1208.- USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE. PUNTO 3

La moneta nella Storia e al giorno d’oggi.

 

13707695_1605625566433422_2754633334486116394_n      di Paolo Maddalena

“Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, un documento in 7 punti che riguarda tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese, un richiamo al dovere inderogabile di attuare la Costituzione, una fotografia spietata della situazione disastrosa in cui l’Italia sta affondando.
L’Articolo 52 della Costituzione:
“E’ SACRO DOVERE DEL CITTADINO DIFENDERE LA PATRIA”.
Ogni persona si senta chiamata in causa!

3– La moneta nella Storia e al giorno d’oggi.

Sorge in evidenza, a questo punto, la rilevanza del “commercio”, e quindi della “moneta”, la quale è conosciuta sin dall’antichità, ma non ha mai avuto tanta importanza come oggi, di fronte al fenomeno della “finanziarizzazione dei mercati” e alla necessità, da più parti proclamata, di un ritorno all’”economia reale”.

La moneta è un “mezzo di scambio” dei “beni economici” (cioè commerciabili) “reali” e non importa se ha un valore intrinseco, come le monete di oro o di argento, o è priva di tale valore, come è la moneta cartacea o, come si usa oggi, un “bip” sul computer. Essa è sostanzialmente una “convenzione”, e quello che conta è che tale convenzione sia accettata da tutti, come avviene nel caso delle monete cartacee a corso legale, per le quali si parla, come avverte Gallino, di “moneta piena”, proprio perché si tratta di una moneta accettata da chiunque. Seguendo lo stesso principio, si possano avere anche monete cosiddette “parallele” o “complementari”, le quali presuppongono l’individuazione di un certo numero di aderenti che accettino convenzionalmente il loro l’impiego.

Quello che più interessa, comunque, è che la moneta costituisca il corrispettivo della reale ricchezza nazionale ad essa sottostante, e sia di una quantità sufficiente per soddisfare le esigenze del commercio. Ed è questo il compito fondamentale delle banche Centrali, alle quali è affidata, per l’appunto, la delicata funzione di mantenere un fermo equilibrio tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione, in modo da tenere a bada, usando la cosiddetta “leva monetaria”, il grave e dannoso effetto dell’l’inflazione, e di favorire al tempo stesso l’espansione della ricchezza nazionale attraverso consumi, investimenti e spesa pubblica.

E’ da porre nel dovuto risalto, a questo punto, che la moneta dovrebbe essere emessa direttamente dallo Stato o dalla Banca centrale per conto dello Stato, e che essa, in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del Popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini, secondo il fondamentale principio di eguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, secondo il quale “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

1207.- USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE – PUNTO 2

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di Paolo Maddalena

“Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, un documento in 7 punti che riguarda tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese, un richiamo al dovere inderogabile di attuare la Costituzione, una fotografia spietata della situazione disastrosa in cui l’Italia sta affondando.
L’Articolo 52 della Costituzione:
“E’ SACRO DOVERE DEL CITTADINO DIFENDERE LA PATRIA”.
Ogni persona si senta chiamata in causa!

2. LA COMUNITA’ POLITICA NELLA STORIA: PROPRIETA’ PRIVATA E PROPRIETA’ COLLETTIVA

Volendo indagare a fondo la situazione nella quale versano le nostre società sotto gli aspetti ordinamentale ed economico, è indispensabile volgere per un momento l’occhio al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della “Comunità politica” o “Stato”, che dir si voglia.
Quando esisteva soltanto l’“uomo branco” (pochi individui che vivevano di caccia e combattevano altri pochi individui), non si poteva parlare di civiltà e tanto meno di economia. La civiltà, nessuno può negarlo, nasce circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su terreni delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime “città-Stato”.

E’ molto importante sottolineare che la creazione di queste Comunità dette luogo al nascere di tre fondamentali concetti giuridici, che tuttora si ricordano a proposito della costituzione degli Stati; il “Popolo”, il “territorio”, la “sovranità”.
Il “Popolo” è costituito dall’aggregato umano che si riconosce come aggregato unitario e permanente nel tempo, ritenendo inoltre (e questo è un dato di grandissima importanza) che ciascun individuo, cioè ciascun cittadino, è da considerare “parte” dell’intera Comunità, con la conseguenza che il singolo può agire in giudizio, nello stesso momento, per sé e per l’intera popolazione, senza far ricorso al concetto di “rappresentanza”. Si ricordi, come del resto è noto, che gli antichi Romani usavano “l’actio popularis”, una azione giudiziaria che tutelava sia gli interessi del singolo, sia gli interessi di tutti, e potevano chiedere al Praetor anche un “interdictum populare”, un provvedimento d’urgenza che poteva essere “prohibitorium” o “restitutorium”, e che giovava nello stesso tempo al singolo e all’intera Comunità.

Il “territorio” è costituito dai terreni compresi entro i confini della città ed è “proprietà collettiva” del Popolo. La denominazione territorio viene da due parole: terrae torus, letto di terra, ed esprime bene di qual natura era considerato il rapporto di proprietà collettiva tra il popolo e il territorio, un rapporto di cura e di tutela (analogo a quello che si ha per il proprio letto), poiché è sul territorio che si dorme, si vive e si agisce, ed è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza. E’ di grande utilità, peraltro, porre in evidenza che, nelle visuali più moderne e avanzate, il territorio è considerato nel suo aspetto dinamico ed onnicomprensivo e comprende, non solo il suolo, come ci si era abituati a pensare, ma tutto ciò che esiste sul suolo e nel sottosuolo, nonché tutte le attività, agricole, industriali, edilizie, ecc., compreso i servizi che sul territorio si svolgono. E’ a questa concezione del territorio che faremo riferimento nel seguito della trattazione.

