1458.- DELITTI CONTRO LA PERSONALITA’ DELLO STATO

Seguendo l’evolversi degli avvenimenti in Catalogna e le minacce del Governo di Madrid di applicare l’art. 155, andiamo a vedere cosa prevede la Costituzione italiana in caso di delitti contro l’integrità dello Stato e, in seguito, valuteremo se le cessioni del Governo Renzi di porzioni delle acque territoriali alla Francia abbiano configurato tale delitto.

 

DELITTI CONTRO LA PERSONALITA’ DELLO STATO

 a cura dell’Avv. Antonio Giuffrida

La parte speciale del codice penale si apre con il Titolo I, dedicato ai delitti contro la personalità dello Stato, che si compone di cinque capi, di cui il primo è dedicato alla tutela della c.d. “personalità internazionale dello Stato”, che quindi deve intendersi diversamente dalla “personalità interna” atteso che a quest’ultima è dedicato un capo a parte all’interno del medesimo Titolo I.

Al fine di chiarire l’oggettività giuridica delle fattispecie in esame occorre collocarle storicamente, da un lato, e interpretarle alla luce dei principi costituzionali, dall’altro.

L’elevazione della “personalità dello Stato” a bene giuridico protetto rappresenta una delle innovazioni del codice Rocco che riflette maggiormente l’ideologia autoritaria del regime fascista. Invero, nell’ambito dei codici preunitari, vi erano numerose fattispecie criminose riconducibili al concetto di “delitto politico” identificate, per lo più, con l’espressione crimen laesae maiestatis, nella quale si facevano rientrare una moltitudine di modelli che avevano come denominatore comune quello di punire ogni comportamento di dissenso o disobbedienza al sovrano.

Il codice Zanardelli del 1889, raggruppando i delitti politici sotto l’oggettività giuridica della “sicurezza dello Stato”, tenta di realizzare un equo contemperamento tra, da un lato, la tutela giuridica della Patria, dello Stato e delle sue Istituzioni e, dall’altro, quella degli individui ad esprimere liberamente il proprio pensiero.

Nel codice Rocco del 1930, invece, lo Stato in quanto tale è oggetto di protezione giuridica in maniera prevalente rispetto all’individuo: da qui la collocazione sistematica delle norme all’apertura della parte speciale del codice penale, la creazione di norme volte alla repressione del mero dissenso politico, nonché il proliferare delle fattispecie di attentato dove si puniscono condotte “non ancora idonee” per il diritto penale.

La stessa Relazione ministeriale sul progetto del codice penale specifica che oggetto della tutela non era solo la sicurezza dello Stato in quanto tale ma “anche tutto quel complesso di interessi politici fondamentali, di altra indole, rispetto ai quali lo Stato intende affermare la sua personalità” e che “vanno dalla saldezza e dalla prosperità economica al migliore assetto sociale del Paese e persino al diritto di conseguire e consolidare quel maggiore prestigio politico che allo Stato possa competere in un determinato momento storico: è evidente, pertanto, che la volontà del legislatore del 1930 era quella di rafforzare l’idea di Stato come “valore in sé” da tutelarsi in maniera prevalente rispetto ad ogni altro interesse, anche quello individuale.

Autorevole dottrina (Manzini) ha sostenuto che oggetto della tutela penale dei delitti in discorso sono gli interessi fondamentali della personalità dello Stato, considerata nei suoi rapporti internazionali concernenti l’esistenza, l’incolumità e l’indipendenza dello Stato e la conservazione di buoni rapporti internazionali, la preservazione dei mezzi di difesa militare, gli interessi di guerra, la fedeltà in affari internazionali, la conservazione delle condizioni necessarie per la compattezza della Nazione di fronte all’estero e per la buona opinione straniera riguardo all’Italia: in altre parole, la salvaguardia della stabilità dell’assetto politico costituzionale.

La dottrina più recente ha posto in dubbio la stessa possibilità che la nozione di personalità dello Stato costituisca un plausibile e legittimo “oggetto giuridico” di categoria, visto che lo stesso non risulta, di regola, offendibile, dai comportamenti penalmente sanzionati dal titolo in esame, le cui fattispecie sarebbero, invero, poste a tutela di ben definiti e plurimi interessi.

Peraltro l’impiego di una tale nozione sembra corrispondere ad una concezione dei rapporti politici che si pone in antitesi con la prospettiva della Costituzione: si è rilevato, in particolare, che l’idea dello Stato persona, quale momento conclusivo della sintesi politica e sbocco categoriale di ogni reato avente dimensione politica, sottintende una concezione totalitaria per la quale come non esiste rapporto politico da cui sia estraneo lo Stato persona così non può darsi reato politico che non si rivolga contro quell’unico soggetto (Padovani).

Nella prospettiva risultante dalla Carta costituzionale, invece, il fulcro della tutela penale, con riguardo alle fattispecie in esame, andrebbe individuato con riferimento non già alla personalità dello Stato, quanto piuttosto agli interessi basilari di una convivenza sociale vista nelle sue forme istituzionali (Romano, Fiandaca-Musco) e, pertanto, un’interpretazione conforme alla Costituzione imporrebbe una riformulazione legislativa dell’oggetto giuridico delle previsioni del titolo in esame, sì da finalizzarle alla tutela non già di una astratta ed indefinibile “personalità dello Stato”, quanto piuttosto degli elementi essenziali della fisionomia costituzionale dell’ordinamento (Gallo-Musco).

Tra l’altro, è stata oggetto di critiche anche la stessa distinzione tra personalità “interna” e “internazionale” dello Stato, sia sotto il profilo classificatorio sia sotto quello concettuale: è evidente, infatti, che stante l’intreccio tra interessi interni ed esterni dello Stato vi sono norme collocate nell’ambito dei delitti contro la personalità interna dello Stato che ben potrebbero rientrare tra quelle contro la personalità internazionale e viceversa.

De iure condendo, si auspica pertanto, da un lato, l’eliminazione di alcune fattispecie non più adatte a tutelare l’attuale assetto democratico e le esigenze di sicurezza del Paese e, dall’altro, una maggiore tipizzazione delle condotte criminose così da rendere le fattispecie penali più compatibili con il principio di offensività.

Le principali problematiche relative ai delitti in questione attengono, da un lato, all’anticipazione della soglia di punibilità ottenuta attraverso la previsione delle fattispecie di attentato e, dall’altro l’introduzione di alcune nuove figure di delitti contro la personalità dello Stato ad opera di una serie di interventi legislativi diretti a fronteggiare il fenomeno del terrorismo.

I DELITTI DI ATTENTATO

 

I delitti di attentato o a consumazione anticipata vengono collocati dogmaticamente, dalla dottrina tradizionale, nell’ambito dei reati di scopo, con i quali si incrimina non l’offesa ad un bene giuridico, ma la realizzazione di certe situazioni che lo Stato ha interesse a che non si realizzino.

Nei reati di scopo, a differenza di quanto accade nei reati di offesa in cui la lesione o la messa in pericolo di un preesistente bene giuridico costituisce elemento tipico del reato (esplicito o implicito) da accertare in concreto, manca l’offesa per l’anticipazione dell’incriminazione a fasi preoffensive (reati senza offesa) o per la mancanza dello stesso bene giuridico (reati senza bene giuridico). Pertanto, si è sostenuto che tali fattispecie sarebbero in grado di vulnerare il principio di offensività, espresso dal brocardo latino nullum crimen sine iniuria, per il quale il reato deve sostanziarsi nella necessaria offesa ad un bene giuridico, non essendo concepibile un reato senza offesa e, di conseguenza, per essi si pone il problema del grado legittimo di anticipazione della tutela del bene giuridico penale.

Le fattispecie di attentato, le quali si caratterizzano per il fatto di essere descritte con la formula “chiunque attenta” o “commette un fatto diretto a…”, rappresentano il frutto di una valutazione politico criminale che ha portato il legislatore ad elevarli a delitti perfetti, in quanto “diretti” ad offendere un bene ritenuto meritevole di protezione anticipata perché di rango particolarmente elevato.

La dottrina e la giurisprudenza, dopo lunghi anni di incertezze e dibattiti, ha finalmente riconosciuto che il delitto di attentato è un istituto assimilabile a quello del tentativo, con il quale condivide origini storiche, struttura e funzione.

Tuttavia, non esiste nel diritto positivo una disposizione di parte generale che lo disciplini, alla stregua dell’art. 56 c.p., essendo la formula dell’attentato usata solo nella parte speciale, come tecnica di costruzione delle singole fattispecie: è stata la dottrina (Carnelutti) che ha avvertito l’esigenza di enucleare autonomamente, accanto a quella del tentativo, la teoria generale dell’attentato.

Proprio dalla mancanza di una disposizione di parte generale che lo regoli è sorto il problema di stabilire se il delitto di attentato punisca già l’attività preparatoria o richieda, invece, la presenza degli elementi strutturali del tentativo, ovvero l’inizio di esecuzione e l’idoneità degli atti.

Sotto il vigore del codice Zanardelli del 1889, ispirato all’ideologia liberale della borghesia ottocentesca, nessuno dubitava, in dottrina e in giurisprudenza, della omogeneità, concettuale e funzionale, del tentativo e dell’attentato, potendosi configurare entrambi i tipi delittuosi solo in presenza di atti esecutivi.

Il legislatore del 1930, con il codice Rocco, pur ribadendo (almeno nelle intenzioni, come si evince a chiare lettere dalla Relazione ministeriale sul progetto del codice) l’equivalenza delle due nozioni, ha fatto retrocedere la punibilità di entrambe le figura a livello di attività preparatorie.

Ben presto, però, ci si rese conto dell’incompatibilità tra la nozione di atti preparatori e quella di idoneità (contenuta nell’art. 56) e pertanto, al fine di salvare nell’attentato la tesi repressiva dei compilatori non restava che ridare all’istituto autonomia strutturale e sostanziale rispetto al delitto tentato: in tal senso si pronunziarono le Sezioni Unite penali della Corte di cassazione che, con la sentenza 10 giugno 1957, considerarono penalmente rilevante, ai fini della configurabilità dell’attentato, qualsiasi atto, anche preparatorio, purché sorretto dalla volontà di conseguire l’effetto criminoso (interpretazione soggettivistica).

La reazione della dottrina non tardò ad arrivare: l’evoluzione delle istituzioni, già formalizzata nella Costituzione Repubblicana ma che si andava lentamente concretando nei principi, nelle leggi e nel costume sociale, cominciava a mostrarsi nel mutamento del quadro politico generale e nei primi segnali di sensibilizzazione verso le indicazioni sociali della Carta fondamentale, aprendo la strada ai nuovi orientamento giurisprudenziali che, passando dapprima attraverso coraggiose pronunce dei giudici di merito, giunsero ad una nuova pronuncia delle Sezioni Unite.

Queste, con la sentenza 14-18 giugno 1970, accolgono l’orientamento, tuttora vigente, che equipara l’attentato al tentativo, distinguendo nettamente la fase preparatoria da quella esecutiva,  proclamando che solo in quest’ultima il legislatore riconosce la rilevanza penale di una condotta e aggiungendo che tale principio, discendente dal secondo comma dell’art. 49 c.p., è immanente a tutte le norme incriminatrici e che lo stesso legislatore del ’30 non ha potuto ripudiare ma solo accantonare.

Il Supremo Consesso rinviene la riprova che l’attentato insiste tutto nella fase esecutiva dell’iter criminis nella circostanza che l’ordinamento considera attività preparatorie, eccezionalmente punite, la costituzione di bande armate o di associazioni cospirative, che hanno nel programma criminoso, fra l’altro, la progettazione di delitti di attentato contemplati nei primi due capi del Titolo I, ribadendo, inoltre, che “il principio dell’idoneità dell’azione è nell’epoca moderna un principio dommatico assoluto, dominante l’intera materia penale”.

Questa interpretazione oggettivistica dei delitti di attentato, accolta dall’ormai unanime giurisprudenza, è condivisa dalla dottrina prevalente che afferma che la stessa non solo è più conforme alla lettera della legge, visto che il “fatto diretto a…” esprime che la direzione verso il risultato dannoso  è una caratteristica del fatto e non del solo atteggiamento psicologico dell’agente, ma è altresì preferibile sotto il profilo sistematico, visto che se il legislatore avesse accolto una concezione soggettivistica dei delitti di attentato avrebbe sempre punito nella stessa misura sia chi persegue, sia chi raggiunge un determinato risultato dannoso, essendo identica in entrambi i casi la volontà delittuosa, unico e vero oggetto della repressione, mentre, invece, in numerosi delitti di attentato il verificarsi del risultato dannoso perseguito dall’agente comporta un aumento di pena.

Nondimeno, una parte della dottrina (Mantovani) ha rilevato che una volta affermata l’omogeneità tra tentativo ed attentato, fatte salve le ipotesi in cui il reato consumato non sarebbe punibile – per la natura dello stesso fatto delittuoso che può sussistere solo allo stadio del tentativo – e quelle in cui vi è l’esigenza di sanzionare il tentativo con una pena più severa, il delitto di attentato, così privato della ragione della sua emanazione, sarebbe un inutile residuo storico. Altri autori (Marinucci e Dolcini) ritengono, invece, che le anzidette ipotesi fatte salve giustificherebbero ampiamente la configurazione di delitti di attentato, specie nell’ambito dei delitti contro la personalità dello Stato.

Alla luce delle superiori considerazioni i delitti di attentato si ritengono caratterizzati dai connotati tipici del tentativo: il principio di esecuzione e l’idoneità degli atti esecutivi.

Quanto al primo, come nel tentativo, anche nei delitti di attentato occorre distinguere tra la fase degli atti preparatori – intesi come qualunque manifestazione esterna del proposito criminoso che abbia carattere strumentale rispetto alla realizzazione, non ancora iniziata, di una figura di reato, i quali sono penalmente irrilevanti, salvo che integrino un diverso reato – e la fase degli atti esecutivi, i quali soltanto possono configurare i delitti di attentato (sui diversi criteri distintivi tra atti preparatori ed atti esecutivi v.: Mantovani, Diritto penale, parte generale, 2009 pagg. 430 e ss.).

