Archivi categoria: Libia

1585.- La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

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Se la Russia dichiara vittoria sull’ISIS o SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l’”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora

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1579.- L’omicidio del sindaco di Misurata in Libia è un forte segnale politico.

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Conversazione di Formiche.net con Michela Mercuri, docente di Storia dei Paesi mediterranei all’università di Macerata e autrice del libro “Incognita Libia”
Ieri sera il sindaco di Misurata, Mohamed Eshtewi, è stato rapito e assassinato al suo ritorno da un viaggio a Istanbul. Il corpo è stato ritrovato fuori da un ospedale con almeno tre proiettili nella schiena. Anche il fratello che era con lui è gravemente ferito. Eshtewi ultimamente aveva ricevuto minacce e pressioni scrive il Libya Herald. Per comprendere le motivazioni del delitto, i possibili assassini e gli scenari che si aprono in Libia, Formiche.net ha sentito Michela Mercuri, docente di Storia dei Paesi mediterranei all’università di Macerata e autrice del libro “Incognita Libia”.

Il sindaco di Misurata, Mohamed Eshtewi, è stato assassinato. Questo omicidio cosa significa oggi per la situazione della Libia?

È un momento molto complicato per la Libia. Sono passati esattamente due anni dall’accordo politico di Skhirat che è considerato da alcuni attori interni oramai “scaduto”. Recentemente proprio Haftar ha detto che lo considera non più valido e che, dunque, Fayez al-Serraj non avrebbe più alcuna legittimità. Sono state poi indette elezioni politiche (probabilmente) a marzo 2018. Tutto questo ha causato una sorta di “rimescolamento delle carte” negli equilibri interni riportando a galla gli appetiti delle varie fazioni che vogliono accreditarsi come interlocutori indispensabili per il dibattito politico interno e, dunque, per il futuro del Paese.

In che contesto è maturato l’omicidio?

È probabile che l’uccisione di Mohammed Eshtewi, favorevole agli accordi, vicino a Fajez al-Serraj e che spesso si è detto propenso al dialogo con Haftar, sia stata perpetrata da gruppi contrari alle sue posizioni all’interno delle varie fazioni di Misurata, città nevralgica per gli equilibri del Paese e possibile ago della bilancia per il risultato delle future elezioni libiche. Possiamo comunque considerare anche altre ipotesi, come ad esempio gruppi vicini ad Haftar. Ma la prima tesi mi sembra la più probabile.

Eshtewi tornava da un viaggio da Istanbul quando è stato rapito e ucciso. Che rapporti ci sono tra la Libia e la Turchia?

La Turchia ha sempre appoggiato il governo di Tripoli. La visita di Eshtewi ad Instanbul era forse finalizzata a rafforzare i rapporti tra Ankara e le fazioni di Misurata fedeli a Serraj, anche in vista delle elezioni del 2018. La chiave di volta sono proprio queste elezioni . Non è un caso che alcuni giorni fa il redivivo Saif al Islam Gheddafi, il figlio dell’ex rais libico, abbia dichiarato di volersi candidare. Il panorama è dunque piuttosto composito e instabile e la comunità internazionale, che fin qui sembra appoggiare unanimemente i tentativi di mediazione dell’Inviato Onu Ghassan Salamè, dovrà lavorare ancora moltissimo per trovare un accordo comune per le elezioni nazionali.

Come si porranno gli organi internazionali di fronte a questo delitto?

Questo omicidio è un segnale politico forte non solo per Serraj ma anche per l’Onu. Salamè si è speso molto per un dialogo inclusivo con molti gruppi locali e ora deve fronteggiare questa sorta di “strategia della tensione” , operata da alcuni attori del territorio , che ha visto una decisa escalation in questi ultimi giorni. Questo omicidio politico è utile a tutti quei gruppi locali (probabilmente esclusi dalle trattative politiche) che vogliono accrescere ulteriormente il livello della tensione per far saltare il possibile dialogo. Letta da questa prospettiva, la barbara uccisione del sindaco di Misurata è un ulteriore ostacolo per la pacificazione della Libia e per l’operato dell’Onu.

E la posizione dell’Italia?

Misurata è una città che ha forti legami con l’Italia. Qui dal 2016 abbiamo dato il via alla missione Ippocrate: 300 uomini e un ospedale da campo proprio a sostegno delle milizie di Misurata che avevano combattuto per sconfiggere l’Isis a Sirte. La missione è a tutt’oggi operativa e la presenza dei militari italiani è chiaramente un segnale del nostro sostegno politico alla città e dunque al suo sindaco che, come il governo italiano, sosteneva la necessità di un dialogo politico inclusivo in Libia. Non c’è dubbio, dunque, che questo omicidio e le sue possibili conseguenze ci riguardano da vicino.

1567.- Paolo Sensini: “Gheddafi poteva emettere il Dinaro d’Oro”

Libia, un caos totale su cui leggiamo il punto fatto da Paolo Sensini, saggista, storico e analista di geopolitica, autore, fra gli altri, del libro “Libia”.

di Maurizio Blondet
8.12.2017

Tatiana Santi

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La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.

Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

Gli interessi economici dei Paesi occidentali e le immense risorse di petrolio furono le principali cause di quella guerra che segnò l’inizio di un disastro degenerato fino ai giorni nostri. Oggi i riflettori della stampa sono puntati sul dramma dei migranti trattenuti e torturati in Libia, scenario sempre più complesso dove a scontrarsi sono gli interessi dell’Italia e dei suoi “alleati” occidentali. Quali sono le possibili soluzioni della crisi libica? Qual è il ruolo della Russia in questo contesto? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Paolo Sensini, storico, analista geopolitico e autore del saggio “Libia. Da colonia italiana a colonia globale”.

— Il dossier libico è di un’importanza cruciale per l’Italia. Paolo, qual è il ruolo di Roma e qual è la posta in gioco in questo scenario?

— La posta in gioco è molto alta, perché con la guerra del 2011 l’Italia si è giocata il rapporto con il Paese più importante del Nord Africa, fra i più grandi produttori di petrolio dell’intero continente africano. A seguito di quel disastro, causato in primis dai francesi congiuntamente a Gran Bretagna e Stati Uniti è iniziata una catastrofe economica, sociale e politica che si è protratta fino ad oggi. Il Paese è stato lasciato nel completo caos con brandelli di governi che si contendono diverse parti della Libia. Tutto ciò con un afflusso di centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione da quando è crollato il Paese nel 2011 verso le coste italiane.

Durante il 2011 avevo già dato un contributo con il libro “Libia 2011” in seguito ad un viaggio che feci con una delegazione internazionale in Libia. Nel 2011 ricorreva il 150-simo anniversario dell’Unità d’Italia e il 100-simo anniversario dell’occupazione italiana delle due province, la Cirenaica e la Tripolitania.

Ho scritto “Libia da colonia italiana a colonia globale” perché mi sembrava fondamentale capire la storia di quel Paese. Oltre all’aspetto storico parlo dello sviluppo e delle componenti religiose in particolare della Sanusiyya, la branca islamica della Libia molto estremista, per certi versi assimilabile ai wahabiti, perché anche loro sono letteralisti. Proprio loro sono stati i protagonisti della rivolta che i media occidentali ci spacciavano per rivolta democratica. Queste persone in realtà hanno gettato nel più completo caos il Paese. Ho cercato di chiarire questi aspetti che sono poco conosciuti e di entrare nel merito delle vere ragioni che hanno scatenato quel conflitto, in particolare da parte della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. I Paesi del Golfo hanno contribuito non solo con soldi e mezzi, ma anche con l’informazione, pensiamo ad al Arabiya e al Jazeera. Parliamo di una vera info war nei confronti della Libia. Essendo stato lì di persona ho potuto rendermi conto, parlando con le autorità, di ciò che era avvenuto.

