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1889.- L’AMMIRAGLIO: “LEGGE DEL MARE NON IMPONE DI ACCOGLIERE I CLANDESTINI”

Da VOX questi articoli che gettano una luce oscura sull’attuale comandante e sulle operazioni della Guardia Costiera italiana e fanno chiarezza sui contrasti fra l’Italia e Malta per le attività di ricerca e salvataggio. Lo scorso anno, a maggio, fu data notizia di un dossier che avrebbe messo sotto accusa l’ammiraglio ispettore​ capo (CP) Giovanni Pettorino, attuale comandante generale della Guardia Costiera, nominato da Gentiloni. Di lui si dice che sta facendo l’anti Salvini con un duro ostruzionismo al nuovo governo, assieme a tutto l’apparato, per esempio, andando a prendere i migranti in Libia con nave Diciotti. Come che sia, gli ammiragli non devono essere confusi da politiche contrastanti dei presidenti vari, dei poteri vari, degli interessi vari.

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GUARDIA COSTIERA: “NAVI ONG LE INVIAMO NOI IN LIBIA”

QUESTO CONFERMA LE ACCUSE DI GEFIRA RIPORTATE DA VOX
L’altro giorno, la Guardia costiera ha difeso l’opera dei trafficanti umanitari da parte della flotta delle Ong. Lo fa fatto per bocca del suo capo, tal Vincenzo Melone, che ha spiega davanti alla Commissione Difesa che le operazioni di soccorso dei barconi si sono estese «dai 500mila chilometri quadrati di competenza italiana ad un milione e centomila, praticamente metà del Mediterraneo».

Il motivo è che, fino allo scorso 28 giugno (ndr), la Libia non aveva mai dichiarato la sua area di soccorso e con il caos post Gheddafi era incapace di farlo. E così ci siamo beccati noi tutti i clandestini: per motivi sconosciuti, visto che allora potrebbe farlo anche la Tunisia, la Francia o qualsiasi altro paese. L’alto ufficiale – si fa per dire – ribadisce «che le unità navali a nostra disposizione non ce la fanno e dunque dobbiamo chiamare a raccolta chiunque navighi in vicinanza di un evento Sar (ricerca e soccorso), mercantili e navi delle Ong». Lo sappiamo. Che la Guardia Costiera sia complice del traffico è noto a chiunque legga Vox e abbia seguito un po’ più dei giornalisti lo scandalo ‘Canale di Sicilia’:

SCANDALO ONG SI ALLARGA: “IMPLICATA ANCHE GUARDIA COSTIERA” – VIDEO

SR 1380 – NGOs Smuggling Migrants Into Italy on an Industrial Scale

La Guardia Costiera che garantisce per le Ong, è come Provenzano che fa da garante a Riina. In Libia ce le mandano loro, la Guardia Costiera sta violando la legge – e tradisce la Patria, ma questo per loro non è una novità – ogni volta che invia navi dei trafficanti umanitari in Libia e poi le accoglie nei porti italiani invece di dirigerle in Tunisia o Malta.

La rappresentante di Moas, una delle organizzazioni sotto accusa, sempre in Commissione difesa, aveva del resto ammesso che l’«unica eccezione per entrare in acque territoriali libiche è quando viene esplicitamente richiesto da Roma». I capi italiani dell’organizzazione sono a Palazzo Chigi! Per questo Soros è andato da Gentiloni, per questo il governo non fa nulla: non può accusare se stesso.

Si cita il caso della nave Aquarius di Msf e Sos Mediterranee che venne monitorata un quarto di miglio all’interno delle acque libiche. Dal comando della Guardia costiera di Roma gli fu risposto che c’era attività in mare senza però confermare se questa stava avvenendo in acque territoriali di un altro paese.

Per l’ennesima volta. Giorni prima era toccato ad altre navi di scafisti umanitari.

7 giorni in Libia con i trafficanti umanitari delle ONG a caccia

Si è detto che il Comandante della Guardia Costiera non deve essere sentito in commissione perché spieghi o meno se le ONG trafficano, ma come protagonista di questo traffico. Ma anche lui, in fondo, è una mera pedina, traditrice del popolo ma pedina, di ordini diretti del governo. Abusivo e criminale.

L’ammiraglio Ferdinando Lolli, ex comandante generale della Guardia Costiera afferma: “I clandestini non sono naufraghi, vanno in mare apposta per farsi salvare. Nessun porto è stato chiuso, ma è legittimo negare l’accosto di una nave”.

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“L’Italia ha tutto il diritto di non voler più accogliere migranti (clandestini ndr…) ma profughi”.
“Non sono naufraghi. Tutte le convenzioni del mare dicono che chi rischia di morire va soccorso. Ma queste convenzioni sono pensate per soccorrere chi si sta perdendo per la fortuna del mare. È la solidarietà del navigante verso un altro navigante. Ma la Bibbia di tutte le convenzioni del mare, Amburgo 1979, viene ora chiamata in causa anche per quanti si mettono in mare proprio per essere soccorsi”.

Infatti. Deve essere rivista, perché legata ad un’altra epoca. Come Gesù rivedrebbe la parabola dello straniero se si presentassero alla sua porta migliaia di stranieri che vogliono approfittarsi di Lui.

“Il gommone che usano è fatto per sgonfiarsi. I mezzi sono costruiti e gestiti in violazione di tutte le norme di sicurezza. Non sono unità navali, ma legni e gomme galleggianti” (Aggiungo: non portano scorte di carburante né di cibo. Hanno, al massimo un motore da 40 HP, come nella foto. ndr).

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“Malta ha dichiarato una Sar immensa, ma se ne disinteressa perché la sua popolazione è quella di un quartiere di Roma. Ma è uno Stato e ha degli obblighi”.

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Tutti gli stati costieri del Mediterraneo sono tenuti, alla luce della Convenzione di Amburgo, a mantenere un servizio di SAR, e le SAR dei vari stati devono coordinarsi tra di loro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i Paesi costieri nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997. Secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500 mila km quadrati.

Tutto questo concepito per il normale traffico marittimo, non certo per una situazione in cui flotte di barconi lasciano l’Africa per raggiungere l’Italia. Approfittando proprio delle leggi che ci siamo stretti al collo come un cappio.

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E ORA, SEMPRE DA VOX, MA DELL’APRILE 2016.- CI PRENDIAMO CLANDESTINI IN CAMBIO DI TRIVELLE, L’ACCORDO SEGRETO

Denunciato un patto segreto tra Malta e il governo Renzi per scambiare i clandestini con i diritti di esplorazione petrolifera

Il leader dell’opposizione maltese ha affermato che Malta e l’Italia hanno stipulato un accordo segreto in cui Malta cede i diritti di esplorazione di petrolio in una zona off-shore contesa con l’Italia, mentre l’Italia ricambia il ‘favore’ – a qualche compagnia amicha del governo Renzi – prendendosi la quota di di clandestini che trovandosi in zona maltese, dovrebbero essere presi in carico da Malta.

Alla fine di marzo, la Commissione europea è stata costretta a rispondere alle accuse, negando; ma è una questione complicata.

