1788.- Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane. Da Maurizio Blondet

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Questo articolo di Philip Giraldi, originariamente pubblicato il 2017-09-11, è oggi più attuale che mai.

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Philip Giraldi (nato nel 1946 è un ex specialista dell’antiterrorismo e ufficiale dell’intelligence militare della Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti e un giornalista e commentatore televisivo che è il direttore esecutivo del Consiglio per l’interesse nazionale .

Ho parlato di recente a una conferenza sul partito di guerra americano, dove in seguito un signore anziano si avvicinò a me e mi chiese: “Perché nessuno parla mai onestamente del gorilla di seicento chili nella stanza? Nessuno ha menzionato Israele in questa conferenza e sappiamo tutti che sono ebrei americani con tutto il loro denaro e potere che sostengono ogni guerra in Medio Oriente per Netanyahu? Non dovremmo iniziare a chiamarli e non lasciarli andare via con loro? ”
Era una domanda combinata con un commento che ho ascoltato molte volte e la mia risposta è sempre la stessa: qualsiasi organizzazione che aspira ad essere ascoltata in politica estera sa che toccare il filo diretto di Israele ed ebrei americani garantisce un rapido viaggio a oscurità. Gruppi ebraici e profondi donatori individuali non solo controllano i politici, ma anche i proprietari e gestiscono i media e le industrie dell’intrattenimento, il che significa che nessuno sentirà più o meno dal partito offensivo. Sono particolarmente sensibili sulla questione della cosiddetta “doppia lealtà”, in particolare perché l’espressione stessa è un po ‘fasulla poiché è abbastanza chiaro che alcuni di loro hanno solo una vera lealtà nei confronti di Israele.

Più di recente, alcuni esperti, incluso me stesso, hanno avvertitodi una guerra imminente con l’Iran. A dire il vero, la sollecitazione a colpire l’Iran viene da molte parti, per includere i generali nell’Amministrazione che pensano sempre in primo luogo in termini di risoluzione dei problemi attraverso la forza, da un governo saudita ossessionato dalla paura per l’egemonia iraniana e, ovviamente, da Israele si. Ma ciò che fa funzionare il motore di guerra è fornito da ebrei americani che si sono presi l’oneroso compito di iniziare una guerra con un paese che non minaccia in modo plausibile gli Stati Uniti. Hanno avuto molto successo nel falsificare la minaccia iraniana, al punto che quasi tutti i membri del Congresso repubblicano e più democratici, così come gran parte dei media, sembrano essere convinti che l’Iran debba essere trattato con fermezza, sicuramente usando l’esercito americano, e prima è, meglio è.

E mentre lo fanno, la questione che quasi tutti gli odiatori dell’Iran sono ebrei è in qualche modo scomparsa, come se non importasse. Ma dovrebbe essere importante. Un recente articolosul New Yorker sull’arresto dell’imminente guerra con l’Iran suggerisce stranamente che l’attuale generazione di “falchi dell’Iran” potrebbe essere una forza di moderazione per quanto riguarda le opzioni politiche date le lezioni apprese dall’Iraq. L’articolo cita come intransigenti sull’Iran David Frum, Max Boot, Bill Kristol e Bret Stephens.

Daniel Larison a The American Conservative ha una buona recensionedel pezzo di New Yorker intitolato “Sì, l’Iran Hawks vuole il conflitto con l’Iran”, che identifica i quattro falchi sopra citati per nome prima di descriverli come “… un Who’s Who di straniero costantemente pessimo pensiero politico. Se avessero avuto ragione su una delle principali questioni di politica estera negli ultimi vent’anni, sarebbero state notizie per il mondo intero. Ognuno di loro odia la questione nucleare con l’Iran con passione, e hanno discusso a favore di un’azione militare contro l’Iran, in un punto o nell’altro. Non ci sono prove che nessuno di loro si opporrebbe ad attaccare l’Iran “.

E aggiungerei altri nomi, Mark Dubowitz, Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht della Fondazione per la difesa delle democrazie; Daniel Pipes del Forum del Medio Oriente; John Podhoretz di Commentaryrivista; Elliot Abrams del Council on Foreign Relations; Meyrav Wurmser del Medio Oriente Media Research Institute; Kimberly Kagan dell’Istituto per lo studio della guerra; e Frederick Kagan, Danielle Pletka e David Wurmser dell’American Enterprise Institute. E puoi anche gettare nel saltatore intere organizzazioni come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il Washington Institute for Near East Policy (WINEP) e l’Hudson Institute. E sì, sono tutti ebrei, e molti di loro si auto-descrivono come neo-conservatori. E potrei aggiungere che solo uno degli individui nominati ha mai prestato servizio in qualche ramo dell’esercito americano – David Wurmser era una volta nella riserva della Marina.

Quindi è sicuro dire che gran parte dell’agitazione per fare qualcosa contro l’Iran viene da Israele e dagli ebrei americani. Anzi, direi che la maggior parte della furia del Congresso sull’Iran proviene dalla stessa fonte, con l’AIPAC che fa piovere i nostri Soloni sul Potomac con “schede informative” che spiegano come l’Iran sia degno di annientamento perché si è impegnato a “distruggere Israele” che è sia una bugia che un’impossibilità poiché Teheran non ha le risorse per svolgere tale compito. Le menzogne ​​dell’AIPAC vengono poi raccolte e riprodotte da un servizio di media, dove quasi tutti gli “esperti” che parlano del Medio Oriente in televisione e radio o che sono intervistati per le storie di giornali sono ebrei.

Si potrebbe anche aggiungere che i neocon come gruppo sono stati fondati da ebrei e sono in gran parte ebrei, da qui il loro attaccamento universale allo stato di Israele. Iniziarono ad emergere quando ottennero un certo numero di posizioni di sicurezza nazionale durante l’amministrazione Reagan e la loro ascesa fu completata quando occuparono posizioni di rilievo nel Pentagono e nella Casa Bianca sotto George W. Bush. Ricordiamo per un momento Paul Wolfowitz, Doug Feith e Scooter Libby. Sì, tutti ebrei e tutti i condotti per le false informazioni che hanno portato a una guerra che ha diffuso e distrutto efficacemente gran parte del Medio Oriente. Tranne che per Israele, ovviamente. Philip Zelikow, anch’egli ebreo, in un momento di franchezza, ha ammesso che la guerra in Iraq, a suo parere, è stata combattuta per Israele.

Aggiungi alla follia un ambasciatore ebreo degli Stati Uniti in Israele che si identifica con gli elementi dei coloni israeliani di estrema destra, un capo negoziatore nominato dalla Casa Bianca che è ebreo e un genero ebreo che è anche coinvolto nella formulazione della politica mediorientale. Qualcuno sta fornendo un punto di vista alternativo al sostegno eterno e acritico per Benjamin Netanyahu e il suo regime cleptocratico di teppisti razzisti? Penso di no.

Ci sono un paio di semplici soluzioni per il coinvolgimento dominante degli ebrei americani in questioni di politica estera in cui hanno un interesse personale a causa della loro appartenenza etnica o familiare. Prima di tutto, non metterli in posizioni di sicurezza nazionale che coinvolgono il Medio Oriente, dove potrebbero essere in conflitto. Lasciate che si preoccupino invece della Corea del Nord, che non ha una minoranza ebraica e che non è stata coinvolta nell’olocausto. Questo tipo di soluzione era, in effetti, un po ‘una politica per quanto riguarda la posizione degli ambasciatori degli Stati Uniti in Israele. Nessun ebreo è stato nominato per evitare qualsiasi conflitto di interessi prima del 1995, una comprensione che è stata violata da Bill Clinton (non lo sapresti!) Che ha chiamato Martin Indyk nel post. Indyk non era nemmeno un cittadino americano e dovette essere naturalizzato rapidamente prima di essere approvato dal congresso.

Quegli ebrei americani che sono fortemente attaccati a Israele e in qualche modo si trovano in posizioni di alto livello politico che coinvolgono il Medio Oriente e che in realtà possiedono alcuna integrità sulla questione dovrebbero ricusare se stessi, proprio come qualsiasi giudice farebbe se stesse presiedendo un caso in cui lui aveva un interesse personale. Qualsiasi americano dovrebbe essere libero di esercitare i diritti di primo emendamento per discutere le possibili opzioni in materia di politica, fino ad includere le posizioni che danneggiano gli Stati Uniti e beneficiano una nazione straniera. Ma se lui o lei è in grado di creare effettivamente quelle politiche, lui o lei dovrebbe buttare fuori e lasciare la generazione della politica a coloro che non hanno bagaglio personale.

Per quegli ebrei americani che non hanno alcun briciolo di integrità, ai media dovrebbe essere richiesto di etichettarli sul fondo dello schermo televisivo ogni volta che saltano fuori, ad esempio Bill Kristol è “ebreo e un sostenitore schietto dello stato di Israele”. sii un po ‘come un’etichetta di avvertimento su una bottiglia di veleno per topi – che traduce approssimativamente come “ingerisci anche il più piccolo dosaggio delle sciocchezze vomitate da Bill Kristol a tuo rischio e pericolo”.

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Poiché nessuno dei precedenti è probabile che accada, l’unica alternativa è per i cittadini americani che sono stanchi di avere l’interesse della sicurezza nazionale del loro paese dirottato da un gruppo che è schiavo di un governo straniero a diventare più assertivo su ciò che sta accadendo. Fai splendere un po ‘di luce nell’oscurità e riconosci a chi viene cucinato e da chi. Chiamalo come è. E se i sentimenti di qualcuno sono feriti, troppo male. Non abbiamo bisogno di una guerra con l’Iran perché Israele ne vuole uno e alcuni ebrei americani ricchi e potenti sono felici di consegnare. Seriamente, non ne abbiamo bisogno.

Nota: la mattina del 21 settembre Phil Giraldi è stato licenziato per telefono da The American Conservative, dove era stato un collaboratore regolare per quattordici anni. Gli fu detto che “Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane” era inaccettabile. La TAC gestione e consiglio sembrano aver dimenticato che la rivista è stata lanciata con un articolo dal fondatore Pat Buchanan dal titolo “Di chi la guerra?” , Che in gran parte ha fatto le stesse affermazioni che Giraldi fatto circa la spinta ebraica per un’altra guerra, in questo caso con l’Iraq. Buchanan è stato denigrato e denunciato come antisemita da molte delle stesse persone che ora stanno attaccando allo stesso modo il Giraldi.

Autore: Philip Gilardi

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1787.- Libia, Haftar annuncia l’inizio dell’operazione per liberare Derna

Il generale libico annuncia il disco verde alle operazioni volte ad allontanare gli islamisti da Derna, ultima roccaforte jihadista in Cirenaica. In ballo la stabilità della regione ed il futuro politico dello stesso Haftar, prossimo candidato alla presidenza.

