Archivi categoria: Israele

1570.- Israele non è più una potenza aerea

3

Ci sono voluti tre anni alle Forze Armate siriane per ristrutturare le unità da difesa aerea, primi bersagli dei terroristi taqfiri che, subito dopo l’inizio della guerra nel 2011, ne attaccarono i siti principali nel sud della Siria. Guidati dal servizio segreto israeliano, i terroristi distrussero queste unità prima di smembrarle e consegnarne i pezzi ai servizi segreti israeliani. Uno dei siti, probabilmente il più grande, vicino al confine israeliano, era a metà strada tra Dara e Qunaytra, nel sud della Siria. Gli attacchi dei terroristi al sito di Tal Hara, al centro di sorveglianza di Saydnaya e al centro di comando aereo tra Jarmanah e al-Maliha, minarono gravemente la difesa aerea siriana. Ma ora è finita e i recenti fallimenti dell’aviazione israeliana lo provano. L’analista libanese Umar Marabuni ritorna su un articolo ripreso dal sito del canale televisivo al-Mayadin.
L’autore evoca la liberazione di Saidnaya e Marj al-Sultan da parte dell’Esercito arabo siriano e degli alleati che permisero alla Difesa Aerea siriana di riattivarsi, “creando nuovi siti di sorveglianza e radar” e ripristinando le batterie della difesa danneggiate. Una delle conseguenze della riabilitazione fu la distruzione da parte della difesa aerea siriana, quasi un anno e mezzo fa, di un aereo da guerra israeliano sulle alture del Golan.
100884189-Israelifighterjet.530x298

Gli israeliani furono presi dal panico, ma non fu l’ultima sorpresa. Due mesi fa, un F-35 israeliano veniva colpito da un S-200 siriano ottimizzato, sistema missilistico di fabbricazione russa su cui la Russia basava la propria difesa missilistica. Questi due eventi scossero lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano: l’incidente dell’F-16 israeliano sul Golan, al confine tra Siria, Giordania e Israele, spinse quest’ultimo a cambiare tattica senza rinnovarla: l’Aeronautica militare israeliana riprese le tattiche degli anni ’80 quando colpì le batterie missilistiche SAM-6 della Siria dai cieli del Libano.

Schermata 2016-12-20 alle 20.47.58

L’abbattimento dell’F-35 fu il secondo shock, costringendo Israele a cambiare tattica una seconda volta aumentando la quota di volo dei suoi caccia, che prima dell’incidente sorvolavano il Libano a una quota molto bassa per evitare i radar siriani. Israele è riuscito a riconquistare la piena capacità d’attacco aereo in Siria, che inizia a vedere la fine del tunnel? Nulla è meno sicuro. Sfortunatamente per Tel Aviv, gli ultimi due attacchi aerei israeliani contro i sobborghi di Damasco (al-Qiswa e Jamariya) rivelavano un’altra capacità recuperata dalla difesa aerea siriana: le batterie missilistiche siriane intercettavano sei sofisticati missili da crociera israeliani Ariha-1 e LORA. Al quartier generale dell’esercito israeliano regna la totale confusione: è tempo di revisione e soprattutto di chiedersi: cosa fare?
È chiaro che Israele cerca una soluzione. Negli anni ’70, fece la stessa cosa: moltiplicò gli attacchi limitati e sporadici per distruggere la forza aerea siriana. Ma il problema non è lo stesso. L’Aeronautica siriana degli anni ’70 non ha nulla a che fare con la difesa aerea attuale dell’Esercito arabo siriano. Gli aerei israeliani troveranno difficile impegnarsi in un grande combattimento aereo data la dispersione delle unità antiaeree siriane in tutta la Siria e, soprattutto, il netto miglioramento della qualità dei sistemi d’intercettazione. L’S-200 o SAM-5, con una gittata di 150 chilometri vicino a al-Zamir e Homs, copre quasi l’intero cielo siriano.

22688065

Ma ci sono anche il Buk-M2, con un raggio di 50 chilometri, e il Pantsir-S1, che ha una portata identica. Queste batterie possono intercettare i missili da crociera israeliani. La Russia ha minato gli interessi d’Israele?

260px-Buk-M1-2_9A310M1-2

Il sistema missilistico 9K37M1-2 “Buk”-M1-2 (cirillico: Бук) denominato dalla NATO SA-17 “Grizzly” è il sostituto del precedente SA-11 Gadfly, in quanto la gittata di 30km di quest’ultimo, sembrava parzialmente insufficiente per affrontare le minacce moderne. Il sistema 9K37M1-2 “Buk”-M1-2,è entrato in servizio nel 1998 con il nuovo missile 9M317 che permette al sistema di intercettare missili balistici, offre migliori prestazioni dei sistemi radar e maggiore resistenza alle contromisure elettroniche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio,Aurora

Annunci

1563.- Attacchi aerei: Israele si rompe i denti sulla Siria

 

caccia_israeliano.jpg_415368877

Mikhail Gamandij-Egorov, al-Manar, 6 dicembre 2017

Israele vede la superiorità aerea in Medio Oriente seriamente limitata. Damasco, dopo aver eliminato la minaccia terroristica, non lascia più senza risposta le aggressioni israeliane, registrando un primo successo in questo settore. La fine dell’impunità aerea di Tel Aviv è gravida di conseguenze nella regione. L’intercettazione da parte dei siriani di diversi missili terra-terra israeliani indica i cambiamenti radicali nella bilancia di potere nel Vicino e Medio Oriente. Questa evoluzione militare è senz’altro sostenuta dai cambiamenti della linee di forza geostrategiche, che non saranno lamentati dai partigiani della multipolarità. Affrontando quest’ultimo punto, si nota innanzitutto l’isteria sempre più evidente dai capi israeliani. Netanyahu, notando il fallimento del suo scenario ideale, l’incancrenimento indefinito del conflitto siriano, minaccia quasi quotidianamente Damasco ed alleati, tra cui Teheran. A volte le minacce sono seguite da momenti di silenzio, poiché la nuova realtà sembra travolgere i capi dello Stato ebraico. In effetti, nei giorni scorsi, Israele alzava i toni dicendo che “non tollererà alcuna presenza iraniana in Siria”. Dimenticando che la Siria non è una colonia israeliana, come quelle nel territorio palestinese. Inoltre trascura il fatto che la Repubblica Siriana, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere il permesso di terzi, siano israeliani, statunitensi o europei, per la presenza sul suo territorio delle forze alleate di Russia, Iran od Hezbollah.

SONY DSC

 

Tel-Aviv sembra anche sorpresa che la Siria abbia non solo sconfitto decine di migliaia di terroristi che operavano sul suo territorio da diversi anni, grazie all’aiuto decisivo della Russia, avviando ampi progetti di ricostruzione nazionale, ma che anche imponga le nuove condizioni nella difesa del proprio spazio aereo. Va ricordato che durante la guerra di Siria ed alleati contro il terrorismo internazionale, l’aviazione sionista compì numerosi raid contro le postazioni dell’Esercito arabo siriano, senza mai toccare alcun gruppo terroristico, come SIIL o al-Qaida? Damasco non mancò di sottolineare la complicità tra Tel Aviv e i gruppi terroristici. Ma al di là di tali convinzioni, è chiaro che la Siria non poteva in genere difendere adeguatamente il proprio territorio dagli attacchi israeliani; in realtà, l’Esercito arabo siriano era principalmente mobilitato nella lotta al terrorismo e, secondo il Presidente Assad, diversi sistemi di difesa aerea furono distrutti dai terroristi all’inizio del conflitto.
Alcuni pettegolezzi non esitavano a denigrare la Russia, alleata di Damasco, sulla volontà di affrontare gli attacchi aerei israeliani, che spesso solcano lo spazio aereo libanese. La sola azione visibile di Mosca era convocare l’ambasciatore israeliano per presentargli le proteste ufficiali. Personalmente, sono convinto che se il Cremlino avesse provato, invano, a convincere Israele a fermare le ostilità contro la Siria, la ragione principale di tale “pazienza” era concentrarsi sull’eliminazione dei terroristi in Siria. Missione compiuta, dato che i terroristi sono stati eliminati per più del 95%. Sulle incursioni aeree contro Damasco, la Russia aveva annunciato l’intenzione di rafforzare in modo significativo la difesa aerea siriana. Alcuni potrebbero aver pensato che sarebbero state solo parole. La Russia ha fatto di tutto per nasconderlo, ma i risultati ci sono: con diversi missili israeliani intercettati, la Siria ha dimostrato di poter contrastare gli attacchi israeliani. La Russia, da buon alleato, non sbandiera di certo le ragioni di tale cambiamento della difesa antiaerea della Repubblica Araba. Non è sua abitudine. Un po’ come al momento delle vittorie decisive ad Aleppo, Palmyra, Homs o Dayr-al-Zur, dove la Russia ha sempre lasciato la palma della vittoria a popolo, esercito e governo siriani. Tuttavia, una cosa è certa: lo Stato sionista non domina più lo spazio aereo della regione. La pillola sarà difficile da ingoiare, ma avverrà. E invece di rompersi i denti, Israele farebbe meglio a ripensare la propria politica verso Siria, Palestina e l’intera regione. In caso contrario, potrebbe affrontare conseguenze che gli saranno certamente dannose.

SONY DSCTraduzione di Alessandro Lattanzio, aurora

1562.- La vera risposta palestinese al discorso di Gerusalemme di Trump

2521
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas il 23 maggio 2017 a Betlemme. (Foto di PPO tramite Getty Images).  Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. All’ONU, il capo negoziatore dei palestinesi, Saeb Erekat, ha dichiarato che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché il presidente Usa non annullerà la sua decisione. “Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace” ha ribadito in serata il presidente palestinese Abu Mazen.

