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2028.- Leonardo-Finmeccanica, che cosa succederà davvero con Fincantieri

L’analisi del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa su Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri tra Italia e Francia

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La notizia dell’accordo tra Fincantieri e Leonardo, al di là del breve comunicato congiunto dei due colossi nazionali, sta ancora rimbalzando tra le pagine web e la carta stampata. Non ci dilunghiamo sui contenuti, ormai noti. Si tratta di un rafforzamento – tale da configurarsi quale nuovo impegno – dell’accordo (faticoso) per la realizzazione delle fregate Fremm nell’ambito della joint venture Orizzonte Sistemi Navali (OSN). Fincantieri continuerà a svolgere il ruolo di prime contractor per l’intero complesso-nave, mentre Leonardo si rafforzerà come preferred partner nella gestione dei sistemi di combattimento ed i relativi apparati.

Pace fatta, quindi, dopo lo screzio per la mossa tardiva di Leonardo su Vitrociset? Pare proprio di si. Tutti sembrerebbero contenti: il presidente Conte aveva appena auspicato una maggiore sinergia tra le aziende controllate dallo Stato e, subito dopo la sigla, anche le organizzazioni sindacali della cantieristica hanno espresso piena soddisfazione. Teoricamente, quando governo, aziende e sindacati vanno d’accordo tutto dovrebbe filar liscio. Dovrebbe. Lo vedremo nei prossimi contratti, che auguriamo numerosi e proficui, visto il risultato delle gare più recenti non è stato del tutto rose e fiori.

In effetti, sia Fincantieri che Leonardo stanno ancora leccandosi le ferite per due recenti batoste. Occorre porre presto rimedio con altrettanti successi e uniti nuove vie del business potrebbero dimostrarsi percorribili. Per Fincantieri, nello scorso giugno è sfumata la gara – la cui vittoria sembrava certa anche per uno scambio nel settore dei servizi per le navi da crociera – per la fornitura alla Marina Australiana di nove fregate antisommergibile. A vincere è stato il gruppo inglese Bae Systems, specializzato nella costruzione di aerei, piuttosto che di navi da guerra. Il Commonwealth c’è, e ha battuto un colpo.

Resta in piedi la speranza di rifarsi negli Stati Uniti, dove nel 2020 si chiuderà la gara per l’assegnazione di 20 fregate multiruolo. E, visto che siamo negli Usa, parliamo subito di Leonardo, che ha appena perso una gara per la fornitura di 351 velivoli da addestramento (l’ottimo M-346), alla quale si era presentata assieme alla controllata locale Drs. Ha vinto il gigante americano Boeing, che ha presentato un velivolo ancora prototipo della svedese Saab. In effetti Boeing – qui da noi (specie in Aeronautica) lo avevano previsto – sarebbe stato l’alleato forte per Leonardo, che invece ha tergiversato ed è stata costretta a presentasi nuda. Ora dovrà consolarsi con la fornitura all’Usaf di alcuni elicotteri Aw-139, contratto non paragonabile rispetto a quello appena sfumato.

Le alleanze contano e devono essere quelle giuste, perché si è ormai dimostrato che valgono più del prodotto e, come nel caso Bae System, dell’esperienza industriale di settore. A questo proposito, si ricorderà che l’Italia, nel settembre dell’anno scorso, dopo lo strappo di Macron aveva raggiunto un accordo di massima sul dossier Stx-Fincantieri, cui sarebbe andato il 50% come controllo diretto, più una quota dell’!% in “prestito” dal governo francese. Spada di Damocle, perché se la Francia revoca il prestito l’Italia perde la maggioranza. Non ci sono dubbi, e lo dimostra il comportamento a dir poco spregiudicato che i cugini tengono nei nostri confronti in politica estera, che al primo screzio la Francia utilizzerà questa facoltà, gelosamente custodita.

Di avvisi velati ne abbiamo già avuti, e più d’uno, sebbene subito ufficialmente smentiti. C’è da fidarsi? Sull’affaire Leonardo-Fincantieri, che sembrerebbe una questione puramente nazionale, la Francia resta il convitato di pietra. Se, come abbiamo detto, l’accordo tra i nostri due campioni nazionali piace a tutti, può darsi benissimo – anzi, possiamo darlo per scontato – che ai francesi di Naval Group (navi militari) il potenziamento del ruolo di Leonardo all’interno di OSN piaccia assai poco, o non piaccia affatto. Dentro Naval Group (per un terzo del capitale) infatti c’è Thales, che in altre imprese è anche partner di Leonardo, ma che sui sistemi di bordo è in forte concorrenza.

Può diventare un casus belli? Ufficialmente lo si nega, ma l’accordo è lento, procede faticosamente e l’1% in prestito ci mette assai poco a saltare. A prescindere dal fatto che i nostri due campioni si fondano in Cassa depositi e prestiti, evento per alcuni aspetti auspicabile, o permanga l’attuale stato di separazione, mitigata dal rinnovato accordo Orizzonte.

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2024.- PARLIAMO DI F-35.

Primo raid bellico e primo “crash” per gli F-35B dei Marines

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Il 28 settembre un F-35B Lightning II del Ciorpo dei Marines ha effettuato per la prima volta missioni di attacco al suolo i nell’area di competenza del Comando Centrale (CENTICOM) degli Stati Uniti a sostegno dell’Operazione Freedom’s Sentinel in Afghanistan.

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Il raid aereo a supporto delle operazioni al suolo (CAS), effettuato da un F-35B decollato dalla portaelicotteri da assalto anfibio IUSS Essex (Classe Wasp), è stato giudicato efficace dal comandante della forza di terra.

“L’F-35B rappresenta un significativo miglioramento delle capacità anfibie e di combattimento aereo a livello di teatro, flessibilità operativa e supremazia tattica”, ha dichiarato il contrammiraglio Scott A. Stearney, comandante della componente navale del CENTCOM che non ha però ffornito dettagli né sull’obiettivo colpito né sulle armi impiegate.

Gli F-35B del Marine Fighter Attack Squadron 211 hanno rimpiazzatio vgli AV-8B Harrier sulla USS Essex come componente aerea dell’Essex Amphibious Ready Group.

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“L’opportunità per noi di essere il primo reparto del Marine-Corps ad utilizzare l’F-35B a sostegno delle forze di manovra sul terreno dimostra un aspetto delle capacità che questa piattaforma è in gradi di esprimere nella regione, ai nostri alleati e ai nostri partner”, ha dichiarato il colonnello. Chandler S. Nelms, comandante del 13° Marine Expeditionary Unit, a bordo della Essex.

Finora., per quanto se ne sa, solo un F-35I israeliano ha avuto il battesimo del fuoco prendendo parte a un’operazione di attacco sulla Siria pur mantenendosi in volo sul Mediterraneo.

Il giorno successivo il raid di un F-35B in Afghanistan, in South Carolina sui registrava il primo grave incidente a un F-35 con lo schianto al suolo di un velivolo in versione B dei Marines caduto non lontano dalla Marine Air Station di Beaufort.

L’incidente non ha provocato vittime e il pilota è riuscito a eiettarsi- E’ stata aperta un’inchiesta per esaminare le cause dell’incidente.

Sono stati consegnati finora 320 F-35 nelle tre diverse versioni alle forze Usa e dei paesi partner del programma e alleati che hanno volato complessivamente oltre 155 mila ore.

Foto US Navy e US Marine Corps

Presto la sfida tra S-300 ed F-35 nei cieli siriani?

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Il 3 ottobre, la Russia ha completato la consegna alla Siria dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 rendendo noto un video in cui il ministero della Difesa ha mostrato lo sbarco delle batterie da un velivolo da trasporto strategico An-124-100 Ruslan nella base aerea di Hmeimim, non lontano dalla città siriana di Latakya.

“Il sistema S-300 migliorerà la sicurezza dei militari russi in Siria”, ha detto il ministro della Difesa Serghei Shoigu in un incontro con il presidente Vladimir Putin, trasmesso dal canale federale Rossiya 24.

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Secondo il ministero della Difesa sono state consegnate alla Siria 49 unità (componenti) del sistema S-300, inclusi 4 veicoli lanciatori che verranno integrate nel sistema di difesa aerea siriano ma anche in quello russo in Siria che già schiera sistemi a lungo raggio S-400 a Hmeimin e S-300 nella versione più avanzata V-4 presso la base navale russa di a Tartus dotata di missili 9M82MD con oltre 300 chilometri di raggio d’azione.

La versione fornita ai siriani sembrerebbe essere la ruotata S-300PMU2 Favorit, risalente alla fine degli amni ’90 ormai sostituita da quelle più recenti nelle forze armate russe. Impiega missili 48N6E2 (SA-20B) in grado di intercettare bersagli aerei fino a 200 chilometri di distanza e 30 chilometri di altitudine e di ingaggiare missili balistici a corto e medio raggio.

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Il trasferimento dei mezzi e dei missili in Siria ha richiesto almeno tre voli degli Antonov An-124 e 7 voli di Iliyushin Il-76 e forse anche l’impiego di alcune navi anche se, con gli S-300, Mosca ha fornito a Damasco anche sistemi moderni di difesa aerea a corto e medio raggio Buk e Pantsyr oltre a contromisure e sistemi elettronici in grado di migliorare le prestazioni della difesa aerea in termini di contrasto alle incursioni e di riconoscimento e ingaggio dei bersagli per evitare casi come quello che portò all’abbattimento dell’aereo ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione)russo Il-20.

La decisione di Mosca – che aveva bloccato dal 2013 la fornitura degli S-300 a Damasco – è arrivata dopo l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 da parte di un missile siriana per il quale il Cremlino ha accusato Israele.

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Secondo gli osservatori israeliani le operazioni militari nei cieli siriani subiranno ora un salto di qualità. Un commentatore della radio militare israeliana ritiene prevedibile che in futuro Israele ricorrerà più spesso ai cacciabombardieri F-35I a bassa osservabilità e dotati di una potenziata capacità dei sensori di bordo.

Gli F-35I sono già stati impiegati in almeno una occasione nelle operazioni sulla Siria pur mantenendo il velivolo stealth lontano dallo spazio aereo da Damasco.

La consegna degli S-300 alla Siria rappresenta una “escalation seria” ha detto in una conferenza stampa il segretario di Stato Usa Mike Pompeo alimentando il duello con Mosca cui non si è sottratto il Cremlino.

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Parlando della presenza illegale del contingente americano di 2mila militari schierati in Siria, Putin ha detto ieri che “ci sono due modi per correggere la situazione: la prima è che gli Stati Uniti ottengano un mandato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la presenza del loro personale militare nel territorio di un paese terzo, in questo caso la Siria, oppure un invito dal governo legittimo della Repubblica Araba Siriana a schierare il contingenti lì”.

Putin ha ricordato che la legge internazionale non prevede altri strumenti per consentire ai paesi di schierare le loro forze militari nel territorio di altre nazioni, precisando che “dobbiamo perseguire l’obiettivo di non avere forze straniere in Siria, compresa la Russia, se questo fosse richiesto dal governo della Repubblica araba siriana”.

da Analisi Difesa. Foto: RT, Rafael e Ministero Difesa Russo

1991.- CI SONO ANCORA MOLTE OMBRE SULLA BATTAGLIA CHE SI È SVOLTA NEI CIELI DEL MEDITERRANEO ORIENTALE.

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Nuova ipotesi sull’abbattimento dell’aereo russo Ilyushin in Siria

L’ Ilyushin-20 M , identificativo Nato “Coot-A” non è un qualsiasi quadrimotore turboelica ad ala bassa, ma è un velivolo delle Forza aerospaziale russa per ricognizione, sorveglianza, spionaggio e guerra elettronica.  Adibito essenzialmente a missioni Elint ed Ea,Electronic support measures eElectronic attack.  Insomma, un centro di controllo e di spionaggio elettronico volante.

Proprio per via della sua sofisticata strumentazione “elettronica”, come quella montata dagli omologhi aerei della Nato – gli Awacs (Airborne Warning and Control System), ad esempio l’E-3 “Sentry” – l’Il-20M prevede un equipaggio molto numeroso, composto da oltre 14 uomini tra equipaggio di volo e operatori/analisti, crittografi e addetti ai sistemi d’arma.

Secondo quanto riportato dai media russi come Tass e Rt, il velivolo da ricognizione era in volo al largo della costa siriana e stava rientrando alla base di Khmeimim, nel momento in cui una formazione di F-16 israeliani lanciava un raid nella provincia di Latakia. Almeno uno degli F-16 si è mascherato dietro il velivolo russo, la cui superficie riflettente era molto più grande di quella del caccia. L’ Ilyushin-20 M (a meno che non sia stato abbattuto proditoriamente, ndr) sarebbe, quindi, diventato un bersaglio per il sistema antiaereo S-200 (Sa-5 “Gammon” in codice Nato), che lo avrebbe centrato con uno dei suoi missili. Non è chiaro se uno dei piloti israeliani si sia “volontariamente fatto scudo” dell’aereo russo per scampare al missile – come ha dichiarato il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov – o se si sia trattato soltanto di una tragica fatalità. Tuttavia e probabilmente, come vedremo, potrebbe essere intervenuto un altro sistema missilistico perché c’erano anche una nave israeliana e una nave francese, precisamente la fregata Auvergne citata.

L’attacco, il primo effettuato da Israele ad installazioni civili e militari nella zona di Latakia, porta con sè dei risvolti non del tutto chiari: oltre al presunto coinvolgimento della fregata tipo Fremm francese “Auvergne”, la modalità dell’abbattimento del velivolo spia russo ha sollevato non poche ombre sulla dinamica e sugli attori protagonisti del raid.

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Il quadro strategico

La regione di Latakia, oggi, risulta essere strategica per la Siria, insieme a quella di Damasco e a quella della base T4 (Tiyas) e pertanto è una delle zone meglio difese da quello che resta dell’imponente complesso di difesa aerea siriano, smantellato da anni di guerra civile.