Il leader dell’opposizione maltese Simon Busuttil del partito nazionalista, e membro del Parlamento europeo fino al 2013, ha accusato il governo maltese alla fine dell’anno scorso di consentire al governo italiano di trivellare in acque maltesi in uno scambio petrolio-per-immigrati. Renzi ha una passione per le trivelle. E per i clandestini. Figuriamoci se può prendersi entrambi: doppio business.

Lo scorso settembre, il ministro degli Interni maltese Carmelo Abela aveva dichiarato che Malta ha un accordo ‘informale’ con l’Italia su questo punto, per poi smentire e parlare di “stretta collaborazione”.

Sarà, ma intanto, mentre in Italia ha raccattato decine e decine di migliaia di clandestini negli ultimi mesi, a Malta, in tutto il 2015, ne sono arrivati 100.

Alla fine del mese scorso, la Commissione europea ha finalmente risposto alle accuse, con il Commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione Dimitris Avramopoulos. La risposta è stata pilatesca, ha detto che “non era a conoscenza di tale accordo bilaterale … tra le autorità maltesi e italiane in materia di ricerca e soccorso (SAR) nel Mar Mediterraneo. ”

“Non essere a conoscenza” di certo non dice nulla. E lascia spazio a tutto.

Detto questo, come riportato da The Independent, la Commissione ha osservato che per coincidenza l’area di ricerca di idrocarburi in questione si sovrappone con le aree di soccorso migranti.
Pur non essendo a conoscenza di alcun accordo, la Commissione ha detto che se ci fosse un accordo, sarebbe in linea con la normale ripartizione degli oneri.

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Malta ha un potenziale di 260 milioni di barili. Ma Malta e l’Italia rivendicano la zona per trivellare, ma non la vorrebbero in quanto a responsabilità di prendersi i clandestini. Questo fino all’arrivo di Renzi. Anzi, dall’arrivo del PD al governo.

Il nocciolo della questione è una legge 2012 approvata dal Italia, che ha in sostanza raddoppiato direzione sud-est della piattaforma continentale in Italia della Sicilia e verso la costa libica rivendicato anche da Malta. Alla fine del 2015 , Malta e l’Italia hanno raggiunto un accordo informale per sospendere l’attività esplorativa di perforazione petrolifera in questo settore.

Forse, lo scandalo PD-Petrolio è un tantino più largo. Forse, arrivano fino alla Libia.

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1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

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I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

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Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.

1860.- È la Libia il vero obiettivo di Macron. Per questo attacca l’Italia sui migranti

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Un presidente francese che si atteggia a vittima del «nazionalismo» degli altri è davvero il classico bue che dà del cornuto all’asino. Sì, di tutto si potrà accusare Emmanuel Macron tranne che non abbia sovrano sprezzo del ridicolo. Diversamente, non si sarebbe prodotto in un attacco così sventato al governo italiano bollando come «populisti lebbrosi» i partiti che lo sostengono. Una mitragliata che fa il paio con un’altra dello stesso tenore di qualche giorno prima e che come questa era riuscita a sollevare una pressoché generale reazione di sdegno. Ora come allora il tema sono gli immigrati. Macron ha dalla sua tutta la retorica discesa dal trittico libertè, fraternitè, egalitè ma non i migranti. L’Italia cattiva, che ha invece partorito il fascismo e le legge razziali, ne è stata praticamente invasa, grazie soprattutto alle porte spalancate dai governi a guida Pd. Il buon Minniti, che pure qualche apprezzabile risultato lo ha ottenuto, è arrivato al Viminale troppo tardi, a buoi già scappati. Ora Salvini ha dichiarato finita la ricreazione facendo capire che a Roma è cambiata pure la musica e non solo i musicanti. Un cambio di spartito che a Macron non piace. Non perché abbia a cuore le sorti dei disperati su cui lucrano un po’ tutti, dagli scafisti ad alcune Ong passando per i gestori dei centri d’accoglienza (ne hanno appena arrestato uno a Benevento che circolava in Ferrari), ma perché vuole gestire in solitaria il dossier libico con tutta la sua enorme montagna di interessi. In questo, Macron è solo il continuatore di Nicolas Sarkozy “sorrisi e cannoni”, a giudicare dall’ironia anti-Berlusconi esibita in un summit europeo e dal brutale cinismo con cui eliminò politicamente e fisicamente il suo munifico elemosiniere Mouammhar al Gheddafi. Un vero omicidio politico consumato non in omaggio alle “primavere arabe”, ma solo per scacciare l’Italia dalla Libia. Ecco, la posta in gioco è questa e si chiama Mediterraneo. Quello stesso mare che per molti è la “via” e che per noi è la “vita”. Finalmente, lo abbiamo capito anche noi.

di Giacomo Fabi

1858.- Rifugiati, arriva la direttiva Salvini. Più navi alla Libia con un decreto

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Chiedono cosa si fa? Raccolgo la domanda per simpatia. La parola è prima di tutto alla diplomazia.
A) Con una politica italiana attiva, stimolando attori più importanti di noi: Per togliere ai trafficanti di esseri umani e anche ai contrabbandieri di petrolio il controllo delle coste libiche, dovremmo imbastire una duplice Operazione, umanitaria e militare (insieme a chi? ai libici?) e sbarcare. Allora e governi permettendo, potremmo interrompere il flusso, assistere e rimandare nei paesi d’origine i migranti africani intrappolati in Libia. Tutto questo significherebbe avere la collaborazione piena di Tripoli, anche per ciò che riguarda la politica interna italiana. Decisivo, però, è l’avere composto le ambizioni e ottenere la collaborazione dei paesi e non solo, che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, senza di che andremmo a un fiasco come quello di Macron all’Eliseo.
B) Passivamente, invece, si possono ottenere molti risultati, chiudendo i porti e portando la Guardia Costiera a operare nelle nostra area SAR. L’area intorno a Lampedusa, resta un problema, ma risolvibile con accordi con il governo libico di Tripoli. L’istituzione dell’area SAR libica semplificherà molto il problema. Grazie per la pazienza.

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Rifugiati, Libia, Rom: Matteo Salvini va avanti inarrestabile. Se deve fare marcia indietro, comunque non si ferma. Parla nel pomeriggio con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Poi dichiara: «Nessuna crepa nel governo, l’intesa è granitica. Il censimento nei campi Rom non è una priorità. Ma lavoreremo con i sindaci, i controlli ci sono da anni con amministrazioni di tutti i colori». A scanso di equivoci, è lo stesso Conte a chiarire: «Nessuno ha in mente di fare schedature o censimenti su base etnica, discriminatori e incostituzionali. Vogliamo individuare e contrastare l’illegalità, tutelare la sicurezza dei cittadini e per le comunità Rom verificare l’accesso dei bambini ai servizi scolastici».
Si affianca il vicepremier Luigi Di Maio: «Censimenti su base razziale non si possono fare. Mi fa piacere che Salvini abbia corretto il tiro, sull’immigrazione siamo compattissimi». Gli attacchi al vicepresidente del Consiglio ormai non si contano. «Raggelante» per il commissario Ue Pierre Moscovici. «No al modello Usa in Italia» protesta Matteo Renzi. «Stop a provvedimenti speciali» avverte Ruth Dureghello, presidente Comunità ebraica. «Affermazioni contrarie alla fede» sottolinea la Caritas. «Un censimento etnico viola i diritti umani» ricorda il Consiglio d’Europa. Precisa in serata il ministro dell’Interno: «A me basta vedere chi ci sta in quei campi, se i bambini vanno a scuola e come sono spesi i soldi». In mattinata esultava per l’abbattimento a Carmagnola (Torino) di una casa abusiva in un campo di Sinti: «Dalle parole ai fatti, prima gli italiani».

