2139.- LO SCONTRO CON LA UE HA PORTATO IL GOVERNO ITALIANO IN UN VICOLO CIECO. ECCO PERCHE’; MA SOPRATTUTTO: COME SE NE ESCE?

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Anche il più sfegatato fan di questo esecutivo ha, oggi, la sensazione che il governo si sia cacciato in un vicolo cieco e che sarà molto difficile uscirne senza danni, per l’attuale maggioranza o per il Paese.

Ormai si è capito, infatti, che la Commissione Europea – su mandato di Germania, Francia e degli altri paesi “amici” che vogliono l’Italia sotto scacco – non mollerà mai perché vuole far pagare al governo Lega-M5S le sue posizioni anti UE, per dare una lezione a tutti i “sovranisti” (colpirne uno per educarne cento), anche in vista delle prossime elezioni europee.

La Commissione europea ha in mano la corda (fornitale da chi, nei decenni scorsi, ha ceduto gran parte della nostra sovranità a Bruxelles), mentre il governo italiano ha il nodo scorsoio al collo (per la pesantissima eredità dei governi passati).

Dunque: o il governo cederà ai diktat della UE – e così farà una figura barbina e subirà una sconfitta grave che ne minerà la stabilità – o terrà duro, ma facendo subire al Paese la procedura d’infrazione e la guerra dei mercati contro di noi.

In entrambi i casi l’attuale maggioranza sarà in pericolo. Il tentativo penoso che il governo sta facendo in queste ore è quello di ammorbidire i toni, di mostrarsi dialogante e cedere solo un pochino(uno 0,2 del famoso 2,4 per cento di deficit per il 2019), in modo da poter dire di aver pareggiato la partita e aver comunque portato a casa l’obiettivo.

Ma è un’illusione, perché alla Commissione europea non importa un fico secco quella promessa dello 0,2 per cento in meno nel deficit. Ciò che vogliono è la capitolazione e l’umiliazione politica del governo italiano. Come accadde con Tsipras in Grecia. E tutto fa pensare che otterranno una resa sostanziale.

SOTTOMISSIONE

Certo, è una vicenda assurda e ingiusta. Sappiamo infatti che la UE ha sempre chiuso tutti e due gli occhi per le trasgressioni degli altri paesi (in primis Francia e Germania) e sappiamo benissimo che il 2,4 per cento di deficit (che è peraltro sotto il limite del 3 per cento di Maastricht) è tutt’altro che un’enormità, giacché è la soglia su cui si sono attestati anche i precedenti governi italiani (peraltro la procedura d’infrazione per debito eccessivo, di per sé, chiama in causa più i governi del passato, che il debito l’hanno aumentato, che l’attuale).

Ma questa non è una controversia fra ragionieri, né è una partita alla pari. È una dura guerra politica fra la UE e l’Italia. La UE – a guida tedesca e francese – vuole che il governo italiano soccomba perché l’Italia rimanga sottomessa (e sempre più asservita agli interessi altrui), mentre il governo italiano vorrebbe riprendersi pezzi di sovranità in politica economica.

A questo punto – siccome pare che sia la UE a vincere questa battaglia (salvo imprevisti) – si tratta di chiedersi dove ha sbagliato l’esecutivo Lega-M5S.

L’ERRORE

Certamente non ha sbagliato a darsi l’obiettivo di tornare ad essere padroni in casa propria, perché – di questo passo – l’Italia si ridurrà ad essere totalmente asservita ed economicamente collassata.

Il governo non ha sbagliato nemmeno nella diagnosi, perché è ormai evidente a tutti che la politica di austerità, imposta in questi anni dalla UE, ha dato risultati disastrosi, massacrando la nostra economia nazionale e la nostra gente, oltretutto facendo aumentare pure il nostro debito pubblico (anziché diminuirlo).

L’altroieri lo ha detto anche l’Institute of International Finance: “L’austerità di bilancio è un errore”. La controprova è data dagli Stati Uniti che – adottando una politica espansiva – hanno visto aumentare il loro Pil molto più dell’Europa e oggi con Trump hanno risultati eccezionali, anche sul lato dell’occupazione.

Ma allora dove ha sbagliato il governo? E’ stato fatto, all’inizio, un errore puerile. L’esecutivo si è presentato così: “in campagna elettorale abbiamo promesso a, b e c, dunque gli italiani devono avere tutto e subito e noi lo daremo perché manteniamo la parola data”.

Ma questo è un ragionamento dilettantesco, che non tiene conto delle compatibilità, della complessità dei problemi di questi anni, del contesto internazionale, dei vincoli a cui siamo sottoposti e dei tempi che l’economia e la politica esigono.

Gli italiani non sono stupidi. La maggior parte di loro avrebbe compreso benissimo un altro leale ragionamento di verità.

Il governo avrebbe dovuto dire: “cari italiani, i governi che ci hanno preceduto ci lasciano un’eredità pesantissima, sia per il debito pubblico, sia per le condizioni della nostra economia (siamo ultimi per la crescita in Europa). Noi governeremo cinque anni e, in questo lasso di tempo, realizzeremo quello che vi abbiamo promesso. Ma prima occorre che ripartano la crescita economica e l’occupazione perché se i soldi non ci sono, non si possono nemmeno distribuire. Oltretutto – da quando l’Italia ha ceduto la sovranità monetaria – tutto per noi è più arduo e faticoso”.

SUICIDIO

Con una manovra economica simile a quella di Trump, basata su detassazione e investimenti in infrastrutture e in settori produttivi che attivano occupazione e reddito, anche un eventuale deficit previsto al 2,4 per cento sarebbe passato in Europa, perché sarebbe stato possibile dimostrare che quella politica economica generava crescita e faceva diminuire il debito pubblico.

Invece hanno varato una manovra – per così dire – “distributiva” quando non c’è nulla da distribuire.

Una manovra centrata specialmente sul reddito di cittadinanza che al momento non ha nemmeno strutture che possano farlo funzionare, ma soprattutto un reddito di cittadinanza che in questa situazione non ci possiamo permettere e che non genera sviluppo, deprimendo ancor di più l’economia (e deprimendo l’Italia produttiva già troppo tartassata).

Così hanno consegnato in mano alla Commissione UE la corda e quelli la stanno usando. A questo punto resta da capire un altro mistero.

Perché il governo – conoscendo questa situazione – fin dall’inizio ha fatto la voce grossa, sfidando la Commissione europea?

Era logico pensare che avessero una carta riservata da giocare per vincere. Invece si scopre adesso che non hanno nulla. Dunque hanno dichiarato guerra e un nemico più forte sapendo di non avere né le armate per combattere, né un piano di fuga. E’ un errore enorme.

USCITA DI SICUREZZA

Peraltro quand’anche accadesse il miracolo di un “via libera” dall’Europa, per qualche 0,2 per cento in meno di deficit, il tracollo sarebbe solo rimandato, perché il dato Istat del terzo trimestre 2018 parla già di economia stagnante e porta il tasso di crescita tendenziale (annuo) del Pil dall’1,2 per cento allo 0,8. Se consideriamo che a dicembre si dissolverà pure lo scudo rappresentato dal “quantitative easing” (l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea) c’è da tremare.

Va detto che questo vicolo cieco è anzitutto responsabilità del M5S, che è il socio di maggioranza del governo e che si è impuntato sul “reddito di cittadinanza”.
La Lega, in soli cinque mesi, ha realizzato obiettivi politici molto importanti. Anzitutto sull’immigrazione perché, col ministro Salvini, è riuscita non solo a far crollare gli sbarchi, ma anche a far accettare, nella UE, l’idea che l’Italia non è il campo profughi dell’Europa e dell’Africa e che non si può più subire l’emigrazione incontrollata del passato. Anche sull’ordine pubblico i risultati – in soli cinque mesi – sono più che positivi.

E’ evidente che – sebbene socio di minoranza – la Lega esprime una capacità di governo largamente superiore al M5S (i sondaggi mostrano che gli italiani se ne sono accorti). Inoltre il partito di Salvini ha le idee che – anche in economia (e sulla UE) – sarebbero quelle giuste da realizzare (dispone pure di uomini competenti).

Perciò a questo punto solo la Lega e il suo leader possono escogitare una “mossa del cavallo” che ci porti fuori dal vicolo cieco. E’ urgente. Qualunque essa sia.

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Antonio Socci. Da “Libero”, 3 dicembre 2018

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2138.- Gilet gialli rifiutano l’incontro con il governo francese e chiedono la nomina del generale de Villiers (che fu licenziato da Macron) a capo del Governo!

La police française découvre la France, tire et assassine une femme. Policiers ou délinquants? Les Gilets jaunes rejettent la rencontre avec le gouvernement français et exigent la nomination du général Pierre de Villiers (qui a été limogé par Macron) à la tête du gouvernement!

«Nous nous rendons compte que le gouvernement ne veut rien céder. Nous ne voulons pas être les marionnettes d’une communication politique»

l’un des principaux porte-parole, Benjamin Cauchy

Salutations générales de Villiers!

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Gillet gialli rifiutano l’incontro con il governo francese e chiedono la nomina del generale de Villiers (che fu licenziato da Macron) a capo del Governo! di Maurizio Blondet

di Mitt Dolcino

Le Figaro batte una notizia clamorosa: i manifestanti francesi rifiutano l’incontro con il governo francese, mossa attesa dopo la morte di una donna ottantenne a Marsiglia questa notte a causa di un proiettile sparato dalla polizia. Dunque nessun passo indietro nelle proteste.

Anzi,  tre avanti: si chedono le dimissioni immediate del governo e la nomina del generale de Villiers a capo del nuovo governo. Per vostra informazione, il gen. de Viliiers è colui che fu licenziato mesi fa da Macron e che tutti gli alti ranghi militari – contravvenendo agli ordini – scesero in piazza a salutare il giorno del suo congedo forzato.

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Ma la ragione letteralmente esplosiva è il motivo per cui de Villiers fu licenziato dal filo-tedesco Macron: egli era contrario al taglio degli investimenti alla difesa derivanti dalla sempre più stretta collaborazione con la Germania in ambiti militari. Ossia, de Villiers era il rappresentato delle forze armate contrario all’integrazione militare francese con la Germania!

Quella a cui stiamo assistendo è la reazione – anche violenta, purtroppo – di coloro – e sono davvero in tanti – che in Francia NON vogliono dare a Berlino il comando militare europeo. E nemmeno la “force de frappe” francese in veste EU.

Ossia, l’esercito EU è morto prima di iniziare. A Berlino – per ovviare al gran rifiuto francese di condividere l’arsenale militare,  vietato oltre Reno in forza della sconfitta nella seconda guerra mondiale – ora resta solo la dichiarazione che la bomba atomica comunque ce l’ha già, ma senza i test sul campo, solo via modellizzazioni (ossia, più propriamente, una bomba “sporca”) -.

