734.-ALLE RADICI DEL MALE: L’UNIONE EUROPEA.

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C’è del marcio nella Commissione europea. O almeno nel decennio Barroso. Goldman Sachs, la banca ritenuta una delle maggiori responsabili della crisi finanziaria che ha travolto numerosi Paesi europei, e la Grecia in particolare, aveva accesso diretto nel cuore delle istituzioni europee nel pieno della crisi. E il cuore era l’ufficio del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Lo rivela il giornale portoghese Publico, che, con una normale richiesta basata sulle regole della trasparenza, ottiene da Bruxelles mail, lettere e messaggi del 2013 e 2014.

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Dai vertici di Goldman Sachs “sono state inviate all’ufficio di Barroso proposte confidenziali su modifiche da fare alle politiche dell’Unione Europea”, riferisce il giornale che ha pubblicato estratti da undici mail, lettere e messaggi, ottenuti dalla Commissione europea dopo una normale richiesta secondo le regole della trasparenza nel luglio scorso. Una lettera dal 30 settembre 2013 a firma del capo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein (l’uomo che paragonava il suo mestiere a quello “di Dio”), rende nota una visita discreta di Barroso alla sede centrale della banca a New York, che non appare né nella sua agenda ufficiale né negli archivi della Commissione. “La ringrazio per aver rubato un po’ di tempo al suo programma per farci visita. Ho apprezzato la nostra discussione produttiva sulle prospettive economiche globali”, scrive Blankfein, che quest’anno ha poi assunto Barroso come presidente non esecutivo di Goldman Sachs International. Barroso in quell’occasione segreta ha incontrato anche i “senior partners” della banca.

Ora, dopo la notizia dell’arrivo dell’ex Presidente dell’esecutivo comunitario nella grande e controversa famiglia di Goldman Sachs, i riflettori sono ora tutti puntati su Neelie Kroes. Politica olandese e donna d’affari apprezzata a livello internazionale. Tanto che una volta nominata a far parte del collegio Ue ha dichiarato ben 60 titoli di vario tipo in altrettante società e organizzazioni internazionali.
Il nome della Kroes, responsabile prima dell’Antitrust Ue e poi del portafoglio strategico legato all’agenda digitale, è ora finito nel nuovo dossier pubblicato dal Consorzio Internazionale per il Giornalismo d’Inchiesta (ICIJ) dal nome Bahamas Leaks. In totale si tratta di circa 175 mila società offshore registrate alle Bahamas e di proprietà di uomini politici. Secondo quanto raccolto dall’ICIJ l’ex Commissaria comparirebbe come Direttrice dal 2000 al 2009 della Mint Holding, di proprietà del saudita Amin Badr-El-Din. Dettaglio che l’ex Ministro ai trasporti olandese ha dimenticato di menzionare quando è stata nominata a capo dell’Antitrust Ue.

Stando alle regole della Commissione Ue, infatti, nessun Commissario può comparire negli organici di altre società e organizzazioni esterne, né tantomeno presiederle. Il problema, però, è che molto spesso violazioni, abusi e casi di conflitto d’interesse vengono alla luce soltanto dopo anni. La trasparenza su cui lo stesso Jean Claude Juncker ha puntato molto dall’inizio del suo mandato è legata interamente alla buona fede della singola persona. Ai candidati a futuri commissari basta presentare una dichiarazione. L’integrità è completamente affidata all’autocertificazione. Nessun meccanismo, insomma, controlla lo status, i conti e le proprietà dei politici che arrivano a Bruxelles per decidere buona parte delle politiche riguardanti 500 milioni di cittadini. I comitati etici e le inchieste arrivano soltanto dopo le fughe di notizie. Una pratica che è stata confermata anche da uno dei portavoce dell’esecutivo Juncker. “Alcuni tipi di eventi non possono essere previsti” ha ammesso Margaritis Schinas. Previsti forse no, ma evitati sì.

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La trasparenza su cui lo stesso Jean Claude Juncker ha puntato molto dall’inizio del suo mandato è legata interamente alla buona fede della singola persona. Ai candidati a futuri commissari basta presentare una dichiarazione. L’integrità è completamente affidata all’autocertificazione.
Il caso della Kroes attira su di sé, se possibile, altre e più pesanti ombre. Risulta, infatti, che la Mint Holdings fosse pronta ad acquistare 7 miliardi di dollari di asset di proprietà di Enron. Un affare non concluso soltanto a causa del fallimento della società statunitense. Iegali della Kroes fanno sapere che la loro assistita “Deve aver avuto una svista al momento della presentazione dell’autocertificazione escludendo ogni menzione a Mint Holdings, che peraltro si credeva fosse stata liquidata già nel 2002”. Una svista, che però ora conta di avere pesanti conseguenze sull’immagine di un’istituzione già nel bel mezzo di una forte crisi di popolarità.

«Casi come questo agiscono pesantemente sull’opinione che i cittadini hanno delle istituzioni europee» dichiara a Linkiesta Aurore Chardonnet di Oxfam International «Soprattutto in un momento in cui euroscetticismo e disaffezione verso Bruxelles sono in aumento un po’ ovunque». Ma cosa fare per evitare altri casi in futuro? Per la Chardonnet: «Gli strumenti ci sono già, ma vanno adottati e poi rispettati in pieno. Ogni Stato membro deve approvare un registro nazionale in cui siano censite tutte le organizzazioni e le società che in esso risiedono. E si deve poter risalire chiaramente ai loro fondatori e Presidenti. Oggi, purtroppo, non è così». Aggiunge Chardonnet: «C’è anche bisogno che la Commissione Ue assuma un ruolo più deciso nella lotte ai paradisi fiscali e contro l’evasione. Vanno adottate regole dure che devono essere applicate in modo deciso»

Neelie Kroes, passati i 18 mesi previsti dal regolamento per ex Commissari-si era unita a Uber scatenando critiche e proteste
Un ruolo, che però, al momento l’esecutivo Ue fatica ad assumere. Come hanno dimostrato le reazioni al caso Barroso e ora a quello Kroes. L’avvio di un comitato etico sull’incarico a Goldman Sachs dell’ex Presidente della Commissione è arrivato a due mesi dalla notizia e soltanto dopo le proteste di alcuni governi europei e la richiesta di un’indagine approfondita avviata dal Mediatore Ue. Tanto su Barroso che sulla Kroes la Commissione ha tentennato, mostrando i limiti della propria azione contro suoi ex membri.

Il nome di Neelie Kroes, la donna d’acciaio -come era stata definita negli anni in cui ha lavorato a Bruxelles attaccando giganti come Microsoft, E.On -Gdf e Google- era del resto già circolato sui giornali europei nelle ultime settimane. L’ex Commissaria responsabile all’agenda digitale dal 2009 al 2014, passati i 18 mesi previsti dal regolamento per ex Commissari-si era unita a Uber scatenando critiche e proteste. È proprio Uber, infatti, a figurare tra i giganti della share economy, settore che Bruxelles non ha mai nascosto di voler tutelare nel tentativo di attirare in Europa investimenti, crescita e un ambiente adatto allo sviluppo delle start-up. Il passaggio da un lato all’altra della barricata è stato però considerato da molti come l’ennesimo esempio di “politica delle porte girevoli” ovvero il passaggio di politici al settore privato.

733.-MA QUALE DEMOCRAZIA, GLI ITALIANI VIVONO SOTTO DITTATURA!

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Democrazia. Che cos’è la democrazia? Mi affido al dizionario Treccani: “Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce ad ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”, poi mi viene in mente la situazione italiana. In Italia il popolo non conta più nulla, gli italiani si sono dimenticati cosa vuol dire andare alle urne per la composizione del Parlamento. Abbiamo visto succedersi Mario Monti, Enrico Letta ed ora quella cariatide di Matteo Renzi assistendo ad autentici colpi di Stato. Una vera e propria volontà di estromettere la gente comune dalle decisioni della politica, il tutto effettuato in silenzio senza che nessuno alzi la testa. Recentemente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato che la sovranità appartiene alla gente, bene era tanto tempo che le mie orecchie non sentivano un discorso del genere, ma la realtà dei fatti è diversa. Intano i poteri forti hanno deciso, grazie ai burattini che ci governano, di renderci schiavi, animali da traino verso il precipizio. Impedirci di andare a votare è un crimine, un crimine gravissimo. Così facendo le alte sfere pilotano i propri interessi disegnandosi su misura le normative, in confronto le leggi ad personam di Silvio Berlusconi sono una favola per bambini. Pianificano e studiano le mosse migliori per tutelare i propri interessi, riuscendo liberamente ad arrivare dove vogliono senza nessun impedimento. Ci stanno togliendo tutto, la dignità in primis.
Il Premier fiorentino viene contestato, puntualmente, in ogni angolo d’Italia, ma è arrivato a dire, in maniera quantomeno supponente, che a lui la scorta non serve. Non serve perché è la gente che lo protegge, una visione che rasenta la follia. La realtà che diventa distorta, in ogni città in cui Renzi si è recato solo l’intervento delle Forze dell’ordine ha impedito che venisse linciato. Continui scontri si succedono, continui insulti piovono sul governo, ma la tracotanza dei forti non ha limiti e non conosce vergogna.
La disoccupazione dilaga e continua a salire, le tasse crescono a velocità vorticosa, Equitalia ha la spocchia di mettere spalle al muro migliaia di nostri concittadini, compresi i piccoli-medi imprenditori, privandoli anche dell’aria per respirare. I clandestini, per contro, vengono sostenuti con soldi, cibo ed alloggi. E’ di questi giorni la notizia che in provincia di Pavia, sindaci ed agenzie immobiliari commissionate dalle istituzioni sono alla ricerca di immobili da destinare agli immigrati. Capite? Mentre gli italiani affondano, il governo volge la testa dall’altra parte. Il business dell’immigrazione non conosce latitudine, non conosce timore. Continuiamo a pagare per stranieri e rom che a loro volta non sanno neanche com’è fatta una cartella esattoriale. Vivono alla giornata e nessuno fa niente per fermare una criminalità, ogni giorno, sempre più dilagante. La politica, giocando a mosca cieca, depotenzia in maniera volontaria Polizia e Carabinieri che ad oggi hanno un solo compito, quello di evitare l’aggressione fisica da parte del popolo, esausto, ai danni dei vertici dei palazzi di cristallo. La parte vitale della nazione non conta niente.
La gente muore di fame, in senso letterale, ma il nuovo Pd, la nuova generazione di sinistra, i rottamatori del vecchio girano per il paese parlando di referendum. Un referendum farsa, creato su misura per l’ego smisurato del nostro primo ministro. Qui manca il companatico da mettere nel piatto, manca il lavoro, le aziende chiudono, i negozi abbassano le serrande, i giovani rimarranno disoccupati a vita, gli anziani percepiscono dopo anni e anni di lavoro e sacrifici una pensione da fame, ma loro se ne fottono. Dettano legge e ci trattano come burattini, per poi essere bistrattati da Angela Merkel che impone all’Italia i suoi comodi e dall’ambasciatore americano, John Phillips, che si è permesso di dire che qualora vincesse il no, al prossimo referendum sulla Costituzione, per l’Italia sarebbe una tragedia. Ci dicono che senza l’Europa falliremmo, che gli investitori scapperebbero e che per tutti noi sarebbe la fine. Come scavarsi la fossa con le proprie mani, in solitaria. Ma invece basta guardare l’Inghilterra, dove ha trionfato la lungimiranza del Brexit, per renderci conto di come l’Unione Europea sia la causa di ogni nostro malanno. Il paese della Regina Elisabetta è in perfetta forma ed ha ripreso il suo cammino su basi più solide, basta leggere i dati che provengono dalla borsa e dalla ripresa della sterlina. Allontanarsi da Bruxelles e soci è l’unica soluzione per salvarsi, per tornare ad essere sovrani, per tornare ad essere padroni della moneta che circola da Bolzano a Palermo. Abbiamo bisogno che i nostri soldi rimangano tra questi confini, così da essere investiti per gli italiani, senza se e senza ma. Qui tutti ci raccontano una marea di frottole e ci prendono per stolti. Non dobbiamo farci prendere per i fondelli da quattro traditori rivoltanti. Veniamo trattati come spazzatura da chiunque e la nostra classe dirigenze non è in grado, non ha le palle, di dire NO! ad un meccanismo atto a schiacciarci. Rimaniamo inermi davanti ai capetti che hanno deciso, dall’alto di Strasburgo, che l’Italia deve fallire. Queste persone devono capire che noi non ci sottometteremo mai. Bisogna tirare fuori il coraggio e mandare a casa questi codardi da strapazzo.
A questo punto una domanda mi sorge spontanea e la rivolgo a chi sostiene questa Europa nonostante tutto. Come mai da quando siamo entrati nell’Unione Europea restiamo a crescita zero sotto tutti i punti di vista? I dati positivi sono un ricordo lontano, cancellato dal tempo, ma siamo qui a farci imporre di comprare prodotti dall’estero e, per esempio, realizzare la mozzarella con il siero congelato di latte straniero. Ma vi rendete conto? Il nostro olio, proveniente per lo più dal meraviglioso Salento, viene buttato via se non addirittura eradicati gli ulivi. Ed in tutto questo i vari Jean-Claude Juncker ci chiedono di misurare i cetrioli da raccogliere nei campi e che al mercato le banane e le zucchine da vendere devono essere quelle esclusivamente dritte. Vi rendete conto da che pagliacci veniamo comandati? Siamo dei vigliacchi e per questo seguiamo come un cagnolino scodinzolante gli Stati Uniti d’America, rovinando ogni rapporto fruttifero con la Russia. L’embargo nei confronti di Mosca che ci è costato miliardi e miliardi di euro, rovinando imprese e i lavoratori italiani. Assurdità di quest’epoca. I nostri governanti fanno il loro gioco non il nostro ed hanno toccato il fondo. Ora spetta a noi ribellarci.
Questo articolo è stato scritto lunedì 19 settembre 2016 per www.ilgiornale.it da
Andrea Pasini: Fieramente lombardo ma soprattutto fiero di essere italiano. Classe 1981, giovane imprenditore grazie ai molteplici sacrifici dei miei genitori che mi hanno dato la possibilità di iniziare a gestire l’azienda di famiglia con 70 anni di storia alle spalle; eredità di cui provo a mostrami degno giorno dopo giorno, con umiltà. Cristiano convinto. Sposato con due figlie. Scrivo perché penso che sia giusto esprimere quello in cui si crede con coraggio e senza paura. Amo il mio Paese e il popolo italiano. Sogno una classe dirigente, che metta al primo posto il bene comune rispetto ai propri interessi personali, che sappia amare il proprio lavoro vivendolo come una missione civica e che riesca a meritarsi coi fatti l’onore di rappresentare un grande popolo e una grande nazione qual è l’Italia. Penso che gli imprenditori italiani siano degli eroi perché tutti i giorni, seppur vessati dalle tasse e da una burocrazia pachidermica, continuano a tenere duro.

