836.- Francia, lo stato di emergenza porta a schedature di massa. Mentre su Internet avanza la censura

Il premier francese, Manuel Valls, ha già annunciato il prolungamento dello stato di emergenza in Francia fino alle prossime presidenziali, previste tra aprile e inizio maggio. La notizia in sé può anche passare inosservata: dopo il Bataclan e la strage di Nizza non pare peregrino che le forze di sicurezza vogliano sfruttare tutti i poteri loro conferiti da questo status per cercare di stroncare il fenomeno del radicalismo interno e dei foreign fighters. Il problema è che sfruttando l’onda emotiva dell’emergenza, il governo francese ha dato vita a un database illegale denominato “Secure Electronic Titles” (TES), contenente i dati biometrici di tutti i possessori di passaporto o carta d’identità, qualcosa come oltre 60 milioni di persone: virtualmente, tutti i francesi.

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Ora, io capisco che i francesi – nella sfortuna di essere stati bersaglio del terrorismo – abbiano sempre avuto la fortuna di imbattersi in jihadisti con alto senso civico e tutti in possesso di documenti da lasciare in bella mostra dopo l’attacco ma, da che mondo e mondo, un terrorista usa identità e documenti falsi: perché questo screening di massa su tutti i possessori di documenti? Il database è entrato in vigore il 30 ottobre scorso per decreto, quindi facendosi forte dello stato di emergenza e bypassando bellamente il Parlamento: la prima area ad essere stata attenzionata da martedì scorso è quella di Yvelines ma sarà esteso a tutta la Francia dall’inizio del 2017.

François Hollande

L’idea non è nuova, visto che fu proposta la prima volta nel 2011 all’Assemblea nazionale durante un dibattito sulla sicurezza delle carte d’identità e fu duramente criticata dalla Commissione nazionale per la processione dei dati e le libertà (CNIL): questa, infatti, riconosce la legittimità dell’uso di informazioni biometriche per identificare una persona ma faceva notare che quei dati “devono essere conservati in una sistema di dati individualizzato”. Il nuovo TES rimpiazza e si combina con una versione precedente che conteneva i dati del passaporto e con l’FNG, il database nazionale che contiene le carte d’identità: inoltre, vengono aggiunti dati come una foto digitale del viso, impronte digitali, dati riguardo l’iride e indirizzi, sia elettronici che fisici. I dati verranno conservati per 15 anni se relativi al passaporto e 20 anni se relativi alla carta d’identità. Insomma, tutti schedati e contenti.

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Tanto più che nel 2012, la Corte costituzionale francese aveva invalidato un tentativo di dar vita a un simile database, visto che questo non sarebbe servito solo a autenticare ma anche a identificare. In nome dell’emergenza, tutte i precedenti pronunciamenti sono stati disattesi. Per Guillaume Desgens-Pasanau, magistrato e professore per il CNAM, “una volta che il database con 60 milioni di identità è stato posto in essere, uno può facilmente aggiungere un funzione di ricerca, per esempio. E’ davvero facile ed essendo regolato via decreto, non necessita una nuova legislazione al riguardo”. Parlando alla AFP, il presidente del CNIL, Isabelle Falque-Pierrotin, ha descritto le sue preoccupazioni riguardo al TES: “E’ chiaro a tutti che non abbiamo a che fare con una database il cui legittimo scopo è quello di combattere contro il furto di identità.. Questo meccanismo così su larga scala fa emergere il timore che possa essere usato per altri scopi, magari non oggi ma nel periodo a venire”.

Quali altri scopi? In un articolo per l’EU Institute for Security Studies, Thomas Ries, numero uno dello Swedish Institute of International Affairs, spiega chiaramente che stiamo assistendo a una crescente rincorsa all’uso di mezzi militari per trattare problemi sociali: “La percentuale di popolazione che è povera e frustrata continuerà a essere molto alta, le tensioni tra questo mondo e il mondo dei ricchi continuerà a crescere con conseguenze ovvie. E visto che difficilmente riusciremo a superare l’origine di questo problema entro il 2020, dobbiamo proteggerci in maniera più drastica”. Ovvero, le tensioni sociali si stroncano con lo stato di polizia, non cercando di porre fine alle disuguaglianze. In parole molto povere, criminalizzazione del dissenso. E attenzione a pensare che il Grande Fratello sia ancora lontano. Questa mappa

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ci mostra lo stato di salute della libertà di espressione in Rete, calata per il sesto anno consecutivo e con sempre più governi che hanno messo nel mirino social media e app per le comunicazioni al fine di bloccare il rapido diffondersi di informazioni, soprattutto se legate a proteste anti-governative. Stando all’ultimo report Freedom on the Net, due terzi degli utenti di Internet vivono in Paesi dove la critica al governo, alla casa reale o all’esercito è soggetta a censura. Nel suo report la AFP certifica come sempre più governi al mondo stiano lavorando su sistemi per bloccare o consurare mezzi di comunicazione legati al web: “Social media popolari come Facebook o Twitter sono stati soggetti a crescente censura per parecchi anni ma ora i governi puntano alla censura anche su app di messaggistica come WhatsApp e Telegram”, dichiara Sanja Kelly, direttrice dello studio. Il report sottolinea come 34 nazioni su 65 monitorate abbiano visto deteriorare le condizioni di libero utilizzo del web nel 2015, con i casi peggiori registrati in Uganda, Bangladesh, Cambogia, Ecuador e Libia, mentre i miglioramenti maggiori si sono registrati in Sri Lanka, Zambia e Stati Uniti, questo grazie al passaggio di una legge che limita il controllo e la gestione dei metadata. Per la Freedom House, in 24 nazioni i governi hanno limitato o bloccato l’accesso ai social media e alle comunicazioni nel 2015 rispetto ai 15 dell’anno precedente.

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E gli stessi gestori dei social media stanno scendendo a patti con questo nuovo trend, visto che oltre ad aver innalzato di molto l’asticella del politicamente corretto consentito in Rete, ora pagano lo scotto alle accuse mosse da Hillary Clinton riguardo informazioni creata da siti falsi o contraffatti che avrebbero danneggiato la sua campagna elettorale (come se il suo curriculum vitae professionale non fosse stato sufficiente). Immediatamente, Facebook e Google hanno annunciato nuove misure contro la diffusione delle fake news su Internet, minacciando di colpire i creatori di questi cosiddetti “phony contents” dove fa più male: nel portafoglio, bloccando la pubblicità. Google ha dichiarato di stare lavorando a un cambio di politica che inibisca l’utilizzo del network pubblicitario AdSense ai siti che diano una rappresentanza distorta della realtà: bloccheranno anche il sito della CNN, visto come si è comportata in campagna elettorale? Ne dubito fortemente.

Mauro Bottarelli

835.-“RESTANO DIECI PAESI DA DESTABILIZZARE”, PAROLA DI NEOCON

“Dieci paesi la cui stabilità non può essere date per garantita ( Ten countries whose stability can’t be taken for granted ), è il titolo dello studio, che il famoso think tank dedica al neoeletto presidente degli Stati Uniti, segnalandoli alla sua attenzione, perché saranno questi, nei prossimi quattro anni “una sfida per la Casa Bianca”.

A far correre un brivido lungo la schiena è il nome del famoso think tank: American Enterprise Institute, AEI. Il vostro vecchio cronista si ricorda benissimo come, dall’11 Settembre 2001, da questa “fondazione culturale” uscissero tutte le politiche di aggressione che adottò il presidente W. Bush, il junior. Essi avevano decretato che a fare gli attentati era stata sì Al Qaeda, ma che bisognava attaccare l’Irak e rovesciare Saddam, perché aveva armi di distruzione di massa. Saddam soprattutto, che preoccupava Israele per la sua forza militare.

Da lì veniva una buona metà del personale dell’amministrazione Bush jr. E’ ancora dell’AEI, vedo, l’allora vicepresidente Dick Cheney, presidente del Think Tank. Di lì veniva Paul Wolfowitz, il primo dei tre ebrei viceministri della Difesa, allievo di Leo Strauss, che poi Bush mise a capo della Banca Mondiale. Di ,lì John Bolton, ex ambasciatore all’Onu. Di lì veniva Jeane Kirpatrick, ministra degli esteri. Membro influente dell’American Enterprise era Richard Perle, che in quei giorni aveva allestito un ufficio al Pentagono dove, da privato, senza alcuna carica ufficiale, stava preparando la guerra all’Irak, dando ordini ai militari al posto del ministro, Rumsfeld. Erano giorni di euforia, per costoro: mi ricordo Michael Ledeen che mi rilasciò interviste, mi ricordo di Irving Kristol, di Kagan, stelle dei neocon, mebri della fondazione; di Joshua Muravchik, di James Woolsey, di Michael Novak, cattolico, del tutto guadagnato alla impresa. Mi ricordo che era ricevuto lì spesso e volentieri un giovane politico polacco di Donald Tusk.

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Di ciascuno di questi nomi ci sarebbe da scrivere un libro. Basti dire che quasi tutti sono ebrei, e la loro American Enterprise mi è fitta nella memoria come la centrale intellettuale del vero e proprio colpo di Stato che fu l’11 Settembre. Quello è il gruppo che prese il potere, o i suoi apparati di forza e di strategia, e diresse la enorme potenza americana alle guerre per devastare i paesi musulmani, chiamandola “lunga guerra al terrorismo globale”.

Vedo che non ha placato la loro sete la devastazione dell’Irak, o dell’Afghanistan, che non gli è bastata la Libia, la Somalia, la Siria che stanno distruggendo da cinque anni. Adesso costoro additano al presidente Usa “dieci paesi la cui stabilità non può essere data per certa”, in cui “prevedono” malcontento e la nascita di “terrorismo islamico”.

Vediamo dunque il documento dell’American Enterprise. Metto i paesi secondo l’ordine di importanza e grandezza.

Algeria. E’ la preda più ambita, la più “matura”, e la più ricca (come dicono loro stessi) per il petrolio. Cos’è che non va in Algeria? C’è il terrorismo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, purtroppo. Attiva nel sud del paese, nella vastissima estensione senza precisi confini tra Libia del Sud, Mali e Mauritania. Il “potere” (le pouvoir) formato dai vecchi combattenti della “liberazione d’Algeria”, ormai decrepiti, è poco stabile. L’uomo forte, il presidente Bouteflika, tiene l’ordine con mano di ferro. Ma è vecchio e malato, e “sparirà probabilmente entro al fine dei quattro anni prossimi”. Gli islamisti aspettano il momento di prendere il potere, da cui sono stati espulsi un ventennio fa. Al Qaeda del Magreb Islamico non s’avventura ancora troppo dentro il paese; ma è potentemente armata dal saccheggio degli arsenali di Gheddafi, ed altre armi può ricevere da chissà dove. Certo, la presa del potere da parte dei terroristi islamisti, profetizza l’AEI, sarà un disastro per l’Europa; dopo la Libia,scomparirà uno stabile fornitore energetico. Gli Usa dovranno intervenire ancora una volta a salvare gli europei.

Nigeria. Il più popoloso paese africano, fra i più ricchi di petrolio, il più diviso etnicamente (250 tribù) e per religione, ha il suo terrorismo islamico di marca: Boko Haram: gruppo misterioso origine e finanziamento, con la curiosa caratteristica: la sua bandiera nera ha la professione di fede islamica scritta però in calligrafia ebraica…. Boko Haram è forte, dice AEI, per via della corruzione enorme della politica del paese: i caporioni nigeriani hanno intascato in tangenti, dal 1960 ad oggi, 400 miliardi di dollari, pari agli aiuti internazionali per tutta l’Africa: ogni dieci dollari, 1 va al Sud, gli altro 9 se li intascano al Nord. Guardate la Costa d’Avorio, dove la tensione fra cristiani e musulmani, che hanno già prodotto una guerra civile; la Nigeria è ancora più instabile, è spuntata persino la pirateria nel golfo di Guinea. “Se la sua fragile democrazia (sic) cade, l’Africa occidentale vedrà un conflitto peggiore di quanti ne abbiamo visti in decenni”: Da qui la necessità di un intervento Usa per sostenere la democrazia, così fragile.

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Scritta islamica, calligrafia ebraica. Vero è che essendo analfabeti per principio, i Boko Haram (“I libri scolastici – books – sono impuri”) si saranno fatti aiutare da qualcuno…
Etiopia. Corruzione, sistema dittatoriale repressivo, povertà; ma ecco soprattutto, i musulmani sono il 30 per cento della popolazione e crescono demograficamente più rapidamente dei cristiani. Poi sono cominciati disordini perché gli Oromo sono intolleranti del potere tigrino. (Soprattutto, ma l’AEI non lo dice, la Cina ha messo piede in Etiopia e la sta sviluppando troppo: per esempio è stato inaugurato il primo treno elettrico internazionale sulla linea Addis Abeba-Gibuti. Ragion per cui il capo dell’opposizione Oromo, l’astro nascente Merera Gudina, gode di una borsa di studio del National Endowment for Democracy e va e viene da Washington.

