Archivi categoria: economia e commercio

1569.- Povertà in Italia: quando la percezione è diversa dai dati reali

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L’Italia è uno dei Paesi europei in cui la percezione di un problema si discosta maggiormente dalla realtà dei fatti. Un esempio concreto? Il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato, ma ci sentiamo più poveri. E qualche motivo, in realtà, ce l’abbiamo
di Francesco Nicodemo e Giusy Russo
12 Dicembre 2017

Esistono i fatti e le opinioni, poi esiste la realtà e il modo in cui viene percepita. Perils of Perception di Ipsos esamina quanto si discosta ciò che pensano le persone di vari Paesi dalla realtà dei fenomeni considerati, come ad esempio il tasso di omicidi o i decessi per terrorismo. Ebbene l’Italia si colloca al dodicesimo posto sui 38 Stati esaminati per quantità di errori. Oltre ai risultati è interessante riflettere sul motivo delle errate valutazioni. Ipsos evidenzia il ruolo giocato dal fattore emotivo e quindi come non solo spesso si tenda a sovrastimare ciò che alimenta ansia e paure, ma come le brutte notizie impieghino meno tempo a catturare l’attenzione rispetto a quelle positive.

D’altronde dal celebre “La spinta gentile” di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein abbiamo imparato non solo che il modo di pensare degli uomini si basa su due sistemi, quello impulsivo e quello riflessivo con il primo che spesso prevale sul secondo, ma abbiamo conosciuto anche alcune euristiche e le distorsioni che queste determinano. In particolare i due autori hanno citato le regole individuate da Tversky e Kahneman: ancoraggio, disponibilità e rappresentatività. L’ancoraggio opera quando per quantificare un fenomeno, tendiamo ad avvicinarci a un numero che conosciamo già, come quando ad esempio dobbiamo stimare gli abitanti di una città e prendiamo come riferimento la popolazione della capitale e ragioniamo in base a quel dato. La rappresentatività è l’euristica che si basa sugli stereotipi (“l’idea è che nel valutare la probabilità che A appartenga alla categoria B, gli individui reagiscono domandandosi quanto sia simile A all’ immaginario o allo stereotipo che hanno di B, cioè quanto A è rappresentativo di B”, per usare le parole del testo). Infine, la disponibilità porta a considerare più grave o probabile un rischio di cui si è sentito parlare di recente o più spesso oppure di cui è facile pensare immediatamente a un esempio. Secondo Thaler e Sunstein questa euristica non riguarda solo le persone comuni ma anche i rappresentanti e chi ha responsabilità di governo, dal momento che in base a questa sorta di regola si può decidere di intervenire su quelle materie dove i cittadini hanno più paura e magari non dove al contrario, rischi e pericoli sono più probabili.

Pochi giorni fa infatti, l’Istat ha reso noti i dati dell’indagine Eu-Silc da cui emerge che sia il reddito disponibile che il potere d’acquisto delle famiglie italiane nel 2015 sono aumentati. La media è di 2500 euro al mese per nucleo familiare e rappresenta l’1,8% in più in termini nominali e l’1,7% in più in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014. Al Sud il reddito medio aumenta più del doppio rispetto a quanto avvenuto su scala nazionale ma resta inferiore se messo a confronto
E a proposito di aree in cui intervenire, un suggerimento è arrivato di recente. Pochi giorni fa infatti, l’Istat ha reso noti i dati dell’indagine Eu-Silc da cui emerge che sia il reddito disponibile che il potere d’acquisto delle famiglie italiane nel 2015 sono aumentati. La media è di 2500 euro al mese per nucleo familiare e rappresenta l’1,8% in più in termini nominali e l’1,7% in più in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014. Al Sud il reddito medio aumenta più del doppio rispetto a quanto avvenuto su scala nazionale ma resta inferiore se messo a confronto. Tuttavia sono soprattutto altri i dati che catturano l’attenzione, la stima delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale per il 2016 è infatti del 30% e qui ad essere registrato è un peggioramento rispetto all’anno precedente quando la percentuale era del 28,7.

Come si legge sul sito web del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la povertà è un fenomeno complesso che dipende da vari fattori in quanto non deriva solo dalla mancanza di reddito ma anche dalle scarse probabilità di partecipare alla vita economica e sociale del Paese. Secondo quanto riportato dall’Istat, il rischio di cadere nella condizione di povertà riguarda sia gli individui considerati singolarmente (e si passa dal 19,9% al 20,6%), sia coloro che vivono in famiglie con scarsi mezzi (e qui l’incidenza passa dall’11,5% al 12,1%), sia infine persone che vivono in nuclei a bassa intensità lavorativa. Anche in questo caso la percentuale è salita, per la precisione dall’11,7% al 12,8%. Le aree più esposte al fenomeno sono quelle meridionali ma rappresenta un campanello d’allarme anche il Centro del Paese dove un quarto dei residenti è a rischio povertà. Scorrendo i dati, si scopre che non sono soltanto i nuclei più numerosi a rischiare l’esclusione sociale ma anche quelli con uno o due componenti. Esistono i fatti e le opinioni dicevamo, ma quelli dell’Istat sono dei numeri e rappresentano un tema su cui molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare. Sembra scontato dirlo ma in un dibattito pubblico in cui a volte è difficile individuare le priorità e in cui capita che si confondano le cause con gli effetti, ripeterlo una volta in più non è un errore.

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1508.- LA COMMISSIONE “CASINI” E LE BANCHE VENETE

 Qui, di illegale e, anche, incostituzionale, c’è proprio il bail-in.Schermata 2017-11-09 alle 22.03.00.png

da Massimo Giacon

Articolo molto chiaro di un nostro concittadino, che mestamente condivido
con voi……..

Francesco Carraro scrive:

Casini e la sua Commissione sui disastri bancari vorrebbero “capire” per
“spiegare” agli italiani. Aiutiamoli.

Quanto al “capire”, ormai abbiamo capito che le banche venete non sono state
salvate dallo Stato perché ormai non si può più.

Prima del primo gennaio 2016 – e cioè prima dell’entrata in vigore del
famigerato bail-in – si sarebbe potuto, ma non lo si è fatto.

Oggi che si vorrebbe farlo, non si può. E i maestrini dalla penna rossa
sparpagliati in ogni redazione di rispetto te lo ricordano se – poco poco –
provi a mettere il tema sul tappeto: “Eh, ma non si può più, sai.

Una volta si poteva e giustamente la Germania l’ha fatto perché era legale,
ma oggi non si può più perché sarebbe illegale”.

La legalità, nel magnifico Regno di Oz chiamato UE, va e viene come la
barca della famosa canzone o come i raffreddori da fieno.

Non si capisce, però, perché noi siamo sempre, sistematicamente, dalla parte
sbagliata della “legalità”: quando un provvedimento utile per i cittadini
sarebbe legale, non lo adottiamo vantandoci di essere più bravi degli altri
(ai tempi in cui la Germania spendeva 93 miliardi per il salvataggio delle
sue banche e l’intero continente suppergiù 3.200, noi ci vantavamo di non
aver bisogno di aiuti).

Quando, invece, un provvedimento utile per i cittadini è oramai
indifferibile, allora vorremmo adottarlo, ma non possiamo perché, purtroppo,
nel frattempo esso è diventato “illegale”.

