Archivi categoria: Politica estera – Israele

1806.- L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati… ma anche noi.

American Special Forces soldiers keep a lookout from a front line outpost outside the northern city of Manbij, Syria.

Già il 3 aprile, Rezan Gilo, uno dei capi della difesa del Kurdistan siriano (Rojava), aveva rivelato la presenza di truppe francesi e statunitensi a Manbij, Raqqa e in tutta la Siria settentrionale.

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE, MA NON FA I COPERCHI.

Ormai non c’è più nulla da nascondere. Anche i muri sanno che terroristi, ISIS, Al Qaeda, SDF siriane sono tutte truppe irregolari messe in campo dai neocon e dai loro alleati. Truppe irregolari, più o meno come lo era la Compagnia delle Indie con il suo esercito parallelo, che consentiva di far guerra senza dichiararla.
Quello che facciamo finta di non sapere è che la NATO, o, se vi piace, alcuni Paesi NATO, Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Turchia hanno affiancato e sostituito queste bande irregolari con le loro truppe. Tanta è la potenza delle lobbies dell’energia e dei neocon? Una potenza che si è tramutata in parte in impotenza: Prima, quando la Russia scese in campo e le portaerei del Gruppo d’Attacco dell’Us Navy in Mediterraneo e gli F-22 inforcarono in tutta fretta il Canale di Suez lasciandovi entrare il Liaoning cinese e l’Admiral Kuznetsov russo. Secondo, quando la bordata di 105 missili Tomahawk di Trump su Damasco dovette essere negoziata con Putin, per vederne, comunque, abbattuti 71 e 2(due) catturati dai sistemi di difesa russi in mano siriana.
Gli israeliani, americani, francesi e quanti hanno in mente di essere partecipi delle decisioni in campo energetico sul territorio siriano sono stati “pizzicati” più volte con le mani nel sacco. Aggiungo i turchi, ma come mi diceva uno spagnolo, Erdogan fa la parte del gorilla, ma la sua mente sono gli USA. Vero fino a un certo punto perché la strategia di Erdogan può anche accettare di passare per il gorilla, ma sa bene dove vuole arrivare: sotto gli americani, con i russi e contro i curdi. Meno bene va per gli italiani che difendono Ankara con le loro batterie di missili, riforniscono i bombardieri che attaccano la Siria. fanno la guardia alle sabbie del Niger, ma non all’uranio e si vedono coinvolti in questa guerra imperialista senza un ritorno e un perché, come docet il caso dell’ENI a Cipro. Silenzio dall’Unione Europea e dal suo avvocato sotto spirito, presidente della Commissione europea e silenzio dei media sul ruolo aggressivo assunto dalla NATO, senza più scrupoli. L’ONU? Chi era costei? Leggiamo da Aurora:

L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati.

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Il 17 maggio un gruppo di soldati francesi diretti nella provincia di Hasaqah veniva arrestato dall’Esercito arabo siriano. La domanda ora è: in che modo l’arresto dei soldati francesi cambierà gli equilibri di potere in Siria?
Secondo il sito Mail.ru, 60 soldati francesi sarebbero stati arrestati a un checkpoint nel nord-est della Siria. Secondo Fars, il sito russo affermava che l’Esercito arabo siriano aveva catturato questo gruppo di soldati francesi, tra cui dei cecchini. “C’erano 60 cecchini francesi a bordo di un convoglio di 20 veicoli Toyota Cruiser 200 che attraversava il confine siriano dall’Iraq”. Il convoglio era diretto verso la provincia di Hasaqah. Si ritiene che l’incidente risalga al 1° maggio, e secondo il sito, “il convoglio si era diretto erroneamente verso un checkpoint dell’Esercito arabo siriano”. “Le forze siriane effettuarono un controllo dei veicoli scoprendo una grande quantità di armi collocate in scatole, oltre a dispositivi di localizzazione termica e a fucili”. Il comandante del gruppo, un francese, interrogato confessava di essere stato incaricato di recarsi ad Hasaqah coi suoi soldati per “sostenere le SDF (le forze democratiche siriane) nella guerra allo SIIL”. Secondo il sito, era la prima volta che l’Esercito arabo siriano trovava un gruppo di soldati francesi incaricati dalla NATO d’intervenire illegalmente sul suolo siriano. Informazioni concomitanti avevano precedentemente segnalato la presenza di forze francesi a Dayr al-Zur, dove scontri violenti si erano verificati tra le forze dell’Esercito arabo siriano e loro alleati da un lato e le SDF sostenute dagli Stati Uniti dall’altro. Muhamad Abu Adil, presidente del Consiglio militare di Manbij aveva precedentemente negato qualsiasi presenza francese, ma non aveva escluso un possibile dispiegamento della Francia nella città.
Aqram al-Shali del Centro siriano per la gestione delle crisi e la prevenzione delle guerre, dichiarava all’agenzia Sputnik che l’Esercito arabo siriano aveva già arrestato molti agenti dei servizi segreti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi arabi e Israele, senza contare i 300 soldati francesi recentemente arrestati. Secondo al-Shali, Damasco era sotto forte pressione per il rilascio dei militari stranieri detenuti, ma il governo siriano non cederà perché l’arresto di soldati stranieri gli darà un duplice vantaggio: gli occidentali non possono completare le loro missioni in Siria (l’ultimo attacco missilistico non causava danni significativi); in secondo luogo, è un vantaggio aggiuntivo nei negoziati con le forze straniere. Lo specialista siriano ritiene che la soluzione pacifica della crisi siriana sia inestricabilmente legata alla situazione sul campo di battaglia. “Al momento, gli aggressori continuano a cedere e a ritirarsi senza poter assaltare le postazioni dell’Esercito arabo siriano. Ecco perché il governo siriano avrà l’ultima parola e potrà imporsi ai negoziati”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

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1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni

1800.- “Venti di Cambiamento”

ALLIANCE FOR PEACE AND FREEDOM

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Partecipazione affollata sabato, a Milano, di ben dieci Nazioni europee al Congresso annuale di Alleanza per la Pace e la Libertà, intitolato “Venti di Cambiamento”. Alliance for Peace and Freedom, A.P.F. è un’associazione di nazionalisti, europeisti sinceri, che non ignorano il destino dei loro Stati e di tutti gli europei, cui li sta portando l’Unione europea dei mercanti: un mercato aperto, senza più confini, né diritti per i lavoratori e senza più i valori della civiltà cristiana, ridotto in servitù dai mercanti del denaro e dalle lobbies americane, con milioni di poveri, sempre più poveri, fino all’estinzione biologica dei popoli di Grecia e Roma che hanno fatto la civiltà e di Spagna e Portogallo, che l’hanno portata nel mondo. Ma le conquiste dei lavoratori europei e i valori della rivoluzione cristiana non sono dipendenti dal denaro. Questi novelli farisei sono i padri delle guerre mondiali e, negli ultimi venti anni, ci hanno sprofondato nel caos, nella violenza e nel terrorismo; ma quello vero deve ancora venire. L’Europa, concepita a Ventotene come un progetto in cui i popoli non devono sapere quello che era il disegno delle oligarchie, illuministe e profondamente anti umane, fino alle ideologie come il gender, quell’Europa deve rinascere libera, dall’Atlantico agli Urali e oltre. Il presidente Roberto Fiore ha chiuso il congresso con un ampia rivisitazione della storia europea: dallo smantellamento del colonialismo e dell’Impero Britannico, voluta fortemente dagli Stati Uniti, al termine del massacro della Seconda Guerra Mondiale, ma strumentale allo sfruttamento del continente africano da parte delle loro lobbies, fino all’attuale tentativo di distruzione della civiltà europea: la civiltà che pone al primo posto la difesa della vita e che è di ostacolo al servaggio dell’umanità. Ha concluso definendo la guerra siriana miracolosa per il cambiamento nella politica estera e l’ultima guerra per la libertà, sottolineando i segnali di pericolo che emergono dal cedimento della dittatura finanziaria e la coesione emersa fra i pensieri dei conferenzieri di questo congresso: di Gran Bretagna, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia. Associazione Europa Libera ha partecipato e vi riporta l’analisi superba della situazione geopolitica di Nick Griffin.
*Speakers / relatori:
Nick Griffin – Great Britain
Ivan Bilokapić – Europa Terra Nostra – Croatia
Tudor Ionescu – Noua Dreaptă – Romania
Tomáš Vandas – Dělnická strana sociální spravedlnosti (DSSS) – Czech Republic
Gonzalo Martin Garcia – Democracia Nacional – Spain
Milan Mazurek – Ľudová strana Naše Slovensko (ĽSNS) – Slovakia
Roberto Fiore – Forza Nuova – Italy

