1978.- Violenza donne: la responsabilità del giudice

Nei casi di violenza sulle donne il giudice non deve osservare burocraticamente le regole, ma attivarsi per tutelare la vittima dall’aggressore.

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Con la sentenza n. 20335/2018 la Cassazione, condividendo le conclusioni della Commissione disciplinare del CSM, respinge il ricorso di un sostituto procuratore, sanzionato con la perdita di due mesi di anzianità, per non essersi attivato adeguatamente in relazione a un caso di violenza su una donna, conclusasi in un femminicidio. Il procuratore non avrebbe sollecitato, dopo diversi episodi di aggressione, l’adozione della misura cautelare del carcere in sostituzione degli arresti domiciliari a cui era stato sottoposto l’aggressore. Quando sono in gioco interessi rilevanti, come la vita di una donna, il giudice non può comportarsi da mero burocrate, applicando formalmente la legge, ma deve attivarsi in difesa della vittima a tutela della sua incolumità.

La vicenda processuale

Un sostituto procuratore viene sanzionato dalla commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura con la perdita di due mesi di anzianità, per violazione degli artt. 1 e 2, dlgs n. 109/2006. Il sostituto procuratore non avrebbe impedito l’omicidio di una donna, lasciando che il suo carnefice, dopo tre aggressioni in quattro mesi, restasse agli arresti domiciliari, anziché essere spedito in carcere. La vittima, malgrado le denunce, non era stata ascoltata.

Il magistrato si era infatti limitato ad avvisare l’indagato della chiusura delle indagini preliminari nei suoi confronti “non curandosi affatto (rispetto al secondo episodio) dell’esigenza cautelare espressa dalla p.g. persistendo nel descritto atteggiamento trascurato e rinunciatario, omettendo anche in questo caso di adottare qualunque iniziativa.” Il sostituto procuratore avrebbe quindi recato alla donna un danno ingiusto perché “lasciata alla mercé del convivente e del suo pervicace comportamento lesivo.”

Il procuratore ha violato un rilevante dovere di diligenza tenuto conto della rilevanza degli interessi coinvolti e del pericolo concreto a cui sono stati esposti. Al magistrato non spetta “una burocratica osservanza di regole formali” ma è tenuto ad attivarsi al fine di tutelare, al di là di queste, i valori tutelati dall’ordinamento.

Violenza sulle donne: il magistrato non può essere burocrate

La Cassazione, con la sentenza 20335/2018 respinge il ricorso del procuratore sanzionato condividendo l’opinione dell’organo disciplinare, secondo cui il magistrato avrebbe dovuto informare il procuratore aggiunto e il collega a cui era stato assegnato il fascicolo al fine di sollecitare l’applicazione di una misura cautelare più grave, visto che in quella procura era presente un pool creato per contrastare le violenze in famiglia. Ammesso che non spettava al procuratore sanzionato dover disporre misure cautelari, sicuramente avrebbe potuto sollecitarne l’adozione tenuto conto della gravità del caso, caratterizzato da un pericolo crescente per l’incolumità della vittima.

di Annamaria Villafrate 

 

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1977.- LA RESPONSABILITÀ DISCIPLINARE DEI MAGISTRATI

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consigliere C.S.M. Claudio Galoppi

Eravamo soliti parlare di giustizia a orologeria, di esternazioni dei magistrati e della loro partecipazione a talk-show politici con lanci di giudizi morali e di commenti di natura politica. Rifiuto certe uscite pubbliche dei magistrati, alcune imbarazzanti, come furono definiti dal C.S.M. i giudizi morali dell’ex Mani Pulite ed ex presidente dell’Associazione Nazionali Magistrati, eletto nella corrente di “Magistratura indipendente” Piercamillo Davigo, sull’obbligo morale di rifiutare la prescrizione. Giudizi condivisibili e condivisi, ma portatori di un danno di immagine per l’ordine giudiziario.
Claudio Galoppi, giudice e membro del Consiglio superiore della magistratura,a proposito di Davigo, dichiarò: “Da magistrato provo un sincero imbarazzo nel dover commentare simili sortite. In primo luogo, un giudice in servizio non partecipa a talk-show politici lanciando giudizi morali e lasciandosi andare a commenti di natura politica. Forse io vivo su Marte…”. ”Siamo tornati alla stagione degli Ingroia?

Davigo ha abbandonato l’Anm per fondare, tre anni fa, Autonomia e Indipendenza; è tornato alla Corte suprema di Cassazione, consigliere della II Sezione Penale. Malgrado sia convinto assertore della inattitudine dei magistrati per la politica, lo vediamo correre da un convegno all’altro, alla festa del Fatto quotidiano e collabora con i 5 Stelle con le sue consulenze.

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Piercamillo Davigo

In calce a questo articolo, riporto lo Statuto dell’Associazione Autonomia e Indipendenza, citata, per lasciare al Vostro giudizio la necessità o meno di queste associazioni e ho scelto quella presieduta da Davigo proprio perché vi si marcano i principi dell’indipendenza e della apoliticità. Infatti, “assicurare e promuovere il rispetto integrale delle disposizioni della vigente Costituzione della Repubblica italiana, nonché delle Convenzioni internazionali che garantiscono la tutela dei diritti umani e l’eguaglianza tra le persone, attraverso l’autonomia ed indipendenza della Magistratura; assicurare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura da qualsiasi ingerenza da parte di ogni altra forma di centri di potere di fatto quali, ad esempio, quelli politici, economici o finanziari” significa, esattamente, esercitare la Giurisdizione applicando la legge. E che altro dovrebbero fare i magistrati e su cosa deve vigilare il C.S.M.? Come se i militari si costituissero in associazione per la Difesa della Patria o i preti in una per pregare Dio. Il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati trova la sua fonte normativa principale nella Costituzione, che all’Articolo 105 recita:

Articolo 105
Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati [cfr. artt. 106, 107].

Il decreto legislativo n. 109 del 2006, nel capo II (artt. 14-25) ha introdotto una nuova regolamentazione del procedimento disciplinare, soprattutto, contrassegnando, con maggiore accuratezza rispetto al passato, la separazione della facoltà assegnata al Ministro della Giustizia dall’art. 107, 2° comma, Cost. di promuovere l’azione disciplinare, dall’obbligo del Procuratore generale di esercitarla (art. 14, 2° comma). Il Dlgs 109/2006 ha condotto all’univocità dell’opzione legislativa di attribuire al Ministro di promuovere l’azione disciplinare contro un magistrato unicamente mediante una “richiesta di indagini al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione” (art. 14, 2° comma).

Sui magistrati grava non solo l’obbligo di riserbo sui procedimenti in corso ma anche il dovere di astenersi dal “rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e misura”. Il Csm ha le armi per intervenire? Il giudice Claudio Galoppi, in una intervista, ha dichiarato a Il Foglio: “Non abbiamo poteri diretti di censura, possiamo valutare le ipotesi di incompatibilità soltanto in relazione a condotte incolpevoli. E’ arduo sostenere che un magistrato che siede in uno studio televisivo agisca in assenza di colpa…”.

Tutti ricordiamo con disappunto le iniziative politiche del giudice Boccassini contro il presidente Berlusconi. Ultimamente, assistiamo a frequenti casi di contiguità fra magistrati e politica, a sempre più frequenti interventi politici della Magistratura e, in particolare, dell’Associazione Nazionale Magistrati, notoriamente e dichiaratamente espressione del partito democratico. Cito il caso dell’indagine contro Salvini del PM di Agrigento, dell’Anm, qui censurata, in particolare dall’ex procuratore Carlo Nordio : “L’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”
Ai magistrati non piace la proposta della Lega sulla legittima difesa e l’Anm attacca il Governo. Per Salvini è l’ennesima “invasione di campo”. Per i magistrati: “Non serve una nuova legge”. Ma il ministro li zittisce: “Io tiro dritto”. Scontro inevitabile? Assolutamente No!
Queste associazioni politicizzate di magistrati realizzano un assetto eversivo e non un singolo fatto. Ci sarebbe, quindi, l’assenza dell’azione disciplinare da parte del C.S.M. presieduto da Mattarella. L’insindacabilità in cui è stata trasformata l’indipendenza della Magistratura si giustifica perché la garantisce la correlativa azione disciplinare del C.S.M. Perché sostengo che l’Anm è EVERSIVA? Quando l’indipendenza della magistratura è violata, viene a cessare la Giurisdizione. La conseguenza è che non c’è più lo Stato. Vale anche per il Presidente del C.S.M. e della Repubblica e non si tratta dell’indisciplina di un giudice, ma di una eversione realizzata e tollerata con carattere continuativo.
Sostengo, perciò, che le associazioni politicizzate di magistrati realizzano un assetto eversivo. Un assetto e non un singolo fatto. Ho notato l’assenza dell’azione disciplinare da parte del C.S.M. presieduto da Sergio Mattarella.

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La responsabilità disciplinare dei magistrati
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Partendo dall’assunto che l’essenza della giurisdizione fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore e cioè il magistrato, non vi sarebbe giurisdizione credibile se non vi fosse rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti.

Senza una giurisdizione credibile, peraltro, entrerebbe in crisi una delle funzioni fondamentali dello Stato democratico. A ciò fisiologicamente si riconnette la considerazione che nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali non può a buon diritto affermarsi che il fine giustifica i mezzi, perché nella giurisdizione il fine non giustifica mai i mezzi, se i mezzi non sono conformi al sistema e se si concretizzano in atti giudiziari e comportamenti non rispettosi delle regole e dei principi fondamentali. Di qui la considerazione della funzione bicefala del procedimento disciplinare che ha natura giurisdizionale ed è per dettato costituzionale parte integrante del sistema del governo autonomo della magistratura.

A riguardo, com’è noto, se per la responsabilità civile dei magistrati o, meglio, dello Stato-giudice[1], si parla di una responsabilità diretta dello Stato ed indiretta per il singolo giudice del cui contegno causativo di danno si tratta; viceversa, per la responsabilità disciplinare, quale forma di responsabilità riconducibile ad un diritto sanzionatorio, non può che discorrersi di una responsabilità personale e diretta.

Il controllo sulla deontologia del magistrato, intesa qui non in senso filosofico di codice morale che dovrebbe presiedere l’attività professionale, bensì come complesso di norme giuridiche che la disciplinano, ha il suo fondamento nella Carta Costituzionale, precisamente all’art. 105 Cost., ed avviene mediante l’esercizio del potere disciplinare, il quale consegue alla violazione degli obblighi assunti dal magistrato nei confronti dello Stato al momento della nomina e ha ad oggetto non solo l’attività funzionale, ma anche quella extrafunzionale, vale a dire quella posta in essere fuori dall’esercizio delle funzioni ove si risolva in condotte incompatibili con lo status di magistrato o in una loro strumentalizzazione.

Va, altresì, considerato che in un sistema come quello italiano, nel quale la legittimazione all’esercizio dell’attività giudiziaria trova il suo fondamento esclusivo nel superamento di un concorso, la responsabilità disciplinare costituisce un requisito coessenziale all’indipendenza della magistratura, nella ricerca di un punto di equilibrio tra autonomia della funzione e garanzia del servizio reso[2].

In questa logica non è senza ragione la circostanza per cui il legislatore costituente abbia attribuito la competenza a decidere sulla responsabilità disciplinare dei magistrati ordinari al CSM[3], organo al quale è affidato il governo autonomo della magistratura. Non sfugge, peraltro, che detto controllo costituisce un ulteriore strumento di tutela, ancorché indiretto, del cittadino contro le possibili degenerazioni patologiche dell’amministrazione della giustizia. Rispetto all’utente del servizio si potrebbe parlare, non senza un qualche fondamento, di responsabilità complementare rispetto a quella civile, anche se dall’eventuale condanna del magistrato in sede disciplinare non trae alcun vantaggio; tuttavia, è incontestabile, come emerge da quanto appena detto, che abbia una funzione di prevenzione, e speciale e generale, nei riguardi di potenziali errori nell’estrinsecazione dell’attività strictu sensu giudiziaria.