A favore di questa interpretazione depone, per le fattispecie di attentato nell’ambito dei delitti contro la personalità dello Stato, l’incriminazione come autonomi reati delle forme più importanti di attività preparatorie (accordo, associazione, banda armata) realizzate al fine di commettere i più diversi delitti di attentato, nonché, per le ipotesi residue (artt. 420, 432, 433 c.p. etc.), il rilievo che l’art. 115 c.p. sancisce la normale irrilevanza penale dell’accordo e di ogni altra attività preparatoria compiuta per commettere un reato, salvo espresse deroghe disposte da singole norme incriminatrici.

Quanto, invece, al requisito dell’idoneità degli atti esecutivi, esso va ricostruito come concreta probabilità del verificarsi dell’evento verso il quale sono diretti gli atti costitutivi del delitto di attentato, tenendo conto di tutte le circostanze esistenti al momento dell’azione esecutiva, anche se accertate ex post: il bene giuridico deve aver corso un effettivo e concreto pericolo (anche se l’idoneità richiesta nei delitti di attentato, è stata interpretata, nelle predette pronunce giurisprudenziali a Sezioni Unite, come “mera impossibilità” o “non impossibilità” del verificarsi dell’evento lesivo).

Va inoltre rilevato che la coincidenza tra la struttura dei delitti di attentato e quella del tentativo avvalora la tesi, sostenuta dalla dottrina dominante, secondo cui i delitti di attentato non ammettono il tentativo: il minimo necessario per dar vita al tentativo è già sufficiente per la consumazione.

Passando adesso a considerare le singole fattispecie di attentato nell’ambito dei delitti contro la personalità dello Stato occorre innanzitutto sottolineare che parecchie di esse sono state riformate a seguito della legge 24 febbraio 2006 n. 85, recante “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”, che è intervenuta, invero poco incisivamente, nel settore dei reati d’opinione abrogando alcune norme obsolete (artt. 269 e 272 c.p.) e modificandone altre (artt. 299, 403, 404, 405 c.p. e art. 3 c. 1 l. 654/1975).

Le più importanti norme penali oggetto della novella non prevedono reati d’opinione bensì figure di attentato: le modifiche vanno nel senso di un ritrarsi dell’intervento penale, vuoi con restrizioni di fattispecie, vuoi con drastici abbassamenti delle pene edittali.

Le fattispecie di cui agli artt. 241, 270, 283 e 289 c.p. sono state ridisegnate con la previsione (per gli artt. 241, 283 e 289) che la condotta consista in atti violenti non solo soggettivamente diretti al fine vietato, ma a ciò oggettivamente idonei (per gli artt. 241, 270 e 283), recependo così l’interpretazione prevalente in dottrina circa i requisiti delle fattispecie di attentato secondo cui, non diversamente che per la punibilità del tentativo, non basta la direzione soggettiva degli atti ma occorre la loro obiettiva idoneità offensiva.

Il requisito degli “atti violenti”, che a prima vista potrebbe apparire plausibile, pone delicati problemi di interpretazione poiché, com’è stato sottolineato con preoccupazione dalla più attenta dottrina, non avrebbero rilevo penale, stante il tenore delle nuove disposizioni, un attentato all’integrità dello Stato o alla Costituzione perpetrato con abuso di pubblici poteri ma senza dispiegamento di forza bruta.

La dottrina ha altresì aspramente criticato il sensibile abbassamento delle pene edittali, rilevando non solo che questa linea di mitigazione è in controtendenza con le più recenti novelle in materia penale, ma che addirittura avrebbe sconquassato il sistema sanzionatorio visto che, a mo’ d’esempio, l’attentato ad organi costituzionali sarebbe punito quanto un occasionale favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Veniamo adesso ad esaminare, analiticamente, le principali fattispecie di attentato di cui al Titolo I.

L’art. 241 (Attentati contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato) disciplina il più grave tra i delitti contro la personalità dello Stato, costruito secondo la logica dell’attentato e quindi a consumazione anticipata, essendo indifferente, per la punibilità, il verificarsi degli eventi ivi previsti: la norma, salvo che il fatto costituisca più grave reato, punisce, con la reclusione non inferiore a dodici anni, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato. Il bene tutelato dalla disposizione è la sovranità dello Stato, nonché l’integrità, l’indipendenza e l’unita del suo territorio ovvero l’interesse relativo alla personalità internazionale dello Stato in quanto particolarmente si attiene all’integrità del territorio e alla conservazione dell’indipendenza e dell’unità dello Stato medesimo (Manzini).

Soggetto attivo può essere chiunque sia esso italiano o straniero (se si tratta si militare si configura il delitto di cui all’art. 77 c.p. militare).

Prima dell’intervento del legislatore del 2006 la fattispecie prevedeva quattro condotte in ragione del diverso effetto lesivo ma dopo la riforma il fulcro è costituito dagli atti violenti e idonei: all’uopo la dottrina ha rilevato che, nonostante l’intervento legislativo abbia modificato gli elementi strutturali, poco sia cambiato sul piano concreto, atteso che la prima giurisprudenza richiedeva, per l’integrazione del delitto, un accadimento casualmente in grado di produrre uno degli eventi indicati nella norma. Gli atti violenti devono essere idonei a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato (la prima consiste nell’assenza di un qualsiasi vincolo di soggezione ad altro Stato territorialmente sovrano, mentre con la seconda si fa riferimento all’unità politico territoriale dello Stato che verrebbe meno per effetto della creazione di Stati indipendenti o anche federali) o a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero (ci si riferisce ad un reale dominio territoriale, totale o parziale, da parte di una potenza straniera). Su quest’ultimo punto va rilevato, tuttavia, che ai sensi degli artt. 11 e 80 Cost. è possibile che vi siano accordi internazionali volti a limitare la sovranità medesima, con la conseguenza che non possono essere considerate conformi al modello legale le condotte limitatrici della sovranità statale, ma realizzate con l’uso delle regole democratiche: si pensi al referendum richiesto da una minoranza etnica per ottenere la formazione di un partito politico che persegue tale scopo nel rispetto delle regole parlamentari.

Il dolo è generico e il tentativo non è configurabile (come per tutte le fattispecie di attentato).

Ai sensi dell’art. 283 (Attentato contro la Costituzione dello Stato) è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di Governo

La fattispecie incrimina non già gli atti diretti a ledere l’ordinamento costituzionale quanto, piuttosto, i modi del suo mutamento con mezzi diversi da quelli che la stessa carta cost. prevede come strumenti di revisione politico-istituzionale: bene protetto è pertanto la legittimità dell’evoluzione costituzionale, che dev’essere attuata solo con i mezzi che sono propri dell’ordinamento vigente. Il reato è comune e soggetto attivo può essere chiunque, compreso il Pres. Della Rep. ex art. 90 Cost.

La condotta incriminata consiste nel commettere, con atti violenti, un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di Governo: la dottrina, con riferimento al concetto di mutamento, ha inteso escludere i fatti di impedimento, accogliendo così una lettura restrittiva (i fatti di accadimento potrebbero integrare altre fattispecie come quelle di cui agli artt. 289 o 338 c.p.).

L’inciso “forma di Governo” è stato ritenuto un superfluo atteso che rientra tra gli aspetti sostanziali della Costituzione. Alla luce dell’attuale costruzione della norma è escluso che integri la fattispecie de qua la frode alla costituzione, perché si tratta di un fatto commesso senza violenza, ma con la rigorosa osservanza delle forme previste dall’ordinamento. Il dolo è specifico.

L’art. 289 c.p. (Attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali) punisce con la reclusione da uno a cinque anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette atti violenti diretti ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al Presidente della Repubblica o al Governo l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge ovvero alle assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni.

Questa fattispecie, posta a tutela del libero esercizio delle funzioni espletate dagli organi costituzionali dello Stato, ha subito una radicale trasformazione con l’intervento del legislatore della riforma, il quale, da un lato, ha incentrato il fatto sul requisito della violenza (in ossequio agli orientamenti dominanti) e, dall’altro, ha eliminato la ipotesi attenuata di “turbamento” dell’esercizio delle prerogative o delle funzioni suddette. Soggetto attivo del reato può essere chiunque.

La condotta incriminata consiste nel commettere, con violenza, atti diretti ad impedire l’esercizio delle predette funzioni. Circa il concetto di impedimento vi rientrano tutti quegli ostacoli che rendono impossibile il materiale esercizio delle prerogative, attribuzioni e funzioni, ma altresì ogni coazione, anche pratica, esercitata sui vari organi per ottenere un esercizio diverso dal voluto, e comunque non conforme alla reale volontà dell’organo.

La dottrina, sul punto, ha rilevato che desta particolare importanza il fenomeno del c.d. ostruzionismo parlamentare (dal verbo ostruire, che significa porre ostacolo al libero corso di qualcosa) col quale si impedisce il regolare svolgimento dell’esercizio dell’attività parlamentare. Si è sostenuto che sarebbe opportuno delegare alle Camere  il compito di valutare sino a che punto l’attività dei parlamentari sia giustificata dall’adempimento dei doveri funzionali, e dove invece cominci l’abuso e quindi l’illecito. Il reato è a dolo generico.

L’art. 280 c.p., che originariamente incriminava l’attentato contro il capo del Governo, era stato eliminato ad opera della l. 288/1944: nella sua attuale formulazione (Attentato per finalità terroristiche o di eversione) è stato introdotto con la l. 15/1980, in un periodo in cui l’esigenza di tutela dagli attacchi terroristici era molto forte, con l’obiettivo di tutelare l’ordine pubblico istituzionale esistente, anticipando al tempo stesso la tutela della vita e dell’incolumità personale di coloro che sono fatti oggetti di attacchi criminosi intesi a creare panico nella collettività. La dottrina ha criticato la riforma del 1980 in quanto sono state configurate in forma di attentato aggressioni a beni comuni quali la vita e l’incolumità fisica che, di regola, non beneficiano di una tutela anticipata; in secondo luogo l’aver imperniato l’incriminazione sulla finalità di terrorismo e di eversione è indice di quella tendenza alla subiettivizzazione della fattispecie penale, che rappresenta una delle più deprecabili caratteristiche del legislatore d’emergenza. Soggetto attivo può essere chiunque e la condotta punita consiste nell’attentare la vita o l’incolumità personale per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Il bene della vita non pone alcun problema interpretativo, a differenza del concetto di incolumità per il quale si discute se ricomprenda anche le percosse prive di conseguenze lesive qualificabili come malattia (si preferisce la tesi restrittiva).

Circa le nozioni di finalità di terrorismo e di eversione si rinvia a quanto si dirà nel prosieguo.

Il dolo è specifico e il tentativo non è configurabile.

Vale la pena di percorrere brevemente le altre fattispecie di attentato contemplate nel titolo in esame. La prima di queste è il reato di atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, di cui all’art. 280 bis c.p., introdotto dalla legge 34 del 2003 di ratifica della Convenzione N.U. del 1997.  La nozione di ordigno micidiale o esplosivo la si ricava dall’art. 585 c.p., comprendendo tutte le armi o mezzi simili destinati a offendere la persona. Il  reato è a dolo specifico.

L’art. 285 disciplina il delitto di devastazione, saccheggio e strage alla base del quale vi sono le fattispecie di devastazione e saccheggio (419) e strage (422) riformulate secondo il modello dell’attentato: mentre per devastazione s’intende una vasta distruzione di cose mobili o immobili, il saccheggio non è altro che un furto aggravato, sebbene esso debba offendere il patrimonio e turbare la sicurezza della comunità. Il legislatore ha utilizzato l’espressione “fatto diretto a…” alludendo alla diverse forme che può assumere la condotta: sul punto la giurisprudenza è contraddittoria in quanto ritiene che il dato testuale non richiede la violenza ma afferma anche che la rapina rientri nell’ipotesi criminosa in esame.

L’art. 276  (Attentato contro il Presidente della Repubblica) punisce chiunque attenta alla vita, alla incolumità o alla libertà personale del Capo dello Stato. La formula “attenta a…” deve essere considerata equivalente a compiere “atti idonei e univocamente diretti a cagionare”.

Per il concetto di vita e incolumità valgono le considerazioni di cui sopra, mente il concetto di libertà personale va inteso alla stessa stregua di cui agli artt. 605 e 609 c.p.

Infine va ricordato che, sempre nell’ambito dei delitti contro la personalità dello Stato, sono costruite secondo la tecnica dell’attentato anche le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 277 (Offesa alla libertà del Presidente della Repubblica), 284 (Insurrezione armata contro i poteri dello Stato), 286 (Guerra civile),  295 (Attentato contro i Capi di Stati esteri) e 296 (Offesa alla libertà dei Capi di Stato esteri).

LA NOZIONE DI FINALITÀ DI TERRORISMO

E LE NUOVE FATTISPECIE CONTRO IL TERRORISMO

 

Il Titolo I del libro II del codice penale è stato oggetto, nella storia recente della nostra Repubblica, di una serie di interventi legislativi diretti a fronteggiare il fenomeno del terrorismo.

Va innanzitutto segnalata l’introduzione, ad opera del d.l. n. 59 /1978 conv. in l. n. 191/1978 (che ha altresì riformulato il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione di cui all’art. 630 c.p.), dell’art. 289 bis c.p. che contempla una autonoma fattispecie delittuosa di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, consistente nel “sequestrare una persona”, ossia nel privare taluno della libertà personale, con il dolo specifico rappresentato dal fine “di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”.

Si tratta di una fattispecie con la quale il legislatore del 1978, intendeva fornire una risposta di grande fermezza e rigore, all’indomani del sequestro dell’on. Aldo Moro, avvenuto in Roma il 16 marzo 1978  e perpetrato da appartenenti alle Brigate Rosse, che tennero prigioniero l’ostaggio per cinquantaquattro giorni prima di ucciderlo.

La norma mira a tutelare la sicurezza dell’ordinamento costituzionale, dinnanzi a fatti la cui carica lesiva va oltre la sfera individuale della singola persona e che sono in grado di provocare il pericolo di una destabilizzazione del sistema democratico: ciò spiega sia la collocazione sistematica del delitto de quo, sia il rigore della pena per esso comminata.

Con il d.l. n. 625/1979, conv. in l. n. 15/80, il legislatore ha introdotto, affiancandolo al preesistente art. 270 c.p., l’art. 270 bis il cui forte valore simbolico è espresso chiaramente dalla rubrica della norma, che nel suo tenore originario faceva riferimento alle “associazioni con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico”, oltre che dal rigoroso trattamento sanzionatorio.

