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1850.- LA PRATICA DELLA VENDITA DELLE MOGLI NELL’INGHILTERRA DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE.

Nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale, se si voleva divorziare, era comune, soprattutto tra i poveri, andare al mercato in cui si vendevano mucche e cavalli e mettere all’asta la propria moglie per il miglior offerente. Sto cercando di spiegare questa pratica dal punto di vista economico.

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Tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, in Inghilterra, le donne sposate venivano comunemente comprate e vendute alle fiere di paese. Durante questo periodo non passava anno in cui non ci fosse un caso giudiziario riguardante la vendita di una moglie. Tra il 1780 e il 1850 furono registrati sicuramente i casi di vendita di 300 mogli, donne libere trattate come un bene mobile, oltre ai casi delle tantissime donne che non vennero registrate.

Per comprendere il motivo di tale usanza è bene specificare le ragioni economiche e sociali dietro la vendita delle mogli. Il primo divorzio registrato in Inghilterra fu nel 1857, e prima rappresentava una pratica difficile e costosa. Al fine del riconoscimento legale di una separazione o annullamento di un matrimonio era necessario un atto privato del Parlamento che aveva un prezzo di circa 3.000 sterline, qualcosa come 15 mila sterline odierne, e di un riconoscimento dell’annullamento da parte della Chiesa.

Per un qualunque cittadino inglese erano cifre sostanzialmente proibitive, riservate soltanto a poche persone nobili, e l’unica alternativa all’annullamento del matrimonio era quello di organizzare una vendita pubblica della moglie. Nei ceti più bassi della popolazione, una moglie era considerata come un vero e proprio bene, che poteva essere venduto come qualsiasi altra merce.
Il marito portava la donna all’asta del mercato dei bovini e la registrava come un bene in vendita, apponendole una corda appesa al collo, alla vita o al polso. L’asta aveva poi luogo sulla pubblica piazza e la moglie veniva venduta. Fortunatamente era una pratica già considerata illegale, ma per l’uomo medio era l’unica chance di separarsi dalla moglie senza incorrere in costi proibitivi. Le autorità erano solite chiudere un occhio.

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Una stampa francese di una vendita inglese

Quando l’affare veniva concluso, l’acquirente e il venditore andavano alla taverna del paese a festeggiare la buona riuscita della transazione. E’ bene specificare che quasi tutte le donne vendute mediante questo “trucco” burocratico andavano all’asta di propria volontà, e mettevano un veto sui potenziali acquirenti.

In molti casi la vendita veniva annunciata su un giornale locale, in modo da dare all’acquirente il tempo necessario a prepararsi. La moglie aveva anche modo di decidere quale dei potenziali acquirenti potesse andarle bene, e di porre un veto su altri non di proprio gradimento.
La vendita, sostanzialmente, era il divorzio dei poveri

Uno dei primi casi di vendita della moglie ebbe luogo 1733, a Birmingham, dove Samuel Whitehouse vendette la moglie, Mary Whitehouse, a Thomas Griffiths, per 1 pound. In molti casi, inoltre, era proprio la donna che insisteva per essere venduta, un’operazione che le avrebbe consentito di uscire da un matrimonio particolarmente infelice.

Le vendite delle mogli raggiunsero il proprio apice fra il 1820 e il 1830, per poi esser sostituite dal divorzio legale e legalizzato. L’ultima vendita, sembra, ebbe luogo nel 1913, quando una donna affermò di esser stata venduta dal marito ad un proprio compagno di lavoro per 1 pound.

Matteo Rubboli

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1835.- Il mistero del Marshal Michel Ney, duc d’Elchingen, prince de la Moskova

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La bella statuina della Ginori raffigurante Michel Ney e non più mia.

Uniti nelle glorie e nelle sconfitte dei campi di battaglia, Napoleone ed il maresciallo Ney sono legati anche da un’altra particolarità: il mistero sulla loro morte. nel precedente articolo, il Monitore aveva affrontato l’enigma sulle cause della morte dell’imperatore, ora analizziamo cosa successe al «prode tra i prodi».
Le biografie si concludono con la fucilazione, avvenuta il 7 dicembre 1815 nei giardini del Lussemburgo a Parigi, di Michel Ney, reo di essersi schierato con l’evaso anziché consegnarlo ai Borboni. Calata definitivamente l’epopea napoleonica a Waterloo, il maresciallo non beneficiò dell’amnistia concessa a chi era tornato tra le file imperiali e ancora prima che riuscisse a partire per l’America, venne arrestato.
«Non posso trattenere l’impeto dell’oceano con le mie mani» si difese.

Il suo voltafaccia, aggiunse, era stato motivato dalla volontà di evitare una guerra civile. nonostante le sue parole, la sentenza di morte giunse alle 23 del 6 dicembre 1815. Alla notizia, una gran folla circondò il primo ministro dichiarando che la condanna era stata votata in assemblea solo in ubbidienza al re e con la tacita convinzione che la pena sarebbe stata poi commutata in esilio. Inoltre perfino l’esercito palesò il proprio disappunto, tanto da spingere il primo ministro a chiedere udienza urgente al re. «Al mio risveglio, mi porti la notizia che quel traditore ha scontato il suo delitto» fu la secca risposta. Perfino Wellington, a cui i Borboni dovevano la restaurazione sul trono di francia, considerò la condanna avventata e ingiusta, ma venne congedato bruscamente. Ney non doveva dunque essere fucilato. qualcosa di strano in effetti avvenne. Per prima cosa, all’ultimo istante il luogo della sentenza fu spostato in un punto poco frequentato dei Giardini e l’ora fu posticipata alle 9.00, quindi non di mattina presto, come imposto dal re. dinanzi al plotone Ney disse: «non sapete che sono abituato ai proiettili da vent’ anni?».
Mentre l’ufficiale esitava, il maresciallo aggiunse: «Miei prodi camerati, sparate non appena mi sarò portato una mano al petto. Cercate di colpire il cuore». I soldati risposero con la scarica di fucileria e Ney cadde senza una convulsione né un lamento.

Secondo il rapporto ufficiale, il corpo rimase esposto per quindici minuti, ma in realtà, dopo dieci era già all’ospizio dei trovatelli: lì rimase fino alle 6.30 del giorno dopo, quando avvenne la sepoltura al Père Lachaise, senza che la moglie accompagnasse il feretro. La testimonianza di Quentin Dick, spiega che la salma fu subito rimossa in non più di tre minuti e nessuno aveva dato il colpo di grazia e nessun medico aveva esaminato il cadavere. Un altro testimone, il signor Caveau, riferì che i numerosi sassi col sangue di ney vennero rimossi da un signore inglese. eran stati rimossi perché col gesto singolare di battersi il petto ney ruppe un sacchetto con del liquido rosso nascosto sotto la giacca? una relazione dell’epoca riportava che il corpo non presentava alcuna ferita da proiettile, mentre il referto ufficiale indicava dodici pallottole nel corpo e tre nella testa. Un ufficiale che esaminò il luogo trovò solo un foro nella parte alta del muro. Altri testimoni dichiararono che il muro era chiazzato di sangue.