Per ciò che attiene al giudizio di responsabilità disciplinare, il relativo procedimento è modellato su quello penale, ma con peculiari caratteristiche proprie. In primis i titolari dell’azione disciplinare sono due: un organo politico, il ministro della giustizia, e tale potere gli deriva direttamente da una norma costituzionale, l’art. 107, 2° comma, Cost.; un organo giudiziario, il procuratore generale della Corte di Cassazione, al quale il relativo potere è conferito dalla legislazione ordinaria, nel sistema attualmente vigente dall’art. 14, 3° comma, d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, e si badi, che se per il primo l’esercizio dell’azione è facoltativa, per il secondo, come avviene per l’azione penale, è obbligatoria. Inoltre, i poteri del ministro si esauriscono al promovimento dell’azione, viceversa, le funzioni di pubblico ministero nella successiva fase delle indagini, volte a vagliare la fondatezza delle contestazioni fatte al magistrato, sono esercitate dal procuratore generale della Corte di Cassazione e, come avviene per il procedimento penale, a conclusione delle indagini questi può chiedere alla sezione disciplinare del CSM la declaratoria di non luogo a procedere (speculare ad una richiesta di archiviazione), ove si ritenga di dover escludere l’addebito, ovvero la fissazione dell’udienza per la discussione orale.

Anche nel giudizio di merito innanzi alla sezione disciplinare del CSM le funzioni di p.m. sono esercitate dal procuratore generale della Suprema Corte e, in questi casi, svolge un’attività non già meramente requirente, lato sensu di consulenza nei confronti del giudice di legittimità, ma di iniziativa e propulsiva (di merito) in tutto assimilabile a quella di una procura della Repubblica.

La peculiarità più significativa è costituita, peraltro, dall’organo cui è attribuita la competenza a decidere sulla sussistenza o meno dell’illecito disciplinare: l’appena menzionata sezione disciplinare del CSM, articolazione interna del consiglio eletta nel suo ambito in una composizione che rispecchia quella consiliare, due terzi di magistrati ed un terzo di laici eletti dal parlamento. La caratteristica di quest’organo è di essere di natura giurisdizionale pur senza appartenere all’ordine giudiziario; tale natura differenzia il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari da quello nei confronti dei magistrati amministrativi e contabili, mentre analoga è quella dell’organo disciplinare dei magistrati militari[4]. L’impugnazione delle decisioni della sezione disciplinare, alla quale sono legittimati, oltre l’incolpato, anche il ministro della giustizia e il procuratore generale, è devoluta alle sezioni unite civili della Corte di Cassazione, pur svolgendosi il relativo procedimento con l’osservanza, per quanto compatibili, delle norme del codice di procedura penale. Altra caratteristica peculiare della giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari è quella di essere regolata, dopo la riforma del 2006[5], dal principio di tassatività degli illeciti[6], a differenza della giustizia disciplinare delle altre magistrature per le quali vige tuttora il principio della atipicità.

Tale principio costituisce, da un lato, garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, che non possono essere sottoposti a procedimento disciplinare se non per i fatti espressamente previsti come illecito dal legislatore, in analogia con quanto avviene per l’azione penale; dall’altro, in mancanza di una clausola di chiusura, a volte si presenta come un limite di efficacia dell’azione disciplinare, soprattutto se si ha riguardo agli illeciti extrafunzionali, considerata la varietà delle condotte non riconducibili ad attività giudiziaria in sé idonee a turbare la credibilità e il prestigio dell’ordine giudiziario alla cui tutela, evidentemente, è prodromica l’attività disciplinare.

ATTO COSTITUTIVO DELL’ASSOCIAZIONE
“AUTONOMIA E INDIPENDENZA”

Oggi, 28 febbraio 2015, si sono riuniti in Roma presso l’Aula Occorsio del Tribunale ordinario di Roma i sottoscritti Magistrati per costituire un’Associazione senza fini di lucro denominata “AUTONOMIA E INDIPENDENZA” (di seguito “A&I”) che riconosce integralmente i principi e gli scopi dell’Associazione nazionale Magistrati (di seguito “ANM”).
A&I, inoltre, ha i seguenti scopi:
assicurare e promuovere il rispetto integrale delle disposizioni della vigente Costituzione della Repubblica italiana, nonché delle Convenzioni internazionali che garantiscono la tutela dei diritti umani e l’eguaglianza tra le persone, attraverso l’autonomia ed indipendenza della Magistratura;
assicurare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura da qualsiasi ingerenza da parte di ogni altra forma di centri di potere di fatto quali, ad esempio, quelli politici, economici o finanziari;
tutelare l’autonomia ed indipendenza della Magistratura attraverso il promovimento, il sostegno e la diretta partecipazione alle iniziative sindacali per difendere lo stato giuridico ed economico dei Magistrati, anche alla luce dei principi riconosciuti nella sentenza n. 223 dell’8 ottobre 2012 della Corte costituzionale;
assicurare e promuovere l’integrale applicazione delle disposizioni che assicurano il rispetto dell’art. 98, ultimo comma, della Costituzione e dell’art. 3, comma 1, lettera h) del Decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 nella parte in cui non consentono ai Magistrati l’iscrizione o la partecipazione a partiti politici ovvero il coinvolgimento nelle attività di centri politici oppure operativi nel settore economico o finanziario, trattandosi di attività che condizionano l’esercizio delle funzioni o comunque compromettono l’immagine del Magistrato e della Magistratura;
promuovere ed assicurare l’applicazione del codice etico dei Magistrati anche alle attività svolte negli organi di autogoverno, nonché il rispetto dei principi e dei valori del codice etico attraverso l’azione dei propri rappresentanti eletti nel Consiglio superiore della magistratura, nei Consigli giudiziari e negli organi ANM.

Per garantire l’integrale e credibile applicazione dei principi che precedono i Magistrati che aderiscono ad A&I si impegnano espressamente e per iscritto a non accettare alcuna carica o incarico politico, sia a livello nazionale che locale.
L’accettazione di qualsiasi incarico politico, sia in organi istituzioni legislativi o esecutivi, o in partiti o movimenti politici è incompatibile con gli scopi di A&I e comporta l’immediata decadenza di diritto dalla partecipazione ad A&I.
I Magistrati che aderiscono ad A&I si impegnano espressamente e per iscritto ad evitare trattative, anche se riservate, finalizzate a farsi conferire o ad accettare incarichi politici.
L’esistenza di trattative per assumere qualsiasi incarico politico, sia in organi istituzionali legislativi o esecutivi, o in partiti o movimenti politici, è incompatibile con gli scopi di A&I e, una volta accertata nelle forme previste dallo Statuto, comporta la decadenza immediata dalla partecipazione ad A&I.
A&I fornisce ogni assistenza sindacale ai Magistrati che vi aderiscano e che ne facciano richiesta e si avvale ordinariamente di mezzi e strumenti informatici per il suo funzionamento
L’assistenza può essere estesa anche ai Magistrati che non abbiano aderito all’Associazione o che non siano iscritti all’ANM.
A&I è amministrata dagli organi previsti dallo Statuto allegato che assicura la partecipazione democratica alle decisioni dell’Associazione e garantisce il diritto dei dissenzienti attraverso appositi organi e la presenza di maggioranze qualificate per la votazione delle delibere principali.
La modifica dello Statuto può essere disposta solo con i voti dei tre quinti degli iscritti. L’elezione del Presidente e del Coordinatore generale è sempre effettuata con i voti dei tre quinti degli iscritti.
A&I è finanziata attraverso la contribuzione periodica diretta dei Magistrati che vi aderiscono.
Le donazioni e i contributi di altri soggetti possono essere accettati solo se provenienti da istituzioni, da O.N.L.U.S. o da enti o persone che soddisfino i requisiti di moralità previsti dalle vigenti disposizioni.
Tutte le movimentazioni di somme di denaro devono essere effettuate in modo da garantire la tracciabilità secondo le disposizioni vigenti e devono essere indicate nel rendiconto con specificazione della provenienza, della destinazione e della persona che ha disposto l’uscita o acquisito l’entrata.
Il rendiconto annuale è pubblico.
A&I è regolata dallo Statuto allegato, approvato dai Fondatori contestualmente al presente Atto costitutivo, composto da tre pagine.
Per quanto non espressamente previsto dal presente Atto costitutivo e dallo Statuto allegato si applicano il Codice civile e le altre Leggi dello Stato, in quanto compatibili.
Approvato in Roma il 28 febbraio 2015 dai seguenti Magistrati
Seguono le firme

1976.- COME LA LEGA DI SALVINI RINTUZZA DRAGHI (CON TWEET ANCHE DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO…)

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Una frase tosta del leader Matteo Salvini. Un tweet puntuto di un sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Mugugni più o meno espliciti e pubblici di esponenti ed economisti vicini alla Lega.

Non una guerra dichiarata contro Mario Draghi, dunque, per le parole pronunciate ieri dal presidente della Bce sull’Italia. Ma di certo nella maggioranza di governo e nell’esecutivo gli sbuffi non mancano – specie nella Lega – contro Draghi.

Ma che cosa ha detto in sostanza, di “politico”, ieri il presidente della Banca centrale europea? “Cari Di Maio e Salvini, non sarò io a togliervi le castagne dal fuoco”.

E’ questo il senso del messaggio secondo il quotidiano La Stampa: “A giudicare dalla durezza del messaggio – asciutto ma senza appello – la lunga pausa estiva e la lettura dei giornali devono aver indotto Mario Draghi ad accumulare un certo fastidio verso alcuni comportamenti del governo giallo-verde”, ha scritto Alessandro Barbera sulla Stampa: “Una crisi che, fa capire Draghi, il governo rischia di innescare senza alcun significativo atto di governo. Più o meno quel che accadde alla Grecia fra il 2015 e il 2016”.

A raggelare speranze e aspettative su debito pubblico e spread è stato un breve passaggio della conferenza stampa di Draghi. Quando, in particolare, il presidente dell’Istituto centrale con sede a Francoforte ha detto che “non c’è alcuna speranza che il piano di acquisto titoli della Bce venga allungato per alleggerire il peso delle decisioni che attendono il governo”, ha sintetizzato La Stampa. “Il nostro mandato non è quello di finanziare i debiti pubblici”, ha detto esplicitamente Draghi.

Nessuna apertura, dunque, alle attese non solo dell’economista Claudio Borghi, presidente leghista della commissione Bilancio della Camera (che da tempo sollecita la Bce (perché la Bce non può intervenire a difesa di uno Stato e del suo debito sovrano in caso lo spread superi una certa soglia? , dice da tempo Borghi), ma neppure alle proposte tutt’altro che anti euro di Paolo Savona.

Il ministro per gli Affari europei nei giorni scorsi ha inviato alla Commissione di Bruxelles un documento con idee e suggerimenti anche sul ruolo della Bce da rafforzare e in materia di investimenti, deficit e debito pubblico.