Il legislatore, con l’introduzione dell’art. 270 bis, si era posto l’obiettivo politico criminale di reprimere le associazioni che compissero atti di violenza con finalità eversiva dell’ordinamento costituzionale, rassicurando la collettività della volontà di combattere efficacemente il terrorismo dotandosi di nuovi strumenti repressivi diversi rispetto all’art. 270 c.p., coniato nel 1930 con l’obiettivo di criminalizzare i partiti politici avversari del regime fascista e che aveva superato i sospetti di illegittimità costituzionale solo grazie all’interpretazione giurisprudenziale che ne aveva riformulato l’oggettività giuridica per poter utilizzare la fattispecie nei c.d. “anni di piombo”, puntando sull’incriminazione non del programma sovversivo ma del metodo violento che l’associazione pretendesse di seguire per raggiungere l’obiettivo.

Gli interpreti, oltre a pronunciarsi più volte onde differenziare le due norme (ritenendo che il reato di cui all’art. 270 bis si differenziasse rispetto a quello di associazione sovversiva, oltre che per la maggior gravità delle pene, anche per un più immediato riferimento al “compimento di atti di violenza”, precisando altresì che la sopravvivenza dell’art. 270 c.p. pur a seguito dell’introduzione della nuova fattispecie attribuiva a questa un più ampio ambito di applicazione, non essendo l’incriminazione limitata a fatti commessi sul territorio nazionale), erano divisi in merito alla discrasia esistente tra rubrica e contenuto della norma, facendosi riferimento, nella prima, alle finalità di terrorismo “ed” eversione dell’ordine democratico con un’endiadi, e mancando invece, nel corpo del testo, il riferimento alla finalità di terrorismo.

Ci si interrogava quindi sulla necessaria presenza o meno di entrambe le finalità per la punibilità dell’associazione e, conseguentemente, se fosse punibile un’associazione che mirasse soltanto ad una di esse: sul punto mentre l’opinione maggioritaria riteneva che le due nozioni fossero concettualmente differenti, ben potendosi agire con finalità esclusivamente terroristica o esclusivamente eversiva, la tesi minoritaria sosteneva, invece, che terrorismo ed eversione dell’ordine democratico costituissero un concetto unitario.

La legge 15 dicembre 2001 n. 438 (di conversione del d.l. n. 374/2001), recante disposizioni urgenti per contrastare il fenomeno del terrorismo internazionale, trova la sua ragione nell’esigenza di dotare l’ordinamento giuridico italiano di una fattispecie penale idonea a reprimere le attività dei gruppi terroristici internazionali stanziati nel nostro territorio, ma superando tale emergenza – resa ancor più evidente dai noti fatti dell’11 settembre 2001 – ridisegna l’intera materia dell’associazionismo eversivo e terroristico, modificando l’art. 270 bis e introducendo l’art. 270 ter.

Quest’ultimo, allo scopo di colpire le organizzazioni terroristiche attraverso l’incriminazione di quei soggetti che, pur essendo estranei alla struttura associativa, realizzano condotte di sostegno nei confronti dei componenti delle organizzazioni medesime, prevede il delitto di assistenza agli associati, incriminando la condotta di chi dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano alle associazioni indicate negli art. 270 e 270 bis: si tratta di un reato di pericolo astratto ed istantaneo (la permanenza, compresa nel generico concetto di continuità, è presa in considerazione come aggravante speciale), a dolo generico e che può configurarsi, in virtù dell’espressa clausola di sussidiarietà, solo al di “fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento”.

Le modifiche apportate dalla novella legislativa del 2001 all’art. 270 bis, oltre all’inasprimento del trattamento sanzionatorio, riguardano:

a)     la previsione esplicita, nel corpo del testo normativo, della finalità di terrorismo come alternativa (visto l’uso della congiunzione “o” al posto di “e”, peraltro anche nella rubrica della norma) a quella di eversione dell’ordine democratico;

b)     l’aggiunta, in ossequio agli obblighi sanciti dalla Convenzione internazionale per la repressione dei finanziamenti al terrorismo stipulata a New York nel 1999, della figura di coloro che finanziano le associazioni terroristiche accanto all’indicazione dei ruoli di chi promuove, costituisce, organizza, dirige o partecipa (che rappresenta una novità nel panorama dei reati associativi del codice penale, essendo prevista unicamente nella figura associativa finalizzata al traffico di sostanza stupefacenti ex art. 74 d.p.r. n. 309/1990);

c)     la previsione, di cui al terzo comma, per cui “la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono posti in essere contro uno Stato estero, un’istituzione e un organismo internazionale” (perfettamente conforme alla rubrica della norma in esame che contiene il riferimento alle associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale).

La fattispecie, a carattere permanente e necessariamente plurisoggettiva, la cui oggettività giuridica si rinviene, tradizionalmente, da un lato nell’ordine pubblico e dall’altro nell’interesse relativo alla personalità dello Stato (anche se c’è chi sostiene che il bene protetto sia costituito dalla c.d. sicurezza mondiale, intesa come sicurezza pubblica internazionale rispetto agli attacchi terroristici pianificati ed organizzati), ricalca la struttura tipica del delitto associativo distinguendo, sotto il profilo sanzionatorio, la condotta di partecipazione rispetto a quella di chi svolge funzioni c.d. di vertice all’interno dell’associazione (promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia la stessa). Essa, secondo l’orientamento conforme della giurisprudenza di legittimità, deve essere inquadrata tra i reati di pericolo e, più in particolare nella categoria dei delitti di pericolo presunto, anche se permangono delle divergenze in ordine ai requisiti minimi idonei per ravvisare la sussistenza del reato in esame. In dottrina non è mancato chi aveva di ritenuto di qualificare la fattispecie de qua come reato di pericolo solo apparentemente astratto, in ossequio ai principi costituzionali di offensività e libertà di associazione, per cui si potrebbero ricomprendere nella fattispecie solo le organizzazioni concretamente e direttamente pericolose per il bene protetto.

Soggetto attivo del reato può essere chiunque, cittadino o straniero, senza che sia richiesta alcuna specifica qualifica soggettiva mentre il soggetto passivo è lo Stato italiano, nella sua personalità lato sensu intesa, ossia l’ordine costituzionale e le forme istituzionali che lo realizzano, nonché in virtù del terzo comma uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale.

Sotto il profilo dell’elemento oggettivo va rilevato che condotte incriminate s’incentrano sul proposito, da parte dell’associazione criminale, del “compimento di atti di violenza”, il quale, al fine di fugare ogni dubbio di costituzionalità e delimitare l’ambito applicativo della fattispecie, va inteso come riferito ad un concreto e specifico programma di violenza.

Quanto all’elemento soggettivo secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità si tratta di reato a dolo specifico, nel quale la consapevolezza e la volontà del fatto di reato devono essere indirizzate al perseguimento delle finalità che connotano l’associazione. In dottrina si è invece sostenuto che il dolo del reato de quo è sia generico che specifico: il primo dee abbracciare tutti gli elementi del fatto tipico mentre il secondo necessita che il soggetto agisca con finalità di terrorismo o di eversione, mirando soggettivamente al conseguimento di un obiettivo  che non è necessario che si realizzi in maniera compiuta nella realtà, affinchè il delitto si consumi.

La configurabilità del tentativo è controversa.

La fattispecie pone i problemi della responsabilità dei partecipi per i singoli reati commessi dai membri dell’associazione e della configurabilità del c.d. concorso esterno nell’associazione, per la soluzione dei quali gli interpreti hanno fatto ricorso ai principi elaborati dalla consolidata giurisprudenza in materia di concorso eventuale nel delitto associativo (con riguardo agli artt. 416 e 416 bis c.p.).

L’associazione punita ex art. 270 bis c.p. può, pertanto, finalizzare il proprio programma di violenza o di lotta armata all’eversione dell’ordine democratico dello Stato italiano ovvero al terrorismo interno e/o internazionale.

Il termine “eversione” significa sovvertimento dell’assetto costituzionale, ossia il capovolgimento di quel complesso di principi ed istituti nei quali si esprime la forma democratica dello Stato secondo la Costituzione, ed è sinonimo del termine “sovversione” che si rinviene nell’art. 270: la differenza terminologica, lungi dal riflettere una diversa sostanza di fenomeni, dipende soltanto dal diverso clima storico politico nel quale le formule hanno avuto origine. Peraltro la formula “eversione dell’ordine democratico” è stato oggetto di interpretazione autentica ad opera dell’art. 11 della legge n. 304/1982, che ha previsto che per tale deve intendersi l’ordine costituzionale, ossia quel complesso di principi ed istituti nei quali si esprime la forma democratica dello Stato.

L’elemento normativo della finalità di terrorismo ha suscitato, tuttavia, rilevanti contrasti interpretativi nel periodo immediatamente successivo alla sua introduzione, in virtù della circostanza che tale nozione è particolarmente influenzata dall’incertezza politica – a livello internazionale ma anche, addirittura, nell’ambito della medesima nazione – circa la portata del concetto di “terrorismo”.

Con riferimento, in particolare, alla nozione di terrorismo internazionale è stato rilevato che, a differenza di quanto avviene nelle associazioni criminali “classiche” (es. Cosa Nostra) o nelle stesse organizzazioni di terrorismo interno (Brigate Rosse), nel terrorismo transnazionale il progetto delittuoso finale non è predefinito e conoscibile a priori dai singoli aderenti e, spesso, nemmeno dalle singole cellule che operano in un determinato spazio, essendovi una enorme distanza spaziale tra il singolo o la singola cellula all’inizio della catena operativa e l’obiettivo che sarà colpito: la conseguenza è che l’esistenza di un aggregato di persone reciprocamente legate in cui i soggetti svolgano il ruolo di proselitismo e reclutamento e in cui si diffondano documenti di propaganda, si preparino documenti falsi e si faciliti lo spostamento dei suoi aderenti, può essere sufficiente per la contestazione del reato di cui all’art. 270 bis c.p., poiché tali condotte costituiscono un segmento di una catena pienamente idonea ad entrare in funzione.

Occorre osservare che gli attriti interpretativi sollevatisi all’indomani della novella del 2001 concernevano, essenzialmente, la fonte di rango internazionale da cui poter ricavare indicazioni per la nozione di finalità di terrorismo.

Fin dal 1937 l’elaborazione di una definizione di terrorismo ha impegnato Stati ed Organizzazioni internazionali: ad un primo testo elaborato ed incluso dalla Lega delle Nazioni nella “Convenzione per la prevenzione e la punizione del Terrorismo”, mai entrato in vigore, seguirono a partire dal 1963, numerosi trattati multilaterali, nonché Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, concernenti strategie e misure concrete dirette a combattere il fenomeno del terrorismo.

Se, da un lato, le predette Risoluzioni – nel disporre in materia di terrorismo – hanno applicato in modo troppo estensivo il concetto di tutela della pace e della sicurezza mondiale, dall’altro, anche la produzione normativa delle Nazioni Unite costituita dagli strumenti di diritto internazionale quali trattati e convenzioni multilaterali, sia di tipo globale che regionale, diretti alla prevenzione ed alla soppressione del terrorismo è del tutto carente: tra i 22 trattati e convenzioni multilaterali attualmente in vigore, l’unico che annovera una definizione di terrorismo di tipo “globale” è la Convenzione contro il Terrorismo dell’Organizzazione della Conferenza Islamica del 1999, essendo contenute negli altri trattati una definizione “operativa” di terrorismo, ossia strettamente connessa a specifiche circostanze e manifestazioni del fenomeno.

Da moltissimo tempo è, da più parti, auspicata una Convenzione Globale contro il terrorismo: a questo scopo, nel 1996, l’Assemblea Generale decise di istituire una Commissione ad hoc con il compito, oltre che di elaborare due convenzioni, di porre le fondamenta per la creazione di un contesto internazionale che potesse giungere all’elaborazione di una Convenzione di tipo globale contro il terrorismo. La Commissione avrebbe dovuto risolvere quelle questioni, ancora controverse, che ne impediscono la creazione e l’adozione e che, come emerso durante la discussione dei testi meramente progettuali finora elaborati, riguardano essenzialmente la tipologia di definizione più opportuna e l’inserimento di una “clausola di esenzione” che, operando come una scriminante, escluderebbe una serie di comportamenti dall’ambito della convenzione stessa e conseguentemente dalle sanzioni in essa previste.

Sebbene le varie convenzioni internazionali, ratificate dall’Italia, riguardanti la repressione di manifestazioni terroristiche in specifici settori, presentino limitata importanza per l’identificazione di una definizione generale di terrorismo, deve rilevarsi che fin dal periodo immediatamente successivo all’introduzione dell’art. 270 bis, l’individuazione di una definizione generale di terrorismo ha fatto capo soprattutto a due fonti internazionali: la Decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 13.06.2002, che individua come terroristiche le condotte di danno grave o anche solo di pericolo grave per un paese o un’organizzazione internazionale e che tipizza al suo interno una serie di condotte e di scopi di amplissima portata, e la Convenzione di New York del 1999 sul finanziamento degli atti terroristici, che definisce tale, oltre ad ogni atto che costituisce reato ai sensi di e come definito da uno dei trattati allegati alla stessa Convenzione, qualsiasi atto destinato a cagionare la morte o le lesioni personali gravi ad un civile e a qualsiasi altra persona che non partecipi attivamente alle ostilità nel corso di un conflitto armato, quando lo scopo sia di intimidire la popolazione o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere od omettere un atto (art. 2).

Pertanto, l’elemento qualificante, nella nozione della Convenzione di New York del 1999, è la qualità della vittima dell’illecito che deve essere un civile o una persona che non partecipi attivamente alle ostilità in un conflitto armato: la conseguenza è che mentre la Decisione quadro, pensata all’interno dell’Unione Europea e non in un contesto di guerra, si applica solo ai fatti commessi in tempo di pace, la Convenzione del 1999, aperta in sede ONU alla firma di paesi che si trovano in tutti e cinque i continenti, riguarda sia il tempo di pace sia il tempo di guerra.

Invero, la giurisprudenza di merito, negli anni immediatamente successivi all’introduzione del novellato art. 270 bis ad opera della novella del 2001, ha contribuito in maniera rilevante alla possibile definizione della finalità di terrorismo, richiamandosi ora  a parametri ricavabili dalle fonti internazionali ed europee, quali la Convenzione Globale delle Nazioni Unite, ora alla effettiva voluntas storica del legislatore del 2001, conferendo alla “finalità di terrorismo” il rango di elemento normativo extragiuridico, la cui determinazione è rimessa ad una valutazione ad opera della società, che il giudice deve di volta in volta ricercare.

