Archivi categoria: Politica estera – Israele

1351.- Trump, Israele ed Hezbollah

Dubito e non concordo con Wayne Madsen che Donald Trump ignori la situazione politica in Libano. Al contrario, vede lontano e ha dato a Saad Hariri un chiaro messaggio sul da che parte saranno schierati gli USA e un monito. Del resto, non è una sorpresa che sia Israele a tirare la giacca della Casa Bianca in Medio Oriente. Sono gli Hezbollah la spina nel fianco di Israele? Diciamo di sì, sopratutto se il terreno dello scontro potrà essere la Siria e l’Iran un avversario. A parte questo Madsen dipinge chiaramente i contrasti all’interno della Casa Bianca e le posizioni del sorosiano consigliere per la sicurezza nazionale Usa Tenente-Generale HR McMaster. McMaster è stato per 11 anni senior fellow di un importante think-tank finanziato da George Soros.

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Il primo ministro libanese Saad Hariri durante la visita alla Casa Bianca. Donald Trump sa bene che all’orizzonte si affaccia un nuovo conflitto tra lo Stato ebraico e gli Hezbollah, magari in Siria e poco e nulla importa che questi siano alleati del Libano nella lotta all’ISIS. 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

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Ezra Cohen-Watnick. 

Wayne Madsen. Tradotto per Aurora da Alessandro Lattanzio

1345.- Mosca “avverte” severamente Israele. Che morde il freno.

 

 

“Se violasse la tregua, la Russia saprebbe come regolarsi”:  un  severo avvertimento è stato lanciato dal generale Aleksei Kozin, numero due del Centro di Comando delle forze russe nella Siria  meridionale al governo israeliano, contro ogni “tentativo di violazione del  cessate il fuoco nel Sud della Siria”. Evidentemente sanno che Sion preparava qualche colpo.

Notoriamente, ciò che ha messo lo stato ebraico in quelle condizioni di ansia esistenziale e di stress pre-traumatico, così etnicamente tipico,  che lo costringono talvolta a bombardare   col fosforo  la gente a Gaza o abbattere aerei, è il cessate il fuoco concluso fra Putin e  Trump a margine del G20 di Amburgo, per fare del Sud siriano (a ridosso del confine israeliano) una zona di de-escalation garantita della presenza della polizia militare di Mosca e di truppe Usa.

Tel Aviv,  che in quella zona ha stipendiato ed armato i suoi terroristi islamici di sostegno,  protesta continuamente con Mosca e soprattutto con Washington;   pretenderebbe che sue  truppe giudaiche partecipassero alla sorveglianza nel territorio siriano; non si sente garantita dai russi, perché “La Russia è alleata dell’Iran e di Hezbollah nella guerra contro il terrorismo”.  “Israele si oppone ormai radicalmente alla tregua russo-americana” entrata in vigore una settimana fa,  riporta il giornale AlAkhbar;  ha avanzato una lista di sue esigenze per essere tranquillizzata:  il ritiro non solo delle forze iraniane ed Hezbollah dal sud siriano, ma anche l’armata di Damasco dal Golan, il dispiegamento di osservatori non russi su mandato israeliano, e   che all’esercito di Assad sia rifiutato ogni mezzo per ristrutturarsi. Ed ha anche minacciato di passare all’atto se Washington e Mosca non le obbediscono.

“Le minacce sono state prese molto male a Mosca”, scrive Al Akhbar, “La Russia ha affermato con non esiterà a ripagare con la stessa moneta Israele, se questa metterà a rischio latregua”.

Channel 2, una tv sionista, ha citato queste parole del  generale Kozin : “La  Russia ha posto le sue condizioni a Israele nel quadro di questa tregua.  Se Tel Aviv ha fino ad oggi goduto di una totale libertà d’azione in Siria, Mosca  oggi si aspetta da lei che rispetti alla lettera il cessate il fuoco. Se decidesse di violare la tregua, allora noi russi sappiamo come regolarci, dal  momento che siamo noi  i garanti di questa tregua”. Secondo la tv israeliana “Iran e Hezbollah restano sulle loro posizioni nel sud della Siria”.  Ha aggiunto, rivolto ai terroristi locali mantenuti da Sion, che “la  regione di Quneitra (il Sud siriano) sarà presto messa in sicurezza e i terroristi hanno poco tempo per deporre le armi e consegnarsi all’armata siriana”.

Ciascuno potrà valutare il  rischio in corso, conoscendo Israele, il suo potere sugli Usa e il fatto che gli altri “osservatori”, quelli americani, hanno – per ordine del Pentagono – comportamenti piuttosto inquietanti a proposito della loro parola e lealtà. Nel  Nord-Est,sul confine tra Siria e Irak, aerei americani hanno attaccato una formazione delle Unità di Mobilitazione Popolare (Al-Hashad al-Shabi), ossia i miliziani volontari che affiancano l’esercito iracheno e quello di Damasco, che combattono l’ISIS, uccidendo quaranta  militanti e ferendone una decina.  USAF   o il Pentagono non si rassegnano a vedere disfatti i loro terroristi? O applicano la strategia del dissanguamento delle forze sciite vittoriose?  Una  risposta   russa ad un’azione bellica di Israele rende troppo probabile un confronto diretto  con  Washington.

Tanto più che potenti forze dietro le quinte  stanno già facendo di tutto per indurre Washington a  fare la guerra vera e propria all’Iran.  Donald Trump  sarebbe favorevole.  Anzi peggio. Secondo il New York Times, il presidente ha messo insieme un “gabinetto nero” il cui compito sarebbe di fabbricare prove per dimostrare che Teheran viola gli accordi sulla moratoria del proprio programma nucleare del 2015, stracciare questo accordo firmato da Obama, e quindi “un pretesto per fare la guerra all’Iran”, come ha detto un anonimo ex caso di un servizio di spionaggio europeo. Il fatto è che proprio poche settimane fa gli ispettori internazionali hanno riaffermato che Teheran rispetta la tregua; “Ma ne viola lo spirito”, ha ribattuto Trump –  in attesa di trovare un pretesto? O di crearlo?

Mogherini mandata a Teheran

Il rischio deve essere molto sentito negli ambienti europei che contano. E’  questo il vero motivo per cui, ostentatamente, alla cerimonia  d’insediamento del nuovo capo di governo Rouhani è stata mandata Federica Mogherini l’alta rappresentante esteri UE: non certo per sua iniziativa privata.  Siccome la UE è  uno dei firmatari di quell’accordo sul nucleare (JPACG, firmato a Vienna il 14 luglio 2015),  Bruxelles – o diciamo Berlino – hanno voluto mandare un segnale alla Casa  Bianca: “noi” europei  non vi appoggeremo stavolta  nella fabbricazione di  prove false, per noi l’Iran rispetta scrupolosamente i patti, anzi è  un regime rispettabile e amico.

 

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Per la UE, l’Iran è in regola. Lo sappia Trump. 

 

Tutto sta a vedere se alla Casa Bianca e più in generale a Washington  si abbia la capacità e la voglia di tener conto dei delicati e finemente allusivi messaggi europei.  Voci molto più potenti ed assordanti si fanno sentire  a Trump e compari.  A Washington  esiste un circolo chiamato “United Against a Nuclear Iran”, il  quale fa incessante propaganda  asserendo   falsamente che Tehran si sta facendo la Bomba di   nascosto; che quindi bisogna  che l’Occidente  lo seppellisca sotto le bombe; per intanto,  aggravi le sanzioni contro questo regime oscurantista di sterminatori del loro stesso popolo eccetera eccetera.

In Europa, qualunque impresa che stringa una qualsiasi relazione d’affari con l’Iran, riceve un insieme di avvertimenti da questo think tank che lo avverte dei rischi, multe e sanzioni da parte degli Usa  cui si  esporrà, se continua.

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La lobby scatenata coontro l’Iran.

 

United Against a Nuclear Iran” è  una accolta di vecchi nomi dell’ebraismo neocon,  già visto all’opera  – purtroppo eficace –    quando si trattò di lanciare l’America contro Saddam Hussein:  l’ex senatore Joel Lieberman  (j), John Bolton  (j) , gli ex ambasciatori Richard Hooolbroke  (j)  e Dennis Ross (j), e   per far buon  peso un paio di ex direttori del Mossad, Tamir Pardo e Meir Dagan.  Nell’eletto mucchio troviamo anche il “nostro” (loro ) Terzi di Sant’Agata,  che fu sciaguratamente ministro degli esteri per poco, certo per il tipico spirito di servizievolezza italico.  Questo think tank è riccamente finanziato dalla famiglia di miliardari Kaplan (j) e da quella del  tycoon Sheldon Adelson (j);  ha condotto campagne  diffamatorie  che hanno intimidito e dissuaso dal fare affari con l’Iran giganti come Caterpillar, General  Electric, INgersoll Rand, KPGM ; ha allestito campagne  televisive costosissime per dimostrare quanto satanico e pericoloso sia l’Iran per il mondo occidentale  e quanto male abbia fatto Obama a firmare l’accordo sul nucleare iraniano;  nel settembre 2009, quando Ahmadinejad  parlò all’Assemblea Generale dell’Onu,   il think tank ebraico chiamò tutti i grandi alberghi di New York ed intimò loro di negare l’ospitalità all’Iraniano; ottenendone obbedienza.

Insomma questo United Against a Nuclear Iran non si darà e non darà pace alla Casa Bianca e  al Congresso  fino a che non  riuscirà a scatenare la superpotenza  in un conflitto grandioso con l’Iran, per il bene di Israele.

Secondo Foreign Policy, il segretario di stato Rex Tillerson, richiesto espressamente da Trump di  fabbricare il caso per denunciare l’accordo dell’Iran, si è rifiutato;  a capo del “gabinetto nero” sarebbe invece Steve Bannon. Strana e indecifrata la posizione  del generale McMaster,  ritenuto il “controllore”  messo dal  Deep State a fianco del Presidente inaffidabile. Il 3 agosto scorso, Trump  ha convocato McMaster ad un colloqui (presente anche Jared…) e alla fine ha dettato la seguente dichiarazione pubblica: “Il generale McMaster ed io lavoriamo molto bene insieme.  E’ una brava persona e molto  pro-Israele”.

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Trump: “McMaster is very pro-Israel”.

 

Una uscita, nel contesto  che abbiamo illustrato,  altamente inquietante.  Che diventa anche più allarmante se unita ad una intervista televisiva di Channel 10 (israeliana) al generale sionista Giora Eland, ex capo del consiglio di sicurezza nazionale israeliano. “ Israele non è pronta a impegnarsi in una nuova guerra con Hezbollah, e non sarà nemmeno capace d subirne le conseguenze […]. Bisogna impedire che una nuova guerra si scateni fra le due parti; ma se dovesse avvenire, bisogna farla finire in tre giorni, non durare 33  giorni come nel 2006” – Il 2006 in cui Sion, per la  prima volta, prese una batosta spaventosa.  Un’idea fissa, voglia di guerra e paura allo stesso tempo, molto freudiano.

Corea, niente guerra.

Non temete invece che gli Usa scatenino davvero un attacco bellico preventivo contro la Corea del Nord. Sono minacce vuote (che mirano a tenere separate le due Coree, d’accordo con Pechino.ndr). Non interessa Israele.

1261.- NEI CIELI SIRIANI, LA GRANDE SFIDA!

Gli Stati Uniti forniscono un supporto aereo all’Esercito Siriano – ma solo per sconfiggere la Russia

Gli Stati Uniti hanno bombardato le posizioni dell’ ISIS vicino a Palmyra – agevolando l’avanzata siriana e inviando un messaggio alla Russia

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24 giugno.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto una missione strike a Palmyra, Siria, il 23 sera. Cioè, ben ad Ovest dell’Eufrate. By passando, così, l’avvertimento della Russia. Giovedì, gli aeroplani di coalizione guidati dagli Stati Uniti hanno attaccato le posizioni dell’ISIS vicino a Palmyra, e proprio di fronte all’Esercito Siriano che avanzava.

Gli Stati Uniti hanno voluto segnare un punto e inviare un messaggio alla Russia.

Ricordiamo: Mosca aveva annunciato lunedì che avrebbe “inseguito” tutti gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate.

Ma cosa può realmente fare la Russia se i piani della coalizione (senza invito) forniscono, tuttavia, il supporto aereo per l’Esercito Siriano?

 

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Qui leggete il rapporto trasmesso dal CENTCOM:

SOUTHWEST ASIA – Il 22 giugno le forze militari della coalizione hanno condotto 32 strike costituiti da 103 ingaggi contro i terroristi ISIS in Siria e in Iraq.

In Siria, le forze militari della coalizione hanno condotto 28 attacchi, costituiti da 49 ingaggi contro gli obiettivi ISIS.
* Vicino a Abu Kamal, sette strike hanno impegnato due unità tattiche ISIS e hanno distrutto nove cisterne di petrolio dell’ISIS, quattro autocarri, tre miscelatori di cemento, tre veicoli, tre veicoli tattici, due gru, un deposito di armi, una presa a pompa e un manifold.
* Vicino a Dayr Az Zawr, uno strike distrusse sei serbatoi di petrolio dell’ISIS.
* Vicino a Palmyra, uno strike distrusse quattro ingressi del tunnel dell’ISIS.
* Nei pressi di Raqqah, 19 strike hanno ingaggiato 14 unità tattiche ISIS; Distrutto 12 postazioni di combattimento, due veicoli e un deposito di IED; e ha danneggiato un canale di rifornimento dell’ISIS.

Ma, sopratutto, lo strike di Palmyra ha rotto il cerchio. esso non è stato condotto bene a Ovest dell’Euphrates—ma è avvenuto proprio sul cielo delle truppe del SAA mentre attaccavano le posizioni dell’ISIS:

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Qui vedete la mappa ingrandita, per meglio contestualizzare:

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Il punto che gli americani stanno tentando di fare è abbastanza chiaro: la Russia dovrà proteggere gli aeroplani della coalizione che volano a ovest dell’Eufrate che operano contro l’ISIS?

Cinico? Ovviamente.

L’obbiettivo finale: la Russia avrà non poche difficoltà a cercare di scoraggiare gli aerei degli Stati Uniti dal volare dove vogliono.

US Air Force General: “ISIS Is a Sideshow”, the Real Fight Comes After

The US general says a “state-on-state” fight is coming

Inherent Resolve

Brig. Gen. Charles S. Corcoran is the Commander, 380th Air Expeditionary Wing, Southwest Asia. The 380th is comprised of four groups and 15 squadrons. He is responsible for the wing’s air refueling, intelligence, surveillance and reconnaissance, air battle management, control and reporting center, ground attack, air support, theatre security cooperation and airlift missions in support of overseas contingency operations in Southwest Asia.

Il Brigadiere generale Charles Corcoran della US Air Force sta combattendo contro l’ISIS, ma crede anche che la lotta sia un “anteprima” della vera lotta “Stato-contro-Stato” che inizierà una volta che la minaccia dell’ISIS “sarà stata allontanata”.

La testata Military.com ha intervistato Corcoran nel suo quartier generale negli Emirati Arabi Uniti; La parte più interessante della relazione dice:

Durante un’intervista nel suo ufficio, Corcoran ha sottolineato: “Siamo qui per combattere l’ISIS”, ma ha anche indicato una mappa della Siria e dell’Iraq per definire alcune aree come “rosse” o controllate dallo stato islamico.

 

“È abbastanza chiaro che ad un certo punto il” rosso “andrà via,” ha detto “, e avremo forze dello stato sullo stato”. “L’ISIS è anteprima … ma cosa succederà quando gli altri due si incontreranno? Strategicamente, cosa succederà quando non ci sarà più l’ISIS, questo è il vero problema”.

Speriamo che Corcoran stia andando in questa direzione, piuttosto che a parlare dei piani reali USA. Quella dell’US Air Force, insieme con quella delle forze speciali – tradizionalmente, è la più feroce guerra che possa essere condotta da tutti i rami del Pentagono.

 

Ci sono veramente poche guerre che l’US Air Force ha mai visto e non gli sono piaciute. I generali dell’USAF, soprattutto il capo di Corcoran, il generale Jeffrey L. Harrigan, molto probabilmente sabotarono deliberatamente l’accordo di cessate il fuoco Kerry-Lavrov nel settembre 2016, organizzando un attacco alle truppe siriane nella città assediata di Deir ez-Zoor e uccidendone circa 100.

Corcoran racconta a Military.com che, quando i combattenti americani hanno sparato al Su-22 siriano e ai due drone forniti dagli iraniani, in ciascuno dei tre incidenti la decisione di fare fuoco è stata presa da piloti in volo:

In ciascuno degli abbattimenti, che hanno coinvolto gli aeromobili provenienti da altre località, i piloti americani hanno fatto la prevista chiamata per far scattare le regole di ingaggio, ha detto Corcoran. In tutti e tre i casi, “aerei indifesi” come gli aerei cisterna e gli altri aerei hanno lasciato lo spazio aereo a causa dell’incertezza di ciò che i siriani oi russi avrebbero potuto fare dopo, ha detto.