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BNP leader Nick Griffin holds a press conference in the Ace of Diamonds pub, Manchester

Nick Griffin è un politico britannico, noto per essere stato presidente del British National Party, il Partito Nazionale Britannico, con il quale è stato eletto membro del Parlamento europeo nel Giugno 2009, quale rappresentate dell’Inghilterra Nord-Occidentale. La militanza di Griffin negli ambienti dell’estrema destra inglese comincia molto presto, poiché già a 15 anni frequenta abitualmente le riunioni del Fronte Nazionale Britannico.
Qualche anno più tardi, mentre frequenta l’Università di Cambridge, Griffin fonda il “Young National Front Students” (“Fronte Nazionale Studentesco”). Continua poi la sua carriera politica sempre nelle file del Fronte Nazionale. Il suo impegno politico non conosce soste. Viene eletto presidente del BNP nel 1999.
Durante gli anni ottanta matura l’amicizia con Roberto Fiore, dalla quale nascerà il partito “Terza Posizione Internazionale” e attualmente collabora con l’Alleanza per la Pace e la Libertà (Alliance for Peace and Freedom), di cui è vicepresidente.

Winds of Change – Nick Griffin

Questa conferenza è intitolata: Venti di Cambiamento. L’espressione non è nuova. Fu utilizzata dal primo ministro britannico Harold McMillan a Cape Town nel 1960. Il suo commento “Il vento del Cambiamento sta attraversando questo continente” fu l’innesco per il governo conservatore di impegnarsi per il rapido smantellamento dell’Impero britannico.

Questo era, in parte, un progetto anti-coloniale socialista, ma McMillan fu anche pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, spinsero le potenze europee ad abbandonare i loro impegni – in modo che gli Stati Uniti potessero trasferirsi in quegli spazi politici ed economici.

Il continente a cui si riferiva McMillan era naturalmente l’Africa, ma oggi possiamo sentire un altro vento di cambiamento che soffia attraverso un altro continente: l’Europa, il nostro continente. E, ancora una volta, è un vento che sta spazzando via un dominio coloniale: il dominio coloniale americano.

Se fossi stato qui solo due o tre anni fa e avessi detto che la dominazione americana dell’Europa sarebbe stata spazzata via come sabbia in una tempesta di polvere, avreste pensato che fossi matto. Dopotutto, tutti i segnali erano che i coloni stavano vincendo.

Quando il muro è crollato nel 1989, il regime di Washington ha prontamente rotto la sua promessa di mantenere il confine orientale della NATO in Germania. Ma la NATO e la dominazione americana hanno invece marciato verso Est.

Solo l’anno scorso gli americani hanno installato basi missilistiche proprio sul confine russo. Un numero crescente di di truppe NATO sono ora dislocate nella Polonia orientale e negli Stati baltici.

Allo stesso tempo, i regimi fantoccio nell’Europa occidentale e nell’Unione europea hanno mostrato una spiacevole disponibilità ad essere soci di minoranza nella politica davvero malvagia degli USA, cioè dell’uso di bande terroristiche jihadista per distruggere le nazioni arabe laiche, al fine di permettere ai giganti dell’energia degli Stati Uniti, a Israele e all’Arabia Saudita di prosperare sulle conseguenti rovine.

Quando, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO fu fondata, il suo primo segretario generale, Lord Ismay, descrisse la missione dell’alleanza: “tenere lontani i russi, gli americani dentro e i tedeschi sottomessi”. L’alleanza ha così, giocato lo stesso ruolo nella politica internazionale della mafia in Italia, dopo che questa fu riabilitata dalle baionette americane.

La conseguente dominazione americana sul nostro continente è durata esattamente 70 anni. Per tutto questo tempo è apparsa irresistibile, incrollabile. E, questo, è sembrato vero all’inizio di quest’anno, così come è stato lungo tutto il corso delle nostre vite.

Ma quello che sembrava essere concreto dal punto di vista geopolitico solo pochi mesi fa, si sta trasformando in sabbia spazzata dal vento davanti ai nostri occhi.

Certo, proprio il mese scorso abbiamo visto le forze americane colpire la Siria per conto di Al Qaeda, Israele, Arabia Saudita e del complesso militare industriale degli Stati Uniti. Abbiamo visto Donald Trump copiare Bush, Bill Clinton e Obama nel ruolo di poliziotto globale. Abbiamo visto i regimi fantoccio di Francia e Gran Bretagna fornire supporto militare e diplomatico. A prima vista, sembra tutto come al solito. I nostri omaggi al capo e a quello che la razzista criminale di guerra Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile”.
Ma guardate meglio. Trump ha sparato due raffiche di missili in Siria. Ma entrambi questi fuochi d’artificio, molto costosi, sono stati lanciati solo dopo aver informato i russi, con un preavviso sufficiente, a loro volta, a mettere in guardia i siriani affinché potessero mettere i sistemi militari in salvo. Sebbene le forze americane abbiano sparato 105 missili Cruise il mese scorso, l’attacco ha colpito tre obiettivi puramente simbolici. 71 missili sono stati deliberatamente lanciati a sproposito, oppure sono stati abbattuti dai siriani con l’utilizzo di di sistemi russi di difesa missilistica di ultima generazione.

Quindi, nonostante l’orrore che abbiamo provato tutti quando abbiamo visto la risposta della NATO alla false flag di Douma, la realtà è che gli USA hanno così tanta paura della Russia in Siria che o si sono tirati indietro, oppure c’è stato un vero attacco, ma che è stato bloccato in un modo che avrebbe profondamente preoccupato i pianificatori del Pentagono. Personalmente, credo che quest’ultima opzione sia più probabile, ma non fa molta differenza. Entrambe le ragioni rendono gli Stati Uniti una tigre di carta.

Aggiunto allo sviluppo dei missili ipersonici russi, che hanno reso la flotta statunitense una vecchia anatra appollaiata, il risultato del lancio missilistico del mese scorso è che l’America e i suoi alleati hanno perso il controllo militare del Mediterraneo Orientale e la credibilità militare in tutto il mondo.

Dopo quell’attacco, l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato le ultime aree dall’ISIS a Sud di Damasco, la grande area jihadista appena a Nord di Homs e hanno riconquistato metà dell’ultima zona di deserto dell’ISIS vicino al confine iracheno. Le uniche aree ancora da ripulire dal parassita jihadista sono la provincia di Idlib e il tratto vicino alle alture del Golan, dove l’ISIS e altri gruppi ribelli sono riforniti di equipaggiamento militare, assistenza sanitaria e copertura aerea da parte di Israele.

Assad e i suoi alleati hanno vinto la guerra. L’elité americana e le sue marionette hanno perso.

Ma il vento del cambiamento, che sta spazzando via il dominio imperiale americano, non sta solo soffiando attraverso il Medio Oriente. C’è anche una tempesta di cambiamento politico che si sta preparando in Europa. Non solo nell’Est e nel Centro, dove le forze di Victor Orban e Visegrad hanno già ridisegnato la politica e infranto la morsa suicida della vecchia elité liberale filoamericana.

No! Il cambiamento davvero importante ora sta avvenendo qui, in Occidente. E la velocità di questo cambiamento è sbalorditiva.

Ovviamente, da veri nazionalisti radicali, sappiamo tutto su compromessi e le debolezze della nuova coalizione che si sta formando qui in Italia. Ma ciò non cambia il fatto che il nuovo governo sarà il più filo russo in tutta l’Europa Occidentale. L’Italia, la cui politica estera è stata efficacemente dettata dalla CIA per 70 anni, è, improvvisamente, in grado di pensare e agire autonomamente.