Turchia. Interessanti e inedite le informazioni fornite dall’AEI: “Il presidente Erdogan ha costruito un potere dittatoriale. Ha chiamato il fallito colpo di stato del 15 luglio “un dono di Dio”, e l’ha usato per operare la purga dei 100 mila fra militari e dipendenti pubblici. Ci possono essere altre violente a all’orizzonte. Dogu Perinçek, un ex maoista diventato ultra-nazionalista, un maneggione politico che guida un gruppo oscuro […]: si dice che Perincek è il vero ministro della Difesa,dietro le quinte. In agosto, Erdogan ha assunto Adnan Tanriveri,un ex membro delle forze speciali vicino a Perinçek . Tutto sta a vedere se questo Tanriverdi sarà più leale a Perinçk o a Erdogan quando verrà il prossimo colpo. In ogni caso Erdogan è un uomo segnato, ed anche se viene ucciso e rovesciato, egli ha tanto svuotato lo stato che alla sua morte seguirà necessariamente un caos politico”. Particolarmente grave dato che la Turchia è un paese NATO”.

Russia. “Come la Turchia, la Russia – nota AEI – è retta da un uomo forte che ha dato l’illusione di stabilità invece della sostanza. Quando il presidente Putin muore, il popolo russo dovrà pagare il prezzo per decenni di corruzione e mal amministrazione. L’eredità di Putin sarà il vuoto di potere sotto di lui. Ma, oltre al cattivo governo, la Russia subirà presto le conseguenze della sua crisi demografica. La sua popolazione musulmana sta crescendo mentre la etnia russa diminuisce. Nello stesso tempo, deve affrontare il radicalismo islamico non solo in Cecenia e Daghestan, ma sempre più fra i Tartari. Da qui la domanda: poiché i giovani coscritti sono in proporzione crescente musulmani, la Russia può contare sul proprio esercito in un conflitto settario?”.

Arabia Saudita. Può diventare un grave problema per gli Stati Uniti i quali, da Roosevelt in poi, hanno contato sull’Arabia Saudita per dare stabilità al Medio Oriente (sic) e ordine all’economia mondiale(!). Ma oggi, “la politica americana ha dato potere e risorse all’Iran” [l’ossessione ebraica neocon, ndr.]. Il petrolio in calo, l’Alzheimer del re, la guerra allo Yemen concentrano le possibilità di una crisi mai vista, una tempesta perfetta.

Giordania: ha ricevuto al terza ondata di rifugiati nella sua storia (ora siriani, prima palestinesi cacciati da Israele), e ciò ha messo la sua economia alle corde. Il re e la regina sono popolari sui rotocalchi in Occidente, ma non fra il loro popolo. Il terrorismo va e viene liberamente (per forza: gli Usa hanno fatto della Giordania una piattaforma per il terrorismo anti-siriano e IS). Si capisce che per AEI la Giordania potrebbe essere utilizzata come rifugio del resto dello Stato Islamico, se sconfitto.

Cina. Nonostante il boom economico, la Cina soffre di vari mali: lo sviluppo ineguale tra le coste e l’interno rurale, poverissimo. Decenni di politica del figlio unico stanno per produrre gli effetti: “La Cina è sull’orlo del precipizio demografico”. “Gli Usa, più che il sollevarsi della Cina, devono temere il suo declino. Per esempio, una Cina che declina reagirà con la forza militare, come fa la Russia?”.
Maldive. Anche quelle vogliono destabilizzare i neocon. “L’estremismo islamico sta mettendo radici. Il governo maldiviano ha chiesto assistenza, ma [da Obama] non è arrivata risposta”. Poi la profezia: “Magari lo Stato Islamico prenderà ostaggi dei turisti occidentali. Magari in governo islamista accoglierà armi e jihadisti da inoltrare poi via mare nell’oceano Indiano?” all’India? Sì, le Maldive sono isolate dagli Usa e lontanissime; “ma non si diceva lo stesso dell’Afghanistan?”. E guarda come abbiamo dovuto ridurre l’Afghanistan , causa il terrorismo islamista….

834.-Nuovo Senato, la fregatura per i cittadini è nei numeri

unknown   Ormai ci siamo ed è difficile dire qualcosa sul referendum che non sia già stato detto. Però un punto c’è e riguarda i veri numeri sull’attribuzione dei senatori. Ne parlò Giuseppe Valditara la scorsa primavera sulla rivista Logos poi il tema è passato in secondo piano.

Ora un lettore mi scrive, sviluppando questo ragionamento:

Se dovesse passare il referendum, il nuovo Senato sarebbe composto da 74 senatori designati dalle regioni – con almeno un consigliere/senatore per regione ed un sindaco per ogni regione. Stando ai criteri della riforma si arriverebbe a una situazione del genere:

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Non ci vuole molto ad accorgersi che qualcosa non va, stando ai dati del censimento Istat del 2011. Infatti il rapporto tra la popolazione residente nel capoluogo di regione più popoloso (Roma con 2.864.731 abitanti) e quello con la popolazione minore (Aosta 34.390) è di 80 a 1. Ben cinque città hanno un rapporto di popolazione con Aosta 20 volte maggiore. Il rapporto di rappresentatività è molto dubbio.

Infatti:

a) 12 regioni eleggono ciascun senatore con un numero di residenti per senatore compreso tra 730.000 e 980.000
b) 4 regioni eleggono ciascun senatore con un numero di residenti tra 1.000.000 e 1.600.000 ( Liguria, Marche, Abruzzo, Friuli)
c) 5 regioni – il Trentino Alto Adige è diviso in due in quanto a Trento e a Bolzano spettano un senatore ciascuno – che eleggono ciascun senatore con numero di residenti tra 127.000 e 578.00 (Molise, Aosta, Basilicata, Trento, Bolzano)

Dal che risulta che agli estremi il rapporto è superiore a 12.

Liguria, Marche, Abruzzo, Friuli nonché Molise, Aosta, Basilicata, Trento, Bolzano avranno diritto allo stesso numero di senatori (2) sebbene gli abitanti della Liguria siano dieci volte superiori a quelli della Valle d’ Aosta.

Il parlamento attuale, pur con qualche comprensibile eccezione, ha una distribuzione sostanzialmente equa :

a) 15 regioni eleggono i senatori con popolazione media per ogni senatore tra 174. 000 e 208.000

b) 5 regioni/province a statuto speciale con popolazione media per ogni senatore tra 127.000 e 156.000 ( Umbria, Trento, Bolzano, Molise, Aosta)

c) 1 regione (Basilicata) con popolazione per ogni senatore di 82000.

Il rapporto tra massimo e minimo è sensibilmente più basso, pari a circa 2,5.

Nonostante la regola di almeno 7 senatori (con esclusione Val d’Aosta e Molise) sia in essere da moltissimi anni il moltiplicatore 2,5 appare assai ragionevole.

E dunque?

Semplice: il “vecchio” Senato obbedisce ai criteri di rappresentatività democratica, quello nuovo invece è distorsivo e squilibrato.

Voi quale preferite?

E comunque ricordatevi anche questo, prima di votare. In bocca al lupo al fronte del NO.

833.- LA STRADA GIURIDICA PER USCIRE DALL’EURO

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Giuseppe Palma torna su un argomento difficile. Siamo convinti europeisti, ma di quale Europa e a quali condizioni? E queste condizioni dipenderanno solo da noi?  Le norme comunitarie non possono violare  i principi fondamentali ed i diritti inviolabili sanciti dalle costituzioni nazionali. La Corte costituzionale italiana, insieme a quella tedesca, ha affermato che le limitazioni della sovranità nazionale consentite dall’art. 11 Cost. e le limitazioni di sovranità, conseguenti alla partecipazione italiana al processo di integrazione europea, non possono comportare un ” inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o i diritti inalienabili della persona umana”. La riforma consentirà, invece, al Governo di mutare, anche formalmente, la Parte prima della Costituzione, di poterne mutare lo stesso modello economico e di orientare diversamente la Corte Costituzionale Italiana. Già ora, l’attuabilità dei principi costituzionali è condizionata dall’economia e dalle norme comunitarie. Quindi, con la riforma, saremo più fedeli all’impianto dell’Unione europea, fondata sulla competitività, sopratutto, del lavoro, ma meno, molto meno ai principi degli italiani: Libertà, Dignità, Lavoro, Uguaglianza, Solidarietà.

Giuseppe Palma

Sul rapporto impossibile tra la nostra Costituzione e i Trattati europei vorrei oggi evidenziare, in particolare, questi due aspetti:
1) le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione, oltre a porre come barriere invalicabili le condizioni di reciprocità con gli altri Stati e la pace e la giustizia fra le Nazioni, si riferivano esclusivamente all’ONU. L’ipotesi europea fu scartata in sede di lavori preparatori alla Costituzione attraverso la bocciatura di un emendamento presentato dall’ on.le Lussu circa l’estensione delle “limitazioni” anche nei confronti di un’eventuale e futura costruzione europea;
2) l’introduzione dell’euro, benché la previsione fosse già tipizzata nel Trattato di Maastricht attraverso tre fasi successive, è avvenuta illegittimamente tramite un regolamento comunitario, cioè una “legge europea” direttamente applicabile senza alcuna facoltà di adeguamento da parte degli Stati membri e, in questo caso, aderenti alla moneta unica. Trattasi del regolamento comunitario n. 1466/1997, entrato in vigore il 1^ gennaio 1997, il quale prevedeva, oltre all’introduzione del sistema dei cambi fissi, anche l’obbligo del pareggio di bilancio, quindi in evidente contrasto addirittura col Trattato di Maastricht che, come ribadito successivamente anche dal Trattato di Lisbona, poneva il tetto del rapporto deficit/PIL al 3%, quindi spesa a deficit (seppur all’interno del predetto parametro) e non pareggio di bilancio.
Ciò detto, appare ulteriormente evidente l’incompatibilità tra i Trattati europei e la nostra Costituzione anche negli obiettivi dell’Unione, che si possono leggere all’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea: piena occupazione e progresso sociale all’interno della cornice capestro della stabilità dei prezzi e dell’economia di mercato fortemente competitiva. In pratica, per dirla con parole povere, la piena occupazione trova limite propedeutico sia nella stabilità dei prezzi che nella forte competitività, e ciò vuol dire più posti di lavoro (forse!) ma con salari bassi e qualità occupazionale di tipo schiavistico. Del resto, essendo l’euro un accordo di cambi fissi, non potendo i Governi dell’eurozona intervenire sul cambio, scaricano il peso della competitività sul lavoro (riduzione dei salari e contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore).
Detto questo, vediamo in breve quali sono le soluzioni giuridiche per l’uscita dall’euro:
1) decreto legge approvato dal Governo a mercati chiusi che preveda, oltre all’introduzione di una nuova moneta nazionale avente corso legale e valore intrinseco da convertire 1:1 con l’euro, anche la corretta applicazione nell’interesse nazionale del principio della Lex Monetae, cioè il combinato disposto degli artt. 1278 e 1281 primo comma del codice civile. Contemporaneamente il Governo dovrà provvedere alla conversione in nuova moneta nazionale di tutto il debito pubblico italiano ancora sotto giurisdizione nazionale, cioè circa il 96% del suo intero ammontare. In tutto questo trova rilevanza assoluta la corretta applicazione nell’interesse nazionale, come ribadivo poc’anzi, del principio della Lex Monetae, quindi, visto che stiamo parlando di un’evenfuale uscita unilaterale, dell’art. 1281 primo comma del codice civile in deroga all’art. 1278 c.c. (principio lex specialis derogat generali);
2) gli artt. 139 e 140 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ) prevedono la distinzione tra “Stati la cui moneta è l’euro” e Stati in deroga, cioè appartenenti all’Unione Europea e non all’Eurozona. Lo status di Stati “la cui moneta è l’euro” è premiale – secondo quanto previsto dai Trattati – rispetto agli altri Stati non aderenti all’euro, infatti per aderire alla moneta unica ciascuno Stato deve presentare richiesta di adesione, richiesta che deve essere preceduta dall’assolvimento da parte dello Stato richiedente di particolari obblighi capestro. Ciò detto vi sarebbe quindi la strada, per gli Stati “la cui moneta è l’euro”, di non rispettare più i requisiti capestro richiesti per la permanenza nell’euro e uscirne, tornando allo status di Stati in deroga.
Ovvio che, e concludo, nessuna delle due soluzioni esclude l’altra, quindi ciò che conta è uscire dall’euro nell’interesse nazionale, tutelando principalmente cittadini e imprese (soprattutto attraverso la corretta applicazione, nell’interesse dell’economia reale, del principio della Lex Monetae). L’argomento è approfondito nel mio e-book “€uroCrimine…”.
L’euro è una gabbia. Una gabbia che contrasta aspramente con i Principi Fondamentali di cui alla Costituzione, quindi uscirne sarebbe un atto di giustizia sociale, di democrazia sostanziale e di libertà.
Poi ci sarebbero anche ipotesi (anch’esse condivisibili) di non uscita traumatica dall’euro ma di introduzione di una nuova moneta nazionale parallela avente corso legale in Italia con la quale poter far fronte allo scambio di beni e servizi. Ma si tratta di argomento che merita certamente maggiore approfondimento in un ulteriore articolo.
Avvocato Giuseppe Palma

832.-La riforma costituzionale del Senato e del titolo V va a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato. Mario Donnini

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Referendum: Il vero scopo della riforma costituzionale è scritto nella RELAZIONE ILLUSTRATIVA AL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE, atto 1429, presentato dal Governo al Senato l’8 aprile 2014. Non si razionalizza la Costituzione, togliendo voce ai cittadini, non tutelando i nostri diritti contro le leggi europee; facendo venir meno l’equilibrio fra i poteri dello Stato. Altro che risparmio, altro che maggiore velocità ed efficienza! 

