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1394 .- Mani invisibili e verità sepolte

di Elisa Maria Brusca e Ilenia Ciotta

foto articolo

All’Addaura volevano uccidere Giovanni Falone. Era il 21 giugno 1989. Ma qualcosa andò storto. Contesto, metodo e movente sono stati ricostruiti, ma i profili dei responsabili restano nebulosi, sommersi da un mare magnum di certezze latenti, verità occulte e menzogne ostentate.
Il giudice Falcone aveva detto poche cose, ma chiarissime: tutto partiva dalla borgata palermitana dell’Arenella, perché la famiglia a capo del mandamento in cui doveva avvenire l’attentato era quella che più si era mobilitata. Il giudice parlava anche di centri di potere occulto esterni alla mafia, mani invisibili di un grande architetto così abile da trasformare, all’occorrenza, Cosa nostra nel suo “pupo”. La mafia non ha mai accettato strumentalizzazioni ma è sempre stata ben disposta a ricevere input e richieste, qualora sussistano convergenze su interessi strategici.
I segnali, in quei mesi, erano stati tanti. La mancanza di strumenti giuridici funzionali alle indagini, la fallita nomina di Giovanni Falcone ad Alto Commissario per la lotta alla mafia e prima a consigliere Istruttore, le lettere del Corvo, le accuse su una strumentale presenza di Tommaso Buscetta a Palermo potrebbero apparire episodi isolati ma brillano di nuova luce se inclusi in un copione già messo in scena: screditare – isolare – eliminare in ogni modo Giovanni Falcone.
Il giudice Falcone che, già allora, aveva intuito la connessione tra flusso di denaro e consenso politico. Lo stesso Falcone che aveva, probabilmente, individuato deviazioni e anomalie anche negli apparati dello Stato, settori che occultavano e ostacolavano le indagini a un livello superiore. Tentativi di depistaggio, connivenze e errori umani si legavano in un nodo gordiano indissolubile. E certamente, dopo più di due decenni, i resti di memorie parzialmente dissolte non riescono a ricostruire la verità. È, dunque, lecito interrogarsi su quale sia il punto di equilibrio tra segreto di Stato per la ragion di Stato e segreto di Stato come strumento per trincerarsi in complici silenzi.
Ci hanno sempre raccontato che lo Stato e Cosa Nostra, lo Stato e l’Antistato, Palermo e l’altra Palermo non si sono  mai sedute allo stesso tavolo. Ma chi è lo Stato e chi è degno di rappresentarlo? C’è stato un momento in cui la sponda del bene e la sponda del male sono confluite in un fiume di depistaggi, false prove e omicidi eccellenti. Quel fiume deve essere guadato.
È necessario ritrovare il filo conduttore. Dopo i candelotti di dinamite piazzati all’Addaura, gli omicidi di Nino Agostino e di sua moglie Ida, poi la scomparsa dell’agente Emanuele Piazza. Gli indizi e le indagini sembrano seguire un disegno che ricorda l’intreccio di Penelope: non appena viene fatto un passo verso la verità, emergono nuovi elementi che ribaltano la situazione.
Ma, in quell’intreccio, certi errori restano invischiati. A cominciare dagli oggetti rinvenuti sulla scogliera la mattina del 21 giugno: articoli, all’apparenza, di comune uso balneare mascherano l’esplosivo che avrebbe dovuto compiere l’attentato. Eppure, nonostante risultassero presenti sul luogo già dal giorno precedente, non avevano destato alcuno sospetto nei poliziotti di guardia sino al mattino successivo. Dagli stessi, in sede di analisi scientifiche, si estrarranno i profili biologici di quattro uomini affiliati a Cosa Nostra, dichiarati poi inattendibili a causa dell’utilizzo di pinze non adeguatamente sterilizzate. Le innumerevoli contraddizioni e reticenze, rilevate in sede di interrogatorio, del maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino – l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno che doveva far saltare in aria il giudice Falcone – hanno ulteriormente offuscato il quadro.
A chi non è stato testimone di quel fallito attentato non rimane che consultare atti processuali e articoli di giornale. I più ardimentosi proveranno a tracciare un identikit. Proprio il carattere transnazionale delle piste seguite da Falcone sembra indirizzare verso “menti raffinatissime”, perfettamente integrate in un reticolo criminale, personalità con accesso ad una visione globale dotate di un esteso margine di movimento anche all’interno di strutture investigative.
La mafia vive di abitudini e soffiate. L’ipotesi di una talpa interna al Palazzo di Giustizia di Palermo non è da scartare.
La presenza di Falcone al funerale del poliziotto Nino Agostino e il saluto che ha fatto alla sua bara sembrano rivelare il legame tra due storie distinte, ma non sconnesse. Dopo tanto tempo in molti sperano che affiorino frammenti di verità su questa vicenda dell’Addaura. E su tante altre come la scomparsa di documenti dalla cassaforte della prefettura dove dormiva il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Come la scomparsa di numerosi file dai computer del giudice Falcone.
E’ necessario conoscere certe verità. Per avere speranza, per capire, perché lo scontro con certi poteri non si trasformi in una lotta contro i mulini a vento.

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1393.- Studiare le mafie

1392.- Cupole criminali, colpi di Stato e guerre africane

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Eleonora Di PIlato – Università di Milano, relatore della tesi, professore Nando dalla Chiesa. Da Ri.t

