Archivi categoria: Libia

1754.- Che succede in Libia dopo la morte del generale Haftar?

Libia. Voci contrastanti sulla morte del gen. Khalifa Aftar, comandante delle forze armate del Parlamento di Tobruk, non è certo se in seguito a una emorragia cerebrale, o se malato di cancro o colpito da ictus giorni fa e ricoverato, prima in Giordania e, poi, a Parigi. Il decesso del generale è stato confermato al “Libya Observer” da fonti diplomatiche, mentre la tv libica “Alnabaa” ha citato un membro della Camera dei rappresentanti di Tobruk. La notizia è stata data anche dal “Libya Express”, senza citare fonti. La notizia della morta è stata confermata anche da fonti delle autorità di Tripoli all’agenzia di stampa russa Ria: “Siamo stati informati del suo decesso”, hanno spiegato le fonti senza fornire ulteriori dettagli. Contattato dalla Ria, l’Esercito nazionale libico ha tuttavia smentito la notizia della morte, come aveva fatto nei giorni scorsi riguardo al suo ricovero in ospedale a Parigi. La tv AlArabiya, citando fonti libiche, riporta di una telefonata tra l’inviato speciale Onu Ghassan Salame’ e Haftar, che hanno discusso sviluppi crisi libica. La tv smentisce così le notizie su morte del capo dell’Esercito libico. tuttavia, dal giorno dell’annuncio dell’ictus è di fatto iniziata la sua successione. Morto Haftar, rischio caos. Candidati alla successione sono Abdul Razek al-Nadori e Awan al Farjan. Il primo è sponsorizzato dagli Emirati Arabi, mentre il secondo dal Generale AlSisi perché è plastica continuazione di Haftar (suo cugino). La morte del comandante Haftar, signore della guerra in Cirenaica, riapre il caos in Libia, ma non soltanto. A rischio il Magreb e l’Egitto, mentre l’Italia è “in mutande”. Fondamentale cosa succederà alla rotta libica dell’immigrazione.

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L’articolo di Francesco De Palo

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Arriva da twitter la notizia della morte del generale Khalifa Haftar. Lo ha riferito sul proprio account il sito d’informazione Libya Observer. L’uomo forte della Cirenaica era ricoverato presso un ospedale militare parigino dopo un ictus.

Tuttavia altre fonti continuano a confutare la notizia, come l’esercito nazionale libico. Addirittura il capo dell’amministrazione politica dell’Esercito nazionale libico, Hussein al-Obeidi, si è spinto a dire che Haftar aveva lasciato la Francia e che sarebbe rientrato a Bengasi, aggiungendo di aver incontrato personalmente il feldmaresciallo al suo ritorno in Libia, trovandolo in ottimo stato fisico. Il funzionario ha anche negato che Haftar abbia subito un ictus, definendo tali informazioni “voci diffuse dai media supportate dall’Islam politico”.

CHI ERA

Il 75enne Haftar, considerato vicino a Mosca e Il Cairo, è stata figura dominante nella parte orientale della Libia, per un lungo periodo in predicato di assumere il potere nel Paese in contrapposizione a Al-Serraj, sostenuto dall’Onu e dall’occidente.

Haftar a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) si è caratterizzato per una doppia azione operativa: da un lato si è opposto al governo rivale di Tripoli sostenuto a livello internazionale nella capitale, e dall’altro ha avviato una serie di bonifiche di siti Isis in Cirenaica. In contatto diretto e costante con i servizi italiani, ha incontrato più volte il ministro dell’interno Marco Minniti nell’ambito delle interlocuzioni sul dossier migranti e sul tentativo di giungere ad una normalizzazione istituzionale della Libia.

In passato è stato molto vicino a Muammar Gheddafi dopo il golpe del 1969. Poi fino al 1987 capo di Stato Maggiore delle forze libiche ma dopo la guerra in Ciad ecco il divorzio dal Colonnello. Decide quindi di cambiare tutto e si trasferisce negli Usa dove secondo alcuni analisti avrebbe avuto stretti rapporti con Langley. Nel 2011 ecco il suo ritorno a Tobruk dove diventa il comandante in capo dei ribelli nell’est, con lo scorso 5 luglio l’annuncio della liberazione di Bengasi.

SCENARI

Dal giorno dell’annuncio dell’ictus al generale Haftar è di fatto iniziata la sua successione, dal momento che nessuno può permettersi uno scacchiere in Libia che rifletta il “modello” Siria. Il capo dello Stato maggiore libico Abdul Razek al-Nadori ha negato di essere stato promosso capo di stato maggiore (il più alto incarico militare della Libia), in sostituzione del generale Khalifa Haftar.

I profili sono quello di al-Nadori e quello di Awan al Farjan. Il primo è sponsorizzato dagli Emirati Arabi, mentre il secondo dal Generale Al Sisi in persona, perché è plastica continuazione di Haftar a cui era legato da un legame di parentela (erano cugini).

Entrambi sono stati convocati al Cairo per incontrare capi tribù e alti funzionari al fine di essere “valutati” anche in riferimento alle possibili alleanze che intenderanno stringere, ma si fa sempre più insistente la voce che alla fine decideranno sauditi ed egiziani, con questi ultimi che si fanno portavoci delle posizioni russe.

Il figlio di al-Nadori lo scorso dicembre era stato protagonista di una “promozione” a sorpresa: assieme ad altri 38 ufficiali appartenenti ai gruppi armati controllati da Haftar aveva ricevuto un improvviso avanzamento di carriera da parte del presidente della Camera dei rappresentanti (HoR), Aqila Saleh, nella sua veste di “comandante supremo” delle forze militari nella Libia orientale.

Oltre al figlio di Nadori anche il figlio di Haftar, Khaled. Quest’ultimo, assieme a suo fratello Saddam sono civili che non erano mai entrati prima di allora in collegi militari o di sicurezza, ma da quattro mesi sono in possesso di gradi militari e guidano le due più grandi brigate militari nell’est del paese.

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1660.- Perché l’Occidente voleva la caduta di Muammar Gheddafi? Un’analisi in difesa del rais libico dal professor Jean-Paul Pougala

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Gli Africani dovrebbero pensare alle vere ragioni per cui i paesi occidentali stanno conducendo la guerra in Libia, Jean–Paul Pougala, scrive un un’analisi che ripercorre il ruolo del paese.