Questo, però, significa che le forze aeree americane e la Marina hanno prescritto regole di ingaggio molto permissive per la Siria.

Corcoran è il comandante del 380th Air Expeditionary Wing che gestisce la ricognizione,, il controllo del Traffico Aereo e le operazioni di rifornimento in volo per le forze aeree dell’USAF impiegate nelle operazioni USA in Syria e in Iraq.

1250.- Senza Putin, la Siria avrebbe cessato di esistere

La lunga ed esaustiva intervista all’ottuagenario padre fiammingo Daniel Maes, che vive in Siria nel Monastery of Saint James the Persian (Mar Yakub in arabo) a Qara, fornisce indubbiamente molte informazioni mai trasmesse dai media mainstream, spunti di riflessione ed opportunità per capire quanto è realmente accaduto in Siria e quali siano le reali motivazioni della guerra civile, argomenti peraltro già affrontati e chiariti in molteplici newsletter precedenti, ma mai in maniera così esauriente. Claudio

 

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Fonte: oraprosiria

Secondo il padre fiammingo Daniel Maes, che vive in Siria dal 2010, la copertura della guerra in Siria si basa su menzogne. Il Presidente Bashar al-Assad non è il problema, ma lo sono invece i nostri politici, che sostengono l’ISIS e Al Nusra, solo per rovesciare il governo siriano. “I veri capi terroristi si trovano nell’Occidente e nell’ Arabia Saudita”.

Padre Daniel Maes,79 anni, è tornato nel suo paese natale, il Belgio, per trascorrere un periodo nell’Abbazia Norbertine al villaggio fiammingo Postel. Nel 2010 ha lasciato il Belgio per la Siria, quando il Paese non era ancora in guerra. A Qara ha vissuto momenti critici, soprattutto quando il villaggio di 25.000 persone è stato invaso da un esercito ribelle di circa 60.000 uomini.

Adesso Padre Daniel Maes è in Belgio per recuperare le forze dopo essersi ammalato in Siria (‘ ho pensato: è la fine ‘) e non tollerava più la cucina locale. Ma è venuto in Belgio anche per raccontare alla gente in Occidente la “vera storia” della Siria, poiché i media mainstream non scrivono la verità.Verso metà giugno ritornerà con le valigie pieno di aiuti umanitari per la popolazione siriana bisognosa.

 

Intervista di Eric van de Beek 

 

Lei vive in un monastero risalente al sesto secolo D.C., in un paese lontano da casa. Perchè?

Sono arrivato a Qara su invito della madre superiora, Suor Agnes-Mariam. È un bel personaggio. Per anni, lei ha girovagato il mondo come un’ hippie. E lei ha il dono di modernizzare la vita del monaco, mantenendone comunque l’autenticità. Nel monastero Mar Yakub io ho trovato quello che avevo cercato per tutta la mia vita: entusiasmo carismatico, apertura ecumenica, opera missionaria e la cura per i poveri. Il monastero era un rudere quando madre Agnes-Mariam l’ha scoperto nell’anno 2000 e dopo sotto la sua guida è stato restaurato in modo splendido. Sono venuto come un turista e l’avrei lasciato come un turista, ma madre Agnes-Mariam mi ha chiesto se volevo organizzare un anno propedeutico in questo monastero, cioè una preparazione per la formazione al sacerdozio, il primo seminario cattolico di tutta la Siria, e così ci sono rimasto.

 

Qual era la sua impressione della Siria prima della guerra? 
Era un bellissimo paese. Come mi aspettavo, mancava la libertà politica. Ma sono soprattutto rimasto sorpreso in modo piacevole. Ho apprezzato molto l’ospitalità orientale, e ho sperimentato una società pacifica e ordinata che non avevo mai sperimentato prima nel mio paese o altrove. Rubare e insolenza erano praticamente inesistenti. Molti gruppi religiosi ed etnici vivevano in armonia tra loro.
Il paese non aveva debiti e non c’erano i senzatetto. Al contrario, oltre 2 milioni di rifugiati dai paesi vicini, come l’Iraq, erano curati e trattati nello stesso modo dei nativi siriani. Inoltre, la vita quotidiana era molto economica, come il cibo. Scuole, Università e ospedali erano gratuiti anche per noi stranieri. Ho parlato con un chirurgo francese che mi ha detto che gli ospedali in Siria erano meglio di quelli in Francia.

Come è cominciato il conflitto in Siria? L’opinione prevalente in Occidente è che le prime proteste a Homs sono iniziate pacificamente, e che le cose sono precipitate (escalation) perché il governo ha reagito in modo violento.

Questo è una sciocchezza totale. Ho visto con i miei occhi come questa cosiddetta sollevazione popolare si è presentata a Qara. Un venerdì sera, nel novembre 2011, sulla strada verso il Vicariato dove ero invitato, ho visto un gruppo di circa quindici giovani presso la Moschea centrale. Gridavano che Assad era un dittatore, e che doveva lasciare il paese. Poi ho visto altri ragazzi che hanno fotografato queste scene. Hanno fatto tantissimo chiasso che mi ha dato i brividi. L’ho riferito al Vicario, ma lo sapeva già. Ha detto che già da tempo erano venuti qui alcuni uomini da fuori della Siria, per fare rumore, e invitando i giovani locali a scattare foto e video. Se consegnavano questi materiali ad Al Jazeera, avrebbero ricevuto denaro. ”

 

Questo succedeva nello stesso tempo in cui è iniziata la violenza a Homs? 
Doveva essere intorno a quel tempo. Il padre olandese Frans van der Lugt, che viveva a Homs e fu poi ucciso lì, aveva anche visto e segnalato tutto questo nelle sue lettere dove scriveva anche che non era la polizia che ha iniziato a sparare, ma invece i terroristi nascosti tra i manifestanti.

Il ministro olandese degli affari esteri Bert Koenders ha dichiarato che Assad dovrebbe essere processato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per i crimini di guerra.

Koenders è proprio come gli altri cosiddetti leader europei. E’ un ragazzino che fa il gioco di imperatore, pur non accorgendosi di non aver vestiti addosso. Chiunque, anche con mezzo cervello può vedere che lui è un burattino degli americani, dicendo esattamente le cose che è costretto a dire. Colui che serve gli interessi di potenze straniere e distrugge la vita delle persone di altre nazioni è un leader terrorista, indegno del nome di un uomo di stato.

Assad non ha sbagliato niente?

Guarda l’attacco con il gas velenoso in Goutha, vicino a Damasco, nel 2013, per cui Assad è stato accusato immediatamente. È così difficile capire che i terroristi erano dietro tutto questo?
Un anno prima dell’attacco con il gas velenoso, Obama ha detto che , “l’uso di armi chimiche implica una linea rossa”. In quel momento ogni giornalista dovrebbe aver pensato: “questo suona come il Presidente Bush, il quale ha detto che ” entro 48 ore, le armi di distruzione di massa dell’Iraq devono venire alla superficie”.
Ma i giornalisti si lasciano di nuovo ingannare.

Una Commissione internazionale d’inchiesta è stata inviata a Damasco, accompagnata dai media di tutto il mondo, e subito dopo il loro arrivo, c’è stato questo attacco enorme di gas velenoso, praticamente sotto il loro naso. Che tempismo, no? E questo precisamente a Ghouta, che è un’area disabitata, dove il popolo era già fuggito molto tempo fa. Entro due ore sono saltate fuori immagini con bambini morenti nelle stanze. Immagini di una qualità da Hollywood. Hanno scoperto che alcune foto sono stato scattate molto tempo prima e altre foto solo due ore dopo l’attacco. E da nessuna parte c’erano in vista le madri in lutto.

Tuttavia i padri e le madri erano assolutamente in lutto, ma essi non vivevano a Ghouta. I padri e le madri si trovavano a 200 chilometri di distanza, nei loro villaggi nei dintorni di Latakia. Loro hanno riconosciuto i loro figli nelle foto. Due settimane prima dell’attacco di gas velenoso infatti, i loro villaggi erano stati attaccati dai terroristi, che avevano rapito i loro figli. Così, questi bambini nelle immagini erano infatti bambini rapiti da Latakia, che sono stati uccisi per fare un colpo mediatico. Com’è possibile che ci siano tanti stupidi giornalisti che non hanno capito questo? Tutto questo è ben documentato nella relazione della madre Agnes-Mariam.

Pensa che non siano stati commessi affatto crimini di guerra da parte delle autorità siriane? Nel mese di febbraio, Amnesty International ha pubblicato un rapporto su esecuzioni di massa in un prigione vicino a Damasco.

Se, come giornalista, vuoi sapere cosa sta davvero succedendo in Siria, devi venire personalmente in Siria per scoprire la verità invece di leggere solo i rapporti di Amnesty. E io vi chiedo: come è possibile che un presidente che ha commesso tanti crimini di guerra contro il suo popolo sia ancora vivo e non ancora assassinato in un paese affollato di terroristi assassini? E perchè si vedono allora così tante persone in Siria con una foto di Assad sui finestrini delle loro auto?

Cristiani, sciiti, drusi e alawiti forse. Ma anche sunniti? 
Assolutamente. La stragrande maggioranza dei sunniti è pro Assad. Se tu vieni a Tartous, dove vivono molti sunniti, vedrai non solo immagini di Assad, ma anche di Putin.

 

Per il rapporto di Amnesty sulla prigione di Saydnaya, decine di testimoni sono stati intervistati. 
Questo è falso. L’ultima storia è che Assad ha cremato migliaia di persone in quella prigione. Questo non può essere vero. Questa prigione è così piccola, che non avrebbero mai potuto fare questo in un breve periodo di tempo.
Amnesty ha anche detto che non può confermare la storia degli US di cremazioni.
Ma Amnesty non lo ha neanche negato. E nel frattempo, i media hanno ripetuto questa ridicola denuncia così spesso che il pubblico ha iniziato a credere che sia la verità.

Come vede il ruolo del giornalismo? Come è possibile che il loro punto di vista sulla Siria sia così diverso dal suo?

Per questo devi leggere quel libro del giornalista tedesco Udo Ulfkotte: “Bought Journalists” (giornalisti comprati), che scrive della sua propria esperienza. Quando si va contro l’opinione dominante e non si segue lo ‘script’ (la versione corretta), arriva inevitabilmente lo scontro con i Poteri di fatto. E come conseguenza ti mettono fuori dal mercato.
In un certo senso posso capire questi giornalisti. Hanno spesso una famiglia di cui prendersi cura.
Ma io non sono assolutamente in grado di capire come un’organizzazione come ‘Pax Christi’ supporta l’assassinio dei cristiani siriani. Agendo nel nome delle comunità ecclesiali, essi promuovono e sostengono questi cosiddetti “ribelli moderati”. In questo modo essi si sono messi completamente contro i cristiani, i vescovi e i Patriarchi in Siria.
Ho visto una presentazione di un cosiddetto esperto di Medio Oriente di Pax Christi. Alla fine del suo intervento, ha mostrato le sue fonti. Erano: Al Jazeera, Al Jazeera e Al Jazeera.

 

Perche tanti paesi vogliono sbarazzarsi di Assad?

Nel 2009 il Qatar domandava a Bachar-al-Assad il permesso di far passare un ‘pipeline’ attraverso la Siria verso il Mediterraneo. Assad ha detto di no perché aveva già concesso a Iran e la Russia tale progetto. Poi è cominciata la guerra, e non nel 2011. Non dobbiamo dimenticare che Homs è un luogo importante per il passaggio del ‘pipeline’. Perciò non è una coincidenza che la violenza è iniziata proprio in Homs e che la stazione televisiva del Qatar, cioè ‘Al Jazeera’ lo trasmetteva nel dettaglio.

E gli altri paesi? Perché trattano Assad con tanta ostilità? 
Per l’Occidente, è inaccettabile che la Siria sia ancora uno dei pochi paesi con una banca centrale che è veramente indipendente e che il paese non avesse nessun debito di stato e così non avesse bisogno di essere ‘salvato’.
E i turchi vogliono solo far rivivere l’Impero ottomano. È scandaloso quello che hanno fatto in Aleppo. La città di Aleppo era il cuore industriale della Siria. I turchi hanno smantellato tutte le fabbriche in pochi giorni e hanno trasportato il tutto in Turchia.

Israele è anche un motore molto importante dietro il conflitto. I sionisti vogliono uno stato ebraicopuro dal Nilo all’Eufrate. Vogliono tagliare la Siria in Stati piccoli, deboli, che lottano l’uno contro l’altro. Come il vecchio motto romano: ‘divide et impera’: dividi e domina. Gli israeliani stannobombardando la Siria, mentre curano i terroristi feriti e forniscono armi.

Penso che il sionismo è così male per l’ebraismo come ISIS lo è per l’Islam. Ma non lo diciamo ad alta voce, perché molti potrebbero prendersela.

Gli israeliani dicono che hanno preso parte al conflitto a causa della presenza delle milizie di Hezbollah. 
Questo è vero. Ma Hezbollah è uno dei più grandi movimenti di resistenza. Ho parlato con giovani uomini di Hezbollah, e dicono: “Abbiamo iniziato la nostra organizzazione, quando i sionisti sono venuti a cacciarci e uccidere le nostre famiglie. E quindi aiutiamo coloro che vengono eliminati nello stesso modo.”

Israele considera Hezbollah come un’organizzazione terroristica. 
È anche grazie a Hezbollah che tanti cristiani e altri siriani sono ancora vivi. Sono venuti in nostro soccorso nelle nostre ore più buie. E lo stesso vale per l’esercito siriano e i russi. Se Putin non fosse venuto in nostro aiuto nel 2015, la Siria avrebbe certamente cessato di esistere.

Si dice che i russi sono venuti in Siria per tenerla nella loro sfera di influenza.
Certamente ci saranno alcuni interessi in gioco. Ma Putin è un vero cristiano, che vuole difendere il cristianesimo. E vuole anche un ordine mondiale multipolare, in cui nessun paese domini gli altri. Infastidisce Putin che gli americani non rispettano le regole internazionali. Gli americani hanno rovesciato il governo ucraino e poi hanno avuto la faccia tosta di dire che i russi hanno risposto così aggressivamente. La Siria è un paese sovrano. Ecco quello che Putin sottolinea. Egli dice anche: «Non siamo in Siria per la protezione di Assad, ma per la protezione dello stato siriano». La Russia non vuole un altro stato fallito, come l’Iraq e la Libia. E non dimentichiamo: quello militare russo è l’unico l’esercito straniero in Siria con il consenso del governo siriano. Che cosa stanno facendo gli altri paesi in Siria? Gli americani? I francesi? I sauditi? Non hanno diritto di essere lì. Stanno solo lavorando alla distruzione della Siria.

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I governi occidentali dicono che stanno combattendo ISIS. Ha dei dubbi? 
Vi ricordate quelle immagini stile Hollywood su come l’ISIS ha fatto la sua entrata in Siria? Unacolonna infinita di Toyota nuove. Si muovevano attraverso il deserto come bersagli. Non sarebbe stato facile per l’Occidente di spazzarli via dalla faccia della terra ? Ma non è accaduto niente. E perché no? E come hanno fatto ad avere tante Toyota nuove? Chi gli ha fornito questi nuovi costosi fuori strada?
Ripetutamente sentiamo che l’ISIS ottiene ‘accidentalmente’ armi che erano destinate agli inesistenti ribelli moderati, e sentiamo anche che ‘per errore’  hanno bombardato le truppe del governo siriano. Gli Stati Uniti e i suoi alleati uccidono qua e là alcuni guerrieri di ISIS, ma queste sono piuttosto delle eccezioni.

I cristiani sono una minoranza in Siria. Come considerano la violenza dell’ISIS, al Nusra e altri gruppi? Come un problema dell’Islam? 
Prima di tutto, essi considerano questi gruppi terroristici come strumento politico dell’Occidente per distruggere la Siria e per cambiare il regime. E non solo i cristiani, ma anche i musulmani in Siria sono dello stesso parere. Si vergognano dell’ISIS e Al Nusra. Dicono: “Questo non è l’Islam.”

Come vedete la violenza nell’Islam?

L’Islam è ambiguo. Il Corano contiene versi molto belli sulla pace. Ma nel Corano si dice anche che i miscredenti, i non-musulmani, devono essere uccisi.

Neanche la Bibbia e la Torah non sono esenti da violenza.
E’ così. Ma le imperfezioni dell’Antico Testamento sono superate nel Nuovo Testamento. E del Corano, si potrebbe dire: è l’Antico Testamento senza lo spirito del Nuovo Testamento.

Ma Gesù disse: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada.” 
Se uno uccide o ferisce qualcuno con la spada, poi in tutta la cristianità nessuno dirà, “quell’uomo sta seguendo il Vangelo”. Ma se un musulmano si fa esplodere in mezzo a un grande gruppo di persone, poi ci sono  musulmani che diranno, “in realtà dovrei farlo anch’io, ma non ho il coraggio.”

