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1547.- L’Italia tra triplice alleanza e triplice intesa

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Roberta Pinotti: “La Repubblica Italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”………

Italia in delirio per “Firenze, bandiera neonazista dentro la caserma dei Carabinieri. Pinotti: Fatto vergognoso esporre la bandiera del Reich.” Peccato solo che sia la bandiera della Marina del Kaiser Guglielmo II e non del Reich di Hitler.

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La Kaiserliche Marine e la Regia Marina furono alleate fino al 26 aprile 1915. La gloriosa divisione S.M.S. Goeben salpò da Messina per i Dardanelli, beffando la Royal Navy. La comprerei quella bandiera. Un piccolo ripasso dal Caffè geopolitico non guasta.

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Il 1882 segna l’abbandono della politica di non-allineamento che l’Italia aveva mantenuto a partire dall’Unità e il suo ingresso nel sistema difensivo bismarckiano attraverso l’adesione alla Triplice Alleanza a fianco a Germania e Austria-Ungheria. La situazione europea contingente, i moti interni legati alla questione delle terre irredente, la paura che le idee repubblicane potessero minare la monarchia sabauda e la volontà di portare il paese nel sistema internazionale europeo, costrinsero il governo ad adottare una nuova politica attiva.

 

L’ITALIA ENTRA NELLA TRIPLICE ALLEANZA: La decisione di optare per la Triplice, nonostante il forte sentimento anti-austriaco italiano, fu determinata dagli accordi che le potenze europee stipularono allaConferenza di Berlino del 1878 con la quale posero fine alla Questione Orientale e iniziarono la “spartizione del mondo”.

L’avallo concesso da Gran Bretagna e Germania alla Francia per l’espansione in Tunisia, dove il Regno d’Italia aveva importanti interessi economici, evidenziò la necessità di abbandonare al più presto la politica di non-allineamento se si voleva raggiungere una posizione equiparata a quella degli altri paesi. Il 20 Maggio 1882 il Ministro degli Esteri Mancini firmò il Trattato di adesione alla Triplice Alleanza.

Inizialmente l’Italia si trovava in una posizione di debolezza rispetto agli alleati, ciò non deve distogliere l’attenzione però dal fatto che grazie a questo accordo Bismarck scongiurava il pericolo di un avvicinamento della Francia all’Italia, e l’Austria vedeva placati, almeno momentaneamente, i moti irredentisti nei suoi territori a maggioranza italiana.

 

LA MANCATA STRATEGIA INTERNAZIONALE DEL REGNO: Solo a partire dal 1887, anno del primo rinnovo della Triplice, la situazione internazionale divenne più favorevole per l’Italia. Tale posizione di vantaggio non trovava però le sue radici nella politica attiva e accorta del governo, ma bensì nelle difficoltà che si vennero a creare nel contesto europeo.

Il rinfocolarsi delle tensioni austro-russe e di quelle franco-tedesche fecero assumere un peso maggiore all’Italia sia per Triplice, sia per i paesi non alleati che iniziarono ad avvicinarla a sé per sottrarla agli avversari.

Fu grazie a questo stato di cose che il governo riuscì ad ottenere il tacito assenso per la futura espansione coloniale in Libia, e soprattutto ottenne l’accettazione del principio di compensazione territoriale da parte dell’Austria-Ungheria nel caso di un suo ampliamento di controllo sui Balcani.

Non essendo frutto di una vera strategia di politica internazionale, questa situazione però non era destinata a durare a lungo.

 

I PRIMI MUTAMENTI IN AMBITO INTERNAZIONALE:Dal 1890, a causa del passaggio dalla politica di equilibrio e di salvaguardia dello status quo continentale di Bismarck alla politica di potenza di Guglielmo II, si venne a rafforzare da prima l’alleanza franco-russa in funzione anti-tedesca, ed in seguito quella franco-britannica attraverso l’entente cordiale, con la quale le due potenze si riconoscevano tutte le conquiste coloniali e la rispettiva influenza in Marocco e in Egitto. Da questi due accordi nel 1907 nacque la Triplice Intesa, un’alleanza difensiva in funzione anti-tedesca.

In quegli anni l’Italia assunse effettivamente il ruolo di ago della bilancia negli equilibri europei tra le due opposte fazioni, perché sebbene facesse parte della Triplice, quest’ultima fu sempre minata dai contrasti tra il Regno e l’Austria per la questione delle terre irredente e dell’espansionismo asburgico nei Balcani.

 

GLI AZZARDI DELLA POLITICA INTERNAZIONALE ITALIANA – La volontà di sfruttare la situazione internazionale e quella di dimostrare di meritare un ruolo di grande potenza equiparato a quello degli altri paesi portarono l’Italia a fare delle scelte azzardate in ambito coloniale. In poco tempo ciò le causò la perdita della posizione di vantaggio che aveva fortuitamente guadagnato negli anni precedenti, il rispetto e la considerazione in ambito europeo.

La disfatta di Adua del 1896 e la successiva annessione forzata della Libia nel 1912 non provocarono un’aperta opposizione né degli alleati, né di Francia e Gran Bretagna. Nonostante queste ultime non ne condividessero i metodi, temessero per una destabilizzazione dell’area balcanica e l’intervento italiano fosse in aperto contrasto con la politica britannica nel Mediterraneo, la necessità di allontanarla dalla Triplice le portò ad optare per il mantenimento di un atteggiamento di silente contrarietà e aperta condiscendenza.

La politica estera italiana palesò in quelle circostanze tutti i suoi limiti, il suo personalismo e la sua incapacità di creare situazioni favorevoli per sé, si dimostrò in grado solo di sfruttare le circostanze derivate dalla situazione contingente. L’unico motivo che spingeva il governo all’azione era la voglia di guadagnare qualcosa soddisfando le rivendicazioni sulle terre irredente, ricercando la posizione egualitaria e salvaguardando la monarchia sabauda dai i moti repubblicani.

 

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IL NUOVO SISTEMA DI ALLEANZE E LA GRANDE GUERRA – Anche le blande reazioni delle potenze europee però in quel momento trovavano la loro ragion d’essere nel contesto internazionale.

La frattura tra le potenze dell’Intesa e gli Imperi Centrali era sempre più profonda. La crisi marocchina del 1911, la politica coloniale tedesca in contrasto con quella britannica, ed il rafforzamento dell’alleanza tedesca con l’Austria della quale appoggiava le mire sui Balcani ostacolando le ambizioni russe, trasformarono l’Italia in un prezioso alleato.

