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2025.- LA «BOMBA» DEI MIGRANTI DALLA LIBIA

Fausto Biloslavo ci comunica che la «bomba» migranti in Libia è sempre innescata e pronta ad esplodere e che l’OIM ha registrato la presenza di 669.176 pronti ad invadere il territorio italiano.

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La diminuzione degli arrivi rispetto all’anno scorso non deve ingannare. L’allarme è dell’Oim. Il mare ci separa da questa invasione, ma la cronaca nera e il “favor” da parte della magistratura ci pongono di fronte alla realtà. Presto, non faranno più notizia né credo più che Salvini avrà successo con i rimpatri, perché non vedo stanziamenti per questa voce nel DEF e Conte tace.

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Fausto Biloslavo

La «bomba» migranti in Libia è sempre innescata e pronta ad esplodere. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), costola dell’Onu, ha registrato la presenza di 669.176 migranti sul territorio libico. La notizia è stata rivelata da un dettagliato rapporto. E dimostra che nonostante la riduzione di oltre l’80% di arrivi dalla Libia rispetto lo scorso anno, il paese nordafricano è ancora un consistente serbatoio di migranti che vogliono arrivare in Europa sbarcando in Italia. «I migranti che arrivano da 41 paesi diversi sono stati identificati in 100 municipalità all’interno di 554 comunità» ha certificato nero su bianco Oim. Secondo i dati raccolti sul terreno le nazionalità maggioritaria provengono dal Niger, l’Egitto, il Chad, il Sudan e la Nigeria. I nigerini fanno la parte del leone con 130.087 persone, quasi il 20% del totale dei migranti in Libia. Gli egiziani, flusso sottovalutato, sfiora le 100mila unità (14%) e dal Chad sono arrivati in 91.904. Poi seguono i nigeriani (64.980) e gli africani del Ghana (46.726) e del Mali (36.152).

A parte alcune regioni settentrionali della Nigeria infestate dai tagliagole islamici di Boko Haram, la stragrande maggioranza dei migranti provenienti dai primi 5 paesi non fuggono da guerre, ma per motivi economici. Questo significa che se arrivassero in Italia non avrebbero diritto all’asilo e sarebbero di fatto dei clandestini.

Il 60% dei migranti, che in Libia vengono considerati tutti illegali, si trova nel nord ovest del paese, la Tripolitania, dove permangono i principali porti di partenza dei barconi. Solo nell’area della capitale l’Oim ha registrato 148.460 migranti, il 22% del totale. Il resto «è diviso fra l’Est e il Sud (rispettivamente il 21,5% ed il 18,5%)» riporta la costola dell’Onu per le migrazioni. La parte meridionale, povera e desertica del Fezzan è la porta d’ingresso in Libia, ma il grosso dei migranti prosegue verso nord per raggiungere la costa nella speranza di imbarcarsi. Nonostante il flusso di 100mila migranti dall’Egitto nella Cirenaica, la zona orientale del paese assorbe meno del 20% con quasi nessun porto di imbarco. Secondo i dati del rapporto sono presenti in Libia 23.126 cittadini del Bangladesh e 10. 260 siriani, che avrebbero diritto all’asilo in Italia come i 7.185 eritrei.

L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sottolineato che nel 2018 la Guardia costiera libica è riuscita ad intercettare 14mila migranti salpati verso il nostro paese riportandoli indietro. E circa 8mila sono rinchiusi in 18 centri di detenzione, soprattutto nella zona di Tripoli. Numeri esigui rispetto ai 600mila presenti in Libia in attesa di raggiungere l’Europa. La «bomba» dimenticata dei migranti sarà uno dei temi della conferenza internazionale sul futuro della Libia che si terrà a Palermo il 12 e 13 novembre.

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2018.- Libia: Stop alla guerriglia francese. La parola a Trump e, se riesce, a Putin. Un’altra dimostrazione dell’inutilità dell’Ue presieduta da chi non si sa.

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L’ITALIA ha abdicato alla sua politica estera con le dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi. Penso alle misere figure che hanno amministrato la Farnesina nei governi Napolitano, che si sono succeduti, mentre, ancora ieri, “lo statista” era ospite di Putin. L’Italia, centro di un Mediterraneo in guerra, è tornata sulla scena internazionale e il Governo deve tutelare i nostri interessi. Chiaro che la prima parola spetta ai grandi. Senza nulla togliere all’azione diplomatica di Giuseppe Conte e del ministro Moavero, sono gli Stati Uniti che non possono arrischiare ancora di più la loro supremazia in Mediterraneo, lasciando la Libia nel caos per avvantaggiare e premiare l’attivismo dei francesi. Leggo così la partecipazione del presidente Trump al convegno di Palermo. Per cui, aver chiamato in causa i due Grandi, costituisce, al tempo stesso, un successo diplomatico della Farnesina e una dimostrazione delle nostre limitate possibilità; ma, da un’altro angolo di visuale, mostra l’incapacità dei francesi di costruire insieme una unione e l’inutilità di “questa”Unione europea in politica estera: quell’Unione a cui questi ultimi presidenti della Repubblica avrebbero ceduto la sovranità. L’accettazione dell’invito della Farnesina, con la partecipazione in prima persona di Vladimir Putin dipenderà dalla posta che sapremo porre sul tavolo. È un segno del destino che, in questo passaggio cruciale per l’Italia, ancora una volta, Silvio Berlusconi abbia potuto rappresentarci. Grazie Presidente. Augurando al Governo ogni successo, ricordiamo che sia Donald Trump e sia Vladimir Putin, daranno precedenza ai loro interessi. Parleranno i risultati.

Con queste premesse, leggo l’articolo di Maurizio Blondet:

Immigrazione, Vladimir Putin in aiuto dell’Italia sulla Libia: così ferma le porcate di Emmanuel Macron.

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Il governo italiano ha invitato il presidente russo Vladimir Putin alla conferenza sulla libia che si terrà l’11 e il 12 di novembre a Palermo. Il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov, al quale il nostro ministro degli Esteri Enzo Moavero ha avanzato la richiesta, ha assicurato la presenza di Mosca al meeting ma ha aggiunto che per quanto «riguarda il livello di partecipazione», leggi la presenza di Putin, il governo di Mosca si riserva di «analizzare il materiale» che è stato inoltrato insieme all’invito.

Il nostro ministero degli Esteri ha poi specificato che lo stesso invito è stato inviato ad altri capi di Stato e tra questi pare ovvio che il primo della lista sia il presidente americano Donald Trump che già a luglio, incontrando il premier Conte, aveva appoggiato una conferenza sulla Libia da tenersi in Italia, fermo restando che Roma stessa diventi «il punto di riferimento in Europa e il principale interlocutore» del Paese nordafricano. La presenza di Trump sarebbe anche suffragata dal fatto che l’11 di novembre, il giorno prima, il presidente Usa si troverà a Parigi per le celebrazioni della vittoria nella Prima guerra mondiale, mentre il 12 avrebbe dovuto compiere una visita a Dublino che però è già stata annullata per «motivi di agenda».

LA SVOLTA
Con questa mossa il governo italiano compie una svolta nella politica verso la Libia, il che non significa che tutto quello che è stato fatto dal governo precedente sarà definitivamente buttato, ma significa solo che Roma ha finalmente preso atto della realtà e degli equilibri di forze del Paese nordafricano che sono profondamente mutati da quando l’Italia appoggiava senza riserve il governo Al Sarraj di Tripoli, quello ancora sostenuto dall’Onu e da gran parte della Comunità internazionale. La Russia infatti è schierata dalla parte del Generale Haftar, l’uomo che controlla con il suo esercito, l’unico che si possa chiamare tale in quel Paese, gran parte del territorio libico e dei pozzi petroliferi. Per la verità Moavero aveva già iniziato l’opera di avvicinamento ad Haftar, incontrando prima il presidente egiziano Al Sisi, con il quale si è convenuto di arrivare a una soluzione su Tripoli il più presto possibile, poi a sorpresa, in settembre, lo stesso generale libico con il quale è stato discusso della conferenza di novembre e di future elezioni.».

LE CONDIZIONI
Pare però che le aperture di Haftar siano condizionate dalla rimozione di Al Sarraj e del nostro ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, considerato dal Parlamento di Trobruk (quello di Haftar) «persona non gradita» per le sue posizioni ovviamente vicine a quelle del governo ufficiale.

L’eventuale assenza di Perrone, peraltro non ancora confermata, avrebbe anche creato non pochi dissapori tra governo e i servizi segreti che operano instancabilmente in Libia e che negli ultimi anni si sono prodigati per spianare la strada ad Al Sarraj. Ma le mosse del governo italiano non sono certo prive di altri importanti effetti secondari, più o meno desiderati. L’eventuale presenza di Trump e Putin alla conferenza di Palermo relegherebbe a un ruolo di secondo piano la Francia, il cui presidente si è già speso per improbabili elezioni per il prossimo dicembre.

Ma le mosse del governo italiano non sono certo prive di altri importanti effetti secondari, più o meno desiderati. L’eventuale presenza di Trump e Putin alla conferenza di Palermo relegherebbe a un ruolo di secondo piano la Francia, il cui presidente si è già speso per improbabili elezioni per il prossimo dicembre.

Peraltro il ruolo doppiogiochista di Parigi che da una parte riconosce Al Sarraj dall’altra arma e addestra l’esercito di Haftar non è servito a molto quando Macron nel maggio scorso ha invitato entrambi a Parigi per cercare inutilmente di convincerli alle elezioni. Ben diversi saranno gli effetti alla conferenza di Palermo se gli eventuali accordi saranno benedetti dalle due superpotenze.

di Carlo Nicolato, liberoquotidiano.it

(MB: Moavero rettifica la politica idiota e fallimentare del clintoniano Gentiloni, che ci aveva costretto a puntare tutto solo su  Sarraj, il perdente. Un vertice sulla Libia a Palermo, con Trump e Putin che si parlano su invito del  premier Conte: se   riesce, è un capolavoro della  diplomazia italiana e il riconoscimento da parte di Mosca del nostro ruolo in  Libia. Tanto di cappello.  Già solo il tentativo dice che questo è il governo migliore che potevamo avere). 

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

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Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

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La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

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La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

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L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

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Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

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Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

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Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1959.- Il bilancio delle vittime in Tripoli in Libia sale mentre infuria il combattimento

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E’ lui!

