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905.-Grillo ha deciso di “suicidarsi”. Chiedetevi: a chi conviene?

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La notizia del passaggio al gruppo liberale, a Bruxelles, del M5S non ha stupito soltanto i simpatizzanti o gli stessi deputati europei, ha destabilizzato l’universo grillino in Italia che si sono scoperti, da domani, alleati in Europa col gruppo di Mario Monti.

C’è da dire che le regole europee richiedono l’affiliazione ad un gruppo politico, pena la quasi “scomparsa” dal panorama parlamentare, ossia diritti d’intervento, votazioni e roba del genere. Con questa scusante, potremmo approvare la scelta di Grillo.

Ma, sull’opposto versante, c’è la constatazione che l’appartenenza ad un gruppo già c’era – ossia quello di Farage, che sarebbe sopravvissuto anche alla defezione degli inglesi – e, quindi, è da altre parti che dobbiamo cercare la risposta a questa, improvvisa, scelta di campo.

“Dillo a Bruxelles per farlo capire a Roma”, verrebbe da dire.

Le stesse modalità del voto sono state strambe: il destino europeo del M5S – per quel che vale, d’accordo – è stato deciso da 40.000 voti favorevoli (circa) su 60.000 (circa) votanti. Un movimento che dovrebbe rappresentare più di 8 milioni d’italiani e che è stato, alle ultime elezioni politiche, la forza che ha ricevuto più voti?

Anche i tempi sono stati sospetti: dalla sera alla mattina, due giorni per votare, nessun dibattito – anzi, nessuna informazione che la decisione fosse da prendere – al punto che gli stessi parlamentari europei non sapevano nulla. Spediti come francobolli, da una parte all’altra del parlamento, dal voto on-line che “uno vale uno”. A noi, sembra che uno + uno faccia due, ossia Giuseppe Grillo e Davide Casaleggio, che (forse) erano gli unici a sapere.

Una simile decisione ci sembra arruffata: oltretutto (dai commenti sul blog) si nota una decisa avversione di molti sostenitori per una forma di democrazia interna inesistente, ancora tutta da inventare. Non a caso, il gruppo Verde europeo, prima dell’accettazione dei liberali, ha motivato la negazione all’ingresso dei 5S nel suo gruppo proprio per i non chiari rapporti del M5S con la Casaleggio & Associati.

Sembra, dallo schema seguito, non tanto una scelta di campo (quella europeista) quanto un’affermazione di sovranità su un partito politico: è roba nostra, decidiamo noi (Beppe & Davide) come vogliamo e cosa vogliamo. Che è una posizione un poco assurda per chi pretende di governare un Paese.

Con questa scelta, Grillo ha voluto rimarcare l’inclinazione fideista del proprio (a questo punto, nel senso del “di lui”) movimento, lontano mille miglia da un’ispirazione democratica e da un dialogo interno. Vuote parole d’ordine: “uno vale uno”, ossia io e Davide decidiamo per tutti, la Raggi va bene, Pizzarotti no.

Poco importa l’appartenenza a questo o quel gruppo europeo: l’importante è stato rimarcare un concetto per la politica nazionale, il dopo-Raggi.

Con un colpo di testa, Grillo ha voluto scegliere fra la “destra” e la “sinistra” interne – ossia una possibile alleanza con la Lega o con le forze a sinistra del PD – compiendo una non-scelta, ossia pigiando ancora di più sull’acceleratore fideista.

Riflettiamo su un dato nuovo e dirompente (per un movimento come il M5S): un terzo degli “elettori certificati” (a questo punto, “Grandi Elettori”), ha votato contro il Capo. Perché Grillo ha compiuto questo passo?

Evidentemente, la partita delle prossime elezioni è cominciata e il M5S vuole tenersi le mani libere per future alleanze parlamentari, da decidere – ovviamente – con i soli Grandi Elettori nel volgere di ventiquattr’ore.

Così gli avranno raccontato gli spin doctor della Casaleggio & Associati, che la scelta meno dolorosa era una non-scelta, ossia porre soltanto il proprio carisma a garanzia delle future operazioni politiche del movimento. O del gruppo Casaleggio?

Sia come sia, il M5S ha compiuto ugualmente una scelta: ha perso probabilmente parecchi consensi – non fidatevi delle proiezioni elettorali…basta avere soldi… – e domani avremo, come classe dirigente, gli epigoni del no-euro confluiti nel gruppo con Mario Monti.

Per chi si accontenta…

Così, Carlo Bertani e , ora, Marcello Foa:

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Il Cuore Del Mondo

Eh già, c’è chi decide di suicidarsi buttandosi giù da un ponte. E chi prendendo le decisioni sbagliate nel momento più sbagliato, dimostrando una miopia politica così clamorosa da chiedersi se sia davvero solo il frutto di un errore di valutazione o se invece non sia voluta, con estrema e raffinata perfidia, per distruggere il Movimento 5 Stelle.

Mettiamo in fila gli elementi.

Il M5S ha combattutto una battaglia durissima contro il sistema; il suo fondatore e vera mente politica, Gian Roberto Casaleggio, è stato oggetto di attacchi durissimi e personali, che lo hanno sfiancato nella salute, con un epilogo drammatico.

Dopo la scomparsa di Casaleggio, il mondo ha iniziato a cambiare. Da tempo Movimento 5 Stelle si era schierato all’Europarlamento con lo “scandaloso” Farage, considerato per anni poco più che un velleitario buffone. Ma Farage ha guidato la Gran Bretagna alla Brexit.

Nel frattempo i pentastellati conquistano due grandi città italiane, Roma e Torino. Negli Stati Uniti vince contro ogni pronostico Trump, spostando il baricentro degli interessi degli Usa su posizioni molto più vicine a quelli di movimenti alternativi di protesta (sì, i cosiddetti “populisti”) come il M5S e la Lega di Salvini. Il 4 dicembre questi stessi partiti guidano la campagna referendaria che si risolve con un KO clamoroso di Renzi.

Il mondo sembra volgere dalla loro parte. E infatti da Washington arrivano segnali incoraggianti. Notate bene: Nigel Farage, pur essendo britannico, è uno dei pochi politici di cui Trump si fida; è l’uomo che, sulle vicende europee, può sussurrare all’orecchio del presidente eletto.

