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1238.- La guerra dei gasdotti

 

Gasdotti-accordo-Grecia-Russia

Esemplificazione di una delle cause principali del conflitto siriano.

di Daniele Ruffino

Le motivazioni dello scoppio e dell’aggravarsi della guerra siriana non sono dovute a un reale bisogno da parte dell’Occidente – elettosi come alfiere della democrazia e dei diritti – di portare civiltà in tutto il bellicoso, incivile e barbarico (a detta sua) Medio Oriente né tanto meno di salvare i civili e i profughi alla deriva. I fini sono ben altri, rilegati a questioni geostrategiche molto vecchie che tanto per cambiare ruotano sempre e solo attorno ad un elemento cardine: l’energia. Le accuse dell’America e della NATO circa l’utilizzo da parte del governo di Damasco di armi chimiche a Sud di Idlib ricordano molto quelle utilizzate dal Generale Colin Powell per giustificare la guerra a Saddam e la relativa invasione dell’Iraq (motivazioni smentite dallo stesso Powell alcuni anni dopo).

La Siria si trova in una posizione strategica poiché oltre l’accesso al Mar Mediterraneo e quindi un contatto diretto e rapido con il mercato europeo, è un territorio ricco di petrolio e gas naturale tanto da essere stato, prima della guerra, uno dei maggior produttori del Sudovest asiatico. Per la Repubblica Araba di Siria passano diversi oleodotti e gasdotti che collegano tutto il Medio Oriente (nord Africa compreso) e permettono l’accesso al mercato energetico europeo (dominato in gran parte dai russi) quali:

1) Arab Gas Pipeline: il quale parte dalla Siria e arriva fino in Egitto (Homs-Tripoli-Damasco-Amman-Aqaba-Taba-Arish) con un prolungamento verso Israele (Ashkelon). Nel 2006 è partito il progetto per un prolungamento verso la Turchia (Homs-Kilis).

 

2) Friendship Pipeline: un massiccio insieme di gasdotti e oleodotti che parte dall’Iran (Iran Gas Trunkline) e arriva fino in Siria passando per l’Iraq; la maggior parte dei gasdotti sono concentrati tra Iran e Iraq mentre gli oleodotti nel nord e nordest verso Turchia e Turkmenistan.

South-Pars

La grande quantità di reti energetiche di cui dispone la Siria è resa possibile grazie al sodalizio commerciale con l’Iran il quale a sua volta irrora le sue reti grazie all’enorme giacimento di gas naturale che possiede assieme al Qatar nel Golfo persico, il South Pars / North Dome Gas-Condensate field, vicino allo Stretto di Hormuz. Questo enorme giacimento ha una capacità di 51 trilioni di metri cubici di gas naturale e 7 trilioni di gas naturale condensato e copre un’area di quasi 10.000 chilometri quadrati. E’ di proprietà sia dell’Iran per quanto riguarda il South Pars (3700 km2) che del Qatar per quanto riguarda il North Dome (6000 km2).

L’Iran è uno dei maggiori finanziatori dei paesi sciiti sia a livello economico sia a livello energetico rifornendo gran parte del Sudovest asiatico e dell’Asia centrale attraverso le risorse che riesce estrarre dai propri giacimenti costieri (come il Kish Gas Field e l’Aghajari Oil Field) e soprattutto dall’abnorme cisterna di gas naturale marino; il South Pars è molto più piccolo di quello in dotazione al Qatar ma non essendoci una vera e propria divisione tra i due giacimenti tutto sta nel riuscire a pompare più velocemente carburante rispetto al proprio vicino. Il gasdotto iraniano è suddiviso in 27 “fasi” (12 di gas e 15 petrolchimiche) che variano in ampiezza e capienza, allo sviluppo di questo progetto concorrono più di 400 compagnie iraniane assieme a diversi colossi europei e non (la fase 2 e 3 è stata sviluppata infatti dalla Total e dalla Gazprom; la 4 e la 5 da un consorzio dell’Eni, probabilmente Saipem; la 6, 7 e 8 dalla norvegese Statoil e l’11 sempre dalla Total con un investimento di oltre 6 miliardi per il 50% dell’appezzamento). La zona nella quale questo mastodontico apparato di raffinerie e stoccaggio opera si chiama PSEEZ (Pars Special Economic Energy Zone) ed è situata nei pressi del villaggio iraniano di ‘Asaluyeh.