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Era nell’aria da tempo, in Libia già da diversi giorni ci si preparava all’annuncio ufficiale: è partita l’operazione volta a riconquistare la città di Derna, nella Cirenaica.
A dare notizia del via all’azione contro l’ultima città in mano agli islamisti è stato il generale Haftar, uomo forte della regione orientale della Libia ed a capo di milizie autoproclamatesi Esercito Nazionale Libico.

Dato per morto lo scorso 13 aprile, Haftar in realtà ha avuto non meglio precisato problemi di salute e sul finire del mese scorso è apparso all’aeroporto militare di Bengasi di ritorno dalla Francia e dall’Egitto. Con Derna il generale ha un conto in sospeso da almeno quattro anni, da quando cioè ha lanciato la cosiddetta “operazione dignità”, con il quale per conto del governo con sede a Tobruck (contrapposto a quello riconosciuto dall’Onu con sede a Tripoli) è partita una vasta offensiva contro le forze jihadiste ed islamiste della Cirenaica.

Nei mesi scorsi le sue forze hanno liberato la città di Bengasi, la più importante della regione e la seconda per grandezza dell’intera Libia: all’appello, per l’appunto, manca ancora Derna. Apparso in video al rientro da Il Cairo, Haftar aveva già preannunciato l’intenzione di chiudere i conti definitivamente con gli islamisti ancora asserragliati in quella che appare, a livello storico, come uno dei centri di primaria importanza economica e sociale dell’intera Cirenaica. Adesso l’annuncio ufficiale: “Abbiamo iniziato a bombardare le postazioni islamiste – si legge in una sua dichiarazione riportata su Lapresse – Per i jihadisti a Derna è iniziato l’anno zero”.

Derna è occupata dagli islamisti dal 2011, è stato uno dei primi centri più importanti a cadere in mano terrorista dopo l’uccisione di Gheddafi: qui i gruppi salafiti hanno trovato un’importante roccaforte ed hanno messo radici sul territorio, sfruttando anche l’attenzione interna ed internazionale su altre città, quali Sirte (per breve tempo “capitale” del piccolo califfato Isis che era sorto nel 2016) e soprattutto Bengasi.

L’annuncio di Haftar sul via alle operazioni per Derna, arriva a poche ore dalle dichiarazioni di uno dei più importanti leader islamisti asserragliati in città: proprio in questo lunedì mattina infatti, Mohammed al Mansuri (portavoce del Consiglio della Shura dei Muhajideen di Derna) ha sottolineato la persistenza di una situazione “sotto controllo” in città nonostante la vicinanza delle forze di Haftar, dichiarando inoltre alla tv libica “al Tanaseh” il timore che l’autoproclamato esercito libico volesse emulare quanto già effettuato a Bengasi in occasione della recente offensiva.

Se l’operazione volta a liberare Derna va in porto, di fatto quasi tutta la Cirenaica sarebbe liberata dalla presenza di fazioni islamiste, anche se la situazione sotto il profilo della sicurezza rimarrebbe comunque precaria per via dell’attività di numerose cellule terroriste sparse nel territorio. Dal canto suo, Haftar si gioca anche una buona fetta del suo futuro da politico: secondo indiscrezioni che circolano dopo il suo rientro, il generale sarebbe intenzionato a lasciare l’esercito dopo la fine della battaglia di Derna, per concentrarsi sulla sua sempre più probabile candidatura alle presidenziali previste entro e non oltre il 2019.

Mauro Indelicato – Lun, 07/05/2018

1786.- ISRAELE E IRAN. SIRIA E RUSSIA: FERMATE QUEI DUE! PERCHÉ PUTIN NON REAGISCE AGLI ATTACCHI DI ISRAELE CONTRO L’IRAN.

Razzi dalla Siria sul Golan, poi la reazione dello Stato ebraico. L’escalation preoccupa l’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno lanciato “un appello alla distensione”. Rouhani l’ha raccolto, telefonando ad Angela Merkel e assicurandola : “Non vogliamo nuove tensioni nella regione”; ma, per Netanyahu: “Teheran ha oltrepassato la linea rossa”.
Secondo un portavoce militare, poco dopo la mezzanotte circa 20 razzi sarebbero stati lanciati dalla forza iraniana Al Quds. Solo alcuni sarebbero stati intercettati dal sistema di difesa antimissili israeliano denominato ‘Iron Dome’. In un crescendo di follia, gli Usa impongono nuove sanzioni alla Repubblica islamica. Israele non intende permettere “il radicamento militare in Siria di forze dell’Iran”, perciò, ha colto il momento favorevole e ha bombardato la Siria questa notte dall’1.45 alle 3.45, definendo l’operazione una risposta al bombardamento sulle Alture del Golan. I vertici militari israeliani hanno fatto sapere di aver informato la Russia prima di sferrare l’attacco missilistico. L’escalation era già partita nelle ore precedenti, tanto che le autorità israeliane avevano invitato la popolazione al confine con la Siria a mettersi al sicuro nei rifugi. Martedì i caccia israeliani avevano bombardato una base del regime siriano a sud di Damasco in cui sono presenti anche forze iraniane.

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Lo scoppio di missili nell’area di Damasco. L’attacco, di stanotte, ha visto bersagliata dai jet israeliani la base di al-Kiswah a sud di Damasco dove sarebbero dislocati missili della Repubblica islamica iraniana e di Hezbollah. (reuters)

Quello israeliano è stato un attacco massiccio con oltre 50 missili (70 secondo fonti russe) dal Golan verso la provincia di Quneitra, in particolare sulla città di Baath. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha dato notizia di 23 morti, il governo di Bashar al Assad di tre.

“Decine di razzi sono stati intercettati nei cieli siriani”, ha riferito l’agenzia ufficiale siriana Sana. Tel Aviv ha affermato di aver centrato “quasi tutti gli obiettivi iraniani in Siria”, tra i quali cinque batterie antiaeree di Damasco che avrebbero preso di mira gli aerei con la stella di David. Esplosioni sono state poi segnalate nei pressi di Damasco, che è stata illuminata dalle luci della contraerea.
Era prevedibile che dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano si sarebbe scatenato il primo scontro diretto tra l’Iran e Israele; infatti, è tornato a infiammarsi il confine con la Siria conteso dal 1967 e calmo da oltre 40 anni. L’Iran, ha tuonato il premier israeliano Benjamin Netanyahu ribadendo che non consentirà a Teheran di arroccarsi in Siria, ha “oltrepassato la linea rossa. La nostra reazione è stata adeguata”. Poi il monito a Damasco: “Ho inviato un messaggio chiaro al regime di Assad. La nostra operazione è diretta contro obiettivi iraniani in Siria. Ma se l’esercito siriano agirà contro Israele, noi agiremo contro di lui, come è esattamente avvenuto ieri sera”.
Lucidissimo Bashar al-Assad, ha denunciato che i raid della notte scorsa dimostrano come “l’aggressione israeliana” sia “entrata in una nuova fase”, con “l’ingresso diretto del nemico nel confitto in corso e senza più doversi nascondere dietro gruppi terroristi”.

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Israele agisce indisturbato e ci si domanda perché Mosca, alleato fondamentale di Damasco, non attivi più i suoi sistemi di difesa aerea né tuoni, come faceva prima, contro i recenti raid di Tel Aviv.

La questione in realtà è molto più profonda di quanto possa sembrare. E la Russia, in particolare Putin, si trova a dover affrontare un momento estremamente delicato in cui si innescano strategie e rapporti internazionali potenzialmente conflittuali. È un tempo di scelte che la guerra al terrorismo aveva rimandato, ma che adesso, con la fine dello Stato islamico, stanno lentamente tornando a galla. E Mosca deve decidere, controvoglia, da che parte stare.

I raid israeliani hanno uno scopo preciso nei confronti della strategia russa. Come scrivemmo su questa testata, l’obiettivo ècostringere il Cremlino a prendere posizione. E questa posizione, evidentemente, è o con Israele o con l’Iran. Tertium non datur, specialmente se a essere colpita è la Siria, Paese alleato e perno della strategia mediorientale di Mosca.

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Tank Merkava israeliani schierati al confine con la Siria (ansa)

Una scelta difficile

Dal punto di vista russo, è chiaro che scegliere è quanto di più difficile e indesiderato. Israele è un partner storico e un Paese con cui non vuole avere conflitti. Moltissimi cittadini israeliani sono di origine russa. I rapporti economici fra i due Stati sono ottimi. E in Medio Oriente, avere un amico a Tel Aviv fa sempre molto comodo. E la Russia non vuole diventare l’automatico alleato dei nemici di Israele, anche per una questione di immagine.

Dall’altro lato, l’Iran è stato e rimane un partner imprescindibile nella guerra al fianco della Siria. Le forze iraniane e quelle legate all’Iran, cioè tutta la galassia di milizie sciite presenti in Siria, costituisce l’architrave per la vittoria definitiva di Assad sui ribelli. Senza Teheran non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E il blocco di Astana, con il coinvolgimento della Turchia, è un simbolo di quest’asse fra Iran e Russia in cui si intrecciano anche importanti e fruttuosi rapporti economici. Specialmente in chiave anti americana e con uno sguardo all’espansione cinese.

L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è chiarissimo: spaccare l’asse fra Putin e Hassan Rohani. Un asse che, va ricordato, non è necessariamente un’alleanza a tutto tondo. Sbaglia chi crede che Iran e Siria abbiano interessi del tutto sovrapponibili. Per l’Iran, la Siria è una pedina fondamentale nell’espansione della sua politica verso il Mediterraneo. Per la Russia, la Siria è un avamposto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale.
Ma a Mosca, l’idea che la Siria sia sottoposta al controllo iraniano, non è un qualcosa che attragga particolarmente. Soprattutto perché questo significa, a medio e lungo termine, avere continuamente il rischio di una guerra regionale con Israele e l’Arabia Saudita. Guerra che metterebbe in pericolo il governo di Damasco e, di conseguenza, un alleato russo.

L’incontro e la possibile soluzione

Oggi, l’incontro fra Putin e Netanyahu a Mosca, in occasione della giornata della Vittoria, potrebbe essere molto utile per capire come si evolverà la capacità di risposta della Russia. Il premier israeliano ha ribadito, poco prima di partire per la capitale russa, l’importanza di un “coordinamento continuo” tra l’esercito israeliano e quello russo sullo sfondo degli eventi in Siria. Ed ha anche ringraziato Putin per “la possibilità di discutere i modi per rimuovere le minacce regionali”.

