1640.- Gentiloni-Macron, lettera incarico per ‘Trattato Quirinale’

Obiettivo concludere per il prossimo vertice bilaterale 2018
>>>/ ENDORSEMENT DI MACRON A GENTILONI, 'L'UE FORTUNATA AD AVERLO'
Paolo Gentiloni con Emmanuel Macron © ANSA

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno inviato al Gruppo dei saggi che sono stati chiamati a lavorare sulla definizione del “Trattato del Quirinale” fra Italia e Francia una lettera di incarico che definisce compiti, finalità e perimetro del lavoro dei sei. Come è noto i componenti per parte italiana del Gruppo sono Franco Bassanini, Marco Piantini e Paola Severino. E’ quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. Di seguito alcuni estratti dei contenuti della lettera di incarico. “L’Italia e la Francia sono naturalmente legate da una vicinanza storica, economica, culturale e umana eccezionali. In linea con gli orientamenti concordati in occasione del Vertice di Lione il “Trattato del Quirinale” dovrà dare un forte impulso alle relazioni tra i nostri Paesi strutturandole e dando loro dei nuovi obiettivi, arricchiti di una duplice dimensione bilaterale ed europea. L’obiettivo è quello di concludere questo Trattato in occasione del prossimo Vertice bilaterale, che si terrà in Italia nel secondo semestre del 2018.

“In questa prospettiva – si legge nella nota di Palazzo Chigi – i lavori del Gruppo di alto livello saranno organizzati in due fasi: a) una prima tappa riguarderà il contenuto del futuro Trattato sia che si tratti di proposte istituzionali che dei settori di partenariato menzionati nel testo del Trattato: – il quadro istituzionale dovrà favorire l’affermazione nel tempo di un “riflesso italo-francese” e di una cooperazione strutturata, rimanendo al tempo stesso agile e flessibile; – la parte essenziale dovrà riguardare i settori di cooperazione che il Gruppo proporrà di approfondire o di istituire. In prima analisi, due ambiti appaiono portanti per il futuro delle relazioni tra l’Italia e la Francia: da una parte, le questioni legate alla nostra cooperazione in campo economico, industriale e dell’innovazione; dall’altra, quelle relative all’istruzione, alla cultura, alla ricerca e all’insegnamento superiore.
Sugli esiti di questa riflessione il Gruppo di alto livello è invitato a riferire entro la fine di aprile.
b) La seconda tappa sarà dedicata alla redazione vera e propria del progetto di Trattato.
Infine, se il “Trattato del Quirinale” ha vocazione a offrire un quadro di riferimento per gli sviluppi futuri delle nostre relazioni bilaterali, dovrà allo stesso modo riflettere fedelmente l’ambizione europea di Italia e Francia sia che si tratti della promozione dei nostri valori comuni, che del nostro dialogo sui grandi negoziati europei o delle iniziative in vista di una rifondazione dell’Unione Europea”.

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1639.- Tattato dell’Eliseo, dichiarazione congiunta Francia-Germania

Addio all’Unione europea. Si va avanti con i trattati bilaterali per «preparare le nostre economie alle sfide di domani». A Francia e Germania questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari,oggi, 22 gennaio hanno firmato l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro.

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ATS ANS/MS

PARIGI-BERLINO – (ats ans) Una cooperazione più stretta tra Francia e Germania per «preparare le nostre economie alle sfide di domani» e per agire insieme «in favore della sicurezza, della pace e dello sviluppo»: questo il senso del nuovo Trattato dell’Eliseo, voluto da Francia e Germania per celebrare quello firmato 55 anni fa da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer.

Secondo una dichiarazione congiunta diffusa questa mattina dall’Eliseo, il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel «riaffermano la determinazione ad approfondire ancora di più la cooperazione tra Francia e Germania» ed esprimono la soddisfazione per «la risoluzione comune dei Parlamenti dei due paesi e della loro volontà di rafforzare l’istituzionalizzazione della cooperazione grazie ad un accordo parlamentare bilaterale ufficiale».

«La nostra ambizione – si legge nella dichiarazione – è definire posizioni comuni su tutte le questioni europee e internazionali importanti».

Macron e Merkel hanno «convenuto di elaborare, il 19 gennaio a Parigi, un nuovo Trattato dell’Eliseo nel corso di quest’anno, che farà progredire la cooperazione», si legge nella dichiarazione.

In particolare, il trattato farà segnare passi avanti nella preparazione «delle nostre economie alle sfide di domani», con la messa a punto di «strumenti comuni per lo sviluppo sostenibile, il passaggio al digitale e l’innovazione di rottura», “rafforzando la competitività e favorendo la convergenza economica, fiscale e sociale».

Il Trattato si proporrà inoltre di «ravvicinare le società e i cittadini» di Francia e Germania, «in particolare i giovani», adottando fra l’altro «provvedimenti ambiziosi allo scopo di promuovere l’insegnamento reciproco delle lingue» e sviluppando gemellaggi fra scuole e programmi di scambio».

Il nuovo Trattato punterà anche all’azione «comune in favore di sicurezza, pace e sviluppo», «lotta al terrorismo», rafforzando le rispettive «culture strategiche in materia di difesa, sicurezza e informazione». «Insieme – continua la dichiarazione – possiamo unire le forze affinché i nostri partner siano in misura migliore in grado di gestire le crisi in modo autonomo e per favorire lo sviluppo, in particolare in Africa. Insieme, ci impegneremo risolutamente a trovare risposte europee alle sfide delle migrazioni incontrollate, rispettando le nostre responsabilità e i nostri valori in materia di asilo».

Il Trattato punta anche «rispondere alle sfide della mondializzazione», come «la protezione del clima, dell’energia, della mobilità, delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale».

1638.- In Sudafrica uccidere i bianchi non è reato, assassini impuniti. E’ una mattanza!

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Boldrini: bisogna approvare lo IUS SOLI altrimenti vince Salvini. Questo è il livello della politica comunista, ma voi andate in Sudafrica e un salto a Petersburg, nelle province settentrionali. Da quelle parti troverete una collinetta disseminata di croci bianche.
Contatele. Sono più di tremila. Una per ciascun agricoltore bianco ucciso dal 1994, da quando la «rivoluzione colorata» incominciò a cambiare il volto del Paese. Una rivoluzione che, 16 anni dopo, sembra pronta ad approfittare della «distrazione» del mondiale per metter le mani sulle fattorie dei boeri.
Se dunque l’apartheid era ignobile, il silenzio che circonda il clima di violenza e soprusi sofferto dagli agricoltori boeri non sembra migliore. Chiedetelo al 69enne Nigel Ralf. Un fine settimana Nigel, come ogni giorno da 50 anni, sta mungendo le vacche della sua fattoria di Doornkop nel mezzo del KwaZulu-Natal. Quando quei quattro ragazzotti neri gli si piantano davanti e gli chiedono del latte, Nigel manco alza la testa. «Non vendo al dettaglio» risponde. Un attimo dopo è a terra con un proiettile nel collo e uno nel braccio. Poi i quattro gli sono addosso, lo fanno rialzare, lo colpiscono con il calcio della pistola, lo spingono fuori dalle stalle. Stordito e confuso Nigel si ricorda di sua moglie. Mezz’ora prima l’ha lasciata dentro la fattoria con i tre nipotini. «Lynette, Lynette chiudi la porta, barricati dentro». Lei lo sente, ma non intuisce. S’affaccia, cerca di capire meglio. La risposta sono tre proiettili al petto. La poveretta s’accascia, cade sul letto, agonizza tra le braccia insanguinate di Nigel mentre i bambini urlano terrorizzati e i tre tagliagole fuggono portandosi dietro una vecchia pistola, un telefono e un paio di binocoli. Bazzecole, banalità quotidiane.

