Archivi categoria: Medio Oriente

1756.- Morire per Donald?

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Morire per Donald? Il comitato padovano per la costituzione, di spiccato fede marxista, nato per contestare la riforma costituzionale del governo Renzi, nella sua rubrica: “Medioriente: cessate il fuoco!” lancia questo appello e chiama alla mobilitazione contro la guerra infinita che sta massacrando la Siria, che si sta avvitando in un ulteriore e drammatico sviluppo. Per dare a questo appello una collocazione politica, è necessario valutarne la sincerità alla luce del reale scontro in atto fra la finanza sionistica mondiale, padrona indiscussa degli Stati Uniti, dell’ONU, della NATO, del FMI e dell’Unione europea e i poteri che le si oppongono, rappresentati dalle nazioni orientali che fanno capo alla Russia. La radice della contrapposizione in atto in tutto il pianeta è la medesima del confronto costituzionale che, in Italia, ha visto schierati i fautori del Sì e i comitati del No, fra cui, appunto, anche questo. L’ordo liberismo della finanza mondiale, infatti, vuole eliminare i principi delle Costituzioni e degli Stati sociali, perché incidono negativamente sui profitti e le possibilità di dominio del genere umano. Addirittura, vogliono eliminare le Costituzioni e, infatti, l’Unione europea non ha una sua costituzione ed è gestita da una banca centrale privata, la BCE. Tutto questo non traspare dall’articolo del pacifista Domenico Gallo, edito dal Quotidiano del Sud e richiamato nell’appello del comitato di Padova, che ripubblichiamo, come non appariva nella campagna per il No al referendum costituzionale. Siamo di fronte a una impostazione che fa capo al diritto costituzionale? Non è chiaro. Mi domando perché. Ora leggiamo Domenico Gallo, che condivido, tranne che nella conclusione, perché il Parlamento che abbiamo eletto non lo seguirà e perché questo vento di guerra ha schiaffeggiato i nostri visi, come le vele e non siamo affatto disponibili a seguire i governicchi in campo e l’alleanza atlantica in questo scontro per il predominio della finanza mondiale sulla Russia, sull’Iran, sulla Siria e sulle loro banche centrali; per il dominio di Israele sulle risorse e sui territori dei popoli arabi; per il predominio dei sunniti sugli sciiti o per i progetti demenziali del turco.

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Per quanto possa sembrare assurdo, ne abbiamo avuto conoscenza attraverso un tweet di Donald Trump che si rivolge alla Russia con toni di esaltazione della guerra tipicamente dannunziani: “”La Russia giura di abbattere tutti i missili sparati sulla Siria. Preparati Russia perché arriveranno, belli e nuovi e intelligenti!”.

Questo tono provocatorio e beffardo, oltre a farci dubitare della sanità mentale di un leader politico che ha nelle mani le chiavi per la distruzione della vita sulla terra, ci comunica che l’obiettivo dell’annunciato attacco missilistico non è una velleitaria punizione di Assad, per il crimine di uso di armi chimiche, ma il confronto militare diretto con la Russia, potenza protettrice di Assad, la cui influenza nella regione gli Stati Uniti vogliono ridimensionare. Dopo sette anni in cui Russia, Stati Uniti ed Iran si sono confrontati indirettamente, a spese della popolazione siriana, muovendo le loro pedine sul campo, adesso che Assad ha rovesciato le sorti del conflitto a suo favore, caduta ogni schermatura, ci stiamo avvicinando pericolosamente allo scontro diretto fra Russia e Stati Uniti, con il corollario dello scontro fra Iran ed Israele, già in atto, con l’attacco compiuto lunedi dall’aviazione israeliana alla base aerea sita nella provincia di Homs.

Le reazioni di Mosca, per quanto più misurate, confermano che la Russia si considera direttamente implicata nel preannunciato attacco americano. Mosca si dice pronta ad «abbattere i missili» con i suoi sistemi di difesa antiaerea S-300 e S-400 e a «distruggere i siti di lancio». Ora si dà il caso che i siti di lancio sono le navi militari ed i sottomarini americani (ed eventualmente quelli inglesi se parteciperanno all’azione). E che non si tratti solo di parole lo dimostra il fatto che tutte le navi russe ormeggiate nel porto Siriano di Tartous sono salpate ed adesso incrociano nel Mediterraneo orientale, evidentemente per contrastare l’annunciato attacco americano.

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In questo scenario appare del tutto evidente che la questione dell’uso di armi chimiche a Douma nella scorsa settimana è un semplice pretesto per creare il casus belli. Se siano state usate armi chimiche lo può dire solo un’inchiesta sul terreno degli ispettori dell’OPAC (Organizzazione per la proibizione della armi chimiche). Ed è stata proprio l’OPAC, non certo i bombardamenti americani, che ha smantellato (almeno in massima parte) l’arsenale chimico di Assad, nell’ottobre del 2013, mettendo sotto sigilli oltre mille tonnellate di agenti chimici ed armi chimiche. D’altronde non possiamo dimenticare che la menzogna è la levatrice di ogni guerra. Quanti ricordano le oscene menzogne del segretario di stato USA Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 cercò di convincere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad autorizzare l’uso della forza, esponendo le “prove” dell’esistenza di armi di distruzione di massa irachene, che semplicemente non esistevano?

I rapporti fra Stati Uniti e Russia non sono mai stati così vicino allo scontro militare dai tempi della crisi di Berlino del 1961 e da quella dei missili a Cuba nel 1962. E tuttavia all’epoca la situazione era meno pericolosa perché i capi della Potenze contrapposte erano guidati da ideologie che, per quanto differenti, li costringevano a rendere conto del loro operato e a mantenere il conflitto entro i binari della razionalità. In questa nuova situazione il conflitto nasce da pulsioni nazionaliste e da degenerazioni delle classi dirigenti. Così un presidente americano narcisista ed ignorante, cosa può trovare di meglio del ricorso a missili belli ed intelligenti per far dimenticare i suoi traffici con le pornostar e gli intrighi preelettorali con gli agenti di Putin?

Se non vogliamo morire per Donald dobbiamo agire subito per smarcarci dall’alleanza che Trump sta cercando di costruire con Francia ed Inghilterra per andare allo scontro con la Russia. La prima cosa da fare è recuperare la nostra dignità di nazione ed impedire l’uso delle basi di Aviano e Sigonella.

Dire no alla guerra, prima che sia troppo tardi.

Domenico Gallo

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1747.- Stati Uniti, Francia e Regno Unito studiano operazione contro Damasco

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Gli ufficiali iraniani dell’IRGC piangono, guardando il figlio del loro compagno che è stato ucciso, nel barbaro attacco delle forze aeree israeliane, sulla base siriana T-4 il 9 aprile 2018.

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Si scrive Damasco e si legge Russia. Questa guerra non la vedrete in televisione perché siamo legati ad una NATO, che è palesemente lo strumento di interessi del tutto estranei all’Italia. Ci chiediamo: Donald Trump è ancora il Presidente degli Stati Uniti o non lo è mai stato e la sua elezione ha, semplicemente, messo da parte quel disastro mediatico della Clinton? E, poi: Fino a quando la superiorità militare dimostrata dai russi consentirà a Putin di agire con saggezza? Occhi della Guerra commenta questo giorno di relativa pace. Relativa perché, anche se ci siamo destati vivi, i jet americani e francesi, NATO e Ue, stanno sorvolando le batterie dei missili della difesa aerea siriana. Il ministero degli esteri cinese ha dissuaso gli Stati Uniti dall’attaccare la Siria prima che una indagine approfondita a livello internazionale sull’attacco al cloro o, addirittura, al gas nervino, a Duma sia stata svolta. L’ONU? Nessuna commissione d’inchiesta per confermare che il 7 aprile ci sia stato un attacco chimico contro Duma e nella città i russi si muovono a braccia e petti scoperti. E’ chiaro che l’ inesistente attacco chimico e’ la risposta al vertice di Ankara. I neocon non si accontentano di partecipare alla rivisitazione dei confini del 1916 e delle zone d’influenza. Vogliono stravincere e spazzare via chinque si metta di traverso ai loro piani, il tutto senza un briciolo di prova e di vergogna. L’ennesima sceneggiata sui gas Nervini, ha confermato che hanno la proprieta’ assoluta dell’Informazione occidentale.
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La “major decision” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Siria è alle porte. Il mondo è con il fiato sospeso. Tutti sono consapevoli che quello che si sta giocando in Siria non è solo il destino del popolo siriano ma quello di una regione e, forse, anche del mondo.

