1354.-UGO ROSSI AMA UCCIDERE LE SPECIE PROTETTE, I SUOI FORESTALI NON METTONO IN SICUREZZA I LUOGHI DI RIPRODUZIONE DELL’ORSO E UCCIDONO.

Agosto 2014: Daniza assassinata dai forestali della Provincia autonoma di Trento

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Agosto 2017: KJ2 assassinata dai forestali della Provincia autonoma di Trento

MI PONGO UNA DOMANDA PENSANDO AD ALTRI DUE CUCCIOLI RESI ORFANI DAI FORESTALI DI TRENTO E DAL CAPOCCIA DELLA GIUNTA PROVINCIALE DI TRENTO: O E’ IPOCRITA O E’ SCEMO O AMA/NO AMMAZZARE GLI ORSI DEL PROGETTO EUROPEO CHE FINANZIA LA PROVINCIA AUTONOMA. NON SI OFFENDA ROSSI. BEN ALTRO VORREI DIRLE E MI TRATTENGO. VI CHIEDO:
QUALE MADRE DEL REGNO ANIMALE NON DIFENDEREBBE I SUOI CUCCIOLI DA UN CURIOSO, DICONO, PURE PAUROSAMENTE AGGRESSIVO? DI QUALE PERICOLOSITA’ PARLA QUESTO PRESIDENTE AMMAZZA ORSE MADRI ? DELLA SUA? NON BASTA CHE IN ENTRAMBI I DELITTI L’ORSA NON AVESSE UCCISO CHI AVEVA MESSO IN PERICOLO LA SUA PROLE? POTEVA FARLO FACILMENTE E SI E’ LIMITATA AD ALLONTANARLO. E’ LA STESSA STORIA DELL?ORSA DANIZA UCCISA NELL’AGOSTO 2014 DAVANTI AI DUE PICCOLI DA FORESTALI INCAPACI E PERICOLOSI. E ORA, SENTITE QUESTO UGO ROSSI COME SVEZZERA’ i DUE ORSACCHIOTTI DURANTE L’INVERNO. NON SI PUO’ CONTINUARE COSI’. I GIUDICI E I FORESTALI CARABINIERI NON SONO IN GRADO DI TUTELARE QUESTA SPECIE PROTETTA? E,ALLORA, SI CONCLUDA IL PROGETTO LIFE URSUS E SI TRASFERISCANO GLI ANIMALI DOVE NON SARANNO AMMAZZATI IN MATERNITÀ?

ECCO IL PICCOLO UOMO UGO ROSSI COSA DICE DELLA SUA ORDINANZA BRUTALE E NON NECESSARIA. DICE CHE LA SICUREZZA DELLE PERSONE NEI BOSCHI DI TRENTO È AFFIDATA AGLI ORSI CHR, SE NON TI AMMAZZANO, CI PENSA POI LUI:

“Quando il pericolo sale oltre una certa soglia si procede con l’abbattimento, la tutela delle persone viene prima – conclude Rossi – perché oggi siamo qui a commentare questa scelta ma se questo esemplare avesse incontrato un bambino e se invece di un ferimento fosse capitato anche qualcosa di più grave saremmo qua a fare ben altri commenti”.

Queste le parole del governatore Ugo Rossi in merito all’abbattimento di Kj2, che spiega le motivazioni della decisione: “Le cattività di questo genere di animali sono sconsigliate da tutti gli esperti più importanti. C’è poi il fattore tempo per la cattura dell’orsa con le trappole, la pericolosità e il fattore difficoltà della zona dove si trovava. L’insieme di queste valutazioni ha fatto pesare la bilancia sull’abbattimento”.

Rossi rassicura anche sul progetto Life Ursus: “Se ci fosse una cattiva gestione non ci sarebbero 50 esemplari – spiega – e se ci fosse una cattiva gestione ci sarebbero molti più problemi. Abbiamo invece un’ottima gestione da parte del nostro Servizio foreste e fauna che è acclarata da tutti gli esperti mondiali che abbiamo consultato e con i quali siamo contatto”.

Anche a seguito delle critiche arrivate da diverse associazioni animaliste e le campagne per boicottare il Trentino, al momento il mondo turistico non sembra risentirne. “Dopo il caso Daniza non c’è stato nessun decremento – ha precisato Rossi – ma anzi abbiamo avuto un incremento di gradimento da parte dei turisti presenti sul nostro territorio e siamo tranquilli dal questo punto di vista”.

Per quanto riguarda i cuccioli dell’orsa, invece, hanno tutte le possibilità di sopravvivenza intatte. Il Corpo forestale provinciale metterà in campo tutte le azioni di monitoraggio rispetto i pericoli esterni che ci possono essere con anche il sostegno, se serve, dal punto di vista alimentare. “Il tutto nel rispetto del ciclo naturale delle cose”.

Le parole di Rossi non convincono però la politica che va all’attacco. “L’uccisione dell’orsa dopo l’aggressione a un uomo che l’aveva attaccata sbagliando strategia difensiva – afferma Antonia Romano de L’Altra Trento a Sinistra – rappresenta l’epilogo del progetto Life Ursus, nato da buoni propositi ma gestito malissimo”.

Giacomo Bezzi, Forza Italia, deposita un’interrogazione alla Giunta e chiede: “Era davvero necessario abbattere KJ2? Sicuramente l’esemplare di orso resosi responsabile di comportamenti pericolosi per le persone andava catturato, su questo si può essere tutti d’accordo, quello che si poteva evitare era l’abbattimento dell’esemplare”.

A Jacopo Zannini, portavoce di Sinistra italiana “pare proprio che il progetto abbia cambiato nome in ‘Dead Ursus’. Le nostre critiche – spiega – non riguardano solo aspetti animalisti, ma affondano in una gestione, insufficiente e lacunosa, della tutela sia delle persone che degli animali”.

Claudio Cia, di Agire, si dice “dispiaciuto” anche se rimane la sua contrarietà ad un progetto “tanto inutile quanto dannoso”. Secondo il consigliere provinciale il Trentino è ora “additato con disprezzo a livello nazionale come già successo quando il presidente Rossi dichiarò di voler usare l’autonomia per difendere i vitalizi. Chi risarcirà i Trentino – si chiede – da questa ennesima pagliacciata istituzionale?”.

Contento per “l’epilogo” Maurizio Fugatti della Lega Nord. “Questa è la dimostrazione del fallimento del progetto Life Ursus in Trentino. Se da una parte infatti dobbiamo prendere atto che tale epilogo era l’unico ormai possibile in quanto deve valere il principio che la vita di una persona vale più di quella di un animale, dall’altra occorre prendere atto della totale incapacità della Provincia”.

Molto più che contento Erminio Boso, ex senatore della Lega Nord. “Fosse per me – afferma – con la pelle farei un bell’orso imbalsamato da mettere in bella vista in Consiglio provinciale. Ma con la carne – continua – farei una bella tavolata in piazza Duomo a Trento per mangiarlo tutti assieme”.

E non trattiene nemmeno la sua profonda ostilità nei confronti degli animalisti che invece difendono i plantigradi: “Questi li prenderei a bastonate, non capiscono un c***o, non possono venire a dirci come dobbiamo comportarci.Metterei queste persone in fila e li legnerei uno a uno”.

Per Filippo Degasperi dei 5 Stelle “l’inesperienza dell’attuale maggioranza ci ha fatto regredire a 100 anni fa, quando l’orso veniva schioppettato senza tanti complimenti. Di fronte ad un episodio così vergognoso viene da chiedersi se sia opportuno trasferire al Ministero la protezione dell’animale. Sorprende che a questo folle gioco si sia prestato il Corpo Forestale che la fauna dovrebbe difenderla, anche dai politici incompetenti”.

Ma anche il presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Romani, si chiede come mai sia stato ucciso un plantigrado nei boschi trentini: “Aveva aggredito un uomo, ma uccidere un’orso perché ha ferito un uomo che senso ha?”. E per lo stesso partito interviene Michela Brambilla che afferma: “Non è bastato il caso dell’orsa Daniza?”

“Ancora una volta la Provincia di Trento ha dato prova di prepotenza e crudeltà” – dichiara l’esponente forzista Repubblica.it. “Va da sé – prosegue l’ex ministra – che invocheremo chiarezza in tutte le sedi, politiche e giudiziarie finché i responsabili non pagheranno. La responsabilità di questa morte ricade interamente su chi l’ha voluta e preordinata, ben sapendo che non era necessaria”.

 

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LA VERITA’ !

Orso in Trentino, Enpa: «Colpo di scena, l’uomo ha aggredito l’orso»

L’associazione animalista cita il responsabile grandi carnivori della provincia di Trento: «L’idraulico ha attaccato l’orso a colpi di bastone, terrorizzato dalla sua comparsa»

L’orsa Kj2 durante la fase di cattura da parte dei forestali nel 2015 (Ansa)
L’orsa Kj2 durante la fase di cattura da parte dei forestali nel 2015 (Ansa)

Bestia feroce e pericolosa o solo un animale che ha agito per «legittima» difesa? «C’è un vero colpo di scena» sulla vicenda dell’uomo di 69 anni ferito da un orso nella zona di Predera, nei pressi del lago di Terlago nella Valle dei Laghi in Trentino: «Sarebbe stato il pensionato ad aggredire per primo l’animale e non viceversa». Lo assicura l’Enpa citando un’intervista rilasciata da Claudio Groff, responsabile settore grandi carnivori, servizio foreste e fauna della Provincia autonoma di Trento.

L’orso attaccato a colpi di bastone

Così, mentre prosegue la «caccia» all’orso con tanto di ordine di cattura e di rimozione (e «abbattimento», in caso di pericolo) emesso dal presidente della Provincia di Trento dopo l’aggressione avvenuta il 22 luglio, la vicenda assume nuove sfumature: «L’idraulico di Cadine ha attaccato l’orso a colpi di bastone, perché terrorizzato dalla comparsa improvvisa del plantigrado», sottolinea l’Ente nazionale protezione animali prendendo sempre in considerazione le dichiarazioni di Groff che citava la testimonianza resagli dallo stesso ferito. «In attesa vengano chiariti ulteriori elementi, quali l’eventuale presenza di cuccioli o il ruolo giocato dal cane nell’innervosire il plantigrado – continua l’associazione animalista – prende dunque corpo l’ipotesi dell’errore umano. Con buona pace di tutti coloro i quali non avevano perso tempo nell’invocare la forca per il povero orso».

Il ferimento e la «caccia»

La vicenda risale al 22 luglio: Angelo Metlicovec stava passeggiando con il suo cane sul sentiero che dai laghi di Lamar porta al lago di Terlago, verso il Doss del Ghirlo, quando si è trovato davanti l’orso. Alla fine, fortunatamente, ha riportato ferite leggere. Ma il caso ha subito creato due schieramenti: gli animalisti a tutela dell’orso e le istituzioni che immediatamente hanno attivato squadre speciali ed emesso l’ordine di cattura e rimozione dell’esemplare (che ancora oggi, comunque, è «a piede libero»). La provincia di Trento ha anche rivolto un appello al governo per approvare norme che consentano di rimuovere gli esemplari di orso «pericolosi».

L’appello alla provincia e al governo

«Al presidente Rossi e all’amministrazione provinciale di Trento, che hanno dimostrato di non essere in grado di gestire la situazione né di informare o sensibilizzare i cittadini sui comportamenti corretti da tenere chiediamo di fermare una inaccettabile caccia all’orso», conclude la presidente nazionale dell’Enpa, Carla Rocchi, che invita il presidente del Consiglio Gentiloni a non concedere «ulteriori “privilegi venatori” alla Provincia autonoma di Trento».

L’orsa coinvolta è Kj2

Intanto secondo gli esiti delle analisi sui campioni biologici prelevati sul posto è Kj2 l’orsa che la sera del 22 luglio ha ferito il pensionato. Secondo gli esperti della provincia di Trento questo «conferma la particolare criticità comportamentale di cui l’esemplare si è reso protagonista in passato». L’orsa, infatti, nella primavera del 2015aveva aggredito un escursionista a Cadine: subito dopo Kj2 era stata catturata e radiocollarata, ma il collare l’avrebbe perso nei mesi successivi. Intanto, negli ultimi giorni, sono già due le orse già catturate, radiocollarate e rilasciate in Trentino grazie alle trappole posizionate dai forestali nella zona di Terlago. Ma, ancora, nessuna notizia di Kj2.

1353.- PD CHIAMO’ SOROS IN ITALIA. E SOROS RISPOSE.

Dal grande Maurizio Blondet 12 agosto 2017

Daniel Wedi Korbaria

Colour revolution in Italia (riuscita)

A questo punto della storia la domanda sorge spontanea: ma come ha fatto Soros ad arrivare fin nel cuore del Mediterraneo? Chi ce l’ha portato da oltreoceano?Il primo tentativo, di una serie di riverenti salamelecchi per ridursi a zerbini, è stato quello di Francesco Rutelli accompagnato da Lapo Pistelli e da una delegazione della Margherita. Nell’ufficio al 33° piano di un grattacielo che si affaccia su Central Park, per la prima volta, Rutelli incontra Soros al quale consegna una lettera di presentazione scritta dall’amico Carlo De Benedetti che lo raccomandava come “un giovane politico di sicuro avvenire”. Era il luglio del 2005.

