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1851.- C’E’ UNA SPIEGAZIONE RAZIONALE PER I SACRIFICI UMANI

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C’è qualcosa che vi sembra meno sensato dei sacrifici umani rituali? Quando il filosofo del diciannovesimo secolo Søren Kierkegaard cercava una contraddizione nel pensiero razionale—un chiaro esempio di qualcosa che il solo interesse personale non potesse spiegare—raccontò la storia del Vecchio Testamento in cui Abramo porta Isacco sul monte per essere sacrificato. Diavolo, quale potrebbe mai essere il senso di sacrificare il proprio figlio?

Per Kierkegaard, la risposta è che il cristianesimo e la razionalità occupano due sfere separate. Per il tipico utente ateo di internet, la risposta è che la religione fa impazzire la gente. Per Peter Leeson, la risposta sta nel guardare al problema dal punto di vista economico.

Leeson ha indagato il più recente e storicamente confermato esempio di sacrificio umano ritualizzato, praticato da un gruppo etnico dell’India chiamato Kondh. Questi uomini, se mai il pubblico occidentale ne avesse mai sentito parlare, erano noti per essere “una razza feroce e bellicosa, che si dilettava con crudeltà e devastazioni. Di certo anche le loro divinità si deliziavano con le macellazioni, durante rituali insanguinati.”

Lavorando presso il Dipartimento di Economia della George Mason University, Leeson sta facendo carriera trovando spiegazioni razionali per gli avvenimenti storici apparentemente irrazionali. Ha pubblicato degli studi sulla pratica medievale europea di processare ratti e parassiti, su una società africana che avvelena i polli per predire il futuro, e ha in serbo un lavoro sulla pratica della compravendita delle mogli. Quindi il sacrificio ritualizzato rientra bene nel suo ambito di ricerca.
Lo studio, disponibile sul sito web di Leeson, è stato appena pubblicato sul Journal of Behavioral Economics—anche se lui mi ha detto che si definisce una sorta di economista anti-comportamentale.

“Il mio lavoro è piuttosto quello di provare a contraddire l’economia comportamentale,” sostiene. “Più in generale, studio i comportamenti insoliti, strane pratiche che gli individui fanno sia oggi che in passato, e cerco di spiegare quei comportamenti utilizzando solo rigorosi ragionamenti razionali.”
Io l’ho chiamato per vedere se poteva spiegarmi la razionalità dietro al sacrificio umano, e se davvero ci riusciva, per scoprire se ci fosse anche qualcosa di totalmente irrazionale.

Motherboard: Tuffiamoci nei sacrifici umani. Usi un esempio specifico nel tuo studio.

Peter Leeson: Sì, mi sono occupato dei Kondh dell’Orissa, una regione dell’India orientale, e il materiale che ho analizzato è della metà del diciannovesimo secolo. È questo il caso che ho preso in esame.

Come ti spieghi il sacrificio umano rituale?

In sostanza quello che succedeva è che queste comunità acquistavano regolarmente persone innocenti, spesso bambini, ma non solo. Poi organizzavano una grande festa del sacrificio—in mancanza di una parola migliore, alla quale erano invitati a partecipare i membri di comunità e villaggi vicini, per assistere al massacro rituale della persona che avevano acquistato.
 Il fatto che la vittima del sacrificio venisse acquistata, rende la cosa tanto strana quanto raccapricciante. Non sembra adattarsi molto bene con il principio della rigorosa scelta razionale, che pressapoco corrisponde all’idea “più è preferibile a meno.”

È strano quando le persone spendono risorse preziose per poi distruggerle, è come buttare via i soldi. Quindi la domanda è: perché mai queste persone sceglievano di farlo lo stesso? La mia risposta è che i Kondh dell’Orissa stavano usando il sacrificio umano come un modo per proteggere i loro diritti di proprietà. Usavano l’omicidio rituale come una sorta di tecnologia di protezione della proprietà.

Veniva fatto ogni stagione, o ogni anno?

Lo facevano più volte all’anno. Secondo quella che potremmo chiamare la loro religione, c’erano dei momenti particolari durante i quali compiere i sacrifici, ma creavano anche occasioni per rituali ad hoc. Per esempio, se qualcosa di inaspettato o negativo accadeva durante quell’anno, l’idea era che questa madre terra o divinità malevola fosse in collera con loro e dovesse essere placata con il sangue di un innocente acquistato per il sacrificio. Quindi c’erano questi sacrifici occasionali, così come quelli stagionali regolamentati.

Si potrebbe dire che il sacrificio era una misura preventiva? Una specie di assicurazione contro le ire di una divinità malefica?

In apparenza era necessario per accontentare la dea affinché garantisse un buon raccolto e non facesse accadere niente di male alla comunità. Questa è la giustificazione, il modo in cui vedevano la faccenda le persone che lo praticavano.

In realtà , però, quello che io sto sostenendo è che dietro a tutto questo c’è una logica politica ed economica. A volte, anche se può sembrare controintuitivo, il modo più economico per proteggere la nostra proprietà è quello di distruggerne una parte. La ragione fondamentale di ciò è che proteggerla è molto costoso.

Per i Kondh, il metodo base per proteggere la loro proprietà era combattersi tra di loro. Ma il conflitto è costoso: le persone muoiono e la ricchezza è distrutta. Una cosa che si potrebbe fare per evitare che questi conflitti accadano è distruggere preventivamente parte della vostra ricchezza per comunicare agli altri che non siete più ricchi di loro. Che non si dispone di quello che loro pensano. Così facendo li fai desistere dal voler attaccare.

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Riesci a immaginare un parallelo con i giorni nostri?

Si, ma non penso che sia simile a un’assicurazione—un meccanismo assicurativo opererebbe in modo diverso. Comunque la gente svolge questo genere di attività—distruggere o ridurre una parte del valore di ciò che possiedono per proteggere il resto—quasi ogni giorno.

Un esempio molto banale: se sai di dover andare di notte in una zona pericolosa non indosserai i tuoi gioielli più preziosi. Non userai neanche la tua macchina migliore. Parte del valore di possedere bei gioielli o una macchina lussuosa è che puoi utilizzarli quando vuoi. Se non lo fai, stai riducendo il loro valore. Ma la ragione per cui lo stai riducendo è che così facendo diminuisci la possibilità di una perdita maggiore—tipo farti rubare la macchina.

C’è una logica precisa in tutto questo. Di base vogliamo cercare esempi di cose del genere nel mondo contemporaneo, a volte grandiosi, talvolta di livello minore. Nella mia ricerca ne fornisco alcuni, sia storici che moderni, e penso che la logica che sto descrivendo potrebbe fare luce su queste pratiche.
Per esempio, pensiamo ai paesi in via di sviluppo: una ragione per cui questi paesi si stanno ancora sviluppando è perché i governi “spennano” i loro cittadini. Se guadagni un sacco di soldi, allora sei l’obiettivo perfetto per un governo corrotto che vuole venire a sequestrarti i beni. Quindi, una cosa che gli imprenditori in queste circostanze fanno è limitare la crescita. Mantengono le loro piccole imprese senza espanderle troppo, perché se lo facessero il governo vorrebbe prendere la loro roba. Così distruggono parte del loro valore al fine di preservarne la parte restante.

Quindi in cosa differisce la tua spiegazione da quella degli economisti comportamentali?

La risposta comportamentale è questa: “Ehi guardate, quelle persone stanno facendo cose assurde, devono essere pazzi.” È una caricatura della risposta, ma questo è più o meno il modo in cui, a mio parere, l’economia comportamentale può spiegare le cose che non si adattano immediatamente al nostro convenzionale modo di pensare economico.
Il mio scopo è quello di dire che abbiamo bisogno di guardare più a fondo. Potrebbe non essere una ragione evidente, ma quello che bisogna fare è cercare di mettersi nei panni di una delle persone che partecipano alla pratica che si sta studiando. Supponiamo per un momento che non siano pazzi, stupidi, primitivi o barbari, ma che siano persone razionali come te e me che si trovano ad affrontare situazioni diverse dalle nostre. Come ci comporteremmo se fossimo nella loro situazione e di fronte alle loro stesse costrizioni? Il mio lavoro è mettermi in questo punto di vista e ricostruire la storia in base alle testimonianze disponibili. La mia teoria è che queste pratiche apparentemente bizzarre hanno in realtà un senso ben preciso.

