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1784.- [L’inchiesta] Donne schiave, riti voodoo e sottomissione. Viaggio nella ferocia della mafia nigeriana

pamela-innocent-oseghale10“Pamela, uccisa con riti voodoo, bevuto il sangue. I Pm tacciono”. Meluzzi choc sulla mafia nigeriana

«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno». Il racconto del procuratore Gratteri, di Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta

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In Nigeria, a Benin city, nell’Edo State, e’ accaduto un fatto storico che potrebbe liberare molte ragazze vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale

Fa paura questa mafia nigeriana. Che nasce nelle università come confraternite e che sta dilagando oltre ogni immaginazione. In Italia, in Europa, nel mondo. Il suo collante è l’intimidazione e i riti juju, un misto di rito vodoo impregnato da giuramenti e sottomissioni. I suoi affari sono droga e prostituzione. «Le ragazze destinate alla prostituzione sono moderne schiave, vittime di violenza e di stupri. Ne abbiamo liberate cento». Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, per la prima volta si ritrova di fronte alla mafia nigeriana, anche se “tecnicamente” il reato di associazione mafiosa non è stato contestato nei sette fermi eseguiti ieri mattina a Lamezia Terme ma il favoreggiamento alla immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di donne.

Procuratore Gratteri, state nei fatti indagando, anche se non è emerso ancora “tecnicamente”, nulla potente mafia nigeriana. Siamo in Calabria e, dunque, cosa fa la ‘Ndrangheta? Si limita a guardare?
«Sembra inverosimile. Per il momento, però non sono emerse evidenze processuali di rapporti tra le due organizzazioni. Sappiamo però che le ragazze che si prostituiscono devono pagare diciamo una rata per l’occupazione del suolo pubblico. Stiamo lavorando per dare una identità a questi esattori».

Come nasce questa inchiesta?
«Nasce a gennaio con una ragazza costretta a prostituirsi che decide di raccontarci il dramma che aveva vissuto e che stava vivendo. Convinte a partire per avere un futuro di lavoro come cameriere o parrucchiere e invece si ritrovano costrette a prostituirsi dopo un viaggio allucinante che le ha portate in Niger e poi in Libia dove, in veri centri di stoccaggio, di detenzione vengono istruite alla prostituzione. E violentate».

Costrette a dover pagare un riscatto per tornare libere?
«Come gli schiavi liberi dopo aver pagato fino a 30.000 euro. E chi non porta soldi ogni giorno viene picchiata, costretta al digiuno».

Tutto questo accade a Castel Volturno come in Piemonte, in Veneto o in Sicilia. E poi c’è il grande affare dell’accoglienza. Il prefetto di Reggio ha notificato una interdittiva antimafia a una cooperativa che gestiva l’accoglienza di 700 richiedenti asilo.
«Dove ci sono i soldi c’è la Ndrangheta. Nell’inchiesta sul centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto persino il prete ha preteso 180.000 euro da giustificare sotto la voce di assistenza spirituale».

Uno spaccato inquietante. i fermi di Lamezia Terme sono solo l’inizio di una indagine destinata ad allargarsi. Tra le carte c’è la testimonianza di Blessing, che ha deciso di collaborare con la magistratura. Ecco una sintesi delle sue dichiarazioni.
«Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella». «Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria, dopo aver accettato la proposta di Johnson, che mi aveva promesso un aiuto per raggiungere l’Italia, dove mi avrebbero fatto trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa l5mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio, e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari». «Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito wudu praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare. In quell’occasione erano presenti al rito di giuramento anche mio fratello, mia sorella, Johnson e Ifanyi, un ragazzo di etnia igbo di circa 30 anni, fratello maggiore – a suo dire – della signora (madame) che avrei conosciuto in Italia».

«E’ cosi che sono partita dalla Nigeria per giungere in una macchina guidata da Ifanyi fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto. È stato un viaggio completamente diverso rispetto a quello che mi avevano prospettato: nel deserto sono stata violentata da altri nigeriani; durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane (Stella, Vivian, Haisse e altre due di cui non ricordo il nome) a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Più volte, dopo aver capito le vere intenzioni delle persone e il vero motivo del viaggio, avevo chiesto spiegazioni e aiuto a Ifanyi. Non sapevo come fare: non avevo soldi, ero senza cellulare e chiusa in casa insieme alle altre 5 ragazze; lo stesso Ifanyi mi ha intimato di finire di chiedergli aiuto, perché dovevo soltanto acconsentire e obbedire a quello che successivamente in Italia mi avrebbe detto di fare la sorella (madame), pena le ripercussioni sulla mia famiglia e sui miei figli in Nigeria».

«Dopo quattro mesi trascorsi a casa di questo signore che si faceva chiamare papa, io e le altre cinque ragazze siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale. Tuttavia, il ragazzo arabo, che ci aveva accompagnato da casa del papa fino in quel campo, si frapponeva ed evitava che fossimo costrette a prostituirci o venissimo violentate. Preciso che mi ero separata da Ifanyi, quando ero stata data a questo signore arabo, che mi aveva portato in questo campo ed era amico di Ifanyi, che quest’ultimo era già arrivato in Italia e mi stava aspettando con la sorella (madame). Tramite Kelvin, Ifanyi mi aveva dato l’indicazione di mettermi immediatamente in contatto con la sorella (madame), una volta che sarei sopraggiunta in Italia, contattandola fingendo a chi mi avrebbe prestato il cellulare o dato una scheda telefonica di voler contattare i miei parenti in Nigeria; sempre secondo queste indicazioni, non avrei dovuto dire niente di quello che mi era successo e non avrei dovuto usare il nome “madame”, con il quale la sorella di Ifanyi veniva chiamata dallo stesso, e soprattutto non mi sarei dovuta fare identificare».

«Da questo campo libico ci hanno trasportato sulle coste e ci hanno fatto salire su una barca che è sbarcata il 13/02/16 in Sicilia. Subito dopo lo sbarco, sono stata identificata e portata prima in un centro di accoglienza in Sicilia e poi in un altro in Calabria. Appena sbarcata, sono riuscita ad avvisare mia madre per dirle che ero viva, ma ho avuto sempre grande vergogna di dirle ciò che mi era successo e il giro in cui ero finita. Avevo vergogna e paura che potesse succedere qualcosa di brutto a tutti noi. Giunta in Calabria, a Olivadi, con l’aiuto di un’altra ragazza accolta nel centro, ho contattato la madame al numero che mi aveva dato Ifanyi. Costei si è presentata come Elisa e mi ha detto che sarebbe venuto un signore di nome Osagie (detto Osas) a prendermi all’indirizzo del centro di Olivadi, che le avevo dato. Dopo due giorni, è venuto Osas a prendermi per portarmi dal campo di Olivadi a casa sua a Lamezia Terme Sant’Eufemia». «Abbiamo viaggiato con un pullman di colore blu fino a Sant’Eufemia e Osas mi ha portato a casa sua. Qui c’erano la moglie e la figlia di due anni di nome Gift; c’erano inoltre due ragazze di nome Favor e Juliet Success, anche loro nigeriane. Era una casa a un piano molto alto: una casa grande con un soggiorno, la cucina vicino al soggiorno e subito dopo un bagno. La stanza di Favor e di Juliet Success era attaccata a quella di Osas e della moglie. Io stavo chiusa a chiave nella stanza di Favor e, una volta che rientravano a casa Favor e Juliet Success, mi facevano trasferire nel soggiorno e anche in tal caso la moglie di Osas mi chiudeva a chiave».

«Ho aspettato così per circa tre giorni, fino a quando è arrivata la madame, che era stata chiamata dalla moglie di Osas, che l’aveva avvisata del mio arrivo. Sopraggiunta la madame, costei ha detto alla moglie di Osas di aggiustarmi i capelli perché avrei dovuto prostituirmi. Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi: alcuni li aveva portati la madame nella sua borsa; altri me li ha dati la moglie di Osas. Ho provato a rifiutarmi, ma mi è bastata la sua smorfia e la sua aria minacciosa per capire che non avrei avuto altra scelta. Quella sera stessa sono dovuta uscire con Juliet, per andare nel parcheggio (quello con il trenino al centro) di Sant’Eufemia a prostituirmi. Ricordo che, prima di uscire, la moglie di Osas mi ha dato il cellulare, spiegandomi come avrei dovuto comportarmi: quando si fermavano i clienti avrei dovuto indicare due dita o tre dita, in segno di 20 o 30 euro. E’ stata lei ad andare a comprare i preservativi con i 5,00 euro che le ho dovuto dare. La stessa mi ha dato il cellulare e mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla».

