1517.- Unione Europea ed Asia Centrale, nuove possibilità di cooperazione

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E’ tempo d’investimenti e non di guerre. La Conferenza internazionale “Central Asia: Shared Past and Common Future, Cooperation for Sustainable Development and Mutual Prosperity” che si è svolta a Samarcanda, in Uzbekistan, il 10 novembre ha costituito un evento molto importante perché la situazione geopolitica in Asia centrale, per quanto ci possa apparire lontana, costituisce tuttavia un elemento di grande attenzione per l’intera comunità internazionale. Le pressioni esercitate sulla regione dalla Cina e dalla Russia, la presenza di un soggetto importante come il Kazakistan, il persistere della conflittualità nel vicino Afghanistan il possibile futuro ruolo di un’altra grande potenza emergente come l’India: sono tutti elementi di grande criticità per la sicurezza e la stabilità di questo importante quadrante”.

Così, il peso della Cina e dell’India risveglia l’Asia centrale. Dal 30 ottobre si va dalla Turchia, per la Georgia, all’Azerbaigian, con la nuova ferrovia Baku-Alyat-Tbilisi-Kars di 826km. E’ una nuova via della Seta su ferrovia, tra la Cina e l’Europa, che affianca il Corridoio meridionale del gas e l’oleodotto dal Caucaso all’Europa, aggirando Russia e Armenia. Fin d’ora, si prevede di raggiungere i tre milioni di passeggeri entro tre anni. La Pechino – Berlino è sempre più vicina.

Lo scorso anno, ad aprile, il primo treno carico di container partito da Wuhan, in Cina, ha raggiunto la sua destinazione, Lione, in quindici giorni: metà del tempo via mare, ma la compagnia «Wuhan Asia Europe Logistics » conta di dimezzarlo.  11.300 chilometri di viaggio percorsi attraverso Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, con uno scalo per scaricare alcuni container a Duisburg. Sono stati superati non pochi problemi tecnici. In Russia, per esempio, i binari hanno lo scartamento più largo, servono soste obbligate e cambi in corsa. Il governo russo e quello cinese hanno realizzato un accordo per costruire l’alta velocità: un’opera da sei miliardi di dollari. L’Italia per adesso è tagliata fuori, ma non lo sarà in futuro, fra 13-14 anni, con l’inaugurazione del tunnel del Gottardo, e poi con la Torino-Lione.

 

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L’arrivo alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione del treno della «Wuhan Asia Europe Logistics » alla presenza delle autorità europee, il 21 aprile 2016.

 

Non si può fare a meno di rimarcare l’inopportunità della vendita dell’ANSALDO BREDA del gruppo Leonardo-Finmeccanica (prima Finmeccanica) al gruppo  giapponese HITACHI, nel 2015. La società era stata fondata da Camillo Benson Conte di Cavour e assunse il nome di Hitachi Rail Italy. A supporto di questo cambiamento si cita che la nuova Hitachi Rail Italy chiuse il bilancio 2015 con un attivo di 2,1 milioni, il primo dopo 15 anni in rosso; ma il risultato dipese in gran parte dalla commessa affidatale da Trenitalia per la produzione di trecento treni doppio piano per il trasporto regionale, in parte dal modello “total quality” della casa madre giapponese. Sicurezza, qualità, certezza dei tempi di consegna e costi. Forse che non eravamo in grado di adottare un simile modello?

 

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Questa carta di Limes evidenzia tutti i collegamenti infrastrutturali, presenti e in progetto, fra Cina, Russia e Germania (in arancione). I paesi coivolti nei progetti di connessioni (e che dal Triangolo traggono benefici) sono rappresentati in verde chiaro. In futuro però in soli 2 giorni si potrebbe arrivare da Pechino a Berlino (8160 chilometri), se verrà realizzata la “ferrovia veloce” (linea blu), per la quale l’ex ANSANDO BREDA ha buone carte da giocare. Osserva Limes: “È perfettamente possibile che il fidanzamento d’interesse fra Cina, Russia e Germania non produca un nuovo ordine eurasiatico.Le forze liberate dai sismi in corso tra Grande Medio Oriente ed Estremo Oriente potrebbero rivelarsi incoercibili in qualsiasi parallelogramma. Ne scaturirebbe il caos. L’Eurasia ingovernata e ingovernabile. Rispetto all’egemonia cinese in un triangolo scaleno con Mosca e Berlino, al quale finirebbero per avvicinarsi Tōkyō, Seoul, Delhi e Teheran, il disordine può apparire un obiettivo invidiabile ad alcuni strateghi americani. Per i quali, restando fuori delle mischie eurasiatiche e anzi incentivandole, gli Stati Uniti sarebbero presto richiamati dai contendenti ad arbitrare un compromesso. Alle proprie condizioni. Gioco col fuoco, nel continente dove si concentrano otto delle nove potenze atomiche”.

 

Il tredicesimo incontro annuale tra Unione Europea ed Asia Centrale, tenutosi lo scorso 10 novembre a Samarcanda, è stata l’occasione per fare il punto della situazione su quanto sta avvenendo nella regione dal punto di vista dei rapporti internazionali. Al meeting ha partecipato anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha evidenziato come in Asia Centrale siano in corso importanti mutamenti, soprattutto grazie alle novità nella politica estera uzbeka introdotte dal nuovo presidente Chavkat Mirzoiev.

Federica Mogherini at the podium
l’Alto rappresentante/Vicepresidente Mogherini ha dichiarato: “L’Asia Centrale riveste un’importanza strategica per l’Unione europea. L’UE e i paesi della regione sono partner forti in ambiti che vanno dalla sicurezza alla lotta alla radicalizzazione e all’estremismo, dal commercio al sostegno della società civile. Questa riunione annuale ci permette di fare il punto di quanto che è stato raggiunto nell’ultimo anno e di riflettere su una nuova agenda per promuovere la crescita, la sicurezza e la stabilità nelle nostre regioni a beneficio dei nostri cittadini”.

L’importante funzionario ha ricordato come Unione Europea ed Asia Centrale stiano rivedendo i vecchi accordi e stipulandone di nuovi. A titolo di esempio risale all’anno scorso la firma tra UE e Kazakistan dell’Accordo di Partenariato e di Cooperazione Rafforzato (APCR) che prende il posto del vecchio accordo risalente ormai al 1999, ossia ad un momento storico in cui la situazione e le aspettative generali erano alquanto diverse e l’Unione Europea, spinta anche da forti motivazioni ideologiche, stipulava trattati commerciali come l’INOGATE o il TRACECA.

Oggi l’Asia Centrale sembra essere sulla via di una maggiore coesione, almeno questa la speranza dei ministri degli esteri delle cinque repubbliche centroasiatiche firmatari, sempre nell’occasione del meeting di Samarcanda, di un accordo per realizzare un programma di mutua cooperazione per il biennio 2018-19. L’attività di Mirzoiev in tal senso è decisa, tanto che il presidente uzbeko ha proposto l’organizzazione di una serie di incontri periodici tra i capi di Stato della regione, senza che questo diventi la creazione dell’ennesima organizzazione internazionale in l’Asia Centrale.

L’Uzbekistan non solo ha risolto diverse controversie con il Kirghizistan ma ha anche firmato importanti accordi di partnership con il Turkmenistan, tra cui la costruzione di un ponte ed una ferrovia per la creazione di un corridoio commerciale Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman. A livello energetico Tashkent ha riallacciato i rapporti con il Tagikistan dopo anni di crisi. Ma, forse la cosa più rilevante, l’Uzbekistan ha firmato importanti accordi economici e commerciali con il Kazakistan, suo grande rivale storico per il ruolo di leader regionale in Asia Centrale.

La spinta verso la cooperazione è dovuta anche ad una difficile situazione economica di diversi tra gli attori coinvolti, retaggio anche dell’organizzazione economica sovietica che rendeva difficili i rapporti tra le cinque repubbliche, come dimostrato dal Turkmenistan. Il paese si trova infatti alle prese con una crisi economica latente, isolato commercialmente ed alla ricerca di partner. Non è forse un caso che proprio recentemente Ashgabat abbia sottoscritto numerose convenzioni internazionali e stia decidendo di privatizzare diverse proprietà statali per attrarre capitali.

Segnale in tal senso è venuto dalla Francia che, tramite una lettera del presidente Macron, ha dichiarato di voler intensificare con il Turkmenistan la cooperazione in tutti i campi. Il caso più clamoroso di ricerca di appoggi internazionali, tuttavia, è stato quello kirghiso quando a febbraio l’ormai ex presidente Atambaiev, nel corso di un viaggio diplomatico in Belgio e Germania, ha prospettato durante un’intervista la possibilità che il Kirghizistan potesse aderire all’Unione Europea, questo dopo avere elogiato i vantaggi economici dell’aderire a quella eurasiatica.

