708.- DENUNCIA/QUERELA contro chi ha imposto/sottoscritto/ratificato il FISCAL COMPACT e chi ha imposto/inserito in Costituzione il vincolo del PAREGGIO DI BILANCIO, a cura di Giuseppe PALMA

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Costituzione
Parte I
Diritti e doveri dei cittadini
Titolo IV
Rapporti politici

Articolo 52
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.

L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

Note:

(1) Secondo il dettato della disposizione in esame la difesa della patria, come espressione di un dovere di solidarietà che grava su tutti i cittadini (v. 2 Cost.) si persegue soprattutto con il servizio militare. Tuttavia, si deve considerare come esistano anche altre forme di espressione di questa solidarietà. Inoltre, la legge stessa, in un’ottica di tutela del diritto del singolo all’obiezione di coscienza (con la quale, per motivi religiosi o altre convinzioni, si rifiuta l’uso della guerra e delle armi), ha introdotto la possibilità di svolgere un servizio civile, alternativo alla leva, introducendo un vero e proprio diritto di scelta in tal senso per il soggetto (l. 15 dicembre 1972, n. 772, sostituita dalla l. 8 luglio 1998, n. 230). Altresì, a causa dell’evolvere del contesto internazionale dal secondo dopoguerra ad oggi nonchè delle nuove tecnologie con le quali si fronteggiano i belligeranti, lo stesso legislatore ordinario ha preso atto che era ormai obsoleta la previsione della leva obbligatoria: pertanto, con con la legge 6 marzo 2001, n. 64, essa è stata eliminata e sostituita dal servizio militare su base volontaria (tutto ciò a decorrere dal 1 gennaio 2005), dopo che era stato introdotto il servizio militare professionale con la legge 14 novembre 2000, n. 331. Parallelamente, lo stesso servizio civile alternativo alla leva ha perso il carattere di obbligatorietà acquisendo quello della volontarietà.
(2) In applicazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., la l. 20 ottobre 1999, n. 380 ha ammesso anche le donne alla possibilità di entrare nelle forze armate e nel corpo della guardia di finanza. Peraltro, poichè nel frattempo anche il servizio di leva era divenuto volontario, lo stesso arruolamento femminile è tale.
Ratio Legis
La difesa della patria è stata disciplinata dal costituente come dovere sia giuridico, in quanto espressione di solidarietà politica, sia sacro, in quanto con essa si dimostra anche di condividere i valori che ispirano l’ordinamento.

Relazione al Progetto della Costituzione

(Relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana, 1947)

52Sono affermati con vigore i doveri di difesa della Patria e del servizio militare; e quelli generali di essere fedeli alla Repubblica e di adempiere le proprie funzioni «con disciplina ed onore»; vecchie parole che rivivono nelle più giovani carte, quale la russa. Sono doveri che incombono su tutti i cittadini; anche se si è limitato a poche categorie l’atto formale del giuramento.

Ecco a disposizione di tutti i cittadini italiani l’atto di DENUNCIA/QUERELA predisposto dagli avvocati Giuseppe PALMA e Marco MORI in merito ai fatti avvenuti dal 2011 in avanti, e, più precisamente, in ordine alla sottoscrizione e all’autorizzazione alla ratifica del Trattato intergovernativo denominato “Fiscal Compact”, quindi al vile inserimento in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio. Depositatela presso la Procura della Repubblica competente in ordine al luogo ove ciascuno di voi risiede, oppure presso la stazione dei carabinieri o della polizia di Stato di competenza del vostro luogo di residenza: • denuncia fiscal compact e pareggio di bilancio Andiamo avanti!

all’Ecc.Ma PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il Tribunale ordinario competente

ATTO DI DENUNCIA/QUERELA Io sottoscritto/a, sig./sig.ra __________________________________________________, nato/a a ___________________________________________________________ prov. ( ), il _________________________________________________________________ residente in ___________________________________________________________ prov. ( ), Codice Fiscale ___________________________________________________________, numero di telefono _________________________________________ (Fax e/o PEC solo se in possesso): __________________________________________________________________ ESPONGO QUANTO SEGUE PREMESSO IN FATTO E IN DIRITTO CHE: In data 02 marzo 2012 il Governo italiano sottoscriveva, insieme ad altri 24 Stati dell’Unione Europea (fatta eccezione per il Regno Unito e per la Repubblica Ceca) il “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria” (detto anche Patto di Bilancio europeo o “patto finanziario”, o, più comunemente, Fiscal Compact), con il quale gli Stati firmatari si impegnavano ad inserire nei propri ordinamenti statali – tra le altre cose – i seguenti vincoli: obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1); obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL); significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL; impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6); Svolgendo una breve premessa, si precisa che il contenuto del Trattato di Maastricht del 1992 (o Trattato sull’Unione Europea – TUE, sottoscritto dagli allora dodici Paesi della Comunità Europea), in uno dei suoi Protocolli prevedeva – tra le altre cose – l’introduzione di 1 1) 2) 3) 4) 5) c) una moneta unica per gli Stati europei aderenti, subordinando l’adozione della medesima da parte di ciascuno Stato al rispetto dei seguenti criteri di convergenza: rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%; rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più tasso d’interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta d) Ciò premesso, tornando al “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria” (da qui in avanti citato anche Fiscal Compact), questo dovrebbe spiegare i suoi effetti dopo quattro anni (alcuni studiosi sostengono tre) dall’uscita di un Paese dalla “sorveglianza speciale” dell’U.E. all’interno della procedura di disavanzo eccessivo, vale a dire quando ha portato il proprio rapporto deficit/PIL entro il parametro del 3% (l’Italia è uscita dalla predetta procedura nel giugno 2013), quindi la regola del 5% (o dell’1/20 che si voglia dire) dovrebbe trovare attuazione nel nostro Paese non prima del 2016/2017. Tuttavia, il Governo italiano ha da pochi mesi ottenuto dalle Istituzioni europee che il pareggio di bilancio si applichi al nostro Paese a partire dal 2019, pertanto i fatti odiernamente denunciati/querelati sono ancora in corso di esecuzione. Si precisa, inoltre, che con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL previsto dal Trattato di Maastricht – e ribadito da quello di Lisbona – è da ritenersi ormai superato, infatti è previsto un obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i Paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL), in aperto contrasto anche con il contenuto del c.d. Trattato di Lisbona, il quale ammette esplicitamente la possibilità di spesa a deficit nella medesima misura di quanto previsto dal Trattato di Maastricht (rapporto deficit/PIL 3%); Il Parlamento italiano (XVIa Legislatura: dal 29 aprile 2008 al 14 marzo 2013) provvedeva quindi ad autorizzare la ratifica del “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria” (Fiscal Compact) attraverso la seguente votazione: il 12.07.2012 al Senato della Repubblica con 216 SI, 21 astenuti e 24 NO; il 19.07.2012 alla Camera dei deputati con 368 SI, 65 astenuti e 65 NO. Il Presidente della esentati); virtuosi; tre Paesi; nazionale. 2 e) Repubblica Giorgio Napolitano promulgava la legge di autorizzazione alla ratifica in data 23.07.2012. In pratica, nel giro di appena dodici giorni, il Fiscal Compact entrava a far parte dell’ordinamento giuridico italiano. Ciò detto, quando si tratta di esautorare e “stuprare” i principi fondamentali sui quali si fonda la Costituzione, il bicameralismo paritario non ha mai costituito un problema. La ratifica del Fiscal Compact ne è un esempio lampante; La Repubblica italiana, unica tra i Paesi firmatari del Fiscal Compact, in ossequio a quanto previsto da quest’ultimo e prima della sua ratifica ha provveduto velocemente alla modifica dell’art. 81 della Costituzione, prevedendo la seguente nuova disposizione: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte. Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale” (così come sostituito dalla Legge Costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 «Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale»). La legge costituzionale appena citata prevede l’entrata in vigore del vincolo del pareggio di bilancio a partire dall’esercizio finanziario 2014; La predetta revisione costituzionale con la quale il Parlamento italiano provvedeva a modificare l’art. 81 della Costituzione avveniva attraverso la procedura “rafforzata” prevista dall’art. 138 Cost.; La modifica dell’art. 81 Cost. è avvenuta – in seconda votazione – a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, quindi non è stato possibile sottoporre la predetta revisione a referendum popolare di tipo confermativo previsto dal medesimo art. 138 Cost.; Si precisa che i deputati e i senatori della Repubblica italiana (della XVIa Legislatura) votavano sia l’autorizzazione alla ratifica del “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria”, sia la modifica costituzionale dell’art. 81 Cost., sotto il ricatto dei mercati, delle Istituzioni europee, del Governo presieduto da Mario Monti e del famigerato spread (un vero e proprio ricatto/imbroglio), quindi il loro voto non f) g) h) 3 i) veniva espresso in piena libertà ed indipendenza così come dovrebbe essere secondo il dettato costituzionale, infatti le predette votazioni espresse dai parlamentari italiani venivano coartate ed imposte sulla base di una diffusa e falsa rappresentazione della realtà e sotto il ricatto di un pericolo finanziario grave ed imminente per la Repubblica, pericolo del tutto inesistente e montato ad arte da potentissimi gruppi di potere sovranazionali – ben supportati all’interno della nostra Repubblica – che l’Ill.Ma Procura vorrà dettagliatamente individuare e perseguire come per legge, supportati da una campagna di informazione del tutto indegna per un Paese che vorrebbe definirsi libero, civile e democratico; Ciò premesso, la sacrosanta tutela sancita dall’art. 68 Cost. non può trovare né efficacia né applicazione al caso di specie in quanto, come sopra già evidenziato, il voto espresso dai deputati e dai senatori della Repubblica italiana (della XVIa Legislatura) in merito sia all’autorizzazione alla ratifica del Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), sia alla revisione costituzionale dell’art. 81 Cost., non era né libero né indipendente, bensì imposto da una fortissima coercizione proveniente da fattori esterni rappresentativi di una realtà criminale e del tutto falsata di pericolo grave ed imminente per lo Stato. La volontà espressa da parte dei deputati e dei senatori in merito alle votazioni ut supra citate è stata pertanto coartata da fattori esterni e da gruppi di potere sovranazionali e nazionali che l’Ill.Ma Procura della Repubblica vorrà dettagliatamente individuare e perseguire come per legge. Ciò detto, i deputati ed i senatori che votavano in favore sia della legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato c.d. Fiscal Compact, sia della modifica costituzionale dell’art. 81 Cost., non avendo espresso il proprio voto così come previsto dalla Costituzione (ossia in piena libertà ed indipendenza) non possono invocare la sacrosanta tutela costituzionale di insindacabilità dei voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni (art. 68 Cost.) in quanto la funzione di parlamentare veniva esercitata senza alcuna libertà ed indipendenza, e senza che venisse rispettato l’interesse della Repubblica, quindi in aperto contrasto con i “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale (in parte coincidenti con i Principi Fondamentali sanciti dall’art. 1 all’art. 12 Cost.) e la Parte Prima della Costituzione (dall’art. 13 all’art. 54 Cost.); I fatti contestati hanno inizio presumibilmente nel maggio/giugno 2011 e sono ancora in corso di svolgimento ed esecuzione, infatti il c.d. Fiscal Compact dovrebbe iniziare a produrre i suoi effetti nel nostro Paese a partire dal 2018/2019; Ciò premesso, si precisa altresì che il c.d. Trattato di Lisbona [con il quale si sono riformati sia il Trattato sull’Unione Europea (TUE o Trattato di Maastricht) che il Trattato che istituisce la Comunità Europea (TCE); per cui il primo ha mantenuto la sua denominazione, mentre il secondo è stato denominato Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea j) k) 4 l) (TFUE)] prevede per ciascuno degli Stati firmatari la possibilità di indebitamento nel limite del 3% del PIL (rapporto deficit/PIL), confermando quanto previsto dal Trattato di Maastricht, mentre il “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria” (Fiscal Compact) prevede la possibilità di indebitamento (si fa per dire!) solo nel limite dello 0,5% del PIL (praticamente ZERO, quindi nessuna possibilità di indebitamento), destinando almeno quattro generazioni di italiani a povertà certa e diffusa; Il divieto di indebitamento da parte dello Stato italiano imposti dal Fiscal Compact e dalla nuova formulazione dell’art. 81 della Costituzione è palesemente in contrasto con le disposizioni di cui agli artt. 1 co. I, 4 (rubricati nei “Principi Fondamentali”), oltre agli artt. 35, 36, 37, 38, 39 e 40 (rubricati nella “Parte Prima”) della Costituzione. Si evidenzia, ancora una volta, che la sottoscrizione del cosiddetto Fiscal Compact (con successiva autorizzazione alla ratifica), accompagnate dalla costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio, hanno CON VIOLENZA esautorato/”stuprato” i Principi Fondamentali e la Parte Prima della Costituzione; Precisazione tecnica: in merito al “terrore mediatico” scaturito dallo spread, è opportuno sottolineare quanto segue: lo spread BTP-BUND (sul quale è stato appositamente costruito un vero e proprio “terrore finanziario” che ha messo sotto ricatto il nostro Paese sin dal maggio/giugno 2011) è il differenziale tra il rendimento dei Titoli di Stato italiani e il rendimento dei Titoli di Stato tedeschi, ma con una precisazione: lo spread si forma sul mercato finanziario secondario, quindi in relazione ai Titoli già in circolazione (cioè transazioni tra privati che non influiscono direttamente sulla finanza pubblica) e non a quelli oggetto delle aste mensili indette dal Tesoro (mercato finanziario primario). Per dirla con altre parole, lo spread non porta a quantificare l’onere che lo Stato sostiene per il servizio del debito: quest’ultimo, infatti, si forma esclusivamente sul mercato primario. Sull’imbroglio dello spread è stato volutamente costruito una sorta di terrorismo finanziario e mediatico di proporzioni gigantesche, tant’è che in nome dello spread sono stati sacrificati Governi nazionali eletti democraticamente, sostituiti con Governi tecnici voluti – o addirittura imposti – dai grandi interessi sovranazionali. Per mera precisazione, si evidenzia che l’intera tempesta degli spread nel 2011 è costata allo Stato italiano – in termini di servizio del debito – appena 5 miliardi di Euro in più rispetto al 2010. Ciò detto, si sono sacrificate democrazia e Costituzione per appena poco più di un punto percentuale di IVA; m) 5 1) CONSIDERATO IN FATTO E IN DIRITTO CHE: Si ritiene anzitutto opportuno sottolineare che la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (revisione dell’art. 81 Cost.), oltre a rappresentare un vile attentato a quelle che sono le funzioni necessarie e indispensabili che uno Stato deve poter svolgere ed esercitare nell’interesse dei suoi cittadini, è del tutto contraria soprattutto al dettato costituzionale di cui al primo comma dell’art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. E’ la norma più importante della Costituzione, il faro dell’intera legislazione, la rotta maestra che tutte le Istituzioni della Repubblica devono necessariamente percorrere! Se i Padri Costituenti decisero di fondare la Repubblica sul lavoro, vuol dire che ammettevano – sia implicitamente che esplicitamente – la possibilità di indebitamento al fine di creare piena occupazione. Se così non fosse, avrebbero potuto scrivere – ad esempio – che la Repubblica si fonda sulla democrazia rappresentativa, oppure sulla lotta ai totalitarismi, ovvero si sarebbero potuti spingere addirittura a fondarla (per assurdo) sul pareggio di bilancio o sulla stabilità monetaria, e non sul lavoro. Perché hanno scritto “sul lavoro”? E’ ovvio che l’intenzione della Costituente era quella di creare uno Stato democratico che garantisse a tutti la possibilità di vivere liberi dal bisogno, garantendo a chiunque un medio benessere non scaturente dalla rendita o dalla proprietà, bensì dal lavoro. A tal proposito, è sufficiente ascoltare il discorso che uno dei più autorevoli Padri Costituenti, Piero Calamandrei, fece agli studenti milanesi nel gennaio 1955 (facilmente reperibile sul canale youtube); L’Assemblea Costituente si spinse addirittura oltre scrivendo sia l’art. 4 co. I e II (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), sia gli artt. 35 e seguenti. Di fronte a tali principi, scalfiti con il fuoco e con il sangue in una Carta fondamentale dello Stato, ogni diversa interpretazione da quella predetta è del tutto contraria al dettato costituzionale e alle intenzioni della Costituente. L’aver sottoscritto il Fiscal Compact, averne autorizzato la ratifica e aver inserito in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio rappresenta, senza ombra di dubbio, un vile attentato ai “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale, i quali rappresentano un limite implicito al processo di revisione costituzionale, sia che esso avvenga attraverso lo strumento tipico previsto dall’art. 138 Cost., sia che avvenga – seppur solo nella sostanza – tramite la sottoscrizione e la ratifica di Trattati che sono in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Nello specifico: se l’art. 139 Cost. rappresenta un limite esplicito di revisione costituzionale 2) 6 3) (“La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”), esistono anche i c.d. limiti impliciti alla revisione medesima. Tra questi, oltre ai diritti inviolabili (ossia quelli di cui all’art. 2, ovvero quelli sanciti dagli artt. 13, 14 e 15) e al principio di unità ed indivisibilità della Repubblica (art. 5), troviamo soprattutto i “principi supremi”, cioè i principi fondanti dell’ordinamento costituzionale, in parte coincidenti con i valori scolpiti dall’art. 1 all’art. 12 (rubricati nei Principi Fondamentali). Inoltre, tra i limiti impliciti di revisione costituzionale (quanto meno in senso peggiorativo) vanno altresì annoverate le disposizioni di cui alla Parte Prima della Costituzione (dall’art. 13 all’art. 54), ossia quell’intera enunciazione dei principi programmatici che rappresentano il campo della “specificazione” degli stessi diritti fondamentali. La Parte Prima è quindi costituita da quelle previsioni che segnano un percorso in assenza del quale i principi-fini rimarrebbero in costante pericolo di rimanere irrealizzati. Ciò detto, in materia di diritto al lavoro e di tutela dello stesso, all’interno della Parte Prima della Costituzione sono da menzionare gli artt. 35, 36, 37, 38, 39 e 40 (tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni; diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e in ogni caso sufficiente ad assicurare sia al lavoratore che alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; riconoscimento della durata massima della giornata lavorativa, del diritto al riposo settimanale e delle ferie annuali retribuite e irrinunciabili; tutela della donna lavoratrice; forme di tutela previdenziale per far fronte all’inabilità al lavoro, alla malattia, all’infortunio, alla disoccupazione involontaria, all’invalidità e alla vecchiaia; libertà di organizzazione sindacale e riconoscimento del diritto di sciopero), i quali – come si è già detto – rappresentano anch’essi un limite implicito di revisione costituzionale; Si consideri inoltre che: a) ciascun deputato e senatore della Repubblica italiana rappresenta l’intera Nazione e deve svolgere le proprie funzioni unicamente nell’interesse della Repubblica e nel rispetto della Costituzione; b) il Presidente del Consiglio dei Ministri, al momento dell’accettazione del conferimento dell’incarico da parte del Presidente della Repubblica, giura nelle mani di quest’ultimo di adempiere alle sue funzioni nel rispetto della Costituzione; c) i ministri (quindi i componenti del Governo), prima di assumere l’incarico, giurano fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione nelle mani del Presidente della Repubblica; d) il Presidente della Repubblica, prima di assumere l’incarico, giura fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune; A seguito di quanto avvenuto nel novembre 2011 (dimissioni del Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi democraticamente eletto alle elezioni politiche del 2008) e per tutto il periodo successivo – fino ad oggi –, si sono alternati ben tre Presidenti del Consiglio dei ministri senza che questi avessero alcuna legittimazione popolare scaturente da elezioni 4) 7 5) 6) 7) 8) politiche, i cui governi (Monti, Letta e Renzi) hanno ottenuto la fiducia in corso di Legislature elette con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali dalla Consulta (Sent. Corte Costituzionale n. 1/2014). Dal novembre 2011 in poi sono state poste le basi dell’austerità in aperto contrasto sia con la Costituzione della Repubblica italiana che – addirittura – con il contenuto del Trattato di Maastricht e con il contenuto del cosiddetto Trattato di Lisbona; Alla luce di quanto premesso, si ricorda che i deputati, i senatori, il Presidente del Consiglio dei Ministri, i Ministri e il Presidente della Repubblica, devono svolgere le loro funzioni sia nell’interesse della Repubblica che nel pieno e fedele rispetto della Costituzione, sulla quale alcuni di essi addirittura prestano giuramento solenne. Nei fatti sopra esposti non si è avuto alcun rispetto né della Costituzione né della Repubblica italiana, la quale, è bene ricordarlo, si fonda sul lavoro e non sul pareggio di bilancio o sulla stabilità dei prezzi; Si ribadisce che la sottoscrizione, l’autorizzazione alla ratifica e la ratifica del Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria da parte del nostro Paese costituisce – senza ombra di dubbio – un attentato gravissimo ai danni della Repubblica italiana e della sua Costituzione (soprattutto nei confronti dei “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale); Si ribadisce, altresì, che la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (revisione costituzionale dell’art. 81 Cost. avvenuta con Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1) rappresenta un ulteriore e più grave attentato – come sopra specificato – sia nei confronti della Repubblica italiana che nei confronti della Costituzione; Nei fatti sopra esposti sono quindi ravvisabili una serie di atti, fatti e comportamenti che attentano non solo alla Repubblica e alla sua Costituzione, ma riducono a povertà, instabilità e precarietà diffusa sia questa generazione che almeno quattro generazioni future. Si consideri, inoltre, la pronuncia della Corte Costituzionale (Sent. n. 1/2014), con la quale la Consulta dichiarava l’incostituzionalità della legge n. 270/2005 (legge elettorale denominata porcellum) con la quale veniva eletto il Parlamento alle elezioni politiche del 2006, 2008 e 2013 (XVa, XVIa e XVIIa Legislatura): ciò detto, l’autorizzazione alla ratifica del Fiscal Compact e la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio avvenivano nel corso della XVIa Legislatura; Contro l’inserimento in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio si sono espressi anche alcuni premi nobel per l’economia in un appello accorato rivolto al Presidente degli USA Barak Obama, nel quale venivano esposti i gravissimi aspetti di criticità e di pericolosità di un’eventuale costituzionalizzazione del predetto vincolo; 9) 8 IN DIRITTO: IN MERITO ALLE NORME PENALI ASSERITAMENTE VIOLATE: In merito ai reati ipotizzati si significano le seguenti fattispecie criminose, tutte ricomprese nel titolo I del libro II del codice penale: “Dei delitti contro la personalità dello Stato”. A) L’art. 241 c.p. punisce chi: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti ed idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche”. In primo luogo si sottolinea come la norma in esame sia stata modificata con L. 24.02.2006 n. 85. Nella previgente formulazione la parola “violenti” non era inserita. I fatti copiosamente narrati nelle premesse del presente atto rientravano perfettamente all’interno della condotta punita dall’art. 241 c.p. prima della poco comprensibile riforma del 2006. Infatti il “pareggio in bilancio in Costituzione”, imposto con il Trattato cd. Fiscal Compact, è una pacifica limitazione alla sovranità e dell’indipendenza nazionale. La scelta del pareggio in bilancio mette infatti al bando politiche di espansione monetaria ed in definitiva il perseguimento dei principi fondamentali della nostra Costituzione e dei diritti inalienabili dell’uomo. Ad ogni buon conto, nonostante la citata modifica normativa, chi scrive ritiene che la fattispecie di cui all’art. 241 c.p. sia, in ogni caso, ancora ampiamente applicabile per le cessioni della sovranità e dell’indipendenza del Paese iniziate dal 1992 e, passo dopo passo, divenute più incisive fino all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Ciò detto, la sottoscrizione del cosiddetto Fiscal Compact, l’autorizzazione alla sua ratifica e la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio rappresentano – senza alcun dubbio – ATTI VIOLENTI che hanno esautorato sia i “Principi Fondamentali” della Costituzione che la Parte Prima della Carta medesima. Ma andiamo con ordine. In primo luogo occorre esaminare approfonditamente gli art. 1 ed 11 Cost. e valutare la loro compatibilità, in particolare, la riforma costituzionale che, in ossequio al Trattato cd. fiscal compact, ha modificato gli artt. 81, 97, 117 e 119 Cost. 9 Come noto l’art. 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Fermo il diritto al lavoro, diritto peraltro ampiamente frustrato dagli effetti deflattivi delle politiche di austerità protratte all’infinito e dirette alla distruzione della domanda interna, il riferimento ai limiti alla sovranità popolare porta alla necessaria lettura dell’art. 11 Cost., il quale dispone: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La ratio della norma costituzionale era dunque quella di favorire la pace tra le Nazioni consentendo a tale fine una limitazione della sovranità purché compiuta in condizioni di reciprocità. Trattasi di norma nata alla fine del secondo conflitto mondiale che si riferiva esclusivamente all’ONU, e non di certo concepita pensando alla nascita dell’UE o della BCE. Tantomeno era una norma pensata per imporre vincoli alla politica economica e monetaria della Nazione. Tanto più che, in sede di lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, tutti gli emendamenti all’art. 11 Cost. – che prevedevano di estendere le “limitazioni di sovranità” anche ad un eventuale e futuro livello europeo – furono respinti!!! (vedesi ad esempio emendamento Lussu, respinto!). Ovviamente, la rinuncia alla sovranità economica ed alla possibilità di svolgere in maniera indipendente politiche espansive, messe al bando per sempre dalla costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio e dalla ratifica del Fiscal Compact, non rientra – neppure in astratto – nei limiti di cui all’art. 11 Cost. Peraltro è semplice considerare che se una Nazione avesse applicato il pareggio in bilancio fin dalla sua nascita non avrebbe mai potuto avere qualsivoglia sviluppo sociale ed economico essendo evidente che, al crescere di un’economia, serve sempre maggior moneta per scambiare beni o servizi. Se non è possibile spendere più di quanto si tassa, da dove può essere presa la moneta necessaria alla crescita? Il concetto potrebbe apparire banale, ma, da sempre, le politiche economiche sono anticicliche. Austerità in crescita, politiche espansive in recessione. Il pareggio in bilancio, invece, impone la perenne scelta dell’austerità, austerità che pratichiamo dal 1992 con i drammatici risultati sotto gli occhi di tutti. Appare inoltre evidente che le politiche di austerità stanno aumentando l’odio tra le Nazioni, aprendo la strada al concreto rischio dello scoppio di un nuovo conflitto. Questa dunque è la posta in palio. 10 La crisi del 2011, iniziata con l’invio della lettera della BCE al Governo Berlusconi IV per richiedere l’applicazione delle misure di austerità (via via più aspre e che ha poi condotto all’avvento di Mario Monti), è stata la vera leva con cui fare accettare alle Nazioni ulteriori e sempre più consistenti cessioni di sovranità privandole dei pur esigui margini di manovra che il Trattato di Maastricht prima, e Lisbona poi, ancora lasciavano. Tale leva, nel caso di specie, è stata addirittura utilizzata per destituire un governo legittimamente eletto con un altro gradito alla finanza. Come testualmente dichiarato da Monti Mario la crisi è divenuta l’arma necessaria per fare sì che l’Europa potesse fare dei passi avanti che, sempre secondo Monti, sono appunto l’illecita cessione di sovranità in favore del mercato, così abbattendo definitivamente le singole sovranità nazionali. Sotto il profilo della fattispecie penale dell’art. 241 c.p. è dunque indubbio che la sovranità nazionale sia stata sottratta in favore di organi stranieri, e che l’indipendenza dello Stato non solo sia stata limitata ma addirittura completamente cancellata. Si ricorda che l’art. 47 Cost. dispone che la Repubblica debba incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme, ciò ovviamente è l’esatto contrario di ciò che si può fare con il pareggio in bilancio (addirittura in Costituzione!). Il risparmio è infatti per definizione il risultato di una politica di deficit, ovvero di uno Stato che spende più di quanto toglie ai cittadini. Ciò detto, il pareggio di bilancio in Costituzione è un attentato alla Costituzione primigenia! In diritto, ai fine della ricorrenza del reato in parola, occorre unicamente disquisire ancora circa il presupposto consumativo del reato così come modificato nel 2006 e dunque trattare anche del concetto di “atti violenti” inserito nell’art. 241 c.p. Tuttavia la risoluzione giuridica del problema appare più semplice di quanto possa in un primo momento apparire. La giurisprudenza, infatti, è assolutamente unanime e consolidata sull’interpretazione ampia del concetto di violenza che non comprende solo l’atto fisico dell’agente. La violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione. L’austerità è l’atto “impropriamente” violento (anche se forse si potrebbe parlare addirittura di atto apertamente violento in re ipsa viste le conseguenze di morte che ha comportato e comporta) imposto dall’UE e dalla BCE con la famosa missiva del 2011, e pedissequamente posto in essere dal Governo Monti prima, Letta poi e Renzi oggi, i quali, distruggendo la 11 domanda interna e conseguentemente riducendo la popolazione in una condizione di paura e dilagante povertà, ha determinato l’accettazione popolare di qualsiasi cosa venga imposta; il tutto sulla base di una falsa rappresentazione della realtà, seguita dalla forza maggiore costituita dall’adozione e dall’applicazione di ogni atto con cui la sovranità italiana è stata man mano cancellata. Il reato, dunque, è perfettamente consumato. Lo stesso può dirsi anche con specifico riferimento alla falsa crisi dello spread del 2011. In tale circostanza l’atto violento si estrinseca in quelle stesse manovre poste in essere dalla BCE che determinarono l’insostenibile aumento dei tassi d’interesse al punto di ottenere la sostituzione di un Governo eletto con quello gradito alla finanza e alle Istituzioni europee. Il tutto, a prescindere dalla sovranità popolare e dalla democrazia costituzionale. Sul punto vi sono una serie di dichiarazioni pubbliche di carattere spiccatamente confessorio. Quella più clamorosa fu quella resa da Mario Monti: “Io ho una distorsione che riguarda l’Europa ed è una distorsione positiva, anche l’Europa, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di GRAVI crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario . E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini, ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico di non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile conclamata. Certamente occorrono delle autorità di enforcement (n.d.s. costrizione traducendo in italiano) rispettate che si facciano rispettare che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati oggi abbiamo in Europa troppi Governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata la capacità di azione le risorse l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale” B) L’art. 243 c.p. punisce: “Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. Se la guerra segue, si applica la pena di morte; se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo”. Trattasi di disposizione normativa che mira a tutelare l’interesse del mantenimento della pace e dell’esclusione, nello svolgimento delle relazioni internazionali, di interferenze da parte di soggetti non autorizzati, conniventi con lo straniero, capaci di compromettere i rapporti e la pacifica convivenza tra i popoli. Il verificarsi dell’evento bellico non è elemento necessariamente richiesto per la consumazione del reato in parola, per il quale è sufficiente l’avvenuta intelligenza con lo 12 straniero a tale fine o a quello di compiere anche altri atti altrimenti ostili alla Nazione, che è proprio ciò che interessa in questa sede. Tenere “intelligenze” significa semplicemente stringere un accordo con lo straniero, accordo che ai fini del reato in parola può anche essere assolutamente palese e non già occulto. La stipula di un Trattato è pacificamente un atto d’intelligenza con lo straniero. La qualificazione giuridica meno immediata è invece quella che definisce appunto il concetto di “atto ostile”. Atti di ostilità sono tutte le azioni d’inimicizia diverse dalla guerra stessa che risultino dannose degli interessi del Paese anche qualora non coercitivi o non violenti. Ecco dunque spiegata la ragione per cui, non aderendo a quanto precedentemente asserito, l’art. 243 c.p. diventa norma residuale rispetto al 241 c.p. L’ordinamento democratico della Repubblica Italiana si fonda ovviamente sulla nostra Costituzione che all’articolo 1 attribuisce espressamente la sovranità al popolo. Tale passaggio costituisce l’essenza di una democrazia nel senso proprio del termine. Un atto d’intelligenza con lo straniero che comporta la sottrazione della sovranità e dell’indipendenza nazionale in violazione degli artt. 1 e 11 Cost. deve necessariamente qualificarsi come “atto ostile” a quel bene giuridico che si può definire personalità dello Stato Italiano. Non vi è infatti azione più ostile nei confronti di una Nazione di quella diretta a cancellarne la sovranità o a menomarne l’indipendenza. Ogni evento bellico è per sua definizione il tentativo di sottomettere un altro Stato menomandone proprio la sua sovranità e la sua indipendenza. Oggi la compromissione dell’indipendenza e della sovranità nazionale non avviene più con l’uso dei carri armati ma con i vincoli di bilancio imposti dai Trattati, i quali spogliano la Nazione di qualsivoglia capacità giuridica in materia politica ed economica. Una Nazione che non può più svolgere autonomamente la propria politica economica perde personalità giuridica, che è il bene tutelato dalla fattispecie incriminatrice. Se si parla di interessi nazionali la valutazione dovrà quindi essere esclusivamente giuridica e non di mera opportunità. Anche se si ritenesse che la cancellazione dell’Italia come Stato possa considerarsi – per assurdo – atto compiuto nell’interesse del popolo stesso, ciò non toglierebbe la qualifica di atto ostile ad un Trattato che disponga suddetta cancellazione. Ergo il carattere ostile di un atto è in re ipsa nella cessione di sovranità e nella menomazione d’indipendenza compiuta con il fiscal compact, menomazione avvenuta indipendentemente dal fatto che si possa pensare o meno che tale cessione possa migliorare la qualità della vita nel nostro Paese e del popolo italiano. Ciò premesso, i discorsi come quelli più volte espressi da parte di Mario Monti, Giorgio Napolitano, Mario Draghi e Matteo Renzi, nelle parti ove 13 questi enfatizzano il disegno criminoso di voler continuare a “cedere” (dichiarano apertamente che non si tratta di limiti!) la sovranità nazionale in favore della sovrastruttura UE e dei mercati, non fa altro che evidenziare indiscutibilmente l’elemento psicologico del reato in parola. Ovvio che, nel momento stesso in cui uno Stato non può più espandere sovranamente la base monetaria perché vincolato dal pareggio in bilancio, lo stesso sarà definitivamente annullato vedendo ogni sua funzione definitivamente congelata come durante un’occupazione militare. Il fatto che gli ultimi tre Presidenti del Consiglio imposti dagli stranieri sponsorizzino la fine dell’Italia quale Nazione sovrana ed indipendente è per evidenza logica un atto ostile all’Italia stessa, posto che la perdita della sovranità comporta la fine del Paese quale Nazione e la conseguente perdita della personalità giuridica. In merito all’elemento psicologico per la consumazione del reato non rileva che il soggetto agente voglia il male della popolazione italiana ma unicamente che il soggetto agente abbia il dolo specifico di compiere un atto ostile alla sopravvivenza della Nazione (l’Italia) quale entità indipendente e sovrana dotata di propria personalità giuridica. C) L’art. 283 c.p. punisce: “Chiunque con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo, è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”. Le considerazioni giuridiche sono in tutto e per tutto analoghe alle precedenti. La Costituzione, in forza della crisi, è stata effettivamente modificata (in peius) proprio a seguito del trattato intergovernativo denominato fiscal compact. In particolare sono cambiati gli artt. 81, 97, 117 e 119 Cost. con la messa al bando di qualsivoglia politica economica espansiva da parte del nostro Paese (e non solo!). Il pareggio in bilancio, una follia macroeconomica manifesta, è dunque diventata norma di carattere costituzionale. E, stando alle argomentazioni fin qui esposte, avendo la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio esautorato e “stuprato” il principio fondamentale del lavoro (artt. 1 co. I e 4 Cost.), la ratifica del Fiscal Compact e il successivo inserimento in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio rappresentano senz’altro ATTI VIOLENTI diretti a mutare la Costituzione dello Stato, quindi rientranti nella fattispecie criminosa di cui all’art. 283 c.p.! Anche la fattispecie penale in esame, infatti, ha visto aggiungere al proprio testo il termine “violenza”. Anche in questo caso la violenza è quella posta in essere grazie alla tecnica del “terrore” indotto dalle conseguenze dell’austerità chiesta da UE e BCE, e da queste più volte “minacciate” se il nostro Paese non si fosse adeguato (o non si adegui) a determinate richieste, le quali, il più delle volte sono aspramente confliggenti con i “principi supremi” del nostro ordinamento costituzionale! Terrore che ha consentito, subito dopo l’insediamento del 14 Governo Monti, di approvare con tempi record la vergognosa riforma costituzionale menzionata, contraria ai principi fondamentali della nostra Carta. La configurazione del reato in parola appare dunque evidente e ciò per le ragioni già abbondantemente esposte. Si è infatti inserito in Costituzione una cessione di sovranità economica incompatibile con gli scopi delle limitazioni consentite ex art. 11 Cost. e contraria alla stessa forma Repubblicana dello Stato che pone al centro l’occupazione e il suo sostegno, possibile unicamente con politiche di deficit di bilancio. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e non sul pareggio in bilancio, né sulla stabilità dei prezzi! ** * Tutto ciò premesso, presento all’Ecc.Ma Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario competente il presente atto formale di DENUNCIA/QUERELA affinché l’Ill.Ma Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario competente – Sost. Procuratore della Repubblica procedente – individui, dai fatti sopra esposti e dall’auspicata indagine cui si darà corso, l’eventuale sussistenza di reati con l’ulteriore individuazione delle persone o gruppi di persone, ovvero gruppi di potere nazionali e/o sovranazionali di qualsiasi tipo, che li hanno commessi o che hanno indotto e/o addirittura ne hanno ordinato ad altri la commissione e/o l’esecuzione ai danni del popolo italiano, della Repubblica italiana e della sua Costituzione, e, più nello specifico, dei “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale italiano (in parte coincidenti con i Principi Fondamentali sanciti dall’art. 1 all’art. 12 Cost.) e della Parte Prima della Costituzione medesima. Ciò fatto, una volta individuato tutto quanto sopra richiesto, si avanza formale istanza di punizione nei confronti dei colpevoli per tutti i reati che l’Ill.Mo P.M. ravvisi nei fatti sopra esposti, e si chiede venga esercitata l’azione penale in ossequio a quanto previsto dal nostro ordinamento giuridico e costituzionale, con ulteriore richiesta di applicazione – se ritenute necessarie – delle misure cautelari occorrenti nei confronti dei soggetti eventualmente ritenuti responsabili. Chiedo altresì di essere espressamente informato, presso il mio indirizzo di residenza sopra comunicato, dello stato di proseguimento delle indagini e, ai sensi dell’art. 408 c.p.p., dell’eventuale denegata e non creduta ipotesi in cui fosse avanzata richiesta di archiviazione. Con ogni più ampia riserva di costituirmi parte civile nell’eventuale processo penale. 15 Si precisa altresì che esiste copiosa letteratura scientifica (e divulgativa) – nazionale ed internazionale – sui temi e sui fatti denunciati nel presente atto. Con ogni più ampia riserva e facoltà di specificare e dettagliare ulteriormente i fatti sopra esposti, oltre che di produrre ulteriore idonea documentazione. Il presente atto di denuncia/querela si compone di num. 16 pagine numerate. Con ogni più ampia riserva e facoltà di legge. Con Osservanza e Salvezze Illimitate. Luogo e data ________________________________ Letto, confermato e sottoscritto __________________________________________________