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Sui giornali non fanno neanche notizia, ma sulla collinetta di Petersburg solo l’altr’anno sono state piantate altre 120 croci bianche. I plaasmoorde – gli assassini di fattoria come li chiamano i boeri – colpiscono ormai al ritmo di un paio di casi a settimana, ma per le autorità, per i capi dell’Anc e per i seguaci del presidente Jacob Zuma la campagna di violenza contro gli ultimi 40mila agricoltori bianchi non è certo un problema. Per capirlo basta seguire le ultime apparizioni pubbliche di Julius Malema, il 29enne leader dell’ala giovanile dell’African National Congress. Per questo «giovane leone» pupillo del presidente il modo migliore per riscaldare le folle accalcate intorno alle sue mercedes blindate è intonare «Dubula Ibhunu», la vecchia canzone dell’Anc il cui titolo significa emblematicamente «Spara al Boero». Un inno rispolverato ed eseguito con spavalda e incurante allegria negli stessi giorni in cui Lynette agonizzava tra le braccia del marito, mentre un altro farmer 46enne veniva freddato dalla salva di proiettili sparati contro la sua fattoria di Potchefstroom e una serie di fendenti massacrava un allevatore 61enne sorpreso nel sonno dagli assalitori penetrati in una tenuta di Limpopo.

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Ovviamente chiunque osi collegare il fiume di sangue versato nelle fattorie e la canzonetta cantata a squarciagola da Julius e dalle sue allegre combriccole viene immediatamente tacciato di calunnia e diffamazione. «Quella canzone come molte altre intonate nei giorni della lotta fa parte della nostra storia e della nostra eredità e non può certo esser vietata» precisa con orgoglio un comunicato dell’African National Congress sottolineando lo struggente carattere «sentimentale» delle storiche note.
Peccato che quel rigurgito d’antichi sentimenti nei confronti degli agricoltori bianchi coincida, a livello politico, con il progetto di nazionalizzazione delle fattorie avanzato, negli ultimi tempi, dal dipartimento di sviluppo rurale. La proposta del dipartimento che intende dichiarare assetto d’interesse nazionale tutte le tenute coltivabili di ampie dimensioni potrebbe portare all’esproprio di tutte le terre possedute tradizionalmente dai boeri. E così mentre i tifosi si godranno i mondiali di calcio l’odiato color bianco scomparirà definitivamente dalle campagne del Paese «colorato».

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Così, a maggio 2016, tuonò il presidente del Sudafrica Jacob Zuma: “Espropieremo le terre ai bianchi”, “Restituiremo le terre rubate dai bianchi ai neri durante l’apartheid”. Ma il problema era e resta la riduzione della produzione agricola dopo l’espropriazione delle terre ai bianchi.

1637.- FINISCE LA FAMIGLIA ITALIANA E INIZIA LA GRANDE SOLITUDINE. LA RIVOLUZIONE “PROGRESSISTA” (LA GRANDE MENZOGNA) SI STA COMPIENDO E INFATTI ABBIAMO UN PAESE SMARRITO E IMPOVERITO. MA RINASCERE E’ POSSIBILE

L’articolo 38 della Costituzione parla di solidarietà, di “sicurezza sociale e assistenza sociale”, ma intendendo anche che ciascun cittadino, anche bisognoso di assistenza, sia messo in grado di adempiere al dovere di dare alla democrazia un contributo e un voto consapevole. La famiglia è pleno iure una, anzi, la formazione sociale primaria, il fondamento del bene sociale. La Costituzione la tratta negli art. 29-31. L’art. 29 la teorizza secondo il principio di solidarietà, appunto, dell’art. 38, il principio personalista dell’art. 2, il principio di eguaglianza dell’art. 3 e quello di autonomia dell’art. 5. Art. 2: La Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Per l’on. Moro, la famiglia era il luogo in cui, meglio di ogni altro, il soggetto può crescere e realizzarsi; pertanto l’art. 29 era compreso come manifestazione dell’art. 2 della Costituzione. Ma, prima che nel diritto, mi piace collocare la famiglia nel regno dell’Amore, ove si proteggono la maternità, l’infanzia, la gioventù e la vecchiaia. Nessuna legge, nessuna formazione sociale potrà mai garantire altrettanto. Concordo con l’autore: …fra gli anziani e i più poveri c’è una maggiore incidenza della solitudine. E’ infatti una situazione dovuta all’invecchiamento della popolazione e al crollo demografico, due fenomeni che in Italia sono particolarmente gravi, ma anche alla contestuale e progressiva dissoluzione della famiglia che, in questi anni, nel nostro Paese, ha svolto una straordinaria funzione di supplenza dello “stato sociale” ormai sfasciato.

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C’è una piaga sociale che dovrebbe allarmare quanto l’esplosione della povertà fra gli italiani e in parte è amplificata proprio dalla massiccia caduta nella povertà di una grossa fascia del ceto medio.

Questa nuova piaga potrebbe diventare altrettanto drammatica e costosa socialmente: si tratta della solitudine.

Secondo un’indagine Istat circa 9 milioni di italiani temono di ritrovarsi soli in un eventuale momento di bisogno dovuto a malattia o altri gravi problemi.

La domanda è stata così formulata: “ha la certezza di poter contare su un certo numero di persone (senza quantificare quante) in caso di gravi problemi personali? Gli altri sono attenti a quanto le accade? In caso di necessità è facile per lei avere aiuto dai vicini di casa?”.

Ai nove milioni di italiani che ritengono di poter avere un supporto “debole”, cioè temono di trovarsi da soli, si aggiungono poi i ventotto milioni di connazionali che danno una risposta “intermedia”. Solo quattordici milioni affermano di poter contare su un sostegno “forte”.

Sono dati riportati dal sito “Quotidiano sanità” secondo cui “dai 35 anni in su la paura di restare di soli colpisce quasi un italiano su cinque”.