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Per l‘Unione Africana lo sviluppo del continente era la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione in tempi moderni – collegando l’intero continente attraverso il telefono, la televisione, le trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza grazie al ponte radio WMAX, una connessione a basso costo che è stata resa disponibile in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Tutto è iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono RASCOM (Satellite African Regional Communication Organization), in modo che l’Africa avrebbe avuto un proprio satellite e tagliare i costi di comunicazione nel continente.

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Questo è stato un momento in cui le telefonate, da e verso l’Africa, erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari di tassa annuale intascati dall‘Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti come Intelsat per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano è costato una sola volta il pagamento di 400 milioni di dollari e il continente non ha più dovuto pagare un leasing annuale di 500 milioni di dollari. Quale banchiere non avrebbe finanziato un progetto del genere? Ma il problema è rimasto; come possono gli schiavi, cercare di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedendo aiuto al capo di conseguire alla loro libertà? Non sorprende visto che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti, Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha messo fine a questi futili motivi dei ‘benefattori’ occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Lui stesso ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la Banca Africana per lo Sviluppo ha aggiunto 50 milioni di US $ in più e la Banca per lo Sviluppo dell’Africa Occidentale un ulteriore 27 milioni di dollari. Ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e condiviso la loro tecnologia e ci hanno aiutato a lanciare satelliti in Sud Africa, Nigeria, Angola, Algeria e un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite completamente indigeno costruito e realizzato sul suolo africano, in Algeria, sarà pronto per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori al mondo , ma a dieci volte meno del costo, una vera e propria sfida. Questo spiega come un semplice gesto simbolico di US $ 300 milioni abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costato l’Occidente, non solo privandolo di US $ 500 milioni all’anno, ma per i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

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Ariane 5 ECA (Cryogenic Evolution type A)

19-09-2010. COMUNICATO STAMPA.- I satelliti di telecomunicazione Rascom-QAF1R e Nilesat 201, lanciati lo scorso 4 agosto 2010 dalla Guiana francese con un vettore Ariane 5 ECA, sono ora operativi. Hanno superato brillantemente la fase di accettazione in orbita (in Orbit Acceptance Review) con la piena soddisfazione dei clienti. Realizzati da Thales Alenia Space, Rascom-QAF1R e Nilesat 201 forniranno servizi di comunicazione sul continente africano dalle loro posizioni orbitali rispettivamente a 2.9 gradi di longitudine Est e 7° gradi di longitudine Est.
Dopo la separazione dei satelliti, Thales Alenia Space in cooperazione con Telespazio ha gestito con successo – e simultaneamente per entrambi i satelliti – i 9 giorni di fase LEOP (Launch and Early Orbit Phase). Si tratta della prima volta in cui le capacità della Space Alliance vengono utilizzate per condurre due missioni GEO strettamente parallele a seguito di un lancio con lo stesso vettore. Questa capacità LEOP “duale” è stata già messa alla prova nel giugno del 2008 con il lancio di Turksat 3A e Chinasat 9, rispettivamente a bordo dei lanciatori Ariane 5 e Long March, ma con 3 giorni di intervallo tra le due partenze. Entrambe le campagne LEOP sono state eseguite in stretta cooperazione da Thales Alenia Space – nel Centro di Controllo di Cannes – e da Telespazio – presso il Centro Spaziale del Fucino -.
La fase LEOP per i satelliti Rascom-QAF1R e Nilesat 201 è stata seguita da tre settimane di Test in Orbita. Durante tutto questo periodo i due satelliti sono stati monitorati 24 ore al giorno e 7 giorni su 7 da Thales Alenia Space attraverso i suoi centri controllo di Cannes.
“Siamo soddisfatti di aver consegnato in orbita questi due satelliti di elevate capacità a RascomStar-QAF e Nilesat”, ha affermato Emmanuel Grave, Vice Presidente Telecomunicazioni di Thales Alenia Space. “L’intera fase di posizionamento orbitale e i successivi test in orbita si sono svolti perfettamente, consentendoci di operare in sicurezza e in parallelo su entrambi i satelliti. Auguriamo ai nostri clienti di avere grandi successi nell’ampliamento del loro mercato.”
Da questo momento in poi RASCOM-QAF1R assicurerà la continuità dei servizi per l’operatore RascomStar-QAF e i suoi clienti, fornendo connessioni internazionali a basso prezzo tra i paesi africani, collegando inoltre i villaggi isolati via terminali low cost.
Nilesat 201 consentirà all’operatore satellitare egiziano NILESAT di assicurare la continuità dei servizi in digitale per TV Direct to Home (DTH), radiofonici e servizi di trasmissione dati ad alta velocità per il Nord Africa e Medio Oriente.

30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla Federazione Africana – l’African Investment Bank a Sirte, in Libia, l’istituzione del Fondo Monetario Africano che nel 2011 è stata basata in Yaounde con un fondo di capitale di 42 miliardi di dollari e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, che quando inizieranno a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi 50 anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

Il Fondo monetario africano è previsto per soppiantare totalmente le attività africane del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari, è in grado di portare un intero continente in ginocchio e fargli ingoiare privatizzazioni discutibili come costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16–17 Dicembre 2010, gli africani abbiano respinto all’unanimità i tentativi dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, dicendo che era aperto solo alle nazioni africane. E ‘sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà verso l’Algeria, perché a parte le sue enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e tutti hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta.

I soli Stati Uniti, hnno un debito impressionante di 14, 000 miliardi $ US, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno ciascuno 2,000 miliardi US $ di deficit pubblico rispetto ai meno di 400 miliardi di dollari di debito pubblico per i 46 paesi africani messi insieme. Istigano guerre sporche in Africa, nella speranza che questo possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella stasi della fine e accelerare il declino occidentale che in realtà è iniziata nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, ‘l’economia di qualsiasi paese che si basa sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno in cuiquei paesi si risvegliano‘.

UNITÀ REGIONALE COME UN OSTACOLO PER LA CREAZIONE DI UN STATI UNITI D’AFRICA
Per destabilizzare e distruggere l’Unione africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea prima ha provato, senza successo, a creare l‘Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché razzista dei secoli 18 e 19, che sosteneva che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscita perché Gheddafi ha rifiutato di farsi comprare. Ben presto ha capito a che gioco veniva invitato a giocare quando solo una manciata di paesi africani sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana, ma invitando tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM fallito ancora prima di iniziare, nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak come vice presidente. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé ora sta tentando di rilanciare l’idea, speculando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continua a finanziare l’Unione Africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Questo è il motivo per cui l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa. E ‘ovvio che la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti sull’Unione Europea, è un avversario fastidioso alla Federazione Africana.