Restiamo a Tripoli, anche perché ci è cara e seguiamo i comunicati Al Jazeera. Lo scontro in atto è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”. Quello che è certo è che parlare di elezioni a dicembre o, comunque,breve termine, come insiste Macron e con le rivalità fra i vari gruppi al calore bianco, non è soltanto incauto: è impossibile. A meno che non si voglia il fallimento del processo di pacificazione e riunificazione per cui l’Italia si adopera e la Francia no. Meglio sarà rimandare queste elezioni alla primavera, magari dopo il referendum approvativo della Costituzione. So bene che la Costituzione vieta di candidarsi a chi sia risieduto venti anni all’estero e che il generale Khalifa Belqasim Haftar ha vissuto, appunto, venti anni negli Stati Uniti, ma non per questo dovrà venir meno la sua partecipazione al governo del Paese. Sembra che i combattimenti si stiano esaurendo e i drone USA sorvolano il cielo di Tripoli. La settima brigata di Al Kali è contrastata da un’altra milizia: La “Forza Anti Terrorismo di Misurata”, guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj. Misurata” era dichiaratamente una città fortemente anti-Gheddafi. Forse questo non è estraneo alla fuga dal carcere di Tripoli di 400 detenuti, in gran parte fedeli del compianto Muhammar. Per il nostro Governo è un altro problema, perché già ci sono 8.000 migranti bloccati intorno a Tripoli.

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Gruppi armati rivali si sono scontrati per più di una settimana sul controllo della capitale. Il bilancio delle vittime dei combattimenti in corso nella capitale della Libia, Tripoli, è salito ad almeno 50, hanno detto funzionari della sanità, mentre infuria la violenza tra le milizie rivali.

Il ministero della salute ha detto che gli scontri tra gruppi armati hanno causato anche oltre 138 feriti.

Il precedente bilancio delle vittime era di 39 persone, di cui 18 civili.

Il 27 agosto, feroci battaglie scoppiarono nei distretti di Tripoli dopo che la settima brigata, un gruppo armato con sede a Tarhouna, 65 km a sud-est della capitale, lanciò un’offensiva a sorpresa contro le milizie rivali.

LEGGI DI PIÙ
Il caos della Libia è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”
Una tregua è stata raggiunta il giorno successivo, ma gli scontri sono ripresi poco dopo, costringendo le autorità a chiudere l’unico aeroporto funzionante di Tripoli.

Domenica il governo di Accordo Nazionale (GNA) appoggiato dall’ONU a Tripoli, ha dichiarato lo stato di emergenza.

Mahmoud Abdelwahed di Al Jazeera, riferendosi a Tripoli, ha detto che la situazione è rimasta tesa con sporadici combattimenti e con il lancio indiscriminato di razzi che continuano a cadere in aree residenziali.

“Diversi tentativi non sono riusciti a mettere in atto un cessate il fuoco in vigore da quando gli scontri sono iniziati il ​​26 agosto”, ha detto Abdelwahed.

“La settima brigata, i cui comandanti dicono che opera sotto la Guardia presidenziale della GNA era già stata sconfessata dal governo in aprile”.

Blackout di Facebook
Lunedì, il sito di social media Facebook è stato bloccato a Tripoli e nelle città circostanti.

OPINIONE
Come può la Libia essere stabilizzata?
di Guma El-Gamaty
L’utility libica LPTIC, proprietaria delle due aziende di telecomunicazioni statali, ha dichiarato in una nota che la mancanza di sicurezza ha portato a interruzioni dei servizi. I tecnici della manutenzione non sono stati in grado di raggiungere alcune stazioni che avevano smesso di funzionare a causa della mancanza di energia.
Non ha rilasciato commenti al blocco di Facebook.

L’accesso al web è controllato da aziende statali e monitorato da organismi di sicurezza che sono controllati efficacemente da gruppi armati che lavorano con il debole GNA di Fayez Al Sarray.
I media nazionali indipendenti con sede in Libia non esistono quasi perché i giornalisti spesso subiscono minacce da gruppi armati o da funzionari contrari a ogni forma di critica.

La Libia scivolò nel caos dopo la rivolta del 2011 che rovesciò e governò Muammar Gheddafi e portò alla sua morte.
Il paese è governato dalle autorità rivali di Tripoli e dall’est del paese, entrambi supportati da una schiera di milizie.

FONTE: AL JAZEERA E AGENZIE NEWS, 4 settembre 2018

1958 .-La Libia va verso il voto a dicembre, ma l’Eliseo può aggravare la crisi

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Era il mese di maggio quando lessi queste note chiarissime. Bisogna rileggerle ora che la guerra scatenata dagli emissari di Macron rischia di metterci fuori dal paese africano. L’Italia sta svolgendo un’opera di pacificazione e, insieme, di difesa sia dei nostri interessi sia di quelli libici. La destabilizzazione è, invece, strumentale alla Francia e al suo piano di costruire un governo fantoccio prono ai suoi interessi neocoloniali. Un altro servo del suo franco africano e anche lo scalino da salire per sentirsi pari alla Germania nel direttorio franco-tedesco europeo. È, però, una politica destinata all’insuccesso, più che un piano ardito, perché la Libia non è matura per un passo così ambizioso, addirittura innaturale per molti libici libertari e contrario alla logica della nuova Costituzione che attende l’approvazione referendaria. Né dobbiamo dimenticare i legami intessuti dal generale Haftar con Putin. A soli tre mesi da queste note, ci troviamo a valutare le conseguenze politiche di un nostro intervento militare a sostegno di Fayez Al-Sarray e della libertà dei popoli libici. Lo si faccia o no, il risultato più sicuro di questa macronata sarà una ulteriore destabilizzazione del nostro confine meridionale. Vista da italiano e da europeista, Macron è soltanto un mascalzone; ma noi riusciamo a contenerlo? Lo vediamo il come, in calce a questo articolo di maggio, ma con gli occhi sulla guerra in corso oggi a Tripoli. Intanto che scrivo, Angelo Gambella ci fa notare che la cosiddetta milizia “Forza Anti Terrorismo di Misurata” (città fortemente anti-Gheddafi), guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj, a contrastare la 7a brigata Al Kani e per organizzare un nuovo cessate il fuoco nella periferia sud, non ha ancora ricevuto il supporto aereo in grado di favorire il successo della missione. Questa è una missione per i drone di Sigonella. Chi uscirà prima dal barile? un pesce italiano, uno americano o tutti e due?

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Si terranno il prossimo 10 dicembre le nuove elezioni presidenziali e legislative in Libia. Per ora si tratta solo di un accordo informale, ma il presidente francese ha già definito “un passo storico” e “una tappa chiave per la riconciliazione del Paese” l’intesa raggiunta stamattina all’Eliseo.

Non solo quella sulla data delle nuove consultazioni elettorali, ma anche quella per l’unificazione delle istituzioni libiche e il trasferimento della Camera dei Rappresentanti a Tripoli, sebbene, per ora, l’impegno delle parti resti soltanto verbale. “Abbiamo tutto l’interesse, per la nostra sicurezza, a lavorare per la stabilità della Libia”, aveva detto il presidente francese stamattina, mentre il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves le Drian apriva le porte del palazzo presidenziale alle personalità chiave del Paese: il premier del governo di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Salah e quello del Consiglio di Stato, Khaled Mishri.“Ci impegniamo a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche” e a “rispettare i risultati delle elezioni”, hanno dichiarato i quattro leader riuniti all’Eliseo. La firma della dichiarazione politica davanti alle telecamere è saltata, ma restano le buone intenzioni. Quanto basta a Rue du Faubourg Saint-Honoré per brindare all’uscita “dalla paralisi”.

Approfittando dell’impasse istituzionale italiana, il presidente francese Emmanuel Macron ha preso le redini del dossier libico ed ha radunato all’Eliseo i principali attori della crisi per stabilire l’agenda politica dei prossimi mesi. Tutti, o quasi, visto che le potenti milizie della Tripolitania, tra cui quelle di Misurata, Zintan Msallata, Janzour e la brigata dei rivoluzionari di Sabrata, hanno annunciato di non sentirsi “rappresentate dall’iniziativa francese”. “Un’ingerenza straniera”, così il raggruppamento di tredici eserciti che controlla la Libia occidentale ha definito la conferenza organizzata da Macron.

Tra gli obiettivi di Parigi, oltre al voto entro fine 2018, c’è anche quello di unificare i diversi gruppi armati sotto le insegne di un nuovoesercito nazionale libico e di rafforzare le istituzioni economiche con la creazione di un’unica banca centrale. Ma secondo gli esperti, come Lorenzo Marinone, del Centro Studi Internazionali (CeSI), più che a “normalizzare” i rapporti fra le parti in campo, Macron punta a consolidare la posizione francese nel futuro assetto del Paese nordafricano. Il summit di Parigi, infatti, sembra essere stato tarato appositamente per conferire “legittimità” e “garantire un ruolo centrale” al principale referente dell’Eliseo in Libia, il generale Haftar.

In questo senso può leggersi l’insistenza francese sulla chiamata alle urne entro il 2018, o comunque prima del referendum che ratifichi la Costituzione adottata nel luglio del 2017, visto che il dettato costituzionale libico impedirebbe all’uomo forte della Cirenaica di candidarsi alla presidenza, per via del suo esilio ventennale negli Stati Uniti. Al summit, organizzato in fretta e furia dallo staff del presidente francese, ha partecipato anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamés e i rappresentanti di 19 Paesi, tra cui l’Italia, che – forse per inviare un segnale di scetticismo rispetto all’iniziativa transalpina – ha mandato l’ambasciatrice in Francia, Teresa Castaldo, a seguire i lavori al posto del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni.

Sulla vittoria della diplomazia francese, però, ci sono parecchie ombre. Dal boicottaggio delle potenti milizie della Tripolitania, che non ne vogliono sapere di essere messe in secondo piano da un’eventuale ascesa del generale alleato di Parigi, alle tensioni che potrebbero emergere all’interno dello stesso Esercito di liberazione nazionale di Haftar e tra leadership militare e politica della Cirenaica a fronte di una scalata dell’uomo forte di Tobruk ai vertici del Paese.

Senza contare, sottolinea la stessa analisi del CeSI a proposito del “nuovo panorama di attori legittimi di fronte alla comunità internazionale” che potrebbe scaturire dalle prossime elezioni di dicembre, che “è proprio la ricerca di una forma di legittimazione (e il tentativo di impedire che i rivali la ottengano) la causa principale di conflittualità in un Paese ancora a sovranità multipla come la Libia”.

Per questo l’accelerata di Macron rischia paradossalmente di acuire le tensioni tra i numerosi attori del mosaico libico. Il pericolo è quello di un effetto boomerang che potrebbe aprire ad una nuova fase di instabilità. E a pagarne le spese, sottolineano gli esperti, sarebbe soprattutto il nostro Paese. “La prospettiva di una divisione di fatto darebbe nuova linfa e spazi di manovra alle realtà jihadiste ancora radicate sul territorio – scrive Lorenzo Marinone – in quella terra di nessuno rappresentata dall’entroterra del Golfo di Sirte, lungo la linea di contatto tra Tripolitania e Cirenaica”.

