Archivi categoria: Questione d’Oriente

966.-Mosca avanza nel Mediterraneo tra le disfatte della NATO

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…e al largo di Tobruck, come abbiamo visto. La bandiera mostrata dal Gruppo di Battaglia dell’Admiral Kuznetsov nelle acque di Tobruck e la notizia del richiamo in Patria di tutte le carriers dell’US NAVY per un’aggiornamento simultaneo, riportano l’attenzione a questo accordo di portata storica. Da un altra visuale, c’è la Russia dietro l’accordo fra Iran, Iraq ed Egitto, dopo la rottura di quest’ultimo con l’Arabia Saudita.

Mario.

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Il 100° Reggimento Aviazione Caccia Imbarcati schiera i multiruolo MiG-29K/KUB. E’ stata la prima missione a livello strategico della portaerei russa. Il 13 novembre, durante le operazioni in Siria, un velivolo di una formazione di tre, è stato perduto per “flame out” contemporaneo, in fase di avvicinamento al “ponte”. Pilota, incolume. era al suo 200° appontaggio.

Russia e Siria firmavano i documenti su sviluppo e modernizzazione della base navale russa di Tartus, comprendente un protocollo sulle condizioni per schierare forze aerospaziali russe in Siria. I documenti furono ratificati il 20 gennaio 2017 dal Parlamento russo. L’accordo rimarrà in vigore per 49 anni con estensione automatica per altri 25 anni, e prevede che 11 unità navali russe siano presenti nel porto di Tartus, tra cui anche navi a propulsione nucleare. La Russia si occuperà della protezione aeronavale della base, mentre la Siria di quella territoriale. La Russia potrà anche schierare velivoli in avamposti temporanei, coordinandosi con i siriani. La Russia potrà rinnovare, ricostruire e demolire gli impianti ed avviare lavori di costruzione, anche subacquei. La Siria non farà obiezioni sulle attività militari russe nella base, oltre la giurisdizione di Damasco. La Russia s’impegna ad inviare in Siria, su richiesta, specialisti per organizzare la difesa del porto di Tartus e organizzare le operazioni di ricerca e soccorso in acque siriane, ed infine per riparare a aggiornare le navi da guerra siriani; “Su richiesta dell’ente siriano autorizzato, l’organismo autorizzato russo potrà… gratuitamente… inviare rappresentanti… per assistere gli… specialisti siriani nell’aggiornamento tecnico delle navi da guerra siriane“.
L’accordo trasforma il centro logistico di Tartus in una base navale in piena regola, “Questo significa che in futuro navi di ogni tipo potranno essere stanziate a Tartus, ad eccezione delle portaerei“, dichiarava l’Ammiraglio Viktor Kravchenko, secondo cui acqua, carburante ed elettricità saranno garantiti e gli ancoraggi saranno ampliati; “Sarà necessario costruire un deposito batterie per sostituire le batterie dei sottomarini o ricaricarle“. La sicurezza della base sarà affidata ai sistemi missilistici di difesa aerea e di difesa costiera, come i sistemi missilistici Bal e Bastion. Andrej Krasov del Comitato della Difesa della Duma di Stato, affermava, “Questo è solo un elemento della rete di infrastrutture che consentirà alla Russia di combattere con successo il terrorismo internazionale nella regione“. Secondo Viktor Ozerov, a capo del Comitato della Difesa del Consiglio della Federazione Russa, “Non ritarderemo l’ammodernamento di Tartus… A giudicare dall’esperienza, penso che l’infrastruttura di Tartus potrà essere aggiornata secondo le nostre esigenze in 18-24 mesi“.

Nel frattempo, il Ministero della Difesa russo ritirava, dalla base aerea siriana di Humaymim, 10 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2, oltre al gruppo aeronavale dell’Admiral Kuznetsov con circa 30 aeromobili. Inoltre, arrivavano in Siria 4 aerei d’attacco Sukhoj Su-25. Il gruppo aereo russo in Siria poteva così contare su 37 aeromobili:
4 bombardieri Sukhoj Su-34
2 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2
4 caccia Sukhoj Su-30SM
4 caccia Sukhoj Su-35S
4 aerei d’assalto Sukhoj Su-25SM
3 elicotteri d’assalto Mil Mi-8AMTSh
20 elicotteri da combattimento Mil Mi-35M, Mil Mi-28N e Kamov Ka-52
1 elicottero navale Ka-31SV
oltre a vari droni, riducendo quindi del 51% il contingente aerospaziale russo dispiegato in Siria.

le disfatte della NATO

Nel nord della Siria, l’esercito turco, il secondo per importanza della NATO dopo l’US Army, subiva una serie di sconfitte dolorose per mano dei terroristi dello SIIL. A dimostrazione di come, al di là delle chiacchiere e della propaganda bianca o grigia, le forze siriane, iraniane, irachene e russe siano ben più efficaci ed efficienti contro il terrorismo islamista alimentato dalla NATO (Gladio-B), rispetto alle vantate efficienza e potenza dell’organizzazione e degli armamenti delle potenze occidentali. Secondo l’ultimo rapporto della Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti, le forze armate saudite avevano perso almeno 20 carri armati M1A2 Abrams nello Yemen, e l’esercito turco, nell’ambito dell’operazione “Eufrate Shield” nel nord della Siria, aveva perso almeno 15 carri armati di fabbricazione tedesca Leopard 2A4, di cui 10 presso la città di al-Bab. Tali perdite preoccupano il complesso militar-industriale tedesco, che li ha venduto 354 carri armati alla Bundeswehr e agli eserciti di altri 18 Paesi. Infatti, il Leopard 2 ha dimostrato di avere notevoli punti deboli ai fianchi e al tergo, che i terroristi addestrati dalle forze speciali della NATO hanno saputo sfruttare utilizzando i missili anticarro. Anche per questo, le forze armate turche e i gruppi terroristici filo-turchi, il 20 gennaio, non riuscivano ad accerchiare l’importante base del SIIL di Qabasin, nella provincia di Aleppo, ad est di al-Bab, di cui è il centro chiave del sistema di difesa.