 

di Bassam Tawil, 7 

DQoUrxEWAAAa-dN

 

L’incidente rappresenta ancora un altro esempio della collusione tra palestinesi e media, i cui rappresentanti sono sempre più che felici di fungere da portavoce per la macchina della propaganda palestinese e fornire una piattaforma aperta per trasmettere minacce palestinesi contro Israele e gli Stati Uniti.

Se i fotografi e i cameramen non si fossero fatti vedere in occasione dell’evento “spontaneo” che bruciava i manifesti, gli attivisti palestinesi sarebbero stati costretti a tornare tranquillamente in uno dei bei caffè di Betlemme.

Eppure, non c’era da preoccuparsi per questo: gli attivisti palestinesi sono ben consapevoli che i giornalisti locali e stranieri sono affamati di sensazionalismo – e che cosa meglio si adatta al cartellone dei manifesti di Trump che vanno in fiamme nel bel mezzo della casa natale di Gesù, alla vigilia del Natale e migliaia di pellegrini e turisti cristiani stanno convergendo sulla città?

Schermata 2017-12-08 alle 20.45.04.png

Gerusalemme capitale di Israele, Hamas chiama alla nuova Intifada: scontri e feriti. 

 

Rappresentando erroneamente la “cerimonia” che brucia i manifesti come riflesso della diffusa rabbia palestinese riguardo alla politica di Trump su Gerusalemme, i media internazionali sono ancora una volta complici nel promuovere la propaganda degli spin doctor palestinesi. I leader e i portavoce palestinesi si sforzano di creare l’impressione che la politica di Trump riguardo a Gerusalemme porterà la regione in fiamme. Cercano anche di inviare un messaggio agli americani che le politiche del loro presidente mettono in pericolo le loro vite. In effetti, i media si sono offerti volontari per servire la campagna di intimidazione palestinese. E la convergenza dei media sulla farsa che brucia a poster a Betlemme è solo l’inizio.

Ora che i palestinesi sono riusciti, con l’aiuto dei media, a bruciare queste immagini nelle menti di milioni di americani, stanno pianificando più proteste in scena. L’obiettivo: terrorizzare il pubblico americano e costringere Trump a rescindere la sua decisione sullo status di Gerusalemme. Questa tattica di intimidazione attraverso i media non è nuova. In realtà, è qualcosa che sta accadendo da decenni, in gran parte grazie al buy-in dei media mainstream in Occidente.

Ora, giornalisti palestinesi e occidentali sono stati invitati a coprire una serie di proteste pianificate dai palestinesi nei prossimi giorni e settimane in risposta alle politiche di Trump. Ai giornalisti, compresi fotografi e troupe televisive, sono stati consegnati piani dettagliati degli eventi che si svolgeranno in diverse parti della West Bank e della Striscia di Gaza. Ai giornalisti sono state promesse altre scene di foto in fiamme di Trump e bandiere degli Stati Uniti. Alcuni giornalisti hanno persino ricevuto consigli sui luoghi in cui si suppone che si verifichino “scontri” tra i rivoltosi palestinesi e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. In altre parole, ai giornalisti è stato detto precisamente dove devono essere per documentare i palestinesi che tirano pietre contro i soldati – e ha predetto la risposta dell’IDF.

 

Ecco la parte divertente. Se, per qualsiasi motivo, le telecamere sono un no-show, è probabile che anche gli “attivisti” lo siano. Nel mondo palestinese, si tratta di manipolare i media e reclutarli a favore della causa. E la causa è sempre colpire Israele – con Trump bashing non molto indietro.

Sì, i palestinesi protesteranno nei prossimi giorni contro Trump. Sì, scenderanno in piazza e lanciano pietre contro i soldati israeliani. Sì, bruceranno le foto di Trump e delle bandiere statunitensi. E sì, proveranno a compiere attacchi terroristici contro israeliani.

Ma quando ci sediamo nei nostri salotti e guardiamo le notizie che escono dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza, chiediamoci: quanti di questi “eventi” sono, in realtà, burleschi dei media? Perché i giornalisti si lasciano ingannare dalla macchina della propaganda palestinese, che diffonde odio e violenza dal mattino alla sera? E perché i giornalisti stanno esagerando e aggravando le minacce palestinesi per la violenza e l’anarchia?

Innanzitutto, molti dei giornalisti vogliono placare i loro lettori ed editori offrendo loro storie che riflettono negativamente su Israele. Secondo, alcuni giornalisti credono che scrivere storie anti-israeliane spianino loro la strada per ottenere premi da varie organizzazioni di “segnalazione virtuosa”. Terzo, molti giornalisti credono che scrivere resoconti anti-israeliani dia loro accesso ai cosiddetti “liberali” e ad una supposta “illuminata” cerchia che romanticizza di essere “sulla parte giusta della storia”. Non vogliono vedere che 21 stati musulmani hanno cercato per molti decenni di distruggere uno stato ebraico; invece, sembrano pensare che se i giornalisti sono “liberali” e “di mentalità aperta”, devono sostenere il “perdente”, che credono siano “i palestinesi”. In quarto luogo, molti dei giornalisti considerano il conflitto tra i cattivi (presumibilmente gli israeliani) e i bravi ragazzi (presumibilmente i palestinesi) e che è loro dovere stare con i “buoni”, anche se i “bravi ragazzi” sono impegnato nella violenza e nel terrorismo.

Recentemente, oltre 300 fedeli musulmani sono stati massacrati da terroristi musulmani mentre pregavano in una moschea nel Sinai, in Egitto. Quella tragedia fu probabilmente coperta da un minor numero di giornalisti rispetto all’episodio di Trump a Betlemme. Dov’era il clamore nel mondo arabo e islamico? Ora, arabi e musulmani parlano di “giorni di rabbia” per protesta contro Trump. Perché non c’erano “giorni di rabbia” nei paesi arabi e islamici quando più di 300 fedeli, molti dei quali bambini, furono massacrati durante le preghiere del venerdì?

E ‘giunto il momento per una riflessione personale da parte dei media: desiderano davvero continuare a servire come portavoce di quegli arabi e musulmani che intimidiscono e terrorizzano l’Occidente?

I giornalisti collaborano attivamente con l’Autorità palestinese e Hamas per creare la falsa impressione che la terza guerra mondiale esploderà se l’ambasciata degli Stati Uniti viene trasferita a Gerusalemme. Centinaia di migliaia di musulmani e cristiani sono stati massacrati dall’inizio della “primavera araba” più di sei anni fa. Sono stati uccisi da terroristi musulmani e altri arabi. Lo spargimento di sangue continua fino ad oggi in Yemen, Libia, Siria, Iraq ed Egitto.

Quindi, non fraintendetene: i “fiumi di sangue” che ci stanno promettendo fluiscono mentre parliamo. Eppure, è il coltello che arabi e musulmani si prendono a vicenda la gola che è la fonte di questa corrente cremisi, non qualche affermazione fatta da un presidente americano. Forse quello potrebbe finalmente essere un evento che valga la pena di coprire i giornalisti itineranti della regione?

 

Bassam Tawil è un musulmano con sede nel Medio Oriente.

 

1555.- Hamas chiama a una nuova Intifada contro Gerusalemme capitale. Le autorità palestinesi convocano lo sciopero generale

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. L’esercito israeliano invia rinforzi. Ma l’Unione europea chiede che Gerusalemme sia anche la capitale della Palestina.

07/12/2017

AMMAR AWAD / REUTERS

L’appello di Hamas a una “nuova Intifada popolare globale” e l’invio di nuovi soldati israeliani in Cisgiordania, mentre violenti scontri si registrano già lungo il confine della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. Non sono passate neanche dodici ore dall’annuncio ufficiale di Trump su “Gerusalemme capitale d’Israele”, e già sulle agenzie scorrono le notizie di un copione di violenza che sembrava già scritto. “Facciamo appello per una nuova intifada contro l’occupazione e contro il nemico sionista, e agiamo di conseguenza”: ha affermato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, in un discorso pronunciato dalla propria abitazione a Gaza e trasmesso dall’emittente di Hamas al-Aqsa tv, mentre nelle strade della città si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti. “Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”, ha aggiunto.

Appello all’Intifada della libertà. Il leader di Hamas ha esortato tutti i palestinesi a “un’intifada popolare globale, proprio come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme” (il riferimento è all’ondata di proteste all’inizio di quest’anno contro i cambiamenti dello status quo per la Moschea di al-Aqsa (il Monte del Tempio). Haniyeh ha esortato tutte le fazioni palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per una strategia congiunta contro Israele e gli Stati Uniti.

Nel suo messaggio Haniyeh ha ricordato che 30 anni fa, il 9 dicembre 1987, prese le mosse da Gaza la prima Intifada, ossia la rivolta delle pietre. “Dobbiamo rilanciare dunque una lotta popolare generale”, ha affermato. “Facciamo appello affinché domani 8 dicembre sia il giorno in cui si scatenino la collera e la intifada palestinese contro la occupazione a Gerusalemme e nella Cisgiordania”. “La forza che abbiamo costruito, la forza della resistenza, sarà un elemento determinante per la vittoria del nostro popolo che anela a tornare sulla sua terra”, ha detto ancora Haniyeh. “Gerusalemme è la capitale del popolo palestinese. Tutta la Palestina, dal fiume (Giordano, ndr) al mare è dei palestinesi”.

 Haniyeh ha anche lanciato un nuovo appello ad al-Fatah affinché esca “dal tunnel degli accordi di Oslo”, cessi la cooperazione di sicurezza con Israele e cementi la riconciliazione e la unità nazionale palestinese. In primo luogo l’Anp di Abu Mazen dovrà annullare le sanzioni economiche inflitte alla Striscia nei mesi passati, ha rilevato il leader di Hamas.

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. Tre dimostranti palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco di militari israeliani quando stamane la manifestazione di protesta a cui partecipavano presso Khan Yunes (Gaza) ha raggiunto i reticolati della linea di demarcazione della Striscia con Israele. Lo riferiscono fonti mediche a Gaza. A Tel Aviv un portavoce militare si è limitato a confermare che in quella zona i soldati hanno disperso una manifestazione violenta palestinese.