707.-A CARTE SCOPERTE! Le forze USA combattono contro il governo di Damasco a favore dei separatisti curdi e hanno protetto la ritirata dei jihadisti da Manbij.

Buttata la maschera, l’America minaccia MILITARMENTE Siria e Russia; ammette di avere sul territorio siriano truppe e commandos americane che combattono contro il governo di Damasco a favore dei separatisti curdi; crea un “no fly-zone” di fatto sulla particella di territorio siriano che ha promesso ai curdi di rendere indipendente. Il generale Stephen Townsend, comandante delle forze Usa in Irak e Siria, ha dichiarato: “Abbiamo informato i russi di cosa siamo pronti a fare —-ci difenderemo se minacciati”. Vedremo, poi qui, che la diplomazia di Obama registra più di un’altra cilecca e quanto gli accadimenti esteri stiano mettendo a rischio il nostro Continente. Non solamente, Putin ha ricucito i rapporti con la Turchia, ma ha ottenuto basi aeree dall’Iran per colpire l’Isis in Siria e, ora, anche dallo Yemen. 

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L’inviato Usa Brett McGurk ha incitato i curdo-siriani a dichiararsi autonomi – Kobani, gennaio 2016

L’antefatto sono i combattimenti in corso nel nord, ad Hasakah, tra le truppe siriane e la milizia curda dell’YPG, spalleggiata da centinaia di commandos americani. Qui è una specie di situazione analoga a quella di Aleppo, ma rovesciata: l’esercito siriano occupa la città, ma è circondato dalle milizie curde. Lo YPG ha intimato ai regolari di abbandonare Hasakah; ma l’esercito di Assad lì è il solo protettore della grossa minoranza cristiana (assira) ed altre, che temono – a ragione – di dover subire la pulizia etnica che i curdi hanno la meglio. Per loro infatti Hasakah deve diventare una delle città del futuro stato curdo, secondo un programma ben collaudato: 1) pulizia etnica delle minoranze,2) indizione di “libere elezioni” con plebiscito per l’appartenenza allo stato curdo prossimo venturo, garantito da Usa e Sion. Non è stata fatta così anche l’unione risorgimentale dell’Italia al regno sabaudo?

La milizia curda è assistita dagli americani con la scusa che “combatte lo Stato Islamico” – che nella zona non c’è. Combatte invece l’armata legittima di Damasco. Qualche giorno fa gli aerei di Assad hanno bombardato le posizioni YPG, per aprire una strada di rifornimento alle sue forze (regolari e milizie cristiane) chiuse nel centro città. In questo bombardamento – così accusa il Pentagono – poco è mancato che le truppe americane venissero colpite; di qui una prova di forza Usa, con caccia F-22 lanciati all’inseguimento dei caccia siriani; il Pentagono ha accusato Mosca, che ha risposto di non entrarci nel bombardamento di Hasakah; invece di appianare la situazione, gli americani si sono impegnati in una gravissima esclalation, di fatto minacciando di abbattere gli aerei che sorvolano Hasakah, russi o siriani che siano.

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Hasakah – E una Aleppo a rovescio. Ad essere assediati sono i siriani e i cristiani, i curdi li hanno chiusi dentro.

Sarà bene ricordare che – in base al diritto internazionale – non c’è alcuna base legale alla presenza di forze armate USA. Per questo, quando l’Air Force (dice) di aver cercato di contattare le forze siriane che stavano colpendo i militari americani sul terreno, Damasco ha ignorato il richiamo – altrimenti sarebbe stato ammettere che gli Usa sono un nemico occupante. Per tutta risposta, il Pentagono – invece di sloggiare le sue truppe da Hasakah, ne ha rafforzato il contingente. L’enormità della situazione è stata rilevata dal giornalista tedesco Thomas Wiegold che ha twittato: “Come? Ora gli Usa praticano il divieto di operare alle forze di un paese sul suo territorio?”.

Il punto è che il voltafaccia di Erdogan ha messo in grave pericolo la promessa fatta da Usa e Israele ai curdi, di ritagliare per loro uno stato indipendente (e loro satellite) nella zona tra Turchia, Siria, Irak e Iran. Erdogan si è recentemente pronunciato, in inaudita coordinazione con Teheran per “il mantenimento dell’integrità territoriale della Siria”, di cui quindi Turchia e Iran si fanno garanti (insieme ai russi e a Pechino): quindi nessuno smembramento della Siria per linee etniche e religiose; capendo finalmente che la Turchia, dal progetto, ha solo da perdere – un terzo del suo territorio, abitato dai curdi. Lo ha ripetuto qualche giorno fa il nuovo primo ministro turco Yildirim: “Nei prossimi sei mesi giocheremo un ruolo più attivo in Siria, voglio dire non permetteremo che la Siria sia divisa secondo linee etniche – ci assicureremo che il suo governo non sia basato su etnie”.