Ecco perché Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché il momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale, indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali, COMESA, UDEAC, SADC, e il Grande Maghreb che non ha mai visto la luce del giorno grazie a Gheddafi che aveva capito cosa stava succedendo.

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GHEDDAFI, L‘AFRICANO CHE HA PURIFICATO IL CONTINENTE DALL’UMILIAZIONE DELL’APARTHEID
Per la maggior parte degli africani, Gheddafi è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato per la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, non avrebbe rischiato l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo era il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite viaggiando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Nel bisogno era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore per raggiungere Ben Gardane, attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli.
L’altra soluzione era quella di passare per Malta e traghettare nella notte su imbarcazioni rischiose fino alla costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo. Mandela non usa mezzi termini quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita è stata ‘sgradita’ dagli USA – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare‘. E ha aggiunto – ‘. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno la faccia tosta oggi per dirmi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di essere ingrati e dimenticare i nostri amici del passato‘, infatti, l’Occidente ancora consideravano il Sud africani razzisti per essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, erano stati considerati pericolosi terroristi.

E ‘stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti, infine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla loro lista nera, non perché si sono resi conto di quanto stupido era la lista, ma perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela . Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo sostegno passato ai nemici di Mandela e veramente sincero quando chiamano le strade e i luoghi a suo nome, come possono continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi su Gheddafi? Sono GLI STESSI DEMOCRATICI, coloro che vogliono esportare la democrazia ? E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi che muovono macchine da guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopoo, è stato il turno del presidente francese a far piovere bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il vincitore del premio Nobel per la pace il presidente Usa Obama disse che il suo scopo era quello di spodestare il dittatore e introdurre la democrazia. scatenando missili da crociera dai sottomarini. La domanda che chiunque con intelligenza, anche minima, non può fare a meno di chiedere è la seguente: sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, Italia, Norvegia, Danimarca, Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto proclamato stato democratico veramente democratica ? Se sì, essi sono più democratici della Libia di Gheddafi?

La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la ragione pura e semplice che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno nato della città di Ginevra, che ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso ‘contratto sociale‘ che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.‘
Rousseau enuncia quattro condizioni per un paese ad etichettare una democrazia e in base a questi la Libia di Gheddafi è molto più democratico degli Stati Uniti, la Francia e gli altri che sostengono di esportare la democrazia:.

1 lo Stato: più grande è un paese, meno democratico può essere. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, per definizione gruppo di persone insieme in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un ritmo di vita comune, che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura. Da questo punto di vista, sembrerebbe che la Libia si adatta alle condizioni di Rousseau meglio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno ciao a vicenda e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi hanno scavalcato questa fase saltando alla fase successiva – ‘voto‘ – che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini. Questo è stato spinto ai limiti ridicoli con diritto di voto che viene data alle persone che vivono all’estero. Comunicare è una precondizione per qualsiasi dibattito democratico prima delle elezioni.

2. Semplicità nelle abitudini e modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere su procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali definiscono loro stessi nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica che la Libia corrisponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono più spesso vinte da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, perché possono permettersi di assumere migliori avvocati e invece organizzarsi per la repressione dello Stato che invece sarà diretto contro qualcuno che ha rubato una banana in un supermercato piuttosto che ad un criminale finanziario che ha rovinato una banca. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che costituiscono solo per il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza:. Uno sguardo alla classifica di Forbes 2010 mostra che le persone più ricche sono in ciascuno dei paesi che attualmente bombardano la Libia; un esercizio simile sulla Libia rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la Libia ha molto più da insegnare a coloro che combattono ora, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni stanno pomposamente fingendo di portare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4 No lussi:. Secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non il benessere del popolo diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ‘il lusso corrompe sia il ricco che il povero, l’uno attraverso il possesso e l’altro per invidia; rende la nazione morbida e preda della vanità; allontana la gente dallo Stato e li rende schiavi ‘.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui dipendenti che commettono suicidio a causa delle condizioni di lavoro stressanti anche in aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non in Libia. Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non è una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non la voce del popolo.

Dopo Bush senior e Bush junior, stanno già parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Stati Uniti hanno 43 milioni di burocrati e militari che governano efficacemente il paese, ma senza essere eletto e non sono responsabili per le persone per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che poi vengono nominato per essere ambasciatori, generali, ecc.

Questo è solo una breve accenno del lungo articolo di Jean-Paul Pougala diviso in 5 parti che
puoi leggere QUI in inglese

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1585.- La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

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Se la Russia dichiara vittoria sull’ISIS o SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l’”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

1579.- L’omicidio del sindaco di Misurata in Libia è un forte segnale politico.

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Conversazione di Formiche.net con Michela Mercuri, docente di Storia dei Paesi mediterranei all’università di Macerata e autrice del libro “Incognita Libia”
Ieri sera il sindaco di Misurata, Mohamed Eshtewi, è stato rapito e assassinato al suo ritorno da un viaggio a Istanbul. Il corpo è stato ritrovato fuori da un ospedale con almeno tre proiettili nella schiena. Anche il fratello che era con lui è gravemente ferito. Eshtewi ultimamente aveva ricevuto minacce e pressioni scrive il Libya Herald. Per comprendere le motivazioni del delitto, i possibili assassini e gli scenari che si aprono in Libia, Formiche.net ha sentito Michela Mercuri, docente di Storia dei Paesi mediterranei all’università di Macerata e autrice del libro “Incognita Libia”.

Il sindaco di Misurata, Mohamed Eshtewi, è stato assassinato. Questo omicidio cosa significa oggi per la situazione della Libia?

È un momento molto complicato per la Libia. Sono passati esattamente due anni dall’accordo politico di Skhirat che è considerato da alcuni attori interni oramai “scaduto”. Recentemente proprio Haftar ha detto che lo considera non più valido e che, dunque, Fayez al-Serraj non avrebbe più alcuna legittimità. Sono state poi indette elezioni politiche (probabilmente) a marzo 2018. Tutto questo ha causato una sorta di “rimescolamento delle carte” negli equilibri interni riportando a galla gli appetiti delle varie fazioni che vogliono accreditarsi come interlocutori indispensabili per il dibattito politico interno e, dunque, per il futuro del Paese.