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La riforma costituzionale del Senato e del titolo V, spacciata per una semplificazione efficientistica e benefica, va, invece, a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato.

Un Senato delle autonomie va a sostituire il senato delle garanzie, fatte di pesi e contrappesi, in un assetto istituzionale dove, invece, le autonomie regionali appaiono molto ridotte. Infine, ma non ultimo, anche il procedimento di revisione costituzionale dell’art. 138 – ricordate? -, reso più “grave” dal ruolo del Senato, con le sue maggioranze, risulterà indebolito dalla composizione della nuova Assemblea, composta da membri di diritto, eletti di secondo grado a variabilità continua e, chi sa perché, da nominati dal Capo dello Stato. Questi e altri importanti aspetti, taciuti dal governo dei non eletti, devono essere conosciuti dai cittadini.

Il contributo positivo di questa riforma è stato di avvicinare i cittadini alla Costituzione. Voglio tentare, perciò, di seguire, insieme, un percorso di conoscenza delle vere ragioni e dei veri obbiettivi di questa riforma, al di là della propaganda del governo e dei sostenitori del pro e del contro.

SIAMO TUTTI “PARTIGIANI DELLA COSTITUZIONE”!


 

Vogliamo affermare che non di stagione di riforme si tratta; ma di un processo in atto da tempo, di costante deformazione dell’assetto costituzionale, che ha visto un suo momento apicale nel tentativo, fallito, ma ora aggirato, di demolire con la modifica dell’art. 138, la rigidità della Costituzione, quella che da valore giuridico ai suoi principi fondanti, primo fra tutti quello lavoristico.

Confesso che, addentrandomi nel merito di questa riforma, mi sono posto il quesito sulla opportunità che un Parlamento eletto con legge parzialmente illegittima, un Presidente del Consiglio nominato e mai eletto e, quale promotore, un Presidente della Repubblica per 14 anni, possano por mano, nel pieno rispetto delle garanzie democratiche, a una riforma che va a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato.

Ho citato Napolitano, perché fu un esempio dell’autoritarismo dilagante e, infatti, un mandato per quattordici anni è fuori della logica della democrazia e ciò che non è democrazia, può solo chiamarsi dittatura. In fondo, Mussolini, l’odiato simbolo della dittatura, tenne il governo per venti anni.

Potrebbe essere un problema sul quale dibattere, ma esso, in realtà, sottende e deriva da un più grande problema e, cioè, dalla volontà manifesta di armonizzazione del sistema politico italiano al Trattato di Lisbona del 2007, la così detta de-costituzione europea.

Armonizzazione richiesta, perciò, espressamente da questo Trattato e portata avanti, in questi ultimi anni, superando la volontà popolare e in modo pervicace e mai trasparente, da un regime che sta sovvertendo, snaturandole, le fondamenta della nostra democrazia.

Ho detto regime perché questo termine ben può descrivere l’occupazione – passatemi la forzatura terminologica – delle istituzioni avvenuta con procedure democratiche viziate nella sostanza, che hanno prodotto ben tre Presidenti del Consiglio non eletti.

Questo processo di adeguamento si manifesta attraverso l’indebolimento costante del sistema parlamentare, in una progressiva deformazione dell’assetto costituzionale, deviato verso una forma di democrazia plebiscitaria basata sull’onnipotenza della maggioranza e sulla delegittimazione, prima e la neutralizzazione, poi, di quel sistema di limiti, vincoli e controlli che forma la sostanza della democrazia costituzionale.

Un sistema paritario nel quale il Senato elettivo costituisce una garanzia, un contrappeso della Camera.

L’idea elementare che è alla base di questo processo è la dissoluzione della dimensione politica e rappresentativa della democrazia. E’ stato detto, con felice intuizione, che è nata la “democrazia di appropriazione”. (Es.)

Questo, per accennare al processo in atto, nel quale la riforma deve necessariamente essere inquadrata e che ci allontana, in tutta evidenza, dalla forma di Stato edificata sui principi della nostra Costituzione affidati al pluralismo e all’equilibrio fra i poteri. Questa riforma, come l’ha presentata al Senato il Presidente de Consiglio nella sua relazione, serve, soprattutto, ad avvicinarci al modello dell’Unione europea.… i Trattati europei vanno esattamente nella direzione opposta a quella della Costituzione; infatti, all’art. 3 del TUE, tra gli obiettivi dell’Unione Europea si legge chiaramente che la piena occupazione e il progresso sociale sono subordinati alla rigida cornice della stabilità dei prezzi e di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Va da sé che, in queste condizioni il “lavoro” diventa un mero surrogato delle primarie esigenze del capitale internazionale..

.. “la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato”

il mutamento terminologico apportato all’art. 117 Cost. (da “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario” a “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea”), sbandierato dai “riformatori” quale – appunto – mero e ininfluente cambio di terminologia, non rappresenta affatto il precetto che vincola il Paese all’UE a livello costituzionale, essendo il 117 inquadrabile nella cornice più generale di cui all’art. 10 della Costituzione (riassumibile nel principio di diritto internazionale “pacta sunt servanda”). Va da sé che, denunciando i Trattati europei attraverso la leva rappresentata dall’art. 50 TUE, l’art. 117 della Costituzione (attuale o nuova versione) verrebbe esautorato della sua efficacia. Le disposizioni che invece vincolano definitivamente il Paese – PER VIA COSTITUZIONALE – alla sovrastruttura Europea (quindi alla sua normativa e alle sue politiche) sono quelle di cui alla nuova formulazione degli artt. 55 e 70 Cost.

L’attuale riforma costituzionale non è che una tappa, e neppure la più traumatica, del percorso di mutamenti costituzionali che ci verranno inesorabilmente imposti in nome della governance €uropea”. In pratica, ci predispongono a cedere sovranità ulteriormente, fino ai così detti “stati uniti d’europa”, senza necessità di future modifiche della costituzione né referendum.

Voglio significare due concetti: Anzitutto, ai doveri e ai bisogni di ieri, lo Stato italiano poteva adottare nel tempo le sue politiche e opporre i suoi investimenti; oggi, non più.

Siamo stati gettati in una competizione mondiale, aperta, senza più il sostegno delle banche e il coraggio e l’ingegno non bastano più.

In questa Europa, tutto si paga subito e gli investimenti, anche, perché noi, con la moneta unica che non è di proprietà dell’Italia, ma è della Banca europea, che la stampa e ce la presta con un interesse; noi la produzione e gli investimenti li dobbiamo finanziare subito, prendendo gli euro dalle nostre tasche con le tasse o prendendoli a prestito pagando gli interessi. Non c’è più la banca che anticipa il postdatato, peggio e anche grottesco, non c’è più la banca cui affidare il risparmio.

Questa Europa è una presa per i fondelli. Il Bail In significa che quando la banca guadagna, sono soldi suoi, quando perde e fallisce paga con i soldi nostri. La pressione fiscale è oltre il limite. Possiamo solo andare a prestito, creando ulteriore debito pubblico per i nostri figli.

Con la lira, creavamo, invece, il cosiddetto debito sovrano, che non è un vero debito perché si stipula con se stessi, naturalmente, entro certi limiti.

Gli investimenti per favorire la piena occupazione voluta dalla Costituzione erano finanziati così e funzionava, direi, bene, adempiendo, appunto, al dovere costituzionale, perché questo significa l’art. 1 “La Repubblica è fondata sul lavoro.” Questo è il compito della politica e non il pareggio di bilancio!

Oggi stiamo vivendo un ribaltamento di valori epocale che rischia di travolgerci: L’economia detta le regole e non più il diritto. I governi di ieri cercavano di adottare politiche e leggi che indirizzassero l’economia; oggi è l’economia che impone le leggi dei mercati e del profitto ai governi.

Perché questa apparente divagazione? Perché la riforma è stata voluta dalle banche J.P. Morgan o chi che sia, non importa; essa è funzionale alla governance europea, che noi non votiamo!

Accennavo allo scopo della riforma.

Per ammissione del presidente del Consiglio, non è quello di rendere più efficiente la macchina dello Stato, bensì di attuare l’armonizzazione dell’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea.

E’ scritto nella RELAZIONE ILLUSTRATIVA AL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE presentato dal Governo al Senato l’8 aprile 2014. Lo ha detto bene Giuseppe Palma. Altro che risparmio, che maggiore velocità ed efficienza. Ve lo leggo e giudicate voi:

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“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione (la loro!) della governance economica europea” e, poi, “il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno, da ultimo, interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e autonomie territoriali.

Razionalizzare eliminando il fastidio del confronto con i cittadini. Questa è la verità. Il resto sono storie.

L’Unione europea vuole cancellare i nostri diritti perché non è l’espressione dei popoli europei, ma della finanza mondiale. Vuole sempre più potere perché la legge del profitto è contraria allo Stato sociale. Per essa, il welfare, la tutela della salute, le pensioni sono costi che diminuiscono i profitti.

Ebbene, l’Unione europea non ha scelto lo Stato sociale, ma la competitività sui mercati mondiali e più ci avvolge nella sua trama e più vediamo che lo Stato sociale, le conquiste dei lavoratori, prima e, poi, quelle dei cittadini si sgretolano.

Invece, la Costituzione della Repubblica è intessuta su una trama di principi: Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà. Non c’è Libertà senza Dignità e non c’è Dignità senza Lavoro. Della Solidarietà parleremo a parte leggendo l’art.38 della Costituzione: 38. Questi principi sintetizzano, perciò, un unicum che rappresenta la nostra identità, fatta di storia, tradizione, cultura e diritto.

Di fronte all’espansione del diritto comunitario ed all’invasione e da parte sua dell’ordinamento nazionale, le Corti costituzionali italiane e tedesca hannno elaborato la teoria dei “controlimiti”.

In sintesi, vi si afferma che le norme comunitarie non possono violare  i principi fondamentali ed i diritti inviolabili sanciti dalle costituzioni nazionali. La Corte costituzionale italiana ha affermato che le limitazioni della sovranità nazionale consentite dall’art. 11 Cost. e le limitazioni di sovranità, conseguenti alla partecipazione italiana al processo di integrazione europea, non possono comportare un ” inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o i diritti inalienabili della persona umana”.

Perché non vi si fa cenno nella riforma?

Perché diciamo NO? Perché non ci piace questo sistema? Ve lo dico subito: Perché non c’era bisogno di fare una guerra civile per farci comandare da un’oligarchia e scoprire che la democrazia non fa per noi.

E, allora, la Resistenza di oggi si farà con il voto, il 4 dicembre.

Abbiamo compreso che gli obbiettivi della riforma sono principalmente due:

Primo. Ridurre la rappresentatività, la vostra! Si vuole indebolire il Parlamento per evitare il confronto sociale e perché il Governo possa far approvare leggi impopolari non volute dalla maggioranza dei cittadini. Con il controllo della maggioranza della Camera e la riduzione del Senato a né carne né pesce, potrà farlo.

Secondo. La riforma vuole creare le condizioni perché si possa affermare il primato del diritto comunitario sulla Costituzione dei lavoratori. Questo fa capo alla impossibilità di legiferare dando voce a 28 parlamenti in 24 lingue diverse.

Per questo motivo riforma e Italicum devono essere visti insieme.

