Archivi categoria: economia e commercio

1289.- IL RUOLO DELLA RUSSIA NELLA CREAZIONE DELLO SPAZIO ECONOMICO EURASIATICO

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Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di RZD International riferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.

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Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”, di sito aurora, 10.07.2017

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1260.-Il sorpasso degli stranieri a Piazza Affari: il 51% delle spa quotate è in mano loro

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Unimpresa: In mani straniere il 51% di spa quotate italiane. Il rapporto dell’associazione: sale dal 47,9% al 51,4% la quota di possesso dei grandi gruppi del nostro Paese in mani estere. Il 2015 è il primo anno in cui si registra il sorpasso: oltre la metà del capitale quotato sul listino di Milano finisce Oltreconfine. Longobardi: “Siamo preoccupati, spesso i colossi finanziari internazionali comprano solo per fini speculativi e non per investire”.  I casi sono due. O gli stranieri sono più attivi e compratori rispetto agli italiani, se si guarda Piazza Affari. Oppure hanno investito meglio, e la loro quota di capitale si è apprezzata più di quella di tutti gli altri nel 2015, tanto che hanno operato il clamoroso sorpasso: in Borsa il 51% del capitale delle spa è nelle mani di soci esteri. Lo accerta una ricerca di Unimpresa, svolta su elaborazioni della Banca d’Italia e che confronta i dati di fine 2015 con quelli di un anno prima.

 

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L’Italia è terra di conquiste e oltre la metà delle spa quotate tricolori è in mani straniere: gli investitori esteri superano nel 2015, per la prima volta, il 50% di possesso del made in Italy di piazza Affari. La capitalizzazione di Borsa delle imprese del nostro Paese è cresciuta in un anno di 81 miliardi di euro arrivando a 537 miliardi complessivi, ma sale oltre il 51%, con un’impennata di 57 miliardi, la fetta in mano ai colossi internazionali. Mentre il 43% di tutte le imprese (anche le non quotate) è controllato dalle famiglie. Da dicembre 2014 a dicembre 2015, il capitale delle spa quotate del nostro Paese è passato da 457 miliardi a 538 miliardi in crescita di 81 miliardi (+17%). Sul listino tricolore cresce il peso degli azionisti “non italiani” che ora hanno partecipazioni di imprese quotate della Penisola pari a 276 miliardi, il 51% del totale. Predominante e in crescita è il peso delle famiglie nel capitale delle aziende (quotate e non) con partecipazioni pari a 891 miliardi, in salita 42 miliardi; anche per quanto riguarda il totale delle spa è più forte la presenza degli stranieri, passati dal 22 al 24% con un aumento delle quote di 68 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa, sull’andamento del valore delle aziende italiane nell’ultimo anno.

Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, da dicembre 2014 a dicembre 2015, si è dunque assistito a un significativo scatto in avanti del valore delle spa presenti sui listini di piazza Affari, ma l’andamento del valore delle quote presenta delle differenze secondo la categoria di azionisti. Le partecipazioni di spa quotate in mano alle imprese italiane a dicembre 2015 valevano 103,7 miliardi (il 20,82% del totale) in aumento di 8,5 miliardi (+9,00%) rispetto ai 95,1 miliardi di dicembre 2014. Le banche continuano ad avere una presenza forte e in rafforzamento nel capitale delle spa quotate con il 10,52%, pari a 56,6 miliardi in crescita di 8,1 miliardi (+16,81%) rispetto ai 48,4 miliardi del 2014. Lo Stato centrale ha nel suo portafoglio titoli azionari quotati italiani per 13,7 miliardi (il 2,56% del totale), in salita di 1,2 miliardi (+10,07%) rispetto ai 12,5 miliardi di un anno prima. A piazza Affari i privati (famiglie) controllano quote pari a 66,6 miliardi (il 12,39% del totale), cresciute di 1,9 miliardi (+2,97%) rispetto ai 64,7 miliardi dell’anno precedente. Gli stranieri controllano il 51,40% di piazza Affari con partecipazioni pari a 276,6 miliardi in aumento di 57,5 miliardi rispetto ai 219,1 miliardi di dicembre 2014: fino allo scorso anno le quote estere non avevano mai superato la soglia del 50%. Complessivamente il valore delle società italiane quotate è salito in un anno di 81,2 miliardi (+17,78%) da 457 miliardi a 538,2 miliardi.

Presenza estera in espansione, dunque. Sale, infatti, il peso degli stranieri anche se si estende l’analisi a tutto l’universo delle società per azioni. L’intero universo delle spa italiane, comprese le quotate, vale (dicembre 2015) 2.060,3 miliardi, in aumento di 143,8 miliardi (+7,51%) rispetto ai 1.916,5 miliardi di dicembre 2014. La ripartizione delle quote è la seguente: le imprese hanno il 13,14% pari a 276,3 miliardi, in crescita di 7 miliardi (+2,63%) sui 269,2 miliardi di un anno prima. Le banche hanno l’11,43% pari a 235,5 miliardi, in aumento di 24,1 miliardi (+11,45%) rispetto a 211,3 miliardi dell’anno precedente. Sale anche la quota dello Stato centrale che ora ha il 4,84% di spa con 99,6 miliardi, in salita di 1,2 miliardi (+1,28%) rispetto ai 98,3 miliardi precedenti. I privati detengono il 43,27% di società per azioni, dato che conferma il carattere familiare dell’imprenditoria italiana, con 891,6 miliardi in aumento di 42,3 miliardi (+4,98%) rispetto agli 849,3 miliardi di dicembre 2014. La quota di imprese italiane in mano agli stranieri, che corrisponde al 24,51% del totale, è aumentata di 68,3 miliardi (+15,65%) da 436,6 miliardi a 504,9 miliardi.

“Se da una parte va valutato positivamente l’aumento del valore delle imprese italiane, dall’altro bisogna guardare con attenzione la presenza degli stranieri e capire fino a che punto si tratta di investimenti utili allo sviluppo e dove finisce, invece, l’attività speculativa” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Siamo preoccupati, la fortissima crisi che sta colpendo l’Italia più di altri paesi sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri, si tratta di colossi finanziari che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo o di investimento, ma spesso per fini speculativi” aggiunge Longobardi.

