1988.- Viganò, il silenzio del Papa e il commento del Card. Rodriguez Maradiaga

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Quante volte abbiamo  detto: “Ci sono cose che non vorresti mai sapere e, quando le vieni a sapere, non le sai.” Il Cardinale Rodriguez Maradiaga racconta del vizio incurabile della Chiesa cattolica e dei suoi seminari; ma le tante parole e le tante citazioni dell’acquiescenza di Bergoglio, l’innegabile connivenza, fanno pensare … Come ricorda Italia Oggi, a gennaio il Pontefice è stato in Cile e mentre nel 1987 Giovanni Paolo II era stato accolto da una folla festante, Bergoglio si è trovato nel mezzo di chiese incendiate e minacce-bomba. Poi, pochi giorni fa, in Irlanda: 120mila persone ad ascoltare il Pontefice contro un milione e mezzo che si era radunato per Papa Wojtyla nel 1979, e soprattutto nel momento peggiore possibile, quello dello scandalo per pedofilia e abusi e delle accuse di monsignor Viganò. Dopo 5 anni di pontificato bergogliano, ricorda il quotidiano, “l’abbandono del cristianesimo da parte delle masse, si è fortemente accentuato e la pastorale di Bergoglio ha prodotto perdita della fede e diffuso agnosticismo. Rispetto alle sue attese, un sicuro fallimento”. Ma forse, è la conclusione inquietante, “questo processo di scristianizzazione, iniziato negli anni del Concilio, non era stato in alcun modo frenato né da Wojtyla né da Ratzinger. Segno evidente che si tratta di una tendenza epocale e sinora irreversibile”.

A Grenoble, Papa Francesco ha finalmente usato parole chiare sul sesso, uno dei più grandi tabù che attanagliano la vita dei cattolici. Sul tema delicatissimo, il pontefice è stato molto diretto: “La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato”. Il Papa ha risposto alle domande dei giovani della diocesi francese di Grenoble-Vienne, spazzando il campo dal dubbio che non c’è sesso senza amore, quello vero però che “appassionato. L’amore tra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima”.

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Ma lo stesso Bergoglio ha alzato un muro sui festini in Vaticano che sarebbero stati alla radice della sparizione di Emanuela Orlandi, nel 1983. Veri o falsi che siano la registrazione di quell’orgia e i documenti amministrativi delle spese per l’allontanamento della ragazzina, perché il segreto?

Questa registrazione choc rivela le sevizie subite da una ragazza che si ritiene possa essere Emanuela scomparsa il 22 giugno 1983
La registrazione, della quale la famiglia della quindicenne è venuta in possesso tre mesi fa, è stata trasmessa dalla trasmissione Chi l’ha visto? in onda su Rai Tre. Nella trascrizione dell’agghiacciante testimonianza sono presenti le voci di tre uomini che parlano con accento romanesco.
È stata depositata agli atti dalla famiglia Orlandi, che la suppone di Emanuela, comunque sia, l’immagine del vaticano che se ne trae è spaventosa.
“VATICANO 16 SETTEMBRE 2016 13:08 di Angela Marino
“Basta mi fai male, oddio quanto sangue”. Una voce femminile si lamenta, soffocata, implora i suoi aguzzini di smetterla. La ragazza che subisce sevizie, presumibilmente di carattere sessuale (tra cui forse la stimolazione elettrica) sarebbe Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa da Città del Vaticano nel 1983 e mai più ritrovata. L’audio choc, nel quale la famiglia riconosce la voce di Emanuela, è stato diffuso dalla trasmissione Chi l’ha visto? nella puntata del 14 settembre. Nella registrazione –  della quale la famiglia Orlandi è venuta in possesso 25 anni fa – è stata rilevata la presenza di tre voci maschili che parlano con accento romanesco, tre aguzzini che sottopongono alternatamente la giovane vittima ad atroci torture. Nel nastro, però, le tre voci non sono udibili, mentre nella trascrizione dei servizi segreti le frasi pronunciate dai tre sono presenti. L’assenza delle voci maschili resta un mistero, così come la frase pronunciata, ormai allo stremo delle forse, dalla ragazza: “Dovevo darti quel numero di telefono”. A quale numero si riferisce?
La registrazione
A. voce femminile
B. voci maschili
Si sentono prolungate esclamazioni maschili
A. “Oddio il sangue, quanto sangue…”
nell’ambiente si sentono rumori provenienti dall’esterno tipici del traffico cittadino
A. Si lamenta “ahio, ah..” (respira affannosamente)
B. voci incomprensibili.
A. “Mi fa male, no!” (piange, dice “basta” con la bocca semitappata). “Sto svenendo, sto svenendo” si sente un rumore di qualcosa appoggiato al microfono.
A. (Sospiro) “Ahh…viene…Ahiaa, mi sento male…oddio mi sento male….ahio…che male…dio che male, che male! Dovevo darti quel numero di telefono”
B. Voce maschile romanesca
A. “Non più”
B. Voce maschile: “No, fatti fare”
A. Si lamenta e continua a ripetere basta con la bocca semitappata.
B. Voce metallica di sottofondo : “Vogliam travèl”
A. (continua a lamentarsi respirando affannosamente): Oddio, ahio, oddio, perché non la smettete…perché Dio….Dio perché…Oddio”.
continua su: https://www.fanpage.it/emanuela-orlandi-l-audio-choc-durante-le-sevizie-basta-mi-fa-male/
http://www.fanpage.it/

Aggiungo queste considerazioni personali: Fino circa all’anno 1000 d.c., ai sacerdoti era permesso il matrimonio e, d’altra parte, è o non è un sacramento? È proprio giusto torturare questi esseri con una regola che Cristo non ha dettato? E, poi, perché il cristianesimo ha bisogno di uno stato sovrano?

I sodomiti nell’alta gerarchia? “Fatti  privati, questioni amministrative”

 

(di Claudio Pierantoni) Nella varietà delle esternazioni sulla Testimonianza di Mons. Viganò, che si sono susseguite nel corso di queste tre settimane dallo scoppio della “bomba”, vogliamo segnalare quanto affermato dal Card. Rodríguez Maradiaga, in un’intervista del 12 settembre scorso: (https://www.periodistadigital.com/religion/america/2018/09/12/cardenal-maradiaga-el-monsenor-vigano-iglesia-religion-dios-papa-roma-mccarrick-francisco.shtml).

L’intervista comincia ricordando che Rodríguez Maradiaga è «amico e stretto collaboratore del Papa», e che il dossier Viganò «lo converte in protettore del Cardinale abusatore McCarrick». Ed ecco la prima domanda, con la relativa risposta: «Il dossier Viganò accusa il Papa di coprire le relazioni omosessuali del Card. McCarrick con seminaristi e giunge a chiedere le dimissioni di Francesco. Che gliene pare?» Rodríguez Maradiaga: «Fare di qualcosa di ordine privato un titolo-bomba che esplode nel mondo, e le cui schegge fanno male alla fede di molte persone non mi pare corretto. Penso che una faccenda di natura amministrativa dovrebbe essere affrontata con criteri più sereni e oggettivi, non con una carica negativa di espressioni molto amare. Credo che il Mons. Viganò che io ho conosciuto non è la stessa persona che scrive e dice tali cose».

In queste poche righe, riflettendoci un poco, si trovano informazioni ben più importanti di quanto non appaia a prima vista. In primo luogo, vi si trova una implicita ma chiarissima ammissione della verità dei fatti enunciati da Viganò. Già qualsiasi lettore spassionato che avesse letto il documento di Viganò difficilmente potrebbe dubitare di quanto esso afferma.

Questo a causa, da una parte, della posizione privilegiata da lui ricoperta come Nunzio; dall’altra, a causa della quantità di testimoni altolocati, sia nella Curia Romana sia nell’episcopato Americano, da lui direttamente nominati come complici, che potrebbero facilmente smentirlo se dicesse il falso.

Poi il principale interessato, cioè il Papa, ha confermato eloquentemente con il suo perfetto silenzio, per quanto lo riguarda, che Viganò dice la verità. (Lasceremo ad altra occasione i commenti sulla autocelebrazione del proprio silenzio, che il papa ha realizzato in questi giorni, strumentalizzando un’omelia sul Vangelo di Luca).

Anche da parte di Benedetto XVI, per la parte che riguarda le sanzioni da lui inflitte a McCarrick, non sono giunte sostanziali smentite, salvo la precisazione che si sarebbe trattato di sanzioni “private”, più che “canoniche” nel senso vero e proprio della parola (altrimenti sarebbero state pubbliche).

Ma il fatto è che sanzioni ci furono, che McCarrick le rispettò ben poco, con la complicità di vescovi americani e prelati di Curia, e che poi furono misteriosamente del tutto lasciate da parte sotto Francesco. Ora, questa risposta di Rodríguez Maradiaga ci dà un’ulteriore e definitiva conferma che si trattava di fatti ben conosciuti dal papa e dal suo “circolo di amici”, di cui egli stesso è membro di spicco.

Ma ancora più istruttivo è il modo in cui Rodríguez Maradiaga qualifica la condotta di McCarrick, precisamente con queste due espressioni: «qualcosa di ordine privato», e: «una faccenda amministrativa».

Secondo il Cardinale honduregno (membro di spicco del C9 e uno dei capi, ricordiamo, del tanto ventilato programma di “riforme” di Francesco), il comportamento di McCarrick, che include l’adescamento e la sodomizzazione di generazioni intere di seminaristi mediante l’abuso continuato e notorio del suo potere come Vescovo e Cardinale della Chiesa Cattolica, nonché la continua celebrazione sacrilega della S. Messa, sarebbero «qualcosa di ordine privato», «una faccenda amministrativa».

C’è senza dubbio da rimanere un poco perplessi. Un comportamento che ha traumatizzato decine di giovani, distrutto vocazioni, scandalizzato migliaia di fedeli fino a diventare un “segreto di Pulcinella”, eppure protetto dai più alti vertici della Curia Romana e dal Papa in persona, è, per l’ineffabile cardinale centroamericano, «qualcosa di ordine privato», «una faccenda amministrativa».

Qui non ci sarebbe neppure bisogno di scomodare la Teologia morale (pare che Rodríguez Maradiaga ne sia un cultore) per spiegare al Cardinale che qualsiasi peccato grave, anche il più segreto, non è certo mai, per la Chiesa, una cosa meramente “privata”, ancor meno una mera “faccenda amministrativa”, ma è sempre un’infezione che si estende e contamina tutto il corpo ecclesiale.

Ma non è necessario richiamare questo, perché nel discorso del cardinale ogni riferimento a qualcosa chiamato “peccato” è del tutto assente: si tratta semplicemente di un “qualcosa di privato”.

Tuttavia, anche dando l’interpretazione più benevola possibile delle incredibili parole di Rodríguez Maradiaga, concediamo pure che, se si fosse trattato di una vicenda puntuale e limitata (per esempio una relazione segreta, supponiamo, con un singolo seminarista), si sarebbe potuta correggere in modo anche severo e deciso, ma pure discreto, senza necessità di informarne tutto l’orbe cattolico e il mondo intero.