Non solo, a causare il definitivo collasso della Triplice sopraggiunsero anche gli eventi successivi all’attentato di Sarajevo. L’ultimatum di Germania e Austria inviato alla Serbia e la successiva dichiarazione di guerra non erano stati in alcun modo concordati con l’Italia, in aperta violazione del trattato. Ciò permise al governo italiano di sentirsi libero da ogni obbligo e di poter prendere le distanze da un’alleanza che non rispondeva più in maniera efficace agli obbiettivi della politica estera nazionale. Inoltre, il rifiuto da parte austriaca di compensare l’Italia, in caso di espansioni territoriali nei Balcani, fece definitivamente cadere l’ipotesi di entrare in guerra al fianco delle Potenze Centrali e diede avvio alle trattative con l’Intesa. Solo dieci giorni prima che l’Italia firmasse il Patto di Londra la corona asburgica acconsentì a farle delle concessioni nella speranza di guadagnare almeno la sua neutralità, ma la proposta arrivò tardiva e insoddisfacente. Il 26 aprile 1915 l’Italia entrò a far parte dell’Intesa.

 

I RAPPORTI CON I NUOVI ALLEATI – Il patto prevedeval’ingresso in guerra dell’Italia entro un mese contro tutti i nemici comuni, in cambio, a guerra finita, avrebbe conseguito i confini naturali della penisola, attraverso l’annessione del Trentino, del sud Tirolo fino al confine del Brennero, la Venezia Giulia e l’intera penisola Istriana (esclusa la città di Fiume) una parte della Dalmazia e numerose isole adriatiche.

Tuttavia l’intesa tra gli alleati non fu mai totale. Le distanze venivano aumentate dai diversi obbiettivi con cui i le nazioni affiancate nella lotta agli imperi centrali erano scese in guerra. Per l’Italia contavano molto le questioni irredentiste e di conseguenza la sconfitta del vecchio nemico, l’Austria. Per Inghilterra, Francia e Russia l’avversario da battere era soprattutto l’impero prussiano. Non a caso il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Germania solo 15 mesi dopo l’inizio delle ostilità con gli austriaci.

A causa di questa divergenza di vedute i rapporti con gli alleati, anche in questo caso, furono sempre piuttosto tesi.

 

LA FINE DELLA GUERRA E LA POLITICA WILSONIANA:Con la fine del conflitto l’Italia comprese che la sua mancata volontà di partecipare attivamente al conseguimento di un obiettivo comune, le impedì di raggiungere l’agognato status di potenza eguale e il suo rimase sempre un ruolo di attrice non protagonista. Non era stata resa partecipe degli accordi su Costantinopoli e di quelli di Sykes-Picot e il successo dei 14 punti di Wilson la resero in un “alleato dimezzato”. Ilprincipio di nazionalità stabilito dal presidente statunitense, inoltre, confliggeva con agli accordi stipulati a Londra, e riconosceva i confini naturali dell’Italia solo alla metà occidentale dell’Istria. Molte delle richieste di compensazione territoriale fatte dal governo italiano non furono accolte e a tal proposito nel Regno si parlò di“vittoria mutilata”.

 

Marianna Piano

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1498.- Perché il re George V d’Inghilterra non salvò il suo cugino russo, Nicholas II dopo la Rivoluzione?

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Braccio sotto braccio i due futuri re, che indossano entrambi uniformi da yachting, possono essere scambiati per due gemelli. Ma mentre i cugini, lo zar Nicola II della Russia e Perché , sono stati descritti come amici stretti, il loro rapporto si è concluso in circostanze spietate.
Come capo di un impero in declino, dove molti cittadini hanno vissuto un’estrema povertà e dove vigeva un dominio autocratico, Nicola II si trovò intrappolato tra una guerra mondiale e il malcontento del suo popolo. L’insieme di queste circostanze avrebbe accelerato la sua caduta, in solo poco più d’un anno, da monarca a prigioniero giustiziato.
L’uccisione di Nicola II, zar dal 1894 fino alla sua abdicazione forzata nel 1917, vide il crollo della famiglia reale di Russia. La sua morte brusca nel 1918 e l’omicidio della famiglia Romanov da parte di una squadra di bolscevichi in una casa a Ekaterinburg hanno anche messo sotto esame la reputazione di George V .

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100 anni fa: lo zar Nicola II fu costretto ad abdicare dalle  accuse e dal caos nella capitale russa

Numerose immagini d’archivio mostrano insieme i due re di tutta l’Europa. Alcune delle foto più sorprendenti mostrano la coppia vestita in abbigliamento di navigazione quasi abbinata e in posa per quello che sembra essere un ritratto reale.
Le immagini accennano a un legame stretto, che suggerisce che i parenti di Nicholas II in Gran Bretagna abbiano rifiutato o abbiano tenuto un atteggiamento passivo ancora più intrigante sul tentativo di salvarlo. Ci si domanda se il re d’Inghilterra abbia assistito inerte al passaggio dello zar e della sua famiglia lungo il fiume per preservare la sua base di potere o se sia stato messo sotto pressione dal suo governo (che livello di governo e per quali motivi? ndt) per ignorare gli SOS del cugino, di fronte alla questione più urgente di combattere la prima guerra mondiale? Inizialmente, il governo che aveva deposto lo zar era stato possibilista circa un suo esilio dal paese da vivo. Tuttavia, i loro successori bolscevichi furono meno interessati a garantirgli una partenza sicura. All’apparenza, il governo britannico avrebbe avuto dei piani per permettere che il legame affettivo ottenesse l’asilo da una sottoclasse in crescendo e da un partito bolscevico che chiedeva che la sua famiglia fosse proprio sradicata. Ma quell’aiuto non è mai arrivato a Nicola II ,che trascorse i suoi ultimi giorni come prigioniero, prima a Tobolsk e poi in una città a est delle montagne Ural. Fu a Ekaterinburg che gli zar, la moglie Alexandra e i loro cinque figli furono uccisi.
Theo Aronson Royal Biografo della BBC ha scritto come la morte di Nicholas II fu il prezzo per conservare la posizione di George V sul trono, dato il timore che la cattiva reputazione dello zar come monarca avrebbe potuto suscitare una rivolta di lavoratori simile a quella bolscevica in Gran Bretagna.
“[George V] capì che, per la maggior parte dei suoi soggetti, lo zar era un tiranno sporco di sangue … che non era il momento, per un monarca costituzionale, preoccupato della propria posizione, di stendere la mano dell’amicizia ad un autocratico – per quanto gli fosse strettamente legato. Così la famiglia imperiale russa fu lasciata al suo destino “, ha detto Aronson.
Lo storico Catherine Merridale, autore di “Lenin sul treno”, fa riferimento ad un’offerta di asilo che venne ritirata “per motivi personali e diplomatici”. In essa si affermava che Sir George Buchanan, l’ambasciatore britannico in Russia, aveva inizialmente messo a punto una proposta per il passaggio in Gran Bretagna, ma solo per farla cadere.
Nel frattempo, il principe Michael di Kent, cugino della Regina d’Inghilterra, ha affermato in un’intervista del 2010 che, nonostante la Gran Bretagna avesse abbandonato una richiesta di asilo per lo zar, George V aveva espresso la speranza di poter salvare il suo parente. “Erano molto vicini”, ha detto della relazione sui monarchi.

