Archivi categoria: Politica Estera – Turchia

1627.-Erdogan cambia lato e riarma i terroristi

Con un altro leader russo sarebbe guerra nucleare, ma è, comunque, guerra.

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La Turchia, in linea con i servizi statunitensi, ha deciso di bloccare l’avanzata siriana a sud-est d’Idlib. Un’alleanza ad hoc di jihadisti lanciava la controffensiva per fermare l’Esercito arabo siriano che libera buona parte del territorio occupato dai “ribelli” a sud-est d’Idlib. I “ribelli” armati da turchi e statunitensi compivano alcuni progressi locali catturando circa 12 villaggi dei 150 villaggi che l’Esercito arabo siriano aveva appena liberato. Furono subito respinti. Circa 50 terroristi di Ahrar al-Sham furono eliminati cadendo in una trappola. Circa 10 soldati siriani sono stati sequestrati dal nemico. Il supporto aereo siriano e russo è molto attivo nell’area e l’Esercito arabo siriano avanza di nuovo. Non c’è alcuna menzione o immagine (ancora) di al-Qaida in Siria, attualmente etichettatasi HTS, partecipare al contrattacco “ribelle”. Quattro giorni prima HTS pubblicava le foto del suo capo Julani che incontrava i suoi capi per valutare la situazione. Sembrava brutta per loro. Il litigio con altri “ribelli” si acuiva. Due giorni prima Julani dichiarava che HTS avrebbe smesso di combattere le altre fazioni ad Idlib per consentire a tutti di affrontare le forze del governo siriano in avanzata. Sembra che fosse la condizione per il rinnovato supporto turco-statunitense. La controffensiva poteva procedere solo perché la Turchia (di nuovo) consegnava centinaia di tonnellate di armi ai terroristi. Furono anche avvistati nuovi rifornimenti di missili anticarro TOW, distribuiti esclusivamente dalla CIA. (Anche la Turchia rifornisce di nuovo i terroristi in Libia: la flotta greca catturava una nave che viaggiava dalla Turchia alla Libia con 29 container di bombe, spolette, detonatori e altre componenti per bombe. Vedi articolo in calce). Ecco alcuni tweet rilevanti delle ultime ore:
“Terrormonitor.org @Terror_Monitor 9:54 – 11 gennaio 2018
#Siria #alQaida #uyguri #jihadisti. Il Partito Islamico del Turkestan (#TIP) pubblica le foto dei suoi combattenti contro #EAS a sud di #Idlib. #TerrorMonitor”
I terroristi uiguri sono giunti dalla Cina occidentale in Siria con passaporti ufficiali turchi rilasciati dall’ambasciata turca in Thailandia. Il 18 settembre 2015 al-Qaida (Nursra, HTS) e il gruppo jihadista uiguro del partito islamico del Turkestan assaltavano la base aerea a lunga assediata di Abu Duhur e uccisero 56 soldati siriani. La base aerea a cui l’attuale attacco siriano a sud-est d’Idlib mira. Questa volta saranno gli uiguri a lasciarci la pelle.
Maggiori informazioni sugli eventi di oggi:
“Ali Özkök @Ozkok_ – 10:06 – 11 gennaio 2018
La #Turchia ha fornito alla milizia Faylaq al-Sham almeno sei veicoli corazzati. È un importante indicatore del fatto che la Turchia sostiene anche la massiccia controffensiva dei terroristi e degli islamisti a #Idlib e #Hama contro l’esercito e gli alleati siriani! Immagino che vedremo presto alcuni attacchi ATGM”.
“Carl Zha @CarlZha – 13:36 – 11 gennaio 2018
Siria: i terroristi lanciano la controffensiva contro le forze governative siriane nel sud d’Illib con APC, artiglieria pesante e razzi stamattina. Gli APC sono stati forniti dalla Turchia”
L’Esercito arabo siriano catturava uno dei nuovi trasporto truppe corazzati. Immagini e video mostrano una versione dell’Armored Panthera F9 prodotta dalla società Minerva SPV di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’osservazione di Ali Özkök, “Credo che vedremo presto alcuni attacchi con ATGM”, era profetica:
“Carl Zha @CarlZha – 13:58 – 11 gennaio 2018
#Idlib: il gruppo terroristico Jaysh Nasr ha attaccato con TOW un carro armato dell’Esercito arabo siriano a Tal Maraq questa mattina. Mi chiedo chi ha fornito i missili TOW? La CIA si suppone renda conto di tutti i missili TOW forniti dall’Arabia Saudita.
Carl Zha @CarlZha – 14:38 – 11 gennaio 2018
#Siria, Movimento al-Zinqi (terroristi che decapitarono un bambino palestinese ad Aleppo) spara un ATGM colpendo un carro armato T-72 oggi. Il sostegno turco è stato fondamentale per la controffensiva dei terroristi contro #EAS”.
Ci furono alcuni preannunci di nuovi rifornimenti turchi e statunitensi dal propagandista del Golfo Charles “Jihad” Lister:
“Charles Lister @Charles_Lister – 5:58 – 11 gennaio 2018
Fonti, la #Turchia ha rifornito di nuovo di: veicoli blindati turchi – munizioni SALW – GdR – mortai – razzi e lanciarazzi Grad – carri armati e altro… tutte le principali fazioni non-HTS, col preciso scopo della nuova offensiva di oggi contro #Assad/# Iran/#Russia”.