Sette anni di guerra intestina hanno, infatti, fortemente compromesso la capacità della rete difensiva siriana che prima del conflitto poteva contare su 60mila uomini e su un sistema di radar da ricerca e scoperta vasto e complesso che ne faceva uno dei più imponenti di tutto il Medio Oriente.

A disposizione di Damasco c’erano sistemi come S-200, S-125 (Sa-3 “Goa”) ed i vetusti S-75 (Sa-2 “Guideline”) disposti in postazioni fisse in tre aree di interesse strategico: le alture del Golan, Damasco, e la fascia costiera. A queste postazioni fisse erano associate altre mobili costituite da batterie di missili 2K12 Kub (Sa-6 “Gainful”) e da 9K33 Osa (Sa-8 “Gecko”), integrati nella catena di radar di fabbricazione russa che annoverava i P-40, P-18, P-14 e P-15.

Di questo complesso sistema oggigiorno resta ben poco, raccolto intorno a tre aree strategiche diverse, e per questo la Russia, anche e soprattutto in considerazione del suo intervento diretto nel conflitto, ha avviato un importante processo di aggiornamento e modernizzazione delle difese aree siriane contestualmente al dispiegamento del proprio contingente nella zona di Latakia, presso la base aerea di Khmeimim, e a sud, nel porto di Tartus.

Ovvero in quella fascia costiera che è considerata vitale – essendo sede di centri logistici come porti e aeroporti – per il Governo di Damasco e per le milizie sciite filo iraniane che sono intervenute nel conflitto a sostegno dell’Esercito Siriano e a fianco delle Forze Armate russe.

L’aiuto russo alla difesa aerea siriana

La Russia si è quindi fatta carico di rimodernare parte del sistema missilistico della difesa aerea siriana fornendo, a partire dal 2013, almeno 12 sistemi S-125 2M Pechora  (ovvero Sa-3 “Goa” aggiornati). Questi sistemi sono mobili rispetto agli S-125 originali e dispongono di missili con guida terminale elettro-ottica in grado di ingaggiare armi stand-off come missili da crociera.

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Le batterie di Pechora sono state disposte intorno a Latakia e Damasco proprio per intercettare i missili da crociera israeliani Popeye (60/80 chilometri di portata) e Delilah (250 chilometri di portata) spesso utilizzati durante i raid di Tel Aviv.

Contestualmente agli S-125 2M sono stati forniti anche i sistemi Buk M2E (Sa-17 “Grizzly) e PantsirS1 per cercare di organizzare una difesa aerea “a strati” integrando i sistemi di difesa di punto con quelli a medio e lungo raggio. Il Buk è altamente mobile e resistente alle contromisure elettroniche e per la sua capacità di ingaggiare fino a 24 bersagli contemporaneamente tutti gli esemplari (si pensa ne siano stati consegnati tra i 12 ed i 18) sono stati dislocati intorno all’aeroporto militare di Mezzeh e a quello internazionale di Damasco.

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La Russia ha fornito upgrade anche per le poche batterie sopravvissute di S-200, ormai diventate obsolete, che originariamente erano dislocate in cinque siti fissi (as-Suwayda, al-Dumayr, Homs, Hayluneh e Kuwereis) per un totale di 50 lanciatori. Il conflitto intestino, ed i raid israeliani, ne hanno fortemente ridimensionato il numero e si ritiene che le batterie superstiti – che hanno una portata di 250 chilometri – siano raggruppate principalmente intorno a Damasco.

La batteria di al-Dumayr, località a 30 chilometri dalla capitale, dopo l’intervento russo di modernizzazione effettuato a partire dal 2017, ha dimostrato di essere molto attiva pur senza riuscire ad intercettare i velivoli israeliani impegnati in azioni di ricognizione e bombardamento di obiettivi siriani.

Cosa potrebbe essere successo?

Ora che abbiamo a grandi linee un quadro generale della situazione dei sistemi da difesa aerea presenti in Siria, e considerando che quelli facenti capo direttamente a Mosca, ovvero della bolla A2/AD (Anti Access / Area Denial), non sono intervenuti e nemmeno hanno fornito dati alla difesa di Damasco, proviamo a fare qualche ipotesi in merito all’abbattimento dell’Ilyushin anche considerando alcuni aspetti diplomatici che si sono susseguiti nelle ore immediatamente successive all’incidente.

Contrariamente alla versione fornita dai russi, è probabile che il velivolo da spionaggio elettronico Il-20M era in volo proprio perché Mosca era a conoscenza dell’attacco israeliano, in cui potrebbero esser stati usati gli F-35 Adir, come già avvenuto e ammesso, in qualità di aerei da contromisura elettronica e come una sorta di piccolo Awacs volante: sono note infatti le capacità di raccolta e condivisione dati del velivolo.

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Durante un raid aereo, soprattutto se effettuato con nuovi sistemi d’arma, è logico pensare che una terza parte come la Russia cerchi di carpire quanti più dati possibile su tutti gli asset utilizzati.

Oltre al sostegno russo la Siria può contare anche su quello iraniano che ha fornito – e fornisce – personale specializzato per migliorare le capacità di comando e controllo della rete difensiva siriana.

Mosca, dopo il recente attacco dell’aprile di quest’anno, ha implementato ulteriormente le capacità della difesa aerea siriana fornendo ulteriori aggiornamenti ai sistemi radar e missilistici.

Questo comporta che, per un certo periodo di tempo che può anche superare i sei mesi in caso di sistemi particolarmente complessi e nuovi, personale russo si trovi ad affiancare personale siriano ed iraniano dietro alle consolle dei sistemi d’arma aggiornati, ed è ragionevole pensare che fossero presenti anche durante l’attacco della sera del 17.

La risposta massiccia della difesa aerea in occasione dell’attacco israeliano alla base T4, con il lancio di complessivamente 27 missili di batterie diverse (S-125, S-200, Buk e Kub) fornisce un precedente per capire come potrebbe essere stata la reazione in occasione dell’attacco che ha portato all’abbattimento dell’Il-20M: un intenso fuoco di sbarramento fatto di missili di vario tipo.

È ragionevole quindi pensare che l’Ilyushin Il-20M sia stato abbattuto per errore da un missile tipo S-125 Pechora di una delle tante batterie presenti nella fascia costiera tra Tartus e Latakia con alla consolle personale siriano ma affiancato da russi e/o iraniani.

la registrazione elettronica dell’evento.

La potente azione di disturbo elettronico israeliano (jamming) (e/o delle navi francese o israeliana, ndr) e il tiro missilistico a “sbarramento” hanno così determinato il fatale errore della difesa aerea, (se di questo si è trattato e non di altro, ndr).

A riprova della possibilità che vi fosse personale russo e/o iraniano in servizio nella difesa aerea siriana quella sera, ci sono le parole del presidente Putin, che a 24 ore dalla tragedia ha smorzato i toni dicendo che si è trattato di “una catena di tragiche circostanze accidentali”.

Parole che vanno controtendenza rispetto ai toni alquanto bellicosi tenuti dal Cremlino nelle ore immediatamente successive, quando puntava il dito contro Tel Aviv accusandola apertamente di essere responsabile dell’abbattimento.

Mosca infatti, per voce del Ministero della Difesa, in prima istanza ha sostenuto che la responsabilità dell’abbattimento dell’Il-20M fosse da attribuire ai caccia F-16 israeliani che hanno usato il velivolo spia russo “come scudo” e addirittura si riservava il diritto di prendere tutte le misure di ritorsione necessarie.

Un’analisi postuma che avesse indicato la presenza di personale russo e/o iraniano nella “stanza dei bottoni” potrebbe quindi aver provocato l’immediata smorzatura dei toni da parte del Cremlino, più di altre considerazioni geostrategiche che riguardano le relazioni che intercorrono tra Mosca e Tel Aviv.

La riprova è la differenza di comportamento di Mosca rispetto all’incidente che ha portato alla morte dei piloti del Su-24 “Fencer” abbattuto dai caccia turchi a novembre del 2015. In quella circostanza la linea tenuta dal Cremlino verso il suo partner commerciale (e nuovo partner militare) fu molto più dura.

International Army Games 2017 a Astrakhan in Russia

Qualcosa di strano è accaduto nei cieli siriani

Ma che qualcosa fosse nell’aria, nella notte di lunedì, è stato reso evidente anche da altri elementi. Come scrive Haaretz, i cieli di quell’area della Siria, in quelle ore erano particolarmente densi di aerei. Sicuramente c’erano anche aerei israeliani e probabilmente anche francesi. L’Il-20 è un aereo che vola costantemente in quella zona così come gli aerei-spai americani.

Inoltre, ore prima dell’attacco, “i radar civili hanno anche monitorato i velivoli della Royal Air Force britannica, che, insolitamente, avevano acceso i loro transponder”. Probabilmente, gli aerei della Raf volevano indicare la loro presenza anche per evitare qualsiasi coinvolgimento nello scambio di missili su Latakia. E questo confermerebbe che Israele aveva comunicato l’attacco.

Possiamo quindi essere certi degli elementi base dell’attacco: raid israeliano, reazione dell’antiaerea di Damasco, abbattimento dell’aereo russo. Ma per il resto, esistono questioni ancora oscure che non sono sembrano destinate a essere chiarite nell’immediato. La sicurezza delle accuse russe così come le smentite rapide e molto secche di Francia e Stati Uniti lasciano perplessi. Insomma, lunedì notte qualcosa sembra essere andato storto. E continua a persistere qualcosa di non detto che sembra essere particolarmente importante.

Così, Lorenzo Vita. Ma ci sono dei se: E se l’Il-20M fosse stato uno spione scomodo per i segreti militari messi in campo dagli israeliani? Se fosse stato proditoriamente e volutamente abbattuto, oppure, se il suo abbattimento abbia scoperto un nervo della difesa russa che si vuole mascherare?

La Russia e i sistemi di difesa

Quanto avvenuto lunedì notte è un problema che riguarda la Russia anche per un secondo motivo, oltre alla morte dei suoi 15 uomini. E il problema vero è che il sistema di difesa dato alla Siria non ha funzionato. O meglio, ha funzionato male.

All’inizio, i vertici militari russi, in primis il ministro Sergei Shoigu, hanno accusato gli F-16 di Israele di aver utilizzato l’Ilyushin russo come “copertura”. Una tattica subdola, ma efficacissima, che avrebbe confuso i sistemi di difesa anti-aerea forniti dagli stessi russi a Damasco proteggendo i caccia dello Stato ebraico.

Ma anche in questo caso, i dubbi ci sono. Le forze aeree siriane e russe lavorano ovviamente a strettissimo contatti con le batterie per la difesa aerea vendute dagli stessi russi. I centri di comando e controllo sono congiunti e i missili sono di fabbricazione russa.

L’Ilyushin che è stato colpito dal missile della contraerea era sicuramente dotato di transponder con sistema IFF (“Identification, Friend or Foe”, in italiano “Identificazione, amico o nemico”). E in anni di coinvolgimento dell’aviazione di Mosca sui cieli siriani, è naturale che i due alleati abbiano creato un sistema di procedure per evitare incidenti causati da fuoco amico.

Inoltre, almeno da quanto dichiarato da Israele e non smentito da nessuno, la contraerea siriana si sarebbe attivata quando i caccia erano già rientrati nello spazio aereo israeliano. Ed è plausibile, visto che aerei scarichi di bombe rientrano alla base molto rapidamente.

L’attacco come test

Si tratta di un un errore fatale? L’ipotesi sarebbe stata confermata anche dallo stesso Vladimir Putin, il quale, a differenza dei suoi militari, ha utilizzato toni concilianti quasi ad assolvere Israele da una tragedia che, in ogni caso, senza attacco da parte dell’aviazione dello Stato ebraico, non sarebbe mai accaduta.

Ma a questo punto la questione potrebbe essere un’altra: se qualcosa è andato storto, è possibile che qualcuno abbia cercato che ciò avvenisse. Ossia che qualcuno abbia voluto che il sistema S-200 siriano di fabbricazione russa intervenisse e che, una volta testato, cadesse nel tranello.

Non è un mistero che gli attacchi in Siria servano come test. L’attacco di aprile servì ad esempio alla Francia per testare, con un flop che ancora imbarazza Parigi, i suoi missili da crociera MdCN (e forse questo nuovo raid poteva avere lo stesso scopo). La guerra, purtroppo, ha anche questa utilità. Le esercitazioni non bastano: è l’utilizzo sul campo che fa comprendere quanto il nemico o un altro esercito sia forte. E mostrare che i sistemi nemici non sono ottimali, serve anche a manifestare la propria supremazia tecnologica rispetto al nemico.

Naturalmente, questo ha vari scopi. Nella guerra fra Israele e Iran, altro utilizzatore del sistema di difesa di fabbricazione russa, l’aviazione israeliana ha lanciato un segnale chiaro nei confronti di Teheran. Quel sistema può essere eluso dall’aeronautica dello Stato ebraico. E lo scontro fra i due Paesi, realizzato soprattutto in Siria, adesso ha anche questo “aggiornamento”. E questo potrebbe essere il primo scopo raggiunto direttamente da Israele.

Un secondo scopo, è quello di dimostrare, nel mercato delle armi, che il sistema di difesa russo non funziona in maniera perfetta. E questo può essere utile non tanto agli israeliani, quanto al suo più fedele alleato, gli Stati Uniti e rappresentare un monito per India e Turchia che hanno acquistato gli S-400 russi. La Turchia ha acquistato quattro unità di fuoco S400 per un valore di 2,5 miliardi di dollari.

