Archivi categoria: Politica estera – Serbia

1828.- SERBIA: Perché Belgrado dovrebbe riconoscere il Kosovo

kosovo-zastava_159043892-1

Da BELGRADO – “La Serbia deve risolvere il problema del Kosovo oppure ci aspetta il fallimento”, con queste parole il presidente serbo Aleksandar Vucic riassume la sfida più grande che Belgrado dovrà affrontare nel prossimo anno. Un aut aut che riguarda la più annosa questione nazionale serba, nonché la più importante disputa territoriale ancora aperta nei Balcani.

Il riconoscimento legale dell’indipendenza della sua ex provincia potrebbe dare il via a un più rapido processo di integrazione della Serbia nell’Unione Europea, o almeno è così che da mesi viene presentata sui media serbi la questione politica che tiene impegnati i vertici della politica serba.

Il presidente Vucic sa che si tratta di una decisione che non si può più rimandare ma che determinerà anche il suo futuro politico. Le conseguenze potrebbero costargli molto care ed è per questo che si sta giocando tutto il suo repertorio di martire melodrammatico che si sacrifica per il bene della nazione.

Verso un referendum?

Mentre il presidente è consapevole che una completa integrazione nell’UE non può avvenire se non con una chiara definizione dei confini nazionali, l’elettorato potrebbe non perdonargli il “tradimento della patria” con il riconoscimento dell’indipendenza della terra che da sempre tiene vivo il mito nazionale serbo.

Infatti, secondo un recente sondaggio condotto dall’Istituto per gli Affari Europei di Belgrado, l’81% degli intervistati ha dichiarato di non essere favorevole ad un riconoscimento del Kosovo anche se questo comportasse un’accelerazione del processo di adessione all’UE della Serbia.

Unknown-1

“La caratteristica principale dei rapporti tra Belgrado e Pristina è l’inesistenza di leader in entrambe le società che siano pronti a risolvere in via definitiva il rapporto tra serbi e albanesi, in quanto questo nuocerebbe alle loro politiche nazionaliste sulla base delle quali sono giunti al potere e sulla base delle quali qui vi rimangono”, ha dichiarato per East Journal Naim Leo Besiri, direttore dell’Istituto per gli Affari Europei, commentando i dati raccolti. E aggiunge: “Quando il Kosovo smetterà di essere un problema, verranno a galla tutti quei problemi della vita reale, come gli stipendi medi, le pensioni, la sanità e l’istruzione, per i quali i nazionalisti non hanno fin’ora offerto nulla”.

E l’elettorato schierato su posizioni apertamente nazionaliste potrebbe infatti complicare la questione qualora la decisione venisse presa attraverso referendum.

Per quanto ventilato da più parti, non è certo se si arriverà a un quesito referendario sul Kosovo, né quale potrebbe essere la domanda a cui sarebbero chiamati a rispondere i cittadini serbi. Quel che è probabile è che il presidente Vucic presenterebbe l’eventuale referendum come una richiesta di supporto al suo operato politico.

Tra Belgrado e Pristina, le promesse di Bruxelles

Da quando a Bruxelles è iniziato il cosiddetto processo di normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina non sono mancati momenti di alta tensione. A dire il vero, sono sembrati quasi sempre dei “teatrini” orchestrati ad hoc per compattare i rispettivi elettorati, ma soprattutto per prendere tempo, quello che alla Serbia è necessario per compiere il grande passo. Due “teatrini” esemplari sono stati il treno Belgrado-Mitrovica ricoperto dalle scritte “il Kosovo è Serbia” e spedito verso Mitrovica a inizio 2017, e lo spettacolare arresto del capo dell’ufficio per il Kosovo, Marko Djuric. Entrambi gli episodi hanno portato ad una interruzione dei negoziati mediati dall’UE.

Dal canto suo, Pristina dovrebbe finalmente garantire la costituzione dell’Associazione dei Comuni Serbi, sancita cinque anni fa dagli Accordi di Bruxellex e mai realizzata. Si tratta di una forma di garanzia e tutela per i quasi cinquantamila serbi che abitano il nord del Kosovo (ovvero metà dei serbi rimasti in Kosovo) e che, qualora prendesse vita, potrebbe essere rivendicata come una vittoria della diplomazia di Belgrado.

tan2017-3-3_151155235_3.jpg
Aleksandar Vučić (in serbo Александар Вучић, Presidente della Repubblica di Serbia