Il capitolo Rom sembra per ora accantonato. Ma non è detto. Di certo, il Salvini segretario della Lega lancia in resta cambia musica quando mette i panni di ministro dell’Interno: dall’allegro con fuoco passa all’andante con moto. Si è visto ieri alla Scuola superiore dell’amministrazione dell’Interno dove il ministro ha salutato i 250 nuovi funzionari delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. Chi attendeva un intervento severo sul rilascio dei permessi ai rifugiati è rimasto deluso se non sorpreso. Ha chiesto semmai tempi più rapidi nei giudizi «a tutela di coloro che hanno veramente diritto all’asilo» come recita un comunicato del Viminale. I suoi uffici, in realtà, stanno per ultimare una direttiva/circolare alle commissioni incentrata soprattutto sulla protezione umanitaria: oggi rappresenta il 28% dei permessi rilasciati (dati maggio 2018) contro il 7% di rifugiati in senso stretto e il 4% di protezione sussidiaria.

Numeri troppo grandi sull’umanitaria, dice Salvini con toni pacati. La direttiva/circolare farà riferimento a una recente sentenza della Cassazione (n. 4455/2018): la protezione umanitaria non può essere data se lo Stato d’origine non è un Paese insicuro per il migrante o non ci sono rischi di pregiudizi per i suoi diritti. La quota del 28% di quei permessi potrebbe scendere parecchio.
All’Interno, poi, viaggia spedito il programma per l’incontro di Salvini con Serraj la prossima settimana in Libia.

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La Marina libica potrebbe ricevere quattro delle otto corvette classe Minerva, non operative. Le altre quattro sono state cedute alla Guardia Costiera del Bangladesh.

Si confrontano e si valutano i possibili contributi di unità navali, a sostegno per i libici, ipotizzati da Marina Militare, Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Dipartimento Ps e Arma dei Carabinieri. La Marina, in particolare, potrebbe dare fino a quattro corvette classe Minerva oggi non operative. Mentre con i fondi europei è prevista una consegna a breve di 20 gommoni da undici metri. Agli inizi di luglio, dopo l’incontro Salvini-Serraj, si riunirà il comitato tecnico italo-libico per dare seguito alle prime indicazioni politiche del vertice di Tripoli. Oltre le imbarcazioni finanziate con i fondi Ue, se l’Italia deciderà di cedere, con una donazione, propri mezzi, sarà necessario un decreto legge. Ieri Salvini ha visto il collega olandese Mark Harbers, oggi incontra quello austriaco Herbet Kickl.

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Merkel a Conte: sui migranti collaboreremo. Il premier italiano: l’Ue cambi prospettiva. Intanto, oggi, in Ungheria: con 160 voti a favore e 18 contrari, il parlamento magiaro ha approvato una modifica alla Costituzione per avviare una stretta sull’immigrazione e bloccare i migranti economici.

1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

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Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?

1852.- Carmelo Zuccaro, bordata contro le Ong: “Complici di un traffico criminale, non solo i migranti ma anche il petrolio”

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In questi giorni in cui, con la complicità del caso Aquarius, è tornato ad infiammarsi il dibattito sulle Ong, torna a farsi sentire Carmelo Zuccaro, il procuratore di Catania che in passato ha indagato proprio sulle Organizzazioni non governative, svelandone alcuni aspetti a lungo taciuti. E, intervistato da Il Messaggero, torna all’attacco, di fatto spiegando perché la linea adottata da Matteo Salvini sia quella giusta: “Le persone che hanno già realizzato enormi guadagni dal traffico di migranti, attraverso una rete di collusione, riescono a corrompere chi deve vigilare sulle raffinerie libiche e fanno uscire petrolio di contrabbando”, afferma. E le Ong sarebbero in un qualche modo complici, anche inconsapevolmente, di questo sistema: “Il loro sistema di soccorso – riprende Zuccaro – risponde a una logica sbagliata: costringe le persone a consegnarsi nelle mani dei criminali”.

Secondo Zuccaro, insomma, l’attività si sta estendendo dal traffico di esseri umani ad altri affari illegali: “Estendono le loro attività illecite. Hanno sempre più denaro con cui corrompono, reclutano sempre più persone, sono in grado di dotarsi di armi sempre più micidiali. E riescono a infiltrare nel governo funzionari”. Quando gli chiedono cosa ci sia di sbagliato nel sistema di soccorso attuale, il procuratore risponde: “Sia che venga effettuato tramite navi di Ong o altro, è un anello di un sistema che è sbagliato nella sua struttura, perché è impossibile pensare che si debba affidare i legittimo diritto di persone che hanno diritto alla protezione internazionale a venire in Europa per l’esame della loro situazione, a un traffico che appartiene a soggetti criminali”. E ancora: “Bisognerebbe eliminare il traffico di migranti verso la Libia e per questo dico che il sistema dei soccorsi in mare, delle Ong, risponde a una logica sbagliata. Costringe le persone a consegnarsi nelle mani di criminali – ribadisce -. Questo è profondamente sbagliato, non risponde al senso di umanità, né di solidarietà. Le Ong – insiste Zuccaro – fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupolo. Non parlo di inchieste in corso, ma di un fenomeno generale”, conlcude.

da Libero

1841.- L’ORRIBILE ASSOCIAZIONE TRA LE ONG E I PADRONI DEI “GOMMONI DELLA MORTE”

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L’associazione tra le ONG, chi le finanzia e chi ci lucra e i trafficanti di esseri umani, padroni dei “gommoni della morte” trova stranamente molti sostenitori, quando non cointeressati, affatto ignoranti. Due sere fa, ne ho ascoltata, mio malgrado, una di chiara fede politica, introdotta – non voglio sapere da chi – a un cenacolo culturale, apolitico, a Venezia. Ebbene, “la” soggetto, preso via, via sempre più coraggio e forte della sua cultura di economista e di viaggiatrice del mondo, mi ha allietato con le dichiarazioni imparaticce e qualunquiste della sinistra più noiosa, più stantia, soprattutto, ipocrita. Per esempio, come quella del pacifismo che, a chiacchiere, amputa la politica estera della chance del ricorso alla guerra, quando falliscono la politica e la diplomazia, oppure, urla al neocolonialismo quando si vorrebbe e si dovrebbero controllare militarmente le coste libiche. Sono quelle anime pacifiste che ci costarono “Lo schiaffo di Tunisi”, per dirVi che le tolleriamo da sempre. Osato l’osabile e, non ultimo, forte dell’educato silenzio dei convenuti, la gentile costei è scesa nell’agone, contro la politica del Governo. Mancandole la percezione del nostro imbarazzo, ci ha propinato un’osanna alle ONG, cui, fortunatamente, ha posto fine l’ora tarda. Si capisce chiaramente che mi sia stata di traverso, vuoi per una mia reazione cutanea a queste imbecillità, vuoi per il contesto molto diverso della serata e mi piace sfogare qui il mio dispiacere (sembra acredine anche a me) perché, francamente, non riesco a comprendere come una persona “studiata” e di certo livello possa bendare la ragione e travisare la realtà. Più di tutto, avverto la divisività di principio di gran parte del mondo politico italiano, che impedisce la coesione sugli argomenti e i valori comuni. Sono inguaribilmente ottimista e Vi dico che avverto un vento del cambiamento in questo Governo di scopo di Giuseppe Conte. Che il vento venga dall’Est o dalla maturazione democratica degli italiani, non importa; ma, contro il 90% dei media, il 70% dell’opinione pubblica percepisce chiaramente l’impossibilità per l’Italia di accogliere il continente africano, depauperandolo a un tempo di uomini e risorse e, ciò, per l’interesse di finanzieri, trafficanti e profittatori, nonché di aspiranti usurpatori e delinquenti.
Il caso “Aquarius” di questi giorni ha alzato il sipario sulle ONG, ancor più platealmente di quando la Cassazione confermò il sequestro della nave “Iuventa” dell’ONG tedesca Jugend Rettet, disposto dalla procura di Trapani, nello scorso agosto: gli inquirenti siciliani avevano ritenuto che ci fosse una “collusione” tra trafficanti e soccorritori, dimostrata anche dalla restituzione di un gommone ai trafficanti da parte della nave.

