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1151.- 70 anni fa Portella della Ginestra la madre di tutti misteri italiani

Strage di Portella della Ginestra, la madre di tutti misteri italiani. Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra si torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Gli assassini, la banda di Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio.
Allora e oggi, memoria e la stessa esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà.

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Il Primo Maggio dei sindacati nazionali con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, celebrato a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, a 70 anni dall’eccidio nella località siciliana. L’esigenza di lavoro per il riscatto dalla povertà, è il messaggio che viene dai sindacati con la scelta di celebrare la Festa dei lavoratori proprio a Portella, vale oggi come allora, soprattutto in una terra dove i livelli di disoccupazione sono un’emergenza. Ma non solo in Sicilia.

La memoria del sopravvissuto

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage.
«Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», spiega.
«Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame».
Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

70 anni della madre di tutti misteri italiani

Con quel titolo le ricordano molti studiosi. La madre di tutti, dei troppi misteri italiani, da quel primo maggio siciliano a piazza Fontana, ai misteri P2 e via occultando. Caduto il segreto di Stato rimane la difficoltà di accedere agli atti che nascondono una parte di verità non ancora raccontata.

Era il primo maggio del 1947 e sulla piana di Portella della Ginestra torna a celebrare la festa dei lavoratori dopo il fascismo. Quel primo maggio, tra i monti Kumeta e Maja e Pelavet, i lavoratori, in prevalenza contadini, si ritrovarono anche per protestare contro il latifondismo a favore delle terre incolte e per festeggiare il risultato del blocco PCI-PSI alle ultime elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Poi, d’improvviso il rumore secco delle armi, all’inizio scambiate per mortaretti, e corpi che si afflosciano urlanti sulla piana. Raffiche e tiro al bersaglio di assoluta ferocia, con 11 vittime, alla fine, restate a terra, 11 persone colpevoli di essere lavoratori che festeggiavo una data simbolo e alcune importanti vittorie politiche della sinistra.

Alla giustizia e all’opinione pubblica hanno consegnato come unico colpevole Salvatore Giuliano e i suoi uomini trovando nelle sue simpatie filofasciste e anticomuniste il movente della strage. Salvatore Giuliano e i suoi 80 fedeli accoliti, numeri e addestramenti da battaglione più che da brigantaggio. Strano vero?
Tracce di indicibili accordi tra pezzi di governo e mafia con l’aiuto probabile di forze internazionali più anticomuniste che antifasciste, anche se questa lettura dei fatti hanno provato a derubricarla a sensazionalismo antistorico o complottismo.
Anche se i fatti ci dicono che se Salvatore Giuliano è stato effettivamente a capo del commando che ha premuto i grilletti i mandanti sono ancora una volta da cercare tra la politica, la mafia e gli interessi convergenti di chi, all’epoca, vedeva l’avanzata del Partito Comunista il pericolo da compattare anche con una strage di innocenti. Come fu ancora per molti decenni dopo, per altre stragi.

Il Presidente del Senato Pietro Grasso, nei giorni scorsi, ricorda Giulio Cavalli: «Portella fu essenzialmente una strage politica. La prima strage di civili della storia repubblicana e non c’è dubbio che dietro il massacro vi furono forze sociali politiche e mafiose che spingevano per la conservazione di un certo ordine socio-politico che è quello dove la mafia affonda le sue origini».
Ma Portella della Ginestra non è un caso isolato. Giuseppe Casarrubea nel libro scritto con Mario Josè Cereghino, “La scomparsa di Salvatore Giuliano. Indagine su un fantasma eccellente” Bompiani.

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«C’è una continuità storica segnata da una serie di stragi che, a partire da Portella della Ginestra, hanno costruito un percorso di azione politica eversiva, volta a ottenere risultati attraverso una lotta politica non ortodossa e sotterranea. Noi abbiamo costantemente registrato una connessione tra l’azione dei servizi segreti, prima il Sis poi il Sifar e il Sismi, con altri livelli di azione dello Stato, legati per un verso al governo nazionale, per l’altro al mondo di Cosa nostra.
Si è trattato di un’interazione in cui hanno agito, in modo organico, tre soggetti diversi: elementi del mondo criminale, dominato dalla mafia, che ha funzionato come una sorta di sistema solare rispetto alle orbite del mondo criminale circostante; servizi segreti italiani, dominati a loro volta da quelli americani, Oss e poi Cia; mentre il terzo soggetto è il potere politico».