Il presidente russo tergiversa. Sa che qualsiasi reazione può comportare conseguenze molto gravi sulla sua strategia siriana. Se decidesse di imporre un ombrello totale sulla Siria, scatenerebbe l’ira di Israele. Ma è anche possibile che, lasciando che gli aerei israeliani colpiscano le basi iraniane in Siria, peggiori i rapporti con Teheran.

L’unica soluzione, almeno per il momento, sembra essere quella che il Cremlino si impegni a fare in modo che gli iraniani, le milizie di Hezbollah e le altre forze sciite, si allontanino dal confine israeliano. Ma può imporre questa decisione all’Iran dopo l’annuncio di Donald Trump sul nucleare e l’ennesimo raid di Israele? Intanto, Putin incassa. Ma il timore è che appaia come un pugile formidabile nell’incassare ma mai deciso a dare il colpo del k.o.. Infatti, è così che fa l’orso, fino a che….

1785.- “L’ITALIA DEVE USCIRE DALL’EURO PER POTER CRESCERE”; L’INTERVENTO ESPLOSIVO DI STIGLITZ ALLA NORMALE DI PISA

Passano i mesi, ma il problema è e resta l’euro.
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Se l’Italia non fosse nell’euro “potrebbe implementare politiche per la crescita”. A dirlo, non è il solito euroscettico nazionalista ovviamente xenofobo di destra e a tratti se non del tutto razzista, ma a margine della lectio magistralis per il conferimento di un dottorato dal Sant’Anna di Pisa, il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz.

“Un grosso problema dell’Italia – prosegue Stiglitz – e’ un sotto investimento nell’istruzione in particolare nel sistema di istruzione di livello universitario”.

Ad avviso di Stiglitz si crea cosi’ “una situazione nella quale i ricercatori vanno all’estero e negli Stati Uniti e non tornano, ma il costo dell’istruzione e’ stato pagato dall’Italia”.

Il premio Nobel mette nel mirino anche gli anni di governo della coalizione guidata da Berlusconi: “Il Paese ha perso molti anni sotto il governo Berlusconi”.

A chi gli chiede, invece, un giudizio sulle politiche economiche del governo Renzi, Stiglitz schiva dicendo: “Non conosco ogni dettaglio per intervenire nella discussione politica”.

E il valente economista attacca anche Mps: “Quando siamo in una situazione di crisi, come con Mps o come negli Usa nel 2008, penso che banche e depositi debbano essere salvati, ma anche che debba valere un principio di ‘accountability’, che implica che manager e banchieri siano responsabili dei disastri che hanno fatto.

Nel caso di Mps questo vale pure per i politici”.

Tradotto in parole povere, dovrebbero essere processati anche i capi a vari livelli del Pd, partito che da sempre è il dominus di Mps, additittura da 40 anni.

E Stiglitz continua così: “Nel caso degli azionisti e degli obbligazionisti e’ naturale che soffrano una perdita anche se siamo consapevoli che in Italia c’e’ stato un problema specifico, ovvero gli istituti di credito hanno fatto sottoscrivere obbligazioni senza informare di cosa si trattava”. Pertanto, evidenzia, Stiglitz “sono favorevole a salvare il sistema finanziario italiano, ma deve valere l’accountability per manager e azionisti”.

E Stiglitz attacca anche il ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble: “L’Unione monetaria, come ogni unione o accordo monetario puo’ finire, niente e’ per sempre. Fa parte del lavoro dei ministri delle Finanze e dei politici dire che l’euro non finira’ mai, perche’ potrebbero creare delle situazioni di panico e questo potrebbe portare a dei processi irreversibili”.
Per Stigltz, quindi, i politici lo sanno, ma tacciono e dicono piuttosto il contrario, per la paura che la valanga travolga non solo l’euro, ma anche le elite a cui appartengono e che l’euro hanno imposto alle nazioni dell’eurozona.

“Lo stesso Schauble dichiaro’ che la Grecia avrebbe potuto lasciare l’euro – ha aggiunto Stiglitz -.

Puo’ succedere che qualcuno lasci l’euro e, se questo avverra’, ci sara’ un’area con un Paese in meno”. Il premio Nobel lancia un monito al ministro delle Finanze tedesco: “La persona piu’ importante perche’ l’euro possa sopravvivere e’ lui: dovrebbe accettare di cambiare le regole per riportare la prosperita’ in Europa”.

A domanda diretta sull’opportunita’ che sia proprio l’Italia ad abbandonare la moneta unica, l’economista americano rileva: “Spero che questo sia un buon momento con Macron in Francia, e auspico che, con l’attuale governo in Italia, convinca la Germania e altri Paesi del Nord Europa a riformare le regole europee.

Penso che con delle regole giuste l’euro possa funzionare, perche’ non c’e’ un problema economico, ma politico, relativamente alla volonta’ della Germania e degli altri Paesi nordici di riformare o meno le regole”.

Per regole, Stiglitz intende la creazione degli eurobond, e quindi la condivisione del debito tra tutti gli stati dell’eurozona, e la cancellazione del fiscal compact che produce unicamente crisi economica, e quindi una vasta politica di investimenti pubblici in modo da creare lavoro, dato che la piaga più grave causata dall’euro è la disoccupazione di massa, che secondo i dati che la stessa Bce ha divulgato ieri, nell’eurozona è arrivata al 18,5%.

Ma queste nuove regole che Stiglitz vorrebbe per l’eurozona sono quanto di peggio potrebbe accadere, secondo la Germania.

Ecco perchè il premio Nobel per l’Economia Stiglitz consiglia all’Italia di uscire dall’Euro. E lo ha fatto oggi, a Pisa, nella più prestigiosa università italiana, la Normale.

Fonte STOPEURO

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Secondo un sondaggio commissionato dall’Ue, solo il 39% degli intervistati in Italia ha risposto che l’appartenenza all’Unione europea e’ un bene per il paese contro il 90% in Irlanda, l’89% a Malta, l’88 in Lituania, benchè questi tre membri della Ue non facciano molto testo, date le loro condizioni e le loro dimensioni. La media europea attuale dei favorevoli all’Ue, comunque, e’ del 64.

1784.- [L’inchiesta] Donne schiave, riti voodoo e sottomissione. Viaggio nella ferocia della mafia nigeriana

pamela-innocent-oseghale10“Pamela, uccisa con riti voodoo, bevuto il sangue. I Pm tacciono”. Meluzzi choc sulla mafia nigeriana

«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno». Il racconto del procuratore Gratteri, di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

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In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, e’ accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Fa paura questa mafia nigeriana. Che nasce nelle università come confraternite e che sta dilagando oltre ogni immaginazione. In Italia, in Europa, nel mondo. Il suo collante è l’intimidazione e i riti juju, un misto di rito vodoo impregnato da giuramenti e sottomissioni. I suoi affari sono droga e prostituzione. «Le ragazze destinate alla prostituzione sono moderne schiave, vittime di violenza e di stupri. Ne abbiamo liberate cento». Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per la prima volta si ritrova di fronte alla mafia nigeriana, anche se “tecnicamente” il reato di associazione mafiosa non è stato contestato nei sette fermi eseguiti ieri mattina a Lamezia Terme ma il favoreggiamento alla immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di donne.

Procuratore Gratteri, state nei fatti indagando, anche se non è emerso ancora “tecnicamente”, nulla potente mafia nigeriana. Siamo in Calabria e, dunque, cosa fa la ‘Ndrangheta? Si limita a guardare?
«Sembra inverosimile. Per il momento, però non sono emerse evidenze processuali di rapporti tra le due organizzazioni. Sappiamo però che le ragazze che si prostituiscono devono pagare diciamo una rata per l’occupazione del suolo pubblico. Stiamo lavorando per dare una identità a questi esattori».

Come nasce questa inchiesta?
«Nasce a gennaio con una ragazza costretta a prostituirsi che decide di raccontarci il dramma che aveva vissuto e che stava vivendo. Convinte a partire per avere un futuro di lavoro come cameriere o parrucchiere e invece si ritrovano costrette a prostituirsi dopo un viaggio allucinante che le ha portate in Niger e poi in Libia dove, in veri centri di stoccaggio, di detenzione vengono istruite alla prostituzione. E violentate».

Costrette a dover pagare un riscatto per tornare libere?
«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno».

Tutto questo accade a Castel Volturno come in Piemonte, in Veneto o in Sicilia. E poi c’è il grande affare dell’accoglienza. Il prefetto di Reggio ha notificato una interdittiva antimafia a una cooperativa che gestiva l’accoglienza di 700 richiedenti asilo.
«Dove ci sono i soldi c’è la Ndrangheta. Nell’inchiesta sul centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto persino il prete ha preteso 180.000 euro da giustificare sotto la voce di assistenza spirituale».

Uno spaccato inquietante. i fermi di Lamezia Terme sono solo l’inizio di una indagine destinata ad allargarsi. Tra le carte c’è la testimonianza di Blessing, che ha deciso di collaborare con la magistratura. Ecco una sintesi delle sue dichiarazioni.
«Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella». «Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di Johnson, che mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia, dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa l5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio, e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari». «Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito wudu praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare. In quell’occasione erano presenti al rito di giuramento anche mio fratello, mia sorella, Johnson e Ifanyi, un ragazzo di etnia igbo di circa 30 anni, fratello maggiore – a suo dire – della signora (madame) che avrei conosciuto in Italia».

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane (Stella, Vivian, Haisse e altre due di cui non ricordo il nome) a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Più volte, dopo aver capito le vere intenzioni delle persone e il vero motivo del viaggio, avevo chiesto spiegazioni e aiuto a Ifanyi. Non sapevo come fare: non avevo soldi, ero senza cellulare e chiusa in casa insieme alle altre 5 ragazze; lo stesso Ifanyi mi ha intimato di finire di chiedergli aiuto, perché dovevo soltanto acconsentire e obbedire a quello che successivamente in Italia mi avrebbe detto di fare la sorella (madame), pena le ripercussioni sulla mia famiglia e sui miei figli in Nigeria».

«Dopo quattro mesi trascorsi a casa di questo signore che si faceva chiamare papa, io e le altre cinque ragazze siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale. Tuttavia, il ragazzo arabo, che ci aveva accompagnato da casa del papa fino in quel campo, si frapponeva ed evitava che fossimo costrette a prostituirci o venissimo violentate. Preciso che mi ero separata da Ifanyi, quando ero stata data a questo signore arabo, che mi aveva portato in questo campo ed era amico di Ifanyi, che quest’ultimo era già arrivato in Italia e mi stava aspettando con la sorella (madame). Tramite Kelvin, Ifanyi mi aveva dato l’indicazione di mettermi immediatamente in contatto con la sorella (madame), una volta che sarei sopraggiunta in Italia, contattandola fingendo a chi mi avrebbe prestato il cellulare o dato una scheda telefonica di voler contattare i miei parenti in Nigeria; sempre secondo queste indicazioni, non avrei dovuto dire niente di quello che mi era successo e non avrei dovuto usare il nome “madame”, con il quale la sorella di Ifanyi veniva chiamata dallo stesso, e soprattutto non mi sarei dovuta fare identificare».

