Archivio mensile:ottobre 2016

780.-BETTINO CRAXI: “IO PARLO, E CONTINUERÒ A PARLARE”

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La profezia di Bettino Craxi: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Estratti dal libro “Io parlo, e continuerò a parlare”

Benedetto Craxi, detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000), è stato un politico italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987 e Segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993. È stato uno degli uomini politici più rilevanti della cosiddetta Prima Repubblica: intraprese un’azione di rinnovamento del PSI e della sinistra italiana che lo portò a scontrarsi, anche duramente, con le resistenze al cambiamento da parte del Partito Comunista Italiano e all’interno del suo stesso partito. È stato il primo socialista ad aver rivestito l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri: la sua attività di governo portò il Paese al di fuori della grave situazione economica e finanziaria dovuta alla “crisi del petrolio” e all’inserimento dell’Italia nel ristretto novero delle nazioni del G7.

“Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.
“Il regime avanza inesorabilmente. Lo fa passo dopo passo, facendosi precedere dalle spedizioni militari del braccio armato. La giustizia politica è sopra ogni altra l’arma preferita. Il resto è affidato all’informazione, in gran parte controllata e condizionata, alla tattica ed alla conquista di aree di influenza. Il regime avanza con la conquista sistematica di cariche, sottocariche, minicariche, e con una invasione nel mondo della informazione, dello spettacolo, della cultura e della sottocultura che è ormai straripante.

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Non contenti dei risultati disastrosi provocati dal maggioritario, si vorrebbe da qualche parte dare un ulteriore giro di vite, sopprimendo la quota proporzionale per giungere finalmente alla agognata meta di due blocchi disomogenei, multicolorati, forzati ed imposti. Partiti che sono ben lontani dalla maggioranza assoluta pensano in questo modo di potersi imporre con una sorta di violenta normalizzazione. Sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici.
A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico, mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazione. La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più generali interessi della collettività nazionale. La “globalizzazione” non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande nazione, ma piuttosto viene subìta in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.
I partiti dipinti come congreghe parassitarie divoratrici del danaro pubblico, sono una caricatura falsa e spregevole di chi ha della democrazia un’idea tutta sua, fatta di sé, del suo clan, dei suoi interessi e della sua ideologia illiberale.

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Fa meraviglia, invece, come negli anni più recenti ci siano state grandi ruberie sulle quali nessuno ha indagato. Basti pensare che solo in occasione di una svalutazione della lira, dopo una dissennata difesa del livello di cambio compiuta con uno sperpero di risorse enorme ed assurdo dalle autorità competenti, gruppi finanziari collegati alla finanza internazionale, diversi gruppi, speculando sulla lira (Soros) evidentemente sulla base di informazioni certe, che un’indagine tempestiva e penetrante avrebbe potuto facilmente individuare, hanno guadagnato in pochi giorni un numero di miliardi pari alle entrate straordinarie della politica di alcuni anni. Per non dire di tante inchieste finite letteralmente nel nulla.
D’Alema ha detto che con la caduta del Muro di Berlino si aprirono le porte ad un nuovo sistema politico. Noi non abbiamo la memoria corta. Nell’anno della caduta del Muro, nel 1989, venne varata dal Parlamento italiano una amnistia con la quale si cancellavano i reati di finanziamento illegale commessi sino ad allora. La legge venne approvata in tutta fretta e alla chetichella. Non fu neppure richiesta la discussione in aula. Le Commissioni, in sede legislativa, evidentemente senza opposizioni o comunque senza opposizioni rumorose, diedero vita, maggioranza e comunisti d’amore e d’accordo, a un vero e proprio colpo di spugna. La caduta del Muro di Berlino aveva posto l’esigenza di un urgente “colpo di spugna”. Sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività politiche, in funzione dal dopoguerra, e adottato da tutti anche in violazione della legge sul finanziamento dei partiti entrata in vigore nel 1974, veniva posto un coperchio.

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La montagna ha partorito il topolino. Anzi il topaccio. Se la Prima Repubblica era una fogna, è in questa fogna che, come amministratore pubblico, il signor Prodi si è fatto le ossa. I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze di un gran numero ormai di paesi aderenti.
Questa è la regola del buon senso, dell’equilibrio politico, della gestione concreta e pratica della realtà. Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione.
Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro.
La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato, e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi, mediante trattati per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire.
Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare.”
(Bettino Craxi, estratti dal libro “Io parlo, e continuerò a parlare”, ripresi da “Il Blog di Lameduck” il 19 maggio 2015. Il libro, edito da Mondadori nel 2014, cioè 14 anni dopo la morte di Craxi, raccoglie scritti del leader socialista risalenti alla seconda metà degli anni ‘90. Scritti che oggi appaiono assolutamente profetici).

La montagna ha partorito il topolino. Anzi il topaccio. Se la Prima Repubblica era una fogna, è in questa fogna che, come amministratore pubblico, il signor Prodi si è fatto le ossa. I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze di un gran numero ormai di paesi aderenti.
Questa è la regola del buon senso, dell’equilibrio politico, della gestione concreta e pratica della realtà. Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione.
Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro.
La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato, e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi, mediante trattati per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire.
Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare.”
(Bettino Craxi, estratti dal libro “Io parlo, e continuerò a parlare”, ripresi da “Il Blog di Lameduck” il 19 maggio 2015. Il libro, edito da Mondadori nel 2014, cioè 14 anni dopo la morte di Craxi, raccoglie scritti del leader socialista risalenti alla seconda metà degli anni ‘90. Scritti che oggi appaiono assolutamente profetici).

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779.- I nuovi terremoti appenninici saranno il terreno di sfida tra EU tedesca ed Italia. Ecco cosa succederà

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Oggi il nostro governo chiede con forza flessibilità nei conti, come da noi anticipato dopo il terremoto di Amatrice questo sarà il terreno di scontro tra Italia (,USA) ed EU. Chiaro, Roma è finalmente supportata da Washington e gli attuali terremoti negli Appennini, se proprio dovevano capitare, sembrano di un tempismo fantastico, potremmo dire “quasi attesi” dopo la cena di Renzi con Obama (…).

In poche parole l’Italia ha oggi l’avallo di Washington per dinamitare l’EU dall’interno, parlo dell’asse franco-tedesco che puntava e punta a sostituirsi a Washington nel comando dell’Europa.
Ora, concedere flessibilità nei conti all’Italia, flessibilità che sarà ben maggiore dello 0.1% richiesto fino a ieri (fino anche allo 0.5% in dipendenza dei danni stimati dello sciame sismico che verrà, ndr) metterà Berlino e Parigi spalle al muro: concedere flessibilità a Roma per decine di miliardi di euro sarebbe un precedente devastante per l’Europa austera, tutti cercheranno una scusa emergenziale per sforare i conti allo stesso modo oltre a dover sborsare fior di quattrini sotto forma di extra deficit. Non perdetevi nemmeno la parallela minaccia di Alfano nemmeno tanto velata di denunciare praticamente tutti i paesi europei che non hanno accolto i migranti arrivati in Grecia ed Italia, è un dato di fatto che è la Germania la prima a non volere i migranti arrivati in Italia e Grecia (la differenza con noi è che non ci può minacciare di farci invadere dalla Turchia, …). È e sarà guerra con l’EU (ma non confondete, non è né una guerra italiana ne’ tanto meno una guerra di Renzi!).

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La verità è che esisteva un piano non solo di dominio europeo da parte dell’asse franco tedesco ma anche di annichilamento dell’alleato storico degli USA in Europa, oltretutto paese ricco ed ambito da Berlino per i suoi valorosi assets, l’Italia.
Post Brexit invece ora sono due gli addendi che hanno liberato la protesta “protetta” delle ingiustizie europee fino a ieri tollerate da Washington e Londra: oggi Roma ha il doppio supporto dei due prim’attori anglosassoni per combattere “dal di dentro” l’Europa troppo votata ad emanciparsi, non dimentichiamo che alla fine Berlino ha poi sempre perso ben due guerre mondiali.

Quello che succederà è che l’Italia continuerà a chiedere sempre più flessibilità europea con la giusta scusa dei terremoti. Verrà chiesto di mettere in sicurezza il paese con uno sforamento anche di una cinquantina di miliardi di euro in 5 anni (anche se l’aumento del debito italiano del 2008 e’ stato tutto sommato limitato). Alla fine lo sforamento, giustificato, sarà talmente grande da far emergere la percezione nei media tedeschi che l’Italia avrà bisogno dei soldi germanici per fare le infrastrutture del suo paese.

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Ossia la gente tedesca si incazzera’ contro gli italiani, quella italiana si incazzera’ contro i tedeschi a maggior ragione in forza delle prossime denunce italiane delle ingiustizie sui migranti (Berlino era ed è la prima a NON voler prendere i migranti arrivati in Italia, il piano era di mantenerli bloccati da noi per dinamitare la nostra società dall’interno con il fine di conquistarla successivamente per il tramite della instabilità sociale che sarebbe dovuta seguire, …). Ossia la retorica venduta al volgo tedesco contro i parassiti latini che approfittano dell’EU (in realtà è il contrario) farà backfire, ovvero si ritorcerà contro Schauble e Merkel.

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Unitamente alla prossima svalutazione del dollaro – inevitabile per Washington per evitare una profonda recessione, oggi siamo ai tassi minimi in 5000 anni ed a valutazioni di borsa superate solo nel 1929 e nella bolla dotcom -, si aumenteranno i toni della sfida fino a far fare crack all’Europa bloccata dai veti interni di Italia e Grecia contro l’asse franco tedesco. Se aggiungiamo le elezioni in Francia e Germania il prossimo anno a forte rischio di voto antieuropeo oltre al referendum italiano di dicembre prossimo (dove un nostro governo diventato euroscettico avrà interesse a che venga fuori un bel NO) capiamo che abbiamo appena iniziato a ballare.

Non mi stupirei se entro il 2018 venisse definito una piano per la separazione più o meno consensuale degli ex Partner europei, rompendo l’euro. Il problema sarà l’instabilità necessaria per giustificare tale fatidico – e salvifico – evento.
Ca va sans dire che a perderci sarà Berlino.

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778.-YANIS VAROUFAKIS SPIEGA PERCHÉ L’EUROPA HA FATTO FLOP

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Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

YANIS VAROUFAKIS
© Riproduzione riservata 27 ottobre 2016, da L’Espresso

777.-LIBIA: I PAESI DEL MAGHREB CONTRO PARIGI. LA FRANCIA PESCA NEL TORBIDO

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Pace a Te Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi

L’Italia sta agendo in Libia con cognizione di causa, ma potrebbe o, comunque, dovrebbe fare di più, dando al governo di Tripoli tutto il suo possibile appoggio finanziario e militare. Niente di più di ciò che sta facendo la Francia con il generale Khalifa Haftar, ma per bieco interesse economico. Tanto per parlare di Unione Europea! Gli interessi in gioco in Libia sono, infatti, prevalentemente economici e mi sento di affermare che siamo i soli che si preoccupano anche dei nostri vicini.  I libici di Misurata possono giudicarlo dall’opera del nostro personale sanitario. Questo sostegno a gente di valore, per come la conosco, cui siamo legati dalla stima, dalla geografia e dalla storia non è, però, sufficiente. Vorremmo fare di più. La Libia, pur senza deviare nei ricordi di un secolo fa, ma solo riandando al magnifico rapporto con Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi, detto Muhammad Gheddafi,  è una sponda dell’Italia. Rischio di sembrare un interventista tout court, perciò, cito, a caso, un noto politico veneto, Flavio Tosi, che, parlando della Libia, a proposito di migranti, ha testé detto: “La soluzione di tutto sarebbe comunque intervenire in Libia e oggi tecnicamente sarebbe possibile farlo. Nel senso che dal punto di vista politico oggi c’è la possibilità di intervenire in Libia e di fare accordi con una parte del governo provvisorio e quindi bloccare i flussi. Questo risolverebbe il novanta percento dei problemi, perché a quel punto si stabilizza almeno il numero e non ci sono ancora flussi per migliaia e migliaia di persone come sta accadendo. Accordi, ovviamente, con il Governo legittimo in Libia. C’è solo da capire legittimo per chi e legittimato da chi.