Scontri anche in diverse località della Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. L’agenzia di stampa Maan riferisce che 16 dimostranti sono stati intossicati da gas o feriti da proiettili rivestiti di gomma in scontri con l’esercito israeliano a Tulkarem e a Qalqilya. Altri incidenti sono segnalati nella zona compresa fra Ramallah e Gerusalemme. I manifestanti, tra Gaza e la Cisgiordania, stanno dando alle fiamme bandiere americane e israeliane, così come poster di Trump e Netanyahu.

L’esercito israeliano annuncia l’invio di rinforzi. “In seguito a un esame della situazione da parte dello Stato maggiore, è stato deciso che un certo numero di battaglioni saranno inviati come rinforzo in Giudea-Samaria (Cisgiordania)”, ha reso noto il portavoce militare israeliano. Le forze armate hanno messo in stato di allerta anche altre unità, ha aggiunto, “per far fronte a possibili sviluppi” legati alle proteste palestinesi per il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele.

Le autorità palestinesi hanno proclamato per oggi lo sciopero generale in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza. Lo riporta l’agenzia Wafa che segnala uffici, negozi e scuole chiusi in molte città palestinesi. Già ieri notte, secondo la stessa fonte, ci sono state manifestazioni spontanee di protesta a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme e anche nella Striscia. Oggi a mezzogiorno (ora locale) è prevista una manifestazione presso la Porta di Damasco della Città Vecchia.

DQbpxyYUIAAKdWS

 

Netanyahu: “Altri si uniranno agli Usa”. Di fronte alla rabbia dei palestinesi il premier israeliano Benyamin Netanyahu si mostra impassibile. Anche oggi si è congratulato con Trump – “ha legato per sempre il suo nome alla storia della nostra capitale” – e ha assicurato che presto altri leader seguiranno il suo esempio. “Siamo in contatto con altri Paesi affinché esprimano un riconoscimento analogo – ha detto il premier in un discorso al ministero degli Esteri – e non ho alcun dubbio che quando l’ambasciata Usa passerà a Gerusalemme, e forse anche prima, molte altre ambasciate si trasferiranno. È giunto il momento”.

La decisione di Trump sarà oggetto di un vertice straordinario del Consiglio di Sicurezza Onu convocato per domani, venerdì, su richiesta di 15 Stati membri – permanenti e non – tra cui figurano anche Italia, Regno Unito e Francia. Proprio nel giorno in cui Hamas ha proclamato il “venerdì della collera” e “l’inizio dell’Intifada della libertà”.

1531.- IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO: ERA UNA BOMBA INNESCATA DA ANNI

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan voluto Masoud Barzani analizzato in un commento a uno scritto di Antonio Vecchio del 04/10/17

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan dello scorso 25 settembre ha rappresentato un punto di svolta per il Medioriente, non solo per le implicazioni di natura politica e territoriale, ma, anche e soprattutto, per il precedente che ha introdotto.

Il quesito proponeva la secessione della Regione Autonoma del Kurdistan (KRG) dalla Repubblica d’Iraq: un evento dalla portata dirompente non solo per l’integrità dello Stato, ma anche perché è intervenuto con forza sull’attuale assetto regionale, figlio degli accordi Sykes-Picot del 1916 con i quali Francia e Regno Unito definirono le rispettive sfere di influenza nel Medioriente.

E poiché (anche) in geopolitica i vuoti tendono sempre ad essere riempiti, tutti al momento si sono affrettati con dichiarazioni e minacce a sostegno della integrità statuale dell’Iraq.

Baghdad, ha reagito immediatamente chiudendo lo spazio aereo sul KRG e declassando l’aeroporto di Erbil a scalo nazionale.

Il parlamento iracheno ha inoltre votato la rimozione del governatore della città petrolifera di Kirkuk, reo di aver supportato il referendum, e l’invio di truppe nel suo centro urbano liberato dai Peshmerga nel 2014 e da questi tutt’ora presidiato, sul cui palazzo del governo, a inizio di questo anno, era stato issato il tricolore curdo.

Neppure Iran e Turchia, le principali potenze regionali, sono rimaste inerti temendo che l’iniziativa potesse causare un effetto domino in seno alle rispettive minoranze curde (20% degli abitanti turchi è curdo, 10% in Iran).

La Sublime Porta ha minacciato la chiusura della pipeline Kirkuk-Ceylan che porta il petrolio curdo sul mercato europeo, ha sospeso tutti i collegamenti aerei con Erbil e rimosso tre canali curdi da un proprio satellite.

L’Iran invece ha preso le distanze dall’iniziativa di Erbil chiudendo i confini (riaperti il 3 ottobre u.s.), nonostante il referendum sia stato sostenuto anche dall’Unione Patriottica dei Lavoratori (PUK), il secondo partito curdo di base a Sulemanye, tradizionalmente filoiraniano.

Teheran non può accettare ai suoi confini uno stato curdo indipendente per una serie di motivi, tra i quali la presenza al suo interno di una significativa minoranza curdo-iraniana (proprio in Iran, nel 1946, il primo tentativo di autonomismo curdo con la Repubblica di Mahabad) e il pericolo, con l’indebolimento del potere sciita a Baghdad, di perdere influenza sulla regione.

La Russia, dal canto suo, ha assunto un atteggiamento ambivalente segnato dalle recenti dichiarazioni del Ministro Sergey Lavrov alla Tv curda Rudaw, di netta contrarietà alla iniziativa di Masoud Barzani motivata dalle “considerevoli implicazioni geopolitiche, geografiche, demografiche ed economiche” ad essa correlate, cui però seguirono, lo scorso mese di agosto, quelle del vice capo Consolare a Erbil, che annunciò pieno “supporto alle decisioni prese dal popolo del Kurdistan, se frutto di un passaggio referendario”.

Per finire anche gli USA, sebbene sponsor e protettori storici del KRG, hanno a più riprese dichiarato la loro contrarietà ad un Kurdistan indipendente.

A questo punto è naturale chiedersi se il Presidente Barzani sia stato solo uno scommettitore d’azzardo che ha sbagliato l’ultima giocata puntando sul tavolo l’intero patrimonio (il KRG) oltre al nome e la storia suoi e della sua famiglia (suo nonno Mustafa Barzani, generale, fu l’epico difensore di Mahabad).

È possibile che nessuno dei consiglieri abbia saputo suggerirgli una diversa linea di condotta, fosse solo il procrastinare ad altra epoca lo svolgimento referendario?

Tutto sembrerebbe portare a tale conclusione, dato che ad oggi le conseguenze della scelta curda hanno vanificato i potenziali vantaggi.

Il congelamento delle frontiere da parte iraniana e turca unitamente alla chiusura dello spazio aereo hanno dato il colpo di grazia ad una economia in continua recessione iniziata con la caduta del costo del petrolio nel 2014 e proseguita per tutta la durata della guerra contro ISIS.

Quella del KRG rimane, infatti, una economia da “render state” totalmente incentrata sulla produzione e smercio del petrolio, e Ankara, chiudendo la pipeline Kirkuk-Ceylan affossa l’unica fonte economica: le riserve della Regione – fonte Il Sole 24 Ore – ammontano a 45 miliardi di barili, che salivano quasi a 60 comprendendovi  Kirkuk.

Elementi questi che, uniti all’isolamento di Erbil (formalmente sostenuta solo da Israele) ed alle manovre militari congiunte tra Iraq-Iran e Iraq-Turchia ai rispettivi confini con il Kurdistan, hanno rafforzato l’ipotesi di un vero e proprio azzardo strategico da parte della leadership curda.

La partita di Barzani può però avere avuto una sua logica ben precisa.

Uno stato curdo indipendente avrebbe creato e creerebbe, infatti, una interruzione della dorsale sciita che da Teheran giunge a Hezbollah in Libano passando per l’Iraq e la Siria, alla cui costituzione gli USA hanno grandemente contribuito nel 2003 consegnando Baghdad agli sciiti.

In tale ottica, le dichiarazioni formali statunitensi contro il referendum sarebbero state espressione di un gioco delle parti nel quale ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole: un Kurdistan indipendente, visto da una prospettiva diversa, finirebbe, comunque, per indebolire l’influenza iraniana nell’area, proprio come si propone l’attuale amministrazione USA.

Circa, poi, la posizione turca con la minaccia di interrompere le relazioni economiche. Anche in questo caso, dalle minacce di embargo e di chiusura della pipeline non necessariamente deve sortire alcun provvedimento reale.

Il cliente curdo è funzionale all’economia turca – Ankara è il primo partner economico con circa 4000 compagnie presenti – e la sospensione dei rapporti causerebbe enormi perdite sul piano delle transazioni commerciali finanziarie.

Gli interessi commerciali di Ankara nel KRG ammontano a circa 9 miliardi di dollari, cui di recente si è aggiunto un accordo petrolifero della durata di 50 anni per lo sfruttamento e il trasporto di petrolio grezzo curdo, i cui benefici verrebbero annullati tout court dalla chiusura della citata pipeline con danni enormi per un Paese come la Turchia di progressiva industrializzazione.

Senza considerare che una iniziativa unilaterale di rottura delle relazioni commerciali finirebbe per agevolare gli interessi economici del competitor persiano, tradizionalmente molto attivo nell’area.

La carta petrolifera potrebbe fare la differenza anche nell’approccio russo al problema curdo.

Mosca è grandemente interessata al petrolio curdo, sia perché è di facile estrazione peraltro poco costosa, ma anche perché GAZPROM e ROSNEFT, le due OIL Company presenti da tempo, hanno investito ingenti risorse nella Regione e subirebbero forti perdite in caso di chiusura della pipeline (ROSNEFT, a sette giorni dal referendum, ha firmato un accordo con il KRG per la costruzione di gasdotti sino in Turchia) .