Ovviamente fra gli anziani e i più poveri c’è una maggiore incidenza della solitudine. E’ infatti una situazione dovuta all’invecchiamento della popolazione e al crollo demografico, due fenomeni che in Italia sono particolarmente gravi, ma anche alla contestuale e progressiva dissoluzione della famiglia che, in questi anni, nel nostro Paese, ha svolto una straordinaria funzione di supplenza dello “stato sociale” ormai sfasciato.

La famiglia ha rappresentato il “welfare state” che ha funzionato nel quindicennio del massacro sociale europeo ed è stato tutto a carico dei cittadini.

Si pensi solo all’enorme disoccupazione giovanile: se non si è trasformata (ancora) in un fenomeno esplosivo e di ordine pubblico lo si deve esclusivamente alle famiglie che hanno tenuto botta.

Perfino in Italia, però, dove la famiglia ha retto più che in altri paesi, adesso si cominciano ad avvertire inquietanti scricchiolii.

D’altronde tutta l’Europa sta facendo i conti con il crollo demografico, con l’invecchiamento della popolazione e con la dissoluzione della famiglia.

Il “ministero per la solitudine” varato nei giorni scorsi dal governo britannico si riferisce allo stesso problema sociale che anche nel Regno Unito riguarda circa nove milioni di persone e che sta diventando esplosivo: la condizione di solitudine che vivono molti anziani, ma anche giovani disabili e altre categorie di persone.

Da un’indagine condotta nel Regno Unito è emerso addirittura che 200 mila anziani per più di un mese non hanno avuto un dialogo con qualcuno (parente o amico).

Questa condizione di isolamento ha una pesante ricaduta sulla salute delle persone (anche sulla salute psicologica e mentale).

IL PILASTRO PIU’ ANTICO

Quella britannica è la prima avvisaglia di un fenomeno che diventerà generalizzato in Occidente. La dissoluzione della famiglia è un evento epocale perché la famiglia è – di fatto – la più antica istituzione umana, precede tutte le organizzazioni sociali (tribù, stati, imperi, regni, repubbliche) e a tutte era finora sopravvissuta.

Nel Novecento è stata aggredita dai diversi totalitarismi che trovavano in essa un ultimo argine al dilagare del loro indottrinamento ideologico verso le nuove generazioni. Sta riuscendo invece nell’opera di demolizione il nichilismo relativista esploso con il ’68.

Sta vincendo anche in Italia dove la storica solidità della famiglia era già criticata da certe correnti ideologiche che ne hanno fatto a lungo una grottesca caricatura fino a considerarla un fenomeno di arretratezza civile e di asocialità.

Adesso il nostro Paese – nel disinteresse assoluto dei governanti – ha il record nella triste classifica europea del crollo demografico.

Secondo alcuni studi, con gli attuali tassi di natalità, entro la fine di questo secolo l’Italia perderà l’86 per cento della sua popolazione.

Il canadese Mark Steyn sostiene che nel 2050 il 60 per cento degli italiani non avrà né fratelli né sorelle, né cugini, né zii o zie.

Significa la sparizione, per sempre, della grande famiglia italiana che scompare dalla scena della storia.

E’ una sorta di “genocidio” culturale e spirituale che preluderà alla vera e propria estinzione degli italiani.

Nelle residuali famiglia a figlio unico la “solitudine” sarà il convitato di pietra abituale già per “il figlio” e poi per il naturale invecchiamento dei genitori o per le situazioni drammatiche della vita come la malattia o la spaccatura dell’unità familiare dovuta a separazioni o divorzi.

FRATERNITA’

C’è però anche un altro aspetto che di solito non si considera. Non poter più fare l’esperienza della “fratellanza”, perché quasi nessuno più avrà fratelli o sorelle, cosa significherà?

Non c’è solo il valore educativo per l’individuo dell’avere fratelli e sorelle (ciò che ti abitua a condividere e a non sentirti come il centro dell’universo), ma anche la perdita di significato generale della parola “fraternità”.

È noto che, con il cristianesimo, la parola “fraternità” ha denominato specialmente la vita religiosa (basti pensare a san Francesco e ai suoi seguaci che si chiamano “frate” e “sorella”). Ma la fratellanza ha connotato più in generale tutta la comunità cristiana e quindi tutta la società.

Per influsso del cristianesimo la “fraternità” è diventata un valore sociale riconosciuto perfino nella modernità laicista e anticlericale, che non sarebbe nemmeno immaginabile senza il cristianesimo.

Infatti ritroviamo la “fraternità” nel linguaggio della massoneria e nella famosa triade della rivoluzione francese, “libertà, uguaglianza, fraternità”.

Magari veniva proclamata mentre nelle piazza si tagliavano le teste (specie di preti e suore), ma proveniva comunque dalla storia cristiana (come pure libertà e uguaglianza).

La ritroviamo poi – pacificamente – nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 che all’articolo 1 recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Ma se andiamo – velocemente – verso un mondo senza veri fratelli e vere sorelle, senza l’esperienza concreta della fratellanza – non diventerà sempre più astratto il richiamo alla fratellanza universale?

Se la solitudine comincia ad avanzare, come un deserto che divora la costruzione umana, già nelle famiglie, e anche i legami comunitari un tempo formati dal cristianesimo non ci sono più, se già oggi milioni di persone in un paese come l’Italia, temono di trovarsi da soli o sono soli, che senso ha proclamare a parole la fraternità e la solidarietà?

Infine c’è da chiedersi come e perché si è verificata, in questi anni, una così vasta rivoluzione antropologica, che sta mettendo fine alla più antica e solida istituzione umana, la famiglia, che è l’alveo concreto della fratellanza.

Ma non è poi così difficile capire quali ideologie e quali poteri hanno assecondato questa rivoluzione. Anche se magari sono gli stessi ambienti che predicano – a parole – l’ideologia della fraternità e della solidarietà.

Antonio Socci

Da “Libero”, 21 gennaio 2018

vedi associazioneeuropalibera.wordpress.com, n. 1637.- finisce la famiglia italiana.

1636.- Il Forteto, la sinistra e l’ideologia anti-famiglia

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Eugenia Roccella

La storia del Forteto è nota: una comunità chiusa, con le tipiche ed evidenti connotazioni della setta basata su regole assurde, abusi e maltrattamenti; un capo, Rodolfo Fiesoli, violento e prevaricatore, che si proponeva come Dio in terra, tanto da intimare a un ragazzo spastico in carrozzella: “alzati e cammina” (e naturalmente il ragazzo cadde). Fiesoli era culturalmente rozzo, esibizionista, chiaramente poco affidabile come educatore, e inoltre aveva già scontato una condanna per abusi sessuali quando il giudice Meucci gli affidò il primo bambino down; eppure per tanti, tanti anni (più di trenta), il Forteto fu circondato da una protezione politica e istituzionale compatta, che si è sgretolata solo di fronte all’evidenza terribile delle testimonianze e alla lunga lotta dei ragazzi abusati e maltrattati, e dei loro genitori, per avere giustizia.