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Tornando alle parole della Mogherini, un grosso ostacolo rischia di essere ancora il tema dei diritti umani nella regione. L’Alto rappresentate ha infatti ribadito come l’Unione Europea sia attenta alla questione, senza però specificare quanto questa sia oggi pregiudiziale nei rapporti con le repubbliche centroasiatiche. Pochi giorni prima dell’incontro di Samarcanda e pochi dopo il varo di una collaborazione con l’ONU sul tema, in Turkmenistan è stata attaccata la casa della madre di un’attivista di Human Right Watch, ma il problema sembra essere trasversale in tutta la regione.

In conclusione possiamo dire che il nuovo corso uzbeko sta sicuramente dando dinamismo alla politica internazionale centroasiatica, rendendo possibile la nascita di una regione più forte ed autorevole, tuttavia i rapporti con l’Unione Europea rischiano di restare incagliati nelle questioni di sempre, senza particolari sviluppi in una sorta di stagnazione post-post-sovietica.

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1516.- LIBIA. INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ALTO CONSILIO DI STATO LIBICO, ABDURRAHMAN SEWEHLI

a cura di Vanessa Tomassini –

L’ Alto consiglio di Stato libico, noto anche come Supremo consiglio di Stato, è un’assemblea legislativa equiparabile al nostro Senato della Repubblica, costituito ai sensi dell’Accordo politico libico che è stato firmato a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre 2015. La sua formazione è stata voluta dalle Nazioni Unite per cercare di porre fine agli scontri tra le principali fazioni del Paese, per questo è in grado di consigliare sia il Governo di Accordo Nazionale, sia la Camera dei Rappresentanti e può esprimere, in determinate circostanze, un’opinione vincolante su queste istituzioni. Come abbiamo ampiamente documentato, oltre al problema dell’immigrazione la Libia è quotidianamente teatro di crimini di guerra. Per cercare di fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Abdurrahman Sewehli.

– La Libia è stata recentemente sconvolta da crimini di guerra (al-Abyar, Derna e Wearshefana): come procedono le indagini? Sono stati individuati sospetti?
Sfortunatamente, in assenza di un vero governo di unità nazionale che abbia la volontà e i mezzi per condurre tale indagine, un’azione credibile in questo settore cruciale continuerà a essere un compito impegnativo nel migliore dei casi”.

– Lei ha rimproverato l’ambasciatore libico alle Nazioni Unite per non aver parlato di questi massacri. Crede davvero che i tribunali libici non siano in grado di investigare autonomamente?
È ovvio che il sistema giudiziario libico deve rafforzarsi perché possa svolgere i suoi compiti in modo efficace, equo e trasparente a livello nazionale. Per quanto riguarda i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, abbiamo bisogno dell’aiuto del Consiglio di sicurezza Onu e della Cpi per prevenire l’insorgere di un clima di impunità”.

– La città di Wearshefana è stata recentemente attaccata dalle forze di al-Juwaily. Come vede l’Alto consiglio di Stato quest’operazione?
Mentre la grande maggioranza delle persone in Wearshefana sono cittadini rispettosi della legge, è anche vero che essa abbia fatto da rifugio per le bande criminali. Per anni queste bande hanno sottoposto i viaggiatori sulla principale strada costiera che collega Tripoli con altre città, villaggi e la Tunisia con la parte ovest della capitale, a furti con armi da fuoco, sequestri di auto, sequestri di persona, estorsioni ed omicidi all’ordine del giorno. I cittadini hanno chiesto che venga messa fine a questa illegalità. Tuttavia ciò è responsabilità delle istituzioni statali legittime e in un modo completamente coerente con il rispetto dei diritti umani, delle leggi sui conflitti armati e la protezione dei civili“.

– Il generale Khalifa Haftar è considerato responsabile dell’attacco al vice ministro dell’Interno di Tripoli. Cosa ne pensa?
Più di ogni altra cosa l’attacco di Haftar al vice ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA), è un segno di debolezza e dovrebbe servire come campanello d’allarme per quelle parti che, incautamente, cercano di costruire (l’immagine ndr.) di Haftar come di un partito indispensabile per portare la pace in Libia. È interessante notare che non abbiamo sentito un sussurro da questi Paesi, che proclamano di sostenere il GNA, per quanto riguarda questo e altri incidenti simili“.

– Haftar è anche accusato di molti crimini di guerra e la Corte Penale Internazionale ha chiesto la consegna del comandante al-Werfali. Perché Tobruk continua a non consegnare quest’ultimo comandante?
In risposta al mandato della Cpi, l’esercito di Haftar ha detto il 18 agosto, ‘Werfalli, è sotto inchiesta … ed è ora in arresto’. Tuttavia, il procuratore della CPI ha dichiarato il 9 novembre che il suo ufficio ‘ha ricevuto rapporti che indicano che il signor al-Werfalli è in libertà e potrebbe essere stato coinvolto in ulteriori uccisioni’. Ha esortato Haftar a garantire ‘l’immediato trasferimento del signor al-Werfalli alle autorità libiche affinché possa essere consegnato alla Corte senza indugio’. La domanda rimane se Haftar, essendo il comandante di Werfalli, rischierebbe di consegnarlo alla Icc (Cpi) sapendo che lui stesso potrebbe essere perseguito, vista la sua responsabilità di comando, sia sotto la dottrina della CPI sia sotto la legge statunitense sui crimini di guerra come cittadino americano“.

-La Camera dei Rappresentanti ha aperto il processo politico agli ex esponenti del regime Gheddafi. Qual è la posizione dell’Alto Consiglio di Stato su di loro? Cosa ne pensa di un ritorno nella politica del figlio preferito del rais, Saif al-Islam?
Suppongo che si riferisca alla legge n. 6 sull’amnistia generale approvata dalla Camera dei Rappresentanti nel 2015. Questa legge è soggetta a revisione ai sensi dell’articolo 62 (Accordo politico libico) o della cancellazione ai sensi dell’articolo 14 delle disposizioni aggiuntive dell’accordo. I libici accolgono tutti coloro che desiderano unirsi e partecipare alla costruzione di una Libia libera e democratica. Molti del vecchio regime hanno infatti aderito e ora detengono posizioni ministeriali e posizioni militari di alto livello. Tuttavia Saif al-Islam e altri che desiderano riportare la Libia alla dittatura e al culto della personalità devono essere informati che non sono i benvenuti. Hanno anche a che fare con i mandati di cattura dell’Icc e con i procedimenti giudiziari libici“.

-In aggiunta ai crimini di guerra, ci sono state molte morti di migranti che cercano di raggiungere le coste italiane. Cosa stai facendo per fermare questi massacri? Come valuta la politica del governo italiano?
Crimini di guerra, abusi e morte di migranti e altri problemi sono essenzialmente il risultato della mancanza di una soluzione politica e quindi della mancanza di uno stato di diritto e di una governance. Ciò che è necessario e su cui stiamo lavorando è un accordo politico giusto, efficace e applicabile. Tuttavia il raggiungimento di tale accordo richiede una partnership tra partiti nazionali all’interno di un processo politico di proprietà libica. Richiede inoltre che la comunità internazionale assuma una posizione inequivocabile riguardo agli spoiler, indipendentemente dal fatto che siano individui o nazioni. Per quanto riguarda l’Italia, riteniamo che sia stato un partecipante affidabile e attivo ad aiutare la Libia a raggiungere la stabilità e ad apportare un certo realismo ed equilibrio alla visione della comunità internazionale della situazione“.

-Vuole aggiungere qualcosa?
Abbiamo raggiunto un bivio cruciale nella ricerca di una soluzione politica. Le condizioni sono mature e le parti dell’accordo sono più che mai vicine al raggiungimento del consenso. Abbiamo fatto alcuni progressi nei colloqui in Tunisia e il signor Salamé ha presentato una proposta, alla quale il Consiglio di Stato ha risposto positivamente. Contribuire a questi promettenti sviluppi è una proposta di un gruppo della Camera dei Rappresentanti e membri dell’Alto Consiglio di Stato, nonché un’altra proposta riguardante le elezioni. L’ingrediente mancante che spingerà il processo oltre il traguardo è il consenso internazionale su una posizione chiara e ferma contro le parti nazionali, regionali e internazionali che stanno tentando di ostacolare il processo“.

1515.- Da “La Stampa” un odore di totalitarismo. Neocon.

“I cavalli di Troia del Cremlino: la rete d’influenza della Russia con i politici europei — Italia, Grecia, Spagna: un nuovo saggio dell’Atlantic Council mette in fila fatti, incontri, protagonisti. Da noi spiccano tuttora M5S e Lega”. Così  un articolo apparso su La Stampa, giornale diretto da un neocon americo-israeliano , apparso il 19  novembre.