Il fatto è che l’anno scorso, i rappresentanti della regione curda (già autonoma sotto la costituzione siriana) hanno elevato un annuncio di federalizzazione: annuncio unilaterale, non concordato, incostituzionale – su aperta istigazione statunitense, che ha dato ai secessionisti addestramento, armi, munizione e 350 milioni di dollari “per combattere l’IS”.

Ancora una volta si noti: secondo le convenzioni di Ginevra una potenza occupante non ha il diritto di separare, occupare, ritagliare un pezzo di un paese che occupa. Ma ormai è chiaro che per i neocon che hanno occupato la poltitica estera Usa, i trattati internazionali sono stracci di carta; la forza è la sola ‘ragione’; e “la pulizia etnica funziona”, come dicono al Pentagono.

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“Un convoglio di circa duemila veicoli è riuscito ad evacuare Manbij e raggiungere Jarabulus, erano combattenti di Daesh con le loro famiglie e civili usati come scudi umani”: così attesta un abitante di Manbij, Adnan al-Hussein, raggiunto al telefonod al New York Times. Lo stesso grande quotidiano raconta che quel convoglio è stato sorvegliato dall’alto da droni delle forze armate Usa, che non l’hanno disturbato. In pratica, hanno coperto la ritirata dei jihadisti da Manbij. Manbij, ricordate?, è la città dove pochi giorni fa le tv occidentali hanno mostrato la popolazione felice di essere stata liberata dai wahabiti: donne che si strappavano il chador e lo bruciavano, uomini che si facevano tagliare le barbe e fumavano ostentatamente (i wahabiti glielo vietavano), abitanti che abbracciavano gli ‘eroici peshmerga liberatori’ ossia curdi – ma così moderati che meritano uno stato tutto loro. Vedete anche voi che le loro ragazze non indossano chador, bensì mimetiche della NATO: quindi sono moderne, e dunque democratiche.

Ora i bei servizi tv assumono un altro sapore. Il portavoce delle forze Usa, colonnello Chris Garver, ha dovuto spiegare ai giornalisti, in conferenza stampa, come mai gli Usa avessero permesso l’ordinata evacuazione dei jihadisti (sono oggi per lo più mercenari importati). La risposta: c’erano dei civili in quei veicoli coi guerriglieri, e gli Usa vogliono evitare vittime civili (mai, mai vittime civili!). Ha anche aggiunto che i comandanti delle Syria Democratic Forces (sono sempre loro, gli ‘eroici-pesmerga’) avevano “deciso di lasciar passare il convoglio IS”, e chi sono gli americani per opporsi? Qualche giornalista ha osato chiedere: dunque c’è stato un accordo preventivo fra gli eroici peshmerga e Daesh per lasciar andare via senza colpo ferire le migliaia di terroristi su quel convoglio? Il colonnello ha detto che non sapeva. Il che è perfettamente logico: gli eroici peshmerga sono armati, addestrati da addestratori NATO, anche italiani; stipendiati dagli americani, vestono mimetiche NATO; a Manbij erano assistiti (dice il NYT) da “almeno 300 elementi delle Forze Speciali americane” – ma mica si consultano con gli americani prima di consentire la ritirata strategica ai terroristi. E’ la prova di quanto sono autonomi, i curdi, e meritino uno stato autonomo tutto loro.

Oltretutto, gli eroici peshmerga sono utilissimi perché, mentre “combattono lo Stato Islamico” (nel modo che si vede), sono ferocissimi a combattere contro le truppe del mostruoso dittatore Assad, contemporaneamente: come attesta il sito Palaestina Felix:

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Ora i bei servizi tv assumono un altro sapore. Il portavoce delle forze Usa, colonnello Chris Garver, ha dovuto spiegare ai giornalisti, in conferenza stampa, come mai gli Usa avessero permesso l’ordinata evacuazione dei jihadisti (sono oggi per lo più mercenari importati). La risposta: c’erano dei civili in quei veicoli coi guerriglieri, e gli Usa vogliono evitare vittime civili (mai, mai vittime civili!). Ha anche aggiunto che i comandanti delle Syria Democratic Forces (sono sempre loro, gli ‘eroici-pesmerga’) avevano “deciso di lasciar passare il convoglio IS”, e chi sono gli americani per opporsi? Qualche giornalista ha osato chiedere: dunque c’è stato un accordo preventivo fra gli eroici peshmerga e Daesh per lasciar andare via senza colpo ferire le migliaia di terroristi su quel convoglio? Il colonnello ha detto che non sapeva. Il che è perfettamente logico: gli eroici peshmerga sono armati, addestrati da addestratori NATO, anche italiani; stipendiati dagli americani, vestono mimetiche NATO; a Manbij erano assistiti (dice il NYT) da “almeno 300 elementi delle Forze Speciali americane” – ma mica si consultano con gli americani prima di consentire la ritirata strategica ai terroristi. E’ la prova di quanto sono autonomi, i curdi, e meritino uno stato autonomo tutto loro.

Oltretutto, gli eroici peshmerga sono utilissimi perché, mentre “combattono lo Stato Islamico” (nel modo che si vede), sono ferocissimi a combattere contro le truppe del mostruoso dittatore Assad, contemporaneamente: come attesta il sito Palaestina Felix:

Esfiltrazione “concordata” dai curdi coi jihadisti

Insomma sembra che i pesherga non abbiano “espugnato Manbij”, come hanno scritto Il Foglio e il Fatto….quella di Manbij è stata una liberazione concordata d’accordo fra i combattenti (tutti e due anti-Assad), coi peshmerga in favore di telecamere , mentre i mercenari dell’IS erano esfiltrati sotto lo sguardo protettore dei droni Usa? Chissà. Oltretutto, gli abitanti della cittadina, che sono arabi, non sono molto contenti di essere stati liberati da curdi. Va’ a sapere .

Ma, come spiega il New York Times, “Manbij è uno dei soli due punti di passaggio rimasti fra Turchia e Siria; l’altro, al-Rai, è sotto continuo attacco delle fazioni ostili allo Stato Islamico. La strada fra Manbij e Jarabulus, e stata usata dai jihadisti esteri per unirsi allo Stato Islamico dalla Turchia e lasciare per raggiungere di nuovo le loro destinazioni Europee”. E’ umano che i mercenari venissero convogliati e messi al sicuro, prima che quel passo venisse definitivamente chiuso dai bombardamenti russi e dalle forze siriane-iraniane ed Hezbollah. I mercenari costano, specie quando cominciano a scarseggiare le vittorie – quelli sono buoni per un’altra volta. Così hanno fatto trapelare i comandi russi, naturalmente non ripresi da alcun media: stanno difendendo il “mostruoso dittatore Assad” (come dicono i radiogiornali Rai), quindi silenzio.

I media – come non potete ignorare – hanno titoli, lacrime e strilli solo per “i civili di Aleppo”, dove “si rischia la catastrofe umanitaria” – l’ha detto BAn ki Mon, l’ha detto Avvenire, il giornale di El Papa; anzi dipiù: “C’è già una catastrofe umanitaria senza precedenti”, dato che “nella città martoriata vivono 130mila bambini”: siccome il numero dei bambini addirittura aumenta sotto i bombardamenti (di ospedali, sempre di ospedali) e l’assedio, ed ora sono 130 mila, vuol dire che i jihadisti preferiti dall’Occidente hanno proprio bisogno di un cessate-il-fuoco per riorganizzarsi. O magari esfiltrare sotto l’occhio protettore del Grande Drone.

Intanto però, con i loro contrattacco (costosissimo in vite) ad Aleppo, i mercenari preferiti dall’Occidente hanno comunque ritardato un’offensiva prevista dai russi e dagli iraniani per liberare Al-Sukhanah, città petrolifera che si trova lungo il confine dei governatorati di Homs e Deir Ezzor. L’offensiva era previsat per agosto, ma l’offensiva dei ribelli jihadista nel governatorato di Aleppo ha richiesto due unità della Guardia Repubblicana da ridistribuire a nord della Siria, al fine di proteggere il capoluogo di provincia (da Al Masdar). E’ uno dei motivi per cui i russi hanno avvicinato i loro bombardieri Tupolev , facendoli decollare dall’iraniana Hamadan (Tratto da Blondet & Friends di Maurizio Blondet).

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Putin a colloquio con l’ex presidente yemenita, Abdullah Saleh, che, prima di essere deposto da proteste di massa nel 2011, fomentate dal Dipartimento di Stato nell’insieme delle cosiddette “primavere arabe”, era proprio un alleato degli Usa nell’ambito della lotta al terrorismo.

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In apertura, abbiamo cenato ai rischi che gli accadimenti esteri pongono sul nostro continente. Nel silenzio generale dei media, è accaduto qualcosa di geopoliticamente enorme. Interessante, per inquadrare i nuovi equilibri che si stanno instaurando nell’area medio-orientale, è il fatto che il Pentagono ha ritirato dall’Arabia Saudita il personale che lavorava in coordinamento con la campagna di Ryad in Yemen, oltre ad aver ridotto drasticamente il numero di personale impiegato in quella missione altrove. Ora sono soltanto cinque i militari Usa assegnati a tempo pieno alla “Joint Combined Planning Cell”, unità creata lo scorso hanno per coordinare il supporto statunitense con operazioni come il rifornimento in aria dei caccia e una limitata cooperazione nell’intelligence. Lo ha confermato il luogotenente, Ian McConnaughey, portavoce della Marina statunitense in Bahrain. Ma, dopo sole 48 ore, l’ex presidente yemenita, Abdullah Saleh, ha dichiarato nel corso di un’intervista a Sana’a, che “il nuovo consiglio di governo del Paese” – di fatto sciita e anti-saudita – “potrebbe lavorare con la Russia per combattere il terrorismo, anche permettendo a Mosca di utilizzare le nostre basi militari e i nostri porti. Siamo pronti a offrirli alla Federazione Russa”.  Poco cambia, in sostanza: il messaggio all’Arabia Saudita, principale sponsor del terrorismo salafita e wahabita al mondo, è stato inviato: dietro lo Yemen, ora c’è la Russia. La quale, dopo aver aumentato la presenza militare in Siria e Iran, ora vede la Turchia aprire all’ipotesi di utilizzo, addirittura, della base aerea Usa di Incirlik, da dove gli Stati Uniti intendono infatti spostare le armi strategiche e le 90 testate nucleari B-61 e anche lo strategico Yemen le offre le sue infrastrutture.  Il tutto, soltanto a una settimana dalla decisione della Cina di fornire aiuto e addestramento militare al governo di Assad, di fatto sigillando un patto con Mosca a difesa di Damasco e del suo governo legittimo contro ribelli più o meno moderati e l’Isis.

La Russia ha centrato un altro risultato di primo piano nella sua strategia mediorientale di influenza. Dopo Turchia, Iran e Siria, ha conquistato anche lo Yemen. La risposta Usa è alle porte? Il problema per noi non è che Putin sia uno stratega, ma è che Obama è un fallito e che la politica estera dell’Unione europea è a rimorchio della NATO.

706.- Punto e a capo su questa politica

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Qui, la politica è un mare di confusione, con i leader superstiti che arrancano senza speranza e con i cittadini, impotenti di fronte all’usurpazione delle istituzioni da parte dei kapò della dittatura finanziaria. Li chiamo, senza più riguardo, per il loro nome perché non basta farsi nominare presidente di questo o quello scranno per rappresentare i cittadini di una repubblica democratica parlamentare. E, già che sovviene il “parlamentare”, siamo sepolti dalle miriadi di leggionzole che provengono da un parlamento europeo che parlamento non è e non conta proprio niente. Pensate cosa sarebbero i decantati Stati Uniti d’Europa; quale democrazia potrebbe trovarvi casa; quale campagna elettorale e quale dialogo democratico sarebbe possibile con  24 lingue ufficiali e circa 60 tra lingue regionali e minoritarie. Burocraticamente parlando, tutti i cittadini dell’UE hanno il diritto di accedere a tutti i documenti nelle lingue ufficiali del proprio paese e devono avere la possibilità di scrivere alla Commissione e ricevere una risposta nella loro lingua; ma il dialogo democratico? Il nome Stati Uniti si avvale dell’esperienza nordamericana, ma il cittadino dell’Ohio e il senatore del Wisconsin parlano la stessa lingua. Un lavoratore potrà trasferirsi ovunque nei suoi States, grazie alla lingua e non al dollaro. La verità è che Unione o Stati Uniti, di europeo, hanno solo il nome: una maschera, perché sono organi al servizio di una dittatura finanziaria neoliberista che prevede due soli livelli dell’umanità: i servi e i padroni. I kapò, quei traditori che oggi siedono sugli scranni, credono scioccamente di essere assurti al primo livello. Aspettino e vedranno.

Ma tutto deve passare attraverso la demolizione degli Stati sovrani e degli Stati sociali, con le loro Costituzioni. Ecco il Jobs Act, La loi Travail, la battaglia contro l’art. 138, la procedura con cui si può e si deve aggiornare la Costituzione e che la rende rigida allo scopo di dare un valore giuridico alla sua trama di principi costituzionali: Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà e, primo fra tutti, il Lavoro, perché le libertà hanno un costo e si devono poter pagare. Non avremo Libertà, senza Dignità e non avremo Dignità senza il Lavoro. Per questo “La Repubblica è fondata sul Lavoro” e la politica economica dello Stato deve perseguire la piena occupazione; ma contro e per questo l’Unione europea ha voluto il Pareggio in Bilancio: per impedire gli investimenti in disavanzo che lo Stato usa per creare lavoro. Non è vero che questi creano il debito pubblico perché creano debito, si, ma sovrano; cioè, lo Stato è creditore e debitore di se stesso a un tempo. Il debito pubblico è cresciuto con l’€uro, perché possiamo investire solo chiedendo denaro ai cittadini con le tasse o prendendolo a prestito dal padrone dell’€uro: alla Banca Centrale Europea, una filiazione del cartello delle banche mondiali che tengono “a paghetta” i nostri kapò. Questa Unione europea non ha niente a che fare con la precedente Comunità Europea  e non è stata votata dal popolo. Ha creato una serie di trattati, da Maastritch, a Lisbona, al Fiscal Compact, al MES e, poi, che impongono un debito truffa, permanente e crescente, quale strumento di impoverimento a scopo di dominio.

Il governo (“g” minuscola), in quest’ultimo anno, ha svenduto a Hitachi la Breda Treni, fondata da Cavour, con un portafoglio ordini da paura, quasi la metà di Poste italiane e dell’Ente Nazionale di Assistenza al Volo, cioè, il controllo dello Spazio Aereo, che è territorio. Ha ceduto mari pescosi, che sono territorio e si appresta a chiederci altri 30 miliardi. “Se gli italiani vogliono restare in Europa, devono fare dei sacrifici” e si appresta a tassare anche il WI-FI (non ai migranti, però). Siamo correndo su un treno dove paghi, ma non hai mai pagato. I nostri maestri e amici: Rodotà, Carlassale, Azzariti, Barnard, Barra Caracciolo, Bagnai, Rinaldi, Galloni, Palma, ma potrei continuare, hanno spiegato, pubblicato più e più volte dove ci stanno conducendo i trattati europei e questa tragicommedia. Noi, modesti discepoli, facciamo del nostro meglio; ma il governo e i media ci nascondono il piano demenziale. Il Presidente del Consiglio (non è un premier anglosassone) è focalizzato sul referendum costituzionale, cioè, su una proposta portata dal Governo, organo esecutivo e non dal Parlamento, organo legislativo e, perciò, già di per se, poco costituzionale. Era stato detto dai costituenti che il governo avrebbe dovuto essere assente in aula quando si discuteva di una legge costituzionale e invece,  il governo ha sottoposto a se stesso la RAI e  fonda e finanzia i comitati del “Si”. Evita un dibattito onesto su una materia già ostica per chi lavora o tenta di sbarcare il lunario tutto il giorno e ci porta a discutere di temi secondari, sia pure importanti, ma secondari, perché il primo problema è sopravvivere.

L’attenzione e il dialogo sono artatamente condotti tramite i media, asserviti ormai al 97%, ora sull’accoglienza di giovani pasciuti e insaziabili, ora sull’omosessualità. Del qualche migliaio di suicidi se ne frega e se ne frega pure la Chiesa. Altra multinazionale, con le mani in pasta nell’industria degli armamenti, etc.. Papa Francesco (nato Jorge Mario Bergoglio), dal 13 marzo 2013, 266° papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, è un appartenente all’ordine dei Gesuiti e primo pontefice di quest’ordine religioso, nonché il primo proveniente dal continente americano.

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Dopo l’accoglienza, porto l’esempio della cosiddetta legge Cirinnà. Mi ha offeso. Ha offeso l’intelligenza del Parlamento e profittato delle persone omosessuali, ottenendo dai media servili grande risonanza. La realtà e i problemi di ordine psicologico e sociale dell’omosessualità hanno fatto da sfondo a un tentativo di auto celebrità e di proselitismo politico a favore di un Governo senza pregi. La legge ha applicato il principio della pari dignità fra i due sessi, anche alle loro devianze, che, siano pure espressioni fatali della natura, ma, tuttavia, devianze restano. In fatto, ha realizzato l’omologazione legale dell’omosessualità, affermandone la dignità di genere fra i generi. Ha fatto un torto a queste persone e a tutte le persone, ma, appunto, all’intelligenza del Parlamento, perché la finzione non può diventare realtà per volontà di legge.

La finzione, infatti, accompagna l’essere omosessuale: il maschio si atteggia con i modi della femmina, restando però un maschio e la femmina assume i comportamenti del maschio, restando una femmina, entrambi – care creature – nel desiderio impossibile di essere una cosa diversa da se stessi. Questa desiderio e a un tempo rifiuto della realtà li accompagna rendendo spesso drammatica la loro vita. Visti così, susciterebbero sentimenti benevoli, se non fosse che tendono a trasferire e a circondarsi di questa bivalenza, caratterizzando tutto ciò che li circonda, compreso il lavoro.

Per dare risalto e attribuire fondamenta realistiche alla proposta, poi legge, il dibattito è partito dai diritti civili e amministrativi delle coppie omosessuali e, in un crescendo parossistico, al loro diritto di sottomettere alla loro finzione dei bambini, fin dalla nascita. Un noto profittatore della politica ha assunto il ruolo di portabandiera e un bambino acquistato come un animale d’allevamento, è stata la vittima, creando il precedente; ma un precedente tragico che ha fatto venir meno tutte le tutele a favore dei minori, incapaci d’intendere e di volere e della loro dignità di essere umani. Non è difficile prevedere casi di suicidio fra queste vittime di un ignoranza e di una confusione plebea, che mi fanno disperare del valore della democrazia e propendere per una sua visione solo utopica e perniciosa.

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Lasciamo da una parte la legge Cirinnà, perché essa si inserisce in un disegno, ormai, plateale di demolizione dei valori fondanti della società democratica, prima di tutti la famiglia e della trama dei principi costituzionali. Il popolo plebeo, vittorioso due secoli or sono alla Bastiglia, ha fatto karakiri, dando il proprio sostegno politico a un progetto di demolizione progressiva, prima della sovranità, ceduta di fatto in modo permanente al potere finanziario che gestisce la NATO; poi della sovranità monetaria, ceduta anch’essa al potere finanziario che gestisce l’Unione europea, la cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale. A questo punto, si è passati all’”adeguamento” della Costituzione della Repubblica ai principi dell’Unione europea, contenuti nella proposta di costituzione bocciata dai referendum del 2005, francese e olandese e reintrodotta con la frode nel Trattato di Lisbona, del 2007, appunto detto “la de-costituzione europea”. Qui si sovvertono i principi costituzionali del Lavoro, della Dignità e, anche, della Uguaglianza, vista in chiave relativistica, affermando, su di essi, il principio della competitività e del profitto a scopo di profitto. Vale anche per la salute, unico diritto che la Costituzione della Repubblica definisce fondamentale, poiché il welfare rappresenta un costo che va a scapito del profitto. Vedete bene il solco nel quale si colloca l’opera dei tre governi Napolitano, imposti agli italiani, senza il loro voto.

La cosiddetta legge Cirinnà mi ha offeso. Ha offeso l’intelligenza del Parlamento e profittato delle persone omosessuali, ottenendo dai media servili grande risonanza. La realtà e i problemi di ordine psicologico e sociale dell’omosessualità hanno fatto da sfondo a un tentativo di auto celebrità e di proselitismo politico a favore di un Governo senza pregi. La legge ha applicato il principio della pari dignità fra i due sessi, anche alle loro devianze, che, siano pure espressioni fatali della natura, ma, tuttavia, devianze restano. In fatto, ha realizzato l’omologazione legale dell’omosessualità, affermandone la dignità di genere fra i generi. Ha fatto un torto a queste persone e a tutte le persone, ma, appunto, all’intelligenza del Parlamento, perché la finzione non può diventare realtà per volontà di legge.

La finzione, infatti, accompagna l’essere omosessuale: il maschio si atteggia con i modi della femmina, restando però un maschio e la femmina assume i comportamenti del maschio, restando una femmina, entrambi – care creature – nel desiderio impossibile di essere una cosa diversa da se stessi. Questa desiderio e a un tempo rifiuto della realtà li accompagna rendendo spesso drammatica la loro vita. Visti così, susciterebbero sentimenti benevoli, se non fosse che tendono a trasferire e a circondarsi di questa bivalenza, caratterizzando tutto ciò che li circonda, compreso il lavoro.

Per dare risalto e attribuire fondamenta realistiche alla proposta, poi legge, il dibattito è partito dai diritti civili e amministrativi delle coppie omosessuali e, in un crescendo parossistico, al loro diritto di sottomettere alla loro finzione dei bambini, fin dalla nascita. Un noto profittatore della politica ha assunto il ruolo di portabandiera e un bambino acquistato come un animale d’allevamento, è stata la vittima, creando il precedente; ma un precedente tragico che ha fatto venir meno tutte le tutele a favore dei minori, incapaci d’intendere e di volere e della loro dignità di essere umani. Non è difficile prevedere casi di suicidio fra queste vittime di un ignoranza e di una confusione plebea, che mi fanno disperare del valore della democrazia e propendere per una sua visione solo utopica e perniciosa.

