci sarebbero i francesi. Certo Airbus sarebbe interessata ad acquisire una serie di competenze made in Italy e le pale rotanti dell’ ex Agusta Westland farebbero gola ad Eurocopter.

Le sinergie con i francesi sono da anni molto strette (anche nel comparto dello spazio) e non bisogna dimenticare che Mauro Moretti ha più volte espresso la volontà di concentrarsi sui velivoli ad elica cedendo ai francesi partecipazioni. Con bandiera italiana resterebbe il settore dell’ elettronica per la difesa e anche la missilistica non sarebbe ceduta (la Difesa ha già in passato messo il veto).

Tanto più che tali comparti si stanno dimostrando sempre più sinergici con l’ altro colosso della Difesa italiano: Fincantieri. Nella mega commessa del Qatar l’ azienda guidata da Giuseppe Bono ha vinto con l’ uso di tecnologia del gruppo Leonardo e in Australia si sta provando il medesimo schema. Taluni vedono quindi la possibilità che ad alti livelli governativi possa nascere un patto trasversale tra Italia e Francia.

Via i paletti che impediscono a Fincantieri di diventare il primo player cantieristico d’ Europa in cambio l’ Italia riconoscerebbe ai francesi il predominio in campo aeronautico. Ovviamente, la stessa strategia si può portare avanti con modalità diverse.

Una più conservativa potrebbe vedere in un prossimo futuro un doppio incarico di Giuseppe Bono alla presidenza di entrambe le aziende in modo da portare nel perimetro degli scafi tecnologie militari che ora sono in capo a Monte Grappa.

L’ altra strategia sarebbe molto più devastante. Ovvero, come una parte del Pd sostiene, partire con lo spacchettamento del gruppo Leonardo cedendo storia della tecnologia aeronautica con logiche politiche e molto poco industriali. A tal fine Alessandro Profumo potrebbe svolgere un ruolo di spicco vista la sua grande capacità di gestire flussi finanziari e lo standing internazionale che ancora oggi i mercati gli riconoscono.

Al banchiere andrebbe solo affiancato un uomo di macchina che conosce i meandri dell’ azienda. Si era fatto il nome di Leonardo Giulianini, già capo della controllata Selex Es. Quest’ ultimo, una volta diffuso il nome del manager bancario, stando a quanto risulta alla Verità, non si sarebbe reso disponibile. Forse perché teme che il suo nome resti legato a un piano che sarebbe di decrescita e non certo felice. O semplicemente non vorrà trovarsi a fare manovalanza per un dirigente che nello zainetto che si porta sempre appresso non avrebbe mai immaginato di inserire un manuale per fare volare un drone o la guida alla supply chain di un progetto mastodontico come il caccia Usa F 35. Vedremo.

ALESSANDRO IL BANCHIERE SI REINVENTA MANAGER PER AMORE DELLA POLITICA
Walter Galbiati per ”la Repubblica”

«La politica per me è una passione, ma non una missione. Anni fa ho pensato di tentare l’ avventura, perché ritengo la politica un mestiere nobile, ma il discorso non è più attuale». Avere avuto la tessera del Pd e votare alle primarie è iniziato a contare per Alessandro Profumo solo dopo la sua uscita da Unicredit. E potrebbe contare nuovamente ora che si fa il suo nome per la guida di un colosso di Stato, l’ ex Finmeccanica diventata Leonardo.

Nel 2010, le Fondazioni azioniste di Unicredit, ben radicate nel veneto leghista e nel Nord Italia, lo avevano gentilmente accompagnato all’ uscita con un assegno da 40 milioni di euro, perché senza dire niente a nessuno aveva aperto la porta dell’ istituto agli arabi della Central Bank of Lybia e della Lybian Authority Investment. Un gesto considerato “arrogante” che cercava di tenere la politica fuori dalla stanza dei bottoni, ma che minava l’ autonomia dei soci. Che lo liquidarono in un fine settimana.

Ed è proprio nel 2010 che Profumo viene tentato per la prima volta dalla politica. All’ interno del Pd circola il suo nome per arruolarlo tra le file dei possibili futuri ministri o forse anche più. Per due volte, con la giacca del banchiere, Profumo si era messo in fila per votare alle primarie del centrosinistra: la prima nel 2005 quando fu scelto Romano Prodi.