La “sovranità” è la somma dei poteri necessari a dettare le regole del vivere civile (la parola “civile” viene da “civitas”, “civis”), e cioè l’”ordinamento giuridico”. Essa, a Roma, benché esistesse il rex, è appartenuta, sin dalle origini, al Popolo e precisamente ai “Patres familiarum”, mentre il re era soltanto colui che dichiarava a tutti le decisioni adottate dai Patres. Il nome di lex, legge, proviene da “lego”, che significa “dire”. E’ importante ricordare che a Roma, come ha da tempo dimostrato il Niebuhr , la “proprietà collettiva” ha preceduto di gran lunga la “proprietà privata”, le cui origini risalgono al “dominium ex iure Quiritium”, che vide la luce, dopo una lunga e tormentata riflessione giurisprudenziale, solo agli albori del primo secolo a. C. E’ da sottolineare inoltre che una vaga forma di proprietà privata, chiamata “mancipium”, si ottenne nella Roma arcaica con la “divisio” dell’“ager publicus” da parte del Re Numa Pompilio, che conferì ai Patres familias una parte minima (si trattò di due iugeri a testa, e cioè di circa mezzo ettaro) dell’intero territorio romano. Molto più consistenti assegnazioni di terra, avvennero tuttavia a partire dal V secolo a. C. a seguito delle conquiste man mano maturatesi, assegnazioni che venivano effettuate con il cerimoniale della “divisio et adsignatio agrorum” e dopo l’approvazione di una “lex centuriata” o di un “plebiscitum”. Il che conferma molto significativamente che il territorio apparteneva al Popolo e che per le “cessioni” ai privati, occorreva una espressa dichiarazione di volontà del Popolo stesso.
Si deve soggiungere che nell’antica Roma i beni immobili, oggetto di quel potere indifferenziato detto “mancipium”, raramente erano messi in commercio tramite la cosiddetta “mancipatio”, e che commerciabili erano normalmente le “res nec mancipi”, le cose mobili che non erano oggetto di “mancipium”, ma semplicemente di “possessio”, per cui erano trasferibili mediante la “traditio”, cioè la “consegna” dell’oggetto stesso. Resta il fatto, comunque, che lo scambio dei beni mobili, sia pure in forma limitata, sorse con lo stesso sorgere della Comunità politica e nella primitiva forma del baratto, che spesso avveniva dando in cambio di una cosa una pecora, da cui il nome di “pecunia” con il quale fu poi denominato il danaro.

I tre elementi di cui si compone la Comunità politica, come agevolmente si nota, sono strettamente interconnessi e questa “interconnessione” è indispensabile per il regolare svolgersi della vita civile. Si pensi, in proposito, che la stessa “appartenenza” del “territorio” rientra nel contenuto della “sovranità”, per cui il Popolo, che è “sovrano”, è anche il “proprietario collettivo” del territorio. Questo collegamento tra titolare della sovranità e territorio si è mantenuto nei secoli, considerato che nel medio evo, quando la sovranità si spostò dal Popolo al Sovrano, anche il territorio divenne “bene patrimoniale” del sovrano e si distinse tra un “dominium utile” del coltivatore diretto e un “dominium eminens” del Sovrano, il quale riacquistava la piena proprietà del bene qualora venisse meno il dominio utile dell’agricoltore. Il rapporto sovranità-territorio venne meno con la riforma restauratrice di Napoleone, che affidò la compilazione del code civil del 1804 al Portalis, il quale diresse i lavori secondo il principio “l’imperio al Sovrano, la proprietà ai privati”. Fu un gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di “proprietà privata” ebbe il sopravvento sulla “proprietà collettiva” del Popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente. La nostra Costituzione, tuttavia, ha riportato il territorio nel dominio del Popolo, statuendo che “la proprietà è pubblica e privata” (ci sono cioè due forme di proprietà: una che appartiene soltanto al Popolo, la “proprietà collettiva demaniale”, e l’altra che può appartenere indistintamente allo Stato a enti o a privati, la “proprietà privata”, come precisa il primo comma dell’art. 42 Cost.). E che la proprietà privata derivi per “cessione” da parte del Popolo di appezzamenti di “proprietà collettiva” è dimostrato dal secondo comma dello stesso art. 42 Cost., secondo il quale “la proprietà privata …. È riconosciuta e garantita dalla legge (cioè dalla volontà del Popolo), allo scopo di assicurarne la funzione sociale”: in sostanza, si cede la proprietà privata a condizione che sia mantenuta la “funzione sociale del bene”, con l’ineliminabile conseguenza che il mancato adempimento di questo che il Pugliatti considerava un vero e proprio “ufficio” (il che si verifica con il licenziamento degli operai, la delocalizzazione, ecc.), fa venir meno anche la tutela giuridica della stessa proprietà privata e il bene torna da dove era venuto, cioè nella proprietà collettiva del Popolo sovrano.

Insomma la nostra vigente Costituzione repubblicana pone il principio fondamentale secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti, secondo il principio già enunciato da Ermogeniano (D. 1. 5. 2) secondo il quale “hominum causa omne ius constitutum est”, tutto il diritto, e cioè l’ordinamento giuridico posto in essere dal titolare della sovranità, deve servire al bene comune di tutti gli uomini.
E fondamentale appare a questo proposito la distinzione di cui parla Gaio (Gai Inst. “2. 11) tra le cose in commercio e quelle extra commercio: “Quae publice sunt, nullius videntur in bonis esse: ipsius enim universitatis esse creduntur. Privatae sunt quae singulorum hominum sunt”, le cose che sono pubbliche appartengono a tutti, quelle private appartengono ai singoli. Ed è imbarazzante dover ricordare che ancor oggi si continua a credere nell’autonoma categoria delle “res nullius”, concetto del tutto estraneo al pensiero gaiano, il quale, esprimendo la concretezza del pensiero giuridico dei giureconsulti del tempo, certamente non poteva pensare che una cosa “appartenesse a nessuno”!

Il prevalere dell’interesse privato su quello generale ha ristretto di molto, come tutti sanno, il concetto di proprietà pubblica, identificata oramai con la sola “proprietà collettiva demaniale”,la quale, proprio per essere nella proprietà di tutti è “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, anche se un decreto legislativo, sicuramente incostituzionale, il decreto n. 85 del 28 maggio 2010, denominato “federalismo demaniale”, prevede, addirittura, l’alienabilità anche dei demani idrico, marittimo, minerario e culturale.
Questa fugace storia della “Comunità politica”, e in sostanza dell’evoluzione della nostra civiltà, pone in evidenza che, per un verso, l’economia sorge con il sorgere della stessa Comunità politica, e, per altro verso, che il “diritto” ha sempre prevalso sulla “economia”, fino al punto di distinguere i beni in commercio da quelli fuori commercio, dai beni cioè che assicurano per loro natura il soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo e che oggi sono denominati “beni demaniali”. Ed è da sottolineare a questo riguardo che i Giureconsulti Romani erano arrivati anche a indicare i beni comuni più importanti. Ce ne dà notizia Marciano, giurista del terzo secolo dopo Cristo, affermando “Et quidem naturali iure omnium communis sunt illa: aer, aqua profluens, , et mare, et per hoc litora maris” (D: 1. 8. 2. 1). Sono “beni comuni”, cioè sono beni in proprietà collettiva “naturale” di tutti gli uomini: l’aria, l’acqua corrente, il mare e i lidi del mare”. E si ricordi che la parola “communis” significa “cum” “munus”, e che quest’ultima parola ha due significati: quello di “funzione doverosa” e quella di “dono”, per cui si può dire che è “comune” la cosa che, appartenendo gratuitamente a tutti, è doverosamente usata e scambiata da parte di tutti in modo che possa assicurarsi il pari uso da parte di ciascuno: in sostanza, “un dono che si scambia”.

