2100.-LA RILEVANZA DEL SUMMIT DI PALERMO. COSA DOVEVA ESSERE E COSA NON È STATO. E, ADESSO, A ROMA.

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Torniamo sull’argomento, discusso, del summit di Palermo, per rimarcare quelle che erano le aspettative dichiarate del Governo Conte e che non si sono realizzate, a mio parere, per la defezione dei grandi dal summit. Contano i perché, Abbiamo visto ritirarsi, infatti, prima, Donald Trump, inizialmente sostenitore dell’iniziativa e, poi, il suo Segretario di Stato Mike Pompeo. Conseguentemente, assenti, prima, Vladimir Putin e, poi, il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Forfait anche da Angela Merkel, per quel che avrebbe potuto contare. Assenze che hanno pesato due volte perché, fino agli ultimi giorni, hanno tenuto in bilico e lasciato che si esponesse il nostro Presidente del Consiglio. Naturale conseguenza della defezione è stata l’incertezza sulla partecipazione del generale Haftar, risolta, a tempo quasi scaduto, dall’intervento di Alberto Manenti (Aise) a Mosca, doveva si trovava e, certamente, da Putin. Haftar è il generale con esercito, mentre Al-Serraj non ha un esercito ed è supportato da noi e dall’ONU; ma non basta l’ONU a mettere d’accordo sia i due capi libici sia, ancora di più, le non poche bande armate, che, come sperimentato nel ventennio, capiscono solo il linguaggio della forza e del denaro. Diciamo chiaro che i grandi non ci hanno riconosciuto la patente di interlocutore privilegiato sulla Libia, perché l’hanno distrutta per fare i loro interessi contro i nostri e hanno, probabilmente, fatto i loro affari a Parigi, alla celebrazione della vittoria: la cosiddetta “vittoria mutilata”, per marcare una costante di poco rispetto per ciò che diamo. La debolezza della nostra politica estera non ha potuto superare questi gap e la timidezza della nostra presenza nell’Unione europea ha fatto sì che il direttorio Parigi – Berlino facesse la sua parte a Bruxelles. Quali effetti, ancora, produrranno queste defezioni? Il presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi,  i capi di Stato di Ciad e Niger, Idriss Deby Itno e Mahamadou Issoufou, il primo ministro algerino Ahmed Ouyahia, e gli inviati di Qatar e Turchia, che ha sbattuto la porta; ma anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ricorderanno questo sgarbo all’Italia. Altro che nuovo paladino del Mediterraneo! vero Donald?

Quali erano gli obbiettivi?

  1. neutralizzare i piani alternativi, ostili della Francia e puntare sul processo politico, sostenuto dalle Nazioni Unite, per ristabilire la pace, l’ordine istituzionale e civile in Libia;
  2. far sedere insieme, attorno a un tavolo, se non tutti i capi dei dieci partiti politici (offesissimi, riporta il quotidiano “Libya Herald”), delle tribù e delle bande armate, almeno il presidente del governo di Accordo Nazionale, Fayez Al-Serraj, il feldmaresciallo Khalifa Haftar, capo indiscusso della Cirenaica, il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, e il capo dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al Meshri, cioè, i maggiori responsabili del perdurante stallo del processo politico;
  3. un accordo verbale e non un documento finale, come già a Parigi, che condividesse la linea tracciata dall’ONU, qui rappresentato da Salamé;
  4. stabilire la necessità di eleggere un’assemblea del popolo libico per approvare la Costituzione, condividere una legge elettorale e indire le elezioni a primavera.

Cominciamo a tirare le somme. Brutti e sparpagliati, eternamente divisi, contiamo, comunque, abbastanza in Mediterraneo, in Europa, nella NATO e per la Russia di Putin. Si tratta, allora, di saper giocare le nostre carte; e si chiama Politica. Vale nei confronti degli Stati Uniti, con le loro 113 basi e le 138 testate nucleari in Italia, con la base dell’US NAVY e dei drone a Sigonella e con le parabole e il reticolato di antenne a microonde del MUOS in Sicilia e, naturalmente, vale nei confronti della NATO, nella prospettiva di un esercito europeo franco-tedesco. Vale anche nei confronti dell’Unione europea, che questo Governo rinunciò a mettere fuori gioco, ritengo, con giovanile fiducia, salvo condizionamenti e vale, perciò, nei confronti di Parigi e Berlino, che fanno i grandi con il sudore degli italiani. Inutile dire che vale anche per la Russia, radicatasi nel Mediterraneo Orientale e alla quale ci legano importanti prospettive commerciali – spero io – sulla Nuova Via della Seta.

Con queste premesse, le assenze al summit erano, se non sicure, molto probabili e mi sovviene l’immagine di una ragazzina chiamata Italia, che ciabatta con le scarpe della madre. Khalifa Haftar si è comportato da generale, gentile, obbediente all’invito, ma determinato a non confondersi con chi ha meno potere di lui e con chi, come il Qatar, sostiene la Fratellanza Musulmana. Pure decretando l’irrilevanza del summit, sia evitando di partecipare alla seduta plenaria sia lasciandolo anticipatamente, ha colto l’occasione per mettere l’accento sul pericolo rappresentato dal progettato trasferimento in Libia dei reduci dell’ISIS dalla Siria. E, qui, mi sovviene Israele e rivolgerei una domanda a Trump. Ecco che la politica estera abbisogna di ben altri presupposti e, forse, di rappresentanti, oppure, in assenza, di commisurare le sue iniziative alle effettive possibilità.

Siamo un popolo facilmente influenzabile. Ieri, buona parte degli italiani sbavava per quel traffichino di Renzi: “lasciatelo provare”, dicevano, guadagnandosi l’occupazione delle istituzioni da parte di un partito ladrone; oggi, il 30% dei voti è andato a un partito di apprendisti stregoni: “lasciateci provare”. Attraverso le campagne denigratorie, è stato demonizzato Berlusconi, che aveva e ha i numeri per la politica estera. Ah, ma le donnine! Stranamente, nessuna campagna, invece, contro i festini omosessuali a Palazzo Chigi sotto l’egida di Maria Elena Boschi e di quell’altra. Risultato? Allo stato dei fatti, possiamo partecipare onorevolmente ai summit, ma non sembrano esserci le condizioni per indirli.

6609161-1Ma l’Italia non demorde. A fine mese, il 22 e 23 novembre, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con il ministro Enzo Moavero Milanesi incontreranno a Roma il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il ministro Lavrov interverrà alla conferenza “MED-Rome Mediterranean Dialogues” e parteciperà a una serie di incontri bilaterali ai margini di questo forum”, ha detto il portavoce. Quindi, si parlerà di Libia, e non solo.

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2099.- Perché i migranti scappano dai Centri? Hawala è la parola “magica” che spiega (quasi) tutto

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Hawala è la parola “magica” che spiega (quasi) tutto

Hawala in arabo significa “trasferimento” o più spesso “fiducia”, che poi è anche la traduzione di “trust”, che da dizionario economico Treccani è un’ “istituto giuridico caratteristico del diritto anglosassone che consente di dar vita a un fondo con patrimonio autonomo, amministrato da un fiduciario”. In soldoni, rappresenta lo strumento previsto dalla legge che scherma le ricchezze offshore di tutto il mondo. Gli hawala, invece, sono quelli illegali per chi non ha santi nei paradisi fiscali. Strumenti finanziari che hanno una storia millenaria, con i quali si fa riciclaggio ed evasione spesso di piccolo cabotaggio, ma che complessivamente raggiungono cifre difficili persino da immaginare.

Dal 2007 al 2010, secondo le operazioni Cian Liù, Cian Ba 2011 e Cian Ba 2012 condotte tra Prato e Firenze dalla Guardia di finanza fiorentina sono stati mossi attraverso gli hawala cinesi oltre 4,5 miliardi di euro dall’Italia alla Cina. Spesso frutto di lavoro nero. Le operazioni hanno prodotto 24 arresti e 581 denunce. A febbraio 2017, la filiale di Milano della Bank of China ha patteggiato 600 mila euro di multa: la banca era finita sotto inchiesta per riciclaggio. Nel periodo in esame, aveva ricevuto da un money transfer illegale 2,2 miliardi di euro, per i quali aveva ricevuto 758 mila euro in commissioni. Trasferimenti arrivati poi in Cina, senza che fosse possibile stabilire la reale provenienza. Quattro erano i dirigenti sotto inchiesta, accusati di aver omesso il controllo e frazionato le tranche in pagamenti da 1.999 euro, uno sotto alla soglia massima consentita dalla legge.

L’hawala è poi il sistema usato dai trafficanti di esseri umani per farsi pagare dai migranti che attraversano l’Africa, si imbarcano verso l’Italia e dalla nostra penisola si spostano in tutta Europa. A maggio un’importante operazione della Squadra mobile di Bari ha colpito la rete criminale intorno a Hussein Ismail Olahye, somalo classe 1984 che aveva costruito a partire dal suo money transfer Juba Express un’organizzazione che comprava permessi di soggiorno e titoli di viaggio falsi, pagava trafficanti di uomini, corrompeva ufficiali dell’anagrafe e poliziotti alla frontiera, gestiva spostamenti e pernottamenti tra Somalia, Italia, Germania, Svizzera e Svezia. La sua rete era il punto di riferimento per i somali che desideravano arrivare illegalmente in Italia o da qui spostarsi verso un altro paese europeo. In due anni e mezzo, gli inquirenti hanno individuato spostamenti di denaro per 9 milioni di euro. L’organizzazione aveva anche aiutato, nel luglio 2016, due estremisti siriani entrati in Italia via Malta, già condannati per associazione finalizzata al terrorismo in primo grado dal Tribunale di Brescia.

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Perché i migranti scappano dai Centri?

Quando si affronta un argomento sensibile come quello dell’Hyper Immigration illegale in Italia e delle sue possibili conseguenze e motivazioni, è cosa opportuna definire i confini del ragionamento. Innanzitutto, il lettore deve sapere che i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.) sono strutture in cui sono accolti i migranti appena giunti in Italia irregolarmente che intendono chiedere la protezione internazionale. I C.A.R.A sono stati istituiti a seguito della riforma del diritto d’asilo, conseguente al recepimento di due direttive comunitarie (Dpr 303/2004 e D.Lgs. 28/1/2008 n. 25), e sono gestiti dal Ministero degli interni. Sempre per capire di cosa stiamo parlando, si chiama Hawala il più famoso e storico sistema finanziario informale nel mondo arabo, che essenzialmente si basa su un rapporto fiduciario tra il richiedente che dispone la rimessa e il broker che la materializza. È, semplificando molto, una cambiale pagata a distanza.

Il sistema di finanziamento è molto usato, come detto, nei Paesi arabi, anche dalle organizzazioni terroristiche. È funzionale a trasferire denaro, molte volte di provenienza illecita, senza passaggi fisici. Il sistema prevede la partecipazione di quattro attori: 1) l’ordinante, cioè la persona che vuole trasferire il denaro; 2) l’hawaladar, che altro non è che il banchiere di strada che, nel Paese di origine del trasferimento di denaro raccoglie dall’ordinante i fondi da trasferire nella valuta del Paese stesso; 3) l’hawaladar in Italia o in altro Paese europeo di destinazione del trasferimento di denaro, che liquiderà la somma al beneficiario, nella moneta corrente del Paese dove si trova; 4) il beneficiario, colui al quale il denaro è destinato, nel caso dell’Italia potrebbe essere un migrante illegale.

