1062.- Tutti i fallimenti di un incubo chiamato Unione Europea

Restiamo sull’Europa perché la lingua batte dove il dente duole.

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Il 25 marzo l’Europa ha festeggiato i 60 anni dei Trattati di Roma. E’ stato un successo?
Il miglior modo per festeggiare l’Europa è stato quello di sospendere uno dei pilastri dell’Unione europea: Schengen (e quindi creare blocchi alle frontiere) proprio evitare ingressi indesiderati “all’Austerity party” svoltosi a Roma. (Tralasciamo il fatto che si può non avere confini anche senza Unione).

Sorvolando anche che i trattati di Roma prevedessero completamente un’altra struttura per l’UE, è importante capire alcune cose. Innanzitutto che il clima oggi è davvero rovente e che più che una festa Roma sembra una trincea, una città blindata e militarizzata nella quale si svolgono almeno sei grandi manifestazioni di protesta di ogni colore. Gli ultimi dati parlano di una fiducia nell’Europa pari al 34% da parte degli italiani. Questo dato è sintomatico anche delle ultime parole del Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che solo qualche giorno fa ha detto sul Sud Europa: “Non può spendere tutto in alcol e donne e poi chiedere aiuti”. Aveva forse alzato il gomito per aver portato il suo partito dal 26% al 6% in Olanda solo qualche giorno prima?

Per la cronaca ad oggi l’Italia è un contribuente netto nell’Unione, ha cioè versato oltre 72 Miliardi di euro in maniera “ordinaria” che non le sono stati tornati e altri 60 miliardi “non ordinari” già versati nel MES (meccanismo di stabilità europeo) a fronte dei teorici 125 miliardi che l’Italia dovrebbe mettere a disposizione del fondo, portando il totale della spesa già effettuata per l’Italia ad oltre 120 miliardi, 60 dei quali usati per salvare le banche degli altri Stati.

Prima di addentrarci sulla nascita dell’UE è bene fare qualche accenno storico. L’Idea dell’Europa era già presente durante l’Impero romano, ma con tale definizione venivano intesi i territori del nord. Idea un po’ più attuale prese forma con Carlo Magno e la dominazione nel cuore dell’Europa da parte dei popoli germanici a cui seguì, sempre su impronta germanica, l’opera di Carlo V che ancor di più si poteva considerare Europa, conquistando anche Popoli che i romani non si erano sognati.

Diverse idee fiorirono nei secoli, spesso anche incompatibili tra loro, comprese quelle di re Giorgio di Poděbrady di Boemia nel 1464, del duca di Sully in Francia nel XVII secolo e l’idea di William Penn, quacchero fondatore della Pennsylvania, per la creazione di un’assemblea, parlamento o Stato europeo. George Washington scrisse al marchese de la Fayette: «Un giorno, sul modello degli Stati Uniti d’America, esisteranno gli Stati Uniti d’Europa». L’idea di un’unità europea venne inoltre teorizzata nel XVIII secolo da Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre. O ancora Napoleone: «L’Europa così divisa in nazioni liberamente formate e internamente libere, la pace tra gli stati dovrebbe diventare più facile: gli Stati Uniti d’Europa potrebbero essere una possibilità».

Ma quel che è certo è che l’idea dell’Europa precedette l’idea degli Stati Nazionali. Chiunque vi dica che un ritorno ad un concetto nazionale “sarebbe un ritorno al passato” sta dicendo una corbelleria storica, semmai è proprio vero l’opposto.

Vero però fu che a dare la spinta decisiva per la formazione dell’Europa “unita” furono gli americani nel dopoguerra, nel tentativo di avere un partner robusto nel contenimento dell’Unione sovietica, anche se certamente la Germania ne approfittò per fa pagare a tutt’Europa il costo dell’ unificazione tra Est e Ovest.

Uno degli argomenti più usati a difesa di questa Europa è quello della pace creata dall’Unione europea. Un falso storico, poiché la pace venne portata dalla NATO per convenienza americana, militarizzando il territorio europeo. Ed è cosa nota che un nutrito gruppo di pensatori intellettuali pro Europa fossero a libro paga degli Stati Uniti. Non è forse nemmeno un caso che una decina di anni fa l’ex ministro dell’economia italiana Tremonti disse che il cambio dell’euro veniva determinato direttamente dalla FED.

Senza spinte esogene, sostanzialmente, una contrapposizione muscolare tra Stati Uniti e Unione sovietica oggi non esisterebbe ancora l’Europa. Volete la riprova? “Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono”, Altiero Spinelli.

Ma com’è oggi l’UE? E’ certamente un concetto in crisi, da ogni punto di vista. Politicamente, culturalmente, economicamente e socialmente. Basti pensare alla Brexit, alla chiusura delle frontiere che si diffonde in sempre più Paesi nell’Unione, alle minacce tra Paesi per poi arrivare alla crisi dell’euro e al fatto che per la prima volta nella storia i figli siano più poveri dei propri genitori (lo dice il 50° rapporto Censis) durante un periodo non caratterizzato da guerre, pestilenze o carestie. Per non parlare poi della situazione della Grecia, un Paese letteralmente distrutto. Alle tensioni popolari e alla sempre più bassa fiducia nelle istituzioni non democratiche europee, l’UE risponde facendo propaganda e dipingendo scenari apocalittici nel caso di rottura di un ingranaggio che per altro non ha mai funzionato.

Vale la pena di annoverare tra i vari presunti successi di questa Europa che la bassa inflazione e i bassi tassi d’interesse sono scesi in tutto il mondo e che era un processo già in atto, o che la creazione di un mercato globale non passi necessariamente per istituzioni non democratiche come quelle europee. O ancora nel momento in cui le elite ci dicono che il denaro contante è il male e che ci spingono in un mondo dove pagheremo avvicinando il telefonino, non sarà mica un problema avere una moneta elettronica con un cambio che viene istantaneamente convertito, no?

Per quanto riguarda le grandi questioni questa Europa ha sempre e solo fallito: si pensi al problema migratorio, a quello della corruzione, a quello della povertà, a quello della disoccupazione, a quello delle catastrofi naturali a molto, molto altro. La lettura più lampante di questa grande impasse è la chiamata a più riprese di “un’Europa a più velocità”.

Ma il concetto indubbiamente più bello in difesa di questa fallimentare Europa però è indubbiamente quello della necessità di bloccare il ritorno dei nazionalismi perché “fuori c’è la Cina”. Sostanzialmente proponendo un nazionalismo solo un po’ più grande. Un po’ contraddittorio per chi ritiene che il nazionalismo sia il male assoluto. L’Europa invero è cresciuta e si è sviluppata nei secoli come idea cristiana di difesa dall’Islam, mentre oggi ne è strumento d’entrata. Difficile dunque prevederne una tenuta violando la necessità della sua stessa creazione.

Ma volere un’Europa veramente federale e davvero democratica, agganciata alle proprie radici, popolare, caleidoscopica in cui le differenze interne dei popoli siano valorizzate e non demonizzate è davvero populismo?

(di Riccardo Piccinato)

1061.- GIOCATE COI I FUNGHI ATOMICI: ULTIMO AVVISO DI WASHINGTON A NORD COREA E CINA

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Se Pyongyang si dota di missili nucleari scatterà l’attacco USA. L’analisi dell’esperto di strategia militare Arduino Paniccia. Pubblichiamo l’intervista rilasciata al Giornale di Sicilia.

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A Washington hanno segnato una linea precisa, oltrepassata la quale scatterà l’opzione militare contro Pyongyang. Il limite è quello che la Corea del nord disponga di missili nucleari in grado di colpire Giappone e Occidente. A furia di sfidare il mondo, assassinare familiari e affamare il suo popolo per dotarsi della bomba atomica,  il dittatore Kim Jong-Un si trova di fronte un presidente come Donald Trump, eletto sull’onda dello slogan “make America great again” fare di nuovo grande l’America e che ha appena varato un massiccio piano di riarmo. “Dall’avvertimento al possibile ordine di attacco sono rimasti pochi margini per il regime comunista nord coreano” evidenzia l’editorialista Arduino Paniccia, docente di studi strategici e direttore della Scuola di Competizione Economica Internazionale di Venezia.

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  • Trump fa sul serio o utilizza il braccio di ferro per scaricare le tensioni interne ?

La linea operativa di Donald Trump é di derivazione per così dire napoleonica, anche se questo accostamento potrebbe sembrare ironico. In realtà il Presidente Usa prova ad attaccare a 360 gradi e poi cerca di cogliere gli aspetti dove si manifestano punti di debolezza nello schieramento avversario per affondare l’eventuale colpo. Ora sta sondando. Ma anche Trump sa cosa significherebbe attaccare, non solo per gli Stati Uniti ma anche per i suoi alleati e soprattutto per i cinesi.

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  • Quante possibilità ci sono che si arrivi ad un intervento militare?

Le probabilità di un intervento militare sono oggi piuttosto basse. Se la guerra nel mondo globale è una soluzione con  costi stratosferici e a bassissima utilità marginale, questo vale naturalmente anche per una azione diretta contro la spietata dittatura Nord coreana.

  • Eventualmente che tipo di intervento sarebbe stato pianificato?

Nel caso di attacco comunque verrebbe utilizzata tutta la più avanzata tecnologia esistente sia aeronavale che missilistica. Non sarebbe certo una battaglia di retroguardia. L’obiettivo dello stato maggiore Usa è prima di tutto raggiungere la cosiddetta “paralisi strategica” in tempo reale quindi far collassare il nemico e tutte le sue strutture e infrastrutture compresa naturalmente tutta la parte cyber anzi molto attraverso di essa.

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Scene quotidiane di carestie e lavori forzati per i 25 milioni di nord coreani

  • Che rischi di escalation comporterebbe?

Corea del Sud e Giappone sarebbero inevitabilmente impegnati in prima linea, verrebbero coinvolti negli attacchi e la loro partecipazione potrebbe aprire la strada anche alla possibilità di una opzione nucleare da parte nord coreana.

  • Reazioni di Cina e Russia? Scaricheranno il regime di Pyongyang o cavalcheranno la crisi?

La Cina tenterà fino in fondo da un lato di sfruttare la posizione nord coreana per provocare gli Usa e il Giappone, dall’ altro di non rimanere impigliata. Come ha fatto in Vietnam, quando sono morti milioni di vietnamiti ed è stata la Cina a uscire vittoriosa dalla caduta di Saigon. Ma Kim Jong non si può certo paragonare allo storico Presidente del nord Vietnam Ho ChiMinh e la radioattività e la valanga di disperati, conseguenza di eventuali esplosioni atomiche, non lascerebbero certo indenne il suolo dell’ex celeste impero. I russi staranno invece a guardare. Per Mosca, Donald Trump è un alleato e una nuova alternativa valida all’ipotetica possibilità di diventare quantomeno economicamente subalterni, se non vassalli, dei cinesi.

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Brindisi fra il Presidente Cinese Xi Jinping e il Presidente Russo Vladimir Putin
  • E le potenze politico economiche dell’Asia, India, Pakistan, Indonesia, Malesia che posizione assumerebbero?

Sono delle retrovie che da sempre cercano di stare alla larga da qualsiasi conflitto, tranne le  loro storiche faide tribali e religiose. Ciò che li preoccupa realmente è l’enorme massa di musulmani, apparentemente convertiti al consumismo, che risiedono nei loro territori e che celano cellule di terrorismo fondamentalista. Terrorismo islamico che rappresenterà la futura bomba ad orologeria del sub continente asiatico.

  • Contraccolpi per l’Europa?

L’Europa è ormai un continente attraversato da profondissime tensioni sociali, angosciato da attentati e circondato da guerre,  conflitti e terrorismo. L’ Asia pensa di essersela cavata. Di aver riversato in Europa tutto il disagio e le contraddizioni del pianeta. Ma si sbaglia, il boomerang sta tornando da loro. E’ anche grazie a tutto quello che stanno combinando dietro le quinte e alla Corea del nord, mandata allo sbaraglio, se in Europa viviamo tempi così difficili.

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1060.- ONG occidentali e Siria: le maschere sono cadute!

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Quest’uomo, potente e intelligente, è un infelice di se stesso: sempre bisognoso di accumulare ciò che lui non è. Nelle sue ONG, di umanitario c’è rimasto molto poco. Porta cravatte bellissime.

Il conflitto siriano, giunto al settimo anno, ha fatto cadere molte maschere, come quelle delle ONG internazionali, neutrali e indipendenti in apparenza e chiamate “umanitarie”. In effetti, numerosi ricercatori e giornalisti investigativi, assai poco noti in Francia e per una buona ragione, cominciano ad indagarle. In collaborazione segreta con l’aggressore statunitense, ONG come “Medici senza frontiere” (MSF), “Amnesty International” e molte altre, dall’inizio del conflitto nel 2011 (e anche prima), sono strumenti sovversivi e di propaganda volti a fare cadere Damasco. Si sono quindi volutamente schierate coi gruppi armati cosiddetti “ribelli”, cioè i terroristi, fornendogli supporto medico e logistico. Con questo articolo vi proponiamo i principali risultati di queste analisi sul campo e nei media, in particolare di MSF, quindi chiedendo agli Stati di contrastare con nettezza tali strutture estere detonatori di guerre future. Infine, collegando le attività di tali ONG che destabilizzano i Paesi che resistono alla egemonia imperialista all’insediamento in Europa di milioni di “migranti” dovuti alla distruzione della Siria (e altri Paesi sovrani della regione), ipotizziamo il “caos pianificato” contro questo continente vassallo delle nazioni anglosassoni.
In Francia, le proteste contro “la violenza della polizia” per il presunto stupro del giovane Theo da parte di un poliziotto nel 93.mo Dipartimento, aumentano per dimensioni e violenze. Nelle città i gruppi radicali di estrema sinistra, “antifascisti”, comprendenti studenti delle superiori, nelle ultime settimane, categoria da sempre minacciata dai governi. Come negli Stati Uniti, ma su scala minore e con una colorazione molto particolare, la violenza urbana è controllata da organizzazioni che hanno esperienza in tafferugli, vandalismo e provocazione. “No Border”, “Antifa” e altre fazioni radicali, facilmente manipolati e impuniti, generalmente appartengono alla stessa nebulosa che violentemente si oppose alla polizia a Calais e altrove, in difesa dei “migranti” (1). Tanto in Francia che negli Stati Uniti, le associazioni di attivisti e organizzazioni non governative, che difendono l’assenza dei confini, l’eventuale eliminazione degli Stati e dei loro servizi pubblici e il massiccio afflusso di milioni di profughi, quale assalto all’Europa, non esitano a usare la violenza organizzata. Sono attivi verso l’obiettivo finale dell’élite sovranazionale, ultra-potente e intoccabile rappresentata da grandi nomi come Bill Gates e molti altri: la globalizzazione mondialista supportata dal controllo totale e dal dominio delle popolazioni e delle loro élite locali. Al servizio di tale progetto, con il pretesto di “diritti umani”, l'”Asilo è la grandezza del nostro Paese”, particolarmente sostenuto dalla sinistra al caviale (o salmone biologico!) francese, il sistema mediatico-intellettuale arruola il consenso generale e il pensiero perverso di tale idea di governo oligarchico. In quale altro modo descrivere la posizione straordinaria dei vertici della Pubblica Istruzione, che fa capo al centro d’istruzione e d’indirizzo nello stesso dipartimento problematico di Seine Saint-Denis, dove ricercatori e psicoanalisti per lo più confessarono senza mezzi termini, nel settembre 2015: “Finalmente, l’economia risparmiata dalla politica di austerità del governo sarà felice di accogliere i migranti…” (2) Le classi medie sempre più povere e “sdentate”, secondo questa immagine spregevole del presidente F. Hollande contro gli svantaggiati, l’apprezzeranno.
La confusione dei confini e la mescolanza forzata e brutale dei popoli, le cui conseguenze in divisioni e scontri sono certe, appaiono cruciali per le ONG della “solidarietà internazionale” e i benpensanti intellettuali dominanti e prezzolati. Negli ultimi decenni, questo punto di vista è stato preparato a tutti i livelli, in particolare dai grandi e influenti mass media, cultura e tempo libero, in particolare promuovendo la cultura del “meticciato”, eretta a valore intrinseco. Dal Libro nero delle ONG di Julien Teil: “Le organizzazioni non governative, da una cinquantina nel 1948 sono quasi quattromila oggi. Hanno invaso la società civile e la fedeltà ad essa. In realtà, molte, spesso le più grandi per dimensioni, rivaleggiano con le multinazionali con cui condividono il desiderio di cancellare i confini, hanno di “non governativo” solo il nome. Perché dietro loghi e acronimi ben scelti, per dare la sensazione che la loro unica ragione di esistere sia promuovere un mondo migliore, ci sono agenzie governative o personalità le cui carriere e posizioni lasciano pochi dubbi su intenzioni e collusioni”. (3) I sui articoli ben studiati e documentati, nati dall’esperienza in tali grandi organizzazioni umanitarie, sono inoppugnabili (4). Ora va molto più avanti, laddove il corso del mondo si traccia in decenni almeno, dove due visioni radicalmente opposte dell’umanità si oppongono: la Siria.