In che contesto è maturato l’omicidio?

È probabile che l’uccisione di Mohammed Eshtewi, favorevole agli accordi, vicino a Fajez al-Serraj e che spesso si è detto propenso al dialogo con Haftar, sia stata perpetrata da gruppi contrari alle sue posizioni all’interno delle varie fazioni di Misurata, città nevralgica per gli equilibri del Paese e possibile ago della bilancia per il risultato delle future elezioni libiche. Possiamo comunque considerare anche altre ipotesi, come ad esempio gruppi vicini ad Haftar. Ma la prima tesi mi sembra la più probabile.

Eshtewi tornava da un viaggio da Istanbul quando è stato rapito e ucciso. Che rapporti ci sono tra la Libia e la Turchia?

La Turchia ha sempre appoggiato il governo di Tripoli. La visita di Eshtewi ad Instanbul era forse finalizzata a rafforzare i rapporti tra Ankara e le fazioni di Misurata fedeli a Serraj, anche in vista delle elezioni del 2018. La chiave di volta sono proprio queste elezioni . Non è un caso che alcuni giorni fa il redivivo Saif al Islam Gheddafi, il figlio dell’ex rais libico, abbia dichiarato di volersi candidare. Il panorama è dunque piuttosto composito e instabile e la comunità internazionale, che fin qui sembra appoggiare unanimemente i tentativi di mediazione dell’Inviato Onu Ghassan Salamè, dovrà lavorare ancora moltissimo per trovare un accordo comune per le elezioni nazionali.

Come si porranno gli organi internazionali di fronte a questo delitto?

Questo omicidio è un segnale politico forte non solo per Serraj ma anche per l’Onu. Salamè si è speso molto per un dialogo inclusivo con molti gruppi locali e ora deve fronteggiare questa sorta di “strategia della tensione” , operata da alcuni attori del territorio , che ha visto una decisa escalation in questi ultimi giorni. Questo omicidio politico è utile a tutti quei gruppi locali (probabilmente esclusi dalle trattative politiche) che vogliono accrescere ulteriormente il livello della tensione per far saltare il possibile dialogo. Letta da questa prospettiva, la barbara uccisione del sindaco di Misurata è un ulteriore ostacolo per la pacificazione della Libia e per l’operato dell’Onu.

E la posizione dell’Italia?

Misurata è una città che ha forti legami con l’Italia. Qui dal 2016 abbiamo dato il via alla missione Ippocrate: 300 uomini e un ospedale da campo proprio a sostegno delle milizie di Misurata che avevano combattuto per sconfiggere l’Isis a Sirte. La missione è a tutt’oggi operativa e la presenza dei militari italiani è chiaramente un segnale del nostro sostegno politico alla città e dunque al suo sindaco che, come il governo italiano, sosteneva la necessità di un dialogo politico inclusivo in Libia. Non c’è dubbio, dunque, che questo omicidio e le sue possibili conseguenze ci riguardano da vicino.

1567.- Paolo Sensini: “Gheddafi poteva emettere il Dinaro d’Oro”

Libia, un caos totale su cui leggiamo il punto fatto da Paolo Sensini, saggista, storico e analista di geopolitica, autore, fra gli altri, del libro “Libia”.

di Maurizio Blondet
8.12.2017

Tatiana Santi

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La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.

Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.

— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.

— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

© SPUTNIK.

Libia: prima e dopo Gheddafi

— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.

Qui sotto, la mail del 4 aprile 2011 che rivela l’allarme di Usa e Parigi per la possibile creazione, da parte di Gheddafi, del “dinaro-oro”.

(Sidney Blumenthal è un dirigente della Clinton Foundation e assistente di Bill e Hillary.)

FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

From: Sidney Blumenthal To: Hillary Clinton Date: 2011-04-02 02:00

Subject: FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 RELEASE IN FULL CONFIDENTIAL April 2, 2011 For: Hillary From: Sid Re: France’s client & Qaddafi’s gold 1. A high ranking official on the National Libyan Council states that factions have developed within it. In part this reflects the cultivation by France in particular of clients among the rebels. General Abdelfateh Younis is the leading figure closest to the French, who are believed to have made payments of an unknown amount to him. Younis has told others on the NLC that the French have promised they will provide military trainers and arms. So far the men and materiel have not made an appearance. Instead, a few “risk assessment analysts” wielding clipboards have come and gone. Jabril, Jalil and others are impatient. It is understood that France has clear economic interests at stake. Sarkozy’s occasional emissary, the intellectual self-promoter Bernard Henri-Levy, is considered by those in the NLC who have dealt with him as a semi-useful, semi joke figure. 2. Rumors swept the NLC upper echelon this week that Qaddafi may be dead or maybe not. 3. Qaddafi has nearly bottomless financial resources to continue indefinitely, according to the latest report we have received: On April 2, 2011 sources with access to advisors to Saif al-Islam Qaddafi stated in strictest confidence that while the freezing of Libya’s foreign bank accounts presents Muammar Qaddafi with serious challenges, his ability to equip and maintain his armed forces and intelligence services remains intact. According to sensitive information available to this these individuals, Qaddafi’s government holds 143 tons of gold, and a similar amount in silver. During late March, 2011 these stocks were moved to SABHA (south west in the direction of the Libyan border with Niger and Chad); taken from the vaults of the Libyan Central Bank in Tripoli. This gold was accumulated prior to the current rebellion and was intended to be used to establish a pan-African currency based on the Libyan golden Dinar. This plan was designed to provide , the Francophone African Countries with an alternative to the French franc (CFA). (Source Comment: According to knowledgeable individuals this quantity of gold and silver is valued at more than $7 billion. French intelligence officers discovered this plan shortly after the current rebellion began, and this was one of the factors that influenced President Nicolas UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 Sarkozy’s decision to commit France to the attack on Libya. According to these individuals Sarkozy’s plans are driven by the following issues: a.A desire to gain a greater share of Libya oil production, b. Increase French influence in North Africa, c.Improve his internal political situation in France, d. Provide the French military with an opportunity to reassert its position in the world, e.Address the concern of his advisors over Qaddafi’s long term plans to supplant France as the dominant power in,Francophone Africa. ) On the afternoon of April 1, an individual with access to the National Libyan Council (NLC) stated in private that senior officials of the NLC believe that the rebel military forces are beginning to show signs of improved discipline and fighting spirit under some of the new military commanders, including Colonel Khalifha Haftar, the former commander of the anti- Qaddafi forces in the Libyan National Army (LNA). According to these sources, units defecting from Qaddafi’s force are also taking a greater role in the fighting on behalf of the rebels.