Nuove tensioni interne alle principali fazioni, si tradurrebbero, inoltre, in un’ulteriore “frammentazione del tessuto sociale e tribale”, terreno fertile per traffici illeciti ed “economia illegale”, che, secondo gli analisti, porrebbero le condizioni per una ripresa su larga scala dei flussi migratori verso le coste italiane.

GUERRA DIPLOMATICA FRA ITALIA E FRANCIA. ECCO COME SFIDIAMO MACRON IN LIBIA

L’articolo di Lorenzo Vita è dello scorso 25 luglio. Va tutto bene; ma se Fayez Al Sarraj resterà a Tripoli.

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3 settembre 2018. Consiglio dei Ministri convocato alle ore 15 per l’esame di leggi regionali. Ma è chiaro che a Palazzo Chigi dovranno discutere della situazione in Libia, di primaria importanza per gli interessi nazionali italiani, per quanto non ne troveremo traccia nel verbale. Onu convoca vertice per il cessate il fuoco.

C’è una nuova guerra in Libia e a combatterla sono Italia e Francia che si sfidano senza esclusioni di colpi. Il governo di Giuseppe Conte sa che Emmanuel Macron ci sta soffiando la tradizionale influenza che Roma ha su Tripoli. Un piano iniziato dalla guerra voluta da Nicolas Sarkozy contro Muhammar Gheddafi. E che continua oggi, con la strategia di Macron di diventare il dominus incontrastato della Libia post-rivoluzione.

Le mosse italiane

L’Italia sta correndo ai ripari. La questione migranti, con i continui sbarchi che avvengono sulle coste siciliane e l’Unione europea che non sa decidersi su come contrastare la crisi, ha reso necessario un intervento deciso del governo. I tre viaggi di Matteo Salvini, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta ne sono la dimostrazione. Un via vai continuo fra Roma e Tripoli che conferma i legami sempre più stretti fra i due governi. Rapporti necessari per vicinanza geografica, interessi convergenti, ma anche e soprattutto per mantenere i nostri interessi in Nordafrica, a partire dai nostri terminali Eni.

Questi viaggi hanno confermato che i nostri nemici sono più in Europa che in Africa. Inutile negarlo. E l’offensiva francese adesso è totale. Macron è l’unico leader europeo che, senza alcun problema, discute sia con Fayez Al-Sarraj sia con Khalifa Haftar. Li ha ricevuti entrambi a Parigi e vuole regolare la loro disputa sul futuro libico per ottenere la leadership della transizione. E la volontà francese di giungere il prima possibile alle elezioni in Libia – ipotesi che l’Italia ha più volte respinto senza una stabilità del Paese – conferma la volontà di Parigi di scalzare Roma dall’influenza sul territorio.

Ma a questo assedio diplomatico, se ne aggiunge anche uno militare che preoccupa, e molto, la Difesa italiana. Come riportato dall’Huffington Post, fonti informate del quotidiano hanno rivelato che la Francia è pronta a costruire una base sul suolo libico. E ci sarebbe già l’assenso di Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Questa notizia avrebbe scatenato la controffensiva del governo Conte che, in queste settimane, ha inviato a Tripoli i tre ministri che detengono il dossier libico. Il tutto con l’ausilio fondamentale di una figura come l’ambasciatore Giuseppe Perrone.

L’Italia preme su Sarraj così come la Francia. Ma Roma ha con Tripoli rapporti solidi e interessi fondamentale da difendere, a partire dal petrolio per finire alla sicurezza e al tema migranti. Il governo intende rafforzare i legami con la Guardia costiera libica e punta a dirottare sulla Libia una fetta consistente dei fondi europei per l’Africa Fund.

Lo scontro sulle elezioni

Lo scontro sulle elezioni in Libia è diventato centrale. Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, nel suo tour nordafricano contemporaneo a quello del ministro Trenta, ha posto come obiettivo quelle del voto a metà dicembre. Un’ipotesi che molti libici apprezzano e con cui la Francia vuole giocarsi la carta di potenza benefattrice che garantisce la struttura democratica della Libia post-Gheddafi. Ma è un’ipotesi che l’Italia non considera auspicabile.

Le rimostranze italiane al voto libico sono assolutamente comprensibili. Non si può portare un Paese al voto senza che vi siano certezze sulla stabilità della nazione. Il ministro Trenta lo ha confermato a Tripoli parlando con il presidente del governo riconosciuto. Discutendo del processo di riconciliazione fra le diverse fazioni, la titolare della Difesa ha detto che “parlare di nuove elezioni prima di aver completato questo processo sia un errore. Dopo ci ritroveremmo ad avere gli stessi problemi, noi come Italia voi come Libia”.

Parole che sono state la risposta di Roma alle dichiarazioni di Le Drian, il quale, nell’ultimo viaggio in Libia, non solo ha promesso un contributo francese di un milione di dollari per le votazioni, ma ha anche incontrato il sindaco di Misurata, Mustafa Kerouad, per fare in modo che tutte le fazioni libiche fossero sotto il controllo francese.

L’Italia fra Trump e Putin

Una scelta a cui l’Italia ha risposto in maniera del tutto differente, puntando per molto tempo esclusivamente sul governo di Tripoli. Mossa rischiosa ma che ha un senso economico e politico. I terminali Eni sono in larga parte nel territorio controllato da Sarraj, che deve pertanto essere considerato l’interlocutore privilegiato del nostro esecutivo. E da un punto di vista politico, significa in ogni caso puntare sull’unico governo riconosciuto a livello internazionale.

Tuttavia, l’Italia sa che deve discutere anche con il generale Haftar se vuole ottenere il consenso di una larga fetta della politica e dei militari libici. Proprio per questo motivo, il ministro della Difesa ha detto che cercherà di incontrare il leader della Cirenaica.

In questo non va dimenticato il ruolo che l’Italia si è ritagliata con Russia e Stati Uniti. L’equilibrio mantenuto dal nostro governo fra Donald Trump e Vladimir Putin si traduce in Libia nella capacità di ritagliarsi una posizione di vantaggio. Haftar ha ottimi contatti con Washington ma è fortemente legato a Mosca. Serraj è un uomo tutto sommato legato all’Occidente. John Bolton, in viaggio a Roma, ha confermato il supporto americano all’Italia sul fronte del Mediterraneo. E Putin può giocare la carta libica per fare in modo che l’Italia faccia un passo in avanti nella contrapposizione alle sanzioni europee alla Russia.

1957.- La guerra tra Francia e Italia per il controllo del petrolio libico

Ma la Francia vuole controllare tutto il Magreb e tutto il Sahel.

Immigrazione e Libia: gli obiettivi di Francia e Italia continuano a scontrarsi, ma il vero pomo della discordia tra Roma e Parigi, oggi come ieri, è ancora una volta il Paese nordafricano.

Il tradizionale equilibrio di questi anni che vede l’Italia sostenere il governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj e la Francia appoggiare il generale di Bengasi Khalifa Haftar si sta infatti affievolendo. Lo stratega in questo grande gioco di potere è il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha scagliato la prima pietra mettendo attorno a un tavolo i due uomini forti della Libia. I partecipanti al vertice si sono così impegnati a portare il Paese a nuove elezioni il 10 dicembre 2018. Una decisione che l’Italia, e buona parte della Comunità internazionale, ritiene prematura. Con questa vittoria diplomatica, comunque, la Francia è riuscita a rafforzare la sua influenza sul territorio libico, scavalcando il partner naturale del Paese nordafricano.

I bisticci tra i due Paesi sulla questione libica, però, non sono solo attualità: sono anche storia.
Primo in ordine di tempo è infatti il cosiddetto “schiaffo di Tunisi“: il 12 maggio del 1881 la Francia stabilì, con un’azione di forza, il protettorato sulla Tunisia (al tempo nel Paese vivevano quasi 70mila italiani e Roma era convinta di avere un diritto di prelazione).. (ma l’opposizione dei pacifisti impedì lo sbarco dei nostri soldati.ndr).

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Come riporta il Corriere della Sera, negli anni seguenti un nuovo sgambetto da Parigi arriva in occasione della guerra italo-turca, combattuta dal Regno d’Italia contro l’Impero ottomano nel 1911. Roma puntava a impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934 avrebbero costituito la Libia insieme alla regione del Fezzan. I nostri Servizi segnalarono in quei mesi che la Francia permetteva aiuti ai turchi attraverso il confine tunisino. Ma la crisi arrivò al suo apice quando, nel gennaio del 1912, due navi francesi furono bloccate e dirottate verso Cagliari. La prima trasportava un aereo e la seconda – ricorda sempre il quotidiano – una missione turca composta da 29 militari. Dopo vari episodi di tensioni, poi, i due Paesi si riconciliarono e combatterono insieme durante la Grande Guerra.

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La Libia, che divenne un Regno nel 1951, è il nono Paese al mondo per riserve di petrolio e il 22esimo per quelle di gas. Un bocconcino, insomma, che la Francia ha sempre corteggiato, cercando di tanto in tanto di scavalcare l’Eni (presente nel territorio libico dagli anni Trenta quando Agip inizia a svolgere attività esplorative nel settore petrolifero acquistando diverse concessioni nel Paese). Cosa poteva fare la Francia a questo punto per cercare di ribaltare la situazione a suo favore? Un altro atto tutt’altro che amichevole arriva nel 1969 con l’avvento al potere del colonnello Gheddafi. L’industria aeronautica stipulò accordi per armare un regime che aveva conquistato il potere con un colpo di Stato. Un regime che nel 1970 avrebbe cacciato dal Paese circa 20mila italiani.

I danni maggiori, comunque, furono causati dalla guerra voluta da Nicolas Sarkozy nel 2011. L’obiettivo, in fin dei conti, era ancora e solo uno: il petrolio. Le conseguenze dell’intervento sono storia nota. E si fanno sentire ancora oggi.

LA LIBIA È STATA LA POMPA DI BENZINA DELL’ITALIA. QUALI PROSPETTIVE PER IL FUTURO?

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Operai dell’ENI in Libia, 1960

di Michela Mercuri

Sarebbe impossibile ripercorrere in poche parole la storia della politica energetica italiana durante il lungo “regno” di Gheddafi [1]. In estrema sintesi po- tremmo dire che i rapporti tra l’Italia e la Libia sono stati contrassegnati dalle “bizze” del rais per il mancato rico- noscimento dei danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione, ma gli interessi economici ed energetici e la minaccia di Gheddafi di influenzare i flussi migratori diretti verso l’Italia hanno impedito ai vari leader che si sono succeduti alla guida del governo di Roma di rifiutare molte delle sue richieste.