Scrive l’inviato di la Repubblica Umberto Rosso: “E tutti rimasti piuttosto affascinati dal personaggio, «certamente stimolante», tanto che questo è stato solo il primo di una serie di incontri, il rapporto certamente andrà avanti”. L’incontro aveva prodotto una prima iniziativa concreta: una convention su Democrazia e Islam da farsi a Venezia a fine settembre organizzata dal Partito democratico europeo.

“Rutelli ha gettato le basi per un rapporto duraturo con la Open society, la più famosa delle fondazioni create dal finanziere. A tavola c’era anche il presidente della struttura Aryeh Neier.” scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

“By 2010 we played a role in every region of the world. Entro il 2010 saremo protagonisti in ogni regione del mondo” Open Society Foundations.

Primo flashback: il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore per una speculazione mirata a far crollare lira e sterlina, una notte brava in cui Soros guadagnò 10 miliardi di dollari. Come scrive Antonella Randazzo nel suo articolo intitolato Come è stata svenduta l’Italia: “Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira.” La sua speculazione costrinse la Banca d’Italia a bruciare circa 40 mila miliardi di lire in riserve valutarie. Quasi tre anni dopo, il 30 ottobre 1995, Romano Prodi offrì a Soros la laurea honoris causa in economia.

Marco Marozzi scrive su la Repubblica: “Ieri a Bologna, nella più antica università del mondo, gli hanno dato la laurea honoris causa. In economia. Festa di professori, banchieri, industriali. Ma anche un abbozzo di contestazione”. Lo stesso Prodi si incarica di presentare l’ultimo libro di Soros: “Le contestazioni sono incoerenti. Fanno ridere. Non hanno letto il libro” replica.

“Tutti a riconoscere l’importanza della Open Society Fund creata da Soros per allargare nel mondo il concetto di democrazia economica e politica” scrive il giornalista de la Repubblica. Nel dicembre 2005, al rientro dalla sua visita a New York, Carlo De Benedetti organizza una conferenza nazionale sul futuro del Partito Democratico (PD) dove promuove Rutelli e il sindaco di Roma Walter Veltroni a candidati alla guida del partito. Così, il 14 ottobre 2007, dalla fusione dei due partiti La Margherita e i DS nasceva il PD. Sei mesi dopo, nell’aprile del 2008 nella capitale italiana c’era già fermento sulla voce che vedeva Soros interessato alla compravendita della squadra calcistica AS Roma. Questi i commenti di allora: Rutelli (laziale) “L’interesse di Soros è serio”, Veltroni (juventino) “La politica non si metta in mezzo”, Massimo D’Alema (romanista) “È un uomo di grande valore, un intellettuale impegnato in grandi azioni umanitarie”. Come dire: “Quando un uomo mette sulla stessa linea un juventino, un laziale e un romanista!”

 

Ma perché il centro-sinistra ha viaggiato fino a New York per chiamare Soros in Italia?

Vista l’esperienza americana del 2003 in cui Soros investì 15 milioni di dollari per sconfiggere il presidente Bush nelle elezioni del novembre 2004, che a suo dire era diventata “una questione di vita o di morte”, qualcuno in Italia ha pensato bene di approfittare del filantropo per sconfiggere il presidente Berlusconi. Il 2011 è l’anno delle primavere arabe, la nuova versione delle rivoluzioni colorate per i paesi del Maghreb. Quello che era successo precedentemente in Serbia, Georgia, Tunisia ed Egitto sarebbe successo anche in Italia all’insaputa degli italiani. E fu per attuare questo progetto “non violento” che Soros sbarcò in Italia. Doveva battere “democraticamente” il Cavaliere organizzandogli una bella rivoluzione colorata, una di quelle che sapeva fare benissimo e, visto che i colori li aveva quasi finiti, scelse per l’Italia l’ultimo rimasto nella sua scatola Giotto, il colore viola. Così nacque il Popolo viola. E, il 5 dicembre 2009, la piazza San Giovanni a Roma si riempì di centinaia di migliaia di persone del popolo viola organizzate su Facebook per chiedere al governo le dimissioni. Quel giorno venne chiamato il No B. Day.

Ovviamente, Berlusconi non si dimise e il movimento “spontaneo” perse il suo slancio innovativo per il cambiamento e andò scemando. A questo punto serviva un altro sistema efficace per dimissionare Silvio Berlusconi. E qual è il miglior sistema per un Grande Speculatore come Soros, che già nel 1993 aveva fatto svalutare la lira italiana del 30%, se non un altro attacco economico?

Infatti, ad un anno dal No B. Day, gli italiani dovettero imparare una nuova parola straniera: lo spread fra Bund tedeschi e i Btp italiani. Il “4 gennaio 2011 lo spread è a 173 punti. Il 30 dicembre arriverà a quota 528, con un incremento di 355 punti” scrive Michela Scacchioli su la Repubblica e aggiunge: “Il 9 novembre Napolitano nomina Monti senatore a vita (…) Tre giorni dopo Silvio Berlusconi sale al Colle per dimettersi (…) Il 16 novembre il presidente della Repubblica dà a Monti l’incarico di formare un governo tecnico.”

Così, finalmente, a colpi di spread, Soros archiviò il ventennio di Berlusconi. Un regime-change economico, un silenzioso Colour revolution. Il centro-sinistra è entrato finalmente a Palazzo Chigi senza alcun bisogno di andare alle elezioni.

Una nota complottistica: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, George Soros, Mario Monti, e il suo successore a Palazzo Chigi Enrico Letta fanno tutti parte del gruppo Bilderberg, un’organizzazione internazionale massonica.

 

Gli Smart Dissidents

A sorpresa, il 17 febbraio 2014 sbuca dal nulla Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, che riceve dal presidente Napolitano l’incarico di formare un nuovo Governo. Una carriera fulminea quella di Matteo Renzi che diventa il 63° Presidente del Consiglio scalzando il Governo Letta dopo averlo prima rincuorato con un “Enrico stai sereno!”

Ma come è potuto accadere?

Secondo flashback: un giorno, chissà perché a Renzi venne in mente di regalare a Soros Le Murate, l’ex carcere nel centro di Firenze. E, George, sebbene non fosse il suo compleanno, accettò di buon grado l’omaggio del Sindaco di Firenze. E non ci mise molto ad avere l’idea di trasformare quel mostruoso edificio, all’interno del quale nel medioevo si torturavano e si uccidevano le persone, in uno spazio pieno di vita, un’isola felice in cui far regnare i diritti umani per esportarli dappertutto. Così, per la ristrutturazione, ha incaricato il famoso architetto Renzo Piano che, senza badare a spese, è riuscito a trasformare l’ex carcere in un albergo di lusso per ospitare attivisti e bloggers dei diritti umani provenienti da tutto il mondo. Il vecchio carcere divenne così il Centro per gli Smart Dissidents.

Il 17 maggio 2013, giorno dell’inaugurazione, assieme all’Ambasciatore americano c’era anche Kerry, la figlia di Robert Kennedy. Al taglio del nastro il Centro fu battezzato: Robert Kennedy Center for Justice and Human Rightsdi cui Kerry divenne la presidente. Era il 2010.

“Can Smart Dissident Create Change?” era la scritta che campeggiava nel Centro: Può un blogger provocare una rivoluzione? Cioè si può fare rivoluzione usando il computer chiusi in una stanza ben arredata? L’idea di Soros era quella di ospitare a tempo indeterminato, come fosse un rifugio, tutti quei bloggers perseguitati nei loro paesi di origine che volevano fare regime-change stile OTPOR nel proprio paese e, ovviamente, questi rivoluzionari della tastiera dovevano provenire da quei paesi cosiddetti “chiusi” come la Cina, la Russia, l’Afghanistan e l’Iran.

Il centro iniziò il suo percorso rivoluzionario e nel tempo furono invitati esperti della color-revolution e attivisti della primavera araba come Dalia Ziada (Egitto), Kerim Bouzouita (Tunisia) per offrire corsi di specializzazione su “Human Rights and Social Media” ad esperti di diritto internazionale, nonché ad esperti di comunicazione, professionisti, giornalisti del web, docenti, dottorandi e studenti di corsi post-universitari.

Così, grazie al Sindaco di Firenze, la città che ha dato i natali a Dante Alighieri, Sandro Botticelli, Filippo Brunelleschi, Benvenuto Cellini, Donatello, Giotto, Cimabue, Nicolò Macchiavelli, Lorenzo il Magnifico e Amerigo Vespucci, da questa città ogni giorno nascono idee rivoluzionarie atte a destabilizzare il mondo.

Marzio Fatucchi definisce “una vera e propria casa l’International house of human rights del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (…) Messico, Pakistan, Myanmar, Sri Lanka, Filippine, Zimbabwe, Uganda, da lì viene questo primo gruppo di dissidenti che questa settimana sta partecipando all’Empowerment laboratory organizzato dal RFK Training Institute. (…) hanno avuto la possibilità di confrontarsi con alcuni dei più autorevoli esperti di nuove tecnologie applicate alla difesa dei diritti umani al mondo, come Tactical Technology Collective (TTC); Global Voices Online (GVO), OneWorld Digital Security Exchange (ODSE); Witness.org; Electronic Freedom Frontier (EFF), e Human Rights Watch (HRW).”

“Con questo corso vogliamo creare uno spazio in cui i dissidenti digitali possano conoscersi e lavorare insieme per promuovere democrazia e pace nei propri paesi” spiega Federico Moro, responsabile del Robert F. Kennedy Center.

Do Ut Des

Nessuno fa nulla per nulla, men che meno Soros il filantropo. Bisognerà pur dargli qualcosa in cambio. Si chiama Do ut des, ed è una filosofia di vita inventata dai Romani. A quei tempi funzionava non solo con gli esseri umani ma anche con le divinità. I Romani chiedevano alla Divinità di turno una grazia e in cambio gli promettevano la costruzione di un Tempio, una specie di fioretto che veniva onorato solo nel caso in cui la grazia fosse stata soddisfatta altrimenti la promessa era da non ritenersi valida. Do ut des appunto, io ti do una cosa così che tu me ne dai un’altra. Sono passati migliaia di anni da allora ma i discendenti di quella civiltà, ossia gli italiani di oggi, non hanno mai smesso di applicarla ogniqualvolta se ne sia presentata l’occasione. In Italia funziona tutto così, Tangentopoli docet. Ma a quanto pare anche i “filantropi” d’oltreoceano non disdegnano questa tradizione italica.

Il do ut des alla Soros recita pressappoco così: “Io ti metto a capo di un Governo ma tu fai quello che ti dico di fare. Intanto come antipasto voglio iniziare con qualche piccolo business, giusto per rientrare di qualche spesuccia”.

Sarà pure una coincidenza ma appena Renzi diviene il nuovo Presidente del Consiglio ecco che viene registrata la compravendita del 5% della COOP, 20 milioni investiti nell’IDG. Altre voci lo vedrebbero in lizza per l’acquisto di caserme e immobili statali per un valore che sarebbe attorno agli 800 milioni di euro. Poi, nel febbraio 2016 il Soros Fund Management ha invece acquisito lo 0,45% di Ferrari, pari a un pacchetto di 850 mila azioni. Ma forse è troppo riduttivo confinare Soros ad un discorso meramente economico, forse c’è dell’altro. Tipo una qualche riforma “progressista”.

In tutti i parlamenti che hanno discusso ed approvato le “Unioni Civili” è passato l’uragano Soros e la sua rivoluzione colorata. Lui usa come carota le unioni civili mentre il bastone cade come un macigno sull’economia di quello stesso paese per schiacciarlo. Le Unioni Civili sono delle riforme che distraggono l’opinione pubblica mentre si privatizza l’economia e ci si indebita. Con tutti i problemi economici che ha avuto la Grecia, vendita del suo patrimonio e austerity, il presidente eletto Tsipras che fretta aveva di far approvare in parlamento le unioni civili? Con tutti i problemi politici e militari che aveva l’Ucraina, Poroshenko aveva forse fretta di far approvare quella legge? Con tutti i problemi economici e di disoccupazione dell’Italia, Renzi aveva forse bisogno di occupare il parlamento per discutere di Unioni civili?

Secondo il segretario del Partito Comunista Rizzo le unioni civili sono dei falsi bisogni creati appositamente per distogliere le attenzioni del popolo dai problemi reali che lo affliggono (i salari, il lavoro, le pensioni). Sono: “un’arma di distrazione di massa” dice in un’intervista rilasciata a Federico Cenci: “L’esempio concreto è la Grecia di Tsipras, dove vengono tagliate le pensioni, viene ridimensionata l’assistenza sanitaria, aumentano i meccanismi di sfruttamento, si cancella lo stato sociale (…) La sinistra è oggi una costola del capitalismo, che crea false esigenze e contrapposizioni ingannevoli: il problema non è tra omosessuale ed eterosessuale, bensì tra gay povero e gay ricco.”

