Archivi categoria: Politica Estera – Turchia

1873.- ECCO COME THOMAS SANKARA VOLEVA RISOLVERE LE MIGRAZIONI

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Sankara sapeva come evitare le migrazioni. Thomas Sankara aveva idee ben precise per far prosperare i popoli africani nelle loro terre, senza chiedere nulla a nessuno.

Siamo stati noi occidentali ad impedirgli di realizzarle, nello specifico qualcuno tra i nostri alleati, qualcuno che oggi, del problema dell’immigrazione, se ne lava le mani.

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“Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante.

Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.”

“Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

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Continua Thomas Sankara: “Noi pensiamo che il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo.

Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie.

Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito.

Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici»”.

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“Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.

In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso.

Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui.

Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri.

Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri”. “Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare.

Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare : il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato”.
Thomas Sankara.

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1866.- LIBIA, TRUPPE FRANCESI DIRIGONO CLANDESTINI VERSO L’ITALIA

Il nemico europeo degli italiani, oggi, è Emmanuel Macron che si è permesso di confrontare le nostre preoccupazioni sull’incredibile immigrazione di persone in atto con un’epidemia di “lebbra”. E, ieri,ha ottenuto,per la sua politica migratoria,la benedizione di un altro nemico: il Papa.I Patti Lateranensi non esistono più, non c’è alcun rispetto della nostra sovranità nella politica dello Stato della Chiesa, quindi, perché averlo della loro?
Anche il trattato di Dublino NON VALE PIU’ e che con i flussi di questi anni va rivisto col metodo Lifeline redistribuzione immediata.
Redistribuzione perché? Perché l’economia di 14 paesi africani è sottomessa e non riesce a sviluppare sotto il peso del franco CFA coloniale, infatti, la Banca di Francia riscuote ogni anno 500 miliardi dai 14 Stati africani come garanzia per il rapporto di cambio euro – CFA. Parigi è il male assoluto, più di Berlino. . Domani GiuseppeConte usi il DIRITTO DI VETO per proposte che ci penalizzano.

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I francesi vogliono indebolire l’Italia e ci aiutano con la invasione.

Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est dell’oasi di Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.

Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”, dice Adel a Gli Occhi della Guerra.

Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.

Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.

Queste le dichiarazioni raccolte dal team di Fausto Biloslavo nella zona da cui passa il 99% dei clandestini che poi prendono i barconi verso l’Italia.

Se poi teniamo presente che la più grande Ong impegnata nel traffico umanitario – la famigerata Méditeranée/Msf, quella dell’Aquarius – è francese, e che appena Malta, pressata dalla chiusura dei porti italiani, ha deciso di cessare il suo appoggio logistico ha fatto rotta verso Marsiglia per rifornirsi, è facile capire chi gestisce il traffico di clandestini verso l’Europa.

Non dimentichiamo, poi, che fu proprio la Francia di Sarkozy a ‘stappare’ il blocco libico con la guerra e l’assassinio di Gheddafi.

Evidentemente, l’élite al potere che gestisce lo Stato francese è impegnata in un’opera di sovversione demografica ai danni degli altri Paesi europei, soprattutto l’Italia. I motivi, al momento, ci sfuggono.

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Correva il mese di aprile…e Alberto Negri editorialista dell’”Analisi” titolava: ” i calci negli stinchi della Francia all’Italia, i nostri soldati cacciati dal Niger e dalla Tunisia”.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici

La Francia ci assesta, dopo l’incursione dei suoi doganieri armati a Bardonecchia, un altro calcio negli stinchi. Lo fa attraverso le autorità del Niger che costringono l’Italia ad annullare la missione militare nel Paese africano dopo che era stata approvata in gennaio dal Parlamento sulla scorta degli accordi intercorsi tra Roma e Niamey. E come se non bastasse è cancellato anche l’invio di soldati in italiani per il contingente Nato in Tunisia: i nostri dirimpettai della Sponda Sud reclamano la collaborazione italiana in campo economico ma non hanno nessuna intenzione che ficchiamo il naso in casa loro per arginare l’immigrazione clandestina e il terrorismo jihadista.

Non è una situazione così nuova. Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli americani non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. Francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci ricordano sempre che abbiamo perso la guerra. Se è vero che sulla marcia indietro del Niger hanno influito le critiche interne alla crescente presenza militare straniera (americana e francese), hanno pesato ancora di più le resistenze della Francia all’arrivo degli italiani _ che non avrebbero svolto missioni di combattimento _ non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perché i nostri militari avevano pianificato di realizzare la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca.

In poche parole i francesi volevano che gli italiani rispondessero ai loro comandi per combattere i jihadisti alle loro dipendenze nell’Operazione Barkhane insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania).
Con un sistema militare e di sicurezza che ha preso le mosse dall’intervento francese in Mali del 2013 contro Al Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”, nel continente dove nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto una cinquantina di missioni militari senza contare le operazioni segrete e clandestine. La Francia oggi ha settemila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger erano un discreto contingente ma in posizione del tutto ancillare rispetto alla Francia: questo avremmo dovuto capirlo subito, come si era già detto e scritto.
Per la Francia non si tratta soltanto della lotta al terrorismo jihadista o ai flussi migratori clandestini ma soprattutto del mantenimento dei rapporti di dipendenza delle ex colonie e del controllo su un’area in cui Parigi ha profondi interessi economici, legati alle materie prime e alle commesse delle aziende francesi. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio.

Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30% del fabbisogno di uranio per le centrali nucleari. Il controllo dell’uranio e del petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa. Poi ci sono le armi e la finanza. La Francia nel 2016 è il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel, insieme all’Africa occidentale e centrale, è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se meno redditizio delle monarchie del Golfo. Si impongono adesso alcune serie considerazioni sul rapporto tra la Francia e l’Italia e una valutazione sul ruolo di Parigi ostile all’Italia in Africa e nel Mediterraneo, a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011. I finanziamenti di Gheddafi per la campagna elettorale 2008 all’ex presidente Nicolas Sarkozy hanno riacceso i riflettori sui veri motivi che spinsero Parigi ad attaccare Gheddafi trascinando Gran Bretagna e Stati Uniti nella disgregazione del maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.
E’ stata questa la peggiore sconfitta italiana dal secondo dopoguerra che è costata miliardi, centinaia di migliaia di profughi e rivoluzionato con l’argomento immigrazione e sicurezza, dominante in campagna elettorale, il quadro politico interno.