La seconda nel 2007, quando la moglie Sabina Ratti (ora presidente della Fondazione Eni Enrico Mattei) si candidò con Rosy Bindi per entrare nell’ assemblea nazionale del Pd. E la sua vicinanza ai democratici passa anche attraverso Massimo D’ Alema. Nel 2006 il banchiere partecipò a un Forum di Italianieuropei insieme con Enrico Letta che fu soprattutto una celebrazione del ruolo internazionale di D’ Alema, allora ministro degli Esteri.

Eppure nel 2010 Profumo non cede e si defila. La politica, però, torna a corteggiarlo due anni dopo per correre al capezzale del Monte dei Paschi di Siena. La Fondazione Mps, da sempre in area Pd e che nel 2012 aveva ancora oltre il 30% del capitale della banca, lo propone come presidente a fianco di Fabrizio Viola. Profumo riceve il testimone da Giuseppe Mussari, in caduta libera, anche lui considerato vicino a D’ Alema e che Profumo aveva a sua volta sponsorizzato per diventare il numero uno dell’ Associazione bancaria italiana (Abi). Profumo sale in sella, rifiutando lo stipendio da 500mila euro, ma dopo tre anni lascia la banca senza averla risanata.

È nel periodo senese, però, che Profumo viene a contatto con l’ entourage dell’ allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, già pronto a candidarsi come segretario del Pd. Nel 2013 partecipa a un convegno dell’ Istituto Luigi Sturzo promosso da Yoram Gutgeld, ex McKinsey (la società di consulenza in cui aveva lavorato anche Profumo) nonché stratega del programma economico-sociale del sindaco di Firenze .

1036.- Il nostro commosso abbraccio a Luciana, la mamma di IlariaAlpi. Con lei si arrende la giustizia in questo Paese.

“Servizi segreti, faldoni scomparsi, funzionari disattenti e politici distratti”. Dopo vent’anni, la morte di morte di Alpi e Hrovatin attende la verità.

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Alcuni articoli di stampa hanno lasciato emergere quanto sia complicato accedere alle informazioni secretate di palazzo San Mancuto anche da parte di chi dovrebbe valutarne l’importanza stessa.

Commissioni speciali, comitati e magistratura si trovano troppo spesso a richiedere informazioni puntuali, su eventi di grande pertinenza rispetto al lavoro che si sta svolgendo, e purtroppo non sempre le risposte di funzionari ed enti governativi sono chiare e risolutive.

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Dal traffico dei rifiuti, alle navi dei veleni affondate nel Mediterraneo, complessivamente, considerando quattro commissioni d’inchiesta sui rifiuti e quella sulla morte di Alpi e Hrovatin, i consulenti di Montecitorio hanno sottoposto alla presidenza poco più di un centinaio di dossier da avviare alla desecretazione.

Che fine hanno fatto gli altri fascicoli?

Nel marzo 2012 il generale Sergio Siracusa testimoniò, al Tribunale di Roma, la presenza di più di 8000 documenti relativamente al caso Alpi/Hrovatin.

Leggo sul Manifesto che una fonte anonima risponde: «Quei documenti non avevano un inventario per cui abbiamo dovuto stabilire dei necessari criteri di ricerca».

Alla fine, delle migliaia di documenti inviati dai servizi di intelligence alla Commissione Alpi-Hrovatin, delle migliaia di dossier acquisiti dalle commissioni sui rifiuti (più di 600 solo per la Commissione Pecorella) sono stati selezionati solo 152 da avviare alla desecretazione, 70 sono dell’Aise, il servizio di intelligence estera (40 documenti segreti e 30 riservati), 5 dell’Aisi (il servizio di intelligente interna), 20 del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, e una cinquantina di atti giudiziari. Di tutti gli altri documenti non verrà nemmeno chiesta la desecretazione.

I giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Erano in Somalia per indagare su un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici illegali. Ed è per questa ragione che sono stati assassinati. Dopo venti anni siamo ancora in attesa di conoscere tutta la verità su quella vicenda.

