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1860.- È la Libia il vero obiettivo di Macron. Per questo attacca l’Italia sui migranti

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Un presidente francese che si atteggia a vittima del «nazionalismo» degli altri è davvero il classico bue che dà del cornuto all’asino. Sì, di tutto si potrà accusare Emmanuel Macron tranne che non abbia sovrano sprezzo del ridicolo. Diversamente, non si sarebbe prodotto in un attacco così sventato al governo italiano bollando come «populisti lebbrosi» i partiti che lo sostengono. Una mitragliata che fa il paio con un’altra dello stesso tenore di qualche giorno prima e che come questa era riuscita a sollevare una pressoché generale reazione di sdegno. Ora come allora il tema sono gli immigrati. Macron ha dalla sua tutta la retorica discesa dal trittico libertè, fraternitè, egalitè ma non i migranti. L’Italia cattiva, che ha invece partorito il fascismo e le legge razziali, ne è stata praticamente invasa, grazie soprattutto alle porte spalancate dai governi a guida Pd. Il buon Minniti, che pure qualche apprezzabile risultato lo ha ottenuto, è arrivato al Viminale troppo tardi, a buoi già scappati. Ora Salvini ha dichiarato finita la ricreazione facendo capire che a Roma è cambiata pure la musica e non solo i musicanti. Un cambio di spartito che a Macron non piace. Non perché abbia a cuore le sorti dei disperati su cui lucrano un po’ tutti, dagli scafisti ad alcune Ong passando per i gestori dei centri d’accoglienza (ne hanno appena arrestato uno a Benevento che circolava in Ferrari), ma perché vuole gestire in solitaria il dossier libico con tutta la sua enorme montagna di interessi. In questo, Macron è solo il continuatore di Nicolas Sarkozy “sorrisi e cannoni”, a giudicare dall’ironia anti-Berlusconi esibita in un summit europeo e dal brutale cinismo con cui eliminò politicamente e fisicamente il suo munifico elemosiniere Mouammhar al Gheddafi. Un vero omicidio politico consumato non in omaggio alle “primavere arabe”, ma solo per scacciare l’Italia dalla Libia. Ecco, la posta in gioco è questa e si chiama Mediterraneo. Quello stesso mare che per molti è la “via” e che per noi è la “vita”. Finalmente, lo abbiamo capito anche noi.

di Giacomo Fabi

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1823.- Libia, conferenza di pace voluta da Macron: “Elezioni il 10 dicembre”

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Mentre recitiamo il copione già scritto con Mattarella, Di Maio, e Salvini, la borsa e quella truffa della BCE Privata! che è lo spread, affossano la borsa e le casse delle società italiane; ma, ancora peggio, Macron – che non è Gentiloni, né Alfano -, all’Eliseo, ha riunito al-Sarraj e Haftar stabilendo una accordo elettorale. Praticamente, ha dato una pedata all’ENI e metterà le mani, definitivamente, sul petrolio libico. Dopo lo schiaffo di Tunisi, abbiamo la pedata di Tripoli.

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Il premier libico Serraj stringe la mano al generale della Tripolitania Haftar. In mezzo, il presidente francese Macron (ap)

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29 maggio 2018
Le elezioni presidenziali e legislative in Libia si terranno il prossimo 10 dicembre. Lo hanno annunciato i negoziatori intervenuti oggi alla conferenza internazionale, convocata dal presidente francese Emmanuel Macron con l’intento di portare la Francia in posizione centrale nella gestione politica del dossier più caldo di tutto il Mediterraneo Centrale e del Nord Africa. Un impegno che le parti libiche hanno preso di fronte all’inviato dell’Onu Ghassam Salamè, a quelli della Ue e dell’Unione Africana e ai rappresentanti di paesi come Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia, Italia, e poi Egitto, Tunisia, Ciad, Emirati, Qatar, Kuwait, Turchia, Algeria Marocco. L’impegno dei leader libici per il futuro della Libia è stato però solo informale: la dichiarazione d’intenti non è stata infatti firmata dai presenti, come ha confermato lo stesso Macron. Inizialmente era in programma una firma davanti alla telecamere ma poi è saltata. “Ci baseremo su questo quadro”, ha assicurato Macron.

COMMENTO
In Libia Macron colma il vuoto dell’Italia
di VINCENZO NIGRO su REP.
Sono trascorse poche ore dalla fine dell'”evento Libia” che l’Eliseo ha voluto organizzare per seguire l’intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l’Onu ha avviato presentando l’Action Plan del settembre 2017. …

La Conferenza convocata nel giro di un paio di settimane da emissari che Macron ha inviato a Tripoli e Bengasi, per invitare innanzitutto i 4 capi principali delle diverse parti del paese. Con il presidente del Consiglio presidenziale Fajez Serraj e il generale Khalifa Haftar sono stati invitati infatti anche il presidente dell’Alto Consiglio di Stato (senato) Khaled al Mishri e il presidente del Parlamento con sede a Tobruk Agila Saleh.

Oltre all’impegno sulle elezioni, c’è quello sulla logistica del potere. Le istituzioni libiche non saranno più divise tra Tripoli e Tobruk, ma verranno unificate proprio in vista delle elezioni decise per il prossimo 10 dicembre, mentre la Camera dei Rappresentanti sarà trasferita a Tripoli.

Un tema centrale in questa conferenza è proprio il processo elettorale: la Libia non ha una legge elettorale e una Costituzione riconosciute e accettate, e a questo stanno lavorando commissioni supervisionate dalle Nazioni Unite. Il percorso dell’Onu non prevede elezioni nel 2016, anche perché elezioni in queste condizioni invece di favorire il dialogo e la libera espressione della popolazione sarebbero soltanto il detonatore per nuove esplosioni di violenza. Tra l’altro nella Costituzione adottata nel luglio del 2017 da una costituente, ma mai ratificata con un referendum, c’è il tema della doppia cittadinanza di un candidato e della durata della sua residenza in Libia. Clausole che impedirebbero ad Haftar, rifugiato per 20 anni negli Stati Uniti, di candidarsi alla presidenza.

Ieri un gruppo di 13 milizie e gruppi politici di città importanti della Tripolitania (misurata, Zintan, Zliten, Sabrata e altre) ha diffuso un comunicato per dire che boicotterà l’incontro. Anche perché a Tripoli molti hanno il sospetto che la Francia abbia lavorato per costruire un ruolo per il Generale Haftar che va oltre non solo il suo peso specifico ma soprattutto al di là della sua vera capacità politica e della volontà di lavorare collaborando con le altre formazioni politiche libiche. Molti a Tripoli e soprattutto a Misurata ritengono che Haftar non stai facendo altro che provare ad applicare l’unico metodo che conosce, quello di conquista militare del potere che ha visto negli anni in cui ha collaborato con Muhammar Gheddafi sin dal golpe del 1969 contro re Idris.
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1689.- Il conflitto fra Turchia e Cipro scopre una Italia “anello debole”. Caso Eni-Saipem, la versione di Crosetto: perché l’Italia non ha convocato l’ambasciatore turco? E la Turchia minaccia di invadere la Grecia?