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L’”Aquarius”, ex nave della Guardia Costiera tedesca, 1000 tonn, lunga 77 larga 12, pescaggio 6 metri, cat. E, rompighiaccio, scortata sulla rotta di Valencia da Nave “Orione” e dal guardacoste “Dattilo”, che hanno a bordo 500 dei suoi 629 migranti, ha circumnavigato la Sardegna per sfuggire alle onde di 0,90 cm del Mediterraneo.

Per più di un motivo, perciò, leggo volentieri dal blog di Maurizio Blondet: “QUANDO LE ONG “DI SOCCORSO” UCCIDONO DI PIU’, CHE FARE?”.
Con questo titolo, l’Avv. Marco Della Luna ci propone le sue riflessioni sulla recente ed accurata inchiesta, pubblicata da ByoBlu, “LE ONG SALVANO VITE? NO SONO LA CAUSA DELLE TRAGEDIE IN MARE” di Francesca Totolo. L’articolo della bravissima Francesca, che riporto qui in calce, di seguito, è da leggere perché dimostra che le navi delle ONG (specie le più capienti), lungi dal “salvare vite, ne promuovono la morte.

L’Avv. Marco Della Luna riporta i passi cruciali di Francesca Totolo:

…. Già dal grafico pubblicato da Missing Migrants [un’organizzazione in cui è coinvolta la Open Society di Soros, nd] , si può facilmente constatare che il numero delle morti è drasticamente calato in seguito all’approvazione dell’accordo Italia-Libia e alla radicale diminuzione del numero delle ONG operanti nel Mediterraneo, dopo […] il sequestro della nave Iuventa di Jugend Rettet per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Allora Save The Children, Medici Senza Frontiere (attiva solo sulla nave Aquarius come personale medico-sanitario) e MOAS, ovvero le ONG con le navi più capienti, hanno interrotto le proprie missioni SAR. Rimangono attive davanti alle coste libiche: SOS MEDITERRANEE, la già indagata Proactiva Open Arms, Sea Watch e Sea-Eye.

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(Morti sulle diverse rotte)
Come si può facilmente dedurre, le morti aumentano / diminuiscono proporzionalmente con l’aumento / la diminuzione degli sbarchi in Italia. (i due grafici sono sovrapponibili)

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Un altro dato è rilevante: con la riduzione del numero delle ONG presenti davanti alle coste libiche e le connesse attività di ricerca e salvataggio della Guardia Costiera Libica, il numero delle partenze dalla Libia è drasticamente diminuito. Questo evidenzia ancora una volta il fattore incentivante delle ONG in zona SAR libica.

La presenza delle organizzazioni non governative è la garanzia per i trafficanti di esseri umani del “servizio traghettamento” verso i porti siciliani.

A sostegno dell’effettiva esistenza del fattore incentivante (negata da ogni centro di ricerca pro immigrazione, come ISPI) e del connesso aumento delle morti nel Mediterraneo, possiamo fare il chiaro esempio riguardante il periodo pre-elettorale: in quei giorni tutte le ONG, curiosamente, non uscirono in mare: gli esigui sbarchi durante il suddetto arco temporale non provengono dalla rotta libica (rotta tunisina) e non sono stati effettuati dalle organizzazioni non governative.

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Da ciò si deduce che i gommoni e i barconi stipati dai trafficanti non partono quando le ONG non sono presenti in zona SAR: ESSE sono dunque il “fattore incentivante” del traffico.

Quello che ne deriva è anche una forte diminuzione dei morti in mare. Infatti, se fosse vera la asserzione che “gli umanitari delle organizzazioni salvano le vite dei migranti”, durante il periodo pre-elettorale, senza le navi ONG in zona, sarebbero dovute morire centinaia di persone a bordo dei “gommoni della morte” ( come ormai vengono definiti anche dall’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone). Ciò non è avvenuto.

Del resto, lo ammette anche il rapporto di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, inviato alle istituzioni europee il primo marzo 2018: “Esiste una forte correlazione tra la presenza delle ONG, le partenze dei migranti dalla costa della Libia e quindi l’attività della Guardia Costiera Libica”. La dichiarazione è convalidata dai grafici presenti nel rapporto.

Prendiamo la proporzione tra le morti e le partenze dalla Libia (ovvero l’incidenza dei morti rispetto alle partenze). Abbiamo usato i dati IOM della sola rotta del Mediterraneo centrale e per meglio paragonare il 2018 al 2017, abbiamo paragonato solo i primi quattro mesi dell’anno.

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La differenza tra i due periodi è palese: l’intesificarsi delle attività delle ONG (e anche quelle, molto umanitarie, della Guardia Costiera Italiana guidata dal Ministro dei Trasporti Graziano Delrio), hanno creato il “fattore incentivante” che non solo ha spinto migliaia di migranti a partire dai Paesi di origine e poi dalle coste libiche, ed hanno avuto come conseguenza l’aumento delle morti in mare.

Per questo motivo, è irragionevole continuare a sostenere le attività private davanti alle coste della Libia (spesso in acque territoriali) delle organizzazioni non governative. Chi persiste in questo tipo di propaganda, è il chiaro mandante morale dei migranti morti e che moriranno nel Mediterraneo.