 

Per esempio, uno degli attivisti delle Unioni Civili in Italia è stato il giornalista Vittorio Longhi che ha promosso una petizione sulla sua piattaforma Progressi.org, figlia della sorosiana MoveOn.org, dal titolo: Approviamo subito il testo sulle unioni civili. Il giornalista Longhi rappresenta quella categoria di giornalisti riverenti, impiegatucci e affascinati dal suo potere che ha ritenuto “non appropriata” una petizione che voleva cacciare Soros e la sua organizzazione fuori dall’Italia quando invece nella sua piattaforma promuove petizioni assurde contro Trump.

Ma torniamo a “Lui”. Ora per Soros è più interessante l’immigrazione del semplice business o delle Unioni Civili.

Lo si deduce dalla lettera aperta scritta a Renzi con un tono pretenzioso da Costanza Hermanin, (senior policy officer presso l’Open Society Foundations) a due settimane dal suo insediamento a Palazzo Chigi intitolata: “Caro Matteo, adesso dammi una ragione per non dover più lavorare sui diritti umani in Italia.”

Nel primo paragrafo la Hermanin dice: “Adesso che il governo è pronto a mettersi al lavoro è giunto il momento di domandarti d’includere l’immigrazione, la parità e i diritti fondamentali nell’agenda delle riforme, politiche ma soprattutto istituzionali.”

Difatti, erano già cinque anni che la Open Society Foundations si occupava di “diritti umani” in Italia.

“Open Society Foundations, per quelli di voi che non la conoscono- dice Hermanin ad una presentazione -è una fondazione internazionale che ha la sede principale a New York e il cui fondatore è il filantropo e finanziatore George Soros. (…) Ciò detto, dal 2009 lavoriamo in Italia e sosteniamo studi e ricerche ma anche campagne. La nostra è una fondazione un po’ politicamente scorretta, ossia ci interessiamo a temi complessi: dalla prostituzione, all’abuso di droghe, ai temi di immigrazione, e lo facciamo non solo con i finanziamenti, ma anche cercando di affiancare il nostro peso nell’advocacy su questi fenomeni.”

Una delle sue prime creazioni della OSF in materia dei diritti umani che serviva come una piattaforma di lancio, una base per quel che sarebbe arrivato dopo, fu chiamata CILD, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, un’associazione che raggruppa varie Onlus di diversa natura e provenienza politica. Per esempio A Buon Diritto del senatore PD Luigi Manconi, Associazione Luca Coscioni dei Radicali, ecc.

Nella seconda edizione il suo “Premio Cild per le Libertà Civili” è stato assegnato quest’anno al cronista Valerio Cataldi (TG2) e Diego Bianchi detto Zoro (Gazebo). “Ecco chi sono i nostri eroi dei diritti umani” scrive CILD annunciando il suo evento della premiazione del 16 dicembre 2016. Ovviamente il giornalista Cataldi che si appresta a vincere il premio made by Soros aveva già scritto vari articoli sull’Eritrea e aveva partecipato a tante iniziative della OSF come moderatore ed è anche membro fondatore del Comitato 3Ottobre. Della serie “se la suonano e se la cantano da soli”!

Le iniziative della sorosiana CILD si moltiplicano ogni mese. Le sue ultime due creature legate al giornalismo-online sono 19 Million Project struttura battezzata a Roma dove vi lavora il fior fiore di esperti del web e della migrazione, il loro slogan recita: “Siamo una coalizione di giornalisti, programmatori, progettisti, strateghi digitali e cittadini del mondo che si uniscono per affrontare la crisi migratoria nel Mediterraneo”.

La seconda è nata ad un mese di distanza e si chiama: OpenMigration e offre suggerimenti agli addetti ai lavori (dell’immigrazione) basandosi su cifre, numeri, statistiche, ossia, in una sola parola, Datagiornalismo, un sistema politically correct di raccontare ai cittadini europei il #RefugeeCrisis o #MigrationCrisis e convincerli a non aver paura dei migranti.

Il Manifesto ha accolto la nascita di CILD con toni molto entusiastici: “Eppure, ricorda Aryeh Neier, ex direttore dell’American Civil Liberties Union e co-fondatore di Human Rights Watch e presidente della Open Society Foundations, in tutto il mondo si sta ancora aspettando quell’età d’oro per i diritti civili che ci si aspettava si sarebbe “aperta dopo la caduta del muro” (…) “Nel creare questa coalizione in Italia – conclude Neier – non solo riuscirete a rafforzare la lotta nazionale ma in sinergia con altre organizzazioni europee porterete questa battaglia a un livello superiore”.

Ma il 27 settembre 2015 succede un imprevisto, cinematograficamente si chiama colpo di scena.

Al Clinton Global Initiative di New York, inaspettatamente, Matteo Renzismentisce Soros che aveva appena finito di dire che la minaccia dell’Europa è la Russia di Putin: “I think it could be a tragic mistake consider identity of Europe against Russia”, (Penso che potrebbe essere un tragico errore riconoscere l’identità dell’Europa solo in contrapposizione alla Russia).

Per Renzi la vera minaccia non è la Russia bensì l’Ungheria che continua a costruire muri contro i rifugiati. George Soros col suo sorriso sprezzante incassò il colpo non aspettandosi quelle dichiarazione da una “sua creatura” e meditò vendetta. Dopo varie peripezie e un fallimento referendario sul suo operato, il 5 dicembre 2016 Matteo Renzi ammette la sconfitta al referendum costituzionale e si dimette da presidente del Consiglio. Il 12 dicembre Paolo Gentiloni viene eletto nuovo Presidente del Consiglio.

1352.- Il legame tra Soros e il generale McMaster

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Il generale é il maggiordomo di Soros e questi é il maggiordomo dei principali “soci” del club Bilderberg i quali non mostrano il viso, sebbene si sappia chi sono evidentemente.

 

L’attuale consigliere del presidente Donald Trump per gli affari di sicurezza nazionale (NSA), il generale H.R. McMaster, e il magnate George Soros, presidente della Open Society Foundations e importante finanziatore dell’ultima campagna elettorale di Hillary Clinton. Un legame, quello tra i due, emerso da una recente inchiesta condotta da Breitbart. McMaster, infatti, è stato per 11 anni – dal settembre 2006 al febbraio 2017 – senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), illustre think-tank britannico che opera nel campo degli affari internazionali con sede all’Arundel House, a Londra, e considerato tra i più importanti istituti di ricerca livello mondiale. Secondo Breitbart, l’Open Society Foundations di Soros figurerebbe tra i più rilevanti finanziatori del think-tank in cui ha lavorato per tanti anni l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. E i fatti sembrano confermare questa tesi.

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Pare che il legame tra Soros e McMaster abbia causato qualche motivo di forte imbarazzo. Sul sito del think-tank, infatti, alla voce «our funding» vengono elencati tutti gli enti, le aziende e le società che finanziato il centro di ricerca. Misteriosamente, da quando Breitbart ha cominciato a occuparsi del caso, l’Open Society Foundations è stata rimossa per qualche giorno e poi reinserita nella lista. L’istituto, inoltre, è menzionato sul sito web della Open Society Foundations come beneficiario del «Global Drug Policy Program» lanciato dalla stessa organizzazione di cui George Soros è il presidente.

Come scrive Breitbart, «a partire da martedì la Open Society Foundations è stata nuovamente aggiunta alla lista, compreso il Plougshares Fund». L’Osf risulta essere tra i maggiori finanziatori del think-tank, con una donazione che va dai 130 mila ai 650 mila dollari. Questa la dichiarazione ufficiale dell’International Institute for Strategic Studies in merito alla vicenda: «Oltre Open Society Foundations, abbiamo accidentalmente rimosso anche la Carnegie, McArthur e James Foundations, oltre a diversi governi e sostenitori aziendali, quando abbiamo aggiornato la pagina dieci giorni fa».

Il think-tank che ha aiutato Obama a siglare l’accordo sul nuclare con l’Iran

Oltre ai soldi provenienti dalla Open Society, l’IISS ha ricevuto importanti finanziamenti dal Ploughshares Fund, anch’esso da incasellare nella capillare rete costruita dallo speculatore finanziario e a sua volta finanziato dall’Osf. Il Plougshares ha avuto un ruolo centrale nella stipulazione dell’accordo sul nucleare tra la Casa Bianca e l’Iran, come rivelato anche dal New York Times. La mission del Plougshares è quella di sostenere «le menti più intelligenti, le organizzazioni più efficaci per ridurre gli armamenti nucleari, impedire la nascita di nuovi stati nucleari e aumentare la sicurezza globale». Non è un caso dunque se la settimana scorsa il generale McMaster ha rimosso Ezra Cohen-Watnick , sostenitrice della «linea dura» contro la Repubblica Islamica dell’Iran, dal consiglio della sicurezza nazionale.

Plougshares è a sua volta finanziato, oltre che da Soros, dalla Buffett Foundation, dalla Carnegie Corporation of New York, dalla Ford Foundation, dalla Rockefeller Brothers Fund e dalla Rockefeller Foundation. Un altro donatore di Ploughshares è la Fondazione Tides, punto di riferimento della sinistra radicale americana. Tides è finanziata da Soros.

Punti di vista di ROBERTO VIVALDELLI

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1350.- Time to close ranks? It’s time for a common EU army

Time to close ranks

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German soldiers took part in the ATALANTA operation against Somali pirates in 2008.

When it comes to defence, each member state has so far been content to pump money into its own army. But challenges posed by the conflict in Afghanistan may force a rethink of this policy.

This year could prove to be pivotal for the future of European defence. The countries fighting the Taliban in Afghanistan will find out whether their new counter-insurgency strategy works on the ground. NATO and the European Union will know whether the conflict on Cyprus will be resolved or frozen, which is important because membership of the two alliances, NATO and the EU, has significant overlap and Cyprus is the single-biggest impediment to closer co-operation between the two.

The US and the UK will undertake strategic defence reviews to define the main threats facing them and how to respond. NATO, following the return of France to its military structures, will likewise get a new strategic concept that is supposed to infuse it with renewed relevance. And the EU will learn whether the new foreign policy and security institutions and mechanisms that it has fashioned for itself under the Lisbon treaty make action more coherent and efficient.

Problems revealed by war on Taliban

Since the end of the Cold War two decades ago, various strategic defence reviews undertaken by individual allies have held out the promise of “radical change”. But the impact of such ambitions has often been negligible, not just in the member states but at the supranational level, too. The EU’s battlegroups, for which planning began in 2004, were supposed to make the EU faster and more flexible in reacting to crises. To this day, not a single battlegroup has ever been deployed.

What is different this time around, however, can be summarised in two words: Afghanistan and budgets. Afghanistan has driven home the point that neither NATO nor the EU nor their member states have the means to fight the kind of war that the Taliban are waging. They will have to adapt if they are going to win.

Closer co-operation required

Soaring budget deficits have ramped up the pressure to increase the efficiency of defence spending. The combined defence budgets of the EU’s 27 member states currently amount to around half of the sum the US spends on its military. But because European spending is fragmented and each country essentially maintains a full-service army, a far smaller share than in the US flows into investment, including research and development – €42 billion in Europe and €166bn in the US, according to 2008 figures from the European Defence Agency (EDA). By contrast, the EDA’s 26 member states (all the EU members except Denmark) spent more in absolute terms on personnel than the US, €106bn compared with €93bn. This suggests bloated armed forces that are equipped by an armaments industry that is not as competitive as it could be.

Such figures reinforce the logic behind the EDA, whose projects aim to promote co-operation on research and development and, in the long run, to create an internal defence market. But the EDA and project-based co-operation more generally are still hampered by the engrained habit that the EU’s 27 member states conduct their own threats assessments and strategic planning. The 2003 European Security Strategy, updated in December 2008, is far too general to serve as a strategic guide. But such an overarching guide is sorely needed because EU member states set their defence priorities in strikingly different areas with very little thought given to complementarities and economies of scale. Some member states focus on territorial defence against an imaginary enemy; others are shifting their resources to new kinds of warfare, such as cyber-attacks; yet others see the main task of their armed forces as peacekeeping or state-building, and so put more emphasis on deployability and on ‘softer’ skills and capabilities.

The development of the European Security and Defence Policy (ESDP) over the past decade has been driven in large part by the member states. But in the absence of a proper assessment of the member states’ defence capabilities and how they might complement each other, the ESDP will continue to be hampered by ad-hoc solutions and national policies that are far less efficient than they ought to be. Afghanistan is just the kind of crisis that makes the costs of this approach visible.

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Des soldats des troupes françaises de l’EUFOR RCA à leur arrivée à l’aéroport de Bangui, le 30 avril 2014.

As the discussion on a European defence is back on tracks, especially under the impulse of France and Germany, the time has come for creating a common army under the authority of a High Security Council, says journalist and former MEP Olivier Dupuis.

When we talk about a European Army what exactly do we mean? A single or common EU army? An intergovernmental army, or an army under the command of European institutions? An army that is composed of national contingents or an army made of European soldiers? Depending on the answer to these questions, the scenarios that emerge are very diverse, whether it be an (improbable) configuration of 27 States, or a model that combines few select Member States by way of Permanent Structured Cooperation.