Maurizio Molinari appena nominato direttore di La Stampa, festeggia con Calabresi, appena elevato a direttore di La Repubblica. Due voci oggettive ed imparziali.

Esso riporta uno studio dell‘Atlantic Council  sui “cavalli  di Troia del Cremlino” in Europa, ossia dei politici che  subiscono, secondo questo pensatoio  atlanticista,   “l’influenza russa”.

I servi di Putin in Europa.

 

Vale la pena di citare  ampiamente  l’articoletto del ghiornale torinese, per “sentire” l’afrore  minaccioso  di volontà repressiva  che emana:

“nel grafico delle interferenze russe in Europa illustrato dall’ultimo report dell’Atlantic Council (The Kremlin’s Trojan Horses: Russian Influence in southern Europe), c’è qualcosa di più. C’è soprattutto il concentrico e sistematico attacco al mondo che []  ha portato avanti finora l’eredità dell’illuminismo da parte di forze di matrice diversa – sovranista,  populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista e via andare – accomunate dall’avversione ai valori liberali e da un multiforme richiamo all’ordine. C’è insomma la prova di quanto facile sia per chi debba compensare la propria debolezza con le difficoltà altrui (Putin oggi ma domani potenzialmente Cina, Turchia o qualsiasi altro attore geopolitico) approfittare della nostra società aperta e dunque permeabile, evoluta e un po’ annoiata, confusa dagli smottamenti del Novecento al limite della cupio dissolvi.

Quindi il  campo di battaglia è chiarito: il mondo dell’Illuminismo, della “società aperta  e dunque permeabile”, è sotto attacco concentrico da  parte di tutti gli oscurantismi possibili e immaginabili (sovranista, populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista), incarnati dall’Oscurantista Primo, il Male Assoluto Putin che “approfitta” delle nostre libertà.  La Luce è minacciata dalle Tenebre.

Prendiamo ad  esempio, continua La Stampa, “Il groviglio greco” [delicata allusione alla  riduzione alla fame del popolo ellenico da parte del modo Illuminato,  ndr.] . Qui, “ l’antagonismo è mainstream e mette insieme destra, sinistra, monaci ortodossi, militari, tutti  sulle barricate contro l’estremo avamposto dell’occidente trincerato a Bruxelles”.

Insomma: chi protesta contro il trattamento che la Merkel ha fatto subire alla Grecia, è  un Figlio delle Tenebre,  se la intende coi “monaci ortodossi” (orrore!),  è  infettato dalla propaganda del Cremlino,  di cui sta contagiando le masse  come gli  untori facevano con la peste manzoniana.

Passiamo all’Italia: “Il capitolo sull’Italia, curato da Luigi Sergio Germani  [Radio Radicale] e Jacopo Iacoboni (che ne scrive da mesi su La Stampa), è esemplare”.   Questi due signori “disegnano uno schema della russofilia nazionale che vede giocare in favore di Putin fattori diversi, ideologici nel caso della Lega o del Movimento 5 Stelle, economici nel caso degli imprenditori che, a partire dall’entourage berlusconiano, fanno business a Mosca e mal digeriscono le sanzioni”.

Siccome siamo  “Paese impoverito, arrabbiato (con “la casta”) e confuso”, “i trolls di San Pietroburgo, gli account fantasma, le fake news” hanno “ trovato un terreno fertilissimo nel” nostro paese. “Nell’Italia senza bussola”, che non segue i dettami della Luce  Atlantica ed Europeista. La prova  che l’Italia è senza bussola viene indicato nei seguenti fatti: in questa  arretrato paese, figuratevi, “si  grida all’invasione davanti a 180 mila migranti (siamo 60 milioni), le donne si dividono come in nessun altro Paese al mondo sul “molestie-gate” e si può commentare la morte di Totò Riina sostenendo che le campagne abortiste della Bonino abbiano ucciso più della Mafia (e dove il 40% non legge neppure un libro…)”.

Dunque  siamo avvisati: chi  ride di  Asia Argento  invece di difenderla  e compassionarla, è un cavallo di Troia di Putin. Chi protesta contro le ondate di clandestini, lo fa perché è istigato dai noti trolls di San Pietroburgo. Chi non esprime l’alta stima per l’atlantica egeria Emma Bonino e la accusa dei 10 mila aborti che lei stessa vanta,   è un agente del Nemico che sta a Mosca.

L’afrore dittatoriale spira ben chiaro dal   testo in inglese dello “studio” dell’Atlantic Council . Lasciamo  agli interessati  il piacere di ritrovare il proprio nome nella schedatura di quelli che vengnono smascherati come servi di Putin:

Ci bastino due esempi.  I due estensori del rapporto riferiscono ai superiori  americani  che  Salvini  ha  detto  in tv, nel “il 18 ottobre, 2016, che “la  NATO fa’ un giuoco pericolosissimo spostando 4 mila soldati, carri armati ed aerei verso i confini russi”, e che “l’Italia dovrebbe rivedere la sua partecipazione alla NATO”.

A giugno 2016, Manlio  Di Stefano (5 Stelle)  ha osato chiamare “la rivoluzione ucraina di piazza  Maidan un putsch sostenuto dal’Occidente fatto per estendere la NATO ai confini della Russia”:

Non sono forse queste sacrosante verità? No, sono narrative anti-occidentali  ed anti-americane” dettate dal Cremlino: chi osa esprimerle si rivela un cavallo di troia di Putin, quindi le sue opinioni non devono circolare in pubblico.  Non sono più libere opinioni, ma delitti: vanno censurati, in attesa che queste persone vengano fatte tacere negli altri modi ben noti ai neocon.   Nemmeno un angolo della scena politica si deve lasciar occupare da chi esprime  critiche alla NATO e al regime di Kiev; la democrazia illuminista richiede un Pensiero  Unico. Potete formare tutti i partiti che volete, basta che non pensino diversamente  da Bonino, Soros, Molinari, o l’Atlantic Council. Gli altri  sono nemici del popolo, e ”nessuna libertà per i nemici della libertà”, come disse quello (era Robespierre quando instaurò il Terrore).

Il guaio è, riconosce lamentoso il giornale degli Elkan,   in un finale sull’orlo del delirio , che “il presidente russo pare incontrare i gusti dello zeitgeist prima ancora di quelli di un determinato partito o popolo. Uno zeitgeist anti-illuminista e individualista, con le sinistre tiepide verso le Pussy Riot […]  gli omosessuali terrorizzati dall’islam al punto di tollerare la Le Pen, gli ex rifugiati dell’Europa dell’est in trincea contro quelli africani. Putin è la forza antica e moderna, solida, rassicurante”. Si deplora, lacrime agli occhi, che “la meglio gioventù emancipatasi sognando Voltaire abbia dirottato su Putin, il padre forte necessario perché popoli immaturi non scambiano il disordine con la democrazia”.

Dunque ora lo sappiamo: aderire alla Luce Atlantica richiede la calda, incondizionata approvazione le Pussy Riots,   su   cui la nostra  psicopolizia ha osservato  che “le sinistre sono tiepide”.  La psico-polizia  de La Stampa  ha scovato  anche. chissà dove,   “omosessuali” che invece di votare per il collega Macron,   per terrore dell’Islam  “tollerano la Le Pen”, invece di esercitare su di essa la sacra intolleranza, il santo fanatismo prescritto dalle centrali oligarchiche globali, la riduzione a non-persona, in attesa della ghigliottina   che ci libererà dagli avversari  politici  in onore del Conformismo Unico e Obbligatorio.

L’articolo del neocon infatti si conclude con un invito all’azione

“Putin guadagna punti perché fa Putin, l’Europa farebbe bene a rispondere con i valori europei”:  censura e galera  per Soral (l0intellettuale francese già condannato due volte per il suo sito)! Fame ai greci!  Onore alle Pussy Riots e Viva Poroshenko! Bene la  NATO!  Grazie americani per averci salvato da Gheddafi e formato l’ISIS e per portarci alla guerra contro la Russia!

Ma che cos’è l’Atlantic Council?

Ci resta da chiarire che cosa è l’Atlantic Council, il pulpito della Verità e Civiltà di cui la Stampa diffonde le accuse come oro colato.

