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1800.- “Venti di Cambiamento”

ALLIANCE FOR PEACE AND FREEDOM

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Partecipazione affollata sabato, a Milano, di ben dieci Nazioni europee al Congresso annuale di Alleanza per la Pace e la Libertà, intitolato “Venti di Cambiamento”. Alliance for Peace and Freedom, A.P.F. è un’associazione di nazionalisti, europeisti sinceri, che non ignorano il destino dei loro Stati e di tutti gli europei, cui li sta portando l’Unione europea dei mercanti: un mercato aperto, senza più confini, né diritti per i lavoratori e senza più i valori della civiltà cristiana, ridotto in servitù dai mercanti del denaro e dalle lobbies americane, con milioni di poveri, sempre più poveri, fino all’estinzione biologica dei popoli di Grecia e Roma che hanno fatto la civiltà e di Spagna e Portogallo, che l’hanno portata nel mondo. Ma le conquiste dei lavoratori europei e i valori della rivoluzione cristiana non sono dipendenti dal denaro. Questi novelli farisei sono i padri delle guerre mondiali e, negli ultimi venti anni, ci hanno sprofondato nel caos, nella violenza e nel terrorismo; ma quello vero deve ancora venire. L’Europa, concepita a Ventotene come un progetto in cui i popoli non devono sapere quello che era il disegno delle oligarchie, illuministe e profondamente anti umane, fino alle ideologie come il gender, quell’Europa deve rinascere libera, dall’Atlantico agli Urali e oltre. Il presidente Roberto Fiore ha chiuso il congresso con un ampia rivisitazione della storia europea: dallo smantellamento del colonialismo e dell’Impero Britannico, voluta fortemente dagli Stati Uniti, al termine del massacro della Seconda Guerra Mondiale, ma strumentale allo sfruttamento del continente africano da parte delle loro lobbies, fino all’attuale tentativo di distruzione della civiltà europea: la civiltà che pone al primo posto la difesa della vita e che è di ostacolo al servaggio dell’umanità. Ha concluso definendo la guerra siriana miracolosa per il cambiamento nella politica estera e l’ultima guerra per la libertà, sottolineando i segnali di pericolo che emergono dal cedimento della dittatura finanziaria e la coesione emersa fra i pensieri dei conferenzieri di questo congresso: di Gran Bretagna, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia. Associazione Europa Libera ha partecipato e vi riporta l’analisi superba della situazione geopolitica di Nick Griffin.
*Speakers / relatori:
Nick Griffin – Great Britain
Ivan Bilokapić – Europa Terra Nostra – Croatia
Tudor Ionescu – Noua Dreaptă – Romania
Tomáš Vandas – Dělnická strana sociální spravedlnosti (DSSS) – Czech Republic
Gonzalo Martin Garcia – Democracia Nacional – Spain
Milan Mazurek – Ľudová strana Naše Slovensko (ĽSNS) – Slovakia
Roberto Fiore – Forza Nuova – Italy

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BNP leader Nick Griffin holds a press conference in the Ace of Diamonds pub, Manchester

Nick Griffin è un politico britannico, noto per essere stato presidente del British National Party, il Partito Nazionale Britannico, con il quale è stato eletto membro del Parlamento europeo nel Giugno 2009, quale rappresentate dell’Inghilterra Nord-Occidentale. La militanza di Griffin negli ambienti dell’estrema destra inglese comincia molto presto, poiché già a 15 anni frequenta abitualmente le riunioni del Fronte Nazionale Britannico.
Qualche anno più tardi, mentre frequenta l’Università di Cambridge, Griffin fonda il “Young National Front Students” (“Fronte Nazionale Studentesco”). Continua poi la sua carriera politica sempre nelle file del Fronte Nazionale. Il suo impegno politico non conosce soste. Viene eletto presidente del BNP nel 1999.
Durante gli anni ottanta matura l’amicizia con Roberto Fiore, dalla quale nascerà il partito “Terza Posizione Internazionale” e attualmente collabora con l’Alleanza per la Pace e la Libertà (Alliance for Peace and Freedom), di cui è vicepresidente.

Winds of Change – Nick Griffin

Questa conferenza è intitolata: Venti di Cambiamento. L’espressione non è nuova. Fu utilizzata dal primo ministro britannico Harold McMillan a Cape Town nel 1960. Il suo commento “Il vento del Cambiamento sta attraversando questo continente” fu l’innesco per il governo conservatore di impegnarsi per il rapido smantellamento dell’Impero britannico.

Questo era, in parte, un progetto anti-coloniale socialista, ma McMillan fu anche pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, spinsero le potenze europee ad abbandonare i loro impegni – in modo che gli Stati Uniti potessero trasferirsi in quegli spazi politici ed economici.

Il continente a cui si riferiva McMillan era naturalmente l’Africa, ma oggi possiamo sentire un altro vento di cambiamento che soffia attraverso un altro continente: l’Europa, il nostro continente. E, ancora una volta, è un vento che sta spazzando via un dominio coloniale: il dominio coloniale americano.

Se fossi stato qui solo due o tre anni fa e avessi detto che la dominazione americana dell’Europa sarebbe stata spazzata via come sabbia in una tempesta di polvere, avreste pensato che fossi matto. Dopotutto, tutti i segnali erano che i coloni stavano vincendo.

Quando il muro è crollato nel 1989, il regime di Washington ha prontamente rotto la sua promessa di mantenere il confine orientale della NATO in Germania. Ma la NATO e la dominazione americana hanno invece marciato verso Est.

Solo l’anno scorso gli americani hanno installato basi missilistiche proprio sul confine russo. Un numero crescente di di truppe NATO sono ora dislocate nella Polonia orientale e negli Stati baltici.

Allo stesso tempo, i regimi fantoccio nell’Europa occidentale e nell’Unione europea hanno mostrato una spiacevole disponibilità ad essere soci di minoranza nella politica davvero malvagia degli USA, cioè dell’uso di bande terroristiche jihadista per distruggere le nazioni arabe laiche, al fine di permettere ai giganti dell’energia degli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita di prosperare sulle conseguenti rovine.

Quando, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO fu fondata, il suo primo segretario generale, Lord Ismay, descrisse la missione dell’alleanza: “tenere lontani i russi, gli americani dentro e i tedeschi sottomessi”. L’alleanza ha così, giocato lo stesso ruolo nella politica internazionale della mafia in Italia, dopo che questa fu riabilitata dalle baionette americane.

La conseguente dominazione americana sul nostro continente è durata esattamente 70 anni. Per tutto questo tempo è apparsa irresistibile, incrollabile. E, questo, è sembrato vero all’inizio di quest’anno, così come è stato lungo tutto il corso delle nostre vite.

Ma quello che sembrava essere concreto dal punto di vista geopolitico solo pochi mesi fa, si sta trasformando in sabbia spazzata dal vento davanti ai nostri occhi.

Certo, proprio il mese scorso abbiamo visto le forze americane colpire la Siria per conto di Al Qaeda, Israele, Arabia Saudita e del complesso militare industriale degli Stati Uniti. Abbiamo visto Donald Trump copiare Bush, Bill Clinton e Obama nel ruolo di poliziotto globale. Abbiamo visto i regimi fantoccio di Francia e Gran Bretagna fornire supporto militare e diplomatico. A prima vista, sembra tutto come al solito. I nostri omaggi al capo e a quello che la razzista criminale di guerra Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile”.
Ma guardate meglio. Trump ha sparato due raffiche di missili in Siria. Ma entrambi questi fuochi d’artificio, molto costosi, sono stati lanciati solo dopo aver informato i russi, con un preavviso sufficiente, a loro volta, a mettere in guardia i siriani affinché potessero mettere i sistemi militari in salvo. Sebbene le forze americane abbiano sparato 105 missili Cruise il mese scorso, l’attacco ha colpito tre obiettivi puramente simbolici. 71 missili sono stati deliberatamente lanciati a sproposito, oppure sono stati abbattuti dai siriani con l’utilizzo di di sistemi russi di difesa missilistica di ultima generazione.

Quindi, nonostante l’orrore che abbiamo provato tutti quando abbiamo visto la risposta della NATO alla false flag di Douma, la realtà è che gli USA hanno così tanta paura della Russia in Siria che o si sono tirati indietro, oppure c’è stato un vero attacco, ma che è stato bloccato in un modo che avrebbe profondamente preoccupato i pianificatori del Pentagono. Personalmente, credo che quest’ultima opzione sia più probabile, ma non fa molta differenza. Entrambe le ragioni rendono gli Stati Uniti una tigre di carta.

Aggiunto allo sviluppo dei missili ipersonici russi, che hanno reso la flotta statunitense una vecchia anatra appollaiata, il risultato del lancio missilistico del mese scorso è che l’America e i suoi alleati hanno perso il controllo militare del Mediterraneo Orientale e la credibilità militare in tutto il mondo.

Dopo quell’attacco, l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato le ultime aree dall’ISIS a Sud di Damasco, la grande area jihadista appena a Nord di Homs e hanno riconquistato metà dell’ultima zona di deserto dell’ISIS vicino al confine iracheno. Le uniche aree ancora da ripulire dal parassita jihadista sono la provincia di Idlib e il tratto vicino alle alture del Golan, dove l’ISIS e altri gruppi ribelli sono riforniti di equipaggiamento militare, assistenza sanitaria e copertura aerea da parte di Israele.

Assad e i suoi alleati hanno vinto la guerra. L’elité americana e le sue marionette hanno perso.

Ma il vento del cambiamento, che sta spazzando via il dominio imperiale americano, non sta solo soffiando attraverso il Medio Oriente. C’è anche una tempesta di cambiamento politico che si sta preparando in Europa. Non solo nell’Est e nel Centro, dove le forze di Victor Orban e Visegrad hanno già ridisegnato la politica e infranto la morsa suicida della vecchia elité liberale filoamericana.

No! Il cambiamento davvero importante ora sta avvenendo qui, in Occidente. E la velocità di questo cambiamento è sbalorditiva.