1519.- LE ULTIME MOSSE DEL GENERALE HAFTAR IN LIBIA

++ Libia: Farnesina, 4 italiani rapiti a Mellitah ++

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I terminal libici di Mellitah sono usciti dal controllo del clan armato Dabbashi e finiti in mano a una mini-coalizione di milizie guidata da una che va sotto il nome di “Operations Room”. Gli scontri, che hanno coinvolto anche l’area di Sabratha (sempre nell’ovest libico), sono durati tre settimane e si sono risolti, almeno momentaneamente, in questi ultimi due giorni.

Perché interessa all’Italia

Per l’Italia ci sono diverse questioni da registrare come “interesse nazionale”. Mellitah è il luogo dove ha sede l’hub dell’Eni in Libia, e la famiglia Dabbashi era quella che dal 2015 garantiva la sicurezza dell’impianto, secondo un accordo tra privati stretto dalla società italiana e il gruppo libico. Per il momento un comunicato ufficiale dal terminal dice che i lavori all’impianto continueranno perché la sua funzione è cruciale. Inoltre la brigata del Martire Anas al Dabbashi (questo il nome completo) è una delle due milizie (l’altra si chiama Brigata 48) con cui il ministero dell’Interno di Roma ha chiuso ad agosto l’intesa per il controllo del traffico di migranti, che vede a Sabratha un rubinetto nevralgico per le rotte mediterranee; con i vertici dell’unità armata si sarebbero incontrati uomini dell’intelligence italiana per preparare i dettagli operativi del piano. Per chiudere il giro, Operations Room, il principale gruppo armato che ha scacciato i Dabbashi, è collegata apertamente al maresciallo di campo Khalifa Haftar, uomo simbolo dell’opposizione al processo onusiano sponsorizzato anche dall’Italia, che consiste nel creare un governo di unità nazionale guidato da un wannabe premier, Fayez Serraj.

I Dabbashi, la Libia

I Dabbashi sono un gruppo non irreprensibile: li guidano due fratelli che un tempo, prima di essere inglobati dal ministro dell’Interno Marco Minniti nel suo ambizioso piano libico (di controllo dell’immigrazione, e forse di stabilizzazione) erano parte del problema, perché facevano i trafficanti. Fonti locali di un’inchiesta dell’Associated Press li definiscono “i re dei migranti a Sabratha” (questo genere di intrecci non è una rarità in Libia: per esempio, un report dell’Onu uscito pochi mesi fa dice che l’attuale capo dei miliziani riciclati come guardia costiera libica non è altro che un ex capo clan che un tempo faceva il trafficante). Sempre sui Dabbashi: secondo Daniele Raineri del Foglio, un ex membro della famiglia che controllava Sabratha era anche diventato il capo dello Stato islamico locale con il kunya “Abu Maria” – ossia fu colui che, baghdadista discreto come erano quelli di Sabratha, guidò le operazioni di sequestro dei quattro tecnici italiani, di cui due rimasero uccisi a marzo dello scorso anno durante le fasi di liberazione e spostamento. Spiega Raineri su Facebook: “Questo non vuol dire che ci fosse complicità, ma è interessante: dentro lo stesso clan e nella stessa piccola città ci sono sia forze di sicurezza (fedeli a Serraj, ndr) sia uomini dello Stato islamico”.

Che ne sarà del piano Minniti?

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Se salta Sabratha, salta anche il piano Minniti? Alla domanda forse è presto per rispondere, ma c’è la possibilità che l’Italia ricicli il tutto spostandolo sotto l’egida di Haftar. Il capo dell’Operations Room, Omar Abduljaleel, ha ovviamente già dato la sua disponibilità in una dichiarazione alla Reuters. Da qualche settimana, i contatti andata e ritorno da tempo aperti tra Roma e Bengasi (roccaforte del generalissimo cirenaico) si sono intensificati (e con loro i collegamenti con la Francia). Il 26 settembre il libico, che ha spalle coperte da Russia ed Egitto, era a Roma: ha avuto incontri con i ministri di Interni e Difesa, e pare con funzionari dei servizi. Sul tavolo immigrazione e Mellitah, e forse Haftar è un’exit strategy a cui l’Italia si trova costretta ora più che mai che i suoi hanno spazzato via i partner di Roma da Sabratha. Come molte cose in Libia, c’è un livello di complicazione ulteriore: l’Ops Room in passato aveva dichiarato il suo appoggio a Serraj, ora Haftar dice che gli è fedele (e gli è fedele anche il battaglione Al Wadi, un gruppo armato salfita che da tempo sta aumentando la sua influenza a Sabratha, in contrasto con le iniziative di Serraj). C’è chi crede che l’inizio degli scontri a Sabratha sia da collegarsi a gelosie locali, esplose dopo che l’Italia ha stretto contatti e accordi con i Dabbashi sull’immigrazione, facendoli diventare il braccio armato della legittimazione internazionale a Tripoli – cosa che Haftar detesta.

DI EMANUELE ROSSI

1518.- Armi, jihad, migranti: la Libia è un inferno (e qualsiasi accordo è inutile)

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Cinque anni dopo l’inizio della rivoluzione che avrebbe portato alla guerra contro Gheddafi, la Libia è nel caos.

In un report del Consiglio di Sicurezza Onu si spiega che la Libia è un caos ingovernabile. Ecco perché qualsiasi accordo con loro, a cominciare dalla questione migranti, è destinato al fallimento

1516.- LIBIA. INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ALTO CONSILIO DI STATO LIBICO, ABDURRAHMAN SEWEHLI

a cura di Vanessa Tomassini –

L’ Alto consiglio di Stato libico, noto anche come Supremo consiglio di Stato, è un’assemblea legislativa equiparabile al nostro Senato della Repubblica, costituito ai sensi dell’Accordo politico libico che è stato firmato a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre 2015. La sua formazione è stata voluta dalle Nazioni Unite per cercare di porre fine agli scontri tra le principali fazioni del Paese, per questo è in grado di consigliare sia il Governo di Accordo Nazionale, sia la Camera dei Rappresentanti e può esprimere, in determinate circostanze, un’opinione vincolante su queste istituzioni. Come abbiamo ampiamente documentato, oltre al problema dell’immigrazione la Libia è quotidianamente teatro di crimini di guerra. Per cercare di fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Abdurrahman Sewehli.