Un’occasione propizia per chi è sempre stato amico di Farage. Lo capiscono tutti. Proprio sabato 7 gennaio sul quotidiano la Stampa esce un retroscena molto interessante, intitolato “Dai migranti al terrorismo, Trump cerca un alleato in Italia per rilanciare l’alleanza con gli Usa”, in cui vengono riportate le indiscrezioni di due collaboratori presidenziali. I quali spiegano che:

E’ chiaro che Trump sia contento del risultato referendario alla luce dei discorsi e delle dichiarazioni fatte in passato non solo sull’Italia ma anche in merito alla Brexit. Tutti i suoi consiglieri, a partire da Steve Bannon che è molto vicino alla politica europea, consideravano il “no” come un primo passo verso un processo di ricollocazione dell’Italia, una sorta di distacco, non nel senso di uscita dall’Unione europea, ma di presa di distanza dagli schemi conformisti di un certa politica e di una certa Europa. Un passaggio verso la strada del popolarismo che privilegia l’economia reale, il lavoro, la real politik e l’allontanamento dall’ideologia conformista che sta decretando il fallimento del progetto europeo così com’è. Un no che rende l’Italia più».

Quei consulenti assicurano che Trump vuole:

individuare il giusto interlocutore con cui l’amministrazione americana dovrà interloquire per rilanciare i rapporti con lo storico alleato”.

In un’Unione europea di cui non hanno fiducia, perlomeno non di quella che ha governato finora:

«Alcune settimane fa ho incontrato Farrage e abbiamo discusso della situazione in atto, quello che sta avvenendo in Europa è un processo storico, il baricentro si sta spostando dalla parte della gente, in Italia, in Francia e in Germania”

afferma il generale Paul Vallely, secondo cui

Il popolo sta prendendo coscienza della propria sovranità, di essere la spina dorsale di nazioni indipendenti che non devono per forza essere parte di un movimento globalista e globalizzante. «E questa è un ottima cosa, per l’Italia ad esempio si è compiuto un passo nella direzione che favorisce la gente. Siamo contenti». Secondo il veterano allo stato attuale le nazioni europe non hanno l’obbligo di essere parte di una entità sovranazionale come la Ue che ha dimostrato – specie in alcuni specifici casi come l’Italia – «di esigere più di quanto offra». «Non mi sembra che Bruxelles abbia fatto molto per i popoli europei fuorché creare una burocrazia pesante comandata dai soliti noti. Sta emergendo una nuova visione dell’Europa e con questo passo ci saranno interessanti scenari di cooperazione con l’America di Trump».

Musica per le orecchie innanzitutto di Salvini e della Meloni, che sono sempre stati su queste posizioni. Ma anche di Grillo che in passato non ha esitato a sparare sulla Ue e sulla globalizzazione e ad allearsi con Farage.

La strada sembra spalancata per un atteso e fino alla scora primavera insperato sdoganamento internazionale.

E il Movimento 5 Stelle cosa fa? Anziché mettersi in scia e godersi il momento, cambia improvvisamente rotta proprio a Bruxelles.

Abbandona lo Ukip per allearsi con l’Alleanza liberale del belga Verhofstadt, le cui idee sono antitetiche a quelle di Grillo e di Farage: pro Ue, pro globalizzazione; insomma un gruppo che affianca l’establishment che ha governato finora.

Grillo, incredibilmente, scende dal carro del vincitore. E contraddice se stesso, la propria storia, la propria identità.
Lo fa anche nei modi peggiori: lanciando senza preavviso e senza dibattito una consultazione interna nel week-end dell’Epifania. E ottenendo il risultato più ovvio: quello di spaccare il Movimento, di disamorare la base e molti sostenitori, di incrinare i rapporti con Farage e con Trump per abbracciare quell’establishment e quei poteri forti che ha sempre dichiarato di voler combattere.

Harakiri.

Un’ottima notizia per Salvini e la Meloni, che immagino, non mancheranno di ringraziare Grillo. Ma anche e forse soprattutto, per quell’establishment che da un decennio cerca il modo di spaccare il Movimento, senza mai riuscirci, almeno finchè era in vita Casaleggio. Sono passati pochi mesi ed è bastata una trattativa segreta a Bruxelles per raggiungere quell’obiettivo.

Chissà se chi l’ha voluta e l’ha ideata ne è consapevole.

Infine, Cristina Stillitano:

Soldi, posti e voti: ecco l’accordo prematrimoniale sulla roba tra Verhofstadt e Grillo.

 

Roma – Istituzioni europee da riformare e più trasparenti, l’euro come moneta attorno a cui costruire un sistema in grado di assorbire gli shock economici, una Unione campione delle libertà civili e “opportunità senza confini” da garantire con “una migliore protezione del mercato comune”. Ruota attorno a questi quattro punti il testo dell’accordo tra ALDE e Movimento 5 Stelle che riporta la data del 4 gennaio, malgrado la votazione online sia stata indetta da Beppe Grillo solo domenica.

Nel testo, in particolare, viene ribadita una convinta visione europeista e si evidenzia il ruolo fondamentale che le Istituzioni di Bruxelles devono avere come “contrappeso democratico” in un mondo sempre più globalizzato. “Molti nostri cittadini credono che l’Unione Europa sia parte del problema in quanto indirettamente resposabile della globalizzazione senza controllo che viene percepita di beneficio solo per pochi. Mentre in realtà dovrebbe essere l’opposto. Noi crediamo che solo l’Unione Europea abbia un peso sufficiente per utilizzare al meglio la gobalizzazione…L’Unione Europea deve essere il contrappeso democratico alle forze economiche globalizzate”.

Il documento è consultabile sulla piattaforma Medium.com in calce alla lettera aperta scritta da cinque docenti ‘guidati’ da Alessandro Fusacchia, ex capo di gabinetto del Ministero del’Istruzione, per chiedere al capogruppo di ALDE, l’europeista belga Guy Verhofstadt, di non “fare accordi con Beppe Grillo” e “non unirsi dietro le quinte col Movimento 5 Stelle”.

“Il documento riportato sotto, ancora confidenziale, mostra infatti come Beppe Grillo e lei non solo abbiate già concordato di unire le forze, ma anche su quale base. Un documento nel quale— paradossalmente — sia ALDE sia M5S chiedono più trasparenza”, scrivono i cinque professori nel loro appello”.

“Crediamo che gli attivisti del M5S — ai quali è stato detto di credere nella democrazia diretta del web — saranno felici di sapere che è stato loro chiesto di prendere una decisione democratica fake. Così come crediamo che tutti i liberali d’Europa che hanno guardato con simpatia alla sua candidatura a presidente del Parlamento europeo saranno felici di sapere che questo è il prezzo che lei sembra disposto a pagare”, si legge nella lettera.