Per quanto poi riguarda i “beni commerciabili”, posto che il “benessere dell’uomo” costituisce il fondamentale fine da perseguire, vengono in rilievo, sia il Popolo, sia il Territorio, o, se si preferisce, le “risorse della terra” da un lato, e il “lavoro dell’uomo” dall’altro. Si tratta dei due fondamentali “fattori produttivi” sui quali si fonda “l’economia reale” e, quindi, il progresso della società. Ed è da rimarcare che fra di loro c’è un legame inestricabile per cui non si può parlare dell’uno senza parlare dell’altro. Come presto vedremo, parlando in puri termini costituzionali, non è possibile tutelare il “diritto al lavoro”, se prima non si pongono “limiti” alla “libertà economica” e al “diritto di proprietà privata”. Non sfugge, infatti che se questi ultimi sono illimitati, il diritto al lavoro, come del resto è avvenuto, diventa indifendibile sul piano giuridico.

1206.- USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE. PUNTO 1

 

13707695_1605625566433422_2754633334486116394_n Prof. Paolo Maddalena

“Uscire dalla crisi attuando la Costituzione”, un documento in 7 punti che riguarda tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese, un richiamo al dovere inderogabile di attuare la Costituzione, una fotografia spietata della situazione disastrosa in cui l’Italia sta affondando.
L’Articolo 52 della Costituzione:
“E’ SACRO DOVERE DEL CITTADINO DIFENDERE LA PATRIA”.
Ogni persona si senta chiamata in causa!

1. L’ORIZZONTE CULTURALE IN CUI VIVIAMO

“E’ diffusa nell’immaginario collettivo l’idea che la nostra epoca è caratterizzata dalla “globalizzazione”, ma si tratta di una idea ancora confusa e imprecisa, alla quale, tuttavia, si attribuisce un senso di necessarietà e quasi di fatalismo: essa è concepita come un “dato” indiscutibile intorno al quale dovrebbe ridisegnarsi la nuova struttura dell’economia e, in ultima analisi, delle società nelle quali viviamo.
Vedremo tra poco di cosa in realtà si tratta. Ma intanto appare utile precisare che molti neoliberisti sostenitori della globalizzazione sono ora scettici sui suoi vantaggi e che lo stesso premio Nobel per l’economia, Stiglitz , uno dei primi sostenitori di questa nuova visione del mondo, ha riveduto e capovolto il suo pensiero, ponendo bene in chiaro che la globalizzazione è stata considerata in una prospettiva errata e che i danni sociali ed economici che questa ha prodotto, specie sotto il profilo della “disoccupazione”, sono pesanti e insostenibili per lo stesso nostro vivere civile.
Il problema è talmente grave ed importante che deve essere studiato nelle sue radici: si tratta in effetti di porre come oggetto di riflessione un vero e proprio “cambiamento epocale”, che ha travolto il nostro tradizionale modo di pensare e ci ha proiettati in una direzione tutt’altro che definita. La facilità delle telecomunicazioni, degli spostamenti da un luogo ad un altro, dell’essere informati in tempo reale di qualsiasi cosa accada anche nei posti più remoti del mondo, hanno offuscato lo stesso concetto di “confine”, che sinora aveva costituito, per così dire, anche lo spazio di dominio dei nostri convincimenti e delle nostre aspirazioni, per cui lo stato d’animo oggi imperante è quello di un totale “smarrimento”, nel quale tutto appare possibile e nel contempo difficile da raggiungere, poiché se è vero che la tecnologia ha fatto passi da giganti e l’orizzonte del sapere umano si è profondamente allargato, è anche vero che il nostro campo di affermazione rimane limitato dalle nostre reali capacità. A questo punto, sembra che l’uomo si sia ripiegato su se medesimo e che, preso atto della propria incapacità di governare se stesso e ciò che lo circonda, cominci a disinteressarsi anche del quotidiano, di quanto accade in politica, nell’economia e nel sociale, ritenendo che il bello e il buono coincida con il “nuovo”, anche se questo nuovo appare, ad una attenta riflessione, come un scatola vuota, che lascia, ovviamente, il vuoto in chi la percepisce. E’ per questo che in filosofia si parla di “pensiero debole”, in diritto si parla di “diritto debole” e nelle comunicazioni prevale, per così dire, la “rappresentazione debole”, declinato poi in “teatrino”, quando si parla di politica.
In sostanza, assistiamo ad una “fuga dal concreto verso l’astratto” e persino in economia, la più concreta delle realtà, si è tramutato lo “scambio reale di beni e servizi” in “scommesse” che comportano per il vincitore l’acquisto, non di un bene reale, ma di taluni diritti astratti, che altro non sono, come ricorda il Gallino, delle “promesse di beni”. Basti pensare alla “cartolarizzazione dei diritti di credito”, alla “cartolarizzazione degli immobili pubblici da vendere”, ai “derivati”, ai “project bond” e al tre simili fantasticherie, delle quali in seguito parleremo.
In questo strato di cose, è ovvio che si dilegua lo stesso “concetto di Stato” e che al posto dello Stato assume sempre maggiore potere la “finanza”, e cioè le “multinazionali”, che sovente provengono dalla “fusione” di più imprese, e le “banche”, le quali si sono quasi completamente sostituite allo Stato nella “creazione del danaro dal nulla”. La prospettiva è, così, quella di un mondo nel quale la “sovranità” spetta al “mercato”, cioè all’azione delle summenzionate multinazionali e banche, mentre principio costituzionale inderogabile diventa Il “pareggio di bilancio” e l’uomo, se non riesce ad essere “auto imprenditore”, non può altrimenti essere concepito se non come “uomo merce”, il cui lavoro, ovviamente, deve costare il minimo possibile, con buona pace di quanto dispongono i vigenti articoli 4, 36 e 38 della Costituzione.”

1204.- SOROS E “FRANCESCO” UNITI NELLA LOTTA…

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24 agosto 2016

Ormai da settimane ignoti hackers hanno messo in linea 2500 e-mail riservate fra Georges Soros, i dipendenti delle sue fondazioni  –  capeggiate dalla casa-madre,  la Open Society Foundation  e i  riceventi dei suoi  doni. I media ne tacciono, perché sono ovviamente imbarazzanti. Si vede per esempio che lui ha dato direttive ad Hillary Clinton quando era segretaria di stato,  su una crisi in Albania (sic) e su come risolverla: direttive che Hillary ha seguito alla lettera. Si vede anche che alla campagna di Hillary ha versato 30 milioni di dollari, il che ne fa’ il maggior donatore singolo.