Quando il rais, nei primi anni settanta, decise di nazionalizzare tutte le imprese italiane in Libia salvò dalla confisca le proprietà dell’Eni e della Fiat. Questa sarà la “croce e delizia” dell’Italia per tutti gli anni a venire. Nel tempo, infatti, nonostante l’appoggio dei governi e dei servizi segreti italiani al colonnello, e nonostante i miliardi versati dall’Eni nelle casse libiche, i rapporti col rais sono state contrassegnate da molti “rospi da ingoiare” pur di mantenere le necessarie relazioni commerciali. D’altra parte, la Libia è stata la pompa di benzina dell’Italia per mezzo secolo e ha contribuito al suo sviluppo economico, è comprensibile che Roma abbia anteposto la realpolitik dell’interesse nazionale all’orgoglio personale e anche per questo il Cane a sei zampe è divenuto il principale partner del Paese. Ma andiamo per gradi.

La compagnia petrolifera italiana era attiva in Libia già dalla fine degli anni trenta del secolo scorso, e in particolare dal 1939 quando, subito dopo la casuale scoperta del petrolio, l’Agip, in partnership con l’Eni, diede il via alla cosiddetta «operazione Petrolibia» con l’obiettivo di ricavare benzina dalla sintesi chimica. Il primo accordo fu, però, raggiunto solo nel 1959 quando la Compagnia ricerca idrocarburi (Cori) – di proprietà Agip per il 90% e Snam progetti per il 10% – ottenne il permesso di avviare attività nella zona della Cirenaica. Fu l’inizio della collaborazione energetica italiana con Tripoli. L’Eni si aggiudicò importanti concessioni grazie alle royalty molto vantaggiose che offriva ai libici: tra il 1968 e il 1969 la Snam Progetti ottenne varie concessioni e successivamente i tecnici italiani scoprirono l’immenso giacimento di Bu Attifel [2]. Tanto basta per capire che il colpo di Stato del 1969, con cui Gheddafi rovesciò la monarchia di Re Idris, sarebbe potuto essere una catastrofe per l’attività petrolifera dell’Eni e per l’economia italiana.

Il 5 maggio del 1971, poco dopo la cacciata degli italiani dal Paese, l’allora ministro degli esteri italiano Aldo Moro si recò a Tripoli dal colonnello. Si narra che Moro fu costretto a guardare Gheddafi dal basso verso l’alto perché il rais non scese mai da cavallo. Al di là degli aneddoti, secondo le fonti ufficiali, quell’incontro ebbe come oggetto la modernizzazione della Libia a cui l’Italia avrebbe contribuito con manodopera qualificata nel settore petrolchimico, con tecnologia per impianti industriali e con la realizzazione di opere infrastrutturali di notevoli dimensioni. In cambio gli italiani avrebbero avuto vantaggi nell’approvvigionamento petrolifero e anche nella fornitura di armi ed equipaggiamenti militari. D’altra parte era questa la nuova fase mediterranea della politica estera di Roma e Moro ne era ben consapevole [3].

Enrico Mattei e Aldo Moro in Libia, 1960.

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Enrico Mattei e Alcide De Gasperi, 1950

Il nuovo corso della strategia italiana verso i Paesi arabi, specie quelli produttori di petrolio, era segnato anche dall’Eni che con Enrico Mattei cominciò ad attuare una propria politica estera. La compagnia italiana non era ben accetta al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche. Come ricordano Fasanella e Cereghino, era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino. Tuttavia l’Italia – e soprat- tutto Mattei – non voleva assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalle policy imposte dalla Gran Bretagna e iniziò, dunque, a cercare autonomamente le fonti di approvvigionamento offrendo ai Paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli: non più la famosa regola del fifty-fifty imposta dalle sette sorelle – 50% ai produttori e 50% alle compagnie petrolifere straniere – ma il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori [4]. Inutile dire che i Paesi esportatori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia.

Gli effetti non tardarono a farsi sentire. Fra gli anni sessanta e settanta l’interscambio commerciale italo-libico crebbe di 17 volte. La Snam Progetti costruì la prima grande raffineria a Tripoli seguita dall’accordo per la fornitura di un impianto di produzione di amianto del valore di 150 milioni di dollari. Nel febbraio del 1974 il presidente del consiglio Mariano Rumor e il primo ministro libico Abdessalam Jalloud siglarono un accordo sulla cooperazione economica che permetteva all’Italia di ottenere 7 milioni di tonnellate di petrolio libico in più all’anno, da pagare con costruzioni, infrastrutture e fabbriche [5]. Roma ottenne concessioni petrolifere, costruì impianti, come a Ras Lanuf e a Brega – oggi teatro di scontri tra milizie – edifici, fognature, industrie e infrastrutture. L’Italia divenne il primo partner commerciale della Libia.

Il vero “salto di qualità”, però, si ebbe nel luglio del 1998, quando il ministro degli esteri italiano Lamberto Dini e il suo collega libico al-Muntassar firmarono un comunicato congiunto in cui vennero stabiliti importanti incentivi economici per la Libia che aprì la strada alla costruzione del Greenstream – che dal 2005 trasporta in Italia 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno – e al mega accordo dell’ottobre del 2007 con la compagnia petrolifera nazionale libica Noc per il prolungamento, fino al 2042, dei contratti per la produzione di petrolio e al 2047 per il gas, con un investimento di 28 miliardi di dollari. L’accordo, poi, è stato blindato nel 2008 quando Gheddafi e Berlusconi siglarono il Trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione in cui vennero riconosciute le responsabilità coloniali dell’Italia che si impegnò a versare, a titolo di risarcimento, 5 miliardi di dollari alla Libia e a finanziare infrastrutture, realizzate da imprese italiane, per altri 5 miliardi di dollari [6]. Gheddafi, dal canto suo, ribadì la volontà di impegnarsi a combattere l’immigrazione clandestina, problema che ancora oggi sta ancora molto a cuore all’Italia. Poteva essere l’inizio di una partnership ancor più consolidata che avrebbe rafforzato ulteriormente i rapporti energetici se la Francia, nel 2011, non avesse spinto per l’intervento militare della coalizione internazionale per rovesciare il rais.

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Saif, figlio di Gheddafi, e Lamberto Dini, 1998

La rivoluzione del 2011. Tutto da rifare

Verrebbe ora da chiedersi: cosa ne è stato di tanto certosino lavoro dopo la morte di Gheddafi? Una necessaria premessa: prima dell’inizio delle rivolte del 2011, la produzione di petrolio della Libia ammontava a quasi a un milione e 600 mila barili al giorno, circa il 2% della produzione mondiale. Di questi circa il 52% era in mano a 35 aziende internazionali, capeggiate dall’italiana Eni, che nel 2010 aveva primeggiato con i suoi 267 mila barili al giorno sulla tedesca Wintershall e sulla francese Total, ferme, rispettivamente, a 79 mila e a 55 mila barili al giorno. Non stupisce, dunque, che il presidente francese Nicolas Sarkozy, dopo avere sostenuto strenuamente il Consiglio di Transizione (Cnt) [7] nella guerra di “liberazione libica”, si sia ben presto presentato a chiedere il conto sotto l’occhio vigile dell’amministratore delegato del gruppo Total, Christophe de Margerie. Allora il quotidiano francese Libération parlò addirittura di un accordo siglato dal portavoce del Cnt, Mahmoud Shammam, pronto a concedere alla Francia il 35% dei nuovi contratti petroliferi libici: notizia poi smentita dalle parti, ma che per lo meno insinuò un dubbio.

Detta in termini un po’ brutali, la Francia, assieme ad altri attori europei, Regno Unito in testa, non fecero neppure in tempo a seppellire Gheddafi che già “sbracciavano” per andare in Libia a stringere la mano alle nuove leadership politiche – o presunte tali – e per rivedere gli accordi petroliferi (Mezz’ora dopo la conquista di Bengasi, i Rothschild vi fondavano la loro Banca Centrale della Libia). Anche Mario Monti, divenuto presidente del consiglio, non fece eccezione. Più volte si recò nel Paese anche con l’allora amministratore delegato dell’Eni. Paolo Scaroni. D’altra parte cosa avremmo potuto fare se non buon viso a cattivo gioco? C’erano da tutelare interessi e investimenti importanti e una posizione di primacy che nell’ultimo cinquantennio aveva reso il governo italiano l’interlocutore privilegiato della Libia. Troppo avevamo sopportato per mollare tutto ed era vitale far ripartire quanto prima le attività, schivando l’attivismo francese per evitare un nuovo “schiaffo di Tunisi”.

Ci siamo riusciti? I numeri parlano più delle congetture. Oggi l’Eni è l’unica società internazionale ancora in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia. Altre aziende, come la francese Total (che tanto aveva ambìto a un regime change per rivedere i suoi contratti petroliferi), la spagnola Repsol e l’americana Marathon Oil, hanno via via annunciato la sospensione delle loro attività a causa del peggioramento della situazione di sicurezza nel Paese. La compagnia petrolifera italiana ha prodotto 240 mila barili di petrolio al giorno nel 2014 e ben 365 mila nel 2015. Se pensiamo che nel 2010 la produzione totale libica di greggio si aggirava intorno al milione e mezzo di barili al giorno e nel 2015 a poco più di 400 mila [8], è facile intuire il ruolo pressoché esclusivo della compagnia italiana nel settore petrolifero del Paese.

Se è vero che subito dopo lo scoppio delle ostilità, e la conseguente crisi di sicurezza, anche l’Eni è dovuta correre ai ripari, è altrettanto vero che è stata poi in grado di mantenere un ruolo predominante nella produzione libica. Nella relazione finanziaria semestrale del luglio 2011 si leggeva: « La produzione di idrocarburi si è ridotta dal livello atteso di circa 280 mila barili al giorno al livello attuale di circa 50 mila» [9]. Tuttavia, Scaroni allora disse: «Entro un anno saremo più forti di prima». Così è stato.

I motivi sono in parte spiegati dalla storia: la compagnia italiana è in Libia dal 1959, da molto più tempo rispetto ad altre società petrolifere europee, ed è facile immaginare che si sia creata quei contatti che ora rendono possibile la coesistenza con alcune delle milizie libiche. Non è certo una condizione ideale poiché, come è oramai noto, i gruppi armati nel Paese cambiano casacca con molta facilità e non sono nuovi ad atti di forza che vedono nella conquista dei pozzi petroliferi l’obiettivo più ambìto. Le poche infrastrutture funzionanti come Mellitah e Wafa, a causa della loro visibilità, sono divenute luoghi simbolo della prepotenza dei gruppi armati. Una evidenza confermata anche dal Dis, il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, che nella Relazione 2016 sulla politica dell’informazione per la sicurezza, fa notare come:

«Nell’ottica del possibile incremento dell’output complessivo di greggio del Paese, si segnala la decisione assunta il 14 dicembre [del 2016 ndr] dalle brigate di Rayayina, villaggio sito a 30 km da Zintan, di ri­avviare dopo circa tre anni di blocco la produzione petrolifera dei giacimenti di Sharara (operato dalla spagnola Repsol) ed Elephant (operato dall’Eni)» [10]. Sono invece molto preoccupanti, si legge sempre nella relazione, «le frizioni dovute alla conflittualità registrata in corso d’anno tra le Petroleum Facilities Guard di Ibrahim Jadran e le forze fedeli al generale Haftar per il controllo dei principali terminal petroliferi per l’esportazione del greggio libico (Es Sider, Ras Lanuf, Zueitina)» [11].