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Siria e ONG umanitarie occidentali

Testimoni inconfutabili ed analisti che lavorano con indagini sofisticate ed affidabili mostrano gradualmente il vero volto di ONG come “Amnesty International” e “Medici senza frontiere” (MSF). La loro neutralità apparente è un’illusione poiché è accertato che partecipano, con una complessa interazione tra finanza, operazioni e propaganda, alla distruzione più o meno rapida degli Stati sovrani che resistono all’egemonia anglosassone: la Siria, forse prefigurando l’Iran, molti “regimi” di America Latina (Venezuela, Brasile, Bolivia, Ecuador e Argentina, per non parlare di Cuba), Asia e Africa, per non parlare dei precedenti di Libia e Tunisia, Jugoslavia, Iraq, ecc. Julien Teil spiega: “Sia nelle Nazioni Unite dove alcuni sono riusciti a entrare, o nella coscienza di cui il potere dei media gode permettendogli d’infiltrarsi con facilità, le ONG hanno acquisito da decenni lo status di partner o autorità morale che li mette al di sopra della sovranità delle nazioni. Questa posizione, legittimata da alcun processo democratico, giustifica, presso coloro che li seguono in buona fede, le interferenze il cui vero scopo è lontano da ciò per cui generosi donatori mettono una mano in tasca”. (5) A dispetto del diritto internazionale e degli statuti che gli danno un ruolo strettamente umanitario, sotto la copertura del travestimento dell’azione “umanitaria”, MSF e altri si misero al servizio dei gruppi terroristici mercenari attivi nelle “zone liberate” in Siria, per almeno sei anni. Tali ONG contribuiscono a generare e moltiplicare le atrocità, che fanno finta di combattere, dell’aggressione internazionale fomentata anche prima del 2006, quando il Paese era già nella lista segreta dei Paesi da massacrare, ben prima degli attacchi dell’11 settembre 2001. Nella trasmissione di Klagemauer.TV, lo stretto legame tra alta finanza e umanitarismo viene spiegata: “(…) con la copertura delle azioni umanitarie, le ONG sono infatti le “mani pulite” dei gruppi che non hanno nulla a che fare con il bene dell’umanità. Molti, se non tutti, sono strumenti al servizio di una causa incoffessabile. Lo si può dire di certe fondazioni. La sede di Greenpeace USA, che dà gli ordini, è finanziata dalla Fondazione Rockefeller. Ciò significa che la finanza ha voce in capitolo nella scelta delle campagne di Greenpeace. Se ne comprende meglio il silenzio su eventi mondiali cruciali… ”
Per i comuni mortali non adusi ai misteri della politica estera degli Stati occidentali, che hanno fortemente riattivano i loro vecchi desideri coloniali, tale fatto triste sembra improbabile in quanto credono che tali istituzioni fin dagli anni ’70 lavorino nella completa neutralità. Decodificando le notizie geopolitiche, presentate in modo fazioso e sfacciato, un abisso compare con le chiacchiere ufficiali sull’aiuto alle vittime di guerre e catastrofi naturali (sfruttate anche per gli interventi umanitari). Infatti, nonostante la sincerità della maggioranza della base, molti importanti ONG internazionali, vicine alle istituzioni internazionali e alle principali nazioni del G7, svolgono un ruolo destabilizzante: “Questi missionari della democrazia dimostrano di essere angeli della morte. Le ONG occidentali sono al servizio del belluismo dei globalisti e sono ad essi collegate. Negli ultimi rovesciamenti di governi nel mondo, le ONG occidentali, in coppia con i vari servizi segreti, hanno svolto un ruolo centrale; in Serbia, Iraq, Georgia, nei Paesi della primavera araba e, infine, in Ucraina. Hanno destabilizzato i Paesi presi di mira con il pretesto della missione per la democrazia. Le organizzazioni non governative o ONG sono organizzazioni private, che non agiscono sotto il mandato di un governo. (…) Le ONG più pericolose al mondo agiscono sitto una gerarchia del potere e sono anche ben al di sopra di alcuni governi. Vengono poi intrecciare con altre influenti reti di ONG. A esse piace vantarsi di agire da privati e indipendenti dal governo. Ad esempio, organizzando ‘nobili’ soccorsi, possono avere un’influenza politica ed economica profonda nei Paesi sottosviluppati”. (6) A differenza dei media mainstream francesi, servi per natura dei magnati e delle lobby della finanza e della grandi imprese (7), accademici e giornalisti stranieri credibili tentano d’informare il pubblico, come i rinomati professori di sociologia Hans-Jürgen Krysmanski e Georges William Domhoff. Secondo la loro classificazione, le grandi ONG, in particolare quelle chiamate alla “democratizzazione”, appartengono alla seconda categoria, quella dei “finanziamenti e formazione”. (8)
Questi ricercatori ne citano le principali:
“Open Society Foundation: (…) Questa è l’unione di ONG patrocinate da George Soros (György Schwartz). Già nel 2003, queste ONG organizzarono e seguirono la rivoluzione delle rose georgiana che consegnò il potere al beniamino degli Stati Uniti Mikheil Saakashvili. La rivoluzione arancione in Ucraina, nel 2004, fu anche finanziata dalle fondazioni di Soros. Già nel 2011, il canale televisivo russo RT avvertì che Soros, seguendo il modello libico, finanziava un imminente colpo di Stato in Ucraina, avvenuto nel 2014 con l’euromaidan. Queste fondazioni preparano il terreno per ogni sorta immaginabile di future agitazioni in diversi Paesi. E’ stato recentemente rivelato che davano 1500 dollari al mese agli studenti macedoni per rovesciare il governo.
National Endowment for Democracy, NED:
In più di 90 Paesi il NED supporta più di 1000 progetti con obiettivi cosiddetti democratici. Troviamo la sua firma in quasi tutti i recenti rovesci di governi. Le élite del NED radunano membri del CFR e rappresentanti di grandi multinazionali, presenti anche in altri gruppi di riflessione. Il fondatore del NED, Allen Weinstein, disse chiaramente, “gran parte di quello che facciamo oggi fu fatto in segreto dalla CIA 25 anni fa”. Anche il New York Times riconobbe in un articolo che il NED orchestrò con decisione la primavera araba.
Movements.org:
E’ un’ONG specializzata in tumulti giovanili per la democratizzazione, e trasse, ad esempio, i movimenti giovanili egiziani del 6 aprile da un insignificanti gruppetto facebook, a capo del movimento della rivoluzione egiziana del 2011. E’ finanziata dalle stesse multinazionali presenti anche nei vertici di think tanks, Google, Facebook, CBC, MSNBC, Pepsi ecc. Movements.org è anche collegato direttamente al dipartimento degli Esteri.
Fondazione Ford, Fondazione Oak, Sigrid Rausing Trust, Fondazione Rockefeller sono della seconda categoria, finanziano e addestrano la facciata locale sulle piazze, indictaa dalla quinta categoria, che consiste in piccoli gruppi di protesta violenta che, secondo i bisogni, i media erigono a eroi della libertà e della democrazia”. (9)
Ampiamente rispettato per l’onestà intellettuale e la grande conoscenza di alcune aree di conflitto, il Professor Tim Anderson dice anche in un articolo sul lavoro delle ONG occidentali in Siria, “Ogni attacco contro al-Nusra viene quindi descritto come un attacco a civili e cliniche, o contro personale sanitario. Lo stesso vale per Medici Senza Frontiere (MSF), che finanzia le cliniche di al-Nusra (per lo più senza volontari stranieri) in diversi territori dominati dai terroristi”. (10) In un altro testo importante, “Aleppo, storia di due ospedali”, Brandon Turbeville indica: “Mentre MSF è spesso descritto dai media occidentali come indipendente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. In primo luogo, Medici Senza Frontiere è finanziato interamente dalle stesse istituzioni finanziarie di Wall Street e circoli dominanti della politica estera di Londra che sperano nel cambio di regime in Siria e Iran. La relazione annuale di Medici Senza Frontiere (rapporto 2010), cita come donatori Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Google, Microsoft, Bloomberg, Bain Capital, la società di Mitt Romney, e una miriade di altre società finanziarie. MSF ha anche banchieri nel suo comitato di sponsorizzazione, come Elizabeth Beshel Robinson della Goldman Sachs”. (11)

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La nuova presidentessa della potente ONG francese, “Azione contro la fame” (ACF), Stéphanie Rivoal, da senior vice-presidente di (ma guarda!) Goldman Sachs Chase in Londra a membro del consiglio, d’amministrazione, poi, tesoriere e, infine appunto, presidente dell’ONG Action contro la faim che opera in 46 paesi. 

ONG, lupi camuffati da nonnine premurose

L’internazionale umanitaria è quindi in buona parte, almeno, strumento di sbiancamento dei principali mercati finanziari occidentali, in particolare New York e Londra. Basta leggere i rapporti di numerose organizzazioni non governative coinvolte nelle attività nelle aree di tensione, accessibili sul web. È una coincidenza che un altra potente ONG francese, “Azione contro la fame” (ACF), veda alla guida la nuova presidentessa Stéphanie Rivoal, della (ma guarda!) Goldman Sachs? Colto in tali gravi contraddizioni e altre carenze, il grande “Mammut” (12) del ministero della Pubblica Istruzione sembra (o fa finta) di non sapere: tale ONG, grande lupo nell’ovile, è guidata dalla stessa potente banca statunitense che saccheggia i beni pubblici in Grecia e nel mondo (13). Ad ogni primavera, numerose scuole dell’esagono accolgono centinaia di migliaia di scolari, studenti universitari e delle scuole superiori durante la sacrosanta “Giornata contro la fame” della stessa “Azione contro la fame”. In un liceo di Nanterre, alla periferia di Parigi, gli insegnanti furono unanimemente indignati quando uno di loro, quasi alla pensione, osò ricordargli che “la povertà non è solo il sacco dell’Africa o di Haiti, ma anche della Francia”. (14) Questo conforma l’appiattimento e l’ignoranza della realtà sociale in cui si ritrova, in generale, la categoria (a sua volta scadente e ideologizzata) dei docenti, anche dell’istruzione superiore, che si occupano dei “cittadini di domani” (15), ma inconsapevoli dell’inganno che perpetrano da decenni. Qualche amico degli Interni me l’ha confermato, in questa “giornata contro la fame”, in cui studenti e docenti sono convocati sotto pena di licenziamento, nell’ideale sublimato dei “diritti dell’uomo”, tutti corrono… per la gioia del nuovo catechismo laico umanitario al servizio della finanza (Wall Street e City) e della geopolitica (dell’ambulanza e della cannoniera). Per dirla diversamente, il sistema accademico occidentale che segue i nostri figli dalla scuola materna opera affinché la società acconsenta alla propria riduzione in schiavitù e a promuovere, nelle zone ambite, come priorità l’ospedale all’ultimo grido per i terroristi e la salva dei missili da crociera contro esercito e infrastrutture del Paese da “liberare”.
Vediamo brevemente il pedigree della presidentessa di Azione contro la fame, come tracciato delle sue pubbliche relazioni: “Dopo un percorso netto nel mondo della finanza, ESSEC, Goldman Sachs, Lazard e JP Morgan, Stéphanie Rivoal decise nel 2003 un nuovo inizio investendo nel campo della fotografia e poi dell’associazionismo umanitario”. (16) Ambulanza e cannoniera o salvatore e carnefice, il contrario è anche vero: la duplicità delle istituzioni internazionali, finanziarie e umanitarie, che più volte distribuiscono baci mortali a Stati e popoli da sottomettere. Durante l’operazione greca di Goldman Sachs, che truccò i conti pubblici per consentirle di entrare in buona (e falsa) salute nell’Unione europea (ingannandola), la banca non esitò a rivoltarsi contro la cliente immersa in una crisi economica senza precedenti (17), realizzando enormi profitti durante l’applicazione del solito credo per privatizzare il denaro pubblico e socializzare il debito privato. Finanzializzare il debito sociale: in tal modo, sulla base del principio che ogni parvenza d’indipendenza della Francia può essere rapidamente sanzionata con un forte aumento dei tassi sui prestiti regolarmente concessi dai mercati finanziari anglosassoni; comportando ipso facto l’abbandono della “rete di sicurezza sociale”, garante della pace sempre più precaria per via di austerità, molteplici scandali e provocazioni, e l’esplosione di tutti i territori destinatari del bilancio statale (18). Non dimenticando la malvagia legge del gennaio 1971 passata sotto G. Pompidou (19), che vietava ai ministeri e agli enti pubblici di prendere in prestito (a tasso zero) dalla Banca di Francia, costringendo lo Stato francese a un debito enorme ed esponenziale verso le banche private, nazionali ed estere.
Nell’indagine estremamente approfondita su MSF e altri, da una dichiarazione del direttore esecutivo Stephen Cornish, B. Turbeville deduce che: “L’organizzazione finanziata da Wall Street supporta i terroristi armati e finanziati dall’occidente e dai suoi alleati regionali, molti dei quali si sono rivelati stranieri, affiliati o direttamente appartenenti ad al-Qaida e al suo braccio politico de facto, i Fratelli musulmani. Tale cosiddetta organizzazione umanitaria internazionale è in realtà un altro ingranaggio della macchina militare segreta contro la Siria, di cui interpreta il ruolo di battaglione medico”. (20)

Il servizio di ambulanza di MSF per Jabhat al-Nusra e altri gruppi terroristici

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Brandon Turbeville continua: “In un intervista a NPR che Cartalucci cita parzialmente nel suo articolo, “il direttore esecutivo di MSF, Stephen Cornish, ha ammesso che l’organizzazione ha fornito assistenza significativa agli squadroni della morte; non solo le cure secondo il giuramento d’Ippocrate, ma ciò che appare un programma rivolto ai ribelli”. (21) Ricordiamo lo sfogo (colpevole e tardivo) di Jacques Bérès (22) chirurgo volontario francese impegnatosi in alcune missioni presso i “ribelli” in Siria. Dopo aver ampiamente utilizzato (e volontariamente) la propaganda dell'”opposizione moderata” mai realmente esistita (23), Beres infine testimoniò di aver curato dei veri terroristi…” France Info riferì allora, e ci chiediamo ancora come?: “Il chirurgo, co-fondatore di Medici Senza Frontiere, compì una missione ad Aleppo bombardata di frequente, dove curava i combattenti. Ha incontrato molti jihadisti, tra cui due francesi. Fu sorpreso dall’incontro con i due francesi, “fu inquietante, uno disse che Mohammed Merah era un esempio da seguire. Dicevano che combattevano Bashar per il momento ma che il loro obiettivo è l’emirato mondiale e la Sharia (…) Tra le decine di feriti che Jacques Bérès curò, le maggioranza erano combattenti, spiegandola con la vicinanza di Aleppo con la linea del fronte. Ma ciò che cambiò rispetto alle altre missioni, come quella di febbraio a Homs, sono i profili dei combattenti, “la metà sembravano jihadisti”, avevano “la fascia, i versetti coranici, anche le auto che li portavano avevano la bandiera di al-Qaida”. (24) Infatti, disturbato dal realizzare, a questo punto, un attivismo schizofrenico, osservato anche da molti interlocutori, evitò di collegare le figure interne ed esterne del terrorismo islamista identicamente barbaro e manipolato. Durante la campagna di menzogne su Aleppo tramite la collusione dei media e delle classi politiche occidentali (25) sugli “attacchi agli ospedali, attribuiti in modo sistematico al “regime siriano”, che costituivano crimini di guerra e che aprivano di fatto la porta all’intervento NATO, spiegando l’insistenza dei media a riferire in modo fuorviante con l’unico scopo di accelerare tale processo per preparare gli occidentali ad accettarne i costi umani e finanziari” (26). Ascoltiamo, per esempio, da Gaziantep, città di confine della Turchia, la testimonianza di Carlos Francisco, capo della missione Siria di MSF: “la cosa peggiore mai vissuta ad Aleppo (…) pesanti bombardamenti senza interruzioni, (…) i medici siriani con cui ho parlato inviarono immagini in cui vedemmo vittime curate sul pavimento. (…) l’assedio alla città impediva a qualsiasi aiuto umanitario di entrare e… l’evacuazione di feriti… Inoltre, la stazione che forniva acqua ad Aleppo orientale fu bombardata. Quasi 250.000 persone furono private dell’acqua potabile”. (27)
Come giustamente osserva Marie-Ange Patrizio, che ha analizzato il discorso vago nella sua descrizione ma preciso nelle pretese: “Francisco sottolinea i corridoi umanitari, uno dei punti chiave della campagna di MSF. Obiettivo chiave anche di Ayrault e accoliti della comunità internazionale. La dichiarazione è immediatamente e completamente ripresa dai media con il titolo (al solito): “Carlos Francisco (MSF) ad Aleppo, ‘vediamo vittime curate a terra’”. Ma Francisco poté trasmette le immagini che ha ricevuto? L’unica immagine che illustra il comunicato stampa di MSF è quella di un camion che brucia dietro un uomo in piedi che attraversa la strada, che non indica nulla. E la foto non viene dai “medici di cui (Francisco) parla”, ma da Amir al-Habi, “fotografo freelance ad Aleppo” e corrispondente di AFP appena arrivato ad Aleppo est. Tutte le foto di al-Habi che possiamo vedere, seguendo il consiglio di Power, si trovano su “Internet” e sono realizzate esclusivamente nelle zone “ribelli”. Fotografo moderatamente freelance”. (28) In questi tempi difficili, quando il lavoro scarseggia e dove tensioni e comportamenti violenti e/o irrazionali sono esacerbati tra accuse reciproche, chi ha tempo di leggere, verificare e controllare le informazioni, il tempo di parlarne? Chi, nonostante il continuo flusso di cattive notizie, si districa dai racconti di fantasia su tale terribile conflitto, rifiutando l’imposizione delle narrazione e spiegazioni mediatiche di tali tragedie? La giornalista indipendente nota per aver smantellato diverse volte i trucchi di tale propaganda e i tentativi di screditare chi indaga in modo professionale sui ribelli, Eva Bartlett. riferiva: “Non sorprende che, invece di riportare questi esempi documentati di terroristi (che si filmano da soli) mentre attaccano gli ospedali siriani, i media commerciali e la propaganda dei gruppi di diritti umani riempiono prime pagine e schermi televisivi di aspre accuse all’esercito siriano e/o russo che bombarda un presunto ospedale di MSF ad Aleppo”. (29) A parte la macchina della propaganda che ha raddoppiato gli sforzi nella disinformazione e demonizzazione, dopo la liberazione dei quartieri orientali di Aleppo, continuamente presentata come sua “caduta”, preparando le menti a una guerra diretta (30), la questione etica e della responsabilità legale di MSF (e consorelle) in questo conflitto si pone chiaramente.