Per Bruxelles, la completa attivazione degli Accordi rappresenta un punto fondamentale del processo di normalizzazione tra Kosovo e Serbia, entrambi destinati ad entrare nell’UE. Tuttavia, l’Unione Europea si è dimostrata a tratti incoerente sulla questione.
Mentre la strategia per l’allargamento ai Balcani occidentali dello scorso febbraio aveva definito Serbia e Montenegro dei “frontrunner” nella regione, prevedendone un ingresso entro il 2025, al summit di Sofia dello scorso maggio tra membri UE e paesi dei Balcani, la questione dell’integrazione è rimasta ai margini. Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto contrario ad un’apertura ad altri paesi, riferendosi all’idea per cui sia prima necessaria una riforma dell’Unione Europea, che mai come negli ultimi due anni sta affrontando diverse crisi, da quella del debito greco a quella del ritorno dei populismi, passando per la crisi dei migranti.
Dunque se pur Vucic si decidesse di riconoscere definitivamente il Kosovo, niente gli garantirebbe al cento per cento una sicura integrazione nel’UE.

Kosovo_War_Serbian_Forces

Chissà quindi se la questione nazionale dei Balcani troverà finalmente pace in un’Europa che a sua volta sembra sempre più “balcanizzata” e se a guidare il frontrunner della regione sarà ancora Vucic, definito da più parti come garante di stabilità.
Quello che invece è certo è che la politica serba, al netto delle proprie ragioni storiche e culturali, riconoscendo il Kosovo darebbe una grande dimostrazione di maturità politica, nonché di sacrificio dei propri interessi nazionali – come nessun’altro paese europeo è forse stato in grado di fare – andando oltre quel mantra che per decenni si è espresso con la frase “il Kosovo è Serbia”, senza però mai offrire una prospettiva futura alla questione.

Di Giorgio Fruscione, da Belgrado giorgiofruscione-150x150

Annunci

1764.- Supremazia inglese: come il Secret Service sta conducendo la campagna antirussa

Questo articolo di Federico Dezzani era sfuggito, ma apre su un tema poco conosciuto e lo propongo anche in ritardo. In realtà, alla luce del caso Skripal e del lancio rabbioso dei Tomahawk su obbiettivi concordati, credo che i servizi di intelligence inglesi abbiano dato una prova scadente, salvo essere riusciti a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente; ma a quale prezzo? Come lo vediamo da qui, al prezzo del discredito di Trump e di due missili Tomahawk catturati intatti dai siriani e subito ceduti ai laboratori russi, la situazione geopolitica occidentale è la seguente: Gli Stati Uniti hanno perso la loro credibilità, la Francia è uscita dalla legalità internazionale, UK non c’è mai stato, almeno da trecento anni, l’Unione europea è clinicamente e ufficialmente defunta. Lo è finanche il suo direttorio Berlin – Paris. Infatti, la Germania pensa solo ai casi suoi. E l’Italia di Gentiloni? L’Italia non conta più per nessuno. Infine, Erdogan? sgomita un po’ di qua e un po’ di là. Stavo dimenticando israele, ma non lo vedo molto bene e, poi.. già, poi, c’è Soros che non ha un cavolo di serio da fare. E’ questo l’Occidente che ci fa temere per una guerra nucleare? L’articolo di Dezzani è di giorni fa, così come l’ha scritto.

A distanza di una settimana dall’attacco chimico di Douma il mondo attende col fiato sospeso il raid atlantico sulla Siria, capace di innescare una reazione a catena che si propagherebbe prima alla regione e poi all’Europa. Sulla natura dell’episodio incriminato il ministro degli Esteri russi non ha dubbi: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna antirussa”. La provocazione di Douma è infatti opera del Secret Service inglese, cui è direttamente riconducibile l’organizzazione dei White Helmets: Londra, storica sede dell’establishment liberal, è il bastione della russofobia e non si fa scrupoli a trascinare l’Occidente in guerra pur di conquistare l’Hearthland.

La moderna geopolitica nacque a Londra…
G20 di San Pietroburgo, primi giorni del settembre 2013. Il mondo attende di conoscere con ansia gli sviluppi dell’attacco chimico avvenuto il 21 agosto ed imputato a Damasco: l’episodio, costato la vita ad un numero imprecisato di civili e perpetrato materialmente dai servizi sauditi1, rischia di sfociare in un intervento militare occidentale, foriero di drammatiche ricadute internazionali. A margine del G20, i media registrano un’esternazione del portavoce ufficiale di Putin, Dimitri Peskov: “L’Inghilterra è solo una piccola isola, nessuno gli presta attenzione2”. Nonostante l’affermazione sia prontamente smentita, la reazione scocciata di David Cameron è immediata e denota lo scadimento delle relazioni anglo-russe sull’onda della crisi siriana.