– La Libia è stata recentemente sconvolta da crimini di guerra (al-Abyar, Derna e Wearshefana): come procedono le indagini? Sono stati individuati sospetti?
Sfortunatamente, in assenza di un vero governo di unità nazionale che abbia la volontà e i mezzi per condurre tale indagine, un’azione credibile in questo settore cruciale continuerà a essere un compito impegnativo nel migliore dei casi”.

– Lei ha rimproverato l’ambasciatore libico alle Nazioni Unite per non aver parlato di questi massacri. Crede davvero che i tribunali libici non siano in grado di investigare autonomamente?
È ovvio che il sistema giudiziario libico deve rafforzarsi perché possa svolgere i suoi compiti in modo efficace, equo e trasparente a livello nazionale. Per quanto riguarda i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, abbiamo bisogno dell’aiuto del Consiglio di sicurezza Onu e della Cpi per prevenire l’insorgere di un clima di impunità”.

– La città di Wearshefana è stata recentemente attaccata dalle forze di al-Juwaily. Come vede l’Alto consiglio di Stato quest’operazione?
Mentre la grande maggioranza delle persone in Wearshefana sono cittadini rispettosi della legge, è anche vero che essa abbia fatto da rifugio per le bande criminali. Per anni queste bande hanno sottoposto i viaggiatori sulla principale strada costiera che collega Tripoli con altre città, villaggi e la Tunisia con la parte ovest della capitale, a furti con armi da fuoco, sequestri di auto, sequestri di persona, estorsioni ed omicidi all’ordine del giorno. I cittadini hanno chiesto che venga messa fine a questa illegalità. Tuttavia ciò è responsabilità delle istituzioni statali legittime e in un modo completamente coerente con il rispetto dei diritti umani, delle leggi sui conflitti armati e la protezione dei civili“.

– Il generale Khalifa Haftar è considerato responsabile dell’attacco al vice ministro dell’Interno di Tripoli. Cosa ne pensa?
Più di ogni altra cosa l’attacco di Haftar al vice ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA), è un segno di debolezza e dovrebbe servire come campanello d’allarme per quelle parti che, incautamente, cercano di costruire (l’immagine ndr.) di Haftar come di un partito indispensabile per portare la pace in Libia. È interessante notare che non abbiamo sentito un sussurro da questi Paesi, che proclamano di sostenere il GNA, per quanto riguarda questo e altri incidenti simili“.

– Haftar è anche accusato di molti crimini di guerra e la Corte Penale Internazionale ha chiesto la consegna del comandante al-Werfali. Perché Tobruk continua a non consegnare quest’ultimo comandante?
In risposta al mandato della Cpi, l’esercito di Haftar ha detto il 18 agosto, ‘Werfalli, è sotto inchiesta … ed è ora in arresto’. Tuttavia, il procuratore della CPI ha dichiarato il 9 novembre che il suo ufficio ‘ha ricevuto rapporti che indicano che il signor al-Werfalli è in libertà e potrebbe essere stato coinvolto in ulteriori uccisioni’. Ha esortato Haftar a garantire ‘l’immediato trasferimento del signor al-Werfalli alle autorità libiche affinché possa essere consegnato alla Corte senza indugio’. La domanda rimane se Haftar, essendo il comandante di Werfalli, rischierebbe di consegnarlo alla Icc (Cpi) sapendo che lui stesso potrebbe essere perseguito, vista la sua responsabilità di comando, sia sotto la dottrina della CPI sia sotto la legge statunitense sui crimini di guerra come cittadino americano“.

-La Camera dei Rappresentanti ha aperto il processo politico agli ex esponenti del regime Gheddafi. Qual è la posizione dell’Alto Consiglio di Stato su di loro? Cosa ne pensa di un ritorno nella politica del figlio preferito del rais, Saif al-Islam?
Suppongo che si riferisca alla legge n. 6 sull’amnistia generale approvata dalla Camera dei Rappresentanti nel 2015. Questa legge è soggetta a revisione ai sensi dell’articolo 62 (Accordo politico libico) o della cancellazione ai sensi dell’articolo 14 delle disposizioni aggiuntive dell’accordo. I libici accolgono tutti coloro che desiderano unirsi e partecipare alla costruzione di una Libia libera e democratica. Molti del vecchio regime hanno infatti aderito e ora detengono posizioni ministeriali e posizioni militari di alto livello. Tuttavia Saif al-Islam e altri che desiderano riportare la Libia alla dittatura e al culto della personalità devono essere informati che non sono i benvenuti. Hanno anche a che fare con i mandati di cattura dell’Icc e con i procedimenti giudiziari libici“.

-In aggiunta ai crimini di guerra, ci sono state molte morti di migranti che cercano di raggiungere le coste italiane. Cosa stai facendo per fermare questi massacri? Come valuta la politica del governo italiano?
Crimini di guerra, abusi e morte di migranti e altri problemi sono essenzialmente il risultato della mancanza di una soluzione politica e quindi della mancanza di uno stato di diritto e di una governance. Ciò che è necessario e su cui stiamo lavorando è un accordo politico giusto, efficace e applicabile. Tuttavia il raggiungimento di tale accordo richiede una partnership tra partiti nazionali all’interno di un processo politico di proprietà libica. Richiede inoltre che la comunità internazionale assuma una posizione inequivocabile riguardo agli spoiler, indipendentemente dal fatto che siano individui o nazioni. Per quanto riguarda l’Italia, riteniamo che sia stato un partecipante affidabile e attivo ad aiutare la Libia a raggiungere la stabilità e ad apportare un certo realismo ed equilibrio alla visione della comunità internazionale della situazione“.