Con il nuovo Senato la funzione legislativa sarà esercitata da una Camera filogovernativa e da un corpo ristretto in rappresentanza dei consiglieri regionali.

Con tutti i problemi che abbiamo, certamente, nessuno di noi sentiva l’urgenza di revisionare il ruolo e la composizione del Senato e la cd navetta.

Non è certo la minore o maggiore velocità che decide della qualità di un legislatore, ma è la Qualità. Questo corpo normativo è caratterizzato da una così fitta congerie di leggi mal scritte, spesso non articolate in modo organico, che anche l’opera degli addetti ai lavori ne soffre.

La velocità dipende esclusivamente dalla buona volontà dei partiti e dai loro interessi. Lo abbiamo visto e rivisto: sette giorni per la legge Fornero e anni e chissà se mai, per il reato di tortura.

Se non si riformano i partiti, i problemi del legislatore resteranno, sia con il bicameralismo paritario sia con quello imperfetto, sia con il monocameralismo, a meno di non dare al sistema una svolta autoritaria, allontanandoci dalla democrazia.

Affermo, quindi, che non abbiamo bisogno di velocizzare le leggi, che sono fin troppe, ma di rappresentare realmente la volontà del popolo sovrano e di legiferare bene per dare concreta attuazione alla trama dei Principi Costituzionali, in parte disattesa e, in parte e, perciò, molto peggio, contraddetta.

Mi riferisco a due esempi, in particolare, che trovo calzanti: l’art. 38 e l’art. 81 della Costituzione. Per concludere questa nostra chiaccherata, voglio leggerveli:

L’art. 38 che ha rappresentato un ulteriore, effettivo progresso dello Stato sociale, perché (superando le concezioni mutualistiche, espressione nel passato di un rapporto limitato alla cerchia dei soli lavoratori) ha introdotto nell’ordinamento costituzionale una concezione più ampia della sicurezza sociale. In buona sostanza dice che è compito della collettività provvedere alla liberazione dal bisogno di tutti i cittadini. A chi afferma che la Costituzione sia vecchia, oppongo questo articolo, Esso dimostra, invece, che è così moderna da non riuscire ad essere applicata da uno Stato ancora arcaico, in particolare, per quanto riguarda i suoi Enti Territoriali (*). Lo leggo:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

Qui si parla di esigenze di vita e non del profitto.

In pratica, lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate. Fa capo a questo articolo anche la disciplina pensionistica previdenziale e, cosa che credo vi riguardi, la Corte ha ritenuto che, nel quadro di esigenze generali di equilibrio socio-economico, sia costituzionalmente legittima l’esclusione del lavoratore, che abbia raggiunto il massimo dell’età pensionabile, dell’opzione diretta alla prosecuzione del rapporto, a causa della tutela di un interesse prevalente, quale quello dei giovani a trovare un’occupazione che ne favorisca lo sviluppo della personalità e la partecipazione all’organizzazione economica e sociale del paese. Ecco, dunque, che spostare in avanti l’assicella dell’età pensionabile, rappresenta uno dei tanti esempi in cui le esigenze di far quadrare il bilancio con i vincoli europei contrastano con la Costituzione.

Passiamo all’art. 81, che, con la novella del 2012, ha introdotto in Costituzione la regola del Pareggio in Bilancio, cioè il principio per cui l’ordinamento, ad ogni livello (centrale ma anche locale, deve garantire il pareggio tra spesa ed entrate. Il bilancio rappresenta lo strumento necessario per il funzionamento della finanza pubblica: è attraverso il bilancio che si attuano le scelte operate dal governo circa gli obiettivi di politica economica. La riforma è stata imposta a livello costituzionale dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

Con la sottoscrizione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal compact), a marzo 2012, gli Stati membri dell’Unione europea si sono impegnati a introdurre nei propri ordinamenti il principio del pareggio di bilancio.

L’Italia si è allineata alle disposizioni normative comunitarie con l’approvazione della legge costituzionale n. 1/2012, che introduce nell’ordinamento un principio di carattere generale, secondo il quale tutte le amministrazioni pubbliche devono assicurare l’equilibrio tra entrate e spese del bilancio e la sostenibilità del debito, nell’osservanza delle regole dell’Unione europea in materia economico-finanziaria.

1) Cosa significa il pareggio di bilancio in costituzione?

Significa diverse cose. In primo luogo, che da oggi il nostro ordinamento costituzionale si ispira ad una precisa concezione economica, quella neoliberista in salsa tedesca, secondo cui la ricetta per la crescita consiste di 3 elementi: libertà dei mercati, politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia.

Di fatto, viene illegalizzato il keynesismo

Il ricorso all’indebitamento è dunque ammesso solo entro i limiti, ma non solo.

Questa modifica alla Costituzione rende tra l’altro inattivabili i diritti previsti da altri articoli della Costituzione, qualora per dare attuazione ad essi lo Stato debba chiudere in deficit il proprio bilancio. Questo può riguardare, ad esempio, la tutela della salute quale fondamentale diritto dell’individuo, e le garanzie di cure gratuite agli indigenti, previste dall’art. 32 della Costituzione. Oppure il diritto alla gratuità dell’istruzione per gli otto anni della scuola dell’obbligo, o il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (art. 34). O ancora quanto previsto dall’art. 38: “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. In tutti questi casi i tagli necessari al bilancio dello Stato per raggiungere il pareggio possono pregiudicare, ancora di più di quanto già accada oggi, l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti.

Infine, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio impedisce allo Stato di effettuare gli investimenti necessari a migliorare le condizioni generali di produzione (si pensi alle infrastrutture fisiche, a quelle immateriali che consistono nella promozione della ricerca e della conoscenza, e a quelle giuridiche, ossia a un sistema giudiziario ben funzionante), la produttività e la crescita economica. Questo è molto grave, perché introduce un ulteriore vincolo in un periodo delicatissimo della vita economica di questo Paese.

Tutto questo è coerente con la riforma, ma perché, se si vuole l’integrazione dei 28 stati europei, l’Italia deve essere indebolita svendendo i suoi assetti strategici , quelli pregiati e i servizi essenziali? Questo per ridurre il debito pubblico che vola senza controllo? A quali interessi fa capo questo Governo? Per vendere i servizi essenziali è necessario prima riformare il Titolo V. Provarono, perciò, a demolire la procedura aggravata dell’ art. 138, quella che da anche valore giuridico ai principi. Sembrava cosa fatta e, allora, come oggi, misero in vetrina i servizi pubblici da vendere, ma alcuni benemeriti deputati lo salvarono. La Costituzione fu scritta da onest’uomini e attribuisce ai rappresentanti delle istituzioni troppa fiducia e protezione. Penso all’immunità degli eletti dal popolo verso il sovrano; ma che senso ha, oggi che il sovrano non è più il re, ma lo stesso popolo?

831.-MEDIO ORIENTE: LO SMEMBRAMENTO GIÀ PROGRAMMATO DA MOLTO TEMPO

Maurizio Blondet, di L. Garofoli

Già dalla seconda metà del diciannovesimo secolo le allora nazioni egemoni mondiali, tutte europee, stavano cercando di dare un senso a quale realmente fosse l’importanza del Medio Oriente. Dopo che in quella parte di mondo furono scoperti i più grandi giacimenti di petrolio esistenti, il suo totale controllo divenne essenziale per lo sviluppo economico futuro delle grandi potenze, ma soprattutto per il mantenimento della loro potenza politica e militare nel mondo. Ma sul controllo della regione aumentarono immediatamente anche le mire di altre nazioni “emergenti” che avevano come obiettivo, sia quello di crescere come importanza mondiale, sia anche quello di diventare le uniche a poter dominare l’area.

Gli Stati Uniti erano ovviamente in prima linea.

Allo scoppio della Grande Guerra, l’opportunità che si presentò loro fu davvero immensa e gli americani giocarono le loro carte molto bene. Innanzitutto cominciarono con il far lavorare a pieno regime la loro industria pesante ed a fare buoni affari con tutti i belligeranti, ma soprattutto calarono il loro asso sfruttando sapientemente, l’immensa capacità finanziaria: prestare soldi fu la mossa vincente. Quando gli eserciti in conflitto arrivarono ad una empasse che avrebbe portato, dritto dritto, all’esaurimento ed allo sfinimento delle nazioni belligeranti, furono le Massonerie internazionali, largamente dominate dall’elemento americano, ad imporre il loro volere con il Convento di Strasburgo: niente mediazioni, nessun tentativo di risoluzione del conflitto attraverso trattative di pace!

Il tentativo dei principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, ispirato e sostenuto da Benedetto XV, fu fatto fallire: la guerra sarebbe terminata soltanto con la resa incondizionata degli Imperi Centrali! Ma restava da risolvere il grave problema di come far pendere la bilancia dalla parte dell’Intesa, cosa non da poco.

Proprio a questo punto, scende in campo il più grande banchiere americano e mondiale, Lord Lionel Walter Rothschild, il quale incontra il Ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica Lord Balfour: Rothschild promette al Ministro degli Esteri britannico, che se lui capo della diplomazia inglese, si fosse impegnato formalmente a stilare una dichiarazione che avesse riconosciuto, agli Ebrei, il diritto di poter creare uno stato ebraico in Palestina, lui stesso si sarebbe formalmente impegnato a far sì che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra a fianco dell’Intesa.

Il testo della Dichiarazione Balfour:

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Così avvenne puntualmente!

In realtà il capo della diplomazia britannica fu molto vago nello stilare il documento, a cui non dava assolutamente alcun tipo di importanza formale.

Prova ne sia che, appena terminata la guerra, Francesi ed Inglesi si misero all’opera per insediarsi saldamente in Medio Oriente spartendoselo: le due potenze europee stabilirono, con l’arroganza dei vincitori, confini destinati a creare ancora oggi, seri problemi nell’area: il merito di aver tracciato questi confini va al britannico Sir Mark Sykes e al francese François Georges-Picot).

Da quel momento l’attenzione americana sulla zona è andata aumentando sempre di più, dopo il termine della seconda guerra mondiale la cosa ha assunto connotati sempre più evidenti ed il controllo dell’intera area è diventato, per gli americani, una vera e propria ossessione. Due erano gli stati su cui puntavano tantissimo: l’Arabia Saudita e l’Iran, retto dallo scià Reza Pahlavi. Di errori ne hanno fatti tantissimi come quello di favorire l’ascesa di Nasser e Neghib in Egitto in funzione antibritannica, poi di lasciarli in mano ai Russi; poi di aver tradito ed abbandonato lo Scià e soprattutto di aver creato un legame sempre crescente ed esclusivo con Israele a scapito di tutti gli altri stati medio orientali, Arabia Saudita esclusa.

Poi con un’inversione a 360°, la strategia statunitense è completamente cambiata soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq: si punta ora ad una totale destrutturazione dell’area ed allo stravolgimento della carta geografica di tutto il Medio Oriente.

Hanno cominciato con la Siria, poi la rivolta “democratica” (forse più integralista che democratica e poi della peggior specie di integralismo) ha causato il fenomeno delle primavere arabe contagiando l’Egitto, lo Yemen, la Tunisia che, lungi da rafforzare, in questi paesi, la democrazia ha favorito l’ascesa di fazioni esacerbate e totalmente antitetiche tra loro. Quando la rivolta si estende all’Oman ed al Bahrein i sauditi intervengono militarmente ed il 14 marzo 2011 chiudono la partita reprimendo la rivolta “spontanea” nel sangue.

Come se non bastasse a creare ancora maggior confusione ci si mette anche quel “genio della lampada” di Sarkozy, il quale, pur di far dispetto all’Italia, si inventa di abbattere il regime di Gheddafi in Libia.

A questo punto tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

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ralph_peters_solution_to_mideastRobin Wright, autrice dell’articolo del New York Times

La mappa, ipotetica, mostra come evolverebbe, al termine del caotico terremoto in corso, l’area: dai cinque paesi attuali (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita) ne verrebbero fuori quattordici. Senza calcolare la possibilità della eventuale creazione di una città Stato: Misurata. Quindi, in ultima analisi, secondo il pensiero di Tariq Ramadan, la rivolta siriana, inizialmente la meno prevedibile di tutte, avrebbe soltanto moltiplicato, nella regione, i fronti, le contrapposizioni ed anche, purtroppo, i rischi, il caos e le stragi.

Il frazionamento del Medio Oriente permetterebbe, di poter essere meglio controllato da parte di Washington. Entrambe le carte seguono la stessa logica: scindere in più parti gli Stati mussulmani più potenti della regione, creando delle unità più piccole, sfruttando a questo scopo, le differenze religiose, etniche e tribali esistenti.