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Infatti, la disputa sul mercato dei sistemi d’arma fra Mosca e Washington è all’ordine del giorno in ogni parte del globo. La Russia vuole strappare agli americani quote di mercato che, fino ad ora, erano state tenute sotto stretto controllo dall’industria bellica statunitense. Manifestare le debolezze del nemico aiuta anche a far decidere in maniera diversa chi è pronto a siglare un contratto per la fornitura del sistema, per esempio i turchi con gli S-400.

C’è poi un terzo scopo: costringere la Russia ad usare gli S-400. Fino a questo momento, Putin non ha voluto utilizzare gli S-400 per evitare di creare una pericolosa escalation militare in Siria nei confronti delle potenze occidentali coinvolte. È stata una scelta di natura politica: il Cremlino non vuole alzare il livello dello scontro con l’Occidente né con Israele, che non vuole avere il nuovo sistema russo in Siria.

Ma questo attacco cambia i parametri del conflitto. E forse, nella scelta di Putin di aumentare la protezione delle forze russe in Siria, è inserito anche il dispiegamento del sistema. Questo sì nato con lo scopo di colpire la tecnologia stealth delle forze occidentali.

Ci sono ancora molte ombre sulla battaglia che si è svolta nei cieli del Mediterraneo orientale. Ed esistono perplessità sul ruolo di alcune nazioni, in particolare la Francia, ma anche su quella “tragica concatenazione di eventi”, come definita da Vladimir Putin, che ha portato all’abbattimento dell’aereo russo.

 

1989.- L’ACCORDO TRA PUTIN ED ERDOGAN RIVELA IL DESTINO DI IDLIB E DELLA SIRIA

Abbiamo atteso con ansia gli sviluppi dell’attacco missilistico terroristico occidentale alla Siria e ai russi, di pochi giorni fa. Ci siamo chiesti a chi avremmo inferto le sanzioni questa volta; invece, da parte di Putin, tutto è finito in un mirabile NOTAM, tecnicamente, un AVVISO AI NAVIGANTI con cui si annunciano le restrizioni degli spazi aerei:

mercoledì 19 settembre. Difesa.
NOTAM della Marina della Federazione Russa: AVVISO AI NAVIGANTI. Pubblicata la “Zona di non-volo” intorno Israele e sul Mediterraneo: se gli F-16 IAF vogliono proprio volare sulla Siria, lo facciano al di sopra di 19.000 piedi (sopra 5.790 metri). In caso contrario, missili S-300 e S-400 entreranno in azione.
Il NOTAM si rivolge a tutti, anche alla US NAVY e all’ U.S. AIR FORCE. 15 morti a tradimento hanno un prezzo. I russi, invece, hanno avuto un solo minuto da Israele per spostare il loro aeroplano.

Leggiamo una sintesi commentata dei molti contributi di “Occhi della Guerra” alla conoscenza della guerra siriana, tassello di una ben più grande competizione nel Medio Oriente. Leggiamo un capitolo alla volta.

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Idlib è soprannominata, la madre di tutte le battaglie. Qui, si doveva o, chissà, si dovrà decidere il conflitto in Siria. È qui che i ribelli si sono rifugiati dopo le avanzate dei governativi ad Aleppo, a Deir Ezzor, nella Ghouta orientale e, infine, nella provincia di Daraa. È qui, nel nord del Paese, che si fronteggiano per la battaglia finale i governativi e i ribelli; ma è anche qui il punto critico dell’asse tra Vladimir Putin Recep Tayyip Erdogan.

L’esercito siriano vuole ritornare a controllare la provincia dopo quasi cinque anni di assenza. Le forze di Assad vengono da una serie di successi militari e politici che hanno determinato la possibilità di poter disporre, attorno la provincia di Idlib, molti uomini e mezzi. Tra febbraio e luglio il governo di Damasco ha recuperato il territorio della regione della Ghouta, così come per intero la provincia di Daraa. Questo ha fatto sì che quasi l’intero potenziale dell’esercito siriano adesso è disponibile per essere schierato e per riprendere Idlib.

Dall’altra parte, c’è una variegata galassia islamista divisa ed in lotta da anni. Oltre a Tahrir Al Sham, che indubbiamente appare il gruppo più pericoloso anche se gli analisti smentiscono la presenza di 10.000 uomini della milizia ad Idlib, vi sono sigle quali Nour al-Din al-Zinkie l’islamista nazionalista Ahrar al-Sham. Questi gruppi sono accreditato molto vicini ad Ankara: definiti più “moderati” rispetto ad Al Nusra, tuttavia le loro posizioni appaiono islamiste ed orientate verso la guerriglia. La Turchia sembra aver mantenuto “a bada” questi gruppi in questi anni, in cambio del via libera alla guerra voluta da Erdogan contro i curdi a nord di Aleppo. Ed ecco per l’appunto che qui entrano in gioco le forze internazionali. La Siria conta ovviamente sull’alleato russo, così come su quello iraniano: sia Mosca che Teheran hanno punti di osservazione militari ed umanitari attorno i confini della provincia di Idlib. La Turchia, dal canto suo, ha soldati e mezzi schierati in altri punti di osservazione, ma all’interno della provincia di Idlib.

L’importanza di Idlib per la Russia

Dal punto di vista russo, la riconquista della sacca di Idlib è fondamentale. Idlib è il capoluogo di una provincia che confina con quelle di Aleppo, Latakia, Hama, ma soprattutto con la Turchia. Il suo territorio è incastonato tra la costa, la metropoli più importante della Siria e la frontiera turca. Un territorio strategico, quindi, dove, non a caso, ha attecchito nel 2012 la guerriglia dei ribelli siriani, poi trasformatasi in una guerra vera e propria. Le prime rivolte interne alla Siria si hanno nel profondo sud della provincia di Daraa, ma i primi episodi di aggressione alle istituzioni dello Stato siriano si hanno proprio nella provincia di Idlib. E prendere questa provincia ha significato, per le sigle anti Assad, assicurarsi il passaggio di uomini, armi e munizioni dalla Turchia. Ricordate i sette campi di addestramento dell’Isis intorno a Istanbul? Adesso sembra arrivata la definitiva resa dei conti. Sarà una battaglia combattuta dalla diplomazia o dalle armi? Sarà ancora l’arte del compromesso di Vladimir Putin a prevalere? Gli attori in gioco sono, da una parte, Israele e tutto l’imperialismo occidentale, con i suoi alleati, dall’altra, Russia, Siria, Iran, Hezbollah e non dimentichiamo i turchi e i curdi. La Turchia ha da sempre Idlib sotto la sua protezione. Recep Tayyip Erdogan la considera la chiave della sua strategia in Siria. E dopo Afrin e Manbij, è la città nordoccidentale siriana a essere il vero avamposto delle truppe turche e delle milizie islamiche legate ad Ankara, che, da molto tempo, ha istituito una serie di postazioni a Idlib come parte dell’accordo raggiunto l’anno scorso con Russia e Iran. L’obiettivo era evitare che quella parte di Siria fosse oggetti dell’assedio da parte dell’esercito governativo. Ed è un accordo che è servito in qualche modo ad Assad per permettergli di liberare Damasco, le regioni intorno la capitale e infine, concentrarsi sul sud. Erdogan, minaccia di far saltare quell’accordo, perché deve evitare un esodo di massa verso i propri confini e salvaguardare l’incolumità dei propri soldati presenti a Idlib. Poi, ci sono i curdi, il principale problema di Erdogan cha, a fasi alterne, fa da ago della bilancia. Di fatto, il Sultano è un partner di cui nessuno può fare a meno. Se Putin lo molla, i turchi si spostano con gli Stati Uniti. Se gli Usa lo provocano con i curdi, lui si sposta verso Mosca. Erdogan, che era stato definito una mina vagante, entrato nella sfera d’influenza di Mosca, è diventato un soggetto chiave per il futuro e la stabilità politica della Siria e, con lui, i curdi. Il popolo curdo non ha nessuno su cui fare affidamento per combattere con le armi le forze turche.  Assad potrà sfruttare questa curiosa carta curda per avere un asso in più nella manica quando si dovrà discutere del processo di pace, garantendo ai curdi una maggiore autonomia. Quindi, potremmo concludere: garanzie a Erdogan e garanzie ai curdi. C’è, però, un’altro soggetto a complicare “la battaglia” ed è la popolazione di Idlib.

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Il popolo curdo ha sbagliato politica e non ha nessuno su cui poter fare affidamento, tranne, paradossalmente, il suo vecchio nemico turco.

 

Le conseguenze per la popolazione civile

La provincia di Idlib è tra le più densamente popolate della Siria. Un milione e mezzo di abitanti, a cui bisogna aggiungerne altrettanti arrivati da altre zone del paese. Di questi, almeno un milione si è già spostato più volte durante i sette anni in cui la Siria è stata coinvolta nel conflitto.

Stefanie Dekker di Al Jazeera riferisce che, ora, alcuni di loro stanno nuovamente facendo armi e bagagli, cercando sicurezza per se stessi e per le loro famiglie mentre le forze del regime, sostenute dal loro alleato russo, sono alle porte di Idlib.

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M.60 e M.113  turchi. L’esrcito turco schiera i mezzi assegnati alla NATO.

Questi tre milioni fra abitanti e sfollati, sono racchiusi in un fazzoletto di terra stretto tra la Turchia, Latakia, Hama ed Aleppo. In caso di battaglia prolungata, tra bombardamenti e combattimenti di terra, i civili avrebbero rischiato di trovarsi nel mezzo del conflitto e non si sarebbero contate le vittime. Quella di Idlib non è una battaglia per le armi, è l’inizio di una conferenza per la pace e sarà necessario addivenire a una seri di compromessi. Perciò, ci auguriamo, sarà combattuta o si sta già combattendo con la diplomazia.

Cosa prevede l’accordo

Tutto dipenderà anche dall’evoluzione della guerra perché la battaglia di Idlib non ci sarà, almeno nelle prossime settimane, ma l’offensiva dell’esercito governativo è solo sospesa senza particolari indicazioni sul futuro.

“Abbiamo deciso – ha detto il presidente Putin – di creare una zona cuscinetto di 15-20 chilometri, entro il 15 ottobre, lungo la linea di contatto tra le forze governative siriane e i gruppi ribelli. La fascia sarà pattugliata da militari turchi e russi. L’accordo prevede anche l’espulsione dalla provincia di Idlib delle formazioni jihadiste, mentre i turchi, con l’assenso di russi e iraniani potranno continuare a far guerra alle forze curdo-siriane, che sono state determinanti nella sconfitta dell’Isis nelle province settentrionali.“ 

Alcuni gruppi deporranno le armi, come accaduto in alcune zone della provincia di Daraa, la battaglia non ci sarà e molte vite saranno risparmiate. Un proposito difficile , visto che in meno di tre settimane si dovrebbe raggiungere una pacificazione fra parti che non sembrano intenzionate a trovare una via di dialogo. Ed è difficile credere che i terroristi cedano le armi.

Più in dettaglio, L’accordo di Sochi prevede per prima cosa la creazione di una zona demilitarizzata di circa 20 chilometri che divide le forze ribelli da quelle di terra dell’esercito russo. Al confine di quest’area, soprattutto nelle principali arterie autostradali che collegano Hama, Aleppo e Latakia, ci saranno pattugliamenti congiunti di militari russi e turchi. Un’opzione particolarmente importante visto che si tratta di eserciti appartenenti a due blocchi contrapposti: quello russo e quello Nato, di cui la Turchia fa parte. All’interno di quest’area, “tutti i carri armati, i lanciarazzi Mlrs (Multiple Rocket Launch Systems), l’artiglieria pesante e i mortai appartenenti alle parti in conflitto verranno ritirati” entro il 10 ottobre.

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La provincia di Idlib è per la Russia il crocevia degli obiettivi nella guerra in Siria. Il primo, chiaramente, è che a Idlib si concluderà la riconquista dell’Occidente siriano da parte dell’esercito, che significa la vittoria di Bashar Al Assad.

La posta in palio ad Idlib è molto alta: potrebbe di fatto rappresentare l’ultimo atto della guerra in Siria. Liberare Idlib dal terrorismo consente la stabilizzazione di tutta la regione prossima alle basi russe in Siria: Latakia, Tartous e Khmeimim sarebbero libere da nemici che da tempo minacciano e tentano di colpire le basi, in particolare attraverso l’utilizzo di droni: Una minaccia costante. Ricorderete che nella notte tra il 27 e il 28 luglio, la Russia comunicò di aver neutralizzato un drone partito da un avamposto ribelle. I  droni diretti verso la base delle forze russe di Khmeimim partivano dalla provincia siriana, non lontana dal confine con la Turchia.  Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Quindi, per i russi, la partita non può essere soltanto a livello territoriale.  Idlib rappresenta il nucleo dell’impegno militare russo nel Paese, che ha avuto tre obiettivi:

  • mantenere Assad al potere,
  • mantenere le basi russe nel Mediterraneo orientale,
  • rendere la guerra la tomba per migliaia di terroristi che, come foreign fighter, hanno raggiunto il Paese per unirsi allo Stato islamico.

La strategia russa poggia sull’arte del compromesso di Vladimir Putin e può essere l’unica percorribile ora che la vittoria è alla sua portata di mano.

L’attacco terroristico di Israele, Stati Uniti e Francia alle basi di Latakia, Tartous e Homs del 17 settembre  culminato nell’abbattimento dell’Ilyushin-20  ha rischiato di compromettere, ma non ha segnato, la strategia russa nella guerra in Siria.

Putin ha combattuto una doppia guerra. Da un lato quella sul campo, in cui ha sostenuto e continua sostenere l’esercito di Damasco. Ma dal’altro lato, c’è un’altra partita, anche più complessa, che è quella diplomatica. In cui Putin deve riuscire a dirimersi fra interessi del tutto contrapposti e tutto per salvare la sua strategia siriana.

