2307.- Tunisia, quei francesi arrestati al confine con la Libia

Un miliziano di Haftar ha confermato: Ci sono i francesi con noi.

Un nuovo mistero che coinvolge la Francia in Libia. Ieri è arrivata la notizia dell’arresto di 13 cittadini francesi fermati al valico di Ras Jedir, in Tunisia, proprio sulla frontiera libica. Si trattava di 13 persone, a bordo di sei veicoli, che a detta delle fonti di Agenzia Nova si erano rifiutate di consegnare i documenti all’ingresso in territorio tunisino. Il convoglio era diretto a Ben Guerdane, nel governatorato tunisino di Medenine. Sono stati rilasciati poche ore fa.

La notizia non può non riportare alla mente le accuse che in questi giorni stanno coinvolgendo Parigi sul coinvolgimento diretto dei suoi consiglieri militari nel conflitto libico, in particolare a sostegno del generale Khalifa Haftar che all’inizio di aprile ha scatenato la sua offensiva su Tripoli contro il governo di Fayez al-Sarraj. In queste settimane, la confessione di un miliziano haftarino preso dai soldati di Tripoli aveva dimostrato la presenza di militari francesi fra le truppe della Cirenaica. In quel caso, a detta del The Libya Observer, gli uomini d’Oltralpe erano a bordo di un aereo che, da Bengasi, si dirigeva verso Jufra. 

Un coinvolgimento che sembra confermato da queste ultime notizie provieniti dalla Tunisia e che gettano una nuova inquietante ombra sulla mano di Emmanuel Macron nello scacchiere libico. Accuse mosse in questi tempi anche da alcuni siti vicini al Qatar (e quindi alla Fratellanza musulmana) che avevano fatto circolare la notizia del blocco di un veicolo con targa diplomatica che voleva entrare in territorio libico passando sempre per il valico di Ras Jedir. A detta di alcune fonti, gli uomini erano francesi, armati, e probabilmente consiglieri militari del generale Haftar. Consiglieri che sarebbero stati individuati anche a Gharyan, 75 chilometri a sud di Tripoli, lì dove infuria la battaglia scatenata dalle forze del maresciallo della Cirenaica.

L’arresto dei cittadini francesi deve aver scatenato immediatamente la diplomazia parigina. Perché dopo poche ore dall’arresto, i 13 fermati sono stati rilasciati dalle autorità tunisine dopo “negoziati di alto livello”. Nessuno può dire cosa sia accaduto esattamente in quelle ore, ma è molto probabile che sia partito l’ordine da Parigi di rilasciare immediatamente gli uomini fermati a Ras Jedir. La Tunisia, da sempre unito da un’alleanza strategica con la Francia, non poteva certamente contrapporsi alla volontà francese di vedere quegli uomini rilasciati. Ma il segnale lanciato dal governo di Tunisi sembra essere chiarissimo: il passaggio di “consiglieri” francesi alla frontiera con la Libia deve finire. O comunque trovare una definizione che non metta a repentaglio i rapporti della Tunisia con il resto dei Paesi coinvolti nella guerra, quindi non solo le diverse fazioni libiche e il confinante governo di Sarraj, ma anche con Qatar e Turchia, Paesi che sostengono il governo di Tripoli.

Proprio per questo motivo, il ministro dell’Interno tunisino, Hisham al Furati, ha parlato nel corso di una riunione straordinaria del governo a Tunisi e ha detto che “negli ultimi giorni il ministero dell’Interno ha condotto operazioni preventive, mostrandosi pronto a proteggere la sicurezza nazionale e a fermare ogni eventuale azione ostile”. Mentre il ministero della Difesa ha parlato di “misure precauzionali” volte alla messa in sicurezza dei confini con la Libia a seguito delle operazioni militari di Haftar. Il rischio della Tunisia è di essere coinvolta in un caos da cui sembra, almeno per adesso, essere sfuggita.

occhidellaguerra.it

2306.- ALLE SOGLIE DELL’IMPOSSIBILE.


Leggo: “La Cattedrale di Notre Dame sta bruciando dalle 18.30. Il tetto è crollato. C’è il dubbio che abbiano deciso di lasciarla bruciare perchè non si vede nemmeno un elicottero antincendi. Stiamo assistendo alla nuova evoluzione della strategia della tensione pro-UE. Colpire il cuore dell’Europa”. Parole che fanno riflettere, perché la coscienza non è limpida e, lasciata senza le briglie, tende a dare un significato al di fuori della casualità. Certo, ci sono domande che attenderanno una risposta: Un incendio che si è allargato senza controllo, all’inizio della settimana santa; al termine dell’orario dei lavoratori impiegati nei restauri; una tale opera aveva certo un piano antincendio adeguato. E allora? C’è chi, addirittura, chiama in causa i morti di Tripoli. La morte del simbolo del cristianesimo di Parigi certo non vale quanto la morte seminata a Tripoli. Significa, però, che la coscienza degli europei non è abbastanza limpida da non lasciare aperta la porta a lugubri metafore. Il non uso degli aerei e degli elicotteri antincendi per non mettere in pericolo le vetrate, però, mi lascia dubbioso. Pericolo per le vetrate? anziché le 6 tonnellate d’acqua del canadair potevano usare gli elicotteri. No, neanche quelli. Gettano schiuma e da 200 m altitudine non fanno crollare nulla, si disperde come una pioggia di media potenza e avrebbe coperto tutta la struttura, chissà …A pensar male e di questi tempi…Sentite le fesserie che leggo:
“I vigili del fuoco, però, hanno scartato l’idea in fretta. Infatti il Canadair è un aereo progettato per spegnere gli incendi boschivi o, comunque, divampati in aree vaste. Può riempire i serbatoi con circa 6.140 litri di acqua o di liquido ritardante. Ma sganciare sei tonnellate d’acqua a quasi 200 km/h da almeno 100 metri di altezza avrebbe l’effetto di una bomba, soprattutto su un’unica costruzione antica di 800 anni.Notre-Dame, Canadair inutilizzabili: il getto avrebbe distrutto le vetrate.L’uso dei Canadair, come detto, è pienamente efficace contro gli incendi dei boschi quando l’effetto dell’acqua si unisce a quello del potente spostamento d’aria causato dalla caduta di tanto liquido a quella velocità da quell’altezza. Ugualmente improbabile, per lo stesso motivo, l’uso di elicotteri con gavoni pieni d’acqua appesi al gancio baricentrico.Per non dire della difficoltà di pilotare tra le vampate di calore emesse da un incendio di tali dimensioni e concentrato su una zona ristretta le cui fiamme farebbero inoltre evaporare gran parte d’acqua prima che arrivi alla base dell’incendio.In particolare, poi, a Notre-Dame, a risentirne maggiormente sarebbero stati le vetrate policrome e i rosoni, due tra i capolavori che la cattedrale conserva. Inoltre non sarebbe stato neppure semplice ricaricare d’acqua i serbatoi degli aerei nella zona di Parigi.” Reggetemi! La Senna è senz’acqua? Sono certi di avere l’informazione in pugno e le sparano a zero, ma… aspettiamo le risposte alle nostre domande…se verranno. Due settimane fa un incendio doloso nella storica Chiesa di S. Sulpice… Anche l’incendio che ha quasi distrutto Notre Dame è doloso?…Bergoglio tace. Fra quattro anni, a Paris, per l’inaugurazione!