A single, intergovernmental European army

This would be a more or less organic alliance among all or some of the national armies of the Member States, a sort of second version of the European Defense Community (EDC) where authority would remain in the hands of the states themselves. In this updated scenario, the whole of each national army would pass under an intergovernmental European authority yet still remain under its own country’s authority for all practical purposes (decision-making power, organization and budget on the one hand, and veto power at the level of European intergovernmental institutions). Integration would be limited, which is to say, non-existent.

Moreover, it is easy to imagine several States, particularly the “smallest” ones, that are not about to give up a bird in hand (NATO with all that it means in terms of a guarantee of security – Article 5, the deterrent of a powerful backer that the US’s presence guarantees, the strength of the regular American army, and so on) for two in the bush, a single European army that would basically be at the service of the old-school alliances.

A single, joint European army

According to this scenario, national armies would be incorporated into a larger European army placed under the authority of common European institutions: the European Commission, the European Council, the European Parliament, and, for the authority to intervene, the European Council of the Heads of State and Government meeting as the European High Security Council. The finished product would be a decidedly more European army.

But this scenario is not without its own particularly problematic issues. To begin with, it presupposes being able to join national armies whose traditions, modes of organization and engagement are often very different, especially when we are not able to count on the power or harmonizing support of the United States, as is the case with NATO. It also implies managing, on the one hand, the great tension between a common European decision-making structure and, on the other, the means (the armies themselves) that continue to take their orders from their respective Member States. Moreover, it requires immediately dealing with the delicate question of the political and military structuring between France’s deterrent ability and the common army, as well as the question of the security and defense of overseas territories that are not part of the European Union.

Some of the EU’s recent decisions, such as preparing for the creation of a European “general staff”, or of a fund for military research, stem from this scenario to the extent that they are part of a common framework. But the speed with which these types of initiatives are being put into place suggests that the development of a European army will be indefinitely postponed.

A common and intergovernmental European army

Unlike the two previous scenarios, this “European” army would be made up of segments of national armies rather than the armies in their entirety. The recent proposal of creating European “Battle groups” is part of this idea, whose two main drawbacks are that it is subject to changes in the governing majority in the relevant Member countries, and that it opens itself to the risk of threats of blackmail in times of intervention. As numerous experiences of armed intervention in recent history show (Bosnia, Rwanda, Iraq, Afghanistan, etc.), it is extremely easy (through hostage taking or suicide bombs) to put pressure on countries participating in an international initiative (here, a European one) to get them to withdraw their contingent.

Moreover, rather than attenuate them, this type of army would intensify national rivalries with regard to questions of command and, more importantly, the choice of arms, which is currently in the hands of national industries.

The different experiences of incorporating armies with respect to security and defense over the last twenty or thirty years also fall into this category: Eurocorps and the Franco-German Brigade, among others. The operational deployment of these armies has been virtually non-existent, precisely because each of the different members in question maintains its national affiliations. Lastly, and though it carries more of an imperial than a European connotation, Germany’s policy of incorporating the Dutch, Romanian, Czech, and shortly even Finnish and Swedish brigades into the Bundeswehr must be seen in the same light.

A joint and common European army

Unlike a single, joint European Army, the joint, common European army we are proposing would set itself apart from national armies. Placed under the exclusive authority of European institutions (the Commission, the Council, the European Parliament and High European Council on Security made up of the heads of state and government of the participating Member States), this army would be made up of European officers and soldiers. In other words, this army would be created from scratch.

Curiously, this option is the one that is least often discussed, and when it does come up, it is the one that is eliminated from consideration the fastest and with the greatest casualness, which is precisely the reason that we will develop it most thoroughly here. What truths are used to denigrate this option? For its detractors, the absence of legitimacy of the European political institutions called upon to make decisions of life and death is a deal-breaker by itself.

Which is no less surprising in an institutional configuration where all decisions concerning engagement proposed by the President of the Commission would be ratified by the majority of the High European Council on Security made up of the heads of state and government, which, moreover would adopt its decisions based on a qualified majority. Another concern that is mentioned is the mammoth task involved in creating a new army out of nothing. This argument dismisses the expertise of the soldiers from different national armies, as well as two recent experiences: the creation of the Croatian army in 1991, and more recently, the creation of the Ukrainian army almost entirely from scratch.

The last objection is the intrinsic impossibility of being able to count on European patriotism, i.e. the soldiers’ and officers’ willingness to engage in combat as Europeans and no longer as citizens of this or that Member country. This argument is not the less surprising given that we know that the majority of several of the most prestigious units (and the ones most often used in external theaters of operation) of some Member States are made up of citizens from other countries.

Nor is it less surprising when we recall all of the foreign soldiers who made up the majority of the troops who liberated Western Europe in 1944. And still more forgotten by history are the tens of thousands of North Africans and Africans who died in Europe during the First and Second World Wars. This argument is all the more astonishing when we consider that the history of the construction of Europe has shown that the national “neutrality” of civil servants of the European Commission has, by and large, been a success, as was the neutrality of the Judges of the Court of Justice in Luxembourg, for instance.

Lastly, a definitive argument: the lack of financial means in a Europe plunged in economic crisis. But unless we are beginning with the assumption that the only factors we need to consider are the ones that threaten our “internal” cohesion, whether economic or social, and unless we’re also considering that these have no relation to external factors, it is imperative to examine the real ability of each of the Member States of the Union as a whole to respond to outside threats at the moment. And while not all of Russia’s vengeful encroachments up to our borders are military in nature – quite the contrary – they still rely on the threat of military action to call into question the borders of European States (Georgia, Moldavia, Ukraine).

Moreover, the weakness – we might even say decay – of States in close proximity to Europe (Iraq, Syria, Libya, Mali, etc.) and the rise of terrorist elements that precede, accompany or result from them, combined with the United States’ growing isolationist stance all put into radically new focus the question of the security and defense of the Union.

Already at the Cardiff Summit in 2014 and in response to this new situation, the Member countries of NATO put forth the objective of devoting 2 percent of their GDP to defense by the year 2024.

European defense and German rearmament

Like the other member countries of NATO, Germany has pledged to devote 2 percent of its GDP to defense. Although this promise has no legal status, it was entered into before and with the other members of NATO, which confers a strong political meaning upon it. Concretely, it means that German military expenditures could reach upwards of 62 billion euros in 2024.

France, which, according to SIPRI, already devotes 2.2 percent of its GDP to the military, could see its own military costs rise to 50 billion euros by the same time, with 3.5 billion set aside for nuclear deterrents and 2.5 billion to updating these deterrents. In other words, 44 billion would remain for its conventional forces. Similarly, Italian and Spanish military costs would likely rise to 34 and 22 billion euros, respectively, in 2024.

These numbers are a much stronger argument than any lengthy discourse, and they are not the only ones striving to foretell the future. The Bundeswehr policy of incorporating large portions of the national armies of other Member States, a policy that is necessarily imperial and intentionally mercantile, does in fact have strong implications on the choice of weapons of these “incorporated” armies. Moreover, it is a source of significant benefits to the German defense industry, which some already consider the dominant defense industry in Europe.

“The only European army is the French army”

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Jean-Luc Sauron, Il estime aussi que la seule défense européenne concevable, c’est un financement communautaire de l’effort militaire de la France, ce pays ayant la seule armée apte à combattre au moins pour quelques années.

While France unquestionably boasts the most effective army among the 27 European nations, enjoying the highest level of autonomy, this does not in any way make its army one that can single-handedly counter the threats that Europe currently faces. This was amply demonstrated by France and Britain’s muddled intervention in Libya, which required NATO assistance, as well as by the sad fiasco of the aborted mission in Syria following the American president’s about-face and France’s “retreat”. Or, in more prosaic terms, a part-time air and sea force, and a deficit in satellite information are here to remind us that simply being better than all the others does not mean being up to the task.

But unless we are prepared to have certain Member States make the decisions while others pay, this still does not make of the French army a European army – far from it. No more than the Deutschmark could be the basis for the euro. Which it is not, as can be seen by the functioning of the Council of Governors of the European Central Bank, where Germany is more often than not in the opposition. A European army cannot be a national army, nor a derivative of one of them.

Last but not least, France faces strategic choices on a tight timeline that presages no-win budgetary decisions: modernizing nuclear deterrents, building a second aircraft carrier, investing in cyber-warfare, developing and building the successor to the Rafale… only to name a few of the sectors where significant investment will or would be necessary.

A priceless army

Taking into account General Perruche’s indispensable white paper on European defense, and thus also the deployment of the varied skills in the domain of security and defense of the twenty-seven nations of the EU, and based on the principal threats mentioned above, we can envision what the first core of a common army would look like: three rapid intervention divisions (consisting of 45,000 soldiers) based in the Baltic region, Slovakia and Romania; three air and sea groups based in the Baltic region, Greece and Portugal; a military information service with strong satellite capabilities; a service dedicated to cyber-warfare; and all of this with a budget equivalent to 0.3 percent of the GDP, or some 30 billion euros, which is more or less what the Financial Transaction Tax brings in.

The undeniable advantages of a joint, common European army

The first, and indisputable, merit of this army is that its mere presence would contribute to the cohesion of a European construct in dire need of cohesion. Through the institutional process that it would be a part of, it would represent an opportunity and means of creating a space for building trust among Member States in an area rife with suspicion, mistrust, long-standing rivalries and consolidated national interests.

Without impinging upon NATO membership, the mere existence of this army would bolster our defense against our great neighbor to the East, while also reassuring the countries in the European Union that share Russia’s borders. This army “would help to establish a foreign policy and policy of common security”, as the EU Commission Jean-Claude Juncker said, and as a result, to regain footing in the “hot” areas where we currently play – in the most charitable terms – a minor role (Syria, Iraq, the Gulf States, etc.).

This army would contribute to the emergence of a generally self-sufficient European arms market, and as a result, a more integrated European defense industry, which is a source of considerable savings, as the European parliament pointed out in 2015. By so doing, it would allow us, as General de Gaulle recommended, to eventually marry foreign policy to arms sales, and no longer base foreign policy on the possible sale of arms, which is currently so often the case.

It would make it possible for us to protect military and technological expertise, especially in the areas of most conspicuous expense (satellites, air and sea forces, IT, aeronautics, etc.). It would provide – only partially, of course – an answer to the thorny question of the European budget, boosting it by 30 percent.

It would represent the beginnings of a response to the feeling of powerlessness instilled in European citizens by decades of inability to respond politically and in good time to the crises, wars and genocides perpetrated only a short distance from Europe – in Yugoslavia, Rwanda, Chechnya, and now Ukraine, Syria and Iraq.

Therefore, unlike the many initiatives that make sense only to experts, and like the euro that, despite all the defects of its conception, continues to be approved by the citizens of Europe, a joint, common European army would represent a tangible realization whose usefulness they can concretely measure and that they could make their own.

Translated from the Italian by Anis Memon

france_elections_markus_grolikTHE EU AFTER THE BRITISH AND FRENCH ELECTIONS: Things are moving in Europe

The political crisis in Britain and the victory of pro-European Emmanuel Macron in France heralds a new dawn for Europe, and will only make it stronger.

The Channel has never seemed so wide. The popular mandate which Theresa May failed to consolidate on Thursday has been obtained by Emmanuel Macron on Sunday, and spectacularly so.

While May is on the decline, and will find it difficult to keep hold of power, Macron – record abstentions or not – is taking charge of things. Beyond the personal destinies of these leaders, this means two things.

The first is that while Great Britain has dug itself into a deep political crisis, France clearly wants to pull itself out from the quagmire and get things moving. The second, even more important, is that this reinvigoration of France gives it a weight in the EU that the UK has lost twice over: by voting for Brexit and then refusing, less than a year later, the “hard Brexit” threatened by May, and thus entering negotiations without any clear idea of what it wants to obtain or avoid.

In three days everything has changed in Europe. No longer will there be British politicians holding the brakes on economic and political integration. Those in other member states who hold similar attitudes will no longer be able to lean on London for help. Power relations have already changed in the Union, but, from Thursday, the sovereigntists and the new far-right will no longer be able to claim that Brexit is a good example for other states, since not even Britain itself seems certain of that.

Not only are the defenders of European unity strengthened, but this is happening at a time when the new French president’s main ambition is to put the Union back on track, and when Germany aims to adopt the French idea of European power – a political Union capable of playing an important role on the international stage.

Angela Merkel and Emmanuel Macron want to solidify this project. Their councillors and ministers have been tasked with developing common proposals. France and Germany are converging once again to move the European Union forward. Paris and Berlin may announce within a month the creation of a common fund to finance the first contours of European Defence.

When the French and the Germans are in agreement that things should get moving, the situation is certainly changing, but that is not all. There is Trump, whose unpredictability incites Europeans – all Europeans – to get their house in order. There is also the imperial nostalgia of Vladimir Putin, and the growing chaos in the middle east, a cause for Europeans to get a move on, especially when there’s no more assurance of American protection.