I rapporti di Mosca con il KRG sono antichi – (Mustafa Barzani – foto sopra – visse per oltre 10 anni in Unione Sovietica dopo la fallita esperienza indipendentista di Mahabad) – e pensare ad una improvvisa chiusura non è ragionevole, vista la tendenza russa a sfruttare le situazioni per trarne il maggior vantaggio.

Se a questo si aggiunge che la presenza di un interlocutore affidabile, ed Erbil lo è da anni per Mosca e Ankara, introduce un fattore di stabilità nell’intera area, certamente preferibile ad una situazione di progressivo caos nella quale anche Israele rischierebbe di avere un ruolo, la scommessa di Masoud Barzani parrebbe rispondere ad una strategia ben precisa, potenzialmente in grado di produrre per il KRG risultati migliorativi del quadro attuale.

Magari solo una rivisitazione in chiave estensiva dei confini attuali del KRG comprendenti anche Kirkuk (originariamente curda, arabizzata da Saddam), in un quadro statuale federale, rimandando ad altro momento, con modalità da concordare con la controparte irachena, la celebrazione di un referendum questa volta non consultivo.

Risultato di grande rilievo, che ascriverebbe Masoud Barzani a pieno titolo tra i padri della Nazione, proprio come suo padre Mustafa; per il vecchio presidente ormai prossimo a cedere il comando, un traguardo considerevole che lo consegnerebbe alla storia.

(foto: U.S. DoD / Rudaw / Türk Silahlı Kuvvetleri / web)

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

DPkmXMuWAAI7b82

Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

IMG_3290_MGTHUMB-INTERNA

IMG_3269_MGTHUMB-INTERNA

 

Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
Schermata 2017-11-27 alle 09.36.12.png

Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

Schermata 2017-11-27 alle 09.19.10
Schermata 2017-11-27 alle 09.19.33

DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)

1529.- LO STRANO CASO DEL “PRIGIONIERO” HARIRI. INIZIATA LA SPARTIZIONE DEL LIBANO

17/11/17

Nella sua prima uscita pubblica davanti alle telecamere di Future TV, Saad Hariri, debilitato e quasi in lacrime, ha affermato: “il regime siriano mi vuole morto. Così ho rassegnato le dimissioni prendendo tutte le precauzioni per la mia sicurezza. Poiché il re saudita mi considera come un figlio, anche se non siamo d’accordo proprio su tutto, sono venuto a Riad”. E infine: “Non sono nemico di Hezbollah, ma non posso neanche permettere che loro rovinino il Libano”.

La CNN ha immediatamente rilanciato, annunciando che il premier libanese era sostanzialmente prigioniero dei sauditi, riprendendo quanto asserito nel corso dell’intervista – di ben 80 minuti – alla giornalista Paula Yacoubian, che aveva poi dichiarato impossibile, viste le sue condizioni, convincere chiunque al mondo che non fosse agli arresti a Riad.

Certo Hariri, che è anche cittadino saudita, è sempre stato appoggiato dalla famiglia reale, ma evidentemente il misterioso incontro con l’emissario dell’Iran immediatamente prima di partire per Riad può essere stato il casus belli che ha scatenato tutti i successivi eventi.

 

Vale la pena a questo punto ricapitolare la vicenda: Hariri – primo ministro per un accordo tra il presidente Michel Aoun e Hezbollah – il 3 novembre ha incontrato a Beirut, rompendo il protocollo perché la visita non era preannunciata, Ali Akbar Velayati (foto a dx), eminenza grigia e principale consigliere di politica estera di Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Velayati sembra abbia portato le istanze dell’ormai consolidato asse russo-iraniano-hezbollah per appoggiare Assad e orientare in tal senso tutte le mosse future del governo libanese.

Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, insieme alla recentissima scoperta da parte dell’intelligence saudita che un battaglione Hezbollah ha affiancato gli Houti nel pantano yemenita e che Hariri lo sapeva e non aveva mosso un dito per fermare i miliziani sciiti libanesi.

Da qui il volo a Riad, per riaffermare la sua lealtà al trono saudita, a Trump e alla coalizione sunnita, della quale il premier libanese fa parte. In Libano infatti il presidente spetta ai cristiano-maroniti (Michel Aoun), il primo ministro ai Sunniti e il presidente del Parlamento ad uno sciita.

Se così fosse, ha dato le dimissioni protetto dai sauditi e non da loro prigioniero. Lo avrebbe quindi fatto per rimescolare le carte e far uscire allo scoperto i filo-iraniani, protetti ormai apertamente dal fido presidente Michel Aoun, vecchio generale rotto a tutte le alleanze, anche le più imprevedibili, pur di restare a galla.

 

Sta di fatto che Saad Hariri non è rientrato in Libano, fino ad oggi, temendo che Hassan Nasrallah (foto a sx), leader di Hezbollah, che dopo la sopravvivenza di Assad in Siria con il suo poderoso aiuto è più forte che mai, gli avrebbe preparato il suo funerale, come accaduto al padre Rafik Hariri nel 2005.

A completare il quadro, il 15 novembre Nahra Hariri, 51 anni, fratello del premier, ha dichiarato che Hezbollah sta tentando di prendere il controllo totale del Libano e ha ringraziato i sauditi per il supporto dato al governo liberamente eletto e a Saad.

Aoun, l’obliquo presidente, ha invece affermato che Hariri è stato catturato nell’ambito delle purghe effettuate in Saudi Arabia nella campagna anticorruzione, distorcendo la realtà che vede retate e uccisioni volute dall’erede al trono Salman per consolidare il proprio potere a corte, indebolito dopo le sconfitte in Yemen subite dalle forze armate saudite, da lui inizialmente baldanzosamente guidate.

In sintesi tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani.

E come in tutti i recenti avvenimenti nel Mediterraneo, non poteva mancare l’inserimento della Francia nella drammatica vicenda: Macron ha invitato Hariri a Parigi. Le notti parigine e l’intelligence francese lo attendono. La nuova spartizione del Libano sta per cominciare.

Prof. Arduino Paniccia

1512.- “Un piccolo intervento vittorioso”

mk-83-770x512

Gli italiani conoscono del genocidio saudita nello sopratutto per le immagini dei carichi di bombe tedesche, fabbricate in Sardegna e in partenza da Cagliari-Elmas e per l’opera di pochi giornalisti; ma, dietro i sauditi si muovono sempre gli attori del confronto in atto fra Iran e Israele, per il controllo di quelle aree nevralgiche e il perenne conflitto fra sciiti e sunniti, che mina il mondo arabo. Propongo questa analisi dell’intervento dell’Arabia Saudita nello Yemen di Vojna Istorija Politika, del 14 novembre 2017, rilanciata da Aurora.

 

 

 

1443710683presentation1Intervento nello Yemen

La guerra nello Yemen è poco coperta dai media mondiali,la cui attenzione è attirata dai combattimenti in Siria e Iraq. Tuttavia, l’aggressione scatenata dalla coalizione a guida saudita contro la repubblica è uno dei più grandi conflitti armati del nostro tempo e ha messo in pericolo la vita di milioni di cittadini della repubblica.

L’intervento nello Yemen fu il risultato della rivolta degli huti che rovesciò il presidente pro-sauditi Hadi nel gennaio 2015 e concluse un’alleanza con i sostenitori dell’ex-presidente Salah, dalla cui parte c’era l’esercito dello Yemen. Il 15 febbraio, gli huthi lanciarono l’assalto ad Aden, nel sud del Paese e nuova capitale delle forze fedeli ad Hadi. Il 21 febbraio, Hadi fuggì da Sana ad Aden, che però fu quasi completamente presa dagli huti il 25 marzo. Hadi fu costretto a fuggire dal Paese. L’avvento al potere degli huti, che professavano l’islam sciita e stabilirono immediatamente relazioni amichevoli con l’Iran, destò l’allarme nella vicina Arabia Saudita. Riyadh non poté perdonare i vicini per il rovesciamento del fantoccio Hadi. All’inizio di febbraio iniziò il trasferimento di truppe al confine con lo Yemen. La situazione fu aggravata dal fatto che le province yemenite che confinavano con l’Arabia Saudita erano abitate da sciiti, che, influenzato dai correligionari yemeniti, erano pronti alla rivolta contro Riyadh. Hadi si appellò ai sauditi e parlando alla Lega araba chiese l’ingresso di truppe straniere nello Yemen al fine di riprendere il potere. Quindi, il presidente in fuga divenne essenzialmente un collaborazionista dei sauditi.
dnuc2ckx0aecgd8-large