— In Libia si scontrano gli interessi di più Paesi, frenando la soluzione della crisi alla fin fine. Qual è il gioco condotto dagli “alleati” dell’Italia?

— A noi era stato raccontato durante quel periodo che si interveniva perché c’erano le fosse comuni, si rievocava un immaginario che sconvolgeva la gente, quindi si giustificava un intervento militare anche dell’Italia. L’Italia è un Paese che nel 2009 firmò un trattato con la Libia con cui c’era un’amicizia e cooperazione. Questo trattato addirittura contemplava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Libia qualora essa fosse stata attaccata da qualcuno. Poi sappiamo com’è andata, anche l’Italia ha partecipato a bombardarla…

Perché la Francia è intervenuta in quel modo? Le ragioni sono il fulcro del problema. La Libia, in particolare Gheddafi, aveva un grave torto a loro avviso: Gheddafi era l’artefice principale dell’introduzione in Africa del dinaro d’oro, un tentativo cioè di un ridisegno dell’assetto monetario del continente africano. Si introduceva una moneta tangibile che metteva fine al saccheggio delle enormi materie prime africane pagate con carta straccia: gli americani col dollaro e soprattutto i Paesi dell’area del Sahel, ex colonie dell’Impero francese, che contrattavano con il franco CFA, moneta battuta da Parigi. Introdurre quindi il dinaro d’oro minacciava di eliminare il franco e il dollaro.

— Questo ha scatenato uno tsunami, Gheddafi fu indicato come un nemico esistenziale degli asset finanziari africani. Le e-mail diffuse da Wikileaks fra Sidney Blumenthal e la Clinton hanno confermato questo fatto epocale. Seppure Gheddafi pagò la campagna elettorale a Sarkozy nel 2007, la Francia intervenne molto attivamente, la ragione del conflitto fu il desiderio di impossessarsi del petrolio e di scalzare l’Eni sostituendola con la Total. Togliere di mezzo Gheddafi, che era incontrollabile per questi Paesi, era un fatto importante.

— Per quanto riguarda i possibili scenari per la Libia, credi che siano fattibili delle elezioni?

— La vedo molto difficile attualmente perché il quadro politico vede dei rappresentanti come al Serraj, che è un personaggio messo dagli stessi attori che hanno distrutto la Libia, cioè le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza. Chi ha organizzato il bombardamento della Libia sono gli stessi che oggi hanno inserito al Serraj. Dall’altro lato c’è Khalifa Haftar, un personaggio sicuramente più rappresentativo e più forte da un punto di vista militare. Neanche lui gode però di grande popolarità. È una situazione dove c’è un vuoto di potere.

Una soluzione, molto complessa, che potrebbe garantire a mio avviso il futuro della Libia, sarebbe provare a rimettere in gioco Saif al Islam, il figlio di Gheddafi, personaggio ben posizionato prima del crollo, il quale cercò un’apertura con l’Occidente. È stato imprigionato per molto tempo e liberato di recente. È una strada tutta in salita, ma l’unica che potrebbe avere, secondo me, un risultato in una situazione complessissima.

— Qual è il ruolo della Russia in Libia dal punto di vista della partita diplomatica fra Haftar e Serraj?

© SPUTNIK.

Libia: prima e dopo Gheddafi

— Secondo il mio punto di vista la Russia ha giocato molto bene le sue carte. Ammaestrata dalla vicenda siriana, dove è intervenuta a fine settembre 2015, di fatto salvando un Paese dalla devastazione dei takfiri, sta giocando nel modo più intelligente possibile la sua partita nel Mediterraneo. Con gli accordi fra Haftar e Serraj e il tentativo di mediazione anche con l’Egitto, la Russia sta facendo un’opera molto importante cercando di tenere insieme i pezzi.

Mosca ovviamente fa la propria politica nel Mediterraneo, cerca di mediare delle situazioni, che gli americani avevano esasperato fino al disastro. L’abbiamo visto con le primavere arabe, dobbiamo ringraziare la signora Hillary per questo. Proprio questi giorni Putin ha dichiarato che la Siria è stata quasi integralmente bonificata, l’ISIS è stato quasi tutto debellato salvo qualche sacca. Da una parte vediamo l’importanza dell’intervento russo, d’altro canto vediamo che, pacificatasi la situazione, Israele attraverso i bombardamenti verso la Siria continua a creare una tensione pericolosa.

Qui sotto, la mail del 4 aprile 2011 che rivela l’allarme di Usa e Parigi per la possibile creazione, da parte di Gheddafi, del “dinaro-oro”.

(Sidney Blumenthal è un dirigente della Clinton Foundation e assistente di Bill e Hillary.)

FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

From: Sidney Blumenthal To: Hillary Clinton Date: 2011-04-02 02:00

Subject: FRANCE’S CLIENT & QADDAFI’S GOLD

UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 RELEASE IN FULL CONFIDENTIAL April 2, 2011 For: Hillary From: Sid Re: France’s client & Qaddafi’s gold 1. A high ranking official on the National Libyan Council states that factions have developed within it. In part this reflects the cultivation by France in particular of clients among the rebels. General Abdelfateh Younis is the leading figure closest to the French, who are believed to have made payments of an unknown amount to him. Younis has told others on the NLC that the French have promised they will provide military trainers and arms. So far the men and materiel have not made an appearance. Instead, a few “risk assessment analysts” wielding clipboards have come and gone. Jabril, Jalil and others are impatient. It is understood that France has clear economic interests at stake. Sarkozy’s occasional emissary, the intellectual self-promoter Bernard Henri-Levy, is considered by those in the NLC who have dealt with him as a semi-useful, semi joke figure. 2. Rumors swept the NLC upper echelon this week that Qaddafi may be dead or maybe not. 3. Qaddafi has nearly bottomless financial resources to continue indefinitely, according to the latest report we have received: On April 2, 2011 sources with access to advisors to Saif al-Islam Qaddafi stated in strictest confidence that while the freezing of Libya’s foreign bank accounts presents Muammar Qaddafi with serious challenges, his ability to equip and maintain his armed forces and intelligence services remains intact. According to sensitive information available to this these individuals, Qaddafi’s government holds 143 tons of gold, and a similar amount in silver. During late March, 2011 these stocks were moved to SABHA (south west in the direction of the Libyan border with Niger and Chad); taken from the vaults of the Libyan Central Bank in Tripoli. This gold was accumulated prior to the current rebellion and was intended to be used to establish a pan-African currency based on the Libyan golden Dinar. This plan was designed to provide , the Francophone African Countries with an alternative to the French franc (CFA). (Source Comment: According to knowledgeable individuals this quantity of gold and silver is valued at more than $7 billion. French intelligence officers discovered this plan shortly after the current rebellion began, and this was one of the factors that influenced President Nicolas UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05785522 Date: 01/07/2016 Sarkozy’s decision to commit France to the attack on Libya. According to these individuals Sarkozy’s plans are driven by the following issues: a.A desire to gain a greater share of Libya oil production, b. Increase French influence in North Africa, c.Improve his internal political situation in France, d. Provide the French military with an opportunity to reassert its position in the world, e.Address the concern of his advisors over Qaddafi’s long term plans to supplant France as the dominant power in,Francophone Africa. ) On the afternoon of April 1, an individual with access to the National Libyan Council (NLC) stated in private that senior officials of the NLC believe that the rebel military forces are beginning to show signs of improved discipline and fighting spirit under some of the new military commanders, including Colonel Khalifha Haftar, the former commander of the anti- Qaddafi forces in the Libyan National Army (LNA). According to these sources, units defecting from Qaddafi’s force are also taking a greater role in the fighting on behalf of the rebels.