Mitt Dolcino

(MB. Ricordo che   un anno e mezzo fa Macron s’è liberato di De Villiers. Il mio articolo qui: )

Così l’Armata ha salutato il generale De Villier, umiliato da Macron.

Umiliato pubblicamente da Macron  per la sua protesta (a porte chiuse) contro il  taglio di 850 milioni alla Difesa, il  generale Pierre De Villiers, capo di Stato Maggiore, ha dato le dimissioni. Senza aspettare il colloquio con Macron, previsto il 21 luglio, dove sicuramente sarebbe stato dimissionato. “Ha lasciato passare il 14 luglio, e ha dato le dimissioni. Oggi la sua dignità è perfettamente preservata”, ha detto il contrammiraglio Claude Gaucherand.

Ecco come, nella sede dello Stato Maggiore generale, i rappresentanti delle tre armi hanno salutato il loro generale.  Una “guardia d’onore” spontanea.  Un saluto commovente e  –  preccupante per  Macron Le Petit.

Un applauso corale, lunghissimo, insistito, di tutti i rappresentanti delle tre armi, e dei funzionari.  Una sola parola: “Grazie”, Merci.

De Villier  (un vandeano)  è popolarissimo fra i suoi soldati, che l’hanno visto spesso sul terreno accanto a loro nelle operazioni africane. Ma da tempo voci  di malcontento  verso i  politici si alzano dagli alti gradi  dell’Armée.   Il marzo dell’anno scorso,   è stato messo in pensione il generale Christian  Piquemal, capo della Legione Straniera, per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata  contro gli immigrati, in cui aveva criticato il  “porcaio di Calais”, ossia il modo in cui il governo aveva lasciato crescere l’accampamento di  clandestini che a Calais si sono ammassati per mesi  nel luridume e nella violenza, impunemente,  compiendo atti illegali per saltare su un TIR e arrivare in Gran Bretagna.

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generale Christian  Piquemal

Tre generali avevano appena scritto ad Hollande una lettera  in cui si chiedeva al presidente della République di assumere  “la sua responsabilità” davanti a : “questa zona di non-diritto che è diventata Calais”: “non potete sottrarvi al vostro dovere”.  Rimasta senza risposta, la lettera era divenuta una lettera aperta, pubblicata sul Figaro. 

Ad  aprile, ha perso il suo posto  di comandante della Gendarmerie d’Outre Mer il generale Bertrand Soubelet. A Hollande non era piaciuto il suo libro Tout ce qu’il ne faut pas dire,  “Tutto  quel che non bisogna dire”, estremamente critico sulla intera classe politica – segnatamente per il modo in cui gestiva la questione clandestini.  Soubelet  non è stato licenziato, è stato sollevato dalla funzione e messo a disposizione.   La sua risposta   avrebbe dovuto inquietare tutti i politici: “Ad esser messo da parte in queste condizioni,  a far niente,  ho  l’impressione di costituire un pericolo per il mio paese – ciò che mi fa’ riflettere sul mio futuro immediato e ai modi con cui continuerò a servire la Francia”.

“L’Armée non ha mai conosciuto tali umiliazioni”, ha scritto Armel Joubert des Ouches, autore di un sito specializzato in cose militari (dal cognome,  un aristocratico ex ufficiale): “In una intervista, il generale Pinay Legry mi diceva: “La nostra armata è sull’orlo della rottura”. Certi nostri elicotteri hanno più di 40 anni.  Un ufficiale della ALAT (Aviation Légère de l’Armée de Terre), mi diceva poco tempo fa: “Io non dispongo che di tre elicotteri da combattimento funzionanti, sui 45 della mia unità”.

La comparsa e  discutibile vittoria di Emmanuel Macron all’Eliseo ha lasciato un sentore di illegittimità ai  gallonati.  Che aborrono alla volontà,   che attribuiscono al giovinotto, di fondere l’Armée (che fu guidata da Napoleone), che i tedeschi hanno umiliato in due volte indimenticabili,  con la Bundeswehr, nel  nuovo  e  fantasioso esercito europeo.   Molti mugugni hanno accompagnato la distribuzione del nuovo fucile d’assalto, Made in Germany.    “Non  siamo più in democrazia, ma in un’oligarchia che gira a dittatura prima di virare, forse, al totalitarismo”, ha affermato a tutte lettere il generale Didier Tauzin, molto intervistato dalla sezione francese di Russia Today.

Armel Joubert des Ouches: già, una dittatura che impone al paese  l’afflusso di migranti “a   vagonate”: “Noi” abbiamo  soldi per miliardi  per questi stranieri, e non ne abbiamo per le nostre armate”.

A chi gli ricorda che l’Armèe  si vanta di chiamarsi La  Grande Muette (la grande muta), per il suo impegno di obbedir tacendo  (a  patto di dimenticare il tentato putsch di Algeri, 1961….)  , Tauzin  risponde: “Ci sono momenti in cui il dovere del silenzio deve lasciare il posto al dovere di espressione”. Secondo i giornali, Macron, sbattendo fuori De Villiers, s’è giocato il suo secondo  mandato”.

Cose che non possono avvenire in Italia.

Noi non  abbiamo mai avuto un  De Gaulle.  Abbiamo avuto un Badoglio (taccio le volgarità che suscita questo nome. ndr).

Mitt Dolcino   mi scrive, “l’Armée française è in guerra. Con  la Germania e i collaborazionisti, come fece De Gaulle”.  Se  vede giusto, è una sconfitta finbale per gli euroinomani e le sue oligarchie. .

 

Maurizio Blondet | 4 dicembre 2018

2137.-LIBIA E EGITTO SONO LO SPECCHIO DELLA POLITICA ESTERA DEBOLE DEL GOVERNO CONTE.

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Le vicende dei patrioti Gilets Jaunes riguardano il futuro dell’Europa e fanno passare in secondo piano la competizione Italia-Francia sulla Libia. Ma la Francia è la Francia, nelle piazze, come nell’agone internazionale. In entrambe le situazioni, il popolo italiano non ha una sua voce da far sentire e l’Italia non è riuscita a compensare l’ostilità della Francia con un aiuto da parte dell’America di Trump e della Russia di Putin. Le contraddizioni della politica italiana in Libia sono palesate dai tentativi altalenanti di ottenere condivisione e sostegni, quando da Washington, quando da Mosca, fino all’ambizione, un po’ puerile e di mussoliniana memoria, di poter rappresentare l’ago della bilancia degli interessi in gioco nel Mediterraneo. Il summit di Palermo ha rappresentato, invece, il modesto palcoscenico di questa ingiustificata ambizione ed è stato definito, prima, un azzardo diplomatico e, poi, un flop del Governo Conte. Il giudizio è pesante, ma è stato dimostrato dall’assenza di Donald Trump, eletto dai giallo-verdi a nostro padrino, di Vladimir Putin, contro-padrino e di Angela Merkel, assurta, improvvisamente, ad amica dell’Italia. Tutti assenti al “compleanno dei bambini, ma che hanno avuto modo d’incontrarsi il giorno prima a Paris, all’anniversario della vittoria della 1ª Guerra Mondiale (anche la data scelta per il summit dimostra grande acutezza). Al forfait dei “più grandi” è seguito il giudizio del rappresentante turco, che ci ha lasciati quattro a zero- ha detto -, per non perdere tempo. Anche il generale Haftar ha fatto una presenza simbolica, con tanto di foto ricordo e ha lasciato Palermo, letteralmente, a metà. Il summit è servito a dare sia la conferma della nostra modestia in politica estera sia un’ulteriore dimostrazione dell’instabilità politica della Libia e ha dato il pretesto ad Haftar per confermare le rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania ele divisioni tribali di quel popolo. Moavero non si è dimesso, Conte nemmeno. Si poteva, buona mente, plaudire all’aver raccolto in Italia tanti leader africani, in particolare, l’Egitto, ma ci ha pensato il somaro di turno che, pagato o poco sobrio che sia stato, ha interrotto i rapporti tra i parlamenti italiano e egiziano, seguendo la procura di Roma (riecco la magistratura politica), che, dopo anni, ha pensato di indagare cinque ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Il reato contestato è concorso in sequestro di persona e la persona è il povero Regeni. Povero soltanto per la fine che ha fatto in Egitto, dove, però, era andato, da semplice turista qualunque, a sobillare i sindacati, fornito allo scopo di, sembra, 9.000 sterline dagli inglesi, che nessuno ha indagato né indagherà mai. Una parola su questo episodio è d’obbligo: O era un agente inglese che sapeva quel che faceva, o era uno sprovveduto che non sapeva quello che stava facendo e cui andava incontro. L’Egitto non potrà far finta di nulla, ma una cosa è certa e, cioè, che il lavoro dell’ENI in Libia e in Egitto merita più rispetto. Non ho voluto offendere nessuno; ma avete mai visto i somari vincere un concorso ippico? Sulle illusioni di Conte e Moavero, diciamo che Trump è interessato, certamente, all’Italia; ma alla sua posizione geostrategica, alle 113 basi che ospitiamo e come partner europeo in funzione anti-tedesca; invece, sul perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia suggerisco, per chi ha tempo, un’interessante analisi di Micol Flammini.

Perché, sulla Libia, la Russia non sarà un alleato dell’Italia. Gli interessi del Cremlino in Libia divergono da quelli italiani. Anche in questo Putin non aiuterà i gialloverdi.

Roma. La Russia in Libia ha interessi importanti, legati più al mantenimento del caos che a un impegno per la stabilizzazione del paese. Quando il 7 novembre Haftar è andato a Mosca per parlare con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e con il capo dello stato maggiore Valeri Gerasimov non si poteva non notare che la visita del generale libico fosse molto vicina alle giornate organizzate a Palermo per la conferenza sulla Libia. Qualche giorno dopo, il quotidiano russo Novaya Gazeta ha pubblicato uno scoop, uno dei giornalisti aveva notato che tra i presenti all’arrivo di Haftar c’era anche Evgeni Prigozhin, il finanziatore delle truppe mercenarie di Mosca, che combattono ovunque: in Ucraina, in Siria, nella Repubblica Centrafricana e anche in Libia. I giornalisti russi insistono da tempo sulla presenza di truppe, regolari e non, a Tobruk e Bengasi, e la presenza di Prigozhin all’incontro sembrerebbe confermare le inchieste condotte finora. “Era lì soltanto in qualità di responsabile del catering”, si è affrettato a rispondere il Cremlino – prima di diventare il coordinatore delle truppe mercenarie, prima di gestire la fabbrica dei troll, Prigozhin era conosciuto come il “cuoco di Putin” –, risposta un po’ goffa alla quale la stampa non ha creduto. La Russia in Libia sta cercando di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e, nel conflitto disordinato che va avanti dal 2011, ha degli interessi importanti che, a ben guardare, collidono con quelli del governo italiano. E’ stato il tabloid britannico Sun a parlare per primo della volontà di Vladimir Putin di fare della Libia “la sua nuova Siria”. Secondo fonti dell’intelligence britannica, Mosca avrebbe già inviato a Tobruk e a Bengasi degli agenti del Gru, i servizi segreti militari. Ma nelle due città costiere ci sarebbero anche gli uomini della Wagner, truppe mercenarie. Anche la rivista economica russa Rbc ha verificato la presenza di soldati russi in Libia e, benché il Cremlino continui a smentire – nega ancora la sua presenza in Ucraina, perché dovrebbe ammettere di essere in Libia? – secondo l’inchiesta ci sarebbero anche dei missili russi e dei sistemi di difesa antiaerei dispiegati sul territorio libico. I frequenti incontri tra Haftar e i russi lasciano capire da quale parte stia il Cremlino, ma soprattutto fanno intendere che i rapporti e gli affari tra Mosca e Tobruk potrebbero avere un peso importante anche alla conferenza internazionale iniziata ieri a Palermo.

