1564.- Dalla Svizzera: “Euro è condannato a sparire”

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“L’euro è destinato a sparire”, secondo Pierre Kunz. Il presidente svizzero dell’Istituto nazionale di Ginevra ed ex deputato del partito Liberale Radicale (PLR) ha lanciato un appello per una rifondazione totale del progetto europeoe per l’abbandono della moneta unica, le cui condizioni di sopravvivenza non sono mai state completamente soddisfatte.

L’ex deputato del Grande Consiglio Federale Svizzero, che gestisce un blog sul sito del quotidiano de La Tribune de Geneve, sostiene che l’Europa rischia di implodere sotto gli effetti delle problematiche sociali, economiche e politiche che non riesce a superare perché il suo modello, che non ha intenzione di cambiare nonostante i suoi difetti, non è più adatto al nuovo mondo in cui ci troviamo.

“Questo nuovo mondo è quello delle nuove tecnologie, dell’informazone istantanea e universale, ma anche quello della ‘fine della mondializzazione‘ come ha sintetizzato François Lenglet, quello del ritorno dei popoli, dell’interesse e indentità nazionale, del protezionismo regionale, della concorrenza amministrata tra i grandi blocchi economici del mondo”, osserva il politico sul quotidiano Le Temps.

Europa: un orientamento testardo e irrazionale

Le autorità devono rimettere in causa le fondamenta su cui si è basata fino a oggi la politica europea dell’ultimo mezzo secolo, di quello che è stato definito “il progresso sociale” e devono ripensare il modello economico al quale siamo abituati, ossia quello della crescita attraverso i consumi. Bisogna creare un nuovo progetto che si basi sul produttore e non più sul consumatore.

“È il primo stadio, quello essenziale. Nel mirino dei riformatori deve essere la priorità. Non si tratta di prepararsi alla decrescita, fonte di disuguaglianze di reddito e di problemi sociali molto più gravi di quelli che si additano al capitalismo, bensì della capacità da parte dell’Europa di competere con le potenze emergenti. Per farlo serve un nuovo progetto di società“.

 

Libero scambio regionale e fine dell’euro

Servirebbe un piano per un’Europa federalista con meno accentramento dei poteri, spiega il politico svizzero, che abbandoni le sue procedure, le sue direttive e regolamenti, i suoi tecnocrati senza più contatto con la realtà, che vivono a Bruxelles nell’ignoranza di quello che succede ai popoli dei singoli Stati, quali sono le loro speranze, i loro problemi.

L’Europa che nascerebbe dalle ceneri del progetto dell’euro, nell’ideale di Kunz, “dovrebbe ridistribuire a suoi Paesi membri una buona parte di poteri, sovranità e fiscalità, mettendo fine alla libera circolazione delle persone come è in vigore oggi” e che ha contribuito – malgrado chi provi ancora a negare l’evidenza – a provocare la Brexit.

Quanto all’euro, “è condannato a sparire perché le condizioni della sua sopravvivenza, ossia il rigore di bilancio degli Stati membri dell’Unione, non sono state mai veramente rispettate”. Sparirà così anche la Bce, a meno che non trovi un ruolo meno ambizioso. Le misure di espansione monetaria straordinarie di Mario Draghi “non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi promessi”, secondo Kunz.

Nel suo ultimo libro sulla moneta unica europea Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, dichiara che l’euro non ha mai rispettato le attese e che è molto improbabile che porti i benefici promessi. Perché tanto pessimismo? Semplicemente perché – per usare le parole dell’illustre economista “nessuno si immagina la Germania impegnarsi istituzionalmente a inondare anno dopo anno i deficit di bilancio dei paesi del Sud d’Europa”.

Il solo modo di salvare l’euro, secondo lui, sarebbe quello di fare più politica in Europa, un’altra condizione altamente improbabile. Stiglitz consola coloro i quali credono ancora nel progetto dell’euro e che verranno deluso dalla sua fine, ricordando “non sarà la fine del mondo, le monete in fondo nascono e muoiono“.

Commento:

E’ difficile , oltre che presentuoso , dissentire da  quello che dicono persone così illustri e preparate , le cui esternazioni  inoltre sono il condensato di anni di studi approfonditi . Io , però , non sono così negativo sull’Euro e sul suo futuro .   E’ indubbio che la moneta unica sia stata gestita male o , per lo meno , che non abbia dato i risultati che ci si aspettava . Ciò nonostante , ci sono almeno 2 motivi importanti per non buttare via tutto senza almeno provare a rimettere a posto le cose .     Il primo è che stiamo andando verso un periodo che sarà dominato dal ” gigantismo ” .   A livello privato assistiamo a continui accorpamenti di società  che devono diventare sempre più grandi per reggere la concorrenza , un po’ in tutti i settori .  A livello pubblico , la Cina e , fra un po’ , anche l’India sono colossi che domineranno il mondo , finanziario , politico e militare , non fosse altro che per il numero degli abitanti .   Non credo che l’Europa possa mantenere un ruolo primario operando tutto in piccolo , cioè restando divisa in tanti Stati  e con tante monete . Il secondo è che la moneta condivisa è una base essenziale per costruire un superStato ( comunque lo si voglia organizzare ) che che possa muoversi da protagonista nel contesto di cui sopra . Ovviamente occorre che sia inserita nel contesto giusto e che si faccia quello che si sarebbe dovuto già fare ma non si è fatto .  Politica , Economia , Esercito ,  Fiscalità  e Welfare devono essere impostati come pilastri  comuni   affinchè si possa immaginare e  supportare un progetto comune . Fatto questo , poi però si può , anzi di deve , lasciare più libertà alle singole entità statali e/o regionali : senza troppi particolarismi ma anche senza rigidità preconcette .  Conviene a tutti e quindi anche la Germania potrebbe rivedere il proprio atteggiamento .

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1563.- Attacchi aerei: Israele si rompe i denti sulla Siria

 

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Mikhail Gamandij-Egorov, al-Manar, 6 dicembre 2017

Israele vede la superiorità aerea in Medio Oriente seriamente limitata. Damasco, dopo aver eliminato la minaccia terroristica, non lascia più senza risposta le aggressioni israeliane, registrando un primo successo in questo settore. La fine dell’impunità aerea di Tel Aviv è gravida di conseguenze nella regione. L’intercettazione da parte dei siriani di diversi missili terra-terra israeliani indica i cambiamenti radicali nella bilancia di potere nel Vicino e Medio Oriente. Questa evoluzione militare è senz’altro sostenuta dai cambiamenti della linee di forza geostrategiche, che non saranno lamentati dai partigiani della multipolarità. Affrontando quest’ultimo punto, si nota innanzitutto l’isteria sempre più evidente dai capi israeliani. Netanyahu, notando il fallimento del suo scenario ideale, l’incancrenimento indefinito del conflitto siriano, minaccia quasi quotidianamente Damasco ed alleati, tra cui Teheran. A volte le minacce sono seguite da momenti di silenzio, poiché la nuova realtà sembra travolgere i capi dello Stato ebraico. In effetti, nei giorni scorsi, Israele alzava i toni dicendo che “non tollererà alcuna presenza iraniana in Siria”. Dimenticando che la Siria non è una colonia israeliana, come quelle nel territorio palestinese. Inoltre trascura il fatto che la Repubblica Siriana, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere il permesso di terzi, siano israeliani, statunitensi o europei, per la presenza sul suo territorio delle forze alleate di Russia, Iran od Hezbollah.

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Tel-Aviv sembra anche sorpresa che la Siria abbia non solo sconfitto decine di migliaia di terroristi che operavano sul suo territorio da diversi anni, grazie all’aiuto decisivo della Russia, avviando ampi progetti di ricostruzione nazionale, ma che anche imponga le nuove condizioni nella difesa del proprio spazio aereo. Va ricordato che durante la guerra di Siria ed alleati contro il terrorismo internazionale, l’aviazione sionista compì numerosi raid contro le postazioni dell’Esercito arabo siriano, senza mai toccare alcun gruppo terroristico, come SIIL o al-Qaida? Damasco non mancò di sottolineare la complicità tra Tel Aviv e i gruppi terroristici. Ma al di là di tali convinzioni, è chiaro che la Siria non poteva in genere difendere adeguatamente il proprio territorio dagli attacchi israeliani; in realtà, l’Esercito arabo siriano era principalmente mobilitato nella lotta al terrorismo e, secondo il Presidente Assad, diversi sistemi di difesa aerea furono distrutti dai terroristi all’inizio del conflitto.
Alcuni pettegolezzi non esitavano a denigrare la Russia, alleata di Damasco, sulla volontà di affrontare gli attacchi aerei israeliani, che spesso solcano lo spazio aereo libanese. La sola azione visibile di Mosca era convocare l’ambasciatore israeliano per presentargli le proteste ufficiali. Personalmente, sono convinto che se il Cremlino avesse provato, invano, a convincere Israele a fermare le ostilità contro la Siria, la ragione principale di tale “pazienza” era concentrarsi sull’eliminazione dei terroristi in Siria. Missione compiuta, dato che i terroristi sono stati eliminati per più del 95%. Sulle incursioni aeree contro Damasco, la Russia aveva annunciato l’intenzione di rafforzare in modo significativo la difesa aerea siriana. Alcuni potrebbero aver pensato che sarebbero state solo parole. La Russia ha fatto di tutto per nasconderlo, ma i risultati ci sono: con diversi missili israeliani intercettati, la Siria ha dimostrato di poter contrastare gli attacchi israeliani. La Russia, da buon alleato, non sbandiera di certo le ragioni di tale cambiamento della difesa antiaerea della Repubblica Araba. Non è sua abitudine. Un po’ come al momento delle vittorie decisive ad Aleppo, Palmyra, Homs o Dayr-al-Zur, dove la Russia ha sempre lasciato la palma della vittoria a popolo, esercito e governo siriani. Tuttavia, una cosa è certa: lo Stato sionista non domina più lo spazio aereo della regione. La pillola sarà difficile da ingoiare, ma avverrà. E invece di rompersi i denti, Israele farebbe meglio a ripensare la propria politica verso Siria, Palestina e l’intera regione. In caso contrario, potrebbe affrontare conseguenze che gli saranno certamente dannose.

SONY DSCTraduzione di Alessandro Lattanzio, aurora

1562.- La vera risposta palestinese al discorso di Gerusalemme di Trump

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas il 23 maggio 2017 a Betlemme. (Foto di PPO tramite Getty Images).  Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. All’ONU, il capo negoziatore dei palestinesi, Saeb Erekat, ha dichiarato che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché il presidente Usa non annullerà la sua decisione. “Gli Usa non sono più qualificati per occuparsi del processo di pace” ha ribadito in serata il presidente palestinese Abu Mazen.

 

di Bassam Tawil, 7 

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L’incidente rappresenta ancora un altro esempio della collusione tra palestinesi e media, i cui rappresentanti sono sempre più che felici di fungere da portavoce per la macchina della propaganda palestinese e fornire una piattaforma aperta per trasmettere minacce palestinesi contro Israele e gli Stati Uniti.

Se i fotografi e i cameramen non si fossero fatti vedere in occasione dell’evento “spontaneo” che bruciava i manifesti, gli attivisti palestinesi sarebbero stati costretti a tornare tranquillamente in uno dei bei caffè di Betlemme.

