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1874.- LE FORZE ISRAELIANE SCHIERANO ULTERIORI CARRI ARMATI, ARTIGLIERIA SULLA LINEA DI CONTATTO CON LA SIRIA

Dal 9 giugno 1967, dalla guerra dei Sei giorni, malgrado il cessate il fuoco con la Siria, l’intero territorio del Golan, tuttora de iure appartenente alla Siria, de facto è occupato militarmente e amministrato da Israele che ha proceduto alla sua annessione unilaterale e non riconosciuta dalle Nazioni Unite. Decine di migliaia di siriani dovettero abbandonare le le loro terre e le loro case. Damasco, si trova a Est del Golan, da cui dista appena 60 chilometri. Siria e Israele non vi hanno scontri militari dal 1974. Nel 2008 sono stati avviati dei contatti tra le amministrazioni siriana ed israeliana per portare a termine il contenzioso, ma, sembra che il presidente Trump sia intenzionato a riconoscere l’annessione israeliana. Il rischieramento delle forze corazzate israeliane fa seguito all’attacco aereo dei droni di alcune notti fa.

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Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno schierato ulteriori forze corazzate e di artiglieria, compresi i carri armati, nelle alture del Golan occupate, vicino alla linea di contatto con la Siria.

La mossa è stata presa mentre prosegue l’avanzata dell’esercito siriano contro i gruppi militanti ad est delle alture del Golan .

È interessante notare che nella sua dichiarazione l’IDF ha ancora una volta affermato che non è coinvolto nella guerra in Siria, mentre in realtà è noto che le forze israeliane hanno ripetutamente fornito un sostegno diretto e indiretto ai gruppi miliziani terroristi che combattono il governo a Damasco. Queste azioni erano particolarmente attive nel sud della Siria.

“L’IDF attribuisce grande importanza al mantenimento dell’accordo di separazione delle forze tra Israele e Siria del 1974. Inoltre, l’IDF continuerà a insistere sul principio del non coinvolgimento in quello che sta accadendo in Siria, accanto a una politica di risposta risoluta a la violazione della sovranità di Israele e il rischio per i suoi residenti “, ha detto l’IDF nella sua dichiarazione . “L’assistenza umanitaria è stata fornita da Israele per anni e continua oggi, se necessario”.

L’IDF ha anche alzato il livello di allerta nelle alture del Golan, secondo il quotidiano israeliano Haaretz .

“Le Forze di Difesa Israeliane hanno innalzato il livello di allerta nelle alture del Golan alla luce della recente escalation dei combattimenti nella Siria meridionale tra il regime di Assad e le milizie ribelli e la crescente vicinanza dell’esercito siriano al confine israeliano.

Israele non si aspetta uno scontro diretto con l’esercito siriano, ma si sta preparando per la possibilità di effetti di ricaduta dell’attacco del regime, con l’assistenza russa e iraniana, nella regione di Daraa, che si trova a soli sessanta chilometri dal confine israeliano, “il Il giornale ha detto che il gabinetto di sicurezza si incontrerà per discutere le capacità israeliane nel caso di una nuova guerra l’1 luglio.

Secondo gli esperti siriani, l’IDF potrebbe utilizzare azioni militari nel sud della Siria per giustificare nuovi attacchi contro gli obiettivi delle forze governative in Siria. Se questo avviene , causerà un nuovo round di scontro nel conflitto israeliano-siriano che potrebbe avere sviluppi pericolosi.

Fonte: South Front

Traduzione: Alejandro Sanchez

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Le alture del Golan (in ebraico: רמת הגולן, Ramat HaGolan, arabo: الجولان, al-Jawlān) sono un altopiano montuoso, dell’estensione di circa 1.800 km², con un’altitudine massima di 2.814 metri (Monte Hermon), all’interno, o sui confini, di Israele, Siria, Libano e Giordania. Il Golan ha confini geografici ben distinti. La zona confina con Israele, è collinare e permette l’osservazione del Mar di Galilea (anche conosciuto come Lago Tiberiade o Lago Kinneret) posto 200 metri sotto il livello del mare[2], il fiume Giordano e il Monte Hermon. Il confine occidentale della pianura è diviso strutturalmente dalla Valle del Giordano, che cade a strapiombo nel mar di Galilea. La zona a sud del fiume Yarmuk appartiene alla Giordania mentre la zona all’estremità orientale del fiume Raqqad è controllata dalla Siria. Il resto è sotto il controllo di Israele. Un terzo delle risorse idriche di Israele attraversa o confluisce nel Golan. Il controllo dell’acqua della regione vale più di ogni giacimento petrolifero. Ma anche di questo abbiamo già trattato.

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1859.- Palestinesi: come ottenere una vita migliore

C’ERA UNA VOLTA LA PALESTINA. La sinistra non si batte più per i palestinesi. Dedita com’è all’assalto del Governo, non usa più le bandiere di riserva, eppure: In questo agone politico italiano che accompagna il Governo Conte e le sacrosante iniziative dei suoi ministri, abbiamo visto passare due video di soldati israeliani in servizio d’ordine: uno, ributtante, dell’assassinio da parte loro di una cittadina palestinese inerme, anche colpita alle spalle e dopo il controllo e un’altro del tentativo di altri due giannizzeri israeliani di sequestrare un bimbo palestinese di tre anni alle mani del padre. In entrambi i casi, l’assenza di qualsivoglia minaccia per i soldati, ha fatto riflettere sul disprezzo di Israele per la vita umana, sulla impossibilità di sostenere il popolo ebraico in nome di un altrettanto olocausto e sulla gravità emergenziale della situazione in Palestina. E’ proprio questo che anima gli spiriti contro il sionismo ed il suo problema: la sua visione egemonica e razzista dell’unica razza e dell’unica religione, che hanno trovato sostegno nella finanza mondiale e nel ripudio della violenza islamica da parte dei suoi vicini. A nulla è valsa l’irritazione di Benjamin Netanyahu per la diffusione virale dei due video, anzi! Un’idea di quale sia la situazione di Gaza ce la dà Bassam Tawil, un corrispondente arabo musulmano dell’Istituto Gatestone, che risiede in Medio Oriente e che ho tradotto per noi.

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Centinaia di manifestanti palestinesi sono scesi nelle strade di Ramallah il 13 giugno per condannare le sanzioni applicate alla Striscia di Gaza dal presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas. Su istruzioni di Abbas, dozzine di poliziotti palestinesi hanno attaccato i manifestanti con forza bruta, usando bastoni e gas lacrimogeni. (Fonte dell’immagine: screenshot del video di Wattan)

“È diventato più sicuro dimostrare contro Israele che contro Abbas o contro le Autorità palestinese: Almeno, Israele è un paese con un’ordine pubblico e lì hanno organizzazioni per i diritti umani e un potente sistema mediatico e giudiziario. Possiamo solo continuare a sognare di avere qualcosa di simile a ciò che hanno gli ebrei “. – Così, un’attivista palestinese.
Alla fine di ogni giornata, i palestinesi sanno che la lotta per il potere tra l’Autorità palestinese e Hamas non è tra buoni e cattivi, ma tra cattivi e cattivi. Questi cattivi non sono diversi dalle altre dittature arabe che schiavizzano e uccidono la loro gente.
Nelle ultime due settimane, i palestinesi hanno ricevuto un altro segnale del fatto che vivono sotto dei regimi non democratici, che non hanno alcun rispetto delle libertà pubbliche o, ancora, meno.