Everything is changing in Europe, because Britain has left, because France is back and because everything in the world is changing too.

18560      European defence in 2020

A force of 120,000 troops that can respond within 60 days, a fleet of military helicopters and cargo planes to transport them to conflict zones, an intelligence service to evaluate the political and military risks of missions, and an EU defence budget to pay for all of the above — according to the Institute for Security Studies (ISS), these will be the key provisions for Europe’s defence in 2020,” reports Die Presse.

In its study — What Ambitions for European Defence in 2020? — the European think tank insists on the fact that astute diplomacy and generous support for reconstruction and foreign development will not be enough to protect European citizens and economic interests. The Viennese daily concurs with the view that the European Union is lacking in resources. The rapid reaction force of 60,000 troops, whose creation was announced in Helsinki in 1999, has yet to be established — and there has been no deployment of fifteen 1,500-strong EU battle groups, which were also promised. On the contrary, European military missions have been preceded by “long winded negotiations on the number of troops each member state would contribute to deployments in the African desert or the Balkans.”

Ce sont des sommets d’attente avant les rendez-vous électoraux de septembre en Allemagne. Avant que le monde politique interne de l’Union ne soit à nouveau stabilisé, il ne faut pas s’attendre à décisions marquantes. C’est d’autant plus désespérant, que la présidence tournante de l’Union est exercée par Malte qui, ça n’est pas lui faire insulte, ne peut prétendre jouer un rôle sur la scène politique mondiale. L’Union est donc politiquement fragile alors qu’elle est confrontée à une donne géopolitique radicalement nouvelle, entre le libéralisme économique du président du parti communiste chinois, un pôle anglo-américain qui a toujours existé, mais qui s’affirme brutalement et la Russie qui poursuit un rêve euro-asiatique. En outre, le monde est devenu d’une instabilité époustouflante : qui aurait dit il y a trois ans que les BRICS alors vantés comme les phares de la croissance mondiale auraient aujourd’hui quasiment disparu ? Le Brésil est en pleine déconfiture, la Russie, même si elle fait très peur, n’a pas résolu ses difficultés économiques et politiques, l’Inde est instable, etc. Le monde change de trimestre en trimestre et il devient très compliqué de construire des alliances et des projets.

Dans ce monde instable, l’Union sait-elle ce qu’elle veut ?

Les rêves de refondation sont totalement aberrants, car les États membres n’ont pas de vision commune de l’avenir de leur Union. On ne relancera pas la machine européenne à Vingt-sept, il faut l’admettre une bonne fois pour toutes. Il faut reconstruire sur un socle interétatique, entre quelques pays qui acceptent de se mettre en convergence et en concertation, sans pour autant se substituer à l’UE. Cela peut se faire soit entre l’Allemagne et la France, soit entre ces deux pays et le Benelux soit, enfin, entre l’Allemagne, la France et la Pologne. Cette consolidation d’une partie de l’Union stabilisera toute la construction européenne.

Cela veut dire qu’on négocie une série de traités bilatéraux ou multilatéraux à l’intérieur de l’UE ?

Pas nécessairement. Paris et Berlin peuvent simplement décider que leurs gouvernements auront le même nombre de ministres, dotés des mêmes attributions, afin de travailler ensemble sur une série de dossiers et de législations convergentes afin de coordonner les politiques suivies dans les deux pays. Si ces deux pays qui représentent 50 % du PIB européen parviennent à harmoniser leur droit fiscal, leur droit de la consommation, leur droit social, par exemple, tout le monde suivra et cela redynamisera l’espace européen. Aujourd’hui, c’est le moins actif qui bloque tout le monde. Le grand schéma à Vingt-sept, ça ne marche plus : on n’arrive plus à exécuter les politiques annoncées. Si on n’arrive pas à relancer la machine européenne, nous serons le champ de manœuvre du reste du monde, soumis à des stratégies d’influence contradictoires. Au passage, et contrairement à ce que croient les déclinistes, l’Europe reste le centre du monde : c’est à travers nous que les puissances s’affrontent. Il faut donc que nous tirions parti de cette force pour influencer le monde.

Le fait que l’administration Trump souhaite la disparition de l’UE ne va-t-il pas aider l’Union à se renforcer ?

La brutalité du discours de Donald Trump recouvre une réalité américaine qu’on a souvent occultée : les États-Unis ont toujours voulu un peu d’Europe pour contrebalancer les Soviétiques et éviter l’émergence de régimes révolutionnaires, mais pas trop d’Europe pour qu’on ne vienne pas leur manger la laine sur le dos. Or l’euro, par exemple, est vécu comme une contestation de la suprématie du dollar, ce qui est inacceptable pour eux. Trump dit clairement que l’Union aujourd’hui ne peut être qu’un marché et non un acteur politique et économique.

Les Vingt-sept veulent faire de la défense européenne un nouveau projet mobilisateur. Est-ce sérieux ?

Je ne crois pas à une armée européenne. Pour envoyer des gens combattre et mourir, il faut un gouvernement légitime. Or aujourd’hui il n’y a pas d’autorité européenne légitime en dehors des États. En Europe, il y a deux armées et demie, la Britannique, la Française et un peu l’Allemande. Mais une vraie armée est une armée qui se bat sur le terrain, ce qui n’est pas le cas de l’armée allemande. Avec le Brexit, il n’y a en réalité plus que la France qui se bat, non pas pour mener des opérations post-coloniales comme on a pu le dire ici ou là, mais pour protéger le continent européen, que ce soit au Mali, en Centrafrique ou en Syrie. Il faut donc que les Européens financent l’effort militaire de la France et que la France accepte dans son armée des citoyens européens : la colonne vertébrale militaire de l’Europe est française, c’est la réalité.

Est-ce que l’Europe est prête à accepter que la France remplace les États-Unis comme garant de sa sécurité ?

Y a-t-il une alternative ? Qui nous protégera ? Les Russes ?

Si les Européens financent l’effort militaire français, ils voudront pouvoir participer à la décision d’envoyer des troupes…

On ne peut imaginer que ce soit le conseil des ministres de la Défense à Bruxelles qui décide d’engager l’armée française, il faut être sérieux. Et ce n’est pas parce qu’on paye qu’on a son mot à dire. Si les Allemands veulent décider, il faut qu’ils aient une armée en capacité de combattre.

1349.- Trasferito in Procura a Termini Imerese il procuratore del Tribunale di Trapani Ambrogio Cartosio.Ha sequestrato la nave “Juventa”! Tutte le accuse contro l’ong Jugend Rettet

 

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Quando il 10 maggio il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, è stato ascoltato dalla commissione d’indagine del senato italiano sulle operazioni di soccorso delle ong nel Mediterraneo, ha parlato di un fascicolo investigativo, aperto dalla sua procura, in cui si ipotizzava il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a carico di “alcune persone fisiche appartenenti alle ong”.

All’epoca il procuratore di Trapani aveva escluso in maniera categorica che ci fossero stati contatti diretti tra i trafficanti di esseri umani in Libia e le organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo centrale, così come aveva negato che il reato contestato fosse di associazione a delinquere di stampo mafioso. E inoltre aveva spiegato ai senatori italiani l’importanza dell’articolo 54 del codice penale italiano, che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

Il procuratore aveva detto: “Se una nave di una ong, un mercantile, una nave della marina militare, un peschereccio, una privata imbarcazione viene messa al corrente che c’è un’imbarcazione in cui alcune persone rischiano l’annegamento, questa imbarcazione deve essere soccorsa. E questo principio travolge tutto. Viene commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non è punibile, perché è stato commesso al fine di salvare una vita umana”.

“Non è una questione ideologica”, aveva ribadito Cartosio incalzato dalle domande del senatore Maurizio Gasparri, ricordando l’importanza di alcuni princìpi giuridici fondamentali: “Sul piano penale è un intervento legittimo quello per salvare una vita umana”. Cartosio aveva poi anticipato che proprio sulla definizione e sull’interpretazione dello “stato di necessità” si sarebbero giocati sia l’inchiesta sia l’eventuale processo per i presunti favoreggiatori dell’immigrazione clandestina.

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Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave IUVENTA migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica.

 

Le accuse contro la Iuventa
Le indaginidella procura di Trapani, guidata da Ambrogio Cartosio, sono andate avanti contemporaneamente all’approvazione di un codice di condotta voluto dal governo italiano per le ong attive nel Mediterraneo. Il codice, che prevede tra le altre cose la presenza di agenti armati della polizia giudiziaria a bordo delle navi, non è stato firmato da alcune organizzazioni, tra cui la tedesca Jugend Rettet.

Il 2 agosto il giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo, accogliendo la richiesta della procura, ha emesso un decreto di sequestro preventivo della nave Iuventa della Jugend Rettet. La motopesca è stata scortata dalla guardia costiera italiana fino al molo di Lampedusa, prima di essere trasferita al porto di Trapani.

L’ipotesi di reato su cui la procura siciliana sta lavorando è quella di cui Cartosio aveva già parlato a maggio: favoreggiamento dell’immigrazione illegale aggravata, secondo l’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione 286 del 1998. I nomi dei sospettati non sono ancora noti e si procede contro ignoti. L’aggravante è data dal fatto che l’ingresso illegale ha riguardato più di cinque persone e la pena prevista per questo tipo di reato va da cinque a quindici anni di reclusione e una multa di 15mila euro per ogni persona che è stata favorita nell’ingresso in Italia.

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Per noi il salvataggio delle vite umane è e sarà la priorità“, dicono dall’ong tedesca Jugend Rettet, a cui ieri è stata sequestrata la nave Iuventa, sulla base di un fascicolo secondo cui gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.  Dopo avere raccolto tutte le informazioni, potremmo valutare la situazione e i passi da compiere“, aggiungono dall’organizzazione, con Medici senza frontiere tra quelle che hanno rifiutato il Codice di condotta. E intanto i primi dettagli su che cosa abbia portato allo stop della nave e al conseguente sequestro iniziano ad emergere. Già ieri sera il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, metteva in chiaro di avere “documentato incontri in mare”, ma di essere pronto a “escludere collegamenti tra Ong e libici. Escludo che qualcuno abbia agito per scopi di lucro, mentre sono presenti gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Le intercettazioni dell’equpaggio a bordo della Iuventa
Per due volte, secondo il pm di Trapani, che ha avviato l’indagine nel 2016, “avrebbero trasbordato sulla nave migranti scortati da trafficanti libici non in situazioni di pericolo”. E sull’albero di poppa della Iuventa, utilizzata dall’ong tedesca, ma battente bandiera olandese, sarebbe stata issata la bandiera libica. “Noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c’è motivo, a questo non contribuiamo”, si sente dire in una delle intercettazioni in mano alla Polizia, in cui gli attivisti discutono anche sul coinvolgimento di esperti di diritto marittimo e internazionale, per valutare come muoversi con le autorità italiane. “Noi gli diamo fotografie generali dell’intervento e ci prepariamo – dicono -. Che ci assistano specializzati in diritto marittimo, diritto penale e il terzo… credo diritto internazionale e da loro dobbiamo avere dei feedback su quello che possiamo dire, quello che possiamo e non possiamo fare”.
Le “consegne concordate” tra gli scafisti e la ong tedesca
Inoltre ”l’ostilità verso l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre è confermata dal cartello con la scritta ‘Fuck Imrcc’ posizionato alla prua”, dicono gli inquirenti, secondo cui avrebbero “mostrato un atteggiamento di scarsa collaborazione verso le direttive impartite da Imrcc, confermando la volontà di voler effettuare esclusivamente trasbordi su altri assetti navali verosimilmente al fine di non attraccare in porti italiani”.
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Gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre

Il procuratore aggiunto di Trapani in una conferenza stampa ha spiegato che “gli episodi contestati alla nave Iuventa sono tre, avvenuti il 10 settembre del 2016, il 18 giugno del 2017 e il 26 giugno 2017”. Cartosio ha detto che durante questi episodi sono stati documentati dei contatti “tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e membri dell’equipaggio della nave”.http://www.ilgiornale.it/video_embed/1427697.html?ratio=559Un’attività per la quale, secondo la procura, i membri dell’equipaggio non ricevono alcun compenso dai trafficanti, “la motivazione riteniamo resti essenzialmente umanitaria”. Inoltre, secondo le indagini, gli operatori della Iuventa avrebbero lasciato alla deriva tre imbarcazioni, non distruggendole, e questo avrebbe permesso ai trafficanti di recuperarle. Le fonti dell’indagine sarebbero delle foto e dei video girati da alcuni agenti sotto copertura, imbarcati a bordo della nave Vos Hestia, dell’organizzazione umanitaria Save the children, attiva nello stesso tratto di mare.Sempre secondo la procura, non ci sarebbero stati gli estremi dello stato di necessità per procedere a un’attività di soccorso, cioè non ci sarebbe stato un imminente pericolo per le persone soccorse, e per questo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina rimarrebbe in piedi.

Un reato ad ampio raggio
In Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è stato introdotto nel 1998 e colpisce chiunque aiuti dei cittadini stranieri a entrare nel paese in maniera irregolare, anche a scopi umanitari e senza lucro.