In sostanza, il meccanismo è il seguente: l’ordinante che vuole raggiungere l’Italia consegna il denaro all’hawaladar, cioè all’intermediario che si trova nel suo Paese. L’intermediario comunica all’ordinante un codice di autenticazione che questi ricorderà una volta giunto in Italia. Una volta terminato il viaggio, l’ordinante si presenta all’altro hawaladar, cioè l’agente che risiede nel Paese di arrivo, che, una volta verificato il codice, liquiderà la somma convenuta al beneficiario. La caratteristica peculiare di tali sistemi è che non esiste alcun trasferimento fisico di denaro, bensì un apparato di trasferimenti e accordi in codice, prevalentemente telefonici, che alla fine comportano dei sistemi di compensazione.

Tale compensazione potrebbe avvenire anche per il tramite del canale bancario formale dell’hawaladar residente in un Paese di partenza dei migranti che trasferirebbe il denaro di tante rimesse da lui raccolte al suo corrispondente in Italia su un conto che non necessariamente è aperto in una banca nel Paese dove il secondo risiede fisicamente. E il gioco è fatto! I “banchieri di strada”, nel caso specifico gli hawaladar, opererebbero generalmente in attività commerciali (bazar, alimentari, compro oro, phone center, etc) che nulla hanno a che vedere con le banche o attività a norma e controllabili.

Ora, torniamo agli eventi dei nostri giorni e alla “Madre di tutti i casi” e cioè alla vicenda di Nave Diciotti, prima sbandierata e poi, scoperto che non c’erano reati, nascosta come polvere sotto il tappeto. Il motivo del cambio di facciata? Quasi tutti i migranti che si trovavano sulla Nave Diciotti sono scappati dai centri nei quali erano in affido. Si sono dileguati nel nulla. Scomparsi! Si sono dati alla clandestinità tutti gli immigrati maggiorenni sbarcati dalla Nave Diciotti e affidati alla Conferenza Episcopale Italiana o al C.A.R.A. di Messina. Corre l’obbligo ricordare che, per la legge, queste persone hanno libertà di movimento e quindi non sono sottoposte alla sorveglianza dello Stato. Ma erano comunque persone così “disperate” che hanno preferito rinunciare a vitto e alloggio garantiti per andare chissà dove. L’ennesima prova che chi sbarca in Italia, nella stragrande maggioranza dei casi, non scappa né dalla fame né dalla guerra, e dispone sia di appoggio/collaborazione in Italia, sia di denaro nel Paese di origine.

Per fortuna, finalmente, tutte le persone sbarcate – hanno riferito fonti del Viminale – sono state identificate con rilievi foto dattiloscopici e inserite in un sistema digitale europeo. Questo sembrerebbe molto importante quando messo in sistema con l’Hawala. Infatti, notizie di stampa hanno evidenziato che lo scorso autunno a Napoli nella moschea di via Torino, invece di pregare si raccoglievano “ordinativi” di passaporti. Pare che un ghanese invece di incontrare i “fratelli”, accontentasse clienti da tutta Italia. Seguendo le tracce del cittadino ghanese, e le voci che giravano nel rione, è finita sotto sequestro in pieno centro storico un’efficiente centrale di produzione di documenti contraffatti per stranieri. Fonti giornalistiche hanno scritto di ingenti quantitativi di passaporti falsi disponibili e pronti a essere venduti a migranti nel caso specifico di religione islamica.

Mettendo insieme queste notizie si potrebbe quindi formulare un’ipotesi che sicuramente le forze di polizia e antiterrorismo in Italia stanno studiato e analizzando. Prima di partire dal suo Paese l’immigrato (che non scappa e dispone di denaro) organizza con l’hawaladar del posto la possibilità di avere in Italia dei fondi “sicuri”, non potendo avere valori con sé durante i movimenti verso Turchia, Libia o Tunisia che sono, purtroppo per il nostro Paese, i principali paesi di transito e partenza. Appena giunto in Italia, e avendo comunque sia rischiato notevolmente durante il tragitto per arrivare a destinazione, sia ben pagato alla partenza chi ha gestito il suo trasferimento, il migrante non può certo permettersi di restare nel C.A.R.A.. Fino a quando fosse trattenuto, infatti, non potrebbe in alcun modo raggiungere la città dove ci sono ad attenderlo l’hawaladar e, soprattutto, i suoi soldi.

Non appare nemmeno necessario che chi parte fornisca prima del viaggio all’hawaladar di partenza il denaro. Potrebbe anche configurarsi la possibilità che un migrante appena in Italia informi del suo arrivo la famiglia (tutti i migranti vengono presto in possesso di un telefono cellulare di ultima generazione e, a quanto riportano alcuni organi di stampa, di una MasterCard), la quale poi provvede al trasferimento di denaro in sicurezza dell’arrivo a destinazione del congiunto. Avuta conferma telefonica dell’avvenuto trasferimento/accredito il migrante illegale cercherebbe di raggiungere il suo “banchiere”. Una volta in possesso del denaro, il migrante cercherebbe di trovare il modo di procurarsi un passaporto falso per uscire dal nostro Paese o circolare liberamente. Quanto citato per Napoli e la moschea di via Torino è solo un esempio di come sia possibile reperire clandestinamente il documento agognato se si ha la possibilità di pagarlo.

Compreso questo, appare assolutamente funzionale a impedire l’emissione dei passaporti falsi, la decisione del Ministero degli interni di identificare tutti i migranti in arrivo con rilievi fotodattiloscopici e inserire i dati nel sistema europeo. Un falso sarebbe individuato in un qualsiasi aeroporto, atteso che la foto nel passaporto deve essere comunque quella del portatore.

Certo, non tutti i migranti illegali scappano dai C.A.R.A. e, anzi, qualcuno potrebbe cercare di rientrarvi avendo bisogno di protezione, come uno dei possibili barbari aguzzini, e poi probabile testimone, della morte della povera Desirée, che ha pensato bene di scappare da Roma e andare al C.A.R.A. in provincia di Foggia. A molti non è passato inosservato il fatto che come “il cinghiale ferito prova a tornare nella tana”, anche questo delinquente stesse cercando rifugio e/o protezione vicino la città pugliese. In conclusione, quella del possibile utilizzo del sistema Hawala è solo un’ipotesi sul perché molti immigrati farebbero di tutto per abbandonare i C.A.R.A. o altri centri di accoglienza e poi sfuggire ai controlli. Lascio al lettore la risposta alla seguente domanda: è più conveniente aiutare a raggiungere o attraversare i confini un migrante illegale con possibilità di spesa, o uno senza denari? Come diceva il “Divin Giulio”: “Pensare male è peccato… ma qualche volta ci si azzecca”!

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Giuseppe Morabito

 

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Napoli scoperta centrale di documenti falsi: indaga l’Antiterrorismo

Ottomila documenti, o giù di lì, conservati a casa, timbri, soldi e fototessere. Aveva un archivio di carta degno di una sezione comunale, roba utile per assicurare un volto pulito a extracomunitari desiderosi di diventare cittadini dell’Unione europea. Aveva un documento per ogni circostanza, per ogni uso possibile: carte di identità, passaporti, carte di circolazione, tessere sanitarie.

Un archivio fatto di falsi o di originali rubati, che gli è costato l’arresto, con l’apertura di una inchiesta destinata a finire al vaglio del pool antiterrorismo della Procura di Napoli. Blitz a pochi passi dalla Moschea di via Torino, le indagini sui sostegni logistici all’immigrazione clandestina (quindi anche al fondamentalismo islamico) passa da Napoli e fa registrare un clamoroso passo in avanti. È di ieri l’arresto di Mohammed Alì Tahiru, 42enne ghanese stanato all’interno di un’abitazione presa in fitto nei pressi di vico Fondaco a Vicaria, non lontano dal vecchio Tribunale napoletano. Un blitz che ha consentito di far emergere uno scenario da brividi, almeno alla luce del materiale sequestrato. Decisivo il lavoro di appostamento messo in campo in questi giorni, dagli uomini della sezione investigativa centrale della Polizia municipale, sotto il coordinamento della capitano Giuseppe De Martino.

In sintesi, il ghanese aveva allestito una vera e propria stamperia all’interno della propria abitazione e aveva creato un mercato del documento falso, anche grazie al singolare via vai con la Moschea di via Torino. Funzionava in questo modo: una volta entrato in contatto con immigrati – per lo più di origine africana – il 42enne ghanese si accordava sul prezzo e sul modus operandi: scattava una foto, che scannerizzava in casa, che adattava al documento richiesto, a sua volta riportato nel luogo di culto di via Torino e consegnato al richiedente. Il tutto – secondo quanto ha dichiarato il ghanese – per una miseria: venti euro, tanto sarebbe stato il costo di una identità falsa o di una cittadinanza nuova di zecca, comunque di un documento con il quale muoversi liberamente in tutti i paesi dell’Unione europea. Inchiesta in corso, al momento gli inquirenti non credono che il prezzo dei documenti fosse così basso e puntano a verificare l’esistenza di contatti e complicità napoletane da parte del cittadino ghanese. Inchiesta destinata a finire all’attenzione del capo del pool antiterrorismo della Procura di Napoli, il procuratore aggiunto Rosa Volpe.

Intanto, l’attenzione resta concentrata su quanto rinvenuto in quel vicolo in zona Vicaria. C’erano soldi, timbri falsi e documenti dappertutto. All’interno del materasso, nei cassetti, attaccati alle pareti, sotto il letto. Da un primo screening è venuto fuori che 91 carte di identità risultano rubate al Comune di Portici, altre 15 sono state tafugate nella municipalità Vicaria-Mercato, quanto basta a far scattare l’accusa di ricettazione. Ma non è l’unico reato contestato: il ghanese dovrà rispondere anche di produzione di documenti validi per l’espatrio (497bis) nella nuova formulazione giuridica nata proprio per fronteggiare l’emergenza terrorismo; ma anche contraffazione di atti pubblici, contraffazione di impronte digitali.

Il Messaggero

 

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E questi sono gli sfollati del Baobab. Per favore, pensiamo ai nostri terremotati.

A Milano, Firenze, in tutta Italia le banche clandestine degli immigrati

Firenze, via Palazzuolo 172 rosso. La Cattedrale di Santa Maria del Fiore dista 15 minuti a piedi. La Stazione di Santa Maria Novella cinque. Il civico corrisponde ad un palazzo anonimo, incastonato tra le case ammassate l’una sull’altra in questa stretta via del centro fiorentino. Su Google, chi cerca “via Palazzuolo 172” trova un nome, Abdalla Osman Hassan, e un negozio, Ilays Money Service. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Firenze, era una banca clandestina che tra il primo gennaio e il 3 ottobre 2017 ha mosso oltre 400 mila euro. Soldi fuori da ogni radar della Banca d’Italia, che si muovono senza lasciare traccia, come fossero contanti. Ilays Money Service appariva come un semplice money transfer, ma dietro questa facciata nascondeva un sistema di passaggio di denaro parallelo. Il cosiddetto hawala, che vi abbiamo mostrato.

