Archivio mensile:agosto 2018

1949.- L’IPOCRISIA DELLA DEMOCRAZIA DEI PORTATORI D’INTERESSE E LA NUOVA RAPPRESENTANZA. L’ISTITUTO BRUNO LEONI.

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Leggendo una nota di Mario Seminerio sulla Flat tax, abbiamo visto citato l’Istituto Bruno Leoni. Ora, vedremo di conoscere, sia pure molto sommariamente, questo istituto di lobbying, anche se, alla fine, vi verrà voglia di dire: “Il popolo è sovrano, fino a che è succube della manipolazione di massa o fino a che tace”. Il lobbismo, infatti, incarna totalmente la politica italiana. C’era a inizi ‘900, quando Ansaldo vendeva incrociatori a mezzo mondo e c’è sempre stato; ma conduce al rischio di corruzione dei principi democratici. Meno male che, grazie agli americani e ai partiti della Resistenza, abbiamo debellato il pericolo fascista; siamo liberi di partecipare alla politica e che siamo governati secondo la trama di principi della Parte Prima della Costituzione moderna e democratica del 1948; meno male che fra quei principi non ce n’è uno, solo uno, che dica a quali principi devono conformarsi i partiti attraverso i quali è consentita a noi cittadini la partecipazione alla vita politica della Nazione. I partiti sono l’organo di trasmissione fra il popolo e la politica, fra il popolo e le istituzioni. C’è scritto, invece, soltanto “con spirito democratico”, perciò il liberismo e i lobbisti sono una naturale conseguenza e un’espressione di quello spirito. L’economia e la stessa politica dell’Unione europea sono influenzate dalle lobbies dei portatori di interesse. Fra studi di lobbisti e lobbisti “in house”, nel “Registro della Trasparenza” in vigore presso la Commissione e il Parlamento vi sono registrati in 11.000. I tribuni del popolo, di romana memoria, i sovranisti, i populisti non riusciranno a scalzarle perché sono il parlamento che conta. Il sovranismo, gli Stati sovrani sono una garanzia per i loro popoli contro il globalismo; ma il sistema di rappresentanza è decisamente più complesso, plurale ed articolato di quello sancito nella Costituzione. Dobbiamo metabolizzarlo per indirizzarlo verso un sistema democratico maturo; altrimenti, Vi piaccia o no, andremo velocemente verso una società prospera per pochi, affatto trasparente e aperta, rectius, senza confini che ci difendano. C’è – è vero – chi annuncia il pericolo, ma la manipolazione di massa non è più solo quella fascista. Pessimista? Dipende da Voi, cioè, da Noi!

L’istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”. Sulla carta, è un think tank indipendente di ispirazione definita, variamente, come “liberale”, “liberista”, “mercatista”; nella sostanza un centro di lobbying di primaria grandezza, . Abbiamo un’associazione Ibl e una fondazione Ibl. Come spesso accade in questi casi, la trasparenza sui finanziamenti e l’indipendenza delle analisi e delle ricerche sfornate dall’Ibl sono una chimera.
L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta. Su questo “prospera e aperta” liberista si incentrano le idee proposte da IBL, sul terreno delle politiche concrete: dare maggior respiro alla società civile e autonomia alle persone, restituire risorse all’economia, liberare la concorrenza e gli scambi e così costruire più benessere e ricchezza per tutti. In estrema sintesi,una società di diseguali, senza barriere, in cui c’è chi vince e c’è chi perde.
L’IBL prende a modello i think tank anglosassoni: centri di ricerca non profit, indipendenti dai partiti politici, con lo scopo di offrire un contributo al dibattito pubblico; promuove idee economiche e filosofiche estremamente liberali, ispirandosi agli economisti della scuola austriaca, tra i quali troviamo Friedrich von Hayek, Murray Rothbard, Ludwig von Mises. Vengono inoltre sponsorizzati economisti di differenti scuole come Milton Friedman dell’Università di Chicago, James M. Buchanan della Public Choice e Wilhelm Röpke dell’Ordoliberalismo. L’economista italiano Sergio Ricossa è stato presidente onorario fino alla sua morte.
Tra i principali impegni dell’IBL bisogna ricordare quelle a difesa della proprietà privata e contro l’imposizione fiscale, a favore della libera iniziativa e contro la programmazione economica, a favore della globalizzazione e contro il protezionismo. Una sua classica battaglia è anche il superamento dell’attuale sistema degli albi professionali, dato che, fin dal 2004 l’istituto, “per bocca del presidente pro tempore Alberto Mingardi è arrivato a reclamare l’abolizione degli ordini”
Il presidente dell’istituto è Franco Debenedetti, consigliere di Cir, senatore per tre legislature, di origine ebraica, figlio di Rodolfo Debenedetti e fratello di Carlo De Benedetti, che ha sempre preferito essere chiamato “De Benedetti” anziché – come risulterebbe all’anagrafe – “Debenedetti”. Alberto Mingardi, è attualmente Direttore Generale dell’Istituto e Amministratore Unico di IBL Libri, la casa editrice nata in seno al centro e siede contemporaneamente nell’advisory board di Cattaneo Zanetto, società di lobbying che tra i suoi clienti vanta numerose società. In più, qualche mese fa, Mingardi è vicepresidente della Fondazione Telecom, l’ente che si occupa di “corporate social responsability” per il colosso telefonico. Un rapporto consolidato con Giuseppe Recchi, attuale presidente di Telecom è alla base di questo incarico, ma, come lo stesso Mingardi ammette, l’attività di consulenza e collaborazione con Recchi risale anche al periodo in cui quest’ultimo era presidente dell’Eni. Fra i nomi che si sono incontrati negli organi dell’Ibl, troviamo anche: Fabio Carchiai, presidente di Atlantia proprietaria di Autostrade per l’Italia, che detiene la concessione della rete autostradale italiana e Giampaolo Galli, deputato Pd ed ex direttore generale di Confindustria.

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1948.- “Cosa non mi convince della Flat tax” e “Lo spread è perfino troppo basso, viste le sempre nuove promesse del governo”. Di Mario Seminerio

Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio, ha pubblicato sul blog, sul fatto quotidiano e su Formiche.net alcuni commenti sulle politiche del Governo. In particolare, a mio avviso e a prescindere dalla condivisibilità di ciascuno, quelli sulla Flat tax e sullo Spread meritano considerazione per gli spunti che possono trarsi dai loro contenuti e vogliono essere un invito a offrire il proprio sostegno politico senza dogmi di fede, senza idolatrie funeste, ma con un minimo di cultura e con la opportuna consapevolezza.

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Cosa non mi convince della Flat tax.
L’Istituto Bruno Leoni (ne parliamo al prossimo n. 1949.ndr), think tank liberista, ha elaborato un’ipotesi di riforma fiscale basata sulla flat tax, un’aliquota unica (ipotizzata al 25%), applicata per Irpef, Ires, Iva, imposta sostitutiva sui redditi di attività finanziarie. Si tratta di un tentativo organico di drastica semplificazione e ristrutturazione del fisco italiano, reso inefficace ed inefficiente da una irrazionale proliferazione di tributi ed agevolazioni che erodono le basi imponibili.

La proposta è centrata su una deduzione di base di 7mila euro annui per un single e l’introduzione della tassazione su base familiare, mediante scale di equivalenza che riproducono il quoziente familiare. Innovazione positiva per non disincentivare l’offerta di lavoro del coniuge che ha redditi inferiori, di solito la donna. Prevista anche una sorta di imposta negativa sul reddito, mediante trasferimento monetario, che affronta il nodo degli incapienti ed agisce sul welfare come “minimo vitale”. La previsione costituzionale di progressività del sistema tributario verrebbe rispettata attraverso il décalage delle deduzioni, che si azzererebbero per redditi superiori a 5 volte la deduzione base, rettificata per i componenti del nucleo familiare.

Prevista la scomparsa di Irap, Imu e di tutta una serie di tributi locali, sostituiti da una imposta comunale per i servizi urbani non dipendente da elementi di tassazione patrimoniale o reddituale ma da qualità di fornitura ed intensità di fruizione dei servizi offerti. Più problematica l’idea di offrire la possibilità di uscire dal sistema sanitario nazionale per i soggetti a maggior reddito, sottoscrivendo una polizza che riproduca l’offerta pubblica: se un soggetto (anche ricco) ha patologie preesistenti, il mercato assicurativo sanitario fallisce e nessuno gli offrirà polizze, a nessun prezzo.

La riforma prevede ovviamente l’eliminazione di pressoché tutte le deduzioni e detrazioni, eccetto quelle in essere all’entrata in vigore della riforma, come le ristrutturazioni e (verosimilmente) i mutui prima casa. Questo è l’aspetto più delicato: ogni misura di questo tipo provoca effetti distributivi, dove cioè qualcuno starà peggio, perdendo precedenti agevolazioni, e questo causerà fortissime resistenze, che troveranno immediata rappresentanza politica. Il rischio è quello di salvare la maggior parte delle agevolazioni, il che richiederebbe aliquote di equilibrio ben superiori al 25% suggerito.

La riforma, secondo i proponenti, causerebbe un deficit immediato di circa 30 miliardi, 2% del Pil, da colmare con revisione di spesa o più verosimilmente con riduzione del perimetro pubblico. Difficile pensare che una proposta del genere possa mai realizzarsi, ma ha certamente il merito di porre con forza e razionalità l’esigenza di rivedere tutto il sistema tributario ed in particolare l’Irpef, ormai svuotata dalle innumerevoli cedolari secche e divenuta punitiva per i soggetti a reddito medio-basso, oltre che un pesante disincentivo all’offerta di lavoro.

Lo spread è perfino troppo basso, viste le sempre nuove promesse del governo

Dai piani di investimento di Savona alle assunzioni di statali annunciate dalla Bongiorno: il conto per ottobre sale.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In questa caotica estate politica italiana, fatta di proclami e minacce di autolesionismo per protesta contro il Nemico Esterno di nome Ue, ed in attesa della nota di aggiornamento al Def che dovrebbe darci almeno una cornice numerica, abbiamo due certezze: la prima è che gli investitori esteri hanno da tempo iniziato a votare con i piedi e stanno riducendo l’esposizione ai nostri Btp; la seconda è che non c’è forza politica italiana, di maggioranza o di opposizione, che non ripeta il mantra keynesiano di “più investimenti, cascasse il mondo”, che ci accompagna dall’inizio della Grande Crisi.