Ma c’è un’altra notizia alla finestra:

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1257.- CETA, OVVERO NEOLIBERISMO CONTRO COSTITUZIONI

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L’attuazione del pensiero neoliberista, nelle cui finalità c’è quella di distruggere i Popoli e le Nazioni, trova il suo completamento nella approvazione dello scellerato trattato, detto CETA, tra UE e Canada.
Si tratta di un Accordo internazionale che ha la finalità di superare il principio di precauzione vigente nell’Unione Europea secondo il quale non è possibile commerciare prodotti dannosi per l’uomo e per l’ambiente. Infatti con questo accordo si stabilisce che sulle Costituzioni europee deve prevalere il principio della libertà di investimento e di commercio anche se ciò comporta la lesione di altri principi e diritti fondamentali previsti dalle Costituzioni stesse. Si prevede in particolare che se gli investitori e i commercianti americani incontrino ostacoli nelle misure poste a tutela della salute e dell’ambiente, detti commercianti e investitori avranno diritto al risarcimento del danno, da determinarsi da parte di un organismo da loro stessi nominato. Ciò comporta che qualora l’Italia volesse adottare misure protettive della salute e dell’ambiente sarebbe obbligata ad accantonare nei propri bilanci somme ingentissime per pagare detti risarcimenti. Si internazionalizza, in sostanza, il principio dell’egemonia del mercato senza limiti sovvertendo l’ordinamento di tutte le comunità politiche europee, che hanno come fine fondamentale la difesa della dignità della persona e il progresso spirituale e materiale della società.

E’ evidente che questo trattato sostituisce di fatto il TTIP, che l’amministrazione USA di Obama voleva contrarre con l’Europa, e che Trump ha eliminato dal suo programma. Infatti non ci vuol molto per capire che i commercianti e gli investitori statunitensi possono molto agevolmente aprire in Canada loro sedi o succursali.

E’ dubbio che esso possa avere reale applicazione, poiché, secondo la nostra giurisprudenza costituzionale, gli accordi internazionali sono, come suol dirsi, “norme interposte” tra la Costituzione e la legislazione ordinaria, e su di esse permane intatto il potere di annullamento della Corte, se e in quanto si tratti di norme, come certamente lo sono quelle in esame, contrarie ai principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana.
Ciò non toglie, tuttavia, lo sconcerto che ci assale pesando che questo provvedimento, tanto negativo per gli interessi italiani, sia stato dapprima approvato dai nostri parlamentari europei, ed è oggi oggetto di ratifica dal nostro Parlamento, avendo già ottenuto il voto favorevole da parte della competente Commissione del Senato ed essendo velocemente passato all’esame dell’Aula del Senato stesso.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio “tradimento” del nostro Popolo a favore delle richieste della finanza e delle multinazionali di oltreoceano. La soggezione a queste del nostro governo e della nostra maggioranza parlamentare è divenuta, intollerabilmente, “spudorata”. Ma i media tacciono.

E agli Italiani, tenuti all’oscuro di queste incredibili e proditorie manovre ai loro danni, potranno accorgersi delle malefatte di questo governo solo a cose avvenute, quando diverranno concreti gli effetti di questa inqualificabile azione dei nostri rappresentanti politici.

Paolo Maddalena

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1210.- Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

 

Ricordate il CETA?

ttip_021L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

di Guido Rossi

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

1071.- COSA SIGNIFICA IL REGALO DI DRAGHI ALLE BANCHE DI 234 MILIARDI?

“Pioggia di soldi alle banche europee: la Bce stanzia 233,5 miliardi. Le italiane fanno il pieno”: titolo su 24 Ore del 23 marzo.

Testo: “Le banche dell’eurozona hanno chiesto alla Banca centrale europea liquidità per 233,5 miliardi di euro, nella quarta e ultima operazione cosiddetta Tltro-2, che punta a incentivare le banche a impiegare i fondi nell’economia reale. Più di un quarto della liquidità assegnata è andata alle principali banche italiane, che hanno incamerato 62,8 miliardi.

Acquisto di debiti da parte della BCE

Le richieste soddisfatte dalla Bce sono venute da 474 banche e sono andate al di là della maggior parte delle attese dei mercati. Le banche hanno approfittato dell’ultima occasione per ottenere dalla banca centrale fondi a 4 anni a tasso zero, che può diventare addirittura negativo se il volume del credito concesso a imprese e famiglie supererà certi parametri. In tal caso, la Bce potrebbe corrispondere alle banche fino a 40 punti base”.

Vaghezza della neolingua tecnica. In quali casi  la BCE potrà corrispondere alle banche fino a 40 punti base? E cosa sono i punti base?

Anzitutto i punti base:   Mario Draghi darà alle banche un prestito a tasso negativo dello 0,4%.  Il che significa: su  100 euro presi in prestito, la banca non solo non paga interessi, ma riceve 0,40 euro. Su un miliardo di euro, sono 40 milioni. Su cento miliardi,è un regalo di  4 miliardi alle banche.

Perché le banche  italiane si sono affollate agli sportelli di Draghi per prendere i prestiti? Non solo le banche italiane:  474 banche europee. Sono  loro che hanno “chiesto” quei 235 miliardi, “il doppio rispetto alle attese”,  dice  ancora 24 Ore (ma in un altro articolo).

Vediamo di capire. Prendiamo una banca immaginaria, la  CFA,   Credito Facile per gli Amiconi.  Siete piena di  “prestiti non performanti”, ossia crediti che avete fatto  ad amiconi ed anche a non amiconi, e che questi non restituiscono;  anzi, che hanno cessato di “servire”, pagando  almeno la quota d’interessi (sulla quota di capitale da pagare,la banca non si  preoccupa: sono soldi dei depositanti e risparmiatori, mica i suoi).  Prestiti andati a male,  dopo 8 anni di grande depressione ininterrotta non c’è nemmeno da stupirsi.