A fine marzo 2015, l’Arabia Saudita formò una coalizione di Paesi arabi per intervenire nello Yemen. Per l’operazione venne formato un significativo gruppo aereo a cui fu assegnato il ruolo principale nell’intervento. Il gruppo aereo della coalizione comprendeva circa 100 aerei da guerra sauditi, tra cui F-15S, Tornado IDS e Typhoon, coadiuvati dalle aerocisterne A330 e da elicotteri di ricerca e salvataggio Cougar. I caccia Typhoon e F-15S erano equipaggiati di container per la designazione dei bersagli Damocles e da ricognizione DB-100, e armati di bombe guidate Paveway e JDAM. Le forze di supporto consistevano in UAV e aerei-radar E-3A e Saab 2000 Erieye. Il secondo contingente aereo era degli EAU, con 30 velivoli, tra cui F-16E/F, Mirage 2000 e almeno un aerocisterna A330. Altri tipi di velivoli erano 15 caccia F/A-18C del Quwayt, 10 Mirage-2000 del Qatar, 15 caccia F-16 del Bahrayn, 6 dell’Egitto, 6 del Marocco e 6 della Giordania e 3 bombardieri Su-24M del Sudan.
A prima vista, l’operazione della coalizione saudita sembrava destinata al successo. L’esercito saudita, che aveva uno dei più grandi budget del mondo, era semplicemente pieno di armi moderne. I partner della coalizione Qatar, Quwayt e Emirati Arabi Uniti non erano di molto inferiori ai sauditi. Tuttavia, nonostante i costi enormi e l’acquisto di armi moderne, l’esercito saudita non aveva esperienza in combattimento, e in effetti era un colosso dai piedi d’argilla. Anche prima dell’inizio dell’operazione, molti analisti menzionarono questo fattore, e sottolinearono che a causa delle numerose guerre civili, gli yemeniti superavano seriamente la coalizione nell’esperienza operativa. Numerosi esperti russi predissero che l’Arabia Saudita avrebbe avuto una lunga guerra nel territorio dello Yemen. Tuttavia, la realtà si rivelò anche peggiore per i sauditi. La guerra civile del 1994 nello Yemen trasformò il Paese in un mercato delle armi. Lo Yemen era letteralmente imbottito di armi degli anni ’70-’80. È interessante notare che carri armati statunitensi M-60 e carri armati sovietici T-80BV acquistati in Bielorussia, erano nelle forze armate della repubblica. In grandi quantità c’erano carri armati T-55 e T-62 prodotti nell’URSS, così come T-55AM2 di produzione ceca. Dopo il rovesciamento del regime Hadi, lo Yemen ricevette una grande quantità di armi dall’Iran. Queste forniture aumentarono drasticamente il numero di armi anticarro degli huti e che svolsero un ruolo enorme. Con nostro grande dispiacere, la difesa aerea della Repubblica era poco sviluppata, i sistemi SAM e radar sovietici degli anni ’70 non erano in grado di respingere le massicce incursioni della coalizione saudita. Inoltre, lo Yemen mancava di aerei moderni. Le due dozzine di MiG-29 disponibili non potevano resistere all’aeronautica della coalizione, perciò la parte dell’esercito dello Yemen fedele a Salah non cercò di combattere per la supremazia aerea. Inoltre, l’Esercito yemenita era armato di sistemi missilistici Scud, Tochka-U e R-17, così come di sistemi missilistici terra-terra consegnati dall’Iran. Le forze armate yemenite possedevano sistemi missilistici anti-nave sovietici e iraniani. Il vantaggio principale degli huti e dei sostenitori di Salah rispetto la coalizione araba era l’esperienza di combattimento e un alto livello di addestramento. Un ruolo significativo fu svolto anche dagli istruttori iraniani impegnati nella preparazione delle forze anti-saudite. Inoltre, una parte significativa degli alti ufficiali yemeniti fu addestrata da specialisti sovietici. L’istruzione appresa in epoca sovietica, fu presto dimostrata agli interventisti.
Il 25 marzo, l’aviazione della coalizione lanciò le operazioni contro lo Yemen, soprannominata “tempesta della determinazione”. Prima di tutto, furono colpite le basi aeree yemenite, così come le posizioni di SAM e stazioni radar nelle vicinanze di Sana. Le forze aeree della coalizione agirono nelle migliori tradizioni dell’aviazione statunitense, sopprimendo l’aviazione e la difesa aerea del nemico, assicurandosi in tal modo la supremazia aerea. Per ragioni tecniche, un caccia saudita si schiantò, fu la prima perdita della coalizione durante la campagna. Tuttavia, nonostante i massicci attacchi aerei, gli huti guadagnarono il controllo di altri territori: il 31 marzo, i sostenitori di Hadi furono espulsi dal centro amministrativo della provincia di al-Dali. Il 6 aprile, gli huti presero il porto di Aden. Seri combattimenti vi furono nella provincia di Taiz. Sotto il controllo dei sostenitori di Hadi rimasero solo le province orientali e nord-orientali del Paese. Durante questo periodo, i terroristi di al-Qaida (AQAP) SIIL operanti nello Yemen fin dai primi anni 2000 si attivarono nelle retrovie dei sostenitori di Hadi, i cui militanti locali, dopo essere giunti al potere, giurarono fedeltà ad al-Baghdadi. Di fatto, gli islamisti scatenarono la guerriglia dietro i sostenitori di Hadi, che tuttavia non gli impedì di combattere gli huti, che entrambe le organizzazioni terroristiche considerano i principali nemici nello Yemen. Il 21 aprile, l’aeronautica della coalizione effettuò 2300 sortite, assicurandosi il dominio nell’aria. Tuttavia, le perdite degli huti e dell’esercito yemenita causate dagli attacchi aerei durante questo periodo si rivelarono modeste, il che gli permise di continuare l’offensiva, espandendo il territorio controllato. Lo stesso giorno, la coalizione annunciò la fine dell’operazione Tempesta della determinazione e l’inizio di una nuova fase della campagna chiamata Ritorno della speranza. Durante questo periodo, il numero di attacchi aerei contro gli huti aumentò drammaticamente. Inoltre, le forze aeree della coalizione inflissero una serie di attacchi alle città controllate dal nemico, che provocarono numerose vittime civili e la distruzione delle infrastrutture civili. L’aviazione saudita cercò d’indurre i civili ad opporsi agli huti con gli attacchi aerei, la cui presenza negli insediamenti sarebbe stata causa. A fine agosto, a seguito di attacchi aerei, furono uccisi circa 2000 civili. Huti e l’esercito yemenita avrebbero continuato a reagire. Nel maggio 2015 iniziarono le incursioni delle unità yemenite nelle province dell’Arabia Saudita al confine con la Repubblica. Qui un ruolo enorme fu svolto dal morale estremamente basso dell’esercito della monarchia mediorientale. Spesso, i soldati sauditi semplicemente abbandonarono le postazioni di frontiera, attaccati dagli huti, lasciando armi e attrezzature. Particolarmente acuto per i sauditi fu la situazione nella provincia di Najran, dove la popolazione sciita locale, col sostegno degli huti, effettivamente si ribellò a Riyadh. A fine maggio, unità dell’esercito yemenita iniziarono a lanciare attacchi missilistici sul territorio saudita, usando prima i missili Scud e poi i missili Tochka-U più avanzati. Il 25 maggio, a causa dell’attacco ala base aerea Qamis Mushayt, nella provincia di Asir, diversi aerei sauditi furono distrutti nella base, secondo dati non ufficiali: i sistemi “Patriot” dei difesa aerea dell’Arabia Saudita intercettarono solo un quarto dei missili.

leclerc-openphotonet_pict6015_0

In the summer of 2015, the United Arab Emirates threw two battalions of Leclercs into the civil war in Yemen — and from the few sketchy reports, it seems the tank has fared better than the American-made M-1 Abrams has done in the same conflict.

Nel maggio 2015 si rinnovarono i feroci combattimenti per Aden. E insieme ai sostenitori di Hadi nei combattimenti urbani parteciparono attivamente le forze speciali saudite. A luglio, i sostenitori di Hadi con l’appoggio degli interventisti ripresero il controllo del porto di Aden, dove il trasferimento di mezzi corazzati della coalizione iniziò immediatamente. Il 14 luglio, i sostenitori di Hadi rivendicarono il pieno controllo su Aden, anche se in realtà i combattimenti continuarono per tutto il mese. I continui contrattacchi degli huti rallentarono l’avanzata del nemico, mentre nella base aerea al-Anad, 60 km a nord di Aden, si svolsero battaglie feroci. Gli interventisti riuscirono ad occupare la base solo dopo il trasferimento nell’area di carri armati AMR-56 Leclerc delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che giocarono un ruolo chiave nell’assalto. Nel corso delle battaglie per la base aerea, i Leclerc dimostrarono un’elevata protezione, alcun carro armato fu distrutto dalle armi anticarro e anche all’inizio di agosto, attraverso le province settentrionali dello Yemen, grandi forze di sostenitori di Hadi entrarono nel territorio del Paese, sostenute da unità regolari dell’esercito saudita. Nello stesso periodo le incursioni degli huti continuarono nelle province di frontiera dell’Arabia Saudita, e il più “avanzato esercito del mondo” perse almeno 8 carri armati, tra cui gli Abrams distrutti il 6 agosto. La caduta di Aden fu forse il più grande successo della coalizione nell’intera guerra. Inoltre, le azioni aeree della coalizione causarono perdite tangibili ai sostenitori di Salah, che persero in questo periodo circa 30 veicoli corazzati. L’avanzata territoriale degli huti cessò. Durante questo periodo, la coalizione perse un F-16 dell’Aviazione marocchina nella provincia di Sada, oltre a tre elicotteri AN-64 Apache, due dei quali abbattuti nella provincia saudita di Najran, e un altro nella provincia yemenita di Marib. L’offensiva guidata dalla coalizione lungo la strada Aden-Abyan causò agli interventisti gravi perdite di blindati. Fu lì che un BMP-3 fu distrutto con un gruppo di sostenitori di Hadi. Il 25 agosto nella provincia di Bayda furono distrutti da un’imboscata dei blindati degli Emirati Arabi Uniti. I militari degli Emirati persero immediatamente 11 MUP Oshkosh, alcuni dei quali abbandonati dagli equipaggi e successivamente bruciati dagli huti. Dei blindati furono catturati e fatti sfilare in una parata militare del 24 agosto. Gli huti distrussero 2 carri armati Abrams nella provincia di Jizan, e la spettacolare esplosione di munizioni di uno dei carri armati fu ripresa in un video che scioccò i fan degli Abrams di tutto il mondo; il 2 agosto a Jizan, altri 2 Abrams furono distrutti. A fine agosto, il blitzkrieg della coalizione divenne un fiasco completo: i difensori e gli interventisti di Hadi rimasero bloccati in aspre battaglie nelle province di Taiz, Marib e Bayda. Le perdite contarono decine di veicoli corazzati: il 4 settembre, a seguito del lancio di un missile “Tochka-U”, 52 militari degli Emirati Arabi Uniti, 10 soldati sauditi e 5 cittadini del Bahrayn furono uccisi nella base della coalizione di Marib. Il numero totale di morti, tenendo conto dei sostenitori di Hadi, superò i 100. Un gran numero di mezzi corazzati e autoveicoli fu distrutto e a metà settembre più di 20 blindati sauditi furono distrutti a Marib in tre giorni. Le gravi perdite di soldati costrinsero il comando della coalizione a sostituirli con sostenitori di Hadi. Inoltre, un contingente sudanese fu inviato nel conflitto; il suo governo aveva ricevuto importanti aiuti finanziari per impiegarne i soldati come carne da cannone nello Yemen. Dal settembre 2015, l’aviazione degli EAU iniziò a fornire supporto aereo ai sostenitori di Hadi, partendo dalle basi in Eritrea, riducendo significativamente il tempo di volo per gli attacchi aerei. Nel tentativo di ridurre il costo della campagna aerea, la leadership degli Emirati sempre più utilizzò negli attacchi aerei gli “Aerotractor” AT-802U, molto più economici di Apache e F-16. Nell’ottobre 2015, un contingente sudanese arrivò nello Yemen, e vi furono segnalazioni di mercenari colombiani che operavano nelle PMC regionali.