Emersero dunque molte contraddizioni! Sua moglie non si recò mai a far visita alla tomba eretta nel 1848; inoltre non volle essere seppellita al suo fianco sebbene non avesse mai desiderato risposarsi, trascorrendo tutta la sua vita a riabilitare la memoria del marito. Nel 1853 sul luogo della fucilazione si innalzò un monumento, ma la sua tomba (con inciso solamente il cognome) fu sempre trascurata e lo stesso Luigi napoleone disse che qualcun altro potrebbe esservi sepolto al posto di Michel ney. questo è ciò che la storiografia ufficialmente riporta in merito alla vita del maresciallo. Ma nessuno menziona un tal Peter Stuart ney, cittadino americano morto nel 1846. eppure, gli argomenti son molti, utili non tanto per la costruzione di una semplice fantastoria ma per dimostrare che in effetti ney si salvò dalla fucilazione.
Riprendiamo il filo del racconto e imbarcamoci in direzione delle Americhe per giungervi il 29 gennaio 1819 a Charleston, in compagnia di Philip Petrie, un soldato che aveva combattuto tra le file della Grande Armée proprio agli ordini di ney. Proprio Petrie nel 1874, testimoniò di avere riconosciuto l’ex maresciallo con assoluta certezza durante la traversata, episodio che lo stesso Peter Stuart confermò poco prima di morire.
Allo stesso modo, ney fu riconosciuto anche da numerosi rifugiati francesi a Georgetown. Successivamente si trasferì per tre anni a Brownsville come maestro di scuola; infine si spostò a Mocksville, dove rimase fino alla morte, a parte un biennio dal 1828 al 1830 a Mecklenburg. Venne sepolto vicino a Salisbury.
Questa è la breve vita del tranquillo maestro di scuola, Peter Stuart ney; vita che iniziò proprio nel 1819. Ma
importanti sono le testimonianze oculari di chi lo incontrò. Innanzitutto, le numerose cicatrici corrispondevano
con quelle del maresciallo, a partire da una sulla guancia che lo stesso ney disse di essersi procurato a Waterloo. infatti a non pochi rivelò il suo passato e molti riferirono di trovarsi di fronte a una persona non comune. Era risaputo che parlasse correttamente l’inglese, mentre il latino e il greco si suppone li avesse imparati durante il praticantato in uno studio legale, prima di arruolarsi. indubbie erano le sue conoscenze in campo militare (delle campagne napoleoniche parlava in prima persona e a volte aggiungeva delle glosse: in un suo ritratto scrisse «fatto da ney stesso») e l’abilità come spadaccino; non di minore importanza era la sua grande cultura.
Due gli episodi chiave nell’esistenza di Peter Stuart Ney: il primo fu quando apprese della morte di Napoleone. A questa notizia svenne in classe; rinvenuto, sospese le lezioni e si chiuse in camera per tutto il giorno: lì distrusse parecchi documenti e tentò di togliersi la vita. A chi lo soccorse disse che con la morte dell’imperatore erano crollate tutte le sue speranze. quali, nessuno lo può dire. forse, ipotizzo, quelle di riabbracciare la sua famiglia, che mai fece giungere in America per paura di ritorsioni contro chi lo aveva aiutato a fuggire. Ilsecondo episodio chiave fu appunto una visita che ricevette nel 1828 da parte di un giovane, distinto straniero. Alla sua dipartita, Peter rimase a lungo in uno stato di sconforto. Si dice fosse il conte eugène, suo figlio. L’unica prova scientifica possibile in grado di confutare tutte le testimonianze ai quei tempi (il dna era ancora un concetto fantascientifico, anzi, nemmeno immaginabile) era in mano all’esperto per eccellenza nel campo della grafologia, davis Carvalho, capace di risolvere oltre diecimila casi, compreso l’intricato affare Dreyfus. di fronte agli scritti di Peter Stuart e del maresciallo Ney, affermò con assoluta certezza che appartenevano alla stessa persona. Riprendendo le parole di rupert furneaux concludo che pochi uomini meritarono due epitaffi come questi: «prode tra i prodi come soldato», «amato e rimpianto da chiunque lo conobbe come insegnante».

Associazione Napoleonica d’Italia

1793.- I ROTHSCHILD CONTRO I ROMANOV : UNA GUERRA DURATA 74 ANNI (1844-1918)

Nel 1844 Benjamin Disraeli scrive dell’odio dei Rothschild per la Russia.
Benjamin Disraeli e’ una figura letteraria anglo-ebraica ed aspirante politico.
Diventera’ due volte primo ministro della Gran Bretagna (1868 e di nuovo nel 1874) ed il politico dominante del 19° secolo in Europa.
Molto prima della sua ascesa alla ribalta Disraeli pubblica un romanzo politico ‘Coningsby : the new generation’. Anche se fittizio Coningsby e’ basato sulla politica britannica contemporanea.
Nel libro c’e’ un personaggio di nome Sidonia che rappresenta Lionel Rothschild (figlio di Nathan), Sidonia rivela al politico Coningsby come le forze invisibili, tra tutti l’ebreo ‘Sidonias’, formano gli affari europei ed i movimenti rivoluzionari europei.
Sidonia rivela la sua avversione per la famiglia Romanov (zar della Russia) : ”non c’e’ stata alcuna amicizia tra la corte di San Pietroburgo (Russia) e la mia famiglia”
Disraeli un ‘battezzato’ ebreo era strettamente vicino alla famiglia Rothschild

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1853-1856 : la guerra di Crimea

La guerra di Crimea e’ combattuta tra l’impero russo ed un’alleanza tra la Gran Bretagna, la Francia, e l’Impero ottomano (Turchia). La maggior parte del conflitto si svolse nella penisola di Crimea (Mar Nero/Ucraina). In apparenza la guerra si e’ combattuta per avere influenza sui territori ottomani incluso il controllo della Terra Santa (Palestina) Lo zar russo Nicola I cerca di evitare la guerra assicurando la Gran Bretagna che il suo unico interesse e’ quello di proteggere altri cristiani ortodossi sotto il dominio ottomano musulmano. Ma la Gran Bretagna dei Rothschild e’ determinata a combattere la Russia. La Francia si unira’ a loro. La famiglia Rothschild finanzia lo sforzo bellico britannico-francese contro lo zar. La Russia perde la guerra e preziosi porti nel Mar Nero Tenere la marina russa lontano dal Medio Oriente (futura sede di Israele); Lionel Rothschild finanzio’ la guerra di Crimea contro la Russia

1873: la Lega dei Tre Imperi blocca l’intrigo franco-inglese nel centro ed est Europa
Una mossa brillante del cancelliere tedesco Bismarck ostacola le ambizioni dei Rothschild
1-al fine di dominare l’Oriente e farsi strada verso il Medio Oriente la Lega dei Tre Imperi deve essere rotta
2-un cartone britannico mostra un ritratto poco lusinghiero dei tre imperatori come burattini del cancelliere Bismarck

1877-1878 La Russia ed i suoi alleati balcani vince una guerra contro l’Impero ottomano turco
Il generale Skobolyn era il capo delle armate ortodosse unite sul fronte balcanico durante la guerra russo-turco. Ha liberato gran parte degli ortodossi della Romania, Serbia e Bulgaria dal controllo ottomano

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Benjamin Disraeli

1878 : Benjamin Disraeli agente Rothschild e primo ministro inglese interferisce nel Congresso di Berlino
Nei colloqui di pace del dopo guerra a Berlino, il primo ministro inglese Benjamin Disraeli usa la sua influenza per conto dei turchi sconfitti. Disraeli guida anche un cuneo tra l’Austria-Ungheria e la Russia facendo in modo che alcuni alleati ortodossi appena liberati dalla Russia si posizionino sotto il dominio austro-ungarico. La tensione che Disraeli ha deliberatamente progettato provoca lo scioglimento della Lega dei Tre Imperi.
Cartoni animati politici di quel periodo raffigurano Disraeli che trama al congresso di Berlino e porta l’impero ottomano sulla schiena.