La fuoriuscita dal Btp degli investitori esteri almeno rallegrerà quanti, nella maggioranza e fuori, sostengono da tempo che “per cancellare lo spread, dobbiamo ricomprare il nostro debito”, e magari un giorno ripudiare pure lui, senza rimpianti.

Le nostre banche hanno risposto al richiamo, forse pensando di mettersi in portafoglio titoli ad alto rendimento per ingrassare i bilanci, e al diavolo quel sofisma da professoroni competenti chiamato diversificazione degli investimenti. Ottenendo sinora svalutazioni che stanno erodendo i quozienti patrimoniali e quindi si tradurranno in minore capacità di fare credito.

Quanto agli investimenti, che nelle intenzioni dell’esecutivo devono essere sempre e soltanto quelli “ad alto impatto moltiplicativo” (e ti credo, chi mai vorrebbe investimenti pubblici che si risolvono in uno spreco di denaro?), nei giorni scorsi il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, che si narra essere molto rigoroso sulla tutela dei conti pubblici, ha auspicato che le controllate di Cassa Depositi e prestiti diano prova di piena autonomia gestionale e concentrino al 2019 praticamente tutti i loro piani pluriennali di investimento e persino le spese correnti.

Allo sforzo di “investimento” vuole partecipare anche la ministra della Funzione pubblica, Giulia Bongiorno, che avrebbe deciso che occorre assumere nel 2019 tutti i 450 mila pubblici dipendenti che il turnover renderà necessari nei prossimi tre anni. Le compatibilità finanziarie restano un’antidemocratica intromissione della realtà nella sovranità nazionale, così faticosamente riconquistata.

In tutto questo fervore di investimenti ad alto impatto moltiplicativo, non si scordi di fare spazio al sussidio incondizionato noto come reddito di cittadinanza ed anche alla flat tax a più aliquote, tutti strumenti fondamentali per consentire all’Italia di rilanciarsi da par suo come protagonista sul palcoscenico economico mondiale, percorso da crescenti pulsioni protezionistiche a cui anche noi daremo un contributo chiedendo alla Ue “dazi selettivi” per proteggere il Made in Italy ed andando in giro per il mondo a cercare di vendere i simboli iconici dell’italianità, dopo aver convinto gli altri paesi che i nostri dazi contro di loro non sono atto ostile ma pura promozione commerciale. Date queste premesse, forse il livello dello spread è eccessivamente basso, in effetti.

1947.- Con piano B di Savona, “lunghe file agli sportelli”

30 agosto 2018. Commento di Alessandra Caparello al liberista Mario Seminerio, investment manager responsabile del blog Phastidio, che bolla la proposta del piano B di Savona di chiedere aiuti alla Russia o ad altre entità esterne, in caso di attacchi speculativi e di mancanza di appoggio della Bce.
In chiusura, la conclusione buffonesca, che serve a dare del buffone a Savona.

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Il piano B di Savona “è un Incidente”. Così dalle pagine de Il Foglio Mario Seminerio, investment manager responsabile del blog Phastidio, che bolla il piano studiato dal ministro degli Affari europei in caso di attacchi speculativi e di mancanza di appoggio della Bce.

Secondo Savona la soluzione sarebbe quella di chiedere aiuti alla Russia o ad altre entità esterne.

Il progetto, spiega con toni ironici il commentatore di idee liberiste, passa per la “creazione di un veicolo d’investimento, garantito dal patrimonio immobiliare dello stato, destinato a emettere proprio debito, talmente appetibile da indurre i possessori di Btp a effettuare il concambio su base volontaria.

“Durante i sette biblici anni dell’operazione, necessaria secondo Savona a liberarci dal ‘ricatto’ dei mercati, lo Stato avrebbe dovuto evitare di emettere nuovo debito e di conseguenza mantenere un rigoroso pareggio di bilancio, assai poco compatibile con le pulsioni di spesa dell’esecutivo di cui Savona fa oggi parte”.

Un incidente, scrive Seminerio, che spiega i motivi della sua contrarietà.

“Chiedere che la Bce diventi “prestatore di ultima istanza” non significa nulla, visto che già lo è. Diventa forse più chiaro se a quella espressione si attribuisce il significato di ‘preposta alla monetizzazione del debito pubblico emesso dagli Stati’, dal nostro nella fattispecie, il che è ovviamente vietato dai trattati, e anche un bimbo saprebbe che cambiare i trattati su queste basi è impossibile. La variante a questa “idea”, quella di fissare uno spread massimo, è esattamente la stessa violazione al divieto di finanziamento degli stati da parte della Bce, che si occupa di politica monetaria e non di quella fiscale.

“Altro punto controverso è quello relativo al reperimento di investitori esteri per i nostri Btp. Che già di per sé stride con le velleità nazionalistiche di riacquisto di tutto il nostro stock di debito, per non dover dipendere dalla “gentilezza degli stranieri”, ma diventa una pièce teatrale che avrebbe potuto scrivere Ionesco (noto drammaturgo appartenente alla corrente del teatro dell’assurdo, NdR) quando scopriamo chi sarebbero i candidati acquirenti”.

“La Russia non ha manco occhi per piangere, ma dalle nostre parti c’è chi la considera una potenza finanziaria planetaria, al punto da ritenere (sempre Savona, in audizione parlamentare) che basti la loro garanzia, senza bisogno di metterci soldi veri, per far scappare gli speculatori con la coda tra le gambe”.

La conseguenza inevitabile, aggiunge Seminario, saranno file agli sportelli che riportano alle mente le immagini di qualche anno fa che arrivavano dalla Grecia in crisi.

“Ne deriverebbero seri problemi al sistema dei pagamenti, con tesaurizzazione delle banconote in euro e scompensi profondi all’operatività delle banche, che sarebbero costrette (ope legis, prima che per acuta decisione del loro management) a contingentare i prelievi e i pagamenti all’estero.

(La conclusione che dà del buffone a Savona.ndr)
Il problema sarebbe tuttavia attenuato dal fatto che andiamo verso la stagione invernale, quindi i pensionati in coda davanti ai bancomat non soffrirebbero il caldo e verosimilmente non avremmo quelle spiacevoli scene di svenimenti viste in Grecia”.

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Mario Seminerio

1946.- Quel ponte crollato fra Stato e mercato.

La paralisi politica, strategica e culturale attorno al tema della sviluppo: questo sembra essere il rischio visto quel che sta accadendo dopo il crollo del Ponte Morandi. GIANNI CREDIT

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Com’è stato sottolineato anche sul Sussidiario, Atlantia si è mostrata gravemente impreparata non solo prima, ma anche dopo il tragico crollo di Genova. E non si è trattato soltanto della forma dei comunicati: ai limiti del cinismo la reazione a caldo della holding di Autostrade; in stretto “buro-finanziarese” la nota che ieri mattina ha tentato invano di contenere la caduta del titolo in Borsa dopo il pre-annuncio di revoca della concessione statale. Nel primo caso sarebbero state necessarie parole diverse e soprattutto passi reali: un impegno immediato a fare qualunque cosa utile per le famiglie degli scomparsi, per gli sfollati, per il ripristino del ponte e della viabilità. Nel secondo caso, la difesa — legittima e forse non rinunciabile — degli interessi di soci, creditori e dipendenti del gruppo Atlantia avrebbe dovuto essere differente dall’umore di un hedge fund disturbato da un “cigno nero” lontano cinquemila chilometri. Edizione Holding — presso cui il centrosinistra ha privatizzato le Autostrade vent’anni fa — non si è purtroppo mostrata molto diversa dalla finanziaria di famiglia che già nel 2007 avrebbe tranquillamente venduto la società alla spagnola Abertis, ora entrata da pochi mesi nel gruppo Atlantia.

In questo dramma tutto italiano — lo sono la maggior parte dei morti, tutti i senzatetto, l’area metropolitana di Genova, il governo e la famiglia Benetton, i 3mila chilometri e i 7mila dipendenti di Autostrade, gli azionisti, obbligazionisti e creditori bancari di Atlantia; non ultimi i magistrati che accerteranno e puniranno le responsabilità — neppure la politica nazionale ha pronunciato le parole giuste per tutelare i veri interessi pubblici messi in gioco dal disastro. Nemmeno il premier Conte – che con la felpa della Protezione civile la sera di Ferragosto ha deciso a Genova una revoca tutta verbale e politica della concessione – è parso all’altezza del suo ruolo autoproclamato di “avvocato del governo italiano”.

I miliardi bruciati fra martedì e ieri in Piazza Affari non li hanno persi solo o principalmente “Atlantia e i Benetton”: li hanno visti sfumare, nell’arco di poche ore, molti piccoli o grandi azionisti del gruppo (la Fondazione Crt ha visto erosi 265 milioni alla sua funzione sussidiaria); molte altre società quotate italiane, molti strumenti di risparmio agganciati agli indici italiani. Lo spread è intanto risalito verso quota 300 — ormai metà della linea rossa del 2011 — anche per la forte instabilità generale aggiunta dalla tragedia di Genova: ad esempio, dai battibecchi roventi e velenosi fra i vicepremier in carica — Di Maio e Salvini — e l’ex premier Renzi su quali forze politiche sarebbero state beneficiate di più dal sistema-Autostrade dopo la privatizzazione. Da un vicepremier del Nord e dal superministro per lo Sviluppo proveniente dal Sud sarebbe stato lecito attendersi l’annuncio di un piano infrastrutturale straordinario da portare sui tavoli Ue assieme al budget 2019: non la polemica preventiva e demagogica sui fondi europei.

Il rischio d’impatto più pericoloso resta comunque quello denunciato da Antonio Polito sul Corriere della Sera: la paralisi politica, strategica e culturale attorno al tema della sviluppo. Non sorprende che Di Maio prospetti il ritorno di un gestore pubblico per le Autostrade. E’ lo stesso leader politico che ha subito firmato un decreto di congelamento del Jobs Act e di ripubblicizzazione del mercato del lavoro. E’ lo stesso ministro che ha mandato pregiudizialmente in pezzi il dossier Ilva costruito da Carlo Calenda con l’indiana Mittal. E’ il vicepremier che vorrebbe salvare un’Alitalia di Stato presso le Ferrovie, rinviandone ancora la privatizzazione.