Eppure, non c’era da preoccuparsi per questo: gli attivisti palestinesi sono ben consapevoli che i giornalisti locali e stranieri sono affamati di sensazionalismo – e che cosa meglio si adatta al cartellone dei manifesti di Trump che vanno in fiamme nel bel mezzo della casa natale di Gesù, alla vigilia del Natale e migliaia di pellegrini e turisti cristiani stanno convergendo sulla città?

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Gerusalemme capitale di Israele, Hamas chiama alla nuova Intifada: scontri e feriti. 

 

Rappresentando erroneamente la “cerimonia” che brucia i manifesti come riflesso della diffusa rabbia palestinese riguardo alla politica di Trump su Gerusalemme, i media internazionali sono ancora una volta complici nel promuovere la propaganda degli spin doctor palestinesi. I leader e i portavoce palestinesi si sforzano di creare l’impressione che la politica di Trump riguardo a Gerusalemme porterà la regione in fiamme. Cercano anche di inviare un messaggio agli americani che le politiche del loro presidente mettono in pericolo le loro vite. In effetti, i media si sono offerti volontari per servire la campagna di intimidazione palestinese. E la convergenza dei media sulla farsa che brucia a poster a Betlemme è solo l’inizio.

Ora che i palestinesi sono riusciti, con l’aiuto dei media, a bruciare queste immagini nelle menti di milioni di americani, stanno pianificando più proteste in scena. L’obiettivo: terrorizzare il pubblico americano e costringere Trump a rescindere la sua decisione sullo status di Gerusalemme. Questa tattica di intimidazione attraverso i media non è nuova. In realtà, è qualcosa che sta accadendo da decenni, in gran parte grazie al buy-in dei media mainstream in Occidente.

Ora, giornalisti palestinesi e occidentali sono stati invitati a coprire una serie di proteste pianificate dai palestinesi nei prossimi giorni e settimane in risposta alle politiche di Trump. Ai giornalisti, compresi fotografi e troupe televisive, sono stati consegnati piani dettagliati degli eventi che si svolgeranno in diverse parti della West Bank e della Striscia di Gaza. Ai giornalisti sono state promesse altre scene di foto in fiamme di Trump e bandiere degli Stati Uniti. Alcuni giornalisti hanno persino ricevuto consigli sui luoghi in cui si suppone che si verifichino “scontri” tra i rivoltosi palestinesi e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. In altre parole, ai giornalisti è stato detto precisamente dove devono essere per documentare i palestinesi che tirano pietre contro i soldati – e ha predetto la risposta dell’IDF.

 

Ecco la parte divertente. Se, per qualsiasi motivo, le telecamere sono un no-show, è probabile che anche gli “attivisti” lo siano. Nel mondo palestinese, si tratta di manipolare i media e reclutarli a favore della causa. E la causa è sempre colpire Israele – con Trump bashing non molto indietro.

Sì, i palestinesi protesteranno nei prossimi giorni contro Trump. Sì, scenderanno in piazza e lanciano pietre contro i soldati israeliani. Sì, bruceranno le foto di Trump e delle bandiere statunitensi. E sì, proveranno a compiere attacchi terroristici contro israeliani.

Ma quando ci sediamo nei nostri salotti e guardiamo le notizie che escono dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza, chiediamoci: quanti di questi “eventi” sono, in realtà, burleschi dei media? Perché i giornalisti si lasciano ingannare dalla macchina della propaganda palestinese, che diffonde odio e violenza dal mattino alla sera? E perché i giornalisti stanno esagerando e aggravando le minacce palestinesi per la violenza e l’anarchia?

Innanzitutto, molti dei giornalisti vogliono placare i loro lettori ed editori offrendo loro storie che riflettono negativamente su Israele. Secondo, alcuni giornalisti credono che scrivere storie anti-israeliane spianino loro la strada per ottenere premi da varie organizzazioni di “segnalazione virtuosa”. Terzo, molti giornalisti credono che scrivere resoconti anti-israeliani dia loro accesso ai cosiddetti “liberali” e ad una supposta “illuminata” cerchia che romanticizza di essere “sulla parte giusta della storia”. Non vogliono vedere che 21 stati musulmani hanno cercato per molti decenni di distruggere uno stato ebraico; invece, sembrano pensare che se i giornalisti sono “liberali” e “di mentalità aperta”, devono sostenere il “perdente”, che credono siano “i palestinesi”. In quarto luogo, molti dei giornalisti considerano il conflitto tra i cattivi (presumibilmente gli israeliani) e i bravi ragazzi (presumibilmente i palestinesi) e che è loro dovere stare con i “buoni”, anche se i “bravi ragazzi” sono impegnato nella violenza e nel terrorismo.

Recentemente, oltre 300 fedeli musulmani sono stati massacrati da terroristi musulmani mentre pregavano in una moschea nel Sinai, in Egitto. Quella tragedia fu probabilmente coperta da un minor numero di giornalisti rispetto all’episodio di Trump a Betlemme. Dov’era il clamore nel mondo arabo e islamico? Ora, arabi e musulmani parlano di “giorni di rabbia” per protesta contro Trump. Perché non c’erano “giorni di rabbia” nei paesi arabi e islamici quando più di 300 fedeli, molti dei quali bambini, furono massacrati durante le preghiere del venerdì?

E ‘giunto il momento per una riflessione personale da parte dei media: desiderano davvero continuare a servire come portavoce di quegli arabi e musulmani che intimidiscono e terrorizzano l’Occidente?

I giornalisti collaborano attivamente con l’Autorità palestinese e Hamas per creare la falsa impressione che la terza guerra mondiale esploderà se l’ambasciata degli Stati Uniti viene trasferita a Gerusalemme. Centinaia di migliaia di musulmani e cristiani sono stati massacrati dall’inizio della “primavera araba” più di sei anni fa. Sono stati uccisi da terroristi musulmani e altri arabi. Lo spargimento di sangue continua fino ad oggi in Yemen, Libia, Siria, Iraq ed Egitto.

Quindi, non fraintendetene: i “fiumi di sangue” che ci stanno promettendo fluiscono mentre parliamo. Eppure, è il coltello che arabi e musulmani si prendono a vicenda la gola che è la fonte di questa corrente cremisi, non qualche affermazione fatta da un presidente americano. Forse quello potrebbe finalmente essere un evento che valga la pena di coprire i giornalisti itineranti della regione?

 

Bassam Tawil è un musulmano con sede nel Medio Oriente.

 

1561.- Che cos’è la blockchain, come funziona e perché funziona bene. La rete anarchica dietro i Bitcoin

Addio intermediazione bancaria, addio impero Rotschild? Finalmente una moneta trasparente e collettiva senza un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta; ma la Blockchain, per continuare a crescere, dovrà interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.

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La “catena di Sant’Antonio” dei bitcoin attira sempre più l’attenzione di banche e investitori. È un meccanismo intelligente che verrà adottato anche al di fuori dell’ambito in cui è nato. Il bitcoin ha creato una forte spaccatura tra sostenitori e detrattori, questi ultimi concentrati sul fatto che è possibile fare transazioni senza intermediazioni bancarie e quindi è possibile comprare qualsiasi cosa pagando con la criptovaluta, anche merci e servizi illegali, come se prima della sua invenzione avvenuta nel 2008, l’illegalità non fosse mai esistita. La Blockchain mette invece tutti d’accordo, perché per sua natura garantisce un elevato livello di sicurezza.
Anche l’Associazione bancaria europea (Abe) ne ha tessuto le lodi.

Ma cos’è e come funziona la Blockchain?

È un database, un libro digitale nel quale vengono registrate tutte le transazioni bitcoin. Una sorta di protocollo di comunicazione (una rete diffusa in tutto il mondo), che risiede su migliaia di Pc collegati tra loro chiamati nodi. In questo modo i dati non vengono memorizzati su un solo computer, ma su più macchine. Ed è proprio questo il suo punto di forza, perché chiunque può farne parte: è accessibile a tutti, basta scaricarlo tramite un software specifico. Una logica di governance basata sul concetto di fiducia tra tutti i soggetti della rete, grazie alla quale nessuno ha la possibilità di prevalere e tutto passa rigorosamente attraverso la costruzione del consenso. Il problema che la Blockchain risolve è assicurare che chi paga in criptovalute sia il vero proprietario della moneta, tramite la ricostruzione di tutti i passaggi di quella moneta che si sta usando per quella specifica transazione. L’idea geniale alla base è questa: utilizzare un registro digitale pubblico (la Blockchain) per validare e verificare ogni singola transazione. Il pagamento deve essere in pratica certificato dalla maggioranza dell’intera rete.
La Blockchain certifica quindi qualsiasi transazione.

Senza scendere in troppi tecnicismi informatici, potremmo semplificare il suo funzionamento così: le transazioni (costituite da dati crittografati) vengono verificate, approvate e successivamente registrate su tutti i nodi che partecipano alla rete. La medesima “informazione” è quindi presente su tutti i nodi e pertanto diventa immodificabile se non attraverso un’operazione che dovrà essere approvata della maggioranza dei nodi di quella rete. In questo modo si permette a chiunque voglia farne parte di sapere quanta moneta c’è in circolazione e di seguirne i flussi. Per questo viene considerata una moneta trasparente e collettiva, non esiste un ente centrale che la controlli o una banca che la emetta.

La Blockchain è quindi una tecnologia orizzontale, coinvolge tutti e incarna lo spirito della disintermediazione con cui è stata pensata. Affonda le sue radici in una sorta di filosofia anarchica, l’anarco-capitalismo degli anni ’80, un orientamento della politica liberale diffuso negli Usa, che aveva l’obiettivo di preservare la ricchezza dall’intrusione di autorità e dai governi. Ma il paradosso, oggi, è che la Blockchain per continuare a crescere dovrà cominciare a interagire proprio con ciò che per sua natura doveva bypassare, ossia le istituzioni.
D’altra parte, come accade in tutte le rivoluzioni tecnologiche industriali e culturali, si inizia sempre con le aspettative di cambiare tutto e alla fine ci si adatta. Saranno poi i regolatori a gestire questo delicato passaggio di assestamento. I due punti di forza della piattaforma rimarranno comunque sempre gli stessi: riuscire ad assicurare l’immutabilità dei dati gestiti, perché in grado di garantirne la storia (non si può cancellare il passato); l’accessibilità per tutti. Per questo siamo di fronte a un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni – in generale, non solo quelle che riguardano transazioni di criptovalute – e per questo porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale.

La rete anarchica dietro i Bitcoin

Immaginiamo per un attimo di tornare indietro nel 1994 e di trovarci fra le mani una rivista di tecnologia che parla di Internet mentre ascoltiamo a tutto volume una canzone dei Nirvana, seduti sul divano di casa. “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”, si leggerebbe su quella rivista. Ora ricatapultiamoci nel presente: siamo all’interno di un vagone affollato della metro e mentre ascoltiamo una canzone dall’auricolare – questa volta degli Arctic Monkeys –, sul nostro smartphone osserviamo, attoniti, un grafico del Bitcoin che accompagna l’articolo di un quotidiano online. Scorrendo il testo con il pollice, l’occhio cade su una frase: “Un’innovazione che cambierà la società e il modo di vedere le cose”.

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Il Bitcoin innovativo come lo è stato il web? A qualcuno potrebbe sembrare un paragone azzardato, addirittura farneticante. Ma in verità, secondo diversi osservatori, non lo è affatto. Soprattutto grazie alla struttura su cui si basa il Bitcoin, la cosiddetta Blockchain, che in molti hanno paragonato alle invenzioni più importanti degli ultimi 100 anni.

