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1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

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Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

1394 .- Mani invisibili e verità sepolte

di Elisa Maria Brusca e Ilenia Ciotta

foto articolo

All’Addaura volevano uccidere Giovanni Falone. Era il 21 giugno 1989. Ma qualcosa andò storto. Contesto, metodo e movente sono stati ricostruiti, ma i profili dei responsabili restano nebulosi, sommersi da un mare magnum di certezze latenti, verità occulte e menzogne ostentate.
Il giudice Falcone aveva detto poche cose, ma chiarissime: tutto partiva dalla borgata palermitana dell’Arenella, perché la famiglia a capo del mandamento in cui doveva avvenire l’attentato era quella che più si era mobilitata. Il giudice parlava anche di centri di potere occulto esterni alla mafia, mani invisibili di un grande architetto così abile da trasformare, all’occorrenza, Cosa nostra nel suo “pupo”. La mafia non ha mai accettato strumentalizzazioni ma è sempre stata ben disposta a ricevere input e richieste, qualora sussistano convergenze su interessi strategici.
I segnali, in quei mesi, erano stati tanti. La mancanza di strumenti giuridici funzionali alle indagini, la fallita nomina di Giovanni Falcone ad Alto Commissario per la lotta alla mafia e prima a consigliere Istruttore, le lettere del Corvo, le accuse su una strumentale presenza di Tommaso Buscetta a Palermo potrebbero apparire episodi isolati ma brillano di nuova luce se inclusi in un copione già messo in scena: screditare – isolare – eliminare in ogni modo Giovanni Falcone.
Il giudice Falcone che, già allora, aveva intuito la connessione tra flusso di denaro e consenso politico. Lo stesso Falcone che aveva, probabilmente, individuato deviazioni e anomalie anche negli apparati dello Stato, settori che occultavano e ostacolavano le indagini a un livello superiore. Tentativi di depistaggio, connivenze e errori umani si legavano in un nodo gordiano indissolubile. E certamente, dopo più di due decenni, i resti di memorie parzialmente dissolte non riescono a ricostruire la verità. È, dunque, lecito interrogarsi su quale sia il punto di equilibrio tra segreto di Stato per la ragion di Stato e segreto di Stato come strumento per trincerarsi in complici silenzi.
Ci hanno sempre raccontato che lo Stato e Cosa Nostra, lo Stato e l’Antistato, Palermo e l’altra Palermo non si sono  mai sedute allo stesso tavolo. Ma chi è lo Stato e chi è degno di rappresentarlo? C’è stato un momento in cui la sponda del bene e la sponda del male sono confluite in un fiume di depistaggi, false prove e omicidi eccellenti. Quel fiume deve essere guadato.
È necessario ritrovare il filo conduttore. Dopo i candelotti di dinamite piazzati all’Addaura, gli omicidi di Nino Agostino e di sua moglie Ida, poi la scomparsa dell’agente Emanuele Piazza. Gli indizi e le indagini sembrano seguire un disegno che ricorda l’intreccio di Penelope: non appena viene fatto un passo verso la verità, emergono nuovi elementi che ribaltano la situazione.
Ma, in quell’intreccio, certi errori restano invischiati. A cominciare dagli oggetti rinvenuti sulla scogliera la mattina del 21 giugno: articoli, all’apparenza, di comune uso balneare mascherano l’esplosivo che avrebbe dovuto compiere l’attentato. Eppure, nonostante risultassero presenti sul luogo già dal giorno precedente, non avevano destato alcuno sospetto nei poliziotti di guardia sino al mattino successivo. Dagli stessi, in sede di analisi scientifiche, si estrarranno i profili biologici di quattro uomini affiliati a Cosa Nostra, dichiarati poi inattendibili a causa dell’utilizzo di pinze non adeguatamente sterilizzate. Le innumerevoli contraddizioni e reticenze, rilevate in sede di interrogatorio, del maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino – l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno che doveva far saltare in aria il giudice Falcone – hanno ulteriormente offuscato il quadro.
A chi non è stato testimone di quel fallito attentato non rimane che consultare atti processuali e articoli di giornale. I più ardimentosi proveranno a tracciare un identikit. Proprio il carattere transnazionale delle piste seguite da Falcone sembra indirizzare verso “menti raffinatissime”, perfettamente integrate in un reticolo criminale, personalità con accesso ad una visione globale dotate di un esteso margine di movimento anche all’interno di strutture investigative.
La mafia vive di abitudini e soffiate. L’ipotesi di una talpa interna al Palazzo di Giustizia di Palermo non è da scartare.
La presenza di Falcone al funerale del poliziotto Nino Agostino e il saluto che ha fatto alla sua bara sembrano rivelare il legame tra due storie distinte, ma non sconnesse. Dopo tanto tempo in molti sperano che affiorino frammenti di verità su questa vicenda dell’Addaura. E su tante altre come la scomparsa di documenti dalla cassaforte della prefettura dove dormiva il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Come la scomparsa di numerosi file dai computer del giudice Falcone.
E’ necessario conoscere certe verità. Per avere speranza, per capire, perché lo scontro con certi poteri non si trasformi in una lotta contro i mulini a vento.

1393.- Studiare le mafie

1392.- Cupole criminali, colpi di Stato e guerre africane

foto-Eleonora-Di-Pilato

Eleonora Di PIlato – Università di Milano, relatore della tesi, professore Nando dalla Chiesa. Da Ri.t