I regimi dell’Autorità Palestinese (AP) in Cisgiordania e di Hamas nella Striscia di Gaza non perdono mai l’occasione per ricordare al loro popolo le terribili conseguenze che attendono chiunque parli contro i leader. Entrambi i due regimi palestinesi hanno costretto il loro popolo a ingoiare il rospo da molti anni.

Tuttavia, alcuni palestinesi appaiono sorpresi ogni qualvolta l’Autorità Palestinese o Hamas mandano i loro poliziotti a “rompere” (o, più precisamente, a rompere le ossa) una manifestazione a Ramallah o nella Striscia di Gaza.

Le strade di Ramallah e di Gaza City mostrano, ancora una volta, che la vera tragedia dei palestinesi negli ultimi cinquant’anni è stata determinata dalla loro leadership fallita e corrotta, che continua a trascinarli da un disastro all’altro; una leadership che non offre mai loro alcuna speranza; che ha radicalizzato e lavato il cervello alla sua gente; che ruba ampie porzioni degli aiuti finanziari forniti dalla comunità internazionale e che non ha portato loro altro che dittatura e repressione.

L’Autorità palestinese ha quasi 25 anni, e continua a comportarsi come una dittatura corrotta. Come la maggior parte dei regimi arabi, la PA ei suoi leader hanno tolleranza zero per qualsiasi forma di critica.

Chiedete ai giornalisti, ai blogger e agli esperti palestinesi in Cisgiordania e vi risponderanno (in privato e in modo anonimo, perché vorrebbero salvare le loro pelli) come l’Autorità Palestinese sta sopra di loro e impone severe restrizioni al loro lavoro. Solo lo scorso anno almeno 11 giornalisti e attivisti politici palestinesi sono stati arrestati o convocati per essere interrogati dalle forze di sicurezza palestinesi in Cisgiordania. L’accusa: esprimere varie forme di critica contro l’Autorità palestinese o uno dei suoi alti funzionari, incluso, ovviamente, il presidente Mahmoud Abbas.

All’inizio di questo mese, l’Autorità palestinese ha compiuto un ulteriore passo avanti nel dimostrare ai suoi elettori quale fosse la natura della dittatura. Centinaia di palestinesi stavano organizzando una manifestazione pacifica nel centro di Ramallah per chiedere ad Abbas di revocare le sanzioni che aveva imposto alla Striscia di Gaza un anno prima. Le sanzioni, che hanno gravemente aggravato la crisi economica nella Striscia di Gaza, includevano licenziare migliaia di dipendenti pubblici della PA e privare dell’assistenza sociale molte famiglie. Abbas ha anche rifiutato di pagare l’elettricità e le cure mediche che Israele (il cattivo) fornisce ai palestinesi nella Striscia di Gaza.

Abbas vuole che la Striscia di Gaza sia il problema di Israele, dell’Egitto e del resto del mondo.

Abbas ha posto le sanzioni sulla striscia di Gaza nella speranza che i palestinesi colpiti si ribellassero contro il suo nemico Hamas. Finora, tuttavia, le sue strategie sembrano essere fallite. Hamas è ancora al potere e non si vede quasi nessuna vera sfida al suo dominio sulla Striscia di Gaza. Inoltre, Abbas non vuole assumersi alcuna responsabilità per il suo popolo nella Striscia di Gaza; vuole che la Striscia di Gaza sia il problema di Israele, dell’Egitto e del resto del mondo. Chiunque pensi che Abbas sia desideroso di tornare nella Striscia di Gaza vive in un mondo di favole. (Hamas ha espulso l’Autorità Palestinese e Abbas dalla striscia di Gaza nel 2007).

A Abbas non piace essere ricordato della sua responsabilità per quello che molti descrivono come una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, e non vuole che nessun palestinese protesti contro le misure punitive che ha imposto alla Striscia di Gaza.

Innanzitutto, Abbas ha emanato una direttiva che proibiva ai palestinesi di protestare nelle principali città della West Bank.

La sua direttiva, tuttavia, non ha impedito a centinaia di attivisti palestinesi di recarsi nelle strade di Ramallah il 13 giugno per condannare le sanzioni di Abbas. Quello che doveva essere una protesta pacifica si è rivelato uno dei più violenti scontri tra le forze di sicurezza e i dimostranti contrari ad Abbas, il cui unico crimine è stato quello di chiedere al loro leader di revocare le sanzioni che ha imposto alla Striscia di Gaza.

I palestinesi in Cisgiordania stanno anche cercando di mostrare solidarietà con i loro fratelli nella Striscia di Gaza. Sembra che comincino a rendersi conto che Abbas, invece di aiutare la popolazione nella Striscia di Gaza, li sta effettivamente punendo tagliando i loro stipendi e negando loro aiuti medici e umanitari. La protesta di Ramallah è arrivata anche tra le crescenti critiche (principalmente dalla Striscia di Gaza) che attribuiscono ai palestinesi della Cisgiordania l’indifferenza per le sofferenze dei loro fratelli nella Striscia di Gaza.

Su istruzioni di Abbas, dozzine di poliziotti palestinesi, sia in uniforme che in abiti civili, hanno attaccato i manifestanti con forza brutale, usando bastoni e gas lacrimogeni. Più di 44 manifestanti sono stati arrestati e 20 sono stati feriti. La brutalità, tuttavia, non si è conclusa qui. In seguito, i poliziotti palestinesi hanno fatto irruzione negli ospedali e nelle cliniche a Ramallah per arrestare palestinesi feriti, sospettati di aver preso parte alla protesta pacifica. Almeno cinque giornalisti palestinesi e stranieri sono rimasti feriti durante l’assalto della polizia, mentre, a molti altri, hanno sequestrato le loro macchine fotografiche e altri dispositivi.

“L’Autorità palestinese ha attraversato tutte le linee rosse”, ha detto un manifestante palestinese che è stato picchiato dai poliziotti palestinesi durante la manifestazione. “Ci hanno trattato come se fossimo il più grande nemico dei palestinesi, non abbiamo idea del perché hanno usato questa forza contro di noi, questo è un vero crimine e una violazione dei diritti umani palestinesi”.

L’Autorità Palestinese avrebbe giustificato il suo brutale attacco contro i manifestanti pacifici, sostenendo che i manifestanti non avevano ottenuto un permesso per la loro protesta. Ma da quando i palestinesi hanno bisogno di un permesso dai loro leader per dimostrare? Bene, in questo caso hanno bisogno di un permesso perché la protesta era diretta contro l’Autorità Palestinese e contro Abbas.