Primavera del 2018, a distanza di cinque anni, il mondo si trova in una situazione pressoché analoga: è l’attacco chimico avvenuto sempre a Ghouta il 7 aprile ed imputato ancora a Damasco. Essendosi completamente ribaltata la situazione militare grazie all’intervento russo-iraniano (l’attacco chimico ha preceduto infatti di pochi giorni la riconquista di Ghouta, ultima roccaforte dell’insurrezione a ridosso della capitale), l’apprensione internazionale è persino maggiore del 2013, perché sarebbe un intervento contro Mosca e Teheran: esaurita la “guerra per procura”, causa sfinimento degli insorti, il conflitto farebbe quindi un salto di qualità, passando a scontro diretto tra Russia e Occidente. Sull’episodio incriminato, di cui i russi avevano raccolto informazioni e parlato già con largo anticipo3, ha discusso anche il ministro degli Esteri Sergei Lavrov . Il 13 aprile, in termini molto crudi, ha asserito: “ci sono inconfutabili prove che sia opera di un servizio segreto di un Paese in prima linea nella campagna russofobica”.

Il riferimento alla “campagna russofobica” rimanda immediatamente all’Inghilterra che, attraverso il maldestro avvelenamento col gas nervino dell’ex-spia Sergej Skripal e della figlia, è riuscita a creare una crisi diplomatica senza precedenti tra la Russia e l’Occidente: 23 diplomatici russi allontanati dal Regno Unito, 60 negli Stati Uniti ed una raffica di espulsioni anche nell’Europa continentale. Che siano davvero i servizi inglesi responsabili dell’attacco del 7 aprile a Douma, come affermato dai russi? Se fossi così, l’Inghilterra sarebbe responsabile di un sistematico sabotaggio delle relazioni tra Russia ed Occidente, basato sul feticcio delle “armi chimiche”. Di più, sarebbe la spregiudicatissima regista di una manovra per portare i due schieramenti alla guerra.

Cerchiamo qualche indizio. Come è ben visibile dalla foto sottostante, pubblicata in un articolo del New York Times datato 8 aprile5, tutto il materiale relativo alla presunta strage di Douma (si parla di una quarantina di vittime) è stato prodotto dall’organizzazione umanitaria “Difesa Civile Siriana”, meglio nota come “White Helmets”: parliamo della ong che nel 4 aprile 2017 inscenò l’attacco chimico nella provincia di Idlib, poi culminato col blitz missilistico americano sulla base aerea di Shayrat. Ebbene, il fondatore dei White Helmets, neppure troppo occulto considerato che rilascia interviste ai media per vantare il proprio operato6, è tale James Le Mesurier, cittadino britannico. Se Le Mesurier afferma di “avere un background nei processi di stabilizzazione, di lavorare in Medio oriente da circa vent’anni, di essere stato presente in zone di conflitto in tutto il medio oriente e di essere in Siria dal 2011” (data di inizio dell’insurrezione islamista), di lui si sa anche che è stato formato alla Royal Military Academy e che ha lavorato nei servizi d’informazione durante la campagna NATO in Kosovo7. James Le Mesurier è, in sostanza, un agente del Secret Intelligence Service, ed ha perciò ragione Lavrov ad imputare a Londra la crisi di questi giorni.

douma

Benché sia comodo riferirsi genericamente alla “CIA” quando si parla di operazioni sporche in ambito NATO, non c’è alcun dubbio che per preparazione, conoscenza dell’Eurasia e visione politica, il servizio segreto inglese sia nettamente superiore a quello americano: la vulgata vuole che sia nato nel 1909, ma in realtà risale alle origini dell’Inghilterra “moderna”, quando comparvero la Banca d’Inghilterra (1694) e la massoneria speculativa (1717): parliamo quindi di un’organizzazione che ha tre secoli di vita, durante cui ha accumulato una notevole conoscenza in qualsiasi tipo di operazioni sporca, congiura, assassinio, rivoluzione, controrivoluzione, guerra psicologica e guerra convenzionale. Soprattutto il Secret Service è il braccio armato di quell’establishment liberal che, pur essendo diviso tra Londra e New York (il binomio Chatham House e Council on Foreign Relations), ha pur sempre la storica sede in Inghilterra: la politica dell’impero angloamericano (si pensi soltanto negli ultimi anni alle Primavere Arabe, al sostegno alla Fratellanza Mussulmana, alla nomina a pontefice di Jorge Mario Bergoglio, alla vicenda dei Rohingya, alla tentativi di destabilizzare il sud-est asiatico, etc. etc.) è ancora fatta essenzialmente a Londra e, perciò, appaltata ai servizi segreti inglesi.