L’Africa ha vissuto più di 40 guerre e circa 90 colpi di stato militari dalle indipendenze a oggi, un’instabilità cronica che la rende il continente in cui più vividamente si palesa la relazione di interdipendenza tra il crimine organizzato e le guerre civili.
A livello nazionale la mancanza di effettività di governo tipica dei governi africani, unita ad una profonda disgregazione della compagine sociale sulla base delle differenze etniche, religiose o claniche, ha creato le condizioni per una replicazione su scala locale delle logiche di dominazione e predazione straniera.
Il trascorso di sfruttamento coloniale in origine, quello neo-imperialista durante la Guerra Fredda, insieme all’ostracismo internazionale degli Anni Novanta, compaiono infatti tra i responsabili dell’affermazione di una gestione patrimoniale e personalistica del potere che vede le élite, o coloro che aspirano a farvi parte, privilegiare il clientelismo e la logica predatoria all’interesse comune.
L’instabilità che ne consegue ha plasmato anche il fenomeno criminale africano: una struttura altamente flessibile, contraddistinta da partnership temporanee e orientate a business specifici, con alcune caratteristiche tipiche anche della criminalità italiana di stampo mafioso. La violenza, quale risorsa primaria di affermazione dei gruppi criminali, il controllo del territorio, necessario per la predazione delle risorse naturali e statali, la conduzione dei traffici illeciti e i rapporti di dipendenza personali, in riferimento agli altissimi tassi di corruzione della regione.
In un continente in cui è prevalente l’identificazione dell’elettorato su base etnica e dove i colpi di stato hanno visto succedersi attori politici e militari, la legittima alternanza democratica risulta pressoché impossibile, mentre la lotta armata costituisce troppo spesso lo strumento preferenziale di affermazione del potere.
Le origini delle guerre civili possono essere ricondotte a due filoni principali, l’ipotesi ‘grievance’, sulla lamentela, riconducibile alle motivazioni ideologiche, geopolitiche e culturali. E l’ipotesi‘greed’, sull’avidità, relativa alle motivazioni economiche e teorizzata dalla “political economy”.
La realtà empirica dimostra come alla base di quelli che vengono dipinti al e dal mondo occidentale come scontri tribali, folli e irrazionali, piuttosto che un’alternatività tra motivazioni etnico-politiche ed economiche, sussista una loro compresenza. L’ipotesi ‘greed’ differisce in maniera sostanziale dalla prima, per la mancanza di una qualunque motivazione ideologica effettiva, così come dimostrato da numerosi episodi di comprovata cooperazione tra membri corrotti dell’esercito regolare e altri gruppi militari, formalmente contrapposti nello scontro, ma accomunati dall’interesse a perpetuare lo stato di guerra per trarne profitto.
Paradigmatici in questo senso sono lo Zaire – Congo democratico e la Sierra Leone. Entrambi ricchissimi di risorse naturali, hanno visto mutare la natura della competizione, da politica a criminale, parallelamente all’affermarsi di gruppi armati tuttora attivi, rispettivamente come attori militari o criminali, in un climax di efferatezza. Il quadro attuale ritrae due paesi dilaniati dai conflitti interni, dove il potere centrale è stato frammentato in favore di “cupole criminali” distinte, esercitanti potere effettivo su territori limitati, e originatisi da milizie regolari e non, tramite un processo di “criminalizzazione“.
Anche quando generati da rivendicazioni politiche, i movimenti di guerriglia non hanno esitato a sovvertire le proprie finalità e le proprie alleanze, in vista di un profitto maggiore, in termini di potere e controllo, e soprattutto di utile economico. Oggi rappresentano il tessuto primario della criminalità organizzata nell’ Africa subsahariana.

1391.- La mafia nigeriana fra voodoo e computer

Tratta delle prostitute. Droga. Riciclaggio. Truffe on line. Un dossier del Sisde rivela come agiscono le bande africane in Italia, mescolando tradizioni locali a una grande capacità di adattarsi al mercato globalizzato

Riportiamo qui di seguito ampi stralci del rapporto sulla mafia nigeriana – e sui suoi tentacoli in Italia – elaborato dalla rivista italiana di Intelligence Gnosis , edita dal Sisde.

Abituati ad esportare la mafia nazionale all’estero, si è pervenuti in ritardo alla percezione del rischio criminale straniero in Italia. Si sono sottostimati, se non la pericolosità di alcune manifestazioni – quali traffico di droga, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero – almeno il disegno transnazionale più generale e composito. Il presente elaborato propone alcune osservazioni sulla minaccia integrata nigeriana. Sebbene molti analisti ritengano che il collante ‘strutturale’ di tale matrice criminale sia l’omertoso ossequio ad un fideismo superstizioso, sintetizzato dalle pratiche del voodoo o del ju-ju, tuttavia, ad una esplorazione successiva sono emersi caratteri fondanti ancor più complessi e pericolosi. La nostra analisi, quindi, mira ad individuare e qualificare i fattori di rischio avvalendosi della conoscenza degli elementi costitutivi sociali, politici, economici, religiosi e culturali della Repubblica nigeriana.

Essi si ripetono all’interno del fitto contesto reticolare ordito nel tempo dalla locale criminalità a livello internazionale. Rete che si estende anche in Italia, attraverso una complessa filiera impermeabile e indefinita che ha le potenzialità di veicolare istanze integraliste, interessi illegali lobbisti ed attività delittuose.

Il raccapricciante ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nelle acque del Tamigi , la clonazione di un sito Internet bancario, una cassa comune che unisce in un rapporto circolare e perverso lenoni e prostitute sono solo alcuni degli originali aspetti di una stessa realtà criminale, quella di matrice nigeriana, in grado di pianificare indifferentemente omicidi atroci, espressione di rituali primitivi permeati da elementi magici, reati informatici di alto profilo tecnologico, originali e fantasiose iniziative imprenditoriali e gestionali applicate al delitto.

Nell’universo criminale nigeriano si alternano capacità innovative, sotto l’aspetto tecnologico e funzionale, ad elementi primitivi criminogeni. L’alternanza conferisce alla minaccia una duplice natura solo apparentemente differente ma in effetti interattiva ed interdipendente. In essa convivono riti primitivi e superstiziosi, spesso eletti quale iniziatico sanguinario al settarismo lobbista, e modelli tecnologicamente e culturalmente evoluti, in cui si integrano le più diverse e qualificate risorse sociali nigeriane.

Accanto a bande aggressive, che derivano la loro legittimazione da organizzazioni strutturate in madrepatria, quali gli Eiye ed i Black Axe, responsabili di violente risse e di reati predatori particolarmente eclatanti in Piemonte ed in Veneto, si assiste al proliferare di articolazioni ben più solide, delle vere e proprie holding.

Esse si modulano come società moderne, attraverso: la multisettorialità degli affari, derivante dalla morfologia flessibile del modello organizzativo, in grado di aderire utilmente ad ogni aspetto remunerativo del mercato globale; la diffusività delle cellule, che realizzano un ampio network intercontinentale, in cui nodi locali, relativamente autonomi, rispondono all’occorrenza ad imputazioni delle lobby che dirigono i traffici; l’elevata capacità di condividere disegni transnazionali, frutto della duttilità strutturale, della disponibilità a condividere spazi illegali senza esasperare la competitività e dell’adattività agli ambienti ospiti; il mirato esercizio della violenza, normalmente orientata all’interno della diaspora ed in modo ‘inabissato’ per evitare l’allarme sociale.

I gruppi finiscono per operare in modo autonomo, come attori criminali indipendenti, orizzontalmente, quali snodi di una rete e verticalmente, in ambiti associativi mafiosi gerarchizzati.

Camaleonticamente essi assumono atteggiamenti tanto elastici da aderire magmaticamente a differenziati disegni criminosi, assicurandosi una ‘forte tenuta interna’ e cogestendo affari personali e ruoli terminali di un processo ben più ampio ed allogeno.

