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1035.- Il Kosovo si arma, ira di Belgrado. Fallimento o ipocrisia della NATO?

La regione del Kosovo e Metohija (o Kosmet) torna in balia degli spettri del passato. Preludio di una nuova escalation ai danni della minoranza serba o è solo la crescita in tutto il Paese del Partito Radicale Serbo (SRS) che innervosisce Priština?  Le attenzioni della comunità internazionale sono troppo spesso lontane da questa terra dove sopravvivono le criticità di una guerra difficile da dimenticare. Sta di fatto che i dissapori tra Belgrado e Pristina rallentano a dismisura sia il processo di integrazione europea per Serbia e Kosovo sia la stabilizzazione dei Balcani, minacciata anche dal fenomeno Isis. Qualche anno fa, ad esempio, dalla capitale kosovara era stato promesso di concedere maggiore autonomia alle municipalità serbe nel Nord del Paese, riconoscendo loro un presidente, un parlamento, una bandiera. Il progetto, denominato “Associazione delle municipalità serbe”, non è mai decollato e ha trovato strenua opposizione negli ambienti politici di Pristina. La netta linea di demarcazione che separa serbi e kosovari è del resto ancora oggi tracciata a livello fisico: simbolo di tutte le divisioni resta il ponte sul fiume Ibar, che spezza in due la città di Mitrovica. I serbi vivono a nord del fiume, gli albanesi a sud. Periodicamente viene tentata la riapertura al traffico automobilistico del ponte. Puntualmente, il tentativo fallisce perché minacce, granate e colpi d’arma interrompono quello che la buona volontà di alcuni cerca di ottenere. Intanto Bruxelles aspetta. Anche perché lo stesso Kosovo ha avanzato le sue istanze circa l’entrata nella Ue e, ovviamente, non ha nessuna intenzione di rinunciare a quell’indipendenza autoproclamata e riconosciuta da molti Stati della comunità internazionale, ma non da tutti. L’imbarazzo dei vertici europei inizia ad essere palese. Portare in Europa un conflitto mai risolto non gioverebbe ad una Ue già debole e, parimenti, ignorare le richieste di chi vuole entrare non si può. Vi sono anche altri aspetti che rendono problematico l’ingresso del Kosovo nell’Ue. A partire dalla situazione occupazione, con un dato ufficiale di disoccupazione che, per i giovani tra i 25 ed i 35 anni, ha raggiunto il 65%. Il ricorso al lavoro nero è sempre più abituale mentre cresce la voglia dei giovani di abbandonare il Kosovo per andare a cercare la fortuna all’estero. Mentre le rimesse di chi è già emigrato ed ha trovato lavoro all’estero, servono per mantenere le famiglie rimaste in Kosovo ed a tamponare le falle delle finanze kosovare.Di fronte a tutto questo, il processo di integrazione è impantanato.  Non è ancora tutto. Nel 2015, la Kosovo Police ha investigato 28 casi legati al terrorismo jihadista, arrestando 21 persone. Ma per 15 casi le indagini sono state chiuse con l’assoluzione di 46 persone. Per il tenente colonnello Nexhmi Krasniqi, comandante della Kosovo Police di Prizen (cittadina graziosa, musulmana nel sud del Paese Balcanico), sono state introdotte pene severe, sino all’ergastolo, per i foreign fighters. Lo stesso comandante, però, ammise con l’inviato del Nodo di Gordio Luca Tatarelli, che tre jihadisti provenienti dalla zona di Prizen erano morti in Siria. Ancora più preoccupante fu la dichiarazione successiva: “La notizia è arrivata ai parenti ma non a noi”.

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La Serbia, sempre più attratta dalla prospettiva europeista, è disposta a compiere tutti i passi che le vengono richiesti, tranne uno. “Non riconosceremo mai l’indipendenza del Kosovo”, ha confermato l’ufficio del presidente serbo Tomislav Nicolic e Stanislava Pak, consigliere del Capo di Stato serbo, ha ribadito che il presidente “non violerà mai la Costituzione”. Come ben si sa, la Costituzione elenca il Kosovo tra le province della Serbia.

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Il Kosovo potrebbe presto avere un suo esercito. Questo è il messaggio lanciato negli ultimi giorni da Pristina, ed è una chiamata alle armi che desta preoccupazione non soltanto nei Balcani, ma anche, inevitabilmente, in Europa e fra tutte le potenze interessate al quadro politico balcanico, in primis Stati Uniti e Russia.