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732.- I libici che si opposero a Gheddafi, ora si rammaricano del cambio di regime pilotato dagli Stati Uniti.

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Chi effettivamente beneficia delle guerre degli americani in tutto il mondo? Le conseguenze dei conflitti fomentati dagli americani dimostrano che non è la gente comune a beneficiarne, anche se i militari e i politici affermano che si combatte per la loro libertà e sicurezza.

La Domenica Mail, dello Zimbabwe “, quotidiano della famiglia leader,” ha pubblicato i racconti di un certo numero di libici che hanno espresso il loro rammarico per il rovesciamento di Muammar Gheddafi nel 2011, nonostante il fatto che alcuni di loro abbiano, addirittura, preso le armi contro di lui. Così racconta un ex combattente rivoluzionario: Mohammed, 31 anni, dalla città meridionale di Murzuq.: ” Mi sono unito alla rivoluzione fin dai primi giorni e ho combattuto contro Gheddafi. Prima del 2011, ho odiato Gheddafi più di chiunque altro. Ma ora, la vita è molto, molto più difficile, e sono diventato il suo più grande fan. ”

Nel 2011, ci fu detto che Gheddafi stava per commettere gravi spargimenti di sangue contro il suo popolo e che, di conseguenza, la comunità internazionale aveva bisogno di intervenire per proteggere i civili libici. Secondo un’analisi di informazioni statistiche ricavate da Human Rights Watch, questo si è rivelato falso. Inoltre, da un’indagine condotta da Amnesty International, si è potuto stabilire un certo numero di punti a vantaggio di Gheddafi, come ha fatto notare l’Independent:

“I leader della Nato, i gruppi di opposizione e dei media hanno prodotto un flusso di storie fin dall’inizio dell’insurrezione, il 15 febbraio, sostenendo che il regime di Gheddafi aveva ordinato stupri di massa, impiegato mercenari stranieri ed elicotteri contro i manifestanti civili.

“Un’indagine condotta da Amnesty International non è riuscita a trovare le prove di queste violazioni dei diritti umani e, in molti casi, ne ha messo in dubbio la veridicità. Ha inoltre dato precise indicazioni che, in diverse occasioni, i ribelli di Bengasi sembrava avessero fatto consapevolmente false affermazioni o prodotto prove non veritiere”.

La cosiddetta “no-fly zone” scaturita dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza U.N. non ha portato a un cambio di regime. Ciò che i rappresentanti della NATO avevano promesso alle loro controparti orientali non si è verificato. La risoluzione ha autorizzato soltanto le forze della coalizione a prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili che si trovavano sotto minaccia di un attacco nel Paese, compresa Bengasi, escludendo che una forza di occupazione straniera, di qualsiasi genere, si installasse in una qualsiasi parte del territorio libico. La risoluzione aveva chiesto alla coalizione di tenere immediatamente informato di tali misure il segretario generale.

Ciò che la “no-fly zone” in realtà ha consentito è stato l’assalto su vasta scala contro le forze di Gheddafi, per assicurarsi che nessun aereo libico potesse volare nello spazio aereo del suo paese. Significava anche che qualsiasi cosa fosse in grado di contrastare un aereo da guerra della coalizione avrebbe doveva essere distrutto.

Tutte queste bombe della Nato erano presumibilmente destinati a proteggere i civili.

Inoltre, un comandante dei ribelli libici ha ammesso che i suoi combattenti includevano jihadisti di al-Qaeda-o a loro collegati, che avevano combattuto contro le truppe degli Stati Uniti in Iraq. Questi combattenti, noti al momento come al-Qaeda in Iraq, ora sono indicati come ISIS. Non dovrebbe sorprendere che l’ISIS ha una roccaforte in Libia dopo la caduta di Gheddafi.

Prima dell’attacco della NATO, la Libia ha avuto il più alto tenore di vita di qualsiasi paese in Africa. Ciò ha significato che la popolazione godeva dell’assistenza sanitaria fornita dallo stato, che aveva alti tassi di alfabetizzazione, e altri benefici che si hanno vivendo in una società relativamente prospera. Nel solo 2015, il paese è sceso di 27 punti su i feedback U.N. dell’Indice di sviluppo umano. Secondo l’UNICEF, ora ci sono due milioni di bambini libici che non frequentano la scuola.

I lettori di media aziendali potrebbero anche essere sorpresi nell’apprendere che la Libia aveva una democrazia inclusiva e progressiva in cui il processo decisionale avveniva a livello locale. Non era certo la dittatura Sacha Baron Cohen, ritratta in modo non corretto nel suo film, The Dictator.

Indipendentemente dalla vostra opinione su Gheddafi, l’ex leader libico è stato in grado di fornire stabilità e buon governo al popolo della Libia. Si può dire che è stato responsabile di aver torturato decine di dissidenti, ma si dovrebbe tenere a mente che il Regno Unito ha inviato quei dissidenti a Gheddafi, ben sapendo che sarebbero stati torturati.

A rendere questa ricostruzione ancora più succosa, l’ex leader francese Nicolas Sarkozy, l’uomo che in fin dei conti ha assassinato Gheddafi, è in realtà sotto inchiesta per aver ricevuto 50 milioni di euro da Gheddafi per la sua campagna elettorale.

Dovremmo fare affidamento su questi politici corrotti per proteggere gli interessi della popolazione civile?

Per i guerrafondai all’interno del sistema politico americano, la distruzione del tenore di vita dei libici non era altro che un (esilarante) gioco.

Come affermato dallo studente di medicina libico, Salem:

“Abbiamo pensato che le cose sarebbero andate meglio dopo la rivoluzione, ma diventano sempre peggio.

“Molte più persone sono state uccise dal 2011 che durante la rivoluzione e i 42 anni di governo di Gheddafi.

“Non abbiamo mai avuto questi problemi sotto Gheddafi.

“Non mancavano il denaro e l’energia elettrica e, anche se le persone non avevano grandi stipendi, tutto era a buon mercato, cosicché la vita era semplice.

“Alcuni dei miei amici hanno anche preso la barca per l’Europa insieme ai migranti perché sentono che qui non c’è futuro per loro.

“Vorrei sfuggire a questo caos e andare a studiare all’estero, ma ho aspettato già un anno per avere un nuovo passaporto e, anche quando lo avrò ottenuto, sarà difficile ottenere anche un visto, perché tutte le ambasciate sono state ritirate nel 2014.

“Così ora mi sento come un prigioniero nel mio paese e ho cominciato a odiarlo.”

Hai il permesso di ripubblicare questo articolo, libero e open source, con una licenza Creative Commons con attribuzione a Dario Shahtahmasebi e theAntiMedia.org.

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731.-Due italiani rapiti in Libia. “Fermati in strada nel deserto”. Rapitori ‘noti’ alle autorità

 

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Sono Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno. Si tratta di due dipendenti della Con.I.Cos (Contratti Internazionali Costruzioni) di Mondovì, rapiti nel sud-ovest della Libia. La zona del sequestro dei due tecnici è la più lontana dalle coste del Mediterraneo e anche forse una delle più pericolose. Lì infatti l’intelligence sospetta che lo Stato islamico si stia riorganizzando per reagire alla sconfitta di Sirte, dove ormai sono rimasti pochissimi nuclei di resistenza. Invece il Fezzan è lo snodo dei percorsi verso l’Africa nera, dove il Daesh spera di trovare nuove reclute per rinforzare le sue brigate e dove è più facile mantenere i contatti con Boko Haram, la potente milizia islamista nigeriana che sta cercando legami non solo ideologici con l’Is. Un territorio sterminato, difficile da sorvegliare anche con l’uso di droni, lontano dalle portaerei statunitensi e quindi perfetto per costruire campi d’addestramento e prendere fiato dopo gli attacchi aerei condotti dall’aviazione americana negli ultimi mesi. Ma l’Is non è l’unica minaccia: il deserto sul confine algerino è stato attraversato spesso anche da altre milizie armate che non hanno mai rinnegato l’affiliazione con Al Qaeda nel Maghreb. Difficile ipotizzare la matrice del sequestro. I rapimenti a scopo di estorsione, per ottenere riscatti in denaro o addirittura in beni come fuoristrada e scorte di cibo, non sono infrequenti e fanno parte della tradizione di molte tribù locali, spesso nomadi che commerciano lungo le rotte carovaniere.

La coincidenza temporale con l’inizio dell’Operazione Ippocrate, lo schieramento di un ospedale da campo militare italiano a Misurata, per curare i feriti che combattono il Califfato a Sirte, potrebbe fare ipotizzare una motivazione “politica” del rapimento. Ma il caos che regna in gran parte della Libia e le dimensioni del Paese non permettono di formulare nessuna valutazione fondata. Infatti il potere del governo unitario di Tripoli su quel territorio è soltanto formale. Da tempo in quell’area si sfidano due gruppi etnici principali. Gli scontri tra tuareg e tebu hanno raggiunto la massima intensità nello scorso anno, poi una mediazione internazionale ha portato a una tregua, estremamente fragile e senza un controllo reale del territorio. Fondamentale l’influenza delle autorità francesi, che sono hanno creato basi operative in Niger e Ciad da cui possono monitorare la frontiera con il Fezzan, e il ruolo svolto da un ex generale di Gheddafi, Ali Kana, che avrebbe spinto le due tribù a formare una sorta di esercito comune.

Ma non bisogna pensare che il Fezzan sia solo un deserto insidiato da guerriglieri e predoni. Lì sono stati identificati almeno dieci grandi giacimenti di petrolio: una risorsa che lo rende una pedina importante nei giochi delle diplomazie internazionali per stabilire quale sarà il futuro della Libia. Ammesso che si riesca a debellare completamente le radici del Daesh

Secondo quanto scrive il portale Alwasat, il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate libiche legate a Khalifa Haftar, il generale di Tobruk, ha affermato: “I due italiani  sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di al Qaida”.  I due italiani si troverebbero ancora nella stessa zona .Secondo il vice di Sarraj, invece è “Presto per definire i contorni e la matrice della vicenda”. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità libico, Moussa el Kouni, ha fatto cenno su twitter al rapimento di Bruno Cacace e Danilo Calonego e scrive che “il Consiglio presidenziale intensifica gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”. Parla invece all’Associated Press un portavoce della municipalità di Ghat: “I rapitori degli italiani in Libia sono noti alle autorità locali e in passato hanno effettuato imboscate contro auto e rapine” dichiara Hassan Osman Eissa, aggiungendo che “le autorità stanno indagando” ma senza spiegare di più. E da colleghi della Con.I.Cos trapela il fatto che i due tecnici avevano sempre avuto una scorta armata, ma negli ultimi giorni era stata tolta perchè la zona era ormai ritenuta sicura. Ancora nessuna rivendicazione.

