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1463.- John Kerry confessa: noi con l’Isis in Siria, dalla base di Smirne: La loro Isis.

La guerra contro la Siria è il primo conflitto dell’epoca informatica a durare oltre sei anni. Numerosissimi documenti che sarebbero dovuti rimanere a lungo segreti sono già stati pubblicati. Benché siano stati divulgati, in misura diversa, in paesi diversi e l’opinione pubblica non abbia così potuto prenderne piena consapevolezza, essi consentono sin da ora una ricostruzione degli avvenimenti. La pubblicazione della registrazione di quanto dichiarato da John Kerry in privato, a settembre scorso, rivela la politica del Dipartimento di Stato americano e costringe tutti gli osservatori, noi compresi, a rivedere le proprie analisi. La registrazione integrale dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con membri della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, avvenuta il 22 settembre nei locali della delegazione olandese alle Nazioni Unite, pubblicata da “The Last Refuge”, rimette in causa la nostra analisi della posizione Usa nei confronti della Siria.

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In primo luogo, avevamo creduto che Washington, dopo aver dato inizio all’operazione chiamata “Primavera araba”, finalizzata a rovesciare i regimi laici a beneficio dei Fratelli Musulmani, avesse lasciato i propri alleati da soli a dare l’avvio alla seconda guerra contro la Siria, iniziata a luglio 2012. E avevamo creduto che, perseguendo questi alleati obiettivi propri (ricolonizzazione per Francia e Regno Unito; conquista del gas per il Qatar; espansione del wahabismo e vendetta della guerra civile libanese per l’Arabia Saudita; annessione della Siria del nord per la Turchia, secondo il modello cipriota, ecc.), l’obiettivo iniziale fosse stato abbandonato. Invece, nella registrazione si sente John Kerry affermare che Washington non ha mai rinunciato ai tentativi di rovesciamento della repubblica araba siriana. Ciò significa che gli Usa hanno seguito passo per passo l’operato degli alleati. Di fatto, negli ultimi quattro anni gli jihadisti sono stati comandati, armati e coordinati dall’Allied Land Com (Comando delle forze terrestri) della Nato, basato a Smirne (Turchia).

In secondo luogo, John Kerry riconosce che Washington non poteva esporsi maggiormente per due ragioni: il diritto internazionale e la posizione della Russia. Sia chiaro, gli Stati Uniti non hanno mai avuto scrupoli a violare il diritto internazionale: hanno distrutto le strutture nodali della rete petrolifera e del gas della Siria, con il pretesto di combattere gli jihadisti (ciò che è conforme al diritto internazionale), senza però che il presidente al-Assad glielo avesse chiesto (quindi, in violazione del diritto internazionale). Non hanno invece osato mandare truppe terrestri per combattere in campo aperto la repubblica siriana, come viceversa avevano fatto in Corea, in Vietnam e in Iraq. E hanno scelto di mandare in prima linea i loro alleati (secondo la strategia della “leadership from behind” – leadership occulta) e di sostenere, senza peraltro grande discrezione, i mercenari, come avvenne in Nicaragua, rischiando di venire condannati dalla Corte internazionale di Giustizia (il tribunale dell’Onu).

In realtà, Washington non vuole imbarcarsi in una guerra contro la Russia. E, dal canto suo, la Russia, che non si era opposta alla distruzione della Jugoslavia e della Libia, ora ha rialzato la testa e spinto più in là il limite da non oltrepassare. Mosca è in condizione di difendere il diritto con la forza, qualora Washington ingaggiasse apertamente una nuova guerra di conquista. In terzo luogo, quanto detto da John Kerry dimostra che Washington sperava in una vittoria di Daesh sulla repubblica siriana. Fino a oggi, basandoci sul rapporto del generale Michael Flynn del 12 agosto 2012 e dell’articolo di Robert Wright sul “New York Times” del 28 settembre 2013, avevamo ritenuto che il Pentagono volesse creare un “Sunnistan” a cavallo tra Siria e Iraq, per tagliare la via della seta. Nella registrazione Kerry confessa che il piano andava ben oltre. Probabilmente, Daesh avrebbe dovuto prendere Damasco per poi venirne cacciato da Tel Aviv (ossia, ripiegare sul “Sunnistan”, appositamente creato). La Siria avrebbe potuto così essere spartita: il sud a Israele, l’est a Daesh, il nord alla Turchia.

Ciò fa capire perché Washington abbia dato l’impressione di non controllare nulla, di “lasciar fare” gli alleati: gli Stati Uniti hanno indotto Francia e Regno Unito a impegnarsi nel conflitto, facendo loro credere che avrebbero potuto ricolonizzare il Levante, mentre, al contrario, avevano già deciso che sarebbero stati esclusi dalla spartizione della Siria. In quarto luogo, John Kerry, ammettendo di aver “sostenuto” Daesh, riconosce di averlo armato. La retorica della “guerra contro il rerrorismo” si riduce perciò a nulla. Dall’attentato del 22 febbraio 2006 alla moschea al-Askari di Samarra, Iraq, sapevamo che Daesh (che inizialmente si chiamava “Emirato islamico dell’Iraq”) era stato creato dal direttore nazionale dell’intelligence Usa, John Negroponte, e dal colonnello James Steele per stroncare la resistenza irachena e provocare una guerra civile, sul modello di quanto fatto in Honduras. Dopo la pubblicazione sul quotidiano del Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan, “Özgür Gündem”, del processo verbale della riunione di pianificazione, tenutasi ad Amman il 1° giugno 2014, sapevamo che gli Stati Uniti avevano organizzato un’offensiva congiunta di Daesh su Mosul, e del governo regionale del Kurdistan iracheno su Kirkuk.

In quinto luogo, abbiamo ritenuto che il conflitto tra il clan Allen/Clinton/Feltman/Petraeus da un lato, e l’amministrazione Obama/Kerry dall’altro vertesse sul sostegno o no a Daesh. Non è affatto così. Entrambi i campi non hanno avuto scrupoli a organizzare e sostenere gli jihadisti più fanatici. Il loro disaccordo attiene esclusivamente al ricorso alla guerra aperta – e al rischio di un conflitto con la Russia– o alla scelta di manovrare dietro le quinte. Solo Flynn, attuale consigliere per la sicurezza di Trump – si è opposto allo jihadismo. Se accadesse che, fra qualche anno, gli Stati Uniti crollassero, com’è accaduto per l’Urss, la registrazione di John Kerry potrebbe essere utilizzata contro di lui e contro Obama davanti a una giurisdizione internazionale – ma non davanti alla Corte penale internazionale dell’Onu, ormai screditata. Avendo riconosciuto la veridicità degli estratti pubblicati dal “New York Times”, Kerry non potrebbe contestare l’autenticità del documento sonoro integrale. Il sostegno a Daesh che Kerry esibisce vìola parecchie risoluzioni delle Nazioni Unite e costituisce una prova della responsabilità sua e di Obama nei crimini contro l’umanità commessi dall’organizzazione terrorista.

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Robert Freeman: Tappa per tappa, come gli Stati Uniti hanno creato l’Isis

 La creazione dell’Isis è avvenuta in tre fasi: distruzione dei regimi seccolari di Iraq e Siria, appoggio ai fondamentalisti sunniti contro Assad. Lo dichiara lo storico Robert Freeman. 

“La cosa più importante da capire sullo Stato Islamico è che è stato creato dagli Stati Uniti”. Lo dichiarava nel 2014 lo storico Robert Freeman in un’intervista a Common Dreams molto utile da rileggere oggi alla luce del bombardamento ‘accidentale’ contro l’esercito siriano di venerdì scorso che ha fatto decine di morti e feriti, facilitando l’avanzata dell’Isis.

Secondo Freeman, la creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti ha attraversato tre fasi principali:

La prima fase della creazione del gruppo Stato islamico si è verificato durante la guerra in Iraq e il rovesciamento del governo laico di Saddam Hussein. Secondo l’autore, il regime di Hussein era “corrotto, ma stabilizzante” – durante il suo governo non c’era Al Qaeda, da cui ha avuto origine l’Isis. Inoltre, gli USA, prosegue lo storico, hanno lasciato il potere in Iraq ad un governo sciita, quando metà della popolazione del paese è sunnita, alimentando l’odio di quest’ultima. Il fatto che l’esercito iracheno e i curdi furono sconfitti dallo Stato Islamico è dipeso dal fatto che i sunniti preferirono schierarsi con i jihadisti piuttosto che con i loro “avversari religiosi” sciiti, prosegue lo storico.