Il “cambiamento” promesso dalla coalizione giallo-verde assume sempre più i profili più preoccupanti: punizione “a prescindere” del mercato e dell’impresa e utilizzo del Governo in carica come veicolo di esproprio e riconquista. Il problema di oggi non è cancellare le privatizzazioni degli anni 90. È fare — o rifare — le privatizzazioni senza commettere gli errori che, senza dubbio, sono stati commessi allora e dopo. Dalla classe imprenditoriale e finanziaria italiana non meno che da governi e forze politiche.

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1945.- L’AFFONDO DI FORZA ITALIA: IL GOVERNO È DIVISO SU TUTTO

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Renato Brunetta
FRATTURE INSANABILI LEGA-M5S FARANNO COLLASSARE LA NOSTRA ECONOMIA
Anche le aste di oggi dei titoli di Stato italiani si sono concluse con un drammatico aumento dei rendimenti di emissione, che si trasformeranno inevitabilmente in una maggiore spesa per interessi sul debito e, di conseguenza, in un altro aumento del deficit. Un salasso che riduce ancora di più le già scarse risorse a disposizione del Governo per finanziare le misure economiche pensate per la prossima Legge di Bilancio. In particolare, i BTP con scadenza 5 anni sono stati collocati a un tasso medio del 2,44%, in rialzo di ben +63 punti base rispetto all’asta di fine luglio e ai massimi dal dicembre 2013, quelli con scadenza a 10 anni a un rendimento del 3,25%, in rialzo di +37 punti base, ai massimi da marzo 2014 e i CcTeu con scadenza 15/09/2025 a un tasso del 2,31%, in rialzo di +55 punti base.
Davvero una cattiva notizia, che arriva giusto il giorno prima del giudizio sul debito pubblico italiano dell’agenzia di rating #Fitch, la prima delle pagelle autunnali che potrebbero portare il livello del nostro merito di credito sovrano al livello “junk” (o quasi), spazzatura. Le indiscrezioni pubblicate sui quotidiani, infatti, non lasciano presagire niente di buono, dal momento che viene dato per scontato un peggioramento dell’outlook, dal momento che Fitch dipinge un’Italia ‘alla deriva sul debito pubblico’, in grado addirittura di contagiare, con la crisi dei propri titoli di stato, gli altri paesi dell’Unione Europea. L’Italia del 2018 è ormai considerata esattamente come era considerata la Grecia nel 2009: un paese inaffidabile, con i conti pubblici fuori controllo e con un debito pubblico troppo elevato, oltre che con un governo incapace di far fronte alla situazione.
Temiamo che il giudizio di Fitch sulle motivazioni del peggioramento della situazione italiana sarà inappellabile, a causa della totale incertezza e confusione decisionale da parte del nuovo governo populista e sovranista, con divergenze crescenti fra Lega – Salvini Premier e MoVimento 5 Stelle che rendono impossibile l’attuazione di qualsiasi politica economica e con il rischio di lanciare proposte costose senza alcuna copertura, destinate a portare il deficit fuori controllo. A riprova di ciò, le banche avrebbero cominciato a ridurre il ritmo di smaltimento dei propri crediti deteriorati, una operazione che era indispensabile per il nostro sistema bancario al fine di poter riprendere ad erogare credito alle imprese. Invece, per effetto del drammatico aumento dello spread, i nostri istituti di credito sono stati investiti da una pioggia di vendite in Borsa, con l’indice FTSE Banche che ha perso circa il -26% in soli 6 mesi, diventando l’indice settoriale peggiore d’Europa. Infine, l’agenzia di rating americana molto probabilmente stigmatizzerà il rischio di una dura contrapposizione tra Italia e Unione Europea, che rischia di paralizzare la riforma della governance attualmente in atto. Nella totale anarchia decisionale che regna nel governo sovranista giallo-verde, gli investitori internazionali hanno dunque accelerato la loro fuga dal mercato italiano. Inizia dunque, da domani, il redde rationem per l’impossibile governo sovranista Lega – Cinque Stelle, divisi su tutto, con fratture insanabili destinate a fare collassare la nostra economia. Prima questo incubo finisce, meglio è per il bene dell’Italia e dell’Europa.

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1944.- Le autostrade sono un patrimonio di tutti gli italiani: nazionalizziamo! Fuori i PRENDITORI dallo Stato!

Luigi di Maio da’ le sue linee guida sul Blog delle stelle. Condividiamo e 6 italiani su 10 condividono questo Governo. Non so se sia la prima volta.

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Oggi Autostrade, con un ritardo di dieci anni, si vanta di aver dato il via libera alla pubblicazione della convenzione con il Ministero dei Trasporti. Bella forza! Nel giro di un pochi giorni sarebbe stata comunque pubblicata da Danilo Toninelli, nonostante la diffida a farlo che era arrivata proprio da parte del gruppo controllato dai Benetton. Non so cosa abbia pubblicato Autostrade sul suo sito, so che di quelli che dicevano che il ponte Morandi era sicuro e che non hanno adempiuto alle manutenzioni che dovevano fare non ci si può fidare. E infatti tutto il materiale sarà pubblicato in maniera ufficiale sul sito del Ministero. (ndr: è stato pubblicato qui)

Quel che è certo è che il tema delle concessioni autostradali non si esaurisce con questa trasparenza fuori tempo massimo. Anzi, siamo solo all’inizio. L’unica soluzione è la nazionalizzazione. Non possiamo infatti lasciarle ad Autostrade: non siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma. Le altre opzioni sono due. O darle a uno degli altri due concessionari autostradali, ossia passare dalla padella alla brace. O darle agli stranieri, ma non possiamo mettere un’altra infrastruttura strategica in mani straniere, come hanno fatto in passato i partiti ad esempio per le telecomunicazioni. E’ compito dello Stato gestire queste infrastrutture e garantire ai cittadini un servizio all’altezza delle attese (e delle spese). Usciremo dalla logica del profitto, faremo pagare meno i pedaggi, faremo molta più manutenzione e introdurremo innovazioni tecnologiche per migliorare la sicurezza e la mobilità. Chi blatera che nazionalizzare è antiliberale, si faccia un giro in Germania dove le autostrade sono pubbliche e gratuite per tutti, tranne che per i camion. Per inciso i soldi dei pedaggi dei mezzi pesanti saranno utilizzati dallo Stato tedesco per investire 7 miliardi di euro nelle infrastrutture stradali, non andranno certo a riempire le tasche di qualche famiglia amica di chi governa.

Quella della nazionalizzazione è anche una sfida: vogliamo dimostrare che con onestà, trasparenza e competenza lo Stato può garantire ai cittadini ciò che gli spetta di diritto. La rete autostradale è stata infatti pagata dai nostri genitori e dai nostri nonni, non si capisce perchè debba lucrarci una sola famiglia che fino al 2012 aveva una holding con sede in Lussemburgo per pagare meno tasse e fare lauti guadagni e che, una volta beccati, hanno risolto tutto con una mediazione amichevole con l’Agenzia delle Entrate di soli 12 milioni. Sarà un caso che poi il capo delle Agenzie delle Entrate, Befera, è stato nominato nell’organismo di vigilanza proprio della holding dei Benetton? Basta con queste magagne: del patrimonio della Rete autostradale devono goderne tutti gli italiani.

Se a questa società stiamo per togliere le concessioni, figurarsi se le faremo ricostruire il ponte. Loro possono, anzi devono metterci i soldi. E’ il minimo che possono fare dopo quello che è successo. A rifare il ponte dovrà essere per me un’azienda di Stato. Fincantieri è un’eccellenza mondiale, possono realizzare il ponte in meno di un anno e lo faranno nel cantiere di Genova così da portare anche lavoro e lustro alla città e ai genovesi che si stanno già rimettendo in piedi ma hanno bisogno di tutto il nostro supporto. Il fatto che sia Fincantieri, con Cassa Depositi e Prestiti, a occuparsi della ricostruzione permetterà allo Stato di avere un controllo molto forte su tutto il processo. Noi vogliamo che questo lavoro sia perfetto e per essere certi che sia così ci prendiamo tutti gli oneri necessari. La responsabilità non ci spaventa, l’irresponsabilità di chi c’era prima invece sì.

Il primo nodo da risolvere è però quello degli sfollati. Siamo dalla loro parte e non lasceremo che siano costretti ad accettare le elemosine di Autostrade, nè a subire ricatti da parte delle banche. Sarà lo Stato a occuparsi di loro, come già abbiamo iniziato a fare, e sarà garantita a tutti una sistemazione dignitosa.

Il 4 settembre in Parlamento si discuterà di tutti questi temi e auspico che i capigruppo di maggioranza presentino una risoluzione con l’obiettivo di impegnare il Governo sui punti elencati sopra. Spero che tutte le forze politiche si approccino a questa importante discussione mettendo al primo posto gli interessi dei cittadini e non, come è stato in passato, quelli di lobby, famiglie e amici di partito.

Il sistema cercherà in tutti i modi di fermarci, perchè li stiamo toccando sul vivo: il portafogli. Hanno già iniziato con le menzogne quotidiane sui giornali e continueranno in chissà quale maniera. Nessuno di noi indietreggerà. Insieme ai cittadini siamo imbattibili e questo Paese lo cambieremo sul serio.

Fuori i PRENDITORI dallo Stato! E chi li ha aiutati sarà denunciato.

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danno erariale.

Da oggi, con dieci anni di ritardo, tutti gli italiani sanno che la concessione di autostrade ai Benetton è stata un regalo clamoroso che ha consentito loro di fare gli imprenditori non con il loro capitale, ma con quello dei cittadini. Il contratto prevedeva infatti una rendita garantita del 7%: una rendita spropositata!

L’imprenditore a rischio zero è un’invenzione tutta italiana. Di solito è amico di quelli che furono i partiti di governo, non disdegna di assumere nelle sue aziende uomini di partito (trombati o meno), finanzia lautamente in maniera opaca o meno i partiti e i giornali a loro collegati infatti il suo nome non compare quasi mai nella carta stampata. Chiamiamolo col suo nome: PRENDITORE. I prenditori hanno preso possesso delle infrastrutture italiane, pagate dai nostri nonni e dai nostri padri, e grazie a politici compiacenti le hanno trasformate in macchinette mangiasoldideicittadini.

