Archivi categoria: Politica estera – Corea

1359.- Beffa Usa, i missili del Kim volano con razzi ucraini

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Quando il dipartimento di Stato USA sostenne le forze nazionaliste ucraine nel colpo di Stato mortale contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, nel 2014, l’esito doveva essere una nazione alleata indiscussa degli USA e minaccia persistente, distrazione e avversaria non-NATO della confinante Russia. Al contrario, sembra che l’Ucraina, secondo il NYT, sia dietro il successo del programma missilistico della Corea democratica. In particolare, con un articolo sconvolgente, il NYT sostiene che la Corea democratica acquista potenti motori a razzo da una fabbrica ucraina, citando “un’analisi di esperti e valutazioni classificate delle agenzie d’intelligence statunitensi”. Lo studi risolverebbe il mistero di come la Corea democratica abbia iniziato ad avere successi all’improvviso dopo una serie di fallimenti, alcuni dei quali forse causati dal sabotaggio statunitense nelle catene di rifornimento e con cyberattacchi sui lanci. Dopo tali fallimenti, il Nord cambiò progetti e fornitori, negli ultimi due anni, secondo un nuovo studio di Michael Elleman, esperto missilistico presso l’Istituto internazionale degli studi strategici. Secondo l’articolo, gli analisti che hanno studiato le fotoe di Kim Jong-un che controlla i nuovi motori a razzo, si è concluso che derivano dai piani di quelli che facevano volare la flotta missilistica dell’Unione Sovietica. “I motori sono così potenti che un solo missile potrebbe scagliare dieci testate termonucleari in un altro continente”. Dato che i presunti motori sono collegati ad alcuni siti ex-sovietici, gli investigatori ed esperti del governo concentravano le indagini su una fabbrica di missili di Dneprpetrovsk, in Ucraina, vicino al territorio in cui la Russia combatte una guerra a bassa intensità per dividere l’Ucraina. Durante la guerra fredda, la fabbrica produsse i missili più mortali dell’arsenale sovietico, compreso il gigantesco SS-18. Rimase uno dei principali produttori di missili anche dopo che l’Ucraina ebbe l’indipendenza. Tuttavia, dopo il colpo di Stato contro il presidente filo-russo Viktor Janukovich, la fabbrica statale Juzhmash vive tempi difficili. I russi hanno annullato gli aggiornamenti della loro flotta. “La fabbrica è sottoutilizzata, inondata da fatture non pagate e da morale basso. Gli esperti ritengono che sia la fonte più probabile dei motori che a luglio hanno spinto 2 ICBM, i primi a suggerire che la Corea democratica ha la portata, se non necessariamente precisione o tecnologia della testata, per minacciare le città statunitensi”. In altre parole, l’ultimo “alleato” nell’Europa orientale degli USA è responsabile di ciò che rapidamente emerge quale minaccia nucleare su più di metà degli Stati Uniti continentali. “È probabile che questi motori provenissero dall’Ucraina, probabilmente illegalmente”, aveva detto Elleman al NYT in un’intervista. “La grande domanda è quanti sono e se gli ucraini li aiutano adesso. Sono molto preoccupato”. Concludendo aggiungeva la constatazione degli inquirenti delle Nazioni Unite che la Corea democratica provò sei anni prima a rubare i segreti missilistici del complesso ucraino. Due nordcoreani furono arrestati e un rapporto delle Nazioni Unite disse che le informazioni che cercavano riguardavano “sistemi missilistici avanzati, motori a propellente liquido, sistemi spaziali e di approvvigionamento di combustibili per missili”. Gli investigatori credono ora che, tra il caos post-rivoluzionario ucraino, Pyongyang ci abbia provato ancora. Considerando che l’Ucraina è un alleato degli USA, si chieda a John McCain, e forse una telefonata all’attuale presidente, l’oligarca Poroshenko, basterebbe?