Questa verità potrebbe essere contenuta nella pila di carta (ottomila documenti) che i servizi di sicurezza militare, l’ex Sismi, oggi Aise hanno accumulato su fatti che attengono all’esecuzione dei due giornalisti.

Carte messe sotto chiave negli archivi della Camera a cui sembra essere stato negato l’accesso dall’Agenzia Aise – come rivela un’inchiesta de “Il Manifesto” firmata dai giornalisti Andrea Palladino e Andrea Tornago – che pare “abbia negato l’autorizzazione a un ufficio di Montecitorio che chiedeva la declassificazione dei documenti riservati acquisiti dalla Commissione parlamentare sui rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella”.

Come i politici in quest’aula devono entrare in contatto con burocrati di Stato per garantire una equa valutazione delle proprie idee ed azioni politiche così chi entra in contatto con atti secretati deve mediare le proprie esigenze informative con i funzionari abilitati alle ricerche dei dossier.

Il MoVimento 5 Stelle è entrato nelle istituzioni per liberare la politica da una sudditanza psicologica verso le figure che, dopo decenni di lavoro nel sottobosco operativo dell’amministrazione pubblica, si sono abituate ad un sistema ormai insufficiente a garantire lo svolgimento democratico dell’azione parlamentare.

Proprio perché è evidente che questo modus operandi è l’ennesima garanzia di autoconservazione e di mantenimento dello status quo, è fondamentale che queste carte siano rese pubbliche e che ai cittadini sia data la possibilità di sapere” ha affermato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi. Vogliamo che siano desecretati questi documenti fondamentali sui traffici dei rifiuti tossici”per squarciare “il muro di gomma” dei poteri che hanno ostacolato la ricerca della verità.

975.- AFFONDIAMO FRA PROSTITUTE ALLA CAMERA, CIRCOLI GAY A PALAZZO CHIGI, IL FORTETO E LE GRAVIDANZE DI VENDOLA

unknown   Anche questa è politica? Dove vogliamo andare senza morale? Come mai la Ilda Bocassini si occupa soltanto di Ruby? La prostituzione anche minorile sistematica e la droga nelle associazioni gay finanziate da Palazzo Chigi con la firma di Maria Elena Boschi non interessano la Giustizia? Ilda Boccassini appartiene a una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia. Suo zio Magistrato Nicola Boccassini fu arrestato e condannato per associazione a delinquere, concussione corruzione, favoreggiamento e abuso di ufficio perchè spillò con altri sodali e con ricatti vari 186 milioni di vecchie lire a un imprenditore. Vedi: [ricerca.repubblica.it] (vendeva processi per un poker repubblica)
Anche suo padre Magistrato e suo cugino acquisito Attilio Roscia furono inquisiti. Suo marito Alberto Nobili fu denunciato alla procura di Brescia da Pierluigi Vigna, Magistrato integerrimo e universalmente stimato per presunte collusioni con gli affiliati di Cosa Nostra che gestivano l’Autoparco Milanese di via Salamone a Milano. Vedi: [ricerca.repubblica.it]

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Un bel giro di puttane anche per D’Alema, ma la Boccassini li’ dormiva… DI AGOSTINO 

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L’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri finanzia le orge e la prostituzione gay. Chiudere subito l’UNAR. L’inchiesta delle IENE del 19 febbraio 2017. Un servizio tv delle Iene mostra che l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni finanzierebbe un’associazione gay nei cui circoli si consumerebbero rapporti sessuali a pagamento. Il direttore dell’Unar, Francesco Spanò, si è dimesso dal suo incarico. Precedentemente Spano era stato convocato a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Maria Elena Boschi.   
iene-unar-660x330Il Il direttore generale dell’UNAR, Francesco Spano, ricevuto nel pomeriggio a Palazzo Chigi dalla Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico”, si legge nella nota di Palazzo Chigi. Sulla vicenda erano insorti alcuni politici tra cui la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che chiede la chiusura immediata dell’Ufficio, e Lucio Malan di Forza Italia, secondo il quale l’associazione da tempo agisce al di fuori della legge.