Ecco il testo (tradotto in italiano) dell’accordo:

“Alde e M5s condividono i valori essenziali di libertà, eguaglianza e trasparenza. Entrambi vedono nell’individuo la struttura centrale della società, mentre promuovono un’economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale come condizioni essenziali affinché chiunque possa esprimere appieno le proprie potenzialità. Entrambi vogliono rafforzare l’influenza del cittadino sulle decisioni che ne determinano la vita, anche attraverso il meccanismo della democrazia diretta e spingendo tutti alla partecipazione ed all’impegno politico. Ancor più importante è l’essere entrambi forze riformiste che intendono cambiare radicalmente il modo in cui l’Unione Europea oggi si trova ad operare. Ci battiamo per un cambiamento generale e basilare, perché oggi l’Unione Europea è incapace di garantire i risultati che da essa si attendono i suoi cittadini in termini di prosperità e protezione. Ciò alimenta la sfiducia e la disillusione invece di costruire la fiducia e l’impegno. Troppi nostri concittadini considerano l’Unione Europea parte del problema e come indirettamente responsabile della globalizzazione, percepita a sua volta come beneficio per soli pochi. In realtà dovrebbe essere l’opposto. Crediamo che solo l’Unione Europea abbia un peso sufficiente per utilizzare al meglio la globalizzazione come forza positiva che garantisca l’equa distribuzione dei benefici. L’Unione Europea deve porsi come contrappeso democratico alle forze dell’economia globalizzata. Quindi chiediamo che siano varate riforme in queste aree fondamentali”.

1. Rinnovamento della democrazia europea

Alde e M5S vogliono che si realizzi un’Unione più democratica e trasparente. Entrambi desiderano una Commissione Europea più piccola e efficiente, un Consiglio Europeo riformato ed un Parlamento Europeo più forte e posto sullo stesso livello del Consiglio. Entrambi ritengono che parte degli europarlamentari debbano essere eletti su base transnazionale, in quello che sarebbe un importante passo in direzione di una reale democrazia europea. Vogliamo anche la fine della inefficiente “grande coalizione” che troppo a lungo ha monopolizzato il potere e paralizzato l’Europa. La strada da seguire è quella dell’aumento del coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici e nell’aumento della trasparenza, rendendo pubblici per legge tutti i documenti e usando un linguaggio chiaro per comunicare in ogni tipo di legislazione così come nelle intese internazionali e negli accordi commerciali. C’è il bisogno di rendere le istituzioni più trasparenti e responsabili, e di dare ai cittadini una maggiore influenza diretta sulle linee politiche e sulla scelta della leadership politica, tanto nella cabina elettorale quanto per quanto riguarda gli altri mezzi di compartecipazione alla politica.

2. Riforma dell’Eurozona

Nel corso dell’ultimo decennio la nostra divisa unica ha dimostrato di essere stabile e duttile di fronte a shock di natura esterna, ma non allo scopo di rafforzare la nostra economia e di raggiungere la convergenza tra le economie nazionali. L’euro non ha mantenuto le promesse, ed è il momento di ovviare ad alcuni dei suoi innegabili difetti. C’è bisogno di costruire attorno alla divisa unica un sistema che possa assorbire gli shock economici interni all’eurozona, e questo richiede una nuova governance che deve essere incastonata in strutture trasparenti e democratiche. C’è anche bisogno di una revisione riguardo il modo in cui i bilanci nazionali sono monitorati, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che sia incentrato su riforme significative e assicuri la centralità del sostegno finanziario ai servizi pubblici, invece di intervenire parzialmente sulle cifre dei bilanci.

3. Diritti e libertà

L’Unione Europea è prima di ogni altra cosa e soprattutto una comunità di valori. C’è bisogno di farne un avvocato globale delle libertà civili, dei diritti fondamentali e dello stato di diritto. L’Unione Europea ha il dovere di essere garante che i principi e i valori basilari contemplati nei Trattati Europei siano rispettati ovunque sul proprio territorio. Fiducia reciproca e valori condivisi sono la chiave delle politiche europee nei campi della cooperazione giudiziaria, delle politiche di asilo e di accoglienza dei profughi, dell’agenda digitale, dell’energia e della gestione comune dei confini esterni.

4. Opportunità senza confini

Ugualmente l’Europa dovra’ essere in grado di assicurare le nostre libertà con una maggiore protezione del mercato comune. Questo richiede un’ampia strategia che spazi dall’affrontare il dumping ai danni del mercato europeo all’eliminazione degli ostacoli al libero movimento dei privati cittadini. Il mercato unico deve essere il motore portante della promozione dei talenti, dell’innovazione, delle start-up, delle piccole e medie imprese cosi’ come delle multinazionali. Al tempo stesso un mercato unico senza confini interni richiede chiaramente che le questioni della solidarietà e della coesione sociale debbano esere affrontate come prioritarie”.

 

 

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904.-INDIA SENZA CONTANTE. TEST “IN CORPORE VILI” (SEGUE CARESTIA)

Accade in India, due mesi fa, un paese lontano; ma quanto lontano? “Il presidente USA, Barack Obama, ha dichiarato che la partnership strategica con l’India è una priorità della sua politica estera. La Cina ha bisogno di essere frenata, quindi, nel contesto di questa collaborazione, l’Agenzia per lo sviluppo del governo americano USAID ha negoziato alcuni accordi di cooperazione con il Ministero delle Finanze indiano. Uno di questi accordi ha come obiettivo dichiarato limitare al massimo l’uso del contante e favorire i pagamenti digitali in India e nel mondo.” Come dire: per fermare la Cina vi aiutiamo, ma in cambio dovete abolire il contante… Mi pareva troppo grosso come disastro perché non ci fossero dietro i soliti noti. Così, il premier Narendra Modi ha voluto fare dell’India la prima società senza contanti. Entro il 31 dicembre, tutte le banconote da 500 rupie (7,5 euro) o mille (15 euro) – il taglio medio – dovevano esser depositate in banca, dalla quale si sarebbero potuti ritirare solo tagli più piccoli. O più grossi, da 2000 rupie in su.

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C’è Washington dietro il brutale esperimento di abolire l’uso del contante in India)

Leggiamo, da NORBERT HARING

All’inizio di novembre, senza nessun preavviso, il Governo Indiano ha dichiarato non più valide le due banconote più diffuse nel paese, abolendo la validità di oltre l’80% del denaro in circolazione. In mezzo a tutto questo trambusto e tutta l’indignazione che questa decisione ha provocato, nessuno sembra aver preso atto del ruolo decisivo che ha giocato Washington in tutto questo. E’ una cosa sorprendente, per il fatto che il ruolo svolto da Washington è stato coperto solo molto superficialmente.

