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2108.- Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Battono i cuori degli italiani. Nino Galloni, ti abbiamo ascoltato e riascoltato, letto e riletto e, ora, ti ritrovo su ByoBlu di Claudio Messora e ti rileggiamo insieme.

“Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè” …

di Nino Galloni, 2 maggio 2013

Andreatta-e-Ciampi

Guardateli bene.

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il

Nino Galloni

blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. 

Andreotti

Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave.

Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”.

E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana

Ciampi

avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze. Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa.

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Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più

Agnelli

facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi.

Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato.

Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca

Andreatta

Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita.

E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti».

Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che, dal 2008 al 2011, ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Draghi

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità.

A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in

Merkel e Monti

Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa» (nonno Prescott Bush fu tra i finanziatori del riarmo di Hitler. ndr).

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande.

Xi Jinping, nuovo leader cinese

Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas. Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Nino Galloni

http://www.libreidee.org/2013

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

Infine, su Papandreou e Berlusconi, aggiungiamo: Hans Werner Sinn, economista anche lui

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Hans Werner Sinn, economista ‘falco’, molto seguito in Germania, conferma che sia Berlusconi che Papandreou tentarono di trattare segretamente l’uscita dall’Euro. Furono spinti alle dimissioni nella stessa settimana. Detto questo: su Papandreou c’è la spiegazione di Financial Times, che leggete qui sopra, in pratica, silurato internamente su suggerimento di Barroso (tramite il ministro delle finanze Venizoloz (che ambiva al suo posto); Berlusconi, invece, fu oggetto di un vero e proprio colpo di stato finanziario in cui il braccio armato fu la stessa BCE e il sicario Giorgio Napolitano. Quindi, per Papandreou, a tradirlo, fu il governo greco, che, poi, si sottomise; per Berlusconi, furono il presidente della Repubblica Napolitano e il suo partito. A tutt’oggi, l’ultimo Governo Berlusconi fu anche l’ultimo governo italiano democraticamente scaturito dal voto degli elettori. Tale, infatti, non può dirsi il papocchio voluto da Sergio Mattarella, Presidente nel solco tracciatogli da Napolitano.

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2100.-LA RILEVANZA DEL SUMMIT DI PALERMO. COSA DOVEVA ESSERE E COSA NON È STATO. E, ADESSO, A ROMA.

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Torniamo sull’argomento, discusso, del summit di Palermo, per rimarcare quelle che erano le aspettative dichiarate del Governo Conte e che non si sono realizzate, a mio parere, per la defezione dei grandi dal summit. Contano i perché, Abbiamo visto ritirarsi, infatti, prima, Donald Trump, inizialmente sostenitore dell’iniziativa e, poi, il suo Segretario di Stato Mike Pompeo. Conseguentemente, assenti, prima, Vladimir Putin e, poi, il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Forfait anche da Angela Merkel, per quel che avrebbe potuto contare. Assenze che hanno pesato due volte perché, fino agli ultimi giorni, hanno tenuto in bilico e lasciato che si esponesse il nostro Presidente del Consiglio. Naturale conseguenza della defezione è stata l’incertezza sulla partecipazione del generale Haftar, risolta, a tempo quasi scaduto, dall’intervento di Alberto Manenti (Aise) a Mosca, doveva si trovava e, certamente, da Putin. Haftar è il generale con esercito, mentre Al-Serraj non ha un esercito ed è supportato da noi e dall’ONU; ma non basta l’ONU a mettere d’accordo sia i due capi libici sia, ancora di più, le non poche bande armate, che, come sperimentato nel ventennio, capiscono solo il linguaggio della forza e del denaro. Diciamo chiaro che i grandi non ci hanno riconosciuto la patente di interlocutore privilegiato sulla Libia, perché l’hanno distrutta per fare i loro interessi contro i nostri e hanno, probabilmente, fatto i loro affari a Parigi, alla celebrazione della vittoria: la cosiddetta “vittoria mutilata”, per marcare una costante di poco rispetto per ciò che diamo. La debolezza della nostra politica estera non ha potuto superare questi gap e la timidezza della nostra presenza nell’Unione europea ha fatto sì che il direttorio Parigi – Berlino facesse la sua parte a Bruxelles. Quali effetti, ancora, produrranno queste defezioni? Il presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi,  i capi di Stato di Ciad e Niger, Idriss Deby Itno e Mahamadou Issoufou, il primo ministro algerino Ahmed Ouyahia, e gli inviati di Qatar e Turchia, che ha sbattuto la porta; ma anche il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ricorderanno questo sgarbo all’Italia. Altro che nuovo paladino del Mediterraneo! vero Donald?