La seconda tappa della creazione dell’Isis da parte degli Stati Uniti, prosegue Freeman, è stata la campagna contro il governo laico di Bashar al Assad in Siria. Il presidente siriano aveva una forza interna dovuta alla “pace relativa” che aveva garantito per molti anni tra le varie sette religiose all’interno del paese. Nei loro tentativi di destabilizzare il governo della Siria, gli Stati Uniti d’America hanno aiutato i “precursori” dello Stato islamico nel paese, tra cui, secondo l’autore, il Fronte Al-Nusra (Al-Qaeda in Siria).

La terza fase della formazione dello Stato Islamico da parte degli Stati Uniti ha avuto luogo quando “la Casa Bianca ha organizzato insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia il finanziamento e il sostegno dei ribelli in Siria”, che, secondo Freeman, erano già uno “stato proto-islamico”. L’Arabia Saudita è un paese che professa il wahhabismo, una delle versioni più “dure e aggressivamente anti-occidentale” dell’Islam. Questo spiega perché 15 dei 19 terroristi che hanno dirottato gli aerei del 11 settembre 2001 erano sauditi, e il leader di al Qaeda Osama bin Laden era dello stesso paese, principale alleato degli Stati Uniti.

Dopo aver creato lo Stato Islamico, gli Stati Uniti d’America mostrano fragilità quando dichiarano di combatterlo, a causa dell’assenza di una “strategia coerente”. In questo senso, i “ribelli moderati”, quelli che gli Stati Uniti hanno addestrato in Siria contro Assad ora si rifiutano di combattere contro lo Stato islamico, che, secondo l’autore, non è sorprendente, dal momento che questi ribelli condividono con i jihadisti la stessa visione di mondo. “Le forze più capaci per sconfiggere lo Stato islamico” nel breve periodo, conclude, sono la Russia, Siria e Iran, ma gli Stati Uniti preferiscono che la situazione peggiori più che per i terroristi per i “nemici degli Stati Uniti”. E quando la situazione peggiora per i terroristi e migliora per i “nemici” degli Stati Uniti, quest’ultimi intervengono e bombardamento direttamente l’esercito siriano per facilitare l’Isis.

Fonte: RT   Tratto da: L’Antidiplomatico

Ma non è finita. L’Onu: Israele collabora con l’Isis. Vuole il petrolio del Golan

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Un colonnello israeliano catturato in Iraq con miliziani dell’Isis, e un dossier ufficiale dell’Onu che denuncia il ruolo di Israele nel supporto al Califfato. Motivo? Mettere le mani sul petrolio siriano, dopo che la società Genie Energy, in cui figura anche Dick Cheney, ha scoperto nel Golan un immenso giacimento. Ma nulla di tutto ciò affiora sui media mainstream, protesta il professor William Engdhal, consulente strategico e docente universitario negli Usa. Clamorosa la cattura dell’ufficiale israeliano, il colonnello Yusi Oulen Shahak, sorpreso “a brache calate assieme all’Isis” dall’esercito iracheno. Secondo l’agenzia iraniana “Fars”, l’ufficiale era legato al “Battaglione Golani” dell’Isis, insieme a cui l’ufficiale avrebbe «partecipato alle operazioni terroristiche della fazione takfirita» dei miliziani jihadisti. Dal 30 settembre, cioè «da quando sono iniziati gli efficaci bombardamenti russi», scrive Engdhal, sono emersi dettagli sempre più imbarazzanti sul «ruolo alquanto sporco» giocato da Washington, dalla Turchia di Erdogan e anche da Israele. Già a fine 2014 il “Jerusalem Post” aveva scoperto un rapporto delle Nazioni Unite «largamente ignorato e politicamente esplosivo», che descrive come l’esercito israeliano sia stato visto cooperare con i combattenti dell’Isis.

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1446.- IN POLONIA DIO, PATRIA E FAMIGLIA (CON LA SOVRANITA’ MONETARIA) HANNO PORTATO AL “MIRACOLO ECONOMICO”. E ISRAELE E’ UN ALTRO MIRACOLO. ESEMPIO DI POPOLO CHE AMA LA PROPRIA IDENTITA’, AMA LA LIBERTA’ E COMBATTE PER DIFENDERLE (ANCHE CON I MURI).

Il “New York Times” ne ha subito scritto, essendo un fatto eccezionale. Ma sui giornali italiani io oggi non sono riuscito a trovare nemmeno una riga sull’avvenimento di ieri in Polonia (unica eccezione “Libero” dove è uscito questo mio articolo). Un silenzio collettivo che di fatto è una censura. Ma la cosa più scandalosa è la censura totale che dell’evento hanno fatto il giornale dei vescovi “Avvenire” e tutti i media vaticani e para-vaticani. Segno che Bergoglio è furioso con questa Polonia che manda più di un milione di suoi figli alle frontiere a pregare il Rosario in memoria della vittoria cristiana di Lepanto contro l’invasione musulmana e in memoria del centenario del messaggio della Madonna a Fatima. Non resta che meditare il Vangelo di oggi dove Gesù ammonisce duramente i vignaioli infedeli che si appropriano della vigna di Dio. Durissimo avvertimento agli ecclesiastici (P.S. Confrontate il finale della parabola di Gesù di oggi con quello che gli attribuisce Bergoglio nell’Angelus: l’esatto contrario).

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Ieri, in Polonia, un milione di persone, assiepate lungo tutti i confini nazionali, hanno recitato insieme un immenso rosario popolare.

L’iniziativa – ignorata dal Vaticano – è stata chiamata: “Rosario al confine”.

Nel Paese di Karol Wojtyla le frontiere sono sentite ancora come importanti: per difenderle sono morti tanti polacchi. Lì le parole “patria” e “identità nazionale” (e quindi interesse nazionale) non sono ritenute “bestemmie”, come purtroppo sta accadendo da noi. Lì orientano le scelte dei governi.

LEPANTO E FATIMA

E’ stata una grande preghiera popolare sui confini spirituali, culturali e materiali della nazione. Il confine spirituale è quello della lotta contro il male per raccogliere l’invito alla conversione della Madonna di Fatima a cento anni da quelle apparizioni.

L’iniziativa infatti si richiamava proprio al centenario di Fatima dove risuonò la profezia dell’irrompere del comunismo in Russia e poi della seconda guerra mondiale che stritolò la Polonia fra i due totalitarismi (nazista e comunista).

Proprio alla Madonna di Fatima fu tanto legato il grande papa polacco che – insieme al suo popolo – ha avuto un ruolo enorme nel crollo incruento e pacifico del comunismo in tutto l’Est europeo.

 

The naval battle of Lepanto between the Holy League and the Turks in 1571 (oil on canvas) (detail)

L’altro anniversario celebrato dal grande rosario polacco è quello del 7 ottobre 1571: la battaglia di Lepanto che fermò sul mare l’impero ottomano e l’invasione islamica dell’Europa.

Fu papa san Pio V, che organizzò la coalizione degli stati cristiani, a proclamare il 7 ottobre festa di Nostra Signora della Vittoria, poi intitolata alla Madonna del Rosario. E’ alla sua intercessione infatti che la Chiesa attribuisce la salvezza dell’Europa.

Un secolo dopo i turchi ci riproveranno via terra e arriveranno fino a Vienna. In quella circostanza a sbaragliare le truppe musulmane, salvando l’Europa dall’islamizzazione, fu proprio il re polacco Giovanni III Sobieski.

UN GRANDE POPOLO CRISTIANO

Perciò quei confini su cui ieri il popolo polacco ha voluto pregare definiscono l’identità culturale e cristiana della nazione. Sono anche confini materiali che proteggono l’integrità e la sovranità dello stato polacco.

Vale la pena di ricordare che la Polonia, nell’Unione Europea, è uno dei Paesi che più resiste alla de-sovranizzazione della tecnocrazia di Bruxelles. Come resiste all’ideologia migrazionista che vorrebbe riempire l’Europa di popolazioni musulmane.

Proprio il fatto che in Polonia si dia il primato all’identità nazionale e all’interesse nazionale porta poi risultati positivi, dal momento che la Polonia – a differenza dell’Italia – ha oggi un’eccellente crescita del Pil del 3,9 per cento (noi ce la sogniamo), un rapporto debito pubblico/Pil fantastico, al 54,4 per cento (noi siamo al 132 per cento) e la disoccupazione è precipitata al livello minimo dal crollo del comunismo.

Guarda caso infatti la Polonia non ha l’euro, ma ha tuttora la sua moneta nazionale, lo zloty e questa sua prosperità ha uno stretto collegamento con la sua sovranità monetaria.