«La madame, invece, è rimasta per due giorni in quella casa e poi è andata via. La prima sera non sapevo neppure come fermare le macchine. E’ stata Juliet Success a fermare un cliente per me e, dopo la fine del servizio, ho ricevuto la paga di 20,00 euro. Rientrata a casa, ho dovuto dare i soldi guadagnati dall’attività alla moglie di Osas che ne ha preso nota su un foglio. La moglie di Osas ha sgridato me e Juliet Success perché eravamo rientrate troppo presto, e Juliet Success le ha detto che avevamo fatto rientro prima perché c’era la polizia nella zona. Preciso che non distinguendo bene i luoghi, non mi ero neppure accorta dell’accaduto».

«Il giorno dopo siamo andate a prostituirci a domicilio da due ragazzi che ci hanno dato 50,00 euro. Tornate a casa Juliet Success, ha consegnato questi soldi alla moglie di Osas. Sono rimasta a casa anche perché faceva freddo e mi vergognavo. La moglie di Osas mi ha detto che avrei dovuto portare i soldi a casa se volevo mangiare e vivere. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi».

«Io e Juliet Success andavamo a prostituirci nel parcheggio dietro la stazione; Favor prendeva il treno per andare in un altro posto a prostituirsi.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, Juliet Success ha iniziato a prostituirsi in un’altra zona, su indicazione della moglie di Osas. Io invece continuavo a prostituirmi nel parcheggio. Così è stato per circa due mesi. In un’occasione sono rimasta per tre giorni a casa perché non volevo più prostituirmi. La moglie di Osas ha chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano. Tutti e tre, la madame, il ghanese e il nigeriano, mi hanno picchiato. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare».

«Preciso che Juliet Success dava il ricavato della prostituzione a Osas; io e Favor alla moglie. Per un periodo di tempo nell’abitazione di Sant’Eufemia, nella mia stessa stanza, aveva vissuto un’altra ragazza di nome Precious che si prostituiva insieme a Favor. A volte riuscivo a telefonare di nascosto in Nigeria, acquistando una ricarica di euro 5,00: sentivo mamma e mi vergognavo di dire quello che stava accadendo. Una volta ho sentito il marito di mia sorella e gli ho detto che stavo lavorando in un supermercato. Ma era domenica e i supermercati erano chiusi e lui ha capito che non stavo dicendo la verità; mi ha chiesto come mai non fossi andata in chiesa. Lui mi ha detto di pregare e poco dopo mi hanno fermata e sono stata accolta nel progetto».

DOMANDA: ricorda se durante il periodo in cui si trovava a Lamezia è stata costretta a ricorrere a cure mediche/ricoveri in ospedale?
RISPOSTA:«- si, in una occasione, appena arrivata a Sant’Eufemia, dopo aver effettuato il viaggio, sono stata portata presso una abitazione, non so dire di preciso dove, perché ero rimasta incinta a seguito delle violenze subite durante il viaggio per raggiungere l’Italia. Ero incinta di circa 5 mesi e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».
DOMANDA:«- ha mai avuto a che fare con qualche italiano che aiutava la madame o Osas?».
RISPOSTA:«No, tengo a precisare che il numero di telefono riportato in oggetto è attivo ed è da me utilizzato, ma da quando mi trovo nella comunità è spento. Lo accendo solo sporadicamente per sentire i miei familiari ed in tali occasioni ricevo molteplici messaggi e chiamate da parte delle utenze indicate in querela che mi chiedono dove mi trovo e che fine io abbia fatto in quanto vogliono che io mi prostituisca di nuovo. Inoltre i miei aguzzini sono riusciti a raggiungere la mia famiglia in Africa, minacciandoli affinchè questi mi convincano a ritornare a prostituirmi a Sant’Eufemia. Infatti anche da loro ricevo delle pressioni per ritornare nella vecchia abitazione perché hanno paura che sia a me che a loro possa succedere qualcosa di brutto».

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20 dicembre 2017

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1635.- SIMONCINI CONDANNATO. E IN USA SI STUDIA IL BICARBONATO CONTRO IL CANCRO.

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di Maurizio Blondet

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Come e’ strana la verita’…

Il dottor Tullio Simoncini e’ stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere per avere cercato di salvare un ragazzo da un cancro al cervello, e’ giusto ricordare che il cancro al cervello e’ considerato tra i piu’ difficili da curare, alcuni, dipende dalla posizione in cui si trova , sono addirittura impossibili da operare.

Cosi che, il dottor Simoncini, che era stato radiato dall albo dei medici cosa che, a mio avviso signfica essere un vero dottore… viene ridicolizzato dai tg del regime e dichiarato come un volgare ciarlatano, termine caro alle case farmaceutiche…che pero’…e io questo non lo capisco, mi chiedo…., ma, tutti gli altri dottori che in questi anni , hanno fallito nella cura del cancro al cervello e che quindi, hanno contribuito alla morte di altre `persone…
questi dottori non dovrebbero essere puniti come nel caso del dottor Timoncini ? Se la legge fosse uguale per tutti..ma sembra che non lo sia..
E’ vero che era stato radiato da quegli stessi organi che obbligano l’ uso di vaccini dei quali quasi nessuno conosce gli ingredienti, medici compresi , pero’ po ho letto che ….in America «Il National Institute of Healt ha asssegnato un finanziamento di 2 milioni di dollari al dottor Mark Pagel, del Cancer Center dell’Università dell’Arizona, per affinare la sua ricerca sull’uso del bicarbonato di sodio nella terapia del cancro al seno». Che e’ la stessa del dottor Simoncin e che quindi…non e’ cosi ridicola la sua cura.
Presto «comincerà una sperimentazione clinica sugli effetti del bicarbonato contro il cancro sugli esseri umani. (…)
Precedenti ricerche sui ratti hanno dimostrato che il bicarbonato per via orale aumenta il pH tumorale (ossia diminuisce l’acidità) e riduce le metastasi del cancro al seno e alla prostata».

Così, a quanto pare, avrebbe ragione l’oncologo italiano Tullio Simoncini, che è stato radiato dall’Ordine dei medici perchè pretende di trattare il cancro inondando la zona di bicarbonato al 5%.
Non voglio entrare in merito della posizione di un giudizio fatto da persone incompetenti o a ‘pagamento , mai in questi casi vengono adoperati giudici che abbiano una coscienza idonea dubbia pero’….il passato ci insegna che le persone che vengono radiate da questi organi predisposti dalle case farmaceutiche non
sono criminali , alla fine sono tutte persone perbene, da Rath a Di Bella,ad Hamer, a Bonifacio,a Pantellini, il dottor Giuseppe Nacci. e adesso Simoncini,

Resta da spiegare questo fatto: come mai in USA, un medico che studia la terapia col bicarbonato riceve un finanziamento pubblico di 2 milioni di dollari, in Italia, viene processato per truffa e omicidio colposo, radiato dall’albo dei medici e disonorato, come si faceva una volta (ora non più) per i medici che procuravano aborti?
In Italia, ai medici ospedalieri è vietato consigliare trattamenti alternativi alla chemioterapia ufficiale per contratto (vien loro fatta firmare una apposita clausola) e sotto pena di licenziamento.
Per stroncare la terapia Di Bella, la ministra della Sanità di allora, Rosy Bindi, fece cancellare dal prontuario nazionale i farmaci che Di Bella usava, onde non poterono nemmeno essere prescritti (persino l’innocua melatonina, oggi in vendita nei supermercati, i pazienti dovevano farsela mandare dalla Svizzera).

Un giorno ci si dovrà spiegare come mai l’oncologia ufficiale, che inietta ai pazienti sostanze che «mettono l’inferno nel corpo dei malati» (com’ebbe a dire il professor Vittorio Staudacher, membro del Comitato Etico dell’Istituto Nazionale dei Tumori), è riuscita a creare in Italia un simile clima di chiusura verso ricerche promettenti, e di persecuzione di chi le sperimenta.

Da parte e’ giusto anche ricordare alcune delle cause che possono determinare il cancro al cervello di cui uno e’, l uso e abuso del telefono cellulare, l altro invece e’ cio’ che e’ contenuto nella Coca Cola zero che fino a poco tempo fa si chiamava aspartame, poi a forza di denunce , l aspartame e’ stato dichiarato cancerogeno e la Coca cola e’ stata costretta e ha cambiato il nome da aspartame a amino sweet…cioe’ ha un nome diverso ma alla fine e’ la stessa cosa…tra una ventina di anni e a forza di denunce arriveranno a determinare che anche l amino seet e’ cancerogeno e cosi che….gli cambieranno di nuovo il nome ?

Chi e’ il nostro nemico ?