Il presidente USA, Barack Obama, ha dichiarato che la partnership strategica con l’India è una priorità della sua politica estera. La Cina ha bisogno di essere frenata, quindi, nel contesto di questa collaborazione, l’Agenzia per lo sviluppo del governo americano USAID ha negoziato alcuni accordi di cooperazione con il Ministero delle Finanze indiano. Uno di questi accordi ha come obiettivo dichiarato limitare al massimo l’uso del contante e favorire i pagamenti digitali in India e nel mondo.

L’8 novembre, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha annunciato che – con effetto quasi immediato – le due banconote di taglio più grande non potevano più essere utilizzate per i pagamenti . Chi ne fosse stato in possesso avrebbe potuto recuperare il controvalore depositandole su un conto bancario entro un breve periodo di grazia che sarebbe scaduto a fine anno, cosa che molte persone e imprese non sono riuscite a fare, per le lunghe file davanti alle banche. La quantità di denaro che le banche sono state autorizzate a pagare ai singoli clienti è stata fortemente limitata, quasi la metà degli indiani non ha un conto in banca e molti non hanno nemmeno una banca nelle vicinanze. L’economia è in gran parte basata sul contanti. Così, si è verificata una grave carenza di liquidità e chi ha sofferto di più sono stati i più poveri e i più vulnerabili per effetto di queste altre difficoltà per guadagnarsi qualcosa e per riuscire a vivere o per pagarsi beni e servizi essenziali, come cibo, medicine o ospedali. Il Caos e ogni tipo di imbrogli hanno dominato tutto il mese di dicembre.

Quattro settimane prima

Nemmeno quattro settimane prima di questo assalto agli indiani, USAID aveva annunciato la creazione di “Catalyst: Una Partnership per pagamenti senza contanti“, con l’obiettivo di far fare un salto di qualità ai pagamenti senza contanti in India. Il comunicato stampa del 14 ottobre diceva che Catalyst “segna un altro passo della partnership tra USAID e il Ministero delle Finanze per facilitare una inclusione finanziaria universale”. La dichiarazione non compare nella lista dei comunicati stampa sul sito web di USAID ( non più?). Nemmeno filtrando le dichiarazioni con la parola “India” si riesce a trovarlo. Per trovarlo, bisogna conoscerne l’ esistenza, o inciamparci, per caso, in una ricerca sul web. In effetti, questo e altre dichiarazioni, che sembravano piuttosto noiose prima, sono diventate molto più interessante e chiarificatrici dopo l’8 novembre.

Leggendo le dichiarazioni con il senno del poi diventa chiaro, che sia Catalyst che la partnership tra USAID e il Ministero delle Finanze indiano, da cui Catalyst ha avuto origine, sono poco più di un fronte usato per potersi preparare all’assalto di tutti quegli indiani che usano i contanti, senza destare indebiti sospetti. Anche lo stesso nome Catalyst suona molto più inquietante, dopo che si conosce quello che è successo il 9 novembre.

Il Direttore del progetto di incubazione di Catalyst è Alok Gupta, già Direttore Generale del World Resources Institute di Washington, di cui USAID è uno dei suoi principali sponsor. Inoltre è stato membro originale del team che sviluppò Aadhaar, un sistema di identificazione biometrica, tipo Grande-Fratello .. ..

Secondo un rapporto del Economic Times indiano, USAID si è impegnato a finanziare Catalyst per tre anni. Gli importi sono tenuti segreti.

Badal Malick, ex Vice Presidente di India Snapdeal, la più importante impresa sul mercato online indiano , prima di essere nominato AD di Catalyst. Ha commentato:

“La missione di Catalyst è risolvere i molteplici problemi di coordinamento che hanno bloccato la penetrazione dei pagamenti digitali tra commercianti e consumatori a basso reddito. Non vediamo l’ora di creare un modello sostenibile e replicabile. (…) Contemporaneamente c’è stata (…) una spinta concertata per i pagamenti digitali da parte del governo, ma c’è ancora un ultimo miglio da percorrere quando si tratta della accettazione dei commerciante e dei problemi di coordinamento. Vogliamo portare un approccio ecosistemico olistico a questi problemi. “

Dieci Mesi Prima

Il problema del coordinamento multiplo e dell’ecosistema-dei-pagamenti-per-contanti di cui parla Malick era stato analizzato in un rapporto che USAID ha commissionato nel 2015 e presentato a gennaio 2016, nel quadro del partenariato anti-contanti con il Ministero delle Finanze indiano. Nemmeno il comunicato stampa su questa presentazione è nella lista dei comunicati stampa di USAID (ancora una volta?). Il titolo dello studio era “Oltre i Contanti – Beyond Cash”.

“I commercianti, come i consumatori, sono intrappolati dall’ ecosistema del contanti, cosa che inibisce il loro interesse” per il pagamento digitale, si legge nel rapporto. Dal momento che alcuni commercianti accettano i pagamenti digitali, solo pochi consumatori ne sono interessati, e dal momento che solo alcuni consumatori utilizzano i pagamenti digitali, solo alcuni commercianti ne sono interessati. Dato che sia le banche che i fornitori dei mezzi di pagamento fanno pagare una tassa per l’apparecchio che si usa, anche solo per provare il pagamento digitale, serve un forte impulso esterno per raggiungere un livello di penetrazione delle carte e per creare un reciproco interesse da entrambe le parti a favore della scelta di pagamento digitale.

Si è scoperto che quando a novembre si parlava di un “approccio all’ecosistema olistico” per creare questo impulso, si intendeva distruggere l’ecosistema di cassa per un periodo di tempo limitato, per poi ricostruirlo lentamente, limitando la disponibilità del denaro delle banche a disposizione dei singoli clienti. Dal momento che questa aggressione doveva essere una sorpresa per raggiungere un vero effetto-catalizzatore, la pubblicazione dello Studio (Oltre il Contanti) ed i protagonisti di Catalyst non potevano descrivere apertamente i loro piani. Hanno usato un trucco intelligente per mascherarsi e per essere ancora in grado di fare apertamente i preparativi necessari, tra cui anche sentire le idee degli esperti. Hanno sempre detto che stavano progettando (apparentemente) un esperimento su campo regionale .