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Due giorni fa la Turchia protestò con gli ambasciatori russo e iraniano per l’azione dell’Esercito arabo siriano ad Idlib. Secondo l’accordo di descalation, Russia e Iran sono responsabili del sud-est della zona di descalation d’Idlib, mentre la Turchia doveva controllare la parte nord-occidentale. La parte turca è stata utilizzata per attaccare le basi russe in Siria, anche se i russi credono che l’attacco sia stato lanciato non sotto il comando turco ma degli Stati Uniti: “La Russia ha dichiarato di ritenere la Turchia responsabile dell’attacco dei droni, definendola violazione dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria, mentre la Turchia accusava Russia ed Iran di mettere a repentaglio il processo di pace lanciando l’offensiva per prendere il controllo di una base dell’opposizione nell’area. Il Ministero della Difesa russo nominava il villaggio controllato dall’opposizione di Muazara, nella provincia d’Idlib, come luogo da cui uno sciame di almeno una dozzina di droni armati di rozzi esplosivi fu lanciato per attaccare la base aerea di Humaymim e la vicina base navale di Tartus, nella Siria nordoccidentale. Nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, la Turchia dovrebbe frenare le forze dell’opposizione nella provincia di Idlib… Muazara rimane fedele all’opposizione moderata, ma le posizioni militari che la circondano appartengono al ramo di al-Nusra Haraqat Tahrir al-Sham, o HTS, secondo un uomo che vive nel villaggio. La base HTS più vicina, situata in una valle ad est del villaggio, è stata distrutta da un raid aereo russo all’inizio di questa settimana, affermava, dopo gli attacchi su Humaymim… Molti siriani e anche i russi ipotizzano che le agenzie d’intelligence estere per provocare i russi abbiano aiutato il gruppo locale ad attaccare. “C’è parecchio marciume ad Idlib, agenti che girano e gruppi che collaborano con gruppi con cui non dovrebbero collaborare”, ha detto Aron Lund, che analizza la Siria per la Century Foundation. “È molto, molto cupo”.”
I “ribelli” di Idlib hanno anche creato un sito con 150 tweet pre-sceneggiati su bambini uccisi ed ospedali bombardati che i loro fan possono diffondere a piacimento. Nei prossimi giorni sentiremo notizie della distruzione di almeno otto “ultimi ospedali” nel governatorato di Idlib… Ci si chiede a cosa pensi l’aspirante sultano Erdogan. Aveva cercato di provocare la Russia prima abbattendo un aereo. La Turchia pagò un prezzo enorme quando la Russia sospese turismo e commercio con essa. Un anno dopo Erdogan correva a Mosca per scusarsi e chiedere aiuto. Crede che la Russia reagirà meno bruscamente ora permettendo di attaccarne le basi e rifornendo di nuovo i suoi nemici? Cosa gli hanno promesso alla Casa Bianca e al Pentagono per tale rischio e cambiando ancora lato?

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Traduzione di Alessandro Lattanzio, Aurora.

Fermata al largo di Creta nave carica di esplosivo: era diretta in Libia
Sequestrati 29 container e arrestati 8 membri dell’equipaggio

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La nave “Andromeda”, catturata dai greci.