Libia: media, rapiti lavorano per Con.I.Cos Mondovì
I due italiani rapiti “lavorano per conto di una società italiana di manutenzione dell’aeroporto di Ghat, la Con.I.Cos” di Mondovì (Cuneo). Secondo il sito, insieme agli italiani è stato rapito anche un canadese, anche lui dipendente della stessa società. ANSA

Caduti in mano a criminali locali – non a terroristi di matrice jihadista – noti nella zona. Sarebbero ancora nell’area di Ghat e si stanno attuando controlli e blocchi nelle possibili vie di fuga per evitare che vengano spostati. Il principale punto di contatto è per ora il sindaco della cittadina libica, Komani Mohamed Saleh, personaggio molto influente nella zona, che ha dato la notizia del sequestro e l’ha confermata alla Farnesina. Il giorno dopo il rapimento dei tre tecnici della Con.I.Cos non ci sono ancora stati contatti diretti con il gruppo dei rapitori, nè rivendicazioni o certezze.

Il premier Matteo Renzi sta seguendo da vicino il caso, insieme al sottosegretario all’Intelligence, Marco Minniti. “Su queste cose – ha detto Renzi – lavoro, silenzio e prudenza”. In ansia le famiglie, che attendono notizie.
Il lavoro è febbrile all’Aise ed alla Farnesina per scongiurare il ripetersi del lungo sequestro degli operai della Bonatti, spostati da una parte all’altra della Libia e conclusosi con l’uccisione di due ostaggi. Proprio in seguito all’esito di quella vicenda, il direttore dell’Aise Alberto Manenti – che il 4 ottobre sarà ascoltato dal Copasir in audizione – ha cambiato nei mesi scorsi gli uomini che seguono da vicino il Paese africano e si occupano di gestire i sequestri. Un team del servizio – guidato da un vicedirettore – è partito per Ghat. Il tempo stringe. Col passare dei giorni la situazione si complica in un Paese polveriera, dove proprio in questi giorni si sta dispiegando la missione Ippocrate con 300 militari italiani a Misurata per allestire un ospedale da campo.
IPOTESI RAPIMENTO-LAMPO NON CHIUSO – Quello che si sa, per ora, da fonti delle autorità locali, è che i tre ieri mattina viaggiavano su un auto con autista, senza scorta, lungo la strada che attraversa il deserto tra Ghat e Ubari. Non sono novellini, ma veterani della zona, che dunque consideravano sicura. Calonego è anche un musulmano convertito e sembra che proprio per questa ragione nel 2014 sia sfuggito ad un altro tentativo di sequestro nel deserto libico. La loro presenza non era stata comunicata alla Farnesina. “Quando una società italiana opera in Libia – ha spiegato il capo dell’Unità di crisi, Claudio Taffuri – la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi è un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi sicurezza”. Il mezzo sul quale viaggiavano è stato bloccato da auto con uomini armati a bordo che hanno legato l’autista e portato via i tre tecnici. C’è l’ipotesi che l’azione fosse stata ideata come un rapimento-lampo, per ottenere subito un riscatto dall’azienda – che da molti anni lavora in Libia, dove ha anche uffici – e rilasciare gli ostaggi prima ancora che il caso diventasse pubblico. Ma qualcosa è andato storto. Tutte ipotesi, appunto, in mancanza ancora di dati e testimonianze attendibili.
OSTAGGI ANCORA IN ZONA, TRIPOLI CONDANNA – E’ stato proprio il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, a rendere pubblico ieri il rapimento. Ed è lui – per ora – il principale referente delle autorità italiane che stanno lavorando alla risoluzione del caso. Dalla municipalità della cittadina fanno sapere che i rapitori sono personaggi noti alle autorità locali per essersi resi responsabili, in passato, di rapine e imboscate contro auto. L’area è dominata dall’etnia tuareg e sembra che il sindaco goda di un certo prestigio sul territorio e si sia messo subito al lavoro, coordinando le varie milizie presenti, per trovare il covo dove sono stati condotti gli ostaggi. A quanto pare, non avrebbero lasciato l’area di Ghat e dunque sono stati attuati posti di blocco e controlli per evitare che vengano trasferiti altrove o passati di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni ‘politiche’ contro la presenza italiana e in Libia. C’è ora da vedere se dal gruppo criminale partiranno richieste e si potrà così intavolare una trattativa. Ed interviene anche Tripoli, cui Ghat è fedele nel complesso groviglio delle alleanze libiche. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità, Moussa el Kouni, ha espresso “una forte condanna” per il rapimento ed ha assicurato che saranno intensificati “gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati”.
LA PROCURA DI ROMA POTREBBE INTERROGARE L’AUTISTA – Intanto la procura di Roma ha delegato ai carabinieri del Ros una serie di attività. Tra queste, quella di apprendere dall’azienda cuneese notizie sugli ultimi contatti con i due tecnici, attraverso quale canale si è saputo del loro rapimento, chi era l’autista libico, scampato al rapimento e quali misure di sicurezza era state adottate. Per lo stesso autista potrebbe essere chiesto un interrogatorio.

 

195707619-895827d5-a293-4543-961b-3d0e5f774e67La città di Ghat – 18.000 abitanti – si trova all’estremo Sud-Ovest della Libia, al confine con l’Algeria. Durante l’antico regno dei Garamanti fu un importante incrocio carovaniero per le rotte trans-sahariane. Dopo la vittoria sulla Turchia, nel 1913, fu occupata dagli italiani, che completarono il forte turco (nella foto) del XIX secolo, che domina la città dalla collina di Koukemen. 

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730.-BREVE RIASSUNTO DELLE ATTIVITÀ DEI ROTHSCHILD IN MEDIO ORIENTE E NEL RESTO DEL MONDO

Maurizio Blondet

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È già stato scritto così tanto sui Rothschild e sui loro crimini in giro per il mondo per coloro che fanno parte del grande movimento del “risveglio della coscienza”, che sarebbe facile rimanere confusi da ulteriori informazioni. È mia intenzione, tramite questo articolo, svelare questi particolari alla gente comune, e non solo all’élite intellettuale come solitamente si fa.

Prima di iniziare, voglio dire con forza la seguente affermazione: per quegli “architetti massoni” del controllo totale, il cui obiettivo è sempre stato quello di mentire e confondere le masse intorbidendo la verità, quello che sto per discutere in questo articolo non è una “teoria della cospirazione”- espressione ingiuriosa utilizzata comunemente quando si ha bisogno di ridicolizzare un dibattito articolato. No, siamo degli accademici, degli studiosi; noi non siamo interessati a “teorie cospirazioniste”. Tuttavia siamo molto interessati all’analisi dei singoli atti cospirativi! E vi ricordo il vecchio adagio cristiano secondo il quale il più grande inganno che il demonio abbia mai esercitato [nel corso della storia umana] è quello di convincere le masse che egli non esiste. Con questo presupposto nella mente, vado ora al nocciolo della questione.

Per circa 250 anni, la poliedrica famiglia sionista – e criminale per molti aspetti – dei Rothschild, con le sue spiccate tendenze “luciferine” e anticristiane e con marcate aspirazioni globaliste, si è sviluppata e trasformata in una struttura di potere finanziario globale ed in un gigantesco apparato di “lavaggio del cervello” delle masse, tramite quelli che in Occidente chiamiamo correntemente “media mainstream”.

E, finora, ci sono sostanzialmente riusciti. Negli ultimi due decenni però, pur se lentamente ma inesorabilmente, le cose finalmente si stanno rivolgendo contro di loro, grazie soprattutto al grande movimento di “risveglio globale” facilitato da una proliferazione senza precedenti di conoscenze e informazioni, grazie alla rivoluzione tecnologica e informatica.

Se ci proponiamo di esporre veramente l’agenda satanica degli ”Illuminati” e i meccanismi sottesi al “Nuovo Ordine Mondiale”, preparato e messo in atto per secoli, dobbiamo analizzare i fatti tenutici nascosti finora e non solo la storia ufficiale che ci è stata insegnata dai cosiddetti sistemi di istruzione, e invece rivolgerci alla versione “alternativa” e “nascosta” della storia che è conosciuta soltanto in alcuni circoli occulti diffusi in tutto il mondo, soprattutto presso la cosiddetta “civiltà occidentale”. Ed è quasi impossibile approfondire tali questioni senza inciampare nel nome dei Rothschild. Sì, l’informazione ha sempre a che fare con il potere.

George Orwell ha reso al meglio questo concetto nel suo libro leggendario ”1984” : “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. I Rothschild sono parte di quelli che io chiamo i più recenti, i più ossessivo-compulsivi “architetti del controllo” – così meticolosi che ce ne sono pochi esempi nella storia.

Nota: non allarmatevi nel leggere la parola “occulto” in questo articolo, essa significa letteralmente ” ciò che è [o è stato) nascosto” . Nel far luce sulla questione, questa conoscenza finora nascosta non sarà più occultata ma resa manifesta ed evidente. In questo modo la priveremo del suo involontario fascino occulto e della sua natura apparentemente diabolica. Lasciamoci confortare dalla Parola di Dio, come espresso dall’apostolo Giovanni:

“La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” – Vangelo di Giovanni, capitolo 1 versetto 5.

Ecco alcuni brevi e rapidi fatti che riguardano i Rothschild:

Nel 1917 il ramo britannico della famiglia dei Rothschild ha minacciato e costretto il Governo britannico a promettere che esso avrebbe concesso ai Rothschild stessi il possesso della Palestina in cambio del coinvolgimento degli Stati Uniti nella Prima Guerra mondiale al fianco della Gran Bretagna, e dunque a garanzia della vittoria britannica sulla Germania. Quesa è la genesi della “Dichiarazione Balfour”. Si tratta di una lettera ufficiale di una pagina (nello stile asciutto di una lettera commerciale) indirizzata dal Ministro degli Esteri britannico, all’epoca sir Arthur James Balfour, al barone Rothschild, in cui si affermava che: “Il Governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo”.

Si è posto un grosso problema a seguito di questa ipotesi: non è mai stato nelle disponibilità della Gran Bretagna il territorio della Palestina. Essa giustamente apparteneva agli arabi palestinesi, che vi abitavano da secoli – da circa 2.000 anni per la precisione! – fino all’arrivo dei sionisti Rothschild, che hanno usurpato i loro diritti, come è loro solito poiché è loro tradizione fare così da tempo immemore. Lentamente ma inesorabilmente hanno iniziato brutalmente e con forza a sgomberarne il territorio e a subentrare al posto degli autoctoni. Negli ultimi decenni i sionisti hanno ucciso e soggiogato milioni di palestinesi. Anche ai giorni nostri essi stanno commettendo un genocidio con la piena benedizione di Washington, naturalmente.

Secondo lo storico inglese Simon Schama, i Rothschild possiedono l’80% di ciò che hanno opportunisticamente chiamato “Israele” – una bestemmia in sé stando al vero Giudaismo della Torah (secondo l’interpretazione biblica del Giudaismo cioè) che sostiene che, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme del 70 d.C., il “popolo di Israele” può essere raggruppato SOLO dal Messia stesso al suo ritorno e dunque da nessun’altra autorità terrena.

La creazione dello Stato sionista di Israele è stata profondamente ingiusta fin dal principio: un’entità concepita in un clima di tradimenti e giustificata dal male offerto in sacrificio, altrimenti noto come “Olocausto”. Questa profonda ingiustizia continua a generare tuttora numerosi conflitti. Non è esagerato affermare che la fondazione di questo Stato sionista voluto dai Rothschild, insieme all’appoggio cieco e assoluto nonché al sostegno finanziario e ideologico attuato da Washington, potrebbero pericolosamente essere dei precursori per lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, di cui siamo tutti testimoni come possibile sviluppo degli avvenimenti in Medio Oriente.