Ma le vostre esperienze con i musulmani in Siria sono principalmente positive?
Sono sempre stato trattato con la stessa ospitalità dai musulmani come dai cristiani. La Siria è uno stato laico. I siriani si considerano in primo luogo come siriani e in secondo luogo come cristiani, sunniti, grapi, alawiti o sciiti. È chiaramente visibile nel governo siriano: vi si vedono ministri di varie religioni. Ognuno può essere se stesso. La cooperazione armoniosa delle popolazioni è sempre stata una caratteristica della Siria. Si consideravano come una sola famiglia. Ho anche incontrato un colonnello dell’esercito siriano, un sunnita, che mi ha chiesto la benedizione prima di partire per Aleppo.

Che pensano i cristiani in Siria del sostegno dei governi occidentali ai gruppi jihadisti? 
Soffrono per il fatto che i loro fratelli cristiani in Occidente li hanno abbandonati. Semplicemente non lo capiscono.

Forse ci sono cristiani in Siria che approvano il fatto che l’Occidente sostiene gruppi armati? 
Non conosco queste persone, ma se li state cercando, forse li troverete. Ci sono sempre eccezioni alla regola, ma il siriano medio si oppone a qualsiasi supporto dell’Occidente verso qualsiasi gruppo armato.

E’ in contatto con qualche politico nell’Unione Europea? 
Ho parlato con Herman van Rompuy, nel 2012, quando era presidente del Consiglio Europeo. Ho avuto l’impressione che sapeva a malapena dove era la Siria. Tutto quello che sapeva della Siria era fondato sui rapporti che descrivono il paese come la dittatura più terribile del mondo. Quell’incontro mi ha veramente deluso. Quando gli ho detto che nella mia esperienza il presidente Assad è sostenuto da una vasta maggioranza della popolazione, anche da quella sunnita, lui mi ha guardato come se avessi commesso un sacrilegio. Mi è sembrato che egli fosse principalmente preoccupato di non calpestare nessun piede dei membri del Consiglio Europeo. Ho letto che, nei Paesi Bassi, i partiti cristiani hanno votato a favore di una proposta di smettere di sostenere l’Esercito Siriano Libero, ma il partito di Geert Wilders “Partito della Libertà” ha votato contro. Riesci a capirlo? È perché sono sionisti? Se sei contro l’Islam radicale, come puoi votare per il sostegno ai terroristi islamici in Siria?

Molti siriani sono fuggiti in Libano e nelle zone in Siria sotto il controllo dello stato siriano. Che cosa distingue questi rifugiati da coloro che fuggono verso l’Occidente?
Tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di fuggire nelle zone controllate dall’esercito governativo lo hanno fatto, ad eccezione di quelli che non hanno più speranza per un futuro in Siria.

Giovani uomini che lasciano la Siria per l’Europa sono oggetto di critiche. Gli europei si chiedono: perché non lottare per il loro paese e proteggere le loro madri, sorelle e altri membri della famiglia? 
È una disgregazione organizzata. Quei giovani sono stati attratti verso l’Europa, perché l’Europa deve essere islamizzata.

 

Qualsiasi giovane può arruolarsi nell’esercito siriano? C’è un obbligo di servizio militare? 
Sì, l’unico modo per sfuggire all’obbligo di servizio militare è nascondersi o fuggire all’estero. D’altra parte, molti uomini anziani si sono offerti come volontari nell’esercito.

L’Occidente impone sanzioni contro la Siria. Come i siriani riescono a sopravvivere? 

Tanti aiuti sono portati nel paese attraverso la carità. Ma, con mia grande sorpresa – prima della mia partenza dalla Siria – ho visto farmaci provenienti da Aleppo. Così, nonostante tutta la devastazione, sono riusciti a ri-iniziare la produzione.

In una precedente intervista, lei ha espresso la speranza che il presidente Donald Trump avrebbe apportato modifiche alla politica degli Stati Uniti. E’ ancora così fiducioso su di lui? 
Trump ha detto durante la sua campagna elettorale quello che qualsiasi persona sana di mente avrebbe detto al suo posto: “dobbiamo smettere di fornire armi ai gruppi di combattenti in Siria, perché non sappiamo chi sono. Smettiamola di intervenire in nazioni sovrane. E combattiamo il terrorismo insieme con la Russia. ”
Che era un messaggio pieno di speranza. Ma nel frattempo è venuto sotto attacco dello ‘deep state’, i veri dominatori del paese. Trump ha sparato quei missili verso quell’ aeroporto militare in Siria, probabilmente sotto la pressione dello ‘deep state’. Tuttavia, ha informato i siriani, così è stato fatto poco danno. La maggior parte dei velivoli erano stati già portati via e metà dei missili non sono neanche arrivati. Il giorno successivo l’aeroporto era di nuovo operativo.

E in vacanza in Belgio. Tornerà con un cuore riposato in Siria? Ne ha passato di tempi turbolenti…
Nel 2013, Qara è stata presa da un enorme esercito di decine di migliaia i terroristi. Hanno camminato per le strade sparando. Noi ci siamo nascosti nei sotterranei del monastero. Dopo una settimana, l’area è stata liberata dall’esercito siriano. Questi erano solo 200 uomini! Hanno spinto indietro i terroristi verso il Libano, un gruppo dopo l’altro. Infatti i terroristi non formavano un’unità. Hanno anche combattuto tra di loro. Eppure, non c’è spiegazione umana del perché i terroristi appena arrivati non hanno preso il monastero.

 

Non aveva paura in quel tempo?

La maggior parte di noi non aveva paura anche nei momenti in cui abbiamo pensato: ‘E la fine’. Inoltre non abbiamo avuto tempo di preoccuparci, perché c’erano bambini, donne e disabili di cui abbiamo dovuto prenderci cura. C’era anche un bambino nato mentre eravamo nel nascondiglio. Tutti erano molto preoccupati per gli altri. Abbiamo dovuto distrarre i bambini con giochi, preghiere e canti . Dopo pochi giorni, eravamo senza acqua, solo con latte e alla fine della settimana ha cominciato a nevicare. Quello fu l’inizio della fine dell’assedio.

di Maurizio Blondet ( traduzione di A. Wilking)

1248, IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. I

PERCHE’ LA SIRIA.

1 – in Siria, non c’ è nessuna banca centrale Rothschild.
2 – la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l’ importazione degli stessi.
3 – la Siria è l’ unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 – la famiglia Assad appartiene all’ orientamento alauita di Islam tollerante.
5 – le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 – le donne siriane non sono obbligate a indossare il burka. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale.
7 – la Siria è l’ unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici.
8 – circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 – in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l’ 1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10- la Siria è l’ unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barr/day) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11- la Siria ha un’ apertura verso la società e la cultura occidentale come nessun altro paese arabo.
12- la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13- la Siria è l’ unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14- Bashar Al-Assad ha un’ elevatissima approvazione popolare.
15- la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.
16- la Siria si oppone al sionismo e all’ apartheid israeliano criminale.

Adesso potete capire meglio e in maniera compiuta ciò che sta accadendo in Siria.

In merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, fatta da Trump, tramite un precipitoso interventismo militare attraverso la Giordania, per recuperare posizioni; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza della presidenza Obama, indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite. 

Difficile, certo, biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, come, anche,la politica di Israele, sempre alla ricerca di un primato, senza farlo apparire. Sottolineo, la presenza in campo degli ingombranti alleati europei (ma in questo poligono mondiale non mancano gli australiani), anzi tutti, inglesi e francesi, costantemente divisi su tutto e in competizione fra loro. 

Al di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, di un fallimentare lancio di missili dalla VIa Flotta  e dell’impiego di reparti di Forze Speciali, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: prima di tutto, un obbiettivo comune.

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Scontati, per tutti, l’interesse della Finanza mondiale (leggi Rothschild) per il controllo della Banque Centrale de Syrie e l’interesse rappresentato dagli enormi giacimenti di petrolio e di gas della regione e dalle opzioni possibili per i sistemi di trasporto, gli interessi in gioco sono molteplici e vanno dalla necessità vitale per la Russia di evitare una presenza militare USA in Siria, a ridosso delle sue frontiere; alla politica espansiva dei neocon USA a scapito della Russia, con o senza l’ONU, con o senza la NATO; alle aspirazione del popolo curdo di esercitare la sovranità su un proprio territorio, sfruttate abilmente da Trump; alla contrapposta volontà di ogni governo turco di non cedere terreno a una ipotetica nazione curda. Dietro tutte, c’è l’aspirazione di Israele di occupare l’intero Golan, già addentato nella Guerra dei Sei giorni, di tenere in sommovimento il Medio Oriente, già di suo diviso perennemente fra sciiti e sunniti e – vitale – di evitare la saldatura delle vie di rifornimento degli Hezbollah con l’Iran, attraverso l’Irak, pochissimo difeso da un esercito demoralizzato e inaffidabile, che, schierato contro l’ISIS, si volge a combattere i Curdi. 

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Rojava

Sicuramente più efficienti sono i combattenti “peshmerga”, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. 

Sul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, hanno resistito nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle “unità di difesa popolare” (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati.

L’eroica città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS ha dimostrato tutta la forza del popolo curdo. Ricordiamo le eroine di quella battaglia.

Tutta la situazione del nord del Kurdistan iracheno, è un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”. 

Di ieri, la notizia di una nuova iniziativa turca in Siria e dobbiamo ricordare che  i Curdi e la Siria di Bashar al-Assadsono i due suoi nemici storici. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di ritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. è noto il sostegno dato per anni da Erdogan ai jihadisti, per esempio, con i sette campi di addestramento, intorno a Istambul. Nell’immediato, tanto Erdogan, quanto Netanyahu stanno a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa e la prossima caduta di Raqqa potrebbe rappresentare quel momento. Quel giorno, finalmente a carte scoperte, il popolo siriano conoscerà il suo destino.

 

TAF - Esercito turco

Guardando all’ISIS del cosiddetto “Califfato”, a maggior ragione che delle sue forze combattenti , ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. Quello che si sa, è che

È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi, sia pure altamente mobili e flessibili, possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che, da un lato, che siano stati altamente sottovalutati e, dall’altro, che siano diretti da Washington (come lo fu l’esercito privato della Compagnia delle Indie, da Londra). È  certo e ben noto, invece, che sono sostenuti, finanziati e armati, in chiave anti-sciita dagli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che con l’Isis hanno in comune, almeno in parte, il fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.

 

L’offensiva delle Syrian democratic forces e l’obiettivo strategico dei curdi 

L’offensiva delle Syrian democratic forces, addestrate dagli Stati Uniti e composte per quattro quinti da curdi e per un quinto da ribelli moderati arabi, è durata 10 giorni e si è fermata. Il motivo è da cercarsi nelle esigenze strategiche e politiche dei curdi. Lo Ypg, principale gruppo curdo che controlla quasi tutto il Nord della Siria, ha convinto gli americani a espugnare prima la cittadina di Manbij, vicino al posto di frontiera di Jarabulus, l’ultimo controllato dall’Isis. Un modo per tagliare la principale via di rifornimento per Raqqa. Ma l’obiettivo strategico è un altro. I curdi vogliono unire tutti i territori in loro possesso: i cantoni di Jazira, Kobane e Afrin. Gli manca solo la striscia di territorio fra Jarabulus e l’altro posto di frontiera di Bab al-Salama. Ecco perché la «deviazione» può trasformarsi in una lunga campagna e ritardare l’assalto finale a Raqqa.

I curdi si trovano ora a meno di 40 km a Nord della capitale dell’Isis. L’esercito di Bashar al-Assad, che avanza da Sud-Ovest, lungo la superstrada 42, Salamiyah-Ithriyah-Raqqa, era rimasto indietro, ma negli ultimi tre giorni, con l’appoggio di forze speciali russe e raid, ha fatto un balzo ed è a 80 km dalla città. Ieri, secondo fonti dell’Hezbollah libanese, gli uomini dei Falchi del deserto, reparto speciale siriano addestrato dai russi, hanno varcato il confine del governatorato di Raqqa e puntano adesso a Tabqa, e alla diga sull’Eufrate a monte di Raqqa. A quel punto sarebbero più vicini dei curdi.

CON LA CONQUISTA DELLA DIGA DEL LAGO ASSAD, SI AVVICINA LA CONQUISTA DI RAQQA E LA SPARTIZIONE DELLA SIRIA

I guerriglieri curdi appoggiati dagli Stati Uniti hanno conquistato la strategica diga di Tabqa, 40 chilometri a Ovest di Raqqa. La diga, la più grande della Siria, controlla le acque del Lago Assad e poteva essere usata dall’Isis per causare un’inondazione catastrofica. Con la sua presa si avvicina l’assalto finale alla capitale del Califfato.

The Kurdish YPG militia and US military units patrol the Syrian-Turkish border

Armi pesanti

I curdi dello Ypg formano il grosso, circa tre quarti, della Syrian democratic forces (Sdf) addestrate dagli Usa per sconfiggere lo Stato islamico nel Nord della Siria. Ieri il presidente Donald Trump ha dato l’ok alla fornitura di armi pesanti. Arriveranno mortai, missili anti-carro, mezzi blindati.

Il sostegno statunitense ai kurdi siriani non è una novità: a marzo Trump ha inviato la prima unità ufficiale di marines. Ora fa un passo in più: Obama aveva approvato solo armi leggere, per non indispettire troppo la Turchia che su Rojava ha altre mire, renderla una zona cuscinetto ripulita dalla presenza del Pkk.

Ora ne arriveranno altre: bulldozer, blindati, fucili, mitragliatrici e munizioni, radar. In cambio, dicono fonti Usa, le Ypg hanno promesso di consegnare Raqqa, una volta liberata, alla popolazione araba che la abita.

I tempi non sono stati indicati, ma è probabile che avvenga a breve. Sempre più pressanti le contraddizioni insite nelle alleanze sul terreno: gli Usa armano un gruppo che il loro alleato Nato bombarda.

Le proteste di Erdogan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha protestato per la decisione che potrebbe portare “guai” agli Stati Uniti e ha chiesto a Washington di rivederla. Ma il Pentagono ha confermato che dopo la conquista di Tabqa comincerà la fase finale dell’assalto a Raqqa. Ankara considera lo Ypg il braccio siriano del Pkk, un’organizzazione terroristica.  In una nota l’Ypg, afferma che la decisione degli Usa equivale ad una smentita delle “distorsioni” della Turchia, secondo la quale le milizie curde sono “terroriste” perché legate al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) turco.

Intesa Usa-Russia

Ma per Washington i curdi sono l’unica forza “in grado di prendere Raqqa in un futuro prossimo” e non vogliono rimettere in discussione la decisione strategica. La Russia sembra appoggiare per il momento questa scelta che si inquadra nella divisione della Siria in sfere di influenza.

Taglia sul capo di Al-Qaeda

La visita del ministro degli Esteri Sergei Lavrov alla Casa Bianca sembra aver cementato l’intesa. Un convergenza con Mosca nella lotta ai gruppi islamisti, priorità della Russia e del regime di Damasco. Gli Usa hanno messo un taglia di dieci milioni di dollari sul più pericoloso capo ribelle, Mohammed al-Joulani, che guida il gruppo jihadista Hayat al-Tahrir al-Sham, legato ad Al-Qaeda.

Il nuovo gruppo jihadista, ideologicamente di matrice salafita, denominato “Hayyat Tahrir al-Sham(HTS) (Movimento di Liberazione del Levante) è stato formato in Siria il 28 gennaio 2017. Come emerso dalla dichiarazione ufficiale pubblicata (vedi immagine sotto) Tahrir al-Sham, ancorato su posizioni qaediste, nasce dalla fusione tra Jabhat Fateh al-Sham (ex Jabhat al-Nusra), Jabhat Ansar al-Din, Jaysh al-Sunnah, Liwa al-Haqq, Harakat Nour al-Din al-Zenki; in seguito sono confluite nella nuova formazione anche alcune milizie e individui interni al gruppo Ahrar al-Sham.

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1247.- IL PUNTO SULLA SIRIA E SULLE FAZIONI IN LOTTA. II

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Le Forze Speciali turche sono arrivate da due giorni a Nord di Aleppo per rafforzare il loro schieramento, in quella che potrebbe essere una nuova missione repressiva contro le forze curde.

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Vecchi carri M-60 turchi, obsoleti rispetto ai T-90 dell’esercito siriano.

I rinforzi della Türk Kara Kuvvetleri – molto ben accolti accolti dai residenti arabi locali – sono stati schierati per sostenere la Missione della Turchia “Schiaffo dell’Eufrate” – una coalizione di fazioni affiliate di FSA -; per espellere i combattenti curdi da Tal Rifaat e da altre città vicine che hanno conquistato recentemente nei combattimenti tra i due partiti contendenti .

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si è impegnato a scacciare i curdi da tutti i villaggi che avevano occupato in precedenza, accusandoli di pulizia etnica contro gli abitanti arabi indigeni.

Oggi, le forze curde hanno arrestato e fatto indietreggiare la contro-offensiva dell’ISIS sulla città di Raqqa.

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Qui, cinque membri dell’ISIS presi prigionieri dai Kurdi

Sostenuto da diversi alleati paramilitari, l’Armata Arabo Siriana, SAA ha compiuto imponenti progressi nel deserto siriano, lungo i confini con l’Irak in direzione di Deir Ezzor, tornando nella provincia ricca di petrolio, per la prima volta dopo anni, da quando la Badiah siriana cadde nelle mani dei terroristi dello Stato islamico.