L’Africa ha vissuto più di 40 guerre e circa 90 colpi di stato militari dalle indipendenze a oggi, un’instabilità cronica che la rende il continente in cui più vividamente si palesa la relazione di interdipendenza tra il crimine organizzato e le guerre civili.
A livello nazionale la mancanza di effettività di governo tipica dei governi africani, unita ad una profonda disgregazione della compagine sociale sulla base delle differenze etniche, religiose o claniche, ha creato le condizioni per una replicazione su scala locale delle logiche di dominazione e predazione straniera.
Il trascorso di sfruttamento coloniale in origine, quello neo-imperialista durante la Guerra Fredda, insieme all’ostracismo internazionale degli Anni Novanta, compaiono infatti tra i responsabili dell’affermazione di una gestione patrimoniale e personalistica del potere che vede le élite, o coloro che aspirano a farvi parte, privilegiare il clientelismo e la logica predatoria all’interesse comune.
L’instabilità che ne consegue ha plasmato anche il fenomeno criminale africano: una struttura altamente flessibile, contraddistinta da partnership temporanee e orientate a business specifici, con alcune caratteristiche tipiche anche della criminalità italiana di stampo mafioso. La violenza, quale risorsa primaria di affermazione dei gruppi criminali, il controllo del territorio, necessario per la predazione delle risorse naturali e statali, la conduzione dei traffici illeciti e i rapporti di dipendenza personali, in riferimento agli altissimi tassi di corruzione della regione.
In un continente in cui è prevalente l’identificazione dell’elettorato su base etnica e dove i colpi di stato hanno visto succedersi attori politici e militari, la legittima alternanza democratica risulta pressoché impossibile, mentre la lotta armata costituisce troppo spesso lo strumento preferenziale di affermazione del potere.
Le origini delle guerre civili possono essere ricondotte a due filoni principali, l’ipotesi ‘grievance’, sulla lamentela, riconducibile alle motivazioni ideologiche, geopolitiche e culturali. E l’ipotesi‘greed’, sull’avidità, relativa alle motivazioni economiche e teorizzata dalla “political economy”.
La realtà empirica dimostra come alla base di quelli che vengono dipinti al e dal mondo occidentale come scontri tribali, folli e irrazionali, piuttosto che un’alternatività tra motivazioni etnico-politiche ed economiche, sussista una loro compresenza. L’ipotesi ‘greed’ differisce in maniera sostanziale dalla prima, per la mancanza di una qualunque motivazione ideologica effettiva, così come dimostrato da numerosi episodi di comprovata cooperazione tra membri corrotti dell’esercito regolare e altri gruppi militari, formalmente contrapposti nello scontro, ma accomunati dall’interesse a perpetuare lo stato di guerra per trarne profitto.
Paradigmatici in questo senso sono lo Zaire – Congo democratico e la Sierra Leone. Entrambi ricchissimi di risorse naturali, hanno visto mutare la natura della competizione, da politica a criminale, parallelamente all’affermarsi di gruppi armati tuttora attivi, rispettivamente come attori militari o criminali, in un climax di efferatezza. Il quadro attuale ritrae due paesi dilaniati dai conflitti interni, dove il potere centrale è stato frammentato in favore di “cupole criminali” distinte, esercitanti potere effettivo su territori limitati, e originatisi da milizie regolari e non, tramite un processo di “criminalizzazione“.
Anche quando generati da rivendicazioni politiche, i movimenti di guerriglia non hanno esitato a sovvertire le proprie finalità e le proprie alleanze, in vista di un profitto maggiore, in termini di potere e controllo, e soprattutto di utile economico. Oggi rappresentano il tessuto primario della criminalità organizzata nell’ Africa subsahariana.

1391.- La mafia nigeriana fra voodoo e computer

Tratta delle prostitute. Droga. Riciclaggio. Truffe on line. Un dossier del Sisde rivela come agiscono le bande africane in Italia, mescolando tradizioni locali a una grande capacità di adattarsi al mercato globalizzato

Riportiamo qui di seguito ampi stralci del rapporto sulla mafia nigeriana – e sui suoi tentacoli in Italia – elaborato dalla rivista italiana di Intelligence Gnosis , edita dal Sisde.

Abituati ad esportare la mafia nazionale all’estero, si è pervenuti in ritardo alla percezione del rischio criminale straniero in Italia. Si sono sottostimati, se non la pericolosità di alcune manifestazioni – quali traffico di droga, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero – almeno il disegno transnazionale più generale e composito. Il presente elaborato propone alcune osservazioni sulla minaccia integrata nigeriana. Sebbene molti analisti ritengano che il collante ‘strutturale’ di tale matrice criminale sia l’omertoso ossequio ad un fideismo superstizioso, sintetizzato dalle pratiche del voodoo o del ju-ju, tuttavia, ad una esplorazione successiva sono emersi caratteri fondanti ancor più complessi e pericolosi. La nostra analisi, quindi, mira ad individuare e qualificare i fattori di rischio avvalendosi della conoscenza degli elementi costitutivi sociali, politici, economici, religiosi e culturali della Repubblica nigeriana.

Essi si ripetono all’interno del fitto contesto reticolare ordito nel tempo dalla locale criminalità a livello internazionale. Rete che si estende anche in Italia, attraverso una complessa filiera impermeabile e indefinita che ha le potenzialità di veicolare istanze integraliste, interessi illegali lobbisti ed attività delittuose.

Il raccapricciante ritrovamento dei resti mutilati di un bambino nigeriano nelle acque del Tamigi , la clonazione di un sito Internet bancario, una cassa comune che unisce in un rapporto circolare e perverso lenoni e prostitute sono solo alcuni degli originali aspetti di una stessa realtà criminale, quella di matrice nigeriana, in grado di pianificare indifferentemente omicidi atroci, espressione di rituali primitivi permeati da elementi magici, reati informatici di alto profilo tecnologico, originali e fantasiose iniziative imprenditoriali e gestionali applicate al delitto.

Nell’universo criminale nigeriano si alternano capacità innovative, sotto l’aspetto tecnologico e funzionale, ad elementi primitivi criminogeni. L’alternanza conferisce alla minaccia una duplice natura solo apparentemente differente ma in effetti interattiva ed interdipendente. In essa convivono riti primitivi e superstiziosi, spesso eletti quale iniziatico sanguinario al settarismo lobbista, e modelli tecnologicamente e culturalmente evoluti, in cui si integrano le più diverse e qualificate risorse sociali nigeriane.

Accanto a bande aggressive, che derivano la loro legittimazione da organizzazioni strutturate in madrepatria, quali gli Eiye ed i Black Axe, responsabili di violente risse e di reati predatori particolarmente eclatanti in Piemonte ed in Veneto, si assiste al proliferare di articolazioni ben più solide, delle vere e proprie holding.

Esse si modulano come società moderne, attraverso: la multisettorialità degli affari, derivante dalla morfologia flessibile del modello organizzativo, in grado di aderire utilmente ad ogni aspetto remunerativo del mercato globale; la diffusività delle cellule, che realizzano un ampio network intercontinentale, in cui nodi locali, relativamente autonomi, rispondono all’occorrenza ad imputazioni delle lobby che dirigono i traffici; l’elevata capacità di condividere disegni transnazionali, frutto della duttilità strutturale, della disponibilità a condividere spazi illegali senza esasperare la competitività e dell’adattività agli ambienti ospiti; il mirato esercizio della violenza, normalmente orientata all’interno della diaspora ed in modo ‘inabissato’ per evitare l’allarme sociale.

I gruppi finiscono per operare in modo autonomo, come attori criminali indipendenti, orizzontalmente, quali snodi di una rete e verticalmente, in ambiti associativi mafiosi gerarchizzati.

Camaleonticamente essi assumono atteggiamenti tanto elastici da aderire magmaticamente a differenziati disegni criminosi, assicurandosi una ‘forte tenuta interna’ e cogestendo affari personali e ruoli terminali di un processo ben più ampio ed allogeno.

Non deve quindi meravigliare che per lungo tempo la criminalità nigeriana sia apparsa solo nelle sue manifestazioni più periferiche e residuali e che il conseguente rischio sia stato parcellizzato secondo evidenze casuali. Raccogliendo le tessere e componendole secondo i parametri della potenzialità, la minaccia criminale può riservare inedite preoccupazioni.

Nel territorio italiano la criminalità nigeriana ha acquisito un ottimo livello di competitività nel mercato illecito per la specializzazione conseguita in alcuni settori illegali e per la coesione all’interno dei gruppi. Inoltre ha colto le opportunità offerte dal fitto reticolato transnazionale che collega le cellule presenti in Italia a quelle diffuse nello scenario intercontinentale.