È difficile capire che questo gracile Stato sionista creato dai Rothschild e che misura non più di 8.019 miglia quadrate – tutto illegale e frutto di furto, naturalmente – praticamente indichi le linee di politica estera da attuare in Medio Oriente ai governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, del Canada, della Francia e di molti altri Paesi. Apparentemente, per ora, non contano le dimensioni geografiche. Ciò che conta è che i Rothschild siano sempre stati pienamente alla base di questo mostruoso “Frankenstein”. In realtà essi sono il Frankenstein stesso.

In ogni caso, qui citiamo alcuni dei fatti che dimostrano l’ampio raggio d’azione della famiglia Rothschild:

I Rothschild possiedono la Reuters e la Associated Press (AP), le due più grandi agenzie di stampa che forniscono notizie ai “media” in tutto il mondo, che naturalmente sono ossequiosi verso i punti di irradiazione della propaganda voluti dai propri padroni. I Rothschild hanno anche una quota di controllo nella Royal Dutch Oil Company, nella cosiddetta “Banca d’Inghilterra”, nell’LBMA (London Bullion Market Association), nella Federal Reserve [la Banca Centrale degli Stati Uniti, ndt], nella Banca centrale europea (BCE), nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale e nella Banca dei regolamenti internazionali. I Rothschild hanno anche la proprietà della maggior parte delle aziende che forniscono oro fisico prodotto nel mondo. Possiedono il mercato di scambio dell’oro di Londra (Gold Exchange) che fissa il prezzo dell’oro ogni giorno! Si stima che i Rothschild possiedano più della metà della ricchezza di tutto il pianeta – stimato da Credit Suisse in 231.000 miliardi di $, ricchezza controllata dall’85enne Evelyn Rothschild, attuale capo della famiglia.

Nel 2005 il settimanale “Forbes” ha classificato Mayer Amschel Rothschild, il capostipite della famiglia vissuto tra metà 18° e inizio 19° secolo, come il numero sette nella sua lista dei “20 uomini d’affari più influenti di tutti i tempi”. Per inciso, Mayer Amschel Rothschild è indicato come il “padre fondatore della finanza internazionale”!

I Rothschild sono stati direttamente coinvolti nel finanziamento degli inglesi nella loro guerra del 1812, quando l’Inghilterra invase lo Stato di Washington e bruciò la capitale di quella nazione fin nelle fondamenta. Tre anni più tardi (nel 1815) i Rothschild presero il controllo completo della Banca d’Inghilterra.

I Rothschild sono stati anche direttamente coinvolti nel finanziamento dei secessionisti del Sud durante la Guerra civile americana (1861-1865). L’assassino del Presidente Lincoln, John Wilkes Booth, era in realtà un agente dei Rothschild.

Dopo la loro ostile scalata alla Banca d’Inghilterra nel 1815, i Rothschild hanno espanso il proprio dominio bancario in tutto il mondo. Il loro metodo si basa su: pressioni su politici corrotti dei vari Paesi per accettare prestiti massicci, che non potranno mai rimborsare e dunque per sottomettere quei Paesi ad una forma di “schiavitù del debito” gestita dalle banche dei Rothschild stessi. Se un leader si rifiuta di accettare un prestito è spesso estromesso dal potere o assassinato. E se questi metodi non funzionano, possono seguire delle invasioni. Questo vi suona familiare?

Come detto sopra, i Rothschild esercitano anche una forte influenza sui mezzi di informazione tradizionali più importanti del mondo. Tramite la continua ripetizione dei concetti e delle informazioni, le masse sono indotte a credere nelle storie di orrore che riguardano i “dittatori” – Saddam Hussein in Iraq, Muhammar Gheddafi in Libia, ora Bashar Al Assad in Siria ecc.. Ancora una volta, non vi suona familiare tutto questo?

La famiglia dei Rothschild ha avuto un ruolo nel fomentare quasi ogni guerra europea (due delle quali sono state progettate per poi diventare guerre mondiali) nel corso degli ultimi 250 anni. Essi hanno inoltre insediato presidenti e Primi Ministri, insediato e detronizzato re (sostituiti in seguito da burattini agli ordini della Massoneria), mandato in bancarotta nazioni attraverso guerre e minacce di guerra, insieme a coercizioni economiche (il loro strumento preferito), come le manipolazioni dei tassi di interesse, bolle economiche artificiali seguite da crolli finanziari, recessioni e depressioni economiche, oltre alle manipolazioni del cambio delle monete, e l’elenco potrebbe andare avanti a lungo.

Indirettamente, in un ambito non strettamente economico, hanno sempre lavorato di gran lena (da dietro le quinte, naturalmente) utilizzando le moderne logge massoniche immorali e senza Dio per corrodere i valori morali a lungo costruiti, per diffondere in tutti i modi le perversioni sessuali, espandere il relativismo morale e l’ambiguità attraverso i moderni sistemi educativi secolarizzati, per creare e fomentare divisioni sociali, etniche, culturali, politiche e geopolitiche, separazioni e settarismo.

Loro hanno lo scopo di distruggere la cristianità occidentale (cattolici e protestanti non fa differenza) e, purtroppo, in una certa misura ci sono riusciti. Ma dobbiamo essere grati per la rinascita e il ritorno del cristianesimo ortodosso orientale come di una forza morale, etica e politica da non sottovalutare, che trova ascolto soprattutto tra i giovani della Russia e dell’Europa dell’Est. In queste aree del mondo i loro tentativi stanno tutti fallendo. Questo è una delle ragioni per cui le loro campagne di stampa sono così infarcite di “russofobia”.

E per quanto riguarda il vero, rivoluzionario e moderno Islam, i Rothschild lo percepiscono come la loro più grande minaccia, e impegnano tutto il tempo nel provocare e finanziare le versioni più brutali e selvagge del falso Islam, come il Wahabismo e il Salafismo, tramite i loro rappresentanti sauditi e qatarini e i mercenari dell’ISIS.

La situazione è tale perché il loro obiettivo geopolitico ultimo nella grande regione mediorientale è di liberare prima grossi pezzi del territorio (fomentando caos, illegalità e guerre che generano poi crisi dei rifugiati come quella attuale, come in Siria e in Iraq ecc .) al fine di attuare una volta per tutte il loro cosiddetto “progetto di un Grande Israele” (che va dal Nilo all’Eufrate) per controllare direttamente e sfruttare spiritualmente il patrimonio esoterico di queste terre molto antiche e cariche di spiritualità. E la loro carta vincente è la cosiddetta “Opzione Sansone”, la strategia di deterrenza che consiste in una massiccia rappresaglia da farsi con armi nucleari contro qualsiasi Paese il cui esercito possa attaccare difensivamente Israele. Questi sono solo alcuni esempi noti delle loro malvagie strategie.

Tornando ad alcune delle strategie geo-economiche utilizzate dei Rothschild, ecco che arriva il “dossier Iran”. È forse per ottenere il controllo della Banca centrale dell’Iran (CBI) uno dei motivi principali per cui l’Iran è stato preso di mira e demonizzato dai media occidentali e dei guerrafondai di Washington e Tel Aviv? Ricercatori imparziali sottolineano che l’Iran è uno dei soli tre Paesi al mondo la cui banca centrale NON sia sotto il controllo dei Rothschild. Prima dell’11 settembre 2001 ve ne erano sette: Afghanistan, Iraq, Sudan, Libia, Cuba, Corea del Nord e Iran – e non si tratta di grosse somme dal punto di vista globale macroeconomico.

Nel 2003, tuttavia, l’Afghanistan e l’Iraq sono stati completamente inghiottiti dal sistema Rothschild e poi a partire dal 2011 hanno seguito Sudan e Libia. In Libia è stata già istituita una banca Rothschild a Bengasi mentre il Paese era ancora in guerra!

Anche in questo caso, ricercatori imparziali sostengono che l’Iran non sia demonizzato perché costituisce una minaccia nucleare, dato che i fatti hanno dimostrato più e più volte che l’Iran NON costituisce chiaramente una minaccia nucleare. Eppure, i media mainstream controllati dai Rothschild continuano inesorabilmente a ripetere questa menzogna, anche dopo la firma del JCPOA, la sigla che indica il Piano Globale di Azione Comune tra i P5 + 1 e la Repubblica islamica dell’Iran.

Qual è dunque il vero obiettivo di questi attacchi? Sono le migliaia di miliardi da ottenere dai profitti della vendita del petrolio (=furto di petrolio), o le migliaia di miliardi da intascare in profitti di guerra (per secoli una specialità dei Rothschild), o si tratta di trovare un pretesto per iniziare la Terza Guerra Mondiale con qualsivoglia diabolico incentivo finanziario, o si tratta semplicemente di distruggere la CBI (Banca centrale dell’Iran) in modo tale che nessuno sia lasciato libero di sfidare il racket del denaro gestito dai Rothschild? Potrebbe essere uno qualsiasi di questi motivi o peggio, potrebbero essere tutti insieme!

Per riassumere, quella che era definita in termini spregiativi come “teoria della cospirazione” è oggetto di aperte discussioni tra accademici credibili, think-tank indipendenti e all’avanguardia e, infine, tra i governi delle nazioni di tutto il mondo.

Per ultimo, una vecchia idea di John Maynard Keynes e di E. F. Schumacher per istituire una “moneta globale” chiamata Bancor può essere ancora un’idea riconducibile ai Rothschild, come anche la creazione della corrispondente banca centrale globale.

Il padrino criminale Mayer Amschel Rothschild ha pronunciato la famosa frase: “Datemi il controllo del denaro di una nazione e non mi interessa chi farà le sue leggi”. Chiunque continui a controllare il sistema monetario del mondo sarà in effetti il controllore in ultima istanza delle scelte politiche e sue delle leggi – parlando a livello globale. Qual è la strategia dei Rothschild nel raggiungimento di questo obiettivo? Una delle misure preliminari necessarie per creare una moneta globale è quella di distruggere tutte le altre valute in circolazione nel mondo al fine di giustificare appunto la sua introduzione.

Come è stato detto, le richieste per l’istituzione di una valuta globale sono cominciate subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando John Maynard Keynes e il governo britannico proposero il Bancor come valuta di riserva mondiale. L’attuale crisi economica in atto, soprattutto a partire dalla grande recessione del 2008, ha posto le basi per la scomparsa del dollaro come valuta di riserva mondiale al fine di rendere possibile la nascita di questo Bancor o come si vuole chiamare quello che intendono ottenere con la loro propaganda.

Una cosa è certa, Washington e la Fed eseguono i loro piani, poiché la Fed continua a svalutare il dollaro attraverso operazioni di massiccio “quantitative easing” , per meglio collocare e stampare sempre più carta moneta. Washington continua a crescere spendendo sempre di più solo per aggravare il problema. Forse tutto ciò fa parte del piano dei Rothschild per distruggere il dollaro una volta per tutte. Timothy Geithner, ex presidente della filiale di NewYork della Fed, già segretario di Barack Obama al Tesoro dal 2008 al 2012, ha apertamente appoggiato la creazione di una valuta unica mondiale. Guardate questo breve video:http://youtu.be/ds_qGXbxK-4

Alcuni sostengono che la bolla del mercato immobiliare statunitense, il quasi collasso del settore delle auto degli Stati Uniti e il successivo salvataggio operato dal Governo, i salvataggi di Wall Street e dei banchieri, così come la drastica riduzione nella produzione Negli Stati Uniti sono tutti gli eventi programmati per schiacciare sistematicamente l’economia degli Stati Uniti e il dollaro, costituiscano l’anticamera per aprire la strada alla “fase 2” del disegno dei Rothschild cioè quello di acquisire i sistemi monetari di tutto il mondo e completare così il disegno di una dittatura feudale chiamata “Nuovo ordine mondiale”. L’idea è sicuramente in cantiere.

Ora, lasciate che la rivoluzione sociale, politica, economica e soprattutto spirituale della gente vera abbia inizio. Siamo sulla soglia – e qualcuno potrebbe dire nel bel mezzo – della nascita di questa nuova grande umanità!

729.-I PARTITI NELL’ATTUALE COSTITUZIONE COME STRUMENTO PER L’ESERCIZIO CONTINUO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE.

Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Il 1° Comma fu scritto dal Referendum del 2 giugno 1946 e l’Art. 139 della Costituzione esclude che la forma repubblicana possa essere “oggetto di revisione costituzionale”. Su quell’”appartiene”del 2° Comma ci siamo già espressi, nel senso che gli eletti non diventano titolari della sovranità, ma membri del Parlamento che deve rappresentare la volontà popolare.