E la tempesta infuria. Nell’ultima settimana circa, anche i più patetici cagnolini di Washington e Wall Street si sono, alla fine, ammalati per i calci che hanno preso dallo zio Sam. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata è stata accolta calorosamente dallo psicopatico delirante Netanyahu. Ma anche gli inglesi, i francesi e gli europei sono sconvolti dalla provocatoria stupidità.

Poi, è arrivata un’altra esplosione della tempesta del cambiamento, quando
Trump ha rottamato l’accordo con l’Iran. Perché non ha fatto nulla del genere. Ha, sì. ritirato l’America dall’accordo, ma l’accordo è ancora molto vivo. Persino gli alleati più vicini all’America hanno rifiutato di seguire l’esempio. Da un lato, totalmente isolata, abbiamo l’America; dall’altro, non abbiamo solo l’Iran, Russia e Cina, ma anche Gran Bretagna, Francia e Germania.

Questo livello di disobbedienza sarebbe stato del tutto impensabile solo due anni fa.

La decisione di Trump e il rifiuto europeo dello stesso hanno inferto un colpo di martello alla solidarietà transatlantica che è rimasta inalterata per 70 anni. E la crisi è appena agli inizi. Washington ha fissato una scadenza di sei mesi alle società europee che fanno affari in Iran per lasciare il paese. Dovranno o interrompere le loro operazioni o affrontare pesanti sanzioni.

Insieme al continuo impatto delle sanzioni contro la Russia, ciò significa che gli Stati Uniti sono diventati la principale minaccia per l’economia europea. L’Ue, a sua volta, sta pianificando contromisure per bloccare le sanzioni statunitensi all’Iran.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha criticato il presidente Trump per la sua decisione di ritirarsi. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha dichiarato che le potenze europee non dovrebbero essere i “vassalli” di Washington. Anche usare la parola significa rompere l’incantesimo e, finalmente, muoversi verso la libertà.

L’11 maggio il cancelliere tedesco ha discusso della situazione con il presidente Putin in una conversazione telefonica. Oggi Angela Merkel è a Sochi, pochi giorni dopo che la Germania ha iniziato a costruire il progetto del gas Nord Stream 2, nonostante gli Stati Uniti abbiano mostrato i denti. Ma tale ostilità è stata totalmente inefficace.

Le relazioni USA-Europa vengono, inoltre, violate dai piani di Washington di introdurre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Ue. Una guerra commerciale è dietro l’angolo. Per quanto tempo un fronte di sicurezza comune può sopravvivere a tali tensioni?

Forse, il cambiamento più sorprendente è in Germania, un paese che è, ovviamente, ancora occupato dalle truppe americane. La rivista arci-liberale Der Spiegel ha appena evidenziato la nuova posizione anti-americana con un editoriale intitolato “E’ tempo per l’Europa di unirsi alla Resistenza”.
L’articolo dice che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è “solo abile nella distruzione”, riferendosi alla sua fuoriuscita dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi. E’uscito proprio il giorno dopo che la Merkel ha affermato che l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti e deve prendere la situazione nelle proprie mani.

C’è persino un abisso che si apre su Israele. L’intero partito repubblicano è unito a Trump nel sostenere il diritto di Israele a massacrare i dimostranti adolescenti a Gaza, e la maggior parte dei democratici è d’accordo – anche se diventerebbero isterici s una guardia di frontiera americana picchiasse un messicano mentre tenta di attraversare il confine.

L’elité europea, al contrario, sembra sinceramente scioccata dalla brutalità israeliana. Inoltre, sono disperatamente preoccupati per l’impatto sulla crescente minoranza musulmana in Europa. E se Trump e Netanyahu hanno dato fuoco a tutto il Medio Oriente, l’eleggibilità dei liberali europei sarà cancellata da una nuova ondata di profughi.

Il potere delle lobbies e dei media sionisti è ancora immenso, ovviamente, ma andare d’accordo con gli Stati Uniti e Israele sta diventando molto costoso. Persino il Financial Times, totalmente globalità, ha osservato che la “subordinazione a Washington implicherà un prezzo, in termini di politica interna, molto serio”

Inoltre, è anche superfluo, e c’è una scelta proprio dietro un altro angolo: combattere guerre senza fine per Washington e Israele – o commerciare con la Russia e con la Cina facendo parte del super blocco economico della Nuova Via della Seta?

Per giunta,i crescenti poteri nel blocco internazionale stanno lavorando costantemente per rompere la morsa del dollaro USA come unico mezzo per commerciare il petrolio e come valuta di riserva mondiale. Questo è il meccanismo finanziario che ha permesso agli Stati Uniti di giocare al poliziotto globale distruggendo la propria base manifatturiera. La FED stampa dollari, il resto mondo li compra, così gli americani ottengono tutti i beni di consumo di cui hanno bisogno. Nel momento in cui questo si fermerà, Washington non sarà in grado di permettersi di far saltare il resto del mondo sulle spese militari e il suo impero globale collasserà.

I preparativi sono in corso. La Cina sta persino corteggiando l’Arabia Saudita. E, ora, anche l’Unione europea sta valutando la possibilità di trasferire i pagamenti in euro per i suoi acquisti di petrolio dall’Iran. Ciò consentirebbe a entrambe le parti di continuare a negoziare nonostante le sanzioni statunitensi. Ancora più importante, significherebbe la fine del petrol dollaro.

L’aver minacciato il dominio della FED, per la creazione di credito, e quello di Wall Street sul commercio globale, è stata naturalmente una delle ragioni principali per gli omicidi dia di Gheddafi che di di Saddam Hussein.

Normalmente, una tale mossa da parte dei leader dell’Europa porterebbe a drastiche contromisure da parte del Deep State americano. Il principio tra questi potrebbe essere l’innesco del grande potenziale di conflitto etnico e religioso che la CIA ha così laboriosamente impiantato nell’Europa occidentale attraverso l’immigrazione di massa e l’ondata di rifugiati.

Così come la CIA ha potuto innescare la distruzione della Yugoslavia lungo la strada verso l’Europa occidentale, così come ha scatenato i suoi addomesticati jihadisti in Libia e in Siria, potrebbe fare lo stesso contro l’Europa. Ciò punirebbe la recalcitrante élite politica europea e, al contempo, la spingerebbe nuovamente verso il Grande Fratello USA, il cui aiuto militare sarebbe necessario per risolvere il caos scaturito.

Potrebbero. Questo è chiaramente ciò che hanno programmato da molto tempo. Ma se possono farlo ora è un’altra questione.

Per prima cosa gli europei non sono privi delle capacità intellettive e ora già considerano l’America come qualcosa di diverso da un alleato divino – dimostrazione che una così cinica distruzione dell’Utopia liberale potrebbe andare davvero molto male. Lungi dall’impegnare l’Europa a gestirsi da sola, lo shock e la rabbia potrebbero completare la spaccatura.

E, poi, c’è il fattore Trump. Anche se il Presidente anticonformista è, per una volta, in scia con l’<élite di Washington su Iran e Israele, c’è ancora una guerra civile politica che infuria, all’interno e intorno alla Casa Bianca, su tutti gli altri fronti. Un regime che è così lacerato dal conflitto e dall’odio può prendere o prenderà davvero le decisioni e le azioni necessarie per demolire i suoi presunti alleati più stretti?

Forse. Ma forse no. Come per tutto il resto, in questa tempesta di cambiamenti, i venti possono cambiare a momenti e nessuno può prevedere con certezza cosa succederà dopo.

Ma ci sono tre cose che possiamo dire con un certo grado di certezza:

Uno. I venti del cambiamento continuano a soffiare.
Due. Se il Deep State americano decide di giocare sporco in Europa, allora, tutto ciò su cui noi nazionalisti abbiamo lanciato moniti avverrà, e verrà il nostro tempo.
Tre. Se Washington è troppo paralizzata per agire, l’impero del dollaro cadrà. E il nostro momento verrà.

Quindi, in un modo o nell’altro, verrà il nostro momento!

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We wish you all the best for Jean-Marie Le Pen.