E allora cosa succede?

Succede che ci inventiamo una soluzione che, guarda caso, va a favorire non
già la mano pubblica, ma quella privatissima del più grande colosso bancario
d’Italia. Un vero top player chiamato Banca Intesa.

Il quale non solo si porta a casa tutti gli attivi delle banche venete per
un euro “simbolico”, ma addirittura viene pagato per farlo.

Un po’ come se –  a noi – qualcuno proponesse una villa di quattrocento
metri quadri con vista sui Faraglioni, piscina e maneggio in cambio di un
caffè e purché

accettiamo, a rimborso del disturbo, cinque milioni di euro.

Comunque sia, lo hanno fatto per evitare il bail-in, ci dicono.

Il che è una stronzata peggio del regalo a Banca Intesa.

Se il bail-in è così iniquo da indurre il governo Gentiloni a svenarsi per
scongiurarlo, allora perché, nel 2015, il governo Renzi lo ha ratificato
senza batter ciglio?

Se il bail-in andava bene due anni fa ‘in teoria’, perché diavolo oggi non
va bene più ‘in pratica’?

Forse perché manderebbe sul lastrico milioni di persone?

E allora perché diamine –  governo del menga –  l’hai introdotto nelle
famose “regole europee condivise” di cui meni vanto?

Ma queste sono quisquilie. A noi interessa la pinzillacchera: l’Italia
(schiava) non ha salvato le banche in crisi – nazionalizzandole quando
poteva –  solo per una ragione:

per poterle regalare ai suoi padroni quando nazionalizzarle non poteva più.
Insomma, tutto coerente con le linee guida dei nostri governi di
centrodestra e di centrosinistra dell’ultimo ventennio.

Dite a Casini che non c’è niente da “spiegare”. Solo la testa da piegare,
come al solito.

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Cordialità

1489.- DALLE BANCHE PER LO STATO DEMOCRATICO ALLO STATO DELLE BANCHE. E NOI PAGHIAMO!

FQ: “Nel nuovo libro “Sacco bancario” Vincenzo Imperatore racconta l’inefficienza degli organi di vigilanza, gli escamotage con cui i vertici proteggono imprenditori senza scrupoli e i trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile”.

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l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”. Leggetelo.

L’inefficienza degli organi di vigilanza, attentissimi solo agli aspetti formali. Gli escamotage con cui i vertici di alcune bancheitaliane proteggono imprenditori senza scrupoli, mentre le severe (sulla carta) norme antiriciclaggio raccomandano segnalazioni urgenti anche per piccoli movimenti all’apparenza poco chiari. I trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri – come raccontato nell’estratto che anticipiamo – mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile. In poche parole: l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali che sta dietro a un sistema per le cui falle stanno pagando un conto salato cittadini e risparmiatori.
A raccontarlo è l’ex manager bancario Vincenzo Imperatore nel suo nuovo libro Sacco Bancario (Chiarelettere) scritto in collaborazione con Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, e con la prefazione di Marco Travaglio. Nel libro che conclude il percorso iniziato con “Io so e ho le prove” (Chiarelettere, 2014) continuato con“Io vi accuso” (Chiarelettere, 2015), Imperatore mette a disposizione le testimonianze di dirigenti apicali, gole profonde e insider. Oltre a documenti interni e riservati che fanno luce su meccanismi “mille volte denunciati eppure tuttora perfettamente funzionanti”.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Storie di piccole banche (come la Banca Popolare delle Province Molisane o di Banca Popolare Etica) che funzionano sulla base di tre parametri solo all’apparenza incompatibili: ottima governance, rigore moralenei consigli di amministrazione e profitto.

 

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro 

IL CASO BANCA PROMOS

BANCA PROMOS. Il nostro indice di solidità:

ISTITUTO CET1 AL 31/12/2016 TARGET BCE 2016 ECCEDENZA
Banca Promos 30,40% 7,00% 23,25%
Unicredit 11,15% 10,00% 1,15%
Intesa San Paolo 12,90% 9,50% 3,40%
UBI Banca 11,22% 9,25% 1,97%
Popolare Milano 11,42% 9,55% 1,87%
Popolare Emilia 13,30% 7,25% 6,05%
Pubblicità di BANCA PROMOS:  SCEGLI LA NOSTRA ESPERIENZA, SIAMO DA OLTRE 30 ANNI SUI MERCATI MOBILIARI INTERNAZIONALI. Il nostro gruppo di lavoro si impegna quotidianamente nella ricerca dei migliori investimenti per clienti istituzionali. Il nostro Trading Team e la Sales Force cercano opportunità trasparenti, attraverso una rete di rapporti con oltre 1200 banche nel mondo.

Eccezioni e distrazioni

Quella che segue è la storia di una piccola impresa «benedetta» dal caso, dalla fortuna o, più probabilmente, da una raccomandazione giunta dall’alto. Un «pesce piccolo» che, mancando di solide basi patrimoniali e dunque di sufficienti garanzie, non avrebbe mai potuto ricevere soldi in prestito da una banca. Invece li ha ricevuti, e pure tanti.

La banca di cui stiamo parlando si chiama Promos Spa, e nasce a Napoli, nel 1980, su iniziativa di Ugo Malasomma e Tiziana Carano. All’inizio è una Srl che ha per oggetto sociale lo svolgimento di attività di intermediazione sui mercati azionari e obbligazionari italiani, poi seguiranno vari passaggi, come l’iscrizione all’albo della Consob nel 1991, l’ingresso in Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel 1998, e infine l’iter di trasformazione in banca nel 2002.

Ancora oggi  ha un capitale sociale di soli 7.740.000 euro e nel suo consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri,Luigi Gorga, che da presidente della Banca Popolare di Sviluppo subì nel 2013 una sanzione da parte della Banca d’Italia, e Umberto de Gregorio, nel 2015 nominato dal governatore della Campania Vincenzo De Luca – per il quale aveva svolto il ruolo di coordinatore della campagna elettorale – al vertice dell’Eav (Ente Autonomo Volturno), la holding che gestisce una larga fetta dei trasporti della regione (1).  Nell’aprile del 2015 (attenzione alle date…), la Promos finanzia l’acquisto del 22 per cento della società 4KA Spa Knowledge for aviation – una giovane azienda che fabbrica aeromobili e veicoli spaziali, con sede a Ponticelli, in provincia di Napoli – da parte della Hold and Fly Srl. Prezzo di acquisto/vendita: 1.720.000 euro.

Un finanziamento come tanti, direte voi. Nient’affatto, perché la Hold and Fly Srl, in realtà, è una scatola vuota e l’operazione, per una piccola banca come la Promos, è da considerare a dir poco rischiosa. Come mai si è andati avanti lo stesso? La verità è che la Hold and Fly Srl è stata costituita il 10 aprile 2015 dagli stessi soci di riferimento della K4A Spa, allo scopo di rafforzarne il gruppo di controllo e supportarne i piani di sviluppo.