Ma non basta. Se una cosa risalta in queste mail,  è la megalomania di questo    gran burattinaio. Non c’è  area del mondo dove non finanzi attività (sovversive, o ‘filantropiche’); non una politica pubblica che non si proponga di ‘riformare’ in ogni parte del pianeta, sganciando soldi ai locali ‘riformatori’, che hanno sempre un carattere sinistroide e libertario. Megalomane e insieme,  micro-gestore  di tutta la realtà.  Come abbiamo visto, Soros finanzia Arcigay in Italia, e Planned Parenthood (in Usa (l’ente  pro-aborto che l’hanno scorso s’è scoperto faceva commercio di organi di feti);  ha pagato rivoluzioni colorate e l’opposizione ad Orban in Ungheria; istiga la giunta di Kiev a fare la guerra alla Russia; gestisce (attraverso apposite ONG) l’inondazione di immigrati in Europa, e  nello stesso tempo  eccita organizzazioni di minoranze etniche latinos in Usa, allo scopo di far cambiare  la demografia dei collegi elettorali  in modo da favorire Hillary contro Trump.  Per lo stesso scopo, paga organizzazioni razziali come Black Lives Matter  (650 mila dollari) perché interrompano i comizi di Donald. Ha  finanziato ripetuti  tentativi di manifestazioni LGBT a Mosca, pagando le trasferte di celebri   travestiti e sodomiti; in Europa, ha ‘gestito’ certe elezioni, facendo eleggere candidati favorevoli all’immigrazione senza limiti, e finanzia gruppuscoli che in Usa si battono non solo  per il “diritto delle donne” e LGBT di entrare nelle unità combattenti, ma il dovere di allogarle in caserme unisex; o gruppi che stanno conducendo la meritevole battaglia per toilettes pubbliche per trans.  Tutto in nome di un evidente scopo finale: la dissoluzione di ogni ordine, gerarchia e stabilità nelle società umane.

Poteva tal miliardario mancare di estendere  le sue cure lobbistiche al Vaticano, dal momento della elezione di un “Francesco” così attivo nella dissoluzione. Dai documenti rivelati si scopre che Soros ha progettato subito di influenzare  il Vaticano “impegnando il Papa  sui temi della giustizia economica e razziale”.

Nel maggio 2015,  il consiglio direttivo in Usa della Open Society di  Soros prende un’iniziativa che viene così riferita:

Pope Francis Visit – $650,000 (USP)  – vengono ciè stanziati alla bisogna 650 mila dollari.  Segue  la veloce delineazione della strategia:

“La prima visita di Papa Francesco in Usa a settembre  includerà una storica allocuzione al Congresso [un privilegio mai concesso ad alcun pontefice in un sistema politico ostile ai ‘papisti’. Ndr], un discorso alle Nazioni Unite, e una visita a Philadelphia   per “l’incontro mondiale delle famiglie”.  Per approfittare del momento, noi sosterremo le attività di PICO per coinvolgere il Papa sui temi della giustizia economica e razziale; useremo l’influenza del cardinal Rodriguez, primo consigliere del Papa, e contiamo di spedire una delegazione in Vaticano in visita,  a primavera o estate, per fargli sentire direttamente la voce dei cattolici di basso reddito in America”.

http://soros.dcleaks.com/view/?q=vatican&div=us, OPEN SOCIETY U.S. PROGRAMS

L’ente percettore dei soldi, PICO (People Improving Communities through Organizing)  è una organizzazione fondata da un gesuita, John Baumann, nel 1972. Baumann  faceva parte di una organizzazione creata nella Grande Depressione da un agitatore ebreo, Saul  Alinsky, che intendeva scatenare la rivoluzione socialista;  svanito il progetto, la PICO resta un movimento di estrema sinistra che unisce comunità su base ‘religiosa’  che si propone la redistribuzione della ricchezza, fra l’altro “mettendo leader religiosi nei consigli di amministrazione delle banche”.  Dio sa quanto il capitalismo americano abbia bisogno di redistribuire le ricchezze; potrebbe cominciare proprio Soros. Ma come il miliardario coniughi le aspirazioni di PICO con  i  finanziamenti miliardari che fa’0 ad organizzazioni per l’aborto, l’eutanasia, il ‘gender’, il matrimonio Gay e la distruzione della famiglia, è un mistero  che non abbiamo il modo di sviscerare.

Più interessante i rapporti cordialissimi che la Open Society Foundation di Soros , mostra di avere per il cardinale  Óscar Rodríguez Maradiaga;  honduregno, personaggio ambiguo nei suoi rapporti  (favorevoli)  con un potere golpista  nel 2010  in Honduras,   ragion per cui fu invitato  a Roma dalla  Comunità di Sant’Egidio a parlare sul tema: “Oltre la violenza e la povertà. Proposte di cambiamento per l’America Latina”.  Uomo di fiducia di El Papa, che lo ha elevato al ruolo di ‘coordinatore’  del gruppo di 8 cardinali da cui si fa’ affiancare nella ‘riforma della Chiesa”, ossia nel governo senza controllo – come si fa nei golpes sudamericani. In pratica è il capo della  Junta Suramericana che sta schiacciando, umiliando e terrorizzando la Curia.

Il direttorio della  Foundation di Soros   sottolinea la ‘intima amicizia” che El Papa mostra al cardinal Rodriguez  Maradiaga e del fatto che già adesso sta “usando la sua influenza” nel Vaticano per promuovere le idee più   radicali sulla eguaglianza economica, che sono quelle che Soros caldeggia e propone (e piacerebbe sapere perché).  Del resto è noto che  la Open Society finanzia gruppi cattolici di sinistra in Usa,e  insieme MoveOn org, un  gruppo neocon  ferocemente anticattolico che pesca nella destra repubblica  (attualmente preme sugli esponenti del  partito perché   depennino Trump come candidato..) e che si è distinto per una campagna calunniosa contro Benedetto XVI accusato di coprire i preti pedofili.