Secondo le fonti del Pentagono, gli Stati Uniti hanno vagliato tutte le opzioni. E sono pronti all’uso della forza. Il tutto però è sospeso su un sottilissimo filo che lega ancora le speranza della Siria. Uno, l’intervento della Russia come garante di un’indagine internazionale indipendente. Il secondo, che l’Onu, quel fantomatico organismo che dovrebbe vegliare sulla pace fra Stati, decida di imporsi quantomeno per indagare sui fatti. Speranza vane.

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I ribelli possiedono armi chimiche (e le hanno già usate in passato)

La Russia, grazie al blocco mediatico e internazionale costruitole intorno, è isolata. Aver accusato ripetutamente Mosca di qualsiasi malefatta, comporta che nessun governo occidentale possa darle credito se non vuole distruggere la struttura di accuse rivolte al Cremlino. Ora che hanno creato il mostro, non possono, evidentemente, dare al mostro ragione. Una strategia perfetta, che adesso mostra la sua gravità per tutto il mondo.

Sulle Nazioni unite, inutile aggiungere molto. Il segretario generale Antonio Guterres ha invocato un’indagine accurata “attraverso competenze imparziali, indipendenti e professionali”. “Qualunque uso confermato di armi chimiche, da qualsiasi parte nel conflitto e in qualsiasi circostanza è ripugnante e una chiara violazione del diritto internazionale”. Discorso che ha ricevuto il plauso di Sergei Lavrov.

Per gli Stati Uniti ora è il momento di decidere. E tutto dipenderà da come si muoveranno gli alleati e dai tempi di avvicinamento delle altre navi americane. Le fonti militari del sito israeliano Debkafile riferiscono che l’unica nave da guerra Usa immediatamente disponibile è il cacciatorpediniere Uss Donald Cook, salpato da Larnaca il 9 aprile.

Il gruppo di battaglia della Uss Iwo Jima, che ha visitato Haifa il mese scorso, è in navigazione nel Mar Arabico, a pochi giorni di distanza, mentre il gruppo da battaglia della Uss Harry S. Truman potrebbe partire domani per il Medio Oriente. Sarebbe impossibile arrivare nelle acque del Mediterraneo orientale prima di una settimana.

Ed ecco quindi la possibile soluzione: gli alleati. Secondo le fonti dell’intelligence citate, l’amministrazione Trump sta negoziando con la Gran Bretagna, la Francia e altri alleati, inclusi i governi arabi, il loro coinvolgimento nell’attacco. L’idea è quella di un’operazione che si svolgerà per diversi giorni. Non si parlerebbe, a detta di queste fonti, di un lancio di missili da crociera come un anno fa.

Il primo alleato cui si è rivolto Trump sembra essere stato il premier britannico Theresa May. L’idea è semplice: ti ho sostenuto con Skripal, ora mi sostieni su Bashar al Assad. Avevamo già scritto, su questa testata, del possibile do ut des sul dossier iraniano e sul confronto con le forze sciite nella regione mediorientale. Forse è arrivato il momento in cui Trump chiederà il conto del sostegno a Londra dopo il caso dell’ex spia russa avvelenata. La Gran Bretagna ha una base aerea a Cipro di fondamentale importanza strategica. E la premier britannica ha già detto: “Stiamo lavorando con urgenza con i nostri alleati per valutare cosa è successo e stiamo anche lavorando su quali azioni potrebbero essere necessarie”.

Per quanto riguarda la Francia, la portaerei Charles de Gaulle è in riparazione. Si esclude quindi un suo utilizzo a largo della Siria. Ma c’è un dato da riportare. Uno squadrone di 12 caccia Rafale della marina militare francese, accompagnato da tre aerei cisterna KC-135, è decollato dalla base di Landivisiau nel nord-ovest della Francia il 4 aprile per dirigersi verso gli Stati Uniti.

L’addestramento degli aviatori francesi con la Us Navy sarà diviso in due periodi. La prima fase presso la Naval Air Station di Oceana e una seconda fase in cui i jet Rafale M saranno operativi presso la Uss George H.W. Bush. Questo perché i Rafale sono gli unici aerei non statunitensi totalmente compatibili con il sistema di decollo impiegato sulle portaerei statunitensi. Basti ricordare che i Rafale hanno operato dalla Uss Dwight D. Eisenhower, nel Golfo Persico, durante le operazioni della coalizione contro lo Stato islamico. C’è la possibilità che questo coordinamento venga ristabilito molto presto in vista di un eventuale attacco sulla Siria. Del resto, i francesi sono già a Manbij e molto spesso Emmanuel Macron ha dichiarato di essere pronto a intervenire in caso di attacco chimico da parte del governo siriano. Tutto torna. Tristemente. Come un mosaico i cui tasselli sono stati inseriti meticolosamente ad arte.

1733.- “La guerra in Siria è una guerra economica fra due gasdotti che si fanno la concorrenza”

Nel sangue dei curdi, abbandonati da tutti al loro destino, e dei siriani si svolgerà la spartizione delle zone d’influenza sull’ex impero ottomano. Per capire la politica degli USA, di Israele, della Russia, e di Turchia, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Qatar, leggiamo:

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di Juan Manuel Olarieta
https://movimientopoliticoderesistencia.blogspot.it/2017/01/la-guerra-de-siria-es-una-guerra.html

In un’intervista a un quotidiano italiano, il presidente siriano Bashar al Assad ha affermato che la causa scatenante della guerra in Siria è stata il rifiuto opposto dal suo governo al passaggio di un gasdotto che doveva attraversare il paese per portare il gas del Qatar in Europa attraverso la Turchia.

Assad afferma che il piano qatariota, offerto nel 2000, era un gasdotto che doveva attraversare la Siria da nord a sud; ma c’era un altro progetto di oltre 1.500 chilometri per farlo da est a ovest e arrivare al Mediterraneo attraversando l’Iraq dall’Iran. I rispettivi patrocinatori, il Qatar e l’Iran, hanno le principali riserve mondiali di gas naturale. Il gasdotto qatariota avrebbe permesso agli emiri del Golfo sia di aumentare sia il volume delle esportazioni, sia di ridurre i costi e le limitazioni di volume imposti dal trasporto marittimo. Il Qatar ha bisogno di una flotta di 1.000 navi cargo, con costi esorbitanti.

I due progetti erano in concorrenza ma non erano sul medesimo piano perché il progetto, quello del Qatar, oltre a rappresentare una fonte di proventi per gli emiri del Golfo, aveva due funzioni strategiche ulteriori, contro due paesi antagonisti degli Stati uniti: all’Iran avrebbe tolto l’accesso al mercato europeo e quanto alla Russia, avrebbe fatto la concorrenza al suo gas da sud, mandandolo in Europa attraverso la Turchia.

Nel 2010 il governo di al-Assad optò per il secondo gasdotto, a scapito del primo. L’anno dopo, a quattro mesi dall’inizio della cosiddetta primavera araba, il governo di Damasco firmava l’accordo con l’Iran, uno degli incubi peggiori delle monarchie sunnite del Golfo e degli imperialisti. Un fatto inammissibile. La conseguenza fu appunto la guerra, scatenata nel 2011 grazie alle interferenze esterne.

Sul lato russo, il piano qatariota era un tentativo di asfissia perché l’impresa Gazprom fornisce all’Europa la quarta parte del fabbisogno in gas e gli introiti rappresentano la quinta parte del bilancio statale.

Dopo sei anni di guerra, l’esito non può essere più disastroso per l’imperialismo perché – in un sol colpo – ha perso due pedoni ed è possibile che li perda tutti. Il primo pedone è la Turchia e il secondo è il Qatar.

Come conseguenza dell’esito della guerra in Siria, la Turchia sembra volersi sottrarre dall’influenza della Nato. E, rispetto ai gasdotti, ne passerà in Turchia un terzo, che porterà il gas russo attraverso il mar Nero; inoltre, ormai, oltre alla Siria, l’Iran può contare sulla Turchia come sbocco per il suo gas.