1519.- LE ULTIME MOSSE DEL GENERALE HAFTAR IN LIBIA

++ Libia: Farnesina, 4 italiani rapiti a Mellitah ++

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I terminal libici di Mellitah sono usciti dal controllo del clan armato Dabbashi e finiti in mano a una mini-coalizione di milizie guidata da una che va sotto il nome di “Operations Room”. Gli scontri, che hanno coinvolto anche l’area di Sabratha (sempre nell’ovest libico), sono durati tre settimane e si sono risolti, almeno momentaneamente, in questi ultimi due giorni.

Perché interessa all’Italia

Per l’Italia ci sono diverse questioni da registrare come “interesse nazionale”. Mellitah è il luogo dove ha sede l’hub dell’Eni in Libia, e la famiglia Dabbashi era quella che dal 2015 garantiva la sicurezza dell’impianto, secondo un accordo tra privati stretto dalla società italiana e il gruppo libico. Per il momento un comunicato ufficiale dal terminal dice che i lavori all’impianto continueranno perché la sua funzione è cruciale. Inoltre la brigata del Martire Anas al Dabbashi (questo il nome completo) è una delle due milizie (l’altra si chiama Brigata 48) con cui il ministero dell’Interno di Roma ha chiuso ad agosto l’intesa per il controllo del traffico di migranti, che vede a Sabratha un rubinetto nevralgico per le rotte mediterranee; con i vertici dell’unità armata si sarebbero incontrati uomini dell’intelligence italiana per preparare i dettagli operativi del piano. Per chiudere il giro, Operations Room, il principale gruppo armato che ha scacciato i Dabbashi, è collegata apertamente al maresciallo di campo Khalifa Haftar, uomo simbolo dell’opposizione al processo onusiano sponsorizzato anche dall’Italia, che consiste nel creare un governo di unità nazionale guidato da un wannabe premier, Fayez Serraj.

I Dabbashi, la Libia

I Dabbashi sono un gruppo non irreprensibile: li guidano due fratelli che un tempo, prima di essere inglobati dal ministro dell’Interno Marco Minniti nel suo ambizioso piano libico (di controllo dell’immigrazione, e forse di stabilizzazione) erano parte del problema, perché facevano i trafficanti. Fonti locali di un’inchiesta dell’Associated Press li definiscono “i re dei migranti a Sabratha” (questo genere di intrecci non è una rarità in Libia: per esempio, un report dell’Onu uscito pochi mesi fa dice che l’attuale capo dei miliziani riciclati come guardia costiera libica non è altro che un ex capo clan che un tempo faceva il trafficante). Sempre sui Dabbashi: secondo Daniele Raineri del Foglio, un ex membro della famiglia che controllava Sabratha era anche diventato il capo dello Stato islamico locale con il kunya “Abu Maria” – ossia fu colui che, baghdadista discreto come erano quelli di Sabratha, guidò le operazioni di sequestro dei quattro tecnici italiani, di cui due rimasero uccisi a marzo dello scorso anno durante le fasi di liberazione e spostamento. Spiega Raineri su Facebook: “Questo non vuol dire che ci fosse complicità, ma è interessante: dentro lo stesso clan e nella stessa piccola città ci sono sia forze di sicurezza (fedeli a Serraj, ndr) sia uomini dello Stato islamico”.

Che ne sarà del piano Minniti?

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Se salta Sabratha, salta anche il piano Minniti? Alla domanda forse è presto per rispondere, ma c’è la possibilità che l’Italia ricicli il tutto spostandolo sotto l’egida di Haftar. Il capo dell’Operations Room, Omar Abduljaleel, ha ovviamente già dato la sua disponibilità in una dichiarazione alla Reuters. Da qualche settimana, i contatti andata e ritorno da tempo aperti tra Roma e Bengasi (roccaforte del generalissimo cirenaico) si sono intensificati (e con loro i collegamenti con la Francia). Il 26 settembre il libico, che ha spalle coperte da Russia ed Egitto, era a Roma: ha avuto incontri con i ministri di Interni e Difesa, e pare con funzionari dei servizi. Sul tavolo immigrazione e Mellitah, e forse Haftar è un’exit strategy a cui l’Italia si trova costretta ora più che mai che i suoi hanno spazzato via i partner di Roma da Sabratha. Come molte cose in Libia, c’è un livello di complicazione ulteriore: l’Ops Room in passato aveva dichiarato il suo appoggio a Serraj, ora Haftar dice che gli è fedele (e gli è fedele anche il battaglione Al Wadi, un gruppo armato salfita che da tempo sta aumentando la sua influenza a Sabratha, in contrasto con le iniziative di Serraj). C’è chi crede che l’inizio degli scontri a Sabratha sia da collegarsi a gelosie locali, esplose dopo che l’Italia ha stretto contatti e accordi con i Dabbashi sull’immigrazione, facendoli diventare il braccio armato della legittimazione internazionale a Tripoli – cosa che Haftar detesta.

DI EMANUELE ROSSI

1518.- Armi, jihad, migranti: la Libia è un inferno (e qualsiasi accordo è inutile)

Libia

Cinque anni dopo l’inizio della rivoluzione che avrebbe portato alla guerra contro Gheddafi, la Libia è nel caos.

In un report del Consiglio di Sicurezza Onu si spiega che la Libia è un caos ingovernabile. Ecco perché qualsiasi accordo con loro, a cominciare dalla questione migranti, è destinato al fallimento

1516.- LIBIA. INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’ALTO CONSILIO DI STATO LIBICO, ABDURRAHMAN SEWEHLI

a cura di Vanessa Tomassini –

L’ Alto consiglio di Stato libico, noto anche come Supremo consiglio di Stato, è un’assemblea legislativa equiparabile al nostro Senato della Repubblica, costituito ai sensi dell’Accordo politico libico che è stato firmato a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre 2015. La sua formazione è stata voluta dalle Nazioni Unite per cercare di porre fine agli scontri tra le principali fazioni del Paese, per questo è in grado di consigliare sia il Governo di Accordo Nazionale, sia la Camera dei Rappresentanti e può esprimere, in determinate circostanze, un’opinione vincolante su queste istituzioni. Come abbiamo ampiamente documentato, oltre al problema dell’immigrazione la Libia è quotidianamente teatro di crimini di guerra. Per cercare di fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Abdurrahman Sewehli.

– La Libia è stata recentemente sconvolta da crimini di guerra (al-Abyar, Derna e Wearshefana): come procedono le indagini? Sono stati individuati sospetti?
Sfortunatamente, in assenza di un vero governo di unità nazionale che abbia la volontà e i mezzi per condurre tale indagine, un’azione credibile in questo settore cruciale continuerà a essere un compito impegnativo nel migliore dei casi”.

– Lei ha rimproverato l’ambasciatore libico alle Nazioni Unite per non aver parlato di questi massacri. Crede davvero che i tribunali libici non siano in grado di investigare autonomamente?
È ovvio che il sistema giudiziario libico deve rafforzarsi perché possa svolgere i suoi compiti in modo efficace, equo e trasparente a livello nazionale. Per quanto riguarda i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, abbiamo bisogno dell’aiuto del Consiglio di sicurezza Onu e della Cpi per prevenire l’insorgere di un clima di impunità”.

– La città di Wearshefana è stata recentemente attaccata dalle forze di al-Juwaily. Come vede l’Alto consiglio di Stato quest’operazione?
Mentre la grande maggioranza delle persone in Wearshefana sono cittadini rispettosi della legge, è anche vero che essa abbia fatto da rifugio per le bande criminali. Per anni queste bande hanno sottoposto i viaggiatori sulla principale strada costiera che collega Tripoli con altre città, villaggi e la Tunisia con la parte ovest della capitale, a furti con armi da fuoco, sequestri di auto, sequestri di persona, estorsioni ed omicidi all’ordine del giorno. I cittadini hanno chiesto che venga messa fine a questa illegalità. Tuttavia ciò è responsabilità delle istituzioni statali legittime e in un modo completamente coerente con il rispetto dei diritti umani, delle leggi sui conflitti armati e la protezione dei civili“.