1881 : L’assassinio dello zar Alessandro
I terroristi rossi dei Rothschild riescono finalmente ad assassinare lo zar Alessandro
Con suo figlio Alessandro III ed il nipote Nicola che guardano, i marxisti scagliano bombe al trasporto dello zar. Parti delle gambe di Alessandro sono amputate e sanguinano a morte.
I radicali rossi sono sempre stati controllati dai banchieri NWO-pensa a George Soros ed a ‘Black Lives Matter’ o ”Occupy Wall Street”.

1894 : La Francia adesca la Russia nell’alleanza franco-russa
Isolata dai suoi ex-alleati Germania ed Austria-Ungheria (grazie allo schema dividi et impera di Disraeli al Congresso di Berlino), la Russia si impiglia nella rete francese di intrighi.
L’alleanza franco-russa si lega alle due nazioni in un blocco militare.
Il grande romanziere russo Lev Tolstoj condanna l’alleanza franco-russa come un trucco francese per intrappolare la Russia in una futura guerra contro il nemico della Francia (Germania). Tolstoj sarcasticamente descrisse il colpo amichevole della Francia come una persona che, senza ragione, improvvisamente professava tale amore spontaneo ed eccezionale contro la Russia.

1905 : Jacob Schiff finanzia la vittoria giapponese nella guerra russo-giapponese. Teddy Roosvelt complotta contro la Russia
Il finanziamento di Schiff della guerra del Giappone contro la Russia gli fa guadagnare dall’imperatore giapponese.
Il pupazzo di Schiff Teddy Roosevelt vince un premio Nobel per la pace per spingere le condizioni di pace a favore del Giappone.
Nel corso del 1700 le famiglie Schiff e Rothschild hanno condiviso una casa bifamiliare a Francoforte

1905: i Rossi dei Rothschild sfruttano l’occasione della guerra russo-giapponese per tentare una rivoluzione
Nel 1905, i Rossi dei Rothschild falliscono, ma sarebbero ritornati di nuovo.

Nel 1907 la Gran Bretagna e la Francia attirano la Russia nella trappola della Triplice Intesa
Il tavolo per la prossima guerra e’ stato impostato quando la Gran Bretagna collegata con l’alleanza franco-russa per formare ”la triplice intesa”, ex-nemici della Russia ed i loro padroni Rothschild hanno cercato di usare il potere russo per aiutarli a portare fuori la Germania.
Da parte sua, la Russia, ha visto l’alleanza come un’opportunita’ per regolare vecchi conti con i turchi ottomani, recuperandoli , per il mondo orotdosso, la citta’ portuale strategica e storica di Costantinopoli. Oggi nota come Istambul, Costantinopoli era una volta il centro dell’Impero Romano d’Oriente e la sua chiesa ortodossa.
La sua strategica posizione avrebbe anche dato alla Russia il libero accesso del Mediterraneo.
Questa era l’esca utilizzata per attirare la Russia in una ‘santa alleanza’ con i cospiratori della Francia e Gran Bretagna.

1914-1917 : La Russia risucchiata nella Prima guerra mondiale
La miccia per la guerra mondiale pianificata e’ stato l’assassinio dell’arciduca austriaco Ferdinando nel 1914.
La Serbia era stata accusata dalla stampa austriaca. Quando l’Austria-Ungheria dichiaro’ guerra alla Serbia la Russia lo fece contro l’Austria-Ungheria. In poche settimane Germania, Turchia ottomana e l’Austra-Ungheria erano in guerra con la Russia, Francia e Gran Bretagna.
La Germania era alleata con la Turchia, sia la guerra che la Russia hanno subito perdite terribili.
Alla fine, la Grande Guerra avrebbe portato giu’ 4 imperi; Russia, Austria-Ungheria, Turchi ottomani e Germania. Gli agenti Rothschild avrebbero assunto il controllo su tutti e quattro

1917 : La rivolta dei Rossi dei Rothschild in Russia
Come e’ avvenuto nel 1905, il malcontento per lo sforzo di una guerra persa e abilmente utilizzata per istigare una rivolta popolare.
La rivoluzione di Febbraio del 1917 rovescia lo zar ed istituisce un sistema socialista democratico.
Lo zar e’ preso in custodia prima dell’esilio.
I banchieri ebrei situati in Occidente finanziarono Lenin e la sua bande terroristica

1918 : I bolscevichi eliminano lo zar e la sua famiglia
Gli ‘amici’ dello zar in Gran Bretagna – re Giorgio è cugino e amico dello zar – e Francia non gli avrebbero concesso asilo
Alla vigilia del 6 luglio 1918 la famiglia reale Romanov viene svegliata alle 2 del mattino, gli viene ordinato di vestirsi, poi vengono ammazzati nella cantina di casa dove sono detenuti.
Qualche istante dopo, gli ebrei killer rossi, sparano all’intera famiglia, il loro medico e tre servitori
Alcune delle figlie Romanov vengono accoltellate e bastonate a morte dopo che gli spari iniziali non sono riusciti ad ucciderle.

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da Ninco89

1776.- Il vero segreto dei Rothschild

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In rete girano varie storie riguardanti i Rothschild, con allusioni alla loro influenza, palese e occulta, sulle economie mondiali. Ma quanto è vero e quanto è falso in tutte ciò? Per dipanare la matassa gli internauti dovrebbero prima di tutto studiare i libri pubblicati da Niall Ferguson nel 1998, “The House of Rothschild. The World’s Banker” in due volumi di cinquecento pagine ciascuno, trattanti rispettivamente il periodo che va dal 1798 – 1848 e quello che va dal 1849 al 1999.
Quella di Niall Ferguson, docente di storia moderna ad Oxford, è una ricerca storica approfondita e puntuale, alla quale i Rothschild stessi hanno collaborato, aprendo i propri archivi di famiglia e lasciando all’autore libertà di pubblicare tutto ciò che gli pareva interessante. Purtroppo questa importante opera non è mai stata pubblicata nel nostro Paese.

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Una delle belle dimore.