Perché l’est Mediterraneo, fra Balcani e Medio Oriente, sarà una priorità per il prossimo governo italiano. L’analisi di Emanuele Rossi​
L’Italia è “l’anello più debole”. A dirlo, senza difetto di chiarezza, è stato il ministro degli Esteri cipriota, Ioannis Kasoulides, che ​parlando del​le perforazioni nell’area orientale dell’isola ​ha spiegato che queste ​potrebbero essere abbandonate se le navi turche continueranno a ostruirle: “La forza delle armi prevale sempre”​. E se compagnie come l’americana Exxon Mobile e la francese Total continuano a lavorare pressoché indisturbate, si capisce il riferimento alla debolezza italiana che spiegherebbe perchè Erdogan ha preso di mira proprio la piattaforma dell’Eni.

​La complessità della situazione aveva già spinto ieri l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, ​a pronunciare parole precise e moderate. Se da un lato aveva dichiarato che l’attività della società italiana avrebbe potuto essere sospesa finché la Turchia non si fosse convinta a ritirare le sue navi militari,​ dall’altro​ aveva ​voluto ribadire che non rinuncerà al business cipriota, ​ricord​ando che Eni è abituata ​gestire ​a questo genere di situazioni​.

Si ricorderà che la rotta della “Saipem 12000″ (che si stava spostando da una parte all’altra dell’isola sotto l’autorizzazione di Nicosia) era stata interrotta dai battelli di Ankara due settimane fa, formalmente perché stava entrando in acque in cui erano in atto “operazioni militari” turche. Rimasta ancorata a 30 miglia nautiche dal punto di destinazione, la Turchia ne aveva confermato il fermo fino al 10 marzo. Nonostante l’intenso lavorio tra governi sembra – almeno per il momento –​ che l’Italia​ sia nella condizione di​ dover​ fare un passo a lato.

Il governo turco è ​sempre più esplicito nel minacciare che non permetterà a Cipro di effettuare una ricerca di gas “unilaterale” nella fascia orientale dell’isola del Mediterraneo, a meno che i turco-ciprioti separatisti non ne raccolgono benefici. È stato il ministro turco dell’Energia, Berak Albayrak, a dichiarare che la Turchia avrebbe comunque bloccato qualsiasi ricerca di idrocarburi in mare aperto fino a quando non ci sarà un accordo per riunificare etnicamente la divisa Cipro – dunque, manovre militari, ossia scuse formali, a parte.

La Turchia ​asserisce che la perforazione ignora i diritti d​ei turco-ciprioti separatisti, che dovrebbero godere delle stesse possibilità di sfruttare le risorse naturali dell’isola; quando Ankara parla di unilateralità, si riferisce agli accordi che il governo regolare di Nicosia ha preso e prende con diverse società straniere per l’estrazione delle riserve di gas (tra questi l’Eni, fin dal 2013, è stata una delle meglio piazzate, con sei licenze esclusive concesse dai ciprioti, sebbene nella vicenda sembra essere quella più danneggiata).​ ​

Il governo di Nicosia – che gode del riconoscimento dell’UE, mentre la Repubblica nordista è legittimata solo dalla Turchia – sostiene che la politica energetica è parte delle proprie scelte sovrane, e non deve essere soggetto a interferenze turche. Però, al di là degli annunci formali, Formiche.net ha contatto un alto esponente della Farnesina, che però ha declinato ogni commento; è una scelta comprensibile visto la delicatezza della situazione (pensare per esempio, che pochi giorni prima dello stop marino alla “Saipem 12000″, il presidente turco Recep Tayyap Erdogan si era recato in Italia e in Vaticano in visita ufficiale; dunque, sulla vicenda, pesano le relazioni tra due importanti paesi del Mediterraneo, peraltro alleati Nato).

L’Associated Press sottolinea che è comunque difficile stabilire colloqui di pace (per la riunificazione di Cipro) se la Turchia continua a interferire negli affari interni dell’isola, dando spinta di background ai nordisti per perpetrare i propri interessi – e dunque: quando potrà la nave Eni tornare a lavorare su quell’importante reservoir gasifero? I turchi in effetti hanno da tempo buttato l’occhio sulle dinamiche energetiche del Mediterraneo orientale, e vogliono costruirsi un ruolo centrale da cui trattare con gli altri attori in campo, l’UE, Israele, l’Egitto. Ultimamente è stato siglato un accordo tra Tel Aviv e il Cairo per l’esportazione di gas naturale, che, come su queste colonne ha fatto notare l’analista dell’Ispi Giuseppe Dentice, è uno schiaffo ad Ankara, tagliata fuori da Israele. E dunque un presupposto per aumentare (incattivire) le tensioni in un quadrante che la politica italiana ha difficoltà a inquadrare (testimonianza: il ministro cipriota parla di Roma come “anello debole” tra la concatenazione di interessi che si muovono nell’area) sebbene sia una priorità strategica nazionale, e che sarà di certo uno dei temi di politica estera che si troverà ad affrontare il governo che uscirà dalle urne il 4 marzo.

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Il conflitto fra Turchia e Cipro scopre una Italia “anello debole”Gentiloni dovrebbe spiegare come e perché il dossier è stato (non) gestito così. Intervista a Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia e presidente di Aiad
“Perché il governo Gentiloni non ha ancora convocato l’ambasciatore turco? L’Italia è stata umiliata dal sultano turco Erdogan”. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia scrive su Facebook a proposito della situazione incandescente nel Mediterraneo orientale con Ankara che ha bloccato e minacciato la nave dell’Eni Saipem 12000 intenta a effettuare rilievi nella zona economica esclusiva di Cipro. Secondo Guido Crosetto, già sottosegretario alla Difesa, siamo in presenza di una palese violazione del diritto internazionale.

Cosa avrebbe dovuto fare il nostro governo?

Convocare l’ambasciatore turco. La Turchia ha commesso un atto violento contro un’azienda italiana. Credo sia necessario che il governo turco spieghi al nostro il motivo di questa ingerenza in acque non territoriali.

Il consiglio supremo di difesa sarebbe stato troppo?

Prima ci sono le spiegazioni diplomatiche, per cui prima avremmo dovuto convocare l’ambasciatore turco a Palazzo Chigi, poi semmai avremmo potuto richiamare dalla Turchia il nostro ambasciatore e in seguito avremmo potuto chiedere all’Europa un intervento. Ma intanto regola vuole che ci si telefoni tra capi di Stato per manifestare tutta la propria disapprovazione per una violazione di leggi internazionali. Si è trattato di un atto molto grave, che difficilmente qualunque altra nazione al mondo avrebbe accettato in (quasi) silenzio così come fatto dall’Italia.

Come ne esce l’Eni?

L’Eni nel confronto con uno Stato non può che rimetterci, nessuna azienda al mondo è così forte da reggere. Non capisco perché il nostro Governo non si sia mosso: anzi, attendo con impazienza di conoscerne il motivo. Suppongo che ve ne sia uno davvero valido che giustifichi la nostra posizione che ad oggi non capisco. Il silenzio italiano su una vicenda di questa portata mi sembra un fatto surreale.

Crede investa la differenza di politica tra l’oggi e la Prima Repubblica?