Infine, da un punto di vista strategico, va notato come le attività del gigante petrolifero italiano, comprese quelle offshore, siano concentrate prevalentemente nell’area occidentale. Qui si trovano, ad esempio, i giacimenti di Bahr Essalam (che attraverso la piattaforma di Sabratha fornisce gas al centro di trattamento di Mellitah, dove viene convogliato nel gasdotto Greenstream per l’esportazione verso l’Italia), di Bouri [12], di Wafa e di Elephant. Anche per questo, molte delle attività si sono salvate dalle violenze e dai disordini in corso nel Paese.

Letta da questa prospettiva appare plausibile la scelta italiana di stare a (e con) Tripoli. I suoi interessi sono qui, dove altro andare? Tuttavia è bene non fossilizzarci troppo su questo mantra. Con la“diplomazia del petrolio”, quella che oggi funziona meglio, possiamo fare ancora molto.

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Donne davanti alla raffineria Azzawiya di Az Zawiyah, a circa 50 km da Tripoli.

Quali prospettive per il futuro?

Se è vero che – come scriveva Pier Paolo Pasolini – «bisogna essere molto forti per amare la solitudine», guardando la nostra posizione in Libia dovremmo pensare quantomeno di aver fatto un bel training. Al momento siamo i soli a sostenere il Governo di accordo nazionale di Sarraj, quello voluto dall’Onu nel 2015, per intenderci. La nostra ambasciata a Tripoli è stata riaperta da pochi mesi e lì, vicino al lungomare della capitale dilaniata da continui scontri, pare quasi una cattedrale nel deserto. Eppure ci siamo. Non si intende dire che la strategia italiana sia ineccepibile, anzi, presenta una serie di criticità che rischiano di minarne fin da ora le fondamenta. Tuttavia qualcosa andava fatto.

Dalle coste tripoline parte il 90% dei migranti che arrivano in Italia. Il nostro Paese è il maggior importatore di petrolio e l’unico destinatario del gas libico attraverso il Greenstream. Il terminal Eni di Mellitah è a tutt’oggi uno dei pochi ancora funzionanti e sono italiane molte delle attività estrattive offshore realizzate a largo delle coste tripoline. Cos’altro potevamo fare? Forse qualcosa in più. Cerchiamo di capire come. Per farlo è necessario allargare lo sguardo verso altri attori internazionali che stanno “operando” nel teatro libico. In particolare Mosca, storico alleato del generale KhalifaHaftar – “re” della Cirenaica e contrapposto al Governo di accordo nazionale – sembra voler assurgere al ruolo di mediatore nella crisi libica agganciando anche Tripoli. La visita di Sarraj (premier del governo unitario) in Russia di qualche mese fa e i recenti tentativi di mediazione tra Sarraj e Haftar portati avanti da Egitto ed Emirati – ma con la regia russa – fanno presupporre che il Cremlino stia cercando di dialogare direttamente con il governo di Tripoli, saltando inutili intermediari che, in quanto tali, potrebbero chiedere delle laute provvigioni. Per non restare esclusi dalla partita dobbiamo valorizzare il nostro ruolo nel Paese.

L’Italia sta coerentemente lavorando con gli attori tripolini da tanto tempo, grazie alla recente attività politica del governo ma anche – e soprattutto – alla diplomazia energetica dell’Eni che è stata capace di schivare l’interventismo delle fameliche compagnie internazionali nel post-Gheddafi e ricominciare da capo, dialogando con i vari gruppi di potere presenti nel territorio. Inoltre, con la nostra ambasciata rappresentiamo l’unico punto di contatto occidentale a Tripoli e siamo “in confidenza” con le milizie di Misurata, uno dei più importanti e numerosi gruppi (armati) del Paese che stiamo supportando con la missione Ippocrate [13]. Ce n’è abbastanza per bussare alla porta del Cremlino, porci come interlocutori indispensabili per dialogare con Tripoli e tentare di mediare una soluzione politica per la Libia, faccia a faccia, alla pari.

Insomma, l’Italia ha una sola chance: sfruttare il suo capitale di fiducia con alcuni attori tripolini per mediare un accordo intra-libico con Mosca, sfruttando anche la cara vecchia diplomazia energetica. Cerchiamo di capire come. Nel dicembre del 2016 l’Eni ha concordato il passaggio al gigante petrolifero russo Rosneft di una quota del 30% della concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento di Zohr [14]. solo un esempio che, però, ci aiuta a capire come il Cane a sei zampe faccia affari da tempo con la sua omologa russa Rosneft che, tanto quanto l’Eni, va d’amore e d’accordo con la Noc. Il discorso potrebbe iniziare da qui. C’è solo un dubbio. La storia recente – e soprattutto l’intervento internazionale in Libia del 2011 – ci ha dimostrato che l’Italia ha gran talento nella diplomazia ma spesso non riesce a finalizzare il lavoro svolto, regalando la partita ai competitors europei. Detta in altri termini siamo bravissimi a schivare gli avversari fino alla metà campo ma poi non riusciamo a tirare in porta e a segnare un gol della vittoria. Non resta che sperare che le vicende politiche siano diverse da quelle calcistiche e, dunque, di non perdere ai rigori con Francia e Germania.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

Note

[1] Numerosi testi di grande valenza storiografica sono stati scritti da eminenti studiosi sull’evoluzione delle relazioni tra i due Paesi e sul ruolo della compagnia petrolifera italiana e a questi si suggerisce di attingere a tutti coloro che vogliono conoscere nel dettaglio le molteplici sfumature di una storia complessa che parte dai primi del novecento e arriva ai giorni nostri, tra momenti di difficoltà, battute d’arresto e speranze, spesso disattese. Sui rapporti italo-libici: S. Romano, La quarta sponda. Dalla guerra di Libia alle rivolte arabe, Longanesi, Milano, 2015; A. Del Boca, Gli italiani in Libia. vol I e vol II, Mondadori, Milano, 1997; N. Labanca, La guerra italiana per la Libia. 1911-1931, Il Mulino, Bologna, 2012; A. Varvelli, La Libia e l’Italia. Dalla guerra di conquista del 1911 ad oggi, Edizioni Corno, Milano, 2016.

[2] Sulla storia dei rapporti petroliferi tra l’Italia e la Libia si consiglia la lettura di M. Cricco, Il petrolio dei senussi. Stati Uniti e Gran Bretagna in Libia dall’indipendenza a Gheddafi (1949-1973, Polistampa, Firenze, 2002 e G. Buccianti, Libia petrolio e indipendenza, Giuffrè, Milano, 1999.

[3] È quanto emerge da un telegramma – classificato come “segreto” – del 26 settembre 1969, firmato da Aldo Moro e spedito da Tunisi, per il presidente del consiglio Emilio Colombo e quello della Repubblica Giuseppe Saragat e intitolato «Posizione Tunisia». Con estrema chiarezza, da quel documento inedito redatto durante la sua visita a Bourghiba, si evince la svolta rispetto all’azione di Amintore Fanfani, agli esteri durante gli anni del centro-sinistra, dal 1965 al 1968. Moro, da poco insediato alla Farnesina, tracciava le linee fondamentali della sua politica estera che seguirà fino al 1974. Il documento è stato reso disponibile anche dal quotidiano italiano «La Repubblica» e può essere consultato al seguente link: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/archivi-segreti-moro/1.html.

[4] Il tema è approfondito in maniera inedita e con numerose prove documentali da fonti archivistiche inglesi in J. Cereghino, G. Fasanella, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia, Chiarelettere, Milano, 2014.

[5] A. Del Boca, Gheddafi. Una sfida nel deserto, Laterza, Roma-Bari, 2014: 44.

[6] Il Trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione è stato firmato a Bengasi il 30 agosto del 2008 dal leader libico Muammar Gheddafi e dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Il testo, assieme a una sua esaustiva spiegazione, può essere consultato in: (a cura di) N. Ronzitti Il Trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione, in «Contributi di istituti di ricerca specializzati del Servizio affari internazionali», Senato della Repubblica, n. 108, gennaio 2009.

[7] Si tratta dell’autorità politica nata in seguito alle sommosse popolari, come guida della coalizione della rivoluzione del 17 febbraio.

8] Eni, Relazione finanziaria annuale 2015.

[9] Eni, Relazione finanziaria semestrale consolidata al 30 giugno 2011.

[10] Presidenza del consiglio dei ministri- Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, Relazione 2016 sulla politica dell’informazione per la sicurezza: 60.

[11] Ibidem.

[12] Qui, nel maggio del 2015, l’Eni ha effettuato una nuova scoperta. Si tratta della seconda scoperta esplorativa effettuata da nella cosiddetta “area D” dell’offshore libico dall’inizio del 2015.

[13] Il contingente è composto da 65 medici e infermieri, 135 uomini per il supporto logistico, 100 paracadutisti. L’obiettivo è fornire cure ai combattenti schierati con il governo di Sarraj, impegnati su più fronti con diverse milizie. Le forze italiane hanno predisposto un ospedale da campo che fornisce, tra i vari servizi, triage e visite ambulatoriali, ma anche pronto soccorso e la possibilità di ricoverare oltre quaranta pazienti. Il personale sanitario, proveniente dal policlinico militare Celio di Roma, è protetto dagli uomini della Folgore, mentre all’aeroporto di Misurata un C-27J è disponibile per un’eventuale evacuazione strategica.

[14] Nell’agosto del 2015, l’Eni ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il giacimento supergiant ha un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo.

Michela Mercuri, insegna Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata dal 2008 ed è editorialista per alcuni quotidiani nazionali. Ha partecipato a numerose pubblicazioni collettanee per Etas e Egea e presso riviste specializzate. Di recente ha curato, con Stefano Maria Torelli, La primavera araba. Origini ed effetti delle rivolte che stanno cambiando il Medio Oriente, edito da Vita e Pensiero.

1956.- L’Italia è sotto l’attacco della Francia in Libia. A Tripoli è il caos.