Schermata 2016-08-31 alle 09.54.44.png

Dall’Iraq alla Libia, alla Siria, allo Yemen, lo spettacolo è sempre quello di un mondo arabo che va in pezzi.

Nel 2016, la guerra nello Yemen divenne di posizione. Le forze di Hadi erano a mezzo chilometro nell’area di Taiz, ma gli huti non avevano abbastanza forza per tagliare completamente le comunicazioni dei collaborazionisti. L’aviazione della coalizione continuò ad attaccare obiettivi nello Yemen, causando centinaia di vittime tra i civili. Huti ed alleati dell’esercito yemenita continuarono i raid nelle province di confine dell’Arabia Saudita e compirono attacchi missilistici contro obiettivi in Arabia Saudita, eliminando decine di soldati aggressori. Gli islamisti delle organizzazioni terroristiche SIIL e AQAP, che presero il controllo di intere aree nel sud e nell’est del Paese, approfittarono della situazione. Il 1° ottobre 2016, un missile antinave huti colpì il trasporto veloce HSV-2 Swift degli Stati Uniti e noleggiato dagli Emirati Arabi Uniti, subendo danni significativi dopo un incendio. Successivamente, nel gennaio 2017, gli huti danneggiarono una fregata della Marina dell’Arabia Saudita. A metà giugno, a seguito di un attacco missilistico, una seconda fregata della Marina saudita subì danni significativi, ma rimase a galla. Nel 2017, anche i combattimenti nello Yemen furono di posizione. A maggio, il contingente sudanese, il cui governo, per ripagare i finanziamenti, utilizzava i soldati come carne da cannone nell’interesse di Riyadh, cercò di avviare una propria offensiva nel deserto del Midi, conclusasi con la completa distruzione dei mercenari africani. Nell’autunno 2017, huti ed esercito dello Yemen intrapresero un’offensiva nella provincia di Taiz, che portò a feroci battaglie di posizione, durante le quali nessuno ottenne un successo decisivo. In generale, al momento, entrambe le parti del conflitto sono in una situazione di stallo, incapaci di ottenere una vittoria decisiva. Gli huti controllano le province occidentali del Paese, inclusa la capitale. L’Iran fornisce un’estesa assistenza alle forze anti-saudite, conducendo efficacemente una “guerra ibrida” contro l’Arabia Saudita che tramite sostenitori di Hadi ed interventisti controlla le province meridionali e orientali. Nella retrovie della coalizione, gli islamisti di AQAP e SIIL dilagano, come esemplificato dal recente attentato ad Aden. In seguito a bombardamento e blocco della coalizione, lo Yemen è sull’orlo di un enorme disastro umanitario. La popolazione soffre fame e colera. Tuttavia, il mondo civile non bada a questi problemi proseguendo la cooperazione militare e tecnica con Riyadh.
Durante l’intervento, le perdite aeree della coalizione fu di 8 aerei, per lo più persi per ragioni tecniche, e almeno 14 elicotteri. Le vittime degli interventisti nelle forze armate sono silenziose, si sa solo che alla fine di settembre almeno 412 militari sudanesi furono uccisi nello Yemen. L’Arabia Saudita ha perso almeno 42 carri armati durante il conflitto, le perdite totali di blindati superano i 300 veicoli. Gli Emirati Arabi Uniti hanno perso almeno 150 veicoli corazzati. Le perdite totali degli interventisti sono stimate in migliaia di militari. Una piccola guerra vittoriosa si è trasformata in un grosso problema per Riyadh. “Il principale esercito della pace”, nonostante gli enormi finanziamenti, si è dimostrato non solo incapace di prendere il controllo del territorio dello Yemen, ma anche di proteggere il proprio territorio dalle incursioni via terra e missilistici dell’esercito dello Yemen. Lo Yemen è diventato un buco nero per i sauditi che, con i bassi prezzi del petrolio, esaurisce finanze, vite umane ed influenza regionale del regno.

yemen-civil-war

La chiamano Civil War..

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1503.- La Siria, lo scorso marzo, abbattè due aerei nemici. Uno era un F-35 israeliano?

s-200_missile-1.jpg

Il 17 marzo, aviogetti da combattimento israeliani avevano “violato lo spazio aereo siriano nelle prime ore del mattino ed attaccato un obiettivo militare vicino Palmyra, con un atto di aggressione a sostegno dello Stato islamico“. Gli aerei dell’IAF attaccavano obiettivi presso Palmyra, da pochi giorni liberata dal V Corpo dell’Esercito arabo siriano, un’unità addestrata dagli istruttori militari russi.
Il raid aereo, che secondo Tel Aviv era destinato contro un convoglio di Hezbollah, avveniva lontano dal confine con il Libano e dall’impianto SSRC presso Damasco, collegato ad Hezbollah. Il Ministero della Difesa siriano dichiarava che la difesa aerea aveva abbattuto un aereo israeliano sulla Palestina e danneggiato un altro. Invece i media israeliani riferirono che il radar Super Green Pine del sistema d’intercettazione antimissile Hetz (Arrow 2) avrebbe rilevato un missile antiaereo strategico S-200 siriano sui quartieri meridionali di Gerusalemme e la valle del Giordano. Se i resti del missile Hetz venivano rinvenuti ad Irbid, nel nord della Giordania, non veniva rinvenuto alcun resto del presunto missile siriano. Se il radar di allerta precoce del sistema Hetz aveva scambiato i frammenti dell’S-200 per un missile balistico, dove erano quindi finiti?
Le Forze di Difesa Israeliane affermarono che gli aerei israeliani avevano preso di mira “diversi obiettivi in Siria”, lontano dal confine tra Israele, Siria e Giordania, e che “diversi missili antiaerei furono lanciati dalla Siria“; una dichiarazione apparentemente anodina, ma in realtà insolita, in quanto è politica delle IDF non pubblicizzare gli attacchi aerei contro la Siria e il Libano. Le IDF riconoscono solo il bombardamento del territorio siriano al confine con Israele. Inoltre, se l’attacco israeliano avveniva a centinaia di chilomentri dal territorio israeliano, perché lanciarono gli intercettori del sistema Hetz su Gerusalemme? Infatti, gli S-200 non rappresentano una minaccia per il territorio d’Israele. Inoltre, il sistema Hetz non è destinato ad intercettare missili antiaerei, non essendo presenti nella banca dati del sistema “che dovrebbe monitorare automaticamente la traiettoria e prevedere il punto d’impatto del missile, prima di lanciare il missile antibalistico”. Il missile S-200 viene spinto da 5 booster, che una volta staccatisi dal corpo centrale del missile, creano 5 bersagli. Non è mai stato svolto, per il sistema Hetz, un test per affrontare una situazione del genere.

 

Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate siriane aveva dichiarato che, “aerei da guerra israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano alle 2:40 su al-Baraj e si erano diretti ad est, presso Palmyra, per bombardare le installazioni militari siriane. Si annuncia con certezza che i missili del nemico non hanno causato alcun danno sul nostro territorio, non avendo raggiunto i loro obiettivi. Credo che l’aviazione israeliana sia scioccata da velocità, efficienza e accuratezza mostrata dall’Esercito arabo siriano nel proteggere il proprio spazio aereo. Le nostre forze della difesa aerea possono seguire il nemico anche sui cieli giordani e colpirlo in qualsiasi momento sulla Siria“. Il direttore del servizio informazioni dell’Esercito arabo siriano, Colonnello Samir Sulayman, spiegava che la decisione su eventuali nuove azioni dell’Esercito arabo siriano contro gli attacchi israeliani “non possono che essere adottate dal comando militare siriano“. La rapida risposta all’aggressione israeliana, per la prima volta nel conflitto, indica la decisione di Damasco, Teheran e Bayrut di mostrare le proprie capacità militari tutt’altro che degradate anche dopo sei anni di guerra di 4.ta generazione scatenatagli contro dalla NATO. Difatti, Damasco considera Israele stretto alleato dei terroristi in Siria, dato che l’aggressione alla Repubblica Araba Siria avviene sul campo tramite il ramo mediorientale della rete terroristica atlantista StayBehind/Gladio, ovvero Gladio-B. Quindi, Israele, alleato militare della NATO, ovviamente interviene spesso a supporto delle forze terroristiche dell’alleato atlantista. Assad aveva chiarito che a sostenere direttamente i terroristi sono NATO e Israele, “Se si vuole parlare del ruolo europeo in Siria, od occidentale, se guidato dagli statunitensi, l’unico ruolo svolto è sostenere i terroristi. Non supportano alcun processo politico. Ne parlano solo… Israele dall’altro lato sostiene direttamente i terroristi, logisticamente o con incursioni dirette sul nostro esercito”.
Il quotidiano israeliano Haaretz arrivava a scrivere, “Presumibilmente la salva antiaerea siriana è stato un segnale ad Israele che la politica di moderazione verso le incursioni aeree non rimarrà la stessa. I recenti successi del Presidente Bashar Assad, in primo luogo la conquista di Aleppo, hanno apparentemente aumentato la fiducia del dittatore. Israele dovrà decidere se l’esigenza operativa, per contrastare l’invio di armi avanzate ad Hezbollah, giustifichi anche il possibile rischio di abbattere un aviogetto da combattimento israeliano e un conflitto con la Siria. Vi è la domanda interessante se un sistema radar sia stato schierato dal nuovo grande amico d’Israele, la Russia, proprio una settimana dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu era tornato da Mosca, dopo l’ennesima visita al Presidente Vladimir Putin. Si può immaginare che la comunità d’intelligence sarà interessata a sapere se la decisione siriana di rispondere al fuoco sia stata coordinata con i collaboratori e partner di Assad: Russia, Iran e Hezbollah”. Ron Ben-Yishai, esperto militare del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, osservava che “missili sono stati utilizzati nella risposta siriana, causando la caduta di uno dei quattro caccia israeliani. Assad sembra avere totale fiducia in sé stesso. Se questa volta ha risposto al raid israeliano è perché ha il sostegno di Putin. E per la prima volta, il regime siriano ha lanciato missili S-200 agli aerei israeliani. L’uso da parte del regime siriano degli S-200 per ritorsione contro Israele, segna un punto di svolta: la presenza russa e iraniana e la vittoria ad Aleppo permettono ad Assad di ricorrere alle armi strategiche contro i nemici e di non avere più paura. Il lancio degli S-200, mentre gli aerei israeliani erano lontani dal territorio siriano, è un avvertimento. Tutto può cambiare nel giro di pochi secondi e un vero e proprio confronto potrebbe avvenire“.
Il delirio di onnipotenza dei sionisti, non li sottrae dal terrore di trovarsi di fronte l’Asse della Resistenza tutt’altro che indebolito, ma in via di rafforzamento e consolidamento; e questo dopo non solo che le varie organizzazioni terroristiche islamo-atlantiste (al-Qaida, Stato islamico/Gladio-B, Esercito libero “siriano”, bande salafite, naqshbandi, di traditori sadamiti, neo-ottomani ed altro pattume) vengono demolite dalle forze armate siriane, irachene, iraniane e della Resistenza, ma anche le organizzazioni terroristico-spionistiche di NATO, Turchia, Israele e petromonarchie associate, con le relative appendici (governo al-Saraj in Libia, Sudan, Eritrea, Giordania), vengono devastate sia sul campo che nell’infosfera, tanto che le alleate multinazionali della disinformazione (CNN, FoxNews, LeMonde, Reuters, ANSA, AFP, AP, ecc.) invocano la repressione dell’informazione, vedendosi costrette a stringere i ranghi con i supporter della loro supposta “libera informazione”, ovvero le intelligence di USA, Regno Unito, Israele e Stati-vassallo della NATO e relative appendici “mondane”, come ONG (quali i Caschi Bianchi o Emergency), massmedia pseudo-indipendenti (un’infinità), organizzazioni filo-taqfirite (come la sinistra italiana, dal sindaco Sala ai centri sociali), financo ad autori, attori, registi, soubrette, boldrine, chiese di finti oppositori al sistema, ed altri spacciatori.
Il 2016 è stata una tale debacle per questa frazione elitaria dell’occidente, che oramai, preda del terrore e agendo come una scimmia armata di pistola, circola sparando a tutto ciò che non si conforma al bel mondo virtuale che si è fabbricato con solerzia fin dal 1989.

 

The Syrian Army says its forces have shot down two Israeli aircraft over Golan Heights. The Syrian Air Defense shot down an Israeli warplane in southwest of the town of Quneitra in the hourly hours of Tuesday after it pounded military’s positions in the area. An Israeli reconnaissance drone was also hit later in west of the town of Sa’asa. The Israeli military has denied that any of its aircraft was downed. It says two missiles that were fired at its warplane missed their target. Israel earlier confirmed that its warplanes flew over the Syrian airspace in response to a mortar fired from Syria. Alaa Ebrahim Press TV.

Israele ha ordinato prima 19, poi 14 e, infine, altri 17 F-35A con il meccanismo delle Foreign military sales, cioè è il governo statunitense che effettivamente compera gli aerei e poi li “rivende” agli israeliani. Gli F-35A, portati alla versione I, sono stati ribattezzati Ha’adir o Adir, in ebraico Il Grande. Dal dicembre scorso ad oggi, Israele ha già ricevuto sette Adir inquadrati nello squadrone Golden Eagle che continua a svolgere test di volo. Il 140° sarà dichiarato Combat Ready (operativo), con i primi 9 velivoli, entro le fine dell’anno in corso.  L’ F-35 Adir equipaggerà in tutto due squadroni, schierati entrambi nella base aerea di Nevatim, nel Sud di Israele.

F-35-Jet-Adir

L’F-35 di Israele, rappresenta un tassello aggiuntivo molto importante per il mantenimento della superiorità militare di Israele nell’area del Medio Oriente, grazie alle avanzate capacità di affrontare le minacce emergenti, come missili all’avanguardia, e di assicurare la protezione dello lo spazio aereo. L’F-35 è stato scelto perché combina una tecnologia stealth avanzata che garantisce la bassa osservabilità con la velocità e l’agilità di un caccia, un sistema di sensori totalmente integrato, la capacità netcentrica nelle operazioni e il supporto avanzato. Il Ministero della Difesa israeliano ha chiesto di estendere il raggio d’azione dell’F-35 di almeno il 30%. L’F-35 israeliano sarà senza dubbio caratterizzato dai sistemi avanzati per la comunicazione satellitare delle forze aeree israeliane e riceverà serbatoi supplementari specifici così da non inficiare il profilo del caccia e le sue caratteristiche stealth. Israele è interessata ad estendere il raggio d’azione dello JSF per ridurre i rifornimenti in volo nelle missioni a lungo raggio. L’attuale raggio d’azione di un F-35 è di circa 1150 km. Se l’F-35 israeliano incrementasse del 30% il suo ‘flight range’ potrebbe colpire obiettivi iraniani. Tuttavia, anche con questa maggiore capacità, il caccia avrebbe sempre necessità di un rifornimento in volo, considerando che gli obiettivi iraniani si trovano ad una distanza minima di almeno 1000 km. In ogni caso, Israele ha le capacità di modificare pesantemente l’F-35, stravolgendone anche la cellula, come ha già fatto con gli F-4, F-15 ed F-16.

Israele non ha messo una lira per la ricerca e lo sviluppo e in più la spesa per l’acquisto è coperta da un mutuo di Washington per tre miliardi di dollari. In cambio, già a settembre 2010 quando venne ufficializzatoil primo ordine, l’agenzia Reuters scriveva che gli israeliani avrebbero costruito 800 ali per l’aereo, nell’ambito di un pacchetto di compensazioni pari a 4 miliardi di dollari. Quindi, Israele contribuisce al programma F-35 con la produzione di semi-ali per l’F-35A da parte delle Israel Aerospace Industries. Elbit Systems Ltd. realizza il casco Generation III Helmet-Mounted Display, che sarà utilizzato dai piloti dell’F-35 in tutto il mondo. Componenti compositi per la parte centrale della fusoliera dell’F-35, infine, sono realizzati dalla Elbit Systems-Cyclone, leader mondiale nel settore dei display ad alta tecnologia.

Dunque, c’è stato un contratto israeliano per 2,5 miliardi per 800 ali. E uno potenzialmente di 1,5 miliardi con l’Italia. Ma anche gli italiani avevano firmato un accordo da 1,5 miliardi per la costruzione, a Cameri, di circa 1250 ali, che considerate le 800 da Israele, sarebbero, al massimo, 480 e non 1280? In Israele, naturalmente. I conti tornano perfettamente.

Quel mistero sull’F35 israeliano colpito dai missili di Damasco

In settembre, un F-35 I di Israele appartenente al 140° Squadrone Golden Eagle, è stato danneggiato durante un volo di routine a causa dell’impatto con alcuni volatili. 

L’aereo è rientrato alla base di Nevatim e si tratta del primo incidente noto di un F-35 in servizio con l’Israeli Defense Forces. La notizia del birdstrike è stata diramata lo stesso giorno in cui è avvenuto un raid israeliano contro una batteria antiaerea siriana. Secondo l’IDF il raid era avvenuto in risposta al lancio di un missile terra-aria da piattaforma SA-5 (S-200) contro un aereo dell’aviazione che effettuava una normale ricognizione nello spazio aereo libanese. L’SA-5 è stato localizzato nel sito di Ramadan, 50 chilometri a est di Damasco.

Le due notizie pubblicate dall’IDF il medesimo giorno hanno alimentato speculazioni sulla vera natura dell’incidente che ha coinvolto l’F-35. Secondo tali speculazioni l’F-35 non sarebbe stato danneggiato da un volatile, ma da un missile lanciato dalla batteria siriana. Secondo Damasco (in diverse occasioni sono stati rivendicati velivoli stranieri abbattuti), “le forze governative hanno risposto alla violazione dello spazio aereo colpendo direttamente uno dei velivoli e costringendo la formazione israeliana a ritirarsi”. Israele conferma che tutti gli aerei coinvolti nel raid sono ritornati integri e di non aver subito perdite. Se questa ipotesi fosse vera, sarebbe una di quelle notizie da negare senza alcuna esitazione.

1495.- Zero Hedge – Il Qatar confessa i segreti della guerra siriana in un’esplosiva intervista virale

Per molti le rivelazioni fatte dall’ex-primo ministro del Qatar in una recente intervista non costituiranno una sorpresa, ma le implicazioni di lungo periodo restano significative. Lette insieme ai recenti sviluppi all’interno dei governi saudita e giordano, queste rivelazioni sembrerebbero l’inizio di una stagione di resa dei conti, che presagisce un periodo di cambiamenti negli equilibri e nelle alleanze tra l’Occidente ed il Medio Oriente. Una situazione al momento alquanto delicata ed instabile, che potrebbe aprire scenari senz’altro sorprendenti.

di Tyler Durden, 29 ottobre 2017

HEnciw5y

Un’intervista televisiva in cui un alto funzionario del Qatar svela i retroscena della guerra in Siria è presto divenuta virale nei social network arabi, in concomitanza con il disvelamento di undocumento top secret dell’NSA che conferma come l’opposizione armata in Siria fosse sotto il diretto comando dei governi esteri fin dai primi anni del conflitto.