Il fondatore della casata dei Rothschild fu un ebreo nato nel ghetto di Francoforte, Mayer Amschel (1744-1812). Il loro soprannome era Rothschild (scudo rosso) perché un loro antenato viveva in una casa che portava tale insegna. Mayer Amschel possedeva una intelligenza acuta; fu dapprima educato per diventare un rabbino ma poi prese a vendere e acquistare monete, medaglie e antichità varie, entrando in contatto con William, il principe di Hesse-Kassel, che coltivava quella passione, entrando così nelle sue grazie e in quella di altre famiglie nobili. William era famoso per la sua avarizia e per la sua ricchezza. Faceva soldi prestandoli a nobili spiantati che abbondavano in Germania e vendendo reggimenti di fanteria al miglior offerente. Certe contee degli Stati Uniti contano ancor oggi centinaia di migliaia di cittadini con il cognome tedesco, in quanto discendenti di quei soldati venduti da William ai britannici e che spesso se la davano a gambe non appena sbarcavano nel nuovo mondo.
Nel 1790 Mayer Amschel era già un uomo facoltoso ma nel 1797 era il più ricco ebreo di Francoforte.
Arrivò anche a Francoforte la rivoluzione francese e la rivoluzionò, non solo dal punto di vista legislativo ma anche da quello edilizio, infatti nel 1796 un bombardamento dell’artiglieria francese distrusse metà del ghetto.
Una vecchia leggenda, molto cara ai nazisti che ci girarono un film, eppure falsa, vuole che il principe William, prima di fuggire, affidasse a Mayer Amschel tutto il suo oro.
Mayer, grazie alla società più aperta che le armi francesi crearono, poté spedire Nathan, il suo terzogenito, a Manchester prima e a Londra poi. Dapprima fece affari acquistando e vendendo tessuti, ma non appena ebbe a disposizione un buon capitale – anche grazie al suo matrimonio con la figlia di Levi Barent Cohen, un importante mercante londinese – creò una propria banca, in un momento in cui la rivoluzione industriale era nel suo pieno sviluppo.
Seguendo l’esempio di Nathan, nel 1810, gli altri fratelli Karl e Salomon, James furono spediti a Parigi, Napoli e Berlino per aprirvi delle filiali.
A Londra, dal 1813 al 1815, lo scaltro Nathan finanziò le guerre di Wellington contro Napoleone, contrabbandando tutto l‘oro necessario per pagare i soldati e i fornitori, in un momento in cui le finanze del governo britannico erano a pezzi. Senza quel suo aiuto, Wellington non avrebbe mai battuto Napoleone. Questo debito di gratitudine verso Nathan Rothschild da parte del governo britannico non fu dimenticato, anche se per vedere un Rothschild in Parlamento bisogna attendere il 1857, dato che era richiesto un giuramento sulla religione cristiana, che Lionel Rothschild (1808-1879) rifiutò sempre di prestare.
Una leggenda, spesso ripetuta, è che i Rothschild profittarono immensamente dal fatto che seppero della vittoria di Waterloo in anticipo su tutti. È vero che lo seppero per primi – esattamente 24 ore dopo l’incontro fra Wellington e Blücher sul campo di Waterloo – ma non è vero che ne profittarono: in borsa guadagnarono solo 10.000 sterline, contro il milione che avevano già accumulato con i loro finanziamenti a Wellington, a partire dalla fuga di Napoleone dall’Elba sino alla sua sconfitta.
Nathan aveva scommesso su di una guerra protratta nel tempo, non su di una vittoria decisiva e rapida.
Dopo aver accumulato grossi capitali, a partire dal 1825 i fratelli Rothschild abbandonarono le attività bancarie tradizionali e si concentrarono sul mercato delle obbligazioni statali, su investimenti in ferrovie e miniere, oltre che sull’amministrazione di grossi patrimoni privati. Quando necessario pagavano tangenti – come le chiamiamo oggi – anche a grossi personaggi politici, come Metternich, Wellington, Disraeli, Louis Philippe, Bismarck, Randolph Churchill e tanti altri. I Rothschild vivevano in lussuosi palazzi, pieni di quadri preziosi e di tesori, ma li usavano solo come rappresentanza e come investimento, in realtà la loro era una vita francescana. Il loro attaccamento alla religione ebraica li rese costantemente bersaglio di satire e insulti, soprattutto nell’ambito della nascente sinistra comunista.

La loro massima fu sempre che un governo in difficoltà permetteva di realizzare grossi profitti, direttamente proporzionali al rischio, ma proprio a causa di ciò passarono per essere dei vampiri, quando in realtà erano solo dei becchini.
Finanziarono ripetutamente la Santa Sede, approfittando dello stato disastroso delle finanze di San Pietro e, a causa di ciò, non si contano le battute a quel tempo in circolazione: tipo che ‘Giuda vendette Gesù per trenta denari e il rappresentante di San Pietro oggi se li fa prestare’ oppure che ‘il papa vorrebbe bruciare Rothschild ma s’accontenta d’invitarlo a pranzo’.
James Rothschild (1792-1868) seguì con passione gli affari italiani – arrivò a prevedere già nel 1850 una Italia piemontesizzata e libera dal giogo austriaco – ma gli unici uomini politici per i quali dimostrò ammirazione furono Cavour e Quintino Sella.
La guerra contro l’Austria scoppiò nel 1859, grazie a uno stupido ultimatum di Vienna, inviato con la falsa speranza che la Russia e la Prussia si sarebbero schierate con loro. I Rothschild avevano prestato soldi a tutti i contendenti, incluso i francesi di Napoleone III e manovrarono con scaltrezza per profittarne.
L’Italia era nata ma i Rothschild si resero presto conto di aver a che fare con uomini meno capaci di Cavour e Sella e le loro lettere di questo periodo sono piene d’insulti: “Gli italiani son gentaglia e i loro uomini politici sono asini e imbecilli!”
Disprezzavano particolarmente Umberto Rattazzi e il bandito Garibaldi, che li costrinse a chiudere la loro sede di Napoli. Scrive Alphonse de Rothschild nel 1866, dopo che seppe dell’approvazione di una nuova legge per tassare i capitali stranieri: “Questi italiani sono dei delinquenti e posso almeno dire che li ho sempre considerati tali, a dispetto di tutto il ciarpame sentimentale nel loro riguardi che si trova nei discorsi pronunciati in Inghilterra e in Francia!”
Prima dello scoppio della guerra fra Prussia e Francia del 1870, causata dalla successione al trono di Spagna, i Rothschild fecero grandi sforzi per calmare le acque ma l’aggressività francese e i tentennamenti di Napoleone III impedirono un accordo, e fu proprio grazie al fatto che la guerra fu dichiarata dai francesi, non dai prussiani, che convinse la Gran Bretagna e la Russia di restarne fuori. Le conseguenze di quella guerra, un vero vulnus nella storia moderna europea e l’intransigenza gallica, portarono poi alla prima guerra mondiale, che a causa dell’intervento americano nel 1917 lasciò gli affari incompiuti, causando così la resa dei conti finale con lo scoppio della II guerra mondiale.
La storia della casata dei Rothschild attraverso il XX secolo è troppo complessa per poter essere sunteggiata, vogliamo però concludere indicando quali crediamo siano stati i loro due punti vincenti, che li distinguono dalle altre, meno fortunate, dinastie ebraiche nel mondo finanziario: una forte unione fra i fratelli e la loro presenza in vari paesi, con un costante scambio di informazioni.
Sul suo letto di morte, Mayer Amschel, aveva fatto giurare ai suoi cinque figli maschi che non si sarebbero mai divisi e che si sarebbero sempre aiutati. Questo è forse il vero secreto del loro successo. Le difficoltà non mancarono mai (esistono lettere durissime scambiate dai fratelli in momenti di panico, credendosi prossimi alla bancarotta) ma il divorzio non fu mai una opzione da mettere sul tavolo.