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Ascoltiamo argomentare il legale di MSF sulla sua posizione in Siria, il 7 ottobre, quando il premio Nobel per la pace tanto atteso infine non fu assegnato ai “caschi bianchi”, i nostri cari angeli custodi che si filmano da “bravi organizzatori” della protezione civile, mentre partecipano alle esecuzioni di civili ritenuti “pro-regime” e combattono l’Esercito arabo siriano, durante lo spettacolo “Il grande tavolo” di France Culture, “Siria: si dovrebbe ripensare il diritto umanitario?” “Sappiamo che la popolazione viene privata degli aiuti dallo Stato siriano (…) i gruppi armati di opposizione organizzano la protezione civile, con l’aiuto di esperti inglesi molto militanti e molto impegnati. (…) Non ci poteva essere alcun aiuto perché il governo siriano ci aveva posto una serie di ostacoli (…) vietava gli aiuti (perché) che affida alla Mezzaluna Rossa siriana, che non è un’organizzazione neutrale”. (31) Quindi MSF non riconosce questo diritto allo Stato siriano, continua il direttore legale: “Abbiamo sempre rifiutato di passare dalla Mezzaluna Rossa, che non è né imparziale né neutrale (…) I caschi bianchi non possono essere neutrali perché il governo vieta l’attraversamento delle famose linee del fronte”. Il diritto alla cura è un requisito, aveva detto senza tema: “(…) Così agiamo nel territorio non governativo”. (32) Perché in effetti, “Questo è il concetto della guerra contro il terrorismo da rivedere (…) è totalitario, basato sul concetto di sicurezza totalitaria (…) È pertanto necessario ridurre i concetti di lotta al terrorismo (…) che schiacciano le leggi di guerra”. “Finora, dice Marie-Ange Patrizio, secondo MSF, il governo siriano applicherebbe una “concezione totalitaria” della sicurezza difendendo il Paese non dal terrorismo, ma dall'”opposizione moderata” e avrebbe utilizzato “l’argomento della sovranità” per proibire alle ONG neutrali e imparziali d’intervenire. “Ed è perciò che MSF chiese sin dall’inizio della guerra siriana il diritto di non essere considerati dei criminali”: cioè il diritto d’ignorare la sovranità dello Stato siriano. Trascinato dal suo ruolo di “facinoroso di MSF”, il direttore legale non ebbe più ritegno: “Siamo andati due volte al Consiglio di Sicurezza per dire che l’aiuto medico doveva essere derogato dalla legislazione sul terrorismo, si non è complicato comunque!”… soprattutto per un’ONG che ha vinto il premio Nobel per la Pace a Groznij contro la lotta al terrorismo “totalitaria” di Mosca, ed ha un bilancio di’ 353,1 milioni di euro, per il 96,3% di origine privata, grazie a donatori non governativi come la Fondazione Clinton”. Sospettando un’operazione coperta dei servizi segreti francesi, la reazione di Damasco, nel febbraio 2016, non si fece aspettare quando accusò formalmente l’ONG. In effetti, il suo rappresentante alle Nazioni Unite, Jafari, disse: “Questo presunto ospedale fu installato senza il permesso del governo siriano alla cosiddetta rete francese che si chiama Medici Senza Frontiere, che è un ramo dei servizi segreti francesi che opera in Siria (…). Se ne assumeranno tutte le conseguenze, perché non hanno consultato il governo siriano”. (33) Iran e Russia, alleati leali ma esigenti della Siria, non avrebbero accettato una falsa accusa di Damasco, mettendone a rischio le azioni diplomatiche in sede internazionale. In pericolo di fronte l’impero, queste potenze sanno che la prova inconfutabile proverrebbe da un’eventuale smentita. Sarebbe interessante approfondire e rendere pubblica questa denuncia contro MSF, strumento come tante altre ONG internazionali, della finanza e dei servizi segreti dei Paesi anglosassoni e della NATO (34). Nonostante il loro lucro e il loro cinismo, la minaccia che rappresentano per la pace e la sicurezza degli Stati, tali organizzazioni continuano ad ingannare tanti ingenui ed ad attirare sempre una grande quota di donazioni pubbliche e private, in Francia e altrove.
In una recente conversazione, un ex-funzionario della “sezione di Parigi”di MSF m’illustrò il quadro interno squallido. Come non dimettersi quando si vede una giovane volontaria di 23 anni piena di vita e di energia in Sudan, tornare come uno zombie dopo essere stata violentata nella totale impunità? Non solo non vi fu alcuna reazione ufficiale di MSF, ansiosa di restare sul campo e di non chiudere le sue antenne, ma perfino uno dei dirigenti di Parigi rispose al suo ritorno: “Ma sta zitta un po’! Non sei morta!!” E mi raccontò anche di aver sentito, questa volta per caso e prima di una riunione cruciale, lo strano discorso di un capo a un collega più giovane: “Se parli, ti ammazzo…”! Avete detto “umanitari”?!…

ONG, detonatori di future guerre

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Lo specialista del nuovo tipo di guerra chiamata “ibrida”, Korybko spiega che per le potenti lobby ed altre, le ONG servono da “detonatori”, “Le ONG legate agli interessi stranieri giocano nel mondo un ruolo insostituibile nel fomentare le guerre ibride. La legge della guerra ibrida dice che tali conflitti sono scontri di identità creati da zero per disturbare, controllare o influenzare i piani infrastrutturali transnazionali comuni multipolari che transitano in Stati chiave, per mezzo della manipolazione del regime, della strategia del cambio di regime o del riavvio del regime (R-TCR). Queste tre tattiche potrebbero anche essere descritte come concessioni politiche, transizione di leadership, “pacifiche” o violente, o cambiamento fondamentale nello Stato deviandolo su pressione verso una federazione di identità facilmente manipolabile”. (35) Spiega: “Quando una rivoluzione colorata avanza verso la transizione alla guerra ibrida, evolvendo nella guerra non convenzionale, gran parte del vecchio dispositivo strutturale che tira le corde resta in piedi, ma sotto un altro nome. La maggior parte delle reti di ONG e del loro personale diventano ribelli armati o vi danno supporto informativo, organizzativo, logistico e/o materiale. Anche se le tattiche R-TCR sono cambiate, il principio rimane lo stesso, ma con un significativo afflusso o meno di aiuti esteri segreti (insorti, armi) per raggiungere tali obiettivi. Tutte le ONG e i loro lavoratori non sono legati a interessi stranieri e non partecipano ad attività sediziose apertamente, ma è probabile che molte lo siano in un modo o nell’altro, dato che dopo tutto l’unica differenza tra i rivoluzionari colorati e le controparti nelle guerre non convenzionali sono i mezzi disponibili per raggiungere l’obiettivo comune, con una mano che lava l’altra nello svolgimento delle attività aggiuntive a tale scopo”. Andrew Korybko nota: “Dobbiamo ricordare che le guerre ibride si basano sull’istigazione estera e la manipolazione per creare un conflitto identitario nello Stato di transito di un grande progetto infrastrutturale congiunto transnazionale multipolare. È molto più facile concepire la funzione delle ONG in relazione alle forze estere ostili che hanno interesse nel mettere tale sequenza di “caos controllato” in movimento. Questi gruppi sono responsabili del sentimento di separazione identitaria nella popolazione, sentimento manipolato dall’ingegneria sociale che gli organizzatori ritengono che alla fine trasformi i cittadini patriottici in attivisti antigovernativi”.

L’urgenza di scoprire (e combattere) le ONG in quanto struttura, ideologia e propaganda

Sempre secondo il ricercatore, assieme ad altri noti investigatori come J. Teil B. Turbeville, Krysmanski, Domhoff e T. Anderson, v’è l’urgenza di comprendere ruolo e funzionamento delle ONG nel provocare queste devastanti guerre ibride, destinate a svilupparsi in un contesto di disoccupazione e riduzione delle risorse finanziarie e materiali. Molti osservatori comprendono tale pericoloso sviluppo, visto ciò che accade non solo in Medio Oriente, ma anche nei Balcani (con la sovversione della Moldova in particolare) e in tutti gli Stati che si allontanano o rifiutano la volontà egemonica di Stati Uniti e loro alleati: “La guerra ibrida è l’ultima forma di aggressione delle forze unipolari contro l’ordine mondiale multipolare emergente, e la via indiretta con cui viene praticata, protegge il responsabile dall’impatto immediato aumentando l’attrattiva di tale sistema. Poiché l’uso della guerra ibrida come strumento di politica estera non mostra alcun segno di cedimento reale nel prossimo futuro, per via della novità e della natura redditizia dell’applicazione, v’è l’urgenza di capirne tutte le sfaccettature per meglio combatterla, e quindi la rilevanza di esporre il ruolo centrale svolto dalle ONG in tale processo”. (36) Alla luce del pretesto ‘umanitaria’ nella destabilizzazione degli Stati nazionali contrari al dominio unilaterale dell’impero (37), v’è l’urgente bisogno che tutti gli Stati si garantiscano sovranità e coesione nazionale controllando rigorosamente tali organizzazioni straniere ed anche ne combattano con nettezza struttura, ideologia e propaganda: “Le reti di ONG e il personale locale coinvolti in questo programma supportato dall’estero aspirano a spezzare, controllare o influenzare i progetti infrastrutturali di cui sopra con vari gradi di pressione R-TCR contro le autorità. Possono trasformarsi in ribelli o altre forme di minacce asimmetriche quando la loro tattica della rivoluzione colorata non riesce ad avviarsi divenendo gradualmente una forma di guerra non convenzionale migliorata. Dato che le ONG legate agli interessi stranieri sono l’avanguardia nell’ultima iterazione della guerra ibrida nel mondo, è nell’interesse di ogni governo responsabile imporre controlli e restrizioni su questi gruppi al fine di neutralizzarne le capacità offensive e garantirsi la sicurezza nazionale”. (38) A seguito della Brexit, dei primi mesi di presidenza Trump, della liberazione di Palmyra e tante altre importanti sorprese (impensabili) per le classi dirigenti occidentali, le notizie internazionali mostrano sempre più una situazione senza precedenti e del tutto eccezionale.
Lacerato da un vento potente e nuovo, tramite gruppi di attivisti efficaci ed integrati da patrioti anti-corruzione (civili e militari), intelligence, informatori e hacker, sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica, le maschere cadono una dopo l’altra. Per chi vuole conoscere e proteggere le proprie radici (in un Paese, regione, città, quartiere), come gli altri mezzi e strumenti di dominio e potere, le ONG mostrano sempre più il loro vero volto. In Ungheria, ad esempio, il vicepresidente di Fidesz Szilárd Németh aveva dichiarato che “l’Ungheria dovrebbe liberarsi dell’impero di ONG di Soros. Il contesto internazionale ora lo consente”. A fine dicembre, il primo ministro ungherese ancora una volta denunciava influenza di Soros mentre proclamava il 2017 “l’anno della ribellione dei cristiani e degli europei nazionali della nostra specie contro le forze liberali e globaliste”. In Algeria, il recente scioglimento del Rotary Club di Relizane suscitava grande scalpore nel contesto della mobilitazione generale dei servizi di sicurezza contro le attività di sovversione e spionaggio, con l’aggiunta del caos libico e sahariano, con la Tunisia diventata parco giochi di servizi segreti stranieri particolarmente aggressivi. Di fronte alla pirateria elettronica verso gli ultimi aerei da combattimento Sukhoj consegnati dalla Russia (e il controllo dei loro voli), ai droni non identificati provenienti dal confinante, alle incursioni continue di gruppi armati nel Sud, agli arresti di spie confuse nel flusso di rifugiati africani, ai persistenti disordini nelle comunità nel Mazab e in Cabilia, i servizi di sicurezza e controspionaggio sono in allerta. L’inseguimento eccezionale continua. Inoltre, con un tipico ripiegamento all’interno da “fine del mondo” o “reset” pericoloso, tali ONG sono ora utilizzate nel cuore dell’impero, con sincronia implacabile con, tra gli altri, la militarizzazione delle forze di polizia (39), l’applicazione di tattiche di guerra, acquisite nelle ultime guerre neocoloniali con il pretesto della “guerra al terrore”, per mantenere l’ordine, la sorveglianza totale dei propri cittadini, riducendo le libertà individuali con l’impoverimento volontario e generale. Come un mostro ferito, o impazzito, che divora i propri figli, l’inizio di una “Primavera americana” (40), violenta e organizzata, si avvia con strumenti, tattiche e finanziamenti identici a quelli usati nel resto del mondo. Questa primavera potrebbe portare a una guerra civile dalle conseguenze inimmaginabili, non solo nazionali, se mai Donald Trump venisse deposto o assassinato.

In Francia, le ONG sono contro i confini e per le guerre

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Al contrario di Nanterre, di cui stavamo parlando, dall’altra parte di Parigi, la socialista Créteil celebrava al buffet di saluto del sindaco L. Cathala, “l’ardente difensore dei diritti degli stranieri” Lenka Middlebos. In un post maliziosamente intitolato “I nostri prima dei nostri”, il presidente locale del Fronte Nazionale G. Marzo indicava che quella serata ai pasticcini del maggiore rosticciere, “Serge, 47 anni, trema” con meno 2 gradi. Chiama ogni notte il 115 per un alloggio di emergenza, alloggio ahimè saturo negli ultimi mesi a causa degli ulteriori migranti che si aggiungono ai “Senza dimora fissi”. Avendo studiato nella scuola di cinema in Ungheria, Paese ed anche arte favorita dal potente apostolo del globalismo G. Soros, Lenka si trasferì in Francia nel 1977, dove lavorò presso la sede di “Francia Terra d’Asilo”, altra ONG dove si prese cura dei “boat people”. Come notato nel giornale locale Vivere insieme, tutto un programma nella bocca del PS!, Lenka “invita la Francia ad aprire nuovi centri e a sostenere l’integrazione dei richiedenti asilo”. (42) Con la lenta implosione del sistema siamese “UMPS” (43) assistiamo allo stesso scenario d’impeachment più o meno legale (anche brutale?) che verrebbe applicato contro l’unica candidata presidenziale data vincente: Marine Le Pen. La maggioranza della popolazione francese, anche di origine straniera, è assai scontenta verso tale politica di rottura generalizzata del loro modello, attribuito giustamente a questa casta politica, Partito Socialista, Repubblicani ed alleati occasionali, sempre più attratto dalla strategia globalista di questa élite corrotta, basata sull’indebolimento dello Stato (e dei suoi servizi) e sul disarmo di tutte le componenti della società. Lavoro, identità, tradizioni, famiglia, mascolinità e altri fondamenti antropologici e sociali sono specificamente e distintamente attaccati, con cui il disarmo accelera ed anzi propone, supremo insulto alla nostra intelligenza collettiva, questo spaventapasseri dell’alta finanza che ci mostrano come nostro Messia: Emmanuel Macron…
Privare, in un modo o nell’altro (44), la maggioranza dei francesi del diritto di scelta potrebbe anche portare, come probabilmente negli Stati Uniti, all’esplosione popolare fuori controllo. Le ultime confidenze di un sergente arrabbiato per l’assenza di ascolto degli ufficiali di Stato Maggiore, “che si sentono a loro agio con la blusa”; alti ufficiali in breve “che, nella base vivono in ciò che noi e la truppa chiamiamo il sedicesimo”, la dice lunga su ciò che può accadere. “Grandi lavori sono previsti nelle nostre caserme, richiesti con urgenza…”, mi aveva detto. E alla mia osservazione che alcuni informatori degli Interni prevedono che i 20000 uomini delle forze dell’ordine sarebbero insufficienti in caso di grave rivolta, finendo rapidamente in prima linea con le loro famiglie, mi rispose con un sorriso stanco: “Sì, abbiamo avuto alcune decine di anni tranquilli in Francia; e ora corriamo verso un periodo per nulla tranquillo; e non parlo di terrorismo…”
Nella folle corsa verso l’abisso, gli strumenti della “transizione democratica” imposti dall’impero (a cui la Francia è asservita), le ONG della “solidarietà internazionale” continuano il loro lavoro all’interno, con milioni di “migranti” creati dalla destabilizzazione a cui partecipano attivamente. Per oltre un anno, questi grandi flussi organizzati dalle ONG col loro traffico via mare fino all’Europa (45) si sono organizzati e nelle ultime settimane il Patrono di Frontex, l’agenzia della sicurezza che monitora le frontiere della Comunità europea, accusava pubblicamente alcune ONG. (46) Appartenenti o meno ai 5000 sostenitori e attivisti dello SIIL, secondo l’Interpol, questi rifugiati di Francisco de Goya, il Saturno che divora i figli delle nuove guerre coloniali, ibride o dirette, militari o socio-economiche, potrebbero servire ad innescare incendi futuri, e questa volta “a casa”.

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Emmanuel Macron

Note:
1 Molti testimoni ed eletti da diversi mesi parlano di “vera e propria guerra civile” soprattutto di notte con colpi di mortaio, bombe molotov, movimenti coordinati di gruppi, attacchi coi camion, sbarramenti, ecc.
2 Che dire poi dell’esplosione della povertà in Francia? Alloggi di emergenza completamente saturi a Parigi e nelle grandi città? Alla mia domanda falsamente ingenua se l’interesse della direttrice verso il giovane migrante (o esiliato), per il quale organizzò un servizio speciale, provenisse dalla famiglia o dalla storia personale, m’interruppe con molta freddezza: “niente affatto. È professionale”…
3 Il Libro nero delle ONG, ed. Kontre Kulture, Parigi. Julien Teil “ha lavorato diversi anni in una società specializzata nella raccolta di fondi per le principali ONG. Dal 2008 è passato alla ricerca e al giornalismo investigativo nella geopolitica e nelle relazioni internazionali, pubblicando su riviste e partecipando a vari lavori (Lobby Planet con AITEC; La guerra illegale della NATO alla Libia con Cynthia McKinney). Lavorò in una commissione internazionale d’inchiesta condotta in Libia durante l’operazione della NATO United Protector nel 2011, rivelandone i crimini di guerra e le disfunzioni alle Nazioni Unite e nella Corte penale internazionale. Nel 2012 partecipò alla creazione del Centro per lo Studio sull’Interventismo, istituto indipendente del Regno Unito con affiliati a Parigi, Washington e Roma”, Ibid.
4. qui
6. Klagemauer.TV
7. E che, coi loro articoli, coprono le tracce in modo che il lettore non capisca nulla dei conflitti che insanguinano il mondo, con una cacofonia mediatica deliberata. 7 miliardari in Francia controllano il 95% dei media mainstream (stampa, TV, radio). Vedasi Fabrice Arfi, giornalista di Mediapart e co-autore del libro sulla nuova censura. Fabrice Arfi e Paul Moreira, Informare non è un crimine, Ed Calmann-Levy, settembre 2015.
8. Secondo la seguente classificazione: “camera, think tank globalisti; 2.da categoria: finanziamento e formazione, ONG per la democratizzazione; 3.za categoria: retorica dei media, le fondazioni occidentali per i diritti umani ne fanno parte; 4.ta categoria: organizzazioni internazionali sul modello dell’ONU. 5.ta categoria: fronte locale sulle piazze, picchiatori come i “No border” pagati da Soros e che hanno il biglietto da visita degli avvocati di Parigi in caso di fermo…” Ibid.
9. Ibid.
11. “Aleppo: La storia di due ospedali”
12. Per l’ex-ministro Claude Allegre, scienziato senza peli sulla lingua sul Climategate (IPCC e istituzioni internazionali e francesi coinvolti negli accordi sul clima che Trump e il suo team mettono in discussione), né sugli arcani del suo ministero di via Grenelle e i trucchetti dei sindacati.
13. Come anche spiegare che lo stesso ministero, ora guidato dalla giovane e fotogenica Najet Vallaud-Belkacem, ha recentemente approvato un contratto in esclusiva con Microsoft per tutte le scuole, dimenticando Linux, Ubuntu e il software libero? Quando si sa del vero pericolo di tale azienda monopolistica degli Stati Uniti, mancanza di etica e stretta collaborazione con l’agenzia d’intelligence NSA. Il nuovo sistema operativo Windows 10 è, ad esempio, fortemente criticato per la sua invadenza della privacy (compresa l’introduzione via “porte” nascoste e “sotto-attività” fuori dal controllo dell’utente), che in qualche modo ha modificato su pressione complessiva. Il capo della banca Goldman Sachs aveva anche chiesto pubblicamente di gettare nella spazzatura la BREXIT, dettata dalla volontà popolare inglese. Vedasi UPR e BBC
14. Gli stessi professori che scherzavano sul “piccolo Muhamad che picchia, di sicuro, la sua ragazza” o peggio ancora, i ragazzi automaticamente destinati ai cantieri BTP e le ragazze alle cure paramediche.
15. Questa espressione tanto cara al politicamente corretto. Formare i “cittadini di domani”? Studenti di scuole “difficili” per lo più provenienti da un’immigrazione repressa e discriminata che percepiscono acutamente con rabbia e umorismo la grande differenza tra il motto repubblicano “Libertà – Uguaglianza – Fraternità” e la realtà della loro vita quotidiana.
16. Stephanie Rivoal
17. YouTube o qui e Les Echos
18. Va ricordato a tale titolo come, lo scorso anno, furono indicati alcuni facinorosi provvidenziali (demonizzando i manifestanti) durante una manifestazione contro la “Legge sul lavoro” di fronte all’ospedale pediatrico Necker. Basta confrontare il costo dei danni: poche centinaia di euro per la sostituzione di finestre rotte, ai 15 milioni, anzi, decine di milioni di euro consapevolmente amputati dal bilancio della Sanità e Assistenza pubblica, sopratutto per gli ospedali di Parigi (APHP). La stragrande maggioranza dei lettori-spettatori (sotto ipnosi di massa) s’indignò per le finestre rotte, dimenticando il caso generale e molto più drammatico dei servizi pubblici e il tabù dell’obbligo storico per gli ospedali pubblici di prendere prestiti da banche private, spesso con titoli tossici… Leggasi Rue89
19. Banchiere dei Rothschild, E. Macron ora da lezioni di anticolonialismo all’Algeria! …
20 Vedasi Land Destroyer
21 Ibid.
22. Inoltre co-fondatore di Medici Senza Frontiere e Medici del mondo, secondo la sua pagina Wikipedia. Vedi qui e qui.
23. In “Siria: scienziati tedeschi smascherano le posizioni dei media mainstream”: “gli scienziati sono estremamente sorpresi dal fatto che i media mainstream non solo non criticano, ma non dicono una parola sulla politica “fatale di rovesciare regimi nel Vicino e Medio Oriente guidata dagli Stati Uniti”. Eppure gli “Stati falliti” sono terreno fertile per il terrorismo e fonte principale del flusso di migranti verso l’Europa, conseguenze della politica di Washington. In conclusione, il rapporto espresse preoccupazione per l’emergere di “una nuova guerra fredda tra occidente e Russia” ed esortava le istituzioni civili a partecipare al dibattito politico e affiancare i sostenitori del pacifismo nel raccomandare i modi per prevenire conflitti e guerre”.Sputnik
24. France Info
25. Propaganda chiaramente denunciata, in particolare da Eric Dénécé, capo del Centro d’Intelligence Francese (CFR) il 21 dicembre su LCI (di fronte al giornalista improvvisamente indifeso Y. Calvi, che giocava all’ingenuo e si chiedeva se fosse stato ingannato!.. )
26. Ecco perché uno dei candidati alla presidenza, Emmanuel Macron, fortemente sostenuto dai media e ormai insultato da sempre più francesi, aveva appena detto come Aleppo fosse “una sconfitta per la Francia”.
27, Marie-Ange Patrizio, “MSF nel Consiglio di Sicurezza, la campagna “crimini di guerra ad Aleppo est”, “Marseille”, 9 dicembre 2016.
28. Ibid.
29. Alle Nazioni Unite, in una riunione sulla Siria trasmessa da Russia Today
30. Imponendo a poco a poco “corridoi umanitari” e “no-fly zone” fino al verificarsi (forse causata se necessario) di un grave incidente per l’ingresso formale in guerra, come la distruzione del Su-24 russo da parte di un F16 turco, Putin si rifiutò di rispondere, e quindi attrasse con successo la Turchia di Erdogan nella sua trappola.
31. France Culture.
32. Françoise Bouchet-Saulnier, direttore legale di MSF, con il professor Pitti (UOSSM). Come indica M. A. Patrizio: “Il diritto umanitario fu creato da Henri Dunant per conto di un Paese neutrale, la Svizzera. Consente ai neutrali di soccorrere i due lati contemporaneamente”. La dichiarazione di agosto 2015 consente “la condotta in un’azione collettiva tempestiva e decisiva attraverso il Consiglio di Sicurezza, in conformità con la Carta (…) in cui le autorità nazionali non riescono a proteggere le loro popolazioni da genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra”. Ibid.
33. L’ambasciatore siriano a Mosca accusò l’aviazione statunitense di aver “distrutto” l’ospedale supportato da MSF, mentre Washington accusò il governo siriano e l’alleato russo. Jafari ribadì l’accusa contro Washington, dicendo che Damasco aveva “informazioni credibili”. “È più facile diffamare il governo siriano e i nostri alleati”, aggiunse. Vedasi SANA, 17 febbraio 2016.
34. In particolare francesi, i cui leader sono diventati atlantisti sotto “Yankee Sarko”
35. Andrew Korybko “ONG e meccanismi della guerra ibrida”, Oriental Review, 23 settembre 2016. Ibid.
36. Katehon
37. “Stati canaglia” nella terminologia di Bush nel sua concezione (pseudo) messianica.
38. A. Korybko, op. cit.
39 Con il diritto di uccidere i manifestanti nell’ambito del nuovo Trattato europeo, già nei manuali delle forze dell’ordine statunitensi.
44 Un’indagine fu opportunamente istruita in quei giorni a livello europeo, con l’obiettivo di non fare eleggere Le Pen.
45. Tramite geo-localizzazione dei movimenti delle flotte.
46. “Richiesta di Frontex per fermare le ONG che “sostengono le reti degli scafisti”, 27 febbraio 2017.