Chiariamo subito un concetto, visto che per un certo periodo la Blockchain è stata confusa o, meglio, identificata con il bitcoin. Si è scelto di adottare una convenzione: il termine Bitcoin con l’iniziale maiuscola si riferisce alla tecnologia su cui si basa – appunto la Blockchain –, mentre il minuscolo bitcoin si riferisce alla valuta in sé.

Ma andiamo con ordine. Il bitcoin inteso come valuta continua a crescere senza freni: solo nel 2017 è salito dell’850 per cento, arrivando a rappresentare una capitalizzazione di circa 160 miliardi. Una crescita inarrestabile che si autoalimenta: più passano le ore, maggiore è l’interesse che suscita, anche tra i meno esperti di logiche finanziarie. Alcuni la definiscono una colossale bolla speculativa – lo scoppio della quale destabilizzerebbe addirittura l’economia di alcuni Stati –, altri lo vedono invece come il punto di riferimento del prossimo futuro. Impossibile sapere oggi chi ha ragione. Restiamo allora sul presente, che tutto sommato è anche l’inizio di quel futuro, e soffermiamoci sulla tecnologia alla base del bitcoin, un nuovo protocollo che sta permettendo alla criptomoneta di ottenere sempre maggiori consensi. Pensiamo anzitutto al fatto che una moneta non può diffondersi senza fiducia. È un principio che i Romani avevano capito già duemila anni fa e che evidenzia molto bene Pietro Caliceti in un suo appassionante romanzo, Bitglobal: “La parola ‘credito’ viene dalla parola ‘credere’ – scrive l’autore – ossia avere fiducia. E se si ha fiducia che la moneta sarà accettata in pagamento, qualsiasi cosa può servire da moneta: denti di balena, conchiglie, sigarette, pietre. Persino algoritmi”.

Nel caso dei bitcoin e delle criptovalute in generale, la sempre maggiore fiducia arriva proprio grazie alla solidità del protocollo su cui si poggia.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE
Alla luce di tutto ciò, quel paragone iniziale con il ’94 comincia dunque ad avere senso. Se la rivoluzione digitale ha permesso di mandare a chiunque la copia di qualsiasi file, la Blockchain permetterà invece di trasferire per la prima volta un oggetto digitale univoco, non la sua copia.
Nel caso del Bitcoin si tratta della transazione della valuta, ma se pensiamo a tutte le cose che rimangono univoche, i settori che potrebbero investire in questa nuova tecnologia sono davvero tanti. Addirittura il voto politico, in un futuro prossimo, potrebbe essere validato dalla Blockchain. Oppure un atto notarile.

Secondo uno studio della banca d’investimento svizzera Ubs, l’incremento del valore economico annuo mondiale della Blockchain potrebbe addirittura subire un’impennata tra i 300-400 miliardi di dollari entro il 2027, proprio grazie all’introduzione di nuovi servizi e prodotti. Pensiamo al mondo delle assicurazioni, al lavoro dei commercialisti e degli avvocati. Insomma, la lista è davvero lunga e tutto fa pensare che prima o poi anche la Blockchain assumerà un’economia di scala e varrà adottata in massa.

È un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può prelevarlo dal web, diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in Bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

Estrapolata dal suo contesto può essere utilizzata in tutti gli ambiti in cui è necessaria una relazione tra più persone o gruppi. Può garantire il corretto scambio di titoli e azioni, può sostituire un atto notarile e può garantire la bontà delle votazioni, ridisegnano il concetto di seggio elettorale, proprio perché ogni transazione viene sorvegliata da una rete di nodi che ne garantiscono la correttezza e ne possono mantenere l’anonimato.

Un protocollo sicuro e inespugnabile che ha già spinto 25 banche ad investire nella startup R3, dedita alla creazione di blockchain per il mondo finanziario dei circuiti bancari canonici.

Le transazioni vengono distribuite sui nodi che la convalidano, inserendole nel primo blocco libero disponibile. Un sistema di time stamping decentralizzato, ovvero che non necessita di una sola ed unica risorsa centrale come può essere un server, impedisce che la stessa quantità di Bitcoin venga usata per compiere due acquisti o che la traccia della transazione venga cancellata o modificata. Diventa così possibile pubblicare tutte quelle applicazioni e quei dati che oggi, per sicurezza e per privacy, risiedono su server proprietari e privati.

Riducendo all’essenziale la definizione di Bitcoin si può dire che è un’informazione e, come tale, va scovata. Ogni blocco contiene 25 Bitcoin (9.800 euro al cambio attuale) e viene liberato dai miner, minatori dotati di un’enorme potenza di calcolo utile a risolvere l’algoritmo che li protegge. Di fatto una miniera dalle risorse non illimitate, oggi ne circolano circa 15,25 milioni. Il meccanismo di sblocco si autoregolamenta affinché ne venga liberato uno ogni 10 minuti circa: quindi più potenza di calcolo viene impegnata per risolvere gli algoritmi più questi diventano complessi. Chi libera un blocco incassa 25 Bitcoin che può riversare sul mercato e quindi conseguire un guadagno. Anche i nodi, le maglie della catena che supervisionano e approvano le transazioni, incassano una piccola percentuale del totale delle transazioni stesse.

Perché funziona? La risposta è la più banale possibile: perché tutti coloro che vi partecipano guadagnano. E comprometterne l’attendibilità significherebbe mettere in discussione la sicurezza del protocollo e quindi del Bitcoin, peraltro già minata dai fallimenti delle piattaforme di scambio.

Per comprendere meglio come il Bitcoin si stia spandendo in Italia ci siamo avvalsi delle conoscenze di Guido Baroncini Turricchia, membro del network Coincapital, che tra le altre cose ha creato il primo bancomat per il cambio euro-Bitcoin. “In Italia c’è molto fervore ma è difficile creare, questo spiega perché gli italiani vanno a fare startup all’estero”. La raccolta di fondi difficile e la burocrazia spingono verso altri lidi, così come la poco marcata tendenza a creare un vero sistema.

“Le startup che lavorano alla Blockchain hanno attirato investimenti per circa 1 miliardo di dollari, il 70% dei quali fuori dall’Europa, continente in cui l’Inghilterra è molto attiva”.

Eppure lo stesso Baroncini Turicchia, con la startup Helperbit, è stato premiato al contest D10E , conferenza internazionale itinerante che nella sua edizione corrente si è soffermata sulla Blockchain, strappando un biglietto per l’edizione di San Francisco a luglio, alla quale presenzierà un parterre di investitori.

Una startup nostrana si fa notare, nonostante in Italia la cultura del Bitcoin e del suo protocollo debba ancora attecchire. “Da noi è necessario che la politica, gli attori di rilievo dell’economia e il sistema bancario siano più uniti e aperti verso l’innovazione”, continua Guido Baroncini Turricchia.

Helpbit vuole veicolare cultura e sicurezza, questa volta in ambito sociale, promuovendo donazioni peer-to-peer destinate alle aree colpite da catastrofi naturali: “Se si donano Bitcoin a un’organizzazione, si può seguire il percorso della donazione e sapere come sono stati impiegati i fondi. Questo spinge le persone a superare la paura che il proprio denaro venga impiegato male”.

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La tecnologia su cui si basano le criptovalute è orizzontale e incarna lo spirito della disintermediazione. È applicabile a una miriade di settori e porterà inevitabilmente a un cambiamento culturale

Bitcoin sfiora i 10mila dollari, dove può arrivare?

Bolla o cos’altro? In realtà dietro al +900% in un anno della più popolare criptovaluta si nascondono l’interesse di investitori istituzionali e l’effetto bene rifugio. Entro l’anno a quota 15.000 ?

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1560.-Anatomia di una distruzione..turca!

 

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Diyarbakır, città poco a Nord del confine siriano, famosa per il folclore e le angurie. Si parla principalmente curdo ed è abitata da cos’ tanti curdi curdi che la considerano la capitale del Kurdistan turco, cosa che non piace molto al governo turco. Nel 359 è stata una fortezza di frontiera dell’impero romano.

Dopo che Suriçi – parte delle città patrimonio dell’umanità dell’UNESCO »Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« – nell’inverno 2015/2016 è stata teatro di combattimenti tra ribelli curdi e forze dello Stato turco, la città vecchia viene sistematicamente distrutta dallo Stato turco. Tramite esproprio viene espulsa la popolazione curda e la zona commercializzata. La gentrificazione colpisce anche la confinante valle del Tigri.

Diyarbakır – oggi chiamata anche Amed – con la sua posizione geopoliticamente importante vicino al Tigri – è una città vecchia di oltre 4.000 anni che è stata dominata da una serie di civilizzazioni orientali e occidentali. È servita a molte forze politiche come centro regionale. Il ritrovamento archeologico documentato più antico nella cittadella risale a 7.000 anni fa, le mura della città sono state costruire almeno 3.000 anni fa. Tra la fortezza e il fiume su una superficie altrettanto grande si estendono i giardini di Hevsel che da 3.000 anni riforniscono la città di verdura e frutta.

Solo nel 1988 la città cinta da mura – chiamata anche Suriçi – è stata messa sotto protezione come patrimonio culturale, quando però già oltre l’80 % degli edifici erano stati sostituiti da costruzioni nuove. Con il suo carattere multi-linguistico, multi-culturale e pluristratificato, all’interno della fortezza sono stati messi sotto protezione come patrimonio culturale 595 edifici. Negli anni ’90 e 2000 Amed è cresciuta molto rapidamente, ma la città vecchia e la valle del Tigri con i giardini di Hevsel hanno mantenuto la loro caratteristica come fonte di cultura e elemento identitario. Proprio per questo nel 2011 sotto la guida della società civile è cominciata un’iniziativa, alla quale si sono uniti immediatamente l’amministrazione comunale del Partito Democratico delle Regioni (DBP) e del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha portato nell’anno 2012 a un »piano di preservazione di Suriçi« in modo democratico e partecipativo. Questa ampia iniziativa all’epoca è stata sostenuta dal governo turco e così all’inizio del 2015 la » Fortezza di Diyarbakır e paesaggio culturale giardini di Hevsel« è stata inclusa nella lista dei siti patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO. La gioia per questo successo a Diyarbakır e dintorni fu molto grande.

La guerra arriva a Surici
Ma il 24 luglio 2015 è finita la tregua tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quando l’esercito ha attaccato in modo esteso la guerriglia. Subito è iniziata una grande ondata di repressione, a seguito della quale in diverse città giovani organizzati politicamente hanno eretto barricate. La polizia turca ha risposto immediatamente con operazioni su ampia scala collegate con coprifuoco di 24 ore protratti per diversi gironi. Questo è successo anche nella città vecchia di Amed. Dall’inizio di settembre fino alla metà di ottobre del 2015 ci sono state diverse operazioni di polizia con coprifuoco, a seguito delle quali ogni volta sono morte diverse persone, migliaia di civili hanno lasciato la città e sono anche stati danneggiati monumenti. Ogni volta gli attacchi diventavano più duri, ma più forte anche la resistenza. Il 2 dicembre 2015 è iniziato un coprifuoco ancora in corso che è stato interrotto solo l’11 dicembre 2015 per appena un giorno, cosa che ha portato a una fuga di massa dalla Suriçi orientale. Perché questa volta lo Stato ha attaccato con militari, carri armati, mortai e altre armi pesanti, come anche nelle città di (Cizre) e Silopiya (Silopi).