Si dovrebbe riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” _ che in gennaio doveva sancire la cooperazione Francia-Italia _ all’accordo sulla cantieristica e l’industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese. Non è un caso che le tensioni con la Francia si siano riaccese in contemporanea con la decisione del governo italiano di far acquistare alla Cassa depositi e prestiti il 5% della Tim in alleanza con il Fondo Elliot nella partita finanziaria contro la Vivendi francese. In una ventina d’anni francesi hanno fatto acquisizioni in Italia per oltre 100 miliardi di euro contro la metà delle aziende italiane in quelle transalpine: da Bnl, Cariparma, Edison, Parmalat, alla fusione Luxottica Essilor. La Francia è insomma un nostro partner ma anche un concorrente che approfitta della nostra storica vulnerabilità in politica estera e, ovviamente, anche di quella economica.

1860.- È la Libia il vero obiettivo di Macron. Per questo attacca l’Italia sui migranti

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Un presidente francese che si atteggia a vittima del «nazionalismo» degli altri è davvero il classico bue che dà del cornuto all’asino. Sì, di tutto si potrà accusare Emmanuel Macron tranne che non abbia sovrano sprezzo del ridicolo. Diversamente, non si sarebbe prodotto in un attacco così sventato al governo italiano bollando come «populisti lebbrosi» i partiti che lo sostengono. Una mitragliata che fa il paio con un’altra dello stesso tenore di qualche giorno prima e che come questa era riuscita a sollevare una pressoché generale reazione di sdegno. Ora come allora il tema sono gli immigrati. Macron ha dalla sua tutta la retorica discesa dal trittico libertè, fraternitè, egalitè ma non i migranti. L’Italia cattiva, che ha invece partorito il fascismo e le legge razziali, ne è stata praticamente invasa, grazie soprattutto alle porte spalancate dai governi a guida Pd. Il buon Minniti, che pure qualche apprezzabile risultato lo ha ottenuto, è arrivato al Viminale troppo tardi, a buoi già scappati. Ora Salvini ha dichiarato finita la ricreazione facendo capire che a Roma è cambiata pure la musica e non solo i musicanti. Un cambio di spartito che a Macron non piace. Non perché abbia a cuore le sorti dei disperati su cui lucrano un po’ tutti, dagli scafisti ad alcune Ong passando per i gestori dei centri d’accoglienza (ne hanno appena arrestato uno a Benevento che circolava in Ferrari), ma perché vuole gestire in solitaria il dossier libico con tutta la sua enorme montagna di interessi. In questo, Macron è solo il continuatore di Nicolas Sarkozy “sorrisi e cannoni”, a giudicare dall’ironia anti-Berlusconi esibita in un summit europeo e dal brutale cinismo con cui eliminò politicamente e fisicamente il suo munifico elemosiniere Mouammhar al Gheddafi. Un vero omicidio politico consumato non in omaggio alle “primavere arabe”, ma solo per scacciare l’Italia dalla Libia. Ecco, la posta in gioco è questa e si chiama Mediterraneo. Quello stesso mare che per molti è la “via” e che per noi è la “vita”. Finalmente, lo abbiamo capito anche noi.

di Giacomo Fabi

1856.- LIBIA: UNA SERIE DI INIZIATIVE UMANITARIE IN STRETTA SINERGIA CON OPERAZIONI MILITARI.

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Nei momenti di maggiore crisi del fenomeno, anzi, del traffico migratorio, nell’Unione Europea, si è parlato spesso di un piano che preveda una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. In prima linea dovrebbe esserci l’Italia i cui governi di questi ultimi anni hanno deciso di subire questa invasione, ma non potrebbero mancare Francia e Germania, che si sono attribuite il ruolo di direttorio e, naturalmente, gli USA. In pratica, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il traffico di esseri umani e la schiavitù dei migranti “economici” africani, prigionieri dei trafficanti, in Libia, diventerà un nuovo business dei poteri finanziari mondiali, attraverso ONG occidentali, Agenzie Umanitarie ONU e – immancabile – l’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (International Organization for Migration o I.O.M.), ma non rappresenterà l’obbiettivo principale. Quando si confrontano i diritti umani con gli interessi delle lobby finanziarie e petrolifere, l’ipocrisia la fa da padrona, come viene sempre denunciato.
In pratica, dovrebbe trattarsi di una duplice joint operation, sinergica, umanitaria e militare, fra le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ufficialmente, per salvare gli immigrati africani intrappolati in Libia, obbiettivo più che secondario, inevitabilmente, rispetto a quello di comporre le ambizioni dei paesi che intendono assicurarsi il controllo della Libia e dei suoi immensi giacimenti di petrolio e gas naturale, sottratti all’egemonia dell’Italia, che ai tempi di Muhammar Gheddafi – pace all’anima sua – godeva, attraverso l’ENI, di una posizione di monopolio sullo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi libici.

Quindi e se USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Egitto e Germania trovassero un punto di accordo, assisteremmo a una serie di iniziative umanitarie in stretta sinergia con operazioni militari. Saranno rivolte, anzitutto, agli immigrati e rifugiati presenti nei campi di detenzione o, meglio, di concentramento esistenti in Libia e a questi sarà fornita l’assistenza umanitaria. Insieme a queste iniziative, assisteremmo a operazioni militari congiunte per smantellare le reti dei trafficanti di esseri umani e dei contrabbandieri del petrolio libico e, forse, con l’occupazione militare, si potrà garantire una stabilità alla Libia; ma chi conosce la Libia e la storia delle sue tribù, quata garanzia è pura utopia. La Libia è ingovernabile, così com’è, tuttora, sconvolta dalla guerra civile. È così dal 2011, da quando, cioè, Francia, Gran Bretagna e USA decisero di opporsi al progetto finanziario del Dinaro Oro di Muhammar Gheddafi creando una falsa Primavera Araba e assassinando il Colonello. La sua morte brutale ha creato in Libia il caos e non so quanto potranno avvalersene coloro che l’hanno voluta. Così, è tutto da verificare se trarranno vantaggio dal dilagare del terrorismo salafita di origine saudita in tutto il Nord Africa e nell’Africa Occidentale.

Regna l’assoluto riserbo sui contingenti militari dei Paesi già presenti in Libia e se si partirà da questi per estirpare i trafficanti di esseri umani e i contrabbandieri del petrolio. Quanto all’obbiettivo di stabilizzare la Libia, possiamo affermare, senza ombra di dubbio,che si tratti di una chimera. Molto dipenderà dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, che comanda il Consiglio nazionale di transizione libico. Haftar non è proprio amico dell’Italia, che insieme agli Usa, sostiene al-Sarray. Macron ha tentato il colpo gobbo, con l’incontro dei due opponenti libici all’Eliseo, ma i fatti dicono che l’iniziativa ha avuto scarso successo, a parte confermare la nullità della nostra diplomazia e la nostra assenza.

in tutto questo, degli immigrati ridotti in schiavitú si parla poco e niente.