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In definitiva, nessun soccorso britannico giunse allo zar e la vita del sovrano russo, della moglie e dei suoi figli si concluse brutalmente in un basamento di Ekaterinburg, con i loro corpi nascosti in tombe segnalate fuori città per i decenni a venire.

Da RUSSIA INSIDER, “Why Didn’t the British King Save His Russian Cousin, Nicholas II After the Revolution?”, traduzione libera di Mario Donnini

1490.- Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

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La Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).

La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” deL’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio da Aurora

1368.- Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

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Albania, Kuchova 1999. Non si dimentica il Mig.15UTI. Questo articolo non celebra soltanto il Mig.15, ma crea un parallelo interessante fra la guerra di Corea e quella in Siria e i russi vincono.
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MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017

In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea”, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1”. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

img_4444-1-preview            I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097”, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli”.

www.richard-seaman.com

Golia e Davide. L’F-86 e il Mig.15

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley”, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

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Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi”. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense”, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro”. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa”. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs’: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi”.

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Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento”. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare”, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve”.

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Fine di un B-29. Questo equipaggio è tornato alla base.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017

La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea.

 

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Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine”, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea”. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

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L’F-80 Shooting Star. Primo volo l’8 gennaio 1944, operativo pallabase di Lesina (Foggia) dal 2 dicembre 1944. Assolutamente inferiore ai Mig.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli”.

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Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

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Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà”, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea”. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà”, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.

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Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio Aurora

1310.- SE L’ITALIA RESTA NELL’UE, FARA’ LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

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L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole,perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori. Garibaldi invase Napoli, non la liberò.

L’unita’ d’Italia non e’ stata fatta come ci hanno insegnato nelle scuole. Domandatevi perche’ la storia la scrivono sempre i Vincitori e non i Vinti che stanno emergendo …

L’unita d’Italia fu un imposizione violenta con tanto di genocidio dei popoli del sud eseguiti dagli ordini di Garibaldi noto massone e commissionata da qualche famiglia potente criminale …(Si dice, dalla Gran Bretagna e abbiamo dato già prove provate)

Anche Beppe Grillo scriveva dal suo Blog “Siamo tutti borbonici” nel 2006.

E se il Borbone fosse in realtà il Savoia ? E i veri patrioti i briganti ?
Il Regno delle due Sicilie esisteva, in modo assolutamente legittimo, da secoli.

Napoli era la terza capitale d’Europa.

Napoli aveva istituito la prima cattedra di economia in Europa. La prima linea ferroviaria: Napoli-Portici. Poi arrivarono i Savoia. La resistenza durò dieci anni. Qualcuno pensa che sia attiva ancora oggi.
Dopo l’occupazione piemontese i capitali si trasferirono al Nord e, grazie alla tassa sul macinato, i meridionali nelle Americhe.

Il Sud non fu liberato, ma consegnato al sottosviluppo.

La Questione Meridionale deriva da un esproprio.

Tutto è stato oggetto di revisionismo in Italia tranne il Risorgimento. Garibaldiè l’eroe dei due mondi e Francesco II un miserabile. Le piazze nel Meridione sono intitolate agli occupanti e allo stesso tempo si dice ancora ‘cattivo come un piemontese’. Nulla contro i piemontesi, molto contro la feroce repressione del generale Cialdini. Alla guida di un esercito di più di 100.000 uomini. Un po’ come la guerra di liberazione in Iraq. Molto contro paesi incendiati e massacri. Contro deportazioni. E decine di migliaia di morti.

A scuola il Borbone è il cattivo e il Savoia il buono. Stato borbonico è sinonimo di degrado delle istituzioni. Brigante di protomafioso.

Forse vanno cambiati i testi di scuola.

Oltre al significato delle parole. Rivalutati i patrioti che persero la vita contro l’esercito piemontese.
Forse dobbiamo raccontarci un’altra storia. In cui il Risorgimento è stato in parte, in gran parte, espansionismo di una dinastia. Che ci ha lasciato in eredità l’emigrazione di milioni di persone che fuggivano dalla fame, due guerre mondiali, il fascismo. E’ uno stato savoiardo. Quello che ci ostiniamo a chiamare borbonico.

Beppe Grillo

PER ANNIENTARE IL SUD CHIUSERO LE SCUOLE

Il merito di Napoli è quello di non aver mai dimenticato di essere una capitale, seppur sospesa, una qualità che le ha consentito, in oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, di mantenere un’identità forte, caratteri peculiari, di resistere ai tentativi della storia ufficiale, quella dei libri, di spogliarla del proprio ruolo e farla divenire una delle tante e semplici città della penisola. Napoli, con la sua portata e, non dobbiamo avere paura di dirlo, i suoi difetti, è probabilmente la città di cui si parla di più in Italia, è sotto la costante attenzione di 60 e passa milioni di persone: di lei si parla quasi esclusivamente male, esagerando, inventando, strumentalizzando, però proprio qui (e non solo) si fonda la forza dei Napoletani, nella consapevolezza di essere in realtà altro e molto di più, nell’orgoglio, nonostante in parecchi casi sia assopito e pur sempre pungente.