Dimostrare contro Israele o contro gli Stati Uniti e bruciare bandiere, manifesti di leader israeliani e americani non richiede un permesso da parte della leadership palestinese a Ramallah. In effetti, i leader palestinesi, a Ramallah, hanno avuto un ruolo importante nel suscitare manifestazioni anti-israeliane e anti-americane, specialmente negli ultimi mesi. Ma, una cosa è gridare i canti contro gli Stati Uniti e contro Israele, un’altra storia completamente diversa è quando un palestinese urla contro i suoi leader. Un tale palestinese sarebbe davvero fortunato se finisse in ospedale con solo un arto rotto.

Quindi Abbas, che sta già punendo il suo popolo nella Striscia di Gaza con il pretesto di combattere Hamas, ora sta dicendo al suo popolo in Cisgiordania di tenere per sé le proprie opinioni, oppure, pagare per la trasgressione e l’impudenza con teste rotte e ossa rotte.

L’avvertimento di Abbas è stato echeggiato da uno dei suoi alti funzionari, Akram Rajoub, che funge da “governatore” della città di Nablus in Cisgiordania. In un video pubblicato sui social media, dopo il violento incidente di Ramallah, Rajoub è visto e sentito minacciare qualsiasi palestinese che dimostri contro il presidente Abbas:

“Malediremo il padre di chiunque protesterà … D’ora in avanti, non avremo paura e non ci interessa, risponderemo a chiunque ci maledirà e danneggerà la nostra dignità. Maledetto sia il padre di coloro che dice brutte cose su di noi! ”

Le minacce di Rajoub, che suonano più come il linguaggio di un teppista di strada che un alto funzionario, sono venute in risposta alle diffuse critiche alla brutale violenza dell’Autorità Palestinese contro i manifestanti di Ramallah. La sua minaccia è vista come un tentativo di dissuadere altri palestinesi dal denunciare le sanzioni di Abbas sulla Striscia di Gaza.

Le minacce di Rajoub rappresentano una massiccia presa in giro della verità da parte dell’Autorità palestinese. Da un lato, Abu Mazen e i suoi funzionari continuano a ritenere Israele responsabile della miseria dei palestinesi nella Striscia di Gaza e chiedono alla comunità internazionale di condannare Israele per le sue politiche di difesa dagli attacchi (dalla Striscia di Gaza), mentre è, infatti, lo stesso Abbas che è in gran parte responsabile dell’attuale crisi. È a causa di Abbas, e non di Israele, che i palestinesi nella striscia di Gaza ricevono solo quattro o cinque ore di elettricità ogni giorno. È a causa di Abbas, e non di Israele, che decine di migliaia di impiegati palestinesi non hanno ricevuto salari negli ultimi mesi. È a causa di Abbas, e non di Israele, che gli ospedali nella Striscia di Gaza non hanno medicine e attrezzature mediche.

Queste sono solo alcune delle verità scomode che Abbas e i suoi compari di Ramallah non vogliono che il mondo sappia o che i palestinesi ne parlino. Ecco perché Abbas ha mandato i suoi poliziotti a Ramallah per picchiare i manifestanti, il cui unico crimine era che avevano osato invocare il loro leader per rimuovere le sanzioni nella Striscia di Gaza.

Per ora, Abbas sembra aver raggiunto il suo obiettivo di mettere a tacere e intimidire i suoi critici. Le scene violente per le strade di Ramallah, il 13 giugno, sono state un deterrente sufficiente. Come ha commentato un attivista palestinese:

“È diventato più sicuro dimostrare contro Israele che contro Abbas o l’Autorità Palestinese. Israele è, almeno, un paese con un ordine pubblico e hanno organizzazioni per i diritti umani e un potente sistema mediatico e giudiziario.Possiamo solo continuare a sognare di avere qualcosa di simile a ciò che hanno gli ebrei. “

Il fatto che Abbas stia organizzando un one-man show in Cisgiordania e stia reprimendo le libertà pubbliche non significa che i suoi rivali ad Hamas siano migliori. A volte, infatti, è difficile distinguere tra il regime di Abbas e quello di Hamas. I due usano spesso le stesse tattiche per imporre il terrore e l’intimidazione alla loro gente. Hamas è cattivo, ma chi ha detto che l’Autorità Palestinese è buona?

Le scene che abbiamo visto per le strade di Ramallah a metà giugno sono state replicate a Gaza City pochi giorni dopo, quando Hamas ha usato la stessa tattica per spezzare una protesta pacifica. Il 18 giugno, i poliziotti e i miliziani di Hamas hanno attaccato un gruppo di palestinesi che stavano organizzando una protesta pacifica per chiedere l’unità palestinese. Ancora una volta, diversi palestinesi sono finiti in ospedale, mentre decine di altri sono stati arrestati da Hamas. Anche Hamas ha giustificato l’uso della forza sostenendo che i manifestanti non avevano ottenuto un permesso adeguato.

Sia a Ramallah che a Gaza, l’Autorità Palestinese e Hamas sono riusciti a inviare un messaggio alla loro gente che chiunque parlerà contro il suo leader avrà le sue ossa o il suo cranio rotto. Hamas e l’AP si disprezzano a vicenda e, in senso figurato e letterale, si sono fatti a pezzi a vicenda nell’ultimo decennio. Questi cattivi non sono diversi dalle altre dittature arabe che schiavizzano e uccidono la loro gente.

Chiunque pensi che Mahmoud Abbas sia desideroso di tornare nella Striscia di Gaza, vive in un mondo di favole.
Se i palestinesi volessero, veramente, aspirare a una una vita migliore, la prima cosa che dovrebbero fare è liberarsi dei “leader” che hanno distrutto le loro vite.

di Bassam Tawil

Intanto, il braccio armato di Hamas, le Brigate di Ezzedin al Qassam,scatena la ritorsione di Israele. Paga sempre il popolo palestinese.

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Tensione sempre più alta, ieri, tra israeliani e palestinesi. Una pioggia di razzi, da Gaza a Israele, sono caduti nella notte. L’esercito israeliano ha reagito bombardando 25 obiettivi di Hamas nella Striscia. Durante la notte è stata un’escalation continua anche in risposta al lancio di aquiloni incendiari palestinesi. Secondo l’esercito israeliano, i gruppi armati palestinesi hanno lanciato “più di 45 razzi e proiettili di mortaio contro obiettivi civili israeliani”. Il braccio armato di Hamas, le Brigate di Ezzedin al Qassam, ha rivendicato le azioni. Gli allarmi anti-aerei sono risuonati in diverse zone israeliane vicino a Gaza, i consigli regionali di Eshkol, Shaar HaNegev, Lakhish e Hof Ashkelon e la zona industriale di Ashkelon. Sette razzi sono stati intercettati dal sistema antimissile Iron Dome, e tre, ha fatto sapere un portavoce dell’esercito, sono atterrati all’interno della Striscia di Gaza. Le autorita’ hanno deciso che le scuole rimarranno aperte, ma hanno aumentato le misure di sicurezza. I bombardamenti israeliani invece, secondo fonti sanitarie a Gaza, hanno causato almeno tre feriti.

