777.-LIBIA: I PAESI DEL MAGHREB CONTRO PARIGI. LA FRANCIA PESCA NEL TORBIDO

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Pace a Te Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi

L’Italia sta agendo in Libia con cognizione di causa, ma potrebbe o, comunque, dovrebbe fare di più, dando al governo di Tripoli tutto il suo possibile appoggio finanziario e militare. Niente di più di ciò che sta facendo la Francia con il generale Khalifa Haftar, ma per bieco interesse economico. Tanto per parlare di Unione Europea! Gli interessi in gioco in Libia sono, infatti, prevalentemente economici e mi sento di affermare che siamo i soli che si preoccupano anche dei nostri vicini.  I libici di Misurata possono giudicarlo dall’opera del nostro personale sanitario. Questo sostegno a gente di valore, per come la conosco, cui siamo legati dalla stima, dalla geografia e dalla storia non è, però, sufficiente. Vorremmo fare di più. La Libia, pur senza deviare nei ricordi di un secolo fa, ma solo riandando al magnifico rapporto con Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi, detto Muhammad Gheddafi,  è una sponda dell’Italia. Rischio di sembrare un interventista tout court, perciò, cito, a caso, un noto politico veneto, Flavio Tosi, che, parlando della Libia, a proposito di migranti, ha testé detto: “La soluzione di tutto sarebbe comunque intervenire in Libia e oggi tecnicamente sarebbe possibile farlo. Nel senso che dal punto di vista politico oggi c’è la possibilità di intervenire in Libia e di fare accordi con una parte del governo provvisorio e quindi bloccare i flussi. Questo risolverebbe il novanta percento dei problemi, perché a quel punto si stabilizza almeno il numero e non ci sono ancora flussi per migliaia e migliaia di persone come sta accadendo. Accordi, ovviamente, con il Governo legittimo in Libia. C’è solo da capire legittimo per chi e legittimato da chi.

Anche la NATO ha esaminato le possibilità di un intervento militare terrestre, ma l’opera di destabilizzazione dei paesi arabi, dalle “primavere arabe” (ma di che?!) alla situazione siriana, la molteplicità delle parti interessate al petrolio libico e le fazioni locali che vi fanno capo, lo impediscono. Senza contare gli interessi della finanza mondiale legati alla migrazione dall’Africa all’Europa, attraverso la Libia, che si avvantaggiano dal protrarsi di questa instabilità.

Stiamo parlando, evidentemente, della nostra regione mediterranea, perciò, sono del parere che l’Italia debba porre il massimo impegno per evitare il consolidarsi di una Libia frammentata, instabile e in perenne conflitto: una bolgia certamente insicura per gli stessi libici, oltre che per le multinazionali e per i paesi confinanti per terra e per mare. Per questi motivi, una simile decisione sarebbe necessaria e anche opportuna per l’Italia. Essa presuppone di mettere le carte in tavola con i cosiddetti alleati e con i, sempre cosiddetti, partner europei, prima di tutti con gli USA e, una volta per tutte, con la infida amica Francia. Presuppone, altrettanto, che sia condivisa dai tre paesi del Maghreb e dall’Egitto. Se il Governo e la diplomazia italiani non sapranno creare questi presupposti, vorrà significare che la nostra appartenenza all’ONU, alla NATO e all’Unione Europea ci ha reso più deboli e incapaci di tutelare la nostra sicurezza e i nostri interessi. Significa, cioè, che dobbiamo rivedere la nostra partecipazione per non trovarci a competere nella nostra area con le mani e i piedi legati.

Altro che costituzionalizzare l’ Unione Europea e altro che fare della Sicilia la Pearl Harbour del Mediterraneo!

Un breve riassunto della situazione politica della Libia  sia quella interna sia quella estera. Anzitutto, la distruzione dello Stato libico è stata voluta da Stati Uniti e Francia, per ragioni che abbiamo già esaminato. Dopo la caduta di Muhammad Gheddafi nel mese di ottobre 2011 in Libia si sono formati, principalmente, due governi. La caduta del regime, mascherata sotto gli slogan democratici, ha segnato l’inizio di una sanguinosa guerra civile e di cinque anni caotici di instabilità politica, trasformando la Libia, da un solo paese, in una varietà di enti pubblici indipendenti, molti dei quali hanno la loro propria ideologia islamista. L’instabilità politica ha consentito agli islamisti di rafforzare notevolmente la loro posizione nella regione. La Libia è progressivamente diventata una delle più grandi basi dello “Stato islamico” e di “Al Qaeda” in Nord Africa. Sulla Libia sono puntati gli occhi di USA, Italia, Gran Bretagna, Russia, Francia ed Egitto, ciascuno con un suo specifico interesse poco mascherato da posizioni ambivalenti. In particolare gli Stati Uniti che, attraverso l’ONU, sostengono il Governo di unità nazionale libico (Government of National Accord, GNA), in realtà, considerano il caos in Medio Oriente come una necessità per un lungo periodo, onde per cui, non deve essere rimosso, ma modulato in una “strategia di caos controllato”.