La dottrina aveva sottolineato, in relazione a tali pronunce, alcuni profili problematici laddove esse, rispettivamente, agganciavano la conclusione ad una norma non approvata e come tale ben lungi dal poter costituire un valido strumento per l’interprete ovvero a concetti extragiuridici, quali il “comune sentire”, che avrebbero avuto comunque l’effetto di rendere eccessivamente manipolabile il concetto di finalità di terrorismo.

Sulla spinta dei tragici episodi terroristici che hanno colpito la metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, il legislatore italiano è intervenuto con il d.l. n. 144/2005 (conv. con modificazioni nella legge n. 155/2005) e, al fine di risolvere i dubbi interpretativi sorti in giurisprudenza, ha provveduto a definire le “condotte con finalità di terrorismo” introducendo l’art. 270 sexies, che riproduce letteralmente la definizione di cui all’art. 1 della Decisione quadro, aggiungendovi le altre condotte definite come terroristiche dalle Convenzioni internazionali “settoriali” ratificate dall’Italia, come quelle riguardanti i dirottamenti aerei, la navigazione marittima, la cattura di ostaggi, gli atti violenti mediante l’uso di esplosivi, etc.

La definizione elaborata dal legislatore del 2005 si muove su due versanti:

a)     sul primo il legislatore si è limitato a fornire una nozione generale di atti aventi finalità terroristica senza elencare analiticamente le singole condotte, considerando tali, in primo luogo, quegli atti idonei ad arrecare un danno grave ad un paese o a un’organizzazione internazionale e richiedendo, in secondo luogo, il dolo specifico che si manifesta in tre forme alternative (scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale);

b)     sul secondo versante, invece, si mira a creare una norma da salvaguardia con cui si estende la nozione a tutte quelle condotte comunque considerate terroristiche da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia.

Nella giurisprudenza di merito (Corte d’Assise d’Appello Milano 28.11.2005), affermato che l’art. 270 sexies ha un’efficacia senz’altro retroattiva, poiché restringe il campo del penalmente rilevante, si è precisato che un atto per definirsi terroristico deve presentare tre caratteristiche essenziali:

1)     deve consistere in un’attività delittuosa (strage, omicidio, dirottamento di aerei, etc.) capace di diffondere terrore nella popolazione e cagionare un grave danno a un paese o a un’organizzazione internazionale, essendo necessario altresì che i componenti siano consapevoli della natura terroristica dell’attività alla quale prestino supporto o collaborazione;

2)     deve trattarsi di atti compiuti con una motivazione politica o ideologica, al fine di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a tenere un determinato comportamento o al fine di destabilizzare le strutture politiche fondamentali di un paese;

3)     deve esservi un’azione diretta contro un obiettivo civile o contro militari non coinvolti nel conflitto armato eventualmente in atto.

Dalla citata Convenzione di New York del 1999 si ricava che un atto terroristico può essere compiuto anche nel corso di un conflitto armato o di una situazione ad esso equiparabile ma deve distinguersi tra il pericolo che deriva alla popolazione civile dall’azione terroristica in tempo di pace, che può essere anche un pericolo indiretto nei confronti della popolazione civile, e il pericolo in tempo di guerra, laddove potranno definirsi terroristici soltanto gli atti esclusivamente diretti contro i civili.

La definizione accolta è, quindi, data dalla combinazione degli elementi contenuti all’art. 2 della Convenzione del 1999, all’art. 270 sexies e all’art. 1 della Decisione quadro, come si evince dalla presenza dell’elemento della qualità della vittima, tratto dalla definizione della Convenzione del 1999 ma che è invece assente tanto nella definizione codicistica quanto in quella della Decisione quadro.

La Corte di Cassazione (Cass. pen. 11.10.2006 n. 1072) dopo aver affermato che la definizione contenuta nella Convenzione di New York reca un contributo particolarmente significativo alla determinazione di coloro che possono essere i soggetti passivi dei reati di terrorismo e che il catalogo di costoro è rigorosamente circoscritto alla popolazione civile e a quanti non sono parte attiva in situazioni di conflitto armato, si spinge oltre non accogliendo l’apparente divieto della Convenzione di ricomprendere gli atti di violenza diretti contro le unità militari impegnate in conflitti armati, anche se realizzati con finalità di terrorismo, fra gli atti di terrorismo internazionale: tali atti devono essere considerati terroristici anche quando siano diretti verso militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a questi neppure direttamente riconducibili, quale, ad esempio, lo svolgimento di atti umanitari.

La Corte di legittimità rileva altresì che il testo e la ratio della normativa internazionale offrono univoci argomenti per ritenere che costituisce atto terroristico anche quello contro un obiettivo militare quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le conseguenze in danno della vita o dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico.

La Suprema Corte ha espressamente qualificato l’art. 270 sexies come norma sanzionatoria, sul rilievo che essa contiene “una norma definitoria con diretta incidenza sull’effettiva portata della disposizione incriminatrice ex art. 270 bis e, quindi, sulla sfera di operatività della sanzione penale”.

Il soggetto attivo, nelle ipotesi delittuose connotate da finalità di terrorismo può essere chiunque, cittadino o straniero, senza che sia richiesta alcuna specifica qualifica soggettiva: si tratta dunque di reati comuni.

Circa il soggetto passivo si rinvia a quanto rilevato sopra con riferimento ai civili e ai militari.

Sotto il profilo dell’elemento oggettivo abbiamo già rilevato come la norma in questione si compone di una definizione “generale”, incentrata sul requisito dell’idoneità a cagionare un grave danno ad un paese od organizzazione internazionale, e di una clausola di chiusura, che fa sì che quella adottata dall’art. 270 sexies sia una definizione aperta, destinata cioè ad estendersi o a restringersi per effetto non solo delle convenzioni internazionali già ratificate, ma anche di quelle future alle quali si potrà prestare adesione.

Sotto il profilo dell’elemento soggettivo è previsto un triplice dolo specifico alternativo, letteralmente trasposto dall’art. 1 della Decisione quadro.

Stante la centrale importanza della norma in ordine alla portata applicativa di tutto il novero delle disposizioni volte alla repressione del terrorismo internazionale, la Suprema Corte ha ritenuto inapplicabile la definizione di cui all’art. 270 sexies ai fatti commessi antecedentemente all’entrata in vigore della stessa.

La novella legislativa del 2005 ha, inoltre, introdotto due nuove fattispecie incriminatrici: l’art 270 quater, con lo scopo specifico di punire il fenomeno del c.d. reclutamento nel territorio italiano si soggetti da inviare in campi di addestramento in Paesi stranieri, e l’art. 270 quinquies, che punisce chi addestra ovvero fornisce istruzioni in materia di esplosivi, armi chimiche o batteriologiche ovvero di tecniche di violenza.

La collocazione sistematica di queste norme all’interno del capo che contiene le fattispecie incriminatrici poste a tutela della “personalità internazionale dello Stato”, il cui oggetto giuridico dovrebbe circoscriversi all’interesse alla tutela dell’organo costituzionale, è indicativa del fatto che l’attuale struttura codicistica non rispetta le moderne esigenze di politica criminale.

Entrambe le fattispecie si caratterizzano per la “finalità di terrorismo, anche internazionale”, per la cui nozione si rinvia a quanto detto sopra.

La prima fattispecie punisce, con la reclusione da sette a quindici anni, chiunque, al di fuori dei casi dell’art. 270 bis, arruola una o più persone per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale: si tratta del delitto di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale.

La figura di reato in questione, introdotta in ossequio alle disposizioni della Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione del terrorismo, conclusa a Varsavia il 16 maggio 2005, nonché al fine di completare il recepimento di altri atti normativi internazionali, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione del finanziamento del terrorismo del 1999, si caratterizza per una rilevante anticipazione della soglia d’intervento penale, attribuendo rilevanza penale a condotte pericolose e sintomatiche che costituiscono attività meramente preparatorie degli atti terroristici.

La fattispecie in esame integra un delitto plurisoggettivo improprio, con cui il legislatore ha inteso punire solo colui che recluta taluno per il compimento di atti di violenza mentre il soggetto che aderisce al programma di arruolamento sarà punibile, qualora ne ricorrano le condizioni, ai sensi degli artt. 270 e 270 bis c.p.

Si tratta di un reato comune, potendo essere commesso da chiunque (cittadino o straniero; può trattarsi anche di militare), che può essere realizzato anche fuori dal territorio dello Stato.

La condotta penalmente rilevante consiste nell’arruolare una o più persone per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali: per arruolamento deve intendersi il compimento di atti di ingaggio di soggetti terzi, da inserire all’interno di una struttura organizzata di tipo militare, caratterizzata da rapporti di servizio o di subordinazione gerarchica, previo perfezionamento di un accordo di contenuto negoziale; per atto di violenza si intende qualsiasi illegittima forza, fisica o morale, diretta a ledere un bene di natura personale o patrimoniale, individuale o collettivo; la nozione di atti di sabotaggio, la quale secondo una parte della dottrina costituirebbe una mera specificazione dei generici atti di violenza, appare ricavabile dall’art. 253 c.p., che definisce tale la condotta di rendere inservibile, in tutto o in parte, qualcosa (nel caso di specie si dovrà trattare di servizi pubblici essenziali).

Per la nozione di finalità di terrorismo si rinvia a quanto detto sopra.

Circa il momento consumativo ci si interroga, in dottrina, se occorra l’effettiva presa di servizio dell’arruolato o sia sufficiente il mero accordo tra arruolante e arruolato.

Il tentativo, vista la sensibile anticipazione della tutela penale, non si ritiene configurabile.

Il reato è qualificato sul piano soggettivo da un dolo specifico, che richiede la rappresentazione e la volontà di arruolare, sostenuta dalla duplice alternativa finalità di commettere atti di violenza ovvero di sabotaggio dei servizi pubblici essenziali, nel perseguimento della finalità terroristica.

La clausola di sussidiarietà (“al di fuori dei casi di cui all’art. 270 bis”), oltre ad evidenziare la natura sussidiaria della disposizione in commento, esprime la funzione di supplenza normativa assegnata alla norma.

Il concorso con il reato di cui all’art. 270 bis è pertanto escluso, mentre sembra ipotizzabile con la fattispecie di cui all’art. 270 quinquies.

Quest’ultima disposizione punisce, con la reclusione da cinque a dieci anni, chiunque, al di fuori dei casi di cui all’art. 270 bis, addestra o comunque fornisce istruzioni sulla preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, di armi da fuoco o di altre armi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale: si tratta del delitto di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale.

La fattispecie, anch’essa introdotta in ossequio alle disposizioni della Convenzione di Varsavia del 2005, anticipa la soglia di rilevanza penale di determinate condotte, pericolose e sintomatiche, prescindendo dalla contestazione del reato associativo e dalla prova dell’inserimento del responsabile in un’organizzazione terroristica, incriminando specifici comportamenti funzionali e preparatori alla realizzazione di veri e propri attentati: si tratta di un delitto plurisoggettivo necessario proprio, nell’ipotesi di addestramento, improprio, in quella di fornitura di informazioni.

Anch’essa configura un’ipotesi di reato comune che può essere realizzato da chiunque, anche al di fuori del territorio dello Stato.

La condotta descritta dalla disposizione s’incentra sul binomio addestrare/fornire istruzioni: il termine “addestramento” significa “esercitare alla preparazione o all’uso” (nel caso di specie: di armi,  di materiali esplosivi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose); il termine “fornire istruzioni” viene interpretato, da taluni autori, come una mera specificazione dell’addestramento, da altri, come una diffusione ad incertam personam delle istruzioni, che può essere effettuata anche a distanza o con mezzi telematici.

Il legislatore ha previsto che la stessa pena prevista per l’addestratore si applicherà all’addestrato: sul punto la dottrina ha manifestato perplessità in quanto ci si è chiesti quale sia la ratio che giustifichi la punibilità dell’addestrato e non quella di colui che riceve istruzioni o dell’arruolato di cui all’art. 270 quater. Con riferimento a quest’ultimo si ritiene che si tratti di una svista del legislatore mentre per quanto riguarda il primo si è invocata, da un lato, la difficoltà di ordine pratico di individuare il compartecipe (spesso indeterminato a causa della modalità massiva di diffusione delle tecniche terroristiche) e, dall’altro, il rapporto meno intenso e reciproco che caratterizza la condotta rispetto a quello si instaura tra l’addestratore e la recluta.

Circa le nozioni di “atti di violenza” e “sabotaggio dei servizi pubblici essenziali”, l’elemento soggettivo del reato, la configurabilità del tentativo e il concorso di norme e di reati (ivi compresa la clausola di sussidiarietà) vale quanto detto in riferimento all’art. 270 quater.

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1457.- In Catalogna, Puigdemont sta perdendo consensi, anziché riacquistarli e Rajoy non è l’uomo giusto. Questa crisi ci riguarda tutti.

La crisi catalana è anche spagnola, europea e, per molti aspetti, è figlia della crisi irreversibile degli Stati nazionali. Condividiamo l’approccio degli analisti di Formiche e guardiamo alla Catalogna e anche al nostro futuro. Avremmo voluto vedere una maggiore ricerca del dialogo e meno interessi partitici, ma non è anche questo un sintomo della crisi dello Stato nazione? Intanto, non si è ancora capito se Puigdemont farà un passo indietro (ma ha fatto un passo avanti?), mentre Rajoy, da una parte, minimizza il referendum e lo definisce una farsa per minimizzare i suoi errori e, dall’altra, minaccia di applicare l’articolo 155 (ma lo minaccia e basta?). 

 

Spanish Prime Minister Mariano Rajoy gives a statement after an extraordinary Cabinet meeting

L’articolo 155:

1. Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquella al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

  1. Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

Tradotto: 

Art. 155. 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

Art. 115. – 1) Il Presidente del Governo, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sotto la sua esclusiva responsabilità, potrà proporre lo scioglimento del Congresso, del Senato o delle Cortes, che verrà decretato dal Re. Il decreto di scioglimento fisserà la data delle elezioni.
2) La proposta di scioglimento non potrà, essere presentata quando sia stata avviata una mozione di censura.
3) Non potrà esservi un nuovo scioglimento prima che sia passato un anno da quello precedente, fatto salvo il disposto dell’art. 99, comma 5.