Non credo, anche oggi Gentiloni dà del tu alle cancellerie europee, come accadeva in passato. È proprio questo il motivo per cui io non comprendo perché questo dossier sia stato gestito in maniera così superficiale, quasi come se non fosse accaduto, se non esistesse. Ad ora non mi è chiaro e vorrei che il governo me lo spiegasse. Magari c’è una buona ragione…

Il caso Regeni crede possa intrecciarsi allo scontro Eni-Ankara e ai silenzi di Roma?
No. Vedo solo lo scontro non nuovo tra Ankara e Cipro per il controllo che i turchi vorrebbero esercitare sull’isola occupata dal 1974. Certo, capisco che il punto di arrivo della mossa turca è proprio Nicosia e l’Eni in questo particolare momento è in mezzo a due fuochi. Ma resta il fatto che l’Italia non avrebbe potuto ugualmente accettare questa situazione, come invece ha fatto. L’obiettivo è Cipro, ma il danno è stato fatto ad una nostra azienda.

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Cipro, Descalzi conferma l’impegno di Eni e la diplomazia va avanti<img
“Noi non ci ritiriamo”. Così il numero uno di Eni Claudio Descalzi, dopo che la Turchia ha reso noto di aver rinviato la scadenza dell’avviso delle sue attività militari al 10 marzo, interviene per fare chiarezza sulla situazione che si è venuta a creare nel Mediterraneo orientale.

Secondo l’ad del colosso italiano il blocco della nave di perforazione Saipem 12000, fermata dalla Marina turca dal 9 febbraio scorso al largo di Cipro, rientra nei “possibili contenziosi che abbiamo”, ma a questo punto l’evoluzione delle cose dipende dalle decisioni che verranno prese da Cipro Nord e Cipro Sud.

“Abbiamo dei permessi che durano moltissimi anni. Se ci sono degli stalli si ferma l’orologio ma non siamo andati via dalla Libia o da altri Paesi dove c’erano delle situazioni complesse – aggiunge – quindi questa è l’ultima delle preoccupazioni, siamo tutti molto tranquilli e sereni”. In seguito annuncia che Eni tornerebbe lì “in attesa che la diplomazia internazionale, europea, turca, greca e cipriota trovi una soluzione”.

DA NICOSIA
Le trivellazioni potrebbero essere fatte anche in altre aree marittime. Così il ministro degli Esteri cipriota Ioannis Kasoulides sulla stampa locale, secondo cui le esplorazioni di idrocarburi previste nella ZEE di Cipro non dovranno comunque subire interruzioni, anzi, dovrebbero comunque continuare.

DA ANKARA

Oltre il caso Eni, la spinta neo ottomana della Turchia e i rischi del conflitto con la Grecia. La Turchia minaccia di invadere la Grecia? Se lo chiede il giornalista turco, Uzay Bulut, in una lunga analisi pubblicata sul magazine Usa Gatestone Institute. Punto di partenza il recente episodio che si è verificato nelle acque dell’Egeo con lo scontro tra il pattugliatore greco “090 Gavdos” e il turco “Umut” della Guardia Costiera, dopo che Ankara aveva violato lo spazio aereo greco per 138 volte in un giorno.

SCONTRI

Lo scorso 13 febbraio è stata colpita una nave della guardia costiera greca vicino all’atollo di Imia, una delle tante isole greche per le quali la Turchia rivendica la sovranità. Ma è stato solo l’ultimo di una lunga serie, come accaduto lo scorso 2 agosto, quando undici F16 turchi avevano sconfinato per 12 ore di seguito nei cieli greci, provocando tredici decolli di aerei greci destinati ad intercettare gli intrusi. Immediata fu la reazione del ministero della Difesa di Atene che aveva segnalato l’episodio alla Nato e alle autorità internazionali. Gli sconfinamenti si concentrano nelle isole dell’Egeo orientale, come Limnos, Lesvos, Samos e Chios. Qualche giorno prima, il 28 luglio, un aereo spia turco CN-235 era stato respinto dall’aviazione greca.

Il partito di Erdogan, l’AKP, in Turchia sostiene (assieme a gran parte dell’opposizione) che un giorno o l’altro conquisterà quelle isole greche, con la logica che si tratta in realtà di territorio turco. E dopo la debole risposta euroitaliana contro lo schiaffo turco all’Eni, nel Paese questa consapevolezza aumenta. Sul caso, ecco l’annuncio della marina militare turca che ha deciso di prolungare sino al 10 marzo l’avviso relativo alle sue attività militari (Navtex) al largo di Cipro nel Mediterraneo. Ufficialmente è questo il motivo che da 10 giorni sbarra la strada alla nave da perforazione noleggiata dall’Eni Saipem 12000 impedendole di raggiungere la zona della ZEE di Cipro su licenza di Nicosia. E che rappresenta il vulnus della reazione turca circa le pretese che Erdogan avanza su quelle acque, pur non essendo confortate da leggi o trattati internazionali.

Infatti il trattato di Montego Bay, del 1982, sostiene che la sovranità dello Stato può estendersi per massimo dodici miglia fino ad una zona di mare adiacente alla sua costa, il cosiddetto mare territoriale, su cui il singolo Stato esercita le proprie prerogative. Invece lo sfruttamento esclusivo di minerali, idrocarburi liquidi o gassosi, che riguarda nello specifico il caso cipriota, si estende su tutta la propria piattaforme continentale, intesa come il naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare negli abissi. Per cui lo Stato costiero legittimo, come è Cipro stato mebro dell’Ue, e non la parte nord occupata dalla Turchia e autoproclamatasi Repubblica turca di Cipro nord non riconosciuta dall’Onu, è unico titolare del diritto di sfruttare tutte le risorse biologiche e minerali del suolo e del sottosuolo.

GLI ANNUNCI DELLA POLITICA

Un mese fa Kemal Kilicdaroglu, leader dell’opposizione CHP, ha detto che quando vincerà le elezioni nel 2019, “invaderemo e prenderemo più di 18 isole greche nel Mar Egeo”, perché non c’è “nessun documento” per dimostrare che queste isole appartengono alla Grecia.

Maral Askenner, capo della neonata opposizione “Good Party”, ha anche invocato l’invasione e la conquista delle isole con un tweet: “Ciò che deve essere fatto”, ha scinguettato il 13 gennaio scorso.

Ed Erdogan ha chiuso con una frase sibillina: “Mettiamo in guardia coloro che hanno superato la barra nell’Egeo e Cipro”. E ha accostato la contingenza siriana con l’invasione militare nella regione Afrin al Mar Egeo e a Cipro. “Non pensate che la ricerca di gas naturale a Cipro e l’opportunismo nell’Egeo rimangono inosservati dal nostro radar” ha detto pochi giorni fa alla stampa locale.

E in riferimento ai giorni passati dell’Impero Ottomano, il Presidente ha continuato: “Quelli che credono di aver sradicato dal nostro cuore le terre che abbiamo perso cento anni fa sbagliano. In ogni occasione ripetiamo che la Siria, l’Iraq e altre parti della mappa non sono separate dalle terre della nostra patria. Combattiamo perché nessuna bandiera di uno stato straniero vada dove risuona l’appello islamico alla preghiera”.