L’establishment liberal, dominando il mondo dalle isole (il Regno Unito ed il continente americano) è intrinsecamente russofobico: nell’impero russo Londra vede quella potenza continentale capace di abbracciare tutta l’Eurasia, dal Mar Baltico al Golfo Persico, dalla Siberia alle pianure dell’Europa centrale, vanificando la penetrazione delle potenze marittime che, al contrario, partono dal mare in direzione della massa terreste. La moderna geopolitica nasce a Londra a inizio Novecento con Halford Mackinder e si basa proprio sulla dialettica Terra-Mare: contro l’Herthland, ieri l’impero zarista, poi l’URSS ed infine la Federazione Russa, l’oligarchia atlantica mobilita da secoli tutte le sue energie, compresi ovviamente i servizi segreti.

Si è parlato del caso Skripal, ma come non ricordare, rimanendo soltanto alla storia recente, al sostegno inglese dato all’insurrezione islamista in Cecenia, attraverso i soliti sauditi? E l’infamante omicidio della giornalista della Anna Politkovskaja, che aveva costruito le proprie fortune denunciando i crimini della in Cecenia? Nella primavera del 2006 la Politkovskaja si incontra in Inghilterra con l’ex-agente sovietico Alexander Litvinenko, al soldo del MI68 (si notino le analogie col caso Skripal): nell’arco di sei mesi muoiono entrambi, una per colpi d’arma da fuoco a Mosca e l’altro avvelenato a Londra. Il mandante, secondo la stampa inglese, è ovviamente Vladimir Putin, impegnato nella faticosa ricostruzione della Russia dopo i disastri dell’era Eltsin. Nel 2014 troviamo i servizi segreti inglesi tra i nazionalisti ucraini che rovesciano il governo filorusso9 ed è ancora un ex-agente dell’MI6, Christopher Steele, che confeziona per conto dei democratici il dossier sui “compromettenti legami” tra Donald Trump e la Russia.

Il grosso dell’imminente intervento militare contro la Siria sarà sostenuto dagli Stati Uniti, ma ancora una volta emerge come la strategia antirussa del blocco atlantico, basata sulla geopolitica di Mackinder, sia studiata a Londra, moderna Cartagine contro la Terza Roma.

da Federico Dezzani

1737.- Crisi in Serbia-Kosovo: la Russia pronta ad inviare una “Forza di intervento rapido”. La Serbia potrebbe entrare nell’alleanza militare russa .

Maurizio Blondet mi riporta in Kossovo, quando un reparto di paracadutisti russi tentò di entrare nella zona italiana della Brigata multinazionale West. Marciavano insieme ai russi alcuni osservatori serbi, vestiti ed equipaggiati come loro, che volevano osservare il territorio, pur sempre loro. Avevamo di guardia un reparto del Battaglione San Marco che tentò di fermarli, finché non si giunse alle mani.. e i russi si ritirarono e ricordo un antico monastero ortodosso, a Deciani, dove i monaci serbi custodivano le reliquie della guerra vinta contro i turchi, protetti da due carri Leopard della Brigata Ariete. Sembra ieri e sono passati diciotto anni. E, ancora, gli occhi si ritraggono al ricordo dei serbi scannati, ovunque, a decine, a famiglie intere, nelle loro case, nelle auto in fuga dalle loro case, a galla nelle cisterne del vino, nella piscina di un hotel e il banchetto dei corvi. Pace ai serbi di Mitrovica!

DZSn3vlXcAA-1Rs

Putin sulla crisi in Serbia: Entro poche ore posso Inviare una Forza di Intervento rapido per difendere I Serbi nel Kosovo.
MOSCA, Russia – I rapidi sviluppi derivano dalla comunicazione telefonica fra Putin e il premier serbo Aleksandar Vucic, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Nord Mitrovica / Kosovo. “Non dubitate che invierò forze immediate se necessario. Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa “, ha sottolineato il presidente russo nella sua controparte serba e ora stiamo andando verso nuove avventure nella regione.

