1798.- Contratto di Governo Lega e 5 Stelle: i punti chiave

Movimento 5 Stelle e Lega hanno definito il “contratto per un governo del cambiamento”: a Di Maio e Salvini gli ultimi ritocchi, poi consultazione tra gli elettori e scelta del premier.

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Quasi chiuso il contratto di programma tra Lega e Movimento 5 Stelle per un nuovo Governo di “alleanze”. Circa 40 pagine programmatiche, che toccano temi di vario genere, dalla Cultura all’Ambiente, dall’Università all’Agricoltura, dalla Previdenza alla Giustizia. Il testo sintetizza le posizioni dei due partiti e attende il placet dei leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, su alcuni aspetti ancora da definire. Stralciata l’uscita dall’Euro, tra i punti in programma ci sono alcune conferme rispetto alla prima bozza:
Sussidio di disoccupazione per indigenti (“reddito di cittadinanza”), pari a 780 euro a persona.
La misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno; l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio. L’ammontare è fissato in 780,00 Euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala OCSE per nuclei familiari più numerosi. A tal fine saranno stanziati 17 miliardi annui.
Riduzione tasse (“flat tax”), con due aliquote IRPEF al 15% e 20% per i lavoratori (persone fisiche, partite IVA e famiglie) e una al 15% per le società. Per le famiglie è prevista “una deduzione fissa di 3mila euro in base al reddito”.
La parola chiave è “flat tax”, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. Punto di partenza è la revisione del sistema impositivo dei redditi delle persone fisiche e delle imprese, con particolare riferimento alle aliquote vigenti, al sistema delle deduzioni e detrazioni e ai criteri di tassazione dei nuclei familiari.
Pensione di cittadinanza a chi vive sotto la soglia minima di povertà.
La nostra proposta è rappresentata da un’integrazione per un pensionato che ha un assegno inferiore ai 780,00 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza.
Espulsioni immigrati irregolari e centri per il rimpatrio, con dettagli ancora da definire.
Vincolo parlamentari, che decadono se si iscrivono ad un partito diverso da quello con cui è stati eletti.
Comitato di riconciliazione, ossia un governo ombra per risolvere le controversie interne alla coalizione, che oltre a premier e ministri interessati include i due leader di partito e i capigruppo.
Le questioni legate all’Europa (revisione trattati..) restano da definire. Così come la scelta del premier. Secondo indiscrezioni, tanto Di Maio quanto Salvini sarebbero ancora in lizza per ricoprire l’incarico.

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TAV Torino-Lione si farà.

Pensioni: stop Legge Fornero
Ecco uno stralcio dall’ultima bozza.

Riforma Pensioni, l’ipotesi M5S-Lega rilancia la quota 100
15 maggio 2018
Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti.
Inoltre è necessario riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza.

Prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili.
Iter
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella valuterà il programma soltanto a contratto sottoscritto dai due leader di partito. Tutte le bozze vengono considerate tali e pertanto non valutate. I tempi non sono però immediati.

Dopo i ritocchi di Salvini e Di Maio, il Movimento 5 Stelle sottoporrà il programma al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, la Lega svolgerà invece una consultazione interna al centrodestra (con modalità da definire).

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1797.- Le voci della destra: Perché votare Italia agli italiani. Commento a Nicola Cospito

Con la sinistra politica disfatta e la destra volta al passato, con le istituzioni colonizzate dai farisei, vedo difficile un percorso di ricostruzione della coesione nazionale, ammesso che ci sia mai stata. Nella parentesi fascista, l’Italia degli italiani crebbe, ma anche cadde. Ieri cadde, oggi sprofonda nel servaggio, come nei secoli bui. Siamo stati ingannati perché siamo divisi. Ci hanno giocato gli uni contro gli altri, sventolando bandiere di un’epoca che non ritorna, come non torneranno i suoi uomini migliori. Le bandiere vere e quelle false, perché i più sono ignoranti e nulla discernono. Ci hanno ingannati perché non abbiamo il culto della casa comune. Il concetto di Patria è stato respinto, offeso da chi ha voluto per se il comando dello Stato: per se e per i suoi interessi. Così, ingenuamente, ci siamo donati all’Europa con amore, dimentichi che le diversità di ogni popolo europeo sono la sua ricchezza; dimentichi che siamo i soli depositari della rivoluzione cristiana che gli altri non hanno conosciuto; dimentichi che le frontiere e le leggi dello Stato sono il presidio dei valori della nostra identità, della nostra ricchezza, dello Stato sociale che prima di un diritto, fu una conquista dei lavoratori di sempre: con il re, con il duce, con la Repubblica, perché era la nostra casa. Le orde dei barbari di una follia malvagia ci dicono che la casa è in pericolo, è aperta a tutto e a tutti ed è una casa ricca, che fa gola a chi non rispetta il sudore e l’amore che l’hanno creata. Era la nostra casa e deve esserlo.
Leggo di un certamente patriota che parla a un improbabile esercito, con toni accesi, di svincolarsi dalle catene dell’Unione Europea – e ha ragione da vendere, sia per il bene dell’Italia che della stessa Europa -, ma non porge la mano alla massa degli italiani che di questi toni forti faranno volentieri a meno; che più non credono nella politica e sono più del 50%. Sono l’esercito degli astensionisti, cui devi sussurrare il tuo Amor di Patria. Carezzare i loro cuori, perché tornino a pensare insieme. Per risvegliare la coscienza del popolo italiano, bisogna saperne cogliere la sua sensibilità e riavvicinarlo ai temi sacri della civiltà cristiana, non spaventarlo con gli incubi di un passato tragico, demonizzato dalla lotta per il potere. Non allontaniamo, con gli spettri di ciò che non ritorna, quelli che nulla sanno della resistenza eroica e di quella ipocrita mascherata da antifascismo. Riposino in pace i combattenti della resistenza ai tedeschi e quelli della resistenza agli anglo-americani. Dimentichiamo quelli che hanno voluto conquistare lo stato fascista per sete di potere. Malediciamo quanti, per cupidigia, di quel potere hanno fatto lo strumento della morte della Nazione. Voglio parlarvi di Dio, di famiglia, delle nostre donne e di lavoro, ma senza squilli di fanfare, né rullar di tamburi. Tendendo fraternamente la mano.

SCRIVE NICOLA COSPITO:
In occasione della nuova uscita di Foglio di lotta, ci pare opportuno pubblicare questo recente appello a sostenere la lista unitaria nazionalpopolare. Da sempre ci siamo battuti per l’unità dell’area e ora, con il patto Forza Nuova Fiamma Tricolore cui hanno aderito anche I Fasci Italiani del Lavoro, Azione Sociale di Brescia, la Fiamma Italia Sociale, Italia Giovane Solidale, la Fiamma Nazionale e altri camerati sparsi sul territorio nazionale, sembra che un primo importante traguardo sia stato raggiunto. Sia ben chiaro però a noi tutti. La battaglia elettorale è solo una battaglia contingente, la nostra azione per risvegliare la coscienza del popolo italiano continua e continuerà ad ogni livello, prima di tutto quello culturale. La riscoperta dei nostri valori esistenziali, la nostra battaglia spirituale restano infatti la pietra angolare della nostra attività militante. Foglio di lotta saprà darne testimonianza.
Il 4 marzo si sta avvicinando e con lo spoglio scardinare il senso più profondo della morale, i politica di investimenti nel settore pubblico,