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S. Bensmail, Mondialisation. Traduzione di Aurora Alessandro Lattanzio

1059.- ACCORDO DI ROMA COSA SIGNIFICA VERAMENTE UNIONE EUROPEA

“L’Europa di oggi, anzi l’Unione Europea di oggi, non è né l’una né l’altra forma di Stato e spesso travalica le proprie competenze incidendo profondamente in quelle riservate agli stessi Stati membri.

In sostanza l’Unione Europea non esiste. …”

Condividiamo in tutto queste riflessioni di Paolo Maddalena, pubblicate da Luigi de Giacomo su “Attuare la Costituzione”, che sosteniamo ardentemente e le ripropongo. Sostengo l’urgenza che i cittadini europei, tutti, acquistino la consapevolezza della necessità imprescindibile della rifondazione dell’Europa, in una unione di stati sovrani e sociali, federati, che tutelino noi e le nostre identità dall’invadenza dell’economia e dalle brame perniciose dei mercanti farisei, come bene ha insegnato la civiltà romana. L’Europa, così rinata, e governata dal presidente degli eletti sarà elemento fondante e condizione di equilibrio del Nuovo Occidente, dall’Alaska all’Alaska, capace di fare fronte alla marea che viene dall’Asia… o sarà la fine della nostra civiltà e della centralità dell’essere umano.

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Per comprendere il significato del documento che i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’Unione Europea hanno sottoscritto a Roma il 25 marzo 2017, occorre chiarire cosa dobbiamo intendere con la parola Europa.

Il significato, sempre sottinteso, della parola Europa oscilla tra il concetto di confederazione e quello di federazione. I due concetti si differenziano sotto il profilo della sovranità. Nella confederazione gli Stati membri conservano la loro piena sovranità ed hanno soltanto l’obbligo di rispettare i trattati da loro sottoscritti. Nella federazione la sovranità è divisa tra i singoli Stati, che debbono provvedere al benessere dei loro cittadini, e lo Stato federale che è competente nelle materie di interesse generale e deve provvedere a soddisfare gli interessi comuni di tutti i cittadini federati.

L’Europa di oggi, anzi l’Unione Europea di oggi, non è né l’una né l’altra forma di Stato e spesso travalica le proprie competenze incidendo profondamente in quelle riservate agli stessi Stati membri.

In sostanza l’Unione Europea non esiste. … Il potere decisionale infatti spetta al Consiglio dei Ministri che non è eletto dal popolo europeo, mentre il Parlamento eletto dal popolo ha solo il potere di emettere dei pareri conformi. Ciò significa che la politica economica e monetaria dei singoli Paesi è concertata tra 27 Stati, il che fa sì che gli Stati più forti sopraffanno quelli economicamente più deboli.

Nell’attuale situazione ci sono Stati come la Francia e la Germania che mantengono inalterato il loro stato sociale e non sono sottoposti alla politica dell’austerità, mentre altri Stati, come quelli del sud Europa sono sottoposti a questo tipo di politica e quindi ad un’azione corrosiva che porta alla recessione, alla disoccupazione e alla svendita persino dei territori. Questa non è Europa. L’Europa nella quale dobbiamo credere è una vera Europa federale nella quale i singoli Stati agiscono su un piano di assoluta parità nel perseguire l’interesse della federazione.

Quanto hanno sottoscritto i leader dei 27 Stati membri, fatta eccezione per talune espressioni enfatiche, come “il sogno di pochi e la speranza di molti”, oppure “renderemo l’Unione Europea più forte e più resiliente”, dimostra con tutta evidenza che l’obiettivo è quello di affermare i principi del neoliberismo imperante a favore delle banche e delle multinazionali e contro gli interessi dei popoli. Infatti i sottoscrittori della dichiarazione di Roma parlano di un’Unione “competitiva e sostenibile”, di “una moneta unica stabile e ancora più forte”, di “opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio”, nonché di “crescita sostenuta e sostenibile”, e infine di “riforme strutturali” con evidente riferimento in quest’ultimo caso alla necessaria demolizione degli Stati nazionali, i quali invece devono avere una loro vita ed autonomia nell’ambito di una reale federazione.
Non sfugga, inoltre, che i predetti leader europei pongono come fine immediato “il completamento dell’unione economica e monetaria” e “un’unione in cui le economie convergano”. In questo quadro appaiono come assolutamente vani i riferimenti al “progresso economico e sociale”, alla “diversità dei sistemi nazionali”, al “ruolo fondamentale delle parti sociali” e il riferimento esplicito al principio di sussidiarietà.

La verità è che il Consiglio europeo attuale vuole continuare sulla via del neoliberismo economico ignorando deliberatamente il pensiero keynesiano che è l’unica via da seguire per risolvere la presente crisi economica attraverso la redistribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale.

Eppure un esempio da seguire lo abbiamo tutti: è la sezione terza, parte prima, della nostra Costituzione dedicata “keynesianamente” ai rapporti economici.

13707695_1605625566433422_2754633334486116394_n    Paolo Maddalena

1058.- QUELLE BRUTTE STORIE DEL VATICANO II CHE NESSUNO RACCONTA PER NON INTACCARE IL SUPERDOGMA …

Da Maurizio Blondet

Siamo alla “caduta dell’impero” e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questo progressivo decadimento.

«Se non vogliamo nasconderci nulla, siamo senz’altro tentati di dire che la Chiesa non è né santa, né cattolica: lo stesso concilio Vaticano II è arrivato a parlare non più soltanto della Chiesa santa, ma della Chiesa peccatrice; se a questo riguardo gli si è rimproverato qualcosa, è per lo più di essere rimasto ancora troppo timido, tanto profonda è nella coscienza di noi tutti la sensazione della peccaminosità della Chiesa».

Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, 1968

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Ariel S. Levi di Gualdo

Ho dedicato anni della mia formazione al sacerdozio, appresso anni della mia felice esistenza sacerdotale allo studio dei concilî della Chiesa, in particolare dei grandi concilî dogmatici, perché senza un criterio di conoscenza perlomeno generale, non si può capire in che misura l’ultimo concilio celebrato dalla Chiesa rientri non solo in un processo di continuità, perché il Vaticano II è la sintesi teo-logica di tutti i precedenti concili della Chiesa.

Per fides e per ratio, credo che il Vaticano II sia stato un’opera di grazia dello Spirito Santo nella Chiesa di Cristo. Non possiamo però eludere che alcuni cosiddetti iper–conciliaristi hanno mutato questo concilio in una sorta di super-dogma, come a suo tempo lamentò il Cardinale Joseph Ratzinger, che in quella assise sedette come perito, quasi come se al termine di questo concilio fosse tutto divenuto diverso, mentre ciò che sussisteva prima non potesse quasi più essere considerato; o nel caso fosse meritevole di considerazione, poteva esserlo solo alla luce del Vaticano II. Un concilio che oggi non è letto e trattato come una parte armonica della complessiva tradizione della Chiesa, ma come un inizio del tutto nuovo, secondo la cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità della Scuola di Bologna, che in tal senso non è semplicemente “discutibile”, ma proprio perniciosa.

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Il concilio Vaticano II non ha sancito nuovi dogmi, però ha stabilito delle nuove discipline. E sebbene sia stato presentato e celebrato come un Concilio pastorale, non pochi vescovi, presbiteri, teologi e laici cattolici, lo presentano «come se fosse per così dire il superdogma, che rende tutto il resto irrilevante», mentre in verità «possiamo rendere davvero degno di fede il Vaticano II se lo rappresentiamo molto chiaramente così com’è: un pezzo della tradizione unica e totale della Chiesa e della sua fede»[1].

IL PROBLEMA NON È IL CONCILIO, MA IL POST-CONCILIO DEI KÜNG, CHE ASSIEME AI VARI BAUM E FRANZONI SONO I COERENTI PRODOTTI FINITI DI KARL RAHNER E DELLA NOUVELLE THÉOLOGIE

Ciò che più volte ho posto in discussione a livello storico-teologico-scientifico, non è stato certo il Concilio Vaticano II ed i suoi documenti, che sono e che restano atti di alto magistero, ma la pessima interpretazione data a molti di essi, per un problema che ritengo sia tutto quanto di linguaggio, perché per la prima volta nel corso della storia, la Chiesa ha rinunciato al proprio linguaggio metafisico, preciso e diretto, per esprimersi in un linguaggio che risente in tutto e per tutto dello stile del romanticismo tedesco decadente.

Ciò che manca a distanza di decenni, è una analisi storico-ecclesiale, lucida e imparziale, all’occorrenza impietosa, del Vaticano II, che è stato eminentemente il concilio dei teologi, non pochi dei quali avrebbero dovuto essere tenuti a prudente distanza da quell’assise, mentre invece, proprio alcuni degli elementi più pericolosi, hanno dato impulsi, idee e spinto poi al voto frange intere di episcopato, cito tra tutti costoro il più pericoloso e subdolo in assoluto: il gesuita tedesco Karl Rahner, il quale non ha enunciato delle eresie formali, ma ha posto tutte le peggiori basi per indurre interi filoni della teologia a cadere in un pensiero eterodosso di matrice prettamente filo-protestante. Ma a tal proposito rimando alla illuminante opera di Giovanni Cavalcoli[2].

Discorso a parte meriterebbero i vari periti del Concilio poi risultati determinanti nella successiva formulazione di tutte le peggiori derive post-conciliari che anni dopo abbandoneranno il sacerdozio dopo aver fatto pubblica apostasia dalla fede cattolica, come l’allora Abate Ordinario dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura, Dom Giovanni Franzoni, in seguito sposato civilmente con una giapponese atea e oggi senile sostenitore di aborto, eutanasia, omosessualismo e via dicendo; oppure Padre Gregory Baum, che su incarico del Cardinale Agostino Bea S.J. fu una delle principali penne della Nostra Aetate, il quale in tarda età, dopo avere abbandonato in precedenza il sacerdozio, si è dichiarato omosessuale praticante già dall’epoca in cui lavorava all’interno dell’assise conciliare …

… punta di diamante, tra questo genere di periti conciliari, rimane il presbitero svizzero Hans Küng, che rappresenta il prodotto finito più coerente del pensiero di Karl Rahner portato al suo naturale sviluppo. Quando Hans Küng era sempre vagamente cattolico si limitò infatti a mettere solo in dubbio il dogma della infallibilità pontificia[3], in un crescendo di pubbliche eresie a tal punto gravi da far venire voglia di chinarsi a baciare le mani con devozione alla profonda cattolicità di un prete ariano, che dinanzi a siffatte empietà finirebbe col risultare un autentico modello di integrità dottrinale.

I naturali prodotti episcopali di Karl Rahner portato al suo naturale sviluppo dal küngpensiero sono invece i vari Walter Kasper ed i Karl Lehmann, i cui nipotini odierni sono i vari Bruno Forte, Nunzio Galantino, Arrigo Miglio, mentre i bisnipoti sono i vari Matteo Maria Zuppi e Corrado Lorefice. A breve vedranno la luce i tris nipoti, che saranno i vescovi direttamente atei.

NELLA STORIA DEL VATICANO II PARLANO ANZITUTTO I NUMERI, MA PURTROPPO NESSUNO LI HA MAI VOLUTI LEGGERE E ANALIZZARE

Quando tra il 1869 e il 1870 fu celebrato il Concilio Vaticano I, i Padri che componevano l’assise erano 640. Novantatre anni dopo, quando tra il 1963 e il 1965 fu celebrato il Concilio Vaticano II, l’episcopato mondiale s’era frattanto quadruplicato ed i Padri che componevano l’assise erano 2.440. Numeri certamente dovuti all’incremento dei cattolici e alla erezione di molte diocesi nei vari angoli del mondo, espressione di una Chiesa ormai veramente universale, non più una Chiesa perlopiù europea con varie missioni sparse per il mondo. Temo però che nessuno, vuoi per pudore vuoi per correttezza politica, ha mai avuto il coraggio di spiegare in modo preciso e lucido cosa questo abbia comportato. Anzitutto si rese sempre più necessario creare in varie parti del mondo un cosiddetto “episcopato locale”, cosa che avvenne in modo massiccio, a volte anche sconsiderato tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, il tutto per ragioni di carattere più politico che pastorale. Molte erano infatti le comunità cattoliche sparse per il mondo che non vivevano bene la presenza di vescovi stranieri, per quanto indicati come “vescovi missionari”. Soprattutto quando la nazionalità di questi vescovi, chiamati in modo blando e rassicurante “vescovi missionari”, era la stessa di coloro che poco prima avevano colonizzato quei territori: spagnoli, francesi, belgi, olandesi …

Si sa bene che per dare vita a un episcopato locale possono occorrere generazioni, se non si vuol correre il rischio di ritrovarsi con vescovi che sono di fatto una via di mezzo tra degli sciamani, dei grandi bramini e dei capi-tribù, anziché pastori messi alla guida del gregge di Cristo. Così come sappiamo che la ragione politica è quella che ha sempre frodato la Chiesa, che per avere garanzie legate al proprio riconoscimento giuridico, allo svolgimento del proprio ministero di evangelizzazione, ma non ultimo anche e soprattutto al conseguimento di prebende e benefici economici, ha stipulato vari concordati con i governi di molti paesi del mondo. E laddove non è stato possibile chiedere e imporre alla Chiesa la nomina dei vescovi da parte dei governi ― cosa più volte tentata, ma sempre e di prassi respinta dalla Santa Sede ―, si è giunti ad accordi che prevedevano che il vescovo eletto fosse cittadino nativo di quel Paese e che sulla sua nomina vi fosse un qualche gradimento, anche se solo formale, da parte dello Stato. In diversi concordati con i vari Paesi del mondo è stata pattuita la approvazione della nomina dei vescovi da parte dello Stato, come prevedeva lo stesso concordato tra lo Stato Italiano e la Santa Sede sino alla sua revisione avvenuta nel 1984. I vescovi, in Italia, in quanto investiti di una sede residenziale, dovevano infatti prestare giuramento di fedeltà nelle mani del Presidente della Repubblica. A tal proposito rimane impresso nelle memorie letterarie il racconto fatto dal Cardinale Giacomo Biffi, quando prima di prendere possesso della cattedra episcopale della sede metropolitana di Bologna, prestò giuramento nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini. Narra il compianto Arcivescovo di Bologna:

Pertini, con grande amabilità, mi diede alcune notizie, che forse pensava potessero risultare utili alla mia futura missione. Mi disse di essere ateo e m’informò che il Paradiso non c’era; ma, se per caso ci fosse stato, lui era sicuro di andarci, perché la sua mamma (che era una santa donna) dall’alto l’avrebbe aiutato a salirvi e il Papa Giovanni Paolo II (che era suo amico) l’avrebbe spinto dal basso [4].

LA SCARSA FORMAZIONE DOTTRINALE DEI VESCOVI E LA LOCALITÀ CHE PREVALE INFINE SULLA UNIVERSALITÀ

Proviamo adesso ad analizzare in modo lucido e obiettivo l’ultimo Concilio in rapporto alla situazione dell’episcopato mondiale d’inizi anni Sessanta.