Le uniche soluzioni possibili, per scongiurare le inutili morti in mare, sono il proseguimento della formazione della Guardia Costiera Libica, l’invio di mezzi, strumenti e risorse a Tripoli idonei al pattugliamento delle coste, all’arresto dei trafficanti e alla migliore gestione dei centri di detenzione governativi dove già operano gli operatori di IOM e UNHCR, e infine il blocco definitivo delle operazioni SAR delle ONG che troppo spesso si sono altresì rivelate dilettantesche e piratesche, mettendo ancor più in pericolo le vite dei migranti

Per i motivi così ben spiegati sopra, mi associo alla proposta dell’avvocato Marco della Luna:

PER SALVARE VITE UMANE, SEQUESTRARE LE NAVI UMANITARIE

PROPOSTA DI DECRETO LEGGE PER IL CONTRASTO ALL’IMMIGRAZIONE ILLEGITTIMA

Visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione;

Considerata la gravità del problema dell’immigrazione di massa di persone non legittimate ad entrare e soggiornare sul territorio nazionale, considerati i costi e gli altri inconvenienti comportati da questa immigrazione, considerata la prevedibile continuità della pressione migratoria e dei traffici illeciti che la sfruttano e la favoreggiano;

Considerato il ruolo strumentale delle navi, soprattutto battenti bandiera straniera, che apportano gli immigrati sul territorio nazionale;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per porre freno al fenomeno, togliendo le navi usate per il traffico di migranti illegittimi dalla disponibilità per questo uso e assicurando, al contempo, la copertura dei costi per l’accoglienza;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del ______________2018;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro degli interni, di concerto con il Ministro della giustizia, con il Ministro della difesa, con il Ministro dei trasporti e con il Ministro dell’economia e delle finanze;

Emana

il seguente decreto-legge:

Articolo Unico:

Dopo l’art. 552, nel Codice della Navigazione è inserito il seguente articolo:

552 bis – Privilegio speciale e diritto di ritenzione dello Stato

Lo Stato e le pubbliche amministrazioni hanno il privilegio speciale e il diritto di ritenzione sulle navi e i loro accessori che sono state impiegate per portare nelle acque territoriali o sul territorio nazionale persone che non hanno diritto all’ingresso nel paese ovvero che l’Italia deve ricevere in esecuzione di obblighi di legge e di norme internazionali.

Il privilegio si colloca alla pari dell’art. 552 n. 1 del Codice Navale.

Il privilegio speciale e il diritto di ritenzione si applicano in conseguenza al fatto stesso dell’apporto nelle acque territoriali o sul territorio nazionale.

Si applicano alle navi e alle altre imbarcazioni anche qualora per il trasporto delle persone dalle navi al territorio nazionale siano stati usati altri natanti.

Il privilegio è il diritto di ritenzione sono a copertura dei futuri costi di ricezione, alloggio, mantenimento, cura, custodia e di ogni altro connessi all’arrivo delle suddette persone, nonché dei risarcimenti per i danni che le medesime siano per arrecare, e si presumono pari a € 100.000 a persona.

Rispondono dei detti costi solidalmente il proprietario, i titolari dei diritti di godimento, l’armatore, il possessore di fatto, il comandante della nave.

Al privilegio speciale e al diritto di ritenzione non sono opponibili diritti di terzi rispetto al proprietario, all’armatore, al comandante della nave, o al proprietario, al locatario, e al conducente degli altri mezzi di trasporto, che siano stati costituiti dopo l’entrata in vigore del presente decreto.

Il diritto di ritenzione è esercitato in via preventiva da parte della capitaneria del porto in cui sia attraccata la nave o natanti da essa provenienti, ovvero del comandante della nave militare o della guardia costiera che intercetti la nave.

14.06.18 Avv. Marco Della Luna

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Le ONG “salvano vite”? No: sono la causa delle tragedie in mare- di Francesca Totolo

piaggia libica. Quando i trafficanti di schiavi avvistano la nave ONG, buttano in mare i gommoni carichi di immigrati, gommoncini leggeri senza motore. E la gente muore. Si chiama pull factor: i taxi del mare, quelle ONG che “salvano vite”, in realtà sono le uniche responsabili dei morti in mare.

Di Francesca Totolo.

Missing Migrants è un progetto sviluppato dalla IOM (Organizzazione internazionale per le migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) per monitorare i dati relativi alle morti avvenute in corrispondenza dell’immigrazione irregolare riguardante tutte le rotte mondiali. Il progetto è finanziato da UKAID del governo britannico, e quindi sono possibili eventuali manipolazioni “politiche” dei dati esposti da Missing Migrants.

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Ricordiamo altresì che nell’high level Migration Advisory Board di IOM è presente una fedelissima della Open Society Foundations di George Soros, Maria Teresa Rojas.

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Una considerazione iniziale: l’accordo del luglio 2017 intercorso tra il nostro governo presieduto da Paolo Gentiloni e il Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj, che prevedeva l’impegno delle autorità libiche nella lotta contro i trafficanti di esseri umani e nel monitoraggio della zona SAR di competenza, non ha rispettato ancora tutte le promesse fatte in termini di fornitura di mezzi e strumenti, come, ad esempio, l’invio di un adeguato numero di motovedette alla Guardia Costiera di Tripoli. La formazione di quest’ultima è stata affidata alla Guardia Costiera italiana e al contingente europeo di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, e dovrebbe concludersi a dicembre con l’istituzione dell’MRCC Libica.

I dati di Missing Migrants tengono conto dei migranti partiti dalla Libia ma salvati e riportati indietro dalla Guardia Costiera Libica: 5.109 persone fino al 1 maggio 2018 (dati Mixed Migration Working Group) a cui si aggiungono i 3.560 migranti registrati fino al 13 maggio e i 139 fermati dalla Polizia di Zuwara mentre si apprestavano a partire.

Quindi, per correttezza nelle prossime stime calcolate, ai 10.300 migranti sbarcati nei porti italiani grazie ai “salvataggi” delle ONG, della Guardia Costiera Italiana e della flotta di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, si aggiungono i 8.808 migranti partiti dalle coste ma ricondotti indietro dalla Guardia Costiera Libica. Il totale sale, perciò, a 19.108 migranti stimati fino al 13 maggio.

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Già dal grafico pubblicato da Missing Migrants, si può facilmente constatare che il numero delle morti è drasticamente calato in seguito all’approvazione dell’accordo Italia-Libia e alla radicale diminuzione del numero delle ONG operanti nel Mediterraneo, dopo l’introduzione del Codice di Condotta del Ministro Minniti e il sequestro della nave Iuventa di Jugend Rettet per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Save The Children, Medici Senza Frontiere (attiva solo sulla nave Aquarius come personale medico-sanitario) e MOAS, ovvero le ONG con le navi più capienti, hanno interrotto le proprie missioni SAR. Rimangono attive davanti alle coste libiche: SOS MEDITERRANEE, la già indagata Proactiva Open Arms, Sea Watch e Sea-Eye.

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Come si può facilmente dedurre, le morti aumentano / diminuiscono proporzionalmente con l’aumento / la diminuzione degli sbarchi in Italia.

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Un altro dato è rilevante: con la riduzione del numero delle ONG presenti davanti alle coste libiche e le connesse attività di ricerca e salvataggio della Guardia Costiera Libica, il numero delle partenze dalla Libia è drasticamente diminuito. Questo evidenzia ancora una volta il pull factor delle ONG in zona SAR libica.

La presenza delle organizzazioni non governative è la garanzia per i trafficanti di esseri umani del “servizio traghettamento” verso i porti siciliani.

A sostegno dell’effettiva esistenza del pull factor (negata da ogni centro di ricerca pro immigrazione, come ISPI) e del connesso aumento delle morti nel Mediterraneo, possiamo fare il chiaro esempio riguardante il periodo pre-elettorale quando tutte le ONG, curiosamente, erano nei rispettivi porti di appoggio: gli esigui sbarchi durante il suddetto arco temporale non provengono dalla rotta libica (rotta tunisina) e non sono stati effettuati dalle organizzazioni non governative.