Ovviamente, da veri nazionalisti radicali, sappiamo tutto su compromessi e le debolezze della nuova coalizione che si sta formando qui in Italia. Ma ciò non cambia il fatto che il nuovo governo sarà il più filo russo in tutta l’Europa Occidentale. L’Italia, la cui politica estera è stata efficacemente dettata dalla CIA per 70 anni, è, improvvisamente, in grado di pensare e agire autonomamente.

E la tempesta infuria. Nell’ultima settimana circa, anche i più patetici cagnolini di Washington e Wall Street si sono, alla fine, ammalati per i calci che hanno preso dallo zio Sam. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata è stata accolta calorosamente dallo psicopatico delirante Netanyahu. Ma anche gli inglesi, i francesi e gli europei sono sconvolti dalla provocatoria stupidità.

Poi, è arrivata un’altra esplosione della tempesta del cambiamento, quando
Trump ha rottamato l’accordo con l’Iran. Perché non ha fatto nulla del genere. Ha, sì. ritirato l’America dall’accordo, ma l’accordo è ancora molto vivo. Persino gli alleati più vicini all’America hanno rifiutato di seguire l’esempio. Da un lato, totalmente isolata, abbiamo l’America; dall’altro, non abbiamo solo l’Iran, Russia e Cina, ma anche Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questo livello di disobbedienza sarebbe stato del tutto impensabile solo due anni fa.

La decisione di Trump e il rifiuto europeo dello stesso hanno inferto un colpo di martello alla solidarietà transatlantica che è rimasta inalterata per 70 anni. E la crisi è appena agli inizi. Washington ha fissato una scadenza di sei mesi alle società europee che fanno affari in Iran per lasciare il paese. Dovranno o interrompere le loro operazioni o affrontare pesanti sanzioni.

Insieme al continuo impatto delle sanzioni contro la Russia, ciò significa che gli Stati Uniti sono diventati la principale minaccia per l’economia europea. L’Ue, a sua volta, sta pianificando contromisure per bloccare le sanzioni statunitensi all’Iran.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha criticato il presidente Trump per la sua decisione di ritirarsi. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha dichiarato che le potenze europee non dovrebbero essere i “vassalli” di Washington. Anche usare la parola significa rompere l’incantesimo e, finalmente, muoversi verso la libertà.

L’11 maggio il cancelliere tedesco ha discusso della situazione con il presidente Putin in una conversazione telefonica. Oggi Angela Merkel è a Sochi, pochi giorni dopo che la Germania ha iniziato a costruire il progetto del gas Nord Stream 2, nonostante gli Stati Uniti abbiano mostrato i denti. Ma tale ostilità è stata totalmente inefficace.

Le relazioni USA-Europa vengono, inoltre, violate dai piani di Washington di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Ue. Una guerra commerciale è dietro l’angolo. Per quanto tempo un fronte di sicurezza comune può sopravvivere a tali tensioni?

Forse, il cambiamento più sorprendente è in Germania, un paese che è, ovviamente, ancora occupato dalle truppe americane. La rivista arci-liberale Der Spiegel ha appena evidenziato la nuova posizione anti-americana con un editoriale intitolato “E’ tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza”.
L’articolo dice che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è “solo abile nella distruzione”, riferendosi alla sua fuoriuscita dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi. E’uscito proprio il giorno dopo che la Merkel ha affermato che l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti e deve prendere la situazione nelle proprie mani.

C’è persino un abisso che si apre su Israele. L’intero partito repubblicano è unito a Trump nel sostenere il diritto di Israele a massacrare i dimostranti adolescenti a Gaza, e la maggior parte dei democratici è d’accordo – anche se diventerebbero isterici s una guardia di frontiera americana picchiasse un messicano mentre tenta di attraversare il confine.

L’elité europea, al contrario, sembra sinceramente scioccata dalla brutalità israeliana. Inoltre, sono disperatamente preoccupati per l’impatto sulla crescente minoranza musulmana in Europa. E se Trump e Netanyahu hanno dato fuoco a tutto il Medio Oriente, l’eleggibilità dei liberali europei sarà cancellata da una nuova ondata di profughi.

Il potere delle lobbies e dei media sionisti è ancora immenso, ovviamente, ma andare d’accordo con gli Stati Uniti e Israele sta diventando molto costoso. Persino il Financial Times, totalmente globalità, ha osservato che la “subordinazione a Washington implicherà un prezzo, in termini di politica interna, molto serio”

Inoltre, è anche superfluo, e c’è una scelta proprio dietro un altro angolo: combattere guerre senza fine per Washington e Israele – o commerciare con la Russia e con la Cina facendo parte del super blocco economico della Nuova Via della Seta?

Per giunta,i crescenti poteri nel blocco internazionale stanno lavorando costantemente per rompere la morsa del dollaro USA come unico mezzo per commerciare il petrolio e come valuta di riserva mondiale. Questo è il meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di giocare al poliziotto globale distruggendo la propria base manifatturiera. La FED stampa dollari, il resto mondo li compra, così gli americani ottengono tutti i beni di consumo di cui hanno bisogno. Nel momento in cui questo si fermerà, Washington non sarà in grado di permettersi di far saltare il resto del mondo sulle spese militari e il suo impero globale collasserà.

I preparativi sono in corso. La Cina sta persino corteggiando l’Arabia Saudita. E, ora, anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di trasferire i pagamenti in euro per i suoi acquisti di petrolio dall’Iran. Ciò consentirebbe a entrambe le parti di continuare a negoziare nonostante le sanzioni statunitensi. Ancora più importante, significherebbe la fine del petrol dollaro.

L’aver minacciato il dominio della FED, per la creazione di credito, e quello di Wall Street sul commercio globale, è stata naturalmente una delle ragioni principali per gli omicidi dia di Gheddafi che di di Saddam Hussein.

Normalmente, una tale mossa da parte dei leader dell’Europa porterebbe a drastiche contromisure da parte del Deep State americano. Il principio tra questi potrebbe essere l’innesco del grande potenziale di conflitto etnico e religioso che la CIA ha così laboriosamente impiantato nell’Europa occidentale attraverso l’immigrazione di massa e l’ondata di rifugiati.

Così come la CIA ha potuto innescare la distruzione della Yugoslavia lungo la strada verso l’Europa occidentale, così come ha scatenato i suoi addomesticati jihadisti in Libia e in Siria, potrebbe fare lo stesso contro l’Europa. Ciò punirebbe la recalcitrante élite politica europea e, al contempo, la spingerebbe nuovamente verso il Grande Fratello USA, il cui aiuto militare sarebbe necessario per risolvere il caos scaturito.

Potrebbero. Questo è chiaramente ciò che hanno programmato da molto tempo. Ma se possono farlo ora è un’altra questione.

Per prima cosa gli europei non sono privi delle capacità intellettive e ora già considerano l’America come qualcosa di diverso da un alleato divino – dimostrazione che una così cinica distruzione dell’Utopia liberale potrebbe andare davvero molto male. Lungi dall’impegnare l’Europa a gestirsi da sola, lo shock e la rabbia potrebbero completare la spaccatura.

E, poi, c’è il fattore Trump. Anche se il Presidente anticonformista è, per una volta, in scia con l’<élite di Washington su Iran e Israele, c’è ancora una guerra civile politica che infuria, all’interno e intorno alla Casa Bianca, su tutti gli altri fronti. Un regime che è così lacerato dal conflitto e dall’odio può prendere o prenderà davvero le decisioni e le azioni necessarie per demolire i suoi presunti alleati più stretti?

Forse. Ma forse no. Come per tutto il resto, in questa tempesta di cambiamenti, i venti possono cambiare a momenti e nessuno può prevedere con certezza cosa succederà dopo.

Ma ci sono tre cose che possiamo dire con un certo grado di certezza:

Uno. I venti del cambiamento continuano a soffiare.
Due. Se il Deep State americano decide di giocare sporco in Europa, allora, tutto ciò su cui noi nazionalisti abbiamo lanciato moniti avverrà, e verrà il nostro tempo.
Tre. Se Washington è troppo paralizzata per agire, l’impero del dollaro cadrà. E il nostro momento verrà.

Quindi, in un modo o nell’altro, verrà il nostro momento!

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We wish you all the best for Jean-Marie Le Pen.

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1742.- Sunniti contro sciiti: la mappa dello scontro

Ottavo anno di guerre siriane visto da Ankara e da Beirut
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L’apparente conclusione della guerra dei sette anni, siriana, celebrata dal’ accordo di Ankara, riporta alla ribalta l’altra guerra di 1.400 anni fra sciiti e sunniti, per intenderci meglio, fra Iran e Arabia Saudita, che si combatte a far tempo dalla morte del profeta. Altrettanto, si riaccendono in Israele i timori di avere 10.000 guerrieri Hezbollah alle frontiere, grazie all’avanzata dell’Iran attraverso Bagdad: timori tenuti a bada, sembra, dagli accordi fra Putin e Netanyau. Non dimentichiamo che Hibz Allàh o Hezbollah è il Partito di Dio degli sciiti libanesi. Sembra, che in Siria si siano combattute più guerre e che le nubi si stiano addensando all’orizzonte di Israele. Occhi anche su Beirut, dunque!

Putin, Erdogan, Rohani e Trump, assente ad Ankara, ma non politicamente, né per sempre, non hanno stipulato una pace. Hanno soltanto contemperato i loro interessi, molto al di sotto, però, dei grandi sorrisi profusi al termine dell’incontro.