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In un certo senso quello che stai facendo è unire la ricerca antropologica con l’economia.

In un certo senso sì. Più che altro direi che è l’intersezione tra la storia e l’economia. Il mio lavoro ha un aspetto molto interdisciplinare, perché un sacco di queste cose bizzarre che le persone hanno fatto sono fatti storici. Come è ovvio, sono strane solo dal nostro punto di vista contemporaneo, ma questo fa parte del punto a cui voglio arrivare. Non dovremmo essere così affrettati nel pensare che le persone che in passato facevano cose che per noi non hanno senso fossero semplicemente stupide, primitive o barbare…

Alla base di tutte le forme di sacrificio umano ci sono una scelta e una spiegazione razionale. In questo caso c’è una particolare spiegazione legata all’acquisto e all’omicidio rituale di una persona innocente. Di solito la gente pensa a qualcosa come il modello azteco, ma gli Aztechi non compravano gente innocente per poi lanciarla dai gradini delle loro piramidi. Quello che facevano, potrebbe sembrare molto più sensato alle persone di oggi: sacrificavano i prigionieri di guerra, quindi altri uomini o criminali sconfitti. Non è così difficile immaginare perché, in una società dove la guerra è endemica e si sta cercando di controllare la criminalità, ci fosse la pena capitale per i nemici sconfitti e per punire i criminali.

Il caso dei Kondh mi interessava perché è più difficile da spiegare. Non è così evidente perché qualcuno dovrebbe spendere dei soldi solo per distruggere quello che ha comprato.

A cosa lavorerai in seguito?

In questo momento sto studiando la pratica della vendita delle mogli nell’Inghilterra della rivoluzione industriale.

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1849.- SACRIFICI UMANI NELLE COMUNITÀ DI IMMIGRATI

Se credete che i sacrifici umani siano un antico retaggio di culture selvagge definitivamente estinte e cadute nel limbo, vi sbagliate.

Nonostante la propaganda antirazzista si sforzi costantemente di presentarci un’immagine politicamente corretta dei popoli africani, in Uganda l’uccisione di bambini per rituali stregoneschi è un fenomeno che ha raggiunto proporzioni davvero incredibili, a dimostrazione di come “pratiche che nei paesi civilizzati hanno portato i loro seguaci al patibolo continuano ad essere per il Sud del mondo ordinaria amministrazione”.
Silvano Lorenzoni nel Selvaggio mostra come comportamenti che per i selvaggi costituiscono la normalità sono considerati tra i popoli civili sintomi di psicopatologie: “Inizierò mettendo a fuoco quelle manifestazioni che avvicinano il selvaggio ai comportamenti di quei civili che normalmente sono, o dovrebbero essere, confinati nelle istituzioni psichiatriche, e, successivamente, quelle (tossicodipendenza compulsiva, deviazioni sessuali ecc.) che più lo avvicinano all’animalità.

Un bimbo morto in cambio di successo, soldi, salute. È quanto accade in Uganda, Paese africano dove – secondo le stime di Jubilee Campaign, charity che si occupa di tutela dei minori – il macabro rituale ha già coinvolto 900 bambini. Un recente reportage investigativo della Bbc nello stato africano ha rivelato che il numero delle piccole vittime di sacrifici umani sta aumentando rapidamente e la polizia fa ben poco per risalire ai colpevoli e ancora meno per proteggere le potenziali vittime.
http://www.lettera43.it/attualita/28884/uganda-attenti-all-orco.htm

È interessante notare che tali riti, pur essendo proibiti dalla legge, sono talmente diffusi e socialmente accettati, da non suscitare la minima riprovazione da parte dell‘africano medio.
Infatti benché l’attuale incremento dei sacrifici sia riconducibile ad una specifica setta chiamata Yu-Yu, questo fenomeno non è un’anomalia estranea alla cultura e alla mentalità africane ma, al contrario, si radica nella psicologia stessa di quelle popolazioni, le quali dal punto di vista morale non vi trovano assolutamente nulla di male. Infatti, in questo continente, e in particolare in Uganda, casi di sacrifici umani sono sempre esistiti e spesso sono gli stessi guaritori tradizionali che finito l’insegnamento di queste pratiche devono iniziare con il sacrificio del proprio figlio. Ecco la descrizione particolareggiata di uno di questi riti:
Molte famiglie, in quelle zone dell’Africa dove lo Yu-Yu è molto diffuso, destinano uno dei loro bambini al sacrificio per garantire benessere a tutta la famiglia. I membri della setta assistono, nudi, all’opera dello sciamano che, stordita la vittima, gli taglia la gola facendo molta attenzione a che neanche una goccia di sangue vada sprecata; il sangue (5/6 litri) viene raccolto in una bacinella metallica e versato sulle teste dei presenti che, poi, si accoppiano ancora tutti lordi di questo.
http://www.valianti.it/cgi-bin/bp.pl?pagina=mostra&articolo=1729

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Un buon africano non capirà mai perché queste pratiche suscitino nell’uomo bianco tanta riprovazione. Per lui l’omicidio non è un crimine, tanto più se è lo stregone a ordinarlo. Ecco come un negro tratta il rito sanguinario con un cronista della BBC che si è finto un acquirente:

«Esistono due modi di farlo», ha spiegato Awali al giornalista, «possiamo seppellire il bambino vivo dove stai costruendo la tua sede oppure possiamo tagliarlo a pezzi e mettere il suo sangue in una bottiglia. Se è maschio gli tagliamo la testa e i genitali, seppellendoli insieme alle mani e ai piedi».
http://www.lettera43.it/attualita/28884/uganda-attenti-all-orco.htm

Ci viene spontaneo chiederci, visti gli attuali flussi migratori, quali saranno a lungo termine gli effetti dell’importazione di questa preziosa cultura nel continente europeo. La risposta ce la da un articolo di alcuni anni fa, in cui si descrive come l’immigrazione grazie alle associazioni antirazziste e umanitarie abbia permesso agli stregoni africani di esportare le loro pratiche di magia nera sino in Gran Bretagna.
Tutto è cominciato col ritrovamento di un corpo mutilato nel Tamigi.

Si trattava di un bambino di razza africana cui erano stati amputati la testa, le gambe e le braccia; investigatori lo battezzarono Adam e cominciarono le indagini. La prima risultanza fu che la causa della morte era stato un accuratissimo taglio della vena giugulare, cui era seguito un drenaggio completo del sangue. (…) Studiando i resti del bambino sacrificato si scoprirono nello stomaco e nell’esofago resti di una pozione costituita da rare erbe africane; l’antropologo spiegò che si trattava di erbe che stordivano la vittima prima del sacrificio.
http://www.valianti.it/cgi-bin/bp.pl?pagina=mostra&articolo=1729

Infine si scoprì che:
Bambini maschi tra i 4 e i 7 anni venivano comprati in Africa per 10/20 dollari; fatti arrivare in Gran Bretagna assieme a coppie di richiedenti asilo, che se ne avvalevano per facilitare le pratiche di accettazione, e poi passati a sette segrete apparentemente di denominazione cristiano-evangelica, in realtà sette sataniche che li sacrificavano, spesso dopo averli torturati, per cacciare «cattivi spiriti» o malattie. I bambini importati dall’Africa in questa maniera sarebbero almeno un centinaio e questa potrebbe essere la punta di un iceberg.
Tra poche decine di anni l’Europa si sarà definitivamente trasformata in un continente africano. Non è difficile perciò ipotizzare un aumento di queste pratiche, con buona pace di progressisti e associazioni umanitarie. Già l’anno scorso abbiamo avuto notizia di un caso simile, riguardante un barcone attraccato a Lampedusa.
Un sopravvissuto, un ghanese di 16 anni, raccontò infatti che durante la traversata furono gettati in mare alcuni uomini per “placare gli spiriti del mare”:
A bordo del barcone venivano eseguiti sacrifici umani per invocare il sostegno di qualche divinità pagana nei momenti di difficoltà, o anche semplicemente per punire qualche innocente che veniva ritenuto colpevole di aver provocato qualche danno ai motori dell’imbarcazione.
La regia degli avvenimenti era tenuta da quattro donne, quattro maghe, delle santone nigeriane che eseguivano riti magici a bordo dell’imbarcazione indicando di volta in volta chi doveva essere gettato in mare. Il fatto che nell’imbarcazione ci fossero etnie diverse ha favorito una sorta di guerra interna dominata da alcuni nigeriani. Un sopravvissuto ha raccontato che donne di etnia nigeriana facevano riti magici al termine quali indicavano qualcuno. Questo veniva preso, legato mani e piedi e ancora vivo gettato in mare.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2011/11/30/IMMIGRATI-Sacrifici-umani-sul-barconi-orrore-a-Lampedusa/225793/
Una cosa molto importante da sottolineare è che tutte le donne arrestate erano ospitate in strutture di accoglienza: “due a Palinuro, in provincia di Salerno, uno a Cosenza e altri due in un albergo di Enna” e che tutti i responsabili, “erano già in possesso di permesso di soggiorno dopo avere richiesto e ottenuto asilo politico”.