Tanto per essere chiari, “L’Atlantic Council è un think tank americano con sede a Washington, il cui scopo è “Promuovere la leadeship americana e il  ruolo centrale della comunità atlantica nell’affrontare le sfide del XXI secolo”  (Wikipedia) . Fra i suoi dirigenti figura  – benché ultranovantenne –  il generale  Brent Scowcroft,  un  fossile storico  che come consigliere della sicurezza nazionale ebbe un’ambigua parte nella partizione della Jugoslavia, ma che soprattutto è stato direttore del  President’s Foreign Intelligence Advisory Board   per  George W. Bush dal  2001   al 2005,  ossia  un complice diretto del mega-attentato  e false flag  dell’11 Settembre. Fra  le personalità illuminate e illuminanti al vertice dell’Atlantic Council trovo, senza sorpresa, Henry Kissinger, James Schlesinger, e soprattutto il direttore della CIA R. James Woolsey, il rabbino Dov S. Zakheim  ed il generale Anthony C. Zinni, l’organizzatore dei bombardamenti contro l’Irak (Operazione Desert Fox), ossia tre protagonisti del delitto di Stato  11 Settembre.

VEdere: http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2015/10/il-rabbino-dov-zakheim-la-parte-oscura.html

Rabbi Zakheim era  addirittura vice-segretario al Pentagono, insieme a Paul Wolfowitz,  in quei giorni; è inoltre inserito nel sistema militare-industriale, essendo padrone della  System Planning Corporation, una ditta  che produce droni e apparati di teleguida elettronici per aerei, e indiziata di aver fornito gli aerei che si”sono”avventati copntro le Twin Towers. Questo  è il modello di oggettività,  pluralismo e civiltà da cui il direttore della Stampa prende ispirazione. Si vede bene  di quali poteri il giornale torinese è il Cavallo di Troia.

Maurizio Blondet

1514.- MA CHE FASCISMO E ANTIFASCISMO! QUESTA È UNA DITTATURA.

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Chi ha preso la gestione della Nazione vuole trasformare la campagna elettorale e la butta in caciara, rispolverando fascismo, antifascismo e comunismo, politicamente defunti; ma, peggio, incentiva un’altra guerra fratricida fra gli ignoranti e per seppellire ogni rigurgito d’italianità, ci ha invaso con milioni di barbari, che, dall’Italia degli italiani, vogliono solo il sangue e il sudore dei vivi, che cantano e ballano sul Sacrario dei Caduti. Vedo politici che non hanno mai, dico mai lavorato e poco hanno studiato, arricchirsi, mentre, sempre più poveri, ci avviciniamo al Natale.
Questi necrofori del popolo sviano la nostra attenzione ed eseguono la volontà dei loro padroni stranieri, invocando la perdita della nostra cittadinanza, ceduta insieme alla identità di valori della gente italica, sempre più vilipesi.
Hanno infiltrato e impostato la sinistra politica e sindacale per stroncare, poi, la destra con l’epiteto di fascista.
Non c’è destra e non c’è sinistra. C’è la dignità dei lavoratori: la Libertà; lavoratori privati del Lavoro e dello Stato sociale in nome di una falsa integrazione europea: falsa perché i salari, il welfare, l’assistenza ai poveri, quelli dei greci e presto anche degli italiani, non sono per niente quelli dei tedeschi.
L’architettura della Repubblica è fondata sul LAVORO e voleva essere fondata sulla PARTECIPAZIONE! Parliamo, perciò, dei LAVORATORI. Questa campagna elettorale è falsa perché la sua legge elettorale sarà dichiarata incostituzionale, ma dopo aver eletto un altro Parlamento illegittimo di gente scelta dai partiti del potere, che obbedirà al potere e non a noi elettori. Quindi, eleggerà altri presidenti e giudici illegittimi.
Questa non deve essere un’altra guerra politica fra antifascisti, comunisti e fascisti, come nel 1920 e dopo, negli anni 1943-1948. Mancano tutti i presupposti. Non ci sono le bande di assassini rossi o neri. Non ci sono giovani, nati durante il fascismo, difensori di quello Stato sociale che crebbe durante la dittatura, perché negli anni ’60 abbiamo fatto di meglio. Ma per poco! Una analogia, però, con quegli anni, c’è . I 2/3 dei partigiani erano rossi e volevano un’altra dittatura, rossa, ma dittatura. Oggi, quelli che si spacciano per partigiani accettano la dittatura di Bruxelles. Sono, INVECE, tutti rossi, ma, col cavolo che verrebbero con me in montagna a difendere la loro Repubblica! Stanno al caldo nelle loro case, riscuotono 4 milioni di contributi, fanno cene e cantano “Bella ciao”, i più furbi pensando alla greppia della politica.
Anche se non ha senso parlare di antifascismo e, poi, sposare una dittatura, siamo rimasti, sostanzialmente, a quegli anni, con una parte, senza né capo né coda, che chiede Libertà e una che vota, compatta, per una dittatura, ancora una volta filo tedesca, ma europea di nome, finanziaria di fatto. Chi paga è il popolo,la Nazione Italia invasa, spogliata e distrutta per la seconda e ultima volta dallo straniero.
Come sempre accade in queste sconfitte, c’è chi si vende e si ammanta del potere, si avvantaggia e si arricchisce con la fame degli altri.
Bando alla violenza e bandite i falsi!

1513.- Lo stato islamico sta morendo (ma ha alcune delle migliori armi d’America)

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L’evacuazione dei comandanti dei militanti dello Stato Islamico a Deir-ez-Zor con elicotteri americani si è conclusa quasi con il 100% di probabilità.

Gli USA continuano ad opporsi alla Russia, ha detto il primo vice presidente del comitato del Consiglio della Federazione per la difesa e la sicurezza Franz Klinzevich. Una fonte militare-diplomatica ha riferito a Ria Novosti che ad agosto l’aviazione americana ha fatto evacuare a nord della Siria, nella zona di Deir-ez-Zor oltre 20 comandanti dello Stato Islamico, sottolineando che non si trattava della prima evacuazione.

Il portavoce della coalizione guidata dagli americani, a sua volta, ha detto a Ria Novosti che non è vero.

Klinzevich ha scritto sulla sua pagina Facebook: “certo che avrebbero cercato di confutare la tesi dell’evacuazione di 20 comandanti dell’ISIS sugli elicotteri americani da un quartiere della città di Deir ez-Zor. Tutta l’esperienza pluriennale di azione americana, — come è successo in Afghanistan —, ci dice che tutto questo, con quasi il 100% di probabilità, ha avuto luogo. Come uomo che ha assistito a quella guerra, posso affermare che il coinvolgimento diretto degli americani con i mujaheddin lo abbiamo sempre avvertito”.

A suo parere, non c’è bisogno nemmeno di excursus storici. Come dice il senatore, i corridoi per i militanti c’erano già “durante l’assedio di Raqqa”, ne scrisse la stampa mondiale, questa è una manifestazione della stessa tendenza.

“Certo, Deir ez-Zor non è Raqqa. Qui non si possono evaquare centinaia di militanti. Ma questo non riguarda il numero di militanti. Sembra che gli USA considerino ancora il senso della loro esistenza in base al confronto con la Russia, e questo, per usare un eufemismo, non è causa di ottimismo” ha concluso il senatore.

Per noi, attenti osservatori della politica Neocon degli USA, l’Isis, o come si vuole chiamarla, è la versione moderna della Compagnia delle Indie del 1700-1800, che ha consentito alla corona britannica di fare le guerre senza dichiarle e senza parteciparvi ufficialmente. La Compagnia delle Indie (British East India Company) era un vero e proprio esercito, con un suo specifico armamento. Essa segnò profondamente il futuro Impero britannico e fu  l’impresa commerciale più potente della sua epoca, fino ad acquisire funzioni militari e amministrative regali nell’amministrazione dell’immenso territorio indiano. Colpita in pieno dall’evoluzione economica e politica del XIX secolo, declinò progressivamente e poi scomparve nel 1874.

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Nel 1991, il travolgente successo delle truppe statunitensi equipaggiate con sistemi di visione notturna nella Guerra del Golfo ha ispirato un nuovo assioma dei militari americani moderni: possediamo la notte. Ma il nuovo video di propaganda dell’ISIS, rilasciato dopo l’espulsione del gruppo terroristico dalla loro ultima roccaforte di fatto a Raqqa, ha dato un chiaro messaggio per le forze occidentali: “Non più”.
Il video di sei minuti, “Cecchini del Sud – Wilāyat al-Janūb” pubblicato sui social media il 10 novembre mostra un cecchino ISIS e uno spotter che usa “una US M4 con uno scope sconosciuto” e una termocamera FLIR BHM da 5.000 dollari originariamente progettata per “Aiutare le navi in mare a vedere detriti, rocce, altre barche e punti di riferimento in condizioni di buio come la pece “, riferisce l’Army Times. Sebbene la visione notturna e gli apparecchi termografici di fabbricazione militare degli Stati Uniti siano articoli di esportazione limitati sotto la giurisdizione del Dipartimento di Stato, è del tutto possibile che l’equipaggiamento sia stato preso dai depositi della coalizione irachena o a guida Usa dai militanti dell’ISIS negli ultimi anni – o semplicemente acquistato online e introdotto clandestinamente in Iraq e in Siria da combattenti nati all’estero (Dalla CIA, no?).

