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1383.- La disgregazione dell’impero USA: una lettura

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Washington ha ridotto di centinaia di milioni di dollari gli aiuti all’Egitto, ricorrendo alla scusa delle condizioni dei diritti umani a Cairo, ma in realtà per punire l’Egitto non solo per essersi rivolto all’aiuto economico-tecnologico e diplomatico di Russia e Cina, ma per aver sostanzialmente distrutto il piano del cosiddetto “Grande Medio Oriente”, concepito dai neocon e attuato dalla sinistra social-imperialista espressa da Obama e dall’europeismo occidentale. Infatti, quando nel 2013 i militari egiziani deposero il regime islamo-atlantista di Muhamad Mursi, i piani per attaccare direttamente l’Asse della Resistenza, ovvero Libano, Siria, Iraq e Iran, andarono in frantumi, essendo l’Egitto, Paese con una popolazione di 90 milioni di abitanti, visto come serbatoio inesauribile di carne da cannone taqfirita al servizio delle mire imperialiste e nocolonialiste della NATO e relative appendici petromonarchiche del Golfo Persico. Il piano d’aggressione all’Eurasia prevedeva la creazione di una piattaforma regionale islamista, in Medio Oriente, in cui radunare le varie forze taqfirite, oscurantiste, retrive e reazionarie, che in cambio dell’ascarismo geopolitico verso l’atlantismo, avrebbero ottenuto il totale dominio delle società mediorientali. Non a caso, l’apparato terroristico-mediatico atlantista (Hollywood, circo mediatico, università e professoroni, ONG e servizi segreti), preparò per anni il terreno ideologico-culturale per celebrare e far accettare in occidente l’ascesa dei regimi oscurantisti e sanguinari promessi dalla fratellanza mussulmana e dalle sue appendici terroristico-stragiste (Gladio-B): al-Qaida, salafismo armato, emirato islamico, sufismo turco-iracheno, ecc.
I militari nasseriani e la borghesia nazionalista egiziani (disprezzati dal ‘trotskismo accademico anglosassone’, null’altro che escrezione radicale del social-imperialismo londinese), compresero i piani malvagi e devastanti delle centrali imperialiste occidentali e dei loro manutengoli islamistico-idrofobici: la distruzione delle società arabe, devastazione della regione e guerra permanente con le potenze eurasiatiche che, esse sole, possono recuperare il Medio Oriente da una situazione di imminente disastro economico-politico che si preannunciava di durata indefinibile. Va ringraziato il governo di al-Sisi, e il ‘golpe’ popolare-patriottico del nasserismo egiziano, se l’immane disastro geopolitico-regionale, che pareva inevitabile con l’avanzata al potere dell’integralismo belluino e ottuso asservito all’imperialismo e affiancato dal sinistrismo occidentale, è stato sventato. Da qui la rabbia delle centrali terroristico-propagandistiche occidentale verso l’Egitto, che punta le sue carte sull’alleanza con la Russia, la Cina e l’Iran; utilizzando di tutto a tale scopo: dallo spionaggio pecoreccio e provocatorio di volenterosi sovversivi occidentali in Egitto, alla disinformazione e propaganda delle centrali mediatiche atlantiste, fino al terrorismo islamo-atlantista alimentato e finanziato dal complesso spionistico occidentale (che comprende i servizi segreti e le loro emanazioni pubbliche, le cosiddette ‘ONG’).
L’ultima fase del rancore occidentale verso Cairo si è avuta con Washington che taglia 96 milioni di dollari di aiuti e ritarda altri 195 milioni di dollari in fondi militari per l’Egitto. Il dipartimento di Stato degli USA dichiarava che la decisione è dovuta alla “mancanza di progressi nei diritti umani e al passaggio di una nuova legge che disciplina il lavoro delle organizzazioni non governative, considerata volta a limitarne le attività e che al-Sisi ratificò a maggio”. Ecco, l’impossibilità di sovvertire l’Egitto scatena le ire dell’imperialismo “democratico” e “filantropofago” di Washington, che ricorre all’unico mezzo di cui dispone, le sanzioni, che nel mondo globalizzato di oggi, dopo la Jugoslavia del 1999 e l’Iraq del 2003, non funzionano più, perché non convincono più nessuno. Sarà difficile, per Washington, che qualche altro Paese metta ai comandi un altro Gorbaciov. Gorbaciov è un personaggio passato alla Storia come simbolo dell’autodistruzione e del tradimento, sostituendo nell’immaginario dei popoli la figura di Vidkun Quisling. Checché ne dicano i suoi corifei, che appestano lo spettro della militanza antimperialista occidentale, Gorbaciov è oramai un mero cadavere ideologico; un killer e traditore non più utile ai suoi padroni, perché riconosciuto appunto tale a livello planetario. Perciò, il suo modus operandi, pur riproposto più volte, fa sempre cilecca, perché riconoscibilissimo negli scopi: l’autodistruzione delle nazioni e dei popoli che l’adottano. E’ bastata una volta per capirlo.