I prenditori delle autostrade per un decennio ci hanno fatto pagare i pedaggi molto più di quanto avremmo dovuto con il benestare della mala politica dei vecchi partiti. I prenditori delle autostrade hanno fatto molto meno manutenzione di quanto avrebbero dovuto. In cambio hanno preso miliardi che fino al 2012 hanno dichiarato in una holding con sede in Lussemburgo. E la cosa più grave è che chi stava al governo li ha sempre protetti, addirittura fino all’anno scorso con il governo di Renzi che ha dichiarato solo dieci giorni fa: “Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario UE Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica”. Bravo! Anziché preoccuparsi dei piccoli imprenditori e dei loro drammi quotidiani, hanno pensato a prolungare, mantenendoli secretati, i privilegi dei prenditori.

Con il governo del cambiamento il paradigma si inverte. I privilegi dei prenditori vengono pubblicati e saranno eliminati. Ci occuperemo dei piccoli imprenditori che il rendimento garantito al 7% se lo sognano e che quando decidono di fare impresa mettono davvero a rischio il loro capitale, non quello degli altri. E chi ha sbagliato pagherà: è ora che tutti i ministri che hanno autorizzato questa follia paghino di tasca propria. Se chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l’ha annullata ha causato un danno alle casse dello Stato sarà denunciato alla Corte dei conti per danno erariale: siamo già al lavoro per questo. E parlando di trasparenza: chiediamo ai Benetton di pubblicare i nomi di tutti i politici e tutti i giornali finanziati nel corso di questi anni. Questo faciliterà il lavoro.

Fuori i prenditori dallo Stato!

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Luigi Di Maio

Nazionalizziamo tutto ciò che è strategico per la crescita del Paese, non solo Autostrade!
Inoltre vorrei che i nostri Ministri andassero a revocare anche l’affidamento alle società di scommesse…dove molti furbi fanno affari d’oro e spesso non pagano neanche il poco dovuto, mentre allo Stato toccano le briciole, lì vi sono veri e propri capisaldi della super delinquenza organizzata…Falcone, usava dire…occorre seguire i flussi di denaro per capire dove s’annida il malaffare!

1943.- Le accuse a Salvini smontate una per una dall’ex pm Nordio. Nostro breve richiamo agli articoli dei Codici Penale e di Procedura Penale.

Il magistrato Carlo Nordio sull’indagine contro Salvini: “L’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”

Marghera, Carlo Nordio Procuratore aggiunto Tribunale di Venezia
Il magistrato Carlo Nordico, serio, rigoroso e indipendente, come sempre.

Leggiamo il puntuale e caustico giudizio di Carlo Nordio sulla indagine pubblicizzata e, perciò, esibizionistica del PM Luigi Patronaggio della Procura di Agrigento e di Magistratura Democratica. Nordio parla, con la dovuta cautela, di esibizionismo imprudente; ma, considerando l’evidenza dello scopo politico perseguito, ravviserei, con Alemanno, un “attentato contro i diritti politici del cittadino”. Vi ho aggiunto il testo e alcune brevi spiegazioni degli articoli del Codice Penale su cui questo giudice ha basato la sua iniziativa e un cenno di due articoli della direttiva europea 2008/115/CE sui rimpatri che, assolutamente, non è stata violata dal Governo

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Carlo Nordio, qui intervistato ieri da Claudio Cartaldo di Giornale.it, è il magistrato che negli anni ’80, solo per citare un caso, condusse le indagini sulle Brigate rosse venete e sui sequestri di persona.

Di toghe e politica se ne intende, visto che negli anni ‘90 dovette pure interessarsi anche di Tangentopoli. Bene. Oggi Nordio firma un editoriale sul Messaggero che in qualche modo “smonta” l’indagine aperta dal pm Luigi Patronaggio contro Matteo Salvini.

Andiamo con ordine e, per quanto possibile, lasciamo che sia lo stesso ex magistrato a parlare. Innanzitutto Nordio fa notare che l’iscrizione nel registro degli indagati del ministro dell’Interno sarebbe arrivata dopo la deposizione dei funzionari del Viminale ascoltati a Roma dal procuratore di Agrigento. “La prima osservazione – scrive l’ex magistrato sul Messaggero – è che questi verbali dovrebbero essere segreti, come segreta dovrebbe essere tutta l’indagine”.

MIA NOTA 1:
L’art. 329 c.p.p. stabilisce, infatti, che gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato (o l’indagato) non ne possa avere conoscenza.

Ma passiamo oltre. E entriamo nel merito della accuse rivolte a Salvini, indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso di ufficio.

Secondo quanto emerso in queste ore, pare che la decisione di non far sbarcare i migranti sia arrivata da Salvini tramite telefono. Dunque mancherebbe un atto formale e scritto. “In assenza di un documento ufficiale – spiega allora Nordio – è quasi impossibile ricostruire la decisione ministeriale, il suo contenuto e il suo iter formativo. Poi è difficile capire se il porto di Catania sia stato individuato come porto di solo transito, o come porto sicuro, o cosa altro”.

Sui reati contestati, Nordio fa un ragionamento punto per punto. “L’arresto illegale necessita che vi sia un coefficiente di volontarietà nell’atto, che non deve essere conseguenza di fatti esterni, com ad esempio la fuga del sequestrato. – scrive sul Messaggero – presuppone, appunto, un arresto in senso tecnico, e qui pare invece che non sia stato arrestato nessuno”. Dunque, è già “smontata” la prima ipotesi di reato.

MIA NOTA 2: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 606 Codice penale – arresto illegale
Il pubblico ufficiale che procede ad un arresto, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni [323], è punito con la reclusione fino a tre anni
(1.La libertà personale rappresenta un diritto inviolabile ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione. La limitazione della libertà personale si realizza mettendo il soggetto passivo a disposizione dell’autorità competente. Si vuole garantire anche l’interesse della P.A. ad uno svolgimento corretto delle proprie funzioni.)

Sul sequestro di persona, invece, l’ex magistrato dice che “se Catania era solo un porto di transito, il problema ovviamente non si pone. Se invece era quello di approdo, è valutazione discrezionale del Ministro decidere se uno sbarco sia compatibile con l’ordine pubblico”. Ecco perché per Nordio contestare al capo del Viminale il sequestro di persona è “un paradosso”.

MIA NOTA 3: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 605 Codice penale – Sequestro di persona
Chiunque priva taluno della libertà personale (1. È sufficiente che la libertà personale venga limitata o comunque sia relativa, quindi, tale da non consentire un facile superamento degli ostacoli interposti.) è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.
La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:
1) in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge
(2.Circostanza aggravante incompatibile con quella ex art. 61, n. 11, che viene dunque assorbita dall’aggravante in esame alla luce del maggior disvalore del fatto: l’aver commesso il fatto in danno di persone ricoverate presso strutture sanitarie o presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche o private, ovvero presso strutture socio-educative.);
2) da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.
Se il fatto di cui al primo comma è commesso in danno di un minore, si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni.
Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena dell’ergastolo
(3.La morte rappresenta un’aggravante oggettiva del delitto, che si esclude solo quando si tratti di evento eccezionale ed imprevedibile.).
Le pene previste dal terzo comma sono altresì diminuite fino alla metà nei confronti dell’imputato che si adopera concretamente:
1) affinchè il minore riacquisti la propria libertà
(4.Necessita che vi sia un coefficiente di volontarietà nell’atto, che non deve essere conseguenza di fatti esterni, com ad esempio la fuga del sequestrato.);
2) per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura di uno o più autori di reati;
3) per evitare la commissione di ulteriori fatti di sequestro di minore.

La norma richiede il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di privare il soggetto passivo della libertà personale.

È prevista l’applicazione di circostanze aggravanti specifiche qualora il soggetto privato della libertà sia un ascendente, un discendente o il coniuge, o qualora il soggetto agente sia un pubblico ufficiale, se il fatto è commesso con abuso dei poteri.

Qualora il colpevole cagioni la morte del soggetto passivo minorenne si applica la pena dell’ergastolo.

La disposizione in esame disciplina inoltre l’applicazione di una circostanza attenuante specifica, da riconoscersi nei casi in cui vi sia ravvedimento operoso da parte dell’autore del delitto.
Affinchè la diminuente possa operare è però necessario un concreto aiuto nei confronti dell’autorità al fine di contrastare il delitto di sequestro. È di tutta evidenza che il Governo ha eseguito la direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE, debitamente ratificata nel 2011 e le successive, ricorrendo al previsto trattenimento (artt. 15-16) in apposita struttura, di norma un CPT, ma anche sulla nave militare che ha imbarcato i migranti.

Direttiva europea 2008/115/CE, CAPO IV
TRATTENIMENTO AI FINI DELL’ALLONTANAMENTO
Articolo 15
Trattenimento
1. Salvo se nel caso concreto possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, in particolare quando:
a)
sussiste un rischio di fuga o
b)
il cittadino del paese terzo evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento.
Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio.

Articolo 16 – Condizioni di trattenimento
1. Il trattenimento avviene di norma in appositi centri di permanenza temporanea. Qualora uno Stato membro non possa ospitare il cittadino di un paese terzo interessato in un apposito centro di permanenza temporanea e debba sistemarlo in un istituto penitenziario, i cittadini di paesi terzi trattenuti sono tenuti separati dai detenuti ordinari.

Altrettanto, il Governo e il ministro Salvini in prima persona, si sono adoperati per non giungere al rimpatrio forzoso, attivando l’Unione europea e, dopo il rifiuto di questa, altri Governi terzi per un loro collocamento. Quest’ultima attività sembra che sia scaturita dalla volontà di dimostrare all’Unione europea la nostra determinazione e, forse, anche dalla indebita pressione della Magistratura, assolutamente mai responsabile delle proprie iniziative, nel silenzio di chi ha il compito di vigilarla.

Infine rimane l’abuso di ufficio. Ipotesi di reato che Nordio definisce “rete di protezione per eventuali derubricazioni delle ipotesi precedenti”. “Ma – spiega l’ex magistrato – è un reato così vago e fumoso che è ben difficile provarne la commissione, soprattutto in un’attività altamente discrezionale”.