Anche Erri De Luca ha fatto una pesante dichiarazione:” Garibaldi ha invaso Napoli, non l’ha liberata “

Ecco cosa dice a proposito Erri De Luca, in un estratto tratto da Napòlide e riportato da Unione Mediterranea sulla propria pagina Facebook:

In vita mia mi sono appassionato di rivoluzioni. I tristi fatti del 1799 a Napoli non rientrano nella specie. Si trattò invece di un cambio di regime introdotto dalle armi francesi e crollato appena quelle armi si ritirarono. Le rivoluzioni non si possono appaltare. I francesi agirono a Napoli da occupanti e da predoni :…imposero tasse a loro beneficio e portarono via un bel po’ di patrimonio artistico.
Allora spendo due parole di stima per il popolo di Napoli, non plebe ma popolo, che da solo e disarmato fermò l’ingresso del più forte esercito d’Europa. Per due giorni sbarrò ogni strada e capitolò solo perché tradito dai giacobini locali che consegnarono il forte di S. Elmo ai francesi.
Credo che il popolo avesse ragione a stare dalla parte dei suoi re, perché con loro erano cittadini d’una capitale europea e coi francesi diventavano provincia d’oltremare. Napoli si è mal adattata ad ogni riduzione di rango.
Non ho paura di mettere anche gli italiani in fondo all’elenco degli occupanti del golfo, perché questo furono i Savoia traghettati dai Mille. Garibaldi non veniva a liberare Napoli ma a prenderla…Napoli da allora è una capitale europea abrogata, non decaduta ma soppressa…Così è andata e questa è la materia della sua ragionevole strafottenza…Se non si vede l’evidenza dell’enorme orgoglio assopito nei suoi cittadini, non si sta parlando di lei!

Erri De Luca

1297.- La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

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A quali obbiettivi sono effettivamente mirate, rispettivamente, la NATO e l’Unione europea?” E, dall’altro: “Quale gerarchia di rapporti è possibile fra gli Stati Uniti d’America e questa anomalia istituzionale che chiamiamo Unione europea? Infine, per inquadrare strategicamente gli obbiettivi di questo nostro esercito: “Quale è realmente il grado d’incompatibilità, politica e commerciale, fra gli Stati europei, anzi, occidentali e la Russia? E, ancora meglio: Dove è la minaccia? Se essa viene dall’Asia, ritenete che sia essenziale il ruolo equilibratore dell’Europa nei confronti dei rapporti Russo-Americani? Vi sembra questo un indirizzo compatibile con le linee politiche della NATO, di monsieur Macron e frau Merkel?

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Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone

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Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo: L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!

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Russia Insider 14/7/2017

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Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017”.

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Il Gran Muftì di Gerusalemme passa in rivista la divisione SS Handzar in Yugoslavia, nel 1944. Nel suo discorso affermò esservi molte similitudine fra i principi dell’ISLAM  e quelli del Nazional-socialismo.

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SS di ieri e di oggi. L’obbiettivo è ancora la Russia! 

Alla fine della guerra 25 delle 38 divisioni della Waffen-SS erano formate da personale volontario straniero, per una percentuale superiore al 50% del numero complessivo appartenenti a tale forza armata. Le provenienze dei volontari furono le più disparate sia come nazionalità sia come estrazione ideologica, in quanto a fianco di volontari decisamente convinti dell’ideologia nazista operarono anche persone semplicemente contrarie al bolscevismo, fanatici anti-semiti, compresi molti musulmani, e soldati che scelsero di arruolarsi come alternativa all’internamento nei campi di prigionia tedeschi.

Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia, Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017”.
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.

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Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google
(Dall’Estonia https://mobile.twitter.com/Malinka1102/status/885218501371330560/photo/1
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017” – di sitoaurora).

1286.- IL GENERALE CORAGGIOSO CHE AVVERTÌ MUSSOLINI

Conoscevo, di fama, il generale Federico Baistrocchi per la sua opera, che consentì, fra l’altro, al Regio Esercito di combattere la Guerra d’Etiopia e, poi, la Seconda Guerra Mondiale con, più o meno, trecento cannoni moderni; ma non conoscevo la sua triste fine e l’odio che gli scagliò quel Napolitano d’altri tempi che fu Badoglio. Volentieri, perciò vi propongo questa biografia di Andrea Cionci, scritta per la Stampa.it. 

“Duce, l’Impero che avete creato lo perderete” con queste parole il generale Federico Baistrocchi si giocò una straordinaria carriera costellata di successi e promozioni sul campo. Del tutto sconosciuto ai più, è un personaggio che merita di essere ricordato per le straordinarie capacità e la lealtà con cui spese la sua vita al servizio del Paese. Proprio due giorni fa ricorrevano i settant’anni dalla sua morte, avvenuta a Roma il 31 maggio 1947, dopo quasi due anni di detenzione che lo minarono irrimediabilmente nel fisico. L’Esercito ha, così, deciso di dedicargli una mostra presso il Museo dei Granatieri di Sardegna a Roma (P.za S. Croce in Gerusalemme), che aprirà i battenti il 16 giugno, nella quale saranno esposti cimeli personali del generale e documenti di eccezionale importanza, come quella lettera che il 18 settembre 1936 egli indirizzò a Benito Mussolini. Baistrocchi aveva profondamente riflettuto sull’ordine del Duce di recuperare armi e materiali dall’Etiopia, dopo la vittoriosa campagna africana. “Con la mia abituale franchezza, pur sapendo di non farvi, anche questa volta, cosa gradita, vi dirò che tale ritorno in patria (di mezzi e materiali n.d.r.) sarebbe esiziale per l’esistenza dell’Impero che voi avete voluto e fondato”.

Spalline e mostreggiature del generale Baistrocchi

Anche Baistrocchi presentiva la deflagrazione di un conflitto mondiale, ma ammoniva Mussolini: “La guerra che prevedete sarà lunga […] troverà l’universo diviso in due campi opposti per una lotta senza quartiere e perciò sarà lunghissima e all’ultimo sangue. Trionferà chi avrà saputo meglio prepararsi, resistere, alimentarsi. Il Mediterraneo non è nostro; l’Inghilterra lo domina […] la Francia e anche l’America (poiché ritengo che anch’essa sarà contro di noi) vorranno farci scontare il nostro grande successo in Africa”.

Di quale posizione godeva, dunque, Baistrocchi per potersi permettere di scrivere cosi al Duce? E cosa aveva fatto per meritarsela?

