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1226.- QATAR, MARCIA INDIETRO DI TRUMP. TELEFONA ALL’EMIRO E OFFRE L’AIUTO USA.

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Causa la crisi e poi copre il pasticcio

Nuovo disordine mediorientale, guerra all’Iran decide Trump

Paesi del Golfo contro l’Iran colpendo il Qatar. Gli Stati Uniti sono stati avvertiti del blitz diplomatico che l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo hanno attuato contro il Qatar o l’hanno addirittura organizzato? Maliziosamente come sempre, Piero Orteca.

 

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Gli Stati Uniti sono stati avvertiti preventivamente del blitz diplomatico che l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo hanno attuato contro il Qatar o l’hanno addirittura organizzato?
L’Emirato da lunga pezza era nell’occhio del ciclone. Già ai tempi di Obama le chiacchiere andavano e venivano. Si parlava con dovizia di particolari di miliardi di dollari transitati su conti esteri, con destinazioni sconosciute. E più di un servizio segreto sospettava che questi fondi servissero a foraggiare in qualche modo il terrorismo internazionale.

Strano vero? Ma molti dei conflitti all’interno della mondo islamico, non riguardano solo lo scontro atavico tra sunniti e sciiti, ma toccano, laceranti e devastanti, anche i rapporti all’interno dello stesso universo sunnita. Una situazione che è specchio non solo di interpretazioni coraniche “asimmetriche”, ma anche dimostrazione di interessi nazionali, pardon, anzi tribali, diversi.

Ma cosa paga il Qatar ? Al di là delle spiegazioni di comodo, il blocco sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita che Trump ha ricompattato, gli rimprovera “intelligenza col nemico”. Quale? Ma l’Iran, è ovvio.
I qatariani già da un pezzo giocano con due mazzi di carte, Obama lasciava fare e si girava dall’altro lato, perché gli ayatollah erano il perno della sua politica estera nella regione e quindi l’ambiguità del piccolo e ricchissimo Emirato gli veniva anche comoda, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

Adesso la foreign policy americana è stata rivoltata come una frittata. La Casa Bianca ha scelto di affondare il dialogo con Teheran e di puntare tutte le sue carte sui Paesi della Penisola arabica. Una strategia che rischia di riaprire vecchie ferite anche vicino ai confini di Israele, Libano e Golan in primis, dove le milizie sciite di Hezbollah sono già in fermento. La decisione di Arabia Saudita, Egitto, Bahrein, Emirati arabi e Yemen (a cui si sono unite le Maldive) non sarà indolore.

Secondo fonti israeliane, il blocco sunnita, al di là del presunto sostegno offerto all’Isis, ad al Qaida e al resto della galassia terroristica, ha minacciato di ricorrere alle maniere forti se il Qatar non la smetterà di trescare con l’Iran. In effetti, a dirla tutta, le accuse di sostenere il terrorismo possono anche avere un fondamento di verità. E le ragioni sono molto complesse e affondano le radici nelle inimicizie familiari e dinastiche tra le famiglie sunnite del Golfo.

Ma il vero motivo del contendere, che fa sembrare la storia del terrorismo solo un alibi buono a mascherare le reali intenzioni di Stati Uniti, Egitto e Arabia Saudita, è la nuova guerra mondiale, ancora dichiarata solo a parole, che i Paesi del Golfo hanno scatenato contro l’Iran.

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1195.- La Grande Armée sunnita nel Medio Oriente

Da Ennio Remondino: Come si sviluppano gli scenari diplomatici in Siria e in Irak dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca. Si cerca di costituire un esercito di mezzo milione di uomini col sostegno dell’Arabia Saudita

Di , responsabile di Osservatorio Internazionale.
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Da un pezzo gli analisti battono sulla svolta decisiva che Trump ha dato alla politica estera americana in Medio Oriente. Obiettivamente, rispetto alle strategie della Casa Bianca al tempo di Obama, c’è stata una netta inversione di tendenza: il dato di fatto più eclatante è che Dipartimento di Stato e Pentagono adesso pensano che sia fondamentale restare ancorati alla sponda sunnita.
In sostanza, viene completamente messa da parte la tattica che puntava al sostegno della componente sciita nel conflitto, e contemporaneamente si cerca di riguadagnare le passate alleanze che avevano garantito un equilibrio instabile, ma durevole nel medio-lungo periodo.