Lasciamo da una parte la legge Cirinnà, perché essa si inserisce in un disegno, ormai, plateale di demolizione dei valori fondanti della società democratica, prima di tutti la famiglia e della trama dei principi costituzionali. Il popolo plebeo, vittorioso due secoli or sono alla Bastiglia, ha fatto karakiri, dando il proprio sostegno politico a un progetto di demolizione progressiva, prima della sovranità, ceduta di fatto in modo permanente al potere finanziario che gestisce la NATO; poi della sovranità monetaria, ceduta anch’essa al potere finanziario che gestisce l’Unione europea, la cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale. A questo punto, si è passati all’”adeguamento” della Costituzione della Repubblica ai principi dell’Unione europea, contenuti nella proposta di costituzione bocciata dai referendum del 2005, francese e olandese e reintrodotta con la frode nel Trattato di Lisbona, del 2007, appunto detto “la de-costituzione europea”. Qui si sovvertono i principi costituzionali del Lavoro, della Dignità e, anche, della Uguaglianza, vista in chiave relativistica, affermando, su di essi, il principio della competitività e del profitto a scopo di profitto. Vale anche per la salute, unico diritto che la Costituzione della Repubblica definisce fondamentale, poiché il welfare rappresenta un costo che va a scapito del profitto. Vedete bene il solco nel quale si colloca l’opera dei tre governi Napolitano, imposti agli italiani, senza il loro voto.

Ora un annuncio:

In previsione che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sarà sottoposta a referendum nel prossimo novembre, stiamo preparando una riunione, aperta a chiunque lo desideri, per illustrarne i pro e i contro, con la partecipazione della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. L’argomento, infatti, chiama tutti noi alla partecipazione per un voto consapevole e, probabilmente, la riforma segnerà una svolta decisiva per la democrazia. Sono tre mesi decisivi, lo capite bene. Il Comune di Pianiga ha dato la disponibilità dell’Auditorium. Sono 230 posti a sedere, vale a dire una partecipazione all’altezza dei relatori, che richiede impegno. Vi chiedo di confermare sia la Vostra partecipazione sia la Vostra assenza per la data del 16 settembre, alle ore 20,45 e sia il Vostro gradimento per contribuire al dibattito, ponendo ai relatori i Vostri quesiti. A questo ultimo fine, ci troveremo l’8 sera, stessa ora, a Dolo, in via Dauli, per una pizza e chi sarà disponibile potrà scegliere uno degli argomenti e il quesito da porre nella riunione del 16 o nelle prossime. Sarebbe opportuno che l’8 foste almeno 7-8, ma venga chi vuole. Dal numero dei partecipanti dipenderà anche la continuazione di questo gruppo, impegnativo, non poco; quindi, date una mano. Attendo le altre Vostre conferme alla email <gendiemme@gmail.com>

705.-In Spagna, la Fondazione Soros redige una vera e propria lista di proscrizione. Che altro dobbiamo sapere?

Nota e traduzione a cura della redazione di Marx21.it

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Da tempo è noto un elenco (sicuramente incompleto) delle Ong “filantropiche” finanziate dal magnate George Soros. E’ noto anche il ruolo “propulsivo” che tali organizzazioni hanno svolto e svolgono nella preparazione delle numerose “rivoluzioni colorate” riuscite o fallite in ogni angolo del pianeta, che ebbero inizio a partire dall’implosione del sistema socialista su scala mondiale, nel 1989. Sono organizzazioni che non hanno esitato a sostenere le azioni eversive e i crimini di gruppi nazi-fascisti e formazioni terroristiche, come nel caso del golpe in Ucraina del febbraio 2014 e del supporto logistico e propagandistico prestato in questi giorni, ad Aleppo, al cosiddetto “esercito della conquista” che raccoglie le bande di tagliagole islamisti non direttamente riconducibili allo “Stato Islamico” e che si battono contro il legittimo governo di Damasco, sostenute apertamente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO.

Quello che però è emerso in questi giorni con la stesura, ad opera della Fondazione Soros, di una vera e propria lista di proscrizione di esponenti politici e giornalisti spagnoli, accusati di essere “filo-russi” (link), indica un salto di qualità nell’iniziativa del “filantropo” statunitense e fa calare ombre inquietanti sul già precario stato di salute della “democrazia” e della libertà di opinione in quello che, ai tempi della guerra fredda contro il sistema socialista, veniva con enfasi definito “mondo libero”. E francamente stupisce che una simile notizia sia passata praticamente inosservata nel nostro paese, dove, ricordiamo, operano strutture che collaborano con la fondazione di Soros.

Solleva in particolare la nostra preoccupazione che, tra i nomi segnalati, ci siano anche quelli di dirigenti del Partito Comunista di Spagna (PCE), come il compagno Javier Parra, del quale i nostri lettori conoscono alcuni contributi pubblicati nei mesi scorsi, e a cui manifestiamo tutta la nostra solidarietà.

Per questa ragione, e per richiamare l’attenzione dei comunisti e dei democratici italiani sulla sconcertante rivelazione, abbiamo ritenuto di tradurre la dichiarazione che il compagno Parra ha rilasciato all’edizione spagnola di “Sputnik”.

Marx21.it

La denuncia di Javier Parra

Un politico nella lista di Soros denuncia la gravità del fatto di essere segnalato per le proprie opinioni

L’esistenza di una lista elaborata per incarico della fondazione del magnate George Soros, che segnala vari politici, attivisti e giornalisti spagnoli come filo-russi è un fatto di “enorme gravità”.

Il fatto rende evidente che sulla questione ucraina si sta giocando una “partita a Risiko mondiale”, ha dichiarato a “Sputnik” il segretario generale del Partito Comunista del Paese Valenciano (PCPV), Javier Parra, il cui nome compare nella lista.

“L’esistenza di una tale lista già mi pare di un’estrema gravità: penso che si tratti di una lista nera che segnala politici, giornalisti e organizzazioni, che non si sono lasciati influenzare dai grandi mezzi di comunicazione per quanto concerne il colpo di Stato in Ucraina”, sostiene Parra.

Nei giorni scorsi una indiscrezione della Fondazione per una Società Aperta ha rivelato numerosi documenti della fondazione del magnate George Soros.

Tra loro si trova un elenco di persone che esercitano influenza nel dibattito pubblico sulla questione ucraina e le modalità delle assegnazioni di bilancio per il finanziamento di think tank in diversi paesi europei.

Tra questi figura il CIDOB, un istituto spagnolo che ha ricevuto 25.000 euro dalla fondazione del magnate. Precisamente, incaricati della stesura della lista di persone influenti nella formazione dell’opinione pubblica in merito alla questione ucraina, sono due ricercatori di questa organizzazione, Nicolás de Pedro y Marta Ter.

Secondo Parra, gli oltre 2.500 documenti diffusi dimostrano che “si sta giocando una partita a Risiko mondiale” in cui “ci sono persone che stanno muovendo le loro pedine sulla base di finanziamenti a organizzazioni, senza che importi qualcosa che siano progressiste o naziste. L’importante è che servano gli interessi di Soros e dei suoi soci”.

Tali interessi, continua il politico, sono “ampliare lo spazio di influenza degli Stati Uniti ed espandere il neoliberalismo economico”.

“Non so come si sia pensato di utilizzare tale lista. Ciò che ho chiaro è che le organizzazioni di Soros hanno fatto ricorso a ogni tipo di mezzo, non importa se violento o pacifico, per soddisfare i propri interessi”, ha spiegato Parra.

Il politico spiega che la lista che individua i creatori di opinione, sia favorevoli alla Russia che all’Ucraina “è una mappatura che servirà per l’azione in Spagna e in altri paesi, come Francia e Germania”.

I documenti trapelati comprendono anche un elenco di mezzi di comunicazione (El Pais, eldiario.es, El Periodico, el diario Ara, la Directa e Radio Klara) che sono catalogati come “potenziali alleati” dalla Fondazione Soros.

“In molti abbiamo denunciato che la maggior parte dei mezzi di comunicazione sono al servizio degli interessi di chi li finanzia. Soros sa come funziona la storia e quindi conosce quali possono essere i mezzi di comunicazione potenzialmente alleati”, ha assicurato.

Tuttavia, Parra sostiene che “Internet può rompere l’egemonia dei mezzi di comunicazione”.

“Per questo a chi può raggiungere diverse migliaia di persone si attribuisce un’importanza enorme”, ha detto Parra sulla sua inclusione nella lista, in cui viene classificato come “filo-russo”, sebbene egli rifiuti questa etichetta e preferisca definirsi “una persona non influenzabile”.

704.- DIECI COSE CHE I MEDIA MAINSTREAM NON VI DIRANNO SULLA GUERRA IN SIRIA.

Una lunga colonna di auto e pick-up attorniata da «civili usati come scudi umani per garantire la fuga ai miliziani di Isis». Le immagini arrivano da Manbij, nel nord della Siria.
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Interessante Zero Hedge che rilancia un articolo di TheAntiMedia.org, che raccoglie una serie di punti “ai margini” della narrazione ufficiale sulla guerra in Siria. Questi argomenti sono generalmente raccolti proprio dai media mainstream, ma passati sempre in tono minore e senza che essi scalfiscano il “frame” generale. Si tratta di argomenti probabilmente noti, ma questa è una sintesi abbastanza efficace.

di Darius Shahtahmasebi (TheAntiMedia.org), rilanciato da Zero Hedge – 4 agosto 2016

I grandi media cercano continuamente di presentare il regime siriano di Bashar al-Assad come unico responsabile dell’attuale conflitto nella regione. Gli stessi media, sebbene raramente, riportano dei dati che contraddicono la loro stessa narrativa; se presi nell’insieme, questi dettagli contradditori gettano una nuova luce sul conflitto in Siria. Partiamo dal 10.

10: Bashar al-Assad ha un tasso di popolarità superiore a quello di Barack Obama

Nonostante Obama affermi che il governo di Assad è illegittimo e debba dimettersi, il fatto è che dall’inizio del conflitto nel 2011 Assad ha sempre mantenuto il sostegno della maggioranza del suo popolo. Le elezioni del 2014 – dove Assad ha ottenuto una vittoria schiacciante, e osservatori internazionali hanno dichiarato che non ci sono stati brogli – è la prova del fatto che sebbene Assad sia stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani, continua a mantenere un’ampia popolarità presso il popolo siriano.

Obama, dal canto suo, ha vinto le elezioni del 2012 con una maggioranza di solo 53,6 percento, e gli elettori votanti furono in totale appena 129,1 milioni. Questo significa che circa 189,8 miliori di americani non hanno votato Obama. Il suo attuale tasso di approvazione è attorno al 50 percento.

9: L’opposizione “moderata” è stata deviata

Non esiste più una cosa che possa definirsi opposizione “moderata” in Siria – se mai c’è stata. Il cosiddetto Libero Esercito Siriano (FSA) sostenuto dall’Occidente è dominato da anni dalle forze estremiste. Gli USA lo sanno già, eppure hanno continuato a sostenere l’opposizione siriana. Il New York Times nel 2012 ha riportato che la maggior parte degli armamenti spediti in Siria finivano nelle mani degli jihadisti. Un report riservato della DIA prediceva l’ascesa dell’ISIS nel 2012, dicendo che:

“Se la situazione si dipana è possibile che si stabilisca un principato Salafita, sia esso dichiarato o meno, nella Siria orientale … Questo è esattamente ciò che vogliono attualmente le forze dell’opposizione, per isolare il regime siriano.“

Inoltre, una testimonianza di un comandante dell’FSA mostra non solo l’ammissione che i suoi combattenti partecipano regolarmente ad azioni congiunte con al-Nusra (il braccio siriano di al-Qaeda), ma anche che lui stesso spera di vedere la Siria governata dalla legge della Sharia.

A quanto pare, “moderato” può significare anche “fanatico affiliato ad al-Qaeda“.

8: Assad non ha mai usato armi chimiche contro il suo popolo

Un’indagine dell’ONU sul primo grande attacco chimico commesso all’inizio del 2013 — un’atrocità che l’Occidente ha subito imputato ad Assad — ha concluso invece che l’evidenza è piuttosto quella di un attacco perpetrato dall’opposizione siriana. Una suggessiva indagine dell’ONU sull’attacco avvenuto nell’agosto 2013 non è giunta ad accusare nessuno, nemmeno le forze di Assad. Nel dicembre 2013, il giornalista Seymour Hersh, vincitore del premio Pulitzer, ha pubblicato un articolo che mostrava i difetti nella gestione della situazione:

“Nei mesi precedenti l’attacco, le agenzie americane di intelligence hanno prodotto una serie di report strettamente riservati … citando evidenze che il fronte al-Nusra, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda, padroneggiava i mezzi per creare gas Sarin ed era in grado di produrlo in grande quantità. Quando l’attacco è avvenuto, al-Nusra avrebbe dovuto essere sospettato, ma l’amministrazione ha deciso di selezionare solamente le evidenze fornite dall’intelligence che potessero giustificare un attacco da parte di Assad.“

7: Il rovesciamento del regime siriano fa parte di un piano americano definito poco dopo gli attacchi dell’11 settembre

Secondo un promemoria rivelato dal Generale Wesley Clark, poco dopo l’11 settembre il Pentagono ha definito un piano per rovesciare i governi di sette paesi nel giro di cinque anni. Questi paesi erano Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Iran.

Come sappiamo, l’Iraq è stato invaso nel 2003. Israele, alleato degli USA, ha tentato di prendere il Libano nel 2006. La Libia è stata distrutta nel 2011. Prima di questo intervento, la Libia aveva gli standard di vita più alti dell’intero continente africano. Nel solo 2015 è crollata di 27 posizioni nell’Indice di Sviluppo Umano dell’ONU. Oggi i droni USA sorvolano la Somalia, truppe USA sono stanziate nel sud del Sudan — il Sudan è diviso da una brutale guerra civile — e la Siria è lo scenario di una guerra devastante dal 2011. Resta fuori solo l’Iran, di cui parleremo dopo.

6: Iran e Siria hanno un accordo di reciproca difesa

Dal 2005 Iran e Siria sono legati da un accordo di reciproca difesa. Il governo iraniano ha mostrato di voler onorare pienamente questo accordo e ha fornito al regime siriano ogni sorta di sostegno, tra cui truppe, un miliardo di dollari di credito, addestramento e consiglio. Ciò che rende questo conflitto ancora più pericoloso, però, è che la Russia e la Cina si sono schierate con Iran e Siria, dichiarando apertamente di non tollerare più alcun attacco verso l’Iran. L’intervento militare russo in Siria degli ultimi mesi dimostra che queste non sono vane minacce – il loro impegno ha seguito le loro parole.

L’Iran è nel mirino della politica estera dell’establishment statunitense da tempo. George Bush non riuscì a raccogliere sufficiente sostegno politico per giustificare un attacco verso l’Iran durante il periodo della sua presidenza — sebbene ci abbia tentato — e dal 2012 le sanzioni all’Iran sono diventate un mantra. Attaccando e destabilizzando il più importante alleato dell’Iran nella regione medio-orientale, si sta cercando di impedire i tentativi iraniani di aumentare la propria influenza in quella regione, con l’obiettivo di indebolire l’Iran.

5: L’ex amministratore delegato della Apple è figlio di un rifugiato siriano

Steve Jobs, fondatore di Apple, era figlio di un siriano emigrato negli Stati Uniti negli anni ’50. Ciò è particolarmente curioso se si pensa alla quantità di xenofobia, islamofobia, razzismo e odio che oggi i rifugiati e i migranti sembrano ispirare — perfino nei candidati alla presidenza. Un eventuale presidente Donald Trump creerà le condizioni per impedire che futuri pionieri tecnologici raggiungano gli USA in futuro? La sua retorica sembra dire di sì (Chiediamoci perché.ndr).

4: L’ISIS è nato come conseguenza dell’invasione statunitense in Iraq, non del conflitto siriano

L’ISIS era precedentemente noto come al-Qaeda in Iraq, ed è diventato importante in seguito alle invasioni USA-UK contro l’Iraq nel 2003. È ben noto che non c’era alcuna traccia tangibile di al-Qaeda in Iraq prima di quella invasione, e per un motivo ben preciso. Quando Paul Bremer ricevette il ruolo di inviato presidenziale in Iraq nel maggio 2003, dissolse le forze di polizia e l’esercito. Bremer licenziò quasi 400.000 uomini in servizio, tra cui ufficiali militari di alto rango che avevano combattuto nella guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Questi ufficiali oggi detengono importanti posizioni all’interno dell’ISIS. Se non fosse stato per l’azione statunitense, l’ISIS probabilmente non sarebbe mai esistito.

L’ISIS, precedentemente noto alle forze di sicurezza USA come al-Qaeda in Iraq (AQI), aveva combattenti che sono diventati fondamentali nel programma occidentale di rovesciamento dei regimi in Libia e in Siria. Quando i vari gruppi iracheni e siriani affiliati ad al-Qaeda si sono uniti lungo il confine siriano nel 2014, ci siamo trovati con il gruppo terroristico che conosciamo oggi.

3: Turchia, Qatar e Arabia Saudita volevano costruire un gasdotto lungo la Siria, ma Assad ha rifiutato

Nel 2009 il Qatar propose di costruire una conduttura lungo la Siria e la Turchia per esportare il gas saudita. Assad rifiutò la proposta e formò al contrario un accordo con l’Iran e l’Iraq costruire una conduttura verso il mercato europeo, che avrebbe tagliato fuori Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Da allora questi paesi sono diventati forti sostenitori dell’opposizione siriana che voleva rovesciare Assad. Complessivamente, hanno investito miliardi di dollari, prestato armamenti, incoraggiato la diffusione del fanatismo ideologico e hanno permesso il passaggio dei combattenti lungo i propri confini.

La conduttura Iran-Iraq rafforzerà l’influenza iraniana nella regione e minerà il suo rivale, l’Arabia Saudita — l’altro grande produttore OPEC. Se avrà la capacità di trasportare gas verso l’Europa senza dover passare per gli alleati di Washington, l’Iran guadagnerà potere contrattuale e potrà negoziare accordi di escludano completamente gli USA e il dollaro.

2: Telefonate trapelate mostrano che la Turchia ha fornito importanti cure mediche a combattenti dell’ISIS

C’è stato un ampio sostegno da parte della Turchia ai combattenti islamisti che si oppongono al regime siriano. Gli jihadisti parlano frequentemente del confine turco come del “portale della Jihad”. Nel maggio 2016 una serie di report emersi hanno mostrato che la Turchia si è spinta fino a fornire importanti cure mediche ai comabattenti dell’ISIS.

La Turchia è un paese membro della NATO. Fermiamoci un attimo a pensarlo.

1: La principale fonte dei media occidentali sul conflitto siriano è un negozio di magliette a Coventry, in Inghilterra.

Non è uno scherzo. Se seguite le notizie è probabile che abbiate sentito i media parlare di un’entità grandiosamente definita “Osservatorio Siriano per i Diritti Umani” (“Syrian Observatory for Human Rights”, SOHR). Questo cosiddetto “osservatorio” è gestito da una sola persona nella propria casa a Coventry, in Inghilterra. A migliaia di chilometri di distanza dal conflitto siriano — eppure è definito come la fonte più rispettata dai media occidentali (BBC, Reuters, The Guardian, International Business Times, per fare degli esempi). Le credenziali di questa persona consistono nell’essere proprietario di un negozio di magliette nella stessa via della propria casa, nonché essere un noto dissidente dell’attuale presidente siriano.

* * *

Sebbene la gran parte dell’informazione in questo articolo provenga proprio dai media mainstream, questi rifiutano di mettere tutti i pezzi assieme e di dare al pubblico una panoramica accurata di ciò che sta succedendo in Siria.

Assad può essere brutale — e dovrebbe essere processato per le accuse riguardanti l’abuso dei diritti umani — ma questo solo fatto non rende false o irrilevanti tutte le altre circostanze. Le persone hanno il diritto di essere opportunamente informate prima di essere condotte a fare un’altra guerra in Medio Oriente e, di conseguenza, a fomentare altri attacchi terroristici e nuovi potenziali conflitti con la Russia e la Cina.

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Un’immagine che racconta meglio di tante parole la guerra in atto in Siria: un bambino di cinque anni, seduto su un’ambulanza dopo essere stato estratto vivo dalle macerie di un palazzo colpito da un bombardamento ad Aleppo. Il bambino è stato identificato come Omran Daqneesh, 5 anni, e sarebbe uno dei cinque bimbi feriti in un raid aereo.

703.-Clamorosa verità dalle 3.000 email di Hillary Clinton pubblicate dal Dipartimento di Stato il 31 dicembre scorso : la guerra di Sarkozy a Gheddafi e all’Italia.

RAFINERIJA

Sono oramai note – ai più avveduti – le vere ragioni dell’attacco a Gheddafi del 2011 da parte di Sarkozy e Blair e della NATO, al fianco di una titubante ma obbediente Italia, attacco militare che portò alla morte del dittatore libico e all’attuale caos di tipo ‘irakeno’ alle porte di casa nostra. Ragioni che non vengono certo spiegate sui TG e sulla stampa mainstream, in questo vergognoso regime europeo che sacrifica le nostre libertà e i nostri interessi nazionali in nome dell’ideologia e degli interessi di un’élite transnazionale.

Elite che non esitano a scatenare guerre con centinaia di migliaia di morti, a fabbricare prove e creare pretesti per abbattere governi stranieri, a bombardare per lustri popolazioni civili in plaghe remote, a creare imperi del male per procura come Daesh e poi ritirarsi magari a vita privata senza rendere conto a nessun tribunale. Nuove potenze coloniali, ancora peggiori se possibile di quelle ottocentesche.

Le vere ragioni dell’ennesimo disastro geopolitico in terre di petrolio – in sintesi, un attacco all’Italia e ai nostri interessi per mano degli ‘alleati’ francesi e inglesi – sono però note oggi in maniera completa attraverso alcune delle 3.000 email di Hillary Clinton pubblicate dal Dipartimento di Stato il 31 dicembre scorso su ordine di un tribunale.

Email che delineano con chiarezza il quadro geopolitico ed economico che portò la Francia e il Regno Unito alla decisione di rovesciare un regime stabile e tutto sommato amico dell’Italia: due terzi delle concessioni petrolifere nel 2011 erano dell’ENI, che aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione trattamento e stoccaggio. Ricordiamo che la Libia è il maggior paese produttore africano, e che l’Italia era la principale destinazione del gas e del petrolio libici.