MIA NOTA 4: TESTO E COMMENTO INSIEME
Art. 323 Codice penale – Abuso d’ufficio
Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato
(1.La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialita), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (2.Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio.) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (3.La condotta deve essere compiuta nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio.), in violazione di norme di legge o di regolamento (4.La condotta del pubblico agente deve però integrare alternativamente la violazione di norme di legge o di regolamento. Quindi la rilevanza del comportamento è collegata ad un quid di immediata verificabilità: la contrarietà a regole scritte. Di conseguenza, in caso di abuso mediante omissione questa ricorrerà quando il comportamento omissivo violi un obbligo di fare.), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (5.Si da rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere solo patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente.) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni (6.L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni.).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità (7.Circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità.).
L’ampia formula consente di ritenere oggetto del reato non solo i tipici provvedimenti amministrativi, bensì qualunque specie di atto o attività posta in essere dal funzionario. Una genericità che è difficile tradurre in un reato a proposito di un atto politico del ministro; piuttosto, potrei intravedere la fattispecie nell’iniziativa del magistrato. A questo proposito, il dolo intenzionale è escluso tutte le volte in cui l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria della condotta, diretta invece a perseguire in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo

Ma non è solo una questione giuridica. Per Nordio qui occorre valutare anche un “aspetto politico”. L’ex magistrato critica Salvini per i “termini pittoreschi” che usa, ma l’ipotesi che debba dimettersi per l’iscrizione nel registro degli indagati è una “stupidaggine colossale”. Il motivo? “Poiché infatti l’iscrizione è automatica a seguito di una denuncia che non sia anonima – spiega Nordio – noi faremmo dipendere la sopravvivenza di un ministro, e magari di un governo e di una legislatura, non solo da un’eventuale iniziativa improvvida di un magistrato operoso, ma addirittura da quella, interessata, di un cittadino motivato”.

Ecco perché “l’idea che le Procure possano intervenire nelle scelte migratorie è non solo bizzarra, ma irrazionale e ingestibile”. Il motivo? Un politico può essere “sanzionato”, se sbaglia le scelte fatte, dal suo elettorato. Nessuno, invece, può intervenire sui pm che “non subiscono alcuna sanzione per eventuali scelte sbagliate”.

Infine, in un articolo pubblicato sempre da Nordio su ImolaOggi (qui di seguito), l’ex pm si rivolge direttamente a Patronaggio: “L’iniziativa del Pm di Agrigento – scrive – è certamente lodevole, tuttavia ci permettiamo di ricordargli, sempre in virtù della nostra anzianità, che i confini tra la solerte diligenza e l’esibizionismo imprudente sono sottili e incerti”.

MAGISTRATO NORDIO: LA POLITICA SUI MIGRANTI NON LA DECIDONO I PM

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di Carlo Nordio
Può sembrare paradossale che una nave militare italiana venga tenuta sotto controllo dai carabinieri per evitare sbarchi indesiderabili. In realtà è un paradosso solo apparente, perché le ragioni di igiene, o di ordine pubblico, valgono anche per le forze armate. È appena il caso di ricordare che le decisioni, secondo i vari momenti e i vari allarmi, spettano ai ministri competenti e in particolare a quello dell’Interno.
Se però dai paradossi apparenti passiamo a quelli reali, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Possiamo, per brevità, elencare i principali. Prima di tutto i rapporti con la magistratura. Il Procuratore della Repubblica di Agrigento, munito di mascherina e galosce protettive, è salito a bordo della “Diciotti” tra gli obiettivi delle televisioni.
A noi, magistrati di vecchio conio, il gesto ricorda quello di un pm di Milano che quarant’anni fa, durante un’operazione antirapina, esibì una pistola alla cintola, suscitando il panico tra gli addetti ai lavori visto che per l’ingresso in magistratura non è previsto l’esame di tiro a segno e spesso, tra gli inesperti, l’arma spara da sola. Ora, l’iniziativa del Pm di Agrigento è certamente lodevole, tuttavia ci permettiamo di ricordargli, sempre in virtù della nostra anzianità, che i confini tra la solerte diligenza e l’esibizionismo imprudente sono sottili e incerti.
Anche perché il magistrato non si è limitato a questa operazione che, secondo il codice, avrebbe potuto benissimo delegare alla Polizia giudiziaria, ma ha anche ipotizzato un’indagine per arresto illegale e addirittura per sequestro di persona. Una tesi ardita per entrambi i reati: il primo, infatti, scatta quando c’ è un arresto, e qui non risulta sia stato arrestato nessuno; il secondo si verifica quando la privazione della libertà personale è illegittima, altrimenti finirebbero sotto inchiesta anche i giudici che privano della libertà gli imputati mandandoli in galera. E in questo caso è ben difficile definire illegittima una decisione squisitamente politica, di competenza discrezionale del ministro.
A tacer del fatto che, proprio per questa ragione, se reato vi fosse, le indagini sarebbero di competenza del relativo tribunale a sensi dell’articolo 96 della Costituzione. Da ultimo, può suscitar perplessità che, a fronte di gravi e reiterate violazioni delle leggi vigenti sulla immigrazione, invece di individuare e processare scafisti e trafficanti, si ipotizzi l’incriminazione di un ministro per un atteggiamento, criticabile fin che si vuole, ma che fa parte di un accordo approvato dal Parlamento sovrano.
Ancora una volta, siamo di fronte al postino che morde il cane. Poi c’è stato l’intervento del presidente della Camera. Un intervento squisitamente politico, che si sovrappone in modo improprio alle prerogative del ministro, il quale se ne assume, appunto, la responsabilità politica. Fico si è giustificato invocando la libertà di parola e i principi umanitari. Sarà.
Ma di questo passo, se ognuno dice la sua, non si sgretola solo la maggioranza: si sgretolano il Paese e le sue istituzioni. In questa confusione c’è, infine, un convitato di pietra, che, come il marmoreo Commendatore del Don Giovanni può trascinare nell’abisso ministri, governo e anche la legislatura. Il Presidente Mattarella ha già contribuito a risolvere un caso analogo poco tempo fa. Un po’ per deferenza, un po’ per buona volontà, un po’ per quieto vivere, l’intervento è passato senza grosse polemiche, suscitando anzi un sollievo compiaciuto.
Ora però il caso è diverso. Il ministro Salvini, che certo non avrà dimenticato il precedente, ha già detto che stavolta non cederà. Il che significa che neanche la più serrata “moral suasion” potrebbe fargli cambiare idea. Naturalmente, poiché la politica è l’arte del possibile, può darsi che Salvini la cambi “in limine vitae”, per evitare cioè la morte del governo, e forse della legislatura. Ma potrebbe anche tener duro e, nel caso estremo, dimettersi.
Un’ipotesi che potrebbe esser favorita dalla tentazione di monetizzare l’enorme consenso di cui, almeno per ora, il ministro pare godere. Sono valutazioni complesse, di cui pensiamo, e speriamo, tengano conto tutti. Persino i magistrati.

Commissione Ue: “Migranti irreperibili? Italia poteva trattenerli”

La portavoce Tove Ernst: “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare lʼidentificazione per impedire che spariscano”

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I 50 migranti sbarcati dalla nave Diciotti che risultano irreperibili dopo il trasferimento nel centro di Rocca di Papa (Roma) “potevano essere trattenuti in centri di detenzione per evitarne la fuga”. Lo ha detto la portavoce della Commissione Ue per l’Immigrazione, Tove Ernst. “Siamo stati chiari nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare l’identificazione dei migranti e per impedire che spariscano”, ha aggiunto.

La portavoce ha quindi precisato: “Abbiamo chiesto a tutti gli Stati membri, inclusa l’Italia, di fornire centri di accoglienza adeguati, che comprendano la detenzione. Quando si tratta di impedire che le persone si nascondano, è possibile trattenerle in detenzione, anche nel caso in cui abbiano ricevuto un ordine di rimpatrio o durante le procedure di asilo, al fine di condurle a termine. Abbiamo chiesto agli Stati membri di farlo, anche all’Italia”.

1942.- Prosegue la francesizzazione del sistema Italia. In due articoli: “I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale”. “L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s”.

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La banca Unicredit è di interesse nazionale. La fusione con la banca francese Société Generale, darà ai francesi la possibilità di gestire al ribasso il nostro mercato per,poi, proseguire nelle acquisizioni di altri istituti. Il risparmio italiano sarà preda dell’Unione Bancaria europea, voluta, insieme da Parigi e Berlino. La trattativa parte da lontano ed è così avanzata che Unicredit avrebbe già nominato un senior advisor di Rotschild, l’ex presidente di Société Generale Daniel Bouton, dimessosi nel 2008 a seguito della truffa da 4,9 miliardi subita da un suo giovane funzionario informatico, Jerome Kerviel, che lavorava per l’istituto di credito dal 2002. Morgan Stanley e JP Morgan favorirono il corrispondente aumento di capitale. Dal canto suo, Société Générale avrebbe scelto come advisor Jp Morgan. La vicenda Diciotti ha coperto tante cose. Avete letto chi sono i potenti gruppi finanziari che seguono SocGen e chi sono gli advisor, quindi significa che le trattative per la fusione sono concrete e in fase avanzata. Potrà il Governo Conte fermare questo nuovo assalto all’economia italiana?

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I subbugli politici contro Unicredit-Société Générale nell’analisi di Michele Arnese su START mag.

Si infittiscono dubbi, rilievi, critiche e allarmi sull’eventualità di una fusione-aggregazione tra Unicredit e la francese Société Générale rilanciata come indiscrezioni da articoli di stampa.

In queste ore dal mondo politico arrivano interrogativi e ammonimenti soprattutto dal versante di centrodestra e di intellettuali vicini alle posizioni della maggioranza di governo M5S-Lega.

Significativo, questa mattina, il tweet di Guido Crosetto, giù sottosegretario nei governi di centrodestra, ora esponente di Fratelli d’Italia nonché presidente di Aiad, l’associazione delle aziende italiane attive nel settore della difesa.

Ma anche ieri ci sono stati tweet preoccupati sull’eventualità di un’acquisizione di Unicredit da parte del gruppo bancario francese, come quelli dell’intellettuale e manager del gruppo Sator, Vladimiro Giacché, e dell’economista della Lega, Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Gli ultimi rumors sono stati svelati il 24 agosto dal quotidiano Mf/Milano Finanza. Secondo il quotidiano del gruppo Class i colloqui tra le due banche per studiare l’integrazione o l’acquisizione non si sono fermati. Unicredit, ha aggiunto Mf, sarebbe affiancata da “consulenti di prim’ordine”, a partire da Bouton.

Daniel Bouton è stato presidente di SocGen, da cui si è dimesso nel 2009 in seguito allo scandalo Kerviel, dopo un decennio alla guida della banca francese.

Anche l’amministratore delegato di UniCredit, Jean Pierre Mustier, è un ex manager di Société Générale e la sua nomina nel 2016 aveva acceso le speculazioni sulla possibilità che i due istituti unissero le forze.

