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2401.- ORIZZONTI NUOVI PER IL MEDITERRANEO.

Fonti russe affermano che il sistema di difesa S-400 sarà consegnato, a luglio, alla Turchia. La Turchia è membro della NATO e un bastione nel Medio Oriente, per alcuni fattori come: la sua importanza geostrategica e, in particolare, per il controllo dei Dardanelli, l’importanza del suo strumento militare. L’arrivo del sistema di difesa missilistica russo potrebbe innescare sanzioni della NATO su Ankara e ricordiamo che Erdogan si è dimostrato e si sta dimostrando molto attivo in Libia; ma le domande che ci poniamo è: Quali nuovi orizzonti si stanno profilando in Medio Oriente e in Mediterraneo? e saranno di guerra o di pace?

L’S-400 “Trionfo”, sistema missilistico terra-aria, dopo il suo dispiegamento in una base militare fuori dalla città di Gvardeysk, in Russia, l’11 marzo 2019. \ Vitaly Nevar / REUTERS


Restando all’S-400, gli Stati Uniti possono rischiare che la Turchia operi con il sistema di intelligence dell’F-35? L’F-35I per gli israeliani, scollegato dal sistema di intelligence-spia del Pentagono, potrebbe essere una soluzione?
Certamente, gli Stati Uniti presenteranno un piano per rimuovere la Turchia dal programma del caccia F-35, a meno che non sia la Turchia stessa a ritirarsi; ma la risposta alla nostra domanda dice: “C’è una nuova alleanza in Medio Oriente”.

Il portavoce del Cremlino, Yuri Ushakov

L’israeliana Haaretz riprende la notizia che Yuri Ushakov, portavoce del Cremlino, ha confermato ai giornalisti, martedì, che la Russia prevede di consegnare i suoi sistemi di difesa missilistici S-400 in Turchia a luglio. Questo accordo della Turchia con Mosca, sul sistema S-400, ritenuto non compatibile con gli standard della NATO, ha irritato gli Stati Uniti e, oggi, i funzionari statunitensi hanno annunciato che, in questo frattempo, è stato interrotto l’addestramento dei piloti turchi sul caccia F-35, già in corso in una base aerea degli Stati Uniti, nell’Arizona. Se la Turchia fosse rimossa dal programma F-35, questa sarebbe una delle più significative rotture della storia recente nel rapporto con gli Stati Uniti, a detta degli esperti.

In realtà, abbiamo osservato che l’attivismo di Erdogan, stretto fra il problema curdo e le ambizioni del nuovo califfato, lo porta spesso a tenere una politica apparentemente ondivaga, ma coerente con i suoi piani e con la necessaria libertà d’azione che ne consegue. Per semplificare, Erdogan si trova a perseguire una politica di espansione indipendente, ma non autonoma, rispetto alle alleanze: quella con la NATO e quelle possibili con Putin, tutte legate, quando in positivo, quando in negativo, alla posizione geo strategica della Turchia.
infatti, le tensioni nei legami tra Turchia e Stati Uniti si estendono già oltre l’F-35. Possiamo includervi una strategia conflittuale in Siria, le sanzioni iraniane e la detenzione del personale consolare degli Stati Uniti in Turchia.

A questo proposito, dall’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS, sappiamo che un tribunale turco ha rifiutato di rilasciare, mercoledì 15 maggio, Metin Topuz, un impiegato del Consolato americano a Istanbul. “Topuz, traduttore turco per l’Agenzia antidroga del Consolato USA, è sotto processo con l’accusa di spionaggio e collegamento con la rete del religioso Fethullah Gulen, residente negli Stati Uniti ed è accusato dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di aver pianificato il fallito colpo di Stato del 2016. Topuz resterà in detenzione almeno fino alla sua prossima apparizione in tribunale, prevista per il 28 giugno. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati, Selman Alibas. L’uomo era stato arrestato nel 2017 ed è uno dei tre impiegati del Consolato degli Stati Uniti accusati di aver commesso crimini che sono in seguito risultati particolarmente compromettenti per il rapporto tra i due alleati della NATO.

Un altro dipendente del consolato statunitense è stato incriminato, a marzo, per legami con la rete di Gulen, mentre un terzo impiegato era stato dichiarato colpevole di terrorismo ma poi liberato, a gennaio. Dopo il fallito colpo di stato militare del 2016, la Turchia ha detenuto 160.000 persone e licenziato quasi tutti i dipendenti pubblici sospettati di legami con il golpe, secondo quanto riferisce l’Ufficio per i diritti umani degli Stati Uniti.

Il graduale avvicinamento della Turchia alla Russia preoccupa gli Stati Uniti, i quali non vogliono che uno dei loro alleati chiave in Medio Oriente, peraltro membro della NATO dal 1952, sbilanci gli equilibri geopolitici a favore di Mosca. I funzionari USA e NATO hanno ripetutamente protestato che le armi russe non possono essere integrate nel sistema di difesa della NATO. Anche se sono iniziate le consegne degli ancora più letali S-500 ai reparti russi, gli S-400 sono un sistema di difesa missilistica all’avanguardia. La Russia sostiene che il sistema può intercettare aerei, missili da crociera, missili a medio-raggio, droni e altri sistemi di sorveglianza aerea, anche se le sue capacità complete devono ancora essere testate in combattimento. Il valore aggiunto dell’S-400, è che ha un’autonomia di circa 250 miglia, è che può intercettare più obiettivi simultaneamente, con e senza equipaggio. Gli S-400, inoltre, sono dotati di un sistema anti-accesso o di rifiuto di area che, essenzialmente, crea una no-fly zone ovunque sia installato il sistema.”

L’avvicinamento della Turchia alla Russia deve preoccupare anche l’Italia e la Francia, visto il sostegno importante, se non determinante, fornito dai turchi a Fayez al-Sarraj e al GNA, legato alla Fratellanza musulmana. La politica di Erdogan è a favore di Tripoli e di Misurata, quindi, degli islamisti, mentre Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita si fanno portatori di quelle anti-islamisti, rappresentate da Khalifa Haftar. Non possiamo non notare che la legittimità di cui le milizie del GNA godono, da parte di quasi tutta la Comunità internazionale, gli deriva dal riconoscimento di questo status di esercito del governo nazionale, riconosciuto da parte delle Nazioni Unite.


La resa dei conti, come l’israeliana Haaretz la chiama, arriva mentre l’esercito siriano, appoggiato pesantemente, dall’aviazione della Russia, intensifica l’assalto ad alcuni ribelli sostenuti dalla Turchia vicino al confine turco. Più in generale nel Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione sulla Turchia e su altre nazioni per isolare l’Iran, compreso il blocco di tutte le esportazioni petrolifere iraniane. Recep Tayyip Erdogan si sta dimostrando un giocatore irriducibile, quanto abile, che usa la diplomazia, ma anche le armi e senza i pregiudizi degli europei.

2377.- Libia, Haftar dice no a Macron: Niente tregua per ora, non ci sono le condizioni

Erdogan ha riarmato pesantemente Sarraj e si attende un terzo round di Haftar, che sarà combattuto nella città. Le vittime civili dei combattimenti di Tripoli apriranno la porta a una tregua,senza vincitori e vinti, ma seppelliranno il futuro politico del generale. Parleranno i morti. Il successo difensivo del GNA ha fatto sì che la posizione italiana verso Tripoli risulti, ora più che mai, corretta e pagante.

Haftar dice no alla tregua chiesta da Macron, ma lascia aperto uno spiraglio. Il rifiuto del Generale, però, serve solo a prendere tempo per giocare le ultime carte nascoste

Khalifa Haftar si gioca il tutto per tutto in Libia e dice no a Emmanuel Macron sul cessate il fuoco incondizionato. Il Generale nel tanto atteso incontro con il presidente francese ha sottolineato che non ci sono le condizioni per una tregua, anche se ha affermato che è necessario riprendere il dialogo per porre fine alla crisi. Di fatto, come prevedibile, ha preso tempo tenendo aperto lo spiraglio di negoziati, dosando scontri armati e diplomazia. In questo è un esperto. L’uomo forte della Cirenaica ha sempre adottato la strategia del doppio binario con buoni risultati. Inoltre, la mancanza di “condizioni” non esclude a priori una tregua futura, che farebbe terminare la guerra civile contro Fayez Sarraj in una situazione di parità senza vincitori né vinti. Vuol dire che ha delle carte nascoste e che le vuole giocare tutte, prima di fermarsi.

Il conflitto tra Wahhabismo e Fratelli Musulmani è l’ultima carta del Generale

Haftar, infatti, negli ultimissimi giorni ha cambiato postura. Dopo che la Francia si è riallineata all’UE sul supporto a Sarraj, ha avuto un momento di crisi. Tanto che si rincorrevano voci su una sua adesione alle richieste di Parigi o in alternativa un gesto disperato. Poi, però, è successo un fatto nuovo. Le forze del GNA hanno ricevuto dalla Turchia un carico di nuovi mezzi e armi. Ciò ha fatto sì che i partner del Generale, fino a quel momento sfiduciati dallo stallo dell’offensiva (giudicata un fallimento), si rianimassero e rispondessero in quello che è diventato l’ultimo terreno di scontro tra Wahhabismo e Fratelli Musulmani, che passa da Iraq e Siria, nonché da Isis e Al Qaeda. Di conseguenza, potrebbero aver sbloccato aiuti militari che prima erano stati negati. Di fatto, riequilibrando la partita e alimentando nuove speranze per Bengasi.