“L’obiettivo è scegliere una città dove aumentare i pagamenti digitali di 10 volte in sei/dodici mesi”, ha detto Malick meno di quattro settimane prima che la maggior parte del denaro in contanti fosse abolita in tutta l’India. Per non trovare ostacoli nel preparare l’esperimento su una sola città, la relazione “Oltre il Cash” e Catalyst continuavano a parlare di una serie di regioni che stavano esaminando, per decidere poi quale sarebbe stata la città o regione migliore per fare un esperimento sul campo. Solo nel mese di novembre si è fatto chiaro che tutta l’India sarebbe stata la regione-cavia per un esperimento globale per mettere fine alla dipendenza dal denaro. Leggendo – col senno del poi – una dichiarazione dell’Ambasciatore Jonathan Addleton, direttore di USAID Mission in India, diventa chiaro quello che annunciava, di soppiatto, quattro settimane prima:

“L’India è in prima linea negli sforzi globali per digitalizzare le economie e per creare nuove opportunità economiche che si estendano a popolazioni difficili da raggiungere. Catalyst sosterrà questi sforzi concentrandosi sulla sfida per poter fare gli acquisti di tutti i giorni senza usare contanti. “

I veterani delle guerra al contanti in azione

Ma quali sono le istituzioni che stanno dietro questo attacco decisivo contro il contanti? Al momento della presentazione del rapporto Beyond-Cash, USAID ha dichiarato: ” Oltre 35 importanti organizzazioni indiane, americane e internazionali hanno collaborato con il Ministero delle Finanze e con USAID in questa iniziativa” Sul sito minacciosamente chiamato http://cashlesscatalyst.org / si può vedere che si tratta per lo più di fornitori di servizi IT e di servizi di pagamento che vogliono far soldi con i pagamenti digitali o con la raccolta dei dati da assemblare sugli utenti. Molti sono vecchie volpi in questo campo che un alto funzionario della Deutsche Bundesbank ha chiamato “guerra delle istituzioni finanziarie contro il cash” (in Tedesco) e comprendono l’ Alleanza “Better Than Cash”, la Gates Foundation (Microsoft), Omidyar Network (eBay), Dell Foundation Mastercard, Visa, Metlife Foundation.

L’ Alleanza “Better Than Cash”

C’è una ragione perché la Better Than Cash Alliance, che ha USAID come socio, è menzionata per prima. Fu fondata nel 2012 per contrastare il contanti su scala globale. La sua segreteria è ospitata presso il United Nations Capital Development Fund (UNCDP) di New York, e questo potrebbe avere la sua ragione nel fatto che questa povera piccola organizzazione dell’ONU voleva esprimere la sua felicità per aver avuto la Gates-Foundation e la Master-Card-Foundatione tra i suoi donatori più generosi negli ultimi due anni.

I membri dell’Alleanza sono le maggiori istituzioni USA che beneficerebbero maggiormente dalla limitazione del contanti, vale a dire le compagnie di carte di credito Mastercard e Visa, e anche altre istituzioni americane i cui nomi spiccano sui libri di storia dei servizi segreti USA, come la Ford Foundation e USAID. Membro di spicco è anche la Gates Foundation- ma anche la Omidyar Network di eBay- del suo fondatore Pierre Omidyar e la Citi sono donatori importanti. Quasi tutti sono individualmente partner di questa iniziativa USAID-India per mettere fine alla dipendenza dal denaro in India e non solo. L’iniziativa e il programma Catalyst sembrano qualcosa di più e di meglio della Cash Alliance, per l’entrata di organizzazioni indiane e asiatiche che hanno un forte interesse commerciale per una forte diminuzione dell’uso di denaro contante.

La Reserve Bank of India e i Chicago Boy del FMI

La partnership per preparare il temporaneo divieto della maggior parte di denaro circolante in India coincide grosso modo con il mandato di Raghuram Rajan alla guida della Reserve Bank of India da settembre 2013 a settembre 2016. Rajan (53) era, ed è ora di nuovo, professore di Economia presso l’Università di Chicago. Dal 2003 al 2006 fu capo economista del Fondo monetario internazionale (FMI) a Washington. (Questo è il suo CV che condivide con un altro importante guerriero contro i contanti, Ken Rogoff.) E’ membro del Gruppo dei Trenta, una organizzazione piuttosto oscura, dove i sommi Capi delle più importanti istituzioni finanziarie e commerciali del mondo condividono i loro pensieri e i loro progetti con i presidenti delle più importanti banche centrali, a porte chiuse e senza nessuna minuta su quello che dicono. Diventa sempre più evidente che il Gruppo dei Trenta è uno dei maggiori centri di coordinamento della guerra al contanti in tutto il mondo. Ne fanno parte altri warriers importanti come Rogoff, Larry Summers e altri.

Raghuram Rajan ha valide ragioni per aspettarsi di salire sui gradini della finanza internazionale ancora più alti e, quindi, ha avuto buone ragioni per giocare bene la sua partita con Washington. E’ già stato presidente della American Finance Association ed ha ricevuto il primo Fisher-Black-Prize assegnato in ricerca finanziaria. Ha vinto premi generosi da Infosys per la ricerca economica e dalla Deutsche Bank per economia finanziaria, nonché il Financial Times/Goldman Sachs Prize per il miglior libro di economia. E ‘stato dichiarato indiano dell’anno da NASSCOM e miglior Banchiere Centrale dell’anno da Euromoney e da The Banker. E ‘considerato un possibile successore di Christine Lagard alla guida del Fondo Monetario Internazionale, ma può certamente anche aspettarsi di essere preso in considerazione per altri e maggiori incarichi nella finanza internazionale.

Come governatore della Banca centrale, Rajan è ben-voluto e rispettato dal settore finanziario, ma è risultato molto antipatico a chi lavora nella società reale (quella che produce), nonostante il suo debole per la deregolamentazione e per le riforme economiche. Il motivo principale è la sua politica monetaria restrittiva che ha introdotto e la sua strenua difesa. Dopo essere stato duramente criticato dalle fila del partito di governo, a giugno ha dichiarato che non si sarebbe ripresentato per un secondo mandato nel mese di settembre. In seguito ha detto al New York Times che sarebbe rimasto, ma non per un intero mandato. Un ex Ministro del Commercio e della Giustizia, Mr. Swamy, ha detto, in occasione dell’uscita di Rajan, che questo avrebbe reso felici molti industriali indiani:

“Io sicuramente volevo che se ne andasse, e l’ho detto chiaramente al primo ministro, il più chiaro possibile. (…) I suoi sostenitori erano essenzialmente gli occidentali, e i suoi sostenitori in India, sono persone trapiantate dalla società occidentalizzata. Ci sono persone che vengono regolarmente a casa mia per spingermi a fare qualcosa al riguardo. “

Un disastro che doveva succedere

Non è chiaro se Rajan sia stato coinvolto nella preparazione di questo assalto che ha reso la maggior parte delle banconote indiane illegali – ma ci dovrebbero essere pochi dubbi a riguardo, dati i suoi legami personali e istituzionali e data l’importanza della Reserve Bank of India per fornire denaro – infatti aveva buone ragioni per non farsi notare. Dopo tutto, non può aver sorpreso nessuno che conoscesse la materia, che questa scelta si sarebbe trasformata in un caos e in disagi estremi, in particolare per la maggior parte dei poveri e delle classi rurali indiane, proprio quelli che dovevano essere i presunti beneficiari di questa mal-denominata “inclusione-finanziaria”. USAID e i suoi partner hanno accuratamente analizzato la situazione ed hanno trovato nel rapporto di Beyind-Cash che il 97% delle transazioni vengono effettuate in contanti e che solo il 55% degli indiani ha un conto in banca, Ma hanno anche scoperto che di questi conti bancari , “solo il 29% è stato utilizzato negli ultimi tre mesi“.

