1417.- Il primo ministro danese Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato: i musulmani hanno assunto il controllo di parti del paese.

Swedish party wants to ban deportations - 'since white Swedes are not expelled'

Victoria Kawesa, dell’Uganda, è il primo leader eletto dal partito dei negri della Svezia questo fine settimana. Il suo partito vuole vietare le deportazioni, vuole un’immigrazione totalmente libera e smontare le difese degli svedesi.

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Chi governa in Danimarca? Lars Løkke Rasmussen o le bande muslim?

In un’intervista sensazionale, il primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha riconosciuto che i musulmani hanno assunto il controllo di parti della Danimarca. Ciò sta accadendo in relazione al dibattito in corso sul problema delle società parallele, che né la Danimarca né gli altri paesi occidentali hanno superato.

Il Primo Ministro, specificamente, menziona i musulmani in connessione con la falsa situazione giuridica che è sorta in alcune parti del paese. Lars Løkke Rasmussen esprime preoccupazione per la presenza di luoghi nel paese in cui lo Stato non è in grado di mantenere la legge e l’ordine, posti che sono invece controllati da bande musulmane:

– È questione di vedere la situazione con realismo. Ed è così che ci sono aree dove c’è già un insieme diverso di regole. Dove le bande hanno assunto il controllo e dove la polizia non può fare il suo dovere, dice Lars Løkke Rasmussen a Jyllands Posten.

In un’intervista più lunga con il giornale, spiega come le politiche dei governi che lottano contro le società parallele sono fallite.

– Prendiamo la mano corta e rimbalziamo avanti e indietro. Un giorno abbiamo un dibattito sul burka e il giorno dopo un altro dibattito sulle scuole musulmane. L’aria è piena di soluzioni facili e penso che dobbiamo cercare di ripensare a questo problema – basandoci sul riconoscimento aperto che abbiamo queste società parallele.

Lars Løkke Rasmussen ha inizialmente chiesto al Ministro per l’Immigrazione, l’Integrazione e l’Alloggio, Inger Støjberg, al Ministro dell’Economia e dell’Interno, Simon Emil Ammitzbøll e al Ministro della Giustizia, Søren Pape Poulsen, di elaborare nuovi strumenti che possano essere utilizzati. Per esempio: scuole concretamente impegnate sui grandi problemi dell’integrazione o aree residenziali con molti immigrati per il loro benessere.

Naturalmente, l’unico strumento che sarebbe veramente efficace, sarebbero le deportazioni forzate di massa.

Noi, invece, cominceremmo col deportare Lars Løkke Rasmussen!

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1416.- ALLE MULTINAZIONALI DELLA GUERRA, ALLE BANCHE DEL NEOLIBERISMO, AGLI USA SERVE LA STRATEGIA DELLA TENSIONE. NON IMPORTA SE VINCONO O PERDONO.

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Les dernières déclarations sur la capacité de l’armée israélienne à vaincre le Hezbollah dans la prochaine guerre, ont reçu une claque sévère, après que le Comité des Affaires étrangères et de la Défense de la Knesset a divulgué un rapport «top secret», décrit comme «très dangereux», révélant des «lacunes» dans la préparation et les manœuvres de l’armée israélienne.

 

SEVERO MONITO DI MOSCA ALLO STATO CANAGLIA – USA – CHE CONTINUA LA GUERRA.
di Maurizio Blondet
Un fatto gravissimo è accaduto in Siria il 19: i “terroristi buoni” sostenuti dagli USA (Al Nusra) hanno lanciato un’offensiva a sorpresa nel nord della città di Hama. Hanno attaccato una zona di de-escalation (implicitamente accettate anche dagli americani), e il loro scopo era, con una manovra a tenaglia, di accerchiare e catturare il plotone (29 membri) della polizia militare russa che è lì proprio per controllare e far rispettare la de- escalation. Quasi sopraffatti dalla enorme superiorità numerica degli avversari, e armati alla leggera, i poliziotti hanno chiamato i loro comandi. Si pensi solo a quello che avrebbero fatto i “terroristi buoni” amati dagli americani ai ragazzi, se li avessero catturati, con tanto di riprese video sanguinarie di torture e decapitazioni.

 

La reazione russa ha dovuto essere durissima. Sono stati fatti intervenire gli Spetsnaz – per la prima volta, almeno ufficialmente – per estrarre i camerati: i corpi speciali hanno avuto tre feriti, segno della durezza dei combattimenti. Subito dopo l’aviazione e l’artiglieria russa hanno reagito con intensissimi bombardamenti, coi quali dicono di aver eliminato “850 terroristi, 185 oggetti, 11 carri armati, 4 portatruppe corazzati, 46 pickup, 5 mortai, 38 magazzini di munizioni”.

Ebbene: per la prima volta ufficialmente, i russi hanno accusato direttamente “le agenzie speciali americane” di aver iniziato ed anzi guidato questa puntata offensiva.

Il generale Sergei Rudskoi, capo del dipartimento operativo principale al quartier generale russo, infatti, ha comunicato:

“Nonostante gli accordi firmati ad Astana il 15 settembre, miliziani di Jabhat al-Nusra ed unità a che si sono unite […] hanno sferrato una offensiva di grande scala contro le posizioni del governo […] ad Hama nella zona di de-escalation di Idlib a cominciare dalle del mattino del 19 settembre […] Secondo i dati in nostro possesso, l’offensiva è stata iniziata dai servizi di spionaggio americani per bloccare l’avanzata delle truppe del governo ad est di Deir Ezzor”.

Qualche ora dopo, la cosa è stata ribadita ad un livello più alto, con una esplicita minaccia. Il generale Igor Konashenkov , portavoce del ministero della Difesa di Mosca: “La Russia ha detto in modo in equivoco alle forze USA nella base di Al Udeid (Qatar) che non tollererà nessun colpo d’artiglieria dalle aree dove sono stazionate le “forze democratiche siriane” […]. Spari provenienti da quelle posizioni saranno soppressi con tutti i mezzi necessari”.

 

Cadaveri di terroristi dopo l’intervento degli Spetsnaz e dell’aviazione russa.

Come dice The Saker, “un attacco organizzato dagli Usa in una zona che si supponeva di de-escalation, con in più un tentativo di catturare soldati russi, eleva la doppiezza americana ad un livello totalmente nuovo”, ed anche l’esibizione del suo gansterismo – di cui del resto non si vergogna, come dimostra il discorso da gangster che Donald Trump ha fatto, o gli hanno fatto fare, all’ONU: “L’Iran è uno stato canaglia economicamente vuoto, il cui export principale è la violenza…il mondo si unisca a noi a chiedere che il governo iraniano cessi il suo cammino di guerra e distruzione”, per poi promettere di “totally destroy North Korea”..

Le meschine operazioni americane in Siria hanno lo scopo (secondo osservatori ben informati) “di mantenere le forze del governo siriano lontane dai campi petroliferi da nord dell’Eufrate, perché gli Usa ha il piano di costruire e controllare un proto-stato curdo nella Siria del Nord Est, e il controllo sul greggio darebbe a questo stato la necessaria base economica”.

Lo stato curdo che sta per nascere in Irak ha la protezione di Israele. Ed Israele ha colpito venerdì l’aeroporto di Damasco con due razzi,lanciati probabilmente da un drone israeliano; drone che l’aviazione siriana dice di aver abbattuto. Poco prima, Tsahal aveva segnalato di aver lanciato un attacco aereo ad un sito militare – sempre nella provincia di Hama. Il coordinamento coi terroristi e i servizi Usa pare evidente, così come la volontà di provocare una escalation – altro che una de-escalation – da parte delle forze armate russe.