Tra Iran e Israele

I rapporti con Israele sono sotto questo profilo emblematici. Tra Benjamin Netanyahu e Putin si è costruito nel tempo un rapporti consolidato ed estremamente valido che ha permesso, per anni, di evitare incidenti come quello avvenuto lunedì scorso. La posizione di Putin non è affatto semplice: deve mediare fra istanze del tutto contrapposte.

Da una parte ha l’Iran, suo alleato sul campo, che non ha alcun interesse a ritirarsi dalla Siria visto che è la potenza che per prima si è impegnata nel conflitto al fianco di Assad. Dall’altra parte ha Israele, storico partner russo, che pur mettendo in difficoltà Mosca con i raid che hanno colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra, è riuscito a creare un canale diretto diplomatico e militare proprio con il Cremlino.

Tali e tanti sono gli interessi in gioco in Medio Oriente, che Putin è riuscito a celebrare l’assassinio dei suoi 15 aviatori con un’altra vittoria: non si è fatto trascinare in una escalation militare, lui, che da vincitore avrebbe tutto da perdere.

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L’F-16 che si è fatto ombreggiare dall’Ilyushin, attirandogli il fuoco dell’antiaerea siriana è costato a Tel Aviv la fine dei raid con cui ha colpito incessantemente la Siria dall’inizio della guerra. Un altro passo verso la pace per Putin e Assad e un’altra garanzia da dare questa volta a Israele contro l’Iran e contro gli Hezbollah.

Il risultato di questo compromesso è stato, finora, l’allontanamento delle milizie legate a Teheran fino a 80 chilometri dal confine siriano con lo stato ebraico. Dall’altro lato, Israele ha interrotto il sostegno ai ribelli del Sud e smesso di bombardare per fare in modo che Assad riconquistasse Daraa e Quneitra. Un compromesso che però non sembra valere per il resto della Siria, dove i raid israeliani, proprio per questo motivo, sono continuati fino a lunedì scorso.

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Da un punto di vista logistico, il governatorato di Idlib è posizionata tra le basi russe e Aleppo, altra città fondamentale nello scacchiere siriano.

Come con Israele, anche con la Turchia quando, nel novembre 2015, l’F-16 della Türk Hava Kuvvetleri, sotto controllo NATO, abbattè il Sukhoi Su-24M russo sul confine.  Anche quella volta, molti temettero che la guerra avrebbe coinvolto su fronti contrapposti i due Stati. Ma anche in quel caso, la realpolitik prevalse sui venti di guerra. Perché è chiaro che Mosca avrebbe potuto reagire: ma come con Israele, le conseguenze di uno scontro militare sarebbero state del tutto imponderabili e controproducenti.

E il Golan? 

Resta aperta la questione del Golan, formalmente siriano e dal 1967, occupato dagli israeliani. Il presidente Bashar al Assad ha dichiarato che vuole ricostituire l’unità del territorio siriano e l’esercito siriano sembra intenzionato a completare l’opera visto che da tempo considera la riconquista del Golan come uno degli obiettivi dell’offensiva per liberare il Paese dalle ultime sacche jihadiste. Forse, proprio per questo decisionismo di Damasco e dopo l’occupazione siriana di un avamposto abbandonato dall’Undof, questa ha deciso di riprendere il controllo del Golan con il ritorno delle truppe irlandesi nella zona: unico modo per evitare l’intervento di Israele e, al contempo, fermare l’esercito siriano.  L’agenzia siriana Sana ha riferito, comunque, che due missili israeliani hanno colpito un obiettivo vicino all’aeroporto internazionale di Damasco. Secondo l’agenzia di stampa, non sono stati segnalati feriti o danni. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (da Londra) ha affermato che l’obiettivo fosse un deposito di armi appartenente a Hezbollah. Israele, dopo la guerra dei sei giorni, prese possesso delle alture del Golan e ne pretende il controllo nonostante le risoluzioni Onu contrarie, ha motivi molto pragmatici. Quell’area a est del lago di Tiberiade rappresenta un tassello fondamentale per chiunque voglia avere il controllo della regione. Una prima ragione è di natura strategica. Incastonato fra Israele, Siria e Libano, il Golan ha una posizione invidiabile. Avere il controllo dei suoi rilievi, permette di avere il controllo a ovest su Tiberiade e parte della Galilea, e a est sulla pianura che scende fino a Damasco. Inoltre, riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon (in arabo Jabal al-Shaykh) significa ottenere una torre da cui controllare i movimenti del nemico. Militarizzare le alture serve a monitorare tutto.

Ma controllare le alture del Golan si traduce soprattutto nel controllare uno dei più grandi serbatoi idrici del Medio Oriente. E controllare l’acqua di una regione significa avere un potere contrattuale immenso su tutti gli Stati limitrofi (chiedere alla Cina e alle gigantesche dighe che sta costruendo).

Per l’agricoltura israeliana, avere accesso diretto alle acque del monte Hermon è fondamentale. Basandosi su un modello intensivo, ogni goccia d’acqua è essenziale. Secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. Già solo questo motivo rende chiaro perché Israele teme qualsiasi tentativo di riconquista da parte della Siria.

L’acqua è un bene primario (tanto più per un Paese devastato dalla guerra) e l’economia siriana necessita di un approvvigionamento idrico costante . Inoltre, i cambiamenti della produzione agricola, specialmente nelle regioni meridionali, con la scelta del cotone al posto di altre piantagioni, hanno modificato radicalmente l’esigenza idrica del Paese, che è aumentata a dismisura. E ora la Siria vorrebbe quell’acqua di cui è stata privata.

Oro blu che, fra l’altro, è diminuito anche per via delle recenti dighe costruite dalla Turchia sull’Eufrate. La militarizzazione delle dighe e il controllo su uno dei fiumi fondamentali per il Medio Oriente ha di fatto consegnato a Recep Tayyp Erdogan un interruttore sull’economia della Siria e dell’Iraq. E vale lo stesso discorso fatto per il Golan. Chi ha in mano l’acqua, controlla la vita dei suoi vicini.

Non manca il petrolio e nel 2014 è stata incaricata dal Comitato israeliano per la pianificazione e la costruzione delle regioni settentrionali l’israeliana Afek Oil and Gas, parte della società statunitense Genie Energy, che vanta un comitato di consulenti costellato da ex funzionari di governo degli Stati Uniti (due fra tutti Dick Cheney, ex vicepresidente Usa, e R. James Woolsey Jr., ex direttore della Cia).

Finora i problemi delle trivellazioni sono stati due: la presenza dell’acqua del Golan, fonte imprescindibile per la popolazione israeliana e, evidentemente, ma soprattutto la sovranità della regione. Le alture del Golan sono state annesse unilateralmente da Israele ma nessuno le riconosce come territorio israeliano. L’Onu ha più volte intimato di abbandonare il territorio e gli stessi americani sono stati sempre molto cauti nel dare l’ok a questa situazione. Ma Israele non si è mai interessato a questo “particolare”. E tra milioni di metri cubi di acqua e potenziali milioni di barili di petrolio, si capisce il motivo per cui quelle alture saranno sempre difese dalle forze armate israeliane. E perché la Siria se ne senta legittimamente defraudata.

Meno male che abbiamo Vladimir Putin.

1980.- AGGRESSIONE MISSILISTICA IN SIRIA. 15 RUSSI MORTI.

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È STATA GUERRA! Risposta disperata di Washington, Parigi e Tel Aviv all’accordo di pace fra Russia, Iran, Turchia. Il bombardamento terroristico e l’abbattimento del quadrimotore russo in procedura per l’atterraggio sono arrivati a poche ore dall’”accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. ”

L’attacco terroristico missilistico è stato sferrato dai nostri alleati, senza preavviso e senza perché, dal mare contro le basi siriane di Latakia, Homs e contro il porto militare di Tartous, base logistica della Marina russa in Siria. Impressionante il cielo sulla costa siriana raccontata durante l’attacco missilistico con la riposta da terra della contraerea. I sistemi antiaerei siriani S-200 e Pantsir S2 sono entrati in azione, intercettando un numero di missili da crociera provenienti dal mare. Anche i russi sono intervenuti a difesa delle loro basi con il sistema anti missili S-400, che è entrato in azione, abbattendo alcuni missili.

I feriti siriani sono stati trasportati negli ospedali, la corrente elettrica è mancata e, poi, è ritornata in alcune zone costiere. Sulle prime, l’intensità dell’attacco è stata tale da far pensare che avrebbe coinvolto aerei e navi. A terra, detriti tutti da identificare, alcuni sembrano di anti-missili russi.

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SSN d’attacco, veloce, classe Los Angeles. Sono unità potenti, ma datate.

Da giorni si sapeva di un concentramento davanti alla Siria di navi della NATO. L’US Navy aveva fatto entrare da Gibilterra un’altro SSN d’attacco classe Los Angeles. Da parte russa, è seguito il rischieramento di un ulteriore quadrimotore pattugliatore antisommergibile Tupolev Tu-142. Subito, la stampa russa ha parlato apertamente di una partecipazione francese all’attacco con il lancio di missili dalla fregata FS Auvergne. Perché anche da una nave francese? Rotschild, per i suoi scopi, poteva permettersi di scegliere soltanto un’idiota. Macron persegue ancora la grandeur, ma la Francia è finita. Non è più dei francesi, è già per metà Islam. E noi dovremmo avere l’esercito europeo e le guardie di frontiera in comune con questi pusillanimi, malfidi? Macron insiste molto sull’esercito europeo, ma come lo impiegherebbe? Perché dobbiamo rischiare una guerra nucleare? Per gli interessi israeliani, americani e francesi. Certo non della NATO né dell’Ue!

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La fregata tipo FREMM antisommergibile FS Auvergne, unità lanciamissili da crociera MdCN de la marine nationale, ha partecipato all’attacco terroristico israeliano sotto lo schermo della flotta USA. Aveva già partecipato ai bombardamenti di Barzeh e Him Shinshar in Siria in rappresaglia per il “supposto” uso di armi chimiche da parte del governo siriano e per colpire siti “ presunti” di produzione e stoccaggio di armi chimiche in Siria. Il sistema MdCN offre una capacità di attacco rapido, massiccia e coordinata con i missili da crociera in volo. La rappresaglia questa volta a chi tocca?

Ci sono 15 morti russi.

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L’aereo Ilyushin Il-20M colpito mentre dirigeva per l’atterraggio, è in fiamme. È precipitato, poco dopo, con i suoi 14 aviatori.

Sembrava la bravata di 4 F-16 israeliani o della fregata FS Auvergne.
Un aereo di sorveglianza militare russo con 14 membri dell’equipaggio è scomparso dai radar sul Mar Mediterraneo orientale, dice il ministero della Difesa russo.
Il ministero ha detto in una dichiarazione del 18 settembre che l’aereo Ilyushin Il-20 è scomparso dal radar a 35 chilometri dalla costa siriana verso le 11 di sera. ora locale del giorno precedente.

Il ministero ha detto che l’aereo stava rientrando alla base aerea di Hmeimim nella provincia nord-occidentale della Siria di Latakia, dove si trova la maggior parte delle forze armate della Russia nel paese.

Le forze militari russe hanno lanciato un’operazione di ricerca. Non è stato immediatamente chiaro se l’aereo è stato abbattuto.

La Russia ha dato al presidente siriano Bashar al-Assad un sostegno cruciale in tutto il conflitto siriano, iniziato con una repressione governativa contro i manifestanti nel marzo 2011. Hmeimim è la principale base della Russia per i raid aerei sui gruppi ribelli in Siria.

L’Ilyushin è scomparso dai radar nello stesso periodo in cui gli F-16 israeliani hanno attaccato le strutture siriane nella provincia di Latakia, ha detto il ministero della Difesa russo.

Ha anche detto che i lanci di razzi sono stati rilevati provenire dalla fregata francese Fs Auvergne, più o meno nello stesso momento.

“L’esercito francese nega qualsiasi coinvolgimento in questo attacco”,  ha detto un portavoce militare francese. I francesi non hanno attaccato ma avrebbero “disturbato” l’antiaerea siriana, tanto viene riportato oggi da Mosca. Ci siamo chiesti se i missili lanciati  abbiano rilasciato flares per confondere i missili siriani. In serata i due ministri della difesa si sono parlati.

L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare i rapporti sui suoi aerei che hanno preso di mira le infrastrutture industriali di Latakia, particolarmente colpite, dove l’Intelligence occidentale “sospetta” (ogni volta solo sospetti) che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra.

Un portavoce del Pentagono ha detto che gli Stati Uniti non sono stati coinvolti.

 

Il presidente russo Vladimir Putin, confermando che ci saranno conseguenze, ha però smorzato i toni dei suoi ministri.

Putin ha attribuito l’abbattimento dell’aereo russo IL-20 in Siria a una serie di tragiche coincidenze. Putin dopo l’incontro con il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha detto “è una situazione diversa” rispetto all’abbattimento precedente del jet russo da parte dei turchi. “L’allora combattente turco ha deliberatamente abbattuto il nostro aereo, mentre questo sembra più simile a una serie di tragiche coincidenze, perché l’aereo israeliano non ha abbattuto deliberatamente il nostro”.

Putin inoltre, ha detto che dopo l’incidente, la Russia rafforzerà le misure di sicurezza per i suoi militari in Siria. Tradotto, Israele e i suoi padrini, in una nuova mascalzonata, devono mettere in conto una possibile reazione russa. Intanto il Cremlino aveva preannunciato che Putin oggi avrebbe tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo aveva dichiarato il segretario stampa del presidente russo Dmitry Peskov.

Oggi, nella conversazione telefonica con Putin, Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.