Non solo: a giugno il Financial Times ha scritto che Unicredit stava esplorando la possibilità di una fusione con la rivale francese, aggiungendo che la volatilità della situazione politica italiana aveva causato uno slittamento dei tempi dell’eventuale operazione.

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Dal 2016, l’amministratore delegato di UniCredit è Jean Pierre Mustier (57 anni), ex manager di Société Générale, subentrato a Federico Ghizzoni. l’incertezza sulla politica italiana ha allungato i tempi.

In occasione della diffusione della trimestrale all’inizio di questo mese, Mustier ha detto che il piano della banca al 2019 è basato sulla crescita organica ma che il nuovo piano potrebbe considerare anche la crescita esterna: “L’Europa ha bisogno di banche paneuropee forti e noi intendiamo essere un vincitore paneuropeo”, ha dichiarato.

Ma Unicredit e Société Générale – contattate da Reuters – non hanno commentato le indiscrezioni e Reuters non ha avuto alcun commento da Rothschild.

Anche un esponente di spicco di Forza Italia, come l’economista Renato Brunetta, ministro nel governo Berlusconi, ha di recente stimmatizzato l’operazione. Non solo: ha individuato nelle proposte di Francia e Germania sul completamento dell’unione bancaria in Europa e sulle regole di gestione per gli Npl (crediti incagliati) un piano per favorire indirettamente le mire di Société Générale in Italia.

Ecco che cosa ha scritto Brunetta il 24 giugno scorso:

“L’altra grossa trappola che l’asse franco-tedesco sta preparando all’Italia riguarda il completamento dell’Unione Bancaria, da attuarsi attraverso una maxi pulizia dei bilanci degli istituti di credito, soprattutto sulla parte relativa ai Non-performing loans (NPL). Anche in questo caso, l’accordo franco-tedesco è stato partorito nell’incontro di Mesemberg, dove Parigi e Berlino si sono accordati sulla necessità di introdurre l’obiettivo di ridurre i crediti deteriorati lordi al 5% e quelli netti al 2,5% dei prestiti totali detenuti in bilancio.

Se tale proposta passasse gli istituti italiani, che attualmente detengono NPL lordi per una quota pari all’11% e netti per una quota pari al 6%, dovrebbero fare uno sforzo enorme per rientrare nei parametri, con la quasi certezza che, per raggiungere l’obiettivo, si vedano costretti a ridurre l’ammontare dei prestiti a famiglie e imprese. Una scelta che verrebbe punita dai mercati finanziari attraverso un crollo dei corsi azionari, rendendo gli stessi istituti preda delle acquisizioni straniere. Che l’obiettivo della Francia sia quello di continuare nella sua campagna di conquista del risparmio italiano, già iniziato con le acquisizioni di Pioneer, rilevata da Amundi, e Banca Leonardo, rilevata da Credite Agricole, è cosa nota. Il prossimo obiettivo è quello grosso, la conquista totale di Unicredit, da far confluire in Société Générale“.

Per questo c’è chi ora, anche sulla scia di un articolo del Sussidiario, chiede al governo di intervenire:
Ma come governo e Parlamento possono occuparsi della vicenda?

Paolo Annoni, firma di prestigio, titola: L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5s.
I rassetti sono nostri.

Secondo Milano Finanza, le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali ..Una fusione di questo tipo sarebbe ovviamente un’operazione di sistema ai massimi livelli; Unicredit è l’unica banca italiana considerata sistemica a livello europeo e SocGen una delle quattro francesi. Le banche sono una parte centrale del sistema Paese e di qualsiasi sua sovranità sostanziale; chi decide come erogare il credito o se comprare bond statali o meno è per definizione un pezzo centrale del sistema Paese.

Di questa fusione si parla, a scadenze, da un decennio e l’ipotesi è stata rilanciata a inizio giugno anche dal Financial Times. Sull’asse Francia/Italia le operazioni di sistema negli ultimi dieci anni si sono sprecate. Unicredit, così come la principale assicurazione italiana Generali, hanno due amministratori delegati francesi e Unicredit ha “appena” venduto il risparmio gestito, Pioneer, alla francese Amundi in un deal che senza l’approvazione dei due sistemi Paese non sarebbe stato possibile.

La Francia ha un interesse strategico in Italia perché negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi. Avanziamo alcuni possibili spunti.

L’Italia ha ancora una ricchezza che ha pochissimi eguali, ma davvero pochi, tra i Paesi del primo mondo e cioè il risparmio. Gli italiani hanno, per esempio, uno dei tassi di proprietà della prima casa più alti in Europa occidentale. Solo uno dei moltissimi indicatori che testimoniano la ricchezza finanziaria, i risparmi, delle famiglie italiane. Questo è un possibile spunto che si aggiunge al fatto che potrebbe essere meglio mettere i propri soldi in una banca più tutelata, in virtù di un sistema Paese più forte in sede europea, rispetto a quelle italiane.

Il secondo spunto è che comprando o mettendo le mani su una banca di queste dimensioni, ovviamente comanderebbe la Francia, si acquisirebbe una leva di controllo/indirizzo sul Governo italiano notevole. Pensiamo solo al ruolo delle banche italiane nella stabilizzazione dello spread. Si potrebbe pensare che in questo modo, in un certo senso raddoppiando l’esposizione, si arrivi a una situazione tale di sovranità sostanziale sull’Italia da poterne determinare le politiche sia in un vero e proprio senso coloniale, sia come assicurazione sui suoi fremiti “populisti”. Non che in Francia siano messi molto meglio.

Il terzo spunto è come mai proprio nell’estate 2018 e dopo la vittoria dei “populisti” alle elezioni riparta questa trattativa. Oltre alle ragioni di cui al punto due ci potrebbe essere una valutazione “politica”. In molti ritengono che la leadership francese di Unicredit, e anche Generali, possa essere messa in crisi da un Governo “sovranista” che potrebbe volere leadership “più italiane”. Su questa nozione negativa di “sovranismo” in campo economico c’è quasi da ridere perché a parti invertite avrebbero schierato l’esercito pur di evitare quello che si è visto in Italia. Qualunque Governo senza una mentalità da colonia, dagli Stati Uniti alla Germania passando per l’Inghilterra, è sovranista in alcuni campi e la finanza è sicuramente uno di questi.

In ogni caso questo, soprattutto con l’Italia sotto attacco dei mercati, potrebbe essere il momento per affondare un colpo che probabilmente diventerebbe più complicato dopo le elezioni europee con il probabile successo dei partiti che oggi governano e che muoverebbero mari e monti pur di evitare la francesizzazione finale del sistema finanziario italiano. Oggi all’orizzonte, con il contributo determinante di un’opposizione inesistente e a tratti lunare, si intravede alle europee il successo dei “populisti”. Non è affatto un augurio, solo un’analisi. Quindi si deve sfruttare una finestra che rischia di chiudersi.

Ultimo corollario: chiunque dipinga l’operazione come una fusione alla pari sbaglia o mente perché altrimenti i francesi non la farebbero mai. Chiunque dica che è un’operazione di mercato sbaglia o mente perché due banche sistemiche neanche iniziano a parlare senza l’appoggio esplicito di almeno uno dei due sistemi Paese.

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1941.- L’ITALIA HA UN’ARMA: PORRE IL VETO SUL BILANCIO UE

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ABBIAMO VISTO COME L’EUROPA DIFENDE LE NOSTRE FRONTIERE E I NOSTRI DIRITTI E NON VOGLIAMO CHE SIANO FRANCESI E TEDESCHI A FARLO.

Cito Cesare Sacchetti che scrive: “Macron:”la sicurezza dell’Unione europea non può più dipendere dagli Stati Uniti.” Per costruire il superstato europeo con il suo esercito, le èlite hanno bisogno dell’Italia. Ecco perché faranno di tutto per rovesciare questo governo.”
L’argomento torna alla ribalta dopo che l’Europa non si è presa le quote di migranti e dopo che Di Maio ha risposto con un “Blocchiamo i fondi che versiamo alla UE”. Giungono minacce da Bruxelles, ma siamo da sempre contributori netti dell’Ue. Solo dal 2000, abbiamo dato 72 miliardi a cui vanno aggiunti i 60 del fondo salvastati.
Tornando a Macron, in cotanta divisività degli Stati membri su argomenti di primo piano, la Francia propone l’istituzione di un progetto di Difesa europeo, come “un’opportunità di rilancio dell’integrazione europea e di sviluppo del concetto di sovranità europea”. Come possa proporlo senza una Costituzione e una Banca Centrale pubblica è, per me, un mistero.
Infatti, la proposta è stata accolta a livello non istituzionale perché 18 Paesi e l’Italia, unico dei grandi paesi, non hanno firmato la lettera di intenti. L’hanno firmata solo otto ministri della Difesa e degli Esteri più la Gran Bretagna, su 27, il 25 giugno a Lussemburgo, dando vita, formalmente, all’”Initiative europèenne d’intervention”. Come pensano Macron e Merkel di garantire all’Europa una difesa ancora più forte con questa iniziativa che, sovrapponendosi alla NATO e alla Permanent Structured Cooperation (PESCO), crea evidenti difficoltà di coordinamento? Un conto è partecipare, insieme, per settori divisi, alle missioni di pace, ben diverso è far la guerra, e a chi, poi? La peggiore disgrazia per l’Italia e non solo, ma per tutti gli europei, sarebbe ripetere l’esperimento fallito dell’esercito franco-tedesco. L’unico esercito che abbiamo avuto in comune e inter pares dopo la Battaglia dei Campi Catalaunici del 451 d,c,, lo ha comandato e lo controlla bene la NATO. Lascio da parte le valutazioni di ordine militare per aggiungere che l’esercito europeo, senza una politica estera europea, non ha ragione di essere, né questa si costruisce partendo un’altra volta dal tetto.
Immaginate tedeschi e francesi insieme e due catene di comando e controllo, una cosiddetta europea e una NATO. Non ritengo possibile che l’obiettivo sia eliminare la NATO, quindi, cari Merkel e Macron, per ora, niente affari con la Russia. Erdogan lo ha capito. Forse, anzi, senza forse, vale veramente la pena di non votare il prossimo bilancio europeo, altrimenti, con questa Unione divisa, presto non saremo né italiani né europei, quindi…. Leggiamo Maurizio Blondet.