“I 200 primi camion di armi e munizioni offerte dal Pentagono allo YPG (l’esercito curdo in Siria, ex PKK) sono stati consegnati in due convogli separati, l’11 e il 19 settembre. Provenienti dalla regione curda dell’Irak i camion sono passati dal posto di frontiera di Semalka”:; Sono armi di fabbricazione ex sovietica, salvo alcuni veicoli L-ATV dell’esercito Usa.

“Queste armi non sono destinate a combattere Daesh, che sta per essere eradicato, ma saranno usate per la prossima guerra contro la Siria”, dice Meyssan.

(http://www.voltairenet.org/article198000.html )

La Suddetsche Zeitung conferma: ha scoperto casualmente una spedizione di armamenti dal quartier generale delle forze aeree Usa in Europa, a Ramstein, verso i “ribelli” siriani. Il giornale germanico ha scoperto che i comandi Usa hanno chiesto a quattro appaltatori del trasporto di non dichiarare la natura del carico, perché il governo tedesco avrebbe l’obbligo di bloccare un tal traffico di armi sul suo territorio verso un paese in guerra. Il procuratore generale tedesco ha aperto un’inchiesta per appurare se il Pentagono e la Merkel hanno rispettato il diritto, nazionale.

Il generale israeliano Gadi Eizenkot, capo dello stato maggiore interarmi, ha dichiarato che Israele farà tutto il possibile per assassinare lo shaik Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah. Confermando la mentalità di gangster a cui oggi si riducono i generali americani e giudaici.

Frattanto Hezbollh si vanta di fatto volare un drone che ha superato le difese e sorveglianze sioniste: “L’apparecchio ha sorvolato la città israeliane per 35 minuti prima di giungere a Safed senza che in nessun momento i radar dell’armata israeliana lo abbiano rintracciato. Lo hanno rintracciato quando l’apparecchio era sulla via del ritorno. Allora sono entrate in funzione le batterie dello Iron Dome [la “cupola di ferro”, la presunta bolla irta di missili e radar che dovrebbe fare da scudo impenetrabile per Sion contro gli attacchi missilistici] e un missile Patriot, che non ha tuttavia potuto intercettare il drone. Sono stati fatti quindi decollare i caccia israeliani che sono riusciti ad abbattere il velivolo”.

Ciò è avvenuto subito dopo che Israele ha terminato le grandi esercitazioni militari sul confine – i più grossi giochi di guerra degli ultimi vent’anni – che simulavano lo scenario di un attacco Hezbollah, ossia in realtà intendevano valutare la preparazione delle forze armate giudaiche in vista di un attacco ad Hezbollah. I risultati non sembrano essere quelli sperati: la commissione Esteri e Difesa della Knesset ha fatto trapelare da un rapporto segreto, che le manovre hanno rivelato pericolose lacune nell’armata israeliana: allo stato attuale, Tsahal non è in grado di distruggere Hezbollah.

1415.- Cosa dice il nuovo dossier sul caso Emanuela Orlandi

Il giornalista Emiliano Fittipaldi ha diffuso un documento, una lettera – la cui autenticità non è stata confermata – che potrebbe fornire nuove rivelazioni sul caso Emanuela Orlandi. Secondo questa lettera, inviata da esponenti della Curia romana, la Santa Sede avrebbe speso circa 483 milioni di lire per l’ “allontanamento domiciliare” della quindicenne svanita nel nulla.

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Emanuela Orlandi aveva 15 anni quando scomparve il 22 giugno 1983

 

Il documento, ricevuto da una fonte interna al Vaticano, riapre il mistero dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Casa Pontificia e cittadina dello Stato Vaticano. Il caso della sparizione di Orlandi sarà al centro di un nuovo libro-inchiesta del giornalista intitolato Gli impostori, che uscirà tra qualche giorno.

Fittipaldi, che ha già pubblicato una serie di inchieste sulla Santa Sede, non è in grado di provare l’autenticità del documento. Il suo formato sembra compatibile con quello di altre carte ricevute dal giornalista in passato, il suo contenuto è dettagliato e verosimile. Tuttavia, il documento non è protocollato (reca al suo interno una dicitura per cui la mancata protocollatura sarebbe stata esplicitamente richiesta) né sembra rispondere concretamente a numerosi interrogativi, ma il suo contenuto, qualora si trattasse di un documento realmente autentico, conterrebbe rivelazioni davvero incredibili.

Il documento sembra mostrare infatti che nel periodo compreso tra il 1983 e il 1997 il Vaticano spese circa 483 milioni di lire per svolgere indagini sulla vicenda di Emanuela Orlandi, per effettuare il trasferimento di una persona nel Regno Unito, per pagare un alloggio in un ostello femminile di Londra e per una serie di visite mediche, alcune di tipo ginecologico.

Si tratta di una scoperta molto importante perché il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto già condiviso con i giudici italiani che hanno condotto le indagini in questi ultimi trentaquattro anni.

Ma vediamo in cosa consiste esattamente il documento.

Si tratta di una lettera di cinque pagine datata marzo 1998 e firmata dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica). Risulta indirizzata ai monsignori Giovanni Battista Re, all’epoca sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato del Vaticano, e Jean-Louis Tauran, a capo della sezione “Rapporti con gli stati” che coadiuva il pontefice.

La lettera è intitolata “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)” e dal suo testo si evince che avrebbe dovuto essere accompagnata da circa 200 pagine di fatture e ricevute che attesterebbero le spese compiute dal Vaticano per la giovane scomparsa, relative al periodo 1983-1997. Tuttavia queste fatture non erano contenute nel fascicolo consegnato a Fittipaldi.

Qui sotto l’originale della lettera in possesso del giornalista:

La prima voce di spesa contenuta nel documento riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”,  per 450mila lire. Nella sua ultima telefonata prima di sparire, Emanuela aveva detto alla sorella che le era stato proposto un lavoro come promotrice di prodotti cosmetici mentre si trovava a una sfilata delle stiliste Fontana.

C’è poi una spesa analoga anche per la preparazione di attività investigativa estera e uno “spostamento” per il Regno Unito, costato 4 milioni di lire. La rendicontazione prosegue con il pagamento delle rette di vitto e alloggio presso un ostello della gioventù per ragazze presso un istituto religioso di Londra.

Nella seconda e nella terza pagina, la nota racconta inoltre i costi sostenuti per l’“allontanamento domiciliare” di Emanuela tra febbraio 1985 e febbraio 1988. La lista prosegue con una serie di viaggi a Londra di esponenti della Curia, ma contiene anche una voce che recita “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in ginecologia. Vengono poi citati altri due trasferimenti e relative rette di vitto e alloggio.

Una nuova voce che recita “allontanamento domiciliare” si riferisce invece al periodo tra aprile 1993 e luglio 1997. L’elenco si conclude con la spesa per “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali”, come a significare che la pratica è considerata chiusa.

Indizi che lascerebbero pensare che Emanuela Orlandi non sarebbe stata rapita o uccisa, ma che il Vaticano la avrebbe allontanata da Roma e tenuta nascosta a Londra. Ciò che non è assolutamente chiaro è quale possa essere la ragione per cui ciò sarebbe potuto avvenire, ed è uno dei punti deboli del documento diffuso.

Già altre fonti, prima del giornalista Fittipaldi, in occasione del processo denominato “Vatileaks” avevano parlato di un dossier del Vaticano sul caso Emanuela Orlandi, il cui contenuto era ancora sconosciuto. Tra queste, anche la famiglia Orlandi, che a giugno 2017 ha chiesto di riaprire il caso e incontrare il segretario di Stato Parolin per sapere in che modo la Santa Sede aveva seguito la vicenda.

Dopo la sua pubblicazione, la Santa Sede ha definito “falso e ridicolo” il documento e l’ex sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato del Vaticano, Giovanni Battista Re, ha negato di aver mai ricevuto una rendicontazione delle spese relativa al caso Emanuela Orlandi.