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E’ certo che Putin conserverà le basi sul Mediterraneo, quella navale di Tartus e quella aerea di Latakia, nonché la sua partecipazione alle attività estrattive e di trasporto; Erdogan, riconosciutosi califfo, equidistante da Mosca e da Washington, quando si tratta del neoimpero ottomano, proseguirà nella eliminazione del popolo curdo dalle sue frontiere; Rohani otterrà il passaggio verso la capitale irachena Bagdad, e fino ai confini del mondo sciita e di Israele, lasciando aperta la strada agli Hezbollah; Trump manterrà integra la NATO, anche se molto nominalmente, perché il suo braccio armato e lo strumento di dominio sull’Unione europea, ovviamente assente. In tutto questo, Bashar al-Assad sembra definitivamente declassato al ruolo di governatore, atteso che è stata riaffermata l’integrità del territorio siriano. Probabilmente, la Morte di Mu’ammar Gheddafi pesa ancora. L’Isis, che abbiamo conosciuto come la nuova Compagnia delle Indie, non serve più. Malgrado questo quadro, gli sciiti dell’Iran, i sunniti dell’Arabia Saudita e il dio petrolio ci sono ancora, perciò, penso che, presto, vedremo di nuovo Trump sulla scena del Medio Oriente, anche perché i suoi Stati Maggiori nulla sanno, per ora, di questa sua ritirata a effetto.

Dopo questa breve analisi, Vi propongo la lettura di Davide Sarsini da agi estero, che su sciiti e sunniti sotto titola: “Una rivalità vecchia di 1.400 anni,ma che è deflagrata con le primavere arabe”.

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La rivalità tra sunniti e sciiti che infiamma il Medio Oriente ha 1.400 anni – lo scontro dottrinale risale infatti alla morte di Maometto – ma è deflagrata con le Primavere arabe che hanno rovesciato regimi e riacceso appetiti di dominio regionale dei due grandi sponsor, l’Arabia saudita sunnita, da una parte, e l’Iran sciita, dall’altra.

Sunniti vs Sciiti, una questione (anche) di numeri

I sunniti nel mondo sono l’80% dei musulmani contro il 15% degli sciiti. Il restante 5% si divide in correnti minori, i ‘sufi’ è la più diffusa. Rispetto al dato complessivo dei 49 Paesi a maggioranza musulmana, però, in Medio Oriente la forbice tra i due rami dell’Islam è molto più ridotta: tre sciiti per ogni cinque sunniti.

Gran parte degli sciiti si concentra in Iran, dove i sunniti sono solo otto milioni, l’11% della popolazione. Gli sciiti sono maggioranza anche in Azerbaigian, Iraq (dove governano dalla caduta del sunnita Saddam Hussein) e Bahrein. Quest’ultimo, isola-Stato del Golfo Persico, è retto però dalla casa sunnita dei Khalifa. Il 70% degli sciiti vive in questi quattro Paesi.

Il ‘caso’ Siria…
C’è poi la Siria, Paese a maggioranza sunnita governato dalla famiglia Assad e da un giro di potenti funzionari, tutti sciiti della setta alauita. Dal 2011 è iniziata una rivolta che si è trasformata in una guerra civile, con il presidente Bashar al-Assad appoggiato dall’Iran sciita contrapposto a una galassia di milizie per lo più sunnite (e curde) che vanno dall’Isis ai ribelli addestrati dagli Stati Uniti.

Tutti questi Paesi fanno parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, una cintura che comprende movimenti sciiti in India e Pakistan, soprattutto nel Kashmir, e attraversa Iran, Iraq, Siria, l’est dell’Arabia Saudita, il Bahrein fino al Libano, dove ci sono le milizie sciite di Hezbollah e un rapporto numerico quasi paritario con i sunniti, e allo Yemen.

…e il rebus Yemen
Proprio lo Yemen è un caleidoscopio dello scontro settario interno all’Islam: nel 2015 una coalizione a guida saudita è intervenuta militarmente per rovesciare le milizie sciite Houthi che avevano preso il potere. Negli ultimi tempi, però si registrano frizioni anche nel fronte sunnita fra l’esercito fedele al presidente filo-saudita, Abdrabbuh Hadi, e i miliziani del Movimento del Sud appoggiati dagli Emirati arabi uniti.

Il fronte sunnita è guidato dall’Arabia Saudita, custode dei Luoghi Santi dell’Islam, ma è maggioranza anche negli Emirati arabi, in Qatar, Kuwait, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e Afghanistan. Un saudita su quattro aderisce al wahabbismo, variante ancora più estrema e puritana dell’Islam.”

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1732.- Così noi europei inventammo il Medio Oriente

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Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College.
a cura di Federico Petroni

LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?
ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.
Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq.
LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.
ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni.

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LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?
ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale.
LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.
ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda.

LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?
ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Assad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Assad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini.
LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?
ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini.
LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’uno con l’altro.

ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa.

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LIMES Cioè?
ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo.
LIMES E il sionismo?
ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina.
LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.
ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente.
LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?
ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia.
LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.
ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato.
LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.
ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale.
LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.
ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente.
LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?
ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale.

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LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?

ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità.
LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?
ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva.
LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.
ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria.

966.-Mosca avanza nel Mediterraneo tra le disfatte della NATO

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…e al largo di Tobruck, come abbiamo visto. La bandiera mostrata dal Gruppo di Battaglia dell’Admiral Kuznetsov nelle acque di Tobruck e la notizia del richiamo in Patria di tutte le carriers dell’US NAVY per un’aggiornamento simultaneo, riportano l’attenzione a questo accordo di portata storica. Da un altra visuale, c’è la Russia dietro l’accordo fra Iran, Iraq ed Egitto, dopo la rottura di quest’ultimo con l’Arabia Saudita.

Mario.

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Il 100° Reggimento Aviazione Caccia Imbarcati schiera i multiruolo MiG-29K/KUB. E’ stata la prima missione a livello strategico della portaerei russa. Il 13 novembre, durante le operazioni in Siria, un velivolo di una formazione di tre, è stato perduto per “flame out” contemporaneo, in fase di avvicinamento al “ponte”. Pilota, incolume. era al suo 200° appontaggio.

Russia e Siria firmavano i documenti su sviluppo e modernizzazione della base navale russa di Tartus, comprendente un protocollo sulle condizioni per schierare forze aerospaziali russe in Siria. I documenti furono ratificati il 20 gennaio 2017 dal Parlamento russo. L’accordo rimarrà in vigore per 49 anni con estensione automatica per altri 25 anni, e prevede che 11 unità navali russe siano presenti nel porto di Tartus, tra cui anche navi a propulsione nucleare. La Russia si occuperà della protezione aeronavale della base, mentre la Siria di quella territoriale. La Russia potrà anche schierare velivoli in avamposti temporanei, coordinandosi con i siriani. La Russia potrà rinnovare, ricostruire e demolire gli impianti ed avviare lavori di costruzione, anche subacquei. La Siria non farà obiezioni sulle attività militari russe nella base, oltre la giurisdizione di Damasco. La Russia s’impegna ad inviare in Siria, su richiesta, specialisti per organizzare la difesa del porto di Tartus e organizzare le operazioni di ricerca e soccorso in acque siriane, ed infine per riparare a aggiornare le navi da guerra siriani; “Su richiesta dell’ente siriano autorizzato, l’organismo autorizzato russo potrà… gratuitamente… inviare rappresentanti… per assistere gli… specialisti siriani nell’aggiornamento tecnico delle navi da guerra siriane“.
L’accordo trasforma il centro logistico di Tartus in una base navale in piena regola, “Questo significa che in futuro navi di ogni tipo potranno essere stanziate a Tartus, ad eccezione delle portaerei“, dichiarava l’Ammiraglio Viktor Kravchenko, secondo cui acqua, carburante ed elettricità saranno garantiti e gli ancoraggi saranno ampliati; “Sarà necessario costruire un deposito batterie per sostituire le batterie dei sottomarini o ricaricarle“. La sicurezza della base sarà affidata ai sistemi missilistici di difesa aerea e di difesa costiera, come i sistemi missilistici Bal e Bastion. Andrej Krasov del Comitato della Difesa della Duma di Stato, affermava, “Questo è solo un elemento della rete di infrastrutture che consentirà alla Russia di combattere con successo il terrorismo internazionale nella regione“. Secondo Viktor Ozerov, a capo del Comitato della Difesa del Consiglio della Federazione Russa, “Non ritarderemo l’ammodernamento di Tartus… A giudicare dall’esperienza, penso che l’infrastruttura di Tartus potrà essere aggiornata secondo le nostre esigenze in 18-24 mesi“.

Nel frattempo, il Ministero della Difesa russo ritirava, dalla base aerea siriana di Humaymim, 10 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2, oltre al gruppo aeronavale dell’Admiral Kuznetsov con circa 30 aeromobili. Inoltre, arrivavano in Siria 4 aerei d’attacco Sukhoj Su-25. Il gruppo aereo russo in Siria poteva così contare su 37 aeromobili:
4 bombardieri Sukhoj Su-34
2 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2
4 caccia Sukhoj Su-30SM
4 caccia Sukhoj Su-35S
4 aerei d’assalto Sukhoj Su-25SM
3 elicotteri d’assalto Mil Mi-8AMTSh
20 elicotteri da combattimento Mil Mi-35M, Mil Mi-28N e Kamov Ka-52
1 elicottero navale Ka-31SV
oltre a vari droni, riducendo quindi del 51% il contingente aerospaziale russo dispiegato in Siria.

le disfatte della NATO

Nel nord della Siria, l’esercito turco, il secondo per importanza della NATO dopo l’US Army, subiva una serie di sconfitte dolorose per mano dei terroristi dello SIIL. A dimostrazione di come, al di là delle chiacchiere e della propaganda bianca o grigia, le forze siriane, iraniane, irachene e russe siano ben più efficaci ed efficienti contro il terrorismo islamista alimentato dalla NATO (Gladio-B), rispetto alle vantate efficienza e potenza dell’organizzazione e degli armamenti delle potenze occidentali. Secondo l’ultimo rapporto della Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti, le forze armate saudite avevano perso almeno 20 carri armati M1A2 Abrams nello Yemen, e l’esercito turco, nell’ambito dell’operazione “Eufrate Shield” nel nord della Siria, aveva perso almeno 15 carri armati di fabbricazione tedesca Leopard 2A4, di cui 10 presso la città di al-Bab. Tali perdite preoccupano il complesso militar-industriale tedesco, che li ha venduto 354 carri armati alla Bundeswehr e agli eserciti di altri 18 Paesi. Infatti, il Leopard 2 ha dimostrato di avere notevoli punti deboli ai fianchi e al tergo, che i terroristi addestrati dalle forze speciali della NATO hanno saputo sfruttare utilizzando i missili anticarro. Anche per questo, le forze armate turche e i gruppi terroristici filo-turchi, il 20 gennaio, non riuscivano ad accerchiare l’importante base del SIIL di Qabasin, nella provincia di Aleppo, ad est di al-Bab, di cui è il centro chiave del sistema di difesa.