1791.- Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

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Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credevano che non avrebbero affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma gli attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati”. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano”. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri”, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligenza militare”. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, aurora, 13 maggio 2018

1777.- Quando Netanyahu disse:”l’Iraq ha le armi nucleari”

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di Cesare Sacchetti

Dopo aver visto il recente show di Benjamin Netanyahu che mostra le presunte prove dello sviluppo di armi nucleari in Iran, più di qualche osservatore non ha potuto fare a meno di essere colpito da delle reminiscenze improvvise su dichiarazioni simili, rilasciate molti anni addietro.

Per la precisione l’anno in questione è il 2002, e il protagonista della storia è sempre il primo ministro israeliano che all’epoca commentava un altro paese considerato una minaccia per lo Stato ebraico e gli USA, l’Iraq.

Le dichiarazioni di Netanyahu al Congresso USA nel 2002

Erano gli anni della presidenza Bush e della politica del “preemptive strike”, ovvero degli attacchi preventivi lanciati contro quegli stati che rappresentavano potenziali minacce per Washington e Tel Aviv.

Se si guarda a quanto accaduto recentemente in Siria, a distanza di molti anni, le abitudini degli USA non sembrano essere troppe cambiate.

In quel momento storico, sui media americani la minaccia numero uno era sicuramente l’Iraq di Saddam Hussein, odiato dalla potentissima lobby dei neocon, i falchi noti per le loro politiche interventiste contro gli stati giudicati “canaglia” per gli interessi americani.

Allora Netanyahu diede un importante contributo a rappresentare Saddam come una potenziale minaccia per gli interessi israelo-americani, ed ebbe l’occasione di farlo anche in una seduta pubblica del Congresso USA, dove il premier israeliano fu categorico.

“Non c’è nessun dubbio che Saddam Hussein stia lavorando e portando avanti un programma per lo sviluppo di armi nucleari”, così si espresse Netanyahu.

Una situazione di così grave pericolo che imponeva agli Stati Uniti di “distruggere il regime iracheno perchè un Saddam dotato di armi nucleari avrebbe messo a rischio la sicurezza del mondo intero.”

Non solo. Il premier israeliano metteva in guardia sul fatto che una volta che Saddam avesse avuto a sua disposizione delle armi nucleari, automaticamente l’intera rete del terrorismo islamico avrebbe avuto anch’essa a disposizione armi dal potenziale distruttivo devastante.

Qui Netanyahu sembra riprendere una delle tesi diffuse dall’amministrazione presidenziale di Bush, secondo la quale esisteva uno stretto legame tra il dittatore iracheno e Osama bin Laden, asserzione poi completamente smentita dalla commissione sull’11 settembre.

Non solo non c’erano apparenti legami tra Osama e Saddam, ma tra i due non correva affatto buon sangue, perchè l’ex rais non gradiva le posizioni islamiste del fondatore di al-Qaeda.

La fine della storia è nota. Un anno dopo l’intervento di Netanyahu al Congresso americano, gli Stati Uniti decisero di lanciare un attacco unilaterale contro l’Iraq di Saddam.

Il paese fu prima devastato da anni di guerra tra le forze occupanti americane e la resistenza baathista fedele al dittatore iracheno, fino a quando non si crearono le condizioni per l’insorgenza del terrorismo islmamico con la diffusione dell’ISIS in tutta la regione, che solo recentemente è stata debellata.

E le armi nucleari che mettevano a rischio la sicurezza globale? Mai rinvenute, perchè semplicemente non sono mai esistite. Nessuna traccia nemmeno degli stabilimenti dove il programma nucleare di Saddam si sarebbe dovuto realizzare.

Fu così che una delle più grandi fake news della storia recente costò la vita a centinaia di migliaia di persone. Il bilancio complessivo dei morti, secondo le stime dell’Opinion Research Business, si attesta intorno ad un milione e 200mila.

Quando oggi ancora una volta si rivede Netanyahu che con enfasi quasi teatrale mostra le “presunte” prove sulle armi nucleari in possesso dell’Iran, il pensiero non può andare addietro a quel 2002 e alle prove sulle inesistenti armi nucleari dell’Iraq.

A quanto pare, sembra che alcune fake news resistano all’usura del tempo.

1748.- Trump minaccia e provoca. La Russia mostra le foto che smentiscono l’uso di gas sarin in Siria

Il presidente degli Stati Uniti twitta:
Russia vows to shoot down any and all missiles fired at Syria. Get ready Russia, because they will be coming, nice and new and “smart!” You shouldn’t be partners with a Gas Killing Animal who kills his people and enjoys it!
«La Russia dice che abbatterà tutti i missili lanciati contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, missili belli e nuovi e ‘intelligenti’. Da Mosca risponde la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Chiede se qualcuno ha «avvertito gli esperti dell’Opac che ora missili intelligenti possono distruggere tutte le prove di uso di armi chimiche sul terreno». Prove che potrebbero mostrare come a Douma sia stata inscenata una provocazione volta a scatenare una rappresaglia delle potenze occidentali contro Damasco. Circostanza che si è già verificata in passato. E aggiunge: «I missili intelligenti dovrebbero essere lanciati verso i terroristi, non contro il governo legittimo della Siria, che ha passato diversi anni a combattere il terrorismo internazionale sul suo territorio», ha denunciato la diplomatica di Mosca.

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Ieri, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha respinto la proposta di Russia e Iran di aprire un’indagine sul presunto attacco con armi chimiche in Siria.

Da ricerche preliminari risulta che l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) abbia avallato il presunto attacco armi chimiche nella città siriana di Khan Shaykhun nella provincia di Idlib, il 4 aprile scorso, con l’utilizzo di sarin.

Tuttavia, questa affermazione, in base al risultato dell’esame di tre corpi, ha attirato alcune critiche.

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Russia e Iran hanno proposto la creazione di una commissione indipendente per indagare sull’incidente, ma l’OPCW ha respinto l’iniziativa.

Per il Ministero degli Esteri russo questo risultato era scontato e per questo accusa l’Occidente di cercare di evitare un’indagine completa che potrebbe rivelare la verità su quello che è successo in Khan Shaykhun.

La Russia ha un’altra versione dei fatti

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato le fotografie che la delegazione russa ha già consegnato ai membri del OPCW come anticipato ieri dall’AntiDiplomatico. Queste immagini, come riferiscono da Mosca, mostrano le conclusioni di medici svedesi sui bambini di Khan Shaykhun, non avvelenati con il gas ma con sostanze stupefacenti o sostanze psicotrope.

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“Nelle foto vediamo che i bambini hanno pupille molto dilatate che occupano la maggior parte del diaframma, mentre la prova primaria degli effetti del sarin stanno è il restringendo delle pupille”, ha spiegato il capo del Dipartimento per la non proliferazione ed il controllo delle armi del ministero degli Esteri russo Mikhail Ulyanov, nel corso della riunione della OPCW, di mercoledì scorso.