La transnazionalità e la forte ‘omertà’ presente nelle comunità nigeriane, oltre a connotare la matrice criminale, sono fattori costitutivi del network lobbista, che da tali caratteri trae legittimazione e forza. E’ proprio tale ‘interdipendenza’ il nuovo orizzonte della minaccia, attraverso cui mirare e interpretare le poliedriche attività illegali.

Il felice connubio tra tradizione e modernità emerge anche dalle cosiddette ‘contribution’, che conferiscono uno statuto imprenditoriale attualissimo nell’ambito della prostituzione, ritenuto misoneista e chiuso alle innovazioni, tra riti ju-ju e voodoo. Secondo tale sistema, ormai generalmente applicato, le donne costrette a prostituirsi investono una quota dei guadagni nell’acquisto e nello sfruttamento di altre connazionali che, aumentando i profitti, facilitino l’assolvimento dei loro debiti con l’organizzazione ed il conseguente affrancamento.

Siffatto modello gestionale, ancora più impermeabile, efficace e competitivo, attraverso una partecipazione più diretta e coinvolgente di tutti gli attori illegali, vittime e carnefici, crea un circuito perverso di reciproco coinvolgimento che espande il mercato e limita eventuali defezioni.

Il fenomeno nigeriano in Italia, qualitativamente crescente, emerge soprattutto nel Triveneto, Piemonte, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio e Campania.

In quest’ultima regione i nigeriani, concentrati nell’area domiziana, si sono inseriti nella manodopera in nero e nel traffico di droga. Nel primo caso hanno pressoché monopolizzato la raccolta di pomodori e di frutta, la pastorizia e la piccola produzione casearia.

Nel mercato locale di narcotici, invece, essi hanno vissuto momenti di conflittualità con gruppi albanesi e camorristi, allorquando abbiano tentato di espandere spazi e competenze, minando così i delicati equilibri locali. Sono, inoltre, mal sopportate talune spiralizzazioni che, provocando allarme sociale, mettono a repentaglio l’andamento degli affari criminali nell’area.

Nel Triveneto, in Piemonte e nel centro-Italia, infine, interagiscono gruppi ‘microcriminali’, vere e proprie organizzazioni strutturate come in madrepatria, di cui ripetono interessi ed antagonismi e associazioni di spiccato profilo imprenditoriale e “penetrate” da qualificati pregiudicati.

Sotto l’aspetto direttamente criminale i nigeriani hanno acquisito una posizione competitiva in molti settori illegali.

Il traffico di esseri umani rappresenta il primo collettore di ricavi illegali da destinare al più lucroso traffico degli stupefacenti. Nella tratta, collegata al racket della prostituzione ed allo sfruttamento della manodopera in nero, i sodalizi nigeriani hanno raggiunto elevati standard organizzativi e gestionali, curando interamente ogni fase, dal ‘reclutamento’ in patria (ingaggio per debito) alla fornitura di documenti falsi per l’espatrio, dal trasferimento nei Paesi di arrivo per tappe successive, sino allo smistamento nei vari settori di impiego illecito. La maggior parte delle vittime proviene dagli Stati del sud (soprattutto Edo, ma anche Delta e Lagos), è di etnia Bini, ha un diploma secondario ed è di religione cristiana (pentecostale, cattolica, anglicana).

Nel traffico i cittadini dello Stato di Edo monopolizzano la tratta verso i Paesi Schengen, gli Yoruba e gli Igbo, invece, preferiscono Gran Bretagna ed Usa.

Le principali rotte per il trasferimento in Italia delle clandestine si sviluppano per via aerea -diretta od in tratte successive- oppure via terra, attraverso una serie di soste effettuate in vari Stati africani -in attesa si verifichino le condizioni di sicurezza necessarie alla prosecuzione del viaggio- fino all’attraversamento del Sahara con successivo arrivo in Algeria, Libia o in Marocco.

Da quest’ultimo Paese, via mare, raggiungono la Spagna o direttamente l’Italia.

I viaggi via terra sono compiuti in jeep, condotte da autisti arabi che trasportano una ventina di passeggeri per volta, e possono durare da 2/8 mesi fino a due anni. La tratta via mare, con partenza dalle coste marocchine, avviene in modo precario su piccoli scafi che trasportano gruppi di 20 o più persone.

Dai Paesi dell’Africa subsahariana (Africa centrale, occidentale e Corno d’Africa) arriva un flusso crescente di clandestini diretti verso le coste italiane, in prevalenza provenienti dall’Africa occidentale ed in particolare dal Ghana e dalla Nigeria. La Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) prevede la libera circolazione all’interno degli Stati membri. Pertanto, i migranti provenienti dai Paesi dell’area diretti verso l’Italia sarebbero effettivamente controllati solo allorquando varchino la frontiera con l’Algeria e la Libia.

Le clandestine sono destinate soprattutto al mercato della prostituzione. Il fenomeno ha assunto un rilievo ‘epidemico’ tanto da interessare pressoché tutto il territorio nazionale. Infatti, il 60 per cento delle prostitute straniere presenti in Italia è di origine africana. Si concentra inizialmente nel Piemonte e nel Veneto, sviluppandosi su tutto il territorio nazionale ad opera dei gruppi deputati a gestire il debito delle migranti ammontante a 50/60.000 euro.

Il racket della prostituzione si avvale, talvolta, dell’attività di associazioni apparentemente legali, collegate ai vertici criminali nell’area di origine.

C’è poi il traffico di droga. L’Italia è interessata al narcotraffico sia direttamente, sia quale snodo per altri Stati europei.

I gruppi africani investono nella droga parte dei proventi della tratta e della prostituzione, sfruttando la fitta rete intercontinentale nigeriana al fine di selezionare corrieri di varia nazionalità e provenienza (anche tra microcriminali delle diverse realtà ospiti) e mantenere rapporti efficaci con omologhi sodalizi sudamericani ed asiatici.

Essi, inoltre, utilizzano opportunisticamente canali e strutture dedite anche ad altri servizi criminali, così rendendo il proprio profilo interoperativo ed assicurando un costante incremento del bacino d’utenze e delle risorse disponibili.

Anche in Italia viene adottato il sistema ‘a grappolo’ e ‘della formica’, che coinvolge un gran numero di corrieri incaricati di trasportare quantità relativamente piccole. Peraltro questi ultimi, spesso ‘ingoiatori’ di ovuli (che contengono la droga) o occidentali incensurati (meno soggetti a controlli), utilizzano differenziate rotte d’ingresso (aeree, marittime e terrestri).

I profitti delittuosi alimentano diversificati traffici illegali, anche in considerazione del rapporto spesso organico tra i gruppi operanti che, partecipando ad un fitto network transnazionale, possono agevolmente orientare i proventi nei settori più remunerativi.

Sempre più nigeriani investono in attività commerciali (nei settori alimentari etnici), imprenditoriali, phone-center e strutture finanziarie di trasferimento di denaro, soprattutto money-transfer, attraverso cui controllano i circuiti delle rimesse in patria e supportano le filiere illegali all’estero.