Quali erano gli obbiettivi?

  1. neutralizzare i piani alternativi, ostili della Francia e puntare sul processo politico, sostenuto dalle Nazioni Unite, per ristabilire la pace, l’ordine istituzionale e civile in Libia;
  2. far sedere insieme, attorno a un tavolo, se non tutti i capi dei dieci partiti politici (offesissimi, riporta il quotidiano “Libya Herald”), delle tribù e delle bande armate, almeno il presidente del governo di Accordo Nazionale, Fayez Al-Serraj, il feldmaresciallo Khalifa Haftar, capo indiscusso della Cirenaica, il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, e il capo dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al Meshri, cioè, i maggiori responsabili del perdurante stallo del processo politico;
  3. un accordo verbale e non un documento finale, come già a Parigi, che condividesse la linea tracciata dall’ONU, qui rappresentato da Salamé;
  4. stabilire la necessità di eleggere un’assemblea del popolo libico per approvare la Costituzione, condividere una legge elettorale e indire le elezioni a primavera.

Cominciamo a tirare le somme. Brutti e sparpagliati, eternamente divisi, contiamo, comunque, abbastanza in Mediterraneo, in Europa, nella NATO e per la Russia di Putin. Si tratta, allora, di saper giocare le nostre carte; e si chiama Politica. Vale nei confronti degli Stati Uniti, con le loro 113 basi e le 138 testate nucleari in Italia, con la base dell’US NAVY e dei drone a Sigonella e con le parabole e il reticolato di antenne a microonde del MUOS in Sicilia e, naturalmente, vale nei confronti della NATO, nella prospettiva di un esercito europeo franco-tedesco. Vale anche nei confronti dell’Unione europea, che questo Governo rinunciò a mettere fuori gioco, ritengo, con giovanile fiducia, salvo condizionamenti e vale, perciò, nei confronti di Parigi e Berlino, che fanno i grandi con il sudore degli italiani. Inutile dire che vale anche per la Russia, radicatasi nel Mediterraneo Orientale e alla quale ci legano importanti prospettive commerciali – spero io – sulla Nuova Via della Seta.

Con queste premesse, le assenze al summit erano, se non sicure, molto probabili e mi sovviene l’immagine di una ragazzina chiamata Italia, che ciabatta con le scarpe della madre. Khalifa Haftar si è comportato da generale, gentile, obbediente all’invito, ma determinato a non confondersi con chi ha meno potere di lui e con chi, come il Qatar, sostiene la Fratellanza Musulmana. Pure decretando l’irrilevanza del summit, sia evitando di partecipare alla seduta plenaria sia lasciandolo anticipatamente, ha colto l’occasione per mettere l’accento sul pericolo rappresentato dal progettato trasferimento in Libia dei reduci dell’ISIS dalla Siria. E, qui, mi sovviene Israele e rivolgerei una domanda a Trump. Ecco che la politica estera abbisogna di ben altri presupposti e, forse, di rappresentanti, oppure, in assenza, di commisurare le sue iniziative alle effettive possibilità.

Siamo un popolo facilmente influenzabile. Ieri, buona parte degli italiani sbavava per quel traffichino di Renzi: “lasciatelo provare”, dicevano, guadagnandosi l’occupazione delle istituzioni da parte di un partito ladrone; oggi, il 30% dei voti è andato a un partito di apprendisti stregoni: “lasciateci provare”. Attraverso le campagne denigratorie, è stato demonizzato Berlusconi, che aveva e ha i numeri per la politica estera. Ah, ma le donnine! Stranamente, nessuna campagna, invece, contro i festini omosessuali a Palazzo Chigi sotto l’egida di Maria Elena Boschi e di quell’altra. Risultato? Allo stato dei fatti, possiamo partecipare onorevolmente ai summit, ma non sembrano esserci le condizioni per indirli.

6609161-1Ma l’Italia non demorde. A fine mese, il 22 e 23 novembre, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con il ministro Enzo Moavero Milanesi incontreranno a Roma il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il ministro Lavrov interverrà alla conferenza “MED-Rome Mediterranean Dialogues” e parteciperà a una serie di incontri bilaterali ai margini di questo forum”, ha detto il portavoce. Quindi, si parlerà di Libia, e non solo.

2059.- Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

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Palermo epicentro del Maghreb. Ma più che nei riferimenti storici alla antica Capitale araba del Mediterraneo il travaglio per la predisposizione dei punti in discussione e la stessa partecipazione dei protagonisti, le prospettive dei due giorni della conferenza di pace per la Libia in programma dal 12 al 13 novembre, sembrano riecheggiare nella definizione di Leonardo Sciascia: “La contraddizione definisce Palermo. Pena antica e dolore nuovo, le pietre dei falansteri impastate di sangue ma anche di sudore onesto”.