L’altro lacchè che ha smesso di ballare al suono della musica di Washington è il Qatar, che fino a ieri era l’alleato più fidato che gli Usa avevano nella regione. Sono in Qatar due delle principali basi militari imperialiste e la sede del comando centrale degli Usa in Medioriente. Ebbene, sembra che l’abilità di Putin, con una delle sue sorprendenti manovre, abbia toccato anche il Qatar: l’agenzia petrolifera russa Rosneft, la più grande al mondo, ha venduto il 20% delle proprie azioni al Qatar. La Russia ha incassato oltre 10.000 milioni di euro con i quali pagherà la riduzione degli introiti provocata dalle sanzioni economiche degli imperialisti. Eppure, sembra che sia stata Mosca a fare un favore agli arabi.

Questa cessione non è puro e semplice business, perché Rosneft non è un’impresa privata. Si tratta qui di politica e diplomazia, un inizio di accordo fra Qatar e Russia i cui passi successivi sono imprevedibili. E’ possibile sospettare che dietro il Qatar andranno le altre monarchie del Golfo, compresa l’Arabia saudita, che già ha accettato un accordo con la Russia per stabilizzare i prezzi mondiali del petrolio. Se questo avverrà, sarà la fine dell’Accordo del Quincy (1945) e la totale scomparsa degli Stati uniti dallo scenario mediorientale.

Ma la capacità i traino del Qatar non si limita agli sceicchi del Golfo e arriva alla stessa Europa, il cui vergognoso intervento nella guerra in Siria non si spiega con l’obbedienza al diktat statunitense ma con la dipendenza finanziaria di alcuni paesi europei dal Qatar. Se gli emiri arrivano a un accordo con la Russia e, dunque, con la Siria, la Turchia e l’Iran, il loro denaro trascinerà un’Europa ridotta alla mendicità verso posizioni simili, e cioè verso un accordo con la Russia.

Per terminare, occorre aggiungere che, come ha detto Assad, i gasdotti sono “uno degli elementi” che hanno contribuito a scatenare la guerra; non l’unico. Non dimentichiamolo.

traduzione a cura di Marinella Correggia

1732.- Così noi europei inventammo il Medio Oriente

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Conversazione con Eugene Rogan, professore di Storia del Medio Oriente moderno al St Antony’s College.
a cura di Federico Petroni

LIMES Riferendosi ai paesi mediorientali nati dopo la Prima Guerra Mondiale, in una delle sue pubblicazioni lei scrive: «La loro genesi gettò le basi di molti conflitti che avrebbero in seguito costellato la regione». A cosa si riferisce?
ROGAN Come cerco di mostrare in The Arabs, all’indomani della Prima Guerra Mondiale le potenze europee si accordarono tra loro sul modo in cui spartirsi i territori dell’impero ottomano e sulla forma da dare agli Stati sorti dalle sue ceneri senza la minima consultazione delle popolazioni e delle élite locali… Se guardiamo ai nazionalismi insoddisfatti o ai territori disputati, possiamo identificare precisi problemi nelle relazioni internazionali le cui origini possono essere rintracciate nelle frontiere disegnate durante e dopo la Grande guerra.
Un esempio è il fatto che non sia mai nato uno Stato curdo, nonostante già alla fine del conflitto i curdi fossero stati identificati come gruppo nazionale. Il trattato di Sèvres prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma rimase sulla carta. Disattendendo le aspirazioni nazionaliste curde si innescò il processo in virtù del quale assistiamo a periodiche ribellioni, insurrezioni come quelle del Pkk o violenze di Stato come quelle perpetrate in passato in Iran o in Iraq.
LIMES Quello kemalista non era comunque un progetto europeo.
ROGAN Si prenda allora il caso palestinese: quei territori furono promessi a tre parti diverse durante il conflitto. Prima, nella corrispondenza McMahon-Hussein del 1915 tra il residente britannico del Cairo e lo šarīf della Mecca, la Palestina fu promessa a quello che sarebbe dovuto diventare lo Stato degli arabi. Poi, l’accordo Sykes-Picot del 1916 introdusse l’idea di porre quelle terre sotto tutela internazionale. Infine, la dichiarazione Balfour le promise agli ebrei. Il risultato fu una rivalità tra due nazionalismi incompatibili che avrebbe reso il Mandato britannico in Palestina il più disfunzionale dell’intero Medio Oriente. E innescato un conflitto che arriva sino ai giorni nostri. Un altro perfetto esempio è il Libano. La Francia s’imbarcò in un progetto di ingegneria frontaliera per ritagliare ai cristiani del Monte Libano il territorio più vasto possibile affinché essi potessero dominare il futuro Stato. Un’operazione mal concepita sin dall’inizio, perché il tasso di natalità tra i musulmani si rivelò molto più alto di quello dei cristiani: già dagli anni Quaranta i cristiani del Libano erano una minoranza nello Stato che governavano. Per cercare di bilanciare questi squilibri, i libanesi svilupparono una forma di governo settario che, nella sua rigidità, è stata la fonte di due grandi guerre civili, nel 1958 e nel 1975-1990, nonché delle attuali tensioni.

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LIMES C’è una correlazione tra l’instabilità che oggi flagella paesi come Egitto, Turchia o Iraq e il fatto che alcuni di questi Stati sono figli della prima guerra mondiale?
ROGAN Non li vedo tanto come figli ma come nipoti della Grande guerra. Britannici e francesi furono colonizzatori molto tenaci, opposero resistenza alle forze nazionaliste con ogni strumento – politico, militare, diplomatico – ed è solo nel secondo dopoguerra, con gli imperi ormai molto indeboliti, che le regioni mediorientali furono in grado di raggiungere l’indipendenza. Ma le élite nazionaliste che avevano guidato la lotta per l’indipendenza, molte delle quale istruite in Europa, erano ormai compromesse dal precedente fallimento nel negoziare la libertà. Quando un’ondata rivoluzionaria spazzò la regione, queste élite furono rimpiazzate da militari e tecnocrati. Ed è questo il Medio Oriente con cui facciamo i conti oggi. Ecco perché li definisco nipoti della Prima Guerra Mondiale.
LIMES Un figlio ancora in vita però c’è: la Giordania.
ROGAN Vero, in Giordania governa ancora la casa regnante posta sul trono dai britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. Ed è stata in grado di gestire tre successioni senza grossi problemi all’interno dei confini ereditati dal Mandato britannico. Nonostante re Hussein abbia dovuto resistere alle pressioni dei nasseriani e a tentativi di golpe e di omicidio, nel tempo le istituzioni monarchiche si sono rafforzate. Certo, oggi re ‘Abdallāh non gode della popolarità del padre e nel 2011 anche la Giordania è stata scossa dalle richieste popolari di cambiamento che spazzavano il mondo arabo. Tuttavia, credo che i giordani – vedendo la guerra civile in Siria, le sommosse in Egitto e in Yemen, lo Stato fallito libico – siano ora molto riluttanti a scagliarsi contro il regime e a rischiare di importare l’instabilità che li circonda.

LIMES A proposito della Siria, l’odierna instabilità è un lascito della Grande guerra?
ROGAN Non imputerei la guerra civile siriana ai confini tracciati dalle grandi potenze dopo la Prima Guerra Mondiale. Nella lotta nazionalista contro il Mandato francese, la Siria sviluppò un’identità nazionale che godeva di un sostegno popolare molto vasto. In un certo senso, questa è l’ironia della rivolta contro Assad: all’inizio era un movimento trasversale alle varie comunità siriane che mirava a ottenere più libertà politiche. Sono convinto che se Assad avesse allargato la sfera politica sarebbe stato rieletto presidente: i siriani non vedevano il dominio alauita come il problema principale, erano preoccupati piuttosto dalla scarsa partecipazione politica e dall’uso dell’intimidazione e della violenza contro i cittadini.
LIMES Ritiene quindi che i confini mediorientali, tracciati nella sabbia dalle potenze coloniali, siano diventati reali nel corso del tempo?
ROGAN Nel XX secolo, la lotta per l’indipendenza e il processo di formazione dello Stato ha reso possibile a confini indiscutibilmente artificiali di acquisire un valore reale. Per quanto riguarda la Siria, la sua popolazione non ha messo in discussione quelle frontiere né la Siria in quanto Stato. Per questo motivo credo che la Siria – e l’Iraq, anche se solo in parte – sia riuscita a sviluppare una certa identità nazionale. In certi casi poi la creazione di alcuni paesi è avvenuta in modo autonomo. Non penso solo alla Turchia, uno Stato a tutti gli effetti. Penso anche all’Arabia Saudita, creata con le sue stesse forze. Certo, i britannici posero dei paletti – in Kuwait e in Transgiordania – ma l’Arabia Saudita gode della legittimità che le deriva, oltre dal controllo sulle città sante, dall’aver in gran parte stabilito autonomamente i propri confini.
LIMES Eppure altrove le potenze europee assemblarono territori che spesso avevano poco a che spartire l’uno con l’altro.