2098.- L’AEREO DI 007 FRANCESI ESPLOSO IN VOLO NEI CIELI DI MALTA nel 2016

CONTROLLAVA I MOVIMENTI DELLE ARMI FRANCESI DIRETTE AI LIBICI – GLI UOMINI DELL’INTELLIGENCE DI PARIGI DOVEVANO ASSICURARSI CHE FINISSERO NELLE MANI GIUSTE… – LA VERSIONE UFFICIALE PARLAVA DI CONTROLLORI DEI FLUSSI MIGRATORI, MA ORA ARRIVA LA RIVELAZIONE DI UN GIORNALE MALTESE.

È solo un caso che EUNAVFORMED utilizzi anch’essa un Fairchild Metroliner Mk III.

Ed ecco, dal web, le immagini che ricevemmo dell’incidente.

 

 

Gabriele Carrer per la Verità

Nel bel mezzo della conferenza per la Libia, emergono dettagli sui movimenti dei servizi segreti francesi a Malta. Il giornale Malta Today ha pubblicato un’ inchiesta sulle persone a bordo del piccolo aereo bimotore, un Fairchild Metroliner Mk III, che il 24 ottobre 2016 precipitò poco dopo il decollo dallo scalo internazionale di Luqa a Malta. Il velivolo esplose nell’ impatto con il suolo e morirono le cinque persone a bordo. Si trattava di tre funzionari del Dgse, i servizi segreti francesi per l’ estero, e due contractor della società lussemburghese Cae. Il governo maltese sostenne immediatamente che si trattasse di un volo di ricognizione per monitorare le rotte del traffico di droga ed esseri umani dalla Libia.

In realtà i cinque, come ha ricostruito Malta Today, facevano parte di una cellula di nove uomini che – da una villetta a schiera in quel di Balzan, ricco comune di meno di 4.000 anime nel cuore dell’ isola – controllava i movimenti delle armi francesi dirette in Libia. La loro missione era assicurarsi che finissero nelle mani giuste.

Lo scriveva l’ allora segretario di Stato americano Hillary Clinton in una mail del 2 aprile 2011 (rivelata da Wikileaks 4 anni più tardi) destinata al suo fedele Sid, cioè il consigliere per lo politica estera, Sidney Blumenthal: la Francia di Nicolas Sarkozy, la stessa che sotto egida Nato intervenne con altri Paesi occidentali il 19 marzo 2011 per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi, vendeva armi ai ribelli libici. E ha continuato a farlo, nonostante l’ embargo delle Nazioni Unite, anche dopo il 2011.

Malta Today racconta come l’ abitazione sia stata smantellata in fretta e furia, lasciando cavi scoperti per le stanze. Ma in tempo: appena prima dell’ arrivo dei magistrati e della polizia, il giorno stesso della tragedia dell’ aereo. E oggi, a distanza di qualche giorno dal rapporto delle autorità francesi secondo cui l’ incidente fu causato dalla scarsa manutenzione del velivolo, l’ inchiesta del giornale contraddice quanto dichiarato ufficialmente dal governo della Valletta, che allora sostenne si trattasse di uomini coinvolti in un’ operazione di sorveglianza doganale che andava avanti da soli cinque mesi. E la polizia maltese che indaga sul caso avanza dei dubbi sul rapporto francese.

In realtà, in quell’ abitazione di Balzan, affittata per 20.000 euro all’ anno, viveva una squadra di nove membri degna di un film di spionaggio. Immaginate l’ aereo in volo che trasmette le riprese dal vivo delle coste e del territorio della Libia; poi alcuni agenti che, seduti dietro i loro computer nelle stanze dalle villetta, elaborano le informazioni.

È così che una fonte di Malta Today racconta le testimonianze raccolte dal magistrato inquirente Doreen Clarke, aggiungendo: «Contrariamente a quanto era stato detto pubblicamente, l’ aereo non stava sorvegliando le rotte del traffico di droga e di essere umani, ma si stava assicurando che le armi francesi venissero consegnate alle persone giuste in Libia». E pensare che nel 2014, nonostante l’ embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per impedire la fornitura a qualsiasi fazione libica che non fosse stata autorizzata dal comitato competente del Consiglio di Sicurezza Onu, la Francia riuscì a raggiungere i 9,1 miliardi di export di armi, un record storico.

Ma ormai, con l’ iniziativa italiana e soprattutto la vicinanza tra l’ uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e la Russia, Parigi sembra destinata a essere tagliata fuori dai giochi delle armi. Mosca è pronta sostenere il leader di Bengasi, come dimostrava la presenza di Evgenij Prigozhin, detto lo «chef di Vladimir Putin», l’ uomo che coordina i mercenari russi della compagnia Wagner, durante le trattative tra lo stesso Haftar e il ministero della Difesa russo. A ribadire il concetto sono le indiscrezioni di alcuni giorni fa del tabloid britannico Sun, che riferiva di agenti del Gru – i servizi segreti militari russi – già presenti sia a Tobruk sia a Bengasi. Al fianco di Haftar c’ è anche l’ Egitto di Abdel Fattah Al Sisi. E con l’ intesa tra il generale e Roma, pare avvicinarsi l’ uscita di scena dei servizi francesi dallo scenario libico.

Maurizio Blondet

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Fairchild Metroliner Mk III

Di David Cenciotti, traduzione di Mario Donnini


The French MoD confirmed the aircraft was involved in a surveillance operation and that three defense ministry officials and two private contractors were killed in the incident.

The aircraft was reportedly involved in tracing routes of illicit trafficking, both of humans and drugs, along the more than 1,200 km of Libyan coastline: indeed, N577MX was part of a fleet of sensor-filled planes involved in intelligence gathering missions in North Africa along with several other special missions aircraft in civil disguise (whose tracks are often exposed by their Mode-S transponders.)

Such para-military, unconventional spyplanes operate from airbases in the Mediterranean Sea (including Malta, that is one of the main operating bases considered the proximity to the area of operations) performing a wide variety of clandestine tasks, sometimes in support of special forces on the ground, including hunting ISIS terrorists.

 

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© Jeremy / via planespotters.net – Le Merlin IV accidenté, ici vu sur l’aéroport de Malte le 02 juin 2016.

 

Le 17 juillet 2016, la Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE) perdait trois hommes du Service Action dans le crash de leur hélicoptère, un Mi-24 «Hind» du général Haftar, après avoir été abattu par un missile sol-air.

Trois mois plus tard, la communauté française des services du renseignement est de nouveau en deuil après le crash d’un avion ISR sur l’aéroport de Luqa, à Malte, ce lundi 24 octobre 2016.

En effet, aux alentours de 07h20 (heure française), un Fairchild SA227 Merlin IV de l’entreprise privée CAE Aviation s’est écrasé quelques instants après son décollage dans l’enceinte de l’aéroport international de Malte.

Sur une vidéo diffusée sur les réseaux sociaux, issue d’une caméra embarquée dans une voiture, on y voit clairement l’appareil partir sur la gauche, et la vidéo ne montre aucune explosion avant la percussion avec le sol.

Le crash semble donc provenir d’un incident technique, mais seules les enquêtes ouvertes et en cours permettront d’apporter des réponses précises.

Quoi qu’il en soit, peu de temps après l’accident, dans un communiqué de presse adressé à l’Agence France Presse (AFP), le Ministère français de la Défense a confirmé que «la chute de l’appareil a causé la mort des cinq personnels présents à bord : trois relevant du ministère de la Défense et deux salariés du contractant privé».

L’appareil, comme à son habitude, venait de décoller afin de mener une mission ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance) au-dessus de la Libye ou au large des côtes du pays.

Ce type de mission est régulier afin de permettre à la France d’avoir une connaissance précise de la situation en Libye, et de ce fait, de pouvoir prendre les décisions les plus justes dans le cadre de ses actions sur place.

La Libye est depuis de nombreux mois maintenant survolée par des avions de combat (frappes aériennes et missions de reconnaissance), et son sol voit la présence de plusieurs pays occidentaux, comme les Etats-Unis, la France, l’Italie, ou le Royaume-uni, qui y déploient des forces spéciales et leurs services de renseignement afin de soutenir les deux parties opposées contre l’organisation Etat Islamique.

Les services de renseignement français, comme la DGSE et la Direction du Renseignement Militaire (DRM) louent quotidiennement des appareils privés afin de mener discrètement des missions.

Certaines ont pour but de réaliser des missions de surveillance, du recueil d’images grâce à des capteurs installés sur l’appareil, tandis que d’autres récupèrent du renseignement d’origine électro-magnétique (conversations téléphoniques, radios, etc…).

L’externalisation de ce type de mission par le Ministère français de la Défense permet une plus grande discrétion, d’abord en raison de la raison d’être de ces services, et parce que ces appareils, outre pour des passionnés, sont plus discrets que ceux peints avec des cocardes françaises et parfois porteur d’une livrée militaire.

Enfin, et c’est la raison principale, la France manque cruellement de moyens ISR au sein de ces forces armées.

Plusieurs fois reporté, l’achat d’avions légers de surveillance et de reconnaissance, deux Beechcraft King Air 350, a été annoncé en juin de cette année, alors que des moyens étaient réclamés depuis plusieurs années déjà et qu’ils sont indispensables dans des régions comme au Sahel et au Moyen-Orient.

L’appareil, immatriculé N577MX, est régulièrement utilisé par les services secrets français, et a déjà été aperçu sur la base aérienne 105 d’Evreux, où se trouve le Groupe Aérien Mixte 56 «Vaucluse», qui réalise des opérations clandestines.

Le Merlin IV appartient à la société luxembourgeoise CAE Aviation, fondée en 1971, et qui réalise, entre autres, des missions de surveillance et de reconnaissance au profit de gouvernements et de leurs forces armées, comme la France, mais aussi au profit d’organisations non-gouvernementales.

L’entreprise, qui réalise ce type de mission depuis 2005, explique qu’elle utilise pour cela un équipage de trois à quatre membres, ainsi que des officiers de liaison. Les capteurs, fonctionnels de jour comme de nuit, sont des boules optroniques MX 15HD et MX 20HD, en fonction de l’aéronef utilisé.

En outre, la flotte dispose d’une capacité de transmission au sol et en temps réel des données recueillies, d’un laser pour la désignation d’objectif, de systèmes pour le recueil de renseignement d’origine électro-magnétique, d’un radar TELEPHONICS RDR 1400 ou 1700, de téléphones satellites, etc…

CAE Aviation dispose d’une large flotte composée de Beechcraft King Air 300, de King Air A100, de Super King Air 350, de Fairchild Merlin IV, Merlin III, de Britten-Norman BN2T, de CASA 212 Aviocar, et enfin, de Cessna Grand Caravan C208B. Plus de 8 000 heures de vol sont effectuées par an.