Tutto questo era ben noto e poteva dare la certezza che abolire improvvisamente la maggior parte del denaro contanti avrebbe causato problemi gravi e persino esistenziali per molti piccoli commercianti e produttori e per molta gente che vive in regioni remote, senza banche. Quando hanno messo in atto questa strategia, è diventato evidente, quanto fosse stata falsa la promessa della inclusione finanziaria con la digitalizzazione dei pagamenti e della limitazione del denaro contante. Semplicemente non c’è altro mezzo di pagamento capace di competere con il denaro contante nel permettere a tutti di partecipare all’economia di mercato senza ostacoli.

Comunque per Visa, Mastercard e per altri fornitori di servizi di pagamento, che non sono stati colpiti da nessun problema esistenziale, come quelli che hanno colpito le masse in fila davanti alle banche, questo assalto al denaro-contanti si rivelerà molto probabilmente un grande successo, sarà un loro “scaling up” dei pagamenti digitali nella “regione in cui si effettua l’esperimento”. Dopo tutto questo caos e tutte le perdite che hanno dovuto sopportare, tutti i commercianti che possono permetterselo, stanno correndo ad assicurarsi di poter accettare, in futuro, i pagamenti digitali. E i consumatori, quelli a cui adesso vengono messi limiti sulla quantità di denaro che possono prendere in banca, cercheranno qualsiasi modo per pagare con le carte, con grande beneficio di Visa, Mastercard e degli altri membri allargati della Better Than Cash Alliance.

Perché Washington sta conducendo una guerra globale contro il denaro contante

Gli interessi commerciali della società USA che dominano il sistema globale del business IT e dei pagamento Gobal sono un motivo importante per lo zelo della governo USA nella sua spinta per ridurre l’uso del denaro contante in tutto il mondo, ma questo non è l’unico motivo e potrebbe anche non essere il più importante. Un altro motivo è il potere di sorveglianza che aumenterebbe con un maggiore utilizzo di pagamenti digitali. Gli enti di intelligence USA e le aziende IT insieme possono verificare tutti i pagamenti internazionali effettuati per mezzo delle banche e possono monitorare la maggior parte del flusso generale di dati digitali. I dati finanziari tendono a diventare i più importanti e preziosi.

Ancora più importanti sarebbero lo status del dollaro come valuta mondiale di riferimento ed la supremazia delle imprese statunitensi nella finanza internazionale che fornirebbero al governo degli Stati Uniti un enorme potere su tutti i partecipanti al sistema finanziario formale, quelli non-cash. Questo potrebbe rendere tutti i paesi conformi alla legge americana, piuttosto che alle leggi locali o internazionali. Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha recentemente trattato una storia agghiacciante dove si descrive come funziona (in Tedesco). I dipendenti di una società di Geran-prodotti per l’informatica facevano affari del tutto legali con l’Iran, ma sono stati messi su una lista terrorista degli Stati Uniti, il che significa che sono stati banditi dalla maggior parte del sistema finanziario e anche da alcune aziende di logistica che non hanno più voluto trasportare le loro merci. Una grande banca tedesca è stata costretta a licenziare alcuni dipendenti, su richiesta degli Stati Uniti, anche se non avevano fatto niente di irregolare o di illegale.

Ci sono molti altri esempi. Ogni banca che opera a livello internazionale può essere ricattata dal governo degli Stati Uniti se non esegue i suoi ordini, dal momento che gli USA potrebbero revocare la licenza di fare business negli Stati Uniti o di fare operazioni in dollari, fino a portarla alla chiusura. Basti pensare alla Deutsche Bank, che ha dovuto negoziare con il Tesoro degli Stati Uniti per mesi se avesse dovuto pagare una multa di 14 miliardi di dollari – e molto probabilmente andare in rovina – o se cavarsela con soli sette miliardi e poter sopravvivere. Se si raggiunge la forza di poter mandare in bancarotta le banche più grandi, anche quelle di grandi paesi, si ha potere su tutti i loro governi. Questo potere che si ottiene con il dominio sul sistema finanziario e dei dati associati già esiste. Meno quantità di denaro è in circolazione, maggiore, più ampio e sicuro è questo dominio, dato che l’uso del denaro contante è un modo molto importante per poter eludere questo potere.

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Fin qui, Norbert Haring; ora, su questo argomento, Maurizio Blondet presenta:

… Lo scopo dichiarato dal governo (nazional-populista) era stroncare l’economia informale e il “nero”, i lucri mafiosi, le mazzette, l’evasione fiscale nelle transazioni; ciò “nell’interesse dei cittadini che guadagnano onestamente e col sudore della fronte”.
Il fatto è che l’economia informale e in nero “è” la sola di cui vivono, in India, i poveri. Per disperata necessità. Il pedalatore sul ricksciò che vi trasporta a Calcutta o Bombay per qualche centesimo, e con esso mantiene la numerosa famiglia, non è proprietario del mezzo: lo ha affittato a giornata ad un “capitalista”di quartiere che ne possiede dieci, e a cui deve dare metà o più dei suoi magrissimi guadagni. Il “capitalista” può permettersi di non lavorare, ed è un microscopico capo-bastone di una delle onnipresenti mafie locali. La maggior parte dei “lavori” di strada, dal facchino al venditore di tè, nascono da questo tipo di sub-appalti, dove dei meno poveri sfruttano senza scrupoli i poverissimi.