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Questo è solo un caso esemplificativo che spiega che i gommoni e i barconi stipati dai trafficanti non partono quando le ONG non sono presenti in zona SAR (pull factor). Quello che ne deriva è anche una forte diminuzione dei morti in mare. Infatti, per l’assurda teoria che “gli umanitari delle organizzazioni salvano le vite dei migranti” durante il suddetto periodo sarebbero dovute morire centinaia di persone a bordo dei “gommoni della morte” come ormai vengono definiti anche dall’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Situazione che non è avvenuta secondo i dati divulgati da IOM.

Anche il rapporto di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, inviato alle istituzioni europee il primo marzo 2018, conferma il pull factor causato dalle ONG presenti in zona SAR libica: “Esiste una forte correlazione tra la presenza delle ONG, le partenze dei migranti dalla costa della Libia e quindi l’attività della Guardia Costiera Libica”. La dichiarazione è convalidata dai grafici presenti nel rapporto.

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Come ultimo dato in esame prendiamo la proporzione tra le morti e le partenze dalla Libia (ovvero l’incidenza dei morti rispetto alle partenze). A differenza di Missing Migrants che, non correttamente ai nostri fini, utilizza i dati aggregati riguardanti le tre rotte del Mediterraneo (Mediterraneo ovest, Mediterraneo centrale, Mediterraneo est), abbiamo usato i dati IOM della sola rotta del Mediterraneo centrale e per meglio paragonare il 2018 al 2017, abbiamo paragonato solo i primi quattro mesi dell’anno.

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L’incidenza delle morti rispetto alle partenze dalla Libia è sensibilmente diminuita sia considerando il valore statistico (dal 2,7% del 2017 al 2,5% del 2018) sia in termini assoluti (dai 1.021 migranti morti del 2017 ai 379 del 2018).

Questi ultimi dati confermano che le operazioni in zona SAR libica delle ONG e altresì quelle della Guardia Costiera Italiana guidata dal Ministro dei Trasporti Graziano Delrio, non solo hanno aumentato il pull factor che ha spinto migliaia di migranti a partire prima dai Paesi di origine e poi dalle coste libiche, ma hanno accresciuto anche l’incidenza delle morti in mare.

Per questo motivo, è irragionevole continuare a sostenere le attività private davanti alle coste della Libia (spesso in acque territoriali) delle organizzazioni non governative.

Chi persiste in questo tipo di propaganda, è il chiaro mandante morale dei migranti morti e che moriranno nel Mediterraneo.

Le uniche soluzioni possibili, per scongiurare le inutili morti in mare, sono il proseguimento della formazione della Guardia Costiera Libica, l’invio di mezzi, strumenti e risorse a Tripoli idonei al pattugliamento delle coste, all’arresto dei trafficanti e alla migliore gestione dei centri di detenzione governativi dove già operano gli operatori di IOM e UNHCR, e infine il blocco definitivo delle operazioni SAR delle ONG che troppo spesso si sono altresì rivelate dilettantesche e piratesche, mettendo ancor più in pericolo le vite dei migranti.

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1839.- COME FUNZIONA IL BUSINESS DEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI IN LIBIA

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Per comprendere come sia necessaria una presenza militare italiana sulla costa libica fino a quando non sarà ristabilita l’autorità dello Stato in questo paese, dobbiamo leggere il report di Nancy Porsia “da Sabrata o Sabratha, in Libia”, con cui racconta a TPI i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera libica.

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SABRATHA, LIBIA – Passiamo davanti a un casolare di campagna. Lì sono parcheggiati decine di pick up Toyota blu con la scritta shurta, che in arabo significa polizia. Scivolando lentamente in macchina scattiamo delle foto. Una raffica di colpi di kalashnikov e urla ci costringono a fermarci. La nostra auto viene circondata da uomini vestiti con uniformi una diversa dall’altra e alcuni di loro sono in abiti civili.
Siamo a Sabrata, città 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa.
In macchina con noi viaggia il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, Bassam al-Ghabli. Gli uomini non si rilassano neanche alla presenza di Ghabli, responsabile del dipartimento che opera sotto il ministero degli Interni di Tripoli.
“Non mi hanno ancora ucciso perché faccio parte di una tribù importante” spiega Al Ghabli, mentre ci accompagna verso un promontorio, in arabo al-jorf, che finisce a strapiombo nel Mediterraneo creando una sorta di golfo. All’indomani dei naufragi, il golfo finisce per trasformarsi molto spesso in una sorta di fossa comune per migranti.
“Fino a qualche giorno fa, decine di corpi erano ancora laggiù”, ci racconta Ghabli indicando con la mano la parte bassa di al-jorf.
Chiediamo di andare a visitare il cimitero dove sono seppellite le centinaia di corpi di migranti che negli ultimi due anni hanno tentato la sorte salpando dalla costa vicino Sabrata, ma Ghabli risponde laconico: “È molto
Il cimitero per migranti di Sabrata è 30 chilometri a sud della città e la strada che porta fin laggiù è territorio di nessuno, ci spiega un volontario della Mezzaluna Rossa libica che per due giorni ha trasportato i cadaveri dalla spiaggia.
“Laggiù non garantisce neanche al-Ammu”, dice l’uomo che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato. Al-Ammu, al secolo Ahmed Dabbashi, si distinse nel 2011 per le sue gesta eroiche contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

All’indomani della Rivoluzione, entrò nel business del traffico di esseri umani mettendo su un grande impero economico. Con la fortuna accumulata costruì la più potente milizia locale, Anas Dabbashi, intitolata a un suo cugino morto combattendo nel 2011.
Oggi la milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata in città tanto da essersi aggiudicata il controllo dell’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest di Sabrata.
“Per al-Ammu l’unico concorrente sulla piazza del traffico dei migranti a Sabrata è il dottor Mussab Abu Ghrein”, ci spiega un uomo di Sabrata che di gommoni ne ha visti partire a decine.
Sul dottor Mussab Abu Ghrein non ci dà altri dettagli, si limita a raccontarci che lavora benissimo con i sudanesi che gestiscono i grandi numeri di migranti subsahariani, mettendo a dura prova il business di al-Ammu.
“Nelle case di campagna alla periferia della città, sono stipate centinaia di persone, tutti provenienti dall’africa subsahariana. Molti sono ancora dei bambini”, dice la fonte che, come tanti, decide di parlare solo in condizioni di anonimato.
“Ho sentito che l’Unione europea ha chiesto alla guardia costiera libica di fermare i trafficanti”, dice l’uomo, e scoppia in una sonora risata.