1791.- Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

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Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credevano che non avrebbero affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma gli attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati”. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano”. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri”, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligenza militare”. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, aurora, 13 maggio 2018

1788.- Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane. Da Maurizio Blondet

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Questo articolo di Philip Giraldi, originariamente pubblicato il 2017-09-11, è oggi più attuale che mai.

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Philip Giraldi (nato nel 1946 è un ex specialista dell’antiterrorismo e ufficiale dell’intelligence militare della Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti e un giornalista e commentatore televisivo che è il direttore esecutivo del Consiglio per l’interesse nazionale .

Ho parlato di recente a una conferenza sul partito di guerra americano, dove in seguito un signore anziano si avvicinò a me e mi chiese: “Perché nessuno parla mai onestamente del gorilla di seicento chili nella stanza? Nessuno ha menzionato Israele in questa conferenza e sappiamo tutti che sono ebrei americani con tutto il loro denaro e potere che sostengono ogni guerra in Medio Oriente per Netanyahu? Non dovremmo iniziare a chiamarli e non lasciarli andare via con loro? ”
Era una domanda combinata con un commento che ho ascoltato molte volte e la mia risposta è sempre la stessa: qualsiasi organizzazione che aspira ad essere ascoltata in politica estera sa che toccare il filo diretto di Israele ed ebrei americani garantisce un rapido viaggio a oscurità. Gruppi ebraici e profondi donatori individuali non solo controllano i politici, ma anche i proprietari e gestiscono i media e le industrie dell’intrattenimento, il che significa che nessuno sentirà più o meno dal partito offensivo. Sono particolarmente sensibili sulla questione della cosiddetta “doppia lealtà”, in particolare perché l’espressione stessa è un po ‘fasulla poiché è abbastanza chiaro che alcuni di loro hanno solo una vera lealtà nei confronti di Israele.

Più di recente, alcuni esperti, incluso me stesso, hanno avvertitodi una guerra imminente con l’Iran. A dire il vero, la sollecitazione a colpire l’Iran viene da molte parti, per includere i generali nell’Amministrazione che pensano sempre in primo luogo in termini di risoluzione dei problemi attraverso la forza, da un governo saudita ossessionato dalla paura per l’egemonia iraniana e, ovviamente, da Israele si. Ma ciò che fa funzionare il motore di guerra è fornito da ebrei americani che si sono presi l’oneroso compito di iniziare una guerra con un paese che non minaccia in modo plausibile gli Stati Uniti. Hanno avuto molto successo nel falsificare la minaccia iraniana, al punto che quasi tutti i membri del Congresso repubblicano e più democratici, così come gran parte dei media, sembrano essere convinti che l’Iran debba essere trattato con fermezza, sicuramente usando l’esercito americano, e prima è, meglio è.

E mentre lo fanno, la questione che quasi tutti gli odiatori dell’Iran sono ebrei è in qualche modo scomparsa, come se non importasse. Ma dovrebbe essere importante. Un recente articolosul New Yorker sull’arresto dell’imminente guerra con l’Iran suggerisce stranamente che l’attuale generazione di “falchi dell’Iran” potrebbe essere una forza di moderazione per quanto riguarda le opzioni politiche date le lezioni apprese dall’Iraq. L’articolo cita come intransigenti sull’Iran David Frum, Max Boot, Bill Kristol e Bret Stephens.

Daniel Larison a The American Conservative ha una buona recensionedel pezzo di New Yorker intitolato “Sì, l’Iran Hawks vuole il conflitto con l’Iran”, che identifica i quattro falchi sopra citati per nome prima di descriverli come “… un Who’s Who di straniero costantemente pessimo pensiero politico. Se avessero avuto ragione su una delle principali questioni di politica estera negli ultimi vent’anni, sarebbero state notizie per il mondo intero. Ognuno di loro odia la questione nucleare con l’Iran con passione, e hanno discusso a favore di un’azione militare contro l’Iran, in un punto o nell’altro. Non ci sono prove che nessuno di loro si opporrebbe ad attaccare l’Iran “.

E aggiungerei altri nomi, Mark Dubowitz, Michael Ledeen e Reuel Marc Gerecht della Fondazione per la difesa delle democrazie; Daniel Pipes del Forum del Medio Oriente; John Podhoretz di Commentaryrivista; Elliot Abrams del Council on Foreign Relations; Meyrav Wurmser del Medio Oriente Media Research Institute; Kimberly Kagan dell’Istituto per lo studio della guerra; e Frederick Kagan, Danielle Pletka e David Wurmser dell’American Enterprise Institute. E puoi anche gettare nel saltatore intere organizzazioni come l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il Washington Institute for Near East Policy (WINEP) e l’Hudson Institute. E sì, sono tutti ebrei, e molti di loro si auto-descrivono come neo-conservatori. E potrei aggiungere che solo uno degli individui nominati ha mai prestato servizio in qualche ramo dell’esercito americano – David Wurmser era una volta nella riserva della Marina.

Quindi è sicuro dire che gran parte dell’agitazione per fare qualcosa contro l’Iran viene da Israele e dagli ebrei americani. Anzi, direi che la maggior parte della furia del Congresso sull’Iran proviene dalla stessa fonte, con l’AIPAC che fa piovere i nostri Soloni sul Potomac con “schede informative” che spiegano come l’Iran sia degno di annientamento perché si è impegnato a “distruggere Israele” che è sia una bugia che un’impossibilità poiché Teheran non ha le risorse per svolgere tale compito. Le menzogne ​​dell’AIPAC vengono poi raccolte e riprodotte da un servizio di media, dove quasi tutti gli “esperti” che parlano del Medio Oriente in televisione e radio o che sono intervistati per le storie di giornali sono ebrei.

Si potrebbe anche aggiungere che i neocon come gruppo sono stati fondati da ebrei e sono in gran parte ebrei, da qui il loro attaccamento universale allo stato di Israele. Iniziarono ad emergere quando ottennero un certo numero di posizioni di sicurezza nazionale durante l’amministrazione Reagan e la loro ascesa fu completata quando occuparono posizioni di rilievo nel Pentagono e nella Casa Bianca sotto George W. Bush. Ricordiamo per un momento Paul Wolfowitz, Doug Feith e Scooter Libby. Sì, tutti ebrei e tutti i condotti per le false informazioni che hanno portato a una guerra che ha diffuso e distrutto efficacemente gran parte del Medio Oriente. Tranne che per Israele, ovviamente. Philip Zelikow, anch’egli ebreo, in un momento di franchezza, ha ammesso che la guerra in Iraq, a suo parere, è stata combattuta per Israele.

Aggiungi alla follia un ambasciatore ebreo degli Stati Uniti in Israele che si identifica con gli elementi dei coloni israeliani di estrema destra, un capo negoziatore nominato dalla Casa Bianca che è ebreo e un genero ebreo che è anche coinvolto nella formulazione della politica mediorientale. Qualcuno sta fornendo un punto di vista alternativo al sostegno eterno e acritico per Benjamin Netanyahu e il suo regime cleptocratico di teppisti razzisti? Penso di no.

Ci sono un paio di semplici soluzioni per il coinvolgimento dominante degli ebrei americani in questioni di politica estera in cui hanno un interesse personale a causa della loro appartenenza etnica o familiare. Prima di tutto, non metterli in posizioni di sicurezza nazionale che coinvolgono il Medio Oriente, dove potrebbero essere in conflitto. Lasciate che si preoccupino invece della Corea del Nord, che non ha una minoranza ebraica e che non è stata coinvolta nell’olocausto. Questo tipo di soluzione era, in effetti, un po ‘una politica per quanto riguarda la posizione degli ambasciatori degli Stati Uniti in Israele. Nessun ebreo è stato nominato per evitare qualsiasi conflitto di interessi prima del 1995, una comprensione che è stata violata da Bill Clinton (non lo sapresti!) Che ha chiamato Martin Indyk nel post. Indyk non era nemmeno un cittadino americano e dovette essere naturalizzato rapidamente prima di essere approvato dal congresso.