Art. 116. – 1) Una legge organica regolerà gli ” stati d’allarme “, ” di eccezione ” e “d’assedio”, nonché le competenze e restrizioni corrispondenti.
2) Lo ” stato d’allarme ” sarà dichiarato dal Governo, con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, per un termine massimo di quindici giorni, informandone il Congresso dei deputati riunito immediatamente allo scopo; senza l’autorizzazione di quest’ultimo detto termine non potrà essere prorogato. Il decreto stabilirà l’ambito territoriale a cui si estendono gli effetti della dichiarazione.
3) Lo ” stato di eccezione ” sarà dichiarato dal Governo con decreto deciso dal Consiglio dei ministri, previa autorizzazione del Congresso dei deputati. L’autorizzazione e la proclamazione dello ” stato di eccezione ” dovrà indicare espressamente gli effetti di quest’ultimo, l’ambito territoriale a cui si estende e la sua durata, che non potrà superare, è trenta giorni, prorogabili per altri trenta alle stesse condizioni.
4) Lo ” stato d’assedio ” sarà dichiarato dal Congresso dei deputati a maggioranza assoluta, su esclusiva proposta del Governo. Il Congresso ne determinerà l’ambito territoriale, la, durata e le condizioni.
5) Non si potrà procedere allo scioglimento del Congresso mentre sia in atto qualcuno degli ” stati ” contemplati nel presente articolo, restando automaticamente convocate le Camere qualora non siano in sessione. Il loro funzionamento, come quello degli altri Poteri costituzionali dello Stato, non potrà essere interrotto mentre siano in atto i suddetti ” stati “.
Sciolto il Congresso o spirato il suo mandato, qualora si verifichi una situazione che possa dar luogo ad uno qualunque degli stati suddetti, le funzioni del Congresso saranno assunte dalla sua Commissione permanente.
6) La dichiarazione dello ” stato d’allarme ” e ” di eccezione ” o ” di assedio ” non modificherà il principio della responsabilità del Governo e dei suoi rappresentanti, riconosciuto dalla Costituzione e dalle leggi.

Mariano Rajoy è un uomo moderato e un politico modesto. Ha visto logorarsi il suo consenso e resta al governo come pegno della debolezza di un sistema politico indebolito e sotto stress, anche come conseguenza di una crisi durissima, apparentemente superata sul piano economico grazie all’aiuto e al benevolo occhio della Unione europea, ma ancora lacerante dal punto di vista sociale (basti guardare alla disoccupazione ancora superiore al 20%). Adesso, ha deciso di attivare il meccanismo previsto dall’articolo 155 della Costituzione (in fondo il testo dell’articolo), al quale è stato fatto appello solo una volta nel 1989 da parte di Felipe Gonzalez nei confronti delle isole Canarie che non volevano pagare le tasse per l’Europa. La mossa, che richiede la maggioranza assoluta del Senato, non provoca la sospensione dell’autonomia, almeno non subito. Ma intima alla comunità autonoma di esercitare le proprie prerogative in accordo con la Costituzione e le leggi, affidando al governo centrale i poteri affinché ciò avvenga. Si applica in caso di un attentato grave all’interesse generale della Spagna. Una norma simile esiste anche in Italia, Portogallo, Austria e Germania. In Italia, va sotto il titolo dei DIRITTI CONTRO LA PERSONALITà DELLO STATO (Vedi il saggio dell’avv. Antonio Giuffrida al N. 1458). L’articolo 155 non implica automaticamente l’uso delle forze armate. In tal caso, bisogna ricorrere all’articolo 116 comma 4 che regola la proclamazione dello stato d’assedio e richiede l’autorizzazione del congresso dei deputati, cioè la camera bassa.

L’applicazione dell’articolo 155 può avvenire in modo progressivo, sostengono gli esperti. Il primo passo sarebbe prendere il comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Poi il governo centrale potrebbe sospendere i trasferimenti in denaro e servizi o la nazionalizzazione delle imprese locali. La dottrina, non il testo della legge, prevede anche la possibilità di imporre delegati con poteri speciali e diritto di veto all’interno della amministraziione, sostituendosi temporalmente ai titolati. Tutto ciò prescinde, in ogni caso, dalle possibili reazioni delle autorità locali e della popolazione. E per questo non ci sarà molto da attendere.

Che cosa dirà adesso l’Unione europea? La Commissione ha taciuto, poi ha difeso a parole il legittimo governo di Madrid. A tutela dello Stato nazione perché la Ue è una unione di Stati sovrani, ha annunciato di non riconoscere la futura Catalogna indipendente per poi corregge in parte il tiro sostenendo che non riconosce una dichiarazione unilaterale di indipendenza all’interno dei suoi confini. A parlare sono i singoli governi e lo fanno in ordine sparso. Angela Merkel invita al dialogo. Emmanuel Macron sta con Madrid. Tutti gli altri si adeguano. Nessuno ha una chiara visione del prossimo futuro.

Formiche ha seguito lo schema dei tre errori convergenti (Puidgemont, Rajoy e Bruxelles) e sembra che gli eventi successivi lo abbiano confermato. Ma più tempo passa più la crisi mette in discussione alcune questioni di fondo che continueranno a lacerare la Spagna e l’intera Europa anche se si raggiungerà, come le persone di buon senso sperano, un qualche provvisorio accordo. E la questione riguarda la crisi storica e forse irreversibile dello Stato nazionale così come lo abbiamo conosciuto.

Il sovranismo di ritorno in contrasto con la globalizzazione e con l’affermarsi di mega-Stati a vocazione imperiale (gli Stati Uniti, la Cina, la Russia) è degenerato in microsovranismo, sempre più piccolo: dove si fermerà, al villaggio, alla tribù, alla famiglia, o forse all’individuo quando la propria libertà entra in conflitto con la libertà degli altri ed è lo stato di natura di Hobbes, l’homo homini lupus.

Grazie al populismo destrorso (ma ha fatto strada anche in quello sinistrorso) si è diffusa l’idea che la democrazia sia nata e sia possibile solo dentro lo stato (grande o piccolo che sia) nazionale. In realtà, la democrazia moderna, quella che si basa sull’autogoverno attraverso le leggi e le istituzioni, è nata nei comuni italiani e in quello olandesi, nelle repubbliche marinare così come nelle città libere tedesche. Esattamente là dove è nata la borghesia.

Il fiorire politico, economico e sociale dei borghi e della borghesia, è avvenuto all’interno di un grande contemitore, il Sacro Romano Impero, tutt’altro che rigido e autocratico (lo stesso imperatore venica scelto dai grandi elettori). Lo stato nazionale è una creazione dell’assolutismo monarchico in Francia, in Inghilterra, in Spagna. Nell’Europa centro-orientale assume le vesti di una reazione all’imperialismo sovietico tutt’altro che flessibile e benevolente perché basato sulla dittatura comunista, riscoprendo identità improbabili se non proprio artificiose.

Lo Stato nazionale oggi attaccato dall’alto e dal basso difficilmente potrà resistere se chi lo dirige insiste nella sua difesa rigida come fa il governo spagnolo. Lo stesso Macron che pure vuol proporsi come leader di un salto in avanti verso una “Europa sovrana”, resta vittima del riflesso condizionato post-gollista se non proprio da erede di Colbert e del Re Sole.

Comunque vada a finire, la crisi catalana segna uno spartiacque. Classi dirigenti ottuse possono trasformarlo in un’alluvione, classi dirigenti illuminate possono cogliere l’occasione per guidare un processo lungo e accidentato, davvero epocale.

 

Federico Guiglia ci spiega il vicolo cieco degli indipendentisti.

“Cercasi buonsenso per la grave crisi catalana. Chiunque possa offrirlo, anche in Europa, è benvenuto. Perché quando il gioco si fa duro -e tra Barcellona e Madrid è ormai durissimo-, non si può più giocare neanche con le parole.

È quello che, invece, è successo con la tanto attesa dichiarazione che Puigdemont (in foto), il presidente della Catalogna, ha fatto nel Parlamento della sua regione: non ha sortito l’effetto dell’incantesimo che molti auspicavano. “Dichiarazione inammissibile”, l’ha subito bollata e bocciata il governo della capitale.

Parlando in un’aula spaccata a metà tra secessionisti e unionisti, e in mondovisione (a conferma dell’attenzione universale su una questione solo all’apparenza locale), Puigdemont ha proclamato l’indipendenza. Ma, un minuto dopo, ne ha sospeso l’efficacia “per negoziare”, ha spiegato. Barcellona se ne va, anzi, ancora no.

E’ una mossa, più che di un Machiavelli in salsa catalana, da prestigiatore della politica in difficoltà. Intanto, con quella parte del suo stesso elettorato che, dopo il controverso referendum del 1° ottobre, preme per l’addio ora e subito dalla Spagna. E poi con la maggioranza silenziosa dei catalani contrari alla disgregazione, come lo è, ovviamente, gran parte degli spagnoli nel resto del Paese. Come lo sono tutte le istituzioni politiche ed economiche in Europa, cioè proprio i potenziali interlocutori di una Catalogna-Stato.

“E’ un’implicita dichiarazione di secessione, non cederemo al ricatto”, la risposta di Madrid a Puigdemont. Che pure aveva condito il suo strappo proclamato, ma sospeso con disponibilità al confronto. “Non siamo golpisti”, ha detto, alludendo al premio Nobel, Vargas Llosa, che ha paragonato la secessione perseguita a un colpo di Stato senza armi.

Dunque, il dialogo da tutti invocato, è ancora un dialogo tra sordi. Puigdemont non può rimangiarsi le promesse separatiste in cui crede, e fa una mezza marcia indietro per accontentare i suoi e per negoziare con gli altri. La Spagna non può cedere sul principio: finché c’è di mezzo la parola costituzionalmente impronunciabile, ossia indipendenza, nessuna trattativa è possibile.

Ma la Catalogna deve uscire dal vicolo cieco e Madrid deve darle una mano per farlo nel quadro della legge. Sembra tutto elementare, eppure tutto è così difficile.”

La Catalogna e tutta la Spagna stanno vivendo uno psicodramma. Stefano Cingolani, su Formiche, mette il dito sulla incapacità di dialogare dei due cosiddetti leader. Evidente che non sanno uscire dai rispettivi vicoli ciechi, dell’autoritarismo costituzionale, l’uno e del populismo demagogico l’altro: 

“Nonostante da qualche giorno si parli insistentemente della necessità di iniziare un dialogo politico per superare la crisi, in Catalogna la situazione continua a essere molto incerta e lontana dall’essere risolta. Ieri il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato di essere pronto ad applicare l’articolo 155 della Costituzione – quello pensato per obbligare il governo di una comunità autonoma spagnola a rispettare la legge e la Costituzione. Puigdemont ha scritto su Twitter: «Chiedi il dialogo e ti rispondono mettendo sul tavolo il 155. Capito.»

Dopo un Consiglio dei ministri del governo spagnolo convocato ieri mattina, Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo e leader del Partito Popolare (PP), ha fatto un discorso che in un certo senso ha messo Puigdemont con le spalle al muro: ha chiesto formalmente a Puigdemont di chiarire se quella pronunciata due giorni fa al Parlamento catalano fosse una vera dichiarazione d’indipendenza della Catalogna oppure no. La domanda di Rajoy è stata ritenuta legittima da molti. Puigdemont, infatti, aveva sospeso gli effetti di una dichiarazione d’indipendenza mai veramente proclamata, rimanendo in una zona grigia per lui vantaggiosa perché più difficilmente perseguibile dalla legge spagnola (la questione è piuttosto complicata ed è spiegata meglio qui).

 

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La richiesta formale di Mariano Rajoy a Puigdemont di tornare a rispettare i suoi obblighi costituzionali e legali»

Nella sua richiesta di quattro giorni fa, Rajoy ha dato tempo a Puigdemont di chiarire questo punto fino alle 10 di lunedì 16 ottobre. Se il governo catalano risponderà che il discorso di Puigdemont di martedì è stato effettivamente una dichiarazione di indipendenza, avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione. Se non succederà, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, una misura che finora non era stata ancora presa perché considerata troppo dura e perché non aveva un appoggio politico ampio. Nessuno comunque ha ancora chiaro cosa il governo potrà fare tramite l’articolo 155, che ha una formulazione piuttosto vaga e che finora non è mai stato attivato. L’articolo 155 parla infatti dell’adozione «di misure necessarie per obbligare [la comunità autonoma] all’adempimento forzato» dei suoi obblighi derivanti dal rispetto della legge e della Costituzione della Spagna: come si riuscirà a obbligare il governo catalano a rispettare i suoi obblighi, ancora non si sa.

Se invece Puigdemont dovesse dire che la sua non era una vera dichiarazione di indipendenza, sarebbe una vittoria politica di Rajoy: di fatto il referendum – che per lui non è mai avvenuto, in quanto illegale – non avrebbe avuto conseguenze per ammissione dello stesso Puigdemont.

Art. 155. – 1) Qualora una Comunità autonoma non adempia agli obblighi impostile dalla Costituzione o da altre leggi, o agisca in modo da attentare gravemente all’interesse della Spagna, il Governo, previa intimazione al Presidente della Comunità e, nel caso in cui non sia ascoltato, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le opportune misure per costringere la Comunità ad adempiere ai suddetti obblighi o per proteggere l’interesse generale in pericolo.
2) Per l’attuazione delle misure di cui al comma precedente, il Governo potrà dare istruzioni a tutte le autorità delle Comunità autonome.