Secondo Fittipaldi, se anche il documento non dovesse essere autentico, testimonierebbe una spaccatura all’interno della Curia. Potrebbe, in particolare, essere stato costruito appositamente dopo il furto di marzo 2014 in un armadio blindato dell’ufficio della Prefettura degli Affari economici del Vaticano, per poi essere consegnato dai ladri insieme ad altri documenti veritieri.

Quel che è certo è che queste rivelazioni infittiscono il mistero sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, che negli anni ha visto le indagini seguire numerose piste. Alcune di queste hanno coinvolto lo Stato Vaticano, l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano, Mehmet Ali Ağca (il criminale turco responsabile dell’attentato del 1981 a Giovanni Paolo II), il governo italiano e i servizi segreti di diversi paesi. Il caso inoltre si è intrecciato a quella di un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, che scomparve il 7 maggio 1983.

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Mirella Gregori. Papa Giovanni Paolo II, all’Angelus del 28 agosto 1983, fece un appello affinché “coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti e indifesi” li liberino.

Il pomeriggio del 7 maggio 1983 Mirella Gregori era a casa. Dopo aver risposto al citofono, è uscita dicendo che sarebbe scesa qualche minuto a parlare con il suo amico Alessandro. E’ stata l’ultima volta che è stata vista. Contattato dalla famiglia, l’amico ha detto di non vederla da due anni e di non averla cercata nemmeno quel giorno. La sera stessa, i familiari hanno sporto denuncia alla Polizia. Nel corso della notte, la sorella, il fidanzato di questa e un amico hanno cercato la ragazza in tutti gli ospedali di Roma.
Il caso ha cominciato ad essere collegato a quello di Emanuela Orlandi, sparita 45 giorni dopo, quando la madre di Mirella Gregori ha detto che aveva già visto i volti mostrati negli identikit di due uomini che forse avevano seguito la ragazza. In una intervista la signora dichiarò di avere notato nel suo bar, la sera prima che la figlia scomparisse, due “brutti ceffi” che somigliavano agli identikit.
E’ stato solo dopo la pubblicazione di questo articolo che nel comunicato del Turkesh del 4 agosto 1983 è comparsa una frase sibillina: “Mirella Gregori? Vogliamo informazioni. A queste condizioni la libereremo”. Due giorni dopo la famiglia Gregori ha dato mandato all’avvocato Gennaro Egidio, che rappresentava la famiglia Orlandi, di seguire anche il caso della figlia. Papa Giovanni Paolo II, all’Angelus del 28 agosto seguente, ha fatto un appello affinché “coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti e indifesi” li liberino.
Qualche giorno dopo l’appello del Papa, il fidanzato della sorella di Mirella Gregori ha risposto a una telefonata arrivata al bar di famiglia nella quale qualcuno gli ha dettato l’elenco esatto di quello che indossava Mirella al momento della scomparsa. Inoltre, si è fatto sapere che la ragazza, cittadina italiana, era stata scelta per il rapimento nel corso di un’udienza papale alla quale aveva partecipato con la sua scuola. Si è poi scoperto che la foto del Papa e della giovane era stata a lungo esposta nella bacheca dell’Osservatore Romano, all’interno del Vaticano.
La famiglia Gregori è rimasta in balia dei messaggi di presunti rapitori, fino a alla telefonata attribuita all’”Americano”, ricevuta dall’avvocato Egidio, nella quale si comunicava la morte della ragazza: “Mirella Gregori… non abbiamo nulla da fare. Prepara i genitori a questo… non esiste più nessuna possibilità. Questo io ti dico”. Una seconda telefonata dello stesso uomo all’avvocato prometteva la restituzione del corpo della ragazza, ma ciò non è mai accaduto.

1414.- KOSOVO: Di nuovo premier dopo dodici anni. Chi è Ramush Haradinaj? e dove va il Kosovo?

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Ramush Haradinaj nuovamente primo ministro del Kosovo

Ho lasciato il Kosovo nel 2001, dopo un anno e mezzo di via vai con quasi dieci mesi tutti filati e, prima ancora, dopo un altro anno e mezzo trascorso a Tirana e ho conosciuto quest’uomo e diversi capi dell’UCK. Il comandante più feroce fu una donna, imponente e più alta di me. La verità? Fecero strage dei serbi. Furono ricambiati. Ancora a 2000 piedi, dall’elicottero, sentivi l’odore di morte. Nuvole di corvi inzuppavano il becco nei loro cadaveri; colonne di auto dei serbi bruciate con le famiglie dentro e le loro masserizie; cadaveri nelle cisterne del vino, nelle celle frigorifere, nella piscina di un albergo; l’ultimo piano inagibile: sangue e morti ovunque, e le mine! Nelle strade regnava un silenzio spettrale: un branco di cavalli sperduti, solo il fruscio del vento. Poi, dopo 5 missioni così, arrivarono le nostre truppe. Erano due Leopard con le torrette una in avanti, l’altro, in ritirata. Un’apparizione fredda, metallica, ma era un altro giorno. Fu una sporca guerra, scoppiata in Europa alla vigilia della nascita dell’€uro, molto temuta dal dollaro. A Tirana ne vidi i fatti prodromici: i convogli di armi che partivano per il Nord, ancora in pace, caricati sotto la sorveglianza di esperti di agricoltura americani distaccati, come me, presso il governo albanese. Peccato che, oltre che di agricoltura, fossero molto esperti di elicotteri Apache e di cisterne volanti, che conosco anch’io. Dove andrà il Kosovo, lo chiederei a loro. 

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Di nuovo premier dopo dodici anni. Chi è Ramush Haradinaj?

Sono passati più di dodici anni dall’8 marzo 2005, giorno in cui Ramush Haradinaj si dimetteva da primo ministro del Kosovo, allora sotto protettorato ONU. Probabilmente il ricordo di quella giornata gli è tornato alla mente mentre assumeva nuovamente l’incarico di premier del suo paese, lo scorso 9 settembre. Su di lui, la sua storia, esistono tante versioni: aldilà della dicotomia tra criminale di guerra, come è considerato in Serbia, ed eroe nazionale, come lo reputano in molti in Kosovo, la sua figura è complessa. Chi è veramente Ramush Haradinaj?

Dalle armi alla politica

Come altri futuri esponenti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), Haradinaj aderisce alla causa indipendentista kosovara in Svizzera, dove, da emigrato, lavorava come buttafuori. Nel 1998, torna in Kosovo ed entra nelle fila dell’UÇK della regione occidentale del Dukagjini/Metohija. A seguito di cruente battaglie contro l’esercito serbo, diventa un leader e si guadagna il soprannome di Rambo. Molti testimoni lo descrivono come un uomo violento, che non lesina brutalità contro i suoi uomini.

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Finita la guerra, Haradinaj entra in politica. Invece di seguire il grosso dei veterani dell’UÇK nel Partito Democratico del Kosovo di Hashim Thaçi, con cui intercorre una forte rivalità, fonda un proprio partito, Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK). Nonostante la sua figura sia già controversa (nel 2000 partecipa ad una sparatoria e nel 2002 il fratello Daut viene condannato per l’uccisione di quattro albanesi di un gruppo rivale) con questa scelta diventa per gli USA la pedina per superare la separazione tra ex-UÇK e sostenitori del pacifista Ibrahim Rugova: così, dopo le elezioni del 2004, Rugova, presidente del Kosovo, nomina Haradinaj primo ministro.

La prima avventura di Haradinaj premier dura solo cento giorni. Molti osservatori internazionali considerano quell’esperienza come una delle migliori in termini di attivismo del governo. Ad interromperla è la notizia che Haradinaj è indagato dal Tribunale dell’Aja per crimini di guerra. Il premier si dichiara innocente, ma decide di dimettersi e di consegnarsi alle autorità. Inizia così la fase giudiziaria della vita di Haradinaj, anche questa piena di sospetti.