A suggellare questa rivoluzione diplomatica sarà il viaggio di Trump tra una decina di giorni, quando sbarcherà in Arabia Saudita per chiarire agli sceicchi i termini della sua proposta. Certo, al centro dell’azione diplomatica di Pennsylvania Avenue resta la lotta mortale contro l’Isis. Soltanto che, adesso sono stati rivoluzionati i termini della questione. Gli Stati Uniti puntano alla costituzione di una solida armata arabo-musulmana in grado di garantire la pace nella regione e, contemporaneamente, di arginare la spinta propulsiva dell’Isis, che si va esaurendo. Dal giorno 22 ne sapremo di più.
Terrorizzati dall’incombente presenza dell’Iran come potenza nucleare regionale, i sauditi sembrerebbero pronti a sottoscrivere un accordo che consenta agli Stati Uniti di contare su una riserva operativa di almeno mezzo milione di uomini.

Gli sherpa dei due schieramenti stanno lavorando duramente per raggiungere uno straccio di accordo che lasci tutti soddisfatti. In particolare, bisognerà vedere quali garanzie Donald Trump sarà pronto a gettare sul tavolo per fare in modo che i sauditi accettino la sua nuova strategia di emarginazione della componente sciita, dell’Iran, soprattutto, e di Hezbollah.
In questo senso, sono chiarissime le pressioni che arrivano da Gerusalemme per fare in modo che gli Stati Uniti si preoccupino dell’evoluzione che potrebbero avere le tensioni in tutto il Libano meridionale e nella fascia del Golan.

La Casa Bianca sta organizzando il prossimo summit in grande: al vertice saranno presenti la famiglia reale Saudita al gran completo, il re di Giordania Abdullah e il primo ministro pakistano Navaf Sharif. Significativa l’assenza del presidente egiziano El-Sissi, il quale anche in questa occasione ha tenuto a marcare una differenza di strategia con i suoi amici-nemici americani. Dall’incontro in Arabia Saudita dovrebbero saltare fuori le ultime direttive per liquidare la pratica di Mosul nell’area irakena, e di Raqqa, ritenuta la capitale del Califfato. I piani segreti di intervento, elaborati minuziosamente dal segretario Usa alla Difesa James Mattis e dal National security adviser McMaster puntano proprio alla riconquista diretta di Raqqa come simbolo del rinnovato slancio dimostrato dalla coalizione nella lotta all’Isis.

E proprio il nuovo esercito arabo-sunnita dovrebbe costituire il nerbo della forza d’attacco da utilizzare su tutto lo scacchiere mediorientale, non solo in Siria. Si tratterebbe di una sorta di garanzia o di assicurazione sulla vita in grado di tacitare in primis Netanyahu e tutto il governo israeliano. Intanto, sul terreno la situazione resta confusa. In questa fase l’onere dell’offensiva è sostenuto dai curdi delle milizie YPG. Uno dei successi che viene rivendicato dalle forze della coalizione negli ultimi giorni è la conquista della diga di Tabqa, la più grande della Siria, che era caduta da tempo nelle mani dell’Isis.

Comunque sia, la verità è che al Pentagono non ritengono i curdi in grado di abbattere le resistenze del Califfato. Lo stesso generale Joseph Dunford, Capo di Stato maggiore dell’Us Army, ha dichiarato che per raggiungere gli obiettivi prefissati c’è bisogno di uno sforzo ulteriore. Probabilmente, la svolta voluta da Trump va in questa direzione: ai sunniti viene offerta la possibilità di un contrasto politico-diplomatico verso la componente sciita. Ma, contemporaneamente, gli alleati esigono uno sforzo complessivo, sostanziale e senza tentennamenti proprio da parte di tutte le componenti sunnite della regione, per risolvere definitivamente la pratica del Califfato.