 

 

 

2097.- A PALERMO: OTTIMO IL MENÙ

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Il summit di Palermo, preceduto dal “fuggi, fuggi” dei grandi, è finito fra i gesti di stizza eclatanti o pensati di Haftar e dei Turchi. Dopo aver invocato improbabili salvatori come l’incazzatura di Trump, l’amicizia di Putin e la Merkel, abbiamo lasciato l’ENI in balia di Macron e Haftar a combattere i reduci dell’ISIS trasferiti dalla Siria (da chi?).
Encomiabile l’iniziativa. Meno encomiabile la tessitura, se, fino a un’ora prima dell’inizio della Conferenza sulla Libia di Palermo, non era stato possibile redigere una lista dei soggetti partecipanti. Era stato un successo abbastanza importante riunire trenta paesi, ma il nocciolo del summit era convincere a incontrarsi i leader delle fazioni libiche, in lotta, da anni, per discutere, fra loro, di un progetto di pacificazione. Ma quale progetto? Il Quai d’Orsay ha battuto la Farnesina? L’errore di base, se così posso chiamarlo, è stato nell’aver diretto il tiro su Macron e di aver voluto ricercare una leadership italiana per la Libia a Bruxelles, quando, invece, il problema è, prima di tutto, Mediterraneo, aggravato proprio da quelle nazioni, Francia e non solo, che finanziano la costellazione di bande armate libiche, che noi italiani dovremmo ben ricordare. Sono quelle bande che solo un leader forte potrà ridurre “in silenzio”, che gestiscono il traffico dei migranti e sulla fedeltà della cui parola, mi sovviene il detto “Avuta la grazia, gabbato lu santo”. Conte non ha la forza per dare alla politica italiana sulla Libia quel colpo di timone che ci libererebbe dalla tutela su Al-Sarraj, sostenuta dall’ONU e – ardisco – da Washington: un caposaldo a Tripoli e neanche per tutta Tripoli e nulla di più. La fotografia fra Al-Sarraj, Conte e Haftar, lungi dal sugellare il summit, quasi a sostituire un documento finale, squalifica, invece, la politica di Conte. A sostegno di quanto dico, ci sono sia la mediazione essenziale di Al Sisi e, alle sue spalle, di Putin, per la partecipazione fisica e gentile del generale Haftar e sia la porta sbattuta dalla delegazione turca, che ha significato: Non fateci perder tempo. Il vero progetto per la Libia voglio sperare che sia stato discusso a Parigi, nell’anniversario della vittoria: la “nostra” vittoria di Vittorio Veneto. Faccio il turco anch’io e dico: “Ragazzi, a casa. È tardi!” L’Italia, piaccia o no, lo ripeto sempre, ha abdicato alla sua politica estera con le dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi.

 

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Ora, uno sguardo a come presentava l’evento il politichese che mostra di conoscere molto della situazione libica, ma che dice e non dice sull’opportunità di questo summit, per esempio, sostenuto e, poi, disertato, prima, da Trump e, poi, dal suo segretario di Stato.

Sabato 10 Novembre 2018 di Romano Prodi: Il summit di domani/ Che cosa serve a Palermo per portare la pace in Libia”.

Siamo ormai all’immediata vigilia della conferenza di Palermo sulla Libia. Una conferenza opportunamente voluta dall’Italia per il ruolo, i rapporti di amicizia e gli interessi che il nostro Paese ha da tempo nei confronti della Libia. A cui si aggiunge l’incoraggiamento di Trump al presidente del Consiglio Conte perché organizzasse la Conferenza.

E ancora più il comprensibile desiderio del governo italiano di contenere le ripetute iniziative francesi: dalla conferenza di Parigi all’incontro con i rappresentanti di Misurata, proprio alla vigilia della Conferenza di Palermo, ai continui interventi dei cugini d’oltralpe sui diversi fronti nei quali si è materializzata la lunga guerra di Libia.
Il primo ostacolo che questa Conferenza di Palermo dovrà superare sta proprio nella tensione che si è creata fra la Francia e l’Italia sul problema libico: tensione resa più acuta dagli interessi di politica interna, che hanno spinto Macron a usare come un’arma per il proprio consenso il respingimento degli emigranti dall’Italia e, simmetricamente, hanno spinto i partiti che sostengono il governo italiano a proporre Macron come simbolo della mancanza di solidarietà europea nei confronti del nostro Paese. Queste posizioni contrapposte, che sembrano all’origine dell’assenza di Macron a Palermo, rendono certamente più difficile il buon esito della Conferenza.

Per questo motivo occorre fare di tutto per superarle. Una strategia coordinata fra Francia e Italia è infatti condizione necessaria per arrivare a una politica europea comune e, ancora più, per rendere possibile la messa in atto delle eventuali decisioni di Palermo.

Nè l’Italia né la Francia hanno comunque la forza di imporre la propria strategia, ma entrambi i Paesi sono in grado di boicottare la strategia altrui, mentre un accordo fra Francia e Italia è, in questo caso, sufficiente per definire una politica europea comune alla quale, per diversi motivi, non avrebbero interesse ad opporsi né gli Stati Uniti né la Russia.

Il secondo ostacolo al successo della Conferenza riguarda la numerosità e la rappresentatività delle delegazioni libiche. Sappiamo infatti quale sia la complessità delle componenti della società libica e come sia frammentato il potere fra i diversi partiti, le diverse tribù e le diverse milizie. E siamo ben coscienti che gli esclusi o gli oppositori delle decisioni prese a Palermo renderebbero del tutto impossibile la loro applicazione nel territorio libico. Nessun documento conclusivo potrà infatti essere accettato tanto dagli oppositori quanto dai non partecipanti.

I tragici avvenimenti degli scorsi anni, lo scarso successo dei tentativi di accordo fra i governi di Tripoli e di Tobruk e il fallimento delle numerose e fragili conferenze di pace dimostrano che solo una posizione condivisa da tutto il popolo libico sarà in grado di gestire con successo il futuro del paese.

Sembra che in questa direzione, ribadita tante volte, si stia finalmente orientando il nuovo piano del rappresentante dell’Onu in Libia Ghassan Salamè, piano che prevederebbe la convocazione di una grande assemblea di tutte le tribù e le milizie da svolgersi in Libia, per preparare un governo provvisorio in grado di organizzare, nello spazio di qualche mese, una condivisa competizione elettorale.

Un processo complicato e reso difficile dai tanti anni di turbolenze,  un processo nel quale le presenze esterne debbono limitarsi a operare perché i necessari passaggi avvengano in modo trasparente e pacifico, sotto il controllo delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana che ne garantiscano anche la sicurezza per i partecipanti.
Da Palermo si deve dare il via a questo lunga e delicata fase, al centro della quale debbono essere posti gli interessi dei protetti e non dei protettori. L’Italia, nella sua recente storia, ha accumulato una grande esperienza nel costruire processi di pace anche nelle condizioni più difficili, come in Libano o in Albania.

Quest’esperienza può essere messa a frutto con successo purché ci si renda conto che si tratta dell’inizio di un cammino che deve coinvolgere progressivamente tutto il popolo libico.

Il grande compito di Palermo non è quindi quello di dettare ma di promuovere la pace. Non è un compito facile, perché troppi sono stati gli appetiti e gli interessi che hanno dato inizio e che hanno poi alimentato un conflitto che, già ad oggi, è durato più della seconda guerra mondiale. Il successo di questa Conferenza non si misurerà quindi dal suo comunicato finale ma dalle  conseguenze che potrà produrre in futuro.

Un successo difficile ma reso possibile dal crescente desiderio del popolo libico di porre fine alle sofferenze che sono durate troppo a lungo e che risultano ancora più incomprensibili in un paese che dispone di enormi risorse naturali. Risorse che sono state causa della guerra ma che debbono invece promuovere la ricostruzione di tutto il paese e la promozione del benessere dei suoi cittadini.

2096.-Chi e come vuole segare le pensioni (non solo d’oro). Fatti e numeri

L’intervento di Stefano Biasioli

Solo i pensionati perennemente “distratti” ed i pensionati dal perenne “nessuno me l’ha detto” possono pensare che il governo giallo-verde non attenti alle loro sudate pensioni.

Noi della Federspev, dei Leonida, della Confedir, dei Pensionati uniti d’Italia siamo invece sul limitare del bosco, a controllare il nuovo attacco e a organizzare il contrattacco.

PER CHI NON HA MEMORIA

Noi pensionati della fascia superiore a 5 volte il minimo Inps (circa 2560 euro) abbiamo già dato. Sì, abbiamo già dato, perché – forzosamente – le nostre pensioni sono state abbattute, dal 1993 al 2018, per 11 anni su 26. Siamo stati costretti dallo Stato a versare “contributi forzosi” per il 46,15% dei citati 26 anni.

Vi ricordiamo le leggi che hanno danneggiato i pensionati: 41/1986; 448/1988; 438/1992; 449/1997; 388/2000; 127/2007; 214/2011; 147/2013; 109/2015. Nove leggi e forse ce ne siamo perse anche alcune altre.

Se ci limitiamo ai periodi 2008-2018, i tagli ai pensionati sono durati 8 anni su 11 ossia per il 72,7% del tempo.

La risultante? In presenza di un taglio medio del 23%, le pensioni parzialmente (o totalmente) retributive non lo sono più “retributive o miste”, perché – dati i tagli – la differenza tra pensione retributiva e contributiva si è praticamente azzerata.

DOMANDE

Sarebbero tante, ma una su tutte ci sgorga dal cuore: ma perché, tra tutti i pensionati generati da identici calcoli contributivi e di carriera, si abbattono solo le fasce pensionistiche superiori a 5 volte il minimo Inps?

Questa è ridistribuzione del reddito, quindi si tratta di una manovra fiscale o tributaria. I vari legislatori hanno scelto un unico criterio: salvare le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps e maltrattare tutte le altre. Senza mai domandarsi, i legislatori, quanto fossero corrette le posizioni pensionistiche di chi “non ha mai avuto o denunciato reddito” e di chi ha dichiarato redditi manifestamente incompatibili con un normale tenore di vita.

Il legislatore, per decenni, se l’è presa con le pensioni dei dipendenti pubblici (soprattutto) e privati, pensioni legate alla vita lavorativa di chi – data la tipologia del lavoro e della denuncia Irpef – non ha mai evaso: né una lira né un euro.

MANCATA/PARZIALE RIVALUTAZIONE

(leggi:448/1988; 438/1992; 449/1997; 388/2000; 247/2007; 214/2011; 109/2015)

Una serie infinita di modifiche legislative alla rivalutazione pensionistica decisa dal D. Lgs. 503/1992, ovvero adeguamento annuale delle pensioni sulla base del costo della vita, è stata scientemente realizzata.

Per ben 6 volte le leggi hanno derogato dai principi del D. lgs. 503/1992, imponendo rivalutazioni nettamente inferiori alle previsioni del suddetto decreto.

Evitiamo di dettagliare quello che è successo (rimandando, per questo, ad un recente articolo di Carlo Sizia).

Ci limitiamo a ricordare, ad esempio, che negli anni più recenti si è aggiunto danno al danno.