Era diretta in Libia la nave battente bandiera della Tanzania, carica di materiali esplosivi, sequestrata lo scorso 6 gennaio dalle autorità greche al largo di Creta. Il cargo, proveniente dalla Turchia dove era stato imbarcato il carico, era ufficialmente diretto nell’Oman e a Gibuti, ma la sua destinazione reale era il porto libico di Misurata, come ammesso dal comandante della nave durante l’interrogatorio al quale è stato sottoposto dagli inquirenti greci.

Il carico esplosivo

La nave “Andromeda”, varata nel 1979, con una lunghezza di 81 metri, e una stazza lorda è di 1590 tonnellate, è risultata avere imbarcato 29 container nei quali era contenuto materiale esplosivo, numerosi detonatori, nitrato di ammonio, utilizzato nella composizione di bombe anche artigianali e 11 serbatoi vuoti di gas liquefatto. Dopo il rinvenimento del materiale ed il conseguente sequestro, la nave è stata condotta al porto di Heraklion, mentre gli otto membri dell’equipaggio, 2 ucraini, cinque indiani e un albanese, sono stati tratti in arresto.

Il porto di destinazione era Misurata

Proprio nel porto di destinazione del cargo, a Misurata, l’Italia ha attrezzato nel 2016 un ospedale da campo con lo scopo di fornire assistenza alla popolazione locale e contribuire alle operazioni contro l’Isis nella zona di Sirte. Sempre a Misurata, nel mese di dicembre, il sindaco della città, Mohammed Eshtewi, è stato ucciso dopo essere stato prelevato con la forza durante il tragitto di ritorno dall’aeroporto. L’omicidio sarebbe stato perpetrato dagli Islamisti del Consiglio militare di Misurata che più volte lo avevano additato di contiguità proprio con gli italiani e per il suo atteggiamento troppo filo-occidentale.

Le tensioni in Libia

Nella zona della città costiera libica, la situazione è tutt’altro che pacificata, sia per gli scontri, non solo a livello politico, tra le fazioni fedeli ad Haftar e quelle che fanno riferimento al governo legittimo di Serraj, sia anche per le costanti scorrerie di bande legate all’Isis. Gli accertamenti sulla destinazione del materiale rinvenuto a bordo della nave tanzaniana vertono proprio verso la pista degli islamisti libici, ipotizzando un legame tra questi e presunti complici operanti nei porti turchi di Mersin e Iskenderum, località dove il carico di esplosivi è stato imbarcato sull’Andromeda.
di OFCS.Report

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1572.- Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

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Andrej Akulov SCF 13.12.2017

A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq”. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra”. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria”. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi”. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio,di aurora

1557.- La Turchia rifiuta l'”Islam moderato”

1554.- Siria: questa occupazione statunitense – o “presenza” – è insostenibile

“Tutta la storia sembra sancire che, sedatosi il conflitto civile in Siria, le potenze in gioco stiano riaprendo la partita della destabilizzazione mediterranea, puntando questa volta sul Libano, Paese diviso e fragile, strategicamente affacciato sul Mediterraneo orientale, i cui porti, molto vicini ad Israele, non devono cadere, come quelli siriani, in mano ai russi e quindi agli iraniani”…

 

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Gli Stati Uniti stanno ora occupando la Siria nord-orientale. Con quest’arma di ricatto vogliono costringere il governo siriano a un “cambio di regime”. L’occupazione è, tuttavia, insostenibile e il suo obiettivo è irraggiungibile. I generali che hanno ideato questi piani mancano di intuizioni strategiche. Ascoltano le lobby o le persone sbagliate.

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Lo Stato islamico non occupa più alcuna area significativa sia in Siria e sia in Iraq. Ciò che ne è rimasto in alcune città della valle dell’Eufrate sparirà presto. I suoi resti saranno alcune delle varie bande terroristiche nella regione. Le forze locali possono e vogliono tenerle sotto un adeguato controllo. Lo stato islamico è finito. Questo è il motivo per cui il libanese Hezbollah ha annunciato di ritirare tutti i suoi consiglieri e le sue unità dall’Iraq. È la ragione per cui la Russia ha iniziato a rimpatriare alcune delle sue unità dalla Siria. Le forze straniere non sono più necessarie per eliminare i resti dell’ISIS.