Ebbene:   voi  banchiere della CFA  andate a portare questi crediti  andati  a male allo sportello di Draghi; Draghi li annusa e dice che, tutto sommato, non puzzano poi tanto. Li  prende  “in pensione”, li parcheggia   nelle sue scritture, e  in cambio apre alla CFA un credito dello stesso ammontare.  Un credito gratuito; anzi più che gratuito, come   abbiamo spiegato.  La CFA beneficia di un tasso negativo di 0,4%. La condizione: che si impegni a prestare a famiglie e imprese (esclusi i prestiti immobiliari, per i mutui-casa), ossia alla produzione e al consumo. E’  quella che nella neolingua si chiama “politica non convenzionale”.

 

Alessandro Profumo. Da Wikipedia: Nel 2007, con la fusione di Unicredit con Capitalia, Profumo è a capo di uno dei più grandi gruppi bancari d’Europa. Nel 2007 ha avuto un compenso di 9.427.000 euro (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni) mentre nel 2008 ha rinunciato volontariamente ai bonus per 5,5 milioni di euro scendendo così a 3,48 milioni. Il 21 settembre 2010, Profumo si dimette dalla carica di amministratore delegato di Unicredit  con  una buonuscita di 38 milioni di euro. (Unicredit è quella che ha chiesto a Draghi di più fra le banche italiane: 24 miliardi)Il 18 marzo 2012 i comunisti lo mettono alla  presidenza della  Monte dei Paschi, subentrando a Giuseppe Mussari.  Il 24 luglio 2015, Profumo si dimette dalla carica. Adesso lo hanno messo a capo di Finmeccanica, perché la faccia a pezzi e la svenda a stranieri. 

 

“Le  italiane, da sole, si sono portate a casa oltre 60 miliardi (più della metà a Intesa e UniCredit), che praticamente equivalgono a quasi un miliardo di potenziali interessi incassati sui quattro anni (lo 0,4% di 60 miliardi è 240 milioni, per quattro anni = 960). Ma la provvista è stata fatta anche in vista di un prevedibile progressivo rialzo dei tassi. Che cambierà la vita a tutti, scrive 24  Ore in un altro articolo ancora. Ma non crediate che le banche francesi siano state da meno.  Dopotutto, BNP Paribas  ha annunciato che chiuderà il 10 per cento delle agenzie e licenzierà di conseguenza. Le banche francesi dovrebbero aver chiesto sui 100 miliardi,   che sono il doppio della precedente elargizione.

Alcune riflessioni si impongono. Come si vede,  non esiste più alcun libero mercato. O almeno: il libero mercato, la concorrenza,   esiste per voi comuni mortali; siete voi che dovete dimostrare alla banca, per avere un fido di 9 mila euro, che come imprenditore avete superato vittoriosamente la competizione straniera,  e nonostante gli ostacoli burocratici della inefficienza pubblica italiana che vi strangola,  state producendo profitti –  con l’export, dato che il mercato interno è fermo e   consuma sempre meno.

Siete voi che dovete dimostrare di avere  “merito di credito”, ossia che la banca  può indebitarvi senza rischi o quasi, perché lo  sapate, il mercato è quello che è, e il denaro “mica è gratis”, il denaro “costa”. Invece a Unicredit, il denaro non costa niente. Anzi, per avere preso in prestito 24,4 mila milioni,   la BCE gli regala lo 0,4.  Ah, ma beninteso, alla condizione che presti a voi, piccolo imprenditore che ha bisogno di “investire per competere  sui mercati mondiali”:

Ma no,  ma no: le  banche si sono riempite di liquidità “in  vista di un prevedibile progressivo rialzo dei tassi. Che cambierà la vita a tutti”,   come prevede (minaccioso)   24 Ore. Insomma hanno solo promesso a  Draghi che presteranno all’economia reale – prometter non costa nulla.

Diciamolo chiaro: tutti quei miliardi di denaro gratis o meno che gratis, non sono  per voi piccoli imprenditori e artigiani, non è per voi  cittadini qualunque. E’, anzitutto, per gli amiconi di Mario Draghi, ossia le banche  – che devono anzitutto estrarre i loro profitti,  anche se l’economia crolla. Lo diciamo con sicurezza, perchè Draghi ha già regalato 400 miliardi alle banche,   senza esito sull’economia reale che è bloccata in tutta europa in una  stagnazione permanente, una disoccupazione altissima dovunque tranne che in Germania, e senza risanare nessuno degli squilibri prodottidallgli intereventi europei.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-03-22/l-europa-e-l-insostenibile-status-quo-201928.shtml?uuid=AEDEMRr&refresh_ce=1

Serviranno a salvare Montepaschi, Alitalia, eccetera

Poi, s’intende, le banche presteranno a tassi favorevoli: agli Amiconi. Ai complici   con tessera di un noto partito,  alle Coop rosse già esentate fiscalmente, agli amiconi che possono chiedere perché sono grossi e mai restituire perché sono grossi (vedi i grandi debitori di Montepaschi).

Posso addirittura accettare scommesse  che con quel denaro gratuito e falso,  prodotto da Draghi dal nulla, “il governo salverà Alitalia”: questa compagnia  fuori-mercato  il cui  personale è composto di truffatori fancazzisti romaneschi, che abbiamo venduto a Etihad, ma che”il governo” sente il bisogno di salvare – coi soldi di voi contribuenti.

Infatti scrive 24  Ore, in un  ulteriore articolo: Per Alitalia,  sembra dipendere dallo Stato anche il piano (in teoria) privato di salvataggio, che senza una garanzia pubblica scricchiola prima ancora di cominciare”.

Ma che dico? Alitalia soltanto? No, anche Montepaschi sarà salvato (coi suoi complici, debitori insolventi ma importanti, e manipolatori-gestori del noto partito): infatti leggo  sul medesimo articolo di 24 Ore:  “Nonostante tutte le fatiche a mettere d’accordo Bce, Commissione europea e tutto il resto, la ricapitalizzazione pubblica del Monte sembra avvicinarsi.  E lo Stato, come ragionavamo la settimana scorsa, sarà decisivo anche sulle sorti di Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca”. A questo punto, potrà mancare Carige? Certo che no, ve lo posso firmare.

http://marcoferrando.blog.ilsole24ore.com/2017/03/25/alitalia-popolare-vicenza-veneto-banca-mps-bce-carige-questa-settimana-forse-ho-capito-che6/

Dunque, traducendo:   tutto il denaro gratis elargito da Draghi  salverà l’intera cosca dei banchieri  non solo  disonesti, ma incapaci e i loro complici nelle “grandi imprese” (in bancarotta virtuale); insomma  servirà  a mantenere vivo e operante il corrotto, marcio sistema del credito italiota,  coi suoi centri di potere mafiosi e putrefatti,   gestiti dai partiti di governo, che invece sarebbe urgente  smantellare,  sbattendo per giunta  in galera i caporioni tutti. Che, se non altro, sono “fuori-mercato”  per mancanza  del quoziente intellettivo minimo richiesto.