La debolezza degli M1A2 Abrams e dei Leopard 2A4, per chi li conosce, fa comprendere come solo i T-90 russi abbiano innovato le tattiche di combattimento dei carri. …2001. Ero sulla strada di Pristina, in Kosovo, a 90 km/h, con la mia Land Rover, quando un rombo dalle spalle mi annunciò il sorpasso di un “panzer” di 70 tonn., lanciato a oltre 110 km/h, con una sorridente réclame della birra Pilsen in torretta. A vederli così! ndr

Se Obama emanava l’ultimo ordine operativo, inviando bombardieri B-2 per attaccare due campi dello SIIL in Libia, a sud-est di Sirte, allo scopo di supportare il governo filo-occidentale di Accordo Nazionale della Libia (GNA) di Fayaz al-Saraj, la portaerei russa Admiral Kuznetsov, l’11 gennaio, accoglieva il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Qalifa Haftar, legato al Parlamento di Tobruq, il cui presidente Agilah Salah aveva visitato Mosca il 13 dicembre incontrando il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov per discutere di dialogo politico, economia, sicurezza e antiterrorismo in Libia. In precedenza Ahmad Maytiq, vicepresidente del Consiglio di Presidenza del GNA, aveva visitato Mosca assieme al ministro dalla Difesa Mahdi al-Bargathi e al ministro degli Esteri Tahir Syiala. A dicembre, l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov incontrava sempre al-Bargathi per discutere di cooperazione militare, manutenzione e aggiornamento del materiale militare russo in Libia. Prima del 2011, in Libia le compagnie petrolifere e gasifere russe avevano firmato contratti per almeno 4 miliardi di dollari. Nel maggio 2016, Mosca stampò 4 miliardi di dinari libici per conto del governo di Tobruq guidato dal primo ministro Abdullah al-Thani. Haftar stesso aveva visitato Mosca per due volte in sette mesi, incontrando i Ministri degli Esteri e della Difesa russi e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev. Secondo il portavoce del LNA Ahmad al-Mismari, “La Libia firmò contratti con la Russia del valore di 4,2 miliardi di dollari nel 2009. Questi contratti saranno attivati una volta che l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite non sarà più attivo“.

Operazioni dell’esercito arabo siriano di contrasto all’organizzazione terroristica Daesh est verso la città di Homs Palmyra.

Infine, il deputato egiziano Hatam Abdulhamid accusava Qatar, Turchia e Israele di sostenere i gruppi terroristici nel Sinai, “I gruppi terroristici sono mercenari sostenuti da potenze mondiali e regimi reazionari, e questi ultimi usano i terroristi per i loro piani distruttivi. Doha, Ankara e Tel Aviv sono dietro tutte le operazioni terroristiche nel Sinai e cercano di diffondere il terrorismo in Egitto“. Le osservazioni avvenivano dopo che i terroristi avevano ucciso 8 poliziotti in un posto di blocco nella provincia di Wadi al-Jadid, nel sud-ovest dell’Egitto. 2 dei terroristi furono eliminati dalle forze di sicurezza.

Aleppo, gennaio 2017. La Polizia Militare russa deve mantenere il controllo della città: un impegno portato avanti da cittadini.

Dalla rivista on-line Strategic Culture Foundation. Traduzione di Alessandro Lattanzio

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930.- Qualcuno spieghi a Trump che l’Iran non c’entra nulla con il terrorismo

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La politica estera di Trump comincia a prendere forma. In pratica, l’immigrazione dai paesi arabi è consentita soltanto da quelli che hanno rapporti commerciali con gli USA. L’inclusione dell’Iran fra i paesi esclusi da Donald Trump dall’immigrazione negli USA, invece, non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo, ma, se mai, con le politiche che originano il terrorismo e che fanno capo ai petrolieri, notoriamente, vicini a Trump e alla lobby sionista americana. Insomma, in Medio Oriente, Israele ha la sua voce in capitolo e, sullo sfruttamento dei grandi giacimenti nelle acque siriane,  Netanyahu ha preso i suoi accordi con Putin. Alla Casa Bianca, pure, finora, la ha avuta per mezzo della lobby che, fingendo di appoggiare Israele, in realtà, persegue un disegno di dominio sul mondo, Stati Uniti compresi, ma ha appoggiato apertamente e ha votato la Clinton e non Trump. Sia o non sia vero, l’Iran non si meritava quest’altro colpo e vedremo come agirà Putin e se l’argomento sarà fra quelli dell’annunciato incontro fra i due potenti leader.

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Sabato 28 gennaio 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha registrato nel suo diario una serie di telefonate. Così, ha parlato con il primo ministro giapponese Abe, con il Presidente russo Putin e, per la prima volta, con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con Merkel, Trump ha parlato di una serie di questioni, tra cui la NATO, la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa, le relazioni con la Russia e la crisi Ucraina. Entrambi i leader hanno ribadito l’importanza fondamentale della NATO per le relazioni transatlantiche generali e il loro ruolo nel garantire la pace e la stabilità della nostra comunità del Nord-Atlantico.

Putin e Trump, nel loro primo colloquio telefonico di questi giorni, si sono dichiarati favorevoli a unire le forze nella lotta contro il terrorismo internazionale, che significa che vogliono chiudere la partita siriana e tutte quelle aperte nella regione, dall’IRAQ ai Curdi. Rivedranno anche le relazioni economiche tra i loro paesi per rilanciare e stabilizzare le relazioni reciproche. Le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia non sono state menzionate nella dichiarazione e i due leader hanno anche discusso la situazione in Ucraina, ma non risulta che abbiano parlato dell’Iran. L’Iran è consapevole delle mire israeliane e occidentali e si è opportunamente associato alla Russia nella lotta all’ISIS, per questo, alla luce della futura collaborazione USA – Russia nella lotta contro il terrorismo, la decisione di Trump stride. Infine, i paesi di quel mondo che meriterebbero l’ostracismo dell’Occidente sono l’Arabia Saudita e il Qatar. I Paesi presi di mira da Trump sono, invece, Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia.

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Prima conseguenza della decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere gli ingressi da sette Paesi musulmani sarà l’assenza agli Oscar del regista Asghar Farhadi e dell’attrice Taraneh Alidoosti. Entrambi infatti sono iraniani e proprio l’Iran è finito nella black list dell’inquilino della Casa Bianca. A darne notizia su Twitter è il presidente del Consiglio nazionale irano-americano, Trita Parsi, il regista non parteciperà alla cerimonia dove il suo film ‘Il Cliente’ corre come miglior film straniero. Il regista ha già vinto un Oscar, nel 2012, con la pellicola ‘Una separazione’. Due giorni fa l’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, co-protagonista del film di Farhadi, aveva annunciato su Twitter la sua decisione di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta contro la decisione di Trump, già anticipata dalla stampa: “Non parteciperò agli AcademyAwards 2017 per protesta”, aveva scritto. E oggi, a ordine esecutivo firmato dal presidente, ha scritto: “Nessun iraniano è stato accusato di aver attaccato l’America… gli attentatore dell’11 settembre erano cittadini di Paesi non presenti nella lista”.

Il titolo e l’articolo che segue sono di Simone Zoppellaro.

Incredulità, paura, disgusto. Queste le reazioni degli iraniani in queste ore al decreto firmato ieri da Trump. (Ma anche la mia, che in quel Paese ho trascorso cinque anni straordinari della mia vita, e standoci molto bene). Un’umiliazione disumana, oltraggiosa, dettata unicamente dalla volontà di confermare in qualche modo i proclami farneticanti della campagna elettorale. Altro che post-verità, qui siamo alla post-politica, ridotta a ciancia da postribolo, quando non al puro turpiloquio. Un decreto che, anziché colpire i finanziatori del terrorismo internazionale – i Paesi del Golfo in primis – sbaglia clamorosamente mira. Colpisce chi – pur fra contraddizioni e compromessi – aveva cercato di proporre un ordine alternativo nella regione, l’Iran, e soprattutto chi patisce nel modo più drammatico le conseguenze di una guerra foraggiata in larga parte dall’esterno, l’Iraq e la Siria. Fra i sette Paesi musulmani interessati dallo stop all’immigrazione firmato ieri da Trump ci sono anche loro, insieme a Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Una strategia che punisce le vittime anziché i carnefici, ammesso che la parola strategia si adatti ancora alle magnifiche sorti e progressive dell’epoca di Trump.