 

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L’agenzia di stato siriana ha dichiarato che un F-16 israeliano di una formazione attaccante di 4,  si é nascosto alle spalle di un Ilyushin  Il20 russo, che è stato colpito dalla difesa aerea siriana. L’agenzia di stato dichiara che il regime israeliano è considerato direttamente responsabile. Il Ministero della Difesa russo: “Regime israeliano si assuma tutta la responsabilità per l’uccisione dell’equipaggio del IL20 abbattuto in Siria Consideriamo le azioni israeliane una aggressione e ci riserviamo il diritto di rispondere adeguatamente”. A sua volta, il Ministero degli Esteri russo ha convocato  l’ambasciatore d’Israele in Russia. Shoigu (Ministro Difesa): “Abbiamo notificato al ministro della difesa di Israele Avigdor Lieberman che la Russia non lascerà senza risposta l’azione della forza aerea israeliana sulla Siria.” E ce lo auguriamo perché cessino queste azioni di guerra di Israele e dei suoi cani da guardia a sostegno dell’Isis e si torni a parlare di pace in Medio Oriente. C’ è un problema numero uno in Medio Oriente e se non ci si pone l’obiettivo di risolverlo, prima o poi, qualcuno…

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LA CORRISPONDENZA DALLE AGENZIE DEL LIBANO: Ag. ANM, SOUT FRONT, SANA.

MENTRE TRA PUTIN ED ERDOGAN SI ERA APPENA STABILITO OGGI UN ACCORDO DI TREGUA E DI SMILITARIZZAZIONE  PER IDLIB, SONO STATI APPENA  SEGNALATI ATTACCHI MISSILISTICI NELLE PROVINCE DI LATAKIA, TARTUS, HOMS. LA RUSSIA UTILIZZA PRESUMIBILMENTE LE PROPRIE DIFESE AEREE.

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La base navale logistica della flotta russa in Siria è Tartous ed è stata attaccata improvvisamente da Stati Uniti, Israele e Francia. L’attacco si è rivolto anche a Latakia e a Homs, che i russi hanno liberata dall’Isis, da poco.

 


Il grande attacco missilistico contro la Siria occidentale sta proveniendo  dal mare. 

Verso la fine della giornata del 17 settembre, sono stati segnalati attacchi aerei contro le istallazioni governative nelle province siriane di Latakia, Tartus e Homs. In particolare, i bombardamenti avrebbero colpito un’area industriale nella città di Latakia.

BEIRUT, LIBANO (22.40) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale(SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno postato su Facebook per accusare la Coalizione USA o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.

Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora intercettando i missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

Le forze di difesa aerea siriane (SADF) stanno rispondendo all’attacco. Alcune fonti riportano che anche i sistemi di difesa aerea schierati presso la base aerea russa di Khmeimim che sono stati impiegati.

Secondo fonti siriane, i raid aerei sarebbero stati eseguiti dall’esercito israeliano.

La situazione è in fase di sviluppo .

AGGIORNAMENTO 1: Secondo i media statali siriani, la SADF ha intercettato un certo numero di missili provenienti dal mare.

Nota: La coalizione USA ed Israele evidentemente non vogliono permettere la pacificazione in Siria e non si sono rassegnati al fallimento del loro piano.  Questa sembra essere l’ultima mossa disperata di Washington e Tel Aviv per non essere esclusi dal processo di stabilizzazione in Siria concluso dagli accordi fra Russia, Iran e Turchia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

 

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BEIRUT, LIBANO (10:40 P.M.) – L’attacco missilistico su larga scala nelle province occidentali della Siria proviene dal Mar Mediterraneo, l’agenzia di stampa araba siriana di proprietà statale (SANA).

Diversi attivisti dei social media siriani hanno portato su Facebook per accusare la Coalizione degli Stati Uniti o l’esercito israeliano per l’attacco; tuttavia, non è ancora chiaro.Domenica è stato riferito che diverse navi da guerra della NATO si stavano dirigendo verso la costa siriana, ma lo scopo di questa mossa è ancora sconosciuto.

A partire da ora, la Difesa Aerea Siriana sta ancora bersagliando missili sopra Latakia, mentre tentano di difendere le loro installazioni nella Siria occidentale.

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USS Abraham Lincoln (CVN -72 ) e USS Harry S. Truman (CVN-75)

1973.- PERCHÈ SOLTANTO L’ONU POTREBBE DICHIARARE UN BLOCCO NAVALE DELLA LIBIA. SALTA IL PIANO DI MACRON.

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Protesta di donne libiche a Parigi.

L’ONU è una danzatrice di Valzer, che interviene quando lo chiedono i suoi padrini, oppure tace, non vede e non sente. Ricordate le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e, oggi, il genocidio nello Yemen da parte dell’Arabia Saudita, eletta, niente di meno, nella Commissione per i diritti delle donne. Anche le accuse di razzismo rivolte, senza fondamento, agli italiani e al Governo Conte sono una manifestazione di obbedienza ai noti poteri finanziari. Riguardo alla Libia, mercoledì 11 Aprile 2018 l’ONU ha dichiarato: “La Libia è un Paese senza diritti anche per i libici.” L’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein tornava a contestare la politica italiana sui migranti, dicendo: «Uomini, donne e bambini in Libia sono detenuti in modo arbitrario, privati della libertà a seconda dell’appartenenza tribale, delle relazioni familiari e delle presunte affiliazioni politiche», si legge nel Rapporto. «Le vittime non hanno nessuna possibilità di ricorrere a strumenti legali, mentre i gruppi armati godono di un’impunità totale». E lo scorso novembre aveva dichiarato in un comunicato durissimo che «la sofferenza dei migranti detenuti nel Paese è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», commentando le politiche dell’Unione Europea e dell’Italia a sostegno dei Centri di detenzione in Libia e della Guardia Costiera libica nell’intercettazione e nel respingimento dei migranti nel Mediterraneo. Perfettamente in sintonia con il suo successore Michelle Bachelet. Mi viene da chiedere: Alto Commissario di che? delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e di chi? I migranti sono un prodotto e uno strumento del neocolonialismo dell’Occidente.

Veniamo al blocco navale. Ho partecipato alle missioni ONU e alle spalle c’è necessariamente una trattativa e un accordo diplomatico con ogni soggetto interessato. La capitolazione del governo serbo sotto la pressione dei bombardamenti NATO, nel 1998, portò al dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di sicurezza a seguito di un accordo “a posteriori” includente Russia e Cina, a guida NATO e con una significativa presenza di truppe russe, a garanzia della Serbia. Sarebbe possibile oggi una missione ONU per garantire la pace e l’avvio verso libere elezioni in Libia? In Libia si sommano rifugiati e migranti, che si trovano nel mezzo di un conflitto fra i gruppi armati nel Paese e che ha costretto centinaia di migliaia di cittadini libici ad abbandonare le proprie case. Per incidens, a questi gruppi armati, le autorità libiche hanno delegato compiti di polizia e di giustizia. L’ultimo “Rapporto” dell’Alto Commissariato Zeid Ra’ad Al Hussein, parlava di migliaia di persone detenute nelle carceri del Paese in modo arbitrario e in condizioni disumane, senza accesso all’assistenza legale. Vi si confermava, con forte preoccupazione il ruolo chiave attribuito dal governo ai gruppi armati nel Paese.
Impossibile non chiedersi dove era l’Alto Commissariato UNHCR, quando venerdì 17 marzo 2011, con 10 voti a favore, 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania) e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò sì all’uso della forza contro Gheddafi, approvando l’uso di tutti i mezzi necessari per proteggere gli insorti, sostenuti da Sarkozy e praticamente, già sconfitti? L’unico limite imposto fu «nessuna forza occupante» in Libia. Piace ricordare che il viceministro degli Esteri libico Khalid Kaim, dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si augurò che l’Italia restasse fuori dall’azione. Così non fu.

”Pace all’anima di Muhammad Gheddafi. Il 28 aprile, vi fu la prima missione di una coppia di Tornado contro obbiettivi militari libici, nella zona della città di Misurata. I decolli avvenivano dalla base aerea di Trapani-Birgi. Altre missioni furono effettuate il 29 aprile, e per tutta la durata dell’operazione militare. Vi presero parte anche gli AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, e i cacciabombardieri AMX Ghibli. Ieri come oggi, l’Italia non poteva essere estromessa dal futuro della Libia.”

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La risoluzione ONU 1973 fu resa possibile perché venne meno il «no» di Russia e Cina. Gli USA, fino a pochi giorni prima titubanti, con diplomatica ipocrisia, mutarono posizione, temendo – dissero – il terrorismo e l’estremismo violento.

Da questa breve ricostruzione di quegli eventi, appare chiaro che gli interessi configgenti delle potenze in gioco e la frammentarietà della situazione politica in Libia, non consentono di ipotizzare né una invasione né il blocco navale della Libia. Appare altrettanto chiaro l’interesse della Francia, di Macron e di quelli cui fa capo, a ché, al più presto, si tengano elezioni in Libia, dalle quali si generi un governo con autorità su tutto il paese e da cui poter ottenere la stipula dei trattati necessari per la spartizione delle risorse energetiche della Libia, beffando l’ENI, l’Italia e il popolo libico.
Il governo fantoccio di Fayez Al-Sarraj voluto dall’ONU e appoggiato dall’Italia, non ha il controllo della Libia e, a malapena, per interposta persona, con patti e accordi di vario genere, controlla Tripoli, come abbiamo potuto vedere, appena nei giorni scorsi, con l’attacco della 7/a brigata di Al Kali. Ma è da Tripoli che transitano i nostri rifornimenti.
È di due ore fa la notizia, dataci dal Giornale.it che il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione del Regno Unito che estende di un anno la missione militare, ma non ha approvato la data del 10 dicembre per le elezioni, evitando, opportunamente, di fissare una data. Di più non si poteva chiedere, dopo la battaglia di Tripoli, scaturita dalle attività sobillatrici del governo Macron. Un Macron che si danneggia da solo, per nostra fortuna. Se, da un lato, la Francia fomenta i disordini, tenta di rovesciare Al-Sarraj e, dall’altra, preme perché si tengano elezioni libera fra le cannonate..Bene. Con questi “se” abbiamo la certezza che Macron non è affatto sicuro della sua politica e di sé.

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La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere La Francia aveva insistito per “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. Per l’ambasciatore francese all’Onu, François Delattre, era “più che mai essenziale avanzare nella transizione democratica in Libia”. Delattre aveva denunciato coloro che “ritarderebbero le scadenze con il pretesto che la situazione non lo permetterebbe”. “Una frase che, di fatto, era un j’accuse nei confronti dell’Italia che invece ha da sempre ritenuto fondamentale evitare elezioni prima della pacificazione reale del Paese.
La risoluzione, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stata redatta dal Regno Unito e chiede elezioni presidenziali e legislative da tenere “il prima possibile, a condizione che siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche”. La strategia degli Stati Uniti, molto simile a quella espressa dal governo Conte, è stata definita dal vice ambasciatore Jonathan Cohen. Il funzionario Usa aveva avvertito che “l’imposizione di scadenze false si ritorcerà” contro gli stessi ideatori e che porterebbe soltanto a nuove divisioni all’interno di un Paese già profondamente spaccato non solo sul presente ma anche sul futuro. Un segnale importante dell’asse fra Roma e Washington sul fronte libico.” Diciamo che, considerate anche le divisioni esistenti fra i partiti del Governo e malgrado i troppi attori sul palcoscenico, Giuseppe Conte sta portandoci dei risultati che non si vedevano da diversi anni.

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L’alternativa per l’Italia, per non essere esclusa dalla partita in Libia e per governare il problema dei migranti, sarebbe stata di venire a patti con Vladimir Putin che, dopo Tartus, mira ad avere un’altra base in Mediterraneo, che lo avvicini a Gibilterra. È soprattutto per questo che Putin ha sostenuto, dopo una fase di prudenza, il generale Khalifa Haftar. Haftar non è mai stato del tutto un uomo di Mosca; per 20 anni, al tempo dell’esilio impostogli da Muhammar Gheddafi, ha risieduto negli Stati Uniti. Questo lo escluderebbe dal potersi candidare alla presidenza, qualora le elezioni si tenessero dopo il referendum approvativo della costituzione libica, che lo vieta per chi è stato lontano dal paese per 20 anni. Sono noti anche i rapporti che il generale ha con i francesi.

Moavero vola da Haftar a Bengasi, 'ampia convergenza'

Finalmente, abbiamo assistito al disgelo nei rapporti fra l’Italia e il generale Haftar.
Nel recente incontro di Bengasi, con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, abbiamo visto aprirsi una pagina nuova, di speranza per la Libia e per l’Italia. Il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo di Tobruk, l’alleato di Macron si dimostra un’alternativa capace di dare un futuro a tutti i libici. Le urne lo diranno, ma quando saranno cessate le ingerenze di quanti hanno di mira soltanto i loro interessi. Con gli incontri di Washington, del Cairo e di Bengasi, abbiamo aperto a un orizzonte di speranze.
Haftar, voltando pagina, ha offerto all’Italia di cooperare alla realizzazione di “un suo piano per la gestione dei flussi migratori, “che prevede un meccanismo di controllo della frontiera, in particolare del fianco sud, del deserto”. Diamo atto anche al ministro Moavero e alla Farnesina di questo risultato. Moavero ha illustrato, a sua volta, il piano davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato. Vi si prevedono:”posti di frontiera, pattugliamenti, collegamenti, naturalmente per via aerea, data l’ampiezza della zona e la carenza di infrastrutture”, con i relativi costi”. Una riflessione sui costi direbbe che i milioni necessari alla realizzazione del piano sarebbero meglio spesi di quelli per la finta accoglienza. Sottrarre allo sfruttamento dei trafficanti la gioventù africana che attraversa la Libia è un dovere e significa anche tutelare le frontiere esterne, italiane e dell’Unione europea.