Se l’imprenditore che sollecita un prestito è un Amicone, la Cassa di Credito per Amiconi gli farà un tasso quasi zero, con il denaro sottozero regalatogli dalla BCE.  A tassi alti come al solito, se siete un artigiano o un micro-imprenditore che non viene lodato dai “grandi media”, anonimo trapelato – che  magari chiedete un prestito solo per mettervi in regola con una “normativa” assurda della UE, che vi costa, o  con un adempimento strangolatore della burocrazia regionale o fiscale.

E’ di questo che  parla Gentiloni, quando dice alla UE che “bisogna farla finita con l’austerità”, perché “danneggia l’economia”.  Intende: basta con l’austerità per  Montepaschi e Alitalia e Unicredit, basta con l’austerità per il PD e le sue centrali di collusione,  le sue partecipate,  le  sue regioni sprecatrici e malversatrici.   Persino Schauble  ormai è d’accordo, per salvare la  “Europa”, di far finire la “austerità”. Ossia  a  consentire che il governo italiota faccia un po’ più di debito pubblico..

L’austerità per  voi, continuerà come prima.  Continuerà perché siete, siamo, da quasi un decennio all’interno di una  gigantesca “deflazione da debiti”, da cui non si esce con le  misure di Draghi, ma in  un solo modo:  riducendo i debiti  pubblici e privati.  Tagliando, azzerando nel caso, condonando i  debiti.

Come sempre nella storia, quando si lascia  il sistema bancario senza controllo né regolazione, esso finisce per indebitare tutti e troppo. Pubblici  e privati, i debiti eccessivi si traducono in un prelievo di interessi eccessivi – eccessivi rispetto alle possibilità del sistema economico reale e  produttivo. I privati  tendono quindi a indebitarsi di meno, e  le imprese s’indebitano di meno perché calano i consumi, è la deflazione da debiti.  Con aumento esponenziale dei debiti pubblici, che invece non si riducono; a quel punto i creditori esigono “austerità”, ossia tagli alle spese pubbliche utili (quelle che garantiscono  l’istruzione che rende i lavoratori più produttivi,le previdenze sociali, la salute dei lavoratori), consentendo le spese  pubbliche inutili e dannose  – un tempo, le guerre, oggi le cosche oligarchiche.

Azzerare il debito: la sola soluzione, che non prenderà.

 

Persino il  codice di Hammurabi,   1792 avanti Cristo, aveva capito che per rimettere in moto un’economia incagliata bisognava annullare i debiti dei poveri e delle vedove; che questo dove ordinarlo l’imperatore con un atto d’imperio, perché gli usurai  per sé non volevano continuare a  recuperare i loro crediti anche a costo di rendere schiavi i debitori, le loro donne e bambini, insomma a rendere schiava l’intera umanità. Anzi ci sono indizi  di annullamento del debito risalenti al 2400 a.C. ossia seicento anni prima di Hammurabi, ordinati dalla città stato sumera di Lagash. Di lì la Bibbia ebraica ha tratto l’istituto del Giubileo, ossia del condono periodico dei debiti – il che è tutto dire: persino i giudei avevano capito che  i creditori non venivano rovinati dal condono – per quanto strillassero che sì, sarebbero falliti – ma ne avrebbero  beneficiato dalla rimessa in moto dell’economia paralizzata.

Denaro falso per tutti”.

Tutto ciò è noto da millenni. Ma creditori non ne prendono atto. E quando hanno il potere assoluto, come oggi, e non hanno sopra di sé un imperator che  azzeri i debiti per imperio,  fanno quello che fa Draghi: creano denaro dal nulla e se lo regalano fra loro. ?Per far durare la funzione che i  debitori non siano falliti, che il problema di insolvenza generale   da loro creato sia, invece, un problema di mancanza momentanea di liquidità, e che presto si tornerà alla “normalità”; ad aumentare i tassi primari sul quel denaro che non costa alcuna fatica a loro perché Draghi lo crea dal nulla…Ma per voi no. Voi dovete credere che il denaro “costa”,   che non potete averlo se non “lavorando” e “competendo” coi mercati mondiali.  Se no  chiedereste anche voi denaro gratis, e sarebbe l’inflazione.

Ed ha ragione, in fondo. Perché chi chiede denaro gratis come lo hanno le banche, chiede  “denaro falso per tutti” e non la fine del denaro falso che lo ha mandato in rovina.

Tassi d’indebitamento delle famiglie, in percentuale  al reddito disponibile (noi italiani stiamo relativamente meglio.  Un relativo che sta sparendo).  

Perché, attenzione, le banche hanno ricevuto  235 miliardi da Draghi, gratis – però ancora pur sempre a prestito.  Lo dovranno restituire in  quattro anni, dopo aver scremato i propri profitti e quelli degli Amiconi.

E’ un punto essenziale per spiegare la rovina che questo porta a noi persone normali, e che non tutti capiscono.

Diciamo: fino a quando una banca devasta i risparmi dei suoi depositanti,  sprecandoli e prestandoli ad Amiconi che non li restituiscono, o al “governo”   comprando il  debito pubblico, è relativamente poco male: perché distrugge e spreca denaro già  messo da parte, che esiste realmente; se insomma il prestito va a male, distrugge “il passato”. Ma se  il  credito è accordato con denaro fittizio – denaro ancora inesistente , ma di cui il banchiere centrale (l’Usuraio Onnisciente)  pensa che esisterà in futuro, perché i debitori lavorando riempiranno quel debito di vera ricchezza – se il prestito va a male, è l’avvenire che viene distrutto.  