A Tripoli dichiarato lo stato di emergenza. La situazione di crisi, come non succedeva da tempo, è gravissima. Era prevedibile! Stiamo in Europa, diamo basi e soldi alla NATO, diamo soldi e navi ai libici per farci prendere a calci in culo da quel mezzo uomo di Macron. Trump esca dal barile e Conte dica chiaro a Bruxelles che non ci stiamo. A Carte scoperte, Presidente Conte!

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Il Consiglio presidenziale libico ha dichiarato lo stato d’emergenza a Tripoli e nelle periferie della capitale, a causa dei violenti scontri tra milizie, i peggiori dal 2014. La misura è diretta a “fermare lo spargimento di sangue, ridurre le perdite materiali e di vite umane, tutelare la sicurezza dei civili, le strutture pubbliche e private. Sarraj, asserragliato nella base navale, ha dato mandato alla milizia Forza Anti Terrrorismo di Misurata, guidata dal generale Mohammed Al Zain, di entrare nella capitale per organizzare un nuovo cessate il fuoco e far terminare le violenze nella periferia sud.

Sabato, un razzo Grad, diretto alla nostra ambasciata, si é abbattuto, poco prima delle 6, a poco più di cento metri, sul quarto piano dell’hotel al-Waddan, nella capitale libica, a quanto riferisce il quotidiano Libya Times, dopo il fallimento del terzo accordo per il cessate il fuoco in quattro giorni, facendo tre feriti fra i civili. Lo ha annunciato sabato il portavoce del Servizio di soccorso e urgenze, Osama Ali» e sul web sono subito circolate le immagini delle stanze, con il pavimento bagnato di sangue. Un secondo lancio attacco non ha invece avuto conseguenze perché il razzo ha mancato l’ufficio del premier sulla al-Sikkah Road ed è atterrato in una casa dall’altra parte della strada. Il sito del media libico «ha aggiunto che un bombardamento di razzi indiscriminato e sporadico contro diverse aree prosegue da sabato mattina», aggiungendo che «un obice si é abbattuto su un’abitazione nella zona di Ashour senza causare perdite di vite umane». Ancora ignota l’identità degli autori: secondo il quotidiano, “mentre molti incolpano le milizie Kani di Tarhouna (anche note come la “Settima Brigata”) di stanza nel distretto meridionale di Tripoli di Qasr bin Ghashir, altri chiamano in causa le milizie con sede nella caserma di Hamzah che si trova in una zona nella parte occidentale di Tripoli conosciuta come “la strada dell’aeroporto”.

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L’ambasciata d’Italia in Libia rimane aperta: “Continuiamo a stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”, si legge nel messaggio. Resta operativa, ma con una presenza più flessibile, che si sta valutando sulla base delle esigenze e della situazione di sicurezza”. Per non dire che diversi diplomatici che lavorano all’ambasciata sono stati evacuati. Fonti del ministero della Difesa, intanto, fanno sapere che i militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza e nessun problema è stato riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. Il ministro Salvini è in contatto con il personale dell’ENI. La situazione di crisi, come non succedeva da tempo, è gravissima. Era prevedibile!

La settima Brigata di Tarhuna, detta anche «Kany», è la formazione ribelle protagonista degli scontri degli ultimi giorni a Tripoli. È legata a Salah Badi, legato nel 2011 alla Francia di Sarkozy. Quindi è chiaro l’intento chi ci sia dietro alla escalation di questi giorni. Infatti, il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, un fedele di Macron, è il capo della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale. Respingendo questo terzo cessate il fuoco, annunciato appena venerdì, ha promesso di continuare i combattimenti «fino a che non ripulirà Tripoli dalle milizie», accusate di corruzione. Lo riferisce il sito Libyàs Observer.
Scriveva ieri il sito Alwasat riferendosi a questo terzo cessate il fuoco violato e agli scontri in corso da lunedì: “i bombardamenti sporadici di razzi non hanno mai cessato visto che sono ripresi stamattina dopo che già 15 obici» erano caduti ieri sul quartiere «Suk El Giuma» (nella parte est della capitale). Un «razzo» ha colpito anche la sede del Consiglio dei ministri del Governo di accordo nazionale nel pieno centro di Tripoli senza causare vittime, riferisce il sito Alwasat citando il portavoce del «Servizio di soccorso e urgenze», Osama Ali. Il portavoce «ha fatto sapere di non aver ricevuto alcuna notifica sulla presenza di vittime a causa del razzo che si é abbattuto sulla sede del Consiglio dei ministri sulla via (Tariq) Al Seka», scrive il sito riferendosi a un edificio governativo noto come il «Diwan».

Il colonnello Al-Kani ha annunciato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto e che stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. La brigata, scrivono i media locali, ha dichiarato Abu Salim zona militare e ha chiesto agli abitanti di lasciare le abitazioni, in preparazione di una “importante offensiva contro le milizie presenti nell’area”. A fronteggiare la brigata di Al-Kani sono una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, che ricevono finanziamenti dall’Ue.

Scontri tra milizie e stato d’emergenza. Cosa sta succedendo in Libia
LIBIA TRIPOLI
Il Consiglio presidenziale libico ha dichiarato lo stato d’emergenza a Tripoli e nelle periferie della capitale, a causa dei violenti scontri tra milizie, i peggiori dal 2014. La misura è diretta a “fermare lo spargimento di sangue, ridurre le perdite materiali e di vite umane, tutelare la sicurezza dei civili, le strutture pubbliche e private. Il governo di Fayez al-Sarraj ha annunciato la formazione di un comitato di crisi per gestire il nuovo stato di emergenza e ha avvertito le parti in conflitto che dovranno affrontare le conseguenze se cercano di cogliere l’opportunità per perseguire loro propri obiettivi. Ma il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale, ha annunciato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto e stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. La brigata, scrivono i media locali, ha dichiarato Abu Salim zona militare e ha chiesto agli abitanti di lasciare le abitazioni, in preparazione di una “importante offensiva contro le milizie presenti nell’area”.

È scattata una corsa contro il tempo per arrivare a una mediazione che eviti una ulteriore escalation dopo la ripresa dei combattimenti che finora hanno causato una cinquantina di morti, tra cui una ventina di civili, e circa 200 feriti. Il capo del Consiglio libico degli anziani per la riconciliazione, Mohamed al-Mubshir, ha detto che è stato formato un comitato d’emergenza per negoziare con le parti in lotta. Il Consiglio ha indicato la necessità di raggiungere una soluzione radicale alla questione di tutte le formazioni armate nel Paese.

La Settima Brigata di Tarhuna, milizia legata al signore della guerra Salah Badi, si è resa autonoma dal Governo di accordo nazionale di Sarraj e combatte per liberare Tripoli dalle altre milizie armate, accusate di corruzione. A fronteggiarla sono una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, che ricevono finanziamenti dall’Ue.

Rivolta in carcere. Evasi 400 detenuti

Circa 400 detenuti sono evasi dopo una rivolta in un carcere in un sobborgo meridionale di Tripoli. Lo ha riferito la polizia. “I detenuti sono riusciti a forzare le porte e andarsene”, mentre i combattimenti tra le milizie rivali imperversavano vicino alla prigione di Ain Zara, si legge in un comunicato. Molti dei detenuti di Ain Zara sono stati condannati per reati comuni o sono sostenitori di Muammar Gheddafi, ucciso nel 2011.

L’Italia nel mirino?

In un tweet, l’ambasciata italiana a Tripoli ha smentito il sito “Al Mutawasset”, che ha dato la notizia, da fonti anonime, della chiusura della rappresentanza diplomatica. “L’ambasciata d’Italia in Libia rimane aperta. Continuiamo a stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”, si legge nel messaggio. Fonti del ministero della Difesa, intanto, fanno sapere che i militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza e nessun problema è stato riscontrato all’ospedale da campo a Misurata.

E proprio contro l’ambasciata italiana era diretto il razzo Grad che ieri, all’alba, aveva colpito il quarto piano dell’hotel al-Waddan, nella capitale libica, a quanto riferisce il quotidiano Libya Times, dopo il fallimento del terzo accordo per il cessate il fuoco in quattro giorni. Tre persone erano rimaste ferite e sul web sono subito circolate le immagini delle stanze, con il pavimento bagnato di sangue. Un secondo lancio attacco non ha invece avuto conseguenze perché il razzo ha mancato l’ufficio del premier sulla al-Sikkah Road ed è atterrato in una casa dall’altra parte della strada.

Ancora ignota l’identità degli autori: secondo il quotidiano, “mentre molti incolpano le milizie Kani di Tarhouna (anche note come la “Settima Brigata”) di stanza nel distretto meridionale di Tripoli di Qasr bin Ghashir, altri chiamano in causa le milizie con sede nella caserma di Hamzah che si trova in una zona nella parte occidentale di Tripoli conosciuta come “la strada dell’aeroporto”.

I combattimenti di questa settimana sono stati i più intensi dallo scoppio della seconda guerra civile libica nel 2014 e hanno causato almeno 40 morti, tra cui una quindicina di civili, e 200 feriti. La Settima Brigata controlla la zona del vecchio aeroporto di Tripoli, a sud della capitale, distrutto dalla guerra civile. Nella giornata di ieri si è sparato anche nella zona nord, il che ha imposto la chiusura della base aerea di Mitigada, unico aeroporto funzionante nella capitale, con i voli che sono stati dirottati per 48 ore a Misurata, a 200 chilometri.

Scrive Agi ESTERO: Evacuati centinaia di migranti

Centinaia di migranti sono stati evacuati dall’area degli scontri, dopo essere stati abbandonati senza cibo e acqua nei centri di detenzione della capitale libica quando le guardie sono fuggite a causa degli scontri. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), i migranti sono stati trasferiti da due centri di detenzione situati nell’area di Ain Zara, nel sud-est di Tripoli, in un “luogo più sicuro”. L’Unhcr ha fatto sapere che il trasferimento eèavvenuto “in coordinamento con altre agenzie e con il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM)”. Tra i migranti presenti, tutti cittadini eritrei, si contavano 200 uomini, 200 donne e 20 almeno bambini sotto i cinque anni di età, lasciati per tre giorni senza cibo. Secondo Medici Senza Frontiere, i migranti intrappolati nell’area dei combattimenti sono in totale 8.000

Ma a preoccupare le autorità di Roma ci sono anche gli attacchi mediatici contro l’Italia e contro l’ambasciatore in Libia, Giuseppe Perrone. Mentre Tripoli brucia per i violenti conflitti scoppiati tra le varie milizie della città, i siti web e le tv locali continuano a diffondere fake news, incluso un fantasioso sostegno aereo italiano ai raid del governo di Serraj contro le milizie ribelli a Tarhuna. Dietro queste mosse per destabilizzare le relazioni tra il governo di Roma e quello di Tripoli, in molti intravedono un ruolo della Francia, ormai decisa a scalzare il dossier libico dalle mani italiane.
L’ultimo eloquente episodio è stato un articolo pubblicato su un portale molto seguito in Libia, «Africa Intelligence». Venerdì scorso il sito web aveva scritto un articolo in cui annunciava che l’Italia era pronta a sostituire l’ambasciatore Perrone per compiacere il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica sempre più in rotta di collisione con il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj. Fake news a cui hanno dovuto replicare direttamente fonti della Farnesina, spiegando che queste notizie erano «infondate e strumentali». A Roma non si esclude che dietro questa sequenza di notizie false diffuse in Libia che mettono nel mirino l’Italia ci siano, ancora una volta, le agenzie di intelligence francesi. Se infatti l’Italia ha stretto un asse solido con il governo di Tripoli presieduto da Serraj, la Francia ha coltivato un rapporto stabile con il generale Haftar. Una divisione sempre più netta tra Italia e Francia nei rapporti di forza attualmente esistenti in Libia, nonostante l’unico governo attualmente riconosciuto dagli organismi internazionali sia proprio quello tripolino. Manovre francesi che hanno probabilmente inciso nel destabilizzare sempre di più la situazione nel Paese.