Per esempio, dopo la sentenza 70/2015 della Corte Costituzionale ( che dichiarava incostituzionale la legge 214/2011) non si è ritornati ad applicare i criteri della legge 388/2000 ma si è applicata la legge Renzi (109/2015), basata su una indicizzazione pesantemente decrescente, fatta per scaglioni e non sul totale pensionistico. Non entriamo nel dettaglio delle percentuali di rivalutazione ma ricordiamo ai distratti che, con l’eccezione delle pensioni fino a 3 volte il minimo Inps, la perequazione delle pensioni medio-alte è andata, costantemente e progressivamente peggiorando.

Le pensioni più alte hanno così visto pesantemente calmierate/bloccate/tagliate le somme previste al momento del pensionamento, per almeno 2 motivi diversi e per una serie lunghissima di anni: 1993; 1998-1999-2000; 2008-2018.

Tagli su tagli, non associati ad alcun vantaggio fiscale.

CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ

Il contributo di solidarietà è stato dapprima applicato ai pensionati over 74.500 (legge 488/1999), poi per gli over 90.000 (leggi 111/2011 e 147/2011).

Finora, i contributi di solidarietà sono stati reiterati 3 volte: legge 488/1999 (anni 2000-2001-2002); legge 111/2011 (dal 1°agosto 2011 al 31/12/14, con dichiarazione di incostituzionalità, sentenza 116/2013); legge 147/2013 (triennio 2014-2015-2016).

In dettaglio, per il triennio 2013-2016, il contributo di solidarietà richiesto alle pensioni over 90.000 euro lordi/anno è stato “pesante”: 6% per le pensioni over 91.160 euro; 12% per quelle over 130.228 e 18% per quelle superiori a 195.343 euro/lordi/anno.

Tagli cospicui, che diventeranno ancor più pesanti nel quinquennio 2019-2020-2021-2022-2023-. Infatti nelle 2 ipotesi governative più recenti (Il Sole 24 Ore e il Messaggero del 28.10.18) i denari sottratti con il nuovo contributo di solidarietà sono/saranno superiori rispetto a quelli ipotizzati dal Pdl 1071.

Le riassumiamo brevemente, per maggior chiarezza.

Si tratta, (come si vede qui sotto) di 2 diverse ipotesi: quella A) prevede un taglio pensionistico totale, quella B) un taglio “solo” sulla quota eccedente i soliti 90.000 euro/lordi/anno.

IPOTESI A): TAGLIO SUL TOTALE PENSIONISTICO, per le pensioni over 90.000

– 8% del totale per la fascia 90.000-129.999

-12% del totale per la fascia 130.000-189.999

-14% del totale per la fascia 190.000-349.999

-16% del totale per la fascia 350.000 ——>

IPOTESI B) TAGLIO SULLA QUOTA OVER 90.000

-10% per la fascia 90.000-129.999

-14% per la fascia 130.000 – 199.999

-16% per la fascia 200.000-349.999

-18% per la fascia 350.000 – 499.999

-20% per la fascia da 500.000 in su.

Un semplice calcolo, farà capire ai lettori che si tratterà di un “contributo di solidarietà” ben più alto e ben più duraturo di quello 2014-2016.

Per i lettori che non sanno fare di conto, il Dr. Pietro Gonella elaborerà alcune tabelle dettagliate per quantificare esattamente il danno di ciascuno di noi, quelli definiti “parassiti” da Luigi Di Maio.

COSA FAREMO?

Noi , che facciamo parte delle 14 Associazioni Nazionali racchiuse nel forum Pensionati d’Italia, impugneremo la nuova legge in ogni sede.

COSA FARÀ la CORTE COSTITUZIONALE?

Non lo sappiamo, ma – di certo – questa volta non potrà far finta di niente. Altri tagli, e solamente ai pensionati: per 26 + 5 anni = per 31 anni.

Nuovo contributo di solidarietà, per altri 5 anni. E, 9+5, fa 14 pertanto quattordici anni di ” contributi obbligati”, chiesti solo ai pensionati, anzi, solo a alcune fasce pensionistiche. Perché a loro e solo a loro?

Potrà, la Corte, considerarli ancora contributi temporanei?

Potrà la Corte, non considerarli tasse, gettate solo sulle spalle di alcune fasce pensionistiche e non su tutti i cittadini (pensionati e lavoratori attivi) a parità di reddito?

Potrà, la Corte, negare che questi denari sono stati e saranno tolti al bilancio previdenziale Inps per girarli all’assistenza, con distrazione di scopo?

Potrà? O se ne laverà le mani? Un po’ di numeri.

2095.- BRUXELLES FACCIA ROTTA SULL’UNIONE FISCALE

Non è una proposta, è una condizione e tale resta.

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Tra le polemiche su chi si arroga (ingiustamente) il diritto di salire in cattedra e chi dovrebbe fare i compiti a casa prima di protestare, l’eurozona sta sprofondando nella deflazione senza un serio dibattito politico.

Il conflitto che ha contrapposto Draghi ai falchi tedeschi, da Hans Werner Sinn ad Axel Weber,non è un dibattito tra italiani e tedeschi, tra buoni e (presunti) cattivi,non è neppure solo un dibattito economico, è principalmente un dibattito politico su quale Europa vogliamo.

È un dibattito che non dovrebbe essere lasciato in mano solo ai banchieri centrali (passati, presenti,futuri),ma dovrebbe avvenire ai massimi livelli di governo, perché ne dipende la sopravvivenza stessa dell’eurozona. 
Il problema fondamentale dell’area euro oggi è la deflazione. Draghi lo ha sicuramente capito, Hans Werner Sinn meno. Come ho scritto in agosto, però, per combattere la deflazione in Europa non basta il quantitative easing (Qe). Soprattutto non basta il quantitative che la Bce è in grado di fare. Lo avevano capito anche i mercati, che reagirono molto negativamente alle parole di Draghi. Quello che stupisce non è tanto il pessimismo, quanto il ritardo.

Gli unici titoli che la Bce può comprare sono i titoli che, in condizione normale, la Bce può prendere a garanzia per operazioni di finanziamento. Proprio perché facilmente riscontabili, questi titoli avevano già sul mercato un valore vicino alla pari prima dell’annuncio del Qe. Quindi il Qe, che si vorrebbe seguitare, non può funzionare aumentando il valore di questi titoli in portafoglio alle banche. Ma non può neppure funzionare aumentando la liquidità in mano alle banche, perché questi titoli erano già impegnati presso la Bce in operazioni di pronti contro termine. Trasformare un pronti contro termine in un acquisto dei titoli da parte della Bce aumenta la liquidità delle banche solo per l’ammontare dell’haircut, ovvero per il margine che la Bce richiedeva in queste operazioni. Presumibilmente questo margine è molto limitato, perché la Bce già da tempo sta cercando di pompare liquidità nel sistema. Ergo l’impatto sarà sempre limitato.

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L’Eurotower può fare “whatever it takes”,ma “nei limiti del mandato”:
Non può finanziare deficit e debiti insostenibili

 

Ma,  allora, perché Draghi si è ostinato a spingere questa strategia?  La risposta è una:  Perché non ha altre armi nel suo arsenale. Anzi, perfino queste armi spuntate generano l’opposizione da parte dei tedeschi, che le vedono come illegali secondo i trattati.

Da modesto giurista, da un punto di vista economico, non ho dubbio che i tedeschi abbiano ragione sul fatto che queste manovre violino lo spirito dei trattati costitutivi.

La Bce è stata creata con un divieto assoluto di operare manovre fiscali, quali la monetizzazione del debito ( cioè, quello che faceva Banca d’Italia prima del “divorzio” del 1981). Per quanto limitati, gli acquisti di titoli con del rischio di credito (come proposto da Draghi) hanno una componente fiscale. Se le società emittenti quei titoli fanno default, la Bce non può rivendere sul mercato i titoli e quindi ha di fatto monetizzato parte del debito. Date le restrizioni in termini di qualità di credito imposte dalla Bce, questa è una possibilità alquanto remota. Ma agli economisti tedeschi questo non importa: è il principio.

Combattono questa battaglia sapendo di perdere, per vincere la guerra: bloccare qualsiasi mossa futura della Bce. L’eurozona è un’unione monetaria, non fiscale e non permetteranno mai che lo diventi attraverso manovre surrettizie.

Anche qui i tedeschi hanno ragione.

Le decisioni fiscali sono di competenza dell’autorità fiscale in cui i cittadini sono rappresentati, non di un’autorità monetaria, per lo più un’autorità monetaria disegnata per essere totalmente indipendente dal potere politico. Dove non sono d’accordo con i tedeschi è sulla soluzione. La loro strategia è quella di trascinare il problema il più a lungo possibile, perché questa situazione di stallo beneficia il loro Paese. Per l’Italia e tutto il sud d’Europa questo stallo è devastante.

O si procede rapidamente verso un’unione fiscale, o è meglio riconoscere che l’unione monetaria da sola non funziona e procedere a un divorzio consensuale, cercando di minimizzarne gli inevitabili danni collaterali. Rimandare il problema non aiuta a risolverlo e ci costa in termini di disoccupazione e desertificazione industriale.

È questo il dibattito politico che vorremmo veder oggi in Europa.
La grande vittoria elettorale alle Europee (si era proprio alla vigilia dell’inizio del semestre di presidenza italiana della Ue) aveva offerto a Matteo Renzi un’occasione unica per aprire e condurre questo dibattito. Purtroppo è passata senza un’iniziativa significativa. Tanto meno un dibattito serio su questi problemi. L’interesse di Renzi per l’Europa si era esaurito già dopo la nomina di Federica Mogherini ad Alta rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza. Sicuramente una posizione prestigiosa. Ma anche e proprio procedendo in questo modo Mogherini si è trovata ad essere ministro degli Esteri di un’Unione che non esisteva più.

2094.- Libia, Palermo, il premier Conte: «No a soluzioni calate dall’alto». La Turchia abbandona il vertice

Il premier italiano: «Auspico elezioni in sicurezza a primavera 2019». Stretta di mano tra Al Sarraj e Haftar. Il generale: «Fino al voto non si cambia». La Turchia abbandona il vertice «con profondo disappunto». Le opposizioni: «Un flop»

di Antonella De Gregorio
Libia, Palermo, il premier Conte:  «No a soluzioni calate dall’alto». La Turchia abbandona il vertice
I no di Trump, Putin e Merkel, l’incredibile ritiro di Haftar e della Turchia! Ne esce a pezzi l’Italia che non è più credibile».

«Amici libici, voi avete avuto la testimonianza dell’attenzione e della dedizione di tutti i presenti per il dossier libico e per il vostro Paese. Vi prego, non ci deludete». Con queste parole il premier italiano, Giuseppe Conte, ha concluso la sessione plenaria della Conferenza per la Libia a Palermo. Un appuntamento organizzato dal governo italiano in collaborazione con l’Onu «nel pieno rispetto della ownership libica del processo». Senza, cioè, «soluzioni calate dall’alto», ha assicurato il premier nel corso del vertice che ha visto riuniti a Villa Igiea i leader libici Fayez al Sarraj (che guida il governo libico riconosciuto internazionalmente e che è appoggiato dall’Italia) e Khalifa Haftar (il generale che guida le Forze armate libiche), insieme a capi di Stato e della diplomazia dell’area. Italia Paese promotore, dunque, ma nel rispetto della sovranità libica, ha ricordato il premier, che ha sottolineato che il vertice serve piuttosto ad accompagnare il Paese verso la fine del lungo periodo di transizione, «nel solco di precedenti iniziative come la Conferenza di Parigi del 290 maggio scorso».