“Le dimissioni – si legge nel comunicato della (p)residenza del Consiglio– vogliono essere un segno di rispetto al ruolo e al lavoro che ha svolto e continua a svolgere l’Unar, istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, in recepimento alla direttiva comunitaria n. 2000/43 CE contro ogni forma di discriminazione”.
“La presidenza del Consiglio, per quanto non si ravvisino violazioni della procedura prevista e d’accordo con il dottor Spano, disporrà la sospensione in autotutela del Bando di assegnazione oggetto dell’inchiesta giornalistica, per effettuare le ulteriori opportune verifiche. I relativi fondi, comunque, non sono stati ancora erogati”, conclude la nota. ADNKRONOS

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Francesco Spano e Laura Boldrini in una foto di repertorio.

E già, sospesi 55.570 € dei 900.000 del bando. E gli altri? Leggiamo la cronaca.

Le escort, o prostitute, o puttane, che dir si voglia, hanno sempre frequentato i palazzi del Governo e del potere in generale ma, evidentemente, è scandaloso solo se a mignotte ci va Berlusconi, se ci vanno D’Alema e compagni, è tutto regolare, tutto lecito. Quando sono i “rossi” a concedersi i piaceri della carne a pagamento la zelante pm Ilda Boccassini evidentemente si distrae… Non possiamo tollerare questo continuo doppiopesismo di chi vive d’invidia e tenta di demonizzare e abbattere il nemico con ogni mezzo. Pubblichiamo qui di seguito un’interessantissima inchiesta de Il Giornale che dimostra come la prostituzione fosse diffusa a Palazzo Chigi e a Montecitorio anche quando il presidente del Consiglio era Massimo D’Alema e ciò non provocava la solerte reazione della magistratura.

Un giro di squillo esercitava pressioni su uomini vicini all’allora premier per ottenere favori e appalti pubblici. Persino con incontri hard alla Camera: “Offerti favori sessuali in cambio di forti benefici economici”.

Appalti, squillo e festini a Palazzo. Sì, proprio dentro la Camera dei deputati. Nell’ufficio di un «personaggio importante», per dirla con l’ispettore della Squadra mobile che s’era subito mosso dopo la soffiata di una prostituta, una sua fonte. Lo sbirro della Buoncostume aveva scoperto che ben due squillo entravano a Montecitorio senza lasciare documenti all’ingresso e che dopo esser stata accolta da un «segretario», una di loro successivamente veniva fatta accomodare in una stanza dove di lì a poco si sarebbe «congiunta carnalmente» con un personaggio, all’epoca, definito «importante». Se sia lo stesso che ha anche convinto i commessi a non registrare il passaggio della escort, non lo sapremo mai visto che l’inchiesta nata sul finire del 1999 è abortita pochi mesi dopo con la condanna a un anno (previo patteggiamento) della sola maîtresse che organizzava gli incontri coi politici.

E proprio dalle carte di quell’inchiesta dimenticata escono ora le intercettazioni e i verbali delle escort che tirano in ballo i fedelissimi dell’ex premier Massimo D’Alema. Più informative della Squadra mobile di Roma che ribadiscono come la maîtresse R.F. contattasse «noti personaggi del mondo politico e di enti pubblici» al fine «di ottenere appalti o erogazioni in denaro» organizza per loro «incontri a sfondo sessuale». A mo’ d’esempio l’ex capo della Mobile, Nicolò D’Angelo, allega una lunga serie di conversazioni nella sua nota alla procura. A cominciare da quella del 29 settembre nella quale Vincenzo Morichini, fedelissimo del leader Ds, ex ad di Ina-Assitalia, parla con la maîtresse di una festa a casa di Franco Mariani (già dirigente pci, presidente dell’ente porto di Bari, dalemiano di ferro)».