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Certo, la fabbrica non ammetterà mai questa affermazione stupefacente: il mese scorso Juzhmash negò che il complesso lottasse per sopravvivere e vendesse la propria tecnologia all’estero, in particolare la Cina. Il suo sito web dice che l’azienda non ha e non parteciperà al “trasferimento di tecnologie potenzialmente pericolose fuori dall’Ucraina”. Peggiorando le cose agli “alleati” ucraini, gli investigatori statunitensi non credono alla smentita, anche se dicono che non vi è alcuna prova che il governo di Poroshenko, che ha recentemente visitato la Casa Bianca, sapesse o controllasse cosa succedeva nel complesso. L’ovvia implicazione è che, se vera, l’Ucraina lavora da anni con la Corea democratica, anche sotto l’amministrazione Obama, lo stesso presidente che diede via libero al colpo di Stato in Ucraina, suggerendo che l’attuale crisi sia esplicita conseguenza delle politiche estere di Obama. Ecco perché si leggono i seguenti passi divertenti sul NYT: “Come i motori di progettazione russa RD-250 siano arrivati nella Corea democratica è ancora un mistero”. Inoltre, Elleman dichiarava che i potenti motori finiti nella Corea democratica, malgrado le sanzioni delle Nazioni Unite, suggeriscono il fallimento totale delle informazioni di molte nazioni che controllano Pyongyang. Fallimento o forse complicità dell’intelligence statunitense in ciò che l’Ucraina farebbe di nascosto. Il NYT scrive che “non è chiaro chi sia responsabile della vendita dei missili e dei progetti, e i funzionari dell’intelligence hanno diverse teorie. Ma Elleman avanza un caso circostanziale, implicando il deterioramento del complesso e gli ingegneri disoccupati. “Li capisco”, affermava Elleman che visitò la fabbrica un decennio prima, mentre lavorava ai programmi federali per frenare la minaccia delle armi. “Non vogliono fare del male”.” Si può solo immaginare come Elleman li avrebbe “capiti” se la fabbrica fosse stata russa o cinese. Descrivendo la lunga storia del contrabbando di tecnologia missilistica nella Corea democratica, soprattutto dall’ex-URSS, il NYT scrive che alla fine il Nord si è rivolto a una fonte alternativa per i segreti del motore, l’impianto Juzhmash in Ucraina, nonché all’ufficio di progettazione Juzhnoe. I motori erano sostanzialmente più facili da copiare, perché non furono progettati per i sottomarini, ma per i complessi missilistici terrestri più grandi. Questo semplificò il lavoro. “Economicamente, l’impianto e l’ufficio di progettazione hanno affrontato nuovi problemi quando la Russia nel 2014 si annetté la Crimea. Le relazioni tra le due nazioni si sono irrigidite e Mosca ritirò i piani per permettere alla Juzhmash di creare nuove versioni del missile SS-18. Nel luglio 2014, una relazione del Carnegie Endowment avvertì che tale turbamento economico potrebbe far perdere agli esperti di missili ed atomici ucraini “il lavoro concedendo le loro competenze cruciali a regimi-canaglia e proliferatori”. Aveva ragione: i primi indizi che un motore ucraino era caduto nelle mani della Corea democratica si ebbe a settembre, quando Kim diresse un test a terra del nuovo motore a razzo che gli analisti definirono il più grande e più potente finora. Norbert Brügge, analista tedesco, riferì che le foto della vampa del motore rivelava forti somiglianze con l’RD-250 della Juzhmash. “L’allarme scattò dopo il secondo test a terra del nuovo motore, a marzo, e l’attivazione a maggio su un nuovo missile a media gittata, l’Hwasong-12, permettendo al Nord nuovi record di gittata. L’alta traiettoria, se ridotta, si traduce in circa 2800 miglia, abbastanza per arrivare sulla base militare statunitense di Guam. Il primo giugno, Elleman emise una nota apprensiva, sostenendo che il potente motore chiaramente era di “un produttore diverso degli altri motori visti finora”. Elleman dichiarava che la diversificazione del Nord con una nuova linea di motori missilistici era importante perché sconvolse le ipotesi occidentali sulla capacità missilistica della nazione: “Potremmo avere sorprese”. Questo è esattamente ciò che è successo. Il primo dei due test di luglio del nuovo missile, l’Hwasong-14, era sufficiente a minacciare l’Alaska, sorprendendo l’intelligence. Il secondo arrivò abbastanza lontano da raggiungere le coste occidentali, e forse Denver e Chicago”.
Se l’articolo del NYT è esatto, forse è giunto il momento di rivalutare la logica del sostegno statunitense all’Ucraina: due settimane prima WSJ riferiva che funzionari del Pentagono e del dipartimento di Stato elaboravano piani per colpire la Russia, soprattutto inviando all’Ucraina missili anticarro e altre armi, cercando l’approvazione della Casa Bianca in un momento in cui i legami tra Mosca e Washington sono pessimi quanto durante l’amministrazione Obama. Alla luce delle notizie che l’Ucraina sia responsabile della creazione della maggiore minaccia nucleare agli Stati Uniti, forse non sarebbe una cattiva idea “ritardare” o anche eliminare tale sostegno mortale all’Ucraina, anche se significa una sfuriata dai neo-con come John McCain. Infine, alla luce di quanto detto, forse è giunto il momento di riprendere l’articolo del marzo 2015: “Rivelati i legami profondi della Clinton Foundation con l’oligarchia ucraina”, basato su un articolo del WSJ, che mostrava che più di ogni altra nazione, i donatori ucraini erano i più generosi, in particolare la fondazione Victor Pinchuk: “Tra il 2009 e il 2013, anche quando Clinton era segretaria di Stato, la Clinton Foundation ricevette almeno 8,6 milioni di dollari dalla Fondazione Victor Pinchuk di Kiev, Ucraina, creata da Pinchuk e la cui fortuna nasce da una società di produzione di tubi. Fu per due termini parlamentare ucraino e propose legami più stretti tra Ucraina ed Europa Unione”. Secondo il WSJ: “Nel 2008, Pinchuk impegnò per cinque anni 29 milioni di dollari per l’Iniziativa Globale dei Clinton, un’ala della fondazione che coordina i progetti di beneficenza e finanziamenti, ma non gestisce il denaro. L’impegno era finanziare un programma per formare i futuri capi ucraini “per modernizzare l’Ucraina”, secondo la Clinton Foundation. Diversi alunni sono membri attuali del parlamento ucraino. La fondazione Pinchuk dichiarò che le sue donazioni avrebbero contribuito a rendere l’Ucraina “un Paese vincente, libero e moderno basato sui valori europei”, affermando che se Pinchuk faceva lobby presso il dipartimento di Stato per l’Ucraina”, ciò non può essere visto che come buona cosa”.