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata il 13/02/16 in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita. Avevo vergogna e paura che potesse succedere qualcosa di brutto a tutti noi. Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Costei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro di Olivadi, che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia». «Abbiamo viaggiato con un pullman di colore blu fino a Sant’Eufemia e Osas mi ha portato a casa sua. Qui c’erano la moglie e la figlia di due anni di nome Gift; c’erano inoltre due ragazze di nome Favor e Juliet Success, anche loro nigeriane. Era una casa a un piano molto alto: una casa grande con un soggiorno, la cucina vicino al soggiorno e subito dopo un bagno. La stanza di Favor e di Juliet Success era attaccata a quella di Osas e della moglie. Io stavo chiusa a chiave nella stanza di Favor e, una volta che rientravano a casa Favor e Juliet Success, mi facevano trasferire nel soggiorno e anche in tal caso la moglie di Osas mi chiudeva a chiave».

«Ho aspettato così per circa tre giorni, fino a quando è arrivata la madame, che era stata chiamata dalla moglie di Osas, che l’aveva avvisata del mio arrivo. Sopraggiunta la madame, costei ha detto alla moglie di Osas di aggiustarmi i capelli perché avrei dovuto prostituirmi. Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi: alcuni li aveva portati la madame nella sua borsa; altri me li ha dati la moglie di Osas. Ho provato a rifiutarmi, ma mi è bastata la sua smorfia e la sua aria minacciosa per capire che non avrei avuto altra scelta. Quella sera stessa sono dovuta uscire con Juliet, per andare nel parcheggio (quello con il trenino al centro) di Sant’Eufemia a prostituirmi. Ricordo che, prima di uscire, la moglie di Osas mi ha dato il cellulare, spiegandomi come avrei dovuto comportarmi: quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5,00 euro che le ho dovuto dare. La stessa mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

«La madame, invece, è rimasta per due giorni in quella casa e poi è andata via. La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20,00 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ne ha preso nota su un foglio. La moglie di Osas ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50,00 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

«Io e Juliet Success andavamo a prostituirci nel parcheggio dietro la stazione; Favor prendeva il treno per andare in un altro posto a prostituirsi.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, Juliet Success ha iniziato a prostituirsi in un’altra zona, su indicazione della moglie di Osas. Io invece continuavo a prostituirmi nel parcheggio. Così è stato per circa due mesi. In un’occasione sono rimasta per tre giorni a casa perché non volevo più prostituirmi. La moglie di Osas ha chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano. Tutti e tre, la madame, il ghanese e il nigeriano, mi hanno picchiato. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare».

«Preciso che Juliet Success dava il ricavato della prostituzione a Osas; io e Favor alla moglie. Per un periodo di tempo nell’abitazione di Sant’Eufemia, nella mia stessa stanza, aveva vissuto un’altra ragazza di nome Precious che si prostituiva insieme a Favor. A volte riuscivo a telefonare di nascosto in Nigeria, acquistando una ricarica di euro 5,00: sentivo mamma e mi vergognavo di dire quello che stava accadendo. Una volta ho sentito il marito di mia sorella e gli ho detto che stavo lavorando in un supermercato. Ma era domenica e i supermercati erano chiusi e lui ha capito che non stavo dicendo la verità; mi ha chiesto come mai non fossi andata in chiesa. Lui mi ha detto di pregare e poco dopo mi hanno fermata e sono stata accolta nel progetto».

DOMANDA: ricorda se durante il periodo in cui si trovava a Lamezia è stata costretta a ricorrere a cure mediche/ricoveri in ospedale?
RISPOSTA:«- si, in una occasione, appena arrivata a Sant’Eufemia, dopo aver effettuato il viaggio, sono stata portata presso una abitazione, non so dire di preciso dove, perché ero rimasta incinta a seguito delle violenze subite durante il viaggio per raggiungere l’Italia. Ero incinta di circa 5 mesi e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».
DOMANDA:«- ha mai avuto a che fare con qualche italiano che aiutava la madame o Osas?».
RISPOSTA:«No, tengo a precisare che il numero di telefono riportato in oggetto è attivo ed è da me utilizzato, ma da quando mi trovo nella comunità è spento. Lo accendo solo sporadicamente per sentire i miei familiari ed in tali occasioni ricevo molteplici messaggi e chiamate da parte delle utenze indicate in querela che mi chiedono dove mi trovo e che fine io abbia fatto in quanto vogliono che io mi prostituisca di nuovo. Inoltre i miei aguzzini sono riusciti a raggiungere la mia famiglia in Africa, minacciandoli affinchè questi mi convincano a ritornare a prostituirmi a Sant’Eufemia. Infatti anche da loro ricevo delle pressioni per ritornare nella vecchia abitazione perché hanno paura che sia a me che a loro possa succedere qualcosa di brutto».

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20 dicembre 2017

1783.- Il costituzionalista Michele Ainis: “Un governo terzo è l’unica strada, anche senza fiducia del Parlamento”


QUESTO NON È UN CAPO DI STATO. È UN COLPO DI STATO!
Si rivota a luglio, non si rivota. Berlusconi, a luglio, non sarà ancora candidabile, quindi, il 6 luglio vedrebbe la giubilazione di Forza Italia e, infatti, M5S e Lega dicono “Subito al voto”. mentre Berlusconi frena. È questo il punto di accordo possibile fra De Maio e Salvini? E, intanto, Gentiloni è ancora in carica. Sembra che Sergio Mattarella abbia detto no ad un governo politico di minoranza, ma sì ad un governo di garanzia staccato dai partiti (cioè tecnico) che – dice Giuseppe Di Palma – “i voti per la fiducia non li vedrà neppure col binocolo”. Invece, c’è già il No al governo tecnico di Mattarella da M5S, FdI e Lega. con Berlusconi che valuta e le destre che si guardano.
Mattarella dice di No ad un governo del cdx che rappresenta il 37% degli elettori e tenta di imporre un governo tecnico votato (forse) dal solo Pd, presentandolo come neutrale. Una riedizione del tristo governo Monti senza i voti. Ed ecco ancora Di Palma: “È in arrivo il Monti di turno. Il voto del 4 marzo non è servito a nulla. Sarebbe bastato che DiMaio avesse rispettato il voto senza mettere veti”. “Qui si sta andando ben oltre la Costituzione e le consultazioni”. Non affidando l’incarico a Salvini – che non insorge – e tentando di formare il proprio governo, Mattarella è entrato nel campo dell’extra-costituzionale. Così, mentre il DEF scrive la nostra epigrafe, ci aspettano altri due mesi di “schermaglie” e poi a votare.
Prevediamo che il governo tecnico, o neutrale, come ce lo propinano, meglio chiamarlo il colpo di Stato finanziario, non otterrà la fiducia alle camere. Quindi, un governo già morto; ma, qualunque rappresentante verrà scelto, non sarà che un emissario dell’Europa e della Troika, che varerà una legge di bilancio (per 3-4 anni) a crescita zero, imposta dalla Ue e in pochi mesi sarà capace di dare il colpo di grazia al nostro Paese! Sono cinque i precedenti in Italia di governi avviati senza i voti delle Camere. Se non si cambia la legge elettorale si ripete lo stesso schema di adesso.

Trasmissione televisiva Che tempo che fa

All’interno degli spazi costituzionali e in questo quadro in cui i partiti non hanno raggiunto un accordo politico, un “governo terzo è l’unica strada percorribile”. Il costituzionalista Michele Ainis, in un’intervista con l’Huffpost, illustra quali siano i paletti tra i quali muoversi e sottolinea, come d’altronde ha fatto anche il presidente Sergio Mattarella, le difficoltà di un ritorno al voto in piena estate.

Professore Ainis, il presidente Mattarella ha parlato di un governo neutrale e ha auspicato la fiducia del Parlamento. Ma se i voti non ci saranno, l’esecutivo può giurare senza chiedere il voto dell’Aula così da evitare bocciature?

“Un governo terzo rispetto a tutti gli attori politici proiettati sulla scena parlamentare o un governo neutrale, come lo ha chiamato il presidente Mattarella, è la via da seguire. Si tratta di un governo che giura nelle mani del Capo dello Stato ed entra in carica nel momento del giuramento. Poi deve andare alle Camere a chiedere la fiducia del Parlamento, se non ci saranno i voti a quel punto si sciolgono le Camere e questo governo terzo guiderà il Paese alle elezioni gestendo la fase elettorale”.

Ci sono precedenti in tal senso?

“È già successo cinque volte che i governi non abbiamo ottenuto la fiducia iniziale. Nel 1953, nel 1954, nel 1972, nel 1979, nel 1987”.

Perché il presidente Mattarella ha escluso che rimasse in carica il governo Gentiloni per gli affari correnti?

“Sarebbe stato abbastanza anomalo che un governo che riflette un Parlamento che non c’è più andasse a gestire la prossima tornata elettorale. Gestire le elezioni implica un atteggiamento di neutralità per tutti i competitori, per questo un governo di tregua è più rassicurante per tutti. Non è mai accaduto che un governo attraversi tre legislature, cioè la diciassettesima, ovvero la precedente, la diciottesima, quindi l’attuale, e la prossima”.

La Lega e M5s chiedono che l’8 luglio si torni al voto. È possibile votare in piena estate?

“Il voto a luglio è un inedito. Tra le considerazioni da fare e che immagino si stiano facendo c’è anche quella di non scoraggiare la partecipazione al voto. Siamo in un tempo in cui si rischia la bassa affluenza elettorale. I cittadini sono demoralizzati davanti a tutto ciò che sta succedendo e votare a luglio non sarebbe uno sprone, votare quando ci sono 40 gradi significa un ulteriore delegittimazione. Se ci fosse una forte contrazione della partecipazione al voto alla prossime elezioni, in un momento in cui i partiti sono imballati, e si ripete il risultato precedente ci sarebbe una crisi della democrazia italiana”.

Può la medesima legge elettorale non dare una vittoria piena ad alcun partito la prima volta e darla pochi mesi dopo?