E’ il futuro che ci stanno distruggendo.   L’hanno impegnato.  Il collasso diventa buco-nero. Adesso ci pendono sulla testa 235 miliardi di buco nero, di denaro che  non esiste. O il collasso, o l’iper-inflazione devastatrice  sono le alternative.  Grazie Draghi, non a caso Venerato Maestro per tutti i media e i politici.

Di Maurizio Blondet ,

1033.- Intervista a Leonardo Maugeri: “Crollo del petrolio preoccupa e non aiuta l’economia, il peggio deve ancora venire”

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È una tempesta perfetta quella di un petrolio che nonostante i prezzi così bassi non riesce a far ripartire l’economia: attenti ai facili ottimismi su un’inversione, il peggio deve ancora venire”. È Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti mondiali di energia, già direttore Strategie e Sviluppo di Eni, a delineare in un’intervista esclusiva all’Huffington Post, quale sarà il futuro del petrolio alla luce del crollo del prezzo del greggio e delle difficili relazioni tra i Paesi produttori. È stato proprio Maugeri, nel 2012, in uno studio per l’università di Harvard, il primo al mondo a prevedere la caduta attuale dei prezzi. Oggi guarda agli scenari futuri, anticipando il suo prossimo lavoro atteso nei prossimi giorni.

14° Italian Energy Summit, Global energy trends

Leonardo Maugeri

Quanta preoccupazione c’è per un prezzo così basso del petrolio in riferimento all’impatto sulla crescita mondiale?
“In altri periodi storici si diceva che con il prezzo basso del petrolio l’economia mondiale fosse destinata a stare meglio: è stato così, ad esempio, negli anni Ottanta. Oggi siamo in presenza di un’anomalia perché con il prezzo basso l’economia non si riprende. Stiamo vivendo un’anomalia storica”.

Da cosa deriva questa anomalia?
“Probabilmente nel decennio passato quello che ha drogato tutto è stata la crescita dei Paesi emergenti, come la Cina, che consumavano materie prime e trainavano l’economia mondiale nel loro complesso. Nel momento in cui i Paesi emergenti si sono bloccati o sono cresciuti meno – dal Brasile alla Russia – si sono determinate situazioni di crisi che non consentono all’economia mondiale nel suo complesso di riprendersi. Il petrolio a prezzi così bassi costringe i fondi sovrani dei Paesi produttori a vendere di tutto per incamerare risorse e compensare i minori introiti petroliferi. Devono vendere sui mercati per compensare i minori introiti del petrolio e questo contribuisce a deprimere i mercati. È una tempesta perfetta abbastanza preoccupante”.

Quale sarà l’andamento del prezzo del petrolio nel prossimo periodo?
“Nel 2012, quando dissi che il prezzo sarebbe crollato, mi dissero che ero pazzo. Oggi, come allora, la mia voce è un po’ fuori dal coro: penso che il peggio debba ancora venire. C’è ancora troppa produzione in eccesso nel mondo e nuova produzione sta arrivando per effetto di investimenti fatti 5-6 anni fa e che adesso si completano. Di fronte a questo eccesso produttivo la domanda cresce poco e non c’è possibilità di riassorbire l’eccesso. L’unica soluzione vera a questa situazione è che i grandi produttori si mettano d’accordo per tagliare la produzione”.

Quanto è difficile oggi questa intesa tra i Paesi produttori?
“È remota e difficilissima perché tutti i produttori si stanno facendo la guerra, ognuno sta producendo più che può e ciascuno difende la propria quota mondiale. Un’intesa, poi, è resa difficile per le distanze tra alcuni Paesi come quella tra Arabia Saudita e Iran o tra Arabia Saudita e Russia”.

Qual è la soglia critica che potrebbe far cambiare idea ai produttori e fargli decidere di tagliare la produzione?
“Solo se il greggio tocca nuovi minimi, intorno ai 25 dollari al barile. Ma questo deve accadere non per un giorno o due, ma per almeno un mese perché se sta a 25 dollari un giorno e poi a 28 o a 30 dollari il giorno dopo, allora dicono che il peggio è passato e non fanno niente. Se si sta sotto certi livelli per un determinato periodo allora ci può essere un cambiamento di idea”.

Nella geopolitica del petrolio spicca la politica dell’Arabia Saudita che non taglia la produzione e i prezzi intanto vanno sempre più giù. I sauditi quando inizieranno a far salire il prezzo?
“La condizione per il taglio della produzione da parte dei sauditi è che tutti gli altri Paesi siano seri nel dire: Tagliamo anche noi. L’Arabia Saudita sta producendo tanto, ma è l’unico grande produttore al mondo che produce meno di quello che potrebbe, è uno dei pochi a farlo. L’Arabia Saudita dice: se non tagliano anche gli altri, io mi rifiuto di tagliare perché farei un regalo al resto del mondo e io porterei il fardello. Bisogna ricordare che la Russia ha continuato a superare i record produttivi e continua a produrre a tutto spiano. Negli Stati Uniti si è prodotto un po’ meno, ma per ragioni di mercato non perché volessero. Iran e Iraq sono due Paesi che dopo decenni di difficoltà si stanno riaffacciando adesso e non hanno alcuna intenzione di tagliare. Poi c’è il Canada, che in pochi ricordano, ma che è il quarto produttore al mondo di greggio”.

Economisti e analisti di primissimo livello parlano di un 2016 da incubo. Per Soros si intravede una crisi come quella del 2008. Allora furono i mutui subprime il fattore scatenante, oggi può esserlo il petrolio?
“Il ragionamento di Soros o Roubini è in parte corretto perché il problema che c’era nel 2007-2008 non è stato risolto. I subprime furono il motivo scatenante, ma tutto il problema della finanza derivata, di cui i subprime sono una parte, non è stato risolto. Quando si parla ad esempio dei derivati presenti nella pancia delle banche italiane si capisce che c’è questo mostro della finanza derivata. Ora gli allarmi dicono che il problema del 2007-2008 non è stato risolto perché questa quantità di derivati in circolazione è da qualche parte. Il problema è che può ancora esplodere in qualche forma. Anche il petrolio si porta una finanza derivata dietro, ma è una parte ridotta rispetto a quella esistente nel mondo. Non credo che la debolezza dei prezzi del petrolio possa rappresentare quello che il subprime ha rappresentato nel 2007-2008 come miccia che ha fatto esplodere la crisi”.