La proposta della duplice joint operation costituisce un’altra iniziativa della Francia, fino a ieri, sostenuta dalla Germania. Prendendo come pretesto la sicurezza degli immigrati si vuole anche incontrare l’ondata montante di dissenso fra gli europei contro i flussi migratori. I migranti, partiti da casa con i portafogli ben forniti, sono stati fortunati perché o li hanno “salvati” le ONG dalle onde del mare o saranno “salvati” dai loro aguzzini dalle truppe della joint operation. Ora, saranno, prima, espulsi e, poi, rimpatriati “a domanda” e con un mucchietto di euro in mano, verso i Paesi d’origine.
Anche “secondo gli osservatori africani, parlare di rimpatrio volontario è un eufemismo, in quanto è chiara l’intenzione dei Paesi europei di non accogliere gli immigrati africani intrappolati in Libia. Dinanzi a questo netto rifiuto gli immigrati non avranno altra scelta che accettare i rimpatri assistiti. Il IOM ha dichiarato di essere in grado di rimpatriare 10.000 immigrati”: nulla! Secondo notizie fornite dal sito di informazione africano “Slate Afrique”, 3.800 immigrati sono già stati rimpatriati dalla Libia. Notizia confermata dal Presidente della Commissione UA, Moussa Faki Mahamat, precisando che si trattava di immigrati ritrovati in un campo di detenzione vicino a Tripoli, quindi di più facile accesso rispetto agli altri campi di detenzione conosciuti.

Contatti non ufficiali sono avvenuti con alcuni Paesi africani disponibili ad accogliere i rifugiati presenti in Libia dietro cospicuo compenso finanziario per ogni rifugiati accolto. Come saranno accolti e integrati? Non interessa a nessuno. Anche in questo caso, i rifugiati rappresentano semplicemente un ottimo affare che non ha che fare con l’ostentata solidarietà panafricana e, d’altra parte, è evidente che, per concretezza, dovremmo parlare di chi li ha ingannati e di loro, che si sono fatti ingannare.
Ora, di fronte all’entità dell’invasione in atto, non si può più parlare di migrazione e, ancora meno, di integrazione e l’esigenza primaria è di diminuire la pressione migratoria sull’Europa. Uno dei problemi che sono stati abilmente nascosti dai media occidentali è l’impossibilità di integrare e assimilare le culture africane, con le loro superstizioni, i loro sacrifici umani rituali, le vendette, i saccheggi, il cannibalismo delle tribù e dei popoli sub sahariani e, poi, le mattanze islamiche e lo sgozzamento di noi infedeli. L’Europa rischia di diventare un altro Sudafrica, dove prevarranno le orge di ultraviolenza degli africani, la cultura dei riti di stregoneria ancestrali, il cannibalismo e altre schifezze dei selvaggi. Ma nessuno ne parla. Un minimo di informazione metterebbe a conoscenza di tutti la mattanza dei bianchi in Sudafrica, oppure, di come e con quali riti le mafie nigeriane governano il territorio…in Italia!

A causa dell’ostilità francese, ogni intervento militare o umanitario italiano in Libia non è attuabile. Da O L’Indro : “Alcuni osservatori africani nutrono il dubbio che la proposta di rimpatrio avanzata da Parigi sia stata anche pensata per impedire una qualsiasi presenza italiana in Libia e per evitare un rafforzamento politico di Roma che andrebbe a favore degli interessi petroliferi di ENI, nemico numero uno del Governo e delle multinazionali petrolifere francesi che si stanno facendo largo in Libia.” Invece, per interrompere il traffico di esseri umani dei trafficanti e il contrabbando e rimpatriare i loro detenuti, è necessario l’ordine militare e, fino a che ci sarà guerra civile, non potrà essere libico.
“Ma le operazioni di rimpatrio non sono così facili come da più parti si lascia intendere. A spiegarcelo è ‘African Slate’ in un articolo del 1° dicembre. «Si stima che vi siano dai 400 ai 700.000 immigrati africani intrappolati in Libia. Il Governo di Tripoli assicura che vi sono 42 campi di detenzione ma sappiamo che ve ne sono molti di più. In questi campi ufficiali vi sarebbero circa 15.000 immigrati, ma la maggioranza di questa massa di disperati soggetti ad ogni tipo di violenza e sopruso sono detenuti in campi segreti controllati dalle milizie vicine al Governo di Accordo Nazionale GNA e al Primo Ministro Fayez al-Sarraj. Questi detenuti sono fonte di guadagno per queste milizie e per il GNA che chiedono riscatti alle famiglie o li vendono come schiavi. Gli immigrati sono divenuti un lucroso commercio per Tripoli e le sue milizie, gestito da un network malavitoso che va al di la degli scafisti, semplici collaboratori». Stiamo parlando delle stesse milizie con le quali l’Italia fece accordi?

1845.- MISSIONE IN NIGER: È IN GIOCO LA NOSTRA CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE

Sapevamo e scrivemmo su twitter che i nostri soldati sono in Niger a guardare le pietre, perché a guardare l’uranio, ci pensano i francesi e che non si parla di guardare all’autostrada che, lì, a 1 1/2 km vede scorrere il traffico dei migranti, perciò, diamo il benvenuto a questo articolo di Ugo Trojano.

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9 giugno 2018. Analisi Difesa

L’atteso, auspicabile, necessario cambio di rotta nella politica estera italiana non implica cambiamenti della nostra collocazione internazionale, del tradizionale approccio multilaterale, di accordi sottoscritti ed alleanze, bensì va riferito ad azioni da intraprendere, ad uno spazio maggiore per le competenze, alle riforme interne delle amministrazioni, ad atteggiamenti meno subordinati, deleganti, inconcludenti che hanno colpevolmente indebolito, intaccandone la credibilità internazionale, il nostro Paese. Per andare sul concreto una delle primissime grane da risolvere per il nuovo governo sarà quella del caso Niger.

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Trattato superficialmente con ambiguità e “felpata inconsistenza diplomatica” si è riusciti a trasformare un’iniziativa positiva, finalmente frutto di una strategia di politica estera a medio termine, in un pasticcio dai contorni umilianti per l’Italia con conseguenze tali da ledere perfino la dignità delle nostre Forze Armate.