Purtroppo però il nostro Cardinale dimentica troppo facilmente che il memoriale Viganò nasce proprio da un’osservazione sofferta, durata vari decenni, in cui il Nunzio, osservando dalla sua posizione privilegiata il crescere continuo e il ramificarsi di questi abusi, dopo avere continuamente sperato e confidato che qualcuno nella gerarchia reagisse, che finalmente si desse corso a delle sanzioni, a delle correzioni di rotta, deve finalmente arrendersi all’evidenza che, se qualcuno con vera cognizione di causa non parla in pubblico, nulla cambierà.

E la situazione ha raggiunto il punto culminante quando il Nunzio ha avuto la certezza, dai suoi incontri con Papa Francesco, che non solo Bergoglio era al corrente delle nefandezze di McCarrick, ma lo aveva di fatto dispensato da ogni sanzione, e perfino che lo aveva trasformato in uno dei suoi consiglieri nelle nomine dei vescovi americani; e tutto questo in un panorama generale che vede il Papa stesso non solo accettare, ma favorire e promuovere l’agenda pro-gay all’interno della Chiesa, dai Sinodi per la famiglia fino al recente incontro in Irlanda.

E qui veniamo al seguente punto che vorremmo sottolineare. Quando il nostro cardinale derubrica la sodomia (e l’abuso di potere a questo fine), a mero “fatto privato”, a una “faccenda amministrativa”, ci sta chiaramente rivelando qual è il suo standard morale sull’argomento.

Quanti gradini sulla scala della depravazione morale deve avere già sceso un uomo di Chiesa, per derubricare la corruzione sessuale con abuso di potere di generazioni di seminaristi come un “fatto privato”, da risolvere in via “amministrativa”? Certo egli sa che, sulla carta, ancora esistono leggi canoniche che proibiscono certi comportamenti, e che questi, oltre ad essere gravi peccati, sono anche, secondo tali leggi, dei veri e propri delitti.

Ma le sue parole indicano appunto che queste norme, nella pratica, devono considerarsi, se non proprio lettera morta, comunque una mera «faccenda di natura amministrativa», che «dovrebbe essere affrontata con criteri più sereni e oggettivi».

Come vediamo, il quadro tracciato da Viganò, che è orrendamente disgustoso per qualsiasi cattolico che abbia conservato un minimo di pudore e di sensus fidei, non viene affatto smentito dal nostro cardinale honduregno: soltanto, si tratta per lui di un fatto “amministrativo”, da valutarsi con criteri “sereni e oggettivi” (del resto, anche nel piccolo del suo Honduras, ordinaria amministrazione sono gli scandali tanto sessuali come finanziari da lui “serenamente valutati” e adeguatamente coperti).

Erra quindi Viganò a voler qualificare tale situazione «con una carica negativa di espressioni molto amare». Erra il Nunzio ad amareggiarsi per simili inezie; questo gli accade, evidentemente, perché è rimasto indietro: ha la colpa di “essere conservatore”, come gli hanno ripetuto in coro, quale supremo insulto, tutti coloro che, non potendo smentire i fatti, hanno cercato di difendere il Papa minimizzando la situazione. Essere conservatore, per i paladini della nuova misericordia, è infatti il peccato più rigorosamente imperdonabile.

L’ex Nunzio non è più, dice Rodríguez Maradiaga, «il Viganò che io avevo conosciuto», cioè, si intende, il corretto diplomatico che (ovviamente per i doveri del suo ufficio) manteneva il silenzio su quanto vedeva, e sembrava forse al Cardinale che dovesse approvare e sorridere a qualsiasi cosa.

Tuttavia, pur dimostrando con queste sue parole l’indurimento veramente impressionante del suo senso morale, il card. Rodríguez Maradiaga, da consumato politico qual è, sa bene che non potrebbe mai permettersi una valutazione di questo genere, se a proteggerlo non ci fosse il sicuro ombrello del suo Capo, che si è implicitamente ma inequivocabilmente autopromosso da semplice Vicario di Cristo a Leader assoluto della Chiesa. Questo ci porta all’ultimo punto che vorremmo sottolineare, a proposito del fatto che Viganò, nella sua Testimonianza, qualifica la copertura di questi delitti come «omertà», «non dissimile da quella che vige nella mafia».

E in effetti questa copertura ha in comune con l’omertà mafiosa un punto importante: essa non dissimula dei delitti semplicemente per il timore che siano scoperti. Li copre, invece, perché in realtà obbedisce ad un diverso sistema di valori, che non coincide con la legge vigente nella comunità in cui vive (in questo caso la Chiesa Cattolica).

In altre parole, la lobby gay copre questi delitti perché in realtà li giustifica in nome di una diversa moralità, che una certa élite di illuminati al potere pretende di sostituire alla Scrittura e alla Tradizione della Chiesa. E questa, fuori da ogni dubbio, è la forma più grave e letteralmente diabolica di abuso clericale.

Ora questo, cioè che è il Papa stesso a calpestare la Scrittura e la Tradizione cattolica, non lo dicono più, si noti bene, i soliti tradizionalisti, né i soliti ultra-conservatori (i cosiddetti “rigoristi” tanto anatematizzati), e neppure solo i molto più numerosi conservatori moderati che si sono andati gradualmente disilludendo di lui.

Ormai lo dicono apertamente i suoi stessi collaboratori, come appare evidente dalle recenti parole di uno di essi: «Papa Francesco rompe le tradizioni cattoliche quando vuole, perché è ‘libero da attaccamenti disordinati’. La nostra Chiesa è effettivamente entrata in una nuova fase: con l’avvento di questo primo papa gesuita, è apertamente governata da un individuo piuttosto che dall’autorità della Scrittura da sola o anche della Tradizione più la  Scrittura» (https://rorate-caeli.blogspot.com/2018/08/member-of-francis-inner-circle-in.html?m=1. Citato a sua volta dal sito Zenit, che ha poi rimosso – ma non smentito – l’incredibile frase).

Sono parole di Padre Thomas Rosica, pubblicate lo scorso 31 luglio, come meditazione in occasione della celebrazione della festa di S. Ignazio di Loyola, dove l’autore vuole illustrarci «le qualità ignaziane del ministero petrino di Papa Francesco». Neanche a farlo apposta, pronunciate neanche un mese prima del dossier Viganò, lo commentano egregiamente in anticipo, illuminando perfettamente tanto l’atmosfera dottrinale di questo pontificato quanto le esternazioni degli altri “amici” del circolo degli illuminati sul memoriale dell’ex Nunzio.

Sono parole che certo non hanno bisogno di commento alcuno. Esse bastano da sole per farci scorgere in tutta la sua crudezza, quasi momentaneamente scorrendo il tenue velo della mistificazione retorica e mediatica, la vera e sinistra natura di questo pontificato. Tuttavia, anche in un panorama tanto desolante, noi speriamo e crediamo che il coraggio di un uomo e della sua Testimonianza sarà un punto di svolta che non potrà essere dimenticato e, con l’aiuto di Dio, comincerà a fare breccia in questo muro di corruzione e di omertà. (Claudio Pierantoni)

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1987.- CRAXI: LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA NEL 1992 FU A OPERA DI SOROS

 

 

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Stopeuro ripropone il video sulla svalutazione della lira avvenuto nel 1992. Nel video vi sono le interventiste a Paolo Cirino Pomicino, Renato Brunetta e Bettino Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni, su Tangentopoli e sul ruolo che si presume ebbero i “poteriforti” e George Soros dietro tutto ciò.

Un anno da ricordare per il nostro paese massonico è il 1992. Nei primi anni 90 la lira era una delle monete forti in Europa, ma quando si alzarono i tassi di interesse (senza un reale motivo per farlo e l’economia andava fin troppo bene) sotto decisione Carlo Azeglio Ciampi ai tempi governatore della Banca d’Italia, le cose sono cambiate. Fu un caso che Ciampi creò le basi per il crollo della lira?

La domanda è lecita perché d’allora la moody’s declassò la lira. Nel settembre dello stesso anno iniziò un violento attacco alla lira che per correre ai ripari venne svalutata del 30% dall’ allora governo Amato.
l soliti squali della finanza tra i quali l’immancabile George Soros, approfittarono della ghiotta situazione trasferendo in valuta estera, in quel caso dollari USA, ben 30000 miliardi di lire, in seguito con un successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse!!! Sembra proprio una bella speculazione organizzata a dovere con la complicità di Banca d’Italia e del suo governatore (nel caso fosse provato, un vero traditore della patria) che in seguito divenne addirittura Presidente della Repubblica Italiana!

 

1986.- Dieci anni di crisi. Da Lehman & Brothers al QE. Di Roberto Pecchioli

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Sono passati 10 anni dal fatidico 15 settembre 2008, data simbolo della crisi finanziaria ed economica più grave dal 1929. Quel giorno crollò la banca d’affari Lehman & Brothers per le insolvenze dei mutui immobiliari esplose nell’anno precedente. La memoria visiva ci rimanda alle immagini di impiegati allibiti che lasciavano gli uffici di New York reggendo scatoloni di cartone con documenti e effetti personali. Le conseguenze di quelle vicende sono ben presenti nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone e meritano qualche riflessione in chiave italiana ed europea.

Soprattutto adesso, in una fase in cui si moltiplicano allarmi e tensioni di chi teme un nuovo crac. Tra le tante dichiarazioni, colpiscono quelle dell’analista internazionale Juan Ignacio Crespo. Preso atto che la crisi del 2008 fu una crisi di sovra indebitamento, rileva che oggi torniamo a essere indebitati oltre ogni ragionevole limite. Per di più, ed è ciò che più inquieta, l’apparente soluzione, in America con la Federal Reserve e poi in Europa, è stata fare altro debito, sempre più debito. E’ stata nascosta la polvere sotto il tappeto, badando che il tappeto appartenesse agli Stati sovrani.

L’operazione più rilevante è stata forzare lo statuto della Banca Centrale Europea affinché acquistasse a mercato aperto quote crescenti di titoli pubblici. Il meccanismo sta per interrompersi dopo circa quattro anni. Il cosiddetto quantitative easing, alleggerimento quantitativo, ha pompato, meglio ha creato denaro dal nulla al ritmo di 60 miliardi al mese, poi addirittura 80, scendendo a 30 nell’anno corrente, dimezzati a 15 negli ultimi tre mesi del 2018. BCE è oggi la principale detentrice del debito pubblico italiano, acquisito con denaro inesistente, garantito dal nostro lavoro.

Astrattamente, Francoforte potrebbe decidere di liquidare quelle somme, il che la obbligherebbe a ricapitalizzare il suo bilancio con la conseguenza di una bancarotta. Per evitarla potrebbe stampare banconote, generando una forte inflazione dagli esiti drammatici. E’ solo una scenario teorico, il più negativo, reso improbabile dallo statuto della banca che impegna alla stabilità, ma è sicuro che la fine degli stimoli artificiali avrà conseguenze sui mercati europei. Non mancano tuttavia le voci che ritengono possibile un effetto benefico sull’economia a medio termine per il prevedibile rialzo dei tassi dopo la fine del QE.