-Vuole aggiungere qualcosa?
Abbiamo raggiunto un bivio cruciale nella ricerca di una soluzione politica. Le condizioni sono mature e le parti dell’accordo sono più che mai vicine al raggiungimento del consenso. Abbiamo fatto alcuni progressi nei colloqui in Tunisia e il signor Salamé ha presentato una proposta, alla quale il Consiglio di Stato ha risposto positivamente. Contribuire a questi promettenti sviluppi è una proposta di un gruppo della Camera dei Rappresentanti e membri dell’Alto Consiglio di Stato, nonché un’altra proposta riguardante le elezioni. L’ingrediente mancante che spingerà il processo oltre il traguardo è il consenso internazionale su una posizione chiara e ferma contro le parti nazionali, regionali e internazionali che stanno tentando di ostacolare il processo“.

1507.- SUI “MERCATI DI SCHIAVI” SCOPERTI DA CNN A TRIPOLI. DUE O TRE COSE CHE SI SANNO.

La seconda puntata di Maurizio Blondet sulla evoluzione in atto a Tripoli. Come seguito alle “rivelazioni” CNN sui”mercati degli schiavi” a Tripoli, posso confermare che sono in corso manovre  intricatissime  per scalzare l’influenza italiana  sulle kabile e le mafie della  zona di Tripoli,  apparentemente nel  quadro di una potente riconferma  anglo ed europea dello pseudo-governo  di As-Serraj, che non conta niente ed è in mano alle sue diverse milizie che controllano qualche pezzo del territorio (specie del porto di Tripoli,  che riceve vari tipi di “importazioni” illegali, armi e droga, più che gestire il traffico di   neri).

Il segnale del cambiamento: è l’arresto, da parte di una delle milizie che graziosamente appoggiano As-Serraj, di Giulio Lolli. Chi è? Un personaggio  molto noto a Rimini, e  alla stampa locale,  padrone di un fallito cantiere, la “ di Rimini Yacht, società che vendeva barche di lusso e che è fallita portandosi dietro un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto importanti esponenti della Guardia di finanza, finanzieri legati alla P3”. Latitante da sette anni, perseguito da un mandato di cattura internazionale, viene descritto da Rimini.2.0  come “un uomo sempre intento a trafficare, tanto con le ONG quanto con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Giulio Lolli in due delle sue incarnazioni

Esperto uomo di mare, Giulio Lolli “in  Libia, dopo aver partecipato alla rivolta (contro Gheddafi), era diventato uno dei luogotenenti delle forze speciali di sicurezza marittima del porto di Tripoli, guidate dal comandante Taha El Musrati, col compito dichiarato di fermare gli scafisti.

“Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati. La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazioni”

Inoltre, “Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’esh, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte”.

“La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto”.

A parlare così è Sergio Bianchi, direttore di Agenfor International. Cosa  c’entra Agenfor,   che un’agenzia di “formazione” professionale? Presto detto: gestisce la rete europea RAN (Radicalisation Awareness Network) che ha il compito di prevenire la radicalizzazione in Europa. Bianchi è “l’esperto italiano della rete europea RAN,  fra l’altro lavora per il Ministero di Giustizia italiano – DAP-Triveneto, ed è l’esperto italiano e si occupa da anni di Medio Oriente e Mediterraneo in chiave geopolitica e di sicurezza”.  Insomma uno che “forma” con insegnanti anche italiani in Libia,  contro la radicalizzazione. Con  fondi europei? Non sappiamo.

https://www.riminiduepuntozero.it/esclusivo-sara-estradato-non-gratis-giulio-lolli-visto-vicino-nelle-sue-ultime-peripezie/

Sia come sia, Enzi Bianchi sa benissimo quale “polizia” ha arrestato l’italiano Lolli:

“E’  stato arrestato da Rada, ossia  dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali”.

Apprendiamo anche che questo caporione di milizia di nome Kara  (milizia dalla quale la sopravvivenza di As-Serraj dipende) “in questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi”.

Vedete   la coincidenza? Gli inglesi – che hanno appena riaperto l’ambasciata a Tripoli, e hanno assoldato Kara e la sua banda, e l’italiano è stato arrestato da Kara. “Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo”, profetizza Bianchi, che aggiunge: “Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione”.

Non serve più,  Lolli. Soprattutto perché prima a  Tripoli avevano ambasciate aperte solo Italia  e Turchia, mentre oggi dietro agli inglesi stanno per riaprire gli olandesi. Non solo: è già di nuovo sul posto lo UNISMIL  – che è la

Missione di supporto dell’ONU in Libia (Dio scampi) la quale  ha giusto giusto cominciato, l’11 novembre, gli “addestramenti in risoluzione dei conflitti”  a non meglio identificate “organizzazioni della società  civile libica”.  Seconda, sta per arrivare anche la EUBAM, in neolingua “La missione UE di assistenza alla Libia nei confini”, ossia nella gestione dei confini, insomma meglio: insomma, sarà la UE a impancarsi della faccenda, in  accordo  con le milizie  di gangster  che sostengono  il governicchio As-Serraj .  Lo farà sicuramente meglio di Minniti: vedrete che la CNN non  dovrà più fare clamorosi  servizi falsi sui mercati degli schiavi a Tripoli. Si tratta di pompare Serraj contro    Haftar, ossia contrastare l’influenza di Mosca e dell’Egitto. Nessuno lamenterà più la brutalità dei libici sui negri..

Anche perché, spiega il sempre informatissimo Bianchi dell’Agenfor,   la gestione dei migranti  “è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

Esiste dunque un Ministero dell’Interno di As-Serraj! Il quale vuole essere il solo ad accordarsi con inglesi ed eurocrati. Sicuramente non gratis.

Saapiamo dalla moglie libica di  Lolli,  intervistata dal  Resto del Carlino, che non solo suo marito è stato arrestato   dai miliziani di Rada: “Negli ultmi tempi so che altri italiani sono stati arrestati, soprattutto insegnanti».

http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/giulio-lolli-1.3514607

Insegnanti. Soprattutto. Il segno  di un cambiamento di protettori internazionali che la cosca Serraj ha  scelto? Non chiedete al vostro  cronista, che sa pochissimo.

1506.- ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis”.Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

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ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis…”: Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

Sempre intento ai traffici, pure con le ONG, ma anche eroico contro l’ISIS a Sirte e romantico a Tripoli, bel suol d‘amore: ecco che cosa ha combinato negli ultimi tempi, prima dell’arresto, il truffatore degli yacht ricercato dalla procura di Rimini.

Intervista esclusiva a Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International.