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Visto che l’Europa non si prende le quote di migranti, noi blocchiamo i fondi che versiamo alla UE”, disse Di Maio. Sarebbero 20 miliardi. Urli di scandalo, strilli, cachinni: “Incompetente”; “Dilettantismo”, eccetera. Moavero: “Non si può fare, è un dovere”.

Il Kommissario al Bilancio Oettinger sgrida e minaccia.

“Se l’Italia rifiutasse di pagare i suoi contributi al budget Ue, sarebbe la prima volta nella storia dell’Ue. Questo avrebbe come conseguenza interessi sul ritardo dei pagamenti. E una violazione degli obblighi dei trattati porterebbe a possibili ulteriori pesanti sanzioni” . In un altro tweet, ha aggiunto: “L’Ue è una comunità di leggi e valori, tutti gli Stati membri devono giocare secondo le regole. Ogni Stato membro deve rispettare i suoi obblighi e il dovere di collaborare. Collaborazione, non minacce, è la soluzione europea”

Poche ore dopo, apprendo da un tweet che Matteo Renzi ha detto esattamente la stessa cosa, praticamente con le stesse parole, il 6 luglio 2017

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Nessuno si scandalizzò allora. Nessuno in Europa rispose con quel tono truculento e intimidatorio con cui Oettingher ci ha trattato da debitori insolventi. Certamente perché in Europa sapevano che le “minacce” di Renzi restavano senza effetto, l’euro-oligarchia sapeva con chi aveva a che fare. Adesso invece si preoccupano davvero – e per questo mobilitano i loro servi interni, mediatici, politici, giudiziari. Sanno che il nuovo governo può davvero mettere a segno la minaccia, facendo mandare alle oligarchie i fondi del terzo contributore nella UE- che loro sono abituati a trattare come un servo ai loro ordini .
Ora devono avere davvero paura, perché Salvini ha precisato con la mossa strategica: non più “non paghiamo il nostro contributo alla UE”, ma “mettiamo il veto al bilancio UE”. Posizione immediatamente confermata – e rafforzata dal primo ministro Conte:

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Conte collega la mancata solidarietà europea a dividersi i clandestini della Diciotti con una nuova posizione italiana sul bilancio #UE: “L’Italia non ritiene possibile esprimere adesione a un bilancio di previsione che sottende una politica cosi’ incoerente sul piano sociale”. facebook.com/GiuseppeConte6… +++

Ottima idea.

L’Italia, terzo contributore netto con quei miliardi si paga il biglietto per sedere al tavolo dove si approva il bilancio preventivo della (dis)Unione. E’ imminente la discussione del bilancio preventivo per il quadriennio 2021-2027: l’approvazione “spetta al Consiglio, con delibera all’unanimità, previa approvazione del Parlamento”.

All’unanimità. Dunque l’Italia ha un potere di veto. Con i governi precedenti non l’ha mai usato, ovviamente. Adesso il nuovo governo, che gli euro-oligarchi odiano e che vogliono schiacciare, ha in mano l’arma per esigere molto in cambio, far pagare carissima l’approvazione. O ancor meglio, bloccare tutto fino alle elezioni europee del maggio 2019, quando il nuovo Parlamento UE vedrà il crollo degli europeisti e l’affermazione dei “sovranisti e populisti”: Perché dar la soddisfazione di “far votare il budget a questo Parlamento UE, quando il prossimo sarà molto diverso?” (Musso).

Le euro-oligarchie sono ben consapevoli del pericolo. Tanto è vero che nei documenti emananti da loro, si legge: “I deputati chiedono che i colloqui tra Parlamento, Commissione e Consiglio inizino subito, per cercare di raggiungere un accordo prima delle elezioni europee del 2019”.

No, a noi conviene esercitare il veto, far passare le elezioni, negare il sì al bilancio 2021-27 a questo parlamento collaborazionisti, negargli i soldi – e riparlarne col Parlamento rinnovato in cui, se nonsarà maggioranza, lo schieramente sovranista sarà una forte minoranza, decisiva per rendere impossibile la solita alleanza, centro e socialisti. Abbiamo un grosso bastone in mano se vogliamo usarlo, perché l’Italia – oltre ad essere in avanzo primario e in attivo nella bilancia commericale – è un contributore netto: ossia dà alla UE molti più soldi di quanti ne riceve:

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Molti italiani non lo sanno, perché le opposizioni onnipresenti sui media gli fanno credere che noi “dipendiamo” dall’Europa.

Si veda la replica del povero Maurizio Martina pd alla minaccia di Di Maio:

Bloccare i fondi all’UE significa bloccare risorse per imprese e cittadini italiani (vedi agricoltura). Queste minacce sono solo un autogol per il nostro paese, giocato sulla pelle di esseri umani

O di TAjani, lo sciagurato berlusconiano:

“Tagliare i fondi UE sarebbe un autogol, da essi vengono i fondi UE”.

E’ esattamente il contrario della verità, menzogne pronunciate per far credere all’opinione pubblia italiana che, se irritiamo l’oligarchia, se “ci isoliamo”, restiamo senza i fondi UE. Invece i fondi Ue, siamo noi che li diamo.

Per questo nei prossimi mesi, che saranno tempestosi (da metà dicembre ci assoggetteranno alla “procedura per deficit eccessivo”;dandoci un ultimatum di sei mesi per tagliare; a giugno 2019, decidertanno se applicarci le sanzioni, ci faranno salire lo spread, i magistrati cercano di intimidire, il Quirinale trama, i media urlano al “razzismo”) sarebbe essenziale di disporre almeno di un mezzo televisivo di massa: per far capire all’opinione pubblica quello che sta avvenendo, cosa sta facendo il governo, e le corde che l’Italia ha al suo arco.

Fra queste corde c’è la promessa di Trump al ministro Conte di dare all’Italia un aiuto sul debito pubblico.

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Questa notizia o è stata del tutto trascurata dai media (impegnati con l’uovo razzista, poi con gli “scheletrini” sulla Diciotti), oppure è stata ridicolizzata all’estero, perché certo Trump non ha il potere di far comprare i nostri BTP. Ma l’aiuto che ci può dare Trump è quello di interventi spot per ridurre il nostro spread, quando per ricattarci, la BCE lo farà alzare. Lo ha fatto anche nel maggio scorso, quando la BCE ridusse gli acquisti di nostri titoli, e”mani americane” li comprarono. Ovviamente i media dissero che era una fake news….

Del resto la BCE ha annunciato che ridurrà il suo “quantitative easing”, fino a cessarlo – almeno secondo i progetti quindi, sarebbe inutile ogni sforzo per tentare di obbedire alle sue regole: senza prestatore di ultima istanza, i “mercati” ci possono far fallire.. Inoltre, da metà 2019, Draghi sarà sostituito da un governatore che – anche se non sarà Weidmann, in nostro nemico primario – sarà comunque un nordico dei paesi-satelliti di Berlino. Inoltre, la Merkel vuole mettere uin tedesco al posto di Juncker, commissario europeo.

Dure battaglie attendono, e tempeste . Colpi bassi da ogni dove. In caso di Piano B (perché è probabile che la nuova gestione tedesca ci espella dall’euro), occorrerà anche poter spiegare alla opinione pubblica che può essere necessario stare peggio per un poco, per potere infine stare meglio al di fuori dell’euro. Senza disporre di qualche medium di massa, mi pare dura.

1940.- COMMENTO ALLA DIRETTIVA UE SUI RIMPATRI

E’ necessario, anzitutto, analizzare la disciplina in materia di accoglienza dello straniero irregolare, inteso come quel soggetto che entra o permane all’interno dei confini nazionali in mancanza di una valida autorizzazione.

Lo status di straniero di paese terzo
Il concetto di “straniero” è un concetto ampio, che comprende diverse categorie di soggetti.
Appare doverosa una sia pur rapida operazione classificatoria al fine di chiarire in che modo le differenze in questione si traducano anche in un differente “trattamento giuridico” dello straniero.
Una prima categoria è rappresentata dal “rifugiato” o “richiedente asilo”, identificato in quel soggetto che «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto Stato». Al rifugiato non potrà essere applicata alcuna sanzione in considerazione del suo soggiorno irregolare, né potrà essere espulso dallo Stato ospitante, se non per ragioni di pubblica sicurezza. Secondo quanto previsto dal Regolamento di Dublino il rifugiato ha diritto di formulare nello Stato ospitante la richiesta di asilo, in ragione del fatto che egli non può far ritorno nel proprio Paese d’origine.
Alla predetta categoria di soggetti si affianca la figura del “beneficiario di protezione sussidiaria”, cioè dello straniero che «non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno […]».
Dai soggetti sopra indicati deve tenersi distinto il “beneficiario di protezione umanitaria” nei confronti del quale viene emesso, dallo Stato ospitante, un provvedimento di soggiorno per ragioni legate, ad esempio, all’età, alle condizioni di salute proprie o dei suoi familiari o alle calamità naturali verificatesi nel Paese d’origine.
Deve infine prendersi in considerazione la (ancor) più sfumata categoria dei migranti che si spostano dal Paese natale per motivi di natura economica, i quali possono beneficiare esclusivamente di permessi di soggiorno temporanei per ragioni connesse al lavoro.
La distinzione tra le diverse tipologie di stranieri, pur chiara in astratto, non risulta altrettanto netta sul piano operativo: molto spesso accade che, accanto ad esigenze economiche, coesistano cause di diversa natura. Si pensi all’ipotesi, tutt’altro che di scuola, dello straniero che abbia abbandonato il proprio Paese per questioni economiche, ma non vi possa far ritorno per ragioni legate alla sicurezza personale, con la conseguente possibilità per lo stesso di richiedere ed ottenere asilo nel Paese ospitante. Senza considerare che il più delle volte le esigenze di tipo economico sono il risultato dell’insta- bilità politica della Nazione, con l’effetto che risulta difficile individuare le ragioni che inducono il migrante a lasciare il proprio Paese.
La Direttiva 2005/85/CE (c.d. direttiva procedure)23 – e successivamente
le Direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE24 – hanno ampliato il sistema di garanzie riconosciute al soggetto di un Paese terzo: una domanda di asilo non può essere rigettata qualora non sia stata presentata tempestivamente; i richiedenti devono essere informati della procedura riguardante l’asilo e in particolare, dei loro diritti25 e dei loro obblighi, nonchè della facoltà di ricorrere contro la decisione di rigetto della domanda; inoltre, i richiedenti possono rimanere all’interno dello Stato ospitante fino a quando non sia adottata una decisione sulla loro domanda.