Da sottolineare, a questo proposito, le idee di Savona su come stabilizzare il debito in rapporto al Pil. “Per il pregresso si dovrebbe operare mediante quote di ammortamento a lunghissimo termine, garantite dalla Bce. Che a sua volta potrebbe rivalersi, in caso di inadempienze, su una quota predeterminata di entrate fiscale o sulla vendita di determinati beni pubblici. Naturalmente la quota d’ammortamento dovrebbe essere contemplata, come spesa, ai fini della determinazione del deficit di bilancio”, ha commentato l’ex sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, analizzando il documento di Savona.
Occorre dunque rimediare, secondo Savona, al primo vizio di origine nella costruzione dell’eurosistema: “Quello di non aver sistemato subito gli eccessi di debito pubblico rispetto al PIL, invece di introdurre il criterio di convergenza verso il parametro del 60% – chiosa a Start Magazine l’editorialista Guido Salerno Aletta – I danni di questa impostazione sono stati enormi: chi era in eccesso rispetto al limite h dovuto ricorrere a politiche restrittive, pena l’esposizione alla speculazione e l’emergere degli spread tra i propri titoli sovrani e quelli di riferimento. Di conseguenza, il costo del danaro si è differenziato anche in misura rilevante, divaricando ulteriormente le performance economiche e sociali dell’eurozona e alterando le condizioni di corretta competizione tra imprese”.

Ma su queste proposte di Savona, nessun commento da parte di Draghi. Che, anzi, ha chiuso la porta, come detto: “Il nostro mandato non è quello di finanziare i debiti pubblici”.

Da qui l’irritazione di ampi settori del governo M5S-Lega. Il primo a reagire è stato Salvini: “Conto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta”. Così il vicepremier e ministro dell’interno ha commentato ieri – secondo Askanews – le parole di Mario Draghi, presidente della Bce, che ha chiesto alla politica italiana di passare “dalle parole ai fatti”.

Più diretto alla persona e all’istituzione, e puntuto sul dossier, è stato stamattina su Twitter il sottosegretario di Paolo Savona agli Affari europei, Luciano Barra Caracciolo, da tempo vicino a Savona, Antonio Maria Rinaldi, Bagnai e Borghi: “Quindi l’indipendenza consente di dare istruzioni ai governi e di fare le pagelle selettive dei membri del governo?”. Un tweet che fa riferimento alle “pagelline firmate Draghi”, come sottolineato ieri da Start Magazine in questo articolo. Pagelline, ovvero elogi da parte di Draghi solo per il premier Giuseppe Conte, per il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e per il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Un tweet, quello del sottosegretario Barra Caracciolo, ritwittato da Alberto Bagnai, economista, presidente della commissione Finanze del Senato e voce ufficiale della Lega in materia economica.

Quindi l’indipendenza consente di dare istruzioni ai governi e di fare le pagelle selettive dei membri del governo?
“L’indipendenza” trasmoda in assunzione di ruolo gerarchico e di valutazione politica.

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Scriveva Riccardo Sorrentino per ilsole24ore.com: DRAGHI FA ”CIAO CIAO” A SAVONA E BORGHI: ”NON C’È MOTIVO DI ALLUNGARE IL QUANTITATIVE EASING”

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Le vicende italiane riguardano l’Italia. Non coinvolgono – al momento, almeno – Eurolandia nel suo complesso e quindi non consigliano di cambiare l’orientamento della politica monetaria. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, è stato molto chiaro nel valutare quanto accade ai rendimenti del nostro paese. In risposta a domande che puntavano a capire se l’autorità di Francoforte intendesse intervenire per “sostenere” l’Italia, ha dato (e ripetuto) una risposta netta: «Non vediamo ricadute in altri Paesi».

È quindi un’illusione l’idea che il qe possa essere prolungato per venire incontro all’Italia: la sua funzione, ha del resto spiegato, «non è quella di assicurare che i deficit pubblici siano finanziati in tutte le situazioni».

In attesa dei fatti
Sulla politica fiscale italiana la Bce attenderà comunque «i fatti», ha spiegato Draghi: la legge Finanziaria ma anche «la discussione parlamentare». Il presidente ha però sottolineato che «le parole hanno creato qualche danno: i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese». Italiane, ovviamente. In ogni caso, ha ripetuto, «il presidente del consiglio, il ministro dell’Economia, il ministro degli Esteri hanno tutti detto che l’Italia rispetterà le regole». Sono loro quindi, e non altri, i punti di riferimento della Banca centrale europea.

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Draghi

Cruciale il rispetto delle regole Ue
L’Italia ha probabilmente suggerito anche una lieve modifica del comunicato introduttivo alla conferenza stampa: «L’espansione generalizzata dell’economia spinge a ricostituire i margini di manovra nelle finanze pubbliche. Ciò è particolarmente importante per i paesi in cui il debito pubblico è alto» ha ripetuto il documento aggiungendo però la frase: «e per i quali il rispetto pieno al Patto di crescita e stabilità è cruciale per salvaguardare una sana situazione fiscale».

Rischi ancora bilanciati

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Paolo Savona e Giorgio La Malfa (2)

La Banca centrale europea non ha dunque nessun motivo per cambiare il suo orientamento. La bilancia dei rischi resta “bilanciata”. Se la crescente ondata di protezionismo, le vulnerabilità di alcuni Paesi emergenti e la volatilità sui mercati finanziari sono fattori che possono far peggiorare le prospettive di Eurolandia, una politica fiscale meno neutrale, la forza dell’economia, l’aumento dei posti di lavoro e dei salari nominali, l’incremento della ricchezza delle famiglie e le condizioni finanziarie accomodanti permettono – ha spiegato Draghi – di compensare gli effetti dei fattori negativi.

Verso il sentiero di equilibrio
Poca preoccupazione hanno generato quindi, nel consiglio direttivo, i recenti, deboli, dati sulla produzione industriale. Per la Bce si tratta di un ulteriore segnale del fatto che l’economia di Eurolandia, dopo qualche trimestre di leggero surriscaldamento – ha corso al di sopra della sua crescita potenziale – sta tornando al suo “sentiero di equilibrio”. Draghi ha sottolineato che l’attuale orientamento di politica monetaria è «robusto»: non bastano piccole oscillazioni a consigliarne una riconsiderazione.

Timori sul protezionismo

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Giovanni Tria e Claudio Borghi

Anche le attese correzioni al ribasso delle proiezioni economiche sulla crescita si sono rivelate poca cosa: il pil crescerà 2%, contro il 2,1% indicato a luglio, nel 2017; dell’1,8%, contro l’1,9%, nel 2019; e dell’1,7% nel 2020. Il rallentamento è quasi tutto legato alle misure protezionistiche – quelle effettive, non quelle solo annunciate – che sono la vera fonte di preoccupazione della Bce: i fattori di rischio sono la rapidità dell’escalation, gli effetti sulla fiducia di una prolungata “guerra commerciale” e soprattutto le implicazioni per la value chain internazionale, per la quale le aziende assemblano parti costruite in paesi diversi. In ogni caso, la revisione delle proiezioni – generata da fattori esogeni, il commercio estero – non richiede una revisione dell’orientamento della Bce.

Obiettivo del 2% in vista

I prezzi, inoltre, non preoccupano molto. Le proiezioni indicano che alla fine di questo e dei prossimi due anni, l’inflazione media annua sarà pari all’1,7%. In sé non è un dato entusiasmante – lo stesso Draghi lo aveva ammesso in passato – ma è il frutto di un riequilibrio “sano” delle varie componenti: un leggero calo dei prezzi dell’energia, e un’inflazione core significativamente più forte, sulla spinta di salari nominali in rialzo «un po’ dappertutto», sia pure a ritmi diversi (i più veloci in Germania).

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Matteo Salvini Claudio Borghi

«Raggiungeremo il nostro obiettivo nel medio termine», ha dunque concluso Draghi. Anche grazie a una politica monetaria molto espansiva: se il quantitative easing, ha confermato la Bce, terminerà a dicembre – e si ridurrà dal mese prossimo a 15 miliardi al mese – i tassi resteranno fermi almeno fino all’estate 2019.

1975.- IN NOME DI CHI DI MAIO TRUFFA I PENSIONATI CON I VOTI DEL CENTRO DESTRA?

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Senza l’appoggio di Salvini, i 5 Stelle non sarebbero mai saliti al Governo. Salvini, senza i voti del Centro Destra, non avrebbe rimontato Di Maio. Perché? Per sottrarre i diritti al popolo o, se preferite, per truffare il popolo, occorrono i voti dei partiti di massa. In senso buono, sono quelle masse di lavoratori, poco istruiti e troppo stanchi alla sera per dedicarsi allo studio della politica: dei principi cardine della loro cittadinanza e dei diritti. Sono quelle masse che vengono raggiunte dai messaggi accattivanti dei partiti, appunto, di massa: Un po’ di giustizialismo, un pizzico di astio sociale verso chi più ne ha, soprattutto, il senso della partecipazione alla riscrittura della politica attraverso gli slogan a effetto del leader. Ne cito alcuni che hanno scaldato i cuori delle persone semplici, un poco oneste e tanto incazzate: “Roma padrona, la Lega non perdona!”. E, nel contempo, faceva il Paperone. Oggi, la storia si ripete. Un po’ diversa; ma siamo sempre nella tradizione dell’”oro di Dongo”. Si scrive Dongo, ma si legge “Banca d’Italia”, che i ministri della Repubblica Sociale portavano in salvo in Svizzera. I morti non parlano. Soprattutto, se ammazzati senza processo. Lascio le pagine controverse della Storia e torno ai nostri giorni in cui si va compiendo il destino. Qualche altro slogan a effetto del leader? Salto ai VAFFADAY di Grillo: fantastico istrione e pifferaio: “Uno vale uno”. Tradotto, diceva: “Io comando come te, ma tu che hai studiato dimmi come si fa”. È una forma di democrazia diretta. Ne abbiamo viste di zucche vuote salire sui palchi!
Vengo allo slogan dell’ultima zucca del palcoscenico. “Vogliamo tagliare le pensioni d’oro! scure su 200.000 privilegi!” Lo slogan a effetto fa presa sulle masse che non devono analizzare i “come” e i “perché”. L’importante è raccontare al popolo che si fa giustizia.
Abolire le pensioni d’oro, ” è lo slogan con cui Luigino Di Maio farà giustizia delle pensioni. Poi, domani, toccherà a quelle d’argento e dopodomani a quelle di bronzo, fino a quando la forbice tra pensione minima e reddito di cittadinanza sarà zero: Tutti a paghetta!
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia.
In realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire: La proprietà della casa, il risparmio e le pensioni.
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito.
Secondo un pensionato al minimo, ma col sale in zucca, dal casellario delle pensioni dell’Inps in Italia oggi risultano 12.830 pensioni al lordo superiori a 8.500 euro, cioè 5.000 euro netti come dice Di Maio. La media di tali pensioni è di 193.000 euro annui lordi e ipotizzando che tutti non abbiano versato contributi che possono giustificare tale pensione, significa che se a tutti tagliamo le pensioni, fino a 5.000 euro netti per 13 mensilità, da 193.000 euro si scende a 110.000 annui lordi per ogni pensionato d’oro .
La cifra di 1,216 miliardi di euro annui che abbiamo ottenuto, divisa per gli 11.325.338 pensionati al minimo (sotto i 750 euro mese) gli frutterà un aumento di 7,54 euro al mese (per 13 mesi). Vulite?
Quando si sostiene che si taglieranno le pensioni elevate senza copertura, si deve distinguere fra quelle che, vengono corrisposte in virtù di un rapporto molto ben retribuito, ma saltuario e quelle di chi ha percorso una carriera, raggiungendone i gradi apicali previsti dal contratto di lavoro. E mi viene a mente il presidente dell’Inps Tito Boeri, Debenedettiano e sorosiano, che è in aspettativa alla Bocconi, ma ne incassa lo stesso i contributi e godrà, perciò di due super-pensioni, entrambe con i contributi dello Stato.
Sostengo che agganciare, in qualche modo, l’incremento delle pensioni minime, al ricalcolo di quelle elevate, senza totale copertura, ma guadagnate da chi ha percorso una carriera, fino ai gradi apicali previsti dal contratto di lavoro, versando, mese per mese, i contributi richiesti a’ sensi delle leggi in vigore, sia strumentale all’impoverimento dell’economia italiana in generale e di quella delle famiglie, in particolare, come vogliono l’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale, entrambe agenzie di quel neoliberismo che vuole dominare gli italiani e tutti gli europei, portandoli a livello delle società di formiche asiatiche, come vuole il Nuovo Ordine Mondiale. Così, se la matematica non è un’opinione.
Ma c’è una terza osservazione e riguarda, più in particolare, gli investimenti che sono e dovevano essere fatti da parte dell’INPS, investendo in beni mobili ed immobili il denaro ricevuto con quei contributi trattenuti, per integrarli con i redditi da percepire, come ogni buon padre di famiglia.
Risulta che gli stessi immobili siano stati venduti a meno del valore di mercato, con una doppia perdita di quel capitale e di disponibilità finanziaria per il pagamento delle pensioni.
Un’ultima nota va ai giovani e alle giovani e parliamo di formazione, di ingresso nel mondo del lavoro e di sostegni per la maternità. Infatti, se il giovane inizia a produrre lavoro e contributi a 35 anni e se le giovani che vorrebbero essere madri non ci daranno i cittadini futuri, il sistema non starà in piedi.
Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Confermo che, voler ricalcolate quelle pensioni con il sistema contributivo, senza considerare il valore aggiunto dei redditi da investimento, è fuorviante. A prescindere, poi, dalle problematiche estremamente serie, a livello di sistema, amministrativo e anche a livello costituzionale, che l’applicazione dei principi dello stadio San Paolo di Napoli ci porterà ad esaminare.