Forse gioverà a questo punto interrogarsi sui fondamenti antropologici di questa crudele usanza. Il sacrificio umano a scopi stregoneschi riflette di per sé un tratto caratteristico della psicologia dei negri e, in genere, delle popolazioni selvagge. Infatti a differenza di altre forme di culti sacrificali, in uso nell’antichità presso popoli di stampo indoeuropeo, che avevano una valenza cosmica e sancivano un legame con la comunità di appartenenza e col divino, il rito stregonico è totalmente spogliato da qualsiasi carattere sacrale e comunitario, e si riduce sostanzialmente a una sorta di contrattazione magica con i demoni per ottenere vantaggi individuali e materiali. Ciò, del resto, si accorda perfettamente con la stessa concezione della religiosità in uso presso i selvaggi, caratterizzata da una totale cesura con il sacro, che degenera in mero fattucchierismo e magia nera tra i popoli del Sud del mondo, improntati a una crudeltà metafisica che riflette il loro allontanamento dall’umanità e il loro affacciarsi sull’animalità. op. cit.
“Da ciò risulterà chiaro come da un lato il selvaggio possieda ancora un labile aggancio con l’umanità normale, dalla quale comunque si è allontanato, e dall’altro lato esso si affaccia già su quell’animalità alla quale è destinato”.
Concludendo, fenomeni come questi dimostrano in maniera inequivocabile, se non fosse già abbastanza chiaro, che l’idea di importare selvaggi dalle aree più degradate del pianeta non potrà mai costituire una fonte di arricchimento culturale per i popoli civili, ma solo una causa di costante regressione antropologica, di imbarbarimento e di degenerazione. L’immigrato di colore è inassimilabile. La sua presenza va di pari passo al deterioramento delle strutture civili, morali e spirituali di una Nazione. […]
Fonte: visto su Identità. com del 22 agosto 2013. Link: http://identità.com/blog/2012/08/22/sacrifici-umani-nelle-comunita-di-immigrati/

UGANDA, ATTENTI ALL’ORCO. MACABRI RITI: 900 BAMBINI SACRIFICATI PER PROPIZIARE LA FORTUNA.

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di Emanuela Di Pasqua

Un bimbo morto in cambio di successo, soldi, salute. È quanto accade in Uganda, Paese africano dove – secondo le stime di Jubilee Campaign, charity che si occupa di tutela dei minori – il macabro rituale ha già coinvolto 900 bambini. Un recente reportage investigativo della Bbc nello stato africano ha rivelato che il numero delle piccole vittime di sacrifici umani sta aumentando rapidamente e la polizia fa ben poco per risalire ai colpevoli e ancora meno per proteggere le potenziali vittime.

SUPERSTIZIONE E PAURA.

Negli ultimi tempi, sono stati ritrovati molti corpi orrendamente mutilati a causa della preoccupante ascesa di chi crede nel potere del sacrificio umano. La paura serpeggia tra la popolazione, i genitori e gli insegnanti cercano di non perdere mai d’occhio i piccoli e lungo le strade si moltiplicano i manifesti che segnalano i pericoli legati a questi riti. In alcune missioni, agli alunni viene insegnata una canzone dal titolo esplicativo: «Guariamo la nostra nazione. Finiamola con i sacrifici di bambini».
Ma il fenomeno non avrebbe nulla a che fare con antiche credenze tradizionali: sacrificare la vita di un bambino è un rito che porterebbe semplicemente salute e denaro a chi lo commissiona: trova terreno fertile nella superstizione, nella povertà e nella mancanza di cultura, ma si diffonde anche tra presunti uomini d’affari o imprenditori locali.

IL POTERE DEGLI STREGONI E L’AUMENTO DEI SACRIFICI

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A compiere i riti sono i cosiddetti stregoni o witch doctors, che utilizzano per le proprie pratiche bambini rapiti. I parenti delle piccole vittime parlano di una polizia indolente e di offerte di denaro da parte degli stregoni per evitare guai con la legge. Il capo della task force creata dalla polizia ugandese per investigare sui sacrifici umani, Bignoa Moses, sostiene che la giustizia è imbavagliata e impotente, anche perché mancano le prove e i testimoni per inchiodare gli stregoni. Ma chi conosce bene questa realtà non si stupisce. Come Padre Franco Moretti, padre comboniano conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Nigrizia, che ha dichiarato: «C’era un padre qui a Verona che aveva condotto ricerche su questo argomento e aveva anche aperto un dialogo con i cosiddetti stregoni. Ma è morto due anni fa. Di tanto in tanto si ricevono notizie sui sacrifici umani. Si sa che accadono, ci sono stati anche pronunciamenti del governo».

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Peter Sewakiryanga con un bambino.

IL MERCATO DEI MINORI.

Secondo Peter Sewakiryanga, pastore a capo della chiesa Kyampisi Childcare Ministries, alla base dell’aumento del numero di rituali che implicano la morte di minori c’è il fatto che «la gente ama il denaro e tanti vogliono diventare più ricchi». La convinzione che grazie ai macabri riti si arrivi al benessere ha reso i bambini “beni” commerciali, con un vero mercato basato sul binomio domanda/offerta.
Secondo i dati della polizia ugandese nel 2006 sarebbe stato accertato un solo caso simile, nel 2008 ce ne sono stati 25 e nel 2009 altri 29. Ma Sewakiryanga contesta le cifre diffuse dalle autorità, sostenendo che soltanto nella sua parrocchia il numero di minori immolati è maggiore di quello dichiarati in tutta la nazione.

LA MANCANZA DI PROVE E L’INCAPACITÀ DELLA POLIZIA

Nel principale ospedale di Kampala, la capitale della nazione africana, è ricoverato Allan, nove anni, sopravvissuto a un colpo di machete che intendeva decapitarlo. Il bimbo ha riportato danni ossei e cerebrali e, nel corso del rito, è stato anche castrato. Dopo un mese di coma, il piccolo ha riconosciuto chi lo aveva ridotto in fin di vita ma la polizia ha definito le sue dichiarazioni inattendibili. L’uomo accusato da Allan si chiama Awali e il cronista investigativo della Bbc, Chris Rogers, è riuscito a mettersi sulle sue tracce. Fingendosi un uomo d’affari locale, ha sparso la voce di essere alla ricerca di un witch doctor in grado di praticare un rito propiziatorio per guadagnare successo e fortuna. L’uomo ha incontrato Awali che gli ha subito proposto l’incantesimo più potente: il sacrificio di un bambino.

LA TRATTATIVA DELL’ORRORE

«Esistono due modi di farlo», ha spiegato Awali al giornalista, «possiamo seppellire il bambino vivo dove stai costruendo la tua sede oppure possiamo tagliarlo a pezzi e mettere il suo sangue in una bottiglia. Se è maschio gli tagliamo la testa e i genitali, seppellendoli insieme alle mani e ai piedi».
Al termine della trattativa (nel corso della quale Awali ha ammesso di avere già praticato altre volte il sanguinario rito), l’inviato della testata inglese si è rivolto alla polizia. Eppure Awali è ancora un uomo libero, poiché l’inchiesta di Rogers non è stata sufficiente a inchiodarlo e il piccolo Allan non è stato considerato attendibile, pur avendo riconosciuto il suo carnefice nelle immagini che il giornalista britannico gli ha mostrato sul laptop.