L’articolo 155 della Costituzione conferisce ampi poteri al governo centrale, compreso quello di esautorare o destituire il presidente Carles Puigdemont e i suoi ministri. Il governo spagnolo, recita il testo dell’articolo, “potrà adottare le misure necessarie per costringere al rispetto forzoso dei propri obblighi” una regione se “non compie gli obblighi imposti dalla Costituzione e le leggi o agisce in modo che danneggia gravemente gli interessi generali della Spagna”. Può così “dare istruzioni a tutte le autorità” della regione in causa. Rajoy potrà procedere a una sorta di commissariamento della Catalogna ‘à la carte’, a seconda delle necessità. Può destituire e sostituire il presidente Puigdemont, i suoi ministri, prendere il controllo di fette dell’amministrazione catalana, imporre un suo uomo al posto del ‘president’, forse il prefetto Enric Millò, convocare elezioni regionali anticipate. Una misura, quest’ultima, invocata in particolare dal leader di Ciudadanos Albert Rivera, il cui partito guida l’opposizione catalana e spera di arrivare primo in nuove elezioni. Per caricare il cannone del 155, prima Rajoy deve inviare una sorta di diffida formale a Puigdemont, ordinandogli di fare marcia indietro. Se la risposta sarà negativa, dovrà ottenere il via libera del Senato, il cui ‘sì’ è scontato dato che il Pp ha la maggioranza assoluta. Se invece decidesse di usare l’articolo 116 della Costituzione per imporre in Catalogna lo stato di emergenza – un’ipotesi che per ora sembra scartata – dovrebbe chiedere luce verde al Congresso, dove il suo governo è minoritario, anche se il Psoe oggi gli ha confermato il suo appoggio. La probabile prima mossa di Rajoy non appena avrà in pugno il 155 dovrebbe essere prendere il controllo dei 17mila uomini della polizia regionale dei Mossos d’Equadra. Così avrebbe campo libero per intervenire sulle altre leve del potere catalano. Una destituzione di Puigdemont e del suo vice Oriol Junqueras, che rimarrebbero senza immunità, potrebbe accelerare un loro possibile arresto. Certo, il rischio di una messa in campo del 155 potrebbe essere una ‘rivolta’ catalana e una fuga in avanti del Govern verso la proclamazione immediata della Repubblica. Con conseguenze che nessuno sottovaluta alla Moncloa.

La richiesta di Rajoy è stata appoggiata non solo dal suo partito, il PP, ma anche dai Socialisti (PSOE) e da Ciudadanos. È stata invece osteggiata da Podemos, il terzo partito per seggi nel Parlamento spagnolo, il cui leader, Pablo Iglesias, si è opposto all’applicazione dell’articolo 155 e ha ribadito che Rajoy dovrebbe avviare dei negoziati seri con Puigdemont per risolvere la crisi. PP e PSOE si sono anche accordati per iniziare una riforma della Costituzione spagnola, una «decisione storica», l’ha definita il PSOE: non è chiaro però a quale tipo di modifiche costituzionali si potrebbe arrivare, e se tra le vie considerate ci sarà quella di permettere un referendum legale sull’indipendenza alla Catalogna, un’ipotesi finora considerata molto improbabile.

1456.- Il Kurdistan iracheno al voto per l’indipendenza: e ora?

 

Il 25 settembre scorso, nelle province del Kurdistan iracheno, si è tenuto il tanto atteso quanto ostacolato referendum consultivo per l’indipendenza. Il risultato in suo favore si è attestato intorno a una vera e propria percentuale plebiscitaria, ma la partita per l’indipendenza rimane aperta: la dura opposizione di Baghdad e delle potenze vicine, il mancato sostegno della comunità internazionale e le sfavorevoli condizioni economiche sollevano dubbi sulle effettive conseguenze del voto e sulle possibilità future per la regione

L’ESITO DEL REFERENDUM E LE DURE REAZIONI AL VOTO – Nonostante la diffusa opposizione e i numerosi tentativi di bloccare o almeno posticipare il voto per l’indipendenza del Kurdistan, lo storico e controverso appuntamento referendario del 25 settembre scorso si è tenuto come da programma e ha visto una schiacciante, quanto prevedibile, vittoria del “sì”. La Commissione elettorale curda ha annunciato un vero e proprio esito plebiscitario del referendum, con il 92.7% dei circa 3.3 milioni di curdi (e non) recatisi alle urne favorevoli all’indipendenza. Come più volte ribadito dal primo ministro curdo Barzani, il risultato del referendum non dichiara automaticamente l’indipendenza della regione, ma conferisce alle autorità di Erbil il mandato a negoziare la secessione con le autorità centrali di Baghdad e le potenze confinanti. Le immagini degli entusiasti festeggiamenti scoppiati già a poche ore dal voto si scontrano inevitabilmente con la dura reazione di Baghdad: in linea con la ferma opposizione dei mesi scorsi e l’accusa di incostituzionalità del referendum, in un discorso al Parlamento il premier al-ʿAbādī ha confermato che nessun dialogo sarà avviato con Erbil e  la sovranità irachena “verrà imposta in ogni distretto della regione con la forza della Costituzione”. Intanto, è entrato in vigore il blocco dei voli internazionali sugli aeroporti di Erbil e Sulaimaiyah, dopo l’ultimatum lanciato da al-ʿAbādī affinché il governo curdo restituisse a Baghdad il controllo di tutti gli aeroporti e dei posti di frontiera. Altrettanto dura la reazione della Turchia, secondo la quale l’esito referendario è “nullo e vuoto”. Dopo il recente meeting ad Ankara con il Presidente russo Putin, in cui si è ribadita l’assoluta importanza dell’integrità territoriale di Siria e Iraq, Erdoğan ha infatti speso parole durissime nei confronti di Barzani, accusandolo di “essersi dato fuoco da solo” con la proclamazione di un referendum in alcun modo concertato, né con il governo centrale iracheno né con le potenze confinanti. L’esercito turco, intanto, impegnato in esercitazioni militari, rimane schierato al confine con il Kurdistan, pronto ad intervenire, secondo Erdoğan, per difendere la sicurezza nazionale e preservare la stabilità della regione. Quanto all’Iran, il Paese ha annunciato la sospensione dei voli commerciali verso il Kurdistan, pur rimanendo aperta la frontiera terrestre.

Fig. 1 – Festeggiamenti per le strade di Erbil a poche ore dal voto

LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA DELL’INDIPENDENZA – La dura opposizione all’indipendenza del Kurdistan iracheno passa anche attraverso la minaccia di sanzioni economiche, come già annunciato dallo stesso Erdoğan. La possibilità che la Turchia blocchi il valico di frontiera di Habur, unica uscita per i curdi verso Ovest, e chiuda l’oleodotto che trasporta il petrolio curdo verso i terminali di esportazione sulla costa turca nel Mediterraneo solleva dubbi sull’effettiva sostenibilità economica dell’eventuale indipendenza di Erbil. Il petrolio, concentrato principalmente nelle aree di Mosul, Erbil e nella contesa Kirkuk, rappresenta la principale fonte di reddito per la regione che, non avendo accesso diretto al mare, lo trasporta verso il Mediterraneo tramite tre oleodotti, il principale dei quali attraversa per circa mille km il territorio turco. Da quasi tre anni, attraverso la Turchia vengono esportati dal Kurdistan in media circa 550 mila barili di petrolio al giorno, in totale indipendenza e contro la volontà di Baghdad che ha reagito bloccando l’erogazione dei fondi del bilancio statale (previsti dalla Costituzione del 2005). Avendo puntato tutto sui guadagni petroliferi senza un’opportuna diversificazione economica, il Kurdistan iracheno da tempo vive una difficile crisi finanziaria. Il consumo interno supera la produzione, cosa che costringe la regione ad importare i beni e i servizi necessari acquistandoli coi proventi delle vendite petrolifere. Il prezzo del greggio è da tempo in calo, cosa che ha ridotto drasticamente gli introiti governativi, nonostante l’aumento significativo della produzione, e ha impedito il pagamento regolare degli stipendi di funzionari civili e forze armate o la sufficiente fornitura di energia elettrica. Il continuo conflitto con il governo centrale di Baghdad e la perdurante minaccia jihadista hanno scoraggiato le compagnie petrolifere estere dall’investire nella regione, mentre la prossimità con il conflitto siriano ha provocato un massiccio afflusso di profughi in fuga dalla guerra. Dal 2014 ad oggi, il debito accumulato dal Kurdistan è di circa 18 miliardi di dollari: un peso enorme, aggravato dall’endemica e dilagante corruzione, che evidenzia tutta la debolezza di una regione che deve affrontare in realtà più di un ostacolo per poter pensare di raggiungere la tanto agognata indipendenza. Sebbene l’opportunità e la convenienza di determinate sanzioni siano ampiamente discutibili, considerata la gigantesca mole di interessi in gioco, la sola possibilità per la Turchia di bloccare l’esportazione petrolifera curda verso il Mediterraneo rappresenta evidentemente una leva di non poco conto nelle mani di Erdoğan per piegare la volontà di una regione di fatto economicamente dipendente e politicamente isolata. Salvo il nemmeno poi così improbabile sostegno annunciato da Israele, infatti, persino il principale alleato militare del Kurdistan ha scelto di fare causa comune con Turchia e Iran per spingere Barzani a rinunciare al referendum. Pur continuando a finanziare la battaglia dei peshmerga contro l’IS, infatti, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del referendum e di sostenere “un Iraq unito, federale, democratico e prospero”. La stessa posizione è stata assunta da Nazioni Unite ed Unione Europea che, rispettivamente, hanno condannato l’inopportunità del referendum in un momento tanto delicato per l’intera area mediorientale e rinnovato il supporto alla sovranità ed integrità dell’Iraq.

Fig. 2 – La raffineria di petrolio di Erbil, uno degli impianti più importanti nel Kurdistan iracheno

UN RAGIONEVOLE FUTURO – Così, senza alleati e senza poter rischiare una reale rottura né con Baghdad né con i Paesi vicini, prima fra tutti la Turchia, per il governo curdo di Barzani l’esito del referendum rappresenta più una mossa di politica interna che non una reale conquista per l’indipendenza del Kurdistan. Nel clima di divisione e rivalità politica tra il Partito Democratico del Kurdistan, l’Unione Patriottica Curda e il Gorran, l’appello al nazionalismo curdo e la proclamazione del referendum sono stati per Barzani un’occasione per consolidare la propria leadership e presentarsi alle elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo 1° novembre come strenuo promotore di un’indipendenza che, al di là delle rivalità regionali e tribali, unisce tutto il popolo curdo. Allo stesso modo, l’esito plebiscitario sicuramente attribuisce ad Erbil un maggiore peso negoziale nel conflittuale rapporto con Baghdade potrebbe consentirle di trattare finalmente la piena implementazione di quanto previsto dalla Costituzione del 2005 e di affrontare questioni esplosive quali lo status dei territori contesi, l’allocazione del budget e la gestione degli idrocarburi. Più che la secessione, infatti, nel prossimo futuro sembra più ragionevole e probabile che il Kurdistan iracheno riesca a negoziare il miglioramento o la ridefinizione della struttura federale del Paese. Ciò non potrà essere il risultato di decisioni unilaterali ma, per la stessa sopravvivenza della nazione curda, dovrà passare attraverso un cauto e non facile negoziato con le autorità centrali irachene e le potenze regionali vicine. Ciò che è certo, al di là di quali saranno gli sviluppi futuri, è che lo stato delle cose in Iraq non funziona e il referendum curdo dovrebbe essere un’altra occasione per cercare di correggere i difetti di un sistema al collasso.

Maria Di Martino

1455.- DAL WEB, DUE NOTE SULLA POLITICA ITALIANA

Mario Donnini ai ragazzi di Forza Nuova

Cari ragazzi di ieri e di oggi,

Da un lato, fare riferimento a una esperienza finita tragicamente può essere politicamente poco produttivo, da un altro lato, non si possono né si devono dimenticare i risultati positivi raggiunti dall’apparato statale prima della guerra e di cui ancora godiamo. Qual’è il tema centrale dell’opposizione a Forza Nuova? A parte le goliarderie e i luoghi comuni di giovani e non giovani, un po’ stantii, se è la dittatura, osservo che quella di oggi è dittatura a tutti gli effetti e lo è anche molto peggio perché è distruttiva e marcatamente diretta dall’esterno, da poteri senza morale, come sono i poteri finanziari e come ha confermato la calata di Soros a Palazzo Chigi. Poi, osservando il nessun rispetto degli italiani di qualunque partito per i beni comuni e per i Principi democratici sbandierati nella Costituzione, violabile e del tutto violata, non posso che comprendere e approvare quei giovani che ritrovano in un passato irripetibile gli esempi del loro concetto dello Stato sovrano degli italiani. E comprendo anche la manica di malfattori che si batte contro quel concetto che non gli permetterebbe di malversare e profittare delle cose comuni, impunemente. Del resto, non sono quei concetti e i loro valori che vengono additati all’esecrazione, perché non riescono ad andare oltre l’epiteto di fascista. E mi domando: A parte la Guerra, perché abbiamo mandato soldati in tutte le guerre dal 1949 in poi e a parte le leggi razziali, incomprensibili per un popolo solidale come l’italiano, a parte questo, in cosa la monarchia e il regime fascista sono stati peggiori di questo mercato delle vacche, che chiamano democrazia e democrazia non è?

Il Vostro e il Nostro nemico è il neoliberismo, che non ammette Stati sovrani, frontiere e stati sociali e che ci domina attraverso la sua perversa Unione europea, smontando il welfare, la famiglia, la morale e, purtroppo, il Vostro e il Nostro futuro.

Simone Boemio parla ai grillini:

Caro ….,
i 5* avrebbero dovuto dimettersi in blocco dalle camere come promesso immediatamente dopo il referendum costituzionale causando una crisi senza precedenti e costringendo di fatto il presidente della repubblica ad indire nuove elezioni (che sarebbero state col sistema proporzionale a seguito delle bocciature del porcellum), ma puntualmente non hanno fatto ciò che hanno promesso – non erano quelli che volevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno?
Ora hanno fatto una manifestazione come tante, ma nulla di incisivo sul piano politico (come loro consuetudine) e che cosa hanno ottenuto? NIENTE!
Se fossero stati ONESTI intellettualmente, prima del voto di fiducia, avrebbero anche in questo caso, potuto bloccare i lavori parlamentari e dimettersi in massa (ti ricordo sempre la promessa del tonno aperto) e invece niente.
Sono il vuoto farcito di demagogia, superficialità e fanatismo.
Un giorno lo capirai anche tu.
A proposito del fatto che non hanno fatto NULLA DI EFFICACE per impedire questo ennesimo scempio alla democrazia (il rosatellum), ti faccio una domanda (che però presuppone una buona conoscenza del partito e della sua “cupola”): secondo te le vogliono vincere veramente queste elezioni?
Ti do una dritta: ASSOLUTAMENTE NO, sanno che verrebbero spazzati via dalla loro incompetenza, perchè “dire” di essere onesti è ben diverso dall'”essere” preparati.
Ora invece potranno raccontare ai gonzi che se non hanno vinto è stata colpa del sistema elettorale (che non hanno efficacemente contrastato).
Ma non è detta l’ultima parola, possono sempre vincere le elezioni e consegnare il paese alla troika (esattamente come syriza in grecia), io se fossi di maio non tirerei un sospiro di sollievo dopo l’approvazione del rosatellum.
Dai retta, fattela qualche domanda, è sempre utile e sopratutto sappi che chi ti dice questo, è attivo sul territorio quanto in rete, fa gazebi e conferenze per liberare l’Italia dalla dittatura dei mercati, dittatura dei mercati neanche percepita dai 5*.