La debolezza degli M1A2 Abrams e dei Leopard 2A4, per chi li conosce, fa comprendere come solo i T-90 russi abbiano innovato le tattiche di combattimento dei carri. …2001. Ero sulla strada di Pristina, in Kosovo, a 90 km/h, con la mia Land Rover, quando un rombo dalle spalle mi annunciò il sorpasso di un “panzer” di 70 tonn., lanciato a oltre 110 km/h, con una sorridente réclame della birra Pilsen in torretta. A vederli così! ndr

Se Obama emanava l’ultimo ordine operativo, inviando bombardieri B-2 per attaccare due campi dello SIIL in Libia, a sud-est di Sirte, allo scopo di supportare il governo filo-occidentale di Accordo Nazionale della Libia (GNA) di Fayaz al-Saraj, la portaerei russa Admiral Kuznetsov, l’11 gennaio, accoglieva il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Qalifa Haftar, legato al Parlamento di Tobruq, il cui presidente Agilah Salah aveva visitato Mosca il 13 dicembre incontrando il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov per discutere di dialogo politico, economia, sicurezza e antiterrorismo in Libia. In precedenza Ahmad Maytiq, vicepresidente del Consiglio di Presidenza del GNA, aveva visitato Mosca assieme al ministro dalla Difesa Mahdi al-Bargathi e al ministro degli Esteri Tahir Syiala. A dicembre, l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov incontrava sempre al-Bargathi per discutere di cooperazione militare, manutenzione e aggiornamento del materiale militare russo in Libia. Prima del 2011, in Libia le compagnie petrolifere e gasifere russe avevano firmato contratti per almeno 4 miliardi di dollari. Nel maggio 2016, Mosca stampò 4 miliardi di dinari libici per conto del governo di Tobruq guidato dal primo ministro Abdullah al-Thani. Haftar stesso aveva visitato Mosca per due volte in sette mesi, incontrando i Ministri degli Esteri e della Difesa russi e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev. Secondo il portavoce del LNA Ahmad al-Mismari, “La Libia firmò contratti con la Russia del valore di 4,2 miliardi di dollari nel 2009. Questi contratti saranno attivati una volta che l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite non sarà più attivo“.

Operazioni dell’esercito arabo siriano di contrasto all’organizzazione terroristica Daesh est verso la città di Homs Palmyra.

Infine, il deputato egiziano Hatam Abdulhamid accusava Qatar, Turchia e Israele di sostenere i gruppi terroristici nel Sinai, “I gruppi terroristici sono mercenari sostenuti da potenze mondiali e regimi reazionari, e questi ultimi usano i terroristi per i loro piani distruttivi. Doha, Ankara e Tel Aviv sono dietro tutte le operazioni terroristiche nel Sinai e cercano di diffondere il terrorismo in Egitto“. Le osservazioni avvenivano dopo che i terroristi avevano ucciso 8 poliziotti in un posto di blocco nella provincia di Wadi al-Jadid, nel sud-ovest dell’Egitto. 2 dei terroristi furono eliminati dalle forze di sicurezza.

Aleppo, gennaio 2017. La Polizia Militare russa deve mantenere il controllo della città: un impegno portato avanti da cittadini.

Dalla rivista on-line Strategic Culture Foundation. Traduzione di Alessandro Lattanzio

930.- Qualcuno spieghi a Trump che l’Iran non c’entra nulla con il terrorismo

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La politica estera di Trump comincia a prendere forma. In pratica, l’immigrazione dai paesi arabi è consentita soltanto da quelli che hanno rapporti commerciali con gli USA. L’inclusione dell’Iran fra i paesi esclusi da Donald Trump dall’immigrazione negli USA, invece, non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo, ma, se mai, con le politiche che originano il terrorismo e che fanno capo ai petrolieri, notoriamente, vicini a Trump e alla lobby sionista americana. Insomma, in Medio Oriente, Israele ha la sua voce in capitolo e, sullo sfruttamento dei grandi giacimenti nelle acque siriane,  Netanyahu ha preso i suoi accordi con Putin. Alla Casa Bianca, pure, finora, la ha avuta per mezzo della lobby che, fingendo di appoggiare Israele, in realtà, persegue un disegno di dominio sul mondo, Stati Uniti compresi, ma ha appoggiato apertamente e ha votato la Clinton e non Trump. Sia o non sia vero, l’Iran non si meritava quest’altro colpo e vedremo come agirà Putin e se l’argomento sarà fra quelli dell’annunciato incontro fra i due potenti leader.

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Sabato 28 gennaio 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha registrato nel suo diario una serie di telefonate. Così, ha parlato con il primo ministro giapponese Abe, con il Presidente russo Putin e, per la prima volta, con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con Merkel, Trump ha parlato di una serie di questioni, tra cui la NATO, la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa, le relazioni con la Russia e la crisi Ucraina. Entrambi i leader hanno ribadito l’importanza fondamentale della NATO per le relazioni transatlantiche generali e il loro ruolo nel garantire la pace e la stabilità della nostra comunità del Nord-Atlantico.

Putin e Trump, nel loro primo colloquio telefonico di questi giorni, si sono dichiarati favorevoli a unire le forze nella lotta contro il terrorismo internazionale, che significa che vogliono chiudere la partita siriana e tutte quelle aperte nella regione, dall’IRAQ ai Curdi. Rivedranno anche le relazioni economiche tra i loro paesi per rilanciare e stabilizzare le relazioni reciproche. Le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia non sono state menzionate nella dichiarazione e i due leader hanno anche discusso la situazione in Ucraina, ma non risulta che abbiano parlato dell’Iran. L’Iran è consapevole delle mire israeliane e occidentali e si è opportunamente associato alla Russia nella lotta all’ISIS, per questo, alla luce della futura collaborazione USA – Russia nella lotta contro il terrorismo, la decisione di Trump stride. Infine, i paesi di quel mondo che meriterebbero l’ostracismo dell’Occidente sono l’Arabia Saudita e il Qatar. I Paesi presi di mira da Trump sono, invece, Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia.

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Prima conseguenza della decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere gli ingressi da sette Paesi musulmani sarà l’assenza agli Oscar del regista Asghar Farhadi e dell’attrice Taraneh Alidoosti. Entrambi infatti sono iraniani e proprio l’Iran è finito nella black list dell’inquilino della Casa Bianca. A darne notizia su Twitter è il presidente del Consiglio nazionale irano-americano, Trita Parsi, il regista non parteciperà alla cerimonia dove il suo film ‘Il Cliente’ corre come miglior film straniero. Il regista ha già vinto un Oscar, nel 2012, con la pellicola ‘Una separazione’. Due giorni fa l’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, co-protagonista del film di Farhadi, aveva annunciato su Twitter la sua decisione di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta contro la decisione di Trump, già anticipata dalla stampa: “Non parteciperò agli AcademyAwards 2017 per protesta”, aveva scritto. E oggi, a ordine esecutivo firmato dal presidente, ha scritto: “Nessun iraniano è stato accusato di aver attaccato l’America… gli attentatore dell’11 settembre erano cittadini di Paesi non presenti nella lista”.

Il titolo e l’articolo che segue sono di Simone Zoppellaro.

Incredulità, paura, disgusto. Queste le reazioni degli iraniani in queste ore al decreto firmato ieri da Trump. (Ma anche la mia, che in quel Paese ho trascorso cinque anni straordinari della mia vita, e standoci molto bene). Un’umiliazione disumana, oltraggiosa, dettata unicamente dalla volontà di confermare in qualche modo i proclami farneticanti della campagna elettorale. Altro che post-verità, qui siamo alla post-politica, ridotta a ciancia da postribolo, quando non al puro turpiloquio. Un decreto che, anziché colpire i finanziatori del terrorismo internazionale – i Paesi del Golfo in primis – sbaglia clamorosamente mira. Colpisce chi – pur fra contraddizioni e compromessi – aveva cercato di proporre un ordine alternativo nella regione, l’Iran, e soprattutto chi patisce nel modo più drammatico le conseguenze di una guerra foraggiata in larga parte dall’esterno, l’Iraq e la Siria. Fra i sette Paesi musulmani interessati dallo stop all’immigrazione firmato ieri da Trump ci sono anche loro, insieme a Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Una strategia che punisce le vittime anziché i carnefici, ammesso che la parola strategia si adatti ancora alle magnifiche sorti e progressive dell’epoca di Trump.

Incredulità, paura e disgusto, dicevamo. Chi non ha vissuto in Iran negli anni di Ahmadinejad non potrà mai capire la vergogna e la frustrazione – pane quotidiano di milioni di cittadini – di un Paese piegato dalle sanzioni e dipinto dai media e dalla politica internazionale come la fonte di tutti i mali. Chi non ha vissuto in Iran non potrà neppure capire come questa immagine sia lontana, anzi antitetica rispetto alla realtà. Una società naturalmente aperta all’Occidente, da sempre curiosa nei confronti delle altre culture, attenta a farci sentire a proprio agio, anche permettendoci in quanto stranieri di avere libertà che molti iraniani non si sono mai potuti permette.