Presenze a metà

Un appuntamento accompagnato dalle polemiche per le assenze eccellenti (mancavano Trump, Putin la Merkel) e le presenze a metà: con la Turchia che si è ritirata in polemica per non essere stata coinvolta nella riunione informale del mattino e il principale giocatore della partita, il maresciallo Haftar, uomo forte della Cirenaica a capo del sedicente Esercito nazionale libico, che si è presentato, sì, ma ha lasciato il vertice, disertando la plenaria. E poco importa se la ritirata era stata ampiamente annunciata: «La mia presenza è limitata agli incontri con i ministri dell’Europa» ma non gli esponenti delle altre delegazioni, con cui «non ho nulla a che fare», aveva appena detto in un’intervista a una tv araba. La sua assenza al tavolo dei lavori ha lasciato il segno. Arrivato al Grand Hotel Villa Igiea di Roma, sede del summit, il generale Haftar ha incontrato il premier italiano e si è fatto immortalare in una foto in cui stringe la mano del presidente del Governo di accordo nazionale libico, Fayez al Serraj. Al termine dell’incontro con al Sarraj e il premier italiano, Haftar ha detto: «Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume», una metafora intesa dai presenti come un «viatico» per Sarraj, il cui posto non verrebbe messo in discussione fino alle elezioni. Oltre al generale Khalifa Haftar, anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi non ha partecipato alla plenaria ma solo al «mini-summit» che l’ha preceduta.

Per elezioni stanziati 1,5 milioni

Nella sessione plenaria Conte ha auspicato che le elezioni si svolgano a primavera del 2019, «nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza, oltre che di quelle legislative e costituzionali». In merito alla dimensione della sicurezza, ha poi aggiunto: «Riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati». Nella conferenza stampa che ha chiuso l’incontro, Conte ha poi precisato che l’Italia «non intende rivendicare alcuna leadership sul piano economico, politico o altro», ma che è disponibile a valutare tutte le forme di aiuto e cooperazione». E ha annunciato che per le prossime elezioni «abbiamo stanziato 1,5 milioni di euro».

Pietra miliare

«Palermo sarà ricordata come pietra miliare per tracciare una via che porti i libici verso il futuro», ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamè, a conclusione della Conferenza di Palermo. Appuntamento che Salamè ha definito «un importante successo». «C’è stato un impegno serio da parte dei libici presenti. Mi sento più tranquillo», ha detto l’inviato dell’Onu.

I protagonisti del dialogo

Le stesse fonti ritengono ci sia una «buona possibilità» che la Conferenza Nazionale della Libia, primo passo nella road map Onu per le elezioni, si possa svolgere a gennaio. Conte ha twittato: «L’Italia riunisce i protagonisti del dialogo».

«Necessari compromessi»

Il premier russo, Dmitri Medvedev, si è detto «fiducioso» che si possano ottenere «progressi», anche se il dialogo tra le varie fazioni libiche è «difficile» da costruire. Ma la Russia intende fare «tutto il possibile» per stabilire «una pace duratura» e – ha detto il premier – il Paese è anche pronto a prendere parte alla ricostruzione dell’economia della Libia e al miglioramento delle condizioni sociali. Ma – ha avvertito – tutte le parti devono raggiungere un «compromesso» altrimenti la situazione esploderà di nuovo.

Esclusi dalla riunione

«Il meeting informale di stamattina» a margine della Conferenza sulla Libia di Palermo «è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi», ha detto il vicepresidente turco Fuat Oktay lasciando Villa Igiea a lavori non ancora conclusi. «Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana», ha aggiunto senza mai nominare il generale Khalifa Haftar. «Sfortunatamente la comunità internazionale non è stata capace di restare unita».

«Un flop»

Se il bilancio del premier è positivo («Sono state poste premesse importanti», ha detto Conte) critiche le opposizioni: la Conferenza sulla Libia ha mostrato tutto l’isolamento e l’improvvisazione del Governo M5s-Lega, secondo Carla Cantone, componente Pd in Commissione Vigilanza Rai. «Un flop senza precedenti – scrive su Twitter il Senatore Pd, Ernesto Magorno -. I no di Trump, Putin e Merkel, l’incredibile ritiro di Haftar e della Turchia. Ne esce a pezzi l’Italia che, grazie al governo del cambiamento, non è più credibile».

2093.- Palermo, summit sulla Libia. Nessun documento conclusivo, nessun impegno concreto, rinvio sine die. Non una parola sui lager libici

 

L’Italia riunisce i protagonisti del mediterraneo e rilancia il dialogo per la Libia

 

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E adesso papà?

 

Cosa scrive Remondino.

Tanto rumore per nulla, avrebbe titolato William Shakespeare, nel summit organizzato a Palermo sulla Libia. E se, come ancora scrivono i 5Stelle, raccontare del fallimento sostanziale vuol dire “essere contro l’Italia”, ebbene accetteremo anche questa accusa, tra le tante altre. Ma i fatti sono duri come pietre, e la propaganda pentastellata e quella di Palazzo Chigi non può non riconoscere l’inutilità del summit, l’incapacità del governo di promuovere una vera strategia sulla Libia, che sia davvero europea, e soprattutto la sua subalternità ad alcuni dei leader dei Paesi africani. Tanto rumore per nulla? Oppure uno stratagemma messo in piedi proprio nel giorno della consegna della lettera sulla manovra economica a Bruxelles, fingendo così di essere interlocutori principali della Ue per la Libia, e cercando un baratto per nuova flessibilità, sul modello renziano? Il sospetto è d’obbligo, viste le reazioni dei capi di stato e delle organizzazioni non governative, già note da tempo.  Nessun documento finale, dunque, alla conferenza di Palermo sulla Libia, a cui le diplomazie pure lavoravano da settimane. E sarebbe stata in particolare la delegazione del generale Khalifa Haftar, così corteggiato da Conte da scomodare perfino Putin pur di averlo a Palermo, a contestare il testo della dichiarazione finale della Conferenza, che comunque già si sapeva nei giorni scorsi non sarebbe stata firmata, ma presumibilmente solo approvata. E della Conferenza di Palermo restano la stretta di mano tra il maresciallo Khalifa Haftar e il presidente del governo di Accordo nazionale, Fayez al Serraj, immortalati in una foto opportunity, e lo schiaffo della Turchia che ha abbandonato a metà giornata “con profonda delusione” villa Igiea. L’intesa “verbale e senza documento finale” tra le parti libiche prevede, come già anticipato alle Nazioni unite, una conferenza generale in Libia nelle prime settimane del prossimo anno e le elezioni in primavera passano in secondo piano (mentre il governo italiano ha sempre premuto per elezioni in dicembre, altro smacco), nonostante l’entusiasmo del rappresentante speciale per l’Onu in Libia, Ghassan Salamé, che ha definito il summit di Palermo “pietra miliare per il futuro dei libici” e quello, molto di maniera, del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, secondo cui “l’Italia riunisce i protagonisti del Mediterraneo e rilancia il dialogo per la Libia”, senza rivendicare “leadership” o fini economici.

Palazzotto, Sinistra Italiana: “Flop annunciato, dopo 7 anni siamo al punto di partenza”

“La conferenza internazionale sulla Libia di Palermo è stato un flop annunciato. Non tanto per le presenze, viste le assenze dei maggiori leader europei, quanto per le conclusioni. Dopo sette anni siamo ancora al punto di partenza: all’invito a trovare una soluzione condivisa. Non una parola sui campi lager in cui vengono rinchiusi i migranti, come niente sul rispetto dei diritti umani negati in quel Paese. Questo basta per dire che in Libia la strada da fare è ancora molta”, afferma il deputato di Leu Erasmo Palazzotto. E più forte è l’appello di Amnesty International che in unota del suo rappresentante in Italia, Riccardo Noury, non può evitare di manifestare delusione: “Mi auguro che la stretta di mano” tra il generale libico Khalifa Haftar e il premier del governo di unità nazionale della Libia Fayez al Sarraj “non sia stata utile soltanto per i fotografi, ma che significhi arrivare a un progresso autentico, nel quale tuttavia temiamo che i diritti umani rischino di continuare a essere assenti”. Riccardo Noury afferma che “in questi giorni della Conferenza di Palermo non ho sentito le parole ‘diritti umani’. Ho sentito altre cose che hanno tutte un obiettivo. Fare della Libia un Paese stabile affinché continui ad assolvere in maniera più efficace il compito che le è stato affidato dall’Europa e in particolare dall’Italia: fermare le partenze dei migranti verso l’Europa”.

Il professor Karim Salem spiega la tragica situazione del conflitto libico. Le fazioni in guerra sono molto più di due

La crisi libica non solo non viene risolta, ma continua ad essere aggravata da Paesi stranieri che finanziano le milizie armate, considerandole interlocutori credibili. Ne è convinto Karim Salem, ricercatore presso il Cairo Institute for Human Rights Studies e rappresentante della Libya Platform, una coalizione di 15 associazioni libiche. Salem interviene a Roma nel corso della conferenza stampa alla Camera promossa dall’Arci ‘Le verità scomode sugli accordi con la Libia e le sue milizie’. I relatori esprimono forti riserve sull’appuntamento siciliano, incapace di fornire una soluzione efficace all’instabilità libica – che prosegue dal 2011 – in quanto continua a sostenere che in Libia si scontrino due fazioni. Ma le fazioni in guerra sono molte di più: come ha spiegato Karim Salem, accanto all’esercito nazionale e alle brigate di Khalifa Haftar esiste tutta una galassia di gruppi armati dove “non c’è solo l’Isis ma anche gli estremisti salafiti”. Tutto avviene in una dinamica fluida, poiché formazioni, alleanze o inimicizie variano a seconda della convenienza. “E la presenza dei gruppi armati militari e paramilitari non solo mette in pericolo la popolazione, che continua a subire violenze, ma paralizza il lavoro di tutte le istituzioni” avverte Salem. “Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario non funzionano a causa loro”. Lo dimostrerebbero l’inefficenza dei due governi di Tripoli e Tobruk, ma anche “l’impossibilità dei giudici a svolgere il proprio lavoro, dal momento che subiscono continuamente minacce. E questo favorisce l’impunità”. I governi occidentali, tramite gli accordi stipulati con alcuni attori locali, finiscono per finanziare le milizie, accusa Salem, “e questo aumenta la criminalità e allontana dalla pace”. L’attivista avverte: “Si pensa che i migranti siano gestiti dal ministero dell’Interno ma in realtà, sono le milizie locali a governare il fenomeno”. Insomma, i tavoli di pace organizzati finora dalle potenze straniere “hanno fallito perché non tengono conto della fragilità della situazione sul terreno. Ad esempio, si parla di disarmo. Ma al momento non è stata redatta alcuna lista chiara delle milizie da integrare nell’esercito nazionale, né si è deciso come farlo”. Salem conclude tracciando percorsi e via d’uscita possibili: “Bisogna formare un comitato sotto l’egida dell’Onu, che implementi un piano trasparente. Le istituzioni libiche devono impegnarsi a ricostruire la società, a partire dalla lotta all’impunità e riorganizzando il settore della sicurezza. Se arrivano armi, bisogna sapere chi le sta fornendo e a chi”. E se questa analisi è vera, come crediamo che sia, poiché proviene da chi la tragedia libica la conosce e la studia ogni giorno, di cosa cianciano il governo e i suoi aedi, i quali parlano di un successo del summit, e in particolare dell’Italia? Se questo summit era il fiore all’occhiello della politica estera italiana, sarebbe opportuno un enorme ripensamento. Era dunque solo propaganda? Ebbene, sì, purtroppo.