La Polonia può così permettersi di fare politiche demografichemolto attive (per far risalire la natalità) e in questi giorni sta pure abbassando l’età pensionistica (60 anni per le donne e 65 per gli uomini).

Dimostrando così che le dissennate politiche dell’Unione europea, che puntano alla demolizione degli stati nazionali e dello stato sociale, hanno un’alternativa vincente. La Polonia non sta ai diktat di Bruxelles.

TRUMP A VARSAVIA

Non a caso la sintonia del presidente americano Trump con la Polonia è emersa subito nel suo viaggio a Varsavia del 6 luglio 2017 dove tenne un discorso importante, che colpì molto i polacchi, in difesa del diritto alla vita e alla libertà, in difesa della civiltà occidentale:

La domanda fondamentale dei nostri tempi è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo sufficiente fiducia nei nostri valori da difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini da proteggere i nostri confini? Abbiamo il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a chi vorrebbe sovvertirla e distruggerla? […] La nostra battaglia per l’Occidente non comincia sui campi di battaglia, ma nelle nostre menti e nei nostri cuori, nelle nostre volontà e nelle nostre anime”

Trump concluse:

“La nostra libertà, la nostra civiltà e la nostra sopravvivenza dipendono da questi legami di storia, di cultura e di memoria. […] Quindi, insieme, combattiamo tutti come i polacchi: per la famiglia, per la libertà, per la Patria, per Dio”.

Ma la Polonia non è un caso isolato. Ci sono altri Paesi che dimostrano come l’identità, il patriottismo, la difesa dell’interesse nazionale e dei valori della civiltà occidentale siano anche la leva che permette di evitare il declino, l’impoverimento e il crollo demografico.

MIRACOLO ISRAELE

Giulio Meotti, nel suo splendido libro “La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate” (Cantagalli) racconta il caso di Israele (non a caso anche Israele, come la Polonia, è malvisto in Europa).

Dunque Meotti parla del “Miracolo di Israele” e ne descrive i record:

“in trent’anni, il suo prodotto interno lordo è aumentato del 900%; la pressione fiscale è scesa dal 45 al 32%; gli aiuti americani erano il 10% del PIL, mentre oggi solo l’1%; le esportazioni sono aumentate dell’860%; trent’anni fa Israele non aveva fonti indipendenti di energia, mentre oggi il 38% proviene dalle proprie risorse; e se non c’era acqua desalinizzata trent’anni fa, oggi oltre il 40% dell’acqua consumata proviene da impianti di desalinizzazione”.

A questo si aggiunga che “i tassi di mortalità in Israele sono i secondi più bassi dell’Ocse” e che – stando al Wall Street Journal, “Israele è il secondo paese più colto del mondo” (cosa che la dice lunga sulla qualità dell’istruzione.

Va pure detto che “l’aspettativa di vita di 82 anni è la più alta in Asia occidentale. Con gli indicatori di salute tra i primi dieci paesi al mondo”.

Tutto questo in un Paese che fin dalla sua fondazione, settant’anni fa, è stato costretto a vivere in un clima di guerra, blindato, e che ha pagato non solo economicamente, ma anche in termini di vite umane un prezzo altissimo, rimanendo un paese libero e democratico, un’eccezione in tutto il Medio Oriente.

Ma la cosa che rende ancora più straordinario questo Paese di cultura occidentale e di frontiera con l’oriente, è il tasso di fertilità, in totale controtendenza rispetto all’Europa: è di 3,11 figli per donna nell’ultimo anno di cui sono resi noti i dati

“In meno di vent’anni” scrive Meotti “il numero annuo di nascite fra gli ebrei israeliani è salito del 65%, passando dalle 80.400 nascite del 1995 alle 132.000 del 2013… Un incredibile balzo in avanti, mentre il tasso di natalità fra gli arabi è molto diminuito”.

Cosa questa che fa crollare il teorema di alcuni decenni fa secondo cui “gli arabi fanno più figli degli ebrei e se non si crea uno stato palestinese indipendente, una bomba a orologeria demografica trasformerà Israele in un apartheid sullo stile dei sudafricani”.

Teorema sbagliato. Spiega Meotti: “tale prospettiva certamente sembrava reale quando il processo di pace di Oslo ha avuto inizio nel 1990… Yasser Arafat dichiarava orgoglioso che il ventre della donna palestinese è l’arma più potente del suo popolo”.

Ma di lì a poco le cose si sono ribaltate. Israele è oggi un paese da prendere a modello per tantissime cose, come si è visto, ma anche perché dimostra che c’è una questione culturale e spirituale alla base della prosperità: l’identità nazionale, l’amore di ciascuno (spesso eroico) per il proprio popolo e la propria storia. E’ questo che fa miracoli, anche di prosperità.

Durante la visita in Ungheria dell’estate 2017, nel colloquio con Viktor Orban, il premier israeliano Benjamin Netanyahu disse: “Penso che l’Europa debba scegliere se vuole vivere e prosperare o se vuole avvizzire e scomparire”. E poi – menzionando il muro costruito per scongiurare attentati – aggiunse: “Proteggete i vostri confini”.

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Antonio Socci, 8 ottobre 2017

1444 .- In Medio Oriente tutte le strade portano a Mosca. E Trump?

Si accentua il declino degli Stati Uniti, sottoposti al potere finanziario, senza più anima e i petrolieri arabi prendono la via di Putin, il vincitore in Siria. Così, mentre il monarca saudita si trova a Mosca e mentre i leader iraniani e turchi si riuniscono a Teheran, mi domando: Che farà con gli Hezbollah Israele?

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Mentre i media statunitensi continuano a speculare sui motivi della strage di Las Vegas e la stampa inglese critica l’ultimo discorso della prima ministra Theresa May, ci sono cambiamenti significativi nelle alleanze mediorientali. Re Salman bin Abdulaziz al-Saud arrivava a Mosca per incontrare il Presidente Vladimir Putin in ciò che alcuni media presentavano come visita per rafforzare i legami energetici, soprattutto sulla persistenza dei prezzi petroliferi. Se è vero che russi e sauditi, una volta nelle condizioni estreme dei mercati del petrolio e del gas, si sono coordinati negli ultimi tre anni sugli accordi dell’OPEC per ridurre la produzione aumentando i prezzi. Ma i due Paesi hanno molto di più su cui puntare nella geopolitica del Medio Oriente. Primo, la Russia è una forte sostenitrice del Presidente Bashar Al Assad, contro cui i sauditi erano fermamente contrari adottado gravi misure per abbatterlo. “Posso dire che le nostre relazioni sono evidenziate dalla somiglianza delle opinioni su molti problemi regionali e internazionali. Il coordinamento bilaterale continua su tutto ciò che promuove maggiore sicurezza e prosperità per i nostri Paesi”, affermava re Salman secondo la TASS. Traduzione: come concordare su Siria (e Iran). Re Salman ha detto a Putin che Riyadh vuole risolvere diplomaticamente la guerra in Siria, posizione in netto contrasto con quella di altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, soprattutto il Qatar. I sauditi, insieme a Bahrayn, Egitto ed Emirati, vorrebbero un cambio di regime a Doha e la riorganizzazione (o chiusura) della rete al-Jazeera. Anche il Qatar si trova ad occupare una delle più grandi riserve di gas del mondo, e ad essere un importante fornitore di gas dei mercati globali che, a un certo punto, minacciava la Russia per il sostegno ad Assad.

Acqua passata non macina più?
Ma il Qatar è nulla rispetto all’elefante iraniano. I sauditi temono la crescente influenza dell’Iran in Siria, sia direttamente che attraverso Hezbollah che combatte a fianco dell’Esercito arabo siriano contro i terroristi armati da Riyad e Doha. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava che i sauditi lavorano per creare un’opposizione unita (meno gli affiliati a SIIL e al-Qaida) che sarebbero rappresentata negli eventuali ultimi colloqui di pace, secondo gli accordi di Astana. Ciò sarebbe una svolta significativa negli sforzi regionali per porre fine alla crisi siriana, in quanto i sauditi appaiono in sintonia con il punto di vista russo, e guardano anche ai colloqui di pace di Astana, in Kazakistan, vedendovi formare la nuova coalizione tra Iran, Russia e Turchia. Putin concluse la visita in Turchia della settimana prima, in cui i due ex-nemici stipulavano un accordo per fornire ad Ankara avanzati sistemi di difesa aerea russi. Sembra che i sauditi vogliano la loro parte. La stampa saudita riferiva che Riyadh ha firmato accordi per l’acquisto del sistema di difesa aerea S-400, così come di altre armi avanzate. Ciò avviene pochi mesi dopo che il presidente Donald Trump aveva visitato l’Arabia Saudita, caratterizzato da decine di miliardi di vendite in armamenti degli Stati Uniti al regno. La stampa saudita descriveva la visita di re Salman in Russia come l’inizio di una “nuova amicizia”. Va notato che l’Iran solo due settimane prima testava un nuovo missile balistico dalla gittata di 2000 km e a testata multipla. La CNN riferiva che il missile può raggiungere Israele e Arabia Saudita.