Non troverete traccia di queste mail, come detto, nella stampa di regime eurocolonizzatrice né in quella eurosottomessa di casa nostra. E nemmeno delle telefonate di Blair, nelle quali  Gheddafi aveva messo in guardia del rischio di un nuovo Iraq alle porte dell’Europa in caso di sua caduta. Profezia puntualmente avverata.

La email UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015 inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill e poi di Hillary) alla allora segretaria di stato USA Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.

Li sintetizziamo qui.

La Francia ha chiari interessi economici per l’attacco alla Libia.
Il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, denaro, addestratori delle milizie (anche quelle sospette di legami con Al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
Le motivazioni dell’azione di Sarkozy sono soprattutto economiche e geopolitiche, e il funzionario USA le riassume in 5 punti:

  1.  Il desiderio di Sarkozy di ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio della Libia (a danno dell’Italia, NdR),
  2. Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa
  3. Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy
  4. Dare ai militari un’opportunità per riasserire la posizione di potenza mondiale della Francia
  5. Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa Francofona.

Ma la stessa mail illustra un altro pezzo dello scenario dietro all’attacco franco-inglese, se possibile ancora più stupefacente, anche se alcune notizie in merito circolarono già all’epoca.

La motivazione principale dell’attacco militare francese fu il progetto di Gheddafi di soppiantare il Franco francese africano (CFA) con una nuova valuta pan-africana.

In sintesi Blumenthal dice:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in “143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento”, pongono una seria minaccia al Franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa Francofona un’alternativa al franco francese CFA
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

 

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La nobile dottrina del “Responsibility to Protect” (R2P) diffusa a beneficio del pubblico europeo fu quindi – secondo Blumenthal – solo uno schermo per coprire la vera motivazione dell’attacco a Gheddafi: l’oro delle sue riserve e gli interessi economici francesi in Africa. Si noti infatti che la “protezione di vite civili” è totalmente assente dai rapporti diplomatici. Altra mail rilevante qui soprattutto sugli aspetti militari.

Sarebbe interessante capire dove sono le riserve auree di Gheddafi, insieme a valuta e diamanti.

Per finire con un dettaglio minimo ma significativo notiamo l’accenno di Sid Blumenthal  a “l’occasionale emissario di Sarkozy, intellettuale e auto-promotore Bernard Henri-Levy, considerato dagli esponenti della NLC (National Libyan Council, fazione libica anti-Gheddafi finanziata e addestrata dalla Francia, NdR) un personaggio a metà utile e a metà ridicolo”. La triste vicenda del fondatore della Nouvelle Philosophie, auto-proclamato difensore dei diritti umani, come parabola dell’estinzione dell’intellighenzia progressista europea sostituita dagli ideologi del mercato e dell’iperfinanza e degli interessi delle élite.

Pasolini, dove sei?

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ENI-LIBIA – Una presenza lunga cinquant’anni

La presenza Eni in Libia risale al 1959, quando l’Agip ottiene dal Governo libico la Concessione 82, localizzata in un’area molto impervia e di difficile accesso, nel deserto del Sahara sud-orientale, in una zona abbandonata negli anni ’50 da altre compagnie. Qui, nel 1965, viene scoperto il giacimento ad olio Rimal. Nel 1966 è raggiunto un secondo accordo per la Concessione 100, un’area adiacente a quella della Concessione 82 nella quale, nel 1968, viene scoperto il campo giant di Bù Attifel. L’Eni in base alla cosiddetta ‘Formula Matteì stipula un ‘joint venture agreement’ con la National Oil Corporation (Noc), l’azienda di stato libica, alla quale cede il 50% di tutti i suoi diritti e obblighi relativi alle due Concessioni 82 e 100. Nell’ottobre del 1972 il giacimento entra in produzione, raggiungendo nel giro di pochi anni un livello di 200 mila barili di petrolio al giorno. All’inizio degli anni ’70 la Libia rappresenta il maggior produttore petrolifero africano con oltre 3 milioni di barili al giorno, e l’Eni diviene la maggiore società petrolifera
straniera operante nel Paese. Nel 1974 viene concluso un contratto del tipo Exploration and Production Sharing (Epsa 74) riguardante aree onshore e altre aree al largo di Tripoli di
cui è titolare la Noc. Nel 1976 le attività esplorative portano alla scoperta del campo di Bouri, entrato in produzione nel 1988. Nel 1997 viene effettuata un’altra importante scoperta
nell’area NC-174, nel Bacino di Murzuk, a sud ovest del Paese, che ha portato all’avvio della produzione del giacimento a olio Elephant nel gennaio 2004. Infine, la conclusione tra l’Eni e
la NOC di ulteriori accordi minerari e accordi riguardanti la commercializzazione del gas naturale e di idrocarburi liquidi, tra il 1996 e il 1999, consente l’avvio del progetto di sviluppo congiunto del giacimento a gas, a olio e condensati di Wafa, situato a 520 chilometri a sud ovest di Tripoli, e della struttura C (Bahr Essalam), nel permesso NC-41, situata nell’offshore mediterraneo, 110 chilometri a nord di Tripoli. Le riserve recuperabili in quota Eni ammontano a circa 950
milioni di barili di olio equivalente. Tale progetto ha comportato notevoli investimenti sia per la realizzazione degli impianti di trasporto e trattamento dell’olio, del gas e dei condensati presso Wafa e presso la città di Mellitah sulla costa libica, sia per la costruzione del gasdotto sottomarino da 32 pollici, lungo 520 chilometri, che collega Mellitah alla Sicilia. I lavori di posa del gasdotto di proprietà della Greenstream B.V., la compagnia posseduta da Eni e Noc, sono iniziati nell’agosto 2003 e sono stati completati nel corso del 2004 dal mezzo navale della Saipem Castoro 6. Tale prestigiosa opera si è aggiunta ai numerosi progetti realizzati nel corso degli anni nei settori dell’ingegneria e costruzioni dalle consociate Snamprogetti e Saipem, che hanno consentito alla
Libia di destinare regolarmente grandi quantitativi di idrocarburi in Italia.

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Gheddafi continua ad agitare la scena internazionale perché era un grande. Avevamo già parlato della caccia dei servizi segreti ai settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi. Le Monde titolò: “Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove”. Lo riportiamo perché torna d’attualità.

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“Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli. Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.”

702.- VIOLATI I SERVER DEL MILIARDARIO SOROS, SOTTRATTE DECINE DI DOCUMENTI, SPUNTANO NOMI INTERESSANTI DI POLITICI ITALIANI.

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VIOLATI I SERVER DEL MILIARDARIO SOROS, SOTTRATTE DECINE DI DOCUMENTI, SPUNTANO NOMI INTERESSANTI DI POLITICI ITALIANI. Giovedi scorso, secondo quanto cautamente riportato dall’emittente Bloomberg , il miliardario liberale e sostenitore di Hillary Clinton, George Soros, è stato derubato di innumerevoli documenti da un gruppo di hacker. Il gruppo di hacktivisti ha rivelato di aver divulgato oltre duemila documenti provenienti da gruppi gestiti da George Soros. I 2.576 file sono stati rilasciati da DCLeaks, un sito web che viene gestito da “hacktivisti americani che rispettano e apprezzano la libertà di espressione, i diritti umani e il governo del popolo.”
I documenti provengono da più dipartimenti di organizzazioni di Soros. “Soros ‘Open Society Foundations” sembra essere il gruppo con il maggior numero di documenti sottratti. I file provengono da sezioni in rappresentanza di quasi tutte le regioni geografiche del mondo, dagli Stati Uniti, Europa, Eurasia, Asia, Latina, America, Africa, così come un’entità sconosciuta di nome SOUK. Ci sono documenti che risalgano almeno al 2008 fino ad arrivare al 2016. Questi documenti trattano di lavori e ricerche come la “Crisi europea: Sviluppi chiave delle ultime 48 ore” altri sono concentrati invece sull’impatto della crisi dei profughi, ed altri ancora dal titolo ” Il dibattito Ucraina in Germania” . Questi documenti rivelano piani di lavoro, strategie, priorità e altre attività da Soros impiegate, e includono rapporti sulle elezioni europee, sui fenomeni migratori e sugli asili in Europa. Una e-mail fatta trapelare da Wikileaks all’inizio di questa settimana ha mostrato come Soros avesse consigliato Hillary Clinton (durante il suo mandato come Segretario di Stato) come gestire alcuni disordini in Albania (consiglio che ha poi seguito).
La cosa interessante per noi è scoprire grazie a questi documenti i nomi di alcuni parlamentari italiani che sono finanziati da questo personaggio. Sono tutti del PD o di area centro-sinistra, ma c’è un nome che spicca più di altri, quello di Barbara Spinelli, colei che fu l’eroina del Fatto Quotidiano durante le elezioni europee, ricordiamo anche come i giornalisti de Il Fatto premevano affinchè il M5S stringesse alleanza con lei.

fonte http://www.zerohedge.com/news/2016-08-14/george-soros-hacked-over-2500-internal-docs-released-online
tramite Rocca Maurizio

701.-Come Soros manipola le elezioni europee (e italiane).

Alex Christoforou, The Duran 15 agosto 2016
Ecco l’elenco completo delle ONG finanziate da George Soros per manipolare le elezioni in tutti gli Stati dell’UE. Le email di George Soros sono spaventose.

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Il miliardario statunitense e le sue ONG esercitano un potere immenso, e i documenti diffusi da DCLeaksmostrano come Soros fa cadere governi e istiga guerre civili, così da poter realizzare enormi profitti finanziari. Si tratta dell’immensa raccolta di minute, libri bianchi, schede su stanziamenti e piani mediatici che dettagliano come Soros e le sue ONG telecomandano governi e istituzioni finanziarie. È possibile trovare i documenti completi sul sito DCLeaks, che descrivono come Soros e la sua rete di ONG “sfruttano a sangue milioni e milioni di persone solo per arricchirsi ancora di più“. George Soros è un magnate, investitore, filantropo, attivista politico e autore ungaro-statunitense di origine ebraica dalla doppia cittadinanza. Guida oltre 50 programmi e fondazioni, sia globali che regionali. Soros viene definito architetto e sponsor di quasi ogni rivoluzione e colpo di Stato nel mondo degli ultimi 25 anni. Grazie a lui e ai suoi burattini, gli USA sono ritenuti un vampiro, non un faro di libertà e democrazia. I suoi servi succhiano sangue a milioni e milioni di persone solo per arricchirsi. Soros è un oligarca che sponsorizza partito democratico, Hillary Clinton, centinaia di politici nel mondo. Questo sito è volto a consentire a tutti di osservare i documenti secretati dell’Open Society Foundation di George Soros e delle organizzazioni correlate, come piani di lavoro, strategie, priorità e altre attività. Tali documenti fanno luce su una delle reti più influenti ed attive nel mondo. Ecco la lista completa delle ONG di Soros che manipolano le elezioni in tutti gli Stati membri dell’UE, con obiettivi, referenti e finanziamenti dei piani.
ONG Italiane finanziate da Soros:

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Centro Studi ed Iniziative Europeo (CESIE)
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Centro Studi ed Iniziative Europeo (CESIE)
Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti (COSPE)
melmioArcigay e Associazione 21 luglio

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Arcigay – Associazione 21 luglio
Associazione Upre Roma – Fondazione Romani Italia
zr2wjy
Transparency International

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Transparency International – United fot Intercultural Action
Stichting Onderzoek Multinationale Ondememingen (SOMO)

q8rouw
Young European Federalists (JEF)
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Media Diversity Institute – Migrant Policy Group

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Media Diversity Institute – Migration Policy Group
Zerohedge riporta che “2576 documenti sono stati resi pubblici da DCLeaks, un sito che sostiene di essere stato “lanciato da hacktivisti statunitensi che rispettano e apprezzano la libertà di espressione, i diritti umani e il governo del popolo“. I documenti provengono da diversi dipartimenti delle organizzazioni di Soros. L’Open Society Foundations di Soros sembra essere il gruppo col maggior numero di documenti resi pubblici, che provengono da sezioni presenti in quasi tutte le regioni geografiche del mondo, dagli Stati Uniti ad Europa, Eurasia, Asia, Latina, America, Africa, dalla Banca Mondiale all”Ufficio del Presidente”, così come da entità sconosciute come il SOUK. Come nota il Daily Caller, vi sono documenti risalenti almeno al 2008-2016. I documenti provengono da studi di ricerca come “Crisi europea: sviluppi chiave delle ultime 48 ore” che studia l’impatto della crisi dei profughi, o da documenti dal titolo “Il dibattito sull’Ucraina in Germania“, agli aggiornamenti sui finanziamenti di specifiche borse di studio. Una e-mail diffusa da Wikileaks mostra che Soros consigliava Hillary Clinton, durante il mandato da segretaria di Stato, su come gestire i disordini in Albania, consigli che ha seguito.

Boao Forum for Asia 2013
QIONGHAI, CHINA – APRIL 08: (CHINA OUT) Founder of Soros Fund Management LLC George Soros attends the Boao Forum for Asia on April 8, 2013 in Qionghai, Hainan Province of China. State and government leaders from Asia and other regions have been invited to attend three-days of economic meetings for the annual Boao Forum for Asia in Boao, a coastal town in south China’s Hainan Province. (Photo by ChinaFotoPress/Getty Images)

700.-LA BANCA D’ITALIA NON E’ PUBBLICA: PER CHI NON L’AVESSE ANCORA CAPITO

da Mondo sporco.web

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La parola d’ordine dei politici e’ confondere le idee agli italiani. La banca d’Italia non e’ piu’ pubblica dagli anni 80′. In conseguenza a delle grosse speculazioni dell’alta finanza mondiale e con la collaborazione dei politici italiani.

Vi ricordate che alla Banca d’italia venne attribuito anche il nome di “bankitalia” ? … E il gioco fu fatto …

La banca d’Italia e’ una Spa Privata . Lo scriveva anche “famiglia cristiana” nell’articolo n.1 del 04gennaio 2004 a pag 22 l’elenco dei soci di Bankitalia. L’articolo e’ passato inosservato, nascosto dai media e da tutta la classe politica.
GLI ITALIANI SONO STATI INGANNATI !

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NEL 1981 COMINCIARONO I GUAI PER GLI ITALIANI

DIVORZIO TRA TESORO E BANKITALIA

Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende furono svendute, persino la Banca d’Italia fu messa messa in vendita.

La svendita venne chiamata “privatizzazione”

Quindi “tangentopoli” fu soprattutto una tattica di “distrazione di massa” organizzata ad arte …

L’inizio della vendita dell’Italia e’ avvenuta nel mese di luglio del 1981 quando e’ stato organizzato appositamente il divorzio tra la Banca d’Italia e il ministero del tesoro. da qui che cominciano i veri guai, perche’ la Banca d’Italia’ perse tutta la sua autonomia, ciò comportò un grandissimo aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico, non avendo piu’ la banca il controllo sul mercato e dei prezzi per sottoporre le aste.

La Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e nelle enormi rendite di posizione. Quindi Bankitalia perse la sovranita’
andando a finire nella “bocca del lupo” delle banche private .

ll Governo ha stabilito di trasformare la banca che una volta era degli italiani in una “public company”, dove di pubblico non ci sarà ovviamente nulla: ogni operatore del mercato finanziario globale potrà acquistare le quote di Bankitalia fino a detenere un massimo del 5% delle azioni. Questo significa, ad esempio, che le varie banche d’affari americane Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley e City Groups potranno spartirsi insieme ad altri operatori (magari Cinesi, Tedeschi ecc…) la Banca Centrale Italiana.

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Tutto questo grazie all’operazione fatta da Beniamino Andreatta che era il ministro del tesoro e , all’epoca governatore della banca d’Italia, il quale diceva che ci doveva essere massima indipendenza tra il sistema politico e quello della banca, ponendosi quindi decisamente a favore del divorzio tra Stato e Banca centrale italiana .
Dopo qualche anno a Carlo Azeglio Ciampi gli fu data anche la promozione a capo dello stato … onore al merito …

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IL DEBITO PUBBLICO È STATO CREATO CON UN ABUSO INCOSTITUZIONALE E LE TASSE CHE PAGHI A CAUSA DI ESSO QUINDI INCOSTITUZIONALI.
• Banca d’Italia e’ un S.p.A. , quindi è illegalmente di proprietà privata.

• I suoi azionisti (detti “partecipanti”) sono le altre banche private eassicurazioni private. Il debito pubblico dello Stato, quindi dei cittadini,nasce a loro beneficio.
• Gli istituti di emissione monetaria, come la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea, realizzano enormi profitti, vendendo il denaro, che producono a costo zero, in cambio di titoli di stato – profitti pari, grosso modo, al debito pubblico – ma questi profitti non appaiono nei loro bilanci, quindi non vengono rimessi agli Stati né pagano tasse, perché, nel bilancio, li si “copre” appostando come debito la massa monetaria, la quale però assolutamente non costituisce debito per quelle banche né per altri.
• La Banca d’Italia dovrebbe, per statuto, vigilare sulla correttezza delle altre banche; ma essa stessa è di proprietà di banche private, le quali nominano il suo governatore e i suoi direttori; quindi questi dovrebbero sorvegliare chi li nomina – cosa del tutto improbabile.
• Le tasse vanno in gran parte a pagare il debito pubblico e gli interessi su di esso; quindi finiscono in tasca ai proprietari privati della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea, e non per spese di interesse collettivo.
• Per arricchirli, il debito pubblico viene continuamente fatto crescere- e ciò non solo in Italia e non solo di recente.
• L’organizzazione a monte di questo sistema di potere bancario è internazionale: in quasi tutti gli altri Paesi, infatti, la situazione è simile a quella italiana.
• Tale sistema, di cui i mass media si guardano bene di parlare (come pure i sindacalisti, i parlamentari, i ministri, i presidenti) ha prodotto nel tempo, e ancor oggi sempre più produce, un enorme e sistematico trasferimento di beni e di ricchezze dalle tasche dei cittadini a quelle dei banchieri, ma anche un trasferimento del potere politico dalle istituzioni democratiche alle mani dei banchieri sovranazionali.
• Il vero potere politico ed economico, a livello mondiale e nazionale, sta in questi meccanismi, ignoti a tutti o quasi; essendo sconosciuti, essi sono ancor più efficaci.
• Il Trattato di Maastricht, l’Euro, la Banca Centrale Europea, sono strumenti di completamento di questo trasferimento.
• La corrente mancanza di denaro, la crisi economica, i fallimenti e le privatizzazioni sono pilotati da finanzieri internazionali attraverso governi a sovranità limitata, e vanno a loro vantaggio.
• La soluzione efficace è ben nota ed è stata ripetutamente proposta: restituire al popolo, quindi allo Stato, la funzione sovrana dell’emissione del denaro, in modo che non si debba più indebitare.
• Il risultato sarebbe: tasse quasi eliminate, denaro a costo zero per lo stato e la Pubblica Amministrazione, economia fiorente; potere politico democratico anziché in mano alle banche.
• Ovviamente, gli unici danneggiati da questa riforma sarebbero i banchieri.
Guardate questo video di Di Battista del M5S
e rendeteviconto se la Banca d’Italia
e’ pubblica oppure no …

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IMPORTANTE:
Pochi sanno che la magistratura ha condannato la Banca d’Italia a risarcire i cittadini che hanno fatto ricorso in Tribunale, contro il Signoraggio, un privilegio autoproclamato; la Banca d’Italia ha dovuto pagare…..
Questa notizia, che resta segreta, non la fanno conoscere alla popolazione….

Qualcuno si ricordera’ di questo scandaloso decreto forzato passato in parlamento nel gennaio 2014 ?
Decreto Bankitalia, la prova provata che
contano più le banche che gli italiani-

Per portare il valore a 7,5 miliardi di € ,hanno usato le riserve che sono di proprietà degli italiani.

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Regalo della Banca d’Italia ai banchieri
LA PIÙ GRANDE PORCATA DELLA PARTITOCRAZIA ITALIANA ED EUROPEA, VOGLIONO REGALARE IL PATRIMONIO DI CENTINAIA DI MILIARDI DELLA BANCA D’ITALIA AI BANCHIERI PRIVATI ITALIANI E STRANIERI .

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Il prof. Auriti denuncia Bankitalia S.p.a

Pubblicato il 18 dic 2015
LA DENUNCIA DEL PROF. GIACINTO AURITI l’8 MARZO DEL 93

Denuncia del professor Auriti, docente universitario di diritto, della truffa dell’emissione monetaria ai danni del popolo. Si tratta di una registrazione (con rock in sottofondo) di un’intervista concessa da Auriti a Radio Radicale nel 2000, che non ha avuto nessun seguito nei mass media nonostante la gravità delle dichiarazioini rilasciate dal professore.

“Guardi, io ho presentato un disegno di legge al Senato, alla dodicesima, e ripetuta, alla tredicesima legislatura, per la proprietà popolare della moneta.

Questo disegno di legge è fatto di cinquanta parole. Sono due articoli.

Primo articolo, venti parole: “All’atto dell’emissione, la moneta nasce di proprietà dei Cittadini italiani, e va accreditata dalla banca Centrale allo Stato”. La parola più importante è la parola “accreditata”, che sostituisce la parola “addebitata”.

Oggi, quando nasce un bambino, appena è nato, ci sono quaranta milioni di debito. Perché? Perché è una truffa all’origine.

Io ho denunciato per truffa, falso in bilancio, associazione a delinquere, usura e istigazione al suicidio, Ciampi e Fazio.

E allora sono stato invitato a fare una conferenza all'”Hotel delle quattro stagioni” a Rieti, ed è venuto il direttore della banca d’Italia locale… è venuto al microfono.

Dico i testimoni, presenti: il senatore Natali di Ascoli, e il senatore Belloni di Rieti. Duecento persone in sala.

Viene al microfono il direttore della banca d’Italia e dice: “Professor Auriti, le devo fare un rimprovero, perché lei ha insinuato che noi della banca d’Italia siamo dei delinquenti”.

Gli ho detto: “Guardi che è assolutamente falso. Io non ho insinuato. Io ho affermato che voi siete dei delinquenti. E se lei si ritiene offeso, lei mi deve denunciare per calunnia. Perché se lei non lo fa, vuol dire che quello che ho detto è vero.