M_M27 MarinesIl fucile d’assalto M4 utilizza cartucce calibro 5,56 x 45 mm NATO con caricatori da trenta colpi. L’arma nella prima versione era dotata di un selettore di fuoco con possibilità di scelta tra sicura, colpo singolo e raffica da tre colpi; nella versione M4A1 e SOPMOD invece il selettore permette di sparare a raffica libera anziché da tre colpi come nella precedente versione. 
Un soldato USA imbraccia un M4A1 equipaggiato con lanciagranate M320Questo fucile d’assalto, come altre armi simili, grazie alle slitte Picatinny può montare una vasta gamma di accessoricome dispositivi di mira Red Dot, ottiche di mira, ottiche per visione notturna, visione infrarosso, dispositivi di puntamento laser, torce, o integrare altre armi come il lanciagranate da 40mm M203, già largamente usato per il fucile M16, ed il nuovo lanciagranate M320. Anche in Italia il fucile d’assalto M4 viene utilizzato dai Reparti Speciali sia militari che delle Forze dell’Ordine; in particolare quest’arma equipaggia i NOCS  della Polizia di Stato; il GIS e il 1° Rgt. Tuscania  dell’Arma dei Carabinieri, il 9º Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, il 185º R.A.O. Folgore e il 4º Reggimento alpini paracadutisti “Monte Cervino” dell’Esercito Italiano; il Com.Sub.In. (Comando Subacquei ed Incursori) ed il Reggimento San Marco della Marina Militare Italiana ed infine il 17º Stormo Incursoridell’Aeronautica Militare.

Il video segue un’azione di settembre che documenta l’ultima ripresa del gruppo terrorista contro l’assedio della coalizione su Raqqa, che mostrava un cecchino ISIS che brandiva un fucile da battaglia potenziato Mk 14 da 7,62 mm: il fucile designato per le truppe che combattono sotto il comando delle operazioni speciali statunitensi .
La proliferazione di occhiali per la visione notturna tra i ranghi dei terroristi non è solo limitata all’ISIS. A luglio, un video di propaganda talebano ha mostrato un combattente che ha lanciato un fucile d’assalto da combattimento (SCAR) per operazioni speciali FN da 7,62 mm con equipaggiamenti high-tech provenienti da kit di modifica speciali delle operazioni speciali; lo stesso video ha mostrato combattenti che reclamizzano i fucili M16 con gli obiettivi Trijicon Advanced Combat Optical Gunsight (ACOG). In una “esclusiva” di luglio, la CNN ha mostrato combattenti con carabine M4 dotate di accessori per la visione notturna oltre a mirini laser a infrarossi e cannocchiali ACOG. E ad aprile, i video di propaganda talebana hanno mostrato che i militanti indossavano occhiali per la visione notturna AN / PVS 7b.

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Per anni, le capacità di visione notturna emergenti dei militanti sono rimaste una minaccia trascurabile per il Dipartimento della Difesa. Solo una manciata di talebani e Al Qaeda sono stati addestrati a usare efficacemente i loro pochi dispositivi per la visione notturna in combattimento, come Adam Raymond ha dichiarato per Task & Purpose a luglio, “né hanno compreso appieno quanto la capacità di visione notturna degli Stati Uniti fosse migliorata lasciandoli inconsapevoli di essere altrettanto visibili nell’oscurità come lo erano durante il giorno “.
Ma questo vantaggio è svanito negli ultimi mesi. Il video dell’ISIS arriva tra le notizie secondo cui i ribelli talebani appartenenti a una “Unità rossa” d’élite equipaggiata con sofisticate apparecchiature per la visione notturna, descritte dal New York Times come “un copricapo simile a Star Wars che contiene occhiali da notte costruiti in Russia”, ha macinato decine di afghani agenti di polizia questo mese. Nonostante la loro inesperienza passata, i combattenti talebani ora sembrano, come dice Raymond, “comprendere appieno il potere della visione notturna” come i combattenti stranieri che riempiono i ranghi dell’ISIS in Iraq e in Siria

1512.- “Un piccolo intervento vittorioso”

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Gli italiani conoscono del genocidio saudita nello sopratutto per le immagini dei carichi di bombe tedesche, fabbricate in Sardegna e in partenza da Cagliari-Elmas e per l’opera di pochi giornalisti; ma, dietro i sauditi si muovono sempre gli attori del confronto in atto fra Iran e Israele, per il controllo di quelle aree nevralgiche e il perenne conflitto fra sciiti e sunniti, che mina il mondo arabo. Propongo questa analisi dell’intervento dell’Arabia Saudita nello Yemen di Vojna Istorija Politika, del 14 novembre 2017, rilanciata da Aurora.

 

 

 

1443710683presentation1Intervento nello Yemen

La guerra nello Yemen è poco coperta dai media mondiali,la cui attenzione è attirata dai combattimenti in Siria e Iraq. Tuttavia, l’aggressione scatenata dalla coalizione a guida saudita contro la repubblica è uno dei più grandi conflitti armati del nostro tempo e ha messo in pericolo la vita di milioni di cittadini della repubblica.