Iran + Iraq + Turchia
Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrava l’omologo iraniano Hassan Ruhani a Teheran per discutere le misure per contrastare il referendum per l’indipendenza curda nell’Iraq settentrionale. Erdogan affermava che il suo Paese si coordina con Iran e Iraq per sventare l’indipendenza curda. Mentre la loro riunione e gli sforzi concentrati sarebbero dovuti a una visione condivisa, non cosa da poco che la potenza sunnita più forte incontri la prima potenza sciita. E che entrambe siano alleate dei russi. I sauditi avevano la sensazione di aver perso il treno? L’Arabia Saudita affronta molte sfide interne, soprattutto socioeconomiche, e teme l’avazanta dell’estremismo islamico che in qualche modo ha creato. Ma riconosce anche che con tutte le intenzioni, la guerra alla Siria è perduta, mentre le forze di Assad ed Hezbollah riprendono le regioni occupate da Stato islamico e altri estremisti. Sa anche che l’Europa non rinnegherà l’accordo nucleare P5+1 con l’Iran, nonostante tutte le pretese di Washington che minaccia di ritirarsi dall’accordo o di aumentare le sanzioni alla Repubblica islamica. E Riyadh vede che con Trump, con un ruolo minore in Siria e che continua a ritirarsi dai trattati internazionali e multilaterali, tutte le strade portano a Mosca, importante mediatrice di questi due sviluppi. Per contrastare l’Iran, come ha fatto in modo feroce negli ultimi anni, dove sul teatro siriano si aveva una guerra per procura, l’Arabia Saudita si rivolge a Mosca per limitare l’influenza di Teheran a Damasco. Poco probabile che Putin lo faccia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha suonato l’allarme su ciò che chiamava basi militari iraniane in Siria, ha visitato Mosca quattro volte negli ultimi due anni per sollecitare la Russia, senza successo, a fermare l’Iran.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

E Trump?

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Putin ha accolto le richieste di Erdogan per acquistare i missili contraerei S-400 e Trump vende all’Arabia Saudita il sistema missilistico, THAAD. Un affare da 15 miliardi di dollari per la difesa dell’area ad alta quota (THAAD), chiaramente, in funzione anti iraniana. Così, gli Stati Uniti, sconfitti in Siria, “per modo di dire”, alimentano le tensioni nella regione del Golfo Persico. “Per modo di dire”, perché la guerra in Siria ha fruttato lucrosi contratti alle multinazionali degli armamenti USA e, questo, è sempre il loro obbiettivo primario. Lo ha affermato in un’intervista a Press TV, sabato, James Jatras, un ex consigliere e diplomatico politico del senato americano, che è anche uno specialista in relazioni internazionali e politiche legislative a Washington, DC.

L’amministrazione di Donald Trump, approvando la vendita di armi venerdì scorso, ha voluto affrontare le preoccupazioni regionali del regno saudita. Ha dichiarato il Dipartimento di Stato: “Questa vendita aiuta gli Stati Uniti a garantire la sicurezza nazionale e gli interessi della politica estera e appoggia la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo Persico di fronte a minacce iraniane e di altre regioni”.

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A conferma del nostro giudizio, Jatras ha detto a Press TV che l’acquisto saudita è “principalmente diretto contro l’Iran”:

“L’ultima puntata dell’acquisto di armi del governo saudita, come abbiamo visto in passato molto spesso che l’Arabia Saudita acquista armi sofisticate che non sono ancora in grado di utilizzare”, ha dichiarato.

“Non sono sicuro che sarebbe qui il caso. Molto probabilmente queste armi sarebbero state fornite con il personale tecnico per farli funzionare “, ha detto l’analista.

“Naturalmente queste armi hanno una gamma molto ampia che coprirà gran parte della regione – chiaramente questo è principalmente diretto contro l’Iran”, ha osservato.

“Penso che questo sia un ulteriore passo in un’escalation nella regione del Golfo Persico che non può avere un buon risultato se continuiamo a scendere questa strada”, ha concluso. Insomma, un altro po’ di morti. Mi torna, però, alla mente la vendita della Gran Bretagna all’impero Ottomano di un incrociatore con cannoni di ottimo legno.

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PressTV-Flow delle armi degli Stati Uniti in Arabia Saudita
Gli Stati Uniti hanno deciso di vendere il sistema missilistico THAAD in Arabia Saudita.

Oltre al THAAD, il pacchetto americano per l’Arabia Saudita includeva anche missili Patriot, carri armati, artiglieria, mezzi blindati, navi da guerra, elicotteri, pattuglie e sistemi di armi associati.  Secondo la DSCA, Saudis aveva messo in ordine 44 lanciatori THAAD, 360 missili Interceptor, 16 Fire Control e Communications Mobile Tactical Station Group e sette radar THAAD all’avanguardia AN / TPY-2.

Lockheed Martin e Raytheon sono i due principali contraenti americani che trarranno profitto dalla vendita.

Traduzione di Mario Donnini.

L’analisi di Carlo Pelanda

 

L’accordo bilaterale Russia-Arabia Saudita è un altro segnale del mutamento in atto nel sistema delle relazioni internazionali, che inciderà sulla futura configurazione del mercato globale. La tendenza può essere semplificata come transizione da un mondo americocentrico, imperniato sul dominio militare, finanziario e in materia di standard commerciali degli Stati Uniti, a una frammentazione in regioni, ciascuna dominata da una nazione leader e con standard propri. Tale mutazione è stata avviata dalla riduzione del perimetro esterno varcato il quale scatta la tutela degli interessi vitali degli Usa, avviata inizialmente, nel 2001, da Bush in base alla Dottrina dell’interesse nazionale (esplicitata da Condoleezza Rice su Foreign Affairs) contrapposta a quella dell’impegno globale perseguita in precedenza da Clinton.

Il ritiro dell’impero americano dal mondo fu interrotto per la guerra globale contro lo jihadismo. Fu ripreso da Obamadal 2009 al 2012, ma fu poi trasformato – su pressione della burocrazia imperiale – in una strategia volta alla creazione di un mercato integrato amerocentrico (Tpp e Ttip) che escludesse e condizionasse, dominando gli accessi, Cina e Russia. Trump ha interrotto questo tentativo e ha confermato la trasformazione degli Usa da impero in regno, non riuscendo ancora a definire la propria area d’influenza regionale. Nello spazio lasciato vuoto da Washington ora Russia e Cina sono in competizione per conquistarlo, preso atto che l’Ue a guida tedesca e l’India restano ferme, e che il Giappone è indeciso sulle alleanze così come Canada, Australia e Regno Unito.

In particolare, per difendersi dall’espansione cinese, Mosca ha visto l’opportunità di conquistare la fiducia degli alleati di un’America non più affidabile: Israele, Turchia, Giappone, Corea del Sud. Ora corteggia i Saud, profittando della convergenza sugli interessi petroliferi, per reperire capitali non soggetti a condizioni, come lo sono quelli cinesi, per rafforzare la traballante economia russa. L’azione avrà successo perché i sauditi si fidano della Russia: ha sostenuto il regime siriano (anche) per mantenere la parola data mentre l’America tende a non rispettare gli accordi. Ciò è più importante degli schieramenti, soprattutto per la monarchia saudita che, inoltre, vuole armi nucleari. Quindi gli attori di mercato usi alla vecchia globalizzazione devono prendere atto della frammentazione e aprire in ogni regione un centro d’affari autonomo, la vecchia strategia francese.

1429.- Siria, Putin ed Erdogan discuteranno di coordinamento azioni in zone cuscinetto

Erdogan è pronto a un altro tradimento? Quanto vale la politica dei neocon? L’importante per loro non è vincere, ma vendere.

 

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I motivi principali del riavvicinamento tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vertono sulla situazione in Siria, sul coordinamento delle azioni nel Paese in guerra nelle zone cuscinetto e, sopratutto, sui risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

È quanto già si evinceva dalle note preparatorie della riunione fra i due leader.

Come tra energia, missili e guerra in Siria, Putin ed Erdogan tornano “amici”

Sono gli effetti della sconfitta USA in Siria, ennesima dimostrazione che la finanza sionista sa come guadagnare dalle guerre, ma non può fare politica estera. Nel Summit di Ankara, c’è l’intesa sulle truppe turche a Idlib.