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Da qui, l’esigenza dell’occidente di ricorrere a metodi più rozzi e brutali, come il terrorismo settario, sanguinario e ottuso che tanto successo raccolse in Afghanistan (più nell’immaginario del pubblico occidentale, che nella realtà afghana). La filiazione del terrorismo strategico islamo-occidentale è stata prolifica e, in pratica, l’unica arma efficiente dell’imperialismo del XXI secolo. Dalla Jugoslavia nel 1992 a Siria-Iraq nel 2014-2015. Di fatti, ricollegandosi al discorso egiziano, non è un caso che, una volta saltato il regime islamista dell’agente della CIA Muhamad Mursi (cittadino statunitense, avendo lavorato presso la NASA, ente che assume solo cittadini degli USA), pochi mesi dopo comparisse a Mosul e in Iraq lo Stato islamico (emirato islamico). Chiaramente il piano di riserva, nel caso fallisse la trasformazione dell’Egitto in caserma del taqfirismo globale al servizio della NATO e d’Israele. L’appoggio saudita al golpe popolare-patriottico di al-Sisi era dovuto al legittimo timore di Riyadh di finire nel mirino dell’imperialismo statunitense, una volta eliminati l’ostacolo siriano-iraniano e messe in difficoltà Russia e Cina; in quella situazione, cosa avrebbe impedito a Londra e Washington di saltare al collo dei sauditi? E di accaparrarsi le ingenti riserve di petrolio della penisola araba? Il Ministero degli Esteri dell’Egitto, alla punizione inflitta da Washington a Cairo, risponde dichiarando, “L’Egitto considera questo passo un errore di valutazione della natura delle relazioni strategiche che legano i due Paesi da decenni, e ciò può avere ripercussioni negative”. E il 28 agosto, Cairo si dichiarava favorevole a risolvere la crisi siriana attraverso negoziati e a sostenere il processo di pace di Ginevra; il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava, “L’Egitto promuove l’idea che la soluzione militare sia impossibile per riportare la stabilità alla regione. Ciò può accadere solo attraverso dialogo, negoziati, processo politico… Per la Siria, la partecipazione dell’Egitto è legata al sostegno e al consolidamento dell’opposizione nazionale siriana, alla continuazione del dialogo attraverso tutti i canali, incoraggiando tutte le parti, incluso il governo siriano, a tenere colloqui sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ad aderire al processo di Ginevra. La Siria va preservata, la sua integrità territoriale è importante, le sue istituzioni vanno mantenute nella responsabilità dei servizi alla popolazione, per ripristinare la Siria a beneficio del popolo, far rientrare i residenti fuoriusciti e combattere le organizzazioni terroristiche”. Il ministro concludeva affermando che gli stessi principi dovranno riguardare la soluzione della crisi in Libia.
Ma gli Stati Uniti non entrano in conflitto solo con l’Egitto; l’ambasciatrice del Pakistan alle Nazioni Unite, Maleeha Lodhi, dichiarava che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approcciarsi verso l’Asia meridionale, “Negli ultimi anni, in Pakistan abbiamo capito che gli Stati Uniti non sono equilibrati nell’approccio verso l’Asia meridionale e, di conseguenza, abbiamo perso qualcosa nei rapporti”. Lodhi affermava anche che gli Stati Uniti devono perseguire la “pace negoziata in Afghanistan”, dopo 16 anni di guerra che hanno dimostrato che perpetuare il conflitto non è un’opzione futura, “Dobbiamo trovare una pace negoziata in Afghanistan, con il consenso delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. So che gli Stati Uniti hanno dichiarato il proprio sostegno a questo obiettivo, in passato, ma questo non potrebbe bastare; essi devono agire per raggiungere e realizzare questo obiettivo”. Infine, il Pakistan decide di rivedere i rapporti con gli Stati Uniti dopo l’annuncio del presidente Trump di eliminare gli aiuti militari al Pakistan perché, “Washington è stufa di Islamabad”. Il dipartimento della Difesa degli USA aveva già bloccato ogni sostegno a Islamabad tramite il Fondo di sostegno della coalizione, che finanziava le operazioni antiterrorismo del Pakistan, mentre il segretario alla Difesa Mattis affermava di non poter provare che il Pakistan combatta a sufficienza il terrorismo. Infine, Trump accusava il Pakistan di custodire gli “agenti del caos” concedendo santuari ai taliban e ai gruppi islamisti, facendo prolungare la guerra in Afghanistan. “Il Pakistan ha anche dato riparo alle stesse organizzazioni che cercano ogni giorno di uccidere la nostra gente. Gli versiamo miliardi e miliardi di dollari, mentre ospitano i terroristi che combattiamo. Ma ciò dovrà cambiare e cambierà immediatamente. Nessun partenariato può sopravvivere a un Paese che ospita terroristi che attaccano membri e funzionari degli Stati Uniti”, dichiarava Trump. Il governo pakistano rispose dicendo che sono gli Stati Uniti a non voler eliminare i santuari del terrorismo in Afghanistan. L’amministrazione Trump in sostanza afferma che i taliban sono sostenuti dalle agenzie militari e d’intelligence del Pakistan, prospettando l’idea che gli Stati Uniti designino il Pakistan quale Stato sponsor del terrorismo; un modo per giustificare l’incapacità dell’US Army di sconfiggere i taliban e di por fine al conflitto in Afghanistan.