Nella sua risoluzione 2249 (2015), Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la lotta contro ISIS, la posizione del Consiglio era:

“A riaffermare il suo rispetto per la sovranità, integrità territoriale, indipendenza e unità di tutti gli Stati in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite,

Invitare gli Stati membri che hanno la capacità di farlo ad adottare tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, in particolare della Carta delle Nazioni Unite, … sul territorio sotto il controllo dell’ISIL noto anche come Daesh, in Siria e in Iraq, per raddoppiare e coordinare i loro sforzi per prevenire e reprimere gli atti terroristici commessi specificamente dall’ISIL … e le entità associate ad Al-Qaida … e per sradicare il porto sicuro che hanno stabilito su parti significative dell’Iraq e della Siria;
Non esiste, ora, più alcun “territorio sotto il controllo dell’ISIL”. I suoi “rifugi sicuri” sono stati “sradicati”. Il compito assegnato e legittimato nella risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è terminato. È finita. Non c’è più alcuna giustificazione, sotto la Risoluzione 2252 dell’UNSC, per le truppe americane in Siria o in Iraq.

Altre giustificazioni legali, come un invito dei legittimi governi di Siria e Iraq, potrebbero essere applicate. Ma mentre la Siria ha invitato le forze russe, iraniane e libanesi a rimanere nel suo paese, non ha invitato le forze degli Stati Uniti. Ora occupano illegalmente la terra siriana nel nord-est del paese. Il governo siriano lo ha esplicitamente chiamato così.

(C’è da chiedersi quanto tempo impiegherà la santificata Unione Europea a sanzionare gli Stati Uniti per la sua grave violazione del diritto internazionale e per aver violato la sovranità della Siria).

 

 

Secondo i documenti ufficiali più di 1.700 soldati statunitensi sono attualmente in Siria. Il numero annunciato pubblicamente è solo 500. Le forze “temporanee” fanno la differenza. (Nel complesso, i numeri delle truppe statunitensi in Medio Oriente sono aumentati del 33% negli ultimi quattro mesi: i numeri sono raddoppiati in Turchia, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti.Non sono state fornite spiegazioni per questi aumenti).

Le truppe americane in Siria sono alleate con l’YPG curdo. L’YPG è il ramo siriano dell’organizzazione terroristica curda designata internazionalmente PKK. Solo circa il 2-5% della popolazione siriana è di origine curda-siriana. Sotto il comando degli Stati Uniti ora controllano oltre il 20% del territorio dello stato siriano e circa il 40% delle riserve di idrocarburi. Questo è furto su larga scala.

Per mascherare la loro cooperazione con i terroristi curdi, gli Stati Uniti ribattezzarono il gruppo nelle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Furono aggiunti alcuni combattenti arabi delle tribù della Siria orientale. Questi sono per lo più ex soldati a piedi dell’ISIS che hanno cambiato posizione quando gli Stati Uniti hanno offerto una paga migliore. Altri combattenti furono immessi in servizio. Il popolo della città arabo-siriana Manbij, che è occupato dalle forze YPG e statunitensi, ha protestato quando l’YPG ha iniziato a coscrivere violentemente la sua gioventù.

Nuove truppe furono aggiunte alla SDF durante gli ultimi giorni in cui i combattenti dell’ISIS fuggirono dall’assalto delle forze siriane e irachene ad Abu Kamal (alias Albu Kamal aka Bukamal). Sono fuggiti verso nord verso YPG / U.S. aree detenute. Come altri combattenti dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno contribuito affinché sfuggissero alla loro meritata punizione. Queste forze saranno ribattezzate e reimpiegate.

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Il ministero della Difesa russo ha accusato gli Stati Uniti di aver  bloccato lo spazio aereo inferiore su Abu Kamal, mentre i suoi alleati siriani stavano cercando di liberarlo. Per otto giorni i bombardieri russi a lunga gittata ad alta quota dovettero venire dalla Russia per fornire supporto alle sue truppe sul terreno. In un recente discorso televisivo, il leader del libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato le truppe statunitensi in Siria di fornire servizi segreti all’ISIS ad Abu Kamal. L’ISIS lo ha usato per sganciare le forze siriane e alleate. Diversi alti ufficiali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane sono stati uccisi in tali attacchi. Nasrallah ha anche detto che gli Stati Uniti hanno usato misure di guerra elettronica per disabilitare le radio della forza attaccante. Ha detto che hanno salvato le truppe in fuga dell’ISIS. Le accuse di Nasrallah sono coerenti con le notizie raccolte sul terreno. (Anche gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a rifornire altri gruppi terroristici nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria).