Un numero tutt’altro che irrilevante di vescovi giunti da varie parti del mondo a Roma per formare l’assise del Vaticano II, erano dei prelati che potremmo definire come vescovi locali di prima generazione, con delle conseguenze tutt’oggi taciute in nome di quella correttezza che quanto più è politica tanto più è di per sé falsa, fuorviante e nociva, perché produce come risultato la alterazione della realtà. Ebbene, essendo consapevole che se mi mettessi a indicare nei dettagli alcuni particolari Continenti del mondo o Paesi in via di sviluppo darei vita ad un inutile parapiglia, mi limiterò a parlare dei fatti, tacendo sulle specifiche nazionalità dei vari vescovi, molti dei quali instancabili pastori e santi evangelizzatori, alcuni di loro morti in fama di santità e come tali venerati tutt’oggi da intere popolazioni locali, ma dotati di una formazione dottrinale che faceva acqua da tutte le parti. Per non dire che la maggior parte dei vescovi presenti in quella assise non erano in grado di capire neppure il latino, che lungi dall’essere un anacronismo, è sempre stato ― ed in specie in frangenti come i sinodi dei vescovi od i concili ecumenici ―, la lingua universale ampiamente coagulata mediante la quale la Chiesa si esprimeva con un lessico univoco, preciso e soprattutto con dei termini dottrinali che avevano richiesto secoli di studio; a volte occorsero anche più concilî per coniare certe parole divenute precisi termini teologici, specie nel linguaggio dogmatico. Nel Vaticano II la Chiesa scelse un nuovo stile di linguaggio, non più il preciso e rigido linguaggio metafisico; e questo finì col creare, non tanto sul momento ma nell’immediato futuro, problemi non indifferenti specie nella recezione dei documenti e della loro concreta applicazione pastorale.

Alla base del Vaticano II stanno due buone intenzioni che nella successiva stagione del post-concilio finiranno col risultare non buone bensì devastanti: anzitutto, la perdita di un linguaggio universale, preciso e univoco; per seguire con la località ed i particolarismi della località ― il cosiddetto concetto di Chiese particolari o locali ―, che in nome di usi, costumi, tradizioni e via dicendo, prenderanno il sopravvento sulla universalità. Non più quindi la località o particolarità come parte della universalità e sotto stretto controllo della universalità, ma la località e la particolarità al di sopra della universalità. Tutto questo con un rischio che a distanza di mezzo secolo si sta delineando nel nostro presente sempre più allarmante: la potenziale nascita di una sorta di Federazione Democratica delle Chiese Cattoliche, se non peggio la nascita della Unione Mondiale delle Chiese Cristiane. Nell’uno e nell’altro caso, le diaboliche avvisaglie, purtroppo le abbiamo già avute tutte …

Il problema del sopravvento della particolarità sulla universalità ha creato a livello ecclesiale mondiale un sovvertimento come mai prima s’era visto. Nella Chiesa sono sempre esistiti dei riti particolari, come esiste un Codice di Diritto Canonico delle Chiese orientali diverso da quello Romano, il tutto non è certo una novità legata al Vaticano II. Il problema è che oggi la particolarità non è più sottomessa a Roma, intesa come cuore della universalità, aprendo in tal modo le porte alla frattura interna del principio di unità della Chiesa.

Prima che il Santo Pontefice Pio V emanasse il suo Messale Romano, quello che i tradizionalisti chiamano in modo erroneo la Messa di sempre, esistevano decine di messali diversi. Il termine Messa di sempre è quindi liturgicamente incoerente e teologicamente errato, perché la Messa di sempre si celebra sin dalla istituzione dell’Eucaristia fatta dal Verbo di Dio. Per non dire poi che il messale della cosiddetta Messa di sempre, dall’epoca di San Pio V al 1962 ha subìto un totale di circa diciotto diverse variazioni. Infatti, proprio la disciplina dei Sacramenti, quindi dei sacri riti, nella storia della Chiesa è stata la più soggetta a variazioni e modifiche formali, avvenute sempre per esigenze di carattere pastorale o pedagogico-pastorale, sempre fatta salva la sostanza, che è opera e dono divino, quindi come tale immutabile.

IL GRANDE COLPO DI MANO DEI VESCOVI E DEI TEOLOGI DEL NORD EUROPA SUI PADRI DELLA CHIESA RIUNITI NELL’ASSISE DEL VATICANO II

Nell’assise del Vaticano II molti “giovani” e ingenui vescovi, furono giocati come delle biglie da marpioni di antico pelo come i Vescovi del Nord dell’Europa, all’interno di una assemblea dalla indubbia matrice dominante tutta quanta nord europea. Perché gli antichi barbari, più volte sconfitti e infine convertiti al Cristianesimo, dopo secoli volevano portare a compimento con successo il loro mai assopito desiderio di rivincita sulla sempre odiata romanità. E siccome, ciò che non era tedesco, non era considerato a sufficienza teologico, ecco che molti di questi Vescovi ingenui, umilmente consapevoli delle loro carenze, oltre che coscienti del fatto che a livello di formazione e preparazione, dinanzi a un Vescovo italiano, tedesco, francese, olandese, erano più o meno alla stregua di un modesto curato di campagna, si presero come consulenti dei giovani teologi tedeschi. Questi teologi-consulenti, che piaccia o meno ai sostenitori del Vaticano II inteso come «superdogma», hanno influenzato e talora manipolato intere frange di episcopato. E non pochi di questi giovani teologi erano degli autentici ricettacoli delle peggiori eresie moderniste, le stesse che a partire dal Santo Pontefice Pio X furono tenute a bada per diversi decenni, ma che adesso, per una sorta di diabolico paradosso, emergevano e tentavano di prendere il sopravvento proprio dall’assise di un grande Concilio della Chiesa.

È cosa nota agli addetti ai lavori ― conoscitori sempre più ridotti in numero, purtroppo! ― circa il modo in cui la cosiddetta cordata tedesca, o se preferiamo la moderna orda barbarica, tentò col suo esercito di periti e consulenti di far passare il “collegialismo selvaggio” nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium. A tal proposito sarebbe interessante leggere ― meglio ancora rendere proprio pubbliche ―, le bozze e le relazioni da costoro ispirate a vari vescovi, non pochi dei quali neppure lontanamente consapevoli della pericolosa ambiguità di certe parole, ma soprattutto di taluni concetti apparentemente vaghi, ma dalla devastante portata, qualora fossero finiti in quello come in altri documenti del Vaticano II.

Nella trappola ― perché di una vera e propria trappola si trattava ― non cadde però il Beato Pontefice Paolo VI, che coadiuvato dalle migliori menti dell’ortodossia teologica, all’epoca ancora esistenti, fece imprimere nella Lumen Gentium[5] delle parole assolutamente non equivoche per quanto riguarda la figura del Romano Pontefice in rapporto col Collegio e corpo episcopale, il quale Collegio e corpo episcopale:

[…] non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il Romano Pontefice, in forza del suo Ufficio, cioè di Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. D’altra parte, l’ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa […][6]

Tutto ciò che però non è passato nel Concilio, ma soprattutto nei suoi documenti ― salvo alcune accettabili e non poi così gravi ambiguità, perlopiù formali e non sostanziali, che potevano comunque essere corrette con successive integrazioni, sebbene ciò non sia mai stato fatto ―, è invece passato in seguito nella lunga e devastante stagione del post-concilio, che tutt’oggi è sempre in corso.

Il dramma, a suo modo unico nella storia della Chiesa, è che alla chiusura del Vaticano II, anziché procedere alla sua applicazione, si è proceduto all’ apertura del post-concilio, che coi suoi pretesti interpretativi ha mutato l’ultimo Concilio della Chiesa in altro, dando vita alla sempre aperta stagione del post-concilio, che ha alterato, adulterato se non a volte veramente distrutto il Vaticano II nella sua concreta applicazione pastorale e dottrinale.

La lacuna che possiamo imputare alla struttura pastorale del Concilio Vaticano II, dal quale come ripeto sono nate delle nuove discipline che sono e che restano vincolanti per tutta la Chiesa universale, è data dal fatto che al contrario dei precedenti concilî, a partire dal Tridentino, che fu in parte dogmatico, in parte disciplinare e in parte pastorale, alla loro chiusura si procedette alla attuazione e alla applicazione delle discipline e delle direttive pastorali contenute in canoni ben chiari e precisi. Diversamente, dopo il Vaticano II, anziché la fedele applicazione, nacque invece la interpretazione arbitraria, a volte persino eterodossa, vale a dire quel che da tempo mi diletto a definire come il concilio egomenico dei teologi interpreti che hanno dato vita ad un concilio mai scritto dai Padri della Chiesa riuniti in assise dal 1962 al 1965.

LA RIFORMA LITURGIA È PARADIGMA DI CIÒ CHE MAI IL CONCILIO HA SANCITO E DI QUELLO CHE I SUOI FALSI INTERPRETI HANNO MESSO IN SCENA NEL POST-CONCILIO IN MASSIMO SPREGIO ALLA SACRALITÀ DELL’EUCARISTIA

Uno degli esempi più eclatanti del tradimento e dello sviamento dai documenti del Vaticano II è il modo in cui è stata vergognosamente e pericolosamente disattesa la Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla sacra liturgia e sulla sua riforma; che ricordiamo fu una riforma avviata dal Venerabile Pontefice Pio XII, il quale istituì nel 1946 una commissione per la riforma generale della liturgia. Questa commissione, dopo ampio lavoro preparatorio, cominciò i propri lavori nel 1948. La commissione confluì poi, nel 1959, nella commissione preparatoria del concilio per la riforma della liturgia, motivo questo per il quale fu il primo documento ad essere promulgato dal Vaticano II.

In ogni caso, il padre della riforma liturgica è di fatto il Sommo Pontefice Pio XII, che non solo dette avvio ai lavori, ma provvide a riformare i riti della Settimana Santa[7]. Pertanto, quei teologastri che oggi, ignoranti come pochi, presentano più o meno subdolamente il Sommo Pontefice Pio XII come emblema della cosiddetta vecchia Chiesa pre-conciliare, nella loro crassa ignoranza non capiscono e non vogliono capire che è stato proprio lui ad aprire le porte della riforma liturgica, ma soprattutto a creare tutti i presupposti per la celebrazione di un successivo grande Concilio della Chiesa.

Gli iper-conciliaristi del post-concilio, dovrebbero chiarire e soprattutto dimostrare quanto segue: in qual passo di questa costituzione sulla riforma della sacra liturgia sono racchiusi, permessi e soprattutto legittimati tutti i colossali abusi liturgici rivendicati quasi come se fossero dei “riti propri” da certi scalmanati gruppi laicali, in particolare Neocatecumenali, Rinnovamento nello Spirito Santo e Carismatici? Dove e in quale passo di questa costituzione, sono permessi gli abusi liturgici, rasenti a volte la vera e propria profanazione della Santissima Eucaristica, che non pochi sacerdoti compiono all’altare durante le loro celebrazioni creative, o per meglio dire buffonesco-egocentriche?

Dove, la Sacrosanctum Concilium, ha disposto che fossero abbattute le balaustre all’interno delle chiese storiche e scempiati antichi altari artistici, per creare al loro posto dei banconi stile mensa dei ferrovieri ? Quale documento o quale decreto pontificio ha disposto che i sacrari delle chiese[8] fossero distrutti o sigillati, le borse dei corporali usate per la raccolta delle elemosine, i veli per la copertura dei calici gettati via[9], i pulpiti ed i confessionali lignei venduti agli antiquari, gli inginocchiatoi sostituiti con sedie da cinema? Dov’è scritto che al posto del suono dell’organo si dovesse udire quello delle chitarre elettriche, delle batterie e dei bonghi?[10] Quale documento ha disposto che al posto del canto gregoriano ci si trovasse ad udire, dalla sera alla mattina, dentro le chiese, mentre i fedeli andavano a ricevere il Santissimo Corpo di Cristo, la canzone Dio è morto, scritta e cantata dal comunista militante Francesco Guccini? [11]. In base a quale documento, certi odierni vescovi, hanno imposto ai loro presbìteri di istruire i fedeli a rimanere in piedi durante la Preghiera Eucaristica e a non stare invece inginocchiati ?[12]

Tutte queste cose, ed altre molto peggiori, nascono dall’arbìtrio selvaggio di vescovi e preti, non sono mai state previste da alcuna riforma liturgica.

Se può essere d’aiuto una mia personale testimonianza posso narrare che sette anni fa, di ritorno in Italia dalla Germania, trovandomi per un breve periodo in una zona di montagna, mi fu concesso di celebrare in una chiesetta del XVIII secolo dove solo la domenica si celebrava qualche volta la Santa Messa. In quella chiesetta, dinanzi ad uno splendido altare in marmo, era stato messo un tavolo di plastica bianca ricoperto da una tovaglia. Alche io misi da parte quella autentica oscenità e celebrai vòlto ad oriente sull’originario altare di marmo, peraltro con grande felicità dei fedeli, che avevano soprannominato quel cosiddetto “altare” come il «tavolo da trattoria», non ultimo per il fatto che il prete che celebrava in quella chiesetta, se l’era fatto regalare per davvero dal gestore di una locale trattoria. Il terzo giorno vengo cercato dal vicario generale di quella diocesi, che a nome del vescovo mi comunica: «Le celebrazioni alla vecchia maniera non sono gradite in questa diocesi». Replicai al confratello facente funzioni di vicario generale che c’era sicuramente qualche equivoco, perché io celebravo in lingua italiana col Messale del Beato Paolo VI. Replica lui: «Non mi riferisco al messale ma all’altare». E in tono sfottente mi dice: «Sai, casomai tu non ne avessi avuta notizia, sappi allora che nella Chiesa c’è stato un Concilio ed una riforma liturgica». Risposi: «Certo, che nella Chiesa c’è stato un Concilio, che io conosco tutto sommato bene quanto basta a sapere che ciò che certi preti fanno in sciatterie all’altare nel totale silenzio assenso dei loro poveri vescovi, non è contenuto né permesso in alcun suo documento. Detto questo, adesso indicami tu: quale documento del Concilio comanda di abbattere gli altari storici e di celebrare la Santa Messa sopra tavoli in plastica da trattoria ?».

Risposta del solerte vicario generale: «Ah, che prete superbo, che prete arrogante!». Replico: «Darmi del superbo e dell’arrogante non è una risposta alla mia domanda ben precisa. Pertanto ti ripeto: «Quale documento del Concilio comanda di abbattere gli altari storici e di celebrare la Santa Messa sopra tavoli in plastica da trattoria ?».

Lascio ai buoni Lettori l’arduo giudizio su chi sia davvero arrogante e superbo, mentre dal canto mio resto sempre in attesa, a distanza di anni, d’una risposta ad una domanda molto chiara e precisa: «Quale documento del Concilio comanda di abbattere gli altari storici e di celebrare la Santa Messa sopra tavoli in plastica da trattoria ?».

LA DOMINUS JESUS E LA REDEMPTIONIS SACRAMENTUM SONO LA PROVA DI UN CONCILIO USCITO FUORI DA TUTTI I CATTOLICI RANGHI ATTRAVERSO IL POST- CONCILIO, SINO ALLA DISCESA DEI NUOVI BARBARI

Se a distanza di quattro decenni dalla celebrazione di questo Concilio, la Chiesa è dovuta intervenire con un documento nel 2000, ricordando a vescovi, presbìteri e teologi i fondamenti imprescindibili del deposito della fede cattolica[13], ed appresso nel 2004 con un documento che ricorda come si deve celebrare l’Eucaristia e «su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia» [14], ciò è avvenuto perché dopo questo Concilio si sono sviluppati problemi d’inaudita gravità, in una crescente e progressiva de-sacralizzazione della Santissima Eucaristia, che è culmen et fons della intera vita ecclesiale. E la gravità di questi evidenti problemi è chiaramente dimostrata dal fatto che la Chiesa, con due appositi documenti, si è trovata costretta a ricordare l’alfabeto del Catechismo e quello della sacra liturgia a vescovi e presbiteri, con tanto di invito rivolto ai fedeli circa il loro obbligo a segnalare i casi di grave abuso all’ Autorità Ecclesiastica.

Il documento qui richiamato sollecita infatti con chiarezza:

I delitti contro la fede e i graviora delicta commessi durante la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti siano segnalati senza indugio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che li esamina e, all’occorrenza, procede a dichiarare o ad infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio[15].

E ancora:

Ogni cattolico, sia Sacerdote sia Diacono sia fedele laico, ha il diritto di sporgere querela su un abuso liturgico presso il Vescovo diocesano o l’Ordinario competente a quegli equiparato dal diritto o alla Sede Apostolica in virtù del primato del Romano Pontefice[16]. È bene, tuttavia, che la segnalazione o la querela sia, per quanto possibile, presentata dapprima al Vescovo diocesano. Ciò avvenga sempre con spirito di verità e carità [17].

Conoscere la storia, vuol dire anche munirsi di quei necessari strumenti per evitare di cadere in errori già ampiamente sperimentati, cosa questa che può essere applicata a numerosi aspetti della vita e dell’esperienza umana singola e collettiva. Per quanto riguarda lo strumento storico, noi ci limiteremo all’aspetto puramente teologico.

Nei nostri fraterni colloqui privati, spesso, il Padre Giovanni Cavalcoli ed io, ci siamo reciprocamente interrogati sulla particolare e devastante stagione che la Chiesa sta vivendo oggi; ed entrambi abbiamo tentato di trovare anzitutto un precedente storico. Dopo mesi e mesi di riflessioni, siamo giunti ad una conclusione: in duemila anni di storia della Chiesa, non è possibile individuare un precedente storico della situazione attuale, perché proprio non c’è.

Quando un organo giudicante si ritrova in sede di giudizio a dover decidere su un caso di specie, per esempio una figura del tutto particolare di reato, per la quale non esiste, non solo una norma, ma non esiste neppure precedente, in questi rari casi si procede per analogia, la quale può essere: analogia legis o analogia juris. Ma vediamo di che cosa si tratta: la analogia legis supplisce alla mancanza normativa facendo ricorso ad un’altra norma, magari della stessa branca del diritto o di branche similari. La analogia juris colma invece l’assenza di una determinata materia giuridica, semmai non completamente disciplinata, ed a fronte della quale si ricorre a principi generali del sistema giuridico. Inutile dire che in questo secondo caso, il lavoro del giurista, è molto più complesso; ma anche gli esiti finali sono incerti, soprattutto se l’ipotesi da lui sollevata deve essere poi accolta in sede di giudizio.

Appurata l’assenza di precedenti dell’attuale situazione ecclesiale nella storia della Chiesa, ed applicando il principio della analogia, ed in particolare gli schemi del ricorso alla analogia juris, sono giunto alla conclusione che il fatto storico più simile alla nostra situazione attuale, è la caduta dell’Impero Romano e la discesa delle popolazione barbariche dal Nord dell’Europa.

Credo quindi che siamo alla caduta dell’impero e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione: oggi, quella protestantizzazione della Chiesa Cattolica che fu tenuta sotto un certo controllo dal Beato Paolo VI, da San Giovanni Paolo II e dal Venerabile Benedetto XVI, è divenuta un cavallo impazzito a briglia sciolta. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questa protestantizzazione in stato ormai avanzato. Abbiamo permesso a falsi teologi, a mediocri e ad arrivisti in carriera di fare uno dei più tremendi golpe mai avvenuti all’interno della Chiesa, che pure di tempi infausti ne ha conosciuti, mai però come quello presente, che non ha precedenti storici. Gli ominicchi ed i mezzi omini hanno così reclutato a loro volta soggetti più ominicchi e più mezzi ancora di loro, perché è ovvia logica che un pollo che raspa nel pollaio non si mette certo attorno delle aquile reali, anzi cercherà di impallinarle se osano volare sopra il cielo cupo del suo pollaio.