Qualche giorno fa -ci ricorda sempre Giulio Cavalli- Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni che ha completato il censimento di tutta la documentazione sparsa tra una ventina di diversi istituti, in un’intervista a l’Unità ha lanciato l’allarme: «Gli archivi, soprattutto di Parlamento e governo, non ci rispondono e non ci danno il materiale. Il rischio è che venga tutto sparpagliato disperdendo il contesto».
Il 23 febbraio scorso il senatore Michele Figurelli ha chiesto «la pubblicazione degli atti relativi alla denuncia del 1951 del professor Montalbano contro il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montelepre e l’ispettore di polizia Messana» che avrebbero intrattenuto una vera e propria “trattativa” con il bandito Giuliano nei mesi precedenti alla strage.
In quei documenti ci sarebbero anche le prove dei rapporti tra Washington e il bandito. Figurelli ha anche chiesto «gli interrogatori di Pisciotta e i confronti tra Pisciotta e Sciortino» che indicherebbero l’esistenza dei rapporti con la politica, e i fascicoli «sui mafiosi del comprensorio della Piana degli Albanesi, San Giuseppe Iato e San Cipirello la cui conoscenza è indispensabile per ricostruire il contesto della strage».

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1081.- Dalla Chiesa, via Carini e la strage di Stato

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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
Trentaquattro anni dopo quello che non si può dimenticare

“Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza. Potevo farlo là, per essere più spettacolare, nell’albergo, però queste cose a me mi danno fastidio… L’indomani gli ho detto: ‘Pino, Pino (si riferisce a Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, uno dei più famigerati killer di Cosa Nostra) vedi di andare a cercare queste cose che … prepariamo armi’. A primo colpo, a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto di quelli terribili, eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta…, ta… ed è morto”.
Così il boss corleonese Totò Riina, indiscusso capo di Cosa nostra, ha descritto l’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982, assieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, e all’agente di scorta, Domenico Russo. Un massacro avvenuto in pochi attimi quando i killer della mafia hanno affiancato le auto in movimento sparando all’impazzata con i kalashnikov AK-47.
In quel suo “flusso di coscienza”, assieme al compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, Riina ha manifestato tutta la propria ferocia. La stessa messa in altre stragi ed attentati e che vorrebbe mettere in atto anche oggi contro il pm di Palermo Antonino Di Matteo.
La sera in cui morì il generale, vero Padre della Patria, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Difficile non essere d’accordo se si pensa che a trentaquattro anni di distanza su questa strage restano inquietanti ombre.
E’ vero che per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Altrettanto vero è che, sempre all’ergastolo, sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Tuttavia non si conoscono i volti dei mandanti a volto coperto, probabilmente uomini di Stato. Quel che appare evidente è che a volere ed a beneficiare della sua morte non è stata solo Cosa nostra.
In un dialogo intercettato tra Giuseppe Guttadauro, medico e capomandamento di Brancaccio, e Salvatore Aragona, altro medico vicino ai boss, si parla apertamente di un favore fatto a qualcuno. “Salvatore… – diceva Guttadauro – ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”. Rispondeva dunque Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”. “E perché glielo dovevamo fare questo favore…” concludeva ancora Guttadauro. L’intercettazione è del 2001 e queste parole si aggiungono a quelle del pentito Tullio Cannella, vicino a Pino Greco Scarpuzzedda, che si sarebbe lamentato con lui per avere dovuto organizzare il delitto (“Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva… Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca”) e a quelle di collaboratori di giustizia come Francesco Paolo Anzelmo e Gioacchino Pennino.
Il primo aveva detto che non era stata determinata dalla guerra di mafia, ma era “una cosa che era restata fuori”; mentre il secondo aveva parlato di convergenza di interessi esterni a Cosa Nostra. Una pista seguita a suo tempo anche dai giudici del primo maxiprocesso. Tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano proprio di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.