– Il generale Khalifa Haftar è considerato responsabile dell’attacco al vice ministro dell’Interno di Tripoli. Cosa ne pensa?
Più di ogni altra cosa l’attacco di Haftar al vice ministro del Governo di Accordo Nazionale (GNA), è un segno di debolezza e dovrebbe servire come campanello d’allarme per quelle parti che, incautamente, cercano di costruire (l’immagine ndr.) di Haftar come di un partito indispensabile per portare la pace in Libia. È interessante notare che non abbiamo sentito un sussurro da questi Paesi, che proclamano di sostenere il GNA, per quanto riguarda questo e altri incidenti simili“.

– Haftar è anche accusato di molti crimini di guerra e la Corte Penale Internazionale ha chiesto la consegna del comandante al-Werfali. Perché Tobruk continua a non consegnare quest’ultimo comandante?
In risposta al mandato della Cpi, l’esercito di Haftar ha detto il 18 agosto, ‘Werfalli, è sotto inchiesta … ed è ora in arresto’. Tuttavia, il procuratore della CPI ha dichiarato il 9 novembre che il suo ufficio ‘ha ricevuto rapporti che indicano che il signor al-Werfalli è in libertà e potrebbe essere stato coinvolto in ulteriori uccisioni’. Ha esortato Haftar a garantire ‘l’immediato trasferimento del signor al-Werfalli alle autorità libiche affinché possa essere consegnato alla Corte senza indugio’. La domanda rimane se Haftar, essendo il comandante di Werfalli, rischierebbe di consegnarlo alla Icc (Cpi) sapendo che lui stesso potrebbe essere perseguito, vista la sua responsabilità di comando, sia sotto la dottrina della CPI sia sotto la legge statunitense sui crimini di guerra come cittadino americano“.

-La Camera dei Rappresentanti ha aperto il processo politico agli ex esponenti del regime Gheddafi. Qual è la posizione dell’Alto Consiglio di Stato su di loro? Cosa ne pensa di un ritorno nella politica del figlio preferito del rais, Saif al-Islam?
Suppongo che si riferisca alla legge n. 6 sull’amnistia generale approvata dalla Camera dei Rappresentanti nel 2015. Questa legge è soggetta a revisione ai sensi dell’articolo 62 (Accordo politico libico) o della cancellazione ai sensi dell’articolo 14 delle disposizioni aggiuntive dell’accordo. I libici accolgono tutti coloro che desiderano unirsi e partecipare alla costruzione di una Libia libera e democratica. Molti del vecchio regime hanno infatti aderito e ora detengono posizioni ministeriali e posizioni militari di alto livello. Tuttavia Saif al-Islam e altri che desiderano riportare la Libia alla dittatura e al culto della personalità devono essere informati che non sono i benvenuti. Hanno anche a che fare con i mandati di cattura dell’Icc e con i procedimenti giudiziari libici“.

-In aggiunta ai crimini di guerra, ci sono state molte morti di migranti che cercano di raggiungere le coste italiane. Cosa stai facendo per fermare questi massacri? Come valuta la politica del governo italiano?
Crimini di guerra, abusi e morte di migranti e altri problemi sono essenzialmente il risultato della mancanza di una soluzione politica e quindi della mancanza di uno stato di diritto e di una governance. Ciò che è necessario e su cui stiamo lavorando è un accordo politico giusto, efficace e applicabile. Tuttavia il raggiungimento di tale accordo richiede una partnership tra partiti nazionali all’interno di un processo politico di proprietà libica. Richiede inoltre che la comunità internazionale assuma una posizione inequivocabile riguardo agli spoiler, indipendentemente dal fatto che siano individui o nazioni. Per quanto riguarda l’Italia, riteniamo che sia stato un partecipante affidabile e attivo ad aiutare la Libia a raggiungere la stabilità e ad apportare un certo realismo ed equilibrio alla visione della comunità internazionale della situazione“.

-Vuole aggiungere qualcosa?
Abbiamo raggiunto un bivio cruciale nella ricerca di una soluzione politica. Le condizioni sono mature e le parti dell’accordo sono più che mai vicine al raggiungimento del consenso. Abbiamo fatto alcuni progressi nei colloqui in Tunisia e il signor Salamé ha presentato una proposta, alla quale il Consiglio di Stato ha risposto positivamente. Contribuire a questi promettenti sviluppi è una proposta di un gruppo della Camera dei Rappresentanti e membri dell’Alto Consiglio di Stato, nonché un’altra proposta riguardante le elezioni. L’ingrediente mancante che spingerà il processo oltre il traguardo è il consenso internazionale su una posizione chiara e ferma contro le parti nazionali, regionali e internazionali che stanno tentando di ostacolare il processo“.

1507.- SUI “MERCATI DI SCHIAVI” SCOPERTI DA CNN A TRIPOLI. DUE O TRE COSE CHE SI SANNO.

La seconda puntata di Maurizio Blondet sulla evoluzione in atto a Tripoli. Come seguito alle “rivelazioni” CNN sui”mercati degli schiavi” a Tripoli, posso confermare che sono in corso manovre  intricatissime  per scalzare l’influenza italiana  sulle kabile e le mafie della  zona di Tripoli,  apparentemente nel  quadro di una potente riconferma  anglo ed europea dello pseudo-governo  di As-Serraj, che non conta niente ed è in mano alle sue diverse milizie che controllano qualche pezzo del territorio (specie del porto di Tripoli,  che riceve vari tipi di “importazioni” illegali, armi e droga, più che gestire il traffico di   neri).

Il segnale del cambiamento: è l’arresto, da parte di una delle milizie che graziosamente appoggiano As-Serraj, di Giulio Lolli. Chi è? Un personaggio  molto noto a Rimini, e  alla stampa locale,  padrone di un fallito cantiere, la “ di Rimini Yacht, società che vendeva barche di lusso e che è fallita portandosi dietro un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto importanti esponenti della Guardia di finanza, finanzieri legati alla P3”. Latitante da sette anni, perseguito da un mandato di cattura internazionale, viene descritto da Rimini.2.0  come “un uomo sempre intento a trafficare, tanto con le ONG quanto con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Giulio Lolli in due delle sue incarnazioni

Esperto uomo di mare, Giulio Lolli “in  Libia, dopo aver partecipato alla rivolta (contro Gheddafi), era diventato uno dei luogotenenti delle forze speciali di sicurezza marittima del porto di Tripoli, guidate dal comandante Taha El Musrati, col compito dichiarato di fermare gli scafisti.

“Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati. La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazioni”

Inoltre, “Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’esh, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte”.

“La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto”.

A parlare così è Sergio Bianchi, direttore di Agenfor International. Cosa  c’entra Agenfor,   che un’agenzia di “formazione” professionale? Presto detto: gestisce la rete europea RAN (Radicalisation Awareness Network) che ha il compito di prevenire la radicalizzazione in Europa. Bianchi è “l’esperto italiano della rete europea RAN,  fra l’altro lavora per il Ministero di Giustizia italiano – DAP-Triveneto, ed è l’esperto italiano e si occupa da anni di Medio Oriente e Mediterraneo in chiave geopolitica e di sicurezza”.  Insomma uno che “forma” con insegnanti anche italiani in Libia,  contro la radicalizzazione. Con  fondi europei? Non sappiamo.

https://www.riminiduepuntozero.it/esclusivo-sara-estradato-non-gratis-giulio-lolli-visto-vicino-nelle-sue-ultime-peripezie/

Sia come sia, Enzi Bianchi sa benissimo quale “polizia” ha arrestato l’italiano Lolli:

“E’  stato arrestato da Rada, ossia  dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali”.