Non deve quindi meravigliare che per lungo tempo la criminalità nigeriana sia apparsa solo nelle sue manifestazioni più periferiche e residuali e che il conseguente rischio sia stato parcellizzato secondo evidenze casuali. Raccogliendo le tessere e componendole secondo i parametri della potenzialità, la minaccia criminale può riservare inedite preoccupazioni.

Nel territorio italiano la criminalità nigeriana ha acquisito un ottimo livello di competitività nel mercato illecito per la specializzazione conseguita in alcuni settori illegali e per la coesione all’interno dei gruppi. Inoltre ha colto le opportunità offerte dal fitto reticolato transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale.

La transnazionalità e la forte ‘omertà’ presente nelle comunità nigeriane, oltre a connotare la matrice criminale, sono fattori costitutivi del network lobbista, che da tali caratteri trae legittimazione e forza. E’ proprio tale ‘interdipendenza’ il nuovo orizzonte della minaccia, attraverso cui mirare e interpretare le poliedriche attività illegali.

Il felice connubio tra tradizione e modernità emerge anche dalle cosiddette ‘contribution’, che conferiscono uno statuto imprenditoriale attualissimo nell’ambito della prostituzione, ritenuto misoneista e chiuso alle innovazioni, tra riti ju-ju e voodoo. Secondo tale sistema, ormai generalmente applicato, le donne costrette a prostituirsi investono una quota dei guadagni nell’acquisto e nello sfruttamento di altre connazionali che, aumentando i profitti, facilitino l’assolvimento dei loro debiti con l’organizzazione ed il conseguente affrancamento.

Siffatto modello gestionale, ancora più impermeabile, efficace e competitivo, attraverso una partecipazione più diretta e coinvolgente di tutti gli attori illegali, vittime e carnefici, crea un circuito perverso di reciproco coinvolgimento che espande il mercato e limita eventuali defezioni.

Il fenomeno nigeriano in Italia, qualitativamente crescente, emerge soprattutto nel Triveneto, Piemonte, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio e Campania.

In quest’ultima regione i nigeriani, concentrati nell’area domiziana, si sono inseriti nella manodopera in nero e nel traffico di droga. Nel primo caso hanno pressoché monopolizzato la raccolta di pomodori e di frutta, la pastorizia e la piccola produzione casearia.

Nel mercato locale di narcotici, invece, essi hanno vissuto momenti di conflittualità con gruppi albanesi e camorristi, allorquando abbiano tentato di espandere spazi e competenze, minando così i delicati equilibri locali. Sono, inoltre, mal sopportate talune spiralizzazioni che, provocando allarme sociale, mettono a repentaglio l’andamento degli affari criminali nell’area.

Nel Triveneto, in Piemonte e nel centro-Italia, infine, interagiscono gruppi ‘microcriminali’, vere e proprie organizzazioni strutturate come in madrepatria, di cui ripetono interessi ed antagonismi e associazioni di spiccato profilo imprenditoriale e “penetrate” da qualificati pregiudicati.

Sotto l’aspetto direttamente criminale i nigeriani hanno acquisito una posizione competitiva in molti settori illegali.

Il traffico di esseri umani rappresenta il primo collettore di ricavi illegali da destinare al più lucroso traffico degli stupefacenti. Nella tratta, collegata al racket della prostituzione ed allo sfruttamento della manodopera in nero, i sodalizi nigeriani hanno raggiunto elevati standard organizzativi e gestionali, curando interamente ogni fase, dal ‘reclutamento’ in patria (ingaggio per debito) alla fornitura di documenti falsi per l’espatrio, dal trasferimento nei Paesi di arrivo per tappe successive, sino allo smistamento nei vari settori di impiego illecito. La maggior parte delle vittime proviene dagli Stati del sud (soprattutto Edo, ma anche Delta e Lagos), è di etnia Bini, ha un diploma secondario ed è di religione cristiana (pentecostale, cattolica, anglicana).

Nel traffico i cittadini dello Stato di Edo monopolizzano la tratta verso i Paesi Schengen, gli Yoruba e gli Igbo, invece, preferiscono Gran Bretagna ed Usa.

Le principali rotte per il trasferimento in Italia delle clandestine si sviluppano per via aerea -diretta od in tratte successive- oppure via terra, attraverso una serie di soste effettuate in vari Stati africani -in attesa si verifichino le condizioni di sicurezza necessarie alla prosecuzione del viaggio- fino all’attraversamento del Sahara con successivo arrivo in Algeria, Libia o in Marocco.

Da quest’ultimo Paese, via mare, raggiungono la Spagna o direttamente l’Italia.

I viaggi via terra sono compiuti in jeep, condotte da autisti arabi che trasportano una ventina di passeggeri per volta, e possono durare da 2/8 mesi fino a due anni. La tratta via mare, con partenza dalle coste marocchine, avviene in modo precario su piccoli scafi che trasportano gruppi di 20 o più persone.

Dai Paesi dell’Africa subsahariana (Africa centrale, occidentale e Corno d’Africa) arriva un flusso crescente di clandestini diretti verso le coste italiane, in prevalenza provenienti dall’Africa occidentale ed in particolare dal Ghana e dalla Nigeria. La Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) prevede la libera circolazione all’interno degli Stati membri. Pertanto, i migranti provenienti dai Paesi dell’area diretti verso l’Italia sarebbero effettivamente controllati solo allorquando varchino la frontiera con l’Algeria e la Libia.

Le clandestine sono destinate soprattutto al mercato della prostituzione. Il fenomeno ha assunto un rilievo ‘epidemico’ tanto da interessare pressoché tutto il territorio nazionale. Infatti, il 60 per cento delle prostitute straniere presenti in Italia è di origine africana. Si concentra inizialmente nel Piemonte e nel Veneto, sviluppandosi su tutto il territorio nazionale ad opera dei gruppi deputati a gestire il debito delle migranti ammontante a 50/60.000 euro.

Il racket della prostituzione si avvale, talvolta, dell’attività di associazioni apparentemente legali, collegate ai vertici criminali nell’area di origine.

C’è poi il traffico di droga. L’Italia è interessata al narcotraffico sia direttamente, sia quale snodo per altri Stati europei.

I gruppi africani investono nella droga parte dei proventi della tratta e della prostituzione, sfruttando la fitta rete intercontinentale nigeriana al fine di selezionare corrieri di varia nazionalità e provenienza (anche tra microcriminali delle diverse realtà ospiti) e mantenere rapporti efficaci con omologhi sodalizi sudamericani ed asiatici.

Essi, inoltre, utilizzano opportunisticamente canali e strutture dedite anche ad altri servizi criminali, così rendendo il proprio profilo interoperativo ed assicurando un costante incremento del bacino d’utenze e delle risorse disponibili.