1954.- CAOS LIBIA. O QUI SI FA LA LIBIA, O QUI LA LIBIA MUORE.

CAOS LIBIA. Macron e i trafficanti di uomini tendono una trappola all’Italia? La Francia neocolonialista è un ostacolo alla cooperazione per lo sviluppo dell’Africa, come per il controllo dell’immigrazione e per il mantenimento degli interessi italiani in Libia; ma è un ostacolo anche al raggiungimento di una reale unione europea, malgrado le iniziative di Macron per giungere a un esercito europeo (europeo come?).
Dopo il rovesciamento di Gheddafi, la Libia non è mai riuscita a effettuare una transizione democratica. Perché, poi, democratica? Anche voler imporre il modello democratico a tutti i popoli è utopico. Il risultato, comunque, è che, ancora oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo insediato a Tripoli e appoggiato dall’Onu e dall’Italia, e il secondo insediato a Tobruk e sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. L’assenza di una guida unitaria del Paese, in grado di controllare efficacemente tutto il territorio nazionale ed i suoi confini, ha fatto sì che i trafficanti di esseri umani, i gruppi armati ed i terroristi portassero avanti indisturbati le proprie attività a danno dei migranti, fatti vittime di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. La partenza delle ONG ha interrotto questo flusso di denaro e, ora, i gruppi armati indipendenti sono facilmente abbindolatili dalle regalie francesi. Con soltanto un milione di dollari, Macron supporta tutti gli sforzi di coloro che si adoperano affinché la Libia riesca ad organizzare le elezioni per il prossimo 10 dicembre. È la data concordata tra le due fazioni libiche il 29 maggio, in occasione della conferenza tenutasi a Parigi. Vi furono concordati 8 punti, principalmente dedicati alle condizioni e alla sicurezza delle procedure elettorali, al dialogo per la riunificazione delle forze armate e delle istituzioni statali e per l’organizzazione di un referendum costituzionale dopo il voto. Il 6 giugno, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato questo piano della Francia, fantasioso quando parla di elezioni democratiche e concreto quando, attraverso un governo unico e a lei favorevole, mira a costituire un ulteriore protettorato francese in Africa (L’uranio del Niger si trova al confine Sud-Ovest della Libia). In passato, i tentativi di arrivare a un accordo sono falliti per via delle divisioni interne tra i gruppi armati in competizione in Libia e per via di alcuni Stati stranieri, che supportavano i diversi attori locali. Come, appunto, il presidente Emmanuel Macron.
Dopo il commento di Sicurezza internazionale alla visita del ministro degli esteri francese in Libia, puntualmente seguita dal riaccendersi degli scontri fra i gruppi armati, il sussidiario pubblica il punto di MICHELA MERCURI, LaPresse

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Questo semovente è un “Palmaria” della OTO-Melara.

Da circa cinque giorni alcune zone della capitale libica sono teatro di gravi scontri tra milizie che, nonostante alcuni tentativi di tregua, non sembrano volersi arrestare. Ieri un colpo di mortaio ha raggiunto un albergo vicino alla nostra ambasciata. Regolamento di conti interno, come già accaduto altre volte nell’ultimo anno, o qualcosa di più serio che potrebbe mettere a rischio la tenuta del Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Serraj, alleato storico dell’Italia? E quali potrebbero essere le opzioni del nostro governo?

Innanzitutto è necessario far luce sulle possibili cause di questa recrudescenza.

La tensione tra i vari gruppi presenti a Tripoli è addebitabile a diversi motivi. In primo luogo il calo dei flussi migratori provenienti dalle coste tripoline — che garantivano introiti ad alcuni gruppi presenti nell’area — ha tagliato una buona fetta della torta da cui mangiavano molte milizie, saziando i loro “appetiti economici”. Detta in altri termini, tenere a freno i gruppi armati con i proventi dei traffici illegali ora è molto più difficile e questo può costituire un rischio per la tenuta del governo a marchio Onu. Prova ne sia che, prima, la Settima brigata, una milizia di stanza nelle città di Tarhuna, a sud della capitale, si è mossa contro formazioni fedeli a Serraj accusandole di essere corrotte; poi, come riportato da alcune agenzie, Salah Badi, controversa figura dell’operazione Alba libica — che nel 2014 ha costretto il neo-eletto governo a rifugiare a Tobruk — ha diffuso un messaggio su Facebook dicendosi pronto ad entrare a Tripoli alla guida della brigata al Samoud. Come recita un vecchio detto popolare “la fame fa uscire il lupo dalla tana” e così è stato.

In secondo luogo, non va dimenticato che lo scorso luglio il ministro degli esteri francese Le Drian si è impegnato in un intenso tour libico per perorare la causa di Macron che vuole elezioni nel paese a dicembre. L’emissario francese ha incontrato gli esponenti libici presenti al vertice di Parigi del 29 maggio scorso: Haftar, uomo forte della Cirenaica, Serraj, al-Mechri, presidente del consiglio di Stato e Aguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk. L’agenda è stata allargata anche ad alcuni esponenti delle potenti milizie di Misurata, e probabilmente anche ad altri attori locali, che avevano pubblicamente condannato il vertice francese. Per rendere più “avvincente” la sua proposta l’Eliseo ha annunciato un contributo di un milione di dollari per l’organizzazione degli scrutini. Una cifra capace di convincere gli indecisi ma anche di aizzare gli appetiti dei vari gruppi di potere. E’ evidente che il caos a Tripoli non può che giovare alla Francia che sembra preferire un ovest destabilizzato ad una possibile “pax italiana”.

Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, si è recato in visita ufficiale in Libia, dove ha colloquiato con entrambi i leader del governo di Tripoli e di Tobruk.

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Jean-Yves Le Drian. Lunedì 23 luglio, Le Drian è atterrato a Tripoli, in visita ufficiale, per verificare con entrambi i leader dei governi di Tripoli e Tobruk i preparativi per le elezioni di dicembre. Ha, poi, incontrato gli ufficiali militari e del Consiglio presidenziale, con cui ha discusso l’unificazione politica e militare del Paese nordafricano secondo le linee proposte da Macron. Ma il piano francese ha poche possibilità di riuscita, in quanto l’instabilità in Libia è ancora troppo radicata per via delle dispute territoriali in tutto il territorio nazionale e dell’economia debole, nonostante le vaste riserve di petrolio.

Una posizione difficile per il nostro governo che fin dall’inizio ha mostrato una grande fiducia in Serraj e negli uomini a lui vicini. L’Italia ha però ancora delle carte da giocare sia a livello interno sia a livello internazionale.

Da un punto di vista interno è necessario sostenere le autorità di Tripoli (la cui tenuta è fondamentale per mantenere una posizione nel paese) e soprattutto lavorare con la comunità internazionale per un dialogo inclusivo capace di ricompattare quante più milizie possibili intorno a un progetto comune di stabilizzazione. La nostra conoscenza degli attori locali potrebbe essere utile per dare vita ad un accordo con i gruppi disposti al dialogo ed escludere, così, le istanze più estremiste.

Sarà poi indispensabile allargare lo sguardo ad est anche verso Haftar. Si potrebbe eccepire che il generale della Cirenaica è storico alleato della Francia e difficilmente allenterà i legami con Parigi, specie in un momento così favorevole. Tuttavia la rinnovata partnership tra Roma e il Cairo, altro storico sponsor di Haftar, può essere un buon viatico. Qui l’Italia dovrebbe continuare a giocare la carta economica: oltre a Zhor, il megagiacimento offshore, l’Eni ha appena annunciato una nuova scoperta di gas nel deserto occidentale egiziano che potrebbe erogare fino a 700mila metri cubi di gas al giorno. Inoltre, il turismo italiano in Egitto ha registrato un +94% nel 2017, con un ulteriore incremento nel primo bimestre del 2018, tanto che la compagnia Air Cairo ha aperto nuove rotte con l’Italia. E’ evidente che gli interessi economici possono essere un’utile argomentazione anche in ambito politico. La sponda con l’Egitto, poi, è anche funzionale a intavolare un discorso con Putin, che sostiene e finanzia l’uomo forte della Cirenaica e ha legami consolidati con il presidente egiziano.

Ci sarebbero poi gli Usa. La Libia non è certo in cima alle priorità dell’amministrazione Trump, ma il contrasto al terrorismo sì e la destabilizzazione della capitale libica potrebbe riaprire la costa ovest ai gruppi jihadisti che attendono “il loro momento” nel sud del paese. Non solo, una perdurante instabilità permetterebbe alle forze estremiste di “irradiarsi” anche nei paesi vicini. Un buon argomento per avere anche Washington dalla nostra parte.

1914.- Cosa dice il Trattato tra Italia e Libia e quali sono gli impegni che l’Italia aveva preso nei confronti di Gheddafi con l’accordo del 2008

Con 382 voti Sì, 11 No e 1 astenuto,è stato convertito il decreto legge 84/2018 che dispone la cessione di 12 motovedette alla Libia, come argine alla tratta di esseri umani. Ridicolo l’ostruzionismo a oltranza del Pd, che non ha partecipato al voto e Sì di Forza Italia. Ridicolo perché era stato Minniti a ideare il piano e proprio lui aveva cominciato a inviare motovedette italiane alla Guardia costiera di Tripoli, quando le condizioni dei migranti in Libia erano peggiori di oggi. Almeno adesso alcune Ong operano nei centri di detenzione governativi e l’Onu ha aumentato uomini e fondi. I dem si erano astenuti in Commissione, durante l’esame della legge, dove siedono lo stesso Matteo Renzi e soprattutto l’ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti che a Tripoli ha inviato una nave militare nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto alla Guardia Costiera libica. A questa nave compete, prioritariamente, l’attività di supporto logistico e tecnico-manutentivo dei battelli della Marina e della Guardia Costiera libiche.

