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1352.- Il legame tra Soros e il generale McMaster

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Il generale é il maggiordomo di Soros e questi é il maggiordomo dei principali “soci” del club Bilderberg i quali non mostrano il viso, sebbene si sappia chi sono evidentemente.

 

L’attuale consigliere del presidente Donald Trump per gli affari di sicurezza nazionale (NSA), il generale H.R. McMaster, e il magnate George Soros, presidente della Open Society Foundations e importante finanziatore dell’ultima campagna elettorale di Hillary Clinton. Un legame, quello tra i due, emerso da una recente inchiesta condotta da Breitbart. McMaster, infatti, è stato per 11 anni – dal settembre 2006 al febbraio 2017 – senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), illustre think-tank britannico che opera nel campo degli affari internazionali con sede all’Arundel House, a Londra, e considerato tra i più importanti istituti di ricerca livello mondiale. Secondo Breitbart, l’Open Society Foundations di Soros figurerebbe tra i più rilevanti finanziatori del think-tank in cui ha lavorato per tanti anni l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. E i fatti sembrano confermare questa tesi.

1474400464-soros1-150x150            Alla corte di George Soros

Pare che il legame tra Soros e McMaster abbia causato qualche motivo di forte imbarazzo. Sul sito del think-tank, infatti, alla voce «our funding» vengono elencati tutti gli enti, le aziende e le società che finanziato il centro di ricerca. Misteriosamente, da quando Breitbart ha cominciato a occuparsi del caso, l’Open Society Foundations è stata rimossa per qualche giorno e poi reinserita nella lista. L’istituto, inoltre, è menzionato sul sito web della Open Society Foundations come beneficiario del «Global Drug Policy Program» lanciato dalla stessa organizzazione di cui George Soros è il presidente.

Come scrive Breitbart, «a partire da martedì la Open Society Foundations è stata nuovamente aggiunta alla lista, compreso il Plougshares Fund». L’Osf risulta essere tra i maggiori finanziatori del think-tank, con una donazione che va dai 130 mila ai 650 mila dollari. Questa la dichiarazione ufficiale dell’International Institute for Strategic Studies in merito alla vicenda: «Oltre Open Society Foundations, abbiamo accidentalmente rimosso anche la Carnegie, McArthur e James Foundations, oltre a diversi governi e sostenitori aziendali, quando abbiamo aggiornato la pagina dieci giorni fa».

Il think-tank che ha aiutato Obama a siglare l’accordo sul nuclare con l’Iran

Oltre ai soldi provenienti dalla Open Society, l’IISS ha ricevuto importanti finanziamenti dal Ploughshares Fund, anch’esso da incasellare nella capillare rete costruita dallo speculatore finanziario e a sua volta finanziato dall’Osf. Il Plougshares ha avuto un ruolo centrale nella stipulazione dell’accordo sul nucleare tra la Casa Bianca e l’Iran, come rivelato anche dal New York Times. La mission del Plougshares è quella di sostenere «le menti più intelligenti, le organizzazioni più efficaci per ridurre gli armamenti nucleari, impedire la nascita di nuovi stati nucleari e aumentare la sicurezza globale». Non è un caso dunque se la settimana scorsa il generale McMaster ha rimosso Ezra Cohen-Watnick , sostenitrice della «linea dura» contro la Repubblica Islamica dell’Iran, dal consiglio della sicurezza nazionale.

Plougshares è a sua volta finanziato, oltre che da Soros, dalla Buffett Foundation, dalla Carnegie Corporation of New York, dalla Ford Foundation, dalla Rockefeller Brothers Fund e dalla Rockefeller Foundation. Un altro donatore di Ploughshares è la Fondazione Tides, punto di riferimento della sinistra radicale americana. Tides è finanziata da Soros.

Punti di vista di ROBERTO VIVALDELLI

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1296.- ISRAELE PAGHERÀ CARO LA STRATEGIA DEL CAOS DEGLI STATI UNITI

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PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare l’ISIS con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.

NarallahHasan Nasrallah, Segretario generale di Hezbollah 

5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1261.- NEI CIELI SIRIANI, LA GRANDE SFIDA!