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Né Nasrallah né l’IRGC dimenticheranno quei misfatti. Il comandante dell’operazione dell’IRGC, il generale Quasem Soleimani, ha recentemente riferito al leader supremo dell’Iran Khamenei:

Tutti questi crimini sono stati progettati e implementati dalla leadership e dalle organizzazioni statunitensi, secondo il riconoscimento del più alto ufficiale degli Stati Uniti che è attualmente presidente degli Stati Uniti; inoltre, questo schema viene ancora modificato e implementato dagli attuali leader americani.

Gli Stati Uniti hanno cambiato la loro regola di ingaggio e hanno dichiarato ufficiosamente una no-fly zone per gli aerei russi e siriani sul lato est dell’Eufrate. Dicono che attaccherà qualsiasi forza che attraversa il fiume per inseguire l’ISIS. Sta apertamente proteggendo i suoi terroristi.

Dieci giorni fa il Segretario della Difesa degli Stati Uniti (rtd) Mattis ha annunciato le intenzioni degli Stati Uniti di occupare illegalmente la Siria:

 

The U.S. military will fight Islamic State in Syria “as long as they want to fight,” Defense Secretary Jim Mattis said on Monday, describing a longer-term role for U.S. troops long after the insurgents lose all of the territory they control.

“We’re not just going to walk away right now before the Geneva process has traction,” he added.

Turkey said on Monday the United States had 13 bases in Syria and Russia had five. The U.S-backed Syrian YPG Kurdish militia has said Washington has established seven military bases in areas of northern Syria.

Traduco: Le forze armate statunitensi combatteranno lo Stato islamico in Siria “finché vogliono combattere”, ha detto il segretario alla Difesa Jim Mattis, descrivendo un ruolo a lungo termine per le truppe americane molto tempo dopo che gli insorti perdono tutto il territorio che controllano.

“Non ce ne andremo subito prima che il processo di Ginevra abbia trazione”, ha aggiunto.

La Turchia ha detto oggi che gli Stati Uniti hanno 13 basi in Siria e la Russia ne ha cinque. La milizia curda YPG siriana sostenuta dagli USA ha detto che Washington ha stabilito sette basi militari nelle aree della Siria settentrionale.

Un rapporto nel Washington Post di oggi è più specifico. Il titolo adatto: gli Stati Uniti si muovono verso una presenza aperta in Siria dopo “l’imbarco” dello Stato islamico:

I Kurdi vengono usati.

L’amministrazione Trump sta ampliando i suoi obiettivi in ​​Siria oltre il routing dello Stato islamico per includere una soluzione politica della guerra “civile” del paese.

Con le forze fedeli al presidente Bashar al-Assad e ai suoi alleati russi e iraniani che ora stanno facendo pressione sulle ultime città controllate dai militanti, la sconfitta dello Stato islamico in Siria potrebbe essere imminente – insieme alla fine della giustificazione americana per esserci. NOI i funzionari dicono che sperano di utilizzare la presenza in corso di truppe americane nel nord della Siria, a sostegno delle forze democratiche siriane dominate dai kurdi (SDF), per fare pressione su Assad per fare concessioni ai colloqui di pace con le Nazioni Unite a Ginevra.

Un brusco ritiro degli Stati Uniti potrebbe completare la spazzata del territorio siriano di Assad e contribuire a garantire la sua sopravvivenza politica – un risultato che costituirebbe una vittoria per l’Iran, suo stretto alleato.

Per evitare questo risultato, i funzionari degli Stati Uniti affermano che intendono mantenere una presenza di truppe statunitensi nel nord della Siria – dove gli americani hanno addestrato e aiutato l’SDF contro lo Stato islamico – e stabilire una nuova governance locale, a parte il governo di Assad, in quelle aree.