Khalifa Belqasim Haftar in plancia della portaerei russa Admiral Kuznetzov

 

Come accaduto in Siria, la Russia starebbe cercando di ottenere il controllo sulle riserve petrolifere in Libia. Nel febbraio dello scorso anno, Rosneft e la Noc, la National oil corporation libica, hanno firmato un accordo di cooperazione. La Noc ha la sua sede a Tripoli, ma la maggior parte dei suoi giacimenti petroliferi sono nella parte orientale del paese, nelle zone di Haftar. Questo, secondo il giornalista Kirill Semenov, basterebbe per spiegare perché Mosca sta rafforzando i suoi scambi con il generale. Il Cremlino, sotto il regime di Gheddafi, aveva firmato un accordo per costruire in Libia, tra Tripoli e Bengasi, una ferrovia per l’alta velocità. Il progetto che valeva 2,5 miliardi di dollari è stato sospeso e secondo il New York Times la Russia starebbe trattando anche per questo.

Costruire un futuro di sviluppo per la Libia significa investire in nuove infrastrutture da costruire al più presto. I lavori per la nuova rete ferroviaria nel Paese sono in stand-by dall’inizio della rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi. Tripoli progetta di passare dalle reti a scartamento ridotto costruite dagli italiani a una rete di 3170 chilometri, ma costruita da russi e cinesi.

A differenza della Siria, dove Europa e Stati Uniti si oppongono al regime di Assad, in Libia non c’è unità. Quando Gheddafi fu deposto, le nazioni occidentali hanno perso un nemico comune, ma ora non esiste una strategia uniforme, una tattica politica unica. Le forze americane hanno avuto un ruolo importante nel rovesciamento di Gheddafi, ma sia Obama sia Trump si sono opposti a un intervento in Libia, fatta eccezione per le operazioni antiterrorismo contro lo Stato islamico. Agli europei la Libia interessa soprattutto per ridurre l’immigrazione, ma la conferenza è stata boicottata da Macron e Merkel, due attori fondamentali. E se il governo aveva sperato in un intervento di Trump, si è dovuto accontentare di un sottosegretario. In Russia, dove, al termine del vertice con Giuseppe Conte il mese scorso, Putin aveva detto che avrebbe inviato a Palermo “un rappresentante di alto livello”, Mosca ha tenuto tutti sulle spine, confermando soltanto durante la giornata di ieri l’arrivo di Medvedev, che rappresenterà la sua nazione assieme a Mikhail Bogdanov, viceministro degli Esteri. Alla Russia il caos libico interessa e più è caotico, più c’è possibilità di conflitto, più ha la possibilità di fare affari e di far valere le sue ragioni: petrolio, ferrovie, armi. Non ha interesse, per il momento, a pacificare la regione. Per capirlo, basta pensare a quel fotogramma, che i giornalisti di Novaya Gazeta avranno riguardato infinite volte, pensare che quando Haftar era a Mosca, non soltanto si è incontrato con il ministro della Difesa e con il capo di stato maggiore, ma era anche con Prigozhin, un uomo il cui ruolo non è mai stato quello di concludere accordi di pace.

 

 

2136.- Navi ucraine avevano già chiesto e ottenuto “aiuto” dai russi per attraversare lo stretto di Kerch

 

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Украинские корабли попросили и получили «помощь» от русских, чтобы пересечь Керченский пролив

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Nel settembre scorso, navi ucraine con piloti russi a bordo attraversarono lo stretto di Kerch, scortate da due navi russe e attraccarono a Mariupol il giorno 24. Sabato 22 settembre, le due navi della marina militare ucraina erano penetrate nella zona economica esclusiva russa al largo delle coste crimeane e sono transitate nello stretto di Kerch, dopo averne fatto richiesta.  Lo riferì il giornale on line ucraino Ukrainsky militaristsky portal.

A bordo delle navi ausiliarie Donbass e Korez della Marina ucraina durante il loro passaggio attraverso lo stretto di Kerch sono saliti dei piloti nautici russi. Lo aveva dichiarato in una intervista con 112 Ukraina il rappresentante di Kiev nel gruppo di contatto trilaterale, il generale Evgeny Marchuk.

Ha riconosciuto che per il passaggio attraverso lo stretto di Kerch le navi hanno richiesto l’assistenza dei piloti nautici di Kerch, sebbene qualsiasi interazione con le istituzioni ufficiali della Crimea, a detta sua, sia proibita dalla legge ucraina sui territori “occupati”.

Allo stesso tempo ha osservato che le navi Donbass e Korez non sono navi da combattimento in senso stretto, ma ausiliarie, di conseguenza hanno potuto prendere a bordo più tranquillamente dei piloti nautici russi. I piloti, secondo le parole del generale, “hanno condotto tranquillamente le due imbarcazioni nel mar d’Azov per poi andare a Mariupol e successivamente fino a Berdyansk”.

La dichiarazione di Marchuk contraddice quanto precedentemente riportato dalla marina ucraina. Era stato dichiarato che le navi “non avevano chiesto il permesso al paese aggressore, e che avevano realizzato il loro diritto alla libera navigazione dallo stretto di Kerch e dal mare di Azov”, e che “la navigazione attraverso stretto di Kerch è avvenuto in una situazione difficile”.

La nave A500 Donbass e il rimorchiatore A830 Korets sabato hanno navigato lungo la costa della penisola, inclusa la zona economica esclusiva della Russia. Domenica pomeriggio, le navi ucraine, sotto il controllo della parte russa, sono passate sotto il ponte di Crimea.

 

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La situazione nel Mar d’Azov si è inasprita alla fine di marzo, quando le guardie di frontiera ucraine hanno sequestrato la nave da pesca russa “Nord”. Successivamente, la Russia ha rafforzato le sue misure di sicurezza, in particolare reso più severa l’ispezione delle navi che si recano nei porti ucraini attraverso lo stretto di Kerch.

Ora Kiev si lamenta costantemente di questi controlli, e accusa anche la Russia di ostacolare la navigazione nel Mar d’Azov. Mosca, da parte sua, ha osservato che le ispezioni sono condotte in conformità con il diritto marittimo internazionale e che gli armatori non hanno avanzato alcuna richiesta in merito.

Più tardi, a Kiev ha annunciato l’intenzione di rafforzare la propria presenza nella regione. È stato avviata una ridistribuzione di truppe nella regione e la costruzione di una base navale entro la fine dell’anno. La necessità di creare una base di questo tipo da parte di molti esperti viene messa in discussione.

Allo stesso tempo, il comando della marina ucraina ha riconosciuto che non è in grado di raggiungere la parità militare con la Russia in questa regione.

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La fregata classe Krivak, Hetman Sahaydachniy (U130) della Marina Ukraina

 

2135.- Il Qatar esce dall’OPEC

La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina è stata al centro del G20 di Buenos Aires. Il mercato dell’energia contribuisce e subisce gli effetti di questa guerra. L’uscita dall’OPEC del Qatar, che fu il primo paese ad aderirvi ed è il maggior produttore di gas naturale in assoluto porta con se una serie di considerazioni anche politiche. Suggerisco la lettura di questo articolo tratto da “Lεnta.ru”, 3 dicembre 2018. Traduzione libera di Mario Donnini.

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Foto: Hasan Jamali / AP

Il Qatar annuncia il ritiro dall’OPEC per concentrarsi sulla produzione di gas naturale liquefatto. Il gas russo corre il rischio di deprezzarsi. È un annuncio vantaggioso per l’Ucraina

Il Qatar ha deciso di lasciare l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) dal 1 ° gennaio 2019. L’intenzione di ritirarsi dal cartello petrolifero ha detto che il ministro dell’Energia e il presidente della compagnia petrolifera di stato di Qatari (gestisce tutti gli asset petroliferi e del gas del Qatar – “Lenta.ru”) Saad al-Kaabi. Il motivo dell’abbandono del cartello è il desiderio di aumentare la posizione dello stato sui mercati mondiali, in particolare per concentrarsi non sull’industria petrolifera, ma sulla produzione di gas naturale liquefatto (GNL).

L’industria del gas per il Qatar è più promettente del petrolio

Spiegando le ragioni per cui ha lasciato il cartello, Saad Al-Kaabi ha dichiarato che lo stato intende concentrarsi sull’industria del gas: “Il Qatar cerca di concentrarsi sui piani per sviluppare e aumentare la produzione di gas naturale dagli attuali 77 a 110 milioni di tonnellate nei prossimi anni”. Attualmente, il Qatar è solo l’undicesimo in termini di produzione di petrolio all’interno dell’OPEC, producendo circa 600.000 barili al giorno, ovvero circa il due percento della produzione mondiale di petrolio. Ma il Qatar è il più grande esportatore di gas naturale liquefatto (GNL) nel mondo e il secondo più grande esportatore di gas dopo la Russia, in linea di principio nel mondo. Alla fine del 2017, il Qatar ha fornito 103,4 miliardi di metri cubi di GNL e 18,4 miliardi di metri cubi di gasdotto.

La decisione potrebbe avere connotazioni politiche.

Una ragione informale per lasciare l’OPEC è il conflitto politico tra il Qatar e il leader del cartello, l’Arabia Saudita. Le autorità di sette stati arabi hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar nel giugno 2017, lo stato è stato accusato di collaborare con i terroristi, e tutto perché le autorità del Qatar hanno uno “sguardo speciale” sull’Iran. Oltre all’Arabia Saudita, le relazioni diplomatiche con il Qatar sono state infrante: il Bahrain, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen, l’Unione delle Comore e la Mauritania. È vero, il Ministro dell’Energia del Qatar stesso nega tale connessione, rilevando che la decisione non è legata alle accuse politiche contro Doha.