Angelo Paratico, La nostra storia, di Dino Messina

1592.- Quando Himmler scrisse a De Gaulle

di Maurizio Blondet
Non faccio che copiare anche dal titolo questa scoperta di Nicolas Bonnal, scrittore, saggista,infaticabile ricercatore storico che mi onora della sua amicizia. Ha trovato i passi che cita in Mémoires de Guerre (Tomo 3, Le Salut, 1944-1946) del Generale: che essendo un tomo di oltre 1100 pagine, penso sia davvero stato letto da ben pochi.

Sono i primi giorni di maggio 1945, della disfatta totale del Reich. “La capitolazione tedesca non è più, adesso, che questione di formalità. Ma devono essere adempiute. [….] Himmler, secondo nell’ordine di successione, a preso contatto per parte sua con il conte Bernadotte, presidente della Croce Rossa svedese, e fa trasmettere da Stoccolma ai governi occidentali una proposta di armistizio. Himmler calcola che se le ostilità cessano sul fronte occidentale e proseguono all’Est si creerà nel blocco alleato una crepa di cui profitterà il Reich.

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“A me personalmente, Himmler fa pervenire una memoria che lascia apparire l’astuzia sotto la disperazione. “E’ inteso! Avete vinto voi!”, riconosce, “Quando si sa da dove siete partito, bisogna, generale De Gaulle, togliersi il cappello ….Ma adesso che cosa farete? Vi rimetterete agli Anglo-Sassoni? Vi tratteranno da satellite e vi faranno perdere l’onore. Associarvi ai sovietici? Sottometteranno la Francia alla loro legge e voi vi liquideranno … In verità, la sola via che possa portare il vostro popolo alla grandezza e alla indipendenza, è quello dell’intesa con la Germania vinta. Proclamatela immediatamente! Entrate in rapporto senza indugio con gli uomini che, nel Reich, dispongono ancora di un potere di fatto e vogliono condurre il loro paese in una direzione nuova .. Sono pronti. Ve lo chiedono … Se dominate lo spirito di vendetta, se afferrate l’occasione che la Storia vi offre oggi, voi sarete il più grand’uomo di tutti i tempi”.

Ed ecco come commenta il generale:

“A parte l’adulazione di cui si adorna questo messaggio dall’orlo della tomba, c’è senza dubbio del vero nel quadro che disegna. Ma il tentatore allo stremo essendo quello che è, non riceve da me alcuna risposta, e nemmeno dai governi di Londra e di Washington. Del resto, non ha niente da offrire”.

Un decennio dopo, De Gaulle adotterà la strategia consigliata da Himmler.

Nel 1955, Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane, che gli avevano affidato la distribuzione dei fondi del Piano Marshall ai paesi europei distrutti, in base al seguente scambio: i fondi in cambio di cessioni di sovranità) creò il Comitato per gli Stato Uniti d’Europa; De Gaulle rispose lanciando l’idea di una collaborazione più stretta fra gli stati europei sovrani: L’Europa delle Patrie, il contrario esatto del “federalismo” fabbricato “nell’ombra” da Monnet. In una celebre conferenza stampa, alla sua Europa delle Patrie non invito “l’Inghilterra insulare” (per lui longa manus degli interessi americani) mentre vi chiamava la Germania divisa in due . “Al cuore del problema del continente c’è la Germania. Il suo destino è che nulla può essere fatto senza di essa”.

La mano tesa dal nemico storico fu presa con pronta gratitudine dal cancelliere Konrad Adenauer. “La sua alleanza con De Gaulle – era costretto ad ammettere Monnet – lascia al generale ogni iniziativa sull’Europa, la quale ai suoi occhi è ridotta ora alla solidarietà occidentale contro l’Est [sovietico]. La fiducia [di Adenauer] nell’appoggio americano è venuta meno, ed egli si comporta come se avesse ricevuto ferme promesse francesi su Berlino” . Adenauer aveva infatti ragione di temere che Kennedy, nella fase di “distensione” con Kruscev, pagasse quella distensione con una rinuncia di principio alla riunificazione tedesca. I due statisti firmarono il Trattato Franco Germanico (1963), prototipo di accordo fra Stati sovrani.

Quanto a Monnet, nelle sue memorie, schiuma di rabbia: “Il timore è che quest’accordo faccia naufragare la politica di integrazione. La forma del Trattato, che privilegia la ‘cooperazione’, pone una seria ipoteca sul futuro dell’integrazione”. Oggi abbiamo imparato che la loro “integrazione” europea è ben diversa da “cooperazione”…

“Le concezioni di De Gaulle, si irrita Monnet, sono fondate su nozioni superate, che ignorano la storia recente […] E’ impossibile che Stati che mantengano la piena sovranità possano risolvere i problemi d’Europa”. Lui era, ovviamente, delle stesse idee di George Ball, banchiere ‘affari e grande stratega della globalizzazione, che nel ’44 era stato capo dell’US Strategic Bombing Survey (l’organo che indicava le industrie da devastare alle ondate di bombardieri) rappresentante americano all’Onu e contemporaneamente senior manager della banca Lehman Kuhn & Loeb, e nel comitato esecutivo del Bilderberg come del Council on Foreign Relations: “Tutti i fattori della produzione – spiegò ancora nel 1967 – capitali, manodopera, materie prime, impianti e distribuzione – devono essere resi completamente mobili secondo il concetto della massima efficienza. E ciò può avvenire solo quando i confini nazionali non giocheranno più alcun ruolo nel definire gli orizzonti economici”. Sono i dogmi ideologici della globalizzazione che oggi gli eurocrati e i governanti continuano a voler attuare.

Seguendo la sua abilissima tattica, Monnet non si oppose al trattato, ma finse di accettarlo svuotandolo. Come, l’ho raccontato nel mio Complotti, capitolo “L’Europa delle Patrie”, a cui rimando.

In ogni caso, si vede come il generale non avesse affatto disprezzato l’idea di Himmler. Del resto, De Gaulle si rifiutò sempre di partecipare, come capo di stato e di governo, alle celebrazioni per lo sbarco in Normandia: “E’ stato l’affare degli anglo-sassoni, da cui la Francia è stata esclusa. Erano ben decisi a installarsi in Francia come in territorio nemico”.

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Ciò spiega perché qualche giorno fa Oliver Stone, il regista che ha condotto la grande intervista a Putin, ha detto: “De Gaulle… si aspetta un leader francese o europeo come lui, il vecchio continente, e più specialmente la Francia, ha bisogno di un uomo capace di dire no agli Stati Uniti”.