Quegli ebrei americani che sono fortemente attaccati a Israele e in qualche modo si trovano in posizioni di alto livello politico che coinvolgono il Medio Oriente e che in realtà possiedono alcuna integrità sulla questione dovrebbero ricusare se stessi, proprio come qualsiasi giudice farebbe se stesse presiedendo un caso in cui lui aveva un interesse personale. Qualsiasi americano dovrebbe essere libero di esercitare i diritti di primo emendamento per discutere le possibili opzioni in materia di politica, fino ad includere le posizioni che danneggiano gli Stati Uniti e beneficiano una nazione straniera. Ma se lui o lei è in grado di creare effettivamente quelle politiche, lui o lei dovrebbe buttare fuori e lasciare la generazione della politica a coloro che non hanno bagaglio personale.

Per quegli ebrei americani che non hanno alcun briciolo di integrità, ai media dovrebbe essere richiesto di etichettarli sul fondo dello schermo televisivo ogni volta che saltano fuori, ad esempio Bill Kristol è “ebreo e un sostenitore schietto dello stato di Israele”. sii un po ‘come un’etichetta di avvertimento su una bottiglia di veleno per topi – che traduce approssimativamente come “ingerisci anche il più piccolo dosaggio delle sciocchezze vomitate da Bill Kristol a tuo rischio e pericolo”.

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Poiché nessuno dei precedenti è probabile che accada, l’unica alternativa è per i cittadini americani che sono stanchi di avere l’interesse della sicurezza nazionale del loro paese dirottato da un gruppo che è schiavo di un governo straniero a diventare più assertivo su ciò che sta accadendo. Fai splendere un po ‘di luce nell’oscurità e riconosci a chi viene cucinato e da chi. Chiamalo come è. E se i sentimenti di qualcuno sono feriti, troppo male. Non abbiamo bisogno di una guerra con l’Iran perché Israele ne vuole uno e alcuni ebrei americani ricchi e potenti sono felici di consegnare. Seriamente, non ne abbiamo bisogno.

Nota: la mattina del 21 settembre Phil Giraldi è stato licenziato per telefono da The American Conservative, dove era stato un collaboratore regolare per quattordici anni. Gli fu detto che “Gli ebrei americani stanno guidando le guerre americane” era inaccettabile. La TAC gestione e consiglio sembrano aver dimenticato che la rivista è stata lanciata con un articolo dal fondatore Pat Buchanan dal titolo “Di chi la guerra?” , Che in gran parte ha fatto le stesse affermazioni che Giraldi fatto circa la spinta ebraica per un’altra guerra, in questo caso con l’Iraq. Buchanan è stato denigrato e denunciato come antisemita da molte delle stesse persone che ora stanno attaccando allo stesso modo il Giraldi.

Autore: Philip Gilardi

1786.- ISRAELE E IRAN. SIRIA E RUSSIA: FERMATE QUEI DUE! PERCHÉ PUTIN NON REAGISCE AGLI ATTACCHI DI ISRAELE CONTRO L’IRAN.

Razzi dalla Siria sul Golan, poi la reazione dello Stato ebraico. L’escalation preoccupa l’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno lanciato “un appello alla distensione”. Rouhani l’ha raccolto, telefonando ad Angela Merkel e assicurandola : “Non vogliamo nuove tensioni nella regione”; ma, per Netanyahu: “Teheran ha oltrepassato la linea rossa”.
Secondo un portavoce militare, poco dopo la mezzanotte circa 20 razzi sarebbero stati lanciati dalla forza iraniana Al Quds. Solo alcuni sarebbero stati intercettati dal sistema di difesa antimissili israeliano denominato ‘Iron Dome’. In un crescendo di follia, gli Usa impongono nuove sanzioni alla Repubblica islamica. Israele non intende permettere “il radicamento militare in Siria di forze dell’Iran”, perciò, ha colto il momento favorevole e ha bombardato la Siria questa notte dall’1.45 alle 3.45, definendo l’operazione una risposta al bombardamento sulle Alture del Golan. I vertici militari israeliani hanno fatto sapere di aver informato la Russia prima di sferrare l’attacco missilistico. L’escalation era già partita nelle ore precedenti, tanto che le autorità israeliane avevano invitato la popolazione al confine con la Siria a mettersi al sicuro nei rifugi. Martedì i caccia israeliani avevano bombardato una base del regime siriano a sud di Damasco in cui sono presenti anche forze iraniane.

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Lo scoppio di missili nell’area di Damasco. L’attacco, di stanotte, ha visto bersagliata dai jet israeliani la base di al-Kiswah a sud di Damasco dove sarebbero dislocati missili della Repubblica islamica iraniana e di Hezbollah. (reuters)

Quello israeliano è stato un attacco massiccio con oltre 50 missili (70 secondo fonti russe) dal Golan verso la provincia di Quneitra, in particolare sulla città di Baath. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha dato notizia di 23 morti, il governo di Bashar al Assad di tre.

“Decine di razzi sono stati intercettati nei cieli siriani”, ha riferito l’agenzia ufficiale siriana Sana. Tel Aviv ha affermato di aver centrato “quasi tutti gli obiettivi iraniani in Siria”, tra i quali cinque batterie antiaeree di Damasco che avrebbero preso di mira gli aerei con la stella di David. Esplosioni sono state poi segnalate nei pressi di Damasco, che è stata illuminata dalle luci della contraerea.
Era prevedibile che dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano si sarebbe scatenato il primo scontro diretto tra l’Iran e Israele; infatti, è tornato a infiammarsi il confine con la Siria conteso dal 1967 e calmo da oltre 40 anni. L’Iran, ha tuonato il premier israeliano Benjamin Netanyahu ribadendo che non consentirà a Teheran di arroccarsi in Siria, ha “oltrepassato la linea rossa. La nostra reazione è stata adeguata”. Poi il monito a Damasco: “Ho inviato un messaggio chiaro al regime di Assad. La nostra operazione è diretta contro obiettivi iraniani in Siria. Ma se l’esercito siriano agirà contro Israele, noi agiremo contro di lui, come è esattamente avvenuto ieri sera”.
Lucidissimo Bashar al-Assad, ha denunciato che i raid della notte scorsa dimostrano come “l’aggressione israeliana” sia “entrata in una nuova fase”, con “l’ingresso diretto del nemico nel confitto in corso e senza più doversi nascondere dietro gruppi terroristi”.

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Israele agisce indisturbato e ci si domanda perché Mosca, alleato fondamentale di Damasco, non attivi più i suoi sistemi di difesa aerea né tuoni, come faceva prima, contro i recenti raid di Tel Aviv.

La questione in realtà è molto più profonda di quanto possa sembrare. E la Russia, in particolare Putin, si trova a dover affrontare un momento estremamente delicato in cui si innescano strategie e rapporti internazionali potenzialmente conflittuali. È un tempo di scelte che la guerra al terrorismo aveva rimandato, ma che adesso, con la fine dello Stato islamico, stanno lentamente tornando a galla. E Mosca deve decidere, controvoglia, da che parte stare.

I raid israeliani hanno uno scopo preciso nei confronti della strategia russa. Come scrivemmo su questa testata, l’obiettivo ècostringere il Cremlino a prendere posizione. E questa posizione, evidentemente, è o con Israele o con l’Iran. Tertium non datur, specialmente se a essere colpita è la Siria, Paese alleato e perno della strategia mediorientale di Mosca.

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Tank Merkava israeliani schierati al confine con la Siria (ansa)

Una scelta difficile

Dal punto di vista russo, è chiaro che scegliere è quanto di più difficile e indesiderato. Israele è un partner storico e un Paese con cui non vuole avere conflitti. Moltissimi cittadini israeliani sono di origine russa. I rapporti economici fra i due Stati sono ottimi. E in Medio Oriente, avere un amico a Tel Aviv fa sempre molto comodo. E la Russia non vuole diventare l’automatico alleato dei nemici di Israele, anche per una questione di immagine.

Dall’altro lato, l’Iran è stato e rimane un partner imprescindibile nella guerra al fianco della Siria. Le forze iraniane e quelle legate all’Iran, cioè tutta la galassia di milizie sciite presenti in Siria, costituisce l’architrave per la vittoria definitiva di Assad sui ribelli. Senza Teheran non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E il blocco di Astana, con il coinvolgimento della Turchia, è un simbolo di quest’asse fra Iran e Russia in cui si intrecciano anche importanti e fruttuosi rapporti economici. Specialmente in chiave anti americana e con uno sguardo all’espansione cinese.