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La vicenda giudiziaria

L’accusa per Haradinaj ed i suoi uomini è quella di aver costituito un’impresa criminale congiunta per consolidare il potere dell’UÇK tramite violenze a danno di civili serbi, albanesi e rom, accusati di collaborare con il nemico. Decine di serbi sarebbero stati non solo espulsi ma anche uccisi, alcuni dei quali all’interno del campo di prigionia di Jablanica. Il processo si conclude nel 2007 con un’assoluzione completa: i crimini sono stati commessi, ma non ci sono prove per dichiarare gli imputati colpevoli.

Su tutto il processo, però, aleggia una brutta aria: la sentenza stessa riconosce difficoltà nel garantire la sicurezza dei testimoni, molti dei quali non si sono presentati. Alcune fontiparlano di 19 testimoni morti durante il processo, dati smentiti dal Tribunale. In ogni caso, la Camera d’Appello sancisce che il processo è da rifare. Rambo torna all’Aja, ma nel 2012 ottiene una nuova assoluzione. Ad alimentare i sospetti questa volta è l’arresto in pieno processo del braccio destro di Haradinaj, accusato di aver creato il fondo per la difesa con del denaro sporco. Le reazioni alla seconda assoluzione sono diverse: molti vi trovano la conferma che i leader dell’UÇK godono di protezione internazionale; altri ritengono che il processo si sia basato fin dall’inizio su un numero insufficiente di prove.

Nel novembre 2012 Haradinaj torna in patria e riprende l’attività politica, ponendosi all’opposizione. Per due volte viene fermato all’estero a causa del mandato di arrestoemesso dalla Serbia, ma viene rilasciato. Durante il suo fermo, nelle città del Kosovo vengono issati enormi manifesti dall’eloquente slogan “Haradinaj è il Kosovo”. Si arriva così ai giorni nostri, con la nascita del secondo governo Haradinaj. La questione su cui ci si interroga ora è il rapporto con la Serbia. Come procederà il processo di normalizzazione dei rapporti tra le due parti? Un dato che fa riflettere è il paradosso che, mentre la Serbia minaccia di arrestarlo nel caso entrasse nel paese, dall’altro il suo governo si regge anche sui voti dellaLista Serba, partito controllato da Belgrado. I deputati della LS sono cruciali, tanto che Haradinaj, nel primo discorso al parlamento, si è rivolto a loro e ai loro elettori parlando in serbo.

Gli interrogativi, dunque, non mancano: dopo dodici anni, una nuova fase della vita di Haradinaj è appena cominciata.

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E il Kosovo non è ancora in pace.

(vedi anche il nostro n.ro 916)

1413.- LA TV RUSSA ESPONE “I ROTHSCHILD E IL NUOVO ORDINE MONDIALE”. UN PO’ DI SWIFT.

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Una delle famiglie più ricche e più influenti del mondo è stata esposta dalla TV russa (guarda il video completo qui sotto). La famiglia Rothschild è stata posta sotto i riflettori in Russia e sperano di esporre la corruzione che si dice venga dall’interno.

 

PUTIN SEMBRA PREPARARSI AD OPPORSI A UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Molte voci si sono aggirate sulla connessione tra la famiglia Rothschild e il Nuovo Ordine Mondiale.

Dato che la famiglia ha rapporti con molti stabilimenti diversi, il conflitto di interessi non può essere ignorato.

Si dice che Putin stia facendo preparare il suo popolo a combattere contro il Nuovo Ordine Mondiale, i poteri che vengono istituiti e che hanno il controllo su quasi tutto i governo, i media e le banche del mondo.

Putin, a quanto pare, vuole sbarazzarsi dei sistemi bancari internazionali e ricominciare da una piattaforma nazionalistica che ha il sostegno di migliaia di tonnellate di oro insieme alle alleanze in Europa, Medio Oriente e Cina che stanno crescendo.

La Russia ha un forte desiderio di diventare indipendente dal resto del mondo, questo è emerso durante la sentenza di Putin e questo si è manifestato in molti modi diversi.

LA RUSSIA STA COSTITUENDO UN NUOVO SISTEMA BANCARIO PER L’INDIPENDENZA

Un insider della Russia ha affermato che il paese si sta preparando ad istituire un sistema di banche che assicurerà l’indipendenza dal resto delle banche del mondo, che è una mossa audace nell’economia di oggi.

La famiglia Rothschild è naturalmente nota per avere la proprietà dei sistemi bancari e hanno soldi in numerosi paesi in tutto il mondo.

Ora sembra che la Russia voglia aumentare la distanza tra se stessi e il sistema corrotto.

Si dice che la Russia abbia sviluppato e implementato con successo un sistema alternativo che va ad escludere i vari sistemi bancari.

La Russia non vuole affidare il settore bancario al sistema SWIFT delle banche internazionali.

Si tratta di un modo rapido e presunto sicuro di trasferimento di denaro, ed è utilizzato da oltre 50 anni.

Il codice SWIFT è un codice di sicurezza internazionale utilizzato per tracciare i bonifici interbancari realizzati tra Paesi diversi. Il nome di questo codice è un acronimo e trae origine dalla società che assegna la sequenza di cifre e numeri, la Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, la cui sede legale è a Bruxelles.

Il codice serve a identificare univocamente la banca del beneficiario del bonifico ed è composto da 8 o 11 caratteri alfanumerici. I primi quattro caratteri individuano la banca, i successivi due il Paese di appartenenza, i seguenti due la città in cui si trova la banca beneficiaria. Infine, possono esserci altri tre caratteri che indicano la filiale dell’istituto bancario. Se le ultime tre lettere sono XXX, il bonifico sarà accreditato nella sede centrale della banca. Il codice è assegnato mediate un algoritmo segreto, capace di garantire che il trasferimento di denaro vada a buon fine.

Il codice SWIFT è anche indicato come codice BIC, è elaborato secondo lo standard ISO 9362 ed è uno degli elementi che costituiscono le coordinate bancarie internazionali. L’adozione di un sistema univoco per l’attribuzione del codice identificativo delle banche a livello internazionale è stata approvata dall’ISO, l’Organizzazione internazionale per la normazione. L’indicazione di questo codice è necessaria tutte le volte che si ordina un bonifico SEPA, che si autorizza un pagamento verso uno Stato esterno all’area Euro o che si riceve un pagamento dall’estero.