Torno alle Memorie. Poco sopra, De Gaulle che ha appena saputo del suicidio del Fuehrer, scrive: “L’impresa di Hitler fu sovrumana ed inumana. L’ha sostenuta implacabilmente. Fino alle ultime ore d’agonia nel fondo del bunker berlinese, è rimasto indiscusso, inflessibile, spietato, come lo era stato nei giorni più brillanti. Per l’oscura grandezza della sua battaglia e della sua memoria, aveva scelto di mai esitare, transigere o arretrare. Il Titano che si sforza di sollevare il mondo non può piegarsi, né addolcirsi. […] E’ il suicidio, non il tradimento, a mettere fine all’impresa di Hitler. Lui stesso l’aveva incarnata. L’ha terminata lui stesso”.

Un giudizio che tradisce qualche misura di rispetto per il nemico caduto, il riconoscervi una natura titanica.

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1547.- L’Italia tra triplice alleanza e triplice intesa

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Roberta Pinotti: “La Repubblica Italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”………

Italia in delirio per “Firenze, bandiera neonazista dentro la caserma dei Carabinieri. Pinotti: Fatto vergognoso esporre la bandiera del Reich.” Peccato solo che sia la bandiera della Marina del Kaiser Guglielmo II e non del Reich di Hitler.

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La Kaiserliche Marine e la Regia Marina furono alleate fino al 26 aprile 1915. La gloriosa divisione S.M.S. Goeben salpò da Messina per i Dardanelli, beffando la Royal Navy. La comprerei quella bandiera. Un piccolo ripasso dal Caffè geopolitico non guasta.

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Il 1882 segna l’abbandono della politica di non-allineamento che l’Italia aveva mantenuto a partire dall’Unità e il suo ingresso nel sistema difensivo bismarckiano attraverso l’adesione alla Triplice Alleanza a fianco a Germania e Austria-Ungheria. La situazione europea contingente, i moti interni legati alla questione delle terre irredente, la paura che le idee repubblicane potessero minare la monarchia sabauda e la volontà di portare il paese nel sistema internazionale europeo, costrinsero il governo ad adottare una nuova politica attiva.

 

L’ITALIA ENTRA NELLA TRIPLICE ALLEANZA: La decisione di optare per la Triplice, nonostante il forte sentimento anti-austriaco italiano, fu determinata dagli accordi che le potenze europee stipularono allaConferenza di Berlino del 1878 con la quale posero fine alla Questione Orientale e iniziarono la “spartizione del mondo”.

L’avallo concesso da Gran Bretagna e Germania alla Francia per l’espansione in Tunisia, dove il Regno d’Italia aveva importanti interessi economici, evidenziò la necessità di abbandonare al più presto la politica di non-allineamento se si voleva raggiungere una posizione equiparata a quella degli altri paesi. Il 20 Maggio 1882 il Ministro degli Esteri Mancini firmò il Trattato di adesione alla Triplice Alleanza.

Inizialmente l’Italia si trovava in una posizione di debolezza rispetto agli alleati, ciò non deve distogliere l’attenzione però dal fatto che grazie a questo accordo Bismarck scongiurava il pericolo di un avvicinamento della Francia all’Italia, e l’Austria vedeva placati, almeno momentaneamente, i moti irredentisti nei suoi territori a maggioranza italiana.

 

LA MANCATA STRATEGIA INTERNAZIONALE DEL REGNO: Solo a partire dal 1887, anno del primo rinnovo della Triplice, la situazione internazionale divenne più favorevole per l’Italia. Tale posizione di vantaggio non trovava però le sue radici nella politica attiva e accorta del governo, ma bensì nelle difficoltà che si vennero a creare nel contesto europeo.

Il rinfocolarsi delle tensioni austro-russe e di quelle franco-tedesche fecero assumere un peso maggiore all’Italia sia per Triplice, sia per i paesi non alleati che iniziarono ad avvicinarla a sé per sottrarla agli avversari.

Fu grazie a questo stato di cose che il governo riuscì ad ottenere il tacito assenso per la futura espansione coloniale in Libia, e soprattutto ottenne l’accettazione del principio di compensazione territoriale da parte dell’Austria-Ungheria nel caso di un suo ampliamento di controllo sui Balcani.

Non essendo frutto di una vera strategia di politica internazionale, questa situazione però non era destinata a durare a lungo.

 

I PRIMI MUTAMENTI IN AMBITO INTERNAZIONALE:Dal 1890, a causa del passaggio dalla politica di equilibrio e di salvaguardia dello status quo continentale di Bismarck alla politica di potenza di Guglielmo II, si venne a rafforzare da prima l’alleanza franco-russa in funzione anti-tedesca, ed in seguito quella franco-britannica attraverso l’entente cordiale, con la quale le due potenze si riconoscevano tutte le conquiste coloniali e la rispettiva influenza in Marocco e in Egitto. Da questi due accordi nel 1907 nacque la Triplice Intesa, un’alleanza difensiva in funzione anti-tedesca.

In quegli anni l’Italia assunse effettivamente il ruolo di ago della bilancia negli equilibri europei tra le due opposte fazioni, perché sebbene facesse parte della Triplice, quest’ultima fu sempre minata dai contrasti tra il Regno e l’Austria per la questione delle terre irredente e dell’espansionismo asburgico nei Balcani.

 

GLI AZZARDI DELLA POLITICA INTERNAZIONALE ITALIANA – La volontà di sfruttare la situazione internazionale e quella di dimostrare di meritare un ruolo di grande potenza equiparato a quello degli altri paesi portarono l’Italia a fare delle scelte azzardate in ambito coloniale. In poco tempo ciò le causò la perdita della posizione di vantaggio che aveva fortuitamente guadagnato negli anni precedenti, il rispetto e la considerazione in ambito europeo.

La disfatta di Adua del 1896 e la successiva annessione forzata della Libia nel 1912 non provocarono un’aperta opposizione né degli alleati, né di Francia e Gran Bretagna. Nonostante queste ultime non ne condividessero i metodi, temessero per una destabilizzazione dell’area balcanica e l’intervento italiano fosse in aperto contrasto con la politica britannica nel Mediterraneo, la necessità di allontanarla dalla Triplice le portò ad optare per il mantenimento di un atteggiamento di silente contrarietà e aperta condiscendenza.

La politica estera italiana palesò in quelle circostanze tutti i suoi limiti, il suo personalismo e la sua incapacità di creare situazioni favorevoli per sé, si dimostrò in grado solo di sfruttare le circostanze derivate dalla situazione contingente. L’unico motivo che spingeva il governo all’azione era la voglia di guadagnare qualcosa soddisfando le rivendicazioni sulle terre irredente, ricercando la posizione egualitaria e salvaguardando la monarchia sabauda dai i moti repubblicani.

 

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IL NUOVO SISTEMA DI ALLEANZE E LA GRANDE GUERRA – Anche le blande reazioni delle potenze europee però in quel momento trovavano la loro ragion d’essere nel contesto internazionale.