“La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere.” Piero Calamandrei

“La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà.” Luigi Sturzo

 

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Il progressivo allontanamento dei cittadini dalla partecipazione alla vita politica della Nazione porterà, inevitabilmente, alla sua estinzione. Vi contribuiscono molteplici cause, di origini diverse, tutte oggetto di dibattito e di propaganda politica che non producono risultato. La causa principale, a mio sommesso avviso, è da ravvisarsi nell’astensionismo, rectius, nella ragione dell’astensionismo, che ben si realizza quando, ottenendosi il convincimento della necessità della partecipazione al voto, la risposta, quasi sempre, che si riceve è:”E chi dice di votare?”. Tale, infatti è il distacco dalla politica (in greco Τὰ πολιτικὰ) dal suo significato aristotelico, che questa viene, ormai, vista, non come la partecipazione alla cosa comune, ma come il mezzo attraverso il quale profittarne. Siamo giunti, addirittura, alla prevaricazione del diritto e cito i diritti dei lavoratori, dei risparmiatori, degli indigenti e dei disabili, tutti costituzionalmente tutelati. Una colpevole interpretazione della gerarchia delle fonti, con riguardo ai trattati internazionali, segnatamente europei, ma anche del Trattato Nord Atlantico, NATO, sta portando alla violazione, allo stravolgimento dei principi costituzionali, direttamente o indirettamente. Non è vero che l’Art. 11 consente qualunque limitazione di sovranità necessaria ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.. .

Articolo 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Esemplifico: La Nazione va in guerra senza l’approvazione del popolo sovrano; le Forze Armate partecipano attivamente all’invasione del Territorio; le condizioni di disparità nell’eurozona sono palesi; la Solidarietà è rivolta ai clandestini e non ai cittadini e, così, il gettito fiscale è impiegato per soddisfare gli appetiti di speculatori finanziari a livello mondiale, di enti privati (anche stranieri: la Caritas italiana della CEI, Conferenza Episcopale Italiana) e le brame di stranieri sconosciuti senza legge, spesso bestiali.

Per raffigurare ciò che intendo con “estinzione della Nazione”, intendo sia quella dell’Ordinamento giuridico, delle istituzioni, del modello economico e sociale costituzionalizzato, dei confini del territorio, sia quella della nostra identità:  tradizioni, cultura, arte e sia, anche, quello che fu scritto e vergato da Napoleone Bonaparte, autonominatosi re d’Italia, nei riguardi del Regno (Regno d’Italia: 1805 marzo 19 – 1814 aprile 20), cioè del Nord Italia: “Un mercato e un bacino di mano d’opera e di materie prime per l’industria francese, volutamente deindustrializzato, appunto per non sottrarre mercato e risorse ai francesi”. quello che Napoleone non poteva prevedere, era che il gettito fiscale rastrellato agli italiani sarebbe andato a soddisfare la Germania.

125px-flag_of_the_napoleonic_kingdom_of_italy-svg260px-kingdom_of_italy_napoleonic-svg Regno d’Italia

Tornando al poco rispetto degli italiani alla cosa comune e alla poca partecipazione alla vita politica attraverso il sistema dei partiti, sopratutto, al loro “metodo democratico”,

Articolo 49
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale [cfr. artt. 18, 98 c. 3, XII c. 1].

osserviamo il completo sviamento della politica e il suo allontanamento dall’etica, con la emersione degli individui meno colti e degli amorali, che hanno ridotto i partiti politici a circoli chiusi e occulti, veri comitati di affari, complici la rarefazione di quel meraviglioso ascensore sociale che è il lavoro e il progressivo annichilimento del ceto medio. Troviamo, purtroppo, giornalmente, le conferme di queste affermazioni nella crescita della disoccupazione, nella diminuzione della natalità, nell’aumento dei casi di suicidio e nelle cronache giudiziarie che investono, non per caso, i partiti al governo.

Per Aristotele,”la democrazia si caratterizza come il governo della massa esercitato per il proprio interesse ‘di classe’; e, dal momento che la massa dei cittadini è solitamente costituita dai meno abbienti, la democrazia può essere definita il governo dei poveri a proprio esclusivo vantaggio”…”Aristotele riconosce l’esistenza di un governo della massa che non è deviato, che chiama semplicemente ‘costituzione’, politeia, e che definisce una commistione di democrazia e oligarchia: può apparire strano che l’unione di due forme degenerate costituisca un buon regime ma Aristotele ritiene che la politeia prenda il meglio di queste due costituzioni degenerate, facendo le cariche elettive come l’oligarchia e rendendole indipendenti dal censo come la democrazia” (IV 9, 1294b)…”vi saranno più forme di democrazia. Ciò che le caratterizza tutte è l’esistenza di libertà e uguaglianza al loro interno; esse si differenziano, però, per la maniera in cui queste qualità vengono declinate e realizzate: concedendo accesso alle cariche a tutti i cittadini senza esclusione o invece fissando una soglia di censo sebbene esigua; mantenendo sovrana la legge o invece dando potere all’assemblea e ai demagoghi; questa ultima forma di democrazia assomiglia addirittura a una tirannide perché esercita un potere dispotico sui migliori mentre le decisioni dell’assemblea assomigliano all’editto del tiranno (IV 4, 1291b-1292a). Aristotele osserva anche come una buona forma di democrazia rappresenti un regime stabile allorché presenta un ampio ceto medio: questo solitamente impedisce la nascita di dissidi e fazioni tra cittadini e quindi la trasformazione della costituzione. I dissidi nascono infatti dalle differenze, soprattutto di virtù e di ricchezza.”

Negli Stati a democrazia a rappresentanza indiretta i partiti politici sono lo strumento attraverso il quale i cittadini dovrebbero avere una partecipazione permanente e continua alla politica nazionale.

Infatti, l’esercizio diretto della sovranità popolare, a livello nazionale, si attua solo

  • con il referendum, laddove è previsto – ma il suo carattere è inevitabilmente eccezionale e saltuario – e
  • con il diritto di voto, per sua natura, a lunga periodicità e dominato dal monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle liste elettorali.
Altro strumento, diverso dai partiti politici, è la lista civica elettorale presentata alle elezioni amministrative, movimento politico locale autonomo rispetto ai partiti tradizionali, con un programma che mira ad affrontare e risolvere problemi locali. Le liste civiche possono talvolta riunirsi in occasionali o stabili federazioni nazionali

Ma, i partiti sminuiscono le autonome possibilità di azione politica dei singoli cittadini e dei raggruppamenti episodici, a tal punto che detengono ed esercitano il potere politico reale, al di fuori del Parlamento, tale che anche il voto di fiducia delle Camere ne risulta condizionato.

La sostanziale democraticità dell’ordinamento politico dello Stato partitocratico (Parteienstaat, état partitaire) viene a dipendere esclusivamente dalla lealtà e dall’efficienza dei partiti politici:           dalla loro effettiva capacità di assolvere la delicata funzione di strumenti permanenti di espressione della volontà politica popolare.

In questo modello, la genuinità, l’onesta e l’adeguatezza degli organi rappresentativi e della Pubblica Amministrazione non dipendono più dal senso dello Stato dei cittadini, ma dai partiti.

A differenza dei governi parlamentari ottocenteschi, in cui i partiti erano gruppi elettorali senza una organizzazione permanente,

in una nazione moderna, la somma degli interessi che fanno capo ai partiti è tale per cui

la funzione di canalizzazione e di espressione della volontà politica popolare si traduce in una mera utopia.

Il libero cittadino diviene facilmente suddito, impotente e senza altra voce in capitolo che il diritto di voto e il referendum; ma, il primo, può essere disatteso dal candidato eletto, libero anche di cambiar bandiera e, il secondo, lo è stato costantemente.

E’ assolutamente evidente che non si possa più parlare di democrazia rappresentativa,             ma di plutocrazia asservita a qualunque fonte di lucro, anche proveniente da governi stranieri, che asservono ai loro interessi la politica nazionale: plutocrazia che falsa la lotta politica in favore dei partiti che sono al governo, che ne condiziona le alleanze, ne cristallizza le oligarchie e pone a sistema i cosiddetti “cerchi magici”, privilegia i candidati più destri nell’arte di accaparrare finanziamenti, infine (ma non c’è una fine), concorre a rendere inefficiente e corrotta la Pubblica amministrazione; ed ecco, al comando gli incapaci ma disonesti, la preferenza alle scelte antieconomiche ma convenienti.

Per effetto di questa inarrestabile immoralità, ogni bisogno pubblico diviene fonte di speculazione e di arricchimento dei plutocrati e delle lobby:

la sanità diventa business e al suo centro non troviamo più il medico e il paziente, ma l’azienda e il denaro.

Così, i trasporti e i beni essenziali (l’acqua), più in generale, i servizi passano in mano al capitale privato per non obbedire più alle esigenze della collettività e il peso fiscale non trova più in loro il proprio corrispettivo.

728.-I TRATTATI EUROPEI SOGGIACCIONO AL VINCOLO COSTITUZIONALE E NON IL CONTRARIO.

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Dopo i deludenti risultati dell’Unione europea, costruita intorno alla moneta unica, su basi esclusivamente o quasi, economiche, si pone il problema di come affrontare la sfida dell’economia globale e con quale modello costituzionale. I sostenitori del neoliberismo europeo hanno accreditato una nuova costituzione economica che ha la sua fonte in una lettura artatamente distorta dell’Art. 11, portata avanti in nome dell’integrazione, che trarrebbe la sua legittimazione dall’istituzione sovranazionale. E’ vero, invece, il contrario. Ad oggi, tuttavia e paradossalmente, il modello in vigore di fatto è quello della proposta di Costituzione europea bocciata dai referendum francese e olandese del 2005 e introdotto, fraudolentemente, attraverso aggiornamenti ai trattati confluiti nel Trattato di Lisbona, perciò detto,  la decostituzione. In questo modello vediamo sostituiti i principi dello Stato sociale dal principio della competitività e del profitto a scopo di profitto. Questo sovvertimento dei principi fondanti delle costituzioni degli Stati europei non è stato legittimato in modo palese dal voto dei cittadini europei, anzi e, mentre la politica economica ha prodotto effetti negativi nel Sud Europa e positivi negli Stati del Nord, in ragione delle differenti economie e del sistema adottato, le occasioni di conflitto si sono ripetute, passando dal campo militare a quello economico. Anche questo ultimo assunto è, però, parzialmente vero, se si osservano le recenti operazioni militari degli europei in Libia, dove ognuno combatte la sua battaglia per il petrolio, senza alleati.

Agli occhi di tutti, il modello economico impostoci da Maastritch e Lisbona è il responsabile della fine del nostro sviluppo produttivo. Questo giudizio negativo è ben radicato negli italiani e dipende anche dalle false promesse non mantenute, con cui fu accompagnata l’introduzione della moneta unica. A seguire, la disattivazione del modello costituzionale italiano a opera dei vincoli sorti in conseguenza e in attuazione dei trattati europei è avvenuta di fatto, gradatamente e costantemente e ha inciso negativamente sulla fiscalità, sul risparmio e sulla sua tutela, sul sistema bancario, sulla occupazione e sulla tutela dei lavoratori, infine, ma solo per brevità, sulla natalità, sulla solidarietà e il welfare. Altrettanto palese è la situazione di privilegio rispetto ai cittadini, ottenuta dai mercati, rectius, dagli operatori economici sovranazionali, talché ben si può affermare che l’economia si è posta al di sopra del diritto. Le spinte centrifughe, materializzatesi all’apparenza con la BREXIT, fanno presagire la possibile fine dell’€uro; ma il timore più grande riguarda l’abbandono della trama dei principi su cui fonda la Costituzione, perché, da una parte, si professa la fine delle sovranità nazionali, dall’altra, siamo di fronte, sia al declino dell’Unione europea sia a un nuovo diritto costituzionale globale. Prudenza vuole, perciò, che, prima di aderire o, soltanto, di esaminare una nuova proposta, non più associativa, bensì federativa degli Stati del continente e con consistenza, questa volta, sovrana, anche per la politica estera e per la difesa, sia opportuno e necessario sottoporre a verifica l’attualità del modello costituzionale italiano in vigore e, segnatamente, di quello economico e sociale.

Dobbiamo la nascita della Costituzione del 1948, principalmente, ai sei partiti costituenti il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale”, che informarono la vita politica durante i periodi pre-costituente e costituente, tale che ben possiamo affermare che la Costituzione è stata tenuta a battesimo ed è l’espressione della Resistenza. Le due anime della Resistenza, quella del socialcomunismo e quella della cristianità, trovarono piena espressione nella tutela del lavoro e della dignità della persona umana ed informarono, “vincolandolo”, il modello economico-sociale della Costituzione.

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Il primo articolo sottolinea in modo particolare, oltre l’identità repubblicana dello Stato, come la Nazione sia fondata sul lavoro.