Incredulità, paura e disgusto, dicevamo. Chi non ha vissuto in Iran negli anni di Ahmadinejad non potrà mai capire la vergogna e la frustrazione – pane quotidiano di milioni di cittadini – di un Paese piegato dalle sanzioni e dipinto dai media e dalla politica internazionale come la fonte di tutti i mali. Chi non ha vissuto in Iran non potrà neppure capire come questa immagine sia lontana, anzi antitetica rispetto alla realtà. Una società naturalmente aperta all’Occidente, da sempre curiosa nei confronti delle altre culture, attenta a farci sentire a proprio agio, anche permettendoci in quanto stranieri di avere libertà che molti iraniani non si sono mai potuti permette.

Un Iran che aveva accolto come un trionfo prima l’ascesa di Rohani, poi l’accordo sul nucleare che sembrava porre fine a un isolamento ultradecennale. E quando dico un trionfo, intendo migliaia di persone scese a ballare in strada di notte dalla gioia. Letteralmente: io c’ero, nel primo dei due casi, e non oso neppure immaginare l’umiliazione e la frustrazione di chi, in quelle ore, aveva così tanto sperato, guardando agli USA e all’Europa come a un riferimento. Altro che lotta all’ISIS, se quello iraniano non fosse un popolo assai più civile e colto di tanti altri (incluso quello a stelle e strisce) da un atto come quello di Trump rischierebbero di nascere intere generazioni di terroristi. E invece la reazione di Rohani, come dei suoi concittadini, è stata assolutamente pacata. Il tutto mentre si separano intere famiglie, a cui viene in queste ore improvvisamente negato l’ingresso negli USA, anche se in possesso di visto o green card. Ingresso che sarà negato – a quanto riporta la stampa iraniana – anche a Asghar Farhadi, regista il cui film è candidato agli Oscar come migliore film straniero. Neanche il cinema e i suoi sogni ormai hanno più posto nell’America di Trump.

«The horror! The horror!», le parole pronunciate da Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad mi martellano alle tempie mentre scrivo queste righe. Il tutto mentre un’agenzia batte che vengono fermati al Cairo prima dell’imbarco per New York sei iracheni e uno yemenita, e mentre iniziano ad affiorare le prime storie di traumi e separazioni nate da questo decreto. Chi non conosce l’umiliazione di vedersi rifiutato l’ingresso in un Paese non potrà capire. Il fatto che tutto questo sia propagandato come guerra al terrore rende ancora tutto più disgustoso e grottesco. Certo, Trump non è un nuovo Hitler, ma ciò non toglie che quanto avviene oggi non sia meno pericoloso. La politica mutilata, priva di ogni fondamento logico, e resa pure pulsione, emozione o rabbia, può condurre facilmente a una nuova catastrofe. Su quegli iraniani e musulmani improvvisamente privati della libertà di movimento pesa il macabro ricordo delle leggi razziali e della Shoah.

831.-MEDIO ORIENTE: LO SMEMBRAMENTO GIÀ PROGRAMMATO DA MOLTO TEMPO

Maurizio Blondet, di L. Garofoli

Già dalla seconda metà del diciannovesimo secolo le allora nazioni egemoni mondiali, tutte europee, stavano cercando di dare un senso a quale realmente fosse l’importanza del Medio Oriente. Dopo che in quella parte di mondo furono scoperti i più grandi giacimenti di petrolio esistenti, il suo totale controllo divenne essenziale per lo sviluppo economico futuro delle grandi potenze, ma soprattutto per il mantenimento della loro potenza politica e militare nel mondo. Ma sul controllo della regione aumentarono immediatamente anche le mire di altre nazioni “emergenti” che avevano come obiettivo, sia quello di crescere come importanza mondiale, sia anche quello di diventare le uniche a poter dominare l’area.

Gli Stati Uniti erano ovviamente in prima linea.

Allo scoppio della Grande Guerra, l’opportunità che si presentò loro fu davvero immensa e gli americani giocarono le loro carte molto bene. Innanzitutto cominciarono con il far lavorare a pieno regime la loro industria pesante ed a fare buoni affari con tutti i belligeranti, ma soprattutto calarono il loro asso sfruttando sapientemente, l’immensa capacità finanziaria: prestare soldi fu la mossa vincente. Quando gli eserciti in conflitto arrivarono ad una empasse che avrebbe portato, dritto dritto, all’esaurimento ed allo sfinimento delle nazioni belligeranti, furono le Massonerie internazionali, largamente dominate dall’elemento americano, ad imporre il loro volere con il Convento di Strasburgo: niente mediazioni, nessun tentativo di risoluzione del conflitto attraverso trattative di pace!

Il tentativo dei principi Sisto e Saverio di Borbone Parma, ispirato e sostenuto da Benedetto XV, fu fatto fallire: la guerra sarebbe terminata soltanto con la resa incondizionata degli Imperi Centrali! Ma restava da risolvere il grave problema di come far pendere la bilancia dalla parte dell’Intesa, cosa non da poco.

Proprio a questo punto, scende in campo il più grande banchiere americano e mondiale, Lord Lionel Walter Rothschild, il quale incontra il Ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica Lord Balfour: Rothschild promette al Ministro degli Esteri britannico, che se lui capo della diplomazia inglese, si fosse impegnato formalmente a stilare una dichiarazione che avesse riconosciuto, agli Ebrei, il diritto di poter creare uno stato ebraico in Palestina, lui stesso si sarebbe formalmente impegnato a far sì che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra a fianco dell’Intesa.

Il testo della Dichiarazione Balfour:

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Così avvenne puntualmente!

In realtà il capo della diplomazia britannica fu molto vago nello stilare il documento, a cui non dava assolutamente alcun tipo di importanza formale.

Prova ne sia che, appena terminata la guerra, Francesi ed Inglesi si misero all’opera per insediarsi saldamente in Medio Oriente spartendoselo: le due potenze europee stabilirono, con l’arroganza dei vincitori, confini destinati a creare ancora oggi, seri problemi nell’area: il merito di aver tracciato questi confini va al britannico Sir Mark Sykes e al francese François Georges-Picot).

Da quel momento l’attenzione americana sulla zona è andata aumentando sempre di più, dopo il termine della seconda guerra mondiale la cosa ha assunto connotati sempre più evidenti ed il controllo dell’intera area è diventato, per gli americani, una vera e propria ossessione. Due erano gli stati su cui puntavano tantissimo: l’Arabia Saudita e l’Iran, retto dallo scià Reza Pahlavi. Di errori ne hanno fatti tantissimi come quello di favorire l’ascesa di Nasser e Neghib in Egitto in funzione antibritannica, poi di lasciarli in mano ai Russi; poi di aver tradito ed abbandonato lo Scià e soprattutto di aver creato un legame sempre crescente ed esclusivo con Israele a scapito di tutti gli altri stati medio orientali, Arabia Saudita esclusa.