Lungo la direttrice di attacco, le forze armate siriane hanno catturato Ard Al-Washash, la diga di Al-Waer, la regione Al-Waer Canyon e gran parte del deserto nella zona della stazione di pompaggio di T2. Gli ultimi progressi trovavano le forze governative a meno di 25 km dalla Base T2, nella campagna sud-orientale di Deir Ezzor e circa 100 km dalla fortezza di Albukamal dell’ISIS, che molti considerano la nuova capitale del terrorismo, dopo l’assedio (e la caduta fatale) di Raqqa e delle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti.

La SAA si trova, ora, a 120 km dalla città assediata di Deir Ezzor, dal suo lato meridionale, a 135 km dall’asse di Palmyra e a 115 km dall’asse Raqqa in quello che sembra essere una gara fra le varie formazioni SAA a chi raggiungerà la Città disperata nel più breve tempo possibile, mentre ISIS martella con un’offensiva i suoi difensori, che resistono  nella speranza di sopraffarle prima che le truppe alleate sollevino l’assedio. Se l’esercito siriano raggiungerà Deir Ezzor, la presenza dello Stato islamico in Siria sarà messa in pericolo. Il gruppo terrorista lo sa e raccoglierà la maggior parte delle sue forze per questa battaglia apocalittica, che cambierà definitivamente la dinamica della guerra siriana, sperando di portare questa guerra tortuosa alla sua attesa fine.

Combattimenti sono, oggi, in corso nella zona orientale della città di Deir Ezzor, mentre le truppe del governo siriano hanno reagito bene  contro un contrassalto massiccio lanciato dallo Stato islamico. Qui, sostenuto da combattenti locali, l’esercito siriano ha sconfitto i militanti dell’ISIS costringendoli a abbandonare l’area di al-Berka, situata a ovest della base aerea della città; Un bastione fondamentale per l’esercito siriano nella città affascinata.

Gli scontri, feroci, sono scoppiati prima che le forze governative riuscissero a riprendere l’area. L’ISIS ha abbandonato enormi quantità di armi e munizioni e sono stati uccisi decine di jihadisti.

Altrove, nel deserto siriano, le truppe dell’esercito – sostenute dalle forze alleate e dagli aerei russi – continuano la loro avanzata verso al-Sukhnah, altra forte roccaforte ISIS sulla strada di Deir Ezzor.

UN AGGIORNAMENTO DELLA MAPPA DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

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Questa mappa, tratta da una live e interattiva, fa il punto sulla guerra civile siriana e sulla guerra irachena. A differenza di altri siti web non utilizziamo fonti online e pubbliche. Siamo in contatto con molte persone che vivono in Siria e in Iraq. Queste persone forniscono informazioni sulle circostanze attuali nelle zone di conflitto.

  • Più di 350.000 persone sono già morte nella guerra cosiddetta civile in Siria, che civile non è, in quasi cinque anni. Più di 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case a causa delle battaglie tra le varie fazioni. Uno dei motivi per cui il conflitto in Siria è così complicato è dovuto all’enorme varietà di gruppi etnici e religiosi che lì vivono. Le rivalità e le tensioni tra questi gruppi svolgono un ruolo importante nella guerra. Le proteste suscitate in Siria, che fanno parte della grande ondata di “protesta araba”, sono state trasformate in un conflitto armato contro il governo dopo che i manifestanti hanno chiesto la rimozione del presidente Bashar al-Assad. Il conflitto armato si è, poi, trasformato in una guerra proxy tra i vari paesi che si battono per il potere nel Medio Oriente. Attualmente, lo scontro è in atto fra: il governo siriano con i suoi alleati (inclusi la Russia, l’Hezbollah e l’Iran), da una parte e i gruppi “ribelli” arabi sunniti, i gruppi ribelli jihadisti, le forze democratiche siriane (SDF), dall’altra, guidate dalla fazione kurda e dallo Stato islamico d’Iraq e Siria.
  • Le forze democratiche siriane: generalmente abbreviate come SDF o QSD, sono un’alleanza di milizie kurde, arabe, turkomanne, assire e armene che combattono principalmente contro ISIS, Al-Nusra Front e altri gruppi jihadisti nella guerra civile siriana. L’obiettivo assegnato al gruppo SDF dalla politica USA e israeliana è di stabilizzare e proteggere la regione federale “Rojava – Siria settentrionale”.
  • Forze anti-governative: centinaia di gruppi che combattono il governo di Bashar al-Assad. I gruppi principali sono i moderati gruppi FSA e jihadisti come Al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham) e Ahrar al-Sham.
  • Forze del governo: forze che combattono per il governo di Bashar al-Assad. Queste forze comprendono l’armata regolare araba siriana, le forze della difesa nazionale e le milizie sciite, sostenute dall’Iran come l’Hezbollah.
  • Stato islamico dell’Iraq e della Siria: lo “Stato islamico dell’Iraq e della Siria” è un gruppo jihadista che controlla enormi fasce di terra nell’Iraq occidentale e nella Repubblica araba siriana. Si considerano come il “Califfato islamico”.

L’esercito arabo siriano (SAA) non interromperà le proprie operazioni nella campagna occidentale del Governatorato di Al-Raqqa, nonostante gli attacchi recenti compiuti dalle forze aeree degli Stati Uniti, alla loro forza aerea, nei pressi della città chiave di Resafa.

“L’aggressione americana non fermerà la nostra missione e noi (l’esercito siriano) continueremo a combattere i terroristi finché saranno in Siria”, ha detto un ufficiale militare al-Masdar il giovedì sera.

Dall’attacco degli Stati Uniti all’Aeronautica Siriana, le tensioni sono rimaste alte nella campagna occidentale di Al-Raqqa, in quanto l’esercito arabo siriano e le forze democratiche siriane (SDF) si sono scontrate in più di un’occasione. Mentre i problemi tra il governo Assad e le forze kurde verranno probabilmente dissipati nei prossimi giorni, la continua interferenza della coalizione statunitense ha costretto i militari russi a intervenire pesantemente in questa parte del paese, per evitare che, attraverso le operazioni dell’esercito, gli USA proseguano la loro intromissione nel futuro della Siria.

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Oggi, sei missili da crociera Kalibr sono stati lanciati contro le posizioni dello Stato islamico in Siria: due da ciascuna delle fregate russe, Ammiraglio Essen e Ammiraglio Grigorovich e due dal sottomarino Krasnodar, tutte unità operanti nel Mar Mediterraneo orientale.

 

I missili hanno colpito la roccaforte di Avisbat, dell’ISIS nella periferia orientale di Hama.

Secondo il ministero della Difesa russo, i missili hanno distrutto centri di comando e controllo, nonché depositi di munizioni del gruppo terroristico, uccidendo e ferendo numerosi jihadisti.

 

Immediatamente dopo l’attacco missilistico, i bombardieri  strategici, scortati dai caccia russi, hanno battuto la stessa zona per distruggere gli altri bersagli.

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A conclusione della giornata, le truppe del governo siriano, sostenute da unità russe, hanno lanciato un’offensiva a tutto campo contro lo Stato islamico nella regione orientale di Hama, cercando di proteggere la città di al-Salamiyah e i villaggi vicini.

 

 

1246.- MACRON: “LA FRANCIA BOMBARDERA’ LA SIRIA”. E LO STRANO GIOCO DELLA UE

Di punto in bianco, Emmanuel Macron  ha voluto far sapere, in una grandiosa intervista congiunta a Le Figaro, Le Temps, Le Soir, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, Corriere della Sera, El Pais et Gazeta Wyborcza, che la Francia, “se avverrà che armi chimiche saranno utilizzate sul terreno”, non esiterà a bombardare la Siria anche da sola, allo scopo di “distruggere i magazzini di armi chimiche”. Anche da  sola. Intende che la Francia  sarà perfettamente allineata agli Stati Uniti”. Ovviamente. E’ in preparazione una false flag?

Ci risiamo. Come Hollande, Macron va alla guerra in Siria?  Per preparare l’opinione pubblica, ha attivato già la dovuta propaganda. La  televisione  La Chaine Parlamentaire (LCP),  rete  in mano al potere statale, ha  diffuso un servizio dal titolo significativo: “Siria, la rivoluzione confiscata”: dove i terroristi mercenari pagati dai sauditi sono dipinti come i combattenti per la libertà, secondo la vieta finzione che non dovrebbe ingannare più nessuno. Dove si parla dei “forni crematori per  nascondere i massacri del regime” (Assad commette  l’Olocausto, bisogna per forza intervenire) e si  proclama: “Assad e Daesh, due barbarie  che si completano!”.

Per qualche motivo, i media  invece  danno importanza ad  una frase di Macron, “la  destituzione del presidente siriano Bashar Al Assad non è più condizione preliminare a tutto”,  senza coglierne il significato ambiguo. “Assad non è nemico nostro, è nemico del suo popolo”.

Che  truppe francesi siano presenti in Siria, ad operare di nascosto contro Assad (dunque per Daesh), l’ha ammesso la sua ministra francese della Difesa, Sylvie Goulard, in tv:

 

Decisamente, l’America non accetta di aver perso. In Siria non era riuscita ad impedire alle truppe siriane di raggiungere il confine con l’Irak. Non può rassegnarsi, anche perché glielo chiede Sion: “bisogna forzare  le forze pro-governative siriane dalla città strategica di Al Tanf  ed impedir loro di prendere il controllo  della strada veloce che unisce Damasco, Baghdad e Teheran. Perché ciò significherebbe che l’Iran può  convogliare direttamente armamento alle forze siriane” (e a Hezbollah).

E’ a questo scopo che il Pentagono ha piazzato ad Al Tanf, dove ha piazzato una base di “ribelli” e suoi commandos, e che le forze siriane  stavano riconquistando,  il suo formidabile lanciarazzi mobile HIMARS. “E’ un messaggio chiaro a Mosca e Damasco”; dice Alekxey  Klebnikov, esperto del Medio Oriente al Consiglio russo degli affari internazionali: “gli Usa non lasceranno il controllo delle frontiere siriane con l’Irak e la Giordania alle forze iraniane e pro-governative”. L’HIMARS è un’arma  estremamente temibile”può devastare ettari di terreno, e non solo annientare gli effettivi dell’avversario, ma spargere mine anticarro e anti-uomo. E’ un’arma di genocidio efficace ed economica”.  Che la Russia può neutralizzare sì, ma solo distruggendo l’automezzo  che  porta i razzi quando sta per tirare. Intercettare queste volate di razzi non-guidati con missili dei sistemi antimissile sarebbe insensato,  perché costano molto più dei razzi che neutralizzerebbero. Quindi, si tratterebbe di impegnare gli americani in uno scontro diretto.

 

E’ per questo che Mosca con tanta costanza e moderazione sta cercando un accordo con gli Usa,  coordina dosi con le loro forze,   puntando sulla pretesa (finzione) ufficiale secondo cui Washington è lì per combattere i terroristi a Raqqa. Bene,  combattiamoli insieme, dice Mosca..

Macché. Dall’altra parte si è abbattuto un aereo siriano. Poi alle proteste dei russi, si è risposto con la minaccia diretta, in volo, da parte di un caccia Usa, del ministro della difesa Shoigu: gravissima provocazione in stile gangsteristico, che mostra una concezione dei rapporti internazionali di paleolitico.   Ciò che ha obbligato Mosca ad interrompere il coordinamento con le forze statunitensi. L’America è tornata ad essere   quello che era ai tempi di Obama, un paese che non tiene fede ai negoziati.  Una politica “distruttiva”; come ha detto Lavrov.

C’è  molto di più in questa ostinazione  e rilancio americano. C’è il dispetto perché le forze armate di un piccolo paese “che non produce niente”  (Obama) hanno  tenuto in scacco la superpotenza,  c’è l’invidia perché i suoi comandi sono più intelligenti ed abili . C’è la rabbia dei guerrieri da salotto: a  quanto si dice, a volere l’escalation e l’ampliamento del conflitto fino ad attaccare l’Iran direttamente, sono non precisati “alti elementi della Casa Bianca” mentre il ministro della difesa, il generale Mad Dog Mattis, frena e invita alla prudenza.

L’America  non riconosce, non vuol  riconoscere alla Russia un ruolo internazionale. Semplicemente perché  il suo Pil è il 12% di quello americano, deve semplicemente sottomettersi. Non è alla pari. Coi prezzi del petrolio tenuti artificialmente bassi, le forze finanziarie Usa  pensano che la Russia si stia dissanguando per mantenere le sue ambizioni militari.  Le nuove e più gravi sanzioni,le  continue provocazioni e sempre maggiori atti di ostilità in Europa, alle frontiere russe, mirano poi a far sentire Mosca “con le spalle al muro” e spingerla ad una reazione militare disperata, che  darà a Washington   la scusa per usare la sua strapotenza militare senza più limiti, e  nello stesso tempo rigettare la colpa morale sull’avversario: un gioco che agli Usa è sempre riuscito, contro la Germania e il Giappone.   Un gioco estremamente pericoloso: soprattutto per noi europei,  che saremmo le vittime di questo confronto con una Russia messa con le spalle al muro.

Pace con la Russia? Per la UE, “scenario da incubo”.

Invece, ecco l’Europa: Macron che provoca e si dice pronto alla guerra.  La UE aggrava le sanzioni. La NATO, le provocazioni armate. Lo European Council on Foreign Relations (quello della Bonino finanziato da Soros) ha emanato un rapporto  dove descrive un miglioramento de rapporti europei con la Russia come “scenari da incubo”.

Leggetelo, qui in calce, se potete, è agghiacciante.

The great unravelling: four doomsday scenarios for Europe’s Russia policy

http://www.ecfr.eu/publications/summary/the_great_unravelling_four_doomsday_scenarios_7301

Gli “scenari da incubo” da scongiurare per questi europeisti alla Soros sono  che: “1) L’Europa decida  di applicare all’Ucraina l’accordo di Minsk secondo l’interpretazione russa”, 2)  Che l’Europa ceda allo”Ucraine fatigue” ed accetti un altro conflitto congelato ai suoi confini; 3  che gli Usa [con Trump] si disimpegnino  dall’Ucraina e smetta le sanzioni contro la Russia, gettando nel disordine la politica europea contro la Russia, e 4), un “accordo fra grandi potenze” fra Trump e Putin che consenta alla Russia di riattrarre l’Ucraina nella  sua sfera d’influenza  e frantumi l’unità europea”.

Da qui si capisce bene che l’”unità europea” è oggi fondata sulla piaga aperta Ucraina, e che una soluzione e un miglioramento con Mosca sono visti come un incubo.

L’Ucraina dunque è il centro della crisi, necessaria per tenerci uniti. Ecco perché Mogherini e Merkel, quando parlano a Putin, lo incolpano di violare gli accordi di Minsk laddove è Kiev che palesemente li viola,continuando a bombardare le due province separatiste. Una posizione sempre meno sostenibile, se non in vista di una guerra.

Infatti  – non a caso –  negli ultimi  giorni   sono avvenuti specifici cambiamenti nella politica di Kiev. Mosca invita  il  regime di Kiev a  “integrare” il Donbass,  riconoscendone l’autonomia e lasciando che vi avvengano libere elezioni?  Insomma riconoscere al Donbass uno statuto giuridico?

Detto fatto: è in preparazione un documento della Rada  (il parlamento) che Poroshenko mostrerà a Trump nel prossimo incontro.

Il territorio del Donbass avrà uno statuto giuridico? Sì, certo: Non più una zona in mano a “terroristi” come l’Ucraina diceva fino ad ora, bensì un “territorio occupato”.  L’Ucraina non combatte  più contro suoi concittadini definiti terroristi, ma contro la Russia,  l’occupante esterno. Si metterà fine alle “operazioni anti-terroristi”, oggi sferrate dalle milizie di estrema destra (da Washington è venuto il suggerimento di farle sparire, sono imbarazzanti) sostituite con la legge marziale sulla zona frontaliera al conflitto. Indire elezioni locali? Volentieri, quando l’armata di occupazione si ritirerà.  Insomma Poroshenko sta cercando di montare la finta trasformazione del conflitto non più interno all’Ucraina, ma internazionale tra Russia e Ucraina. Un trucco  per non attuare gli accordi di Minsk, che non può aver successo se non con l’appoggio della UE e di Washington. Effettivamente il segretario di stato  Tillerson ha ricordato anche pochi giorni fa, dopo l’abbattimento del  caccia siriano,  che le sanzioni non saranno levate finchè la Russia  non restituirà la Crimea e non   adempirà agli accordi di Minsk: accordi di cui  Mosca non è parte in causa, bensì  garante alla  pari di Germania e Francia —  bisogna continuare a ripeterlo, perché anche la Mogherini continua a non riconoscere alla Russia questo ruolo, e la tratta come colpevole. Una serie di umiliazioni e di provocazioni deliberate, per sventare lo “scenario da incubo” di una pacificazione con la Russia? La preparazione di un casus belli sull’Ucraina? Fanno di tutto per mettere la Russia spalle al muro.