E’ forse questo uno degli aspetti prioritari su cui ci si sofferma poco per scarsa propensione alle analisi fattuali, alle lezioni apprese, ma a cui classe politica, alti dirigenti statali avrebbero dovuto invece dedicare massima considerazione nella preparazione prima e in seguito nella gestione dell’operazione fuori confine.

I fatti sono chiari, difficilmente contestabili: da mesi una quarantina di militari italiani guidati da un Generale di Brigata sono relegati sotto le tende presso l’aeroporto di Niamey, capitale del Niger, ospitati nella base statunitense, occupando il terreno del campo di pallacanestro non più fruibile dai militari a stelle e strisce, praticamente a fare nulla o quasi, in attesa di decisioni delle autorità nigerine e nostrane (responsabili del loro impiego) alfine di approntare una base logistica italiana presso lo stesso aeroporto ove sono già operative analoghe basi logistiche e di supporto francese, americana e tedesca.

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La base logistica italiana al pari delle altre forze straniere presenti in Niger, includendo anche canadesi e istruttori algerini di cui poco si parla, si rende necessaria per poter operare con formatori militari, eventuali civili nel difficile territorio a nord del Niger, da Agadez verso il confine libico.

Difficile poter immaginare, pena dover prendere atto purtroppo e chiaramente della totale irrilevanza italiana , che in tanti incontri fra le massime autorità italiane, premier del passato governo, ministri degli esteri, della difesa, interni e Presidenti della Repubblica e ministri nigerini, francesi, cancelliere Merkel, vertici UE ecc. non si sia esposto e trattato l’argomento della presenza italiana in Niger né tantomeno, considerata la notoria prudenza italiana, che non vi siano state autorizzazioni preliminari.

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Kalla Moutari e Roberta Pinotti

Peraltro la firma di accordi di cooperazione militare con il Niger (settembre 2017), la sbandierata missione africana del ministro Angelino Alfano, in Niger per inaugurare l’apertura della nostra Ambasciata il 4 gennaio 2018, l’accordo di collaborazione nel Sahel con il presunto amico e partner francese, confermato nelle riunioni bilaterali e nei vertici UE, G5 Sahel ecc. non potevano che sancire la fattibilità della missione italiana approvata dal nostro Parlamento al pari dello stanziamento di ben 100 milioni di euro a favore del Niger considerato Paese prioritario in Africa per la cooperazione civile e militare.

La situazione di stallo, assolutamente non preventivata, sicuramente mal gestita, affrontata con scarsa conoscenza delle realtà e degli usi del Paese che ci dovrebbe ospitare, probabilmente frutto di ambiguità e finti malintesi fra italiani, francesi e nigerini, pone al nostro Paese un grave problema di credibilità, dignità e rispetto da risolvere al più presto con chiarezza lasciando da parte retoriche e ambiguità.

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Niger-MMAP

A prescindere da torti e ragioni, non si possono lasciare per mesi 30, 40 ,50 o anche 10 militari italiani, comandati da un Generale di Brigata, alto grado che si giustifica solo per i contatti ad alto livello che egli dovrebbe avere e mantenere con pari grado locali e degli altri contingenti internazionali, a non fare nulla o quasi, relegati in aeroporto senza neppure uno straccio di accordo di status giuridico e operativo con il Niger.

In pratica formalmente non possono uscire dalla base…americana e girare in città. Per dei soldati di qualsivoglia contingente la situazione rappresenterebbe una grave lesione della loro dignità di militari (lo sarebbe anche per dei civili) e una mancanza di rispetto da parte dei rappresentanti politici del Paese nei loro confronti.

Avendo maturato lunghe esperienze di lavoro con i militari italiani e di altre nazioni alleate nel contesto di ricostruzioni internazionali post belliche in località estremamente difficili e complesse unite a esperienze di vita, lavoro e negoziati in paesi africani, ritengo sia giunto il momento di lanciare un forte appello per il ripristino della dignità e del rispetto dovuti al nostro Paese e ai suoi rappresentanti siano essi civili o con le stellette.

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Dignità e rispetto che vanno conquistati non solo con retoriche e formalismi bensì con azioni e atteggiamenti giusti, generosi, autorevoli, fieri, con negoziati chiari e determinati nel rispetto delle tradizioni del Paese che ci ospita ma anche pretendendo il rispetto per il nostro Paese e le nostre tradizioni. Perfino una prudente politica estera fin troppo accomodante non può derogare a tali principi basilari, essenziali per sviluppare relazioni vere e costruttive nel reciproco interesse.

Non è certo con le donazioni sanitarie e/o alimentari, effettuate peraltro con scelta poco felice subito prima e durante il periodo del Ramadan, come le 27 tonnellate fatte affluire fra aprile e maggio in Niger con voli militari finanziati da fondi della cooperazione italiana, che si migliorano situazioni compromesse.

Si rischia perfino di ledere ulteriormente l’altrui e la nostra dignità. In effetti le donazioni sono state accolte con fredda cortesia e dall’assenza di alte autorità locali (si intende ministri di primo piano) all’aeroporto, ignorate o quasi dalla stampa locale in genere propensa ad ampi articoli e titoloni. Non si poteva evitare con conoscenza di causa una scelta così poco felice date le circostanze?

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Meglio richiamare i nostri militari al più presto e far intendere con atti concreti a nigerini e francesi il nostro malcontento. Con schiena dritta, tralasciando finalmente felpati e inconcludenti passi diplomatici, sostituendoli con franche discussioni e passi conseguenti.

Anche in diplomazia ci si potrebbe far ascoltare e rispettare se si agisse con chiara, rispettosa determinazione e non si creassero situazioni di debolezza negoziale percepite dagli interlocutori come ambigue, frutto di eccessiva prudenza a volte fuori luogo e contesto.

Se i militari di altri Paesi, francesi, americani, canadesi e perfino i tedeschi in Mali, agiscono in Niger anche con truppe speciali accompagnando, formando e combattendo con le truppe locali, possono gli ultimi arrivati designarsi un ruolo esclusivo, forse non concordato con tutti gli interlocutori, di formatori in aree dove anche la formazione non escluderebbe affatto possibili situazioni di attentati e combattimento contro agguerriti jihadisti?