Hai dimenticato di menzionare tra le vittime illustri il Dott. Rossaro le cui vicende giudiziarie sono l’emblema del modus operandi del connubio medicina ufficiale-magistratura. Questi veri scienziati sono incriminati da parenti di malati che hanno subito il massacro delle radio-terapie e chemioterapie. I loro corpi vengono devastati da siffatti bombrdamenti . Quando la medicina ufficiale si arrende dopo aver lucrato lautamente ad onta dei costi dei chemios, questi derelitti si affidano alle cure alternative tipo endovena ad alto dosaggio di vitamina c e bicarbonato . Queste cure sono in realtà efficacissime e migliaia di persone ne godono ampiamente i benefici con guarigioni totali. Questi miracolati si guardano bene dal raccontare che loro sono guariti per “vie illegali”in pubblico, anche perchè la stampa , i media non se li filano per niente. Ovviamente ci sono le eccezioni per ovvie ragioni perchè non tutti gli organismi sono uguali .Per non dimenticare poi che gli uomini a volte, che strano , muoiono.Gia, chi è il nostro nemico. Che domanda difficile.

Pensare che la medicina attuale sia fondata su una scienza volta a curare gli ammalati è un tragico e diffusissimo errore dettato dalla paura indotta da una propaganda più satanica che criminale.
Alla scuola media primaria ci è stato insegnato, almeno ai miei tempi, che esite la scala del PH che va dall’acido al basico e che le cartine di tornasole ne rilevavano la natura. Sempre ai miei tempi, l’insegnante di scienze , ci portava neil laboratori per sperimentare la teoria.con cartine che davano luogo a colori accesi con grande meraviglia di noi studenti Ora se uno studente scopre che un mostro vive e vegeta beatamente in ambiente fortemente acido che cosa fa per uccidere l’entità minacciosa ad onta dell’insegnamento appena avuto.? Elementare Watson: gli spara delle soluzioni basiche per distruggere l’habitat in cui prospera e cresce. Funziona ? Se metti un pesce fuori dall’acqua e ce lo mantieni sopravvive? Se metti un essere vivente terrestre in amiente senza ossigeno sopravvive?Questa è vera scienza. L’altra è lo sporco e diabolico business di Big Pharma

1533.- Chi costringe alla prostituzione le ragazze nigeriane in Italia

41zBl-OVAeLUn libro, dal titolo volutamente provocatorio, ma dall’ispirazione fortemente etica, di chi vede, da un lato, un mondo benestante, tutto intento a piangersi addosso per una crisi apparentemente solo economica. Dall’altro, quello, disgraziatissimo, degli africani, loro sì alle prese con immani problemi di sopravvivenza, ma sorretti da una spinta morale ignota agli altri. Sorprendentemente, è il mondo delle prostitute nigeriane a rivelare il rispetto e la pratica di valori classici (figli, famiglia, religione) vissuti, però, in maniera autentica e non come vuote sovrastrutture di una società decadente, dedita, fondamentalmente, solo agli sprechi e ai consumi.
Non a caso, il libro si chiude con la seguente affermazione da parte del suo protagonista:
“Viva le puttane nigeriane! Anzi, sai cosa mi sento di aggiungere? Che quelle nigeriane non sono affatto delle puttane!“

Una prostituta nigeriana riceve un preservativo da una donna che lavora in un centro di assistenza per le vittime di tratta, ad Asti, giugno 2015. (Quintina Valero)

Protettori, tenutarie, contrabbandieri e perfino i genitori portano le ragazze nel suo santuario nel villaggio di Amedokhian, vicino alla città di Uromi nella Nigeria meridionale. Qui bevono miscugli in cui sono immersi pezzi di unghie, peli pubici, biancheria intima o gocce di sangue. “Posso fare in modo che non riesca mai a dormire bene né a trovare pace finché non avrà saldato il suo debito”, dice questo sacerdote tradizionale di 39 anni che tutti nei dintorni chiamano semplicemente “doctor”. “Qualcosa nella sua testa continuerà a ripeterle ‘Devi pagare!’”.

Il juju è uno degli ingredienti della coercizione che tiene migliaia di donne e ragazze nigeriane incatenate alla schiavitù sessuale in Europa, soprattutto in Italia, dove arrivano dopo un viaggio pericoloso attraverso il Nordafrica e il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.

L’incubo che le attende
Oltre al debito pesantissimo e alle minacce di violenza, l’intruglio contribuisce a perpetuare un ciclo di sfruttamento in cui molte vittime diventano in seguito carnefici, tornando in Nigeria in qualità di “tenutarie” per reclutare altre ragazze. È quanto affermano le forze di polizia e i gruppi di attivisti per i diritti umani.

Nello stato dell’Edo – uno snodo del traffico di esseri umani nella Nigeria meridionale – molte ragazze cominciano volontariamente il loro viaggio verso la prostituzione. La maggior parte di loro non ha le idee chiare sull’incubo che le attende. Alcune vanno da sole a trovare sacerdoti come Elemian, sperando che il juju le aiuti ad arricchirsi vendendo sesso in Italia. “I soldi che una ragazza riuscirà a guadagnare non dipendono da quanto duramente lavorerà”, dice, mostrando con orgoglio il suo nuovo cellulare e il bungalow che spicca in mezzo alle capanne di fango dei vicini. Questi segni del benessere sono finanziati interamente dalla gratitudine delle clienti in Italia, racconta.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), più di nove donne nigeriane su dieci entrate in maniera illegale in Europa vengono dall’Edo, uno stato a maggioranza cristiana con una popolazione di tre milioni di abitanti. Gli attivisti denunciano che i trafficanti nigeriani stanno sfruttando la crisi migratoria in Europa per portare le ragazze in Libia e poi attraverso il Mediterraneo fino in Italia. “Le donne dello stato di Edo hanno cominciato ad arrivare in Italia per comprare oro e perline all’inizio degli anni ottanta e hanno notato che c’era un mercato fiorente nel settore della prostituzione”, spiega Kokunre Eghafona, docente di sociologia e antropologia all’università di Benin City e consulente per l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). “Sono tornate in Nigeria e hanno cominciato a portare parenti e amiche”. Queste donne, chiamate madam, rappresentano secondo l’Undoc la metà dei trafficanti di esseri umani della Nigeria e sono spesso ex vittime che si sono trasformate in mediatrici che vessano le altre donne per indurle alla prostituzione.

Molte di queste trafficanti, racconta Eghafona, sono convinte di essere d’aiuto e di non fare alcun male, e usano per se stesse la definizione di sponsor, più positiva rispetto a quella di madam.

Schiave del debito
Nella sua casa a Warri, con un figlio di un anno che piange in sottofondo, Mama Anna racconta che ormai le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire. “Alcune mi chiedono cosa faranno una volta arrivate”, dice Mama Anna, che si vanta della sua reputazione di mediatrice e che manda le ragazze interessate in Italia a lavorare per sua sorella maggiore. “Io gli dico che dovranno prostituirsi”, dice. “Mi chiedono: ‘Che tipo di prostituzione?’. Io glielo dico. Alcune si rifiutano di partire, altre accettano”.

Per avere un’idea di cosa possa spingere delle giovani donne a prostituirsi in Italia non serve allontanarsi da Uromi, con le sue strade piene di buche e gli edifici derelitti con i pozzi nei cortili, testimonianza della penuria di acqua corrente in città. Un quartiere si distingue dagli altri. È soprannominato Little London ed è famoso per le case raffinate e moderne dietro alti cancelli di ferro, secondo molti finanziate con i proventi della prostituzione.

Più di 12mila nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni

Faith, una parrucchiera di 23 anni, ha percorso più di trecento chilometri dal suo stato natale dell’Akwa Ibon fino a Uromi, sognando di diventare una delle migliaia di lavoratrici del sesso fatte entrare ogni anno in Europa in modo illegale. “Voglio andare in Italia perché voglio guadagnare soldi”, dice. “Se dovrò prostituirmi, allora lo farò”. In passato ragazze come Faith sarebbero state costrette a prostituirsi con la promessa di un posto di lavoro da parrucchiera o da commessa in un supermercato per poi finire nelle mani dei papponi. “Prima non lo sapeva nessuno, era un segreto”, dice Anita, 30 anni, che nel 2011 è stata fatta entrare in Italia per prostituirsi, dopo che le era stato promesso un lavoro da parrucchiera. “Adesso anche i bambini sanno che lì ti tocca prostituirti”. Dopo essere riuscita a sfuggire ai trafficanti, Anita ha trascorso molti giorni per strada. Alla fine è stata arrestata e rimpatriata in Nigeria.

Asti, giugno 2015.  - Quintina Valero

Prima di organizzare il viaggio tramite dei contatti in Libia, le trafficanti come Mama Anna fanno firmare alle ragazze un contratto per finanziare il loro viaggio, imponendogli debiti che possono aumentare fino a decine di migliaia di dollari e che potranno essere saldati solo dopo molti anni. A quel punto le ragazze vengono portate da un sacerdote che conduce i rituali del juju con lo scopo di tenerle legate con la superstizione ai loro trafficanti. Questi riti instillano terrore nelle vittime, convinte che loro o i loro cari potrebbero ammalarsi o morire se dovessero disobbedire ai trafficanti, andare alla polizia o non riuscire a saldare i loro debiti.