Un Iran che aveva accolto come un trionfo prima l’ascesa di Rohani, poi l’accordo sul nucleare che sembrava porre fine a un isolamento ultradecennale. E quando dico un trionfo, intendo migliaia di persone scese a ballare in strada di notte dalla gioia. Letteralmente: io c’ero, nel primo dei due casi, e non oso neppure immaginare l’umiliazione e la frustrazione di chi, in quelle ore, aveva così tanto sperato, guardando agli USA e all’Europa come a un riferimento. Altro che lotta all’ISIS, se quello iraniano non fosse un popolo assai più civile e colto di tanti altri (incluso quello a stelle e strisce) da un atto come quello di Trump rischierebbero di nascere intere generazioni di terroristi. E invece la reazione di Rohani, come dei suoi concittadini, è stata assolutamente pacata. Il tutto mentre si separano intere famiglie, a cui viene in queste ore improvvisamente negato l’ingresso negli USA, anche se in possesso di visto o green card. Ingresso che sarà negato – a quanto riporta la stampa iraniana – anche a Asghar Farhadi, regista il cui film è candidato agli Oscar come migliore film straniero. Neanche il cinema e i suoi sogni ormai hanno più posto nell’America di Trump.

«The horror! The horror!», le parole pronunciate da Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad mi martellano alle tempie mentre scrivo queste righe. Il tutto mentre un’agenzia batte che vengono fermati al Cairo prima dell’imbarco per New York sei iracheni e uno yemenita, e mentre iniziano ad affiorare le prime storie di traumi e separazioni nate da questo decreto. Chi non conosce l’umiliazione di vedersi rifiutato l’ingresso in un Paese non potrà capire. Il fatto che tutto questo sia propagandato come guerra al terrore rende ancora tutto più disgustoso e grottesco. Certo, Trump non è un nuovo Hitler, ma ciò non toglie che quanto avviene oggi non sia meno pericoloso. La politica mutilata, priva di ogni fondamento logico, e resa pure pulsione, emozione o rabbia, può condurre facilmente a una nuova catastrofe. Su quegli iraniani e musulmani improvvisamente privati della libertà di movimento pesa il macabro ricordo delle leggi razziali e della Shoah.

831.-MEDIO ORIENTE: LO SMEMBRAMENTO GIÀ PROGRAMMATO DA MOLTO TEMPO

Maurizio Blondet, di L. Garofoli

Già dalla seconda metà del diciannovesimo secolo le allora nazioni egemoni mondiali, tutte europee, stavano cercando di dare un senso a quale realmente fosse l’importanza del Medio Oriente. Dopo che in quella parte di mondo furono scoperti i più grandi giacimenti di petrolio esistenti, il suo totale controllo divenne essenziale per lo sviluppo economico futuro delle grandi potenze, ma soprattutto per il mantenimento della loro potenza politica e militare nel mondo. Ma sul controllo della regione aumentarono immediatamente anche le mire di altre nazioni “emergenti” che avevano come obiettivo, sia quello di crescere come importanza mondiale, sia anche quello di diventare le uniche a poter dominare l’area.

Gli Stati Uniti erano ovviamente in prima linea.

Allo scoppio della Grande Guerra, l’opportunità che si presentò loro fu davvero immensa e gli americani giocarono le loro carte molto bene. Innanzitutto cominciarono con il far lavorare a pieno regime la loro industria pesante ed a fare buoni affari con tutti i belligeranti, ma soprattutto calarono il loro asso sfruttando sapientemente, l’immensa capacità finanziaria: prestare soldi fu la mossa vincente. Quando gli eserciti in conflitto arrivarono ad una empasse che avrebbe portato, dritto dritto, all’esaurimento ed allo sfinimento delle nazioni belligeranti, furono le Massonerie internazionali, largamente dominate dall’elemento americano, ad imporre il loro volere con il Convento di Strasburgo: niente mediazioni, nessun tentativo di risoluzione del conflitto attraverso trattative di pace!

Il tentativo dei principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, ispirato e sostenuto da Benedetto XV, fu fatto fallire: la guerra sarebbe terminata soltanto con la resa incondizionata degli Imperi Centrali! Ma restava da risolvere il grave problema di come far pendere la bilancia dalla parte dell’Intesa, cosa non da poco.

Proprio a questo punto, scende in campo il più grande banchiere americano e mondiale, Lord Lionel Walter Rothschild, il quale incontra il Ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica Lord Balfour: Rothschild promette al Ministro degli Esteri britannico, che se lui capo della diplomazia inglese, si fosse impegnato formalmente a stilare una dichiarazione che avesse riconosciuto, agli Ebrei, il diritto di poter creare uno stato ebraico in Palestina, lui stesso si sarebbe formalmente impegnato a far sì che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra a fianco dell’Intesa.

Il testo della Dichiarazione Balfour:

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Così avvenne puntualmente!

In realtà il capo della diplomazia britannica fu molto vago nello stilare il documento, a cui non dava assolutamente alcun tipo di importanza formale.

Prova ne sia che, appena terminata la guerra, Francesi ed Inglesi si misero all’opera per insediarsi saldamente in Medio Oriente spartendoselo: le due potenze europee stabilirono, con l’arroganza dei vincitori, confini destinati a creare ancora oggi, seri problemi nell’area: il merito di aver tracciato questi confini va al britannico Sir Mark Sykes e al francese François Georges-Picot).

Da quel momento l’attenzione americana sulla zona è andata aumentando sempre di più, dopo il termine della seconda guerra mondiale la cosa ha assunto connotati sempre più evidenti ed il controllo dell’intera area è diventato, per gli americani, una vera e propria ossessione. Due erano gli stati su cui puntavano tantissimo: l’Arabia Saudita e l’Iran, retto dallo scià Reza Pahlavi. Di errori ne hanno fatti tantissimi come quello di favorire l’ascesa di Nasser e Neghib in Egitto in funzione antibritannica, poi di lasciarli in mano ai Russi; poi di aver tradito ed abbandonato lo Scià e soprattutto di aver creato un legame sempre crescente ed esclusivo con Israele a scapito di tutti gli altri stati medio orientali, Arabia Saudita esclusa.

Poi con un’inversione a 360°, la strategia statunitense è completamente cambiata soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq: si punta ora ad una totale destrutturazione dell’area ed allo stravolgimento della carta geografica di tutto il Medio Oriente.

Hanno cominciato con la Siria, poi la rivolta “democratica” (forse più integralista che democratica e poi della peggior specie di integralismo) ha causato il fenomeno delle primavere arabe contagiando l’Egitto, lo Yemen, la Tunisia che, lungi da rafforzare, in questi paesi, la democrazia ha favorito l’ascesa di fazioni esacerbate e totalmente antitetiche tra loro. Quando la rivolta si estende all’Oman ed al Bahrein i sauditi intervengono militarmente ed il 14 marzo 2011 chiudono la partita reprimendo la rivolta “spontanea” nel sangue.

Come se non bastasse a creare ancora maggior confusione ci si mette anche quel “genio della lampada” di Sarkozy, il quale, pur di far dispetto all’Italia, si inventa di abbattere il regime di Gheddafi in Libia.

A questo punto tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

Ralph_Peters_solution_to_Mideast

ralph_peters_solution_to_mideastRobin Wright, autrice dell’articolo del New York Times

La mappa, ipotetica, mostra come evolverebbe, al termine del caotico terremoto in corso, l’area: dai cinque paesi attuali (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita) ne verrebbero fuori quattordici. Senza calcolare la possibilità della eventuale creazione di una città Stato: Misurata. Quindi, in ultima analisi, secondo il pensiero di Tariq Ramadan, la rivolta siriana, inizialmente la meno prevedibile di tutte, avrebbe soltanto moltiplicato, nella regione, i fronti, le contrapposizioni ed anche, purtroppo, i rischi, il caos e le stragi.

Il frazionamento del Medio Oriente permetterebbe, di poter essere meglio controllato da parte di Washington. Entrambe le carte seguono la stessa logica: scindere in più parti gli Stati mussulmani più potenti della regione, creando delle unità più piccole, sfruttando a questo scopo, le differenze religiose, etniche e tribali esistenti.

La prima carta interessa una vasta area che, partendo dal Nord Africa, arriva fino al Pakistan.

La seconda, invece, quella edita dal New York Times, la zona interessata a questo tipo di frazionamento, è quella compresa tra la Libia ed il Golfo Persico : l’asse davvero portante di tutte le ̋preoccupazioni ˝ americane.

L’Institute of Peace and the Wilson Center, è uno dei tanti che compongono quella galassia di istituzioni, fondazioni, Onlus finanziati dalle grandi fondazioni americane, o dai grandi magnati ˝ liberals ̋. Essi hanno per unico loro scopo, la manipolazione di forze politiche di opposizione all’interno di molti stati, a varie latitudini.

Le due rappresentazioni cartografiche si sovrappongono pienamente, come per incanto, specialmente nella parte più strategicamente sensibile della regione: quella che comprende la cosiddetta Mezzaluna Fertile[1] e la penisola arabica. Come abbiamo già accennato prima la logica è la stessa: dividere gli Stati musulmani e soltanto questi, utilizzando tutte quelle possibili fratture che in essi possano sussistere. Siamo portati a credere che la differenza tra le due carte ed i due eventuali scenari, non sono altro che delle varianti e delle correzioni apportate in itinere, tenendo conto dei fatti che si sono svolti di cui gli autori hanno preso atto man mano che questa strategia veniva posta in essere.

slide_2Cartina della Mezzaluna Fertile..

A ben pensarci, tutto era iniziato con l’occupazione dell’Iraq, posta in essere nel marzo del 2003, da parte degli Americani: va da sè che la cartina pubblicata nel 2006, era stata concepita ben prima di questa data, dagli strateghi del Dipartimento di Stato e del Pentagono e prudentemente tenuta segreta.

L’odio tra sunniti e sciiti, era perseguito scientemente dal governo iracheno a maggioranza sciita e totalmente impegnato nell’accaparrare, alla propria comunità, il più largo potere possibile. E’ questa forse la causa più credibile dello smembramento in atto in Iraq. Questo smembramento, de facto, in tre parti, avveniva mentre sunniti e sciiti erano troppo occupati a fronteggiarsi gli uni contro gli altri, lasciando ai Curdi la possibilità di diventare praticamente indipendenti.