IL SILENZIO DELLA LEGGE.

L’inchiesta non ha sortito alcun risultato. Secondo Sewakiryanga, senza l’aiuto delle forze dell’ordine non si può far nulla per proteggere i bambini da questa assurda minaccia: «I piccoli non hanno voce, perché viene messa a tacere dal silenzio della legge e della polizia e dalle persone che, pur leggendo questi fatti sui giornali, non alzano un dito. Noi dobbiamo resistere e fare tutto ciò che è possibile per estirpare questo male. E pregare. Affinché il governo ci ascolti».

STREGONERIA E SACRIFICI UMANI IN EUROPA

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A seguito del ritrovamento nel Tamigi di un torso umano, appartenente a un bambino negro di cui non era stata denunciata la scomparsa e che non si riusciva ad identificare, Scotland Yard iniziava un’indagine che, nei giorni scorsi, ha portato a risultati agghiaccianti.

Bambini maschi tra i 4 e i 7 anni venivano comprati in Africa per 10/20 dollari; fatti arrivare in Gran Bretagna assieme a coppie di richiedenti asilo, che se ne avvalevano per facilitare le pratiche di accettazione, e poi passati a sette segrete apparentemente di denominazione cristiano-evangelica, in realtà sette sataniche che li sacrificavano, spesso dopo averli torturati, per cacciare «cattivi spiriti» o malattie.

I bambini importati dall’Africa in questa maniera sarebbero almeno un centinaio e questa potrebbe essere la punta di un iceberg.

Contemporaneamente, Scotland Yard ha iniziato un’inchiesta su 400 bambini africani o asiatici scomparsi da casa e da scuola solo negli ultimi dieci mesi e ne ha rintracciati, per ora, solo quattro.

Nuovi fatti sono venuti recentemente alla luce e sono stati illustrati in maniera particolareggiata da un documentario prodotto in collaborazione dalla BBC e da Scotland Yard.
Il documentario si intitola «Sacrificio umano a Londra» e racconta le indagini svoltedagli investigatori inglesi in seguito al ritrovamento del torso umano nel Tamigi.

Nell’ottobre 2001, come detto, un torso umano emergeva e veniva recuperato nei pressi di Tower Bridge; il torso era in buone condizioni perché non era stato in acqua più di 24 ore.
Si trattava di un bambino di razza africana cui erano stati amputati la testa, le gambe e le braccia; investigatori lo battezzarono Adam e cominciarono le indagini.
La prima risultanza fu che la causa della morte era stato un accuratissimo taglio della vena giugulare, cui era seguito un drenaggio completo del sangue.
Sicuri si trattasse di un sacrificio umano si rivolsero ad un professore universitario di antropologia per avere informazioni.
Questi spiegò loro che la tecnica usata era quella tipica dello Yu-Yu, una setta che adora gli spiriti del male e che, molto diffusa nell’Africa occidentale subsahariana, è coinvolta in ogni genere di attività illecita; oltre all’aspetto rituale, si poteva considerare una vera e propria organizzazione mafiosa internazionale.

La setta, oltre a controllare le attività illecite in Africa, si occupa attivamente di traffico di esseri umani verso l’Europa, traffico e gestione di prostitute in Europa e contrabbando all’ingrosso verso l’Europa di tutti i tipi di droghe.
Studiando i resti del bambino sacrificato si scoprirono nello stomaco e nell’esofago resti di una pozione costituita da rare erbe africane; l’antropologo spiegò che si trattava di erbe che stordivano la vittima prima del sacrificio.
Molte famiglie, in quelle zone dell’Africa dove lo Yu-Yu è molto diffuso, destinano uno dei loro bambini al sacrificio per garantire benessere a tutta la famiglia.
I membri della setta assistono, nudi, all’opera dello sciamano che, stordita la vittima, gli taglia la gola facendo molta attenzione a che neanche una goccia di sangue vada sprecata; il sangue (5/6 litri) viene raccolto in una bacinella metallica e versato sulle teste dei presenti che, poi, si accoppiano ancora tutti lordi di questo.
Studiando i microminerali che costituivano le ossa di Adam venne individuata, con un margine di approssimazione di 100 km, la sua provenienza: l’area intorno a Benin City.
A questo punto, però, le indagini erano a un punto morto.

Un fatto nuovo le sbloccò: arrivò all’Interpol la segnalazione di una donna proveniente da Benin City che chiedeva asilo politico in Germania dicendosi perseguitata da una setta che praticava i sacrifici umani e da cui lei si voleva affrancare.
Gli inglesi subito volarono in Germania: la donna confessò di essere la moglie di uno dei capi dello yu-yu, che il marito si occupava di traffico di esseri umani e di droga verso tutta l’Europa e fornì una serie di indirizzi, alcuni in Inghilterra, di costui.
La donna informò gli inquirenti che prima di ogni azione illegale, per garantirsi la protezione degli spiriti, veniva fatto un sacrificio umano (preferibilmente un bambino, più gradito agli spiriti) e che, se l’operazione era andata bene, veniva eseguito un altro sacrificio a scopo di ringraziamento. A casa della donna vennero trovate stanze intere di vestiti da bambino di tutte le taglie, il che fece pensare che a lei fossero stati affidati, in Africa, da genitori inconsapevoli, bambini da portare in Europa e che quella montagna di vestiti fossero i loro bagagli.
La donna non seppe spiegare la presenza di quella montagna di vestiti né la differenza di taglie.
La donna venne trasportata in Inghilterra ma, appena arrivata, ritrattò tutta la sua storia e non fu possibile trattenerla.
Risulta rientrata a Benin City dove è ancora attivamente coinvolta nel traffico di esseri umani e nella affiliazione di tutti i partenti ancora non affiliati alla setta.
A questo punto, però, gli investigatori avevano l’indirizzo dell’ex marito della donna.

Essi misero sotto controllo stretto l’indirizzo, nell’Est London, e si resero conto che egli, ogni notte, viaggiava fino ad un aereoporto (non solo in Inghilterra ma anche in Germania e Belgio) e raccoglieva due immigrati che forniva di documenti veri (procuratigli da funzionari corrotti di origine nigeriana del ministero degli Interni inglese).
Continuando la sorveglianza del sospettato i funzionari di Scotland Yard individuarono altri 12 elementi, a lui strettamente legati, che svolgevano le sue stesse funzioni.
La setta, per non dare nell’occhio durante le sue riunioni settimanali, che raccoglievano centinaia di persone, aveva formato una falsa chiesa protestante di denominazione particolare in cui erano ammessi solo i membri della setta stessa.
In questa maniera essi si potevano radunare una volta a settimana, compiere i propri riti, incassare la rata del riscatto di 5.000 sterline che ogni immigrato clandestino era impegnato a pagare alla setta sotto ricatto di essere sottoposto ai malefici Yu-Yu.
Dal punto di vista delle prove sulle responsabilità del sacrificio di Adam, gli investigatori erano a un punto morto.

Decisero cosi fare un’irruzione all’alba simultaneamente nei 12 appartamenti sotto sorveglianza.
In un appartamento fu trovata una videocassetta in cui si vedeva un uomo che assisteva il padre gravemente malato in un letto; successivamente si recava in un’altra stanza dove un altro uomo di colore nudo era disteso bocconi e in stato di intontimento.
L’uomo procedeva a tagliare la gola della vittima raccogliendo accuratamente il sangue in una bacinella di metallo; quando il sangue era completamente drenato, gli staccava la testa e la metteva in un cesto di vimini.
L’uomo poi si versava in testa l’intero contenuto della bacinella piena di sangue e portava il cesto di vimini sul letto del padre.
Aperto il cesto mostrava la testa al padre, che immediatamente mostrava di sentirsi meglio e si rialzava in piedi.
Nel congelatore del frigorifero vennero trovate alcune buste contenenti le rarissime erbe equatoriali, stupefacenti e microminerali tipiche del Benin, che erano state ritrovate nella gola e nello stomaco di Adam.
Ciò permise l’incriminazione dell’uomo per il sacrificio umano di Adam e di altri 11 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per traffico internazionale di droghe.
Questa però è soltanto la punta dell’iceberg; la setta Yu-Yu continua a monopolizzare l’arrivo dei clandestini dall’Africa occidentale subsahariana e a gestire la prostituzione nigeriana in tutta Europa, a importare enorme quantitativi di droga sul continente, a compiere sacrifici umani soprattutto di bambini) sullo stesso suolo europeo.
Tutto ciò, di gravità orrenda, assume connotati più che preoccupanti alla luce di alcuni fatti recentissimi.