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I militari italiani sono apprezzati, non inferiori a nessuno e ben consapevoli del loro ruolo, adeguati ad affrontare qualsiasi circostanza. O si inviano in missione, con tutte le prudenze e le autorizzazioni necessarie, e ci si accorda per perseguire un nostro obiettivo nazionale ed europeo quale la lotta contro il jihadismo e i traffici di esseri umani adeguandosi tuttavia anche ad altri alleati e al contesto Paese, oppure è preferibile bloccare l’immigrazione illegale nel Mediterraneo, legittimamente, incrementando parallelamente le misure di riaccompagnamento dei migranti in territorio libico, nigerino ecc.

Le crisi asimmetriche regionali, le battaglie nel deserto non consentono più la disinformazione dell’opinione pubblica né tantomeno formule ambigue che ci espongono a svantaggi superiori ai presunti vantaggi, indeboliscono ulteriormente le nostre posizioni, umiliano le Forze Armate, permettono ad altri (Francia, GB ad esempio) di occuparsi anche dei nostri interessi prioritari per escluderci da aree a noi favorevoli.

Una sfida da raccogliere per un governo che vuole essere “di cambiamento”, meno delegante e maggiormente impegnato anche nella difesa visibile e concreta dell’interesse nazionale e del ruolo italiano in ambito internazionale.

Foto: AP, Ministero Difesa italiano, CNN e US Army.

Ugo Trojano
E’ uno dei maggiori esperti italiani di operazioni internazionali di stabilizzazione, peacebuilding, cooperazione e comunicazione nelle aree di crisi. Dagli anni 80 ha ricoperto incarichi per ONU, UE e Ministero degli Esteri in Africa (13 anni), Medio Oriente e Balcani. Specialista di negoziati complessi, è stato Sindaco ONU di Kosovo Polje dal 1999 al 2001, ha guidato il PRT di Nassiriyah in Iraq nel 2006 ed è stato Portavoce e Capo della comunicazione della missione europea di assistenza antiterrorismo EUCAP Sahel Niger fino al 2016. Ha ricevuto un’alta onorificenza presidenziale Senegalese. Ha scritto “Alla periferia del Mondo” (ed. Fermento).

1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

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Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

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Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1834.- NEL VORTICE DI AUTODISTRUZIONE DELL’OCCIDENTE-MONDO

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di Maurizio Blondet
“La Russia deve essere al G7, piaccia o no, dobbiamo avere la Russia al tavolo negoziale”, vibra Trump in una non certo improvvisata uscita, e i salotti tv anti-governativi scoprono che il primo ministro Giuseppe Conte, quello da loro dipinto come uno sciocco re travicello di una alleanza populista velleitaria, impreparata e scema, può dire al suo primo vertice in Canada, per nulla intimidito: “Sono d’accordo con il presidente Donald Trump, la Russia dovrebbe tornare al G8. Nell’interesse di tutti”.

Non è che ci sia qui una qualche alleanza. Quella cui assistiamo è la disintegrazione dell’ordine occidentale, che comporta inaspettate ricomposizioni, forse temporanee. Le centrali pensanti inglesi, nel travaglio di un Brexit che Merkel-Juncker vogliono sempre più ostile e punitivo, ha colto l’occasione per appoggiare il ben fondato malcontento italiano, spiegando in diversi articoli come sia la Germania la sola che ci ha guadagnato dall’euro, e quella che ha più da perdere facendo della UE “un nemico invece che un alleato” dell’Italia. E in altri articoli, hanno spiegato a fondo la crisi di Deutsche Bank. E un articolo del Financial Times ha non poco poter nel mondo della finanza internazionale.

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Incapaci di leadership, sempre in ritardo politico.

Trump ha continuato a modo suo la stessa politica. Ridicolmente, Macron (come ventriloquo della Merkel) ha lamentato che Trump, imponendo dazi sull’acciaio europei, “tratta gli alleati come nemici”. E’ esattamente quello che fa Berlino con Grecia e Italia.

Non è che il governo giallo-verde ha trovato amici. Si tratta solo di notare, in questa disintegrazione che avrà (non illudiamoci) effetti apocalittici, la mobile capacità politica anglosassone, il capire al volo, di fronte all’autistica impoliticità tedesca – e di conseguenza, della centrale di comando UE, la BCE. Non hanno alcuna intenzione, loro, di riconoscere le istanze italiane come quelle di un pari e fondatore; alzano lo spread come si alza un randello. Come abbiamo detto e ripetuto, non sono i “mercati” ad alzare lo spread, ma la BCE – che acquista integralmente i titoli d i debito italiano, e lascia agire i mercati per esercitare una minaccia: non si spiega altrimenti sennò che il nostro spread sia superiore a quello della Grecia. Evidentemente sono “mercati” che premiamo l’obbedienza cadaverica a Berlino.

Fonti interne alla BCE fanno sapere che il consiglio della Banca Centrale discuterà la fine degli acquisti di titoli di debito pubblico (inteso:italiani) subito subito, già il 14 giugno in riunione in Lettonia – “Certo, non c’è momento migliore per la BCE per discutere l’uscita dal quantitative easing, che nel momento in cui i rendimenti italiani salgono già tanto”, commenta sardonico Zero Hedge, additando come la BCE stia appunto manipolando i mercati. Cosa alquanto strana, perché una banca centrale dovrebbe calmare i mercati, come garante d’ultima istanza verso tutti i paesi dell’euro; dovrebbe insomma essere almeno un po’ anche la nostra banca centrale – ma lo è stata solo fino a Gentiloni. Adesso, pratica l’apartheid monetario. Fa annunciare dal suo emissario, Monti, l’arrivo della troika.

A chi ha paura di questa situazione e tremebondo, ricordiamo che il tracollo italiano sul debito, e l’uscita dall’euro, sarà inevitabile comunque: nel 2019 a capo d ella BCE andrà Weidmann, che già da anni va indicando ai mercati che l’Italia è insolvente, e che non è giusto che gli interessi che noi paghiamo sul debito siano sempre troppo bassi – quella in cui ci hanno cacciato è una dittatura disumana, bancaria e burocratica.

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Prima dell’euro, la Germania cresceva meno di noi.

Quel che importa ora notare la follia e il ritardo mentale con cui l’ “Europa” viene sorpresa dagli eventi. Macron e MErkel sono andtai in Canada con il proposito di essere aggressivi verso Trump, di “isolarlo” come hanno isolato il governicchio indebitatissimo italiano, di mettere Trump sotto accusa (cosa di per sé ridicola, perché allo stesso tempo invocano che non metta dazi sulle auto tedesche, e le compagnie europee che cominciavano a fare affari con l’Iran hanno smesso piegandosi alle sanzioni USA): l’uscita di Trump sulla Russia li ha colto in contropiede. E’ stato Trump a isolare loro, piantandoli in asso per affrettarsi al vertice di Singapore con Kim il nord coreano. Per giunta, Trump ha rifiutato un colloquio con Teresa May, trovandola “una direttrice scolastica”.