Anche in Italia viene adottato il sistema ‘a grappolo’ e ‘della formica’, che coinvolge un gran numero di corrieri incaricati di trasportare quantità relativamente piccole. Peraltro questi ultimi, spesso ‘ingoiatori’ di ovuli (che contengono la droga) o occidentali incensurati (meno soggetti a controlli), utilizzano differenziate rotte d’ingresso (aeree, marittime e terrestri).

I profitti delittuosi alimentano diversificati traffici illegali, anche in considerazione del rapporto spesso organico tra i gruppi operanti che, partecipando ad un fitto network transnazionale, possono agevolmente orientare i proventi nei settori più remunerativi.

Sempre più nigeriani investono in attività commerciali (nei settori alimentari etnici), imprenditoriali, phone-center e strutture finanziarie di trasferimento di denaro, soprattutto money-transfer, attraverso cui controllano i circuiti delle rimesse in patria e supportano le filiere illegali all’estero.

In conclusione, l’elevata capacità di alimentare la rete clientelare-lobbista-criminale consente ai gruppi nigeriani di interpretare fedelmente le opportunità offerte dalla transnazionalità.

La poliedricità degli interessi illegali coltivati e la capillarità delle presenze nigeriane a livello mondiale garantiscono potenzialità competitive e rapida possibilità di convertire lo strumento illegale a favore degli affari congiunturalmente più remunerativi.

La morfologia organizzativa della criminalità nigeriana presenta, infatti, una duttilità che consente di aderire alle più remunerative logiche del mercato globale e di sfruttare la vulnerabilità del Paese ospite.

Inoltre, la complessità sociale ed etnica e le tensioni centrifughe presenti in Nigeria assicurano pericolosi canali di comunicazione e trasferimento delle criticità anche in Europa ed in Italia.

1390.- Immigrazione: traffici criminali e solidarietà d’interesse

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Cifre e dati sull’immigrazione. Il giro d’affari di un traffico criminale che ha come complice la nostra falsa accoglienza. Di Stefano Alì

Accoglienza benevola o destino crudele? Quale è il nostro vero atteggiamento verso l’immigrazione? Come la strega di Hänsel e Gretel facciamo da “palo” per i traffici criminali.

Dalla casa marzapane che li aveva attirati e che stavano sgranocchiando spunta una vecchietta gentilissima. Mossa a compassione, si offre di ospitare i due fratelli. I bambini, non sapendo dove andare, accettano grati la sua ospitalità.
Ben presto Hänsel e Gretel si rendono conto di non essere più liberi. Sono prigionieri della vecchia, che si era finta compassionevole quando in realtà era una strega nota per aver ucciso e mangiato molti bambini. (Trama di “Hänsel e Gretel” – Fratelli Grimm).

Nel fenomeno dell’immigrazione le nostre false “ospitalità” e “solidarieta” attraggono i migranti come la “casa di marzapane”. Trascinandoli in un abisso infernale.

Perché l’immigrazione è un affare. Non importa quanti ne muoiono. L’importante è che ne arrivino sempre di più per aumentare il giro di affari.

Per rendere tutto questo accettabile all’opinione pubblica occorre presentarlo nel modo giusto.

Le parole chiave sono Solidarietà, Accoglienza e Integrazione. Ma li aspetta la casa della strega.

Immigrazione: La confusione delle parole e delle cifre

Migranti, profughi, rifugiati e sfollati

Molti rapporti, specie delle agenzie e organizzazioni internazionali, continuano a citare dati dei “profughi”. Nel palazzo romano sgomberato di via Curtatone/Piazza Indipendenza troneggiava uno striscione: “Siamo profughi, non clandestini”.

Nei rapporti UNHCR si parla di profughi che scappano dalle guerre, sostenendo di fare anche “fact checking“.

Allora occorre fare chiarezza. Tutti quelli che scappano da una guerra sono “profughi“. Fra questi, chi chiede asilo in altro Paese è un “rifugiato“.

Chi, pur abbandonando la propria terra o la propria città, rimane nel proprio Paese è uno sfollato.

Al richiedente asilo cui viene riconosciuto lo stato di “rifugiato” viene applicata la “Convenzione di Ginevra”. Ha perciò diritto all’assistenza sanitaria e sociale gratuita, all’istruzione gratuita eccetera.

Richiedere asilo infatti non significa averne diritto. La richiesta viene esaminata, ma – nel frattempo – la ricevuta della richiesta costituisce già permesso di soggiorno e i tempi dell’esame delle richieste, stante l’intasamento, sono ormai biblici.

Attribuire per automatismo mediatico a tutti coloro che sbarcano in Italia lo stato di profugo, quindi, è intellettualmente disonesto.

Immigrazione e rifugiati: le cifre

In tutto il 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone (fonte: Ministero dell’Interno). Di queste solo 123.600 hanno richiesto asilo (fonte: Ministero dell’Interno).

Ben 57.836 sbarcati (il 32%) non hanno neanche avanzato la richiesta di asilo, testimoniando di per se di essere ben a conoscenza di non averne diritto.

Non ho trovato statistiche delle istanze accettate relative all’anno di presentazione. Le statistiche che ho trovato si riferiscono alle istanze accettate rispetto al totale delle istanze esaminate nel corso dell’anno.

Siccome, però, ormai il dato è consolidato, possiamo assumere che circa il 5% delle richieste di asilo avanzate ottiene il riconoscimento di “rifugiato” (il “profugo” fuori dal suo Stato).

Con riferimento al 2016, quindi, dei 123.600 richiedenti, solo 6.180 saranno riconosciuti “rifugiati”. Se, invece, prendiamo a riferimento il numero complessivo degli sbarchi del 2016 (181.436 migranti), la percentuale è ancora più irrisoria: appena il 3% .

I profughi: rifugiati e sfollati

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ci spiega che:

La spinta all’emigrazione da questi paesi deriva da fattori di instabilità politica e sociale.

L’Eritrea (20% degli arrivi totali del 2015) è dominata da più di vent’anni dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki; tra le cause della fuga, oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, c’è la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata.

In Somalia (14% del totale degli sbarchi 2015), dopo oltre 25 anni di conflitto civile, la minaccia maggiore è rappresentata dai miliziani di al-Shebaab, autori, negli ultimi mesi, di sanguinosi attacchi terroristici nella capitale.

Le incursioni di Boko Haram, invece, sono le principali responsabili della emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui il solo 2015 ha fatto registrare quasi 11mila morti violente.

Ma così i conti dell’immigrazione non tornano.