Prima di arrivare alla forma tuttora vigente, vennero esposte varie proposte. La prima, presentata dal deputatoMario Cevolotto ometteva la formula “…fondata sul lavoro” e venne presentata il 28 novembre1946. Questa, però, non piacque alla quasi totalità dei membri dell’Assemblea e venne definita algida e carente dei tratti precisi del nascente Stato Italiano. Fu Aldo Moro a chiedere di inserire un riferimento al lavoro.

Palmiro Togliatti presentò una seconda proposta: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori“. Ma anche questo emendamento venne bocciato.

Ma fu il democristianoAmintore Fanfani a presentare la formula attuale che fu appoggiata dal Partito Comunista Italiano e dal Partito Socialista Italiano.

L’articolo 1 della Costituzione Italiana venne approvato nella sua interezza il 22 marzo1947 dando finalmente un’identità alla nascente Repubblica.

La sintesi della Costituzione sta nell’Art. 1 : “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il principio lavoristico guida la trama dei principi costituzionali. E’ la Costituzione dei lavoratori e, come vedremo, quell’ “appartiene” sta a significare la relazione che intercorre fra gli elettori e gli eletti.

La forma di Governo parlamentare, così come è stato scelto dall’Assemblea Costituente, si avvale del sistema dei partiti, ai quali fa esplicito riferimento l’art. 49, attribuendogli una categoria associativa a sé.

L’art. 49 ha consacrato e riassunto quella situazione nella sede normativa più alta e il riconoscimento formale del diritto dei cittadini di associarsi in partiti consacra ed è preceduto dall’affermarsi dei partiti vincitori quali effettivi centri decisionali in ogni settore della vita pubblica nazionale; tutti i partiti meno uno: Il Partito Nazionale Fascista, bandito in ogni sua forma dalla vita politica della nuova Italia democratica.

L’art. 49 servì, perciò, a sanzionare il passaggio dalla dittatura del partito unico alla democrazia rappresentativa dei partiti democratici, ma legittimando un sistema a rappresentatività indiretta, almeno per quelli che ammettono tale forma di rappresentanza.

Contrariamente a quanto sostenuto da taluni, non si rinvengono nella legislazione ordinaria segni consistenti dai quali trarre inequivocabilmente di un quasi monopolio di fatto dei partiti nella presentazione delle candidature alle elezioni. Vi sono, infatti, legittimati anche i gruppi politici organizzati, che non si sostanziano solamente nelle alleanze tra partiti.

Oggi, si sente, dai più, la necessità di dare ai partiti una disciplina giuridica, restituendo loro la funzione di centri di formazione del pensiero politico e attribuendo direttamente al popolo sovrano la funzione di determinare la vita politica della nazione.

Essi per loro vocazione “tendono a far valere un determinato programma di azione politica, conquistando la direzione della vita pubblica ed influendo in modo organico e continuativo sopra coloro che nel momento la detengono”. Attraverso il sistema associativo dei partiti, la sovranità del popolo si collega alle Camere e al governo. Stiamo dicendo che i partiti costituiscono il ponte attraverso il quale la sovranità diviene partecipe dell’azione di governo. E’ evidente che, senza quella sovranità, i partiti rientrano nel novero delle mere associazioni, perfettamente disciplinate dall’Art. 18.
L’Unione Europea, ispirata dalla “economia globale”, tende a legittimare e imporre un diritto costituzionale globale, a parti invertite, in cui l’economia prevale sui principi costituzionale e sui diritti. Da Maastritch al Trattato di Lisbona, la nuova “costituzione economica”, al Titolo X  del T.U.E., nomina, ma non prende in seria considerazione i concetti di democrazia, di benessere e di dignità della persona umana.

 

Il sistema gerarchico delle fonti, posto a garanzia della democrazia, è degradato a mero punto di vista, non più vincolante per il potere finanziario sovranazionale e impersonale che ha spogliato del potere costituente il popolo sovrano, disconnettendo il principio lavoristico.

 

 

727.- L’ITALIA 86 ANNI FA. QUESTA NON E’ POLITICA.

Al grido di Fascismo, tutta la storia passata viene demonizzata, ma, senza voler fare paragoni impossibili, gli italiani hanno lavorato sempre e anche nel ventennio.

1930 . A Castel Maggiore, Bologna, c’era sempre in sosta un treno di pronto intervento, affidato al reggimento ferrovieri che lo aveva realizzato, con il necessario per provvedere al soccorso dei terremotati. Alla notizia del terremoto del Vulture, che si verificò il 23 luglio 1930, il sottosegretario ai Lavori Pubblici Antonio Leoni, con il personale del ministero dei Lavori Pubblici necessario, seguiti poi, dal ministro, partirono con il treno soccorso per l’epicentro della catastrofe e ci rimasero tre mesi. Il sisma era stato di magnitudo 6,7 (X grado della Scala Mercalli), interessando oltre 50 comuni di 7 province. In soli tre mesi il Vulture terremotato fu ricostruito e quelle case, 50 anni dopo, resistettero al terremoto dell’Irpinia. Il treno di soccorso, utilizzato per la prima volta, comprendeva una vettura per le comunicazioni radio, un vagone medico per il pronto soccorso, due vagoni di materiale sanitario e tende, uno per il sottosegretario, due destinati a 100 carabinieri e un carro attrezzi.

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In un momento così drammatico per l’Italia il premier Matteo Renzi polemizza con la ricostruzione dell’Aquila anziché concentrarsi esclusivamente sul sisma che ha colpito la zona di Amatrice. Vedremo cosa saprà fare lui. Ed è bene, in questo momento, ricordare altri terremoti, come quello del Vulture del luglio 1930, avvenuto sempre sulla dorsale appenninica a rischio, poco a Sud da quello del 24 agosto e di magnitudo superiore, 6,7, che causò anche un numero maggiore i vittime, 1404. Il terremoto prende il nome dal Monte Vulture alle cui pendici si verificarono ingenti danni, e colpì la Basilicata, la Campania e la Puglia, in particolare le province di Potenza, Matera, Benevento, Avellino e Foggia. Il terremoto interessò oltre 50 comuni di 7 province. Benito Mussolini, non appena ebbe notizia del disastro convocò il ministro dei Lavori Pubblici, Araldo di Crollalanza e gli affidò in toto l’opera di soccorso e ricostruzione. Araldo di Crollalanza,classe 1892, fu ministro dal 1930 al 1935. Successivamente divenne presidente dell’Opera nazionale combattenti, e legò il suo nome alla bonifica dell’Agro Pontino. Già squadrista nella Marcia su Roma, fu console della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Podestà di Bari, nella Repubblica Sociale Italiana fu commissario straordinario pe ril parlamento, nel quale aveva seduto per tre legislature. Dopo la guerra fu arrestato ma immediatamente prosciolto. Nel 1953 divenne parlamentare del Movimento Sociale Italiano e fu rieletto ininterrottamente fina alla sua morte, avvenuta nel 1986. A lui sono dedicate vie e piazze nell’Agro Pontino e in Puglia.

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Il sisma del Vulture causò 1404 morti
Tornando al terremoto del Vulture, di Crollalanza dispose in poche ore il trasferimento di tutti gli uffici del Genio Civile, del personale tecnico, nella zona, come previsto dal piano di intervento e dalle tabelle di mobilitazione che venivano periodicamente aggiornate. Tra l’altro nella stazione di Roma, su un binario morto, era sempre in sosta un treno speciale, completo di materiale di pronto intervento, munito di apparecchiature per demolizioni e quant’altro necessario per provvedere alle prime esigenze di soccorso e di assistenza alle popolazioni terremotate. E su quel treno si accamodarono il ministro stesso e tutto il personale necessario in direzione dell’epicentro della catastrofe. Per tutto il periodo della ricostruzione Araldo di Crollalanza non si allontanò mai, dormendo in una vettura del treno speciale che si spostava da una stazione all’altra per seguire direttamente le opere di ricostruzione. I lavori iniziarono immediatamente. Dopo aver assicurato gli attendamenti e la prima assistenza, furono incaricate numerose imprese edili che prontamente giunsero sul posto con tutta l’attrezzatura. Lavorando su schemi di progetti standard si poté dare inizio alla costruzione di casette a piano terreno di due o tre stanze anti-sismiche, e nello stesso tempo fu iniziata la riparazione di migliaia di abitazioni ristrutturabili, in modo da riconsegnarle ai sinistrati prima dell’arrivo dell’inverno. A soli tre mesi dal sisma, il 28 ottobre 1930, le prime case vennero consegnate alle popolazioni della Campania, della Lucania e della Puglia.

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Furono costruite 3.746 casette asismiche e riparate 5.190 abitazioni. Le “riparazioni eseguite dai privati risultarono essere 1241, di cui 130 rurali. Mussolini ringraziò di Crollalanza così: «Lo Stato italiano La ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi perché era Suo preciso dovere, ma la ringrazia per aver fatto risparmiare all’erario 500 mila lire». Altri tempi, ma soprattutto altre tempre… Tra l’altro, le palazzine edificate in questo periodo resistettero ad un altro importante terremoto, quello dell’Irpinia, che colpì la stessa area 50 anni dopo.

di ANTONIO PANNULLO

IL GOVERNO E LA RICOSTRUZIONE.

Il Consiglio dei ministri del 29 luglio 1930 stanziò 100 milioni di lire, somma tuttavia inadeguata a coprire i danni e che, alla fine, si fermò a 160 milioni, malgrado le richieste del ministero dei Lavori Pubblici. Il piano per la ricostruzione fu varato con il RDL del 3 agosto 1930 n. 1065 e prevedette un sussidio del 40 % del costo dei lavori ritenuti necessari in base a perizie del Genio civile. Per favorire il decentramento della popolazione, nelle zone rurali fu consentito il cumulo con i benefici previsti dalla legge sulla bonifica integrale (legge 24 dicembre 1928, n. 3134) che fecero assommare il contributo per le abitazioni rurali anche all’85 %. I benefici riguardarono 63 comuni e ciò portò a forti proteste da parte delle autorità di comuni esclusi ma gravemente danneggiati come Cervinara e Cancellara.[1]

La restante parte del costo di ricostruzione doveva essere coperta da mutui, esenti da imposte, la cui erogazione venne affidata al “Consorzio per le sovvenzioni ipotecarie” del Banco di Napoli. I contrasti sulla valutazione dei danni fa consorzio e ministero, tuttavia, ne rallentarono fortemente la concessione. Poiché solo il 30 % del sussidio veniva anticipato, il mutuo era necessario per avviare i cantieri. Il fascio di Aquilonia scrisse a Mussolini per ottenere una proroga del termine per le richieste di sussidio poiché molti avevano dovuto attendere i decreti di trasferimento degli abitati colpiti. Venne anche sollecitato l’esonero dalle tasse per la seconda metà dell’anno e la sospensione di quelle della prima dell’anno successivo, dovuta alla scarsità del raccolto. Sorse infine una polemica fra il Banco di Napoli e il ministero circa la valutazione dei danni poiché il consorzio bancario non accettava di ricevere in garanzia immobili di scarso valore, fu perciò proposto che lo Stato fornisse un’ulteriore garanzia analogamente a quanto fatto col terremoto del 1908. Venne infine chiesto l’aumento del sussidio e la riduzione dei tassi dei mutui, a causa dell’aumento dei costi di ricostruzione degli immobili e della crisi agricola che colpì la regione, oltre che al mancato pagamento di vecchie sovvenzioni agricole da parte dello Stato. Il meccanismo del finanziamento e del mutuo venne esteso agli enti locali in ragione di una sovvenzione del 50 %.[1]

Per i senzatetto furono allestite delle tende poiché il regime scelse di non costruire baracche, affermando di voler risolvere l’emergenza abitativa in maniera definitiva. Si decise quindi di costruire le cosiddette “casette asismiche” che sarebbero dovute essere pronte per l’ottobre del 1930. I ritardi nei lavori spinsero però i prefetti a sollecitare l’intervento del governo che permise la costruzione (a settembre) di mille baracche e intensificò i lavori di ricostruzione ultimando 961 casette alla fine d’ottobre, con una spesa lievitata a 68 milioni di lire. A titolo di esempio, ad Aquilonia il costo effettivo di un vano fu compreso fra le 15 000 e le 25 000 lire, contro una spesa prevista fra le 4 320 e le 7 200 lire.[1]

Le “casette” avevano una struttura in elevazione formata da murature in mattoni pieni a due teste, che poggiavano su uno zoccolo di calcestruzzo oppure, dove possibile, di pietrame e malta cementizia, ed erano racchiuse da un’intelaiatura in cemento armato formata da travetti di base, pilastrini e cordoli di coronamento che poggiavano sulla muratura. Gli stipiti e le architravi di porte e finestre erano in cemento armato. Il tetto, con struttura in legno, era non spingente ed era completato da un tavolato su cui era disposta la copertura in lastre di ardesia artificiale. Le “casette” erano prive di solaio di copertura: le capriate del tetto poggiavano sui cordoli e una rete metallica fissata al di sotto reggeva il soffitto. Ogni “casetta” constava di quattro alloggi formati da uno, due o più vani, dalla cucina e da accessori. I pavimenti, in mattonelle di cemento, poggiavano su un massetto con sottostante vespaio. Nelle cucine, un banco in muratura includeva i fornelli ed era sovrastato dalla cappa con la canna fumaria, mentre i servizi igienici furono dotati di fossa biologica collegata alla rete fognaria. Gli infissi vennero realizzati in legno. Nelle case costruite in pendio, il dislivello fu utilizzato per realizzare al di sotto delle abitazioni un locale rustico destinato al ricovero di attrezzi agricoli, paglia o fieno

726.- Roberto Bin, il costituzionalista Unife si schiera con la riforma Boschi “Fondamentale il superamento del bicameralismo perfetto. Le parole della Boschi e l’appello dei costituzionalisti sono stati strumentalizzati”

VOTA SI VOTO NO !