“Io ne dubito. Poi dipenderà anche dalla partecipazione elettorale, dall’affluenza. Adesso si è profilata un’emergenza istituzionale. Abbiamo una legge che ci ha fatto cacciare in questo guaio. Se noi avessimo avuto una legge perfettamente proporzionale non ci sarebbe stato un vincolo di coalizione tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, così Salvini sarebbe stato libero di fare un governo con Luigi Di Maio. Se ci fosse stata invece una legge pienamente maggioritaria probabilmente il centrodestra avrebbe avuto i numeri per governare da solo. Ma così non è e non cambiando la legge è probabile che si ripeta lo stesso schema. Questo fatto profilerebbe un’emergenza e le emergenze in passato hanno sempre generato dei governi di solidarietà nazionale”.

Crede sia riformabile dai partiti l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, prima di andare al voto?

“Sarebbe l’unica via d’uscita. Insieme a un esecutivo provvisorio per indirizzarla”.

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Ipotesi voto a Luglio. Ecco come e quando (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Correva l’anno 1983. Era fine giugno e gli italiani venivano chiamati alle urne per le elezioni politiche. Si può votare anche in estate. Domenica sera Matteo Renzi ha chiuso ad un governo M5S-Pd, quindi se il 3 maggio anche la direzione nazionale dei Dem si pronunciasse nella stessa direzione, il presidente della Repubblica potrebbe dare corso ad un altro veloce giro di consultazioni con tutti i gruppi parlamentari per constatare se nessun’altra strada sia ancora percorribile. Si arriverebbe così a metà maggio. Di fronte ad uno stallo senza soluzioni, al capo dello Stato non rimarrebbe altro che convocare i presidenti di entrambi i rami del Parlamento e procedere allo scioglimento delle Camere. Inutile vivacchiare con eventuali tentativi di governi del presidente o indicibili pastrocchi che tradiscono la volontà popolare. Il decreto di scioglimento dovrebbe essere firmato entro martedì 22 maggio e pubblicato sulla gazzetta ufficiale il giorno successivo.

IPOTESI 8 LUGLIO

A quel punto la data del voto deve collocarsi nella forbice che va da un minimo di 45 ad un massimo di 70 giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento delle Camere. Considerato che usciamo da una recente campagna elettorale molto lunga, la prossima potrebbe benissimo durare di meno, ma pur sempre nella forbice stabilita dalla legge, quindi la prima data utile per tornare al voto sarebbe quella di domenica 8 luglio, cioè 47 giorni dopo la pubblicazione del decreto di scioglimento. Si può fare, anche perché la campagna elettorale si terrebbe soprattutto a giugno, quindi non sotto il caldo afoso. E poi l’Italia quest’anno non partecipa ai campionati mondiali di calcio, quindi tribune e comizi non andrebbero deserti.

Stavolta, rispetto alle elezioni politiche del 1983, si tratterebbe di andare al voto una decina di giorni più avanti. Tutto nella norma. Anche perché nel 1983, senza internet e con pochi canali televisivi, era necessario seguire i candidati per capire chi votare. Oggi è sufficiente starsene sui social comodamente al mare o sul divano di casa.

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Il problema sarebbe semmai quello di tornare al voto con la stessa legge elettorale che ha contribuito a creare questo caos, il Rosatellum. Non si può escludere che l’esito elettorale sia simile a quello del 4 marzo, ma non è detto. Il voto di opinione è liquido e Di Maio non sta facendo una bella figura in queste trattative. Alla fine, nel forno c’è finito lui. Come che sia, per evitare il pericolo di un nuovo stallo le Camere potrebbero nel giro di quindici giorni, se vi fosse la volontà politica, scrivere e approvare una legge di un solo articolo che ripristini il Mattarellum originario del 1993 con delega al governo per ridisegnare – entro ulteriori quindici giorni – i collegi elettorali per l’elezione della Camera (per il Senato sarebbero perfetti quelli che il Rosatellum ha disegnato per la Camera). A quel punto si potrebbe pensare di spostare la data del voto dall’8 al 22 luglio. Ma se non c’è accordo neppure sulla legge elettorale è meglio andare al voto con questa.

«Luglio, col bene che ti voglio…», chissà non solo l’amore porterà, ma anche una maggioranza parlamentare.

Ps. per quanto riguarda il voto all’estero è vero che bisognerebbe aspettare sessanta giorni dalla data del decreto di scioglimento delle Camere al fine di consentire l’aggiornamento dei registri degli italiani residenti all’estero, ma nel nostro caso l’aggiornamento è già avvenuto il 4 marzo.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 1° maggio 2018 (a pagina 2).

1782.- DOVE VA LA POLITICA E CHI GOVERNERA’ L’ITALIA?

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Alle forze anti-sistema della politica italiana viene consentito di vincere, ma non di cogliere i risultati delle vittorie. Lo abbiamo visto con il referendum costituzionale e, ora, con l’incapacità di vedersi nominato il proprio leader alla Presidenza del Consiglio. Siamo tutti in sospirata attesa che il Presidente Mattarella estragga dal cilindro il suo coniglio. Mentre, sempre più mi dedico ai significati valoriali della famiglia, della donna e alla trama dei principi costituzionali: Lavoro, Lavoro, Lavoro! mi chiedo: Ma è questo il risultato dove doveva condurci il sistema dei partiti nati dalle tre Resistenze: del Sud, quella di Napoli e, per il resto, con il governo del re, quella del Centro, calmierata dal papa e quella del Nord con la guerra civile fra la resistenza passiva della RSI e quella attiva dei partigiani. Quel modello di partito, incapace di essere lo strumento della nostra partecipazione alla vita politica della Nazione – incapace perché non è retto da principi guida costituzionalizzati: Alternanza, Trasparenza, Onestà, Meritorietà, per esempio – sta forse recitando il suo ultimo atto? Abbiamo visto nelle recenti elezioni politiche il prevalere delle promesse da marinaio dei populisti, tutto da verificare, come l’assenteismo e il crollo dei 5 stelle alle regionali del Friuli Venezia Giulia hanno mostrato. Abbiamo anche visto l’affermazione del Centro Destra e il nobile tentativo dell’”Italia Agli Italiani” di unire in un soggetto di scopo le destre frammentate e incapaci, perciò, di raccogliere il testimone dalla sinistra fallita. C’è, ora, un altro soggetto politico, alternativo anch’esso, come sembra, che alimenterà la divisività cronica degli italiani: “L’Italia in Comune”, che si rivolge ai cittadini e agli amministratori locali che si sentono sempre più abbandonati dallo Stato centrale. Viene messa al centro la competenza e il pragmatismo degli amministratori locali, unici veri politici ad avere ancora un contatto diretto con i cittadini. Il partito guarda, ambiziosamente, all’Europa come alla casa di tutti, dove tutelare i diritti e le libertà degli italiani. Un programma, appunto, ambizioso, alla luce dei trattati, se è vero che l’atteso Statuto vedrà al centro l’occupazione, il lavoro, la qualità e la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo e la difesa delle nostre, tante, eccellenze territoriali. Come dire, che si ripropone la riscrittura dei trattati e la rifondazione dell’Unione europea. La speranza di noi europeisti della prima ora li accompagna, ma è una speranza. Alle forze anti-sistema della politica italiana viene consentito di vincere, ma non di governare. Perché? Perché stiamo pagando, ora, la sconfitta di quella folle guerra agli anglo-americani.

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Alessio Pascucci, coordinatore nazionale e Federico Pizzarotti, presidente del “Partito dei sindaci”che mette insieme oltre 400 amministratori locali eletti in liste civiche.

La cronaca.
Il 5 maggio, da Parma, è partito il tour di Italia in Comune, il “partito dei sindaci”, con in testa Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri. «Civici e cittadini insieme per un’idea comune di governo», è lo spirito con cui ci si ritroverà allo Starhotels Du Parc di Parma. Lo slogan «La società che sogniamo, la società che vogliamo» è il messaggio alla base del nuovo progetto politico.
La tappa parmigiana sarà la prima di una serie di convention regionali che culminerà nell’assemblea nazionale degli iscritti prevista per il prossimo autunno, con l’obiettivo di dare avvio a una campagna di adesione e di iscrizione al nuovo partito.
«Siamo presenti in tutte le regioni – dice Pizzarotti – Italia in Comune è un partito aperto a tutti, inclusivo e pronto a presentare una propria piattaforma programmatica. Nel 2019 ci saranno le Regionali in Emilia Romagna, come in altre importanti regioni: Italia in Comune vuole esserci e rappresentare le persone che guardano con scarso interesse e poca fiducia ai politici che, finora, non hanno saputo dare risposte concrete ai bisogni e alle aspettative degli italiani. Noi dalla nostra portiamo risultati concreti, scritti nero su bianco, ottenuti nelle nostre città: portiamo fatti».

1781.- E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI. SOLDI PUBBLICI ALLE ONG PRO MIGRANTI.

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Finalmente anche alcune testate giornalistiche si accorgono di chi si trova dietro il piano di invasione dell’Italia, chi lo finanzia, chi lo favorisce e quali sono gli interessi che sono collegati all’immigrazione clandestina. Quello che noi andiamo denunciando e scrivendo da anni diventa finalmente una notizia di cui parlare anche in concomitanza dell’indagine aperta dalla Procura di Catania sulle ONG che hanno il compito di prelevare i migranti dalle coste della Libia e farli sbarcare sulle coste del sud Italia.

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Da Il Nord:

Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che riversano orde immani di africani in Italia è la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

Il primo a svelare questo retroscena è stato il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che ha denunciato il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros carichino a bordi gli africani sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggi i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato.

Le parole di Leggeri – come ha scritto il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio – rappresentano un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

Le navi impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia.


Moas?Vi ricorda nulla?

E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

E ora, nessuno dica che non sapere chi paga l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operano nella più totale illegalità.
Primo dubbio che i pm di Palermo, Catania e Trapani vogliono chiarire: chi finanzia le costose operazioni in mare? In parte, è la paradossale risposta, i soldi ce li mette lo Stato italiano. L’informazione è contenuta nel bilancio 2016 di Medici senza frontiere, una delle organizzazioni più attive nei salvataggi in mare, col pregio di garantire un minimo di trasparenza. Le Ong non dicono chi sono i loro grandi finanziatori, ma Msf dichiara di aver ricevuto 9,7 milioni di euro di fondi del 5 per mille Irpef. Di questa considerevole somma, nel 2016 dichiara di aver investito 1,5 milioni di euro per «ricerca e soccorso» nel Mediterraneo. Esattamente il tipo di attività attualmente sottoposta a un fuoco di critiche, tra l’altro, dall’agenzia europea Frontex, perché vanifica l’azione di contrasto agli scafisti da parte delle navi militari dell’operazione Sophia, andando incontro ai gommoni dei migranti a ridosso della costa libica, cioè prima che possano essere intercettati dalle navi militari.