Gli Stati Uniti forniscono un supporto aereo all’Esercito Siriano – ma solo per sconfiggere la Russia

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni dell’ ISIS vicino a Palmyra – agevolando l’avanzata siriana e inviando un messaggio alla Russia

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24 giugno.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto una missione strike a Palmyra, Siria, il 23 sera. Cioè, ben ad Ovest dell’Eufrate. By passando, così, l’avvertimento della Russia. Giovedì, gli aeroplani di coalizione guidati dagli Stati Uniti hanno attaccato le posizioni dell’ISIS vicino a Palmyra, e proprio di fronte all’Esercito Siriano che avanzava.

Gli Stati Uniti hanno voluto segnare un punto e inviare un messaggio alla Russia.

Ricordiamo: Mosca aveva annunciato lunedì che avrebbe “inseguito” tutti gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate.

Ma cosa può realmente fare la Russia se i piani della coalizione (senza invito) forniscono, tuttavia, il supporto aereo per l’Esercito Siriano?

 

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Qui leggete il rapporto trasmesso dal CENTCOM:

SOUTHWEST ASIA – Il 22 giugno le forze militari della coalizione hanno condotto 32 strike costituiti da 103 ingaggi contro i terroristi ISIS in Siria e in Iraq.

In Siria, le forze militari della coalizione hanno condotto 28 attacchi, costituiti da 49 ingaggi contro gli obiettivi ISIS.
* Vicino a Abu Kamal, sette strike hanno impegnato due unità tattiche ISIS e hanno distrutto nove cisterne di petrolio dell’ISIS, quattro autocarri, tre miscelatori di cemento, tre veicoli, tre veicoli tattici, due gru, un deposito di armi, una presa a pompa e un manifold.
* Vicino a Dayr Az Zawr, uno strike distrusse sei serbatoi di petrolio dell’ISIS.
* Vicino a Palmyra, uno strike distrusse quattro ingressi del tunnel dell’ISIS.
* Nei pressi di Raqqah, 19 strike hanno ingaggiato 14 unità tattiche ISIS; Distrutto 12 postazioni di combattimento, due veicoli e un deposito di IED; e ha danneggiato un canale di rifornimento dell’ISIS.

Ma, sopratutto, lo strike di Palmyra ha rotto il cerchio. esso non è stato condotto bene a Ovest dell’Euphrates—ma è avvenuto proprio sul cielo delle truppe del SAA mentre attaccavano le posizioni dell’ISIS:

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Qui vedete la mappa ingrandita, per meglio contestualizzare:

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Il punto che gli americani stanno tentando di fare è abbastanza chiaro: la Russia dovrà proteggere gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate che operano contro l’ISIS?

Cinico? Ovviamente.

L’obbiettivo finale: la Russia avrà non poche difficoltà a cercare di scoraggiare gli aerei degli Stati Uniti dal volare dove vogliono.

US Air Force General: “ISIS Is a Sideshow”, the Real Fight Comes After

The US general says a “state-on-state” fight is coming

Inherent Resolve

Brig. Gen. Charles S. Corcoran is the Commander, 380th Air Expeditionary Wing, Southwest Asia. The 380th is comprised of four groups and 15 squadrons. He is responsible for the wing’s air refueling, intelligence, surveillance and reconnaissance, air battle management, control and reporting center, ground attack, air support, theatre security cooperation and airlift missions in support of overseas contingency operations in Southwest Asia.

Il Brigadiere generale Charles Corcoran della US Air Force sta combattendo contro l’ISIS, ma crede anche che la lotta sia un “anteprima” della vera lotta “Stato-contro-Stato” che inizierà una volta che la minaccia dell’ISIS “sarà stata allontanata”.

La testata Military.com ha intervistato Corcoran nel suo quartier generale negli Emirati Arabi Uniti; La parte più interessante della relazione dice:

Durante un’intervista nel suo ufficio, Corcoran ha sottolineato: “Siamo qui per combattere l’ISIS”, ma ha anche indicato una mappa della Siria e dell’Iraq per definire alcune aree come “rosse” o controllate dallo stato islamico.