La decisione del Qatar è stata annunciata prima dell’incontro più importante dei paesi OPEC.

Giovedì 6 dicembre, a Vienna, è in programma un nuovo ciclo di colloqui con le potenze produttrici di petrolio per la riduzione della produzione petrolifera e della politica petrolifera dei paesi OPEC per il 2019. È previsto che il rappresentante della Russia parteciperà a questo ciclo. Anche i rappresentanti del Qatar intendono essere presenti all’incontro di Vienna dell’OPEC.

 

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Nave gassiera con gas naturale liquefatto
Foto: Reuters

Il mercato quasi non ha notato la dichiarazione del Qatar

Il mercato petrolifero globale non ha quasi notato la decisione delle autorità del Qatar di abbandonare il cartello. Lunedì 3 dicembre, i prezzi del petrolio mondiale stanno aumentando fortemente. Alle 13:26 ora di Mosca, i futures di febbraio per il petrolio al benchmark del Mare del Nord, il Brent, sono aumentati del 3,74% e ammontano a $ 61,77 al barile. Il benchmark americano WTI è cresciuto del 4,32%, a 53,13 dollari al barile. Il principale motore della crescita sono gli accordi verbali tra il presidente russo Vladimir Putin e il principe ereditario Mohammed Ibn Salman al-Saud sulla riduzione della produzione e delle esportazioni di petrolio, che dovrebbe portare ad un aumento dei prezzi del petrolio. La dichiarazione delle autorità del Qatar  comporta un calo a breve termine dei prezzi del petrolio.

 

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Il “Batti 5” fra Vladimir Putin e il principe ereditario Mohammed Ibn Salman al-Saud al G20 di Buenos Aires sugella l’accordo intercorso. Quando il prezzo del petrolio Brent è sceso di oltre il 30 per cento all’inizio di ottobre, fino a 57,78 dollari al barile, la Russia ha iniziato i negoziati con l’Arabia Saudita per ridurre la produzione. I dettagli dell’accordo, compresa la dimensione della potenziale riduzione della produzione, non sono ancora chiari. Tuttavia, le azioni della Russia hanno già portato ad un forte aumento dei prezzi. Sullo sfondo, Trump guarda e pensa. ndr.

L’aumento dei prezzi del petrolio non è causato solo dalla Russia

La crescita dei prezzi del petrolio è stata causata non solo dagli accordi di Russia e Arabia Saudita. I mercati stanno crescendo sullo sfondo di una tregua nella guerra commerciale tra le due principali economie del mondo: la Cina e gli Stati Uniti. Il continuo confronto potrebbe rallentare significativamente la crescita economica in Cina, che a sua volta potrebbe influenzare il volume della domanda di energia dalla Cina. Oltre che dalla guerra commerciale, la domanda e l’offerta sono state, in parte, influenzate dalla riduzione della produzione in un altro importante esportatore globale, il Canada, dove la produzione di petrolio nel più importante giacimento di petrolio dell’Alberta è stata ridotta di 325 mila barili al giorno.

Il Qatar è uno dei membri più antichi dell’OPEC

L’OPEC come organizzazione permanente è stata fondata nel 1960. La struttura iniziale comprendeva: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela – il principale promotore della creazione del cartello. Il Qatar è stato il primo paese ad aderire all’OPEC dopo la sua creazione, nel 1961. Successivamente, il cartello è stato raggiunto da: Indonesia, Libia, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Nigeria, Ecuador, Gabon e Angola. Alcuni membri dell’OPEC, come l’Indonesia e l’Ecuador, hanno già lasciato il cartello, ma l’Ecuador successivamente è tornato alla partecipazione.

Per la Russia, questo abbandono dell’OPEC non è ancora una minaccia

Il ritiro del Qatar dall’OPEC, almeno per ora, non ha praticamente alcun effetto sul mercato del petrolio, quindi le prospettive per i prezzi del petrolio dipendono ancora dall’incontro dei membri dell’OPEC e dei colleghi al di fuori del cartello questo giovedì. Se gli accordi tra Russia e Arabia Saudita saranno sostenuti dal cartello, i prezzi del petrolio si stabilizzeranno dopo un mese di caduta.

Gli unici rischi derivanti dalla crescita dell’indipendenza del Qatar per la Russia provengono dall’intendimento di aumentare le vendite di gas naturale liquefatto, che a medio e lungo termine potrebbero influenzare la quota russa di forniture verso l’Europa e la Cina. Attualmente, il LNG del Qatar è già stato acquistato dalla Polonia, che vuole ridurre la sua dipendenza da Russia e Gazprom, e recentemente il presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha visitato il Qatar e ha concordato la fornitura di GNL. In totale, il Qatar occupa il 41% del mercato del GNL in Europa, consegnando un totale di 16,81 milioni di tonnellate di GNL (circa 23,2 miliardi di metri cubi di gas) nel 2017.

2134.- La Libertà di Navigazione nello Stretto di Kerch: la Scintilla di un Conflitto

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La fregata britannica HMS Duncan

Qual è il punto centrale della crisi tra Russia e Ucraina? Oggi non è il possesso russo della Crimea oppure l’integrità territoriale di Kiev minacciata nel Donbass che potrebbe determinare una nuova fase del conflitto. Crimea e Donbass sono situazioni cristallizzate e in sostanza accettate dalle maggiori potenze internazionali, se non a parole perlomeno nei fatti.
Altro discorso invece merita la libertà di transito per lo stretto di Kerch.
Lo Stretto di Kerch è l’unica via di accesso di un mare chiuso, il Mar d’Azov, che vede sulle proprie rive la presenza di tre importanti scali portuali, due ucraini (Mariupol e Melitopol) ed uno russo (Rostov sul Don). Il transito navale verso queste località, sia da parte di unità civili che militari, era regolato da un trattato firmato nel 2003 tra Russia e Ucraina. Il trattato potrebbe essere ritenuto dai russi non più in vigore, in quanto ora lo stretto di Kerch, nella visione di Mosca, non vede più due nazioni differenti essere in possesso delle due sponde dello stretto, bensì è unicamente la Federazione Russa che possiede quelle terre. In questa ottica il trattato del 2003 potrebbe essere giudicato, secondo le considerazioni russe, decaduto.
Se il trattato è decaduto serve riscriverne un altro, e questo dovrebbe essere l’obiettivo di Mosca e la spiegazione più logica al blocco instaurato domenica scorsa a danno delle unità militari ucraine che cercavano di raggiungere Mariupol senza chiedere l’autorizzazione alle autorità di Mosca.
Limitare, oppure se preferite “regolare”, il transito navale da Kerch potrebbe essere funzionale ad impedire che l’Ucraina possa dislocare a Mariupol unità navali con capacità avanzate di difesa aerea che potrebbero essere donate a Kiev da qualche alleato occidentale. Allo stesso modo, redigere un trattato, che ad esempio proibisse il transito di navi militari degli stati non rivieraschi, metterebbe al riparo Mosca dalla sgradita sorpresa di trovarsi un incrociatore lanciamissili parcheggiato alle porte di casa.
Ma mentre queste considerazioni riguardano il medio periodo esiste una possibilità che la situazione possa degenerare nel breve periodo.

La possibilità che vorremmo evidenziare è il fatto che una nave militare di una potenza occidentale, ad esempio la Gran Bretagna, che sia per ragioni storiche che per ragioni legate ai fatti degli ultimi anni, possa inviare una sua unità in crociera fino a Mariupol, con il solo intento di dimostrare alla Russia ed al mondo intero che esiste un diritto internazionale di libera navigazione all’interno dello Stretto di Kerch.
Avendo analizzato il modus operandi russo e gli obiettivi del Cremlino relativi all’affermazione della sovranità russa sulla Crimea riteniamo che Mosca non permetterà il transito verso il Mar d’Azov a nessuna unità,qualunque bandiera batta, a meno che non venga rilasciato in maniera preventiva un nulla osta al transito da parte del Cremlino.
Capite benissimo che chiedere a Mosca un’autorizzazione al passaggio, automaticamente legittimerebbe Mosca in tutte le sue richieste riguardanti la Crimea ed il Mar d’Azov.
Al fine di mostrare al mondo la propria risolutezza nel difendere quella che Mosca ha più volte definito “terra russa”, abbiamo osservato l’arrivo in Crimea del secondo battaglione del sistema per difesa aerea e missilistica S-400 (SA-21 Growler) e il dispiegamento dei sistemi di difesa costiera “Bal” (SSC-6 Sennight) lungo la costa meridionale dello stretto di Kerch e del sistema K-300P Bastion (SSC-5 Stooge) sulla costa occidentale della penisola di Crimea.

 

Guerra in Ucraina

Carri T90 russi in esercitazione nel distretto militare centrale

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Carri M1 americani vengono trasferiti in Ucraina

Mentre l’attenzione degli europei è concentrata sulla Fracia, dozzine di carri armati della NATO vengono trasferiti in Ucraina, ben coperti e su trasporti civili per non essere notati. Anche l’Armata Russa sta attuando le sue contromisure e ha iniziato una vasta esercitazione del distretto militare centrale. Quanti europei vorrebbero combattere o morire e per chi?
Nell’ottica di un potenziale tentativo occidentale di dimostrare la libertà di navigazione dello stretto di Kerch riteniamo di avere due “navi di interesse” da monitorare nella regione e sono ambedue britanniche. La prima è la fregata HMS Duncan (D-37) e la seconda è la nave oceanografica HMS Echo (H-87). La Duncan potrebbe portarsi all’imboccatura dello Stretto di Kerch e la Echo arrivare fino a Mariupol.

Geopolitica

Arriva, intanto, la conferma di Casa Bianca e Cremlino: A Buenos Aires, Putin e Trump hanno avuto un breve incontro informale.

2133.- Forbes – Tutto quello che sapete sull’Ucraina è sbagliato

Ucraina

La situazione creata dall’Occidente in Ucraina è pericolosa. I russi sanno sopportare, ma quando decidono che basta, fanno paura. Lo sanno bene i romeni, che sono confinanti. Il punto di partenza dell’espansione russa in Mediterraneo è la Crimea, base della flotta russa dal tempo degli zar, checché ne dicano gli americani, che vantano molto meno diritti su Pearl Harbour e che non possono giustificare la loro presenza navale in Mar Nero. Così analizza la situazione Malachia Paperoga in voci dall’estero – Novembre 28, 2018

 

Riprendiamo un intervento del 2014 di Vladimir Golstein, professore di studi slavi alla Brown University, nato a Mosca ed emigrato negli Stati Uniti nel 1979. L’articolo descrive con lucidità e lungimiranza la situazione dell’Ucraina, restituendo un quadro più equilibrato delle forze che determinano la presente situazione sociale e politica. Il primo ostacolo verso una riappacificazione e un compromesso tra le due identità del paese è proprio l’attuale regime filo-occidentale, legato a doppio filo con il violento nazionalismo di stampo fascista.