L’intervento nello Yemen fu il risultato della rivolta degli huti che rovesciò il presidente pro-sauditi Hadi nel gennaio 2015 e concluse un’alleanza con i sostenitori dell’ex-presidente Salah, dalla cui parte c’era l’esercito dello Yemen. Il 15 febbraio, gli huthi lanciarono l’assalto ad Aden, nel sud del Paese e nuova capitale delle forze fedeli ad Hadi. Il 21 febbraio, Hadi fuggì da Sana ad Aden, che però fu quasi completamente presa dagli huti il 25 marzo. Hadi fu costretto a fuggire dal Paese. L’avvento al potere degli huti, che professavano l’islam sciita e stabilirono immediatamente relazioni amichevoli con l’Iran, destò l’allarme nella vicina Arabia Saudita. Riyadh non poté perdonare i vicini per il rovesciamento del fantoccio Hadi. All’inizio di febbraio iniziò il trasferimento di truppe al confine con lo Yemen. La situazione fu aggravata dal fatto che le province yemenite che confinavano con l’Arabia Saudita erano abitate da sciiti, che, influenzato dai correligionari yemeniti, erano pronti alla rivolta contro Riyadh. Hadi si appellò ai sauditi e parlando alla Lega araba chiese l’ingresso di truppe straniere nello Yemen al fine di riprendere il potere. Quindi, il presidente in fuga divenne essenzialmente un collaborazionista dei sauditi.
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A fine marzo 2015, l’Arabia Saudita formò una coalizione di Paesi arabi per intervenire nello Yemen. Per l’operazione venne formato un significativo gruppo aereo a cui fu assegnato il ruolo principale nell’intervento. Il gruppo aereo della coalizione comprendeva circa 100 aerei da guerra sauditi, tra cui F-15S, Tornado IDS e Typhoon, coadiuvati dalle aerocisterne A330 e da elicotteri di ricerca e salvataggio Cougar. I caccia Typhoon e F-15S erano equipaggiati di container per la designazione dei bersagli Damocles e da ricognizione DB-100, e armati di bombe guidate Paveway e JDAM. Le forze di supporto consistevano in UAV e aerei-radar E-3A e Saab 2000 Erieye. Il secondo contingente aereo era degli EAU, con 30 velivoli, tra cui F-16E/F, Mirage 2000 e almeno un aerocisterna A330. Altri tipi di velivoli erano 15 caccia F/A-18C del Quwayt, 10 Mirage-2000 del Qatar, 15 caccia F-16 del Bahrayn, 6 dell’Egitto, 6 del Marocco e 6 della Giordania e 3 bombardieri Su-24M del Sudan.
A prima vista, l’operazione della coalizione saudita sembrava destinata al successo. L’esercito saudita, che aveva uno dei più grandi budget del mondo, era semplicemente pieno di armi moderne. I partner della coalizione Qatar, Quwayt e Emirati Arabi Uniti non erano di molto inferiori ai sauditi. Tuttavia, nonostante i costi enormi e l’acquisto di armi moderne, l’esercito saudita non aveva esperienza in combattimento, e in effetti era un colosso dai piedi d’argilla. Anche prima dell’inizio dell’operazione, molti analisti menzionarono questo fattore, e sottolinearono che a causa delle numerose guerre civili, gli yemeniti superavano seriamente la coalizione nell’esperienza operativa. Numerosi esperti russi predissero che l’Arabia Saudita avrebbe avuto una lunga guerra nel territorio dello Yemen. Tuttavia, la realtà si rivelò anche peggiore per i sauditi. La guerra civile del 1994 nello Yemen trasformò il Paese in un mercato delle armi. Lo Yemen era letteralmente imbottito di armi degli anni ’70-’80. È interessante notare che carri armati statunitensi M-60 e carri armati sovietici T-80BV acquistati in Bielorussia, erano nelle forze armate della repubblica. In grandi quantità c’erano carri armati T-55 e T-62 prodotti nell’URSS, così come T-55AM2 di produzione ceca. Dopo il rovesciamento del regime Hadi, lo Yemen ricevette una grande quantità di armi dall’Iran. Queste forniture aumentarono drasticamente il numero di armi anticarro degli huti e che svolsero un ruolo enorme. Con nostro grande dispiacere, la difesa aerea della Repubblica era poco sviluppata, i sistemi SAM e radar sovietici degli anni ’70 non erano in grado di respingere le massicce incursioni della coalizione saudita. Inoltre, lo Yemen mancava di aerei moderni. Le due dozzine di MiG-29 disponibili non potevano resistere all’aeronautica della coalizione, perciò la parte dell’esercito dello Yemen fedele a Salah non cercò di combattere per la supremazia aerea. Inoltre, l’Esercito yemenita era armato di sistemi missilistici Scud, Tochka-U e R-17, così come di sistemi missilistici terra-terra consegnati dall’Iran. Le forze armate yemenite possedevano sistemi missilistici anti-nave sovietici e iraniani. Il vantaggio principale degli huti e dei sostenitori di Salah rispetto la coalizione araba era l’esperienza di combattimento e un alto livello di addestramento. Un ruolo significativo fu svolto anche dagli istruttori iraniani impegnati nella preparazione delle forze anti-saudite. Inoltre, una parte significativa degli alti ufficiali yemeniti fu addestrata da specialisti sovietici. L’istruzione appresa in epoca sovietica, fu presto dimostrata agli interventisti.
Il 25 marzo, l’aviazione della coalizione lanciò le operazioni contro lo Yemen, soprannominata “tempesta della determinazione”. Prima di tutto, furono colpite le basi aeree yemenite, così come le posizioni di SAM e stazioni radar nelle vicinanze di Sana. Le forze aeree della coalizione agirono nelle migliori tradizioni dell’aviazione statunitense, sopprimendo l’aviazione e la difesa aerea del nemico, assicurandosi in tal modo la supremazia aerea. Per ragioni tecniche, un caccia saudita si schiantò, fu la prima perdita della coalizione durante la campagna. Tuttavia, nonostante i massicci attacchi aerei, gli huti guadagnarono il controllo di altri territori: il 31 marzo, i sostenitori di Hadi furono espulsi dal centro amministrativo della provincia di al-Dali. Il 6 aprile, gli huti presero il porto di Aden. Seri combattimenti vi furono nella provincia di Taiz. Sotto il controllo dei sostenitori di Hadi rimasero solo le province orientali e nord-orientali del Paese. Durante questo periodo, i terroristi di al-Qaida (AQAP) SIIL operanti nello Yemen fin dai primi anni 2000 si attivarono nelle retrovie dei sostenitori di Hadi, i cui militanti locali, dopo essere giunti al potere, giurarono fedeltà ad al-Baghdadi. Di fatto, gli islamisti scatenarono la guerriglia dietro i sostenitori di Hadi, che tuttavia non gli impedì di combattere gli huti, che entrambe le organizzazioni terroristiche considerano i principali nemici nello Yemen. Il 21 aprile, l’aeronautica della coalizione effettuò 2300 sortite, assicurandosi il dominio nell’aria. Tuttavia, le perdite degli huti e dell’esercito yemenita causate dagli attacchi aerei durante questo periodo si rivelarono modeste, il che gli permise di continuare l’offensiva, espandendo il territorio controllato. Lo stesso giorno, la coalizione annunciò la fine dell’operazione Tempesta della determinazione e l’inizio di una nuova fase della campagna chiamata Ritorno della speranza. Durante questo periodo, il numero di attacchi aerei contro gli huti aumentò drammaticamente. Inoltre, le forze aeree della coalizione inflissero una serie di attacchi alle città controllate dal nemico, che provocarono numerose vittime civili e la distruzione delle infrastrutture civili. L’aviazione saudita cercò d’indurre i civili ad opporsi agli huti con gli attacchi aerei, la cui presenza negli insediamenti sarebbe stata causa. A fine agosto, a seguito di attacchi aerei, furono uccisi circa 2000 civili. Huti e l’esercito yemenita avrebbero continuato a reagire. Nel maggio 2015 iniziarono le incursioni delle unità yemenite nelle province dell’Arabia Saudita al confine con la Repubblica. Qui un ruolo enorme fu svolto dal morale estremamente basso dell’esercito della monarchia mediorientale. Spesso, i soldati sauditi semplicemente abbandonarono le postazioni di frontiera, attaccati dagli huti, lasciando armi e attrezzature. Particolarmente acuto per i sauditi fu la situazione nella provincia di Najran, dove la popolazione sciita locale, col sostegno degli huti, effettivamente si ribellò a Riyadh. A fine maggio, unità dell’esercito yemenita iniziarono a lanciare attacchi missilistici sul territorio saudita, usando prima i missili Scud e poi i missili Tochka-U più avanzati. Il 25 maggio, a causa dell’attacco ala base aerea Qamis Mushayt, nella provincia di Asir, diversi aerei sauditi furono distrutti nella base, secondo dati non ufficiali: i sistemi “Patriot” dei difesa aerea dell’Arabia Saudita intercettarono solo un quarto dei missili.

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In the summer of 2015, the United Arab Emirates threw two battalions of Leclercs into the civil war in Yemen — and from the few sketchy reports, it seems the tank has fared better than the American-made M-1 Abrams has done in the same conflict.

Nel maggio 2015 si rinnovarono i feroci combattimenti per Aden. E insieme ai sostenitori di Hadi nei combattimenti urbani parteciparono attivamente le forze speciali saudite. A luglio, i sostenitori di Hadi con l’appoggio degli interventisti ripresero il controllo del porto di Aden, dove il trasferimento di mezzi corazzati della coalizione iniziò immediatamente. Il 14 luglio, i sostenitori di Hadi rivendicarono il pieno controllo su Aden, anche se in realtà i combattimenti continuarono per tutto il mese. I continui contrattacchi degli huti rallentarono l’avanzata del nemico, mentre nella base aerea al-Anad, 60 km a nord di Aden, si svolsero battaglie feroci. Gli interventisti riuscirono ad occupare la base solo dopo il trasferimento nell’area di carri armati AMR-56 Leclerc delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che giocarono un ruolo chiave nell’assalto. Nel corso delle battaglie per la base aerea, i Leclerc dimostrarono un’elevata protezione, alcun carro armato fu distrutto dalle armi anticarro e anche all’inizio di agosto, attraverso le province settentrionali dello Yemen, grandi forze di sostenitori di Hadi entrarono nel territorio del Paese, sostenute da unità regolari dell’esercito saudita. Nello stesso periodo le incursioni degli huti continuarono nelle province di frontiera dell’Arabia Saudita, e il più “avanzato esercito del mondo” perse almeno 8 carri armati, tra cui gli Abrams distrutti il 6 agosto. La caduta di Aden fu forse il più grande successo della coalizione nell’intera guerra. Inoltre, le azioni aeree della coalizione causarono perdite tangibili ai sostenitori di Salah, che persero in questo periodo circa 30 veicoli corazzati. L’avanzata territoriale degli huti cessò. Durante questo periodo, la coalizione perse un F-16 dell’Aviazione marocchina nella provincia di Sada, oltre a tre elicotteri AN-64 Apache, due dei quali abbattuti nella provincia saudita di Najran, e un altro nella provincia yemenita di Marib. L’offensiva guidata dalla coalizione lungo la strada Aden-Abyan causò agli interventisti gravi perdite di blindati. Fu lì che un BMP-3 fu distrutto con un gruppo di sostenitori di Hadi. Il 25 agosto nella provincia di Bayda furono distrutti da un’imboscata dei blindati degli Emirati Arabi Uniti. I militari degli Emirati persero immediatamente 11 MUP Oshkosh, alcuni dei quali abbandonati dagli equipaggi e successivamente bruciati dagli huti. Dei blindati furono catturati e fatti sfilare in una parata militare del 24 agosto. Gli huti distrussero 2 carri armati Abrams nella provincia di Jizan, e la spettacolare esplosione di munizioni di uno dei carri armati fu ripresa in un video che scioccò i fan degli Abrams di tutto il mondo; il 2 agosto a Jizan, altri 2 Abrams furono distrutti. A fine agosto, il blitzkrieg della coalizione divenne un fiasco completo: i difensori e gli interventisti di Hadi rimasero bloccati in aspre battaglie nelle province di Taiz, Marib e Bayda. Le perdite contarono decine di veicoli corazzati: il 4 settembre, a seguito del lancio di un missile “Tochka-U”, 52 militari degli Emirati Arabi Uniti, 10 soldati sauditi e 5 cittadini del Bahrayn furono uccisi nella base della coalizione di Marib. Il numero totale di morti, tenendo conto dei sostenitori di Hadi, superò i 100. Un gran numero di mezzi corazzati e autoveicoli fu distrutto e a metà settembre più di 20 blindati sauditi furono distrutti a Marib in tre giorni. Le gravi perdite di soldati costrinsero il comando della coalizione a sostituirli con sostenitori di Hadi. Inoltre, un contingente sudanese fu inviato nel conflitto; il suo governo aveva ricevuto importanti aiuti finanziari per impiegarne i soldati come carne da cannone nello Yemen. Dal settembre 2015, l’aviazione degli EAU iniziò a fornire supporto aereo ai sostenitori di Hadi, partendo dalle basi in Eritrea, riducendo significativamente il tempo di volo per gli attacchi aerei. Nel tentativo di ridurre il costo della campagna aerea, la leadership degli Emirati sempre più utilizzò negli attacchi aerei gli “Aerotractor” AT-802U, molto più economici di Apache e F-16. Nell’ottobre 2015, un contingente sudanese arrivò nello Yemen, e vi furono segnalazioni di mercenari colombiani che operavano nelle PMC regionali.