Ma ora c’è “Francesco” e tutto cambia.    Attenzione: i progetti di influenzare EL Papa da parte di Soros sembrano perfino timidi, rispetto  all’ardimento mostrato da “Francesco”:  le mail  risalgono all’anno scorso, e ora la personalità  modernista (forse massonica)  del nostro è molto più chiara.  In ogni caso,  non va dimenticato che nel dicembre 2015  El Papa non ha esitato di farsi pagare   da protagonisti dell’ideologia globalista la scenografica profanazione  di San Pietro, su cui han proiettato gigantesche immagini di belve, scimmie e selvaggi – un trionfo della “natura”  sulla cultura e sulla storia, dal titolo simbolico “Fiat Lux”, a segnalare che finalmente la luce del progresso illuminava l’oscurantismo clericale. Lo spettacolo osceno era stato pagato dalla Banca Mondiale, e specificamente dal suo programma per il terrore del riscaldamento climatico (bisogna ridurre le emissioni..), dal numero due della Microsoft Paul Allen e da una organizzazione chiamata Okeanos Fondazione per il Mare.  Ma per la Junta vaticana era semplicemente la celebrazione ed apoteosi della enciclica “Laudato Sì”, prima enciclica ambientalista mai emessa da un Papa, ma soprattutto quasi franca proclamazione della  speciale gnosi panteista-evoluzionista che è la vera fede di “Francesco”: un immanentismo che deve molto a Theilard De Chardin, per il quale Cristo essendosi fatto  materia,  ha divinizzato  non solo il genere umano ma l’intera natura. Onde El Papa esorta, come nuovo dovere cattolico, a sviluppare in noi la coscienza eco-New Age  “di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale” (nº 220).  Niente più accettazione della Croce, ma sì alla raccolta differenziata e al governo globale del clima.

“Fiat Lux”, finalmente

Secondo il vostro cronista, El Papa non ha certo bisogno di farsi suggerire programmi da Soros. Sta “conducendo” la Chiesa “per nuovi cammini”  ignorati dalla Chiesa e dal suo Fondatore per duemila anni. Bisognerà riparlarne. Qui sotto potete trovare qualche spunto essenziale sulla ideologia di El Papa:

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1294_Da-Silveira_Note_su_Laudato-si.html

Un’altra organizzazione  cattolica finanziata da Soros e nominata dai direttivo è la FPL ( Faith in Public Life); ad essa, con la donazione, vengono impartiti gli ordini. La FPL deve organizzare sondaggi per “dimostrare  che i votanti cattolici  rispondono con favore alla concentrazione del Papa sull’ineguaglianza di reddito”  e  una azione militante per convincere i cattolici “pro family”; che essere “pro-family” richiede affrontare il problema della iniquità economica. Il che è giustissimo, Non si vede però  che bisogno ci sia di pagare per ottenere sondaggi “a priori” favorevoli a una data tesi; e che un gruppo anti-capitalista sia finanziato riccamente dal più famoso speculatore dei nostri anni.

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La Open Society ha anche un “advisory board”,  un gruppo di consiglieri fra cui appaiono giornalisti, anche importanti, come l’opinionista della Washington Post DanielleAllen, e Steve Coll, del  New Yorker. Il che può contribuire a spiegare come mai la  fuga delle email di Soros non ha fatto notizia in Usa: non è proprio comparsa nemmeno come breve di cronaca. Un altro motivo è che l’intera classe mediatica americana sta sostenendo la Clinton  con i  mezzi più vergognosi, abbandonando ogni minima pretesa di oggettività, e quasi suicidandosi in questa operazione, buttando al macero la propria reputazione, in modo – direi – terminale, come se non ci fosse un domani.
A che scopo tutto ciò?, si chiederà il lettore, a questo punto completamente smarrito – e con ragione.   Esiste tuttavia un possibile bandolo della matassa, che è utile tenere in mano nel groviglio delle donazioni di Soros. Si trova  nelle e-mail dove il  direttivo della  Open Society  segnala il pericolo rappresentato dal fatto che “La Russia cerca di aumentare la propria influenza nella vita politica europea”.  Bisogna assolutamente contrastare “il sostegno della Russia a movimenti che difendono i valori tradizionali”.  E’ non la “reazione” o “il populismo”, ma esattamente la Tradizione che viene qui indicata come il nemico – il nemico della Dissoluzione – da  stroncare. Per il progetto, si chiedono 500 mila dollari. Da aumentare per “bisogni imprevisti”.

1202.- La Nuova Via della Seta entra nella fase operativa.

L’Agenzia Sputnik lancia questo messaggio e lo rivolge anche ai paesi del Mediterraneo, ma dimentica che il prossimo “Mediterraneo” sarà il Mare non più glaciale Artico. L’Occidente, purtroppo, ha ancora un atteggiamento troppo miope rispetto al BRI, come confermano le decisioni americana, inglese, francese, tedesca e anche indiana, di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Leggiamo le linee strategiche della politica cinese, che traduco in “Avanti a 360°”.

DAhNNB5XsAASsaD.jpg-largeLa conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chiamata anche “Belt and Road Initiative” (BRI), tenutasi recentemente a Pechino inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sull’intero pianeta.

Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo, tra cui anche il nostro presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni.

In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.

Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il “progetto del secolo”, ha fatto appello alla cooperazione produttiva internazionale, in quanto “le industrie sono il fondamento dell’economia”. Una maggiore cooperazione internazionale vuol dire migliorare la governance globale.

Ben consapevole del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha detto che “la finanza è la linfa dell’economia moderna. Servono una finanza stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversificato e una forte cooperazione tra governi e capitale privato.” Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.

Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. “Quanto proposto è estremamente necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno”, ha detto. “Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto BRI ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati”.Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.

L’Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al BRI, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l’India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan  e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.

La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di infrastrutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Intanto si collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l’Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Europa orientale e infine l’Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l’Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.Il BRI è quindi un’iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo.

E’ il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) di più recente costituzione.

La bandiera della Cina
© REUTERS/ KIM KYUNG-HOON

E’ importante notare che con il BRI la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell’Unione europea, anche quelli più piccoli dell’Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Con i primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l’Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell’Europa!Il BRI apre all’Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.

E’ noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con investimenti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale strategico. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferrovie fin dentro ai porti. E’ opportuno ricordare che i porti di Genova, Venezia e Trieste giò “arrivano” direttamente al centro dell’Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo.

Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni.

1201.- Israele – Donald Trump, in visita nel paese ha ribadito il legame con Israele nella ricerca della pace… e nel contrasto all’Iran

Mentre la Cina avanza, gli USA e Israele premono alle frontiere dell’Iran, alleato della Russia, con i dollari e con il sangue dei popoli arabi.

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Fulvio Scaglione commenta il discorso pronunciato da Trump a Riad.

Filosofare sul “nuovo corso” per il Medio Oriente disegnato da Donald Trump nel viaggio in Arabia Saudita, soprattutto paragonandolo alle strategie proposte a suo tempo da Barack Obama, è un esercizio di rara futilità. L’uno e l’altro presidente, infatti, hanno un problema di discrasia tra le parole e i fatti.