 

IL DIAVOLO ROSSO

Così lo avevano soprannominato gli Austriaci nella Grande Guerra. Come artigliere era divenuto il loro flagello: aveva infatti ideato una particolare forma di impiego dell’artiglieria in appoggio alla fanteria che gli era valso questo appellativo da parte degli austriaci e, da parte dei soldati italiani, quello di “artigliere del fante”.

Alla discesa in campo dell’Italia contro gli Imperi centrali, Baistrocchi aveva già maturato una ricca esperienza. Dopotutto, era figlio d’arte: suo padre Achille aveva preso parte a tutte le guerre risorgimentali. Federico era nato a Napoli nel 1871 da antica e nobile famiglia di origini polacche: presto fu inviato al Collegio militare della Nunziatella e poi all’Accademia di Modena. Prese parte alla campagna di Eritrea del 1896, alla campagna di Libia del 1911. Per il suo valore e perizia ottenne varie promozioni per merito di guerra e ben sei medaglie al Valore, ma per lui stesso, la più ambita fu quella d’oro che gli Arditi del 1° battaglione d’assalto gli offrirono per averli accompagnati con il preciso fuoco dei suoi cannoni alla conquista di Q. 800 della Bainsizza.

Lettera di Baistrocchi a Mussolini del 18 settembre 1936

IL GRANDE INNOVATORE

AL termine della Grande guerra, promosso Generale ed eletto Deputato, tra il 1924 e il 1933 non si occupò di politica ma esclusivamente di questioni, leggi e riforme militari.

Per questa sua riconosciuta preparazione tecnica ed esperienza sul campo, Mussolini, nel 1933 lo chiamò ad assumere l’incarico di Sottosegretario di Stato per la Guerra e, dal 1 ottobre 1934, anche la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

Il temperamento entusiasta ed esuberante di Baistrocchi irruppe nel severo ambiente piemontese di Via XX Settembre portando un vasto piano di riorganizzazione e modernizzazione delle truppe italiane, da attuarsi in due trienni: 1933-36 e 1936-39. Riuscì ad imprimere, da subito, un salutare “scossone” alla sua forza armata: svecchiare, innovare, motorizzare, abbandonando definitivamente i vecchi concetti del primo dopoguerra. Il suo primo impegno fu l’introduzione di criteri più meritocratici per l’avanzamento degli ufficiali.

Si occupò quindi di un piano di riforme che prevedeva l’ammodernamento delle armi in dotazione alla fanteria e all’artiglieria e al loro munizionamento.

Diede il massimo impulso alla meccanizzazione e motorizzazione dell’Esercito con la costituzione organica del Corpo Automobilistico e trasformando e motorizzando reparti di cavalleria, bersaglieri, batterie di artiglieria e creando le prime unità corazzate e autotrasportate.

Si preoccupò di migliorare il trattamento e l’addestramento delle truppe, il suo equipaggiamento e vestiario, con maggiore praticità e comodità rispetto a quanto adottato dai precedenti regolamenti.

Con l’istituzione del nuovo corpo denominato “Guardia alla Frontiera” (GAF) l’Esercito venne svincolato dal compito di assicurare la copertura dei confini per impegnarsi quindi a garantire la difesa del restante territorio nazionale.

Le decorazioni del generale

 

PRECURSORE DELLA GUERRA-LAMPO

L’Italia aveva finalmente un esercito moderno, e i risultati si videro nella campagna di Etiopia. Dopotutto, Baistrocchi non era mai stato favorevole a quell’impresa africana, e non aveva nascosto al Re e a Mussolini le perplessità sull’affrontare una guerra a 8000 km di distanza, ma quando ricevette l’ordine di approntare i mezzi per la campagna, diede il meglio di sé nella preparazione. Rispetto alle quattro divisioni previste, Baistrocchi, che era un grande logista, riuscì a inviarne 20, perfettamente equipaggiate e rifornite. Si mise così in luce per le sue capacità tanto che vi fu un momento in cui Mussolini pensò di sostituire Badoglio (la cui lentezza nel procedere lo esasperava) con lui, ma fu proprio Baistrocchi a sottolineare che un simile avvicendamento avrebbe causato dei problemi nella gestione del Corpo di spedizione da Roma che era sotto la sua responsabilità. In quel mentre, infatti, il generale napoletano era tutto impegnato a “clonare” in Patria tutti i reparti che inviava in Africa Orientale per non lasciare sguarnite le difese in Italia. La campagna d’Etiopia fu un pieno successo e venne definita all’estero un “capolavoro di logistica, strategia e tattica” destando non poche invidie. Possiamo dire che i primi concetti di “guerra lampo” furono teorizzati proprio da Baistrocchi in quegli anni e ad essi, con ogni probabilità si ispirarono i generali tedeschi.

Il generale, tuttavia, era saldamente ancorato alla realtà e riteneva la guerra lampo possibile solo con un rapporto di forze non paritario, cosa che non mancò di far notare a Mussolini. Tra l’altro, rimase ben lontano dal considerare i risultati in Africa come acquisiti definitivamente. Nella famosa lettera, diffidava il Duce dal sottrarre uomini e mezzi dalle nuove colonie appena conquistate: mirava anzi a renderle autonome dalla madrepatria perché sapeva che i mari erano allora dominati dal Regno Unito.

Baistrocchi al tavolo di lavoro

IL MALINTESO CON BADOGLIO

Fu proprio nella campagna d’Etiopia, con l’accennata intenzione di Mussolini di sostituire Badoglio con Baistrocchi che si verificò il malinteso che mise in allarme il primo dei due generali. Queste infatti furono le parole di Badoglio riportate dal generale Rodolfo Graziani: “Durante la campagna d’Etiopia, Baistrocchi ha tentato di farmi la forca, ma la pagherà. Perché, vede Graziani – incalzò con aria minacciosa – io i miei nemici li strangolo lentamente, così, col guanto di velluto”. In realtà Baistrocchi aveva fatto solo il suo dovere di “tecnico” e non aveva alcuna intenzione di “fare le scarpe” al suo superiore.

L’occasione per disarcionare quello che pensava fosse un rivale, Badoglio la ebbe, tuttavia, quando Baistrocchi scrisse a Mussolini la lucida e profetica lettera del 18 settembre ’36. Fu grazie a questa che Badoglio poté convincere il Duce a destituirlo. Il generale napoletano fu nominato Conte e Senatore de Regno per i grandi meriti acquisti, ma, de facto, fu escluso da ogni ruolo di responsabilità. Mussolini gli propose, poi, di comandare le truppe nella guerra di Spagna, ma egli rifiutò. Come molti italiani anche il generale aveva probabilmente perso entusiasmo verso una politica nella quale non si riconosceva più.