Le notizie fanno il giro della Serbia

Non a caso, i combattenti serbi “fischiano” continuamente alle orecchie dei capi albanesi a Presevo per il secondo giorno consecutivo

Secondo i media serbi, il presidente russo Vladimir Putin, nella nuova comunicazione telefonica con il presidente serbo, avrebbe detto:
“Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”.

unnamed-1

Questo si traduce nell’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi, che secondo la risoluzione ONU 1244 è perfettamente fattibile, perché la Russia è semplicemente una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava.

“La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo con tutti i mezzi per difenderli da un possibile attacco”, ha detto Putin.

Reparti aerotrasportati russi
Nel caso in cui dovesse iniziare un nuovo pogrom contro i serbi nella provincia, con operazioni di polizia albanese finalizzate a occupare la parte settentrionale del Kosovo, Mosca invierà immediatamente un’assistenza militare significativa “, ha detto il Cremlino.

Questo è stato uno dei messaggi chiave che Vladimir Putin aveva pronunciato ieri in una conversazione telefonica con il suo omologo serbo Aleksandar Vucic.

Il presidente Putin ha ufficialmente designato la Serbia come “il partner e alleato più importante in Europa”, secondo fonti del Cremlino, e Belgrado conta sul massimo supporto e protezione da parte della Russia.

Recentemente Putin ha dato mandato ai suoi generali e ad altri esperti militari di sviluppare un piano di intervento militare che aiuterebbe la Serbia in un possibile “impegno” contro la NATO e l’Occidente.

Questi piani prevedono che i combattenti aereotrasportati e i convogli russi possano volare in territorio serbo entro e non oltre due ore con una missione chiave nel Nord Kosovo per agire in modo da proteggere i serbi ei loro interessi nazionali.

C’è anche un piano dettagliato per il trasferimento di alcune forze speciali russe (Spetsnaz) in Serbia.

Si stima che entro 24 ore ci saranno centinaia di commando russi in Serbia, cioè in Kosovo.

Fonte: Fort Russ

DZ3HRFeU0AYRE9V

La Serbia potrebbe entrare nell’alleanza militare russa alternativa alla NATO

Uno dei gruppi parlamentari ha preparato una risoluzione sull’adesione della Serbia all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), un’alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti.
Nel prossimo futuro il Partito Radicale Serbo invierà la bozza del documento a tutte le forze politiche del Paese.

Il documento sottolinea che Belgrado non dovrebbe permettere l’approfondimento della cooperazione con la NATO, un’organizzazione che ha distrutto l’ex Jugoslavia e che si è resa responsabile della morte di oltre 2.500 civili durante i bombardamenti del 1999.

Gli autori del documento sottolineano che la questione dell’adesione alla CSTO è diventata particolarmente rilevante in seguito all’arresto da parte delle unità speciali del Kosovo di Marko Djuric, inviato del governo serbo per il Kosovo e Metohija, e per il peggioramento della situazione nella regione, riporta il canale televisivo “Rossiya 24”.

Intanto, la NATO riconosce alla Serbia il diritto di creare un centro umanitario in collaborazione con la Russia e con quest’ultima condurre esercitazioni militari. Lo ha dichiarato il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg.
“Rispettiamo le decisioni sovrane, perché la Serbia è un Paese sovrano”, ha spiegato Stoltenberg. È chiaro che Belgrado tenterà di risolvere la situazione del Kossovo mettendo sul tavolo le alternative geopolitiche al di fuori della sfera d’influenza euro-atlantica.

5360367

1356.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

22 Gennaio 2016

Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli. Un po’ come il gas nervino in Siria.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

 

929.- Srebrenica: esce fuori la verità, il massacro fu compiuto da tagliagole bosniaci musulmani

Serbia Mladic

L’avvocato Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’, principalmente per una sua presunta regia del massacro di Srebrenica, ha sempre proclamato la sua innocenza, ma venne arrestato e condotto in carcere all’Aja, dove morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Oggi, finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi, ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Alija Izetbegovic, presidente dei musulmani bosniaci, d’accordo con Bill Clinton. Una operazione, come le bombe di mortaio sul mercato di Sarajevo, per incolpare i serbi e bombardarli.

c3utvmkxuaa8uxq

Un po’ come il gas nervino in Siria, trovato nei depositi di bombe dell’ISIS.

(Nicola Bizzi) – Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, aRadovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef, in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

images

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

 

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dalGenerale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

Mujaheddin-ceceni.jpg

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

ob_585def_demonstratie-srebrenica

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

mladickara-bandiera-cop-sito

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

mladic4

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Lukae che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

blo-348-1450106568-size_1000-1

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

Fonte: press.russianews.it