L’uomo forte della Cirenaica dovrebbe far partire presto la terza fase dell’offensiva su Tripoli. Questa, a differenza di quanto accaduto finora, vedrebbe protagoniste le forze sul terreno e non più la componente aerea

Cosa accadrà in Libia, comunque, lo si vedrà nei prossimi giorni. Haftar ha annunciato che presto comincerà la terza fase delle operazioni a sud di Tripoli, anche se per ora era tutto fermo in attesa dell’incontro con Macron. L’LNA dovrebbe aumentare il pressing soprattutto sull’ala est delle manovre, sperando di rompere le linee di difesa del GNA, e le forze di terra avrebbero un ruolo maggiore, rispetto a quanto avvenuto finora. La componente aerea, protagonista nelle operazioni di Haftar e di Sarraj, vedrebbe invece limitata la sua capacità operativa. Ciò per due motivi: in primis aumentano i rischi per i velivoli, a causa delle nuove armi – soprattutto i missili anti-aerei FIM92-Stinger – che Tripoli ha ricevuto da Ankara. Inoltre, i combattimenti si sposterebbero in zone densamente popolate. Per gli aerei di Bengasi sarebbe, quindi, impossibile colpire senza causare ingenti danni collaterali e in quel caso il Generale perderebbe anche gli ultimi partner.

L’arrivo di nuove armi (confermato) per le forze di Sarraj e quello (probabile) per le truppe di Haftar, uniti all’ipotesi di nuove manovre offensive del Generale a sud di Tripoli, fanno temere che il rischio di un bagno di sangue in Libia è concreto

Leggero da trasportare e relativamente semplice da usare, il FIM-92 Stinger è un missile terra-aria a puntamento passivo agli infrarossi, con una gittata efficace tra gli 1 e gli 8 km (4 km secondo alcune fonti), ad un’altezza massima di 3 km. Averlo fornito al teatro libico, a rischio terrorismo, è stato un azzardo per la sicurezza del trasporto aereo.

Se fosse confermata la nuova offensiva di Haftar, e soprattutto le sue modalità, c’è il concreto pericolo di un bagno di sangue in Libia. Le ostilità tra forze del GNA e LNA a sud di Tripoli passerebbero da una sostanziale “guerra di posizione” a vere e proprie battaglie; coinvolgerebbero sempre più i civili, man mano che si avvicinano alle zone residenziali. L’impiego in chiave aggressiva delle truppe sul terreno alimenta, infatti, il rischio di maggiori perdite, sia tra soldati e milizie sia tra gli abitanti locali. Inoltre, gli scontri rischiano di tramutarsi in combattimenti “casa per casa”. Ciò, senza contare che i soldati di Sarraj per difendere la capitale non esiteranno a usare le nuove armi ricevute. E quelli del generale faranno altrettanto per attaccare. Queste, seppur più accurate, a differenza di quelle impiegate finora sono tecnologicamente superiori. Il che significa una maggiore capacità distruttiva.

Prendere tempo non aiuterebbe a sconfiggere Sarraj. Grazie ai mezzi e alle armi ricevute dalla Turchia, il GNA è, ora, in grado di difendere meglio Tripoli.

Per il Generale la situazione è sempre più complicata. Le forze di Sarraj, infatti, sono ora in grado di creare seri problemi all’LNA, soprattutto sul versante aereo perché i velivoli di Bengasi non dispongono di contromisure efficaci contro i missili Stinger arrivati a Tripoli. Di conseguenza, rischiano di essere abbattuti, prima di aver raggiunto gli obiettivi. Anche le milizie dell’LNA hanno ottenuto rinforzi, ma si tratta, soprattutto, di veicoli corazzati, utili nel caso di uno scontro sul terreno, ma esposti ai bombardamenti.

L’LNA ha attaccato la principale condotta idrica che porta a Tripoli, obbligando i dipendenti a chiudere l’acqua. L’obiettivo è obbligare Fayez Sarraj alla resa. Il gruppo è guidato da Khalifa Hanaish, già uomo di fiducia di Haftar. Questo, ha affermato che i rubinetti saranno chiusi anche a Gharian e in altre città dell’Ovest. L’acqua, comunque non mancherà. Infatti, era stata prevista un’ipotesi simile, in quanto Hanaish aveva già attaccato la struttura in passato, e il governo aveva già pronto un piano di emergenza, che è entrato in azione senza che venissero distolte forze alla difesa. In meno di due giorni la condotta è stata riattivata.

Contro il possibile nuovo attacco dell’LNA, Tripoli ha già predisposto i piani per vanificarlo ed è apparso in grado di contrattaccare. Lo conferma la situazione di sostanziale equilibrio tra le forze contrapposte in Libia.

Il GNA di Sarraj può contare su nuovi alleati e forze fresche. Gli elders di Zintan e i membri del movimento 17 Febbraio, che finora avevano condannato l’attacco di Haftar a ovest ma non era intervenuti, hanno annunciato pieno supporto all’esercito regolare sotto il comando del Consiglio Presidenziale (PC). Inoltre, hanno messo a disposizione le loro forze per difendere Tripoli dall’offensiva dell’LNA. Allo stesso tempo, però, hanno fatto sapere di essere ancora impegnati per evitare un bagno di sangue e portare avanti la riconciliazione nazionale. A patto, però, che le truppe del Generale tornino alle loro posizioni precedenti. Al Sarraj ha il supporto di tutte le fazioni della Tripolitania, a parte la Settima brigata dei fratelli Khani a Tarhouna, alleati di Haftar, ma fino a quando non si può dire, perché il generale non è stato in grado di mantenere le sue promesse. la Settima Brigata dei fratelli Khani è rimasta l’unica nell’ovest del paese a essere schierata ancora con l’LNA. Perciò, a meno di una tregua, o si “sgancia” oppure sarà costretta a combattere con il Generale fino alla fine, anche se la battaglia è già persa.

L’unica opzione logica rimasta ad Haftar per non essere sconfitto è accettare il cessate il fuoco incondizionato. L’assunzione di un lobbista è legata all’eventualità?

Per Haftar, quindi, prendere Tripoli in breve tempo sarebbe quasi impossibile. Di conseguenza, l’unica scelta che ha, è accettare la tregua. Anche perché grazie a essa si salverebbe dall’onta della sconfitta, in quanto la partita si chiuderebbe in “pari” senza vincitori né vinti. La decisione di assumere un lobbista, come riportato da Politico, potrebbe essere legata a questa eventualità. In caso di cessate il fuoco, il Generale dovrebbe ricostruirsi un’immagine sia verso i media sia nei confronti della comunità internazionale, Stati Uniti in primis. Ciò, in vista del ritorno al dialogo politico e soprattutto al cammino verso le elezioni. L’uomo forte della Cirenaica, però, ama i coup de theatre. Quindi, non si può escludere nemmeno che “avvii” trattative per la tregua, ma al contempo porti avanti la sua operazione militare contro Sarraj. E che alla prima scusa lanci un nuovo attacco alla capitale.

2376.- Libia, anche la Russia scarica del tutto Haftar. Il Generale medierà a sorpresa?

Libia, Anche La Russia Scarica Del Tutto Haftar. Il Generale Medierà A Sorpresa?

La Russia scarica definitivamente Khalifa Haftar. L’inviato speciale per la Libia Dengov: “Era assolutamente prevedibile che il Generale si sarebbe impantanato. E’ chiaro che non è in grado di conquistare Tripoli”.

La Russia ha scaricato definitivamente Khalifa Haftar. Lo ha fatto dopo la sua decisione di non accettare il cessate il fuoco incondizionato in Libia, comunicata nell’incontro con il presidente francese Emmanuel Macron. La conferma viene da un’intervista rilasciata dall’inviato speciale della Federazione per il paese africano, Lev Dengov, a Bloomberg. “E’ chiaro che l’LNA non è in grado di conquistare Tripoli – ha sottolineato -. Era assolutamente prevedibile che si sarebbe impantanato”. Non solo. “Il conflitto continuerà fino a che non emergerà un leader capace di unire tutti – ha aggiunto Dengov -. Se questo leader fosse stato Haftar, sarebbe già a Tripoli e la città sarebbe caduta senza combattere”. La presa di posizione netta di Mosca è un segnale importante sul fatto che la pazienza sia finita. La nazione recentemente aveva allentato le relazioni con il Generale, senza però mai attaccarlo direttamente o prendere le difese del GNA di Fayez Sarraj.

Il Consiglio di Sicurezza Onu si sta compattando verso una posizione comune sulla crisi nel paese africano. Fayez Sarraj ne esce vincitore. Haftar sfoggerà un nuovo coup de theatre e accetterà la mediazione?

La nuova postura russa è un fatto inaspettato e pericoloso per Haftar. Il Generale, infatti, si trova contro tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (Francia, Russia e Regno Unito). La Cina, finora neutrale, ha chiesto il ritorno alla soluzione politica della crisi e gli Stati Uniti hanno fatto altrettanto. Senza contare che attualmente la Germania, da sempre vicina a Sarraj, presiede l’organismo. Di conseguenza, ci si avvia velocemente verso una visione e una posizione comuni sulla guerra civile. L’uomo forte della Cirenaica rischia, perciò, che i Big entrino nella partita su Tripoli. A quel punto, il peso degli alleati regionali crollerebbe e lui si troverebbe in mezzo a due fuochi, per di più ostaggio delle milizie alleate, che pretendono la ricompensa pattuita per aver combattuto al suo fianco. Quindi, in uno dei suoi soliti coup de theatre, potrebbe decidere improvvisamente di mediare.

2358 .- Haftar a Roma e a Parigi incontra Conte e Macron e tira dritto.

Khalifa Haftar è arrivato ieri sera a Roma. Questa mattina ha avuto un incontro di due ore con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e oggi pomeriggio dovrebbe aver incontrato Macron a Parigi, come anticipato due giorni fa, dal ministro degli Esteri Yves Le Drian.