A seguito del ritrovamento nel Tamigi di un torso umano, appartenente a un bambino negro di cui non era stata denunciata la scomparsa e che non si riusciva ad identificare, Scotland Yard iniziava un’indagine che, nei giorni scorsi, ha portato a risultati agghiaccianti.
Bambini maschi tra i 4 e i 7 anni venivano comprati in Africa per 10/20 dollari; fatti arrivarein Gran Bretagna assieme a coppie di richiedenti asilo, che se ne avvalevano per facilitare le pratiche di accettazione, e poi passati a sette segrete apparentemente di denominazionecristiano-evangelica, in realtà sette sataniche che li sacrificavano, spesso dopo averli torturati, per cacciare «cattivi spiriti» o malattie.
I bambini importati dall’Africa in questa maniera sarebbero almeno un centinaio e questa potrebbe essere la punta di un iceberg.
Contemporaneamente, Scotland Yard ha iniziato un’inchiesta su 400 bambini africani o asiatici scomparsi da casa e da scuola solo negli ultimi dieci mesi e ne ha rintracciati, per ora, solo quattro.
Nuovi fatti sono venuti recentemente alla luce e sono stati illustrati in maniera particolareggiata da un documentario prodotto in collaborazione dalla BBC e da Scotland Yard.
Il documentario si intitola «Sacrificio umano a Londra» e racconta le indagini svoltedagli investigatori inglesi in seguito al ritrovamento del torso umano nel Tamigi.
Nell’ottobre 2001, come detto, un torso umano emergeva e veniva recuperato nei pressi di Tower Bridge; il torso era in buone condizioni perché non era stato in acqua più di 24 ore.
Si trattava di un bambino di razza africana cui erano stati amputati la testa, le gambe e le braccia; investigatori lo battezzarono Adam e cominciarono le indagini.
La prima risultanza fu che la causa della morte era stato un accuratissimo taglio della vena giugulare, cui era seguito un drenaggio completo del sangue.
Sicuri si trattasse di un sacrificio umano si rivolsero ad un professore universitario di antropologia per avere informazioni.
Questi spiegò loro che la tecnica usata era quella tipica dello Yu-Yu, una setta che adora gli spiriti del male e che, molto diffusa nell’Africa occidentale subsahariana, è coinvolta in ogni genere di attività illecita; oltre all’aspetto rituale, si poteva considerare una vera e propria organizzazione mafiosa internazionale.
La setta, oltre a controllare le attività illecite in Africa, si occupa attivamente di traffico di esseri umani verso l’Europa, traffico e gestione di prostitute in Europa e contrabbando all’ingrosso verso l’Europa di tutti i tipi di droghe.
Studiando i resti del bambino sacrificato si scoprirono nello stomaco e nell’esofago resti di una pozione costituita da rare erbe africane; l’antropologo spiegò che si trattava di erbe che stordivano la vittima prima del sacrificio.
Molte famiglie, in quelle zone dell’Africa dove lo Yu-Yu è molto diffuso, destinano uno dei loro bambini al sacrificio per garantire benessere a tutta la famiglia.
I membri della setta assistono, nudi, all’opera dello sciamano che, stordita la vittima, gli tagliala gola facendo molta attenzione a che neanche una goccia di sangue vada sprecata; il sangue (5/6 litri) viene raccolto in una bacinella metallica e versato sulle teste dei presenti che, poi, si accoppiano ancora tutti lordi di questo.

In un appartamento fu trovata una videocassetta in cui si vedeva un uomo che assisteva il padre gravemente malato in un letto; successivamente si recava in un’altra stanza dove un altro uomo di colore nudo era disteso bocconi e in stato di intontimento.
Aperto il cesto mostrava la testa al padre, che immediatamente mostrava di sentirsi meglio e si rialzava in piedi.
Nel congelatore del frigorifero vennero trovate alcune buste contenenti le rarissime erbe equatoriali, stupefacenti e microminerali tipiche del Benin, che erano state ritrovate nella gola e nello stomaco di Adam.
Ciò permise l’incriminazione dell’uomo per il sacrificio umano di Adam e di altri 11 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per traffico internazionale di droghe.
Questa però è soltanto la punta dell’iceberg; la setta Yu-Yu continua a monopolizzare l’arrivo dei clandestini dall’Africa occidentale subsahariana e a gestire la prostituzione nigeriana in tutta Europa, a importare enorme quantitativi di droga sul continente, a compiere sacrifici umani soprattutto di bambini) sullo stesso suolo europeo.
Tutto ciò, di gravità orrenda, assume connotati più che preoccupanti alla luce di alcuni fatti recentissimi.

Gli immigrati dall’Africa tendevano fino a poco fa a provenire dal Maghreb ed erano tutti mussulmani e tendenzialmente in buona salute.
Gheddafi aveva firmato con tutte le nazioni africane un patto che apre le frontiere della Libia, senza bisogno di passaporti, a qualsiasi cittadino africano.
Masse enormi provenienti dall’Africa subsahariana si sono messe in movimento verso la Libia allo scopo di attraversare lo stretto di mare che le separa da Lampedusa.
Se fino a ieri l’immigrazione gestita dalli Yu-Yu riguardava decine di persone a settimana in tutta Europa adesso è diventata un fenomeno di massa con barconi carichi di centinaia di persone (non piu magrebini, ma africani e subsahariani).
Costoro sono tutti appartenenti e gestiti dallo Yu-Yu; in media uno su 2 è Hiv Positivo; in media 1 su 5 è positivo a forme di turbercolosi nuove per l’Europa e verso cui gli europei non hanno difese immunitarie acquisite.
Il governo italiano, invece di alzare una cortina di ferro contro nuovi pericoli immani che ci minacciano, ha deciso di sanare la posizione di 500.000 extracomunitari clandestini già presenti sul nostro territorio.
Inoltre, con la scusa che la Libia non aderisce alle convezione di Ginevra, ha fatto sapere che tutti i clandestini che provengono dalla Libia non saranno reimpatriati: questo è un vero e proprio invito all’invasione selvaggia.

In questo quadro, gia così preoccupante, il governo di sinistra si appresta a riformare la struttura dei centri di permanenza temporanea in maniera che divengano «strutture aperte», dove poi si può uscire quando si vuole e dove gli immigrati clandestini saranno trattenuti per un massimo di 48 ore; visto che essi proverranno al 99% dalla Libia sarà a tutti permesso rimanere in Italia, anche senza lavorare, per una sorta di asilo politico.
La sicurezza pubblica, l’integrità sanitaria, le strutture sanitarie ospedaliere italiane saranno portate al sicuro collasso.