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Il Pakistan, davanti alle mosse di Washington, si prepara a vietare le visite del personale diplomatico statunitense senza una preventiva autorizzazione ed approvazione dal governo di Islambad. Infatti, il Pakistan rinviava la visita dell’assistente del segretario di Stato Tillerson, e decideva di rivedere la politica verso gli Stati Uniti. Rex Tillerson aveva minacciato i pakistani, “Abbiamo una certa leva in termini di aiuti e sul loro status di partner non-NATO; tutto questo può essere messo in discussione”. Sebbene ufficialmente il Pakistan beneficiasse di aiuti e tecnologie militari statunitensi, quest’anno gli Stati Uniti rifiutavano 350 milioni di dollari in finanziamenti militari, col pretesto che il Pakistan non farebbe abbastanza per combattere il terrorismo. Tillerson dichiarava che “Il presidente è stato chiaro nel dire che attaccheremo i terroristi ovunque siano. Abbiamo messo persone ad osservare chi offre rifugio ai terroristi, e gli avvertiamo che affronteremo chi fornisce un santuario e gli chiederemo di smetterla”. Per risposta, il Ministro degli Esteri del Pakistan, Khawaja Muhammad Asif, il 28 agosto si recava in Cina, dopo aver annunciato la cancellazione della prevista visita negli Stati Uniti.
In realtà, anche qui gli Stati Uniti sono allarmati dall’approccio del Pakistan verso Cina e Russia sulla questione della stabilizzazione dell’Afghanistan, “il Pakistan si è rivolto alla Russia negli ultimi mesi e le chiede di essere la principale forza stabilizzatrice per una possibile pacificazione dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti ne sono allarmati, ed anche se i rapporti Pakistan-Russia erano storicamente tesi, si sono rilassati. I pakistani hanno ora deciso che la Russia, e non gli Stati Uniti, sono la migliore speranza di avere un attore internazionale che porti al tavolo delle trattative e possibilmente riunisca un governo di unità nazionale in Afghanistan, unico modo per far finire questa guerra. Il Pentagono non vuole por fine alla guerra. È soddisfatto dello stallo. È una vacca da mungere per il Pentagono e i contraenti degli USA. Washington non vuole che la Russia s’intrometta in Afghanistan”. Non va dimenticato, infine, che il Pakistan ha appena aderito all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, guidata da Cina e Russia, un colpo devastante per gli interessi statunitensi in Asia.
Infine, neanche i curdi danno soddisfazione a Washington; secondo il notiziario al-Hadath, un grande convoglio militare dell’Esercito arabo siriano e della Polizia Militare russa arrivava a Tal Rifat, città a nord di Aleppo, su richiesta delle Forze Democratiche siriane (SDF), per impedire che le forze turche avanzino nella regione, dato che Ankara aveva inviato rinforzi presso la vicina Azaz.