Anche la NATO ha esaminato le possibilità di un intervento militare terrestre, ma l’opera di destabilizzazione dei paesi arabi, dalle “primavere arabe” (ma di che?!) alla situazione siriana, la molteplicità delle parti interessate al petrolio libico e le fazioni locali che vi fanno capo, lo impediscono. Senza contare gli interessi della finanza mondiale legati alla migrazione dall’Africa all’Europa, attraverso la Libia, che si avvantaggiano dal protrarsi di questa instabilità.

Stiamo parlando, evidentemente, della nostra regione mediterranea, perciò, sono del parere che l’Italia debba porre il massimo impegno per evitare il consolidarsi di una Libia frammentata, instabile e in perenne conflitto: una bolgia certamente insicura per gli stessi libici, oltre che per le multinazionali e per i paesi confinanti per terra e per mare. Per questi motivi, una simile decisione sarebbe necessaria e anche opportuna per l’Italia. Essa presuppone di mettere le carte in tavola con i cosiddetti alleati e con i, sempre cosiddetti, partner europei, prima di tutti con gli USA e, una volta per tutte, con la infida amica Francia. Presuppone, altrettanto, che sia condivisa dai tre paesi del Maghreb e dall’Egitto. Se il Governo e la diplomazia italiani non sapranno creare questi presupposti, vorrà significare che la nostra appartenenza all’ONU, alla NATO e all’Unione Europea ci ha reso più deboli e incapaci di tutelare la nostra sicurezza e i nostri interessi. Significa, cioè, che dobbiamo rivedere la nostra partecipazione per non trovarci a competere nella nostra area con le mani e i piedi legati.

Altro che costituzionalizzare l’ Unione Europea e altro che fare della Sicilia la Pearl Harbour del Mediterraneo!

Un breve riassunto della situazione politica della Libia  sia quella interna sia quella estera. Anzitutto, la distruzione dello Stato libico è stata voluta da Stati Uniti e Francia, per ragioni che abbiamo già esaminato. Dopo la caduta di Muhammad Gheddafi nel mese di ottobre 2011 in Libia si sono formati, principalmente, due governi. La caduta del regime, mascherata sotto gli slogan democratici, ha segnato l’inizio di una sanguinosa guerra civile e di cinque anni caotici di instabilità politica, trasformando la Libia, da un solo paese, in una varietà di enti pubblici indipendenti, molti dei quali hanno la loro propria ideologia islamista. L’instabilità politica ha consentito agli islamisti di rafforzare notevolmente la loro posizione nella regione. La Libia è progressivamente diventata una delle più grandi basi dello “Stato islamico” e di “Al Qaeda” in Nord Africa. Sulla Libia sono puntati gli occhi di USA, Italia, Gran Bretagna, Russia, Francia ed Egitto, ciascuno con un suo specifico interesse poco mascherato da posizioni ambivalenti. In particolare gli Stati Uniti che, attraverso l’ONU, sostengono il Governo di unità nazionale libico (Government of National Accord, GNA), in realtà, considerano il caos in Medio Oriente come una necessità per un lungo periodo, onde per cui, non deve essere rimosso, ma modulato in una “strategia di caos controllato”.

Dunque,  nel prossimo decennio, è poco probabile che la Libia possa superare lo stato di guerra civile, diventando nuovamente un paese unito e sovrano. Nessuno dei paesi, né le forze internazionali, eccettuata, eventualmente, l’Italia, hanno la forza e la voglia di recuperare lo stato libico. Se l’oggetto del contendere fosse solo il petrolio, l’Italia potrebbe limitarsi a difendere le proprie quote di partecipazione all’attività estrattiva e arrendersi al gioco, come, purtroppo, ha dovuto cedere nella guerra contro Gheddafi; ma il nostro diritto e il nostro dovere di contribuire alla sicurezza e alla libertà del popolo libico, non devono soggiacere alle ipocrisie dei rapporti internazionali, alleanze comprese. Devo condividere quanti, come Tosi, auspicano il nostro contributo militare al governo di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, perché non si tratta soltanto di interessi economici, ma della sicurezza della nostra regione. L’argomento lascia fuori della porta quelli che colpevolizzano il colonialismo e i pacifisti che accettano che noi si partecipi a tutte le guerre, in nome della Pace, perché, se non c’è altro verso di assicurare la stabilità e la sicurezza a un popolo a noi due volte vicino, il sostegno militare resta l’unico strumento idoneo e necessario.

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Il Presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj e il generale Khalifa Haftar. Le contestazioni della gente di Tripoli accompagnarono sia la nomina e sia, poi, lo sbarco via mare di al-Sarrāj. L’allora Governo di Tripoli, per bocca del Primo Ministro Khalifa al-Ghwell, accusò il Governo Sarraj di essere illegittimo in quanto imposto dall’esterno e non scelto dalla popolazione libica, nonché privo dell’avallo dei parlamentari di Tobruk e negò il proprio sostegno al passaggio di poteri. 

La Francia pesca nel torbido; l’Unione Europea, Mogherini in testa, finge di defilarsi, come nel caso dell’attentato di Malta all’aereo (ma non era l bimotore Fairchild Merlin Mark III di Eunavfor Med, quello esploso subito dopo il decollo?) con a bordo gli agenti dei servizi segreti militari francesi (Dgse), ma dietro le quinte il confronto fra gli attori in gioco non conosce soste e neanche regole.

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La Francia è favorevole a una spartizione della Libia

E’ una situazione sporca, che non merita riguardi. Una iniziativa italiana troverà l’aperta ostilità della Francia, favorevole a una spartizione della Libia, ma, come andremo a vedere nell’editoriale che ci segue, potrebbe essere condivisa dai tre Paesi del Maghreb, Marocco, Tunisia e Algeria. L’alternativa è che le criticità del contesto libico possono solo aumentare. Infatti:

“È del 10 Ottobre la notizia che un gruppo di ex ufficiali dell’esercito del defunto colonnello Muhammar Gheddafi ha annunciato di aver creato un proprio comando militare nella Libia meridionale, svincolandosi dal “feldmaresciallo” libico Khalifa Haftar e offrendo “protezione” alle “installazioni strategiche” del sud, ovvero le condutture e i giacimenti petroliferi vitali per l’Italia, dove opera l’Eni. L’ha riportato l’agenzia di stampa Nova.

Le neonate “Forze armate arabe libiche del sud della Libia” hanno dichiarato di aver scelto il generale Ali Kannah, ex pezzo grosso dell’era Gheddafi, come proprio comandate e avrebbero deciso di voltare le spalle ad Haftar e all’operazione militare “Karama” (Dignità) dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), ostile al governo di accordo nazionale (Gna) con sede a Tripoli e sostenuto dalle Nazioni Unite. Il nuovo gruppo armato si è detto intenzionato ad operare sotto un comando militare unificato, quando questo verrà formato. “Intendiamo solamente mettere in sicurezza la popolazione e le installazioni strategiche nel sud, oltre a sostenere le forze di polizia”, ha detto il generale Kannah. Gli ex ufficiali hanno spiegato di essere indipendenti e neutrali rispetto a tutte le parti libiche, e che la creazione della “Forze armate arabe libiche del sud della Libia” rappresenta “una questione interna alle regioni meridionali”.

Il portavoce dell’Lna, il colonnello filo-Haftar Ahmed al Mismari, ha annunciato però che il tentativo di dar vita ad un esercito nel sud della Libia, “e’ fallito”. Parlando ai media libici, l’ufficiale ha spiegato che “si tratta di un tentativo di uomini legati al passato regime di Gheddafi di compartecipare con Haftar alla guida delle forze armate nazionali, cercando di dar vita a tre comandi regionali, uno dell’est, uno dell’ovest e uno del sud”.”

Leggiamo questo editoriale di un think tank sicuramente indipendente:

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In un focus ricco di particolari, l’agenzia di stampa Nova ha riferito della pesante irritazione di Marocco, Tunisia e, soprattutto, Algeria nei confronti della Francia, che, per quanto concerne la crisi libica, è accusata di giocare un ruolo ambiguo e pericoloso.

I paesi confinanti con la Libia e in generale quelli nordafricani impegnati da mesi nel sostenere il processo di riconciliazione nazionale libico, in particolare Marocco, Tunisia e Algeria, hanno avuto reazioni negative riguardo all’incontro che si è tenuto a inizio ottobre fa a Parigi al quale non sono stati nemmeno invitati. Lo ha spiegato Hamza Boccolini in un’editoriale dell’agenzia di stampa NOVA, specializzata in servizi di informazione di politica ed economia internazionale.

Ad aver apertamente contrastato il vertice di Parigi dedicato alla situazione libica è stata soprattutto l’Algeria per la quale la Francia “ha giocato sporco sul dossier libico, cercando di organizzare un summit internazionale su questo tema senza invitare uno dei paesi che svolge un ruolo fondamentale per una soluzione della crisi”. E’ questa almeno l’analisi di uno dei più importanti giornali di Algeri, considerato vicino al governo, “Echorouk”.

In un editoriale del quotidiano “Echourouk” a proposito del fallimento della conferenza sulla Libia organizzata due giorni fa in Francia, si sottolinea peraltro come in quelle ore fosse in visita volutamente ad Algeri il premier libico Fayez al Sarraj. Secondo “Echorouk”, l’Algeria non è stata invitata nonostante la sua “influenza significativa sulla maggioranza delle tribù libiche. A chi ieri ha chiesto ad un funzionario francese il perché non fosse stata invitata l’Algeria non è stata data alcuna risposta, ma la Francia sta tentando di mettere da parte Algeri nella gestione della crisi libica. Per Parigi, infatti, Algeri è diventata un ostacolo alla sua politica estera non solo per la Libia, ma per tutta la regione”.

Fonti consultate da “Agenzia Nova” hanno riferito, inoltre, che la riunione del 3 ottobre scorso a Parigi prevedeva inizialmente la partecipazione dei ministri degli Esteri e dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, ma è stata poi ridotta a livello di “incontro tecnico”. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” dal Quay d’Orsay francese, alla riunione di Parigi hanno preso parte esponenti dell’Unione europea, dei paesi arabi coinvolti nella crisi libica, tra cui Egitto, Qatar, Emirati arabi uniti e Turchia; degli Stati Uniti e di diversi stati membri dell’Ue, tra cui Italia, Germania, e Spagna. La lista dei partecipanti effettivi, tuttavia, non è stata pubblicata e al momento vige il massimo riserbo sui contenuti dei colloqui. Difficile capire perché la riunione di Parigi sia fallita: l’iniziativa francese, evidentemente, non è stata apprezzata da qualche attore internazionale di primo piano. La mancata partecipazione della Mogherini, che aveva perfino inserito l’evento nella sua agenda pubblica, esclude di fatto l’Unione europea. Più probabile che siano gli Stati Uniti, tuttora impegnati nei bombardamenti a Sirte a sostegno del governo di accordo nazionale, a non aver gradito la manovra francese.