TRATTATO DI LOSANNA

Il ritornello che Ankara ripete da almeno cinque anni è relativo alla contestazione del Trattato di Losanna, che nel 1923 disegnò i confini nell’Egeo ma anche quelli territoriali tra Turchia, Iraq e Siria. Il Trattato di pace, firmato nel luglio 1923 tra Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania, Jugoslavia e Turchia, aveva per l’appunto fissato i confini del nuovo Stato turco formatosi dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano. Due anni fa per la prima volta Erdogan aveva annunciato ufficialmente di volerne una revisione, con la motivazione che non fosse vantaggioso per il suo Paese, ma trovando l’opposizione del governo greco.

Tra l’altro proprio le isole contese, nella zona più orientale dell’Egeo, sono nuovamente al centro del caso migranti con gli sbarchi che ricominciano: 117 tra migranti e rifugiati sono arrivati negli ultimi tre giorni a Lesbo, a Chio e a Samos mentre nel solo mese di febbraio sono stati in totale 575 gli arrivi, con ben 17 incidenti in 30 giorni tra gommoni affondati e scafisti che li hanno abbandonati in panne.

ALTA TENSIONE

Inoltre da tre giorni al confine settentrionale tra Grecia e Turchia, nei pressi del fiume Evros, si stanno svolgendo una serie di esercitazioni militari turche con un intenso movimento di truppe di stanza nella base di Adrianopoli, con carri armati, mezzi alfibi e soldati che hanno contribuito ad aumentare la tensione.

Lo scorso lunedì un motoscafo era stato intercettato dalla Guardia Costiera greca mentre trasportava illegalmente migranti dalla costa turca di Faliraki a Rodi. Dopo la localizzazione però non ha potuto procedere al salvataggio per l’ostruzionismo di un aereo turco e un elicottero che volavano a un’altezza molto bassa sopra il porto di Harnos, impedendo il salvataggio dei migranti. Sopo dopo 3 ore le autorità greche sono riuscite a trasferire i 15 migranti irregolari nel porto di Rodi.

FRANCESCO DEPALO

1687.-LE CANNONIERE TURCHE MINACCIANO SAIPEM. E LA UE DOVE’? NON C’E’ PIU’.

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La piattaforma Saipem 1200 ha rinunciato. Per conto dell’ENI doveva perforare una zona attorno a Cipro, ma cinque navi turche hanno minacciato di speronarla.

Siamo scappati come conigli. Le nostre navi da guerra dov’erano? Non chiedetelo: nel febbraio di due anni fa sono scappate davanti a due criminali scafisti armati di kalashnikov che “hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette non è armato”. E’ chiaro: le nostre navi da guerra concepiscono la loro missione come ONG soccorritrici, navi-accoglienza del papa, navi-infermeria, navi asili-nido galleggianti di rifocillamento di prostitute africane e stregoni nigeriani hanno speso 3-5 mila dollari per venire qui: gettano loro i bei salvagente arancione, li imboccano, li scaldano in morbide coperte, li rivestono, poi li sbarcano qui dove vengono forniti di smartphone. E i nostri angeli del mare in blu tornano a “salvare altre vite” sotto la Libia, senza nemmeno le armi per difendere se stessi. Bandiera bianca.

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(Gentiloni non appare nella foto)

Almeno le ONG che li vanno a prendere sottocosta si fanno pagare da Soros. Dovremmo farci pagare da “Francesco”, invece siamo noi contribuenti a pagare il carburante di corvette e incrociatori trasformati in asili-nido: se la Saipem 1200 costa solo di carburante 600 mila dollari al giorno, fate voi i conti.

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(Anche qui Gentiloni non appare) Obbligatorio citare la fonte LaPresse/Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli

Allora dovrebbe difenderci la NATO? Da chi: dalla Turchia che ne è un membro essenziale? La NATO poi sta preparando la guerra alla Russia con baltici e polacchi, ma al Sud è in piena, storica crisi d’identità, gioca sul doppio tavolo, alleata alla Turchia arma i curdi che la Turchia attacca in Siria: ci getta nella guerra ad Assad, a fianco dei sauditi, per Israele sua unica cura; la “protezione” di un alleato minore e servile, che mai esige nulla e mai protesta, è l’ultima delle preoccupazioni del Pentagono.

L’Unione Europea? Come sempre quando dovrebbe schierarsi con l’Italia, fa finta di nulla. Tanto, Gentiloni ed Alfano mai chiedono qualcosa. Vaghe informazioni riferiscono che della questione delle navi turche che hanno minacciato la nostra, non si parlerà. Invece si parlerà del contenzioso di Cipro con Ankara, ma su iniziativa del “ primo ministro della Grecia Alexis Tsipras e il presidente di Cipro Nikos Anastasiadis”, i quali “chiederanno una presa di posizione dell’Unione Europea”.

Loro, i greci, hanno capito che devono “chiedere”, esigere, bussare – hanno capito che l’Unione Europea da sé, se non è spinta e premuta, non fa nulla, perché questa è la sua natura: di mostro burocratico passivo, incapace di reazioni proprie. Persino Tsipras l’ha capito. Ma secondo notizie RAI di due giorni fa, “del blocco nei confronti di Eni dovrebbe discutere anche il premier italiano, Paolo Gentiloni”. Dovrebbe. Diceva una breve di due giorni fa. Risulta a qualcuno che Gentiloni abbia disturbato la Merkel su questa faccenda, lei che ha tante cose a cui pensare? Avrà posto la questione al suo tanto amico Macron, il tanto amico che ci ha fregato i rapporti petroliferi con la Libia? Presto, temo, nelle acque di Cipro vedremo una piattaforma Total.

L’Italia è “l’anello più debole”, ha detto il ministro degli Esteri cipriota, Ioannis Kasoulides. Ecco, al confronto, uno statista. La “Unione Europea” è ormai un posto dove ciascuno pensa a sé al proprio interesse nazionale, e cerca solo di fregare gli altri: se poi questi sono “anelli deboli” del tutto privi di una dottrina dell’interesse nazionale, è un invito a nozze per il saccheggio. Lo hanno già fatto alla Grecia.

“La UE si sta sfaldando”
E’ essenziale che l’elettorato italiano non affidi più il suo destino a questo genere di “europeisti” che ci governano su mandato di Berlino . Perché la sedicente “Unione” Europea è in accelerato sgretolamento e decomposizione, si sta già trasformando in qualcos’altro, e gli altri, più lesti, ne approfittano.

In ballo ci sono i miliardi. I 400 miliardi del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), di cui noi siamo il terzo contribuente, e che è già servito a salvare le banche tedesche e francesi con la finzione di “aiutare la Grecia”. Gentiloni, se non ha parlato dell’Eni minacciata dalle navi turche, ne parlerebbe al “prossimo vertice dei capi di Stato e di governo dell’UE, il 22 e il 23 marzo 2018”? Ma questo vertice è dedicato appunto al MES: che gli altri capi di Stato e di Governo vogliono “freneticamente” far diventare la fonte di finanziamento alternativa dei loro bilanci nazionali, quando la BCE ridurrà la sua generosa di titoli di Stato.