Dunque,  nel prossimo decennio, è poco probabile che la Libia possa superare lo stato di guerra civile, diventando nuovamente un paese unito e sovrano. Nessuno dei paesi, né le forze internazionali, eccettuata, eventualmente, l’Italia, hanno la forza e la voglia di recuperare lo stato libico. Se l’oggetto del contendere fosse solo il petrolio, l’Italia potrebbe limitarsi a difendere le proprie quote di partecipazione all’attività estrattiva e arrendersi al gioco, come, purtroppo, ha dovuto cedere nella guerra contro Gheddafi; ma il nostro diritto e il nostro dovere di contribuire alla sicurezza e alla libertà del popolo libico, non devono soggiacere alle ipocrisie dei rapporti internazionali, alleanze comprese. Devo condividere quanti, come Tosi, auspicano il nostro contributo militare al governo di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, perché non si tratta soltanto di interessi economici, ma della sicurezza della nostra regione. L’argomento lascia fuori della porta quelli che colpevolizzano il colonialismo e i pacifisti che accettano che noi si partecipi a tutte le guerre, in nome della Pace, perché, se non c’è altro verso di assicurare la stabilità e la sicurezza a un popolo a noi due volte vicino, il sostegno militare resta l’unico strumento idoneo e necessario.

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Il Presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj e il generale Khalifa Haftar. Le contestazioni della gente di Tripoli accompagnarono sia la nomina e sia, poi, lo sbarco via mare di al-Sarrāj. L’allora Governo di Tripoli, per bocca del Primo Ministro Khalifa al-Ghwell, accusò il Governo Sarraj di essere illegittimo in quanto imposto dall’esterno e non scelto dalla popolazione libica, nonché privo dell’avallo dei parlamentari di Tobruk e negò il proprio sostegno al passaggio di poteri. 

La Francia pesca nel torbido; l’Unione Europea, Mogherini in testa, finge di defilarsi, come nel caso dell’attentato di Malta all’aereo (ma non era l bimotore Fairchild Merlin Mark III di Eunavfor Med, quello esploso subito dopo il decollo?) con a bordo gli agenti dei servizi segreti militari francesi (Dgse), ma dietro le quinte il confronto fra gli attori in gioco non conosce soste e neanche regole.

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La Francia è favorevole a una spartizione della Libia

E’ una situazione sporca, che non merita riguardi. Una iniziativa italiana troverà l’aperta ostilità della Francia, favorevole a una spartizione della Libia, ma, come andremo a vedere nell’editoriale che ci segue, potrebbe essere condivisa dai tre Paesi del Maghreb, Marocco, Tunisia e Algeria. L’alternativa è che le criticità del contesto libico possono solo aumentare. Infatti:

“È del 10 Ottobre la notizia che un gruppo di ex ufficiali dell’esercito del defunto colonnello Muhammar Gheddafi ha annunciato di aver creato un proprio comando militare nella Libia meridionale, svincolandosi dal “feldmaresciallo” libico Khalifa Haftar e offrendo “protezione” alle “installazioni strategiche” del sud, ovvero le condutture e i giacimenti petroliferi vitali per l’Italia, dove opera l’Eni. L’ha riportato l’agenzia di stampa Nova.

Le neonate “Forze armate arabe libiche del sud della Libia” hanno dichiarato di aver scelto il generale Ali Kannah, ex pezzo grosso dell’era Gheddafi, come proprio comandate e avrebbero deciso di voltare le spalle ad Haftar e all’operazione militare “Karama” (Dignità) dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), ostile al governo di accordo nazionale (Gna) con sede a Tripoli e sostenuto dalle Nazioni Unite. Il nuovo gruppo armato si è detto intenzionato ad operare sotto un comando militare unificato, quando questo verrà formato. “Intendiamo solamente mettere in sicurezza la popolazione e le installazioni strategiche nel sud, oltre a sostenere le forze di polizia”, ha detto il generale Kannah. Gli ex ufficiali hanno spiegato di essere indipendenti e neutrali rispetto a tutte le parti libiche, e che la creazione della “Forze armate arabe libiche del sud della Libia” rappresenta “una questione interna alle regioni meridionali”.