Giuseppe Conte ha “Ribadito la necessità di una soluzione politica” e gli ha chiesto ancora una volta di fermare il suo assalto militare a Tripoli, il generale lo ha gelato e ha risposto: “Andrò avanti, dobbiamo arrivare a Tripoli per estirpare il terrorismo”.

 Conte ai giornalisti: In Libia «la situazione è quella che conosciamo, ho espresso la preoccupazione dell’Italia per la situazione che si è creata, che consideriamo molto critica, noi invochiamo il cessate il fuoco e confidiamo che si possa percorrere una via politica perché riteniamo che il dialogo politico sia l’unica soluzione rispetto all’opzione militare in corso»,

L’Italia, non essendo opportuno per nessuno scendere in campo, insiste per la soluzione politica della crisi in Libia, mediata dalle Nazioni Unite. La posizione tenuta da Conte e, probabilmente e in apparenza, quella di Macron non diverge da quella tenuta il 7 maggio scorso con il premier del governo di accordo nazionale Fayez Al Sarraj, ma Sarraj sa bene che Haftar dovrà tentare il tutto per tutto, ora e lo sanno anche Arabia Saudita, Emirati Arabi, Russia ed Egitto che sono i suoi sostenitori e lo stanno rifornendo di armi e, oggi, di un altro elicottero. Sarà molto difficile per tutti, fermare la campagna su Tripoli e portare i due contendenti a sedersi al tavolo delle trattative.

Poco o nulla conta che l’attacco militare’ di Haftar sia stato condannato dall’Ue: le conclusioni del Consiglio Affari Esteri di lunedì si sono fermate alla richiesta di un cessate il fuoco immediato; ma, per Serraj, qualsiasi proposta di tregua deve prevedere la “verifica del ritiro delle forze di aggressione”, ovvero il ritiro di Haftar. Di contro, il generale – ha detto senza mezzi termini a “Politico Anas El Gomaty”, direttore del think tank Sadeq Institute – che “non vuole una condivisione del potere, vuole il controllo totale della Libia”. E non potrebbe essere diversamente, anzi, un governo forte su tutto il territorio e su tutte le fazioni è condizione essenziale per la ricostruzione della pace e del Paese.

La situazione permane intrecciata, com’è d’uso nel mondo arabo e, ieri, l’Esercito nazionale libico (Lna) ha disposto un ampio dispiegamento di truppe a Sirte, a 450 chilometri a est di Tripoli, città simbolo della guerra contro la wilayah (provincia) dello Stato Islamico nel Paese. Si suppone, in chiave anti Isis.

Intanto, la guerra continua a mietere vittime. Oggi, tre civili sono stati uccisi in un raid aereo dell’LNA sulla città costiera di Zawiya, 50 chilometri a ovest di Tripoli. Al momento, dunque, nulla di nuovo.

2348.- Crisi Libia, Sarraj a Macron: Francia prenda posizioni più chiare. May a Sarraj: May continuare in direzione del cessate il fuoco.

La Libia è un paese diviso. Una Libia pacificata e unita è condizione per la sicurezza dell’Europa e per avviare un processo di crescita reale per il Sahel.

Facciamo un seguito al n. 2345.- “Libia, il Presidente Conte ha incontrato Fayez al Serraj”con il commento all’incontro a Parigi tra il presidente francese e il premier libico. Al-Sarraj, intervistato dalla televisione, ha detto: “Non ci siederemo più al tavolo con Haftar, tregua solo se si ritira”. L’inquilino dell’Eliseo propone cessate il fuoco e  supervisione internazionale, che, poi, è in linea con quanto dichiarato da Giuseppe Conte: “Né con Sarraj né con Haftar, sto con il popolo libico” e conferma quanto scrivemmo, commentando l’incontro di Sarraj con Merkel: “La proposta sarà accettata da entrambi i contendenti solo se le rispettive forze, dopo questo mese di combattimenti, saranno con l’acqua alla gola; ma perché la tregua sia efficace e, direi, possibile occorrerà una forza militare di interposizione intorno a Tripoli”.

: Tripoli sta diventando un cumulo di rovine: un’altra Bengasi. Nella zona di Air Zara vi sono famiglie intere intrappolate. Per garantire la tregua, se mai ci sarà, l’ONU deve dispiegare una forza di imposizione della pace.

“La crisi in Libia e le possibili strade per risolverla sono state al centro di un incontro all’Eliseo tra il premier libico, Fayez al Sarraj, e il presidente francese Emmanuel Macron. “Quello che ci aspettiamo dalla Francia, Paese amico della Libia, è che prenda una posizione più chiara, dica le cose chiaramente”, ha detto Sarraj in un’intervista alla tv France 24 dopo il vertice da lui definito “positivo”. Quanto alle accuse a Parigi di avere un rapporto preferenziale con Khalifa Haftar, Sarraj ha detto: “Le relazioni di certi Paesi con Haftar sono molto chiare, nessuno può dubitarne”.

Sarraj: non ci siederemo più al tavolo con Haftar

Sarraj ha ribadito che “il processo di pace dopo l’attacco del 4 aprile sarà completamente diverso. La situazione è cambiata, quelli con cui ci siederemo al tavolo del negoziato dovranno essere diversi. Ho detto a Macron che bisogna trovare un’elite seria, politica, di universitari, intellettuali, che rappresentino davvero l’est della Libia. Haftar non può più farlo”. Sarraj ha aggiunto che “l’attacco del 4 aprile ha dimostrato che Haftar si preparava a questo attacco. Non era disposto al processo di pace, voleva fare un colpo di Stato contro la legittimità”. Una nota pubblicata sulla pagina Facebook dell’Ufficio stampa del governo di accordo nazionale libico aggiunge che Sarraj ha dichiarato inoltre di ritenere improponibile, come controparte negoziale, anche il presidente del parlamento finora insediato a Tobruk, Aqila Saleh.

Le accuse ad Haftar

Il governo di accordo nazionale libico ha chiesto al Consiglio di sicurezza Onu di istituire “una commissione di verifica dei fatti che faccia luce su chi sostiene e finanza Haftar”, ha detto Sarraj. “Spero che il Consiglio di sicurezza si assuma le sue responsabilità”. Quanto al generale Haftar, “chi bombarda case civili, quartieri, spara su ambulanze e distrugge infrastrutture, io lo definisco criminale di guerra”, ha aggiunto Sarraj. “L’obiettivo di Haftar è chiaro: trovare scuse per attaccarci, dicendo che fanno una guerra contro il terrorismo. Ma nessuno può mettere in dubbio che siamo noi a fare la lotta al terrorismo”. Insomma, il premier libico ha concluso che la tregua potrà esserci solo se Haftar si ritira: “Gli appelli per un cessate il fuoco dovrebbero andare di pari passo con un ritiro delle forze ostili e il loro ritorno da dove sono venute”.

Macron: tregua e supervisione internazionale

Il premier libico Sarraj è giunto a Parigi dopo avere incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. Il faccia a faccia con Macron è avvenuto a porte chiuse. Il presidente francese ha proposto al primo ministro libico una “delimitazione della linea del cessate-il-fuoco, sotto supervisione internazionale, per definirne il quadro preciso”. Inoltre ha proposto di effettuare “fin dai prossimi giorni, una valutazione, in stretta cooperazione con l’Onu, del comportamento dei gruppi armati in Libia, compresi quelli che fanno capo direttamente al governo di intesa nazionale”. Macron, informa l’Eliseo, ha ribadito a al Sarraj “il sostegno della Francia al governo di intesa nazionale, con il quale la Francia proseguirà la sua cooperazione” .

REGNO UNITO-LIBIA

Al termine di questo breve tour, il capo del Consiglio di presidenza di Tripoli, Fayez al Sarraj, ha incontrato oggi a Londra il premier britannico Theresa May, a cui ha espresso l’apprezzamento per aver condannato l’operazione del comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, su Tripoli lo scorso 4 aprile. Lo riferisce un comunicato stampa del governo di Tripoli su Facebook. Sarraj ha ricordato che Haftar ha lanciato l’operazione mentre si trovava a Tripoli il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Durante il soggiorno a Londra, il premier libico ha incontrato il segretario agli Affari esteri, Jeremy Hunt, e altri funzionari con cui ha discusso di cooperazione bilaterale. Da parte sua, May ha espresso la propria preoccupazione sul conflitto in corso in Libia e ha incoraggiato a compiere progressi in direzione del cessate il fuoco, secondo quanto riferisce il profilo Twitter di Dowing Street. Il premier libico ha dato il via lo scorso 7 maggio dall’Italia a un tour europeo che lo ha visto anche in Germania e Francia, alla ricerca di un sostegno diplomatico per porre fine agli scontri in corso a Tripoli. Il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, ha lanciato lo scorso 4 aprile un’operazione contro il terrorismo a Tripoli. (Lit) © Agenzia Nova 

2341.- E adesso, Conte?

Si avvicina la vittoria o la sconfitta per i due contendenti?

È ancora presto per dirlo e, probabilmente, nessuno dei due è in grado di prevalere , ma nemmeno può cedere un passo. Accolgo con soddisfazione e con speranza il passo di al-Sarraj verso il governo italiano e, finalmente, anche l’ONU ha chiesto di interrompere i combattimenti per una settimana di tregua umanitaria. La soddisfazione è che i libici hanno compreso che non siamo in campo fra i loro predatori; la speranza è che Giuseppe Conte riesca a trovare la quadratura del cerchio per poter lasciare la parola definitiva al popolo libico. La tregua umanitaria è il minimo che l’ONU possa proporre in questo contesto internazionale, frammentato da interessi che riguardano il futuro assetto del mondo arabo e del Medio Oriente. La missione di imposizione della pace, infatti, è, per l’appunto, improponibile.