Di fronte a queste minacce occidentali, il  ministro della Difesa Shoigu ha dovuto ricordare, il  21 giugno, quel che riportiamo qui:

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THE GREAT UNRAVELLING: FOUR DOOMSDAY SCENARIOS FOR EUROPE’S RUSSIA POLICY

SUMMARY

  • Despite all odds, Europe has managed to remain united and firm on its policy towards Russia since its invasion of Ukraine in 2014. But what are the forces that could undermine this policy and what would be the consequences of such an unravelling? This paper presents four doomsday scenarios for how Europe’s policy towards Russia could collapse.
  • The scenarios outlined in this paper are: (1) the EU decides to enforce the Russian interpretation of the Minsk agreements on Ukraine; (2) the EU succumbs to Ukraine fatigue and accepts the status quo, including another frozen conflict in the neighbourhood; (3) the US disengages from Ukraine and ends sanctions on Russia, throwing European policy into disarray; and (4) a “grand power bargain” between Trump and Putin shatters EU unity and allows Russia to bring Ukraine into its sphere of influence.
  • To prevent any of these doomsday scenarios from unfolding, the EU must stay the course by maintaining a strong and united Russia policy. It can do this by automating the sanctions renewal process and stepping in where the US is stepping out in Ukraine.

INTRODUCTION

In the three years since the invasion of Ukraine, something rather remarkable has happened: Europe has maintained unity on its policy towards Russia. The question of what to do about Russia has a long history of dividing the European Union – sometimes bitterly so. But today there is a broad consensus on the challenge that Russia poses, along with an acceptance – though grudging in certain quarters – of the measures that Europe should take to contain it. This consensus has survived the refugee crisis, the Brexit vote, the election of Donald Trump, and a host of other elections and political upsets, as well as the differing views on sanctions among Europeans, and Russia’s best efforts to split Europe. It has also defied the pundits’ predictions that European unity would collapse. In the end, Europe’s unity has proven stronger and more resilient than many believed it could be.

Despite this unity, what are the forces pulling the EU apart on Russia and Ukraine? And what would the consequences be if Europe’s policy towards Russia and Ukraine unravelled? The purpose of this essay is to consider these questions. But it does so not by describing the past or the present but rather by considering possible futures. These scenarios show different ways in which European policy towards Russia and Ukraine could come crashing down. Their purpose is to highlight the political dynamics and forces that could undermine the current policy as well as to demonstrate the strengths and weaknesses of Europe’s stance. They also show the consequences of Europe not staying the course.

The four scenarios of collapse are:

  1. an ‘enforced Minsk’, in which Europe forces Kyiv to accept the Minsk agreements on Russian terms;
  2. a normalisation of the status quo in which Europe loses interest in Ukraine and accepts another frozen conflict in Europe;
  3. an abandonment of the sanctions framework on Russia and support for Ukraine; and
  4. a ‘great power bargain’ between the US and Russia on European security.

As with any scenario exercise, this is a speculative undertaking. The purpose is not to predict the future but to consider the possible worst-case scenarios in order to reveal what is at stake, where Europe’s vulnerabilities are, and, hopefully, to spark debate about the future of Europe’s policy towards Russia and Ukraine.

SCENARIO ONE: ‘ENFORCED MINSK’

German voters went to the polls on 24 September 2017. Only a few months earlier, Chancellor Angela Merkel’s chances of clinching yet another term seemed like a forgone conclusion. The prospect of Donald Trump, Marine Le Pen, and the Five Star Movement governing the planet had made many Germans uneasy and led them to opt for stability. But by election day, the mood had changed. Tired of watching the same chancellor on television for over a decade, vast numbers of Germans complained about ‘Merkel fatigue’, longed for something new, and decided to vote for fringe parties, or not vote at all. A terrorist attack carried out a week before the elections by a refugee under surveillance by the Federal Office for the Protection of the Constitution caused a crisis of confidence in the government – and again boosted anti-establishment sentiment.

As the results of the elections trickled in during the evening of 24 September − incidentally the warmest day in Germany in two centuries − television viewers slowly came to the realisation that support for Merkel’s Christian Democratic Union party (CDU) and the Christian Social Union (CSU) had collapsed. The parties lost to the Social Democratic Party (SPD) by a double-digit margin. That same evening, Merkel told a stunned nation that she was stepping down after 12 years as chancellor. The next day, SPD leader Martin Schulz declared that there had been an agreement to form a coalition government comprised of the Social Democrats, Die Linke, and the Greens.

The shift in Germany’s policy towards Russia was not immediate, but it took only a week. Key staff in the Chancellery were replaced by newcomers who lacked understanding of the tactical obstacles faced in the Normandy Format negotiations or the Trilateral Contact Group in Minsk. After a hasty policy review, the new Chancellery staff adopted a ‘Neuanfang mit Russland’ policy – a ‘new beginning with Russia’ policy. They concluded that Russia had been treated unfairly and that Kyiv was primarily to blame for non-implementation of the Minsk agreements. Anonymous sources in the Chancellery vehemently denied that the review had anything to do with the detrimental effects of the sanctions on the German economy. The new foreign minister and Die Linke party leader, Sahra Wagenknecht, publicly came out in favour of this ‘new beginning’.

Berlin’s first step consisted of pressurising Kyiv into accepting Russia’s demands for local elections in the People’s Republics of Donetsk (DNR) and Lugansk (LNR) and for the adoption, by Kyiv, of a law conferring special status on the territories without any sustained ceasefire or troop withdrawals. This new approach to Minsk was opposed by the Baltic states, the Scandinavians, the United Kingdom, and several eastern European states. But they were unable to mount a meaningful coalition to counter Berlin’s might, in particular, because the Trump administration had come out – for once – in support of Berlin. The still fresh-faced French president, Emmanuel Macron, was instinctively firm on Russia, especially after its meddling in his country’s presidential election. But he shied away from picking a fight with Berlin over Russia and Ukraine since his priority was to build a working relationship with Berlin to push through his economic agenda.

Member states that had long been interested in lifting sanctions – Italy, Hungary, and Austria – were delighted with the new winds blowing down from Berlin and lined up to support the new approach. They were quick to portray Ukraine as a lost cause and a failed state. While they were tactful enough to avoid calling openly for the immediate lifting of sanctions, they pushed the line that Europe needed to be tougher on Ukraine and impose more conditions to ensure that Kyiv implemented its obligations under Minsk.

The European Council meeting in December 2017 was something of a turning point. In a late-night session, Chancellor Martin Schulz cornered a clutch of north European leaders huddling in a corridor and strong-armed them into supporting his new beginning with Russia and, in particular, his plan to revise the sanctions policy against Russia. The new policy held that sanctions on Russia would only be renewed if Kyiv adopted the Donbas special status law and allowed Russia to hold local elections in the DNR and LNR.

The EU’s new approach was met with heavy resistance in Kyiv and caused an outcry within Ukrainian civil society. But the Ukrainian government had little choice but to accept this new reality. Even at the Eastern Partnership Summit in November, Schulz had already linked the continuation of visa liberalisation and the Deep and Comprehensive Free Trade Area Agreement (DCFTA) with implementation of Minsk. The Ukrainian president, Petro Poroshenko, feared that confronting Europe might put three years’ worth of reform in jeopardy and was mindful that Ukraine could barely survive without European support.

Twister: a Minsk Edition, caricature

Poroshenko agreed to the EU’s demands in order to avoid criticism from his European colleagues, yet he secretly hoped that the Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) would, in the end, not recognise the elections as legitimate. But ODIHR – already under heavy pressure from various autocrats in central Asia and ‘sovereign democracies’ in Europe – caved in to Wagenknecht’s demand that the organisation accept the ‘new reality’ and devised a statement on the elections that amounted to rubber-stamping them as free and fair.

The local elections in the Donbas were nothing less than a farce. As voters headed to the polls, machine gun fire could be heard in the distance. Ukrainian political parties were barred from running and Ukrainian media were banned from visiting the Donbas to cover the elections. Instead, local ‘separatist’ media ran the show, reporting a misleading blend of fact and fiction. Special detachments of officers sent by the Russian Armed Forces’ Main Intelligence Directorate sought to intimidate and even eliminate candidates who did not support the Russian occupation.

A war-like situation of daily shelling and fire-fights on the separatist ‘borders’, and the presence of landmines, made campaigning all but impossible and deterred internally displaced persons living on the Kyiv-controlled side from making the treacherous journey to polling stations. The few ODIHR election observers symbolically deployed to the DNR and LNR were escorted by separatist militias and only taken to designated polling stations. The outcome was a given and the elections were merely a spectacle to legitimise the separatists.

Understanding that the separatist regimes were nowhere to stay, nearly half the population of DNR and LNR packed up their belongings and crossed into the Kyiv-controlled parts of the Donbas. Those who remained were mostly pensioners who were too old to leave, or war veterans who would be arrested if they ever crossed the line.

Days after the elections, the new authorities demanded additional funds from Kyiv to finance the people’s republics. In particular, they demanded social payments, arguing that the Minsk agreements required this. Berlin and other European capitals seemed to confirm this interpretation of Minsk, enraging the Ukrainians. Budgetary sessions of the Ukrainian Rada ended in fist-fights because lawmakers did not want to be associated with amendments to funnel more money into the Russian proxy states.

The elections were proclaimed a great success in Moscow. Seeing that it had come closer to its goal of bringing Ukraine into its orbit, the Kremlin ordered the DNR and LNR forces to increase their military pressure on Ukraine. Russian intelligence personnel based in the DNR and LNR used their newly won immunity to liaise with pro-Russian activists across Ukraine. In Odessa, Kharkiv, Dnipro and other cities, members of subversive hooligan clubs (titushki) began exerting pressure on local reformists, investigative journalists, and politicians. Corrupt local security services did little to stop their expansion and collusion with organised crime.[1] These helped to create pro-Russian front organisations in preparation for a wider insurgency and to portray Ukraine as a failing state in Europe. In an increasingly destabilised Ukraine, the prospects for economic growth diminished, and investors began to leave the country.

But the tipping point came when the separatists tried to claim their seats in the Rada. Under the pretext of ‘reintegrating’ the Donbas, as ultimately foreseen in the Minsk agreements, separatist politicians took part in the 2019 elections. The Donbas candidates were mostly Russian-backed separatists who had fought in the war there. Most of the candidates were easily elected, which meant the end of normal political life in Kyiv. Ukrainian civil society organised massive demonstrations against the members of parliament who were seen as Russian Trojan horses. It did not take long before the demonstrations turned violent.

The outbreak of violence was the signal for the titushki clubs across Ukraine to stage major anti-government protests. These orchestrated protests managed to attract Ukrainians who felt deep frustration with the government in Kyiv and anger at the economic downturn, the corruption, and the war in the east. In several cities, protests and counter-protests ended in rioting and clashes with the police. The human toll was significantly higher than the 2014 revolution. The Kremlin watched closely to see whether the ongoing revolts presented an opportunity for them to stage a takeover in Kyiv.

Separatist forces, many of which were composed of regular Russian soldiers, were transformed into “people’s militia units”, as the footnote in the second Minsk agreement called them. They continued to receive material support from Russia but could now do so legally as part of the cross-border cooperation framework, which Moscow claimed was all in line with Minsk. This was facilitated by Russia’s control of the border, which it had refused to relinquish to Ukraine, claiming that it would only do so once Ukraine had fully lived up to its Minsk-related obligations.

As the anti-government protests grew, these units were sent across the line of contact to provide protection for the demonstrators. Separatist putsches were launched in Odessa and Dnipro, but ultimately failed. One of the, however, did succeed, in Kharkiv. Under such circumstances, policymaking in Kyiv ground to a complete halt. Poroshenko declared a nationwide state of emergency and began ruling by decree. A new government was formed with prime minister Arsen Avakov at the helm. Having already built up his own ‘deep state’ during his stint as minister of interior, he became Ukraine’s new patriotic strongman. He relied on the Ukrainian Intelligence Service to rule the country, using the intel it gathered for political purposes.

The international outcry over Russia’s actions began all over again, but Europe was divided on how to react this time. Several member states, pointing to the “new beginning with Russia” policy, refused to go along with any further measures against Russia. Instead, the best that the European Council could come up with was to issue carefully worded conclusions calling on all sides to show restraint and seek a peaceful solution. The US reaction was equally balanced and equivocal. The willingness to play along with the Minsk plan and steer Ukraine into a quagmire had not only delegitimised Poroshenko, it had destroyed the Ukrainian people’s trust in the entire post-Maidan political class and the EU. Those who could, from the young innovative generation, left Ukraine for Europe.

The decision to force the Minsk agreements upon Kyiv made central and eastern European countries in the EU weary of western European leadership. The distrust within Europe and subsequent conflicts brought EU policymaking to a standstill, impeding reform of the EU and the eurozone. The formation of issue-specific coalitions or permanent structured cooperation, as outlined in the treaties, was blocked by northern and eastern European member states due to their distrust of the old members. The credibility of EU’s Common Foreign and Security Policy was dealt a serious blow, especially its ability to deliver stability and reform in the eastern neighbourhood. The inability of Brussels to find any consolidated policy vis-à-vis Russia led some member states to consider forging bilateral deals to ensure their own security needs were met. In the end, the political chaos in Kyiv spilled over into Brussels.

SCENARIO TWO: NORMALISING THE STATUS QUO IN UKRAINE

The Eastern Partnership Summit was held in November 2017 with little fanfare but many questions about what would come next for the region. For Ukraine, the two big deliverables − the Deep and Comprehensive Free Trade Area agreement (DCFTA) and visa liberalisation – had been delivered, but there were no new flagship projects to promote the Europeanisation of Ukraine or to incentivise further reforms. Europe, preoccupied with domestic crises and political squabbles caused by the Brexit negotiations, had, by late 2017, lost interest in Ukraine. While some member states still considered Ukraine important, they could not muster the political will in Europe to push for further deepening of relations. Germany and a few other member states had even tried to roll back European Union commitments acknowledging Ukraine’s European aspirations. 2018 was a year of muddling through.

In Ukraine, the lack of attention from Europe, and the lack of new deliverables, led first to stagnation and then backsliding on reforms. Petro Poroshenko reached out to oligarchs from the era of Viktor Yanukovych to redistribute their economic gains in exchange for political loyalty. The 2019 elections pitted Poroshenko against the oligarch Victor Pinchuk – an easy win for the latter. Brussels was not unhappy about the outcome, but this ‘victory’ had come at the cost of delegitimising and isolating alternative pro-European candidates, such as Serhiy Leshchenko. Selective investigations, politically motivated trials, and biased television coverage, were again part of Ukraine’s domestic politics. Soon ‘new Ukraine’ looked much like ‘old Ukraine’, and the traditional supporters of Kyiv in Brussels were less and less tempted to raise their voices on the country’s behalf.

By 2019, the two people’s republics in the Donbas had become de facto military dictatorships run from the Kremlin. The local economies – beyond organised crime – had effectively collapsed. Once most of the oligarch Rinat Akhmetov’s factories had been nationalised and re-located to Russia, separatist armed forces became the main employer. After pressure from Europe to make ‘progress on Minsk’ and the realisation in Kyiv that the EU had lost interest in Ukraine, the Rada passed a short constitutional amendment to give increased autonomy to the Donbas on the condition that it would only enter into force when Russia withdrew its forces and handed back control of the border. Moscow rejected this condition and maintained its control of the entities through its military and intelligence presence.

The security situation along the line of contact remained unchanged, with daily exchanges of artillery and gunfire. Russia still enjoyed a wide range of military options in the region – forcing Kyiv to divert a sizeable part of its budget and government attention to keeping up its military presence in the East. The continuous tension in the Donbas region deterred investors and businesses, creating economic imbalances within the country and increasing latent tensions within the rest of Ukraine.

Angela Merkel resigned as chancellor in the summer of 2020. Her successor, the former German minister of the interior, Thomas de Maizière, was not sympathetic to Russia but had little experience of dealing with Putin. With a special status law in place for the DNR and LNR – albeit an unimplementable one due to the Russian military presence – many observers in Europe concluded that the Minsk agreements would only ever be partially implemented. Full implementation, they argued, was unrealistic and they should accept what they could achieve. In the autumn of 2020, after another banking crisis in Italy, southern Europe was hit by a recession. Disputes over fiscal stability and labour market reforms erupted again between the northern member states and the ‘olive belt’. For Emmanuel Macron, this recession was especially bitter, as the effects of his economic reforms were about to be felt. Pro-Russian populists from the left and the right accused him of being a ‘tool of international capitalism’ when he tried to save the French financial sector. Once hawkish towards Russia, Macron found himself needing to appease the country for domestic reasons. Not wanting to undermine Macron, de Maizière became more disposed towards ‘flexibility’ on Russia and Ukraine.