Come ha spiegato il giornalista Ronald Barazon, direttore di Der Volkswirt, “nella cerchia dei capi di stato e di governo, come dei ministri delle finanze, c’è una crescente intenzione di riorganizzare il MES senza il coinvolgimento della Commissione europea. La Commissione complicherebbe tutto e ostacolerebbe un approccio efficace, dicono. Pertanto, il MES dovrebbe funzionare sulla base di un accordo degli Stati e non sulla base del diritto dell’UE. Ciò sarebbe giuridicamente semplice, mentre una costruzione all’interno del quadro dell’UE richiederebbe una revisione dei trattati, decisioni dei parlamenti nazionali, probabilmente anche referendum”. Quindi ci teniamo trattati da revisionare che non possono essere revisionati, perché ciò implicherebbe interessarne i parlamenti nazionali, o ancor pggio, i popoli: i quali si sa come si pronunciano nei referendum sulla UE.

Ma insomma la riunione del 22 marzo sarà la fiera del braccio di fermo e dell’arraffa-arraffa, stati uno contro l’altro, i forti contro i deboli. Chi vincerà? Basta dire che il capo del MES si chiama Klaus Regling, ed è colui che “quando Germania e Francia hanno superato i limiti di disavanzo concordati nel 2002 e nel 2003, ha avviato un procedimento per la Commissione europea contro i due paesi”, che ha poi lasciato cadere.

“I capi di Stato e di governo – ci informa Barazoin – stanno ora reagendo come molti cittadini: sono arrabbiati per le complicazioni della Commissione europea e cercano modi per sfuggire alla responsabilità della Commissione. I governi temono che la Commissione e il Parlamento esigano una disciplina di bilancio e che un MES sia più rilassato in bocca agli Stati. Si vuole sfuggire alla verga della commissione”. Ma anche è da notare che “sorprendentemente vaghe e scarse sono le dichiarazioni sulla UE del governo tedesco di Angela Merkel e Martin Schulz. A differenza del passato, la Germania non è attualmente il pioniere di una comunità forte e finanziariamente stabile”. E “mentre le casse vuote uniscono i governi nella ricerca di nuove fonti di denaro, si è incidentalmente desiderosi di smantellare l’UE nella sua forma attuale e convertirla in una confederazione allentata”.

LA UE non è stata capace di impegnarsi in “una politica di immigrazione intelligente e concertata”, che curi “la minaccia a lungo termine del declino ed invecchiamento della popolazione senza sovraesporre la società europea a stress etno sociali intollerabili”. Risultato, “Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria hanno sostanzialmente chiuso i confini. L’Austria ha aderito a questo movimento, col governo che è in carica da dicembre. E il paese assumerà la presidenza dell’UE nella seconda metà dell’anno e ha già annunciato un “summit dei rifugiati” di capi di stato e di governo. Per non dimenticare la Baviera, che ha anch’essa imposto un freno all’immigrazione di rifugiati in Germania. E il rifiuto dell’immigrazione va di pari passo con un nazionalismo più pronunciato che vuole indebolire le istituzioni dell’UE e rafforzare gli stati.

La UE senza difesa

Oltretutto, gli europei si sono di colpo resi conto di “avere un serio problema di sicurezza. Gli Stati Uniti non si considerano più una potenza protettiva degli europei, ma sostengono che l’Europa stessa deve provvedere alla sua difesa. Diventa quindi evidente che le numerose dichiarazioni sulla politica europea di difesa e sicurezza erano solo frasi vuote. La UE ha sempre fatto affidamento sugli Stati Uniti come leader della NATO e non ha sviluppato una propria strategia”.

Barazon ricorda persino come gli “europeisti derisero e attaccarono De Gaulle”, quando “nel 1962 fece uscire la Francia dalla NATO e volle che la Francia si costruisse una proprio autonoma forza di dissuasione” (anche nucleare). Negli anni seguenti la gente si abituò alla protezione della NATO e quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, si ebbe l’illusione che non ci fossero più minacce. E ora l’UE è indifesa.

“Ogni paese ha il suo esercito, che non può far molto in caso di emergenza. Il coordinamento di tutti questi piccoli eserciti è meno che modesto. Ed oggi è anche difficile immaginare che i governi, che sono attualmente impegnati nella riconquista del loro presunto potere, subordinino i loro eserciti a un comando congiunto o addirittura contribuiscano a un esercito europeo”. Ma aggiunge il giornalista europeista, che “inoltre, l’attuale trattato di Lisbona, che è una specie di costituzione dell’Unione europea, stabilisce espressamente la cooperazione con la NATO”.

Dunque gli europeisti hanno scritto in quella “specie di costituzione” il servaggio e la dipendenza dalle armi americane. Ci siamo legati mani e piedi ad un protettore che ci manda, disarmati, alla guerra contro la Russia. Lo riconosce Barazon:

“Ucraina: la crisi se l’è voluta la UE”
“La UE non vuol vedere un altro fallimento: che la crisi ucraina non è prima di tutto colpa della Russia, ma soprattutto della NATO e dell’UE. E’ stata ripetutamente promessa l’inclusione del paese nella NATO e nell’UE senza rafforzare economicamente attraverso un programma di ricostruzione. Era inevitabile che gli sforzi per legare l’Ucraina alla NATO e all’Unione europea dovessero allarmare la Russia. Per la politica di difesa russa l’Ucraina forma una specie di muro. La flotta russa del Mar Nero è di stanza in Crimea; dunque la NATO in Crimea e al confine russo è inaccettabile per la Russia. Di conseguenza, vi è stata annessione della Crimea e disordini sul confine orientale dell’Ucraina alla Russia. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno utilizzato l’annessione della Crimea, che essi stessi hanno provocato, come un’opportunità per dichiarare la Russia un aggressore e per imporre sanzioni, il che rendeva impossibile una cooperazione costruttiva con la Russia. Conclusione: la Crimea è ancora russa, l’Ucraina è economicamente in una situazione catastrofica, l’economia europea stessa subisce perdite attraverso le sanzioni e la Russia ha ulteriori problemi nel modernizzare la sua economia. E non c’è modo di uscire da questo impasse a Bruxelles”. Naturalmente, l’uscita dalla NATO una alleanza alla Russia eliminerebbe il nemico militare a cui ci opponiamo militarmente, ma “da Bruxelles è impossibile”

E’ qui compendiato il fallimento di tutte le politiche “europeiste” degli ultimi 30 anni. Tutti i nodi ideologici, tutte le ricette economiche radicalmente sbagliate stanno venendo al pettine. Tutte le politiche di Merkel, a cui i nostri oligarchi (che chiamano se stessi “democratici”) hanno obbedito, si stanno disfacendo nel disordine. E qui? Stiamo per votare le sinistre, Più Europa con Berlusconi, o il neo-europeista 5 Stelle, che ha scelto la “moderazione conformista” quando sarebbe stato il suo momento rivoluzionario. Auguri, italioti.