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La Turchia ha dato uno schiaffo alla Nato e ha comprato il più sofisticato sistema anti-aereo dalla Russia, la grande rivale dell’Alleanza atlantica. Ma la crepa fra Ankara e Bruxelles, e Washington, riguarda soprattutto i curdi. È una sequenza di partite che si accavallano, come spesso in Medio Oriente: il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno, l’avanzata dei guerriglieri dello Ypg nell’Est della Siria, il dialogo sempre più fitto fra Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin, il presidente iraniano Hassan Rohani, e ora una scelta strategica che allontana i turchi dai loro alleati occidentali.

La decisione a favore del sistema S-400, quello che difende i cieli di Mosca, arriva dopo un lungo braccio di ferro con la Nato. Già nel 2015 Erdogan aveva annunciato un accordo con i cinesi, poi ripudiato sotto le pressioni occidentali. Ma questa volta il leader turco sembra inamovibile. Ieri, sull’aereo che lo portava ad Astana, in Kazakhstan, Erdogan ha detto che l’intesa «è fatta» e che la Turchia «ha già versato il primo acconto» per il pagamento, che in totale ammonterà a circa 2,5 miliardi di dollari.

Le prime componenti sarebbero «già arrivate in Turchia». Quanto alle obiezioni degli alleati, Erdogan è stato netto: «Ci occupiamo noi della nostra sicurezza, è affare nostro». Ma è anche un affare dell’Alleanza. I sistemi anti-aerei, assieme all’aviazione, sono un pilastro fondamentale delle forze armate occidentali. Scegliere un prodotto russo, molto difficile da integrare con quelli europei e americani, significa essere orientati a difendersi da soli.

Il sistema S-400 è certo fra i migliori al mondo, ritenuto persino superiore al Patriot americano. Può individuare e «ingaggiare» 80 obiettivi allo stesso tempo, sia aerei che missili balistici, fino a 400 chilometri di distanza, e li può abbattere a un’altezza di 30 chilometri. Un osso duro per i cacciabombardieri occidentali, che soltanto quelli «invisibili» di ultima generazione sono in grado di bucare. Ma la scelta di Erdogan più che tecnica sembra politica.

Il fallito golpe del 15 luglio 2016 ha accelerato il cambio di campo della Turchia. Il regime ha eroso le garanzie democratiche e civili, e in questi giorni si sta svolgendo un processo di massa a giornalisti del quotidiano Cumhuriyet accusati di appoggiare «il terrorismo». Le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea si sono arenate. Il Parlamento Ue ha votato il 23 novembre scorso a favore della sospensione dei negoziati e vorrebbe mettere fine alla pantomima, anche se gli Stati membri sono divisi, con Austria e Germania che spingono più di tutti per un taglio netto, ufficiale.

Erdogan non vuol essere lui a rompere, l’Europa è ancora popolare fra i giovani delle grandi città, fra gli imprenditori, è il più importante sbocco per le esportazioni. Ma il leader turco sta spingendo la Germania in quella direzione. Gli scontri si susseguono. Prima il divieto ai parlamentari tedeschi di visitare la base Nato di Incirlik, poi il braccio di ferro sui comizi dei politici turchi in Germania, l’invito del raiss alla minoranza turca perché non voti i partiti della Merkel e di Schulz, gli arresti di reporter con cittadinanza tedesca per i loro reportage sui curdi, compreso quello del corrispondente della «Welt» Deniz Yucel.

Un’escalation che ha avuto come conseguenza, fra le altre, il blocco delle esportazioni di armi dalla Germania alla Turchia: nell’ultimo anno sono state bloccate dal governo di Berlino ben 11 richieste, per timore che vengano indirizzate «alla repressione interna o il conflitto curdo». Anche per questo Erdogan guarda alla Russia. Ma soprattutto si vuole «vendicare» dell’appoggio occidentale ai curdi. Fra 12 giorni nascerà un Kurdistan iracheno indipendente e quel che è peggio ne sta nascendo uno siriano sotto le bandiere dei guerriglieri dello Ypg, «cugini» del Pkk e fedeli al leader in carcere Abdullah Ocalan.

1427.-La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra

La Siria per Hezbollah: chiusa una guerra se ne aprirà un altra
Intervista. Parla Abu Mahdi al Shaabi, comandante militare del movimento sciita: assieme all’esercito governativo siriano abbiamo conseguito una vittoria, ora ci aspetta la guerra con le cellule jihadiste dormienti. Il ruolo della Russia mentre all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto con Israele.

BEIRUT Abu Mahdi al Shabi è uno dei comandanti della sicurezza militare del movimento sciita Hezbollah a Beirut. Nelle scorse settimane ha combattuto nel Qalamoun, dove, informalmente, Hezbollah e l’esercito siriano hanno partecipato all’offensiva “Alba di Juroud” lanciata dall’esercito libanese per liberare la frontiera tra i due Paesi dalla presenza dello Stato islamico. L’abbiamo intervistato nel suo ufficio a Bashura, un quartiere di Beirut a maggioranza sciita, sui nodi, anche politici, della guerra in Siria e sulla possibilità di un nuovo conflitto con Israele.
Lei è un comandante di unità combattenti. A suo giudizio il quadro bellico siriano è irreversibile come appare oggi
Le forze governative siriane e Hezbollah e gli altri combattenti della resistenza hanno ottenuto di una importante vittoria militare ma in Siria non c’è stabilità e ci sarà ancora guerra. Si è solo chiuso un capitolo e se ne aprirà un altro. Il nuovo conflitto sarà con le cellule jihadiste dormienti. Sappiamo che ci sono 4mila uomini pronti a colpire che non devono prendere ordini da nessuno e possono agire da soli. E regna l’incertezza politica e diplomatica. Trump e gli Stati uniti potrebbero tornare sui loro passi, sconfessare gli accordi con la Russia per la tregua in Siria e innescare una escalation. Senza dimenticare che il conflitto tra sunniti e sciiti, alimentato da forze esterne, ha avuto conseguenze sociali devastanti e ci vorranno anni per riparare i danni.
Alla luce di questa incertezza Hezbollah pensa di mantenere i suoi combattenti in Siria.
Hezbollah manterrà i suoi combattenti in Siria, per continuare la lotta contro il terrorismo. Si ritirerà solo se a chiederlo sarà la Russia.
E la Russia potrebbe farlo?
Mosca potrebbe decidere, nel quadro di una soluzione politica in Siria, che una milizia (Hezbollah) non può restare affiancata all’esercito siriano.
E come Damasco prenderebbe questa eventuale richiesta russa per il rientro in Libano dei combattenti di Hezbollah. Il vostro ruolo sui campi di battaglia in Siria è stato decisivo
La Russia oggi è il pilastro della Siria. Di fronte alla scelta tra la Russia e Hezbollah cosa potrebbero fare i vertici politici siriani? Sceglierebbero la Russia, è normale, ne siamo consapevoli.
Hezbollah come guarda alle zone di de-escalation in Siria frutto degli accordi tra Russia, Usa e altri attori regionali. Non crede che in qualche modo abbiano legittimato il controllo dei gruppi jihadisti su porzioni di territorio siriano. Come nella provincia di Idlib, nelle mani di an Nusra, il ramo siriano di al Qaeda
Le consideriamo per quelle che sono, ossia accordi di tregua temporanei. I gruppi armati insediati in varie aree presto o tardi riprenderanno i loro attacchi, possono contare su migliaia di uomini e non tarderanno ad usarli. Quindi non c’è nulla di definitivo. E questo vale anche per Idlib.
È vero che Israele ha chiesto alla Russia di imporre ai vostri combattenti e alle unità iraniane in Siria di arretrare a 40 km dal Golan, anche allo scopo di creare una zona cuscinetto. Mosca avrebbe rifiutato proponendo una distanza di 5 km
In una questione del genere non decide Hezbollah. La decisione prima di tutto è dell’Iran, uno Stato che si confronta con altri Stati, la Russia e naturalmente la Siria. Occorre guardare in faccia alla realtà. L’Iran a cinque chilomentri dalle postazioni israeliane sarebbe una svolta di eccezionale importanza che Israele però non accetterebbe. Tehran è un Paese che tiene conto degli equilibri regionali e manterrà su certe posizioni piuttosto di altre le sue unità che combattono nella Siria meridionale assieme all’esercito.
Israele ha alzato la voce più volte negli ultimi mesi e prosegue i suoi raid aerei contro le vostre postazioni. Il governo Netanyahu ha respinto a inizio luglio gli accordi di de-escalation in Siria sostenendo che favoriscono i piani dell’Iran e di Hezbollah e fa capire di essere pronto alla guerra per difendere la sua sicurezza. Qualche giorno l’esercito israeliano ha concluso imponenti esercitazioni militari al confine con il Libano che, secondo la stampa locale, hanno avuto lo scopo di preparare un nuovo ampio scontro armato proprio con voi di Hezbollah
Hezbollah non sottovaluta le minacce di Israele. Sappiamo che (Israele) è uno Stato militarmente molto potente, con una grande forza distruttiva, possiede missili a medio e lungo raggio di grande precisione e ha una importante forza aerea. Sappiamo di avere di fronte un nemico che se minaccia la guerra vuol dire che potrebbe scatenarla sul serio. E il fatto che parli delle capacità belliche dei suoi avversari, esagerandole, significa che sta già preparando la sua popolazione alla nuova guerra.
Anche Hezbollah però ha una grande forza militare, ormai paragonabile, si dice, a quella di un esercito. E possiede un imponente arsenale missilistico
Hezbollah non solo è cambiato, è cambiato radicalmente. È mille volte più forte di quanto non fosse già nel 2006. I nostri combattenti, dopo anni di guerra durissima in Siria, possiedono oggi un addestramento ampiamente superiore a quello di 11 anni fa quando si scontrarono con gli israeliani (nel Libano del sud). E sono molto meglio armati. Perciò anche Israele deve stare molto attento, perché Hezbollah ha grandi capacità militari e, se necessario, non esiterà ad metterle tutte in campo. Tuttavia la nuova guerra potrebbe innescarsi più facilmente nel sud della Siria (che nel Libano del sud, ndr). Israele vuole ottenere in quella parte di territorio siriano la realizzazione concreta sul terreno del suo piano, con l’appoggio pieno degli americani. E ciò tiene alta la tensione.
Oggi chi controlla le linee con Israele lungo il versante siriano del Golan occupato
Un tempo il controllo era nelle mani di al Qaeda (an Nusra) e questo faceva gli interessi di Israele. Ora ci sono un po’ tutti. In qualche parte ancora i qaedisti, poi l’esercito siriano, quindi i nostri combattenti e unità iraniane. Il futuro di questa striscia di terra e quello della Siria meridionale saranno il motivo principale della possibile nuova guerra.