mario donnini

2305. Libia. Oggi, Haftar al Cairo da al-Sisi. Domani a Roma trilaterale con il Qatar e Misurata


Non si ferma in Libia, alle porte di Tripoli, la guerra tra le forze fedeli al governo nazionale di Fayez al-Sarraj e quelle del generale Khalifa Haftar che, secondo il quotidiano egiziano Al Ahram, oggi è arrivato al Cairo per incontrare il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il numero delle vittime dall’inizio del conflitto è salito a 121, mentre quello dei feriti a 561. L’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi) ha riferito che tra i morti ci sono 28 sono bambini e tra i feriti circa 200, mentre l’Ocha parla di circa 16mila sfollati. Intanto l’Italia rilancia la sua azione diplomatica incontrando uno dei più potenti sponsor arabi del governo di Sarraj, il Qatar: il vicepremier Mohammmed Bin Abdulrahman Al Thani è a Roma e domani pomeriggio avrà un incontro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e molto probabilmente con Ahmed Maitig o Maiteeq vice presidente del Governo libico e leader di Misurata, detto l’ago della bilancia.

Ahmed Maitig

16.000 sfollati, 2.000 solo nelle ultime 24 ore, cercano scampo in Tunisia

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), sono oltre duemila le persone che hanno lasciato le proprie case solo nelle ultime 24 ore. Negli scontri, scrive l’Ocha, sono state danneggiate altre due ambulanze, portando a otto il numero dei veicoli di soccorso danneggiati dall’inizio delle ostilità a Tripoli. Nella nota, l’Ufficio Onu sottolinea inoltre che “i partner umanitari forniscono assistenza laddove l’accesso lo consente”, mettendo in risalto il fatto che “finora sono state raggiunte circa 4.000 persone con una qualche forma di assistenza umanitaria”. Inoltre, con implicito riferimento ai raid aerei delle forze del generale Khalifa Haftar, la Missione di supporto dell’Onu in Libia (Unsmil) “avverte che il bombardamento di scuole, ospedali, ambulanze e aree civili è severamente proibito dal diritto internazionale umanitario”. “La missione – si legge in un tweet – sta monitorando e documentando tutti gli atti di guerra che violano questa legge al fine di informare il Consiglio di sicurezza e la Cpi”, la Corte penale internazionale dell’Aja.

Ospedali al collasso e rischio epidemie

La battaglia sempre più cruenta alle porte di Tripoli, riferisce Foad Aodi, presidente dell’Amsi, sta provocando il collasso degli ospedali libici per mancanza di strumentazione e scorte di sangue, con il rischio concreto che possano scoppiare delle epidemie. Le strutture, spiega Aodi, “sono al collasso e sono triplicate le richieste di operare in Italia i bimbi feriti. Da quanto mi stanno riferendo i colleghi medici dalla Libia – afferma – si registrano numerose persone ferite che sono ancora nelle proprie case e la situazione è drammatica perché manca sangue e materiale chirurgico negli ospedali per effettuare gli interventi necessari. C’è il rischio di una crisi umanitaria ed epidemie se non vengono curati i feriti”. Risulta, afferma Aodi, che “negli ospedali manchi tutto. Su 500 feriti, almeno 120 sono gravissimi e non possono essere operati perché mancano strumenti chirurgici”.

I bambini-soldato

I numeri di morti e feriti, aggiunge Aodi, “crescono di ora in ora e a ciò si affianca un’altra emergenza di cui nessuno parla: sono centinaia i minori a rischio e che vengono utilizzati come bambini-soldato negli scontri in Libia”. “In questi ultimi mesi – denuncia – stimiamo che oltre 1000 bambini e minorenni siano stati utilizzati nei combattimenti e lo siano tuttora. È un fenomeno molto diffuso: hanno da 14 a 17 anni e sono provenienti dalla Siria, dal mercato delle immigrazioni ma anche da famiglie molto povere libiche che vengono ricattate dai combattenti”.

Domani il bilaterale con il vicepremier del Qatar

Intanto il governo italiano, con il premier Conte che ieri ha parlato di “serio e concreto rischio, di una crisi umanitaria”, si muove per vie diplomatiche. Lunedì arriverà a Roma il vicepremier e ministro degli Esteri qatarino Mohammed Al Thani, influente membro della famiglia reale dell’emiro Tamim Al Thani. Conte lo incontrerà insieme al titolare della Farnesina Enzo Moavero Milanesi e non è escluso che, lo stesso giorno, atterri nella capitale anche il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di Tripoli, Ahmed Maitig, uno degli uomini forti del presidente Sarraj, esponente di Misurata, la città libica più potente a livello militare.

La tensione con la Francia

Non si allenta, invece, la tensione diplomatica con la Francia: mentre si rincorrono sempre più frequenti le voci sulla presenza di esperti militari francesi tra le fila dell’esercito del generale Haftar, ieri i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a denunciare le ambiguità di Emmanuel Macron sulla Libia. Il primo è stato il ministro dell’Interno: “Stiamo lavorando affinché in Libia le cose non peggiorino. Speriamo che tutti i Paesi occidentali facciano lo stesso e non ci sia qualcuno che, come in passato, gioca alla guerra per interessi economici. In passato la Francia lo fece e speriamo che non stia ripetendo lo stesso scherzetto perché poi ne pagano le conseguenze tutti”. Poi Di Maio: “Già nel 2011, quando l’Ue non è stata compatta, abbiamo pagato lo scotto di azioni singole in Libia. Allora la Libia è stata destabilizzata e l’Italia ha pagato per 5-6 anni lo scotto più grande di decisioni autonome singole di Stati europei che hanno interferito con le azioni che si stavano portando avanti in Libia. Mi auguro che non ci siano altre influenze europee nello scenario libico”.