Qua la lotta è mortale.

O devo andare in galera io per calunnia, o deve andare lei in galera per truffa. Se no, è inutile che parliamo dello Stato di diritto”.

Prendiamo atto che ci troviamo in un regime di usura. Il Governatore della banca Centrale batte moneta con un costo del denaro del duecento per cento. Perché ci presta il dovuto, quindi distrugge il cento per cento di un credito, e carica l’altrettanto cento per cento di debito. Questo non è solamente usura. È truffa. E io gliel’ho dimostrato.

E quando sono stato chiamato dal procuratore della repubblica di Roma Ettore Torri, mi ha chiamato e mi ha detto: “Professor Auriti, lei ha dimostrato l’elemento materiale del reato. Manca il dolo perché… è stato sempre così”.

E allora ho detto: “Scusi – e ho detto “Eccellenza” – prima di tutto faccio notare che la continuazione del reato è un aggravante, non è un esimente… e lei mi dice: È stato sempre così. Poi, secondo punto: io ammetto la buona fede, per carità! Però dobbiamo chiarire: fino a quando non ti ho fatto la denuncia! Dopo che ti ho fatto la denuncia, come la mettiamo?”

Qua il reato seguita. Ed io ho fatto la denuncia l’8 marzo del ’93, insieme a un pugno di miei studenti. Siamo andati alla Procura della Repubblica e abbiamo firmato. Perché io penso che la migliore lezione che possa dare un professore ai suoi studenti è l’esempio. E quando uno da’ questi esempi, esercita la sua dignità. E la dignità gratuita non esiste. Quando io ho fatto la causa contro la banca d’Italia per avere l’accertamento di chi è la proprietà della moneta, mi hanno dato torto, e mi hanno condannato a dieci milioni di spesa, che è stata trattenuta su iniziativa della banca d’Italia – le spese di causa – sul mio stipendio.

Io presi il foglio con cui mi notificavano il pignoramento dello stipendio, e l’ho messo nella bacheca dell’Università, perché ho detto agli studenti: “Ecco, io pago, perché voglio la proprietà popolare della moneta”. È chiaro? La dignità gratuita non esiste. Io mi sento fuori di questo tempo.

Ecco perché ho bisogno di cominciare a lanciare dei messaggi che finalmente possono costituire un’alternativa per le nuove generazioni.

Oramai le nuove generazioni… se noi seguitiamo così, non avranno altra scelta che quella tra il suicidio e la disperazione. Questa avverrà se noi non sostituiremo alla moneta debito, la moneta proprietà. Ecco perché noi abbiamo fatto la scuola di Aquila, che si contrappone a Maastricht. Maastricht è moneta debito. Noi siamo moneta proprietà. È una nuova scuola che è nata”

PROBLEMA

Tutti i politici eletti alla guida della Nazione hanno sempre indebitato lo Stato chiedendo denaro in prestito ad una ristretta cerchia di banchieri privati;

Questi banchieri internazionali creano il denaro dal nulla e senza nessuna contropartita,semplicemente stampandolo;

Gran parte delle tasse versate dal cittadino servono a pagare gli interessi su quel debito inestinguibile, eterno, costituito da carta straccia.
DOMANDA:

Perché lo Stato non si stampa da solo i soldi?
Perché conia le monete metalliche ma non stampa le banconote?
Perché emette Obbligazioni invece che stampare moneta esente da interesse?
Perché, dal 10 AGO 1893, l’elenco dei soci di Bankitalia S.p.A. è stato reso disponibile solo il 20 SET 2005 ?
Perché il Senato della Repubblica nei suoi verbali riporta «omissis» quando arriva ad elencare tali partecipanti?

La Banca ha il monopolio della creazione ed emissione della moneta. Essa crea 100, presta 100 e pretende una restituzione di 100 + 5 di interesse:
Lo Stato dove prende quel +5 [che non esiste]?
(sandro pascucci)
IL MONDO HA UN PROBLEMA

La Società ha in realtà, un unico grosso problema, e se lo è creato con le proprie mani!

E’ un problema puramente economico, riguarda infatti l’emissione del Denaro.

Tale emissione è decisa, controllata e gestita da Entità Private e non da Governi democraticamente eletti. Dopo centinaia di anni di contraffazioni e illegalità e machiavellismi, queste Entità Private sono ora giunte a controllare intere Nazioni, non più sovrane ma schiave di un meccanismo economico/finanziario conosciuto come «signoraggio» (con l’aggiunta della forse ancor più grave «riserva frazionaria»).

Molto spesso, troppo spesso, gli uomini politici di ogni Nazione chiamati a tutelare e difendere il Popolo che li ha democraticamente eletti, sono corrotti e collaborano con questi malvagi «creatori di moneta». Le leggi stesse in materia vengono create a vantaggio dei Banchieri Internazionali. Altre leggi che potrebbero aiutare il Popolo a riscattarsi da questa schiavitù, sono cambiate, alterate o semplicemente ignorate.

IL SISTEMA BANCARIO ATTUALE È BASATO SU UNA TRUFFA IGNOBILE E DISUMANA.

QUESTA TRUFFA È IL «SIGNORAGGIO» E LA «RISERVA FRAZIONARIA» DELLE BANCHE CENTRALI.

I sistemi di informazione sono alterati e/o controllati dal Potere Economico dei Banchieri Internazionali Privati e nessun giornale o televisione o radio parlerà mai del «signoraggio» e/o della «riserva frazionaria». Ci sono stati Presidenti di Stato e uomini di grandezza mondiale che sono caduti sotto i colpi della mano spietata e potente delle Entità Sovranazionali.

Lincoln e Kennedy, ad esempio. Morti per aver creato denaro, a nome e in nome del Popolo, e non in servitù di Banche Centrale «agghindate di denominazioni nazionali». Diffondere informazioni su questo argomento-tabù e contribuire a smascherare questi strangolatori delle libertà individuali e collettive è un dovere di TUTTI noi, di OGNUNO di noi. Cerca in Internet parole chiavi come «signoraggio», «riserva frazionaria», «debito pubblico».

Leggi informazioni alternative e contestatrici al Sistema. Supporta la causa diffondendo questo volantino e facendo TAM-TAM delle vere-informazioni che arrivi a cogliere tramite la Rete, informazioni depurate dall’ideologia politica, asservita al Potere dei Banchieri Internazionali.
Mondo Sporco

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Secondo quanto riportato nello Statuto (articolo 1), Banca d’Italia è un “ente di diritto pubblico”, che opera in “piena autonomia e indipendenza”, in quanto, al pari di tutte le altre banche centrali del sistema europeo (SEBC, 1998), “non può sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici o privati”. Quindi pur gestendo una materia di diritto pubblico, la moneta a corso legale che tutti noi siamo obbligati ad utilizzare, la Banca d’Italia ne fa un uso privatistico ed esclusivo, perché non è obbligata o sottoposta a rendere conto del suo operato a nessuno, men che meno al Governo democratico della nazione: il suo obiettivo, in linea con quello della BCE, è il mantenimento della stabilità dei prezzi e della bassa inflazione (soglia del 2%). Tutto il resto poco interessa alla Banca d’Italia, fermo restando il ruolo di controllo e vigilanza del sistema bancario nazionale. L’unico collegamento che rimane ancora aperto con il governo italiano riguarda la nomina del Governatore, che viene disposta con decreto dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio, in seguito ad un esplicito suggerimento del Consiglio Superiore della stessa banca. Quindi, in forza dell’autonomia e indipendenza, conseguenza diretta dell’adesione ai Trattati Europei, nonostante lo Statuto le attribuisca il monopolio di uno strumento di diritto pubblico (la moneta), la Banca d’Italia è un istituto fondamentalmente privato, che a parte la tutela dei risparmi (e delle rendite) tramite il controllo dell’inflazione, ha altri scopi rispetto alle sorti e al benessere generale del paese, non avendo più fra l’altro alcuno spazio di manovra per agire attivamente e direttamente nella vita politica ed economica della nazione.
E non abbiamo parlato ancora della questione della proprietà della Banca d’Italia, perché già questo elemento di autonomia ed indipendenza unito al divieto europeo di finanziamento diretto dei governi, ne fa un istituto appunto privato, slegato e distante dal resto delle altre istituzioni pubbliche (Governo, Parlamento, Magistratura, Pubblica Amministrazione etc). Tuttavia è chiaro che la posizione attuale della Banca d’Italia deriva da un lungo processo di trasformazione che ne ha stravolto nel tempo le funzioni e le finalità. E per capire meglio come siamo arrivati a questa evidente degenerazione istituzionaledobbiamo quindi vedere brevemente quali sono stati i passaggi principali della metamorfosi storica e culturale. La Banca d’Italia viene istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia (già Banca Nazionale degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione dellaBanca Romana e inizialmente il suo ruolo prevedeva l’emissione della moneta e il servizio di tesoreria per conto dello Stato. Nel 1926 la Banca d’Italia ottiene la concessione esclusiva sull’emissione della moneta, estromettendo il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia.
La legge bancaria del 1936, oltre a regolare il sistema bancario nel suo complesso, assegna a Banca d’Italia il compito di vigilare sulle banche italiane e le affida definitivamente la funzione di emissione della moneta, eliminando la precedente concessione temporanea. Una prima parte della legge (tuttora in vigore) definisce la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico”: gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. Alla Banca Centrale fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così il suo ruolo di Banca delle banche (nonché prestatore di ultima istanza). Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993, con l’approvazione del Testo Unico Bancario, TUB) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l’intero assetto del sistema creditizio nel segno della netta divisione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, confermando la funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria. Le Banche di Credito Ordinario possono operare solo su scadenze fino a 18 mesi, mentre gli Istituti di Credito Speciale operano su scadenze superiori ai 18 mesi, instaurando di fatto quellaseparazione fra banche commerciali e d’investimento oggi tanto invocata. L’azione di vigilanza della Banca d’Italia fu concentrata nell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito (organo statale di nuova creazione, oggi confluito nel CICR, Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), presieduto dal Governatore e operante anche con mezzi e personale della Banca d’Italia, ma diretto da un Comitato di ministri presieduto dal capo del Governo: il legame fra attività della Banca Centrale e Governo era quindi più che mai saldo e indissolubile.
Questa struttura di massima rimase operativa fino agli anni 80, quando fu ridisegnato l’intero sistema in un’ottica di maggiore commistione fra settore bancario e industriale (venne eliminato il divieto di finanziare direttamente il sistema produttivo mediante l’acquisizione di partecipazioni), privatizzazione degli istituti di diritto pubblico a forte partecipazione statale (San Paolo, Monte Paschi di Siena, BNL, Banco di Napoli, Banco di Sicilia) e delle banche di interesse nazionale controllate dall’IRI e quindi indirettamente dallo Stato (COMIT, CREDIT, Banco di Roma, Casse di Risparmio, Banche Popolari, Casse di Credito Cooperativo), maggiore apertura ai mercati finanziari internazionali e deregolamentazione(furono rimosse alcune norme che limitavano gli investimenti esteri diretti e di portafoglio), fusione in grandi gruppi bancari senza specializzazione specifica fra l’attività di credito e investimento. E in seguito a queste riforme di stampo chiaramente neoliberista attuate in quegli stessi anni un po’ dappertutto, il sistema bancario non solo italiano iniziò a traballare, fino al sisma internazionale che ci troviamo ad affrontare oggi. Prima degli anni 80 infatti, il periodo del dopoguerra era stato caratterizzato daun’elevata stabilità finanziaria internazionale, dovuta appunto alla forte regolamentazione esistente nel settore bancario e ai vincoli rigidi di cambio imposti dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, che in un certo senso limitavano l’azione della Banca Centrale e la sua attività di supporto diretto sia alle banche private che ai governi nazionali. Lo scenario mutò radicalmente a partire dal 1971, quando la fine degli Accordi di Bretton Woods impose ai singoli Stati di rivedere il ruolo, i compiti, le finalità e gli ambiti di competenza delle rispettive Banche Centrali, che con diverse sfumature e gradazioni raggiunsero tutte unaposizione di maggiore autonomia e indipendenza rispetto ai governi nelle scelte di politica monetaria.

Se come ci ricorda lo stesso ex presidente e governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, a partire dal 1976 il sostegno diretto della Banca d’Italia al governo tramite lafunzione di acquirente residuale dei titoli di stato era diventato una prassi consolidata e giustificata più da ragioni storiche e congiunturali che da reali vincoli di legge, la situazione era destinata rapidamente a cambiare dopo l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979, che limitava di nuovo il raggio d’azione della Banca d’Italia in virtù del vincolo di cambio imposto a livello continentale. La prima conseguenza dello SME fu il famigerato “divorzio fra Banca d’Italia e Ministero di Tesoro” del 1981, tramite il quale con un semplice scambio epistolare privato il ministro Beniamino Andreatta (foto sopra) e il governatore Ciampi decretavano la fine dell’intervento della Banca Centrale nelle aste pubbliche di collocamento dei titoli di stato come acquirente residuale. E sappiamo purtroppo cosa ciò comportò in termini di aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico: non potendo più calmierare le aste, la Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e di avvantaggiarsi delle enormi rendite di posizione. Nel 1991 Andreatta pubblicò un articolo sul Sole24ore per ricordare le ragioni tecniche e strategiche di quella scelta e fare un bilancio degli effetti economici e politici del divorzio. In questa sede riprendo solo due passaggi dell’articolo, lasciando ai lettori il compito di valutare tutto il resto della “excusatio non petita, accusatio manifesta” del defunto ex ministro (quando si dice che la morte ci rende uguali ed è l’unico elemento a concedere davvero giustizia sulla terra: abbiate fiducia, prima o dopo anche “loro” se ne vanno!).

“I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”. Il termine intendeva sottolineare una discontinuita’, un mutamento appunto di regime della politica economica; un’analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, e veniva ricordata come l’agreement tra Tesoro e Fed”. Analisi completamente sbagliata perché l’accostamento agli Stati Uniti è del tutto fuori luogo: se è vero che l’Accordo americano del 1951 diede maggiore libertà alla Federal Reserve di condurre una politica monetaria autonoma e indipendente, ciò non decretò affatto il mancato sostegno e coordinamento diretto fra Banca Centrale e Governo, anzi. In pratica la Fed era più libera di fissare il tasso di interesse attraverso principalmente i suoi interventi di mercato aperto, lasciando però sempre attivo il servizio di tesoreria con possibilità di scoperto per conto del Governo e di acquisto dei titoli di stato o sul mercato secondario o tramite il canale diretto con il Governo: la Fed non partecipa alle aste primarie di collocamento riservate alle banche private perché non ne ha tecnicamente bisogno e può sempre, in qualsiasi momento, monetizzare il deficit pubblico con il successivo scambio di titoli di stato, il cui tasso di interesse viene quindi fissato congiuntamente a monte dal Governo e dalla Banca Centrale stessa. Una situazione dunque diametralmente opposta al totale scollegamento fra le due istituzioni a cui, grazie a Ciampi ed Andreatta, è stata ridotta l’Italia dopo il divorzio del 1981. Separazione consensuale che è bene ribadirlo è stata causata e venne poi drammaticamente acuita dalle successive disposizioni, rese necessarie dall’adesione allo SME nel 1979, ai Trattati di Maastricht del 1992 e infine all’eurozona nel 1999.
Con la legge n.82 del 7 febbraio 1992 si stabiliva infatti che “le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento” e non più dal Ministro del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Questa legge, voluta fortemente dal Ministro del Tesoro Guido Carli (guarda caso, anche lui, come Ciampi, Dini, Draghi, Padoa Schioppa, Saccomanni, esponente di spicco della Banca d’Italia, essendone stato governatore dal 1960 al 1975), stabilisce in via definitiva che a decidere in piena autonomia sul tasso di sconto del denaro sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia, estromettendo di fatto lo Stato dal processo decisionale e vietando per legge un eventuale coordinamento fra i due enti. Un anno dopo, in esecuzione degli accordi europei di Maastricht che impediscono alle Banche Centrali il finanziamento diretto degli Stati (articolo 123 del TFUE,Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), il Parlamento approva la legge 483/93 che disciplina il servizio di tesoreria e proibisce alla Banca d’Italia di concedere anticipazioni al Tesoro.
Il Governo mantiene ancora oggi presso l’istituto di emissione un apposito conto corrente per il servizio di Tesoreria, la cui dotazione iniziale ammontava a 30.000 miliardi di lire. Su tale conto sono accreditate tutte le entrate incassate dalla Banca d’Italia per lo svolgimento del servizio di tesoreria e da esso sono detratte le spese a carico dall’Istituto. Qualora il saldo mensile del conto risulti negativo, il Tesoro ha l’obbligo di ricostituire entro 3 mesi il fondo. Se il saldo mensile risulta inferiore del 50% dell’ammontare del deposito, il Tesoro è tenuto, in aggiunta, a presentare una relazione giustificativa al Parlamento. Oltre a ciò, in base all’art. 6 della stessa legge, se il conto presenta saldi a debito del Tesoro, la Banca d’Italia non effettua più pagamenti per il servizio di tesoreria e applica alle sofferenze del Tesoro il tasso ufficiale di sconto. Ricordiamo invece che fino a novembre del 1993 il conto di tesoreria del governo prevedeva la possibilità di scoperti ed era uno dei tradizionali canali di creazione di nuova base monetaria: Banca d’Italia, infatti, era obbligata ad anticipare al Tesoro, tramite appunto gli scoperti sul predetto conto, fino al 14% delle spese correnti e in conto capitale previste in bilancio. Dopo il 1993 la Banca Centrale diventa quindi a tutti gli effetti un ente passivo e non attivo nei confronti dello Stato per quanto riguarda la gestione della politica economica e monetaria: non può fare nulla per venire incontro alle esigenze del Governo e quest’ultimo non ha alcuna possibilità di influenzare le scelte della banca.
“Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’adesione allo Sme (di cui era un’inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione. Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Grazie Andreatta, ci ricorderemo di te e porteremo fiori sulla tua tomba per avere fatto decollare il nostro debito pubblico a vantaggio esclusivo dei mercati finanziari e delle banche private, il cui giudizio adesso si è sostituito a quello dei normali processi democratici elettivi previsti dalla nostra Costituzione. Il fatto poi di sapere perfettamente quali conseguenze disastrose avrebbe causato il divorzio non attenua di certo la colpa del misfatto, perché se veramente si voleva moralizzare i comportamenti dei politici italiani (tutti ancora da dimostrare dato che il debito pubblico nel 1981 ammontava ad un risibile 55% del PIL) si poteva procedere per altra via senza distruggere la stabilità dei conti pubblici e a catenadestrutturare il delicato equilibrio dell’intera economia italiana, compresi i risparmi delle famiglie e gli investimenti produttivi delle imprese. Costringere qualcuno a fare determinate scelte puntando una pistola in testa non è certo il miglior modo per convincerlo della giustezza di quelle scelte: se poi queste ultime vengono fatte per avvantaggiare palesemente una certa categoria di renditieri a danno dei lavoratori e delle piccole e medie aziende, l’opera di convincimento diventa ancora più ardua e insensata.

Ovviamente il pretesto della riduzione dell’inflazione tirato in ballo dall’ex ministro era ancora una volta sbagliato: non essendoci alcun collegamento fra quantità di moneta circolante ed inflazione (almeno nelle condizioni di elevata disoccupazione e basso sfruttamento della capacità produttiva in cui si trovava all’epoca l’economia italiana), era chiaro che quest’ultima fosse scesa per ben altri motivi. In primo luogo lanormalizzazione del prezzo del petrolio in seguito alla fine dello shock petrolifero iniziato negli anni 70. In secondo luogo le politiche deflazionistiche di abbattimento dei salari dei lavoratori che con il governo Craxi del 1984 prima e quello Amato del 1992 poi portarono alla definitiva abrogazione della Scala Mobile. In terzo luogo il taglio della spesa pubblica, sia nella parte corrente che in conto capitale, che si rendeva necessario per far posto alla maggiore spesa per interessi e continuare a rimanere entro la soglia del 3% di deficit pubblico imposto dagli accordi europei. Infine, la maggiore difficoltà per le aziende a reperire nuovi fondi per gli investimenti a causa del crescente onere per interessi da corrispondere a finanziatori e banche. Un calo così drastico e repentino dei fattori che influenzano la domanda aggregata, unito ad una riduzione dei costi di produzione legati alle materie prime e al petrolio, non poteva che condurre ad un prolungato periodo di stagnazione e recessione economica, con conseguente discesa dei prezzi e dell’inflazione. Non ci voleva mica un genio per capire che se chiudo contemporaneamente tutti i rubinetti che alimentano l’economia di un paese, quest’ultima affronterà un lungo ed inevitabile calvario di contrazione deflattiva. Con buona pace invece di chi crede ancora che una maggiore offerta di moneta da parte della Banca Centrale crei automaticamente maggiore inflazione, senza mai chiedersi come e quando questa nuova moneta transita dai nebulosi circuiti bancari e finanziari a quelli reali, nei nostri portafogli insomma. Come dice bene qualcuno, oggi come oggi servirebbe davvero un elicottero che lancia le banconote direttamente dal cielo!

Ma veniamo adesso all’intricata faccenda della proprietà di Banca d’Italia. La legge bancaria del 1936, confermata nel vecchio articolo 3 dello Statuto della Banca Centrale parlava abbastanza chiaro: “Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna (4). Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:

a) Casse di risparmio;
b) Istituti di credito di diritto pubblico e Banche di interesse nazionale;

c) Società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazionidi cui all’ art. 1 del decreto legislativo 20.11.1990, n. 356;

d) Istituti di previdenza;

e) Istituti di assicurazione.

Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente.

In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.”