La Banca Promos accorda ogni richiesta ma, in cambio, quali garanzie offre la Hold and Fly Srl? Nessuna, visto che ha un capitale sociale di appena 10.000 euro. Anzi, non potrebbe nemmeno essere finanziata, perché priva di alcuni requisiti necessari non ancora verificati: i risultati imprenditoriali, la competenza e l’esperienza maturata nel settore e il comportamento negli affari. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento e ancora oggi (8 settembre 2017), la Hold and Fly srl risulta ancora “inattiva” presso la Camera di Commercio di Napoli. Una società inattiva significa che non opera e pertanto non produce reddito, ma legalmente costituita pertanto esistente come natura giuridica. “La banca in questione, come tutto il sistema bancario d’altronde – ci rivela la nostra “gola profonda”- in base a una consuetudine che alcuni giudicano ormai superata ma che ancora oggi tende a essere osservata – finanzia soltanto aziende «già consolidate da almeno un paio di anni di attività, che operino e producano reddito, risultante dal bilancio ufficiale, da almeno 24 mesi.».

“Se poi ci aggiungiamo il fatto – continua il nostro interlocutore – che la normativa interna della banca stabilisce che “di regola” non e’ possibile concedere finanziamenti ad aziende che non abbiamo almeno 6 mesi di vita “salvo deroga”, capiamo che tutto e’ possibile se deciso nelle segrete stanze del cda.”

Come è stato possibile dunque che la Promos abbia erogato ugualmente il prestito? Qui entra in gioco la fantasia. Il «trucco» escogitato è stato quello di finanziare uno a uno i singoli soci della Hold and Fly, con un affidamento, sotto forma di scoperto di conto corrente, per complessivi 1.755.000 euro.

Il problema è che neppure loro – lo attestano i documenti interni della stessa Promos, che il whistleblower mi ha procurato – non sarebbero stati «teoricamente» in grado di restituire il prestito alla scadenza pattuita. Per la maggior parte dei soci, il rischio creditizio valutato da CRIF (2) e’ alto o addirittura negativo

Vero è che la banca ha chiesto in garanzia un pegno sulle azioni della K4A Spa possedute dai soci. Ma nessuno si è curato di stabilire se il loro valore nominale fosse realistico e coerente rispetto a quello riportato in bilancio. Nella fase istruttoria, questo controllo è stato, chissà perché, «dimenticato». Inoltre, come confermano i documenti a nostra disposizione, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari proponenti e sottoposto agli organi deliberanti.

Come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Sono dunque da ritenere casuali tante «attenzioni», eccezioni e «distrazioni», da parte di Promos, a vantaggio dei soci della Hold and Fly Srl? Difficile dare una risposta.

Certo, è forte il sospetto che il top management della banca, avesse in testa solo il profitto immediato, e che non si curasse di far correre un rischio agli altri risparmiatori.

L’istituto, dal novembre del 2016, sempre secondo il racconto della fonte, era sotto ispezione di Bankitalia, un lavoro conclusosi nel giugno del 2017 senza riscontrare irregolarita’. Ma le proporzioni dell’affidamento, per una iniziativa imprenditoriale che ad oggi risulta inattiva, parrebbero disattendere i piu’ normali criteri di erogazione creditizia. Ma facciamo un passo indietro, per conoscere piu’ da vicino il “gioiello” che sta al centro di tutta questa vicenda: la K4A Spa.

(1) Per tale nomina, cosi come riporta Dagospia, e’ stato inviato alla Procura di Napoli e all’Anac di Raffaele Cantone un esposto contro il presidente dell’EaV per una presunta incompatibilità per l’incarico ricoperto in quanto dipendente pubblico. De Gregorio, iscritto all’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli, è infatti docente di economia aziendale nell’istituto tecnico commerciale «A. Diaz».Secondo la denuncia, l’assunzione della guida della società pubblica sarebbe in contrasto con il contratto nazionale scuola oltre che vietato da specifiche disposizioni di legge. In più, sempre alla base dell’esposto, ci sarebbe la circostanza che De Gregorio avrebbe chiesto l’aspettativa un anno dopo circa la nomina alla guida della holding regionale. Un «doppio lavoro» che potrebbe aver provocato anche un danno all’Erario su cui potrebbe essere chiamata a indagare la Procura presso la Corte dei Conti

(2) Crif è il gestore del principale Sistema di informazioni creditizie (Sic) presente in Italia, chiamato Eurisc. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese

1289.- IL RUOLO DELLA RUSSIA NELLA CREAZIONE DELLO SPAZIO ECONOMICO EURASIATICO

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Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di RZD International riferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.

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Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”, di sito aurora, 10.07.2017

1260.-Il sorpasso degli stranieri a Piazza Affari: il 51% delle spa quotate è in mano loro

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Unimpresa: In mani straniere il 51% di spa quotate italiane. Il rapporto dell’associazione: sale dal 47,9% al 51,4% la quota di possesso dei grandi gruppi del nostro Paese in mani estere. Il 2015 è il primo anno in cui si registra il sorpasso: oltre la metà del capitale quotato sul listino di Milano finisce Oltreconfine. Longobardi: “Siamo preoccupati, spesso i colossi finanziari internazionali comprano solo per fini speculativi e non per investire”.  I casi sono due. O gli stranieri sono più attivi e compratori rispetto agli italiani, se si guarda Piazza Affari. Oppure hanno investito meglio, e la loro quota di capitale si è apprezzata più di quella di tutti gli altri nel 2015, tanto che hanno operato il clamoroso sorpasso: in Borsa il 51% del capitale delle spa è nelle mani di soci esteri. Lo accerta una ricerca di Unimpresa, svolta su elaborazioni della Banca d’Italia e che confronta i dati di fine 2015 con quelli di un anno prima.

 

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L’Italia è terra di conquiste e oltre la metà delle spa quotate tricolori è in mani straniere: gli investitori esteri superano nel 2015, per la prima volta, il 50% di possesso del made in Italy di piazza Affari. La capitalizzazione di Borsa delle imprese del nostro Paese è cresciuta in un anno di 81 miliardi di euro arrivando a 537 miliardi complessivi, ma sale oltre il 51%, con un’impennata di 57 miliardi, la fetta in mano ai colossi internazionali. Mentre il 43% di tutte le imprese (anche le non quotate) è controllato dalle famiglie. Da dicembre 2014 a dicembre 2015, il capitale delle spa quotate del nostro Paese è passato da 457 miliardi a 538 miliardi in crescita di 81 miliardi (+17%). Sul listino tricolore cresce il peso degli azionisti “non italiani” che ora hanno partecipazioni di imprese quotate della Penisola pari a 276 miliardi, il 51% del totale. Predominante e in crescita è il peso delle famiglie nel capitale delle aziende (quotate e non) con partecipazioni pari a 891 miliardi, in salita 42 miliardi; anche per quanto riguarda il totale delle spa è più forte la presenza degli stranieri, passati dal 22 al 24% con un aumento delle quote di 68 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa, sull’andamento del valore delle aziende italiane nell’ultimo anno.

Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, da dicembre 2014 a dicembre 2015, si è dunque assistito a un significativo scatto in avanti del valore delle spa presenti sui listini di piazza Affari, ma l’andamento del valore delle quote presenta delle differenze secondo la categoria di azionisti. Le partecipazioni di spa quotate in mano alle imprese italiane a dicembre 2015 valevano 103,7 miliardi (il 20,82% del totale) in aumento di 8,5 miliardi (+9,00%) rispetto ai 95,1 miliardi di dicembre 2014. Le banche continuano ad avere una presenza forte e in rafforzamento nel capitale delle spa quotate con il 10,52%, pari a 56,6 miliardi in crescita di 8,1 miliardi (+16,81%) rispetto ai 48,4 miliardi del 2014. Lo Stato centrale ha nel suo portafoglio titoli azionari quotati italiani per 13,7 miliardi (il 2,56% del totale), in salita di 1,2 miliardi (+10,07%) rispetto ai 12,5 miliardi di un anno prima. A piazza Affari i privati (famiglie) controllano quote pari a 66,6 miliardi (il 12,39% del totale), cresciute di 1,9 miliardi (+2,97%) rispetto ai 64,7 miliardi dell’anno precedente. Gli stranieri controllano il 51,40% di piazza Affari con partecipazioni pari a 276,6 miliardi in aumento di 57,5 miliardi rispetto ai 219,1 miliardi di dicembre 2014: fino allo scorso anno le quote estere non avevano mai superato la soglia del 50%. Complessivamente il valore delle società italiane quotate è salito in un anno di 81,2 miliardi (+17,78%) da 457 miliardi a 538,2 miliardi.

Presenza estera in espansione, dunque. Sale, infatti, il peso degli stranieri anche se si estende l’analisi a tutto l’universo delle società per azioni. L’intero universo delle spa italiane, comprese le quotate, vale (dicembre 2015) 2.060,3 miliardi, in aumento di 143,8 miliardi (+7,51%) rispetto ai 1.916,5 miliardi di dicembre 2014. La ripartizione delle quote è la seguente: le imprese hanno il 13,14% pari a 276,3 miliardi, in crescita di 7 miliardi (+2,63%) sui 269,2 miliardi di un anno prima. Le banche hanno l’11,43% pari a 235,5 miliardi, in aumento di 24,1 miliardi (+11,45%) rispetto a 211,3 miliardi dell’anno precedente. Sale anche la quota dello Stato centrale che ora ha il 4,84% di spa con 99,6 miliardi, in salita di 1,2 miliardi (+1,28%) rispetto ai 98,3 miliardi precedenti. I privati detengono il 43,27% di società per azioni, dato che conferma il carattere familiare dell’imprenditoria italiana, con 891,6 miliardi in aumento di 42,3 miliardi (+4,98%) rispetto agli 849,3 miliardi di dicembre 2014. La quota di imprese italiane in mano agli stranieri, che corrisponde al 24,51% del totale, è aumentata di 68,3 miliardi (+15,65%) da 436,6 miliardi a 504,9 miliardi.

“Se da una parte va valutato positivamente l’aumento del valore delle imprese italiane, dall’altro bisogna guardare con attenzione la presenza degli stranieri e capire fino a che punto si tratta di investimenti utili allo sviluppo e dove finisce, invece, l’attività speculativa” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Siamo preoccupati, la fortissima crisi che sta colpendo l’Italia più di altri paesi sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri, si tratta di colossi finanziari che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo o di investimento, ma spesso per fini speculativi” aggiunge Longobardi.

Ma c’è un’altra notizia alla finestra:

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1257.- CETA, OVVERO NEOLIBERISMO CONTRO COSTITUZIONI

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L’attuazione del pensiero neoliberista, nelle cui finalità c’è quella di distruggere i Popoli e le Nazioni, trova il suo completamento nella approvazione dello scellerato trattato, detto CETA, tra UE e Canada.
Si tratta di un Accordo internazionale che ha la finalità di superare il principio di precauzione vigente nell’Unione Europea secondo il quale non è possibile commerciare prodotti dannosi per l’uomo e per l’ambiente. Infatti con questo accordo si stabilisce che sulle Costituzioni europee deve prevalere il principio della libertà di investimento e di commercio anche se ciò comporta la lesione di altri principi e diritti fondamentali previsti dalle Costituzioni stesse. Si prevede in particolare che se gli investitori e i commercianti americani incontrino ostacoli nelle misure poste a tutela della salute e dell’ambiente, detti commercianti e investitori avranno diritto al risarcimento del danno, da determinarsi da parte di un organismo da loro stessi nominato. Ciò comporta che qualora l’Italia volesse adottare misure protettive della salute e dell’ambiente sarebbe obbligata ad accantonare nei propri bilanci somme ingentissime per pagare detti risarcimenti. Si internazionalizza, in sostanza, il principio dell’egemonia del mercato senza limiti sovvertendo l’ordinamento di tutte le comunità politiche europee, che hanno come fine fondamentale la difesa della dignità della persona e il progresso spirituale e materiale della società.

E’ evidente che questo trattato sostituisce di fatto il TTIP, che l’amministrazione USA di Obama voleva contrarre con l’Europa, e che Trump ha eliminato dal suo programma. Infatti non ci vuol molto per capire che i commercianti e gli investitori statunitensi possono molto agevolmente aprire in Canada loro sedi o succursali.

E’ dubbio che esso possa avere reale applicazione, poiché, secondo la nostra giurisprudenza costituzionale, gli accordi internazionali sono, come suol dirsi, “norme interposte” tra la Costituzione e la legislazione ordinaria, e su di esse permane intatto il potere di annullamento della Corte, se e in quanto si tratti di norme, come certamente lo sono quelle in esame, contrarie ai principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana.
Ciò non toglie, tuttavia, lo sconcerto che ci assale pesando che questo provvedimento, tanto negativo per gli interessi italiani, sia stato dapprima approvato dai nostri parlamentari europei, ed è oggi oggetto di ratifica dal nostro Parlamento, avendo già ottenuto il voto favorevole da parte della competente Commissione del Senato ed essendo velocemente passato all’esame dell’Aula del Senato stesso.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio “tradimento” del nostro Popolo a favore delle richieste della finanza e delle multinazionali di oltreoceano. La soggezione a queste del nostro governo e della nostra maggioranza parlamentare è divenuta, intollerabilmente, “spudorata”. Ma i media tacciono.

E agli Italiani, tenuti all’oscuro di queste incredibili e proditorie manovre ai loro danni, potranno accorgersi delle malefatte di questo governo solo a cose avvenute, quando diverranno concreti gli effetti di questa inqualificabile azione dei nostri rappresentanti politici.

Paolo Maddalena

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1210.- Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

 

Ricordate il CETA?

ttip_021L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

di Guido Rossi

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

1071.- COSA SIGNIFICA IL REGALO DI DRAGHI ALLE BANCHE DI 234 MILIARDI?

“Pioggia di soldi alle banche europee: la Bce stanzia 233,5 miliardi. Le italiane fanno il pieno”: titolo su 24 Ore del 23 marzo.

Testo: “Le banche dell’eurozona hanno chiesto alla Banca centrale europea liquidità per 233,5 miliardi di euro, nella quarta e ultima operazione cosiddetta Tltro-2, che punta a incentivare le banche a impiegare i fondi nell’economia reale. Più di un quarto della liquidità assegnata è andata alle principali banche italiane, che hanno incamerato 62,8 miliardi.