In conclusione, l’elevata capacità di alimentare la rete clientelare-lobbista-criminale consente ai gruppi nigeriani di interpretare fedelmente le opportunità offerte dalla transnazionalità.

La poliedricità degli interessi illegali coltivati e la capillarità delle presenze nigeriane a livello mondiale garantiscono potenzialità competitive e rapida possibilità di convertire lo strumento illegale a favore degli affari congiunturalmente più remunerativi.

La morfologia organizzativa della criminalità nigeriana presenta, infatti, una duttilità che consente di aderire alle più remunerative logiche del mercato globale e di sfruttare la vulnerabilità del Paese ospite.

Inoltre, la complessità sociale ed etnica e le tensioni centrifughe presenti in Nigeria assicurano pericolosi canali di comunicazione e trasferimento delle criticità anche in Europa ed in Italia.

1390.- Immigrazione: traffici criminali e solidarietà d’interesse

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Cifre e dati sull’immigrazione. Il giro d’affari di un traffico criminale che ha come complice la nostra falsa accoglienza. Di Stefano Alì

Accoglienza benevola o destino crudele? Quale è il nostro vero atteggiamento verso l’immigrazione? Come la strega di Hänsel e Gretel facciamo da “palo” per i traffici criminali.

Dalla casa marzapane che li aveva attirati e che stavano sgranocchiando spunta una vecchietta gentilissima. Mossa a compassione, si offre di ospitare i due fratelli. I bambini, non sapendo dove andare, accettano grati la sua ospitalità.
Ben presto Hänsel e Gretel si rendono conto di non essere più liberi. Sono prigionieri della vecchia, che si era finta compassionevole quando in realtà era una strega nota per aver ucciso e mangiato molti bambini. (Trama di “Hänsel e Gretel” – Fratelli Grimm).

Nel fenomeno dell’immigrazione le nostre false “ospitalità” e “solidarieta” attraggono i migranti come la “casa di marzapane”. Trascinandoli in un abisso infernale.

Perché l’immigrazione è un affare. Non importa quanti ne muoiono. L’importante è che ne arrivino sempre di più per aumentare il giro di affari.

Per rendere tutto questo accettabile all’opinione pubblica occorre presentarlo nel modo giusto.

Le parole chiave sono Solidarietà, Accoglienza e Integrazione. Ma li aspetta la casa della strega.

Immigrazione: La confusione delle parole e delle cifre

Migranti, profughi, rifugiati e sfollati

Molti rapporti, specie delle agenzie e organizzazioni internazionali, continuano a citare dati dei “profughi”. Nel palazzo romano sgomberato di via Curtatone/Piazza Indipendenza troneggiava uno striscione: “Siamo profughi, non clandestini”.

Nei rapporti UNHCR si parla di profughi che scappano dalle guerre, sostenendo di fare anche “fact checking“.

Allora occorre fare chiarezza. Tutti quelli che scappano da una guerra sono “profughi“. Fra questi, chi chiede asilo in altro Paese è un “rifugiato“.

Chi, pur abbandonando la propria terra o la propria città, rimane nel proprio Paese è uno sfollato.

Al richiedente asilo cui viene riconosciuto lo stato di “rifugiato” viene applicata la “Convenzione di Ginevra”. Ha perciò diritto all’assistenza sanitaria e sociale gratuita, all’istruzione gratuita eccetera.

Richiedere asilo infatti non significa averne diritto. La richiesta viene esaminata, ma – nel frattempo – la ricevuta della richiesta costituisce già permesso di soggiorno e i tempi dell’esame delle richieste, stante l’intasamento, sono ormai biblici.

Attribuire per automatismo mediatico a tutti coloro che sbarcano in Italia lo stato di profugo, quindi, è intellettualmente disonesto.

Immigrazione e rifugiati: le cifre

In tutto il 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone (fonte: Ministero dell’Interno). Di queste solo 123.600 hanno richiesto asilo (fonte: Ministero dell’Interno).

Ben 57.836 sbarcati (il 32%) non hanno neanche avanzato la richiesta di asilo, testimoniando di per se di essere ben a conoscenza di non averne diritto.

Non ho trovato statistiche delle istanze accettate relative all’anno di presentazione. Le statistiche che ho trovato si riferiscono alle istanze accettate rispetto al totale delle istanze esaminate nel corso dell’anno.

Siccome, però, ormai il dato è consolidato, possiamo assumere che circa il 5% delle richieste di asilo avanzate ottiene il riconoscimento di “rifugiato” (il “profugo” fuori dal suo Stato).

Con riferimento al 2016, quindi, dei 123.600 richiedenti, solo 6.180 saranno riconosciuti “rifugiati”. Se, invece, prendiamo a riferimento il numero complessivo degli sbarchi del 2016 (181.436 migranti), la percentuale è ancora più irrisoria: appena il 3% .

I profughi: rifugiati e sfollati

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ci spiega che:

La spinta all’emigrazione da questi paesi deriva da fattori di instabilità politica e sociale.

L’Eritrea (20% degli arrivi totali del 2015) è dominata da più di vent’anni dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki; tra le cause della fuga, oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, c’è la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata.

In Somalia (14% del totale degli sbarchi 2015), dopo oltre 25 anni di conflitto civile, la minaccia maggiore è rappresentata dai miliziani di al-Shebaab, autori, negli ultimi mesi, di sanguinosi attacchi terroristici nella capitale.

Le incursioni di Boko Haram, invece, sono le principali responsabili della emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui il solo 2015 ha fatto registrare quasi 11mila morti violente.

Ma così i conti dell’immigrazione non tornano.

Ad esempio nel 2016 sono state esaminate 18.542 richieste di asilo di persone provenienti dalla Nigeria. Solo in 521 (2,8%) hanno ottenuto lo stato di rifugiato. Molto al di sotto della media generale che si attesta al 5% delle richieste esaminate.

Dove sta l’errore? Nella confusione creata (non sempre in buona fede).

Prendiamo la Nigeria, il Paese da cui arriva il maggior numero di migranti. Boko Haram controlla una parte del territorio a nord.

Secondo le mappe “ReliefWeb“, la maggior parte dei profughi si limita a spostamenti interni:

Si tratta di “profughi”, ma IDPs (Internal Displaced Persons) ovvero “sfollati”. Molti i “rifugiati” nei Paesi vicini.

Ecco perché il numero di richieste di asilo politico accettate di nigeriani è così esiguo.

Identico discorso per la Somalia. Secondo l’agenzia di intelligence USA Stratfor, Al Shebaab ne controlla una parte:

La situazione dei profughi somali e di tutto il Corno d’Africa è rappresentata in figura:

Secondo i dati nessun arrivo dallo Yemen. In netta diminuzione gli arrivi dalla Siria, nonostante il “corridoio umanitario“.

A proposito dei “ribelli”

Apro e chiudo una parentesi. Al Shabaab e Boko Haram sono delle frange della corrente Wahabita dell’Islam.