delle schede votate il popolo italiano potrà conoscere il suo destino dei prossimi anni. Il fatto nuovo di questa tornata elettorale è costituito per la nostra area dall’accordo sono già insieme, l’effetto calamita, con un po’ di pazienza, non potrà mancare. Basta guardarsi intorno e vedere cosa sta succedendo nel Paese. Come sta avvenendo abbondantemente nei paesi dell’Est europeo dove i movimenti nazionalisti hanno avuto un importante e significativo exploit, anche in Italia i tempi stanno cambiando e i cittadini stanno capendo, nonostante il lavaggio del cervello operato dai mass media proni agli interessi stranieri, che la priorità politica per la sopravvivenza dell’Italia è svincolarsi dalle catene dell’Unione Europea e di uscire dalla gabbia che gli usurai di Bruxelles e i loro plenipotenziari Prodi, Amato, Berlusconi, Draghi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, gli hanno costruito addosso. In questi anni abbiamo assistito alla progressiva distruzione dello Stato Sociale creato dal Fascismo e alla sistematica cancellazione dei diritti dei lavoratori portata avanti con la complicità dei sindacati e dei loro dirigenti ben pagati per il loro tradimento. I governi che si sono succeduti, sia quelli di centrodestra che quelli di centrosinistra, oltre a mostrare una cronica incapacità nel gestire il mondo del lavoro incrementando una occupazione non vera ma precaria, hanno varato una serie di riforme pasticciate e tali da aggravare la crisi economica e sociale, diminuendo il gettito fiscale, scardinando il sistema pensionistico, compromettendo il futuro delle giovani generazioni. Tanto per citarne qualcuna: La Legge Fornero che da un lato ha alzato l’età pensionabile e dall’altro ha introdotto il sistema contributivo che riducendo gli assegni ha vanificato la speranza di una vecchiaia dignitosa; il Jobs Act che ha pianificato la precarizzazione del lavoro ancora di più di quanto aveva fatto la legge Biagi e che ha reintrodotto forme odiose di sfruttamento dei giovani lavoratori ridotti a veri e propri iloti, la cosiddetta Buona Scuola che nell’inseguire il modello della scuola azienda (alternanza scuola lavoro), ha assestato un altro colpo mortale all’istruzione già compromessa dalle demenziali innovazioni di D’Onofrio e della Gelmini. A questo si aggiungono poi la sciagurata Legge sulle Unioni Civili che vuole
Decreti salva banche, provvedimenti vergo- gnosi che, se hanno salvato il sedere dei finan- zieri corrotti, hanno lasciato nella miseria migliaia di risparmiatori; la incredibile legge elettorale varata a poche settimane dal voto, il cosiddetto Rosatellum, studiato ad arte per ingarbugliare e vanificare la volontà di un elet- torato in costante diminuzione di partecipazione alle scelte politiche e che detesta i partiti come il diavolo l’acqua santa. Per questa ragione, mentre il PD vede calare vertiginosamente i suoi consensi, mentre la sua costola si arrocca nella formazione di Liberi e Uguali, guidata dal vecchio satrapo Pietro Grasso, un anziano magistrato privo di qualsivoglia capacità dialet- tica e politica, rappresentata da vecchi arnesi come Bersani e D’Alema, buoni per ogni avventura e dalla Boldrini, la più squalificata figura del parlamento, il centrodestra sigla un’alleanza sulla punta delle baionette, tra Berlusconi, ormai fisicamente e mentalmente al capolinea,ansiososolodiritornaresullascena, Fratelli d’Italia, partito che raccoglie il peggior marciume dei riciclati di Alleanza Nazionale e la Lega di Salvini che rinuncia alla sua opposizione radicale ai vincoli dell’Unione Europea e si fa trascinare in un abbraccio che, dopo il recupero effettuato nel suo essersi liberata di Bossi e nell’essersi data una linea nazionale e non più secessionista, rischia di esserle fatale. E questo, mentre anche i Cinque Stelle, nati come movimento di protesta, oltre a mostrare cronica incapacità amministrativa, come dimostrato abbondantemente a Roma e aTorino,scelgonolaviadell’inserimentonel sistema dell’eurozona rinunciando a battaglie importanti come quella per l’uscita dall’euro e sposano i desueti schemi antifascisti mesco- landosi con i talebani resistenzialisti. Quello dell’affrancamento dall’eurozona è il tema cen- trale su cui si gioca il futuro dell’Italia e su questo non ci possono essere giochi di parole o fraintendimenti. La posizione della lista L’Italia agli italiani che comprende Forza Nuova e la Fiamma Tricolore è inequivoca- bile. Solo l’affrancamento dall’Unione Euro- pea, l’uscita dall’euro e il recupero della sovra- nità monetaria che altro non è se non la possibi- lità per il nostro Stato di emettere una propria moneta, unita al ripudio del debito usuraio con- trattodaunmanipoloditraditori,potràpermet- tere il rilancio dell’economia atraverso una
nell’agricoltura (come ha fatto la Polonia), nel turismo che è il grande tesoro del nostro paese. L’Italia manca di adeguateinfrastruttu- re. Strade, autostrade, ponti ecc. sono fati- scenti e vanno ripristinati e restaurati. Ugual- mente l’intero settore dei trasporti va integral- mente ripensato e reso funzionale alle esigenze commerciali. Alcuni settori dove domina la speculazione come quelli delle banche e delle assicurazioni, vanno nazionalizzati, vale a dire controllati dallo Stato all’insegna della giustizia e della trasparenza. Eredi di quelli che vararono la legge quadro sulle banche del 1936, non faremo sconti a nessuno. L’intero sistema paese va sburocratizzato e non a parole. Alcune leggi che hanno consolidato autentici privilegi ingiu- stificati, come quella sull’editoria tanto per fare un esempio, vanno abolite immediatamente. Anche grazie all’introduzione di una sana autarchia e di un protezionismo ragionevolmente programmato, sarà possibile rilanciare la domandaeilconsumointerno,valeadirequello dei prodotti italiani che saranno controllati e pro- tetti nella loro genuinità. Tutta l’agricoltura dovrà essere biologica, la terra dei fuochi dovrà essere risanata completamente e il recupero del territorio egemonizzato dalla criminalità orga- nizzata attraverso leggi davvero speciali, sarà una delle priorità nella nostra politica di gover- no. Anche la politica estera sarà cambiata attraverso la denuncia dei trattati di Maastricht e di Lisbona, attraverso l’uscita dalla NATO, il ritiro dellemissioni dei nostri soldati all’est- ero, nuovi accordi e nuove alleanze strategi- cheecommerciali.Tuttoquestoipartitidelvec- chio sistema, i riciclati attaccati alle poltrone, coloro che amano non il nostro paese ma se stessi e la loro avidità di potere non lo vogliono fare. Pur di rimanere loro a galla sono disposti a fare affondare il nostro Paese, quello per il quale sono morti dal Risorgimento ad oggi migliaia di patrioti. Loro sono i traditori della Patria e come tali vanno apostrofati. Noi invece siamo decisi e determinati. Il vento del nazionalismo soffia in tutto l’Est del vecchio continente. Ungheria, Polonia, Slovacchia, Austria, Repubblica ceca, sono svincolate o si stanno svincolando dall’Unione Europea. Questi Paesi rappresentano la vera Europa e sventolano la bandiera della riscossa e della rinascita. Ora tocca a noi. Ora tocca all’Italia. E’soloquestioneditempoedivolontà.Impor- tante è mettersi senza esitazioni sulla strada giusta.
Per oltre cinquant’anni, a decorrere dall’immediato dopoguerra, il tragico destino di migliaia di cittadini italiani a ridosso di quello che oggi è il Confine Orientale è stato dimenticato. O nascosto.
Poi grazie ad una serie di storici e studiosi coraggiosi, alla caduta del muro di Berlino, all’apertura di diversi Archivi Storici si è potuto far conoscere una pagina drammatica per migliaia di italiani.
Quello che portò alla tragedia delle foibe fu «un odio alimentato dall’ideologia, in questo caso soprattutto dall’ideologia comunista»: questo il giudizio netto di Walter Veltroni, il Presidente Cossiga ha decretato la Foiba di Basovizza come Monumento Nazionale (disse inginocchiato: “Chiedo perdono a questi morti perché sono stati dimenticati dai vivi”), la legge 10/02/04 ha permesso di istituire nel 10 febbraio il cosiddetto “Giorno del Ricordo”, nel 2005 il Presidente Ciampi ha conferito la medaglia d’oro al Merito civile alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito: quindi oggettivamente dopo decenni di colpevole silenzio, tanto si è fatto a livello istituzionale per permettere un’adeguata conoscenza di questa pagina del nostro passato.
Ma cosa successe nel corso e dopo la Secondo Guerra Mondiale in Istria, a Fiume, in Dalmazia? Tito sapeva che per slavizzare terre che da 22 secoli erano sempre state romane, veneziane e italiane occorreva una adeguata pianificazione. Del resto le cifre di inizio secolo parlavano chiaro: nel censimento del 1921 si evidenziava come il 63% degli abitanti dell’Istria fosse di radice italiana, il 24% croata e il 12% slovena, con queste due etnie radicate per lo più all’interno del territorio.
Nel 1914 su 50 comuni dell’Istria 37 erano ad amministrazione italiana e 13 ad amministrazione slava. Appariva chiara quindi la prevalenza dell’elemento italiano in quelle terre, particolarmente diffuso lungo la costa mentre la parte autoctona slovena e croata abitava perlopiù l’entroterra.
Ma i dati che più di altri consentono di comprendere le proporzioni della presenza italiana e del conseguente dell’esodo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono proprio i dati forniti da chi parte e lascia le proprie case: da Fiume scapparono in 54.000 su 60.000, da Pola in 32.000 su 34.000, da Zara in 20.000 su 21.000, da Capodistria in 14.000 su 15.000.
Il fine del Maresciallo Tito e del IX Corpus era quello di deitalianizzare Istria, Fiume e Dalmazia, eliminando la popolazione italiana non necessariamente sotto il profilo fisico (tra infoibati, deportati nei campi di sterminio e annegati non si supera le 12.000 unità) ma anche attraverso la costrizione ad abbandonare le proprie case e i propri beni. Con il metodo dell’intimidazione, del terrore ed, efficacissimo, della requisizione di tutti i beni. Già dal 1942 il futuro cosiddetto “boia di Pisino” Ivan Motika
girava l’Istria redigendo elenchi di notabili italiani (commercianti, insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, vale a dire le figure più visibili delle comunità) da eliminare per consentire la rapida penetrazione nel tessuto sociale dell’elemento slavo-comunista.
Nel 1946, secondo ammissione dello stesso Milovan Gilas, braccio destro di Tito, lui ed Edward Kardelj furono inviati in Istria allo scopo di studiare il modo di subordinare l’elemento italiano ai nuovi padroni: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”. E terrore più incertezza per il futuro costituivano un
Il volantino di lotta studentesca entrato nelle scuole per pretendere il ricordo delle foibe
metodo sbrigativo, sicuro e di facile attuazione. Del resto nella fine aprile- inizio maggio del 1945 Tito entra prima a Trieste e Gorizia che a Lubiana e a Fiume: punta a ovest, tanto sa che la corsa va fatta con gli Alleati per capire chi riesce a piantare per primo la bandiera sui due pregiati obbiettivi italiani.
Nel progetto del maresciallo Tito il Friuli Venezia Giulia doveva essere l’ottava Repubblica Federativa Jugoslava con il confine sul fiume Tagliamento.
Chi ebbe la fortuna di non finire nel profondo di una foiba o in un campo di concentramento da qualche parte nel cuore dell’entroterra slavo prese la via dell’esilio in quella che rappresenta da un lato una scelta di libertà e di vita ma dall’altro un inequivocabile italianissimo gesto d’amore per la Patria. Se ne andarono in 350.000, dal 1943 ai primi anni Sessanta, di cui ben 201.440 regolarmente censiti con documentazione depositata presso l’Archivio di Stato a Roma. Molti non
figurarono perché fuggiti senza lasciare tracce ed emigrati nelle lontane Americhe o in Australia, oppure perché esodati dopo il 1958 data ultima dei censimenti ufficiali. Forse solo il Papa Paolo VI comprese le proporzioni e il reale dramma dell’esodo quando riconobbe “l’angoscia del dramma dei profughi giuliani e la grandezza lirica del loro esodo”. Un’egregia, rapida, vincente opera di deitalianizzazione per giunta coperta dalla situazione internazionale creatasi che costringeva gli Alleati a reggere il gioco alla Jugoslavia allora ancora sotto la grande ala protettiva di Stalin.
Eppure i vertici degli Alleati erano al corrente di tutto quello che stava accadendo: dall’esodo di massa agli infoibamenti.
Esiste la riprova in una lettera di Churcill a Stalin, datata 23 giugno 1945, in cui si parla di “grandi crudeltà che gli jugoslavi hanno inferto agli italiani in questa parte del mondo”.
Non potevano ignorarlo nemmeno i Presidenti della Repubblica Italiana Luigi Einaudi e Gio- vanni Gronchi che firmarono un documento di Stato dove, nella primavera del 1945 si afferma che “Trieste è stata nuovamente sottoposta ad una durissima occupazione straniera e subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria”.
E lo conoscevano ancor meglio i carnefici slavi che lo sbandieravano pubblicamente sulle pagine del quotidiano Primorski Dnevnik del 5 agosto 1945 dove si legge: “Sulla terra che ha sofferto per 25 anni il terrore snazionalizzatore italo-fascista si è combattuto per anni contro i nazi-fasci- sti assieme ad onesti italiani ed antifascisti, non è questa la prima e nemmeno l’unica grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e tede- schi e di quelli che si sono opposti”.
In questa cornice si è inserito il dramma delle foibe vero e proprio dove le cavità carsiche rappresentavano il metodo più efficace e sicuro di eliminazione di scomodi italiani perché oppositori del disegno titino dell’annessione: essendo la foiba una voragine profonda un centinaio di metri in mezzo al bosco nell’entroterra istriano, nei sanguinari pensieri dei carnefici rappresentava una tomba grande, nascosta e capace di inghiottire e far sparire qualunque tipo di prova. Si è stimato che nella foiba di Basovizza abbiano trovato la fine 2.000 uomini, quella di Monrupino ha inghiottito altrettante persone, in quella di Vines dove sono stati trovati i resti di 115 italiani con le mani legate a grosse pietre, quella detta dei “Colombi” ha fatto mergere 146 persone evirate prima di esservi gettate, quella di Drenchia ricca di 52 corpi di donne, ragazzi e partigiani della Osoppo, quella dell’ “abisso di Semich” contenente 90 corpi con evidenti segni di sevizie: nient’altro che vere e proprie fosse comuni. Su questi avvenimenti tragici per cinquant’anni è calato solo un’impenetrabile silenzio. Pagine di storia strappate. Strappate dalla memoria storica della coscienza popolare e anche dai libri di scolastici di intere generazioni che sono cresciute ignorando ciò che era successo sul Confine Orientale.