Per lasciare la parola al popolo libico bisogna avere contezza della sua sofferenza: 50.000 sfollati, case abbandonate che chissà come ritroveranno, più di 2.000 feriti, 400 vittime. Bisogna capire che su i due contendenti pesa l’oltranzismo della “loro guerra”. Abbiamo letto dei segnali dalle manifestazioni di Tripoli contro Haftar, visto come un dittatore: un nuovo Gheddafi, si dice; ma sono manifestazioni anche contro al-Sarraj, se non accetterà di sospendere i combattimenti, lasciando un Haftar alle porte di Tripoli e in armi. Dobbiamo anche tenere conto che le milizie che compongono i due schieramenti sono mercenari, sempre, inaffidabili nel lungo periodo. Tutte e credo di poter dire, meno le brigate di Misurata e non è un caso che i marines siano sbarcati proprio lì. Ecco, allora, che la prospettiva di vedere l’affermazione di un terzo uomo nelle elezioni ha il suo fondamento. C’è, però, molto di più della Libia in gioco e lo conferma la recrudescenza delle attività dell’Isis, in Libia e nel Sahel. Siamo certi che la proposta dell’ONU di una tregua debba essere il punto di forza di Conte con Sarraj, ma per fermare i timori dei contendenti, timori fondatissimi, vedo e auspico una forza militare di interposizione e di pace a Tripoli e una azione diplomatica determinata e forte dell’Italia verso i sostenitori delle parti in lotta, anzitutto, verso la Francia. Sarebbe semplice se fossimo già membri di una Europa confederata, ma non lo siamo e non possiamo scendere in campo da soli, nemmeno come arbitri.

Libia, missione lampo di Sarraj a Roma: “L’Italia ci aiuti contro l’invasore Haftar”


Oggi il presidente libico in Italia, domani l’incontro con Conte. L’Onu chiede una settimana di “tregua umanitaria”, di VINCENZO NIGRO

Arriva oggi in Italia il presidente libico Fayez Serraj. Il leader del governo di Tripoli guiderà una delegazione di diplomatici e capi militari libici che verranno a chiedere maggior sostegno all’Italia nella loro battaglia contro la milizia di Khalifa Haftar. Serraj incontrerà domani il premier Giuseppe Conte, mentre la delegazione militare che lo accompagna avrà riunioni con i responsabili della Difesa italiana. Secondo una fonte vicina al Consiglio Presidenziale, “Serraj chiede che l’Italia si impegni molto di più e soprattutto in maniera più visibile per difendere le ragioni del governo sostenuto dalle Nazioni Unite ma abbandonato dalla comunità internazionale”.

Per Serraj e secondo i leader di Tripoli, “Haftar è un invasore, il suo tentativo di sfondare ed entrare a Tripoli è ampiamente fallito, a questo punto bisogna fermarlo, bisogna punire una aggressione militare che è stata una follia e porterà solo altra divisione in Libia”.

La visita avviene proprio mentre l’Onu ha chiesto una settimana di “tregua umanitaria” in coincidenza con l’inizio del mese di Ramadan islamico. Al contrario, il generale Haftar ha chiesto alle sue truppe di intensificare gli attacchi, di condurre una “guerra santa” contro i soldati di Tripoli. L’ufficiale che controlla la Cirenaica il 3 aprile ha lanciato un’operazione militare nel tentativo di entrare a Tripoli: ieri con un audio diffuso dai suoi portavoce ha chiesto alla sua milizia di combattere anche durante il Ramadan, “il mese di ramadan è un mese di jihad, di guerra santa”.

Tornando alla visita di Serraj in Italia, a Roma il capo del consiglio presidenziale incontrerà innanzitutto Giuseppe Conte: il premier italiano farà pressioni perché Serraj accetti la tregua chiesta dall’Onu. Ieri l’Unsmil ha fatto pubblicamente la richiesta di una settimana di tregua “umanitaria”, invitando il governo di Tripoli e la milizia del generale Khalifa Haftar a sospendere le operazioni. Fino ad oggi il governo di Tripoli è sembrato intenzionato ad andare avanti nelle operazioni militari, per respingere gli uomini di Haftar il più lontano possibile dalla Tripolitania.

Con una serie di telefonate, il presidente del Consiglio Conte ha raddoppiato i suoi sforzi per arrivare il prima possibile a un cessate-il-fuoco generalizzato in Libia. Fonti del governo italiano sostengono che “Conte ha chiesto a Serraj di dare la sua disponibilità a interrompere le operazioni militari, e ha anche invitato il leader libico a consultare anche altri leader europei, come il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel“.

2336.- Libia, l’asse della guerra Sarraj-Haftar si sposta a Gharian

Facciamo prima il punto:

Lo stallo nella guerra civile in Libia sta avvantaggiando al-Sarraj. L’LNA di Haftar non riesce a sfondare le difese a sud di Tripoli e le truppe del GNA si avvicinano ancora a Gharian, dove passano le rotte di rifornimento del Generale. Siamo, ormai, alle porte del ramadan e la campagna di 48 ore si è trasformata in una guerra di posizione, che – inutile ripetere – avvantaggia al-Sarraj. L’LNA punta a interrompere i rifornimenti di Misurata a Tripoli e il GNA punta a interrompere quelli di Haftar. Una volta che il centro abitato di Gharian sarà stato “liberato”, il GNA passerà alla famosa controffensiva, che prevede innanzitutto di dividere le milizie di Haftar in due gruppi e di isolarli. L’aviazione del GNA sta aprendo la strada. Il bilancio di questa terza guerra civile è salito a 392 morti, 2000 feriti e 50.000 sfollati.

Effetti dei bombardamenti su Tripoli. Nè LNA né GNA possiedono sistemi d’arma di precisione e i danni e gli effetti per la popolazione civile sono pesanti.

La popolarità di Haftar è in discesa; contro il suo sponsor Macron, i tripolini hanno indossato i gilet jaunes e il generale viene sempre più visto come un dittatore in stile gheddafiano. Fonti libiche comunicano che la gente della strategica città di Zintan è, ora, divisa tra pro e anti -Haftar e da Tobruck, dalla Camera dei Rappresentanti, giungono segnali negativi. Dall’estero, lo stesso presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi – grande sponsor di Haftar – non sarebbe affatto contento. Del resto, Haftar ha giocato il tutto per tutto e, finora, non ha vinto.

Il 2° Gruppo d’Attacco dell’US.NAVY, con le portaerei CVA 72, Lincoln e CVA 74, J.C. Stennis pendola davanti alla Libia, ma, in questa guerra, l’ONU non ha la coesione necessaria per imporre un’operazione di Peace Enforcement.


C’è di più, ad avvalorare le preoccupazioni di Trump e a motivare la sua telefonata dello scorso 20 aprile: L’Isis approfitta della situazione di stallo fra i due contendenti e si sta ricomponendo. Dal 29 aprile, il 2° Gruppo d’Attacco dell’US.NAVY, con le portaerei CVA 72, Lincoln e CVA 74, J.C. Stennis naviga tra Lampedusa e Bengasi e, il 27 aprile, un reparto USA è sbarcato a Misurata. Vogliamo leggerla come una risposta alla dichiarazione del 26 aprile 2019, che il generale Ahmed Al-Mesmari, portavoce del maresciallo Khalifa Haftar, aveva rilasciato al Corriere della Sera: “Occorre che l’Italia ritiri al più presto il suo ospedale militare da Misurata. Abbiamo le prove che quella struttura ormai non ha più nulla di umanitario, ma costituisce un valido aiuto per le milizie di Misurata che combattono contro il nostro esercito”. Questa recrudescenza delle attività attività dell’Isis, in Libia e nel Sahel, fa passare in secondo piano qualunque conflitto in atto e potrebbe fare della Libia un secondo Iraq, portare rapidamente alla destabilizzazione del Sahel e farebbe montare la marea dei migranti – certamente, non libici – con la probabile destabilizzazione del continente europeo. La conseguenza sarebbe l’instaurazione di una autorità dittatoriale, in stile macroniano, peraltro preannunciata in una enciclica e ribadita dall’eretico Bergoglio: “Urge un’autorità politica mondiale”. È questo il vero obiettivo della finanza sionista mondiale? Entriamo nel campo del mondialismo sinarchico e ne parleremo. Per ora, basti dire: “Dio si è fatto uomo, ma il denaro si è fatto Dio!”

Ecco una breve scansione delle attività dell’Isis, che si sommano agli attacchi, in crescendo, nel Sahel:
Lo scorso primo maggio la Sirte Protection Force – la potente milizia di Misurata, che rappresenta l’ossatura del GNA e che nel 2016 sconfisse l’Isis, cacciandola da Sirte – aveva denunciato “movimenti sospetti” di forze dell’Isis nei pressi di Sirte, allertando sul rischio di attacchi o attentati, poi non avvenuti. Lo scorso9 aprile l’Isis ha compiuto un raid notturno a Fuhaqa, nel centro della Libia, uccidendo due persone tra cui il presidente del consiglio comunale e rapendo il capo delle guardie municipali. 
Il 25 aprile – come riferimmo – le forze di Tripoli avevano arrestato una figura di spicco sell’Isis in Libia, Yaser Saleh Al-Majiri, alias Abu Dujana. Il 15 aprile, l’esplosione di un’autobomba nel centro di Bengasi non ha provocato vittime.

L’attaco dell’autobomba di Bengasi è stato rivendicato dall’Isis.