A fine dicembre le condanne sono state confermate dalla Corte di Cassazione, e ieri una bella puntata di Matrix ha dato voce a qualcuno di questi ragazzi ormai cresciuti, provando anche a intervistare chi ha coperto, e a volte promosso, il “modello educativo” di Fiesoli e compagni. Quasi tutti si sono sottratti, e chi ha risposto ha cercato disperatamente di sminuire le proprie responsabilità. Ma, a partire dai deputati di quel collegio, come Di Pietro, fino ai vari presidenti della Regione Toscana che si sono succeduti negli anni (Claudio Martini, Vannino Chiti, e ora Rossi), le responsabilità sono evidenti, anche se sono solo morali e non sanzionate dalla legge.

Perché tutto questo è potuto accadere? Perché intellettuali, politici e magistrati, non hanno voluto vedere, e hanno dato credito a un personaggio palesemente inadeguato e inquietante? E’ semplice: per motivi squisitamente ideologici. Fiesoli denigrava la famiglia naturale, la considerava come il luogo di tutti i mali, promuoveva (meglio dire imponeva) l’omosessualità, teorizzava la “famiglia funzionale”, cioè una non famiglia, e tutto questo piaceva alla sinistra del Mugello, che Guareschi avrebbe definito trinariciuta. Il processo del 1978 che portò alla prima condanna era stato istruito da Carlo Casini, un cattolico, quindi i trinariciuti si convinsero subito che si trattava di un errore giudiziario, anzi, dell’accanimento di un procuratore bigotto contro l’esponente di un modello educativo nuovo e anticonformista. Quindi, tutti lì a glorificare Fiesoli, a fornirgli patenti culturali, a inondarlo di finanziamenti; e tutti lì i politici: il passaggio al Forteto era un classico delle campagne elettorali della sinistra.

Oggi tutti si nascondono, negano, minimizzano, qualcuno (pochi, per la verità) ammette l’errore e si scusa. Ma nessuno mette in discussione le proprie convinzioni ideologiche, di fronte a quei bambini ormai cresciuti che hanno dovuto rinnegare i propri genitori, essere sfruttati e maltrattati, subire angherie e abusi. Nessuno che dica: ho sbagliato, non ho voluto vedere la verità perché l’ideologia mi ha accecato, perché credevo nelle teorie dell’anti-famiglia (come le chiama Cristopher Lasch), nella sperimentazione di modelli educativi che rompessero la tradizione (vedi il progetto “Barbiana e il Mugello, una scuola per l’integrazione”, fatto dal Forteto, costruito con l’università di Firenze, associazioni del privato sociale sulla disabilità, e la comunità montana), in pratiche di “analisi selvaggia” come le confessioni in pubblico. No, questo non lo dirà mai nessuno.

Non lo dirà mai nessuno.

L’Occidentale è una testata giornalistica registrata.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007.

1635.- SIMONCINI CONDANNATO. E IN USA SI STUDIA IL BICARBONATO CONTRO IL CANCRO.

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di Maurizio Blondet

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Come e’ strana la verita’…

Il dottor Tullio Simoncini e’ stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere per avere cercato di salvare un ragazzo da un cancro al cervello, e’ giusto ricordare che il cancro al cervello e’ considerato tra i piu’ difficili da curare, alcuni, dipende dalla posizione in cui si trova , sono addirittura impossibili da operare.

Cosi che, il dottor Simoncini, che era stato radiato dall albo dei medici cosa che, a mio avviso signfica essere un vero dottore… viene ridicolizzato dai tg del regime e dichiarato come un volgare ciarlatano, termine caro alle case farmaceutiche…che pero’…e io questo non lo capisco, mi chiedo…., ma, tutti gli altri dottori che in questi anni , hanno fallito nella cura del cancro al cervello e che quindi, hanno contribuito alla morte di altre `persone…
questi dottori non dovrebbero essere puniti come nel caso del dottor Timoncini ? Se la legge fosse uguale per tutti..ma sembra che non lo sia..
E’ vero che era stato radiato da quegli stessi organi che obbligano l’ uso di vaccini dei quali quasi nessuno conosce gli ingredienti, medici compresi , pero’ po ho letto che ….in America «Il National Institute of Healt ha asssegnato un finanziamento di 2 milioni di dollari al dottor Mark Pagel, del Cancer Center dell’Università dell’Arizona, per affinare la sua ricerca sull’uso del bicarbonato di sodio nella terapia del cancro al seno». Che e’ la stessa del dottor Simoncin e che quindi…non e’ cosi ridicola la sua cura.
Presto «comincerà una sperimentazione clinica sugli effetti del bicarbonato contro il cancro sugli esseri umani. (…)
Precedenti ricerche sui ratti hanno dimostrato che il bicarbonato per via orale aumenta il pH tumorale (ossia diminuisce l’acidità) e riduce le metastasi del cancro al seno e alla prostata».

Così, a quanto pare, avrebbe ragione l’oncologo italiano Tullio Simoncini, che è stato radiato dall’Ordine dei medici perchè pretende di trattare il cancro inondando la zona di bicarbonato al 5%.
Non voglio entrare in merito della posizione di un giudizio fatto da persone incompetenti o a ‘pagamento , mai in questi casi vengono adoperati giudici che abbiano una coscienza idonea dubbia pero’….il passato ci insegna che le persone che vengono radiate da questi organi predisposti dalle case farmaceutiche non
sono criminali , alla fine sono tutte persone perbene, da Rath a Di Bella,ad Hamer, a Bonifacio,a Pantellini, il dottor Giuseppe Nacci. e adesso Simoncini,

Resta da spiegare questo fatto: come mai in USA, un medico che studia la terapia col bicarbonato riceve un finanziamento pubblico di 2 milioni di dollari, in Italia, viene processato per truffa e omicidio colposo, radiato dall’albo dei medici e disonorato, come si faceva una volta (ora non più) per i medici che procuravano aborti?
In Italia, ai medici ospedalieri è vietato consigliare trattamenti alternativi alla chemioterapia ufficiale per contratto (vien loro fatta firmare una apposita clausola) e sotto pena di licenziamento.
Per stroncare la terapia Di Bella, la ministra della Sanità di allora, Rosy Bindi, fece cancellare dal prontuario nazionale i farmaci che Di Bella usava, onde non poterono nemmeno essere prescritti (persino l’innocua melatonina, oggi in vendita nei supermercati, i pazienti dovevano farsela mandare dalla Svizzera).

Un giorno ci si dovrà spiegare come mai l’oncologia ufficiale, che inietta ai pazienti sostanze che «mettono l’inferno nel corpo dei malati» (com’ebbe a dire il professor Vittorio Staudacher, membro del Comitato Etico dell’Istituto Nazionale dei Tumori), è riuscita a creare in Italia un simile clima di chiusura verso ricerche promettenti, e di persecuzione di chi le sperimenta.