La prima carta interessa una vasta area che, partendo dal Nord Africa, arriva fino al Pakistan.

La seconda, invece, quella edita dal New York Times, la zona interessata a questo tipo di frazionamento, è quella compresa tra la Libia ed il Golfo Persico : l’asse davvero portante di tutte le ̋preoccupazioni ˝ americane.

L’Institute of Peace and the Wilson Center, è uno dei tanti che compongono quella galassia di istituzioni, fondazioni, Onlus finanziati dalle grandi fondazioni americane, o dai grandi magnati ˝ liberals ̋. Essi hanno per unico loro scopo, la manipolazione di forze politiche di opposizione all’interno di molti stati, a varie latitudini.

Le due rappresentazioni cartografiche si sovrappongono pienamente, come per incanto, specialmente nella parte più strategicamente sensibile della regione: quella che comprende la cosiddetta Mezzaluna Fertile[1] e la penisola arabica. Come abbiamo già accennato prima la logica è la stessa: dividere gli Stati musulmani e soltanto questi, utilizzando tutte quelle possibili fratture che in essi possano sussistere. Siamo portati a credere che la differenza tra le due carte ed i due eventuali scenari, non sono altro che delle varianti e delle correzioni apportate in itinere, tenendo conto dei fatti che si sono svolti di cui gli autori hanno preso atto man mano che questa strategia veniva posta in essere.

slide_2Cartina della Mezzaluna Fertile..

A ben pensarci, tutto era iniziato con l’occupazione dell’Iraq, posta in essere nel marzo del 2003, da parte degli Americani: va da sè che la cartina pubblicata nel 2006, era stata concepita ben prima di questa data, dagli strateghi del Dipartimento di Stato e del Pentagono e prudentemente tenuta segreta.

L’odio tra sunniti e sciiti, era perseguito scientemente dal governo iracheno a maggioranza sciita e totalmente impegnato nell’accaparrare, alla propria comunità, il più largo potere possibile. E’ questa forse la causa più credibile dello smembramento in atto in Iraq. Questo smembramento, de facto, in tre parti, avveniva mentre sunniti e sciiti erano troppo occupati a fronteggiarsi gli uni contro gli altri, lasciando ai Curdi la possibilità di diventare praticamente indipendenti.

Ma il nascente piano subisce una improvvisa battuta di arresto a causa della inattesa resistenza posta in essere dal regime siriano di Assad. Dunque si è dovuto concedere, come chiaramente appare nella seconda carta, oltre alla enclave aluita già prevista, anche tutta la parte occidentale del paese tra cui Damasco. La nuova Siria, secondo i piani e gli intenti americani, non doveva essere assolutamente guidata da Assad : qui a sparigliare le carte nella crisi siriana interviene, come un ciclone, Putin che rallenta e quasi fa fallire i piani di destabilizzazione concepiti dagli USA.

Oggi tutto questo assume una secondaria importanza: in Siria come in Iraq filo governativi e anti governativi, permettono ai Curdi di governare, come essi vogliono, in quella parte di territorio che controllano, anche e soprattutto sotto il punto di vista militare. Ma i Peshmerga non sono assolutamente in grado di condurre, al posto degli Americani, ˝ operazioni umanitarie ˝ rilevanti, per poter mettere fine alle stragi, alle deportazioni, alle riduzione in stato di schiavitù ed alle persecuzioni perpetrate dal Califfato, contro le popolazioni cristiane caldee e contro gli Yazidi. I Curdi non posseggono armamenti pesanti ed adeguati mezzi aerei, gli Americani non glieli hanno mai voluti fornire, per evitare reazioni stizzite da parte della Turchia e dell’Iran : ora non possono pretendere che altri caccino le castagne dal fuoco al loro posto, evitando così il diretto coinvolgimento in situazioni volute e create dalle strategie sbagliate realizzate dal Pentagono.[2]

A questo punto torniamo all’attualità. Vista la situazione è sembrata essere un’opportunità auspicabile, per i servizi americani, unire i sunniti dei due Stati arabi frazionati, in un solo blocco, una specie di ˝ Sunnistan ̋ : il tutto con il preciso intento, di rinforzare questi due gruppi ribelli al governo centrale, in modo tale da rendere vane le frontiere e dunque cancellarle meglio.

Ci troviamo pertanto nella fase in cui i servizi americani (ed ovviamente anche quelli israeliani) favoriscono la costituzione, nel modo più veloce possibile, di questo ̋Sunnistan ˝. Devono, quindi, aiutare, con tutti i mezzi, la creazione di un esercito dell’emirato islamico (in cui in questo momento la fiamma religiosa è molto più forte e dinamica di quella etnica) cercando di creare e stabilizzare l’ISIS o Emirato islamico dell’Iraq e del Levante. In quest’ottica si spiegano le incertezze, o peggio il disinteresse, del presidente Obama nel porre in essere un’azione di interdizione che fermi queste forze violente e sanguinarie che spadroneggiano nella regione.

La rapidità fulminea con la quale si sono svolti i fatti ricorda molto da vicino la velocità improvvisa ed ˝ inesplicabile ̋ dell’avanzata delle truppe croato-mussulmane in Bosnia nel 1990 ai danni dei Serbi. Il blitz permise di raggiungere quella linea, che soltanto in seguito, si scoprì essere stata preventivamente concordata, per permettere ad ognuno dei beligeranti di poter entrare in possesso della metà del territorio.

Quanto alle prossime mosse esse sono quasi imprevedibili: rispetto a quanto presentato dalle cartine pubblicate ed in modo particolare nella seconda, quella cioè di Robin Wright.

Assistiamo alla solita fasulla pantomima iscenata dagli Americani che fanno intervenire i loro caccia bombardieri impiegandoli in delle azioni dimostrative di nessun valore, ma che, adeguatamente propagandate, rafforzano l’immagine della grande potenza sempre sensibile ai diritti umani di tutti : fossero anche quelli dei cattolici, ma, in questo caso con estrema moderazione, si intende.

Quanto ai Curdi sarà molto più conveniente unire gli stati che di fatto esistono nel Nord della Siria e nel nord dell’Iraq sotto il loro controllo diretto creando un’unica entità nazionale, ma tutto ciò in modo molto discreto e progressivo, nel timore di provocare una reazione da parte della Turchia scomoda confinante, estremamente sensibile su questa questione.

Si cercherà anche, con tutti i mezzi di dividere in due lo Yemen ora ridiventato da parecchi anni una sola nazione. Yemen che era stato messo un po’ nel dimenticatoio dopo la spartizione creata, come al solito, in maniera fantasiosa dall’occupazione britannica del sud della penisola arabica.

E adesso viene la parte più delicata del piano, cioè quella che riguarda l’Arabia Saudita.

Fedele e sicuro alleato da sempre degli Stati Uniti, costantemente pronto a mediare, a spianare la strada ai superiori Americani : un altro stato suzerain americano. Ma soprattutto sempre pronta l’Arabia Saudita, a calmierare il prezzo del petrolio che permette agli statunitensi di poter continuare a scorazzare con i loro Suv dalle cilindrate da mezzi corazzati, ma con dentro tanto spazio per il surf, la bicicletta ed, orribile dictu, anche per i bambini quei pochissimi, che ancora nascono a quelle latitudini nelle maniere più strane e difformi dal naturale!

Non dimentichiamo che dietro tutto questo vasto progetto ci sono i milioni di dollari che i sauditi profondono alle varie organizzazioni fondamentaliste islamiche, in nome anche di quella fratellanza Waabita, che è un po’ il collante e la base storica della nascita dello stato dominato dalla dinastia Saud. Questa massa di dollari prendono sia la strada del Nord Africa, sia quella della Siria, sia ovviamente quella dell’Iraq e dell’Afghanistan, o dell’Europa, spesso con il precipuo scopo di arginare, se non cancellare, gli apostati sciiti iraniani che oltre tutto, sotto il profilo genetico, non sono nemmeno arabi.

Il nord della penisola arabica verrebbe aggregato alla Giordania in cambio dell’accettazione, da parte di re Abdallah II, di riprendersi in carico un cosistente numero di palestinesi, individui senza terra e senza pace, braccati, come animali da macello, dai tank e dalla aviazione israeliana a Gaza. Oppure isolati, come appestati, o come paria, da un muro di cemento armato lungo centinaia di chilometri in Palestina.

Ma c’è di più: l’ossessione americana per il controllo di tutti i territori dove ci siano consistenti giacimenti petroliferi, porterebbe alla unione della provincia costiera di Hassa con il sud dell’Iraq ed il sud ovest dell’Iran arabofono in un nuovo stato arabo sciita sempre sotto il controllo della dinastia Saudita. Ricordiamo che la provincia costiera di Hassa racchiude, nel proprio sottosuolo, la quasi totalità delle risorse petrolifere ad oggi conosciute e mappate, dell’attuale regno saudita.

La cosa sarebbe ancora più grave in quanto il successore del novantenne e malato attuale re Abd Allah non è ancora chiaro chi sarà, forse il potentissimo principe Bin Sultan, molto legato ai servizi americani, ma non è pacifico che questo avvenga, senza scatenare un sanguinoso regolamento di conti all’interno della famiglia reale: in passato questo scontro per la supremazia della dinastia è già accaduto provocando un bagno di sangue.

Più drammatico ed ancora più traumatico, sotto l’aspetto del prestigio, sarebbe la creazione di un ” Vaticano islamico ” che, tra i propri confini, contenesse la presenza delle due maggiori città sante dell’Islam la Mecca e Medina.

E qui la cosa diventerebbe addirittura non solo complessa, ma molto rischiosa in quanto il neo Stato, prevederebbe non uno stabile governo, ma un’alternanza governativa di differenti gruppi musulmani. La presidenza del medesimo potrebbe essere assunta, a turno, anche dai detestati sciiti (arabi, o peggio ancora iraniani), oppure dagli indonesiani che mangiano carne suina, o dai falsi arabi del Maghreb, o peggio ancora dai neri discendenti degli schiavi.

Come questo coacervo di forze possano coesistere è pura follia soltanto pensarlo, ma gli “Amerikani” amano molto destabilizzare e destrutturare tutto ciò che può essere monolitico e solidissimo, con un occhio sempre attento anche a destrutturare qualsiasi tipo di fede religiosa, ritenuta nei principi massonici molto pericolosa in quanto troppo dogmatica, o integralista.

Forse, alla fine, la soluzione finale potrebbe essere quella di insediare in questo stato, a forte connotazione religiosa, una setta integralista waabita o magari farne grazioso omaggio alla famiglia Bin Laden, considerata la fedeltà dimostrata ed i miliardari affari che hanno sempre intrattenuto con gli Americani in tanti campi di diversa natura economica : petrolio, banche, oleodotti, costruzioni. Del resto la pecora nera della famiglia, quella testa calda di Bin, giace su un fondale in un punto segreto dell’Oeceano Indiano e quelli che esistono ancora sono tutta brava gente, tutta affari ed amicizia con gli USA.

A questa situazione già ingarbugliata, quasi a voler aggiungere un buon peso, una porzione del sud ovest dell’attuale regno saudita potrebbe andare ad ingrandire lo Yemen.

Sembra che chi, nell’ombra crea queste trame strategiche molto complesse e criminali, abbia ben compreso che tutti i sudditi sauditi, compresi coloro i quali si oppongono, molto fortemente, alla casta principesca del regime autoritario e fortemente caratterizzato da un punto di vista religioso, si sentirebbero umiliati dall’essere aggregati a degli Stati confinanti. Stati che essi guardano dall’alto verso il basso. Come, per esempio, la Giordania che la dinastia Saudita ha rinnegato da tempo usurpando al re di Giordania la custodia dei luoghi santi dell’Islam, oppure come l’Iraq dilaniato dalla guerra, o lo Yemen economicamente molto arretrato.

La nuova carta geografica ha come obiettivo la spartizione dell’Arabia Saudita in cinque entità statuali, ma non di meno traspare chiaramente che chi ha creato questa nuova cartina geopoliticamente molto scorretta, abbia privilegiato soltanto una logica di carattere tribale. Appare chiaro anche che, nonostante tutto, Ryad sarà privata del suo sbocco al mare.

Insomma questo piano è ancora tutto da realizzare. Secondo fonti bene informate, il clan familiare dei principi sauditi, ancora molto potenti e fortemente compatti ed uniti (condizione questa essenziale per poter continuare a sopravvivere nella regione), pur essendo coscienti di ciò che viene preparato, non hanno proprio del tutto l’intenzione di cedere e lasciar fare agli americani senza opporre una forte resistenza, o perlomeno, a ricavarne il massimo di profitto economico.