Lo scorso giugno Bruxelles ha siglato un Memorandum of Understanding con la guardia costiera libica per smantellare – come riporta il documento – la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”. Questo è il nome con cui l’agenzia europea per il controllo dei confini Frontex definisce la rotta dei migranti che passa per la Libia e arriva fino alle coste italiane.
“Sono proprio i guardia coste a regolare il traffico qui in zona”, spiega la fonte, dopo essersi ricomposto.
Dalla fine della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, l’unità della guardia costiera locale non è più operativa e da allora i guardia coste della città di Zawiya sono ufficialmente incaricati dal commando centrale di Tripoli del pattugliamento della costa occidentale libica.
“Al-Bija è il capo indiscusso del traffico dei migranti”, dice una fonte militare di Zawiya sopravvissuta già a due attentati contro la sua vita.
Abdurahman Milad, conosciuto come al-Bija, è l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya. Negli ultimi due anni ha estromesso tutti i colleghi e i sottoposti che non si piegavano al suo sistema, racconta la fonte.
Dall’inizio del 2015 al-Bija ha preso in mano il controllo del traffico dei migranti dettando le sue regole dalla costa a ovest di Tripoli fino al confine tunisino. Anche a Sabrata, al-Ammu e il Dottor Mussab Abu Ghrein si sono dovuti adeguare, continua la fonte mentre si guarda attorno nervoso in una caffetteria al centro di Zawiya.
Da Sabrata, che si trova 40 chilometri a ovest di Zawiya, sono partiti gli oltre 181mila migranti giunti in Italia attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016 secondo i dati Unhcr. E da Sabrata si sarebbero imbarcati molti dei cinquemila naufraghi morti in mare da inizio anno.
I primi di gennaio del 2017, lo stesso ministro degli Interni italiano Marco Minniti aveva dichiarato in conferenza stampa a Roma che il 95 per cento degli arrivi dei migranti via mare in Italia giunge dalle coste libiche. “Ed è chiaro che il fenomeno va affrontato” aggiunse Minniti. Detto fatto, oggi il ministro degli Interni incontra a Tripoli rappresentanti di quello che stenta a decollare come governo di unità nazionale per via della frammentazione politica nel paese nordafricano e la conseguente guerra civile ancora in corso dal 2014.
Ma a quanto pare questo rimane un dettaglio per l’Europa e l’Italia che, compatte, tentano il colpo di coda per legittimare una autorità senza alcun potere sul territorio.
La guardia costiera libica che le forze navali italiane stanno addestrando dallo scorso novembre, come previsto dal Memorandum of Understanding, sarà presto in grado di coprire le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) fino a 84 miglia dalle coste libiche, quindi la quasi totalità della rotta migratoria del Mediterraneo Centrale al centro dell’incontro tra Minniti e i rappresentanti del Consiglio Presidenziale guidato da Fajez Al Serraj.
Tuttavia la Libia resta un paese in guerra civile, quindi paese terzo non sicuro – come da gergo tecnico delle politiche migratorie europee. E le prospettive di gestione delle centinaia di donne e uomini e bambini che transitano nel paese restano ignote.
“O i trafficanti pagano prima di mettere in acqua la gente, o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni”, sottolinea l’uomo, e continua: “Delle volte portano via il motore solo per ripicca, e se lo rivendono incassando fino a settemila euro”.
Tuttavia il vero business di al-Bija sta nel recupero della “mercanzia” in mare: i guardia coste di Zawiya ripescano i migranti fatti partire dai trafficanti che non hanno preventivamente corrisposto loro la quota e li riportano a terra dove vengono trasferiti al centro di detenzione per migranti al-Nasser a Zawiya.
Il centro di Zawiya è gestito dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. La milizia Nasser aprì i battenti del centro di detenzione lo scorso marzo: mentre al-Bija riempiva gli stanzoni con centinai di migranti, i Nasser chiedevano al ministero degli Interni a Tripoli il riconoscimento ufficiale.
Poco dopo l’apertura, una notte di fine marzo, decine di migranti tentarono la fuga e le guardie aprirono il fuoco uccidendone 13 e ferendone a decine. I sopravvissuti furono trasferiti al centro Abu Aissa, operativo in città sin dai tempi del regime di Gheddafi.
Da allora decine di attacchi da parte di uomini non identificati si sono registrati presso il centro Abu Aissa, fino all’ultimo in cui un uomo, munito di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulla centralina elettrica del centro. Il direttore allora gettò la spugna, facendo trasferire i migranti in altri centri a Tripoli.
Dallo scorso ottobre l’unico centro rimasto operativo a ovest di Tripoli è Nasser. “Al-Bija e i Nasser sono in affari”, spiega la fonte militare. Lì i migranti vengono venduti a giornata come lavoratori fino a quando le guardie non recuperano per ogni migrante almeno 200 euro, il prezzo della loro libertà.

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11 Giu. 2018

1823.- Libia, conferenza di pace voluta da Macron: “Elezioni il 10 dicembre”

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Mentre recitiamo il copione già scritto con Mattarella, Di Maio, e Salvini, la borsa e quella truffa della BCE Privata! che è lo spread, affossano la borsa e le casse delle società italiane; ma, ancora peggio, Macron – che non è Gentiloni, né Alfano -, all’Eliseo, ha riunito al-Sarraj e Haftar stabilendo una accordo elettorale. Praticamente, ha dato una pedata all’ENI e metterà le mani, definitivamente, sul petrolio libico. Dopo lo schiaffo di Tunisi, abbiamo la pedata di Tripoli.

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Il premier libico Serraj stringe la mano al generale della Tripolitania Haftar. In mezzo, il presidente francese Macron (ap)

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29 maggio 2018
Le elezioni presidenziali e legislative in Libia si terranno il prossimo 10 dicembre. Lo hanno annunciato i negoziatori intervenuti oggi alla conferenza internazionale, convocata dal presidente francese Emmanuel Macron con l’intento di portare la Francia in posizione centrale nella gestione politica del dossier più caldo di tutto il Mediterraneo Centrale e del Nord Africa. Un impegno che le parti libiche hanno preso di fronte all’inviato dell’Onu Ghassam Salamè, a quelli della Ue e dell’Unione Africana e ai rappresentanti di paesi come Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia, Italia, e poi Egitto, Tunisia, Ciad, Emirati, Qatar, Kuwait, Turchia, Algeria Marocco. L’impegno dei leader libici per il futuro della Libia è stato però solo informale: la dichiarazione d’intenti non è stata infatti firmata dai presenti, come ha confermato lo stesso Macron. Inizialmente era in programma una firma davanti alla telecamere ma poi è saltata. “Ci baseremo su questo quadro”, ha assicurato Macron.

COMMENTO
In Libia Macron colma il vuoto dell’Italia
di VINCENZO NIGRO su REP.
Sono trascorse poche ore dalla fine dell'”evento Libia” che l’Eliseo ha voluto organizzare per seguire l’intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l’Onu ha avviato presentando l’Action Plan del settembre 2017. …

La Conferenza convocata nel giro di un paio di settimane da emissari che Macron ha inviato a Tripoli e Bengasi, per invitare innanzitutto i 4 capi principali delle diverse parti del paese. Con il presidente del Consiglio presidenziale Fajez Serraj e il generale Khalifa Haftar sono stati invitati infatti anche il presidente dell’Alto Consiglio di Stato (senato) Khaled al Mishri e il presidente del Parlamento con sede a Tobruk Agila Saleh.

Oltre all’impegno sulle elezioni, c’è quello sulla logistica del potere. Le istituzioni libiche non saranno più divise tra Tripoli e Tobruk, ma verranno unificate proprio in vista delle elezioni decise per il prossimo 10 dicembre, mentre la Camera dei Rappresentanti sarà trasferita a Tripoli.