 

 

Di Vladimir Golstein, 19 maggio 2014

 

 

I media americani mainstream hanno adottato una visione miope della crisi ucraina, che segue il copione scritto dal Dipartimento di Stato. La maggior parte dei rapporti o hanno ignorato la verità o l’hanno distorta in maniera da dare una visione solo parziale dei fatti. Ecco qui di seguito sette cose che dovreste sapere sull’Ucraina.

 

A discapito di quanto sostengono alcuni commentatori, come Greg Sattell di Forbes, le divisioni in Ucraina esistono davvero, e la violenza scatenata dal regime di Kiev sta ulteriormente polarizzando il paese. Anche se le differenze tra l’Ucraina occidentale e il resto del paese, che si rivolge più alla Russia, sono ampiamente riconosciute, quello che in genere viene sottovalutato è la cultura, il linguaggio e l’ideologia politica che l’Ucraina occidentale ha imposto al resto del paese. Ufficialmente questo viene fatto per “unificare il paese”, ma il vero obiettivo è quello di reprimere e umiliare la popolazione ucraina di lingua russa. Gli estremisti nazionalisti dell’Ucraina occidentale, per i quali il rifiuto della Russia e della sua cultura è un atto di fede, intendono costringere il resto del paese ad adeguarsi alla loro visione parziale. L’Ucraina dell’Est e dell’Ovest non capiscono le rispettive preoccupazioni, così come i cubani che vivono a Miami e quelli che vivono a l’Havana non si capirebbero tra loro. Il conflitto ucraino non è tra “separatisti filo-russi” e “pro-ucraini”, ma piuttosto tra due gruppi di ucraini che non condividono la rispettiva visione di un’Ucraina indipendente.

 

L’Ucraina dell’Ovest fu annessa alla Russia solo durante l’era di Stalin. Per secoli era stata sotto il controllo culturale, religioso e/o politico dell’Impero Austro-Ungarico e della Polonia. Odiando l’occupazione sovietica, i nazionalisti dell’Ucraina dell’Ovest vedevano Stalin come un cattivo molto peggiore di Hitler, al punto che l’Organizzazione degli Ucraini Nazionalisti si allineò con  i nazisti e, guidati dal loro leader estremista Stepan Bandera, si spinse fino a liberare la loro terra da altri gruppi etnici, compresi Polacchi ed Ebrei.

 

L’Ucraina occidentale è unita dall’ostilità nei confronti dei Russi, che vengono visti come invasori e occupanti. Durante gli ultimi venti anni, mentre l’Ucraina cercava di prendere le distanze dal proprio passato sovietico e dalla sua ideologia, essa scelse il nazionalismo dell’Ucraina occidentale come alternativa. Un passaggio necessario forse, ma che ha generato i propri mitipericolosi. Gli orientali non accettano che poster pro-Bandera siano spuntati in tutta l’Ucraina e che si tenti di riscrivere l’intera storia, con i violenti nazionalisti che combatterono al fianco dei nazisti trattati come eroi, mentre i Russi, che soffrirono sotto Stalin non meno degli stessi Ucraini, vengono denigrati. Dopo l’esilio del Presidente Victor Yanukovich e l’annessione russa della Crimea, la retorica nazionalista ucraina è diventata esplicitamente offensiva e isterica, ostracizzando ulteriormente il popolo dell’Est. Il crescendo di violenza continuerà a radicalizzare entrambe le parti, che invece di trovare una soluzione democraticamente accettabile si rivolgeranno a mazze da baseball e fucili AK47.

 

La stampa occidentale non ha raccontato la verità sul massacro dei cittadini ucraini a Odessa il 2 maggio 2014, quando circa 100 (dai dati ufficialmente accertati 42) persone disarmate furono bruciate vive in un edificio di Odessa. Nel raccontare la storia, la stampa occidentale fece riferimento a scontri tra hooligan del calcio pro-Ucraina e manifestanti pro-Russia, senza spiegare minimamente perché il risultato di questi scontri fu così a senso unico.

 

Quel che avvenne a Odessa è qualcosa di tristemente familiare per l’Est Europa: un pogromorganizzato. Quantomeno la BBC raccontò correttamente parte della storia: “Diverse migliaia di tifosi di calcio iniziarono ad attaccare 300 pro-Russia”. E come in tutti i pogrom, i carnefici diedero la colpa alle loro vittime indifese per averli provocati. In realtà, teppisti pro-Kiev armati con sbarre di ferro e molotov attaccarono il campo dei manifestanti, gli diedero fuoco, e li costrinsero a rifugiarsi in un edificio, che fu dato alle fiamme. Si trattò di uno spudorato atto di violenza e intimidazione. Gli attuali leader dell’Ucraina promisero un’indagine, ma al momento l’unica risposta è stata dare la colpa alla passività delle forze dell’ordine. La verità è che le vittime semplicemente si sono rifiutate di condividere l’agenda radicale nazionalista di Kiev. Dovremmo chiamarli civili “separatisti” o “terroristi” solo perché il loro rifiuto del nazionalismo radicale è sfociato in una protesta tipo “Occupy”? Perché non chiamarli Ucraini moderati? Il governo Ucraino, incompetente se va bene, violento e brutale nel peggiore dei casi, ignorando l’intimidazione e quindi permettendo ulteriori radicalizzazioni, sta tradendo il proprio popolo. Questa era una notizia importante, un possibile spartiacque nel dramma in atto della guerra civile ucraina, eppure la stampa occidentale si è rapidamente dimenticata della questione.

 

Le elezioni Ucraine previste per il 25 maggio non risolveranno certo i problemi economici dell’Ucraina, dato che c’è una palese assenza di candidati validi. Gli attuali rivali politici alle elezioni sono o oligarchi in stile Sovietico come Petro Poroshenko, o politici corrotti come l’ex Primo Ministro Iulia Timoshenko, oppure l’ex membro del governo Timoshenko, Arseny Iatseniuk. Per quanto corrotto si fosse dimostrato il presidente esautorato Viktor Yanukovich, egli aveva conquistato davvero il suo ruolo tramite le ultime elezioni, mentre il paese era traumatizzato dalla stessa corruzione di Timoshenko. È un’amara caratteristica della scena politica ucraina che il suo politico più indipendente e dinamico sia Oleh Tyahnibok dell’Ucraina dell’Ovest, il controverso leader del partito nazionalista di estrema destra,  Svoboda. Il suo partito è stato accusato di essere coinvolto nel movimento nazi-Bandera, mentre la Russia lo ha dichiarato “fascista” e ha aperto contro di lui un procedimento penale per aver organizzato l’assalto ai civili dell’Ucraina orientale.

 

I politici non contano veramente in Ucraina, perché l’Ucraina è la terra degli oligarchi.Bene o male, Putin ha messo fine al regno degli oligarchi in Russia. I membri del “circolo interno” di Putin saranno anche ricchissimi, ma sanno a chi devono il loro benessere. Imprigionando Mikhail Khodorkovsky, Putin ha lanciato un chiaro messaggio a tutti i potenti oligarchi che controllavano la Russia durante il periodo dell’ex presidente Boris Yeltsin: rimanete fuori dalla politica. In Ucraina niente di questo è avvenuto, e i politici sembrano lavorare in unisono, se non sotto diretto controllo degli oligarchi. Ci sono spesso tensioni tra di loro o tra loro e i politici; per esempio, l’Ucraino più ricco, Rinat Akhmetov, ha lavorato a stretto contatto con Yanukovich, mentre altri hanno preferito Timoshenko o Victor Iushenko. Gli interessi di Akhmetov sono legati alle industrie metallurgiche dell’Est ed egli ha fatto in modo che i suoi 300.000 dipendenti lo aiutassero a prendere il controllo dell’Ucraina dell’Est e respingere gli attacchi militari ai civili, attacchi che venivano incoraggiati da un altro oligarca, Igor Kolomoisky.

 

La stampa occidentale, inclusa Forbes, ha sottostimato l’influenza dell’oligarca Igor Kolomoisky. Kolomoisky ha utilizzato il concetto di “corporate raiding” alla lettera, utilizzando unità paramilitari a sua disposizione per tutta una serie di acquisizioni ostili. Senza dubbio astuto uomo d’affari, è riuscito a sottrarre diversi affari a potenti concorrenti come l’attuale presidente del Tartastan e, se dobbiamo credere a Putin, come l’oligarca russo Roman Abramovich. La recente incursione nella politica di Kolomoisky è avvenuta sulla stessa imponente scala. Nonostante abbia la residenza in Svizzera, è stato eletto governatore della regione di Dnepropetrovsk. Ha offerto una taglia di 10.000 dollari per ogni “Separatista Russo”, ha dotato l’esercito ucraino dei mezzi necessari  e ha armato i volontari nazionalisti. Mentre l’esercito ucraino regolare è riluttante a sparare alla sua stessa popolazione, le unità di Kolomoisky hanno partecipato a vari attacchi militari nell’est, incluso l’assalto del 9 maggio a Mariupol, dove sono stati uccisi molti civili. Fonti russe lo collegano al massacro di Odessa. Membri del nuovo governatorato di Odessa, nominato dopo il massacro, sono suoi stretti collaboratori.

 

Anche le attività “pro-ebrei” di Kolomoisky sono molto controverse. Egli fa donazioni in denaro a vari progetti di ristrutturazione o costruzione, da Gerusalemme alla sua nativa Dnepropetrovsk, riveste la carica di presidente della comunità ebrea ucraina, e nel 2010 è diventato il presidente del Consiglio Europeo delle comunità ebree, a seguito della sua promessa di donare 14 milioni di dollari per vari progetti. Altri membri del Consiglio hanno descritto la sua nomina come un “atto ostile in stile Est Europeo”. Dopo che molti tra loro hanno dato le dimissioni per protesta, Kolomoisky ha lasciato il Consiglio, ma solo dopo aver impostato un comitato “alternativo” chiamato Unione degli Ebrei Europei. I leader ebrei fedeli a Kolomoisky sostengono che l’Ucraina ora è una società aperta e pluralista, ma alla luce della tradizione ucraina di anti-Semitismo e pogrom, c’è poco da essere ottimisti.