PROGRAMMA ELETTORALE “ITALIA AGLI ITALIANI”
PROVVEDIMENTI URGENTI E PRIORITARI
La coalizione di forze politiche e sociali che compone il blocco politico “Italia agli italiani” identifica tra le diverse tematiche alcune vere e proprie urgenze prioritarie per la sopravvivenza stessa del nostro popolo: Resistenza Nazionale contro l’invasione in corso, Diritti Sociali reali invece degli ipocriti “diritti civili”, Sovranità Monetaria contro il potere finanziario internazionale e Rivoluzione Demografica contro la sostituzione.
RESISTENZA NAZIONALE
Dove c’è la volontà politica di impedire l’invasione di massa del proprio territorio, l’invasione non si verifica, come dimostrano Polonia e Ungheria. In Italia è urgentissimo impedire anche la più remota ipotesi di Ius Soli, impedire la costruzione di nuove moschee così come l’assegnazione di case e posti di lavoro agli immigrati quando ancora mancano per tanti italiani, rifiutare ogni influenza giuridico-culturale derivante dalla sharia, bloccare ogni tipo di invasione e avviare in modo celere e ordinato, un umano rimpatrio delle masse extracomunitarie e islamiche verso i paesi d’origine cominciando dagli irregolari, da quelli che si sono resi responsabili di reati e di propaganda islamista. Ogni influenza culturale incompatibile con la tradizione europea che è greco-romana e cristiana, va rifiutata. I flussi migratori non vanno semplicemente gestiti: vanno bloccati e invertiti.
Le leggi attuali sull’accoglienza e l’asilo politico vanno riviste drasticamente in senso restrittivo. Nessun extraeuropeo ha il diritto di entrare nel nostro territorio senza motivo e permesso preventivo. I clandestini giunti in Italia vanno riportati tutti in centri in Libia. Le concessioni della cittadinanza e i ricongiungimenti familiari dal 1996 in poi vanno revocati e il matrimonio con un italiano cessa di dare diritto alla cittadinanza. La residenza non può essere concessa se non dopo 20 anni di versamenti pensionistici senza interruzione.
DIRITTI SOCIALI, CASA E LAVORO
Noi vogliamo uno Stato che sia “padre” e non patrigno o padrino del suo popolo. Tutte le risorse oggi bruciate a favore degli invasori extracomunitari e della costruzione di moschee vanno immediatamente reindirizzate verso le nostre classi popolari con la creazione di un ente statale totalmente pubblico che garantisca a ogni famiglia italiana il diritto alla casa, riconosciuto come primario e fondamentale. Chiediamo la edificazione di nuovi quartieri a misura d’uomo (costruzioni con fondi pubblici, case rivendute a prezzo di costo, spazi e
verde a misura di famiglie, bioarchitettura tradizionale e bassa densità abitativa) e l’istituzione del Mutuo Popolare, senza banche, interessi e usura. In attesa dell’istituzione del Mutuo Popolare chiediamo il blocco immediato di tutti gli sfratti a danno di italiani e una sanatoria generale degli italiani “senza titolo” che abitano in case di proprietà pubblica.
L’attuale politica razzista a danno degli italiani e a favore degli extracomunitari deve terminare immediatamente. Chiediamo la cancellazione delle leggi antisociali come il jobs act e la riforma Fornero, l’aumento delle pensioni minime e l’abbassamento delle tasse che congelano la nostra economia. il ripristino dell’originario articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e il ripristino delle garanzie a tutela dei lavoratori, la nazionalizza- zione di tutte le imprese strategiche, il ripristino della separazione tra banche di risparmio e banche d’affari, l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione che prevede la cogestione delle aziende e l’introduzione della partecipazione agli utili da parte dei lavoratori. Una delle due camere deve divenire una rappresentanza delle categorie del lavoro.
SOVRANITA’ NAZIONALE – ITALEXIT
Un popolo non può essere libero se non ha sovranità. Non accettiamo che il nostro destino sia deciso da organismi burocratici non eletti e da banche internazionali che sfruttano i popoli. Noi esigiamo il ripudio di tutti i debiti da usura verso le banche centrali, la creazione di una Moneta di Popolo, dichiarata proprietà dei cittadini che non viene prestata e quindi non crea debito o inflazione e la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Noi invochiamo il ritorno in mani italiane di aziende storiche svendute a stranieri, una politica contraria alle delocalizzazioni e che favorisca il ritorno in Italia delle aziende già delocalizzate. Noi auspichiamo un rilancio dell’IRI che possa ridare slancio a tutta l’economia italiana.
Noi affermiamo il diritto degli italiani alla legittima autodifesa organizzata sia a livello
familiare che di quartiere. Tutti i cittadini incensurati e in possesso di requisiti psicofisici
possono detenere un’arma e hanno il diritto di difendere la casa e la famiglia, donne e
anziani hanno diritto a possedere mezzi di difesa alternativi e deve essere concesso il porto d’armi a tutte le categorie giudicate “a rischio”: commercianti, farmacisti, avvocati, imprenditori agricoli e residenti in campagna.
Il nostro popolo deve essere padrone della sua moneta, della sua casa, della sua sicurezza e delle sue strade o non sarà mai libero! Noi esigiamo l’uscita dell’Italia da UE, EURO e NATO e l’affermazione di una politica di amicizia e collaborazione con la Russia.
RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA
Tutti i capitali oggi spesi a favore di coppie gay, propaganda gender, manipolazioni genetiche e aborto, vanno urgentemente reindirizzati per finanziare le giovani coppie appena sposate e le famiglie più numerose. Le attuali leggi abortiste vanno abrogate immediatamente. Chiediamo l’introduzione di un Reddito alle Madri, una riduzione progressiva delle tasse alle famiglie che crescono con l’aumento dei figli, una vera e propria politica statale di investimento sui figli, futuro del nostro popolo e sulla famiglia naturale, cellula base della società. Le famiglie più numerose vanno sostenute e finanziate come vere e proprie imprese che producono capitale umano per il nostro popolo. Chiediamo l’introduzione a certe condizioni, della Proprietà Familiare, inalienabile, indivisibile e non tassabile. I giovani devono essere educati e incoraggiati a creare famiglie naturali e numerose senza le quali il nostro popolo non ha futuro. In particolare chiediamo il sostegno alla maternità fino alla maggiore età del figlio, bonus per la nascita di figli di entrambi genitori italiani, asili nido gratuiti per madri a basso reddito, la concessione di libri e materiale didattico gratuiti agli studenti della scuola dell’obbligo. Ogni propaganda gender nelle scuole deve cessare immediatamente.