Da parte e’ giusto anche ricordare alcune delle cause che possono determinare il cancro al cervello di cui uno e’, l uso e abuso del telefono cellulare, l altro invece e’ cio’ che e’ contenuto nella Coca Cola zero che fino a poco tempo fa si chiamava aspartame, poi a forza di denunce , l aspartame e’ stato dichiarato cancerogeno e la Coca cola e’ stata costretta e ha cambiato il nome da aspartame a amino sweet…cioe’ ha un nome diverso ma alla fine e’ la stessa cosa…tra una ventina di anni e a forza di denunce arriveranno a determinare che anche l amino seet e’ cancerogeno e cosi che….gli cambieranno di nuovo il nome ?

Chi e’ il nostro nemico ?

Hai dimenticato di menzionare tra le vittime illustri il Dott. Rossaro le cui vicende giudiziarie sono l’emblema del modus operandi del connubio medicina ufficiale-magistratura. Questi veri scienziati sono incriminati da parenti di malati che hanno subito il massacro delle radio-terapie e chemioterapie. I loro corpi vengono devastati da siffatti bombrdamenti . Quando la medicina ufficiale si arrende dopo aver lucrato lautamente ad onta dei costi dei chemios, questi derelitti si affidano alle cure alternative tipo endovena ad alto dosaggio di vitamina c e bicarbonato . Queste cure sono in realtà efficacissime e migliaia di persone ne godono ampiamente i benefici con guarigioni totali. Questi miracolati si guardano bene dal raccontare che loro sono guariti per “vie illegali”in pubblico, anche perchè la stampa , i media non se li filano per niente. Ovviamente ci sono le eccezioni per ovvie ragioni perchè non tutti gli organismi sono uguali .Per non dimenticare poi che gli uomini a volte, che strano , muoiono.Gia, chi è il nostro nemico. Che domanda difficile.

Pensare che la medicina attuale sia fondata su una scienza volta a curare gli ammalati è un tragico e diffusissimo errore dettato dalla paura indotta da una propaganda più satanica che criminale.
Alla scuola media primaria ci è stato insegnato, almeno ai miei tempi, che esite la scala del PH che va dall’acido al basico e che le cartine di tornasole ne rilevavano la natura. Sempre ai miei tempi, l’insegnante di scienze , ci portava neil laboratori per sperimentare la teoria.con cartine che davano luogo a colori accesi con grande meraviglia di noi studenti Ora se uno studente scopre che un mostro vive e vegeta beatamente in ambiente fortemente acido che cosa fa per uccidere l’entità minacciosa ad onta dell’insegnamento appena avuto.? Elementare Watson: gli spara delle soluzioni basiche per distruggere l’habitat in cui prospera e cresce. Funziona ? Se metti un pesce fuori dall’acqua e ce lo mantieni sopravvive? Se metti un essere vivente terrestre in amiente senza ossigeno sopravvive?Questa è vera scienza. L’altra è lo sporco e diabolico business di Big Pharma

1634.- Il Lavoro è Libertà

Se continueremo a parlare di destra e sinistra, il 4 marzo potremo stare a casa!
Non c’è più destra né sinistra e lo dimostrano i 564 cambi di casacca di questo parlamento, almeno politicamente, illegittimo.
C’è, invece, chi vuole il bene degli italiani, da una parte e chi, dall’altra, vuole i loro soldi.
E noi? Noi dobbiamo capire con chi potremo restaurare i valori della rivoluzione cristiana e a chi chiederemo di investire nel Lavoro e nello Stato Sociale. Senza investimenti, con quella fabbrica di debito che sono l’Unione europea, con la sua Banca Centrale e questi governi, il Lavoro ce lo sognamo! La rata del FISCAL COMPACT è di 64,304 miliardi ogni anno, per noi e per i nostri figli!
Insomma, qui non è questione di destra e di sinistra, di comunismo, di fascismo o di antifascismo e il passato non ritorna. Gli è che quello che avevamo ottenuto noi italiani in campo sociale durante il fascismo e il benessere riconquistato con il miracolo economico, oggi, ce lo sognamo. Domani neanche i sogni. Lo vuole l’Europa! Dunque, pane al pane e vino al vino: Bandite siano le dittature, ma piantiamola con fascisti, comunisti e antifascisti, gli italiani sono un popolo di lavoratori e il lavoro è libertà!
Gli elettori sappiano dire alla politica: “Fateci lavorare!”, “Ve lo chiede l’Italia!”.

1632.- Questa Ue è fallita. Siamo un satellite della Francia. Dopo le industrie , anche l’esercito. Si va in Niger.

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anteprima
“Dietro alla missione in Niger c’è di più, molto di più”. Titola così Flavio Pasotti su Infosannio (Flavio Pasotti – glistatigenerali.com). Mi lascio attrarre dalla sua prosa fresca e affascinante, per dare un senso di concretezza ai mie pensieri. E’ una scala di pensieri e di ricordi che s’incatena, per terminare con un punto interrogativo. Sei proprio finita, Italia mia?
Seguitemi. Pinotti, il ministro della Difesa dei governi Napolitano, accennò a una leadership francese per le Forze Armate italiane.
A Francia e Germania, l’un contro l’altra vigile, questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari, il 22 gennaio prossimo firmeranno l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro. Si chiamerà Trattato dell’Eliseo, molto semplice e chiaro, con una decina di punti che qualsiasi cittadino può comprendere e l’occasione l’ha data il 55° anniversario dello storico trattato firmato da De Gaulle e Adenauer nel 1963. Silenzio dei partiti, di Gentiloni e Mattarella dal barile in cui nuotano. Ma non eravamo fondatori? Macron a Roma a fare che? Il parlamento è sciolto. Questo cosiddetto Trattato del Quirinale nasce a Lione nel settembre scorso – udite – da una domanda di Tullio Giannotti, dell’ANSA e mira a una specie di cooperazione rafforzata sul piano bilaterale». Uno strano metodo per integrarci in Europa questo dei trattati bilaterali e, pure, con effetti su tutti i partner. Quanto valgono i trattati con i francesi firmati da Gentiloni dopo lo scioglimento del parlamento, se il governo può occuparsi solo della ordinaria amministrazione? Per me, non valgono! MA TRANQUILLI, Macron e Merkel stan rifondano l’Unione europea alla faccia vostra e come comoda a loro. Sbrighiamoci con questi contorcimenti elettorali. FRANCIA E GERMANIA ci aspettano! L’Unione europea è stata ed è il contrario di quanto afferma la dottrina del fine comune di ogni società, che è il suo bene comune. Mi sovviene Mattarella, quasi mi avesse ascoltato: “Stiamo lavorando con Germaniai e Francia in Europa”. Presidente, dica, allora, perché si procede per trattati bilaterali e non siamo nemmeno invitati al loro summit o direttorio a Berlino il 22 gennaio. E cosa ci dice del viaggio a Pristina di due inviati di Francia e Germania per le questioni relative ai Balcani occidentali, avvenuto il 10 gennaio?
Mi rispondo da solo: “Perché loro sono loro e noi non siamo un ….!” Ma cosa bolle in pentola in Europa?
E’ solo un caso che, nemmeno una settimana dopo, a Mitrovica Nord, in Kosovo, sia stato assassinato da professionisti della morte il leader serbo Oliver Ivanovic? L’esecuzione è avvenuta con una puntualità che non lascia dubbi: proprio infatti quando a Bruxelles dovevano riprendere le trattative tra i rappresentati di Belgrado e di Pristina. Le autorità di Pristina hanno condannato l’attentato e potremmo credergli. Naturalmente, il presidente serbo Vucic ha ritirato la delegazione dal negoziato di pace di Bruxelles. Questo 2018 ha in serbo troppe sorprese. L’indipendentismo del Kosovo è stato voluto e armato dagli Stati Uniti, che misero fuori gioco gli autonomisti di Rugova, creando una guerra in Europa, in concomitanza con la temuta nascita dell’Euro. Rappresentò anche un attacco ai cristiani ortodossi e alla Serbia, a favore dei musulmani (per modo di dire) albanesi, cui rispose l’ostilità della Grecia verso la NATO. Di certo, Oliver Ivanovic era un sostenitore della pace e della convivenza, contrario alle aspirazioni, legittime, del rinascente nazionalismo serbo.
Da sempre, la Russia è vigile verso i Balcani e vedrei naturale, a favore del nazionalismo serbo, una sua attività nella regione, in risposta alla pressione della NATO sulle sue frontiere.
Torniamo a Flavio Pasotti e al Niger.