Un cannone semovente OTO Melara “Palmaria” delle brigate di Misurata

Gli scontri

Ieri, nel decimo giorno della guerra proclamata da Haftar, ci sono stati violenti scontri lungo l’asse a sudovest della capitale Tripoli. Sul campo, hanno riferito fonti attendibili, sono arrivate anche le temibili milizie di Zintan, protagoniste della cacciata di Muammar Gheddafi da Tripoli nel corso della rivoluzione del 2011 e pronte ora a combattere per la difesa della capitale. I soldati del generale della Cirenaica hanno sfondato le linee avversarie, avanzando a colpi di artiglieria, missili Grad e sostenuti dai raid aerei. Due le zone conquistate per diverse ore: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Le truppe di Haftar sono state costrette alla ritirata, lasciando diverse unità di fanteria lungo la linea di un fronte frastagliato, lontane dalle retrovie. I soldati che difendono la capitale sono poi avanzati anche su Aziziya, strappando parte della città agli avversari.

È il pick up Toyota con cannone mitragliera il sistema d’arma più diffuso fra quelli offerti dai mercanti.

Abbattuto un jet dell’LNA. I piloti si sono eiettati.


2304.- Graham spiega Trump: soldati italiani in Siria in cambio di un impegno Usa per la Libia

La ricetta Graham è semplice: L’Italia riceverà il sostegno USA in Libia, contro la Francia, se va in Kurdistan insieme a Gran Bretagna e Francia per interporsi fra Turchia e Curdi e, così, ridare le carte in Siria, dopo la vittoria di Putin. Chiaramente, agli USA, di Italia, Libia e Curdi non importa niente. I popoli libico e curdo possono sperare.

Il senatore che consiglia il presidente Trump sulla politica estera offre all’Italia un aiuto sulla Libia in cambio di un impegno di Roma per la Siria. Lezioni di relazioni internazionali da Washington

Oggi, intervistato da Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, il senatore americano Lindsey Graham manda spunti – o forse meglio: detta il senso – sulla filosofia con cui gli Stati Uniti di Donald Trump hanno intenzione di affrontare il rapporto con i paesi alleati e amici. In questo caso il paese di cui si parla è l’Italia, e dunque tutto diventa doppiamente interessante.

Prima di andare avanti, val la pena ricordare chi è Graham: formalmente presidente della Commissione Giustizia del Senato, sono gli aspetti informali del suo ruolo quelli importanti. In questa modalità, il senatore della South Carolina diventa il consigliere di Trump per quanto riguarda i dossier più caldi di politica estera. Graham è (era?) un repubblicano con visioni piuttosto classiche riguardo l’impegno americano nel mondo, e per questo durante le presidenziali del 2016 considerava Trump “unfit” per il ruolo da presidente. Ma dopo una conversione tardiva è diventato rapidamente un falco, uno degli intimi dello Studio Ovale con cui il Prez si confronta, uno dei pochi che ascolta, uno dei link che il Partito Repubblicano usa per mantenere un minimo di contatto, un fronte sulle linee più distruptivedell’inquilino della Casa Bianca.

Premessa necessaria per capire che quel che dice al CorSera ha valore, un valore praticamente programmatico. E Graham parte subito con una bomba: “Nel Nordest della Siria ci sono due rischi gravi: il ritorno dell’Isis e il possibile scontro tra la Turchia e le forze democratiche siriane. Gli Stati Uniti stanno formando uno schieramento composto da interporre tra la Turchia e i curdi. Noi chiediamo all’Italia di partecipare, di contribuire con un contingente militare, insieme con la Francia, Gran Bretagna e altri. Chiediamo all’Italia di aiutare l’America a stabilizzare quella regione, sarebbe un segnale nella continuità della forte relazione che esiste tra noi e il vostro Paese che consideriamo uno dei nostri alleati più importanti”.

Nei giorni in cui Trump aveva annunciato il ritiro completo e incondizionato dalla Siria – fine dicembre 2018 – Graham, contrarissimo (era una decisione “Obama-like” disse, alzando il massimo livello di insulto contro una presidenza che da sempre ha lavorato per affrancarsi dal liberal per antonomasia che l’ha preceduto). Era andato alla Casa Bianca, e uscito da un pranzo domenicale di lavoro aveva detto di essersi rasserenato. Aveva incassato il consenso del presidente quando gli aveva proposto una permanenza di almeno quattro mesi (che teoricamente stanno scadendo, ma poi Graham e altri settori della National Security hanno ottenuto proroghe praticamente a tempo indeterminato). Più un piano per riequilibrare gli impegni anche attraverso il coinvolgimenti di alcuni partner (europei e regionali). È questa la doppia dimensione di Graham: incastra le linee classiche con quelle trumpiana, dialoga, contratta. Perciò piace a Trump.

Ora ci dice questo: per come Washington vede il rapporto con Roma, il governo italiano dovrebbe accettare di inviare boots on the ground in una missione simile a quelle tipiche dei peacekeeperonusiani per evitare che la fascia settentrionale del paese scivoli di nuovo nel caos. È una richiesta diretta, senza fronzoli, che arriva seguendo una traiettoria piuttosto nota: il riequilibrio trumpiano, l’idea che gli Stati Uniti non possono più far tutto da soli, e che le alleanze servono anche a sollevare di qualche peso Washington. Non va però verso un disimpegno totale, ma è per un impegno condiviso. Siamo alleati? Allora dividiamoci i compiti per mantenere una presenza che ha valore di imprintingcomune.

Segue quello che una fonte diplomatica dell’ambiente italo-americano ci sintetizzava in: gli americani “non intendono più concedere pasti gratis”. Ed è lo stesso Graham a dirlo ancora piuttosto chiaramente, quando spiega che se gli italiani aiuteranno gli Stati Uniti a sollevarsi un po’ dal peso della Siria (e dunque nella stabilizzazione delle regione mediorientale) allora Washington potrebbe fare qualcosa di più sulla Libia – dove il senatore ammette: “Dovremo fare di più”, ma assicura di impegnarsi per far sì che l’amministrazione Trump sia più presente sul dossier che sta più a cuore all’Italia.

Dice Graham: a quel punto “metteremo in campo la nostra iniziativa diplomatica per fermare quella che è una proxy war. Dalla parte di Tripoli, abbiamo la Turchia. Con Haftar troviamo Egitto e Arabia Saudita. Sono tutti nostri alleati. L’amministrazione Trump può convincerli a fermarsi. Ripeto: sarà un nostro impegno e contiamo di collaborare con l’Italia, che ha una grande conoscenza di quel Paese, per raggiungere una soluzione diplomatica”.

Nei giorni scorsi, il premier italiano, Giuseppe Conte, che insieme all’Aise si è intestato il dossier libico personalmente, aveva parlato già di come le connessioni con Washington stiano aumentando in questa fase in cui la Libia rischia di scivolare nuovamente in una guerra civile, prodotta dallo stallo dell’avanzata del signore della guerra della Cirenaica, Khalifa Haftar, su Tripoli. Italia e Usa, diceva Conte, sono impegnate nel pressare Haftar, fermarlo e riprendere il percorso senza armi.