ROGAN Vero. In questi territori non c’era un’idea coerente di Stato nazionale. Gli ottomani avevano identificato il nazionalismo come la più grave minaccia per l’impero – dopotutto era stato la forza che aveva fatto esplodere i Balcani sottraendoli a Costantinopoli. Nei territori arabi questo significò che le discussioni sulla questione nazionale furono immediatamente soppresse, spingendo alla clandestinità o all’esilio in Egitto, a Parigi o nelle Americhe chi ne volesse parlare liberamente. Gli arabi stavano solo incominciando a discutere le proprie idee di nazione e di nazionalismo quando all’orizzonte balenò la possibilità del crollo dell’impero ottomano, dopo quattro secoli un’eventualità considerata inimmaginabile. È solo nell’ottobre-novembre 1918, quando gli ottomani si ritirarono dal mondo arabo, che gli arabi politicamente attivi iniziarono a discutere il loro destino e come declinare lo slancio wilsoniano per l’autodeterminazione. Ma era troppo tardi. Francia, Russia e Gran Bretagna avevano già stretto accordi di spartizione dell’impero ottomano, a partire dal patto di Costantinopoli del 1915 con cui la Russia reclamava il Bosforo e i Dardanelli, lasciando alla Francia i territori siriani e alla Gran Bretagna il diritto di decidere in futuro cosa riservarsi. Così gli arabi si trovarono di fronte una soluzione imposta dall’esterno. Quello che sappiamo dei dibattiti dell’epoca è che molte organizzazioni cercarono di mandare delegazioni alla conferenza di pace di Versailles. C’era chi progettava uno Stato mesopotamico con Baghdad e Bassora e chi ne invocava un altro nel bilād al-Šām, la grande Siria. Dopo la «rivolta araba», molti volevano fare della Siria un regno, con a capo Faysal della dinastia hascemita. C’erano le comunità raccolte attorno al Monte Libano che puntavano sulla loro relazione speciale con la Francia per creare uno Stato cristiano e furono molto attive nell’attività di lobbying a Versailles. Infine c’erano i sauditi che stavano costruendo autonomamente il loro Stato a suon di conquiste. Se gli arabi fossero stati consultati, la mappa del Medio Oriente sarebbe stata molto diversa.

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LIMES Cioè?
ROGAN Se gli europei non si fossero spartiti le province arabe e avessero permesso agli hascemiti di instaurare monarchie in Mesopotamia, Siria e Hiğāz , sarebbe molto probabilmente esploso un conflitto tra gli stessi hascemiti e i sauditi. Le relazioni erano già molto tese e i sauditi erano più forti, come dimostra la presa dello Hiğāz negli anni Venti. Sarebbe stato difficile contenerli, visto il furore delle loro schiere di ihwān: avrebbero potuto facilmente conquistare il regno di Faysal in Siria e almeno l’area di Bassora. La tendenza sembrava puntare verso la creazione di un impero arabo saudita con capitale Riyad. E forse nel Nord dell’attuale Iraq si sarebbe creato uno Stato curdo.
LIMES E il sionismo?
ROGAN Il sogno sionista è diventato realtà solo grazie all’intervento britannico. Di tutti i movimenti nazionalisti che parteciparono alla conferenza di pace di Parigi, i sionisti erano quelli con meno chances di farcela. Perseguivano un’agenda nazionalista in un territorio in cui non avevano presa demografica. Le popolazioni ebraiche della Palestina prima del 1917 erano molto inferiori al 10%: non era realistico creare una realtà nazionale in una situazione simile. Era possibile solo con una massiccia immigrazione. E una simile immigrazione può essere tollerata solo grazie al supporto di una grande potenza: senza l’intervento britannico in nessun modo i sionisti sarebbero stati in grado di persuadere la popolazione locale ad accettare l’enorme afflusso di popolazione, tale non solo da creare una nazione ma uno Stato. Non ho dubbi che senza la dichiarazione Balfour non ci sarebbe stato uno Stato ebraico in Palestina.
LIMES Un altro elemento che indebolì i popoli arabi all’indomani della guerra fu la scarsa preparazione a farsi carico di uno Stato.
ROGAN Di sicuro loro erano convinti di esserne in grado, o almeno così emerge dalle varie rappresentazioni che le delegazioni arabe fecero di loro stesse alla conferenza di pace di Parigi. Sostennero che non erano meno in grado di determinare le loro istituzioni politiche di quanto non lo fossero i popoli dei Balcani. L’unica cosa che mette in dubbio queste pretese è che avevano fatto parte di un impero in cui era stato necessario lottare per il solo diritto di partecipare alla vita politica. Molti arabi, specie dopo la rivoluzione del 1908, furono esclusi dalle sfere più alte di governo e discriminati in quanto arabi. Questo dimostra che non avevano accumulato l’esperienza per creare un nuovo governo e istituzioni statali, gestire un’economia e un potere giudiziario indipendente, dotarsi di un meccanismo per rinnovare la classe dirigente.
LIMES Quanto pesa quell’impreparazione allo Stato sull’attuale instabilità mediorientale?
ROGAN Oggi non è tanto rilevante il fatto che quelle comunità dopo la Grande guerra non fossero pronte quanto la distorsione operata in seguito dal dominio coloniale sul sistema politico. Le energie politiche locali furono costrette a concentrarsi unicamente sull’indipendenza, tralasciando la vera politica. Raggiunta l’indipendenza, non si erano formate classi dirigenti in grado di gestire ad esempio l’economia. Lo vediamo in Egitto, dove oggi come decenni fa si cerca di gestire l’economia con programmi che sembravano e sembrano esercizi di fantasia.
LIMES Nella regione è in corso un processo di erosione dello Stato per mano di poteri informali. Basti pensare alla Siria, dove si intersecano alleanze transnazionali su basi religiose o settarie.
ROGAN Vero, però questo è anche dovuto al fatto che il sistema degli Stati in Medio Oriente ha nel suo dna sia stabilità sia instabilità. In tutte le insurrezioni non solo mediorientali le potenze regionali combattono sempre una guerra per procura, cercando di avanzare i propri interessi statali. La crisi siriana si è internazionalizzata perché un movimento non violento di riforma è stato schiacciato con la violenza e si è evoluto in resistenza armata. Per organizzare un esercito c’è bisogno di armi, quindi di soldi. È qui che gli attori regionali entrano in gioco, perché sono gli unici a poter finanziare la lotta armata. In Siria, gli scontri tra le milizie identificano due lotte regionali: una tra le potenze sunnite e gli sciiti sostenuti dall’Iran; l’altra tra sauditi e qatarini sul ruolo della Fratellanza musulmana in politica. I sauditi temono i Fratelli in quanto partito islamista moderato che può sfidare la loro legittimità in patria e prediligono le correnti salafite. Questo scontro regionale viene declinato di Stato in Stato.
LIMES Però attori non statali come lo Stato Islamico (Is) invocano esplicitamente l’erosione dei confini.
ROGAN È difficile sapere quanto questi movimenti con agende transnazionali siano sostenuti dalla gente comune. Ogni milizia ha un’idea ambiziosa che serve non solo per reclutare manodopera ma per indurla a sacrificare la propria vita. L’idea di lottare per un’impresa storica quale la creazione di un grande Stato ha un forte impatto motivazionale.
LIMES Ma ha un forte impatto anche sulla legittimità degli Stati.
ROGAN L’avrebbe se questi gruppi armati fossero influenti al di là dei campi di battaglia. Hanno influenza in Siria e solo dove si combatte. Ma non in Iraq: la Repubblica islamica di Siria e Iraq non nascerà mai, al di là di quel che dice l’Is, perché è un progetto che non ha presa sugli iracheni. L’Is non è nemmeno in grado di controllare porzioni consistenti di territorio: al massimo può mantenere in vita l’insurrezione il più a lungo possibile, fintanto che riceverà armi dall’estero. Ma credere che possa realizzare il suo grande ideale e scardinare il sistema statale vorrebbe dire accordargli più consenso di quanto ne goda realmente.
LIMES Qual è la linea di faglia che più minaccia la mappa politica del Medio Oriente?
ROGAN Le aspirazioni nazionali curde. Dalla caduta di Saddam nel 2003, la regione autonoma curda in Iraq sta passo dopo passo costruendo istituzioni statuali indipendenti. Lo sta facendo nel contesto di un Iraq federale, senza sfidare apertamente l’integrità dello Stato perché sa che scatenerebbe la reazione di Baghdad e della Turchia. Ma non si possono interpretare diversamente gli sforzi curdi nella creazione del proprio esecutivo e legislativo, delle proprie università, della propria versione della storia. E nel Nord-Est siriano si sta generando un’altra area di instabilità che forse nel futuro sfiderà l’integrità delle frontiere uscite dalla Prima Guerra Mondiale.