Distruzione e espulsione
Dato che lo Stato turco voleva un successo rapido, nella parte orientale di Suriçi si è letteralmente aperto una strada con i bombardamenti. Suriçi non aveva più così tanti edifici storici, ma la stretta rete stradale antica era tutt’ora intatta. In questo intervento era stato dato l’ordine di non fermarsi di fronte a edifici storici e monumenti importanti. Lo spazio vitale di oltre 22.000 persone in sei quartieri – prima del conflitto a Suriçi ne vivevano 57.000 – è stato gravemente danneggiato. Inizialmente in circa 3.000 avevano continuato a resistere nella parte orientale sotto assedio per impedire un’avanzata violenta dello Stato, ma nei loro confronti non è stato usato alcun riguardo e anche le loro case sono state colpite, pur sapendo che all’interno si trovavano delle persone. All’esterno della città vecchia ogni giorno si riunivano a migliaia per protestare contro la follia distruttiva e omicida, manifestazioni che ogni volta venivano soffocate sul nascere. Mai nella storia di Amed era stato usato tanto gas lacrimogeno, complessivamente durante le manifestazioni sono stati assassinati in modo mirato undici giovani. Amed da allora è come una città sotto assedio.

Le forze di polizia e dell’esercito hanno usato anche la fortezza per colpire sistematicamente quartieri con armi pesanti. Per questo è stata consapevolmente danneggiata per esempio incastonando con il cemento delle barre per metri all’interno delle mura. Sulla rocca sono stati portati dei bagni e le acque di scarico fluivano apertamente lungo le mura, le tracce erano visibili da centinaia di metri di distanza. Sono state fatte delle costruzioni a ridosso della fortezza e cementati i piccoli passaggi, recuperando solo successivamente autorizzazioni dall’ente regionale per la protezione dei monumenti. Qui va detto che la fortezza fa parte in modo diretto dell’eredità culturale dell’UNESCO, mentre la città vecchia fa parte della zona cuscinetto.

Dopo gli scontri – inizia la distruzione vera e propria
Le operazioni militari sono state ufficialmente concluse il 10 marzo 2016. Lo Stato ha cinicamente annunciato il suo successo, ma il risultato oltre alla distruzione o al danneggiamento fisico di centinaia di edifici e all’espulsione di decine di migliaia di persone, è stato anche la morte di almeno 25 civili e di un numero a tre cifre di combattenti da ambo le parti.

Mentre la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica riteneva che ora gli espulsi sarebbero potuti tornare e che si sarebbero potuti riparare i danni, il governo turco non ci pensava affatto e voleva rendere Suriçi incapace di resistere in modo durevole e una volta per tutte. Per prima cosa è stato mantenuto il coprifuoco nei sei quartieri della parte orientale di Suriçi. Subito dopo, il 21 marzo 2016 il governo ha preso la decisione di espropriare l’intera città vecchia. Dato che il 18 % apparteneva comunque ad enti pubblici, l’82 % di Suriçi – comprese tutte le moschee, chiese a altri monumenti – doveva essere espropriato. In seguito a questo si è costituita la piattaforma per la protezione di Sur con la partecipazione di quasi tutte le amministrazioni comunali e organizzazioni della società civile, per organizzare la resistenza contro la distruzione annunciata.

Anche se dal dicembre 2015 quotidianamente camion portavano macerie fuori da Suriçi, solo una foto satellitare fatta su incarico dell’amministrazione provinciale del 10 maggio 2016 ha mostrato l’entità della distruzione ancora in atto. Dieci ettari erano stati completamente rasi al suolo e 832 edifici accertati distrutti completamente e 257 parzialmente. La distruzione sistematica è stata iniziata abbattendo in alcune strade edifici su entrambi i lati per avere facile accesso a tutte le aree di Suriçi. È diventato chiaro anche che si voleva distruggere la città, almeno in tutta la parte orientale di Suriçi. Sono state fatte entrare squadre che dovevano eseguire appunto questa distruzione e la rimozione delle macerie.

Silenzio dell’UNESCO
Dall’inizio degli scontri e delle distruzioni, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità dell’UNESCO di Amed, situata presso l’amministrazione provinciale di DBP-/HDP, ha ripetutamente scritto al Ministero della Cultura chiedendo di fermare la distruzione dei beni culturali e l’edificazione e l’invio immediato di una missione comune nella città vecchia. Solo una volta è arrivata una risposta che però si limitava ad ammansire. Forse per la prima volta nella storia dell’UNESCO, la gestione del patrimonio culturale dell’umanità non aveva accesso al patrimonio stesso! La gestione del patrimonio dell’umanità ha redatto rapporti basati su proprie indagini sul posto – per quanto possibile – e su notizie e immagini fatte da altri. Solo dopo aver ottenuto questi importanti e ampi rapporti, il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito e chiesto spiegazioni all’ambasciatore turco presso l’UNESCO che fino ad allora era rimasto in silenzio.

Il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ha reagito in modo molto dimesso quando l’ambasciatore turco presso l’UNESCO ha presentato i primi rapporti e si è trattenuto nelle critiche e nelle richieste – sono stati fatti solo appelli. I suoi venti componenti pensavano unicamente a non rischiare conflitti diplomatici. Perché di questo sono stati minacciati in modo indiretto dal governo turco nel caso in cui la Turchia fosse stata criticata per le sue azioni da uno o più componenti. Questo si è rispecchiato nella quarantesima seduta del comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO all’inizio del luglio 2016 a Istanbul. Nonostante tutti gli sforzi della gestione del patrimonio dell’umanità di Amed, nessuno dei venti componenti ha osato anche solo aprire la bocca – alcuni in colloqui a quattr’occhi hanno detto molto apertamente che la Turchia li aveva minacciati di conseguenze. A quel punto curde e curdi e persone critiche in Turchia si sono giustamente chiesti a che scopo esiste l’UNESCO se nel caso di Amed non interviene. Non è niente di nuovo che alcuni comitati per il patrimonio dell’umanità siano stati indirettamente minacciati di conseguenze nei loro Stati in caso di argomenti scomodi. Ma qui si tratta di una sistematica e estesa distruzione di un sito patrimonio dell’umanità da parte di un suo componente. Un comportamento così scandaloso fino allora il comitato per il patrimonio dell’umanità dell’UNESCO non lo aveva mai mostrato.

Anche nella 41° sessione del comitato dell’UNESCO nella città polacca di Cracovia all’inizio di luglio del 2017 si è ripetuto lo stesso scenario. Nessun componente del comitato ha espresso critiche rispetto all’azione della Turchia, le è stato solo chiesto un masterplan per il futuro di Suriçi e un rapporto sulla situazione da presentare entro la fine del 2018. Questo verrà fornito dalla Turchia in una qualche forma abbellita senza alcun nesso con la realtà. Ma a quel punto potrebbero essere ampiamente distrutti anche l’ovest di Suriçi e la valle del Tigri.

Entità della distruzione
Nell’agosto 2016 una seconda foto satellitare ha mostrato che la distruzione era andava avanti con grande brutalità. Ora erano completamente distrutti già 20 ettari e 1519 edifici. Era stato nuovamente proclamato lo stato di emergenza in Turchia e veniva messo in azione il macchinario per la repressione intensificata nei confronti dei curdi. Nel settembre 2016 per decreto tutte le gestioni dei monumenti sono state messe sotto il controllo diretto del Ministero della Cultura e in questo modo l’amministrazione provinciale di Amed non era più responsabile del sito dell’UNESCO. Perché la critica intrapresa da Amed con rapporti documentati disturbava il governo turco. Un mese dopo sono stati arrestati i co-sindaci dell’amministrazione provinciale e una settimana dopo, all’inizio del 2016, l’amministrazione provinciale è stata messa in amministrazione forzata. Alcune settimane dopo ad Amed sono state chiuse dozzine di associazioni che si erano opposte alla distruzione di Suriçi.

Con la decisione sull’esproprio di Suriçi il governo turco ha inizialmente sostenuto che Suriçi sarebbe stata ricostruita secondo il piano di conservazione del 2012. Che questo fosse una bugia fin dall’inizio lo si è visto quando l’amministratore fiduciario di nomina governativa nel dicembre 2016 ha modificato questo piano secondo gli interessi dello Stato. La sua firma è stata sufficiente, il consiglio comunale non veniva comunque più convocato.

Grazie a questa oppressione estrema della società, alla fine del 2016 non è stato possibile dare incarico per una terza foto satellitare da parte dell’amministrazione provinciale. Solo foto fatte arrivare al pubblico da aerei in partenza e da impiegati statali della primavera del 2016 e le precedenti foto satellitari sono servite a constatare che nel maggio 2017 erano stati completamente distrutti circa 35–40 ettari di superficie a Suriçi. Con una stima al ribasso, questo dovrebbe corrispondere ad almeno 2.500 edifici, stime precise al momento non sono possibili. Anche se la distruzione nella parte orientale di Suriçi è andata avanti più lentamente, la distruzione dovrebbe essere aumentata di un ulteriore dieci percento. La »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« ritiene che il 10 marzo 2016 al massimo 300–400 edifici erano così danneggiati da non essere più abitabili. Sarebbero circa dal dieci al quindici percento degli edifici distrutti.

La distruzione sistematica con macchine edili nell’est di Suriçi dopo il conflitto armato non si è fermata davanti a edifici posti sotto tutela come monumenti. La foto satellitare dell’agosto 2016 lascia riconoscere che 89 edifici protetti come monumenti sono stati completamente distrutti e altri 41 parzialmente. Questo corrisponde al 29 % dei monumenti a Suriçi. Questi edifici oltre a moschee e chiese, sono fontane, mausolei, bagni (Hamam), una sinagoga e un edificio pubblico. L’edificio più famoso completamente distrutto è la moschea Hasırlı. Tra i monumenti parzialmente distrutti ci sono tra gli altri: la moschea Kurşunlu che è diventata l’immagine della distruzione del patrimonio culturale di Amed, la moschea Şeyh-Mutahhar, il Paşa-Hamam, la più grande chiesa armena, la cattedrale Surp-Giragos e i negozi adiacenti, anch’essi protetti come monumenti e la chiesa cattolica armena.

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Nel processo di distruzione non c’è mai stata assolutamente alcuna intenzione di proteggere elementi e figure storci e autentici su edifici protetti come monumenti. Anche nell’asportazione delle macere non è stato controllato se elementi storici autentici fossero recuperabili. Almeno non c’èstata né da parte del Ministro della Cultura né da parte della Commissione Scientifica per Sur, istituita appositamente, una comunicazione rispetto alla possibilità o meno di salvare elementi di questo tipo. La Commissione Scientifica per Sur, i cui componenti sono stati acritici nei confronti della politica del governo degli ultimi quindi anni, ha invece reso noto che il PKK ha sistematicamente installato trappole esplosive nei monumenti e che è stato questo a portare alla distruzione di questi monumenti. In Turchia a fronte del forte nazionalismo e del predominio del governo dell’AKP, questo non è il primo »direttivo scientifico« istituito dal governo e che ha fatto valutazioni secondo i suoi desideri.