Altri due argomenti affrontati da Graham rendono ancora più chiara questa lezione sui nuovi Stati Uniti. Primo, la Cina: “Per quanto riguarda il memorandum di intesa firmato dall’Italia, devo dire che sono stato rassicurato dalle spiegazioni del ministro degli Esteri e dell’ambasciatore italiano a Washington”; il senatore conferma le preoccupazioni per l’esposizione italiana a Pechino, ma cerca di trovare una via delicata per affrontarla. Secondo, la Russia: “Anche noi dialoghiamo con la Russia. Ma un conto è dialogare e un conto è concedere dei vantaggi”; nei giorni scorsi Washington aveva richiamato l’Italia perché i partiti al potere, soprattutto la Lega, avevano un atteggiamento ambiguo nei confronti di Mosca.

In mezzo: un richiamo alla Germania, che esce dalle linee comuni concedendo quei “vantaggi” alla Russia sposando il gasdotto Nord Stream 2. E un altro alla Francia, tirata in ballo sulle politiche commerciali e la reciprocità sui mercati: “Il problema principale è il protezionismo europeo, in particolare dei francesi, sui prodotti agricoli”. Le critiche a Berlino e Parigi sono un assist al governo giallo-verde che è stato spesso critico con Germania e Francia. Nei prossimi giorni il senatore sarà in Italia, alla guida di una delegazione di congressisti: vedrà il presidente della Repubblica e il ministro degli Esteri.

Emanuele Rossi, FELUCHE, Formiche net

Intanto:

Mentre l’attenzione è sulla Libia:

Importante. Raid notturno israeliano sulle installazioni militari di Masiaf alle 02.30 ora di Damasco. L’attacco condotto dallo spazio aereo libanese su una delle strutture ha provocato la distruzione di alcuni edifici ed il ferimento di tre militari. L’agenzia uff. SANA riferisce del lancio di missili da parte di Israele con l’abbattimento di alcuni di essi. Le difese aeree sono state attivate nel tentativo di respingere un attacco aereo (probabilmente israeliano) a Masyaf, vicino ad Hama. Bombardata la base militare di Talae’. Da aggiungere anche che nella zona risulta installata una batteria S-300 non entrata in azione. La Siria usa ancora il vecchio S-200 e più moderne batterie BUK. I cacciabombardieri russi decollati da Hmeynim hanno compiuto poco fa almeno 15 sortite sulla provincia di Idlib bombardando posizioni ribelli nella città di Ariha e lungo l’autostrada M4.

Quasi 1500 rifugiati sono tornati in Siria in 24 ore

Parla il Gen. Angioni:

“L’Italia deve dire no ad una proposta pericolosa e strampalata quale è quella avanzata dal senatore Graham (sul Corriere della sera, ndr). Non possiamo né dobbiamo togliere le castagne dal fuoco agli Stati Uniti né rimediare agli errori commessi in Siria”. Ce lo chieda l’ONU.

2303.- MAGDI ALLAM: «L’ISLAM È VIOLENTO»



Dalla lettura delle dichiarazioni congiunte  sottoscritte ad Abu Dhabi tra Bergoglio e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, ci chiedevamo: “Ma l’Islam è violento; come può esserci coesistenza?” La risposta l’aveva data Magdi Allam in questa intervista del 26/06/2013  «Il dialogo tra persone è possibile, quello tra religioni no», affermava l’europarlamentare, «quella islamica, a differenza di ebraismo e cristianesimo, predica l’odio nei confronti di ebrei e cristiani. Guai a legittimarla e a consentire in Europa la costruzione di moschee»

Antonio Sanfrancesco

Onorevole Magdi Cristiano Allam, perché è difficile la convivenza tra cristiani e musulmani? 

«Anzitutto, bisogna distinguere sempre tra le persone e le religioni. Con le persone si può e si deve sempre dialogare e cercare una civile e pacifica convivenza perché tutti gli uomini, a prescindere dal loro credo religioso, sono uguali sul piano dei diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà. Sulle religioni invece dobbiamo avere il coraggio di dire che non sono tutte uguali». 

L’Islam in cosa si differenzia dalle altre? 

«Nella preghiera che i musulmani recitano cinque volte al giorno diretti verso la Mecca, facendo riferimento al Corano, dicono questo: “Credo che non c’è altro Dio al di fuori di Allah. Che Maometto è il suo inviato. Concedici la retta via, non la via di coloro nei cui confronti sei adirato né la via di coloro che hanno negato”. Tutti i teologi islamici concordano sul fatto che “coloro nei cui confronti sei adirato e che hanno negato la verità” sono proprio gli ebrei e i cristiani. Cinque volte al giorno, dunque, i musulmani nella loro preghiera condannano ebrei e cristiani. Se noi ignoriamo tutto questo non riusciamo a capire come sia potuto accadere che dopo sette secoli in cui tutto il Mediterraneo era cristiano a partire dal settimo secolo la sponda orientale e meridionale da cristiana sta diventando gradualmente islamica. Oggi stiamo assistendo alla spoliazione finale di quelle terre dalla residua presenza cristiana dopo l’eliminazione della presenza ebraica». 

L’espansionismo aggressivo, quindi, ha un fondamento religioso? 

«Nel Corano si dice chiaramente che l’insieme dell’umanità deve essere sottomessa all’Islam anche con la violenza e si fa diretto ed esplicito riferimento agli ebrei, ai cristiani, agli apostati, agli infedeli considerati tutti nemici dell’Islam da sottomettere con la violenza ed eliminandoli, se necessario, anche con l’uccisione. Questo è chiaramente scritto, non è opinabile. Cristianamente noi dobbiamo amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, etnia o cultura. Ma al tempo stesso però dobbiamo essere consapevoli che nel momento in cui l’Islam si vuole applicare letteralmente e integralmente, nella sua integrità e integralità, l’Islam è fisiologicamente violento. Possiamo far finta che la realtà non sia questa, poi però dobbiamo fare i conti con la realtà, con quello che, ad esempio, è successo in Iraq, in Egitto e che sta accadendo ora in Siria. Una situazione che personalmente mi sta facendo inorridire».

Perché? 

«Perché l’Occidente cristiano, o presunto tale, oggi sta dando manforte ad Al-Qaeda, ai Fratelli musulmani e ai gruppi salafiti nel nome di un’opposizione ad un regime dittatoriale laico all’insegna della cosiddetta primavera araba con il risultato che la presenza cristiana in Siria si va assottigliando sempre di più. L’Arcivescovo libanese monsignor Issam John Darwish, che sta accogliendo alla frontiera con il Libano migliaia di profughi cristiani in fuga dalla Siria, ha detto chiaramente di non aiutare i terroristi islamici in Siria perché nel momento in cui dovesse finire la presenza cristiana in Medio Oriente, il giorno successivo toccherà ai cristiani in Europa. I martiri cristiani sono anche la conseguenza della nostra ignoranza e, peggio ancora, della nostra collusione con il radicalismo islamico». 