IMMIGRATI/ SACRIFICI UMANI SUL BARCONE, ORRORE A LAMPEDUSA

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La storia risale al 4 agosto 2011 ed ha dell’incredibile, nel suo orrore.
Un barcone, uno dei moltissimi che specialmente in quel periodo estivo facevano la spola tra il Nord Africa e l’isola di Lampedusa, viene soccorso dalle forze navali italiane. Dentro vi trovano gente viva e dei morti. Circa 400 persone, di diverse etnie africane, si pensa alla solita tragedia di persone che a stento sono riuscite a sopravvivere alla lunga traversata in pessime condizioni. Si scoprirà, mesi dopo, quello che invece è realmente accaduto a bordo del barcone dell’orrore e che chissà quante altre volte è già successo.
Le autorità infatti avevano sospettato qualcosa di strano sin dall’inizio, da quando il barcone era stato portato in salvo con a bordo una persona morta. Facendo indagini accurate fra gli immigrati detenuti nei vari centri di accoglienza italiana, la squadra mobile di Agrigento e altre questure, sono arrivati alla tragica conclusione.
A bordo del barcone venivano eseguiti sacrifici umani per invocare il sostegno di qualche divinità pagana nei momenti di difficoltà, o anche semplicemente per punire qualche innocente che veniva ritenuto colpevole di aver provocato qualche danno ai motori dell’imbarcazione.
La regia degli avvenimenti era tenuta da quattro donne, quattro maghe, delle santone nigeriane che eseguivano riti magici a bordo dell’imbarcazione indicando di volta in volta chi doveva essere gettato in mare. Il fatto che nell’imbarcazione ci fossero etnie diverse ha favorito una sorta di guerra interna dominata da alcuni nigeriani. Un sopravvissuto ha raccontato che donne di etnia nigeriana facevano riti magici al termine quali indicavano qualcuno. Questo veniva preso, legato mani e piedi e ancora vivo gettato in mare.
Lo stesso testimone era stato indicato da una delle donne come responsabile di un guasto al motore. L’intervento di un amico gli evita la sorte, ma dice di aver visto buttare in acqua sei persone. Altre testimonianze, come quella di un ragazzo:
“Eravamo in viaggio da due giorni, il mare si stava ingrossando e un gruppo di nigeriani ha deciso che l’unico modo per far tornare il tempo buono era quello di sacrificare qualcuno di noi”.
Domenica, 23 Ottobre 2011. Fonte: visto su Lettera 43, del 23 ottobre 2011. Link: http://www.lettera43.it/attualita/28884/uganda-attenti-all-orco.htm
Fonte: Visto il Sussidiario.net/del 30 novembre 2011
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2011/11/30/IMMIGRATI-Sacrifici-umani-sul-barconi-orrore-a-Lampedusa/225793/
Fonte: visto su valianti.it del 25 maggio 2006. Link:http://www.valianti.it/cgi-bin/bp.pl? pagina=mostra&articolo=1729

1847.- Pamela Mastropietro. Chiuse le indagini per la procura di Macerata il cannibalismo è un assassinio qualunque, perciò, è Innocent Oseghale l’unico assassino e stupratore.

La procura di Macerata tratta l’omicidio di Pamela come il fatto di un singolo. Con riguardo alle dichiarazioni dei complici,non valuta la pericolosità sociale del cannibalismo, né adotta misure di prevenzione. Il Codice Penale non è il libretto di Mao e il cannibale non è un mafioso. Dietro la solerte chiusura delle indagini sul fatto di cannibalismo di Pamela a Macerata, c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che non so quanto vadano tutelati. Se il ministro degli interni Salvini inviasse un’ispezione, sarebbe opportuno e prudenziale. Il cannibalismo in Nigeria, Congo, Ghana ed altri paesi africani è una pratica rituale ancora molto diffusa. C’è anche un commercio di carne umana. Buonisti è negazionisti non lo ammettono, ma basta andare su you tube per vedere. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che hanno importato nella nostra società, per comprenderne la pericolosità sociale. Il cannibale non è un mafioso che potrebbe e non potrebbe agire. Può esserlo in qualunque istante. La procura di Macerata non ne è consapevole e li libera. Guardate la foto di questo articolo, rabbrividite e rendetevi conto di chi stiamo accogliendo, Pamela ha fatto la stessa fine.
Mario Donnini

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Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero? Roberto Buffagni dubita.
di Maurizio Blondet – Roberto Buffagni

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Ieri la Procura di Macerata ha chiuso le indagini sull’omicidio di Pamela Mastropietro. Unico indagato, Innocent Oseghale, che dovrà rispondere di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, con l’aggravante di aver ucciso Pamela durante uno stupro dopo averla drogata. Sulla violenza sessuale, c’è discordia con il GIP e il tribunale del Riesame, che ritengono non sufficientemente provata la custodia cautelare per violenza sessuale. L’uomo potrebbe aver ucciso, infatti, perché colto dal panico quando vide Pamela collassare dopo l’iniezione di eroina. Per la Procura, invece, il movente scatenante fu la violenza. Oseghale avrebbe comunque violentato, ucciso e smembrato il cadavere da solo: scagionati da tutte le accuse connesse all’omicidio Lucky Awelima e Desmond Lucky, che restano in carcere per la sola accusa di spaccio (Quindi, il cannibalismo è un assassinio qualunque. Ndr). [1]

Giudicando con le informazioni di cui dispongo (i media e basta) le conclusioni delle indagini sembrano gravemente incoerenti con gli elementi disponibili. Ho illustrato un paio di settimane fa perché queste tesi accusatorie non mi persuadono: http://italiaeilmondo.com/2018/05/05/macerata-come-procedono-le-indagini_di-roberto-buffagni/ . Non vedo perché dovrei cambiare idea, a meno che scagionare Lucky Awelima e Desmond Lucky non serva ad avviare una indagine sulla mafia nigeriana, sorvegliandoli con discrezione: se è così, naturalmente mi scuso sin d’ora con gli inquirenti.

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Ma se non è così, e temo proprio che non sia così, questo mi pare un esito determinato da un classico condizionamento ambientale. Nessuno dei moventi dell’omicidio, per come risulterebbero ipotizzati dall’accusa, avrebbe il minimo rapporto con la razza e la diversa cultura del colpevole, nessuna delle modalità dell’omicidio alluderebbe a complicità, precedenti o posteriori all’omicidio, della mafia nigeriana. Il modus operandi del colpevole designato, Innocent Oseghale, sempre alla luce del tenore della contestazione formulata dagli indaganti, ci presenterebbe semplicisticamente il ritratto di un balordo dai nervi fragili, un criminale dilettante che si fa prendere dal panico. La vittima ci viene presentata come un prodotto della società, della droga, del crollo dei valori e del disorientamento della gioventù in questo mondo così difficile e sordo alle esigenze, eccetera. L’unica divergenza tra le ipotesi sulla dinamica dell’omicidio riguarda proprio la vittima, e non il suo assassino: per il Procuratore Pamela è stata violentata da Oseghale, per il GIP no. Questo aspetto della vicenda – se il rapporto sessuale tra Pamela e il suo omicida sia stato consenziente o meno – è certo rilevante sul piano giudiziario e importante per i parenti di Pamela, ma non ci aiuta a capire come sono andate davvero le cose: chi l’ha uccisa e perché, chi e perché l’ha smembrata per poi depositarne il corpo fatto a pezzi sul ciglio di un viottolo di campagna.

L’impressione che ne ricavo è che gli inquirenti abbiano seguito un codice informale teso a chiudere il caso il più presto possibile e nel modo più indolore. Ovvio il dubbio e il sospetto che ne consegue: c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che vanno comunque tutelati.

Mi sbaglio? Spero di sì, temo di no. E se il Ministero degli Interni inviasse un’ispezione della Criminalpol per dissipare i timori e i sospetti che certo non sono l’unico a nutrire? Timori e sospetti ben insinuati tra i profani, ma anche tra gli addetti ai lavori.

(MB. Condivido i forti dubbi del giornalista Buffagni: perché i magistrati di Macerata sminuiscono il delitto dei nigeriani? Sono al corrente che dalla Nigeria stiamo importando sette segrete di stregoni cannibali, che fanno a pezzi corpi umani per ricavarne amuleti “di potenza”? La polizia nigeriana ne scopre a decine. Dopo la scoperta del corpo sezionato “professionalmente” della povera Pamela, avevo pubblicato sul mio sito un rapporto su questo orrendo fenomeno criminale.

NIGERIA, IL CANNIBALISMO PER MAGIA NERA. Un rapporto della Commissione Canadese per l’Immigrazione.
Maurizio Blondet

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Secondo varie fonti, le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da utilizzare nei rituali ( The Punch 10 agosto 2012; Sahara Reporters 3 luglio 2012). Il quotidiano di Lagos This Day spiega che “i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno alla ricerca di parti umane su richiesta degli erboristi, che li richiedono per i sacrifici o per la preparazione di varie pozioni magiche” (26 settembre 2010).

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http://thenationalpilot.ng/adeyemi-college-missing-students-decomposed-body-found-in-ondo-ritualists-den/ (Nigeria, 28 agosto 2017)

1832.- OMICIDIO DI PAMELA MASTROPIETRO, SCAGIONATI AWELIMA E DESMOND; MA STIAMO PARLANDO DI CANNIBALI SI’ O NO?