 

Secondo un noto analista e consulente economico di affari siriani con stretti legami con il governo di Assad, questa esplosiva intervista costituisce un’”ammissione pubblica ad alto livello delle collusioni e del coordinamento tra i quattro paesi per destabilizzare uno stato indipendente, [che potrebbe implicare] un sostegno a Nusra /Al Qaeda.”  In particolare, “quest’ammissione contribuirà ad aprire un caso per quello che viene ritenuto da Damasco come un attacco alla propria sicurezza e sovranità, e che contribuirà a fornire la base per richieste di riparazioni”.

 

Conferenza stampa di Londra del 2013: lo sceicco Hamad bin Jassim bin Jabr Al Thani, primo ministro del Qatar, con il segretario di Stato americano John Kerry. Una mail di Hillary Clinton del 2014 conferma che il Qatar sponsorizzava l’ISIS in quel periodo.

 

Mentre la guerra in Siria si avvia gradualmente alla conclusione, nuove rivelazioni emergono a scadenza quasi settimanale sotto forma di testimonianze di alti funzionari coinvolti nella destabilizzazione della Siria e talvolta persino di messaggi e-mail con ulteriori dettagli su manovre segrete volte a rovesciare il governo di Assad. Sebbene gran parte di queste informazioni non faccia che confermare quanto noto già da tempo a coloro che non hanno mai accettato la propaganda semplicistica che ha dominato i media mainstream, i pezzi del puzzle continuano ad incastrarsi, fornendo agli storici del futuro un quadro più completo delle vere motivazioni dietro questa guerra.

Questo processo di chiarezza è stato facilitato, come previsto, dal continuo conflitto tra gli ex-alleati del Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar, i quali si lanciano entrambi accuse reciproche di aver finanziato i terroristi dello stato islamico e di al-Qaeda (il che, ironicamente, è vero in entrambi i casi). E così, davanti agli occhi di tutto il mondo vengono fuori tutti gli scheletri nell’armadio di un GCC ormai in fase di implosione, poiché per anni quasi tutte le monarchie del Golfo hanno finanziato movimenti jihadisti in paesi come Siria, Iraq e Libia.

L’alto funzionario del Qatar è l’ex-primo ministro Hamad bin Jassim bin Jaber al-Thani in persona, colui che ha supervisionato le operazioni in Siria per conto del Qatar fino al 2013 (anche in qualità di ministro degli esteri) che qui vediamo con l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton in questa foto del gennaio 2010 (per inciso, il comitato della Coppa del Mondo del Qatar 2022 fece una donazione di 500.000 dollari alla Clinton Foundation nel 2014).

 

In un’intervista alla TV del Qatar, bin Jaber al-Thani rivela che il suo paese, al fianco dell’Arabia Saudita, della Turchia e degli Stati Uniti, ha rifornito di armi i jihadisti fin dall’inizio di questi eventi (nel 2011).

Al-Thani ha anche paragonato l’operazione segreta a “una battuta di caccia” – in cui la preda era il Presidente Assad insieme ai suoi sostenitori – una “preda” che per sua ammissione è riuscita a sfuggire (poiché Assad è ancora saldo al potere: il termine usato è “al-sayda “, che nel dialetto del Golfo Arabo generalmente serve a designare la caccia di animali o prede per sport). Per quanto Thani abbia negato ogni credibile accusa di aver personalmente appoggiato l’ISIS, le parole dell’ex-primo ministro suggeriscono che vi sia stato un sostegno diretto del Golfo e degli Stati Uniti ad Al-Qaeda in Siria (al-Nusra) fin dai primi anni della guerra, e insinuano persino che il Qatar sia in possesso di “documenti” e prove a dimostrazione che la guerra sia stata provocata per causare un cambio di regime.

In base alla traduzione di Zero Hedge, pur riconoscendo che Stati del Golfo hanno armato i jihadisti in Siria con l’approvazione e il sostegno degli Stati Uniti e della Turchia, al-Thani afferma: “Non voglio entrare nei dettagli, ma disponiamo della documentazione completa sul nostro intervento [in Siria].” Sostiene che sia il re Abdullah dell’Arabia Saudita (che ha regnato fino alla morte nel 2015) sia gli Stati Uniti hanno riservato al Qatar un ruolo di primo piano nelle operazioni segrete per condurre una guerra per procura.

I commenti dell’ex-primo ministro, per quanto molto rivelatori, sono volti a difendere e giustificare il sostegno dato dal Qatar al terrorismo, e ad accusare Stati Uniti ed Arabia Saudita di aver scaricato sul Qatar tutta la responsabilità della guerra contro Assad. Al-Thani spiega che il Qatar ha continuato a finanziare le truppe ribelli in Siria, mentre altri paesi riducevano man mano il loro sostegno su larga scala, e per questo motivo si scaglia contro gli Stati Uniti e i Sauditi, che inizialmente “erano con noi nella stessa trincea”.

In una precedente intervista alla TV statunitense cui è stata data pochissima visibilità, al-Thani ha risposto al giornalista Charlie Rose che gli chiedeva delle accuse di sostegno del terrorismo da parte di Qatar che “in Siria, tutti hanno commesso errori, incluso il vostro paese”. Ha inoltre detto che all’inizio della guerra in Siria, “tutto ciò che contava passava attraverso due centrali operative: una in Giordania e una in Turchia”.

Qui sotto la parte principale dell’intervista, tradotta e sottotitolata da @ Walid970721. Zero Hedge ha revisionato e confermato la traduzione, ma, come confermato dal primo traduttore informale, al-Thani non dice “signora”, ma “preda” [“al-sayda”] – a significare che sia Assad che i siriani erano considerati come cacciagione da questi paesi esteri.

La trascrizione parziale dell’intervista è la seguente:

“All’inizio degli eventi in Siria, mi sono recato in Arabia Saudita e ho incontrato il re Abdullah, L’ho fatto su precise istruzioni di sua altezza il principe, mio ​​padre. [Abdullah] mi ha assicurato che ci avrebbero spalleggiato, e che ci saremmo coordinati, ma che noi saremmo stati a capo dell’operazione. Non entro in dettagli, tuttavia siamo in possesso di documenti completi: tutto ciò che è stato fornito [alla Siria] passava dalla Turchia in coordinamento con le forze americane, e tutto è stato distribuito tramite i turchi e le forze statunitensi … E sia noi che tutti gli altri siamo stati coinvolti, i militari… Forse ci sono stati errori e il sostegno è stato dato alla fazione sbagliata … Forse c’era un rapporto con Nusra, è possibile, ma io stesso non ne sono a conoscenza… stavamo combattendo per la preda [“al-Sayda”] e adesso la preda ci è sfuggita e continuiamo a combattere… mentre Bashar è ancora lì. Voi [Stati Uniti e Arabia Saudita] eravate con noi nella stessa trincea … Capisco che si possa cambiare posizione se ci si accorge di essersi sbagliati, ma ritengo si debba almeno informarne i propri alleati… Si può ad esempio lasciare in pace Bashar [al-Assad] o fare questo o quello, ma la situazione che si è creata a questo punto non può più permettere alcun progresso nel GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo] né qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a combattere apertamente “.

 

Come è ormai noto, la CIA è stata direttamente coinvolta nei principali sforzi di cambio di regime in Siria con i partner del Golfo suoi alleati, come confermano informative americane trapelate e declassificate. Il governo americano ha compreso ben presto che i sofisticati armamenti forniti dai paesi del golfo e dall’Occidente stavano andando ad al-Qaeda e all’ISIS, nonostante secondo le dichiarazioni ufficiali dovessero servire ad armare i cosiddetti ribelli “moderati”. Ad esempio, in un’informativa d’intelligence fatta trapelare datata 2014 e diretta a Hillary Clinton si conferma il supporto dato da Qatar e sauditi all’ISIS.

L’email afferma in termini diretti e inequivocabili che:

“i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono clandestinamente sostegno finanziario e logistico all’ISIL e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.

Inoltre, un giorno prima dell’intervista al Primo Ministro Thani, l‘Intercept pubblicava un nuovo documento top-secret dell’NSA, emerso tra file d’intelligence divulgati da Edward Snowden, che dimostra senza ombra di dubbio che l’opposizione armata in Siria era sotto il diretto comando di governi esteri fin dai primi anni della guerra, che ha ormai causato mezzo milione di vittime.

 

 

Il documento NSA pubblicato di recente conferma che un attacco insurrezionale del 2013 con sofisticati razzi da superficie, sferrato nei quartieri civili di Damasco tra cui l’aeroporto internazionale, è stato direttamente finanziato e supervisionato dall’Arabia Saudita con la piena conoscenza dell’intelligence americana. Come adesso confermato anche dall’ex-primo ministro del Qatar, sia il governo saudita che il governo degli Stati Uniti disponevano di “sale operative” per sovrintendere a tali feroci attacchi nello stesso periodo in cui avveniva l’attentato all’aeroporto di Damasco del 2013.

Si tratta senza dubbio di un’enorme raccolta di prove documentali incriminanti che continueranno a emergere per i prossimi mesi e anni. Come minimo, la continua guerra diplomatica tra Qatar e Arabia Saudita continuerà a riservare sorprese, mentre ciascuna parte accuserà l’altra di sostenere il terrorismo. E come si può vedere da questa ultima intervista di Qatari TV, gli Stati Uniti non saranno risparmiati in questa nuova stagione che si è appena aperta in cui vecchi alleati rendono pubblici i reciproci affari sporchi.

Di Margherita Russo