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LIMES Qual è l’eredità del tradimento delle promesse fatte a Versailles sulle relazioni tra il mondo arabo e l’Occidente?

ROGAN La gente comune in Medio Oriente ha una forte consapevolezza storica di quanto successo a Versailles. Lo impara a scuola, a differenza nostra che ignoriamo di aver fatto agli arabi promesse che non abbiamo mantenuto. Tuttavia, se da un lato ci accusano di non essere affidabili, dall’altro ci considerano partner essenziali per risolvere alcuni problemi internazionali. Per affrontare la questione israeliana o per far cessare la guerra civile in Siria gli arabi chiedono all’Occidente di intervenire, invocando la nostra responsabilità storica o la nostra migliore organizzazione. In ogni caso, è sopravvissuta la concezione di potenza occidentale dell’èra coloniale, quando eravamo gli arbitri assoluti dell’ordine internazionale. È una relazione di amore e odio, approfondita dal fatto che negli ultimi 25-30 anni molti arabi sono emigrati in Europa: vedono la libertà delle democrazie occidentali come modello a cui aspirare per plasmare un diverso sistema politico nei loro paesi. Un altro aspetto patologico è l’ascesa delle teorie del complotto per spiegare i ripetuti fallimenti dei governi, secondo cui le potenze occidentali sarebbero intente a tirare i fili della politica locale a loro piacimento. Hanno le loro ragioni, penso al colpo di Stato in Iran nel 1953 e a Suez nel 1956, ma vedere la politica plasmata dalla Cia o dal Mossad vuol dire ritirarsi nella fantasia e abdicare alle proprie responsabilità.
LIMES In che misura essere arabi è un fattore della geopolitica contemporanea?
ROGAN Nel 2011 assistemmo a un significativo ritorno del fattore arabo, quando un movimento iniziato nella marginale Tunisia fu in grado di generare entusiasmo in tutta la regione. Gli eventi tunisini ed egiziani riuscirono a elettrizzare la gente negli altri paesi e a far intravedere una reale possibilità di cambiamento, perché tutti avevano gli stessi problemi e facevano le stesse domande; i problemi locali erano visti come parte di una stessa condizione araba. Nel 2012 e nel 2013, però, tutto questo è svanito: ci siamo accorti che non avevamo a che fare con un fenomeno arabo. Non c’era una sola rivoluzione araba. La primavera araba non esisteva.
LIMES Ma c’è stata poi la controrivoluzione capeggiata dagli Stati del Golfo.
ROGAN Esatto, gli stessi che hanno sempre sentito la loro stabilità politica più minacciata dal cambiamento rivoluzionario. La priorità era che nessuna monarchia fosse rovesciata da movimenti popolari. Emblematico il fatto che l’Arabia Saudita si sia spinta a offrire di entrare nel Consiglio di cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco, due Stati che col Golfo hanno poco a che spartire. A quel punto sarebbe a tutti gli effetti un’alleanza tra case regnanti contro le rivoluzioni popolari. Le monarchie hanno retto l’urto meglio delle repubbliche, puntellando le istituzioni governative e ridistribuendo le risorse. Ma non è finita: la politica saudita è ancora concentrata sul contenimento della minaccia rivoluzionaria.

1614.- Tentare la fortuna in Iran

La Tv di stato iraniana riferisce di 10 manifestanti morti nella giornata di lunedì. La protesta ha assunto un nuovo livello quando dimostranti hanno tentato di entrare in installazioni militari venendo respinti con la forza. John Perkins descrive 3 fasi per rovesciare un governo straniero: 1) corrompere i governanti del posto; 2) provocare rivolte contro i governi che non vogliono piegarsi; 3) invadere militarmente il paese. In Iran siamo alla fase 2. È improbabile che i nuovi piani segreti anti-Iran di Stati Uniti e Israele vadano lontano. Abdalbari Atwan, Aurora

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Mentre la Russia porta la Siria da una guerra e dalla sanguinosa anarchia verso pace, stabilità e ricostruzione, invitando tutte le parti alla conferenza di Sochi del mese prossimo per concordare una tabella di marcia che includa la nuova costituzione ed elezioni presidenziali e parlamentari, Stati Uniti ed Israele elaborano piani per far esplodere la regione e rigettarla in nuove guerre col pretesto di affrontare la minaccia iraniana. Canale 10 israeliano rivelava un accordo segreto raggiunto il 12 dicembre, dopo i colloqui tra il consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Meir Ben-Shabbat e l’omologo statunitense HR McMaster, affinché le due parti agiscano escogitando scenari contro l’Iran su più fronti. Secondo quanto riferito, si prevedono misure volte a frenare le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran, ridurne la presenza in Siria e affrontarne l’alleato Hezbollah in Libano. La Casa Bianca in seguito confermava l’esistenza dell’accordo dopo che fu riportato dai media. Si prevedono due importanti sviluppi nella regione nel nuovo anno. Primo, il crollo dello Stato islamico (SIIL) e la perdita della maggior parte del suo territorio in Siria e, secondo, la sconfitta dei piani statunitensi in Siria, basati sull’uso di gruppi armati d’opposizione per rovesciare il regime del Presidente Bashar al-Assad, sventati dalla risolutezza dell’Esercito arabo siriano, dall’intervento della Russia e dal sostegno di alleati come Iran ed Hezbollah, portando la Siria verso la nuova fase della riconciliazione nazionale e del rinnovamento. In questo contesto, l’attuale amministrazione statunitense teme che l’influenza nella regione svanisca a favore di Russia e Cina e di potenze regionali come Iran e Turchia. Lo stato occupante israeliano è allarmato dalla forza di Hezbollah e dalle sue crescenti capacità militari, e teme le conseguenze del trionfo nel conflitto siriano e la capacità di dedicare attenzione nel fronteggiare la minaccia israeliana aprendo nuovi fronti d’attrito nel sud del Libano e nel sud-ovest della Siria. Né Canale 10 né Casa Bianca hanno rivelato i dettagli dei piani e degli scenari che Stati Uniti ed Israele perseguirebbero contro Iran ed Hezbollah. Ma è ovvio che uno di tali scenari tenta di destabilizzare l’Iran dall’interno creando interferenze o proteste ed attivando vari gruppi separatisti armati. Il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, uno dei più stretti alleati mediorientali dell’amministrazione Trump, lo dichiarava apertamente in un’intervista televisiva di alcuni mesi fa, avvertendo che il suo Paese stava per “avviare la guerra all’interno dell’Iran” come misura preventiva, intendendo prima che l’Iran cerchi di portare la “guerra” in Arabia Saudita. Non sorprenderebbe se le manifestazioni tenutesi in diverse città iraniane per protestare contro l’inflazione siano in qualche modo prodotto di tale strategia.
È dubbio che qualsiasi piano statunitense e israeliano per rimuovere l’Iran e la sua influenza in Siria e Libano abbia possibilità di successo, a meno che non si preveda una guerra a tutto campo. Anche allora, sarebbe una scommessa pericolosa che potrebbe avere conseguenze catastrofiche, in particolare per lo Stato occupante israeliano. Se i missili Patriot degli Stati Uniti non possono intercettare i pochi missili prodotti dagli huthi dello Yemen contro le città saudite, il sistema Iron Dome d’Israele difficilmente farebbe meglio contro i missili più avanzati e precisi di Hezbollah, specialmente se sparati a centinaia, se non migliaia, contro le città israeliane. La minaccia che affronta Israele s’è aggravata, e la principale proviene dall’interno: istigando una nuova rivolta palestinese con la prospettiva che diventi resistenza armata. Non è improbabile dato il recente lancio di razzi dalla Striscia di Gaza sugli insediamenti israeliani a nord, e l’emergere dell’apertura di un’alleanza di Hamas e Jihad islamica con l’Iran, con Qasim Sulaymani, capo della Brigata Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana, che sarebbe stato in contatto diretto coi comandanti militari dei due gruppi islamici palestinesi. Le minacce di Israele e Stati Uniti potrebbero equivalere a una guerra psicologica, o potrebbero essere volte a rassicurare gli spaventati alleati arabi e spingerli a spendere altre decine di miliardi di dollari in armi statunitensi. In entrambi i casi, l’anno venturo potrebbe rivelarsi spaventoso per gli Stati Uniti e il loro alleato israeliano. Potrebbero tentare la fortuna, ma i risultati non saranno sicuramente di loro gradimento. La regione cambia, e velocemente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1584.- Gli USA si arrendono sulla Siria, la Resistenza punta ad Israele