Macron, fuori di sé dalla sorpresa, è arrivato a minacciare (o augurare) la morte a Donald: “Nessun presidente è per sempre”. Ed ha aggiunto: se non si cura di “essere isolato” sulla questione “improduttiva” dei dazi (che Trump ha messo su acciaio e allumino) e del patto anti-nucleare con l’Iran, ebbene il il G7 lo isolerà, “non ci mettiamo niente a diventare sei, se occorre”: Già: era il G8; cacciata la Russia (dagli europei e da Obama), è il G7. Adesso Macron vuole espellere gli Stai Uniti, restare il G6.

Un club privé. Il “G” in questi vertici sta, ovviamente, per “Grande”. Gli otto Grandi, i Sette Grandi, i Sei Grandi…vertici di ex grandi. Da cui sono assenti, perché non invitate, non solo Russia, ma Cina e India, le potenze dominanti dell’Asia e did omani. I “grandi” di ieri, sempre più piccoli, si assestano colpi reciproci di dazi, sanzioni e controsanzioni, in un crescendo di accuse di dumping e di protezionismo. Insomma stanno diroccando il mondo che hanno creato, il mondo-Occidente. E’ il vertuice più disfunzionale ed antagonista mai visto: il vecchio ordine sta morendo, e la tragedia italiana, “l’isolamento” dell’Italia in questa Europa, la sua ribellione, è solo un mulinello nel gigantesco Maelstrohm del più vasto quadro del collasso dell’Occidente – in una follia di cui “l’europeismo” è solo una parte essa stessa.

Basta qui elencare qualche fatterello: Bruxelles (l’idea è degli uffici di Juncker) avrebbe ordinato alle case automobilistiche europee di non usare parti fabbricate nel Regno Unito, per rendere il Brexit più costoso e rovinoso.

https://www.express.co.uk/news/politics/970103/Brexit-news-EU-car-industry-Dutch-Europe-trade+

Bruxelles vuole espellere la Gran Bretagna dal programma Galileo (di posizionamento satellitare), benché il sistema Galileo si fondi su stazioni a terra che stanno in territori britannici, le Falkland e l’Isola di Ascension!

https://www.express.co.uk/news/science/970848/Brexit-news-galileo-eu-european-union-esa-falklands-ascension-satellite

Nello stesso tempo, la May in Canada ha incitato gli alleati ad allestire insieme una “forza di reazione rapida” multinazionale contro la Russia, ciò che ha suscitato la protesta di Mosca. Probabilmente nella velleità di rappezzare la disintegrazione europea con lo spettro del Nemico.

https://sputniknews.com/europe/201806081065215625-uk-russia-g7-summit-proposal/

Ovviamente, gli Usa continuano a cercare di impedire ad ogni costo il completamento del Nord Stream 2, e la Germania lotta per salvarlo – la stessa Germania che vuol far durare le sanzioni contro la Russia.

Berlino minaccia di espellere – nientemeno che – l’ambasciatore Usa,Ricard Grenelle, un trumpiano, per aver dichiarato che intende sostenere “Altri conservatori in Europa”, altri sovranisti coem l’austriaco Sebastian Kurz o Salvini. L’ambasciatore si atteggia a “ una sorta di difensore di pupulisti di destra e di sinistra che vogliono distruggere la nostra società libera”, ha detto CDU/CSU, Roderich Kiesewette

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-germany-is-calling-for-trumps-us-ambassador-in-berlin-to-be-expelled/

La Svezia ha operato la mobilitazione totale della sua guardia nazionale (40 battaglioni) in una esercitazione non annunciata che simula la difesa da una invasione russa.

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-the-entire-swedish-home-guard-was-just-mobilized/

La società ucraina Naftogaz ha annunciato che un tribunale olandese ha approvato la sua petizione per congelare le attività di Gazprom nei Paesi Bassi, ed ha ordinato a Gazprom di pagare $ 2,6 miliardi alle controllate olandesi da Gazprom alla società ucraina. Alla fine di febbraio, un tribunale arbitrale con sede a Stoccolma ha assegnato a Naftogaz 4,63 miliardi di dollari da Gazprom perché Gazprom non era riuscita a rifornire l’Ucraina della quantità concordata di gas naturale. Il 30 maggio, Naftogaz ha anche annunciato di aver avviato l’esecuzione della decisione giudiziaria da $ 2,6 miliardi in Svizzera e che le autorità svizzere si sono attivate per impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera. L’Ucraina sta cercando di impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko. Ciò potrebbe includere anche le attività e le azioni di Nord Stream e Nord Stream 2 .

Frattanto, l’economia dell’eurozona sta rallentando sotto l’austerità tedesca, mentre quella della Gran Bretagna è in ripresa. L’istinto politico britannico è da secoli un passo avanti a quello di Berlino. E si deve ammettere che sanno riconoscere una dittatura tedesca, quando ne vedono una.

Ora, nonostante tutto quel che vi racconta la propaganda dei nemcii interni ed eurocratici, abbiamo il miglior governo possibile (insisto sul “Possibile”) per affrontare la tempesta. Mai avevamo avuto un ministro dell’economia come Tria, che consapevole che la nostra crisi è dovuta al taglio degli investimenti pubblici impostoci da BErlino e dai suoi servi : “gli investimenti fissi delle pubbliche amministrazioni sono scesi di circa il 28% nell’eurozona… tra 2009 e 2019….. In Italia il calo è stato di quasi il 40% (da 3,4 o a 2,2 r del PIL).

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Alla UE, l’Italia dà più di quel che riceve.

Mai avevamo avuto un governo che, consapevolmente, propone la separazione fra banchd commerciali e banche d’affari. Nè che si oppone alle “riforme” delel piccole banche cooperative, che l’Europa vuole aggruppare in due holdin, ossia società per azioni, perché il sistema bancario tedesco possa scalarle. Mai avevamo sentito un senatore pd dire, come Bagnai, alla REuters: “Per effetto della riforma, Iccrea e Cassa centrale Banca saranno sottoposte alla vigilanza unica europea e dovranno quindi rispettare più severi requisiti patrimoniali. Le banche cooperative tedesche, invece, continueranno ad essere sotto il controllo delle sole autorità di Berlino e avranno maggiore libertà nella gestione del credito”.