1974.- STEFANO ALÌ CI PARLA DI MONETA COMPLEMENTARE, ECONOMIA REALE E CONSOLIDAMENTO DEL DEBITO

Dal blog ilcappellopensatore.

Tre brevi annotazioni di Emanuele Oggioni su moneta a debito, economia reale e consolidamento del debito e le possibili soluzioni in condizioni di sovranità monetaria limitata: la moneta complementare.

Chi crea la moneta

Parliamo di moneta. Prima domanda: sapete chi crea la quasi totalità del denaro in circolazione?

In realtà la maggioranza delle persone, risponde non so.

Lo usiamo tutti i giorni, non possiamo farne a meno, tutte le persone (o quasi) ne vorrebbero di più ma non ne sappiamo molto, anzi i media mainstream cercano di confonderci le idee.

La risposta vi sorprenderà, ed è in primis legata al tipo di strumento usato: 1) monete metalliche, 2) banconote cartacee e 3) moneta elettronica

Lo Stato conia solo le monete metalliche che sono un misero 0,3% del valore totale del denaro in circolazione. Tra l’altro lo può ancora fare, anche dentro l’Unione Europea e sotto il controllo della BCE, quindi da questo punto di vista l’Italia ha ancora una (limitata) sovranità monetaria.
Nel bilancio della Banca d’Italia, le banconote sono solo il 8% scarso del totale massa monetaria (tecnicamente M2) in Italia… e la situazione non è dissimile in Europa, USA, ecc.
…and the winners are… i veri creatori di denaro sono quindi… le banche private, con circa il 91% della quantità totale di moneta (M2) in circolazione, poiché esse stesse emettono moneta scritturale digitale (a debito, ossia a fronte di un interesse passivo) con un semplice click della tastiera di un computer.

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Il denaro con un click, ma il conto corrente non è tuo

Alla Bocconi insegnano che le banche sono sostanzialmente solo degli intermediari che prestano i soldi in base al concetto di riserva frazionaria.

Invece l’evoluzione storica degli ultimi decenni, dei dati aggregati della massa monetaria dice ben altro, ossia che proprio le banche private creano il denaro con un click.

La normativa patrimoniale le ha favorite: a seconda dei regolamenti bancari, solo tra l’1% e il 2% del totale del denaro creato (ossia dei prestiti emessi) deve essere coperto da riserve patrimoniali, quindi il circolo di espansione della moneta a debito si auto alimenta e le banche private continuano a emettere moneta elettronica spesso fuori controllo, creando bolle speculative come vedremo in seguito.

Seconda domanda sul tipo di moneta più diffusa in circolazione, quella delle banche private: chi ha la proprietà dei soldi depositati su un conto corrente?

L’articolo 1834 del codice civile sancisce che se tu depositi del denaro in banca, quest’ultima ne acquisisce la proprietà e tu diventi un suo creditore! Da moneta realmente di tua proprietà, il tuo estratto conto si trasforma in una promessa di pagamento, peraltro senza una solida copertura, come abbiamo scritto sopra! Del resto gli stessi addetti ai lavori confermano che il fondo garanzia per i depositi sino a 100mila euro è del tutto incapiente se si presentasse il fallimento di una banca di grandi dimensioni.

Negli ultimi decenni, la massa di moneta è cresciuta in tutto il mondo in modo sproporzionato rispetto all’economia reale, al commercio, proprio perché le banche private stampano la quasi totalità del denaro. Lo Stato, la democrazia, ha perso il controllo del denaro! Da ciò si spiega perché il potere legislativo, esecutivo e della magistratura si sono indeboliti nel tempo.

Il denaro emesso dalle banche non arriva all’economia reale

Le vere cause della crisi finanziaria che ancora sta penalizzando l’occupazione in Italia è la restrizione del credito bancario privato: il denaro a debito emesso dalle banche (su cui si pagano interessi, a differenza di quello emesso dallo Stato) è arrivato in minima parte all’economia reale, confluendo massicciamente negli asset finanziari e ha creato bolle speculative anche nell’immobiliare ed in Borsa.

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Ciò chiarisce anche il perché il Quantitative Easing della BCE non ha funzionato in termini di ripresa economica e occupazionale, poiché il denaro è confluito alla banche private e non direttamente agli Stati. Il calo dei rendimenti dei titoli di Stato e i conseguenti risparmi di oneri finanziari, quindi, non sono bastati a migliorare la ricchezza delle famiglie rilanciando occupazione e domanda interna.

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MONETA COMPLEMENTARE PER RILANCIARE L’ECONOMIA

La moneta complementare, basata sul concetto keynesiano che una maggiore circolazione monetaria aumenta il benessere della collettività, nasce dall’esigenza di affiancare la moneta ufficiale su base territoriale ristretta (non nazionale) nei tempi di crisi, al fine di rilanciare l’economia incrementando lo scambio di beni e servizi tra soggetti che hanno scarsità di denaro (privati, imprese e la stessa pubblica amministrazione locale).

I vantaggi sono la rivitalizzazione dell’economia locale, un rafforzamento dell’identità e della coesione sociale locale e la conseguente riduzione del tasso di disoccupazione.

I modelli di moneta complementare

A fronte dei vari modelli nazionali (es il Sardex in Sardegna, poi esportato in altre regioni) ed estere (es. il WIR in Svizzera, l’Ithaca in USA (stato di NY), la sterlina di Bristol in UK, la Peche di Parigi, ecc), la presente proposta va oltre, sfruttando la possibilità per gli enti locali di emettere valuta complementare non avente corso legale (accettazione su base volontaria, es come avviene per i ticket/buoni pasto o buoni sconto della GDO).

Le basi normative sono: l’art. 112 del TUEL (Testo Unico Enti Locali – D.Lgs. n. 267/2000, aggiornato al 14/11/2016 prevede che gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, promuovano lo sviluppo economico e civile delle comunità locali); l’art. 7 del D.Lgs. n. 112/1998; l’art. 114 bis del TUB (Testo Unico Bancario – D.Lgs. n. 385/1993, aggiornato con D.Lgs. n. 223 del 14/11/2016, che attribuisce espressamente alle pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali la facoltà di emettere moneta elettronica).

Tale emissione non comporta un incremento del debito pubblico, in quanto la moneta fiat emessa dallo Stato/PA non può essere considerata una passività perché l’emittente non ha impegni di rimborso.

L’innovazione rispetto agli attuali modelli di moneta locale/complementare consta nella presenza dell’entità pubblica che accresce la referenzialità del modello e quindi della sua accettazione, che deve essere ovviamente su base volontaria, come strumento di pagamento (ossia unità di misura).

Emittente: l’Ente Pubblico

Operativamente, la nuova moneta elettronica del comune/regione è emessa gratuitamente dell’ente pubblico (senza creazione di debito pubblico, come avviene per le emissioni di denaro da parte della banca centrale o dello Stato stesso in caso di monete metalliche e di statonote, su cui l’Italia mantiene la sovranità monetaria al pari degli altri membri della EU), tramite es carte bancomat ricaricabili, in rapporto di 1:1 con l’euro, con il quale non potrà essere più riconvertita ossia tesaurizzata. Infatti, l’obiettivo principale è quello di creare nuova moneta pubblica, libera dal debito bancario; tale aumento della massa monetaria ha come obiettivo la sua veloce e ripetitiva circolazione per amplificare il moltiplicatore keynesiano, entro un ben definito limite temporale oltre il quale scade (invogliando al consumo totale ed incentivando i consumi reali, ed evitandone l’accumulo e la tesaurizzazione).

Tale moneta complementare sarà ovviamente accettata, da parte dell’ente pubblico, per il pagamento parziale (insieme agli euro) delle tasse e imposte locali (es comunali); il suo successo dipende dall’accettazione volontaria su base locale da parte di imprese, commercianti e privati, che possono incrementare il loro potere di acquisto e in ultima analisi avere anche una riduzione del carico fiscale con l’ente pubblico emittente. Quest’ultimo beneficerebbe di maggiori entrate tributarie grazie agli effetti espansivi del rilancio dl economia locale.

L’utilizzo della moneta complementare locale, nell’attuale fase economica italiana, caratterizzata da una rilevante sotto utilizzo della capacità produttiva, non creerebbe tensioni inflazionistiche e beneficerebbe di un più elevato moltiplicatore keynesiano (quindi sarebbe di massima efficacia, soprattutto se tale distribuzione gratuita di denaro locale fosse mirata alle classi più deboli/piccole imprese ecc.).

IL FALLIMENTO DEL QUANTITATIVE EASING E LA POSSIBILITÀ DI CONSOLIDAMENTO DEL DEBITO.

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MonetaPositiva: Locandina evento a Bologna 15 settembre 2018
di Emanuele Oggioni – Analista finanziario – MonetaPositiva

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Denaro all’Economia Reale
Visto che il Quantitative Easing ha funzionato solo parzialmente ed ha comunque allargato il divario di ineguaglianza economica in Italia, cosa bisogna fare quindi per migliorare la situazione?

Dal punto di vista monetario, bisogna immettere più denaro nell’Economia reale. Ci vogliono misure fiscali espansive ed una creazione di moneta da parte della banca centrale che davvero aumenti i consumi interni (quindi un’emissione priva di debito, che non va ad aumentare il debito, e che non crea inflazione, in quanto i fattori produttivi sono ampiamente sotto utilizzati).

Il problema quindi non è l’Euro in sé stesso, ma il ricatto sul debito da parte del sistema monetario esistente, che si basa su moneta a debito, ossia sulla emissione di credito, non sulla moneta sovrana, emessa senza debito, emessa dallo Stato o dalla propria Banca centrale.

Anche in Gran Bretagna, pure avendo la propria valuta e non l’euro, hanno capito l’esigenza di cambiare politica monetaria grazie alle pressioni di PositiveMoneyUK.

La base dell’attuale sistema monetario internazionale è fondata sul debito e sugli interessi che sia i privati sia lo Stato devono pagare.

Ed è matematicamente inestinguibile senza la creazione di nuovo denaro che a questo punto deve essere emesso direttamente dallo stato, senza aggiungere nuovo debito al sistema nel suo complesso.