La frattura tra le potenze dell’Intesa e gli Imperi Centrali era sempre più profonda. La crisi marocchina del 1911, la politica coloniale tedesca in contrasto con quella britannica, ed il rafforzamento dell’alleanza tedesca con l’Austria della quale appoggiava le mire sui Balcani ostacolando le ambizioni russe, trasformarono l’Italia in un prezioso alleato.

Non solo, a causare il definitivo collasso della Triplice sopraggiunsero anche gli eventi successivi all’attentato di Sarajevo. L’ultimatum di Germania e Austria inviato alla Serbia e la successiva dichiarazione di guerra non erano stati in alcun modo concordati con l’Italia, in aperta violazione del trattato. Ciò permise al governo italiano di sentirsi libero da ogni obbligo e di poter prendere le distanze da un’alleanza che non rispondeva più in maniera efficace agli obbiettivi della politica estera nazionale. Inoltre, il rifiuto da parte austriaca di compensare l’Italia, in caso di espansioni territoriali nei Balcani, fece definitivamente cadere l’ipotesi di entrare in guerra al fianco delle Potenze Centrali e diede avvio alle trattative con l’Intesa. Solo dieci giorni prima che l’Italia firmasse il Patto di Londra la corona asburgica acconsentì a farle delle concessioni nella speranza di guadagnare almeno la sua neutralità, ma la proposta arrivò tardiva e insoddisfacente. Il 26 aprile 1915 l’Italia entrò a far parte dell’Intesa.

 

I RAPPORTI CON I NUOVI ALLEATI – Il patto prevedeval’ingresso in guerra dell’Italia entro un mese contro tutti i nemici comuni, in cambio, a guerra finita, avrebbe conseguito i confini naturali della penisola, attraverso l’annessione del Trentino, del sud Tirolo fino al confine del Brennero, la Venezia Giulia e l’intera penisola Istriana (esclusa la città di Fiume) una parte della Dalmazia e numerose isole adriatiche.

Tuttavia l’intesa tra gli alleati non fu mai totale. Le distanze venivano aumentate dai diversi obbiettivi con cui i le nazioni affiancate nella lotta agli imperi centrali erano scese in guerra. Per l’Italia contavano molto le questioni irredentiste e di conseguenza la sconfitta del vecchio nemico, l’Austria. Per Inghilterra, Francia e Russia l’avversario da battere era soprattutto l’impero prussiano. Non a caso il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Germania solo 15 mesi dopo l’inizio delle ostilità con gli austriaci.

A causa di questa divergenza di vedute i rapporti con gli alleati, anche in questo caso, furono sempre piuttosto tesi.

 

LA FINE DELLA GUERRA E LA POLITICA WILSONIANA:Con la fine del conflitto l’Italia comprese che la sua mancata volontà di partecipare attivamente al conseguimento di un obiettivo comune, le impedì di raggiungere l’agognato status di potenza eguale e il suo rimase sempre un ruolo di attrice non protagonista. Non era stata resa partecipe degli accordi su Costantinopoli e di quelli di Sykes-Picot e il successo dei 14 punti di Wilson la resero in un “alleato dimezzato”. Ilprincipio di nazionalità stabilito dal presidente statunitense, inoltre, confliggeva con agli accordi stipulati a Londra, e riconosceva i confini naturali dell’Italia solo alla metà occidentale dell’Istria. Molte delle richieste di compensazione territoriale fatte dal governo italiano non furono accolte e a tal proposito nel Regno si parlò di“vittoria mutilata”.

 

Marianna Piano

1498.- Perché il re George V d’Inghilterra non salvò il suo cugino russo, Nicholas II dopo la Rivoluzione?

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Braccio sotto braccio i due futuri re, che indossano entrambi uniformi da yachting, possono essere scambiati per due gemelli. Ma mentre i cugini, lo zar Nicola II della Russia e Perché , sono stati descritti come amici stretti, il loro rapporto si è concluso in circostanze spietate.
Come capo di un impero in declino, dove molti cittadini hanno vissuto un’estrema povertà e dove vigeva un dominio autocratico, Nicola II si trovò intrappolato tra una guerra mondiale e il malcontento del suo popolo. L’insieme di queste circostanze avrebbe accelerato la sua caduta, in solo poco più d’un anno, da monarca a prigioniero giustiziato.
L’uccisione di Nicola II, zar dal 1894 fino alla sua abdicazione forzata nel 1917, vide il crollo della famiglia reale di Russia. La sua morte brusca nel 1918 e l’omicidio della famiglia Romanov da parte di una squadra di bolscevichi in una casa a Ekaterinburg hanno anche messo sotto esame la reputazione di George V .

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100 anni fa: lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare dalle  accuse e dal caos nella capitale russa

Numerose immagini d’archivio mostrano insieme i due re di tutta l’Europa. Alcune delle foto più sorprendenti mostrano la coppia vestita in abbigliamento di navigazione quasi abbinata e in posa per quello che sembra essere un ritratto reale.
Le immagini accennano a un legame stretto, che suggerisce che i parenti di Nicholas II in Gran Bretagna abbiano rifiutato o abbiano tenuto un atteggiamento passivo ancora più intrigante sul tentativo di salvarlo. Ci si domanda se il re d’Inghilterra abbia assistito inerte al passaggio dello zar e della sua famiglia lungo il fiume per preservare la sua base di potere o se sia stato messo sotto pressione dal suo governo (che livello di governo e per quali motivi? ndt) per ignorare gli SOS del cugino, di fronte alla questione più urgente di combattere la prima guerra mondiale? Inizialmente, il governo che aveva deposto lo zar era stato possibilista circa un suo esilio dal paese da vivo. Tuttavia, i loro successori bolscevichi furono meno interessati a garantirgli una partenza sicura. All’apparenza, il governo britannico avrebbe avuto dei piani per permettere che il legame affettivo ottenesse l’asilo da una sottoclasse in crescendo e da un partito bolscevico che chiedeva che la sua famiglia fosse proprio sradicata. Ma quell’aiuto non è mai arrivato a Nicola II ,che trascorse i suoi ultimi giorni come prigioniero, prima a Tobolsk e poi in una città a est delle montagne Ural. Fu a Ekaterinburg che gli zar, la moglie Alexandra e i loro cinque figli furono uccisi.
Theo Aronson Royal Biografo della BBC ha scritto come la morte di Nicholas II fu il prezzo per conservare la posizione di George V sul trono, dato il timore che la cattiva reputazione dello zar come monarca avrebbe potuto suscitare una rivolta di lavoratori simile a quella bolscevica in Gran Bretagna.
“[George V] capì che, per la maggior parte dei suoi soggetti, lo zar era un tiranno sporco di sangue … che non era il momento, per un monarca costituzionale, preoccupato della propria posizione, di stendere la mano dell’amicizia ad un autocratico – per quanto gli fosse strettamente legato. Così la famiglia imperiale russa fu lasciata al suo destino “, ha detto Aronson.
Lo storico Catherine Merridale, autore di “Lenin sul treno”, fa riferimento ad un’offerta di asilo che venne ritirata “per motivi personali e diplomatici”. In essa si affermava che Sir George Buchanan, l’ambasciatore britannico in Russia, aveva inizialmente messo a punto una proposta per il passaggio in Gran Bretagna, ma solo per farla cadere.
Nel frattempo, il principe Michael di Kent, cugino della Regina d’Inghilterra, ha affermato in un’intervista del 2010 che, nonostante la Gran Bretagna avesse abbandonato una richiesta di asilo per lo zar, George V aveva espresso la speranza di poter salvare il suo parente. “Erano molto vicini”, ha detto della relazione sui monarchi.