969.-Il Medio Oriente dopo l’Isis

Quello che ci consegna il 2016 è un Medio Oriente sempre più conteso tra le grandi potenze della regione.

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Nel 1914 un azzimato Thomas Edward Lawrence posava davanti alla macchina fotografica nel bel mezzo dello scavo archeologico di Carchemish. Di lì a poco la guerra lo avrebbe trascinato tra il Cairo e l’Hejaz, il grande deserto nel cuore dell’Arabia, e poi su fino a Damasco. La sua cavalcata vittoriosa alla testa di uno scalcagnato esercito arabo è scomparsa nel giro di poco, cancellata e riscritta dalla penna di Mark Sykes e François Georges-Picot – e di tanti altri. I nuovi confini hanno tagliato Carchemish in due lungo le rotaie della Berlino-Baghdad su cui viaggiava il celebre Orient Express: a nord la turca Karkamış, a sud la siriana Jarablus.

Vecchi e nuovi confini
Chi sostiene che quei vecchi confini oggi non contino più semplicemente sbaglia. Li ha rispettati l’Isis quando ha occupato Jarablus alla fine del 2013, guardandosi bene dall’avanzare di un solo passo in Turchia. Li ha rispettati anche dopo la tonitruante dichiarazione del Califfato dalla moschea di al-Nuri a Mosul, che quei confini diceva di abbattere: due le “capitali”, una siriana e una irachena. Ancora, è per un presunto sconfinamento che i turchi hanno abbattuto un caccia russo in missione sulla Siria, nel novembre del 2015.

iraq-mosul-intIraq-Mosul-intSoldati iracheni posano con una bandiera dello Stato Islammico, nel villaggio di Gogjali. Immagine: Bulent Kilic/AFP/Getty

A considerare le vicende degli ultimi anni, tra Siria, Iraq e Turchia sembra proprio l’opposto: i vecchi confini contano molto più di prima perché sono in tanti a volerne tracciare di nuovi. È da Jarablus che l’esercito di Ankara ha invaso la Siria lo scorso agosto, proprio per anticipare le milizie curde siriane e impedire che tracciassero i nuovi confini di una loro zona di autonomia. Gli altri curdi, quelli iracheni, minacciano con cadenza mensile Baghdad paventando la secessione. Da tempo gli osservatori parlano di “Siria utile”, ovvero quello spicchio occidentale di Siria che, se passasse per intero sotto il controllo del regime, garantirebbe a Bashar al-Assad la vittoria anche con l’altra metà del paese in fiamme.

False soluzioni
Il minimo comun denominatore di tutto questo caotico groviglio sembra l’eventualità di una spartizione, il disegno di una nuova mappa per gran parte del Medio Oriente. Tante le ipotesi avanzate, più o meno verosimili. Per fare solo un esempio, la nascita di un grande stato sunnita tra Siria e Iraq, uno staterello alawita come feudo di Assad sul Mediterraneo, un secondo staterello sciita nel sud iracheno e tutta la fascia a nord che diventa il Kurdistan (magari con qualche pezzo di Turchia).

Forse un giorno accadrà tutto questo. Ma a forza di interpretare il Medio Oriente come il teatro di uno scontro epico tra sunniti e sciiti si rischia di restare abbagliati. Gli attori in campo sono tanti, variegati, e con agende e priorità molto lontane tra loro. C’è la guerra, sì: ma non siamo in mezzo a un conflitto mondiale come quelli del secolo scorso, dove ci può essere un vincitore che prende tutto e scrive la storia a suo piacimento. Non ci sarà un solo vincitore, soprattutto dopo che la Russia ha rilanciato intervenendo in Siria. Perciò tracciare nuovi confini, oggi, fa più gola ai “piccoli” che alle potenze regionali e globali: dove i primi vedono un guadagno, le seconde temono nuovi fronti e la moltiplicazione del caos.