In un dibattito ospitato da Sky Tg24, un rappresentante di Msf, Marco Bertotto, ha raccontato: «A noi è capitato in cinque occasioni, in coordinamento con la guardia costiera italiana e dietro autorizzazione di quella libica, di entrare in acque territoriali libiche». La guardia di costiera italiana però nega di aver «coordinato» il salvataggio in Libia, ma di essere solo stata allertata e di aver perciò contattato le autorità libiche.
E che il modus operandi delle Ong non sia solo casualmente in conflitto con l’attività delle autorità italiane ed europee, che vorrebbero sì salvare i migranti in difficoltà, ma anche stroncare il traffico di uomini, lo prova anche il fatto che, come racconta al Giornale un poliziotto in servizio negli hotspot in Sicilia, «i responsabili delle navi delle Ong si rifiutano di consegnare i video dei recuperi di migranti in mare». Lo scopo deliberato è di impedire le indagini su chi era al timone dei gommoni visto che, secondo le organizzazioni umanitarie, non si tratta di scafisti, ma di migranti che si prestano a pilotare le imbarcazioni e in cambio viaggiano gratis.

Ed ecco cosa scrive il sito dell’organizzazione Open Migration sull’operato delle Ong: «Un’operatrice ammette che le missioni in mare per le organizzazioni non governative sono sexy, come testimonia il numero doppio di imbarcazioni in mare rispetto allo scorso anno. Il salvataggio dei migranti è una nuova frontiera del business della solidarietà». Il tutto giustificato dallo scopo umanitario di salvare vite. Anche se nel 2016, quando il numero degli interventi delle Ong è salito dal 5 al 40% del totale, la mortalità dei migranti in mare è cresciuta del 30%. Un’altra Ong, la maltese Moas, ha annunciato: chiederemo il 5 per mille pure noi.

via Controinformazione

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Ci sono ancora popoli che sanno scegliere i loro governanti. Orban blocca le attività di Soros: “lui non può essere al di sopra delle leggi dell’Ungheria”.
Vi sono immensi capitali degli illuminati, rastrellati con le crisi dal 2008 ad oggi, a disposizione, per distruggere l’umanità. Questi fantasmi potentissimi agiscono anche a livello politico dei vari stati, e sono pericolosi, e quindi sono protetti da omertà e silenzio.

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I nigeriani accusati di aver ucciso Pamela Mastropietro discutevano al telefono sul taglio delle ossa di Pamela Mastropietro. Gentiloni dice che abbiamo bisogno di migranti. È questa gente che ha permesso a macellai simili di entrare in Italia.

Soldi pubblici alle Ong pro migranti

La “flotta buonista” boicotta le indagini sugli scafisti. Ma prende milioni dallo Stato. Tre procure siciliane indagano sulle operazioni di soccorso delle Ong nel Mediterrneo e sul loro rapporto con gli scafisti.

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Primo dubbio che i pm di Palermo, Catania e Trapani vogliono chiarire: chi finanzia le costose operazioni in mare? In parte, è la paradossale risposta, i soldi ce li mette lo Stato italiano. L’informazione è contenuta nel bilancio 2016 di Medici senza frontiere, una delle organizzazioni più attive nei salvataggi in mare, col pregio di garantire un minimo di trasparenza. Le Ong non dicono chi sono i loro grandi finanziatori, ma Msf dichiara di aver ricevuto 9,7 milioni di euro di fondi del 5 per mille Irpef. Di questa considerevole somma, nel 2016 dichiara di aver investito 1,5 milioni di euro per «ricerca e soccorso» nel Mediterraneo. Esattamente il tipo di attività attualmente sottoposta a un fuoco di critiche, tra l’altro, dall’agenzia europea Frontex, perché vanifica l’azione di contrasto agli scafisti da parte delle navi militari dell’operazione Sophia, andando incontro ai gommoni dei migranti a ridosso della costa libica, cioè prima che possano essere intercettati dalle navi militari. In un dibattito ospitato da Sky Tg24, un rappresentante di Msf, Marco Bertotto, ha raccontato: «A noi è capitato in cinque occasioni, in coordinamento con la guardia costiera italiana e dietro autorizzazione di quella libica, di entrare in acque territoriali libiche». La guardia di costiera italiana però nega di aver «coordinato» il salvataggio in Libia, ma di essere solo stata allertata e di aver perciò contattato le autorità libiche.
E che il modus operandi delle Ong non sia solo casualmente in conflitto con l’attività delle autorità italiane ed europee, che vorrebbero sì salvare i migranti in difficoltà, ma anche stroncare il traffico di uomini, lo prova anche il fatto che, come racconta al Giornale un poliziotto in servizio negli hotspot in Sicilia, «i responsabili delle navi delle Ong si rifiutano di consegnare i video dei recuperi di migranti in mare». Lo scopo deliberato è di impedire le indagini su chi era al timone dei gommoni visto che, secondo le organizzazioni umanitarie, non si tratta di scafisti, ma di migranti che si prestano a pilotare le imbarcazioni e in cambio viaggiano gratis.
Ed ecco cosa scrive il sito dell’organizzazione Open Migration sull’operato delle Ong: «Un’operatrice ammette che le missioni in mare per le organizzazioni non governative sono sexy, come testimonia il numero doppio di imbarcazioni in mare rispetto allo scorso anno. Il salvataggio dei migranti è una nuova frontiera del business della solidarietà». Il tutto giustificato dallo scopo umanitario di salvare vite. Anche se nel 2016, quando il numero degli interventi delle Ong è salito dal 5 al 40% del totale, la mortalità dei migranti in mare è cresciuta del 30%. Un’altra Ong, la maltese Moas, ha annunciato: chiederemo il 5 per mille pure noi.

1780.- LA CORTE COSTITUZIONALE HA GIÀ SDOGANATO LA FUTURA SUPER-IMPOSTA PATRIMONIALE

L’€URO CI PORTA ALLA MORTE !
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di Maurizio Blondet
1. Di recente, con la pronuncia della Corte costituzionale n.7 del 2017, si è diffuso un certo “entusiasmo” (mediatico) circa la censura che la stessa Corte rivolge al legislatore quando questi si mette all’opera, per rispettare il pareggio di bilancio, cercando ogni mezzo per soddisfare questo principio assurto a grund norm della quasi totalità della legislazione più rilevante degli ultimi anni.
Nel caso, si è trattato della declaratoria di illegittimità costituzionale della norma emanata dal governo Monti che imponeva un prelievo fisso, a favore dello Stato, sostanzialmente patrimoniale (al di là dell’indice utilizzato per determinare la base imponibile) sulle casse previdenziali “autonome” di determinate categorie professionali (ricorrente era la cassa dei commercialisti).
Cercheremo però di evidenziare con la massima semplicità possibile di come non solo, con tale decisione, non sia stato posto in dubbio il “valore” del pareggio di bilancio come equiordinato, se non in concreto prevalente, su quelli tutelati da altre norme costituzionali, ma come, sempre in applicazione dello stesso principio, si sia preventivamente, (sia pure “in astratto” ma non perciò in modo meno significativo),preannunziata la legittimità di “prelievi eccezionali” da parte dello Stato, autorizzati da un “particolare momento di crisi economica”.

ITALICUM IN STAND BY, DAI PARTITI SOLO IPOTESI

2. Vi riporterò, nella sua apparente incidentalità, il passaggio rappresentativo di tale interpretazione.
Questo passaggio ci dà conto, ancora una volta, non solo della ormai consolidatasi gerarchia (o NON gerarchia) dei valori costituzionali ma, inscindibilmente, del concetto di “crisi economica”, tanto genericamente evocata, quanto ostinatamente trascurata nell’individuare le sue cause efficienti nonché, – elemento veramente decisivo nella comprensione della materia (ovvero nella “incomprensione” della Corte)-, il legame univoco di queste cause con le politiche fiscali ed economiche imposte dall’appartenenza all’eurozona.
E quindi, a ben vedere, nelle stesse ormai “inconsapevoli”, affermazioni della Corte, sfugge il legame univoco di questa generica “crisi economica” con l’introduzione dell’art.81 Cost. come obbligo derivante dal c.d. fiscal compact, per l’appunto incompreso nella sua autonoma capacità generatrice della crisi: quest’ultima intesa sia come crescita negativa, cioè recessione, sia come crescita ridotta o prossima allo zero, cioè stagnazione, entrambe accompagnate, come riflesso inevitabile del loro manifestarsi, dalla evidenza della crisi occupazionale (cioè dal dilagare della disoccupazione divenuta connotato sociale della realtà italiana proprio in conseguenza dell’adesione alla moneta unica).
3. Ecco dunque il passaggio della sentenza n.7 del 2017:
Se, in astratto, non può essere disconosciuta la possibilità per lo Stato di disporre, in un particolare momento di crisi economica, un prelievo eccezionale anche nei confronti degli enti che – come la CNPADC – sostanzialmente si autofinanziano attraverso i contributi dei propri iscritti, non è invece conforme a Costituzione articolare la norma nel senso di un prelievo strutturale e continuativo nei riguardi di un ente caratterizzato da funzioni previdenziali e assistenziali sottoposte al rigido principio dell’equilibrio tra risorse versate dagli iscritti e prestazioni rese.
L’affermazione, evidentemente a portata generale circa il potere di imposizione fiscale “eccezionale” (appunto: lo “stato di eccezione” dei mercati come neo-detentori della sovranità) considerato legittimo dalla Corte senza mai indagare sulle sue cause, trova ulteriore sviluppo nel periodo immediatamente successivo:
Alla luce di tali considerazioni risultano capovolte anche le argomentazioni dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la fattispecie normativa in esame sarebbe il portato di un’«adeguata ponderazione» delle esigenze di equilibrio della finanza pubblica di cui all’art. 81 Cost. con «gli altri parametri costituzionali richiamati dal Consiglio di Stato […] nel rispetto dei princìpi di proporzionalità e ragionevolezza […] in relazione alla pari necessità di rispetto dell’art. 81 Cost. ed alla luce della necessità di individuare un punto di equilibrio dinamico e non prefissato in anticipo tra tutti i vari diritti tutelati dalla Carta costituzionale».
Una valutazione in termini di proporzionalità e di adeguatezza tra i dialettici interessi in gioco può essere realizzata solo all’interno del quadro legislativo della materia «secondo determinazioni discrezionali del legislatore, le quali devono essere basate sul ragionevole bilanciamento del complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti nell’attuazione graduale di quei principi, compresi quelli connessi alla concreta e attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per far fronte ai relativi impegni di spesa» (sentenza n. 119 del 1991).
[Inciso necessario per chi non fosse abituato al ragionamento logico-giuridico: se è “riconoscibile”, in termini di legittimità costituzionale, la possibilità di un prelievo eccezionale su enti previdenziali che si autofinanziano con i contributi degli iscritti, a fortiori, questa diagnosi preventiva di legittimità vale per ogni categoria di soggetto privato, rispetto a cui il potere di imposizione fiscale, a fini di raggiungimento del pareggio di bilancio, si manifesta senza neppure il problema della destinazione del suo patrimonio allo svolgimento della funzione pubblica di erogazione di prestazioni pensionistiche.
D’altra parte, ciò è confermato dall’uso della congiunzione copulativa “anche”utilizzata dalla Corte in termini logici che implicano una serie di soggetti verso cui tale prelievo eccezionale è già presupposto come “possibile”.]