 

“È abbastanza chiaro che ad un certo punto il” rosso “andrà via,” ha detto “, e avremo forze dello stato sullo stato”. “L’ISIS è anteprima … ma cosa succederà quando gli altri due si incontreranno? Strategicamente, cosa succederà quando non ci sarà più l’ISIS, questo è il vero problema”.

Speriamo che Corcoran stia andando in questa direzione, piuttosto che a parlare dei piani reali USA. Quella dell’US Air Force, insieme con quella delle forze speciali – tradizionalmente, è la più feroce guerra che possa essere condotta da tutti i rami del Pentagono.

 

Ci sono veramente poche guerre che l’US Air Force ha mai visto e non gli sono piaciute. I generali dell’USAF, soprattutto il capo di Corcoran, il generale Jeffrey L. Harrigan, molto probabilmente sabotarono deliberatamente l’accordo di cessate il fuoco Kerry-Lavrov nel settembre 2016, organizzando un attacco alle truppe siriane nella città assediata di Deir ez-Zoor e uccidendone circa 100.

Corcoran racconta a Military.com che, quando i combattenti americani hanno sparato al Su-22 siriano e ai due drone forniti dagli iraniani, in ciascuno dei tre incidenti la decisione di fare fuoco è stata presa da piloti in volo:

In ciascuno degli abbattimenti, che hanno coinvolto gli aeromobili provenienti da altre località, i piloti americani hanno fatto la prevista chiamata per far scattare le regole di ingaggio, ha detto Corcoran. In tutti e tre i casi, “aerei indifesi” come gli aerei cisterna e gli altri aerei hanno lasciato lo spazio aereo a causa dell’incertezza di ciò che i siriani oi russi avrebbero potuto fare dopo, ha detto.

Questo, però, significa che le forze aeree americane e la Marina hanno prescritto regole di ingaggio molto permissive per la Siria.

Corcoran è il comandante del 380th Air Expeditionary Wing che gestisce la ricognizione,, il controllo del Traffico Aereo e le operazioni di rifornimento in volo per le forze aeree dell’USAF impiegate nelle operazioni USA in Syria e in Iraq.

1253.- La guerra del 1967. I sei giorni che fecero grande Israele

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In bianco/giallo Israele prima della guerra dei sei giorni, in arancione chiaro i territori acquisiti dopo la guerra dei sei giorni. In rosso il territorio occupato dall’Egitto dopo la Guerra del Kippur, in grigio il territorio occupato da Israele dopo la Guerra del Kippur.
Data 5-10 giugno 1967
Luogo Sinai, Cisgiordania

La Guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 1967 con un attacco aereo israeliano a sorpresa a larga scala, poteva dirsi conclusa già il 9, essendo ormai sopraggiunto il cessate il fuoco con Giordania ed Egitto, grazie alla mediazione dell’ONU. Alle 3 del mattino la Siria aderì anch’essa al cessate il fuoco, ma il Ministro della Difesa Israeliano Moshe Dayan decise di approfittare della situazione politico-strategica, e diede di sua iniziativa il via all’offensiva sul Golan.

Prima le alture furono pesantemente bombardate dall’aviazione e dall’artiglieria, quindi toccò alle brigate corazzate di intervenire. Nonostante le difficoltà e le ingenti perdite le forze dello Tsahal riuscirono a conquistare le alture. L’aviazione siriana, che nel frattempo aveva perso due terzi dei suoi velivoli, non riuscì a fornire alcun supporto alle brigate a difesa delle fortificazioni, scompigliate dai bombardamenti israeliani ed a corto di ufficiali. Tra la sera del 9 e la mattina del 10 il Golan rimase in mano israeliana mentre l’esercito siriano si ritirava verso Damasco, perdendo gran parte dei suoi armamenti. Israele dichiarò, pertanto, chiuse le ostilità avendo ottenuto una vittoria netta su tutti i fronti. La Siria venne fuori dalla guerra mutilata dalle Alture del Golan, una specie di balcone che domina il Nord di Israele e da dove era facile sparare sui kibbutz sulle sottostanti rive del Lago di Tiberiade. La Giordania dovette rinunciare alla sponda occidentale del fiume Giordano, alle sue città, da Hebron a Betlemme e alla parte est di Gerusalemme, compresi i luoghi sacri per le tre religioni. Fu chiamata la Guerra dei 6 giorni, ma dopo 50 anni, deve ancora finire.