Parliamo di SWIFT, il provider globale di servizi di messaggistica finanziaria

SWIFT è una società cooperativa, leader nel mondo nell’offerta di servizi per la messaggistica in campo finanziario. Fornisce una piattaforma per lo scambio di informazioni finanziarie, oltre a prodotti e servizi per l’accesso, l’integrazione, l’identificazione, l’analisi e la compliance.
SWIFT serve più di 11.000 istituzioni finanziarie e aziende in oltre 200 Paesi, per lo scambio di milioni di messaggi finanziari standardizzati. Attraverso la piattaforma proprietaria SWIFTNet, permette ai suoi utenti di scambiare informazioni finanziarie in modo automatico, standardizzato, sicuro e affidabile, consentendo la riduzione di costi e rischi ed eliminando le inefficienze operative. Inoltre, SWIFT promuove la collaborazione tra le istituzioni finanziarie favorendo il dialogo, con l’obiettivo di definire congiuntamente pratiche di mercato e nuovi standard, e stimolando la discussione su questioni di interesse collettivo.
Fondata nel 1973 per iniziativa di 239 banche in 15 Paesi, la società ha sede principale in Belgio e grazie alla sua rete globale è presente attivamente nei principali centri finanziari, con 25 uffici in tutto il mondo.
SWIFT in Italia
SWIFT è presente in Italia da oltre 30 anni. Guidata da Erika Toso, Head of South East Europe, la società opera come partner dei principali istituti finanziari presenti in Italia, fornendo soluzioni per la connettività, la messaggistica e la compliance,
Tra i progetti più significativi realizzati negli ultimi mesi da SWIFT in Italia con i propri partner:
  •   Compliance: la soluzione KYC Registry contro i crimini finanziari è stata adottata da 10 tra i principali gruppi bancari, tra cui UniCredit.
  •   Connettività: la soluzione multi-banca e multi-canale 3SKey – che permette alle aziende di autenticare e approvare in maniera totalmente sicura le proprie transazioni finanziarie – è stata scelta da Intesa Sanpaolo per offrire ai propri clienti corporate accesso personalizzato e sicuro tramite firma digitale e autenticazione rinforzata.
  •   Pagamenti: nel dicembre 2015, SWIFT ha lanciato la Global Payments Innovation Initiative, un progetto di innovazione nei pagamenti destinato a rivoluzionare la customer experience nell’ambito dei pagamenti transfrontalieri. Tra i 45 gruppi bancari che vi hanno immediatamente aderito nel mondo, anche le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo.
    I numeri del 2015
    Paesi connessi: oltre 200
    Utenti SWIFT: oltre 11,000
    Traffico FIN totale: oltre 6.1 miliardi di messaggi
    Traffico FIN media giornaliera: oltre 24.22 milioni di messaggi
    Picco più alto del traffico FIN nell’anno: 30 aprile, oltre 27.5 milioni di messaggi Affidabilità FIN: 99.999%
    Affidabilità SWIFTNet: 99.999%
    Crescita del traffico (confronto 2014/2015) – FIN: + 8.8% del volume dei messaggi
    – InterAct: +28% del volume dei messaggi – FileAct: +4% del volume dei messaggi
    La strategia SWIFT2020
    SWIFT2020 è la strategia quinquennale che definisce le priorità della società e il continuo miglioramento dei servizi alla comunità. La strategia risponde efficacemente alle nuove sfide a partire dagli importanti risultati già raggiunti, e si concentra su tre aree principali:
 Ampliamento e rafforzamento dei servizi di messaggistica per pagamenti e securities
Estensione dell’offerta per le infrastrutture di mercato
  •   Consolidamento dell’offerta di soluzioni per la compliance contro i crimini finanziari
    Sicurezza delle informazioni
    La sicurezza delle informazioni rappresenta per SWIFT un fattore chiave per la creazione di valore a beneficio dei clienti e un elemento distintivo per i servizi offerti. Le misure di sicurezza sono progettate per rispondere a qualsiasi situazione, con lo scopo di impedire qualsiasi accesso non autorizzato.
    Le aree di business
    Messaggi e Standard
    Grazie alla collaborazione con la comunità finanziaria, SWIFT svolge storicamente un ruolo di primo piano nella definizione degli standard alla base della messaggistica finanziaria globale.
    La piattaforma proprietaria SWIFTNet consente agli utenti di comunicare in maniera perfettamente sicura attraverso un’unica utility condivisa. I requisiti di messaggistica che devono essere rispettati dal settore dei servizi finanziari sono in continua evoluzione e si differenziano secondo gli attori coinvolti nella comunicazione (infrastrutture, banche corrispondenti o clienti commerciali). Oltre alla piattaforma SWIFTNet, SWIFT ha dunque ampliato la propria offerta per rispondere alle diverse esigenze tramite quattro servizi complementari per la messaggistica: FIN, InterAct, FileAct e WebAccess.
    Prodotti e servizi
    I prodotti e i servizi di SWIFT sono in continua evoluzione, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze della comunità in termini di accesso, integrazione, business intelligence, reference data, e alle necessità di compliance contro i crimini finanziari. Tale offerta consente agli utenti di gestire e analizzare il proprio traffico di messaggistica.
    Infrastrutture dei mercati finanziari
    SWIFT è partner di oltre 200 infrastrutture dei mercati finanziari in tutto il mondo, sia per quanto riguarda i sistemi di pagamento che per le securities. L’offerta comprende:
  •   ISO 20022
  •   Progetti Innovativi
  •   High Value Payments
  •   CSD (Central Securities Depositories)
  •   Real Time Payments
    Financial Crime Compliance
    I servizi di SWIFT per la compliance contro i crimini finanziari rispondono a criteri di rapidità di esecuzione e accuratezza, favorendo economie di scala. SWIFT è al fianco del settore finanziario nell’affrontare questa importante sfida, incrementando costantemente la propria offerta di soluzioni:
  •   Utility
  •   KYC
  •   Sanctions
  •   AML
  •   Securities
    Tecnologia e Operations
    SWIFT applica in maniera innovativa la tecnologia all’interno del settore finanziario e si impegna a fornire soluzioni sicure ed affidabili, attraverso quattro ambiti diversi di intervento:
  •   Eccellenza operativa. SWIFT investe in maniera continuativa in tecnologia, sicurezza, persone e processi.
  •   Innovazione. SWIFT contribuisce da sempre a favorire l’adozione di tecnologie, servizi e standard sicuri nel business del correspondent banking.
  •   Customer support. Tutti i servizi di SWIFT sono monitorati e supportati 24 ore su 24, 7 giorni a settimana da un team di tecnici specializzati dislocati geograficamente in diversi centri di controllo.

 

Architettura. SWIFT investe costantemente per rendere le soluzioni di messaggistica non solo affidabili e resilienti, ma anche aggiornate ed efficaci, con varie funzionalità, flessibili e scalabili. Questo è possibile anche grazie al continuo rinnovamento della piattaforma di messaggistica, tramite il programma FIN Renewal.

Da 40 anni al servizio della comunità finanziaria globale

1980: primi Paesi asiatici connessi a 2001: SWIFTNet
SWIFT 2004: introduzione di ISO 20022 1986: SWIFT lancia i servizi a valore 2008: SWIFT lancia Alliance Lite aggiunto 2009: SWIFT lancia Innotribe 1987: SWIFT lancia i servizi di
sicurezza

70 80s 90s 00 10s ss

1973: nascita di SWIFT
1976: apertura del primo centro operativo
1977: invio del primo messaggio
1979: Nord America è connesso a SWIFT

1992: Interbank File Transfer 1994: apertura del Customer support centre a Hong Kong 1997: apertura del SWIFT technology centre negli USA

2012: SWIFT lancia Sanctions Screening and Testing 2013: SWIFT apre un centro operativo in Svizzera e un centro operativo per le corporate a Kuala Lumpur

Da 40 anni al servizio della comunità finanziaria globale

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1412.- Antonio Socci: il patto tra chiesa e Pd per riempire l’Italia di immigrati

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A giugno scorso la politica italiana ha svoltato ed ha cominciato la volata dell’ultimo chilometro. Da allora tutto quello che accade va letto in chiave pre-elettorale, cioè in vista delle elezioni politiche. Tutto è finalizzato a quell’esame.
Perché è stato decisivo giugno? Perché alle elezioni amministrative parziali l’Italia (ancora una volta) ha mandato al Palazzo un segnale forte e chiaro che si potrebbe riassumere nello slogan di Beppe Grillo del 2007. In sostanza un “Vaffa”.

Infatti il Paese si è rivelato molto diverso da come viene rappresentato sui media e da come lo pensano nel Palazzo della politica dove spesso credono alla loro stessa propaganda. In sintesi, nei Comuni con più di 15 mila abitanti in cui si è votato il centrosinistra governava in 81 Comuni e – dopo giugno – ne ha ripresi solo 50, il centrodestra da 42 è passato a 54 e i grillini sono passati da 3 a 8 amministrazioni municipali. Si è scoperto, di nuovo, che in Italia il centrodestra rappresenta la formazione con più consensi. E per il Pd non vale nemmeno invocare la menomazione dovuta alla scissione perché in quei Comuni di solito il centrosinistra si presentava unito.