In Gran Bretagna il meccanismo fu adottato dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L’economia si trovò due volte prossima alla recessione. Dopo la conclusione del QE, l’M4 e i prestiti risalirono, il Pil si rafforzò e gli investimenti da parte delle imprese subirono un’accelerazione. Storicamente, è dimostrato che esperimenti di questo tipo, realizzati anche in Giappone e negli Usa, non hanno concorso alla crescita né hanno conseguito l’obiettivo di determinare quel tanto di inflazione permessa dal pensiero unico monetarista, responsabile dei disastri degli ultimi decenni.

Ciononostante la tensione sale. In chiave italiana, pesa l’ostilità aperta di Mario Draghi, uno degli ospiti del panfilo Britannia che diede l’avvio nel 1992 all’affossamento dell’Italia, oltreché il “fuoco amico” capitanato dal Quirinale, a partire dalla sconcertante dichiarazione con la quale ha intimato al governo di “non mercanteggiare” in sede di bilancio europeo. Insomma, dobbiamo rimanere servi felici, pagare e tacere. La conclusione è quella di una profonda vulnerabilità del sistema che si ripercuote su un’Italia fragile e divisa, con l’intero establishment schierato contro il governo gialloblù.

Il mondo è oggi più indebitato di dieci anni fa. E’ cambiata la composizione, sta esplodendo il debito privato negli Usa e in Cina, aumenta costantemente in Francia e Germania, mentre l’Italia sta assai meglio di molti altri paesi nel rapporto tra PIL e debito aggregato, la somma delle esposizioni pubbliche e private. Altrove, come in Spagna, il debito privato è stato tamponato trasferendolo sulle casse pubbliche. Il rapporto debito/PIL non superava il 40 per cento nel 2007, ora sfiora il 100 per cento. Un’immensa trasfusione di sangue dal popolo al sistema creditizio. Dell’agonia greca sappiamo.

Un altro rilievo di Crespo riguarda una lezione dei fatti del 2007/2008: “la crisi cominciò perché i veicoli di investimento speciali, creati per realizzare fuori bilancio quello che non era profittevole in bilancio, ignorarono un principio base: finanziarono a breve termine i loro investimenti a lungo termine.” Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale.

I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”. Non si è riusciti a sciogliere neppure il nodo del ritorno alla divisione tra banche d’affari e banche di credito e deposito, le uniche meritevoli di aiuto pubblico.

La Germania, attraverso il centro di potere politico economico e finanziario rappresentato da Angela Merkel e Jens Weidmann (Bundesbank) ha ucciso la Grecia per salvare i propri istituti esposti dopo averne finanziato non solo il deficit, ma anche garantito gli incauti acquisti ellenici di armi sul mercato tedesco e francese, salvando contemporaneamente con il denaro dei contribuenti (europei!) i suoi colossi alla canna del gas. Ciò che è stato vietato all’Italia nelle crisi di MPS e delle banche venete, Berlino lo ha fatto tranquillamente, nazionalizzando di fatto Deutsche Bank e Commerzbank.

La prima, di cui tutti ricordiamo il ruolo di killer esercitato nel 2011 contro l’Italia con la svendita dei Buoni del Tesoro, ha in pancia 42.000 miliardi di euro di titoli derivati, spazzatura pari a 16 volte il PIL della Repubblica Federale di Germania. Commerzbank non sta meglio; il valore sul mercato dei due istituti è crollato di quasi il 90 per cento, di cui il 35 nell’anno corrente. Si prepara una maxi fusione tra i giganti malati, la cui capitalizzazione complessiva è adesso simile a quella di Unicredit. Weidmann, in un’intervista cui la stampa italiana, sdraiata come sempre sugli interessi antinazionali, non ha dato troppo risalto, ha rivendicato tutte le mosse dell’ultimo decennio che hanno rafforzato il ruolo della Germania e messo sotto scacco l’Europa del Sud, a partire dalla sua principale economia, la nostra.

Illuminante è un brano di Adulti nella stanza, libro dell’ex ministro greco Varoufakis, che rivela la dipendenza del ministro italiano Padoan dal falco tedesco Schaeuble, il quale impartì gli ordini di Berlino al governo Renzi in materia di mercato del lavoro. Solo dopo che passarono n Italia i provvedimenti graditi a Schaeuble, riferisce Varoufakis, cessò l’ostilità tedesca all’Italia.

Nessuna indignazione o finta sorpresa. In Germania hanno difeso i loro interessi, con l’aiuto francese. Il problema è l’impossibilità di suscitare in Italia analoga capacità di agire a tutela di noi stessi. Storia vecchia di secoli: gli italiani spalancano sempre le porte agli stranieri. La politica non tenta neppure di riappropriarsi di ciò che è suo, ovvero il potere di determinare le politiche economiche e quelle finanziarie. Dopo Draghi, arriverà il super falco Weidmann: dalla padella nella brace. E’ ancora possibile inserire in un programma politico la riconquista della sovranità monetaria attraverso una profonda riforma del Trattato di Maastricht nella parte relativa alla Banca Centrale Europea e il ritorno di Bankitalia (un istituto il cui nome contraddice la realtà dei suoi azionisti) in mani pubbliche?

Il tabù resiste e nessun progetto di governo potrebbe oggi permettersi di evocare una rivoluzione tanto grande. Pure, se vogliamo sopravvivere come nazione, potenza economica, speranza di futuro comune e indipendente dai signori del debito, non dobbiamo smettere di alimentare il dibattito, elaborare strumenti, individuare percorsi. Come dicevano della riconquista dell’Alsazia Lorena gli irredentisti francesi dopo la disfatta del 1870, alla sovranità monetaria occorre pensare sempre e, in pubblico, parlarne pochissimo.

Roberto PECCHIOLI

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1985.- La truffa del debito pubblico perenne e la proposta di risoluzione portata dalla Lega

CHM

Il debito pubblico era pari a 1.843.015 milioni di euro nel 2010. Mentre scrivo queste note, continua la sua salita inarrestabile: Da 23344401174055 , in meno di un minuto, a 23344401229107 e, così, sempre.

Il debito pubblico è il frutto di un’operazione contabile che nulla ha a che fare con il suo significato lessicale, col debito del diritto civile, per esempio, di una persona, di una società e di una famiglia.  Il debito pubblico c’è sempre stato. Oggi, possiamo affermare con certezza che il debito pubblico è la nuova arma del capitalismo ed è usato dai neocolonialisti e dal neoliberismo per l’abolizione dei diritti dello Stato Sociale: redditi e pensioni, della proprietà privata e del risparmio e per l’azzeramento del patrimonio pubblico attraverso la svendita. Osservo i bilanci dello Stato italiano e vedo che al deficit del bilancio statale è corrisposto un arricchimento dei bilanci dei privati. È così che si è formato uno dei cardini della nostra economia: il risparmio, uno dei tre obbiettivi del FMI e della Banca mondiale, che è stato, perciò, minato alla radice mediante il mancato salvataggio delle banche (quelle italiane), la legge assurda del bail-in e i crediti senza ritorno concessi a certi privati. Dovremmo citare la proprietà della casa, per la quale gli italiani detengono il primato e dovremmo citare quel motore della democrazia che è l’impresa. È o era? Dovremmo parlare, allora, di accesso al credito, di burocrazia, di tassazione, infine della delocalizzazione: “Torneresti in Italia, se ci fossero le condizioni?” “Tornerei, Mario, ma i miei capi reparto sarebbero bulgari”. Abbiamo perso due generazioni in nome dell’Europa: in nome di niente. Far parte dell’eurozona ci ha impedito di azzerare il debito governativo e non solo. Con la lira nessuno poteva esigere dallo Stato il pagamento del debito pubblico. Abbiamo detto che è un’operazione contabile.  Ora, con l’euro preso a prestito e di proprietà di una Banca  Centrale Privata che si dice europea: la BCE, non è più così. Da quattro anni, forzando lo Statuto, parte di quel debito è stata acquistata, appunto, dalla BCE, con il Quantitative Easing, il QE di Draghi. Ora, capite perché si dibatte sull’annunciata fine del QE. Il QE non è strutturale, come dovrebbe essere, ma è una iniziativa a tempo limitato di Draghi. Tutte le misure che tendono a evitare il crollo dell’Unione sono legittime per la BCE perché, altrimenti, cesseremmo di pagare “loro” i miliardi di interessi e cesseremmo di portare avanti quelle riforme strutturali che sintetizzo nella cancellazione dei costi degli Stati sociali. Capirete anche che non c’è stata la cessione della sovranità monetaria dallo Stato italiano a un altro Stato: infatti, quell’anomalia istituzionale chiamata Unione europea, non solo non è uno stato né, rebus sic stantibus, potrà esserlo. Ha per obbiettivo il profitto e la competitività sui mercati mondiali; ma di chi? Appaiono le grigie figure che occupano le istituzioni e parlano di fine della sovranità, ma non sono loro i beneficiari. Sono solo i meschini kapò. Quando queste istituzioni, ormai di nome, saranno abbattute, la globalizzazione avrà spento un’altra bandiera.

Per una Banca Centrale è possibile operare con capitale negativo. Accadrebbe che le passività supererebbero le attività  e che nel Bilancio apparirebbe un disavanzo, ma vi si contrapporrebbe la solvibilità dello Stato che può battere moneta. In teoria, è possibile emettere titoli di Stato a rendimento zero e a scadenza illimitata, ma deve esserci la sovranità monetaria. Quindi? Allego, in calce,  la PROPOSTA DI RISOLUZIONE presentata dagli eurodeputati della Lega a norma dell’articolo 133 del regolamento, sull’annullamento dei titoli di debito pubblico acquistati e detenuti dalla BCE.

Parafrasando O.K. Nkrumah, il sistema economico e, per estensione, la politica degli Stati che lo detengono sono diretti dall’esterno. Di fatto, sono stati a sovranità limitata. Questa nuova forma di colonialismo e imperialismo consiste nello sfruttare uno stato sotto l’aspetto economico e, attraverso questo e attraverso la corruzione, dominare le sue istituzioni, per controllarne la politica, l’informazione e, quindi, lo sviluppo socio-culturale. Anche l’immigrazione è funzionale alla rottura di questo assetto sociale. E veniamo all’Africa. Nelle ex-colonie africane, tutto ciò avviene, paradossalmente, attraverso programmi di aiuti militari, di finanziamento, in un primo tempo, di investimenti industriali, poi e sempre più, per il pagamento degli interessi. Il neoliberismo ha creato, così per quegli stati, il debito perenne e, per sé, la rendita degli interessi, altrettanto perenne. Un discorso a parte, deve farsi per le ex-colonie francesi, dove l’adozione del franco africano francese, CAF, ha fatto precedere la nascita del neocolonialismo alla concessione dell’indipendenza. Assistiamo in questi stati a un regresso morale  della politica e culturale della società in generale. I tribunali portano liste di indagati, ma la corruzione raggiunge anche loro, piano, piano, finché le stesse leggi vengono fatte per proteggerli. Alla fine, lo Stato non troverà più difensori fra i suoi cittadini e le élite locali parteciperanno con le multinazionali al suo sfruttamento. Ecco una ragione che spiega la migrazione in massa dei giovani africani, in cerca di opportunità per il loro futuro.