Da ultimo la Libia : il caos seguito alla eliminazione, democraticamente ̋semi violenta˝, del colonnello Gheddafi, ha dovuto tenere in considerazione, le istanze separatiste della regione di Bengasi. In Libia coesistono, molto male, due tribù etnicamente distinte : i Tripolitani, più orientati verso il Maghreb ed al mondo islamico filo occidentale ed i Cirenaici rivolti, invece, all’islam orientale. Nemici giurati culturalmente, ma anche economicamente, dei primi, giacchè sin dai tempi di Gheddafi, la capitale gestiva gli introiti del petrolio proveniente all’80% dalla Cirenaica.

Il futuro prevede una Libia smembrata in due o tre parti: a giugno il Consiglio Nazionale della Cirenaica, ha già dichiarato la propria “autonomia”. Il terzo moncone potrebbe essere il Fezzan dove coesistono etnie e tribù assolutamente diverse da quelli della Tripolitania e della Cirenaica.

Noi italiani lo sappiamo bene: dopo l’annessione del 1912, una lunga guerriglia continuò usurante e strisciante, fino a quando Mussolini nominò governatore della Libia il generale Graziani che riuscì a vincere la resistenza e a riunificare il paese, anche facendo ricorso alle maniere forti, le uniche che dettero dei risultati pratici. Ciliegina sulla torta alla tripartizione territoriale suddetta, si aggiungerà la creazione di una città stato, o un porto franco, ancora non è dato a sapere, che dovrebbe riguardare la città di Misurata: in base a quale logica, od obiettivo, nessuno sa dare spiegazioni plausibili o razionali. Tutto resta coperto da un velo matematico spesso ed esotericamente consistente!

Statene certi che i progetti hanno sempre una riserva mentale, o un piano B: se, per esempio, venissero scoperti altri giacimenti petroliferi, gli Americani sarebbero pronti a scatenare ancora di più il caos per poter controllare, attraverso la vecchissima politica romana del divide et impera, o a quella più “umanista” e massonicamente democratica dell’Ordo ab Chao, la nuova situazione che verrebbe a concretizzarsi.

Basta saper controllare il caos ed avere la possibilità di ristabilire un ferreo ordine gerarchico selettivo. Intanto divisioni, guerra civile, rivalità tribali e religiose, o tutto quello che vogliamo, non impediscono assolutamente l’arrivo in Libia di disperati da ogni parte dell’Africa sub Sahariana, dal Medio Oriente e perfino dal sub continente indiano.

Gente che percorre migliaia di chilometri, non si sa con quali mezzi, che paga dai 1500 euro in su il prezzo della loro fuga verso un miraggio di benessere e di tranquillità che non troverà mai. C’è da domandarsi chi mette a disposizione simili somme che sarebbero delle vere e proprie fortune in quei paesi, ma soprattutto costoro non potrebbero imbarcarsi comodamente su un volo di linea ed arrivare a destinazione con dei rischi molto più bassi e con un viaggio molto meno pericoloso? Forse che arrivati a destinazione, non potrebbero fare, comunque, domanda di asilo politico ed ottenere lo stesso lo status di rifugiati politici?

Mistero dei misteri!!!

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Ma nonostante tutto dalle coste libiche i barconi della morte continuano a salpare verso le nostre coste senza che nessuno, colà, muova un dito e, cosa ancora più scandalosa ed inquietante, senza che nessuno da noi provi nemmeno ad alzare una voce di dissenso per fermare questo scempio.

Non bastano di certo le corone di fiori gettate dal Pontefice in mare a Lampedusa, o le chiacchiere ferragostane dl Ministro degli Interni Alfano rivolte ad una UE sorda ed insensibile per fermare questo genocidio e questo oltraggio alla dignità umana. Tra poco anche da noi, come successo in Francia e sta succedendo nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, cominceranno a manifestarsi focolai di ribellione e problemi gravi di ordine pubblico. La retorica dell’accoglienza verrà spazzata via da una rabbia incontrollata o da una cieca ed inarrestabile reazione violenta a questo diktat, di chi vuol cancellare, oltre che le frontiere naturali, anche ogni traccia di civiltà passata che possa ricordare una diversa impostazione di vita e di gestire il proprio futuro, in maniera difforme da quello che, le centrali mondialiste, hanno disegnato per creare una massa di schiavi, senza più storia, senza speranza e senza domani.

[1] Il termine “Mezzaluna Fertile” fu coniato negli anni venti dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago. è una regione storica del Medio Oriente che include la Mesopotamia, il Levante e l’Antico Egitto:quella valle fertilissima dai quattro grandi fiumi Nilo, Giordano, Tigri ed Eufrate. La regione dal Neolitico fino all’Età del ferro vide il nascere delle più grandi civiltà umane. In essa si istallarono i Sumeri creandovi la prima civiltà sedentaria della storia umana, circa cinquemila anni prima di Cristo. A ben vedere, il territorio corrisponde perfettamente alle parole di Theodor Hertzel quando preconizzava la creazione “di un grande stato ebraico tra il Nilo e l’Eufrate”.
[2] Per salvare la faccia, gli Americani, ordinano ai loro lacchè europei di rifornire loro di armi i Curdi. In questo modo qualsiasi tipo di responsabilità politica o economica ricadrà sopra di loro, mentre gli USA non potranno essere accusati da Turchia ed Iran di essere intervenuti in maniera diretta. Quasi tutti gli stati della UE aderiranno. Ultimo particolare: chi pagherà la fornitura di armi? Gli Americani no di certo, quindi il peso ricadrà, statene certi, unicamente sui già martoriati contribuenti del vecchio continente. Cornuti e bastonati!!

830.-Francia e Turchia contro i curdi

 

 

unknown     di Thierry Meyssan

Thierry Meyssan, intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica. Da Réseau International, traduzione libera di Mario Donnini

L’analisi di Meyssan va letta alla luce del più ampio piano di politica estera proseguito, fino a ieri, da Obama e dalla Clinton: destabilizzare a ogni costo la Siria e il Medio Oriente. È infatti dal 2011 che l’America ha addestrato, non solo in Turchia, ribelli, più o meno moderati, per combattere contro Assad. Il risultato è stato disastroso: una rivoluzione, più o meno, anzi, molto poco spontanea, si è tramutata in una guerra civile che ha fatto centinaia di migliaia di morti. Gli USA miravano e mireranno ancora a destabilizzare l’Ue con una invasione mai verificatasi di profughi ed in secondo tempo a dominare tutte le risorse energetiche. L’immagine che segue riporta a un necessario passo indietro.

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1/05/2015. Il quotidiano turco Hurriyet scrive che, in Turchia, sono arrivati 123 soldati americani per addestrare i ribelli moderati siriani che combattono contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad. Circa 80 militari americani hanno raggiunto la base aerea di Adana, mentre altri sono stati trasferiti nella base di Hirfanli, nella provincia di Kirseir.

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Le Kurde syrien Salih Muslim, collaborateur du président Erdoğan, a conduit une partie de sa communauté à la défaite. Il tente aujourd’hui de se racheter et a été placé sous mandat d’arrêt par Ankara.

I media occidentali non riescono a spiegare le guerre che scuotono la “Questione d’Oriente” perché rifiutano di considerarle a livello regionale. Invece di discutere se gli eventi in Siria siano una rivoluzione, una guerra civile o un’aggressione o se la repressione in Turchia sia giustificata o meno, Thierry Meyssan ci offre una diversa lettura dei fatti attraverso l’esempio dei curdi.

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I media occidentali trattano gli eventi in Medio Oriente Stato per Stato. I loro lettori, che sono in gran parte all’oscuro della storia di questa regione, non ne sono sorpresi, ma non riescono a capire questa “Questione d’Oriente” e la sua guerra perpetua.

Ma il Medio Oriente, per esempio, non è in alcun modo paragonabile all’Europa, ma piuttosto all’Africa, perché i suoi confini non sono stati basati su realtà geografiche, ma sulle scelte delle potenze coloniali. Durante il secolo scorso, gli Stati del Medio Oriente hanno cercato di trarre dei veri popoli dalle loro popolazioni. Alla fine, ci sono riusciti solo l’Egitto, la Siria e l’Iraq.

Negli ultimi cinque anni, la stampa occidentale ha accreditato una presunta “rivoluzione democratica” in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, una cosiddetta “interferenza iraniana” in Bahrain, Libano e Yemen e il “terrorismo” in Iraq. Al contrario, nella regione, tutte le forze coinvolte, con la sola eccezione delle petro-dittature del Golfo, hanno contestato questa lettura degli eventi e hanno presentato una interpretazione completamente diversa  a livello regionale.

Prendo ad esempio, il monitoraggio della situazione dei curdi. Potrei spiegare qui anche la situazione del Daesh, ma questo secondo esempio potrebbe essere ancora più difficile da digerire per i miei lettori occidentali.

Secondo la stampa occidentale, i curdi vivono felicemente in Iraq, dove hanno un’autonomia pressoché totale all’interno di un sistema federale fortunatamente imposto dagli Stati Uniti. Combattono in Siria sia contro la dittatura alawita della famiglia Assad sia contro l’oppressione sunnita estremista del Daesh. Sono, poi, eccessivamente repressi in Turchia. Tuttavia, essi sono un popolo che può vantare il diritto ad uno Stato indipendente in Siria, ma non in Turchia.

Per i curdi, in particolare, la realtà è diversa.

I curdi hanno una cultura comune, ma non hanno la stessa lingua o la stessa storia. In poche parole, quelli dell’Iraq erano generalmente pro-USA durante la Guerra Fredda, quelli della Turchia e della Siria sono stati filo-sovietici. Gli Stati Uniti, preoccupati per il forte sostegno popolare per l’URSS in Turchia, hanno, dapprima, favorito l’emigrazione verso la Germania, in modo che i turchi non fossero tentati di rompere con la NATO e hanno, poi, incoraggiato la repressione dei curdi del PKK. Durante la guerra civile degli anni ’80, centinaia di migliaia di curdi turchi fuggirono in Siria con il loro leader, Abdullah Öcallan e lì hanno trovato protezione. Nel 2011, hanno preso la nazionalità siriana.

Ora veniamo al nocciolo della questione. Nessuno ha parlato di questione curda durante la prima guerra in Siria, che voleva estendervi la “primavera araba”, usando le tecniche delle guerre 4a generazione. Tutto è iniziato, lentamente, a partire dalla guerra della Siria, che principia con la Conferenza dei sedicenti “Amici della Siria”, di Parigi, nel luglio 2012.

Le dichiarazioni dei leader dei paesi della NATO hanno lasciato intendere che la Repubblica Araba Siriana sarebbe stata presto destabilizzata e che i Fratelli Musulmani avrebbe preso il potere, come avevano fatto in Tunisia, in Libia e in Egitto. La Turchia ha pertanto invitato la gente dei paesi del Nord a tornare a casa perché avrebbe garantito un rifugio per la “rivoluzione”. Nel mese di settembre, venne nominato “wali” Veysel Dalmaz, vale a dire un prefetto turco – ma questo termine proviene dal periodo ottomano ed evoca il dominio del Sultano-. Sotto la diretta autorità del primo ministro Erdogan, costui ha distribuito miliardi di dollari messi a disposizione per i “rifugiati” dalle petro-dittature.

Al momento, fu chiaro che era in atto un tentativo di indebolire la Siria, ma nessuno capì la vera motivazione alla base di questo trasferimento di popolazione. Eppure una quasi ambasciatore Samantha Power, Kelly M. Greenhill, aveva pubblicato un articolo accademico “L’ingénierie stratégique des migrations comme arme de guerre (Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy), che avrebbe dovuto richiamare l’attenzione. Quattro anni fa,  la Turchia ha costruito nuove città per ospitare i siriani, ma stranamente non le  ha consegnate. Sono sempre vuote. Ankara ha iniziato la classificazione dei profughi in base alle loro opinioni politiche e li ha mantenuti nei campi dove potevano ricevere un addestramento militare prima di essere inviati a combattere per la loro causa, oppure, li mescolava alla sua popolazione e, in questo caso, ne sfruttava il lavoro.

Nel nord della Siria, la gente rimasta era principalmente cristiana, curda e turcomanna. Questi sono andati in massa al servizio della Turchia, dove sono stati supervisionati da “lupi grigi”, vale a dire da una milizia fascista creata nel 1968 per conto della NATO. Da parte sua, Damasco ha creato una milizia curdo cristiana per garantire la sicurezza del territorio. Per due anni, tutti i curdi siriani hanno combattuto agli ordini della Repubblica araba siriana.