Apprendiamo anche che questo caporione di milizia di nome Kara  (milizia dalla quale la sopravvivenza di As-Serraj dipende) “in questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi”.

Vedete   la coincidenza? Gli inglesi – che hanno appena riaperto l’ambasciata a Tripoli, e hanno assoldato Kara e la sua banda, e l’italiano è stato arrestato da Kara. “Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo”, profetizza Bianchi, che aggiunge: “Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione”.

Non serve più,  Lolli. Soprattutto perché prima a  Tripoli avevano ambasciate aperte solo Italia  e Turchia, mentre oggi dietro agli inglesi stanno per riaprire gli olandesi. Non solo: è già di nuovo sul posto lo UNISMIL  – che è la

Missione di supporto dell’ONU in Libia (Dio scampi) la quale  ha giusto giusto cominciato, l’11 novembre, gli “addestramenti in risoluzione dei conflitti”  a non meglio identificate “organizzazioni della società  civile libica”.  Seconda, sta per arrivare anche la EUBAM, in neolingua “La missione UE di assistenza alla Libia nei confini”, ossia nella gestione dei confini, insomma meglio: insomma, sarà la UE a impancarsi della faccenda, in  accordo  con le milizie  di gangster  che sostengono  il governicchio As-Serraj .  Lo farà sicuramente meglio di Minniti: vedrete che la CNN non  dovrà più fare clamorosi  servizi falsi sui mercati degli schiavi a Tripoli. Si tratta di pompare Serraj contro    Haftar, ossia contrastare l’influenza di Mosca e dell’Egitto. Nessuno lamenterà più la brutalità dei libici sui negri..

Anche perché, spiega il sempre informatissimo Bianchi dell’Agenfor,   la gestione dei migranti  “è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

Esiste dunque un Ministero dell’Interno di As-Serraj! Il quale vuole essere il solo ad accordarsi con inglesi ed eurocrati. Sicuramente non gratis.

Saapiamo dalla moglie libica di  Lolli,  intervistata dal  Resto del Carlino, che non solo suo marito è stato arrestato   dai miliziani di Rada: “Negli ultmi tempi so che altri italiani sono stati arrestati, soprattutto insegnanti».

http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/giulio-lolli-1.3514607

Insegnanti. Soprattutto. Il segno  di un cambiamento di protettori internazionali che la cosca Serraj ha  scelto? Non chiedete al vostro  cronista, che sa pochissimo.

1506.- ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis”.Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

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ESCLUSIVO “Sarà estradato, ma non gratis…”: Giulio Lolli visto da vicino nelle sue ultime peripezie

Sempre intento ai traffici, pure con le ONG, ma anche eroico contro l’ISIS a Sirte e romantico a Tripoli, bel suol d‘amore: ecco che cosa ha combinato negli ultimi tempi, prima dell’arresto, il truffatore degli yacht ricercato dalla procura di Rimini.

Intervista esclusiva a Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International.

Un uomo sempre intento a trafficare, sia con le ONG sia con le varie consorterie che si contendono il potere in Libia. Ma anche un uomo coraggioso e a suo modo eroico nei combattimenti contro l’ISIS. Oltre agli affari, un matrimonio sfarzoso nato nell’ambito delle amicizie con le forze di Misurata. Il tutto sullo sfondo del dramma dell’immigrazione selvaggia, un vero e proprio business per i libici, e senza aver mai imparato l’arabo.

Parliamo di Giulio Lolli, il “principe”delle truffe degli yacht,la cui corsa sembra essere terminata qualche giorno fa. Ne abbiamo parlato con Sergio Bianchi, direttore di AGENFOR International, esperto di Medio Oriente e Mediterraneo (qui una sua intervista sul pericolo della radicalizzazione islamica), che rivela a Riminiduepuntozeroquale sia stato il ruolo border-line dell’uomo tanto ricercato dalla Procura di Rimini con un mandato d’arresto internazionale. Un’intervista con alcuni dettagli inediti e sorprendenti.

Dottor Bianchi, l’arresto di Giulio Lolli del 29 ottobre è andato come lo hanno raccontato i giornali? Un’operazione delle forze speciali libiche senza fornire spiegazioni?
“Sì, Lolli è stato arrestato da Rada (la Forza Speciale di Deterrenza, ndr) a casa sua, un quartiere della Tripoli bene sul mare, dalla brigata antiterrorismo che fa capo a Kara (Abdel Rauf Kara, ndr), uno dei leader salafiti alleati del Governo di As-Sarraj, che conta al suo attivo circa un migliaio di combattenti, oggi sotto l’ombrello del Ministero degli Interni. Kara controlla alcune delle più importanti infrastrutture di Tripoli, fra cui l’aeroporto, e dispone di numerose prigioni illegali, fuori dal controllo della Procura e del Ministero di Giustizia. E’ un personaggio molto potente, che traffica sia con il governo legittimo che con Heftar, il dittatorello della Cirenaica. La sua brigata si occupa di spionaggio, anti-terrorismo, contrasto al crimine organizzato, con particolare attenzione alla droga ed al riciclaggio di denaro”.

Qual è l’effettivo ruolo giocato da Lolli al tempo delle rivolte interne anti-Gheddafi?
“Lolli ha giocato un ruolo molto marginale durante la rivolta, anche se si è agganciato ai ribelli dopo essere scappato dalla prigione di ‘Ayn Zara per sopravvivere nel caos libico. Consideri che non ha mai imparato l’arabo. Lolli, in effetti, ha collaborato con varie brigate in momenti differenti dal 2011 ad oggi. Più di recente ha combattuto a Sirte nella lotta contro Da’ish, dove con il suo barchino, sfidando le cannonate con grande coraggio, andava a prendere i feriti e li portava a Misurata, al riparo, o portava equipaggiamenti ai combattenti da Misurata alle aree libere di Sirte. Ovviamente, Lolli ha cercato fin da subito dopo la caduta di Gheddafi protettori politici e militari, considerata la sua situazione legale e il ‘red tag’ Interpol. Il suo maggior interesse di medio termine era avere un riconoscimento libico e documenti per potersi muovere, quello immediato di avere protettori che garantissero per lui in caso di rapimenti o conflitti. Dopo varie peripezie ha trovato l’appoggio delle brigate di Tajuri, militanti del quartiere di Suq al-Jum’ah più vicini alle forze di Misurata più che as-Sarraj, soprattutto nella componente guidata da Taha Misrati, un comandante militare che ha occupato una larga parte del porto di Tripoli, fino quasi ai confini della base di Abu Sitta, cioè il comando di as-Sarraj. Il suo matrimonio è stato patrocinato in questo ambito, anche se certamente il fascino della moglie non è secondario per un cacciatore di donne come Lolli.
Inoltre, Lolli era uno dei pochissimi che capisse di barche e fosse in grado di guidarne e gestirne una e dunque serviva alle milizie che si erano trovate a capo del porto senza alcuna esperienza e con mezzi scassati.

La sua Katibah (unità combattente, ndr) lo ha anche usato in alcune operazioni anti-immigrazione, prima che la sua imbarcazione si rompesse, ma più in formato promozionale che altro, visto che i profughi non partono da Tripoli.