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L’articolo del New Yorker è noto per il titolo arrogante e varie falsità, necessari a distrarre dal vero messaggio, la resa degli Stati Uniti sulla realtà in Siria: Trump permette ad Assad di rimanere fino al 2021, mentre Putin dichiara la vittoria in Siria, “L’amministrazione Trump ora è pronta ad accettare il governo del Presidente Bashar al-Assad fino alle prossime presidenziali programmate in Siria nel 2021, secondo funzionari statunitensi ed europei. La decisione sovverte le ripetute dichiarazioni degli Stati Uniti secondo cui Assad deve dimettersi nell’ambito del processo di pace… L’amministrazione Trump dice di voler ancora un processo politico con la prospettiva della partenza di Assad. Ma conclude che potrebbe volerci il 2021, quando è prevista la prossima elezione… I funzionari degli Stati Uniti temono che Assad possa vincere le elezioni siriane del 2021 e rimanere al potere in futuro”. Gli Stati Uniti “lasciano che Assad rimanga” perché semplicemente non c’è altro che possano fare senza affrontare una grande guerra. Hanno provato tutto il resto, perdendo. Nel 2012 tentarono di assassinare Assad, ma non era presente alla riunione che la CIA fece saltare in aria. Inviarono 100000 terroristi da tutto il mondo in Siria spedendogli decine di migliaia di tonnellate di armi e munizioni. La propaganda anti-siriana globale a favore dei terroristi non ha precedenti. Cercarono di costruire un’opposizione politica sponsorizzandola con centinaia di milioni. Alla fine invasero il Paese cercando di dividerlo con la forza. Fallirono su tutti i fronti. “La decisione degli Stati Uniti riflette le opzioni limitate dell’amministrazione, la realtà militare sul campo e il successo degli alleati siriani, russi, iraniani e di Hezbollah nel sostenere l’assediato regime di Assad…. L’opposizione siriana sostenuta dagli Stati Uniti è inutile. Era litigiosa e si è divisa in fazioni… Diplomaticamente, Washington è emarginata dalla potente troika Russia, Iran e Turchia che ora domina il processo di pace”.

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Nel 2013 l’autore del pezzo, Robin Wright, presentò il sogno israeliano della divisione del Medio Oriente. Era il remake della mappa “Blood Borders” diffusa nel 2006 dal neocon Colonello Ralph Peters, a sua volta versione aggiornata della mappa del “Nuovo Medio Oriente” di Bernhard Lewis pubblicata da Foreign Affairs.

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Tali mappe furono cestinate quando gli Stati Uniti dovettero lasciare l’Iraq. L’espressione cartografica dell’arroganza imperiale di Wrigth ci finirà pure. Wright è pesantemente colluso a Washington, essendo il borg che detiene posizioni presso Institute of Peace degli Stati Uniti (che pianifica guerre), Wilson Center, Brookings e Carnegie Endowment. Che ora abbia rinunciato alla sua ridicola mappa rifletterà le opinioni di tali istituzioni. Ci si chiede se la giunta militare alla Casa Bianca ne sia d’accordo, continuando a sognare di aver il controllo di Siria e Iraq: “Il colonnello John Thomas, portavoce del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), affermava che le forze della coalizione internazionale sarebbero rimaste in Siria a sostenere le operazioni delle “forze democratiche siriane” arabo-curde fino alla conclusione dei negoziati sulla soluzione politica a Ginevra. Aggiungeva che le forze USA continueranno a combattere le organizzazioni terroristiche vicine ad al-Qaida in Siria, come Jabhat al-Nusra, “indipendentemente dalla presenza dello SIIL”.” Continua a sognare.

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Putin visitava la Siria, dichiarando la vittoria e annunciando che parte delle truppe russe in Siria ritornerà a casa. Si assicurava che tutti, Stati Uniti, turchi, sauditi ed israeliani, capissero che le truppe ritorneranno se cercassero di riaccendere la guerra: “Se i terroristi alzeranno di nuovo la testa, subiranno attacchi che non hanno visto finora”, dichiarava Putin. Un altro elemento dell’alleanza siriana, il partito libanese Hezbollah, si rivolse ad Israele. Il passo più lungo della gamba di Trump, il riconoscimento illegale di Gerusalemme come capitale d’Israele, arrivò giusto in tempo a ridare slancio alla resistenza: “Nasrallah ha chiesto all'”Asse della Resistenza”, riferimento ad Hezbollah ed alleati e sostenitori siriani e iraniani, di “dedicare tutta la forza e il tempo ai palestinesi”, chiedendo a tutte le fazioni della resistenza nella regione di unirsi e di attuare una strategia comune e un piano pratico per affrontare tale minaccia”, affermava”. Israele era dietro la campagna per smantellare Siria ed Iraq. Fallita completamente, la vendetta sarà dura. Hezbollah è meglio armato e addestrato che mai. I gruppi di veterani iracheni e iraniani sono pronti. L’Esercito arabo siriano è molto meglio addestrato ed equipaggiato di prima della guerra. Il leader della resistenza irachena Qais al-Qazali recentemente visitava il sud del Libano osservando il confine con Israele. Esaminava il nuovo campo di battaglia. La nuova grande alleanza d’Israele con l’Arabia Saudita non ne migliora la posizione. Il tiranno Salman e suo figlio sono incerti e le grandi relazioni con Trump si saranno, presumibilmente, ridotte sulla questione di Gerusalemme. Il primo ministro israeliano Netanyahu è sotto pressione interna. Le accuse di corruzione si accumulano e il suo incarico ora è limitato. Chi lo sostituirà? Qual è il nuovo piano che i sionisti scoveranno per reagire alla situazione cambiata?Traduzione di Alessandro Lattanzio

1572.- Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

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Andrej Akulov SCF 13.12.2017

A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq”. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra”. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria”. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi”. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

1529.- LO STRANO CASO DEL “PRIGIONIERO” HARIRI. INIZIATA LA SPARTIZIONE DEL LIBANO

17/11/17

Nella sua prima uscita pubblica davanti alle telecamere di Future TV, Saad Hariri, debilitato e quasi in lacrime, ha affermato: “il regime siriano mi vuole morto. Così ho rassegnato le dimissioni prendendo tutte le precauzioni per la mia sicurezza. Poiché il re saudita mi considera come un figlio, anche se non siamo d’accordo proprio su tutto, sono venuto a Riad”. E infine: “Non sono nemico di Hezbollah, ma non posso neanche permettere che loro rovinino il Libano”.

La CNN ha immediatamente rilanciato, annunciando che il premier libanese era sostanzialmente prigioniero dei sauditi, riprendendo quanto asserito nel corso dell’intervista – di ben 80 minuti – alla giornalista Paula Yacoubian, che aveva poi dichiarato impossibile, viste le sue condizioni, convincere chiunque al mondo che non fosse agli arresti a Riad.

Certo Hariri, che è anche cittadino saudita, è sempre stato appoggiato dalla famiglia reale, ma evidentemente il misterioso incontro con l’emissario dell’Iran immediatamente prima di partire per Riad può essere stato il casus belli che ha scatenato tutti i successivi eventi.