 

La stampa occidentale si lamenta dei media controllati da Putin, ma Kolomoisky controlla almeno altrettanta informazione. Le sue proprietà includono il più grande gruppo mediatico ucraino, “1+1 Media”, l’agenzia di stampa “Unian”, così come vari siti internet, che gli permettono di tenere l’opinione pubblica in una frenesia anti-Putin. Andrew Higgins del New York Times ha pubblicato una storia dal titolo “Tra gli ebrei ucraini, la maggiore preoccupazione è Putin, non i Pogrom” che fa l’elogio di Kolomoisky per aver donato a Dnepropetrovsk il “più grande centro comunitario ebreo del mondo” insieme a un “museo dell’Olocausto ad alta tecnologia”. Higgins, tuttavia, nota che il museo “evita la delicata questione di come alcuni nazionalisti ucraini collaborarono coi nazisti… spiegando invece come gli ebrei sostennero gli sforzi dell’Ucraina di diventare una nazione indipendente”. In altre parole, questo museo hi-tech non è altro che un progetto di propaganda, che si focalizza su questioni che non riguardano l’Olocausto, e che non onora le vittime né documenta il ruolo dei collaborazionisti ucraini.

 

La Russia è debole. Il paese sta calando come popolazione, geograficamente ed economicamente. La Russia ha un territorio chiaramente troppo vasto. Guardiamo il confine russo-cinese, dove la densità di popolazione rivela un’immagine preoccupante per la Russia: ci sono circa 100.000 cinesi per chilometro quadrato a sud del confine, contro dieci russi dall’altra parte. Solo un fanatico russofobico potrebbe immaginare che la Russia voglia espandersi. Le repubbliche baltiche, la Moldavia, la Georgia e la Polonia, continuano a dare retta ai media occidentali e alle loro storielle di espansione russa, perché la NATO, la UE e gli USA sono più che felici di “fronteggiare la Russia” e fornire aiuti finanziari.

 

Il presidente Putin è stato accomodante nei confronti degli interessi occidentali. A discapito di quel che si legge sulla stampa occidentale, non ha protestato per l’espansione della NATO, ha abbandonato una serie di importanti basi militari russe, e ha agito aggressivamente solo quando ha capito che il “cortile” russo era in pericolo. L’annessione della Crimea, mentre rispondeva a una forte richiesta popolare sia in Russia che in Crimea, è stata un’operazione limitata, che ha consentito a Putin di salvare la faccia dopo aver “perso” l’Ucraina. Da quel momento ha dato parecchi segnali che è pronto a capitolare. I suoi limitati obiettivi sono riconosciuti negli scritti e nelle interviste di persone come l’ex ambasciatore in Russia Jack Matlock, o dell’ex Segretario di Stato Henry Kissinger. Ma quello che occorre sottolineare è che il prossimo leader russo potrebbe non essere altrettanto accomodante, specialmente alla luce delle continue e inutili provocazioni da parte degli Stati Uniti. Dmitry Rogozin, il rappresentante NATO della Russia e importante figura politica della destra, ha già dichiarato che la prossima volta che volerà in Ucraina e Moldavia, lo farà su un aereo bombardiere, dopo che questi paesi non hanno concesso al suo aereo civile di usare il loro spazio aereo. Quello che ha permesso l’ascesa di Hitler è stata la continua umiliazione della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale. La politica di umiliazione pubblica di Putin, i discorsi di “punire” lui o la Russia per il loro cattivo comportamento, sono un insulto al leader russo e ai suoi concittadini. Al contrario della Germania nel 1939, la Russia ha un sacco di armi nucleari. Se la Russia intendesse asservire gli USA o i suoi alleati con la minaccia di un attacco nucleare, sarei più che felice di ripetere il motto del New Hampshire: “Vivere liberi o morire”. Ma vale davvero la pena di insultare e minacciare una potenza nucleare già infuriata e frustrata per il gusto di consegnare l’Ucraina a gente come Kolomoisky e la sua combriccola di oligarchi, nazionalisti e politici asserviti? Quei politici e giornalisti occidentali che confondono la questione di difesa della libertà con i giochi di potere dell’attuale élite ucraina, dovrebbero essere consapevoli che non stanno servendo, ma tradendo, gli amati principi americani.

2132.- Jacques Sapir – I “giubbotti gialli” e la rabbia delle masse popolari

Jacques Sapir:”le rivendicazioni dei gilet gialli sono incompatibili con la permanenza della Francia dentro l’euro. Questa mobilitazione è una mobilitazione contro l’euro.” I popoli europei hanno preso consapevolezza. Per salvare la democrazia, occore mettere fine all’euro. A Berlino, i tedeschi sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai gilet gialli francesi. Francia, Belgio, Olanda e ora Germania. Il movimento dei gilet gialli sta diventando un’alleanza dei popoli europei contro l’austerità imposta da Bruxelles.

Jacques Sapir commenta la rivolta dei giubbotti gialli in Francia, le sue cause profonde, le sue caratteristiche e i possibili sviluppi. Non si tratta di una semplice protesta fiscale: dietro c’è una prolungata esasperazione e un forte sentimento di ingiustizia che, al di là di organizzazioni partitiche o sindacali, individua nell’altezzoso presidente, nel suo establishment e nella sua corte dei francesi “bobo”  il suo antagonista naturale. Qualsiasi sarà l’evoluzione del movimento, a breve o a medio termine per il governo francese è l’inizio della fine.

Schermata 2018-12-02 alle 16.58.04di Jacques Sapir, 19 novembre 2018

 

Il 17 novembre, il giorno dei “giubbotti gialli”, è stato un enorme successo, con oltre 2.000 posti di blocco contro i 1.500 che erano stati annunciati. I dati sulla partecipazione diramati dal ministero degli Interni sembrano ampiamente sottovalutati. Purtroppo questo successo è stato oscurato dalla morte di una manifestante e dai molti feriti, nella maggior parte dei casi dovuti ai tentativi di forzare il blocco con le auto. Questo successo sfida i movimenti politici e i sindacati. Se la maggioranza (LaREM, sigla de La République en marche) con i suoi giornalisti su commissione lo presentano come un fenomeno odioso ed esecrabile, sarebbe invece necessario farsi qualche domanda sul significato di questo movimento e le sue possibili conseguenze.

Il giorno della collera

La Francia brucia: La Prefécture de Puy en Velay est en feu, mentre i tiratori scelti dell’esercito francese si appostano agli incroci strategici. Lo volete l’esercito europeo? Des snipers (tireurs d’élites militaires) ont été déployés sur les toits des Champs Elysees et sur des zones de protection des institutions. Selon une source de la DGSE cet ordre émanerait directement du chef de l’état. – 10 000 grenades lacrymogènes ont été tirées. – 140 000 litres d’eau ont été balancés sur les GiletsJaunes. Le syndicat de Police Alliance demande l’instauration de l’État d’Urgence et l’intervention de l’Armée. Paris, 1er decembre.

 

Questo movimento è stato innescato dall’annuncio di un aumento dei prezzi del carburante. Tuttavia, riflette una rabbia molto più profonda e cause molto più complesse. La questione dei prezzi del carburante rimanda alla cosiddetta “compressione dei consumi” delle famiglie delle classi popolari. Quando non si hanno mezzi di trasporto alternativi e si devono fare ogni giorno decine di chilometri per andare al lavoro, ebbene sì, il costo del carburante rappresenta un pesante onere. Detto in termini economici, in questo caso non vi è alcuna elasticità del consumo rispetto al prezzo.

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Tuttavia, un semplice aumento dei prezzi del carburante non avrebbe certamente causato una tale collera se non fosse arrivato in aggiunta ad altri aumenti e ad una pressione fiscale che le classi lavoratrici considerano eccessivamente onerosa. Le riforme fiscali realizzate lo scorso anno dal governo – tra cui la rimozione della ISF (Imposta di solidarietà sul patrimonio) – e le misure adottate dai governi precedenti – tra cui ricordiamo i 44 miliardi di sgravi fiscali del CICE (credito d’imposta per la competitività e l’occupazione) concessi alle grandi imprese in cambio della creazione di qualche posto di lavoro – sono alla base di questa rabbia. Si parla di una “esasperazione fiscale”; in certi casi ci si può arrivare. Ma qui si tratta soprattutto di un senso di ingiustizia fiscale.

A questo aggiungiamo le più che infelici osservazioni di un presidente della Repubblica il quale evidentemente non prova alcuna empatia per le classi popolari, affascinato com’è dagli “start-upper” e dalla ricchezza di coloro che, per usare la sua espressione, “si sono fatti dal nulla”. I termini estremamente dispregiativi che egli ha usato per anni contro le classi popolari sono ben noti. Non sono stati dimenticati da coloro a cui sono stati rivolti. I francesi, si dice, hanno la memoria corta. Invece hanno appena dimostrato l’esatto opposto.

Tutti questi sono stati fattori di coesione di una rivolta emersa dalle profondità della “Francia periferica”, per riprendere l’espressione del geografo Christophe Guilluy. L’odio dei rappresentanti organici della Francia “bobo” (bourgeois-bohème, corrispondente all’italiano radical-chic, ndt) segnala dove si trova la frattura.  Questa frattura, e qualcuno non se ne dispiaccia, è una frattura di classe. Gli slogan politici che abbiamo sentito non sono dovuti alla presenza di attivisti e di organizzazioni di partito, ma piuttosto al fatto che queste classi popolari identificano spontaneamente il governo e il presidente come loro nemici.

L’auto-organizzazione, i suoi precedenti, i suoi limiti e il suo futuro

Questa rivolta è stata in gran parte non organizzata, o più esattamente auto-organizzata. È partita da iniziative individuali, e si è amplificata sui social network. Un gran numero di manifestanti del 17 novembre erano alla loro prima esperienza di manifestazione, di lotta collettiva. Questa esperienza, questa forma specifica di socializzazione è di estrema importanza. Perché imparando a coordinarsi, a parlare insieme, queste persone smettono di essere individui isolati. Diventano consapevoli della loro forza. È per questo motivo che questo movimento, eterogeneo nella sua ideologia, i cui partecipanti sono disomogenei e tra loro differenziati, è fondamentalmente un movimento sociale progressista. Perché ogni esperimento sociale che oggi permette agli individui di uscire dal loro isolamento ha un carattere progressista.

Il disorientamento di certi partiti, ma anche di certi sindacati, di fronte a questa manifestazione è stato dirompente. La partecipazione dei dirigenti della France Insoumise, come Jean-Luc Mélenchon, François Ruffin, o Adrien Quatennens, mostra che questo movimento ha compreso la natura profonda di quanto stava accadendo. Bisogna anche dire che alcuni altri partiti hanno sostenuto l’evento, alcuni più timidamente altri con più convinzione. Per riprendere una espressione del mio ottimo collega Bruno Amable, la domanda che oggi si pone è se su questa base si verrà a formare un “blocco anti-borghese” in grado di contrastare il “blocco borghese” ora al potere.