– Che gran fascino deve avere una notte in un ex Fortino della Legione Straniera dalle mura rosse e cotte sotto il sole dei 50 gradi del deserto del Tenerè, un nome che da solo evoca i suggestivi occhi profondi seminascosti dalla Tagelmust dei Tuareg che osservavano le moto della Parigi Dakar filanti nel nulla delle sabbie in uno stridio esotico da preglobalizzazione. Peccato che la corsa non si tenga più, che i soldati italiani vi alloggeranno per ben più di una notte e non saranno in un viaggio avventura ma solo in una avventura dai contorni bui come una notte nel deserto. Tanto per sapere cosa sia e dove sia il Niger del fortino Madama vediamolo in due-dati-due rubati dal sito della CIA che sì, è come Wikipedia ma più fico da citare.

Grande più o meno due volte il Texas (famo a capisse, dicono gli americani) è una nazione senza sbocchi sul mare, circondata da nazioni in guerra (Ciad, Mali, Libia, Nigeria) a rischio guerra (Algeria, Benin) e affamate (Burkina Fasu). 20 milioni di abitanti su 8 gruppi etnici che per l’80% pregano Allah. Il 50% della popolazione è sotto i 15 anni, il tasso di fertilità è tra i più alti del pianeta con una mortalità infantile entro i primi 4 anni di vita pari al 25% per la malnutrizione. Il deserto copre tre quarti del paese, il reddito è tra i più bassi del mondo e si aggira sui 1000 U$D, il 19% sa leggere e scrivere ma le cose più geopoliticamente rilevanti sono che la lingua ufficiale è il Francese, la moneta il Franco CFA, la risorsa principale l’Uranio e la prima azienda del paese è Areva, la multinazionale dell’energia naturalmente statale e naturalmente francese che gestisce l’intera filiera nucleare e che come di tradizione lascia ai nigerini le briciole della ricchezza cavata.
Rinvio i maniaci della materia a un reportage di Analisidifesa http://www.analisidifesa.it/wp-content/uploads/2014/07/Niger.pdf che non lascia altri spazi alle fantasie e mi limito a ripetere la domanda: che ci andiamo a fare?

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In Niger ci sono i “buoni”: francesi, americani e tedeschi che stanno combattendo i “Cattivi” terroristi dell’integralismo islamico di più o meno tutte le sigle conosciute. E ci sono quelli di un mondo di mezzo che noi annoveriamo tra i “cattivi” e che pensano invece di vivere la loro vita: i cosiddetti trafficanti di uomini. Il Niger è da sempre un luogo di passaggio tra est e ovest dell’Africa subsahariana e di recente il principale punto di transito delle carovane che trasportano sui pick up quei poveracci che finiscono sui barconi libici dopo un viaggio di una crudeltà inimmaginabile. Lo snodo è la città di Agadez, persa nel deserto più deserto che da sempre vive della economia connessa con le migrazioni: una Casablanca lontana anni luce dal Cafè Americain di Rick ma ancor più affollata di gente in cerca di un posto dove fuggire per sopravvivere. I francesi lo sanno benissimo e in questi anni non hanno fatto nulla per interrompere il passaggio giacchè avrebbe significato perdere il supporto delle tribù locali e della popolazione della città, fondamentale nella guerra ai terroristi. Queste carovane puntano a nord verso il passo al confine libico che dovrebbe essere presidiato dal Fortino Madama, nuova caserma degli italiani.

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Dire che i 470 uomini della prima spedizione possano minimamente influire sul traffico delle carovane è una bugia alla quale è difficile anche voler credere volendolo fortemente: perché sono pochi e perché il governo non ci ha detto la cosa fondamentale e cioè quali siano le regole di ingaggio. Che faranno bersaglieri e paracadutisti, si metteranno a sparare sulle carovane? Escluso, ovviamente. Controlleranno i documenti? E con quale autorità? E con che poteri? E dati da chi? E chi potranno fermare? No, il traffico dei migranti in quelle zone è cosa da soft power, non da manu militari. Tu puoi pensare di intervenire offrendo una opportunità economica alla popolazione locale diversa da quella generata dal traffico delle carovane e per quanto sia stato firmato un accordo economico tra alcuni paesi europei e il Niger non se ne vedono i presupposti e gli effetti non potranno essere che di lungo periodo.

Ne discende che nostri saranno il chip del governo sull’altra partita, quella guidata dalla Francia e tesa a combattere il terrorismo islamico e stabilizzare la regione. Non che sia meno importante, anzi: ma andrebbe detto! E andrebbero chiarite oltre alle regole di ingaggio e alla copertura giuridica per il nostro contingente anche chi comanda la missione. E, ancora, sarebbe il caso di capire quale sia il quadro delle relazioni internazionali all’interno del quale essa si dispiega perché sarebbe una assoluta novità, una inversione di tendenza storica vedere la politica estera italiana con un riferimento a Parigi e non a Washington e Bruxelles.