Padova, 12 settembre

“Nel ciclo di incontri sul referendum costituzionale organizzato dalla Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova, abbiamo ascoltato, questa sera, il professore Roberto Bin ordinario della cattedra di Diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Ferrara. Le sue argomentazioni a favore della riforma poggiano su alcuni solidi argomenti, scelti ad hoc e alcune delle sue affermazioni sono condivisibili da tutti: per esempio, che per dare voce alla partecipazione politica degli italiani, occorrerebbero 60 milioni di partiti. Tuttavia, non riesce facile giustificare la contraddizione fra l’esaltazione della democrazia e la progressiva privazione del diritto di voto attuata dalla governance – passatemi il termine –  filo europeista, ben rappresentata da Napolitano e dalle riforme. Sembra, anzi, veder trasparire una profonda, sofferta sfiducia verso il suffragio universale e verso l’eleggibilità dei quisque de populo che ne deriva. Sfiducia che mi dolgo di condividere. Certamente, il fatto che l’elezione dei senatori su base regionale sia già prevista in Costituzione (art. 57) e che la formula del bicameralismo perfetto sia dipesa (anche) dalla tardiva introduzione delle regioni nell’ordinamento, non giustifica la scelta del Senato dei nominati, perché esso resta un organo politico, addirittura con immunità parlamentare. Prendo atto con molti “ma” del fatto che il Parlamento europeo si è conquistato un ruolo, mentre è palese che quello italiano lo ha perso; ma il primo era e rimane sottoposto a una Commissione di nominati, mentre il secondo è, tuttora, titolare del potere legislativo ed è stato, invece, espropriato dal potere esecutivo e dai partiti, nonché, sovente, delegittimato dalla insufficiente qualità delle candidature in lista. Esempio lampante di esproprio è proprio questa riforma, proposta e sostenuta dal potere esecutivo, addirittura monopolizzando i media ed abolendo, di fatto il pluralismo dell’informazione, altro cardine della democrazia. Pensare che, regola di correttezza istituzionale avrebbe voluto, invece, che il Governo non presenziasse al dibattito sulle leggi costituzionali.

Trovo utile un parallelo fra il tradimento con cui si agevolò la caduta della dittatura e questo esproprio dei cardini della democrazia a favore – diciamolo – del disegno neoliberista cosiddetto europeo.

Viene escluso a priori dalla discussione qualunque esame sul disposto combinato della riforma e dalla legge elettorale 6 maggio 2015, n. 52, nota come Italicum, motivando che la Costituzione costituisce l’impalcatura e la legge elettorale è una legge. Si sorvola sul fatto che la legge è valida solo per la Camera dei Deputati, nell’ottica della riforma costituzionale de quo che dovrebbe rendere l’assemblea di Palazzo Madama non più direttamente elettiva. Questa scelta priva di gran parte dell’interesse il contributo, molto atteso, di un grande giurista, per gli effetti arcinoti che la legge elettorale, nel testo attualmente vigente,  produrrà sulla composizione degli organi istituzionali. 

A fronte della svolta autoritaria del governo e, nientemeno che del Presidente della Repubblica (organo di garanzia, super partes, perciò, privo di potere), si afferma che è vero il contrario argomentando ciò con il termine posto da questa riforma al ricorso ingiustificato ai decreti legislativi e con l’istituzione del voto a data certa: argomenti veritieri, che – sembra (“sembra” giurisprudenziale) – vengono usati in modo strumentale, ma che restano insufficienti. Sembra, anzi, si percepisce chiaramente che si voglia fortemente ovviare alla difficoltà e alla lungaggine incontrate dal potere legislativo con il sistema bicamerale perfetto e, si citano, casi recenti, eclatanti di tardiva approvazione delle leggi e che si sia individuato, ancora una volta come panacea, il premieranno di stampo anglosassone, che poggia su ben diverse fondamenta democratiche e che fu bocciato dal referendum 2006. A questo proposito, complice, sicuramente, il tempo tiranno, si è sorvolato sul deficit di partecipazione consentita dalle gerarchie dei partiti e sull’art. 49, che, a parere di molti, necessiterebbe di attenzione riformista. Resta da dimostrare che l’Italia abbisogni di efficientare la sua “sovrapproduzione” legislativa. La critica al bicameralismo perfetto (si deve prescindere dalla valutazione delle numerose citazioni di Diritto costituzionale comparato) poggia su argomenti noti e condivisi, eccetto laddove si nega la funzione di garanzia e di contrappeso dei poteri svolta dalla seconda Camera. L’osservazione: “…perché allora non una terza Camera” priva di pregio l’argomentazione. La funzione di garanzia fu voluta dai costituenti per l’attuale Senato, proprio per evitare svolte autoritarie. Viene, nostro malgrado, ancora in discorso il combinato disposto della riforma costituzionale e della legge elettorale perché il pluralismo democratico e l’equilibrio dei poteri sono due cardini della democrazia. La legge elettorale incide, senz’altro, sul primo e la  riforma sul secondo. Per un costituzionalista di questo peso, questo aspetto non può soggiacere all‘efficentazione della produzione legislativa. Resta anche il dubbio di cosa significhi efficientare il potere legislativo. E’ vero che il sistema del bicameralismo perfetto, con la sua “navetta parlamentare”, è più complicato e lento del bicameralismo imperfetto, ma, siamo sicuri che il problema dipenda in toto dal sistema e non anche dai partiti? In ogni caso, per esempio, nel sistema francese (articolo 45 della Costituzione francese), il governo può interrompere la navetta, nominando una commissione bicamerale e resta, comunque, possibile, come extrema ratio, il ricorso all’Assemblea Nazionale.

Del tutto condivisibile e apprezzabile, è il dubbio espresso sulla funzionalità del nuovo Senato, che fa sorgere importanti interrogativi. Meno assai condivisibile è l’assunto “se non si procede oggi alla riforma, ne parleremo invano per altri 35 anni”, molto simile al “meglio che niente” di molti sostenitori del Si. Le riforme, invece e a nostro dichiarato parere, si fanno bene o è meglio non farle. Nel percorso logico della condivisione espressa per questa riforma, sembra di cogliere un sofferto appiglio all’autoritarismo, nel senso: Abbiamo una maggioranza, sia pure ottenuta con una legge elettorale incostituzionale, ma legittimata dall’attività legislativa pregressa e da qualche confusione e, con questa maggioranza parlamentare soltanto, possiamo e dobbiamo riscrivere la Costituzione, senza rischiare di votare un altro parlamento, legittimo si, ma “inutile”.

Forse, sarebbe bastato attendere che il corso degli anni avesse purgato il fascismo e si fosse chiusa l’epoca mussoliniana, anziché affrontare una guerra civile e scoprire, poi, che la democrazia non fa per noi. La realtà sembra essere peggiore: Non si tratta, però, di un mero deprecabile rigurgito nazionale dell’autoritarismo, ma del progressivo “avvicinamento” (è il termine usato nel Trattato di Lisbona) delle Costituzioni degli Stati sociali sovrani, improntate al principio lavoristico, verso il principio neoliberistico, senza bandiere né confini, del profitto a scopo di profitto, dal quale, in gran parte, derivano le difficoltà presenti.” 

Mario Donnini

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La riforma costituzionale Boschi per l’abolizione del bicameralismo perfetto e la modifica del Titolo V della Costituzione trova un importante sponsor a Ferrara: si tratta del costituzionalista di Unife Roberto Bin, che nelle scorse settimane ha firmato assieme ad altri 183 docenti e studiosi il proprio appoggio al piano di riforma del governo. E che, negli stessi giorni, ha pubblicato una lettera aperta rivolta ai 56 costituzionalisti contrari al progetto Boschi, guidati da Gustavo Zagrebelski, in cui spiega che “l’appello, sia pure pacato, che avete diffuso non mi persuade affatto”. Intervistato dal nostro giornale, Bin entra nelle questioni tecniche e spiega le ragioni della sua scelta sottolineando più volte un concetto: la riforma costituzionale, per quanto ampiamente “perfettibile”, rappresenterebbe comunque un grande passo in avanti per la macchinosa e vulnerabile architettura istituzionale italiana.

Professor Bin, partiamo dal tema del bicameralismo perfetto: nella sua lettera ai costituzionalisti contrari alla riforma spiega che il nostro attuale sistema parlamentare “non è affatto quello voluto dai nostri costituenti. Anzi, è il frutto dello stravolgimento del modello da loro auspicato”. Come si è arrivati a questo sistema e perché crede che vada modificato?

Il punto fondamentale e più positivo della riforma Boschi sta nel superamento di questa eccezione mondiale che è il bicameralismo perfetto, che non è il sistema voluto dai nostri costituenti poichè completamente falsato dalla legge elettorale del Senato e poi dalla riforma del ’63, quando la lunghezza del mandato dei senatori fu parificata a quello dei deputati. Il Senato non doveva essere un doppione della Camera ma una rappresentanza dei territori, analogamente alla Bundesrat tedesca. Al momento dell’approvazione della legge elettorale per il Senato, un colpo di mano deciso fuori dall’aula da un accordo tutto politico, tra Dc e Pci ha sovvertito all’ultimo momento il disegno fissato dall’ordine del giorno Nitti, che fino a quel momento sembrava corrispondere all’intenzione della maggioranza dell’assemblea, con tutte le proteste che ne conseguirono in aula”.

Ma a prescindere dalla genesi del bicameralismo perfetto, quali sono i suoi difetti e come mai occorre superarlo?

Il bicameralismo perfetto è un’eccezione mondiale e difenderlo in nome della democrazia è un puro slogan politico: il fatto che ci siano due camere elettive e con le stesse funzioni, piuttosto che una sola, non è un fatto di democrazia, ma al contrario implica una distrazione della volontà popolare. Se una legge deve passare per due camere ci sono molte più possibilità che intervengano interessi particolari nel processo legislativo da parte di tutte le lobby immaginabili. Il bicameralismo perfetto non esiste in nessuna altra parte del mondo semplicemente perché nessuno ha mai immaginato una cosa così cretina, e men che meno i nostri padri costituenti. E infatti di proposte per la sua abolizione se ne discute fin dagli anni ’60, ne parlava anche il centrodestra nel 2006 anche se con un progetto fatto decisamente peggio.

Nella sua lettera aperta sottolinea che anche secondo lei rimangono problemi nella riforma, ma che il suo giudizio rimane nel complesso positivo. Quali sono gli aspetti da migliorare?

Sicuramente la composizione del Senato che non è quella originaria del progetto Boschi, che non era male, ma quella a cui è arrivata il Senato stesso al termine della discussione, frutto delle istanze di conservazione di posti e poltrone. Non una bella parentesi di democrazia, nel senso che si è discusso poco e male, con grandi manifestazioni e scenate che hanno dimostrato non l’importanza del bipolarismo perfetto, ma l’urgenza di uscirne. Il dibattito invece di migliorare la legge l’ha peggiorata.

Come giudica la posizione di Zagrebelsky e di altri importanti costituzionalisti che si sono schierati contro la riforma? Le loro critiche sono assimilabili a quelle dei partiti politici di opposizione?