Perché la forza dei giubbotti gialli può essere anche la loro debolezza. Se la mobilitazione vuole essere duraratura, e per affrontare l’intransigenza del governo è chiaro che deve esserlo, dovrà darsi una forma di organizzazione. Ma allora la pressione del governo aumenterà di conseguenza. Basti ricordare come Georges Clemenceau, allora ministro degli Interni, riuscì a manipolare Marcelin Albert, il leader della rivolta dei vignaioli del Mezzogiorno e in particolare della regione di Béziers nel 1907, di cui ci è rimasta la canzone “Gloire au 17ème“, che celebra la fraternizzazione dei soldati del 17° battaglione con i manifestanti. I giubbotti gialli avrebbero quindi interesse a strutturarsi in comitati di azione con coordinamenti regionali e nazionali, consentendo un controllo democratico che vada oltre la preparazione di una giornata di dimostrazione.

Ci sono poliziotti francesi, infiltrati, che si danno alla violenza per screditare il movimento.Vari video girano mentre i loro colleghi in divisa li aiutano ad indossare i gilet. Questo ragazzo arrestato grida “je suis avec vous” ovvero “io sono con te”, poi un altro poliziotto arriva e dice ‘va bene!’ Viene liberato, dopo l’arresto e saluta i colleghi con una pacca sulla spalla.

Oltre a questo rischio, sempre presente, la mobilitazione deve porsi la questione dell’allargamento del movimento, ma anche delle forme che deve assumere e degli obiettivi che deve darsi. La persistenza dei blocchi e delle manifestazioni nella giornata di domenica 18 novembre, l’estensione ai territori di oltremare, tutti questi sintomi indicano che potremmo essere alla vigilia di qualcosa di molto più importante di una semplice protesta contro le tasse.

La cancellazione dei sindacati e il potenziale di questa mobilitazione

Tuttavia, dobbiamo tornare alla cancellazione dei sindacati e al suo corollario: la mancanza di rappresentanti istituzionali dei giubbotti gialli. Ci sono molte ragioni per questa cancellazione, e il fenomeno della burocratizzazione delle grandi centrali è una di queste. Ma quando il governo fa tutto il possibile per eliminare i sindacati come forze sociali, poi non può lamentarsi dell’assenza di rappresentanti istituzionali nel movimento del 17 novembre, rappresentanti con cui potrebbe, nel caso, negoziare.

Nel maggio del 1968, furono i sindacati, e prima di tutto la CGT, gli artefici del compromesso – l’accordo di Grenelle – che permise al movimento di trovare una via d’uscita non rivoluzionaria. Questi accordi sono stati talmente significativi che la parola “Grenelle” oggi è ripresa in tutte le salse. Sarà difficile che un fatto del genere si ripeta.

Il governo si trova quindi di fronte a un movimento di tipo nuovo, un movimento di protesta che porta direttamente in sé la natura di una protesta politica. A meno di cedere molto velocemente, ed è molto difficile che questo possa accadere, il governo rischia di dover affrontare due gravi ostacoli.

Il primo è che questa mobilitazione continui a montare e che si arrivi, qua e là, a una fraternizzazione con le forze dell’ordine. Questo è lo scenario peggiore per questo governo. Anche se al giorno d’oggi è poco probabile, implicherebbe la trasformazione di questa mobilitazione in un movimento insurrezionale.

Il secondo, più verosimile, è che questa mobilitazione finisca per logorarsi per mancanza di opportunità concrete e per non riuscire a collegarsi con altri settori della popolazione. Ma, anche se questo movimento andrà ad esaurirsi, sarà solo in apparenza. La rabbia, e ora anche l’amarezza, saranno sempre lì, in attesa di un pretesto per riaffiorare, e un’opportunità, soprattutto elettorale, per esprimersi.

Il governo deve dunque affrontare una grande minaccia a breve termine, ma una minaccia altrettanto formidabile a medio termine. Ma qualunque cosa faccia, non si sbarazzerà del pericolo.

E, per gli amatori, le prime strofe della canzone.

 

GLORIA AL DICIASSETTESIMO

 

Legittima era la vostra collera
Rifiutarsi era un grande dovere
Non si devono uccidere i propri padri e madri
Per i grandi che sono al potere
Soldati, la vostra coscienza è pulita
Non ci si uccide tra Francesi
Rifiutandovi di insanguinare le vostre baionette
Soldatini, avete fatto bene

 

Vi saluto, vi saluto
Coraggiosi soldati del Diciassettesimo
Vi saluto, bravi marmittoni
Ognuno vi ammira e vi ama
Vi saluto, saluto voi
E il vostro magnifico gesto
Avreste, sparandoci addosso,
Assassinato la Repubblica.

 

(versione italiana di Riccardo Venturi)

Di Carmenthesister, immagini di archivio, Associazione Europa Libera.

2131.- Come e perché l’Ue è un po’ russa sull’ultima battaglia navale fra Russia e Ucraina

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PER FORTUNA, L’UNIVERSO NON VA A PETROLIO.

Al G20 di Buenos Aires, Vladimir Putin ha spiegato, a chi voleva sentire, i perché del fatto di Kerch. Su <associazioneeuropalibera.wordpress.com> abbiamo esaminato e commentato le ragioni di questo modesto scontro navale, cercato dal premier ucraino, traballante, Petro Oleksijovyč Porošenko.

Donald Trump, che non si è levato contro le bombe al cloro dei cosiddetti ribelli siriani – ricordate lo sciame di missili del 17 ottobre, in rappresaglia del falso attacco chimico di Assad – e né ha speso una parola per le 107 vittime, ha definito, sbrigativamente, Kerch un’“aggressione” russa e ha colto l’occasione per rifiutare l’incontro con Putin (Da Buenos Aires, Putin e Trump hanno avuto un breve incontro informale).

Questo è il livello della politica USA in Europa e Trump ha sbagliato, come sbaglia qualunque leader che non vuole (o non può?) sfruttare un’occasione di dialogo. Il neoliberismo Usa non ha lasciato la cloche e una cosa è certa: La guerra dell’impero alla Russia si farà sulla pelle dei popoli europei.

Copia di Donald

Start, di Valerio Giardinelli, ci porta il Punto di Marco Orioles

Cosa farà l’Europa dinanzi a quella che il presidente americano Donald Trump ha definito “aggressione” russa nei confronti dell’Ucraina? La crisi del mar di Azov, che fa risuonare il tamburo di guerra nelle propaggini nord-orientali del Vecchio Continente, ha trovato l’Unione europea apparentemente risoluta nella condanna delle azioni di Mosca. Ma ci sono voluti tre giorni perché, dalle prime, rapsodiche dichiarazioni dei singoli leader, si passasse ad un comunicato ufficiale dei 28 sulla vicenda: un tempo lunghissimo, che segnala la mancanza di compattezza del blocco nei confronti della politica di potenza della Russia e, soprattutto, fa intuire quanto sarà difficile convergere su eventuali ritorsioni.

Era stato il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, a rompere il ghiaccio, a ventiquattro ore dai fatti, con una dichiarazione rilasciata dopo una telefonata di solidarietà con il presidente ucraino Pedro Poroshenko. “Condanno l’uso russo della forza nel mar di Azov”, ha detto Tusk. “Le autorità russe devono restituire i marinai ucraini, le navi e astenersi da ulteriori provocazioni”. “L’Europa”, ha concluso, “resterà unita a fianco dell’Ucraina”.

Poco dopo, è giunto il tweet dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, che definisce “inaccettabili” gli “sviluppi nel mar di Azov”. “Chiediamo a tutti”, ha scritto l’esponente Dem, “di mostrare moderazione. Ci aspettiamo dalla Russia che rilasci immediatamente l’equipaggio e le navi ucraine”.

Ieri è arrivata quindi l’esortazione del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che ha chiesto alla Russia di rilasciare “i marinai ucraini arrestati” e ha definito “fondamentale” l’integrità territoriale dell’Ucraina violata con l’atto proditorio della guardia costiera di Mosca nei pressi dello stretto di Kerch.

Ma a non passare inosservate sono state soprattutto le parole del ministro degli esteri austriaco Karin Kneissl. Che, a nome della presidenza di turno dell’Unione, ha sostenuto che l’Ue “non esclude nuove sanzioni” nei confronti di Mosca.

Passati i tre giorni di meditazione, l’Unione europea ieri ha infine rilasciato la sua dichiarazione ufficiale, emessa per bocca dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel testo si parla di “inaccettabile uso della forza” da parte della Russia e di “massima preoccupazione” dell’Europa “per il pericoloso incremento delle tensioni” in Ucraina. Si chiede alla Russia di liberare le navi e i marinai ucraini, e di assicurare il libero accesso al mare di Azov. Si esprime sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, e si auspica moderazione da ambo le parti. Infine, si assicura che l’Ue “continua a seguire da vicino” le vicende e “agirà appropriatamente”.

Ma è proprio sulle azioni che l’Unione potrebbe mettere in campo per reagire alla prova di forza di Vladimir Putin che alcune fonti diplomatiche UE sentite da Reuters esprimono dei dubbi. A detta delle anonime feluche citate dall’agenzia di stampa, l’Ue non solo non si muoverà velocemente, ma potrebbe addirittura rimanere immobile, fissa al palo delle proprie divisioni interne.

È noto infatti che, in seno alla comunità, vi sono paesi che sposano la linea della durezza nei confronti della Russia e altri che preferirebbero un approccio più morbido o, addirittura, la caduta di quelle sanzioni che non sono state completamente digerite per via dei riflessi negativi sulle rispettive economie. Così, se da un lato le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia, con l’assenso della Gran Bretagna, premono per una reazione incisiva dell’Unione, dall’altro lato Italia, Grecia, Bulgaria e Cipro fanno valere, sia pur dietro le quinte, le ragioni della distensione con un attore come la Russia col quale l’Unione dovrebbe tenere aperto il filo del dialogo.

Ecco così che una prima fonte diplomatica citata da Reuters ritiene che “non ci muoveremo molto velocemente su eventuali nuove sanzioni”. Certo, aggiunge: “Potrebbero essercene alcune più avanti, questo non è escluso. Ma per ora l’unità dei 28 è centrale. E il focus (è) sulla de-escalation”.

“Dubito che ci affretteremo” a varare nuove sanzioni, osserva la seconda fonte consultata da Reuters. La quale evidenzia come, nelle ore concitate seguite all’assalto russo contro le navi ucraine, si siano attivati “un sacco di contatti. Vediamo dove ci portano”. Il riferimento è, tra le altre cose, alla duplice telefonata fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente ucraino Poroshenko e a quello russo Putin, con tanto di offerta di mediazione tra le parti e di riattivazione di quel formato “Normandia” (che, oltre a Germania, Russia e Ucraina include anche la Francia) che condusse nel 2015 alla sigla degli accordi di Minsk.