Consolidamento del debito
La banca centrale che compra, direttamente come fa in Giappone, o indirettamente come si fa in Europa, il debito pubblico del proprio Stato, dove trova i soldi?

I soldi non si trovano, sono un mezzo di misurazione e scambio, sono una convenzione, ed infatti si creano con un click del computer, nel caso della moneta elettronica di emanazione bancaria, sia delle banche private sia della banca centrale.

Sia in Gran Bretagna sia in Giappone è stato dimostrato che il consolidamento del debito è possibile, e quindi far cadere questo ricatto verso gli Stati e i cittadini.

Il concetto è simile a quello espresso durante la formazione del nuovo Governo M5S-Lega, quando si è parlato di cancellare il debito. Ebbene, è stato già fatto dalla banca centrale inglese e giapponese.

Semplificando: il debito statale comprato dalle banche centrali non deve più essere ripagato, alleviando i conti pubblici.

Nei decenni di prosperità economica italiana del secolo scorso e fino al 1981 l’Italia è diventata una potenza industriale mondiale perché monetizzava parte del deficit pubblico, controllava il costo del debito, pagando meno interessi, grazie all’acquisto di titoli pubblici da parte della Banca d’Italia.

Il ricorso al mercato era limitato, grazie anche al sistema di banche pubbliche che compravano i titoli di stato, emettendo moneta elettronica come le banche private.

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Se la banca centrale nazionale emette moneta direttamente (quindi senza aumentare il debito pubblico) si stimola l’economia oltre a ridurre il leverage di tutto il sistema come ha studiato il FMI nel 2012. Tale modello macro economico del FMI è uno dei più evoluti disponibili e molto più accurato della media.

In Italia ed in Europa questa politica monetaria appena descritta non è al momento possibile, avendo demandato ad una entità terza e indipendente la BCE, il potere di creare denaro insieme alle banche private. Senza uscire dall’Euro e violare i trattati, senza nazionalizzare la Banca d’Italia o pretendere che la politica abbia un maggiore controllo della BCE, cosa rimane da fare? Le risposte:

introdurre una moneta fiscale, uno strumento parallelo di scambio e pagamento come proposto dal prof Cattaneo.

creare una o più banche pubbliche per gli investimenti che rilancino il credito e quindi, immettendo nuova linfa nel sistema economico, sviluppo industriale e occupazione. Questo punto è già contemplato nel programma del M5S e nel successivo contratto di Governo con la Lega. Si ricorda che ad esempio in Germania oltre la metà del sistema bancario è rimasto pubblico… un grosso vantaggio competitivo per loro e viceversa una forte penalizzazione per noi.

Introdurre le monete locali (complementari all’euro e alla moneta fiscale nazionale) emesse direttamente dagli enti pubblici locali (comuni, regioni) che già ora hanno per legge la facoltà di emettere moneta elettronica

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I primi due punti sono già stati dibattuti, mentre poco o nulla si è studiato sul terzo punto, ossia la moneta locale emessa direttamente da un ente pubblico per rivitalizzazione dell’economia locale, un rafforzamento dell’identità e della coesione sociale locale e la conseguente riduzione del tasso di disoccupazione.

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

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Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

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La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

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La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

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L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

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Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

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Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

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Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1972.-ALLE RADICI DELL’INVASIONE

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Orban. Forza Italia e la Lega sono, infatti sulla stessa lunghezza d’onda.

L’attacco alla politica del ministro Salvini e del Governo si è sviluppato su più livelli, più alti mano a mano che i promotori di questa invasione devono registrare il loro insuccesso. Ora, è il momento dell’ONU, a dimostrare da dove e da quanto in alto viene questa offesa. L’argomento dell’Alto Commissario UNHCR Michelle Bachelet è il razzismo: parola sciocca, priva di contenuto per chi vuole rapportarla agli italiani. Meno, anzi, affatto sciocco è vedere che le Organizzazioni mondiali sono state concupite, se non addirittura create, dalla Finanza internazionale. Vale per l’ONU, vale per l’Unione europea e vale, fino a prova del contrario, per la chiesa cattolica. Gli argomenti sollevati contro l’Italia sono pretestuosi, anzi, contraddicono ogni realtà e ogni logica. Sono pretestuosi perché mirano a deviare l’attenzione dalle vere mire di chi sta depauperando il patrimonio della Nazione e quello degli italiani e delle loro imprese. Cadono le imprese strategiche o si trasferiscono fuori dei confini, vogliono che cadano, che non ci siano più i confini; ma l’imprenditorialità e la fede degli italiani nel nostro Lavoro è dura da vincere. è un assalto mortifero di cui molti italiani preferiscono non rendersi conto: “Tasi e tira!” è il loro motto. L’immigrazione selvaggia e incontrollata è stata ed è un problema; ma i problemi siamo abituati a risolverli. A chi alza polvere, accusandoci di razzismo, possiamo rispondere: È privo di senso liquidare il problema migranti con l’appellativo di razzista. È riduttivo anche concentrare l’attenzione sulla delinquenzialità, sull’aumento del numero dei crimini degli stranieri, come tende a fare chi si erge a difensore della nostra società. Il nostro problema non è soltanto la straordinaria propensione alla violenza e al reato di questa gente. È il rifiuto delle nostre leggi e la percezione della nostra civiltà come un segno di debolezza; è il non rispetto della vita umana e della donna da parte di chi ha una natura selvaggia e una cultura tribale; di chi è dedito al cannibalismo e ai riti dai caratteri sincretici e fortemente esoterici come il voodoo. È, ancora, il non rispetto della vita umana e della donna per chi segue la legge islamica, in aperto conflitto con la Costituzione.
Gli stupri, segno di bassezza umana dell’uomo primitivo, sono aumentati del 10% lo scorso anno e aumenteranno ancora. Ci sono giudici, per i quali il militaresco “Coglione!” sarebbe un onore, che scusano il tunisino stupratore in quanto “incapace di controllare ogni genere di istinti e i suoi comportamenti sono dettati dalla impressionante spregiudicatezza”. A Napoli, raccontano che il pomeriggio, quando vanno via dagli uffici si organizzano in turni per scortare le colleghe fino all’ingresso della metro Stazione Centrale. Cose che fanno male a sentirsi, ma il nostro vero problema, che tutti dobbiamo porci è perché si vuole importare un numero così massiccio di migranti e in così breve tempo. Significa rinunciare a priori ad ogni possibilità di integrazione, se mai ce ne fossero e teoriche, s’intende. Teoriche, infatti, perché questi migranti non hanno nessuna intenzione d’integrarsi né hanno alcun valore da integrare. E, allora, la domanda sorge spontanea: “Cui prodest?”
Questa è semplicemente un’invasione progettata e eseguita come un’operazione militare o finanziaria. Non serve integrare, cioè scambiarsi i rispettivi valori perché non serve e nemmeno serve sottometterci, perché l’obiettivo è eliminarci come Nazioni per eliminare le nostre identità cristiane. Questo si vuole e qui sta la radice del problema e, allora, è chiara anche la strumentalità del favore per l’Islam, nemico mortifero della cristianità. Lo dice il Corano.
È necessario denunciare le origini e le cause di questo fenomeno migratorio, partendo dal suo obiettivo: la conquista dell’Europa attraverso un modello neocolonialista, strumentale. Senza questa chiarezza, seguitando a dibattere contro le accuse pretestuose di razzismo, come quelle della Bachelet, nota amica di Fidel Castro, sarà difficile riuscire a contrastare i poteri finanziari che gestiscono le organizzazioni internazionali, nessuna esclusa, dall’ONU a l FMI, alla Banca Mondiale, all’Unione europea. Dovrei avere paura? Chi è italiano, è fatto così.
Viktor Orban è ungherese e anche lui è fatto così. Aveva condannato Soros e gli europarlamentari hanno condannato lui.
l’Europa di Frau Merkel che si è sbranata la Grecia e quella di Monsieur Macron che sta rubando quello che rimane dei paesi africani hanno condannato Viktor Orban, come fosse un criminale, accusandolo di aver violato lo stato di diritto! Veramente, lo ha condannato il Parlamento europeo. Esattamente, l’Europarlamento, riunitosi in plenaria a Strasburgo ha approvato la risoluzione di Judith Sargentini sulla situazione in Ungheria e si è pronunciato sulla violazione dello stato di diritto nella gestione dell’immigrazione con la chiusura dei confini, aprendo contro lo Stato ungherese la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato in caso di violazione dei diritti fondamentali come democrazia, Stato di diritto e diritti umani. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti.
Commenta l’eurodeputato Licia Ronzulli, FI: “Così facendo, la Ue produrrà più danni a se stessa che non al Governo ungherese che gode della fiducia dei suoi cittadini. Se l’Europa si dissocia dalla volontà popolare, non meravigliamoci se poi i popoli si dissociano da questa Europa. Al premier Viktor Orban esprimiamo la nostra solidarietà politica”. Ora spetta agli altri 26 capi di Stato e di governo del Consiglio Ue decidere se applicare le sanzioni, ma, per l’art. 7, che leggete in calce, serve un voto a maggioranza qualificata dei quattro quinti dei membri. Quindi, possiamo classificare quest’ultimo atto di Juncker come inutile; tuttavia, ci ha mostrato la netta divisione fra l’asse Merkel – Macron, i sostenitori dell’Europa delle banche, da una parte e, dall’altra, i sovranisti; una divisione che attraversa anche il Ppe e che già marca il confronto delle prossime elezioni europee. Marca anche l’ulteriore divisione nel Governo Conte e nella politica italiana, con Lega e Forza Italia che hanno votato contro le sanzioni e le canne al vento dei 5 Stelle che, unici nel loro gruppo, hanno votato a favore insieme al PD.
Si prospetta un redde rationem fra l’Unione europea e i suoi popoli? L’altra domanda che pongo è: Toccherà anche a Salvini? o anche a Conte e di Maio, vista l’azione collegiale? Di certo, il voto dei 5 Stelle è stato anche un voto contro Salvini.
Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto ha commentato duramente: “La decisione del Parlamento europeo di adottare il rapporto Sargentini non è altro che una vendetta meschina dei politici pro-immigrazione, vendetta perché noi abbiamo provato che l’immigrazione può essere fermata”.
Questa è una guerra, senza ombra di dubbio. Riassumendola a soldoni, può sembrare che l’area del dollaro abbia scelto di resistere all’avanzata asiatica sottomettendo l’Europa e, poi, la Russia, sfruttando, insieme, tutte le risorse dell’Africa e anche quelle umane, come strumento di destabilizzazione. Le prossime elezioni europee dovranno fare chiarezza su queste politiche, lasciando fuori le sterili accuse di razzismo e di populismo, prive assolutamente di fondamento. Anche l’esperienza Conte potrebbe terminare, viste le giravolte dei 5 Stelle. Alla divisività degli italiani, non possiamo aggiungere quella del Governo. Probabilmente, sarà Salvini e non Conte, a decidere.
A noi spetta di riproporre i principi costituzionali, precedendoli con proposte concrete di modifiche, intese a stabilire i principi cui vincolare i partiti politici per garantire la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Altrettanto, accompagnandoli con la riscrittura del sistema di garanzie necessarie a consentire e preservare l’attuabilità immediata della trama dei principi costituzionali: Lavoro, Dignità, Libertà, Eguaglianza, Solidarietà.
Fuori da ogni conflittualità sterile, dalle elezioni del 2019 dovrà scaturire la revisione del progetto politico europeo, sviato dai progetti neoliberisti e dai suoi squilibri economici. E sarà l’Europa delle Nazioni.

Per Vostra comodità, riporto l’articolo 7.

TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEA (VERSIONE CONSOLIDATA. Clausola di sospensione.

TITOLO I
DISPOSIZIONI COMUNI

Articolo 7

(ex articolo 7 del TUE)

1. Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2. Prima di procedere a tale constatazione il Consiglio ascolta lo Stato membro in questione e può rivolgergli delle raccomandazioni, deliberando secondo la stessa procedura.
Il Consiglio verifica regolarmente se i motivi che hanno condotto a tale constatazione permangono validi.
2. Il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2, dopo aver invitato tale Stato membro a presentare osservazioni.
3. Qualora sia stata effettuata la constatazione di cui al paragrafo 2, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio. Nell’agire in tal senso, il Consiglio tiene conto delle possibili conseguenze di una siffatta sospensione sui diritti e sugli obblighi delle persone fisiche e giuridiche.
Lo Stato membro in questione continua in ogni caso ad essere vincolato dagli obblighi che gli derivano dai trattati.
4. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può successivamente decidere di modificare o revocare le misure adottate a norma del paragrafo 3, per rispondere ai cambiamenti nella situazione che ha portato alla loro imposizione.
5. Le modalità di voto che, ai fini del presente articolo, si applicano al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sono stabilite nell’articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

L’Articolo 354 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFEU) prevede le modalità di voto in seno alle principali istituzioni europee allorquando un paese dell’UE vede applicarsi l’articolo 7 del TUE. Dice che il paese in questione non partecipa alla votazione. Esso non figura nel calcolo del terzo dei paesi necessario per la proposta o dei quattro quinti necessari per la maggioranza. L’approvazione del Parlamento richiede una maggioranza di due terzi.

Questa è stata la prima volta che si è applicato l’art. 7. Sui social corre la voce che sia la conseguenza della lotta di Orban contro Soros e la sua ideologia liberale, le sue iniziative sui migranti, con la chiusura, ad aprile, delle sedi di Budapest della sua fondazione.

Mario Donnini

1971.- “Viaggi disperati” – Nuovo rapporto di UNHCR su rifugiati emigranti in Europa. Memorie italiane.

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Il neo Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, cilena con una storia alle spalle finita non proprio bene, aprendo ieri la 39° sessione del Consiglio per i Diritti Umani, a Ginevra, ha annunciato: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Torneremo su questa Bachelet e su quel “riferito”, tuttavia merita leggere cosa scrivono dall’UNHCR perché è evidente il tentativo d’intromissione suo e dell’ONU nella politica interna dell’Italia, che ha raggiunto il limite della possibile e dignitosa accoglienza, dando lezioni di civiltà sia oggi sia ieri, quando creammo le condizioni per lo sviluppo economico e sociale delle nostre colonie. Gli italiani mantennero la loro identità, senza privare della loro i somali, gli eritrei, i libici e gli etiopi. Erano in massima parte eritrei gli ultimi migranti della nave Diciotti. Facciamo un salto indietro nel tempo a caccia di razzisti:

Ricordo, prima di tutto, due Medaglie d’ oro al valor militare: Il Muntaz Unatù Endisciau (Etiopia, 1941) e il Buluc-basci di coperta Mohammed Ibrahim Farag (Eritrea, 1941). La migliore testimonianza della gratitudine africana fu per gli italiani di quell’impero effimero, la carica pazzesca del Reggimento di cavalleria eritrea “Penne di Falco” contro i cannoni ad alzo zero e contro una brigata corazzata inglese alla battaglia di Cheren, 31 gennaio – 27 marzo 1941. Gli inglesi la ricordano come la battaglia più sanguinosa e violenta della storia. Nella carica, caddero 448 cavalieri eritrei e gli inglesi furono fermati. Ventotto di quegli eroi e il loro vicecomandante Renato Togni si schiantarono, cavallo e cavaliere sui carri inglesi.
Non mancano i ricordi di famiglia.
Un mio zio, Eugenio, partecipò alla parata per la proclamazione dell’Impero (9 Maggio 1936) con una compagnia di ascari del VI° Arabo Somali. Piccoli ricordi: a pranzo, furono tutti ospiti di nonna Matilde nel giardino di via San Quintino, inscenando, poi, una loro fantasia. L’anno dopo, nel Goggiam (Alta Etiopia) lasciato di retroguardia con il suo VI° Arabo Somali, distrutto, sopravvisse ferito gravemente. La mia famiglia ricorda Mariem, una piccola donna etiope, che aveva assistito zio, prigioniero in catene, per quattro anni, del Ras Mangascià e che, a piedi per un anno, lo raggiunse nel campo di prigionia in Kenia, dove l’avevano condotto i “liberatori” inglesi, apparendogli un giorno abbracciata al reticolato. Sembrano tutte favole. Chi dà dei razzisti agli italiani è in mala fede.

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Tromba del Reggimento Penne di Falco. Gli italiani amavano l’Africa. La sconfitta ci ha allontanato, lasciandovi sudore, speranze e tanti nati italiani, per amore o per incidente: due generazioni che hanno vissuto senza essere né carne né pesce. La ruota gira.

La preoccupazione principale dell’UNHCR nel problema migranti è esortare le autorità europee a privilegiare un approccio basato sui diritti umani nel trattamento dei migranti irregolari e a garantire che le esigenze in materia di sicurezza non mettano in secondo piano il rispetto dei diritti. Secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa, “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”
Già qui, in queste raccomandazioni, si nota l’ipocrisia con cui, da parte dell’ONU, si vorrebbe inquadrare il problema dei migranti economici, sia per quanto riguarda loro: i migranti ingannati su un futuro radioso sia per quanto riguarda l’identità dei Paesi europei, invasi compromettendo il loro futuro.
La prima nota che corre l’obbligo di fare è che stiamo ricevendo la parte più abbiente di questi popoli, che, proprio in quanto tale, può permettersi di fuggire e fugge dalla mancanza di prospettive delle proprie società che l’Occidente – e non noi cittadini occidentali – ha creato con l’asservimento delle loro economie e delle loro risorse a quello che viene concordemente etichettato come neocolonialismo e che viene attuato attraverso le politiche di sviluppo, cioè, di indebitamento perenne del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e attraverso la corruzione sistematica, a pena di colpo di Stato e di morte, di quei governi da parte delle multinazionali. L’ONU è tutt’altro che estraneo a questi soggetti e non meravigliano le sue posizioni espresse attraverso il Consiglio per i Diritti Umani e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (in inglese United Nations High Commissioner for Human Rights, UNHCHR o OHCHR in francese).
Una seconda nota riguarda Pascale Moreau, cittadino francese, capo di UNHCR Europa, perché proprio la Francia, attraverso la zona del CAF o franco africano, (CAF significava all’origine, nel 1945, Franco delle Colonie Francesi d’Africa, poi, si è sostituita la parola Colonie con Comunità. Parigi fa parte di due zone monetarie) drena il 65% e oltre delle posizioni finanziarie in riserva depositate da quegli stati presso il Tesoro francese, assicurando la piena convertibilità della loro moneta CFA (ieri al franco, oggi) all’euro, attraverso la Banca di Francia e non la Banca Centrale Europea. In sostanza, come per l’euro, a Parigi si è creato un rapporto di cambio, normalmente sfavorevole per gli africani, garantito dalla Francia, spremendo il sangue dell’Africa. E questo signor Moreau ha la faccia tosta di scrivere ciò che ora leggeremo.

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IL RAPPORTO MOREAU

Mentre diminuisce il numero di rifugiati e migranti che raggiungono l’Europa, cresce in modo drammatico il numero di vittime, secondo il nuovo rapporto di UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati.

Secondo “Viaggi disperati” è diminuito del 40 per cento il flusso di quanti sono arrivati in Europa quest’anno rispetto al 2017: l’aumento complessivo di ingressi in Grecia e Spagna non ha infatti compensato la drastica riduzione degli ingressi in Italia.

Questo calo è imputabile all’accresciuto supporto fornito all’azione preventiva della Guardia costiera libica e alle ulteriori restrizioni sulle ONG coinvolte nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Dei tre Paesi di accesso nel Mediterraneo citati, la Spagna è diventata dalla fine di luglio il principale, con rifugiati da Guinea, Tunisia e Siria in testa agli ingressi rispettivamente in Spagna, Italia e Grecia (nello stesso periodo del 2017, i Paesi che avevano espresso il più alto numero di rifugiati nei tre Paesi mediterranei erano stati Nigeria, Guinea e Cote d’Ivoire.)

Ormai non è più questione di numeri: per l’Europa si tratta piuttosto di testare se il continente può esprimere l’umanità necessaria per salvare vite, secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa.

La Libia, principale Paese di partenza, ha ricevuto supporto per costituire il proprio apparato di ricerca e soccorso, causando così un aumento di persone intercettate o salvate in mare dalla Guardia costiera libica.

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Le ONG e altre organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale fronteggiano crescenti difficoltà nel trovare porti Europei di sbarco: dall’inizio di giugno l’Italia ha respinto lo sbarco di diverse imbarcazioni di ONG che trasportavano migranti e rifugiati.

A tali misure si è accompagnato un brusco aumento del tasso di mortalità. Nel Mediterraneo centrale, tra gennaio e giugno 2018 un migrante su diciotto è morto nel tentativo di raggiungere l’Europa, a fronte di un tasso di uno su 42 lo scorso anno.

Quest’anno si sono finora avuti dieci incidenti che hanno causato un numero non inferiore a cinquanta vittime ogni volta. 300 persone sono morte tentando di raggiungere la Spagna dal Nord Africa, un terzo più che nel 2017.

Su terra, si sono registrati 78 decessi di rifugiati e migranti in Europa o comunque in prossimità delle frontiere continentali rispetto ai 45 nello stesso periodo dello stesso anno. Presunti respingimenti verso territori vicini, talvolta con uso di violenza, spesso negando l’accesso alle procedure di asilo, sono stati imputati a forze di polizia e autorità di frontiera.

“Il rapporto conferma ancora una volta che il Mediterraneo è uno dei luoghi più pericolosi da attraversare,” ha affermato Moreau, che ha aggiunto: “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”

UNHCR e IOM (l’agenzia ONU sulle migrazioni) chiedono un approccio regionale su soccorso e sbarco di persone in difficoltà nel Mediterraneo. UNHCR sollecita gli Stati europei a concedere a quanti cerchino tutela internazionale un agevole accesso alle procedure di richiesta di asilo oltre ad accrescere il ricorso a vie sicure e legali per l’ingresso dei rifugiati nel continente. Agli Stati europei viene anche chiesto di fare di più per proteggere persone con necessità specifiche, in particolare i bambini che viaggiano da soli.