 

La proposta di risoluzione portata dalla Lega

IT

Unita nella diversità

Parlamento europeo

2014-2019

5.10.2016

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RACCOLTA DI MODELLI

Documento di seduta

PROPOSTA DI RISOLUZIONE

presentata a norma dell’articolo 133 del regolamento

sull’annullamento dei titoli di debito pubblico acquistati e detenuti dalla BCE

Matteo Salvini, Mara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Lorenzo Fontana

it05_11(risoluzioni art. 133)v06.01.docx
11.9.2015 1

B8-xxxx/2016

B8-xxxx/2016

Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sull’annullamento dei titoli di debito pubblico acquistati e detenuti dalla BCE

Il Parlamento europeo,

– visto l’articolo 133 del suo regolamento,

  1. considerando che la BCE ha sinora acquistato oltre EUR 1.000 miliardi di debito pubblico dei paesi dell’eurozona;
  2. rilevando che, a fronte di tali acquisti, è stato creato e già immesso sul mercato un ammontare pari di moneta e che ciò non ha dato origine ad alcun aumento del tasso di inflazione, che resta lontano dall’obiettivo prefissato;
  3. tenendo conto che il bilancio della BCE non è formato da poste contabili normali, ma il passivo è costituito dal denaro da essa creato, e che quindi essa può tranquillamente operare con capitale contabile negativo senza alcuna conseguenza, trattandosi di mera voce contabile;
  4. rilevando l’esigenza di rimuovere dal dibattito politico il finto problema dell’entità del debito pubblico, che rappresenta semplicemente il risparmio privato e che, in condizione di tassi a zero, può essere scambiato in modo equivalente con denaro creato dalla BCE senza conseguenze;
  5. chiede alla BCE di procedere all’annullamento di tutti i titoli di debito pubblico da essa acquistati e detenuti nell’ambito del programma di quantitative easing, notificando l’importo cancellato a Eurostat e agli istituti di statistica degli Stati membri interessati, affinché provvedano alla riduzione per pari importo del debito calcolato negli indici di finanza pubblica a partire dall’indicatore debito/PIL.

 

1984.- Fornero: “più che il governo del cambiamento è quello della restaurazione”

Al di là degli slogan, il tema dell’intervista si svolge partendo dall’assunto del debito pubblico perenne. Nel prossimo commento, vedremo cosa significa il debito pubblico di uno Stato sovrano, che, propriamente, debito non è e quali limiti deve osservare. Seguendo le politiche mediatiche del Governo, si parla a vanvera del finto problema del debito pubblico e di reddito di cittadinanza, senza nemmeno citare l’art. 38 della Costituzione, che non riduce il sostegno dello Stato ai cittadini a 780 euro, come quella paghetta introdotta da Gentiloni e proseguita dalla sinistra 5 Stelle, con i voti del Centro Destra. Lo cito sempre questo articolo, mai compreso appieno nel suo significato di garanzia dell’ordine democratico:

Articolo 38.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Il dispositivo è espressione dello stato sociale, del principio di sicurezza sociale e del principio di eguaglianza che vuole porre tutti i cittadini nella condizione di poter esercitare i loro diritti. Si impone allo Stato di assicurare ai singoli il rispetto della dignità, anche se versano in una situazione di bisogno.

Al contrario, il sussidio, reddito o pensione che sia (lo abbiamo definito: “la paghetta”), paventato dal M5S ha una ragione di essere totalmente diversa. Si tratta nello specifico di

“… erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata o non effettuata (dunque viene erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati), dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, ed erogato durante tutta la vita del soggetto”.

Le Note di Brocardi all’art. 38

(1) Lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate (ad esempio perchè invalido di guerra o inabile al lavoro per malattia). Queste misure si sostanziano, tra gli altri, in corresponsione di pensioni di invalidità e guerra o in agevolazioni per la fruizione di servizi. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si occupa di “sicurezza sociale e assistenza sociale” all’art. 34.
(2) Il secondo comma si occupa della previdenza sociale che, a differenza dell’assistenza di cui al primo comma, concerne i soli lavoratori. Essa si sostanzia in prestazioni economiche e sanitarie per tutelare, oltre che dai rischi lavorativi di infortuni, invalidità ecc., da eventi naturali quali la vecchiaia. Si tratta di una previdenza sociale obbligatoria, che grava in parte sullo Stato ed in parte sui datori di lavoro, salvo che i lavoratori scelgano di integrare queste misure con forme private di tutela. Lo scopo della previdenza sociale è quello di consentire al soggetto una vita dignitosa. Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.
(3) La particolare situazione di svantaggio in cui versano inabili e minorati comporta che ad essi è costituzionalmente attribuito il diritto all’avviamento professionale. In esecuzione di ciò il legislatore ha emanato la l. 23 marzo 1999, n. 68, attuata con D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 con i quali, in particolare, ha stabilito che ogni datore di lavoro è tenuto ad assumere lavoratori affetti da disabilità (in misura variabile a seconda dei dipendenti che l’azienda impiega). A livello comunitario l’art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea disciplina l’inserimento dei disabili, oltre che nel mondo del lavoro, nella società e nella vita comunitaria.
(4) A tal fine gli istituti più rilevanti di cui l’ordinamento si è dotato sono l’INPS, che gestisce la tutela previdenziale degli occupati in imprese private e l’INAIL che, invece, ha copre il settore dell’infortunistica sul lavoro.
(5) Tra le forme previdenziali private che sono state introdotte vi sono associazioni di volontariato, cooperative ed istituti di patronato ed assistenza. Negli ultimi anni, a causa della scarsità delle risorse dello Stato, l’importanza dell’assistenza privata è aumentata.
Al punto 2, la Nota conclude: “Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.”
Ebbene, subordinando le politiche economiche dei governi ai vincoli del Trattati europei, senza, perciò, poter investire come necessario nella piena occupazione e nel sostegno alla maternità,  è veramente difficile adeguare nel tempo le risorse finanziarie necessarie a questa forma di democrazia nella quale si racchiude tutta la trama dei principi della Parte Prima della Costituzione. Perciò, quel “contemperare” che significa rimodulare in senso negativo i diritti, va in senso diametralmente opposto al dettato costituzionale, come del resto tutta l’Unione europea neoliberista, che antepone alla dignità della persona umana il profitto di pochi.
L’intervista:

80174-980x450di Daniele Chicca, Wall Street Italia, 20 settembre 2018.

Le riforme si fanno con uno sguardo rivolto al futuro e non al passato e con le sue misure quello giallo verde “più che il governo del cambiamento” sembra “quello della restaurazione”. Sono alcune delle accuse mosse al nuovo governo anti establishment dalla madre dell’ultima grande (e all’insegna dell’austerity) riforma delle pensioni.

All’apice della crisi del debito sovrano europea, l’allora ministro del Lavoro Elsa Fornero ha messo a punto una riforma del sistema previdenziale che ha confermato l’innalzamento dell’età pensionabile deciso dall’esecutivo precedente. La riforma è stata definita da lei stessa “dolorosa ma necessaria”.

Oggi il governo guidato da MoVimento 5 Stelle e Lega vuole abolirla gradualmente, o meglio “smantellarla pezzo per pezzo”, per usare le parole usate dal ministro degli Interni Matteo Salvini. Resta da chiarire come e quanto si possa tornare indietro. Dal 1992 sette riforme delle pensioni sono state adottate nel nostro paese e la penultima (sotto Berlusconi) aveva già alzato l’età pensionabile (tramite la “finestra” mobile di 12 mesi o 18 mesi) a 66 anni da 65 anni per i dipendenti e da 65 a 66 anni e mezzo per i lavoratori autonomi.

In un’intervista concessa a Teleborsa l’ex ministro Fornero, la cui riforma in realtà – per quanto riguarda l’adeguamento automatico al cambiamento delle aspettative di vita, non ha fatto che accelerare un processo che era già inevitabilmente in corso, ha spiegato cosa comporterebbe di fatto abolire la riforma Fornero.

“Comporta molto più delle pure ingenti risorse finanziarie necessarie per abolirla. Quella riforma è una risposta a cambiamenti strutturali della nostra demografia e anche della nostra economia e, come tale, si propone di cambiare i comportamenti delle persone (lavoratori, imprese, burocrati e manager). Vivere più a lungo richiede dei comportamenti nuovi mentre invocare soluzioni del passato – come il ripristino delle pensioni di anzianità – rivela una totale inadeguatezza politica perché, anzichè guardare al futuro, si guarda al passato”.

“In questo senso, quello che si propone come Governo del cambiamento in realtà sembra più il Governo della restaurazione ma le riforme si fanno per aiutare la società e l’economia ad adattarsi ai cambiamenti ineludibili, ben sapendo che non sono perfette e che richiedono sempre aggiustamenti. Quindi più che di nuova riforma parlerei di contro-riforma: dietro non c’è un’idea, una visione del welfare, né del mercato del lavoro. Soltanto il desiderio di poter dire di ‘avere cancellato la legge Fornero’ (anche se non sarà così nei fatti!)”.

Il professore Carlo Mazzaferro sulle pagine Lavoce.info le dà ragione, osservando che in effetti “l’aggancio automatico dell’età della pensione alle aspettative di vita è una politica ragionevole se non si vuole mettere in discussione la stabilità finanziaria del sistema pensionistico“.

In realtà, per completezza, c’è anche da aggiungere che la famigerata legge Fornero, attuata per assecondare gli “ordini dall’alto” della Bce, ha solo modificato un meccanismo automatico di innalzamento dell’età pensionabile che era stato già organizzato dai governi precedenti. La stessa Fornero di recente ha iniziato a lamentarsi che le venissero costantemente attribuite alcune norme già decise in precedenza.

È stata infatti la riforma Sacconi, dal nome dell’uomo (Maurizio Sacconi) che ricopriva il ruolo di capo del dicastero del Lavoro ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, a far compiere all’Italia i primi passi sia verso quello che poi è stato l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni (a partire dal 2019) e di quella anticipata (ex anzianità, 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne, nel 2019). La riforma Fornero ha poi ristretto l’adeguamento automatico da triennale a biennale, a decorrere da quello successivo a quello triennale del 2019, e cioè dal 2022.

Di seguito è riportato il resto dell’intervista integrale, disponibile sul sito di Teleborsa:

Qual è la sua posizione rispetto alla Quota 100? Con particolare riferimento alla fattibilità tenendo conto dei costi necessari per attuare la misura, soprattutto se si vuole restare in linea con i parametri fissati da Bruxelles?

“Come le dicevo, cancellare una riforma non comporta soltanto il problema di trovare le risorse finanziarie, che pure sarebbero ingenti, anche se ovviamente l’ammontare dipende da come la quota 100 viene modulata. L’ipotesi che sembra più accettabile sul piano finanziario, e quindi più sostenibile, è quella che prevede per esempio un’età minima di 64 anni e quindi un’anzianità contributiva di 36. Questa misura è forse tollerabile almeno per i primi anni della sua applicazione perché 64 anni in realtà è un’età di pensionamento persino più alta di quella media attuale (l’età media attuale è inferiore ai 63). Certo, se l’età scende a 62 o addirittura a 60, come Salvini ha chiesto, il costo sale molto sopra i 10 miliardi, fin verso i 20. Ci sono queste risorse? A quali altri obiettivi vengono sottratte? La vera domanda che occorre farsi è se sia opportuno, socialmente ed economicamente per l’Italia di oggi, con i molti problemi strutturali che ha, destinare così tante risorse alle pensioni invece che a questi altri obiettivi: l’istruzione, il lavoro, il contrasto alla povertà, che riguarda maggiormente i giovani piuttosto che gli anziani, ma anche le infrastrutture, la ricerca, l’innovazione ecc. Questo è il grosso interrogativo al quale questo governo non dà risposte, perché vuole far credere di avere le risorse per tutto, il che è matematicamente impossibile”.