4. Dunque, prendiamo atto: nei valori costituzionali esistono degli evidenti e continui contrastie, sì, questi contrasti derivano dai limiti di bilancio imposti allo Stato fin da Maastricht, e peraltro continui e reiterati e niente affatto episodici o contingenti.
La Corte pare considerare invece ogni singolo “episodio” legislativo sottoposto al suo esame come caratterizzabile dalla già segnalata visione “atomistica” delle questioni che esamina, facendosi sfuggire, ormai da decenni, che lo “stato di eccezione” è permanente e che i”sacrifici” imposti a tutti gli altri valori costituzionali, per dimensione, durata e pluralità praticamente omnicomprensiva di interventi, assumono ormai un carattere non liquidabile come non lesivo del “nucleo essenziale” dei diritti costituzionali fondamentali (in un tempo ormai lontano…).
5. Il problema lo abbiamo già visto esaminando l’altra pronuncia della Corte affrettatamente salutata come fondamentale “stop” alla priorità, in concreto, del principio €uropeistico del pareggio di bilancio, la n.275 del 2016:
“In particolare, la decisione non affronta e non risolve il problema logico pregiudiziale che è inscindibilmente legato alla ratio ed alla giustificazione della norma censurata (che, appunto, non è certo casuale e frutto di una “malvagia” scelta politica della Regione Abruzzo). Vale a dire, il problema della “guerra” tra poveri ovvero del conflitto tra diversi diritti costituzionalmente fondati che deriverebbe dal mero garantirne uno, quale incomprimibile, all’interno di un finanziamento che, complessivamente e promiscuamente, è comunque non solo limitato ma progressivamente tagliato in omaggio al principio del pareggio di bilancio. Questo si esprime, ormai da anni (e, prima ancora, nell’ottica della riduzione del deficit al 3%, cioè da decenni) in decisioni finanziarie statali di bilancio adottate per adeguarvisi, e, nello specifico, notoriamente, mediante la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato alle regioni, tutt’al più da compensare con aumenti della imposizione “locale” nel quadro del c.d. “patto di stabilità interno”. Ma questi meccanismi sono da sempre attuati, per vincolo c.d. “esterno”, nel quadro della generale riduzione del fabbisogno statale verso il pareggio stesso, “voluto dall’Europa” e, dichiaratamente (da parte delle fonti europee), al fine prioritario di mantenere la nostra adesione alla moneta unica, e quindi al di fuori di qualsiasi (comprovato) vantaggio ponderabile con i costi sociali che emergono nelle sempre più numerose fattispecie all’esame della stessa Corte costituzionale. IV.3. La Corte,garantendo il pieno e non solo parziale rimborso (nel caso) delle spese sostenute per il trasporto scolastico dei disabili, ha tuttavia, in forza dell’inesorabile meccanismo dei saldi di bilancio, vincolati dal patto di stabilità interna, necessariamente inciso sulla (altrettanto “piena”) erogabilità di altri servizi sociali finanziati in tutto o in parte, dalla regione, mediante lo stigmatizzato “indistinto” stanziamento: magari avrà determinato che una madre lavoratrice non avesse più posto nell’asilo nido per il bambino (venendone soppressa la stessa struttura); o che un anziano indigente e affetto da malattia cronica non potesse più vedersi assicurata l’assistenza domiciliare. Non porsi il problema generale di come il pareggio di bilancio incida, in stretta connessione con la questione devoluta alla Corte, sui complessivi livelli di diritti tutti egualmente tutelati dalla Costituzione, porta a comprimerne, o a sopprimerne uno in luogo di un altro, generando un inammissibile conflitto tra posizioni tutelate. Un conflitto che, secondo un prudente apprezzamento della realtà notoria, non può essere risolto scindendo una realtà sociale composta da elementi interdipendenti; tale realtà viene, nel suo complesso, sacrificata illimitatamente, in una progressione di manovre finanziarie di riduzione, portate avanti pressocché annualmente, dall’applicazione del pareggio di bilancio e dalla graduale (o anche talora drastica) situazione di de-finanziamento che esso comporta. La sua logica, propria dell’applicazione fattane agli enti territoriali, è infatti quella di una prioritaria allocazione delle risorse al risanamento del debito pregresso e dei suoi oneri finanziari. IV.4. Non si tratta dunque di tutelare un “pochino” (meno) tutte queste posizioni costituzionalmente tutelate, comunque comprimendole tutte contemporaneamente, ma di un generale e inscindibile piano di “caduta” (in accelerazione), dovuto alla crisi economica indotta dalla euro-austerità fiscale, con la disoccupazione (effettiva) record che essa determina e, dunque, con l’oggettivo e notorio (e drammatico)ampliarsi della sfera dei cittadini aventi diritto alle prestazioni costituzionalmente garantite,cioè tutelandi (secondo la Costituzione)”.
6. Con il sopra riportato percorso argomentativo della sentenza n.7 del 2017, la Corte conferma questo ordine di obiezioni in modo categorico: la discrezionalità del Legislatore – essenzialmente su iniziativa del governo, ormai stabilmente esecutiva di diktat minacciosi provenienti dalle istituzioni €uropee (altro aspetto costantemente ignorato dalla Corte) – è, secondo lei, interna a una dialettica e tutti i valori costituzionali (originariamente posti dalla Carte del 1948), proprio perché dialetticamente contrapponibili, sono ormai posti su un piano di parità con quello del pareggio di bilancio.
Questo potenziale super-valore – proprio in conseguenza della continua visione atomistica e priva di “memoria” e prospettiva storica del complesso delle misure fiscali e finanziarie adottate dallo Stato italiano come politica ormai permanente e pervasiva – porrebbe i rapporti tra norme costituzionali in termini “dialettici”: ma nel dir ciò, si finisce inevitabilmente per attribuire a questa disposizione di origine sovranazionale (UEM), un’attitudine caratterizzante dell’intero ordinamento.
E questa funzione caratterizzante del pareggio di bilancio trova poi il suo addentellatonell’accettazione acritica, anzi nella ipostatizzazione (per reiterazione ormai inerziale), dell’idea – tecnico-economica- che esso abbia una funzione risolutiva della (abbiamo visto generica) “crisi economica”.
7. Eppure la Corte dimentica che, nel 2010, alla “vigilia” della grande stagione dell’austerità espansiva, alla cui ideologia la Corte si è ormai ostinatamente adeguata, l’Italia era ormai uscita dalla recessione, era tornata a crescere e avrebbe potuto, senza particolari sforzi, tranquillamente rispettare il limite di deficit del 3%, stabilito dal precedente patto di stabilità dell’eurozona.
Dunque, l’imposizione del fiscal compact, – peraltro da considerare la formalizzazione di unaprecedente costante aspirazione al pareggio di bilancio, che risaliva a periodi in cui non c’era affatto una crisi economica (e già questo dovrebbe portare a qualche riflessione la stessa Corte)-, non pare potersi obiettivamente e ragionevolmente giustificare come rimedio alla recessione o anche solo alla stagnazione: e, con essa, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, .
Di più, l’adozione del paradigma dell’austerità espansiva, non solo è stato messo in dubbio dallo stesso FMI, che l’aveva originariamente diffuso e travasato nelle sollecite spire dei meccanismi di “stabilizzazione” adottati normativamente dall’eurozona, ma esso, solo che si consultino con un minimo di attenzione i dati dell’Istat, risulta essere la causa diretta della crescente disoccupazione e del suo già visto livello strutturale senza precedenti nella storia della Repubblica.
8. Sul piano della storia economica, abbiamo proprio visto, nel post precedente che tale idea di “stabilizzazione” è in realtà il portato di un’ideologia monetaria, prima “neo-classica”, cioè propria degli anni ’20, e poi esplicitamente adottata dall’unione monetaria €uropea (pp.6-6.1.), che si impernia tutta su un rimedio, e uno solo: cioè quello deflazionista e di traslazione sul mercato del lavoro dei costi del debito estero di una Nazione (che è appunto il perno della dottrina delle banche centrali indipendenti).
La correzione dei conti con l’estero – il vero problema che si voleva ovviare attraverso il fiscal compact- e il pagamento dei creditori esteri dell’eurozona, allarmati dalla crescente posizione debitoria dei c.d PIGS, avviene attraverso lo strumento fiscale, espressamente additato in tale funzione (il caso della Grecia dovrebbe dissipare ogni dubbio, al riguardo, se no si è accecati dallo slogan moralistico che avrebbe “falsificato i conti pubblici”…).
9. Ciò perché si è ben consapevoli che l’austerità fiscale limita i consumi e la spesa interna(anche quella per investimenti) prima di tutto attraverso l’innesco del taglio di quella parte del PIL che è la spesa pubblica, (e lo stesso Padoan ha fatto una rilevante ammissione al riguardo), che a qualsiasi titolo effettuata (piaccia o no), aumenta il reddito dei cittadini.
Tagliato per via fiscale tale reddito – accoppiando ovviamente al taglio della spesa pubblica anche l’aumento della pressione fiscale- si limitano le importazioni: la crescente disoccupazione che discende dal taglio del reddito, e cioè degli incassi delle imprese derivanti dalla domanda interna, a sua volta, induce la forza lavoro ad accettare complessivamente (aiutata da una serie continua di riforme flessibilizzanti e precarizzanti del mercato del lavoro), una minor retribuzione e ciò non solo avvia un circolo vizioso di minori importazioni, ma anche di fallimenti seriali di imprese basate sulla domanda interna, abbassa il costo del lavoro e promuove in una certa misura la competitività di prezzo delle nostre merci.
Ed infatti, l’Italia, oggi, si trova nella paradossale situazione di avere un surplus delle partite correnti, ma una crescente disoccupazione (ove realisticamente rilevata con criteri quantomeno omogenei a quelli utilizzati negli USA per l’aggregato U6, qui p.5) e soprattutto una concomitante deindustrializzazione nei settori non export-led, che è alla base delle diffuse sofferenze delle famiglie e delle stesse imprese che, non può più essere ignorato, produce la situazione di crisi bancaria e di intervento di salvataggio dello Stato, – sempre però soggetto a obbligo di rientro per via fiscale (pp.4-5),!- che si configura ormai come esplosivo.
10. Ora, in questo quadro, le due grandi giustificazioni della “bilanciabilità” del pareggio di bilancio in dialettica (quasi sempre prevalente) con ogni altro valore costituzionale, nelle sparse ma ormai sedimentate affermazioni “atomistiche” della Corte, si giustifica essenzialmente per due ragioni (tecnico-economiche ma mai verificate in ordine alla loro attendibilità): a) il sussistere di una situazione di crisi economica e b) la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche.
Entrambe queste premesse di fatto si rivelano strettamente ancorate all’adesione alla moneta unica.
Quest’ultima, negli inequivocabili giustificativi enunciati delle stesse istituzioni UE (p.5), si fonda su un particolare concetto della moneta, che si basa sull’idea della banca centrale indipendente e sul divieto di finanziamento monetario agli Stati che, pertanto, assoggettati ai mercati come debitori di diritto comune, devono rendersi solvibili e “appetibili” attraverso la disciplina fiscale a priori imposta dall’appartenanza alla moneta unica.
Se dunque è il pareggio di bilancio, nelle sue varie tappe e proiezioni imposte di volta in volta dalla Commissione UE, alla base del taglio del reddito nazionale e della disoccupazione strutturale, è in definitiva l’euro la causa di recessione (certamente negli anni 2012-2013) eanche della successiva stagnazione deflattiva del paese. Così com’è l’euro, e la sua disciplina fiscale di automantenimento, alla base della crisi bancaria e dei suoi “drammi” di ricapitalizzazione con intervento dello Stato…in pareggio di bilancio.
11. La “crisi economica” e la “scarsità di risorse” hanno dunque una precisa causa: ma il paradosso estremo è che la Corte costituzionale si ostina, inconsapevolmente, a rinvenire in questa causa…il rimedio (in un paradosso eurisitico da cui rischia di non uscire mai): cioè il pareggio di bilancio e l’austerità fiscale, che, anzichè determinare un ritorno alla crescita e all’occupazione, inducono stagnazione, out-put gap e disoccupazione e caduta deflattiva dei redditi.
Per questo, in ultima analisi, appare vieppiù inquietante, all’interno di questa clamorosa incomprensione della situazione macroeconomica e monetaria italiana, la (quasi) preventiva giustificazione, come rimedio ad una “particolare situazione di crisi economica” di un “prelievo eccezionale”.
La prospettiva di una patrimoniale straordinaria a carico di tutti i risparmiatori, e magari dei possessori di immobili, per far fronte al “rientro” dei salvataggi bancari, o anche solo per rispettare il parametro del debito pubblico all’interno del fiscal compact, è sempre più incombente.
La Corte costituzionale, però, è sempre più lontana dal comprendere le ragioni della “scarsità di risorse” (un corollario della versione “pura” della banca centrale indipendente applicata alla BCE), e della generazione delle crisi economiche: cioè lontana dal comprendere il valore sintomatico, per una corretta diagnosi, della deflazione, già incombente, delladisoccupazione e precarizzazione del lavoro, e della stessa recessione.
Questa conseguirà immancabilmente all’applicazione del “rimedio” del “prelievo eccezionale” , nei suoi effetti, accontenterà i creditori esteri.
Ma la Corte costituzionale rischia di continuare a dire che ciò corrisponde ad un supremo valore costituzionale “discrezionalmente e ragionevolmente (!)” contrapponibile, – in unadialettica atomistica e svincolata dalla comprensione delle cause della congiuntura cui l’Italia s’è sottoposta col vincolo monetario-, ai diritti costituzionali sanciti dalla Costituzione del 1948…
Maurizio Blondet