 

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La Beffa Usa

Dal New York Times: ‘Il successo dei test missilistici nordcoreani conduce ad una fabbrica ucraina’, e per gli Stati Uniti è beffa totale. Il missile balistico che sembra in grado di colpire gli Stati Uniti sarebbe spinto da potenti motori a razzo provenienti da una fabbrica ucraina di progettazione russa che un tempo li produceva per l’Unione sovietica, roba seria insomma.

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Le rivelazioni sul New York Times di William J. Broad e David E. Sanger e per gli Stati Uniti è beffa geopolitica. Il successo della Corea del Nord nella sperimentazione di un missile balistico intercontinentale che sembra in grado di raggiungere gli Stati Uniti è stato reso possibile da acquisti di potenti motori a razzo da una fabbrica ucraina con legami storici con il programma missilistico russo. Rosa seria, insomma. Tutto questo secondo un’analisi degli esperti e valutazioni classificate da parte delle agenzie di intelligence americane.

Ed ecco svelato il mistero su come la Corea del Nord abbia ottenuto tali improvvisi successi dopo la successione di fallimento precedenti. Un po’ lo ‘zampino’ americano, con cyberattacchi sui suoi lanci, svela il quotidiano di New York. Ma la Corea del Kim, scopre Michael Elleman, esperto missilistico dell’Istituto per gli studi strategici, ha cambiato progetti e fornitori negli ultimi due anni. Trump che accusava la Cina come la principale fonte di sostegno economico e tecnologico del Nord. Il segretario di stato Tilerson aggiungeva la Russia tra i possibili fornitori di tecnologie ai cattivissimi di Pyongyang.

Fuochino. Scienziati e spie Usa scoprono che i motori a razzo che spingono tanto lontano i missili del Kim derivano da disegni che un tempo hanno alimentato la poderosa flotta missilistica dell’Unione Sovietica. Motori così potenti che un singolo missile avrebbe potuto portarne ben 10 di ordigni termonucleari. Scenari da incubo con la scoperta dell’arsenale missilistico sotto casa ‘politica’ Usa. I ricercatori e gli esperti governativi hanno concentrato le loro indagini su una fabbrica di missili a Dnipro, in Ucraina, la ‘Yuzhmash’, ai margini del territorio controllato dai separatisti filo russi.

Durante la guerra fredda, ci spiegano i due reporter americani, la fabbrica ha fatto i missili più mortali nell’arsenale sovietico, compreso il gigante SS-18. E la fabbrica è rimasta uno dei principali produttori di missili anche dopo che l’Ucraina ha ottenuto l’indipendenza. Ma dal momento che il presidente pro-russo dell’Ucraina Viktor Yanukovych è stato rimosso dal potere con il golpe del 2014, la fabbrica di proprietà statale, la ‘Yuzhmash’, è caduta in crisi. I russi hanno annullato gli aggiornamenti della loro flotta nucleare. La fabbrica è inutilizzata, magazzini pieni di motori inutilizzati, fatture e stipendi non pagati e morale sottoterra, la descrivono.

Gli esperti ritengono che sia proprio la ‘Yuzhmash’ la fonte più probabile dei motori che nel mese di luglio hanno alimentato i due test di missili intercontinentali in grado di minacciare le città americane. «È probabile che questi motori provenissero dall’Ucraina», denuncia Elleman in un’intervista. Ma la domanda vera è un’altra: quanti altri motori hanno i coreani e se gli ucraini li stanno aiutando ancora adesso. Eppure dalle parti di Kiev gli Stati Uniti qualcosa dovrebbero contare, visto che quella ‘rivoluzione’ è stata rivendicata da molto esponenti politici Usa..

L’intelligence Usa non può nemmeno dire, ‘non sapevamo’. Verbali delle Nazioni Unite di sei anni fa denunciano che che la Corea del Nord ha provato a rubare i segreti missilistici del complesso ucraino. Due spie nordcoreane sono pure state stati catturate. Facile capire oggi che, nel caos dell’Ucraina post-rivoluzionaria, Pyongyang ha riprovato. Pagano in contanti. Disegni, hardware e competenze in offerta sul mercato nero. Il mese scorso, la Yuzhmash ha negato che il suo complesso industriale stava lottando per sopravvivere e vendeva le sue tecnologie all’estero, verso la Cina.