Negli Stati Uniti assistiamo alla sofferenza di piccole e grandi aziende che investono sullo shale oil che vanno in crisi. Il settore rischia la bancarotta definitiva?
“Si parla con troppa facilità di bancarotta. Già nel 2015 ci sono state 42 società statunitensi che sono fallite, che sono andate in bancarotta Un numero analogo, anche più alto, si registrerà pure quest’anno. Detto questo la dinamica rispecchia quello che avvenne con lo shale gas: quando i prezzi del gas crollarono negli Stati Uniti e tante società andarono in bancarotta, i loro giacimenti furono presi da società più solide”.

La nuova stagione dell’Iran che impatto può avere sul mercato del petrolio?
“Per i prezzi del petrolio sta costituendo un problema perché è una produzione ulteriore che si aggiunge a una produzione già grande”.

L’Italia come vive il crollo del prezzo del greggio?
“L’Italia non soffre del calo, ma purtroppo ne sta beneficiando poco. I problemi che si sono accumulati nell’economia italiana sono così vasti e grandi che ci vorranno anni per risolverli. L’Italia, essendo un Paese importatore, dato che importa oltre l’80% del suo fabbisogno, avrebbe dovuto ottenere un beneficio da una bolletta petrolifera meno alta, ma il beneficio è per il Governo, non per il consumatore”.

Cosa pesa sul mancato risparmio per gli italiani?
“In questo momento un litro di benzina mediamente si paga 1,43 euro, di cui un euro sono accise e Iva, che si calcola anche sulle accise. La materia prima incide per non più del 25%. Ammettiamo che per assurdo venisse regalato il petrolio, la benzina alla pompa costerebbe lo stesso un euro”.

È atteso nei prossimi giorni il suo prossimo lavoro per Harvard. Che scenario delinea?
“Dico di stare attenti ai facili ottimismi sulla possibilità di recupero del prezzo del petrolio”.

Per uscire da questo cortocircuito lei ipotizza uno scenario con un prezzo basso e stabile intorno ai 25 dollari al barile. Se ciò accadesse cosa farebbero i Paesi produttori?
“Si spaventerebbero e la conseguenza di questo spavento sarebbe un meeting straordinario dei Paesi dell’Opec che decidono di tagliare la produzione così come qualche Paese, ad esempio la Russia, che potrebbe fare moral suasion sulle sue compagnie petrolifere per ridurre anche loro la produzione”.

Giuseppe Colombo

983.-LA CRUDA VERITA’ SULL’INFLAZIONE. COME VI PRENDERANNO IN GIRO DA QUI ALLE PROSSIME ELEZIONI

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L’annuncio dell’ISTAT circa un innalzamento dell’inflazione ha portato ad una salve di Alleluja. I dati dell’ente statistico mostrano un’accelerazione all’1% dallo 0,5% previsto a Dicembre, su base annua, con un plus mensile dello 0,3%.

Perchè è importante, in generale, che l’inflazione non sia negativa o prossima allo 0 ? Il tutto risiede in uno studio, che ha generato la relativa teoria economica, dalle radici antiche la Curva di Phillips.

Phillips, un economista neozelandese, nel 1958 pubblicò uno studio che metteva in relazione il tasso i crescita delle paghe con la disoccupazione. Appariva come la disoccupazione fosse inferiore nei momenti di maggiore dinamica delle remunerazioni. Si tratta d un’ovvia applicazione della legge della domanda e dell’offerta:

se aumenta la spesa pubblica o comunque la crescita privata vi è una maggiore domanda di lavoro;
diminuisce l’insieme dei disoccupati;
la aziende devono competere per assumere i lavoratori;
le paghe nominali crescono;
i dipendenti hanno maggiore capacità di contrattazione ed ottengono paghe migliori;
aumentano i costi del lavoro;
le aziende aumentano i costi dei prodotti,
Questa spiegazione era quella “Classica per spiegare la “Curva di Phillips” che possiamo esplicitare in questo esempio grafico, con alle ordinate l’inflazione ed alle ascisse la disoccupazione.

 

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Questa visione è stata poi contestata negli anni ’70, quando i è assistito l fenomeno delle “Stagflazione”, depressione, con disoccupazione, ed inflazione. Però negli anni ’70 del secolo scorso vi era stato lo shock petrolifero.

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In due riprese (1973-79) il prezzo delle materie prime, petrolio sopra tutti, era andato alle stelle, letteralmente. In questo caso il boom inflazionistico era causato da una forte spinta esterna su una materia prima che non poteva essere controllata. Ecco perchè la curva di Phillips appariva superata.

Però non era un’inflazione dovuta all’eccesso di domanda ed al crollo della disoccupazione, ma ad una spinta delle materie prime.

Veniamo alla micro fiammata inflazionistica odierna. A cosa è dovuta ?

Beni energetici non regolamentati (benzia, gas) +9%;
Prodotti alimentari non lavorati (frutta e verdura) +5,3%;
I primi sono legati, come negli anni ’70, all’andamento dei prezzi internazionale, i secondi ad eventi stagionali: nelle regioni del centro e sud Italia , e nel resto del sud Europa, il mese di gennaio è stato particolarmente rigido con nevicate che si sono spinte sino agli Emirati Arabi Uniti.

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Questo ha prodotto una risi nelle produzione di ortofrutticoli freschi, con tanto di assalto ai banchi verdura del Regno Unito.

Quindi, per farla breve, la fiammata inflazionistica NON è stata portata da un risveglio produttivo o da un miglioramento della nostra situazione economica, quanto da uno, o più, eventi traumatici esterni. Insomma si tratta di un orizzonte più stagflazionista che da “Curva di Phillips”. Del resto, dagli stessi dati ISTAT, le vendite al dettaglio languono.

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Anzi, questa fiammata viene a comportare un paradosso: l’innalzarsi dell’inflazione darà un pretesto alla BCE per terminare il QE ed aumentare i tassi. La FED sta già accelerando l’aumento e questo, con la recente dinamica dei prezzi, aumenterà i mezzi di pressione dei “Falchi”. Aumentando alle stelle le nostre difficoltà.

Ma non per tutti!