Il porto di Tripoli non serve per l’immigrazione, bensì per i loschi traffici attorno alle lettere di credito in dollari, ed alle finte importazioni per arricchire la classe predatoria oggi al potere.
Il problema è che Lolli mescola sempre questi problemi, che sono di natura militare e politica, con questioni di business e ha cercato di accreditarsi in un gioco più grande di lui anche questa volta. Solo che la Libia non è l’Italia. Pertanto si è lanciato in spericolate operazioni per ottenere fondi dai donatori internazionali nella lotta anti-immigrazione, distribuendo ovunque (soprattutto a giornalisti ed ONG europee) piani d’azione immaginari e fantasiosi, riparare due imbarcazioni ferme nel porto di Tripoli con ricambi e personale provenienti dall’Italia – e da Rimini, lui che è un latitante –e in altre attività del suo amato lavoro di importatore di barche a vantaggio di ‘autorità’ di Misurata e altri. Non sempre questi affari, così complessi, vanno a buon fine e, soprattutto, mescolare business e impegno militante nella Libia di oggi è pericoloso, soprattutto quando il tuo protettore è caduto in disgrazia per un nuovo giro di giostra nel complesso meccanismo di alleanze fra milizie.”

Fra Libia e Italia, oggi a chi fa più comodo la sua detenzione?
“Certamente a Rada. Kara è un negoziatore. In questi giorni sta negoziando l’estradizione del fratello di Salman Abady – il killer di Manchester – alle autorità inglesi. Adesso è il momento buono per la Giustizia italiana di tentare la carta dell’estradizione, anche perché Lolli a breve capirà che le sue coperture, da Misrati a suo cognato, sono saltate e non sono più in grado di proteggerlo.

Inoltre, la mia impressione è che lui fosse a corto di soldi, a dispetto del mito Lolli che circola in Italia, ed avesse un disperato bisogno di mettere a segno qualche colpo per recuperare le spese del matrimonio e di 7 anni di latitanza, che non sono certo gratuiti, considerando gli squali che gli giravano intorno, di qua e di là del mare. In verità ho sempre avuto l’impressione che la Procura di Rimini non abbia fatto bene i conti sulla reale entità della truffa di Lolli alle finanziarie ed alle banche italiane e sanmarinesi.
Paradossalmente, adesso questi fattori potrebbero facilitare l’estradizione, anche nell’interesse del povero Lolli, che non ha ancora capito che si sarebbe dovuto da tempo consegnare alla Guardia di Finanza e scontare la sua pena in Italia.

Queste cose gliele ho dette anche qualche settimana fa, quando ero in Libia per incontri con vari sindaci, ma Lolli si sa com’è fatto….”.

Lolli ha collaborato con le autorità libiche e italiane, in passato o di recente, per combattere scafisti e migrazione clandestina?
“No. Le autorità italiane non si mettono certo a collaborare con un ricercato. E’ una favola anche la sua collaborazione con i servizi segreti, per quanto i libici siano paranoici su questo lato e nel passato più volte lo hanno accusato di essere una spia, non si sa di chi. Quanto alla Libia, la parola autorità al momento è un’iperbole, anche se la sua brigata stava sotto il cappello del Ministero dell’Interno. La Katibah a cui Lolli apparteneva ha partecipato ad alcune limitate attività di contrasto all’immigrazione clandestina, soprattutto al ricovero temporaneo di migranti nel porto, ma questo è il settore di uno specifico gruppo del Ministero dell’Interno libico, che è il DCIM, che non si fa certo sfuggire il business dei migranti – perché tale è per la Libia oggi il dramma dei migranti – a vantaggio degli uomini di Taha Misrati.”

L’Italia chiede la sua estradizione?
“Ovvio. Vi sono anche alcune condizioni positive, perché alcuni uomini chiave della sicurezza italiana adesso giocano un ruolo molto più importante nelle istituzioni europee e inoltre l’Italia è molto forte a Tripoli. Inoltre, la Procura di Rimini dovrebbe avere la collaborazione volontaria dello stesso Lolli, per arrivare ad un risultato positivo in termini relativamente brevi, viste le sue condizioni attuali. Ma non sarà gratis, questo è certo, conoscendo Kara ed i suoi e l’allergia di Lolli per la procura di Rimini. Oggi l’estradizione, se fatta nel modo giusto, è possibile. Le carceri di Kara non sono propriamente i Casetti….”.

1504.- PREPARANO UN INTERVENTO “UMANITARIO” IN LIBIA CONTRO DI NOI?

CNN ha  fatto  un “clamoroso” servizio esclusivo : ha mostrato un mercato degli schiavi in Libia.  I media del giorno dopo hanno battuto la grancassa: intollerabile! Disumano! Protesta dell’UNHCR, delle ONG .   Eccetera.

Il servizio CNN appare falso come giuda. Non perché “mercati”  del genere non esistano  in  Libia, ma perché sicuramente non avvengono in quel modo, come al mercato del pesce. Falsa la indignazione, false le circostanze, false i particolari.  Per esempio si parla di negri denutriti:

Non viene mostrato nessun denutrito. I veri denutriti sono così:

Saida Ahmed Baghili, 18, lies on a bed at the al-Thawra hospital where she receives treatment for severe malnutrition in the Red Sea port city of Hodeidah, Yemen, October 24, 2016. REUTERS/Abduljabbar Zeyad/File photo

Uno  yemenita, ridotto in questo stato insieme a migliaia di connazionali, causa  la guerra che l’Arabia Saudita, l’alleato di Usae Israele ,il modello di democrazia, – con l’aiuto militare di caccia-bombardieri americani e inglesi – ha sferrato contro il paese più debole dell’area, per stroncare la rivolta degli sciiti con il genocidio per fame.

Posto che il servizio CNN è un fake, e che i media occidentalisti lo hanno strombazzato con tanta forza, ci si deve domandare cosa ciò prepara.

  1. Suscitare la compassione pubblica ed ufficiale per far riprendere il flusso dei migranti e ridare il business relativo alle note ONG tanto amate da Soros e dall’UNCHR (di cui ha fatto  parte la Boldrini), nonché dalla Bonino?
  2. Un’iniziativa per mandare a monte gli accordi che Minniti ha stretto con   le bande libiche e che hanno ridotto l flusso di migranti e tagliato il business dei salvataggi alle ONG anglo e tedesche? E’ una situazione che l’ONU ha denunciato già da mesi:  “Alcuni Paesi europei incoraggiano gruppi armati che trattengono chi vuole fuggire”, ha tuonato  l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani  Zeid Ra’ad Hussein.
  3. Un intervento “umanitario” anglo-americano in quella zona della Libia dove l’Italia ha stabilito certe relazioni e  ha interessi che fanno gola ai britannici? Dico britannici perché stranamente, Londra  ha appena riaperto a Tripoli l’ambasciata, ben fornita di tizi alti muscolosi che non sembrano diplomatici. E in coincidenza, è stato “arrestato”  un faccendiere italiano che aveva ottimi rapporti con certe milizie.

La permanenza di un Gentiloni  – tanto amico di Hillary, e tanto nemico dei nostri interessi da  ritirare l’ambasciatore dal Cairo per il caso Regeni –  garantisce che, se l’intenzione  dei nostri alleati  è predatoria, essa andrà a buon fine.  Forse non c’entra niente,  ma inviterei a considerare il crollo in borsa di Leonardo: quella che un tempo sic chiamava Finmeccanica, che è in mano all’azionista pubblico Tesoro per la metà:  certo ha avuto un  periodo  non smagliante la nostra fabbrica di elicotteri, ma non al punto da giustificare un crollo di un quinto del suo valore (oltre il 21%)  in un  giorno solo.  Certo piace molto agli inglesi, o ai francesi? Ai tedeschi?

Terrei d’occhio anche la corte che Renzi fa ad  Emma  Bonino per metterla  nel governo. Non sono certo i voti che porta, questa globalista che ha  approvato tutti gli “interventi umanitari” in Irak e Siria e Libia ,  che quando apre bocca sembra di sentir parlar4e la Cia o l’MI6.