Ora, ieri pomeriggio, l’Isis e i ribelli ciadiani – notate bene – hanno assaltato la base aerea di Sebha, nel Fezzan, difesa dal 160° battaglione dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (LNA). Secondo la nostra fonte Moftah Mosbah, il bilancio dell’azione rivendicata dall’Isis è di dieci morti, sette feriti, alcuni terroristi liberati e i veicoli dell’LNA dati alle fiamme. Ecco alcune immagini:

Base aerea di Sebha

Già la base aerea di Tamanhint, nel Fezzan meridionale, era stata oggetto di scontri il 18 aprile, segno che il controllo di un territorio così vasto può reggersi soltanto su accordi e compromessi.

Le prospettive di un ritorno allo status quo ante sono praticamente nulle. A nostro parere, le possibilità di una soluzione politica vedono entrambi i contendenti fuori gioco.

l’asse della guerra Sarraj-Haftar si sposta a Gharian


Libia, L’asse Della Guerra Sarraj-Haftar Si Sposta A Gharian

L’asse della guerra civile in Libia tra Fayez Sarraj e Khalifa Haftar si sposta da Tripoli a Gharian. Le forze del GNA arrivano all’aeroporto internazionale di Mitiga e combattono l’LNA per proteggere Aziziyah. Il Generale vuole rallentare la controffensiva, impedendo ai rinforzi di giungere nell’area

Le forze del GNA a sud di Tripoli sono arrivate all’aeroporto internazionale di Mitiga e hanno ingaggiato una violenta battaglia contro quelle di Khalifa Haftar. I militari di Fayez Sarraj, anche se lentamente, avanzano. L’LNA del Generale non riesce a mantenere le linee di difesa e sta progressivamente arretrando verso lo scalo. Per spezzare la linea offensiva del nemico, i miliziani dell’uomo forte della Cirenaica hanno lanciato attacchi ad Aziziyah e Saadia. Inoltre, hanno bombardato la strada che dalla capitale del paese africano porta a Gharian. L’obiettivo è impedire ai rinforzi di raggiungere l’area o almeno rallentare i loro movimenti. L’asse della guerra civile si è spostato così momentaneamente verso Gharian. Se le forze di Sarraj riuscissero a prendere la città, verrebbero compromesse le rotte di rifornimento di carburante dell’LNA. E quindi l’intera offensiva di Haftar sarebbe a rischio. 

L’uomo forte della Cirenaica, intanto, continua a perdere pezzi. I rapporti con le milizie dei fratelli Khani di Tarhouna si raffreddano ulteriormente e la Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk lo scarica

La mossa di Haftar, seppur quasi obbligata, è un’arma a doppio taglio. Dirottando i caccia a Gharian per rallentare il nemico, ha ridotto le protezioni per la prima linea della campagna a Tripoli. Le truppe del GNA, infatti, ne hanno subito approfittato per bombardare le postazioni a Tarhouna alleate del Generale: quelle delle milizie dei fratelli Khani, i cui rapporti con l’uomo forte della Cirenaica ultimamente si sono raffreddati. E ciò non contribuirà sicuramente a riscaldarli. Il prolungamento dell’offensiva, inoltre, sta innervosendo sia i suoi partner locali sia quelli internazionali. I primi, milizie in primis, minacciano di scaricarlo. I secondi, invece, di ridurre o azzerare il supporto. Un esempio in questo senso si è avuto nell’ultima riunione della Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk. Nella sessione è stata condannata la campagna di Haftar ed è stato ribadito che la HoR non ha mai voluto la guerra contro Tripoli.






2331.- Un’agenda per la Libia

Roma, 30 apr 12:17 – (Agenzia Nova) – Di Fabrizio Luciolli (Leggiamo e volentieri ripubblichiamo aggiungendo le nostre immagini e le didascalie. Siamo consapevoli che, in massima parte, si tratta di auspici e che nella guerra in atto si confrontano tutte le anime del mondo arabo e gli interessi della finanza sionista e dell’Occidente, ma la frontiera libica è anche la nostra frontiera).

Un’agenda per la Libia

La guerra civile che, per la terza volta in meno di dieci anni, colpisce la Libia ha riportato drammaticamente all’attenzione della comunità internazionale e d’intelligence la pericolosità della minaccia da Sud. La crisi libica è giunta all’attuale livello di criticità per cause e responsabilità che vanno ricercate per lo più nella nostra sponda del Mediterraneo. L’interventismo della Francia, le costanti divisioni dell’Unione Europea, la riluttanza degli Stati Uniti a svolgere il proprio ruolo nella regione, la cronica debolezza dei governi italiani, non hanno permesso di inquadrare l’intervento del 2011 in Libia in una prospettiva strategica di medio-lungo termine e di far seguire alle operazioni della Nato a protezione dei civili un robusto piano di stabilizzazione e ricostruzione necessario per assicurare lo sviluppo democratico, economico e sociale del paese.

L’Italia e la comunità euro-atlantica sono, pertanto, oggi chiamate ad affrontare in Libia una drammatica prova d’appello ed una minaccia che destabilizza non solo la regione ma mina la sicurezza internazionale e gli stessi valori fondanti delle nostre società, libere, aperte e democratiche. A differenza del passato, affinché la risposta alla crisi libica sia efficace, occorrerà che l’Italia sappia coniugare una prospettiva nazionale, regionale e internazionale in unica visione strategica.

Prospettiva nazionale

In questi giorni di sangue e dolore per il popolo libico l’Italia ha fatto partire dal centro UNhrd di Brindisi 16 tonnellate di aiuti sanitari di emergenza, composto da kit anti- trauma e kit chirurgici. Ma bisogna fare di più e cercando di scegliere ciò che i libici vogliono. Le dimostrazioni dei Gilet Jaunes di Tripoli hanno dato una indicazione.

L’Italia è chiamata ad adottare nella crisi libica un approccio decisamente più pro-attivo e che abbia ben chiari gli interessi nazionali da perseguire. Oltre alla stabilità della Libia e della regione, l’Italia deve definire quali siano gli interessi vitali, strategici o contingenti che vadano salvaguardati o conseguiti. Ciò appare fondamentale al fine di evitare scelte di campo e di leadership in Libia non coerenti con gli interessi nazionali. Tuttavia, tale compito in Italia difficilmente avviene in maniera lineare a causa dell’atavica assenza di una Strategia di sicurezza nazionale e di un relativo processo che affini costantemente le strategie volte al perseguimento degli interessi nazionali. Il tentativo effettuato dall’allora ministro della Difesa Pinotti di redigere un Libro Bianco sulla sicurezza internazionale e la difesa, per quanto collocato sulla giusta direttrice, si è rivelato un velleitario esercizio dottrinale.

In tale contesto, gli interessi energetici dell’Italia, per lo più orientati verso un’area del paese, non devono, come in passato, andare a scapito di una visione politico-strategica più ampia. L’Italia rimane il primo importatore di greggio libico. Fra gli interessi strategici figura certamente l’approvvigionamento energetico che, a causa dei frequenti blocchi dei terminali petroliferi, ha subito in alcuni anni un calo sino al 64 per cento per ciò che riguarda il greggio. Peraltro, a seguito dei ripetuti danneggiamenti dell’impianto di liquefazione di Marsa al Brega, il gasdotto “Greenstream” che collega Mellitah a Gela è spesso rimasto l’unico canale di fornitura in funzione, sebbene a intermittenza, rendendo l’Italia il solo destinatario del gas libico.

Infine, la stabilizzazione della Libia permetterà all’Italia di arginare più efficacemente il fenomeno della immigrazione clandestina incontrollata, attraverso lo svolgimento di attività di monitoraggio ai limiti meridionali del deserto libico e la gestione di eventuali procedure d’asilo in loco.

Prospettiva regionale

La rilevanza strategica della Libia va ben oltre i permeabili confini geografici del paese e deve essere valutata in una prospettiva regionale. Attualmente, la Libia costituisce la chiave per la sicurezza del Mediterraneo e la sua instabilità e la presenza di transfughi del Califfato, minacciano la stabilità dei paesi vicini, quali la Tunisia, l’Algeria, il Mali, ed è fonte di preoccupazione per lo stesso Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, che avversano i movimenti legati ai Fratelli musulmani. I miliziani dell’Isis, in fuga da Iraq e Siria, troverebbero in una Libia destabilizzata un terreno d’azione che alimenterebbe quell’arco di crisi che dal Mediterraneo si salderebbe pericolosamente con le instabilità del Caucaso, dell’Afghanistan e dell’Ucraina.

Una strategia per la Libia non può prescindere da un rinnovato e solido rapporto di partenariato con le Organizzazioni regionali e alcuni paesi della regione, quali l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Tunisia e altri. Al riguardo, la guerra contro le milizie dell’Isis ha compattato gli interessi di diversi paesi della regione rendendone per alcuni aspetti, più agevole una loro cooperazione.

Inoltre, Turchia e Federazione Russa hanno assunto un ruolo determinante nel composito mosaico geopolitico libico. In tale contesto, l’’Italia si rivela l’unico paese in grado di favorire la ricerca di un punto di sintesi fra gli interessi degli Stati Uniti e quelli della Federazione Russa nella regione.