Ad esempio nel 2016 sono state esaminate 18.542 richieste di asilo di persone provenienti dalla Nigeria. Solo in 521 (2,8%) hanno ottenuto lo stato di rifugiato. Molto al di sotto della media generale che si attesta al 5% delle richieste esaminate.

Dove sta l’errore? Nella confusione creata (non sempre in buona fede).

Prendiamo la Nigeria, il Paese da cui arriva il maggior numero di migranti. Boko Haram controlla una parte del territorio a nord.

Secondo le mappe “ReliefWeb“, la maggior parte dei profughi si limita a spostamenti interni:

Si tratta di “profughi”, ma IDPs (Internal Displaced Persons) ovvero “sfollati”. Molti i “rifugiati” nei Paesi vicini.

Ecco perché il numero di richieste di asilo politico accettate di nigeriani è così esiguo.

Identico discorso per la Somalia. Secondo l’agenzia di intelligence USA Stratfor, Al Shebaab ne controlla una parte:

La situazione dei profughi somali e di tutto il Corno d’Africa è rappresentata in figura:

Secondo i dati nessun arrivo dallo Yemen. In netta diminuzione gli arrivi dalla Siria, nonostante il “corridoio umanitario“.

A proposito dei “ribelli”

Apro e chiudo una parentesi. Al Shabaab e Boko Haram sono delle frange della corrente Wahabita dell’Islam.

La stessa corrente, di derivazione sunnita, di cui fanno parte Isis e talebani.

per oltre due secoli il Wahhabismo è stato il credo dominante nella Penisola Arabica e dell’attuale Arabia Saudita. Esso costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su un’interpretazione letteralista del Corano.

I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell’Islam. I suoi critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a un’interpretazione rigorosa dell’Islam, ricordando come dalla loro linea di pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i Ṭālebān (Wikipedia).

Ovviamente, trattandosi di Arabia Saudita, con cui facciamo affari e a cui vendiamo le nostre armi, l’argomento è “off limits”.

Approfondirò l’argomento in altro post e aggiornerò questo inserendo il relativo link.

Immigrazione: Il viaggio infernale verso l’inferno

Perché emigrare

La gran parte dell’immigrazione in Italia, quindi, non è frutto di guerre e conflitti. Ma allora cosa spinge queste persone a lasciare il loro Paese?

Un miraggio. Il miraggio di una vita migliore, di lavoro più facile e guadagni elevati. Il miraggio di un futuro diverso.

Nel libro “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” della prof. Anna Bono leggiamo alcune testimonianze.

Secondo il Ministro dei senegalesi all’estero, a partire sono ragazzi e uomini con discrete posizioni sociali: insegnanti, impiegati pubblici e persino docenti universitari. Per il Ministro la gente non parte perché non ha niente. Va via perché vuole di più.

Leggendo il libro della prof. Bono, le convinzioni del Ministro sembrano essere confermate da diverse storie raccontate dai migranti stessi.

In un servizio della BBC del 2015, ad esempio, un giovane immigrato di 30 anni spiegava al giornalista perché era partito: Gli avevano detto «Lo sanno tutti che là (in Europa, n.d.r.) si può guadagnare un sacco di denaro».

Aggiungeva che se avesse saputo quanto è pericoloso il viaggio non sarebbe partito. Anche se venisse pagato per andare, non partirebbe più.

Identico discorso per il lottatore e la portiera della nazionale femminile di calcio del Gambia che, però, sono morti nel viaggio.

A morire nel viaggio anche un allevatore senegalese di 27 anni che ha venduto la sua mandria per pagarsi il viaggio mortale.

Il prezzo della vita

Si deve tenere presente che il viaggio ha un costo fra i 3.500 e i 6.000 dollari. Chi è davvero disperato non può pagarsi il viaggio. Chi disperato non è, lo diventa.

In molti casi l’emigrazione diventa l’investimento della famiglia.

Tutti i componenti si tassano per consentire a un familiare di emigrare in modo che questo, diventando ricco (come abbiamo visto il solo fatto di emigrare è garanzia – falsa – di successo e ricchezza), può poi provvedere alle necessità economiche di tutta la famiglia.

Il viaggio infernale

La mostruosa realtà si presenta già durante il viaggio. Il rapporto UNICEF “Un viaggio fatale per i bambini” si riferisce ai bambini, la parte più fragile, sfruttata e violentata del flusso di immigrazione.

Ma vale per tutti quelli che intraprendono la “rotta del Mediterraneo centrale”.

Nelle mani delle organizzazioni criminali gli emigranti attraversano il deserto a piedi. A volte per giorni senza acqua né cibo. Subiscono violenze e abusi. Muoiono a migliaia. MISSING! Semplicemente spariti, svaniti nel nulla.

Ci riflettano i sostenitori del “nel Mediterraneo dobbiamo salvarne di più“. Come con l’operazione “Triton” che ha consentito ad alcune ONG colluse di andare a prelevare i “naufraghi” appena partiti dalla costa.

Rendendo più sicura la traversata, i morti nel Mediterraneo sono aumentati.

Da un lato perché sono aumentate le partenze dai Paesi di origine e quindi il flusso, dall’altro perché le organizzazioni criminali hanno cominciato a risparmiare sul costo dei natanti.

Se riuscissimo a rendere la traversata del Mediterraneo assolutamente sicura, aumenterebbero a dismisura i morti e i dispersi nel viaggio via terra. Lungo la tratta che porta gli immigrati dai loro Paesi alle coste libiche.

Metteremmo ancora più persone nelle mani delle organizzazioni criminali.

Perché siamo noi a fare pubblicità alle “agenzie di viaggio” criminali.

Se non ci fosse l’illusione di una inesistente vita migliore, se le organizzazioni criminali non potessero far leva su questo miraggio la gente non lascerebbe la propria casa.

Immigrazione: benvenuti all’inferno

Quelli più forti, che hanno superato la prova mortale dell’intero viaggio vengono “accolti” all’inferno.

Diventano materiale buono per lavoro nero, schiavismo, prostituzione femminile e maschile (anche minorile), traffico di organi eccetera.

Oppure stritolati, annientati e annichiliti nella macchina del “sistema di accoglienza” che abbiamo inventato.

Vivo a Catania. È vicina al CARA di Mineo, il più grande d’Europa.

Alcune cose le vedo personalmente, altre mi vengono raccontate.

Vengono sedotti da chi riempie i suoi discorsi con “accoglienza” e “integrazione”. E sono proprio costoro che li spingono nel baratro della criminalità.

Questa non è solidarietà. Si chiama crudeltà.

Schiavi nelle campagne sotto il sole che brucia

Il CARA di Mineo offre vasta scelta di materiale umano a basso costo. I caporali offrono il servizio di accompagnamento. Pochi euro per spaccarsi la schiena anche per 12 ore al giorno. Fino a morire.