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Il ministro si è riservato di sottoporre il piano alla competenza del Parlamento, anche “perché riteniamo che su questo genere di questione occorra una presa di responsabilità da parte dell’Europa”. È giunta l’ora che l’Unione europea faccia chiarezza anche nella politica estera dei suoi membri. Strasburgo dica se la Francia può essere una grande potenza, ostile ai nostri interessi; se il suo franco africano può continuare a essere fra le cause della migrazione; se Italia e Francia sono alleati o rivali. Da parte italiana, sicuramente, la Farnesina sta tessendo la sua azione nell’interesse degli italiani e dei libici e, se l’Unione europea non soddisfa le nostre aspettative, c’è Donald Trump che non dimentica il nostro peso strategico e la nostra fedeltà all’Alleanza Atlantica.
Da tutto quanto si è detto finora, si dimostra l’insuccesso e l’inutilità di continuare nell’operazione Sophia, ufficialmente denominata EunavForMed (European Union Naval Force Mediterranean) Sophia. Il ministro della Difesa Trenta ha dichiarato: «Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi dalle navi europee nel Mediterraneo venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile che vogliamo rivedere» Ecco, ancora una volta, che si aggirano le cause del problema migrazione e non si va in Africa, alla sua radice. Ma di questo abbiamo parlato ampiamente. La debolezza di ogni accordo trae origine dalla situazione dei paesi africani, dalla nostra debolezza e dalla alterna utilità dell’ONU. Non possiamo sbarcare in Libia senza un mandato condiviso da un governo libico e, senza una risoluzione dell’ONU, nemmeno possiamo percorrere l’opzione del blocco navale. Per la Libia, la Farnesina sta lavorando a una soluzione politica. La nostra migliore possibilità, in linea con ciò che i libici rappresentano per noi, sta nell’offrirci al loro fianco, per tentare di ricostruire quanto è stato distrutto. È anche quanto scaturisce dalla offerta di Khalifa Haftar al ministro Moavero. Finalmente!

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Fin qui, il nostro punto di vista e i nostri commenti. Come d’uso, propongo il punta di vista di un’altra fonte. Lorenzo Vita, dagli Occhi della Guerra, titola:

UN BLOCCO NAVALE PER LA LIBIA?

Nonostante l’attenzione del mondo sulle operazioni russe sia naturalmente concentrato sulla Siria, la Libia rappresenta un punto fondamentale nell’agenda mediterranea del Cremlino. Per Mosca, il Mediterraneo rappresenta il naturale sbocco verso l’Atlantico. Controllare o comunque garantire la presenza nel Mediterraneo si traduce quindi nella capacità di uscire dal guscio del Mar Nero e ottenere posizioni nel mare intermedio fra i porti russi e l’oceano.

Il Mediterraneo serve. E dunque serve la Libia, visto che il conflitto che sta sconvolgendo da anni il Paese nordafricano riguarda principalmente le coste, dove sono presenti porti, arsenali, possibili basi militari e, inevitabilmente, i terminali dei giacimenti di gas e petrolio.
A tre anni dall’inizio dell’ operazione Sophia, ufficialmente European Union Naval Force Mediterranean, il tema migranti continua a essere centrale nel dibattito politico italiano ed europeo. Il caso della nave Diciotti della Guardia Costiera e l’incapacità dell’Unione europea di rispondere alle richieste di aiuto del governo italiano, continuano a provocare frizioni in Italia ne in Europa. E si torna a parlare con insistenza di un blocco navale davanti alle coste della Libia.

L’idea del blocco navale circola ormai con insistenza in larga parte della politica e dell’elettorato italiano. Molti esponenti politici chiedono che esso venga effettuato il prima possibile. Per molti, è l’unica soluzione per risolvere definitivamente il problema dell’arrivo dei barconi che partono dalla Libia e che si dirigono verso l’Italia.

Ma è davvero possibile effettuare un blocco navale di fronte alla Libia? Innanzitutto bisogna capire cosa sia effettivamente un “blocco navale”. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio nel suo Glossario di Diritto del mare, “Il blocco navale (naval blockade) è una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante”. E già da questa definizione è facile capire che il blocco navale sia un concetto quantomeno rischioso nel caso di Italia e Libia.

Tripoli è un nostro partner, non un Paese belligerante. E questo incide profondamente sulle capacità di manovra del nostro governo, che rischia di mettere in atto un vero e proprio atto di guerra nei confronti di uno Stato con cui sta dialogando da anni.Senza l’assenso di Tripoli, quindi di Fayez al Sarraj, e delle Nazioni Unite, il blocco navale non potrebbe più essere considerato un’operazione di tutela dei propri confini, ma una sorta di dichiarazione di guerra.

E veniamo quindi al secondo punto: Sarraj può realmente accettare un accordo con l’Italia su un blocco navale? È evidente che un gesto simile sarebbe controproducente per un governo che è costantemente sotto pressioni interne e e che rischia di cadere da un momento all’altro. Possiamo credere che un governo che controlla a malapena Tripoli e che sta faticosamente mettendo in atto una politica di pacificazione interna, possa accettare che l’Italia (l’ex potenza coloniale) si imponga con le sue navi di fronte alle coste libiche?

Difficile. Si può provare a chiedere un accordo, ma il rischio di rompere i fragili equilibri dei rapporti fra Roma e Tripoli è molto alto. Ed è rischioso, soprattutto se vogliamo strappare definitivamente la Libia alle mani della Francia.

In questo delicato gioco di leadership sulla Libia, imporre adesso un blocco navale rischia di interrompere la strategia del governo di Giuseppe Conte, che sta rosicchiando terreno a Emmanuel Macron proprio sfruttando l’erosione del consenso libico verso i francesi. E lo sta facendo anche grazie ai rapporti che si stanno instaurando (faticosamente) non solo con Sarraj ma anche con Khalifa Haftar.

L’alternativa al blocco navale, che sembra invocato molto spesso senza avere ben chiaro cosa possa comportare, sarebbe passare alla fase Tre dell’operazione Sophia. La campagna navale promossa dall’Unione europea è infatti definita su quattro fasi ben distinti. E il passaggio dall’una all’altra deve essere definita da una risoluzione delle Nazioni unite e dal consenso dello Stato costiero interessato.

Come spiega il sito del ministero della Difesa, la fase Tre dell’operazione è quella “volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali”.

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Questa terza fase sarebbe effettivamente l’unica in grado di cambiare radicalmente il quadro operativo della missione, perché consentirebbe ai Paesi coinvolti, e in particolare all’Italia – che detiene il Comando in mare della Task Force con la Nave San Marco, quale flagship dell’operazione – di entrare direttamente in acque territoriali libiche e a terra per colpire il traffico di migranti irregolari.

Ma è possibile credere che l’Onu e la Libia concordino con il passaggio a questa terza fase dell’operazione Eunavfor Med? Come visto sopra, è complicato. Soprattutto perché gli ultimi blocchi navali noti nell’area del Mediterraneo allargato sono quello di Israele su Gaza e quello della coalizione a guida saudita in Yemen. Non certo esempi utili per farlo accettare alle milizie libiche legate o alla Francia o al terrorismo islamico. Ma non è impossibile.

L’Italia dovrà puntare assolutamente su questo. Non parlare di blocco navale, ma di fase tre dell’operazione Sophia. In questo modo non solo non saremmo percepiti come potenza che interferisce nella sovranità della Libia, ma daremmo un quadro di legittimità giuridica e politica a un’operazione molto incisiva senza poterla tacciare di atto di guerra. Bisogna andare in punta di fioretto: solo così fermeremo il traffico di irregolari trattenendo comunque la Libia sotto la nostra leadership.

1971.- “Viaggi disperati” – Nuovo rapporto di UNHCR su rifugiati emigranti in Europa. Memorie italiane.

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Il neo Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, cilena con una storia alle spalle finita non proprio bene, aprendo ieri la 39° sessione del Consiglio per i Diritti Umani, a Ginevra, ha annunciato: “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Torneremo su questa Bachelet e su quel “riferito”, tuttavia merita leggere cosa scrivono dall’UNHCR perché è evidente il tentativo d’intromissione suo e dell’ONU nella politica interna dell’Italia, che ha raggiunto il limite della possibile e dignitosa accoglienza, dando lezioni di civiltà sia oggi sia ieri, quando creammo le condizioni per lo sviluppo economico e sociale delle nostre colonie. Gli italiani mantennero la loro identità, senza privare della loro i somali, gli eritrei, i libici e gli etiopi. Erano in massima parte eritrei gli ultimi migranti della nave Diciotti. Facciamo un salto indietro nel tempo a caccia di razzisti:

Ricordo, prima di tutto, due Medaglie d’ oro al valor militare: Il Muntaz Unatù Endisciau (Etiopia, 1941) e il Buluc-basci di coperta Mohammed Ibrahim Farag (Eritrea, 1941). La migliore testimonianza della gratitudine africana fu per gli italiani di quell’impero effimero, la carica pazzesca del Reggimento di cavalleria eritrea “Penne di Falco” contro i cannoni ad alzo zero e contro una brigata corazzata inglese alla battaglia di Cheren, 31 gennaio – 27 marzo 1941. Gli inglesi la ricordano come la battaglia più sanguinosa e violenta della storia. Nella carica, caddero 448 cavalieri eritrei e gli inglesi furono fermati. Ventotto di quegli eroi e il loro vicecomandante Renato Togni si schiantarono, cavallo e cavaliere sui carri inglesi.
Non mancano i ricordi di famiglia.
Un mio zio, Eugenio, partecipò alla parata per la proclamazione dell’Impero (9 Maggio 1936) con una compagnia di ascari del VI° Arabo Somali. Piccoli ricordi: a pranzo, furono tutti ospiti di nonna Matilde nel giardino di via San Quintino, inscenando, poi, una loro fantasia. L’anno dopo, nel Goggiam (Alta Etiopia) lasciato di retroguardia con il suo VI° Arabo Somali, distrutto, sopravvisse ferito gravemente. La mia famiglia ricorda Mariem, una piccola donna etiope, che aveva assistito zio, prigioniero in catene, per quattro anni, del Ras Mangascià e che, a piedi per un anno, lo raggiunse nel campo di prigionia in Kenia, dove l’avevano condotto i “liberatori” inglesi, apparendogli un giorno abbracciata al reticolato. Sembrano tutte favole. Chi dà dei razzisti agli italiani è in mala fede.

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Tromba del Reggimento Penne di Falco. Gli italiani amavano l’Africa. La sconfitta ci ha allontanato, lasciandovi sudore, speranze e tanti nati italiani, per amore o per incidente: due generazioni che hanno vissuto senza essere né carne né pesce. La ruota gira.

La preoccupazione principale dell’UNHCR nel problema migranti è esortare le autorità europee a privilegiare un approccio basato sui diritti umani nel trattamento dei migranti irregolari e a garantire che le esigenze in materia di sicurezza non mettano in secondo piano il rispetto dei diritti. Secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa, “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”
Già qui, in queste raccomandazioni, si nota l’ipocrisia con cui, da parte dell’ONU, si vorrebbe inquadrare il problema dei migranti economici, sia per quanto riguarda loro: i migranti ingannati su un futuro radioso sia per quanto riguarda l’identità dei Paesi europei, invasi compromettendo il loro futuro.
La prima nota che corre l’obbligo di fare è che stiamo ricevendo la parte più abbiente di questi popoli, che, proprio in quanto tale, può permettersi di fuggire e fugge dalla mancanza di prospettive delle proprie società che l’Occidente – e non noi cittadini occidentali – ha creato con l’asservimento delle loro economie e delle loro risorse a quello che viene concordemente etichettato come neocolonialismo e che viene attuato attraverso le politiche di sviluppo, cioè, di indebitamento perenne del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e attraverso la corruzione sistematica, a pena di colpo di Stato e di morte, di quei governi da parte delle multinazionali. L’ONU è tutt’altro che estraneo a questi soggetti e non meravigliano le sue posizioni espresse attraverso il Consiglio per i Diritti Umani e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (in inglese United Nations High Commissioner for Human Rights, UNHCHR o OHCHR in francese).
Una seconda nota riguarda Pascale Moreau, cittadino francese, capo di UNHCR Europa, perché proprio la Francia, attraverso la zona del CAF o franco africano, (CAF significava all’origine, nel 1945, Franco delle Colonie Francesi d’Africa, poi, si è sostituita la parola Colonie con Comunità. Parigi fa parte di due zone monetarie) drena il 65% e oltre delle posizioni finanziarie in riserva depositate da quegli stati presso il Tesoro francese, assicurando la piena convertibilità della loro moneta CFA (ieri al franco, oggi) all’euro, attraverso la Banca di Francia e non la Banca Centrale Europea. In sostanza, come per l’euro, a Parigi si è creato un rapporto di cambio, normalmente sfavorevole per gli africani, garantito dalla Francia, spremendo il sangue dell’Africa. E questo signor Moreau ha la faccia tosta di scrivere ciò che ora leggeremo.

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IL RAPPORTO MOREAU

Mentre diminuisce il numero di rifugiati e migranti che raggiungono l’Europa, cresce in modo drammatico il numero di vittime, secondo il nuovo rapporto di UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati.

Secondo “Viaggi disperati” è diminuito del 40 per cento il flusso di quanti sono arrivati in Europa quest’anno rispetto al 2017: l’aumento complessivo di ingressi in Grecia e Spagna non ha infatti compensato la drastica riduzione degli ingressi in Italia.

Questo calo è imputabile all’accresciuto supporto fornito all’azione preventiva della Guardia costiera libica e alle ulteriori restrizioni sulle ONG coinvolte nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Dei tre Paesi di accesso nel Mediterraneo citati, la Spagna è diventata dalla fine di luglio il principale, con rifugiati da Guinea, Tunisia e Siria in testa agli ingressi rispettivamente in Spagna, Italia e Grecia (nello stesso periodo del 2017, i Paesi che avevano espresso il più alto numero di rifugiati nei tre Paesi mediterranei erano stati Nigeria, Guinea e Cote d’Ivoire.)