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Alessandro Lattanzio

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1360.-ADESSO SAPPIAMO CHI HA MANDATO A MORTE REGENI.

Maurizio Blondet, 16 agosto 2017
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Il giorno in cui finalmente il governicchio Gentiloni rimanda l’ambasciatore al Cairo, ecco che il New York Times, nientemeno,  esce con la  notizia presunta bomba,  che  i nostri media servizievoli titolano così:

 “Obama diede le prove a Renzi sul ruolo dell’Egitto nell’omicidio di Giulio Regeni”.

Prove “incontrovertibili”, secondo Repubblica. Poi, leggendo si scopre che i servizi Usa non diedero alcuna prova.  Dissero che “non c’era dubbio”, ma per evitare di identificare la fonte, gli americani non condivisero per intero le informazioni di intelligence, né dissero all’Italia quale agenzia di sicurezza ritenevano fosse dietro alla morte di Regeni, spiega ancora il giornale. “Non era chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, ucciderlo”, ha detto al giornalista del Nyt un altro ex funzionario Usa”.

E sarebbero queste le prove incontrovertibili? Nessun dato di fatto. Nessunissimo.

E’ così evidente che si tratta di una “operazione” americana di intox, disturbo alla ripresa delle nostre relazioni diplomatiche col Cairo, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di perderci tempo, se non fosse per il clamore  che ne fanno i nostri giornali. Se invece  di essere in malafede sono solo ignoranti, possiamo ricordare a questi incapaci due o tre cose:

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Barak Hussein Obama ha cercato – anzi è riuscito – a portare al potere in Egitto i Fratelli Musulmani, con la “primavera araba” di ordinanza, e dunque  aveva ben forti motivi di odio (personale e politico)  contro il generale Al Sisi, che gli ha sventato il piano. E quindi ben motivato a creargli difficoltà con un vicino molto amichevole, Italia,  che aveva scoperto per gli egiziani un importantissimo giacimento.

Obama stesso è fortemente sospettato di essere un fratello musulmano.  Quel che è certo è che  la sua segretaria di Stato , Hillary Clinton s’è tenuta come braccio destro, confidente intima e forse  amante, Huma Abedin,figlia di un importantissimo esponente dei Muslim Brothers, “Syed” Zainul Abedin.

Huma era sposata con  Anthony Weiner, il clintoniano di ferro, ebreo,  che fu scoperto a fare proposte oscene a  ragazzine sui social,  con sue foto in cui mostrava le proprie erezioni.  Aveva una scusante: Huma  è stata continuamente a fianco di Hillary seguendola in tutta la campagna elettorale come consigliera, appunto della campagna.

Il  meno che si possa dire è che i Muslim Brothers e i loro interessi erano ben rappresentati alla Casa Bianca di Obama. E dunque ben piazzati per vendicarsi di Al Sissi.

“La musulmana Huma è l’ombra di Hillary, immancabile al suo fianco come nelle e-mail più confidenziali, e sempre nel mirino dei nemici. Nessuno quanto lei è vicino a Hillary, che quando lavorava da casa, le scrisse via email: «Bussa alla porta della camera da letto se è chiusa» (Corriere della Sera)

Adesso sappiamo, grazie alla rivelazione presunta bomba del New York Times, che Giulio Regni, mandato dall’università di Cambridge a infiltrarsi tra  gli oppositori clandestini ad Al Sissi, era fin dal suo arrivo seguito, controllato e intercettato della NSA, la National Security Agency americana. Sappiamo  anche che il sindacalista  degli ambulanti degli ambulanti Abdallah, che di nascosto girò il video in cui lui chiedeva dei soldi a Regeni (al quale la sua “Università” aveva dato 10 mila sterline per pagare chi di dovere..Tipico, per un ricercatore) aveva  fatto quel colloquio-trappola per conto  della NSA stessa.

A che scopo? Per usare l’ingenuo  italiano? Per sacrificarlo onde buttare un morto tra i piedi del  presidente egiziano, e dell’Eni?