1796.- Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede)

di Maurizio Blondet

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Il motivo lo ha spiegato – in un articolo del giugno 2013 – Paul De Grauwe, attualmente docente alla John Paulson Chair in European Political Economy, nella London School of Economics, già membro del parlamento belga dal 1991 al 2003, autore di ricerche e libri fondamentali sulla politica monetaria, di cui è considerato fra le massime autorità.

De Grauwe ha scritto l’articolo perché il governatore Weidmann della Bundesbank, la banca centrale tedesca, s’era appellato alla Corte Costituzionale tedesca, sostenendo che gli acquisti a palate di titoli di debito pubblico dei paesi dell’eurozona che sta operando la BCE, esponevano i contribuenti tedeschi al rischio di dover pagare con le tasse le “perdite” che avrebbe subito la BCE in caso di insolvenza dell’Italia, Spagna, Grecia, Portogallo.
De Grauwe mostra che la Bundesbank è ignorante, come quasi tutti gli economisti italiani (e non parliamo dei giornalisti) a ventilare una simile spaventosa ipotesi. Il motivo: applicano alle banche centrali i criteri di solvibilità e insolvenza di una banca privata, o di una qualsiasi impresa privata.

“Il livello di confusione è così alto – scrisse appunto – che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE”.

“Tale paura è mal posta” . Anzi: “In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di titoli di debito”.

“Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto” .

Ma “questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire”.

Oddio, e perché?

Perché “una banca centrale può emettere tutta la moneta che vuole e chi gli serve per ripagare i suoi “creditori”.

E chi sono i creditori della banca centrale?

Sono “i detentori della sua moneta. Per la banca centrale, il loro “ripagamento” consisterebbe semplicemente nel sostituire la moneta vecchia con moneta nuova”.

Non siamo più nel sistema del tallone aureo, quando una banca centrale prometteva di convertire la moneta che emetteva in oro.

“Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Quindi, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità.

“La sola promessa che una banca centrale fa […] mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

La banca centrale assorbe qualsiasi perdita
(…) . La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto. Dunque l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal Tesoro non ha alcun senso”.

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Visto che qualcuno ancora non capisce, De Grauwe spiega di nuovo:
“Per essere chiari:

La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire)
L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che essa possa mantenere il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui il sovrano ha giurisdizione. Una volta che abbia dal sovrano tale potere, la banca centrale è libera da ogni limite di solvibilità”.
Chiarito ciò, De Grauwe illustra il caso più semplice, di una banca centrale che emetta moneta per un solo stato. Lo fa comprando i Buoni del Tesoro di quello Stato ed emettendo moneta.

“Acquistando i titoli di debito statali, la banca centrale trasforma la natura del debito pubblico.

Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito viene trasformato:

Il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio di default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria); che è priva di rischio default, ma soggetta a rischio di inflazione”.
Per capire cosa sia questa trasformazione, e come agisca nel bilancio, supponiamo che Banca Centrale e Governo siano tutt’uno (come dopotutto sono: due rami separati del settore pubblico, ed erano prima del “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia).

Attenzione attenzione, perché nelle righe seguenti troviamo spiegato perché 250 miliardi di debiti possono essere “cancellati”:

dunque seguiamo il ragionamento.

“Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare”.

E attenti, non è ancora finita:

“La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio [come fa la BCE coi nostri 250 miliardi], ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questa FINZIONE ed eliminarla dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall’ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo, ma NON un rischio di default”.

Dunque non ha senso – come voleva far credere la Bundesbank – che le banche centrali, quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende, ci perdono. Se ci fosse una perdita per la banca centrale, essa sarebbe compensata alla pari da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore di mercato del suo debito è sceso in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico”.

Chiaro o no? L’esperto sottolinea:

“Arriviamo a una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato)”.

Che se poi ancora non fosse chiaro ai vari “economisti” dei miei stivali che strillano, De Grauwe riprende:

“Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. E’, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra”.

La classica partita di giro.

“La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo”.

Capito? L’economista vuol essere ancora più chiaro.

“L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica”.

“La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita”
Ma, probabilmente temendo che questo sia al disopra delle possibilità intellettuali del governatore Weidmann della Bundesbank, il belga insiste:

“E’ letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel trituratore della carta: niente sarebbe perduto”.