Acquisto di debiti da parte della BCE

Le richieste soddisfatte dalla Bce sono venute da 474 banche e sono andate al di là della maggior parte delle attese dei mercati. Le banche hanno approfittato dell’ultima occasione per ottenere dalla banca centrale fondi a 4 anni a tasso zero, che può diventare addirittura negativo se il volume del credito concesso a imprese e famiglie supererà certi parametri. In tal caso, la Bce potrebbe corrispondere alle banche fino a 40 punti base”.

Vaghezza della neolingua tecnica. In quali casi  la BCE potrà corrispondere alle banche fino a 40 punti base? E cosa sono i punti base?

Anzitutto i punti base:   Mario Draghi darà alle banche un prestito a tasso negativo dello 0,4%.  Il che significa: su  100 euro presi in prestito, la banca non solo non paga interessi, ma riceve 0,40 euro. Su un miliardo di euro, sono 40 milioni. Su cento miliardi,è un regalo di  4 miliardi alle banche.

Perché le banche  italiane si sono affollate agli sportelli di Draghi per prendere i prestiti? Non solo le banche italiane:  474 banche europee. Sono  loro che hanno “chiesto” quei 235 miliardi, “il doppio rispetto alle attese”,  dice  ancora 24 Ore (ma in un altro articolo).

Vediamo di capire. Prendiamo una banca immaginaria, la  CFA,   Credito Facile per gli Amiconi.  Siete piena di  “prestiti non performanti”, ossia crediti che avete fatto  ad amiconi ed anche a non amiconi, e che questi non restituiscono;  anzi, che hanno cessato di “servire”, pagando  almeno la quota d’interessi (sulla quota di capitale da pagare,la banca non si  preoccupa: sono soldi dei depositanti e risparmiatori, mica i suoi).  Prestiti andati a male,  dopo 8 anni di grande depressione ininterrotta non c’è nemmeno da stupirsi.

Ebbene:   voi  banchiere della CFA  andate a portare questi crediti  andati  a male allo sportello di Draghi; Draghi li annusa e dice che, tutto sommato, non puzzano poi tanto. Li  prende  “in pensione”, li parcheggia   nelle sue scritture, e  in cambio apre alla CFA un credito dello stesso ammontare.  Un credito gratuito; anzi più che gratuito, come   abbiamo spiegato.  La CFA beneficia di un tasso negativo di 0,4%. La condizione: che si impegni a prestare a famiglie e imprese (esclusi i prestiti immobiliari, per i mutui-casa), ossia alla produzione e al consumo. E’  quella che nella neolingua si chiama “politica non convenzionale”.

 

Alessandro Profumo. Da Wikipedia: Nel 2007, con la fusione di Unicredit con Capitalia, Profumo è a capo di uno dei più grandi gruppi bancari d’Europa. Nel 2007 ha avuto un compenso di 9.427.000 euro (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni) mentre nel 2008 ha rinunciato volontariamente ai bonus per 5,5 milioni di euro scendendo così a 3,48 milioni. Il 21 settembre 2010, Profumo si dimette dalla carica di amministratore delegato di Unicredit  con  una buonuscita di 38 milioni di euro. (Unicredit è quella che ha chiesto a Draghi di più fra le banche italiane: 24 miliardi)Il 18 marzo 2012 i comunisti lo mettono alla  presidenza della  Monte dei Paschi, subentrando a Giuseppe Mussari.  Il 24 luglio 2015, Profumo si dimette dalla carica. Adesso lo hanno messo a capo di Finmeccanica, perché la faccia a pezzi e la svenda a stranieri. 

 

“Le  italiane, da sole, si sono portate a casa oltre 60 miliardi (più della metà a Intesa e UniCredit), che praticamente equivalgono a quasi un miliardo di potenziali interessi incassati sui quattro anni (lo 0,4% di 60 miliardi è 240 milioni, per quattro anni = 960). Ma la provvista è stata fatta anche in vista di un prevedibile progressivo rialzo dei tassi. Che cambierà la vita a tutti, scrive 24  Ore in un altro articolo ancora. Ma non crediate che le banche francesi siano state da meno.  Dopotutto, BNP Paribas  ha annunciato che chiuderà il 10 per cento delle agenzie e licenzierà di conseguenza. Le banche francesi dovrebbero aver chiesto sui 100 miliardi,   che sono il doppio della precedente elargizione.

Alcune riflessioni si impongono. Come si vede,  non esiste più alcun libero mercato. O almeno: il libero mercato, la concorrenza,   esiste per voi comuni mortali; siete voi che dovete dimostrare alla banca, per avere un fido di 9 mila euro, che come imprenditore avete superato vittoriosamente la competizione straniera,  e nonostante gli ostacoli burocratici della inefficienza pubblica italiana che vi strangola,  state producendo profitti –  con l’export, dato che il mercato interno è fermo e   consuma sempre meno.

Siete voi che dovete dimostrare di avere  “merito di credito”, ossia che la banca  può indebitarvi senza rischi o quasi, perché lo  sapate, il mercato è quello che è, e il denaro “mica è gratis”, il denaro “costa”. Invece a Unicredit, il denaro non costa niente. Anzi, per avere preso in prestito 24,4 mila milioni,   la BCE gli regala lo 0,4.  Ah, ma beninteso, alla condizione che presti a voi, piccolo imprenditore che ha bisogno di “investire per competere  sui mercati mondiali”:

Ma no,  ma no: le  banche si sono riempite di liquidità “in  vista di un prevedibile progressivo rialzo dei tassi. Che cambierà la vita a tutti”,   come prevede (minaccioso)   24 Ore. Insomma hanno solo promesso a  Draghi che presteranno all’economia reale – prometter non costa nulla.

Diciamolo chiaro: tutti quei miliardi di denaro gratis o meno che gratis, non sono  per voi piccoli imprenditori e artigiani, non è per voi  cittadini qualunque. E’, anzitutto, per gli amiconi di Mario Draghi, ossia le banche  – che devono anzitutto estrarre i loro profitti,  anche se l’economia crolla. Lo diciamo con sicurezza, perchè Draghi ha già regalato 400 miliardi alle banche,   senza esito sull’economia reale che è bloccata in tutta europa in una  stagnazione permanente, una disoccupazione altissima dovunque tranne che in Germania, e senza risanare nessuno degli squilibri prodottidallgli intereventi europei.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-03-22/l-europa-e-l-insostenibile-status-quo-201928.shtml?uuid=AEDEMRr&refresh_ce=1

Serviranno a salvare Montepaschi, Alitalia, eccetera

Poi, s’intende, le banche presteranno a tassi favorevoli: agli Amiconi. Ai complici   con tessera di un noto partito,  alle Coop rosse già esentate fiscalmente, agli amiconi che possono chiedere perché sono grossi e mai restituire perché sono grossi (vedi i grandi debitori di Montepaschi).

Posso addirittura accettare scommesse  che con quel denaro gratuito e falso,  prodotto da Draghi dal nulla, “il governo salverà Alitalia”: questa compagnia  fuori-mercato  il cui  personale è composto di truffatori fancazzisti romaneschi, che abbiamo venduto a Etihad, ma che”il governo” sente il bisogno di salvare – coi soldi di voi contribuenti.

Infatti scrive 24  Ore, in un  ulteriore articolo: Per Alitalia,  sembra dipendere dallo Stato anche il piano (in teoria) privato di salvataggio, che senza una garanzia pubblica scricchiola prima ancora di cominciare”.