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Circa 1,2 miliardi di euro (per l’esattezza 1.190.319.167) con un incremento di oltre il 60% rispetto all’anno precedente: è l’ammontare erogato dalla Pubblica amministrazione a consulenti e collaboratori pubblici, secondo la relazione del ministro Madia presentata al Parlamento. All’esorbitante cifra , un vero tesoretto, concorrono sia un maggiore ricorso ad incarichi esterni che una maggiore remunerazione. A registrare il maggiore aumento soprattutto sono le Regioni e le autonomie locali, che nel 2014 hanno registrato una crescita del 113,28%, seguite dai comparti Ricerca (56,17%), Scuola (55,20%), ‘Università’ (45,66%), Sanità (33,19%) e Ministeri, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Agenzie fiscali (32,11%).

Tralasciamo in questa sede gli aspetti corrosivi e politici della consulenza, ci basta ricordare in questa sede che la Corte dei conti la definì una piaga sociale, una domanda è d’obbligo: la nostra pubblica amministrazione è così carente di risorse e capitale umano? Quanti sono i dipendenti statali in Italia? Secondo le stime ufficiali, circa 3,2 milioni, in linea con i dati dei virtuosi Paesi europei. Ma in questo conteggio rientrano “solo” i lavoratori a tempo indeterminato, senza contare gli assunti con contratti a tempo determinato o interinale. Per completezza e rigore vanno poi sommate le stime del numero degli impiegati delle società partecipate dallo Stato, un groviglio di enti e società che ha portato l’Ocse ha definire l’Italia come uno dei paesi dalla struttura pubblica più imponente. Alla luce di questo sovradimensionamento della P.A., il ricorso massiccio a risorse esterne rappresenta sia uno spreco irragionevole di risorse interne che una loro umiliazione professionale. Il dipendente pubblico viene tenuto fuori dall’attività lavorativa, privato del senso di appartenenza all’ente a cui appartiene, mortificato nelle sue competenze, sulle quali non si investe. E così viene ridimensionato il nostro biasimo per il furbetto del cartellino, frutto dell’arte italica dell’arrangiarsi e della legge di sopravvivenza darwiniana, che nulla conta e nulla può verso i flussi di potere e di denaro che si muovono dietro a loro, i furbetti della consulenza, che tra sprechi e spillover negativi di inefficienza costano più di una finanziaria.

928.- Il Voucher: quanto vale, come funziona e perché c’è chi lo vuole abolire

La competitività nel mondo, che ispira i trattati europei, cancella i nostri diritti: il lavoro, la salute, il welfare. Invade la nostra terra. Ci riporta indietro di due secoli a ridiventare massa, non più individui di un popolo sovrano, come vuole la Costituzione, ma masse da gestire, l’una contro l’altra. La novità del lavoro per i nostri giovani sono i voucher, i buoni lavoro per retribuire in modo regolare i piccoli lavori saltuari e/o stagionali che possono fare anche i migranti. Per ora, il ricorso ai buoni lavoro è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale, mentre è escluso che un’impresa possa reclutare e retribuire lavoratori per svolgere prestazioni a favore di terzi. Per ora, ma poi? In pratica, da una parte s’introduce una disciplina per un rapporto di lavoro precario  che non dà diritti alla vita e, dall’altra, si ammette che per gli italiani, ma anche per la forza lavoro che importiamo ogni giorno, come bestie, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è una chimera. Ecco, perciò, noi a far massa da una parte e i migranti dall’all’altra.

Vogliamo essere individui e coltivare la nostra identità. Non vogliamo tornare a essere massa e non vogliamo masse. Vedete individui in quella massa di neri che importano ? Noi non vogliamo bestie con cui competere per un salario da fame! Non vogliamo una società dove si viva a carità. Non ci serve l’elemosina di cittadinanza. Vogliamo essere cittadini lavoratori. La Costituzione ci da diritto a di più:

Articolo 38.

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.

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Cosa scrive Antonio Graziano Grimaldi.

I voucher rimangono al centro della discussione, e vengono polemicamente dibattute le statistiche e le ipotesi di modifiche alla normativa. Sempre più diffusi nel mondo del lavoro, i voucher, o ‘buoni lavoro’ sono, come riporta il sito dell’INPS, «una particolare modalità di prestazione lavorativa la cui finalità è quella di regolamentare quelle prestazioni lavorative, definite appunto ‘accessorie’, che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario, e tutelare situazioni non regolamentate».

Voucher: copertura previdenziale e assicurativa garantita.

Il valore netto di un voucher da dieci euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo per un’ora di prestazione. Fa eccezione il settore agricolo, a causa della sua specificità, nel quale invece si valuta il contratto di categoria. Sono garantite la copertura previdenziale presso l’INPS e quella assicurativa presso l’INAIL. Sempre il sito dell’INPS spiega «che lo svolgimento di prestazioni di lavoro accessorio non dà diritto alle prestazioni a sostegno del reddito dell’INPS (disoccupazione, maternità, malattia, assegni familiari ecc.), ma è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione».

I vantaggi per i committenti e per i lavoratori (‘prestatori’).

Riportando le spiegazioni del sito INPS, l’agenzia Adnkronos mette in evidenza quelli che dovrebbero essere i vantaggi per il committente e per il lavoratore. Il primo «può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa INAIL per eventuali incidenti sul lavoro, senza rischiare vertenze sulla natura della prestazione e senza dover stipulare alcun tipo di contratto» mentre il secondo «può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. È, inoltre, cumulabile con i trattamenti pensionistici e compatibile con i versamenti volontari». Più nel dettaglio, la categoria dei committenti, «cioè coloro che impiegano prestatori di lavoro accessorio», comprende «famiglie; enti senza fini di lucro; soggetti non imprenditori; imprese familiari; imprenditori agricoli; imprenditori operanti in tutti i settori; committenti pubblici». Quella dei prestatori comprende «pensionati; titolari di trattamento pensionistico in regime obbligatorio; studenti nei periodi di vacanza; cassintegrati, titolari di indennità di disoccupazione ASpI, disoccupazione speciale per l’edilizia e i lavoratori in mobilità; lavoratori in part-time; titolari di contratti di lavoro a tempo parziale (che possono svolgere prestazioni lavorative accessorie nell’ambito di qualsiasi settore produttivo, con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare del contratto a tempo parziale); inoccupati, titolari di indennità di disoccupazione Mini-ASpI e Mini-ASpI 2012, di disoccupazione speciale per agricoltura, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti pubblici e privati».