Ma il nascente piano subisce una improvvisa battuta di arresto a causa della inattesa resistenza posta in essere dal regime siriano di Assad. Dunque si è dovuto concedere, come chiaramente appare nella seconda carta, oltre alla enclave aluita già prevista, anche tutta la parte occidentale del paese tra cui Damasco. La nuova Siria, secondo i piani e gli intenti americani, non doveva essere assolutamente guidata da Assad : qui a sparigliare le carte nella crisi siriana interviene, come un ciclone, Putin che rallenta e quasi fa fallire i piani di destabilizzazione concepiti dagli USA.

Oggi tutto questo assume una secondaria importanza: in Siria come in Iraq filo governativi e anti governativi, permettono ai Curdi di governare, come essi vogliono, in quella parte di territorio che controllano, anche e soprattutto sotto il punto di vista militare. Ma i Peshmerga non sono assolutamente in grado di condurre, al posto degli Americani, ˝ operazioni umanitarie ˝ rilevanti, per poter mettere fine alle stragi, alle deportazioni, alle riduzione in stato di schiavitù ed alle persecuzioni perpetrate dal Califfato, contro le popolazioni cristiane caldee e contro gli Yazidi. I Curdi non posseggono armamenti pesanti ed adeguati mezzi aerei, gli Americani non glieli hanno mai voluti fornire, per evitare reazioni stizzite da parte della Turchia e dell’Iran : ora non possono pretendere che altri caccino le castagne dal fuoco al loro posto, evitando così il diretto coinvolgimento in situazioni volute e create dalle strategie sbagliate realizzate dal Pentagono.[2]

A questo punto torniamo all’attualità. Vista la situazione è sembrata essere un’opportunità auspicabile, per i servizi americani, unire i sunniti dei due Stati arabi frazionati, in un solo blocco, una specie di ˝ Sunnistan ̋ : il tutto con il preciso intento, di rinforzare questi due gruppi ribelli al governo centrale, in modo tale da rendere vane le frontiere e dunque cancellarle meglio.

Ci troviamo pertanto nella fase in cui i servizi americani (ed ovviamente anche quelli israeliani) favoriscono la costituzione, nel modo più veloce possibile, di questo ̋Sunnistan ˝. Devono, quindi, aiutare, con tutti i mezzi, la creazione di un esercito dell’emirato islamico (in cui in questo momento la fiamma religiosa è molto più forte e dinamica di quella etnica) cercando di creare e stabilizzare l’ISIS o Emirato islamico dell’Iraq e del Levante. In quest’ottica si spiegano le incertezze, o peggio il disinteresse, del presidente Obama nel porre in essere un’azione di interdizione che fermi queste forze violente e sanguinarie che spadroneggiano nella regione.

La rapidità fulminea con la quale si sono svolti i fatti ricorda molto da vicino la velocità improvvisa ed ˝ inesplicabile ̋ dell’avanzata delle truppe croato-mussulmane in Bosnia nel 1990 ai danni dei Serbi. Il blitz permise di raggiungere quella linea, che soltanto in seguito, si scoprì essere stata preventivamente concordata, per permettere ad ognuno dei beligeranti di poter entrare in possesso della metà del territorio.

Quanto alle prossime mosse esse sono quasi imprevedibili: rispetto a quanto presentato dalle cartine pubblicate ed in modo particolare nella seconda, quella cioè di Robin Wright.

Assistiamo alla solita fasulla pantomima iscenata dagli Americani che fanno intervenire i loro caccia bombardieri impiegandoli in delle azioni dimostrative di nessun valore, ma che, adeguatamente propagandate, rafforzano l’immagine della grande potenza sempre sensibile ai diritti umani di tutti : fossero anche quelli dei cattolici, ma, in questo caso con estrema moderazione, si intende.

Quanto ai Curdi sarà molto più conveniente unire gli stati che di fatto esistono nel Nord della Siria e nel nord dell’Iraq sotto il loro controllo diretto creando un’unica entità nazionale, ma tutto ciò in modo molto discreto e progressivo, nel timore di provocare una reazione da parte della Turchia scomoda confinante, estremamente sensibile su questa questione.

Si cercherà anche, con tutti i mezzi di dividere in due lo Yemen ora ridiventato da parecchi anni una sola nazione. Yemen che era stato messo un po’ nel dimenticatoio dopo la spartizione creata, come al solito, in maniera fantasiosa dall’occupazione britannica del sud della penisola arabica.

E adesso viene la parte più delicata del piano, cioè quella che riguarda l’Arabia Saudita.

Fedele e sicuro alleato da sempre degli Stati Uniti, costantemente pronto a mediare, a spianare la strada ai superiori Americani : un altro stato suzerain americano. Ma soprattutto sempre pronta l’Arabia Saudita, a calmierare il prezzo del petrolio che permette agli statunitensi di poter continuare a scorazzare con i loro Suv dalle cilindrate da mezzi corazzati, ma con dentro tanto spazio per il surf, la bicicletta ed, orribile dictu, anche per i bambini quei pochissimi, che ancora nascono a quelle latitudini nelle maniere più strane e difformi dal naturale!

Non dimentichiamo che dietro tutto questo vasto progetto ci sono i milioni di dollari che i sauditi profondono alle varie organizzazioni fondamentaliste islamiche, in nome anche di quella fratellanza Waabita, che è un po’ il collante e la base storica della nascita dello stato dominato dalla dinastia Saud. Questa massa di dollari prendono sia la strada del Nord Africa, sia quella della Siria, sia ovviamente quella dell’Iraq e dell’Afghanistan, o dell’Europa, spesso con il precipuo scopo di arginare, se non cancellare, gli apostati sciiti iraniani che oltre tutto, sotto il profilo genetico, non sono nemmeno arabi.

Il nord della penisola arabica verrebbe aggregato alla Giordania in cambio dell’accettazione, da parte di re Abdallah II, di riprendersi in carico un cosistente numero di palestinesi, individui senza terra e senza pace, braccati, come animali da macello, dai tank e dalla aviazione israeliana a Gaza. Oppure isolati, come appestati, o come paria, da un muro di cemento armato lungo centinaia di chilometri in Palestina.

Ma c’è di più: l’ossessione americana per il controllo di tutti i territori dove ci siano consistenti giacimenti petroliferi, porterebbe alla unione della provincia costiera di Hassa con il sud dell’Iraq ed il sud ovest dell’Iran arabofono in un nuovo stato arabo sciita sempre sotto il controllo della dinastia Saudita. Ricordiamo che la provincia costiera di Hassa racchiude, nel proprio sottosuolo, la quasi totalità delle risorse petrolifere ad oggi conosciute e mappate, dell’attuale regno saudita.

La cosa sarebbe ancora più grave in quanto il successore del novantenne e malato attuale re Abd Allah non è ancora chiaro chi sarà, forse il potentissimo principe Bin Sultan, molto legato ai servizi americani, ma non è pacifico che questo avvenga, senza scatenare un sanguinoso regolamento di conti all’interno della famiglia reale: in passato questo scontro per la supremazia della dinastia è già accaduto provocando un bagno di sangue.

Più drammatico ed ancora più traumatico, sotto l’aspetto del prestigio, sarebbe la creazione di un ” Vaticano islamico ” che, tra i propri confini, contenesse la presenza delle due maggiori città sante dell’Islam la Mecca e Medina.

E qui la cosa diventerebbe addirittura non solo complessa, ma molto rischiosa in quanto il neo Stato, prevederebbe non uno stabile governo, ma un’alternanza governativa di differenti gruppi musulmani. La presidenza del medesimo potrebbe essere assunta, a turno, anche dai detestati sciiti (arabi, o peggio ancora iraniani), oppure dagli indonesiani che mangiano carne suina, o dai falsi arabi del Maghreb, o peggio ancora dai neri discendenti degli schiavi.

Come questo coacervo di forze possano coesistere è pura follia soltanto pensarlo, ma gli “Amerikani” amano molto destabilizzare e destrutturare tutto ciò che può essere monolitico e solidissimo, con un occhio sempre attento anche a destrutturare qualsiasi tipo di fede religiosa, ritenuta nei principi massonici molto pericolosa in quanto troppo dogmatica, o integralista.

Forse, alla fine, la soluzione finale potrebbe essere quella di insediare in questo stato, a forte connotazione religiosa, una setta integralista waabita o magari farne grazioso omaggio alla famiglia Bin Laden, considerata la fedeltà dimostrata ed i miliardari affari che hanno sempre intrattenuto con gli Americani in tanti campi di diversa natura economica : petrolio, banche, oleodotti, costruzioni. Del resto la pecora nera della famiglia, quella testa calda di Bin, giace su un fondale in un punto segreto dell’Oeceano Indiano e quelli che esistono ancora sono tutta brava gente, tutta affari ed amicizia con gli USA.

A questa situazione già ingarbugliata, quasi a voler aggiungere un buon peso, una porzione del sud ovest dell’attuale regno saudita potrebbe andare ad ingrandire lo Yemen.

Sembra che chi, nell’ombra crea queste trame strategiche molto complesse e criminali, abbia ben compreso che tutti i sudditi sauditi, compresi coloro i quali si oppongono, molto fortemente, alla casta principesca del regime autoritario e fortemente caratterizzato da un punto di vista religioso, si sentirebbero umiliati dall’essere aggregati a degli Stati confinanti. Stati che essi guardano dall’alto verso il basso. Come, per esempio, la Giordania che la dinastia Saudita ha rinnegato da tempo usurpando al re di Giordania la custodia dei luoghi santi dell’Islam, oppure come l’Iraq dilaniato dalla guerra, o lo Yemen economicamente molto arretrato.

La nuova carta geografica ha come obiettivo la spartizione dell’Arabia Saudita in cinque entità statuali, ma non di meno traspare chiaramente che chi ha creato questa nuova cartina geopoliticamente molto scorretta, abbia privilegiato soltanto una logica di carattere tribale. Appare chiaro anche che, nonostante tutto, Ryad sarà privata del suo sbocco al mare.