Certo è che dalla Chiesa viene ucciso appena cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo in veste di Prefetto a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari”. “Poteri” che non ha mai potuto esercitare. Cosa avrebbe fatto se li avesse avuti per tempo? Possiamo immaginarlo se consideriamo quanto lo stesso generale disse a Giulio Andreotti, poco prima di partire per la Sicilia: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”. Tanto che il “Divo” Giulio, come scrisse lo stesso generale nel suo diario, “sbiancò”. E’ facile pensare, poi, che avrebbe fatto il suo dovere contro Cosa nostra, scavando affondo sui legami che l’organizzazione criminale stava portando avanti con la politica, l’economia e la parte più occulta e deviata del potere.

Dalla Chiesa aveva già avuto successo contro le Brigate Rosse ed è molto probabile che sarebbe riuscito ad estirpare anche questo cancro. Non ne ha avuto il tempo proprio per quei “poteri mancati”. Nella stessa sentenza di condanna dei boss è scritto che “si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Che 34 anni dopo non si conosca ancora il volto di quei mandanti resta un fatto grave così come grave è la presenza di punti oscuri che vanno oltre l’omicidio e portano alla scomparsa dei documenti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale su cui sta indagando la Procura di Palermo.

Due storie differenti e particolarmente inquietanti. Qualcuno entrò nell’abitazione del prefetto a Villa Pajno durante la notte fra il 3 e il 4 settembre 1982. Arrivò fino alla cassaforte e la svuotò. La mattina del 4 settembre i familiari di Dalla Chiesa cercarono la chiave per aprire quella cassaforte ma senza successo. La chiave ricomparve solo il pomeriggio dell’11 settembre, nel cassettino di un segretario. Quando la cassaforte fu aperta, però, dentro non vi era più nulla a parte una scatola (vuota a sua volta).
La valigia di pelle del generale, invece, è stata ritrovata nel 2013 nei sotterranei del tribunale di Palermo. Era priva di documenti.
Eppure nel verbale di sopralluogo della polizia scientifica, conservato nel fascicolo giudiziario sulla strage di via Carini, viene certificato che poco dopo le 21.30 del 3 settembre 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa (già morto da una quindicina di minuti dentro la sua auto) teneva tra le gambe una borsa piena di carte. In un altro verbale, datato 6 settembre, vi è anche una lettera di trasmissione della squadra mobile di Palermo alla Procura della Repubblica ma qui si fa cenno solo alla borsa del generale. E i documenti? Scomparsi nel nulla. Documenti che si aggiungono a quei tanti, troppi, pezzi mancanti di verità che hanno contraddistinto la storia del nostro Paese.
Segmenti di storia che al momento restano nell’ombra. Chi ha trafugato quei documenti? Possibile che in quelle carte vi fosse qualcosa di indicibile? Possibile che il generale avesse scoperto parte di quel “Gioco grande” di cui tempo dopo parlava Giovanni Falcone? Possibile che è per questo motivo che si è resa necessaria la loro morte? Dalla Chiesa… Falcone… Borsellino… vittime del Sistema criminale integrato che oggi resta più forte che mai e che è pronto ad “eliminare”, professionalmente e fisicamente, coloro che si contrappongono al loro potere e che vogliono trovare la verità su queste morti.
E’ una storia che si ripete, speriamo, senza ulteriori sacrifici.

— O —

Un passo indietro negli anni, con la mente alle registrazioni delle telefonate fra Stato e Mafia fatte cancellare da … Napolitano!

scrive sempre Giorgio Bongiovanni, il 3 settembre 2011

Il Generale, padre della patria

Il 3 settembre 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo venivano trucidati da un commando di Cosa Nostra. Sono passati 29 anni e mi chiedo: Cosa avrebbe potuto fare il Generale se non fosse stato trucidato?
Se gli avessero dato quei poteri che gli avevano promesso e mai assegnato?
Penso che avrebbe stanato, uno ad uno, porta per porta, capi e gregari della mafia.
Li avrebbe trovati tutti, i latitanti, e avrebbe costretto i capi mafiosi a commettere passi falsi, per poterli catturare e arrestare. Avrebbe trovato tutte le prove da consegnare ai magistrati, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri componenti del pool, per minare fin dalle fondamenta i rapporti tra la mafia e la politica.
L’era Andreotti sarebbe finita 10 anni prima e i vari Lima, Ciancimino e tutta la feccia della Dc sarebbe scomparsa dalla nostra isola.
Forse sarebbe riuscito pure ad evitare, indebolendo Cosa Nostra, le stragi Chinnici, Falcone, Borsellino e le altre… Avrebbe scovato quelle sette massoniche che ancora oggi imperversano in Sicilia e sicuramente avrebbe ripulito il marcio che si annida all’interno delle forze dell’ordine in Sicilia e i servizi segreti deviati legati ai boss.
Questo ed altro avrebbe fatto, il Generale, padre della patria e padre di tutti noi giovani diventati uomini anche grazie a lui.
Qualcuno delle entità di grosso potere economico religioso e politico ha chiesto il favore a Cosa Nostra come hanno confermato le voci interne all’organizzazione criminale.