“Non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione degli Stati Uniti. . . il Pentagono sta creando un quadro per mantenere gli Stati Uniti impegnati in Siria per gli anni a venire “[ha detto Nicholas Heras del Centro per una nuova sicurezza americana di Washington.]

Persino gli scrittori addetti alla propaganda del Washington Post ammettono che non esiste più alcuna giustificazione per la presenza degli Stati Uniti in Siria. L’intento degli Stati Uniti è di commettere un ricatto: “fare pressione su Assad per ricevere concessioni”. Il metodo per farlo è la “presenza” militare. Non c’è verso che il governo siriano e il suo popolo si arrenderanno a tale ricatto. Non hanno combattuto per oltre sei anni per rinunciare alla loro sovranità agli intrighi degli Stati Uniti. Chiameranno questo il bluff degli Stati Uniti.

 

Fonte: Southfront

Nessun manuale militare include la “presenza” come missione militare. Non ci sono regole per un compito così indefinito. L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno usato il termine è stato nei primi anni ’80 durante la guerra civile in Libano. Il compito delle truppe statunitensi di stanza a Beirut era definito come “presenza” militare. Dopo che tali unità e forze navali degli Stati Uniti hanno interferito su un lato della guerra civile, una parte offesa si è vendicata contro gli Stati Uniti e l’esercito francese di stanza a Beirut. Le loro caserme sono state fatte saltare in aria, 241 americani e 58 soldati francesi sono morti. La “presenza” militare statunitense a Beirut è terminata.

Anche la “presenza” militare statunitense in Siria è condannata.

L’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG / PKK spinge la Turchia verso un’alleanza con la Russia, l’Iran e la Siria. Diverse migliaia di soldati e civili turchi sono morti a causa degli attacchi del PKK. La scorsa settimana aerei da trasporto russi hanno attraversato lo spazio aereo turco sui loro voli dalla Russia alla Siria. Questo è stato il primo Gli Stati Uniti avevano sollecitato i propri alleati della NATO, compresa la Turchia, a prevenire tali voli e gli aerei russi dovevano percorrere la strada più lunga attraverso lo spazio aereo iraniano e iracheno. A causa dell’alleanza degli Stati Uniti con l’YPG e per molti altri motivi, la Turchia si sente alienata dagli Stati Uniti e dalla NATO. Si sta spostando nel campo della “resistenza”.

Il confine settentrionale tra Turchia e Siria è quindi chiuso per i rifornimenti degli Stati Uniti alle loro forze nel nord-est della Siria. Verso l’ovest e il sud le forze siriane e i loro alleati proibiscono qualsiasi rifornimento degli Stati Uniti. Il territorio curdo iracheno ad est è per ora l’unico modo per una rotta di rifornimento di terra. Ma il governo di Baghdad è alleato con l’Iran e la Siria e sta spingendo per riprendere il controllo su tutti i posti di frontiera dell’Iraq, compresi quelli ancora detenuti dai curdi e usati dalle forze degli Stati Uniti. Diverse milizie irachene che hanno combattuto l’ISIS sotto il comando del governo iracheno hanno annunciato la loro ostilità alle forze degli Stati Uniti. Il governo iracheno potrebbe tentare di regnare, ma difficilmente svaniranno. La rotta di rifornimento di terra degli Stati Uniti attraverso le aree iracheno-curde può quindi essere chiusa in qualsiasi momento. Lo stesso vale per qualsiasi spazio aereo intorno al nord-est della Siria.

Il nord-est della Siria è circondato da forze ostili verso gli Stati Uniti. Oltre a questo, molti siriani nella Siria nord-orientale ora occupata continuano ad essere fedeli allo stato siriano. L’intelligence siriana, turca, iraniana e di Hezbollah sta lavorando sul terreno. Ci sono molti arabi locali ostili alla prepotenza dei kurdi. Le basi degli Stati Uniti, gli avamposti e tutti i suoi trasporti nell’area potrebbero presto subire un fuoco prolungato. Mentre la Russia ha detto che non interverrà contro le forze alleate della SDF, molte altre entità hanno motivi e mezzi per farlo.