Insomma questo piano è ancora tutto da realizzare. Secondo fonti bene informate, il clan familiare dei principi sauditi, ancora molto potenti e fortemente compatti ed uniti (condizione questa essenziale per poter continuare a sopravvivere nella regione), pur essendo coscienti di ciò che viene preparato, non hanno proprio del tutto l’intenzione di cedere e lasciar fare agli americani senza opporre una forte resistenza, o perlomeno, a ricavarne il massimo di profitto economico.

Da ultimo la Libia : il caos seguito alla eliminazione, democraticamente ̋semi violenta˝, del colonnello Gheddafi, ha dovuto tenere in considerazione, le istanze separatiste della regione di Bengasi. In Libia coesistono, molto male, due tribù etnicamente distinte : i Tripolitani, più orientati verso il Maghreb ed al mondo islamico filo occidentale ed i Cirenaici rivolti, invece, all’islam orientale. Nemici giurati culturalmente, ma anche economicamente, dei primi, giacchè sin dai tempi di Gheddafi, la capitale gestiva gli introiti del petrolio proveniente all’80% dalla Cirenaica.

Il futuro prevede una Libia smembrata in due o tre parti: a giugno il Consiglio Nazionale della Cirenaica, ha già dichiarato la propria “autonomia”. Il terzo moncone potrebbe essere il Fezzan dove coesistono etnie e tribù assolutamente diverse da quelli della Tripolitania e della Cirenaica.

Noi italiani lo sappiamo bene: dopo l’annessione del 1912, una lunga guerriglia continuò usurante e strisciante, fino a quando Mussolini nominò governatore della Libia il generale Graziani che riuscì a vincere la resistenza e a riunificare il paese, anche facendo ricorso alle maniere forti, le uniche che dettero dei risultati pratici. Ciliegina sulla torta alla tripartizione territoriale suddetta, si aggiungerà la creazione di una città stato, o un porto franco, ancora non è dato a sapere, che dovrebbe riguardare la città di Misurata: in base a quale logica, od obiettivo, nessuno sa dare spiegazioni plausibili o razionali. Tutto resta coperto da un velo matematico spesso ed esotericamente consistente!

Statene certi che i progetti hanno sempre una riserva mentale, o un piano B: se, per esempio, venissero scoperti altri giacimenti petroliferi, gli Americani sarebbero pronti a scatenare ancora di più il caos per poter controllare, attraverso la vecchissima politica romana del divide et impera, o a quella più “umanista” e massonicamente democratica dell’Ordo ab Chao, la nuova situazione che verrebbe a concretizzarsi.

Basta saper controllare il caos ed avere la possibilità di ristabilire un ferreo ordine gerarchico selettivo. Intanto divisioni, guerra civile, rivalità tribali e religiose, o tutto quello che vogliamo, non impediscono assolutamente l’arrivo in Libia di disperati da ogni parte dell’Africa sub Sahariana, dal Medio Oriente e perfino dal sub continente indiano.

Gente che percorre migliaia di chilometri, non si sa con quali mezzi, che paga dai 1500 euro in su il prezzo della loro fuga verso un miraggio di benessere e di tranquillità che non troverà mai. C’è da domandarsi chi mette a disposizione simili somme che sarebbero delle vere e proprie fortune in quei paesi, ma soprattutto costoro non potrebbero imbarcarsi comodamente su un volo di linea ed arrivare a destinazione con dei rischi molto più bassi e con un viaggio molto meno pericoloso? Forse che arrivati a destinazione, non potrebbero fare, comunque, domanda di asilo politico ed ottenere lo stesso lo status di rifugiati politici?

Mistero dei misteri!!!

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Ma nonostante tutto dalle coste libiche i barconi della morte continuano a salpare verso le nostre coste senza che nessuno, colà, muova un dito e, cosa ancora più scandalosa ed inquietante, senza che nessuno da noi provi nemmeno ad alzare una voce di dissenso per fermare questo scempio.

Non bastano di certo le corone di fiori gettate dal Pontefice in mare a Lampedusa, o le chiacchiere ferragostane dl Ministro degli Interni Alfano rivolte ad una UE sorda ed insensibile per fermare questo genocidio e questo oltraggio alla dignità umana. Tra poco anche da noi, come successo in Francia e sta succedendo nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, cominceranno a manifestarsi focolai di ribellione e problemi gravi di ordine pubblico. La retorica dell’accoglienza verrà spazzata via da una rabbia incontrollata o da una cieca ed inarrestabile reazione violenta a questo diktat, di chi vuol cancellare, oltre che le frontiere naturali, anche ogni traccia di civiltà passata che possa ricordare una diversa impostazione di vita e di gestire il proprio futuro, in maniera difforme da quello che, le centrali mondialiste, hanno disegnato per creare una massa di schiavi, senza più storia, senza speranza e senza domani.

[1] Il termine “Mezzaluna Fertile” fu coniato negli anni venti dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago. è una regione storica del Medio Oriente che include la Mesopotamia, il Levante e l’Antico Egitto:quella valle fertilissima dai quattro grandi fiumi Nilo, Giordano, Tigri ed Eufrate. La regione dal Neolitico fino all’Età del ferro vide il nascere delle più grandi civiltà umane. In essa si istallarono i Sumeri creandovi la prima civiltà sedentaria della storia umana, circa cinquemila anni prima di Cristo. A ben vedere, il territorio corrisponde perfettamente alle parole di Theodor Hertzel quando preconizzava la creazione “di un grande stato ebraico tra il Nilo e l’Eufrate”.
[2] Per salvare la faccia, gli Americani, ordinano ai loro lacchè europei di rifornire loro di armi i Curdi. In questo modo qualsiasi tipo di responsabilità politica o economica ricadrà sopra di loro, mentre gli USA non potranno essere accusati da Turchia ed Iran di essere intervenuti in maniera diretta. Quasi tutti gli stati della UE aderiranno. Ultimo particolare: chi pagherà la fornitura di armi? Gli Americani no di certo, quindi il peso ricadrà, statene certi, unicamente sui già martoriati contribuenti del vecchio continente. Cornuti e bastonati!!

830.-Francia e Turchia contro i curdi

 

 

unknown     di Thierry Meyssan

Thierry Meyssan, intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica. Da Réseau International, traduzione libera di Mario Donnini

L’analisi di Meyssan va letta alla luce del più ampio piano di politica estera proseguito, fino a ieri, da Obama e dalla Clinton: destabilizzare a ogni costo la Siria e il Medio Oriente. È infatti dal 2011 che l’America ha addestrato, non solo in Turchia, ribelli, più o meno moderati, per combattere contro Assad. Il risultato è stato disastroso: una rivoluzione, più o meno, anzi, molto poco spontanea, si è tramutata in una guerra civile che ha fatto centinaia di migliaia di morti. Gli USA miravano e mireranno ancora a destabilizzare l’Ue con una invasione mai verificatasi di profughi ed in secondo tempo a dominare tutte le risorse energetiche. L’immagine che segue riporta a un necessario passo indietro.

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1/05/2015. Il quotidiano turco Hurriyet scrive che, in Turchia, sono arrivati 123 soldati americani per addestrare i ribelli moderati siriani che combattono contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad. Circa 80 militari americani hanno raggiunto la base aerea di Adana, mentre altri sono stati trasferiti nella base di Hirfanli, nella provincia di Kirseir.

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Le Kurde syrien Salih Muslim, collaborateur du président Erdoğan, a conduit une partie de sa communauté à la défaite. Il tente aujourd’hui de se racheter et a été placé sous mandat d’arrêt par Ankara.

I media occidentali non riescono a spiegare le guerre che scuotono la “Questione d’Oriente” perché rifiutano di considerarle a livello regionale. Invece di discutere se gli eventi in Siria siano una rivoluzione, una guerra civile o un’aggressione o se la repressione in Turchia sia giustificata o meno, Thierry Meyssan ci offre una diversa lettura dei fatti attraverso l’esempio dei curdi.

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I media occidentali trattano gli eventi in Medio Oriente Stato per Stato. I loro lettori, che sono in gran parte all’oscuro della storia di questa regione, non ne sono sorpresi, ma non riescono a capire questa “Questione d’Oriente” e la sua guerra perpetua.

Ma il Medio Oriente, per esempio, non è in alcun modo paragonabile all’Europa, ma piuttosto all’Africa, perché i suoi confini non sono stati basati su realtà geografiche, ma sulle scelte delle potenze coloniali. Durante il secolo scorso, gli Stati del Medio Oriente hanno cercato di trarre dei veri popoli dalle loro popolazioni. Alla fine, ci sono riusciti solo l’Egitto, la Siria e l’Iraq.

Negli ultimi cinque anni, la stampa occidentale ha accreditato una presunta “rivoluzione democratica” in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, una cosiddetta “interferenza iraniana” in Bahrain, Libano e Yemen e il “terrorismo” in Iraq. Al contrario, nella regione, tutte le forze coinvolte, con la sola eccezione delle petro-dittature del Golfo, hanno contestato questa lettura degli eventi e hanno presentato una interpretazione completamente diversa  a livello regionale.

Prendo ad esempio, il monitoraggio della situazione dei curdi. Potrei spiegare qui anche la situazione del Daesh, ma questo secondo esempio potrebbe essere ancora più difficile da digerire per i miei lettori occidentali.

Secondo la stampa occidentale, i curdi vivono felicemente in Iraq, dove hanno un’autonomia pressoché totale all’interno di un sistema federale fortunatamente imposto dagli Stati Uniti. Combattono in Siria sia contro la dittatura alawita della famiglia Assad sia contro l’oppressione sunnita estremista del Daesh. Sono, poi, eccessivamente repressi in Turchia. Tuttavia, essi sono un popolo che può vantare il diritto ad uno Stato indipendente in Siria, ma non in Turchia.

Per i curdi, in particolare, la realtà è diversa.