Prospettiva internazionale

L’Italia figura fra i primi dieci paesi per contributi finanziari alle missioni di “peacekeeping” delle Nazioni Unite. Oltre a sostenere il processo politico intentato in Libia dall’inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamè, l’Italia potrebbe adoperarsi per rafforzare l’impegno delle Nazioni Unite e promuovere la predisposizione di una missione da inviarsi i Libia a tempo debito, sulla base di un mandato particolarmente robusto e con regole d’ingaggio chiare. A tal fine, possono essere richiamate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza n. 2098 (2013), 2147 (2014) e 2409 (2018) relative alla missione Monusco delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, che per la prima volta hanno autorizzato la costituzione di una brigata d’intervento con compiti “offensivi” per la protezione dei civili e “impedire l’espansione di tutti i gruppi armati, neutralizzando e disarmando questi gruppi, al fine di contribuire a ridurre la minaccia rappresentata dai gruppi armati nei confronti dell’autorità statale e alla sicurezza dei civili (…) e fare spazio alle attività di stabilizzazione”.

Un casco blu cileno in operazione. La questione dell’applicabilità del diritto internazionale umanitario alle forze delle Nazioni Unite, in particolare alle forze impegnate in operazioni di mantenimento della pace, rimane uno dei punti più controversi, e per questo ampiamente dibattuti, nell’ambito del diritto internazionale.

Un’eventuale missione civile e militare di assistenza internazionale alla Libia dovrà essere dotata di uno strumento credibile e robusto, ancorché flessibile. Per quanto l’orografia del paese consenta un agevole controllo del territorio, va ricordato che in Bosnia ed Erzegovina, la cui superficie è quasi 35 volte inferiore a quella della Libia, la Nato entrò nel 1995 con oltre 60 mila uomini. Trascorsi venticinque anni, la presenza dell’Unione Europea e della Nato continua a rimanere essenziale ai fini della stabilità di quella tormentata repubblica balcanica.

In ambito Nato, l’Italia deve continuare a mantenere alta l’attenzione del Consiglio atlantico, promuovendo consultazioni che pongano al centro anche lo scenario di sicurezza del fianco sud. A tal fine, si rivela un valore aggiunto la recente costituzione presso lo “Allied Joint Force Command” di Napoli del “Nato Strategic Direction-South Hub”, a guida italiana.

Le consultazioni del Consiglio atlantico potrebbero anche considerare l’eventuale necessità di adottare misure a difesa delle coste e isole italiane da potenziali lanci di missili Scud, quali quelli avvenuti sull’isola di Lampedusa nel 1986. Tale procedura trova fondamento nell’art. 4 del Trattato atlantico ed ha ricevuto applicazione per due volte in Turchia. Essa, inoltre, assumerebbe un’alta valenza politica, testimoniando la solidarietà alleata verso il “fianco sud”. Nel caso di un attacco missilistico diretto contro l’Italia, peraltro, scatterebbe il meccanismo di solidarietà collettiva previsto dall’art. 5 del Trattato atlantico.

Jens Stoltenberg, politico norvegese. Il Segretario generale della NATO è un diplomatico che rappresenta l’ Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord a livello internazionale. La NATO, nata nel 1949 come organizzazione difensiva, include 29 stati.

I compiti dell’operazione “Sea Guardian” di pattugliamento del Mediterraneo andrebbero ulteriormente rafforzati. Tale operazione – che ha sostituito l’operazione “Active Endeavour” varata dalla Nato all’indomani degli attacchi alle Torri gemelle – su proposta italiana non è più inquadrata nell’ambito dell’art.5 (difesa collettiva). Il declassamento di “Sea Guardian” a Operazione di sicurezza marittima sebbene, in linea di principio, consenta di allargarne gli scopi, ha comportato, tuttavia, una riduzione temporale, pari a sei missioni all’anno della durata di tre settimane ciascuna. A seguito del recente depotenziamento dell’operazione “Sophia” dell’Unione Europea, comandata da un ammiraglio italiano a cui sono state sottratte le unità navali, le missioni Nato ed Ue nel Mediterraneo appaiono, pertanto, con ruoli e ambiti d’azione affievoliti.

Fra i compiti prioritari di una futura missione di assistenza in Libia dovrà figurare quello di “Disarmament, Demobilization, Reintegration” (Ddr) di tutti i gruppi armati. Ad esso dovrà affiancarsi un programma di formazione e addestramento delle nuove forze di sicurezza, sul modello di quelli diretti dai Carabinieri in Iraq e Afghanistan sotto l’egida della Nato e volti a ricostituire, su base unitaria e democratica, le istituzioni e le Forze armate e di sicurezza del paese.

Il colonnello Capodivento (primo da destra) durante il cambio di comando al Reggimento Msu in Kosovo. L’Msu, Unità Specializzata Multinazionale dei Carabinieri. Costituita nel 1998, con compiti militari di polizia, venne impiegata per la prima volta in Bosnia-Erzegovina, nell’ambito dell’operazione Nato Sfor (Stabilisation Force) per fornire una professionalità militare specializzata nel campo della sicurezza pubblica. Impiegata anche in vari teatri operativi mondiali, dall’Iraq all’Afghanistan, la Msu assicura la sicurezza in Kosovo dal 1999, su richiesta della Nato che vi opera con la missione Kfor (Kosovo Force) con compiti di stabilizzazione del paese, che nel 2008 si è dichiarato indipendente dalla Serbia. Ad oggi, la Kfor è l’unica forza militare ammessa in Kosovo dalla risoluzione 1244 dell’Onu.

L’Italia dovrebbe assicurarsi la guida di tali programmi, così da stabilire e salvaguardare nel futuro relazioni amichevoli con i quadri dirigenti delle istituzioni di sicurezza libiche. Le missioni di formazione e addestramento delle forze di sicurezza e dei dirigenti delle future istituzioni della Libia potranno aver luogo anche in paesi limitrofi o della regione.

La Cina è già pronta per ricostruire le infrastrutture della Libia.

Affinché il processo di stabilizzazione della Libia si riveli auto-sostenibile nel tempo occorre che questo venga accompagnato da un robusto piano di ricostruzione e sviluppo, reso più agevole dalle generose risorse energetiche e finanziarie presenti in Libia. E’ opportuno che tale processo abbia luogo prima che le riserve in valuta straniera e il fondo sovrano libico vengano irreparabilmente depauperate per finanziare la guerra civile in corso.

In tale prospettiva, l’Italia dovrebbe considerare l’opportunità di richiedere l’assistenza della Peacebuilding Commission, organo consultivo intergovernativo delle Nazioni Unite che sostiene gli sforzi di pace in paesi che escono da un conflitto e che recentemente a posto il Sahel fra le proprie priorità.

La crisi libica, infine, rappresenta una straordinaria opportunità per rafforzare la cooperazione tra la Nato e l’Unione Europea, che pur condividendo ventidue paesi membri, non hanno ancora trovato un terreno operativo dove, dimenticando antiche diffidenze, sviluppare appieno lo straordinario potenziale derivante da un impegno sinergico delle rispettive capacità civili e militari.

Nell’attuale contesto strategico, con sfide senza precedenti provenienti dal Sud e dall’Est del mondo, la collaborazione tra l’Unione europea e l’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) riveste un’importanza fondamentale.

Le diverse linee d’azione indicate andranno, difatti, perseguite secondo la decantata dottrina Nato e Ue per un approccio globale che sia in grado di combinare gli strumenti civili e militari delle istituzioni euro atlantiche al fine di dare risposte efficaci alle diverse dimensioni delle moderne sfide alla sicurezza.

La crisi libica offre, pertanto, l’opportunità di rafforzare ulteriormente la cooperazione Nato-UE e di ripensare il sistema dei partenariati delle istituzioni euro-atlantiche su basi nuove. Lo scenario di crisi che circonda l’Europa a est e a sud, ha certificato, in particolare, il fallimento delle politiche di “vicinato” varate dall’Unione Europea all’indomani degli ambiziosi processi d’allargamento avviati dalla Commissione Prodi. Oltre quindici miliardi di euro sono stati spesi inefficacemente negli anni precedenti le primavere arabe in programmi di cooperazione dell’Unione Europea verso il Mediterraneo. Programmi che in futuro dovranno essere fondati su principi di sicurezza cooperativa in grado di assicurare un reale impulso allo sviluppo economico e sociale.
L’Italia, che esprime l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il Presidente del Comitato militare dell’Unione Europea, può ancora svolgere un ruolo determinante in tal senso.

Un Gruppo di Combattimento della NATO è presente in Estonia, a Tapa. Vi partecipano, a rotazione, reparti dei paesi membri.

In conclusione, la crisi libica costituisce una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e internazionale che richiede un rinnovato ruolo delle Nazioni Unite, un rilancio dei partenariati euro-atlantici fra le due sponde del Mediterraneo e il rafforzamento della cooperazione sud-sud. Essa, peraltro, offre all’Italia un ventaglio di prospettive che, se adeguatamente inserite in un chiaro disegno strategico, costituiscono un’opportunità storica per promuovere in Libia un futuro di stabilità e sviluppo, perseguendo con efficacia gli interessi nazionali in una cornice di sicurezza cooperativa. 

* Fabrizio Luciolli è Presidente del Comitato Atlantico Italiano e della Atlantic Treaty Association © Agenzia Nova – Riproduzione riservata Agenzia Nova

2328.-Il comandante di campo della milizia Martiri di Misurata è stato ucciso negli scontri a Tripoli

Mohamed Bayou chiamato “Shere Khan”, uno dei comandanti della Sparta libica

Il numero dei morti, a Tripoli, dal 4 aprile, è salito a 345, più di 1.652 i feriti, di cui 400 gravi. Fra i morti, 80 bambini, 18 professionisti della sanità e una donna incinta. Fonti mediche hanno riferito all’agenzia Ansa che il raid aereo delle forze di Haftar su Tripoli ha causato almeno 11 morti e 30 feriti. 6 morti e 20 feriti anche fra i migranti del campo di Ben Gashir, a Sud di Tripoli, in un tentativo di rapina, nel giorno di Pasqua. I rapinatori volevano i cellulari. Al rifiuto avrebbero sparato. La zona è, attualmente, sotto il controllo di Haftar. @Refugees ha trasferito da Ben Gashir ad Azzawya 325 rifugiati proprio per il pericolo costante in quell’area e per la mancanza di viveri. Da dire che, nei giorni scorsi, i rifugiati si erano rifiutati di essere trasferiti in un luogo più sicuro dal governo di Tripoli. Resta forte la preoccupazione per almeno altri 3.000 prigionieri. Cresce intanto l’emergenza umanitaria. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), gli sfollati sono più di 42.100 e continuano ad aumentare, perché l’LNA, in difficoltà a concludere la campagna prima del 5 maggio, inizio del Ramadan, lancia razzi sulla città.