Mentre la riunione di Parigi veniva disertata, il capo del governo libico riconosciuto dall’Onu, Sarraj, veniva accolto all’aeroporto algerino dal premier Abdelmalek Sellal, dal ministro degli Affari del Maghreb, dell’Unione Africana e della Lega araba, Abdelkader Messahel, e dal ministro dell’Interno, Noureddine Bedoui. Le relazioni tra l’Algeria e la Francia sono piuttosto fredde. La Francia, infatti, non ha gradito le recenti modifiche alla Costituzione algerina che prevedono, tra le altre cose, il divieto per i cittadini con doppia nazionalità di accedere alle alte cariche dello Stato, escludendo di fatto i moltissimi funzionari con passaporto francese. Non solo: Algeria e Francia hanno posizioni differenti sulla crisi libica. I nordafricani hanno mantenuto una posizione molto prudente, temendo ripercussioni interne, garantendo sostegno al governo di unità nazionale del premier Sarraj. I francesi, invece, appoggiano più o meno velatamente l’autoproclamato Esercito nazionale libico guidato dal neo feldmaresciallo Khalifa Haftar che controlla “de facto” tutta la Cirenaica e i porti della Mezzaluna petrolifera. Le tensioni sono state aggravate anche dalla pubblicazione su Twitter, lo scorso 10 aprile, da parte del premier Manuel Valls, di una foto del capo dello stato algerino Abdelaziz Bouteflika, che appariva visibilmente malato. Parigi e Algeri sono divise anche sulla questione della regione denominata del Sahara occidentale. Gli algerini sostengono infatti l’autodeterminazione del popolo saharawi nella regione, garantendo appoggio finanziario e logistico agli indipendentisti del Fronte Polisario. I francesi sostengono invece la causa del Marocco che rivendica la sua autorità sulla zona.

Secondo l’analisi del sito informativo libico “al Manara”, a Parigi sono stati invitati solo paesi “che sono meno coinvolti nella crisi libica, essendo del Golfo o della parte orientale del mondo arabo, come Egitto, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi oltre alla Turchia e agli Stati Uniti. Si ignorano i motivi che hanno spinto la Francia ad allontanare i paesi del Maghreb arabo ed ha ragione il quotidiano ‘Echourouk’ quando dice che la Francia sta giocando col fuoco”. Per il ministro degli Esteri del governo di accordo nazionale libico di Tripoli, Mohammed Siala, “al vertice di Parigi sono stati invitati solo quei paesi che sostengono chi ostacola il processo di riconciliazione nazionale ed è per questo che sono stati esclusi altri stati come l’Algeria e la Tunisia”. Secondo la sua analisi, quindi, l’incontro di Parigi avrebbe visto riuniti i paesi che sostengono il feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Anche la Lega Araba si è lamentata per non essere stata invitata. Tramite un suo portavoce, il consesso arabo ha protestato per non aver ricevuto l’invito da parte del governo francese. Più pesante è stata la dichiarazione del viceministro degli Esteri algerino con delega sulle questioni dei paesi della Lega araba, Abdelkader Messahel, il quale ha affermato che “l’Algeria non dà importanza alla conferenza di Parigi”. Per Messahel “la stabilità in Libia è una cosa importante per l’Algeria e noi siamo contrari a qualsiasi ingerenza straniera nel paese”. Messahel ha poi colto l’occasione, nel corso di una conferenza stampa con l’omologo libico Siala, per annunciare che a fine ottobre ci sarà un vertice dei paesi confinanti con la Libia.

La Francia, da parte sua, sembra mantenere una posizione ambigua rispetto alla crisi libica. Ufficialmente schierata con il governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, Parigi ha inviato uomini delle forze speciali in Cirenaica a sostegno di Haftar. Ad ammetterlo pubblicamente era stato il presidente francese, Francois Hollande, che il 22 luglio scorso aveva confermato la morte di tre soldati del suo paese in Libia, avvenuta domenica 17 luglio, deceduti nella caduta di un elicottero a est di Bengasi. Non è ancora chiaro se il velivolo (un Mi-17 per il trasporto truppe in dotazione alle forze di Haftar) sia precipitato per un guasto oppure sia stato abbattuto, come rivendicato dalle milizie islamiste. Gli esponenti del governo francese hanno sempre sottolineato che le operazioni in Libia hanno una natura anti-terroristica e non sono da considerarsi come azioni militari in territorio straniero.

Il sospetto, però, è che nella prospettiva di Parigi la salvaguardia dell’unità territoriale della Libia non sia una priorità.

776.-PRESENTO “I PROPRIETARI DELLE NAVI NEGRIERE” di Maurizio Blondet, LA FLOTTA D’INVASIONE e la Missione Eunavfor Med

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Il teatro romano della bellissima Sabratha

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IN CORSO DI STESURA

Si dice che la ribellione di Gorino sia stato solo un inizio. Intanto, prosegue senza sosta il flusso di migranti dalle coste africane verso l’Italia, che continua a portare con sé anche qualche carico di morti: nell’ultima settimana sono stati recuperati nel Canale di Sicilia 26 cadaveri – 23 solo negli ultimi tre giorni – e sono state “tratte in salvo”, rectius, caricate e scaricate 6.500 persone. Si teme, inoltre, che un numero imprecisato di migranti siano annegati durante le traversate e siano scomparsi in mare. Circa 4.292 i migranti che stanno arrivando nei porti della Sicilia dopo i trasbordi tra le coste del Nordafrica e l’Isola. Non sono salvataggi! Queste navi fanno la spola, avanti e indietro, senza soste, da mesi e stiamo assistendo a una vera e propria catena di montaggio, diretta da chi vuole rubarci l’identità e la Nazione.

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Il mare restituisce le vittime dei trafficanti alla spiaggia di Sabratha. I salvataggi in alto mare e i morti sono di quelli che, evidentemente, non sono stati portati sotto bordo alle navi perché non vogliono pagare il pizzo, o sono stati vittime di incidenti, oppure, sono stimolatori di stampo mafioso, funzionali al progetto dell’invasione.

 

Ecco l’editoriale di Blondet: 

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     25 ottobre 2016 . Ricevo da Palermo queste informazioni dal lettore MM. Le pubblico volentieri, già il titolo merita. mb

NELLA GIORNATA DI OGGI – 24 OTTOBRE 2016 (link 1 / 2 / 3)
la nave Siem Pilot, con 1.117 migranti e 17 salme è giunta a Palermo;
Il mercantile tanker Okyroe, con 758 migranti ad Augusta;
la nave Dignity I, con 552 migranti arriverà a Trapani;
la nave Werra (della Marina tedesca …ndr) con 857 migranti nel pomeriggio a Reggio Calabria;
la nave Corsi con 358 migranti arriverà a Crotone;
la nave Beckett con 650 migranti giungerà a Pozzallo;
la nave Aquarius giungerà domani a Taranto con 520 migranti;

la nave Luigi Dattilo,che ha già a bordo 434 migranti;
la nave Iuventa con 278 migranti;
la nave Rio Segura con 117 migranti;
un veliero bialbero, a Capo di Leuca, con 120 migranti. (link 4 / 18)

TOTALE 5.761

Dirottata ieri su Catania nave Enterprise, con 625 migranti e tre cadaveri. E’ approdata, invece, a Napoli Nave Gregoretti, della Guardia Costiera, con a bordo 463 migranti ed il cadavere di una donna incinta, di 24-25 anni, recuperato giorni fa a bordo di un gommone. Nave per nave, Vi aggiungo le immagini di queste navi negriere e in calce vi illustro meglio queste navi e la Eunavfor Med: missione europea operativa, che Vi fa capire come Bruxelles sia parte dirigente dell’invasione dell’Italia. ndr)

CONCLUSIONI
Quello che sta veramente accadendo è semplicemente il tentativo di de-nazionalizzare gli stati nazionali attraverso l’uso di migranti non assimilabili. Se fosse solo un problema demografico come viene raccontato, sarebbe prioritario mettere gli italiani in condizione di non emigrare (oltre 200 mila nel 2015 di cui 107 mila ufficialmente), o sarebbe piu conveniente l’immigrazione di popolazioni a noi più affini. Gli ucraini se potessero verrebbero in massa. Affini etnicamente e religiosamente, avrebbero il vantaggio che i loro figli sarebbero totalmente assimilati, senza ghetti di emarginati rancorosi di tipo francese o statunitense. Ma questo non va bene. Perché quello che serve è proprio l’immissione di popolazioni che non possano assimilarsi. Per destabilizzare e permettere il controllo remoto dello stato-colonia. Tutto questo in qualche maniera richiama la decolonizzazione dell’impero britannico, quando dal 1947 le colonie ottennero l’indipendenza e i britannici disegnarono i confini in modo da non regalare mai una omogeneità etnica. Un simpatico lascito di caos. Le élite che controllano gli Stati Uniti si stanno preparando al dopo-Nato e un’Europa massacrabile da conflitti interni è quanto di più auspicabile.

N O T A

Fin qui, Maurizio Blondet, ma le traversate non sono solo fuga dalla disperazione, c’è anche chi lucra sui viaggi della speranza: a Catania la polizia ha eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di 15 nigeriani accusati di avere gestito una tratta di giovanissime loro connazionali che avrebbero “reclutato, introdotto, trasportato e ospitato” in Italia per “costringerle ad esercitare la prostituzione”. Sono indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere, tratta di persone con l’aggravante della transnazionalità e di induzione e sfruttamento della prostituzione. Indagini della squadra mobile hanno evidenziato l’esistenza di più organizzazioni criminali – con basi in Nigeria, Libia, Catania, Campania ed in altre città del Nord Italia – che secondo l’accusa reclutavano in Nigeria giovani donne che, dopo essere state sottoposte a rito “voodoo” ed avere contratto un debito, venivano trasferite dapprima in Libia, quindi condotte a bordo di imbarcazioni in Italia.

LA FLOTTA D’INVASIONE

Vediamo nave per nave, con alcune immagini e alcune note che abbiamo aggiunte per voi a quelle dell’editoriale.

La nave SIEM PILOT

La SIEM PILOT (IMO: 9510307, MMSI: 257458000) è una nave offshore tug/supply ship costruita nel 2010, che naviga attualmente sotto bandiera della Norway. La SIEM PILOT ha lunghezza totale di 88m e larghezza massima di 20 m. La stazza lorda è di 5106 tonnellate. Dal giugno 2015, ha sbarcato in Italia già 19.209 migranti.
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L’equipaggio dice su Twitter di non aver mai imbarcato così tante persone; ma può farlo? Ecco il rapporto della missione del 26 maggio 2016, con 1.000 migranti: “The refugees were picked up by the Italian ship after departing from the Libyan city of Sabratha in crowded rubber boats by night. They were then transferred to the Norwegian ship Siem Pilot”.

Avete capito? Le navi italiane vanno a prendere i migranti da battelli stracarichi, dopo la partenza dalle spiagge di Sabratha, di notte e li trasbordano sulle navi negriere. Se questa non è una guerra, è una guerra!

Il quartier generale della nave è alle Isole Cayman (Siem Offshore), ma fa parte del gruppo britannico Subsea-7 del signor Kristian Siem (link 5). Martin Siem, papà di Kristian, ha lavorato durante la guerra per una rete di intelligence alleata (la norvegese Rmo) fino a divenirne il responsabile. A lui si deve l’affondamento nel gennaio 1945 della nave tedesca SS Donau definita la “Nave degli schiavi”, in quanto impiegata per portare ebrei norvegesi da Oslo ai campi tedeschi in Polonia (link 6 / 7). Può essere che in quel periodo fosse già entrato in contatto con il polacco Yaakov Meridor, allora membro di Irgun e Haganah (organizzazioni paramilitari ebraiche) e successivamente ministro in Israele. Rapporti evidentemente intensi viste le foto che li ritraggono insieme e se nel 1965 dovette dimettersi da direttore generale della Akers Mekaniske Verksted, per aver fornito navi a Israele dai cantieri francesi di Cherbourg, nonostante il divieto allora imposto da De Gaulle, con la celebre operazione Noah (link 8),. Tant’è che la vita di Martin, padre di Kristian, su wikipedia esiste solo in tre lingue: ebraico, norvegese e inglese.

Il mercantile OKYROE

L’OKYROE batte bandiera delle Isole Marshall, appartiene alla PST Energy 8 Shipping LLC con operatore la Product Shipping & Trading SA (acronimo sempre PST), con sede ad Atene (link 9).