La stessa corrente, di derivazione sunnita, di cui fanno parte Isis e talebani.

per oltre due secoli il Wahhabismo è stato il credo dominante nella Penisola Arabica e dell’attuale Arabia Saudita. Esso costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su un’interpretazione letteralista del Corano.

I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell’Islam. I suoi critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a un’interpretazione rigorosa dell’Islam, ricordando come dalla loro linea di pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i Ṭālebān (Wikipedia).

Ovviamente, trattandosi di Arabia Saudita, con cui facciamo affari e a cui vendiamo le nostre armi, l’argomento è “off limits”.

Approfondirò l’argomento in altro post e aggiornerò questo inserendo il relativo link.

Immigrazione: Il viaggio infernale verso l’inferno

Perché emigrare

La gran parte dell’immigrazione in Italia, quindi, non è frutto di guerre e conflitti. Ma allora cosa spinge queste persone a lasciare il loro Paese?

Un miraggio. Il miraggio di una vita migliore, di lavoro più facile e guadagni elevati. Il miraggio di un futuro diverso.

Nel libro “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” della prof. Anna Bono leggiamo alcune testimonianze.

Secondo il Ministro dei senegalesi all’estero, a partire sono ragazzi e uomini con discrete posizioni sociali: insegnanti, impiegati pubblici e persino docenti universitari. Per il Ministro la gente non parte perché non ha niente. Va via perché vuole di più.

Leggendo il libro della prof. Bono, le convinzioni del Ministro sembrano essere confermate da diverse storie raccontate dai migranti stessi.

In un servizio della BBC del 2015, ad esempio, un giovane immigrato di 30 anni spiegava al giornalista perché era partito: Gli avevano detto «Lo sanno tutti che là (in Europa, n.d.r.) si può guadagnare un sacco di denaro».

Aggiungeva che se avesse saputo quanto è pericoloso il viaggio non sarebbe partito. Anche se venisse pagato per andare, non partirebbe più.

Identico discorso per il lottatore e la portiera della nazionale femminile di calcio del Gambia che, però, sono morti nel viaggio.

A morire nel viaggio anche un allevatore senegalese di 27 anni che ha venduto la sua mandria per pagarsi il viaggio mortale.

Il prezzo della vita

Si deve tenere presente che il viaggio ha un costo fra i 3.500 e i 6.000 dollari. Chi è davvero disperato non può pagarsi il viaggio. Chi disperato non è, lo diventa.

In molti casi l’emigrazione diventa l’investimento della famiglia.

Tutti i componenti si tassano per consentire a un familiare di emigrare in modo che questo, diventando ricco (come abbiamo visto il solo fatto di emigrare è garanzia – falsa – di successo e ricchezza), può poi provvedere alle necessità economiche di tutta la famiglia.

Il viaggio infernale

La mostruosa realtà si presenta già durante il viaggio. Il rapporto UNICEF “Un viaggio fatale per i bambini” si riferisce ai bambini, la parte più fragile, sfruttata e violentata del flusso di immigrazione.

Ma vale per tutti quelli che intraprendono la “rotta del Mediterraneo centrale”.

Nelle mani delle organizzazioni criminali gli emigranti attraversano il deserto a piedi. A volte per giorni senza acqua né cibo. Subiscono violenze e abusi. Muoiono a migliaia. MISSING! Semplicemente spariti, svaniti nel nulla.

Ci riflettano i sostenitori del “nel Mediterraneo dobbiamo salvarne di più“. Come con l’operazione “Triton” che ha consentito ad alcune ONG colluse di andare a prelevare i “naufraghi” appena partiti dalla costa.

Rendendo più sicura la traversata, i morti nel Mediterraneo sono aumentati.

Da un lato perché sono aumentate le partenze dai Paesi di origine e quindi il flusso, dall’altro perché le organizzazioni criminali hanno cominciato a risparmiare sul costo dei natanti.

Se riuscissimo a rendere la traversata del Mediterraneo assolutamente sicura, aumenterebbero a dismisura i morti e i dispersi nel viaggio via terra. Lungo la tratta che porta gli immigrati dai loro Paesi alle coste libiche.

Metteremmo ancora più persone nelle mani delle organizzazioni criminali.

Perché siamo noi a fare pubblicità alle “agenzie di viaggio” criminali.

Se non ci fosse l’illusione di una inesistente vita migliore, se le organizzazioni criminali non potessero far leva su questo miraggio la gente non lascerebbe la propria casa.

Immigrazione: benvenuti all’inferno

Quelli più forti, che hanno superato la prova mortale dell’intero viaggio vengono “accolti” all’inferno.

Diventano materiale buono per lavoro nero, schiavismo, prostituzione femminile e maschile (anche minorile), traffico di organi eccetera.

Oppure stritolati, annientati e annichiliti nella macchina del “sistema di accoglienza” che abbiamo inventato.

Vivo a Catania. È vicina al CARA di Mineo, il più grande d’Europa.

Alcune cose le vedo personalmente, altre mi vengono raccontate.

Vengono sedotti da chi riempie i suoi discorsi con “accoglienza” e “integrazione”. E sono proprio costoro che li spingono nel baratro della criminalità.

Questa non è solidarietà. Si chiama crudeltà.

Schiavi nelle campagne sotto il sole che brucia

Il CARA di Mineo offre vasta scelta di materiale umano a basso costo. I caporali offrono il servizio di accompagnamento. Pochi euro per spaccarsi la schiena anche per 12 ore al giorno. Fino a morire.

La prostituzione

A Catania basta andare nel viale di accesso al porto per “toccare con mano” il fenomeno della immigrazione destinata alla prostituzione maschile. Anche minorile.

Per la quella femminile (anche minorile) occorre spostarsi nelle strade parallele alla Strada Statale 114 verso Siracusa o lungo la Strada Statale 417 per Caltagirone e Gela.

Per le donne può anche presentarsi il problema delle gravidanze. Diventa un problema perché, anche se volessero tenere il bambino, vengono costrette ad abortire.

Spesso con pratiche tribali che portano a emorragie e rischio vita. L’ospedale di Caltagirone è l’unica speranza di salvezza per queste donne.

C’è chi sostiene che dal CARA di Mineo è attivo un servizio navetta che garantisce lo spostamento da e verso i luoghi di “lavoro” per le turnazioni di “servizio”.

Minori non accompagnati e minori che spariscono: Minori “irreperibili”

Secondo il rapporto Oxfam la percentuale è stabile. I minori non accompagnati si attestano al 15% dell’intero flusso di immigrazione.

All’aumentare del flusso aumentano, quindi, i minori non accompagnati.

Dai dati del rapporto Oxfam solo nei primi sei mesi del 2016 sono sbarcati in Italia 13.705 minori non accompagnati. Nello stesso periodo sono stati segnalati 5.222 minori “irreperibili”.

Significa semplicemente che sono scomparsi 5.222 minori non accompagnati. Il 38% di quelli arrivati.