Poi con un’inversione a 360°, la strategia statunitense è completamente cambiata soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq: si punta ora ad una totale destrutturazione dell’area ed allo stravolgimento della carta geografica di tutto il Medio Oriente.

Hanno cominciato con la Siria, poi la rivolta “democratica” (forse più integralista che democratica e poi della peggior specie di integralismo) ha causato il fenomeno delle primavere arabe contagiando l’Egitto, lo Yemen, la Tunisia che, lungi da rafforzare, in questi paesi, la democrazia ha favorito l’ascesa di fazioni esacerbate e totalmente antitetiche tra loro. Quando la rivolta si estende all’Oman ed al Bahrein i sauditi intervengono militarmente ed il 14 marzo 2011 chiudono la partita reprimendo la rivolta “spontanea” nel sangue.

Come se non bastasse a creare ancora maggior confusione ci si mette anche quel “genio della lampada” di Sarkozy, il quale, pur di far dispetto all’Italia, si inventa di abbattere il regime di Gheddafi in Libia.

A questo punto tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

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ralph_peters_solution_to_mideastRobin Wright, autrice dell’articolo del New York Times

La mappa, ipotetica, mostra come evolverebbe, al termine del caotico terremoto in corso, l’area: dai cinque paesi attuali (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita) ne verrebbero fuori quattordici. Senza calcolare la possibilità della eventuale creazione di una città Stato: Misurata. Quindi, in ultima analisi, secondo il pensiero di Tariq Ramadan, la rivolta siriana, inizialmente la meno prevedibile di tutte, avrebbe soltanto moltiplicato, nella regione, i fronti, le contrapposizioni ed anche, purtroppo, i rischi, il caos e le stragi.

Il frazionamento del Medio Oriente permetterebbe, di poter essere meglio controllato da parte di Washington. Entrambe le carte seguono la stessa logica: scindere in più parti gli Stati mussulmani più potenti della regione, creando delle unità più piccole, sfruttando a questo scopo, le differenze religiose, etniche e tribali esistenti.

La prima carta interessa una vasta area che, partendo dal Nord Africa, arriva fino al Pakistan.

La seconda, invece, quella edita dal New York Times, la zona interessata a questo tipo di frazionamento, è quella compresa tra la Libia ed il Golfo Persico : l’asse davvero portante di tutte le ̋preoccupazioni ˝ americane.

L’Institute of Peace and the Wilson Center, è uno dei tanti che compongono quella galassia di istituzioni, fondazioni, Onlus finanziati dalle grandi fondazioni americane, o dai grandi magnati ˝ liberals ̋. Essi hanno per unico loro scopo, la manipolazione di forze politiche di opposizione all’interno di molti stati, a varie latitudini.

Le due rappresentazioni cartografiche si sovrappongono pienamente, come per incanto, specialmente nella parte più strategicamente sensibile della regione: quella che comprende la cosiddetta Mezzaluna Fertile[1] e la penisola arabica. Come abbiamo già accennato prima la logica è la stessa: dividere gli Stati musulmani e soltanto questi, utilizzando tutte quelle possibili fratture che in essi possano sussistere. Siamo portati a credere che la differenza tra le due carte ed i due eventuali scenari, non sono altro che delle varianti e delle correzioni apportate in itinere, tenendo conto dei fatti che si sono svolti di cui gli autori hanno preso atto man mano che questa strategia veniva posta in essere.

slide_2Cartina della Mezzaluna Fertile..

A ben pensarci, tutto era iniziato con l’occupazione dell’Iraq, posta in essere nel marzo del 2003, da parte degli Americani: va da sè che la cartina pubblicata nel 2006, era stata concepita ben prima di questa data, dagli strateghi del Dipartimento di Stato e del Pentagono e prudentemente tenuta segreta.

L’odio tra sunniti e sciiti, era perseguito scientemente dal governo iracheno a maggioranza sciita e totalmente impegnato nell’accaparrare, alla propria comunità, il più largo potere possibile. E’ questa forse la causa più credibile dello smembramento in atto in Iraq. Questo smembramento, de facto, in tre parti, avveniva mentre sunniti e sciiti erano troppo occupati a fronteggiarsi gli uni contro gli altri, lasciando ai Curdi la possibilità di diventare praticamente indipendenti.

Ma il nascente piano subisce una improvvisa battuta di arresto a causa della inattesa resistenza posta in essere dal regime siriano di Assad. Dunque si è dovuto concedere, come chiaramente appare nella seconda carta, oltre alla enclave aluita già prevista, anche tutta la parte occidentale del paese tra cui Damasco. La nuova Siria, secondo i piani e gli intenti americani, non doveva essere assolutamente guidata da Assad : qui a sparigliare le carte nella crisi siriana interviene, come un ciclone, Putin che rallenta e quasi fa fallire i piani di destabilizzazione concepiti dagli USA.

Oggi tutto questo assume una secondaria importanza: in Siria come in Iraq filo governativi e anti governativi, permettono ai Curdi di governare, come essi vogliono, in quella parte di territorio che controllano, anche e soprattutto sotto il punto di vista militare. Ma i Peshmerga non sono assolutamente in grado di condurre, al posto degli Americani, ˝ operazioni umanitarie ˝ rilevanti, per poter mettere fine alle stragi, alle deportazioni, alle riduzione in stato di schiavitù ed alle persecuzioni perpetrate dal Califfato, contro le popolazioni cristiane caldee e contro gli Yazidi. I Curdi non posseggono armamenti pesanti ed adeguati mezzi aerei, gli Americani non glieli hanno mai voluti fornire, per evitare reazioni stizzite da parte della Turchia e dell’Iran : ora non possono pretendere che altri caccino le castagne dal fuoco al loro posto, evitando così il diretto coinvolgimento in situazioni volute e create dalle strategie sbagliate realizzate dal Pentagono.[2]

A questo punto torniamo all’attualità. Vista la situazione è sembrata essere un’opportunità auspicabile, per i servizi americani, unire i sunniti dei due Stati arabi frazionati, in un solo blocco, una specie di ˝ Sunnistan ̋ : il tutto con il preciso intento, di rinforzare questi due gruppi ribelli al governo centrale, in modo tale da rendere vane le frontiere e dunque cancellarle meglio.

Ci troviamo pertanto nella fase in cui i servizi americani (ed ovviamente anche quelli israeliani) favoriscono la costituzione, nel modo più veloce possibile, di questo ̋Sunnistan ˝. Devono, quindi, aiutare, con tutti i mezzi, la creazione di un esercito dell’emirato islamico (in cui in questo momento la fiamma religiosa è molto più forte e dinamica di quella etnica) cercando di creare e stabilizzare l’ISIS o Emirato islamico dell’Iraq e del Levante. In quest’ottica si spiegano le incertezze, o peggio il disinteresse, del presidente Obama nel porre in essere un’azione di interdizione che fermi queste forze violente e sanguinarie che spadroneggiano nella regione.