Obama ebbe rapporti a dir poco freddi sia con il saudita re Salman sia con il premier israeliano Netanyahu. Ma nel 2009 compì il suo primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita – come Trump – e già nel 2010, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, siglò con l’Arabia Saudita la più grande singola vendita di armi a un singolo paese della storia degli Usa: un affare da 62 miliardi di dollari, completato negli anni a seguire da altre forniture.

Stessa storia con Israele, che da anni ha un asse strategico privilegiato con i sauditi: proprio Obama ha firmato nel 2016 la concessione di un pacchetto decennale di assistenza militare allo Stato ebraico da 3,8 miliardi di dollari l’anno, con un incremento di 700 milioni di dollari l’anno rispetto agli accordi precedenti. Patto che il dipartimento di Stato americano definì “il più grande accordo di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti”.

Trump, che a differenza di Obama ha un forte problema di contestazione interna, si è affidato mani e piedi ai veri policy makers del suo paese, quelli che alla fin fine, al di là della forma, determinarono la sostanza anche degli orientamenti obamiami: dipartimento di Stato, apparato industrial-militare (ben rappresentato dal generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale), servizi segreti. Il risultato è quello che abbiamo visto. Un discorso sul terrorismo concettoso e pieno di belle parole: occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo; le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che siano gli Stati Uniti a sconfiggere questo nemico che uccide in nome della fede; non siamo venuti a dirvi come dovete vivere; prenderemo le nostre decisioni sul mondo reale, non su ideologie inflessibili; quando sarà possibile cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi.

Discorso però grottesco in sé, per almeno due motivi. Il primo è che è stato tenuto in Arabia Saudita, cioè in casa del più grande sponsor del terrorismo che la storia conosca, il paese che ha devoluto centinaia e centinaia di miliardi alla causa del radicalismo islamico più violento, come tutti sanno e come la stessa Hillary Clinton ripetutamente ha scritto nel corso degli anni nelle mail poi pubblicate (e da lei mai smentite) da Wikileaks. Quale interpretazione abbiano dato al discorso i sauditi è assai chiaro, viste le accoglienze trionfali riservate a Trump: proseguite pure, noi saremo comunque al vostro fianco.

Il secondo motivo è che ad ascoltare Trump c’erano 55 leader mediorientali che non possono riconoscersi allo stesso modo in quelle parole. L’egiziano Al-Sisi il radicalismo islamico violento dell’Isis ce l’ha in casa e cerca di soffocarlo con i metodi brutali che sappiamo. Che cos’ha da spartire con il Qatar, per esempio, che di quei violenti è uno sponsor? E il premier della Tunisia, Yussef al-Shaed, che deve gestire il paese che ha prodotto più foreign fighters in assoluto e non riesce a far approvare la legge per metterli sotto processo una volta tornati in patria, come s’inquadra nel grande abbraccio tra gli Usa e la cultura wahabita (“Non siamo venuti a dirvi come dovete vivere”) che di quei miliziani è ispiratrice?

Ma soprattutto, come ai tempi di Obama, dietro i discorsi ci sono i fatti. E questi dicono che l’America di Trump, proprio come quella di Obama, si appresta a inondare l’Arabia Saudita con carichi di armi che faranno felici da un lato i terroristi che i sauditi supportano e dall’altro i “poteri forti” Usa (si parla di 350 miliardi di dollari in dieci anni, con 100 miliardi subito e gli altri a seguire). Lo stesso presidente ha avuto una gratificazione personale: Trump molto ha puntato su un programma di ammodernamento delle infrastrutture e re Salman ha deciso un investimento specifico da 200 miliardi in quattro anni. Soldi che il sovrano, alle prese con un deficit di bilancio da 53 miliardi di dollari che l’ha costretto a tagliare i salari di quel 65 per cento dei suoi cittadini impiegato nel settore pubblico, a quanto pare considera ben spesi.

Nulla cambia, dunque. E si può scommettere che nulla cambierà nemmeno sul fronte di Israele. Trump porterà la solita proposta “meno insediamenti per meno violenza”, Israele farà (forse) finta di accettare ben sapendo che gli insediamenti sono ormai vitali per la sua stabilità e la sua economia. Alla fine la Casa Bianca abbozzerà e concederà allo stato ebraico qualche altra forma di aiuto o assistenza. D’altra parte il presidente si è già ritagliato una via d’uscita. Quelli di Hamas, ha detto, sono solo terroristi. Non sarà difficile, in caso di necessità, usare la scusa delle divisioni tra i palestinesi o la motivazione del terrorismo per giustificare qualunque cambiamento di rotta o fallimento diplomatico.

L’unica vera differenza tra ieri e oggi, tra Obama e Trump, è la maggior enfasi ora posta sull’Iran come causa di tutti i mali del Medio Oriente. Rex Tillerson, il segretario di Stato, ha addirittura intimato a Teheran di ritirarsi dallo Yemen e dalla Siria. Le rielezione del riformista Hassan Rouhani, confermato presidente con un buon responso delle urne, ha in parte depotenziato la polemica, che è un chiaro omaggio all’asse Arabia Saudita-Israele e un monito indiretto alla Russia, alleata dell’Iran e della Siria di Assad.

L’accordo sul nucleare del 2015 fu in effetti la pagina più riuscita negli otto anni di politica estera di Barack Obama. Ma sarà bene ricordare che le sanzioni Usa contro Teheran, in vigore da 25 anni, non sono mai state ritirate per l’opposizione del Congresso a maggioranza repubblicana. Con queste posizioni, dunque, Trump potrebbe anche voler riconquistare quella parte del partito repubblicano che non l’ha mai amato e continua a tenerlo sulla corda. Il che porta a due ipotesi.

Se Trump e i suoi davvero credono che sia il solo Iran a destabilizzare il Medio Oriente, e non vedono l’enormità dei danni arrecati da loro fedeli alleati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, possiamo solo aspettarci altre guerre e distruzioni. Se invece si tratta di propaganda a uso interno… anche. Perché vuol dire che Trump ha già subito un impeachment di fatto e che a governare sono altri. Proprio quelli che The Donald tanto criticava in campagna elettorale.

Perché Trump ha deciso di visitare l’Arabia Saudita nel suo primo viaggio oltreoceano

Il presidente degli Stati Uniti vuole rafforzare i rapporti con il paese del Medio Oriente soprattutto nel contrasto all’Iran e al terrorismo (che significa continuare a tenere il Medio Oriente sotto pressione). Donald Trump visiterà l’Arabia Saudita, il Vaticano e Israele. La visita dell’inquilino della Casa Bianca in Arabia Saudita assume un’importanza particolare in seguito al Muslim ban deciso dall’amministrazione Trump per i viaggiatori che arrivano negli Stati Uniti da alcuni paesi a maggioranza musulmana. Il presidente era stato accusato di islamofobia per questo provvedimento.
Durante la campagna elettorale per la sua elezione, Donald Trump aveva fatto alcune affermazioni sul presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’organizzazione degli attentati terroristici dell’11 settembre del 2001. Dopo l’inizio della presidenza, l’approccio di Trump nei confronti dell’Arabia Saudita è cambiato soprattutto perché ha deciso di intensificare i rapporti con Riyadh in senso anti-iraniano. La svolta nelle relazioni è stata segnata dalla visita alla Casa Bianca del principe Muhammad bin Salman nel mese di marzo.