«IO HO FATTO LA BRAVA MA… GLI AMICI SONO STATI CATTIVI»

La donna dice di averlo saputo direttamente la sera prima «dal suo amico Roberto» (De Santis, eminenza grigia dell’ex premier, azionista delle sale bingo, l’imprenditore che vendette la barca Ikarus a Baffino, ndr) intervenuto a una cena a casa di Franco dove erano presenti la maîtresse e due squillo. «Io ho fatto la brava bambina – ride la donna al cellulare – mentre Franco e Roberto con le mie amiche hanno fatto i cattivi… ». Solo il giorno prima la maîtresse aveva cercato di portare a casa un affare pubblicitario in corso con l’Ina-Assitalia, affare osteggiato a suo dire da Checchino Proietti (parlamentare Pdl, all’epoca segretario di Gianfranco Fini). Così chiama direttamente Morichini in ufficio: «Senti, quella lista sarà pronta per giovedì». A quel punto Morichini – scrive la polizia – «le comunica che vorrebbe scopare. Lui le dice che le ha risolto i problemi con la Banca di Roma e con l’Alitalia. R.F. gli rappresenta che se gli risolve i problemi, lei si metterà a “tappetino” con lui». In realtà i problemi con Alitalia persistono. Così la maîtresse pensa di sbloccare la questione dell’appalto del calendario Alitalia ricorrendo agli amici che contano.

«MA QUESTI SONO PAZZI A DIRE NO A D’ALEMA»

È decisa a far valere le sue amicizie importanti, e lo confessa candidamente al telefono: «Ma questi so’ pazzi, ma che stiamo scherzando? L’Alitalia che dice di no a D’Alema! Ma non esiste, non è possibile… ». Più avanti aggiungerà, sempre al telefono, che adesso «lei andrà con Franco (Mariani) ed Enzo (Morichini) dal direttore generale il quale dovrà dirle di no davanti a loro». Passano quattro giorni e Mariani richiama la donna dicendole che sta andando lui a parlare da Zanichelli (pubbliche relazioni Alitalia). Alcune telefonate dopo, ecco l’ok di Mariani nel sunto della polizia. «Franco chiama R.F. e le comunica che ha parlato con Marco (Zanichelli, ndr) e lo stesso ha garantito che gli darà una mano per il convegno alla presidenza del Consiglio facendogli assegnare la sponsorizzazione richiesta, e che farà rifare nuovamente a R.F. la rivista dell’Alitalia». Le telefonate successive vertono su un festino a cui la maîtresse porterà due ragazze: «Porta anche la tua sorellina… », scherza Mariani. «Ok, ti devo dare il numero di una nuova massaggiatrice, così cambi un po’… », ribatte lei. Ma non c’è solo l’Ina-Assitalia nei desiderata della maîtresse. Per perorare le cause dell’amica, Morichini si spende direttamente col presidente dell’Acea. E intanto R.F. si dà un gran da fare per allietare i suoi amici. A Maria P., il 21 settembre, ricorda che in settimana deve «chiudere la storia con la Banca di Roma» altrimenti si trova «in grossa difficoltà».

«DEVO PORTARE COMPAGNIA? DUE, CHE SIAMO GIÀ TROPPE»

Chiacchierando con un’altra ragazza della sua scuderia, Eliana C., le ricorda di andare a casa di Franco per la festa. «Eliana – annota il poliziotto che ascolta in cuffia – le chiede in modo criptato: “Quante compagnie devo portare?”. R.F. risponde che bastano due, “perché sono già molte”… ». Laconico il commento del capo della Squadra mobile nella sua ennesima corrispondenza con la procura: «La donna che inequivocabilmente procura ragazze a molte persone organizzando incontri sessuali, utilizza però tale “chiave di accesso” per ottenere dai destinatari di queste “attenzioni” che sembrano essere tutti ai vertici di strutture pubbliche e private, favori e indebite pressioni al fine di ottenere benefici economici nella forma di ghiotti appalti o incarichi ben remunerati. Appare infatti chiaro che ci troviamo di fronte a un particolare sfruttamento della prostituzione, in cui il ruolo di R.F. è quello di una maîtresse molto particolare». Sesso in cambio di un aiutino per gli affari.