D’altra parte – se si ricorda l’esito delle ultime elezioni politiche – lo stesso esecutivo a trazione Pd non ha mai avuto una maggioranza nel Paese. Adesso poi – dopo anni di governo – il Pd paga la crisi economica nella quale – nonostante i dati sbandierati come “ripresa” – si è sempre più impantanati (con un debito pubblico che cresce) e soprattutto lo stato maggiore piddino ritiene di aver pagato la propria sconsiderata politica dell’emigrazione che ha creato molto malcontento e allarme sociale. Dall’esito elettorale di giugno perciò hanno pensato di correre ai ripari e per tutta l’estate hanno provato a mandare all’opinione pubblica segnali di una inversione di rotta. Prima Matteo Renzi ha rottamato lo slogan “Restiamo umani” che aveva usato per anni, per giustificare l’apertura dell’Italia all’immigrazione di massa. Lo ha rottamato – dicevo – sostituendolo con la parola d’ordine che era di Salvini, di cui Renzi si è disinvoltamente appropriato: «Aiutiamoli a casa loro». Era il segnale della marcia indietro. Così il ministro dell’Interno Minniti – nel volgere di qualche giorno – ha sostanzialmente fatto cessare gli sbarchi o almeno li ha fortemente ridotti. Di colpo. Cosa che – a ben vedere – ha fatto ancora più irritare gli italiani, dal momento che per anni, dalle parti del Pd e del governo, hanno ripetuto che la migrazione di massa è un fenomeno storico inevitabile, che non si può fermare, perché sarebbe come illudersi di fermare il vento con le mani. E quindi si poteva solo subire. Di colpo si è scoperto che invece si poteva fermare e anche molto velocemente, quindi tanti italiani hanno concluso che per anni sono stati presi in giro, mentre erano sottoposti all’assalto migratorio.

Per non scoprirsi a sinistra, soprattutto dopo la scissione dalemiana, Gentiloni e Minniti hanno visto bene di chiedere aiuto alla Chiesa da dove – le frange più estremiste – già cominciavano a bombardare il governo per lo scontro con le Ong. Così, incontrando la Segreteria di Stato della Santa Sede e lo stesso papa Bergoglio hanno ottenuto una specie di legittimazione vaticana.

Perché oltretevere hanno accordato questa copertura politica? Per almeno tre motivi. Primo: la Segreteria di Stato vaticana ha così potuto correggere l’ossessiva campagna migrazionista che Bergoglio ha fatto da quattro anni, dal viaggio a Lampedusa del 2013, che ha creato grande sconcerto pure tra i fedeli e ha fatto crollare il consenso attorno al papa argentino (peraltro l’arrivo di tanti migranti islamici nelle nostre città non può far piacere agli uomini di Chiesa più consapevoli). Secondo. Bergoglio si è fatto convincere perché ha come sua bussola il consenso (come i politici) e voleva recuperare un po’ del gradimento che ha perduto nell’opinione pubblica con i suoi reiterati comizi sull’emigrazione. Inoltre (terzo) il governo ha garantito al Vaticano bergogliano che varerà lo “Ius soli” e – dopo le elezioni – riaprirà agli sbarchi sottoforma di “canali umanitari”.

A volerla tradurre in parole povere la richiesta del governo piddino dev’essere suonata così: voi ci coprite le spalle adesso che abbiamo bloccato gli sbarchi, così possiamo recuperare voti e – dopo le elezioni, una volta tornati al governo (perché vi assicuriamo che senza Pd non è possibile nessuna maggioranza) – facciamo lo “Ius soli” (se non siamo riusciti a farlo prima) e riapriamo le frontiere, chiamandole “canali umanitari”. Così “passata la festa gabbato lu santo” (e il santo gabbato è il popolo italiano).

Il Pd ha anche altre frecce al suo arco, con cui cerca di recuperare consensi. A cominciare dalla solita vecchia politica delle mance pre-elettorali. È una trovata di questo tipo il cosiddetto “reddito di inclusione”, anche se – come si è scritto su queste colonne – a ben vedere stanzia per gli italiani poveri un terzo di quanto il governo ha stanziato per gli immigrati e dunque non sarà tanto facile convincere gli elettori. Ma ne vedremo altre dello stesso tipo. L’obiettivo del Pd, che di certo non può ambire a conquistare la maggioranza, è quello di essere – dopo le elezioni – indispensabile per qualunque governo e la legge elettorale deve essere funzionale a tale scopo fotografando la divisione dell’elettorato in tre blocchi. Però le elezioni regionali siciliane potrebbero essere l’incidente che destabilizza la leadership renziana e spariglia le carte. Anche perché gli oppositori di Renzi già scaldano i motori per lanciare la candidatura Minniti. Inoltre non è affatto detto che il Pd – dopo le elezioni – sia sicuramente indispensabile per mettere insieme una maggioranza di governo. In realtà ci sono delle alternative. Attenti alle sorprese. Al Pd rischiano di fare i conti senza l’oste che sarebbe l’elettorato italiano, nel quale – senza tanti ragionamenti politologici – sta crescendo una voglia matta di mandare a casa il Pd. Questa è l’aria che tira.

di Antonio Socci

1411.- AGLI ITALIANI

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato eletto da un Parlamento eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale, perciò, illegittimo da ben tre, quasi quattro anni. Lo stesso Parlamento illegittimo che ha dato la fiducia al governo Gentiloni. Lo affermo perché nemmeno le contorsioni di una sentenza di una Consulta volta al compromesso possono legittimare quattro anni di grave inazione a tutti i livelli istituzionali, esattamente tutti. L’Italia è spinta alla confusione da persone di scarso valore, ma da stranieri potenti, senza bandiera. Abbiamo combattuto per l’Italia per più di tre generazioni. Noi c’eravamo. C’erano bisnonno Giuseppe, capo dell’Ambulanza dei Mille (la Sanità), due capitani della Bixio e ci siamo stati sempre e ci siamo ancora, ma questa Costituzione non è stata violata per caso. Manca gravemente nei principi fondanti perché non ha voluto obbligare i partiti e i sindacati: le formazioni intermedie attraverso le quali si deve, NOI cittadini, partecipare alla politica. Ripeto la mia battaglia contro l’Art. 49. Avervi auspicato che i partiti si prestino a consentire “con metodo democratico” al sovrano popolo la partecipazione alla politica, è un auspicio privo di senso pratico, tanto come l’aver delegato ad una legge ordinaria la fissazione di quei principi.
La Costituzione manca anche nelle garanzie a salvaguardia dei suoi principi: Lavoro, Dignità, Libertà, Solidarietà sono stati tutti violati. Anche il reato di Alto Tradimento non è praticamente, di fatto perseguibile.
Quindi, prima di essere attuata, la Costituzione deve essere “completata”. La sovranità “APPARTIENE” al popolo. Significa che non la cede agli eletti. Non la delega mai! Ma a cosa è servito avere intitolato sovrano il popolo, senza avergli garantito l’esercizio di quella sovranità attraverso una concreta, reale rappresentatività? Non ha senso e non serve perché la democrazia retta dalle segreterie e dalle congreghe, chiuse, dei partiti non ci rappresenta. Non ha senso perché le leggi proposte dal potere esecutivo e subite dal potere legislativo, anche illegittimo, non rappresentano più da tempo la reale volontà del popolo italiano. La dimostrazione sta in questi settant’anni di lavoro sudato, nei traguardi raggiunti dai lavoratori e nel baratro in cui, invece, la politica ci ha sprofondato. Il responsabile è Lei, la madre di tutte le leggi. Quindi, anche andare al voto, senza questo necessario, essenziale suo completamento, ci vedrebbe a riprodurre le stesse situazioni di oggi, inconcepibili. Rivedremmo vincere l’assenteismo, suicida e perpetueremmo la democrazia delle segrete stanze, fino a che la ruota della storia si dimenticherebbe di questa Nazione, fatta di veri uomini e di donne senza eguali. Lo dico e lo giuro, perché Vi conosco.
Ci siamo ancora!
Chiedo un semestre costituente per colmare le lacune di questa Costituzione, scritta dai partiti e per i partiti. Non per i cittadini. Un semestre con un reggitore pro tempore, super partes e auspico che accetti e che sia nominato Sua altezza reale il principe Amedeo di Savoia. Sì, un re paladino della Repubblica.
Grazie. Fate girare, se condividete.IMG_3185.jpg