Ognuno si risponda da sé, sapendo di quanti doppi giochi, trame storte  e delitti si sia  macchiato Obama, l’idolo delle “sinistre”,   dalla Libia alla Siria,  a cominciare dalle esecuzioni di persone ordinate coi droni, sempre per favorire i Fratelli Musulmani.

Tutte le  ipotesi sono possibili, anche che Regeni sia stato fatto uccidere da loro, gli americani. Che ci hanno la mano in questo genere di crimini.

Nella pretesa rivelazione, “alcuni funzionari di Obama erano convinti che qualcuno “di alto grado” del governo egiziano potesse avere ordinato l’uccisione di Regeni “per mandare un messaggio ad altri stranieri e governi stranieri, cioè di smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”.

Già: magari era un messaggio per la NSA. O per quella “università di Cambridge”   che, in base a un progetto chiamato Antipode, aveva affidato all’italiano  10 mila sterline  – con cui pagare chi? Per cosa? Ah, pardon “per la promozione e lo sviluppo  di  ricerche in campo sociale”.  Normale che un ricercatore venga imbtttito di soldi da spendere.  Perché  nè Antipode né Cambridge hanno mai accettato di spiegare le cose ai magistrati italioti, e al governo italano?  Non serviva: bastavano le strida e i cartelli delle sinistre sui palazzi comunali, “Verità per Regeni”.

Tra le altre rivelazioni, la più  succosa e grave viene espressa così:

“Secondo un funzionario del ministero degli Esteri italiano, i diplomatici erano giunti alla conclusione che l’Eni si era unita alle forze del servizio di intelligence dell’Italia nel tentativo di trovare una rapida risoluzione del caso”, si legge. E “l’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo italiano. Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni”, scrive il New York Times Magazine. Che cita la dichiarazione di un funzionario italiano.  Scusate,  ma gli Esteri e l’intelligence italiana non dovrebbero lavorare per  lo stesso paese e lo stesso scopo? Gli americani ci fanno sapere che invece si nascondevano le notizie a vicenda, e ciò perché “l’Eni s’era unita” con la sua, di intelligence, per “trovare una rapida soluzione del caso”. Ciò che Obama, i Fratelli Musulmani, la NSA di  Obama, e “Antipode” non volevano. Complimenti.

Sul Comune di Milano. “La sinistra fa sempre il gioco del grande capiitale. A volte perfino senza saperlo”.

884.- Il governo egiziano era stato informato dell’interrogatorio di Regeni poco prima che morisse.

Giulio Regeni non ha vissuto e non riposa in pace. Torniamo a parlare di lui perché l’agenzia SyndiGate.info ha pubblicato ieri, 30 dicembre le dichiarazioni rese dal capo del sindacato indipendente egiziano dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, che abbiamo tradotto e che dice:
“Il governo egiziano era stato informato dell’interrogatorio dello studente italiano ucciso poco prima che morisse”.

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“I servizi segreti egiziani sono stati ancora una volta implicati nella morte sospetta dello studente di Cambridge, il friulano Giulio Regeni, il cui corpo mutilato è stato trovato nel mese di febbraio, alla periferia del Cairo.

Il capo del sindacato indipendente egiziano dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, ha rivelato di aver informato il Ministero degli Interni che il dottorando aveva posto domande “strane” su questioni che riguardano la sicurezza nazionale.

Ha detto che l’ultima volta che ha parlato con Regeni al telefono, appena tre giorni prima della scomparsa del 28enne, ha registrato la telefonata e ha consegnato la registrazione ai servizi di sicurezza interni.

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Abdallah ha detto al Huffington Post che si era incontrato con Regeni sei volte in tutto.

“Era un ragazzo straniero che stava facendo domande strane e lui era solito intrattenersi con i venditori per le strade, ponendo la discussione su questioni che riguardano la sicurezza nazionale”, ha detto.

Regeni è scomparso mentre cercava di interagire con i sindacati indipendenti in Egitto, (notoriamente ostili al governo), si dice, per i suoi studi di dottorato.

Il suo cadavere seminudo è stato trovato in un fosso a lato dell’autostrada Cairo-Alessandria, alcuni giorni dopo che era scomparso e mostrava segni di torture estreme: contusioni e abrasioni che indicavano gravi percosse; una vasta ecchimosi da aggressione con un bastone; più di venti fratture ossee – tra cui sette costole rotte, tutte le dita delle mani e dei piedi, così come le gambe, le braccia e le scapole; una ferita da taglio; bruciature di sigaretta e una emorragia cerebrale.