A proposito di Unione Europea non è certo un mistero che ci monitora da vicino per via dell’alto debito. In questi giorni si è parlato di un possibile sforamento del 3%, poi smentito. Quali ripercussioni economiche potrebbe avere a lunga gittata uno scenario simile?

“Secondo me la conseguenza principale sarebbe di esporci alle intemperie che possono svilupparsi, e repentinamente, in qualunque parte del mondo. Gli investitori potrebbero decidere che l’Italia non è credibile nelle sue politiche e che non ce la farà a risolvere il problema del debito pubblico. Se questo timore di non solvibilità cominciasse a diffondersi, le conseguenze sarebbero tragiche, ma facilmente prevedibili: una nuova crisi dello spread, un approssimarsi di crisi finanziaria e la necessità di misure ancora più drastiche di quelle che noi dovemmo affrontare nel 2011″.

Sulle pensioni d’oro, invece, non c’è accordo fra i due schieramenti sulla cifra, che va dai 4 mila ai 5 mila euro. Secondo lei da quale livello si può parlare di pensione d’oro e cosa ne legittima il taglio?

“Non vorrei parlare di tagli; ho sempre detto che la soluzione secondo me percorribile è il contributo di solidarietà. Se parliamo di contributo di solidarietà ne comprendiamo la logica che discende dal fatto che il divario tra quanto versato in termini di contributi e quanto ricevuto in termini di pensione comporta un regalo. La formula retributiva – ancora oggi in vigore per chi va in pensione, per le anzianità fino al 2011 – favoriva le retribuzioni molto alte a fine carriera tanto che induceva ad aumenti più o meno fittizi proprio per avere una pensione più alta. E chi poteva negare un aumento retributivo in vista di un aumento di pensione messo a carico della collettività? Queste pensioni collegate a retribuzioni alte nella parte finale implicano un versamento sotto forma di pensione molto più grande dei contributi versati e per di più vanno in generale a persone dai redditi alti. Non si può però ricalcolarne gli importi secondo il nuovo metodo, mentre ha senso chiedere a queste persone di contribuire ai sacrifici generali indotti dalla crisi, secondo una logica di solidarietà che unisce anziché dividere. Da quale livello partire? Nel caso del nostro governo, il contributo era richiesto alle pensioni superiori agli 80 mila euro annui lordi, che fanno circa 4000 netti di pensione. Però è sbagliato chiamare queste pensioni d’oro perché il problema, come ho detto, non sta tanto nel livello quanto nel divario tra benefici ricevuti e contributi versati”.

Lei ha toccato più volte il tema dell’invecchiamento della popolazione: numeri alla mano, l’ultimo DEF segnalava che la spesa per le pensioni è destinata a crescere a partire dal 2020, arrivando al 16,5% del PIL dal 15% attuale, a causa dell’invecchiamento della popolazione e delle politiche più accomodanti del governo. Come porvi rimedio senza penalizzare le future generazioni?

“Le nostre tendenze demografiche sono ampiamente conosciute: la popolazione invecchia perché nascono meno bambini e perché si vive più a lungo. Il fatto è positivo, ma non compatibile con norme pensionistiche e più in generale disegnato per una struttura della popolazione molto più spostata sui giovani che non sugli anziani. Se l’invecchiamento è un fatto positivo, esso determina però un aumento della spesa pensionistica, che la riduzione dei giovani rende scarsamente sostenibile. Un certo aumento della spesa va accettato perché inevitabile ma al tempo stesso è naturale chiedere alle persone di lavorare più a lungo, anziché ritirarsi all’incirca alle stesse età delle precedenti generazioni, quando però gli anziani erano pochi rispetto ai giovani.

Per questo occorre indurre un maggior numero di persone in buona salute a lavorare fino a un’età più avanzata. Anziché arroccarsi al vecchio slogan secondo cui si manda in pensione una persona per introdurne un’altra nel suo posto di lavoro, occorre riuscire ad aprire le porte del lavoro a giovani e alle donne e conservarle aperte ai lavoratori anziani in buona salute. Il lavoro deve essere inclusivo. La migliore premessa affinché le pensioni dei giovani con la formula contributiva risultino adeguate non sta in una nuova promessa politica, bensì nel far sì che abbiano una vita di lavoro adeguata ossia più stabile e meglio remunerata di quanto non accada oggi. Questo vuol dire adottare la logica dell’ampliamento delle risorse piuttosto che della loro redistribuzione”.

Capitolo lavoro: il decreto “Dignità”, fortemente voluto da Di Maio, si propone come punto di svolta nella lotta al precariato potenziando gli uffici di collocamento. Sarà così? Ritiene che sia una riforma efficace?

“Le motivazioni sono buone ma la misura è inadeguata o addirittura scorretta. Le motivazioni sono buone perché fare del lavoro una realtà meno precaria di quanto oggi non sia per i giovani, è un obiettivo che dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche. Per decenni si è lavorato molto sulla flexsecurity, ossia su un sistema di flessibilità del lavoro accompagnata però da meccanismi efficaci di politiche attive (ossia di aiuto effettivo nella ricerca di un nuovo lavoro) e anche da meccanismi adeguati di protezione sociale. Lo dico avendo introdotto l’Aspi e lavorato per efficaci politiche attive. Questa però è rimasta un’ambizione, le nostre politiche attive sono poco efficaci e i meccanismi della Naspi (l’Aspi riista dal Governo Renzi) finiscono talvolta per far sì che le persone, non adeguatamente sollecitate e aiutate, si scoraggino e si accontentino di un modesto sussidio, senza un vero aiuto verso una (nuova) occupazione. E’ la nostra storica incapacità di far funzionare bene le politiche attive che mi rende piuttosto pessimista. Il provvedimento è stato presentato come svolta storica ma credo che finirà per avere effetti negativi, peraltro persino quantificati nella relazione di accompagnamento. Il mercato del lavoro ha bisogno di ben altro, di una cura molto più profonda e estesa a cominciare dal rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.

Lei ha parlato di concetto di inclusione e di politiche attive: mi pare di capire che anche rispetto al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei Cinquestelle, abbia più di qualche perplessità.

“Il reddito di cittadinanza è una legittima aspirazione di difficilissima realizzazione: tutti i cittadini nascono e hanno un reddito per il solo fatto di esistere. Bello ma oggi non siamo nelle condizioni di renderlo operativo perché semplicemente non abbiamo le risorse finanziarie per realizzarlo. E in effetti i proponenti hanno prima parlato di reddito di cittadinanza ma poi sembrano declinarlo come una forma un po’ allargata – e neppure si sa di quanto – del reddito di inclusione già introdotto dal governo Gentiloni. Tutte varianti di misure di contrasto alla povertà che non consistono solo in un trasferimento monetario ma che richiedono di attivartisi nella ricerca di un posto di lavoro, ossia un comportamento positivo. C’è molto di comportamentale in questa formulazione e, se così fosse, non sarei certo contraria però non sarebbe una politica innovativa e i 5stelle dovrebbero avere l’onestà di riconoscerlo. Però, non mi sembrano intenzionati a riconoscere che i governi precedenti alcune cose buone le hanno fatte”.

1983.- Tria svela la proposta del M5s: “Reddito di cittadinanza anche agli stranieri”

 

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Nel contratto di governo la misura era rivolta solo ai cittadini italiani. Ma, pungolato da FdI, il ministro dà un’altra versione.

 

La legge di Bilancio è ancora tutta da scrivere, quindi il condizionale è sempre d’obbligo. Ma oggi, rispondendo in Senato a un’interrogazione di Fratelli d’Italia sulla fruibilità delle misure di welfare, anche da parte di cittadini non italiani, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha gettato una nuova ombra sul proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle per introdurre il reddito di cittadinanza in Italia.

Nel corso della precedente legislatura il provvedimento prevedeva, infatti, che a questa misura possano accedere “cittadini italiani o dell’Unione europea, residenti sul territorio nazionale”, e immigrati a condizione che “i Paesi d’origine avessero sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale” con l’Italia.

Per i grillini il reddito di cittadinanza è e resta una priorità assoluta. “Sin dalla sua nascita – spiega a in una nota il presidente della Commissione Lavoro del Senato, Nunzia Catalfo – il Movimento 5 Stelle ha pensato a questa come a una misura ‘mirata’, per dirla con le parole dell’Ocse, strettamente legata ad un serio potenziamento delle politiche attive del lavoroper troppo tempo dimenticate da chi ha guidato l’Italia negli ultimi anni”. Secondo la Catalfo, grazie alla riforma dei centri per l’impiego a cui il governo gialloverde sta lavorando, chi oggi si trova fuori dal mercato del lavoro potrà velocemente uscire da una condizione di precarietà. La ricetta pentastellata, in realtà, è piena di buchi. Ad oggi non sono ancora in grado di delineare l’impianto della misura né tantomeno di definire la platea dei soggetti destinatari. Eppure la prossima manovra finanziaria è agli sgoccioli e il vice premier Luigi Di Maio è intenzionato ad premere a tutti i costi l’acceleratore sul reddito di cittadinanza. “La smania da risultato non è mai stata e non è la via per governare – ci tiene a far presente il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto – il reddito di cittadinanza a ogni costo, anche ipotecando il futuro del Paese, non è quello che si aspettano i cittadini, che invece chiedono crescita e nuove opportunità di lavoro, anche e soprattutto al Sud. E certo questo non si crea con l’assistenzialismo propagandistico e il populismo sfrenato targato M5S”.

A preoccupare ora è soprattutto la platea dei soggetti destinatari. Riprendendo in mano la vecchia proposta fatta dai Cinque Stelle nella passata legislatura, Tria ha spiegato chiaramente che, oltre agli italiani e ai cittadini europei, la misura interesserà anche gli immigrati che risiedono nel Belpaese. Eppure se si va a spulciare il contratto di governo si legge chiaramente: “Il reddito di cittadinanza è una misura attiva rivolta ai cittadini italiani e di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizioni di bisogno”. Qualora dovesse passare la vecchia proposta dei Cinque Stelle, sarebbe l’ennesima beffa visto che le famiglie straniere, 1 milione e 600mila, sono di norma più numerose, non hanno patrimonio immobiliare ed accedono prima di quelle italiane ai servizi sociali. “Sarebbe un salasso per le finanze statali”, commenta il presidente del gruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani, temendo che una forma di assistenzialismo come il reddito di cittadinanza non farà altro che incentivare “il lavoro nero e la disoccupazione.

Reddito di cittadinanza, Salvini: “Formula limitata a italiani”

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1982.- LA SOCIETA’ DEI PIRLACCIONI

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LA PIANIFICAZIONE DELL’OPERAZIONE È STATA CARENTE.