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Questa compagnia è costola della Oceanbulk Group (link 10), il cui chief executive officer è Spyros Capralos, gia’ executive governor of the National Bank of Greece, poi presidente del comitato olimpico greco, mentre presidente è Hamish Norton, laurea in fisica ad Harvard e PhD a Chicago, e per 15 anni alla Lazard Frères & Co. (link 11). La nave OKYROE (IMO: 9273088, MMSI: 538002621) è una nave crude oil tanker costruita nel 2004 che naviga attualmente sotto bandiera della Marshall Islands. A confronto con le altre navi negriere, la OKYROE è una nave grande: ha lunghezza totale di 228m e larghezza massima di 32 m. La stazza lorda è di 42469 tonnellate.

La nave DIGNITY I

La nave è giunta a Trapani l’altro ieri, sbarcandovi i 552 migranti a bordo, per ripartire alla volta di La Valletta (Malta), dove ha ormeggiato oggi a mezzogiorno.  La nave batte bandiera panamense, ed è di Medecins sans Frontieres e fa la spola per i migranti, come dicono i porti toccati in questo mese di ottobre: Malta, Trapani, Augusta, Pozzallo, Reggio Calabria.

DIGNITY I (IMO: 7302225, MMSI: 371464000) è una nave offshore tug/supply ship costruita nel 1973, che ha lunghezza totale di 50m e larghezza massima di 12 m. La stazza lorda è di 645 tonnellate. E’ una navicella, ma rende bene.

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Medecins sans Frontieres, invece, è l’organizzazione fondata da Bernard Kouchner (link 12), fino a novembre 2010 ministro degli Esteri nel governo Sarkozy, proprio il governo che ha scatenato la guerra alla Libia di Gheddafi e contribuito a fare lo stesso contro la Siria di Bashar al Assad, creando ondate di profughi che le navi Dignity, Bourbon Argos e Aquarius, vanno poi regolarmente a prendere a 15 miglia dalla costa libica per portarli da noi a 300 miglia di distanza. Quello stesso Kouchner definito dal Jerusalem Post come uno tra i 15 ebrei più influenti al mondo (link 13). I dati ufficiali MsF per il 2015 indicano 20.129 salvataggi diretti e più di 80 sbarchi in Italia. Ma quest’anno sono stati molti di più’.

La nave WERRA

Nave WERRA è una nave ausiliaria della marina militare tedesca (Codice NATO A514) (link 14) e per ironia della sorte a fine ‘800 si chiamava così una nave che trasportava immigranti dalla Germania a New York (link 15). La WERRA ha lunghezza totale di 101m e larghezza massima di 16 m.

La nave ausiliaria Werra, insieme alla fregata Schleswig-Holstein partecipa alla missione EU NAVFOR MED e tra i loro compiti vi è anche il monitoraggio delle attività illegali rilevate in mare aperto allo scopo di acquisire informazioni sulle organizzazioni criminali che le mettono in atto. Altresì le navi sono impegnate nel salvataggio dei migranti in viaggio verso le coste italiane. La Marina tedesca ha salvato o imbarcato 6602 persone dall’avvio della missione il 7 maggio 2015.

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Il Werra è stato, di recente, sostituito dalla nave supporto al combattimento tedesca, FGS Berlin. Con il comandante Marcel Rosenbohm, FGS Berlin è arrivata nel porto italiano di Augusta, il 14 ottobre scorso, per iniziare le operazioni con la forza navale dell’UE.

La nave CORSI, CP906

La nave CORSI è un pattugliatore d’altura della Guardia costiera italiana (NATO). Appartiene ad una classe di motocannoniere,  convertite al pattugliamento, che dislocano da 390 a 420 tonn. e sono in servizio con Panama, Iraq e Malta. Il Corsi è stato costruito al Muggiano nel 2002 e sta svolgendo un incessante attività di trasbordo, dei migranti, che potete vedere in un video e in una nota, di seguito.

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Video relativo alle operazioni di soccorso portate a termine lo scorso 22 ottobre nel Mediterraneo Centrale da Nave Corsi CP 906 della Guardia Costiera in favore di due gommoni con a bordo, complessivamente, circa 250 migranti.

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CROTONE, 24 ottobre 2016 – Sono 358 i migranti giunti oggi nel porto di Crotone la nave “Corsi”, pattugliatore della Guardia costiera, soccorsi tra le coste del Nord Africa e quelle siciliane. Tra coloro che sono sbarcati, 14 sono i minori non accompagnati che sono stati ospitati in strutture idonee.

Nel piano di riparto disposto dal Ministero dell’Interno, un gruppo di 58 immigrati partirà questa sera per la Toscana, mentre domani è previsto il trasferimento di altre duecento persone, destinate a raggiungere Lazio, Liguria e Puglia. Il restante gruppo di immigranti rimarrà in Calabria.

Tra le persone arrivate sono stati riscontrati una cinquantina di casi di scabbia. Le operazioni di sbarco sono state coordinate dalla Prefettura di Crotone mediante il consueto dispositivo di accoglienza che comprende la Misericordia di Isola Capo Rizzuto, Croce Rossa e Questura.

La nave SAMUEL BECKETT

La SAMUEL BECKETTè un pattugliatore off-shore (OPV) della Marina Militare irlandese (partner NATO dagli anni ’90).

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Mentre scriviamo, è appena attraccata al porto di Crotone con 653 migranti e 2 salme a bordo.

(Lo sbarco di oggi si somma a quello di oltre mille migranti di ieri nei porti di Vibo Marina e Reggio Calabria, raggiungendo così la cifra di circa 2000 persone accolte in Calabria negli ultimi due giorni).

La nave AQUARIUS con 520 migranti,

la nave delle associazioni europee per salvare i migranti fa anch’essa parte della flotta di Medecins sans Frontieres, di Bernard Kouchner, ex ministro degli Esteri nel governo Sarkozy, come la nave Dignity, di cui sopra. La missione è promossa da Sos Méditerranée, organizzazione umanitaria nata in Germania e attiva in Francia e Italia. A bordo ci saranno gli operatori di Medicins Du Monde. SOS Méditerranée è un’iniziativa di cittadini con varie competenze professionali (marittime, umanitarie, mediche, giuridiche). L’associazione aspira ad aprirsi alla società civile europea e africana.

aquarius“Aquarius” è una nave guardapesca di 77 metri che può ospitare fino a 500 persone.

Importante questa dichiarazione del comandante dell’Aquarius Klaus Vogel: “Al di là del dibattito politico infinito sul tema dell’immigrazione – dice il capitano Vogel, promotore del progetto – abbiamo voluto fortemente metterci insieme per agire concretamente a favore delle vite umane. Siamo un modello che nasce dal basso e che si fonda soltanto sulla forza della società civile europea che vuole dare una risposta diversa in termini di salvataggio e di accoglienza. Il nostro vuole essere un modello umanitario, fatto da una squadra che ci crede e che guarda ai fatti e non alle parole che rimangono vane se non sono avvalorate da scelte forti”. Peccato che non si dica il perché tutta l’Africa debba sbarcare in Italia e che non esistono progetti concreti per accogliere questi migranti, ma solo buone intenzioni o interessi loschi.

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La nave DATTILO

La nave, con 434 migranti, è una Guardia Costiera della Marina Militare Italiana (NATO).

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La nave di soccorso e salvataggio d’altura Luigi Dattilo CP 940 della Guardia Costiera, MMSI 247330500, di 3464 tonno., costruita nel 2013. Ha predisposizioni per l’imbarco di 600 naufraghi, ma ne sta imbarcando anche un migliaio per volta.

 

La nave IUVENTA

La pattuglia della “Iuventa” si muove al largo della costa libica e tiene contatti con il MRCC (il Comando Generale della Capitaneria di Porto) a Roma. L’iniziativa nascerebbe da due giovani di Berlino, Jakob Schoen, 20 anni, e Lena Waldhoff, 23 anni, che, nell’aprile del 2015, dopo aver appreso dell’ennesima drammatica morte nel mare nostrum da parte di migranti partiti dalle coste africane per raggiungere l’Europa, decidono di mettere in piedi l’associazione Jugend Rettet. Obiettivo: dotarsi di una barca per pattugliare il mare e salvare migranti. Nove giovani facenti parte della Jugend Rettet, un’imbarcazione chiamata “Iuventa” ed un equipaggio presente in nave composto da professionisti: questi i componenti di una missione di solidarietà dal basso, che da poco più di due settimane sta pattugliando le acque del Mediterraneo ed è già andata in soccorso di diversi migranti. Anche per loro, il mio plauso e la domanda:M “Perché in Italia?”

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La nave sbarcherà 283 migranti.  È un prodotto di marketing, una simpatica operazione PSYOP (come gli striscioni Refugees Welcome agli stadi tedeschi in cambio di benefit e biglietti agli ultrà). Jakob Schoen e Lena Waldhoff, due ventenni di Berlino fondano la associazione Jugend Rettet, lanciano un crowdfunding e trovano … trecentomila euro con cui comprano una nave. Se ci credete è un problema vostro. La Stampa e Repubblica ne hanno cantato le lodi in coro proprio perché voi ci crediate (link 16 / 17).

 

La nave RIO SEGURA

La RIO SEGURA sbarcherà 117 migranti.

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E’ un pattugliatore della Guardia Civil della Marina Militare Spagnola (NATO) di 1.667 tonno, lungo 73 m.  Anche la Spagna sbarca i migranti in Italia, ma i conti non tornano:  Un milione gli arrivi via mare in Europa nel 2015, qualche migliaio (credo 5.000) in Spagna. Un milione e 300mila le richieste d’asilo, solo 13mila a Madrid. Come è possibile che l’unico paese europeo che confina via terra con l’Africa – grazie a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco – non sia stato investito dal flusso di profughi e migranti arrivati lo scorso anno?

Un VELIERO bialbero

Il due alberi, con 120 migranti a bordo, era stato abbandonato dai due scafisti ucraini.

1c19a8f154d9cc68e047ed98e6efc6e5-jpg_997313609Dal veliero, ormeggiato in prossimità di Punta Meliso, sono sbarcati circa 120 migranti. Giunto al largo della costa del Capo di Leuca, il veliero si era ancorato a pochi metri dalla scogliera. A bordo si vedevano dalla costa donne e bambini. Sul posto stanno operando due motovedette della Capitaneria di porto di Gallipoli con il supporto dell’equipaggio di un gommone della Guardia di Finanza. Il primo ad accorgersi dello sbarco è stato un carabiniere che si stava recando al lavoro e che ha sentito le urla dei migranti e poi un pescatore. Sono in corso operazioni di trasbordo che avvengono in mare. Una prima parte, 34 migranti, per la maggior parte donne e bambini, quasi tutti di nazionalità pakistana, sono già sbarcati al terzo braccio del porto di Santa Maria di Leuca.

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è una nave offshore tug/supply ship costruita nel 2013 che naviga attualmente sotto bandiera della Luxembourg. La BOURBON ARGOS ha lunghezza totale di 69m e larghezza massima di 15 m. La stazza lorda è di 2343 tonnellate.

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La Bourbon Argos, una delle navi di Medici senza frontiere, Msf, insieme con le navi Dignity I e Aquarius e in collaborazione con SOS Mediterranee, è impegnata, dal 21 aprile 2015, nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare dei migranti, cui fornisce cibo, lenzuola termiche, acqua, materassi. Le navi hanno a bordo un coordinatore medico. Il 17 agosto, a 24 miglia nautiche a nord della costa libica, un motoscafo non identificato ha attaccato e sparato contro la Bourbon Argos da una distanza di 400-500 metri . Uomini armati, poi, sono saliti a bordo, dove non c’erano persone soccorse durante la giornata. Sia i membri dell’equipaggio sia i membri dello staff di Msf hanno preso la misura precauzionale di spostarsi nell’area sicura designata all’interno della nave e non ci sono stati feriti.