Il petrolio conteso tra Baghdad e Erbil
Baricentro e radice di questo caos è la guerra in Siria, definita “una partita a scacchi tridimensionale giocata da nove giocatori e senza alcuna regola”. Un conflitto che mostra già oggi tante ramificazioni e minaccia di allargarsi ancora di più. Ipotetici spillover lambiscono tutta la regione. Quando l’Isis ha conquistato Mosul, nel giugno del 2014, l’esercito iracheno di stanza nella zona si è disgregato nel giro di due giorni. I miliziani di al-Baghdadi non sono gli unici ad averne approfittato: con i militari di Baghdad in rotta, i Peshmerga curdi si sono spinti in avanti occupando porzioni di territorio che, almeno sulla carta, non rientrano sotto la giurisdizione del loro governo autonomo sancito dalla costituzione del 2005. Si tratta di due aree – quella a nord di Mosul e la zona attorno a Kirkuk – ricchissime di petrolio, che da allora sono al centro di un’aspra contesa. Più volte si sono verificati scontri a fuoco tra i Peshmerga e alcune milizie irachene nate per sopperire allo sfacelo dell’esercito regolare.

siria-intSiria-intSiriani evacuati da Aleppo, diretti verso l’area occidentale della provincia. Immagine: Stringer/AFP/Getty

La diatriba è diventata presto motivo di scontro tra Baghdad e Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno: quando i curdi hanno incominciato a vendere in autonomia quel petrolio tramite la Turchia, da Baghdad hanno bloccato i pagamenti degli stipendi agli impiegati statali curdi. Lo stallo ha spinto i cittadini a scendere in strada con manifestazioni di decine di migliaia di persone, i partiti si sono spaccati, il parlamento del Kurdistan ha interrotto i lavori e a tratti si è respirata la stessa aria del 1994, quando una guerra civile tra le fazioni di Barzani e Talabani aveva di fatto diviso in due la regione. Da pochi mesi c’è un nuovo accordo sul petrolio, ma nemmeno il più ardito amante delle scommesse si sbilancerebbe troppo sulla sua durata. Se finora non si è arrivati a uno scontro aperto tra autorità centrali e Kurdistan è perché la priorità, per tutti, è cacciare via lo Stato Islamico. Così l’offensiva di Mosul, che potrebbe durare ancora qualche mese, più che un punto di arrivo rischia di essere l’inizio di un nuovo conflitto.

Impedire il Rojava
Ciò che l’Iraq teme è già una realtà in Turchia. E anche in questo caso tutto parte dalla Siria. La guerra senza quartiere che Erdogan sta portando avanti contro la minoranza curda ne è conseguenza diretta. Per paradossale che possa sembrare, la soluzione pacifica della questione curda in Turchia non è mai stata così a portata di mano come nella lunga èra dell’attuale presidente. Il processo di pace che è naufragato nell’estate del 2015 è stata una sua iniziativa: quanto fosse sincera e quanto, invece, una mossa calcolata, è questione ancora aperta. Ad ogni modo, la ragione della virulenza con cui il governo sta rispondendo è una sola e si chiama Rojava (così i curdi siriani chiamano le aree sotto il loro controllo). Più questi si espandevano a ridosso del confine turco, più ad Ankara si temeva che ciò fosse il preludio ad un Kurdistan allargato. Che osteggia anche una semplice zona autonoma per i curdi in Siria, vista come un serbatoio di uomini e armi per il Pkk.