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A Tripoli, si sono, fino ad oggi, avvicendate le navi Tremiti, Capri e Caprera.

Il decreto legge 84/2018 si rifà al Memorandum d’intesa Gentiloni – al Serraj, che riprendeva, a sua volta,il Trattato del 2008, cosiddetto “Trattato di Bengasi” o “trattato di amicizia e cooperazione” tra Italia e Libia, sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008, ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009 e, tuttora, in vigore. Il Trattato ci richiama allo stile degli incontri Berlusconi-Gheddafi, non paragonabile a nessun altro rapporto bilaterale intrattenuto dall’Italia negli ultimi anni. Quindi, per discutere dei rapporti tra Italia e Libia bisogna analizzare e valutare il cosiddetto Trattato di Bengasi.

Libyan leader Moamer Kadhafi (L) applaud

Francesco Costa va indietro nella storia
In poche righe, giusto per capire di cosa parliamo. Nel 1911, dopo una breve guerra contro l’impero ottomano, l’Italia prende il controllo della Tripolitania e della Cirenaica. Nel 1934 Tripolitania e Cirenaica sono unite e vengono chiamate Libia. Durante quegli anni, decine di migliaia di italiani vanno a vivere in Libia, aprono fabbriche e imprese, mettono radici. L’Italia perde il controllo del paese nel 1943 e vi rinuncia ufficialmente nel 1947: la Libia viene amministrata provvisoriamente dalla Gran Bretagna e dalla Francia, e conquista l’indipendenza nel 1951. La Libia diventa una monarchia, retta da re Idris, ma nel 1969 un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi prende il controllo del paese. Tra le prime cose che fa, il regime nazionalizza i possedimenti italiani in Libia, confisca ogni bene ai 35 mila cittadini italo-libici – 400 miliardi di lire, al cambio attuale sarebbero tre miliardi di euro – e infine li espelle. La retorica anti-italiana è stata considerata un elemento cruciale usato da Gheddafi per aumentare la sua popolarità. Dal 1970 viene indetto il Giorno della vendetta, da celebrare ogni 7 ottobre, in ricordo della ritorsione antiitaliana. Il Giorno della vendetta smette di essere celebrato nel 2008, a seguito della firma del trattato di Bengasi.
I precedenti al Trattato
Negli anni il regime di Gheddafi ha avanzato numerose richieste e minacce verso l’Italia. Un risarcimento in denaro per danni provocati dalla colonizzazione. La costruzione di ospedali e infrastrutture. Lo sminamento di alcune zone in cui furono combattute delle guerre. Nessuno stato europeo ha mai pagato dei soldi per i danni derivati dal processo coloniale, ma l’Italia non ha mai del tutto chiuso la porta alle richieste di Gheddafi: un po’ per la minaccia esercitata da Gheddafi sul fronte geopolitico e il suo sostegno al terrorismo internazionale, un po’ per l’importanza delle operazioni di estrazione del petrolio condotte dall’ENI in Libia e un po’, dagli anni Ottanta in poi, per l’influenza potenziale del governo libico nell’ostacolare i flussi migratori diretti dal Nordafrica verso l’Italia. La prima bozza di accordo tra Italia e Libia è stata siglata nel 1998, durante il primo governo Prodi: è il cosiddetto Comunicato Congiunto. L’accordo prevede una serie di impegni per il governo italiano e la realizzazione di alcuni progetti in Libia da parte di una società a capitale misto. Gheddafi però vuole di più, l’accordo non viene ratificato dal Parlamento e si arriva alla conclusione che per placare le richieste libiche serva un “grande gesto”, un atto simbolico che eviti nuove minacce e chiuda la questione una volta per tutte.
Il Trattato di Bengasi
Il contenzioso si chiude una volta per tutte con il Trattato di Bengasi, siglato da Italia e Libia nel 2008 a Roma. È suddiviso in tre parti. La prima, quella sui principi generali, stabilisce alcune cose piuttosto importanti: per esempio l’impegno per Italia e Libia a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”, l’impegno ad astenersi “da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato”. In una situazione delicata come quella di questi giorni, queste clausole possono aver condizionato l’atteggiamento del governo italiano (che però ora considera “sospeso” il trattato). Anche perché, dall’altro lato, la carta della NATO impegna l’Italia a schierarsi contro la Libia se questa dovesse attaccare un’altro paese del Patto Atlantico. L’accordo impegna poi Italia e Libia ad agire “conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.
La chiusura dei contenziosi
La seconda parte del trattato contiene il “grande gesto” volto a mettere a tacere una volta per tutte le richieste di Gheddafi. L’Italia si impegna a versare alla Libia cinque miliardi di dollari in vent’anni, 250 milioni di dollari all’anno, per realizzare progetti e infrastrutture. La Libia si impegna a garantire ad aziende italiane la realizzazione di altre infrastrutture, e abroga “tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane”. Poi ci sono alcune iniziative speciali: la costruzione in Libia di duecento unità abitative, a spese dell’Italia; l’assegnazione di borse di studio universitarie per cento studenti libici, a carico dell’Italia; un programma di cure, presso istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine; il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto; la restituzione alla Libia di alcuni reperti archeologici trasferiti in Italia durante il colonialismo.
Cosa fa la Libia
Dal canto suo, la Libia concede “senza limitazioni o restrizioni di sorta ai cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia i visti di ingresso”. Inoltre, le parti si impegnano – ma non specificano come – a risolvere il problema dei crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici, risalenti agli espropri compiuti da Gheddafi nel 1970 e soprattutto all’insolvenza libica nei confronti di aziende italiane tra gli anni Ottanta e il 2000.
La lotta all’immigrazione
La terza e ultima parte del trattato è piena di generiche buone intenzioni, valorizzazione dei legami storici, impegni a visite reciproche, cooperazione in ambito culturale, scientifico, energetico, economico e industriale. Poi c’è un altro tema che sta a cuore all’Italia e di fatto chiude l’accordo. La collaborazione nel campo della lotta al terrorismo e dell’immigrazione clandestina. Viene messo in campo un sistema di controllo delle frontiere terrestri della Libia, “da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” e i cui costi saranno sostenuti al 50 per cento dal governo italiano. L’Italia e la Libia si impegnano poi a chiedere all’Unione Europea di farsi carico del restante 50 per cento.
La ratifica del Parlamento
Il Trattato fu ratificato dal Parlamento italiano il 6 febbraio 2009. Hanno Votarono a favore il PdL, la Lega e il PD, anche se tra le file del PD votarono contro i deputati radicali e alcuni altri “dissidenti”, tra cui Andrea Sarubbi. L’IdV e l’UdC votarono contro la ratifica del Trattato di Bengasi.
Francesco Costa. Il Post

1913.- Motovedette alla Libia. Bene, ma non basta: serve un cambio di passo

Prima della pausa estiva dei lavori parlamentari è stato convertito il decreto legge 84/2018 che dispone la cessione di 12 unità alla Libia. Con 382 voti Sì,11 No,1 astenuto, sono state assegnate alla Guardia Costiera libica 10 motovedette in vetroresina di 10 m, classe 500, velocità 35 nodi e autonomia di 200 miglia più due unità di 27 m, della Guardia di Finanza, tipo “Corrubia” da 94t, 43 nodi e 700 miglia, come argine alla tratta di esseri umani. Il decreto legge 84/2018 si rifà al Trattato del 2008, cosiddetto Trattato di Bengasi, cioè il “trattato di amicizia e cooperazione” tra Italia e Libia sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008, ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009.

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“Il provvedimento, prevede, inoltre, lo stanziamento di un milione e 370mila euro “per la manutenzione delle unità navali, per lo svolgimento di attività addestrativa e di formazione del personale” della Guardia costiera e della Marina libica, “al fine di potenziarne le capacità operativa nel contrasto all’immigrazione illegale e alla tratta di esseri umani”.

Il trasferimento delle imbarcazioni al paese nord-africano è inserito nel più ampio contesto di trattati bilaterali e memorandum di intesa tra cui occorre citare il “Trattato d’amicizia” del 2008, che all’articolo 19 prevede l’intensificazione della collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina e il memorandum d’intesa, siglato nel febbraio 2017, che sancisce l’impegno da parte dell’Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla Guardia di frontiera e dalla Guardia costiera del Ministero della difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’interno.

Il trasferimento delle imbarcazioni al Paese che si affaccia sul Golfo della Sirte è un’azione certamente positiva, evidenzia la reale volontà del governo di arrestare il flusso migratorio e di migliorare i rapporti tra i due paesi, ma è abbastanza?

La Francia, che sa come giocare le partite geopolitiche sia da single player sia inserita in contesti più ampi – al contrario dell’Italia che negli ultimi anni si è frequentemente ancorata ad una spesso incoerente Ue – dopo solo due mesi dalla salita all’Eliseo di Macron invitò a Parigi al-Serraj, l’uomo riconosciuto dalla comunità internazionale in Libia, e il generale Haftar, leader della vasta area della Cirenaica, tagliando di fatto fuori l’Italia dalla partita. Interloquendo con il solo al-Serraj il prezzo che l’Italia rischia di pagare è la perdita dei giacimenti petroliferi affidati all’ENI da un lato, l’inefficacia della politica anti migratoria dall’altro, visto che gran parte dei trafficanti di uomini provengono da aree che non sono sotto l’influenza di Tripoli (e quindi di al-Serraj).

Oltre alla estensione dei rapporti con il Paese nord-africano a tutti i principali player che detengono sacche di potere in esso, è ormai chiara la necessità di un blocco navale “concordato”. L’attuazione di quest’ipotesi porterebbe molteplici benefici: dissuasione alla partenza dei barconi per la consapevolezza dell’esistenza del blocco; la riconduzione presso i porti di partenza dei migranti in caso di salvataggio; la creazione di hot spot in loco per il discernimento dei migranti economici da coloro che fuggono da guerre e regimi anti democratici. Tutto questo però, e qui torniamo al focus della questione, può avvenire solo tramite accordi con il governo ufficiale di al-Serraj, il generale Haftar e gli altri attori minori dello scenario libico.

La cessione italiana di imbarcazioni a favore del governo libico è quindi un passo positivo nell’ottica dei rapporti tra i due stati, ma urge un cambio di passo nell’interlocuzione che non può essere attuata nei confronti di una sola fazione, seppur quella ufficiale. Il risultato sarà quello di preservare gli interessi delle nostre aziende strategiche e ricucire la ferita che provoca l’emorragia migratoria verso l’Italia e l’Europa.

Davide Ricciardi