A meridione invece è situata la controparte qatarina che vede coinvolto il North Dome nel Dolphin Gas Project, uno dei primi progetti energetici del Gulf Cooperation Council (composto dalle monarchie petrolifere di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait e Bahrain), che ha come finalità quella di portare gas naturale dal Qatar all’Oman (Ras Laffan-Taweelah-Fujairah) e di ricongiungersi alla rete che collega già tutta la penisola arabica.

Arab gas pipeline

Quello che differenzia i due schieramenti è che il primo, quello che potremmo definire iraniano-sciita, ha già diverse partnership con paesi come la Russia e praticamente con tutto il Medio Oriente, riuscendo quindi a far concorrenza ai gasdotti caspici e a spartirsi gran parte del mercato asiatico ed europeo (seppur in dimensione ridotta); il secondo, quello che potremmo definire invece saudita-sunnita, ha invece un mercato meno ricco dovendo quindi svendere il proprio carburante ai paesi limitrofi (che se ne fanno ben poco a loro volta) accontentandosi di uno scarno mercato con USA e Cina che poco ripaga gli enormi finanziamenti che il GCC sta sostenendo.

La chiave di volta a questo problema, per quanto riguarda i sauditi, è appunto la Siria poiché confinando sia con la Turchia che con il Mediterraneo permetterebbe un collegamento diretto con il mercato europeo che è in mano alla controparte russa-iraniana. Il problema però sta nel fatto che la Siria, la quale è guidata dalla minoranza etnica alauita (di ispirazione sciita), ha come partners Iran e Russia: i primi, acerrimi nemici dei sauditi (sunniti wahabiti) e i secondi, secolari nemici del principale cliente del mercato arabico, gli US. I continui attacchi al blocco avverso (invasione dell’Iraq, sanzioni alla Russia, sanzioni all’Iran durante i mandati di Ahmadinejad e il conflitto siriano) sembrano più volti a sgretolare questa intesa piuttosto che a portare civiltà e democrazia (dato che la Comunità internazionale tace quando i raid sauditi radono al suolo lo Yemen).

Midstream Dolphin Pipeline map

 

copertina_damasco_3d-340x550Il conflitto siriano può quindi essere spiegato anche sotto questa ottica dato che da quasi dieci anni le monarchie del Golfo provano a sedurre la Siria onde riuscire ad avere i permessi per estendere le loro linee di rifornimento ma la famiglia Assad ha sempre scelto l’alternativa della sovranità energetica e del partenariato con Russia ed Iran; quindi cosa c’è di meglio di una guerra per ristabilire tutte le sfere di influenza poiché anche la Turchia spera di riuscire a strappare territori siriani quando la guerra sarà finalmente finita.

1033.- Intervista a Leonardo Maugeri: “Crollo del petrolio preoccupa e non aiuta l’economia, il peggio deve ancora venire”

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È una tempesta perfetta quella di un petrolio che nonostante i prezzi così bassi non riesce a far ripartire l’economia: attenti ai facili ottimismi su un’inversione, il peggio deve ancora venire”. È Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti mondiali di energia, già direttore Strategie e Sviluppo di Eni, a delineare in un’intervista esclusiva all’Huffington Post, quale sarà il futuro del petrolio alla luce del crollo del prezzo del greggio e delle difficili relazioni tra i Paesi produttori. È stato proprio Maugeri, nel 2012, in uno studio per l’università di Harvard, il primo al mondo a prevedere la caduta attuale dei prezzi. Oggi guarda agli scenari futuri, anticipando il suo prossimo lavoro atteso nei prossimi giorni.