Il portavoce dell’Lna, il colonnello filo-Haftar Ahmed al Mismari, ha annunciato però che il tentativo di dar vita ad un esercito nel sud della Libia, “e’ fallito”. Parlando ai media libici, l’ufficiale ha spiegato che “si tratta di un tentativo di uomini legati al passato regime di Gheddafi di compartecipare con Haftar alla guida delle forze armate nazionali, cercando di dar vita a tre comandi regionali, uno dell’est, uno dell’ovest e uno del sud”.”

Leggiamo questo editoriale di un think tank sicuramente indipendente:

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In un focus ricco di particolari, l’agenzia di stampa Nova ha riferito della pesante irritazione di Marocco, Tunisia e, soprattutto, Algeria nei confronti della Francia, che, per quanto concerne la crisi libica, è accusata di giocare un ruolo ambiguo e pericoloso.

I paesi confinanti con la Libia e in generale quelli nordafricani impegnati da mesi nel sostenere il processo di riconciliazione nazionale libico, in particolare Marocco, Tunisia e Algeria, hanno avuto reazioni negative riguardo all’incontro che si è tenuto a inizio ottobre fa a Parigi al quale non sono stati nemmeno invitati. Lo ha spiegato Hamza Boccolini in un’editoriale dell’agenzia di stampa NOVA, specializzata in servizi di informazione di politica ed economia internazionale.

Ad aver apertamente contrastato il vertice di Parigi dedicato alla situazione libica è stata soprattutto l’Algeria per la quale la Francia “ha giocato sporco sul dossier libico, cercando di organizzare un summit internazionale su questo tema senza invitare uno dei paesi che svolge un ruolo fondamentale per una soluzione della crisi”. E’ questa almeno l’analisi di uno dei più importanti giornali di Algeri, considerato vicino al governo, “Echorouk”.

In un editoriale del quotidiano “Echourouk” a proposito del fallimento della conferenza sulla Libia organizzata due giorni fa in Francia, si sottolinea peraltro come in quelle ore fosse in visita volutamente ad Algeri il premier libico Fayez al Sarraj. Secondo “Echorouk”, l’Algeria non è stata invitata nonostante la sua “influenza significativa sulla maggioranza delle tribù libiche. A chi ieri ha chiesto ad un funzionario francese il perché non fosse stata invitata l’Algeria non è stata data alcuna risposta, ma la Francia sta tentando di mettere da parte Algeri nella gestione della crisi libica. Per Parigi, infatti, Algeri è diventata un ostacolo alla sua politica estera non solo per la Libia, ma per tutta la regione”.

Fonti consultate da “Agenzia Nova” hanno riferito, inoltre, che la riunione del 3 ottobre scorso a Parigi prevedeva inizialmente la partecipazione dei ministri degli Esteri e dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, ma è stata poi ridotta a livello di “incontro tecnico”. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” dal Quay d’Orsay francese, alla riunione di Parigi hanno preso parte esponenti dell’Unione europea, dei paesi arabi coinvolti nella crisi libica, tra cui Egitto, Qatar, Emirati arabi uniti e Turchia; degli Stati Uniti e di diversi stati membri dell’Ue, tra cui Italia, Germania, e Spagna. La lista dei partecipanti effettivi, tuttavia, non è stata pubblicata e al momento vige il massimo riserbo sui contenuti dei colloqui. Difficile capire perché la riunione di Parigi sia fallita: l’iniziativa francese, evidentemente, non è stata apprezzata da qualche attore internazionale di primo piano. La mancata partecipazione della Mogherini, che aveva perfino inserito l’evento nella sua agenda pubblica, esclude di fatto l’Unione europea. Più probabile che siano gli Stati Uniti, tuttora impegnati nei bombardamenti a Sirte a sostegno del governo di accordo nazionale, a non aver gradito la manovra francese.