La prostituzione

A Catania basta andare nel viale di accesso al porto per “toccare con mano” il fenomeno della immigrazione destinata alla prostituzione maschile. Anche minorile.

Per la quella femminile (anche minorile) occorre spostarsi nelle strade parallele alla Strada Statale 114 verso Siracusa o lungo la Strada Statale 417 per Caltagirone e Gela.

Per le donne può anche presentarsi il problema delle gravidanze. Diventa un problema perché, anche se volessero tenere il bambino, vengono costrette ad abortire.

Spesso con pratiche tribali che portano a emorragie e rischio vita. L’ospedale di Caltagirone è l’unica speranza di salvezza per queste donne.

C’è chi sostiene che dal CARA di Mineo è attivo un servizio navetta che garantisce lo spostamento da e verso i luoghi di “lavoro” per le turnazioni di “servizio”.

Minori non accompagnati e minori che spariscono: Minori “irreperibili”

Secondo il rapporto Oxfam la percentuale è stabile. I minori non accompagnati si attestano al 15% dell’intero flusso di immigrazione.

All’aumentare del flusso aumentano, quindi, i minori non accompagnati.

Dai dati del rapporto Oxfam solo nei primi sei mesi del 2016 sono sbarcati in Italia 13.705 minori non accompagnati. Nello stesso periodo sono stati segnalati 5.222 minori “irreperibili”.

Significa semplicemente che sono scomparsi 5.222 minori non accompagnati. Il 38% di quelli arrivati.

Che fine fanno? Scappano, dice il rapporto.

Ma scappano da soli o ci sono organizzazioni che ne organizzano la fuga?

Da un articolo di “Report”:

Se un minore appena sbarcato è in grado uno o due giorni dopo di andarsene significa che ha un punto di riferimento sul territorio; un’organizzazione che gli dà contatti telefonici, nomi, indirizzi. E questo, di solito, non avviene nell’interesse del minore (Amalia Settineri Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma)

 

Sono molti e diversi i rischi cui vanno incontro, da quello relativo alla prostituzione minorile, allo sfruttamento nel lavoro, c’è poi la manovalanza nel crimine, lo spaccio, e tra i rischi non si esclude neppure il traffico di organi. (Vittorio Piscitelli, Commissario straordinario del governo per le persone scomparse) ..

Benvenuti all’inferno!

Però “Accoglienza”, “Ospitalità”, “Integrazione” sono le parole chiave per farne arrivare sempre di più. Per metterne sempre di più nelle mani della criminalità organizzata.

E per aumentare il fascino nefasto i complici delle organizzazioni criminali si sono inventati una nuova sirena: lo Jus Soli.

Una legge che pare fatta apposta per far aumentare il flusso di minori non accompagnati.

Ne scriverò in un prossimo post.

Immigrazione: Maschi in cattività

Le cifre

Anche in questo caso le percentuali sono abbastanza stabili, quindi possiamo prendere a riferimento i dati del 2016.

Delle 123.600 richieste di asilo, 105.006 sono di maschi (85%).

Nella fascia di età compresa fra 18 e 30 anni si collocano 99.066 richieste (80%).

Quindi una enorme maggioranza di immigrati è costituita da maschi nel pieno vigore fisico.

Uomini e donne o maschi e femmine?

Senza voler sviluppare un trattato, mi limito a scrivere che la biochimica e, quindi, la fisiologia (ovvero il funzionamento psico-fisico) degli uomini e delle donne è diverso.

A meno di rigettare l’intera teoria evoluzionistica, il genere umano fa parte del regno animale.

Con buona pace della Boldrini e di chi, andandole appresso, sostiene l’assoluta parità dei sessi1, le ovaie della femmina del genere umano inducono ormoni estrogeni (progesterone prima di tutto), mentre i testicoli del maschio inducono ormoni androgeni (essenzialmente testosterone).

Come per qualunque altro animale.

E l’equilibrio naturale ha bisogno di entrambi. Ha bisogno dei rispettivi ruoli fisiologici che la stessa natura ha assegnato.

In una società civile, poi, è necessario che ci sia la parità dei diritti. Non solo nella diversità del sesso, ma anche nella diversità della stessa sessualità.

Pari dignità nella diversità.

In alcuni casi si possono canalizzare o, forzando la natura, reprimere gli effetti, ma per quanto “civilizzato” ed “educato” il testosterone continuerà a indurre nel maschio (uomo) aggressività competitiva.

Un nato maschio non sarà mai uguale a una nata femmina e viceversa.

Neppure se stabilito per Legge!

Immigrazione: I maschi in cattività

Come abbiamo visto, la grande maggioranza degli immigrati è di sesso maschile e nel pieno del vigore (18-30 anni).

Mentre gli ormoni esplodono, il nostro “sistema di accoglienza” mette queste persone in cattività.

Li ricolloca. Isolandoli. Segregandoli.

Cosa pensiamo? Di poterli riportare alle polluzioni notturne o, al massimo, alla masturbazione?

E noi “civiltà avanzata” non ci rendiamo neppure conto del livello di sofferenza che produciamo?

Non ci rendiamo conto che spingiamo esseri umani verso elevati livelli di aggressività? O pensiamo di aggiungere dosi industriali di bromuro di potassio ai pasti?

Conclusioni

L’obiettivo di questo lungo post è dimostrare quanto marcio sia il nostro sistema di accoglienza.

Quanto pelosa e collusa sia la politica che gioca sulle emozioni dell’opinione pubblica per agevolare azioni criminali.

Nulla è cambiato dai tempi del favoreggiamento di Buzzi e Carminati. Pochissimi i politici in buona fede.

“Accogliamoli tutti” significa agevolare i flussi di materia prima per le organizzazioni criminali.

E la “materia prima” è costituita da uomini e donne sedotti da una prospettiva di vita migliore che non esiste.

E allora? Affondiamo le imbarcazioni?

Scherziamo? Ancora una volta si parla di uomini e donne. Di esseri umani.

Nessuno si consenta neppure di immaginare che affondare le imbarcazioni sia una soluzione ammissibile!

Che fare?

Politici, organizzazioni, ONG, Agenzie ONU, gerarchie ecclesiastiche di tutte le religioni sono presenti nel Paesi di partenza e in Italia. Per lucrare.

Come con “Mafia capitale”.

Ma cosa fanno per far comprendere che l’Europa e sopratutto l’Italia sono l’inferno e non la terra promessa?

Cosa fanno per far comprendere che nessun futuro li aspetta oltre il Mediterraneo?

A giudicare dagli effetti, nulla.

Non “aiutiamoli a casa loro”, per carità!