Pur fra le tensioni di bilancio tra Italia ed Europa, al braccio di ferro fra Usa, Russia e Cina, al vulcano medio orientale, nonostante le molteplici incrinature dei rapporti internazionali la conferenza di Palermo sta comunque lievitando e già prevede un livello di interventi di primo piano.

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Assieme al leader Libico Fayez al-Serraj e al Generale Haftar hanno assicurato la loro presenza il Premier Russo Medeved, il Dipartimento di Stato Usa, la Cancelliera tedesca  Merkel, il appresentante speciale Onu per il paese del Nord Africa Ghassan  Salamé, delegazioni di alto livello di Gran Bretagna, Francia e Spagna, i vertici dell’Unione Africana e probabilmente anche il Presidente egiziano al-Sīsī.

“La conferenza di  Palermo sulla Libia rappresenta  la prima efficace iniziativa del nostro paese – dopo molto tempo- nel nord Africa” sottolinea l’analista di strategie internazionali  Arduino Paniccia, Presidente della Scuola di Competizione Economica Internazionale e Docente all’ Università di Trieste.

LLibia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

  • Direttrici di intervento dell’Italia?

E’ stata di tracciata una strategia a tre cerchi concentrici  che attraverso il perseguimento di un prioritario  obiettivo, prevede di raggiungere non solo una soluzione duratura per il devastato e frantumato paese africano, ma di promuovere  uno sforzo europeo realmente comune, nell’ambito del quale l’Italia sarà capofila e responsabile dell’area libica.

  • In che modo e con quali alleanze ?

Con l’appoggio e il coinvolgimento di Stati Uniti e Russia che nonostante i venti di una nuova guerra fredda concordano con la mediazione italiana in Libia per scongiurare il latente conflitto che sta destabilizzando da tempo il Mediterraneo. E che non riguarda soltanto il destino di una Libia ormai allo stremo, ma soprattutto la punta dell’iceberg del terrorismo islamico in Africa.Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

  • Italia first nel Maghreb?

Si. E’ un progetto molto ambizioso e audace che tuttavia è finalmente all’altezza dei compiti che aspettano il nostro Paese, l’unico realmente in grado, nonostante gli atteggiamenti sprezzanti della Francia,  di poter portare a compimento con la Conferenza di Palermo tutti  questi obiettivi che non sono solo una vetrina diplomatica, una passerella di grandi leader, ma una svolta essenziale per la stabilizzazione della Libia e del nord Africa

  • Ruolo dell’Italia ?

Stretta tra il vuoto conflittuale venutosi a creare nel mare nostrum e la coalizione dei paesi europei tesa soprattutto a mantenere i privilegi e il benessere acquisiti  che non vuole comprendere che lungo la riva sud del Mediterraneo c è una prima linea di gravissime problematiche che se esplodono rischiano di provocare conseguenze incontrollabili

  • E l’Europa ?

Il disinteresse delle capitali  nord europee, che attualmente dominano l’Unione,  sta provocando inevitabilmente spaccature in seno alla Ue stessa. Ma in definitiva l’Europa non potrà ignorare a lungo che il futuro della sponda africana e di quel continente è il futuro economico anche nostro e della stessa Europa. A partire dal drammatico problema dell’ immigrazione che senza la rinascita  della Libia non sarà risolto.

  • Conseguenze ?

Se l’Europa non interviene in Libia accanto all’Italia si ritroverà un’Africa neo colonizzata da cinesi e russi, come per altro sta indistintamente accadendo nell’altra area strategica, adriatico mediterranea, ovvero i Balcani, dimenticata da Bruxelles.

  • Che valenza ha la partecipazione di Angela Merkel alla Conferenza di Palermo ?

Segna una presa di distanza, l’avvio di una posizione autonoma rispetto la linea oltranzista e personalistica di Macron in Libia che non ha portato nessun reale risultato per la Francia. La presenta della Cancelliera Merkel ha una rilevanza internazionale: catalizza l’attenzione di diversi altri paesi europei e isola di fatto la politica francese in Libia, permettendo al generale Haftar- la cui presenza a Palermo è essenziale – e quindi al suo stretto alleato egiziano al-Sīsī di partecipare a pieno titolo senza veti, minacce e pressioni da parte di Parigi.

Libia dalla guerra infinita alla concreta chance di pace di Palermo

1893.- DUE PIEDI IN UNA SCARPA, VANNO PIANO E NON LONTANO.