Vogliamo copiare la frase in inglese:

It is literally true that the central bank could put the government bonds ‘into the shredding machine’; nothing would be lost.

“Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.

Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.

Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.

Nel caso dell’eurozona, una unione monetaria imperfetta (che non è anche una unione di bilancio), le cose sono alquanto più complesse. Ma all’osso, ci limitiamo a riportare l’esempio di De Grauwe:

“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.

La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma a tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.
La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).

La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.
Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.

Ecco perché, all’inizio del discorso il nostro monetarista diceva che, anziché essere danneggiati, “i tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisti di debiti pubblici avviato da Draghi.

L’effetto paradossale è questo:

“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli a cui pensa l’opinione pubblica tedesca

“Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri”
Cioè dai paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi.

“Un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori)”.

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La Germania lucra anche su questo.
Che cosa serve ancora per realizzarla perversione del sistema euro? E di chiamare chi lo sostiene in Italia un traditore? Perché la protesta di Weidmann contro gli acquisti della BCE, anche se non escludo possa essere dovuta ad ignoranza (non sarebbe il primo banchiere a non sapere come si crea il denaro), servepiuttosto ad uso interno, per rafforzare nei cittadini tedeschi l’impressione che essi stanno pagando per i debtii italiani, spagnoli, greci. Il che pone il problema dei tecnocrati non eletti: non c’è niente di peggio di un tecnocrate incompetente. Anzi di peggio c’è, ed è un tecnocrate che fa’ politica e propaganda contro un paese alleato, fondatore, e dellas tessa zona monetaria. Ma che dire dei giornalisti ed economisti italiani che tifano per la bancarotta dell’Italia in odio al govenro Salvini-Di MAio?

Dal testo qui sopra si vede anche che i tassi d’interesse sul nostro debito non dipendono dai “mercati” e se è aumentato lo spread a causa del governo Lega-Cinque Stelle, è un avvertimento artificiale delle banche centrali ostili. Ricordiamo che quando Sarko e Merkel vollero rovesciare Berlusconi, aumentarono lo spread vendendo – non loro, le loro banche centrali per carità, sono indipendenti – a vagonate titoli di Stato italiani. Draghi dispose poi che li comprassero le banche italiane, che per questo vengono accusate ogni giorno da Weidmann di essersi riempite di Bot e BTP.
Post Scriptum:

Il testo dell’economista prosegue, per smentire, “come si sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata”.

Al massimo, il contribuente tedesco dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi che percepisce dal paese debitore.

Potete constatarlo da voi leggendo l’originale inglese qui:

https://voxeu.org/article/fiscal-implications-ecb-s-bond-buying-programme

1795.- KATAINEN: QUALUNQUE GOVERNO IN ITALIA DOVRÀ RISPETTARE LE REGOLE UE. L’ENNESIMA INTERFERENZA DELL’UE NEL PROCESSO DEMOCRATICO DEL NOSTRO PAESE. ECCO LA RISPOSTA DI BECCHI E PALMA

Non ne veniamo fuori. Siamo avvolti dalle spire del serpente che stringe la presa e i ruggiti sono sempre più fievoli e, forse, più inutili. Forse, perché Matteo Salvini sta giocando le sue e le nostre ultime carte: O la va, o la spacca! Vero è che, a Bruxelles, fallito anche il direttorio Francia-Germania, non si sa come fare per dominare le nazioni europee sotto una unica governance. Per loro, rappresentiamo un’incognita. Gli italiani non sono europeisti a parole, come francesi e tedeschi. Non si cede la propria sovranità senza ottenere una più grande sovranità. Vogliamo bilancio, debito pubblico, politica estera, difesa in comune. Non è troppo perché è conditio sine qua non. Vogliamo e possiamo ottenerli, paradossalmente, con l’ITALEXIT. Grazie Matteo. Mostraci le palle!

Da Stopeuro: Se non bastavano i “paletti” messi dal presidente Mattarella sulla formazione del nuovo governo, arrivano i chiari segnali che la Commissione Europea si appresta a dettare le regole al Nuovo Governo, qualunque esso sia .Quelli che hanno lanciato oggi moniti ed avvertimenti all’Italia sono stati tre personaggi della Commissione, in tre, come i tre porcellini: Valdis Dombrovskis, Dimitris Avramopoulos e Jyrki Katainen, rispettivamente vicepresidente della Commissione Ue, Commissario Europeo alla Migrazione e vicepresidente della Commissione Europea per il Lavoro.

Primo avvertimento da Timmy Dombrovskis: «È chiaro che l’approccio alla formazione del nuovo Governo e l’approccio rispetto alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale, riducendo gradualmente il deficit e riducendo gradualmente il debito pubblico».
Si capisce quindi che la Commissione vigila sul mantenimento dei vincoli di bilancio (il 3%) e sulla riduzione della spesa pubblica con buona pace di spese sociali, reddito di cittadinanza o Flat Tax.

Secondo avvertimento arrivato dall’altro commissario, il greco Avramopoulos : «Speriamo che col nuovo governo in Italia non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria».
Come dire: dovete continuare ad essere l’approdo preferito di masse di migranti africani e consentire lo sviluppo del business delle ONG, egli scafisti, delle mafie e delle Coop, che così state andando bene.

Arriva poi l’altro del trio, il finlandese Katainen: “La Commissione è guardiano dei trattati e tutte le regole del Patto di Stabilità e Crescita si applicano all’Italia”. Ma quale crescita? Ci avete, ci siamo e ci stiamo impoverendo! Tradotto a chi non ha dimestichezza con questi temi: “CI STANNO SCAVANDO LA FOSSA!”

Certamente ,come no, l’Unione Europea frana tutte le parti con la Germania che va per conto suo, acquisendo giganteschi surplus di bilancio a spese degli altri membri dell’Unione, in violazione delle norme europee, la Francia si atteggia per acquisire le maggiori imprese italiane e mette il blocco alle operazioni da realizzare in casa propria, i paesi dell’Est contestano tutto e mandano a quel paese le politiche migratorie, soltanto l’Italia dovrebbe rimanere quieta ed ossequiosa, come ai tempi di Renzi, ad obbedire e sottostare a tutte le regole europee che hanno prodotto il salasso economico, l’invasione migratoria con i suoi costi insostenibili e l’impoverimento generale del paese.
Non è difficile capire che non si può semplicemente derogare alle regole ma al contrario occorre partire dal monte e rivedere tutti i trattati penalizzanti per l’Italia che la classe politica, con in testa il prof. Monti, il PD e la sua corte dei miracoli, ha sottoscritto per sottomettere il paese ai diktat dell’oligarchia europea e ai potentati finanziari, dal trattato di Mastricht a quello di Dublino, al vincolo di bilancio ed agli altri accordi fatti contro l’interesse nazionale dell’Italia.

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“Tutte le regole del Patto di Stabilità e di Crescita si applicano a tutti i paesi, e non ho sentito nessuno Stato membro, né la Commissione, che voglia fare eccezioni su questo riguardo ad alcuno Stato membro”. Lo ha detto oggi a Bruxelles il vicepresidente della Commissione euroepa Jyrki Katainen, risponendo a una domanda durante una conferenza stampa.

“La Commissione, naturalmente, non vuole interferire nelle discussioni in corso attualmente sul governo in Italia, ma noi ci apettiamo di collaborare molto strettamente con un governo stabile, qualunque sia”, ha esordito Katainen, avvertendo poi che “la Commissione è guardiana dei trattati e deve essere sicura che tutti capiscano i loro impegni; e abbiamo tutte le ragioni di credere – ha osservato – che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni di bilancio ed economici anche in futuro”.

A dirlo, ha continuato Katainen, “non siamo solo noi della Commissione: alla fine, le decisioni sul Patto di Stabilità sono prese dagli Stati membri in Consiglio Ue, e non vedo nessun segno riguardo a degli Stati membri che vogliano cambiarle a breve termine o concedere eccezioni ad alcun paese”, ha concluso.(askanews)

Quindi, tradotto da noi: Della volontà del corpo elettorale, delle speranze degli italiani di tornare a lavorare, della nostra identità minacciata da un’invasione selvaggia, non se ne deve neppure parlare.