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Leggo e rileggo. Secondo i giudici, mancano gravi indizi sui due nigeriani Desmond (22 anni) e Awelima (27 anni) in carcere, arrestati – con Innocent Oseghale – con le accuse di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere della diciottenne romana Pamela Mastropietro: cade l’accusa di omicidio, ma…
A parer mio, resta la certezza della presenza di tre o chissà quanti cannibali perché, lo hanno detto loro: “Questa è una cosa da bambini, abbiamo già fatto cose terribili. Avrebbe dovuto far sparire il cadavere tagliandone una parte a pezzettini da gettare nel gabinetto e mangiare il resto, dopo averlo congelato”. Se questi non sono gravi indizi di cannibalismo, direi che, a prescindere dal caso Pamela, questi orribili esseri devono, come minimo, restare in galera e per sempre. Sostengo Roberto Fiore quando afferma che bisogna promuovere un’ispezione immediata alla Procura di Macerata per neutralizzare chi sta proteggendo, oppure, è vittima delle mafie criminali nigeriane, chi tutela i corrotti e chi impedisce che sia fatta giustizia.

Il gip di Macerata Giovanni Maria Manzoni ha revocato la custodia in carcere, ma solo per le accuse di omicidio, vilipendio, distruzione e … Andranno a processo solo per spaccio. La misura è stata revocata su richiesta della procura, dopo che è stata depositata anche la consulenza sui telefoni dei due.
In base all’analisi dei cellulari, e delle celle agganciate il 30 gennaio, i due verosimilmente sono stati in via Spalato, nell’appartamento di Oseghale, ma solo per pochi minuti, troppo pochi per ritenerli coinvolti nel delitto macabro commesso lì dentro..
Quindi, questi saranno presto liberi, sapevatelo. Le frasi di Lucky Desmond e Awelima Lucky registrate in carcere non sono sufficienti per i giudici. Le ripeto:
“Questa è una cosa da bambini, abbiamo già fatto cose terribili. Avrebbe dovuto far sparire il cadavere tagliandone una parte a pezzettini da gettare nel gabinetto e mangiare il resto, dopo averlo congelato”.
Per inciso, nutrirsi di carne umana provoca il cosiddetto “kuru”, una malattia del cervello simile al morbo della mucca pazza che porta alla morte.
Le parole dei due cannibali nigeriani vengono citate dal giudice Giovanni Manzoni, nell’ordinanza con cui impone ai tre un’altra misura cautelare, sempre in carcere, per l’accusa di spaccio.
Al momento, comunque, «non c’è l’archiviazione delle accuse» nei confronti di Awelima e Lucky che, almeno formalmente per ora, restano nell’inchiesta per il massacro di Pamela e rimangono in carcere ad Ancona solo per l’accusa di spaccio di eroina.
Per l’eventuale archiviazione delle accuse, ha aggiunto il procuratore Giovanni Giorgio, «poi vedremo».
Il tribunale del Riesame ha infatti respinto – riferisce l’Agi – il ricorso presentato dai difensori di Lucky Desmond e Awelima Lucky per ottenerne la scarcerazione. Trova quindi una conferma la linea investigativa seguita dai carabinieri del Reparto investigativo e del Comando provinciale di Macerata, coordinati dalla Procura locale, e l’attività di rilievi seguita dai carabinieri del Ris di Roma.
Secondo il procuratore Giovanni Giorgio, che sta coordinando le indagini sull’omicidio, Pamela sarebbe stata portata da Oseghale nel suo appartamento e lì avrebbe usato l’eroina che il nigeriano le aveva procurato. Per il gip, il rapporto sessuale tra i due potrebbe esser stato consenziente, mentre la procura è convinta – correttamente – che Pamela, sotto l’effetto della droga, non fosse in condizioni di accettare, né di rifiutare, il rapporto sessuale.
IL RIS non ha trovato loro tracce sul corpo della ragazza, o nella mansarda, al contrario di quelle di Oseghale, che erano state cancellate, ma sono state recuperate con i reagenti: nel sangue, sono emerse solo le impronte di Oseghale.
Ci sono però degli indizi. In primo luogo, Oseghale fin dall’inizio ha detto che era stato Desmond a dare l’eroina a Pamela; alcune volte ha detto anche di averli lasciati soli in casa sua. Il titolare di un negozio poi afferma che il pomeriggio del 30 si sarebbero presentati Oseghale e Desmond, chiedendo di comprare l’acido, e prendendo poi la candeggina; ma lo scontrino di quell’acquisto ritrovato nel registratore di cassa è del giorno prima. Questo dice e non dice, perché potrebbe trattarsi di un altro acquisto non registrato e, nel caso, si potrebbe ravvedere un’intenzionalità.
Quanto ad Awelima, Oseghale ha chiamato Awelima:
“Vuoi venire a stuprare una ragazza che sta dormendo?
E Awelima avrebbe chiamato Oseghale alle 20 proprio dalla stessa zona dove, un paio d’ore dopo, Oseghale sarebbe andato a lasciare i due trolley con i resti della ragazza. Questa resta una circostanza oltremodo allarmante: Casette Verdini è lontana dall’albergo di Awelima, e perché mai andare in quella zona isolata dove, guarda caso, poco dopo viene lasciata Pamela. Eppure, non basta neppure questo per dimostrare che Awelima abbia partecipato all’omicidio.
Allo stato delle indagini, le strade di Desmond e Awelima si separano da quelle di Oseghale. Per i primi due, forse già la prossima settimana, la procura chiederà il processo solo per l’accusa di ripetute cessioni di stupefacenti, dopo aver individuato numerosi clienti abituali dei due nigeriani. Gli avvocati Gianfranco Borgani e Giuseppe Lupi hanno chiesto già il processo con il rito immediato. Stessa richiesta, quanto allo spaccio, hanno fatto gli avvocati Matraxia e Gramenzi per Oseghale.
Restano gli indizi e le dichiarazioni intercettate che dicono chiaramente che siamo di fronte a dei cannibali, che praticano il loro credo e persistono nelle proprie superstizioni con la stessa serenità con cui noi mangiamo una piadina al termine di una serata tra amici. In particolare, in alcune zone della Nigeria, tra cui quella in cui vive la tribù dei Yoruba, è ancora praticato il cannibalismo, strettamente legato al commercio di carne umana. Le ragioni sono legate al permanere di antiche superstizioni, ma anche a credenze di ambito medico. Ci sono mercati aperti in cui è possibile acquistare prodotti freschi a base di carne umana, nonché alcune parti del corpo. Guardate quale orrore, quale schifo hanno importato in Italia queste fogne politico-affariste che di sinistra e di chiesa hanno solo il nome. Li finanzia chi vuole la nostra fine. Guardate e riflettete.

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1784.- [L’inchiesta] Donne schiave, riti voodoo e sottomissione. Viaggio nella ferocia della mafia nigeriana

pamela-innocent-oseghale10“Pamela, uccisa con riti voodoo, bevuto il sangue. I Pm tacciono”. Meluzzi choc sulla mafia nigeriana

«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno». Il racconto del procuratore Gratteri, di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

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In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, e’ accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Fa paura questa mafia nigeriana. Che nasce nelle università come confraternite e che sta dilagando oltre ogni immaginazione. In Italia, in Europa, nel mondo. Il suo collante è l’intimidazione e i riti juju, un misto di rito vodoo impregnato da giuramenti e sottomissioni. I suoi affari sono droga e prostituzione. «Le ragazze destinate alla prostituzione sono moderne schiave, vittime di violenza e di stupri. Ne abbiamo liberate cento». Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per la prima volta si ritrova di fronte alla mafia nigeriana, anche se “tecnicamente” il reato di associazione mafiosa non è stato contestato nei sette fermi eseguiti ieri mattina a Lamezia Terme ma il favoreggiamento alla immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di donne.

Procuratore Gratteri, state nei fatti indagando, anche se non è emerso ancora “tecnicamente”, nulla potente mafia nigeriana. Siamo in Calabria e, dunque, cosa fa la ‘Ndrangheta? Si limita a guardare?
«Sembra inverosimile. Per il momento, però non sono emerse evidenze processuali di rapporti tra le due organizzazioni. Sappiamo però che le ragazze che si prostituiscono devono pagare diciamo una rata per l’occupazione del suolo pubblico. Stiamo lavorando per dare una identità a questi esattori».