Un tema centrale in questa conferenza è proprio il processo elettorale: la Libia non ha una legge elettorale e una Costituzione riconosciute e accettate, e a questo stanno lavorando commissioni supervisionate dalle Nazioni Unite. Il percorso dell’Onu non prevede elezioni nel 2016, anche perché elezioni in queste condizioni invece di favorire il dialogo e la libera espressione della popolazione sarebbero soltanto il detonatore per nuove esplosioni di violenza. Tra l’altro nella Costituzione adottata nel luglio del 2017 da una costituente, ma mai ratificata con un referendum, c’è il tema della doppia cittadinanza di un candidato e della durata della sua residenza in Libia. Clausole che impedirebbero ad Haftar, rifugiato per 20 anni negli Stati Uniti, di candidarsi alla presidenza.

Ieri un gruppo di 13 milizie e gruppi politici di città importanti della Tripolitania (misurata, Zintan, Zliten, Sabrata e altre) ha diffuso un comunicato per dire che boicotterà l’incontro. Anche perché a Tripoli molti hanno il sospetto che la Francia abbia lavorato per costruire un ruolo per il Generale Haftar che va oltre non solo il suo peso specifico ma soprattutto al di là della sua vera capacità politica e della volontà di lavorare collaborando con le altre formazioni politiche libiche. Molti a Tripoli e soprattutto a Misurata ritengono che Haftar non stai facendo altro che provare ad applicare l’unico metodo che conosce, quello di conquista militare del potere che ha visto negli anni in cui ha collaborato con Muhammar Gheddafi sin dal golpe del 1969 contro re Idris.
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1754.- Che succede in Libia dopo la morte del generale Haftar?

Libia. Voci contrastanti sulla morte del gen. Khalifa Aftar, comandante delle forze armate del Parlamento di Tobruk, non è certo se in seguito a una emorragia cerebrale, o se malato di cancro o colpito da ictus giorni fa e ricoverato, prima in Giordania e, poi, a Parigi. Il decesso del generale è stato confermato al “Libya Observer” da fonti diplomatiche, mentre la tv libica “Alnabaa” ha citato un membro della Camera dei rappresentanti di Tobruk. La notizia è stata data anche dal “Libya Express”, senza citare fonti. La notizia della morta è stata confermata anche da fonti delle autorità di Tripoli all’agenzia di stampa russa Ria: “Siamo stati informati del suo decesso”, hanno spiegato le fonti senza fornire ulteriori dettagli. Contattato dalla Ria, l’Esercito nazionale libico ha tuttavia smentito la notizia della morte, come aveva fatto nei giorni scorsi riguardo al suo ricovero in ospedale a Parigi. La tv AlArabiya, citando fonti libiche, riporta di una telefonata tra l’inviato speciale Onu Ghassan Salame’ e Haftar, che hanno discusso sviluppi crisi libica. La tv smentisce così le notizie su morte del capo dell’Esercito libico. tuttavia, dal giorno dell’annuncio dell’ictus è di fatto iniziata la sua successione. Morto Haftar, rischio caos. Candidati alla successione sono Abdul Razek al-Nadori e Awan al Farjan. Il primo è sponsorizzato dagli Emirati Arabi, mentre il secondo dal Generale AlSisi perché è plastica continuazione di Haftar (suo cugino). La morte del comandante Haftar, signore della guerra in Cirenaica, riapre il caos in Libia, ma non soltanto. A rischio il Magreb e l’Egitto, mentre l’Italia è “in mutande”. Fondamentale cosa succederà alla rotta libica dell’immigrazione.

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L’articolo di Francesco De Palo

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Arriva da twitter la notizia della morte del generale Khalifa Haftar. Lo ha riferito sul proprio account il sito d’informazione Libya Observer. L’uomo forte della Cirenaica era ricoverato presso un ospedale militare parigino dopo un ictus.

Tuttavia altre fonti continuano a confutare la notizia, come l’esercito nazionale libico. Addirittura il capo dell’amministrazione politica dell’Esercito nazionale libico, Hussein al-Obeidi, si è spinto a dire che Haftar aveva lasciato la Francia e che sarebbe rientrato a Bengasi, aggiungendo di aver incontrato personalmente il feldmaresciallo al suo ritorno in Libia, trovandolo in ottimo stato fisico. Il funzionario ha anche negato che Haftar abbia subito un ictus, definendo tali informazioni “voci diffuse dai media supportate dall’Islam politico”.

CHI ERA

Il 75enne Haftar, considerato vicino a Mosca e Il Cairo, è stata figura dominante nella parte orientale della Libia, per un lungo periodo in predicato di assumere il potere nel Paese in contrapposizione a Al-Serraj, sostenuto dall’Onu e dall’occidente.

Haftar a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) si è caratterizzato per una doppia azione operativa: da un lato si è opposto al governo rivale di Tripoli sostenuto a livello internazionale nella capitale, e dall’altro ha avviato una serie di bonifiche di siti Isis in Cirenaica. In contatto diretto e costante con i servizi italiani, ha incontrato più volte il ministro dell’interno Marco Minniti nell’ambito delle interlocuzioni sul dossier migranti e sul tentativo di giungere ad una normalizzazione istituzionale della Libia.

In passato è stato molto vicino a Muammar Gheddafi dopo il golpe del 1969. Poi fino al 1987 capo di Stato Maggiore delle forze libiche ma dopo la guerra in Ciad ecco il divorzio dal Colonnello. Decide quindi di cambiare tutto e si trasferisce negli Usa dove secondo alcuni analisti avrebbe avuto stretti rapporti con Langley. Nel 2011 ecco il suo ritorno a Tobruk dove diventa il comandante in capo dei ribelli nell’est, con lo scorso 5 luglio l’annuncio della liberazione di Bengasi.

SCENARI

Dal giorno dell’annuncio dell’ictus al generale Haftar è di fatto iniziata la sua successione, dal momento che nessuno può permettersi uno scacchiere in Libia che rifletta il “modello” Siria. Il capo dello Stato maggiore libico Abdul Razek al-Nadori ha negato di essere stato promosso capo di stato maggiore (il più alto incarico militare della Libia), in sostituzione del generale Khalifa Haftar.

I profili sono quello di al-Nadori e quello di Awan al Farjan. Il primo è sponsorizzato dagli Emirati Arabi, mentre il secondo dal Generale Al Sisi in persona, perché è plastica continuazione di Haftar a cui era legato da un legame di parentela (erano cugini).

Entrambi sono stati convocati al Cairo per incontrare capi tribù e alti funzionari al fine di essere “valutati” anche in riferimento alle possibili alleanze che intenderanno stringere, ma si fa sempre più insistente la voce che alla fine decideranno sauditi ed egiziani, con questi ultimi che si fanno portavoci delle posizioni russe.

Il figlio di al-Nadori lo scorso dicembre era stato protagonista di una “promozione” a sorpresa: assieme ad altri 38 ufficiali appartenenti ai gruppi armati controllati da Haftar aveva ricevuto un improvviso avanzamento di carriera da parte del presidente della Camera dei rappresentanti (HoR), Aqila Saleh, nella sua veste di “comandante supremo” delle forze militari nella Libia orientale.

Oltre al figlio di Nadori anche il figlio di Haftar, Khaled. Quest’ultimo, assieme a suo fratello Saddam sono civili che non erano mai entrati prima di allora in collegi militari o di sicurezza, ma da quattro mesi sono in possesso di gradi militari e guidano le due più grandi brigate militari nell’est del paese.