Accanto alla distruzione fisica, è molto importante dire che è stata distrutta la continuità di metà della comunità specifica e autentica di Suriçi e la vita di decine di migliaia di persone. Anche l’artigianato caratteristico e la struttura commerciale di Suriçi sono andati perduti. Dal 2000 ci sono stati numerosi sforzi e progetti per far rivivere culture sparite, soprattutto quella di armeni e armene che sono stati vittima di un genocidio del 1915. Una forma di vita e cultura che è esistita in questo luogo per almeno 4.000 anni senza interruzioni è stata distrutta in un colpo solo da uno »Stato moderno«, così come è avvenuto 600, 700 anni fa con le tribù mongole.

L’esproprio nella parte orientale della città vecchia si è ampiamente concluso. I proprietari delle case sono stati liquidati con piccole somme. Non sono stati praticamente in grado di difendersi perché gli espropri sono stati eseguiti secondo il famigerato paragrafo 27 della legge sugli espropri prevista per i casi di guerra e di stato di emergenza, e il terrorismo di stato gli impedisce anche di rivendicare i propri diritti. Gli affittuari, come in tutti gli espropri in questo Stato, sono rimasti a mani vuote e la storia della loro vita nel rispettivo ambiente ritenuta priva di significato; a loro solo per una volta sono stati offerti 1500 Euro per gli arredi interni, cosa che molti hanno rifiutato perché era ampiamente al di sotto delle loro richieste e quindi hanno ritenuto l’offerta offensiva.

Distruzione e espulsione anche nella parte occidentale di Suriçi
Dopo che la distruzione della parte orientale nella primavera del 2017 era sostanzialmente conclusa, lo Stato turco ha iniziato a scacciare la gente dal sudovest della città vecchia. A 500 famiglie dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa nel maggio 2017 è stato comunicato che entro due settimane avrebbero dovuto lasciare le loro case espropriate per decreto. Con questo passo lo Stato è passato ad attaccare la parte occidentale di Suriçi. Non si è quindi discostato dal piano di espropriare tutta Suriçi e di rifarla secondo i propri desideri – cosa che per un certo tempo avevano pensato in molti. Va avanti solo a piccoli passi per non sobillare contemporaneamente tutta la popolazione e per poter mettere le persone una contro l’altra. Nell’ovest, la densità della popolazione è più alta. Ma nel sudovest è come nella parte orientale, solo pochi edifici hanno più di due piani. Il motivo per attaccare qui nell’ovest di Suriçi sta anche nel fatto che diversi anni fa questa zona doveva essere ristrutturata dal punto di vista edilizio secondo un piano dell’amministrazione provinciale senza espellere la popolazione. Lo Stato e la locale amministrazione coatta fanno riferimento a questo piano e affermano che ora intendono metterlo in atto. Ma sta di fatto che l’amministrazione provinciale teneva conto della popolazione e fermò il progetto aspramente criticato, quando la giustificata critica venne espressa pubblicamente e con forza.

La popolazione dei quartieri di Lalebey e Ali Paşa ha fatto appello al suo contesto sociale, ha iniziato a difendersi e ha avuto il sostegno attivo sia della popolazione delle zone limitrofe che di molte organizzazioni locali della società civile. Allo stesso tempo la società civile ha formato la »Piattaforma No alla Distruzione di Sur« e organizzato lavoro verso l’opinione pubblica ad Amed e in tutta la Turchia. Anche se per due volte sono arrivate le ruspe, non è stato possibile distruggere gli edifici e l’incombente Ramadan ha portato al fatto che lo Stato si è trattenuto. Solo a metà luglio ha iniziato ad abbattere gli edifici disabitati da anni e semidistrutti, situati direttamente sotto le case delle 500 famiglie e quindi ad avvicinarsi di più a loro. Nei prossimi giorni e settimane potranno esserci grossi scontri. Qui può decidersi se finalmente a Suriçi sarà possibile porre dei limiti alla follia distruttiva dello Stato.

Nella primavera del 2017 lo Stato, più precisamente il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, ha iniziato a costruire i primi edifici a lungo annunciati a Suriçi. Questi nuovi edifici hanno due piani e sono provvisti visivamente del basalto nero tipico per Amed, ma uno sguardo attento mostra che sono tutte fatte di cemento e solo coperte da un sottile strato di basalto. A questo si aggiunge che le nuove strade sono larghe e con questo viene del tutto ignorata la precedente struttura stradale, che la distanza di ogni casa dalla strada è di diversi metri e che verranno vendute a caro prezzo. Le case non hanno assolutamente niente in comune con le tipiche case di Amed che hanno sempre un cortile interno circondato da stanze abitate. Inoltre contraddicono ogni possibile principio di ricostruzione dei centri storici e le prescrizioni dell’UNESCO. Questo è il modo concreto di procedere dello Stato, la precedente popolazione povera non deve mai più tornare in questo luogo. Con l’etichetta patrimonio dell’UNESCO e la posizione indubbiamente unica, le case verranno vendute per somme molto rilevanti. Con questo nulla si opporrebbe più alla commercializzazione di quest’area.


Colpita anche la valle del Tigri

L’interesse commerciale del governo dell’AKP non si limita solo a Suriçi. Poco dopo la modifica dei piani per la città vecchia, il Ministero per l’Ambiente e l’Urbanizzazione, insieme all’amministratore fiduciario di nomina governativa di Amed, ha ridato vita al vecchio piano per la valle del Tigri nell’area cittadina. Questo dopo una lunga lotta politica e giuridica della società civile e dell’amministrazione comunale di Amed, nella primavera del 2015 era stato finalmente stroncato. La valle del Tigri, definita come zona cuscinetto del sito patrimonio dell’umanità, da anni incontra interesse non solo da parte dello Stato, ma anche di grandi imprese che qui volentieri costruirebbero grandi impianti per il tempo libero, negozi e case per ricchi. Questo nuovo-vecchio piano prevede appunto questo. Il cuore dei giardini di Hevsel, che sono patrimonio dell’UNESCO, non dovesse essere edificato, ma tutto il resto intorno sì. Nel marzo 2017 l’amministratore fiduciario ha fatto iniziare la costruzione di una moschea presso il ponte storico sul Tigri (ponte dei dieci occhi), cosa che è stata il segnale di inizio per estese opere edili. Poi due passaggi del ponte sono stati semplicemente chiusi per fare delle caffetterie, cosa che normalmente sarebbe uno scandalo. Ora lungo il Tigri sono state concesse licenze per dozzine di caffetterie. Tutto questo succede su decisione dell’amministratore fiduciario o del Ministro con una firma. Il consiglio comunale, che in realtà sarebbe la sede competente, non viene convocato dal novembre 2016. Gli edifici molto più grandi su una lunghezza di dieci chilometri sono attualmente in preparazione. La loro realizzazione senz’altro scaccerà migliaia di persone che vivono nella valle in edifici semplici, dato che rappresentano un ostacolo per il profitto al quale si mira. Questo non è altro che gentrificazione su ampia scala, cosa che era stata impossibile sotto l’amministrazione DBP/HDP.


Prospettive

Sia per Suriçi che per la valle del Tigri dal punto di vista dello Stato e di tutte le sue istituzioni, si tratta di completare il più possibile la distruzione e l’edificazione prima delle elezioni comunali del marzo 2019. Allora molto probabilmente le elezioni saranno di nuovo vinte dal DBP/HDP. Per questo fino ad allora si vogliono creare fatti irreversibili: a) distruzione della società organizzata a Suriçi, b) distruzione della storia e dell’eredità culturale ritenuta inutile per il nazionalismo turco, c) commercializzazione di Suriçi e della valle del Tigri, facendo entrare di nuovo in gioco le spese per la lotta contro le rivolte e facendo un servizio ai locali sostenitori dell’AKP, d) mettere l’amministrazione del DBP che andrà al governo con le elezioni comunali del 2019 davanti a una serie di grandi contraddizioni.

Ma, come si vede nel caso delle 500 famiglie che si vogliono cacciare da Lalebey e Ali Paşa, la popolazione di Amed è in fermento. Nonostante lo stato di emergenza e la repressione estrema, gli interessati non recedono. Ma la solidarietà deve diventare più grande dappertutto, altrimenti lo stato riuscirà presto a spezzare questa resistenza così importante. Se la resistenza avrà successo, tutto lo sviluppo può essere fermato almeno per un periodo di una certa durata. Questo potrebbe avere influenze insperatamente positive su Amed, il Kurdistan del nord e perfino sulla Turchia.

di Ercan Ayboga, Piattaforma “No alla distruzione di Sur, Diyarbakır”,  Kurdistan Report settembre/ottobre 2017

1559.- I 100 anni del genocidio degli Armeni.

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Il 24 aprile sono stati commemorati i cent’anni del genocidio commesso tra il 1915 e il 1917 dall’impero ottomano. L’odio per i cristiani e i curdi in Turchia non è di oggi e non è limitato ai funzionari governativi. È diffuso anche tra il pubblico e ampiamente espresso sui social media. In risposta a un tweet di un giornalista kurdo che chiede la fine della devastazione di Sur, gli utenti di Twitter turchi non solo lo hanno definito un “cane vile e infido armeno” e “sperma armeno”, che, come tutti gli armeni, “deve morire . La Turchia non potrà mai essere europea, né l’Islam può essere considerato religione perché Dio è vita e da vita, mai morte. 

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“… io non accuso il popolo semplice di questo paese il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all’auto-governo”.(Armin T. Wegner) “