Ormai non è più questione di numeri: per l’Europa si tratta piuttosto di testare se il continente può esprimere l’umanità necessaria per salvare vite, secondo Pascale Moreau, capo di UNHCR Europa.

La Libia, principale Paese di partenza, ha ricevuto supporto per costituire il proprio apparato di ricerca e soccorso, causando così un aumento di persone intercettate o salvate in mare dalla Guardia costiera libica.

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Le ONG e altre organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale fronteggiano crescenti difficoltà nel trovare porti Europei di sbarco: dall’inizio di giugno l’Italia ha respinto lo sbarco di diverse imbarcazioni di ONG che trasportavano migranti e rifugiati.

A tali misure si è accompagnato un brusco aumento del tasso di mortalità. Nel Mediterraneo centrale, tra gennaio e giugno 2018 un migrante su diciotto è morto nel tentativo di raggiungere l’Europa, a fronte di un tasso di uno su 42 lo scorso anno.

Quest’anno si sono finora avuti dieci incidenti che hanno causato un numero non inferiore a cinquanta vittime ogni volta. 300 persone sono morte tentando di raggiungere la Spagna dal Nord Africa, un terzo più che nel 2017.

Su terra, si sono registrati 78 decessi di rifugiati e migranti in Europa o comunque in prossimità delle frontiere continentali rispetto ai 45 nello stesso periodo dello stesso anno. Presunti respingimenti verso territori vicini, talvolta con uso di violenza, spesso negando l’accesso alle procedure di asilo, sono stati imputati a forze di polizia e autorità di frontiera.

“Il rapporto conferma ancora una volta che il Mediterraneo è uno dei luoghi più pericolosi da attraversare,” ha affermato Moreau, che ha aggiunto: “A fronte di una diminuzione degli arrivi sulle coste europee, non si tratta più di verificare se l’Europa è in grado di reggere il numero di migranti e rifugiati, quanto piuttosto di accertare se i Paesi europei siano in grado di dimostrare quell’umanità che occorre per salvare vite umane.”

UNHCR e IOM (l’agenzia ONU sulle migrazioni) chiedono un approccio regionale su soccorso e sbarco di persone in difficoltà nel Mediterraneo. UNHCR sollecita gli Stati europei a concedere a quanti cerchino tutela internazionale un agevole accesso alle procedure di richiesta di asilo oltre ad accrescere il ricorso a vie sicure e legali per l’ingresso dei rifugiati nel continente. Agli Stati europei viene anche chiesto di fare di più per proteggere persone con necessità specifiche, in particolare i bambini che viaggiano da soli.



1961.- Guerra e verità. 14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

Gli europei sono masochisti? sono loro che alimentano la diaspora africana o si sono fatti mettere il cappuccio sugli occhi, come i falchi, da qualcun altro? Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?
di Mawuna Remarque Koutonin.

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Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.

– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Coups d’Etat en Afrique : Le rôle toxique de la France

JUIN 10, 2010 UN COMMENTAIRE
On voudrait montrer ici, à travers une rapide analyse quantitative, que le coup d’Etat constitue un mode de régulation politique en Afrique, dont les véritables instigateurs sont les Etats impérialistes occidentaux. En tête de liste de ces parrains étrangers des coups d’Etat africains, il y a indéniablement la France qui a abusé de ce moyen criminogène dans son « Pré Carré », en vue de maintenir sous son « influence » de fait des pays prétendument indépendants de droit.
Deux décennies de grands tumultes
Dans le document joint en annexe, on a répertorié les coups d’Etat survenus en Afrique depuis 1952 jusqu’à mars 2010. Sur les 67 que nous avons dénombrés, 18 sont intervenus dans la décennie 1970, qui en a connu le plus ; tandis qu’il y en a eu 17 dans la décennie 1980. Ainsi, de 1970 à 1989, ce sont au moins 35 coups d’Etat qui ont meurtri l’Afrique ; soit plus de la moitié (52.2%) de ceux qu’elle a soufferts en soixante ans (1950-2010).

Décennie Coup d’Etat Pourcentage
Nbre Cumul Val Cumul
1950 2 2 3 % 3
1960 12 14 17.9 % 20.9
1970 18 32 26.9 % 47.8
1980 17 49 25.4 % 73.2
1990 12 61 17.9 % 91.1
2000 06 67 08.9 % 100

Une Spécialité françafricaine
Sur les 26 pays africains concernés par les 67 coups d’Etat, il y a en 16 qui ont été des colonies françaises ; soit 61.5% du total. Dans ces ex-colonies françaises sont survenus 45 coups d’Etat ; ce qui représente 67.2% de l’ensemble. Ainsi, plus de 6 coups d’Etat sur 10 survenus en Afrique depuis soixante ans impliquent des pays sous obédience française, particulièrement les pays subsahariens du « Pré Carré », de la « Françafrique ». Or, presque tous ces pays ont signé des accords militaires avec la France ; plusieurs parmi eux accueillant des bases militaires françaises sensées les protéger des agressions armées : ce dispositif révèle ainsi sa fonction véritable de fauteur de violences politiques en Afrique, sous couvert d’« accords secrets de défense » des usurpateurs locaux que la France coopte et protège au pouvoir.

Ex colonies françaises Autres
Pays Score Pays Score
Togo 1 Egypte 1
Tunisie 1 Libye 1
Côte d’Ivoire 1 Guinée Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinée Bissau 2
Rwanda 1 Libéria 2
Algérie 2 Nigéria 3
Zaïre (1) 2 Ethiopie 3
Mali 2 Ouganda 4
Guinée Conakry 2 Soudan 5
SOUS-TOTAL 1 13
Congo 3
Tchad 3
Burundi 4
Centrafrique 4
Niger 4
Mauritanie 4
Burkina Faso 5
RFI Comores 5
SOUS-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTAL 22

Des Etats fidèles protagonistes
Dès les premiers coups d’Etat de la décennie 1960, on voit se former un groupe de sept (7) pays qui se signalera au fil des décennies comme un foyer prépondérant de la prise de pouvoir par les armes en Afrique. Ce sont : Soudan, Congo Brazzaville, Burkina Faso, Burundi, Centrafrique, Nigéria, Ouganda. Les cinq derniers cités ont la particularité d’avoir connu un coup d’Etat au cours de la même année 1966, qui est la plus prolifique de toutes. Ensemble, ces sept pays totalisent 28 coups d’Etat, soit 41.8%, alors qu’ils ne représentent que 26.9% (7/26) des pays considérés. Quatre (4) de ces pays relèvent du « Pré Carré » français (2), soit 57.2% du groupe que nous avons baptisé « fidèles protagonistes » des coups d’Etat en Afrique.
Par ailleurs, ce groupe représente 58.33% des douze (12) pays africains où sont intervenus au moins trois coups d’Etat. Parmi ceux-ci, le Soudan, le Burkina Faso et les Comores culminent à cinq (5) unités chacun. Ces douze pays totalisent 47 coups d’Etat, soit 70.2% de l’ensemble, et compte huit (8) ex-colonies françaises, c’est-à-dire 66.7%. Ces huit « fidèles protagonistes » françafricains ont été le théâtre de 32 coups d’Etat sur les 45 survenus dans les ex-colonies françaises ; soit 71.1%.
Ainsi, parmi les pays les plus précoces ou les plus prolifiques en matière de coups d’Etat, plus de 6 sur 10 sont dans le « Pré Carré » de la France ; un pays qui clame pourtant dans le monde entier son engagement philanthropique en Afrique. En réalité l’implication géostratégique de la France en Afrique est étroitement corrélée avec l’évolution des violences politiques sur le continent, dont par conséquent la présence (hégémonique) française est l’un des plus prépondérants facteurs explicatifs. Tant que ce facteur n’aura pas été fermement stigmatisé pour sa nocivité, le risque de coup d’Etat en Afrique dite francophone restera le plus élevé du Continent-Mère.
***
A la faveur de l’effondrement du Mur de Berlin, le coup d’Etat, comme outil prépondérant de mise au pas des pays africains, a laissé place aux mécanismes d’asservissement économique, notamment de « l’aide » et surtout de « l’ajustement structurel », à partir de la décennie 1990. On peut craindre qu’avec, d’une part l’entrée en force de la Chine (mais aussi de l’Inde, l’Iran, etc.) dans l’arène économique du « Pré Carré » de la France, d’autre part la mort de tous ses vieux affidés locaux (Senghor, Houphouët, Mobutu, Eyadéma, Bongo) ; la décennie 2010 ouvre en Afrique françafricaine une nouvelle ère de régulation politique par la violence.
Les signes avant-coureurs de cette recrudescence des coups d’Etat peuvent se lire dans le putsch manqué en Côte d’Ivoire de septembre 2002, les putschs réussis en Mauritanie en 2008 et à Madagascar en mars 2009 ; de même que la tentative d’assassinat – en Guinée Conakry – de Moussa Dadis Camara en décembre 2009.
Il n’en reste pas moins une différence considérable dans le contexte politique international, où les cartes géostratégiques se redistribuent au détriment de l’Europe, a fortiori de la France ; cette dernière ayant de moins en moins les coudées franches pour instrumentaliser la « communauté internationale » à des fins de délinquance politique en Afrique. A cet égard, le camouflet que lui a infligé la diplomatie ivoirienne à l’ONU, ainsi que celui infligé dans la même enceinte onusienne à son poulain malgache Andy TGV par la SADC, semblent signifier la fin prochaine de la main mise de la France sur l’Afrique fallacieusement dite « francophone ».
Une dénonciation franche et massive du rôle toxique de la France, par de nouveaux leaders politiques africains, précipiterait cette fin, dont on veut croire qu’elle est désormais inéluctable.
(1) Certes, le Zaïre n’a pas été une colonie française, mais il n’en demeure pas moins un pays francophone au destin très étroitement lié à celui des autres ; Mobutu Sese Seko ayant été protégé par la France jusqu’à sa mort.
(2)Congo, Burkina Faso (ex Haute Volta), Burundi, Centrafrique.
KLAH Popo

1959.- Il bilancio delle vittime in Tripoli in Libia sale mentre infuria il combattimento

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E’ lui!

Restiamo a Tripoli, anche perché ci è cara e seguiamo i comunicati Al Jazeera. Lo scontro in atto è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”. Quello che è certo è che parlare di elezioni a dicembre o, comunque,breve termine, come insiste Macron e con le rivalità fra i vari gruppi al calore bianco, non è soltanto incauto: è impossibile. A meno che non si voglia il fallimento del processo di pacificazione e riunificazione per cui l’Italia si adopera e la Francia no. Meglio sarà rimandare queste elezioni alla primavera, magari dopo il referendum approvativo della Costituzione. So bene che la Costituzione vieta di candidarsi a chi sia risieduto venti anni all’estero e che il generale Khalifa Belqasim Haftar ha vissuto, appunto, venti anni negli Stati Uniti, ma non per questo dovrà venir meno la sua partecipazione al governo del Paese. Sembra che i combattimenti si stiano esaurendo e i drone USA sorvolano il cielo di Tripoli. La settima brigata di Al Kali è contrastata da un’altra milizia: La “Forza Anti Terrorismo di Misurata”, guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj. Misurata” era dichiaratamente una città fortemente anti-Gheddafi. Forse questo non è estraneo alla fuga dal carcere di Tripoli di 400 detenuti, in gran parte fedeli del compianto Muhammar. Per il nostro Governo è un altro problema, perché già ci sono 8.000 migranti bloccati intorno a Tripoli.

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Gruppi armati rivali si sono scontrati per più di una settimana sul controllo della capitale. Il bilancio delle vittime dei combattimenti in corso nella capitale della Libia, Tripoli, è salito ad almeno 50, hanno detto funzionari della sanità, mentre infuria la violenza tra le milizie rivali.

Il ministero della salute ha detto che gli scontri tra gruppi armati hanno causato anche oltre 138 feriti.

Il precedente bilancio delle vittime era di 39 persone, di cui 18 civili.

Il 27 agosto, feroci battaglie scoppiarono nei distretti di Tripoli dopo che la settima brigata, un gruppo armato con sede a Tarhouna, 65 km a sud-est della capitale, lanciò un’offensiva a sorpresa contro le milizie rivali.

LEGGI DI PIÙ
Il caos della Libia è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”
Una tregua è stata raggiunta il giorno successivo, ma gli scontri sono ripresi poco dopo, costringendo le autorità a chiudere l’unico aeroporto funzionante di Tripoli.

Domenica il governo di Accordo Nazionale (GNA) appoggiato dall’ONU a Tripoli, ha dichiarato lo stato di emergenza.

Mahmoud Abdelwahed di Al Jazeera, riferendosi a Tripoli, ha detto che la situazione è rimasta tesa con sporadici combattimenti e con il lancio indiscriminato di razzi che continuano a cadere in aree residenziali.

“Diversi tentativi non sono riusciti a mettere in atto un cessate il fuoco in vigore da quando gli scontri sono iniziati il ​​26 agosto”, ha detto Abdelwahed.

“La settima brigata, i cui comandanti dicono che opera sotto la Guardia presidenziale della GNA era già stata sconfessata dal governo in aprile”.

Blackout di Facebook
Lunedì, il sito di social media Facebook è stato bloccato a Tripoli e nelle città circostanti.

OPINIONE
Come può la Libia essere stabilizzata?
di Guma El-Gamaty
L’utility libica LPTIC, proprietaria delle due aziende di telecomunicazioni statali, ha dichiarato in una nota che la mancanza di sicurezza ha portato a interruzioni dei servizi. I tecnici della manutenzione non sono stati in grado di raggiungere alcune stazioni che avevano smesso di funzionare a causa della mancanza di energia.
Non ha rilasciato commenti al blocco di Facebook.