Imbarazzo in casa americana: Petro Poroshenko, presidente ucraino che ha recentemente visitato la Casa Bianca, aveva conoscenza di ciò che stava accadendo all’interno dell’impianto? Come i motori di progettazione russa, gli ‘RD-250’, sono arrivati in Corea del Nord è ancora un mistero. Questo malgrado embargo e sanzioni delle Nazioni Unite. Interessi economico strategici prevalenti sugli accordi internazionali e intelligence allo sbando. Leon Panetta, ex direttore Cia, ha dichiarato alla Cbs che la corsa nordcoreana per ottenere missili in grado di portare armi nucleari si è spinta più rapidamente di quanto la comunità di intelligence avesse previsto.

Eppure il degrado economico industriale ucraino e l’insistenza coreana erano ben noti. La Carnegie Endowment per la Pace Internazionale aveva avvertito che lo sconvolgimento economico per la rottura con Mosca poteva ‘esporre’ i missili ucraini e gli esperti atomici, il loro know-how cruciale, a ‘tentazioni o inganni’. Sospetti noti ma trascurati, sino a quando, lo scorso marzo, un nuovo missile a media portata, il Hwasong-12, è volato oltre la distanza dalla base militare americana di Guam. Poi il Hwasong-14, che è volato a distanza sufficiente a minacciare l’Alaska.

Nota di cronaca, la Yuzhmash ucraina fabbrica ora carrelli e trattori, in attesa di nuovi contratti per potentissimi motori a razzo di garanzia sovietica, per riconquistare una parte della sua gloria passata.

Ennio Remondino

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1100.- SOLO I NEO-CON CERCANO LA GUERRA

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Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria

Trump contro tutti, un twitt o una intervista tv dopo l’altra. Ieri Corea e Cina, oggi l’ex amico Putin e la Siria. “Ha nascosto prove dell’attacco chimico di Assad”. Putin con Mattarella aveva ricordato le menzogna americane sulla armi atomiche di Saddam. Prima i twitt contro la Corea, “Cercano guai”, e quelli alla Cina su sostanziale ‘chi se ne frega’ se non aiutata e non volete le nostre atomiche a Seul.

Siria

Donald Trump incontenibile, sembra voler sfidare il mondo, prendendolo a schiaffi. Corea, Cina, Siria, Russia, e via strepitando. E ricomincia con la Siria, rompendo l’insolito silenzio che teneva da venerdì, giorno in cui ha ordinato l’attacco missilistico contro la Siria di Assad. Intervista alla tv amica Fox News e il tabloid New York Post. Secondo una imprecisata agenzia di spionaggio -spara Trump- Mosca ha cercato di nascondere le prove dell’attacco chimico della settimana scorsa dal regime di Assad. Ieri Putin aveva di fatto già smentito queste ipotesi nell’incontro con Mattarella, ricordando le storiche bugie Usa sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam.

Scopo dell’offensiva mediatica è chiarire la posizione dell’amministrazione sulla Siria dopo che per giorni i più stretti collaboratori di Trump, modello armata Brancaleone, avevano detto tutto e il contrario di tutto. Almeno su un punto Trump, frena: “Non stiamo andando in Siria -dice al New York Post- La nostra missione è prima di tutto sconfiggere lo Stato islamico”.
Speranza di qualche chiarimento questa mattina a Mosca durante l’incontro fra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il suo omologo Sergey Lavrov. Nuova amministrazione Usa dai passi decisamente incerti e, per aiutare Tillerson a gestire la situazione, arriva come numero due del dipartimento di Stato John Sullivan, ex sottosegretario al Commercio con Bush Junior, uno che sa come funziona la macchina del governo Usa.

Corea

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«La Corea del Nord cerca guai. Se la Cina decide di aiutare sarebbe magnifico. Altrimenti, risolveremo il problema senza di loro!», ha twittato il presidente americano. Un cinguettio dietro l’altro, Trump ci racconta di avr spiegato al collega Xi, il presidente cinese, «che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà molto meglio per loro se risolvono il problema nordcoreano».
Ricattuccio elegante ma non molto, in attesa di risposta da Pechino.
Replica subito invece Pyongyang, che minaccia «catastrofiche conseguenze» in risposta ad ogni ulteriore provocazione americana, definendo «oltraggiosa» la decisione Usa di dispiegare navi militari nella penisola coreana.

Lo scorso 5 aprile, alla vigilia del primo incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping, Pyongyang aveva lanciato un altro missile balistico nel mar del Giappone. Ma gli esperti non hanno escluso nuove provocazioni in occasione del 105esimo anniversario della nascita del defunto fondatore nordcoreano, Kim II Sung, nonno dell’attuale leader, il prossimo 15 aprile. E se Pechino ha smentito le voci sul dispiegamento di 150.000 uomini al confine con la Corea del Nord, ha comunque detto di seguire «da vicino» gli sviluppi nella penisola coreana. «Riteniamo che alla luce della situazione attuale – ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chungying – tutte le parti dovrebbero mostrare equilibrio ed evitare azioni in grado di far aumentare la tensione».