Questo non è un articolo, è un allarme. La situazione è in evoluzione. Alla prossima puntata.

di Maurizio Blondet

1348.- Libia, Haftar: bombarderemo le navi italiane; vice al-Sarraj: missione Italia viola la nostra sovranità. E Putin..

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Altra figura di cacca! Non vorrei essere nei panni dell’ambasciatore Perrone!

Il messaggio sinistro di Haftar segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione alla operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto quasi solo dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica. Tutto questo si consuma al termine della giornata in cui il Parlamento ha dato prova di coesione, con una “maggioranza molto consistente” salutata con favore dal premier Paolo Gentiloni ieri in visita al Coi per un collegamento con i militari impegnati all’estero.

E il presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della missione: “Sappiamo tutti – ha detto – quanto i cittadini italiani si attendano risultati nella lotta dei trafficanti di esseri umani e nel controllo sui flussi migratori irregolari (Se lo sente Soros! ndr). Il contributo delle forze armate in questa direzione è assolutamente strategico e determinante: questa non è certo una missione aggressiva – ha precisato – ma di sostegno alla fragile sovranità di quel Paese”.

Finisce qui il fugace momento di gloria.

Il Ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, è stata costretta a rallentare le operazioni militari per attestarsi su posizioni prudenti. Il pattugliatore d’altura Comandante Borsini, entrato nelle acque libiche il 3 agosto e ormeggiato presso il porto di Tripoli, ora ha o avrebbe ricevuto l’ordine di ritirarsi in acque internazionali rimanendo in attesa. Notizia che non trova riscontri ufficiali da parte italiana. A bordo di nave Borsini è imbarcato il nucleo di ricognizione, costituito da ufficiali del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Squadra Navale, che dovrebbe condurre, congiuntamente con i rappresentanti della Marina e della Guardia Costiera libiche, le necessarie attività di ricognizione e definire le ultime modalità di dettaglio per quanto attiene alle misure di coordinamento della missione navale in supporto e di sostegno dei libici. Per ora, non sarà così. Il Governo, pur minimizzando i rischi, affermando che le fazioni libiche ostili all’Italia non avrebbero la capacità militare per rappresentare una minaccia alle navi da guerra italiane (sic!), sembra attestarsi su posizioni attendiste affermando che le attività di pattugliamento navale in chiave anti-immigrazione saranno effettuate solo su basi di stretta collaborazione con la Guardia costiera e il Governo libico, quello di al-Serraj, che rappresenta la fazione politica libica più debole a rischio di distruzione militare.

Il Governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma non dalla maggioranza dei libici. Anche all’interno dei territori che controlla è forte  l’opposizione che accusa al-Serraj di essere una semplice marionetta della ex potenza coloniale, che abili demagoghi libici associano alle violenze inflitte alla popolazione durante il periodo fascista. Anche l’appoggio ONU si sta progressivamente rimodellando, assecondando il piano francese di una intesa tra al-Serraj e Haftar per creare un Governo di unità nazionale in attesa delle elezionipreviste per il 2018. Solo l’Italia rimane ferma sulla posizione di difesa ad oltranza del Governo di Tripoli considerando, a ragione, pericolosa ogni forma di compromesso con il Generale Haftar, ormai considerato dai libici l’unico uomo forte in grado di unificare la Nazione e riportarla agli antichi splendori.
Haftar può anche accettare una temporanea alleanza con al-Serraj, consapevole che la sua forza militare e il suo prestigio, che sta crescendo tra la popolazione libica- e il sostegno di Francia, Russia, Egitto, Arabia Saudita, costringeranno il leader islamico di Tripoli ad una posizione subalterna e lo condurranno ad una  probabile sconfitta elettorale se, nel 2018, si terranno le elezioni. Il piano francese, ora promosso dalle Nazioni Unite, prevede la fusione dei due eserciti. Un punto rilevante a favore di Haftar è che possiede una forza militare superiore a quella di Tripoli, in grado di controllare il futuro esercito nazionale.

Sfruttando l’onda lunga dell’emergenza migrazione  – dipinta da taluni settori della politica nazionale come una benedizione per il Paese  -, Roma sostiene che il principale compito della sua marina militare è quello di collaborare con le autorità libiche nel fermare le attività degli scafisti e la loro presunta collaborazione con alcune ONG internazionali che agli inizi del duemila hanno preventivamente creato filiali in Italia  -tra esse Save The Children e Medici Senza Frontiere. L’obiettivo che si tende a far passare in subordine è quello di contrastare le azioni francesi in Libia, volte a controllare il Paese chiave del Nord Africa e gestire gli ingenti giacimenti petroliferi e di gas naturale ai danni dell’azienda petrolifera  nazionale, l’ENI.

La strategia francese in chiave anti-italiana è iniziata durante l’Amministrazione Nicolas Sarkozy, quando, nel 2011, è intervenuto nella guerra civile libica offrendo supporto aereo ai ribelli e creando i presupposti per la caduta del Colonnello Muhammar Gheddafi. Senza l’intervento francese il regime di Gheddafi sarebbe riuscito a vincere militarmente le formazioni ribelli e a ripristinare l’ordine in Libia.

L’intervento francese aveva due obiettivi.
Primo obiettivo, impedire il progetto della moneta africana: il dinaro oro, che Gheddafi stava lanciando nell’Africa Occidentale per sostituire, nelle ex colonie africane ancora sotto controllo francese, la moneta unica Franco CFA, creata nel 1947 per controllare le riserve di valuta estera e le finanze dei Paesi africani francofoni. La moneta africana, se fosse stata introdotta grazie alle immense riserve d’oro di Gheddafi, avrebbe trovato il pieno consenso dei Paesi dell’Africa Occidentale, in primis Ciad e Mali, desiderosi di liberarsi dal controllo finanziario di Parigi, studiato per ottenere vantaggi unilaterali e coloniali per l’economia francese impedendo ai Paesi africani la sovranità finanziaria.
Il secondo obiettivo era quello di spezzare il monopolio ENI sugli idrocarburi libici garantito da una stretta alleanza politica economica con il regime Gheddafi. E’ la guerra segreta tra Italia e Francia combattuta in Libia. Una alleanza, rafforzata sotto il Governo Berlusconi, molto proficua per la multinazionale italiana, in quanto Gheddafi non era solo un ottimo fornitore ma anche un importante finanziatore che deteneva il 7% delle azioni ENI e si stava apprestando ad arrivare a quota 10%, offrendo alla azienda italiana finanziamenti in valuta pregiata per avviare nuovi investimenti produttivi non solo in Libia.

La decisione di inviare navi a supporto della navi della Guardia costiera libica, secondo alcuni osservatori qui in Libia, sarebbe una ‘menzogna italiana’, le motivazioni risiederebbero tutte nella politica fagocitante ideata da Parigi e nella necessità di tutelare gli interessi ENI. Nonostante la caotica situazione di guerra civile che perdura nel Paese,  ENI riesce ad assicurarsi ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, come ci ha spiegato Gabriele Iacovino, in una recente intervista a ‘L’Indro. L’accusa di violazione della sovranità libica giunta proprio dall’interno del Governo di Tripoli, alleato dell’Italia, distruggerebbe la presunta collaborazione con le autorità libiche (o con parte di esse), evidenziando una pericolosa spaccatura all’interno degli alleati italiani sulla missione militare tricolore.

Ci manca solo che facciamo a cannonate!