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Donald Trump ha visitato l’Europa per il summit della Nato e ha chiesto ai governi NATO europei di portare il loro impegno per la spesa militare al 4% dei PIL, manifestando l’intento di diminuire l’impegno degli Stati Uniti e non poteva essere diversamente vista l’ambiguità della politica tedesca nei rapporti con la Russia. Il via libera di Berlino al raddoppio del gasdotto Nord Stream 2 sotto il Baltico, osteggiato dai Paesi dell’Europa centro-orientale (alleati della Germania nella Nato e nell’Ue) ha un significato geopolitico altissimo. facile vedervi il segno di una strategia indipendente dalla NATO. Certamente, come in passato,orienterà la politica estera dell’Unione europea. Leggo l’adesione tedesca, ma anche la nostra, alle sanzioni Ue alla Russia come una contrapposizione alla naturale attrazione dei mercati europeo e russo. Anche nella crisi ucraina si è vista l’indipendenza della politica tedesca nei confronti della NATO. Ciò vale, appunto, anche per l’Italia, il cui interscambio con la Russia valeva diversi milioni di euro al giorno. Ce lo ricorda Matteo Salvini. Quindi, lo scombaciarsi progressivo tra Nato e Ue non è portato soltanto dallo spostamento del baricentro degli interessi strategici americani verso il Pacifico, ma possiamo dire che dipende in egual misura da quelle stesse esigenze mercantili che ispirano la politica tedesca verso la Russia e la politica USA verso l’Ue. Sono queste le ragioni che hanno mosso Trump a incontrarsi con il suo pari Putin? È l’insignificanza e la mancanza di fiducia nella politica estera Ue che ha chiamato al tavolo i “grandi”? Oppure, entrambe le cose?
La doppiezza tedesca di fronte alla Russia è datata e affonda le proprie radici nei delicati equilibri dell’Europa centro-orientale e non è affatto coerente con la sua appartenenza alla NATO e con lo schieramento di aerei, mezzi corazzati e truppe attuato da mesi sulle frontiere con la Russia.

G-20 summit in Hamburg

“Fu l’Ostpolitik di Willy Brandt ad aprire per prima canali di dialogo e di collaborazione con l’Unione Sovietica e con l’intero blocco del Patto di Varsavia. Oggi, sono le tante spinte lobbistiche del mondo imprenditoriale tedesco, che nella Russia di Putin ha investito risorse e denari e che da quasi un lustro soffre le conseguenze delle sanzioni economiche per una crisi artefatta, come quella ucraina.
In due occasioni, negli ultimi 15 anni, Berlino si è distanziata in maniera plateale dalla solidarietà occidentale, alimentando sospetti di inseguire un suo particolare Sonderweg nel mondo post-Muro: nel 2002-2003, quando Gerhard Schröder realizzò un asse con Parigi e Mosca contro la scelta dell’America di Bush di invadere l’Iraq e nel 2011 quando Angela Merkel si astenne nel voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’attacco alla Libia. “

Ma, qui, vengono in gioco gli equilibri non solo geopolitici e il colloquio strettamente personale fra Trump e Putin deve essersi focalizzato sui rischi di lasciare libertà d’azione a una Germania, troppo modesta e finanziariamente troppo fragile perché frau Merkel possa garantire la sua politica filorussa, facendo, fra l’altro, riferimento ad aree politiche interne eterogenee. Quindi, il significato che darei all’incontro di Helsinki fra i presidenti Trump e Putin è: “La parola è tornata ai grandi”.
Il messaggio per l’Ue e per la sua modestissima politica estera è stato di non illudersi di poter pendere a Est e farvi affari, sotto l’ombrello delle Forze Armate USA. Nell’attesa del viaggio del presidente Conte alla Casa Bianca, per l’Italia, si prospetta un’altra ragione di indipendenza dalla Ue e l’attuazione – volevo dire “ a scelta”, ma.. – di una cooperazione bilaterale rafforzata con gli Stati Uniti. Qui, verrebbero in discorso l’aspettativa di vita dell’euro e la nostra posizione disparitaria nell’eurozona. Cito, a proposito, il ministro per gli Affari Europei professore Paolo Savona, che chiede di stimolare la crescita attraverso gli investimenti, ma che per poterli attuare deve chiedere il permesso alla Banca Centrale Europea, privata. È vero: siamo un grande Paese; siamo al centro del Mediterraneo e, forse, abbiamo in Italia più soldati americani che italiani; ma, quali che siano le soluzioni adottate da questo Governo europeista per stimolare la crescita e le concessioni che la BCE farà alla sua vittima perché sopravviva, gli italiani non si illudano di potersi affidare gratis, ma legati mani e piedi, al dollaro.

1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

Libia migranti

Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?