Dal punto di vista di Erdogan, l’intervento militare in Siria iniziato lo scorso agosto ha tamponato la situazione: adesso i curdi non possono avanzare oltre. Ankara ha messo un piede oltre confine appena ha potuto, ovvero quando la presidenza Obama si avviava a scadenza e una serie di circostanze hanno permesso di riallacciare i rapporti con la Russia. Se è vero che l’offensiva non poteva partire senza il benestare del Cremlino, vale anche il rovescio di questa affermazione: Erdogan farà di tutto per mantenere buoni rapporti con Putin finché avrà bisogno di manovrare in Siria.

turchia-int-2016Turchia-int-2016. Recep Tayyip Erdogan si rivolge al parlamento turco. Immagine: Adem Altan/AFP/Getty

La ritrovata sintonia, d’altronde, è una dinamica reciproca. Anche Putin ha da guadagnare nel convergere con la Turchia, la cui crisi con Washington non sembra diminuire d’intensità. Dopo il golpe fallito, in cui Ankara legge ancora il sospetto di un qualche ruolo degli Stati Uniti, le relazioni sempre più tese in ambito Nato e due agende completamente divergenti per quanto riguarda la Siria, la Russia ha gioco facile a lasciare spazio a Erdogan e usarlo come “disturbatore”. Per il Cremlino questa dinamica è talmente preziosa che neppure l’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara in un attentato ne ha scatenato le reazioni. Un fatto gravissimo, forse ancora più del già citato abbattimento del caccia russo, che però tanto i turchi quanto i russi hanno subito declassato a “provocazione” mirata a incrinare la loro intesa.

Adesso Erdogan gli attriti maggiori li avrà con gli Stati Uniti, che non possono fare a meno dei curdi siriani per combattere lo Stato Islamico, e si oppongono a qualsiasi tentativo turco di spazzare via del tutto il Rojava. Mentre il dossier passa in mano a Donald Trump resta l’incognita: cosa succederà quando i curdi non “serviranno” più a Washington?

Dopo Aleppo
La guerra in Siria continua ad essere un incubatore di nuovi conflitti anche dopo la fine della battaglia per Aleppo. Le seconda città del paese è tornata sotto il controllo del regime, ma sarebbe sbagliato pensare che sia una vittoria di Assad, che non è neppure stato consultato nelle trattative per la tregua finale (hanno fatto tutto Russia, Iran e Turchia). L’eterogeneo e frammentato fronte dei ribelli ha ormai poca o nessuna rilevanza, ma il presidente resta un fantoccio bisognoso della stampella russa e iraniana per non collassare su se stesso. Dopo aver riconquistato Aleppo Assad non vi ha ancora messo piede, mentre a poche ore dalla fine dei combattimenti il generale iraniano Qassem Soleimani si faceva fotografare ai piedi della Cittadella.

iran-intIran-int. Hassan Rouhani interviene in una conferenza stampa a Teheran. Immagine: Atta Kenare/AFP/Getty
È il simbolo dello strapotere che l’Iran ha guadagnato in questi anni sulla Siria. Iraniane sono le forze speciali che combattono in prima linea, dove i soldati di Assad sono per lo più assenti. Diretto dall’Iran è anche l’intricato reticolo di milizie mercenarie provenienti dall’Iraq, che Teheran ha spedito oltre confine e che ora conta decine di migliaia di uomini. Damasco ormai sembra parlare persiano. Giudicato con gli occhi della Russia, il cui apporto militare è e resta fondamentale, l’Iran ha tanto, troppo peso. In ballo c’è l’influenza sul regime siriano e su chi ne farà parte quando un trattato di pace decreterà la fine della guerra. C’è la vicinanza con il Libano e con Israele, e uno sbocco sul Mediterraneo. C’è la ghiotta torta della ricostruzione post-conflitto su cui mettere le mani. Quello che si profila all’orizzonte è uno scontro tra due alleati scomodi, che per il momento resta sottotraccia e difficilmente esploderà in modi clamorosi, ma non può che lasciare il segno sul futuro della Siria e sulla stabilità dell’intera regione.

Lorenzo Marinone, caporedattore area Medio Oriente di East Journal.