Portavoce spara scemenze

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Sean Spicer, sgradevole e prepotente portavoce della Casa Bianca, in un’intervista alla Cnn fa un parallelo fra Adolf Hitler e il presidente siriano Bashar al-Assad. «Non abbiamo usato armi chimiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Neanche una persona spregevole come Hitler è caduto al livello di usare le armi chimiche». Peccato che milioni di ebrei siano morti nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti.

Una giornalista che ha chiesto chiarimenti, ed arriva la pezza peggiore del buco: «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’Olocausto», delicato modo per definire i campi di sterminio.
La doppia figuraccia di Spicer ha scatenato la rabbia dei democratici, dei social network e del Centro Anna Frank, che ha invocato il licenziamento in tronco del portavoce: in un messaggio pubblicato su Facebook, il direttore esecutivo del centro con sede a New York ha scritto che Spicer «manca dell’integrità» necessaria per la sua posizione. «Ho sbagliato, chiedo scusa».

Abu Ivanka, il ‘leone di Idlib’

Trump che aveva indignato i musulmani del mondo per il divieto di immigrazione da alcuni Paesi islamici che diventa un eroe per una parte di loro. Dall’inaspettato raid americano contro una base siriana del governo di Damasco, per molti sui social arabi il neo presidente americano è diventato un mezzo eroe. Trump è diventato Abu Ivanka all’Amriki, hashtag in arabo #Abu Ivanka, il padre di Ivanka, utilizzando una forma di rispetto nel mondo arabo. Gli è spuntata la barba, simbolo di pietà per i musulmani.

Trump è diventato di tutto: dalla «spada degli arabi» al «leone di Idlib», «luce dei nostri occhi».
Se parte dei social arabi ha visto in Trump un eroe, sia tra gli user siriani sia del resto della regione, rimane chi ha sollevato dubbi: «Ora vi piace Trump, dove sono finiti quelli che dicevano che odia arabi e musulmani?». A prendere una netta posizione in favore dell’azione militare è stata subito l’Arabia Saudita, seguita da tutti i potentati del Golfo tranne l’Oman. Nel week end c’è stata anche una telefonata tra il presidente Trump e il re Salman saudita, in cui il sovrano ha chiaramente sostenuto l’Amministrazione Trump nella sua azione militare.

Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria col segretario di Stato Tillerson a Mosca.

La riunione dei ministri degli Esteri del G7 ha concluso che non c’è soluzione militare per la Siria e che bisogna lavorare a una soluzione politica, coinvolgendo la Russia (ridicoli!). E il segretario di Stato Rex Tillerson , prima della visita al Cremlino, aveva dichiarato: “Sarebbe meglio che la soluzione politica escludesse Assad, per il quale “non c’è futuro, il suo potere è alla fine”. Ancor più netto il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault: “Non ci può essere una soluzione per la Siria con Assad al potere”. Ma lo stesso capo della diplomazia di Parigi sottolinea la necessità di “tendere la mano ai russi e dire: dobbiamo mettere fine a questa tragedia siriana che ha provocato così tanti morti, dolore e rifugiati”. Insomma, dopo 7 anni che la Siria è sotto attacco di terroristi, bombardieri e mascalzoni di almeno 70 paesi, il colpevole sarebbe Bashar al-Assad.

A questo punto, però, “i russi dicano con chi vogliono stare” aveva sintetizzato ancora Tillerson. Perché “noi vogliamo creare un futuro per la Siria che sia stabile e sicuro. Ma la Russia ha scelto un partner inaffidabile come Assad. Allora, la Russia può essere parte di quel futuro e giocare un ruolo importante. Il ministro degli Affari esteri di Berlino, Sigmar Gabriel, la voce di Mekel: “Rex Tillerson ha detto esplicitamente che stanno cercando una strada non violenta, non militare” ha spiegato, elogiando la controparte americana per avere espresso una “posizione molto realistica e chiara”. Il ministro tedesco ha quindi confermato “l’appoggio” dei ministri del G7 a Tillerson. Insomma, gli USA giocano come se la vittoria di Putin si loro terroristi sia un fatto episodico. Hanno messo i piedi in Siria e vogliono metterci anche le mani. È proprio vero ciò ch’è scritto in questa vignetta?

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Veniamo all’Asia: L’attacco missilistico USA durante la visita di Xi Jinping è stato l’aperitivo per la cena e un messaggio per la Korea del Nord. Il presidente cinese, al suo rientro, non ha perso l’occasione per confermarsi come leader del mondo asiatico.

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Questa la notizia di oggi: Corea del Nord, Xi Jinping chiama Trump: “Soluzione pacifica”, che la questione si risolva attraverso il dialogo.