Mentre le forze guidate da Haftar hanno annunciato che dirigono verso il centro città della capitale libica, uno dei comandanti di alto livello dei gruppi armati di Misurata, Mohamed Bayou chiamato “Shere Khan”, è stato ucciso in combattimento lunedì nel distretto di Salah Al-Din, nel sud di Tripoli. Molti account sui social media hanno confermato la morte e anche l’esercito nazionale libico ha confermato l’uccisione.

Le forze guidate da Khalifa Haftar hanno fatto progressi lunedì verso il distretto di Salah Al-Din nella capitale Tripoli, ristabilendo il controllo del campo di Yarmouk sulla strada Qasr bin Ghashir.

A loro volta, le forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA) si sono ritirate dall’area che circondava la Direzione dei passaporti in questo distretto e hanno chiuso la strada che portava più in profondità nella capitale.

Mig 23 libico

Negli ultimi giorni, l’Aeronautica della LNA ha intensificato i raid aerei nella capitale Tripoli che hanno preso di mira il battaglione Nawasi nel distretto di Abu Salim, a 7 chilometri dal centro della città, come dicono molte relazioni. Tripoli è stata attaccata dagli UAV. Un UAV di fabbricazione russa è stato abbattuto

Drone di fabbricazione russa tipo Orlan -10 abbattuto. Haftar impiega anche i droni cinesi armati Wing Loong II. Dalla base di al Khadim, a Sud di Tripoli, operano i drone degli Emirati Arabi Uniti.

Nel frattempo, l’ufficio informazioni dell’esercito di Khalifa Haftar ha detto che le truppe stanno attualmente dirigendosi verso il centro della città di Tripoli “, beneficiando di quello che ha descritto come” collasso “nelle file delle milizie allineate dalla GNA.
Haftar sta mirando a interrompere le comunicazioni fra Tripoli e Misurata e i rifornimenti alle sette brigate della Sparta libica. L’operazione “Vulcano di rabbia” di Haftar non è più lampo e si combatterà all’ultimo sangue.  

Registriamo le dichiarazioni del vice primo ministro Salvini: “L’Italia sta con al-Sarraj”, ma Conte, l’altro ieri, aveva detto: “L’Italia né con al-Sarraj né con Haftar”. L’Italia, seguendo l’ONU, è caduta in una ragnatela. Il governo di Tripoli si è irrititato per la dichiarazione di neutralità di Conte. Il tempo dei “super partes” è ormai finito, e non solo in Libia. Le difficoltà dell’Italia derivano dall’appiattimento sulle posizioni del Qatar a sostegno di al-Sarraj a Tripoli, finito sotto ricatto delle milizie armate di Turchia – Erdogan e dei Fratelli Musulmani, che Trump si sta adoperando affinché siano classificati terroristi.

Il 26 aprile, l’Esercito nazionale del Generale Haftar ha catturato a Tripoli due agenti dell’intelligence turca che combattevano nei ranghi delle milizie dei Fratelli Musulmani che sostengono il governo al-Sarraj.

I due agenti dell’intelligence turca catturati a Tripoli.

In Libia, si combatte anche per l’egemonia politica e religiosa del mondo arabo. Indubbiamente la situazione è complessa, ma la politica italiana ha bisogno di un vero leader.

Sempre Tripoli ha reso noto il rapimento di un dirigente della compagnia petrolifera Total nell’area di Tripoli, avvenuto il 26 aprile. L’episodio si innesta in una fase di forte tensione nei rapporti tra il paese nordafricano e la Francia, che sostiene l’avanzata del Generale Haftar. Una nave da guerra francese era ormeggiata a Bengasi nei giorni scorsi. Due navi da guerra turche erano a Tripoli. Nel porto di Tripoli, invece, è sempre ormeggiata la nave Capri della Marina Militare, quella del contrabbando di sigarette e dei corsi gender di Elisabetta Trenta.

Getty image

Haftar sta combattendo lontano dalle sue basi di rifornimento, con un impegno logistico e finanziario notevole e al-Sarraj è sotto assedio dal 4 aprile. La politica di Giuseppe Conte appare ondivaga e con le armi spuntate. La nostra richiesta di sostegno, dopo gli incontri con al Sisi e con Putin, è stata rivolta , praticamente, a tutti. L’impressione è che siamo a rimorchio dell’ONU, ma che l’ONU sia in panne e che noi non si sappia adeguare la nostra linea d’azione alla situazione. A meno che si stia sostenendo lo sforzo militare di al-Sarraj e Maitig, certamente, non lo ha fatto Salvini.

Tripoli, colpiti obiettivi non lontani dal centro città. Almeno 11 i morti e 30 i feriti.

2323.- COSA SAPPIAMO E PERCHE’ HAFTAR

La Libia è del popolo libico, ma è e resta la quarta sponda dell’Italia nel Mediterraneo, perciò, non siamo estranei al suo destino. Questo articolo fa luce sull’uomo che sembra avere in mano il destino della Libia e, se così fosse e sarà, anche quello del Sahel. È uscito in Italia il 27 febbraio 2015, nel numero 1091 di Internazionale, nella traduzione di Bruna Tortorella, con il titolo “L’uomo forte della Libia”. L’originale era uscito sul settimanale statunitense The New Yorker, con il titolo “The unravelling”. L’autore, Jon Lee Anderson è un giornalista statunitense, che scrive per il New Yorker dal 1999. I suoi ultimi libri pubblicati in Italia sono “Che. Una vita rivoluzionaria” e “Guerriglieri. Viaggio nel mondo in rivolta. Haftar vi appare come un uomo pragmatico, un soldato che, di volta in volta, guarda agli obiettivi da raggiungere. Dopo averlo letto, insieme e dopo le riflessioni di Alberto Negri: “Si profila un’altra sconfitta italiana…”, possiamo meglio comprendere la telefonata fattagli da Donald Trump il 15 aprile scorso.

Veniamo a noi. Il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e, forse, ma vorremmo capirlo, il suo Ministro Moavero, sembrano vacillare fra il supporto ad al-Sarraj e il solito salto sul carro del vincitore Haftar, se vincitore sarà; ma non sarebbe coerente con le scelte precedenti della nostra politica. Al di là delle dichiarazioni, con il tono, quasi, di una excusatio, già più non si fa affidamento sulla soluzione politica, ma prevale sul campo la scelta militare. Al-Sarraj la avvalla, dichiarando che combatterà fino all’annientamento di Haftar e non è ostinazione, perché se il generale resterà schierato intorno a Tripoli, potrà prima o poi, ma presto, profittare della incerta fedeltà delle milizie che compongono il GNA. Qui, l’alleato migliore di al-Sarraj sono i traffici illegali delle sue milizie che da Haftar avrebbero tutto da temere, come, reciprocamente, dovrebbe temere lui. C’è, però, da fare i conti con la città di Misurata, con il suo uomo forte, che abbiamo visto a Roma e con le sue efficienti brigate. Difficile poter conoscere gli elementi della scelta, se scelta fu e non sottomissione all’ONU, che ci tiene legati ad al-Sarrai e, ancora più difficile, confermarla, ora che la voce dell’ONU ha perso valore. La ragione e la nostra poca importanza in politica estera, ondivaga senz’altro, vorrebbero, che dessimo il massimo supporto ad al-Sarraj, magari indirettamente, proprio, attraverso Misurata, anche perché sosteniamo che, sopratutto dopo questa guerra civile, dalle elezioni libiche potrà scaturire un terzo uomo. Gli interessi in gioco non riguardano solo il petrolio libico e il traffico di esseri umani, le compagnie dell’Oil, gli USA e la Russia. C’è il Medio Oriente, Israele, il mondo arabo ed è variegato. Impensabile che la nostra alleata ONU possa approvare una missione di Peace Enforcement o che gli USA dimentichino lo sgarbo con la Via della Seta.

Gli Usa e la Francia con Haftar: l’Italia è pronta a saltare sul carro del vincitore in Libia

Scrive l’editorialista Alberto Negri: “Si profila un’altra sconfitta italiana dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 e forse noi siamo già pronti a saltare sul carro del vincitore. Sulla Libia l’Italia appare sempre più isolata, soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Francia che, nonostante l’apparente riavvicinamento a posizioni europee, continua a sostenere l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. E allora il premier Conte da Pechino cerca di riposizionare l’Italia: “Non sostengo un singolo attore libico, riteniamo che la soluzione militare assolutamente non sia affidabile”.

Al Sarraj è un leader debole

E questo poco dopo una telefonata di Sarraj da Tripoli in cui il premier libico assicurava Conte che “continueranno a combattere fin quando le forze dell’aggressore si ritireranno”. Il blitz del generale per conquistare rapidamente la capitale di Al Sarraj, un leader debole sostenuto dalle milizie islamiste, dalla Turchia e dal Qatar, è fallito ma prosegue l’accerchiamento diplomatico di un governo riconosciuto dall’Onu ma che in realtà è osteggiato da grandi potenze e attori regionali. Un fronte, costituito da Usa, Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati arabi che, prima o poi, intende spazzare via il gruppo di potere a Tripoli appoggiato dai Fratelli Musulmani, i grandi perdenti delle primavere arabe.