14° Italian Energy Summit, Global energy trends

Leonardo Maugeri

Quanta preoccupazione c’è per un prezzo così basso del petrolio in riferimento all’impatto sulla crescita mondiale?
“In altri periodi storici si diceva che con il prezzo basso del petrolio l’economia mondiale fosse destinata a stare meglio: è stato così, ad esempio, negli anni Ottanta. Oggi siamo in presenza di un’anomalia perché con il prezzo basso l’economia non si riprende. Stiamo vivendo un’anomalia storica”.

Da cosa deriva questa anomalia?
“Probabilmente nel decennio passato quello che ha drogato tutto è stata la crescita dei Paesi emergenti, come la Cina, che consumavano materie prime e trainavano l’economia mondiale nel loro complesso. Nel momento in cui i Paesi emergenti si sono bloccati o sono cresciuti meno – dal Brasile alla Russia – si sono determinate situazioni di crisi che non consentono all’economia mondiale nel suo complesso di riprendersi. Il petrolio a prezzi così bassi costringe i fondi sovrani dei Paesi produttori a vendere di tutto per incamerare risorse e compensare i minori introiti petroliferi. Devono vendere sui mercati per compensare i minori introiti del petrolio e questo contribuisce a deprimere i mercati. È una tempesta perfetta abbastanza preoccupante”.

Quale sarà l’andamento del prezzo del petrolio nel prossimo periodo?
“Nel 2012, quando dissi che il prezzo sarebbe crollato, mi dissero che ero pazzo. Oggi, come allora, la mia voce è un po’ fuori dal coro: penso che il peggio debba ancora venire. C’è ancora troppa produzione in eccesso nel mondo e nuova produzione sta arrivando per effetto di investimenti fatti 5-6 anni fa e che adesso si completano. Di fronte a questo eccesso produttivo la domanda cresce poco e non c’è possibilità di riassorbire l’eccesso. L’unica soluzione vera a questa situazione è che i grandi produttori si mettano d’accordo per tagliare la produzione”.

Quanto è difficile oggi questa intesa tra i Paesi produttori?
“È remota e difficilissima perché tutti i produttori si stanno facendo la guerra, ognuno sta producendo più che può e ciascuno difende la propria quota mondiale. Un’intesa, poi, è resa difficile per le distanze tra alcuni Paesi come quella tra Arabia Saudita e Iran o tra Arabia Saudita e Russia”.

Qual è la soglia critica che potrebbe far cambiare idea ai produttori e fargli decidere di tagliare la produzione?
“Solo se il greggio tocca nuovi minimi, intorno ai 25 dollari al barile. Ma questo deve accadere non per un giorno o due, ma per almeno un mese perché se sta a 25 dollari un giorno e poi a 28 o a 30 dollari il giorno dopo, allora dicono che il peggio è passato e non fanno niente. Se si sta sotto certi livelli per un determinato periodo allora ci può essere un cambiamento di idea”.

Nella geopolitica del petrolio spicca la politica dell’Arabia Saudita che non taglia la produzione e i prezzi intanto vanno sempre più giù. I sauditi quando inizieranno a far salire il prezzo?
“La condizione per il taglio della produzione da parte dei sauditi è che tutti gli altri Paesi siano seri nel dire: Tagliamo anche noi. L’Arabia Saudita sta producendo tanto, ma è l’unico grande produttore al mondo che produce meno di quello che potrebbe, è uno dei pochi a farlo. L’Arabia Saudita dice: se non tagliano anche gli altri, io mi rifiuto di tagliare perché farei un regalo al resto del mondo e io porterei il fardello. Bisogna ricordare che la Russia ha continuato a superare i record produttivi e continua a produrre a tutto spiano. Negli Stati Uniti si è prodotto un po’ meno, ma per ragioni di mercato non perché volessero. Iran e Iraq sono due Paesi che dopo decenni di difficoltà si stanno riaffacciando adesso e non hanno alcuna intenzione di tagliare. Poi c’è il Canada, che in pochi ricordano, ma che è il quarto produttore al mondo di greggio”.