«ERAVAMO IN 6 A FARE SESSO CON AMICI IMPORTANTI… »

Tra festini e appalti, gli agenti della Settima sezione della Mobile tra settembre e ottobre 1999, sono costretti a convocare in questura una quindicina di ragazze protagoniste dei party a luci rosse organizzati dalla maîtresse per gli amici influenti. È Stefania C. a svelare il giro: «Mi venne detto che R.F. aveva bisogno di incontri a sfondo sessuale con suoi amici (…). Il primo incontro avvenne a piazza Colonna» dirimpetto Palazzo Chigi. «Ricordo che eravamo in sei, tre uomini e tre donne, e la serata proseguì negli uffici di via della Colonna Antonina dove avemmo separatamente incontri sessuali (…). Ricevetti da R.F. la somma di 600mila lire, e ricordo che organizzava tali incontri sessuali al fine di chiudere contratti di lavoro che erano in corso (…). Ricordo infine che durante gli incontri sessuali sia io che le altre partecipanti, eravamo sotto lo stretto controllo di R.F. la quale faceva attenzione che nessuna di noi stringesse rapporti con i suoi amici intervenuti, che lei diceva essere personaggi molto importanti». Il 20 ottobre anche Giovanna F., nel suo verbale, fa riferimento alle assidue frequentazioni politiche della maîtresse mirate a mettere le mani su vari appalti, specie in Alitalia: «La prima volta che siamo uscite insieme, R.F. mi chiese se fossi disposta a uscire con lei unitamente a suoi “importanti amici”. In quell’occasione mi rappresentò che dovevo avere dei rapporti sessuali con gli stessi, in cambio avrebbe provveduto lei a sdebitarsi con me facendomi una serie di regali, rappresentandomi che tali amicizie erano fondamentali per lei al fine di procurarsi una serie di appalti presso importanti società sia pubbliche che private (…). Gli incontri sessuali – continua Giovanna F. – sono stati quattro. A questi, a fasi alterne, hanno partecipato Franco Mariani insieme a un certo Roberto (De Santis, ndr) e in una occasione con tale Enzo Morichini, con il citato Roberto» o a casa di Mariani al Colosseo oppure direttamente nell’ufficio della maîtresse in via della Colonna Antonina.

«ANCHE LO STRIPTEASE PER IL PARTITO DI SINISTRA»

«In un appuntamento a sfondo sessuale organizzato da R.F. – prosegue Giovanna F. – oltre alla stessa ho partecipato io e una ragazza che conosco con il nome di Arianna. Questo incontro avvenne a casa di Mariani. Per tale prestazione come da accordi precedenti ho ricevuto in regalo da Rita un anello in metallo bianco e brillanti». Il 22 ottobre sfila negli uffici della polizia in via di San Vitale Patrizia C., altra ragazza gettonatissima dalla maîtresse: «Durante alcune serate conobbi molti amici di R.F. che lei mi diceva appartenessero al mondo politico (…). Ho avuto tre rapporti sessuali con l’uomo di nome Franco mentre R.F e le altre erano rimaste al piano di sotto dove era in corso uno striptease. Alcuni dei presenti si scambiavano effusioni amorose (…). Durante gli incontri cercavo di avere con i suoi amici un atteggiamento positivo e carino, anche perché a dire di R.F. loro appartenendo al partito della sinistra erano in grado di procurarmi facilmente il lavoro (…) e ricordo che R.F. diceva che le persone che incontravamo alle feste erano personaggi influenti che servivano per il suo lavoro». Eliana C. non è da meno: «R.F. in alcune occasioni mi ha invitato in alcune feste private (…) e l’ultima a cui sono andata l’ha organizzata un certo Franco in zona Colosseo». Concludendo: «Sono a conoscenza che R.F. ha contattato per farsi “aiutare” in questa situazione Franco Mariani, non so se lo stesso si sia attivato o meno, R.F. mi ha detto in passato che Franco è un personaggio politico».

TARIFFA FISSA: 800MILA E IN REGALO ANELLI

Sulle presunte protezioni politiche di cui avrebbe goduto R.F. per fronteggiare l’offensiva della polizia e della magistratura finite a curiosare tra gli appalti vinti in Alitalia, parla anche Anna Maria G. interrogata il 15 ottobre 1999 al secondo piano della questura: «A un certo punto R.F. ha concluso il suo sfogo dicendo che aveva importanti amicizie politiche e che non le potevano fare nulla perché lei era pulita». Come contropartita economica alle prestazioni effettuate dalle ragazze nei festini organizzati per gli uomini vicini all’ex premier Massimo D’Alema, R.F. «faceva regali (anelli, telefonini, giacche di pelle, somme di denaro per interventi di chirurgia estetica, ecc. ) oppure pagava di tasca sua».

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