Dice Msf: “L’attenzione europea continua a essere concentrata sulla deterrenza e sulla sicurezza, un approccio che consideriamo pericolosamente miope e completamente inadeguato a rispondere a questa crisi”. “La ricerca e il soccorso sono solo misure palliative per far fronte alla mancanza di vie legali e sicure: oggi più che mai l’Europa e gli Stati membri devono mettere in atto un meccanismo proattivo per salvare vite umane e aiutare coloro in cerca di sicurezza”. MSF continua a insistere sulla necessità di alternative legali e sicure per chi attraversa il Mediterraneo centrale per fermare le morti in mare.”

A sorpresa mancano le navi MOAS (link 19), che vanno forte in Sicilia. La nave della spedizione MOAS si chiamano Phoenix e Topaz. La Phoenix  è lunga 43 metri (136-ft) ed è una costruzione in ferro del 1973 acquistata in Virginia. Disloca 483t, imbarca personale specializzato ed è stata attrezzata con 2 droni Schiebel S-100 “Camcopter” per localizzare in tempi record i gommoni in avaria e i migranti bisognosi di cibo, coperte e acqua. Massimo riserbo per il momento sull’investimento affrontato da Regina e Christofer. “Reuters” parla di “milioni di euro” per l’acquisto e l’adattamento dell’imbarcazione ma la cifra non è né confermata né dettagliata.

29copaxIl direttore generale del MOAS è Martin Xuereb (link 20), gia’ Ministro della Difesa di Malta fino al 2013, ma gli ideatori sono Regina e Christopher Catrambone, lei italiana di Malta e lui statunitense proprietario a Malta (dove ora risiede), di un aziendina di insurance e intelligence per zone di conflitto, “inspiegabilmente” inserito tra i 100 Global Thinkers del 2015 secondo Foreign Policy (link 21). Redattori di Foreign Policy (edito dalla Carnegie Endowment for International Peace, uno dei piu’ importanti think tank USA) sono persone del calibro del diplomatico Peter Galbraith, dell’assistente di Condoleezza Rice Christian Brose, del direttore della Commissione Attentati 9/11 Philip Zelikow, del funzionario del Pentagono Dov Zakheim, del mitico John McCain a tanti altri. E questi hanno deciso che questo sconosciuto era tra i 100 Global Thinkers del 2015. E subito il Ministro della Difesa di Malta è diventato il direttore generale! Capito il giochetto? Prova tu ad andare a Malta e vedi se il signor ex-Ministro ti ascolta.

Ma sono ben sette le imbarcazioni umanitarie presenti nell’area (Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranée, Moas/Emergency, Seawatch, Jugen Retten), con il coordinamento della Guardia Costiera italiana. Di queste, citerò il Ketch Astral, donato da Livio Lo Monaco, il “rey de las camas”, il re dei letti del mercato spagnol.

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Da yacht di lusso, la Astral è stata trasformata così in nave di salvataggio, “dotata di sala infermeria, di scale e altre attrezzature per portare a bordo le persone in sicurezza”. 350mila euro di lavori, interamente finanziati da un crowdfunding lanciato da Proactiva Open Arms e tutt’ora in corso, che permettono alla nave di ospitare fino a 150 persone. Dieci i membri dell’equipaggio, fra cui due medici e quattro “socorristas” volontari.

 

EUNAVFOR MED: MISSIONE EUROPEA OPERATIVA

Veniamo alla missione europea Eunavfor Med, contro i contrabbandieri e trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. L’impiego di mezzi fatiscenti, inadatti alla navigazione in alto mare e sovraccarichi nel flusso migratorio ha portato al ripetersi di naufragi con un numero rilevante di morti in mare. 

A seguito del naufragio dell’aprile 2015, su proposta dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e Politica di Sicurezza Federica Mogherini, il Consiglio Europeo ha definito un Action Plan sulla migrazione, fondato su 10 punti, al fine di evitare tragedie umane e individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai contrabbandieri o dai trafficanti di esseri umani nel pieno rispetto del diritto internazionale. Il 22 giugno 2015, il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea avviava ufficialmente l’operazione EUNAVFOR MED – operazione Sophia. Il comando operativo fu stabilito a Roma, sotto la guida dell’Ammiraglio Enrico Credendino e disponeva di 4 navi (portaerei Cavour, fregata tedesca Schleswig-Holstein, rifornitrice tedesca Werra e nave ausiliaria britannica Enterprise) e 5 velivoli (un aereo da pattugliamento francese, un Fairchild MPA SW3 Merlin III lussemburghese, 2 italiani e un elicottero britannico. 

Fasi dell’Operazione

L’operazione è suddivisa in quattro fasi:

  • (22 giugno – 7 ottobre 2015) – Fase UNO, volta a dispiegare le forze e raccogliere informazioni sul modus operandi dei trafficanti e contrabbandieri di esseri umani;
  • (7 ottobre 2015 – in corso) Fase DUE, durante la quale gli assetti della Task Force “potranno” procedere, nel rispetto del diritto internazionale, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Tale fase è stata a sua volta suddivisa in una fase in alto mare, attualmente in corso, ed una in acque territoriali libiche, che potrà iniziare a seguito di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’invito del relativo Stato costiero;
  • Fase TRE, volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali. Anche questa Fase necessita di Risoluzione del’ONU e del consenso e cooperazione da parte del corrispondente Stato costiero;
  • Fase QUATTRO, che prevede il re-deployment.

Analisi dell’Operazione

Ad oggi, sono 25 i paesi europei che hanno aderito all’iniziativa, oltre all’Italia: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Regno Unito, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria e Slovacchia.

Nella sua “Fase 1″, Eunavfor Med si è occupata della raccolta di informazioni e pattugliamento in alto mare per sostenere la rilevazione e il monitoraggio delle reti di contrabbando. Attività indispensabile per le fasi successive della missione. L’obiettivo sarebbe distruggere il business dei criminali dediti a traffici illegali, a partire da quello di esseri umani, ma – guarda caso – il soccorso in mare è un obbligo ineludibile per il diritto internazionale. Infatti, pur non rientrando nel mandato assegnatole, la missione sta contribuendo nel Mediterraneo Centrale all’attività di trasporto e salvaguardia della vita dei migranti in mare, prevedendo quello che viene chiamato soccorso, anche nelle procedure operative.  Sin dall’inizio dell’Operazione, le navi della Task Force europea hanno potuto contribuire allo sforzo che l’Italia, con l’Operazione Mare Sicuro, l’Europa con l’Operazione Triton dell’Agenzia Frontex e molte altre organizzazioni nazionali ed internazionali, con le quali EUNAVFOR MED è in stretto coordinamento. Il comitato Ue aveva approvato le regole d’ingaggio dell’operazione, che è in grado di salire a bordo, sequestrare e deviare le imbarcazioni sospettate di essere utilizzate per il traffico di essere umani, ma sempre e solo in acque internazionali e, ovviamente, in linea con il diritto internazionale. I trafficanti, ne siamo certi, sono rimasti impressionati da un nome così bellicoso e da regole d’ingaggio così aggressive. Le limitazioni fanno assomigliare Eunavfor Med/Operazione Sophia più a Mare Nostrum che a una missione di lotta alla criminalità. Del resto grazie a ben 4 unità navali della forza europea che avrebbero dovuti contrastarli (il sibillino mandato di Eunavfor Med definisce l’obiettivo di “interrompere il modello di business dei trafficanti”) i criminali libici hanno potuto incassare un triplo successo.
Innanzitutto i mille immigrati clandestini imbarcati dalle navi Ue e portati in Italia hanno fruttato ai criminali circa 2,3 milioni di euro (2.300 euro è il costo medo di un “biglietto” per l’Europa che oscilla tra i mille i 4 mila euro).

In aggiunta, le ultime due fasi sono avvolte da notevole ambiguità. Anzitutto, per poter intervenire con la forza in acque internazionali è necessario l’avvallo dell’Onu (come nel caso di Atalanta nel Mar Rosso). Tale avvallo, però, non è stavolta assicurato, perché la Russia potrebbe mettere il veto come ritorsione verso le sanzioni ricevute dall’Europa per la questione ucraina. La “Fase 3″ necessiterà di Risoluzione del’ONU e del consenso e cooperazione da parte del corrispondente Stato costiero (dunque, c’è uno Stato) perché prevede di operare con le armi nelle acque territoriali(?) libiche e sulla terraferma.

Osservo: Occorre una Risoluzione del’ONU per combattere il traffico di umani? la nostra appartenenza all’ONU, alla NATO e all’Unione Europea ci ha reso più deboli e incapaci di tutelare la nostra sicurezza e i nostri interessi.

Il Guardian rivela che, anche in questo caso, l’avvallo non è per nulla scontato: il governo libico ha già definito la missione “molto preoccupante”. Michael Diedring, segretario generale dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE), ha inoltre sottolineato che la distruzione di un certo numero di barconi potrebbe causare un ulteriore sovraffollamento da parte dei profughi su quelli rimasti, con un evidente aumento del rischio di tragedie future. 

Se il via libera libico all’intervento armato arrivasse, in ogni caso, si porrà un ulteriore problema: la missione dovrebbe svolgersi principalmente in Tripolitania, mentre il governo libico riconosciuto è in Cirenaica. C’è il rischio, insomma, di trovarsi a operare in un territorio ostile senza l’appoggio (se non verbale) del governo libico. Ma Eunavfor Med, al momento, non ha le forze per un tale impegno in uno scenario simile. Resta, infine, il dilemma dei “danni collaterali”. I ministri Ue hanno discusso su quale sia il livello accettabile di danni collaterali nella seconda fase, in cui si potrebbe presentare l’occasione di dover sparare sui barconi. Non ci è dato sapere le conclusioni a cui sono arrivati. La differenza con il modello Atalanta nel Mar Rosso, però, in questo caso balza agli occhi: il target, allora, erano le imbarcazioni dei pirati somali, non navi cariche di migranti.

Per ora, non si parla della “Fase 2″ che  avrebbe dato l’inizio alle azioni di contrasto ai trafficanti: individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai contrabbandieri o dai trafficanti di esseri umani. Di fatto, anche Eunavfor Med si traduce in un supporto alla sicurezza del traffico di umani, fortemente voluto dall’Unione Europea, perché si è limitata a raccogliere in mare immigrati clandestini al largo (quanto largo?) delle coste della Libia e a sbarcarli o a farli sbarcare in Sicilia favorendo il business dei trafficanti che, invece, dovrebbe stroncare. Forse, per minimizzare l’evidenza di questa, chiamiamola contraddizione, il 27 luglio 2017, sono stati aggiunti al mandato della missione due compiti integrativi:

– l’addestramento della Guardia Costiera e della Marina libica (ma non l’avevamo già addestrata?) a partire dal 6 settembre 2016;
– il contributo alle operazioni di embargo alle armi in accordo alla Risoluzione dalle Nazioni Unite nr. 2292 del 14 giugno 2016.

Nell’addestramento della Guardia Costiera e della Marina libica l’Italia svolgerà un ruolo determinante, poiché l’addestramento sarà a guida italiana e si svolgerà sulla nave anfibia San Giorgio (L9892), dove già in settembre si svolgeranno le prime fasi.

Con simili premesse, non solo la fase 2, ma tutta l’operazione presenta già molte zone d’ombra, non solo a livello etico ma anche in termini di efficacia operativa, e la fase 3 potrebbe non vedere mai la luce. C’è quindi il rischio che, superata la fase più critica dell’emergenza umanitaria, la missione prosegua navigando a vista, senza riuscire a incidere seriamente sul dramma che sta colpendo, in modo diverso, tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo. Probabilmente, i due compiti aggiuntivi serviranno anche a salvare la credibilità dell’operazione, che altrimenti, potrà ben essere considerata come un supporto ulteriore alla migrazione in atto.