1823.- Libia, conferenza di pace voluta da Macron: “Elezioni il 10 dicembre”

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Mentre recitiamo il copione già scritto con Mattarella, Di Maio, e Salvini, la borsa e quella truffa della BCE Privata! che è lo spread, affossano la borsa e le casse delle società italiane; ma, ancora peggio, Macron – che non è Gentiloni, né Alfano -, all’Eliseo, ha riunito al-Sarraj e Haftar stabilendo una accordo elettorale. Praticamente, ha dato una pedata all’ENI e metterà le mani, definitivamente, sul petrolio libico. Dopo lo schiaffo di Tunisi, abbiamo la pedata di Tripoli.

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Il premier libico Serraj stringe la mano al generale della Tripolitania Haftar. In mezzo, il presidente francese Macron (ap)

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29 maggio 2018
Le elezioni presidenziali e legislative in Libia si terranno il prossimo 10 dicembre. Lo hanno annunciato i negoziatori intervenuti oggi alla conferenza internazionale, convocata dal presidente francese Emmanuel Macron con l’intento di portare la Francia in posizione centrale nella gestione politica del dossier più caldo di tutto il Mediterraneo Centrale e del Nord Africa. Un impegno che le parti libiche hanno preso di fronte all’inviato dell’Onu Ghassam Salamè, a quelli della Ue e dell’Unione Africana e ai rappresentanti di paesi come Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia, Italia, e poi Egitto, Tunisia, Ciad, Emirati, Qatar, Kuwait, Turchia, Algeria Marocco. L’impegno dei leader libici per il futuro della Libia è stato però solo informale: la dichiarazione d’intenti non è stata infatti firmata dai presenti, come ha confermato lo stesso Macron. Inizialmente era in programma una firma davanti alla telecamere ma poi è saltata. “Ci baseremo su questo quadro”, ha assicurato Macron.

COMMENTO
In Libia Macron colma il vuoto dell’Italia
di VINCENZO NIGRO su REP.
Sono trascorse poche ore dalla fine dell'”evento Libia” che l’Eliseo ha voluto organizzare per seguire l’intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l’Onu ha avviato presentando l’Action Plan del settembre 2017. …

La Conferenza convocata nel giro di un paio di settimane da emissari che Macron ha inviato a Tripoli e Bengasi, per invitare innanzitutto i 4 capi principali delle diverse parti del paese. Con il presidente del Consiglio presidenziale Fajez Serraj e il generale Khalifa Haftar sono stati invitati infatti anche il presidente dell’Alto Consiglio di Stato (senato) Khaled al Mishri e il presidente del Parlamento con sede a Tobruk Agila Saleh.

Oltre all’impegno sulle elezioni, c’è quello sulla logistica del potere. Le istituzioni libiche non saranno più divise tra Tripoli e Tobruk, ma verranno unificate proprio in vista delle elezioni decise per il prossimo 10 dicembre, mentre la Camera dei Rappresentanti sarà trasferita a Tripoli.

Un tema centrale in questa conferenza è proprio il processo elettorale: la Libia non ha una legge elettorale e una Costituzione riconosciute e accettate, e a questo stanno lavorando commissioni supervisionate dalle Nazioni Unite. Il percorso dell’Onu non prevede elezioni nel 2016, anche perché elezioni in queste condizioni invece di favorire il dialogo e la libera espressione della popolazione sarebbero soltanto il detonatore per nuove esplosioni di violenza. Tra l’altro nella Costituzione adottata nel luglio del 2017 da una costituente, ma mai ratificata con un referendum, c’è il tema della doppia cittadinanza di un candidato e della durata della sua residenza in Libia. Clausole che impedirebbero ad Haftar, rifugiato per 20 anni negli Stati Uniti, di candidarsi alla presidenza.

Ieri un gruppo di 13 milizie e gruppi politici di città importanti della Tripolitania (misurata, Zintan, Zliten, Sabrata e altre) ha diffuso un comunicato per dire che boicotterà l’incontro. Anche perché a Tripoli molti hanno il sospetto che la Francia abbia lavorato per costruire un ruolo per il Generale Haftar che va oltre non solo il suo peso specifico ma soprattutto al di là della sua vera capacità politica e della volontà di lavorare collaborando con le altre formazioni politiche libiche. Molti a Tripoli e soprattutto a Misurata ritengono che Haftar non stai facendo altro che provare ad applicare l’unico metodo che conosce, quello di conquista militare del potere che ha visto negli anni in cui ha collaborato con Muhammar Gheddafi sin dal golpe del 1969 contro re Idris.
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1806.- L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati… ma anche noi.

American Special Forces soldiers keep a lookout from a front line outpost outside the northern city of Manbij, Syria.

Già il 3 aprile, Rezan Gilo, uno dei capi della difesa del Kurdistan siriano (Rojava), aveva rivelato la presenza di truppe francesi e statunitensi a Manbij, Raqqa e in tutta la Siria settentrionale.

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE, MA NON FA I COPERCHI.

Ormai non c’è più nulla da nascondere. Anche i muri sanno che terroristi, ISIS, Al Qaeda, SDF siriane sono tutte truppe irregolari messe in campo dai neocon e dai loro alleati. Truppe irregolari, più o meno come lo era la Compagnia delle Indie con il suo esercito parallelo, che consentiva di far guerra senza dichiararla.
Quello che facciamo finta di non sapere è che la NATO, o, se vi piace, alcuni Paesi NATO, Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Turchia hanno affiancato e sostituito queste bande irregolari con le loro truppe. Tanta è la potenza delle lobbies dell’energia e dei neocon? Una potenza che si è tramutata in parte in impotenza: Prima, quando la Russia scese in campo e le portaerei del Gruppo d’Attacco dell’Us Navy in Mediterraneo e gli F-22 inforcarono in tutta fretta il Canale di Suez lasciandovi entrare il Liaoning cinese e l’Admiral Kuznetsov russo. Secondo, quando la bordata di 105 missili Tomahawk di Trump su Damasco dovette essere negoziata con Putin, per vederne, comunque, abbattuti 71 e 2(due) catturati dai sistemi di difesa russi in mano siriana.
Gli israeliani, americani, francesi e quanti hanno in mente di essere partecipi delle decisioni in campo energetico sul territorio siriano sono stati “pizzicati” più volte con le mani nel sacco. Aggiungo i turchi, ma come mi diceva uno spagnolo, Erdogan fa la parte del gorilla, ma la sua mente sono gli USA. Vero fino a un certo punto perché la strategia di Erdogan può anche accettare di passare per il gorilla, ma sa bene dove vuole arrivare: sotto gli americani, con i russi e contro i curdi. Meno bene va per gli italiani che difendono Ankara con le loro batterie di missili, riforniscono i bombardieri che attaccano la Siria. fanno la guardia alle sabbie del Niger, ma non all’uranio e si vedono coinvolti in questa guerra imperialista senza un ritorno e un perché, come docet il caso dell’ENI a Cipro. Silenzio dall’Unione Europea e dal suo avvocato sotto spirito, presidente della Commissione europea e silenzio dei media sul ruolo aggressivo assunto dalla NATO, senza più scrupoli. L’ONU? Chi era costei? Leggiamo da Aurora:

L’arresto dei soldati francesi potrebbe danneggiare statunitensi e loro alleati.