L’obiettivo di Benjamin Netanyahu è chiarissimo: spaccare l’asse fra Putin e Hassan Rohani. Un asse che, va ricordato, non è necessariamente un’alleanza a tutto tondo. Sbaglia chi crede che Iran e Siria abbiano interessi del tutto sovrapponibili. Per l’Iran, la Siria è una pedina fondamentale nell’espansione della sua politica verso il Mediterraneo. Per la Russia, la Siria è un avamposto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale.
Ma a Mosca, l’idea che la Siria sia sottoposta al controllo iraniano, non è un qualcosa che attragga particolarmente. Soprattutto perché questo significa, a medio e lungo termine, avere continuamente il rischio di una guerra regionale con Israele e l’Arabia Saudita. Guerra che metterebbe in pericolo il governo di Damasco e, di conseguenza, un alleato russo.

L’incontro e la possibile soluzione

Oggi, l’incontro fra Putin e Netanyahu a Mosca, in occasione della giornata della Vittoria, potrebbe essere molto utile per capire come si evolverà la capacità di risposta della Russia. Il premier israeliano ha ribadito, poco prima di partire per la capitale russa, l’importanza di un “coordinamento continuo” tra l’esercito israeliano e quello russo sullo sfondo degli eventi in Siria. Ed ha anche ringraziato Putin per “la possibilità di discutere i modi per rimuovere le minacce regionali”.

Il presidente russo tergiversa. Sa che qualsiasi reazione può comportare conseguenze molto gravi sulla sua strategia siriana. Se decidesse di imporre un ombrello totale sulla Siria, scatenerebbe l’ira di Israele. Ma è anche possibile che, lasciando che gli aerei israeliani colpiscano le basi iraniane in Siria, peggiori i rapporti con Teheran.

L’unica soluzione, almeno per il momento, sembra essere quella che il Cremlino si impegni a fare in modo che gli iraniani, le milizie di Hezbollah e le altre forze sciite, si allontanino dal confine israeliano. Ma può imporre questa decisione all’Iran dopo l’annuncio di Donald Trump sul nucleare e l’ennesimo raid di Israele? Intanto, Putin incassa. Ma il timore è che appaia come un pugile formidabile nell’incassare ma mai deciso a dare il colpo del k.o.. Infatti, è così che fa l’orso, fino a che….

1778.- TRUMP SFIDA LA PACE

Trump ha quasi deciso di uscire da accordo con Iran. Lo deciderà Trump o Nethanyau? L’Onu avverte : si rischia la guerra.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha quasi deciso di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015. Ma è ancora difficile dire in questa fase come intende procedere. Lo hanno detto ieri funzionari della Casa Bianca.

In attesa che Donald Trump prenda una decisione definitiva, attesa il prossimo 12 maggio, il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha lanciato ieri nuove pesanti accuse a Teheran.“L’Iran ha conservato tutti i suoi piani”, ha detto, in occasione del suo incontro con il suo omologo giapponese, Shinzo Abe, riferendosi ai documenti di cui di recente i servizi segreti israeliani sono entrati in possesso. “Chi non è interessato ad armi atomiche – ha aggiunto – non li avrebbe né preparati, né conservati. L’accordo sul nucleare – ha insistito – è cattivo, si basa sulle menzogne e sugli inganni dell’Iran”

Inatnto, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello al presidente americano, Donald Trump, perché non denunci l’accordo sul nucleare con l’Iran, evocando il pericolo di una guerra.

Guterres, parlando alla Bbc, ha definito il trattato del 2015 una “importante vittoria della diplomazia” e ha detto che dovrebbe essere salvaguardato.

“Non dovremmo cancellarlo, a meno che non abbiamo una valida alternativa ad esso”, ha detto, aggiungendo che “ci aspettano tempi molto pericolosi”.

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L’alternativa USA sono le bombe e la NATO sarà in campo. Ma noi?

Dall’Australia, dove è in visita, il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito: “Non so che cosa deciderà il presidente americano il 13 maggio”, ha detto Macron,”voglio solo dire che qualsiasi posizione verrà assunta, noi dobbiamo prepararci per una trattativa più ampia perchè credo che nessuno voglia una guerra nella regione e nessuno vuole un’escalation delle tensioni”.

L’ultima visita a Washington del presidente francese era servita per provare a convincere Trump che è meglio un accordo da rivedere piuttosto che un non accordo. Il presidente americano pur non approvando il trattato aveva fatto capire di essere disposto a discutere una nuova intesa, purchè, ha detto, poggi su basi solide.


Israele e Arabia Saudita approveranno senz’altro la denuncia del trattato.

1777.- Quando Netanyahu disse:”l’Iraq ha le armi nucleari”

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di Cesare Sacchetti

Dopo aver visto il recente show di Benjamin Netanyahu che mostra le presunte prove dello sviluppo di armi nucleari in Iran, più di qualche osservatore non ha potuto fare a meno di essere colpito da delle reminiscenze improvvise su dichiarazioni simili, rilasciate molti anni addietro.

Per la precisione l’anno in questione è il 2002, e il protagonista della storia è sempre il primo ministro israeliano che all’epoca commentava un altro paese considerato una minaccia per lo Stato ebraico e gli USA, l’Iraq.

Le dichiarazioni di Netanyahu al Congresso USA nel 2002

Erano gli anni della presidenza Bush e della politica del “preemptive strike”, ovvero degli attacchi preventivi lanciati contro quegli stati che rappresentavano potenziali minacce per Washington e Tel Aviv.

Se si guarda a quanto accaduto recentemente in Siria, a distanza di molti anni, le abitudini degli USA non sembrano essere troppe cambiate.

In quel momento storico, sui media americani la minaccia numero uno era sicuramente l’Iraq di Saddam Hussein, odiato dalla potentissima lobby dei neocon, i falchi noti per le loro politiche interventiste contro gli stati giudicati “canaglia” per gli interessi americani.

Allora Netanyahu diede un importante contributo a rappresentare Saddam come una potenziale minaccia per gli interessi israelo-americani, ed ebbe l’occasione di farlo anche in una seduta pubblica del Congresso USA, dove il premier israeliano fu categorico.

“Non c’è nessun dubbio che Saddam Hussein stia lavorando e portando avanti un programma per lo sviluppo di armi nucleari”, così si espresse Netanyahu.

Una situazione di così grave pericolo che imponeva agli Stati Uniti di “distruggere il regime iracheno perchè un Saddam dotato di armi nucleari avrebbe messo a rischio la sicurezza del mondo intero.”

Non solo. Il premier israeliano metteva in guardia sul fatto che una volta che Saddam avesse avuto a sua disposizione delle armi nucleari, automaticamente l’intera rete del terrorismo islamico avrebbe avuto anch’essa a disposizione armi dal potenziale distruttivo devastante.

Qui Netanyahu sembra riprendere una delle tesi diffuse dall’amministrazione presidenziale di Bush, secondo la quale esisteva uno stretto legame tra il dittatore iracheno e Osama bin Laden, asserzione poi completamente smentita dalla commissione sull’11 settembre.

Non solo non c’erano apparenti legami tra Osama e Saddam, ma tra i due non correva affatto buon sangue, perchè l’ex rais non gradiva le posizioni islamiste del fondatore di al-Qaeda.

La fine della storia è nota. Un anno dopo l’intervento di Netanyahu al Congresso americano, gli Stati Uniti decisero di lanciare un attacco unilaterale contro l’Iraq di Saddam.

Il paese fu prima devastato da anni di guerra tra le forze occupanti americane e la resistenza baathista fedele al dittatore iracheno, fino a quando non si crearono le condizioni per l’insorgenza del terrorismo islmamico con la diffusione dell’ISIS in tutta la regione, che solo recentemente è stata debellata.

E le armi nucleari che mettevano a rischio la sicurezza globale? Mai rinvenute, perchè semplicemente non sono mai esistite. Nessuna traccia nemmeno degli stabilimenti dove il programma nucleare di Saddam si sarebbe dovuto realizzare.