After a half-hearted push by France and Germany to inject new life into the Minsk process, the EU decided that since Russia had made “some progress” towards implementing them, sanctions should be partially lifted. This, it was argued, would encourage the Kremlin to pursue further implementation. Sanctions were lifted on arms and dual-use goods, and financial restrictions on state-owned enterprises were also lifted. The lifting of these sanctions – incidentally the ones that mattered most to Russia – signalled to Moscow that Europe had given up on the eastern neighbourhood, and prioritised relations with Russia once again. To the dismay of Italian and French businesses, Russia did not fully reciprocate, only lifting its counter-sanctions towards individuals. Its restrictive measures on trade had become a permanent – and for some a lucrative – feature of Russia’s economy.

The Kremlin perceived the gradual retreat of Europe as de facto acquiescence to its interests and ambitions in the eastern neighbourhood. Europe’s actions lent credence to Moscow’s belief that, as long as it stuck to its position, Europeans would always give in to pressure – even if it took time. Europe held on in Ukraine for longer than it did in Georgia, but in the end it gave up there as well.

Soon after the partial lifting of sanctions, Moscow increased its active measures in Ukraine. Orders were sent out to connect organised crime networks, the anti-government opposition, and titushki hooligan clubs, with the Russian intelligence services operating from the Donbas. The people’s republics became sanctuaries for drug smuggling and human trafficking networks, money laundering, forgery, and cyber-crime. The spread of these activities not only destabilised Ukraine, but also gave birth to permanent tension between Brussels and Kyiv, with the former demanding that the latter block the spread of organised crime from Donbas. Corruption among some political actors, oligarchs, and domestic security services, was the second stage of destabilisation. It reinforced the dysfunctional state of Ukraine’s government, increased domestic cleavages, and furthered delays to the implementation of the DCFTA.

The stalemate in reforms hindered the diversification of trade relations and Ukraine remained dependent on the Russian market, which provided an opening for Moscow to exert influence on key oligarchs. European businesses lost interest in the Ukrainian market due to high levels of corruption and an inefficient judiciary. Ukraine suffered from extensive brain-drain, under-investment, unemployment, and economic stagnation.

While Russia did not have the resources to replace the investment of departing European businesses, the status quo meant that Kyiv was unable to move towards the West. This kind of controlled and ambiguous instability served the Kremlin well because it neither had to directly manage Ukraine, nor to expose itself to Western criticism for subduing the country. Still, it could delegitimise the EU as a stabilising force in the neighbourhood and beyond, and dissuade Europeans from trying to further engage in other countries on Russia’s periphery.

The Kremlin concluded that controlled instability was an ideal tool for controlling the neighbourhood and, by extension, containing Europe and the West. The chaos it created prevented Euro-Atlantic institutions from enlarging further and made European stabilisation of the immediate neighbourhood a costly affair that prevented the West from applying its tools elsewhere. Accepting the Donbas as a frozen conflict was the optimal result for Russia in the short term.

SCENARIO THREE: COLLAPSE OF SANCTIONS AND THE END OF SUPPORT FOR UKRAINE

While the daily revelations concerning the Trump team’s ties to Russia were something of a distraction for the US president during 2017, his government still managed to win its battle with Congress over cuts to foreign assistance budgets.[2] This was just one strand of the administration’s general goal of retreating from the business of “giving out free lunches to ungrateful allies”, as Donald Trump had tweeted. More specifically, the administration’s push reflected its intention to stop supporting Ukraine and lift sanctions against Russia. This intention had become clear in leaked transcripts of phone calls between the Trump team and Russian officials during the election campaign.

EU member states initially reacted to the US cuts by calling for the EU to “double down” on support efforts in Ukraine. Trump’s antics during his first six months in office had made him politically toxic in Europe and actually contributed to a strengthening of European unity. European politicians quickly realised that taking on Trump and pushing policies that ran counter to whatever Trump said or did had immediate and broad appeal among voters. Even in Italy, calls for supporting Ukraine could be heard. At one point, anti-Trumpism became a real unifying force in European politics.

But this unity dividend proved to be short-lived. With the United States having lost interest in Ukraine, the balance of power within the EU shifted to the southern members who were largely dubious about EU engagement in Ukraine. Italy, Austria, Greece, and Hungary seized the opportunity presented by Washington’s slashing of aid to push for the EU to do the same. There was some resistance from Germany, which, together with Sweden and a few eastern European states, increased humanitarian assistance to Ukraine. The United Kingdom increased its bilateral support for Ukraine too, but only discreetly, so as not to appear too out of sync with the United States. But Poland and several others were reluctant about following Berlin since they did not want to take sides in the growing transatlantic rift. Other states – particularly France, which was still focusing on domestic reforms – remained ominously silent.

When European and Ukrainian leaders met in Kyiv at the EU-Ukraine summit in July 2017, there was not enough political will or consensus among Europeans for any sort of “doubling down”. Transatlantic coordination had been essential for upholding the strategic Western response towards Russian action in Ukraine. It was also the glue that kept Europeans together and firm in their backing for Ukraine. A lack of commitment from Trump towards NATO’s Article 5 – the bloc’s mutual defence clause – had also made many Europeans nervous about being over-exposed in Ukraine and too hawkish on Russia. The family photo from the summit showed a handful of sulky European leaders struggling to put on a brave face; leading European newspapers spilled much ink speculating about the meaning of limp handshakes at the summit.

Because the EU was split on how to progress in Ukraine, European leaders were only able to agree on a strategic review of the current support effort. In early 2018, assistance programmes for Ukraine were put on hold until the review was concluded and a new policy approach agreed. Increases in bilateral assistance from Germany, Poland, the UK, the Scandinavian countries, and the Baltic countries were too small to fill the gap created by this freeze. Support for Ukraine was also attacked in the domestic debate in several European states as populist parties turned the issue into a cause célèbre. In mid-2018, Federica Mogherini, the EU’s high representative for foreign affairs, tried to reconcile the different positions of member states, but this effort was ultimately in vain. When European heads of government eventually discussed the issue, they failed to agree on a common policy – hence the freeze in assistance became permanent.

The end of assistance to Ukraine reignited an intra-European discussion on the Minsk process and the Normandy Format. Leaders of Italy, Greece, and Austria, became louder in demanding that local elections in the Donbas should be held regardless of the security situation if Kyiv wanted to continue receiving European support. Merkel and a few other leaders pushed back on this, favouring the ‘security first’ approach. But as Washington became vocal in supporting Italy – largely in order to gain leverage over Germany on trade – the European consensus fell apart again. The demand for elections without preconditions on security infuriated Kyiv and Ukrainian society. Minsk was considered by a majority of Ukrainians to be a betrayal of the Ukrainian soldiers fighting on the frontline since it legitimised the presence of Russia’s proxy separatists. But now, having to hold elections without a ceasefire was seen as a double betrayal. With domestic pressure increasing on Poroshenko to stand up to Europe and protect Ukraine’s interests, the room for manoeuvre on both sides shrank.

The real shock, however, came just days after the November 2018 mid-term elections in the United States when the Republican party won a landslide victory. Minutes before midnight on 15 November, an emboldened and unimpeachable President Trump signed an executive order cancelling all sanctions on Russia with immediate effect. Despite efforts by both houses to tie the administration down on Russia, binding legislation on sanctions was vetoed by the president. After the signing ceremony, Trump tweeted: “Sanctions on Russia are FINALLY over. Huge success! Time to work with Russia on fighting terrorism”.

European leaders, having learned of the news via Twitter, began calling each other to figure out a common position. The German chancellor, Angela Merkel, gained some support from colleagues in northern Europe that this was yet another example of why Europe needed to stand firm and united given that the US could no longer be trusted. It was an opportunity to show that the EU’s sanctions policy was independent of that of the US. But southern Europe pushed back, arguing that it was pointless for the EU to continue its sanctions regime without US sanctions in place. Having had good trading links with Russia in the past, and struggling with economic crises, they asked: why should Europe pay the price of sanctions while US companies could reap all the benefits of doing business in Russia? In the end, the divide within the EU grew too wide and no common position could be agreed upon. The sanctions lapsed.

At the 20th EU-Ukraine summit in December 2018 the split in vision and policies was clear for all to see. The breakdown of the sanctions policy and the end of assistance to Ukraine had sapped the EU’s credibility and any leverage it had in Ukraine. The summit ended early as the entrenched positions on both sides could not be reconciled. Leading European newspapers speculated about the meaning of missing handshakes.

While leaving the summit, some heads of government from northern Europe pledged to continue – and indeed increase – their sanctions on Russia. But pundits were quick to point out that this only highlighted the divisions in Europe and the collapse of consensus. The leaders of Poland, Estonia, Latvia, Lithuania, and the UK also promised Poroshenko that Ukraine would receive support in the form of military trainers and advisers, along with lethal weapons.

But, despite these scattered efforts to compensate for the breakdown of policy, the end of EU sanctions against Russia dealt a devastating blow to Ukraine. The perception in Ukraine was that first the US and now the EU had given up on the country and left it to deal with Russia alone. An isolated but pugilistic Poroshenko declared the Normandy Format and Minsk process dead.

As the presidential election in Ukraine approached and the main challenger, Yulia Tymoshenko, gained in the polls, Poroshenko’s language turned increasingly anti-EU and nationalistic. This message found deep resonance among the Ukrainians, many of whom felt betrayed by the EU after the sacrifices made in Maidan square and in the Donbas. Historians would later use biblical terms to describe the significance of ending the sanctions to Ukraine’s European aspirations.

Large parts of the Ukrainian political elite quickly resorted to ‘old habits’ and abandoned the harsh transparency and anti-corruption rules put in place thanks to international pressure. The 2019 parliamentary election resulted in an even more fragmented Rada, with populist parties gaining major shares of the vote. In the years that followed, Ukraine entered a period of domestic political turbulence, changing governments more than twice a year.

Meanwhile, in Moscow, the narrative that its policy on Ukraine had been a great success was accepted as gospel truth. Kremlin insiders believed that they had singlehandedly managed to push the West out of the neighbourhood while at the same time rupturing the transatlantic alliance and dividing the EU. As Ukraine dived deeper into crisis, Moscow stepped up its activity in the Donbas and used political unrest to instigate further uprisings around the country. The Kremlin employed its full range of destabilising and subversive measures: propaganda and disinformation, corruption, cyber-attacks, false-flag attacks by ‘Ukrainian nationalists’, sponsorship of illegal armed groups, and support for organised crime.

The aim of these actions was not only to destabilise Ukraine but to discredit it as a ‘failed state’ and deter Brussels from ever restarting support programmes in Ukraine. Pro-Russian parties in Europe, notably France’s Front National and Germany’s Alternative für Deutschland (AfD), embraced this narrative and even demanded sanctions on Ukraine, citing “democratic backsliding” due to the uncertain circumstances. On top of its subversive activities, Moscow tried to increase Kyiv’s economic isolation by initiating a naval blockade on the remaining Ukrainian Black Sea ports to curtail attempts by Kyiv to tap export markets beyond the EU. While Moscow ultimately aimed to bring Ukraine into its sphere of influence, it could accept – as second best – a weak and dysfunctional Ukraine that had no prospects of moving further towards the West.

In Ukraine, a paralysed Rada could neither deliver on reforms nor on stable support for the government. Time and again the Ukrainian army proved to be the only stable, functioning institution in the country, setting the scene for it to become a ‘state within the state’. After Ukraine lost international support, some civil society actors turned towards the army with their demands for reform. Despite the progress made on reforms, the Ukraine that eventually emerged resembled a Kemalist republic, where the armed forces are the true guardian of the political order, rather than a European-style democracy.

Beyond Ukraine, Moscow was still set on renegotiating the post-cold war security order on Russian terms and extending its influence into other regions, especially since the end of sanctions had provided a boost to the economy. But the costs for Russia of instigating new conflicts in its immediate neighbourhood were perceived to be too high in Moscow. Russia was therefore tempted to try other fronts. It found fertile ground in the western Balkans, where dissatisfaction with the EU, local corruption, political mismanagement, and the refugee crisis had again stirred up nationalist tension and sparked calls for revising the territorial status quo once more.[3] Russia’s close contact with Serb nationalists and ultra-conservative Orthodox forces in Bosnia and Herzegovina, Croatia, Montenegro, Macedonia, and Kosovo, meant that it had natural allies on the ground. Domestically, the unravelling of the political order in the Balkans was seen in Moscow as vengeance for the ‘decade of humiliation’ it faced in the 1990s. Having used Ukraine as a ‘test case’, Russia employed its methods of subversion to generate more ‘controlled instability’ in a region much closer to home for EU member states.

SCENARIO FOUR: THE ‘GREAT POWER’ BARGAIN

In the margins of the 72nd session of the United Nations General Assembly in New York in September 2017, the Russian president, Vladimir Putin, and his American counterpart, Donald Trump, met tête-a-tête in the gilded halls of Trump Tower to discuss bilateral relations. To Trump, US-Russia antagonism had always been a bothersome obstacle to the overarching goal of uniting white Christian powers to fight radical Islam. As the tone of the conversation became more amicable, Putin pulled out a fully prepared document entitled: ‘Treaty of Strategic Cooperation between the United States and the Russian Federation’. The two-page document spelled out, in short sentences, how the US and Russia should divide the Middle East and Europe into different “areas of special responsibility” and “cooperate” under the umbrella of the war against terror. The eastern neighbourhood fell squarely within the Russian sphere. Happy to finally strike a deal with Russia, and with the enthusiastic cheering of his aide, Steve Bannon, Trump immediately signed the treaty. Upon touching down back in Washington, DC, he signed a series of executive orders to withdraw all US military personnel from the region, end sanctions on Russia, and cancel all US-funded programmes relating to Ukraine and Georgia.

For the Kremlin, the Trump-Putin Pact was a key strategic victory. Replacing the current European security order with one based on delineated spheres of influence was far more important to Moscow than actual territorial acquisitions in the immediate neighbourhood.[4] For years, Moscow had tried to package this goal with different wrapping paper: from the new treaty on European Security, to formalised EU-Eurasian Economic Union (EEU) relations, to making the Organization for Security Co-operation in Europe the centre-piece of European security. But no one in the West had ever taken the bait – until now.

When word of the treaty leaked, the reaction from the Washington establishment was as loud as it was predictable and ineffectual. Efforts by Senators John McCain and Joe Lieberman to set up a bipartisan caucus to veto the deal failed as most Republicans feared they would be punished by Trump’s support base in the 2018 midterm elections if they struck out against him. Some left-wing Democrats supported Trump on Russia in return for a more protectionist foreign trade policy and restrictions on political lobbying in Washington.

In Europe, the political mainstream was in shock. Trump’s deliberate failure to mention NATO’s mutual defence clause at the NATO summit in May had already rattled Europeans and their assumptions about the European security order.[5]  Now, Trump’s willingness to cut a deal over the heads of Europeans caused reverberations around the continent. The newly re-elected German chancellor, Angela Merkel and the French president, Emmanuel Macron, held a joint press conference telling the world that the West, as we had known it, was no more and that Europe had to fend for itself. Opinion leaders wrote op-eds declaring the end of the post-war order, and think-tankers wrote think-pieces either arguing that we now needed to rethink a new model for European security or claiming that a new Molotov-Ribbentrop Pact had been signed.

The immediate effect was one of more unity in Europe. The argument that the US could not be trusted and that Europe was now on its own resonated throughout a shell-shocked Europe. The foreign ministers of Germany and France put forward a joint non-paper setting out, as they called it, “a roadmap for the establishment of a robust defence mechanism and architecture structure”. This concept was quickly endorsed by other EU foreign ministers – even by the sceptics who did not want EU defence integration to compete with NATO or wanted to protect their defence industries. There were also pledges to increase support for Ukraine to offset the consequences of it being thrown under the bus by Washington. The need to stick together in the face of US abandonment of the neighbourhood was seen as paramount – at least for a couple of months.

By the end of 2017, unity was starting to fray. The Trump-Putin Pact had divided Europe into spheres of influence but had also undercut the basic assumptions of NATO as an alliance. Several allies calculated that, since collective defence was no longer reliable, they had to gain bilateral security assurances. Poland and the Baltic states entered into secret negotiations with the US to secure bilateral defence guarantees. Hungary and Austria also started secret negotiations, but with Moscow on non-aggression pacts. Other EU member states followed what would later become known as the ‘DC track’ or the ‘Moscow track’. Merkel and Macron recognised the historic challenge that Europe was facing and did what they could to hold Europeans together. But, despite the outrage over the Trump-Putin Pact, no European leader was willing to leave his or her country without reliable security guarantees or, indeed, risk the security of his or her own country for that of Ukraine or Georgia.

In Kyiv, Poroshenko tried in vain to mobilise his few remaining international supporters, while at the same time declaring a state of emergency and ordering partial mobilisation of troops. The Kremlin acted as fast as it could to implement the Trump-Putin Pact and, in particular, to pre-empt the possibility of the Trump administration reneging on its commitments. Moscow had learned how to deal with Trump’s unpredictability and sought to actively manage it. Senior Kremlin adviser Vladislav Surkov was dispatched to Kyiv with a sealed letter from Putin to Poroshenko. The basic demands were as follows:

  • To formally renege on the Association Agreement with the EU and renounce Ukraine’s aspiration to become a member of NATO and the EU;
  • To join the EEU and the Collective Security Treaty Organisation (CSTO);
  • To agree to security and intelligence service cooperation with Russia, as well as the deployment of Russian troops in Ukraine;
  • To formally recognise Crimea as Russian territory and accept an amnesty for the personnel engaged in the Donbas conflict.