TESTIMONIANZE DEL GENOCIDIO DEGLI ARMENI Armin. T Wegner è stato testimone oculare dello sterminio del popolo armeno iniziato a Istanbul il 24 aprile 1915 con una retata che lasciò la nazione armena priva di una guida spirituale, culturale e politica. Documentò lo sterminio con le fotografie che riuscì a scattare. Fece pervenire parte del materiale fotografico in Germania e negli Stati Uniti. E ancora oggi le sue foto sono tra le testimonianze storiche più preziose di quanto avvenne in quel periodo. “ Mi hanno raccontato che Gemal Pascià, il carnefice siriano, ha proibito, pena la morte, di scattare fotografie nei campi profughi. Io conservo le immagini di terrore e di accusa legate sotto la mia cintura… So di commettere in questo modo un atto di alto tradimento, e tuttavia la consapevolezza di aver contribuito per una piccola parte ad aiutare questi poveretti mi riempie di gioia più di qualsiasi cosa abbia fatto” “E’ a nome della Nazione Armena che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell’atroce distruzione del Popolo Armeno nei fertili campi dell’Anatolia, oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai miei occhi per circa due anni, che non si potranno mai cancellare dalla mia memoria.” (Armin T. Wegner) “… io non accuso il popolo semplice di questo paese il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all’auto-governo”.(Armin T. Wegner) “ I malati e i vecchi, nonché i bambini, cadevano lungo la strada per non più rialzarsi. Delle donne sul punto di partorire, erano obbligate sotto la minaccia delle baionette o della frusta d’andare avanti fino al momento del parto, poi venivano abbandonate sulla strada per morirvi d’emorragia. Le ragazze più attraenti venivano ripetutamente violentate. E quelle che potevano si suicidavano. Delle madri divenute folli gettavano i loro figli nel fiume per porre fine alla loro sofferenza. Centinaia di migliaia di donne e di bambini soccombevano a causa della fame, della sete…” Armin Theophil Wegner nasce a Wuppertal, in Germania nel 1886. Allo scoppio della prima guerra mondiale, è inviato in Medio Oriente come membro del servizio sanitario tedesco nel quadro dell’alleanza militare tra la Germania e la Turchia. Nel corso della campagna mesopotamica del 1915-1916, Wegner è testimone oculare del genocidio del popolo armeno, la prima pulizia etnica del XX secolo. Nonostante i divieti, scatta centinaia di fotografie nei campi dei deportati, raccoglie lettere di supplica per le ambasciate, invia missive in Germania, scrive un diario, raccoglie appunti e riesce a far giungere a destinazione parte del materiale. Scoperta la sua attività clandestina, nel novembre del 1916 è espulso dalla Turchia e richiamato in Germania, dove cerca di diffondere le notizie sulla tragedia degli armeni. Organizza conferenze e dibattiti; pubblica le lettere inviate alla madre e agli amici dal deserto di Deir es Zor nel libro intitolato ”La via senza ritorno”. Nel 1919 invia una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti, nella quale denuncia lo sterminio della nazione armena e auspica una patria per i sopravissuti. Nel 1933, all’indomani della serrata contro gli ebrei, indirizza ad Adolf Hitler una lettera di protesta contro i comportamenti antiebraici e antiumani del regime. Viene arrestato dalla Gestapo, torturato e incarcerato. Liberato, dopo varie peregrinazioni, si rifugia in Italia, dove risiede fino alla morte, nel 1978. Dopo il 1965 il suo ruolo di testimone del genocidio armeno e di difensore dei diritti dei popoli, degli armeni e degli ebrei, è riconosciuto a livello internazionale. Nel 1968 viene insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem in Israele e dell’ordine di S. Gregorio, a Yerevan, capitale dell’Armenia, dove una strada porta il suo nome. Qui, nel 1996, le sue ceneri sono state tumulate nel “Muro della memoria”. Testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così scrisse: “Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini l’anima e quasi fanno perdere la ragione.” “Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, i turchi vennero nel nostro villaggio, radunarono gli uomini armeni e li portarono via per arruolarli nell’esercito ottomano. Ma ci fu poi chi portò la notizia che, lungo la strada, li avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli uomini c’era anche mio padre”. Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato a Samsun in Anatolia, é uno dei sopravvissuti al genocidio che novant’anni fa si consumò in Turchia nel tentativo (quasi riuscito) di eliminare un intero popolo. La data simbolo é il 24 aprile 1915: ma in realtà il progetto era già iniziato nel 1894 col sultano Abdul-Hamid, che aveva organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidies e che, scrive Claude Mutafian, “sarebbero diventati la punta di diamante della repressione contro gli armeni”. Ma se per l’impero ottomano battevano gli ultimi rintocchi della storia, furono poi i “Giovani Turchi” a riprendere in mano il progetto di sterminio con maggior vigore. L’uomo che vide il genocidio “Arrivarono – continua Mesrop – e ci fecero uscire tutti dalle case. Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti nel deserto. Così, come un agnellino, mi hanno strappato da mia madre. Mi misero sottoterra, mi seppellirono lasciando fuori solo la testa e si allontanarono dicendo ‘Domani uccidiamo anche questo qui. Poi se andarono a scegliersi le ragazze più belle: quelle brutte le uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano la pancia alle donne incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina. Alle ragazze vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i seni e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato, vedevo tutto con i miei occhi”. Mesrop é uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia. Tutto il resto è fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard Chaliand, come Antonio Arslan, si sono affidati alla memoria e ai racconti che si facevano in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian invece si sono basato su archivi, carte, documenti. Ma le testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso della grande guerra, quando i “Giovani Turchi” inseguivano il sogno panturco (che prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i più vividi. A Mesrop capitò, dopo aver assistito alla tragedia di amici e parenti, di essere anche lui rapito: “Un turco che passava da quelle parti, sentì i miei lamenti. Venne, mi tirò fuori e mi portò a casa sua. Poi mi condusse dal mullah e mi fece circoncidere. Mi fecero stendere per strada, in mezzo al paese, in modo che chi passava vedesse che c’era un musulmano in più. Io rimasi con il mio padrone turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una donna molto bella ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un giorno mi lasciò andare da lei, perché la vedessi: arrotolavano le foglie del dolma. Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse soltanto una foglia nell’acqua e me la diede perché la mangiassi… Il mio padrone mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva: ‘Infedele! Porta le pecore al pascolo e torna!’. Mi davano i compiti piu umili. Lui si accucciava per fare i suoi bisogni e poi mi diceva: ‘Infedele! Porta una pietra e puliscimi il sedere!’. Un giorno tardai e si infuriò, prese una grossa pietra e me la voleva tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai”. E’ dovere di noi tutti effettuare nelle sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto di cancellare l’esistenza degli armeni che per secoli hanno costituito una barriera la progresso e alla civiltà dell’Impero… Siamo criticati e richiamati ad essere pietosi; questa semplificazione è una sorta di ingenuità. Per coloro che non cooperano con noi troveremo un posto che stringerà la fibra dei loro cuori delicati”. (Ministro dell’Interno Talaat, 18 novembre 1915). “Il luogo di esilio di questa gente sediziosa è l’annientamento”. (Ministro dell’Interno Talaat, 1 dicembre 1915). ” Dopo aver fatto inchieste, è risultato che solo il 10 per cento degli armeni soggetti a deportazione generale ha raggiunto i luoghi a loro destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame e malattie. Vi informiamo che stiamo lavorando per avere lo stesso risultato riguardo quelli ancora vivi, usando severe misure”. (Abdullahad Nouri, 10 gennaio 1916). “Il numero settimanale dei morti durante gli ultimi giorni non era soddisfacente”. (Abdullahad Nouri Bey, 20 gennaio 1916.) “…Senza ascoltare nessuna delle loro ragioni, rimuoverli immediatamente, donne, bambini, chiunque essi siano, anche se sono incapaci di muoversi; e non lasciate che la gente li protegga, perché con la loro ignoranza mettono al primo posto guadagni materiali piuttosto che sentimenti patriottici e non riescono ad apprezzare la grande politica del governo. Perché, invece di misure indirette di sterminio usate in altri luoghi, come severità, furia (per portare avanti le deportazioni), difficoltà di viaggio, miseria, possono essere usate misure più dirette da voi, perciò lavorate con entusiasmo…” ( Ministro dell’Interno Talaat, 9 marzo 1915). “…La Jemiet (Assemblea) ha deciso di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana. La Jemiet, incapace di dimenticare tutti i colpi e le vecchie amarezze, ha deciso di annientare tutti gli armeni viventi in Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo riguardo è stato dato al governo ampia libertà d’azione…” (Comitato Unione e Progresso, 25 marzo 1915) “Non è un segreto che il piano previsto consisteva nel distruggere la razza armena in quanto razza”. (Leslee Davis, Console USA, 24 luglio 1915) “Non vi è alcun dubbio che questo crimine sia stato pianificato ed eseguito per ragioni politiche”. (Sir Winston Churchill) “Credo che la storia della razza umana non comprenda un episodio terrificante come questo. Il grande massacro e le persecuzioni del passato sembrano insignificanti se comparate a quella della razza armena in 1915”.( Henry Morghentau, Amb.USA in Turchia) “Il governo turco si è reso colpevole di un massacro la cui atrocità eguaglia e supera qualsiasi altro che la storia abbia mai registrato”. (George Cleménceau, Primo Ministro di Francia) “… Gli armeni furono sospettati e sorvegliati dovunque, essi subirono una vera strage, peggiore del massacro. … Fu una strage e carneficina d’innocenti, cosa inaudita, una pagina nera, con la violazione fragrante dei più sacrosanti diritti di umanità, di cristianità e di nazionalità… La questione armena non è morta. Anzi, essa risorge e si mantiene viva, perché la giustizia internazionale, anche se ritardi, ho fede che finirà per imporsi. Spero che l’auspicato avvenimento, o presto, o tardi, si realizzerà; e lo auguro di gran cuore; come spero e auguro che a ciò possa contribuire principalmente l’Italia”.(Giacomo Gorrini, Console d’Italia in Trebisonda) “Il massacro degli armeni è considerato come il primo genocidio del XX secolo” (Sottocommissione Diritti Umani dell’ONU, 1973)

1558.- La persecuzione di massa in Turchia dei cristiani e dei curdi, di Uzay Bulut.

 

1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”

1556.- Né destra né sinistra: verso una politica adulta

Giacomo COSTA
L’appannarsi della contrapposizione tra le categorie di “destra” e “sinistra” nel contesto politico non implica il venir meno delle situazioni conflittuali. Imparare a leggere emozioni e passioni politiche, in un confronto fondato sul dialogo, aiuta a generare una società più armonica.
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Né di destra, né di sinistra: sembra essere questo lo slogan della politica attuale, e non solo in Italia. Se ne sono appropriati nel Regno Unito lo UK Independence Party di Nigel Farage e in Francia il Front National di Marine Le Pen (formazioni tradizionalmente considerate di estrema destra), e in Spagna Podemos (frequentemente avvicinato invece alla sinistra). In Italia è la posizione del M5S fin dalle sue origini, assunta ormai anche da esponenti di partiti assai più tradizionali come il PD, tanto che il sindaco di Firenze Dario Nardella, in occasione dell’apertura della Leopolda 2015, ha affermato che esso «Deve essere un partito capace di parlare a tutti gli italiani, superando i vecchi paradigmi dei partiti del secolo scorso. Lo schema della contrapposizione tra destra e sinistra non è più sufficiente a leggere il nostro tempo. Dobbiamo costruire un’alternativa del tutto nuova» (Corriere della Sera, 11 dicembre 2015). Lo stesso Matteo Renzi, pur consapevole della valenza identitaria del termine “sinistra” per una parte del suo elettorato, ha cercato più volte di smarcarsene, come quando ha dichiarato: «Abbassare le tasse non è di destra né di sinistra. È giusto» (La Stampa, 16 ottobre 2015). Tutto lascia pensare che la questione emergerà con forza crescente con l’avvicinarsi delle prossime scadenze elettorali locali, anche in relazione alla scelta dei candidati sindaci e alla formazione delle relative coalizioni.

Queste posizioni, anche se non mancano di suscitare la reazione di quanti ancora ritengono importante richiamarsi al patrimonio ideale dello scenario ideologico del XX secolo, rispecchiano i numerosi sondaggi dell’opinione pubblica, in particolare giovanile: al disinteresse e alla sfiducia verso la politica si associano il rifiuto di collocarsi sull’asse destra-sinistra e la mancanza di idee chiare in merito al voto. Prevale la logica – o la retorica – della cittadinanza attiva e della partecipazione, dell’importanza di affrontare e risolvere i problemi concreti: almeno in parte, l’antipolitica si configura non come disinteresse, ma come rifiuto a riconoscersi nelle costruzioni tradizionali del mondo della politica, a partire dall’opposizione destra-sinistra, e nel loro modo di fare. Le affermazioni dei leader sopra ricordate sono anche un modo per cercare di catturare il consenso di questa parte dell’elettorato.

Ideologie sfilacciate

La crisi del binomio che sta alla base della vita politica delle democrazie moderne è un fenomeno assai complesso, che interseca una pluralità di livelli, dalle riflessioni filosofiche e politologiche sulla fine delle ideologie alla interpretazione del sentire comune. Soffermarsi sulle sue implicazioni richiede di procedere con una indispensabile cautela: serve uno sforzo deliberato per trattenere giudizi affrettati e cogliere la logica di posizioni diverse dalla propria. Se infatti da un lato è superficiale la posizione post-ideologica che ritiene semplicemente sorpassato quello che per altri rappresenta un patrimonio di identità e valori, dall’altro è banale tacciare affrettatamente di incoerenza chi di volta in volta assume posizioni che tradizionalmente facevano capo a poli ideologici opposti.