Il berretto originale di Baistrocchi con gradi da generale

LA STOCCATA FINALE

Con il crollo del Regime e l’insediarsi di Badoglio come capo del Governo, il 18 aprile 1945 con richiesta del Commissariato per le sanzioni contro i Fascismo Baistrocchi, allora settantatreenne, fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli come un delinquente comune. Qui rimase per un anno e tre mesi in attesa del processo. Al generale instancabile e intrepido, il peso della calunnia fu molto gravoso, tanto che dimagrì di 21 chili. Solo gli ultimi due mesi prima del processo li trascorse nel carcere militare di Forte Boccea, trattato con il dovuto rispetto. L’accusa era di avere, come Sottosegretario alla Guerra, compromesso e tradito le sorti del Paese tanto da averlo successivamente condotto alla catastrofe mediante la fascistizzazione dell’Esercito, influenzandone l’ordinamento, la tecnica militare, la regolamentazione e la disciplina.

Il processo presso il tribunale militare di Roma iniziò il 10 settembre 1946 e fu seguito da tutta la città.

Il 76enne Baistrocchi si difende al processo

 

VITTORIA E MORTE

L’abbondante documentazione della sua attività e le testimonianze a suo favore di un alto numero di personalità militari e politiche di tutti i Partiti, riabilitarono totalmente la sua figura di soldato, di comandante e di italiano. Il processo durò 12 giorni e si concluse il 22 settembre.

Baistrocchi respinse energicamente ogni accusa parlando 5 ore di seguito ed elencando esattamente il suo operato e le sue argomentazioni. Tuttavia, mai ebbe parole contro il suo nemico Badoglio. Su richiesta dello stesso Pubblico Ministero, l’anziano generale fu quindi assolto con formula piena, tra gli applausi del pubblico e grandi manifestazioni di approvazione. La sentenza consacrò la figura di questo ufficiale con pieno, incondizionato riconoscimento. Uscì dal carcere alle ore 15 del 22 settembre 1946.

Già debilitato dalla vicenda infamante del carcere, pochi mesi dopo, morì per un attacco di cuore, il 31 maggio 1947. Riposa alla Certosa di Bologna.

Come scrisse il grande invalido di guerra Carlo Delcroix, per il suo epitaffio: “Visse abbastanza da rivendicare con il proprio nome quello dell’Esercito che si voleva colpire in uno dei suoi Capi più degni, ma il cuore che aveva contenuto il giubilo della guerra vinta e l’angoscia della guerra perduta alla fine si infranse.

La famiglia che amò più di se stesso e l’Italia che servì fino alla morte, nel piangerne la perdita, non vogliono sia perduto il suo esempio”.

1272.- La battaglia di Kursk; ‘Punto di non ritorno’ per la Germania nazista

Stiamo combattendo una nuova battaglia per l’Europa e contro l’Europa di ieri, ma con poca consapevolezza.

Situato a 315 miglia a sud di Mosca e attraversato dai fiumi Kur, Tuskar e Sejm, Kursk è una pittoresca città russa di 500000 abitanti col più grande giacimento di ferro conosciuto del mondo. Tuttavia, tra il 4 luglio e il 23 agosto 1943 fu teatro della sfida titanica tra Wehrmacht della Germania nazista e Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1943, l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Asse dell’Unione Sovietica, s’era impantanata. Dopo diversi stupefacenti successi iniziali, l’Armata Rossa mutò l’andazzo della guerra con le epiche vittorie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nel 1942, e la Wehrmacht era ormai in ritirata. Kursk fu l’ultimo sforzo con cui la Germania nazista impegnò risorse inedite per ribaltare il corso della guerra in proprio favore, o almeno fermare l’inesorabile avanzata delle forze sovietiche. Nel complesso i nazisti concentrarono 900000 truppe, 10000 pezzi d’artiglieria, 2700 corazzati e 2000 aerei, circa un terzo dell’intera forza militare tedesca. L’obiettivo dei nazisti era circondare e schiacciare cinque armate sovietiche, prima di schiacciare l’Armata Centrale del Maresciallo Rokossovskij e l’Armata di Voronezh del Maresciallo Vatutin con una brutale manovra a tenaglia.
Se ovviamente era l’obiettivo militare desiderabile, la strategia aveva considerazioni politiche al centro: la direzione sovietica era sempre più frustrata dalla mancanza di volontà degli alleati occidentali ad aprire un secondo fronte e alleviare l’intenso onere della lotta dal 1941. Hitler sapeva che il successo in Oriente poteva sabotare permanentemente l’associazione tra Unione Sovietica, USA e Regno Unito. Inoltre, avrebbe dimostrato che la Germania nazista era stata solo danneggiata severamente, ma non fatalmente, a Stalingrado. La pianificazione dell’operazione iniziò nel febbraio 1943, ma Adolf Hitler volle ritardare l’attacco il più a lungo possibile, nonostante il desiderio del Feldmaresciallo Erik von Manstein di lanciarla al più presto possibile.

Conoscendo il ruolo svolto dall’incredibile inverno sovietico su Barbarossa, il Fuhrer voleva guadagnare tempo finché il terreno non fosse completamente scongelato; inoltre, il suo amore per il nuovo carro armato Tigre, di cui pensava che un battaglione valesse una divisione di qualsiasi altro carro armato, lo convinse a ritardare fin quando non ne fossero disponibili altri. Con un ritmo di produzione di 12 alla settimana, Manstein dovete attendere molto, e nel frattempo l’Armata Rossa rese le proprie postazioni praticamente impenetrabili.
Il 4 luglio le forze sovietiche erano ben preparate, e in alcune aree i reggimenti d’artiglieria superavano la fanteria cinque a uno, con oltre 20000 cannoni puntati sulla Wehrmacht, tra cui oltre 6000 cannoni anticarro da 76,2mm e 920 lanciarazzi multipli Katjusha. Inoltre, con l’aiuto della popolazione civile di Kursk, l’Armata Rossa scavò 5000 chilometri di trincee dotate di filo spinato, ostacoli elettrificati e lanciafiamme. Alcune zone difensive sovietiche erano profonde sei chilometri, con 2200 mine anticarro e 2500 mine antiuomo posate su ogni singolo miglio del fronte, una densità quattro volte quelle delle difese di Stalingrado. Nel complesso fu posato oltre mezzo milione di mine anticarro e 440000 mine antiuomo. Tuttavia, la Wehrmacht avviò l’assalto il 4 luglio sul villaggio di Prokhorovka. Lo scontro durò 50 giorni.