Economisti e analisti di primissimo livello parlano di un 2016 da incubo. Per Soros si intravede una crisi come quella del 2008. Allora furono i mutui subprime il fattore scatenante, oggi può esserlo il petrolio?
“Il ragionamento di Soros o Roubini è in parte corretto perché il problema che c’era nel 2007-2008 non è stato risolto. I subprime furono il motivo scatenante, ma tutto il problema della finanza derivata, di cui i subprime sono una parte, non è stato risolto. Quando si parla ad esempio dei derivati presenti nella pancia delle banche italiane si capisce che c’è questo mostro della finanza derivata. Ora gli allarmi dicono che il problema del 2007-2008 non è stato risolto perché questa quantità di derivati in circolazione è da qualche parte. Il problema è che può ancora esplodere in qualche forma. Anche il petrolio si porta una finanza derivata dietro, ma è una parte ridotta rispetto a quella esistente nel mondo. Non credo che la debolezza dei prezzi del petrolio possa rappresentare quello che il subprime ha rappresentato nel 2007-2008 come miccia che ha fatto esplodere la crisi”.

Negli Stati Uniti assistiamo alla sofferenza di piccole e grandi aziende che investono sullo shale oil che vanno in crisi. Il settore rischia la bancarotta definitiva?
“Si parla con troppa facilità di bancarotta. Già nel 2015 ci sono state 42 società statunitensi che sono fallite, che sono andate in bancarotta Un numero analogo, anche più alto, si registrerà pure quest’anno. Detto questo la dinamica rispecchia quello che avvenne con lo shale gas: quando i prezzi del gas crollarono negli Stati Uniti e tante società andarono in bancarotta, i loro giacimenti furono presi da società più solide”.

La nuova stagione dell’Iran che impatto può avere sul mercato del petrolio?
“Per i prezzi del petrolio sta costituendo un problema perché è una produzione ulteriore che si aggiunge a una produzione già grande”.

L’Italia come vive il crollo del prezzo del greggio?
“L’Italia non soffre del calo, ma purtroppo ne sta beneficiando poco. I problemi che si sono accumulati nell’economia italiana sono così vasti e grandi che ci vorranno anni per risolverli. L’Italia, essendo un Paese importatore, dato che importa oltre l’80% del suo fabbisogno, avrebbe dovuto ottenere un beneficio da una bolletta petrolifera meno alta, ma il beneficio è per il Governo, non per il consumatore”.

Cosa pesa sul mancato risparmio per gli italiani?
“In questo momento un litro di benzina mediamente si paga 1,43 euro, di cui un euro sono accise e Iva, che si calcola anche sulle accise. La materia prima incide per non più del 25%. Ammettiamo che per assurdo venisse regalato il petrolio, la benzina alla pompa costerebbe lo stesso un euro”.

È atteso nei prossimi giorni il suo prossimo lavoro per Harvard. Che scenario delinea?
“Dico di stare attenti ai facili ottimismi sulla possibilità di recupero del prezzo del petrolio”.

Per uscire da questo cortocircuito lei ipotizza uno scenario con un prezzo basso e stabile intorno ai 25 dollari al barile. Se ciò accadesse cosa farebbero i Paesi produttori?
“Si spaventerebbero e la conseguenza di questo spavento sarebbe un meeting straordinario dei Paesi dell’Opec che decidono di tagliare la produzione così come qualche Paese, ad esempio la Russia, che potrebbe fare moral suasion sulle sue compagnie petrolifere per ridurre anche loro la produzione”.

Giuseppe Colombo