Nel timore che l’incantesimo del juju possa rivoltarsi contro di loro, molti genitori nigeriani diventano complici, insistendo con le figlie perché obbediscano ai loro trafficanti. È quanto emerge dai documenti dei tribunali italiani. A quel punto partono alla volta dell’Europa, attraverso le rotte che passano dal Niger e dalla Libia.

Al mercato di Uromi molte bancarelle espongono giacche invernali di seconda mano che secondo Linus, uno dei commercianti, sono articoli molto richiesti a causa del gran numero di persone in partenza per l’Europa.

Più di 12mila donne e ragazze nigeriane sono arrivate in Italia viaggiando per mare negli ultimi due anni, un numero sei volte più alto rispetto al precedente biennio. Secondo dati forniti dall’Oim, quattro su cinque finiscono per prostituirsi.

Un paese troppo difficile
Il traffico di esseri umani gestito dalla criminalità organizzata nigeriana è una delle sfide più grandi che le forze di polizia di tutta Europa devono affrontare, come riferisce l’agenzia di polizia europea Europol.

Per l’agenzia nigeriana Naptip, che ha compiti di contrasto del traffico di esseri umani, gli sforzi compiuti per combattere i trafficanti sono annullati non solo dai criminali stessi, ma anche dall’opinione pubblica africana. “Tutti pensano che le strade dell’Europa siano lastricate d’oro”, dice Arinze Orakwe, funzionario del Naptip. “Per la gente il problema siamo noi, perché gli impediamo di raggiungere l’Eldorado. Una madre mi ha chiesto se preferissi che sua figlia facesse sesso con un giovanotto nell’Edo e restasse incinta, mentre poteva fare la stessa cosa in Europa e guadagnare soldi”, ha aggiunto.

I funzionari del Naptip, aggiunge Orakwe, sono stati attaccati dalla folla nell’Edo mentre informavano le persone dei pericoli del traffico di esseri umani e i parenti arrabbiati spesso portano via le loro figlie dai centri di formazione o riabilitazione, minacciando lo staff. “Queste persone, sono nemici, perché questo paese adesso è troppo difficile”, dice Igose, una madre di otto figli che fa affidamento sui soldi mandati dalla figlia di 22 anni dall’Italia per dare da mangiare alla sua famiglia.

Mentre a Benin City, capitale dello stato dell’Edo, Igose teme per il futuro della sua famiglia, nella vicina Uromi, Faith è ancora alla ricerca di una madam che le organizzi il viaggio in Italia. A volte è tentata di abbandonare il suo sogno. “Sul mio telefono vedo le foto di persone che muoiono annegate”, dice. “È rischioso”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

1532.- Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Andrea Sparaciari

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

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Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

1509.- Paolo Borsellino, l’ultima intervista due mesi prima di morire

A 25 anni dall’attentato di Via D’Amelio, la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+

Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l’entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l’Espresso ne pubblicava la trascrizione.

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Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.

Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”. Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].

E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.

Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità».

Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?

Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.

Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».

Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».

Ma lui comunque era già uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle  famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,  le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

AL TELEFONO CON MARCELLO

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?
«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.
«Sì».

SICILIANI A MILANO

C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».

A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».

A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?
«Entro ottobre di quest’anno…».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».

Perché cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

1394 .- Mani invisibili e verità sepolte

di Elisa Maria Brusca e Ilenia Ciotta

foto articolo

All’Addaura volevano uccidere Giovanni Falone. Era il 21 giugno 1989. Ma qualcosa andò storto. Contesto, metodo e movente sono stati ricostruiti, ma i profili dei responsabili restano nebulosi, sommersi da un mare magnum di certezze latenti, verità occulte e menzogne ostentate.
Il giudice Falcone aveva detto poche cose, ma chiarissime: tutto partiva dalla borgata palermitana dell’Arenella, perché la famiglia a capo del mandamento in cui doveva avvenire l’attentato era quella che più si era mobilitata. Il giudice parlava anche di centri di potere occulto esterni alla mafia, mani invisibili di un grande architetto così abile da trasformare, all’occorrenza, Cosa nostra nel suo “pupo”. La mafia non ha mai accettato strumentalizzazioni ma è sempre stata ben disposta a ricevere input e richieste, qualora sussistano convergenze su interessi strategici.
I segnali, in quei mesi, erano stati tanti. La mancanza di strumenti giuridici funzionali alle indagini, la fallita nomina di Giovanni Falcone ad Alto Commissario per la lotta alla mafia e prima a consigliere Istruttore, le lettere del Corvo, le accuse su una strumentale presenza di Tommaso Buscetta a Palermo potrebbero apparire episodi isolati ma brillano di nuova luce se inclusi in un copione già messo in scena: screditare – isolare – eliminare in ogni modo Giovanni Falcone.
Il giudice Falcone che, già allora, aveva intuito la connessione tra flusso di denaro e consenso politico. Lo stesso Falcone che aveva, probabilmente, individuato deviazioni e anomalie anche negli apparati dello Stato, settori che occultavano e ostacolavano le indagini a un livello superiore. Tentativi di depistaggio, connivenze e errori umani si legavano in un nodo gordiano indissolubile. E certamente, dopo più di due decenni, i resti di memorie parzialmente dissolte non riescono a ricostruire la verità. È, dunque, lecito interrogarsi su quale sia il punto di equilibrio tra segreto di Stato per la ragion di Stato e segreto di Stato come strumento per trincerarsi in complici silenzi.
Ci hanno sempre raccontato che lo Stato e Cosa Nostra, lo Stato e l’Antistato, Palermo e l’altra Palermo non si sono  mai sedute allo stesso tavolo. Ma chi è lo Stato e chi è degno di rappresentarlo? C’è stato un momento in cui la sponda del bene e la sponda del male sono confluite in un fiume di depistaggi, false prove e omicidi eccellenti. Quel fiume deve essere guadato.
È necessario ritrovare il filo conduttore. Dopo i candelotti di dinamite piazzati all’Addaura, gli omicidi di Nino Agostino e di sua moglie Ida, poi la scomparsa dell’agente Emanuele Piazza. Gli indizi e le indagini sembrano seguire un disegno che ricorda l’intreccio di Penelope: non appena viene fatto un passo verso la verità, emergono nuovi elementi che ribaltano la situazione.
Ma, in quell’intreccio, certi errori restano invischiati. A cominciare dagli oggetti rinvenuti sulla scogliera la mattina del 21 giugno: articoli, all’apparenza, di comune uso balneare mascherano l’esplosivo che avrebbe dovuto compiere l’attentato. Eppure, nonostante risultassero presenti sul luogo già dal giorno precedente, non avevano destato alcuno sospetto nei poliziotti di guardia sino al mattino successivo. Dagli stessi, in sede di analisi scientifiche, si estrarranno i profili biologici di quattro uomini affiliati a Cosa Nostra, dichiarati poi inattendibili a causa dell’utilizzo di pinze non adeguatamente sterilizzate. Le innumerevoli contraddizioni e reticenze, rilevate in sede di interrogatorio, del maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino – l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno che doveva far saltare in aria il giudice Falcone – hanno ulteriormente offuscato il quadro.
A chi non è stato testimone di quel fallito attentato non rimane che consultare atti processuali e articoli di giornale. I più ardimentosi proveranno a tracciare un identikit. Proprio il carattere transnazionale delle piste seguite da Falcone sembra indirizzare verso “menti raffinatissime”, perfettamente integrate in un reticolo criminale, personalità con accesso ad una visione globale dotate di un esteso margine di movimento anche all’interno di strutture investigative.
La mafia vive di abitudini e soffiate. L’ipotesi di una talpa interna al Palazzo di Giustizia di Palermo non è da scartare.
La presenza di Falcone al funerale del poliziotto Nino Agostino e il saluto che ha fatto alla sua bara sembrano rivelare il legame tra due storie distinte, ma non sconnesse. Dopo tanto tempo in molti sperano che affiorino frammenti di verità su questa vicenda dell’Addaura. E su tante altre come la scomparsa di documenti dalla cassaforte della prefettura dove dormiva il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Come la scomparsa di numerosi file dai computer del giudice Falcone.
E’ necessario conoscere certe verità. Per avere speranza, per capire, perché lo scontro con certi poteri non si trasformi in una lotta contro i mulini a vento.