La volontà di creazione di un esercito regolare per il Kosovo non è un’idea nata negli ultimi giorni, ma è un progetto che il governo di Pristina aveva già ampiamente valutato nel 2014, anno in cui furono molteplici i comunicati dell’allora primo ministro Thaçi, oggi Presidente della Repubblica, con i quali era stato affermato non soltanto il desiderio dell’istituzione di un ministero della Difesa per il Kosovo, ma anche la formazione, nell’arco di un quinquennio, di un esercito regolare. Già da allora, le velleità belliche di Pristina avevano destato notevoli preoccupazioni sia fra i suoi avversari che fra i suoi alleati.

In particolare, sul fronte alleato, la Nato, alleata della neonata repubblica kosovara ma soprattutto artefice della stessa nascita della repubblica, aveva da subito bloccato l’istituzione di un esercito regolare che sostituisse la Forza di Sicurezza del Kosovo, in quanto avrebbe rappresentato un cambiamento radicale nell’operatività di quest’ultima, posto che la Ksf doveva rappresentare una forza non militare, di polizia, utile nella stabilizzazione del territorio kosovaro. Una forza quindi nata con l’obiettivo di costituire la forza di sicurezza della repubblica e che avrebbe dovuto rappresentare una possibilità di integrazione per le diverse minoranze entiche in una forza dell’ordine dotata di poteri più ampi.

Il tutto, ovviamente, sotto la guida e le protezione della Nato, che si sarebbe impegnata nella sua costituzione e nel suo addestramento, ma che avrebbe in sostanza mantenuto il controllo militare sul territorio e sul confine con la Serbia. Sul fronte avversario, la Serbia ha naturalmente sempre condannato in maniera ferma l’idea kosovara di un esercito regolare. I motivi sono chiaramente dettati da due fattori: in prima battuta, la ferrea volontà di Belgrado di non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, autoproclamatosi indipendente dalla Serbia senza al cuna legittimazione da parte di quest’ultima; ma soprattutto, la creazione di un esercito regolare avrebbe portato ad una rivoluzione nelle relazioni con Pristina e negli accordi con i quali Serbia e Nato si erano accordati per il mantenimento di una sudata pace.

Ora, dopo tre anni da quelle dichiarazioni, il problema è tornato a farsi sentire con forza. Il governo kosovaro ha annunciato l’attivazione del processo di regolarizzazione delle forze di sicurezza kosovare, piano che potrebbe iniziare già nella seconda metà del 2017. Questa scelta, secondo Pristina, è stata dettata dalla necessitò di costituire una difesa in grado di tutelare la repubblica dalle operazioni congiunte sul territorio serbo di truppe di Belgrado e russe. Fonti kosovare hanno infatti dato ampio risalto alle manovre svolte sul territorio serbo dall’aeronautica di Mosca, ed hanno fatto sì che fossero queste manovre a diventare la leva su cui fondare le rinnovate pretese belliche. Durissime le reazioni da parte di tutti gli schieramenti. La Nato, con le parole del segretario Stoltenberg, ha immediatamente chiesto al presidente Thaçi di fermare qualsiasi decisione per la formazione di un esercito regolare, minacciando lo stesso impegno della Colazione Atlantica sul territorio in caso di proseguimento del progetto. Belgrado ha immediatamente chiesto l’intervento della comunità internazionale per bloccare qualsiasi tentativo di regolarizzazione della KFS. Per il governo serbo, questo atto rappresenterebbe senza alcun dubbio la fine di ogni tentativo di normalizzazione delle relazioni con Pristina, nonché il primo passo verso un’escalation di tensione che comporterebbe anche il ritorno di uno scontro bellico fra serbi e kosovari. La Russia, dal canto suo, ha tutto l’interesse a tutelare l’alleato serbo, in quanto pedina fondamentale nello scacchiere balcanico. Se il Kosovo ha rappresentato la vittoria territoriale più importante della NATO nei Balcani, in quanto ha sradicato una parte i territorio al più importante alleato di Mosca nella regione, adesso, la decisione di Pristina di negare validità alla risoluzione della comunità internazionale con cui si limitavano i compiti della KSF potrebbe essere un grandioso trampolino di lancio per rafforzare non soltanto la solidità dell’alleanza con Belgrado, ma anche un punto a favore fondamentale nella guerra diplomatica fra Washington e Mosca. Il governo serbo ha infatti chiesto subito l’intervento di Unione Europea, Stati Uniti e Russia per fermare sul nascere questa tragica scelta kosovara, e Putin potrebbe sfruttare immediatamente la debolezza della geopolitica americana per riaffermare come sia un fedelissimo alleato atlantico a voler interrompere il difficile processo di pace nei Balcani, rivelandosi ancora una volta come guida nella pacificazione dei conflitto in cui è coinvolta la Nato.