1970.- IN ARRIVO IL DECRETO CHE DICE BASTA AI RICORSI DEI MIGRANTI

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Annamaria Villafrate, avvocato civilista e redattrice dello Studio Cataldi, ha seguito particolarmente questo schema di decreto. Oggi titola: “Basta avvocati gratis per i migranti”. Tra le novità del decreto in arrivo lotta ai ricorsi dei migranti che, difesi gratuitamente dagli avvocati, intasano i tribunali e pesano sui contribuenti.
In attesa del testo definitivo del decreto migranti, si fa un gran parlare di migranti, uno dei temi più caldi del provvedimento.
C’è un punto però, anticipato dal Ministro Salvini nel giugno scorso, che riaccende le polemiche, ossia l’eliminazione della reiterazione delle impugnazioni da parte dei migranti che si sono visti respingere le richieste d’asilo.
Il patrocinio gratuito garantito in questi casi ai migranti, aveva dichiarato Salvini al Corriere della Sera non fa che arricchire “la lobby degli avvocati d’ufficio”, intasare le aule dei Tribunali e pesare sui contribuenti.
Nelle intenzioni già dichiarate dal ministro, la disciplina si pone l’obiettivo d’intervenire sul fenomeno migratorio perché, si legge nella relazione al testo, esiste una sproporzione tra il numero dei riconoscimenti delle forme di protezione internazionale e il numero dei rilasci dei permessi di soggiorno, il cui numero cresce, anche a causa delle concessioni dell’autorità giudiziaria successive ai ricorsi amministrativi contro le decisioni di rigetto. Questo non significa non concedere più permessi di soggiorno, ma limitarsi a casi speciali (malattia, stato di calamità del Paese di origine, finalità premiali per atti civici di rilievo), riservando i programmi d’integrazione solo ad alcuni, come i minori non accompagnati e i titolari di protezione internazionale. Linea dura contro i migranti che delinquono in Italia, per i quali è prevista, per i reati più gravi, la revoca della cittadinanza. Più controlli anche alle frontiere, dove è possibile procedere nei confronti di chi ha tentato o è riuscito a eludere i controlli.
Andiamo a esaminare come Villafrate aveva presentato, nel dettaglio, le novità del decreto Salvini sui migranti:

– Permessi di soggiorno umanitari
– Permesso di soggiorno solo in casi speciali
– Programmi d’integrazione
– Protezione internazionale
– Cittadinanza
– Spese di giustizia: no avvocati gratis

PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI.

Il decreto Salvini si pone, prima di tutto, l’obiettivo di abrogare la tutela umanitaria dei migranti, considerato che, pur essendo prevista in casi eccezionali, di fatto è la forma di beneficio più riconosciuto a livello internazionale. La causa del continuo e costante aumento del rilascio dei permessi di soggiorno è determinata dalla eccessiva genericità della formula utilizzata nella norma che disciplina questa misura e che consente, da parte dei soggetti abilitati alla concessione, un’interpretazione estensiva, in contrasto con le effettive esigenze umanitarie “temporanee”.
Nell’articolo di oggi, che riportiamo, Villafrate si sofferma su questi punti: Decreto migranti: lotta ai ricorsi; Addio avvocati e consulenti gratis per i migranti; le altre novità del Decreto.
Infine, ci siamo soffermati su quelle misure, in particolare, destinate a incidere positivamente sulle spese di giustizia. Poiché, nelle intenzioni del Governo, il Decreto ha anche per obiettivo di recuperare risorse utili a meglio garantire l’assistenza sociale, vale a dire, un adeguato tenore di vita anche al cittadino che è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate: invalidi, disoccupati involontari e, quanti altri rientrano nel dispositivo dell’articolo 38 Costituzione, che trovate, annotato,qui in calce.

NOSTRA NOTA
Assistenza sociale e previdenza sociale: il ruolo dello Stato.
L’ordinamento pone a carico dello stato l’obbligo di garantire un adeguato benessere socio-economico ai cittadini, che significa attivarsi concretamente, mediante appositi interventi erogati per sostituire, integrare oppure ripristinare la capacità economica di ciascuno. A ciò concorrono gli istituti di assistenza e previdenza sociale: Il primo, sostanzia il welfare e si rivolge a tutti i cittadini, in generale; il secondo è uno strumento di politica sociale, riservato ai lavoratori e destinato a prevenire condizioni di bisogno di soggetti che siano esposti ed economicamente indifesi, in quanto totalmente dipendenti dal lavoro quotidiano. È, pertanto, uno strumento sostitutivo, che garantisce determinate prestazioni a chi non potrebbe fruirne a causa di eventi lesivi previsti ed individuati dal legislatore.

Per diminuire il ricorso a questa forma di tutela il decreto Salvini priva, pertanto, le Commissioni territoriali e il Questore dei poteri di valutare, le prime la sussistenza “dei gravi motivi di carattere umanitario” e il secondo i “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano.” Alle Commissioni territoriali viene in ogni caso riconosciuto il potere di valutare le condizioni individuali dei richiedenti asilo, ponderando il pericolo a cui andrebbero incontro in caso di espulsione, al fine di garantire una certa elasticità e discrezionalità di analisi.

PERMESSO DI SOGGIORNO SOLO IN CASI SPECIALI

L’abrogazione del rilascio del permesso di soggiorno fa tuttavia salve le ipotesi eccezionali di tutela dello straniero, anche se con precisi limiti temporali, se l’espulsione dovesse violare i principi fondamentali dell’ordinamento italiano e internazionale:

. straniero affetto da problemi di salute di particolare gravità (permesso non superiore a un anno, rinnovabile in caso di eccezionale gravità debitamente certificate);
. Paese d’origine colpito da uno stato di calamità tale da rendere pericoloso il rientro (permesso non superiore a sei mesi e non convertibile in permesso per motivi di lavoro);
. sussistenza di finalità premiali nella concessione del permesso, se lo straniero ha compiuto atti di particolare valore civile (durata del permesso non superiore a due anni rinnovabile, previo parere della Commissione territoriale, non convertibile per motivi di lavoro).
Viene inoltre espunta dalla disciplina dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, e riscritta a parte, la regolamentazione di quelli concessi alle vittime di violenza domestica o di sfruttamento lavorativo.

PROGRAMMI D’INTEGRAZIONE

Per razionalizzare le risorse si riservano poi i progetti di integrazione e inclusione sociale ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati, mentre chi richiede asilo verrà ospitato in appositi centri di accoglienza.

PROTEZIONE INTERNAZIONALE

Per gestire più rapidamente le procedure di riconoscimento di protezione internazionale:

. “si introducono disposizioni per contrastare il ricorso strumentale alla domanda di protezione”;
. “si introduce una procedura di frontiera” nei confronti dello straniero fermato per aver cercato di aggirare o sia riuscito a eludere i controlli;
. si istituiscono presso le prefetture le “unità Dublino” per individuare lo Stato competente a esaminare la richiesta.

AMPLIATI I REATI

Non è tutto, il decreto amplia anche il novero dei reati che comportano, in caso di condanna definitiva, la revoca o la negazione della protezione internazionale. Tra gli illeciti previsti, quelli che destano una maggiore allarme sociale, come:

la violenza sessuale;
la mutilazione degli organi genitali femminili;
la rapina;
l’estorsione;
la detenzione, la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti;
le lesioni personali gravi e gravissime;
la violenza, la minaccia e la resistenza a pubblico ufficiale;
il furto e il furto in abitazione aggravati dal porto d’armi o narcotici.

CITTADINANZA

Limiti stringenti e controlli più accurati anche sulle richieste di cittadinanza italiana da parte degli stranieri, limitata, in caso di applicazione del criterio dello ius sanguinis, ai discendenti in linea retta di secondo grado, capaci di documentare lo status di cittadino italiano dell’ascendente.

Si eliminano inoltre le disparità uomo – donna per quanto riguarda la disciplina della perdita della cittadinanza, nel rispetto delle censure della Corte Costituzionale a tale trattamento discriminatorio.

REVOCA DELLA CITTADINANZA

Pugno duro contro gli stranieri che delinquono. Il testo prevede la revoca della cittadinanza nei confronti degli stranieri che rappresentano una minaccia per la sicurezza del nostro paese, qualora abbiano riportato condanne per reati di terrorismo ed eversione. Misura necessaria per prevenire le minacce terroristiche, collegate anche ai foreign fighters.

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Seguiamo Annamaria Villafrate anche nel lavoro di oggi:

Decreto migranti: lotta ai ricorsi

Secondo il Ministro il sistema previsto per le domande di protezione è appesantito da un contenzioso gravato ulteriormente dalla previsione di ricorsi reiterati da parte dei migranti. Per Salvini, per scoraggiare il fenomeno dei ricorsi e diminuire i costi per i contribuenti, che di fatto pagano gli avvocati iscritti nelle liste del gratuito patrocinio, è necessario eliminare la possibilità di reiterare l’impugnazione del provvedimento, nel momento in cui il migrante ha completato il percorso per la prima volta.

Addio avvocati e consulenti gratis per i migranti

Nel frattempo, perfettamente in linea con le dichiarazioni di Salvini, l’art 14 del decreto (di cui si allega l’estratto) prevede, al pari di quanto avviene già nel processo penale, che se l’impugnazione, anche incidentale, viene dichiarata improcedibile o inammissibile, nessun compenso deve essere liquidato al difensore.
Ma non è tutto, il secondo comma prevede infatti che non possono essere liquidate neppure le spese relative alle consulenze tecniche di parte, se al momento del conferimento dell’incarico risultavano superflue o irrilevanti ai fini probatori.

Decreto migranti: le altre novità

Il tanto atteso decreto migranti, prevede, inoltre, tra le varie misure in programma:
– l’incremento dei posti nei Centri permanenti per il rimpatrio, con la creazione di nuove sedi in luoghi già individuati (Macomer in provincia di Nuoro, Modena, Gradisca d’Isonzo a Gorizia e Milano) e nelle regioni che al momento non ne dispongono. L’obiettivo è di ospitare 400 unità in più, che si vanno ad aggiungere alle 880 disponibili attualmente;

– il blocco delle richieste d’asilo per chi commette reati e incremento delle ispezioni nei centri di accoglienza;

– lo stop ai rientri in Patria da parte dei rifugiati, che rischia la perdita dello status di rifugiato in caso di permanenza prolungata;

– il contrasto al fenomeno degli sbarchi e delle infiltrazioni di terroristi tra i migranti attraverso la modifica del Regolamento di Dublino;

– la lotta alle occupazioni abusive degli immobili;

– l’aumento dei vigili urbani nella misura di 1600 nel quinquennio 2018-2022;

– la battaglia alle mafie e alle organizzazioni criminali.

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Inoltre, con lo schema di “DECRETO-LEGGE RECANTE DISPOSIZIONI URGENTI IN MATERIA DI RILASCIO DI PERMESSI DI SOGGIORNO TEMPORANEI PER ESIGENZE DI CARATTERE UMANITARIO NONCHE’ IN MATERIA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, DI IMMIGRAZIONE E DI CITTADINANZA”, si vuole modificare il testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115., nella parte in cui tratta delle:
– spese di giustizia per i ricorsi dei migranti,
quasi sempre strumentali al prolungamento della permanenza in Italia, nonché pretestuosi e fonte di business per i difensori e i consulenti tecnici di parte civile.
In particolare, l’Art.14 del decreto prevede che non saranno liquidate le spese sostenute per le consulenze tecniche di parte che, all’atto del conferimento dell’incarico, apparivano irrilevanti o superflue ai fini della prova; non sarà liquidato alcun compenso al difensore, quando nel processo civile, l’impugnazione anche incidentale, e dichiarata improcedibile o inammissibile
Si vuole, così, porre un limite al business dei ricorsi dei migranti che, difesi gratuitamente dagli avvocati, intasano i tribunali e pesano sui contribuenti.
Quindi, coerentemente con la politica del ministro di spostare le risorse ingiustificate del business dell’accoglienza a favore degli italiani in stato di bisogno, si da attuazione all’art. 38 della Costituzione, assolutamente disatteso o atteso in maniera insufficiente.
Secondo quanto sostenuto da Salvini, il Decreto pone uno stop al business degli avvocati che si arricchiscono alle spalle dei migranti. Restiamo in attesa del testo definitivo del decreto migranti.

Abbiamo citato l’art. 38 Costituzione della PARTE I – Diritti e doveri dei cittadini → Titolo III – Rapporti economici. L’articolo è a me caro e ne riporto il dispositivo e i commenti annotati dal Brocardi:

Art. 38 Costituzione

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale (1).
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria [2110 c.c.] (2).
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale (3).
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato (4).
L’assistenza privata è libera (5).