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L’Unione europea entra a gamba tesa nella fase più delicata della formazione del governo italiano e ne detta le linee guida. Burocrati non eletti, sganciati da qualsiasi collegamento coi popoli e col principio democratico, hanno nuovamente espresso gli ennesimi diktat ai quali pretendono che l’Italia si adegui. Questa volta c’è stata addirittura una doppietta.

Da un lato il commissario europeo alla migrazione Dimitris Avramopoulos – forse “preoccupato” dalla schiettezza di Salvini nelle dichiarazioni di ieri dal Quirinale – che ha sentenziato “non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria”, mentre dall’altro il vicepresidente Ue Katainen che ha ci ha ammoniti sul rispetto rigoroso del patto di stabilità: “l’approccio alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale”.

Tradotto in volgare ci sta dicendo che, perché l’euro continui a vivere, l’eurozona ha bisogno che l’Italia continui ad accogliere migranti economici, cioè funzionali ad abbassare i salari, e tenga i conti in ordine per non sbizzarrire i mercati ed evitare quindi l’impennata dei tassi di interesse sui Titoli di Stato. L’Ue è tiranna e lo sapevamo, ma ora si permette pure di impartire raccomandazioni durante la formazione di un governo a seguito di libere e democratiche elezioni.
L’Italia soffre più di altri Paesi le folli e stringenti regole di bilancio imposte dall’Ue, oltre ad essere il Paese più colpito dal fenomeno migratorio, ma a Bruxelles interessa soltanto la tutela del capitale internazionale, fottendosene altamente dei diritti fondamentali e dell’interesse nazionale. Per i burocrati dell’Unione la nostra Costituzione – e i principi in essa sanciti – sono solo carta straccia. Ecco perché, come un’onda inarrestabile, sta avanzando un sano sovranismo, un patriottismo costituzionale che ormai ha acceso i cuori della maggioranza degli italiani. Bene ha fatto Salvini a rispondere duramente alle interferenze di Avramopoulos e di Katainen, e altrettanto bene ha fatto Di Maio nell’etichettarli come “eurocrati”.

Se continuiamo di questo passo la sovranità popolare e il principio democratico scompariranno per mano della tirannica sovrastruttura europea. La lotta per la Libertà non può e non deve incontrare freni, né impedimenti. Occorre sconfiggere il mostro prima che sia lui a divorare noi.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

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PER SALVINI È L’ORA DI ATTUARE IL VECCHIO SLOGAN DELLA LEGA: “PADRONI A CASA NOSTRA E SVENTOLARLO IN FACCIA AI COMMISSARI EUROPEI”

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da STOEURO

La politica degli slogans non basta più e lo slogan del “padroni a casa nostra” che piaceva tanto alla Lega va messo in pratica con i fatti e questo significa fare delle scelte anche difficili, come quella di mettere in questione i trattati. Come anche occorre abolire le sanzioni alla Russia che hanno prodotto un danno di miliardi all’economia italiana e servono soltanto a creare tensione e guerra fredda con la Russia di Putin, partner naturale dell’Europa con cui occorre riprendere una cooperazione a tutto campo nell’interesse dell’Italia e dell’Europa.

Senza contare la vecchia storia dell’appartenenza alla NATO che è ormai intimamente legata con la UE che risulta soltanto foriera di guai per il paese, come si è dimostrato con l’operazione fatta in Libia che ha aperto il vaso di Pandora dell’immigrazione di massa incontrollata e delle infiltrazioni terroristiche. La NATO non ci difende dal vero pericolo che è quello di essere coinvolti in una guerra contro la Russia e contro l’Iran che non è assolutamente nell’interesse nazionale del paese. Se le facciano loro le guerre che tanto gli piacciono: Trump , Netanyahu e la loro compagnia di giro con i i monarchi sauditi, nuovi partner inseparabili di Washington e di Tel Aviv.

In questa fase si stanno prospettando forti rischi di guerra sull’orizzonte internazionale e tutto può essere conveniente per l’Italia meno che farsi trascinare in un’altra guerra condotta dagli USA nella loro strategia del caos e di destabilizzazione.

Pertanto una presa di distanza, come minimo, non guasterebbe a meno che qualcuno pensi che sia un bene mandare i nostri miltari a morire per l’Ucraina, il peggiore stato canaglia creato da Washington in Europa che fa il paio con il Kosowo, altro paese divenuto ricettacolo di terrorismo islamista e cartelli del traffico di droga. Tutti “capolavori” creati dagli interventi a gamba tesa fatti dai nostri alleati guerrafondai di Washington.

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Ed ecco REPUBBLICA e i traditori del popolo italiano.

Ecco, se volete avere un’idea di quanto @repubblica disprezzi la democrazia, la Costituzione e i cittadini italiani leggete questo manifesto dell’odio.

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1794.- L’ex M5S Zanni: Sapelli bloccato dal Quirinale perché euroscettico e anti-Merkel

SIAMO ITALIANI ED EUROPEISTI CONVINTI; MA COME DICIAMO NOI.

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Dice SAPELLI: ‘’C’è un asse Di Maio-Mattarella prono all’Unione europea. Lo stop alla mia candidatura è arrivato da Bruxelles. per reggere alle pressioni.” E’ vero?
Vero è che, a Bruxelles, fallito anche il direttorio Francia-Germania, non si sa come fare per unire le nazioni europee. Per loro rappresentiamo un’incognita. Gli italiani non sono europeisti a parole, come francesi e tedeschi. Vogliamo bilancio, debito pubblico, politica estera, difesa in comune. Non è troppo perché è conditio sine qua non. Vogliamo e possiamo ottenerli, paradossalmente, con l’ITALEXIT. Mario Donnini

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Giulio Sapelli, storico dell’Economia già presidente, tra l’altro, della Fondazione Mps e della multiutility emiliana Meta, potrebbe essere stato ‘stoppato’ nella corsa verso palazzo Chigi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale il nome di Sapelli effettivamente “è stato fatto” dalla Lega. E a pesare potrebbero essere state le posizioni eterodosse del professore, spesso critiche nei confronti dell’attuale ‘consensus’ europeo, egemonizzato dalla Germania e dai Paesi del Nord, e nei confronti dell’ordoliberalismo tedesco. Ad avanzare l’ipotesi è Marco Zanni, eurodeputato del gruppo Enf, che conosce molto bene sia il Movimento Cinque Stelle che la Lega. Zanni ha fatto parte della delegazione pentastellata a Bruxelles fino al suo passaggio, come indipendente, all’Enf, gruppo in cui siede la Lega, in occasione del fallito tentativo dei pentastellati di aderire al gruppo Alde, che scatenò un mezzo terremoto tra i Cinquestelle nel Parlamento Europeo all’inizio dell’anno scorso. Sapelli, docente di Storia Economica all’Università Statale di Milano e autore di innumerevoli pubblicazioni, ricorda Zanni, “è uno che ci è sempre andato abbastanza pesante, sia sul tema Europa che sul tema Germania. Sapelli, seppur professore, nei suoi interventi sui giornali e nelle ospitate tv non è stato leggero nei confronti dell’Europa né nei confronti della Germania, né nei confronti del sistema socioeconomico su cui si basa oggi l’Europa”.

“Se veramente questo nome è stato fatto, ed è stato fatto, da parte della Lega, e, questo è da verificare, se Mattarella l’ha respinto”, continua Zanni, l’ipotesi che il Movimento Cinque Stelle nella futura coalizione con la Lega possa fare la parte dell”amico dell’Ue “può avere una conferma. Io Sapelli lo vedo come un nome più di rottura rispetto agli altri che ho sentito girare”. In merito alle dichiarazioni di Marco Zanni l’Ufficio stampa del Quirinale precisa che “quanto attribuito dall’onorevole Zanni al Presidente della Repubblica è totalmente privo di fondamento”.