Che fine fanno? Scappano, dice il rapporto.

Ma scappano da soli o ci sono organizzazioni che ne organizzano la fuga?

Da un articolo di “Report”:

Se un minore appena sbarcato è in grado uno o due giorni dopo di andarsene significa che ha un punto di riferimento sul territorio; un’organizzazione che gli dà contatti telefonici, nomi, indirizzi. E questo, di solito, non avviene nell’interesse del minore (Amalia Settineri Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma)

 

Sono molti e diversi i rischi cui vanno incontro, da quello relativo alla prostituzione minorile, allo sfruttamento nel lavoro, c’è poi la manovalanza nel crimine, lo spaccio, e tra i rischi non si esclude neppure il traffico di organi. (Vittorio Piscitelli, Commissario straordinario del governo per le persone scomparse) ..

Benvenuti all’inferno!

Però “Accoglienza”, “Ospitalità”, “Integrazione” sono le parole chiave per farne arrivare sempre di più. Per metterne sempre di più nelle mani della criminalità organizzata.

E per aumentare il fascino nefasto i complici delle organizzazioni criminali si sono inventati una nuova sirena: lo Jus Soli.

Una legge che pare fatta apposta per far aumentare il flusso di minori non accompagnati.

Ne scriverò in un prossimo post.

Immigrazione: Maschi in cattività

Le cifre

Anche in questo caso le percentuali sono abbastanza stabili, quindi possiamo prendere a riferimento i dati del 2016.

Delle 123.600 richieste di asilo, 105.006 sono di maschi (85%).

Nella fascia di età compresa fra 18 e 30 anni si collocano 99.066 richieste (80%).

Quindi una enorme maggioranza di immigrati è costituita da maschi nel pieno vigore fisico.

Uomini e donne o maschi e femmine?

Senza voler sviluppare un trattato, mi limito a scrivere che la biochimica e, quindi, la fisiologia (ovvero il funzionamento psico-fisico) degli uomini e delle donne è diverso.

A meno di rigettare l’intera teoria evoluzionistica, il genere umano fa parte del regno animale.

Con buona pace della Boldrini e di chi, andandole appresso, sostiene l’assoluta parità dei sessi1, le ovaie della femmina del genere umano inducono ormoni estrogeni (progesterone prima di tutto), mentre i testicoli del maschio inducono ormoni androgeni (essenzialmente testosterone).

Come per qualunque altro animale.

E l’equilibrio naturale ha bisogno di entrambi. Ha bisogno dei rispettivi ruoli fisiologici che la stessa natura ha assegnato.

In una società civile, poi, è necessario che ci sia la parità dei diritti. Non solo nella diversità del sesso, ma anche nella diversità della stessa sessualità.

Pari dignità nella diversità.

In alcuni casi si possono canalizzare o, forzando la natura, reprimere gli effetti, ma per quanto “civilizzato” ed “educato” il testosterone continuerà a indurre nel maschio (uomo) aggressività competitiva.

Un nato maschio non sarà mai uguale a una nata femmina e viceversa.

Neppure se stabilito per Legge!

Immigrazione: I maschi in cattività

Come abbiamo visto, la grande maggioranza degli immigrati è di sesso maschile e nel pieno del vigore (18-30 anni).

Mentre gli ormoni esplodono, il nostro “sistema di accoglienza” mette queste persone in cattività.

Li ricolloca. Isolandoli. Segregandoli.

Cosa pensiamo? Di poterli riportare alle polluzioni notturne o, al massimo, alla masturbazione?

E noi “civiltà avanzata” non ci rendiamo neppure conto del livello di sofferenza che produciamo?

Non ci rendiamo conto che spingiamo esseri umani verso elevati livelli di aggressività? O pensiamo di aggiungere dosi industriali di bromuro di potassio ai pasti?

Conclusioni

L’obiettivo di questo lungo post è dimostrare quanto marcio sia il nostro sistema di accoglienza.

Quanto pelosa e collusa sia la politica che gioca sulle emozioni dell’opinione pubblica per agevolare azioni criminali.

Nulla è cambiato dai tempi del favoreggiamento di Buzzi e Carminati. Pochissimi i politici in buona fede.

“Accogliamoli tutti” significa agevolare i flussi di materia prima per le organizzazioni criminali.

E la “materia prima” è costituita da uomini e donne sedotti da una prospettiva di vita migliore che non esiste.

E allora? Affondiamo le imbarcazioni?

Scherziamo? Ancora una volta si parla di uomini e donne. Di esseri umani.

Nessuno si consenta neppure di immaginare che affondare le imbarcazioni sia una soluzione ammissibile!

Che fare?

Politici, organizzazioni, ONG, Agenzie ONU, gerarchie ecclesiastiche di tutte le religioni sono presenti nel Paesi di partenza e in Italia. Per lucrare.

Come con “Mafia capitale”.

Ma cosa fanno per far comprendere che l’Europa e sopratutto l’Italia sono l’inferno e non la terra promessa?

Cosa fanno per far comprendere che nessun futuro li aspetta oltre il Mediterraneo?

A giudicare dagli effetti, nulla.

Non “aiutiamoli a casa loro”, per carità!

“Aiutiamoli a casa loro”, dice Matteo Renzi.

Tremo solo al pensiero, visto il suo concetto di aiuto.

Visti i suoi rapporti di affari e di fornitura di armi all’Arabia Saudita, principale elemento di instabilità di quell’area.

Ma dallo Yemen, implacabilmente bombardato dall’Arabia Saudita con le bombe italiane, non arrivano migranti. Quindi è tutto a posto!

Visto che la sua ENI ha svaligiato le enormi risorse naturali dei Paesi con cui è venuta in contatto. Con cui ha scontrato i suoi interessi.

Poco tempo fa sono emersi gli scandali delle mazzette pagate dall’ENI (come fosse una novità) per saccheggiare le risorse naturali nigeriane.

Qualche notizia qui, qui e qui.

Questa è vera mafia!

Fin’ora, quindi, hanno tutti partecipato per agevolare un olocausto. Perché i flussi migratori sono ancora più lucrosi dell’assistenza.

Una complicità diffusa, ramificata come una piovra.

Come la mafia e per la mafia.

Perché anche questa è mafia!

1151.- 70 anni fa Portella della Ginestra la madre di tutti misteri italiani

Strage di Portella della Ginestra, la madre di tutti misteri italiani. Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra si torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Gli assassini, la banda di Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio.
Allora e oggi, memoria e la stessa esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà.

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Il Primo Maggio dei sindacati nazionali con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, celebrato a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, a 70 anni dall’eccidio nella località siciliana. L’esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà, è il messaggio che viene dai sindacati con la scelta di celebrare la Festa dei lavoratori proprio a Portella, vale oggi come allora, soprattutto in una terra dove i livelli di disoccupazione sono un’emergenza. Ma non solo in Sicilia.