Quanti sono? Un miliardo di persone o giù di lì. Si ricordi che l’India ha un Pil pro capite di 1.718 dollari: l’anno. Quello cinese è il triplo. A parte i circa trecento milioni di indiani moderni, urbani e che sanno tutto o qualcosa di elettronica e guadagnano benino – o benissimo, visto che il boom ha creato una ventina di milioni di famiglie che posseggono l’equivalente di un milione di euro – c’è poi il miliardo di persone che guadagna, se ci riesce, 2 o 3 dollari il giorno. Metà dei quali non ha accesso alla elettricità, e nemmeno all’acqua corrente e a toilettes. La metà defecano all’aperto, anche nelle megalopoli. Il 46% dei loro figli sotto i cinque anni sono rachitici (la percentuale senza confronto più alta del Terzo Mondo) per malnutrizione. I papà non sono mai entrati in una banca.

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Defeca così il 50% della popolazione

Ora, il governo si aspetta che questo miliardo o giù di lì scambi i suoi 2 o 3 dollari al giorno attraverso bancomat e POS, con carte di credito, che apra un conto corrente. Persino molti milioni della classe media non hanno dimestichezza con i distributori automatici di moneta; figurarsi quelli. Oltrettutto, ogni transazione via elettronica subisce un prelievo del 2% per spese bancarie e tasse; l’elettricità va e viene persino nelle grandi città come Mumbai e Calcutta, per non parlare delle connessioni internet; nelle sterminate campagne è raro ci sia la luce, e del web non si ha alcuna nozione, poiché le masse vivono come mille anni fa, ed esistono aree tribali dove si vive come tremila anni orsono. Una banca, non l’hanno mai vista e non sanno cosa sia.

A queste si chiede di digitare la password e il PIN su un apparecchio elettronico portatile?

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Non basta ancora: bisogna tener conto della immane e corpuscolare corruzione pubblica. Se vuoi un passaporto per emigrare, devi pagare una mazzetta. Se vuoi la patente di guida, un’altra. Se vuoi che l’acqua o la luce ti arrivi a casa (o nella fatiscente costruzione di ondulato della bidonville) devi pagare una tangente. Se ti rivolgi alla polizia o a un tribunale, paga. L’economia è oliata in questo modo, ovviamente in nero, a prezzo di inefficienze spaventose. Il ritiro del contante (le banconote da 500 e 1000 rupie contavano per l’86% del circolante) l’ha istantaneamente grippata per mancanza di lubrificante.

Risultato: i prezzi degli alimentari sono crollati. Dal 25 al 50%. Non certo per eccesso di offerta, ma perché i poveri non possono comprare niente. In vaste zone rurali i coltivatori, non riuscendo a spuntare prezzi che coprano almeno le spese di trasporto, hanno distrutto i raccolti buttandoli sulle strade, sotto le gomme degli automezzi; molti di loro non hanno i fondi per comprare le sementi per il prossimo raccolto. Si profila una carestia senza precedenti. Anzi, è possibile che nelle zone più remote e nelle aree tribali la fame già uccida le comunità di cui nessuno s’interessa, che non hanno mai avuto alcuna economia formale, tracciabile o tassabile.

Nelle megalopoli, le brulicanti attività marginali, il venditore di betel o di tè, il portatore di colli, il piccolo artigiano aggiustatore, il commerciante di stracci, la lavandaia, i pedalatori di riksciò, sono rarefatte. Manca il denaro. La tv ha mostrato cittadine come Moradabad, dove il 60 % degli artigiani che affollavano le strade (si lavora all’aperto) sono scomparsi.

Un altro servizio televisivo mostra come a Brindabandpur, nel Bengala Occidentale, si sia tornati al baratto. Le contadine a giornata sono state pagate in riso: il padrone delle coltivazioni si lamenta, non riesce ad avere i soldi dalla banca, quindi paga le sue lavoranti in natura. Due chili di riso al giorno. Uno, lo consumano per i pasti loro e della famiglia. Con l’altro loro chilo, le donne vanno nel negozio del villaggio e mostrano quel che hanno ottenuto in cambio. “Per un chilo di riso mi ha dato patate, sale e zucchero”; “Per un chilo di riso, ho avuto patate ed olio da cuocere. Volevo dei biscotti per il mio bambino, ma non bastava”. Ovviamente, con il riso e le patate che ricevono come paga, non possono comprare alimenti come il pesce secco o un po’ di carne di pecora. Il baratto non è un sistema efficiente di compravendita: i bottegai hanno il potere di “fare” il prezzo del chilo di riso, decidere quante scatole di fiammiferi e quanto olio di colza “vale”. E non si fanno scrupoli; il povero è di una casta diversa, in genere bassa, verso cui quindi il commerciante non sente alcuna solidarietà.

Ciò vale per l’intera federazione, in realtà un brulicare di “nazioni” con lingue diverse, e suddivisioni di casta: i circa trecento milioni della media o bassa borghesia non hanno alcuna compassione, né la minima preoccupazione, per il miliardo di miserabili: sono di altra casta – e la solidarietà funziona solo all’interno delle caste. Anzi, i relativamente benestanti del Maharastra non hanno nemmeno l’idea di come vivano i disperati nell’Orissa , e nessuna curiosità. Non organizzeranno collette per i soccorsi agli affamati, che non sentono come connazionali.

Lo stesso primo ministro Modi ha dimostrato, con questa decisione, di vivere nella bolla castale; per lui il miliardo che viveva di economia informale non esiste. Sta spendendo mezzo miliardo di dollari per l’erezione di un colossale monumento a Shivaji, n maragià (1627-1680) che combatté e vinse con inaudita ferocia contro il moghul Aurangzeb (musulmano), ed è diventato il simbolo mitico dell’hindutva, ossia del nazionalismo basato sulla religione hindu, per i partiti di estrema destra (quello estremista del Maharastra si chiama “Shiv Sena”, e il suo nome evoca insieme il dio Shiva e Shivaji, inteso come una sorta di incarnazione di Shiva per la sua violenza guerresca). Il Shiv Serna, che organizza una ferrea rete di assistenza e dominio nelle sterminate bidonvilles di Mumbay, ha criticato Modi per come ha realizzato la demonetizzazione. E’ dubbio se il monumento all’eroe mitico del partito possa placarlo.

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La gigantesca classe più o meno fortunata ed evoluta si preoccupa per il calo repentino dei dati industriali, che stanno facendo perdere all’India il primato fra i paesi in più rapido sviluppo: la fabbrica di motociclette Bajaj Auto Ltd. Ha denunciato un crollo delle vendite, a dicembre, del 22 per cento; il mercato delle moto (tipico mezzo rurale) è caduto del 18%. La Maruti Suzuki ltd., che fabbrica utilitarie ed è il maggior fabbricante d’auto per volumi, ha dichiarato un calo del 4,4% a dicembre. In compenso, le banche – strapiene di depositi – offrono crediti a tassi minori, il che può indorare la pillola al ceto medio, e forse consentire una ripresa dopo la crisi infartuale.