Il 5 giugno di cinquant’anni fa la guerra che ridisegnò confine ed equilibri del Medio Oriente: un attacco preventivo contro le minacce di Nasser, divenne una disfatta per Egitto, Giordania e Siria

Il generale Motta Gur e le sue truppe scrutano la Città Vecchia di Gerusalemme prima di sferrare l'attacco (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Il generale Motta Gur e le sue truppe scrutano la Città Vecchia di Gerusalemme prima di sferrare l’attacco (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prima di quel 5 giugno di 50 anni fa, le prime truppe egiziane erano già penetrate nel Sinai, esigendo il ritiro dei caschi blu dell’Onu dalle sue frontiere. Dopo la crisi del canale di Suez nel 1956 la penisola, come la Striscia di Gaza, era stata occupata dall’esercito israeliano, per passare poi sotto il controllo di un contingente delle Nazioni Unite. La notizia di un presunto concentramento di truppe israeliane al confine con la Siria, dopo un duello aereo sul lago di Tiberiade fra l’aviazione israeliana e quella di Damasco, era l’artificiosa motivazione. Una seconda provocazione era stata l’annuncio, davanti al segretario generale delle Nazioni Unite U Thant giunto subito al Cairo per una mediazione, della chiusura dello stretto di Tiran e quindi del Golfo di Aqaba agli israeliani. “Sharm el-Sheik significa lo scontro con Israele”, aveva dichiarato il 26 maggio Nasser. La strategia del rais del Cairo era di isolare Israele per dimostrare platealmente di comandare l’intera regione. Nella sostanziale incuranza delle cancellerie occidentali, il 30 maggio la Legione araba giordana si pone sotto il comando egiziano, come pochi giorni più tardi faranno lo stesso gli iracheni: l’incursione via terra in Israele sembrava già pronta.

Nasser, pensano oggi in molti, in realtà non vuole la guerra, ma semmai dimostrare di essere il leader capace di catalizzare i sentimenti anti-sionisti degli arabi. Israele vive in quei mesi – complice la ripresa della guerriglia palestinese – in un clima di isteria provocato dal timore dell’accerchiamento e di un nuovo olocausto. Questo persuase la maggioranza del governo, e soprattutto il “falco” Moshe Dayan, ministro della Difesa, a muovere un attacco preventivo, nonostante la riluttanza del premier Levi Eshkol.

Così alle 7 e 10 del 5 giugno in Israele prende avvio l’”Operazione Focus”. Israele lascia appena una decina di caccia a difesa del suo territorio e in sole tre ore annienta a terra l’aviazione egiziana assicurandosi il controllo dei cieli mentre le truppe di Tzahal irrompono nel Sinai.

Truppe israeliane avanzano nel sud della Penisola del Sinai nel giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Truppe israeliane avanzano nel sud della Penisola del Sinai nel giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

In neanche due ore gli aerei israeliani, sorvolando il Sinai a bassissima quota in diverse direzioni, distruggono oltre la metà dei 420 aerei egiziani e un terzo dei piloti del Cairo. Solo nove velivoli israeliani abbattuti in una dimostrazione di superiorità tecnica e tattica schiacciante. “L’aviazione egiziana è distrutta”, afferma la mattina di quello stesso 5 giugno il generale Yitzhak Rabin. L’attacco a sorpresa di Israele nel Sinai scatena la reazione di Siria, Giordania e Iraq. Amman bombarda la Cisgiordania e Gerusalemme Est: quello che doveva essere un attacco a sorpresa, con lo scopo di allentare la morsa egiziana, ha scatenato una nuova guerra arabo-israeliana dalle imprevedibili conseguenze politiche.

Prigionieri egiziani catturati dai soldati israeliani vicino ad al Arish nel Sinai (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prigionieri egiziani catturati dai soldati israeliani vicino ad al Arish nel Sinai (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Sul terreno la campagna di Israele prosegue con incredibile facilità: il secondo giorno di guerra il Sinai è praticamente tutto nelle mani di Israele, con il generale egiziano Amer che ordina la ritirata oltre il canale di Suez.