1410.- Insindacabili contraddizioni: le smentite (pre-elettorali) apparenti … a Checco Zalone

di LUCIANO BARRA CARACCIOLO

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1. A proposito di insindacabilità delle “terze ed imparziali” istruttorie condotte dagli organi tecnici dell’UE, fatevi, se potete, due tristi risate leggendo l’articolo il cui link attivo trovate dentro a questo tweet (la cosa ulteriore che potrebbe suscitare stupore è che sia La Stampa a riportare con questo taglio e con questo titolo una simile notizia):
Ci si rende conto che questa notizia si riflette inevitabilmente sulla credibilità delle decisive valutazioni di fatto compiute, in immancabile endorsement della Commissione UE, dalle sentenze della CGUE e, dunque, getta luce anche, – in inevitabile e più che ragionevole retrospettiva-, su tutta la sua auto-costruzione dell’acquis comunitario (qui, p.6.2. assolutamente da rileggere)?
1.1. Cosa resta, di fronte a un tale discredito – auto-procurato nel più trito e scontato dei modi-, delle “inderogabili” necessità “tecniche” sempre reclamate dalla Commissione come soluzioni ottimali (e quindi insindacabili) che, come ben ci spiega Barroso, devono potersi imporre senza alcuna legittima resistenza degli stolidi parlamenti nazionali?
Se per la tutela ambientale e della salute questo risulta il modus procedendicosa è accaduto e cosa continua veramente ad accadere nei processi decisionali delle istituzioni UE sotto il ben più opinabile profilo politico-economico e fiscal-finanziario(rammentiamo infatti che Barroso parlò, come presidente della Commissione, del fiscal compact, in questi esatti termini; sempre qui“non c’è miglior illustrazione, circa la INEVITABILITA’ del ruolo della Commissione dell’accordo intergovernativo chiamato Fiscal Treaty”).
2. E’ arrivato, per “qualcuno” (e quel qualcuno non siamo certo noi) il momento di farsi delle domande ?
No, niente paura. O meglio, abbiatene ancora di più.
La critica alla “attendibilità” e alla trasparenza (eufemismo) dei processi decisionali tecnocratici delle istituzioni UE, pare obiettivamente corrispondere ad una ben prevedibilevalutazione di opportunità pre-elettorale.
E, se qualcuno nutrisse dei dubbi (cioè sull’efficacia tattica della conservazione politica perseguita dal sistema mediatico), basta vedere con quale solerzia sono diffuse le rassicuranti indicazioni sul “disinnesco” della manovrona-lo-vuole-L€uropa, che, per grazia ricevuta pre-elettorale (come puntualmente avevamo previsto), si stempera in un semplice consolidamento “moderatamente” pro-ciclico e recessivo (sempre che la direzione del ciclo, programmatica, la si intenda in termini di occupazione U6 e di redistribuzione verso l’alto della scarsa crescita prodotta).
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3. Una plateale conferma di tutto ciò, l’abbiamo da questa ulteriore notizia, che, se fosse compresa in tutta la sua portata, sarebbe una vera e propria bomba.
Dopo decenni di classifiche, neppure comprese in verità, sull’esercito dei dipendenti-pubblici-improduttivi (consigliamo la rilettura di questo post del 2012), in Italia, e sull’esigenza di ridurne il numero, che si inserivano in questo quadretto:
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…Questo il dettaglio OCSE sui numeri del 2011 (ripetiamo ulteriormente ristretti, con le politiche l€uropee seguite in Italia, dalle manovre degli anni successivi):
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Dall’esame dei dati OCSE 2011, quindi dalla fonte sopra linkata, prendiamo queste osservazioni: “Contrariamente a quanto ritiene gran parte dell’opinione pubblica, i dipendenti pubblici in Italia non sono troppi: sono troppo pochi. Nel 2011 (dati OECD) in Italia c’erano 3.435.000 dipendenti pubblici (di cui 320.000 precari, tra collaboratori e partite IVA), contro i 6.217.000 della Francia e i 5.785.000 del Regno Unito, paesi con una popolazione molto simile a quella dell’Italia e un pil non troppo superiore. Anche in Spagna e negli Stati Uniti i dipendenti pubblici pro capite sono più numerosi che in Italia (rispettivamente 65.6 e 71.1 per mille abitanti, contro i 56.9 dell’Italia). Solo il dato tedesco è apparentemente simile a quello italiano (54.7 per mille abitanti), ma esso è influenzato verso il basso dal regime privatistico del personale sanitario
Se consideriamo il solo personale amministrativo, per avere in Italia lo stesso numero di dipendenti pubblici pro capite che c’è in Germania bisognerebbe ricorrere a 417.000 nuove assunzioni, a fronte di uno stock attuale di 1.337.000: un incremento del 31%. E per avere lo stesso numero di impiegati amministrativi pro capite degli USA bisognerebbe assumerne addirittura 1.310.000.”
4. Or dunque, dopo tutto questo, oggi, alla vigilia della presentazione delle linee fondamentali della manovra di stabilità (moderatamente pro-ciclica…), se ne escono appunto con questo titolo:
“Il governo pensa al concorsone Mezzo milione di statali in uscita nei prossimi 4 anni. L’esecutivo punta ad anticipare le uscite e ad assumere giovani nella pubblica amministrazione”.
E allora, come si concilia coi precedenti slogan, diktat e pseudo-dati?
Se si pensa che “lo Stato è come una famiglia” e che la spesa pubblica sia un costo da sottrarre al PIL in quanto causa dell’alta pressione fiscalenon si dovrebbe tollerare di tener ferma la percentuale, sia pur già ridotta, dei principali fannulloni e portatori insani dispesapubblicaimproduttiva.
5. Ma, guarda un po’, prima delle elezioni, 500.000 persone, specialmente i ggiovani(anzi, quali potenziali aspiranti, molte di più), potrebbero venir convinte che, se riuscissero a uscire da disoccupazione e precarietà, allora vorrà dire che non c’è piùcastacriccacorruzione (eh sì, questi sono i sillogismi correnti nell’opinione di massa che si orienta sui principali partiti, di opposizione inclusi; anzi, specialmente).
E quindi, verrà da pensare a tutti costoro, qualcuno ce l’avrà questo merito…
E questi nuovi sillogisti con prospettiva di mega-bandi, una volta che sia scritto nella legge di stabilità che si faranno i concorsoni, (e per quanto, quindi, ben lungi dall’essere assunti), saranno una nutrita schiera riconoscente: ma anche disponibile a rivedere, per se stessa (soltanto), l’idea che gli impiegati pubblici siano dei fannulloni e che “c’ha proprioraggione Checco Zalone“.
Naturalmente, SE lo faranno, i bandi saranno soggetti alla clausola rebus sic stantibus, relativa alla stabilità finanziaria&fiscale: ne L€uropa funziona così. Dovrebbero averlo accettato tutti che siamo governati dallo “stato di eccezione”, versione istituzional-€uropea della shock-doctrine.
E così, purtroppissimo, dopo le elezioni, nell’arco di lunghi e tempestosi anni della futura legislatura, potrebbe scappar fuori una nuova “crisi del debito pubblico” che si cura, – si sa, anche se è controfattuale-, tagliando la spesapubblicabrutta per rassicurare “i mercati”.
5.1. E poi, poi, non scherziamo: se, al delimitato scopo di mantenere (non incrementare!‘Nziamai), il numero dei pubblici dipendenti, già “tagliato” da 25 anni di blocchi del turn over, nonché abbondamentemente sotto la media degli Stati comparativamente significativi, si desse il via libera a tante-tante assunzioni (di mera conservazione degli organici attuali e…salvo crisi sopravvenute), temo che si arriverà a dire che il jobs act si applichi integralmente a tutto il pubblico impiego.
La flessibilità, in cambio di una pseudo-misura espansiva (e a malapena capace, semplicemente, di non incrementare l’attuale insufficienza e disfunzionalità delgi organici), parrà un ragionevole prezzo da pagare…

Ma dopo le elezioni; rigorosamente.