E ora, come il web leghista crocifigge Matteo Salvini

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1454.- Se i guardiani della Carta sono distratti

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Una legge legge elettorale approvata con sei fiducie non è una legge, ma uno strumento per soddisfare vergognosi interessi partitici o peggio ancora dei cui prodezze e, comunque, di chi l’ha presentata, di chi l’ha votata, di chi la promulgherà e degli ipocriti usciti dall’Aula per non votargli contro, come i paladini del cavolo di FI e Lega.

Massimo Villone Il Manifesto, 11 ottobre 2017

E siamo a sei. La legge elettorale della XVII legislatura rimarrà nella storia come la legge delle sei fiducie, dal momento che alle tre di oggi si aggiungono quelle sulla mostruosità nota come Italicum. Per decenni la prassi della Costituzione repubblicana aveva ritenuto che non fosse possibile metterla. Si citava un solo lontano caso, già riportato su queste pagine, che non doveva ritenersi precedente. Ora, invece, in fine di legislatura, un governo debole, dalla maggioranza incerta, che esiste per i numeri parlamentari drogati da una legge elettorale dichiarata incostituzionale, mette la fiducia su qualcosa che non è nel suo programma, e che lo stesso premier aveva dichiarato non essere nell’attenzione dell’esecutivo. Il ricatto può essere l’unica motivazione.

Si è sentito dichiarare che le fiducie sono necessarie per evitare il Vietnam parlamentare. Ma il punto vero è che sarebbe indispensabile fare una legge elettorale tale da non generare quel Vietnam. Che favorisse il consolidamento del sistema politico, e la ricostruzione di soggetti politici solidamente strutturati e fortemente radicati. Se la legge di cui si discute facesse questo, potremmo forse ritenere le fiducie un male necessario. Ma non è così. E allora sono solo una forzatura inaccettabile del regolamento parlamentare sul voto segreto, e della stessa Costituzione.

Basta pensare alla mostruosità delle micro-liste dell’1%, che portano voti senza acquisire seggi. La previsione che ci siano ha già fatto comparire nei sondaggi del lunedì la lista animalista di Michela Brambilla, data a quanto pare all’l,5%. E possiamo immaginare che altri seguiranno a frotte, come le elezioni regionali e locali ci hanno da tempo insegnato. Ricordiamo, per amore della storia, che la Corte costituzionale nella sua – pur debole – giurisprudenza, aveva argomentato che a un incentivo maggioritario si può aggiungere una soglia di sbarramento perché la semplificazione del sistema politico aiuta la governabilità. Ma che dire di una legge che usa le soglie in modo tale da aumentare la frammentazione? Che differenza fa se poi i numeri parlamentari non la riflettono, se si produce nel sistema politico del paese e la si rende elettoralmente utile con la previsione di coalizioni?

Poi, l’unico voto su maggioritario e proporzionale. È ben vero che la Corte costituzionale aveva assolto sia le candidature maggioritarie di collegio, sia il voto bloccato, purché non per tutti i parlamentari e su liste brevi. In tal modo l’elettore poteva conoscere i candidati. Ma il voto è libero se chi vota può scegliere di essere rappresentato da Mario o Rosaria, da Giuseppe o Serena. Con il voto disgiunto tra maggioritario e proporzionale questo sarebbe almeno in parte possibile, sulla candidatura uninominale di collegio o sul pacchetto di nomi del proporzionale. Con il voto unico, invece, l’offerta è chiusa: per tutti, prendere o lasciare. Ed è quella determinata dai partiti, nei modi che sceglieranno i partiti. E che libertà è?

Il Rosatellum 2.0 è un testo che forse si conforma alla giurisprudenza della Corte costituzionale per il profilo strettamente formale, ma ne tradisce lo spirito e il senso. La Corte ha peccato per una troppo generica definizione dei principi essenziali e una troppo ampia concessione di potere discrezionale al legislatore. Ma ha pur sempre cercato di ritrovare i fondamenti della democrazia rappresentativa e del voto libero e uguale.

Doveva avere più coraggio, certo. Ma qualcosa ha detto, e un legislatore non dimentico della propria dignità avrebbe potuto e dovuto cogliere i giusti segnali.

Invece, perché nasce il Rosatellum 2.0, chi guadagna e chi perde, è stato detto fino alla noia. Non ci illudiamo che verranno ostacoli da parte di un Quirinale troppo spaventato dalla possibilità di leggi diverse tra le due camere, e attento a sollecitare ampi consensi quando sa bene che non ci sono. Né ci illudiamo che sia efficace un nuovo attacco giudiziario.

Secondo i manuali i guardiani della Costituzione sono – in modi diversi – due: il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Se entrambi sono distratti o inerti, deve scendere in campo la squadra dei veri titolari: i cittadini della Repubblica. Le prossime elezioni ci diranno se dobbiamo riscrivere i manuali, o se una nota a piè di pagina basterà per la XVII legislatura.

1453.- ROSATELLUM BIS: UNA LEGGE ELETTORALE CONTRO I CITTADINI

 

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Finché una parte degli italiani sarà dalla parte dei PreDoni, sarà inutile parlare di Democrazia e di riscrivere questa inutile Costituzione. Oggi, abbiamo passato il Rubicone per l’ennesima volta. A Natale, cantate Oh Bella Ciao!

La legge elettorale in discussione in Parlamento, concordata tra PD e Forza Italia con la benedizione degli alfaniani e della Lega Nord è un peggioramento delle leggi attuali uscite dalle sentenze che hanno dichiarato parzialmente incostituzionali il Porcellum e l’Italicum. L’armonizzazione delle due leggi poteva essere realizzata uniformando la soglia di sbarramento tra le due Camere al 3% e cancellando per la Camera dei deputati l’abnorme premio di maggioranza alla prima lista (diventato anche inutile perché nessuna otterrà il 40% dei voti) e l’obbrobrio dei capilista bloccati.

Al contrario la nuova legge colpisce come quelle precedenti il diritto degli elettori di scegliere i parlamentari e il principio di rappresentanza. Infatti impone liste bloccate per quasi i due terzi dei deputati e dei senatori, cancellando del tutto le preferenze e attribuendone la scelta interamente ai capipartito. Inoltre per circa un terzo dei parlamentari da eleggere nei collegi uninominali prevede delle coalizioni di cartone senza indicazione     di un simbolo, di un programma, quindi buone come specchio per le allodole e pronte ad essere disfatte il giorno dopo le elezioni per dare vita ad un’ammucchiata trasversale. Infine agli elettori è imposto un voto unico per il candidato nel collegio uninominale e una o più liste a questo collegate: se votano per una lista lo fanno anche per il candidato. Il voto per il candidato si trasferisce automaticamente a tutte le liste collegate, in rapporto percentuale ai loro voti.

Anche il principio di rappresentatività viene stravolto. Non vi è un premio di maggioranza esplicito, ma sono privilegiate le coalizioni o i partiti maggiori che conquisteranno gran parte dei seggi nei collegi uninominali e, grazie al voto unico, potrebbero utilizzare la propaganda del “voto utile” anche per i seggi attribuiti alle liste. Inoltre la soglia di sbarramento del 3% non impedisce alle liste civetta coalizzate che ottengano l’1% dei voti di far conteggiare i propri voti a vantaggio della coalizione, ottenendo in cambio qualche seggio parlamentare.

In realtà il nuovo sistema è stato escogitato per soddisfare le convenienze politiche dei partiti proponenti e dei loro leader e per danneggiare una lista unitaria di sinistra e il Movimento 5 Stelle, in vista di un nuovo patto governativo tra Pd e Forza Italia da realizzare dopo le elezioni.

 

Diciamo NO a questa nuova porcheria e rimettiamo al centro del sistema elettorale i cittadini senza imposizioni dall’alto e senza distorsioni della loro volontà

Scheda

 

Collegi maggioritari.

Saranno 231 collegi, pari al 36% dei Seggi della Camera. I partiti si potranno coalizzare per sostenere un comune candidato.

 

Proporzionale.

Dei restanti 399 deputati, 12 continueranno a essere eletti nelle Circoscrizioni Estere, con metodo proporzionale. In Italia un deputato è eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale; i restanti 386 deputati saranno eletti con metodo proporzionale in listini bloccati di 2-4 nomi. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti sono praticamente certi della loro rielezione.

Il testo delega il governo a definire questi collegi plurinominali.  

Le Circoscrizioni, importanti per il recupero dei resti, saranno 28. In Senato saranno 20.

 

Soglia.

Nella parte proporzionale la soglia a cui dovranno fare riferimento i partiti sarà il 3% sia alla Camera che al Senato. Per essere eletti a Palazzo Madama lo sbarramento si calcola su base nazionale e non più solo regionale.

Le (finte) coalizioni, vere protagoniste della legge, devono superare il 10%. I partiti che superano l’1% ma non il 3% regalano i loro voti all’intera coalizione.

 

Una scheda, voto unico.

Diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di un voto disgiunto), con il “Rosatellum 2.0” ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono, così l’elettore non è più pienamente libero di esprimere la sua volontà .

 

Voto disperso.

I voti degli elettori che avranno barrato il nome del solo candidato del collegio uninominale saranno distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio.

Barrando sul simbolo del partito il voto andrà al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Dunque gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e una lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile e desiderabile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania.

Sotto la soglia dell’1% i voti andranno dispersi.

 

Scorporo.

Non è previsto lo scorporo come accadeva invece nel Mattarellum.

 

In caso di pareggio il candidato più giovane vince.

Nel caso in cui due candidati in un collegio uninominale ottengano lo stesso numero dei voti «è eletto il più giovane d’età».

 

Le firme.

Viene dimezzato rispetto al testo originario il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo. Il numero di firme da raccogliere passa, dunque, da 1.500-2.000 a circa 750. Pure in questo caso solo per le prossime elezioni, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste elettorali.

 

Incontestabile il commento di Gianfranco Pasquino:

“Questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, dicono che garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).

Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.”

1452.- Legge elettorale. Il governo è andato avanti a colpi di fiducia per evitare il voto segreto. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E FI e Lega giobbano.

RICORDATE!

1. FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge! 

2. Con lo sbarramento del 3%, tutti quelli che hanno messo in piedi una lista, un partitellum, magari in nome della Costituzione, senza raggiungere i numeri richiesti, potranno portare acqua ai partiti maggiori ed essere integrati, poi, loro nel sistema, alla faccia dei pirla che gli hanno abboccato.

3. Con questa Costituzione, si va alla politica con le fauci spalancate e le braghe calate. Troppi privilegi, troppi soldi e nessuna professionalità. Ignoranti i più.

 

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Legge elettorale, via libera della Camera anche alla seconda e alla terza fiducia. Le due fiducie sono passate con i voti di Pd, Ap, Civici, Minoranze linguistiche, mentre FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge. Il “no” (come d’accordo?) è giunto da M5s, Mdp e Fdi. La prima fiducia, sull’articolo uno, ha riguardato il sistema di elezione della Camera (un mix di collegi uninominali maggioritari (il 36%) e di proporzionale in collegi plurinominali con liste bloccate (il 66%), ossia senza preferenze, per la ripartizione dei seggi). La seconda fiducia, sull’articolo 2, ha riguardato invece l’analogo sistema di voto per il Senato. La terza votazione di fiducia si è avuta oggi sulla delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali.  I sì sono stati 309, i no 87 e gli astenuti 6.
ALLA FACCIA DELLA DEMOCRAZIA!
Il via libera alla prima fiducia, aveva riguardato l’articolo 1 delle legge elettorale. In questo primo caso i sì erano stati 307, 90 i contrari e nove gli astenuti. La Camera aveva confermato la fiducia al governo anche sul secondo articolo del cosiddetto “Rosatellum bis 2.0”. I voti a favore sono stati 308, 81 i contrari, otto gli astenuti. Le dichiarazioni di voto sulla terza ed ultima fiducia, quella posta sull’articolo 3 del testo, si sono tenute questa mattina. La votazione ha avuto inizio alle 11. A seguire, l’Assemblea di Montecitorio ha esaminato i restanti due articoli del provvedimento, il 4 e il 5, sui quali il governo non ha messo la fiducia.
L’articolo 4: 381 voti favorevoli, 152 contrari, un solo astenuto, riguarda la trasparenza del voto. Contiene l’elenco dei documenti da depositare in nome della trasparenza: il contrassegno depositato, lo statuto, il programma elettorale con il nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica. Approvato anche il quinto e ultimo articolo del Rosatellum 2.0. I si sono stati 372, i no 149 e gli astenuti 6. La norma, vergognosa, detta  “salva Verdini” perché prevede le disposizioni transitorie per l’entrata in vigore della legge, con particolare riferimento alle circoscrizioni estere; cioè, consente ai residenti Italia di candidarsi nella circoscrizione estero.
A seguire gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto finali. Il voto finale sarà segreto ed è atteso nella serata di domani. Rimane l’incognita dello scrutinio segreto. Si temono i franchi tiratori (70 soltanto?) nelle file della maggioranza.
Legge elettorale. Il governo pone la fiducia per evitare il voto segreto. Vendola: “nasce il fascistellum”. Manifestazioni di piazza di Mdp, Sinistra Italia e 5Stelle. E Berlusconi gongola
La Camera, detta della vergogna, ha approvato oggi anche un emendamento all’articolo 5 del Rosatellum 2.0 che modifica una norma introdotta in Commissione. Quest’ultima stabiliva l’ineleggibilità nelle Circoscrizioni Estere dei cittadini che negli ultimi dieci anni avessero ricoperto cariche elettive o di governo, nelle forze armate e nella magistratura dei Paesi di residenza. L’emendamento diminuisce a cinque anni tale periodo. È stato denominato “emendamento salva Bueno” perché permette la ricandidatura della deputata italo-brasiliana Renata Bueno, che fino a sette anni fa era stata consigliere comunale in Brasile

Berlusconi gongola, mentre Sinistra Italiana, Mdp e 5Stelle annunciano manifestazioni di piazza

Silvio Berlusconi blinda il Rosatellum bis e ci mette la faccia. Il leader di Forza Italia, in una nota, garantisce che il suo partito “sarà leale e voterà compatto” il via libera finale alla legge, ma pur comprendendo i motivi che hanno spinto a porre al fiducia, gli azzurri non la voteranno. La scelta di maggioranza e governo viene accolta dagli oppositori del Rosatellum bis come un “atto eversivo”, ed è subito caos in Aula. Al grido di “Vergogna, vergogna” e “Venduti”, Movimento 5 Stelle, Mdp e Sinistra italiana (la sua parte di protesta la fa anche FdI) invocano l’intervento del Capo dello Stato – che però fa sapere di considerare positivo l’impegno del Parlamento a modificare la legge e si tiene fuori dalle decisioni dell’esecutivo – e annunciano manifestazioni in piazza per protestare contro una “legge antidemocratica e incostituzionale”. Sia i pentastellati che Mdp e Sinistra italiana scenderanno domani in piazza: i 5 Stelle alle 13 davanti Montecitorio, Si e Mdp alle 17,30 davanti al Pantheon. La riforma sostenuta da Pd, FI, Ap e Lega è “un colpo mortale alla democrazia, una violazione delle regole democratiche”, attacca il candidato premier M5S, Luigi Di Maio. “Il Rosatellum è una legge truffa contro il Movimento 5 Stelle e contro la volontà dei cittadini. E’ una legge fatta ad arte per favorire alla prossima legislatura un governo Renzi- Berlusconi, a prescindere da chi vincera’ davvero le elezioni”. Beppe Grillo rincara la dose: “Siamo in piena emergenza democratica”. Per Alessandro Di Battista quanto sta accadendo è “da vomito. Il popolo italiano reagisca”.