Tradendo Abdullah Öcallan -il fondatore del PKK – e i suoi fratelli curdi, uno di loro, il siriano Salih Muslim, ha ristabilito i rapporti con la Turchia, malgrado questa avesse massacrato una parte della sua famiglia negli anni ’80; si è segretamente incontrato con il Presidente Erdoğan  e Hollande, 31 ottobre 2014 all’Eliseo e ha stretto un patto con loro. La Francia e la Turchia si sono impegnate a riconoscere uno stato indipendente nel nord della Siria con lui stesso come presidente. In cambio, avrebbe “ripulito” la terra massacrando la sua popolazione cristiana, come fecero altri curdi, un secolo fa, massacrando i cristiani in nome degli Ottomani. Poi ha dovuto accettare l’espulsione dei membri del PKK turco sul suo territorio, che siriani rifugiati sunniti sostituirebbero nelle zone curde della Turchia.

Questo piano ha una lunga storia: è stato scritto da Ahmet Davutoglu e dal suo omologo francese Alain Juppé nel 2011, prima dell’entrata in guerra della Turchia contro la Libia e prima degli avvenimenti che hanno interessato la Siria. Era stato adottato pubblicamente dal Pentagono nel settembre 2013, quando Robin Wright pubblicò sul New York Times la mappa dello stato futuro, che doveva diventare il Califfato Daesh.

A questo punto, sovviene Blondet e tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

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Questo primo Stato si sarebbe chiamato “Kurdistan”, quindi non avrebbe compreso affatto il territorio del Kurdistan storic, come fu specificato dalla Commissione re-Crane (1919) e fu riconosciuto dalla conferenza di Sèvres (1920). Il secondo Stato si sarebbe chiamato “Sunnistan” e sarebbe stato a cavallo tra l’Iraq e la Siria, in ultima analisi, sul taglio della “Via della Seta”.

L’intesa anglo-francese del 1916 fu una dura lezione della storia nata dall’imperialismo occidentale. La tentazione, e forse la necessità, di disegnare cento anni dopo nuove frontiere è ancora fortissima e non è difficile capirne i motivi: almeno quattro stati della regione – Siria, Iraq, Yemen e Libia – sono in fase di disgregazione con eventi così devastanti ed epocali che sembrano costituire un vendetta postuma contro quell’accordo di Sykes-Picot”, un diplomatico britannico, orientalista di lungo corso, e un francese, firmato il 16 maggio 1916 per spartire l’impero ottomano. 

Questo piano aveva degli obiettivi già del sultano Abdulhamid II, dei Giovani Turchi e del trattato di Losanna (1923): creare una Turchia esclusivamente sunnita ed espellere o massacrare tutte le altre popolazioni. Ed è proprio per evitare che si realizzasse questo piano e condannare coloro che ne avevano iniziato la realizzazione, massacrando gli armeni e i greci del Ponto, che Raphael Lemkins creò il concetto di “genocidio”; un concetto che si applica, quindi, oggi, alle responsabilità di MM. Juppé & Hollande come a quelle dei signori MM Davutoğlu e Erdoğan.

Si prega di non fraintendere ciò che scrivo: cioè come se Parigi e Ankara volessero creare una Turchia esclusivamente sunnita, che è quello cui si oppone la maggior parte dei sunniti. È proprio anche per questo che stiamo assistendo ad una feroce repressione sia in Turchia che nel Califfato di Daesh.

Nel mese di luglio 2015, il governo Erdogan ha fatto compiere un attentato a Daesh Suruç (Turchia), uccidendo indifferentemente i curdi e gli aleviti locali- equivalenti di syriens – alawiti, che avevano manifestato il loro sostegno per la Repubblica araba siriana. E’ così che ha abrogato il cessate il fuoco del 1999. Allo stesso tempo, ha tagliato le forniture energetiche ad una specifica parte di profughi siriani. Questo è stato l’inizio della esecuzione del piano da parte turca. E l’inizio della discesa agli inferi della Turchia.

Nel mese di agosto, la Turchia ha spinto i rifugiati siriani, che hanno potuto avere a disposizione più risorse, a fuggire verso l’Unione europea. Nel mese di ottobre, la Siria, gli uomini Salih musulmani hanno attaccato le comunità cristiane assire e hanno cercato di forzare le loro scuole kurdiser, mentre in Turchia, l’AKP Erdoğan ha licenziato 128 hotlines politiche del HDP filo-curdo e più di 300 imprese gestite da curdi. Le forze speciali turche hanno massacrato più di 2.000 curdi turchi e, in parte, hanno raso al suolo le città di Cizre e Silopi. Se i nostri lettori hanno seguito questi fatti come voi, i media occidentali non li hanno trattati, se non solo all’inizio e più di un anno dopo, per ricordare il martirio di Cizre e Silopi.

Con l’aiuto di Massoud Barzani -il Presidente “per la vita” Kurdistan irakien- Salih Muslim ha imposto l’arruolamento dei giovani curdi siriani per aumentare le sue truppe e stabilire un regno di terrore. Ancora una volta, i media occidentali hanno taciuto, preferendo evocare romanticamente la creazione dello Stato di Rojava. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi giovani siriani si ribellò e si unì alle Forze di Difesa siriane.

Nello scorso settembre 2016, il presidente Erdogan ha annunciato che la Turchia avrebbe naturalizzato parte dei profughi siriani che permangono nel suo paese, in pratica, esclusivamente coloro che sostengono il progetto di una Turchia sunnita. Egli offrirà loro gli appartamenti che aveva costruito quattro anni fa e che, tuttora, sono in loro attesa.

Preso tra le sue ambizioni personali e la solidarietà dei suoi soldati per i loro fratelli turchi, il collaborazionista Salih Muslim si è ribellato ad Ankara, che, nel mese di novembre, ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Dopo aver ricevuto il segretario generale della NATO, il Presidente Erdogan ha annunciato che avrebbe “rinegoziato” il Trattato di Losanna. Egli intende annettersi le isole greche, Cipro Nord, parte della Siria e dell’Iraq, e nel 2023 fonderà il 17 ° impero turco-mongolo.

L’esercito turco sta già strappando Jarablous alla Siria e Baachiqa all’Iraq. Quando il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi ha messo in guardia la Turchia dal compiere un atto di guerra, il presidente Erdoğan gli ha ribattuto, con arroganza, che la questione non era “di sua competenza” e gli ha chiesto di “restare al suo posto”. L’Ambasciatore turco e il ministro degli Esteri Feridun modulo H. Sinirlioglu, che sono stati accusati entrambi davanti al Consiglio di sicurezza, hanno risposto che il loro paese agisce per il bene della gente e che, perciò, l’Iraq non ha ragione di porre in discussione il diritto internazionale, né di lamentarsi.

In definitiva, in un campo di battaglia ci possono essere solo due campi, non tre. La guerra in corso, da un lato oppone la Turchia, che si propone di dividere la popolazione in comunità, per garantire la supremazia di uno di loro su tutti gli altri. D’altra parte, c’è la Repubblica araba siriana, che difende la pace e l’uguaglianza, integrando le comunità.

In quale campo vi collocherete?

829.-“Erdogan ha paura ed è capace di tutto”

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Fonti vicine ai servizi segreti israeliani affermano che colloqui segreti avrebbero avuto luogo tra Siria, Israele e Giordania per “garantire i confini meridionali della Siria“. Citando fonti russe e statunitensi, un rapporto cita l’accordo tra tre parti “sul ritorno alla situazione prima del marzo 2011 sulle frontiere tre Siria, Giordania e Israele, soprattutto sul Golan”. Infatti nel marzo 2011 scoppiò la crisi siriana. Il rapporto continua: “Inoltre i rappresentanti, siriani, giordani, israeliani, russi, statunitensi e degli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato ai colloqui, L’accordo tripartito prevede, se concluso, il ritorno delle forze multinazionali delle Nazioni Unite sul Golan occupato, responsabili della prevenzione di un qualsiasi confronto nella zona. L’accordo prevede anche, come in passato, la gestione della sicurezza da parte della Siria delle Alture del Golan occupate. La forza multinazionale che dovrà ritornare nel Golan sarà formata da 1000 soldati e 70 osservatori. Ci sarebbe anche una zona smilitarizzata al confine, prevista nel 1974 con l’accordo di cessazione delle ostilità tra Israele e Siria“. “La zona demilitarizzata si estende per 80 chilometri dal Jabal al-Shayq al confine tra Giordania, Siria e Israele, secondo il rapporto che osserva che l’accordo sarebbe conseguenza della vittoria di Trump, avendo insistito per tutta la campagna elettorale a porre fine alla crisi in Siria, convincendo Assad, che aveva detto in un’intervista del 16 novembre di essere pronto ad allearsi con Trump per finirla con lo Stato islamico“.
Quali sono i segnali di questi colloqui? Se hanno avuto luogo, dimostrano una cosa: Israele ha ceduto obiettivi ed interessi che cercava di raggiungere nella Siria meridionale tramite i terroristi di al-Nusra e SIIL. Nessuno può dimenticare infatti la logistica fornita da Israele ai terroristi e l’aiuto a centinaia di loro evacuati e curati negli ospedali israeliani. Che Israele accetti di discutere con la Siria, pochi mesi dopo la riunione assai pubblicizzata di Netanyahu e del suo gabinetto sul Golan occupato, è un’amara confessione del regime israeliano, che vede i suoi cinque anni di tentavi abbandonati miseramente. I terroristi taqfiri di cui Israele ora sembra volersi sbarazzare (se si crede ai rapporti che Israele avrebbe bombardato le posizione del SIIL nel Golan), non hanno potuto regalargli l’ambito Golan. La vera paura d’Israele è vedere Hezbollah, alleato di Damasco, definitivamente alle porte di Israele, sulle strategiche alture del Golan. I colloqui segreti, se veri, indicano che Israele ha abbandonato il Golan e scelto il ritorno allo status quo ante…

Putin celebra l’anniversario dell’incidente che vide l’aereo russo abbattuto dai turchi e la battaglia di Al-Bab con l’esercito del regime che attacca i turchi. Con un comunicato ufficiale, l’esercito turco ha ammesso che le sue forze di stanza nel nord della Siria sono state bombardate dall’aviazione siriana, che avrebbe ucciso tre soldati turchi ferendone altri dieci. Il comunicato dello Stato maggior turco smentisce la Reuters che, sulla basi di fonti ospedaliere, aveva detto che i soldati turchi erano stati uccisi in un attacco dello Stato Islamico/Daesh.

L’agenzia iraniana Pars Today fa notare che «E’ la prima volta che la Siria reagisce alla presenza delle forze turche nel suo territorio, iniziata il 24 Agosto 2016». E Kurdish Question evidenzia che «La Turchia sta contravvenendo al diritto internazionale, utilizzando di recente la forza aerea all’interno dei confini della Siria per bombardare obiettivi Kurdi nel nord del paese. Il 21 ottobre il regime siriano ha accusato la Turchia di puntare a un’escalation della guerra nel Paese e ha detto che avrebbe abbattuto gli aerei che sorvolano la Siria».

Gli attacchi aerei turchi sulla regione kurda semi-indipendente del Rojava erano cessati da diverse settimane, ma sono ripresi il 20 novembre con attacchi contro i combattenti delle Syrian democratic forces (Sdf) – la coalizione formata da siriani progressisti e dalle Ypg/Ypj kurde – e obiettivi civili nella campagna a nord di Manbij, nei pressi di al-Bab. Il 21 novembre un attacco aereo turco ha ucciso 6 civili, tra cui 2 bambini. A causa di questi attacchi, le Sdf hanno minacciato di ritirare i loro 40.000 uomini e donne impegnati nell’offensiva contro la capitale dello Stato Islamico/Daesh, se la coalizione internazionale a guida statunitense non interverrà sulla Turchia perché cessi gli attacchi contro i territori liberati dai kurdi. Ala fine son intervenuti i siriani (e i russi). I soldati turchi prima entrati nel territorio siriano nell’agosto 2016 appoggiati dai miliziani della Free syrian army (Fsa), per realizzare quella che hanno chiamato l’Euphrates Shield operation, cioè un’invasione della Siria per impedire che i Kurdi del Rojava unificassero i loro Cantoni e occupassero tutta la fascia di confine con la Turchia, sloggiando i miliziani neri del Daesh. E pensare che le Fsa, fin dall’inizio del conflitto siriano, erano state presentate da americani ed europei come il braccio armato dell’opposizione moderata e laica contri il regime di Bashir al Assad… Ora si ha la certezza che in realtà sono il più fedele alleato del regime islamista turco, che combatte contro Fsa e Kurdi alleati della Coalizione a guida Usa.

Tornando alla battaglia tra siriani e turchi ad al-Bab, Sinan Cudi, un giornalista kurdo che attualmente lavora nel Rojava, nel nord della Siria, scrive su Kurdish Question: «Anche se non siamo in grado di prevedere l’esito della competizione, dei disaccordi e conflitti tra le grandi potenze e di come finiranno le caotiche strutture militari/economiche/politiche, sappiamo quale è la zona geografica dove questo sarà deciso: al-Bab. Dopo il lancio dell’operazione “Ira dell’Eufrate” il 5 novembre 2016, è dato per certo che l’ultima roccaforte del Deash (Stato islamico) in Siria cadrà. La certezza sta nel fatto che tutte le operazioni delle Ypg/Sdf finora sono finite in un successo. Questa garanzia porta la gente a pensare alla situazione post-Raqqa. Ora, la maggior parte delle discussioni si concentrano su ciò che accadrà in Siria dopo il Daesh, come si posizionerà ogni parte, come sarà modellata la nuova amministrazione e quale sarà in tutto questo il ruolo dei kurdi. Naturalmente, tutto questo cambierà se il piano architettato da Erdogan avrà successo».

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L’obiettivo di Erdogan sono i Kurdi e non l’ISIS, con cui non interferiscono: cerchio rosso ISIS, cerchio giallo soldati turchi.

Il bombardamento siriano dell’esercito turco in Siria ci riporta a Erdogan e alla fine del suo alleato Obama e dell’oleodotto trans siriano. Per lo storico e giornalista Fehim Tastekin, la politica del presidente turco è una fuga in avanti. “Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio, il presidente turco ha paura di tutto, anche del suo partito e dei familiari. E’ quindi capace di tutto. Improvvisamente, la sua politica interna ed estera è solo una corsa a capofitto“. A Losanna su invito delle comunità turche e curde locali, lo storico e giornalista Fehim Tastekin ha dipinto un quadro molto cupo della politica del capo dello Stato turco.

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Dal 24 agosto, la Turchia si è impegnata direttamente nel conflitto siriano con il lancio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel nord-est.

Cosa vuole Erdogan dalla Siria?
Direi che l’invio di truppe turche in Siria è il risultato del fallimento politico di Erdogan su due piani: primo, ha voluto abbattere Assad, ma è ancora lì. E soprattutto i curdi della Siria (come in Iraq, d’altronde), sostenuti dagli statunitensi, hanno acquisito tale importanza politica da avere paura che gli contagino il Paese. Quindi, la priorità non è la caduta di Assad e la lotta al gruppo Stato islamico (Daash in arabo), ma la questione curda, l’ossessione dello Stato turco, indipendentemente dal colore del governo.
Che rapporto ha Erdogan con gli statunitensi?
Non hanno gli stessi interessi. Gli statunitensi hanno detto ai turchi “se volete ripulire lo SIIL dalla Siria, i curdi siriani e le forze democratiche se ne occuperanno”. Per motivi d’immagine Erdogan ha dovuto lasciar fare ai curdi. Ma ora è bloccato perché gli statunitensi non gli lasciano fare ciò che vuole contro i curdi, di cui Washington ha bisogno, in Siria e Iraq. E con Donald Trump alla Casa Bianca è ancora troppo presto per trarre conclusioni.
E il riavvicinamento tra Erdogan e Putin?
E’ puramente circostanziale. Sono convinto che, più o meno a lungo termine, i russi si vendicheranno della Turchia. C’è stato un primo segnale ieri con tre soldati turchi uccisi dalla Syrian Arab Air Force (russi?). Era l’anniversario dell’incidente che vide l’aereo russo abbattuto dai turchi. I turchi non capiscono Putin, e questi, che non si fida di Erdogan, usa la crisi per indebolire il legame tra Turchia e NATO, e tra Turchia e Unione europea. Si ricordi che storicamente Russia e Turchia (già dall’impero ottomano) sono sempre stati avversari.
Come analizza le tensioni tra Turchia e Unione europea?
Erdogan gioca in modo pericoloso con l’Europa, perché la metà del commercio estero della Turchia è con l’UE. Vediamo anche in questi giorni il suo primo ministro cercare di ridurre le tensioni con Bruxelles. Sulla minaccia di aprire i confini per far fluire i rifugiati in Europa, non sono sicuro che gli stessi rifugiati se ne vogliano andare…
Sul fronte interno, come giudica la situazione?
Ho detto che dal fallito colpo di Stato Erdogan ha paura e da la caccia a tutti gli avversari, non solo gulenisti. Non si comporta razionalmente e quindi è capace di tutto. Detto ciò, penso che prima o poi le forze gli si ribelleranno contro. Alla fine del tunnel, c’è sempre luce.

Bernard Bridel, Aurora

828.-La riforma costituzionale: un atto di delinquenza politica. Ecco perchè.

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Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

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Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

Aldo Giannuli                   aldo_giannulli

827.-I media iniziano a parlare della fine dell’euro. Secondo ofcs.report le conseguenze nefaste ci sarebbero col SI al referendum

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I media tutti, senza praticamente alcuna eccezione se si esclude per ovvie ragioni la arci-obamiana La Stampa di Torino, iniziano a trattare l’argomento dell’euroexit da parte dell’Italia in termini diciamo neutri, in realtà per il Belpaese sarebbe una manna almeno per chi ha le produzioni e vive ancora in Italia (certamente non per coloro che, come gli Elkann, hanno delocalizzato all’estero).

Pensate che anche il fattoquotidiano.it, la testata più sopraffinamente sinistroide tanto da usare con regolarità la censura sul proprio sito onde evitare commenti sconvenienti alla linea editoriale, ha iniziato ad adeguarsi tempi. E con essa anche le altre testate più borghesi, appunto con la fulgida eccezione franco-torinese.

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Evidentemente alla vigilia della macelleria sociale (postreferendaria, ndr) conseguente all’applicazione dell’austerità come impongono le regole EU volute dai tedeschi anche i media di sinistra e/o interessati non riescono più a sostenere la bugia dell’euro vantaggioso per tutti. E finalmente dico io.
Oggi vi propongo uno articolo interessante pubblicato da ofcs.report (agenzia di stampa normalmente molto ben informata) dove, non senza cinismo, l’autore dipinge con dovizia di dettagli quanto si nasconde dietro al risultato del referendum, conseguenze incluse.

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Le conclusioni in ogni caso non sono piacevoli per gli italiani ma tant’è, meglio finirla rapidamente con questa farsa dell’euro a vantaggio franco-tedesco, ormai siamo davvero ai limiti della sostenibilità sociale per i periferici e fin anche per la Francia. O meglio, come implica l’autore il prossimo biennio sarà difficilissimo per il Belpaese stretto nella morsa della scelta impossibile tra un Italeave traumatico ma con futura risurrezione e morire di stenti in 5-7 anni.
Infatti con il SI al referendum il governo si troverebbe obbligato ad imporre riforme lacrime e sangue ossia l’applicazione automatica dell’austerità in forma integrale come da leggi europee volute dalla Germania a proprio vantaggio (ed a danno dei periferici). Viceversa un NO lascerebbe le mani libere all’Italia in tema di negazione dell’austerità, inclusa la possibilità ed anzi l’auspicio (se gli USA ci supporteranno, come penso) di una fine rapida dell’esperimento della moneta unica che tanti danni ha arrecato ai periferici.

Pochi riflettono sul fatto che referendum italiano e presidenziali austriache sono di fatto una scelta tra Ue a trazione franco-tedesca e fine dell’esperimento della Ue austera incentrata nella moneta unica. L’Italia in particolare non vedrà nessun crollo economico derivante da un eventuale – praticamente certo – no referendario: i conti economici del Paese non cambieranno di una virgola come conseguenza del voto, il problema è che sono già terrificanti. Nel caso, il comunque certo crollo delle borse deriverà da altri fattori, siano esse le aspettative degli investitori di un futuro eurobreak o l’interesse dei mercati a giustificare una dovuta correzione dei corsi borsistici che molti ritengono troppo ingiustificatamente elevati.

Dal 2014 Renzi, con la scusa del referendum, ha semplicemente preso tempo in Ue evitando di implementare misure degne della Troika, promettendo come contropartita correttivi all’assetto costituzionale in grado di permettergli di apportare future profonde modifiche senza eccessiva discussione parlamentare . In più ha ceduto a Frau Merkel in tema di inserimento in costituzione della preminenza delle leggi comunitarie rispetto a quelle nazionali. Insomma, se passasse il si, l’Italia sarebbe legata mani e piedi all’Ue che – ormai è chiaro a tutti – fa sistematicamente gli interessi dell’asse franco-tedesco e non quelli dei periferici. E questo senza contare che un si costringerebbe comunque il Governo a dare seguito alle sue promesse europee di lacrime e sangue per gli italiani.
Gli aspetti critici da affrontare post referendum sono due: l’aumento dei tassi dei btp delle scorse settimane (circa 1% in più nei tassi debitori italiani, 50 bps di spread e 50 bps per l’effetto Trump) ed il deficit monstre dell’Inps, entrambi esogeni al voto.

Il primo aspetto si tradurrà in una perdita in conto capitale molto pesante a fine anno 2016 per le banche ovvero, visto che il sistema bancario italiano detiene circa 350-400 miliardi di debito statale (soprattutto btp con scadenze attorno ai 5-10 anni) possiamo stimare che globalmente ci saranno per il settore bancario italiano minusvalenze record – sebbene non consolidate fin quando non si vendono i titoli, in ogni caso il capitale delle banche scenderà – per almeno 20 miliardi di euro in forza della discesa dei titoli in portafoglio. Leggasi, maggiore pressione sui conti bancari, maggiori sconquassi in borsa, richieste di aumenti di capitale e quindi maggiore rischio insolvenza oltre che minori prestiti erogabili. Come contromisura non facciamo fatica a pensare a misure draconiane, ad esempio tasse sul contante prelevato visto che prelevare dal sistema bancario cash erode il capitale già esiguo ed in assottigliamento degli istituti (ci dicono che abolire il contante serve per combattere evasione e terrorismo, tutte balle, le misure di limitazione del contante servono per evitare il fallimento delle banche oltre a sedimentare le ricchezze nelle mani dei grandi potentati economici in presenza di forti turbolenze socio-economiche, attese per altro in tutto l’occidente).

Il secondo aspetto è il un vera bomba ad orologeria: l’Inps perde nel 2015 circa 16 mld di euro e vede il capitale assottigliarsi a poco più di 5 mld. Leggasi, in assenza di crescita economica il prossimo anno si andrà ad intaccare le riserve per pagare le pensioni, un vero schema Ponzi in quanto non ci sono né entrate né riserve a sufficienza per pagare gli attuali trattamenti pensionistici (la crescita è ciò che manca all’Italia, ma è impossibile averla restando nel giogo dell’euro austero che prevede sempre e solo tasse per pagare in euro un debito in gran parte contratto in vecchie lire, ndr).
Ossia, bisogna attendersi o maggiori tasse, o limitazioni al contante, o default dell’Inps con decurtazioni delle pensioni, o confisca dei beni dei privati cittadini o un mix (per vostra informazione la prima soluzione sarà confiscare le pensioni private facendole confluire nell’Inps, basta attendere 6 mesi per la conferma).

Quello di cui possiamo essere certi è che comunque vada l‘Italia, per gioia tedesca, vedrà un imponente aumento della tassazione soprattutto indiretta, parlo – oltre alla nazionalizzazione delle pensioni private sulla scorta degli esempi ungherese ed argentino – del raddoppio degli estimi catastali con annesso aumento del gettito Imu, dimezzamento della franchigia di 1 milione di euro per le successioni, aumento dell’imposta di bollo sul patrimonio finanziario. Peccato che in tale contesto un crollo del settore immobiliare italiano appare inevitabile portandosi dietro tutto l’indotto ad esso collegato e quindi affondando a termine l’economia nazionale.
Questo sarà errore che verrà fatto dal governo e che rappresenterà l’epitaffio del “Renzi politico” (che per salvare il salvabile post referendum vorrà trasformare l’esecutivo in tecnico cercando di diluire le sue colpe verso l’opinione pubblica).

Il problema è che tutto quanto sopra destabilizzerà l’Italia alla radice e ciò non è nell’interesse di un finalmente pragmatico governo Usa targato Trump interessato a limitare l’ingerenza franco tedesca in Europa.
Ossia – e fa il paio – il prossimo anno l’interesse italico ad uscire dalla moneta unica semplicemente per sopravvivere economicamente (tornando alla lira e dunque svalutando i propri debiti, ndr) e l’interesse Usa sia a limitare lo strapotere tedesco in Europa che di preservare il miglior allato non anglosassone in Ue convergeranno, a pari passo delle politiche economiche trumpiane anch’esse basate su una svalutazione del debito per via inflattiva. Ossia, un lasciapassare per l‘uscita italiana dall’Ue.