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Dall’Iraq alla Libia, alla Siria, allo Yemen, lo spettacolo è sempre quello di un mondo arabo che va in pezzi.

Nel 2016, la guerra nello Yemen divenne di posizione. Le forze di Hadi erano a mezzo chilometro nell’area di Taiz, ma gli huti non avevano abbastanza forza per tagliare completamente le comunicazioni dei collaborazionisti. L’aviazione della coalizione continuò ad attaccare obiettivi nello Yemen, causando centinaia di vittime tra i civili. Huti ed alleati dell’esercito yemenita continuarono i raid nelle province di confine dell’Arabia Saudita e compirono attacchi missilistici contro obiettivi in Arabia Saudita, eliminando decine di soldati aggressori. Gli islamisti delle organizzazioni terroristiche SIIL e AQAP, che presero il controllo di intere aree nel sud e nell’est del Paese, approfittarono della situazione. Il 1° ottobre 2016, un missile antinave huti colpì il trasporto veloce HSV-2 Swift degli Stati Uniti e noleggiato dagli Emirati Arabi Uniti, subendo danni significativi dopo un incendio. Successivamente, nel gennaio 2017, gli huti danneggiarono una fregata della Marina dell’Arabia Saudita. A metà giugno, a seguito di un attacco missilistico, una seconda fregata della Marina saudita subì danni significativi, ma rimase a galla. Nel 2017, anche i combattimenti nello Yemen furono di posizione. A maggio, il contingente sudanese, il cui governo, per ripagare i finanziamenti, utilizzava i soldati come carne da cannone nell’interesse di Riyadh, cercò di avviare una propria offensiva nel deserto del Midi, conclusasi con la completa distruzione dei mercenari africani. Nell’autunno 2017, huti ed esercito dello Yemen intrapresero un’offensiva nella provincia di Taiz, che portò a feroci battaglie di posizione, durante le quali nessuno ottenne un successo decisivo. In generale, al momento, entrambe le parti del conflitto sono in una situazione di stallo, incapaci di ottenere una vittoria decisiva. Gli huti controllano le province occidentali del Paese, inclusa la capitale. L’Iran fornisce un’estesa assistenza alle forze anti-saudite, conducendo efficacemente una “guerra ibrida” contro l’Arabia Saudita che tramite sostenitori di Hadi ed interventisti controlla le province meridionali e orientali. Nella retrovie della coalizione, gli islamisti di AQAP e SIIL dilagano, come esemplificato dal recente attentato ad Aden. In seguito a bombardamento e blocco della coalizione, lo Yemen è sull’orlo di un enorme disastro umanitario. La popolazione soffre fame e colera. Tuttavia, il mondo civile non bada a questi problemi proseguendo la cooperazione militare e tecnica con Riyadh.
Durante l’intervento, le perdite aeree della coalizione fu di 8 aerei, per lo più persi per ragioni tecniche, e almeno 14 elicotteri. Le vittime degli interventisti nelle forze armate sono silenziose, si sa solo che alla fine di settembre almeno 412 militari sudanesi furono uccisi nello Yemen. L’Arabia Saudita ha perso almeno 42 carri armati durante il conflitto, le perdite totali di blindati superano i 300 veicoli. Gli Emirati Arabi Uniti hanno perso almeno 150 veicoli corazzati. Le perdite totali degli interventisti sono stimate in migliaia di militari. Una piccola guerra vittoriosa si è trasformata in un grosso problema per Riyadh. “Il principale esercito della pace”, nonostante gli enormi finanziamenti, si è dimostrato non solo incapace di prendere il controllo del territorio dello Yemen, ma anche di proteggere il proprio territorio dalle incursioni via terra e missilistici dell’esercito dello Yemen. Lo Yemen è diventato un buco nero per i sauditi che, con i bassi prezzi del petrolio, esaurisce finanze, vite umane ed influenza regionale del regno.

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La chiamano Civil War..

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1511.- TEMPO DI ELEZIONI ANCHE PER FEDELI. IL MINISTRO!

1510.- Patuelli e Grossi: «Tutelare il risparmio. Il “bail in” è un errore»

Il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio, inoltre, essere correntisti non significa essere soci, altrimenti dovrebbero partecipare anche agli utili, non solo alle perdite.

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Prima la Costituzione, poi le norme europee. Sarebbe stato meglio non imporre perdite agli investitori privati, come vogliono le norme del Bail in, e tutelare il risparmio come detta in maniera chiara e ancora attuale la Carta costituzionale italiana. Sul tema il presidente dell’ Abi Antonio Patuelli conferma quanto già detto un anno fa all’assemblea dell’associazione: il bail in contrasta con l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio. Sulla stessa linea, seppure in maniera più sfumata, l’intervento con la propria lectio magistralis del presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi. Il quale, nel convegno dell’Abi, ha sottolineato come il Paese sia ancora nel ristagno e nelle crisi. Per Grossi «i traguardi che potevano sembrare irreversibili non lo sono più. Forse troppi patentati pericoli sono diventati realtà, molte aspettative sono andate perdute, anche se qualche tentativo è stato compiuto per soddisfarle». Patuelli ha sottolineato come quell’articolo 47 della Costituzione sia «sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa» Ue e che la Carta non può essere assoggettata alle regole europee. Per questo occorre evitare «che vi siano margini di incertezza del diritto».

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Intervento di Antonio Patuelli, Presidente dell’Abi

In occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi

ABI, Roma, 19 maggio 2017

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Illustre e Caro Presidente della Corte Costituzionale, Autorità, Cari Colleghi e Amici,

Rivolgo al Professor Paolo Grossi un ringraziamento vivissimo e non formale per aver accettato il mio invito di svolgere una Lectio Magistralis sull’articolo 47 della Costituzione.

Non si tratta di un momento prevalentemente commemorativo di quel 19 maggio 1947, quando l’Assemblea Costituente lo approvò.

Da allora sono mutati tanti fattori ed anche la Costituzione della Repubblica ha subìto diversi rimaneggiamenti, è nata e cresciuta l’Unione Europea e in essa le cooperazioni rafforzate delle moneta unica, l’Euro, e della Vigilanza bancaria unica.

Proprio per tutte queste evoluzioni è ancor più utile l’autorevolissimo insegnamento odierno del Presidente Professor Grossi.

Convivono ora, infatti, nella vigente Costituzione della Repubblica vari articoli che, direttamente o indirettamente, concorrono a condizionare l’art.47 che va ora letto in combinato disposto con gli articoli 11, 80, 138 e col 117 novellato in questo nuovo secolo.

L’articolo 47 recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito……..”.

L’art.11 dispone che “L’Italia (….) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’art. 80 aggiunge che “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali…..”.

La natura “rigida” e non “flessibile” (com’era, invece, lo Statuto Albertino) è sempre solennemente statuita dall’articolo 138 della Costituzione che impone tassative procedure per le modifiche costituzionali.

Nel nuovo secolo,l’articolo 117 della Costituzione è stato riformato e ora recita fra l’altro innanzitutto che “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.