Come nasce questa inchiesta?
«Nasce a gennaio con una ragazza costretta a prostituirsi che decide di raccontarci il dramma che aveva vissuto e che stava vivendo. Convinte a partire per avere un futuro di lavoro come cameriere o parrucchiere e invece si ritrovano costrette a prostituirsi dopo un viaggio allucinante che le ha portate in Niger e poi in Libia dove, in veri centri di stoccaggio, di detenzione vengono istruite alla prostituzione. E violentate».

Costrette a dover pagare un riscatto per tornare libere?
«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno».

Tutto questo accade a Castel Volturno come in Piemonte, in Veneto o in Sicilia. E poi c’è il grande affare dell’accoglienza. Il prefetto di Reggio ha notificato una interdittiva antimafia a una cooperativa che gestiva l’accoglienza di 700 richiedenti asilo.
«Dove ci sono i soldi c’è la Ndrangheta. Nell’inchiesta sul centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto persino il prete ha preteso 180.000 euro da giustificare sotto la voce di assistenza spirituale».

Uno spaccato inquietante. i fermi di Lamezia Terme sono solo l’inizio di una indagine destinata ad allargarsi. Tra le carte c’è la testimonianza di Blessing, che ha deciso di collaborare con la magistratura. Ecco una sintesi delle sue dichiarazioni.
«Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella». «Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di Johnson, che mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia, dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa l5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio, e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari». «Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito wudu praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare. In quell’occasione erano presenti al rito di giuramento anche mio fratello, mia sorella, Johnson e Ifanyi, un ragazzo di etnia igbo di circa 30 anni, fratello maggiore – a suo dire – della signora (madame) che avrei conosciuto in Italia».

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane (Stella, Vivian, Haisse e altre due di cui non ricordo il nome) a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Più volte, dopo aver capito le vere intenzioni delle persone e il vero motivo del viaggio, avevo chiesto spiegazioni e aiuto a Ifanyi. Non sapevo come fare: non avevo soldi, ero senza cellulare e chiusa in casa insieme alle altre 5 ragazze; lo stesso Ifanyi mi ha intimato di finire di chiedergli aiuto, perché dovevo soltanto acconsentire e obbedire a quello che successivamente in Italia mi avrebbe detto di fare la sorella (madame), pena le ripercussioni sulla mia famiglia e sui miei figli in Nigeria».

«Dopo quattro mesi trascorsi a casa di questo signore che si faceva chiamare papa, io e le altre cinque ragazze siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale. Tuttavia, il ragazzo arabo, che ci aveva accompagnato da casa del papa fino in quel campo, si frapponeva ed evitava che fossimo costrette a prostituirci o venissimo violentate. Preciso che mi ero separata da Ifanyi, quando ero stata data a questo signore arabo, che mi aveva portato in questo campo ed era amico di Ifanyi, che quest’ultimo era già arrivato in Italia e mi stava aspettando con la sorella (madame). Tramite Kelvin, Ifanyi mi aveva dato l’indicazione di mettermi immediatamente in contatto con la sorella (madame), una volta che sarei sopraggiunta in Italia, contattandola fingendo a chi mi avrebbe prestato il cellulare o dato una scheda telefonica di voler contattare i miei parenti in Nigeria; sempre secondo queste indicazioni, non avrei dovuto dire niente di quello che mi era successo e non avrei dovuto usare il nome “madame”, con il quale la sorella di Ifanyi veniva chiamata dallo stesso, e soprattutto non mi sarei dovuta fare identificare».

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata il 13/02/16 in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita. Avevo vergogna e paura che potesse succedere qualcosa di brutto a tutti noi. Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Costei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro di Olivadi, che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia». «Abbiamo viaggiato con un pullman di colore blu fino a Sant’Eufemia e Osas mi ha portato a casa sua. Qui c’erano la moglie e la figlia di due anni di nome Gift; c’erano inoltre due ragazze di nome Favor e Juliet Success, anche loro nigeriane. Era una casa a un piano molto alto: una casa grande con un soggiorno, la cucina vicino al soggiorno e subito dopo un bagno. La stanza di Favor e di Juliet Success era attaccata a quella di Osas e della moglie. Io stavo chiusa a chiave nella stanza di Favor e, una volta che rientravano a casa Favor e Juliet Success, mi facevano trasferire nel soggiorno e anche in tal caso la moglie di Osas mi chiudeva a chiave».

«Ho aspettato così per circa tre giorni, fino a quando è arrivata la madame, che era stata chiamata dalla moglie di Osas, che l’aveva avvisata del mio arrivo. Sopraggiunta la madame, costei ha detto alla moglie di Osas di aggiustarmi i capelli perché avrei dovuto prostituirmi. Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi: alcuni li aveva portati la madame nella sua borsa; altri me li ha dati la moglie di Osas. Ho provato a rifiutarmi, ma mi è bastata la sua smorfia e la sua aria minacciosa per capire che non avrei avuto altra scelta. Quella sera stessa sono dovuta uscire con Juliet, per andare nel parcheggio (quello con il trenino al centro) di Sant’Eufemia a prostituirmi. Ricordo che, prima di uscire, la moglie di Osas mi ha dato il cellulare, spiegandomi come avrei dovuto comportarmi: quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5,00 euro che le ho dovuto dare. La stessa mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

«La madame, invece, è rimasta per due giorni in quella casa e poi è andata via. La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20,00 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ne ha preso nota su un foglio. La moglie di Osas ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50,00 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

«Io e Juliet Success andavamo a prostituirci nel parcheggio dietro la stazione; Favor prendeva il treno per andare in un altro posto a prostituirsi.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, Juliet Success ha iniziato a prostituirsi in un’altra zona, su indicazione della moglie di Osas. Io invece continuavo a prostituirmi nel parcheggio. Così è stato per circa due mesi. In un’occasione sono rimasta per tre giorni a casa perché non volevo più prostituirmi. La moglie di Osas ha chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano. Tutti e tre, la madame, il ghanese e il nigeriano, mi hanno picchiato. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare».

«Preciso che Juliet Success dava il ricavato della prostituzione a Osas; io e Favor alla moglie. Per un periodo di tempo nell’abitazione di Sant’Eufemia, nella mia stessa stanza, aveva vissuto un’altra ragazza di nome Precious che si prostituiva insieme a Favor. A volte riuscivo a telefonare di nascosto in Nigeria, acquistando una ricarica di euro 5,00: sentivo mamma e mi vergognavo di dire quello che stava accadendo. Una volta ho sentito il marito di mia sorella e gli ho detto che stavo lavorando in un supermercato. Ma era domenica e i supermercati erano chiusi e lui ha capito che non stavo dicendo la verità; mi ha chiesto come mai non fossi andata in chiesa. Lui mi ha detto di pregare e poco dopo mi hanno fermata e sono stata accolta nel progetto».

DOMANDA: ricorda se durante il periodo in cui si trovava a Lamezia è stata costretta a ricorrere a cure mediche/ricoveri in ospedale?
RISPOSTA:«- si, in una occasione, appena arrivata a Sant’Eufemia, dopo aver effettuato il viaggio, sono stata portata presso una abitazione, non so dire di preciso dove, perché ero rimasta incinta a seguito delle violenze subite durante il viaggio per raggiungere l’Italia. Ero incinta di circa 5 mesi e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».
DOMANDA:«- ha mai avuto a che fare con qualche italiano che aiutava la madame o Osas?».
RISPOSTA:«No, tengo a precisare che il numero di telefono riportato in oggetto è attivo ed è da me utilizzato, ma da quando mi trovo nella comunità è spento. Lo accendo solo sporadicamente per sentire i miei familiari ed in tali occasioni ricevo molteplici messaggi e chiamate da parte delle utenze indicate in querela che mi chiedono dove mi trovo e che fine io abbia fatto in quanto vogliono che io mi prostituisca di nuovo. Inoltre i miei aguzzini sono riusciti a raggiungere la mia famiglia in Africa, minacciandoli affinchè questi mi convincano a ritornare a prostituirmi a Sant’Eufemia. Infatti anche da loro ricevo delle pressioni per ritornare nella vecchia abitazione perché hanno paura che sia a me che a loro possa succedere qualcosa di brutto».

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20 dicembre 2017