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2092.- Carlo Nordio: “Quali magistrati vanno subito cacciati”, smontate le balle M5s sulla prescrizione

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Carlo Nordio sull’inefficienza dell’apparato giudiziario, la sua vetustà culturale e altro. Sulla responsabilità civile si è agito solo sull’effetto intimidatorio delle sanzioni, senza incidere sulle cause degli errori giudiziari come per esempio l’irresponsabile potere dei pubblici ministeri .

«Da che sono andato in pensione, lavoro di più». Sembrava quasi impossibile. Ma il procuratore Nordio non mente: due editoriali alla settimana sul Messaggero, più l’ articolo nelle pagine di Cultura il sabato, l’ impegno alla Fondazione Venezia, quello alla giuria del premio letterario Campiello, la prossima inaugurazione a Mestre del museo Emme9, un’ opera da cento milioni. «E il tutto senza più la segretaria. Per me, che sono disordinato, abbandono il telefono dove capita e non sono abituato a organizzarmi non è semplice». Meglio parlare di giustizia allora, tema caldo, tanto per cambiare.

L’addio alla prescrizione è stato legato alla riforma del processo penale: equivale a dire che non si farà mai?
«Vuol dire che – nella migliore delle ipotesi – arriverà tra qualche anno.
Una riforma seria richiede tempi di elaborazione, e di discussione parlamentare, incompatibili con le date indicate.
E poi non si sa neppure che riforma vogliono. Mi creda, la prescrizione non sarà abolita, anche perché farlo sarebbe contrario all’articolo 111 della Costituzione, secondo il quale il processo deve concludersi entro termini ragionevoli».

Di che tipo di riforma avrebbe bisogno il nostro processo penale?

«I codici di procedura penale sono di due tipi. Quello inquisitorio e scritto, che avevamo fino al 1988, e quello accusatorio orale anglosassone, che abbiamo introdotto nell’ 89, adattandolo alle nostre tradizioni, cioè pasticciandolo. Quindi abbiamo bisogno di un codice coerente, che torni al passato o svolti definitivamente verso il sistema inglese, che io prediligo e vorrei copiassimo. Ma temo avremo un altro pastrocchio, se mai ci sarà».

Che vantaggi ha il sistema anglosassone?
«Discrezionalità dell’ azione penale, che riduce i tempi dei processi perché fai solo quelli importanti, separazione delle carriere, con giudici di nomina governativa e pm elettivi, e divieto di appellare le assoluzioni, perché se un giudice ha prosciolto, dubitare della sua sentenza significherebbe violare il principio del ragionevole dubbio di innocenza. Con questi tre accorgimenti avremmo processi rapidi e la questione prescrizione si risolverebbe da sé».

Quanta responsabilità hanno davvero i magistrati nella lunghezza dei processi?
«Responsabilità, e meriti, dei magistrati nella durata dei processi sono stati sempre enfatizzati. I processi durano a lungo per una ragione elementare: la sproporzione tra i mezzi e i fini. Con l’ azione penale obbligatoria, la massiccia produzione normativa che prevede sempre nuovi reati e la riduzione delle risorse, anche se i magistrati lavorassero il doppio – e le assicuro che lavorano già molto, e talvolta anche troppo, e inutilmente – i tempi saranno sempre eterni. Finché non depenalizzeremo molti reati e non lasceremo liberi i pm di non perseguire tutte le denunce, avremo sempre migliaia di processi prescritti».

Cosa pensa della prescrizione lei?
«Ubbidisce a due criteri: il venire meno dell’ interesse dello Stato a punire con il decorso del tempo, e la garanzia di una ragionevole durata del processo. Va mantenuta. È vero però che alcuni reati si scoprono sempre anni dopo la loro commissione, pensiamo ai falsi in bilancio o alle frodi fiscali, e quindi si sono già mangiati metà del tempo di prescrizione. Il compromesso giusto sarebbe far decorre il termine della prescrizione non dal momento della commissione del reato, ma da quello della scoperta del suo autore, e dalla iscrizione nel registro degli indagati. Sempre con un termine massimo però, per evitare che uno possa esser processato a una lunga distanza dal fatto».

La prescrizione però ha mandato assolti molti colpevoli…
«Sì certo, ma è colpa dello Stato. Eliminarla però significa colpire le vittime, perché se la prescrizione viene meno, i processi si allungano e la parte lesa deve attendere di più per avere giustizia».

Sospenderla per chi è condannato in primo grado o allargare il novero dei reati imprescrittibili, come forse si farà, è una soluzione?
«È una mostruosità».

Il giustizialismo della sinistra era sostanzialmente antiberlusconismo, quello dei grillini cos’ è?
«È acquiescenza supina a luoghi comuni infantili. Dilettantismo emotivo. M5S è esploso come consenso sotto la pressione degli scandali politici, specie quelli legati ai rimborsi alla cosiddetta casta. Il loro terreno di coltura è la reazione alle ruberie e si sono convinti che, se aumentano le pene, loro salgono nei sondaggi. Puntano all’ elettorato scandalizzato dal malcostume generalizzato e ambiscono a moralizzare il Paese attraverso il sistema penale ma sbagliano ricetta: se vuoi battere la corruzione devi diminuire le leggi e snellire le procedure, tutto l’ opposto di quanto fa M5S».

Si può dire che il loro giustizialismo è vendetta sociale e giacobinismo?
«Non li accrediterei di tanto onore. Saint Just e Robespierre erano altra cosa. Semmai li paragonerei a Hebert, o a Chaumette, gli ultrà del Terrore che furono i primi a essere decapitati».

Il Parlamento non conta più nulla, il governo è bloccato: la magistratura è diventato il potere più importante dello Stato?
«La magistratura ha assunto un forte ruolo di supplenza dai tempi di Tangentopoli non perché abbia fatto un passo avanti, ma perché la politica ha fatto due passi indietro».

Quanto è vera l’ affermazione che i giudici fanno politica?
«Anche questa è una favola. Ma è sufficiente che alcuni magistrati, diventati famosi per inchieste nei confronti di politici, si candidino alle elezioni, per far sorgere questo sospetto. Anche per questo motivo io, avendo indagato nella prima tangentopoli, poi sulle coop rosse e recentemente sul Mose, ho detto che non avrei mai fatto politica. La sola idea che si pensi che ho fatto il mio lavoro per prepararmi un buon ritiro parlamentare, e magari prendere il posto di quelli che ho inquisito, mi fa rabbrividire».

Di Pietro con Tangentopoli, De Magistris che indagò Mastella e cadde Prodi, le Olgettine e la condanna Mediaset: la storia d’ Italia è stata scritta dai giudici?
«No, semmai da una politica fiacca e subalterna. I politici hanno condizionato per anni l’ attività politica alle iniziative giudiziarie, utilizzando gli avvisi di garanzia e le inchieste contro i rivali come una clava. Così però hanno delegittimato l’ intera categoria e si sono messi nelle mani dei magistrati. I grillini poi sono il massimo: usano la clava della magistratura anche contro loro stessi. Se la Lega facesse altrettanto, Salvini avrebbe dovuto dimettersi dopo quella curiosa inchiesta di Agrigento sulla Diciotti, dalla quale è stato prosciolto in meno di due mesi».

Con Berlusconi stata fatta una giusta applicazione della Severino?
«Il diritto penale dice che la condanna non può essere retroattiva e allora la decadenza dal Parlamento dopo una condanna contemplata dalla Severino è stata trasformata in sanzione amministrativa. Ma essa resta comunque una sanzione afflittiva, e quindi non si può applicare retroattivamente. Questo è stato fatto per ragioni politiche, ed è una macchia indelebile della nostra sgangherata civiltà giuridica».

È cambiato qualcosa nella giustizia rispetto ai tempi di Berlusconi?
«In peggio, come si vede. Sono stati creati reati assurdi, seguendo le mode, con leggi squilibrate. Oggi investire uno da ubriachi è più grave che farlo di proposito e certi reati di pedopornografia su internet sono puniti più gravemente dell’ atto sessuale in sé».

Responsabilità dei magistrati: si ha la sensazione che le toghe non paghino per i loro errori, è vero?
«No. Il cosiddetto errore del magistrato è fisiologico, se riguarda il merito della decisione. In tutti i paesi le sentenze vengono riformate, perché il giudicare è compito quasi sovrumano. Però ci sono due casi in cui il magistrato che sbaglia dovrebbe pagare: quando non legge le carte e quando non conosce le leggi. Pagare non in denaro, tanto è assicurato, ma nella carriera. Un magistrato inetto o incapace non va sanzionato nel portafoglio, va destituito».

Poiché è impossibile provare il dolo, come si può far scontare qualche conseguenza a chi apre inchieste che durano anni, distruggono carriere e si concludono in nulla?
«Bisognerebbe fare come in America: una statistica delle inchieste andate a buon fine e dei processi persi. E quando uno perde troppo, mandarlo a casa perché ha sbagliato lavoro».

A cosa è dovuto il calo di popolarità della magistratura?
«Ha suscitato troppe aspettative, poi deluse. Oltre al protagonismo di alcuni di noi. Bastano pochi, e i molti ne subiscono le conseguenze».

Cosa pensa della nuova norma della legittima difesa?
«Sostanzialmente bene. Chi si difende in casa si sostituisce legittimamente a uno Stato che non ha saputo proteggerlo, e tantomeno ha il diritto di punirlo. L’ avrei resa ancora più netta: io avrei sancito che, poiché la legittima difesa è l’ esercizio di un diritto, il fatto di reato non sussiste, invece è rimasta come causa di non punibilità di un comportamento considerato, a torto, criminale».

Fino a che punto il cittadino ha diritto a difendersi?
«Nei limiti della proporzione della reazione e dell’ attualità del pericolo. Che però vanno valutati tenendo conto della gravissima alterazione emotiva in cui versa l’ aggredito. Il quale, in caso di assoluzione, ha diritto ad esser sollevato dalle spese legali».

Da procuratore che ha lavorato decenni sul territorio: perché è così difficile fermare la criminalità contro il patrimonio, se il reato non sfocia poi nel sangue?
«I reati contro il patrimonio sono sempre esistiti, in tutto il mondo. Oggi però sono aumentati anche a seguito dell’ immigrazione incontrollata. Dirlo non è razzismo, è statistica».