Parliamo di un appello che è stato molto strumentalizzato, perché era nato come invito a non approvare la riforma rivolta al Parlamento, ma poi è stato usato come giudizio negativo sul quesito referendario. Ma non si trattava di un consiglio sul voto: conosco diverse persone che hanno firmato quell’appello ma la cui intenzione non era quella di schierasi contro il referendum di ottobre.

Nella sua lettera aperta scrive che “se il referendum dovesse respingere la riforma, è quasi certo che il bicameralismo perfetto resterà un assetto immodificabile per molto tempo. Lo troverei un risultato davvero deprecabile”. Siamo davvero di fronte a un bivio cruciale?

Assolutamente sì, perché se il referendum non dovesse passare ci troveremmo con due sistemi elettorali completamente diversi per la Camera e per il Senato, creando una situazione di grande incertezza istituzionale, con due camere composte in maniera profondamente diversa. Si ‘impallerebbe’ completamente il sistema. La riforma invece dà al governo la possibilità di istituire un diverso rapporto con le Regioni, e alle Regioni di poter finalmente partecipare alle decisioni nazionali.

Secondo i costituzionalisti contrari alla riforma, i problemi potrebbero derivare dalla combinazione tra l’abolizione del Senato elettivo e il premio di maggioranza assegnato alla Camera dalla legge elettorale ‘Italicum’: chi ha il 40% dei voti si troverebbe a governare il paese con un’ampia maggioranza. È ancora possibile pensare a un’altra soluzione in un sistema che, con la nascita del Movimento 5 Stelle, da bipolarismo è diventato un tripolarismo?

I sistemi bipolari non esistono più, nemmeno in Inghilterra, Francia o Spagna. Bisogna tener presente che Hollande è andato al ballottaggio con il 28% dei voti e dopo il secondo turno è andato al governo. Cameron aveva poco più del 30% dei voti, ma il meccanismo inglese lo ha premiato consegnando al Partito Conservatore la stragrande maggioranza dei seggi. Questa discorso secondo cui in Italia si andrebbe verso un sistema autoritario è una fregnaccia: il problema della democrazia in Italia è che viene intesa come un sistema in cui le minoranze possono applicare diritto di veto. Ma questo è il contrario di democrazia, che non deve essere il governo delle minoranze, come invece abbiamo visto fin troppo spesso nella nostra storia.

Passiamo agli altri punti del referendum, come la modifica al Titolo V della Costituzione: in cosa cambiano i rapporti tra Stato e Regioni?

Su questo punto sono state dette molte cose sostanzialmente sbagliate, e anche il documento dei costituzionalisti contrari alla riforma esagera sapendo di esagerare: non è affatto vero che verrà distrutta l’autonomia delle Regioni. Sono questioni molto tecniche e in questi casi è facile innalzare una bandiera, ma siamo costretti a scendere nei tecnicismi. Le competenze che vengono spostate dalle Regioni sono già state riportate sotto il controllo dello Stato dalla Corte Costituzionale, correggendo le modifiche al Titolo V fatto in maniera ‘avventurosa’ dal governo Amato. In quell’occasione la decisione era stata presa sulla scorta di previsioni non credibili, come la capacità delle Regioni di provvedere alle reti per il trasporto di energia. E infatti su molti punti di loro competenza le Regioni non si sono mai sognate di emanare una legge. La riforma costituzionale non fa altro che ufficializzare e consolidare un quadro istituzionale che deriva dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Tra gli altri punti vi sono alcune modifiche ai regolamenti per i referendum abrogativi: il quorum sarà rappresentato dal 50% del numero degli elettori all’ultima tornata elettorale (invece che degli aventi diritto). Che effetti comporterà?

Giudico positivamente la nuova norma per il quorum nei referendum, che renderà più facile il suo raggiungimento ed è sicuramente un vantaggio dal punto di della democrazia. C’è anche un altro aspetto molto positivo nella riforma: qualsiasi legge elettorale, compreso l’Italicum, può essere sottoposta al giudizio preventivo della Corte Costituzionale, che ne potrà bloccare l’applicazione. In questo modo si eviteranno altri ‘effetti Porcellum’, ovvero l’elezione di un parlamento con una legge elettorale incostituzionale.

Professor Bin, un’ultima domanda sulla cronaca di questi giorni: come mai il dibattito italiano di frequente si concentra sui personalismi invece che sulle questioni tecniche? Di chi è la responsabilità e cosa si può fare per migliorare il dibattito?

Per come la vedo io la responsabilità è soprattutto della corte dei giornalisti, che sono per lo più giornalisti sportivi mancati e cercano solo la rissa. La Boschi non ha detto quello che i giornali le hanno messo in bocca e l’appello dei costituzionalisti non aveva la funzione che la stampa gli ha assegnato. Che soluzione darei? Offrirei un po’ di diritto costituzionale ai giornalisti, potrebbe essere un’iniziativa utile. E poi occorrerebbe anche più educazione civica nelle scuole, a cominciare da alcuni insegnanti.

725.- Le forze libiche fedeli al governo Orientale di Tobruck hanno attaccato i porti petroliferi chiave. Le forze di Khalifa Belqasim Haftar si dice che abbiano assunto il pieno controllo sui porti di Ras Lanuf e Sidra.

 

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Il destino della Libia si compie. Purtroppo, si è aperto il temuto nuovo fronte ad Est, con le milizie del generale Haftar. Ma questa sarà la pietra tombale sulla Libia del benessere e dell’ordine sociale di Muammar Gheddafi. E’ l’ultima battaglia. Se il Governo di Unità Nazionale la perderà, il paese sarà smembrato da Francia e Gran Bretagna; ma sarà, comunque, un paese distrutto, sul quale avrà poco senso sollevare la bandiera della vittoria. Anche noi italiani sapremo presto quali saranno i risultati delle nostre politiche: quelle possibili, s’intende; ma anche sarà evidente a ognuno di noi quanto falsi siano gli alleati dell’Italia. Dedichiamo un pensiero ai tecnici dell’ENI e ai ragazzi delle truppe speciali che li proteggono (vedi anche i n.ri 695 e 719).

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Da Hassan MORAJEA a Tunisi, TAMER EL-GHOBASHY al Cairo e BENOIT FAUCON a Londra
Aggiornato 11 Settembre 2016 17:25 ET
Traduzione libera di Mario Donnini.
Ieri, domenica, le forze che si oppongono al governo di Unità Nazionale della Libia hanno attaccato i terminali petroliferi, con una manovra su tre direttrici, prendendo il controllo sulle installazioni che era detenuto dalle truppe fedeli al governo e che avevano da poco ripreso a funzionare,   nel tentativo di rilanciare l’economia della nazione.

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Il generale Khalifa Belqasim Haftar

L’attacco da parte delle forze del generale Khalifa Belqasim Haftar sui terminali nella cosiddetta mezzaluna dell’oil è il primo scontro armato tra il governo orientale della Libia e il governo a livello internazionale-backed di Unità Nazionale, che ha sede nella capitale, ma che può attingere ad altre milizie in Libia per un nuovo ciclo di combattimenti. Conosciuti come i combattenti libici in Occidente e sostenuti dagli attacchi aerei degli Stati Uniti, hanno fatto passi da gigante per strappare via la città strategica di Sirte ai militanti dello stato islamico, facendo sperare che la Libia stia cominciando ad emergere dai cinque anni di lotte politiche e scontri armati scoppiati molto tempo dopo che il suo capo legittimo Muammar Gheddafi è stato deposto e ucciso nel 2011.

Ahmed al-Mismari, un portavoce del generale Haftar, ha detto che le forze del generale avevano messo contemporaneamente in atto un attacco su cinque direttrici agli impianti petroliferi chiave e ai terminali, assumendo il pieno controllo dei terminali di Ras Lanuf e Sidra , stabilendo posti di blocco sulle vie di accesso e nelle città di Zueitina e Ajdabia.

Il portavoce ha dichiarato che l’operazione era stata programmata da tempo e che era stata annunciata dal generale Haftar stesso. Un agente dell’intelligence occidentale ha definito l’attacco da parte delle forze del generale Haftar come “una grande offensiva.”
I Guardiani dei terminali, il gruppo armato che controlla i porti petroliferi sotto il comando dell’influente Ibrahim Jadran, ha minimizzato i successi di Haftar. Un portavoce del gruppo ha detto che sono ancora coinvolti in pesanti combattimenti e ha promesso di riprendere il controllo del territorio perduto entro 24 ore. E’ noto che Mr. Jadran sostiene il governo di unità nazionale.

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Ibrahim Jadran, il leader federalista che controlla i porti petroliferi 

Un funzionario della National Oil Corporation ha dichiarato che il piano di riprendere le esportazioni dopo un’interruzione di due anni dal terminale Ras Lanuf (che si trova nei pressi di Zueitina) potrebbe essere messa a repentaglio dai combattimenti. Non ci sono, al momento, piani per riavviare anche il terminale di Sidra, che è stato pesantemente danneggiato dagli attacchi precedenti.

La National Oil Corporation in sigla NOC è la compagnia petrolifera nazionale della Libia. … filiali è la Waha Oil Company (WOC) seguita dalla Arabian Gulf Oil Company (Agoco), Zueitina Oil Company (ZOC), e Sirte Oil Company (SOC).

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Il gen. Haftar è stata a lungo un avversario del Governo di Unità, che ha definito una inutile interferenza straniera. Ma aveva in comune con Al Sarraj l’obiettivo di sloggiare i militanti islamici dalla zona est della Libia, e per condurre le proprie campagne contro di loro ha ricevuto il sostegno di alcuni governi regionali e del governo che controlla la Tripolitania, la regione orientale della Libia, dal 2014.

Nel frattempo, i diplomatici occidentali e i francesi in particolare, hanno favorito il supporto del Gen. Haftar per il Governo di Unità Nazionale, ma anche hanno visto in lui un’aspirante governatore la Libia sullo stampo di un autocrate militare come Gheddafi.

L’attacco aai terminali del petrolio è l’indicazione più forte che il generale Haftar ha abbandonato ogni intento negoziale di sostenere e collaborare con il Governo di Unità Nazionale. Gli scontri minacciano anche di coinvolgere altre forze alleate del Governo di Unità, nonché, potenzialmente, di minare la lotta contro Stato islamico, facendo naufragare i progressi ottenuti dal governo di unità nazionale.

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La potente Misrata Brigate, che ha combattuto, in gran parte con successo, contro la presenza dello Stato islamico a Sirte, sotto gli auspici del governo di unità nazionale, potrebbe essere costretta a confrontarsi con le forze del generale Haftar sui terminali, in un combattimento, l’uno contro l’altro, fra le forze più potenti della Libia.

“Questo attacco è un tentativo da Haftar di interrompere i colloqui e le iniziative da parte del Governo di Tripoli di riaprire le porte della Libia e salvarne l’unità”, ha detto Mohamed Ginidi, un ufficiale dell’intelligence militare di Misurata. “Per ora, tuttavia, le nostre forze si stanno concentrando su Sirte e sulla eliminazione dello Stato Islamico. Se riceviamo l’ordine di attaccare Haftar, dopo la battaglia di Sirte, noi ovviamente lo faremo. ”

Un funzionario dell’ente statale National Oil Co. della Libia ha detto che i dipendenti della società sono rimasti illesi nei combattimenti e che il Consiglio di Amministrazione era stato convocato per discutere dello scoppio delle ostilità.

Proprio il mese scorso Zueitina aveva ricominciato a consegnare il greggio, per la prima volta dopo quasi un anno, dopo che un accordo per riaprire il terminale era stato raggiunto tra il governo di unità e Mr. Jadran. Dal 2014, Mr. Jadran ha perso un grande volume di spedizioni di petrolio della Libia, a causa di divergenze con un governo precedente, privando, così, la nazione del suo combustibile economico primario. L’industria petrolifera, infatti, fornisce circa il 95% delle entrate statali.

Con una riserva di circa 47 miliardi di barili di greggio, la più grande dell’Africa, il petrolio costituisce la fonte primaria della ricchezza della Libia. Ma la sua produzione giornaliera è scesa al di sotto di 300.000 barili nel mese di agosto, meno di un quarto, cioè, della sua produzione normale.

La ripresa delle spedizioni di petrolio, insieme con i recenti progressi contro Stato islamico a Sirte, sono stati visti come un segnale di speranza a ché il Governo di Unità della Libia, con la mediazione delle Nazioni Unite, cominciasse a guadagnare in sicurezza, ridando vigore all’economia della nazione, dopo lo spostamento nella capitale Tripoli all’inizio di quest’anno.

Tamer El-Ghobashy a tamer.el-ghobashy@wsj.com e Benoit Faucon a benoit.faucon@wsj.com