I curdi hanno una cultura comune, ma non hanno la stessa lingua o la stessa storia. In poche parole, quelli dell’Iraq erano generalmente pro-USA durante la Guerra Fredda, quelli della Turchia e della Siria sono stati filo-sovietici. Gli Stati Uniti, preoccupati per il forte sostegno popolare per l’URSS in Turchia, hanno, dapprima, favorito l’emigrazione verso la Germania, in modo che i turchi non fossero tentati di rompere con la NATO e hanno, poi, incoraggiato la repressione dei curdi del PKK. Durante la guerra civile degli anni ’80, centinaia di migliaia di curdi turchi fuggirono in Siria con il loro leader, Abdullah Öcallan e lì hanno trovato protezione. Nel 2011, hanno preso la nazionalità siriana.

Ora veniamo al nocciolo della questione. Nessuno ha parlato di questione curda durante la prima guerra in Siria, che voleva estendervi la “primavera araba”, usando le tecniche delle guerre 4a generazione. Tutto è iniziato, lentamente, a partire dalla guerra della Siria, che principia con la Conferenza dei sedicenti “Amici della Siria”, di Parigi, nel luglio 2012.

Le dichiarazioni dei leader dei paesi della NATO hanno lasciato intendere che la Repubblica Araba Siriana sarebbe stata presto destabilizzata e che i Fratelli Musulmani avrebbe preso il potere, come avevano fatto in Tunisia, in Libia e in Egitto. La Turchia ha pertanto invitato la gente dei paesi del Nord a tornare a casa perché avrebbe garantito un rifugio per la “rivoluzione”. Nel mese di settembre, venne nominato “wali” Veysel Dalmaz, vale a dire un prefetto turco – ma questo termine proviene dal periodo ottomano ed evoca il dominio del Sultano-. Sotto la diretta autorità del primo ministro Erdogan, costui ha distribuito miliardi di dollari messi a disposizione per i “rifugiati” dalle petro-dittature.

Al momento, fu chiaro che era in atto un tentativo di indebolire la Siria, ma nessuno capì la vera motivazione alla base di questo trasferimento di popolazione. Eppure una quasi ambasciatore Samantha Power, Kelly M. Greenhill, aveva pubblicato un articolo accademico “L’ingénierie stratégique des migrations comme arme de guerre (Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy), che avrebbe dovuto richiamare l’attenzione. Quattro anni fa,  la Turchia ha costruito nuove città per ospitare i siriani, ma stranamente non le  ha consegnate. Sono sempre vuote. Ankara ha iniziato la classificazione dei profughi in base alle loro opinioni politiche e li ha mantenuti nei campi dove potevano ricevere un addestramento militare prima di essere inviati a combattere per la loro causa, oppure, li mescolava alla sua popolazione e, in questo caso, ne sfruttava il lavoro.

Nel nord della Siria, la gente rimasta era principalmente cristiana, curda e turcomanna. Questi sono andati in massa al servizio della Turchia, dove sono stati supervisionati da “lupi grigi”, vale a dire da una milizia fascista creata nel 1968 per conto della NATO. Da parte sua, Damasco ha creato una milizia curdo cristiana per garantire la sicurezza del territorio. Per due anni, tutti i curdi siriani hanno combattuto agli ordini della Repubblica araba siriana.

Tradendo Abdullah Öcallan -il fondatore del PKK – e i suoi fratelli curdi, uno di loro, il siriano Salih Muslim, ha ristabilito i rapporti con la Turchia, malgrado questa avesse massacrato una parte della sua famiglia negli anni ’80; si è segretamente incontrato con il Presidente Erdoğan  e Hollande, 31 ottobre 2014 all’Eliseo e ha stretto un patto con loro. La Francia e la Turchia si sono impegnate a riconoscere uno stato indipendente nel nord della Siria con lui stesso come presidente. In cambio, avrebbe “ripulito” la terra massacrando la sua popolazione cristiana, come fecero altri curdi, un secolo fa, massacrando i cristiani in nome degli Ottomani. Poi ha dovuto accettare l’espulsione dei membri del PKK turco sul suo territorio, che siriani rifugiati sunniti sostituirebbero nelle zone curde della Turchia.

Questo piano ha una lunga storia: è stato scritto da Ahmet Davutoglu e dal suo omologo francese Alain Juppé nel 2011, prima dell’entrata in guerra della Turchia contro la Libia e prima degli avvenimenti che hanno interessato la Siria. Era stato adottato pubblicamente dal Pentagono nel settembre 2013, quando Robin Wright pubblicò sul New York Times la mappa dello stato futuro, che doveva diventare il Califfato Daesh.

A questo punto, sovviene Blondet e tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

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Questo primo Stato si sarebbe chiamato “Kurdistan”, quindi non avrebbe compreso affatto il territorio del Kurdistan storic, come fu specificato dalla Commissione re-Crane (1919) e fu riconosciuto dalla conferenza di Sèvres (1920). Il secondo Stato si sarebbe chiamato “Sunnistan” e sarebbe stato a cavallo tra l’Iraq e la Siria, in ultima analisi, sul taglio della “Via della Seta”.

L’intesa anglo-francese del 1916 fu una dura lezione della storia nata dall’imperialismo occidentale. La tentazione, e forse la necessità, di disegnare cento anni dopo nuove frontiere è ancora fortissima e non è difficile capirne i motivi: almeno quattro stati della regione – Siria, Iraq, Yemen e Libia – sono in fase di disgregazione con eventi così devastanti ed epocali che sembrano costituire un vendetta postuma contro quell’accordo di Sykes-Picot”, un diplomatico britannico, orientalista di lungo corso, e un francese, firmato il 16 maggio 1916 per spartire l’impero ottomano. 

Questo piano aveva degli obiettivi già del sultano Abdulhamid II, dei Giovani Turchi e del trattato di Losanna (1923): creare una Turchia esclusivamente sunnita ed espellere o massacrare tutte le altre popolazioni. Ed è proprio per evitare che si realizzasse questo piano e condannare coloro che ne avevano iniziato la realizzazione, massacrando gli armeni e i greci del Ponto, che Raphael Lemkins creò il concetto di “genocidio”; un concetto che si applica, quindi, oggi, alle responsabilità di MM. Juppé & Hollande come a quelle dei signori MM Davutoğlu e Erdoğan.

Si prega di non fraintendere ciò che scrivo: cioè come se Parigi e Ankara volessero creare una Turchia esclusivamente sunnita, che è quello cui si oppone la maggior parte dei sunniti. È proprio anche per questo che stiamo assistendo ad una feroce repressione sia in Turchia che nel Califfato di Daesh.

Nel mese di luglio 2015, il governo Erdogan ha fatto compiere un attentato a Daesh Suruç (Turchia), uccidendo indifferentemente i curdi e gli aleviti locali- equivalenti di syriens – alawiti, che avevano manifestato il loro sostegno per la Repubblica araba siriana. E’ così che ha abrogato il cessate il fuoco del 1999. Allo stesso tempo, ha tagliato le forniture energetiche ad una specifica parte di profughi siriani. Questo è stato l’inizio della esecuzione del piano da parte turca. E l’inizio della discesa agli inferi della Turchia.

Nel mese di agosto, la Turchia ha spinto i rifugiati siriani, che hanno potuto avere a disposizione più risorse, a fuggire verso l’Unione europea. Nel mese di ottobre, la Siria, gli uomini Salih musulmani hanno attaccato le comunità cristiane assire e hanno cercato di forzare le loro scuole kurdiser, mentre in Turchia, l’AKP Erdoğan ha licenziato 128 hotlines politiche del HDP filo-curdo e più di 300 imprese gestite da curdi. Le forze speciali turche hanno massacrato più di 2.000 curdi turchi e, in parte, hanno raso al suolo le città di Cizre e Silopi. Se i nostri lettori hanno seguito questi fatti come voi, i media occidentali non li hanno trattati, se non solo all’inizio e più di un anno dopo, per ricordare il martirio di Cizre e Silopi.

Con l’aiuto di Massoud Barzani -il Presidente “per la vita” Kurdistan irakien- Salih Muslim ha imposto l’arruolamento dei giovani curdi siriani per aumentare le sue truppe e stabilire un regno di terrore. Ancora una volta, i media occidentali hanno taciuto, preferendo evocare romanticamente la creazione dello Stato di Rojava. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi giovani siriani si ribellò e si unì alle Forze di Difesa siriane.

Nello scorso settembre 2016, il presidente Erdogan ha annunciato che la Turchia avrebbe naturalizzato parte dei profughi siriani che permangono nel suo paese, in pratica, esclusivamente coloro che sostengono il progetto di una Turchia sunnita. Egli offrirà loro gli appartamenti che aveva costruito quattro anni fa e che, tuttora, sono in loro attesa.

Preso tra le sue ambizioni personali e la solidarietà dei suoi soldati per i loro fratelli turchi, il collaborazionista Salih Muslim si è ribellato ad Ankara, che, nel mese di novembre, ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Dopo aver ricevuto il segretario generale della NATO, il Presidente Erdogan ha annunciato che avrebbe “rinegoziato” il Trattato di Losanna. Egli intende annettersi le isole greche, Cipro Nord, parte della Siria e dell’Iraq, e nel 2023 fonderà il 17 ° impero turco-mongolo.

L’esercito turco sta già strappando Jarablous alla Siria e Baachiqa all’Iraq. Quando il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi ha messo in guardia la Turchia dal compiere un atto di guerra, il presidente Erdoğan gli ha ribattuto, con arroganza, che la questione non era “di sua competenza” e gli ha chiesto di “restare al suo posto”. L’Ambasciatore turco e il ministro degli Esteri Feridun modulo H. Sinirlioglu, che sono stati accusati entrambi davanti al Consiglio di sicurezza, hanno risposto che il loro paese agisce per il bene della gente e che, perciò, l’Iraq non ha ragione di porre in discussione il diritto internazionale, né di lamentarsi.

In definitiva, in un campo di battaglia ci possono essere solo due campi, non tre. La guerra in corso, da un lato oppone la Turchia, che si propone di dividere la popolazione in comunità, per garantire la supremazia di uno di loro su tutti gli altri. D’altra parte, c’è la Repubblica araba siriana, che difende la pace e l’uguaglianza, integrando le comunità.

In quale campo vi collocherete?