Una terza fonte, infine, mette le mani avanti: “Al fine di discutere le sanzioni dovremmo avere un quadro più chiaro di cosa è successo”. Un rilievo che tradisce la preoccupazione maggiore in casa europea: non schierarsi automaticamente dalla parte dell’Ucraina al fine di non irritare troppo lo zar e danneggiare quella parvenza di relazioni russo-europee rimaste in piedi in questi anni di embargo.

Prudenza, dunque, è la parola d’ordine dominante nel palazzo europeo. Alle voci che chiedono provvedimenti non solo simbolici nei riguardi della Russia si affiancano quelle di chi non è disposto ad incrementare le tensioni né a prendere in considerazione nuove sanzioni. Sarà già un’impresa se, al prossimo Consiglio Ue di dicembre, i leader accorderanno per confermare quelle esistenti. E se in teoria il summit dei ministri degli esteri Ue previsto per il 10 dicembre potrebbe prendere in considerazione ulteriori ritorsioni nei confronti di Mosca, si può ritene sin d’ora difficile che si raggiungerà l’unanimità necessaria.

L’Orso russo fa paura, e divide fatalmente i 27 tra un fronte di falchi e uno di colombe che paralizzerà, come di consueto, il processo decisionale della macchina europea.

2130.- MACRON CEDE A BERLINO (ANCHE) IL SEGGIO FRANCESE AL CONSIGLIO DI SICUREZZA…

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Alcune brevi note a questo articolo di Maurizio Blondet sulla metamorfosi della Francia sotto la leadership tedesca:

L’Arco di Trionfo (Arc du Triomphe de la place Charles de Gaulle in francese) è un importante monumento di Parigi. Si trova all’inizio del famoso viale dei Champs-Élysées, al centro della Place del’Étoile (oggi chiamata Place Charles de Gaulle). Il monumento fu voluto da Napoleone Bonaparte per celebrare la vittoria . 

La Liberazione di Parigi durante la seconda guerra mondiale, avvenne il 25 agosto 1944 al termine della battaglia di Normandia e costituì un momento di grande importanza militare e politica simboleggiando la disfatta tedesca sul fronte occidentale e la fine dell’occupazione della Francia.

Grazie a De Gaulle, la Francia siede nel consiglio di sicurezza dell’ONU fra i “vincitori”, della guerra contro il III Reich.

È, soprattutto, nella Place Charles de Gaulle, davanti all’Arc du Triomphe e nei Champs-Élysées che i Gilets Jaunes si battono da giorni contro la polizia di Macron. Oggi erano in 75.000 in tutta la Francia e si stanno espandendo dalla Francia al Belgio, all’Olanda, alla Germania, alla Bulgaria. Non protestano più soltanto contro il caro vita, ma contro l’immigrazione e dopo Macron minacciano pure la Merkel.

Inviati di Russia Today a Parigi denunciano un uso sconsiderato e senza precedenti in Europa, di proiettili di gomma contro i Gilets Jaunes. Sono stati filmati agenti chasseurs travestirsi da manifestanti, infiltrarsi fra le loro file e aggredirli con violenza. L’UE sanziona Orban, quando Macron ha instaurato uno Stato di polizia nel cuore dell’Europa.

Chissà che la Nuova Europa non innalzi, presto, una bandiera gialla.

 

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Il vice-cancelliere Olaf Scholz ha proposto alla Francia di cedere alla UE il seggio al consiglio di sicurezza dell’ONU di cui dispone come “vincitore”, grazie a De Gaulle, della seconda guerra mondiale. Grazie a questo seggio, la Francia ha il potere di veto sulle decisioni degli altri membri,Usa, Regno Unito, Russia e Cina.

 

Che Berlino voglia questo seggio (e il suo potere) per sé sotto spoglie “europeiste” – come miri alla Bomba francese sotto la maschera della “difesa comune europea” – non è nemmeno un segreto. A giugno scorso, parlando in una riunione del PPE, Angela ha evocato la creazione di un gruppo di 10 paesi europei, operanti col veto francese e la Commissione “perché l’Europa parli con una sola voce” poiché questo gruppo di 10 sarebbe cangiante (in modo che tutti i 27 a rotazione vi entrino) è abbastanza ovvio che la Germania coi suoi satelliti (Paesi Bassi, Austria, Anseatici) avrebbe in esso sempre la maggioranza dirigente. Non a caso nella stessa riunione Merkel ha chiesto “con urgenza” un libro bianco sulla sicurezza europea, per misurare “il livello delle minacce gravanti sull’Unione”, ed annunciato l’aumento delle spese militari della Germania all’1,5% per il 2025. Che è l’80% in più di quel che spende oggi. E’ evidente che nel pensiero della Cancelleria, seggio francese all’ONU e  la disponibilità dell’ atomica francese sono concettualmente unite nello stesso progetto egemonico.

Olaf Scholz con MoscoWC e il greco Tsakalotos.

Il punto è che Macron sta aderendo a questo progetto. Con la incredibile sottomissione che ha dimostrato verso Berlino, e in segreto. Solo accidentalmente, in una conferenza ad Harvard il 6 ottobre, i francesi che vi partecipavano l’hanno saputo. Dall’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christophe Heusegen, il quale ha reso noto che sono in corso discussioni per trasformare il seggio permanente della Francia in un seggio franco-tedesco; dal 2019, Berlino avrà il seggio permanente all’ONU,  ha  di fatto lasciato intendere.

Selon une indiscrétion d’Erwan Le Brasidec qui date de deux mois https://t.co/yOFWdJSh6h

— Rwan (@NapiIV) November 28, 2018

La cosa impressionante è che Macron stia facendo questo regalo, cessione del prestigio storico e del potere internazionale reale del suo Paese, non solo nonostante il crollo della sua reputazione presso la sua opinione pubblica, con l’insurrezione dei Gilet Gialli; ma senza nemmeno ottenere una contropartita. La sola contropartita che chiede ed implora da quando è all’Eliseo. “La Francia” disse allora, “si mette sotto i limiti di Maastricht [ossia si sottopone alle austerità prescritte da Berlino] ma si aspetta che in cambio la Germania impegni risorse in un bilancio europeo della zona euro, pari a vari punti del Pil, per permettere un rilancio dell’economia e il finanziamento di progetti strategici comuni”.


Di fatto, si sa come la Cancelliera ha sempre risposto. Prima, i paesi indebitati mettano a posto i conti, e solo allora si vedrà se la Germania contribuirà al bilancio comune, perché non vuole pagare i conti degli italiani, greci, portoghesi, spagnoli- (e francesi, ma questo lo dice meno). Macron faccia i compiti a casa, e poi si vede… sempre facendo balenare le meraviglie di un “asse franco-tedesco” , che i media francesi macroniani chiamano “la coppia franco-tedesca”, ma – fanno osservare i corrispondenti a Berlino, stranamente l’espressione “coppia franco-tedesca” non è mai usata né da Merkel né dai media germanici.
Su questa “amicizia” ha ironizzato recentemente il britannico Spectator: “Il grande progetto di Macron, di obbligare la Germania a farsi responsabile dei debiti non solo dell’Italia ma dei paesi del Sud, è fallito. La Germania non lo farà mai, se non obbligata con la forza. Sicché il grande progetto di Macron è sconfitto non dai suoi nemici populisti, in Italia o altrove, ma dai suoi “AMICI” tedeschi”.
Dunque il continuo cedimento senza contropartito di Macron alla Germania rivela qualcosa di più fondamentale che la mera stupidità e lo spirito di sottomissione; rivela irresponsabilità. Lo sottolinea ad alta voce Jean-Pierre Chevènement , ex ministro della Difesa con Mitterrand (si dimise quando la Francia partecipò alla prima guerra del Golfo, nel ‘92), e di Jospin: socialista, ma socialista patriottico, una delle menti più lucide del pensiero politico e schiena dritta.
Intervistato da Marianne, Chevénement sottolinea “la lunga serie di iniziative unilaterali che Berlino ha preso senza consultazione preventiva con Parigi: l’uscita dal nucleare nel 2001, l’obbligo di pareggio del bilancio, la minaccia di sbattere fuori la Grecia dall’euro, l’apertura dell’Unione Europea alla marea di rifugiati nel 2015 – e non dimentichiamo che la Germania ha anche imposto, nel 2008, la imposizione della sostanza del Trattato di Lisbona, rigettato per referendum dal 55% dei francesi”. Con questa costante tendenza alla prevaricazione, “tollerata in silenzio da Sarkozy e da Hollande”, cosa può far sperare che dopo essersi impadronita del seggio francese al Consiglio di Sicurezza, la Germania lo userà “per una Unione Europea con una diplomazia comune” sognata dagli idealisti europeisti?

Jean-Pierre Chevénement. Ruppe con Mitterrand perché contro la prima guerra anti-Irak, 1992.

Anche il forcing del vicecancelliere Olaf Scholz che ha chiesto alla Francia di mutualizzare il seggio è parte della stessa politica di unilateralismo e prevaricazione. Oltretutto, “dà il sentimento di voler riprendere il vecchio disegno tedesco di voler ridurre l’influenza della Francia in Europa”.
Aggiunge il vecchio politico: “Il degrado continuo della situazione economica della Francia dall’inizio degli anni 2000, si riflette nelle statistiche del commercio estero: 70 miliardi di deficit, di cui un quarto verso la Germania: esso mostra la deindustrializzazione del paese, che abbiamo consentito. Per contro c’è eccedente commerciale tedesco, 250 miliardi di euro l’anno, quasi il 10% del Pil, che è anch’esso contrario alle regole di Bruxelles: ma avete mai visto la Commissione istruire una procedura per surplus eccessivo?”.
Il punto, dice il vecchio “gollista rosso”, non è di profitti e di export. E’ che ”l’accumularsi dei deficit e la deindustrializzazione può impedire alla Francia, nel lungo termine, di mantenere e sviluppare il suo sforzo di difesa. Ora, la dissuasione nucleare è inseparabile dal seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. Se la Francia non si reindustrializza, è aperta la via all’abdicazione nazionale” – e ad ogni velleità di parità e eguaglianza nella “coppia” franco-tedesca. “Se la Francia cede, accetta la retrocessione a nazione di terz’ordine”.

E’ evidente che la UE si  sta tramutando dietro le quinte  in ben altra, allarmante cosa rispetto al “sogno europeista” dei nostri filo-europei di potere,  anch’esi irresponsabili sostenitori di un tale progetto,  Mattarella in primis: una potenza mondiale prussiana.  Per l’Italia sarebbe, ovviamente, ancora peggio della prevaricazione che subisce ora, ad ispirazione di una BCE francofortese. Non resta che sperare nei Gilet Gialli.

Sovranità europea o servitù volontaria?