Fu così che una delle più grandi fake news della storia recente costò la vita a centinaia di migliaia di persone. Il bilancio complessivo dei morti, secondo le stime dell’Opinion Research Business, si attesta intorno ad un milione e 200mila.

Quando oggi ancora una volta si rivede Netanyahu che con enfasi quasi teatrale mostra le “presunte” prove sulle armi nucleari in possesso dell’Iran, il pensiero non può andare addietro a quel 2002 e alle prove sulle inesistenti armi nucleari dell’Iraq.

A quanto pare, sembra che alcune fake news resistano all’usura del tempo.

1764.- Supremazia inglese: come il Secret Service sta conducendo la campagna antirussa

Questo articolo di Federico Dezzani era sfuggito, ma apre su un tema poco conosciuto e lo propongo anche in ritardo. In realtà, alla luce del caso Skripal e del lancio rabbioso dei Tomahawk su obbiettivi concordati, credo che i servizi di intelligence inglesi abbiano dato una prova scadente, salvo essere riusciti a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente; ma a quale prezzo? Come lo vediamo da qui, al prezzo del discredito di Trump e di due missili Tomahawk catturati intatti dai siriani e subito ceduti ai laboratori russi, la situazione geopolitica occidentale è la seguente: Gli Stati Uniti hanno perso la loro credibilità, la Francia è uscita dalla legalità internazionale, UK non c’è mai stato, almeno da trecento anni, l’Unione europea è clinicamente e ufficialmente defunta. Lo è finanche il suo direttorio Berlin – Paris. Infatti, la Germania pensa solo ai casi suoi. E l’Italia di Gentiloni? L’Italia non conta più per nessuno. Infine, Erdogan? sgomita un po’ di qua e un po’ di là. Stavo dimenticando israele, ma non lo vedo molto bene e, poi.. già, poi, c’è Soros che non ha un cavolo di serio da fare. E’ questo l’Occidente che ci fa temere per una guerra nucleare? L’articolo di Dezzani è di giorni fa, così come l’ha scritto.

A distanza di una settimana dall’attacco chimico di Douma il mondo attende col fiato sospeso il raid atlantico sulla Siria, capace di innescare una reazione a catena che si propagherebbe prima alla regione e poi all’Europa. Sulla natura dell’episodio incriminato il ministro degli Esteri russi non ha dubbi: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna antirussa”. La provocazione di Douma è infatti opera del Secret Service inglese, cui è direttamente riconducibile l’organizzazione dei White Helmets: Londra, storica sede dell’establishment liberal, è il bastione della russofobia e non si fa scrupoli a trascinare l’Occidente in guerra pur di conquistare l’Hearthland.

La moderna geopolitica nacque a Londra…
G20 di San Pietroburgo, primi giorni del settembre 2013. Il mondo attende di conoscere con ansia gli sviluppi dell’attacco chimico avvenuto il 21 agosto ed imputato a Damasco: l’episodio, costato la vita ad un numero imprecisato di civili e perpetrato materialmente dai servizi sauditi1, rischia di sfociare in un intervento militare occidentale, foriero di drammatiche ricadute internazionali. A margine del G20, i media registrano un’esternazione del portavoce ufficiale di Putin, Dimitri Peskov: “L’Inghilterra è solo una piccola isola, nessuno gli presta attenzione2”. Nonostante l’affermazione sia prontamente smentita, la reazione scocciata di David Cameron è immediata e denota lo scadimento delle relazioni anglo-russe sull’onda della crisi siriana.

Primavera del 2018, a distanza di cinque anni, il mondo si trova in una situazione pressoché analoga: è l’attacco chimico avvenuto sempre a Ghouta il 7 aprile ed imputato ancora a Damasco. Essendosi completamente ribaltata la situazione militare grazie all’intervento russo-iraniano (l’attacco chimico ha preceduto infatti di pochi giorni la riconquista di Ghouta, ultima roccaforte dell’insurrezione a ridosso della capitale), l’apprensione internazionale è persino maggiore del 2013, perché sarebbe un intervento contro Mosca e Teheran: esaurita la “guerra per procura”, causa sfinimento degli insorti, il conflitto farebbe quindi un salto di qualità, passando a scontro diretto tra Russia e Occidente. Sull’episodio incriminato, di cui i russi avevano raccolto informazioni e parlato già con largo anticipo3, ha discusso anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov . Il 13 aprile, in termini molto crudi, ha asserito: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna russofobica”.

Il riferimento alla “campagna russofobica” rimanda immediatamente all’Inghilterra che, attraverso il maldestro avvelenamento col gas nervino dell’ex-spia Sergej Skripal e della figlia, è riuscita a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente: 23 diplomatici russi allontanati dal Regno Unito, 60 negli Stati Uniti ed una raffica di espulsioni anche nell’Europa continentale. Che siano davvero i servizi inglesi responsabili dell’attacco del 7 aprile a Douma, come affermato dai russi? Se fossi così, l’Inghilterra sarebbe responsabile di un sistematico sabotaggio delle relazioni tra Russia ed Occidente, basato sul feticcio delle “armi chimiche”. Di più, sarebbe la spregiudicatissima regista di una manovra per portare i due schieramenti alla guerra.

Cerchiamo qualche indizio. Come è ben visibile dalla foto sottostante, pubblicata in un articolo del New York Times datato 8 aprile5, tutto il materiale relativo alla presunta strage di Douma (si parla di una quarantina di vittime) è stato prodotto dall’organizzazione umanitaria “Difesa Civile Siriana”, meglio nota come “White Helmets”: parliamo della ong che nel 4 aprile 2017 inscenò l’attacco chimico nella provincia di Idlib, poi culminato col blitz missilistico americano sulla base aerea di Shayrat. Ebbene, il fondatore dei White Helmets, neppure troppo occulto considerato che rilascia interviste ai media per vantare il proprio operato6, è tale James Le Mesurier, cittadino britannico. Se Le Mesurier afferma di “avere un background nei processi di stabilizzazione, di lavorare in Medio oriente da circa vent’anni, di essere stato presente in zone di conflitto in tutto il medio oriente e di essere in Siria dal 2011” (data di inizio dell’insurrezione islamista), di lui si sa anche che è stato formato alla Royal Military Academy e che ha lavorato nei servizi d’informazione durante la campagna NATO in Kosovo7. James Le Mesurier è, in sostanza, un agente del Secret Intelligence Service, ed ha perciò ragione Lavrov ad imputare a Londra la crisi di questi giorni.

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Benché sia comodo riferirsi genericamente alla “CIA” quando si parla di operazioni sporche in ambito NATO, non c’è alcun dubbio che per preparazione, conoscenza dell’Eurasia e visione politica, il servizio segreto inglese sia nettamente superiore a quello americano: la vulgata vuole che sia nato nel 1909, ma in realtà risale alle origini dell’Inghilterra “moderna”, quando comparvero la Banca d’Inghilterra (1694) e la massoneria speculativa (1717): parliamo quindi di un’organizzazione che ha tre secoli di vita, durante cui ha accumulato una notevole conoscenza in qualsiasi tipo di operazioni sporca, congiura, assassinio, rivoluzione, controrivoluzione, guerra psicologica e guerra convenzionale. Soprattutto il Secret Service è il braccio armato di quell’establishment liberal che, pur essendo diviso tra Londra e New York (il binomio Chatham House e Council on Foreign Relations), ha pur sempre la storica sede in Inghilterra: la politica dell’impero angloamericano (si pensi soltanto negli ultimi anni alle Primavere Arabe, al sostegno alla Fratellanza Mussulmana, alla nomina a pontefice di Jorge Mario Bergoglio, alla vicenda dei Rohingya, alla tentativi di destabilizzare il sud-est asiatico, etc. etc.) è ancora fatta essenzialmente a Londra e, perciò, appaltata ai servizi segreti inglesi.