Banca d’Italia era e doveva rimanere una Banca Centrale pubblica. Tuttavia il processo di rapida privatizzazione del settore bancario italiano, sancito dalla legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992 e culminato nell’approvazione del Testo Unico Bancario (TUB) del 1993 promosso dal governatore Ciampi, crea una contraddizione evidente fra ciò che era riportato nello Statuto della Banca d’Italia e la realtà dei fatti, anche se esisteva ancora in quegli anni il più stretto mistero e riserbo istituzionale sui nomi dei reali proprietari dell’istituto: se nessuno ce lo chiede, si pensava, noi non siamo obbligati a rispondere. A fare la domanda fatidica ci pensa però un articolo di “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, prendendo spunto da una ricerca scientifica del Centro Ricerche e Studi di Mediobanca, spiega agli italiani la clamorosa scoperta: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia”. Come si può vedere dalla tabella sotto che da tempo non subisce sostanziali variazioni (chi è questo pazzo intenzionato ad uscire dalla proprietà di Banca d’Italia in cambio di poche miglia di euro!), il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni private. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Assetto proprietario confermato dalla stessa Banca d’Italia, che messa alle strette il 20 settembre 2005 ha reso pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale”.

Da questo momento in poi inizia una turbolenta fase di imbarazzo istituzionale, con i governi che in varie forme e tentativi hanno cercato di porre rimedio al pasticcio giuridico: come il sillogismo aristotelico insegna se la Banca d’Italia è di proprietà delle banche, le banche sono oggi private, segue che la Banca d’Italia è un istituto privato al contrario di ciò che viene riportato nel suo stesso Statuto. E così, per fare pace con il cervello, durante il governo Berlusconi viene promulgata la legge n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Ad onor del vero il primo governo a sollevare la questione era stato quello D’Alema con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata in Parlamento ma mai approvata (immaginate perché?), la quale tentava di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e favorire il passaggio del capitale azionario privato allo Stato (come è logico che sia): “Il presente disegno di legge attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi”.

Tre anni in Italia passano veloci che è un piacere e banchieri e politici (categorie ormai intercambiabili e indistinguibili) cominciano ad entrare in fibrillazione: bisognava impedire con tutti i mezzi il passaggio allo Stato di Banca d’Italia, per mantenere inalterato quel regime di commistione e opacità che esiste a tutti i livelli nel sistema bancario nazionale. A tagliare la testa al toro ci pensa allora nel 2006 il governo Prodi, con Padoa Schioppa ministro dell’economia, l’avvallo del presidente Napolitano, e la supervisione per nulla disinteressata del governatore Draghi (un quartetto da paura! Tutto il peggio della nomenklatura italiana dal dopoguerra ad oggi!), che con il pretesto di riscrivere lo Statuto della Banca d’Italia per adeguarlo ai principi e alle regole contenuti nella nuova legge sulla tutela del risparmio e sulla disciplina dei mercati finanziari (legge n. 262 del 2005), va proprio a ribaltare di fatto la sostanza e il significato dell’articolo 3, per giustificare la presenza degli azionisti privati e sancire l’uscita definitiva dello Stato dall’istituto di emissione. Il nuovo articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia che esce fuori in seguito all’approvazione della legge n. 291 del 12 dicembre 2006, così recita:
“Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro ed è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge.

Il trasferimento delle quote avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e della equilibrata distribuzione delle quote”.

Questione chiusa: la Banca d’Italia non solo è privatistica nelle funzioni, ma anche privata nella personalità giuridica. Punto e a capo. Come sempre accade in Italia, invece di mettere a posto le cose si cambiano e si stravolgono le leggi per lasciare le cose come stanno. A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni per evitare confusione e fraintendimenti vari: il fatto che i proprietari di Banca d’Italia siano privati, non significa che i proventi da signoraggio e da altre attività ricavati dall’istituto vengano distribuiti alle banche, anche perché si tratta di cifre irrisorie, rispetto al potere formale e sostanziale enorme che ha (o avrebbe) una Banca Centrale al servizio dello Stato di indirizzare la politica economica e monetaria di un intero paese. Come ci ricorda la Cassazione, con la sentenza 16751 a sezioni riunite del 21 luglio 2006:

“la Banca d’Italia non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375. La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori). Gli azionisti di Banca d’Italia sono le banche (oggi private) che discendono dagli istituti di credito (all’epoca pubblici) che nel corso del tempo sono entrati nel suo capitale. La Banca d’Italia è stata una società per azioni fino al 1936. In quell’anno venne convertita in Istituto di diritto pubblico dall’articolo 3 della legge bancaria del 1936 (ovvero il sopra citato regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 marzo 1938, n. 141, e successive modificazioni e integrazioni). Diciamo che esiste una proprietà formale in capo ad azionisti oggi privati, ma la Banca opera nell’ambito del diritto pubblico. Ciò implica, ad esempio, che lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d’Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano.

Il capitale sociale della Banca ammonta a soli 156.000 euro, versati nel 1936. Secondo l’articolo 3 dello statuto il capitale sociale “è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge“. Le quote di partecipazione sono costituite da certificati nominativi (art.4). Ai soci sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale e, su approvazione del Consiglio Superiore, un ulteriore 4% del valore nominale del capitale (art.39), cui si aggiunge “una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve” quali risultano dal bilancio dell’anno precedente prelevata dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, sempre su approvazione del Consiglio superiore (art.40). Gli utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato. (art 39)”

Quindi rimarranno delusi tutti quelli che ancora credono che sia il signoraggio la parte più ingente e clamorosa della truffa, perché come vedete le cose non stanno esattamente così: pensare che una Banca Centrale guadagni dallo scarto fra valore nominale di una banconota e valore intrinseco di produzione è riduttivo (anche perché le banconote insieme alle monete metalliche costituiscono soltanto il 3% della moneta circolante), se confrontato con l’enorme potenzialità che avrebbe una Banca Centrale sottoposta alle direttive del Governo per finanziare la spesa pubblica, favorire piani di piena occupazione, rilanciare l’economia stagnante di un intero paese, tutelare l’ambiente e il patrimonio artistico, fornire sussidi e detassazioni alle aziende nazionali, garantire i diritti costituzionali a tutti i cittadini e chi più ne ha più ne metta. La vera truffa, l’inganno, il crimine è avere tolto ai Governi la possibilità di utilizzare le “proprie” Banca Centrali nell’interesse del bene nazionale e non il signoraggio che risulta soltanto la punta dell’iceberg di un contorto sistema di contabilità. Trascurando la quota irrilevante di moneta cartacea, se vogliamo analizzare meglio cosa fa una Banca Centrale ci accorgeremo che è vero che crea riserve elettroniche dal nulla, ma per comprare titoli finanziari che una volta venduti renderanno alla Banca le riserve elettroniche inizialmente create: bit del computer in cambio di bit del computer, non case, alberghi, ristoranti, aziende, forza lavoro etc. Il guadagno effettivo della Banca Centrale risulta dalla differenza fra l’interesse attivo che incassa sui titoli acquistati e l’interesse passivo che l’istituto di emissione deve corrispondere alle banche che riversano quelle stesse riserve presso i suoi conti di deposito. E come abbiamo visto buona parte di questo profitto torna nelle casse dello Stato sotto forma di dividendi, tasse e tributi. Tutto qui, non c’è altro. Non ci sono complotti mondiali sotto questa spiegazione.

La vera disdicevole questione legata alla proprietà privata della Banca d’Italia riguarda invece il colossale conflitto di interesse che esiste fra l’ente controllore e i controllati: se i controllati sono i proprietari del controllore, come può quest’ultimo garantire un’attività di vigilanza imparziale, trasparente, equa, efficace? E’ questo infatti il vero nodo da sciogliere intorno alla vergognosa faccenda della proprietà privata di Banca d’Italia e basta guardare cosa accade in paesi più civili e normali per capire che prima o dopo urgerà una soluzione politica del problema istituzionale ancora irrisolto. La banca centrale inglese, Bank of England, è interamente pubblica e ultimamente, infischiandosene della sua stessa autonomia e indipendenza, ha dato addirittura suggerimenti all’austero ed impacciato governo Cameron per uscire dalla crisi: vuoi ridurre il debito pubblico, bene, non tartassare i cittadini, ma cancelliamo insieme i titoli di stato che la Bank of England si ritrova a bilancio. Soluzione naturale e logica, ma ovviamente il governo oligarchico-liberista inglese non ha accettato perché preferisce che i costi della crisi vengano addossati soltanto sui cittadini e si amplifichino le disuguaglianze sociali. La banca centrale tedesca Bundesbank è un istituto dello Stato al pari del Parlamento e del Governo. I profitti della Bundesbank sono disciplinati per legge e ritornano nel bilancio statale fino alla somma di 2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. La banca centrale francese, la Banque de France, è anch’essa pubblica ed è stata nazionalizzata nel lontano 1936, quando in effetti era ancora di proprietà privata. Il controllo e l’influenza del Governo sulla Banque de France sono rimasti intatti fino al 1993, quando in conseguenza dell’adesione ai trattati europei lo Stato ha dovuto per forza di cose dichiarare l’assoluta indipendenza e autonomia della Banca Centrale dal potere politico. I profitti della Banque de France vanno per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca.

Quindi risulta concettualmente sbagliato dire che la BCE, il cui capitale è suddiviso in quote fra le varie Banche Centrali europee, sia una un ente privato, perché sarebbe più giusto affermare che si tratta di unistituto ibrido semi-pubblico o semi-privato, dato che alcuni suoi membri azionisti sono interamente privati, altri completamente pubblici e altri ancora metà pubblici e metà privati. Ma ripetiamo che non è la natura giuridica pubblica e privata la maggiore accusa da rivolgere all’istituto di Francoforte, ma il modo in cui esercita la sua funzione di ente monopolista di emissione della moneta: la BCE, alla stessa maniera delle Banche Centrali nazionali partecipanti, fa un uso privato di uno strumento di diritto pubblico come la moneta, in conseguenza della sua rivendicata autonomia e indipendenza e dell’esplicito divieto di intrattenere qualunque forma di rapporto politico o finanziario con i governi dei rispettivi Stati membri. Paradossalmente una banca centrale interamente privata come la Federal Reserve americana fa un uso più pubblico della disciplina monetaria rispetto alla BCE, dato che mantiene stretti legami di collaborazione e cooperazione con il Governo e il Congresso può in qualunque cambiare le direttive di politica monetaria della Fed tramite decreto. Un esempio invece di Banca Centrale interamente pubblica che fa un uso pubblico del suo potere monetario è la Bank of Canada. Ma noi siamo italiani, europei, mica canadesi! Purtroppo.

Tolta di mezzo la questione della proprietà, ci sarebbe un’ultima osservazione da fare riguardo alla BCE. Come si può vedere dalla tabella riportata sotto che mostra le quote di partecipazione delle Banche Centrali nazionali europee al capitale della BCE, un’altra enorme anomalia è rappresentata dalla presenza di Banche Centrali di paesi, come l’Inghilterra o la Svezia, che non fanno parte dell’area euro. Queste Banche Centrali effettivamente non ricevono pro-quota i proventi di gestione della BCE, ma tramite il Consiglio Direttivo influiscono sulle scelte di politica monetaria riguardanti una moneta che loro stessi non utilizzano e non hanno alcuna intenzione di adottare nemmeno in futuro. Siamo al paradosso più assoluto, come se la Banca d’Italia potesse indirizzare le decisioni della Federal Reserve, della Bank of England o della Bank of Japan. Una delle tante assurdità implicite ma mai espressamente denunciante della follia eurista: una volta accettato di aderire all’euro, il pacchetto di scemenze logiche e degenerazioni mentali bisogna purtroppo prenderselo completo.
Questa lunga trattazione spero serva a far capire fondamentalmente una cosa agli attivisti del Movimento 5 Stelle, così come a tutti gli altri italiani che lentamente si stanno cominciando a svegliare dal torpore: da ora in poi la gente non si deve tanto indignare perché la Banca d’Italia o la BCE sono enti privati, ma perché fanno un uso privato di uno strumento di diritto pubblico, di una cosa nostra insomma, dato che la moneta esiste e circola in virtù di una nostra tacita accettazione e del corso legale che ci viene imposto per legge dal nostro Governo democratico. Invece di rivendicare la proprietà pubblica di Banca d’Italia, che oggi come oggi non cambierebbe nulla incastrati come siamo nella follia eurista (Francia e Germania hanno banche centrali pubbliche ma sono spacciati e ingabbiati come noi), le persone dovrebbero iniziare a battere i pugni affinché si ristabilisca quel rapporto di collegamento e cooperazione fra il nostro Governo e la Banca Centrale, così come accade in tutti i paesi civili, democratici e normali del mondo, anche e soprattutto a costo di uscire dall’area euro. Tuttavia, siccome i grandi cambiamenti epocali avvengono sempre per gradi, i deputati del Movimento 5 Stelle avanzino pure una proposta di legge in Parlamento per nazionalizzare la Banca d’Italia, in modo da portarci avanti con il lavoro e trovarci pronti quando saremo di nuovo in grado di rifondare uno Stato di Diritto Democratico e Civile in Italia. Non so con certezza quando questo avverrà, ma vi posso assicurare che non manca molto al momento della resa dei conti. I tempi sono ormai maturi o quasi.