Il combinato disposto di queste norme è divenuto, quindi, più complesso per definire la gerarchia delle fonti del diritto sulle materie, come la moneta, il risparmio e il credito, sulle quali sono in atto cooperazioni rafforzate.

La mia opinione è che il primo comma del novellato articolo 117 non possa stravolgere l’assetto costituzionale della Repubblica Italiana basato sulla sua modificabilità soltanto con le rigide procedure dell’art. 138. Per cui l’articolo 47 è sempre vigente e non abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di limite nei confronti della normativa europea.

Occorre comunque evitare che vi siano margini di incertezza del diritto.

Peraltro la Costituzione e la Repubblica Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.

Peraltro l’Europa o è la culla della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è.

Comunque rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che culminò in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere d’acquisto della lira.

Il Costituente e Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi documentò quel giorno in Aula che il valore dei risparmi del 1914 si era addirittura ridotto allo 0,7%, mentre quello delle lire fra il ’14 e il ’22 si era ridotto al 3,5%, quando quello dei risparmi fra il ’22 e il ’38 si era ridotto al 2,9% e nei soli anni bellici, fra il ’39 e il ’46, la riduzione del valore d’acquisto dei risparmi in lire era stata al 21,5%.

Insomma, la Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani.

Antonio Patuelli

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SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ PATUELLI

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Risparmio: Patuelli, Italia e Ue non attenuino garanzie costituzionali
(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus ) – Roma, 19 mag –

“La Repubblica Italiana e l’Unione Europea debbono ora meglio
garantire la stabilita’ della moneta e dei risparmi, non
attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
70 anni fa dai Costituenti Italiani”. Lo ha detto Antonio
Patuelli, presidente dell’Abi, introducendo la Lectio
magistralis del presidente della Corte Costituzionale, Paolo
Grossi. Sim

Risparmio, Patuelli: non vanno attenuate garanzie costituzionali
Azione spetta alla Ue e alla Repubblica italiana
Roma, 19 mag. (askanews) – “La Repubblica italiana e l’Unione
Europea debbono meglio garantire la stabilità delle moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settanta anni fa dai costituenti italiani”. Lo ha detto
Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, nel suo intervento in
occasione della Lectio Magistralis del Presidente della Corte
Costituzionale, Paolo Grossi. Men.

Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio,

Ue e Italia garantiscano tutela risparmio

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Banche: Patuelli, evitare incertezza norme su tutela risparmio
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Occorre evitare che vi siano margini
di incertezza del diritto”. Lo afferma il presidente Abi Antonio
Patuelli in occasione della Lectio Magistralis del Presidente
della Corte Costituzionale, Paolo Grossi in merito alle
discrepanze fra le norme Ue, come quelle sul bail in, e la
Costituzione Italiana in specie dell’articolo 47.
“Peraltro – spiega Patuelli – la Costituzione e la Repubblica
Italiana non possono essere sotto ordinate rispetto alla
Repubblica Federale Tedesca la cui Costituzione dispone
espressamente la supremazia delle norme costituzionali tedesche
su ogni altra legislazione anche dell’Unione Europea.
Peraltro l’Europa o e’ la culla della civilta’ del diritto e delle
liberta’ costituzionali, o non e'”. “Comunque – aggiunge –
rimangono intatti i principi ispiratori dell’art. 47 della
Costituzione, emersi da quel dibattito alla Costituente che
culmino’ in quel 19 maggio di settant’anni fa, quando emerse
innanzitutto il lamento di milioni e milioni di piccoli
risparmiatori italiani che avevano visto il crollo del potere
d’acquisto della lira”. DOA

Banche: Patuelli, Ue e Italia garantiscano tutela risparmio
(AGI) – Roma, 19 mag. – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilita’ della moneta ed i
risparmi, non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente
approvate settant’anni fa dai Costituenti italiani”: lo afferma il
presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in occasione della Lectio
Magistralis del Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi.
L’articolo 47 della Costituzione, ricorda Patuelli, recita che
“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue
forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito??..”.
“L’articolo 47 – aggiunge Patuelli – e’ sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea. Occorre comunque
evitare che vi siano margini di incertezza del diritto”. Ila

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RISPARMIO: PATUELLI, UE GARANTISCA STABILITA’
Roma, 19 mag. (Adnkronos) – “La Repubblica Italiana e L’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, lo afferma in occasione della Lectio Magistralis del
presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. Rem

Banche, Patuelli: Ue non attenui garanzie Costituzione su risparmio
Roma, 19 mag. (LaPresse) – “La Repubblica Italiana e l’Unione Europea
debbono ora meglio garantire la stabilità della moneta ed i risparmi,
non attenuando le garanzie costituzionali saggiamente approvate
settant’anni fa dai Costituenti italiani”. Lo ha detto il presidente dell’Abi,
Antonio Patuelli, in occasione della Lectio Magistralis del presidente della
Corte Costituzionale, Paolo Grossi. L’articolo 47 che recita che “la Repubblica
incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e
controlla l’esercizio del credito”, ricorda Patuelli, “è sempre vigente e non
abrogabile implicitamente in alcun modo, ma svolge anche un ruolo di
limite nei confronti della normativa europea”. Secondo il presidente
dell’associazione bancaria “occorre comunque evitare che vi siano
margini di incertezza del diritto”, anche perché “l’Europa o è la culla
della civiltà del diritto e delle libertà costituzionali, o non è”. lal

SPECIALE – LECTIO MAGISTRALIS/ GROSSI

Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti

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Risparmio: Grossi, tutelarlo da incapacita’ classe dirigente
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – Il risparmio “per questo suo
costituire una specie di serbatoio di fiducia, richiede sul
piano costituzionale un incoraggiamento e un?adeguata tutela nel
tempo”. Cosi’ Paolo Grossi, presidente della Corte
Costituzionale, durante la lectio magistralis tenuta all’Abi,
dove ha specificato che la tutela non va intesa tanto “in senso
stretto, dal pericolo che il valore dei depositi – specialmente
di quelli delle famiglie – venga eroso dall’inflazione o
diminuito o annullato dalle crisi finanziaria”, ma soprattutto
“in senso lato, dal rischio che dall’incapacita’ in generale
della classe dirigente di gestire l’instabilita’ e l’incertezza
si mortifichi o offenda un patrimonio inestimabile di
intelligenza ed esperienza comune”.
Secondo Grossi infatti, la tutela del risparmio “non e’ solo
protezione o messa al riparo, ma anche difesa o salvaguardia a
fianco di qualcuno nel contrasto di un’azione offensiva”. YNW-DIA

Crisi: Grossi, siamo nel ristagno e non vediamo orizzonti
Verso quale direzione stiamo procedendo, se stiamo procedendo?
(ANSA) – ROMA, 19 MAG – “Siamo nella crisi o nel ristagno e
non vediamo orizzonti ne’ lontani, ne’ limpidi, ne’ aperti”. Cosi’
Paolo Grossi, presidente della Corte Costituzionale, durante la
lectio magistralis tenuta all’Abi, chiedendosi poi, “in questa
fase del capitalismo o del ciclo economico verso quale direzione
stiamo procedendo, se stiamo procedendo?”.
Per Grossi appare certo “che i traguardi che potevano
sembrare irreversibili non lo sono affatto piu’, forse troppi
paventati pericoli sono diventati realta’, molte aspettative sono
andate perdute anche se qualche tentativo e’ stato compiuto per
soddisfarle”, ha concluso. YNW-DIA

 

1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

image

Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

1508.- LA COMMISSIONE “CASINI” E LE BANCHE VENETE

 Qui, di illegale e, anche, incostituzionale, c’è proprio il bail-in.Schermata 2017-11-09 alle 22.03.00.png

da Massimo Giacon

Articolo molto chiaro di un nostro concittadino, che mestamente condivido
con voi……..

Francesco Carraro scrive:

Casini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per
“spiegare” agli italiani. Aiutiamoli.

Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state
salvate dallo Stato perché ormai non si può più.

Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del
famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto.

Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa
sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco –
provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai.

Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale,
ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”.

La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la
barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno.

Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte
sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini
sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri
(ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle
sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non
aver bisogno di aiuti).

Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai
indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo,
nel frattempo esso è diventato “illegale”.

E allora cosa succede?

Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non
già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario
d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa.

Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per
un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo.

Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento
metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio in cambio di un
caffè e purché

accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro.

Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono.

Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa.

Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per
scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato
senza batter ciglio?

Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non
va bene più ‘in pratica’?

Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone?

E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle
famose “regole europee condivise” di cui meni vanto?

Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia
(schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando
poteva –  solo per una ragione:

per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più.
Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di
centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio.

Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare,
come al solito.

Schermata 2017-11-09 alle 22.03.05

Cordialità