 

Vale la pena a questo punto ricapitolare la vicenda: Hariri – primo ministro per un accordo tra il presidente Michel Aoun e Hezbollah – il 3 novembre ha incontrato a Beirut, rompendo il protocollo perché la visita non era preannunciata, Ali Akbar Velayati (foto a dx), eminenza grigia e principale consigliere di politica estera di Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Velayati sembra abbia portato le istanze dell’ormai consolidato asse russo-iraniano-hezbollah per appoggiare Assad e orientare in tal senso tutte le mosse future del governo libanese.

Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, insieme alla recentissima scoperta da parte dell’intelligence saudita che un battaglione Hezbollah ha affiancato gli Houti nel pantano yemenita e che Hariri lo sapeva e non aveva mosso un dito per fermare i miliziani sciiti libanesi.

Da qui il volo a Riad, per riaffermare la sua lealtà al trono saudita, a Trump e alla coalizione sunnita, della quale il premier libanese fa parte. In Libano infatti il presidente spetta ai cristiano-maroniti (Michel Aoun), il primo ministro ai Sunniti e il presidente del Parlamento ad uno sciita.

Se così fosse, ha dato le dimissioni protetto dai sauditi e non da loro prigioniero. Lo avrebbe quindi fatto per rimescolare le carte e far uscire allo scoperto i filo-iraniani, protetti ormai apertamente dal fido presidente Michel Aoun, vecchio generale rotto a tutte le alleanze, anche le più imprevedibili, pur di restare a galla.

 

Sta di fatto che Saad Hariri non è rientrato in Libano, fino ad oggi, temendo che Hassan Nasrallah (foto a sx), leader di Hezbollah, che dopo la sopravvivenza di Assad in Siria con il suo poderoso aiuto è più forte che mai, gli avrebbe preparato il suo funerale, come accaduto al padre Rafik Hariri nel 2005.

A completare il quadro, il 15 novembre Nahra Hariri, 51 anni, fratello del premier, ha dichiarato che Hezbollah sta tentando di prendere il controllo totale del Libano e ha ringraziato i sauditi per il supporto dato al governo liberamente eletto e a Saad.

Aoun, l’obliquo presidente, ha invece affermato che Hariri è stato catturato nell’ambito delle purghe effettuate in Saudi Arabia nella campagna anticorruzione, distorcendo la realtà che vede retate e uccisioni volute dall’erede al trono Salman per consolidare il proprio potere a corte, indebolito dopo le sconfitte in Yemen subite dalle forze armate saudite, da lui inizialmente baldanzosamente guidate.

In sintesi tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani.

E come in tutti i recenti avvenimenti nel Mediterraneo, non poteva mancare l’inserimento della Francia nella drammatica vicenda: Macron ha invitato Hariri a Parigi. Le notti parigine e l’intelligence francese lo attendono. La nuova spartizione del Libano sta per cominciare.

Prof. Arduino Paniccia

1495.- Zero Hedge – Il Qatar confessa i segreti della guerra siriana in un’esplosiva intervista virale

Per molti le rivelazioni fatte dall’ex-primo ministro del Qatar in una recente intervista non costituiranno una sorpresa, ma le implicazioni di lungo periodo restano significative. Lette insieme ai recenti sviluppi all’interno dei governi saudita e giordano, queste rivelazioni sembrerebbero l’inizio di una stagione di resa dei conti, che presagisce un periodo di cambiamenti negli equilibri e nelle alleanze tra l’Occidente ed il Medio Oriente. Una situazione al momento alquanto delicata ed instabile, che potrebbe aprire scenari senz’altro sorprendenti.

di Tyler Durden, 29 ottobre 2017

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Un’intervista televisiva in cui un alto funzionario del Qatar svela i retroscena della guerra in Siria è presto divenuta virale nei social network arabi, in concomitanza con il disvelamento di undocumento top secret dell’NSA che conferma come l’opposizione armata in Siria fosse sotto il diretto comando dei governi esteri fin dai primi anni del conflitto.

 

Secondo un noto analista e consulente economico di affari siriani con stretti legami con il governo di Assad, questa esplosiva intervista costituisce un’”ammissione pubblica ad alto livello delle collusioni e del coordinamento tra i quattro paesi per destabilizzare uno stato indipendente, [che potrebbe implicare] un sostegno a Nusra /Al Qaeda.”  In particolare, “quest’ammissione contribuirà ad aprire un caso per quello che viene ritenuto da Damasco come un attacco alla propria sicurezza e sovranità, e che contribuirà a fornire la base per richieste di riparazioni”.

 

Conferenza stampa di Londra del 2013: lo sceicco Hamad bin Jassim bin Jabr Al Thani, primo ministro del Qatar, con il segretario di Stato americano John Kerry. Una mail di Hillary Clinton del 2014 conferma che il Qatar sponsorizzava l’ISIS in quel periodo.

 

Mentre la guerra in Siria si avvia gradualmente alla conclusione, nuove rivelazioni emergono a scadenza quasi settimanale sotto forma di testimonianze di alti funzionari coinvolti nella destabilizzazione della Siria e talvolta persino di messaggi e-mail con ulteriori dettagli su manovre segrete volte a rovesciare il governo di Assad. Sebbene gran parte di queste informazioni non faccia che confermare quanto noto già da tempo a coloro che non hanno mai accettato la propaganda semplicistica che ha dominato i media mainstream, i pezzi del puzzle continuano ad incastrarsi, fornendo agli storici del futuro un quadro più completo delle vere motivazioni dietro questa guerra.

Questo processo di chiarezza è stato facilitato, come previsto, dal continuo conflitto tra gli ex-alleati del Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar, i quali si lanciano entrambi accuse reciproche di aver finanziato i terroristi dello stato islamico e di al-Qaeda (il che, ironicamente, è vero in entrambi i casi). E così, davanti agli occhi di tutto il mondo vengono fuori tutti gli scheletri nell’armadio di un GCC ormai in fase di implosione, poiché per anni quasi tutte le monarchie del Golfo hanno finanziato movimenti jihadisti in paesi come Siria, Iraq e Libia.

L’alto funzionario del Qatar è l’ex-primo ministro Hamad bin Jassim bin Jaber al-Thani in persona, colui che ha supervisionato le operazioni in Siria per conto del Qatar fino al 2013 (anche in qualità di ministro degli esteri) che qui vediamo con l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton in questa foto del gennaio 2010 (per inciso, il comitato della Coppa del Mondo del Qatar 2022 fece una donazione di 500.000 dollari alla Clinton Foundation nel 2014).

 

In un’intervista alla TV del Qatar, bin Jaber al-Thani rivela che il suo paese, al fianco dell’Arabia Saudita, della Turchia e degli Stati Uniti, ha rifornito di armi i jihadisti fin dall’inizio di questi eventi (nel 2011).

Al-Thani ha anche paragonato l’operazione segreta a “una battuta di caccia” – in cui la preda era il Presidente Assad insieme ai suoi sostenitori – una “preda” che per sua ammissione è riuscita a sfuggire (poiché Assad è ancora saldo al potere: il termine usato è “al-sayda “, che nel dialetto del Golfo Arabo generalmente serve a designare la caccia di animali o prede per sport). Per quanto Thani abbia negato ogni credibile accusa di aver personalmente appoggiato l’ISIS, le parole dell’ex-primo ministro suggeriscono che vi sia stato un sostegno diretto del Golfo e degli Stati Uniti ad Al-Qaeda in Siria (al-Nusra) fin dai primi anni della guerra, e insinuano persino che il Qatar sia in possesso di “documenti” e prove a dimostrazione che la guerra sia stata provocata per causare un cambio di regime.

In base alla traduzione di Zero Hedge, pur riconoscendo che Stati del Golfo hanno armato i jihadisti in Siria con l’approvazione e il sostegno degli Stati Uniti e della Turchia, al-Thani afferma: “Non voglio entrare nei dettagli, ma disponiamo della documentazione completa sul nostro intervento [in Siria].” Sostiene che sia il re Abdullah dell’Arabia Saudita (che ha regnato fino alla morte nel 2015) sia gli Stati Uniti hanno riservato al Qatar un ruolo di primo piano nelle operazioni segrete per condurre una guerra per procura.