La memoria del sopravvissuto

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage.
«Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», spiega.
«Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame».
Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

70 anni della madre di tutti misteri italiani

Con quel titolo le ricordano molti studiosi. La madre di tutti, dei troppi misteri italiani, da quel primo maggio siciliano a piazza Fontana, ai misteri P2 e via occultando. Caduto il segreto di Stato rimane la difficoltà di accedere agli atti che nascondono una parte di verità non ancora raccontata.

Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Quel primo maggio, tra i monti Kumeta e Maja e Pelavet, i lavoratori, in prevalenza contadini, si ritrovarono anche per protestare contro il latifondismo a favore delle terre incolte e per festeggiare il risultato del blocco PCI-PSI alle ultime elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Poi, d’improvviso il rumore secco delle armi, all’inizio scambiate per mortaretti, e corpi che si afflosciano urlanti sulla piana. Raffiche e tiro al bersaglio di assoluta ferocia, con 11 vittime, alla fine, restate a terra, 11 persone colpevoli di essere lavoratori che festeggiavo una data simbolo e alcune importanti vittorie politiche della sinistra.

Alla giustizia e all’opinione pubblica hanno consegnato come unico colpevole Salvatore Giuliano e i suoi uomini trovando nelle sue simpatie filofasciste e anticomuniste il movente della strage. Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio. Strano vero?
Tracce di indicibili accordi tra pezzi di governo e mafia con l’aiuto probabile di forze internazionali più anticomuniste che antifasciste, anche se questa lettura dei fatti hanno provato a derubricarla a sensazionalismo antistorico o complottismo.
Anche se i fatti ci dicono che se Salvatore Giuliano è stato effettivamente a capo del commando che ha premuto i grilletti i mandanti sono ancora una volta da cercare tra la politica, la mafia e gli interessi convergenti di chi, all’epoca, vedeva l’avanzata del Partito Comunista il pericolo da compattare anche con una strage di innocenti. Come fu ancora per molti decenni dopo, per altre stragi.

Il Presidente del Senato Pietro Grasso, nei giorni scorsi, ricorda Giulio Cavalli: «Portella fu essenzialmente una strage politica. La prima strage di civili della storia repubblicana e non c’è dubbio che dietro il massacro vi furono forze sociali politiche e mafiose che spingevano per la conservazione di un certo ordine socio-politico che è quello dove la mafia affonda le sue origini».
Ma Portella della Ginestra non è un caso isolato. Giuseppe Casarrubea nel libro scritto con Mario Josè Cereghino, “La scomparsa di Salvatore Giuliano. Indagine su un fantasma eccellente” Bompiani.

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«C’è una continuità storica segnata da una serie di stragi che, a partire da Portella della Ginestra, hanno costruito un percorso di azione politica eversiva, volta a ottenere risultati attraverso una lotta politica non ortodossa e sotterranea. Noi abbiamo costantemente registrato una connessione tra l’azione dei servizi segreti, prima il Sis poi il Sifar e il Sismi, con altri livelli di azione dello Stato, legati per un verso al governo nazionale, per l’altro al mondo di Cosa nostra.
Si è trattato di un’interazione in cui hanno agito, in modo organico, tre soggetti diversi: elementi del mondo criminale, dominato dalla mafia, che ha funzionato come una sorta di sistema solare rispetto alle orbite del mondo criminale circostante; servizi segreti italiani, dominati a loro volta da quelli americani, Oss e poi Cia; mentre il terzo soggetto è il potere politico».

Qualche giorno fa -ci ricorda sempre Giulio Cavalli- Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni che ha completato il censimento di tutta la documentazione sparsa tra una ventina di diversi istituti, in un’intervista a l’Unità ha lanciato l’allarme: «Gli archivi, soprattutto di Parlamento e governo, non ci rispondono e non ci danno il materiale. Il rischio è che venga tutto sparpagliato disperdendo il contesto».
Il 23 febbraio scorso il senatore Michele Figurelli ha chiesto «la pubblicazione degli atti relativi alla denuncia del 1951 del professor Montalbano contro il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montelepre e l’ispettore di polizia Messana» che avrebbero intrattenuto una vera e propria “trattativa” con il bandito Giuliano nei mesi precedenti alla strage.
In quei documenti ci sarebbero anche le prove dei rapporti tra Washington e il bandito. Figurelli ha anche chiesto «gli interrogatori di Pisciotta e i confronti tra Pisciotta e Sciortino» che indicherebbero l’esistenza dei rapporti con la politica, e i fascicoli «sui mafiosi del comprensorio della Piana degli Albanesi, San Giuseppe Iato e San Cipirello la cui conoscenza è indispensabile per ricostruire il contesto della strage».

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1081.- Dalla Chiesa, via Carini e la strage di Stato

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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Trentaquattro anni dopo quello che non si può dimenticare

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: ‘Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi’. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta…, ta… ed è morto”.
Così il boss corleonese Totò Riina, indiscusso capo di Cosa nostra, ha descritto l’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.
In quel suo “flusso di coscienza”, assieme al compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, Riina ha manifestato tutta la propria ferocia. La stessa messa in altre stragi ed attentati e che vorrebbe mettere in atto anche oggi contro il pm di Palermo Antonino Di Matteo.
La sera in cui morì il generale, vero Padre della Patria, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Difficile non essere d’accordo se si pensa che a trentaquattro anni di distanza su questa strage restano inquietanti ombre.
E’ vero che per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Altrettanto vero è che, sempre all’ergastolo, sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Tuttavia non si conoscono i volti dei mandanti a volto coperto, probabilmente uomini di Stato. Quel che appare evidente è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra.
In un dialogo intercettato tra Giuseppe Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio, e Salvatore Aragona, altro medico vicino ai boss, si parla apertamente di un favore fatto a qualcuno. “Salvatore… – diceva Guttadauro – ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. Rispondeva dunque Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”. “E perché glielo dovevamo fare questo favore…” concludeva ancora Guttadauro. L’intercettazione è del 2001 e queste parole si aggiungono a quelle del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva… Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”) e a quelle di collaboratori di giustizia come Francesco Paolo Anzelmo e Gioacchino Pennino.
Il primo aveva detto che non era stata determinata dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori”; mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.

Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non ha mai potuto esercitare. Cosa avrebbe fatto se li avesse avuti per tempo? Possiamo immaginarlo se consideriamo quanto lo stesso generale disse a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Tanto che il “Divo” Giulio, come scrisse lo stesso generale nel suo diario, “sbiancò”. E’ facile pensare, poi, che avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, scavando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con la politica, l’economia e la parte più occulta e deviata del potere.

Dalla Chiesa aveva già avuto successo contro le Brigate Rosse ed è molto probabile che sarebbe riuscito ad estirpare anche questo cancro. Non ne ha avuto il tempo proprio per quei “poteri mancati”. Nella stessa sentenza di condanna dei boss è scritto che “si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Che 34 anni dopo non si conosca ancora il volto di quei mandanti resta un fatto grave così come grave è la presenza di punti oscuri che vanno oltre l’omicidio e portano alla scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale su cui sta indagando la Procura di Palermo.