1393.- Studiare le mafie

1392.- Cupole criminali, colpi di Stato e guerre africane

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Eleonora Di PIlato – Università di Milano, relatore della tesi, professore Nando dalla Chiesa. Da Ri.t

L’Africa ha vissuto più di 40 guerre e circa 90 colpi di stato militari dalle indipendenze a oggi, un’instabilità cronica che la rende il continente in cui più vividamente si palesa la relazione di interdipendenza tra il crimine organizzato e le guerre civili.
A livello nazionale la mancanza di effettività di governo tipica dei governi africani, unita ad una profonda disgregazione della compagine sociale sulla base delle differenze etniche, religiose o claniche, ha creato le condizioni per una replicazione su scala locale delle logiche di dominazione e predazione straniera.
Il trascorso di sfruttamento coloniale in origine, quello neo-imperialista durante la Guerra Fredda, insieme all’ostracismo internazionale degli Anni Novanta, compaiono infatti tra i responsabili dell’affermazione di una gestione patrimoniale e personalistica del potere che vede le élite, o coloro che aspirano a farvi parte, privilegiare il clientelismo e la logica predatoria all’interesse comune.
L’instabilità che ne consegue ha plasmato anche il fenomeno criminale africano: una struttura altamente flessibile, contraddistinta da partnership temporanee e orientate a business specifici, con alcune caratteristiche tipiche anche della criminalità italiana di stampo mafioso. La violenza, quale risorsa primaria di affermazione dei gruppi criminali, il controllo del territorio, necessario per la predazione delle risorse naturali e statali, la conduzione dei traffici illeciti e i rapporti di dipendenza personali, in riferimento agli altissimi tassi di corruzione della regione.
In un continente in cui è prevalente l’identificazione dell’elettorato su base etnica e dove i colpi di stato hanno visto succedersi attori politici e militari, la legittima alternanza democratica risulta pressoché impossibile, mentre la lotta armata costituisce troppo spesso lo strumento preferenziale di affermazione del potere.
Le origini delle guerre civili possono essere ricondotte a due filoni principali, l’ipotesi ‘grievance’, sulla lamentela, riconducibile alle motivazioni ideologiche, geopolitiche e culturali. E l’ipotesi‘greed’, sull’avidità, relativa alle motivazioni economiche e teorizzata dalla “political economy”.
La realtà empirica dimostra come alla base di quelli che vengono dipinti al e dal mondo occidentale come scontri tribali, folli e irrazionali, piuttosto che un’alternatività tra motivazioni etnico-politiche ed economiche, sussista una loro compresenza. L’ipotesi ‘greed’ differisce in maniera sostanziale dalla prima, per la mancanza di una qualunque motivazione ideologica effettiva, così come dimostrato da numerosi episodi di comprovata cooperazione tra membri corrotti dell’esercito regolare e altri gruppi militari, formalmente contrapposti nello scontro, ma accomunati dall’interesse a perpetuare lo stato di guerra per trarne profitto.
Paradigmatici in questo senso sono lo Zaire – Congo democratico e la Sierra Leone. Entrambi ricchissimi di risorse naturali, hanno visto mutare la natura della competizione, da politica a criminale, parallelamente all’affermarsi di gruppi armati tuttora attivi, rispettivamente come attori militari o criminali, in un climax di efferatezza. Il quadro attuale ritrae due paesi dilaniati dai conflitti interni, dove il potere centrale è stato frammentato in favore di “cupole criminali” distinte, esercitanti potere effettivo su territori limitati, e originatisi da milizie regolari e non, tramite un processo di “criminalizzazione“.
Anche quando generati da rivendicazioni politiche, i movimenti di guerriglia non hanno esitato a sovvertire le proprie finalità e le proprie alleanze, in vista di un profitto maggiore, in termini di potere e controllo, e soprattutto di utile economico. Oggi rappresentano il tessuto primario della criminalità organizzata nell’ Africa subsahariana.

1391.- La mafia nigeriana fra voodoo e computer

Tratta delle prostitute. Droga. Riciclaggio. Truffe on line. Un dossier del Sisde rivela come agiscono le bande africane in Italia, mescolando tradizioni locali a una grande capacità di adattarsi al mercato globalizzato

Riportiamo qui di seguito ampi stralci del rapporto sulla mafia nigeriana – e sui suoi tentacoli in Italia – elaborato dalla rivista italiana di Intelligence Gnosis , edita dal Sisde.

Abituati ad esportare la mafia nazionale all’estero, si è pervenuti in ritardo alla percezione del rischio criminale straniero in Italia. Si sono sottostimati, se non la pericolosità di alcune manifestazioni – quali traffico di droga, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero – almeno il disegno transnazionale più generale e composito. Il presente elaborato propone alcune osservazioni sulla minaccia integrata nigeriana. Sebbene molti analisti ritengano che il collante ‘strutturale’ di tale matrice criminale sia l’omertoso ossequio ad un fideismo superstizioso, sintetizzato dalle pratiche del voodoo o del ju-ju, tuttavia, ad una esplorazione successiva sono emersi caratteri fondanti ancor più complessi e pericolosi. La nostra analisi, quindi, mira ad individuare e qualificare i fattori di rischio avvalendosi della conoscenza degli elementi costitutivi sociali, politici, economici, religiosi e culturali della Repubblica nigeriana.

Essi si ripetono all’interno del fitto contesto reticolare ordito nel tempo dalla locale criminalità a livello internazionale. Rete che si estende anche in Italia, attraverso una complessa filiera impermeabile e indefinita che ha le potenzialità di veicolare istanze integraliste, interessi illegali lobbisti ed attività delittuose.

Il raccapricciante ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nelle acque del Tamigi , la clonazione di un sito Internet bancario, una cassa comune che unisce in un rapporto circolare e perverso lenoni e prostitute sono solo alcuni degli originali aspetti di una stessa realtà criminale, quella di matrice nigeriana, in grado di pianificare indifferentemente omicidi atroci, espressione di rituali primitivi permeati da elementi magici, reati informatici di alto profilo tecnologico, originali e fantasiose iniziative imprenditoriali e gestionali applicate al delitto.

Nell’universo criminale nigeriano si alternano capacità innovative, sotto l’aspetto tecnologico e funzionale, ad elementi primitivi criminogeni. L’alternanza conferisce alla minaccia una duplice natura solo apparentemente differente ma in effetti interattiva ed interdipendente. In essa convivono riti primitivi e superstiziosi, spesso eletti quale iniziatico sanguinario al settarismo lobbista, e modelli tecnologicamente e culturalmente evoluti, in cui si integrano le più diverse e qualificate risorse sociali nigeriane.

Accanto a bande aggressive, che derivano la loro legittimazione da organizzazioni strutturate in madrepatria, quali gli Eiye ed i Black Axe, responsabili di violente risse e di reati predatori particolarmente eclatanti in Piemonte ed in Veneto, si assiste al proliferare di articolazioni ben più solide, delle vere e proprie holding.

Esse si modulano come società moderne, attraverso: la multisettorialità degli affari, derivante dalla morfologia flessibile del modello organizzativo, in grado di aderire utilmente ad ogni aspetto remunerativo del mercato globale; la diffusività delle cellule, che realizzano un ampio network intercontinentale, in cui nodi locali, relativamente autonomi, rispondono all’occorrenza ad imputazioni delle lobby che dirigono i traffici; l’elevata capacità di condividere disegni transnazionali, frutto della duttilità strutturale, della disponibilità a condividere spazi illegali senza esasperare la competitività e dell’adattività agli ambienti ospiti; il mirato esercizio della violenza, normalmente orientata all’interno della diaspora ed in modo ‘inabissato’ per evitare l’allarme sociale.

I gruppi finiscono per operare in modo autonomo, come attori criminali indipendenti, orizzontalmente, quali snodi di una rete e verticalmente, in ambiti associativi mafiosi gerarchizzati.

Camaleonticamente essi assumono atteggiamenti tanto elastici da aderire magmaticamente a differenziati disegni criminosi, assicurandosi una ‘forte tenuta interna’ e cogestendo affari personali e ruoli terminali di un processo ben più ampio ed allogeno.

Non deve quindi meravigliare che per lungo tempo la criminalità nigeriana sia apparsa solo nelle sue manifestazioni più periferiche e residuali e che il conseguente rischio sia stato parcellizzato secondo evidenze casuali. Raccogliendo le tessere e componendole secondo i parametri della potenzialità, la minaccia criminale può riservare inedite preoccupazioni.

Nel territorio italiano la criminalità nigeriana ha acquisito un ottimo livello di competitività nel mercato illecito per la specializzazione conseguita in alcuni settori illegali e per la coesione all’interno dei gruppi. Inoltre ha colto le opportunità offerte dal fitto reticolato transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale.

La transnazionalità e la forte ‘omertà’ presente nelle comunità nigeriane, oltre a connotare la matrice criminale, sono fattori costitutivi del network lobbista, che da tali caratteri trae legittimazione e forza. E’ proprio tale ‘interdipendenza’ il nuovo orizzonte della minaccia, attraverso cui mirare e interpretare le poliedriche attività illegali.