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1409.- LA GIUSTIZIA ITALIANA NON È ADEGUATA ALLA SFIDA DELL’INVASIONE

Attacco terroristico nella metropolitana di Londra, il quinto attentato a Londra nel 2017. I feriti sono stati 29 e diversi pendolari sono rimasti ustionati in seguito all’esplosione di un ordigno sul vagone del metrò, alla stazione di Parsons Green che si trova nella zona sud ovest della capitale.

++ Londra: testimoni, 'palla di fuoco su treno metro' ++

Il Sun, mostra uno scatto pubblicato su Twitter di un secchio ancora fumante all’interno di una busta frigo della catena di supermercati Lidl.

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I testimoni, fra cui l’italiana Roberta Amuso, hanno raccontato d’una fiammata, quindi del fumo, della sensazione da topi in trappola. Non tutti hanno udito con chiarezza il boato, segno di una deflagrazione probabilmente solo parziale del marchingegno, come confermato in seguito da Scotland Yard. Mentre tutti si sono ritrovati nella calca quando all’apertura delle porte é scattato l’inevitabile fuggi fuggi: “Chi inciampava e cadeva per terra veniva calpestato. 

Invece, fu una sorpresa per noi italiani quando fu identificato il terzo terrorista dell’attentato del furgone sui passanti del London bridge, il 3 giugno :

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Khuram Butt e Rachid Redouane e uno dei nuovi italiani, Youssef Zaghba, 

Youssef Zaghba, un italo-marocchino, figlio di una bolognese, aveva il doppio passaporto. Nel marzo del 2016 fu fermato all’aeroporto del capoluogo emiliano. Nel suo cellulare furono trovati video dell’Isis; ma il Tribunale del riesame giudicò che non fossero motivo sufficiente per formulare un’accusa di terrorismo.

Gli altri due si chiamavano Khuram Butt e Rachid Redouane. Khuram Butt – classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan –  era considerato il capo della cellula che ha sferrato l’attacco. Ventisette anni di Barking, il quartiere nell’est di Londra dove ieri la polizia ha effettuato i primi raid, secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park. Il capo dell’antiterrorismo di Scotland Yard, Mark Rowley sottolinea che Khuram Butt, uno dei terroristi dell’attacco a Londra, era “noto” alle forze di sicurezza ma non c’era prova che stesse pianificando un attentato. 

Redouane invece aveva 30 anni (era nato il 31 luglio del 1986) e sosteneva di essere marocchino e libico. In passato, aggiunge Scotland Yard, aveva assunto anche un’altra identità facendosi chiamare Rachid Elkhdar, e sostenendo di essere nato il 31 luglio del 1991. A differenza di Khuram Butt, Rachid Redouane non era noto alle forze di sicurezza britanniche. 

Attacco con furgone a London Bridge: 7 morti. I 3 terroristi, hanno, poi, accoltellato altri passanti, fuggendo verso Borough Market. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. 

Video di propaganda dell’Isis, sermoni religiosi: gli indizi di un’adesione alla jihad. E’ quello che gli investigatori italiani trovarono nel marzo 2016 sul telefonino di Youssef Zaghba, il terzo degli attentatori di Londra. Yussef, 22 anni, madre italiana e padre marocchino, ha vissuto a Bologna per alcuni periodi. Proprio nel capoluogo emiliano venne fermato mentre cercava di imbarcarsi su un volo per la Turchia. Gli agenti della polizia di frontiera si insospettirono perché aveva un biglietto di sola andata e un piccolo zaino: niente soldi, né bagagli. Elementi che fecero subito scattare il fermo, con l’ipotesi che si trattasse di un volontario destinato a raggiungere lo Stato Islamico.

La madre, che vive tuttora a Bologna, spiegò alla polizia che il ragazzo le aveva detto di volere andare a Roma, chiedendole i soldi per  il biglietto, e non le aveva mai parlato di Turchia. La procura dispose il sequestro del suo cellulare, in cui i tecnici della polizia trovarono quelle immagini che confermavano la volontà di aderire allo Stato Islamico. Il pm decise anche di perquisire l’abitazione della donna, portando via un computer e altro materiale informatico ritenuto di interesse per le indagini. Fu anche disposto dalla magistratura il sequestro del passaporto.

Ma il giovane si rivolse a un avvocato e presentò istanza al Tribunale del Riesame: un ricorso accolto, perché i giudici non avrebbero ritenuto sufficienti gli indizi per formulare un’accusa di terrorismo. Venne così ordinato il dissequestro del cellulare e del computer. La cittadinanza italiana invece ha impedito di procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene nel caso di stranieri sospettati di adesione ai valori della jihad. Il nome però venne inserito nella lista dei soggetti pericolosi e tenuto sotto controllo.

I nostri apparati di sicurezza sostengono di avere condiviso tutte le informazioni raccolte all’epoca con l’intelligence britannica. Ma da Scotland Yard fa sapere che Youssef Zaghba non era monitorato né dalla polizia né dall’Mi5.

Youssef Zaghba negli ultimi anni era stato a Bologna solo sporadicamente, trascorrendo invece la maggior parte del tempo in Gran Bretagna, dove vivevano diversi familiari. Da qui l’allerta trasmessa a Londra, con le notizie raccolte dall’esame del cellulare e dagli altri controlli effettuati a Bologna. Un dossier completo che sarebbe stato inoltrato all’MI5 nell’aprile 2016, più di un anno prima dell’attacco al London Bridge.

Ieri erano stati rivelati i nomi degli altri due terroristi che sabato sera hanno ucciso sette persone nel centro di Londra:

Cinque attacchi

Da inizio anno a oggi, la Gran Bretagna ha subito cinque attacchi terroristici in cui hanno perso la vita 35 persone. Il 22 marzo, l’auto guidata da Khalid Masood si lancia sulla folla sul Westminster Bridge: il bilancio è di cinque morti, oltre al terrorista. Il 22 maggio, un kamikaze si fa saltare in aria alla fine del concerto della popstar statunitense Ariana Grande; uccide 22 persone e ne ferisce 116. Il 3 giugno, un furgone travolge i passanti sul London Bridge, poi i tre assalitori, armati di coltelli, si muovono verso Borough Market dove accoltellano i passanti. Il bilancio è di sette morti, oltre a tre terroristi uccisi dalla polizia, e una cinquantina di feriti. Il 19 giugno, ancora un furgone che investe la folla davanti a una moschea nell’area di Flinnsbury Park, a Londra. Muore un uomo musulmano e una decina di fedeli vengono feriti.

Another attack in London by a loser terrorist.These are sick and demented people who were in the sights of Scotland Yard. Must be proactive!

“Un altro attacco, a Londra, di un terrorista sbandato. Queste sono persone malate e dementi già nel mirino di Scotland Yard. Bisogna stare sull’attenti”.