Note
“(1) Lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate (ad esempio perchè invalido di guerra o inabile al lavoro per malattia). Queste misure si sostanziano, tra gli altri, in corresponsione di pensioni di invalidità e guerra o in agevolazioni per la fruizione di servizi. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si occupa di “sicurezza sociale e assistenza sociale” all’art. 34.
(2) Il secondo comma si occupa della previdenza sociale che, a differenza dell’assistenza di cui al primo comma, concerne i soli lavoratori. Essa si sostanzia in prestazioni economiche e sanitarie per tutelare, oltre che dai rischi lavorativi di infortuni, invalidità ecc., da eventi naturali quali la vecchiaia. Si tratta di una previdenza sociale obbligatoria, che grava in parte sullo Stato ed in parte sui datori di lavoro, salvo che i lavoratori scelgano di integrare queste misure con forme private di tutela. Lo scopo della previdenza sociale è quello di consentire al soggetto una vita dignitosa. Nel tempo, peraltro, si sono susseguite numerose disposizioni di legge volte a limitare o condizionare il diritto a queste forme di tutela e tali interventi sono stati ritenuti legittimi per la necessità di contemperare questo diritto con le risorse finanziarie disponibili.
(3) La particolare situazione di svantaggio in cui versano inabili e minorati comporta che ad essi è costituzionalmente attribuito il diritto all’avviamento professionale. In esecuzione di ciò il legislatore ha emanato la l. 23 marzo 1999, n. 68, attuata con D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333 con i quali, in particolare, ha stabilito che ogni datore di lavoro è tenuto ad assumere lavoratori affetti da disabilità (in misura variabile a seconda dei dipendenti che l’azienda impiega). A livello comunitario l’art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea disciplina l’inserimento dei disabili, oltre che nel mondo del lavoro, nella società e nella vita comunitaria.
(4) A tal fine gli istituti più rilevanti di cui l’ordinamento si è dotato sono l’INPS, che gestisce la tutela previdenziale degli occupati in imprese private e l’INAIL che, invece, ha copre il settore dell’infortunistica sul lavoro.
(5) Tra le forme previdenziali private che sono state introdotte vi sono associazioni di volontariato, cooperative ed istituti di patronato ed assistenza. Negli ultimi anni, a causa della scarsità delle risorse dello Stato, l’importanza dell’assistenza privata è aumentata.”
Taccio i miei commenti su quest’ultimo punto.

1969.- Ilva, ecco tutte le differenze tra piano Di Maio e piano Calenda

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Ilva, Di Maio: «Gara illegittima» Calenda: «Hai mentito, dimettiti»

Abbiamo già commentato l’accordo sulla vendita dell’Ilva, annunciato dal ministro dello Sviluppo economico Di Maio, con toni trionfaleschi, dicendo che l’ILVA è la cartina di tornasole, significando che l’impresa non anima più la nostra democrazia, come vorrebbe la Costituzione del Lavoro e come sostiene saggiamente il partito di Berlusconi. Per il ministro del lavoro Di Maio, il mancato annullamento dell’accordo siglato è stato un successo rispetto alla probabile sconfitta, cui avrebbe portato un’opposizione ai patti stipulati dal precedente governo il 10 maggio, con il conseguente ricorso degli indiani di Am Invest Co. (gruppo Arcelor Mittal). L’impegno a nuove assunzioni e per la bonifica dell’ambiente hanno rafforzato questo giudizio. Come ha spiegato Di Maio, pur essendoci dei profili di illegittimità, per attivare l’iter di annullamento era necessario “ancorarsi ad un interesse pubblico concreto ed attuale, particolarmente corroborato”. Con la stretta sul piano ambientale e l’accordo sindacale firmato negli scorsi giorni, il possibile “interesse pubblico” è venuto meno. Di qui la decisione di procedere con il via libera definitivo ad Arcelor.
Attenzione! Questo lo dice Di Maio. Perdiamo un assetto industriale strategico unico e non ci sarebbe interesse pubblico? Confermo, inoltre, che la tutela dei lavoratori ceduti all’indiana Arcelor Mittal avrà bisogno di uno Stato solido, coeso sui temi essenziali e non diviso sempre e su tutto. Non soltanto, ma sono con il Professor Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”, che ha scritto: “Oggi è una giornata di lutto Nazionale. L’Italia ha ceduto per sempre allo straniero la più grande forza produttiva siderurgica italiana ed europea.
Agli indiani e ai francesi andranno i profitti; agli italiani gli inquinamenti, i tumori e la morte. Gioiscono stupidamente coloro che ignorano il valore delle fonti di produzione di ricchezza e si accontentano di qualche posto di lavoro dato quasi per elemosina.
Così l’Italia non cambia e continua ad essere il boccone prelibato del grande mercato mondiale. Hanno vinto l’ignoranza, l’ottusità, la mancanza di prospettive serie.”

Sicuramente, oggi, ha vinto l’ignoranza dei 5 Stelle; per il futuro, vedremo. Intanto, andiamo a leggere i contenuti dell’accordo.
Luigi Di Maio, ha chiuso formalmente il procedimento avviato sulla gara di aggiudicazione dell’Ilva disponendo “di non procedere all’annullamento”. Lo ha comunicato lo stesso ministero dello Sviluppo Economico, inviando il relativo documento – nel quale si richiama l’accordo siglato con i sindacati il 6 settembre – alla società Am Investco Italy (del gruppo ArcelorMittal, il nuovo proprietario di Ilva) e per conoscenza ai commissari della società in amministrazione straordinaria. Di Maio ha anche diffuso, attraverso il sito del ministero, il testo del parere dell’Avvocatura generale dello Stato che ha di fatto legato la decisione di annullare o meno la gara alla valutazione dell’interesse pubblico.

“La mancata valutazione della nuova offerta in rilancio formulata da Acciai Italia (l’altra cordata in gara per Ilva) può assumere rilievo di quell’eccesso di potere che sarebbe uno dei due presupposti per annullare la gara”. Ma la possibilità di annullare, scrive ancora l’avvocatura, deve ancorarsi ad un interesse pubblico concreto ed attuale, particolarmente corroborato”.
Nel frattempo la cordata di Acciai Italia è stata sciolta.
A questo punto manca solo il voto del referendum degli operai, previsto entro il 13 settembre, per considerare definitivamente chiusa la telenovela della vendita della più grande acciaieria d’Europa.

Ilva

Luigi Pereira, per “Start” scrive:
“Che cosa prevede l’accordo siglato dal Governo Conte per Ilva e quali sono i cambiamenti rispetto alla bozza di intesa del governo precedente. Fatti, numeri e commenti

Che cosa cambia con l’accordo firmato ieri annunciato dal ministro Luigi Di Maio? E in cosa l’intesa siglata ieri al ministero dello Sviluppo economico si differenzia dalla bozza di accordo che era stata messa nero su bianco nella gestione di Carlo Calenda al ministero dello Sviluppo economico ora retto dal vicepremier pentastellato?
Ecco le risposte alle domande. (qui il commento di Start Magazine: perché l’intesa è salutare per l’Italia)
I TEMPI E GLI ACCORDI

Dopo una lunghissima vertenza, anni di decreti, commissariamenti (il primo a giugno 2013) e amministrazione straordinaria (da gennaio 2015) e dopo un’ultima trattativa durata 18 ore al ministero dello Sviluppo economico, a ridosso di scadenze inevitabili, per il gruppo siderurgico si apre una nuova fase con la proprietà del gruppo indiano ArcelorMittal.
CHE COSA PREVEDE L’INTESA

L’accordo siglato da sindacati, azienda e commissari – che salva la gara di aggiudicazione dell’acciaieria e fa revocare lo sciopero dell’11 settembre indetto dai sindacati – riguarda il piano occupazionale, ambientale e industriale e punta al “rilancio” degli stabilimenti e ad “una produzione ecocompatibile” che tuteli l’ambiente e la salute dei cittadini, secondo quanto affermato da tutte le parti in causa.
I NUMERI SULLE RIASSUNZIONI

Per i lavoratori si parte da 10.700 (ri)assunzioni e la garanzia di una proposta per tutti (oggi i dipendenti Ilva sono 13.522), “non ci saranno esuberi e non ci sarà il Jobs Act nell’azienda”, ha rimarcato il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, perché “i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18”. Come già previsto in precedenza.
I SALDI

Alla fine, quindi, il saldo è positivo: 700 assunzioni in più (o 200 in più, se si considerano che l’ultima ipotesi presentata all’allora “tavolo Calenda”).Confermata la tutela dell’articolo 18 già prevista in precedenza.
I DETTAGLI SU DIRITTI E SALARI

Diritti, anzianità e salario restano gli stessi. Arriva, inoltre, un piano di incentivi all’uscita volontaria, con 250 milioni di euro a disposizione, prevedendo un massimo di 100 mila euro lordi per chi va via subito (gennaio 2019) e un minimo di 15 mila per gli ultimi esodi (dicembre 2023).
CHE COSA STABILIVA LA BOZZA CALENDA

La bozza di intesa Calenda, presentata il 10 maggio scorso e subito respinta dalla maggioranza dei sindacati, prevedeva 10mila assunti, circa 1.200-1.500 addetti travasati nella società mista Ilva-Invitalia (società quest’ultima controllata dal Tesoro) che avrebbe fatto un pezzo di bonifiche e altre attività, e il resto – circa 2mila lavoratori – smaltiti attraverso gli esodi volontari, agevolati e incentivati (200 milioni il plafond destinato).
L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Ha chiosato il Sole 24 Ore: “Si è dovuta alzare l’asticella degli occupati diretti anche perché, rispetto alla bozza Calenda, la gestione Di Maio ha fatto venir meno l’ipotesi della società mista. E quindi tutto il personale Ilva – circa 13.500 lavoratori tra Taranto, Genova, Novi Ligure e Paderno Dugnano – è stato ripartito su due fronti: i 10.700 che transitano a Mittal, nelle quattro società costituite allo scopo – la capogruppo più quelle dei servizi -, e quelli che beneficeranno dell’esodo volontario incentivato e anticipato”.
IL CAPITOLO ESODI INCENTIVATO

Con l’esodo incentivato e anticipato, si pensa di coinvolgere dalle 2.500 alle 2.800 persone dando loro un bonus di 100mila euro lordi a testa (previsto anche nel piano precedente). Il bonus sarà finanziato dai canoni di fitto – 180 milioni all’anno – che Mittal, prima di acquisire l’Ilva, verserà all’amministrazione straordinaria dei commissari.
IL RAFFORZAMENTO DELLE TUTELE

È stata anche rafforzata, sottolineano ambienti sindacali, la clausola che tutela chi, a fine piano industriale (cioè a partire dall’agosto 2023) dovesse essere ancora non assunto o non uscito con l’esodo incentivato: Mittal gli farà una proposta di assunzione.
CAPITOLO AMBIENTALE

Sul fronte ambientale il principale avanzamento riguarda la copertura dei parchi minerali. Scrive il Sole 24 Ore: “La conclusione era inizialmente fissata a gennaio 2020. Il 50% sarà invece ultimato ad aprile del 2019 – si tratta della parte più a ridosso del rione a Tamburi – mentre la restante parte sarà completata come da tabella di marcia iniziale”.
Gli addetti ai lavori notano inoltre che già con la proposta integrativa presentata da Mittal nelle scorse settimane la tempistica di una serie di opere è stata ridotta. Rispetto al Dpcm di settembre 2017 e al contratto di acquisizione di giugno 2017, Mittal si impegnava a ridurre i tempi, minimo sei mesi: “Oltre ai parchi, il ministero dell’Ambiente, che ha vagliato il relativo piano nei giorni scorsi, ha chiesto che le emissioni non aumentino quando il siderurgico passerà come produzione da 6 a 8 milioni di tonnellate annue”, ha scritto il Sole.”