La rapidità fulminea con la quale si sono svolti i fatti ricorda molto da vicino la velocità improvvisa ed ˝ inesplicabile ̋ dell’avanzata delle truppe croato-mussulmane in Bosnia nel 1990 ai danni dei Serbi. Il blitz permise di raggiungere quella linea, che soltanto in seguito, si scoprì essere stata preventivamente concordata, per permettere ad ognuno dei beligeranti di poter entrare in possesso della metà del territorio.

Quanto alle prossime mosse esse sono quasi imprevedibili: rispetto a quanto presentato dalle cartine pubblicate ed in modo particolare nella seconda, quella cioè di Robin Wright.

Assistiamo alla solita fasulla pantomima iscenata dagli Americani che fanno intervenire i loro caccia bombardieri impiegandoli in delle azioni dimostrative di nessun valore, ma che, adeguatamente propagandate, rafforzano l’immagine della grande potenza sempre sensibile ai diritti umani di tutti : fossero anche quelli dei cattolici, ma, in questo caso con estrema moderazione, si intende.

Quanto ai Curdi sarà molto più conveniente unire gli stati che di fatto esistono nel Nord della Siria e nel nord dell’Iraq sotto il loro controllo diretto creando un’unica entità nazionale, ma tutto ciò in modo molto discreto e progressivo, nel timore di provocare una reazione da parte della Turchia scomoda confinante, estremamente sensibile su questa questione.

Si cercherà anche, con tutti i mezzi di dividere in due lo Yemen ora ridiventato da parecchi anni una sola nazione. Yemen che era stato messo un po’ nel dimenticatoio dopo la spartizione creata, come al solito, in maniera fantasiosa dall’occupazione britannica del sud della penisola arabica.

E adesso viene la parte più delicata del piano, cioè quella che riguarda l’Arabia Saudita.

Fedele e sicuro alleato da sempre degli Stati Uniti, costantemente pronto a mediare, a spianare la strada ai superiori Americani : un altro stato suzerain americano. Ma soprattutto sempre pronta l’Arabia Saudita, a calmierare il prezzo del petrolio che permette agli statunitensi di poter continuare a scorazzare con i loro Suv dalle cilindrate da mezzi corazzati, ma con dentro tanto spazio per il surf, la bicicletta ed, orribile dictu, anche per i bambini quei pochissimi, che ancora nascono a quelle latitudini nelle maniere più strane e difformi dal naturale!

Non dimentichiamo che dietro tutto questo vasto progetto ci sono i milioni di dollari che i sauditi profondono alle varie organizzazioni fondamentaliste islamiche, in nome anche di quella fratellanza Waabita, che è un po’ il collante e la base storica della nascita dello stato dominato dalla dinastia Saud. Questa massa di dollari prendono sia la strada del Nord Africa, sia quella della Siria, sia ovviamente quella dell’Iraq e dell’Afghanistan, o dell’Europa, spesso con il precipuo scopo di arginare, se non cancellare, gli apostati sciiti iraniani che oltre tutto, sotto il profilo genetico, non sono nemmeno arabi.

Il nord della penisola arabica verrebbe aggregato alla Giordania in cambio dell’accettazione, da parte di re Abdallah II, di riprendersi in carico un cosistente numero di palestinesi, individui senza terra e senza pace, braccati, come animali da macello, dai tank e dalla aviazione israeliana a Gaza. Oppure isolati, come appestati, o come paria, da un muro di cemento armato lungo centinaia di chilometri in Palestina.

Ma c’è di più: l’ossessione americana per il controllo di tutti i territori dove ci siano consistenti giacimenti petroliferi, porterebbe alla unione della provincia costiera di Hassa con il sud dell’Iraq ed il sud ovest dell’Iran arabofono in un nuovo stato arabo sciita sempre sotto il controllo della dinastia Saudita. Ricordiamo che la provincia costiera di Hassa racchiude, nel proprio sottosuolo, la quasi totalità delle risorse petrolifere ad oggi conosciute e mappate, dell’attuale regno saudita.

La cosa sarebbe ancora più grave in quanto il successore del novantenne e malato attuale re Abd Allah non è ancora chiaro chi sarà, forse il potentissimo principe Bin Sultan, molto legato ai servizi americani, ma non è pacifico che questo avvenga, senza scatenare un sanguinoso regolamento di conti all’interno della famiglia reale: in passato questo scontro per la supremazia della dinastia è già accaduto provocando un bagno di sangue.

Più drammatico ed ancora più traumatico, sotto l’aspetto del prestigio, sarebbe la creazione di un ” Vaticano islamico ” che, tra i propri confini, contenesse la presenza delle due maggiori città sante dell’Islam la Mecca e Medina.

E qui la cosa diventerebbe addirittura non solo complessa, ma molto rischiosa in quanto il neo Stato, prevederebbe non uno stabile governo, ma un’alternanza governativa di differenti gruppi musulmani. La presidenza del medesimo potrebbe essere assunta, a turno, anche dai detestati sciiti (arabi, o peggio ancora iraniani), oppure dagli indonesiani che mangiano carne suina, o dai falsi arabi del Maghreb, o peggio ancora dai neri discendenti degli schiavi.

Come questo coacervo di forze possano coesistere è pura follia soltanto pensarlo, ma gli “Amerikani” amano molto destabilizzare e destrutturare tutto ciò che può essere monolitico e solidissimo, con un occhio sempre attento anche a destrutturare qualsiasi tipo di fede religiosa, ritenuta nei principi massonici molto pericolosa in quanto troppo dogmatica, o integralista.

Forse, alla fine, la soluzione finale potrebbe essere quella di insediare in questo stato, a forte connotazione religiosa, una setta integralista waabita o magari farne grazioso omaggio alla famiglia Bin Laden, considerata la fedeltà dimostrata ed i miliardari affari che hanno sempre intrattenuto con gli Americani in tanti campi di diversa natura economica : petrolio, banche, oleodotti, costruzioni. Del resto la pecora nera della famiglia, quella testa calda di Bin, giace su un fondale in un punto segreto dell’Oeceano Indiano e quelli che esistono ancora sono tutta brava gente, tutta affari ed amicizia con gli USA.

A questa situazione già ingarbugliata, quasi a voler aggiungere un buon peso, una porzione del sud ovest dell’attuale regno saudita potrebbe andare ad ingrandire lo Yemen.

Sembra che chi, nell’ombra crea queste trame strategiche molto complesse e criminali, abbia ben compreso che tutti i sudditi sauditi, compresi coloro i quali si oppongono, molto fortemente, alla casta principesca del regime autoritario e fortemente caratterizzato da un punto di vista religioso, si sentirebbero umiliati dall’essere aggregati a degli Stati confinanti. Stati che essi guardano dall’alto verso il basso. Come, per esempio, la Giordania che la dinastia Saudita ha rinnegato da tempo usurpando al re di Giordania la custodia dei luoghi santi dell’Islam, oppure come l’Iraq dilaniato dalla guerra, o lo Yemen economicamente molto arretrato.