Penso agli ordini ricevuti dall’ammiraglio Enrico Credendino e penso alla Spedizione contro il bey di Tripoli del 1825 e a quell’attacco della Regia Marina Sarda con le fregate “Commercio di Genova” e “Cristina”, la corvetta “Tritone, il brigantino “Nereide”. Le disposizioni impartite al comandante della spedizione, Capitano di Vascello Francesco Sivori, dal ministro della Torre in concerto con l’Ammiraglio Des Geneys, erano quanto mai chiare e inequivocabili, che, peraltro, lasciavano a chi era chiamato a porre in atto tali scelte, il buonsenso di eseguirle con la necessaria libertà di azione. Unico vincolo: Sarebbe stato opportuno che durante le trattative verbali col bey, il comandante osservasse modi dignitosi quanto garbati nelle apparenze, ma altrettanto fermi nel dimostrare l’assurda fallacità delle sue pretese. L’azione, eroica e fulminea, fece rientrare le pretese del bey, che, oltre ai danni del bombardamento, perse un brigantino e due golette.

Un po’ di cronaca

In una intervista, l’ammiraglio Credendino ha sottolineato che e’ stato possibile ricostruire il ‘modus operandi’ dei trafficanti.
A est di Tripoli vengono utilizzati gommoni di fabbricazione cinese, sono molto sottili e affondano dopo il primo viaggio; arrivano, attraverso la Turchia, a Malta, costano 8mila euro e imbarcano 100 persone, con un guadagno netto per migrante di circa 7-800 euro.
Dalle coste a est di Tripoli prendono il mare barche in legno, con un guadagno netto di 400mila euro.
Ma “oggi gli scafisti – ha detto Credendino – non hanno più la libertà che avevano prima, non partono più barche in legno. Abbiamo arrestato 48 scafisti e sequestrato 66 barche”, infatti “l’unico modo per fermare le partenze è sottrarre le imbarcazioni”. Un problema da sottolineare è proprio questo, che i mille , circa, scafisti arrestati in due anni sono stati lasciati a piede libero, in attesa di processo, dai giudici italiani. Insomma, anche in questo caso, sono più le domande che ci pone questa Europa, che le risposte. Concludiamo con una nota positiva e, cioè, che il comando italiano dell’operazione e l’impiego di tre portaeromobili dovrebbero consentirci una voce in capitolo nel futuro del popolo libico.

775.-LIBIA – COLPO DI CODA DEL GENERALE HAFTAR

Il bimotore Fairchild Merlin III di Eunavfor Med in volo. Quello caduto era un altro?

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schermata-2016-10-26-alle-23-12-41Il probabile attentato alle 07,20 del 24 ottobre scorso, al bimotore Fairchild Merlin Mark III di Eunavfor Med, esploso subito dopo il decollo da Malta, probabilmente, mentre ritraeva il carrello, ha causato la morte di tre agenti dei servizi segreti militari francesi (Dgse), del pilota e di un assistente di volo, tutti francesi (fonte Le Monde) e lascia molti dubbi, anche se Federica Mogherini, intorno alle 11, scrive su Twitter: “Il mezzo non era coinvolto in nessuna attività EU”, cioè, non sarebbe appartenuto alla missione pattugliamento delle frontiere ..  Chiaro che non è così. Fonti militari maltesi fanno sapere che il mezzo sarebbe stato diretto a Misurata, in Libia, per una missione di monitoraggio. Ma a che scopo? Sulla carta, Eunavfor Med si limita ad attività in mare. Non solo: finora non era mai emersa la notizia di contractor coinvolti nelle missioni europee. La guerra in Libia è fatta di interessi anche loschi, legati al petrolio. Il tragico evento ci invita a questo aggiornamento sulla pessima situazione nell’ex “Bel suol d’amore”.

Il generale di Tobruck, Khalifa Belqasim Haftar, sostenuto da Francia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, ha conquistato quattro porti petroliferi, mentre Fayez al Sarraj, a Tripoli, malgrado il sostegno degli USA e dell’Italia al suo governo, è asserragliato nella base navale della città. Haftar ha cambiato le carte in tavola, ma nessuno dei due leader può dominare il paese: al massimo, qualche centinaio di chilometri di costa e un po’ di entroterra; il resto è in mano a bande locali e milizie di trafficanti, come fu per noi italiani fino alla fine della repressione e riconquista del vice governatore Graziani.

Repressione violentissima (deportazioni, giudizi sommari, esecuzioni, confino). Dopo che venne rioccupato l’entroterra tra Bengasi e Tobruk, fu costruito un reticolato di 270 km da Giarba a Giarabub atto a impedire che dall’Egitto arrivassero rifornimenti di armi, munizioni e cibo ai ribelli senussiti.

Member of Libyan forces loyal to eastern commander Khalifa Haftar holds a weapon as he sits on a car in front of the gate at Zueitina oil terminal in Zueitina, west of Benghazi

Un membro delle forze libiche fedeli al comandante orientale Khalifa Belqasim Haftar davanti al cancello del terminale petrolifero Zueitina in Zueitina, ad ovest di Bengasi, in Libia il 14 settembre 2016. REUTERS / Esam Omran Al-Fetori
Nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 ottobre, milizie legate alla Fratellanza musulmana, guidate da Khalifa al Ghweil, che fu capo dell’autoproclamato governo di salvezza di Tripoli, già sostenuto dalla Turchia, tentano un colpo di mano, impossessandosi della sede del Consiglio di Stato. La comunità internazionale, ed in particolare l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Martin Kobler, rinnova il proprio sostegno a Fayez al Sarraj, presidente del Governo di accordo nazionale, riconosciuto dall’Onu e sostenuto da Italia e Stati Uniti, il quale resta però asserragliato nella base navale che domina il porto di Tripoli. I rapporti di forza sono notevolmente mutati, rispetto a pochi mesi fa. La conquista di quattro porti petroliferi – Brega, Ras Lanuf, Sidra, Zuetina – da parte delle milizie guidate da Khalifa Haftar, ha notevolmente rafforzato la posizione del generale, sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia. Il giorno in cui le sue forze prendevano possesso dei terminali petroliferi del seno orientale del Golfo della Sirte, Sarraj era a Roma per colloqui con il governo di Roma. Tornato a Tripoli, il premier sostenuto dalle Nazioni Unite ha iniziato a lanciare segnali distensivi nei confronti di Haftar, e lo stesso ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, si è detto convinto della necessità di trovare un compromesso con il generale. La Fratellanza musulmana, che ha nelle milizie di Misurata la sua punta di lancia, non sembra però condividere questo punto di vista e, pur di non lasciare ad Haftar il governo del paese, torna a puntare su Ghweil, sostenendo il suo tentativo di golpe a Tripoli. La situazione resta dunque estremamente fluida, e solo verso la fine dell’anno si potrà forse capire quali saranno gli sviluppi futuri.

774.- FRANCIA. E’ GUERRA CIVILE, MA LA STAMPA CENSURA: POLIZIOTTI IN RIVOLTA, IMMIGRATI SCATENATI, HOLLANDE BARRICATO ALL’ELISEO

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Lo Stato in Francia non è più un Dio in terra. Poliziotti contro le classi dirigenti, cioè contro lo Stato, mai successo prima: “Non ne possiamo più, vogliamo Marine Le Pen”. Hollande è al capolinea: la perdita di ogni forma di fiducia nel suo operato e nella sua persona è totale. Il presidente francese, per tentare di quietare gli animi, ha promesso che ascolterà le richieste dei vari sindacati che rappresentano le forze dell’ordine. Nonostante ciò, la protesta continua e non è detto che con l’incontro della prossima settimana si arrivi ad una conclusione definitiva. Comincia a mancare la benzina.

La scorsa settimana, centinaia di agenti polizia, non meno di 500, hanno protestato ieri notte sugli Champs-Elysees a Parigi, in una manifestazione spontanea convocata senza le organizzazioni sindacali alla quale subito si sono aggiunti non meno di 5.000 parigini presenti in luogo.

In precedenza, nel tardo pomeriggio, un centinaio di agenti di Polizia di Parigi si erano radunati davanti all’Ospedale Saint-Louis, nel X Arrondissement, dove e’ ricoverato tra la vita e la morte l’appuntato di Polizia ferito nell’attacco con bottiglie molotov avvenuto l’8 ottobre scorso nel quartiere di Grande Borne a Viry-Chatillon, nel dipartimento dell’Essonne alle porte della capitale francese.

L’appuntato l’8 ottobre scorso guidava da solo un veicolo della Polizia seguito da un’altra auto sempre della Polizia, quando i due veicoli subivano un attacco di spaventosa violenza. A colpire erano state “una quindicina di persone” aveva riferito il canale televisivo francese Bfmtv mandando in onda una dichiarazione di un rappresentante del sindacato di Polizia Alliance 91. I due agenti erano di servizio a un incrocio nel quartiere La Grande Borne, in cui veniva installata una telecamera di sorveglianza. Il sistema di monitoraggio si era reso necessario poiche’ nell’area si erano verificati in passato diversi furti d’auto. La scorsa settimana erano esplosi scontri tra polizia e giovani la maggior parte di origine magrebina che avevano tentato di distruggere la telecamera.

Per tutta la giornata del lunedi’ 17, dopo che i poliziotti dell’Essonne avevano dato vita nel sobborgo di Evry a manifestazioni di protesta per tutto il fine settimana, si sono rincorsi via sms, e-mail e telefonate gli appelli ad esprimere la propria rabbia per le condizioni di lavoro a cui le forze dell’ordine sono costrette. Con l’arrivo di altri 400 colleghi di rinforzo venuti da tutta la regione dell’Ile-de-France gli agenti, in abiti borghesi, hanno dato vita ad un corteo di auto e poliziotti a piedi che si e’ snodato fino all’Arco di Trionfo.

Al corteo tuttavia non hanno partecipato quelli venuti dall’Essonne, che sono invece rientrati in caserma dopo esser stati minacciati di sanzioni da parte del loro diretto superiore: alla loro partenza gli altri colleghi li hanno salutati con un lungo applauso.

Il gravissimo incidente di Viry-Chatillon, e’ stata la miccia che sta facendo esplodere la rabbia dei poliziotti francesi: gia’ martedi’ 11 ottobre davanti ai commissariati di tutta la Francia si erano riuniti a centinaia per reclamare piu’ mezzi e maggiore fermezza contro la criminalita’ da parte del governo Hollande, che invece ha un atteggiamento lassista perchè la stragrande maggioranza dei crimini ormai è compiuta da extracomunitari, clandestini, criminali delle periferie di origine nord africana. Tutti soggetti per i quali la sinistra in Francia “ha un occhio di riguardo” hanno commentato alcuni poliziotti rimasti anonimi per non subire conseguenze disciplinari nel denunciare questa situazione insostenibile che costa però la vita A poliziotti ogni settimana.

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Il nome in codice è Mili, ovvero Mouvement inter luttes indépendant. Li riconosci da lontano, ragazzi con passamontagna, casco, abbigliamento scuro, urlano slogan contro le forze dell’ordine: «Tout le monde déteste la police». Non tutta la Francia odia la polizia, ma il blocco nero ormai può dirlo senza doversi più nascondere, sfila dentro ai cortei, era nelle prime file dell’ennesima manifestazione finita con molotov lanciate contro agenti. Un poliziotto ha preso fuoco ed è stato evacuato in elicottero fino all’ospedale. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, scene di guerra nel centro di Parigi, in quella place de la République dove la Francia aveva organizzato una «marcia repubblicana», la più grande manifestazione dal dopoguerra, tre milioni di persone, che sfidavano il terrore e applaudivano gli uomini in divisa.