I commenti dell’ex-primo ministro, per quanto molto rivelatori, sono volti a difendere e giustificare il sostegno dato dal Qatar al terrorismo, e ad accusare Stati Uniti ed Arabia Saudita di aver scaricato sul Qatar tutta la responsabilità della guerra contro Assad. Al-Thani spiega che il Qatar ha continuato a finanziare le truppe ribelli in Siria, mentre altri paesi riducevano man mano il loro sostegno su larga scala, e per questo motivo si scaglia contro gli Stati Uniti e i Sauditi, che inizialmente “erano con noi nella stessa trincea”.

In una precedente intervista alla TV statunitense cui è stata data pochissima visibilità, al-Thani ha risposto al giornalista Charlie Rose che gli chiedeva delle accuse di sostegno del terrorismo da parte di Qatar che “in Siria, tutti hanno commesso errori, incluso il vostro paese”. Ha inoltre detto che all’inizio della guerra in Siria, “tutto ciò che contava passava attraverso due centrali operative: una in Giordania e una in Turchia”.

Qui sotto la parte principale dell’intervista, tradotta e sottotitolata da @ Walid970721. Zero Hedge ha revisionato e confermato la traduzione, ma, come confermato dal primo traduttore informale, al-Thani non dice “signora”, ma “preda” [“al-sayda”] – a significare che sia Assad che i siriani erano considerati come cacciagione da questi paesi esteri.

La trascrizione parziale dell’intervista è la seguente:

“All’inizio degli eventi in Siria, mi sono recato in Arabia Saudita e ho incontrato il re Abdullah, L’ho fatto su precise istruzioni di sua altezza il principe, mio ​​padre. [Abdullah] mi ha assicurato che ci avrebbero spalleggiato, e che ci saremmo coordinati, ma che noi saremmo stati a capo dell’operazione. Non entro in dettagli, tuttavia siamo in possesso di documenti completi: tutto ciò che è stato fornito [alla Siria] passava dalla Turchia in coordinamento con le forze americane, e tutto è stato distribuito tramite i turchi e le forze statunitensi … E sia noi che tutti gli altri siamo stati coinvolti, i militari… Forse ci sono stati errori e il sostegno è stato dato alla fazione sbagliata … Forse c’era un rapporto con Nusra, è possibile, ma io stesso non ne sono a conoscenza… stavamo combattendo per la preda [“al-Sayda”] e adesso la preda ci è sfuggita e continuiamo a combattere… mentre Bashar è ancora lì. Voi [Stati Uniti e Arabia Saudita] eravate con noi nella stessa trincea … Capisco che si possa cambiare posizione se ci si accorge di essersi sbagliati, ma ritengo si debba almeno informarne i propri alleati… Si può ad esempio lasciare in pace Bashar [al-Assad] o fare questo o quello, ma la situazione che si è creata a questo punto non può più permettere alcun progresso nel GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo] né qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a combattere apertamente “.

 

Come è ormai noto, la CIA è stata direttamente coinvolta nei principali sforzi di cambio di regime in Siria con i partner del Golfo suoi alleati, come confermano informative americane trapelate e declassificate. Il governo americano ha compreso ben presto che i sofisticati armamenti forniti dai paesi del golfo e dall’Occidente stavano andando ad al-Qaeda e all’ISIS, nonostante secondo le dichiarazioni ufficiali dovessero servire ad armare i cosiddetti ribelli “moderati”. Ad esempio, in un’informativa d’intelligence fatta trapelare datata 2014 e diretta a Hillary Clinton si conferma il supporto dato da Qatar e sauditi all’ISIS.

L’email afferma in termini diretti e inequivocabili che:

“i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono clandestinamente sostegno finanziario e logistico all’ISIL e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.

Inoltre, un giorno prima dell’intervista al Primo Ministro Thani, l‘Intercept pubblicava un nuovo documento top-secret dell’NSA, emerso tra file d’intelligence divulgati da Edward Snowden, che dimostra senza ombra di dubbio che l’opposizione armata in Siria era sotto il diretto comando di governi esteri fin dai primi anni della guerra, che ha ormai causato mezzo milione di vittime.

 

 

Il documento NSA pubblicato di recente conferma che un attacco insurrezionale del 2013 con sofisticati razzi da superficie, sferrato nei quartieri civili di Damasco tra cui l’aeroporto internazionale, è stato direttamente finanziato e supervisionato dall’Arabia Saudita con la piena conoscenza dell’intelligence americana. Come adesso confermato anche dall’ex-primo ministro del Qatar, sia il governo saudita che il governo degli Stati Uniti disponevano di “sale operative” per sovrintendere a tali feroci attacchi nello stesso periodo in cui avveniva l’attentato all’aeroporto di Damasco del 2013.

Si tratta senza dubbio di un’enorme raccolta di prove documentali incriminanti che continueranno a emergere per i prossimi mesi e anni. Come minimo, la continua guerra diplomatica tra Qatar e Arabia Saudita continuerà a riservare sorprese, mentre ciascuna parte accuserà l’altra di sostenere il terrorismo. E come si può vedere da questa ultima intervista di Qatari TV, gli Stati Uniti non saranno risparmiati in questa nuova stagione che si è appena aperta in cui vecchi alleati rendono pubblici i reciproci affari sporchi.

Di Margherita Russo

1226.- QATAR, MARCIA INDIETRO DI TRUMP. TELEFONA ALL’EMIRO E OFFRE L’AIUTO USA.

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Causa la crisi e poi copre il pasticcio

Nuovo disordine mediorientale, guerra all’Iran decide Trump

Paesi del Golfo contro l’Iran colpendo il Qatar. Gli Stati Uniti sono stati avvertiti del blitz diplomatico che l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo hanno attuato contro il Qatar o l’hanno addirittura organizzato? Maliziosamente come sempre, Piero Orteca.

 

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Gli Stati Uniti sono stati avvertiti preventivamente del blitz diplomatico che l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo hanno attuato contro il Qatar o l’hanno addirittura organizzato?
L’Emirato da lunga pezza era nell’occhio del ciclone. Già ai tempi di Obama le chiacchiere andavano e venivano. Si parlava con dovizia di particolari di miliardi di dollari transitati su conti esteri, con destinazioni sconosciute. E più di un servizio segreto sospettava che questi fondi servissero a foraggiare in qualche modo il terrorismo internazionale.

Strano vero? Ma molti dei conflitti all’interno della mondo islamico, non riguardano solo lo scontro atavico tra sunniti e sciiti, ma toccano, laceranti e devastanti, anche i rapporti all’interno dello stesso universo sunnita. Una situazione che è specchio non solo di interpretazioni coraniche “asimmetriche”, ma anche dimostrazione di interessi nazionali, pardon, anzi tribali, diversi.

Ma cosa paga il Qatar ? Al di là delle spiegazioni di comodo, il blocco sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita che Trump ha ricompattato, gli rimprovera “intelligenza col nemico”. Quale? Ma l’Iran, è ovvio.
I qatariani già da un pezzo giocano con due mazzi di carte, Obama lasciava fare e si girava dall’altro lato, perché gli ayatollah erano il perno della sua politica estera nella regione e quindi l’ambiguità del piccolo e ricchissimo Emirato gli veniva anche comoda, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

Adesso la foreign policy americana è stata rivoltata come una frittata. La Casa Bianca ha scelto di affondare il dialogo con Teheran e di puntare tutte le sue carte sui Paesi della Penisola arabica. Una strategia che rischia di riaprire vecchie ferite anche vicino ai confini di Israele, Libano e Golan in primis, dove le milizie sciite di Hezbollah sono già in fermento. La decisione di Arabia Saudita, Egitto, Bahrein, Emirati arabi e Yemen (a cui si sono unite le Maldive) non sarà indolore.

Secondo fonti israeliane, il blocco sunnita, al di là del presunto sostegno offerto all’Isis, ad al Qaida e al resto della galassia terroristica, ha minacciato di ricorrere alle maniere forti se il Qatar non la smetterà di trescare con l’Iran. In effetti, a dirla tutta, le accuse di sostenere il terrorismo possono anche avere un fondamento di verità. E le ragioni sono molto complesse e affondano le radici nelle inimicizie familiari e dinastiche tra le famiglie sunnite del Golfo.

Ma il vero motivo del contendere, che fa sembrare la storia del terrorismo solo un alibi buono a mascherare le reali intenzioni di Stati Uniti, Egitto e Arabia Saudita, è la nuova guerra mondiale, ancora dichiarata solo a parole, che i Paesi del Golfo hanno scatenato contro l’Iran.

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