Ma che dico? Alitalia soltanto? No, anche Montepaschi sarà salvato (coi suoi complici, debitori insolventi ma importanti, e manipolatori-gestori del noto partito): infatti leggo  sul medesimo articolo di 24 Ore:  “Nonostante tutte le fatiche a mettere d’accordo Bce, Commissione europea e tutto il resto, la ricapitalizzazione pubblica del Monte sembra avvicinarsi.  E lo Stato, come ragionavamo la settimana scorsa, sarà decisivo anche sulle sorti di Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca”. A questo punto, potrà mancare Carige? Certo che no, ve lo posso firmare.

http://marcoferrando.blog.ilsole24ore.com/2017/03/25/alitalia-popolare-vicenza-veneto-banca-mps-bce-carige-questa-settimana-forse-ho-capito-che6/

Dunque, traducendo:   tutto il denaro gratis elargito da Draghi  salverà l’intera cosca dei banchieri  non solo  disonesti, ma incapaci e i loro complici nelle “grandi imprese” (in bancarotta virtuale); insomma  servirà  a mantenere vivo e operante il corrotto, marcio sistema del credito italiota,  coi suoi centri di potere mafiosi e putrefatti,   gestiti dai partiti di governo, che invece sarebbe urgente  smantellare,  sbattendo per giunta  in galera i caporioni tutti. Che, se non altro, sono “fuori-mercato”  per mancanza  del quoziente intellettivo minimo richiesto.

Se l’imprenditore che sollecita un prestito è un Amicone, la Cassa di Credito per Amiconi gli farà un tasso quasi zero, con il denaro sottozero regalatogli dalla BCE.  A tassi alti come al solito, se siete un artigiano o un micro-imprenditore che non viene lodato dai “grandi media”, anonimo trapelato – che  magari chiedete un prestito solo per mettervi in regola con una “normativa” assurda della UE, che vi costa, o  con un adempimento strangolatore della burocrazia regionale o fiscale.

E’ di questo che  parla Gentiloni, quando dice alla UE che “bisogna farla finita con l’austerità”, perché “danneggia l’economia”.  Intende: basta con l’austerità per  Montepaschi e Alitalia e Unicredit, basta con l’austerità per il PD e le sue centrali di collusione,  le sue partecipate,  le  sue regioni sprecatrici e malversatrici.   Persino Schauble  ormai è d’accordo, per salvare la  “Europa”, di far finire la “austerità”. Ossia  a  consentire che il governo italiota faccia un po’ più di debito pubblico..

L’austerità per  voi, continuerà come prima.  Continuerà perché siete, siamo, da quasi un decennio all’interno di una  gigantesca “deflazione da debiti”, da cui non si esce con le  misure di Draghi, ma in  un solo modo:  riducendo i debiti  pubblici e privati.  Tagliando, azzerando nel caso, condonando i  debiti.

Come sempre nella storia, quando si lascia  il sistema bancario senza controllo né regolazione, esso finisce per indebitare tutti e troppo. Pubblici  e privati, i debiti eccessivi si traducono in un prelievo di interessi eccessivi – eccessivi rispetto alle possibilità del sistema economico reale e  produttivo. I privati  tendono quindi a indebitarsi di meno, e  le imprese s’indebitano di meno perché calano i consumi, è la deflazione da debiti.  Con aumento esponenziale dei debiti pubblici, che invece non si riducono; a quel punto i creditori esigono “austerità”, ossia tagli alle spese pubbliche utili (quelle che garantiscono  l’istruzione che rende i lavoratori più produttivi,le previdenze sociali, la salute dei lavoratori), consentendo le spese  pubbliche inutili e dannose  – un tempo, le guerre, oggi le cosche oligarchiche.

Azzerare il debito: la sola soluzione, che non prenderà.

 

Persino il  codice di Hammurabi,   1792 avanti Cristo, aveva capito che per rimettere in moto un’economia incagliata bisognava annullare i debiti dei poveri e delle vedove; che questo dove ordinarlo l’imperatore con un atto d’imperio, perché gli usurai  per sé non volevano continuare a  recuperare i loro crediti anche a costo di rendere schiavi i debitori, le loro donne e bambini, insomma a rendere schiava l’intera umanità. Anzi ci sono indizi  di annullamento del debito risalenti al 2400 a.C. ossia seicento anni prima di Hammurabi, ordinati dalla città stato sumera di Lagash. Di lì la Bibbia ebraica ha tratto l’istituto del Giubileo, ossia del condono periodico dei debiti – il che è tutto dire: persino i giudei avevano capito che  i creditori non venivano rovinati dal condono – per quanto strillassero che sì, sarebbero falliti – ma ne avrebbero  beneficiato dalla rimessa in moto dell’economia paralizzata.

Denaro falso per tutti”.

Tutto ciò è noto da millenni. Ma creditori non ne prendono atto. E quando hanno il potere assoluto, come oggi, e non hanno sopra di sé un imperator che  azzeri i debiti per imperio,  fanno quello che fa Draghi: creano denaro dal nulla e se lo regalano fra loro. ?Per far durare la funzione che i  debitori non siano falliti, che il problema di insolvenza generale   da loro creato sia, invece, un problema di mancanza momentanea di liquidità, e che presto si tornerà alla “normalità”; ad aumentare i tassi primari sul quel denaro che non costa alcuna fatica a loro perché Draghi lo crea dal nulla…Ma per voi no. Voi dovete credere che il denaro “costa”,   che non potete averlo se non “lavorando” e “competendo” coi mercati mondiali.  Se no  chiedereste anche voi denaro gratis, e sarebbe l’inflazione.

Ed ha ragione, in fondo. Perché chi chiede denaro gratis come lo hanno le banche, chiede  “denaro falso per tutti” e non la fine del denaro falso che lo ha mandato in rovina.

Tassi d’indebitamento delle famiglie, in percentuale  al reddito disponibile (noi italiani stiamo relativamente meglio.  Un relativo che sta sparendo).  

Perché, attenzione, le banche hanno ricevuto  235 miliardi da Draghi, gratis – però ancora pur sempre a prestito.  Lo dovranno restituire in  quattro anni, dopo aver scremato i propri profitti e quelli degli Amiconi.

E’ un punto essenziale per spiegare la rovina che questo porta a noi persone normali, e che non tutti capiscono.

Diciamo: fino a quando una banca devasta i risparmi dei suoi depositanti,  sprecandoli e prestandoli ad Amiconi che non li restituiscono, o al “governo”   comprando il  debito pubblico, è relativamente poco male: perché distrugge e spreca denaro già  messo da parte, che esiste realmente; se insomma il prestito va a male, distrugge “il passato”. Ma se  il  credito è accordato con denaro fittizio – denaro ancora inesistente , ma di cui il banchiere centrale (l’Usuraio Onnisciente)  pensa che esisterà in futuro, perché i debitori lavorando riempiranno quel debito di vera ricchezza – se il prestito va a male, è l’avvenire che viene distrutto.  

E’ il futuro che ci stanno distruggendo.   L’hanno impegnato.  Il collasso diventa buco-nero. Adesso ci pendono sulla testa 235 miliardi di buco nero, di denaro che  non esiste. O il collasso, o l’iper-inflazione devastatrice  sono le alternative.  Grazie Draghi, non a caso Venerato Maestro per tutti i media e i politici.