“È un reato molto particolare, perché è un reato di pericolo”, spiega l’avvocato Guido Savio, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Non solo punisce chi effettua il trasporto, chi finanzia, chi gestisce, chi organizza il traffico di esseri umani, ma anche chi aiuta l’ingresso e questo a prescindere dal fatto che l’ingresso si verifichi”. Questa seconda parte della norma comporta uno spettro molto ampio di applicazione.

Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo per chiedere l’asilo?

L’avvocato Savio spiega che questa norma è problematica anche perché al momento non ci sono canali legali per chiedere l’asilo politico in Europa, se si risiede al di fuori del territorio dell’Unione. “Siccome non si rilasciano visti umanitari, è ovvio che i richiedenti asilo per esercitare un diritto – tutelato dalla convenzione di Ginevra e dalla costituzione italiana – non abbiano altra strada che venire in Europa in maniera irregolare”, spiega Savio, che domanda: “Compie un’azione illegale chi aiuta il cittadino straniero ad arrivare sul territorio europeo al solo scopo di chiedere l’asilo?”.

Ma la questione più discussa dai giuristi che contestano le accuse dei pm siciliani contro la Iuventa è quella che riguarda il cosiddetto stato di necessità. Secondo l’avvocato Luca Masera dell’Asgi, è la prima volta che viene ipotizzato un reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico di membri di un’organizzazione non governativa, perché è sempre stato riconosciuto lo stato di necessità a chi opera soccorsi in mare. “Se io soccorro qualcuno che è in una situazione di pericolo, il reato di favoreggiamento esiste, ma non è punibile in quanto si è agito per tutelare la vita di chi era in pericolo”, ribadisce Masera.

L’impianto accusatorio della procura sostiene però che ci sia stato un accordo preventivo tra gli scafisti e gli operatori umanitari, il che farebbe decadere lo stato di necessità. Tuttavia, sostiene Masera, “un’interpretazione più estensiva dello stato di necessità” potrebbe arrivare a coprire anche una condotta come quella denunciata dalla procura di Trapani a carico della Iuventa. Un gommone sovraccarico di persone, anche in condizioni meteorologiche e marittime stabili, può essere considerato insicuro, perché potrebbe capovolgersi da un momento all’altro e questa condizione potrebbe determinare uno stato di necessità.

C’è da tener presente anche la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979“È vero che il mare era calmo nel momento in cui sono stati operati i soccorsi nei tre episodi contestati, ma come si può considerare una situazione sicura quella in cui centinaia di persone sono imbarcate su un gommone sovraccarico che potrebbe da un momento all’altro sgonfiarsi e naufragare?”, chiede l’avvocato Savio.Secondo l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo della clinica legale dell’università di Palermo, lo stato di necessità e di pericolo delle imbarcazioni non dipende dalle condizioni meteorologiche, ma dalla galleggiabilità del mezzo. “Quei gommoni non sono in condizioni di galleggiabilità nemmeno quando il mare è calmo, come è testimoniato da decine di persone che hanno fatto la traversata del Mediterraneo e dal numero dei morti registrato in quel tratto di mare”, spiega Paleologo (Quindi, è vero che prendono il mare quando sono certi di essere intercettati dalle ONG. ndr).

Fulvio Vassallo Paleologo, Palermo. Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo. E’ componente della Clinica legale per i diritti umani (CLEDU) dell’Università di Palermo tra i fondatori dell’Associazione Diritti e Frontiere. Opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse Organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca ed informazione Migreurop ed è componente della Campagna LasciateCientrare.
E’ autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e asilo.

Inoltre la legge del mare, in particolare la convenzione di Amburgo del 1979 sui soccorsi, stabilisce l’obbligo di intervenire in aiuto di un’imbarcazione in difficoltà. “Se quelle navi sono intervenute per ottemperare a un obbligo di soccorso, non possono essere incriminate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, aggiunge Masera. “Esistono delle legislazioni internazionali che non possono essere ignorate e che sono più forti della singola legislazione nazionale o addirittura dei regolamenti governativi come il codice di condotta, che in questo caso non hanno nessun valore”, conclude Masera.

La distruzione dei gommoni
Uno degli elementi in mano ai pm di Trapani è la foto che mostra un gommone di soccorso della Iuventa trainare un barcone vuoto, dopo i soccorsi. Ma su questo punto, secondo i giuristi, ci sarebbero molte ambiguità. “Non c’è nessuna norma che obbliga i privati cittadini e gli operatori delle organizzazioni delle ong a distruggere i gommoni o le imbarcazioni usate dai trafficanti”, spiega l’avvocato dell’Asgi Guido Savio. “La mancata distruzione delle imbarcazioni può essere un’indicazione di contiguità con gli scafisti, il che non significa che sia stato commesso un reato”, continua Savio.

Ci sono invece norme europee che obbligano i mezzi navali di Frontex e quelli della missione Sophia di EunavforMed a distruggere le imbarcazioni usate dai trafficanti, spiega Fulvio Vassallo Paleologo. “Il fatto che i gommoni non siano più distrutti dimostra che i mezzi di Frontex e della missione Sophia non sono più presenti in quel tratto di mare, perché si sono ritirati molto più a nord”, dice Paleologo.

Gli interventi della guardia costiera italiana avvengono negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa

Secondo l’avvocato dell’università di Palermo, è molto comune nei soccorsi in mare che le barche dei migranti siano scortate da imbarcazioni di scafisti e da imbarcazioni della guardia costiera libica che sono difficili da distinguere tra loro, perché non hanno particolari segni di riconoscimento. “Ci sono delle fotografie che mostrano la guardia costiera italiana che interviene in soccorso di barche, negli stessi scenari contestati alla nave Iuventa della ong Jugend Rettet”, afferma Paleologo e chiede: “Eventi di questo tipo si sono verificati solo per la Iuventa o non sono forse lo scenario abituale nel quale hanno operato tutte le navi delle ong e della guardia costiera italiana coinvolte nei soccorsi?”.

Paleologo, infine, solleva un’altra questione: “Dalle dichiarazioni rese dal procuratore di Trapani in conferenza stampa il 2 agosto non sembra risultino tabulati telefonici contenenti comunicazioni dirette tra scafisti o trafficanti e componenti dell’equipaggio della Jugend Rettet, né tantomeno versamenti di danaro o altre utilità da parte dei trafficanti. Emerge solo la contestazione dell’utilità indiretta, cioè il fatto di raccogliere fondi attraverso la pubblicità per i soccorsi in mare effettuati. Questo tipo di utilità è già stata contestata in passato ad altre organizzazioni, che sono poi state assolte nel processo, per esempio la nave Cap Anamur nel 2009 e più recentemente l’associazione italiana Ospiti in arrivo di Udine”.

L’altro elemento sul quale insistono molto i pm di Trapani è l’ipotesi che la Iuventa non abbia coordinato il suo intervento con le autorità italiane. “Si presume l’esclusione dell’articolo 51 del codice penale, la norma che garantisce l’impunità se si opera alle dipendenze dello stato, in coordinamento con la guardia costiera italiana”, conclude Paleologo. Su tutti questi punti che rimangono in sospeso sarà il processo a fare chiarezza, ammesso che il giudice rinvii a giudizio gli imputati, che per il momento non sono ancora stati identificati.

In ultima analisi e guardando al cosiddetto codice di comportamento: L’ong Jugend Rettet, d’accordo con Medici senza frontiere, tramite il suo portavoce Titus Molkenbur ha confermato che dopo una lunga discussione hanno deciso di non firmare. “L’unico motivo per firmare il codice sarebbe stato quello di rendere più efficiente il salvataggio di esseri umani nel Mediterraneo, rispettando le leggi internazionali e i princìpi umanitari a cui c’ispiriamo. Purtroppo al momento questi princìpi non sono rispettati, anche se ci auguriamo che ci siano altre discussioni con il governo italiano, perché noi rimaniamo impegnati a salvare vite”, ha detto Molkenbur. Belle parole, ma perché,  allora, mettere la prua sull’Italia e non sulla vicinissima Tunisia?

Una miliardaria tedesca dietro l’ong Jugend Rettet

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Maria Furtwängler è una miliardaria tedesca che sostiene Jugend Rettet, l’ong della nave Iuventa, fermata al largo Lampedusa. Il gruppo editoriale del marito, Hubert Burda, fatturerebbe più di 2 miliardi d’euro l’anno.

Le accuse all’organizzazione, contenute in un fascicolo, sostengono che gli attivisti avrebbero messo in atto “condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. A svelare il legame tra la miliardaria e l’ong è stato Giulio Meotti, in un pezzo pubblicato su Il Foglio.

Maria Furtwängler è tra le più celebri attrici tedesche, figlia dell’architetto Bernhard Furtwängler e dell’attrice Kathrin Ackermann, è la pronipote del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, un mostro sacro della musica classica, e nipote della politica Katharina von Kardorff-Oheimb. E proprio dalla nonna, personaggio di spicco della Repubblica di Weimar, avrebbe ereditato alcune cifre stilistiche. Ma più che per le parentele, infatti, la miliardaria è conosciuta per le sue frequentazioni (e per i film). Oltre ad essere un medico, del resto, la Furtwängler è un personaggio televisivo salottiero, impegnata moltissimo nei campi del femminismo e della filantropia. Ed è anche dai principali salotti tedeschi, che Maria muoverebbe le fila del suo impegno metapolitico teso ad una “società più equa”. Critiche alla Merkel comprese.

“Tutti parlano, molti dicono la loro e troppo pochi fanno qualcosa. L’iniziativa di questi ragazzi mi colpisce, possiamo tutti imparare da loro”, ha dichiarato l’attrice, secondo quanto apprendiamo da questo pezzo. La miliardaria, ovviamente, si riferisce agli studenti che hanno messo in piedi la missione della Iuventa, la nave bloccata al largo di Lampedusa, dove la Guardia costiera italiana l’ha scortata fino in porto sino a farla approdare. Maria Furtwängler, peraltro, ha prestato il suo volto nella scorsa campagna promozionale della ong, quella che serviva per finanziare gli interventi nel Mediterraneo. Colpisce, come spesso accade in queste circostanze, il pulpito da cui parte la predica.

Il marito dell’attrice è Hubert Burda, fondatore di un gruppo editoriale che annovera 540 marchi. Possessore, tra le altre cose, delle versioni tedesche di Elle e di Playboy. Il fatturato annuale dell’impresa consisterebbe in più di 2 miliardi di euro annuali. Una buona posizione, insomma, per dibattere di migranti e povertà.

1348.- Libia, Haftar: bombarderemo le navi italiane; vice al-Sarraj: missione Italia viola la nostra sovranità. E Putin..

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Altra figura di cacca! Non vorrei essere nei panni dell’ambasciatore Perrone!

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione alla operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto quasi solo dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari (Se lo sente Soros! ndr). Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”.

Finisce qui il fugace momento di gloria.

Il Ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, è stata costretta a rallentare le operazioni militari per attestarsi su posizioni prudenti. Il pattugliatore d’altura Comandante Borsini, entrato nelle acque libiche il 3 agosto e ormeggiato presso il porto di Tripoli, ora ha o avrebbe ricevuto l’ordine di ritirarsi in acque internazionali rimanendo in attesa. Notizia che non trova riscontri ufficiali da parte italiana. A bordo di nave Borsini è imbarcato il nucleo di ricognizione, costituito da ufficiali del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Squadra Navale, che dovrebbe condurre, congiuntamente con i rappresentanti della Marina e della Guardia Costiera libiche, le necessarie attività di ricognizione e definire le ultime modalità di dettaglio per quanto attiene alle misure di coordinamento della missione navale in supporto e di sostegno dei libici. Per ora, non sarà così. Il Governo, pur minimizzando i rischi, affermando che le fazioni libiche ostili all’Italia non avrebbero la capacità militare per rappresentare una minaccia alle navi da guerra italiane (sic!), sembra attestarsi su posizioni attendiste affermando che le attività di pattugliamento navale in chiave anti-immigrazione saranno effettuate solo su basi di stretta collaborazione con la Guardia costiera e il Governo libico, quello di al-Serraj, che rappresenta la fazione politica libica più debole a rischio di distruzione militare.

Il Governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma non dalla maggioranza dei libici. Anche all’interno dei territori che controlla è forte  l’opposizione che accusa al-Serraj di essere una semplice marionetta della ex potenza coloniale, che abili demagoghi libici associano alle violenze inflitte alla popolazione durante il periodo fascista. Anche l’appoggio ONU si sta progressivamente rimodellando, assecondando il piano francese di una intesa tra al-Serraj e Haftar per creare un Governo di unità nazionale in attesa delle elezionipreviste per il 2018. Solo l’Italia rimane ferma sulla posizione di difesa ad oltranza del Governo di Tripoli considerando, a ragione, pericolosa ogni forma di compromesso con il Generale Haftar, ormai considerato dai libici l’unico uomo forte in grado di unificare la Nazione e riportarla agli antichi splendori.
Haftar può anche accettare una temporanea alleanza con al-Serraj, consapevole che la sua forza militare e il suo prestigio, che sta crescendo tra la popolazione libica- e il sostegno di Francia, Russia, Egitto, Arabia Saudita, costringeranno il leader islamico di Tripoli ad una posizione subalterna e lo condurranno ad una  probabile sconfitta elettorale se, nel 2018, si terranno le elezioni. Il piano francese, ora promosso dalle Nazioni Unite, prevede la fusione dei due eserciti. Un punto rilevante a favore di Haftar è che possiede una forza militare superiore a quella di Tripoli, in grado di controllare il futuro esercito nazionale.