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I bocconiani la votano al 23%. Il PD, al 33%. (Salvini, 5%. Cinque Stelle 3,5). Generazione Erasmus

Maurizio Blondet

1445.- “Indagate sull’università di Cambridge che mandò Giulio Regeni incontro alla morte”

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Giulio Regeni

Di Maurizio Blondet

Riportiamo ampi stralci dell’intervista pubblicata da Tiscali di Claudia Fusani con il generale Leonardo Tricarico, ora presidente del think tank di analisti che fa capo a Icsa, consigliere militare a palazzo Chigi quando l’inquilino era D’Alema. Osservatore attento delle dinamiche geopolitiche nel teatro africano e mediorientale, Tricarico punta il dito contro “il Regno Unito e quelle manine che muovono i fili per alzare la tensione tra Roma e il Cairo”. Invita i genitori di Giulio a vedere questa storia con una prospettiva diversa. “Se fosse proprio il ritorno dell’ambasciatore a favorire la verità?”. Allargando il discorso, suggerisce anche quale deve essere il prossimo passo: “L’Italia ha bisogno di interloquire con la Russia di Putin”.

DA TISCALI

Generale Tricarico, lei è persona che ha sempre messo i diritti al primo posto. Il diritto alla verità e alla giustizia soprattutto. Cosa può dire alla famiglia Regeni?

“Comprendo il dolore per un figlio ammazzato dopo torture indicibili. Ma li inviterei ad osservare la faccenda anche da altri punti di vista. Ad esempio, io punterei il dito contro i mandanti più che contro gli esecutori. Contro i secondi c’è stata un’iniziativa forte, ci si augura che dal topolino venga fuori elefante. Ma nei confronti del mandante, purtroppo, nulla è stato fatto”.

Chi sarebbe il mandante?

”L’università di Cambridge che ha mandato al Cairo un giovane ricercatore come Giulio senza chiarire confini e rischi del suo mandato. Tutta la parte della storia relativa a Cambridge, ai professori, all’incarico di Giulio è ancora molto opaca. E questo non aiuta a trovare la verità”.

Si riferisce al fatto che Regeni, prima di andare al Cairo, aveva lavorato per un anno per Oxford Analitica, think tank che analizza le tendenze politiche-economiche su scala globale?

“No, mi riferisco al fatto che nel 2016, pochi mesi dopo la tragedia di Regeni, l’università di Cambridge ha provato ad ingaggiare un altro studente italiano e a mandarlo al Cairo per svolgere inchieste analoghe a quelle di cui si occupava Giulio (i modelli organizzativi dei sindacati, ndr). Cioè, gli inglesi ci hanno provato di nuovo. Perché? Qual è il vero obiettivo di quell’università?”.

Quel ragazzo è partito?

“No, fortunatamente il ricercatore ha messo alcune condizioni alla sua partenza, cose del tipo ‘vado solo se le autorità egiziane sono informate della mia presenza e del mio ruolo’. Cambridge ha lasciato perdere”.

Che significa?

“Che è necessario capire e sapere chi c’è dietro questi incarichi, cosa si muove. Questo è un aspetto totalmente trascurato in quel gigantesco buco nero che è il sequestro, le torture e poi il ritrovamento del cadavere dello studente friulano. Occorre indagare in questa direzione. Anche gli stessi genitori che vogliono verità e giustizia devono andare a guardare qui. Sono certo che da Cambridge passa un pezzo importante della storia”.

Palazzo Chigi, il premier Gentiloni che ha informato personalmente la famiglia, dicono che “l’invio dell’ambasciatore e la sua presenza al Cairo va nell’interesse della verità”. E’ d’accordo?

“Lo sto dicendo da due-tre mesi.

Avere l’ambasciatore sul posto fa l’interesse della verità. Un’interlocuzione non zoppa è necessaria qualora dovessero essere percorse altre strade. E poi, non mi sembra che in questi 18 mesi lo strumento di massima pressione diplomatica abbia prodotto chissà quali risultati. Insomma, la famiglia invece che indignata dovrebbe sentirsi protetta. Ma davanti al dolore di una famiglia si può solo tacere”.

Si parla di “golpe d’agosto”, di decisione assunta quando il Parlamento è chiuso e il paese è distratto dalle vacanze per limitare le polemiche.

”Le polemiche infatti ci sono… Non sono d’accordo, non è stato un golpe. La procura parla di nuovi atti, di passi avanti nella collaborazione giudiziaria. Finalmente sapremo cosa hanno ripreso quelle telecamere (presenti sul luogo dove Giulio è scomparso, ndr). Ma ripeto, va allargato il campo di indagine, e puntare il dito sui mandanti. In questo caso non significa buttare la palla in tribuna…”.

Non negherà che ci sono molti altri interessi nazionali che passano dall’Egitto. Ha vinto la real politik?

”E da quando la real politik sarebbe qualcosa di disdicevole e di cui vergognarsi? L’interesse nazionale italiano consiste nel fatto che l’Egitto è un paese-cerniera che può giocare un ruolo decisivo su molti dossier. L’Egitto è tra i più ascoltati dal generale Haftar, il padrone della Cirenaica, verso il quale ha potere  di indirizzo e di supporto, non solo moral suasion nelle decisioni più importanti ma anche capacità militare. Non c’è dubbio quindi che se l’Italia è la prima vittima dello sbando della Libia, il processo di stabilizzazione di quell’area passa soprattutto da Haftar. Già questo mi pare un ottimo motivo per riaprire i nostri uffici al Cairo. Poi, come tutti sanno, l’Eni ha grossi interessi nell’area. E anche un centinaio di altre aziende che da oltre un anno sono in un pantano pericoloso. E poi Israele, Sudan…, tutte frontiere e stati che hanno, per motivi diversi, assoluta importanza”.

Trova riscontri l’ipotesi che l’omicidio Regeni sia stata un’operazione tesa a danneggiare i rapporti tra Roma e il Cairo?

”E’ più di un sospetto che la distensione e la restaurazione di rapporti virtuosi nel Mediterraneo, in Europa e nei confronti della Russia, siano meccanismi che qualche manina tende sistematicamente a fare inceppare. Soprattutto il crescente ruolo di Putin nella determinazione degli equilibri regionali specie con il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Quindi coloro che oggi gridano allo scandalo sono da considerasi a tutti gli effetti  utili idioti per chi ha interesse a destabilizzare gli equilibri cui invece mira la nostra politica estera”.

Cosa dice alle organizzazioni umanitarie che oggi gridano al golpe d’agosto?

”Non mi hanno mai convinto i talebani dei diritti civili quando poi, magari lontano dai nostri occhi, assistiamo alla morte di migliaia di innocenti in Siria o tra i migranti. Esiste una sproporzione inaccettabile tra come vengono affrontate tragedie epocali e la perentorietà con cui ci si accanisce su un caso singolo”.

1238.- La guerra dei gasdotti

 

Gasdotti-accordo-Grecia-Russia

Esemplificazione di una delle cause principali del conflitto siriano.

di Daniele Ruffino

Le motivazioni dello scoppio e dell’aggravarsi della guerra siriana non sono dovute a un reale bisogno da parte dell’Occidente – elettosi come alfiere della democrazia e dei diritti – di portare civiltà in tutto il bellicoso, incivile e barbarico (a detta sua) Medio Oriente né tanto meno di salvare i civili e i profughi alla deriva. I fini sono ben altri, rilegati a questioni geostrategiche molto vecchie che tanto per cambiare ruotano sempre e solo attorno ad un elemento cardine: l’energia. Le accuse dell’America e della NATO circa l’utilizzo da parte del governo di Damasco di armi chimiche a Sud di Idlib ricordano molto quelle utilizzate dal Generale Colin Powell per giustificare la guerra a Saddam e la relativa invasione dell’Iraq (motivazioni smentite dallo stesso Powell alcuni anni dopo).