Non c’è quindi la possibilità di una vita normale per i cristiani nei paesi a musulmani? 

«C’è stata in passato. Io sono nato nel ’52 al Cairo, in Egitto, e c’era una realtà molto più laica e rispettosa tra persone di religioni diverse anche se era pur sempre una società prevalentemente musulmana. Quello di Nasser era un regime laico socialista, le donne non erano costrette a portare il velo, i Fratelli musulmani erano fuorilegge, i loro dirigenti incarcerati o costretti ad emigrare altrove. Non veniva applicata l’ideologia islamica che è avversa ai cristiani e agli ebrei. Questa è la verità. Dopo la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 5 giugno 1967, il declino del panarabismo e l’avvento del panislamismo noi assistiamo alla crescita dell’intolleranza islamica nei confronti di cristiani ed ebrei. Aggiungo che il problema si pone anche all’interno dell’Europa stessa. Oggi, ad esempio, come ha denunciato un mese fa il responsabile antiterrorismo dell’Unione europea, in Siria ci sono circa 800 cittadini europei che combattono con un gruppo, il “Fronte della vittoria”, legato ad Al-Qaeda. In Italia abbiamo avuto qualche giorno l’esempio di un giovane genovese di 24 anni, Giuliano Ibrahim Delnevo, che combatteva proprio con questo gruppo ed è stato ucciso. Si parla di una cinquantina di italiani o residenti in Italia che combattono laggiù con Al-Qaeda. Questo significa che il radicalismo islamico è diventata una realtà autoctona europea. Facciamo attenzione quindi a certi errori come quello di immaginare che per il rispetto, doveroso, nei confronti dei musulmani come persone si debba legittimare l’Islam come religione e concedere la costruzione di moschee che si stanno diffondendo a macchia d’olio anche in Europa con il risultato che all’interno di questi luoghi si predica un’ideologia intrisa di odio, di morte e di violenza nei confronti di ebrei e cristiani. Se c’è un Delnevo che a 20 anni va in Siria a combattere e farsi uccidere perché convinto che attraverso il martirio islamico accederà al paradiso islamico vuol dire che è già tardi, vuol dire che abbiamo già consentito il radicamento di un estremismo che rappresenta una minaccia per la nostra civiltà cristiana qui in Europa». 

Un Islam moderato quindi non esiste? 

«Esistono i musulmani moderati, io lo sono stato per 56 anni. Ci sono tanti musulmani per bene con i quali noi possiamo e dobbiamo dialogare ma lo dobbiamo fare nella consapevolezza che la verità è solo nel Cristianesimo e in Gesù Cristo che non può essere relativizzato. Laicamente, il dialogo è possibile a due condizioni: richiedendo a tutti, musulmani e non, la condivisione di quei valori che giustamente si definiscono “non negoziabili” in quanto sostanziano l’essenza della nostra comune umanità, mi riferisco alla sacralità della vita, alla dignità della persona e alla libertà di scelta, ed esigendo il rispetto delle regole che sono a fondamento della civile convivenza».    

2302.- LIBERTÀ DI CULTO, NO ALLA VIOLENZA: STORICA DICHIARAZIONE CONGIUNTA

Lo Stato della Chiesa fa la sua politica per il Nuovo Ordine Mondiale attraverso il suo capo, non più papa, come lo intendiamo noi cristiani, ma capo di Stato. Papa Bergoglio ha riflettuto sul recente viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti, un Paese divenuto “un’oasi multietnica e multireligiosa, un luogo adatto per promuovere una cultura di pace”. Secondo il teologo musulmano Adnane Mokrani, il documento sottoscritto ad Abu Dhabi tra Bergoglio e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb «chiarisce il ruolo di islam e cristianesimo: mostrare al mondo di oggi il volto umano di Dio». «ISLAM E CRISTIANESIMO, ABBIAMO UNA MISSIONE COMUNE». Ma l’Islam è violento; come può esserci coesistenza?

 Chiesa e islam: la svolta epocale per un mondo pacifico e tollerante in un documento firmato ad Abu Dhabi tra papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Tra i punti salienti: la libertà di credo (diritto di ogni persona), il secco rifiuto del terrorismo (non si uccide nel nome di Dio), la rinuncia a usare il termine discriminatorio “minoranze”, la modifica delle leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti

Pubblichiamo i passaggi più importanti della dichiarazione sottoscritta da papa Francesco e dall’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, al Founder’s Memorial, monumento nazionale che ad Abu Dhabi commemora la vita, l’eredità e i valori del defunto Sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore e primo presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Qui si è svolto l’Incontro interreligioso sulla “Fratellanza umana”, promosso dal Consiglio Musulmano degli Anziani, con circa 700 leader di varie fedi – per i cattolici c’erano, tra gli altri, il patriarca copto Ibrahim Isaac Sidrak, il patriarca maronita cardinale Bechara Rai, il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo -, in quello che per gli Emirati è l’«Anno della Tolleranza».

«NO AL PROSELITISMO RELIGIOSO, LA LIBERTÀ DI CREDO È UN DIRITTO DI OGNI PERSONA»

«La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

«CHI ATTACCA I LUOGHI DI CULTO NON RISPETTA LA PROPRIA RELIGIONE E VIOLA IL DIRITTO INTERNAZIONALE»

«La protezione dei luoghi di culto – templi, chiese e moschee – è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale»

«IL TERRORISMO NON È COLPA DELLE RELIGIONI MA DELLE POLITICHE DI FAME, POVERTÀ E INGIUSTIZIA DEGLI STATI»

«Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica,

RINUNCIARE ALL’USO DISCRIMINATORIO DEL TERMINE “MINORANZE”

Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità. L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale.

MODIFICARE LE LEGGI CHE IMPEDISCONO IL DIRITTO DELLA DONNA ALL’ISTRUZIONE, AL LAVORO E A ESERCITARE I DIRITTI POLITICI

«È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti.