Il presidente cinese Xi Jinping in una conversazione telefonica con il presidente americano Donald Trump ha sollecitato una soluzione “pacifica” alle tensioni con la Corea del Nord per il programma nucleare di Pyongyang. Lo riferisce la tv cinese di Stato CCTV. Nel colloquio, Xi ha detto a Trump che Pechino “richiede che si si risolva la questione con metodi pacifici” e “attraverso il dialogo”. Ieri Trump aveva detto che gli Usa sono pronti ad affrontare il problema da soli se la Cina non volesse dare una mano. I due leader hanno parlato anche di Siria, e Xi ha assicurato che per la Cina è “inaccettabile” l’uso di armi chimiche”, mentre per porre fine al conflitto occorre seguire “la via politica”.

 

1021.- Asia, la nuova polveriera del mondo

Il punto sull’Asia.

Dalla Corea del Nord al mar della Cina, e non c’è solo il poco credibile ma pericoloso Kim. L’Asia oggi è la polveriera del mondo, sostengono diversi analisti, come lo è stata l’Europa dei secoli scorsi. Continente infinito sul più grande Oceano del pianeta attorno a cui si concentrano conflitti più o meno mascherati tra le grandi potenze che cercavano di conquistare spazi, risorse e influenza. E cinque di loro sono potenze nucleari.

FILE PHOTO: North Korean leader Kim Jong Un supervised a ballistic rocket launching drill of Hwasong artillery units of the Strategic Force of the KPA on the spot

C’è poco da scherzare, dice Bernard Guetta su France Inter, quasi a dialogare con Piero Orteca su Kim Jong-Un. Parliamo di Asia, dove troppe cose poco rassicuranti stanno accadendo, e non basta il volto apparentemente bonaccione del Kim sovrappeso a rassicurare su quelle bombe atomiche e quei missili nella mani di un irresponsabile, se non del tutto folle.
L’ultimo episodio il lancio di missili dalla Corea del Nord verso il mare del Giappone. E tutti ne approfittano. Il Giappone e cambia la sua costituzione e riarma. Gli Stati Uniti felicemente forniscono gli strumenti, mentre accelerano il dispiegamento di un loro sistema di protezione antimissile in Corea del Sud. Che è molto vicina alla Cina.

Gli Stati Uniti, motivazione ufficiale le minacce di Pyongyang con i missili puntati loro alleato giapponese, quindi accrescono la loro presenza in Asia. Ma è la Cina a non essere affatto contenta di vedere la forze armate americane avvicinarsi alle sue frontiere. Anche perché gli intenti della nuova amministrazione Usa non appaino molto rassicuranti, dopo che Donald Trump ha stabilito che Pechino è il principale rivale Usa.
In realtà la Cina è ormai la seconda potenza econonomica mondiale e non è detto che si voglia accontentare solo di quel ruolo. Mentre gli Stati Uniti, sempre più disimpegnati in Europa e Medio Oriente, concentrano il loro sforzo militare sull’Asia proprio per contrastare la Cina.

I 54 miliardi di dollari aggiuntivi alla enormità del bilancio per il Pentagono che Trump ha promesso, serviranno -analisi di fonti militari- soprattutto a rafforzare la marina per permetterle di essere più presente nel mar Cinese meridionale.
Stiamo parlando della zona del Pacifico in cui transita quasi un terzo del traffico marittimo internazionale e che è quasi interamente rivendicata da Pechino nonostante le proteste di altri cinque paesi costieri che vorrebbero far valere i loro diritti sulle acque contese, con la Cina che sta trasformando isolotti disabitati in basi militari.

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Solo minacce o pericolo reale?
La guerra non è una certezza in Asia, rassicura Bernad Guetta sui Internazionale, ma non c’è da giurarci sopra. Sei i punti di crisi elencati, minacce presunti e reali.
1, la Cina fa paura a tutti i suoi vicini;
2, il nazionalismo è molto forte nei paesi asiatici;
3, l’India e il Pakistan sono in guerra dalla ritirata dei britannici e la divisione del subcontinente di settant’anni fa;
4, la Cina, l’India, il Pakistan e la Corea del Nord sono potenze nucleari;
5, l’Asia è molto lontana dall’aver trovato un equilibrio tra le varie potenze;
6, gli Stati Uniti, infine, non vogliono permettere alla Cina di dominare il continente perché questo la renderebbe la prima potenza del mondo a scapito dell’America.

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Le guerre d’Asia
Guerre e i conflitti aperti all’interno del continente che vedono direttamente coinvolti Pakistan e India. Il Pakistan, confinante con i problematici Afghanistan ed Iran, è impegnato, da un lato, in scontri con la componente pashtun e, dall’altro, cerca di reprimere i separatismi del Belucistan e del Waziristan, aree di confine ricche di risorse naturali e sedi di basi militari e nucleari pakistane. l’India, dal canto suo, oltre ad avere proprio con il Pakistan sempre in sospeso il contenzioso sul Kashmir, e al suo interno alcuni devastanti conflitti etnici.