L’opposizione di parte del Governo amico di Tripoli e le minacce militari dell’Esercito Nazionale Libico sotto il controllo del Generale Haftar, sembrano aver di fatto creato le condizioni per l’aborto prematuro della avventura militare italiana che ora vede minati i presupposti per la sua attuazione. Nonostante le rassicurazioni offerte dall’Ambasciatore italiano a Tripoli durante una intervista rilasciata sabato 5 agosto a ‘RaiNews24‘, le navi italiane difficilmente potranno proseguire l’avventura, in quanto l’Esercito italiano non può sostenere il rischio di un conflitto aperto anche solo diplomatico in Libia che potrebbe far perdere gli ultimi giacimenti petroliferi e di gas naturale ancora sotto controllo della ENI. L’azienda  riesce  a creare un interscambio di 2,8 miliardi di euro (dati 2016). Un giro d’affari ben lontano da quelli registrati quando la Libia era sotto il controllo di Gheddafi, allora gli affari Eni in Libia valevano circa 15 miliardi di euro annui.

Intervista Al-Mejbari a tv: ‘Non esprime la volontà del governo d’intesa’. E il pattugliatore d’altura italiano, appena giunto da Augusta, scosta dal molo di Tripoli e lascia in sordina le acque territoriali libiche: “A pucchiacca in mane a ‘e creature!” Elezioni!!!

Schermata 2017-08-09 alle 17.57.36.pngIl vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Fathi Al-Mejbari, prende le distanze dall’autorizzazione data da al Sarraj alla missione navale italiana, che rappresenta “un’infrazione esplicita dell’accordo politico” e delle sue clausole, in particolare quelle relative alla “sovranità della Libia”, e “non esprime la volontà del Consiglio presidenziale del governo di intesa”. Lo riferisce il sito della Tv LibyaChannel.

Il vice presidente del Consiglio presidenziale libico Fathi Al-Mejbari chiede all’Italia “di cessare immediatamente la violazione della sovranità libica” e fa appello alla comunità internazionale e al Consiglio di Sicurezza Onu perchè prendano una posizione sulla missione navale italiana. Stando al sito della Tv LibyaChannel “Al-Mejbari ha anche chiesto alla Lega Araba e all’Unione Africana di esprimersi al riguardo condannando “tale violazione, sostenendo e appoggiando la Libia”.

Le parole di Fathi Mejbari, vice presidente del consiglio presidenziale libico, circa l’asserita violazione della sovranità libica da parte dell’Italia “rientrano nella dinamica di un dibattito interno libico – che l’Italia rispetta pienamente – e non inficiano in alcun modo il rapporto di cooperazione tra i due Paesi”. Lo riferiscono fonti vicine alla Farnesina. Questo rapporto di cooperazione è “mirato a potenziare la lotta contro i trafficanti di esseri umani e a rafforzare la sovranità libica, il tutto all’interno di una cornice giuridica certa”.

Ambasciatore italiano, inutili minacce di Haftar  – Le minacce del generale Khalifa Haftar non fermano la missione italiana in Libia. Ad affermarlo in una intervista al ‘Corriere della Sera’ è l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Le parole del generale Haftar, spiega il diplomatico, “non fermano la missione italiana, già concordata con le legittime autorità libiche che fanno capo al Consiglio presidenziale sulla base di una sua richiesta”. “Noi – aggiunge – siamo interessati a operare d’intesa con tutti i libici se è possibile, e ovviamente con il generale Haftar. Quindi cercheremo il contatto anche con lui e faremo in modo di spiegare gli obiettivi di una missione che non è militare, ma di assistenza alle autorità libiche affinché possano esercitare la loro sovranità in tutto il territorio del Paese. Lo stiamo spiegando a tutte le autorità. È una missione che serve a rafforzare la sovranità libica, non a indebolirla”. “La nostra – fa anche sapere Perrone – è una strategia complessiva. Con la Guardia costiera libica, una parte. Lavoriamo al Sud anche con la Guardia di frontiera e con i Paesi vicini. L’obiettivo è che il traffico di esseri umani non entri proprio in Libia. Agiamo con sindaci del Sud e della costa perché ci siano alternative all’economia di questo traffico. Importante è anche migliorare le condizioni dei campi di accoglienza in Libia”. Sul rapporto con la Francia, il diplomatico dice: “Noi lavoriamo per raggiungere obiettivi condivisi: stabilità e riconciliazione nazionale”

E Putin manda a Tobruck il suo generale di fiducia.

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Lev Dengov è giunto a Tobruck a capo di un contract team. Il piano di Putin è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati con Mu’ammar Gheddafi.

Mentre noi in Libia mandiamo un paio di barchette a fare la balia alle navi delle Ong che trafficano con gli immigrati, la Russia bada al sodo. Cioè agli affari. Quelli dei contratti che aveva firmato prima del 2011 con Gheddafi e che, con la rivoluzione e lo spezzettamento del Paese africano in tante regioni controllate da diverse fazioni, sono venuti meno. Contratti in campo petrolifero, ma anche per la ferrovia Sirte Bengasi da 550 km e 2,2 miliardi di euro di commessa. Contratti nel settore militare, con la vendita di elicotteri d’assalto , cacciabombardieri Sukhoi e l’ammodernamento dei vecchi Mig-23. Contratti, ancora, nel settore energetico, con il piano per costruire in Libia la prima centrale nucleare, ad uso esclusivamente pacifico, sul modello di quella costruita in Iran.

La Russia ha da tempo scelto da che parte stare e da tempo fa arrivare di soppiatto armi al suo alleato Khalifa Haftar attraverso Egitto e Emirati Arabi. Lo scambio commerciale, dopo anni di impasse, è ripreso. Ma sono ancora briciole, visto che l’anno scorso ha toccato quota 74 milioni. Per far decollare questa cifra, Putin ha inviato in Cirenaica, la terra controllata da Haftar, un suo uomo di fiducia. Lev Dengov, a capo di un contract team. Il piano del Cremlino è quello di “tornare allo status pre-2011 e dunque riattivare gli accordi miliardari firmati col raiss. Sarà sempre il petrolio, secondo Dengov, a garantire i pagamenti (ma non solo. C’è l’uranio a Sud, ai confini con il Ciad. ndr).

L’emissario di Mosca, come riporta La Stampa, guarda anche oltre la Cirenaica: ha già preso contatti con le tribù del sud del Paese che, dice, “hanno un ruolo molto importante e sono pronte a collaborare con la Russia” e guarda anche a un possibile accordo con Al Serraj: “Se ci saranno elezioni e un governo condiviso – conclude Dengov, sarà possibile revocare l’emargo alla vendita di armi”. E per Mosca la Libia tornerebbe l’Eldorado.

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La Striscia di Aozou (anche Striscia Aouzou) (in francese Bande d’Aozou, in arabo قطاع أوزو), in colore rosso, è un territorio prevalentemente desertico, che si trova nel nord del Ciad (regione di Borkou-Ennedi-Tibesti), lungo il confine con la Libia. Larga circa 100 km e lunga circa 1 000, la striscia si estende su una superficie di 114 000 k. A causa della presenza di depositi di uranio, sorse una disputa tra il Ciad e la Libia per il controllo di quest’area, che portò alla guerra tra i due paesi. Nel 1973 la Libia iniziò operazioni militari nella striscia di Aozou per ottenere accesso ai minerali ed influenzare la politica del Ciad. La Libia basava la sua rivendicazione di questa area su un trattato del 1935 tra l’Italia e la Francia, rispettivamente potenze coloniali in Libia e in Ciad: si tratta del cosiddetto “Trattato Mussolini-Laval“. Il trattato prevedeva la cessione della striscia di Aozou da parte della Francia all’Italia come premio per la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Nel 1955 il governo libico di re Idris I cedette nuovamente la striscia alla Francia.

Da qualche anno, siamo sempre dalla parte sbagliata. A Gentiloni, rectius, all’ENI, messa in angolo dall’intraprendenza di Macron e dall’inesperienza di Alfano, resta solo di sperare nell’appoggio dell’ONU (leggi: degli USA)