Mentre la riunione di Parigi veniva disertata, il capo del governo libico riconosciuto dall’Onu, Sarraj, veniva accolto all’aeroporto algerino dal premier Abdelmalek Sellal, dal ministro degli Affari del Maghreb, dell’Unione Africana e della Lega araba, Abdelkader Messahel, e dal ministro dell’Interno, Noureddine Bedoui. Le relazioni tra l’Algeria e la Francia sono piuttosto fredde. La Francia, infatti, non ha gradito le recenti modifiche alla Costituzione algerina che prevedono, tra le altre cose, il divieto per i cittadini con doppia nazionalità di accedere alle alte cariche dello Stato, escludendo di fatto i moltissimi funzionari con passaporto francese. Non solo: Algeria e Francia hanno posizioni differenti sulla crisi libica. I nordafricani hanno mantenuto una posizione molto prudente, temendo ripercussioni interne, garantendo sostegno al governo di unità nazionale del premier Sarraj. I francesi, invece, appoggiano più o meno velatamente l’autoproclamato Esercito nazionale libico guidato dal neo feldmaresciallo Khalifa Haftar che controlla “de facto” tutta la Cirenaica e i porti della Mezzaluna petrolifera. Le tensioni sono state aggravate anche dalla pubblicazione su Twitter, lo scorso 10 aprile, da parte del premier Manuel Valls, di una foto del capo dello stato algerino Abdelaziz Bouteflika, che appariva visibilmente malato. Parigi e Algeri sono divise anche sulla questione della regione denominata del Sahara occidentale. Gli algerini sostengono infatti l’autodeterminazione del popolo saharawi nella regione, garantendo appoggio finanziario e logistico agli indipendentisti del Fronte Polisario. I francesi sostengono invece la causa del Marocco che rivendica la sua autorità sulla zona.

Secondo l’analisi del sito informativo libico “al Manara”, a Parigi sono stati invitati solo paesi “che sono meno coinvolti nella crisi libica, essendo del Golfo o della parte orientale del mondo arabo, come Egitto, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi oltre alla Turchia e agli Stati Uniti. Si ignorano i motivi che hanno spinto la Francia ad allontanare i paesi del Maghreb arabo ed ha ragione il quotidiano ‘Echourouk’ quando dice che la Francia sta giocando col fuoco”. Per il ministro degli Esteri del governo di accordo nazionale libico di Tripoli, Mohammed Siala, “al vertice di Parigi sono stati invitati solo quei paesi che sostengono chi ostacola il processo di riconciliazione nazionale ed è per questo che sono stati esclusi altri stati come l’Algeria e la Tunisia”. Secondo la sua analisi, quindi, l’incontro di Parigi avrebbe visto riuniti i paesi che sostengono il feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Anche la Lega Araba si è lamentata per non essere stata invitata. Tramite un suo portavoce, il consesso arabo ha protestato per non aver ricevuto l’invito da parte del governo francese. Più pesante è stata la dichiarazione del viceministro degli Esteri algerino con delega sulle questioni dei paesi della Lega araba, Abdelkader Messahel, il quale ha affermato che “l’Algeria non dà importanza alla conferenza di Parigi”. Per Messahel “la stabilità in Libia è una cosa importante per l’Algeria e noi siamo contrari a qualsiasi ingerenza straniera nel paese”. Messahel ha poi colto l’occasione, nel corso di una conferenza stampa con l’omologo libico Siala, per annunciare che a fine ottobre ci sarà un vertice dei paesi confinanti con la Libia.

La Francia, da parte sua, sembra mantenere una posizione ambigua rispetto alla crisi libica. Ufficialmente schierata con il governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, Parigi ha inviato uomini delle forze speciali in Cirenaica a sostegno di Haftar. Ad ammetterlo pubblicamente era stato il presidente francese, Francois Hollande, che il 22 luglio scorso aveva confermato la morte di tre soldati del suo paese in Libia, avvenuta domenica 17 luglio, deceduti nella caduta di un elicottero a est di Bengasi. Non è ancora chiaro se il velivolo (un Mi-17 per il trasporto truppe in dotazione alle forze di Haftar) sia precipitato per un guasto oppure sia stato abbattuto, come rivendicato dalle milizie islamiste. Gli esponenti del governo francese hanno sempre sottolineato che le operazioni in Libia hanno una natura anti-terroristica e non sono da considerarsi come azioni militari in territorio straniero.

Il sospetto, però, è che nella prospettiva di Parigi la salvaguardia dell’unità territoriale della Libia non sia una priorità.

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