Putin believed that these goals were within reach, as the Kremlin considered Ukraine’s western orientation to be a problem at the level of elites, rather than the people. Once the current ruling elites were replaced by other elites, Ukrainians would go along with Moscow’s demands, remembering their fraternal ties with Russia. But this was yet another grave miscalculation by Moscow in Ukraine. As the Maidan revolution had shown, the situation was rather the opposite. Revolutionary feelings were primarily directed against the ruling class in Ukraine who were leaning towards Russia, and only tilted against Moscow when its support for the corrupt old elites became all too obvious. And while large parts of the Ukrainian population had grown weary of their president and government over the last few years, the Kremlin misread the anti-government sentiment as pro-Russian support.

In the meeting with Surkov, Poroshenko read the letter and immediately rejected the demands, stating that Ukraine was never part of any negotiations on a ‘grand bargain’ and that no foreign power had the right to decide Ukraine’s future. Despite threats of ‘grave consequences’, Surkov left the presidential administration empty-handed and flew back to Moscow to brief Putin. After a short meeting, Putin ordered staff to initiate Operation Ukrainian Fall, a plan to depose Poroshenko in what would appear to be a palace coup and install the pro-Russian politician Viktor Medvedchuk as president.

Putin also ordered the mobilisation of the western and southern military districts. This build-up gained little international attention as the world’s media was more focused on the unfolding coup attempt in Kyiv. The increased military infrastructure on the border to Ukraine since 2014 also helped to conceal the Russian build-up.

Trump had not understood that the US-Russia pact gave Putin the right to intervene militarily in Ukraine, but any discussions on the exact meaning of the pact became purely academic when Putin ordered a full-scale invasion of Ukraine on 1 January 2018. The first phase of the attack began with one amphibious group landing on the shores of Odessa from the Black Sea, one operative manoeuvre group moving from Rostov-on-Don towards Dnipro, and another from Voronezh to Kharkiv. Making a pre-emptive strike, and taking advantage of the chaos in Kyiv, the Russian air force overwhelmed and neutralised the Ukrainian air force in the first 24 hours of the conflict. To cut the capital off from Western support, Russian paratroopers landed west of Kyiv.

After an emergency European Council meeting, its president, Donald Tusk, told a packed hall of journalists that the leaders of the EU had met following news of Russia’s renewed aggression in Ukraine. He said that the EU condemned Russia’s actions and called for Moscow to pull back its forces. The EU would consider further measures as the situation evolved. Asked by a Politico correspondent whether the EU was taking any punitive steps against Russia, Tusk said that because of new bilateral security arrangements member states had been pursuing, there was, at that time, no agreement on measures against Russia.

In the middle of the press conference, iPhones started buzzing with news that Russia had called a high-readiness manoeuvre of its nuclear forces, deploying land-based intercontinental ballistic missiles into firing positions, and sending strategic bombers to patrol the coasts of Germany and France. Merkel and Macron called Trump to convince him of the danger and the need to push back against this nuclear posturing, but their efforts were in vain. On its own, Europe would not risk a nuclear confrontation with Russia over Ukraine.

The initial military operation in Ukraine went smoothly for the Kremlin. But after the first week, it became bogged down. Ukrainian armed forces managed to destroy all bridges across the Dnieper river, halting the Russian advance. Some Ukrainian units deployed to the Anti-Terrorist Operation zone in Donetsk, and units in Luhansk managed to delay the advance of Russian forces towards the Dnieper river, setting up pockets of Ukrainian resistance on the eastern bank. Former Ukrainian volunteer formations and dispersed Ukrainian army personnel set up resistance units attacking land-bound supply lines used by the Russian armed forces. With the cooperation of the local population, Ukrainian forces also effectively isolated the Russian paratroopers in the west of the country.

Surprisingly heavy losses during the first months of the conflict caused Russia to change its modus operandi. Instead of aiming for a quick victory, the Russian armed forces shifted to their long game, resting on the superior firepower of their artillery and air force to slowly break through any resistance. Despite Ukrainian attempts to subdue them, Russian forces gradually moved westwards towards Kyiv.

The number of internally displaced persons was in the millions, with the majority trying to reach Poland and Slovakia. Much of western Ukraine held out against Russian forces because its mountainous terrain posed a challenge for Russian military hardware, and because the Kremlin expected even stiffer resistance there. Instead of facing Russian military advances, Ukraine’s already-poor western provinces had to deal with the stream of refugees coming from the east. Western humanitarian assistance could only prevent the worst of this humanitarian catastrophe.

European civil society engaged in humanitarian aid efforts for refugees in western Ukraine and in Europe. This led to negative reactions from Moscow, as even engaging in Ukraine for humanitarian reasons was perceived by Moscow as illegal meddling in its sphere of influence. Some of the refugees turned back to join the Ukrainian resistance after they had brought their families to shelter in the West. They were accompanied by European volunteer troops, particularly from Poland, the Baltic states, and Scandinavian countries.

To dissuade Europe from any further engagement in Ukraine, Russia stepped up military provocations on NATO’s eastern flank. While the Kremlin could not afford another war in addition to its Ukrainian adventure, it did engage in ‘fly-bys’, airspace incursions, and simulated nuclear attacks to “bring Europeans to reason”. But as Russian society began to mobilise, hearing constant news reports about the number of dead soldiers coming back from Ukraine, anti-war protests sprang up in Russia. When war veterans and security personnel began to join the protests, the Kremlin stepped up its provocative actions against the Baltic countries and Poland, claiming that it was the one being attacked and that Russia was, in fact, at war with NATO.

Eastern European states felt directly threatened by Russian provocations and began to react to them. Finland and Sweden decided it was time to hold referendums on joining NATO. The most salient argument from the ‘No’ camp was that joining was now pointless since NATO had become obsolete. But the move towards membership caused Russia to further escalate its attempts to intimidate them. In light of the US retreat from its role as guarantor of European security, Poland openly considered leaving the Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) and developing indigenous nuclear capability to guarantee its own security. Finally, the EU agreed to co-finance French nuclear weapons and signed a nuclear-sharing agreement with France. Moscow took this step as a pretext to exit the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty – signed at the end of the cold war to ban all long-range nuclear missiles – and forward-deploy nuclear weapons to Belarus, Crimea, and Kaliningrad. While the situation after the annexation of Crimea might have been a ‘cold war-lite’, Europe found itself back to the future: in a new and dangerous cold war proper.

CONCLUSION

This essay presents a series of pessimistic doomsday scenarios. Europe’s unity is more resilient and its capacity to navigate treacherous waters is greater than that which is set out here. But some of the events described are unfolding in the real world right now. The evaporation of US interest and influence in Ukraine since Donald Trump took office (and the lack of US pressure on Kyiv to move ahead with reforms) has led to a partial roll-back of reform legislation, an increase in police abuse, and selective investigations against critical politicians in Ukraine. Trump’s stated intention to strike a deal with Russia, suggestions that the US would drop sanctions, and his ambiguity over US security guarantees for Europe have, so far, pushed Europeans closer together and made them more committed to looking after their own security. But this unity could crumble should the US actually take steps towards making a grand bargain with Russia or disengaging from NATO.

European leaders have little choice but to try to compensate for the absence of US leadership on Ukraine. This task rests primarily with Germany. It seems increasingly likely that Berlin will need to carry the stick that the Obama administration wielded in Ukraine. And while much of the attention in Berlin has been on the implementation of the Minsk agreements, the nitty-gritty detail of reform implementation and reform assistance is the actual battleground that matters. This is where Berlin needs to assert itself in a much more prominent, visible, and intrusive way. Emmanuel Macron may turn out to be a strong ally in this.

While the EU’s priority should be to press for further reforms, the Minsk process is important as a way to manage and contain the conflict and to give Ukraine the time it needs for reforms. The problem with the Minsk agreements is that, if they are implemented the wrong way, they would make Ukraine a dysfunctional state, destroy its democracy, and send Ukraine back several steps on its already shaky path towards modernisation. Europe has to steer clear of easy fixes and shortcuts on Minsk.

Moscow recognises the potentially debilitating power of the Minsk agreements for Ukraine, which is why Moscow continues to push Kyiv to implement its obligations while doing nothing to live up to its own obligations. Ultimately, Moscow has no intention of implementing Minsk. Rather, it sees Minsk as a useful tool for pressuring Kyiv to legitimise the separatists and formally bring them into Ukraine’s body politic. But the tremendous challenges surrounding Minsk implementation – and the low likelihood of it ever actually being implemented – is not a reason to give up on Minsk. It is, however, a reason to push Russia even harder to implement its own side of the bargain in a manner that does not undermine Ukraine.

The sanctions regime is one of the primary sources of pressure that the EU has on Russia. But this pressure is not so much about the negative impact on the Russian economy as it is about the symbolic value of Europe not accepting Russia’s actions in Ukraine as legitimate. The sanctions represent Europe’s commitment to protecting Ukraine’s territorial integrity and to resolving the conflict in the Donbas. Lifting the sanctions without Minsk having been implemented would send the signal that Europe has given up on Ukraine – which is exactly what Moscow is aiming for.

Criticism that the sanctions are not working because Russia is still fighting the war in the East misses the point. If anything, the answer to this criticism is that sanctions should be increased rather than lifted. While the political conditions for increasing sanctions are probably not in place, the EU should consider extending its renewal period from every six months to once a year or automating the renewal process. This would make the political conditionality of lifting sanctions once Minsk is fully implemented more credible and remove biannual opportunities for Moscow to split the EU. It would also allow for a healthier and more strategic discussion within the EU about what to do with Russia. The constant focus on sanctions means that there is little space for broader discussion about Europe’s strategy towards Russia. A firmer commitment to the conditionality around sanctions would also make it easier for more hawkish member states to discuss forms of selective engagement with Russia.

But the EU will face bigger issues if Washington decides to lift its sanctions. This will force the EU to consider whether the policy makes sense and can be effective without the US. It could lead to the EU’s unity on sanctions collapsing and, consequently, its overall policy towards Russia collapsing, as set out in scenario three.

Europe needs to resist the Russian narrative of Ukraine being a failed state. Although segments of Kyiv’s political class are still corrupt, the country has progressed against the odds. Without sustained European support, Ukraine’s struggle will be even more difficult and the negative fallout of this struggle will be bigger. Emboldened by its success in Ukraine, Russia will understand what is possible in other parts of the world. Given this situation, it is the West, ironically, that is the most liable to turn Ukraine into a failed state.

All scenarios outlined in this paper are based on extrapolations of mistakes the West makes. But it does not have to end this way. Europe could stay the course and remain vigilant on Russia and Ukraine. There is no reason to believe the transformation of Ukraine and other eastern neighbourhood states cannot succeed in the long run. But it will be a bumpy ride.


[1]  There are already indications that this is happening. See: “Dnipro crackdown shows resurgence of police brutality”, Kyiv Post, 12 May 2017, available here.

[2]  In April 2017, the US government cut development aid by 68 percent. See: Bryant Harris, Robbie Gramer, and Emily Tamkin, “The End of Foreign Aid As We Know It”, Foreign Policy, 24 April 2017, available here .

[3]  For a picture of current sentiment towards Russia in the western Balkans see:
Francisco de Borja Lasheras, Vessela Tcherneva, and Fredrik Wesslau, “Return to Instability, How Migration and Great power Politics Threaten The Western Balkans”, European Council on Foreign Relations,  21 March 2016, available here.

[4]  For more on Russia’s longstanding desire to re-shape the international order, see: Steven Pifer, “The growing Russian military threat in Europe, Assessing and addressing the challenge: The case of Ukraine”, Brookings Institution, 17 May 2017, available here; Kadri Liik, “What does Russia want”, the European Council on Foreign Relations, 26 May 2017, available here.

[5]  Susan B Glasser, “Trump National Security Team Blindsided by NATO Speech”, Politico, 5 June 2017, available here.

1243.- Suleimani: Il generale fantasma iraniano su tutti i fronti

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Maggiore Generale Qassem Suleimani, dal 1998 comandante dell’unità al-Quds dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica.

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e nel seguire lo svolgimento dei suoi piani, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

 New Pics of General Qassem Suleimani in Tikrit Frontline

Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.
È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.
Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).
Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.
Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.
«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.
Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».
Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.
Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere.

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Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.
Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.
«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.
Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.
Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.
“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

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Il generale Suleimani con i peshmerga irakeni

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.
«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.
Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.
Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.
Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

1242.- L’AGGRESSIONE STATUNITENSE NON IMPEDISCE L’AVANZATA SU DAYR AL-ZUR

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Moon of Alabama 19 giugno 2017. Nell’ultimo riassunto affermavo che la fine della guerra in Siria è ora in vista: “a meno che gli Stati Uniti non cambino e avviino un grande attacco alla Siria con le proprie forze armate, la guerra alla Siria è finita”. Ci sono pochi militari e civili nella Casa Bianca che spingono per ampliare la guerra alla Siria in guerra totale USA-Iran. La dirigenza militare retrocede, temendo per le sue forze in Iraq e altrove nella regione. Ma vi sono anche elementi nelle forze armate statunitensi e nella CIA che assumono una posizione più aggressiva per la guerra. Un aviogetto F-18 statunitense abbatteva un cacciabombardiere siriano presso Raqqa. Il Comando Centrale statunitense scherzava scioccamente affermando che si trattasse di “autodifesa” delle proprie forze d’invasione e dei fantocci curdi (Forze Democratiche Siriane – SDF) nella “zona di deconflitto” dopo che le SDF furono attaccate a Jadin. Bugie. Non c’è alcun accordo sulla “zona di deconflitto” presso Jadin, occupata dalle SDF al momento dell’attacco, in modo chiaramente illegale: “Gli Stati Uniti… non hanno alcun diritto legale di proteggere le forze partner non statali che perseguono cambi di regime ed altri obiettivi politici. Non c’è diritto all’autodifesa collettiva di agenti non statali…” Il governo siriano e testimoni sul terreno smentiscono le affermazioni statunitensi. L’Osservatorio siriano in Gran Bretagna, spesso citato come autorevole, afferma che non ci fu alcun attacco siriano alle SDF. Gli aviogetti degli Stati Uniti attaccarono i siriani per sostenere le forze islamiste: “Un aereo da guerra del regime è stato colpito cadendo nell’area di al-Rasafah… l’aereo è stato abbattuto sull’area di al-Rasafah, di cui le forze del regime hanno raggiunto i confini oggi, e fonti hanno suggerito all’Osservatorio siriano per i diritti umani che la coalizione internazionale lo prese di mira durante il volo in prossimità dello spazio aereo dei velivoli della coalizione, causando la caduta dei relitti su Rasafa, assieme al destino ignoto del pilota. Fonti confermavano che l’aereo non mirava alle aree controllate dalle forze democratiche siriane sulla linea di contatto con le aree controllate dalle forze del regime ad ovest di al-Tabaqa, sull’autostrada Raqqah-Rasafah”. Ecco una panoramica della situazione in Siria sudorientale:

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In basso a sinistra c’è l’area di Tadmur, a destra Dayr al-Zur, sopra Raqqa. Le aree scure sono occupate dallo Stato islamico. Centomila civili e una piccola guarnigione siriana a Dayr al-Zur sono assediati dallo Stato islamico. L’Esercito arabo siriano avanza a est su due direttrici per liberare la città. Una dalla zona di Tadmur lungo la strada a nord-est per Dayr al-Zur. La distanza ancora da percorrere è di circa 130 chilometri e va liberata una grande città, al-Suqanah, prima di procedere. L’altra da sud di Raqqa. Il guerriero della domenica, stilava questa ottima mappa di ciò che gli ricorda il “salto della rana” della Seconda guerra mondiale. Il deserto orientale siriano ha pochi centri abitati collegati da strade di altissimo valore per controllare enormi aree. Mostra il potenziale degli assi dell’avanzata e l’importanza di Rasafah, al centro dell’incidente dell’aereo.

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Raqqa è attualmente assediata dalle forze curde delle SDF (giallo) che occupano la sponda meridionale dell’Eufrate presso Tabaqa. L’Esercito arabo siriano avanza a sud di tali forze, verso est. L’obiettivo attuale è Rasafah, snodo tra strada 6 e strada 42. Se libera l’incrocio avanzerà a sud-est lungo la strada principale per Dayr al-Zur. Inoltre taglierà la via di ritirata delle forze islamiste che sfuggono a sud dall’attacco curdo su Raqqa. La distanza per Dayr al-Zur è circa 100 chilometri e non vi sono grandi ostacoli.