La nuova carta geografica ha come obiettivo la spartizione dell’Arabia Saudita in cinque entità statuali, ma non di meno traspare chiaramente che chi ha creato questa nuova cartina geopoliticamente molto scorretta, abbia privilegiato soltanto una logica di carattere tribale. Appare chiaro anche che, nonostante tutto, Ryad sarà privata del suo sbocco al mare.

Insomma questo piano è ancora tutto da realizzare. Secondo fonti bene informate, il clan familiare dei principi sauditi, ancora molto potenti e fortemente compatti ed uniti (condizione questa essenziale per poter continuare a sopravvivere nella regione), pur essendo coscienti di ciò che viene preparato, non hanno proprio del tutto l’intenzione di cedere e lasciar fare agli americani senza opporre una forte resistenza, o perlomeno, a ricavarne il massimo di profitto economico.

Da ultimo la Libia : il caos seguito alla eliminazione, democraticamente ̋semi violenta˝, del colonnello Gheddafi, ha dovuto tenere in considerazione, le istanze separatiste della regione di Bengasi. In Libia coesistono, molto male, due tribù etnicamente distinte : i Tripolitani, più orientati verso il Maghreb ed al mondo islamico filo occidentale ed i Cirenaici rivolti, invece, all’islam orientale. Nemici giurati culturalmente, ma anche economicamente, dei primi, giacchè sin dai tempi di Gheddafi, la capitale gestiva gli introiti del petrolio proveniente all’80% dalla Cirenaica.

Il futuro prevede una Libia smembrata in due o tre parti: a giugno il Consiglio Nazionale della Cirenaica, ha già dichiarato la propria “autonomia”. Il terzo moncone potrebbe essere il Fezzan dove coesistono etnie e tribù assolutamente diverse da quelli della Tripolitania e della Cirenaica.

Noi italiani lo sappiamo bene: dopo l’annessione del 1912, una lunga guerriglia continuò usurante e strisciante, fino a quando Mussolini nominò governatore della Libia il generale Graziani che riuscì a vincere la resistenza e a riunificare il paese, anche facendo ricorso alle maniere forti, le uniche che dettero dei risultati pratici. Ciliegina sulla torta alla tripartizione territoriale suddetta, si aggiungerà la creazione di una città stato, o un porto franco, ancora non è dato a sapere, che dovrebbe riguardare la città di Misurata: in base a quale logica, od obiettivo, nessuno sa dare spiegazioni plausibili o razionali. Tutto resta coperto da un velo matematico spesso ed esotericamente consistente!

Statene certi che i progetti hanno sempre una riserva mentale, o un piano B: se, per esempio, venissero scoperti altri giacimenti petroliferi, gli Americani sarebbero pronti a scatenare ancora di più il caos per poter controllare, attraverso la vecchissima politica romana del divide et impera, o a quella più “umanista” e massonicamente democratica dell’Ordo ab Chao, la nuova situazione che verrebbe a concretizzarsi.

Basta saper controllare il caos ed avere la possibilità di ristabilire un ferreo ordine gerarchico selettivo. Intanto divisioni, guerra civile, rivalità tribali e religiose, o tutto quello che vogliamo, non impediscono assolutamente l’arrivo in Libia di disperati da ogni parte dell’Africa sub Sahariana, dal Medio Oriente e perfino dal sub continente indiano.

Gente che percorre migliaia di chilometri, non si sa con quali mezzi, che paga dai 1500 euro in su il prezzo della loro fuga verso un miraggio di benessere e di tranquillità che non troverà mai. C’è da domandarsi chi mette a disposizione simili somme che sarebbero delle vere e proprie fortune in quei paesi, ma soprattutto costoro non potrebbero imbarcarsi comodamente su un volo di linea ed arrivare a destinazione con dei rischi molto più bassi e con un viaggio molto meno pericoloso? Forse che arrivati a destinazione, non potrebbero fare, comunque, domanda di asilo politico ed ottenere lo stesso lo status di rifugiati politici?

Mistero dei misteri!!!

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Ma nonostante tutto dalle coste libiche i barconi della morte continuano a salpare verso le nostre coste senza che nessuno, colà, muova un dito e, cosa ancora più scandalosa ed inquietante, senza che nessuno da noi provi nemmeno ad alzare una voce di dissenso per fermare questo scempio.

Non bastano di certo le corone di fiori gettate dal Pontefice in mare a Lampedusa, o le chiacchiere ferragostane dl Ministro degli Interni Alfano rivolte ad una UE sorda ed insensibile per fermare questo genocidio e questo oltraggio alla dignità umana. Tra poco anche da noi, come successo in Francia e sta succedendo nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, cominceranno a manifestarsi focolai di ribellione e problemi gravi di ordine pubblico. La retorica dell’accoglienza verrà spazzata via da una rabbia incontrollata o da una cieca ed inarrestabile reazione violenta a questo diktat, di chi vuol cancellare, oltre che le frontiere naturali, anche ogni traccia di civiltà passata che possa ricordare una diversa impostazione di vita e di gestire il proprio futuro, in maniera difforme da quello che, le centrali mondialiste, hanno disegnato per creare una massa di schiavi, senza più storia, senza speranza e senza domani.

[1] Il termine “Mezzaluna Fertile” fu coniato negli anni venti dall’archeologo James Henry Breasted dell’Università di Chicago. è una regione storica del Medio Oriente che include la Mesopotamia, il Levante e l’Antico Egitto:quella valle fertilissima dai quattro grandi fiumi Nilo, Giordano, Tigri ed Eufrate. La regione dal Neolitico fino all’Età del ferro vide il nascere delle più grandi civiltà umane. In essa si istallarono i Sumeri creandovi la prima civiltà sedentaria della storia umana, circa cinquemila anni prima di Cristo. A ben vedere, il territorio corrisponde perfettamente alle parole di Theodor Hertzel quando preconizzava la creazione “di un grande stato ebraico tra il Nilo e l’Eufrate”.
[2] Per salvare la faccia, gli Americani, ordinano ai loro lacchè europei di rifornire loro di armi i Curdi. In questo modo qualsiasi tipo di responsabilità politica o economica ricadrà sopra di loro, mentre gli USA non potranno essere accusati da Turchia ed Iran di essere intervenuti in maniera diretta. Quasi tutti gli stati della UE aderiranno. Ultimo particolare: chi pagherà la fornitura di armi? Gli Americani no di certo, quindi il peso ricadrà, statene certi, unicamente sui già martoriati contribuenti del vecchio continente. Cornuti e bastonati!!