di Michele Giorgio. Fonte: Il Manifesto. Via Arianna editrice

1424.-RUSSIA: La crisi nordcoreana secondo Mosca

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La situazione mondiale ha i suoi equilibri, necessari alla finanza e malgrado la crisi degli Stati sovrani e delle loro alleanze. Un equilibrio d’importanza fondamentale per l’Asia è dato dalla divisione fra le due Coree, utile e necessaria alla Cina e al suo piano di espansione a Ovest, non meno che all’India; non solo, ma attraverso le interessenze della Cina negli USA e la loro decadenza, anche a questi ultimi. Appare evidente che la potenzialità delle due Coree unite creerebbe un gigante economico contro il quale la stessa Cina potrebbe difficilmente competere. Non stupirà, neppure, che il ras di Pyongyang, Kim Jong trovi anch’egli utile questa strategia della tensione. E’ indubbio, infatti, che difficilmente potrebbe conservare la sua supremazia ed esercitare la sua follia in una grande Corea unita. ecco, dunque, che un missile al mese, un botta e risposta di minacce alla settimana aiutano a mantenere gli equilibri utili sopratutto al mercato globale. Sia Kim Jong sia Trump non si fanno pregare e i missili, un po’ ucraini, un po’ coreani sorvolano il Mar del Giappone, che, per i medesimi motivi, si unisce soddisfatto al coro. Putin, diventato nemico della NATO, ma innocente, ha tutto da guadagnare da un assetto tutto sommato equilibrato e copre politicamente, a sua volta, i missili di Teheran, sua confinante e si giostra con Pyongyang. Un esempio sono state le sanzioni alla Corea del Nord volute da Washington, come piatto forte ormai usuale del paniere diplomatico USA. Benché, per Mosca, le sanzioni non siano da considerarsi una valida alternativa – le sopporta anch’essa facilmente – , tuttavia, due settimane fa, al Consiglio di Sicurezza, la Federazione russa ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. A dimostrazione di questa nostra tesi, le sanzioni sono de facto aggirabili e la contraddittorietà del Cremlino è, in pratica, priva di effetto, almeno quanto le minacce di Washington. L’atteggiamento russo è dunque altalenante in apparenza, ma dettato dalle opportunità e sia la crisi scatenata dai lanci di Pyongyang, sia le minacce di Trump nel suo primo discorso all’ONU e sia i moniti della Cina sono considerati dal Cremlino come le mosse di una partita – e qui condivido l’autore di questo articolo – con opportunità, appunto, tanto maggiori quanto maggiore è la tensione. 
Ora che la vittoria russo-siriana sta ponendo fine a quella guerra, la strategia della tensione sta puntando sulla Corea del Nord e sull’Iran: i nuovi stati canaglia e, qui, si aggiunge, veramente foriero di pericoli il timore di Israele di vedere, non solo annullati i suoi piani di dominio sul Medio Oriente, ma anche le sue frontiere messe in pericolo, sopratutto, dagli Hezbollah. L’assassinio di Valeri Asapov non può bastare. Insomma, prestiamo orecchio a tutti, ma teniamo gli occhi puntati sugli Sciiti e su Tel Aviv. Mario Donnini
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 Pyongyang North Korea Vintage Architecture Photo Essay by Raphael Olivier
Leggiamo cosa scrive 

La frenesia missilistica di Kim Jong-un spadroneggia nei media italiani. Il contesto è ben noto, ma la sua portata si è recentemente aggravata. In un crescendo di ostilità, la Corea del Nord si è spinta fino a sorvolare con i propri missili la giapponese isola di Hokkaido. Per ben due volte Tokyo e il mondo hanno temuto che le minacce sinora paventate da Kim potessero infine tradursi in realtà.

Tutti i principali attori internazionali sono intervenuti in merito alla questione. Nonostante l’iniziale reticenza al rilascio di dichiarazioni, anche la Russia di Putin si è resa sempre più presente sulla scena. Le scelte di Mosca, tuttavia, sembrano comporre un quadro d’azione contraddittorio – o almeno così pare in superficie.

Le fasi alterne del comportamento russo

Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha condannato i lanci missilistici nordcoreani, definendoli una violazione sia del diritto internazionale, sia di diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alla stesso tempo, però, Mosca prende le distanze anche dalla linea statunitense. Secondo Putin, la “retorica insultante” e le pressioni militari di Washington non porteranno ad altro che al fallimento dei tentativi di riconciliazione, precipitando le ostilità in guerra.

Se qualsiasi intervento militare è da escludersi, le sanzioni non sono però da considerarsi una valida alternativa per Mosca. Nonostante siano state in vigore per lungo tempo, pare che esse non abbiano ridimensionato in alcun modo le velleità di Pyongyang. Come ha dichiarato Putin a latere dell’ultima conferenza dei paesi BRICS, i nordcoreani “mangeranno erba ma non fermeranno il proprio programma [nucleare] finché non si sentiranno al sicuro”. Certamente, il parere russo non è disinteressato: oltre ad essere essa stessa vittima di sanzioni, Mosca intrattiene consistenti relazioni commerciali con Pyongyang. Ma il volume di queste ultime non è tale da costituire il centro degli interessi russi nella crisi nordcoreana.

Se le sanzioni sono ritenute inutili, ci si potrebbe allora aspettare che la Russia osteggi qualsiasi nuova risoluzione che ne imponga di nuove. Sbagliato. L’11 settembre scorso, infatti, il rappresentante della Federazione russa al Consiglio di Sicurezza ha votato a favore del nuovo pacchetto punitivo elaborato su iniziativa di Washington. Sanzioni da molti considerate cosmetiche e de facto aggirabili, ma pur sempre in contrasto con la retorica dispiegata in precedenza da Mosca.

L’altalenante atteggiamento russo è infine guarnito da proposte poco credibili elaborate con Pechino circa la soluzione della crisi, da dubbie rivendicazioni riguardo allo stato dei diritti umani in Corea del Nord e frecciatine agli Stati Uniti mascherate da ponderate interpretazioni delle azioni di Kim come applicazione della “lezione imparata” dall’Iraq di Saddam – schiacciato da Washington perché privo di garanzie nucleari.