IL PREZZO CHE PAGHIAMO PER AVER LASCIATO I PREDONI D’UNA FINTA SINISTRA IMPOSSESSARSI DELLO STATO PER MERI FINI DI LUCRO È ANCHE QUESTO: SIAMO UN PAESE SENZA LEGGE.

QUANDO PRESTAVO LA MIA CONSULENZA AL GOVERNO ALBANESE UN MINISTRO MI DISSE: “MARIO, SIETE UN POPOLO DI COGLIONI.

DA VOI SI PUÒ FARE CIÒ CHE SI VUOLE.” QUATTRO GIUDICONZOLI DEL PARTITO HANNO EVIRATO LE FORZE DELL’ORDINE, UN PÒ COOPTANDO I LORO CAPI, UN PÒ COSTRINGENDOLE A DIFENDERSI PER ANNI IN TRIBUNALE A SPESE DELLE FAMIGLIE.

COME HA DETTO A SALVINI IL LUSSEMBURGHESE? TUTTI INSIEME: “MERDE!!!”

 

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Il caso di avaria dell’aeroplano non era stato oggetto della pianificazione del Viminale, così, non è rimasta altra chance che rimandarli a spasso con un pezzo di carta in mano.

Titola Ginevra Sorrentino:

“E due: i migranti tunisini che hanno schivato il rimpatrio sono spariti nel nulla

Spariti anche loro, i 17 tunisini sbarcati come i 40 migranti sbarcati dalla Diciotti accolti dal Vaticano e spariti dal centro d’accoglienza di Rocca di Papa. Come i tanti di cui non si hanno misteriosamente notizie in fuga da strutture del Belpaese verso destinazioni ignote e vite vissute all’insegna della clandestinità. Come quelli che svaniscono nel nulla e poi vengono temporaneamente rintracciati a Ventimiglia dove finiscono per svanire nel nulla definitivamente, anche gli immigrati che avrebbero dovuto imbarcarsi a Fiumicino e tornare in Tunisia sono tornati liberi nonostante l’obbligo di essere rimpatriati: causa un guasto all’aereo che avrebbe dovuto riportarli a casa.

Spariti nel nulla i migranti tunisini che dovevano essere rimpatriati

La vicenda ha un che di tragicomico se non fosse che affonda il coltello nella piaga d’una situazione a dir poco incistata e che nella tarda mattinata di giovedì 13 settembre – quando i migranti nordafricani, scortati da alcuni agenti di polizia all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino, erano pronti a rimpatriare – ha raggiunto apici grotteschi. Già perché dopo i preparativi e le procedure d’imbarco sul volo maltese che avrebbe dovuto raggiungere Palermo, prima, e Hammamet, poi, un guasto all’aereo che avrebbe dovuto riportarli indietro a casa loro ha interrotto il viaggio e vanificato gli sforzi diplomatici del Viminale impiegati per convincere le autorità tunisine a riprendersi i migranti sbarcati in Sicilia giorni prima.

Così  gli agenti, decisi ad evitare di incorrere nell’accusa di sequestro di persona (sciocchezza: il trattenimento finalizzato al rimpatrio è nella legge che ha recepito la direttiva Ue 2008/115/CE. ndr), e costretti dalla indisponibilità (non verificata prima di dare inizio all’operazione. ndr) di posti nei centri d’accoglienza in cui ricollocare gli ultimi arrivati, non hanno potuto far altro che rilasciare il gruppo, con tanto di ordine del Questore che li obbliga a lasciare il Belpaese entro e non oltre 7 giorni e con i loro mezzi: pena un’ammenda fino a 20mila euro che molto difficilmente verrà pagata dallo straniero irregolare beccato a trasgredire un provvedimento di cui avrà certamente già fatto carata straccia.

Un guasto all’aereo ha permesso di lasciarli a spasso in Italia. E ora…

A questo punto, gambe in spalla e una certa libertà di movimento hanno fatto il resto: e secondo quanto ipotizzato tra gli altri da il Tempo nelle scorse ore, «i tunisini rimessi in libertà grazie al guasto dell’aereo avranno già raggiunto la frontiera e magari azzardato il superamento del confine. Diversamente, invece, saranno nascosti chissà dove», a spasso per le strade delle nostre città che avrebbero dovuto abbandonare con tanto di foglio di via, pronti anche ad essere intercettati e fermati dalle forze dell’ordine, illegittimamente in giro per il Belpaese con un foglio di via o addirittura con più provvedimenti a carico: tanto uscire da situazioni come queste è facile come fuggire dai centri d’accoglienza e sconfinare a Ventimiglia…”

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T ranquilli, sono liberi e sani. La TBC la prendono da noi.

 

1981.- Pensioni, ecco idee e contraddizioni grillesche di Luigi Di Maio

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Di Maio vuole “truffare” i pensionati con i voti del centro destra. In nome di chi ? In nome dell’Unione europea e del FMI, che da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è troppo elevata e in ricordo di quel convivio con la Trilaterale, cui giurò eterno amore e fu ripagato. Perché parlo di truffa e di voti del centro destra? Perché sta portando avanti, insieme a Tria e con l’appoggio di Mattarella il programma di sottomissione alla Unione europea, ma, diciamo chiaro, alla Banca Centrale Privata Europea. Può farlo perché Salvini ha scalato i consensi, raddoppiandoli, cosa mai vista prima e sostiene il Governo. Con Salvini, la Lega ha incarnato il Centro Destra, ha lasciato alle spalle Giorgia Meloni che cerca visibilità combattendo all’arma bianca e ha ibernato Forza Italia, a meno di un ipotetico successo del piano di rianimazione del leader massimo. Ma Salvini chi è? Ha ereditato parte del fiuto politico di Bossi e cavalca i migranti a ogni occasione. Ha imparato a dire: Se sbarcheranno, non sarà con il mio permesso. Giura di rimpatriarli, ma deve prima scovarli. Un risultato grande l’ha avuto perché il traffico delle ONG è crollato grazie a lui e questa volta non c’ è stata la visita lampo di Soros: segno che non si è venduto. Salvini ha ridato agli italiani un leader. Lo dicono a Bruxelles e non ci dispiace. Ora, però, non possiamo non notare che gli elettori del Centro Destra hanno votato contro il programma dei 5 Stelle e che se lo vedono realizzare con i voti che hanno dato. Chiariamo un concetto. La Repubblica italiana non è stata fondata sulle paghette di cittadinanza, reddito o pensione che siano, ma sul Lavoro. La Costituzione ha messo al suo centro la dignità della persona umana, perché non c’è Libertà senza Dignità, ma neppure c’è Dignità senza il Lavoro e il Lavoro chiama lo Stato sociale. L’Unione della Banca privata europea, neoliberista, globalista, tutto meno che europea, ci impedisce di investire nella piena occupazione, quindi? Quindi ci vuole senza Lavoro, senza Dignità e senza Libertà. Detto in due parole, ci vuole affamati, ignoranti e disoccupati per gestirci nella sua economia globale, dove e come vorranno e, siccome, la famiglia tende a radicarci, è un ostacolo. Meglio tutti omosessuali. A questo servono il reddito e la pensione di cittadinanza e Di Maio sta realizzandoli con e grazie a Salvini. Lo fa col sorriso, senza musi da cane come il suo “compagno” di partito. Di Maio appare, lancia uno slogan appiccicoso e scompare dietro Salvini. Lo slogan è sempre un troll e si appiccica, fa presa sulle masse che chiedono giustizia e godono sempre a veder colpito chi più ne ha. “Abolire le pensioni d’oro!”, abbiamo scritto, è lo slogan con cui Luigino Di Maio farà giustizia delle pensioni. Mi ripeto: “Oggi, quelle d’oro, domani, quelle d’argento e dopodomani quelle di bronzo, fino a quando la forbice tra pensione minima e reddito di cittadinanza sarà zero: Tutti a paghetta!”
È  l’obiettivo del neoliberismo, colpire: La proprietà della casa, il risparmio e le pensioni, la famiglia. Ora, un altro slogan “Taglieremo gli onorevoli”. Questo taglia sempre pagliuzze, ma di costruire..?

Pochi elettori del Centro Destra si rendono conto di come i loro voti siano stati e sono strumentalizzati, per caso, s’intende.

Leggiamo l’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola sui progetti in cantiere del governo sulle pensioni

Su molte questioni non sono d’accordo con Alberto Brambilla, anche se riconosco la sua competenza. Il Rapporto annuale di Itinerari previdenziali è uno strumento utile, anche per chi non condivide, come il sottoscritto, talune analisi e proposte ricorrenti.

LA TENSIONE FRA M5S E LEGA SULLE PENSIONI

La mia stima in Brambilla è aumentata in questi mesi, perché, come un nuovo ‘’piccolo eroe di Harlem’’ ha avuto il coraggio di infilare il dito nella crepa maligna della muraglia per scongiurare che essa cedesse di schianto sotto la pressione delle ondate demagogiche sollevate dai caporioni della maggioranza giallo-verde e mandate a schiantarsi contro la sgangherata diga dei conti pubblici. Non sono in grado di sapere fino a che punto le sue posizioni avessero ispirato le politiche della Lega in materia di pensioni. Certo, a stare alle smentite ricevute, è difficile attribuirgli quel ruolo di decisore che lui stesso ha lasciato intendere d’avere.

LE CRITICHE DI BRAMBILLA AL PIANO PENTASTELLATO

A meno che Brambilla non sia come quegli agenti speciali incaricati, nelle spy story, di missioni pericolose, ma abbandonati a se stessi nel caso che il controspionaggio nemico li abbia individuati. Anche in queste ultime ore, il nostro ha ribadito le sue critiche alla c.d. pensione di cittadinanza, incassando un ‘’Brambilla esprime un’opinione personale’’ da parte di Giggino Di Maio: una considerazione che si porta appresso un possibile veto del capo politico del M5S nei confronti di una eventuale candidatura dello stesso Brambilla alla presidenza dell’Inps quando scadrà il mandato di Tito Boeri.

IL NODO DELLA PENSIONE DI CITTADINANZA

Eppure, dal palco delle ‘’giornate del lavoro’’ della Cgil, a una domanda sulla proposta della pensione di cittadinanza, Brambilla – suscitando la reazione immediata di Di Maio – si è dichiarato “totalmente contrario”: “Se fossi un artigiano, un commerciante, un imprenditore – ha aggiunto – non verserei più, tanto se poi devo prendere 780 euro… Spacchiamo il sistema”. Tutto ciò premesso, sarebbe opportuno che gli strateghi grillini facessero un po’ di chiarezza sulla platea che vorrebbero coinvolgere nella sciagurata operazione che loro propongono. Innanzi tutto, c’è una significativa differenza tra pensioni e pensionati: le prime sono in numero assai maggiore dei secondi. E’ quindi plausibile che il nuovo livello di prestazione sia ragguagliato ai pensionati il cui trattamento (anche nel caso che percepiscano più pensioni) sia inferiore a quel livello.