L’autopsia ha concluso che la sua morte è stata causata, in fine, da una vertebra cervicale spezzata.

L’Egitto disse che Regeni era caduto vittima dei ladri, ma la famiglia dello studente continua a respingere questa versione dei fatti.”

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Paola, mamma di Claudio

Per avere un’idea del clima libertario e garantista in cui era cresciuto Giulio e di quanto questo fosse fuori posto nella politica e nella società egiziana, lo scorso aprile, i genitori Paola e Claudio Regeni espressero «preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio». La madre Paola si disse «angosciata per l’arresto» in Egitto «del dottor Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), una ong che sta offrendo attività di consulenza per i nostri legali».

Il ricercatore di Fiumicello tra settembre 2013 e settembre 2014 aveva collaborato con la Oxford Analytica, azienda fondata da un americano implicato nel Watergate e i cui vertici hanno lavorato per l’MI6, i servizi segreti inglesi, che ha smentito qualunque attinenza con il lavoro a Oxford. Neil Pyper, collega dello studente in Oxford Analytica, ha escluso che le sue ricerche siano collegabili all’assassinio; ma se l’attività di ricerca di Regeni al Cairo non forniva materiale per i Servizi britannici, certamente i contatti tenuti non garantivano la sua sicurezza.

La mia verità è che “quei diritti umani” invocati dalla famiglia, quelli stessi ricercati da lui in un paese poco adatto, hanno ucciso un ragazzo brillante.

In un video inedito colloquio Regeni con capo ambulanti

Girato con microcamera della polizia

Regeni: video girato con microcamera della polizia
Dalla Redazione ANSA, il 23 gennaio 2017, si conosce di un video trasmesso da una tv egiziana, ma subito rimosso, di cui abbiamo salvato queste immagini: Regeni: “io sono solo un ricercatore”

ROMA – Una tv egiziana ha trasmesso un video, chiaramente girato all’insaputa di Giulio Regeni, in cui si vede il ricercatore friulano parlare con il presidente del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah. Nel dialogo trasmesso dall’emittente “Sada El Balad”, l’uomo chiede denaro per curare la propria moglie malata di cancro. Regeni rifiuta di darlo ma prospetta la possibilità di finanziare la raccolta di “informazioni” sul sindacato e i suoi “bisogni”.

Il video è stato girato il 6 gennaio 2016 con una apparecchiatura in dotazione alla polizia del Cairo nascosta in un bottone della camicia di Abdallah. Per chi indaga in Italia sull’omicidio del ricercatore friulano ciò conferma del coinvolgimento della polizia nella realizzazione del video.

IL VIDEO DEL COLLOQUIO

Il video mostra il volto di Regeni, di cui si sente la voce parlare in buon arabo e rispondere a un uomo che parla egiziano e che evidentemente tiene un telefonino seminascosto. “Primo video di Regeni con il presidente del sindacato dei venditori ambulanti”, è scritto in sovrimpressione. Il sindacalista, fra l’altro, dice “mia moglie ha il cancro e deve subire un’operazione e io devo cercare denaro, non importa dove”. Regeni risponde: “Il denaro non è mio. Non posso usare soldi per nessun motivo perché sono un accademico”. Ad Abdallah che insiste, il ricercatore replica che soldi “arrivano attraverso la Gran Bretagna e il centro egiziano che lo dà agli ambulanti”. “Bisogna cercare di avere idee e ottenere informazioni prima del mese di marzo”, dice fra l’altro Regeni nel video di 3:47′. Alla domanda “che tipo di informazioni vuoi?”, il ricercatore risponde: “Qual è la cosa più importante per te per quanto riguarda il sindacato e quali sono i bisogni del sindacato”. “Voglio idee a partire da tale questione, la più importante per noi, e si potranno sviluppare le idee”, dice ancora Regeni.

Il video dura un’ora e 55 minuti, ma l’effettivo colloquio, in lingua araba, tra Regeni ed il sindacalista è di circa 45 minuti. Durante la conversazione, e ciò è definito molto importante dagli inquirenti romani, il ricercatore universitario propone al sindacalista un progetto di finanziamento di 10 mila sterline a favore delle iniziative degli ambulanti ma si mostra inflessibile alle proposte di Abdullah di destinare il denaro ad altri scopi ovvero un intervento medico per la figlia o per scopi politici. Magistrati, Carabinieri e Sco, in possesso del video dal 7 dicembre scorso, hanno dato via libera alla diffusione di una sintesi del girato, circa quattro minuti.