Se Dio ha permesso questo ― posto che già il Verbo di Dio pose il quesito: «Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?»[18] ― è per uno scopo salvifico che prescinde da noi, dotati di uno spirito distruttivo che purtroppo sopravvive al peccato originale cancellato con l’acqua del Sacramento del Battesimo, perché la cancellazione di questo peccato non cancella la nostra natura corrotta; e l’istinto distruttivo è un pilastro di questa nostra natura corrotta. Negare quindi che l’uomo, agendo direttamente da dentro, possa stravolgere e rovinare la Chiesa di Cristo, è una negazione teologica dell’ opera della creazione alterata dallo squilibrio del peccato originale, nato dalla libertà e dal libero arbitrio donato da Dio all’uomo all’atto della creazione.

È SCRITTO CHE LE PORTE DEGLI INFERI NON PREVARRANNO SUL CORPO DI CRISTO CHE È LA CHIESA, NON CHE NON PREVARRANNO SU CIÒ A CUI GLI ECCLESIASTICI HANNO RIDOTTO LA STRUTTURA UMANA E TERRENA DELLA CHIESA VISIBILE

Qualche soggetto “baldanzoso”, tempo fa mi disse: «Forse non ricordi che Cristo, riferendosi alla Chiesa, disse che le porte degli inferi non prevarranno su di essa?»[19]. Risposi che le porte degli inferi non prevarranno su Cristo che è il capo del corpo che è la Chiesa, secondo la definizione paolina[20], perché questa è la Chiesa alla quale Cristo riferisce anzitutto se stesso, ossia il suo Corpo Mistico. In nessun passo del Vangelo Cristo afferma che le porte degli inferi non prevarranno su ciò a cui gli uomini hanno ridotto la struttura umana e terrena della Chiesa visibile, tutt’altro, ci ricorda in tono molto severo il Profeta Isaia dicendo:

Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

Domani, nella mia vecchiaia, forse sarò uno dei pochi preti sparsi in giro per il mondo operosi nella custodia della fede nel piccolo gregge sopravvissuto alla distruzione, alla caduta dell’Impero, alla grande trasformazione “non cattolica” della visibile struttura ecclesiastica cattolica, visto che il Verbo di Dio stesso fa implicitamente presente che al suo ritorno troverà sempre la Chiesa, ma pone un grave interrogativo sul fatto che possa ritrovare la fede da lui impiantata nella Chiesa[21].

Forse a noi spetterà dare il primo impulso per ripartire a costruire sopra le macerie, anche se credo, per puro istinto che potrebbe venirmi dallo Spirito Santo e non certo dallo “Spirito” dei nostri carismatici cattolici in combutta con i Pentecostali, che per veder rifiorire la Chiesa, dopo gli ultimi colpi mortali ricevuti e quelli ancora peggiori che dovranno venire a breve nel corso di questa trasformazione ecclesiastica, occorreranno più o meno duecento anni e tutta una serie di eventi catastrofici che colpiranno e che forse decimeranno l’umanità stessa attraverso nuove forme di guerre, attraverso una economia diabolica scissa ormai da qualsiasi principio etico, per seguire con eventi naturali ed atmosferici dei quali da anni abbiamo già tutte le avvisaglie, ma purtroppo abbiamo perduto la capacità biblica di leggere i segni, perché siamo immersi in un presente senza passato e soprattutto senza prospettiva futura. Eppure, il Beato Apostolo Paolo, ci aveva avvisati da subito:

Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole[22].

Questo tempo, non solo ormai è giunto, perché in esso siamo immersi da mezzo secolo, dopo un lavoro preparatorio cominciato lentamente alla fine del XVIII secolo con la Rivoluzione francese, raffinatosi dopo la caduta della Roma pontificia nel 1870, ed infine proseguito sino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, in attesa di poter compiere finalmente il proprio golpe.

Certo, nessuno si sarebbe mai immaginato che i modernisti si sarebbero serviti di un concilio ecumenico della Chiesa, dopo averlo totalmente snaturato e falsato, per portare a compimento il loro colpo di stato. Chi mai avrebbe infatti pensato, nel XVI secolo, che delle forze interne alla Chiesa si sarebbero potute servite dei canoni del Concilio di Trento per favorire lo scisma e le eresie luterane? Se pertanto nel XVI secolo, un grande Concilio della Chiesa, è stato santo freno all’eresia di Lutero, cinquecento anni dopo, al termine di un altro grande Concilio della Chiesa, ecco che nella stagione del post-concilio ― e si legga bene il post-concilio, non il Concilio ―, siamo stati spinti invece tra le braccia dell’eresiarca Lutero, oggi celebrato come “grande riformatore” non solo dalla stampa cattolica, ma persino dall’organo ufficiale della Santa Sede, L’Osservatore Romano, presso il quale il Regnante Pontefice ha fatto assumere un suo amico protestante di vecchia data come responsabile della pagina in lingua spagnola[23]. Sino a giungere alla peggiore mistificazione teologica ed ecclesiologica: oggi, direttamente dentro le università ecclesiastiche, si insegnano falsità colossali, come ad esempio che «Il Vaticano II ha finalmente fatte proprie tutte le istanze di riforma di Lutero», presentando questo diabolico eresiarca come il vero precursore e anticipatore dell’ultimo Concilio della Chiesa, come un vero «riformatore», nonché indicando come «riforma» un movimento ereticale che ha fratturato la comunione della Chiesa e negato in modo aggressivo e offensivo che il Successore di Pietro sia per divina istituzione il Vicario di Cristo sulla terra.

IN QUESTO PROCESSO DI DECADIMENTO IRREVERSIBILE, CONSERVATORI E TRADIZIONALISTI HANNO DELLE RESPONSABILITÀ MORALI NON INFERIORI A QUELLE DEI MODERNISTI

A favorire i modernisti nel loro micidiale attacco diabolico, è stato soprattutto il fatto che eravamo del tutto impreparati ad un attacco interno, perché abituati ormai da un paio di secoli, a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, a doverci difendere dagli attacchi esterni. Pertanto non eravamo pronti, anzi forse non si è proprio mai pensato alla possibilità di un simile attacco interno, perché pure in presenza di divisioni, a volte anche forti ― che all’interno della Chiesa vi sono sempre state ―, al momento che il corpo della Chiesa era attaccato, i vescovi, i sacerdoti ed i Christi fideles erano compatti nel difenderlo, tornando poi solo dopo, a pericolo scemato, alle loro lotte e divisioni interne. Oggi invece, dinanzi alla desolazione ed a derive dottrinali che temo stiano superando la stessa crisi dell’eresia ariana, per tutta risposta ci divoriamo a vicenda, perché l’omocentrismo egocentrico, non solo ha preso piede nei modernisti, ma forse, più e peggio ancora, pure nei conservatori e negli stessi tradizionalisti, che con la loro litigiosa, ed a tratti fobica divisione, mostrano di essere degli accaniti difensori del proprio “io” anziché delle verità di fede di Dio. Si provi a metterli assieme in una battaglia compatta contro il comune e pericolosissimo nemico, per vedere all’istante gli avvilenti risultati che costoro daranno, rivendicando gli uni sugli altri di avere le idee più giuste e più cattoliche di tutti quanti, attaccati morbosamente con le unghie e coi denti al microcosmo del loro piccolo orticello, incapaci di andare oltre il loro devastante «ma io penso», «io sento», quindi è vero e giusto solo ciò che io penso e sento. Perché la fede mutata in una emotività soggettiva di tipo ego-omocentrico, è molto più forte nelle frange dei cosiddetti tradizionalisti che non in quelle dei modernisti, non ultimo perché questi secondi sono ormai al potere da mezzo secolo. Sulla emotività socio-politica e su quella sentimentalistica, i modernisti ci giocavano cinquanta, sessant’anni fa, oggi non ne hanno alcun bisogno. Infatti, gli eretici modernisti, oggi non danno più impulsi emotivi, danno ordini tassativi, impongono la nomina di vescovi dottrinalmente carenti e sovente eterodossi, i quali possano seguitare a formare e moltiplicare un clero dottrinalmente carente ed eterodosso, gravato di conseguenza da tutti quei gravi problemi morali derivanti dalla crisi del dogma da essi generata, perché come già in passato ho scritto: la crisi morale nasce e si sviluppa da una crisi dottrinale [24].

Ecco quindi suonare in tutta la sua attualità la conclusione della raccomandazione solenne fatta dal Beato Apostolo Paolo al suo discepolo Timoteo:

Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero.

L’eresia modernista ha da tempo infettato il Collegio Episcopale ed il Collegio Sacerdotale attraverso un effetto metastatico. Quando infatti un corpo è assalito e poi invaso da cellule tumorali, le metastasi divorano letteralmente le cellule sane. Pertanto, cercare di consolarsi dicendo: «Ma esistono anche buoni vescovi … esistono anche buoni sacerdoti …». Certo che esistono, pochi, ma esistono. Ciò che però non si vuole capire e accettare è che la fine di questi pochi buoni sopravvissuti è quella delle cellule sane divorata all’interno di un corpo completamente devastato dalle cellule tumorali maligne, dinanzi alle quali non serve più neppure la chemioterapia, che doveva essere praticata prima. Le cellule tumorali avrebbe dovuto bombardarle di chemioterapia Paolo VI, avrebbe dovuto bombardarle il primo Giovanni Paolo II. In fondo, l’epilogo del pontificato del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, cos’altro è, se non l’immagine di una cellula sana divorata dalle cellule tumorali ?

Nel nostro ecclesiale presente, dissuadere dei bravi giovani dall’entrare dentro la gran parte dei nostri seminari è un dovere apostolico al quale nessun buon Sacerdote di Cristo può sottrarsi. I buoni giovani che aspirano al sacerdozio vanno infatti dissuasi dall’entrare nei nostri seminari ridotti ormai a dei deformanti pretifici, a fabbriche di eresie strutturate sui sociologismi di Karl Rahner, sui filosofismi di Hegel che hanno sostituita la filosofia metafisica, sulle emotività-sentimentali del vescovo eretico Tonino Bello, sulle empietà di Enzo Bianchi, sullo studio dei principali autori protestanti che hanno sostituito le opere dei grandi Padri della Chiesa. Ebbene, quando cerco di convincere alcuni giovani che non si può deporre un frutto sano dentro un paniere di frutti completamente marci, solitamente riesco a convincerne nove su dieci, trovandomi però dinanzi all’immancabile romantico-emotivo che si rivela incapace di cogliere la oggettività di questa situazione, il quale prontamente replica: «Si, forse è così, ma quando io sarò prete, cercherò di cambiare le cose». A quel punto io porgo sempre i miei più sentiti auguri dicendo: «Non ce l’ha fatta, non dico a cambiare, ma neppure a smuovere le cose il Sommo Pontefice Benedetto XVI, pur dotato della suprema grazia di stato a lui derivante dall’ufficio petrino, oltre che dotato di tutti i migliori strumenti teologici, ma sicuramente ce la farai tu a compiere il grande miracolo: far sparire le metastasi dal corpo della Chiesa visibile e portarla come per incanto, dallo stato di agonia in cui si trova adesso, a danzare il walzer per Capodanno nel grande salone delle feste del palazzo reale di Vienna».

Ecco perché il tentativo di consolarsi affermando «Ma esistono anche buoni vescovi … esistono anche buoni sacerdoti …», non può in alcun modo reggere dinanzi ad un tumore in fase terminale con metastasi diffuse in un corpo ormai agonizzante, perché le poche cellule sane saranno comunque distrutte da quelle maligne. Pertanto, le poche cellule sane destinate comunque a morire, oggi hanno una sola e onorevole possibilità, quella di applicare il sano e battagliero principio: meglio morire dopo un giorno da leoni che dopo mille giorni da pecore.

SE IERI I BARBARI FURONO CONVERTITI AL CRISTIANESIMO DALLA TEMPRA VIRILE DEI NOSTRI PADRI DELLA CHIESA, OGGI POSSONO SOLO RIDERE DIVERTITI SUGLI OMUNCOLI E LE DONNETTE CHE POPOLANO LA CHIESA VISIBILE

Dicevo poco avanti che in questa situazione senza precedenti, per analogia viene a mente la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa. La profonda differenza, dinanzi a questa vaga somiglianza, è data dal fatto che i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi grande autorità. Loro, i barbari, che basavano e che reggevano tutto sulla forza, riconobbero la forza derivante dalla grazia di stato del carattere sacramentale del sacro ordine e quindi della grazia di Dio.

Ebbene, immaginiamo i barbari oggi: quali reazioni avrebbero dinanzi a figure di vescovi ibridi e androgini, che a mezza voce parlano ma non parlano, non dicono si e non dicono no?

Provate a immaginare la reazione dei barbari dinanzi a quei presbitèri diocesani all’interno dei quali, alcune generazioni di vescovi scellerati, hanno inserito a partire dagli anni Settanta del Novecento un numero oggi preoccupante di sacerdoti più o meno palesemente omosessuali, oggi sempre più simili ad una vera e propria epidemia …

… chi sarebbe in grado oggi, come nell’anno 452, di fermare Attila detto il flagello di Dio, armato solo della propria grande autorevolezza, come lo era il Santo Pontefice Leone Magno? Forse il Cardinale Gianfranco Ravasi che intima al Re degli Unni: « Caro Fratello, non ti arrabbiare, anzi, vieni mio ospite presso il Cortile dei Gentili, che ne parliamo assieme a una tavola rotonda con Andrea Riccardi, Alberto Melloni, Enzo Bianchi e la civettuola teologa femminista Marinella Perroni ».

Perché questa, purtroppo, è la nostra triste realtà ecclesiale ed ecclesiastica: dopo la gloriosa tragedia, giunge sempre appresso la penosa commedia comico-grottesca, alla quale nani e ballerine fanno da corolla con le scimmie che mangiano banane e arachidi.

Vivo consapevole di tutto questo ma pur malgrado sereno, nella situazione ottimale in cui mi trovo e nella quale spero di rimanere e di essere lasciato, perché forse è questa la mia utilità nell’economia della salvezza: avere la libertà ― intesa non come un privilegio bensì come un gravoso servizio e una gravosa missione a me affidata ―, di dire e di scrivere ciò che molti altri non possono dire né tanto meno scrivere, pur sposando quello che dico e che scrivo io, a partire dalle più alte Autorità Ecclesiastiche, che non di rado, lasciandomi non poco sbigottito, hanno rivolto loro a me, una domanda che ho trovato in parte disarmante e in parte sconcertante: «Che cosa dobbiamo fare?».

Nulla, Eminenze ed Eccellenze Reverendissime, proprio nulla si può fare al presente dello stato attuale, perché i segni della grande apostasia descritti dal Beato Apostolo Paolo, oggi sembrano ricorrere davvero tutti:

Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio [25].

Lo stesso Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel 1984, in anni recenti, ma sotto altri aspetti ormai lontani, durante il suo viaggio apostolico in Germania ebbe a dire: «Il mondo sta vivendo il XII° capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo».

Dinanzi alla caduta del grande impero sotto i colpi della apostasia dalla fede, non si può né riparare i danni né tanto meno correre più ai ripari, si può solo salvare il salvabile, per poi ripartire domani da un piccolo nucleo sparuto sparso per il mondo a ricostruire sopra le macerie della grande devastazione.

A quel punto, tra un paio di secoli, rinascerà una piccola Chiesa formata da pochi fedeli, che ripartendo da zero cercherà di spiegare agli uomini del mondo delle parole sconosciute di cui nessuno conoscerà più il vero significato: Natale, Gesù di Nazareth, Pasqua di Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Rivelazione, Redenzione, Grazia di Dio, Trinità, Immacolata Concezione …

E nello stesso modo in cui i vescovi ed i preti di oggi avranno distrutta la Chiesa, domani, il Popolo di Dio, la restaurerà attraverso il proprio Sacerdozio regale, dando nuova vita e dignità allo stesso Sacerdozio ministeriale di Cristo, distrutto non certo da quelle sanguinarie persecuzioni che hanno sempre rinvigorita e data linfa vitale alla Chiesa, ma distrutto da mezzi uomini vanesi, da un nutrito esercito di ecclesiastici omosessuali in carriera paralizzati sul tutto e subito, senza alcuna prospettiva cristologica eterna, che si sono baloccati nel ridicolo tra nani, ballerine e scimmie che mangiavano arachidi e noccioline, sino alla irreparabile rovina, che però non sarà la fine, ma il doloroso inizio di un lungo processo di rinascita.

Il nostro processo di rinascita sarà però molto lungo, ed alla fine dell’ opera produrrà solo un piccolo gregge di fedeli sparsi per il mondo, dando in tal modo pieno compimento alla parola del Verbo di Dio: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» [26].

Dall’Isola di Patmos, 23 marzo 2017

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Ariel S. Levi di Gualdo

© Copyright Ariel S. Levi di Gualdo – L’Isola di Patmos

23 marzo 2016

Per riprodurre questo articolo rivolgersi a isoladipatmos@gmail.com

[1] Cf. Durante un suo incontro ufficiale nell’anno nel 1988 con i Vescovi del Cile, svoltosi a Santiago, l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede parlò di un «un isolamento oscuro del Vaticano II».

[2] Cf. Giovanni Cavalcoli, OP : Karl Rahner, il Concilio tradito. Ed. Fede&Cultura, 2009.

[3] Cf. Infallibile? Una domanda, edito nel 1975 [vedere documento della Congregazione per la dottrina della fede, QUI]

[4] Cf. Giacomo Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Ed. Cantagalli, pag. 640.

[5] Cf. Lumen Gentium, nn. 18-21 [testo integrale della costituzione, QUI].

[6] Cf. Lumen Gentium n. 22

[7] Cf. Lettera enciclica Mediator Dei, 20 novembre 1947 [testo integrale, QUI]

[8] Il sacrario, solitamente posizionato dietro l’altare maggiore o nella adiacente sacrestia, era una piccola vasca, tipo lavandino, munita di uno scolo indipendente e isolato da tutte le altre condutture, il quale scaricava direttamente sotto le fondamenta della chiesa. Esso serviva per raccogliere l’acqua usata per le purificazioni dei vasi e dei lini sacri, oppure i resti di oggetti benedetti irreparabilmente danneggiati che erano stati ridotti in cenere, od i sacri olî invecchiati e non più utilizzabili.

[9] Il n. 118 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano del Beato Pontefice Paolo VI recita: « Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco».

[10] Sacrosanctum Concilium, n. 120: «Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all’uso sacro, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli».

[11] Sacrosanctum Concilium, n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30».

[12] Il n. 43 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano del Beato Pontefice Paolo VI recita: «S’ inginocchino poi [i fedeli] alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione […] Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera Eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato».

[13] Cf. Dichiarazione Dominus Jesus, 6 agosto 2000 [testo integrale, QUI]

[14] Cf. Istruzione Redemptionis Sacramentum, 20 aprile 2004 [testo integrale QUI]

[15] Cf. Redemptionis Sacramentum, n. 179.

[16] Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 1417 § 1.

[17] Cf. Redemptionis Sacramentum, n. 184.

[18] Lc 18, 1-8.

[19] Cf. Mt 13, 16-20.

[20] I Col 1,18.

[21] Cf. Lc 18, 1-8.

[22] II Tm 4, 1-8.

[23] A tal proposito si rimanda a Sandro Magister, L’amico protestante del Papa nella cabina di regia dell’Osservatore Romano. 25 novembre 2016 [vedere articolo QUI].