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Hanno drogato degli innocenti e li hanno usati come cavie

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In altre fotografie tantomeno si vedono i sintomi tipici di attacco con gas sarin, come salivazione dal naso abbondante, acquosa o gocciolante, ha osservato Ulyanov.

È evidente che coloro che hanno preso le foto le hanno manipolate abbiano poca conoscenza delle conseguenze dell’uso di armi chimiche”, ha aggiunto.

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Inoltre, un cratere formato presso il sito dell’attacco non è il risultato di un missile, ma di un esplosivo che era già lì.

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Perché il sarin non ha avvelenato i Caschi Bianchi?

Il Ministero della Difesa russo ha richiamato l’attenzione sul fatto che durante il presunto attacco con armi chimiche a Khan Shaykhun, i Caschi Bianchi, presenti sul luogo dell’attacco, non siano rimasti avvelenati dal gas sarin.

“Se a Khan Shaykhun è stato davvero usato il gas sarin, allora come l’OPCW può spiegare [comportamento] dei ciarlatani Caschi Bianchi che saltano tra i vapori del sarin senza mezzi di protezione?” Ha chiesto il portavoce del ministero della difesa russo Igor Konashenkov.

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Una prova solida?

I risultati preliminari della OPCW non hanno convinto il professor Marcello Ferrada de Noli, fondatore dell’organizzazione ‘Medici svedesi per i Diritti Umani’ (SWEDHR), il quale ha sostenuto che “nessuna prova è stata presentata”.

“Ci sono state alcune segnalazioni di militari degli Stati Uniti, che hanno preferito l’anonimato, sul fatto che fossero state usate armi chimiche, e poi la testimonianza, come è successo in altri casi, dei ‘Caschi Bianchi’ la cui credibilità, in particolare su questo tema, non è la migliore”, ha concluso.

1747.- Stati Uniti, Francia e Regno Unito studiano operazione contro Damasco

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Gli ufficiali iraniani dell’IRGC piangono, guardando il figlio del loro compagno che è stato ucciso, nel barbaro attacco delle forze aeree israeliane, sulla base siriana T-4 il 9 aprile 2018.

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Si scrive Damasco e si legge Russia. Questa guerra non la vedrete in televisione perché siamo legati ad una NATO, che è palesemente lo strumento di interessi del tutto estranei all’Italia. Ci chiediamo: Donald Trump è ancora il Presidente degli Stati Uniti o non lo è mai stato e la sua elezione ha, semplicemente, messo da parte quel disastro mediatico della Clinton? E, poi: Fino a quando la superiorità militare dimostrata dai russi consentirà a Putin di agire con saggezza? Occhi della Guerra commenta questo giorno di relativa pace. Relativa perché, anche se ci siamo destati vivi, i jet americani e francesi, NATO e Ue, stanno sorvolando le batterie dei missili della difesa aerea siriana. Il ministero degli esteri cinese ha dissuaso gli Stati Uniti dall’attaccare la Siria prima che una indagine approfondita a livello internazionale sull’attacco al cloro o, addirittura, al gas nervino, a Duma sia stata svolta. L’ONU? Nessuna commissione d’inchiesta per confermare che il 7 aprile ci sia stato un attacco chimico contro Duma e nella città i russi si muovono a braccia e petti scoperti. E’ chiaro che l’ inesistente attacco chimico e’ la risposta al vertice di Ankara. I neocon non si accontentano di partecipare alla rivisitazione dei confini del 1916 e delle zone d’influenza. Vogliono stravincere e spazzare via chinque si metta di traverso ai loro piani, il tutto senza un briciolo di prova e di vergogna. L’ennesima sceneggiata sui gas Nervini, ha confermato che hanno la proprieta’ assoluta dell’Informazione occidentale.
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La “major decision” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Siria è alle porte. Il mondo è con il fiato sospeso. Tutti sono consapevoli che quello che si sta giocando in Siria non è solo il destino del popolo siriano ma quello di una regione e, forse, anche del mondo.

Secondo le fonti del Pentagono, gli Stati Uniti hanno vagliato tutte le opzioni. E sono pronti all’uso della forza. Il tutto però è sospeso su un sottilissimo filo che lega ancora le speranza della Siria. Uno, l’intervento della Russia come garante di un’indagine internazionale indipendente. Il secondo, che l’Onu, quel fantomatico organismo che dovrebbe vegliare sulla pace fra Stati, decida di imporsi quantomeno per indagare sui fatti. Speranza vane.

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I ribelli possiedono armi chimiche (e le hanno già usate in passato)

La Russia, grazie al blocco mediatico e internazionale costruitole intorno, è isolata. Aver accusato ripetutamente Mosca di qualsiasi malefatta, comporta che nessun governo occidentale possa darle credito se non vuole distruggere la struttura di accuse rivolte al Cremlino. Ora che hanno creato il mostro, non possono, evidentemente, dare al mostro ragione. Una strategia perfetta, che adesso mostra la sua gravità per tutto il mondo.

Sulle Nazioni unite, inutile aggiungere molto. Il segretario generale Antonio Guterres ha invocato un’indagine accurata “attraverso competenze imparziali, indipendenti e professionali”. “Qualunque uso confermato di armi chimiche, da qualsiasi parte nel conflitto e in qualsiasi circostanza è ripugnante e una chiara violazione del diritto internazionale”. Discorso che ha ricevuto il plauso di Sergei Lavrov.

Per gli Stati Uniti ora è il momento di decidere. E tutto dipenderà da come si muoveranno gli alleati e dai tempi di avvicinamento delle altre navi americane. Le fonti militari del sito israeliano Debkafile riferiscono che l’unica nave da guerra Usa immediatamente disponibile è il cacciatorpediniere Uss Donald Cook, salpato da Larnaca il 9 aprile.

Il gruppo di battaglia della Uss Iwo Jima, che ha visitato Haifa il mese scorso, è in navigazione nel Mar Arabico, a pochi giorni di distanza, mentre il gruppo da battaglia della Uss Harry S. Truman potrebbe partire domani per il Medio Oriente. Sarebbe impossibile arrivare nelle acque del Mediterraneo orientale prima di una settimana.

Ed ecco quindi la possibile soluzione: gli alleati. Secondo le fonti dell’intelligence citate, l’amministrazione Trump sta negoziando con la Gran Bretagna, la Francia e altri alleati, inclusi i governi arabi, il loro coinvolgimento nell’attacco. L’idea è quella di un’operazione che si svolgerà per diversi giorni. Non si parlerebbe, a detta di queste fonti, di un lancio di missili da crociera come un anno fa.

Il primo alleato cui si è rivolto Trump sembra essere stato il premier britannico Theresa May. L’idea è semplice: ti ho sostenuto con Skripal, ora mi sostieni su Bashar al Assad. Avevamo già scritto, su questa testata, del possibile do ut des sul dossier iraniano e sul confronto con le forze sciite nella regione mediorientale. Forse è arrivato il momento in cui Trump chiederà il conto del sostegno a Londra dopo il caso dell’ex spia russa avvelenata. La Gran Bretagna ha una base aerea a Cipro di fondamentale importanza strategica. E la premier britannica ha già detto: “Stiamo lavorando con urgenza con i nostri alleati per valutare cosa è successo e stiamo anche lavorando su quali azioni potrebbero essere necessarie”.