Nessun commento da parte della famiglia Regeni sul video. Nessun commento nemmeno in merito alla grande partecipazione che si sta registrando in tutta Italia per le manifestazioni del 25 gennaio prossimo, in occasione dell’ultima notizia del ricercatore, una telefonata, alle 19:41.

796.-Egitto. La mia verità sulla morte di Giulio Regeni. Parla il gen. Mario Mori

La spartizione della Libia non risponde agli interessi dell’Italia, ma di Francia, Gran Bretagna, compagnie petrolifere e banche USA e, poi, Egitto e ENI, che potranno mettere ordine nello sfruttamento delle risorse energetiche libiche e egiziane, in mare e in terra (ma c’è presente sempre Israele). L’area alle spalle della costa libica e quella del Sinai sono incontrollabili e di fatto potremmo definirle una provincia dello Stato islamico. Anche l’ISIS, perciò, potrebbe avere, in qualche modo, la sua parte e porta male, molto male. Contro il governo di unità nazionale Gna libico, voluto dagli USA per bocca dell’ONU, ci sono Il Cairo, con l’appoggio di Mosca e di Parigi. A Parigi il 3 ottobre si è tenuta una conferenza internazionale sulla Libia a cui però non sono stati invitati esponenti di Tripoli. Il ministro libico Mohamed Tahar Siyala ha dovuto  affermare che “al vertice di Parigi sono stati invitati solo quei Paesi che sostengono chi ostacola il processo di riconciliazione nazionale ed è per questo che sono stati esclusi altri stati come l’Algeria e la Tunisia”. Secondo Siyala, dunque, nella capitale francese si sarebbe cementato non il fronte a sostegno della riconciliazione nazionale libica, bensì quello a favore dell’avvento al potere del generale delle forze armate di Tobruk Khalifa Haftar, come dimostrerebbe la presenza dei suoi due principali sponsor, vale a a dire l’Egitto del presidente Abdel Fattah Al Sisi e la Francia. La scoperta avvenuta nell’agosto 2015  del giacimento di gas naturale Zohr, di fronte a Suez, è stata un Bingo per Eni, che, nel comunicato ufficiale scrive: “Il piano di sviluppo prevede l’avvio della produzione entro la fine del 2017, appena due anni dopo la scoperta, con una rampa progressiva fino a raggiungere un volume di circa 75 milioni di metri cubi di gas al giorno (pari a circa 500.000 barili di petrolio equivalente al giorno) entro il 2019”. Al progetto estrattivo sono chiamati Petrojet, Enppi e Saipem, e avrà un valore di circa 5 miliardi di euro. Anche per l’Egitto la scoperta è stata una panacea, perché non riesce a mandare avanti la rete elettrica a pieno regime, non avendo soldi a sufficienza per comprare quei carburanti che servirebbero alla produzione. Ma i rapporti fra l’Italia e l’Egitto sono stati complicati dalla brutta fine di Giulio Regeni, uno strano ricercatore italiano in Egitto, della cui triste fine ci siamo occupati. Proponiamo un punto a capo sul caso con Mariella Colonna, che riporta questa analisi di Mario Mori, ex capo dell’intelligence italiana, sul caso Regeni, con un’appropriato punto interrogativo sulle responsabilità dell’Università di Cambridge.

 

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Lo scorso febbraio, uno studente  italiano, Giulio Regeni, è morto in Egitto, a Il Cairo, dopo essere stato  brutalmente picchiato e torturato. La morte è avvenuta per la frattura di una vertebra cervicale e sul suo corpo, l’esame autoptico, ha rinvenuto segni di abrasioni e lesioni. L’assassinio inizialmente è stato imputato ad una banda di criminali, attualmente le indagini non hanno ancora chiarito le responsabilità dell’omicidio. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato che il caso Regeni ‘è una ferita aperta. A settembre abbiamo avuto qualche speranza in quanto avevamo ravvisato segnali di apertura da parte delle autorità egiziane, ma non siamo soddisfatti’. L’ambasciatore italiano a Il Cairo, dopo essere stato richiamato nel nostro Paese lo scorso mese di aprile, non vi ha fatto ancora ritorno.