L’accordo tra Arabia Saudita e Stati Uniti sull’Iran porterà a una maggiore tolleranza per quanto riguarda le denunce di violazione dei diritti umani da parte della monarchia di Riyadh. Infine, verrà sospeso il blocco delle forniture di munizioni per i bombardamenti contro i ribelli Houthi in Yemen, deciso nel 2016 dall’amministrazione Obama.

Per quanto riguarda i rapporti economici tra i due paesi, secondo alcune indiscrezioni, Trump spera di ottenere un ulteriore impegno saudita a un investimento di 40 miliardi di dollari negli Stati Uniti.

1200.- Trump bin Salman ha (ri)dichiarato guerra all’Iran, per conto d’Israele.

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Trump, a Riad, ha incontrato ben una quarantina di capi di Stato della zona e ha usato parole concilianti verso il mondo arabo, invitando tutti i presenti a unirsi agli Stati Uniti d’America per combattere contro l’estremismo islamico.

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Il Donald Trump che si è presentato in Arabia Saudita, infatti, è stato più docile e accomodante del solito. La foto lo ritrae a fianco del re saudita Salman e nel momento dell’inaugurazione del Global Center for Combating Extremist Ideology.

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Il presidente americano e il re saudita Salman hanno firmato un accordo in base al quale Riad comprerà armi e sistemi d’arma dagli Usa per 110 miliardi di dollari. L’obiettivo, ancora più ambizioso, dovrebbe essere quello di arrivare a quota 350 miliardi di dollari in 10 anni. Ecco finanziato il programma di riarmo degli Stati Uniti, dopo le batoste ricevute in Siria.
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Trump e i sauditi hanno voluto dare il massimo risalto a questa visita, presentata come ‘reset’ nelle relazioni tra i due alleati dopo le tensioni tra Riad e Washington durante gli anni dell’amministrazione Obama, sancito dal via libera all’enorme commessa militare, di quasi 110 miliardi di dollari. Tra i banchetti e i ricevimenti organizzati per Trump e la sua delegazione vi è stata anche una ‘ardha’, la tradizionale danza delle spade saudita. Trump, il segretario di Stato, Rex Tillerson, e quello al Commercio, Wilbur Ross, hanno danzato imbracciando una spada. Trump e re Salman hanno, poi, firmato un memorandum di intenti che li impegna a “contrastare l’estremismo violento, smantellare il terrorismo finanziario, e aumentare la cooperazione in materia di sicurezza”, che, tradotto, significa guerra all’IRAN (ma l’IRAN è amico nostro) e agli Hezbollah, per conto d’Israele e genocidio degli yemeniti da parte dei sauditi.

 

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Spero sia chiaro  quel che è accaduto a Ryad,  e trovo strano che i titoli dei media occidentali facciano finta di non capirlo.  Affiancato dai monarchi sauditi e dagli emiri che finanziano Isis, al Qaeda, tutti i mercenari al Captagon che devastano e decapitano in Siria, ha dichiarato che “l’Iran è la punta di diamante del terrorismo globale”  – ripetendo una frase appena pronunciata da re Salman – ed ha ingiunto a Teheran di smettere di aiutare i  terroristi islamici. Tali “terroristi islamici” sono  ovviamente Hezbollah in Libano, e il governo siriano di Assad, che l’Iran aiuta militarmente contro l’aggressione saudito-americana ed ebraica. Ovviamente, Hezbollah è ritenuto da Israele “una minaccia esistenziale” (perché è la solo forza araba che l’ha vinta in uno scontro), e questo dovrebbe spiegare abbastanza: gli Usa tornano a fare le guerre per Israele. Come sempre.

Dei “sette stati in cinque anni” che al Pentagono era stato incaricati di abbattere dopo e col pretesto dell’11 Settembre, l’Iran è il solo rimasto  intatto. Gli altri, Irak, Siria, Libia, Somalia, Sudan, sono stati  devastati come Israele ha voluto.  Per anni McCain ha canterellato “Bomb bomb bomb Iran”, come suggeriva la lobby, invano. Ora sembra  che ci siamo. Trump ha annunciato la creazione di una grande alleanza araba contro l’Iran, una specie di NATO del Golfo; sunniti contro sciiti, con una piccola eccezione:  Israele sarà fianco dell’Arabia Saudita. Contro Teheran, guerra senza quartiere. Proprio nel momento in cui gli iraniani, votando massicciamente Rouhani, hanno espresso la speranza di normalizzare i rapporti  con l’Occidente.  Tutto il successo di Rouhani è stato la rinuncia all’arma atomica, in cambio della riammissione del paese all’onore del mondo, dopo un trentennio di sanzioni. Questa speranza sarà resa vana. La sola salvezza, nel mondo  creato dalla superpotenza al servizio di Sion, è proprio avere le testate atomiche sufficienti a dissuadere i criminali globali.

Sarà guerra ibrida, sovversione e aggressione, come al solito. Sembra che i cervelli strategici Usa ritengano il regime  in grave crisi economica, dissanguato nelle finanze dall’aiuto che fornisce a Siria e Hezbollah, e la popolazione sia sull’orlo della rivolta: regime change in vista.

La  casa saudita ha pagato caro. Il prezzo del riscatto, secondo Silvia Cattori. Altro che 150 miliardi di dollari in armamenti. “L’Arabia ha promesso 300 miliardi di dollari di contratti di difesa nel prossimo decennio, e 40 miliardi di dollari d’investimento nelle infrastrutture. La cifra finale, secondo alcuni iniziati di Wall Street, potrebbe ancora salire a mille milioni di dollari. La Casa Bianca è in estasi davanti agli effetti di questa pioggia di denaro saudita all’interno del Paese. Secondo il resoconto uffiilale dopo l’incontro avvenuto (alla Casa Bianca) tra il principe ereditario ben Salman e Trump, oltre un milione di posti di lavoro potrebbero essere creati direttamente, e  milioni di altri  nella catena di approvvigionamento”.