Il binomio destra-sinistra ha rappresentato l’asse strutturante dello spazio politico delle democrazie a partire dalla Rivoluzione francese, al cui interno per la prima volta appare: fu agli Stati generali francesi del 1789 e successivamente all’Assemblea nazionale che i conservatori si collocarono nell’emiciclo alla destra del presidente e i progressisti in quello alla sua sinistra. In radice – è la fondamentale lezione di Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994) – la linea di demarcazione è rappresentata dalla posizione assunta rispetto all’egualitarismo e al perseguimento dell’obiettivo della rimozione di tutto ciò che ostacola l’uguaglianza dei cittadini (come afferma anche l’art. 3 della nostra Costituzione); ci sono state però stagioni in cui la contrapposizione è diventata così pervasiva da rappresentare una etichetta di valore associata di fatto a qualunque cosa, dal modo di vestirsi alla musica ascoltata, ai film preferiti.

Con un certo grado di semplificazione, destra e sinistra rappresentavano un quadro di riferimento ideologico al cui interno prendere posizione rispetto a ogni questione, diventando quindi un fattore identitario. Questo valeva soprattutto rispetto alle situazioni conflittuali di cui la politica è sempre intessuta e alle reazioni emotive che suscitano: che si trattasse della rabbia per qualche tipo di sfruttamento o della paura di perdere il proprio benessere, dell’anelito a una maggiore libertà o a una maggiore giustizia, le energie che queste emozioni inevitabilmente scatenano trovavano un vettore in cui collocarsi e trasformarsi in risorse di impegno, di lotta, di cambiamento.

L’esistenza di un quadro di riferimento organico non eliminava certo contraddizioni e incoerenze, spesso nella forma della “doppia morale”: quella alla base dei comportamenti individuali in contraddizione con i principi affermati e quella con cui valutare gli avvenimenti storici. In modo speculare a seconda della collocazione dell’osservatore, le stesse repressioni o violazioni dei diritti umani trovavano giustificazione o suscitavano indignazione a seconda che fossero commesse da regimi di destra (ad esempio in America latina) o di sinistra (ad esempio in Europa orientale). Con forme e gradi diversi, l’assetto del tempo delle ideologie implicava una dipendenza della base dal vertice, nel momento in cui la formulazione delle valutazioni della realtà era affidata ai livelli apicali degli schieramenti. In questo senso destra e sinistra, e le ideologie sottostanti, costituivano anche lo strumento attraverso cui il singolo poteva (o doveva) trascendere il proprio punto di vista per inserirlo in un orizzonte più ampio.

Tali ideologie hanno perso il loro riferimeno strutturante, ma non per questo si elimina il conflitto dalla politica, che continua a emergere e ad essere rappresentato – anche a fini identitari ed elettorali – attraverso opposizioni bipolari: si pensi, per fare alcuni esempi attuali, a europeisti vs euroscettici, accoglienza vs respingimenti, statalismo vs antistatalismo, regole vs mercato, locale vs globale, Nord vs Sud, pubblico vs privato, religione vs laicità, occidentali vs islamici, ecc. Né vengono meno tutte le passioni ed emozioni che i conflitti politici suscitano: paura, ansia, rabbia, entusiasmo, speranza, ecc. Sparisce però il vettore in cui inserirli, anche se con fatica: il fattore alla base dell’assunzione di una posizione pare diventare l’interesse personale. Non tanto e non solo nel senso di tornaconto individualistico, ma di ciò che mi sta a cuore, perché si lega a motivazioni profonde o a una simpatia superficiale. Si perde in capacità di cogliere i legami tra le diverse questioni e aumenta il rischio che le posizioni, apparentemente assunte sulla base di una maggiore autonomia individuale, rispondano in realtà alle logiche riduzionistiche del pensiero unico dell’efficienza di matrice tecnocratica, abilmente diffuse dall’industria dei media e funzionali agli interessi di chi detiene potere e privilegi. Ne nasce una sorta di posizionamento à la carte, in cui non fa difficoltà schierarsi per gli orsi polari o i panda in via di estinzione e, allo stesso tempo, contro le missioni di salvataggio degli immigrati; oppure contro le liste di attesa negli ospedali e a favore di una drastica riduzione delle tasse, e così via.

Tutto ciò, visto da chi – per scelta o per esservi nato – si pone nella prospettiva delle ideologie, appare come il regno dell’incoerenza: non soltanto degli elettori, ma anche dei politici che a loro si rivolgono, facendo appello non a un quadro organico di riferimento, ma direttamente alle emozioni e alle prese di posizione che ne conseguono.

Possiamo però chiederci: c’è un altro modo di leggere questa dinamica, che tra l’altro sembra rappresentare la traduzione politica di un sistema che fa della personalizzazione di beni e servizi e della libertà di scelta la propria bandiera? Una domanda simile può forse investire la diagnosi di deriva populista avanzata nei confronti di molte forze politiche. Non a caso si tratta di un’accusa utilizzata da coloro che sono più legati a un riferimento ideologico nei confronti di quanti, implicitamente o dichiaratamente, ne prescindono. Anche se questo non diminuisce i rischi di manipolazione e leaderismo (la vera minaccia per la democrazia), il rivolgersi a quella che normalmente viene chiamata la “pancia” degli elettori ha un significato diverso se è disponibile o meno un quadro di riferimento ideologico in cui collocare passioni ed emozioni: nel primo caso, il richiamo alle ideologie diventa anche lo strumento per ottenere attenzione e coinvolgimento, nel secondo il discorso politico deve invece essere costruito su altre basi.

Considerazioni analoghe possono riguardare alcune concezioni della rappresentanza oggi diffuse, che nel “mondo delle ideologie” risultano incomprensibili. Se il consenso elettorale viene richiesto come adesione a una prospettiva ideale, anche la delega implicita nella rappresentanza e il divieto di mandato imperativo (sancito dall’art. 67 della Costituzione) trovano il loro senso: su ciascuna questione gli eletti prendono posizione dopo averla collocata all’interno della visione ideale condivisa, a cui fa riferimento anche la disciplina di partito per la gestione dei casi controversi. In assenza di riferimenti a un quadro ideale e ideologico sulla cui base redigere i programmi, questo meccanismo si inceppa e la rappresentanza diventa un mandato senza delega: gli eletti dovranno rendere ragione agli elettori delle singole posizioni assunte, e, soprattutto, preoccuparsi di sintonizzarsi con l’opinione prevalente per tutti quei punti che il programma – non più un progetto di società, ma una lista non necessariamente organica di cose da fare – non prevede esplicitamente. Questa almeno sembra la logica alla base delle procedure di una forza come il M5S, anch’essa non scevra di incoerenze.

Passioni ed emozioni politiche

Il progressivo depotenziamento delle ideologie come orizzonti comprensivi ci obbliga dunque a rifare i conti con la realtà del carico emotivo della politica: basta pensare a quanto facilmente ci si accalora quando se ne parla tra persone di diverso orientamento, esprimendo una passione o una repulsione che non esitiamo a definire viscerale. Ugualmente indifferenza o nausea sono atteggiamenti con una forte base emotiva. Anche nell’epoca della razionalità tecnocratica, dunque, fare politica o riflettere su di essa richiede di avere a che fare con emozioni e passioni: che cosa significa in uno scenario post-ideologico, dove almeno potenzialmente sembra esserci un maggiore spazio per l’autonomia, ma anche un maggiore rischio di dispersione?

Passioni ed emozioni spaventano, perché costituiscono una esperienza di passività(è questa la radice etimologica del termine passione): ci prendono, ci afferrano, sfuggono al nostro controllo. Inoltre recano in sé il marchio della volatilità o volubilità: gli stati emotivi sono mutevoli e un impegno fondato unicamente su di loro fatica a radicarsi e proseguire nel tempo; anzi, lo scontro con la realtà, che ordinariamente smentisce gli slanci fondati sulle passioni, produce frustrazione e disillusione. Un altro pericolo è che emozioni e passioni possono diventare la base della manipolazione ad opera di chi, con pochi scrupoli, sa utilizzarle a proprio vantaggio.

Non per questo vanno represse o ignorate: il loro calore, che può scottarci se non le maneggiamo con cura, è una energia preziosa da volgere in nostro favore attraverso un ascolto intelligente del messaggio di cui sono portatrici, al di là delle apparenze con cui si manifestano. Certo, questo non basta. La creatività politica e sociale deve essere alimentata anche con lo studio, la riflessione e le competenze professionali e tecniche. Ma essere consapevoli che passioni ed emozioni sono risorse individuali e sociali cui attingere, assumendole con intelligenza critica (che non è sinonimo di razionalizzazione) permetterà di non lasciare da parte quello che, in fin dei conti, è il motore della storia. La vera sfida, in politica come in tutte le dimensioni della vita, è quella di non lasciarci dominare dall’emotività, ma di rileggere i vissuti emotivi per comprendere che cosa ci dicono della realtà in cui viviamo e trasformarli in generatori di risorse per il nostro impegno.

Questa attivazione emotiva collettiva ha molteplici facce, che proviamo a mettere in luce. Ad esempio, un sentimento come l’indignazione può fornire una potente spinta motivazionale a un’azione sociale tutt’altro che irrazionale: se mi indigno è perché rifletto su ciò che sta avvenendo e lo riconosco come contrastante con le regole o i valori alla base della vita sociale. Dunque la ragione aiuta l’indignazione nel suo manifestarsi e l’indignazione aiuta la ragione a esprimersi in maniera più incisiva. Allo stesso tempo, a queste emozioni possono intrecciarsi sentimenti come risentimento, rabbia oppure odio: non sono da condannare in sé, ma occorre essere consapevoli delle loro potenziali conseguenze distruttive.

Passioni ed emozioni fanno dunque sorgere molteplici interrogativi. Come difenderci dal rischio che siano manipolate? In che modo l’energia che producono può essere convogliata costruttivamente? Come evitare di cadere nell’assolutizzazione dell’esperienza emotiva, che può portare a fanatismo, intransigenza e anche a tante disillusioni? Come distinguere la passione costruttiva dalle sue proiezioni illusorie legate alla pretesa di possedere la verità, che fanno perdere il contatto con la realtà? Come non smarrire una percezione più realistica e pragmatica dei limiti del nostro agire? Infine, come arrivare a una efficace integrazione tra emozioni e razionalità?

Questi quesiti, in fondo, non riguardano solo la politica: in tutti gli ambiti della nostra vita, infatti, entrano in gioco passioni ed emozioni e il loro rapporto con la razionalità. Questo legittima forse il ricorso a un’immagine: da bambini il problema viene risolto attraverso la dipendenza da figure adulte (genitori, insegnanti, educatori, ecc.), in un processo di progressiva autonomia; l’adolescenza è comunemente considerata il momento di esplosione di emozioni e passioni, con la confusione che ne consegue e la fatica a gestirle, la presa di distanza dalle figure di riferimento dell’infanzia, a cui se ne sostituiscono altre; la maturità dell’età adulta consiste proprio nella capacità di governare le proprie emozioni, assumendone la profondità, valorizzandone la ricchezza e recuperando anche il patrimonio dei periodi precedenti. Si tratta di una suggestione che offriamo, invitando a resistere alla tentazione di una semplicistica applicazione analogica ai fenomeni sociali. Sarebbe banale concludere che per la vita democratica italiana all’infanzia della Prima repubblica ha fatto seguito l’adolescenza della Seconda e siamo in attesa della maturità della Terza. Si tratterebbe di una estensione di una dinamica personale alla sfera sociale, indebita anche solo per il fatto che il soggetto sociale collettivo muta costantemente in funzione della demografia. A livello sociale si tratta di un percorso da rinnovare ogni giorno: l’esempio ce ne indica la direzione, senza che possiamo pensare di compierlo una volta per tutte.