La collaborazione con la Cia del generale Haftar

Ci sono segnali negativi: il portavoce di Haftar chiede all’Italia di chiudere l’ospedale di Misurata, nonostante il nostro ministero della Difesa abbia negato ogni coinvolgimento dei militari italiani negli scontri in Libia. Mentre la tv araba Al Jazeera sostiene che una nave, violando l’embargo internazionale, sarebbe approdata al terminale di Ras Lanuf in Cirenaica per rifornire di armi il generale Haftar che, ricordiamolo, è sì libico ma si è anche guadagnato la cittadinanza americana e una collaborazione con la Cia durante gli anni dell’esilio negli Stati Uniti.

Trump spiazza l’Italia

Donald Trump avrebbe scaricato ormai il premier libico Fayez al Sarraj e dato disco verde all’uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e al suo assalto a Tripoli: un’inversione di rotta che sconfessa il segretario di Stato Mike Pompeo. Per l’Italia si tratta di uno smacco notevole: viene completamente spiazzata dopo che gli Usa avevano più volte promesso a Roma la famosa “cabina di regia” della crisi libica. Non solo. Trump avrebbe dato personalmente il via libera ad Haftar e alla sua offensiva sulla capitale libica in una telefonata il 15 aprile scorso, secondo l’agenzia Bloomberg, che cita come fonti tre dirigenti americani. Ma già una precedente chiamata del consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton aveva lasciato Haftar con l’impressione di un sostegno Usa alla campagna su Tripoli con il suo Esercito nazionale libico. Un segnale quasi inequivocabile della presa di posizione Usa era venuta dalla fuga di marines dalle spiagge di Tripoli: una sorta di via libera all’offensiva di Haftar.

Conte incontre il presidente egiziano Al Sisi

In queste ore il premier italiano Conte ha incontrato a Pechino il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi proprio per discutere della crisi libica. Un precedente incontro tra i due al vertice euro-arabo di Sharm el Sheikh in febbraio si era risolato con un nulla di fatto, sia sulla Libia che sul caso Regeni. E’ difficile che Al Sisi cambi la sua posizione, se non facendo dichiarazioni cosmetiche che lasciano le cose come stanno. Il sostegno di Trump a Haftar è avvenuto dopo che il generale Al Sisi aveva incontrato il presidente americano il 9 aprile scorso alla Casa Bianca, sollecitandolo a sostenere il generale libico. Il presidente americano ha avuto anche un colloquio con il principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed, un altro sostenitore di Haftar, proprio il giorno prima che la Casa Bianca diffondesse il comunicato sulla telefonata con Haftar.

L’indebolimento della posizione dell’Onu

La prova dell’isolamento italiano ma anche dell’indebolimento della posizione dell’Onu a favore di Sarraj è lo stallo al Consiglio di sicurezza. Gli Usa, all’inizio della crisi, avevano sostenuto una risoluzione britannica per chiedere lo stop dell’offensiva di Haftar, poi hanno cambiato posizione e si sono allineati sulla Russia: da allora tutto è bloccato. L’Ue è riuscita ad approvare un appello alla fine delle ostilità, ma non ha nominato Haftar dopo che la Francia ed altri Paesi si erano opposti. Gli interessi in gioco, dal petrolio a quelli militari, e le alleanze trasversali, sullo sfondo della contrapposizione tra i filo islamisti di Tripoli e Misurata e i loro avversari, stanno tagliando fuori l’Italia. La conferma che la caduta del Colonnello Gheddafi nel 2011 è stata la più grande sconfitta del Paese dalla Seconda guerra mondiale.

Alberto Negri


“L’uomo forte della Libia”


“All’inizio del 2014 il generale libico Khalifa Haftar ha lasciato la sua casa nel nord della Virginia, negli Stati Uniti – dove aveva passato gran parte degli ultimi vent’anni, collaborando almeno per un periodo con la Cia – ed è tornato a Tripoli per lanciare la sua ultima guerra per il controllo della Libia. Haftar, un settantenne dall’aria mite, ha combattuto come avversario e come alleato di quasi tutte le più importanti fazioni coinvolte nei conflitti libici, guadagnandosi la reputazione di grande esperto militare, ma con un senso della leal­tà molto flessibile. L’anno scorso Haftar ha stabilito il suo quartier generale in una vecchia base aerea sul Jebel Akhdar (montagna verde), in Cirenaica, un tradizionale nascondiglio per ribelli e insorti. 

Lanciando un’offensiva chiamata operazione Dignità, le forze di Haftar, da lui ribattezzate Esercito nazionale libico, hanno conquistato quasi tutto l’est del paese. Il resto della Libia, compresa la capitale Tripoli, è nelle mani di Alba libica, un’ampia coalizione di milizie, molte delle quali hanno stretto un’alleanza tattica con i gruppi jihadisti. Come il presidente Abdel Fattah al Sisi in Egitto, Haftar si propone di sconfiggere le forze islamiche e di riportare pace e stabilità nel suo paese. 

Quando quest’inverno ho visitato il quartier generale di Haftar, sono passato davanti a un elicottero da guerra di fabbricazione russa e sono stato accolto da un gruppo di miliziani che stavano scaricando delle munizioni. Dato che Haftar è uno dei principali bersagli delle milizie di Alba libica, che lo vorrebbero morto, la base è in stato di allerta costante. Nel giugno del 2014 un attentatore suicida ha fatto esplodere una jeep davanti alla casa del generale vicino a Bengasi, uccidendo quattro guardie. Il livello di sorveglianza intorno a lui è sempre altissimo. I suoi uomini perquisiscono i visitatori e gli sequestrano le armi. Pochi mesi fa qualcuno ha cercato di ucciderlo con dell’esplosivo nascosto in un telefonino e da allora i suoi soldati requisiscono anche i cellulari. 

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Il generale mi ha ricevuto in un ufficio immacolato, arredato con divani beige e moquette in tinta. Con i suoi baffi vecchio stile e l’impeccabile uniforme color kaki, sembra più un insegnante in pensione che il despota appoggiato dagli Stati Uniti di cui parlano i suoi nemici. Con un tono calmo e determinato Haftar mi ha spiegato perché è tornato in Libia a combattere. Dopo aver partecipato alla rivolta del 2011 contro l’ex dittatore Muammar Gheddafi, ha cercato di inserirsi nella nuova scena politica libica. Ma non c’è riuscito ed è tornato per un po’ in Virginia “a godersi i suoi nipoti”. Da lontano ha visto la situazione libica deteriorarsi a causa di governi deboli e milizie sempre più potenti. 

Nell’estate del 2014 alcuni gruppi estremisti islamici hanno attaccato Bengasi. In una spietata campagna che mirava a eliminare quel che restava della società civile, sono stati uccisi circa 270 avvocati, giudici, attivisti, ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine, tra cui alcuni vecchi amici di Haftar. “Non c’era più giustizia né sicurezza”, mi ha detto il generale. “La sera la gente aveva smesso di uscire di casa. Tutto questo mi addolorava profondamente”.
Haftar ha ripreso contatti con i suoi amici tra le forze armate, la società civile, i gruppi tribali e i politici di Tripoli. 

“Tutti mi dicevano la stessa cosa: ‘Abbiamo bisogno di un salvatore. Cosa aspetti?’. E io rispondevo: ‘Agirò solo con il consenso del popolo’. Quando ho visto le manifestazioni in cui mi si chiedeva di intervenire, ho accettato volentieri, anche se sapevo che avrei rischiato la vita”. 

Luci e ombre
Come molti di coloro che si autoproclamano salvatori, Haftar parlava con un fatalismo carico di ammirazione per se stesso. Ma la sua storia è molto più complessa di quanto sia disposto ad ammettere. Nel 1969, quando era ancora un cadetto militare, partecipò al colpo di stato di Muammar Gheddafi per far cadere la monarchia e diventò uno dei principali collaboratori del colonnello. 

Nel 1987, quando la Libia scese in guerra contro il Ciad per il controllo di un’area di confine, Gheddafi scelse Haftar come ufficiale di comando. Ma la sua base fu invasa dai ciadiani, che uccisero migliaia di soldati libici e lo fecero prigioniero insieme a quattrocento dei suoi uomini. Quando Gheddafi si rifiutò di riconoscere l’esistenza dei prigionieri di guerra, Haftar cercò di organizzare un colpo di stato contro il colonnello e nel 1988 si schierò con il Fronte nazionale per la salvezza della Libia, un gruppo d’opposizione al regime di Tripoli con sede in Ciad e appoggiato dalla Cia. Poco dopo Haftar uscì di prigione. 

Come comandante militare del Fronte nazionale, Haftar progettò di invadere la Libia, ma Gheddafi sventò il complotto appoggiando un golpe interno all’organizzazione. La Cia dovette trasferire Haftar e 350 dei suoi uomini prima in Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e poi negli Stati Uniti, dove il generale ottenne la cittadinanza e rimase a vivere per i successivi vent’anni.
Per un certo periodo il generale collaborò con la Cia e fu coinvolto nei tentativi di far cadere Gheddafi, compreso un complotto che portò all’arresto e all’uccisione di alcuni dei suoi uomini. Secondo Ashur Shamis, un ex leader del Fronte nazionale, in Virginia Haftar viveva nella ricchezza, anche se nessuno sapeva da dove gli arrivassero i soldi.”

JON LEE ANDERSON