Insomma Ryad ha accettato di salvare l’industria americana dalla bancarotta, di ravvivare la sola industria che conti –  il militare-industriale. Trump  ha ottenuto di fare l’America “great again” con i miliardi di Ryad. Trump   aveva promesso di far pagare i sauditi  anche per i missili che non userà, l’immane spropositato  sofisticato  armamento, inutilizzabile in un regnicolo di analfabeti.  Assistiamo ad una fantastica integrazione economica e politica fra la Superpotenza e  la cosca wahabita  decapitatrice,  dove l’una sostiene l’altra impedendole di crollare, una nella bancarotta, l’altra nell’autodistruzione; un mostro genetico in fieri da diverso tempo, da quando Hillary era ministra degli Esteri.  Un mostro a due teste, anzi a tre – non bisogna dimenticare infatti la nota lobby, fautrice dell’integrazione saudio-americana.

Ovviamente ciò è possibile avendo abbandonato ogni senso di vergogna, di dignità e di verità. Condizione tipica del governare col caos.

Infatti è la ripresa della Dottrina Wolfowitz.

 

Nel 1992, il segretario alla Difesa di allora – era  Dick Cheney – chiese al suo sottosegretario alla Defence Policy  – era Paul Wolfowitz – di tratteggiare il documento di “guida alla politica di difesa Usa per gli anni 1991-99”.

Il documento divenne noto come “Dottrina Wolfowitz”:

“E’ la strategia  per fondere in una unità pratica gli interessi americani e quelli globali sionisti”,  ha detto  Gilad Atzmon.

“Il nostro primo obbiettivo –  scrive Wolfowitz – è prevenire il riemergere di un nuovo rivale, nel territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che ponga una minaccia dell’ordine di quello posto dall’ex Unione Sovietica.

“Gli Usa devono mostrare la  leadership necessaria per instaurare e proteggere un nuovo ordine che mantenga la promessa  di convincere potenziali competitori che non devono aspirare ad un maggior ruolo o a perseguire una postura più aggressiva per proteggere i loro interessi”.

Ciò andava fatto con azioni “unilaterali”. Alla fine, come dice ancora Atzmon, saltava fuori in Wolfie,  l’allievo di Strauss, il   doppio passaporto: riaffermava  l’eterno impegno americano per lo stato giudaico. “Nel  Medio Oriente  e nel Golfo Persico, vogliamo favorire la stabilità regionale [sic],  dissuadere  ogni aggressione contro i nostri amici e interessi nella regione…Gli Stati Uniti sono impegnati  alla sicurezza di Israele e a mantenere   il primato qualitativo degli armamenti che è cruciale alla sicurezza   di Israele”

Guerra alla Russia,  guerra all’Iran. Tutto come prima.

1199.- Libia, battaglia in una base del sud. “Uccisi 141 soldati di Haftar” dagli alleati dell’Italia: una strage!

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Ahmad al-Mismari, un generale vicino ad Haftar, ha accusato il governo di unità nazionale di aver ordinato l’attacco , ma è stato subito smentito e condannato: il ministro della Difesa Mahdi al-Barghathi e il generale Jamal al-Treiki sono però stati sospesi. I militari uccisi nell’attacco stavano tornando da una parata e sembra fossero disarmati.

TRIPOLI – Due milizie alleate del governo Fayez al Serraj, la “Terza forza” di Misurata e la “Benghazi Defence Force” di Bengasi sarebbero responsabili dell’attacco a una base aerea del Sud della Libia in cui sarebbero stati uccisi 141 fra militari fedeli al generale Khalifa Haftar e civili presenti nella base.

 

LIBIA

Da settimane la milizia del generale che controlla la Cirenaica, Libyan National Army, aveva iniziato ad avanzare verso Sud, nel Fezzan, per conquistare posizioni alle spalle di Tripoli e Misurata. Haftar aveva fatto bombardare dalla sua aviazione le truppe di Misurata che da mesi erano schierate nel Sud. E dalla base di Brak Al Shati i miliziani di Misurata tenevano sotto tiro un’altra base militare importante, quella di Tamihint, in cui da mesi la “Terza Forza” di Misurata era bersagliata anche con bombardamenti aerei.

Oggi i miliziani di Misurata hanno lanciato un attacco a sorpresa contro Brak Al-Shati, che si trova a circa 600 chilometri da Tripoli. Secondo alcune fonti molti dei 141 morti sarebbero stati freddati in maniera sommaria, come se si trattasse di vere e proprie esecuzioni dopo che la base era già stata conquistata. Il sindaco della vicina Brak, che ha denunciato le esecuzioni sommarie, ha parlato di 74 vittime, ma più tardi altre fonti hanno aggiornata il bilancio.

La Terza Forza di Misurata ha confermato di aver lanciato l’attacco, ma ha negato di aver messo in atto esecuzioni sommarie. A Tripoli il Consiglio Presidenziale di Fayez Serraj ha condannato nei “termini più forti” l’attacco che vanifica gli sforzi per giungere ad una “riconciliazione nazionale” e ha negato di averlo ordinato attraverso il proprio ministero della Difesa. A riprova ha ordinato la formazione di una commissione d’inchiesta.

Il comando generale di Haftar ha però promesso che le sue forze “vendicheranno i martiri” della “Brigata 12” che presidiava la base e ha minacciato una risposta “crudele e forte”.

I soldati di Haftar sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco di Misurata, e hanno provato a fuggire nel deserto. A Tripoli il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale sostenuto dall’Onu ha dichiarato che la responsabilità dello scontro è delle forze di Haftar, che da giorni avevano iniziato ad attaccare le truppe di Misurata. L’operazione sembra essere stata “benedetta” dal ministro della Difesa Barghuti senza che Serraj e gli altri membri del Consiglio presidenziale fossero al corrente della forza massiccia che sarebbe stata impiegata. Fra l’altro nelle prossime ore l’esame dei corpi dei soldati uccisi confermerà o meno le accuse di esecuzioni sommarie. Se fossero confermate le ripercussioni politiche del caso sarebbero certamente molto pesanti. (v.n.)

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Il sindaco della città di Barak al Shati, Ibrahim Zami, ha annunciato tramite il sito informativo libico “al Wasat” che le vittime tra le forze del generale Khalifa Haftar dell’attacco lanciato tre giorni fa dalle milizie fedeli al governo di Tripoli sull’aeroporto cittadino sarebbero 74.

Cosa scrive Alessandro Lattanzio (aurora, 21/5/2017)

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Mentre fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno’, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.

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Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA.

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A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti”, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche”. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi”. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto”. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Libia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.

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Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie”, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi Al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Benghazi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida”. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea”, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale”, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica”, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi”. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolunga le sofferenze del popolo libico”.

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Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano, a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.