“Aiutiamoli a casa loro”, dice Matteo Renzi.

Tremo solo al pensiero, visto il suo concetto di aiuto.

Visti i suoi rapporti di affari e di fornitura di armi all’Arabia Saudita, principale elemento di instabilità di quell’area.

Ma dallo Yemen, implacabilmente bombardato dall’Arabia Saudita con le bombe italiane, non arrivano migranti. Quindi è tutto a posto!

Visto che la sua ENI ha svaligiato le enormi risorse naturali dei Paesi con cui è venuta in contatto. Con cui ha scontrato i suoi interessi.

Poco tempo fa sono emersi gli scandali delle mazzette pagate dall’ENI (come fosse una novità) per saccheggiare le risorse naturali nigeriane.

Qualche notizia qui, qui e qui.

Questa è vera mafia!

Fin’ora, quindi, hanno tutti partecipato per agevolare un olocausto. Perché i flussi migratori sono ancora più lucrosi dell’assistenza.

Una complicità diffusa, ramificata come una piovra.

Come la mafia e per la mafia.

Perché anche questa è mafia!

1151.- 70 anni fa Portella della Ginestra la madre di tutti misteri italiani

Strage di Portella della Ginestra, la madre di tutti misteri italiani. Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra si torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Gli assassini, la banda di Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio.
Allora e oggi, memoria e la stessa esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà.

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Il Primo Maggio dei sindacati nazionali con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, celebrato a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, a 70 anni dall’eccidio nella località siciliana. L’esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà, è il messaggio che viene dai sindacati con la scelta di celebrare la Festa dei lavoratori proprio a Portella, vale oggi come allora, soprattutto in una terra dove i livelli di disoccupazione sono un’emergenza. Ma non solo in Sicilia.

La memoria del sopravvissuto

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage.
«Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», spiega.
«Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame».
Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

70 anni della madre di tutti misteri italiani

Con quel titolo le ricordano molti studiosi. La madre di tutti, dei troppi misteri italiani, da quel primo maggio siciliano a piazza Fontana, ai misteri P2 e via occultando. Caduto il segreto di Stato rimane la difficoltà di accedere agli atti che nascondono una parte di verità non ancora raccontata.

Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Quel primo maggio, tra i monti Kumeta e Maja e Pelavet, i lavoratori, in prevalenza contadini, si ritrovarono anche per protestare contro il latifondismo a favore delle terre incolte e per festeggiare il risultato del blocco PCI-PSI alle ultime elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Poi, d’improvviso il rumore secco delle armi, all’inizio scambiate per mortaretti, e corpi che si afflosciano urlanti sulla piana. Raffiche e tiro al bersaglio di assoluta ferocia, con 11 vittime, alla fine, restate a terra, 11 persone colpevoli di essere lavoratori che festeggiavo una data simbolo e alcune importanti vittorie politiche della sinistra.

Alla giustizia e all’opinione pubblica hanno consegnato come unico colpevole Salvatore Giuliano e i suoi uomini trovando nelle sue simpatie filofasciste e anticomuniste il movente della strage. Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio. Strano vero?
Tracce di indicibili accordi tra pezzi di governo e mafia con l’aiuto probabile di forze internazionali più anticomuniste che antifasciste, anche se questa lettura dei fatti hanno provato a derubricarla a sensazionalismo antistorico o complottismo.
Anche se i fatti ci dicono che se Salvatore Giuliano è stato effettivamente a capo del commando che ha premuto i grilletti i mandanti sono ancora una volta da cercare tra la politica, la mafia e gli interessi convergenti di chi, all’epoca, vedeva l’avanzata del Partito Comunista il pericolo da compattare anche con una strage di innocenti. Come fu ancora per molti decenni dopo, per altre stragi.

Il Presidente del Senato Pietro Grasso, nei giorni scorsi, ricorda Giulio Cavalli: «Portella fu essenzialmente una strage politica. La prima strage di civili della storia repubblicana e non c’è dubbio che dietro il massacro vi furono forze sociali politiche e mafiose che spingevano per la conservazione di un certo ordine socio-politico che è quello dove la mafia affonda le sue origini».
Ma Portella della Ginestra non è un caso isolato. Giuseppe Casarrubea nel libro scritto con Mario Josè Cereghino, “La scomparsa di Salvatore Giuliano. Indagine su un fantasma eccellente” Bompiani.

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«C’è una continuità storica segnata da una serie di stragi che, a partire da Portella della Ginestra, hanno costruito un percorso di azione politica eversiva, volta a ottenere risultati attraverso una lotta politica non ortodossa e sotterranea. Noi abbiamo costantemente registrato una connessione tra l’azione dei servizi segreti, prima il Sis poi il Sifar e il Sismi, con altri livelli di azione dello Stato, legati per un verso al governo nazionale, per l’altro al mondo di Cosa nostra.
Si è trattato di un’interazione in cui hanno agito, in modo organico, tre soggetti diversi: elementi del mondo criminale, dominato dalla mafia, che ha funzionato come una sorta di sistema solare rispetto alle orbite del mondo criminale circostante; servizi segreti italiani, dominati a loro volta da quelli americani, Oss e poi Cia; mentre il terzo soggetto è il potere politico».

Qualche giorno fa -ci ricorda sempre Giulio Cavalli- Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni che ha completato il censimento di tutta la documentazione sparsa tra una ventina di diversi istituti, in un’intervista a l’Unità ha lanciato l’allarme: «Gli archivi, soprattutto di Parlamento e governo, non ci rispondono e non ci danno il materiale. Il rischio è che venga tutto sparpagliato disperdendo il contesto».
Il 23 febbraio scorso il senatore Michele Figurelli ha chiesto «la pubblicazione degli atti relativi alla denuncia del 1951 del professor Montalbano contro il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montelepre e l’ispettore di polizia Messana» che avrebbero intrattenuto una vera e propria “trattativa” con il bandito Giuliano nei mesi precedenti alla strage.
In quei documenti ci sarebbero anche le prove dei rapporti tra Washington e il bandito. Figurelli ha anche chiesto «gli interrogatori di Pisciotta e i confronti tra Pisciotta e Sciortino» che indicherebbero l’esistenza dei rapporti con la politica, e i fascicoli «sui mafiosi del comprensorio della Piana degli Albanesi, San Giuseppe Iato e San Cipirello la cui conoscenza è indispensabile per ricostruire il contesto della strage».