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Un solo obiettivo: prestigio

Tuttavia, l’incostante tattica politica moscovita non è da confondersi con la mancanza di un disegno strategico. Anzi, tutt’al contrario, essa è riconducibile ad una visione di lungo periodo che ruota intorno a un obiettivo ben preciso. In questo caso come in altri (in Siria, ad esempio), l’obiettivo per Mosca è quello di “esserci” e contare al tavolo negoziale.

In tal senso, non è la risoluzione della crisi nordcoreana a muovere l’agenda del Cremlino, quanto piuttosto la partecipazione alla sua risoluzione. Tramite una tattica d’azione coerente nella sua flessibilità – capace di mutare in base alle sfumature assunte di volta in volta dalla situazione e alle possibili contromosse altrui – la Russia si propone come interlocutore indispensabile. In questo modo, Mosca appare non tanto come colei con la quale si possa risolvere una crisi, ma come attore senza il quale non è affatto possibile raggiungere una soluzione.

La “strategia della presenza” della Federazione russa è insomma tesa a convertire la presenza al tavolo negoziale (nordcoreano) in benefici sul piano del prestigio internazionale, a loro volta reindirizzabili a vantaggio di Mosca in contesti anche molto diversi – in base al principio del do ut des.

Invece che un bacino di rischi sempre maggiori, la crisi scatenata da Pyongyang è considerata dal Cremlino come una sede di grandi opportunità – tanto maggiori quanto maggiore la tensione. E’ per tale ragione che potremo aspettarci anche in futuro un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte di Mosca. Utilizzando una locuzione recentemente impiegata dal professor Carlo Pelanda, le scelte russe sono da ricondursi ad un “realismo pragmatico” che mira a rimandare i rischi della crisi nel tempo – non risolverli. Tanto più essi permarranno, infatti, tanto più la Russia riuscirà a sfruttarli come fonti di accrescimento della propria statura politica internazionale.

Questo studioso di East Journal è un esempio di cosa potrebbero e possano fare i giovani italiani. Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l’Ambasciata d’Italia a Tallinn e ricercatore presso l’Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese, russo. Ricordo che in Albania gli uffici pubblici e privati erano mandati avanti dalle ragazze e che parlavano tutte più lingue, imparandole dai programmi televisivi europei. Almeno per le lingue: Chi vale vuole, chi non vuole non vale!

1423.- L’Iran mette le pastoie a USA e Israele

 

 

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Il nuovo ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami ha detto: “L’Iran non chiederà il permesso di nessun Paese per produrre missili di vario tipo e armi di difesa terrestre, navale e aerea”. “Finché la retorica di alcuni costituirà una minaccia – ha aggiunto Hatami facendo riferimento alle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump -, il rafforzamento del potere di difesa dell’Iran proseguirà”.

L’annuncio di Teheran sulla riuscita prova di un missile balistico con gittata di 2000 chilometri e capace di trasportare più testate belliche per colpire diversi obiettivi, muta notevolmente l’equilibrio militare in Medio Oriente. Israele e le circa 45000 truppe statunitensi dispiegate in Medio Oriente, Giordania (1500 truppe), Iraq (5200), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), rientrano nella gittata del missile iraniano. L’Iran ha dimostrato una deterrenza che priverà Stati Uniti e Israele dell’opzione militare.

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L’Iran ha testato con successo il suo nuovo super-missile Khoramshahr, con una gittata di oltre duemila chilometri e capace di trasportare più testate. Il missile era stato mostrato al mondo durante la parata militare in occasione della “Settimana della Difesa Sacra”.

Il test del missile è una sfida strategica di Teheran agli Stati Uniti, dopo le scandalose osservazioni del presidente Donald Trump contro l’Iran nel discorso all’ONU. Da questo punto, Trump deve prestare molta attenzione nel strappare l’accordo nucleare con l’Iran. Tale atto da Trump o dal Congresso (imponendo nuove sanzioni) può essere usato da Teheran per riprendere il programma nucleare, con implicazioni di vasta portata, date le sue capacità missilistiche.

 

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Ecco Donald Trump nel suo primo discorso all’ONU, fatto di minacce e di frasi fatte. Dopo aver concluso con la Corea, minacciando di distruggerla, riferendosi all’accordo con l’Iran, promosso da Obama, che ha favorito dopo 50 anni il disgelo nei rapporti con l’Occidente, ha detto: “È imbarazzante per gli Usa far parte dell’accordo con l’Iran”. Ma l’Iran, ha detto Trump, ha paura: “Oltre al potere militare enorme degli Usa, ci teme, ha paura di noi, per questo il governo ha eliminato internet, per questo non consente le proteste studentesche. Ma noi non possiamo accettare i regimi. Mi appello affinché gli ostaggi, chi è lì contro il suo volere, sia immediatamente rilasciato”. L’Iran, ha spiegato, “sotto la democrazia nasconde un governatore violento. Uno stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos”, e che inoltre “invoca la distruzione degli americani e dello stato di Israele”. Le milizie di hezbollah “minacciano anche i Paesi arabi pacifici”. Pertanto “non possiamo rispettare un accordo” con un Paese, non “se acconsente all’implementazione di un programma nucleare”. L’Occidente “deve porre fine al regime di Teheran”.

Il Presidente Hasan Ruhani ha adottato la linea dura dopo essere tornato da New York, avvertendo che se Trump viola l’accordo nucleare, “ci opporremo e tutte le opzioni saranno riconsiderate”. Il Ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha detto al New York Times che se gli Stati Uniti vorranno rinegoziare l’accordo nucleare, Teheran insisterà sulla rinegoziazione di ogni singola concessione fatta, “Siete disposti a restituirci 10 tonnellate di uranio arricchito?” Ruhani espose un discorso rigoroso alla sfilata militare a Tehran del 22 settembre, osservando che l’Iran non ha bisogno di alcun permesso per rafforzare la sua capacità missilistica, aggiungendo: “La nazione iraniana è sempre stata per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo e difenderà i popoli oppressi yemenita, siriano e palestinese, che piaccia o meno”. “Finché alcuni parlano minacciando, il rafforzamento della difesa del Paese continuerà e l’Iran non cercherà l’autorizzazione da alcun Paese per produrre vari tipi di missili”, dichiarava il Ministro della Difesa Amir Hatami.

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L’Iran ha fatto sfilare in parata il nuovo super-missile Khoramshahr

Ciò che emerge è la determinazione dell’Iran a consolidare l’influenza in Siria. Gli Stati Uniti dovranno valutare attentamente le ripercussioni prima di qualsiasi intervento (cui Israele preme). Ancora una volta, l’Iran può stabilire una presenza a lungo termine in Siria. La milizia sciita sostenuta dall’Iran in Iraq e in Siria è un esercito di 100000 unità e l’Iran può scacciare le forze statunitensi da Iraq e Siria. L’amministrazione Trump deve considerare con la massima serietà le minacce velate del comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica Mohammad Ali Jafari (in risposta al discorso di Trump all’ONU), “È giunto il momento di correggere gli errori statunitensi. Ora che gli Stati Uniti mostrano pienamente la propria natura, il governo deve utilizzare tutte i mezzi per difendere gli interessi della nazione iraniana. Adottare una posizione decisa contro Trump è solo l’inizio e ciò che è strategicamente importante è che gli Stati Uniti ricevano risposte dannose con azioni, comportamento e decisioni che l’Iran adotterà nei prossimi mesi”. Il test del missile balistico veniva eseguito 3 giorni dopo la minaccia del Gen. Jafari. Allo stesso modo, la tempistica del test si staglia sullo sfondo del referendum previsto per il 25 settembre dei curdi dell’Iraq settentrionale, che vogliono un Kurdistan indipendente. Teheran non ha dubbi che il piano curdo sia un’iniziativa statunitense e israeliana per creare una base permanente nella regione per destabilizzare l’Iran e minarne l’avanzata regionale in Siria e Iraq. Non sorprende che Israele sia furioso per il test missilistico iraniano. Il ministro della Difesa Avigdor Liberman l’ha definito “provocazione e schiaffo a Stati Uniti ed alleati” e tentativo di sondarli. “Chiaramente, Israele è spaventato dall’Iran che costantemente, ma inesorabilmente, lo sovrasta come prima potenza regionale del Medio Oriente. Tuttavia, al di là della retorica, Israele non può fare molto verso il ruolo iraniano. Israele ha ingannato scioccamente Trump provocando Teheran proprio in questa fase, quando a malapena può affrontare la crisi nell’Asia nordorientale. La strategia del contenimento dell’Iran non è più fattibile. La saggezza va a un’amministrazione Trump che impegni l’Iran con spirito costruttivo nell’influenzare la politica regionale. Le minacce non hanno mai funzionato con l’Iran, e spesso si sono dimostrate controproducenti. MK Bhadrakumar, Indian Punchline, Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dalla provincia di Kermanshah, nell’Iran occidentale,  nella notte del 19 giugno 2017, i pasdaran iraniani lanciarono alcuni missili contro le postazioni dell’Isis nella cittadina di Deir el zor, nell’est della Siria.  Il lancio avvenne in rappresaglia all’attacco sferrato a Teheran e a Qom dallo Stato Islamico alcuni giorni prima. Ma “tra i principali destinatari di questo messaggio ci furono anche i sauditi e gli americani”, come dichiarò il generale Ramazan Sharif.