Il battaglione Tigre entrò in combattimento prematuramente; fu falcidiato dalle avarie e diede modo ai russi di conoscere i segreti della nuova arma.

La Seconda guerra mondiale è un conflitto dalle statistiche immense e Kursk ne illuminò alcune delle più sorprendenti: 3 milioni di soldati, 8000 carri armati e 5000 aerei furono coinvolti, e i relativi scontri compresero la battaglia tra carri armati più grande della storia e i singoli giorni di guerra aerea più costosi. In confronto alla battaglia d’Inghilterra, del Bulge, del D-Day, di El Alamein o Midway, lo scontro per la civiltà a Kursk è ignoto in occidente, raramente menzionato dai media e apparentemente noto solo a pochi storici professionisti. Tuttavia, coloro che hanno anche solo contezza di Kursk, sono ben consapevoli del significato cruciale e credono che fu lo scontro più importante della Seconda guerra mondiale. Tra loro vi è l’eminente Dennis Showalter, nel suo libro Armor and Blood Showalter conclude che la battaglia fu la “svolta del Fronte Orientale… il punto di non ritorno”. Dopo Kursk, i nazisti non compirono mai più passi coraggiosi e fiduciosi nel domani, venendo spinti in una posizione difensiva virtualmente perpetua in Europa. Viceversa, se la Wehrmacht fosse prevalsa la guerra avrebbe potuto decisamente essergli favorevole, con una possibile sconfitta dell’Unione Sovietica e trionfo della Germania nazista in Europa, se non del Mondo.
Quando le truppe occidentali sbarcarono in Normandia il 6 giugno 1944, incontrarono forze tedesche senza supporto aereo, carburante e rifornimenti; se l’Armata Rossa non avesse trionfato a Kursk, le truppe d’invasione statunitensi, inglesi e canadesi avrebbero incontrato i nazisti in piena potenza e il D-Day sarebbe fallito.Traduzione di Alessandro Lattanzio

1253.- La guerra del 1967. I sei giorni che fecero grande Israele

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In bianco/giallo Israele prima della guerra dei sei giorni, in arancione chiaro i territori acquisiti dopo la guerra dei sei giorni. In rosso il territorio occupato dall’Egitto dopo la Guerra del Kippur, in grigio il territorio occupato da Israele dopo la Guerra del Kippur.
Data 5-10 giugno 1967
Luogo Sinai, Cisgiordania

La Guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 1967 con un attacco aereo israeliano a sorpresa a larga scala, poteva dirsi conclusa già il 9, essendo ormai sopraggiunto il cessate il fuoco con Giordania ed Egitto, grazie alla mediazione dell’ONU. Alle 3 del mattino la Siria aderì anch’essa al cessate il fuoco, ma il Ministro della Difesa Israeliano Moshe Dayan decise di approfittare della situazione politico-strategica, e diede di sua iniziativa il via all’offensiva sul Golan.

Prima le alture furono pesantemente bombardate dall’aviazione e dall’artiglieria, quindi toccò alle brigate corazzate di intervenire. Nonostante le difficoltà e le ingenti perdite le forze dello Tsahal riuscirono a conquistare le alture. L’aviazione siriana, che nel frattempo aveva perso due terzi dei suoi velivoli, non riuscì a fornire alcun supporto alle brigate a difesa delle fortificazioni, scompigliate dai bombardamenti israeliani ed a corto di ufficiali. Tra la sera del 9 e la mattina del 10 il Golan rimase in mano israeliana mentre l’esercito siriano si ritirava verso Damasco, perdendo gran parte dei suoi armamenti. Israele dichiarò, pertanto, chiuse le ostilità avendo ottenuto una vittoria netta su tutti i fronti. La Siria venne fuori dalla guerra mutilata dalle Alture del Golan, una specie di balcone che domina il Nord di Israele e da dove era facile sparare sui kibbutz sulle sottostanti rive del Lago di Tiberiade. La Giordania dovette rinunciare alla sponda occidentale del fiume Giordano, alle sue città, da Hebron a Betlemme e alla parte est di Gerusalemme, compresi i luoghi sacri per le tre religioni. Fu chiamata la Guerra dei 6 giorni, ma dopo 50 anni, deve ancora finire.


Il 5 giugno di cinquant’anni fa la guerra che ridisegnò confine ed equilibri del Medio Oriente: un attacco preventivo contro le minacce di Nasser, divenne una disfatta per Egitto, Giordania e Siria

Il generale Motta Gur e le sue truppe scrutano la Città Vecchia di Gerusalemme prima di sferrare l'attacco (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Il generale Motta Gur e le sue truppe scrutano la Città Vecchia di Gerusalemme prima di sferrare l’attacco (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prima di quel 5 giugno di 50 anni fa, le prime truppe egiziane erano già penetrate nel Sinai, esigendo il ritiro dei caschi blu dell’Onu dalle sue frontiere. Dopo la crisi del canale di Suez nel 1956 la penisola, come la Striscia di Gaza, era stata occupata dall’esercito israeliano, per passare poi sotto il controllo di un contingente delle Nazioni Unite. La notizia di un presunto concentramento di truppe israeliane al confine con la Siria, dopo un duello aereo sul lago di Tiberiade fra l’aviazione israeliana e quella di Damasco, era l’artificiosa motivazione. Una seconda provocazione era stata l’annuncio, davanti al segretario generale delle Nazioni Unite U Thant giunto subito al Cairo per una mediazione, della chiusura dello stretto di Tiran e quindi del Golfo di Aqaba agli israeliani. “Sharm el-Sheik significa lo scontro con Israele”, aveva dichiarato il 26 maggio Nasser. La strategia del rais del Cairo era di isolare Israele per dimostrare platealmente di comandare l’intera regione. Nella sostanziale incuranza delle cancellerie occidentali, il 30 maggio la Legione araba giordana si pone sotto il comando egiziano, come pochi giorni più tardi faranno lo stesso gli iracheni: l’incursione via terra in Israele sembrava già pronta.