Eppure sembra proprio questa la strada scelta dal governo Gentiloni: un cambio di linea sottaciuto come da stile del personaggio ma quasi rivoluzionario nella tradizione italiana post conflitto mondiale, un atto di realismo in un momento in cui è venuta a mancare la sponda del liberalismo internazionale americano anche solo nella sciagurata declinazione isolazionista di Barak Obama. Con una America che pensa a se stessa, che sceglie manicheisticamente amici e nemici in una votazione Onu su Gerusalemme Capitale forse voluta più da Washington (per contrastarla e per definirsi) che dagli arabi (costretti a sostenerla), gli spazi per la tradizionale diplomazia militare atlantica italiana si sono ridotti al minimo. Con il Quai d’Orsay invece abbiamo una marea di dossier aperti che riguardano in Libia la rottura tra Tripolitania amica (se ben pagata) e Cirenaica russofrancese, il Fezzan nel quale Minniti voleva mettere mano ma nel quale la scoperta di miniere d’oro fa ai francesi più gola che il controllo dei migranti. E poi Unicredit, Generali, Leonardo, Fincantieri…. Qualcosa avevamo già scritto qui: http://www.glistatigenerali.com/geopolitica/immigrati-macron-e-noi-perche-la-difesa-e-compito-dello-stato/

Insomma, se la globalizzazione parla inglese e cinese alla Farnesina riscoprono il francese e a Palazzo Chigi chissà se sono arrivate telefonate da SciencePo’, la Grande École Des Sciences Politiques Internationales, fucina dell’Universalité della politica francese dove, stando sereno, insegna guardacaso quel vecchio amico di Gentiloni che di nome fa Enrico Letta.

Certo, se ce lo spiegassero anche….

Aggiornamento dello Stato Maggiore francese: 16/01/2018
Opération Kouffra sous groupement vert
Opération Kouffra sous groupement vert

Lo scorso dicembre, il Battle Armored Battle Group (GTD-B) “Dauphin” e il Destructive Infantry Battle Group (GTD-I)”Alsace” sono stati impegnati nell’operazione Koufra con tutti i loro reparti e mezzi.

 
Durante l’intera operazione, il Logistic Battle Group (GT-LOG) ha supportato i soldati a terra installando un centro logistico sulla base nel deserto di Ansongo (PfDR) e effettuando convogli logistici ogni volta. che era necessario raggiungere le unità con i materiali necessari allo svolgimento delle operazioni.

A metà dicembre, il sottogruppo logistico n. 1 del GT-LOG ha effettuato in particolare un’operazione logistica importante, rifornendo di carburante le unità GTD-B e GTD-I in meno di una mattina.

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Durante questa operazione logistica, le unità sono state rifornite di acqua, cibo, carburante e parti di ricambio.

Si tratta di un collegamento essenziale per la conduzione delle operazioni sul campo. Le unità GT-LOG sono impegnate quotidianamente a supporto dei gruppi operativi nel deserto per soddisfare i bisogni espressi dalle loro unità.

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L’operazione Barkhane è diretta dall’esercito francese, in collaborazione con i paesi del G5 Sahel. L’operazione è stata lanciata il 1 ° agosto 2014. Si basa su un approccio strategico improntato a una logica di partnership con i principali paesi della striscia Sahel-Sahariana ( BSS): Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso. Riunisce circa 4.000 militari la cui missione è combattere i gruppi terroristici armati e sostenere le forze armate dei paesi partner in modo che possano tener conto di questa minaccia, in particolare come partecipanti alla forza congiunta del G5 Sahel attualmente operativa.

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Fonti: personale delle forze armate

1631.- KOSOVO: La Corte Speciale per i crimini dell’UCK è sotto attacco, sale la tensione. Esecuzione a Mitrovica Nord.

Riccardo Celeghini

La Corte Speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK) è già a rischio prima di cominciare. Le forze politiche al governo in Kosovo, difatti, minacciano di abrogare quest’organo, nato con il compito di perseguire i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità ed altri crimini commessi tra il 1998 e il 2000 dall’UÇK nella sua guerra contro le forze della Serbia di Slobodan Milošević. Il tentativo è stato per ora frenato dalla comunità internazionale, che ha reagito duramente contro una mossa che mette a serio rischio le relazioni esterne del paese, proprio nell’anno in cui si festeggia il decennale dell’indipendenza.

Il blitz di dicembre

Il tentativo di fermare l’azione della Corte Speciale è stato reso pubblico la sera del 22 dicembre scorso. In quella data, 43 deputati appartenenti ai partiti di maggioranza hanno firmato una richiesta di sessione straordinaria del parlamento per revocare la legge che nel 2015 ha creato la Corte stessa. Solo un massiccio intervento degli attori internazionali presenti in Kosovo ha bloccato la proposta. L’ambasciatore americano ha parlato di una pugnalata alle spalle degli Stati Uniti, quello britannico della peggior notte nella storia del Kosovo dai tempi della guerra, mentre l’Ufficio dell’Unione europea ha definito la scelta come spaventosa.

L’attacco del governo

Questa presa di posizione immediata ha fermato l’iniziativa, ma non ha placato le polemiche. Già ad inizio del nuovo anno, gli attacchi contro la Corte sono ripresi. La critica maggiore espressa da diversi esponenti politici è che quest’organo giudiziario rappresenta uno strumento volto a punire la popolazione albanese e la sua lotta contro un regime discriminatorio quale era quello di Milošević. Una posizione condivisa dai tre partiti di governo, l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK), il Partito Democratico del Kosovo (PDK) e Iniziativa – NISMA, tutti guidati da ex-leader dell’UÇK.

Il primo ministro Ramush Haradinaj si è detto fermamente contrario alla Corte, sostenendo il tentativo di abrogarla. Ancora più duro ci è andato suo fratello, Daut, deputato per il suo stesso partito, l’AAK, che ha lanciato velate minacce: ad i primi arresti, ha dichiarato, gli ex-militanti dell’UÇK sono pronti a mobilitarsi. Più diplomatico è stato il presidente della Repubblica e storico leader della guerriglia albanese durante la guerra, Hashim Thaçi. Thaçi, fondatore del PDK, ha fatto sapere che per ora l’impegno preso rimane, ma il parlamento è sovrano e può decidere, se c’è la maggioranza, di abolire la Corte.

Le preoccupazioni della comunità internazionale

Che la temperatura intorno alla questione sia ancora alta lo dimostra il viaggio a Pristina di due inviati di Francia e Germania per le questioni relative ai Balcani occidentali, avvenuto il 10 gennaio. I due diplomatici hanno incontrato le più alte cariche dello stato, ricordando come un nuovo tentativo del parlamento di abolire la Corte danneggerebbe pesantemente le relazioni tra il Kosovo ed i suoi partner occidentali. Un concetto ribadito ancora dall’Unione europea due giorni dopo con un comunicato ufficiale. Le preoccupazioni sono dovute al fatto che la richiesta dei 43 deputati non è stata stralciata, dunque potrebbe essere sottoposta a breve alla presidenza dell’assemblea, e, se approvata, andare al voto in aula.