Occorre condannare qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti. È altresì importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti – specialmente nell’ambiente digitale – e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia»

2301.- Perché gli intrecci fra Italia e Qatar in Libia stupiscono il Vaticano


Il governo italiano, con il premier Conte che ieri ha parlato di “serio e concreto rischio, di una crisi umanitaria”, si muove per vie diplomatiche. È arrivato a Roma il vicepremier e ministro degli Esteri qatarino Mohammed Al Thani, influente membro della famiglia reale dell’emiro Tamim Al Thani. Conte lo incontrerà domani insieme al titolare della Farnesina Enzo Moavero Milanes e non è escluso che, lo stesso giorno, atterri nella capitale anche il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di Tripoli, Ahmed Maitig, uno degli uomini forti del presidente al Sarraj, esponente di Misurata, la città libica più potente a livello militare.

Un posizionamento così netto dell’Italia fa a pugni tanto con l’asse tripartito tra sauditi, emiratini ed israeliani, su cui è ancora imperniato il delicato ordine mediorientale, quanto con la strategia di Trump di disarticolare sia il blocco Qatar-Turchia-Iran che il più ampio disegno eurasiatico cinese. L’analisi di Francesco Galietti, fondatore di Policy Sonar

L’Italia ha scelto il Qatar. Per questo Donald Trump, ma anche sauditi, emiratini e israeliani ce l’hanno giurata. E il Vaticano gioca una partita diversa dall’Italia. L’avanzata di Haftar su Tripoli ha incupito tutti coloro che ricollegano gli sviluppi di queste ore all’abbattimento di Gheddafi consumatosi otto anni or sono sotto lo sguardo di un impotente Silvio Berlusconi e di un benedicente Giorgio Napolitano.

Si rivela fallace il calcolo di chi, confidando sulla massiccia presenza di Eni nell’Egitto di Al Sisi, sugli ottimi uffici di Roma con Mosca e sulla perdurante presenza statunitense in Libia, ipotizzava un equilibrio dinamico, ancorché fragile, in cui l’Italia avrebbe saputo muoversi con agilità.

Nessuna di queste contro-assicurazioni geopolitiche si è rivelata efficace. Da sempre incapace di tirare linee dritte, l’Italia si dimostra incapace anche di operare secondo traiettorie ellittiche. L’intera sponda Sud del Mediterraneo, il nostro vicinato prossimo, si presenta oggi come un formidabile arco di instabilità, in cui si fatica a tenere il conto delle guerre per delega tra il blocco saudita e quello qatariota.

È indubbio che Roma abbia aderito al secondo, tralasciando il primo. Di questa scelta le cronache offrono numerosi indizi, dalle continue visite a Doha di ministri italiani passati e presenti, fino all’utilizzo di lussuosi alberghi di proprietà qatariota come uffici di rappresentanza di politici italiani di primissimo piano.

Anche le recenti polemiche in occasione della finale di Supercoppa italiana Juve-Milan disputata a Gedda, in Arabia Saudita, si inquadrano in questa scelta di campo. Un posizionamento così netto dell’Italia non stride solo con la Realpolitik della Prima repubblica nel Mediterraneo allargato. Essa fa a pugni tanto con l’asse tripartito tra sauditi, emiratini ed israeliani, su cui è ancora imperniato il delicato ordine mediorientale, quanto con la strategia di Trump di disarticolare sia il blocco Qatar-Turchia-Iran che il più ampio disegno eurasiatico cinese.

E il Vaticano? Papa Bergoglio è stato negli Emirati Arabi Uniti lo scorso febbraio, omaggiando simbolicamente (il defunto, ndr) lo Sceicco bin Zayed, mentre nel 2015 non fu tenero con Recep Tayyp Erdogan – principale partner del Qatar. In quell’occasione, infatti, il Vaticano richiamò espressamente il genocidio armeno.

C’è la Chiesa del Nuovo Ordine Mondiale. Alla Conferenza globale sulla fratellanza umana di Abu Dhabi, il 5 febbraio, davanti a 700 leader di differenti religioni, il Capo dello Stato della Chiesa ha dichiarato che gli Emirati Arabi Uniti rappresentano un esempio di tolleranza. Non solo, mirando a diventare il Papa di tutte le religioni, ha chiamato tutti all’impegno comune: “Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro per le religioni”. Tra i punti salienti del documento firmato ad Abu Dhabi tra papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb(nella foto): la libertà di credo (diritto di ogni persona), il secco rifiuto del terrorismo (non si uccide nel nome di Dio), la rinuncia a usare il termine discriminatorio “minoranze”, la modifica delle leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti. Quindi, il Vaticano è con Israele e contro il blocco Qatar-Turchia-Iran. L’Italia, un pò qua, un pò là. Ne deduco: Se salta il Nuovo Ordine Mondiale, salterà anche laChiesa.


Il riferimento a vicende passate conteneva anche una indicazione ‘a nuora perché suocera intenda’, ossia un monito alla Turchia a non avallare persecuzioni di cristiani. A differenza di quanto avvenuto sul dossier Cina, dunque, l’allineamento di Roma con il Qatar appare in controtendenza rispetto alla geopolitica del Vaticano.

diFrancesco Galietti. Le sottolineature e le didascalie sono aggiunte.

2300.- Libia, Haftar riprende El Azizia poi la riperde. Onu: “13mila civili in fuga”


Conte: “Ho detto al generale: no a derive militari. Noi facilitatori di pace”. Sì ma…se Haftar non sfonda. Gli scontri proseguono violenti a ridosso della Capitale. Ed è guerra aerea: molto attive le forze aeree della Cirenaica.

Un carro armato e un’automitragliatrice del GNA, ieri, durante un bombardamento a Wadi Rabie, 30 km da Tripoli. Sale il numero delle vittime. Per respingere l’offensiva da sud, da Misurata, sono arrivati altri carri armati e batterie lanciarazzi. Lo riferiscono i media libici. (Photo by Mahmud TURKIA / AFP)

Tripoli, 13 aprile 2019 – Avanza l’offensiva di Khalifa Haftar in Libia. Dopo una notte di violenti scontri, le forze del maresciallo hanno rinforzato il fronte a sud di Tripoli, riprendendosi el Azizia, centro abitato a circa 50 chilometri dalla capitale. Nel pomeriggio l’LNA di Serraji avrebbe però ripreso la cittadina, che da alcuni giorni passa da una forza all’altra. Duri combattimentio sulla linea avanzata del fronte, a circa 25 chilometri da Tripoli, che il generale, da giorni, tenta di sfondare. 

E continua la guerra aerea: il generale a capo del Consiglio nazionale di transizione libico ha lanciato un raid contro un compound dell’esercito di unità nazionale a Ain Zara, 15 chilometri a sudovest di Tripoli. Secondo fonti della capitale, l’obiettivo è stato mancato. In compenso i caccia avrebbero invece colpito una scuola elementare, oggi fortunatamente chiusa.