Guttadauro: “Salvatore…ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…”.
Aragona: “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore… Ma perché noi dobbiamo sempre pagare le cose…”.
Guttadauro: “E perché glielo dovevamo fare questo favore…”
(Intercettazione nel salotto di casa del capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro mentre parla con un suo gregario Salvatore Aragona, 2001)

Chi lo ha chiesto questo favore?
Sicuramente qualcuno che oggi comanda l’Italia, che comanda nel mondo della finanza, della politica e anche delle forze dell’ordine.
Per il Generale dalla Chiesa, per la sua giovane bellissima moglie, per l’agente Domenico Russo, per loro daremo il nostro contributo per fare giustizia cercando la verità.

1080.- Delitto dalla Chiesa: il mandante fu il deputato Cosentino

DALLA CHIESA: UN INTRECCIO DI SEGRETI LUNGO TRENT'ANNI

L’audizione del procuratore Scarpinato in Commissione antimafia
di AMDuemila
L’ordine di eliminare dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma. Dal deputato Francesco Cosentino”. A dichiararlo, si apprende dal Fatto Quotidiano, è stato Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, in occasione dell’audizione avvenuta lo scorso 8 marzo dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia in relazione ai legami mafia-massoneria.
Nell’ambito di quell’audizione, poi secretata, Scarpinato aveva detto di essere stato informato “di progetti di attentati, nel tempo, nei confronti di magistrati di Palermo orditi da Matteo Messina Denaro per interessi che, da vari elementi, sembrano non essere circoscritti alla mafia ma riconducibili a entità di carattere superiore”, descrivendo poi i legami tra Cosa nostra e logge massoniche, in particolare riguardanti i boss Stefano Bontade e Bernardo Provenzano, fino a Messina Denaro, sottolineando che già Bontade faceva parte di una loggia segreta “che era un’articolazione in Sicilia della P2 di Licio Gelli”.
Ora, dietro l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, si staglierebbe la figura di Cosentino, deceduto nell’85 e vicinissimo a Giulio Andreotti, massone e democristiano oltre che personaggio di prim’ordine nella loggia P2. Tanto che la moglie di Roberto Calvi, Clara Canetti, alla commissione P2 di Tina Anselmidisse il 6 dicembre ’82, che “Gelli era solo il quarto… Il primo era Andreotti, il secondo era Francesco Cosentino, il terzo era Umberto Ortolani, il quarto era Gelli”.
Un nuovo tassello emerge dunque sull’omicidio del generale, uomo integerrimo e dunque scomodo non solo a Cosa nostra, ma anche a ben altri ambienti di potere, ammazzato dopo soli cento giorni dal suo arrivo a Palermo in qualità di Prefetto, a cui erano stati promessi dal ministro Rognoni “poteri straordinari” in realtà mai conferiti. Forse perchè c’era chi temeva l’operato di dalla Chiesa, da lui stesso annunciato alla presenza di Andreotti quando, poco prima di partire per la Sicilia, gli disse: “Non avrò alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente”, tanto che il generale scrisse poi nel suo diario che il “Divo” Giulio “sbiancò”.
Per l’assassinio sono stati condannati all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Sempre all’ergastolo sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia lo stesso Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. La sera dell’omicidio, sul muro ancora sporco di sangue, qualcuno lasciò un lenzuolo con scritto “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. A distanza di 35 anni continuano ad emergere nuovi risvolti su quel delitto eccellente.

Mafia news, Foto © Ansa