Per quanto riguarda la Francia, la portaerei Charles de Gaulle è in riparazione. Si esclude quindi un suo utilizzo a largo della Siria. Ma c’è un dato da riportare. Uno squadrone di 12 caccia Rafale della marina militare francese, accompagnato da tre aerei cisterna KC-135, è decollato dalla base di Landivisiau nel nord-ovest della Francia il 4 aprile per dirigersi verso gli Stati Uniti.

L’addestramento degli aviatori francesi con la Us Navy sarà diviso in due periodi. La prima fase presso la Naval Air Station di Oceana e una seconda fase in cui i jet Rafale M saranno operativi presso la Uss George H.W. Bush. Questo perché i Rafale sono gli unici aerei non statunitensi totalmente compatibili con il sistema di decollo impiegato sulle portaerei statunitensi. Basti ricordare che i Rafale hanno operato dalla Uss Dwight D. Eisenhower, nel Golfo Persico, durante le operazioni della coalizione contro lo Stato islamico. C’è la possibilità che questo coordinamento venga ristabilito molto presto in vista di un eventuale attacco sulla Siria. Del resto, i francesi sono già a Manbij e molto spesso Emmanuel Macron ha dichiarato di essere pronto a intervenire in caso di attacco chimico da parte del governo siriano. Tutto torna. Tristemente. Come un mosaico i cui tasselli sono stati inseriti meticolosamente ad arte.

1742.- Sunniti contro sciiti: la mappa dello scontro

Ottavo anno di guerre siriane visto da Ankara e da Beirut
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L’apparente conclusione della guerra dei sette anni, siriana, celebrata dal’ accordo di Ankara, riporta alla ribalta l’altra guerra di 1.400 anni fra sciiti e sunniti, per intenderci meglio, fra Iran e Arabia Saudita, che si combatte a far tempo dalla morte del profeta. Altrettanto, si riaccendono in Israele i timori di avere 10.000 guerrieri Hezbollah alle frontiere, grazie all’avanzata dell’Iran attraverso Bagdad: timori tenuti a bada, sembra, dagli accordi fra Putin e Netanyau. Non dimentichiamo che Hibz Allàh o Hezbollah è il Partito di Dio degli sciiti libanesi. Sembra, che in Siria si siano combattute più guerre e che le nubi si stiano addensando all’orizzonte di Israele. Occhi anche su Beirut, dunque!

Putin, Erdogan, Rohani e Trump, assente ad Ankara, ma non politicamente, né per sempre, non hanno stipulato una pace. Hanno soltanto contemperato i loro interessi, molto al di sotto, però, dei grandi sorrisi profusi al termine dell’incontro.

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E’ certo che Putin conserverà le basi sul Mediterraneo, quella navale di Tartus e quella aerea di Latakia, nonché la sua partecipazione alle attività estrattive e di trasporto; Erdogan, riconosciutosi califfo, equidistante da Mosca e da Washington, quando si tratta del neoimpero ottomano, proseguirà nella eliminazione del popolo curdo dalle sue frontiere; Rohani otterrà il passaggio verso la capitale irachena Bagdad, e fino ai confini del mondo sciita e di Israele, lasciando aperta la strada agli Hezbollah; Trump manterrà integra la NATO, anche se molto nominalmente, perché il suo braccio armato e lo strumento di dominio sull’Unione europea, ovviamente assente. In tutto questo, Bashar al-Assad sembra definitivamente declassato al ruolo di governatore, atteso che è stata riaffermata l’integrità del territorio siriano. Probabilmente, la Morte di Mu’ammar Gheddafi pesa ancora. L’Isis, che abbiamo conosciuto come la nuova Compagnia delle Indie, non serve più. Malgrado questo quadro, gli sciiti dell’Iran, i sunniti dell’Arabia Saudita e il dio petrolio ci sono ancora, perciò, penso che, presto, vedremo di nuovo Trump sulla scena del Medio Oriente, anche perché i suoi Stati Maggiori nulla sanno, per ora, di questa sua ritirata a effetto.

Dopo questa breve analisi, Vi propongo la lettura di Davide Sarsini da agi estero, che su sciiti e sunniti sotto titola: “Una rivalità vecchia di 1.400 anni,ma che è deflagrata con le primavere arabe”.

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La rivalità tra sunniti e sciiti che infiamma il Medio Oriente ha 1.400 anni – lo scontro dottrinale risale infatti alla morte di Maometto – ma è deflagrata con le Primavere arabe che hanno rovesciato regimi e riacceso appetiti di dominio regionale dei due grandi sponsor, l’Arabia saudita sunnita, da una parte, e l’Iran sciita, dall’altra.

Sunniti vs Sciiti, una questione (anche) di numeri

I sunniti nel mondo sono l’80% dei musulmani contro il 15% degli sciiti. Il restante 5% si divide in correnti minori, i ‘sufi’ è la più diffusa. Rispetto al dato complessivo dei 49 Paesi a maggioranza musulmana, però, in Medio Oriente la forbice tra i due rami dell’Islam è molto più ridotta: tre sciiti per ogni cinque sunniti.

Gran parte degli sciiti si concentra in Iran, dove i sunniti sono solo otto milioni, l’11% della popolazione. Gli sciiti sono maggioranza anche in Azerbaigian, Iraq (dove governano dalla caduta del sunnita Saddam Hussein) e Bahrein. Quest’ultimo, isola-Stato del Golfo Persico, è retto però dalla casa sunnita dei Khalifa. Il 70% degli sciiti vive in questi quattro Paesi.

Il ‘caso’ Siria…
C’è poi la Siria, Paese a maggioranza sunnita governato dalla famiglia Assad e da un giro di potenti funzionari, tutti sciiti della setta alauita. Dal 2011 è iniziata una rivolta che si è trasformata in una guerra civile, con il presidente Bashar al-Assad appoggiato dall’Iran sciita contrapposto a una galassia di milizie per lo più sunnite (e curde) che vanno dall’Isis ai ribelli addestrati dagli Stati Uniti.

Tutti questi Paesi fanno parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, una cintura che comprende movimenti sciiti in India e Pakistan, soprattutto nel Kashmir, e attraversa Iran, Iraq, Siria, l’est dell’Arabia Saudita, il Bahrein fino al Libano, dove ci sono le milizie sciite di Hezbollah e un rapporto numerico quasi paritario con i sunniti, e allo Yemen.

…e il rebus Yemen
Proprio lo Yemen è un caleidoscopio dello scontro settario interno all’Islam: nel 2015 una coalizione a guida saudita è intervenuta militarmente per rovesciare le milizie sciite Houthi che avevano preso il potere. Negli ultimi tempi, però si registrano frizioni anche nel fronte sunnita fra l’esercito fedele al presidente filo-saudita, Abdrabbuh Hadi, e i miliziani del Movimento del Sud appoggiati dagli Emirati arabi uniti.