880.- BALCANI: Allargamento, il passo falso dell’UE

Per la prima volta, nel 2016, il Consiglio UE non ha trovato l’accordo sul testo delle annuali Conclusioni sulla politica d’allargamento. Complice la “testardaggine” austriaca sulla questione della Turchia, ma anche varie questioni aperte dalla Croazia. E’  stato giusto denunciare le nefandezze di Erdogan, ma, secondo taluni analisti, questa denuncia non doveva essere fine a se stessa. Doveva, piuttosto, mettere Erdogan sotto pressione, costringendolo – per quanto possibile – con le spalle al muro. Invece, sia con l’accordo sui migranti sia con l’interruzione dei negoziati gli si è concesso un potere enorme, subito sfruttato a nostro danno. La politica d’allargamento procede, invece, nei riguardi della Serbia e della Bosnia ed Erzegovina.

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Croazia

Il Consiglio UE aveva deciso, martedì 20 settembre, di dare seguito alla candidatura d’adesione all’UE della Bosnia ed Erzegovina, depositata lo scorso 15 febbraio. I 28 stati membri hanno quindi chiesto alla Commissione UE di redigere un’opinione sulla Bosnia ed Erzegovina e su quali riforme saranno necessarie al paese per aderire all’Unione. Si è aperto così il processo formale di adesione anche per Sarajevo, che ancora è alla casella iniziale come “stato potenzialmente candidato”.

flag_of_bosnia_and_herzegovina-svgBosnia ed Erzegovina

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Serbia

Analizzeremo più avanti il perché i paesi europei vogliono uscire dall’Unione europea, mentre la Bosnia ed Erzegovina e la Serbia confermano la loro volontà di proiettarsi verso il continente europeo. Seguiamo Andrea Zambelli.

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Foto: Miroslav Lajcak, EU Council

Il Consiglio UE “Affari Generali” del 13 dicembre si è chiuso senza un accordo sulle annuali conclusioni sulla politica d’allargamento. E’ la prima volta che ciò avviene dagli anni ’90 – e una delle poche volte in generale che il Consiglio non riesce a trovare un accordo tra i suoi membri.

L’Austria si mette di mezzo sulla Turchia al Consiglio UE e fa affondare la barca

La ragione del tonfo, questa volta, sta nella testardaggine dell’Austria. Vienna si è opposta fino all’ultimo ad un testo consolidato, approvato dagli altri 27, che dava il suo appoggio alla continuazione dei negoziati d’adesione con la Turchia. Secondo il ministro degli esteri austriaco, il giovane conservatore Sebastian Kurz, invece, i negoziati d’adesione con Ankara sarebbero dovuti essere immediatamente sospesi.

“Quando in centinaia di migliaia sono agli arresti, quando dissidenti e politici dell’opposizione sono in prigione… è qualcosa che non corrisponde allo spirito e ai valori fondamentali dell’UE“, ha dichiarato Kurz riferendosi alle estese purghe che hanno fatto seguito al tentato colpo di stato di metà luglio in Turchia. Lo stesso Kurz era finito nella bufera, solo pochi giorni prima, per il sostegno offerto durante la campagna elettorale al governo macedone uscente di Nikola Gruevski, accusato di estese intercettazioni e di tendenze autoritarie.

La volontà di rovesciare il tavolo da parte di Kurz, che durante la scorsa campagna elettorale per le presidenziali austriache si è posizionato sempre più a destra, non è stata ben accolta dagli altri 27. “Non considero questa una politica estera responsabile”, ha dichiarato il ministro degli esteri tedesco – e futuro presidente della repubblica federale, Walter Steinmeier. “Aiutiamo il popolo turco in questo modo? Io credo di no”, ha rimarcato l’omologo lussemburghese Jean Asselborn. E l’Hofburg ha messo in imbarazzo anche lo stesso Commissario europeo all’allargamento, Johannes Hahn, che con Kurz condivide paese d’origine e partito politico.