Di Maurizio Blondet ,

1033.- Intervista a Leonardo Maugeri: “Crollo del petrolio preoccupa e non aiuta l’economia, il peggio deve ancora venire”

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È una tempesta perfetta quella di un petrolio che nonostante i prezzi così bassi non riesce a far ripartire l’economia: attenti ai facili ottimismi su un’inversione, il peggio deve ancora venire”. È Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti mondiali di energia, già direttore Strategie e Sviluppo di Eni, a delineare in un’intervista esclusiva all’Huffington Post, quale sarà il futuro del petrolio alla luce del crollo del prezzo del greggio e delle difficili relazioni tra i Paesi produttori. È stato proprio Maugeri, nel 2012, in uno studio per l’università di Harvard, il primo al mondo a prevedere la caduta attuale dei prezzi. Oggi guarda agli scenari futuri, anticipando il suo prossimo lavoro atteso nei prossimi giorni.

14° Italian Energy Summit, Global energy trends

Leonardo Maugeri

Quanta preoccupazione c’è per un prezzo così basso del petrolio in riferimento all’impatto sulla crescita mondiale?
“In altri periodi storici si diceva che con il prezzo basso del petrolio l’economia mondiale fosse destinata a stare meglio: è stato così, ad esempio, negli anni Ottanta. Oggi siamo in presenza di un’anomalia perché con il prezzo basso l’economia non si riprende. Stiamo vivendo un’anomalia storica”.

Da cosa deriva questa anomalia?
“Probabilmente nel decennio passato quello che ha drogato tutto è stata la crescita dei Paesi emergenti, come la Cina, che consumavano materie prime e trainavano l’economia mondiale nel loro complesso. Nel momento in cui i Paesi emergenti si sono bloccati o sono cresciuti meno – dal Brasile alla Russia – si sono determinate situazioni di crisi che non consentono all’economia mondiale nel suo complesso di riprendersi. Il petrolio a prezzi così bassi costringe i fondi sovrani dei Paesi produttori a vendere di tutto per incamerare risorse e compensare i minori introiti petroliferi. Devono vendere sui mercati per compensare i minori introiti del petrolio e questo contribuisce a deprimere i mercati. È una tempesta perfetta abbastanza preoccupante”.

Quale sarà l’andamento del prezzo del petrolio nel prossimo periodo?
“Nel 2012, quando dissi che il prezzo sarebbe crollato, mi dissero che ero pazzo. Oggi, come allora, la mia voce è un po’ fuori dal coro: penso che il peggio debba ancora venire. C’è ancora troppa produzione in eccesso nel mondo e nuova produzione sta arrivando per effetto di investimenti fatti 5-6 anni fa e che adesso si completano. Di fronte a questo eccesso produttivo la domanda cresce poco e non c’è possibilità di riassorbire l’eccesso. L’unica soluzione vera a questa situazione è che i grandi produttori si mettano d’accordo per tagliare la produzione”.

Quanto è difficile oggi questa intesa tra i Paesi produttori?
“È remota e difficilissima perché tutti i produttori si stanno facendo la guerra, ognuno sta producendo più che può e ciascuno difende la propria quota mondiale. Un’intesa, poi, è resa difficile per le distanze tra alcuni Paesi come quella tra Arabia Saudita e Iran o tra Arabia Saudita e Russia”.

Qual è la soglia critica che potrebbe far cambiare idea ai produttori e fargli decidere di tagliare la produzione?
“Solo se il greggio tocca nuovi minimi, intorno ai 25 dollari al barile. Ma questo deve accadere non per un giorno o due, ma per almeno un mese perché se sta a 25 dollari un giorno e poi a 28 o a 30 dollari il giorno dopo, allora dicono che il peggio è passato e non fanno niente. Se si sta sotto certi livelli per un determinato periodo allora ci può essere un cambiamento di idea”.

Nella geopolitica del petrolio spicca la politica dell’Arabia Saudita che non taglia la produzione e i prezzi intanto vanno sempre più giù. I sauditi quando inizieranno a far salire il prezzo?
“La condizione per il taglio della produzione da parte dei sauditi è che tutti gli altri Paesi siano seri nel dire: Tagliamo anche noi. L’Arabia Saudita sta producendo tanto, ma è l’unico grande produttore al mondo che produce meno di quello che potrebbe, è uno dei pochi a farlo. L’Arabia Saudita dice: se non tagliano anche gli altri, io mi rifiuto di tagliare perché farei un regalo al resto del mondo e io porterei il fardello. Bisogna ricordare che la Russia ha continuato a superare i record produttivi e continua a produrre a tutto spiano. Negli Stati Uniti si è prodotto un po’ meno, ma per ragioni di mercato non perché volessero. Iran e Iraq sono due Paesi che dopo decenni di difficoltà si stanno riaffacciando adesso e non hanno alcuna intenzione di tagliare. Poi c’è il Canada, che in pochi ricordano, ma che è il quarto produttore al mondo di greggio”.

Economisti e analisti di primissimo livello parlano di un 2016 da incubo. Per Soros si intravede una crisi come quella del 2008. Allora furono i mutui subprime il fattore scatenante, oggi può esserlo il petrolio?
“Il ragionamento di Soros o Roubini è in parte corretto perché il problema che c’era nel 2007-2008 non è stato risolto. I subprime furono il motivo scatenante, ma tutto il problema della finanza derivata, di cui i subprime sono una parte, non è stato risolto. Quando si parla ad esempio dei derivati presenti nella pancia delle banche italiane si capisce che c’è questo mostro della finanza derivata. Ora gli allarmi dicono che il problema del 2007-2008 non è stato risolto perché questa quantità di derivati in circolazione è da qualche parte. Il problema è che può ancora esplodere in qualche forma. Anche il petrolio si porta una finanza derivata dietro, ma è una parte ridotta rispetto a quella esistente nel mondo. Non credo che la debolezza dei prezzi del petrolio possa rappresentare quello che il subprime ha rappresentato nel 2007-2008 come miccia che ha fatto esplodere la crisi”.

Negli Stati Uniti assistiamo alla sofferenza di piccole e grandi aziende che investono sullo shale oil che vanno in crisi. Il settore rischia la bancarotta definitiva?
“Si parla con troppa facilità di bancarotta. Già nel 2015 ci sono state 42 società statunitensi che sono fallite, che sono andate in bancarotta Un numero analogo, anche più alto, si registrerà pure quest’anno. Detto questo la dinamica rispecchia quello che avvenne con lo shale gas: quando i prezzi del gas crollarono negli Stati Uniti e tante società andarono in bancarotta, i loro giacimenti furono presi da società più solide”.

La nuova stagione dell’Iran che impatto può avere sul mercato del petrolio?
“Per i prezzi del petrolio sta costituendo un problema perché è una produzione ulteriore che si aggiunge a una produzione già grande”.

L’Italia come vive il crollo del prezzo del greggio?
“L’Italia non soffre del calo, ma purtroppo ne sta beneficiando poco. I problemi che si sono accumulati nell’economia italiana sono così vasti e grandi che ci vorranno anni per risolverli. L’Italia, essendo un Paese importatore, dato che importa oltre l’80% del suo fabbisogno, avrebbe dovuto ottenere un beneficio da una bolletta petrolifera meno alta, ma il beneficio è per il Governo, non per il consumatore”.