Sfruttando l’onda lunga dell’emergenza migrazione  – dipinta da taluni settori della politica nazionale come una benedizione per il Paese  -, Roma sostiene che il principale compito della sua marina militare è quello di collaborare con le autorità libiche nel fermare le attività degli scafisti e la loro presunta collaborazione con alcune ONG internazionali che agli inizi del duemila hanno preventivamente creato filiali in Italia  -tra esse Save The Children e Medici Senza Frontiere. L’obiettivo che si tende a far passare in subordine è quello di contrastare le azioni francesi in Libia, volte a controllare il Paese chiave del Nord Africa e gestire gli ingenti giacimenti petroliferi e di gas naturale ai danni dell’azienda petrolifera  nazionale, l’ENI.

La strategia francese in chiave anti-italiana è iniziata durante l’Amministrazione Nicolas Sarkozy, quando, nel 2011, è intervenuto nella guerra civile libica offrendo supporto aereo ai ribelli e creando i presupposti per la caduta del Colonnello Muhammar Gheddafi. Senza l’intervento francese il regime di Gheddafi sarebbe riuscito a vincere militarmente le formazioni ribelli e a ripristinare l’ordine in Libia.

L’intervento francese aveva due obiettivi.
Primo obiettivo, impedire il progetto della moneta africana: il dinaro oro, che Gheddafi stava lanciando nell’Africa Occidentale per sostituire, nelle ex colonie africane ancora sotto controllo francese, la moneta unica Franco CFA, creata nel 1947 per controllare le riserve di valuta estera e le finanze dei Paesi africani francofoni. La moneta africana, se fosse stata introdotta grazie alle immense riserve d’oro di Gheddafi, avrebbe trovato il pieno consenso dei Paesi dell’Africa Occidentale, in primis Ciad e Mali, desiderosi di liberarsi dal controllo finanziario di Parigi, studiato per ottenere vantaggi unilaterali e coloniali per l’economia francese impedendo ai Paesi africani la sovranità finanziaria.
Il secondo obiettivo era quello di spezzare il monopolio ENI sugli idrocarburi libici garantito da una stretta alleanza politica economica con il regime Gheddafi. E’ la guerra segreta tra Italia e Francia combattuta in Libia. Una alleanza, rafforzata sotto il Governo Berlusconi, molto proficua per la multinazionale italiana, in quanto Gheddafi non era solo un ottimo fornitore ma anche un importante finanziatore che deteneva il 7% delle azioni ENI e si stava apprestando ad arrivare a quota 10%, offrendo alla azienda italiana finanziamenti in valuta pregiata per avviare nuovi investimenti produttivi non solo in Libia.

La decisione di inviare navi a supporto della navi della Guardia costiera libica, secondo alcuni osservatori qui in Libia, sarebbe una ‘menzogna italiana’, le motivazioni risiederebbero tutte nella politica fagocitante ideata da Parigi e nella necessità di tutelare gli interessi ENI. Nonostante la caotica situazione di guerra civile che perdura nel Paese,  ENI riesce ad assicurarsi ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, come ci ha spiegato Gabriele Iacovino, in una recente intervista a ‘L’Indro. L’accusa di violazione della sovranità libica giunta proprio dall’interno del Governo di Tripoli, alleato dell’Italia, distruggerebbe la presunta collaborazione con le autorità libiche (o con parte di esse), evidenziando una pericolosa spaccatura all’interno degli alleati italiani sulla missione militare tricolore.

Ci manca solo che facciamo a cannonate!

L’opposizione di parte del Governo amico di Tripoli e le minacce militari dell’Esercito Nazionale Libico sotto il controllo del Generale Haftar, sembrano aver di fatto creato le condizioni per l’aborto prematuro della avventura militare italiana che ora vede minati i presupposti per la sua attuazione. Nonostante le rassicurazioni offerte dall’Ambasciatore italiano a Tripoli durante una intervista rilasciata sabato 5 agosto a ‘RaiNews24‘, le navi italiane difficilmente potranno proseguire l’avventura, in quanto l’Esercito italiano non può sostenere il rischio di un conflitto aperto anche solo diplomatico in Libia che potrebbe far perdere gli ultimi giacimenti petroliferi e di gas naturale ancora sotto controllo della ENI. L’azienda  riesce  a creare un interscambio di 2,8 miliardi di euro (dati 2016). Un giro d’affari ben lontano da quelli registrati quando la Libia era sotto il controllo di Gheddafi, allora gli affari Eni in Libia valevano circa 15 miliardi di euro annui.

Intervista Al-Mejbari a tv: ‘Non esprime la volontà del governo d’intesa’. E il pattugliatore d’altura italiano, appena giunto da Augusta, scosta dal molo di Tripoli e lascia in sordina le acque territoriali libiche: “A pucchiacca in mane a ‘e creature!” Elezioni!!!

Schermata 2017-08-09 alle 17.57.36.pngIl vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Fathi Al-Mejbari, prende le distanze dall’autorizzazione data da al Sarraj alla missione navale italiana, che rappresenta “un’infrazione esplicita dell’accordo politico” e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla “sovranità della Libia”, e “non esprime la volontà del Consiglio presidenziale del governo di intesa”. Lo riferisce il sito della Tv LibyaChannel.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale libico Fathi Al-Mejbari chiede all’Italia “di cessare immediatamente la violazione della sovranità libica” e fa appello alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza Onu perchè prendano una posizione sulla missione navale italiana. Stando al sito della Tv LibyaChannel “Al-Mejbari ha anche chiesto alla Lega Araba e all’Unione Africana di esprimersi al riguardo condannando “tale violazione, sostenendo e appoggiando la Libia”.

Le parole di Fathi Mejbari, vice presidente del consiglio presidenziale libico, circa l’asserita violazione della sovranità libica da parte dell’Italia “rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico – che l’Italia rispetta pienamente – e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi”. Lo riferiscono fonti vicine alla Farnesina. Questo rapporto di cooperazione è “mirato a potenziare la lotta contro i trafficanti di esseri umani e a rafforzare la sovranità libica, il tutto all’interno di una cornice giuridica certa”.

Ambasciatore italiano, inutili minacce di Haftar  – Le minacce del generale Khalifa Haftar non fermano la missione italiana in Libia. Ad affermarlo in una intervista al ‘Corriere della Sera’ è l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Le parole del generale Haftar, spiega il diplomatico, “non fermano la missione italiana, già concordata con le legittime autorità libiche che fanno capo al Consiglio presidenziale sulla base di una sua richiesta”. “Noi – aggiunge – siamo interessati a operare d’intesa con tutti i libici se è possibile, e ovviamente con il generale Haftar. Quindi cercheremo il contatto anche con lui e faremo in modo di spiegare gli obiettivi di una missione che non è militare, ma di assistenza alle autorità libiche affinché possano esercitare la loro sovranità in tutto il territorio del Paese. Lo stiamo spiegando a tutte le autorità. È una missione che serve a rafforzare la sovranità libica, non a indebolirla”. “La nostra – fa anche sapere Perrone – è una strategia complessiva. Con la Guardia costiera libica, una parte. Lavoriamo al Sud anche con la Guardia di frontiera e con i Paesi vicini. L’obiettivo è che il traffico di esseri umani non entri proprio in Libia. Agiamo con sindaci del Sud e della costa perché ci siano alternative all’economia di questo traffico. Importante è anche migliorare le condizioni dei campi di accoglienza in Libia”. Sul rapporto con la Francia, il diplomatico dice: “Noi lavoriamo per raggiungere obiettivi condivisi: stabilità e riconciliazione nazionale”

E Putin manda a Tobruck il suo generale di fiducia.

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Lev Dengov è giunto a Tobruck a capo di un contract team. Il piano di Putin è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati con Mu’ammar Gheddafi.

Mentre noi in Libia mandiamo un paio di barchette a fare la balia alle navi delle Ong che trafficano con gli immigrati, la Russia bada al sodo. Cioè agli affari. Quelli dei contratti che aveva firmato prima del 2011 con Gheddafi e che, con la rivoluzione e lo spezzettamento del Paese africano in tante regioni controllate da diverse fazioni, sono venuti meno. Contratti in campo petrolifero, ma anche per la ferrovia Sirte Bengasi da 550 km e 2,2 miliardi di euro di commessa. Contratti nel settore militare, con la vendita di elicotteri d’assalto , cacciabombardieri Sukhoi e l’ammodernamento dei vecchi Mig-23. Contratti, ancora, nel settore energetico, con il piano per costruire in Libia la prima centrale nucleare, ad uso esclusivamente pacifico, sul modello di quella costruita in Iran.

La Russia ha da tempo scelto da che parte stare e da tempo fa arrivare di soppiatto armi al suo alleato Khalifa Haftar attraverso Egitto e Emirati Arabi. Lo scambio commerciale, dopo anni di impasse, è ripreso. Ma sono ancora briciole, visto che l’anno scorso ha toccato quota 74 milioni. Per far decollare questa cifra, Putin ha inviato in Cirenaica, la terra controllata da Haftar, un suo uomo di fiducia. Lev Dengov, a capo di un contract team. Il piano del Cremlino è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati col raiss. Sarà sempre il petrolio, secondo Dengov, a garantire i pagamenti (ma non solo. C’è l’uranio a Sud, ai confini con il Ciad. ndr).

L’emissario di Mosca, come riporta La Stampa, guarda anche oltre la Cirenaica: ha già preso contatti con le tribù del sud del Paese che, dice, “hanno un ruolo molto importante e sono pronte a collaborare con la Russia” e guarda anche a un possibile accordo con Al Serraj: “Se ci saranno elezioni e un governo condiviso – conclude Dengov, sarà possibile revocare l’emargo alla vendita di armi”. E per Mosca la Libia tornerebbe l’Eldorado.

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La Striscia di Aozou (anche Striscia Aouzou) (in francese Bande d’Aozou, in arabo قطاع أوزو), in colore rosso, è un territorio prevalentemente desertico, che si trova nel nord del Ciad (regione di Borkou-Ennedi-Tibesti), lungo il confine con la Libia. Larga circa 100 km e lunga circa 1 000, la striscia si estende su una superficie di 114 000 k. A causa della presenza di depositi di uranio, sorse una disputa tra il Ciad e la Libia per il controllo di quest’area, che portò alla guerra tra i due paesi. Nel 1973 la Libia iniziò operazioni militari nella striscia di Aozou per ottenere accesso ai minerali ed influenzare la politica del Ciad. La Libia basava la sua rivendicazione di questa area su un trattato del 1935 tra l’Italia e la Francia, rispettivamente potenze coloniali in Libia e in Ciad: si tratta del cosiddetto “Trattato Mussolini-Laval“. Il trattato prevedeva la cessione della striscia di Aozou da parte della Francia all’Italia come premio per la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Nel 1955 il governo libico di re Idris I cedette nuovamente la striscia alla Francia.

Da qualche anno, siamo sempre dalla parte sbagliata. A Gentiloni, rectius, all’ENI, messa in angolo dall’intraprendenza di Macron e dall’inesperienza di Alfano, resta solo di sperare nell’appoggio dell’ONU (leggi: degli USA)

1347.- Al via missione in Libia, Haftar minaccia le nostre navi FI vota con maggioranza. Gentiloni: ok ampio, mi aspetto risultati (Se lo dice lui?)

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Missione inconsistente, come tutta la nostra politica in Libia. Ora, con Mattarella che cerca di salvare lo scranno a Minniti e a Gentiloni. Dice bene Di Battista: “A noi i barconi, ai francesi il petrolio”

Via libera del Parlamento alla missione di supporto navale in Libia, che parte però sotto le minacce dell’uomo forte del governo di Tobruk, gen. Kalifa Haftar, che in tarda serata ha ordinato alle sue forze di bombardare le navi italiane, secondo quanto riporta in serata l’emittente panaraba Al Arabiya. Questo mentre nelle acque territoriali libiche si trova già il pattugliatore “Comandante Borsini”.

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione all’operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari. Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”. E il sì del Parlamento – con le dovute distinzioni – è sembrato confermare questa convinzione. Il via libera alla missione è infatti arrivato con i sì della maggioranza a cui si sono aggiunti i voti di Forza Italia che, come ha spiegato Renato Brunetta, ha deciso di sostenere la missione solo per “senso di responsabilità”.