La politica d’allargamento in uncharted waters

Non è la prima volta che Kurz incrocia le corna con i turchi – si ricordano i suoi scambi con l’ex ministro agli affari europei Egemen Bagis – ma in questo caso l’intransigenza di Vienna è andata oltre, e ha fatto affondare tutta la barca. Perché senza l’accordo di Vienna sul capitolo turco non è stato possibile dare alla luce l’intero testo delle conclusioni del Consiglio sull’allargamento, inclusi i paesi dei Balcani occidentali, sui quali un accordo sarebbe stato invece trovato – nonostante varie questioni aperte, soprattutto da parte della Croazia, per quanto riguarda Serbia, contro cui Zagabria solleva accuse strumentali riguardo alla protezione della minuscola minoranza croata per giustificare la volontà di non aprire il capitolo 26 sull’istruzione, e Bosnia-Erzegovina.

La presidenza slovacca del Consiglio UE ha quindi cercato di raccogliere i cocci, pubblicando “un set di conclusioni che hanno ricevuto il sostegno della grande maggioranza delle delegazioni [degli stati membri] nel corso delle discussioni” come dichiarazione della Presidenza, dall’incerto valore legale – anziché le Conclusioni del Consiglio UE, un atto unanime di indirizzo politico vincolante per le altre istituzioni UE. Secondo il ministro degli esteri slovacco, Miroslav Lajčák, così “abbiamo riaffermato il nostro impegno all’allargamento come politica cruciale per l’UE e investimento strategico nella stabilità, democrazia e prosperità in Europa. Consideriamo di grande importanza la credibilità dell’allargamento come processo bidirezionale – se un paese introduce le necessarie riforme, l’UE deve tenere fede ai suoi impegni”.

Un testo senza accordo, alla mercé di interpretazioni di parte

La mossa della Presidenza di pubblicare le sue conclusioni non è stata scevra da critiche. In primo luogo perché il testo pubblicato come dichiarazione della Presidenza non è lo stesso che era stato approvato solo pochi giorni prima dagli ambasciatori dei paesi membri. Nella ricerca di un compromesso all’ultimo minuto, hanno trovato la propria strada nella dichiarazione della Presidenza varie formulazioni che durante la discussione tra i ministri degli esteri avevano sollevato l’opposizione di diversi stati membri.

Tra queste, per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, fa risalto soprattutto l’ultima frase del paragrafo 62, in cui il Consiglio sottolinea la necessità di garantire “l’eguaglianza di bosgnacchi, serbi e croati e di tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina”. Una formulazione paradossale, che mette insieme due principi in contraddizione: il principio etnico dei tre popoli costituenti sancito nella Costituzione di Dayton, contro cui si è espressa più e più volte la Corte europea dei diritti umani, dal caso Sejdic-Finci in poi; e il principio civico dell’uguaglianza in diritti e doveri di tutti i cittadini bosniaco-erzegovesi, che dal primo è negato. Una formulazione che soddisfa soprattutto la Croazia, che intende usarla come grimaldello per sostenere il diritto alla “piena eguaglianza” della propria minoranza nazionale in Bosnia.

Una formulazione che ha fatto sollevare più di un sopracciglio a Sarajevo – dove la Commissione europea ha appena consegnato un esteso questionario di pre-adesione – e che come era prevedibile è stata colta al balzo dalla diplomazia croata. Il neo-ministro degli esteri HDZ, Davor Ivo Stier, in visita a Roma, ha dichiarato come “è importante sottolineare che tutti i 28 stati membri hanno espresso il loro accordo a tale formulazione”. Una evidente falsità. Ma quei croato-bosniaci, che secondo il censimento del 2013 costituiscono il 15% della popolazione, sono un importante bacino elettorale per Zagabria – e quindi meritano di essere “un po’ più uguali degli altri“.

E’ la prima volta che il Consiglio non pubblica conclusioni annuali sulla politica d’allargamento. Di fatto cambierà poco: per tutti i paesi dei Balcani la Commissione ha comunque un mandato a procedere, anche solo in base alle ultime conclusioni del Consiglio UE dello scorso settembre. Resta un segnale poco rassicurante. E l’evidenza che la politica d’allargamento è sempre meno un business as usual e sempre più vulnerabile alle tendenze populiste e alle questioni bilaterali aperte da questo o quello stato membro.

Andrea Zambelli