1779.- CON I BURATTINI NON SI GOVERNA. SI UCCIDE LA DEMOCRAZIA.

Members of Italian elite military unit Cuirassiers' Regiment, who are honor guards for the Italian President Sergio Mattarella, stand guard during the first day of consultations at the Quirinal Palace in Rome

Governo elettorale, By Alessandro De Angelis

In clima da ordalia pre-voto troppo rischioso esporre il Colle a una sfiducia con un “governo del presidente”. S’avanza la riproposizione di un classico.

In questa lunga crisi, inedita e confusa, ogni giorno si consuma una scenario. E deve essere apparso chiaro al Quirinale, a dire il vero non da oggi, che le condizioni per un “governo del presidente”, inteso in modo classico non ci sono già più. Certo, saranno ascoltati i partiti nell’auspicio che questa ennesima concessione di tempo, di qui a lunedì, faccia maturare nuove consapevolezze. Ma questo auspicio rientra più nella categoria degli atti dovuti che in quella delle ragionevoli speranze.

Già si registra, con una certa preoccupazione, un dibattito permeato dall’ebrezza da piazza e da richiami, più o meno espliciti alle urne. In particolare la virata dei Cinque Stelle, che in pochi giorni hanno dismesso la grisaglia ministeriale, affidabile ed europeista per indossare abiti più consoni ai comizi, lascia intendere che il tempo, e con esso le illusioni di una composizione ordinata del quadro, è scaduto. E, specularmente, il no di Salvini a ogni governo “tecnico”, del “presidente”, “di tutti” suona come una sentenza definitiva e tombale per la diciottesima legislatura.

Che cosa può fare Mattarella per arrestare questo repentino e inesorabile precipitare degli eventi? Tra i frequentatori del Colle, la risposta che viene data è che non può che prenderne atto, pur comprendendo la gravità della situazione. Se ci fossero le condizioni, l’ipotesi più razionale da offrire ai partiti, sarebbe quella di un governo, diciamo così, di “tregua”, con una mission definita sia in termini di obiettivi che di tempo: un esecutivo fino a dicembre per varare la delicata manovra finanziaria, evitando che scattino le clausole di salvaguardia e, con esse, l’aumento dell’Iva. Un governo del genere presuppone, appunto, una “tregua” tra i partiti, ovvero un minimo di condivisione programmatica e un sussulto di “responsabilità nazionale” nel sostenerlo. È chiaro che non sarebbe composto dalle personalità più esposte dei partiti, perché sennò si tratterebbe di un governo politico in senso stretto, ma evidentemente vi farebbero parte i famosi “tecnici di area” o “personalità di altro profilo”, comunque espressione delle varie sensibilità politiche e culturali, presenti in Parlamento.

Per un’operazione del genere, comunque ambiziosa, già sembrano essere crollati i presupposti, anche se non la necessità, con partiti incapaci di indicare uno sbocco possibile e imprigionati in una sorta di eccitazione autoreferenziale, a costo di trascinare le istituzioni, persino la principale come la presidenza della Repubblica, dentro le proprie contraddizioni. E rendendo, per prima volta nella storia repubblicana, un’impresa impossibile avviare un governo e, con esso la legislatura.

La questione è, come potete immaginare, al centro delle riflessioni con i consiglieri e dei discreti contatti informali con le forze politiche. Ve lo immaginate un governo comunque impegnativo e di altro profilo, che nasce su iniziativa del Quirinale, che va in Aula e non riceve la fiducia? Equivarebbe a dire che il capo dello Stato viene bocciato dal Parlamento. La certificazione, di fronte al mondo, di una clamorosa crisi istituzionale.

Ecco. È questo il punto. In questa partita senza assi da calare all’ultima mano, in parecchi, anche tra i consiglieri, suggeriscono di non esporre il Quirinale a rischi e di prendere atto che andare a votare a settembre o qualche settimana prima a luglio, sciogliendo le Camere immediatamente non fa poi una gran differenza, in termini politici. Anzi, proprio questa drammatizzazione, dopo un solenne appello ai partiti nel nome della responsabilità nazionale e un vibrante messaggio al paese sui rischi di un ritorno al voto, renderebbe comprensibile, di fronte a un ennesimo no, di chi sono le colpe per l’incertezza che verrà: una nuova ordalia elettorale, con quello stesso Rosatellum che assicura nuova ingovernabilità; l’impossibilità, in questo contesto, a fare una manovra; l’esercizio provvisorio.

L’ipotesi viene considerata davvero estrema, proprio nel caso i partiti si imputassero, perché c’è un motivo se a luglio non si è mai votato. Fa caldo, le scuole sono chiuse, milioni di italiani sono già in vacanza e davvero, per dirla con una battuta, si rischia di vedere bagnini inferociti ed albergatori sull’orlo di una crisi di nervi sotto il Quirinale. Comunque è il Mattarella pensiero, un governo che porti in modo ordinato al voto serve. E al centro della riflessione di queste ore c’è il vecchio classico di un “governo elettorale”: un governo che, appunto, nasce col semplice obiettivo di guidare il paese alle urne, guidato da un Cincinnato della Repubblica che, dopo qualche settimana, torna nelle sue terre senza avere tentazioni di restare nell’agone politico. Sembra una questione da addetti ai lavori, ma fa una bella differenza: un conto è bocciare alle Camere un “governo del presidente” , che comunque è una operazione politica quirinalizia e sostenuta dai partiti, altro è che viene sfiduciato un governo che praticamente nasce solo per l’ordinaria amministrazione. E che rappresenta già la presa d’atto di un fallimento dei partiti.

In questo c’è l’estremo rigore costituzionale di Sergio Mattarella. Il quale è consapevole che non sarebbe corretto tornare al voto con Gentiloni. Nonostante sia diventato il governo degli editorialisti che ne invocano una “proroga”, considerandolo un governo quasi nel pieno delle sue funzioni, il capo dello Stato è consapevole che è sgrammaticato, e non poco, far tornare al voto un esecutivo espressione della scorsa legislatura. Non verrebbe vissuto come “neutrale” e la sua stessa presenza in campo sarebbe un elemento polemico della prossima campagna elettorale, i cui veleni sono già sparsi ovunque.

Sia come sia, è evidente che, per quanto al Quirinale l’eventualità di questo scenario venga considerata la peggiore che si potesse immaginare, sbaglia chi pensa che la minaccia delle urne a settembre o quando sarà sia una messinscena per spaventare i partiti costringendoli a fare un governo, a dispetto della loro volontà, perché in realtà il capo dello Stato è pronto ad immolarsi pur di scongiurarle. È chiaro che le eviterebbe volentieri ma non possiede la bacchetta magica. E, a giudicare dagli indici di fiducia raggiunti, è evidente che questo approccio ha creato un rapporto molto positivo col paese. Non a caso i partiti, col loro furor polemico, almeno per ora, hanno evitato di attaccare il capo dello Stato, nella consapevolezza che, prima o poi parlerà. Magari non è un novello Pertini, ma insomma quando spiegherà che si sono buttati 60 giorni nell’inconcludenza e che si viaggia a fari spenti nella notte, qualche emozione nel paese la susciterà.