Alla Camera l’ok è stato suggellato da 328 sì e 113 no, al Senato le risoluzioni sono state due: quella di maggioranza ha ottenuto 191 sì e 47 no; quella di Fi ha raccolto 170 sì, 33 no e 37 astensioni. Diverso invece l’atteggiamento del resto dei partiti di centrodestra che hanno deciso di andare in ordine sparso al momento del voto in Aula. Al sì degli azzurri infatti si è contrapposta, in un dualismo sempre più evidente, la bocciatura alla risoluzione della maggioranza da parte della Lega Nord: “L’unica cosa – ha affermato Giancarlo Giorgetti, vice segretario del Carroccio – era mettere in atto il blocco delle navi”.

Diverso invece l’atteggiamento di Fratelli d’Italia che ha scelto la via dell’astensione: “Siamo davanti ad un timido intervento – osserva Giorgia Meloni – l’Italia ormai è il campo profughi d’Europa”. Una sonora bocciatura al testo arriva anche dal Movimento Cinque Stelle. Ad annunciare il voto contrario è stato Alessandro Di Battista. Il deputato M5s, protagonista di un’ennesima gaffe citando Hollande come “vincitore del premio Nobel” (forse confondendolo con Obama) accusa l’esecutivo di essere “piegato a novanta gradi su una vicenda seria come l’interesse nazionale”. Per Di Battista il risultato della situazione in Libia è che “i francesi si beccano il petrolio mentre l’Italia i barconi”. La missione in Libia ha come effetto immediato quello di creare malumori e divisioni dentro Mdp. Inizialmente critico, il partito ha poi deciso di votare a favore della risoluzione di maggioranza che aveva recepito alcune richieste di Articolo 1. Le correzioni però non sono servite a ricompattare il gruppo.

1346.- Maurizio Nazari Libia, “missione farlocca?”

di Fulvio Grimaldi

La missione Pinotti-Usa mira a stoppare Haftar e il riscatto libico. ONG: code di paglia lunghe da Timbuctu al canale di Sicilia

Qualcuno irride alla “missione farlocca” di Gentiloni-Pinotti-Mogherini-Stato Profondo Usa in Libia. Di farlocco qui c’è soltanto quel Trump che ogni due per tre deve rinnegare qualcosa o qualcuno in cui crede e sbattere i tacchi davanti ai 14 servizi segreti, al Pentagono e ai predatori multinazionali, per evitare che continuino a scuoiarlo a forza di mostruose balle tipo Russiagate (al “manifesto”, che si beve tutto, non dispiaccia se giuriamo che non è vera neanche una virgola, tantomeno una parola e l’intera faccenda diventa grottesca all’evidenza delle ininterrotte interferenze dei servizi e media Usa in tutte le istituzioni ed elezioni del mondo).

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Ma il pattugliatore italiano con nave d’appoggio, che costituiscono la Grande Armada spedita dai nostri feldmarescialli a Tripoli, è volta a garantire che il fantasmino Al Serraj, con la sua truppa di scorticatori di neri a Misurata (cari ai Medici Senza Frontiere che li hanno sostenuti durante tutta la mattanza in Libia), possa continuare a fingere, con l’ONU e gli Usa, che a Tripoli vi sia un governo e che quel governo non debba essere sfiorato neanche con un dito dal generale Khalifa Haftar, autentico liberatore della Libia e intralcio alla sua ricolonizzazione e spartizione. Cosa perfettamente capita da Macron che si è dovuto adattare, per salvare capra, cavoli e Total nell’ambita Libia da sottrarre agli italiani, e prova a giocarsela con tutti e due, con l’autentico e con il farlocco.

Chè questo è lo scopo della “missione farlocca” dei governicoli italioti: alzare a Tripoli, nominalmente di Al Serraj, effettivamente in mano a misuratini e altre bande islamiste, quindi facile riconquista per l’efficiente Esercito Nazionale Libico di Haftar (l’unico dotato di formazioni disciplinate, motivate da patriottismo, dotate di forza aerea e navale e di consistenti sostegni internazionali non occidentali), la bandierina italiana, talchè un attacco alla capitale si configurerrebbe come attacco anche all’Italia, a un membro della Nato, con le auspicate conseguenze di tirarsi dietro un po’ di Stato Profondo Usa. Alla faccia di Macron.

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Haftar, gia padrone di tutta la Cirenaica e con buoni addentellati nel Fezzan a sud, sfotticchiato i distruttori della Libia con la riabilitazione di un Gheddafi, nientemeno che Said, figlio maggiore ed erede politico, condannato a morte a Tripoli e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, sta sloggiando l’Isis da Derna e perfino da Sirte, dopodichè la strada per Tripoli è aperta.

Tanto più che gli alleati berberi di Haftar e del legittimo governo di Tobruk, a suo tempo democraticamente eletto, da Zintan, a ovest di Tripoli, stanno minacciando l’accerchiamento della capitale. Rischia così di volatilizzarsi anche il controllo ricattatorio di Misurata, Al Serraj e bande varie, sulle aree di imbarco dei migranti africani, tra Tripoli e Tunisia, tuttora gestite da quel coacervo di delinquenti, consustanziali all’”Operazione Migranti nella filiera che parte dal push factor Ong nei paesi d’origine, passa per il pull factor Ong in mare e termina in Italia nei campi del caporalato, o nei bassifondi delle metropoli alla mercè di miseria o traffici criminali. Magari a rimediare al deficit di nascite italiane.

Con il che si arriva a Luigi Manconi, al solito “manifesto”, e ai loro eroi sguinzagliati nel Mediterraneo per garantire, nel quadro della globalizzazione neoliberista, la privatizzazione di vite e movimenti degli ex-abitanti di nazioni da stravolgere e rapinare. Luigi Manconi è quell’ex-virgulto di Lotta Continua, scivolato sulla buccia di banana del trasformismo storico italico e arrivato in ottima forma al “manifesto” e in tutta la congerie dei dirittoumanisti che, con bande di pifferi e ottoni, accompagnano e facilitano le varie imprese imperialiste in giro per il mondo contro “dittatori” e per la democrazia. Il timido tentativo che Roma, via Minniti, ha fatto per convincere la flotta sorosiana, che fa da ponte fra espulsori, mediatori, trafficanti e caporali pugliesi o mafia senegalese dello spaccio e della prostituzione, ad accettare un qualche granellino di controllo negli ingranaggi della scellerata manovra di distruzione di Africa e altri paesi dell’arma di migrazione di massa, dall’indignato Manconi è equiparato a qualcosa di peggio delle deiezioni di un ratto: “E’ una velenosa tendenza a lordare tutto”.

Perfino quelle anime candide come ostie di coloro che, foraggiati da governi e organizzazioni neoclonialisti (come è il caso dimostrato di gran parte delle dozzina di Ong le cui navi sguazzano tra Sicilia e Libia, o tra Grecia e Turchia), istigando i corrispondenti a terra a sacrificare esseri umani su barcarole ad affondamento garantito: niente affogati, niente Ong). Tutto il resto del pezzo è uno spurgo di odio contro chi cerca di mettere un minimo di mordacchia ai trafficanti Ong. Naturalmente non si fa mancare, il diritto umanista con croce di ferro di prima classe, lo sbertucciamento del Procuratore di Catania Zuccaro che ha osato sollevare il coperchio sul verminaio Ong. Nessuna sorpresa: Luigi Manconi è anche quello che avete visto a innumerevoli conferenze stampa sulla denuncia dell’abietto Al Sisi, assassino a prescindere di Giulio Regeni, l’uomo degli spioni e massacratori John Negroponte e Colin McColl. Un sorosiano perfetto.

Ma cosa ci sarà mai di così offensivo e iniquo in questo codice dagli 11 punti proposto da Roma e dall’UE agli scafisti Ong e che tre già si sono rifiutati di firmare, tra cui Medici Senza Frontiere (i nuovi missionari, con discrimine occidentocentrico incorporato, alla Zanotelli, lanciati in colonia dal fondatore e ministro bellicista di Sarkozy, Bernard Kouchner, quelli che io ho incontrato in Somalia, ovviamente dalla parte dei colonialisti, quelli che a Misurata curavano solo chi ammazzava gheddafiani, stuprava gheddafiane e scuoiava libici neri, quelli che ad Aleppo, sempre dalla parte sbagliata, propagavano fole in combutta con i celebrati “elmetti bianchi”, per non dire altro)? Non devono entrare in acque libiche, dove entravano in base ad accordi radio, telefonici e luminosi con i banditi sulla costa; non devono nascondersi agli occhi delle navi degli Stati spegnendo il transponder; la devono smettere di fare i taxi del mare trasferendo migranti da imbarcazione a imbarcazione; non devono ostacolare le operazioni della Guardia Costiera libica. E devono accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria che possano indagare, utilmente fin da subito, su chi traffica in umani e come e con chi e perchè. E devono raccontare al colto e all’inclita chi gli permette di solcare i mari con tanto di avanzatissime flotte tecnologiche, costosissime per gestione, manutenzione, rifornimenti, “rimborsi spese” e battendo tanto di bandiere una più strana dell’altra e addirittura di paradisi fiscali noti per lo stratosferico tasso di criminalità.

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Neanche durante l’ultima guerra abbiamo avuto un controllo così marcato della costa libica come con le ONG. Come mai quelle navi non violano la sovranità libica, ma esiste una sovranità libica?

E dunque questi privatizzatori dell’operazione di trasferimenti biblici di popolazioni ai danni di chi parte e di chi riceve, si rifiutano di farsi controllare, di essere trasparenti su chi li finanzia, di far vedere come operano a chi ne ha titoli giuridici. Il responsabile in Italia di MSF raglia di militarizzazione, di offensivo uso della armi a violazione del carattere umanitario delle operazioni. Cosa hanno da nascondere codesti salvatori se non il lato oscuro del loro operare e del sistema nel quale sono inseriti (da sempre!ndr). Lato oscuro che va ben al di là della copertura di un partner delinquente che un ufficiale di polizia giudiziaria potrebbe individuare e la cui identificazione e cattura potrebbe, magari, compromettere un po’ di oscure relazioni.

Tutta queste gente delle Ong, altrove impegnata a destabilizzare paesi,“antidemocratici” perchè renitenti alla leva imperialista, non s’è mai vista, in barca, in tenda, in clinica, o in piazza, contro i genocidi dal Vietnam ad oggi. Anzi, gli antesignani di “Jugend rettet”, la Ong marinara tedesca reclamizzata dal “manifesto”, sono quelli della famigerata Cap Anamur, dai capitani e dirigenti processati per traffico di esseri umani, che raccattava boat people al largo del Vietnam massacrato dagli Usa e poi del Kosovo divorato dai terroristi Nato e UCK, per poi sbatterli sui tavoli di redazioni militarizzate dalla Cia). Gente che non s’è mai vista in zone difese dai patrioti di paesi aggrediti dall’Occidente, non si sono mai uditi gridare che i soggetti che strappano all’Africa gli vengono messi a disposizione da coloro che si sono presi il 40% delle terre coltivabili del continente. Se si ricorda tutto questo, si capisce perchè di controlli e regole non ne vogliono sapere. Ma stiano tranquilli: il codice non ha nessuna forza vincolante. E’ una proposta, da prendere o lasciare. Carta straccia finchè il parlamento non la trasforma in legge. Cosa che non farà mai. Non per nulla George Soros s’è visto sottobraccio a Gentiloni appena l’ottimo PM Zuccaro di Catania ha sollevato il tappeto.

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Qualcuno mi ha chiesto, con aria provocatoria, se io fossi pro o contro la “missione italiana in Libia”. Non mi ci è voluto niente per dire che sono contro qualsiasi iniziativa di questa banda di briganti di passo che, spolpato il proprio popolo, insieme a correi, si avventa ora su altri. Però, occhio, precisando che sono con ancora maggiore indignazione contro questi sciagurati ipocriti dei salvataggi che promuovono salvataggi e abbisognano di rischi di annegamento e, a monte, dello sradicamento di popolazioni di là e di crisi sociali e antropologiche di qua. C’è chi li ammira: Soros, Rothschild, gli scontristi di civiltà, i predatori del Sud perduto, i globalizzatori dell’esistente, “il manifesto”.

In un mio recente viaggio in Grecia per il documentario che vorrà illustrare le malefatte dell’UE e della Troika, al vecchio aeroporto di Olympic Airways, abbandonato su ordine tedesco, ho cercato di riprendere un gruppo di attivisti dell’ OIM (Organizzazione Mondiale dei Migranti, semi ONG e semi ufficiale). Un poliziotto, intervenuto con modi brutali (che ruolo giocano in questa fogna le Forze dell’Ordine? ndr), mi ha minacciato d’arresto se non avessi subito cancellato quelle immagini. Al mio amico e guida. Panagiotis Grigoriou, storico, etnologo, studioso della crisi greca, ho chiesto una spiegazione. La sua risposta, che ci riporta direttamente al Canale di Sicilia.

Sempre di più la vicenda dei migranti diventa un segreto. Un segreto anzitutto da parte delle stesse Ong. Ong che godono spesso di finanziamenti occulti e, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato. Uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, del numero di migranti che può, o vuole, accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un problema effettivamente in piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico dentro al quale farle operare..”

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1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.