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In definitiva, nessun soccorso britannico giunse allo zar e la vita del sovrano russo, della moglie e dei suoi figli si concluse brutalmente in un basamento di Ekaterinburg, con i loro corpi nascosti in tombe segnalate fuori città per i decenni a venire.

Da RUSSIA INSIDER, “Why Didn’t the British King Save His Russian Cousin, Nicholas II After the Revolution?”, traduzione libera di Mario Donnini

1490.- Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

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La Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).

La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” deL’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio da Aurora

1368.- Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

Mig. 15

Albania, Kuchova 1999. Non si dimentica il Mig.15UTI. Questo articolo non celebra soltanto il Mig.15, ma crea un parallelo interessante fra la guerra di Corea e quella in Siria e i russi vincono.
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MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017

In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea”, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1”. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

img_4444-1-preview            I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097”, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli”.

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Golia e Davide. L’F-86 e il Mig.15

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley”, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

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Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi”. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense”, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro”. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa”. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs’: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi”.

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Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento”. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare”, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve”.

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Fine di un B-29. Questo equipaggio è tornato alla base.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017

La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea.

 

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Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine”, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea”. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

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L’F-80 Shooting Star. Primo volo l’8 gennaio 1944, operativo pallabase di Lesina (Foggia) dal 2 dicembre 1944. Assolutamente inferiore ai Mig.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli”.

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Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

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Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà”, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea”. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà”, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.

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Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora

1310.- SE L’ITALIA RESTA NELL’UE, FARA’ LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

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L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole,perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori. Garibaldi invase Napoli, non la liberò.

L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole. Domandatevi perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori e non i Vinti che stanno emergendo …

L’unita d’Italia fu un imposizione violenta con tanto di genocidio dei popoli del sud eseguiti dagli ordini di Garibaldi noto massone e commissionata da qualche famiglia potente criminale …(Si dice, dalla Gran Bretagna e abbiamo dato già prove provate)

Anche Beppe Grillo scriveva dal suo Blog “Siamo tutti borbonici” nel 2006.

E se il Borbone fosse in realtà il Savoia ? E i veri patrioti i briganti ?
Il Regno delle due Sicilie esisteva, in modo assolutamente legittimo, da secoli.

Napoli era la terza capitale d’Europa.

Napoli aveva istituito la prima cattedra di economia in Europa. La prima linea ferroviaria: Napoli-Portici. Poi arrivarono i Savoia. La resistenza durò dieci anni. Qualcuno pensa che sia attiva ancora oggi.
Dopo l’occupazione piemontese i capitali si trasferirono al Nord e, grazie alla tassa sul macinato, i meridionali nelle Americhe.

Il Sud non fu liberato, ma consegnato al sottosviluppo.

La Questione Meridionale deriva da un esproprio.

Tutto è stato oggetto di revisionismo in Italia tranne il Risorgimento. Garibaldiè l’eroe dei due mondi e Francesco II un miserabile. Le piazze nel Meridione sono intitolate agli occupanti e allo stesso tempo si dice ancora ‘cattivo come un piemontese’. Nulla contro i piemontesi, molto contro la feroce repressione del generale Cialdini. Alla guida di un esercito di più di 100.000 uomini. Un po’ come la guerra di liberazione in Iraq. Molto contro paesi incendiati e massacri. Contro deportazioni. E decine di migliaia di morti.

A scuola il Borbone è il cattivo e il Savoia il buono. Stato borbonico è sinonimo di degrado delle istituzioni. Brigante di protomafioso.

Forse vanno cambiati i testi di scuola.

Oltre al significato delle parole. Rivalutati i patrioti che persero la vita contro l’esercito piemontese.
Forse dobbiamo raccontarci un’altra storia. In cui il Risorgimento è stato in parte, in gran parte, espansionismo di una dinastia. Che ci ha lasciato in eredità l’emigrazione di milioni di persone che fuggivano dalla fame, due guerre mondiali, il fascismo. E’ uno stato savoiardo. Quello che ci ostiniamo a chiamare borbonico.

Beppe Grillo

PER ANNIENTARE IL SUD CHIUSERO LE SCUOLE

Il merito di Napoli è quello di non aver mai dimenticato di essere una capitale, seppur sospesa, una qualità che le ha consentito, in oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, di mantenere un’identità forte, caratteri peculiari, di resistere ai tentativi della storia ufficiale, quella dei libri, di spogliarla del proprio ruolo e farla divenire una delle tante e semplici città della penisola. Napoli, con la sua portata e, non dobbiamo avere paura di dirlo, i suoi difetti, è probabilmente la città di cui si parla di più in Italia, è sotto la costante attenzione di 60 e passa milioni di persone: di lei si parla quasi esclusivamente male, esagerando, inventando, strumentalizzando, però proprio qui (e non solo) si fonda la forza dei Napoletani, nella consapevolezza di essere in realtà altro e molto di più, nell’orgoglio, nonostante in parecchi casi sia assopito e pur sempre pungente.

Anche Erri De Luca ha fatto una pesante dichiarazione:” Garibaldi ha invaso Napoli, non l’ha liberata “

Ecco cosa dice a proposito Erri De Luca, in un estratto tratto da Napòlide e riportato da Unione Mediterranea sulla propria pagina Facebook:

In vita mia mi sono appassionato di rivoluzioni. I tristi fatti del 1799 a Napoli non rientrano nella specie. Si trattò invece di un cambio di regime introdotto dalle armi francesi e crollato appena quelle armi si ritirarono. Le rivoluzioni non si possono appaltare. I francesi agirono a Napoli da occupanti e da predoni :…imposero tasse a loro beneficio e portarono via un bel po’ di patrimonio artistico.
Allora spendo due parole di stima per il popolo di Napoli, non plebe ma popolo, che da solo e disarmato fermò l’ingresso del più forte esercito d’Europa. Per due giorni sbarrò ogni strada e capitolò solo perché tradito dai giacobini locali che consegnarono il forte di S. Elmo ai francesi.
Credo che il popolo avesse ragione a stare dalla parte dei suoi re, perché con loro erano cittadini d’una capitale europea e coi francesi diventavano provincia d’oltremare. Napoli si è mal adattata ad ogni riduzione di rango.
Non ho paura di mettere anche gli italiani in fondo all’elenco degli occupanti del golfo, perché questo furono i Savoia traghettati dai Mille. Garibaldi non veniva a liberare Napoli ma a prenderla…Napoli da allora è una capitale europea abrogata, non decaduta ma soppressa…Così è andata e questa è la materia della sua ragionevole strafottenza…Se non si vede l’evidenza dell’enorme orgoglio assopito nei suoi cittadini, non si sta parlando di lei!

Erri De Luca