[24] Cf. mio articolo su L’Isola di Patmos del 2 dicembre 2016: Dal bacio di Giuda ai porno-teologi: è la crisi del dogma che genera una crisi morale all’interno della Chiesa visibile [articolo leggibile QUI].

[25] II Ts 2, 1-4.

[26] Mt 18, 20.

1057.- SIRIA: La nuova base militare della Russia è un regalo ai curdi siriani

I curdi al centro dell’attenzione di russi e americani
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Membri delle forze russe e del Consiglio Militare di Manbij, legato ai curdi siriani, si scambiano le mostrine militari

La Russia avrà una nuova base militare in Siria. E per la prima volta in un territorio che non è sotto il controllo del regime di Assad. Lo ha annunciato il 20 marzo Rêdur Xelîl, portavoce della forza curda YPG legata al partito PYD. Finora i russi potevano contare sulla base navale storica di Tartus, usata da Mosca fin dagli anni ’70 e affacciata sul Mediterraneo, e su quella più recente di Khmeimim, da cui partono i caccia russi per i bombardamenti nel paese. Entrambe strutture permanenti, concesse da Assad per 49 anni lo scorso gennaio. Tra breve ne sorgerà una terza nel cantone curdo di Afrin, nel nord-ovest della Siria a poca distanza dal confine turco.

Il Rojava visto da Mosca

Xelîl ha dichiarato che questo accordo tra le forze curde e la Russia si basa sulla «cooperazione nella lotta contro il terrorismo e sull’addestramento dei nostri combattenti da parte dell’esercito russo», rimarcando la presenza di relazioni dirette con il Cremlino. Un rapporto, questo, che non è certo un mistero. I contatti non sono mai venuti meno per tutta la durata della guerra in Siria e unità russe erano già state avvistate nella zona di Afrin. La prima rappresentanza semi-ufficiale all’estero del Rojava (così i curdi chiamano le aree della Siria sotto il loro controllo) è stata aperta proprio a Mosca. E i russi da mesi chiedono che ai negoziati di pace a Ginevra e Astana siedano anche i curdi, anche se finora non se n’è fatto niente per l’opposizione della Turchia, che li considera terroristi alla stregua dell’Isis.
Ma la cooperazione militare esplicita ha un peso e un significato ben diversi da quelli dei rapporti diplomatici, soprattutto in questa fase in cui la guerra è tutt’altro che finita (oltre alla campagna contro l’Isis, sono in corso offensive dei ribelli alla periferia di Damasco e nella zona di Hama). C’è da sottolineare esplicita: perché russi e curdi hanno collaborato sul campo più volte, pur senza dare a queste manovre il timbro dell’ufficialità. Mentre naufragavano i negoziati di Ginevra di febbraio 2016 i curdi hanno strappato ai ribelli la base aerea di Menagh con l’appoggio delle bombe russe, tagliando la linea di rifornimento dei ribelli tra la Turchia e Aleppo. Durante l’assedio di Aleppo, tra novembre e dicembre dello scorso anno, i curdi si sono schierati di fatto con i russi e Assad dalla loro roccaforte nel quartiere di Sheikh Maqsoud. Sempre a russi e lealisti all’inizio di marzo hanno ceduto una fetta di territorio attorno a Manbij, per creare una sorta di cuscinetto che li difenda da una possibile offensiva dei ribelli appoggiati dalla Turchia.

“I curdi non si toccano”

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Una base russa a Afrin rappresenta così un salto di qualità. E le ripercussioni sui delicatissimi equilibri tra le forze in campo possono essere vaste. Non stupisce quindi che la Russia si sia affrettata a smentire tutto. Poche ore dopo il comunicato di Xelîl, il ministero della Difesa russo ha specificato che non si tratterebbe di una base militare ma di una semplice unità del Centro per la Riconciliazione, l’organo attraverso il quale il Cremlino monitora il cessate il fuoco raggiunto il 30 dicembre, sulla cui base si incardinano i negoziati di pace in corso e di cui è garante insieme alla Turchia. Stando al comunicato non ci sarebbe nessuna attività di addestramento delle forze curde in programma.
I motivi per dubitare di questa versione non mancano. Primo fra tutti, la reazione sorpresa di Ankara, che ha addirittura convocato l’ambasciatore russo per spiegazioni: è stata, quantomeno, una mossa unilaterale di cui i turchi erano all’oscuro. Poi l’utilità di un punto d’appoggio appena a nord della provincia di Idlib, ultima vera roccaforte delle forze ribelli contro le quali prima o poi russi e lealisti lanceranno un’offensiva. E se anche non fosse una base militare, il messaggio indirizzato ad Ankara dai russi è piuttosto chiaro: i curdi non si toccano, gli attacchi paventati dai turchi contro Manbij da un lato e Afrin dall’altro non devono avvenire.

Cosa cambia adesso per i curdi?

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Chi ci guadagna di più da questa situazione sono senz’altro i curdi siriani. La presenza russa è, appunto, una garanzia forte che smonta un eventuale attacco della Turchia. E poi si somma alla collaborazione con gli USA, anche loro accorsi con le bandiere a stelle e strisce ben in vista a Manbij, quando Ankara aveva provato ad attaccare i curdi poche settimane fa. È anche un consistente passo in avanti per il futuro assetto della Siria immaginato dai curdi. Mosca nei mesi scorsi aveva tentato più volte una mediazione con Assad per garantire loro l’agognato status autonomo alla fine della guerra. Il regime si era sempre rifiutato. Ma se i curdi diventano ufficialmente partner dei russi, l’Assad che vuole riconquistare tutto il paese avrà sempre meno voce in capitolo. Discorso simile anche per quanto riguarda il tavolo della diplomazia: finora PYD e YPG sono sempre stati esclusi, ma i russi potrebbero insistere e, dopo aver messo all’angolo la Turchia come sembrano indicare queste ultime mosse, riuscire a portarli a Ginevra.

Lorenzo Marinone, East Journal

1056.-La clausola della Commissione europea per favorire le multinazionali

La Commissione europea ha in serbo una clausola per limitare ancora di più la sovranità degli stati europei.
Michele Crudelini – il Giornale.it Dom, 26/03/2017 – 17:53

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La tecnocrazia di Bruxelles non si ferma di fronte a nessun ostacolo. 3,5 milioni di firme dei cittadini europei e i dubbi di tutte le delegazioni degli Stati contro il TTIP non hanno impedito alla Commissione europea di perseguire la loro strategia.

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Mentre l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti è dunque in cantina, la Commissione ha dato un’accelerata spaventosa ad altri accordi commerciali. Da una parte il CETA, acronimo di Comprehensive Economic and Trade Agreement, attende solo l’approvazione da parte del Parlamento canadese, in vista della sua entrata in vigore prevista per il prossimo mese di aprile. Dall’altra ci sono gli accordi con Singapore e Vietnam, che rientrano nel più ampio gruppo di FTA (Free Trade Agreements), la cui conclusione è prevista per il 2018.

Circa pericolosità di questi ultimi si sono già spese parole su queste pagine. Nonché sui rischi legati al CETA. Solo lo scorso 24 marzo il presidente dell’associazione italiana Coldiretti avvertiva che “il CETA mette in pericolo la sostenibilità dei nostri grani e la qualità dei nostri prodotti alimentari”, questo perché l’Europa “aprirà le porte definitivamente al grano duro coltivato con pesticidi e glifosato”. Sul glifosato permangono infatti ancora dubbi circa il suo grado di cancerogenicità e la stessa Italia ha vietato, con un decreto legge dello scorso agosto, l’utilizzo del glisofato, seppur in maniera parziale. Rischi sì, dunque, ma sembrerebbe che l’Italia, così come altri Paesi europei, possano ancora utilizzare la forza della propria legge in casi come questo. E invece non sarà così.

E qua entra in gioco la clausola sopracitata. Si chiama Multilateral Investment Court Project. Un progetto in fase di elaborazione dal settembre 2015 all’interno della Commissione europea. Come si può leggere in maniera chiara sul sito ufficiale dello stesso organo di Bruxelles, l’idea ricalca una struttura già presente nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Si tratta dell’utilizzo di un tribunale arbitrale internazionale per risolvere le dispute che intercorrono fra gli attori che hanno sottoscritto un trattato internazionale. Tra il nuovo progetto e la struttura presente nel WTO esiste però una sostanziale differenza. Mentre l’Understanding on Dispute Settlement dell’Organizzazione Mondiale del Commercio prevede che possano essere solo gli Stati ad avere il diritto di ricorrere all’arbitrato, nel nuovo progetto della Commissione c’è un’aggiunta, pericolosissima. Il Multilateral Investment Court Project, proprio perché multilaterale, prevede che siano le aziende ad avere il diritto di chiamare gli Stati ad una disputa arbitrale e non viceversa.

“The system of investor-to-State dispute settlement (ISDS) based on ad hoc commercial arbitration”, “Un sistema di una disputa tra investitore e stato gestito da un arbitrato commerciale creato ad hoc”. Parole scritte nero su bianco sul sito della Commissione europea. Si legge poi che “sia il CETA che l’FTA previsto con il Vietnam prevedono la messa in opera di tale meccanismo che diverrà permanente”.

Perché una simile clausola è pericolosissima per noi cittadini europei? Come detto sopra alcuni Stati del Vecchio Continente hanno una legislazione interna, tra cui l’Italia, che limita l’utilizzo del glisofato, per comprovati rischi eco-sanitari. Con il Multilateral Investment Court Project un’azienda canadese può portare qualsiasi Stato europeo, che abbia ratificato il CETA, davanti ad un tribunale off-shore se questo ostacola in qualche modo l’operato dell’azienda. In quel caso lo Stato avrà due possibilità. O utilizzare un ingente quantità di risorse finanziarie per sostenere la causa (difficilissima da vincere considerati gli squadroni di avvocati di cui sono dotate le grandi aziende). Oppure rinunciare alla disputa e dare ragione alle aziende. Con tutte le conseguenze eco-sanitarie del caso. La salute dei cittadini europei e l’ambiente in cui vivono saranno dunque presto subordinate agli interessi di aziende canadesi e vietnamite. E questo pare essere solo l’inizio.

1055.- 60 ANNI DI IPOCRISIA E DI INSUCCESSI.

Eccovi il testo integrale della dichiarazione dei 27 membri del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea, leader di se stessi, che si sono riuniti a Roma per celebrare il sessantesimo anniversario dei trattati europei, mentre noi italiani commemoravamo la nostra economia e la nostra libertà. A loro non interessano i consensi perché non ne hanno bisogno. Si autoeleggono e governano senza i nostri voti. Chi dirige, in realtà è Carli, ma la BCE non è una istituzione comunitaria, è indipendente dal potere politico e la ratifica del Trattato di Maastritch è stata eterodiretta (vedi articolo tratto dall’archivio di REPUBBLICA, in calce). Le decisioni concernenti la politica e l’economia vi vengono prese da un gruppo ristretto, detto “elite” e, poi, vengono imposte ai 27 pupazzi dei Paesi membri con la corruzione, con i ricatti o con le minacce. L’Europa unita non esiste, non ha una sua, meglio, una “nostra” Costituzione, non ha una sua politica estera, né un suo rappresentante con cui trattare (a meno di non voler innalzare quella piccola donna della Mogherini), come ha criticato Putin , non una sua fiscalità, non ha un vero Parlamento, perché quello che c’è è solo un pozzo senza fondo, perciò l’Unione europea, voluta dagli USA, non ha niente da festeggiare. Sono 60 anni di sottomissione degli italiani a chi ha vinto e a chi ha perso, di perdita della sovranità, di nostro costante impoverimento e di perdita della sicurezza, grazie ai 72 milioni di migranti fatti entrare in Europa. I sessant’anni, se li sono celebrati da soli e, giustamente,  blindati: loro che predicano i confini aperti e l’abbattimento di muri e frontiere. Ad Atene e non a Roma, dovevano celebrare questo delitto contro i popoli europei!

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DICHIARAZIONE

25 marzo 2017

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.
L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l’Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un’Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L’Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.
Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.
Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un’Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un’Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:
1. Un’Europa sicura: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un’Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.
2. Un’Europa prospera e sostenibile: un’Unione che generi crescita e occupazione; un’Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un’Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell’Unione economica e monetaria; un’Unione in cui le economie convergano; un’Unione in cui l’energia sia sicura e conveniente e l’ambiente pulito e protetto.
3. Un’Europa sociale: un’Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l’integrità del mercato interno; un’Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un’Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un’Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà; un’Unione in cui i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un’Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.
4. Un’Europa più forte sulla scena mondiale: un’Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo; un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un’Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell’Europa è nelle nostre mani e che l’Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.
Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell’UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell’Europa. Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.
Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune.

Voci dal web:C72_SuXWkAUAoUE

 

Ho letto la dichiarazione grazie a Giuseppe Palma e, ora, leggiamo dall’archivio di REPUBBLICA del 30 ottobre 1992.

L’ ITALIA APPROVA MAASTRICHT
ROMA – Quinto tra i paesi europei ieri l’ Italia ha ratificato il trattato di Maastricht sull’ Unione europea. Il risultato finale del voto alla Camera (403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti) è stato giudicato “incoraggiante” dal ministro degli esteri Emilio Colombo, anche se l’ esito positivo era ampiamente scontato, dopo che anche la Lega si era pronunciata a favore dell’ Europa. Ma molto meno incoraggiante è stato il modo di approvazione del trattato e il clima che si respirava a Montecitorio. Anche prima che la notizia bomba del ‘ caso De Lorenzo’ facesse irruzione tra i deputati, ieri i parlamentari nei loro capannelli parlavano di tutt’ altro. Chi della direzione del proprio partito, (quella Pds del giorno avanti, quella socialista che si tiene oggi, quella democristiana che avrebbe potuto essere e non è stata) chi delle nomine bancarie, chi della Rai da commissariare. La parola ‘ Maastricht’ , era difficile da captare nell’ aria, mentre è stato possibile cogliere al volo un “ma che si vota oggi?”. E se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all’ aula deserta. E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall’ Italia negli ultimi anni e impegnerà il futuro del paese per almeno il prossimo decennio. Alla fine lo stesso Colombo, come il pidiessino Claudio Petruccioli, sono arrivati alla conclusione che sarebbe meglio riformare la procedura che regola i dibattiti parlamentari. E ancora ieri, durante l’ intervento di Colombo, il presidente della Camera Giorgio Napolitano (!) ha dovuto richiamare più volte gli onorevoli per permettere al ministro di proseguire: “Colleghi, vi prego, riducete il vostro brusio”. Molti possono essere i motivi dell’ indifferenza dei parlamentari. Il senso di una decisione già presa altrove, i dubbi sulla effettiva praticabilità dell’ Unione monetaria dopo la tempesta monetaria del mese scorso, l’ europeismo sempre proclamato dai politici italiani. Ieri il ministro Colombo nel suo intervento ha voluto comunque ripetere che “il trattato di Maastricht, con tutti i suoi limiti, rappresenta comunque un considerevole passo in avanti verso il nostro ideale d’ Europa”. E ha spiegato il rifiuto del governo alla proposta di Marco Pannella, sospendere cioè l’ approvazione del trattato fino al vertice di Edimburgo del 10 dicembre, con la necessità di tener fede all’ impegno preso dai 12 a New York dopo il referendum francese: “Approvare Maastricht nei tempi stabiliti e senza modifiche o rinegoziazioni di sorta”. Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o “riserve” sul trattato che va “approvato o respinto così com’ è” come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano. Sono stati invece accolti come “raccomandazioni” ordini del giorno presentati dall’ opposizione, come quello del Pds firmato da Massimo D’ Alema o quello dei Verdi di Francesco Rutelli. I Verdi si sono poi astenuti nel voto finale (altrettanto ha fatto la Rete) perché chiedono un maggiore impegno sulla democratizzazione della Comunità. Contrario il Msi: “Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali”, ha detto Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: “Nasce un’ Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle stutture militari”. Il gruppo di Marco Pannella, in nome di Altiero Spinelli, non se l’ è sentita di votare contro né di astenersi. Ma ha lasciato in aula un solo deputato a votare a favore. Infine i deputati ‘ pacifisti’ del Pds che hanno parecchie riserve sul trattato, si sono riconosciuti nella “sofferta decisione” di approvare annunciata dal capogruppo D’ Alema. Ora che il trattato è approvato, l’ Italia si è assunta un impegno tutt’ altro che leggero. C’ è il sentiero del risanamento finanziario, obbligatorio per rispettare i criteri previsti dall’ Unione monetaria, stretto, ripido e molto faticoso, soprattutto per quello che riguarda il deficit pubblico. E c’ è poi la modifica costituzionale da compiere, non subito ma in tempi piuttosto brevi, per accogliere il diritto di cittadinanza come stabilito a Maastricht. Per concedere il diritto di voto, attivo e passivo, nelle elezioni locali a cittadini di altri paesi Cee residenti in Italia, il governo presenterà al Parlamento un disegno di legge di modifica costituzionale.
di LEOPOLDO FABIANI

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Ecco cosa festeggerei:

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1054.- Gli arabi tra democrazia e progetto di Stato. La democrazia e le sue nuove sfide

Arabpress si occupa di politica a proposito di democrazia nel mondo arabo, con contributi di interesse anche per noi.

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Di Shafeeq Nazem al-Ghabra, professore di scienze politiche dell’Università del Kuwait. Traduzione e sintesi di Veronica D’Agostino.

Tra democrazia e progetto di Stato

Nel mondo arabo, in ogni dibattito sulla democrazia convivono pareri contrastanti. C’è chi è a favore di un ritorno allo Stato, poiché la sua assenza porterebbe solo a conflitti e a divisioni, e chi pensa invece che questo non abbia fatto altro che alimentare la corruzione, la manipolazione di componenti minoritarie, nonché la privazione di spazi liberi e legali, portando il mondo arabo al collasso e alla dipendenza da forze esterne.

Nella maggior parte dei Paesi arabi, lo Stato non è riuscito ad essere efficiente in settori come lo sviluppo, l’amministrazione e la governance, tantomeno è riuscito ad assicurare ai suoi cittadini diritti, libertà, stato di diritto, giustizia ed uguaglianza. Ciò che ha contraddistinto di più la pratica delle funzioni statali è stata la mancanza di vincoli morali, che si è tradotta essenzialmente in repressione e abusi in nome della legge. Ed è proprio per questi motivi che nella maggioranza dei Paesi arabi lo Stato è stato distrutto.

Eppure, nonostante le dispute sui vari modelli statali continuino, come anche il sistema politico autoritario, il conflitto arabo sullo Stato, sul suo ruolo, sui suoi confini e sui diritti dei suoi cittadini ha visto un punto di svolta nel 2011. Come soluzione alla crisi giuridica, molti Paesi arabi hanno cercato di rifugiarsi nella democrazia procedurale e formale che include la quota delle elezioni, delle circoscrizioni, dei voti e della rappresentanza. Tuttavia, il potere e l’autorità sono rimasti nelle mani di una classe dirigente che non è sottoposta alle elezioni, né ha una vera responsabilità. La democrazia formalista d’élite è meglio della sua assenza, ma essa con il tempo ha bloccato il processo politico e di sviluppo. Nella democrazia procedurale araba, il potere esecutivo può cambiare la legge elettorale in modo individuale e può nominare il governo o influenzare la nomina del governo senza riferirsi all’elettore, giocando così al gioco della democrazia senza metterla in pratica. Questo sistema ha contribuito alla corruzione dello Stato e a un calo significativo dell’amministrazione, della produzione, dell’istruzione, della sanità e di tutti quei servizi che esso dovrebbe fornire.