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Parigi, 15 settembre 2016. Un poliziotto tra le fiamme durante la 14ª giornata di mobilitazione in sei mesi (Thomas Samson / Afp / Getty Images)

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Ecco ora Maurizio Blondet, 20 ottobre 2016, da un post di Facebook
Poliziotti in rivolta, immigrati scatenati, professori e medici nel mirino dei fanatici. Paese nel caos e Hollande chiuso a palazzo come Ceaușescu

Voi non lo sapete perché la stampa renziana censura tutto, ma la Francia è sull’orlo del caos. Tra martedì 18 e mercoledì 19 ottobre, per la seconda notte consecutiva centinaia di poliziotti, esasperati dagli ordini suicidi e genocidi della sinistra di governo, sono scesi in strada in varie città a cominciare da Parigi dove hanno bloccato il traffico della zona dei Campi Elisi e accanto alle loro auto coi lampeggianti accesi hanno cantato quell’inno nazionale che la “gauche” vorrebbe cambiare perché “troppo di destra”.

Il governo e il direttore della Polizia Nazionale avevano minacciato gli agenti e spiegato nel pomeriggio di martedì che tali azioni dimostrative erano “inaccettabili” e comportavano gravissime punizioni, ma i poliziotti hanno risposto che INACCETTABILE è FARE DA PASSIVI TESTIMONI ALL’ ELIMINAZIONE DEL PROPRIO POPOLO. “A questo punto – scrive Le Figaro – al Ministero dell’Interno si è diffuso il panico e si è dato ordine di rafforzare la guardia alle entrate del palazzo presidenziale”. Agenti “fedeli” al presidente schierati contro la massa “ribelle”. Scene che sembrano uscire dalla Bucarest assediata del tiranno comunista Ceaușescu (peraltro compagno di merende della sinistra-champagne europea che poi lo ha rinnegato).

Ma cosa sta succedendo?
Si avvicinano le elezioni e la sinistra ha bisogno di vincere ancora grazie al voto dei “migranti” e così non solo si impennano le naturalizzazioni d’ufficio con cui si regala la cittadinanza (soprattutto – secondo i dati – a magrebini e subsahariani) ma si alza la soglia delle “marachelle” tollerate.
Le bande di “nuovi francesi” che ormai da anni controllano tutte le periferie francesi e che dieci anni fa scatenarono quella che Le Pen definì la “prova generale della guerra civile”, negli ultimi mesi hanno fatto una escalation incredibile.

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Guardate come sono svelti di coltello i “nuovi francesi”

Non passa giorno senza che nelle scuole e negli ospedali professori e medici vengano aggrediti da gruppi di fanatici che li accusano di razzismo o scarso rispetto delle loro leggi che sono diverse da quella “infedele” francese.
L’elenco delle botte ai “formaggini bianchi” lo si trova su alcuni giornali ed è infinito ma l’ultimo episodio di “colore” riguarda un professore massacrato di botte per aver ricordato agli alunni di essere lui il maestro: offesa intollerabile visto che, come gli è stato ricordato, l’unico maestro è Allah, e non parliamo poi della “offesa” rappresentata dalla presenza di insegnanti donne e dalla “intollerabile offesa” degli “Asterix bianchi” che vorrebbero insegnare a scuola la storia e la cultura “degenerata” francese.

Dalle sberle però si è passati in questi giorni alle molotov contro le scuole e persino la ministra dell’Istruzione, di origine magrebina, ha dovuto ammettere che i funzionari pubblici sono ormai nel mirino e che la situazione è grave.
Se ne erano accorti per primi i poliziotti che da un lato sono in prima linea sul fronte del terrorismo vero e proprio e dall’altro fronteggiano quotidianamente le periferie che sono zone dove spesso i fanatici si formano e si nascondono trovando collusioni e simpatie.
Stati nello Stato, territori perduti della Repubblica dove dalle sassate alle poche auto di pattuglia si è passati alle bottiglie incendiarie di tre settimane fa che hanno ferito gravemente due agenti e hanno fatto traboccare il vaso.

Da lì in avanti poliziotti e uomini delle squadre speciali hanno raccontato ai giornali che la sicurezza di Stato era una farsa costruita su pochi agenti mandati allo sbando di fronte a gruppi di delinquenti, con l’ordine di non infastidirli.
“Evitiamo di intervenire, evitiamo di raccogliere le denunce, evitiamo di scendere dall’auto per non scatenare reazioni-raccontavano- in pratica facciamo finta di agire, ma così si va al massacro della gente onesta e poi nostra”.
Esagerazioni le ha definite la sinistra al governo, ma persino la comunità cinese che non si fa mai sentire, nell’ultimo mese ha portato in piazza due volte migliaia di persone con le bandiere francesi per denunciare la violenza incontrollata delle bande magrebine nei quartieri e per chiedere al governo di far lavorare gli agenti per riportare la legge e frenare gli episodi di impunito razzismo contro i bianchi e gli asiatici.

Naturalmente non hanno ottenuto nulla se non la solidarietà del Fronte Nazionale e del centrodestra di Sarkozy che però poi, nelle urne, fa comunella con la sinistra contro le Le Pen.
Una situazione di disastro anche morale con una classe media bianca – cristiana impoverita e abbandonata e casi incredibili come quelli delle vittime dell’attentato di Nizza private dei sussidi sociali e messe alla fame mentre gli stessi assegni vengono distribuiti con generosità alle persone schedate per terrorismo.

Nel 2006 il generale Pierre Marie Gallois, autorità assoluta nel mondo militare, ci disse (vedi “la Padania” di allora) che nel 2016 ci sarebbe stato l’inizio di una guerra civile francese che gli islamisti con la complicità della sinistra avrebbero rischiato di vincere.
Beh, pare che ormai ci siamo se persino seri giornali inglesi scrivono che fonti qualificate avvertono che da “quartieri fuori controllo” potrebbero essere sparati missili terra-aria sui velivoli in atterraggio a Parigi.
Tutto questo però non smuove la cattosinistra italiana che verso il “modello francese”, verso il caos francese corre alla velocità della luce e sui suoi mass-media censura ogni cattiva notizia dalla Francia ma si inquieta per le cupole della cattedrale ortodossa russa che “rovinano” il profilo di Parigi mentre le decine di moschee paiono abbellirlo vieppiù.

E la chiesa di Francia? Risponde il filosofo francese di origine ebraica Alain Finkielkraut che ha detto: “Apprendiamo con sgomento che per la Chiesa francese è sempre l’aggredito ad essere colpevole dell’aggressione di cui è vittima, e che quello che viene definito dialogo con gli islamici non è altro che totale sottomissione con il plauso della chiesa mediatica”. Il KO è davvero vicino.

SI SALVI CHI PUO OPPURE SI REAGISCA, L ‘ UNIONE FA LA FORZA

Carmen del Pilar Plus

773.-LA SANTA ALLEANZA: LIBERALI E CATTOLICI FEDELI AL PRIMATO DELLA PERSONA

Quanto affermava Friedrich A. von Hayek 70 anni fa è di grande attualità, ora che siamo stretti fra le spire del serpente neoliberista. Chiamatelo dittatura finanziaria, chiamatelo Unione Europea, chiamatelo come volete, ma siamo giunti all’orlo del precipizio, in fondo al quale dominano la legge dei mercati e, sotto di lei, le masse anonime senza diritti, né ideali, possibilmente senza sesso. Buona lettura di Dario Antiseri.

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«Sono convinto che, se la frattura tra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali. Ci sono oggi in Europa molti segnali che indicano tale riconciliazione più vicina di quanto non lo sia stata per lungo tempo, e che mostrano come molte persone vedono in essa la sola speranza per preservare gli ideali della civiltà occidentale». Questo affermava Friedrich A. von Hayek, il 1 aprile del 1947, nella Relazione del Convegno in cui venne fondata la Mont Pelerin Society e nel corso del quale uno degli argomenti discussi fu il rapporto tra liberalismo e cristianesimo. Anni dopo, nel 1960, nella Conclusione de La società libera Hayek fa presente che «a differenza del razionalismo della rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione, e io non posso che deplorare l’anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo». E ancora nel 1966, in un discorso tenuto a Tokyo su I princìpi di un ordine sociale liberale, Hayek preciserà che «il vero liberalismo è stato spesso difeso e anche sviluppato da uomini che possedevano forti convinzioni religiose». E qui, «per semplice osservanza della verità», va subito detto che, tra questi uomini dalle forti convinzioni religiose schierati a difesa della libertà, il mondo cattolico vanta figure di primo ordine, i cui contributi si intrecciano in una ininterrotta tradizione di pensiero liberale e solidale. Pensiero che combattuto da destra e da sinistra, osteggiato da un laicismo anticlericale che, come diceva Julien Green, «ha i suoi bigotti proprio come l’ortodossia», sostanzialmente ignorato (quando non esplicitamente avversato) da una intellighenzia cattolica priva di memoria mostra al giorno d’oggi tutta la sua forza teorica, la sua praticabilità politica e il suo immenso valore morale. Questi anche se non i soli gli eredi attuali della tradizione del liberalismo cattolico: Michael Novak, Leonard Liggio, Alejandro Chafuen e Robert Sirico negli Stati Uniti d’America; Jacques Garello, Philippe Nemo e Jean-Yves Naudet in Francia; Michael Wohlgemuth, Nils Goldschmidt e André Habisch in Germania; Lucas Bertán in Spagna; don Angelo Tosato in Italia.Tornando indietro, troviamo Alexis de Tocqueville (1805-1859): «Quello che sopra ogni altro caratterizza ai miei occhi i socialisti di tutti i colori, di tutte le scuole, è una sfiducia profonda per la libertà, per la ragione umana, un profondo disprezzo, per l’individuo preso in se stesso, al suo stato di uomo; ciò che li caratterizza tutti è un tentativo continuo, vario, incessante, per mutilare, per raccorciare, per molestare in tutti i modi la libertà umana; è l’idea che lo Stato non debba soltanto essere il direttore della società, ma debba essere, per così dire, il padrone di ogni uomo; il suo padrone, il suo precettore, il suo pedagogo : in una parola, è la confisca, in un grado più o meno grande, della libertà umana».Coetaneo di Tocqueville, un altro cattolico liberale francese, Frédéric Bastiat (1801-1850): «Quando una nazione è oppressa da tasse, niente è più difficile io direi pure impossibile che ripartirle in maniera equa». E poi: «Allorché si sarà ammesso in via di principio che lo Stato ha l’incarico di operare in modo fraterno in favore dei cittadini, si vedranno tutti i cittadini trasformarsi in postulanti. Proprietà fondiaria, agricoltura, industria, commercio, marina, compagnie industriali, tutti si agiteranno per reclamare i favori dello Stato. Il tesoro pubblico sarà letteralmente saccheggiato. Ciascuno troverà buone ragioni per dimostrare che la fraternità legale deve essere intesa in questo senso: I vantaggi per me ed i costi per gli altri . Lo sforzo di tutti tenderà a strappare alla legislazione un lembo di privilegio fraterno».Dalla Francia all’Inghilterra, Lord Acton (1834-1902): «La mia storia è quella di un uomo che ha iniziato credendosi un cattolico sincero e un sincero liberale; che quindi ha rinunciato a tutto quello nel cattolicesimo che non era compatibile con la libertà, e a tutto quello che in politica non era compatibile con la cattolicità». Questo scrive di se stesso Lord Acton, il più significativo rappresentante del cattolicesimo liberale inglese. Liberale attento ai diritti di proprietà, Acton non volle affatto ignorare i diritti della povertà e ciò se non altro per la ragione che «ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche e sociali, ma anche la povertà e l’ignoranza». In ogni caso, il nucleo centrale del pensiero di Acton consiste nell’idea che la coscienza ha il diritto e il dovere di giudicare l’autorità. «La libertà è il regno della coscienza». «In fondo, tutta la libertà consiste nel preservare la sfera interna dall’invadenza del potere statale. Questo rispetto per la coscienza è il seme di ogni libertà civile e il modo in cui il cristianesimo è stato al suo servizio». Né è da credere, precisa Acton, che la libertà sia un pacifico dato di fatto: «La libertà è non un dono ma una conquista». La libertà del buon selvaggio è un’invenzione, pura mitologia, «noi invece intendiamo la libertà come il prodotto lento e il risultato più alto della civiltà». Detto diversamente: «La libertà non è originaria, necessaria o ereditaria. Deve essere conquistata Questa è la teoria medievale. Non sei libero, se non provi il tuo diritto a esserlo. La libertà è medievale, l’assolutismo è moderno».Tutti quei cattolici che, magari motivati dalle più nobili intenzioni, si sono scagliati contro la proprietà privata dovrebbero tornare a leggere le pagine della Filosofia del diritto di Antonio Rosmini (1797-1855), per il quale la proprietà privata è un valore connesso strettamente con la persona: è una condizione vitale della e per la persona e della sua libertà. La proprietà privata scrive Rosmini – «costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro; nella qual sfera niun altro può entrare». Commenta il rosminiano monsignor Clemente Riva, compianto vescovo ausiliare di Roma: «Rosmini concepisce la proprietà privata con un orizzonte amplissimo, che abbraccia valori culturali, spirituali, sociali, ma anche materiali ed economici. La proprietà privata, i mezzi di produzione, l’imprenditore, il profitto, sono tutte realtà che hanno una specifica funzione sociale. Questa è una dote della tradizione cattolica. Terze vie sono posizioni di una mediocre cultura sociale, che non va a fondo nella considerazione di un indebito statalismo»