830.-Francia e Turchia contro i curdi

 

 

unknown     di Thierry Meyssan

Thierry Meyssan, intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica. Da Réseau International, traduzione libera di Mario Donnini

L’analisi di Meyssan va letta alla luce del più ampio piano di politica estera proseguito, fino a ieri, da Obama e dalla Clinton: destabilizzare a ogni costo la Siria e il Medio Oriente. È infatti dal 2011 che l’America ha addestrato, non solo in Turchia, ribelli, più o meno moderati, per combattere contro Assad. Il risultato è stato disastroso: una rivoluzione, più o meno, anzi, molto poco spontanea, si è tramutata in una guerra civile che ha fatto centinaia di migliaia di morti. Gli USA miravano e mireranno ancora a destabilizzare l’Ue con una invasione mai verificatasi di profughi ed in secondo tempo a dominare tutte le risorse energetiche. L’immagine che segue riporta a un necessario passo indietro.

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1/05/2015. Il quotidiano turco Hurriyet scrive che, in Turchia, sono arrivati 123 soldati americani per addestrare i ribelli moderati siriani che combattono contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad. Circa 80 militari americani hanno raggiunto la base aerea di Adana, mentre altri sono stati trasferiti nella base di Hirfanli, nella provincia di Kirseir.

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Le Kurde syrien Salih Muslim, collaborateur du président Erdoğan, a conduit une partie de sa communauté à la défaite. Il tente aujourd’hui de se racheter et a été placé sous mandat d’arrêt par Ankara.

I media occidentali non riescono a spiegare le guerre che scuotono la “Questione d’Oriente” perché rifiutano di considerarle a livello regionale. Invece di discutere se gli eventi in Siria siano una rivoluzione, una guerra civile o un’aggressione o se la repressione in Turchia sia giustificata o meno, Thierry Meyssan ci offre una diversa lettura dei fatti attraverso l’esempio dei curdi.

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I media occidentali trattano gli eventi in Medio Oriente Stato per Stato. I loro lettori, che sono in gran parte all’oscuro della storia di questa regione, non ne sono sorpresi, ma non riescono a capire questa “Questione d’Oriente” e la sua guerra perpetua.

Ma il Medio Oriente, per esempio, non è in alcun modo paragonabile all’Europa, ma piuttosto all’Africa, perché i suoi confini non sono stati basati su realtà geografiche, ma sulle scelte delle potenze coloniali. Durante il secolo scorso, gli Stati del Medio Oriente hanno cercato di trarre dei veri popoli dalle loro popolazioni. Alla fine, ci sono riusciti solo l’Egitto, la Siria e l’Iraq.

Negli ultimi cinque anni, la stampa occidentale ha accreditato una presunta “rivoluzione democratica” in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, una cosiddetta “interferenza iraniana” in Bahrain, Libano e Yemen e il “terrorismo” in Iraq. Al contrario, nella regione, tutte le forze coinvolte, con la sola eccezione delle petro-dittature del Golfo, hanno contestato questa lettura degli eventi e hanno presentato una interpretazione completamente diversa  a livello regionale.

Prendo ad esempio, il monitoraggio della situazione dei curdi. Potrei spiegare qui anche la situazione del Daesh, ma questo secondo esempio potrebbe essere ancora più difficile da digerire per i miei lettori occidentali.

Secondo la stampa occidentale, i curdi vivono felicemente in Iraq, dove hanno un’autonomia pressoché totale all’interno di un sistema federale fortunatamente imposto dagli Stati Uniti. Combattono in Siria sia contro la dittatura alawita della famiglia Assad sia contro l’oppressione sunnita estremista del Daesh. Sono, poi, eccessivamente repressi in Turchia. Tuttavia, essi sono un popolo che può vantare il diritto ad uno Stato indipendente in Siria, ma non in Turchia.

Per i curdi, in particolare, la realtà è diversa.

I curdi hanno una cultura comune, ma non hanno la stessa lingua o la stessa storia. In poche parole, quelli dell’Iraq erano generalmente pro-USA durante la Guerra Fredda, quelli della Turchia e della Siria sono stati filo-sovietici. Gli Stati Uniti, preoccupati per il forte sostegno popolare per l’URSS in Turchia, hanno, dapprima, favorito l’emigrazione verso la Germania, in modo che i turchi non fossero tentati di rompere con la NATO e hanno, poi, incoraggiato la repressione dei curdi del PKK. Durante la guerra civile degli anni ’80, centinaia di migliaia di curdi turchi fuggirono in Siria con il loro leader, Abdullah Öcallan e lì hanno trovato protezione. Nel 2011, hanno preso la nazionalità siriana.

Ora veniamo al nocciolo della questione. Nessuno ha parlato di questione curda durante la prima guerra in Siria, che voleva estendervi la “primavera araba”, usando le tecniche delle guerre 4a generazione. Tutto è iniziato, lentamente, a partire dalla guerra della Siria, che principia con la Conferenza dei sedicenti “Amici della Siria”, di Parigi, nel luglio 2012.

Le dichiarazioni dei leader dei paesi della NATO hanno lasciato intendere che la Repubblica Araba Siriana sarebbe stata presto destabilizzata e che i Fratelli Musulmani avrebbe preso il potere, come avevano fatto in Tunisia, in Libia e in Egitto. La Turchia ha pertanto invitato la gente dei paesi del Nord a tornare a casa perché avrebbe garantito un rifugio per la “rivoluzione”. Nel mese di settembre, venne nominato “wali” Veysel Dalmaz, vale a dire un prefetto turco – ma questo termine proviene dal periodo ottomano ed evoca il dominio del Sultano-. Sotto la diretta autorità del primo ministro Erdogan, costui ha distribuito miliardi di dollari messi a disposizione per i “rifugiati” dalle petro-dittature.

Al momento, fu chiaro che era in atto un tentativo di indebolire la Siria, ma nessuno capì la vera motivazione alla base di questo trasferimento di popolazione. Eppure una quasi ambasciatore Samantha Power, Kelly M. Greenhill, aveva pubblicato un articolo accademico “L’ingénierie stratégique des migrations comme arme de guerre (Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy), che avrebbe dovuto richiamare l’attenzione. Quattro anni fa,  la Turchia ha costruito nuove città per ospitare i siriani, ma stranamente non le  ha consegnate. Sono sempre vuote. Ankara ha iniziato la classificazione dei profughi in base alle loro opinioni politiche e li ha mantenuti nei campi dove potevano ricevere un addestramento militare prima di essere inviati a combattere per la loro causa, oppure, li mescolava alla sua popolazione e, in questo caso, ne sfruttava il lavoro.

Nel nord della Siria, la gente rimasta era principalmente cristiana, curda e turcomanna. Questi sono andati in massa al servizio della Turchia, dove sono stati supervisionati da “lupi grigi”, vale a dire da una milizia fascista creata nel 1968 per conto della NATO. Da parte sua, Damasco ha creato una milizia curdo cristiana per garantire la sicurezza del territorio. Per due anni, tutti i curdi siriani hanno combattuto agli ordini della Repubblica araba siriana.