Al mattino del 9 giugno l’intero Sinai è diventato israeliano, con gli egiziani in fuga che avevano abbandonato più di 600 carri armati, lasciando sul terreno circa 10mila morti e 12mila prigionieri. Nasser, dopo aver accusato l’Occidente per il sostegno a Israele, usa la parola “Naksa”, disfatta, per descrivere la sua sconfitta e dare le dimissioni.

Prigionieri egiziani catturati vicino a Sharm el Sheikh nel Sinai meridionale, 8 giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prigionieri egiziani catturati vicino a Sharm el Sheikh nel Sinai meridionale, 8 giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Manca un vero coordinamento fra i vari fronti arabi e ben presto anche Amman batte in ritirata. L’esercito israeliano entra facilmente in Cisgiordania, conquista Gerico e Gerusalemme Est. Verso le 10 di mattina del 7 giugno il generale israeliano Motta Gur dichiara alla radio: “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”. Le lacrime di commozione di numerosi soldati segnarono il momento simbolicamente più importante di quella campagna militare. La Giordania firma la resa mentre il ministro della Difesa Dayan e il capo di Stato maggiore Rabin visitano la città vecchia.

Soldati israeliani di fronte al Muro Occidentale nella Città Vecchia di Gerusalemme nel giugno 1967: il Muro fu conquistato nella Guerra dei Sei Giorni (ministero della Difesa di Israele)

Soldati israeliani di fronte al Muro Occidentale nella Città Vecchia di Gerusalemme nel giugno 1967: il Muro fu conquistato nella Guerra dei Sei Giorni (ministero della Difesa di Israele)

Resta da sconfiggere solo la Siria, con le sue truppe asserragliate nell’altipiano del Golan. Un nemico ostico anche per il forte legame con l’Urss, tanto che un falco come Dayan preferisce porre il veto a questa offensiva. Ma la pressione degli abitanti dei kibbutz di frontiera e dei militari è decisiva anche in questo attacco, nonostante Damasco abbia già accettato un cessate il fuoco dell’Onu. L’offensiva del Golan inizia il 9 giugno e nel pomeriggio del 10 l’altopiano è conquistato, mentre Tzahal ferma la sua avanzata a Quneitra, a 60 chilometri da Damasco.

La sera stessa di quel 10 giugno, richiesto con insistenza dal Consiglio di Sicurezza, il cessate il fuoco è effettivo sui tre fronti. Il piccolo Israele, come Davide, al prezzo di 676 molti e quasi 3mila feriti aveva sconfitto i Golia egiziani, giordani e siriani che lasciavano sul terreno circa 15mila uomini, centinaia di carri, la quasi totalità della loro aviazione e conquistato oltre 42mila chilometri quadrati di territori. Gerusalemme “riunificiata” ufficialmente annessa dalla Knesset il 29 giugno, diventava il simbolo di una pace che ora si vuole cercare più con la diplomazia che con le armi. Una trattativa ancora aperta, come quella sullo status di Gerusalemme, ma in un Medio Oriente che dopo quei sei giorni di 50 anni fa ha cambiato volto.

Il generale Ariel Sharon (a sinistra) con Menahem Begin (al centro) e il generale Avraham Yoffe nel deserto del Sinai il 14 giugno 1967 (Ansa)

Il generale Ariel Sharon (a sinistra) con Menahem Begin (al centro) e il generale Avraham Yoffe nel deserto del Sinai il 14 giugno 1967 (Ansa).

Luca Geronico venerdì 2 giugno 2017

1252.- Israele-Assad: bombe sul Golan e trattativa via Mosca

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Artiglieria semovente israeliana sul Golan occupato… da 50 anni.

Israele bombarda i carri armati di Bashar al-Assad e poi tresca segretamente con lui e con i russi. Haaretz rivela gli accordi anti-Isis dietro le quinte.