I NUMERI E LE CONTRADDIZIONI

Per chiarire il concetto bastano due cifre: le pensioni fino ad una volta il minimo sono 8 milioni (su 23 milioni previdenziali ed assistenziali in totale); i pensionati sono 2,2 milioni (su 16,3 milioni). Ma c’è un altro aspetto da chiarire; pure esso ha un mastodontico effetto sulle finanze pubbliche. La Corte dei Conti ha calcolato che dei 3 milioni e 318 mila pensioni integrate al minimo 493 mila pensioni sono assistite anche da maggiorazione sociale mentre 2,8 milioni sono integrate al minimo ma non beneficiano di maggiorazione. Le maggiorazioni sociali vengono riconosciute a persone in condizione di disagio che dispongono solo del reddito da pensione.

CHE COSA DICONO I DATI DELL’OSSERVATORIO INPS

I dati dell’Osservatorio Inps indicano che il numero delle pensioni integrate al minimo si è ridotto dagli oltre i 5 milioni dei primi anni 2000 a poco più di 3 milioni del 2018; l’importo medio dell’integrazione rappresenta il 43% del valore complessivo della pensione media percepita dai beneficiari di integrazione, pari a 498 euro mensili. Nel 2002 è stato previsto che ai titolari di pensione di importo non superiore al trattamento minimo sia corrisposto un ammontare aggiuntivo da erogare a dicembre. Tale prestazione viene corrisposta se il reddito personale del pensionato non sia superiore a una volta e mezzo l’importo del trattamento minimo e, nel caso in cui sia coniugato, oltre a questa condizione, se il reddito complessivo dei coniugi non sia superiore a tre volte l’importo del trattamento minimo.

LE MAGGIORAZIONI

Il numero delle pensioni previdenziali che godono di maggiorazioni è passato da circa 900 mila dei primi anni 2.000 a 450 mila circa nel 2018, con un importo medio mensile complessivo pensionistico pari a 609 euro: la maggiorazione pesa su questo importo circa per il 20%. Questi pochi dati dimostrano che i costi dell’operazione pensione di cittadinanza possono variare in misura notevole a seconda della platea che si intende tutelare. Il percorso che porta ad individuare i casi più disagiati è tracciato da tempo (si pensi al milione di lire di Berlusconi che andò ad una platea selezionata e sotto forma di maggiorazione sociale). Ma quando si pretende di garantire (a pochi o a tanti) un trattamento minimo sostanzialmente superiore alla media delle pensioni di vecchiaia sorrette da almeno 20 anni di contributi ed erogate a 67 anni di età, si rischia – come sostiene Brambilla – di ‘’spaccare’’ il sistema.

di Giuliano Cazzola

1980.- AGGRESSIONE MISSILISTICA IN SIRIA. 15 RUSSI MORTI.

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È STATA GUERRA! Risposta disperata di Washington, Parigi e Tel Aviv all’accordo di pace fra Russia, Iran, Turchia. Il bombardamento terroristico e l’abbattimento del quadrimotore russo in procedura per l’atterraggio sono arrivati a poche ore dall’”accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. ”

L’attacco terroristico missilistico è stato sferrato dai nostri alleati, senza preavviso e senza perché, dal mare contro le basi siriane di Latakia, Homs e contro il porto militare di Tartous, base logistica della Marina russa in Siria. Impressionante il cielo sulla costa siriana raccontata durante l’attacco missilistico con la riposta da terra della contraerea. I sistemi antiaerei siriani S-200 e Pantsir S2 sono entrati in azione, intercettando un numero di missili da crociera provenienti dal mare. Anche i russi sono intervenuti a difesa delle loro basi con il sistema anti missili S-400, che è entrato in azione, abbattendo alcuni missili.

I feriti siriani sono stati trasportati negli ospedali, la corrente elettrica è mancata e, poi, è ritornata in alcune zone costiere. Sulle prime, l’intensità dell’attacco è stata tale da far pensare che avrebbe coinvolto aerei e navi. A terra, detriti tutti da identificare, alcuni sembrano di anti-missili russi.

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SSN d’attacco, veloce, classe Los Angeles. Sono unità potenti, ma datate.

Da giorni si sapeva di un concentramento davanti alla Siria di navi della NATO. L’US Navy aveva fatto entrare da Gibilterra un’altro SSN d’attacco classe Los Angeles. Da parte russa, è seguito il rischieramento di un ulteriore quadrimotore pattugliatore antisommergibile Tupolev Tu-142. Subito, la stampa russa ha parlato apertamente di una partecipazione francese all’attacco con il lancio di missili dalla fregata FS Auvergne. Perché anche da una nave francese? Rotschild, per i suoi scopi, poteva permettersi di scegliere soltanto un’idiota. Macron persegue ancora la grandeur, ma la Francia è finita. Non è più dei francesi, è già per metà Islam. E noi dovremmo avere l’esercito europeo e le guardie di frontiera in comune con questi pusillanimi, malfidi? Macron insiste molto sull’esercito europeo, ma come lo impiegherebbe? Perché dobbiamo rischiare una guerra nucleare? Per gli interessi israeliani, americani e francesi. Certo non della NATO né dell’Ue!

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La fregata tipo FREMM antisommergibile FS Auvergne, unità lanciamissili da crociera MdCN de la marine nationale, ha partecipato all’attacco terroristico israeliano sotto lo schermo della flotta USA. Aveva già partecipato ai bombardamenti di Barzeh e Him Shinshar in Siria in rappresaglia per il “supposto” uso di armi chimiche da parte del governo siriano e per colpire siti “ presunti” di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria. Il sistema MdCN offre una capacità di attacco rapido, massiccia e coordinata con i missili da crociera in volo. La rappresaglia questa volta a chi tocca?

Ci sono 15 morti russi.

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L’aereo Ilyushin Il-20M colpito mentre dirigeva per l’atterraggio, è in fiamme. È precipitato, poco dopo, con i suoi 14 aviatori.

Sembrava la bravata di 4 F-16 israeliani o della fregata FS Auvergne.
Un aereo di sorveglianza militare russo con 14 membri dell’equipaggio è scomparso dai radar sul Mar Mediterraneo orientale, dice il ministero della Difesa russo.
Il ministero ha detto in una dichiarazione del 18 settembre che l’aereo Ilyushin Il-20 è scomparso dal radar a 35 chilometri dalla costa siriana verso le 11 di sera. ora locale del giorno precedente.

Il ministero ha detto che l’aereo stava rientrando alla base aerea di Hmeimim nella provincia nord-occidentale della Siria di Latakia, dove si trova la maggior parte delle forze armate della Russia nel paese.

Le forze militari russe hanno lanciato un’operazione di ricerca. Non è stato immediatamente chiaro se l’aereo è stato abbattuto.

La Russia ha dato al presidente siriano Bashar al-Assad un sostegno cruciale in tutto il conflitto siriano, iniziato con una repressione governativa contro i manifestanti nel marzo 2011. Hmeimim è la principale base della Russia per i raid aerei sui gruppi ribelli in Siria.

L’Ilyushin è scomparso dai radar nello stesso periodo in cui gli F-16 israeliani hanno attaccato le strutture siriane nella provincia di Latakia, ha detto il ministero della Difesa russo.

Ha anche detto che i lanci di razzi sono stati rilevati provenire dalla fregata francese Fs Auvergne, più o meno nello stesso momento.

“L’esercito francese nega qualsiasi coinvolgimento in questo attacco”,  ha detto un portavoce militare francese. I francesi non hanno attaccato ma avrebbero “disturbato” l’antiaerea siriana, tanto viene riportato oggi da Mosca. Ci siamo chiesti se i missili lanciati  abbiano rilasciato flares per confondere i missili siriani. In serata i due ministri della difesa si sono parlati.

L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare i rapporti sui suoi aerei che hanno preso di mira le infrastrutture industriali di Latakia, particolarmente colpite, dove l’Intelligence occidentale “sospetta” (ogni volta solo sospetti) che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra.

Un portavoce del Pentagono ha detto che gli Stati Uniti non sono stati coinvolti.

 

Il presidente russo Vladimir Putin, confermando che ci saranno conseguenze, ha però smorzato i toni dei suoi ministri.

Putin ha attribuito l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 in Siria a una serie di tragiche coincidenze. Putin dopo l’incontro con il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha detto “è una situazione diversa” rispetto all’abbattimento precedente del jet russo da parte dei turchi. “L’allora combattente turco ha deliberatamente abbattuto il nostro aereo, mentre questo sembra più simile a una serie di tragiche coincidenze, perché l’aereo israeliano non ha abbattuto deliberatamente il nostro”.

Putin inoltre, ha detto che dopo l’incidente, la Russia rafforzerà le misure di sicurezza per i suoi militari in Siria. Tradotto, Israele e i suoi padrini, in una nuova mascalzonata, devono mettere in conto una possibile reazione russa. Intanto il Cremlino aveva preannunciato che Putin oggi avrebbe tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo aveva dichiarato il segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov.

Oggi, nella conversazione telefonica con Putin, Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.

 

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L’agenzia di stato siriana ha dichiarato che un F-16 israeliano di una formazione attaccante di 4,  si é nascosto alle spalle di un Ilyushin  Il20 russo, che è stato colpito dalla difesa aerea siriana. L’agenzia di stato dichiara che il regime israeliano è considerato direttamente responsabile. Il Ministero della Difesa russo: “Regime israeliano si assuma tutta la responsabilità per l’uccisione dell’equipaggio del IL20 abbattuto in Siria Consideriamo le azioni israeliane una aggressione e ci riserviamo il diritto di rispondere adeguatamente”. A sua volta, il Ministero degli Esteri russo ha convocato  l’ambasciatore d’Israele in Russia. Shoigu (Ministro Difesa): “Abbiamo notificato al ministro della difesa di Israele Avigdor Lieberman che la Russia non lascerà senza risposta l’azione della forza aerea israeliana sulla Siria.” E ce lo auguriamo perché cessino queste azioni di guerra di Israele e dei suoi cani da guardia a sostegno dell’Isis e si torni a parlare di pace in Medio Oriente. C’ è un problema numero uno in Medio Oriente e se non ci si pone l’obiettivo di risolverlo, prima o poi, qualcuno…

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LA CORRISPONDENZA DALLE AGENZIE DEL LIBANO: Ag. ANM, SOUT FRONT, SANA.

MENTRE TRA PUTIN ED ERDOGAN SI ERA APPENA STABILITO OGGI UN ACCORDO DI TREGUA E DI SMILITARIZZAZIONE  PER IDLIB, SONO STATI APPENA  SEGNALATI ATTACCHI MISSILISTICI NELLE PROVINCE DI LATAKIA, TARTUS, HOMS. LA RUSSIA UTILIZZA PRESUMIBILMENTE LE PROPRIE DIFESE AEREE.

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La base navale logistica della flotta russa in Siria è Tartous ed è stata attaccata improvvisamente da Stati Uniti, Israele e Francia. L’attacco si è rivolto anche a Latakia e a Homs, che i russi hanno liberata dall’Isis, da poco.

 


Il grande attacco missilistico contro la Siria occidentale sta proveniendo  dal mare. 

Verso la fine della giornata del 17 settembre, sono stati segnalati attacchi aerei contro le istallazioni governative nelle province siriane di Latakia, Tartus e Homs. In particolare, i bombardamenti avrebbero colpito un’area industriale nella città di Latakia.

BEIRUT, LIBANO (22.40) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale(SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno postato su Facebook per accusare la Coalizione USA o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.

Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora intercettando i missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

Le forze di difesa aerea siriane (SADF) stanno rispondendo all’attacco. Alcune fonti riportano che anche i sistemi di difesa aerea schierati presso la base aerea russa di Khmeimim che sono stati impiegati.

Secondo fonti siriane, i raid aerei sarebbero stati eseguiti dall’esercito israeliano.

La situazione è in fase di sviluppo .

AGGIORNAMENTO 1: Secondo i media statali siriani, la SADF ha intercettato un certo numero di missili provenienti dal mare.

Nota: La coalizione USA ed Israele evidentemente non vogliono permettere la pacificazione in Siria e non si sono rassegnati al fallimento del loro piano.  Questa sembra essere l’ultima mossa disperata di Washington e Tel Aviv per non essere esclusi dal processo di stabilizzazione in Siria concluso dagli accordi fra Russia, Iran e Turchia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

 

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BEIRUT, LIBANO (10:40 P.M.) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale (SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno portato su Facebook per accusare la Coalizione degli Stati Uniti o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora bersagliando missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

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USS Abraham Lincoln (CVN -72 ) e USS Harry S. Truman (CVN-75)

1979.- È lo yuan la nuova ‘moneta africana. Ecco quanto l’Africa si sta indebitando con la Cina

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di chi viene a conquistare il territorio con le armi. L’imperialismo avviene spesso in modi  più sottili. un prestito, l’aiuto militare, il ricatto.”

Thomas Sankara

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LA NIGERIA ABBANDONA IL DOLLARO: È LO YUAN LA NUOVA ‘MONETA AFRICANA’

Abuja (AsiaNews/Agenzie) – Abuja utilizzerà la valuta cinese per tutte le transazioni economiche. Dopo l’Angola e i “petroyuan”, anche la prima economia africana sceglie la Cina come principale partner commerciale. Si stima che il 22% del debito dell’Africa sia contratto con la Cina. La Nigeria ha firmato a marzo un accordo con la Icbc, la più importante banca cinese, con lo scopo di adottare lo yuan come moneta commerciale. Il Paese africano ha compiuto uno scambio di valuta dal valore di 2,5 miliardi di dollari in yuan. L’obiettivo è quello di facilitare gli scambi commerciali tra i due Paesi. La scelta della Nigeria indica una tendenza ormai assodata in Africa: a fine maggio quattordici Paesi africani e diciassette banche centrali si sono riunite nello Zimbabwe per adottare lo yuan come moneta di riserva.

La valuta cinese è la settima moneta utilizzata negli scambi commerciali: si tratta del 2% delle transazioni mondiali. La Nigeria ha abbandonato il dollaro in seguito al crollo del prezzo del greggio del 2014. In quell’occasione il Paese africano era stato costretto a vendere i propri dollari sul mercato interbancario per aumentare la liquidità della naira nigeriana (la moneta nazionale).

D’altra parte l’introduzione della yuan è una mossa utile per la Nigeria anche per ripagare il suo debito con la Cina. Si stima che Il 22% del debito pubblico dell’Africa sia contratto con Pechino. Adottando la moneta cinese si azzerano i rischi derivati dal cambio e dalla fluttuazione dei valori monetari.

L’accordo con la Nigeria arriva dopo due anni di negoziazioni. In questo modo lo yuan diventerà la seconda moneta commerciale della Nigeria, tra le prime economie dell’Africa. Il patto arriva dopo un altro importante accordo siglato dalla Cina con l’Angola. Quest’ultima è il primo partner della Cina per quanto riguarda l’importazione di petrolio. Nel 2015 a Shanghai i due Paesi hanno siglato un accordo per cui la Cina può pagare in yuan il petrolio dell’Angola, il cosiddetto “petroyuan”. La Cina è il primo Paese al mondo importatore di greggio, con nove milioni di barili al giorno.

Infine, la Banca centrale cinese ha siglato con le autorità nigeriane un accordo triennale per lo scambio di valute per un valore di 15 miliardi di yuan, pari a 2,3 miliardi di dollari. Lo ha annunciato oggi in un comunicato lo stesso istituto centrale di Pechino, secondo cui l’operazione punta a facilitare il commercio e gli investimenti e a salvaguardare la stabilità dei mercati finanziari di entrambi i paesi. La Cina è uno dei principali investitori in Nigeria. Il mese scorso il gigante delle costruzioni China Gezhouba Group Corp ha iniziato i lavori di costruzione di una centrale idroelettrica in Nigeria del valore di 5,792 miliardi di dollari. Il progetto rappresenterà la più grande infrastruttura del paese africano e il più grande impianto idroelettrico che le imprese cinesi hanno mai costruito all’estero. La costruzione di quattro dighe e l’installazione di dodici generatori saranno completate entro 87 mesi per raggiungere una capacità produttiva di 4,7 miliardi di chilowatt di energia elettrica ogni anno.

In sintesi: Ai cinesi le ricchezze e a noi i migranti.

 

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ECCO QUANTO L’AFRICA SI STA INDEBITANDO CON LA CINA

L’analisi di Alessia Amighini, docente di Politica economica, sulle relazioni Africa-Cina

 

All’indomani del 7° Forum sulla cooperazione sino-africana, la Cina estende il suo peso in Africa, attraverso finanziamenti destinati a infrastrutture e attività estrattive. Il rapporto diventa così ancora più sbilanciato, a favore del gigante asiatico.

I RISULTATI DEL FORUM CINA-AFRICA

La cronaca dal 7° Forum sulla cooperazione sino-africana (Focac), svoltosi a Pechino il 3 e 4 settembre, ha sottolineato i profondi legami tra la Cina e l’Africa (53 su 54 paesi) e il ruolo propulsore che la Cina ha assunto nello sviluppo africano. Dal 2000 il Forum formalizza le relazioni tra Pechino e il continente africano e di fatto istituzionalizza la presenza crescente di imprese, capitali, lavoratori e merci cinesi in Africa; quest’anno il presidente Xi ha promesso altri 60 miliardi di dollari di prestiti in varie forme, che si aggiungono ai 136 miliardi già elargiti negli ultimi 17 anni a un alto numero di governi e imprese di stato.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina è la fabbrica manifatturiera del mondo ma non dispone di sufficienti materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. E così Pechino da qualche anno usa il suo supporto politico ed economico all’Africa sub-sahariana, ricca di materie e povera di capitali, per assicurarsi gli approvvigionamenti di molte materie prime, tra cui il petrolio. Secondo i dati del Sais (School of Advanced International Studies, divisione della John Hopkins University), il primo paese ricevente è l’Angola, con quasi un terzo (42,2 miliardi), seguito dall’Etiopia con 13,7 miliardi e dal Kenya con 9,8.

IL PESO CINESE IN AFRICA

La Cina estende così il suo peso nei finanziamenti all’Africa (il primo donatore/creditore sono ancora gli Stati Uniti), destinati soprattutto a infrastrutture e attività estrattive. La maggior parte dei fondi, infatti, è sotto forma di crediti commerciali, crediti all’esportazione, crediti di fornitura (il primato dell’Angola, per esempio, dipende da 19 miliardi di prestiti commerciali, non prestiti agevolati).

LA COOPERAZIONE

La cooperazione cinese in Africa contribuisce in parte all’assistenza umanitaria e allo sviluppo tramite progetti di responsabilità sociale d’impresa, istruzione, formazione, sanità, sicurezza, ma resta sempre strettamente legata agli obiettivi economici e commerciali di Pechino. Da qui il vasto numero dei paesi beneficiari, pochi dei quali però ottengono gran parte delle risorse (a loro volta concentrate su pochi settori produttivi).

RESTA LO SQUILIBRIO

La cooperazione economica e commerciale è volta a facilitare soprattutto gli scambi sino-africani. Peccato però che lo squilibrio commerciale sia uno dei temi più preoccupanti nelle relazioni sino-africane e non si vede come un ulteriore aumento dell’interscambio possa favorire l’Africa, che negli ultimi 15 anni ha importato sempre di più dalla Cina, ma ha esportato sempre meno.

LE ESPORTAZIONI DELLA CINA IN AFRICA

Il problema è che le esportazioni cinesi verso l’Africa consistono soprattutto di macchinari e manufatti, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono dominate dal petrolio. Questo tipo di interscambio risponde alla consueta logica del vantaggio comparato: la Cina esporta in Africa i prodotti che le costano di meno (macchinari e manufatti) e importa quelli che le costano di più (materie prime).

GLI EFFETTI DELL’INTERSCAMBIO

Ma a lungo andare tale interscambio rischia di fossilizzare la concentrazione produttiva dell’Africa e rende volatili i proventi dall’export, che seguono le stesse oscillazioni del prezzo del greggio. La sensibile riduzione delle esportazioni africane verso la Cina dal 2015 dipende dal calo del loro valore pur con volumi stabili o crescenti.

IL BENEFICIO CINESE

In questo contesto, porsi obiettivi “comuni” di interscambio totale e non di riduzione del disavanzo africano è il segnale di una forte ed efficace manipolazione degli obiettivi africani a beneficio degli interessi cinesi. Solo 5 dei 60 miliardi promessi sono destinati a un fondo speciale per promuovere l’importazione dall’Africa di prodotti diversi dalle risorse naturali.

LE RETI INFRASTRUTTURALI

Anche la cooperazione della Cina con l’Unione africana per creare reti infrastrutturali e commerciali che promuovano il commercio e l’integrazione regionale e internazionale rischia di avvantaggiare soprattutto le logiche cinesi. Il commercio intra-regionale è da sempre limitato in Africa, rispetto agli altri continenti, certamente per la mancanza di infrastrutture, ma anche per la scarsa complementarietà delle economie. Solo se le reti commerciali e di trasporto che la Cina ha interesse a costruire in Africa serviranno ad aumentare anche la capacità di esportazione dei paesi africani, oltre che a potenziare le rotte e destinazioni delle esportazioni cinesi, il risultato porterà benefici reciproci.

I NUMERI ANNUNCIATI DA XI

Xi ha annunciato anche che 10 dei 60 miliardi di prestiti saranno sotto forma di investimenti di imprese. Per le grandi imprese cinesi, l’Africa è un mercato in crescita. Nel 2016, i ricavi annui lordi di quelle impegnate in progetti di costruzione sono stati di 50 miliardi di dollari. La metà dei quali in soli cinque paesi: Algeria, Etiopia, Kenya, Angola e Nigeria. Sono gli stessi in cui si è registrato un forte aumento di lavoratori cinesi, in totale oltre 227 mila alla fine del 2016. La formazione che la Cina si impegna a finanziare in Africa, sempre nei paesi che più le interessano, potrebbe essere un segnale positivo verso una maggiore integrazione del mercato del lavoro locale, ma i risultati ancora non si vedono.

IL PESO DEL DEBITO

Infine, in alcuni paesi riceventi il peso marginale del debito nei confronti della Cina è molto alto, per esempio a Gibuti, il caso più eclatante, con la quasi totalità del debito estero (80 per cento del Pil) dovuto alla Cina, ma anche in Kenya e in Etiopia. Alla dipendenza economica e finanziaria si aggiunge quella politica dal creditore principale.

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L’analisi è pubblicata su Lavoce.info. Dalle Newsletter di Start mag.