Un bimotore americano Beechcraft, presumibilmente, della CIA, oggi, ha sorvolato ripetutamente l’area degli scontri, come vedete dalle rotte percorse. Seguendo i tracciati di Flightradar, è stato anche ricostruito un volo Ciampino – Bengasi – Ciampino del Falcon jet dei Servizi Segreti e un altro volo degli uomini di Khalifa Haftar, che, in base al monitoraggio, sembra siano atterrati nell’aeroporto di Orly giovedì 4 aprile per poi ripartire all’alba del giorno dopo. E l’Eliseo ha confermato al quotidiano italiano che “degli emissari di Haftar sono venuti”. L’Eliseo teme che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti abbiano preso il sopravvento sui piani del generale? Anche in questo caso, c’è chi parla di Saddam Haftar, il figlio del generale, quello che secondo le indiscrezioni sarebbe stato anche a Roma per incontrare il figlio del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Ma c’è un altro aereo misterioso tracciato dai radar sulla rotta Francia-Libia: un jet decollato a un aeroporto secondario di Lione ed è atterrato a Bengasi dopo aver sorvolato per lungo tempo i cieli della Cirenaica: forse in missione di ricognizione. Repubblica riporta le parole di Michel Scarbonchi, “ex deputato europeo che si presenta come una sorta di ambasciatore di Haftar nella capitale francese” sono molto più realistiche: “Nessuno vuole dirlo, ma tutti sperano che il Generale prenda Tripoli e diventi l’ uomo forte capace di stabilizzare la Libia”. Anzi, lo stesso Scarbonchi rivela come oramai anche l’Italia abbia di fatto capito che l’unico con cui si può realmente interloquire è Haftar. Ma è evidente che i suoi uomini siano andati a Parigi per chiedere l’assenso alle operazioni. Mentre in Italia è venuto per garantire che non colpirà i nostri interessi.


Contrattacca l’aeronautica del governo di accordo nazionale di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj che oggi ha bombardato una postazione di Haftar a sud di Garian, a un centinaio di chilometri da Tripoli e ha colpito a Tajoura.

Civili in fuga da Tripoli: l’Onu informa che è di oltre 13.500 il numero degli sfollati dall’inizio degli scontri armati. Solo nelle ultime ore le persone che hanno lasciato la propria casa sono 4 mila. Il bilancio dall’inizio dell’offensiva, il 4 aprile, è di almeno 121 morti, tra i quali 28 bambini e 561 feriti tra i quali 200 i bambini (e bambini-soldato), ha fatto sapere l’Organizzazione mondiale della Sanità in Libia. Decine e decine di famiglie sono bloccate tra due fuochi: moltissime le telefonate strazianti dalle zone di combattimento che arrivano ogni giorno al centro di emergenza di Tripoli. Soprattutto donne, che chiedono cibo, acqua oppure “qualcuno che ci venga a prendere”. 

Non sfonda l’offensiva di  Haftar. Il decimo giorno di combattimenti è stato segnato da violenti scontri lungo l’asse a sudovest della capitale. Dopo una notte di battaglia, le forze di Haftar hanno avanzato a sud di Tripoli, su  el Azizia, centro abitato a circa 50 chilometri dalla capitale preso, perduto, ripreso e, infine ancora perduto.

CONTE: HAFTAR MI HA SCRITTO, NOI FACILITATORI DI PACE – In Italia il premier Conte conferma di avere aperto un canale di comunicazione con Haftar. “Mi è stata consegnata una lettera personale del generale Haftar, a conferma della fiducia che ha nei miei confronti”, racconta oggi al Fatto Quotidiano. “Loro affermano di voler liberare il Paese dalle formazioni terroristiche e operare una unificazione delle forze armate e di sicurezza. Io ho ribadito la mia ferma opposizione a una deriva militare che farebbe ulteriormente soffrire la popolazione civile già provata”. 

Poi da Bari, dove inagura l’anno accademico del Politecnico, rivendica per la funzione di mediazione di Roma. “L’Italia vuole avere un ruolo in Libia come lo ha sempre avuto – dice il premier -. Che è quello di un Paese facilitatore per il processo di stabilizzazione pacificazione dell’intero territorio. È la ragione per cui, pur dialogando con tutti, ovviamente sosteniamo quella che è l’azione delle Nazioni Unite”.  Giuseppe Conte ha anche dichiarato: “Se ci sarà una crisi umanitaria in Libia l’Italia saprà affrontarla”. Come? Salvini, getta acqua sul fuoco di chi tifa per la guerra in Libya: “I nostri porti rimarranno chiusi. Le politiche migratorie non cambiano. In Italia ci si arriva col permesso, i barchini, i barconi, i gommoni o i pedalò nei porti italiani non ci arrivano”. Abbiamo la certezza che Conte li imbarcherà sugli aerei. Un Governo che con una guerra a 100 km si divide sulla politica estera è una parodia di governo.

2299.- CENTO, A CENTINAIA ISLAMICI SFONDANO CONFINE ORIENTALE A TRIESTE

Fonti di Polizia e Carabinieri confermano l’arrivo a Trieste di afghani e pakistani attraverso i boschi della val Rosandra: sono almeno sette i minorenni. Sono in corso le fotosegnalazioni. E poi?

Stanno arrivando le avanguardie della carovana islamica. Diversi gruppi di clandestini sono stati rintracciati dalla Polizia a Domio, frontiera orientale nella zona di Trieste, mentre scendevano dai boschi della val Rosandra nella mattinata di oggi.
In tutto sarebbero un’ottantina. Quelli individuati. E’ probabile che quelli passati siano centinaia. Al momento la Polizia, con il supporto dei Carabinieri, sta procedendo alle fotosegnalazioni degli irregolari. Si conferma quindi l’allarme:


Invasione: 25mila islamici in marcia verso l’Italia


APRILE 9, 2019

Stanno arrivando le avanguardie della carovana islamica. Diversi gruppi di clandestini sono stati rintracciati dalla Polizia a Domio, frontiera orientale nella zona di Trieste, mentre scendevano dai boschi della val Rosandra nella mattinata di oggi.

In tutto sarebbero un’ottantina. Quelli individuati. E’ probabile che quelli passati siano centinaia. Al momento la Polizia, con il supporto dei Carabinieri, sta procedendo alle fotosegnalazioni degli irregolari. Si conferma quindi l’allarme:

«Mi dispiace che li abbiano presi, perchè questo significa che dobbiamo tenerceli».
Commenta così l’ex consigliere comunale di Rifondazione Comunista Marino Andolina nel corso del tg di Telequattro la notizia.
«I motivi? – conclude Andolina. Sta migliorando il tempo, quindi non ci sono più le morti dei migranti che muoiono nella neve e quindi le famiglie hanno la possibilità di muoversi nei boschi croati e sloveni, in più sono spinti dalla disperazione».

