Archivi categoria: Politica estera – Germania

1893.- DUE PIEDI IN UNA SCARPA, VANNO PIANO E NON LONTANO.

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Donald Trump ha visitato l’Europa per il summit della Nato e ha chiesto ai governi NATO europei di portare il loro impegno per la spesa militare al 4% dei PIL, manifestando l’intento di diminuire l’impegno degli Stati Uniti e non poteva essere diversamente vista l’ambiguità della politica tedesca nei rapporti con la Russia. Il via libera di Berlino al raddoppio del gasdotto Nord Stream 2 sotto il Baltico, osteggiato dai Paesi dell’Europa centro-orientale (alleati della Germania nella Nato e nell’Ue) ha un significato geopolitico altissimo. facile vedervi il segno di una strategia indipendente dalla NATO. Certamente, come in passato,orienterà la politica estera dell’Unione europea. Leggo l’adesione tedesca, ma anche la nostra, alle sanzioni Ue alla Russia come una contrapposizione alla naturale attrazione dei mercati europeo e russo. Anche nella crisi ucraina si è vista l’indipendenza della politica tedesca nei confronti della NATO. Ciò vale, appunto, anche per l’Italia, il cui interscambio con la Russia valeva diversi milioni di euro al giorno. Ce lo ricorda Matteo Salvini. Quindi, lo scombaciarsi progressivo tra Nato e Ue non è portato soltanto dallo spostamento del baricentro degli interessi strategici americani verso il Pacifico, ma possiamo dire che dipende in egual misura da quelle stesse esigenze mercantili che ispirano la politica tedesca verso la Russia e la politica USA verso l’Ue. Sono queste le ragioni che hanno mosso Trump a incontrarsi con il suo pari Putin? È l’insignificanza e la mancanza di fiducia nella politica estera Ue che ha chiamato al tavolo i “grandi”? Oppure, entrambe le cose?
La doppiezza tedesca di fronte alla Russia è datata e affonda le proprie radici nei delicati equilibri dell’Europa centro-orientale e non è affatto coerente con la sua appartenenza alla NATO e con lo schieramento di aerei, mezzi corazzati e truppe attuato da mesi sulle frontiere con la Russia.

G-20 summit in Hamburg

“Fu l’Ostpolitik di Willy Brandt ad aprire per prima canali di dialogo e di collaborazione con l’Unione Sovietica e con l’intero blocco del Patto di Varsavia. Oggi, sono le tante spinte lobbistiche del mondo imprenditoriale tedesco, che nella Russia di Putin ha investito risorse e denari e che da quasi un lustro soffre le conseguenze delle sanzioni economiche per una crisi artefatta, come quella ucraina.
In due occasioni, negli ultimi 15 anni, Berlino si è distanziata in maniera plateale dalla solidarietà occidentale, alimentando sospetti di inseguire un suo particolare Sonderweg nel mondo post-Muro: nel 2002-2003, quando Gerhard Schröder realizzò un asse con Parigi e Mosca contro la scelta dell’America di Bush di invadere l’Iraq e nel 2011 quando Angela Merkel si astenne nel voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’attacco alla Libia. “

Ma, qui, vengono in gioco gli equilibri non solo geopolitici e il colloquio strettamente personale fra Trump e Putin deve essersi focalizzato sui rischi di lasciare libertà d’azione a una Germania, troppo modesta e finanziariamente troppo fragile perché frau Merkel possa garantire la sua politica filorussa, facendo, fra l’altro, riferimento ad aree politiche interne eterogenee. Quindi, il significato che darei all’incontro di Helsinki fra i presidenti Trump e Putin è: “La parola è tornata ai grandi”.
Il messaggio per l’Ue e per la sua modestissima politica estera è stato di non illudersi di poter pendere a Est e farvi affari, sotto l’ombrello delle Forze Armate USA. Nell’attesa del viaggio del presidente Conte alla Casa Bianca, per l’Italia, si prospetta un’altra ragione di indipendenza dalla Ue e l’attuazione – volevo dire “ a scelta”, ma.. – di una cooperazione bilaterale rafforzata con gli Stati Uniti. Qui, verrebbero in discorso l’aspettativa di vita dell’euro e la nostra posizione disparitaria nell’eurozona. Cito, a proposito, il ministro per gli Affari Europei professore Paolo Savona, che chiede di stimolare la crescita attraverso gli investimenti, ma che per poterli attuare deve chiedere il permesso alla Banca Centrale Europea, privata. È vero: siamo un grande Paese; siamo al centro del Mediterraneo e, forse, abbiamo in Italia più soldati americani che italiani; ma, quali che siano le soluzioni adottate da questo Governo europeista per stimolare la crescita e le concessioni che la BCE farà alla sua vittima perché sopravviva, gli italiani non si illudano di potersi affidare gratis, ma legati mani e piedi, al dollaro.

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1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

Libia migranti

Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?