La Siria si trova in una posizione strategica poiché oltre l’accesso al Mar Mediterraneo e quindi un contatto diretto e rapido con il mercato europeo, è un territorio ricco di petrolio e gas naturale tanto da essere stato, prima della guerra, uno dei maggior produttori del Sudovest asiatico. Per la Repubblica Araba di Siria passano diversi oleodotti e gasdotti che collegano tutto il Medio Oriente (nord Africa compreso) e permettono l’accesso al mercato energetico europeo (dominato in gran parte dai russi) quali:

1) Arab Gas Pipeline: il quale parte dalla Siria e arriva fino in Egitto (Homs-Tripoli-Damasco-Amman-Aqaba-Taba-Arish) con un prolungamento verso Israele (Ashkelon). Nel 2006 è partito il progetto per un prolungamento verso la Turchia (Homs-Kilis).

 

2) Friendship Pipeline: un massiccio insieme di gasdotti e oleodotti che parte dall’Iran (Iran Gas Trunkline) e arriva fino in Siria passando per l’Iraq; la maggior parte dei gasdotti sono concentrati tra Iran e Iraq mentre gli oleodotti nel nord e nordest verso Turchia e Turkmenistan.

South-Pars

La grande quantità di reti energetiche di cui dispone la Siria è resa possibile grazie al sodalizio commerciale con l’Iran il quale a sua volta irrora le sue reti grazie all’enorme giacimento di gas naturale che possiede assieme al Qatar nel Golfo persico, il South Pars / North Dome Gas-Condensate field, vicino allo Stretto di Hormuz. Questo enorme giacimento ha una capacità di 51 trilioni di metri cubici di gas naturale e 7 trilioni di gas naturale condensato e copre un’area di quasi 10.000 chilometri quadrati. E’ di proprietà sia dell’Iran per quanto riguarda il South Pars (3700 km2) che del Qatar per quanto riguarda il North Dome (6000 km2).

L’Iran è uno dei maggiori finanziatori dei paesi sciiti sia a livello economico sia a livello energetico rifornendo gran parte del Sudovest asiatico e dell’Asia centrale attraverso le risorse che riesce estrarre dai propri giacimenti costieri (come il Kish Gas Field e l’Aghajari Oil Field) e soprattutto dall’abnorme cisterna di gas naturale marino; il South Pars è molto più piccolo di quello in dotazione al Qatar ma non essendoci una vera e propria divisione tra i due giacimenti tutto sta nel riuscire a pompare più velocemente carburante rispetto al proprio vicino. Il gasdotto iraniano è suddiviso in 27 “fasi” (12 di gas e 15 petrolchimiche) che variano in ampiezza e capienza, allo sviluppo di questo progetto concorrono più di 400 compagnie iraniane assieme a diversi colossi europei e non (la fase 2 e 3 è stata sviluppata infatti dalla Total e dalla Gazprom; la 4 e la 5 da un consorzio dell’Eni, probabilmente Saipem; la 6, 7 e 8 dalla norvegese Statoil e l’11 sempre dalla Total con un investimento di oltre 6 miliardi per il 50% dell’appezzamento). La zona nella quale questo mastodontico apparato di raffinerie e stoccaggio opera si chiama PSEEZ (Pars Special Economic Energy Zone) ed è situata nei pressi del villaggio iraniano di ‘Asaluyeh.

A meridione invece è situata la controparte qatarina che vede coinvolto il North Dome nel Dolphin Gas Project, uno dei primi progetti energetici del Gulf Cooperation Council (composto dalle monarchie petrolifere di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait e Bahrain), che ha come finalità quella di portare gas naturale dal Qatar all’Oman (Ras Laffan-Taweelah-Fujairah) e di ricongiungersi alla rete che collega già tutta la penisola arabica.

Arab gas pipeline

Quello che differenzia i due schieramenti è che il primo, quello che potremmo definire iraniano-sciita, ha già diverse partnership con paesi come la Russia e praticamente con tutto il Medio Oriente, riuscendo quindi a far concorrenza ai gasdotti caspici e a spartirsi gran parte del mercato asiatico ed europeo (seppur in dimensione ridotta); il secondo, quello che potremmo definire invece saudita-sunnita, ha invece un mercato meno ricco dovendo quindi svendere il proprio carburante ai paesi limitrofi (che se ne fanno ben poco a loro volta) accontentandosi di uno scarno mercato con USA e Cina che poco ripaga gli enormi finanziamenti che il GCC sta sostenendo.

La chiave di volta a questo problema, per quanto riguarda i sauditi, è appunto la Siria poiché confinando sia con la Turchia che con il Mediterraneo permetterebbe un collegamento diretto con il mercato europeo che è in mano alla controparte russa-iraniana. Il problema però sta nel fatto che la Siria, la quale è guidata dalla minoranza etnica alauita (di ispirazione sciita), ha come partners Iran e Russia: i primi, acerrimi nemici dei sauditi (sunniti wahabiti) e i secondi, secolari nemici del principale cliente del mercato arabico, gli US. I continui attacchi al blocco avverso (invasione dell’Iraq, sanzioni alla Russia, sanzioni all’Iran durante i mandati di Ahmadinejad e il conflitto siriano) sembrano più volti a sgretolare questa intesa piuttosto che a portare civiltà e democrazia (dato che la Comunità internazionale tace quando i raid sauditi radono al suolo lo Yemen).

Midstream Dolphin Pipeline map

 

copertina_damasco_3d-340x550Il conflitto siriano può quindi essere spiegato anche sotto questa ottica dato che da quasi dieci anni le monarchie del Golfo provano a sedurre la Siria onde riuscire ad avere i permessi per estendere le loro linee di rifornimento ma la famiglia Assad ha sempre scelto l’alternativa della sovranità energetica e del partenariato con Russia ed Iran; quindi cosa c’è di meglio di una guerra per ristabilire tutte le sfere di influenza poiché anche la Turchia spera di riuscire a strappare territori siriani quando la guerra sarà finalmente finita.

1033.- Intervista a Leonardo Maugeri: “Crollo del petrolio preoccupa e non aiuta l’economia, il peggio deve ancora venire”

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È una tempesta perfetta quella di un petrolio che nonostante i prezzi così bassi non riesce a far ripartire l’economia: attenti ai facili ottimismi su un’inversione, il peggio deve ancora venire”. È Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti mondiali di energia, già direttore Strategie e Sviluppo di Eni, a delineare in un’intervista esclusiva all’Huffington Post, quale sarà il futuro del petrolio alla luce del crollo del prezzo del greggio e delle difficili relazioni tra i Paesi produttori. È stato proprio Maugeri, nel 2012, in uno studio per l’università di Harvard, il primo al mondo a prevedere la caduta attuale dei prezzi. Oggi guarda agli scenari futuri, anticipando il suo prossimo lavoro atteso nei prossimi giorni.

14° Italian Energy Summit, Global energy trends

Leonardo Maugeri

Quanta preoccupazione c’è per un prezzo così basso del petrolio in riferimento all’impatto sulla crescita mondiale?
“In altri periodi storici si diceva che con il prezzo basso del petrolio l’economia mondiale fosse destinata a stare meglio: è stato così, ad esempio, negli anni Ottanta. Oggi siamo in presenza di un’anomalia perché con il prezzo basso l’economia non si riprende. Stiamo vivendo un’anomalia storica”.