Mar cinese della discordia
Le isole il cui possesso può rivelarsi utile nel collegamento fra Oceano Indiano e Oceano Pacifico in caso di conflitti. Ed ecco la disputa tra Giappone e Corea del Sud per le isole Dodko, tra lo stesso Giappone e Russia per le isole Curili e le rivendicazioni cinesi sulle isole Paracel e Spratly.
Il Mar Cinese Meridionale, crocevia fondamentale dal punto di vista logistico-commerciale, delle risorse ittiche e, soprattutto, delle risorse energetiche. Intorno a questi due gruppi di isole potrebbe esserci un potenziale di circa 150 miliardi di barili di petrolio ed enormi quantità di gas. Ed ecco che la Cina aumenta la sua spesa militare del 10% ogni anno e ha permesso a Pechino di diventare la seconda marina militare del mondo, con una delle tre portaerei cinesi in programma che è già stata operativa nelle acque siriane.

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1012.- Pechino, l’ex alleato prende le distanze. “Vengano rispettate le risoluzioni Onu”. Tutti contro Pyongyang

Il ministro degli Esteri cinese: ci opponiamo con forza agli esperimenti coreani. Almeno 3 dei quattro missili balistici lanciati da Pyongyang sono caduti in una zona economica esclusiva del Giappone.

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La Corea del Nord e’ una ”seria minaccia”: il lancio di missili da parte di Pyongyang e’ una ”chiara violazione” di varie risoluzioni dell’Onu. Lo afferma il presidente americano Donald Trump nel corso di due colloqui separati con il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente reggente della Corea del Sud Hwang Kyo-Ahn. I tre leader hanno aggiunto che ”continueranno la stretta collaborazione bilaterale e trilaterale per dimostrare alla Corea che ci sono conseguenze severe per le sue azioni provocatorie e di minaccia”.

Gli Stati Uniti iniziano a spostare equipaggiamenti per il sistema anti-missili in Corea del Sud, muovendo i primi ”componenti del Thaad”, il Terminal High Altitude Area Defense per colpire missili balistici a medio e corto raggio. Lo afferma il Us Command, sottolineando che il Thaad rafforzera’ la difesa contro la minaccia della Corea del Nord.

Quattro missili balistici lanciati dalla Corea del Nord verso il mare del Giappone, tre dei quali finiti nella zona economica esclusiva giapponese senza provocare danni, percorrendo una distanza di circa 1.000 km. Tokyo ha inoltrato una protesta formale. Gli Usa hanno condannato con forza i lanci e riaffermato l’impegno a difendere gli alleati. La Corea del Sud ha dato il via al pronto coordinamento con Usa e Giappone in risposta ai quattro missili testati.

Dura condanna dagli USA, che riaffermano – attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Mark Toner – l’impegno a difendere gli alleati facendo ricorso ”all’ampia gamma di capacita’ a nostra disposizione”. Toner ha invitato tutti i Paesi a usare ogni canale possibile e mezzo di persuasione per rendere chiaro alla Corea del Nord che ulteriori provocazioni sono da ritenersi inaccettabili, tali da provocare conseguenze. Il portavoce, nel resoconto della Yonhap, ha poi invitato Pyongyang ad adempiere agli obblighi internazionali e a mostrare l’impegno per il ritorno al dialogo sulla denuclearizzazione. ”La nostra determinazione a difendere gli alleati, inclusi Corea del Sud e Giappone, di fronte alle minacce resta inattaccabile. Siamo pronti e continueremo a prendere tutte le misure necessarie – ha concluso Toner – per aumentare la nostra prontezza a difesa dei nostri alleati dagli attacchi e siamo preparati all’uso di tutte le nostre capacita’ per rispondere alle minacce crescenti”.

>>>ANSA/COREA NORD LANCIA DUE MISSILI, UNO ARRIVA IN ACQUE GIAPPONE

LA TENSIONE SALE

La Cina non gradisce questa escalation di Pyongyang che va a incidere sulla sua politica nel Mar Meridionale Cinese e ha annunciato che reagirà al dispiegamento del sistema anti-missile Usa in Corea del Sud, affermando che Washington e Seul ne affronteranno le conseguenze. Non altrettanto sembra essere per gli Stati Uniti, che hanno colto l’occasione per iniziare a spostare equipaggiamenti anti-missile in Corea contro le minacce di Pyongyang.” 

L’ultimo lancio di missili compiuto dalla Corea del Nord era un test per un attacco contro una base Usa in Giappone. La Corea del Nord e’ una ”seria minaccia”: il lancio di missili da parte di Pyongyang e’ una ”chiara violazione” di varie risoluzioni dell’Onu, afferma il presidente americano Donald Trump nel corso di due colloqui separati con il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente reggente della Corea del Sud Hwang Kyo-Ahn.

L’omicidio con il gas nervino agente Vx all’aeroporto di Kuala Lumpur di Kim Jong-nam, il fratellastro del leader Kim Jong, è stato un altra ragione di scontro diplomatico, questa volta fra Pyongyang e la Malaysia, che ha visto un salto di livello: con l’espulsione dei rispettivi ambasciatori. Pyongayang ha poi decretato il divieto per i malesi in Corea del Nord di lasciare il Paese. Il premier malese Najib Razak ha duramente condannato la mossa definendo “ostaggi” i concittadini bloccati al Nord. In una nota, oltre a intimare l'”immediato rilascio”, Najib ha annunciato di aver istruito la polizia su un analogo blocco della partenza dei cittadini nordcoreani dalla Malaysia, un migliaio secondo le stime più accreditate.