Che giudizio ha del decreto sicurezza? Cosa funziona e cosa no?
«Ne ho un buon giudizio anche se non credo che sarà risolutivo».

La stretta sul riconoscimento dello status di profugo è giusta?
«Dipende. Il profugo vero va protetto e assistito. Il falso profugo va rimandato a casa. Ma non lo dice mica solo Salvini. Lo diceva già vent’ anni fa la legge Turco- Napolitano».

I critici dicono che così aumentano i clandestini e l’ illegalità…
«È una balla. Semplicemente, il decreto sicurezza va coordinato con le leggi esistenti, che prevedono l’ espulsione dei clandestini. Riconoscere lo status a chi non ne ha diritto non è la soluzione ma è ignorare il problema.
Ed è un’ ingiustizia, doppia perché penalizza soprattutto i profughi veri».

Quando Salvini fu indagato per la Diciotti lei disse subito che era una stupidaggine. Perché?
«Per le ragioni emerse dalla successiva richiesta di archiviazione. Era un atto politico, insindacabile. Per di più il pm aveva ipotizzato il reato di arresto illegale, quando non era stato arrestato nessuno; e infine non aveva interrotto il presunto sequestro di persona, mentre la legge gli imponeva di evitare che il reato fosse portato a conseguenza ulteriori. Se Salvini fosse stato mandato a giudizio si sarebbe trovato come coimputato lo stesso pm, per il reato di omissione di atti d’ ufficio o addirittura per concorso omissivo: è l’ art 40 2° comma del codice penale».

Che idea si è fatto dell’ inchiesta che coinvolge il sindaco di Riace Lucano?
«Ha violato la legge e se ne è vantato.
Ma peggio sono quelli che lo hanno sostenuto. Evocare a riguardo il concetto di disobbedienza civile, come ha fatto Saviano, è peggio di una bestialità, è un errore».

Lei indaga il Paese da oltre 50 anni: intravede i germi di un ritorno del fascismo o del razzismo?
«No, è una stupidaggine. L’ Italia non è un paese razzista né fascista. Ma la paura è paura, e per definizione vede pericoli anche dove sono inferiori a quelli reali».

Viceversa Salvini gonfia l’ allarme sicurezza a scopi di consenso come gli viene rimproverato?
«No. Salvini interpreta queste paure, e prende voti. È la democrazia, bellezza».

di Pietro Senaldi

 

2091.- TROPPO GRAVE PER ESSER VERA

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Vedo che le bugie hanno vita più lunga delle verità e che gli italiani non perdono occasione per denigrare le Forze Armate, in particolare, certa stampa. Le bugie confondono chi, in mancanza di un vero servizio pubblico, si abbevera ai media. Fra questi, mi ha, prima, ingannato e, poi, stupito una testata stimata, come “La Verità”.  
Non sono il difensore di nessuno, ma pubblicherò qui, a uso e pace di tutti quelli che mi manifestano il loro disappunto, sul web e nella via, quanto ho già scritto sul mio Blog <cittadiniparlanticonsapevoli.wordpress.com> e, poi e meglio ancora, l’articolo di Formiche “A Difesa di Vecciarelli. Le parole della Trenta contro una polemica inutile”, scritto da Flavia Giacobbe.
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Da una delle testate che hanno diffuso allarmisticamente il discorso del nuovo capo di stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, leggo che, in occasione della presentazione del volume 1948-2018 I Carabinieri negli anni della Costituzione, il generale ha dichiarato:
“Dobbiamo collaborare con tutti gli altri Paesi affinché le situazioni d’instabilità siano ridotte il più possibile. Noi non siamo schierati da una parte e dell’altra ma da quella di chi vuole sicurezza e stabilità. Oggi non è più necessario difendere i confini, quella che va difesa è la libertà di tutti i cittadini, di muoversi e di fare impresa”.
Porto in grassetto la frase incriminata dalla stampa e, effettivamente, è vero che i nostri confini non sono in pericolo perché non c’è un esercito straniero alle porte. Ciò non toglie che siano diversamente violati ogni giorno e, qui, comprendo come la citazione del generale abbia toccato un nervo scoperto.
Sulla difesa della libertà di fare impresa e di muoversi liberamente, si può facilmente obbiettare che non sia compito delle Forze Armate, ma i pozzi dell’ENI in Libia chi li ha difesi? Ancora: L’intelligence deve oggi occuparsi anche di economia e di finanza. Tutti argomenti poco noti alla massa degli italiani.

L’articolista Giorgio Nigra, uno dei vari giornalisti che hanno diffuso questo messaggio, che mi ha addolorato per la serietà di certe testate, commenta:
“Non male, come dichiarazione, a pochi giorni di distanza dal centenario della vittoria italiana nella Grande guerra, occasione in cui quei confini furono tracciati col sacrificio di milioni di italiani.”
E continua mistificando:
“I confini non vanno più difesi: è questa l’ideologia che permea i nuovi vertici delle forze armate? Sembrerebbe di sì, se è vero che, a quanto riporta l’Ansa, Vecciarelli ha anche affermato: “Bisogna ricordare a tutti che la libertà, la democrazia, il vivere civile non sono gratis. Serve il lavoro, la fatica e anche il sangue” di chi ogni giorno dedica la vita al proprio paese.” Ci troviamo in un momento in cui, ha spiegato il generale, “assistiamo al ritorno sulla scena di nazionalismi e il rafforzarsi di potenze nucleari”, un “mondo alla rovescia” rispetto a quanto immaginato dopo la seconda guerra mondiale con la nascita dell’Onu.” Sarà, commenta pesantemente Nigra, ma a noi il “mondo alla rovescia” sembra quello in cui i generali parlano come gli attivisti dell’estrema sinistra.”
Bene! Nigra vuole negare che “la libertà, la democrazia, il vivere civile non sono gratis”? che “Serve il lavoro, la fatica e anche il sangue di chi ogni giorno dedica la vita al proprio paese”? Che ci troviamo in un momento in cui, come ha spiegato il generale, “assistiamo al ritorno sulla scena di nazionalismi e il rafforzarsi di potenze nucleari”, un “mondo alla rovescia” rispetto a quanto immaginato dopo la seconda guerra mondiale con la nascita dell’Onu”. È vero?
Anche l’ottimo Krancic non ha resistito alla tentazione:
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E, se è vero, Giorgio Nigra e il Primato Nazionale, come La Verità, e quant’altri, compreso l’amico Krancic, rileggano quel discorso, forse, a tratti, difficile da comprendere e si scusino come ho già fatto io.

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A Difesa di Vecciarelli. Le parole della Trenta contro una polemica inutile

Flavia Giacobbe da Formiche.net

 

La titolare di palazzo Baracchini interviene a difesa del proprio capo di Stato maggiore Vecciarelli, nel corso della presentazione di un libro, aveva posto l’attenzione sulle nuove sfide geo-strategiche che impongono una visione più ampia dei confini nazionali. Parole strumentalizzate purtroppo da alcuni media

Non ci sta Elisabetta Trenta. Il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, fresco di insediamento al vertice delle Forze armate, non si tocca. Congedarlo? E per quale motivo? Si chiede il ministro. “Perché ha detto che oggi non basta difendere i confini di fronte alla guerra ibrida e multiforme? Ha detto che serve di più e non di meno”. Così ha twittato la titolare di palazzo Baracchini, in risposta a un articolo pubblicato da Il Primato nazionale sulla scia di quello uscito ieri su La Verità.

LA VICENDA

A pochi giorni dall’avvicendamento con Claudio Graziano, il generale dell’Aeronautica militare si è ritrovato coinvolto in una spiacevole polemica creata da alcuni media, che potremmo definire pretestuosa. A costituire l’interesse di alcuni giornalisti sono state le parole pronunciate da Vecciarelli in occasione della presentazione a Roma, venerdì scorso, del volume “1948-2018, i Carabinieri negli anni della Costituzione” realizzato dall’Arma e dall’Ansa. Un ragionamento geo-strategico ampio e condivisibile, ma che, contenendo il concetto di “confini nazionali”, ha subito allertato una certa stampa.

LE PAROLE SOTTO ACCUSA

“Il nostro compito oggi – aveva spiegato, nel discorso sotto accusa, il nuovo capo di stato Maggiore della Difesa  –  è quello di cooperare con tutti gli altri Paesi, affinché le situazioni di instabilità siano ridotte al minimo possibile, vicine o lontane da noi.     D’altronde,  facciamo parte di questa comunità,  non siamo schierati  né da   una parte  né dall’altra, se non dalla parte della salvaguardia della libertà, della sicurezza e della democrazia. Non si tratta più di difendere i confini, come poteva essere compreso una volta – ha aggiunto Vecciarelli – oggi si tratta di difendere i flussi dei nostri cittadini, il potersi muovere in liberà, poter avviare attività economiche e industriali in molte parti del mondo, potere avere sicurezza dei flussi energetici e, in tutto questo, io penso che le Forze armate possano dare un grandissimo contributo”.

IL CONTESTO

Parole interpretate da alcuni come una presa di posizione politica da parte del nuovo capo di SMD. Inevitabilmente, la palla è stata colta al balzo. Vecciarelli aveva parlato di un contesto geo-strategico più complesso, con minacce tutte nuove che si sommano alla riemersione di quelle tradizionali. In tal senso il mondo è“alla rovescia”rispetto a quello immaginato dopo la Seconda guerra mondiale con la nascita delle Nazioni unite. Difatti, “assistiamo al ritorno sulla scena di nazionalismi e al rafforzarsi di potenze nucleari”,ha detto nei giorni in cui si celebra il centenario dalla fine della Grande guerra, quella che provocò milioni di morti, che nacque dall’incastro di interessi confliggenti tra Stati nazionali e imperi, e che offrì terra fertile alla diffusione del nazionalismo più estremo, poi esploso nella più drammatica Seconda guerra mondiale. Così, l’invito alla cooperazione internazionale, evitando gli errori del passato.

QUESTIONE CHIUSA DALL’INTERVENTO DEL MINISTRO

Niente di strano dunque, ma solo una visione chiara di come si sia evoluto lo scenario internazionale. È in questo senso che non serve più difendere i confini come una volta. Perché non c’è un nemico pronto a invaderci per prendersi pezzi di territorio. Perché i confini sono diventati porosi. Perché la minaccia si muove in spazi (cibernetici o extratmosferici) che di confini non ne hanno. Gli attacchi al generale hanno comportato la presa di posizione del ministro Trenta in difesa del nuovo capo di SMD, chiudendo, questo è l’auspicio, una polemica inutile e che interviene in un momento invece delicato per Palazzo Baracchini e per le Forze Armate in generale.

Flavia Giacobbe

Per chiudere, almeno per me, l’argomento fedeltà, questa è la formula del giuramento di ogni soldato d’Italia e che non lascia dubbi sulla fedeltà degli Ufficiali alla Repubblica e anche al suo Capo, almeno, finché il Capo dello Stato sarà fedele anche lui al giuramento prestato sulla Costituzione.

 

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