NOTA 1.
Le Direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE sono state recepite dall’ordinamento italiano mediante il d.lgs. n. 142 del 15, che risulta articolato in due Capi: il Capo I (artt. 1-24) contiene le norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e sosti- tuisce il precedente d.lgs. n. 140 del 2005; il Capo II (artt. 25 e 26) disciplina le procedure di riconoscimento della protezione internazionale, modificando il d.lgs. n. 25 del 2008 e il d.lgs. n. 150 del 2011.

Risulta quindi evidente che lo straniero, nell’attesa che venga definita la sua posizione giuridica, non possa essere qualificato come “irregolare”. Conclusione quest’ultima dalla quale derivano, come si cercherà di chiarire, conseguenze di indubbio rilievo. La direttiva in questione impone agli Stati membri di non generalizzare la condizione di irregolarità dello straniero, ma di valutare la situazione caso per caso: occorre infatti tenere in considerazione le condizioni di salute del cittadino del Paese terzo e garantire l’integrità psico-fisica dello stesso, nonchè il rispetto del principio del ricongiungimento familiare. La disciplina in esame si ispira infatti al principio di proporzionalità: lo strumento utilizzato nei confronti dello straniero irregolare deve essere pro- porzionale all’obiettivo perseguito dal Legislatore. Pertanto, il trattenimento dello straniero all’interno delle strutture di accoglienza costituisce l’extrema ratio, applicabile solo nel caso in cui non sia possibile procedere all’immediato allontanamento o ad un rimpatrio volontario.

NOTA 2.
Secondo la direttiva rimpatri, il trattenimento dello straniero dovrebbe essere disposto nei casi in cui non sia possibile applicare le misure coercitive meno afflitive (consegna del passaporto alle autorità, obbligo di dimora, presentazione nei giorni prestabiliti presso gli uffici competenti, costituzione di una garanzia finanziaria adeguata). Il carattere eccezionale e residuale della misura si riscontra anche nel caso in cui il destinatario della misura afflittiva sia un soggetto richiedente protezione internazionale, nei confronti del quale può essere disposto il trattenimento nelle ipotesi tassativamente indicate dalla legge: a) per determinarne o verificarne l’identità o la cittadinanza; b) per determinare gli elementi su cui si basa la domanda di protezione internazionale che non potrebbero ottenersi senza il trattenimento, in particolare se sussiste il rischio di fuga del richiedente; c) per decidere, nel contesto di un procedimento, sul diritto del richiedente di entrare nel territorio; d) quando una persona è trattenuta ai sensi della Direttiva 2008/115/CE, se lo Stato membro può provare sulla base di elementi oggettivi che la persona manifesta la volontà di presentare domanda di protezione al solo fine di ritardare o impedire il rimpatrio; e) quando lo impongono motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico; f) nei casi di cui all’art. 28 Regolamento 2013/604/UE che disciplina l’ipotesi del trattenimento finalizzato al trasferimento nello Stato membro competente ad esaminare la domanda di protezione internazionale.

Analoga disposizione si rinviene nella Direttiva 2013/33/UE nell’ipotesi di trattenimento del richiedente asilo all’interno dei centri di accoglienza.
Nel caso in cui venga disposta la predetta misura, quest’ultima deve avere una durata «quanto più breve possibile»: il tempo strettamente necessario per preparare il rimpatrio o l’allontanamento dello straniero irregolare o per
definire la domanda di asilo avanzata dallo stesso.
Occorre evidenziare che la Direttiva 2008/115/CE non impone un obbligo per lo Stato membro di trattenere lo straniero irregolare sul proprio territorio, nemmeno nel caso in cui sussista un pericolo di fuga da parte dello stesso o nel caso in cui quest’ultimo eviti o ostacoli la preparazione del rimpatrio: ai sensi dell’art. 15, parag. 1) lettere a) e b), lo Stato membro ha la facoltà, ma non l’obbligo giuridico di trattenerlo30.
La Direttiva 2013/33/UE prescrive invece le condizioni di trattenimento dello straniero: i richiedenti asilo sono tenuti separati dai cittadini di Paesi terzi che non hanno presentato domanda di protezione internazionale; qualora ciò non risulti possibile, lo Stato membro attua nei confronti di questi ultimi tutte le cautele finalizzate al contenimento della misura restrittiva (accesso a spazi all’aria aperta, possibilità di ricevere comunicazioni e visite dall’UNHCR, da parenti, legali, nonchè informazioni relative alla normativa vigente)31. Analogamente alla direttiva emanata nel 2008 anche la direttiva del 2013 considera il trattenimento dello straniero un rimedio di natura eccezionale, suscettibile di un’applicazione residuale. Il crescente flusso migratorio ha imposto l’adozione di ulteriori misure finalizzate a garantire un’accoglienza rispettosa dei canoni imposti dalla CEDU. Il riferimento è, in particolare, al sistema delle aree di sbarco attrezzate (c.d hotsposts), proposto dalla Commissione Europea nel 2015: il meccanismo di funzionamento presuppone l’utilizzo di strutture situate in prossimità delle coste, adibite a centri di identificazione e contestuale smistamento dei migranti. All’esito delle operazioni di identificazione, gli stranieri che manifestano la volontà di formulare la domanda di asilo e sono legittimati a farlo, vengono trasferiti presso i regional hub32; gli altri migranti vengono invece rimpatriati.

La tutela dello straniero nell’ordinamento italiano
Nell’ordinamento italiano la materia dell’immigrazione è disciplinata dal d.lgs. n. 286 del 1998 e successive modifiche: il testo unico sull’immi- grazione (da ora t.u.imm.) costituisce il primo intervento normativo fina- lizzato a definire in modo organico la condizione giuridica del cittadino di un Paese terzo o apolide soggiornante in Italia.
La disciplina in esame prevede il trattenimento degli stranieri irregolari nei centri di identificazione e espulsione (art. 14 t.u.imm.)35. Il Legislatore
si è limitato ad intodurre un modello di detenzione, già sperimentato da alcuni ordinamenti europei, come quello inglese o francese36.
In particolare, gli stranieri che ricoprono una posizione giuridica di “irregolarità” – originaria o derivata – vengono trattenuti in Italia presso i centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), centri di identificazione ed espulsione (CIE): questi ultimi sono stati rinominati centri di permanenza per i rimpatri (CPR) dal d.l. n. 13 del 201737 convertito in legge n. 46 del 2017.

La gradualità delle modalità di allontanamento: partenza volontaria, esecuzione forzata e trattenimento.Privazione della libertà ai sensi della direttiva 2008/115/CE.

A norma del capo IV della direttiva 2008/115, intitolato «Trattenimento ai fini dell’allontanamento», è possibile ricorrere al trattenimento solo a titolo di ultima ratio, unicamente nella misura in cui sia strettamente necessario e in attesa di allontanamento (Articoli da 15 a 18 della direttiva 2008/115). Il principio sotteso alle disposizioni sul trattenimento è che solo lo svolgimento delle procedure di rimpatrio e di allontanamento giustifica la privazione della libertà e che, se tali procedure non sono svolte con la dovuta diligenza, il trattenimento cessa di essere giustificato ai sensi di tali disposizioni. Il trattenimento ai fini dell’allontanamento non ha né natura punitiva né carattere penale e non rappresenta una pena detentiva. Inoltre, l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2008/115 esige un’interpretazione restrittiva, giacché il trattenimento forzato, quale privazione della libertà, costituisce un’eccezione al diritto fondamentale della libertà individuale.

Articolo 15. Trattenimento

1. Salvo se nel caso concreto possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive, gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l’allontanamento, in particolare quando:
a)
sussiste un rischio di fuga o
b)
il cittadino del paese terzo evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento.
Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio.
2. Il trattenimento è disposto dalle autorità amministrative o giudiziarie.
Il trattenimento è disposto per iscritto ed è motivato in fatto e in diritto.
Quando il trattenimento è disposto dalle autorità amministrative, gli Stati membri:
a)
prevedono un pronto riesame giudiziario della legittimità del trattenimento su cui decidere entro il più breve tempo possibile dall’inizio del trattenimento stesso,
b)
oppure accordano al cittadino di un paese terzo interessato il diritto di presentare ricorso per sottoporre ad un pronto riesame giudiziario la legittimità del trattenimento su cui decidere entro il più breve tempo possibile dall’avvio del relativo procedimento. In tal caso gli Stati membri informano immediatamente il cittadino del paese terzo in merito alla possibilità di presentare tale ricorso.
Il cittadino di un paese terzo interessato è liberato immediatamente se il trattenimento non è legittimo.
3. In ogni caso, il trattenimento è riesaminato ad intervalli ragionevoli su richiesta del cittadino di un paese terzo interessato o d’ufficio. Nel caso di periodi di trattenimento prolungati il riesame è sottoposto al controllo di un’autorità giudiziaria.
4. Quando risulta che non esiste più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi o che non sussistono più le condizioni di cui al paragrafo 1, il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata.
5. Il trattenimento è mantenuto finché perdurano le condizioni di cui al paragrafo 1 e per il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito. Ciascuno Stato membro stabilisce un periodo limitato di trattenimento, che non può superare i sei mesi.
6. Gli Stati membri non possono prolungare il periodo di cui al paragrafo 5, salvo per un periodo limitato non superiore ad altri dodici mesi conformemente alla legislazione nazionale nei casi in cui, nonostante sia stato compiuto ogni ragionevole sforzo, l’operazione di allontanamento rischia di durare più a lungo a causa:
a)
della mancata cooperazione da parte del cittadino di un paese terzo interessato, o
b)
dei ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai paesi terzi.

Il trattenimento o la detenzione al di fuori delle situazioni contemplate dalla direttiva 2008/115
Per quanto riguarda il trattenimento o la detenzione al di fuori delle situazioni contemplate dalla direttiva 2008/115, quest’ultima non contiene alcuna disposizione relativa alla possibilità per gli Stati membri di ricorrere al trattenimento o alla detenzione come sanzione penale in relazione un soggiorno irregolare. Il motivo è, a mio parere, evidente: se il fine della direttiva 2008/115 consiste nel consentire un rapido rimpatrio dei cittadini di Stati terzi il cui soggiorno sia irregolare, una sanzione di tal genere non ha motivo di essere. Qualsiasi provvedimento di trattenimento o pena detentiva non inflitta nell’ambito di una procedura di rimpatrio ritarderà, in definitiva, il procedimento stesso.