1793.- I ROTHSCHILD CONTRO I ROMANOV : UNA GUERRA DURATA 74 ANNI (1844-1918)

Nel 1844 Benjamin Disraeli scrive dell’odio dei Rothschild per la Russia.
Benjamin Disraeli e’ una figura letteraria anglo-ebraica ed aspirante politico.
Diventera’ due volte primo ministro della Gran Bretagna (1868 e di nuovo nel 1874) ed il politico dominante del 19° secolo in Europa.
Molto prima della sua ascesa alla ribalta Disraeli pubblica un romanzo politico ‘Coningsby : the new generation’. Anche se fittizio Coningsby e’ basato sulla politica britannica contemporanea.
Nel libro c’e’ un personaggio di nome Sidonia che rappresenta Lionel Rothschild (figlio di Nathan), Sidonia rivela al politico Coningsby come le forze invisibili, tra tutti l’ebreo ‘Sidonias’, formano gli affari europei ed i movimenti rivoluzionari europei.
Sidonia rivela la sua avversione per la famiglia Romanov (zar della Russia) : ”non c’e’ stata alcuna amicizia tra la corte di San Pietroburgo (Russia) e la mia famiglia”
Disraeli un ‘battezzato’ ebreo era strettamente vicino alla famiglia Rothschild

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1853-1856 : la guerra di Crimea

La guerra di Crimea e’ combattuta tra l’impero russo ed un’alleanza tra la Gran Bretagna, la Francia, e l’Impero ottomano (Turchia). La maggior parte del conflitto si svolse nella penisola di Crimea (Mar Nero/Ucraina). In apparenza la guerra si e’ combattuta per avere influenza sui territori ottomani incluso il controllo della Terra Santa (Palestina) Lo zar russo Nicola I cerca di evitare la guerra assicurando la Gran Bretagna che il suo unico interesse e’ quello di proteggere altri cristiani ortodossi sotto il dominio ottomano musulmano. Ma la Gran Bretagna dei Rothschild e’ determinata a combattere la Russia. La Francia si unira’ a loro. La famiglia Rothschild finanzia lo sforzo bellico britannico-francese contro lo zar. La Russia perde la guerra e preziosi porti nel Mar Nero Tenere la marina russa lontano dal Medio Oriente (futura sede di Israele); Lionel Rothschild finanzio’ la guerra di Crimea contro la Russia

1873: la Lega dei Tre Imperi blocca l’intrigo franco-inglese nel centro ed est Europa
Una mossa brillante del cancelliere tedesco Bismarck ostacola le ambizioni dei Rothschild
1-al fine di dominare l’Oriente e farsi strada verso il Medio Oriente la Lega dei Tre Imperi deve essere rotta
2-un cartone britannico mostra un ritratto poco lusinghiero dei tre imperatori come burattini del cancelliere Bismarck

1877-1878 La Russia ed i suoi alleati balcani vince una guerra contro l’Impero ottomano turco
Il generale Skobolyn era il capo delle armate ortodosse unite sul fronte balcanico durante la guerra russo-turco. Ha liberato gran parte degli ortodossi della Romania, Serbia e Bulgaria dal controllo ottomano

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Benjamin Disraeli

1878 : Benjamin Disraeli agente Rothschild e primo ministro inglese interferisce nel Congresso di Berlino
Nei colloqui di pace del dopo guerra a Berlino, il primo ministro inglese Benjamin Disraeli usa la sua influenza per conto dei turchi sconfitti. Disraeli guida anche un cuneo tra l’Austria-Ungheria e la Russia facendo in modo che alcuni alleati ortodossi appena liberati dalla Russia si posizionino sotto il dominio austro-ungarico. La tensione che Disraeli ha deliberatamente progettato provoca lo scioglimento della Lega dei Tre Imperi.
Cartoni animati politici di quel periodo raffigurano Disraeli che trama al congresso di Berlino e porta l’impero ottomano sulla schiena.

1881 : L’assassinio dello zar Alessandro
I terroristi rossi dei Rothschild riescono finalmente ad assassinare lo zar Alessandro
Con suo figlio Alessandro III ed il nipote Nicola che guardano, i marxisti scagliano bombe al trasporto dello zar. Parti delle gambe di Alessandro sono amputate e sanguinano a morte.
I radicali rossi sono sempre stati controllati dai banchieri NWO-pensa a George Soros ed a ‘Black Lives Matter’ o ”Occupy Wall Street”.

1894 : La Francia adesca la Russia nell’alleanza franco-russa
Isolata dai suoi ex-alleati Germania ed Austria-Ungheria (grazie allo schema dividi et impera di Disraeli al Congresso di Berlino), la Russia si impiglia nella rete francese di intrighi.
L’alleanza franco-russa si lega alle due nazioni in un blocco militare.
Il grande romanziere russo Lev Tolstoj condanna l’alleanza franco-russa come un trucco francese per intrappolare la Russia in una futura guerra contro il nemico della Francia (Germania). Tolstoj sarcasticamente descrisse il colpo amichevole della Francia come una persona che, senza ragione, improvvisamente professava tale amore spontaneo ed eccezionale contro la Russia.

1905 : Jacob Schiff finanzia la vittoria giapponese nella guerra russo-giapponese. Teddy Roosvelt complotta contro la Russia
Il finanziamento di Schiff della guerra del Giappone contro la Russia gli fa guadagnare dall’imperatore giapponese.
Il pupazzo di Schiff Teddy Roosevelt vince un premio Nobel per la pace per spingere le condizioni di pace a favore del Giappone.
Nel corso del 1700 le famiglie Schiff e Rothschild hanno condiviso una casa bifamiliare a Francoforte

1905: i Rossi dei Rothschild sfruttano l’occasione della guerra russo-giapponese per tentare una rivoluzione
Nel 1905, i Rossi dei Rothschild falliscono, ma sarebbero ritornati di nuovo.

Nel 1907 la Gran Bretagna e la Francia attirano la Russia nella trappola della Triplice Intesa
Il tavolo per la prossima guerra e’ stato impostato quando la Gran Bretagna collegata con l’alleanza franco-russa per formare ”la triplice intesa”, ex-nemici della Russia ed i loro padroni Rothschild hanno cercato di usare il potere russo per aiutarli a portare fuori la Germania.
Da parte sua, la Russia, ha visto l’alleanza come un’opportunita’ per regolare vecchi conti con i turchi ottomani, recuperandoli , per il mondo orotdosso, la citta’ portuale strategica e storica di Costantinopoli. Oggi nota come Istambul, Costantinopoli era una volta il centro dell’Impero Romano d’Oriente e la sua chiesa ortodossa.
La sua strategica posizione avrebbe anche dato alla Russia il libero accesso del Mediterraneo.
Questa era l’esca utilizzata per attirare la Russia in una ‘santa alleanza’ con i cospiratori della Francia e Gran Bretagna.

1914-1917 : La Russia risucchiata nella Prima guerra mondiale
La miccia per la guerra mondiale pianificata e’ stato l’assassinio dell’arciduca austriaco Ferdinando nel 1914.
La Serbia era stata accusata dalla stampa austriaca. Quando l’Austria-Ungheria dichiaro’ guerra alla Serbia la Russia lo fece contro l’Austria-Ungheria. In poche settimane Germania, Turchia ottomana e l’Austra-Ungheria erano in guerra con la Russia, Francia e Gran Bretagna.
La Germania era alleata con la Turchia, sia la guerra che la Russia hanno subito perdite terribili.
Alla fine, la Grande Guerra avrebbe portato giu’ 4 imperi; Russia, Austria-Ungheria, Turchi ottomani e Germania. Gli agenti Rothschild avrebbero assunto il controllo su tutti e quattro

1917 : La rivolta dei Rossi dei Rothschild in Russia
Come e’ avvenuto nel 1905, il malcontento per lo sforzo di una guerra persa e abilmente utilizzata per istigare una rivolta popolare.
La rivoluzione di Febbraio del 1917 rovescia lo zar ed istituisce un sistema socialista democratico.
Lo zar e’ preso in custodia prima dell’esilio.
I banchieri ebrei situati in Occidente finanziarono Lenin e la sua bande terroristica

1918 : I bolscevichi eliminano lo zar e la sua famiglia
Gli ‘amici’ dello zar in Gran Bretagna – re Giorgio è cugino e amico dello zar – e Francia non gli avrebbero concesso asilo
Alla vigilia del 6 luglio 1918 la famiglia reale Romanov viene svegliata alle 2 del mattino, gli viene ordinato di vestirsi, poi vengono ammazzati nella cantina di casa dove sono detenuti.
Qualche istante dopo, gli ebrei killer rossi, sparano all’intera famiglia, il loro medico e tre servitori
Alcune delle figlie Romanov vengono accoltellate e bastonate a morte dopo che gli spari iniziali non sono riusciti ad ucciderle.

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da Ninco89

1792.- Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

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Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.