Due storie differenti e particolarmente inquietanti. Qualcuno entrò nell’abitazione del prefetto a Villa Pajno durante la notte fra il 3 e il 4 settembre 1982. Arrivò fino alla cassaforte e la svuotò. La mattina del 4 settembre i familiari di Dalla Chiesa cercarono la chiave per aprire quella cassaforte ma senza successo. La chiave ricomparve solo il pomeriggio dell’11 settembre, nel cassettino di un segretario. Quando la cassaforte fu aperta, però, dentro non vi era più nulla a parte una scatola (vuota a sua volta).
La valigia di pelle del generale, invece, è stata ritrovata nel 2013 nei sotterranei del tribunale di Palermo. Era priva di documenti.
Eppure nel verbale di sopralluogo della polizia scientifica, conservato nel fascicolo giudiziario sulla strage di via Carini, viene certificato che poco dopo le 21.30 del 3 settembre 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa (già morto da una quindicina di minuti dentro la sua auto) teneva tra le gambe una borsa piena di carte. In un altro verbale, datato 6 settembre, vi è anche una lettera di trasmissione della squadra mobile di Palermo alla Procura della Repubblica ma qui si fa cenno solo alla borsa del generale. E i documenti? Scomparsi nel nulla. Documenti che si aggiungono a quei tanti, troppi, pezzi mancanti di verità che hanno contraddistinto la storia del nostro Paese.
Segmenti di storia che al momento restano nell’ombra. Chi ha trafugato quei documenti? Possibile che in quelle carte vi fosse qualcosa di indicibile? Possibile che il generale avesse scoperto parte di quel “Gioco grande” di cui tempo dopo parlava Giovanni Falcone? Possibile che è per questo motivo che si è resa necessaria la loro morte? Dalla Chiesa… Falcone… Borsellino… vittime del Sistema criminale integrato che oggi resta più forte che mai e che è pronto ad “eliminare”, professionalmente e fisicamente, coloro che si contrappongono al loro potere e che vogliono trovare la verità su queste morti.
E’ una storia che si ripete, speriamo, senza ulteriori sacrifici.

— O —

Un passo indietro negli anni, con la mente alle registrazioni delle telefonate fra Stato e Mafia fatte cancellare da … Napolitano!

scrive sempre Giorgio Bongiovanni, il 3 settembre 2011

Il Generale, padre della patria

Il 3 settembre 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo venivano trucidati da un commando di Cosa Nostra. Sono passati 29 anni e mi chiedo: Cosa avrebbe potuto fare il Generale se non fosse stato trucidato?
Se gli avessero dato quei poteri che gli avevano promesso e mai assegnato?
Penso che avrebbe stanato, uno ad uno, porta per porta, capi e gregari della mafia.
Li avrebbe trovati tutti, i latitanti, e avrebbe costretto i capi mafiosi a commettere passi falsi, per poterli catturare e arrestare. Avrebbe trovato tutte le prove da consegnare ai magistrati, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri componenti del pool, per minare fin dalle fondamenta i rapporti tra la mafia e la politica.
L’era Andreotti sarebbe finita 10 anni prima e i vari Lima, Ciancimino e tutta la feccia della Dc sarebbe scomparsa dalla nostra isola.
Forse sarebbe riuscito pure ad evitare, indebolendo Cosa Nostra, le stragi Chinnici, Falcone, Borsellino e le altre… Avrebbe scovato quelle sette massoniche che ancora oggi imperversano in Sicilia e sicuramente avrebbe ripulito il marcio che si annida all’interno delle forze dell’ordine in Sicilia e i servizi segreti deviati legati ai boss.
Questo ed altro avrebbe fatto, il Generale, padre della patria e padre di tutti noi giovani diventati uomini anche grazie a lui.
Qualcuno delle entità di grosso potere economico religioso e politico ha chiesto il favore a Cosa Nostra come hanno confermato le voci interne all’organizzazione criminale.

Guttadauro: “Salvatore…ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”.
Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”.
Guttadauro: “E perché glielo dovevamo fare questo favore…”
(Intercettazione nel salotto di casa del capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro mentre parla con un suo gregario Salvatore Aragona, 2001)

Chi lo ha chiesto questo favore?
Sicuramente qualcuno che oggi comanda l’Italia, che comanda nel mondo della finanza, della politica e anche delle forze dell’ordine.
Per il Generale dalla Chiesa, per la sua giovane bellissima moglie, per l’agente Domenico Russo, per loro daremo il nostro contributo per fare giustizia cercando la verità.

1080.- Delitto dalla Chiesa: il mandante fu il deputato Cosentino

DALLA CHIESA: UN INTRECCIO DI SEGRETI LUNGO TRENT'ANNI

L’audizione del procuratore Scarpinato in Commissione antimafia
di AMDuemila
L’ordine di eliminare dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma. Dal deputato Francesco Cosentino”. A dichiararlo, si apprende dal Fatto Quotidiano, è stato Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, in occasione dell’audizione avvenuta lo scorso 8 marzo dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia in relazione ai legami mafia-massoneria.
Nell’ambito di quell’audizione, poi secretata, Scarpinato aveva detto di essere stato informato “di progetti di attentati, nel tempo, nei confronti di magistrati di Palermo orditi da Matteo Messina Denaro per interessi che, da vari elementi, sembrano non essere circoscritti alla mafia ma riconducibili a entità di carattere superiore”, descrivendo poi i legami tra Cosa nostra e logge massoniche, in particolare riguardanti i boss Stefano Bontade e Bernardo Provenzano, fino a Messina Denaro, sottolineando che già Bontade faceva parte di una loggia segreta “che era un’articolazione in Sicilia della P2 di Licio Gelli”.
Ora, dietro l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, si staglierebbe la figura di Cosentino, deceduto nell’85 e vicinissimo a Giulio Andreotti, massone e democristiano oltre che personaggio di prim’ordine nella loggia P2. Tanto che la moglie di Roberto Calvi, Clara Canetti, alla commissione P2 di Tina Anselmidisse il 6 dicembre ’82, che “Gelli era solo il quarto… Il primo era Andreotti, il secondo era Francesco Cosentino, il terzo era Umberto Ortolani, il quarto era Gelli”.
Un nuovo tassello emerge dunque sull’omicidio del generale, uomo integerrimo e dunque scomodo non solo a Cosa nostra, ma anche a ben altri ambienti di potere, ammazzato dopo soli cento giorni dal suo arrivo a Palermo in qualità di Prefetto, a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari” in realtà mai conferiti. Forse perchè c’era chi temeva l’operato di dalla Chiesa, da lui stesso annunciato alla presenza di Andreotti quando, poco prima di partire per la Sicilia, gli disse: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”, tanto che il generale scrisse poi nel suo diario che il “Divo” Giulio “sbiancò”.
Per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Sempre all’ergastolo sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. La sera dell’omicidio, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. A distanza di 35 anni continuano ad emergere nuovi risvolti su quel delitto eccellente.

Mafia news, Foto © Ansa