Il felice connubio tra tradizione e modernità emerge anche dalle cosiddette ‘contribution’, che conferiscono uno statuto imprenditoriale attualissimo nell’ambito della prostituzione, ritenuto misoneista e chiuso alle innovazioni, tra riti ju-ju e voodoo. Secondo tale sistema, ormai generalmente applicato, le donne costrette a prostituirsi investono una quota dei guadagni nell’acquisto e nello sfruttamento di altre connazionali che, aumentando i profitti, facilitino l’assolvimento dei loro debiti con l’organizzazione ed il conseguente affrancamento.

Siffatto modello gestionale, ancora più impermeabile, efficace e competitivo, attraverso una partecipazione più diretta e coinvolgente di tutti gli attori illegali, vittime e carnefici, crea un circuito perverso di reciproco coinvolgimento che espande il mercato e limita eventuali defezioni.

Il fenomeno nigeriano in Italia, qualitativamente crescente, emerge soprattutto nel Triveneto, Piemonte, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio e Campania.

In quest’ultima regione i nigeriani, concentrati nell’area domiziana, si sono inseriti nella manodopera in nero e nel traffico di droga. Nel primo caso hanno pressoché monopolizzato la raccolta di pomodori e di frutta, la pastorizia e la piccola produzione casearia.

Nel mercato locale di narcotici, invece, essi hanno vissuto momenti di conflittualità con gruppi albanesi e camorristi, allorquando abbiano tentato di espandere spazi e competenze, minando così i delicati equilibri locali. Sono, inoltre, mal sopportate talune spiralizzazioni che, provocando allarme sociale, mettono a repentaglio l’andamento degli affari criminali nell’area.

Nel Triveneto, in Piemonte e nel centro-Italia, infine, interagiscono gruppi ‘microcriminali’, vere e proprie organizzazioni strutturate come in madrepatria, di cui ripetono interessi ed antagonismi e associazioni di spiccato profilo imprenditoriale e “penetrate” da qualificati pregiudicati.

Sotto l’aspetto direttamente criminale i nigeriani hanno acquisito una posizione competitiva in molti settori illegali.

Il traffico di esseri umani rappresenta il primo collettore di ricavi illegali da destinare al più lucroso traffico degli stupefacenti. Nella tratta, collegata al racket della prostituzione ed allo sfruttamento della manodopera in nero, i sodalizi nigeriani hanno raggiunto elevati standard organizzativi e gestionali, curando interamente ogni fase, dal ‘reclutamento’ in patria (ingaggio per debito) alla fornitura di documenti falsi per l’espatrio, dal trasferimento nei Paesi di arrivo per tappe successive, sino allo smistamento nei vari settori di impiego illecito. La maggior parte delle vittime proviene dagli Stati del sud (soprattutto Edo, ma anche Delta e Lagos), è di etnia Bini, ha un diploma secondario ed è di religione cristiana (pentecostale, cattolica, anglicana).

Nel traffico i cittadini dello Stato di Edo monopolizzano la tratta verso i Paesi Schengen, gli Yoruba e gli Igbo, invece, preferiscono Gran Bretagna ed Usa.

Le principali rotte per il trasferimento in Italia delle clandestine si sviluppano per via aerea -diretta od in tratte successive- oppure via terra, attraverso una serie di soste effettuate in vari Stati africani -in attesa si verifichino le condizioni di sicurezza necessarie alla prosecuzione del viaggio- fino all’attraversamento del Sahara con successivo arrivo in Algeria, Libia o in Marocco.

Da quest’ultimo Paese, via mare, raggiungono la Spagna o direttamente l’Italia.

I viaggi via terra sono compiuti in jeep, condotte da autisti arabi che trasportano una ventina di passeggeri per volta, e possono durare da 2/8 mesi fino a due anni. La tratta via mare, con partenza dalle coste marocchine, avviene in modo precario su piccoli scafi che trasportano gruppi di 20 o più persone.

Dai Paesi dell’Africa subsahariana (Africa centrale, occidentale e Corno d’Africa) arriva un flusso crescente di clandestini diretti verso le coste italiane, in prevalenza provenienti dall’Africa occidentale ed in particolare dal Ghana e dalla Nigeria. La Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) prevede la libera circolazione all’interno degli Stati membri. Pertanto, i migranti provenienti dai Paesi dell’area diretti verso l’Italia sarebbero effettivamente controllati solo allorquando varchino la frontiera con l’Algeria e la Libia.

Le clandestine sono destinate soprattutto al mercato della prostituzione. Il fenomeno ha assunto un rilievo ‘epidemico’ tanto da interessare pressoché tutto il territorio nazionale. Infatti, il 60 per cento delle prostitute straniere presenti in Italia è di origine africana. Si concentra inizialmente nel Piemonte e nel Veneto, sviluppandosi su tutto il territorio nazionale ad opera dei gruppi deputati a gestire il debito delle migranti ammontante a 50/60.000 euro.

Il racket della prostituzione si avvale, talvolta, dell’attività di associazioni apparentemente legali, collegate ai vertici criminali nell’area di origine.

C’è poi il traffico di droga. L’Italia è interessata al narcotraffico sia direttamente, sia quale snodo per altri Stati europei.

I gruppi africani investono nella droga parte dei proventi della tratta e della prostituzione, sfruttando la fitta rete intercontinentale nigeriana al fine di selezionare corrieri di varia nazionalità e provenienza (anche tra microcriminali delle diverse realtà ospiti) e mantenere rapporti efficaci con omologhi sodalizi sudamericani ed asiatici.

Essi, inoltre, utilizzano opportunisticamente canali e strutture dedite anche ad altri servizi criminali, così rendendo il proprio profilo interoperativo ed assicurando un costante incremento del bacino d’utenze e delle risorse disponibili.

Anche in Italia viene adottato il sistema ‘a grappolo’ e ‘della formica’, che coinvolge un gran numero di corrieri incaricati di trasportare quantità relativamente piccole. Peraltro questi ultimi, spesso ‘ingoiatori’ di ovuli (che contengono la droga) o occidentali incensurati (meno soggetti a controlli), utilizzano differenziate rotte d’ingresso (aeree, marittime e terrestri).

I profitti delittuosi alimentano diversificati traffici illegali, anche in considerazione del rapporto spesso organico tra i gruppi operanti che, partecipando ad un fitto network transnazionale, possono agevolmente orientare i proventi nei settori più remunerativi.

Sempre più nigeriani investono in attività commerciali (nei settori alimentari etnici), imprenditoriali, phone-center e strutture finanziarie di trasferimento di denaro, soprattutto money-transfer, attraverso cui controllano i circuiti delle rimesse in patria e supportano le filiere illegali all’estero.

In conclusione, l’elevata capacità di alimentare la rete clientelare-lobbista-criminale consente ai gruppi nigeriani di interpretare fedelmente le opportunità offerte dalla transnazionalità.

La poliedricità degli interessi illegali coltivati e la capillarità delle presenze nigeriane a livello mondiale garantiscono potenzialità competitive e rapida possibilità di convertire lo strumento illegale a favore degli affari congiunturalmente più remunerativi.

La morfologia organizzativa della criminalità nigeriana presenta, infatti, una duttilità che consente di aderire alle più remunerative logiche del mercato globale e di sfruttare la vulnerabilità del Paese ospite.

Inoltre, la complessità sociale ed etnica e le tensioni centrifughe presenti in Nigeria assicurano pericolosi canali di comunicazione e trasferimento delle criticità anche in Europa ed in Italia.

1390.- Immigrazione: traffici criminali e solidarietà d’interesse

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Cifre e dati sull’immigrazione. Il giro d’affari di un traffico criminale che ha come complice la nostra falsa accoglienza. Di Stefano Alì

Accoglienza benevola o destino crudele? Quale è il nostro vero atteggiamento verso l’immigrazione? Come la strega di Hänsel e Gretel facciamo da “palo” per i traffici criminali.

Dalla casa marzapane che li aveva attirati e che stavano sgranocchiando spunta una vecchietta gentilissima. Mossa a compassione, si offre di ospitare i due fratelli. I bambini, non sapendo dove andare, accettano grati la sua ospitalità.
Ben presto Hänsel e Gretel si rendono conto di non essere più liberi. Sono prigionieri della vecchia, che si era finta compassionevole quando in realtà era una strega nota per aver ucciso e mangiato molti bambini. (Trama di “Hänsel e Gretel” – Fratelli Grimm).

Nel fenomeno dell’immigrazione le nostre false “ospitalità” e “solidarieta” attraggono i migranti come la “casa di marzapane”. Trascinandoli in un abisso infernale.

Perché l’immigrazione è un affare. Non importa quanti ne muoiono. L’importante è che ne arrivino sempre di più per aumentare il giro di affari.

Per rendere tutto questo accettabile all’opinione pubblica occorre presentarlo nel modo giusto.

Le parole chiave sono Solidarietà, Accoglienza e Integrazione. Ma li aspetta la casa della strega.