Se Antonio Rosmini, in Italia è la stella del pensiero liberale cattolico dell’Ottocento, don Luigi Sturzo (1971-1959) è il maestro del pensiero liberale cattolico del Novecento.24 aprile 1951: « La democrazia vera non è statalista».4 ottobre 1951: «Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passo in Italia, seguirà la perdita effettiva della libertà politica».13 maggio 1954: «La Pira crede che il problema da risolvere sarebbe quello di arrivare alla totalità del sistema finanziario in mano allo Stato . Questo io lo chiamo statalismo, e contro questo dogma io voglio levare la mia voce senza stancarmi finché il Signore mi darà fiato; perché sono convinto che in questo fatto si annidi l’errore di far dello Stato l’idolo: Moloch o Leviatan che sia».11 agosto 1951: «Lo Stato è per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino». E se lo Stato è incapace di amministrare una bottega di ciabattino, con quale criterio in Italia è stato affidato allo Stato il quasi-monopolio nella gestione della scuola? «Finché la scuola in Italia non sarà libera, nemmeno gli italiani saranno liberi». Questo scriveva don Sturzo nel 1947. E tre anni più tardi: «Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della Repubblica, ma in nome della propria autorità: sia la scuoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia l’Università di Padova o di Bologna, il titolo vale la scuola. Se la tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti». Un ammonimento, questo di Sturzo, che è stato disatteso da tutti i governi nella storia della nostra Repubblica. E i danni sono sotto gli occhi di tutti.E di seguito un ammonimento ai vescovi e ai sacerdoti da parte di quel liberale cattolico che è stato Luigi Einaudi (1874-1961). Nelle Prediche inutili, riferendosi al «caso Giuffrè» (meglio: allo «scandalo Giuffrè»), Einaudi poneva ai vescovi domande che forse meritano ancora oggi doverosa attenzione: «I vescovi hanno adempiuto bene all’ufficio di curare nei seminari l’educazione economica dei giovani che sentono la vocazione del sacerdozio? Hanno procurato che si impartissero ai seminaristi le nozioni elementari necessarie per distinguere tra il lecito giuridico e il dovere caritativo, fra l’economia e la morale?». E poi: «Al sacerdote fa d’uopo insegnare, sì, ad essere caritatevole, non però ad incoraggiare l’ipocrisia e l’infingardaggine». Infine: «Fa d’uopo dire quanto sarebbe vantaggioso che nei seminari e nei licei si inculcasse l’idea che non esiste nessuna maniera, né semplice né misteriosa, di fare danaro a palate». Di conseguenza: «Al sacerdote deve essere detto nei seminari che, non dovendo confondere l’economia con la carità, egli ha il dovere di non farsi ingenuo e cadere vittima, lui e i suoi fedeli, di lestofanti».

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772.-Alcune precisazioni di Nino Galloni

Chi non vorrebbe un maestro per amico?

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In relazione ad alcune critiche mosse dagli Auritiani, Nino Galloni risponde con delle precisazioni a riguardo:

Allora cerchiamo di andare con ordine.

Primo step: esiste un numero imprecisato di persone – maggiore di quello dei disoccupati – che riguarda potenziali lavoratori prevalentemente capaci di produrre beni e servizi e servizi ma che non possono farlo perché i loro costi di produzione sono più elevati di quelli di importazione e perché “non ci sono i soldi” per pagare i tanti servizi necessari; se la sovranità monetaria dello Stato fosse ripristinata, nella migliore delle ipotesi, la moneta statale non convertibile finanzierebbe opere e servizi necessari e spiazzerebbe i prodotti di importazione che si debbono pagare in divisa internazionale. Nella peggiore lo Stato distribuirebbe denari a pioggia ottenendo una immediata ripresa dell’economia.

Secondo step: ad un certo punto, però, dopo una iniziale e robusta ripresa, il disincentivo a lavorare prevarrebbe e la moneta statale perderebbe di valore.

Terzo step: gli attuali occupati, imprenditori compresi, che rappresentano i sei settimi delle forze produttive gestiscono tutti i loro affari col 3% di moneta a corso legale e per il 97% fiduciaria e bancaria.

Quarto step: unendo le due forze, occupati ed exdisoccupati, devono aumentare (ma non troppo) la velocità di circolazione della moneta e la quantità di moneta ma meno di quanto aumenta la produzione complessiva. Conseguentemente, per evitare tensioni sui prezzi, credito e moneta fiduciaria non possono scendere sotto il 97% del totale ma semmai aumentare.

Quinto step: la funzione del credito é necessaria (se ognuno avesse tutta la moneta che vuole da parte dello Stato gratuitamente occorrerebbe una straordinaria crescita delle coscienze per continuare a lavorare e produrre esclusivamente per gli altri); il credito ha funzionato con arbitrarietà e usura per nascondere che l’indebitamento del prenditore avveniva in cambio di una promessa che si realizzava nel tempo solo se il prenditore medesimo lavorava e aveva successo. Io ho quindi solo dimostrato che, se la promessa non si realizzava, la banca di credito non aveva una perdita ma un mancato arricchimento. Conseguentemente se la promessa si realizza, l’arricchimento della banca al netto delle sue spese di funzionamento andava tassato.

Conclusione: lo Stato deve recuperare sovranità e poter fare tutti gli investimenti che sono necessari alla Comunità, ma una fetta maggiore di attività economica deve essere lasciata ai privati e finanziata grazie ad agenti sul territorio (con adeguati controlli pubblici) che si avvalgono anche di tassi di interesse negativi e pagano le tasse sulla differenza tra le entrate ed i costi di produzione del servizio.

Nino Galloni

771.-SIMON WREN-LEWIS: L’AUSTERITA’ DETERMINA IL FALLIMENTO DEL NEOLIBERISMO

Per la Vostra informazione, oggi prendo da Scenari Economici e vi posto alcuni spunti tratti dall’articolo pubblicato sul suo blog dal prof. di Politica Economica ad Oxford, Simon Wren-Lewis. Nella versione integrale, l’articolo dice che l’austerity va contro il neoliberismo (in quanto portata avanti seguendo una ideologia, un credo, da parte di politici incompetenti), destinato quindi al fallimento del progetto neoliberista poiché normalmente crea condizioni di peggioramento per i cittadini che poi abbandonano una linea neoliberista alla Tatcher per scivolare in quella più conservatrice della May, di fatto interrompendo la creazione stessa di un mondo liberista!

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Mi piace trattare il neoliberismo non come una sorta di filosofia politica coerente, ma più come un insieme di idee interconnesse che sono diventati comuni in gran parte dei nostri discorsi:
– che l’imprenditore del settore privato è il creatore di ricchezza,
– che ciò che è buono per gli affari va bene anche per l’economia, anche quando si aumenta il potere di monopolio o comporta rendite di posizione,
– Interferenza in azienda o sul mercato, da parte dei governi o dei sindacati, è sempre un male,
– e così via.
Fino a quando queste idee descrivono l’ideologia dominante, nessuno ha bisogno di chiamarsi neoliberista.
Non credo che l’austerità sarebbe potuto accadere sulla scala che lo ha fatto senza questo predominio di questo ethos neoliberista.
Mark Blyth ha descritto l’austerità come il più grande inganno (bait and switch) della storia. Essa ha preso forma in due momenti:
1) una crisi finanziaria, causata da una sottoregolamentazione dei prestiti al settore finanziario, ha portato a salvataggi bancari che hanno aumentato il debito del settore pubblico. Questo ha portato ad una protesta per il debito pubblico, piuttosto che contro il settore finanziario,
2) la crisi finanziaria che ne è seguita ha provocato una profonda recessione, che – come sempre – ha creato un grande deficit di bilancio che ha portato, come marinai ubriachi, a gridare “dobbiamo avere l’austerità ora”.
In entrambi i casi la natura di quello che stava succedendo era abbastanza evidente a chiunque si è preso la briga di scoprire come sono andati veramente i fatti.
Che così pochi lo abbiano fatto significa che i media, in gran parte, sono partiti con la narrazione di austerità seguendo la filosofia neoliberista.
Per molti anni le grandi banche sono state lodate come una ricchezza (da qui la creazione di titani too big to fail), era difficile per molti capire che il loro modello di business di base era fondamentalmente errata e che ha richiesto un enorme contributo statale per il loro funzionamento. D’altra parte hanno trovato molto più facile immaginare che i governi siano stati la causa di una crisi del debito in piena regola.
Abbiamo così ottenuto austerità a palate, mentre i banchieri l’hanno passata liscia. Si potrebbe dire che la crisi dell’Eurozona è stata fondamentale, ma questo significherebbe ignorare due fatti chiave:
1) La prima è che i piani di austerità sono stati già ben disposti a destra politica sia nel Regno Unito e negli Stati Uniti prima di quella crisi,
2) La seconda è che la crisi dell’Eurozona è andata oltre la Grecia, perché la BCE non ha agito come ogni banca centrale dovrebbe: come prestatore di ultima istanza sovrano.
E ‘cambiata idea due anni più tardi, ma non credo sia troppo cinico dire che questo ritardo era in parte strategico. Inoltre, la crisi greca è stata molto peggio di quello che avrebbe dovuto essere perché i politici hanno usato il salvataggio in Grecia come copertura per sostenere le proprie banche fragili. Un’altra forma di specchietto per le allodole.
Mentre in questo senso l’austerità potrebbe essere stata una utile distrazione dai problemi del neoliberismo (chiarite dalla crisi finanziaria), penso che un altro importante motivo politico per l’austerity era consentire anche una rapida realizzazione di più di un obiettivo chiave neoliberista: il restringimento del perimetro dello stato. Non è un caso che l’austerità tipicamente abbia coinvolto tagli alla spesa piuttosto che tasse più alte: l’imperativo immaginato per tagliare il deficit è stato utilizzato come copertura per tagliare la spesa pubblica. Purtroppo, l’austerità va naturalmente anche contro il neoliberismo.
Tutto questo suggerisce che il neoliberismo ha fatto si che dal 2010 l’austerità fosse più probabile che accadasse, ma non credo che si può andare oltre e suggeriscono che l’austerità è stata in qualche modo destinato ad accadere perché è stato necessario il ‘progetto neoliberista’. L’austerità è in parte un problema creato da ideologia, ma riflette anche i governi incompetenti che non sono riusciti ad ascoltare un buon consiglio economico.

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