Il fronte sunnita è guidato dall’Arabia Saudita, custode dei Luoghi Santi dell’Islam, ma è maggioranza anche negli Emirati arabi, in Qatar, Kuwait, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e Afghanistan. Un saudita su quattro aderisce al wahabbismo, variante ancora più estrema e puritana dell’Islam.”

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1739.- Le frontiere di un Paese senza governo

da Il Mattino del 3 aprile 2018

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La notizia che oltre 16 mila immigrati clandestini africani (per lo più eritrei e sudanesi) dei 42 mila presenti in Israele potessero essere trasferiti anche in Italia in base a un accordo raggiunto tra Gerusalemme e l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), poi ritirato nella notte, ha aperto nuovi interrogativi circa la sovranità dell’Italia e la credibilità della politica nei confronti dell’immigrazione illegale.

Fonti della Farnesina hanno smentito che l’accordo coinvolgesse anche l’Italia ma Roma si è già più volte resa disponibile ad accogliere, con i corridoi umanitari, oltre un migliaio di africani dalla Libia e siriani dei campi profughi in Libano selezionati dall’Unhcr e poi trasferiti in Italia anche con aerei della nostra Aeronautica.

Forse anche per questo il premier israeliano Benyamin Netanyahu (nella foto sotto) ha riferito in una conferenza stampa che tra i Paesi disposti ad accogliere i clandestini vi fossero anche Germania e Canada che, come l’Italia, hanno già in passato accettato di accogliere migranti illegali in accordo con le agenzie dell’Onu.

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Tra le ipotesi non si può infatti escludere che l’Unhcr avesse chiuso l’accordo con Israele puntando soprattutto a evitare l’immediata espulsione coatta dei migranti illegali in alcuni Paesi africani, già messa a punto da Gerusalemme, evidenziando in sede di trattativa i nomi di alcuni Stati presso i quali sono già stati effettuati trasferimenti di immigrati clandestini per ragioni umanitarie, inclusa l’Italia.

Un’ipotesi plausibile considerato che anche Berlino si è detta «sorpresa» dall’annuncio di Netanyahu (il suo dietrofront è giunto solo nella notte). In attesa di comprendere come stiano realmente le cose vale la pena evidenziare gli aspetti critici di questa vicenda, primo fra tutti il fatto che l’Italia non ha ancora un nuovo governo che possa assumersi alcuna responsabilità per questa e altre decisioni del genere mentre l’esecutivo Gentiloni ha già rassegnato le dimissioni e resta in carica solo per gli affari correnti.

Decidere di accogliere altri immigrati illegali, dopo i 650 mila fatti sbarcare in Italia dal 2013 dagli ultimi tre governi, non rientra negli «affari correnti», ambito in cui non rientrava forse neppure l’espulsione di diplomatici russi chiesta da Londra a tutti gli alleati ma che diversi Stati membri di Nato e Ue (con governi pienamente in carica) hanno respinto.

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L’accoglienza di poche migliaia di persone attraverso i «corridoi umanitari» potrebbe non avere un grave impatto finanziario e sociale sull’Italia se non fosse che andrebbe a sommarsi ai numeri spaventosi di persone accolte in questi anni: di molte di esse si sono perse le tracce, altre vagano fuori controllo nelle città italiane o premono sui confini con gli altri partner europei.

Il boom di reati commessi dai clandestini, le obiettive difficoltà d’integrazione e il crescente rischio per la sicurezza in termini di criminalità ed eversione islamista legata ai flussi migratori (finalmente riconosciuto anche da chi fino a ieri negava vi fossero legami tra immigrazione e terrorismo) dovrebbero indurre a bloccare ogni ulteriore forma di accoglienza.

Anche perchè i clandestini che Israele vuole espellere sono per lo più uomini soli (famiglie, donne e bambini hanno ottenuto da Gerusalemme l’accoglienza temporanea) come la maggior parte di quelli giunti in Italia da Libia e Tunisia. Inoltre sono a tutti gli effetti migranti economici, come la stragrande maggioranza dei migranti illegali presenti in Italia e che secondo la stessa agenzia europea delle frontiere (Frontex) dovrebbero essere espulsi.

Vi sono quindi molte ragioni per rifiutare ulteriori quote di migranti illegali ma a quelle politiche, di sicurezza, di opportunità e buon senso, si aggiungono anche quelle legate all’attuale vulnerabilità di Roma sul fronte della sovranità nazionale.

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Nonostante gli accordi con Tripoli e le norme che regolano la nuova missione navale della Ue vi sono organizzazioni non governative che «impongono» all’Italia di accogliere migranti illegali che dovrebbero venire sbarcati altrove mentre i doganieri francesi sembrano potersi muovere, in armi e impunemente, sul territorio nazionale senza che a Parigi qualche ministro senta neppure il dovere di chiedere scusa.

L’attuale delicata fase politica coincide con il livello di sovranità più basso mai espresso dall’Italia e questo fenomeno appare ancor più grave e manifesto proprio sul fronte delle migrazioni illegali. Difficile pretendere di affermare la sovranità con Parigi per i fatti di Bardonecchia dal momento che l’Italia ha rinunciato da anni ad ogni forma di controllo e difesa dei propri confini marittimi, di fatto attraversabili impunemente da chiunque paghi organizzazioni criminali colluse con i terroristi islamici per raggiungere la Penisola.

La percezione che Roma abbia rinunciato a ogni forma di sovranità sui propri confini, ingigantita begli ultimi mesi dal fenomeno degli «sbarchi fantasma» dalla Tunisia, è palpabile in Africa come in Europa e coincide con il crollo della credibilità di un’Italia divenuta ricettacolo della peggiore immigrazione illegale.

Riabilitare il Paese, nell’immagine come nella sostanza, richiederà tempo e determinazione ma a questo obiettivo non contribuirebbe certo l’accoglienza anche dei clandestini che Israele aveva annunciato di voler espellere.