L’evoluzione della democrazia nella storia è giunta con lo scopo di trovare una soluzione pacifica ai cambiamenti relativi ai governi, alle politiche e ai politici stessi, alla luce di uno spazio ampio di libertà e di diritti. La restrizione della democrazia alla sola elezione del parlamento mette in discussione e determina il ritmo della vita politica e della sua responsabilità, ma l’impatto di questa resta limitato se non viene accompagnata dalla capacità di prendere decisioni governative, politiche e di applicare le leggi. Questo è il dilemma della democrazia formalista.

Inoltre, i Paesi arabi hanno visto la diffusione di una forma di isolamento non solo da parte di categorie che esercitano la violenza, come i jihadisti, ma talvolta anche da liberali, laici, da quelli di sinistra, dagli intellettuali, dai giuristi, da una setta o una minoranza nazionale. In questi Paesi, l’eco del potere risuona più forte nella società, creando casi di terrorismo intellettuale o di massa. Questo isolamento ha portato di fatto alla creazione di una condizione di alienazione tra le diverse classi sociali e lo Stato, ed è questa la trappola in cui si trova oggi il mondo arabo. L’isolamento politico è un sistema dove i cittadini non godono di diritti e della possibilità di un cambiamento politico pacifico. Avanzare l’esperimento democratico in una società che non ha uno spazio pubblico aperto, né la prospettiva di una transizione verso una realtà politica democratica più inclusiva non è possibile.

Nonostante la situazione difficile in cui riversano i Paesi arabi a partire dal 2011, anno che ha annunciato l’inizio storico della caduta del contratto sociale tra il legislatore e il cittadino, sulla questione dei diritti umani, dello sviluppo, della giustizia e del ruolo dello stato continueranno ad occuparsene gli attivisti, i rivoluzionari e i riformisti arabi fino a quando un nuovo contratto sociale, che bilanci entrambe le parti, non verrà raggiunto. Il mondo arabo si trova dunque in un momento di transizione caratterizzato da anni difficili e da conflitti appena iniziati.

La democrazia e le sue nuove sfide. 

Le trasformazioni in atto nelle società attuali impongono una revisione del sistema democratico e dei suoi strumenti di azione

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Di Kamal Abdellatif, docente e ricercatore in Marocco e all’estero. Traduzione e sintesi di Veronica D’Agostino.

Negli ultimi decenni, il sistema democratico sta affrontando numerose sfide, sia nei paesi in cui vigono leggi ben consolidate, sia in quelli che si trovano ancora in fase di transizione.

Facendo una rapida analisi sulla condizione attuale di molti stati democratici, è evidente che si è di fronte a una serie di trasformazioni che indicano l’emergere di situazioni che invitano a riflettere nuovamente sulle scelte democratiche e sulle loro conseguenze. Gli attuali modelli in rapida evoluzione in molte società mostrano dati inaspettati sui meccanismi di azione democratica, i quali impediscono la realizzazione del progetto democratico e affermano la necessità di rivedere quest’ultimo e i suoi strumenti. Lo sviluppo della democrazia, con la sua filosofia e le sue procedure, fa sì che essa, nell’esperienza politica contemporanea, sia considerata il sistema politico più vicino alle aspettative della popolazione, finalizzato alla costruzione di società stabili e redditizie. Rispetto al colonialismo o alla dittatura infatti, la democrazia è il modello che ha prevalso di più e che ancora continua a primeggiare nella maggior parte delle società.

Nel mondo arabo, dopo le rivolte del 2011, la transizione democratica ha incontrato molti ostacoli. Ciò che è accaduto in Egitto, Tunisia e Marocco evidenzia quanto il dibattito politico arabo resti ancora aperto, soprattutto in merito alle difficoltà d’insediamento della scelta democratica nelle società di questi paesi.

La democrazia non è soltanto il fine per acquisire la legittimità politica e storica al governo; essa deve fornire garanzie e stabilità al fine di proteggere le società dalla tirannia e dai regimi autoritari, superando le divisioni interne. Oggi, il progetto democratico necessita, dunque, di nuovi consensi politici e di nuovi accordi che permettano di rafforzare i valori di interazione politica, basata sulla creazione di dialogo e di partecipazione, e di rispondere alle crisi e ai cambiamenti mondiali.

Sebbene quindi la strada della democrazia sia piena di insidie, è indispensabile che questa venga percorsa con impegno continuo e costante al fine scongiurare il rischio di regressione e di corruzione delle società.

 

1053.- Cosa succede in Siria dopo Aleppo

il Post:

Tre cose da tenere d’occhio sulle guerre che si stanno combattendo e che coinvolgono il regime di Assad, i curdi siriani, l’ISIS, la Turchia e i ribelli più estremisti, tra gli altri

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Ribelli siriani appoggiati dalla Turchia ad al Bab (NAZEER AL-KHATIB/AFP/Getty Images)

In tutte le guerre ci sono dei momenti di svolta, quelli che segnano un prima e un dopo. Non sempre sono episodi precisi, che iniziano e finiscono in un solo giorno: sono più spesso eventi che si sviluppano nel tempo e che hanno conseguenze enormi. Per la guerra siriana uno di questi momenti è stato certamente la vittoria ad Aleppo delle forze alleate al regime del presidente siriano Bashar al Assad sui ribelli. È successo pochi giorni prima del Natale dello scorso anno e da allora le cose sono cambiate parecchio, anche se i combattimenti in Siria non sono neanche lontanamente finiti. Se volessimo sintetizzare quello che è successo negli ultimi due mesi, potremmo metterla così: dopo la battaglia di Aleppo si sono creati dei nuovi spazi in Siria, che non sono ancora stati riempiti del tutto. Sono quelli derivati dalla sconfitta dei ribelli siriani – perché sì, i ribelli, quelli non jihadisti, ad Aleppo hanno perso la loro guerra contro Assad – e quelli creati dalla fine dell’amministrazione statunitense di Barack Obama e dall’arrivo di Donald Trump, la cui strategia in Siria deve ancora essere annunciata. Per il momento gli Stati Uniti, almeno da un punto di vista diplomatico, hanno scelto di rimanere un po’ in disparte: la scorsa settimana a Ginevra, in Svizzera, si sono tenuti dei nuovi colloqui di pace sulla Siria (chiamati Ginevra IV, perché sono il quarto tentativo di colloqui sponsorizzati dall’ONU) e per la prima volta, ha scritto Liz Sly sul Washington Post, gli Stati Uniti non hanno preso l’iniziativa sulla negoziazione di una bozza di accordo.
Oggi ci sono soprattutto tre cose da tenere d’occhio in Siria, che sono tra loro collegate e si condizionano a vicenda: lo stato di salute dei ribelli anti-Assad dopo la sconfitta ad Aleppo; la complicatissima situazione di alleanze e ostilità che si è sviluppata nel nord della Siria tra Turchia, curdi siriani, regime di Assad, Stati Uniti e Russia, e che si sta riproponendo nella pianificazione dell’offensiva a Raqqa; e le incognite della strategia di Trump in Siria.

La Siria e i ribelli prima e dopo la sconfitta ad Aleppo. Cos’è cambiato?
Se si guarda una mappa della Siria prima e dopo la sconfitta dei ribelli ad Aleppo non si notano grandi differenze.

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Due mappe della Siria a confronto: una di settembre 2016 (quando Aleppo era ancora divisa in due) e l’altra di febbraio 2017 (quando il regime di Assad aveva già sconfitto i ribelli). La situazione attuale è leggermente diversa da quella illustrata nella mappa di destra: per esempio il regime di Assad, in rosso, ha riconquistato Palmira dallo Stato Islamico, in nero, il quale ha subìto una sconfitta militare anche ad al Bab, conquistata dai ribelli dall’Esercito libero siriano, in verde acceso (mappe di Thomas van Linge pubblicate sul blog di Pieter Van Ostaeyen)
Il regime di Assad (in rosso) continua a controllare i territori al confine occidentale, dove è riuscito a stabilire un saldo controllo dopo l’intervento in Siria della Russia, nel novembre del 2015. A nord, al confine con la Turchia, ci sono ancora le Forze democratiche siriane (Sdf, in verde chiaro), una coalizione di gruppi la cui componente principale è quella dei curdi siriani. I territori controllati dalle Sdf sono separati da un’area piuttosto estesa che negli ultimi mesi è stata conquistata dall’Esercito libero siriano (verde acceso), un insieme di gruppi ribelli appoggiati dalla Turchia. L’Esercito libero siriano è presente anche nel sud, al confine con la Giordania, mentre i ribelli che controllano la provincia di Idlib (a ovest e sud-ovest di Aleppo, in verde scuro) sono principalmente jihadisti e includono anche al Qaida, come già succedeva prima della fine della battaglia di Aleppo. Lo Stato Islamico (grigio e nero), che negli ultimi due anni ha perso molti territori, continua a controllare pezzi della Siria centrale: dalla mappa sembra un’area enorme, ma c’è anche da considerare che la maggior parte di quel territorio è deserto e i grossi centri urbani ancora governati dallo Stato Islamico sono solo due: Deir Ezzor e Raqqa.
Sembrerebbe che la battaglia di Aleppo abbia cambiato ben poco la guerra in Siria, ma non è così. L’analista Aron Lund ha scritto:
«La caduta di Aleppo orientale dello scorso dicembre ha dato inizio a una profonda crisi tra i gruppi di opposizione. Già prima di allora questi gruppi avevano differenze politiche ed ideologiche, rapporti incompatibili con stati esteri e recriminazioni interne dopo diversi tentativi di creare un fronte unico. Ora stanno vedendo loro stessi perdere la guerra.»
Dopo Aleppo, gli equilibri interni tra i gruppi ribelli sono cambiati: a guadagnarci sono stati i più estremisti, quelli che predicano il jihad e che sono predominanti nella provincia di Idlib, a rimetterci sono stati i moderati.
Alla fine di gennaio – nei giorni dell’inizio dei colloqui di pace in Kazakhstan promossi da Turchia e Russia – sono iniziati degli scontri tra Jabhat Fatah al Sham, un gruppo legato ad al Qaida, e gruppi sostenuti dall’Occidente che stavano partecipando ai negoziati. I gruppi sostenuti dall’Occidente si sono rivolti all’unica altra parte in grado di offrire loro protezione, cioè agli islamisti radicali di Ahrar al Sham. Si sono quindi creati due schieramenti, entrambi guidati da forze molto radicali. Le violenze non sono durate molto, anche perché entrambe le parti sapevano che in caso contrario l’unico vincitore sarebbe stato Assad, ma gli effetti sono stati enormi: l’ampio schieramento dei ribelli si è diviso ulteriormente, indebolendosi; e i gruppi radicali e jihadisti hanno preso il sopravvento su quelli moderati, che non sono più stati in grado di compiere operazioni offensive efficaci. Stando così le cose, non solo i ribelli hanno perso gran parte della loro forza militare, ma hanno perso anche la possibilità di essere sostenuti e aiutati dall’Occidente: nessuno, né gli Stati Uniti né l’Europa, darà appoggio a gruppi la cui componente principale è al Qaida o un’altra fazione jihadista.
Le guerre nel nord della Siria, dopo Aleppo
Una delle ragioni che spiegano la rapida sconfitta dei ribelli ad Aleppo è stata la decisione della Turchia di scaricarli. Dall’inizio della guerra, la Turchia si era schierata dalla parte dei ribelli – più o meno radicali poco importava – con l’obiettivo di sconfiggere Assad. Alla fine dell’agosto del 2016, per una serie infinita di ragioni, il governo turco decise di ridurre il suo impegno contro il regime siriano e di concentrare i suoi sforzi militari nel nord del paese contro i curdi siriani e lo Stato Islamico. Per riuscirci si alleò con l’Esercito libero siriano, una coalizione di gruppi ribelli che in passato era stata considerata anche un possibile partner degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. Da allora la Turchia e l’Esercito libero siriano hanno riconquistato alcuni territori a ovest del fiume Eufrate, di fatto bloccando l’espansione territoriale dei curdi e iniziando una guerra più intensa contro lo Stato Islamico. La prima cosa importante è che questa manovra è stata possibile per una specie di accordo tra Assad e governo turco: Assad ha promesso alla Turchia che non avrebbe più fornito alcun tipo di aiuto ai curdi siriani, la Turchia ha promesso ad Assad di dimenticarsi di Aleppo. La seconda cosa importante è che questo accordo ha tolto ulteriore forza ai ribelli anti-Assad, che in pochissimo tempo hanno cominciato a perdere il loro sponsor principale (la Turchia) e uno dei gruppi con la faccia più spendibile di fronte all’Occidente (l’Esercito libero siriano).
L’accordo tra Assad e Turchia è proseguito anche dopo la sconfitta di Aleppo e si è trasformato in qualcosa di più: una collaborazione militare che si è concretizzata ad al Bab, una città di 100mila abitanti a una cinquantina di chilometri a nord-est di Aleppo. Ad al Bab si è combattuta una delle battaglie più importanti degli ultimi mesi: non tanto per il valore strategico della città, ma perché ai combattimenti hanno partecipato praticamente tutti gli schieramenti presenti nel nord della Siria e ne è venuto fuori un gran casino.

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Le forze che hanno combattuto ad al Bab: i rossi sono gli alleati di Assad, i verdi l’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia, i gialli le Forze democratiche siriane, la cui componente principale sono i curdi siriani. In mezzo a tutte quelle frecce c’è al Bab, che fino a fine febbraio era controllata dallo Stato Islamico, rappresentato in grigio.

Al Bab era sotto il controllo dello Stato Islamico dal gennaio del 2014 ed è stata riconquistata dall’Esercito libero siriano, il gruppo di ribelli alleato con la Turchia, alla fine di febbraio 2017. Durante gli ultimi mesi di battaglia si sono viste alcune cose che aiutano a capire come siano cambiate le alleanze in Siria durante e dopo la battaglia per la conquista di Aleppo. Al Bab è stata attaccata dall’esercito siriano e dai suoi alleati da sud, dall’Esercito libero siriano appoggiato dalla Turchia da nord e dalle Forze democratiche siriane – la cui componente principale sono i curdi siriani – da est e ovest. Tutte queste forze, che hanno in comune la loro ostilità verso lo Stato Islamico, non si possono considerare alleate tra loro. L’Esercito libero siriano è uno dei principali gruppi che hanno combattuto contro Assad durante la guerra, anche se – come detto – negli ultimi mesi sono stati cooptati dalla Turchia con obiettivi diversi, scontrandosi anche con i curdi; la Turchia considera i curdi siriani come i suoi nemici numero uno, e anche i rapporti tra regime di Assad e curdi si sono raffreddati parecchio. Nonostante tutti questi livelli di inimicizia o aperta ostilità, ci sono stati momenti di collaborazione. Per esempio la Russia, il principale alleato di Assad, ha fornito supporto aereo sia agli alleati del regime siriano, a sud di al Bab, sia agli alleati della Turchia, a nord, paese con il quale ha stabilizzato i rapporti dopo la crisi provocata dall’abbattimento dell’aereo russo al confine turco-siriano nel novembre 2015. Gli stessi Stati Uniti hanno partecipato ai bombardamenti aerei contro lo Stato Islamico ad al Bab a sostegno delle operazioni turche, nonostante allo stesso tempo continuino ad addestrare e armare i curdi siriani nemici della Turchia.
Lo schema della battaglia di al Bab non verrà replicato nell’offensiva per riconquistare Raqqa, sotto il controllo dello Stato Islamico dal 2014, ma è utile a capire le ostilità tra i vari protagonisti della guerra: sono le stesse ostilità che hanno già cominciato a ripetersi nelle prime fasi delle operazioni militari a nord di Raqqa.
La liberazione di Raqqa
Raqqa è considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria, ed è una città che per importanza si può paragonare in parte a Mosul, la capitale dello Stato Islamico in Iraq. Nel novembre del 2016 sono cominciate le operazioni militari per la riconquista di Raqqa, avviate a nord della città – molto a nord – dalle Forze democratiche siriane appoggiate dagli Stati Uniti. Il piano, aveva spiegato il colonnello americano John Dorrian, prevede che la coalizione accerchi la città interrompendo le vie di fuga e di rifornimento dello Stato Islamico, prima di avviare l’attacco vero e proprio con l’appoggio dei bombardamenti aerei americani. Uno schema che sulla carta non sembra particolarmente intricato, ma nella complicata realtà della guerra siriana ha già creato una serie di problemi che difficilmente verranno risolti, se non trovando un equilibrio di volta in volta.

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La situazione nell’area di Raqqa: lo Stato Islamico è in grigio, le Forze democratiche siriane sono in giallo, il regime di Assad è in rosso, i ribelli sono in verde (Liveumap)

Una delle questioni più controverse è la partecipazione dei curdi siriani all’offensiva militare su Raqqa, che è una città a maggioranza sunnita. Non c’è solo il problema di una loro eccessiva sovraesposizione nell’operazione, che potrebbe essere accolta poco positivamente dagli abitanti di Raqqa; c’è anche la forte opposizione del governo turco, che si oppone a qualsiasi piano che possa comportare un aumento di potere e influenza dei curdi nel paese. Per esempio alcuni funzionari americani dicono che per la riconquista di Raqqa i combattenti delle Forze democratiche siriane avranno bisogno di missili anticarro, mortai, armi pesanti e mezzi blindati. I turchi hanno paura che i curdi siriani – che loro considerano alla stregua del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che combatte da decenni in Turchia per l’indipendenza dei curdi – possano usare poi quelle armi per avanzare rivendicazioni nelle aree a maggioranza curda della Turchia, e quindi si oppongono alle proposte statunitensi. D’altro canto la Turchia è un membro della NATO ed è considerato un alleato prezioso nella lotta contro lo Stato Islamico. La gestione di questa situazione, già di per sé evidentemente difficile, è resa ancora più complicata dal fatto che a Washington ci sia stato un cambio di amministrazione e che non sia ancora chiara la strategia che Trump intenda usare in Siria.
Fin dalla campagna elettorale, Trump si è mostrato molto più ben disposto di Obama a un’eventuale collaborazione con la Russia in Siria, «per sconfiggere i terroristi», come hanno più volte detto il governo russo e quello siriano. La scorsa settimana il segretario della Difesa americano, Jim Mattis, ha presentato alla Casa Bianca un piano che ha come obiettivo la rapida sconfitta dello Stato Islamico. I dettagli del piano non sono stati diffusi, ma alcune fonti citate dai giornali americani dicono che potrebbe includere un maggiore coinvolgimento dell’esercito americano in Siria e probabilmente un numero maggiore di truppe di terra. Rispetto alle dichiarazioni roboanti di Trump in campagna elettorale, sembra però che le intenzioni americane siano quelle di agire con cautela, per evitare che a una eventuale vittoria contro lo Stato Islamico segua l’inizio di altri conflitti (per esempio di un conflitto aperto e prolungato tra Turchia e curdi siriani): Associated Press ha scritto che il piano preparato da Mattis riprende molti degli elementi che erano stati centrali nella strategia adottata dall’amministrazione Obama, tra cui la necessità per l’esercito americano di sostenere in Siria delle forze locali, invece che farsi coinvolgere direttamente nei combattimenti.