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Violazioni costituzionali nell’esercizio della politica monetaria
di Solange Manfredi
Premessa. La sentenza 16751/2006 delle sezioni unite.
Con sentenza 2978/05 la Banca D’Italia veniva condannata a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito da signoraggio. In tale sentenza il giudice di pace di Lecce sottolineava come la Banca d’Italia nel periodo 1996-2003 si fosse appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro, e di come tale somma corrispondesse alla media di 87 euro per ogni cittadino residente in Italia al 31.12.2003
La Banca d’Italia, avverso detta sentenza, ricorreva in Cassazione.
Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione accoglievano il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell’istituto di emissione esula dall’ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
Per comprendere tali sentenze, ed il problema da esse sollevato, si devono preliminarmente esaminare tre questioni:
cosa si intenda per signoraggio;
la natura giuridica e il funzionamento della Banca d’Italia;
la natura e le funzioni della BCE;
Questione 1: Il signoraggio
L’espressione risale ai secoli scorsi quando la circolazione era costituita soprattutto da monete in metalli preziosi (oro e argento). Ogni cittadino poteva chiedere al suo sovrano di coniargli monete con i lingotti d’oro e argento che portava alla zecca. Il sovrano, ponendo la sua effigie sulla moneta, ne garantiva il valore (dato dalla quantità e dalla purezza del metallo in essa contenuto). In cambio di questa garanzia tratteneva per sé una certa quantità di metallo: l’esercizio di questo potere sovrano venne chiamata signoraggio.
Il signoraggio, dunque, indicava (e in parte indica tutt’ora) il guadagno dello Stato nell’emettere la valuta.
Se in un primo tempo il valore della moneta era dato dalla quantità e dalla purezza in essa contenuto, con l’avvento della carta moneta il valore del biglietto veniva garantito dalla riserva aurea dello Stato, ovvero i biglietti erano convertibili in oro.
Il 22 Luglio 1944, gli stati del mondo, a Bretton Woods costituirono il Fondo Monetario Internazionale e decisero un nuovo sistema monetario: tutte le monete erano convertibili in dollari, ma solo il dollaro era convertibile in oro. In altre parole, si era creata una sorta diriserva aurea indiretta.
Tutti gli Stati del mondo costituirono, quindi, riserve in dollari per garantire la loro moneta.
Quali furono le conseguenze?
Per garantire l’equilibrio del sistema, e la richiesta di dollari avanzata dai paesi che dovevano garantire la loro moneta, gli Stati Uniti stamparono più dollari di quelli necessari alla sua, precedente, circolazione interna.
Nel 1970 l’OPEC, cioè il cartello dei produttori di petrolio, non solo aumentò il prezzo del greggio, ma pretese che questo fosse pagato in oro e non più in dollari.
Gli stati che avevano riserve in dollari, cercarono di cambiarli in oro, oro che si sarebbe dovuto trovare nei forzieri di Fort Knox in USA. Purtroppo, solo in quel momento, si scopri che l’oro non era sufficiente e non copriva il valore dei dollari circolanti in tutto il mondo.
Le riserve auree nel mondo (valutate al 1975) non superavano le 200.000 tonnellate, mentre per coprire tutte le monete circolanti ne sarebbero occorse 75.000.000. Il che vuol dire che ogni moneta aveva una copertura del suo valore pari allo 0,3 % in oro.
Il 15 agosto 1971, Nixon annunciava a Camp David, con decisione unilaterale, di sospendere la convertibilità del dollaro in oro.
Da allora i paesi continuano a stampare moneta cartacea priva di qualsiasi garanzia.
In altre parole: la riserva aurea non esisteva più, e quindi la moneta diventava un valore unicamente virtuale, e non ancorato all’oro, come era avvenuto per secoli.
Questione due: La Banca d’Italia. Natura giuridica e funzionamento.
In Italia, dal 1936 grazie alla Legge bancaria (R.D.L. 375 del 12.03.1936 convertito nella Legge 441 del 07.03.1938) e al successivo “Statuto” approvato con R.D. 1067 del 11.06.36, la Banca D’Italia, trasformata in istituto di diritto pubblico, esercita in regime di monopolio la funzione di emissione della carta moneta (con esclusione delle monete metalliche la cui competenza esclusiva è riservata al Tesoro dello Stato).
Sin qui parrebbe che il potere sovrano di emettere moneta, essendo stato delegato ad un istituto di diritto pubblico, continui ad appartenere allo Stato e che sempre allo Stato vada il c.d. reddito da signoraggio. Ma non è così.
Per vedere come questo non corrisponda al vero è nenessario andare ad analizzare lo statuto della Banca D’Italia, il suo funzionamento e le sue “anomalie”:
I° Anomalia
I principali compiti, e funzioni, che la legge del 1936 affida alla Banca d’Italia sono:
Istituto di emissione. (Anche se, come vedremo dopo, dal 1° gennaio 2002, con il Trattato di Mastricht, l’emissione delle banconote in euro aventi corso legale in Europa è compito della Banca centrale europea);
Gestione della tesoreria provinciale dello Stato;
Funzione di vigilanza sul sistema creditizio
L’organizzazione interna ricalca sostanzialmente quella che è propria di una società per azioni. Così vi troviamo:
un capitale sociale, suddiviso in quote detenute di partecipanti;
un consiglio di amministrazione;
un collegio sindacale;
gli Organi Amministrativi e di Controllo, come avviene nelle società per azioni, sono nominati dall’assemblea Generale dei “partecipanti”: in particolare il Consiglio Superiore, che poi provvede a nominare tra i propri componenti il Comitato, il Governatore, il direttore Generale e i due vice Direttori Generali1;
I portatori delle quote si riuniscono annualmente in assemblea generale ordinaria.
Inoltre i partecipanti, come gli azionisti di una società per azioni, hanno diritto;
al rendiconto annuale della gestione sulla base del bilancio (da sottoporsi all’approvazione dell’assemblea);
alla partecipazione all’utile della gestione;
ai frutti derivanti dall’investimento delle riserve del patrimonio netto.
Questa analisi non ci porta ancora a privare la Banca D’Italia della qualifica di ente pubblico. Infatti, come ribadito anche dalla Cassazione, un ente si definisce pubblico quando, pur essendo privatizzato, ha un fine pubblico e un sistema di controlli pubblici. Ma la Banca d’Italia risponde a tali requisiti?
Sul fine pubblico nulla questio, trattandosi di un istituto di emissione; il problema sono i controlli da parte dello Stato che nella sostanza non esistono. Questo perché gli organi amministrativi e di controllo della Banca d’Italia sono nominati dall’Assemblea Generale dei partecipanti (che sono al 95% dei privati). Il Governo può solo approvare la nomina, o la revoca, di alcune cariche, ma l’approvazione da parte del Governo non influisce minimamente sulla validità della nomina. In soldoni è come se non esistesse.
In conclusione, la Banca d’Italia è un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato.
II° Anomalia
La Banca D’Italia abbiamo detto è per il 95% in mano a privati. Essi sono:
Gruppo Intesa (27,2%),
BNL (2,83%)
Gruppo San Paolo (17,23%)
Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
Gruppo Capitalia (11,15%)
Gruppo La Fondiaria (2%)
Gruppo Unicredito (10,97%)
Gruppo Premafin (2%)
Assicurazioni Generali (6,33%)
Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
INPS (5%)
RAS (1,33%)
Banca Carige (3,96%)
privati (5,65%)
Dall’analisi dei soci ci rendiamo conto che solo il 5% del capitale è dell’INPS, ovvero di una società pubblica2. Dunque la banca D’Italia è per il 95% in mano a banche private. Ma qui risulta evidente la seconda forte anomalia. Infatti abbiamo detto che con la legge bancaria del 1936 a Banca D’Italia è stato demandato il compito di vigilanza sulle altre banche. Ora, le banche sono proprietarie della Banca che dovrebbe su di loro vigilare ed, attraverso i consigli di amministrazione, nominano Governatori e Direttori; ciò vuol dire, in altre parole, che i controllati controllano i controllori, e non vicerversa.
III° Anomalia
Riguarda gli art. 543 e 564 del Titolo IV (BILANCI, UTILI, SPESE E PERDITE, RISERVE) Vediamo perché:
In base all’art. 54 la quota di utili da assegnare allo Stato corrisponde circa al 50% dell’Utile di Esercizio del Bilancio Annuale, dedotto il 40% accantonato a riserve e il 10 % del capitale sociale attribuiti ai partecipanti.
L’art. 56, inoltre, prevede che una quota, a valere sul fruttato delle riserve medesime, sia distribuita ai partecipanti al capitale sociale (come annualmente deliberato dall’assemblea).
Analizziamo nei fatti le conseguenze di queste norme. Come sottolinea la CTU redatta dal perito nella sentenza n. 2978/05 del giudice di pace di Lecce, nella causa sul signoraggio, l’accantonamento dei frutti delle riserve (e l’assegnazione di parte di essi ai partecipanti) determina una incremento (e una decurtazione) delle riserve stesse quale partita negativa del conto economico e, pertanto, il risultato di esercizio è rappresentato in bilancio al netto di tale posta.
Gli accantonamenti a riserve generano patrimonio e frutti ad esclusivo vantaggio dei partecipanti al capitale sociale dell’Istituto e, per converso, rappresentano un reddito sottratto alla competenza dello Stato.
Inoltre, la quota di riserve attribuita annualmente ai partecipanti (quota stabilita in assoluta autonomia dal Consiglio di Amministrazione della Banca d’Italia), ai sensi dell’art. 56 dello Statuto, è sovente sensibilmente superiore alla quota di utile assegnata allo Stato (ad esempio nel 2003 al netto degli accantonamenti a riserve, sia stato corrisposto un dividendo per ogni quota di partecipazione unitaria pari a circa il 300% del valore della stessa. Dividenti andati tutti a privati (le banche) e che formano il debito pubblico).
Insomma è evidente come la Banca D’Italia assolva ai fini che dovrebbero essere di natura pubblica in piena autonomia e indipendenza, ritraendone utili e frutti che divide tra i “partecipanti” privati.
Quindi, ricapitoliamo:
la Banca D’Italia è una società privata, detenuta per il 95% da privati;
gli Organi Amministrativi e di Controllo della Banca d’Italia, come avviene nelle società per azioni, sono nominati dall’assemblea Generale dei “partecipanti” (cui il 95% sono privati): in particolare il Consiglio Superiore, che poi provvede a nominare tra i propri componenti il Comitato, il Governatore, il direttore Generale e i due vice Direttori Generali;
con la legge 82 del 07.02.1992 varata dal ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), è stata attribuita alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro. Ovvero autonomamente un gruppo di banche private decide per lo Stato italiano il costo del denaro.
Annualmente, il Consiglio di Amministrazione, autonomamente eletto (dai soci privati), stabilisce quote di riserva variabili che, spesso, producono una quota di utili superiore alla quota di utili che viene data allo Stato
tali utili (risultato degli interessi sul prestito) la Banca d’Italia li distribuisce tra i suoi soci che sono al 95% privati;
gli utili distribuiti alle banche private costituiscono un debito contratto dallo Stato e vanno ad incrementare il debito pubblico.
Stante la situazione appena descritta appare chiaro che la sovranità monetaria è esercitata da una società a capitale privato con scopo di lucro che decide in piena autonomia il costo del denaro5.
Da questi elementi può affermarsi che lo Stato, da tempo, ha ceduto la propria sovranità monetaria in favore di un ente privato (non certo pubblico), ovvero la Banca d’Italia.
Questione tre: La BCE. Natura e funzioni.
C’è da domandarsi se qualcosa è cambiato con l’ingresso dell’Italia in Europa.
Ad un analisi approfondita, però, si scopre che non è cambiato quasi nulla. Le anomalie sono addirittura maggiori. Vediamole.
I° Anomalia
Il 7 febbraio 1992 Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Banca d’Italia) firmano il Trattato di Maastricht6.
Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE) sono stati istituiti dal Trattato di Maastricht.
Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
La BCE, proprietà delle banche centrali, le quali ne sono azioniste, è un soggetto privato con sede a Francoforte.
Inoltre, ex art. 107 del Trattato di Mastricht, la BCE è esplicitamentesottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea. Tale previsione fa si che la BCE sia una sorta di soggetto sovranazionale ed extraterritoriale.
II° Anomalia
Le banche centrali nazionali sono le sole sottoscrittrici delle quote del suo capitale.
Vediamo allora chi sono i soci della BCE
I SOCI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE)
Banca Nazionale del Belgio (2,83%)
Banca centrale del Lussemburgo (0,17%)
Banca Nazionale della Danimarca (1,72%)
Banca d’Olanda (4,43%)
Banca Nazionale della Germania (23,40%)
Banca nazionale d’Austria (2,30%)
Banca della Grecia (2,16%)
Banca del Portogallo (2,01%)
Banca della Spagna (8,78%)
Banca di Finlandia (1,43%)
Banca della Francia (16,52%)
Banca Centrale di Svezia (2,66%)
Banca Centrale d’Irlanda (1,03%)
Banca d’Inghilterra (15,98%)
Banca d’Italia (14,57%)
Come si può notare dallo schema vi sono
, tra i sottoscrittori della BCE, tre stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei paesi dell’euro.
Anche in questo caso, dalle anomalie ora sottolineate si evince come, nella sostanza, l’Italia abbia ceduto la sua sovranità monetaria ad un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale sottratto ad ogni controllo.
Tale situazione anomala è stata oggetto, da parte di diversi cittadini, di azioni civili e penali contro la Banca d’Italia. Alcune cause sono ancora in corso, altre si sono già concluse. In un caso, un giudice di pace di Lecce, ha dato ragione ad un cittadino, che aveva denunciato questo stato di cose, condannando la Banca d’Italia a restituirgli il c.d. “ reddito da signoraggio” (sentenza n. 2978/05 emessa a Lecce). La sentenza afferma che la Banca d’Italia (che ricordiamo è al 95% in mano a privati) si è appropriata indebitamente di una somma enorme, pari a 5 miliardi di euro solo tra gli anni 1996-2003 sotto la voce “reddito da signoraggio”.
La Banca d’Italia, avverso tale sentenza, ha fatto ricorso in Cassazione. Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione hanno accolto il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell’istituto di emissione esula dall’ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
In sostanza la Corte di Cassazione ha detto che il problema della politica monetaria non è sindacabile dal giudice, e quindi, quand’anche da tale politica il cittadino riceva un danno, non ha tutela giurisdizionale.
A questo punto allora dobbiamo porci queste domande.
1) E’ possibile che non esista un interesse protetto del cittadino a che gli atti compiuti dallo Stato assumano o non assumano un determinato contenuto?
2) E se lo Stato, nell’esplicare le proprie funzioni sovrane, viola un diritto dei cittadini arrecando un danno alla popolazione, è possibile che il cittadino non possa far nulla, neanche adire gli organi giudiziari?
Per rispondere alla domanda dobbiamo analizzare il problema alla luce dei principi posti dalla Costituzione.
La Costituzione Italiana. Principi fondamentali
Art. 1.
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
Cosa significa esattamente? Cosa si intende per “la sovranità appartiene al popolo” e come viene, questa, esercitata costituzionalmente dal popolo?
I mezzi con cui può essere esercitato tale potere sono diversi.
Uno di questi è sicuramente l’elezione dei membri del Parlamento.
Lo Stato è il rappresentante del popolo e tale rappresentanza è regolamentata dalla Costituzione. La Costituzione introduce una vera e propria rappresentanza diretta del popolo da parte dello Stato, nel senso che lo Stato-soggetto agisce non soltanto per conto del popolo, ma anche nel suo nome (Vezio Crisafulli). La sovranità popolare implica che tutte le funzioni delegate allo Stato, tramite lo strumento costituzionale dell’elezione, devono essere esercitate solo ed esclusivamente nell’interesse del popolo. Infatti, la rappresentatività, per acquistare significato, deve essere connessa all’interesse generale [Cfr. T. MARTINES, Diritto costituzionale, X ed., Milano, 2000, p. 219].
Lo Stato, in qualità di rappresentante, gestisce tale sovranità compiendo “una serie di operazioni per la realizzazione di uno scopo altrui (…)”[S. PUGLIATTI, Il rapporto di gestione sottostante alla rappresentanza (1929), ora in Studi sulla rappresentanza, Milano, 1965, p. 166].
Ricordato questo, la domanda da porci è: cosa succede se lo Stato esercita le sue funzioni delegate non nell’interesse della generalità, ma per interessi contingenti di una parte? Esistono limiti a questa rappresentatività? E se si, da chi sono garantiti?
I limiti giuridici di tale rappresentatività sono previsti dalla Costituzione e gli organi di garanzia a ciò preposti, sempre dalla Costituzione, sono innanzitutto il Presidente della Repubblica e in ultima istanza la Corte Costituzionale. E’ a questi organi che il cittadino può, e deve, rivolgersi nel caso in cui i limiti costituzionali di rappresentatività vengano illecitamente esercitati da parte dello Stato.
Se così stanno le cose, la domanda ora da porci è: nel caso di Banca d’Italia e BCE, è stata illecitamente, ovvero incostituzionalmente, esercitata la funzione sovrana di politica monetaria? La risposta è senz’altro positiva.
I diritti fondamentali violati sono due: l’art. 1 e l’art. 11 della Costituzione.
Per quanto riguarda l’art. 1 la violazione consiste nel fatto che lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, l’ha ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca D’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale). In tale ultimo caso, poi, lo Stato ha violato anche l’art. 11 della Costituzione che recita:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
L’art. 11 della costituzione consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale solo in favore di altri Stati. Ma la BCE non è uno Stato, né organo di altri Stati.
Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato (nonché agli altissimi utili derivanti dal reddito da signoraggio) senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna. C’è insomma una palese disparità di trattamento, per giunta a favore di uno stato sovrano estraneo all’area dell’Euro e che, proprio per avere una moneta diversa, potenzialmente può avere un conflitto di interessi con la politica monetaria europea.
Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria.
In conclusione: se i principi costituzionali da noi citati sono stati intesi correttamente, e se la Costituzione ha ancora un valore, si deve concludere che la cessione dell’esercizio della sovranità monetaria alla Banca d’Italia, alla BCE o a qualsiasi soggetto diverso dallo Stato, viola l’art. 1 della Costituzione e non si giustifica con l’art. 11 della Costituzione. Tutto ciò porta alla logica conseguenza che tutte le leggi, decreti, atti o quant’altro in tal senso sono incostituzionali e per questo inefficaci ex tunc.
Si ritiene, pertanto che, nel caso in esame, e per le violazioni appena citate, avrebbe dovuto essere investita anche la Corte Costituzionale oltre alla Corte di Cassazione.
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1 Il Governo, come stabilisce la legge, può solo approvare la nomina, o la revoca, di alcune cariche, ma l’approvazione da parte del Governo non influisce minimamente sulla validità della nomina, al massimo può influire sull’efficacia.
2 Preme rilevare a questo punto che sino a pochi mesi fa l’art. 3 dello Statuto proibiva la cessione a privati di quote azionarie della BdI e prescriveva che fosse, per la maggioranza, in mano pubblica. Ora, grazie anche alle varie cause promosse da diversi cittadini contro Banca D’Italia con modalità prettamente italiana si è modificato l’articolo 3 dello Statuto cancellato quella fastidiosa frase che imponeva che la maggioranza fosse in mano pubblica
3 ART. 54
Ogni anno devono essere fatti il bilancio e l’inventario dell’attivo e del passivo dell’Istituto. Deve essere pure fatto il conto dimostrativo dei profitti, delle spese e delle perdite dell’esercizio annuale. I profitti sono quelli conseguiti durante l’anno tanto dalle operazioni ordinarie quanto da quelle straordinarie e dai ricuperi sulle sofferenze ammortizzate. Le spese comprendono quelle di ordinaria amministrazione, quelle per rifornimento della riserva metallica, quelle per l’emissione dei biglietti al portatore e simili, le tasse e gli altri oneri prescritti dalle leggi, e le somme eventualmente erogate a scopo di beneficenza o per contributi a opere di interesse pubblico nei limiti annualmente fissati dal Consiglio superiore.
Alle dette spese devono aggiungersi, per accertare l’ammontare degli utili netti disponibili, anche le sofferenze dell’esercizio, gli occorrenti ammortamenti ed oneri consimili nonché le rate di ammortizzazione delle spese che il Consiglio superiore giudicasse ripartibili in più esercizi.
Gli utili netti, conseguiti secondo il bilancio approvato, dopo di avere da essi prelevata la somma che il Consiglio superiore crederà di stabilire per la graduale costituzione di un fondo di riserva ordinaria fino a concorrenza del 20% degli utili netti, sono assegnati ai partecipanti, per la distribuzione di un dividendo fino ad una somma pari al 6% del capitale. Col residuo, sempre su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi e può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale. La restante somma è devoluta allo Stato, in applicazione dell’art. 3 del Decreto ministeriale 31 dicembre 1936 emanato in esecuzione del R. decreto-legge 5 settembre 1935, n. 1647. La riserva ordinaria, se diminuitaper ammortizzazione di perdite o per qualsiasi altra ragione, deve, salvo il disposto del successivo art. 56, essere al più presto interamente reintegrata.
4 ART. 56
Dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, può essere, su proposta del Consiglio superiore e con l’approvazione dell’assemblea ordinaria, prelevata e distribuita ai partecipanti, pro quota delle singole partecipazioni, in aggiunta a quanto previsto dall’art. 54, una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve medesime, quali risultavano dal bilancio approvato nell’assemblea ordinaria dell’anno precedente.
5 Infatti con la legge 82 del 07.02.1992 varata dal ministro del Tesoro Guido Carli (già Governatore della Banca d’Italia), è stata attribuita alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro.
6 Con questo trattato vengono introdotti i cosiddetti Tre pilastri dell’Unione Europea:

la “Comunità Europea” che riunisce tutti i trattati precedenti (CECA- Comunità europea del carbone e dell’acciaio, Euratom – Comunità Europea dell’Energia Atomica e CEE – Comunità Economica Europea)
la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la politica estera di sicurezza e difesa (PESD)
la Cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (GAI)

699.-Riusciranno i militari italiani a portare un ospedale in Libia?

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La riconquista di Sirte riporta all’ordine del giorno l’intervento degli eserciti in Libia. Ancora una volta, siamo di fronte sia alla almeno duplice leadership della Libia, divisa fra il Governo di Unità Nazionale di Fayez Mustafa Al Sarray a Tripoli e il generale Khalifa Heftar (il generale che muove le sue linee politico-militari dall’Est libico) del governo di Tobruck sia alla doppiezza della politica di Parigi e alla volontà diWashington di far comprendere a Mosca (se mai ce ne fosse bisogno, ma Mosca non pensa a Tripoli) che gli USA, in Mediterraneo, ci sono e ci restano. L’Italia, defraudata da Total delle concessioni ENI in Libia, è impegnata militarmente sottovoce, ma con uomini di punta ed è presente in altri, troppi scacchieri, senza, peraltro e per cambiare, trarne i giusti ritorni in campo internazionale. Particolarmente rilevante è al momento l’impegno nella Sanità sia in Afghanistan, a Herat, dove coordiniamo l’ospedale da campo Livello 2 di Camp Arena anche per gli Usa e sia in Libia, i cui feriti gravi vengono trasportati e curati all’Ospedale militare del Celio a Roma. E qui casca l’asino. La Difesa, abbandonata da anni l’idea della clinica militare ultra eccellente, ha voluto anche chiudere le sale operatorie di tutti gli ospedali militari meno quella del Celio (cui sono debitore) e, ora, con i pochi chirurghi operativi fa miracoli, appunto, in Afghanistan e a Roma. Dal punto di vista delle attrezzature rischierabili, siamo, ancora per poco, ai moduli pneumatici autoportanti, ma proprio l’Italia vanta un eccellenza veneta, che progetta, costruisce e installa sale operatorie e reparti specialistici chiavi in mano, ad elevato standard tecnologico, facilmente trasportabili, gestibili in teatro operativo e attrezzabili al livello delle più moderne sale operatorie, in breve tempo e sia in mare che a terra. Il problema sono gli organici ridotti della sanità militare, con poche eccellenze e tanti “medici da visita medica”. Sento parlare di soluzioni e speriamo che almeno l’ospedale di Sirte sia italiano e che lo sia anche in seguito. Questo è stato ed è lo spirito dell’Italia: dare il supporto logistico all’alleato USA e accompagnare il popolo libico nella ricostruzione materiale, sociale e politica, piuttosto che guidare una spedizione militare. Per un quadro della situazione fuori area, vi propongo l’analisi di Stefano Vespa per Formiche.it. “Quanti militari italiani andranno in Libia?”.

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“Tra impieghi di forze speciali con la “copertura” dei servizi segreti e l’annunciata riapertura dell’ambasciata di Tripoli, il futuro della Libia sarà certamente al centro delle decisioni del governo subito dopo le ferie estive. Nel frattempo, si fanno ipotesi un po’ generiche come quelle di fonti governative, riportate da qualche quotidiano, in base alle quali si ricomincia a parlare di ben 5 mila uomini (cifra irrealistica sotto vari profili, operativi e politici) citati da ultimo dall’ambasciatore americano, John Phillips, in un’intervista al Corriere della Sera del 3 marzo scorso sulla scia di quanto sostenuto in precedenza dal governo italiano. Se il nuovo presidente statunitense sarà Hillary Clinton, è possibile che certe scelte saranno più o meno in linea con quelle di Barack Obama; se vincerà Donald Trump le conseguenze saranno imprevedibili.

Nel frattempo la semplice ipotesi di impegnare anche solo centinaia di uomini, piuttosto che migliaia, apre scenari complessi perché occorre pescare tra determinate professionalità, perché la coperta delle Forze armate è cortissima (al netto dei complimenti fatti da Matteo Renzi al Comando operativo interforze l’11 agosto) e perché oggi sono già oltre 13 mila le unità impegnate in operazioni militari. Qual è la soluzione prospettata da quelle fonti governative? Recuperare uomini dalle altre missioni. Come? Non è chiaro. I dati ufficiali, aggiornati costantemente sul sito del ministero della Difesa, dicono che oggi l’Italia è impegnata in 26 missioni dislocate in 18 nazioni: sono 7.050 i militari assegnati in Italia all’operazione Strade sicure, che comprende l’attività antiterrorismo, e circa 6.000 all’estero dai quali andrebbero presi quelli destinati teoricamente alla Libia. A prima vista le unità recuperabili sono pochissime perché le missioni più importanti hanno un compito delicato anche per motivi geopolitici e forse non sarebbe sufficiente neanche raschiare il fondo del barile o annullare minuscole missioni nel continente africano. Vediamo nel dettaglio.

Afghanistan. La missione Resolute support impegna 950 italiani (900 a Herat e 50 a Kabul) e ha compiti addestrativi e di assistenza per le forze afghane. Il contingente è stato sensibilmente aumentato dopo la decisione del governo di restare per tutto il 2016 su richiesta di Obama ed è scontato che non ce ne andremo neanche l’anno prossimo. E’ vero che non tutti sono costantemente impegnati da addestratori, che pure hanno bisogno di una cornice di sicurezza, e infatti prima delle recenti decisioni politiche il numero era ridotto; ma il filo diretto Italia-Usa, l’ottima immagine che ha l’Italia in quell’area e la necessità di dimostrare una volontà di lottare contro i terroristi non consentirebbero di cambiare. Come lo spiegheremmo agli americani, agli afghani e anche agli italiani?

Unifil. Se ne parla troppo poco pur essendo una delle missioni più delicate come forza di interposizione tra Israele e Libano, cioè Hezbollah. E’ comandata da italiani dal gennaio 2012, abbiamo 1.100 uomini su circa 10 mila e forse potremmo recuperarne qualcuno. Pochi, però, perché la nazione leader non può ridurre troppo il proprio apporto.

Iraq. Qui non si recupera niente, anzi l’Italia sta aumentando l’impegno. Nella missione Prima Parthica, la coalizione internazionale contro l’Isis, abbiamo 950 unità tra addestratori di peshmerga curdi e poliziotti iracheni e personale dell’Aeronautica per i quattro Amx che svolgono solo ricognizione. Si aggiungono i 130 assegnati a Erbil con il compito di “personnel recovery”, cioè recupero di militari rimasti isolati in zona nemica, dotati di quattro elicotteri NH90 per recupero ed evacuazione e quattro elicotteri d’attacco AW129 Mangusta. Questi ultimi, in caso di emergenza, potrebbero intervenire nei pressi della diga di Mosul dove presto arriveranno a 500 i militari italiani di scorta agli operai della ditta Trevi che deve ristrutturarla. Totale: poco meno di 1.600 militari.

Kosovo. Sono circa 550 gli italiani nella missione Kfor, che continuerà a essere comandata da un generale italiano. Una missione nata 17 anni fa, alla fine della guerra contro Slobodan Milosevic, e che durerà decenni perché i Balcani sono da sempre una polveriera. In più, sono diventati zone di transito di foreign fighters. Anche in Kosovo, dunque, è quasi impossibile recuperare uomini.

Mediterraneo. A quei 6 mila uomini e donne nel mondo vanno sottratti gli oltre 1.500 marinai impegnati in Mare sicuro ed Eunavfor Med: la Marina può dare un importante sostegno contro scafisti e terroristi se il governo libico autorizzerà l’ingresso nelle acque nazionali, ma è cosa diversa dall’ipotizzato ruolo italiano sul terreno.

Africa. L’Italia ha circa 390 unità in diverse missioni, la più importante delle quali è quella antipirateria Atalanta: 190 uomini in mare oltre a 90 di supporto logistico a Gibuti. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nello scorso novembre durante un viaggio in Africa sottolineò proprio il ruolo italiano nell’antipirateria visitando alcuni reparti. Ora li tagliamo? Restano poi meno di 30 unità in Mali (tra Onu e Ue) e 110 in Somalia in una missione europea di addestramento: ridurle o annullarle sarebbero scelte politiche da spiegare in ambito internazionale. Come corollario, va ricordato che in Mali la Francia è impegnata da tempo in una vera guerra al terrorismo.

Restano pochissime centinaia di unità, tra cui per esempio 80 della Marina nel Sinai per una trentennale missione di pace tra Egitto e Israele e per le quali vale il discorso dei marinai impegnati nel Mediterraneo. Inoltre, spesso si dimentica che garantire quelle presenze in ogni teatro comporta un periodico ricambio di mezzi e truppe per ovvie necessità di manutenzione e di riposo. Va poi detto che diverse piccolissime presenze hanno avuto un significato anche per accattivarsi certi governi in vista del voto per il seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Visto com’è andata, è stato uno sforzo inutile.

Riassumendo, dunque, il ripetuto ruolo di leadership che l’Italia conta di avere in Libia e che gli Stati Uniti sarebbero disposti a riconoscere si scontra contro problemi oggettivi. La prima decisione dovrà essere quella del limite di rischio da accettare prima di mandare truppe sul terreno, possibilmente con chiarissime regole d’ingaggio; la seconda decisione riguarderà il numero e la qualità tecnico-operativa di quelle truppe; la terza e ultima decisione sarà propriamente politica: abbandonare certe aree a favore della Libia è certamente possibile, purché si calcolino bene le conseguenze su entrambi i fronti.”

Guardando al disastro dei popoli libico, somalo ed eritreo, non posso non pensare, prima, a quanto diverse erano le loro condizioni sotto bandiera italiana, poi e al bieco cinismo con cui quei governi hanno voluto l’assassinio di Muammar Gheddafi.