Da cosa deriva questa anomalia?
“Probabilmente nel decennio passato quello che ha drogato tutto è stata la crescita dei Paesi emergenti, come la Cina, che consumavano materie prime e trainavano l’economia mondiale nel loro complesso. Nel momento in cui i Paesi emergenti si sono bloccati o sono cresciuti meno – dal Brasile alla Russia – si sono determinate situazioni di crisi che non consentono all’economia mondiale nel suo complesso di riprendersi. Il petrolio a prezzi così bassi costringe i fondi sovrani dei Paesi produttori a vendere di tutto per incamerare risorse e compensare i minori introiti petroliferi. Devono vendere sui mercati per compensare i minori introiti del petrolio e questo contribuisce a deprimere i mercati. È una tempesta perfetta abbastanza preoccupante”.

Quale sarà l’andamento del prezzo del petrolio nel prossimo periodo?
“Nel 2012, quando dissi che il prezzo sarebbe crollato, mi dissero che ero pazzo. Oggi, come allora, la mia voce è un po’ fuori dal coro: penso che il peggio debba ancora venire. C’è ancora troppa produzione in eccesso nel mondo e nuova produzione sta arrivando per effetto di investimenti fatti 5-6 anni fa e che adesso si completano. Di fronte a questo eccesso produttivo la domanda cresce poco e non c’è possibilità di riassorbire l’eccesso. L’unica soluzione vera a questa situazione è che i grandi produttori si mettano d’accordo per tagliare la produzione”.

Quanto è difficile oggi questa intesa tra i Paesi produttori?
“È remota e difficilissima perché tutti i produttori si stanno facendo la guerra, ognuno sta producendo più che può e ciascuno difende la propria quota mondiale. Un’intesa, poi, è resa difficile per le distanze tra alcuni Paesi come quella tra Arabia Saudita e Iran o tra Arabia Saudita e Russia”.

Qual è la soglia critica che potrebbe far cambiare idea ai produttori e fargli decidere di tagliare la produzione?
“Solo se il greggio tocca nuovi minimi, intorno ai 25 dollari al barile. Ma questo deve accadere non per un giorno o due, ma per almeno un mese perché se sta a 25 dollari un giorno e poi a 28 o a 30 dollari il giorno dopo, allora dicono che il peggio è passato e non fanno niente. Se si sta sotto certi livelli per un determinato periodo allora ci può essere un cambiamento di idea”.

Nella geopolitica del petrolio spicca la politica dell’Arabia Saudita che non taglia la produzione e i prezzi intanto vanno sempre più giù. I sauditi quando inizieranno a far salire il prezzo?
“La condizione per il taglio della produzione da parte dei sauditi è che tutti gli altri Paesi siano seri nel dire: Tagliamo anche noi. L’Arabia Saudita sta producendo tanto, ma è l’unico grande produttore al mondo che produce meno di quello che potrebbe, è uno dei pochi a farlo. L’Arabia Saudita dice: se non tagliano anche gli altri, io mi rifiuto di tagliare perché farei un regalo al resto del mondo e io porterei il fardello. Bisogna ricordare che la Russia ha continuato a superare i record produttivi e continua a produrre a tutto spiano. Negli Stati Uniti si è prodotto un po’ meno, ma per ragioni di mercato non perché volessero. Iran e Iraq sono due Paesi che dopo decenni di difficoltà si stanno riaffacciando adesso e non hanno alcuna intenzione di tagliare. Poi c’è il Canada, che in pochi ricordano, ma che è il quarto produttore al mondo di greggio”.

Economisti e analisti di primissimo livello parlano di un 2016 da incubo. Per Soros si intravede una crisi come quella del 2008. Allora furono i mutui subprime il fattore scatenante, oggi può esserlo il petrolio?
“Il ragionamento di Soros o Roubini è in parte corretto perché il problema che c’era nel 2007-2008 non è stato risolto. I subprime furono il motivo scatenante, ma tutto il problema della finanza derivata, di cui i subprime sono una parte, non è stato risolto. Quando si parla ad esempio dei derivati presenti nella pancia delle banche italiane si capisce che c’è questo mostro della finanza derivata. Ora gli allarmi dicono che il problema del 2007-2008 non è stato risolto perché questa quantità di derivati in circolazione è da qualche parte. Il problema è che può ancora esplodere in qualche forma. Anche il petrolio si porta una finanza derivata dietro, ma è una parte ridotta rispetto a quella esistente nel mondo. Non credo che la debolezza dei prezzi del petrolio possa rappresentare quello che il subprime ha rappresentato nel 2007-2008 come miccia che ha fatto esplodere la crisi”.

Negli Stati Uniti assistiamo alla sofferenza di piccole e grandi aziende che investono sullo shale oil che vanno in crisi. Il settore rischia la bancarotta definitiva?
“Si parla con troppa facilità di bancarotta. Già nel 2015 ci sono state 42 società statunitensi che sono fallite, che sono andate in bancarotta Un numero analogo, anche più alto, si registrerà pure quest’anno. Detto questo la dinamica rispecchia quello che avvenne con lo shale gas: quando i prezzi del gas crollarono negli Stati Uniti e tante società andarono in bancarotta, i loro giacimenti furono presi da società più solide”.

La nuova stagione dell’Iran che impatto può avere sul mercato del petrolio?
“Per i prezzi del petrolio sta costituendo un problema perché è una produzione ulteriore che si aggiunge a una produzione già grande”.

L’Italia come vive il crollo del prezzo del greggio?
“L’Italia non soffre del calo, ma purtroppo ne sta beneficiando poco. I problemi che si sono accumulati nell’economia italiana sono così vasti e grandi che ci vorranno anni per risolverli. L’Italia, essendo un Paese importatore, dato che importa oltre l’80% del suo fabbisogno, avrebbe dovuto ottenere un beneficio da una bolletta petrolifera meno alta, ma il beneficio è per il Governo, non per il consumatore”.

Cosa pesa sul mancato risparmio per gli italiani?
“In questo momento un litro di benzina mediamente si paga 1,43 euro, di cui un euro sono accise e Iva, che si calcola anche sulle accise. La materia prima incide per non più del 25%. Ammettiamo che per assurdo venisse regalato il petrolio, la benzina alla pompa costerebbe lo stesso un euro”.

È atteso nei prossimi giorni il suo prossimo lavoro per Harvard. Che scenario delinea?
“Dico di stare attenti ai facili ottimismi sulla possibilità di recupero del prezzo del petrolio”.

Per uscire da questo cortocircuito lei ipotizza uno scenario con un prezzo basso e stabile intorno ai 25 dollari al barile. Se ciò accadesse cosa farebbero i Paesi produttori?
“Si spaventerebbero e la conseguenza di questo spavento sarebbe un meeting straordinario dei Paesi dell’Opec che decidono di tagliare la produzione così come qualche Paese, ad esempio la Russia, che potrebbe fare moral suasion sulle sue compagnie petrolifere per ridurre anche loro la produzione”.

Giuseppe Colombo