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Liberare l’incrocio è estremamente importante per alleviare l’assedio alla città orientale.Raqqa è oltre il limite superiore destro della mappa della zona di Tabqa. Le forze curde sono segnate in giallo, l’Esercito arabo siriano in rosso. L’Esercito arabo siriano avanza molto velocemente verso est per liberare il crocevia di Rasafah. Poche ore prima che l’aereo siriano fosse abbattuto, aveva liberato Jadin:

“Yusha Yuseef@MIG29_
Breaking, EA e Queat al-Nimr liberano Jadin, villaggio a nord di al-Asui, a sud di Raqqa
15:36 – 18 giugno 2017”
L’abbattimento dell’aereo siriano si ebbe alcune ore dopo: “Dr Abdulqarim Umar – abdulkarimomar1
La coalizione internazionale abbatte un aereo militare del regime siriano a Raqqa dopo aver bombardato i siti delle SDF nella zona di Tabaqa
18:18 – 18 giu 2017”
Posso confermare che abbiamo perso un aereo su Rasafah, lontano dalle posizioni delle SDF
Non ci sono ulteriori informazioni sul ruolo degli Stati Uniti
18:14 – 18 giugno 2017”

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Il Mig-29 siriano abbattuto è il fallimento siriano degli USA.

Ora gli Stati Uniti affermano che l’aereo siriano aveva attaccato le forze curde a Jadin. Ma non ce n’erano quando l’incidente avvenne. La città era già nelle mani dell’Esercito arabo siriano. L’aereo siriano aveva attaccato forze islamiste presso Rasafah. L’Esercito arabo siriano liberava Rasafah dallo Stato islamico, raggiungendo l’incrocio che gli permetterà di togliere l’assedio dello SIIL su Dayr al-Zur. Il cacciabombardiere siriano aveva bombardato le forze islamiste a Rasafah. Gli Stati Uniti l’avevano abbattuto affermando falsamente che attaccava le proprie forze di ascari curdi. Ciò può essere interpretato solo come tentativo degli Stati Uniti di impedire o ostacolare le forze siriane nel liberare Dayr al-Zur al più presto possibile.

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Il pilota del Mig-29 siriano abbattuto, il Ten. Col. Ali Fahd, si è lanciato con successo.

Gli Stati Uniti, volentieri o meno, aiutano le forze islamiste impegnate in attacchi pesanti alla guarnigione assediata di Dayr al-Zur. Il governo russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti “atto di aggressione in violazione del diritto internazionale, aiutando i terroristi” dello Stato islamico. Sospendeva il coordinamento sullo spazio aereo in Siria con il comando delle operazioni statunitensi. Inoltre: “Nelle aree operative della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei, compresi aeromobili e velivoli senza equipaggio della coalizione internazionale (statunitense) situati a ovest del fiume Eufrate, saranno inseguiti dalle forze di difesa di terra e aeree russe come bersagli aerei”, dichiarava il Ministero della Difesa russo”. Se fossi un pilota statunitense, eviterei la zona… Qualunque fosse l’intento statunitense, non fermavano l’Esercito arabo siriano. Rasafa veniva liberata dalle Forze Armate siriane. Il pilota abbattuto, Ali Fahd, veniva recuperato da dietro le linee nemiche da un gruppo della Quwat al-Nimr.

T90 siriano

Carro da battaglia T-90 siriano. Putin non guarda a spese.
Indipendente agli avvenimenti di Raqqa, la Guardia Rivoluzionaria iraniana lanciava missili balistici a media portata dall’Iran alle forze dello Stato islamico nei pressi di Dayr al-Zur in Siria. La distanza è di circa 600 chilometri. Il lancio sarebbe la rappresaglia per gli attentati del 7 giugno al parlamento di Teheran, in Iran. I missili colpivano i bersagli. Il messaggio inviato con essi va oltre la semplice rappresaglia. L’Iran dimostra di poter colpire obiettivi lontani. Stati wahhabiti del Golfo Persico e forze statunitensi nella regione dovranno prenderne atto. Non sono al sicuro dalla rappresaglia iraniana, anche in assenza di forze iraniane nelle vicinanze. L’Iran osserva di poter ripetere tali attacchi quando necessario: “Sauditi e statunitensi sono in particolare i destinatari di questo messaggio”. Secondo il Generale dell’IRGC Ramazan Sharif. “Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di aver cercato di creare insicurezza in Iran”.
Come descritto l’ultima volta, le forze statunitensi occupano il valico di confine di al-Tanaf tra Siria e Iraq, nel sud-est della Siria.

Terroristi pro USA

US “ribelli” di AL QAEDA addestrati dalla CIA e armati dall’US ARMY

I “ribelli” addestrati dagli Stati Uniti furono fermati a nord dall’avanzata dell’Esercito arabo siriano fino al confine con l’Iraq. La milizia irachena sotto il comando del Primo ministro vi si univa e al-Tanaf è ora isolata. Diversi rapporti affermavano che gli Stati Uniti inviavano forze di agenti curdi dal nordest della Siria per difendere al-Tanaf. Ovviamente non si fidano delle forze “ribelli” arabe che avevano addestrato per occupare la Siria sudorientale. Poche centinaia di forze curde non cambiano la situazione tattica. Non c’è alcuna utilità ragionevole per esse e il contingente statunitense, che alla fine dovranno ritirarsi in Giordania. Israele da tempo sostiene i “ribelli” di al-Qaida nel sud-ovest della Siria nei pressi e sulle alture del Golan. Ciò è noto almeno dal 2014 e il sostegno israeliano è stato documentato anche dagli osservatori delle Nazioni Unite nella zona. Ma in qualche modo i media statunitensi si “dimenticavano” di riferirlo e gli israeliani erano riluttanti nel commentarla. Ciò è cambiato. Adesso c’è un diluvio di relazioni sul sostegno e finanziamento israeliano dei “ribelli” sul Golan, vicino alle parti occupate da Israele in Siria. Poche menzioni tuttavia sul fatto che le forze che Israele sostiene sono terroristi di al-Qaida. Ci sono anche gruppi dello Stato islamico che si sono “scusati” con Israele dopo uno scontro con forze israeliane. È chiaro che Israele sostiene apertamente i terroristi. Qualcuno diffonde intenzionalmente questi articoli. Presumo che Israele lo faccia preparando il quadro politico per l’ulteriore occupazione di terre siriane. Articoli confrontano le manovre israeliane con l’occupazione del Libano meridionale negli anni ’80 e ’90, trascurando di raccontare tutta la storia. L’occupazione israeliana del sud del Libano portò all’avanzata di Hezbollah e alla sconfitta delle forze israeliane, che nel 2000 si ritirarono dalle terre occupate, ed Hezbollah ora è il nemico più temuto da Israele. Sembra che Israele voglia ripetere questa esperienza.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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1239.- La guerra incombente sull’Iran. Usa: raid di Israele sull’Iran? Terza guerra mondiale

La chiamano Terza Guerra Mondiale; mondiale o no, è in atto, ormai, da anni. Chi la chiama Guerra dei gasdotti, chi parla della manovra avvolgente degli USA e della NATO alle frontiere della Russia.  L’ipocrisia di chi soffia sul fuoco, che ha acceso, giunge a paventare le proprie future vittime. Così, il Pentagono, con una simulazione in caso conflitto in Medioriente: altri paesi coinvolti, a rischio centinaia di americani

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1951,4 km in 23 ore e 39 minuti, via terra

 

Dan Glazebrook spiega perché l’alleanza con la Russia di Trump possa aumentare le probabilità di una guerra contro l’Iran. La fine della diplomazia? L’ex analista della CIA, Mel Goodman, fornisce una guida sul campo all’armadietto di Trump.

Un eventuale conflitto tra Israele e Iran rischia di varcare i confini mediorientali e di diventare una vera e propria guerra mondiale. L’allarme non è fantapolitica ma la “traduzione” di un rapporto del Pentagono. Il New York Times riporta, citando fonti dell’amministrazione Usa, i timori americani per uno scontro, quello tra Gerusalemme e Teheran, che inevitabilmente coinvolgerebbe gli stessi Stati Uniti provocando la morte di centinaia di americani. Se Israele dovesse attaccare l’Iran si scatenerebbe una guerra più vasta in tutta la regione che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti e provocare la morte di centinaia di americani.

Paura al Pentagono – Le forze armate Usa hanno condotto una simulazione di un possibile raid israeliano contro gli impianti nucleari iraniani. L’operazione, Internal Look, è durata due settimane ed è servita a testare le comunicazioni militari e il coordinamento fra il quartier generale del Comando Centrale a Tampa, in Florida, e le forze  americane nel golfo Persico e in Medio Oriente. I militari hanno lavorato sull’ipotesi che gli Stati Uniti vengano trascinati nel conflitto dopo il raid israeliano. Nella simulazione, Teheran ritiene infatti che gli Stati Uniti siano coinvolti e reagisce lanciando missili contro una portaerei americana nel Golfo causando 200 morti. E ciò provoca un raid americano contro gli impianti nucleari iraniani. Il NY Times riferisce che il generale James Mattis, alla testa del Comando   Centrale, ne sia rimasto molto preoccupato. Secondo le valutazioni americane, un raid israeliano non potrebbe comunque fare molto di più che rallentare di un anno il programma iraniano, mentre la partecipazione americana rallenterebbe il programma di altri due anni.

The US Needs Global Conflicts: Russia and China Are Existential Threats to Dollar Dominance

China and Russia, along with the member nations of the SCO, EEU and BRICS are preparing to break free from the dollar. For Washington this is unacceptable

 

As we reported on March 30, China and Russia are taking steps to move away from their out of control “cousin”, the US dollar — and world reserve currency.

We learned in March 2016 that Kazakistan had been in formal talks with the Shanghai Gold Exchange regarding gold as currency along the New Silk Road (One Belt One Road) spearheaded by China. Kazakistan also smelts most of Russia’s gold and mines a small amount gold annually and is a member of both the Shanghai Cooperation Organization (SCO) and Eurasia Economic Union (EEU).

Then, in October of 2016 we continued covering how China had been working directly with the IMF to get the yuan/renminbi currency added to the SDR basket of currencies for global trade. That now appears to be a cover story for what lay ahead. With the renminbi now a global currency that changes how the renminbi functions within the currency markets and in global trade negotiations.

For the better part of the past year it has seemed as if the mainstream media, with talking points from the federal government, had been 100% obsessed with “Russia did it!!” “It” could be anything as the story has morphed so many times it’s hard to keep track. The “it” is not near as important as the cheerleading by the MSM to remind the public Russia is to blame!

The Russian obsession has, for the past several months, been running along side a new “enemy” – China. China and the South China Sea has been another point of beating war drums for the mainstream media. We now have two new enemies outside of Syrian President Assad, Iran, Iraq, Libya and whoever else we feel we need to bully. The whole list of enemies continues to grow even though there are exactly zero threats to the U.S. from any of these countries.

China began working their CIPS system, global trade settlement system, in October 2016, the same time the renminbi joined the SDR basket, allowing China to conduct global trade outside the U.S. owned and operated SWIFT system. Both systems are used to settle global trade transactions and the SWIFT system has been geared to the Federal Reserve Note – U.S. dollar – while the CIPS system is geared to the Chinese renminbi.

China International Payment System (CIPS) was launched last October [2015] and is now entering into the second phase of its implementation. Phase Two will allow for a further widening of the trading band between the RMB and USD, which will in turn give the Federal Reserve additional room to raise rates.  I predicted almost two years ago that CIPS would not overthrow or compete with the USD dominated SWIFT.  I suggested that both platforms would share a base code and would work together to transform the monetary framework.  That is exactly what is happening.

China strategically stated their gold reserves for the first time in 6 years in the lead up to the SDR announcement last year. This exact strategic announcement by China was predicted here on POM. Source

Enter Russia and their global trade settlement system based in Russian rubbles. It is not quiet ready for prime time, but not to worry, they are working around the clock to put the final pieces in place. Within the past two weeks Russia announced to the world where the system is, specifically, along with what is already in place.

“There were threats that we can be disconnected from SWIFT. We have finished working on our own payment system, and if something happens, all operations in SWIFT format will work inside the country. We have created an alternative,” Nabiullina said at a meeting with President Vladimir Putin on Wednesday.

She also added that 90 percent of ATMs in Russia are ready to accept the Mir payment system, a domestic version of Visa and MasterCard.

The picture should be getting a little clearer as to why Russia and, now China, has become the absolute “enemy” and must made into a monster by the mainstream media who are utilizing the warmongers talking points coming out of the back hallways of the federal government. Odds are the people occupying the back hallways of the Federal Reserve are also providing guidance to the mainstream media in just how to keep the “Russian enemy” in front of the American people. If it’s not about the reserve currency, Federal Reserve Note, U.S. dollar, then explain this:

One of the most significant measures under consideration is the previously reported push for joint organization of trade in gold. In recent years, China and Russia have been the world’s most active buyers of the precious metal. On a visit to China last year, the deputy head of the Russian Central Bank Sergey Shvetsov said that the two countries want to facilitate more transactions in gold between the two countries.

“We discussed the question of trade in gold. BRICS countries are large economies with large reserves of gold and an impressive volume of production and consumption of this precious metal. In China, the gold trade is conducted in Shanghai, in Russia it is in Moscow. Our idea is to create a link between the two cities in order to increase trade between the two markets,” First Deputy Governor of the Russian Central Bank Sergey Shvetsov told Russia’s TASS news agency.

Let’s take a look at the next step. Now that Russia and China have systems to conduct global trade outside of the Federal Reserve Note, U.S. dollar, both nations can make decisions that benefit their countries, and benefit their business interest, without fear their currencies will be disabled like what happened to Iran in March 2012. Iran was only reconnected to the SWIFT system in February 2017. Having another nation control your currency is a can be devastating. Iran learned the hard way and both Russia and China now have the capability to keep all currencies functioning both internally and globally, outside the SWIFT, U.S. dollar system.

Just last week we learned the BRICS nations are discussing the development of a “gold marketplace”.

Future plans to facilitate transactions between Moscow and Beijing in gold would certainly explain why the two countries are leading gold producers and buyers.

Creating a BRICS “gold marketplace” would be an excellent way of bypassing the dollar while also using a “currency” that could be easily recycled for trade with other member nations.

And while trading in gold won’t happen overnight, BRICS states have already moved towards creating a “new financial architecture” that “tackles the dominance of the U.S. dollar in global finance”:

The initiatives taken by the member nations of BRICs (Brazil, Russia, India, China, and South Africa) to set up a new financial architecture at its eighth summit held in October 2016 in India have recently been under the spotlight. In order to avoid the International Monetary Fund (IMF) type of loan conditionalities and tackle the dominance of the United States (US) dollar in global finance, the new institutions set up by the BRICs are expected to provide a much needed change in the global financial architecture. These institutions include the New Development Bank (NDB), the BRICS-led Contingency Reserve Fund (CRF), and the Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). 

The Federal Reserve Note, U.S. dollar, has enjoyed a good long run as the world reserve currency. The Federal Reserve, their member banks and the U.S. federal government have stolen from nations around the world, 185 in total. The Federal Reserve, through the world reserve currency status, has been able to push inflation out of the U.S. economy and onto other nations. China and Russia, along with the member nations of the SCO, EEU and BRICS are in the final stages of moving completely away from the Federal Reserve Note, which is quickly becoming useless on the global stage.

China is already using a gold currency. $14.5 Million worth of gold currency was used in transactions during the 2017 Chinese Lunar New Year across the “we chat” platform. This is not a gold backed currency, this is a gold currency.

While these nations continue acquiring ton upon ton of gold the U.S. continues to acquire billions upon billions in debt. Which scenario is more sustainable? As these nations continue to build out their trading systems, to circumvent the world reserve currency, how will the U.S. contend with this new reality? The U.S. government is currently acting like the drunken cousin described above.

Why would BRICS nations, who are responsible for a significant portion of global GDP, continue to accept how the U.S. has treated them? The belligerence coming out of the White House and Pentagon, by way of NATO, has created a global divid. The U.S. is broke and can not pay back the owed debt. We can only bully other nations, steal their gold and bomb those that do not fall into line. Russia and China are large enough, wealthy enough and strong enough, militarily, to stand up to the U.S. They have been quietly going about their business – conducting business – while the U.S. has continually conducted war with anyone and everyone. The U.S. has now set its sights on these two power house nations. These nations are not Syria, Libya, Iraq or any of the other tiny nations these warmongers have bullied. This time it will be different and the golden rule still applies – he who has the gold makes the rules. China and Russia have the gold, the U.S. has debt.

Sarà difficile impedire alle persone di rischiare la propria vita sul mare mediterraneo. Finché non ci sono speranze nei paesi dove vivono, cercheranno di trovare un posto migliore. Questo è esattamente quello che le persone europee hanno fatto molto tempo fa quando sono fuggite verso l’America. La stessa cosa, per un’altra volta. Ora l’Europa deve offrire un’alternativa per loro nelle regioni da cui provengono. I paesi ricchi possono integrare migliaia di coloro che raggiungono le coste settentrionali. Ma la loro istruzione e le loro competenze non sono per lo più adeguate alle moderne società industriali. Quindi l’istruzione e la formazione di lavoro nei paesi d’origine con una prospettiva di entrata legale, per esempio, sembra essere il modo migliore per tenerli lontani da queste imbarcazioni. Sarebbe molto più umano e anche molto conveniente.