 

1416.- ALLE MULTINAZIONALI DELLA GUERRA, ALLE BANCHE DEL NEOLIBERISMO, AGLI USA SERVE LA STRATEGIA DELLA TENSIONE. NON IMPORTA SE VINCONO O PERDONO.

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Les dernières déclarations sur la capacité de l’armée israélienne à vaincre le Hezbollah dans la prochaine guerre, ont reçu une claque sévère, après que le Comité des Affaires étrangères et de la Défense de la Knesset a divulgué un rapport «top secret», décrit comme «très dangereux», révélant des «lacunes» dans la préparation et les manœuvres de l’armée israélienne.

 

SEVERO MONITO DI MOSCA ALLO STATO CANAGLIA – USA – CHE CONTINUA LA GUERRA.
di Maurizio Blondet
Un fatto gravissimo è accaduto in Siria il 19: i “terroristi buoni” sostenuti dagli USA (Al Nusra) hanno lanciato un’offensiva a sorpresa nel nord della città di Hama. Hanno attaccato una zona di de-escalation (implicitamente accettate anche dagli americani), e il loro scopo era, con una manovra a tenaglia, di accerchiare e catturare il plotone (29 membri) della polizia militare russa che è lì proprio per controllare e far rispettare la de- escalation. Quasi sopraffatti dalla enorme superiorità numerica degli avversari, e armati alla leggera, i poliziotti hanno chiamato i loro comandi. Si pensi solo a quello che avrebbero fatto i “terroristi buoni” amati dagli americani ai ragazzi, se li avessero catturati, con tanto di riprese video sanguinarie di torture e decapitazioni.

 

La reazione russa ha dovuto essere durissima. Sono stati fatti intervenire gli Spetsnaz – per la prima volta, almeno ufficialmente – per estrarre i camerati: i corpi speciali hanno avuto tre feriti, segno della durezza dei combattimenti. Subito dopo l’aviazione e l’artiglieria russa hanno reagito con intensissimi bombardamenti, coi quali dicono di aver eliminato “850 terroristi, 185 oggetti, 11 carri armati, 4 portatruppe corazzati, 46 pickup, 5 mortai, 38 magazzini di munizioni”.

Ebbene: per la prima volta ufficialmente, i russi hanno accusato direttamente “le agenzie speciali americane” di aver iniziato ed anzi guidato questa puntata offensiva.

Il generale Sergei Rudskoi, capo del dipartimento operativo principale al quartier generale russo, infatti, ha comunicato:

“Nonostante gli accordi firmati ad Astana il 15 settembre, miliziani di Jabhat al-Nusra ed unità a che si sono unite […] hanno sferrato una offensiva di grande scala contro le posizioni del governo […] ad Hama nella zona di de-escalation di Idlib a cominciare dalle del mattino del 19 settembre […] Secondo i dati in nostro possesso, l’offensiva è stata iniziata dai servizi di spionaggio americani per bloccare l’avanzata delle truppe del governo ad est di Deir Ezzor”.

Qualche ora dopo, la cosa è stata ribadita ad un livello più alto, con una esplicita minaccia. Il generale Igor Konashenkov , portavoce del ministero della Difesa di Mosca: “La Russia ha detto in modo in equivoco alle forze USA nella base di Al Udeid (Qatar) che non tollererà nessun colpo d’artiglieria dalle aree dove sono stazionate le “forze democratiche siriane” […]. Spari provenienti da quelle posizioni saranno soppressi con tutti i mezzi necessari”.

 

Cadaveri di terroristi dopo l’intervento degli Spetsnaz e dell’aviazione russa.

Come dice The Saker, “un attacco organizzato dagli Usa in una zona che si supponeva di de-escalation, con in più un tentativo di catturare soldati russi, eleva la doppiezza americana ad un livello totalmente nuovo”, ed anche l’esibizione del suo gansterismo – di cui del resto non si vergogna, come dimostra il discorso da gangster che Donald Trump ha fatto, o gli hanno fatto fare, all’ONU: “L’Iran è uno stato canaglia economicamente vuoto, il cui export principale è la violenza…il mondo si unisca a noi a chiedere che il governo iraniano cessi il suo cammino di guerra e distruzione”, per poi promettere di “totally destroy North Korea”..

Le meschine operazioni americane in Siria hanno lo scopo (secondo osservatori ben informati) “di mantenere le forze del governo siriano lontane dai campi petroliferi da nord dell’Eufrate, perché gli Usa ha il piano di costruire e controllare un proto-stato curdo nella Siria del Nord Est, e il controllo sul greggio darebbe a questo stato la necessaria base economica”.

Lo stato curdo che sta per nascere in Irak ha la protezione di Israele. Ed Israele ha colpito venerdì l’aeroporto di Damasco con due razzi,lanciati probabilmente da un drone israeliano; drone che l’aviazione siriana dice di aver abbattuto. Poco prima, Tsahal aveva segnalato di aver lanciato un attacco aereo ad un sito militare – sempre nella provincia di Hama. Il coordinamento coi terroristi e i servizi Usa pare evidente, così come la volontà di provocare una escalation – altro che una de-escalation – da parte delle forze armate russe.

“I 200 primi camion di armi e munizioni offerte dal Pentagono allo YPG (l’esercito curdo in Siria, ex PKK) sono stati consegnati in due convogli separati, l’11 e il 19 settembre. Provenienti dalla regione curda dell’Irak i camion sono passati dal posto di frontiera di Semalka”:; Sono armi di fabbricazione ex sovietica, salvo alcuni veicoli L-ATV dell’esercito Usa.

“Queste armi non sono destinate a combattere Daesh, che sta per essere eradicato, ma saranno usate per la prossima guerra contro la Siria”, dice Meyssan.

(http://www.voltairenet.org/article198000.html )

La Suddetsche Zeitung conferma: ha scoperto casualmente una spedizione di armamenti dal quartier generale delle forze aeree Usa in Europa, a Ramstein, verso i “ribelli” siriani. Il giornale germanico ha scoperto che i comandi Usa hanno chiesto a quattro appaltatori del trasporto di non dichiarare la natura del carico, perché il governo tedesco avrebbe l’obbligo di bloccare un tal traffico di armi sul suo territorio verso un paese in guerra. Il procuratore generale tedesco ha aperto un’inchiesta per appurare se il Pentagono e la Merkel hanno rispettato il diritto, nazionale.

Il generale israeliano Gadi Eizenkot, capo dello stato maggiore interarmi, ha dichiarato che Israele farà tutto il possibile per assassinare lo shaik Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah. Confermando la mentalità di gangster a cui oggi si riducono i generali americani e giudaici.

Frattanto Hezbollh si vanta di fatto volare un drone che ha superato le difese e sorveglianze sioniste: “L’apparecchio ha sorvolato la città israeliane per 35 minuti prima di giungere a Safed senza che in nessun momento i radar dell’armata israeliana lo abbiano rintracciato. Lo hanno rintracciato quando l’apparecchio era sulla via del ritorno. Allora sono entrate in funzione le batterie dello Iron Dome [la “cupola di ferro”, la presunta bolla irta di missili e radar che dovrebbe fare da scudo impenetrabile per Sion contro gli attacchi missilistici] e un missile Patriot, che non ha tuttavia potuto intercettare il drone. Sono stati fatti quindi decollare i caccia israeliani che sono riusciti ad abbattere il velivolo”.

Ciò è avvenuto subito dopo che Israele ha terminato le grandi esercitazioni militari sul confine – i più grossi giochi di guerra degli ultimi vent’anni – che simulavano lo scenario di un attacco Hezbollah, ossia in realtà intendevano valutare la preparazione delle forze armate giudaiche in vista di un attacco ad Hezbollah. I risultati non sembrano essere quelli sperati: la commissione Esteri e Difesa della Knesset ha fatto trapelare da un rapporto segreto, che le manovre hanno rivelato pericolose lacune nell’armata israeliana: allo stato attuale, Tsahal non è in grado di distruggere Hezbollah.

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.