Immigrazione: La confusione delle parole e delle cifre

Migranti, profughi, rifugiati e sfollati

Molti rapporti, specie delle agenzie e organizzazioni internazionali, continuano a citare dati dei “profughi”. Nel palazzo romano sgomberato di via Curtatone/Piazza Indipendenza troneggiava uno striscione: “Siamo profughi, non clandestini”.

Nei rapporti UNHCR si parla di profughi che scappano dalle guerre, sostenendo di fare anche “fact checking“.

Allora occorre fare chiarezza. Tutti quelli che scappano da una guerra sono “profughi“. Fra questi, chi chiede asilo in altro Paese è un “rifugiato“.

Chi, pur abbandonando la propria terra o la propria città, rimane nel proprio Paese è uno sfollato.

Al richiedente asilo cui viene riconosciuto lo stato di “rifugiato” viene applicata la “Convenzione di Ginevra”. Ha perciò diritto all’assistenza sanitaria e sociale gratuita, all’istruzione gratuita eccetera.

Richiedere asilo infatti non significa averne diritto. La richiesta viene esaminata, ma – nel frattempo – la ricevuta della richiesta costituisce già permesso di soggiorno e i tempi dell’esame delle richieste, stante l’intasamento, sono ormai biblici.

Attribuire per automatismo mediatico a tutti coloro che sbarcano in Italia lo stato di profugo, quindi, è intellettualmente disonesto.

Immigrazione e rifugiati: le cifre

In tutto il 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone (fonte: Ministero dell’Interno). Di queste solo 123.600 hanno richiesto asilo (fonte: Ministero dell’Interno).

Ben 57.836 sbarcati (il 32%) non hanno neanche avanzato la richiesta di asilo, testimoniando di per se di essere ben a conoscenza di non averne diritto.

Non ho trovato statistiche delle istanze accettate relative all’anno di presentazione. Le statistiche che ho trovato si riferiscono alle istanze accettate rispetto al totale delle istanze esaminate nel corso dell’anno.

Siccome, però, ormai il dato è consolidato, possiamo assumere che circa il 5% delle richieste di asilo avanzate ottiene il riconoscimento di “rifugiato” (il “profugo” fuori dal suo Stato).

Con riferimento al 2016, quindi, dei 123.600 richiedenti, solo 6.180 saranno riconosciuti “rifugiati”. Se, invece, prendiamo a riferimento il numero complessivo degli sbarchi del 2016 (181.436 migranti), la percentuale è ancora più irrisoria: appena il 3% .

I profughi: rifugiati e sfollati

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ci spiega che:

La spinta all’emigrazione da questi paesi deriva da fattori di instabilità politica e sociale.

L’Eritrea (20% degli arrivi totali del 2015) è dominata da più di vent’anni dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki; tra le cause della fuga, oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, c’è la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata.

In Somalia (14% del totale degli sbarchi 2015), dopo oltre 25 anni di conflitto civile, la minaccia maggiore è rappresentata dai miliziani di al-Shebaab, autori, negli ultimi mesi, di sanguinosi attacchi terroristici nella capitale.

Le incursioni di Boko Haram, invece, sono le principali responsabili della emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui il solo 2015 ha fatto registrare quasi 11mila morti violente.

Ma così i conti dell’immigrazione non tornano.

Ad esempio nel 2016 sono state esaminate 18.542 richieste di asilo di persone provenienti dalla Nigeria. Solo in 521 (2,8%) hanno ottenuto lo stato di rifugiato. Molto al di sotto della media generale che si attesta al 5% delle richieste esaminate.

Dove sta l’errore? Nella confusione creata (non sempre in buona fede).

Prendiamo la Nigeria, il Paese da cui arriva il maggior numero di migranti. Boko Haram controlla una parte del territorio a nord.

Secondo le mappe “ReliefWeb“, la maggior parte dei profughi si limita a spostamenti interni:

Si tratta di “profughi”, ma IDPs (Internal Displaced Persons) ovvero “sfollati”. Molti i “rifugiati” nei Paesi vicini.

Ecco perché il numero di richieste di asilo politico accettate di nigeriani è così esiguo.

Identico discorso per la Somalia. Secondo l’agenzia di intelligence USA Stratfor, Al Shebaab ne controlla una parte:

La situazione dei profughi somali e di tutto il Corno d’Africa è rappresentata in figura:

Secondo i dati nessun arrivo dallo Yemen. In netta diminuzione gli arrivi dalla Siria, nonostante il “corridoio umanitario“.

A proposito dei “ribelli”

Apro e chiudo una parentesi. Al Shabaab e Boko Haram sono delle frange della corrente Wahabita dell’Islam.

La stessa corrente, di derivazione sunnita, di cui fanno parte Isis e talebani.

per oltre due secoli il Wahhabismo è stato il credo dominante nella Penisola Arabica e dell’attuale Arabia Saudita. Esso costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su un’interpretazione letteralista del Corano.

I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell’Islam. I suoi critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a un’interpretazione rigorosa dell’Islam, ricordando come dalla loro linea di pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i Ṭālebān (Wikipedia).

Ovviamente, trattandosi di Arabia Saudita, con cui facciamo affari e a cui vendiamo le nostre armi, l’argomento è “off limits”.

Approfondirò l’argomento in altro post e aggiornerò questo inserendo il relativo link.

Immigrazione: Il viaggio infernale verso l’inferno

Perché emigrare

La gran parte dell’immigrazione in Italia, quindi, non è frutto di guerre e conflitti. Ma allora cosa spinge queste persone a lasciare il loro Paese?

Un miraggio. Il miraggio di una vita migliore, di lavoro più facile e guadagni elevati. Il miraggio di un futuro diverso.

Nel libro “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” della prof. Anna Bono leggiamo alcune testimonianze.

Secondo il Ministro dei senegalesi all’estero, a partire sono ragazzi e uomini con discrete posizioni sociali: insegnanti, impiegati pubblici e persino docenti universitari. Per il Ministro la gente non parte perché non ha niente. Va via perché vuole di più.

Leggendo il libro della prof. Bono, le convinzioni del Ministro sembrano essere confermate da diverse storie raccontate dai migranti stessi.

In un servizio della BBC del 2015, ad esempio, un giovane immigrato di 30 anni spiegava al giornalista perché era partito: Gli avevano detto «Lo sanno tutti che là (in Europa, n.d.r.) si può guadagnare un sacco di denaro».

Aggiungeva che se avesse saputo quanto è pericoloso il viaggio non sarebbe partito. Anche se venisse pagato per andare, non partirebbe più.

Identico discorso per il lottatore e la portiera della nazionale femminile di calcio del Gambia che, però, sono morti nel viaggio.

A morire nel viaggio anche un allevatore senegalese di 27 anni che ha venduto la sua mandria per pagarsi il viaggio mortale.

Il prezzo della vita

Si deve tenere presente che il viaggio ha un costo fra i 3.500 e i 6.000 dollari. Chi è davvero disperato non può pagarsi il viaggio. Chi disperato non è, lo diventa.

In molti casi l’emigrazione diventa l’investimento della famiglia.

Tutti i componenti si tassano per consentire a un familiare di emigrare in modo che questo, diventando ricco (come abbiamo visto il solo fatto di emigrare è garanzia – falsa – di successo e ricchezza), può poi provvedere alle necessità economiche di tutta la famiglia.

Il viaggio infernale

La mostruosa realtà si presenta già durante il viaggio. Il rapporto UNICEF “Un viaggio fatale per i bambini” si riferisce ai bambini, la parte più fragile, sfruttata e violentata del flusso di immigrazione.

Ma vale per tutti quelli che intraprendono la “rotta del Mediterraneo centrale”.

Nelle mani delle organizzazioni criminali gli emigranti attraversano il deserto a piedi. A volte per giorni senza acqua né cibo. Subiscono violenze e abusi. Muoiono a migliaia. MISSING! Semplicemente spariti, svaniti nel nulla.

Ci riflettano i sostenitori del “nel Mediterraneo dobbiamo salvarne di più“. Come con l’operazione “Triton” che ha consentito ad alcune ONG colluse di andare a prelevare i “naufraghi” appena partiti dalla costa.

Rendendo più sicura la traversata, i morti nel Mediterraneo sono aumentati.

Da un lato perché sono aumentate le partenze dai Paesi di origine e quindi il flusso, dall’altro perché le organizzazioni criminali hanno cominciato a risparmiare sul costo dei natanti.

Se riuscissimo a rendere la traversata del Mediterraneo assolutamente sicura, aumenterebbero a dismisura i morti e i dispersi nel viaggio via terra. Lungo la tratta che porta gli immigrati dai loro Paesi alle coste libiche.

Metteremmo ancora più persone nelle mani delle organizzazioni criminali.

Perché siamo noi a fare pubblicità alle “agenzie di viaggio” criminali.