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Mario Mori, generale dell’Arma dei Carabinieri, già capo del Sisde, l’intelligence italiana ed ex comandante del Ros

Tanti, troppi dubbi avvolgono questa terribile storia. Affaritaliani.it ha chiesto a Mario Mori, generale dell’Arma dei Carabinieri, già capo del Sisde, l’intelligence italiana ed ex comandante del Ros, che ha una sua versione dei fatti. Eccola.

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Giulio Regeni arriva in Egitto con l’incarico – da parte dell’università di Cambridge –  di studiare i sindacati indipendenti locali. Arrivato lì aggancia gli ambienti che lo interessano e viene in contatto con alcuni sindacalisti che sono in antitesi con il governo di Al Sisi, l’attuale presidente, ma vicini alla Fratellanza musulmana, il movimento che nel 2013 aveva portato alla guida del Paese, Mohamed Morsi. Poi destituito.

In un regime assolutistico e con scarse tradizioni democratiche, gli ambienti – in opposizione al governo in auge – sono oggetto della massima attenzione ed il sindacato libero non fa eccezione perché è un obiettivo primario per i servizi segreti egiziani proprio per il rapporto diretto con i lavoratori che potrebbero essere i fomentatori di tumulti civili.

L’interesse dimostrato dal giovane friulano per questi ambienti ha  suscitato l’attenzione sia dei sindacalisti presi in considerazione sia di chi – questi sindacalisti – controllava. Non va trascurato il naturale sospetto che aleggia in un paese musulmano intorno all’attività di un occidentale, per giunta ‘crociato’, che s’interessa di fatti e situazioni in un parte di mondo dove il confronto politico tra le parti è al limite della guerra civile e la violenza è all’ordine del giorno. Insomma, il lavoro del giovane ricercatore di Cambridge non è passato inosservato. Anzi, ha spinto qualcuno a chiederne conto direttamente a lui con modi e tecniche aberranti che ahimè sopravvivono ancora in quei luoghi.

L’attività di studio svolta da Giulio non è sembrata credibile. Dopo le torture il passo verso la morte è stato breve ed è nata l’esigenza di sbarazzarsi del corpo. Solitamente accade che in casi analoghi i corpi vengano abbandonati nel deserto e mai più ritrovati o spuntano fuori dopo diecine di anni. Nel caso di Regeni, il ritrovamento del corpo sul ciglio di una strada frequentata è un dato significativo.

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Perché?

È molto probabile che doveva essere lo strumento per regolare conti che sono in atto nei centri di potere egiziano.

Quali?

Come in ogni regime la struttura dominante è organizzata in più fazioni. La politica estera del presidente Al Sisi si poggia sui generosi apporti economici dell’Arabia Saudita, divenuti vitali dopo il disimpegno americano. Nella crisi libica, egli sostiene il governo di Tobruk contrapposto ai salafiti che comandano Tripoli e sostenuti dalla Turchia e dal Qatar. È evidente che questa politica ha i suoi oppositori sicuri di ricevere dall’estero importanti sponsorizzazioni. Ne deriva che queste opposizioni influenzino l’intelligence egiziana, da sempre strumento per fare politica ‘coperta’ nel Paese. Perciò sono convinto che il rapimento di Regeni sia il frutto di queste lotte intestine.

Questa verità verrà fuori prima o poi?

Molto probabilmente quando il braccio di ferro tra le fazioni si risolverà con la predominanza di una di esse.

L’università di Cambridge ha qualche responsabilità in questa brutta vicenda?

Non è accettabile che atenei di antica tradizione ignorino i rischi ai quali sono esposti i giovani ricercatori impegnati ad osservare e analizzare fatti e situazioni in Paesi difficili. Peggio è considerare che esista la superficialità con la quale è stata fatta la valutazione che resta un fatto estremamente grave. A meno che si tratti di scelte frutto del consiglio di altre istituzioni  le quali – interessate a conoscere i fenomeni sociali – sollecitano l’impiego di giovani menti per progetti formalmente irreprensibili ma che tacciono interessi particolari che se fossero condotte da Stati o imprese darebbero luogo a comportamenti diversi che tuttavia non si registrano quando sono realizzate con la copertura di apprezzate attività di studio, passano inosservate e producono ottimi risultati di ritorno.