L’establishment liberal, dominando il mondo dalle isole (il Regno Unito ed il continente americano) è intrinsecamente russofobico: nell’impero russo Londra vede quella potenza continentale capace di abbracciare tutta l’Eurasia, dal Mar Baltico al Golfo Persico, dalla Siberia alle pianure dell’Europa centrale, vanificando la penetrazione delle potenze marittime che, al contrario, partono dal mare in direzione della massa terreste. La moderna geopolitica nasce a Londra a inizio Novecento con Halford Mackinder e si basa proprio sulla dialettica Terra-Mare: contro l’Herthland, ieri l’impero zarista, poi l’URSS ed infine la Federazione Russa, l’oligarchia atlantica mobilita da secoli tutte le sue energie, compresi ovviamente i servizi segreti.

Si è parlato del caso Skripal, ma come non ricordare, rimanendo soltanto alla storia recente, al sostegno inglese dato all’insurrezione islamista in Cecenia, attraverso i soliti sauditi? E l’infamante omicidio della giornalista della Anna Politkovskaja, che aveva costruito le proprie fortune denunciando i crimini della in Cecenia? Nella primavera del 2006 la Politkovskaja si incontra in Inghilterra con l’ex-agente sovietico Alexander Litvinenko, al soldo del MI68 (si notino le analogie col caso Skripal): nell’arco di sei mesi muoiono entrambi, una per colpi d’arma da fuoco a Mosca e l’altro avvelenato a Londra. Il mandante, secondo la stampa inglese, è ovviamente Vladimir Putin, impegnato nella faticosa ricostruzione della Russia dopo i disastri dell’era Eltsin. Nel 2014 troviamo i servizi segreti inglesi tra i nazionalisti ucraini che rovesciano il governo filorusso9 ed è ancora un ex-agente dell’MI6, Christopher Steele, che confeziona per conto dei democratici il dossier sui “compromettenti legami” tra Donald Trump e la Russia.

Il grosso dell’imminente intervento militare contro la Siria sarà sostenuto dagli Stati Uniti, ma ancora una volta emerge come la strategia antirussa del blocco atlantico, basata sulla geopolitica di Mackinder, sia studiata a Londra, moderna Cartagine contro la Terza Roma.

da Federico Dezzani

1763.- Il clamoroso reportage di Robert Fisk dalla Siria: “Non era gas, era polvere”

“Non era gas, era polvere”. Abbiamo rischiato la guerra nucleare per una ventata di polvere!

robertfisk

Da Byoblu, Robert Fisk in Siria

Robert Fisk è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del mondo. In Medio Oriente dal 1976 come corrispondente del Times, ha seguito la guerra civile libanese, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le guerre balcaniche, la prima e la seconda guerra del Golfo, sempre denunciando crimini di guerra di opposte fazioni e molte delle attività dei governi occidentali in Medio Oriente. Un vero testimone del nostro tempo. Oggi collabora con l’Independent, e qui vi proponiamo ampi stralci del suo ultimo clamoroso articolo sulla Siria. Titolo: “La ricerca della verità tra le macerie di Duma – e i dubbi di un medico sull’attacco chimico”. La parola di Fisk ha un peso, e se anche lui si chiede “gli attacchi con il gas sono avvenuti davvero?”, il mondo non può non ascoltare.

Questa è la storia di una città chiamata Duma, un luogo devastato tra palazzi distrutti, e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno autorizzato tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale a bombardare la Siria la settimana scorsa. C’è un dottore amichevole in camice verde che, mentre lo seguo nella clinica, allegramente mi dice che il video sul “gas” che ha fatto inorridire il mondo, malgrado i dubbiosi, è perfettamente autentico.

Le storie di guerra, comunque, hanno l’abitudine di diventare sempre più oscure. E lo stesso esperto dottore siriano 58enne aggiunge poi qualcosa di profondamente disturbante: i pazienti, sostiene, non sono stati sopraffatti dal gas ma dalla carenza di ossigeno nei tunnel pieni di immondizia e nelle cantine dove vivono, durante una notte di vento e di pesanti bombardamenti che hanno sollevato una tempesta di polvere.

Mentre il dottor Assim Rahaibani annuncia questa straordinaria conclusione, è giusto osservare che per sua stessa ammissione lui non è un testimone, e malgrado parli un buon inglese si riferisce due volte ai miliziani jihadisti di Jaish el-Islam (l’Esercito Islamico) a Dumas come a dei “terroristi”, la parola del regime per definire i nemici e un termine usato da tanta gente per tutta la Siria. Sto capendo bene? A quale versione degli eventi dobbiamo credere?

Per mia sfortuna, inoltre, i dottori che erano in servizio quella notte del 7 aprile sono tutti a Damasco per rispondere ad una commissione di inchiesta, che cercherà di arrivare ad una risposta definitiva alla questione nelle prossime settimane.

La Francia, intanto, ha detto di avere “le prove” che siano state usate armi chimiche, e i media USA hanno citato fonti che sostengono che i test di sangue e urina hanno mostrato la stessa cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che i suoi partner sul posto hanno trattato 500 pazienti “che esibiscono segni e sintomi consistenti con l’esposizione ad agenti chimici tossici”. Gli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) però non riescono ad arrivare nel sito del presunto attacco col gas, apparentemente in quanto mancanti dei corretti permessi ONU.

Prima di andare avanti, i lettori devono sapere che questa non è l’unica storia a Duma. Ci sono molte persone con cui ho parlato, tra le rovine di questa città, che affermano di “non aver mai creduto” alle storie sul gas che vengono solitamente diffuse, così sostengono, dai gruppi armati islamisti. (…)

E’ stata una breve camminata fino al Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica, chiamata “Punto 200” nella strana geologia di questa città in parte sotterranea, scende un corridoio fino al suo ospedale e ai pochi letti, dove una bambina piange mentre le infermiere le curano un taglio sopra un occhio. “Ero con la mia famiglia nella cantina della mia casa a 300 metri da qui, quella notte, ma tutti i dottori sanno ciò che è successo. C’erano grossi bombardamenti (delle forze governative) e gli aerei sono sempre sopra Duma durante la notte. Ma quella notte c’era vento, e grandi nuvole di polvere hanno cominciato ad infiltrarsi nelle cantine dove vive la gente. Le persone hanno cominciato ad arrivare qui in ospedale soffrendo di ipossia e scarsità di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un Casco Bianco, ha urlato “Gas!” ed è cominciato il panico. Le persone hanno preso a tirarsi addosso l’acqua l’una con l’altra. Sì, il video è stato filmato qui, è genuino, ma quelle che tu vedi sono persone colpite da ipossia e non da avvelenamento da gas. (…)

I Caschi Bianchi -i primi soccorritori, già leggendari in occidente, ma con alcuni risvolti interessanti nella loro stessa storia- hanno giocato un ruolo familiare durante le battaglie. Loro sono parzialmente finanziati dal Foreign Office inglese, e molti degli uffici locali impiegano uomini di Duma. (…)

Naturalmente volevamo ascoltare il loro punto di vista, ma non è stato possibile: una donna ci ha detto che tutti i membri dei caschi Bianchi hanno abbandonato il loro quartier generale e hanno scelto di evacuare con i bus organizzati dal governo verso la provincia ribelle di Idlib, insieme ai miliziani che hanno aderito alla tregua. (…)

Le mie domande sul gas hanno trovato solo una franca perplessità. Come è possibile che i rifugiati di Duma che hanno raggiunto i campi in Turchia abbiano descritto un attacco con il gas che nessuno a Duma oggi sembra ricordarsi? Mi è venuto in mente, mentre camminavo per un miglio in questi tunnel, che i cittadini di Duma vivono così isolati gli uni dagli altri e per così tanto tempo che le notizie come le intendiamo noi semplicemente per loro non hanno significato. La Siria non è una democrazia, come dico cinicamente ai miei colleghi arabi, ed è sicuramente una spietata dittatura, ma questo non dovrebbe trattenere persone felici di incontrare finalmente stranieri, dal rispondere con parole di verità. Così, cosa mi stavano davvero dicendo? (…) Un colonnello siriano in cui mi sono imbattuto davanti a uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto erano profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo oltre un miglio, e lui ha curiosamente osservato: “Questi tunnel possono arrivare lontano, fino in Gran Bretagna”. Ah sì, la signora May, mi ricordo, i cui bombardamenti sono così intimamente collegati a questi luoghi di tunnel e polvere. E anche di gas?