Un uomo sempre intento a trafficare, sia con le ONG sia con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Parliamo di Giulio Lolli, il “principe”delle truffe degli yacht,la cui corsa sembra essere terminata qualche giorno fa. Ne abbiamo parlato con Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International, esperto di Medio Oriente e Mediterraneo (qui una sua intervista sul pericolo della radicalizzazione islamica), che rivela a Riminiduepuntozeroquale sia stato il ruolo border-line dell’uomo tanto ricercato dalla Procura di Rimini con un mandato d’arresto internazionale. Un’intervista con alcuni dettagli inediti e sorprendenti.

Dottor Bianchi, l’arresto di Giulio Lolli del 29 ottobre è andato come lo hanno raccontato i giornali? Un’operazione delle forze speciali libiche senza fornire spiegazioni?
“Sì, Lolli è stato arrestato da Rada (la Forza Speciale di Deterrenza, ndr) a casa sua, un quartiere della Tripoli bene sul mare, dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali, fuori dal controllo della Procura e del Ministero di Giustizia. E’ un personaggio molto potente, che traffica sia con il governo legittimo che con Heftar, il dittatorello della Cirenaica. La sua brigata si occupa di spionaggio, anti-terrorismo, contrasto al crimine organizzato, con particolare attenzione alla droga ed al riciclaggio di denaro”.

Qual è l’effettivo ruolo giocato da Lolli al tempo delle rivolte interne anti-Gheddafi?
“Lolli ha giocato un ruolo molto marginale durante la rivolta, anche se si è agganciato ai ribelli dopo essere scappato dalla prigione di ‘Ayn Zara per sopravvivere nel caos libico. Consideri che non ha mai imparato l’arabo. Lolli, in effetti, ha collaborato con varie brigate in momenti differenti dal 2011 ad oggi. Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’ish, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte. Ovviamente, Lolli ha cercato fin da subito dopo la caduta di Gheddafi protettori politici e militari, considerata la sua situazione legale e il ‘red tag’ Interpol. Il suo maggior interesse di medio termine era avere un riconoscimento libico e documenti per potersi muovere, quello immediato di avere protettori che garantissero per lui in caso di rapimenti o conflitti. Dopo varie peripezie ha trovato l’appoggio delle brigate di Tajuri, militanti del quartiere di Suq al-Jum’ah più vicini alle forze di Misurata più che as-Sarraj, soprattutto nella componente guidata da Taha Misrati, un comandante militare che ha occupato una larga parte del porto di Tripoli, fino quasi ai confini della base di Abu Sitta, cioè il comando di as-Sarraj. Il suo matrimonio è stato patrocinato in questo ambito, anche se certamente il fascino della moglie non è secondario per un cacciatore di donne come Lolli.
Inoltre, Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati.

La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazione, prima che la sua imbarcazione si rompesse, ma più in formato promozionale che altro, visto che i profughi non partono da Tripoli.

Il porto di Tripoli non serve per l’immigrazione, bensì per i loschi traffici attorno alle lettere di credito in dollari, ed alle finte importazioni per arricchire la classe predatoria oggi al potere.
Il problema è che Lolli mescola sempre questi problemi, che sono di natura militare e politica, con questioni di business e ha cercato di accreditarsi in un gioco più grande di lui anche questa volta. Solo che la Libia non è l’Italia. Pertanto si è lanciato in spericolate operazioni per ottenere fondi dai donatori internazionali nella lotta anti-immigrazione, distribuendo ovunque (soprattutto a giornalisti ed ONG europee) piani d’azione immaginari e fantasiosi, riparare due imbarcazioni ferme nel porto di Tripoli con ricambi e personale provenienti dall’Italia – e da Rimini, lui che è un latitante –e in altre attività del suo amato lavoro di importatore di barche a vantaggio di ‘autorità’ di Misurata e altri. Non sempre questi affari, così complessi, vanno a buon fine e, soprattutto, mescolare business e impegno militante nella Libia di oggi è pericoloso, soprattutto quando il tuo protettore è caduto in disgrazia per un nuovo giro di giostra nel complesso meccanismo di alleanze fra milizie.”

Fra Libia e Italia, oggi a chi fa più comodo la sua detenzione?
“Certamente a Rada. Kara è un negoziatore. In questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi. Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione, anche perché Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo.

Inoltre, la mia impressione è che lui fosse a corto di soldi, a dispetto del mito Lolli che circola in Italia, ed avesse un disperato bisogno di mettere a segno qualche colpo per recuperare le spese del matrimonio e di 7 anni di latitanza, che non sono certo gratuiti, considerando gli squali che gli giravano intorno, di qua e di là del mare. In verità ho sempre avuto l’impressione che la Procura di Rimini non abbia fatto bene i conti sulla reale entità della truffa di Lolli alle finanziarie ed alle banche italiane e sanmarinesi.
Paradossalmente, adesso questi fattori potrebbero facilitare l’estradizione, anche nell’interesse del povero Lolli, che non ha ancora capito che si sarebbe dovuto da tempo consegnare alla Guardia di Finanza e scontare la sua pena in Italia.

Queste cose gliele ho dette anche qualche settimana fa, quando ero in Libia per incontri con vari sindaci, ma Lolli si sa com’è fatto….”.

Lolli ha collaborato con le autorità libiche e italiane, in passato o di recente, per combattere scafisti e migrazione clandestina?
“No. Le autorità italiane non si mettono certo a collaborare con un ricercato. E’ una favola anche la sua collaborazione con i servizi segreti, per quanto i libici siano paranoici su questo lato e nel passato più volte lo hanno accusato di essere una spia, non si sa di chi. Quanto alla Libia, la parola autorità al momento è un’iperbole, anche se la sua brigata stava sotto il cappello del Ministero dell’Interno. La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto, ma questo è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

L’Italia chiede la sua estradizione?
“Ovvio. Vi sono anche alcune condizioni positive, perché alcuni uomini chiave della sicurezza italiana adesso giocano un ruolo molto più importante nelle istituzioni europee e inoltre l’Italia è molto forte a Tripoli. Inoltre, la Procura di Rimini dovrebbe avere la collaborazione volontaria dello stesso Lolli, per arrivare ad un risultato positivo in termini relativamente brevi, viste le sue condizioni attuali. Ma non sarà gratis, questo è certo, conoscendo Kara ed i suoi e l’allergia di Lolli per la procura di Rimini. Oggi l’estradizione, se fatta nel modo giusto, è possibile. Le carceri di Kara non sono propriamente i Casetti….”.