Compatibilità e incompatibilità con il lavoro accessorio. I compensi.

Tuttavia l’INPS precisa che «il ricorso ai buoni lavoro è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale, mentre è escluso che un’impresa possa reclutare e retribuire lavoratori per svolgere prestazioni a favore di terzi, come nel caso dell’appalto o della somministrazione» ed evidenzia inoltre che il ricorso all’istituto del lavoro accessorio non è compatibile con lo status di lavoratore subordinato (a tempo pieno o parziale), se impiegato presso lo stesso datore di lavoro titolare del contratto di lavoro dipendente». Per quanto riguarda i compensi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare per il 2015, 7000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno civile (si intende per anno civile il periodo dal 1 gennaio al 31 dicembre di ogni anno), con riferimento alla totalità dei committenti. Il committente ha l’obbligo di verificare il non superamento del limite economico da parte del prestatore.

Lavoratori cittadini extracomunitari.

L’INPS precisa inoltre che i cittadini extracomunitari «possono svolgere attività di lavoro accessorio se in possesso di un permesso di soggiorno che consenta lo svolgimento di attività lavorativa, compreso quello per studio, o – nei periodi di disoccupazione – se in possesso di un permesso di soggiorno per attesa occupazione». Per questi ultimi il compenso da lavoro accessorio viene incluso ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno, caratterizzandosi per la sua funzione esclusivamente integrativa.

L’eccezione costituita dal lavoro agricolo.

Secondo la normativa vigente è possibile utilizzare i buoni lavoro in tutti i settori di attività e per tutte le categorie di prestatori. Fa eccezione il settore agricolo in cui il lavoro accessorio è ammesso per aziende con volume d’affari superiore a 7.000 euro esclusivamente tramite l’utilizzo di specifiche figure di prestatori e – per l’anno 2014 – soggetti percettori di misure di sostegno al reddito, per lo svolgimento di attività agricole di carattere stagionale. Il lavoro accessorio è ammesso anche in aziende con volume d’affari inferiore a 7.000 euro che possono utilizzare qualsiasi soggetto in qualunque tipologia di lavoro agricolo, anche se non stagionale purché non sia stato iscritto l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.

La CGIL propone un referendum abrogativo.

Lillo Montaldo Monella – sul “Piccolo” – rileva dai dati aggiornati di Istat, Inps, Inail e del Ministero del Lavoro «come non si fermi la corsa dei voucher». Aggiunge “Repubblica” che nei primi nove mesi del 2016 ne sono stati venduti 109,5 milioni, cioè quasi il 35% in più dell’anno prima. Ma i nuovi aggiornamenti dell’Inps evidenziano «un nuovo record: 121,5 milioni di ticket, da gennaio a ottobre, un terzo in più del 2015. Ma non è tutto oro quel che luccica, e infatti la Cgil contesta la validità di questo strumento e propone un referendum abrogativo. C’è inoltre una pagina Facebook, Storie di Voucher, che vuole costruire un’inchiesta collettiva sul fenomeno, raccogliendo delle testimonianze autentiche e reali.

772.-Alcune precisazioni di Nino Galloni

Chi non vorrebbe un maestro per amico?

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In relazione ad alcune critiche mosse dagli Auritiani, Nino Galloni risponde con delle precisazioni a riguardo:

Allora cerchiamo di andare con ordine.

Primo step: esiste un numero imprecisato di persone – maggiore di quello dei disoccupati – che riguarda potenziali lavoratori prevalentemente capaci di produrre beni e servizi e servizi ma che non possono farlo perché i loro costi di produzione sono più elevati di quelli di importazione e perché “non ci sono i soldi” per pagare i tanti servizi necessari; se la sovranità monetaria dello Stato fosse ripristinata, nella migliore delle ipotesi, la moneta statale non convertibile finanzierebbe opere e servizi necessari e spiazzerebbe i prodotti di importazione che si debbono pagare in divisa internazionale. Nella peggiore lo Stato distribuirebbe denari a pioggia ottenendo una immediata ripresa dell’economia.

Secondo step: ad un certo punto, però, dopo una iniziale e robusta ripresa, il disincentivo a lavorare prevarrebbe e la moneta statale perderebbe di valore.

Terzo step: gli attuali occupati, imprenditori compresi, che rappresentano i sei settimi delle forze produttive gestiscono tutti i loro affari col 3% di moneta a corso legale e per il 97% fiduciaria e bancaria.

Quarto step: unendo le due forze, occupati ed exdisoccupati, devono aumentare (ma non troppo) la velocità di circolazione della moneta e la quantità di moneta ma meno di quanto aumenta la produzione complessiva. Conseguentemente, per evitare tensioni sui prezzi, credito e moneta fiduciaria non possono scendere sotto il 97% del totale ma semmai aumentare.

Quinto step: la funzione del credito é necessaria (se ognuno avesse tutta la moneta che vuole da parte dello Stato gratuitamente occorrerebbe una straordinaria crescita delle coscienze per continuare a lavorare e produrre esclusivamente per gli altri); il credito ha funzionato con arbitrarietà e usura per nascondere che l’indebitamento del prenditore avveniva in cambio di una promessa che si realizzava nel tempo solo se il prenditore medesimo lavorava e aveva successo. Io ho quindi solo dimostrato che, se la promessa non si realizzava, la banca di credito non aveva una perdita ma un mancato arricchimento. Conseguentemente se la promessa si realizza, l’arricchimento della banca al netto delle sue spese di funzionamento andava tassato.

Conclusione: lo Stato deve recuperare sovranità e poter fare tutti gli investimenti che sono necessari alla Comunità, ma una fetta maggiore di attività economica deve essere lasciata ai privati e finanziata grazie ad agenti sul territorio (con adeguati controlli pubblici) che si avvalgono anche di tassi di interesse negativi e pagano le tasse sulla differenza tra le entrate ed i costi di produzione del servizio.

Nino Galloni