I rischi che sta correndo il Kosovo sono altissimi. In un contesto già complicato dai casi legati al mancato accordo per la definizione dei confini con il Montenegro e ai ritardi della messa in atto dell’Accordo di Bruxelles raggiunto con la Serbia, nonché dal recentissimo omicidio di uno dei leader della comunità serba, Oliver Ivanović, gli attacchi alla Corte stanno innervosendo ulteriormente i paesi europei e gli Stati Uniti. Un’azione così mirata e aggressiva lascia fortemente intendere che i primi rinvii a giudizio stanno per arrivare, e non è escluso che toccheranno le più alte cariche istituzionali del Kosovo. L’atmosfera che si respira oggi lascia intendere che se questo accadrà, i rischi di tensioni nel paese sono reali.

Le origini della Corte

La Corte Speciale, propriamente chiamata Specialist Chambers and Specialist Prosecutor’s Office, è nata per perseguire i presunti crimini commessi dall’UÇK contro civili serbi, rom ed albanesi, sulla base delle accuse raccolte in un report del 2011 del Consiglio d’Europa. Proprio da questo report è nata la Special Investigative Task Force (SITF), che dal 2011 ad oggi ha condotto un vasto numero di indagini. La Corte Speciale è stata formata proprio con l’intento di giudicare i responsabili dei presunti crimini sulla base di quanto raccolto dalla SITF. A differenza del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la Corte Speciale deve la sua fondazione ad una legge approvata dal parlamento di Pristina, dunque è parte del sistema giuridico kosovaro, ma, proprio come il Tribunale, ha sede a l’Aja e ha giudici internazionali, per garantirne la sicurezza. La Corte dovrebbe emettere i primi rinvii a giudizio nelle prossime settimane.

Intanto, leggendo da Yurii Colombo de il Manifesto, apprendiamo di una esecuzione a Mitrovica Nord: assassinato da professionisti della morte il leader serbo Oliver Ivanovic
Kosovo/Serbia. Il presidente serbo Vucic ritira la delegazione dal negoziato di pace di Bruxelles

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“Rischia di deragliare il già difficile negoziato tra Serbia e Kosovo, dopo che ieri mattina a Mitrovica Nord è stato assassinato – con esecuzione «professionale» – Oliver Ivanovic, 64 anni, leader dei serbi in Kosovo. Era stato segretario di Stato in Serbia dal 2008 al 2012 presso il ministero per il Kosovo-Metohja; già guida nel 1999 dei «guardiani del ponte», la difesa serba di Mitrovica, ancora divisa in due sul fiume Ibar; e aveva fondato da qualche anno il movimento civico Sloboda, Demokratija, Pravda che punta sulla pace e la convivenza.
Malgrado fosse stato accusato di crimini contro i civili kosovaro-albanesi nel 1999, Ivanovic si è sempre proclamato innocente.

Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, ha trascorso quasi 3 anni in carcere, nel febbraio del 2017 il tribunale kosovaro ha annullato la condanna ordinando un nuovo processo. Una « assoluzione» contro cui si è scatenata una dura campagna dei kosovaro-albanesi di Pristina.

Anche se non rivendicato, l’omicidio è avvenuto con una puntualità che non lascia dubbi: proprio infatti ieri a Bruxelles dovevano riprendere le trattative tra i rappresentati di Belgrado e di Pristina. Il presidente serbo Alexander Vucic, malgrado le autorità di Pristina si siano precipitate a condannare l’attentato, ha richiamato in patria la sua delegazione convocando d’urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale su questo «attacco terroristico contro gli interessi serbi».

La guerra del Kosovo, che si inserì negli anni ’90 nel quadro della dissoluzione della Federazione jugoslava fondata da Tito, durò 3 anni e provocò la morte di almeno 3.000 persone. Nel 1999 l’intervento massiccio dell’aviazione Nato a fianco delle milizie kosovaro-albanesi dell’Uck nel conflitto, condusse alla sconfitta e alla resa della Serbia, la quale dovette abbandonare la regione. Da quel momento il Kosovo è stato in preda ad una pulizia etnica alla rovescia, con migliaia di serbi messi in fuga con il terrore, decine di civili assassinati, ben 144 monasteri e chiese ortodosse distrutte. Il Kosovo dichiarò poi nel 2008 l’indipendenza unilaterale dalla Serbia, contro gli accordi di pace di Kumanovo diventati risoluzione Onu; nel 2010 la corte internazionale di giustizia ha sostenuto che la dichiarazione «non infrange il diritto internazionale né le risoluzioni Onu». Ma l’indipendenza del Kosovo non è riconosciuta da cinque stati europei, Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro Nord; né da Russia, Cina e India e tra i paesi dell’Onu, solo da 111 su 193 Stati membri. Il fatto più impediente resta però un altro: su Hashim Thaqi, leader politico-militare dell’Uck, diventato nel 2016 presidente della repubblica proprio per impedire ogni incriminazione internazionale, pende l’accusa del Rapporteur del Consiglio d’Europa Dick Marty di coinvolgimento «in un traffico di armi, droga ed organi espiantati a prigionieri civili serbi»; gli stessi capi d’accusa per i quali l’ex procuratrice del Tpi Carla Del Ponte chiede inascoltata all’Onu di incriminarlo.

Belgrado, che punta a rafforzare la sua crescita economica (+3% del Pil nel 2017) con l’ingresso nell’Ue, non ha mai interrotto il dialogo.

Ma ora l’Ue lo condiziona al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo; mentre la Serbia, che considera quel territorio culla della propria storia, dichiara che «non riconoscerà mai l’indipendenza» neppure nella versione light del «riconoscimento de facto». Malgrado ciò in 6 anni di trattative sono stati sottoscritti 17 piccoli accordi che hanno permesso alle due comunità di riprendere alcune relazioni istituzionali ed economiche. La stessa Federica Mogherini ha dichiarato che una trattativa del genere «non può essere giudicata solo in termini di rapidità temporale». Il 19 dicembre il presidente serbo Vucic ha incontrato a Mosca Putin per chiedere – vista l’insistenza di

Pristina per inserire nella trattativa gli Usa che hanno in Kosovo una mega-base militare – un ruolo di Mosca più attivo. Ricevendo un sì convinto del presidente russo.

Ivanovic non aveva mai cessato di operare per giungere a un compromesso tra Pristina e Belgrado e anzi aveva denunciato la politica del Partito Progressista Serbo di sostenere nelle elezioni del Kosovo solo liste composte da serbi. Il clima di intimidazione verso lui non si era mai fermato. Nella campagna elettorale dell’ottobre 2017 per le municipali di Mitrovica Nord (dove poi il suo partito ha conquistato tre seggi e Ivanovic è stato eletto) alcuni dei candidati del suo movimento erano stati costretti a ritirarsi. Lo stesso Ivanovic aveva dichiarato a France Presse «di essere sempre sotto la pressione di minacce» e recentemente gli era stata incendiata l’automobile.”