Carovana islamica stile ‘America’ verso l’Italia: Questi si approfittano del fatto che si è persa, in Europa, l’attitudine a sparare contro l’invasore. Urge ristabilire il confine con la Slovenia. 

Ma il commissario Ue per le migrazioni, il greco Dimitris Avramapoulos, invita i paesi che applicano i controlli all’interno dell’area Schengen a fare un passo indietro.

“Se Schengen dovesse cessare di esistere, l’Europa morirà”, afferma Avramapoulos nel suo incontro con i giornalisti a Washington. Tra questi paesi, vi è la Germania: dal 2015 Berlino, dopo l’ondata migratoria straordinaria dovuta all’emergere della cosiddetta “rotta balcanica”, ha alle frontiere controlli riguardanti anche i cittadini dell’area Schengen.

Una manovra poi emulata da altri paesi: Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia. Non a caso, tutte nazioni che sul finire del 2015 vivono l’incubo dell’arrivo di migliaia di migranti che risalgono la penisola balcanica. La decisione di introdurre maggiori controlli alle frontiere, arriva anche sulla scia degli attentati di Parigi del novembre 2015 e dalla successiva esigenza di maggiore sicurezza avvertita da molti cittadini.

La tendenza di introdurre più controlli anche all’interno dello spazio Schengen appare comunque aumentare. A cavallo delle elezioni europee, diversi governi del vecchio continente sarebbero pronti ad introdurre provvisoriamente controlli più rigidi alle frontiere. Tanto che uno degli ultimi atti del parlamento europeo uscente, riguarda proprio una mozione che impegna i futuri europarlamentari ad esaminare una norma volta a dare meno discrezionalità almeno agli Stati dell’Ue nell’applicazione di controlli più rigidi interni alle frontiere di Schengen.

“Non possiamo continuare così – continua poi Dimitris Avramapoulos, così come riporta l’AdnKronos – Lo spazio Schengen deve tornare alle normali operazioni perché è un approccio molto ingenuo credere che i controlli alle frontiere possano garantire maggiore sicurezza”.

Infatti lui lascia la porta di casa aperta, la notte. La verità è che Schengen è il parco giochi di trafficanti, clandestini, spacciatori, terroristi e puttane.

2298.- Genocidio degli Armeni, ora la Turchia minaccia l’Italia: “Ci saranno conseguenze per voi”

Tutti gli stati hanno avuto le loro pagine buie: dalla Spagna, al Portogallo, alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti d’America, al Regno d’Italia, alla Francia, alla Germania, all’Unione Sovietica, all’Arabia Saudita. Perché non ricordare il “Mamma, li turchi!” e il genocidio degli Armeni; ma anche mi chiedo a che scopo, oggi, ricordarlo? Perché un atto politico deve avere uno scopo, altrimenti – detto alla toscana -, è “sciocco”.

La Turchia disconosce il suo passato. È sempre più arrabbiata con il parlamento italiano, reo di aver votato una mozione che riconosce il genocidio degli Armeni. La Camera dei deputati italiana ha “strumentalizzato” la storia ed il diritto definendo un “genocidio” l’uccisione degli armeni nel 1915. Lo ha affermato il presidente del parlamento turco, Mustafa Sentop, commentando l’approvazione alla Camera della mozione bipartisan che impegna il governo a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno”. “La Camera italiana ha soppiantato i tribunali internazionali e ha cercato di giudicare su un crimine specifico chiaramente definito nel diritto internazionale come il genocidio, strumentalizzando la storia ed il diritto”, ha dichiarato Sentop, citato dall’agenzia di stampa Anadolu, nel corso di una riunione della Nato ad Antalya. “È inevitabile che questa mozione si rifletterà in vari modi sulle relazioni con l’Italia, nostro partner strategico con cui abbiamo legami storici ed una cooperazione commerciale molto intensa. Come tutte le iniziative che politicizzano la storia, anche questa mozione non ha alcuna validità per la Turchia”. Così il ministero degli Esteri turco in una nota diffusa dall’ambasciata di Ankara a Roma.

Ieri, il genocidio, oggi, il ricatto

“È inevitabile che questa mozione si rifletterà in vari modi sulle relazioni con l’Italia, nostro partner strategico con cui abbiamo legami storici ed una cooperazione commerciale molto intensa. Come tutte le iniziative che politicizzano la storia, anche questa mozione non ha alcuna validità per la Turchia”. Così il ministero degli Esteri turco in una nota diffusa dall’ambasciata di Ankara a Roma. Ankara ce ne ha anche per la Francia: la Francia è l’ultimo Paese che può “dare lezioni” alla Turchia sul genocidio. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, commentando la decisione del governo francese di celebrare il 24 aprile la giornata per la commemorazione del genocidio armeno. “La Francia dovrebbe pensare alla pagina nera della sua storia in Ruanda ed Algeria”, ha affermato Cavusoglu. Secondo il ministro degli Esteri turco, non è compito dei politici “giudicare gli eventi storici”. E pensare che la sinistra caldeggiava l’ingresso della Turchia nella Ue…

Soddisfazione degli Armeni in Italia

Soddisfazione invece degli Armeni in Italia: “È un primo passo, ma siamo a 104 anni dagli eventi. Quanto ancora dobbiamo aspettare? Nel frattempo con l’omertà e il silenzio, soprattutto in Turchia i vari governi hanno continuato a commettere ingiustizie contro le minoranze”. È il commento personale di Lourian Minas, presidente dell’Unione Armeni d’Italia, all’indomani dell’approvazione alla Camera della mozione bipartisan che impegna il governo a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno”. In una dichiarazione ad Aki – Adnkronos International Lourian dice di volere piuttosto “una legge” perché “allora sì che un atto politico del genere potrebbe porre la Turchia nella condizione di dover rivedere le sue posizioni negazioniste”. Lourian ci tiene a sottolineare di “essere favorevole al dialogo con i turchi”. Come altri esponenti e rappresentanti della comunità armena, ricorda la risoluzione del novembre del 2000 con cui la Camera dei deputati già riconosceva il genocidio degli armeni. “Dal 2000 ad oggi non abbiamo visto alcun cambiamento”, osserva, chiarendo che l’Unione Armeni d’Italia “non è stata interpellata” durante il lavoro per mettere a punto la mozione. Lourian, nipote di un sopravvissuto, afferma di “apprezzare l’impegno di molti parlamentari che hanno voluto proporre questa nuova mozione”, pur dicendosi “perplesso” per la scelta di Forza Italia di non sottoscriverla e “ferito per il fatto che durante la votazione della mozione gli scranni del governo fossero vuoti”. “Ringraziamo coloro che hanno portato avanti questo piccolo passo all’interno del Parlamento però – conclude – non mi aspetto più nulla di concreto”.