Per orientarsi

Ma come fare? Un primo passo è dare un nome alle emozioni, identificandone l’origine. Leggere le proprie paure, ad esempio, richiede di riconoscerle come tali, di identificare il bene che ci sta a cuore e sentiamo in pericolo e di individuare la minaccia. L’emozione è un segnale da leggere, mettendo a fuoco che cosa indica. Saper distinguere tra indignazione e invidia, tra ira e risentimento, speranza e illusione, partecipazione o manipolazione consente di orientarsi tra azioni politiche e sociali frutto di interessi parziali ed egoistici o, ancor peggio, di ritorsioni puramente ostili e vendicative, e progetti che scaturiscono dal desiderio di dignità e di uguaglianza, ispirati al bene comune e tesi alla conquista delle libertà democratiche. Riconoscere le passioni ci permette di intuire qualcosa sulle motivazioni profonde all’origine dei movimenti collettivi e di distinguere tra pretese illegittime e domande legittime di libertà e di giustizia.

La strada poi può aprirsi progressivamente se ci abituiamo a cogliere il “gusto” profondo della libertà di impegnarsi, di costruire qualcosa insieme, di rispettare veramente se stessi e gli altri, di sentirsi al posto giusto nel momento giusto. Un gusto ben diverso da quello di una iniziativa portata avanti per paura, per escludere altri, per affermare se stessi. Chi non ha mai provato che cosa significa la differenza non può rendersene conto; chi invece l’ha sperimentata dispone di uno strumento potente per orientarsi anche nei casi in cui l’analisi strettamente razionale non arriva a una chiarezza definitiva: difendere i propri interessi, individuali o di gruppo, appare spesso dotato di senso e persino attraente a un calcolo di costi e benefici, ma ha un gusto completamente diverso dall’operare per la promozione del bene comune. La chiave è dunque sviluppare la capacità di cogliere il gusto di ciò che si sta vivendo e soprattutto delle diverse alternative che sempre ci troviamo di fronte. Con un termine antico, tutt’altro che fuor di luogo quando si parla di politica, questa è l’arte del discernimento spirituale, di cui qui non possiamo che limitarci a qualche accenno.

Trattandosi di una dinamica sociale, questo compito di lettura e interpretazione di emozioni e passioni politiche non può che essere svolto insieme, in un confronto fondato sul dialogo. Assunto a livello di metodo in tutta la sua esigenza, il dialogo offre una opportunità irrinunciabile: permette a ciascuno di cogliere la propria parzialità e trascendere il proprio punto di vista e l’assolutezza con cui percepisce le proprie pulsioni emotive, in un percorso di maturazione personale nella direzione dell’autonomia e della responsabilità.

Per questo esercizio servono palestre. Oltre alla famiglia, le più indicate sono quelle realtà in cui i singoli confluiscono e che spesso, in vario modo, già offrono, talvolta istituzionalmente, percorsi e cammini formativi: la scuola e tutto il mondo delle associazioni, in particolare quelle che mirano a una presenza e a un impegno nella società, anche capendo come utilizzare correttamente le risorse offerte dai nuovi media. Per esperienza possiamo dire che si tratta di qualcosa che accade assai più spesso di quanto un certo pessimismo diffuso porterebbe a pensare. A questi ambiti ne vanno aggiunti due, per i quali questo compito assume una rilevanza ancora più strategica. Il primo sono i partiti politici, in particolare a livello della militanza di base: favorire confronto e dialogo sono per loro il modo di costruire una efficace democrazia interna, che oggi è un requisito indispensabile per svolgere legittimamente la funzione di rappresentanza. Il secondo sono le comunità di fede: ogni esperienza religiosa autentica integra al proprio interno passioni ed emozioni profonde, non solo quelle di ordine più squisitamente mistico (il rapporto con Dio), ma anche quelle relative a identità e appartenenza. Per queste comunità, intraprendere la via del confronto e del dialogo, al proprio interno e con quelle di altra confessione, è la via per sfuggire al settarismo e all’integralismo e un valido modo per offrire un contributo prezioso alla società di cui fanno parte.

Non mancano certo i temi sui cui esercitare confronto e dialogo, anche a livello della vita quotidiana: le dinamiche politiche e sociali ci obbligano in continuazione a prendere posizione su opzioni controverse ed emotivamente cariche. Tra le tante, quella che oggi sembra eccitare al massimo le passioni è il rapporto con la differenza culturale, religiosa o etnica: suscita paure profonde e quasi ancestrali, spesso oggetto di manipolazione, ma al tempo stesso interseca il mondo dell’economia (mercato del lavoro e sistema previdenziale), i bisogni a volte drammatici nel campo dell’assistenza e le evoluzioni del desiderio di futuro che soggiacciono alle dinamiche della natalità e della demografia. È un tema con cui dobbiamo costantemente fare i conti, in un modo auspicabilmente sempre più adulto.

Il sogno di una democrazia matura e di una politica adulta è che le scelte non si basino sul fatto che le alternative sono “di destra” o “di sinistra”, né sul conteggio degli infiniti “mi piace” individuali e poco motivati, ma su un percorso che ci permette di scoprire insieme, come con-cittadini, in che misura esse promuovono o non promuovono cammini costruttivi per tutti e per ciascuno.

1555.- Hamas chiama a una nuova Intifada contro Gerusalemme capitale. Le autorità palestinesi convocano lo sciopero generale

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. L’esercito israeliano invia rinforzi. Ma l’Unione europea chiede che Gerusalemme sia anche la capitale della Palestina.

07/12/2017

AMMAR AWAD / REUTERS

L’appello di Hamas a una “nuova Intifada popolare globale” e l’invio di nuovi soldati israeliani in Cisgiordania, mentre violenti scontri si registrano già lungo il confine della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. Non sono passate neanche dodici ore dall’annuncio ufficiale di Trump su “Gerusalemme capitale d’Israele”, e già sulle agenzie scorrono le notizie di un copione di violenza che sembrava già scritto. “Facciamo appello per una nuova intifada contro l’occupazione e contro il nemico sionista, e agiamo di conseguenza”: ha affermato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, in un discorso pronunciato dalla propria abitazione a Gaza e trasmesso dall’emittente di Hamas al-Aqsa tv, mentre nelle strade della città si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti. “Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”, ha aggiunto.

Appello all’Intifada della libertà. Il leader di Hamas ha esortato tutti i palestinesi a “un’intifada popolare globale, proprio come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme” (il riferimento è all’ondata di proteste all’inizio di quest’anno contro i cambiamenti dello status quo per la Moschea di al-Aqsa (il Monte del Tempio). Haniyeh ha esortato tutte le fazioni palestinesi a mettere da parte le loro divergenze per una strategia congiunta contro Israele e gli Stati Uniti.

Nel suo messaggio Haniyeh ha ricordato che 30 anni fa, il 9 dicembre 1987, prese le mosse da Gaza la prima Intifada, ossia la rivolta delle pietre. “Dobbiamo rilanciare dunque una lotta popolare generale”, ha affermato. “Facciamo appello affinché domani 8 dicembre sia il giorno in cui si scatenino la collera e la intifada palestinese contro la occupazione a Gerusalemme e nella Cisgiordania”. “La forza che abbiamo costruito, la forza della resistenza, sarà un elemento determinante per la vittoria del nostro popolo che anela a tornare sulla sua terra”, ha detto ancora Haniyeh. “Gerusalemme è la capitale del popolo palestinese. Tutta la Palestina, dal fiume (Giordano, ndr) al mare è dei palestinesi”.

 Haniyeh ha anche lanciato un nuovo appello ad al-Fatah affinché esca “dal tunnel degli accordi di Oslo”, cessi la cooperazione di sicurezza con Israele e cementi la riconciliazione e la unità nazionale palestinese. In primo luogo l’Anp di Abu Mazen dovrà annullare le sanzioni economiche inflitte alla Striscia nei mesi passati, ha rilevato il leader di Hamas.

Scontri a Gaza e in Cisgiordania. Tre dimostranti palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco di militari israeliani quando stamane la manifestazione di protesta a cui partecipavano presso Khan Yunes (Gaza) ha raggiunto i reticolati della linea di demarcazione della Striscia con Israele. Lo riferiscono fonti mediche a Gaza. A Tel Aviv un portavoce militare si è limitato a confermare che in quella zona i soldati hanno disperso una manifestazione violenta palestinese.

Scontri anche in diverse località della Cisgiordania, in particolare a Betlemme, Hebron e Ramallah. L’agenzia di stampa Maan riferisce che 16 dimostranti sono stati intossicati da gas o feriti da proiettili rivestiti di gomma in scontri con l’esercito israeliano a Tulkarem e a Qalqilya. Altri incidenti sono segnalati nella zona compresa fra Ramallah e Gerusalemme. I manifestanti, tra Gaza e la Cisgiordania, stanno dando alle fiamme bandiere americane e israeliane, così come poster di Trump e Netanyahu.

L’esercito israeliano annuncia l’invio di rinforzi. “In seguito a un esame della situazione da parte dello Stato maggiore, è stato deciso che un certo numero di battaglioni saranno inviati come rinforzo in Giudea-Samaria (Cisgiordania)”, ha reso noto il portavoce militare israeliano. Le forze armate hanno messo in stato di allerta anche altre unità, ha aggiunto, “per far fronte a possibili sviluppi” legati alle proteste palestinesi per il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele.

Le autorità palestinesi hanno proclamato per oggi lo sciopero generale in Cisgiordania, a Gerusalemme est e a Gaza. Lo riporta l’agenzia Wafa che segnala uffici, negozi e scuole chiusi in molte città palestinesi. Già ieri notte, secondo la stessa fonte, ci sono state manifestazioni spontanee di protesta a Gerusalemme, Ramallah, Betlemme e anche nella Striscia. Oggi a mezzogiorno (ora locale) è prevista una manifestazione presso la Porta di Damasco della Città Vecchia.

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Netanyahu: “Altri si uniranno agli Usa”. Di fronte alla rabbia dei palestinesi il premier israeliano Benyamin Netanyahu si mostra impassibile. Anche oggi si è congratulato con Trump – “ha legato per sempre il suo nome alla storia della nostra capitale” – e ha assicurato che presto altri leader seguiranno il suo esempio. “Siamo in contatto con altri Paesi affinché esprimano un riconoscimento analogo – ha detto il premier in un discorso al ministero degli Esteri – e non ho alcun dubbio che quando l’ambasciata Usa passerà a Gerusalemme, e forse anche prima, molte altre ambasciate si trasferiranno. È giunto il momento”.

La decisione di Trump sarà oggetto di un vertice straordinario del Consiglio di Sicurezza Onu convocato per domani, venerdì, su richiesta di 15 Stati membri – permanenti e non – tra cui figurano anche Italia, Regno Unito e Francia. Proprio nel giorno in cui Hamas ha proclamato il “venerdì della collera” e “l’inizio dell’Intifada della libertà”.