Fino al 31 dicembre, infinite code si sono formate davanti alle banche per depositare i le banconote che perdevano valore. La mafia si offriva di prendere 1000 rupie pagandole 800, uno sconto del 20% – e un lucro di intermediazione del 20% per i criminali. Oggi, scaduto il termine, la Mafia, per motivi che mi sfuggono, offre per le banconote scadute un premio del 10%.

La mafia (o le mafie locali) ha offerto un utile servizio nnei giorni scorsi ai benestanti che dovevano cambiare le banconote senza fare la coda: ingaggiavano miserabili che facevano la coda per loro, in sub-appalto. Qualche milione. La polizia offriva informalmente lo stesso servizio, usando come documenti di identità da presentare allo sportello le fotocopie di carte di identità di ex carcerati. Insomma l’abolizione del contante, che doveva stroncare il “nero”, ha offerto all’economia illegale altre e grasse opportunità. Anche di sfruttamento.

Il premier Modi è stato ispirato nella sua fatale decisione da oscuri suggeritori dei poteri forti globalizzatori? Da Goldman Sachs? George Soros? Il Fondo Monetario? No. Ha dato ascolto ad un movimento che promuove una teoria economica molto indù, chiamata ArthaKranti (Rivoluzione Finanziaria). Il teorico principale della teoria sembra essere Anil Bokil, un signore molto intervistato che abita ad Aurangabad e si dichiara “architetto e contabile autorizzato”, che la spiega così: “La massa di liquidità ‘nera’ è quella che fa salire alle stelle i prezzi immobiliari, case, terreni, goielleria (sic); il denaro guadagnato onestamente perde valore”; con la demonetizzazione questa ricchezza “falsa” sarebbe azzerata, con gran vantaggio per tutti, specie i poveri (che sono effettivamente i taglieggiati). Secondo la teoria ArthaKranti, ciò permetterà alla fine di abolire tutte le imposte sul reddito, anzi tutte le tasse (tranne i dazi doganali), sostituendole con una tassa dell’1 per cento su ogni transazione. Ciò ha conquistato il favore dei ceti medi stipendiati, che sognano la fine del prelievo fiscale sulle loro paghe. Adesso stanno avendo qualche ripensamento: non possono ritirare l’integralità delle loro paghe. I loro conti correnti sono stati congelati perché mancano le banconote nuove ; quelle che sono state stampate in tutta fretta, sono di qualità miserevole, si sfaldano in mano, sbavano lì’inchiostro, sono facili da falsificare. Il signor Anil Bokil, nelle ultime interviste, ha criticato con forza il premier Modi, accusandolo di aver applicato le teorie dell’ArthaKranti in modo pasticciato e incompleto: attuando solo due delle cinque misure raccomandate dalla teoria.

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In questa, anche l’Australia si accinge ad eliminare dalla circolazione il biglietto da 100 dollari australiani (meno di 70 euro); stavolta su consiglio dei banchieri dell’UBS e della HSBC. Quindi scientifico. “Siamo convinti che togliere di mezzo la denominazione massima sarà buono per l’economia e buono per la banche”, dicevano i due istituti internazionali nel rapporto al governo. Siccome le banconote da 100 dollari “sono detenute dal pubblico come riserva di valore, quindi tendono a non circolare attivamente”. Naturalmente, i benefici includono, secondo le due grandi banche, la “trasparenza” aumentata, l’aumento delle “imposte sulle transazioni”, e la riduzione delle “attività illegali”. Vero è che in Australia, paese evoluto, la Banca della Riserva (la Banca centrale) assevera che le transazioni in contanti diminuiscono costantemente: del 3,4% l’anno dal 2009, mentre le transazioni a credito crescono del 7,3%.

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L’esempio australiano sarà guardato con attenzione dai poteri tecnocratici che in Europa vogliono l’abolizione del contante. Hanno già tolto di mezzo le banconote da 500, quelle da 200 e da 100. Nessuno deve usare il denaro come salvadanaio, “riserva di valore”; nessuna deve sottrarsi al potere bancario e fiscale.

Analysts have called for Australia’s $100 banknote to be scrapped to improve transparency in the economy.
The green note, featuring soprano Dame Nellie Melba and military commander Sir John Monash, is used relatively infrequently in the general economy. But there are nearly 330m of them in circulation – almost three times the number of $5 notes.
The Australian Financial Review reported on Monday that HSBC had backed a UBS report suggesting the removal of high-denomination banknotes from circulation. In a report published earlier this month, UBS said Australia could remove larger-denomination notes because of increasing reliance on digital transactions.
“We believe removing large denomination notes in Australia would be good for the economy and good for the banks,” the report said.
The benefits could include reduced crime, increased tax revenue with fewer cash transactions and reduced welfare fraud.
Australia’s $50 and $100 notes make up 93% of all currency by value, though data from the Reserve Bank suggests the use of cash for transactions is falling. ATM transactions have decreased by 3.4% per annum since 2009, while credit card transactions are growing at 7.3%.
Simon Babbage, the head of payments at HSBC Australia, told the AFR removing denominations would be a “good thing” if it increased transparency.
The Reserve Bank declined to comment on UBS’ recommendation but, in a report last year, it said $100 banknotes were “generally held by the public as a store of value” and as such did not “tend to actively circulate”.
Advertisement. This meant not only did the notes have a far longer life span than smaller denominations but that there was a “lack of data” about their use.
A spokeswoman for the Commonwealth Bank said it did not have a position on removing the $100 note but less than 3% of the machines in its ATM network dispensed $100 bills, at a rate of about 40,000 on average per day.
In 2012, a former Reserve Bank official advocated for phasing out high-value notes to prevent mass welfare fraud by the elderly.
Peter Mair wrote to the then Reserve Bank governor, Glenn Stevens, to say the high number of $50 and $100 notes per person facilitated “tax-dodging”.
“If putting it under the bed or in a cupboard means you qualify for the pensioner card you get discounted council rates, discounted car registration, discounted phone rental – in percentage terms the return is enormous.”
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Earlier this month India suddenly withdrew from circulation its highest-value banknotes.
The prime minister, Narendra Modi, ordered the removal of 500 and 1,000 rupee banknotes in a bid to shut down the booming economy of untaxed cash transactions. Modi told the nation the change would protect the interests of “those citizens earning honestly and with hard work”.
But the ban caused widespread disruption, forcing millions of people to queue outside banks to change small amounts of old money for legal tender, and Modi was accused of seeking to boost his party’s chances in a key state election next year.