Nasser, pensano oggi in molti, in realtà non vuole la guerra, ma semmai dimostrare di essere il leader capace di catalizzare i sentimenti anti-sionisti degli arabi. Israele vive in quei mesi – complice la ripresa della guerriglia palestinese – in un clima di isteria provocato dal timore dell’accerchiamento e di un nuovo olocausto. Questo persuase la maggioranza del governo, e soprattutto il “falco” Moshe Dayan, ministro della Difesa, a muovere un attacco preventivo, nonostante la riluttanza del premier Levi Eshkol.

Così alle 7 e 10 del 5 giugno in Israele prende avvio l’”Operazione Focus”. Israele lascia appena una decina di caccia a difesa del suo territorio e in sole tre ore annienta a terra l’aviazione egiziana assicurandosi il controllo dei cieli mentre le truppe di Tzahal irrompono nel Sinai.

Truppe israeliane avanzano nel sud della Penisola del Sinai nel giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Truppe israeliane avanzano nel sud della Penisola del Sinai nel giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

In neanche due ore gli aerei israeliani, sorvolando il Sinai a bassissima quota in diverse direzioni, distruggono oltre la metà dei 420 aerei egiziani e un terzo dei piloti del Cairo. Solo nove velivoli israeliani abbattuti in una dimostrazione di superiorità tecnica e tattica schiacciante. “L’aviazione egiziana è distrutta”, afferma la mattina di quello stesso 5 giugno il generale Yitzhak Rabin. L’attacco a sorpresa di Israele nel Sinai scatena la reazione di Siria, Giordania e Iraq. Amman bombarda la Cisgiordania e Gerusalemme Est: quello che doveva essere un attacco a sorpresa, con lo scopo di allentare la morsa egiziana, ha scatenato una nuova guerra arabo-israeliana dalle imprevedibili conseguenze politiche.

Prigionieri egiziani catturati dai soldati israeliani vicino ad al Arish nel Sinai (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prigionieri egiziani catturati dai soldati israeliani vicino ad al Arish nel Sinai (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Sul terreno la campagna di Israele prosegue con incredibile facilità: il secondo giorno di guerra il Sinai è praticamente tutto nelle mani di Israele, con il generale egiziano Amer che ordina la ritirata oltre il canale di Suez.

Al mattino del 9 giugno l’intero Sinai è diventato israeliano, con gli egiziani in fuga che avevano abbandonato più di 600 carri armati, lasciando sul terreno circa 10mila morti e 12mila prigionieri. Nasser, dopo aver accusato l’Occidente per il sostegno a Israele, usa la parola “Naksa”, disfatta, per descrivere la sua sconfitta e dare le dimissioni.

Prigionieri egiziani catturati vicino a Sharm el Sheikh nel Sinai meridionale, 8 giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Prigionieri egiziani catturati vicino a Sharm el Sheikh nel Sinai meridionale, 8 giugno 1967 (Ufficio stampa del Governo israeliano)

Manca un vero coordinamento fra i vari fronti arabi e ben presto anche Amman batte in ritirata. L’esercito israeliano entra facilmente in Cisgiordania, conquista Gerico e Gerusalemme Est. Verso le 10 di mattina del 7 giugno il generale israeliano Motta Gur dichiara alla radio: “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”. Le lacrime di commozione di numerosi soldati segnarono il momento simbolicamente più importante di quella campagna militare. La Giordania firma la resa mentre il ministro della Difesa Dayan e il capo di Stato maggiore Rabin visitano la città vecchia.

Soldati israeliani di fronte al Muro Occidentale nella Città Vecchia di Gerusalemme nel giugno 1967: il Muro fu conquistato nella Guerra dei Sei Giorni (ministero della Difesa di Israele)

Soldati israeliani di fronte al Muro Occidentale nella Città Vecchia di Gerusalemme nel giugno 1967: il Muro fu conquistato nella Guerra dei Sei Giorni (ministero della Difesa di Israele)

Resta da sconfiggere solo la Siria, con le sue truppe asserragliate nell’altipiano del Golan. Un nemico ostico anche per il forte legame con l’Urss, tanto che un falco come Dayan preferisce porre il veto a questa offensiva. Ma la pressione degli abitanti dei kibbutz di frontiera e dei militari è decisiva anche in questo attacco, nonostante Damasco abbia già accettato un cessate il fuoco dell’Onu. L’offensiva del Golan inizia il 9 giugno e nel pomeriggio del 10 l’altopiano è conquistato, mentre Tzahal ferma la sua avanzata a Quneitra, a 60 chilometri da Damasco.

La sera stessa di quel 10 giugno, richiesto con insistenza dal Consiglio di Sicurezza, il cessate il fuoco è effettivo sui tre fronti. Il piccolo Israele, come Davide, al prezzo di 676 molti e quasi 3mila feriti aveva sconfitto i Golia egiziani, giordani e siriani che lasciavano sul terreno circa 15mila uomini, centinaia di carri, la quasi totalità della loro aviazione e conquistato oltre 42mila chilometri quadrati di territori. Gerusalemme “riunificiata” ufficialmente annessa dalla Knesset il 29 giugno, diventava il simbolo di una pace che ora si vuole cercare più con la diplomazia che con le armi. Una trattativa ancora aperta, come quella sullo status di Gerusalemme, ma in un Medio Oriente che dopo quei sei giorni di 50 anni fa ha cambiato volto.

Il generale Ariel Sharon (a sinistra) con Menahem Begin (al centro) e il generale Avraham Yoffe nel deserto del Sinai il 14 giugno 1967 (Ansa)

Il generale Ariel Sharon (a sinistra) con Menahem Begin (al centro) e il generale Avraham Yoffe nel deserto del Sinai il 14 giugno 1967 (Ansa).

Luca Geronico venerdì 2 giugno 2017

1234.- Perché gli Astronauti si rifiutarono di giurare sulla Bibbia che sono atterrati sulla Luna???

Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Michael Collins, tornati dalla missione spaziale Apollo 11, si presentano al mondo spaventati e disturbati psicologicamente, dichiarando che la Luna gli ha resi degli eroi, ma li ha rovinati….anni dopo nessuno dei tre, vuole giurare sulla Bibbia di avere messo piede sulla Luna…. Cosa hanno visto di cosi spaventoso??

Anni dopo, Neil Armstrong, parlando agli studenti, lascia questa dichiarazione: “Ci sono svolte importanti che attendono coloro che sapranno rimuovere uno degli strati che proteggono la verità”.