Tradendo Abdullah Öcallan -il fondatore del PKK – e i suoi fratelli curdi, uno di loro, il siriano Salih Muslim, ha ristabilito i rapporti con la Turchia, malgrado questa avesse massacrato una parte della sua famiglia negli anni ’80; si è segretamente incontrato con il Presidente Erdoğan  e Hollande, 31 ottobre 2014 all’Eliseo e ha stretto un patto con loro. La Francia e la Turchia si sono impegnate a riconoscere uno stato indipendente nel nord della Siria con lui stesso come presidente. In cambio, avrebbe “ripulito” la terra massacrando la sua popolazione cristiana, come fecero altri curdi, un secolo fa, massacrando i cristiani in nome degli Ottomani. Poi ha dovuto accettare l’espulsione dei membri del PKK turco sul suo territorio, che siriani rifugiati sunniti sostituirebbero nelle zone curde della Turchia.

Questo piano ha una lunga storia: è stato scritto da Ahmet Davutoglu e dal suo omologo francese Alain Juppé nel 2011, prima dell’entrata in guerra della Turchia contro la Libia e prima degli avvenimenti che hanno interessato la Siria. Era stato adottato pubblicamente dal Pentagono nel settembre 2013, quando Robin Wright pubblicò sul New York Times la mappa dello stato futuro, che doveva diventare il Califfato Daesh.

A questo punto, sovviene Blondet e tornano estremamente di attualità due cartine pubblicate una sulla rivista The Armed Forces Journal, nel giugno del 2006, a corredo di un articolo del colonnello a riposo Ralph Peters, l’altra dalla giornalista specializzata in geopolitica Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, questa pubblicata sul New York Times del 28 settembre 2013, quindi molto più recente.

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Questo primo Stato si sarebbe chiamato “Kurdistan”, quindi non avrebbe compreso affatto il territorio del Kurdistan storic, come fu specificato dalla Commissione re-Crane (1919) e fu riconosciuto dalla conferenza di Sèvres (1920). Il secondo Stato si sarebbe chiamato “Sunnistan” e sarebbe stato a cavallo tra l’Iraq e la Siria, in ultima analisi, sul taglio della “Via della Seta”.

L’intesa anglo-francese del 1916 fu una dura lezione della storia nata dall’imperialismo occidentale. La tentazione, e forse la necessità, di disegnare cento anni dopo nuove frontiere è ancora fortissima e non è difficile capirne i motivi: almeno quattro stati della regione – Siria, Iraq, Yemen e Libia – sono in fase di disgregazione con eventi così devastanti ed epocali che sembrano costituire un vendetta postuma contro quell’accordo di Sykes-Picot”, un diplomatico britannico, orientalista di lungo corso, e un francese, firmato il 16 maggio 1916 per spartire l’impero ottomano. 

Questo piano aveva degli obiettivi già del sultano Abdulhamid II, dei Giovani Turchi e del trattato di Losanna (1923): creare una Turchia esclusivamente sunnita ed espellere o massacrare tutte le altre popolazioni. Ed è proprio per evitare che si realizzasse questo piano e condannare coloro che ne avevano iniziato la realizzazione, massacrando gli armeni e i greci del Ponto, che Raphael Lemkins creò il concetto di “genocidio”; un concetto che si applica, quindi, oggi, alle responsabilità di MM. Juppé & Hollande come a quelle dei signori MM Davutoğlu e Erdoğan.

Si prega di non fraintendere ciò che scrivo: cioè come se Parigi e Ankara volessero creare una Turchia esclusivamente sunnita, che è quello cui si oppone la maggior parte dei sunniti. È proprio anche per questo che stiamo assistendo ad una feroce repressione sia in Turchia che nel Califfato di Daesh.

Nel mese di luglio 2015, il governo Erdogan ha fatto compiere un attentato a Daesh Suruç (Turchia), uccidendo indifferentemente i curdi e gli aleviti locali- equivalenti di syriens – alawiti, che avevano manifestato il loro sostegno per la Repubblica araba siriana. E’ così che ha abrogato il cessate il fuoco del 1999. Allo stesso tempo, ha tagliato le forniture energetiche ad una specifica parte di profughi siriani. Questo è stato l’inizio della esecuzione del piano da parte turca. E l’inizio della discesa agli inferi della Turchia.

Nel mese di agosto, la Turchia ha spinto i rifugiati siriani, che hanno potuto avere a disposizione più risorse, a fuggire verso l’Unione europea. Nel mese di ottobre, la Siria, gli uomini Salih musulmani hanno attaccato le comunità cristiane assire e hanno cercato di forzare le loro scuole kurdiser, mentre in Turchia, l’AKP Erdoğan ha licenziato 128 hotlines politiche del HDP filo-curdo e più di 300 imprese gestite da curdi. Le forze speciali turche hanno massacrato più di 2.000 curdi turchi e, in parte, hanno raso al suolo le città di Cizre e Silopi. Se i nostri lettori hanno seguito questi fatti come voi, i media occidentali non li hanno trattati, se non solo all’inizio e più di un anno dopo, per ricordare il martirio di Cizre e Silopi.

Con l’aiuto di Massoud Barzani -il Presidente “per la vita” Kurdistan irakien- Salih Muslim ha imposto l’arruolamento dei giovani curdi siriani per aumentare le sue truppe e stabilire un regno di terrore. Ancora una volta, i media occidentali hanno taciuto, preferendo evocare romanticamente la creazione dello Stato di Rojava. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi giovani siriani si ribellò e si unì alle Forze di Difesa siriane.

Nello scorso settembre 2016, il presidente Erdogan ha annunciato che la Turchia avrebbe naturalizzato parte dei profughi siriani che permangono nel suo paese, in pratica, esclusivamente coloro che sostengono il progetto di una Turchia sunnita. Egli offrirà loro gli appartamenti che aveva costruito quattro anni fa e che, tuttora, sono in loro attesa.

Preso tra le sue ambizioni personali e la solidarietà dei suoi soldati per i loro fratelli turchi, il collaborazionista Salih Muslim si è ribellato ad Ankara, che, nel mese di novembre, ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Dopo aver ricevuto il segretario generale della NATO, il Presidente Erdogan ha annunciato che avrebbe “rinegoziato” il Trattato di Losanna. Egli intende annettersi le isole greche, Cipro Nord, parte della Siria e dell’Iraq, e nel 2023 fonderà il 17 ° impero turco-mongolo.

L’esercito turco sta già strappando Jarablous alla Siria e Baachiqa all’Iraq. Quando il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi ha messo in guardia la Turchia dal compiere un atto di guerra, il presidente Erdoğan gli ha ribattuto, con arroganza, che la questione non era “di sua competenza” e gli ha chiesto di “restare al suo posto”. L’Ambasciatore turco e il ministro degli Esteri Feridun modulo H. Sinirlioglu, che sono stati accusati entrambi davanti al Consiglio di sicurezza, hanno risposto che il loro paese agisce per il bene della gente e che, perciò, l’Iraq non ha ragione di porre in discussione il diritto internazionale, né di lamentarsi.

In definitiva, in un campo di battaglia ci possono essere solo due campi, non tre. La guerra in corso, da un lato oppone la Turchia, che si propone di dividere la popolazione in comunità, per garantire la supremazia di uno di loro su tutti gli altri. D’altra parte, c’è la Repubblica araba siriana, che difende la pace e l’uguaglianza, integrando le comunità.

In quale campo vi collocherete?