L’accesso al web è controllato da aziende statali e monitorato da organismi di sicurezza che sono controllati efficacemente da gruppi armati che lavorano con il debole GNA di Fayez Al Sarray.
I media nazionali indipendenti con sede in Libia non esistono quasi perché i giornalisti spesso subiscono minacce da gruppi armati o da funzionari contrari a ogni forma di critica.

La Libia scivolò nel caos dopo la rivolta del 2011 che rovesciò e governò Muammar Gheddafi e portò alla sua morte.
Il paese è governato dalle autorità rivali di Tripoli e dall’est del paese, entrambi supportati da una schiera di milizie.

FONTE: AL JAZEERA E AGENZIE NEWS, 4 settembre 2018

1958 .-La Libia va verso il voto a dicembre, ma l’Eliseo può aggravare la crisi

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Era il mese di maggio quando lessi queste note chiarissime. Bisogna rileggerle ora che la guerra scatenata dagli emissari di Macron rischia di metterci fuori dal paese africano. L’Italia sta svolgendo un’opera di pacificazione e, insieme, di difesa sia dei nostri interessi sia di quelli libici. La destabilizzazione è, invece, strumentale alla Francia e al suo piano di costruire un governo fantoccio prono ai suoi interessi neocoloniali. Un altro servo del suo franco africano e anche lo scalino da salire per sentirsi pari alla Germania nel direttorio franco-tedesco europeo. È, però, una politica destinata all’insuccesso, più che un piano ardito, perché la Libia non è matura per un passo così ambizioso, addirittura innaturale per molti libici libertari e contrario alla logica della nuova Costituzione che attende l’approvazione referendaria. Né dobbiamo dimenticare i legami intessuti dal generale Haftar con Putin. A soli tre mesi da queste note, ci troviamo a valutare le conseguenze politiche di un nostro intervento militare a sostegno di Fayez Al-Sarray e della libertà dei popoli libici. Lo si faccia o no, il risultato più sicuro di questa macronata sarà una ulteriore destabilizzazione del nostro confine meridionale. Vista da italiano e da europeista, Macron è soltanto un mascalzone; ma noi riusciamo a contenerlo? Lo vediamo il come, in calce a questo articolo di maggio, ma con gli occhi sulla guerra in corso oggi a Tripoli. Intanto che scrivo, Angelo Gambella ci fa notare che la cosiddetta milizia “Forza Anti Terrorismo di Misurata” (città fortemente anti-Gheddafi), guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj, a contrastare la 7a brigata Al Kani e per organizzare un nuovo cessate il fuoco nella periferia sud, non ha ancora ricevuto il supporto aereo in grado di favorire il successo della missione. Questa è una missione per i drone di Sigonella. Chi uscirà prima dal barile? un pesce italiano, uno americano o tutti e due?

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Si terranno il prossimo 10 dicembre le nuove elezioni presidenziali e legislative in Libia. Per ora si tratta solo di un accordo informale, ma il presidente francese ha già definito “un passo storico” e “una tappa chiave per la riconciliazione del Paese” l’intesa raggiunta stamattina all’Eliseo.

Non solo quella sulla data delle nuove consultazioni elettorali, ma anche quella per l’unificazione delle istituzioni libiche e il trasferimento della Camera dei Rappresentanti a Tripoli, sebbene, per ora, l’impegno delle parti resti soltanto verbale. “Abbiamo tutto l’interesse, per la nostra sicurezza, a lavorare per la stabilità della Libia”, aveva detto il presidente francese stamattina, mentre il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves le Drian apriva le porte del palazzo presidenziale alle personalità chiave del Paese: il premier del governo di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Salah e quello del Consiglio di Stato, Khaled Mishri.“Ci impegniamo a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche” e a “rispettare i risultati delle elezioni”, hanno dichiarato i quattro leader riuniti all’Eliseo. La firma della dichiarazione politica davanti alle telecamere è saltata, ma restano le buone intenzioni. Quanto basta a Rue du Faubourg Saint-Honoré per brindare all’uscita “dalla paralisi”.

Approfittando dell’impasse istituzionale italiana, il presidente francese Emmanuel Macron ha preso le redini del dossier libico ed ha radunato all’Eliseo i principali attori della crisi per stabilire l’agenda politica dei prossimi mesi. Tutti, o quasi, visto che le potenti milizie della Tripolitania, tra cui quelle di Misurata, Zintan Msallata, Janzour e la brigata dei rivoluzionari di Sabrata, hanno annunciato di non sentirsi “rappresentate dall’iniziativa francese”. “Un’ingerenza straniera”, così il raggruppamento di tredici eserciti che controlla la Libia occidentale ha definito la conferenza organizzata da Macron.

Tra gli obiettivi di Parigi, oltre al voto entro fine 2018, c’è anche quello di unificare i diversi gruppi armati sotto le insegne di un nuovoesercito nazionale libico e di rafforzare le istituzioni economiche con la creazione di un’unica banca centrale. Ma secondo gli esperti, come Lorenzo Marinone, del Centro Studi Internazionali (CeSI), più che a “normalizzare” i rapporti fra le parti in campo, Macron punta a consolidare la posizione francese nel futuro assetto del Paese nordafricano. Il summit di Parigi, infatti, sembra essere stato tarato appositamente per conferire “legittimità” e “garantire un ruolo centrale” al principale referente dell’Eliseo in Libia, il generale Haftar.

In questo senso può leggersi l’insistenza francese sulla chiamata alle urne entro il 2018, o comunque prima del referendum che ratifichi la Costituzione adottata nel luglio del 2017, visto che il dettato costituzionale libico impedirebbe all’uomo forte della Cirenaica di candidarsi alla presidenza, per via del suo esilio ventennale negli Stati Uniti. Al summit, organizzato in fretta e furia dallo staff del presidente francese, ha partecipato anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamés e i rappresentanti di 19 Paesi, tra cui l’Italia, che – forse per inviare un segnale di scetticismo rispetto all’iniziativa transalpina – ha mandato l’ambasciatrice in Francia, Teresa Castaldo, a seguire i lavori al posto del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni.

Sulla vittoria della diplomazia francese, però, ci sono parecchie ombre. Dal boicottaggio delle potenti milizie della Tripolitania, che non ne vogliono sapere di essere messe in secondo piano da un’eventuale ascesa del generale alleato di Parigi, alle tensioni che potrebbero emergere all’interno dello stesso Esercito di liberazione nazionale di Haftar e tra leadership militare e politica della Cirenaica a fronte di una scalata dell’uomo forte di Tobruk ai vertici del Paese.

Senza contare, sottolinea la stessa analisi del CeSI a proposito del “nuovo panorama di attori legittimi di fronte alla comunità internazionale” che potrebbe scaturire dalle prossime elezioni di dicembre, che “è proprio la ricerca di una forma di legittimazione (e il tentativo di impedire che i rivali la ottengano) la causa principale di conflittualità in un Paese ancora a sovranità multipla come la Libia”.

Per questo l’accelerata di Macron rischia paradossalmente di acuire le tensioni tra i numerosi attori del mosaico libico. Il pericolo è quello di un effetto boomerang che potrebbe aprire ad una nuova fase di instabilità. E a pagarne le spese, sottolineano gli esperti, sarebbe soprattutto il nostro Paese. “La prospettiva di una divisione di fatto darebbe nuova linfa e spazi di manovra alle realtà jihadiste ancora radicate sul territorio – scrive Lorenzo Marinone – in quella terra di nessuno rappresentata dall’entroterra del Golfo di Sirte, lungo la linea di contatto tra Tripolitania e Cirenaica”.

Nuove tensioni interne alle principali fazioni, si tradurrebbero, inoltre, in un’ulteriore “frammentazione del tessuto sociale e tribale”, terreno fertile per traffici illeciti ed “economia illegale”, che, secondo gli analisti, porrebbero le condizioni per una ripresa su larga scala dei flussi migratori verso le coste italiane.

GUERRA DIPLOMATICA FRA ITALIA E FRANCIA. ECCO COME SFIDIAMO MACRON IN LIBIA

L’articolo di Lorenzo Vita è dello scorso 25 luglio. Va tutto bene; ma se Fayez Al Sarraj resterà a Tripoli.

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3 settembre 2018. Consiglio dei Ministri convocato alle ore 15 per l’esame di leggi regionali. Ma è chiaro che a Palazzo Chigi dovranno discutere della situazione in Libia, di primaria importanza per gli interessi nazionali italiani, per quanto non ne troveremo traccia nel verbale. Onu convoca vertice per il cessate il fuoco.

C’è una nuova guerra in Libia e a combatterla sono Italia e Francia che si sfidano senza esclusioni di colpi. Il governo di Giuseppe Conte sa che Emmanuel Macron ci sta soffiando la tradizionale influenza che Roma ha su Tripoli. Un piano iniziato dalla guerra voluta da Nicolas Sarkozy contro Muhammar Gheddafi. E che continua oggi, con la strategia di Macron di diventare il dominus incontrastato della Libia post-rivoluzione.

Le mosse italiane

L’Italia sta correndo ai ripari. La questione migranti, con i continui sbarchi che avvengono sulle coste siciliane e l’Unione europea che non sa decidersi su come contrastare la crisi, ha reso necessario un intervento deciso del governo. I tre viaggi di Matteo Salvini, Enzo Moavero Milanesi ed Elisabetta Trenta ne sono la dimostrazione. Un via vai continuo fra Roma e Tripoli che conferma i legami sempre più stretti fra i due governi. Rapporti necessari per vicinanza geografica, interessi convergenti, ma anche e soprattutto per mantenere i nostri interessi in Nordafrica, a partire dai nostri terminali Eni.

Questi viaggi hanno confermato che i nostri nemici sono più in Europa che in Africa. Inutile negarlo. E l’offensiva francese adesso è totale. Macron è l’unico leader europeo che, senza alcun problema, discute sia con Fayez Al-Sarraj sia con Khalifa Haftar. Li ha ricevuti entrambi a Parigi e vuole regolare la loro disputa sul futuro libico per ottenere la leadership della transizione. E la volontà francese di giungere il prima possibile alle elezioni in Libia – ipotesi che l’Italia ha più volte respinto senza una stabilità del Paese – conferma la volontà di Parigi di scalzare Roma dall’influenza sul territorio.

Ma a questo assedio diplomatico, se ne aggiunge anche uno militare che preoccupa, e molto, la Difesa italiana. Come riportato dall’Huffington Post, fonti informate del quotidiano hanno rivelato che la Francia è pronta a costruire una base sul suolo libico. E ci sarebbe già l’assenso di Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Questa notizia avrebbe scatenato la controffensiva del governo Conte che, in queste settimane, ha inviato a Tripoli i tre ministri che detengono il dossier libico. Il tutto con l’ausilio fondamentale di una figura come l’ambasciatore Giuseppe Perrone.

L’Italia preme su Sarraj così come la Francia. Ma Roma ha con Tripoli rapporti solidi e interessi fondamentale da difendere, a partire dal petrolio per finire alla sicurezza e al tema migranti. Il governo intende rafforzare i legami con la Guardia costiera libica e punta a dirottare sulla Libia una fetta consistente dei fondi europei per l’Africa Fund.

Lo scontro sulle elezioni

Lo scontro sulle elezioni in Libia è diventato centrale. Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, nel suo tour nordafricano contemporaneo a quello del ministro Trenta, ha posto come obiettivo quelle del voto a metà dicembre. Un’ipotesi che molti libici apprezzano e con cui la Francia vuole giocarsi la carta di potenza benefattrice che garantisce la struttura democratica della Libia post-Gheddafi. Ma è un’ipotesi che l’Italia non considera auspicabile.

Le rimostranze italiane al voto libico sono assolutamente comprensibili. Non si può portare un Paese al voto senza che vi siano certezze sulla stabilità della nazione. Il ministro Trenta lo ha confermato a Tripoli parlando con il presidente del governo riconosciuto. Discutendo del processo di riconciliazione fra le diverse fazioni, la titolare della Difesa ha detto che “parlare di nuove elezioni prima di aver completato questo processo sia un errore. Dopo ci ritroveremmo ad avere gli stessi problemi, noi come Italia voi come Libia”.

Parole che sono state la risposta di Roma alle dichiarazioni di Le Drian, il quale, nell’ultimo viaggio in Libia, non solo ha promesso un contributo francese di un milione di dollari per le votazioni, ma ha anche incontrato il sindaco di Misurata, Mustafa Kerouad, per fare in modo che tutte le fazioni libiche fossero sotto il controllo francese.

L’Italia fra Trump e Putin

Una scelta a cui l’Italia ha risposto in maniera del tutto differente, puntando per molto tempo esclusivamente sul governo di Tripoli. Mossa rischiosa ma che ha un senso economico e politico. I terminali Eni sono in larga parte nel territorio controllato da Sarraj, che deve pertanto essere considerato l’interlocutore privilegiato del nostro esecutivo. E da un punto di vista politico, significa in ogni caso puntare sull’unico governo riconosciuto a livello internazionale.

Tuttavia, l’Italia sa che deve discutere anche con il generale Haftar se vuole ottenere il consenso di una larga fetta della politica e dei militari libici. Proprio per questo motivo, il ministro della Difesa ha detto che cercherà di incontrare il leader della Cirenaica.

In questo non va dimenticato il ruolo che l’Italia si è ritagliata con Russia e Stati Uniti. L’equilibrio mantenuto dal nostro governo fra Donald Trump e Vladimir Putin si traduce in Libia nella capacità di ritagliarsi una posizione di vantaggio. Haftar ha ottimi contatti con Washington ma è fortemente legato a Mosca. Serraj è un uomo tutto sommato legato all’Occidente. John Bolton, in viaggio a Roma, ha confermato il supporto americano all’Italia sul fronte del Mediterraneo. E Putin può giocare la carta libica per fare in modo che l’Italia faccia un passo in avanti nella contrapposizione alle sanzioni europee alla Russia.