Cosa pesa sul mancato risparmio per gli italiani?
“In questo momento un litro di benzina mediamente si paga 1,43 euro, di cui un euro sono accise e Iva, che si calcola anche sulle accise. La materia prima incide per non più del 25%. Ammettiamo che per assurdo venisse regalato il petrolio, la benzina alla pompa costerebbe lo stesso un euro”.

È atteso nei prossimi giorni il suo prossimo lavoro per Harvard. Che scenario delinea?
“Dico di stare attenti ai facili ottimismi sulla possibilità di recupero del prezzo del petrolio”.

Per uscire da questo cortocircuito lei ipotizza uno scenario con un prezzo basso e stabile intorno ai 25 dollari al barile. Se ciò accadesse cosa farebbero i Paesi produttori?
“Si spaventerebbero e la conseguenza di questo spavento sarebbe un meeting straordinario dei Paesi dell’Opec che decidono di tagliare la produzione così come qualche Paese, ad esempio la Russia, che potrebbe fare moral suasion sulle sue compagnie petrolifere per ridurre anche loro la produzione”.

Giuseppe Colombo

983.-LA CRUDA VERITA’ SULL’INFLAZIONE. COME VI PRENDERANNO IN GIRO DA QUI ALLE PROSSIME ELEZIONI

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L’annuncio dell’ISTAT circa un innalzamento dell’inflazione ha portato ad una salve di Alleluja. I dati dell’ente statistico mostrano un’accelerazione all’1% dallo 0,5% previsto a Dicembre, su base annua, con un plus mensile dello 0,3%.

Perchè è importante, in generale, che l’inflazione non sia negativa o prossima allo 0 ? Il tutto risiede in uno studio, che ha generato la relativa teoria economica, dalle radici antiche la Curva di Phillips.

Phillips, un economista neozelandese, nel 1958 pubblicò uno studio che metteva in relazione il tasso i crescita delle paghe con la disoccupazione. Appariva come la disoccupazione fosse inferiore nei momenti di maggiore dinamica delle remunerazioni. Si tratta d un’ovvia applicazione della legge della domanda e dell’offerta:

se aumenta la spesa pubblica o comunque la crescita privata vi è una maggiore domanda di lavoro;
diminuisce l’insieme dei disoccupati;
la aziende devono competere per assumere i lavoratori;
le paghe nominali crescono;
i dipendenti hanno maggiore capacità di contrattazione ed ottengono paghe migliori;
aumentano i costi del lavoro;
le aziende aumentano i costi dei prodotti,
Questa spiegazione era quella “Classica per spiegare la “Curva di Phillips” che possiamo esplicitare in questo esempio grafico, con alle ordinate l’inflazione ed alle ascisse la disoccupazione.

 

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Questa visione è stata poi contestata negli anni ’70, quando i è assistito l fenomeno delle “Stagflazione”, depressione, con disoccupazione, ed inflazione. Però negli anni ’70 del secolo scorso vi era stato lo shock petrolifero.

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In due riprese (1973-79) il prezzo delle materie prime, petrolio sopra tutti, era andato alle stelle, letteralmente. In questo caso il boom inflazionistico era causato da una forte spinta esterna su una materia prima che non poteva essere controllata. Ecco perchè la curva di Phillips appariva superata.

Però non era un’inflazione dovuta all’eccesso di domanda ed al crollo della disoccupazione, ma ad una spinta delle materie prime.

Veniamo alla micro fiammata inflazionistica odierna. A cosa è dovuta ?

Beni energetici non regolamentati (benzia, gas) +9%;
Prodotti alimentari non lavorati (frutta e verdura) +5,3%;
I primi sono legati, come negli anni ’70, all’andamento dei prezzi internazionale, i secondi ad eventi stagionali: nelle regioni del centro e sud Italia , e nel resto del sud Europa, il mese di gennaio è stato particolarmente rigido con nevicate che si sono spinte sino agli Emirati Arabi Uniti.

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Questo ha prodotto una risi nelle produzione di ortofrutticoli freschi, con tanto di assalto ai banchi verdura del Regno Unito.

Quindi, per farla breve, la fiammata inflazionistica NON è stata portata da un risveglio produttivo o da un miglioramento della nostra situazione economica, quanto da uno, o più, eventi traumatici esterni. Insomma si tratta di un orizzonte più stagflazionista che da “Curva di Phillips”. Del resto, dagli stessi dati ISTAT, le vendite al dettaglio languono.

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Anzi, questa fiammata viene a comportare un paradosso: l’innalzarsi dell’inflazione darà un pretesto alla BCE per terminare il QE ed aumentare i tassi. La FED sta già accelerando l’aumento e questo, con la recente dinamica dei prezzi, aumenterà i mezzi di pressione dei “Falchi”. Aumentando alle stelle le nostre difficoltà.

Ma non per tutti!

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Circa 1,2 miliardi di euro (per l’esattezza 1.190.319.167) con un incremento di oltre il 60% rispetto all’anno precedente: è l’ammontare erogato dalla Pubblica amministrazione a consulenti e collaboratori pubblici, secondo la relazione del ministro Madia presentata al Parlamento. All’esorbitante cifra , un vero tesoretto, concorrono sia un maggiore ricorso ad incarichi esterni che una maggiore remunerazione. A registrare il maggiore aumento soprattutto sono le Regioni e le autonomie locali, che nel 2014 hanno registrato una crescita del 113,28%, seguite dai comparti Ricerca (56,17%), Scuola (55,20%), ‘Università’ (45,66%), Sanità (33,19%) e Ministeri, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Agenzie fiscali (32,11%).

Tralasciamo in questa sede gli aspetti corrosivi e politici della consulenza, ci basta ricordare in questa sede che la Corte dei conti la definì una piaga sociale, una domanda è d’obbligo: la nostra pubblica amministrazione è così carente di risorse e capitale umano? Quanti sono i dipendenti statali in Italia? Secondo le stime ufficiali, circa 3,2 milioni, in linea con i dati dei virtuosi Paesi europei. Ma in questo conteggio rientrano “solo” i lavoratori a tempo indeterminato, senza contare gli assunti con contratti a tempo determinato o interinale. Per completezza e rigore vanno poi sommate le stime del numero degli impiegati delle società partecipate dallo Stato, un groviglio di enti e società che ha portato l’Ocse ha definire l’Italia come uno dei paesi dalla struttura pubblica più imponente. Alla luce di questo sovradimensionamento della P.A., il ricorso massiccio a risorse esterne rappresenta sia uno spreco irragionevole di risorse interne che una loro umiliazione professionale. Il dipendente pubblico viene tenuto fuori dall’attività lavorativa, privato del senso di appartenenza all’ente a cui appartiene, mortificato nelle sue competenze, sulle quali non si investe. E così viene ridimensionato il nostro biasimo per il furbetto del cartellino, frutto dell’arte italica dell’arrangiarsi e della legge di sopravvivenza darwiniana, che nulla conta e nulla può verso i flussi di potere e di denaro che si muovono dietro a loro, i furbetti della consulenza, che tra sprechi e spillover negativi di inefficienza costano più di una finanziaria.