Pechino, l’ex alleato prende le distanze. “Vengano rispettate le risoluzioni Onu”.

Un portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha detto che la Cina “si oppone fermamente” al dispiegamento del sistema anti-missile americano e che Pechino “prenderà sicuramente le misure necessarie per salvaguardare i nostri interessi di sicurezza”. “Tutte le conseguenze” ricadranno sugli Stati Uniti e la Corea del Sud, ha aggiunto.

La Farnesina “condanna” il lancio di missili effettuato dalla Corea del Nord. “I ripetuti test di missili” e “lo sviluppo di un arsenale nucleare”, si legge in una nota, “costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e una aperta violazione delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. La Corea del Nord “deve abbandonare lo sviluppo di un arsenale missilistico e nucleare e interrompere il cammino intrapreso di sfida della comunità internazionale e di auto-isolamento. L’Italia è pronta a contribuire a una risposta ferma e coesa della Comunità Internazionale”.

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«Nonostante l’opposizione della comunità internazionale, oggi la Repubblica popolare democratica di Corea ha condotto un altro esperimento nucleare. Il governo cinese si oppone fermamente e chiede con forza che onori l’impegno di denuclearizzazione e rispetti le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Pesa come un macigno la dichiarazione del ministero degli Affari esteri cinese, tanto più che minaccia di protestare formalmente presso l’ambasciata nordcoreana.

Per più di un decennio, la Repubblica popolare cinese è infatti stata considerata l’unico alleato del «regno eremita» e allo stesso tempo l’unico Stato in grado di fare da garante per la sua denuclearizzazione. Ma con Kim Jong-un, la controparte nordcoreana che il presidente Xi Jinping non ha mai incontrato e che pare ossessionata dall’idea di trasformare il suo Paese in una potenza nucleare, il dialogo appare impossibile. Il quinto test nucleare della Corea del Nord nel giorno del suo 68° anniversario ha fatto traboccare il vaso. I 10 Kilotoni esplosi equivalgono a due terzi della potenza dell’ordigno che ha colpito Hiroshima.

Già a marzo Wu Dawei, da sempre il negoziatore per la Cina nei «colloqui a sei» per il disarmo nucleare, in un’intervista straordinariamente esplicita a un quotidiano sudcoreano aveva espresso la sua frustrazione affermando che ormai i consigli cinesi gli «entravano da un orecchio e ne uscivano dall’altro» e che, rifiutando di astenersi dal migliorare le proprie capacità missilistiche e nucleari, la Corea del Nord aveva «firmato la sua condanna a morte». A questa intervista era seguito un editoriale del quotidiano di Stato «Global Times», altrimenti detto «la voce del Partito», che metteva in guardia l’imprevedibile alleato con parole mai pronunciate prima. «Missili e armi nucleari sono sì strumenti strategici, ma nel caso della Corea del Nord hanno portato a un rischio imminente per la sicurezza del Paese. Pyongyang non deve sopravvalutare le sue capacità nel controllare le situazioni pericolose e non può aspettarsi che la Cina sia in grado di proteggere la sua sicurezza se continua ad assumersi rischi avventati. La situazione che si viene a creare, semplicemente, non è più sotto il controllo cinese». Tutte argomentazioni che negli ultimi mesi sono entrate a far parte del dibattito strategico.

La Cina di fatto non ha potuto far altro che prendere atto che le ambizioni nucleari nordcoreane si sono trasformate in una minaccia per la propria sicurezza nazionale e che a niente è valso il supporto economico che ha continuato a offrirgli nonostante le sanzioni. Il «brillante leader» non è disposto a fare nessun passo indietro per favorire le manovre diplomatiche dell’importante alleato e quest’ultimo si trova nella scomoda posizione di non poter opporre nessun argomento concreto all’installazione in Corea del Sud del Thaad (Terminal High Altitude Area Defence), il sistema statunitense anti-missile più sviluppato al mondo «contro le armi di distruzione di massa e la minaccia nordcoreana dei missili balistici».

Nonostante nel comunicato congiunto i ministeri della difesa di Stati Uniti e Corea del Sud abbiano sottolineato che «non sarà diretto verso nazioni terze», per Pechino che non accetta interferenze così vicine al suo territorio sarebbe «un’evidente minaccia alla stabilità dell’area». Come d’altronde lo sarebbe il collasso del regno eremita, con conseguente ingresso di milioni di profughi nordcoreani nel Paese e potenziale avvicinamento di un fronte unito Usa-Corea del Sud. La Repubblica popolare è a un bivio e nessuna delle due strade che le si aprono di fronte è priva di ostacoli. Sarebbe il caso di percorrere una terza via che al momento, però, è ancora tutta da costruire.