Se non ci fosse l’illusione di una inesistente vita migliore, se le organizzazioni criminali non potessero far leva su questo miraggio la gente non lascerebbe la propria casa.

Immigrazione: benvenuti all’inferno

Quelli più forti, che hanno superato la prova mortale dell’intero viaggio vengono “accolti” all’inferno.

Diventano materiale buono per lavoro nero, schiavismo, prostituzione femminile e maschile (anche minorile), traffico di organi eccetera.

Oppure stritolati, annientati e annichiliti nella macchina del “sistema di accoglienza” che abbiamo inventato.

Vivo a Catania. È vicina al CARA di Mineo, il più grande d’Europa.

Alcune cose le vedo personalmente, altre mi vengono raccontate.

Vengono sedotti da chi riempie i suoi discorsi con “accoglienza” e “integrazione”. E sono proprio costoro che li spingono nel baratro della criminalità.

Questa non è solidarietà. Si chiama crudeltà.

Schiavi nelle campagne sotto il sole che brucia

Il CARA di Mineo offre vasta scelta di materiale umano a basso costo. I caporali offrono il servizio di accompagnamento. Pochi euro per spaccarsi la schiena anche per 12 ore al giorno. Fino a morire.

La prostituzione

A Catania basta andare nel viale di accesso al porto per “toccare con mano” il fenomeno della immigrazione destinata alla prostituzione maschile. Anche minorile.

Per la quella femminile (anche minorile) occorre spostarsi nelle strade parallele alla Strada Statale 114 verso Siracusa o lungo la Strada Statale 417 per Caltagirone e Gela.

Per le donne può anche presentarsi il problema delle gravidanze. Diventa un problema perché, anche se volessero tenere il bambino, vengono costrette ad abortire.

Spesso con pratiche tribali che portano a emorragie e rischio vita. L’ospedale di Caltagirone è l’unica speranza di salvezza per queste donne.

C’è chi sostiene che dal CARA di Mineo è attivo un servizio navetta che garantisce lo spostamento da e verso i luoghi di “lavoro” per le turnazioni di “servizio”.

Minori non accompagnati e minori che spariscono: Minori “irreperibili”

Secondo il rapporto Oxfam la percentuale è stabile. I minori non accompagnati si attestano al 15% dell’intero flusso di immigrazione.

All’aumentare del flusso aumentano, quindi, i minori non accompagnati.

Dai dati del rapporto Oxfam solo nei primi sei mesi del 2016 sono sbarcati in Italia 13.705 minori non accompagnati. Nello stesso periodo sono stati segnalati 5.222 minori “irreperibili”.

Significa semplicemente che sono scomparsi 5.222 minori non accompagnati. Il 38% di quelli arrivati.

Che fine fanno? Scappano, dice il rapporto.

Ma scappano da soli o ci sono organizzazioni che ne organizzano la fuga?

Da un articolo di “Report”:

Se un minore appena sbarcato è in grado uno o due giorni dopo di andarsene significa che ha un punto di riferimento sul territorio; un’organizzazione che gli dà contatti telefonici, nomi, indirizzi. E questo, di solito, non avviene nell’interesse del minore (Amalia Settineri Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma)

 

Sono molti e diversi i rischi cui vanno incontro, da quello relativo alla prostituzione minorile, allo sfruttamento nel lavoro, c’è poi la manovalanza nel crimine, lo spaccio, e tra i rischi non si esclude neppure il traffico di organi. (Vittorio Piscitelli, Commissario straordinario del governo per le persone scomparse) ..

Benvenuti all’inferno!

Però “Accoglienza”, “Ospitalità”, “Integrazione” sono le parole chiave per farne arrivare sempre di più. Per metterne sempre di più nelle mani della criminalità organizzata.

E per aumentare il fascino nefasto i complici delle organizzazioni criminali si sono inventati una nuova sirena: lo Jus Soli.

Una legge che pare fatta apposta per far aumentare il flusso di minori non accompagnati.

Ne scriverò in un prossimo post.

Immigrazione: Maschi in cattività

Le cifre

Anche in questo caso le percentuali sono abbastanza stabili, quindi possiamo prendere a riferimento i dati del 2016.

Delle 123.600 richieste di asilo, 105.006 sono di maschi (85%).

Nella fascia di età compresa fra 18 e 30 anni si collocano 99.066 richieste (80%).

Quindi una enorme maggioranza di immigrati è costituita da maschi nel pieno vigore fisico.

Uomini e donne o maschi e femmine?

Senza voler sviluppare un trattato, mi limito a scrivere che la biochimica e, quindi, la fisiologia (ovvero il funzionamento psico-fisico) degli uomini e delle donne è diverso.

A meno di rigettare l’intera teoria evoluzionistica, il genere umano fa parte del regno animale.

Con buona pace della Boldrini e di chi, andandole appresso, sostiene l’assoluta parità dei sessi1, le ovaie della femmina del genere umano inducono ormoni estrogeni (progesterone prima di tutto), mentre i testicoli del maschio inducono ormoni androgeni (essenzialmente testosterone).

Come per qualunque altro animale.

E l’equilibrio naturale ha bisogno di entrambi. Ha bisogno dei rispettivi ruoli fisiologici che la stessa natura ha assegnato.

In una società civile, poi, è necessario che ci sia la parità dei diritti. Non solo nella diversità del sesso, ma anche nella diversità della stessa sessualità.

Pari dignità nella diversità.

In alcuni casi si possono canalizzare o, forzando la natura, reprimere gli effetti, ma per quanto “civilizzato” ed “educato” il testosterone continuerà a indurre nel maschio (uomo) aggressività competitiva.

Un nato maschio non sarà mai uguale a una nata femmina e viceversa.

Neppure se stabilito per Legge!

Immigrazione: I maschi in cattività

Come abbiamo visto, la grande maggioranza degli immigrati è di sesso maschile e nel pieno del vigore (18-30 anni).

Mentre gli ormoni esplodono, il nostro “sistema di accoglienza” mette queste persone in cattività.

Li ricolloca. Isolandoli. Segregandoli.

Cosa pensiamo? Di poterli riportare alle polluzioni notturne o, al massimo, alla masturbazione?

E noi “civiltà avanzata” non ci rendiamo neppure conto del livello di sofferenza che produciamo?

Non ci rendiamo conto che spingiamo esseri umani verso elevati livelli di aggressività? O pensiamo di aggiungere dosi industriali di bromuro di potassio ai pasti?

Conclusioni

L’obiettivo di questo lungo post è dimostrare quanto marcio sia il nostro sistema di accoglienza.

Quanto pelosa e collusa sia la politica che gioca sulle emozioni dell’opinione pubblica per agevolare azioni criminali.

Nulla è cambiato dai tempi del favoreggiamento di Buzzi e Carminati. Pochissimi i politici in buona fede.

“Accogliamoli tutti” significa agevolare i flussi di materia prima per le organizzazioni criminali.

E la “materia prima” è costituita da uomini e donne sedotti da una prospettiva di vita migliore che non esiste.

E allora? Affondiamo le imbarcazioni?

Scherziamo? Ancora una volta si parla di uomini e donne. Di esseri umani.

Nessuno si consenta neppure di immaginare che affondare le imbarcazioni sia una soluzione ammissibile!

Che fare?

Politici, organizzazioni, ONG, Agenzie ONU, gerarchie ecclesiastiche di tutte le religioni sono presenti nel Paesi di partenza e in Italia. Per lucrare.

Come con “Mafia capitale”.

Ma cosa fanno per far comprendere che l’Europa e sopratutto l’Italia sono l’inferno e non la terra promessa?

Cosa fanno per far comprendere che nessun futuro li aspetta oltre il Mediterraneo?

A giudicare dagli effetti, nulla.

Non “aiutiamoli a casa loro”, per carità!

“Aiutiamoli a casa loro”, dice Matteo Renzi.

Tremo solo al pensiero, visto il suo concetto di aiuto.

Visti i suoi rapporti di affari e di fornitura di armi all’Arabia Saudita, principale elemento di instabilità di quell’area.

Ma dallo Yemen, implacabilmente bombardato dall’Arabia Saudita con le bombe italiane, non arrivano migranti. Quindi è tutto a posto!

Visto che la sua ENI ha svaligiato le enormi risorse naturali dei Paesi con cui è venuta in contatto. Con cui ha scontrato i suoi interessi.

Poco tempo fa sono emersi gli scandali delle mazzette pagate dall’ENI (come fosse una novità) per saccheggiare le risorse naturali nigeriane.

Qualche notizia qui, qui e qui.

Questa è vera mafia!

Fin’ora, quindi, hanno tutti partecipato per agevolare un olocausto. Perché i flussi migratori sono ancora più lucrosi dell’assistenza.

Una complicità diffusa, ramificata come una piovra.

Come la mafia e per la mafia.

Perché anche questa è mafia!