Di 25 giugno 2017

Pesante intervento di Israele ieri nella guerra siriana. Caccia di Gerusalemme hanno bombardato posizioni governative nei dintorni di Quneitra, a ridosso delle alture del Golan. È stata distrutta una postazione fortificata dell’esercito di Bashar al-Assad e, inoltre, sarebbero stati “liquidati” due carri armati. Secondo fonti del Ministero della Difesa israeliano, il blitz aereo è una risposta immediata a quello che si pensa possa essere stato un “incidente di percorso” dell’artiglieria di Assad, che avrebbe sparato colpi di mortaio, erroneamente, in direzione del territorio occupato fin dal 1967 dai soldati di Tel Aviv.

In effetti, a detta di diversi analisti, la risposta appare sproporzionata rispetto alla causa scatenante. Sembra più un segnale rivolto al governo siriano, che così verrebbe “invitato” a non dare troppa corda ai suoi scomodi alleati, le milizie sciite di Hezbollah, di cui gli israeliani temono possibili colpi di coda. A questo punto appare chiaro che se Assad non dovesse riuscire a tenere a freno le agguerrite brigate del “Partito di Dio” con base in Libano, le truppe di Netanyahu potrebbero reagire pesantemente, fino ad arrivare ad una possibile escalation armata dalle conseguenze imprevedibili.

In un comunicato l’IDF (Israeli Defence Force) sottolinea che riterrà il regime di Damasco “responsabile di qualsiasi violazione della pace nel Golan” e agirà di conseguenza. Inoltre, il Ministero della Difesa di Gerusalemme ha anche fatto sapere di considerare “inconsistente” il ruolo svolto dal contingente delle Nazioni Unite incaricato del “peeacekeeping” nell’area. IDF ha inoltre imposto ad agricoltori e civili israeliani abitanti nella zona di chiudersi in casa e di stare attenti all’evoluzione dei combattimenti, che potrebbero avere ricadute pericolose nella zona della Valle delle Lacrime, a ridosso del saliente di Quneitra.

Grande preoccupazione è stata espressa dal “Golan Regional Council”, che dipende direttamente dall’Amministrazione centrale di Gerusalemme. Anche visitatori e turisti sono stati “avvisati” di non avventurarsi nelle zone a rischio del Golan. L’incidente segue quanto si è già verificato nello scorso aprile, quando l’esercito israeliano intervenne pesantemente dopo che colpi di mortaio erano caduti nel territorio controllato dalle sue truppe. Certo, tutto questo non significa che Netanyahu abbia gettato le braccia al collo ai ribelli anti-Assad. Anzi. Il quotidiano israeliano Haaretz rivela notizie di intese segrete tra Gerusalemme e Putin per quanto riguarda il teatro di guerra siriano.

Il Ministro della Difesa russo, Sergej Shoygu, ha rivelato che il suo Paese “lavora produttivamente assieme a Israele e alla Giordania per risolvere la crisi siriana” e ha inoltre aggiunto di avere colloqui costruttivi su basi regolari con il Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman.

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Non solo. Ma l’aviazione di Mosca collabora strettamente con gli alti comandi delle Forze aeree di Gerusalemme, per coordinare i movimenti sui cieli della regione ed evitare possibili catastrofici incidenti. E la cosa non finisce qui. Spifferi di corridoio sempre più insistenti annunciano un’altra intesa di ferro, dietro le quinte. Durante intensi colloqui avvenuti in Giordania, è stato stabilito che gli israeliani, gli americani e le altre forze della coalizione “chiudano un occhio” (ma sarebbe meglio dire che li stanno chiudendo tutti e due) per consentire i rifornimenti alle truppe di Assad e, udite udite, alle milizie sciite che combattono nei dintorni di Darraa contro i fondamentalisti islamici.

Schermata 2017-06-27 alle 07.02.53.pngL’informazione, ritenuta da più fonti “assolutamente affidabile”, sovverte completamente le notizie che ogni giorno arrivano dalla stampa internazionale e fa capire come sia all’opera una diplomazia parallela, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Insomma, i presunti avversari sono in effetti molto più vicini di quanto si pensi e, come i ladri di Pisa, fanno finta di litigare di giorno, per poi andare a rubare assieme la notte.