Foto AFP e Red Ice

1736.- COSA PREVEDE IL “GLOBAL COMPACT ON MIGRATION”, L’ACCORDO ONU SUI MIGRANTI DAL QUALE GLI USA SI SONO DEFILATI

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Canada, Germania e Italia: queste alcune delle destinazioni indicate dal premier israeliano, Benyamin Netanyahu, per una parte dei migranti africani che nei prossimi cinque anni dovranno lasciare Israele in base all’intesa raggiunta con l’Alto commissariato dell’Onu.
E noi? “Non se ne parla neppure di prenderci una quota dei 16mila immigrati clandestini africani che Israele, d’accordo con l’ONU, sta per espellere dal suo territorio.” Lo dice Roberto Calderoli, ma…

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COSA PREVEDE L’ACCORDO
Il «Global Compact on Migration» è l’accordo sull’immigrazione delle Nazioni Unite firmato nel settembre 2016 a New York . La comunità internazionale dovrebbe adottarlo nell’ottobre 2018.
Nel settembre 2016 i 193 membri dell’Assemblea generale Onu hanno approvato all’unanimità un testo chiamato «Dichiarazione di New York» che punta a migliorare la gestione internazionale di rifugiati e migranti, sia nell’accoglienza che nel sostegno ai ritorni. Sulla base di questa dichiarazione, l’Alto commissario per i rifugiati dovrà presentare nel suo rapporto annuale all’Assemblea generale del 2018 un Patto globale sulle politiche globali e nazionali per i prossimi decenni.
Il Global Compact intende concordare i criteri basilari per una migrazione internazionale «disciplinata, sicura, regolare e responsabile».
Prevede una lunga serie di impegni comuni a favore di migranti e rifugiati. Tra questi la lotta contro lo sfruttamento, il razzismo e la xenofobia; il salvataggio delle persone in fuga; la garanzia di mettere in atto procedure di frontiera eque e in linea con il diritto internazionale, a iniziare dalla Convenzione sui rifugiati del 1951.
Nella Dichiarazione è posta anche un’attenzione specifica ai bisogni di donne, bambini e delle persone che necessitano di assistenza sanitaria, il riconoscimento e l’incoraggiamento degli apporti positivi dei migranti e dei rifugiati allo sviluppo sociale, la garanzia che il loro benessere rappresenti la priorità nei progetti di sviluppo, la garanzia di un finanziamento adeguato, flessibile e prestabilito. Il Patto prevede anche impegni specifici in relazione sia ai rifugiati che ai migranti, con un maggiore sostegno ai Paesi e alle comunità che ospitano il maggior numero di rifugiati. Altri impegni riguardano la creazione di posti di lavoro e di sistemi per favorire l’accesso al reddito per i rifugiati e le comunità ospitanti (leggi il documento preparatorio qui).

PERCHÉ GLI USA SI SFILANO
Il passo indietro di Washington si inserisce nella retorica dell’«America First» portata avanti dall’amministrazione Trump. Lo ha sottolineato chiaramente la stessa ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, nell’annunciare il ritiro di Washington: «Le nostre decisioni sull’immigrazione devono essere sempre prese dagli americani e solo dagli americani» ha detto. Una linea opposta rispetto all’approccio «globale»invocato dal Compact, teso a creare una «più grande cooperazione internazionale». «I larghi movimenti di rifugiati e migranti – si legge nel documento – hanno ramificazioni politiche, economiche, sociali, per lo sviluppo, umanitarie e di diritti umani che oltrepassano ogni confine. Questi sono fenomeni globali che richiedono approcci e soluzioni globali. Nessuno Stato può gestire da solo questi movimenti».
Il passo indietro di Washington si inserisce nella retorica dell’«America First» portata avanti dall’amministrazione Trump. Lo ha sottolineato chiaramente la stessa ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, nell’annunciare il ritiro di Washington: «Le nostre decisioni sull’immigrazione devono essere sempre prese dagli americani e solo dagli americani» ha detto. Una linea opposta rispetto all’approccio «globale»invocato dal Compact, teso a creare una «più grande cooperazione internazionale». «I larghi movimenti di rifugiati e migranti – si legge nel documento – hanno ramificazioni politiche, economiche, sociali, per lo sviluppo, umanitarie e di diritti umani che oltrepassano ogni confine. Questi sono fenomeni globali che richiedono approcci e soluzioni globali. Nessuno Stato può gestire da solo questi movimenti».
La Haley ha spiegato anche che la dichiarazione di New York «non è in linea con le politiche per l’immigrazione e i rifugiati americane e con i principi dell’amministrazione Trump». America First significa difesa della «fortezza nazionalista».
In più, uno dei principali sostenitori del Patto globale sui migranti è stato Barack Obama, che all’indomani della firma del Compact aveva addirittura convocato un altro summit sul tema sempre a Palazzo di Vetro: un altro motivo per suscitare l’avversione di Trump.

LE ALTRE DEFEZIONI USA
Quello sul patto per i migranti è l’ultimo strappo dell’amministrazione Trump alle Nazioni Unite. Nell’ottobre scorso la decisione di uscire dall’Unesco a partire dal 2019: in quel caso la Casa Bianca contestava all’organismo internazionale di mostrare «pregiudizi anti-israeliani». Nel 2016 gli Stati Uniti hanno annunciato invece l’intenzione di abbandonare gli accordi di Parigi sul clima, sottoscritti un anno prima.
Quello sul patto per i migranti è l’ultimo strappo dell’amministrazione Trump alle Nazioni Unite. Nell’ottobre scorso la decisione di uscire dall’Unesco a partire dal 2019: in quel caso la Casa Bianca contestava all’organismo internazionale di mostrare «pregiudizi anti-israeliani». Nel 2016 gli Stati Uniti hanno annunciato invece l’intenzione di abbandonare gli accordi di Parigi sul clima, sottoscritti un anno prima.
Nell’era Trump si è verificato il disimpegno Usa anche da un altro importante trattato internazionale: il Tpp, il trattato di libero scambio firmato da dodici paesi di Asia, America e Oceania che si affacciano sul Pacifico e rappresentano il 40% dell’economia mondiale. Washington ha minacciato anche di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano.

EFFETTO BOOMERANG
Il principale risultato di queste defezioni Usa appare il maggior isolamento americano sul piano internazionale, la crescente marginalità di una potenza che sta perdendo la sua centralità geopolitica. Il mondo sta andando in un’altra direzione: quello della condivisione delle sfide globali. Il ritiro americano dal Patto globale sui migranti arriva mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu intensifica le riunioni sulla migrazioni. Dopo la crisi dei rifugiati in Europa, il tema è ritornato in queste settimane d’attualità con l’esodo di massa dei Rohingya dalla Birmania in Bangladesh e con le rivelazioni sui mercati di schiavi in Libia. E proprio l’altro giorno a margine del summit Europa Africa in Costa d’Avorio , Onu con Ue e 9 Paesi europei e africani, hanno deciso di condurre insieme «operazioni di evacuazione urgenti» di migranti vittime dei trafficanti in Libia.
Il principale risultato di queste defezioni Usa appare il maggior isolamento americano sul piano internazionale, la crescente marginalità di una potenza che sta perdendo la sua centralità geopolitica. Il mondo sta andando in un’altra direzione: quello della condivisione delle sfide globali. Il ritiro americano dal Patto globale sui migranti arriva mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu intensifica le riunioni sulla migrazioni. Dopo la crisi dei rifugiati in Europa, il tema è ritornato in queste settimane d’attualità con l’esodo di massa dei Rohingya dalla Birmania in Bangladesh e con le rivelazioni sui mercati di schiavi in Libia. E proprio l’altro giorno a margine del summit Europa Africa in Costa d’Avorio , Onu con Ue e 9 Paesi europei e africani, hanno deciso di condurre insieme «operazioni di evacuazione urgenti» di migranti vittime dei trafficanti in Libia.
dal Corriere.

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia