1898.- Raul Gardini, la vita e un suicidio improbabile.

Nel venticinquesimo anniversario dell’”assassinio” di Raul Gardini, Dal Resto del Carlino e dal Fatto Quotidiano traggo alcuni articoli correlati fra loro, su cui merita meditare.
Così, con Carlo Raggi, “Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché” e, poi, dal BLOG di Matteo Cavezzali: “Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?”; di Gisella Ruccia c’è un video interessante: “Di Pietro: Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo” e, infine, di Emiliano Liuzzi riportiamo, per completezza, un pezzo del 2013: “Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi.” Li riporti tutti di seguito, ma leggiamoli uno alla volta.

Raul Gardini, il 23 luglio 1993 si tolse la vita. Ecco perché
Ravenna, 21 luglio 2013 – «QUELLA SERA Gardini voleva venire a parlare con noi, ma era disperato perché non poteva avere i rendiconti». E’ un passo, illuminante, della requisitoria di Antonio Di Pietro al processo a Sergio Cusani celebratosi a Milano fra l’ottobre 1993 e la primavera seguente. Cusani e successivamente altri imputati fra cui ex amministratori e collaboratori dell’impero Ferruzzi (Ferfin spa), vennero condannati oltre che per l’illecito finanziamento dei partiti e per i falsi in bilancio, anche per appropriazione indebita di una consistente fetta di quella ‘provvista’ nota come ‘madre di tutte le tangenti’, ma che in realtà fu soprattutto una colossale appropriazione. ECCO, in questa impotenza di Raul Gardini a dimostrare alla Procura milanese come in realtà si fosse dipanato il meccanismo dei ‘soldi ai partiti’, sta senza ombra di dubbio la genesi della tragica decisione adottata quella mattina del 23 luglio 1993 nella stanza da letto di palazzo Belgioioso. Un colpo alla testa con la sua Walter PPK 7.65: l’arma fu trovata sul comodino (ivi posta dai primi soccorritori) e questo aprì la strada a una ridda di ipotesi che ancora, a vent’anni di distanza, tengono banco su piste diverse da quella giudiziariamente accertata dalla prima immediata inchiesta, ovvero il suicidio. Ipotesi che addirittura portano sulla scena, oltre alla mafia, anche la Cia e Gladio attraverso racconti recenti di un ex militare.

GARDINI sapeva fin dal pomeriggio del 22 luglio che il gip Italo Ghitti stava per firmare (in effetti lo fece alle 9.15 del 23 luglio) un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti suoi (che con il Gruppo Ferruzzi non aveva più nulla a che fare), di Carlo Sama (a capo del Gruppo), di Sergio Cusani, di Giuseppe Berlini e di Vittorio Giuliani Ricci. L’accusa era, per tutti, di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti a seguito della maxi provvista da 152 miliardi attraverso la cosiddetta ‘provvista Bonifaci’, ovvero fondi ottenuti mediante plusvalenze relative a compravendita di terreni.
Da quella provvista, presto sfuggita al controllo di Gardini, furono attinti fondi anche per pagare tangenti a molti partiti fino alle elezioni del 1992, dalla Dc al Psi, al Pli, al Psdi, e anche alla Lega, e pure al Pci. A gennaio, con l’accusa di aver pagato tangenti, già era finito in carcere Lorenzo Panzavolta, manager indiscusso di Calcestruzzi, gioiello della Ferfin.
A far scattare le misure cautelari del 23 luglio erano state le dichiarazioni di Giuseppe Garofano, amministratore di Montedison, che, inseguito da una antecedente ordinanza di custodia cautelare era apparso a Ginevra il 14 luglio e si era consegnato. Fu lui a svelare i primi passaggi della formazione della provvista e del pagamento delle tangenti e proprio quel 23 mattina, i quotidiani titolavano a nove colonne: «Le tangenti di Raul». Poi a fornire la propria versione provvide Carlo Sama nel carcere di Opera durante la detenzione di una settimana (cui, dal 29 luglio, seguirono gli arresti domiciliari nella villa di Marina Romea e infine nella residenza in centro a Ravenna).

La sua versione, Gardini non l’ha mai potuta dare: la ricostruzione delle sue attività si fonda sulle risultanze, concordanti, dei vari processi. Ma per quanto riguarda le decisioni assunte nel corso del tempo da Raul Gardini e che possono ritenersi dati storici, ci si deve fermare a metà del 1991: a giugno ‘il Corsaro’ divorziò dalla famiglia Ferruzzi e lasciò l’impero. Da quella data in poi, ogni decisione relativa al pagamento di tangenti ai partiti, alcune delle quali consegnate a Ravenna (500 milioni al segretario socialista Claudio Martelli in vista delle elezioni del 5 aprile 1992) furono adottate dagli amministratori del tempo, Carlo Sama in primo piano. Per comprendere la decisione di Raul Gardini di ricorrere al denaro si deve andare al 1988, quando ‘il Corsaro’, succeduto a Serafino Ferruzzi deceduto nell’incidente aereo del 10 dicembre 1979 a Forlì, aveva già in mano le redini della Ferfin, la holding che conteneva Montedison, Calcestruzzi e decine di altre grosse società. Raul era un imprenditore vulcanico con un’apertura mentale di grande caratura (basti pensare che aveva chiamato nel cda personaggi culturali del calibro di Rita Levi Montalcini) rivolta alle innovazioni tecnologiche, alle fonti energetiche alternative a cominciare dal bio-etanolo, assolutamente rivoluzionarie per quel periodo.

«La chimica sono io» divenne il suo motto e obiettivo, dopo peraltro aver conquistato British Sugar, costata 800 miliardi, e lo zucchero della francese Beghin-Say: Gardini prima avviò la scalata a Montedison e poi mise in cantiere il gigantesco progetto di Enimont, joint venture fra la privata Montedison e il pubblico Eni allora retto da Gabriele Cagliari. Enimont nacque il primo gennaio 1989, ma gli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti non venivano sganciati. Fu così che Gardini mise mano per la prima volta al portafoglio grazie alle provviste generate dalle alchimie finanziarie del cervese Pino Berlini, custode in Svizzera del patrimonio di famiglia Ferruzzi e già artefice dell’occultamento dell’enorme buco (400 milioni di dollari) dovuto alla causa avviata nel 1989 nei confronti del Gruppo dalla Borsa cereali di Chicago (mercato della soia). E poi ai soldi Gardini fu costretto a ricorrervi di nuovo quando, di lì a 18 mesi, la strada di Enimont cominciò a mettersi in salita. Gardini voleva la maggioranza, l’Avvocatura dello Stato chiese e ottenne il blocco delle azioni, il ravennate decise di vendere a 2.805 miliardi di lire.

IL GOVERNO accettò, ma Gardini aveva già incaricato Cusani di rastrellare 150 miliardi, la cosiddetta ‘madre di tutte le tangenti’. Di quei 150 miliardi, si è detto, ne furono utilizzati una minima parte per le tangenti e ancor più minima da Gardini visto che di lì a un anno abbandonò le cariche del gruppo. Il resto, quasi 90 miliardi, nelle prime settimane del gennaio 1991, fu depositato, sotto forma di CCT, presso la Banca del Vaticano, lo Ior, grazie a Luigi Bisignani. Parcheggiata nel conto ‘San Serafino’ (a ricordo di Serafino Ferruzzi) l’ingente somma dal 10 giugno, tre giorni dopo il siluramento di Raul, prese le strade di alcuni conti cifrati in Lussemburgo e in Svizzera. Dopo di che se ne sono perse quasi tutte le tracce: evidentemente è rimasta nella disponibilità di qualcuno e poi ben utilizzata. Sergio Cusani restituì 35 miliardi. Questa era la verità che Raul avrebbe voluto raccontare a Di Pietro, ma non aveva i documenti e sbarrata era la strada per recuperarli.

AVEVA DUELLATO con Cefis, ancor più con Cuccia, con De Mita e ministri che non considerava, aveva combattuto al board di Chicago, aveva ospitato nella sua dimora veneziana Bill Clinton, che ancora non era presidente Usa e la moglie Hillary (il cui studio legale lo tutelava a Chicago), aveva solcato gli oceani nella Vuitton cup e nella Coppa America nel 1992: improvvisamente, quella mattina del 23 luglio di 20 anni fa, dopo una notte di telefonate vane, Raul per la prima volta sentì di essere travolto dagli eventi. In mano non aveva più alcuna carta.

Carlo Raggi

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Raul Gardini, chi si suicida con due colpi?

Venticinque anni fa moriva Raul Gardini. Archiviata come suicidio, la sua morte sancì la fine di un’epoca. Era il 23 luglio 1993, quella mattina avrebbe dovuto testimoniare a Di Pietro e al pool di Mani Pulite sul più grave scandalo di corruzione mai avvenuto in Italia: “la madre di tutte le tangenti”, al centro di Tangentopoli. Ma a quell’incontro Gardini non arrivò mai. Quando la polizia arrivò sul luogo della sua morte non c’era più niente. Il corpo era scomparso, anche le lenzuola del letto. Rimaneva solo un materasso intriso di sangue, e una pistola, posata sul comodino da cui mancavano due proiettili. Chi si suicida con due colpi? Pensarono in molti. Chi guadagnò qualcosa da quella morte? Da quel silenzio? Molte persone. Troppe.

Facciamo un passo indietro. Nel luglio 1993 da poco più di tre anni era caduto il muro di Berlino, il comunismo aveva cessato di esistere come orizzonte politico. L’Italia era stata il paese del blocco occidentale in cui il partito comunista era più forte, e aveva addirittura rischiato di finire al governo. Ma ormai il “pericolo rosso” non faceva più paura, nemmeno a Washington. I sistemi di “protezione dal comunismo” si allentarono, e questo favorì il nascere dell’inchiesta Mani Pulite, e gli permise di manifestarsi con tutta la sua forza devastante.

In pochi mesi Tangentopoli fece scomparire il sistema politico che aveva governato l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a quel momento. La Democrazia cristiana implose, il primo presidente socialista, Bettino Craxi, fu costretto a fuggire e nascondersi in Tunisia. I sistemi di potere economico e massonico, allarmati da quel sisma, si misero a lavorare nell’ombra per non perdere terreno. La mafia intanto metteva le bombe, uccideva e terrorizzava, perché aveva paura di rimanere senza più appoggi nello Stato. In mezzo a tutto questo c’era un uomo, uno dei più potenti e ricchi imprenditori del paese: Raul Gardini, che rimase stritolato in questo terribile gioco di potere. Morì improvvisamente, il “Re di Ravenna”, il cui impero andava dagli USA alla Russia passando per il Sud America, e con sé portò molti misteri che rimarranno per sempre senza nome e senza volto.

Partendo da questa vicenda ho scritto “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini”, appena pubblicato da minimum fax. Credo che, dopo 25 anni, sia giunto il momento di raccontare questa storia da un altro punto di vista.

Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini

Eccone un piccolo estratto.

«Ci sono mille modi di raccontare una storia. Soprattutto una storia che ha contorni sfocati e molti punti poco chiari. Una storia torbida in cui colpevoli e vittime hanno la stessa faccia. Chi racconta una storia decide i ruoli e assegna le parti. Ho sentito parlare della vicenda di Gardini da decine di persone, e ognuno raccontava una storia completamente diversa. Colpevole o vittima? Inebriato dal potere o incastrato da un complotto? Visionario o pazzo? Sognatore o assetato di denaro? A Ravenna tutto è un mosaico, ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli.

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Di Pietro: “Sbagliai a non fidarmi di Casaleggio. Raul Gardini? Se lo avessi arrestato, forse oggi sarebbe vivo”

“Gianroberto Casaleggio? Io e Beppe Grillo siamo stati aiutati da lui nelle nostre prime esperienze politiche di comunicazione di massa. Ma io commisi un errore”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dall’ex leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che spiega: “Casaleggio era una persona estremamente competente nel campo dell’informazione. Ha visto l’errore che ho fatto io e non l’ha fatto fare a Beppe Grillo. L’esperienza con l’Idv è stata fondamentale per Casaleggio e quindi anche per il M5S, perché io dalla sera alla mattina mi sono ritrovato ad avere un consenso incredibile, ero arrivato quasi al 10%. E quindi” – continua – “avevo la necessità di costruire una classe dirigente. Però feci la scelta di andare a trovare sul territorio soprattutto persone che avevano già fatto politica. Così ho trovato tante persone perbene, che ancora stimo, ammiro e rispetto, ma anche tanti faccendieri. Avendo visto la mia esperienza, Casaleggio ha consigliato Grillo l’idea secondo cui chi aveva già fatto politica in altri partiti non poteva candidarsi col M5s. In questo modo, sono arrivati più giovani e anche più inesperti, ma sicuramente meno inguaiati”. L’ex magistrato si sofferma poi sul suicidio di Raul Gardini, azionista di maggioranza della Montedison, coinvolto nelle indagini di Mani Pulite sulla tangente Enimont. L’imprenditore si tolse la vita il 23 luglio 1993, poco prima di parlare con lo stesso Di Pietro, che racconta: “Gardini era latitante. Nei suoi confronti c’era un provvedimento restrittivo per la tangente Enimont, da 150 miliardi di lire. Per me era un imputato importante, ma era latitante. Convenimmo che poteva venire in Procura a riferire a chi aveva dato questi soldi, ma non voleva arrivare con le manette e uscire con le manette. Io glielo promisi, ma lui all’ultimo probabilmente non si fidò di me. Un quarto d’ora” – prosegue – prima il suo avvocato mi aveva confidato che stava arrivando, ma dopo essersi vestito decise di suicidarsi. Io sapevo dove fosse, avrei potuto arrestarlo, ma non l’ho fatto perché gli ho dato la mia parola. Se l’avessi arrestato, rispettando strettamente la legge, forse oggi sarebbe ancora vivo”.
di Gisella Ruccia

Raul Gardini, anatomia di un suicidio. E il mistero dei 450 miliardi scomparsi

23 luglio, nel ventesimo anniversario della morte dell’imprenditore. Vanni Balestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino e suo amico personale, racconta a Il Fatto Quotidiano le ultime ore: “Ci sentimmo verso le otto e capii che non andava. Lo sentii dalla voce”. E tra ricordi e ritagli di giornale, ripercorre le tappe fondamentali della storia dalla maxi tangente Enimont passando per la lista dei giornalisti pagati fino ai soldi trasferiti alle Cayman

Eppure tre anni prima la vita sembrava avergli dato tutto e gli svolazzava accanto decisa a non togliergli proprio un bel niente. Ci provavano i giornalisti, ogni tanto, a punzecchiarlo: lo chiamavano il condottiero, ma anche il contadino. Forse nemmeno era nessuna delle due cose. Era solo un uomo che faceva paura: ai politici, ai banchieri, ai finanzieri. Alla Milano da bere. Si era permesso di sfilare sotto il naso la Montedison a Enrico Cuccia, guardava Gianni Agnelli negli occhi e Carlo De Benedetti dall’alto in basso. Colpa dei miliardi a disposizione, della liquidità: quando fu il momento di comprare Montedison mise 1500 miliardi di vecchie lire come un giocatore piazza sul tavolo una fiche da dieci euro. Convinto, come fu, che l’avrebbe vinta.

Tre anni dopo in piazza Belgioioso, a Milano, la sera del 22 luglio, c’è un uomo dimagrito di dieci chili. Ha perso l’aria da playboy, non ha più l’aereo parcheggiato sulla pista di Forlì, non si mette più al timone delle barche. E rifiuta il pesce, cosa che entusiasmava le sue colazioni sul molo a Ravenna. Il cognato, Carlo Sama, gli ha soffiato la guida di tutto il gruppo ereditato dal suocero, Serafino Ferruzzi, lui si è rifugiato in Francia, in Italia nelle acque minerali e altre imprese dal basso. Nel guardaroba ha ancora la vestaglia di seta, ma Raul Gardini non la porta più come tre anni prima. Non ha più la voce perentoria. Di rado sorride, parla poco e con pochissimi. Non è più niente di quello che fu. Aspetta che la guardia di finanza bussi alla porta di casa sua e lo porti in carcere. Forse a San Vittore sarebbe rimasto dalla mattina alla sera, gli dissero gli avvocati, Giovanni Maria Flick e Marco De Luca. Non aveva da raccontare nulla di più, forse, che interessasse l’accusa: dell’affaire Enimont il giovane Di Pietro aveva saputo quello che voleva da Sama. Gardini però la mattina del 23 luglio del 1993 si alza, fa una doccia. Indossa un accappatoio bianco. Memorizza il film che è stato la sua vita. Riavvolge tutto e lo ripone come un calzino. Poi, alle 8, minuto più minuto meno, si spara un colpo alla tempia con una vecchia Walter Ppk, 65. E mette fine al contadino e al condottiero che di lì a breve sarebbe stato un carcerato.

La sera prima “Aveva una strana voce”
“Ci sentimmo che saranno state la otto di sera, capii che non andava. Lo sentii dalla voce. Lui non disse niente, neanche il solito sto bene, stai tranquillo”, racconta Vanni Ballestrazzi, ex inviato del Resto del Carlino, mai dipendente di Gardini, ma suo fratello, dall’inizio alla fine, dai giorni fasti a quelli bui, a quelli, prima ancora, dell’infanzia e poi di due vitelloni fatti di niente, gassose e risate sulla battigia. “Ho vissuto con lui in simbiosi, una vita intera, anche quando non ci vedevamo. E quella telefonata ce l’ho ancora nelle orecchie, quella voce che mi trapassa ogni giorno come una freccia. Perché io gli dissi che sarei andato a Milano, comunque glielo chiesi. Che l’avrei raggiunto. E Raul non mi rispose di no. Ma io non partii”. A Ballestrazzi si arrossano gli occhi. Ha i tratti severi, ma è un galantuomo, cammina a testa alta e avrebbe potuto molto, ma non cercò mai niente. E soprattutto di Gardini fu l’unico amico sincero. Lo svago di Ballestrazzi, dicono, erano e sono ancora le donne. Dei soldi non gli è mai importato un granché. Niente. Figuriamoci che quando nelle assemblee di redazione prendeva la parola il suo editore non lo chiamava per nome, si limitava a definirlo quel “giovane decerebrato”. Era il suo datore di lavoro. Capito l’uomo? “Vabbè, l’editore del giornale per me era rimasto Attilio Monti, che fu uomo intelligente e leale. Intavolare discussioni con suo nipote mi restava difficile”.

Resta una montagna d’uomo. “È il rimpianto della mia vita. Dovevo salire in auto e partire per Milano. A me interessava l’amico. Quella sera avevo un appuntamento con un’amica, da mesi le promettevo che l’avrei portata a vedere Pavarotti. E così andammo al concerto. Ma non fu per questo che non presi la macchina per Milano. Sapevo che a Milano c’era sua moglie, Idina, e io sarei arrivato non prima delle undici di sera. E lo avrei trovato che dormiva. Come era accaduto mille volte. Fu una serie di cose. Io quella telefonata me la porto addosso. Anche perché fu lui a chiamarmi. Non so se aveva già deciso di farla finita, forse no, ma non era più lui, e se ne rendeva conto. Però mi chiamò per tranquillizzare me di una piccola sciocchezza”. L’arringa postuma di Ballestrazzi è senza tregua alcuna. Lui sulla maxi tangente di Enimont ha delle idee ben precise. “Non potevano imputare a lui cose avvenute negli ultimi mesi quando lo avevano fatto fuori due anni prima. Comandavano Sama con il fido Bisignani, e Cusani, o Sergino, come lo chiamavano. Gardini non c’era più. La storia della tangente da dieci miliardi per gli sgravi fiscali?

Guardatevi i ritagli dei giornali di allora, capirete il disprezzo col quale Gardini guardava ai politici. Dai processi non abbiamo saputo se li pagasse davvero, perché la sua voce non c’era. Solo quella di Sama e Cusani, che sepolto il cadavere lo accusarono di tutto, ma lui era già fuori dal gruppo. Sappiamo che non gli piacevano i partiti. Li disprezzava. Votò per i Repubblicani, i Liberali e anche per il Pds. L’Enimont neanche la voleva se non alle sue condizioni, le cronache hanno raccontato un’altra storia. E comunque certi giornalisti economici battevano cassa spesso in Foro Bonaparte, sperare che allora scrivessero la verità sarebbe stato troppo. Eppoi della comunicazione si occupava Sama, questo è noto. Prima, durante e dopo. Come quando riuscì a portare il papa al Messaggero che presiedeva e amministrava e gli fece trovare un assegno da 500 milioni. Lo dicono le carte processuali, non Vanni Ballestrazzi da Ravenna”. La storia dei giornalisti pagati la sfiorò anche Di Pietro, poi finì nei cassetti. Se c’è uno che può conoscere nomi e cognomi è Ballestrazzi. Perché faceva il giornalista. E perché una volta, in barca, Gardini gli disse, la “venialità di alcuni tuoi colleghi è incredibile”. Ma nella vicenda Mani Pulite rimase una favola quella lista di penne sporche. Non sappiamo chi e come prendesse soldi. Sicuramente, una volta estromesso Gardini, c’erano cronisti ultrà del giovane Sama. Ma è normale andare nella direzione di chi comanda. O quasi. Erano le stesse penne che applaudivano il condottiero, talvolta il contadino. E prima ancora erano ammaliati dalla figura del vecchio Serafino che, ogni anno, a Natale, faceva recapitare piccoli lingotti d’oro ai giornalisti che lo seguivano. Non risulta che siano mai stati rispediti al mittente.

Vent’anni dopo i miliardi scomparsi
Il sasso che pesa come un macigno Ballestrazzi lo lancia ancora nello stagno. Così come fece, nell’ombra e sottovoce, allora. “Sarebbe interessante capire dove siano finiti, nelle tasche di chi, i 450 miliardi trasferiti alle Cayman. Quello è il punto dell’inchiesta. Io al processo non sono mai andato, ma sui giornali mi accorsi che si parlava d’altro”. Non chiedetegli a chi si riferisce, perché Ballestrazzi se la ride: “Così mi prendo una querela. Mica sono matto. Ho una mia idea. So che quei soldi sono partiti, è nel processo, ma nessuno li ha mai trovati. Non sono andati dispersi, non si perdono per strada 450 miliardi”. Sono passati 20 anni. Non era ieri. L’Italia sembrava sull’orlo di una rivoluzione. Di Pietro e il pool di Milano sconti non ne faceva. A volte buttavano via la chiave. Altre si facevano firmare i verbali. E Gardini, il Clark Gable che sembrava essere nato brizzolato perché le donne gli cadessero ai piedi con più facile consuetudine, era uno dei bocconi più ghiotti. Perché nel sistema ci stava dentro fino al collo. Ma non sappiamo la sua versione. Tutto qui. Sosteneva di non avere versioni da raccontare. Perché, diceva lui, Sama e Cusani gli chiusero a chiave i cassetti. E non aveva più accesso ai documenti che gli sarebbero serviti. La moglie, Idina, ogni tanto lo scuoteva: “Ma ti fai trattare così da due come Sama e Cusani?”. E lui: “Loro hanno le chiavi di quei cassetti, non io”. Così resta la memoria del condottiero e contadino. Ravenna gli ha dedicato una via da tempo, presto anche una sede distaccata dell’università. Ai suoi funerali c’erano ventimila persone. Cesare Romiti, che a Gardini non è che piacesse così tanto, continua a parlare “di una verità parziale e della grande figura di imprenditore che egli fu”. Nei libri si parla di suicidio imperfetto. Sama, dal suo ritiro di Formentera, evita di nominare il cognato. Lo stesso fanno i Ferruzzi. Non ne parla più la moglie né i figli. Preferiscono ricordarlo forte. Pronto a scalare l’Everest fosse stato necessario. Era romagnolo fino alla punta dei piedi. Fiero. Sapeva di portarsi dietro un profumo di fascino che non era solo il danaro. Preferì morire prima di vedersi continuare a dimagrire e in galera. Sicuramente, come racconta Ballestrazzi, fu un suicidio imperfetto. Perché chiuse un’epoca sulla quale solo lui avrebbe potuto parlare. La vita gli aveva dato tutto, no? Prima di togliergli la libertà si tolse lui dai piedi. Con un accappatoio bianco.

L’interrogatorio pubblico di Di Pietro a Bettino Craxi nel processo Cusani

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1897.- MEDICI ED INFERMIERI MILITARI: LA LIBERA PROFESSIONE E LE DISPARITA’ DI TRATTAMENTO

Diversi anni fa, quando il Presidente della IV Commissione Difesa della Camera era Paolo Bampo, onorai il trisnonno materno, capo della Ambulanza, come si chiamava la Sanità garibaldina e mi occupai di una riforma della Sanità militare. L’argomento era ed è ancora quello dell’Ordinamento della Sanità nell’ambito di Forze Armate, per le quali un capitano medico non può ricevere un trattamento economico superiore a un capitano bersagliere – per esemplificare – e per le quali la Sanità deve essere inquadrata e subordinata in tutto alla struttura militare. Diverso è il caso del personale infermiere, che non soffre di particolari disparità rispetto ai parigrado delle altre specialità.
Da questa subordinazione, anche amministrativa, discende una disparità fra i medici civili, favoriti e quelli militari, veri medici-soldato, che contrasta, appunto, con l’impegno professionale e operativo. Su tutti i campi di lotta, in cui viene impiegato il nostro personale militare, medici e infermieri si sono fatti e si fanno onore. Malgrado i risultati, il risultato negativo della disparità che abbiamo descritto ci porta a non poter selezionare gli elementi migliori fra i giovani, poco attratti dalla carriera militare per motivi economici e anche professionali da quando, almeno, l’unico vero ospedale militare a pieno titolo rimasto, con sala operatoria, è il Celio di Roma (cui sono debitore). Ecco un motivo, sicuramente il principale, per cui ai medici militari, ma non agli infermieri, è consentito di svolgere la libera professione e di poter rilasciare alcuni specifici certificati.
Oggi, come e più di ieri, il personale medico militare è chiamato ad operare in Italia e nelle missioni fuori area, in particolare, ma non solo, i chirurghi e i loro assistenti, seguendo e assistendo le truppe e, per tradizione, i civili di Afghanistan Iraq, Libano, Libia e quant’altri, compresi i militari delle Nazioni partecipanti. Tuttavia, all’aumentare degli impegni, non corrisponde un altrettanto aumento degli organici e mi sento di dire che assistiamo a un Turnover patologico. Mi era sembrato, allora, di poter individuare un correttivo idoneo nella istituzione di un Centro medico e di ricerca con annessa Clinica Militare, come, ad esempio, l’americano Bethesda Naval Hospital o National Naval Medical Center (NNMC), considerato una primaria struttura medica e di ricerca, cui si rivolgono i leader americani incluso il Presidente e la sua famiglia.
A questo Centro dell’Esercito Italiano dovrebbero aspirare a partecipare anche i professionisti e i ricercatori civili, garantendo una loro disponibilità in caso di bisogno. Non penso di peccare di presunzione se dico che, così, si risolverebbero molti problemi, anche contingenti e, così, vi ho proposto, in breve sintesi, quel mio studio.


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Da Informazioni Difesa, traggo questa proposta.
Nelle Forze Armate sussiste un’inspiegabile disparità di trattamento tra i medici militari, ai quali è consentito di svolgere la libera professione e gli infermieri ai quali invece non è consentito. A rilanciare sul tasto dell’allargamento del diritto alla libera professione anche per gli altri professionisti sanitari militari, perché non sia esclusiva solo dei medici, è stato il delegato Co.Ce.R. Esercito uscente Alessandro Mosti durante l’incontro ieri tenutosi con il Ministro della Difesa.

Mosti ha sottolineato come già il Movimento Cinque Stelle nella scorsa legislatura abbia chiesto tale modifica specificando che sull’attività libero professionale del personale medico e delle professioni sanitarie della sanità militare “sarebbe utile integrare l’articolo 210 del decreto legislativo n. 66, del 2010, prevedendo che in deroga all’articolo 894, comma 1, ai medici e alle professioni sanitarie militari non siano applicabili le norme relative alle incompatibilità inerenti l’esercizio delle attività libero professionali, nonché le limitazioni previste dai contratti e dalle convenzioni con il servizio sanitario nazionale, fermo restando per i medici militari il divieto di visitare privatamente i militari e di rilasciare loro certificati di infermità, d’idoneità alla guida, d’idoneità al porto d’armi e di imperfezioni fisiche che possano dar luogo alla riforma dal servizio militare”. Un altro aspetto che il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, del Movimento Cinque Stelle, dovrà necessariamente rivalutare.

1896.- Vaccini: il Codacons rende pubblici i dati dell’Aifa sulle reazioni avverse (22.000 casi in 3 anni!) e denuncia il Ministro Lorenzin per abuso d’ufficio.

Il decreto-legge n. 73 del 7 giugno 2017 sull’obbligo vaccinale del ministro Lorenzinn è stato emanato in nome dell’interesse collettivo, con la forza della coercizione. In realtà, il fine sarebbe stato quello di subordinare l’interesse collettivo della salute, all’interesse privato. Come sia stato possibile che un governo abbia potuto emanare un provvedimento del genere, in aperta collisione con i principi fondamentali della democrazia, in particolare, con la libertà personale in tema di cure mediche – garantita dall’art. 32 della Costituzione –, il diritto allo studio e la potestà genitoriale? E, visto che si citano le garanzie costituzionali, quale posizione ha assunto il Presidente della Repubblica nel licenziare un provvedimento che ha trasformato le vaccinazioni in un Trattamento Sanitario Obbligatorio?
Che dire, poi, dell’intento dichiarato di garantire su tutto il territorio nazionale una distribuzione omogenea della protezione immunitaria, la ormai famosa “immunità di gregge”. Con quell’intento, le vaccinazioni obbligatorie furono fatte salire a dodici, comprendendovi, oltre all’anti difterite-tetano-poliomielite e anti epatitica B, i vaccini contro Haemophilus B, Meningococco tipo C, Morbillo, Rosolia, Parotite e Varicella, ma l’intento celava un falso perché dal “gregge” che avrebbe garantito la copertura, erano esclusi gli extracomunitari. Proprio loro! Solo dopo l’insorgere delle rimostranze e dopo che l’opposizione si estese dalla società alle aule parlamentari, in sede di modifiche al provvedimento originale, l’obbligo fu esteso ai minori stranieri prevedendo che, una volta approdati in Italia, venissero iscritti al Servizio sanitario nazionale e inclusi nel programma vaccinale. Ricordiamo che il provvedimento prevedeva l’impossibilità di iscriversi al nido e alla scuola materna in assenza di certificato di vaccinazione mentre per le scuole dell’obbligo la mancata vaccinazione poteva essere punita con sanzioni pecuniarie nei confronti dei genitori, fino alla sospensione della patria potestà. Come considerare i provvedimenti di radiazione dei medici “non allineati”, dei quali taluni dubbi mossi al provvedimento originale sono stati recepiti nelle modifiche introdotte dal Parlamento? Lorenzini è stata e rimane una figura dubbia per il sistema coercitorio adottato, la poca trasparenza e l’evidente favore manifestatole dall’industria farmaceutica. Per esempio, la Global Health Security Agenda individuò nell’Italia il capofila delle campagne vaccinali dei prossimi cinque anni. La pressione dell’industria, chiamata a un aumento vertiginoso e in un breve lasso di tempo della produzione di vaccini alla popolazione, ha avuto un ruolo importante in questa vicenda.
Il Codacons aveva già denunciato la “scomparsa” del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini in Italia, che dal 2013 non veniva più diffuso e che conteneva dati sulle reazioni avverse segnalate dopo somministrazione di vaccino esavalente. Ora, il Codacons ha reso pubblici i dati dell’Aifa sulle reazioni avverse (22.000 casi in 3 anni!) e ha denunciato il Ministro Lorenzin per abuso d’ufficio, omesso controllo e favoreggiamento alle case farmaceutiche interessate alla somministrazione dei vaccini, in relazione alla morte di cinque neonati.
In particolare il Codacons ha accusato la Lorenzin di non aver informato gli altri ministri, al momento dell’approvazione del decreto sui vaccini, dell’esistenza “di un documento dell’Aifa su 21.658 reazioni avverse”.
Prima di leggere l’articolo pubblicato dal sito “Politicamente Scorretto”, Vi lascio un’ultima riflessione: “L’economia e la finanza sono strumenti della politica e ne devono seguire le leggi. Al popolo degli struzzi, che in tutto il mondo nasconde il capo nella sabbia, al popolo italiano che insorge perché non si permette ai migranti economici di subentrare nei diritti conquistati in secoli di lotta sociale, dico: ‘Quando il dovere deve animare le istituzioni si muta in potere, quando l’interesse pubblico soccombe all’interesse privato, quando l’ordinamento non protegge più le Vostre famiglie, i Nostri figli, quello è il momento del cambiamento’. Spero che la giustizia faccia il suo corso”.

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Sui vaccini è battaglia legale fra il Codacons e le autorità. Da una parte l’associazione dei consumatori, dall’altra il ministero della Salute e l’Agenzia per il farmaco.

La prima ha denunciato l’Aifa e il ministro Beatrice Lorenzin per abuso d’ufficio, omesso controllo e favoreggiamento alle case farmaceutiche interessate alla somministrazione dei vaccini, in relazione alla morte di cinque neonati.

In particolare il Codacons accusa la Lorenzin di non aver informato gli altri ministri, al momento dell’approvazione del decreto sui vaccini, dell’esistenza “di un documento dell’Aifa sulle reazioni avverse”.

Dal canto suo l’Aifa ha dato mandato ai proprio legali “di difendere contro il Codancons, in ogni forma e in ogni sede, la verità scientifica, la realtà dei dati, la qualità dell’operato del lavoro svolto dall’Agenzia”.

I dati presentati dal Codacons questa mattina dicono che le segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini sono state 21.658 nel triennio 2014-2016.

Prima di scendere nel dettaglio il Codacons ha voluto ribadire ancora una volta che l’associazione non è contro i vaccini: “Chiunque a partire dall’Aifa dovesse ancora affermare che il Codacons è contro i vaccini sarà immediatamente querelato per diffamazione e per strumentalizzazione diretta a favorire le case farmaceutiche attraverso affermazioni false”.

I consumatori infatti auspicano “vaccini singoli, sicuri, testati ed adeguate indagini pre vaccinali“.

Il Codacons ha riferito che i cinque casi di bambini morti fra il 2014 e il 2016 sono al vaglio della procura di Torino che sta indagando a seguito di una denuncia della stessa associazione di consumatori.

Sotto accusa il vaccino esavalente Infanrix: “L’Aifa sostiene che ciò non ha nulla a che fare con il farmaco, ma l’autorità giudiziaria deve indagare”, specifica il Codacons.

Precisamente l’Aifa, nel documento citato dal Codacons, ha scritto: “Non esiste alcuna relazione causale tra l’esposizione ai vaccini e la sindrome dei morte improvvisa del lattante (Sids) e l’incidenza di quest’ultima è la stessa sia in presenza che in assenza di vaccinazione.

Il fatto che una Sids si possa verificare a breve distanza dalla vaccinazione non implica quindi alcun rapporto di causa-effetto”.

Il Codacons però ribadisce che l’ultima parola sarà della magistratura ed in ogni caso non c’è stata sufficiente comunicazione: “L’organismo ha il dovere di comunicare tutte le informazioni sulle reazioni avverse, sia dal punto di vista dei farmaci, sia dal punto di vista dei vaccini”.

Delle 21.658 segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini nel triennio 2014-2016, il Codacons specifica che 3.351 sono relative al solo vaccino esavalente.

Nel dettaglio, nel 2014 sono state “8.182 le segnalazioni per vaccini ritenuti sospetti rilevate dall’Osservatorio sull’impiego dei medicinali (Osmed) e 1.857 quelle per il vaccino esavalente comunicate da Aifa, di cui 168 gravi.

Nel 2015 sono state 7.892 le segnalazioni da vaccini rilevate dall’Osmed e 992 quelle da esavalente comunicate da Aifa, di cui 144 gravi.

Mentre nel 2016 le segnalazioni da esavalente comunicate da Aifa ammontano a 702, di cui 142 gravi”.

Tra le patologie principali riscontrate a seguito della somministrazione del vaccino esavalente vi sono “patologie del sistema nervoso, disturbi psichiatrici, patologie della cute e del tessuto sottocutaneo, patologie gastrointestinali e vascolari, disturbi del metabolismo e della nutrizione”.

Il presidente nazionale Codacons, Carlo Rienzi, spiega: “Non si possono rendere obbligatori i vaccini laddove non c’è pericolo di epidemie né un calo percentuale delle vaccinazioni.

Poi c’è bisogno di organizzazione, se si volessero fare solo indagini pre-vaccinali si bloccherebbe per due anni il servizio sanitario nazionale”.

L’Agenzia del farmaco, ribadendo la volontà di adire le vie legali, ha commentato così: “Le affermazioni del presidente del Codacons Carlo Rienzi diffondono dubbi e incertezze che non trovano fondamento nella scienza, e l’attività di farmacovigilanza, e nello specifico di vaccinovigilanza, svolta dall’Agenzia conferma la verità scientifica attraverso un’attività quotidiana di monitoraggio”. Fonte – tratto da Vivere in modo naturale

Sito web Politicamente Scorretto.

1895.- Morto William McBride, il medico eroe del Talidomide martirizzato da Big Pharma.

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È morto il medico che scoprì il nesso tra il farmaco Talidomide, farmaco anti-nausea assunto in gravidanza che causò tante vittime nate con malformazioni e che il farmaco vietato nel 1961. BigPharma non si fece carico delle deformazioni dei neonati, non lo perdonò e fu perseguitato in ogni modo sino a che nel 1993 fu radiato, per poi essere reintegrato nel 1998. I nati con malformazioni a causa del Talidomide aspettano ancora un risarcimento dallo Stato. Le scuse ufficiali: “Affrontiamo le responsabilità”, sono arrivate in occasione dell’inaugurazione di un memoriale dedicato alle vittime a Stolberg, la città tedesca sede della compagnia produttrice del farmaco, ma probabilmente non basterà la statua dell’artista tedesco Bonifatius Stirnberg, costata 5mila euro, a placare la rabbia. Questa storia ci ricorda qualcosa.

William McBride, che fu tra i primi medici a dare l’allarme sulla talidomide, il sedativo che si scoprì causava malformazioni alla nascita, è morto il 27 giugno in Australia. Aveva 91 anni.
Suo figlio David ne ha annunciato la morte su Facebook. La posizione e la causa non sono state fornite.

Nella primavera del 1961, al Crown Street Women’s Hospital di Sydney, in Australia, il Dr. McBride, un ostetrico, fece nascere un bambino che aveva malformato le braccia e altri problemi. Nel giro di poche settimane ne aveva visti altri due. In una lettera pubblicata sulla rivista medica The Lancet che in dicembre, notò che ciò che sembrava connettere le pazienti era un farmaco che aveva prescritto per la nausea mattutina, la talidomide (nota in Australia come Distaval).
McBride fu tra i primi medici a dare l’allarme sulla talidomide, il sedativo che causava malformazioni alla nascita
Circa nello stesso periodo, un medico tedesco di nome Widukind Lenz aveva fatto lo stesso collegamento e documentato alcuni casi in tutta la Germania. Il farmaco è stato rapidamente bandito o ritirato dal mercato in un Paese dopo l’altro.
Il Dr. McBride fu salutato come un eroe. Ma dopo aver fondato un’organizzazione di ricerca, la Fondazione 41, con un premio in denaro che aveva ricevuto da un istituto francese per il suo ruolo nella questione della talidomide, fu guardacaso tormentato dalle polemiche.
Negli anni ’80 la sua ricerca sui possibili effetti dannosi di un altro farmaco, il Bendectin, fu messa in discussione e fu coinvolto in una lunga battaglia per difendere la sua reputazione. McBride ed i suoi sostenitori credevano fermamente che le compagnie farmaceutiche stessero cercando di zittirlo.
McBride ed i suoi sostenitori credevano fermamente che le compagnie farmaceutiche stessero cercando di zittirlo. Ad un certo punto pensò che avrebbero potuto monitorare le sue telefonate
Ad un certo punto pensò che avrebbero potuto monitorare le sue telefonate. «Ci sono crepitii ogni volta che parlo al telefono, che improvvisamente svaniscono od aumentameno», disse al Sun-Herald di Sydney nel 1988. «Potrebbe non essere nulla, ma le compagnie farmaceutiche sono conosciute per ricorrere a metodi drastici per screditare coloro che appaiono in tribunale contro di loro». Anni dopo, un chirurgo inglese di nome Andrew Wakefield avrebbe sperimentato la verità di queste parole.
Fu così, che dopo tanti attacchi, nel 1993 un tribunale ordinò la sua radiazione dal registro medico del New South Wales, impedendogli di praticare la medicina. In pratica, parrebbe proprio una radiazione per lesa Big Pharma come per i nostri Gava, Lesmo, Rossaro, etc.
William Griffith McBride nacque il 25 maggio 1927 a Sydney da John e Myrine Griffith McBride. Crebbe vicino a Dungog, a nord di Newcastle, nell’Australia orientale.
Dopo aver conseguito la laurea in medicina presso l’Università di Sydney, prestò servizio come ufficiale medico residente in diversi ospedali nei primi anni Cinquanta. Proseguì gli studi medici a Londra prima di arrivare all’ospedale di Crown Street nel 1955. Il Sydney Morning Herald ha dichiarato nel 1988 che aveva fatto nascere circa 1.500 bambini prima che l’ospedale fosse chiuso nel 1983.
Nel 1993 un tribunale ordinò la sua radiazione dal registro medico del New South Wales.
Nel 1960 venne chiamato da un rappresentante della Distillers Company, che commercializzava la talidomide in Gran Bretagna e il Dr. McBride accettò di provare il farmaco su alcuni pazienti. Quando si presentarono i problemi, McBride era l’unico medico ad usarlo all’ospedale, il che permise la rapida identificazione del suo legame con i difetti alla nascita.
Seguirono lunghi procedimenti legali sulla talidomide, che alla fine fu implicata in migliaia di difetti alla nascita. Il dottor McBride affermò che aveva cercato di portare le sue preoccupazioni all’attenzione della compagnia farmaceutica, ma fu respinto.
«Non pensava che una compagnia farmaceutica non sarebbe stata felice di sentirlo quando ha detto: “C’è qualcosa di sbagliato nel tuo farmaco’” – ha detto la figlia Catherine McBride all’Australian –Pensava che avrebbe risparmiato loro un sacco di soldi».
I suoi sforzi gli valsero riconoscimenti di ogni tipo. Gli hanno anche portato una pratica fiorente e un premio in denaro da L’Institut de la Vie in Francia. Nel 1971 usò quei soldi per fondare la Fondazione 41 – chiamata per le 41 settimane tra concepimento e nascita – per studiare le cause dei problemi mentali e fisici nei neonati.
Come risultato della ricerca condotta sui possibili rischi di Bendectin (noto anche come Debendox), Dr. McBride divenne un ricercato testimone esperto in cause legali contro Merrell Dow, il produttore del il farmaco che veniva incolpato dei difetti alla nascita.
Ma altri dissero che il farmaco era sicuro. In un caso nei primi anni ’80, il Dr. McBride e il Dr. Lenz, un altro eroe della talidomide, testimoniarono per le fazioni opposte. Tuttavia, coincidenza, la società ritirò il farmaco dal mercato nel 1983, sostenendo che era sicuro, ma dicendo che non era più economicamente conveniente, in parte a causa delle controversie che lo circondavano.
Durante le controversie che seguirono, il Dr. McBride sostenne di essere stato vittima di una campagna di Big Pharma per screditarlo. Nel 1987, per esempio, gli fu contestato l’uso dei conigli negli esperimenti e i relativi risultati.
«Stiamo combattendo per alcuni conigli – disse al Sun-Herald – cosa è più importante – la vita di un bambino o quanto un coniglio ha bevuto in un esperimento?».
La radiazione dall’ordine tuttavia finì per essere cancellata.
Il dott. McBride vinse il diritto di esercitare nuovamente la medicina nel 1998, anche se con diverse condizioni, tra cui quella di non condurre ricerche.
Una ragione per cui il dottor McBride cercò di essere reintegrato nel 1998, quando aveva 70 anni, era che voleva lavorare nelle Samoa americane, dove, disse, la sua esperienza in ostetricia e ginecologia era richiesta e dove aveva già lavorato su un base provvisoria.
«Sono stato felice di vedere quanto potrei operare. Ho fatto un cesareo in 20 minuti».
Le Samoa sono le stesse isole protagoniste la scorsa settimana dell’atroce morte di due bambini di 12 mesi.
Coincidenze, ma con un filo comune che rovina le vite dei protagonisti di tutte queste storie così come di milioni di altri individui: Big Pharma.

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Una vittima del farmaco Distaval

LA BIG PHARMA NON SI FECE CARICO IMMEDIATAMENTE DELLE SUE RESPONSABILITÀ’ COSTRINGENDO LA POLITICA A FARSENE CARICO.

XVII Legislatura (2013-2018)
INDENNIZZI PER INVALIDITA’, MEDICINALI.
Atto Senato n. 2016, A.S. n. 647 ed A.S. n. 671
Presentazione
Trasmesso in data 17 luglio 2015; annunciato nella seduta pom. n. 487 del 21 luglio 2015 (A.S. n. 2016, trasmesso dalla Camera, A.S. n. 647 ed A.S. n. 671)..
Disegni di legge in materia di indennizzi in favore delle persone affette da sindrome da talidomide .

A.S. n. 2016
Il disegno di legge A.S. n. 2016, approvato, in sede legislativa, dalla Commissione Affari sociali della Camera il 15 luglio 2015, propone un ampliamento dell’àmbito di soggetti rientranti nell’indennizzo in favore delle persone affette da sindrome da talidomide.

Si ricorda che quest’ultimo farmaco, somministrato alla fine degli anni cinquanta ed all’inizio degli anni sessanta, recava, se assunto da donne incinte, gravi danni ai feti.
L’attuale disciplina – stabilita dall’art. 2, comma 363, della L. 24 dicembre 2007, n. 244, dall’art. 31, commi 1-bis e 1-ter, del D.L. 30 dicembre 2008, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla L. 27 febbraio 2009, n. 14, e dal regolamento di cui al D.M. 2 ottobre 2009, n. 163 – riconosce un indennizzo per le persone affette da sindrome da talidomide (nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia) nate negli anni dal 1959 al 1965.
Il presente disegno di legge A.S. n. 2016 dispone l’ampliamento alle persone affette nate nell’anno 1958 e nell’anno 1966, con decorrenza dell’assegno mensile (con riferimento ai nuovi soggetti beneficiari) dal 1° gennaio 2016.
Si ricorda che il farmaco in oggetto è stato ritirato dal commercio in Italia nel 1962, ma, naturalmente, è stato di fatto possibile il successivo uso di dosi già acquistate; ogni confezione di tale medicinale aveva una scadenza di 36 mesi, ragion per cui gli effetti dell’impiego di dosi acquistate in precedenza (e non ancora scadute) possono concernere i soggetti nati entro il suddetto anno 1966. Riguardo all’anno 1958, il medicinale non era ancora in commercio in Italia, ma – come osserva la documentazione del Ministero della salute allegata al resoconto sommario della Commissione Bilancio, tesoro e programmazione della Camera del 9 aprile 2015 – un certo numero di donne in gravidanza può averlo reperito sul “mercato parallelo”. Si rileva, tuttavia, che quest’ultima ipotesi può riguardare anche figli nati nel 1957, anno in cui è iniziata (all’estero) la distribuzione commerciale del farmaco; come emerge dall’esame dei lavori preparatori, il testo del disegno di legge elaborato dal Comitato ristretto della Commissione Affari sociali della Camera comprendeva anche le persone affette nate nell’anno 1957 e, successivamente, la suddetta Commissione ha preferito ridurre – all’interno del periodo in cui il farmaco non era in commercio in Italia ed in base alla considerazione di carattere generale che le menomazioni potrebbero derivare da altre cause – la portata dell’ampliamento(1).

Il comma 2 dell’articolo 1 del disegno di legge prevede che, entro sei mesi dall’entrata in vigore di quest’ultimo provvedimento, il Ministro della salute apporti le conseguenti modifiche al citato regolamento di cui al D.M. n. 163. In ogni caso, l’indennizzo mensile per i soggetti interessati dall’ampliamento in esame decorre dal 1° gennaio 2016, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, che fa riferimento alla data di entrata in vigore della presente legge. Quest’ultima data è fissata al 1° gennaio 2016 dal successivo articolo 2. Il termine è stato individuato, nel testo definitivo approvato (in sede legislativa) dalla Commissione Affari sociali della Camera, per ragioni inerenti all’insussistenza della relativa copertura finanziaria per il 2015 (cfr. il parere espresso dalla Commissione Bilancio, tesoro e programmazione della Camera il 17 giugno 2015).
Si ricorda che la tutela in oggetto consiste in un assegno mensile vitalizio, di importo variabile a seconda della gravità delle menomazioni e rivalutato annualmente in base alla variazione “degli indici ISTAT”. L’assegno è corrisposto per la metà al soggetto danneggiato e per l’altra metà agli eventuali congiunti che prestino al danneggiato assistenza in maniera prevalente e continuativa; in assenza di congiunti che rientrino nella suddetta fattispecie, l’assegno è corrisposto per intero al danneggiato. Qualora quest’ultimo sia incapace di intendere e di volere, l’indennizzo è corrisposto per intero ai familiari conviventi che prestino assistenza in maniera prevalente e continuativa.
Per i soggetti che rientrino nella tutela vigente – nati, quindi, nel periodo 1959-65 -, l’indennizzo decorre dal 1° gennaio 2008. Sembrerebbe opportuno valutare i profili di possibile contenzioso, anche in sede costituzionale, e gli eventuali effetti finanziari del medesimo contenzioso, relativamente alla circostanza che, per i nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966, il disegno di legge stabilisce al 1° gennaio 2016 la decorrenza dell’indennizzo mensile.
Il comma 3 dell’articolo 1 del disegno di legge in esame provvede alla quantificazione ed alla copertura finanziaria degli oneri derivanti dal suddetto ampliamento soggettivo. Essi sono valutati pari a 3.285.000 euro annui, a decorrere dal 2016, a cui si fa fronte mediante corrispondente riduzione dell’accantonamento relativo al Ministero dell’economia e delle finanze del fondo speciale di parte corrente (fondo destinato alla copertura degli oneri di parte corrente derivanti dalle norme legislative che si prevede possano essere approvate nel triennio finanziario di riferimento).
I successivi commi da 4 a 6 pongono le clausole contabili e di monitoraggio e salvaguardia finanziari. Per l’ipotesi in cui la novella in esame determini oneri superiori rispetto all’importo stimato, si dispone la riduzione delle dotazioni finanziarie di parte corrente, aventi la natura di spese rimodulabili, nell’àmbito della missione “Tutela della salute” dello stato di previsione del Ministero della salute.
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Anche i disegni di legge A.S. n. 647 ed A.S. n. 671 riguardano gli indennizzi in favore delle persone affette da sindrome da talidomide.
L’A.S. n. 647 estende, con effetto retroattivo decorrente dal 1° gennaio 2008, l’assegno mensile vitalizio summenzionato alle persone affette nate nell’anno 1958 e nell’anno 1966 nonché ai soggetti che, ancorché nati al di fuori del periodo 1958-1966, possano documentare la sussistenza del nesso di causalità tra l’assunzione del farmaco e la sindrome da talidomide. Alla copertura dei relativi oneri si fa fronte mediante le riduzioni finanziarie di carattere generale di cui all’articolo 2.
L’A.S. n. 671 estende, con effetto retroattivo decorrente dal 1° gennaio 2008, il medesimo assegno mensile vitalizio alle persone affette nate nell’anno 1958 e nell’anno 1966 (il disegno di legge non reca norme di quantificazione degli oneri e di copertura finanziaria).

1) Cfr., in particolare, il resoconto sommario del 30 ottobre 2013 dei lavori della suddetta Commissione.
Legislatura 17ª – Dossier n. 90, a cura di M. Bracco

DAL SITO RENOVATIO21.COM LEGGIAMO DELLA CONCLUSIONE DELLA VERTENZA.

Finalmente anche la Grunenthal, l’azienda che ha inventato il Talidomide, si è decisa a riconoscere la propria responsabilità in quella che è la più grande tragedia mai avvenuta per colpa di un farmaco. Le scuse ufficiali sono arrivate in occasione dell’inaugurazione di un memoriale dedicato alle vittime a Stolberg, la città tedesca sede della compagnia, ma probabilmente non basterà la statua dell’artista tedesco Bonifatius Stirnberg, costata 5mila euro, a placare la rabbia delle vittime.

«Per 50 anni non siamo riusciti a parlare con le vittime e le loro madri – ha affermato Harald Stock, amministratore delegato della compagnia – invece siamo rimasti in silenzio, e ci dispiace molto per questo. Il talidomide sarà sempre parte della storia della nostra compagnia. Noi abbiamo una responsabilità e la affrontiamo apertamente».

Il farmaco, progettato per le nausee mattutine ed altri fastidi tipici della gravidanza, fu approvato in Germania nel 1954, mentre i primi effetti avversi furono direttamente ricollegati al Talidomide solo cinque anni più tardi e il ritiro avvenne solo nel 1961. Solo dopo molto tempo si capì che la tossicità era dovuta alla coesistenza di due forme, una “buona” e una “cattiva”, all’epoca indistinguibili, mentre ora la forma “buona” è usata per la cura di alcuni tumori. Alcune stime affermano che più di 20mila bambini nacquero con malformazioni agli arti, mentre in Italia le associazioni di pazienti stimano in 6-700 il numero di vittime, che ora sono 300. L’azienda finora ha risarcito solo le vittime tedesche, mentre contenziosi sono in corso in diversi altri paesi fra cui l’Australia: «In Italia solo da pochi anni abbiamo visto riconosciuto un indennizzo da parte dello Stato – sottolinea Vincenzo Tomasso, presidente dell’Associazione Thalidomidici Italiani – anche se problemi burocratici stanno mettendo ostacoli per alcuni nostri associati. Dalla Grunenthal invece per 50 anni abbiamo visto solo un muro di gomma».

C’è almeno un aspetto positivo della vicenda, spiega il farmacologo Silvio Garattini: «All’epoca non si pensava proprio che fosse possibile un simile effetto di una sostanza chimica sulla riproduzione – spiega l’esperto – fu proprio dopo la vicenda del Talidomide che è diventato obbligatorio fare dei test per vedere gli effetti in gravidanza. Questo e l’introduzione della farmacovigilanza hanno fatto sì che in 50 anni non ci sono più stati casi così gravi».

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Un libro (“Silent Shock”) accusa con testimonianze inedite due grandi case britanniche, che nascosero le prove secondo le quali il farmaco provocava malformazioni nei neonati. Si calcola che più di 10.000 bambini in tutto il mondo nacquero ciechi o sordi, senza gli arti superiori o inferiori, a causa di questo farmaco prodotto dall’azienda tedesca Grünenthal senza alcuna sperimentazione animale, né tanto meno clinica (non erano necessarie al tempo e qualcuno cerca di eliminarle ancora oggi).

Il talidomide è stato il farmaco più nefasto che la storia abbia conosciuto. Fu venduto negli anni Cinquanta e Sessanta come sedativo per alleviare la nausea delle donne in gravidanza, dopo essere stato diffuso in 50 paesi sotto 40 nomi commerciali diversi. Le case farmaceutiche in Australia «potevano salvare duemila bambini. Ma non ritirarono il farmaco. Il talidomide venne repentinamente ritirato alla fine del 1961 in seguito alla scoperta del carattere teratogenico di uno dei suoi componenti.

Le donne che usavano questo farmaco, infatti, davano alla luce dei neonati focomelici, con riduzione delle ossa sia degli arti superiori che inferiori, o addirittura amelici, cioè totalmente privi di arti. Non stupisce che dopo questa tragedia le autorità del farmaco dei diversi Paesi abbiano ristretto le maglie per l’approvazione di nuovi prodotti. A dire di Lachman, però, le maglie sarebbero troppo strette, tanto da raggiungere paradossalmente effetti negativi per gli stessi malati. “L’episodio rappresentato dal talidomide – scrive – è stato senza dubbio una tragedia profonda. Eppure, nel tempo, le sue conseguenze sono state quelle di mettere in pericolo non migliaia, ma milioni di vite, creando un sistema di licenze che ritarda ‘’immissione di farmaci in commercio anche di dieci anni rispetto al necessario e che costa 1 miliardo di dollari. Siamo di fronte a un sistema che va totalmente ripensato”.

Lo scienziato inglese punta l’indice sul regime di responsabilità oggettiva attualmente vigente, che non consente ai singoli pazienti di scegliere di sottoporsi a volontarie sperimentazioni senza far ricadere eventuali danni sui ricercatori e le strutture mediche. “La legislazione europea e quella britannica non consentono il passaggio a un regime di responsabilità soggettiva, e così rimaniamo tutti ingabbiati – conclude – nella paura di subire una class action”, col risultato di ritardare l’approvazione di nuovi farmaci nonché di pagarli di più.

Di parere opposto è Tommaso Russo, direttore del dipartimento di Biochimica e biotecnologie mediche dell’Università degli studi di Napoli Federico II e presidente di Gear (Centro regionale di competenza specializzato nello sviluppo della ricerca applicata al campo della salute dell’uomo) . “È vero che bisogna rendere appetibili gli investimenti alle industrie farmaceutiche, senza i quali non si va da nessuna parte, ma non esageriamo. Il giusto equilibrio tra rischi e benefici – dice – è una chimera, ma nel dubbio bisogna sempre favorire la sicurezza dei pazienti rispetto alle esigenze della ricerca e spesso delle ambizioni dei singoli ricercatori”. Russo fa un esempio eloquente: “Si pensi ai farmaci antitumorali.

LE RESPONSABILITÀ. Altrettanti, se non di più, furono i bambini morti in grembo o poco dopo la nascita a causa del farmaco. Per oltre 50 anni questa tragedia è rimasta nell’ombra, anche perché l’azienda si è sempre rifiutata di ammettere le proprie colpe. Solo l’1 settembre 2012, con un laconico comunicato stampa, la Grünenthal ha chiesto perdono pubblicamente. Ma l’azienda non sarebbe l’unica responsabile e parte delle colpe farebbero capo anche alle aziende che distribuirono il talidomide nei vari paesi, gestendo gli incassi delle vendite.
MAXI RISARCIMENTI. L’ultima rivelazione arriva dall’Australia, dove è appena uscito il libro Silent shock, Shock silenzioso. L’autore è Michael Magazanik, avvocato nel caso di una delle vittime australiane del talidomide, Lynette Rowe (nella foto alla nascita, ndr), nata senza braccia e gambe dopo che sua madre aveva assunto il farmaco in gravidanza. Nel 2012 la signora Rowe ha vinto la causa contro Grünenthal e contro le due aziende britanniche Distillers e Diageo, che avevano messo in commercio il talidomide in Australia. La Suprema corte vittoriana ha stabilito che la donna ricevesse un maxi risarcimento da milioni di dollari australiani, che le permetterà anche di ricevere a vita le cure di cui necessita.

LE CASE FARMACEUTICHE SAPEVANO. La causa ha portato anche alla vittoria della class action intentata in seguito da altre 100 vittime australiane, che con Diageo hanno ottenuto una transazione da 89 milioni di dollari. Nel preparare la causa di Rowe, Magazanik ha raccolto documenti e testimonianze inedite che provano come anche le case farmaceutiche che commercializzarono il talidomide fossero a conoscenza, almeno sei mesi prima che il farmaco venisse ritirato, dei terribili effetti collaterali che aveva sui feti e sui neonati.
LA RELAZIONE. Magazanik nel libro riporta infatti le testimonianze raccolte dagli ex dipendenti della sede centrale australiana dell’azienda farmaceutica Distillers, e tra questi anche quella di uno dei venditori, Hubert Woodhouse, che ha parlato contro i vertici dell’azienda. Questi, almeno sin dall’inizio del 1961, avrebbero ricevuto relazioni che illustravano gli effetti terribili del farmaco. In particolare, in Australia nel giugno del ’61 il medico ostetrico William McBride aveva chiamato la Distillers e presentato una documentata relazione. Vi si provava come almeno tre bambini che aveva in cura fossero nati con gravissime malformazioni, dopo l’assuzione del talidomide da parte delle madri. Ma la Distillers in seguito ha sempre negato di aver ricevuto questa comunicazione.
«DUEMILA BAMBINI». Woodhouse ha invece raccontato che non solo l’azienda – compreso il numero uno Bill Pole – aveva ricevuto la notizia dal medico, ma che da giugno, in più occasioni, la direzione aziendale si era riunita per parlarne. Woodhouse personalmente partecipò ad alcuni incontri informali con Pole, in cui tutta la direzione della Distillers cercò di evitare le ricadute economiche che la relazione del medico McBride avrebbe avuto. «Le menzogne di Pole sono state su scala industriale in quei mesi», ha raccontato Woodhouse. Il farmaco fu ritirato solo alla fine del 1961 in Australia: secondo la tesi del libro, se la Distillers avesse dato seguito ai rapporti ricevuti dai medici in estate, compreso quello dettagliato di McBride, almeno mille bimbi sarebbero nati senza malformazioni e altri mille forse non sarebbero morti poco dopo la nascita.

1894.- Incassa 300mila euro a settimana grazie ai barconi. Chi è l’uomo da arrestare: ci fa invadere, uccide e… A chi fa capo?

Altro che “Salvini assassino”. La faccia e la storia della bestia del Mediterraneo.

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Sei anni fa l’etiope Ermias Ghermay era un “normale” clandestino, in Sicilia, con richiesta d’asilo. Poi dal Centro di accoglienza di Mineo ha spiccato il volo, diventando il re del traffico di migranti. Il boss di una rete internazionale con centro in Libia e in Italia e appoggi in tutta Europa, per un giro di affari che porta nelle sue tasche, scrive il Fatto quotidiano, 300mila euro a settimana.

C’è lui, ad esempio, dietro il viaggio tragico nel Mediterraneo che ha portato alla morte di 366 persone nell’ottobre 2013. È lui che tiene le fila dell’agghiacciante traffico di organi che vede vittime i migranti disperati che non possono pagargli il viaggio verso l’Europa. L’indagine della polizia italiana, grazie a oltre 30mila intercettazioni, ha svelato la rete di potere dell’etiope, che sfruttava come base logistica e finanziaria una profumeria a due passi dalla Stazione Termini, a Roma, gestita da un suo connazionale che raccoglieva in un libro mastro i nomi dei migranti trasportati dalla mafia libica e raccoglieva i soldi da spedire poi in Libia. In quella profumeria romana, scrive il Fatto, “gli agenti hanno sequestrato 526mila euro e 25mila dollari in contanti”.

I migranti disposti a pagare di più avevano la garanzia di arrivare in Italia non via mare ma attraverso ricongiungimenti familiari. Oggi Ghermay è latitante e ricercato, dopo aver sfruttato un permesso di soggiorno valido fino al 2019. Sarebbe tornato in Libia, dove regna dal suo centro operativo, “una fattoria dove nasconde fino a 600 migranti alla volta, ai quali chiede tra i 1.200 e i 1.600 dollari a testa per partire”. Fatti due conti, “80mila dollari per ogni partenza di migranti stipati sulle carrette del mare”.

Libero.it

1893.- DUE PIEDI IN UNA SCARPA, VANNO PIANO E NON LONTANO.

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Donald Trump ha visitato l’Europa per il summit della Nato e ha chiesto ai governi NATO europei di portare il loro impegno per la spesa militare al 4% dei PIL, manifestando l’intento di diminuire l’impegno degli Stati Uniti e non poteva essere diversamente vista l’ambiguità della politica tedesca nei rapporti con la Russia. Il via libera di Berlino al raddoppio del gasdotto Nord Stream 2 sotto il Baltico, osteggiato dai Paesi dell’Europa centro-orientale (alleati della Germania nella Nato e nell’Ue) ha un significato geopolitico altissimo. facile vedervi il segno di una strategia indipendente dalla NATO. Certamente, come in passato,orienterà la politica estera dell’Unione europea. Leggo l’adesione tedesca, ma anche la nostra, alle sanzioni Ue alla Russia come una contrapposizione alla naturale attrazione dei mercati europeo e russo. Anche nella crisi ucraina si è vista l’indipendenza della politica tedesca nei confronti della NATO. Ciò vale, appunto, anche per l’Italia, il cui interscambio con la Russia valeva diversi milioni di euro al giorno. Ce lo ricorda Matteo Salvini. Quindi, lo scombaciarsi progressivo tra Nato e Ue non è portato soltanto dallo spostamento del baricentro degli interessi strategici americani verso il Pacifico, ma possiamo dire che dipende in egual misura da quelle stesse esigenze mercantili che ispirano la politica tedesca verso la Russia e la politica USA verso l’Ue. Sono queste le ragioni che hanno mosso Trump a incontrarsi con il suo pari Putin? È l’insignificanza e la mancanza di fiducia nella politica estera Ue che ha chiamato al tavolo i “grandi”? Oppure, entrambe le cose?
La doppiezza tedesca di fronte alla Russia è datata e affonda le proprie radici nei delicati equilibri dell’Europa centro-orientale e non è affatto coerente con la sua appartenenza alla NATO e con lo schieramento di aerei, mezzi corazzati e truppe attuato da mesi sulle frontiere con la Russia.

G-20 summit in Hamburg

“Fu l’Ostpolitik di Willy Brandt ad aprire per prima canali di dialogo e di collaborazione con l’Unione Sovietica e con l’intero blocco del Patto di Varsavia. Oggi, sono le tante spinte lobbistiche del mondo imprenditoriale tedesco, che nella Russia di Putin ha investito risorse e denari e che da quasi un lustro soffre le conseguenze delle sanzioni economiche per una crisi artefatta, come quella ucraina.
In due occasioni, negli ultimi 15 anni, Berlino si è distanziata in maniera plateale dalla solidarietà occidentale, alimentando sospetti di inseguire un suo particolare Sonderweg nel mondo post-Muro: nel 2002-2003, quando Gerhard Schröder realizzò un asse con Parigi e Mosca contro la scelta dell’America di Bush di invadere l’Iraq e nel 2011 quando Angela Merkel si astenne nel voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’attacco alla Libia. “

Ma, qui, vengono in gioco gli equilibri non solo geopolitici e il colloquio strettamente personale fra Trump e Putin deve essersi focalizzato sui rischi di lasciare libertà d’azione a una Germania, troppo modesta e finanziariamente troppo fragile perché frau Merkel possa garantire la sua politica filorussa, facendo, fra l’altro, riferimento ad aree politiche interne eterogenee. Quindi, il significato che darei all’incontro di Helsinki fra i presidenti Trump e Putin è: “La parola è tornata ai grandi”.
Il messaggio per l’Ue e per la sua modestissima politica estera è stato di non illudersi di poter pendere a Est e farvi affari, sotto l’ombrello delle Forze Armate USA. Nell’attesa del viaggio del presidente Conte alla Casa Bianca, per l’Italia, si prospetta un’altra ragione di indipendenza dalla Ue e l’attuazione – volevo dire “ a scelta”, ma.. – di una cooperazione bilaterale rafforzata con gli Stati Uniti. Qui, verrebbero in discorso l’aspettativa di vita dell’euro e la nostra posizione disparitaria nell’eurozona. Cito, a proposito, il ministro per gli Affari Europei professore Paolo Savona, che chiede di stimolare la crescita attraverso gli investimenti, ma che per poterli attuare deve chiedere il permesso alla Banca Centrale Europea, privata. È vero: siamo un grande Paese; siamo al centro del Mediterraneo e, forse, abbiamo in Italia più soldati americani che italiani; ma, quali che siano le soluzioni adottate da questo Governo europeista per stimolare la crescita e le concessioni che la BCE farà alla sua vittima perché sopravviva, gli italiani non si illudano di potersi affidare gratis, ma legati mani e piedi, al dollaro.

1892.- … la vera emergenza dell’Italia è la sua sopravvivenza finanziaria

Nello stesso giorno Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli mostrano preoccupazione per la crescita, i conti pubblici, la permanenza stessa in Europa del nostro Paese. Nel frattempo, il governo non fa nulla. E Di Maio e Salvini ci tengono occupati con le loro polemiche quotidiane
da LINKIESTA, di Francesco Cancellato

++ MPS: VISCO VEDE PATUELLI, BANCHE ITALIANE SOLIDE ++
Ignazio Visco

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Paolo Savona

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Antonio Patuelli

Non diteci che era così, che tutto questo agitarsi coi migranti, i vaccini, il decreto dignità, i vitalizi, che tutti i mirabolanti annunci di queste settimane servivano a nascondere quel che Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli, rispettivamente governatore della Banca d’Italia, ministro delle politiche comunitarie e presidente dell’Abi, nel giro di poche ore l’uno dall’altro hanno prefigurato.

Ha iniziato Visco, all’assemblea dell’Abi, raccontando che la crescita sta rallentando, che il protezionismo è un problema serio per un’economia come la nostra, che le riforme hanno perso slancio e che, proprio per questo, «davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa». Ha continuato Paolo Savona, in audizione di fronte alla commissione per le politiche europee in Senato, a proposito dell’uscita dall’Euro e del suo Piano B, affermando candidamente che «possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri», in altre parole che il vero rischio non è una nostra uscita volontaria, ma che ci caccino. Ha chiuso Antonio Patuelli, ricordando nella sua lunga relazione che se ciò dovesse avvenire L’Italia rischia di «finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani», cioè all’Argentina in perenne crisi finanziaria.

Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante. Valgano per tutte, le parole del ministro Tria, secondo cui Il disegno riformatore sarà efficace solo «mantenendo il percorso di riduzione del debito pubblico ed evitando un’inversione di tendenza nell’aggiustamento del saldo strutturale». Tradotto: i sogni sono chiusi nel cassetto a tripla mandata, per ora.
Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante
E non è un caso che in quaranta giorni il governo non abbia fatto ancora nulla. Che non ci sia uno straccio di politica espansiva, una a caso di tutte quelle promesse, che sia già stata messa sui binari. Che Di Maio vada a battere cassa in Europa prima e alla Banca Mondiale poi per finanziare il suo reddito di cittadinanza. Che di tutto il resto non se ne parli praticamente più, dalla flat tax al superamento della legge Fornero, dagli asili nido gratis alle assunzioni di 10mila nuovi agenti. Che tutta la baldanza anti europeista si sia spostata sulla questione migranti, mentre sulle politiche di bilancio siamo tornati docili come cagnolini: con un abbassamento del rating alle porte e una legge di bilancio da far approvare a Bruxelles c’è poco da fare i fenomeni.

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Attenzione, però. Perché scommettiamo che da settembre i nostri eroi Salvini e Di Maio ricominceranno a dar fuoco alle polveri contro i tecnocrati, che dopo i migranti d’estate, diventeranno l’alibi autunnale dietro cui nascondere la vacuità delle promesse gialloverdi. Diranno che è l’Europa che non ci fa cambiare l’Italia, minacceranno di sfondare il muro del 3%, e quando lo spread salirà – perché sale fisiologicamente, se le agenzie di rating decidono che il tuo debito è più rischioso e se minacci di farlo crescere ancora – diranno che è un complotto della finanza globale, o una vendetta di Soros, dipende dal livello di ispirazione.
La verità, purtroppo per noi, è molto più semplice. Che abbiamo un’emergenza chiamata debito pubblico, che dobbiamo smetterla di spendere più soldi di quelli che abbiamo e che prima di qualunque sogno, occorre disinnescare l’incubo di una spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia che manderebbe all’aria la nostra credibilità, i nostri conti pubblici, la nostra permanenza stessa in un’Unione Europa che prova a integrarsi sempre di più. Al netto di tutte le chiacchiere e di tutti i giocolieri in campagna elettorale perenne, è questa la vera questione.

1891.- Il Piano A di Savona: “recuperare 50 miliardi a UE”, il volto europeo di Tria e Bagnai e le esternazioni di Boeri.

Lasciamo da parte l’immigrazione e l’incontro fra Trump e Putin per fare un punto sulla politica economica e finanziaria con Wall Street Italia.

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“Preferisco parlare del piano A”. Così il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona racconta in una lunga intervista a La Verità il progetto del governo per stimolare la crescita e rispettare gli obiettivi di bilancio e annuncia l’intenzione di chiedere all’Europa margini per poter finanziare 50 miliardi di investimenti pubblici.

“L’Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l’incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei Trattati europei. Questo nonostante abbiamo ancora una disoccupazione nell’ordine del 10% della forza lavoro e rischi crescenti di povertà per larghe fasce di popolazione. L’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna (…) Una politica della domanda centrata sugli investimenti, una scelta che, con l’avvento della Commissione Juncker era già stata effettuata sotto la spinta dell’opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo”.
Da qui se c’è l’ok dell’Ue, dice Savona, allora si potrà parlare di introdurre le riforme del governo, dalla flat tax al reddito di cittadinanza.

“Se l’Ue lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat Tax, salario di cittadinanza e revisione della Legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua”.

E a chi gli fa notare che rimane il nodo coperture, il ministro risponde a tono:

“I grandi progressi dell’umanità hanno avuto origine dalle utopie, che furono definite necessarie perché senza di esse non si sarebbero mai raggiunti risultati importanti”.
di Alessandra Caparello

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Intanto che il ministro dell’economia Giovanni Tria manifesta sempre più il suo volto europeo e, da indiscrezioni risulta che abbia detto No al Reddito di Cittadinanza, concedendo la Flat Tax solo a pochi, Alberto Bagnai, nuovo presidente della Commissione Finanza del Senato, dichiara: “Il Governo no farà nulla per attaccare l’euro”. un conto sono le commissioni accademiche e un altro la responsabilità politica, sottolineando, poi, l’importanza del debito se la crescita manterrà il passo esecutivo, potrebbe anche confermare gli obbiettivi di riduzione del debito stabiliti dal precedente governo di centro-sinistra.
Il Governo avrebbe già avviato una trattativa con l’Ue, chiedendo una flessibilità pari al 5% del PIL.

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Che Boeri sia stato sponsorizzato da De Benedetti e da Soros, è cosa nota e non va a favore di qualsivoglia sua tesi.

Scarso l’interesse dei cittadini per lo scontro tra il governo e il numero uno dell’Inps Tito Boeri sui numeri del decreto dignità, scontro istituzionale sfociato nella richiesta di dimissioni all’indirizzo di Boeri. Boeri fa politica, anziché fornire i propri dati al Governo.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre ostile a Boeri, ha detto: “Il presidente dell’Inps continua a dire che la legge Fornero non si tocca, che gli immigrati ci servono perché ci pagano le pensioni, che questo decreto crea disoccupazione. In un mondo normale se non sei d’accordo con niente delle linee politiche, economiche e culturali di un governo e tu rappresenti politicamente, perché il presidente dell’Inps fa politica, un altro modo di vedere il futuro, ti dimetti”
Luigi Di Maio, tentando una via diplomatica, è intervenuto:

“Non possiamo rimuovere Boeri ora, quando scadrà terremo conto che è un presidente dell’Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo, non perché il presidente dell’Inps la debba pensare come noi, ma perché noi vogliamo fare quota 100, quota 41, la revisione della legge Fornero, l’Inps ci deve fornire i dati, non un’opinione contrastante. I soldi per fare queste cose li troveremo”.
In piena sintonia con Di Maio, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”.

Fonte WSI,Finanza. Immagini Getty.

1890.- Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

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Bechir Rabani, giornalista indipendente morto suicidato. É evidente che aveva scoperto cose che non doveva sapere né divulgare. Proprio per questo ci attendiamo che si indaghi più a fondo prendendo debite precauzioni, sì perché quando ti ammazzano significa che hai preso un pesce molto grosso.
Da Controinformazione.info

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era stato trovato morto nel dicembre 2017, poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

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Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario, è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti: TheTruth Seeker Culture-wars.com. Traduzione e nota: Luciano Lago

1889.- L’AMMIRAGLIO: “LEGGE DEL MARE NON IMPONE DI ACCOGLIERE I CLANDESTINI”

Da VOX questi articoli che gettano una luce oscura sull’attuale comandante e sulle operazioni della Guardia Costiera italiana e fanno chiarezza sui contrasti fra l’Italia e Malta per le attività di ricerca e salvataggio. Lo scorso anno, a maggio, fu data notizia di un dossier che avrebbe messo sotto accusa l’ammiraglio ispettore​ capo (CP) Giovanni Pettorino, attuale comandante generale della Guardia Costiera, nominato da Gentiloni. Di lui si dice che sta facendo l’anti Salvini con un duro ostruzionismo al nuovo governo, assieme a tutto l’apparato, per esempio, andando a prendere i migranti in Libia con nave Diciotti. Come che sia, gli ammiragli non devono essere confusi da politiche contrastanti dei presidenti vari, dei poteri vari, degli interessi vari.

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GUARDIA COSTIERA: “NAVI ONG LE INVIAMO NOI IN LIBIA”

QUESTO CONFERMA LE ACCUSE DI GEFIRA RIPORTATE DA VOX
L’altro giorno, la Guardia costiera ha difeso l’opera dei trafficanti umanitari da parte della flotta delle Ong. Lo fa fatto per bocca del suo capo, tal Vincenzo Melone, che ha spiega davanti alla Commissione Difesa che le operazioni di soccorso dei barconi si sono estese «dai 500mila chilometri quadrati di competenza italiana ad un milione e centomila, praticamente metà del Mediterraneo».

Il motivo è che, fino allo scorso 28 giugno (ndr), la Libia non aveva mai dichiarato la sua area di soccorso e con il caos post Gheddafi era incapace di farlo. E così ci siamo beccati noi tutti i clandestini: per motivi sconosciuti, visto che allora potrebbe farlo anche la Tunisia, la Francia o qualsiasi altro paese. L’alto ufficiale – si fa per dire – ribadisce «che le unità navali a nostra disposizione non ce la fanno e dunque dobbiamo chiamare a raccolta chiunque navighi in vicinanza di un evento Sar (ricerca e soccorso), mercantili e navi delle Ong». Lo sappiamo. Che la Guardia Costiera sia complice del traffico è noto a chiunque legga Vox e abbia seguito un po’ più dei giornalisti lo scandalo ‘Canale di Sicilia’:

SCANDALO ONG SI ALLARGA: “IMPLICATA ANCHE GUARDIA COSTIERA” – VIDEO

SR 1380 – NGOs Smuggling Migrants Into Italy on an Industrial Scale

La Guardia Costiera che garantisce per le Ong, è come Provenzano che fa da garante a Riina. In Libia ce le mandano loro, la Guardia Costiera sta violando la legge – e tradisce la Patria, ma questo per loro non è una novità – ogni volta che invia navi dei trafficanti umanitari in Libia e poi le accoglie nei porti italiani invece di dirigerle in Tunisia o Malta.

La rappresentante di Moas, una delle organizzazioni sotto accusa, sempre in Commissione difesa, aveva del resto ammesso che l’«unica eccezione per entrare in acque territoriali libiche è quando viene esplicitamente richiesto da Roma». I capi italiani dell’organizzazione sono a Palazzo Chigi! Per questo Soros è andato da Gentiloni, per questo il governo non fa nulla: non può accusare se stesso.

Si cita il caso della nave Aquarius di Msf e Sos Mediterranee che venne monitorata un quarto di miglio all’interno delle acque libiche. Dal comando della Guardia costiera di Roma gli fu risposto che c’era attività in mare senza però confermare se questa stava avvenendo in acque territoriali di un altro paese.

Per l’ennesima volta. Giorni prima era toccato ad altre navi di scafisti umanitari.

7 giorni in Libia con i trafficanti umanitari delle ONG a caccia

Si è detto che il Comandante della Guardia Costiera non deve essere sentito in commissione perché spieghi o meno se le ONG trafficano, ma come protagonista di questo traffico. Ma anche lui, in fondo, è una mera pedina, traditrice del popolo ma pedina, di ordini diretti del governo. Abusivo e criminale.

L’ammiraglio Ferdinando Lolli, ex comandante generale della Guardia Costiera afferma: “I clandestini non sono naufraghi, vanno in mare apposta per farsi salvare. Nessun porto è stato chiuso, ma è legittimo negare l’accosto di una nave”.

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“L’Italia ha tutto il diritto di non voler più accogliere migranti (clandestini ndr…) ma profughi”.
“Non sono naufraghi. Tutte le convenzioni del mare dicono che chi rischia di morire va soccorso. Ma queste convenzioni sono pensate per soccorrere chi si sta perdendo per la fortuna del mare. È la solidarietà del navigante verso un altro navigante. Ma la Bibbia di tutte le convenzioni del mare, Amburgo 1979, viene ora chiamata in causa anche per quanti si mettono in mare proprio per essere soccorsi”.

Infatti. Deve essere rivista, perché legata ad un’altra epoca. Come Gesù rivedrebbe la parabola dello straniero se si presentassero alla sua porta migliaia di stranieri che vogliono approfittarsi di Lui.

“Il gommone che usano è fatto per sgonfiarsi. I mezzi sono costruiti e gestiti in violazione di tutte le norme di sicurezza. Non sono unità navali, ma legni e gomme galleggianti” (Aggiungo: non portano scorte di carburante né di cibo. Hanno, al massimo un motore da 40 HP, come nella foto. ndr).

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“Malta ha dichiarato una Sar immensa, ma se ne disinteressa perché la sua popolazione è quella di un quartiere di Roma. Ma è uno Stato e ha degli obblighi”.

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Tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della Convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di SAR, e le SAR dei vari stati devono coordinarsi tra di loro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i Paesi costieri nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997. Secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati.

Tutto questo concepito per il normale traffico marittimo, non certo per una situazione in cui flotte di barconi lasciano l’Africa per raggiungere l’Italia. Approfittando proprio delle leggi che ci siamo stretti al collo come un cappio.

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E ORA, SEMPRE DA VOX, MA DELL’APRILE 2016.- CI PRENDIAMO CLANDESTINI IN CAMBIO DI TRIVELLE, L’ACCORDO SEGRETO

Denunciato un patto segreto tra Malta e il governo Renzi per scambiare i clandestini con i diritti di esplorazione petrolifera

Il leader dell’opposizione maltese ha affermato che Malta e l’Italia hanno stipulato un accordo segreto in cui Malta cede i diritti di esplorazione di petrolio in una zona off-shore contesa con l’Italia, mentre l’Italia ricambia il ‘favore’ – a qualche compagnia amicha del governo Renzi – prendendosi la quota di di clandestini che trovandosi in zona maltese, dovrebbero essere presi in carico da Malta.

Alla fine di marzo, la Commissione europea è stata costretta a rispondere alle accuse, negando; ma è una questione complicata.

Il leader dell’opposizione maltese Simon Busuttil del partito nazionalista, e membro del Parlamento europeo fino al 2013, ha accusato il governo maltese alla fine dell’anno scorso di consentire al governo italiano di trivellare in acque maltesi in uno scambio petrolio-per-immigrati. Renzi ha una passione per le trivelle. E per i clandestini. Figuriamoci se può prendersi entrambi: doppio business.

Lo scorso settembre, il ministro degli Interni maltese Carmelo Abela aveva dichiarato che Malta ha un accordo ‘informale’ con l’Italia su questo punto, per poi smentire e parlare di “stretta collaborazione”.

Sarà, ma intanto, mentre in Italia ha raccattato decine e decine di migliaia di clandestini negli ultimi mesi, a Malta, in tutto il 2015, ne sono arrivati 100.

Alla fine del mese scorso, la Commissione europea ha finalmente risposto alle accuse, con il Commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione Dimitris Avramopoulos. La risposta è stata pilatesca, ha detto che “non era a conoscenza di tale accordo bilaterale … tra le autorità maltesi e italiane in materia di ricerca e soccorso (SAR) nel Mar Mediterraneo. ”

“Non essere a conoscenza” di certo non dice nulla. E lascia spazio a tutto.

Detto questo, come riportato da The Independent, la Commissione ha osservato che per coincidenza l’area di ricerca di idrocarburi in questione si sovrappone con le aree di soccorso migranti.
Pur non essendo a conoscenza di alcun accordo, la Commissione ha detto che se ci fosse un accordo, sarebbe in linea con la normale ripartizione degli oneri.

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Malta ha un potenziale di 260 milioni di barili. Ma Malta e l’Italia rivendicano la zona per trivellare, ma non la vorrebbero in quanto a responsabilità di prendersi i clandestini. Questo fino all’arrivo di Renzi. Anzi, dall’arrivo del PD al governo.

Il nocciolo della questione è una legge 2012 approvata dal Italia, che ha in sostanza raddoppiato direzione sud-est della piattaforma continentale in Italia della Sicilia e verso la costa libica rivendicato anche da Malta. Alla fine del 2015 , Malta e l’Italia hanno raggiunto un accordo informale per sospendere l’attività esplorativa di perforazione petrolifera in questo settore.

Forse, lo scandalo PD-Petrolio è un tantino più largo. Forse, arrivano fino alla Libia.