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1081.- Dalla Chiesa, via Carini e la strage di Stato

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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Trentaquattro anni dopo quello che non si può dimenticare

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: ‘Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi’. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta…, ta… ed è morto”.
Così il boss corleonese Totò Riina, indiscusso capo di Cosa nostra, ha descritto l’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.
In quel suo “flusso di coscienza”, assieme al compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, Riina ha manifestato tutta la propria ferocia. La stessa messa in altre stragi ed attentati e che vorrebbe mettere in atto anche oggi contro il pm di Palermo Antonino Di Matteo.
La sera in cui morì il generale, vero Padre della Patria, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Difficile non essere d’accordo se si pensa che a trentaquattro anni di distanza su questa strage restano inquietanti ombre.
E’ vero che per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Altrettanto vero è che, sempre all’ergastolo, sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Tuttavia non si conoscono i volti dei mandanti a volto coperto, probabilmente uomini di Stato. Quel che appare evidente è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra.
In un dialogo intercettato tra Giuseppe Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio, e Salvatore Aragona, altro medico vicino ai boss, si parla apertamente di un favore fatto a qualcuno. “Salvatore… – diceva Guttadauro – ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. Rispondeva dunque Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”. “E perché glielo dovevamo fare questo favore…” concludeva ancora Guttadauro. L’intercettazione è del 2001 e queste parole si aggiungono a quelle del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva… Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”) e a quelle di collaboratori di giustizia come Francesco Paolo Anzelmo e Gioacchino Pennino.
Il primo aveva detto che non era stata determinata dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori”; mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.

Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non ha mai potuto esercitare. Cosa avrebbe fatto se li avesse avuti per tempo? Possiamo immaginarlo se consideriamo quanto lo stesso generale disse a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Tanto che il “Divo” Giulio, come scrisse lo stesso generale nel suo diario, “sbiancò”. E’ facile pensare, poi, che avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, scavando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con la politica, l’economia e la parte più occulta e deviata del potere.

Dalla Chiesa aveva già avuto successo contro le Brigate Rosse ed è molto probabile che sarebbe riuscito ad estirpare anche questo cancro. Non ne ha avuto il tempo proprio per quei “poteri mancati”. Nella stessa sentenza di condanna dei boss è scritto che “si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Che 34 anni dopo non si conosca ancora il volto di quei mandanti resta un fatto grave così come grave è la presenza di punti oscuri che vanno oltre l’omicidio e portano alla scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale su cui sta indagando la Procura di Palermo.

Due storie differenti e particolarmente inquietanti. Qualcuno entrò nell’abitazione del prefetto a Villa Pajno durante la notte fra il 3 e il 4 settembre 1982. Arrivò fino alla cassaforte e la svuotò. La mattina del 4 settembre i familiari di Dalla Chiesa cercarono la chiave per aprire quella cassaforte ma senza successo. La chiave ricomparve solo il pomeriggio dell’11 settembre, nel cassettino di un segretario. Quando la cassaforte fu aperta, però, dentro non vi era più nulla a parte una scatola (vuota a sua volta).
La valigia di pelle del generale, invece, è stata ritrovata nel 2013 nei sotterranei del tribunale di Palermo. Era priva di documenti.
Eppure nel verbale di sopralluogo della polizia scientifica, conservato nel fascicolo giudiziario sulla strage di via Carini, viene certificato che poco dopo le 21.30 del 3 settembre 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa (già morto da una quindicina di minuti dentro la sua auto) teneva tra le gambe una borsa piena di carte. In un altro verbale, datato 6 settembre, vi è anche una lettera di trasmissione della squadra mobile di Palermo alla Procura della Repubblica ma qui si fa cenno solo alla borsa del generale. E i documenti? Scomparsi nel nulla. Documenti che si aggiungono a quei tanti, troppi, pezzi mancanti di verità che hanno contraddistinto la storia del nostro Paese.
Segmenti di storia che al momento restano nell’ombra. Chi ha trafugato quei documenti? Possibile che in quelle carte vi fosse qualcosa di indicibile? Possibile che il generale avesse scoperto parte di quel “Gioco grande” di cui tempo dopo parlava Giovanni Falcone? Possibile che è per questo motivo che si è resa necessaria la loro morte? Dalla Chiesa… Falcone… Borsellino… vittime del Sistema criminale integrato che oggi resta più forte che mai e che è pronto ad “eliminare”, professionalmente e fisicamente, coloro che si contrappongono al loro potere e che vogliono trovare la verità su queste morti.
E’ una storia che si ripete, speriamo, senza ulteriori sacrifici.

— O —

Un passo indietro negli anni, con la mente alle registrazioni delle telefonate fra Stato e Mafia fatte cancellare da … Napolitano!

scrive sempre Giorgio Bongiovanni, il 3 settembre 2011

Il Generale, padre della patria

Il 3 settembre 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo venivano trucidati da un commando di Cosa Nostra. Sono passati 29 anni e mi chiedo: Cosa avrebbe potuto fare il Generale se non fosse stato trucidato?
Se gli avessero dato quei poteri che gli avevano promesso e mai assegnato?
Penso che avrebbe stanato, uno ad uno, porta per porta, capi e gregari della mafia.
Li avrebbe trovati tutti, i latitanti, e avrebbe costretto i capi mafiosi a commettere passi falsi, per poterli catturare e arrestare. Avrebbe trovato tutte le prove da consegnare ai magistrati, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri componenti del pool, per minare fin dalle fondamenta i rapporti tra la mafia e la politica.
L’era Andreotti sarebbe finita 10 anni prima e i vari Lima, Ciancimino e tutta la feccia della Dc sarebbe scomparsa dalla nostra isola.
Forse sarebbe riuscito pure ad evitare, indebolendo Cosa Nostra, le stragi Chinnici, Falcone, Borsellino e le altre… Avrebbe scovato quelle sette massoniche che ancora oggi imperversano in Sicilia e sicuramente avrebbe ripulito il marcio che si annida all’interno delle forze dell’ordine in Sicilia e i servizi segreti deviati legati ai boss.
Questo ed altro avrebbe fatto, il Generale, padre della patria e padre di tutti noi giovani diventati uomini anche grazie a lui.
Qualcuno delle entità di grosso potere economico religioso e politico ha chiesto il favore a Cosa Nostra come hanno confermato le voci interne all’organizzazione criminale.

Guttadauro: “Salvatore…ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”.
Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”.
Guttadauro: “E perché glielo dovevamo fare questo favore…”
(Intercettazione nel salotto di casa del capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro mentre parla con un suo gregario Salvatore Aragona, 2001)

Chi lo ha chiesto questo favore?
Sicuramente qualcuno che oggi comanda l’Italia, che comanda nel mondo della finanza, della politica e anche delle forze dell’ordine.
Per il Generale dalla Chiesa, per la sua giovane bellissima moglie, per l’agente Domenico Russo, per loro daremo il nostro contributo per fare giustizia cercando la verità.