Vendola: “nasce il fascistellum”

Durissimo anche il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: “è l’ennesima vergogna di questa legislatura”. “Il Pd e le destre – prosegue Fratoianni – non faranno scegliere agli elettori, grazie a un sistema doppiamente bloccato e, con perversa coerenza, iniziano dai parlamentari, a cui non è consentito esprimere liberamente il proprio voto. Contro lo sciopero della democrazia, per difendere la nostra Costituzione e le istituzioni repubblicane – conclude Fratoianni – domani pomeriggio saremo in piazza”. Pierluigi Bersani invita i cittadini a manifestare “a difesa della democrazia”. “Hanno prodotto l’ennesimo strappo alla democrazia. La fiducia sulla legge elettorale è un atto grave”, afferma il capogruppo Mdp Francesco Laforgia. Per Nichi Vendola “nasce il fascistellum”.

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo com’è nata la decisione di votare contro la fiducia

Roberto Speranza racconta a Otto e mezzo: “Oggi ci siamo riuniti e all’unanimità abbiamo deciso di votare no alla fiducia. C’è stata una rottura ormai difficile da recuperare. E una rottura grave, perché è venuto meno un impegno: Gentiloni in aula ha detto che il Governo non sarebbe stato protagonista sulla legge elettorale ma avrebbe lasciato campo al parlamento. Il rapporto già complicato tra noi e Gentiloni diventa, con questo, difficilissimo”. Infatti, “nella storia d’Italia – ha ricordato Speranza – la fiducia per la legge elettorale è stata chiesta solo tre volte. La prima fu nel ventennio: ma guai a pensare che siamo nel fascismo: non c’è questo pericolo. Tuttavia è stata fatta una violenza terrificante e intollerabile al Parlamento, chiedendo la fiducia. Visto che è una legge condivisa dai due terzi del Parlamento, perché non lasciare al Parlamento di esprimersi? Che paura si ha? Magari il Parlamento l’avrebbe migliorata con alcuni emendamenti, come sul voto disgiunto”. Viceversa, secondo Speranza, “c’è un accordo Renzi-Berlusconi per impedire ai cittadini di votare direttamente i propri parlamentari” e “c’è stato un sequestro della possibilità di decidere i propri eletti, che nomineranno loro”.

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Il coordinamento per la democrazia costituzionale si appella a Mattarella: non firmi la legge; ma Renzi non vuole.

“Mettere la fiducia per costringere a il parlamento a votare la legge elettorale è un atto di eccezionale gravità”, sostiene il Coordinamento per la democrazia costituzionale, promotore dei comitati per il NO al referendum costituzionale, che in un comunicato attacca con durezza la decisione del governo Gentiloni che “ha chinato la testa di fronte al diktat di Matteo Renzi e del Pd e questo malgrado avesse più volte affermato che il governo non sarebbe entrato – tanto meno con questa autentica imposizione – sulla legge elettorale”. “La parola del governo e del Presidente del Consiglio – si insiste – non avranno più alcun valore da qui in avanti, questo è un atto grave che avrà ripercussioni pesanti. Tutte le dichiarazioni di garbo istituzionale fin qui fatte suonano come autentiche prese in giro delle elettrici e degli elettori. Il Presidente della Repubblica farebbe bene a fermare questo atteggiamento autoritario e a non firmare una legge elettorale approvata con voto di fiducia a pochi mesi dalle elezioni e in spregio ad un referendum che ha bocciato lo stravolgimento della CostituzIone il 4 dicembre 2016”.

Mal di pancia anche nel Pd. Cuperlo: “la fiducia si doveva e poteva evitare”. Ma lui la voterà?

Malumori anche tra le file del Pd: Gianni Cuperlo ritiene che la fiducia sia “un errore serio (errore un cavolo!) che si poteva e doveva evitare” e il suo voto resta in forse. Non dovrebbero votare la fiducia nemmeno gli esponenti di campo progressista, così come non dovrebbero dire sì nemmeno in occasione del voto finale. Anche il lettiano Marco Meloni annuncia che non voterà la fiducia e dubbi vengono sollevati dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

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… un centinaio, ma secondo i pennivendoli, cagoja dei giornali.

Altro scontro durissimo tra Pd e Mdp al Senato durante l’approvazione della legge europea (governo sotto tre volte). Quella, per capire, con cui l’Agcom ci spierà al telefono e su Internet, oscurandoci, se gli pare e archiviando i nostri post per 6 anni. Li guardi negli occhi e gridi: VAFFA…..!

Intanto al Senato, la legge europea passa solo grazie alle assenze di FI e Ala che hanno fatto scendere il quorum. I sì sono stati 118, contro 17 no e 69 astenuti. Gli assenti tra gli azzurri sono stati 24, quelli di Ala 12 (che invece avevano dichiarato l’intenzione di astenersi) e quelli di Gal 7 (che di solito in 2 o in 3 sono quelli che votano insieme alla maggioranza). Il governo al gran completo era stato precettato per questo voto considerato “a rischio” sin dall’inizio. “Venire tutti in Aula anche governo per voto finale su legge europea” era stato l’sms inviato a tutti, seguito poi da un’altra richiesta più perentoria che si concludeva con un: “Presenza obbligatoria senza eccezione alcuna”. Incredibile l’atteggiamento del sottosegretario Gozi, dopo che la maggioranza è stata battuta più volte su emendamenti della Lega: la colpa è di Mdp. Infatti, secondo Gozi, “Un atteggiamento irresponsabile che si è dimostrato del tutto irrilevante da parte di Mdp. Ha preso in ostaggio la posizione dell’Italia in Europa e ha rischiato di metterci in una gravissima situazione da un punto di vista politico e giuridico in Ue perché abbiamo rischiato infrazioni, Ha esposto il Paese a gravissime sanzioni”. Agli insulti, politici ovviamente, ha replicato duramente Maria Cecilia Guerra, presidente dei senatori Mdp: “Oggi è stata inferta una ferita grave alla democrazia. La fiducia posta dal Governo su una legge di competenza parlamentare (la legge elettorale – ndr) impedisce ai parlamentari di discutere la legge più importante per la democrazia del Paese. Tutto questo viene fatto contro una delle componenti della maggioranza. Si è scelto scientemente di estromettere Articolo 1 Mdp da questa maggioranza”. Se la legge europea “è un atto importante dell’azione di governo, la sua maggioranza ha il dovere di sostenerla. Lo faccia”, ha aggiunto Guerra.

Testo di Carli e Gagliardi.

1449.- Piantatela con le leggi per zittire noi elettori

 

 

Il Fatto Quotidiano

7 ott 2017 — Da anni siamo costretti a parlare di leggi elettorali: i vertici politici, che non si rassegnano all’idea di doversi misurare continuamente con le istanze del corpo sociale, cercano di soffocarle con ogni artificio, contro l’ art. 1 “La sovranità appartiene al popolo” dove il verbo “appartiene” non è scelto a caso. I Costituenti dopo attenta discussione, lo sostituirono a “emana”, proposto inizialmente, per evitare il rischio che venisse interpretato nel senso che il popolo, attraverso il voto, trasferisce la sua sovranità. Era loro fermissimo intento affermare, senza equivoci, che la sovranità è del popolo e nel popolo continua a rimanere. Non è legittimo recidere i canali di trasmissione delle domande sociali alle istituzioni: alla legge elettorale non è consentito.

La Costituzione del 1948 è frutto dell’impegno collettivo di persone animate da grandi speranze e profondi ideali, unite nell’intento di dar vita a un sistema nuovo fondato sui valori di libertà e democrazia appena ritrovati, che si volevano salvaguardare in futuro. In una straordinaria stagione ricca di fermenti vitali ogni scoria del cupo passato era allontanata, così come ogni artificio antidemocratico di cui si era avvalso il regime: maggioranze truccate, premi per dominare schiacciando gli avversari politici, liste bloccate imposte agli elettori . L’obiettivo era la partecipazione “la partecipazione di tutti” come dice l’art. 3; e lo conferma l’art. 49: i cittadini, “Tutti i cittadini” – precisa la norma – hanno il diritto associarsi in partiti “per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”. Nessuno escluso.

Nello spirito del 1948 non poteva esserci che un sistema proporzionale con una modalità di voto in grado di tener saldo il rapporto fra elettori ed eletti: “La sovranità spetta tutta al popolo che è l’organo essenziale della nuova costituzione… l’elemento decisivo, che dice sempre la prima e l’ultima parola”. E dunque, il fulcro dell’organizzazione costituzionale è nel Parlamento “che non è sovrano di per se stesso; ma è l’organo di più immediata derivazione dal popolo”, si legge nella Relazione di Meuccio Ruini all’Assemblea costituente.

E il popolo è costituito da tutti i cittadini, altrimenti si ha una democrazia dimezzata. Secondo “la definizione minima” di Norberto Bobbio, per “regime democratico s’intende primariamente un insieme di regole e di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”. Era questo il pensiero dei Costituenti.

Durante i lavori della Commissione dei 75 (Seconda Sottocommissione, 7 novembre 1946), il grande costituzionalista Costantino Mortati propose di inserire in Costituzione il principio della rappresentanza proporzionale “perché costituisce un freno allo strapotere della maggioranza e influisce anche, in senso positivo alla stabilità governativa”. Prevalse invece l’idea di lasciare la materia elettorale alla legge ordinaria anche più tardi, quando se ne discusse in aula; un emendamento presentato dall’on. Giolitti non fu approvato.

Ma il suo contenuto, è importante ricordarlo, trasformato in ordine del giorno, venne invece approvato: “L’Assemblea costituente ritiene che l’elezione alla Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale” (23 settembre 1947). È un impegno solenne. Non si può dunque affermare, come di recente Fusaro, che la Costituzione “nulla dice… su come trasformare i voti in seggi. Nulla. Ma proprio nulla di nulla”. Se la Costituzione non ne parla espressamente, il principio della rappresentanza proporzionale è implicito nel sistema complessivo oltre che in precise disposizioni: articolo 72 – le Commissioni in sede legislativa devono essere composte “in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari”; articolo 82 – ciascuna Camera, esercitando il potere parlamentare d’inchiesta, nomina “fra i propri componenti una Commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione fra i vari gruppi”; art. 83 – all’elezione del presidente della Repubblica “partecipano tre delegati per ogni Regione, eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”. Un sicuro “plurale” che non ha nulla di generico.

Il modello dei Costituenti, sottolineava Livio Paladin, è quello delle “democrazie di stampo liberale e dunque pluralistico che vuole temperare il principio maggioritario sia attraverso la rigidità della Costituzione e il controllo di costituzionalità sulle leggi, sia garantendo le libertà fondamentali, a cominciare dalla libertà di associazione e di manifestazione del pensiero”.

Le minoranze sono l’essenza del costituzionalismo liberale e sulla possibilità di far sentire la loro voce sono basati gli istituti giuridici posti a tutela dei diritti costituzionali , dai diritti di libertà ai diritti sociali. Per garantirli le Costituzioni esigono che la loro disciplina sia riservata alla legge, approvata dal Parlamento dove hanno voce anche le minoranze e non da fonti del governo dove la sola maggioranza è presente.

La distorsione della rappresentanza – dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale – alterando la composizione delle Camere si ripercuote pesantemente sulla vita dei cittadini: in assenza di voci in grado di difenderli i diritti sono gravemente incisi, il pensiero minoritario sacrificato. Ormai, che la norma sia fatta dal governo o dal Parlamento dove la maggioranza domina incontrastata, è la stessa cosa. Soffocate le minoranze, a nulla vale la rigidità della Costituzione; a tutelarla non bastano le garanzie giuridiche: se non sono accompagnate dalle garanzie politiche assicurate dal pluralismo risultano del tutto inefficaci. Una maggioranza artificialmente creata non trova più i limiti politici consueti in democrazia; le altre forze, ridotte all’irrilevanza, come possono svolgere un’opposizione efficace?

Lorenza Carlassare (parte dell’ intervento che ha tenuto a Roma al convegno dei Comitati del No lunedì 2 ottobre)

Gustavo Zagrebelsky – Vogliamo una legge elettorale costituzionale e di tipo proporzionale. Lunedì 2 ottobre 2017 – Aula dei Gruppi Parlamentari Camera