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Il 17 maggio un gruppo di soldati francesi diretti nella provincia di Hasaqah veniva arrestato dall’Esercito arabo siriano. La domanda ora è: in che modo l’arresto dei soldati francesi cambierà gli equilibri di potere in Siria?
Secondo il sito Mail.ru, 60 soldati francesi sarebbero stati arrestati a un checkpoint nel nord-est della Siria. Secondo Fars, il sito russo affermava che l’Esercito arabo siriano aveva catturato questo gruppo di soldati francesi, tra cui dei cecchini. “C’erano 60 cecchini francesi a bordo di un convoglio di 20 veicoli Toyota Cruiser 200 che attraversava il confine siriano dall’Iraq”. Il convoglio era diretto verso la provincia di Hasaqah. Si ritiene che l’incidente risalga al 1° maggio, e secondo il sito, “il convoglio si era diretto erroneamente verso un checkpoint dell’Esercito arabo siriano”. “Le forze siriane effettuarono un controllo dei veicoli scoprendo una grande quantità di armi collocate in scatole, oltre a dispositivi di localizzazione termica e a fucili”. Il comandante del gruppo, un francese, interrogato confessava di essere stato incaricato di recarsi ad Hasaqah coi suoi soldati per “sostenere le SDF (le forze democratiche siriane) nella guerra allo SIIL”. Secondo il sito, era la prima volta che l’Esercito arabo siriano trovava un gruppo di soldati francesi incaricati dalla NATO d’intervenire illegalmente sul suolo siriano. Informazioni concomitanti avevano precedentemente segnalato la presenza di forze francesi a Dayr al-Zur, dove scontri violenti si erano verificati tra le forze dell’Esercito arabo siriano e loro alleati da un lato e le SDF sostenute dagli Stati Uniti dall’altro. Muhamad Abu Adil, presidente del Consiglio militare di Manbij aveva precedentemente negato qualsiasi presenza francese, ma non aveva escluso un possibile dispiegamento della Francia nella città.
Aqram al-Shali del Centro siriano per la gestione delle crisi e la prevenzione delle guerre, dichiarava all’agenzia Sputnik che l’Esercito arabo siriano aveva già arrestato molti agenti dei servizi segreti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi arabi e Israele, senza contare i 300 soldati francesi recentemente arrestati. Secondo al-Shali, Damasco era sotto forte pressione per il rilascio dei militari stranieri detenuti, ma il governo siriano non cederà perché l’arresto di soldati stranieri gli darà un duplice vantaggio: gli occidentali non possono completare le loro missioni in Siria (l’ultimo attacco missilistico non causava danni significativi); in secondo luogo, è un vantaggio aggiuntivo nei negoziati con le forze straniere. Lo specialista siriano ritiene che la soluzione pacifica della crisi siriana sia inestricabilmente legata alla situazione sul campo di battaglia. “Al momento, gli aggressori continuano a cedere e a ritirarsi senza poter assaltare le postazioni dell’Esercito arabo siriano. Ecco perché il governo siriano avrà l’ultima parola e potrà imporsi ai negoziati”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

1801.- Le ultime notizie dalla Siria rigorosamente censurate dal mainstream

di Francesco Santoianni – L’Antidiplomatico.

In attesa della prossima bufala su bombardamenti con armi chimiche, silenzio assoluto dei media main stream su quello che sta accadendo in Siria. Eppure, di notizie interessanti ce ne sarebbero tante. Ad esempio: la sbalorditiva tregua che, da cinque mesi, sta regnando tra le ingenti forze statunitensi-francesi e i miliziani dell’ISIS; o la scoperta di innumerevoli arsenali dell’ISIS tutti riforniti dagli USA; o la fornitura di armi ai “ribelli siriani” che sarebbe dietro al “suicidio” del manager di Monte dei Paschi di Siena, David Rossi…

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E silenzio assoluto anche sulle iniziative che l’Unione Europea sta attuando per continuare ad alimentare la guerra alla Siria.

Per quanto riguarda le sanzioni (che avrebbero dovuto scadere il 18 maggio) si prospetta, addirittura, un loro inasprimento: nessuna pietà per i milioni di siriani ridotti alla fame da queste sanzioni o per i bambini malati di cancro che, a seguito delle sanzioni, non possono ricevere cure adeguate (vedi qui, qui, qui,

Ancora peggio per le iniziative (documentate in questo articolo) decise nella recente Conferenza dell’Unione Europea “Sostegno al futuro della Siria e della regione“: intanto, neanche un centesimo per la ricostruzione dei sistemi idrici, elettrici, stradali… distrutti dalla guerra che, certamente, avrebbe incoraggiato il ritorno dei milioni di profughi siriani ma che, invece, secondo l’Unione Europea, determinerebbe il “rafforzamento del regime di Assad”. Quindi, neanche un centesimo per la ricostruzione ma, in compenso, 6,2 miliardi di euro elargiti dall’Unione Europea a ONG per la gestione dei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. In più – ciliegina sulla torta – altri finanziamenti ad ONG per creare innumerevoli “corridoi umanitari” che – così come evidenziato in un documento di vescovi cristiani siriani – rischiano di svuotare la Siria di risorse, spesso altamente qualificate, arricchendo, invece, “caritatevoli” nazioni occidentali e altrettanto caritatevoli ONG.
Nessuna speranza, quindi, per la rinascita della Siria? Forse qualche speranza c’è, considerando che il “Movimento Cinque Stelle” e la Lista “Noi con Salvini”, che dovrebbero costituire il prossimo governo, sono state le UNICHE forze parlamentari in Italia ad opporsi alle sanzioni alla Siria.

Staremo a vedere come andrà a finire.

Francesco Santoianni