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Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1791.- Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

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Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credevano che non avrebbero affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma gli attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati”. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano”. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri”, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligenza militare”. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, aurora, 13 maggio 2018

1790.- SERVONO FORZE NUOVE

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Due mesi per un inciucio, grazie a una legge elettorale e a un Capo dello Stato mirati a questo risultato: il blocco della speranza di crescita dell’economia, attraverso il blocco della spesa pubblica per 3-4 anni. Lo vuole l’Europa!
L’inciucio fra 5Stelle e Lega durerà quanto potrà, ma porterà male a entrambi. FdI non vi partecipa e, da oggi rientra in campo, candidabile, anche Silvio Berlusconi; ma questa politica ha fatto il suo tempo e servono forze nuove. Abbiamo visto Giuseppe Palma guardare al Presidente della Repubblica, poco garante della Costituzione. Potessimo, vorremmo un Presidente eletto dai cittadini, ma questa Repubblica non ha le carte in regola per essere realmente democratica. Per attuare una Costituzione ad attuazione differita occorre la partecipazione del popolo e che sia sovrano, non a parole. La trama dei principi costituzionali, invece, è stata soggetta all’arbitrio dei partiti: quelli che l’art. 49 indica come strumento attraverso il quale i cittadini possono partecipare alla vita politica della Nazione. Peccato che non sia stata fissata un’altrettanta trama di principi cui farli soggiacere. Per esempio, Onestà, Alternanza, Trasparenza gerarchica e amministrativa. Così, l’attuazione della Costituzione da parte di chi, se e quando è stata assoggettata agli interessi particolari delle consorterie, sempre più personali e la politica è diventata l’enalotto degli ignoranti senza faccia, cultura e onore, in vendita al miglior offerente. Sembra assurdo che la quarta potenza industriale abbia avuto un siffatto destino e si sia svenduta onore, welfare, futuro: tutto! in soli venti anni. La Repubblica è ridotta ad una agenzia di svendita del patrimonio, dell’identità, del sudore degli italiani, in cambio del potere dato a pochi arrivisti, con elezioni incostituzionali di fatto. Perché?
Perché la Repubblica nacque per conquistare e demolire, non per costruire. Sembra che questo si possa affermare perché il vero unico legante dei partiti delle tre resistenze era la conquista del potere, contro il fascismo e contro la monarchia. “Contro il fascismo” o l’antifascismo divenne una bandiera ipocrita, che ancora viene riesumata e sventola in mancanza di valori veri, intorno a cui realizzare la coesione nazionale. Diciamo ipocrita perché il fascismo era finito prima del 25 luglio, che, altrimenti, non ci sarebbe stato e la Repubblica Sociale Italiana, con la sua costituzione – guarda caso – fondata sul lavoro, ne rappresentò già una evoluzione; ed era così finito che il Mussolini, fuggiasco fra i tedeschi, era travestito da tedesco. Non si ritirava attorniato dalle camicie nere. Mancano troppe tessere per comporre e leggere quella storia, ma possiamo ricordare che l’alleanza dei sei partiti della Resistenza (ma si dimenticano sempre le Forze Armate,impegnate da subito contro i tedeschi), dalla quale si estrassero i 75 Padri costituenti, era un’alleanza di scopo: prendere il potere dello Stato fascista. E, infatti, lo Stato mutò il suo ordinamento; ovviamente, rimase, in buona parte invariato nei suoi organici, come apparato amministrativo. L’alleanza dei sei partiti fu effimera e lo dimostrarono gli anni di sangue del partito comunista e la veloce scomparsa del partito d’azione. Lo dimostrano ancora oggi l’A.N.P.I., brutalmente comunista. L’ipocrisia e la disonestà tennero a battesimo la democrazia, in nome della quale fu assassinato il governo della R.S.I. e fu rubato l’oro di Dongo, cioè, l’oro della Banca d’Italia. Perché tre resistenze? Perché, al Sud, lo Stato rimase incardinato intorno al re e, tranne la rivolta eroica di Napoli, non ci fu resistenza; al centro, le armi lasciarono molto che per loro parlasse il pontefice; al Nord, ci fu, anzi ci furono due resistenze: quella partigiana e, con le debite riserve, non dimenticherei, quella passiva della Repubblica Sociale, con l’esempio della X MAS, collegata con il Regno del Sud. Le tre Italie ci sono sempre state. La divisività ci accompagna e l’entrata nell’eurozona, senza praticamente più sovranità né confini ha significato il requiem della Repubblica. Lo smantellamento del corpo produttivo, eccellenza italiana perché siamo un popolo di lavoratori, è stato, però, opera di traditori, venduti ai poteri della finanza globalista, che hanno sottoscritto trattati suicidi in nome di un’Unione europea utopica, che mai vedremo.

1789.- l ruolo del Capo dello Stato nella nomina dei ministri. Facciamo chiarezza

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Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI sul SecoloXIX di oggi, 12 maggio 2018 (dalla prima pagina):

Gli ultimi sviluppi sulla formazione del governo vedono ormai in pole-position un esecutivo M5S-Lega, vale a dire dei due partiti che – al netto di smussature e levigate tattiche – hanno nel loro Dna un impianto “sovranista”. Cosa succederà, in caso di accordo politico, con la richiesta di affidamento dell’incarico di premier a un nome condiviso? E quale sarà il ruolo del Capo dello Stato quando gli sarà sottoposta un’eventuale lista dei ministri?

Il secondo comma dell’art. 92 della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Ciò significa che il Presidente del Consiglio incaricato presenta al Capo dello Stato la lista dei ministri, proponendone i nomi, e il Presidente della Repubblica procede con l’atto formale di nomina. Può rifiutarsi il Capo dello Stato di nominare ministri a lui sgraditi? È vero che l’atto di nomina spetta al Capo dello Stato, ma non può esercitare su di esso un potere discrezionale, infatti la nomina dei ministri da parte del Presidente della Repubblica rientra nella cornice dei cosiddetti “atti formalmente presidenziali ma sostanzialmente governativi” sui quali il Presidente della Repubblica svolge solo una funzione di garanzia e di legittimità costituzionale, ponendo in essere un atto formale e non sostanziale. La decisione sui nomi dei ministri spetta esclusivamente al Presidente del Consiglio che ne assume la responsabilità politica davanti al Parlamento al quale chiede di esprimere il voto di fiducia (art. 94). L’inquadramento costituzionalmente corretto è pertanto solo quello fiduciario tra Governo e Parlamento, nel quale la figura dei ministri segue quella del Presidente del Consiglio, tant’è che – in caso di dimissioni dell’inquilino di Palazzo Chigi – con lui cade l’intero governo, quindi anche i ministri nei confronti dei quali si estende l’effetto giuridico delle dimissioni. Medesimo discorso nel caso in cui sia una delle due Camere a revocare la fiducia al governo, infatti le dimissioni obbligate del Presidente del Consiglio si estendono all’intero pacchetto, ministri compresi.

Vediamo la prassi. Se durante la lunga Prima Repubblica il Capo dello Stato ha sempre esercitato il potere di nomina dei ministri come se fosse una specie di notaio, nel corso della Seconda Repubblica già Oscar Luigi Scalfaro si rifiutò di nominare Cesare Previti (avvocato di Berlusconi) ministro della giustizia del primo governo del Cavaliere (nominandolo peraltro alla difesa), così come telefonò a Di Pietro per convincerlo a non accettare eventuali proposte di Berlusconi. Napolitano ha fatto lo stesso con Mario Monti (facendogli il nome di Corrado Passera), con Enrico Letta (suggerendogli Annamaria Cancellieri e Fabrizio Saccomanni) e infine con Matteo Renzi (consigliandogli Pier Carlo Padoan). Cosa succederà prossimamente con Mattarella? Sulla stampa, in questi giorni, alcuni retroscena hanno ipotizzato che il Capo dello Stato potrebbe porre dei veti sui nomi del premier e di alcuni ministri proposti da Lega e M5S: una sorta di controllo “europeista” per evitare la nascita di un governo “sovranista”. Ma a nostro avviso sarebbe bene che la Terza Repubblica che sta nascendo riprendesse la prassi che si era consolidata nella Prima. Tornare indietro è meglio che proseguire su una strada sbagliata.

di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI sul SecoloXIX di oggi, 12 maggio 2018.