La missione delle oltre 1.700 truppe statunitensi nel nord-est della Siria non è definita. Le loro rotte di rifornimento non sono sicure e possono essere bloccate dai suoi nemici in qualsiasi momento. La popolazione locale è in gran parte ostile a loro. Tutti i paesi e le entità circostanti hanno motivi per raggiungere la fine di qualsiasi presenza degli Stati Uniti nell’area il più presto possibile. Richiederebbe una forza di terra che sia almeno dieci venti volte più grande per assicurare la presenza degli Stati Uniti e le sue vie di comunicazione e approvvigionamento.

La presenza è inutile e insostenibile come la presenza degli Stati Uniti meridionali ad al-Tanaf.

Trump aveva parlato contro tale occupazione e le interferenze in Medio Oriente:

Il presidente degli Stati Uniti [..] ha promosso un impegno per evitare di essere risucchiato in conflitti irrisolti.
La giunta militare che controlla Trump e la Casa Bianca, i (ex) generali McMaster, Kelly e Mattis, non agiscono nell’interesse degli Stati Uniti, dei suoi cittadini e delle truppe.

Stanno seguendo la chiamata dell’Istituto ebraico sionista per la sicurezza nazionale dell’America, che sta spingendo per una guerra contro tutte le entità e gli interessi relativi all’Iran in Medio Oriente. JINSA pubblicizza la sua enorme influenza sul più alto corpo degli ufficiali degli Stati Uniti. Non è un caso che un recente discorso presso l’Jewish Policy Center di Washington abbia descritto l’esercito degli Stati Uniti come organizzazione sionista. Ma come altri simili desideri, non riesce a spiegare perché il sostegno indiscusso a una colonia di razzisti dell’Europa orientale nell’Asia occidentale sia di “interesse americano”.

La missione militare della forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è definita. Le posizioni non sono sostenibili. Lo scopo per cui questa “presenza” si dice sia irraggiungibile. Non esiste un concetto più ampio in cui si adatta.

I generali che governano la Casa Bianca possono essere dei geni tattici nei loro campi. Sono neofiti quando si tratta di strategia. Seguono ciecamente il richiamo della sirena della Lobby solo per spingere nuovamente la nave dello stato degli Stati Uniti sulle scogliere delle realtà mediorientali.

La fonte originale di questo articolo è Moon of Alabama.

1553.- USA: “Abbiamo vinto NOI Daesh quindi restiamo in Siria”.

Non basta contestare la governance americana, né giustifico le stragi dei popoli del Medio Oriente con il bisogno di energia, né gli europei vedono un nemico nel popolo russo. Bisogna, invece, mettere i punti sulle “i” e chiedersi come ci si potrebbe battere per un falso e insieme e al fianco dei falsi.

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Il Pentagono ha annunciato: “Le truppe Usa resteranno in Siria fino a quando ne   avremo bisogno, per sostenere i nostri partners e prevenire il ritorni di terroristi”: così il portavoce del Pentagono Eric Pahon.

Poche ore prima di questa dichiarazione, Putin aveva dichiarato che l’operazione per sconfiggere Daesh  in Siria stava arrivando a conclusione, essendo stati i terroristi islamici cacciati anche dalle  zone storicamente popolate dai cristiani.   Lo scorso ottobre, il ministro della Difesa Sergei Shoigu aveva riferito che le forze di terra siriane  sostenute dall’aviazione russa avevano liberato il 90% del territorio siriano, e che non più del 5% del territorio  restava in mano a Daesh.

Il portavoce del Pentagono Pahon, a domanda ha risposto:  “Il governo siriano e la Russia non  sono stati determinanti nella sconfitta di Daesh. Non hanno fatto che realizzare  qualche operazione contro i terroristi di Daesh, mentre la maggior parte del territorio in Irak e Siria  sono stati liberati grazie agli sforzi della coalizione americana e dei suoi alleati”.

La “coalizione” di cui parla il Pentagono, composta da 15 paesi fra cui  quelli che pagano i terroristi islamici,  ha cominciato le operazioni in Siria con il dichiarato scopo di sconfiggere lo Stato Islamico.  Appena entrata in opera la coalizione, la situazione s’è aggravata: i terroristi hanno preso il controllo del 70% e respinto l’esercito siriano “su assi plurimi”.-

Inutile ricordare che gli aerei americani hanno colpito  ed ucciso oltre 70 soldati siriani assediati a Der Ez Zor dall’IS, bombardamento subito dopo il quale i terroristi hanno attaccato gli assediati (forse c’è stata una coordinazione) hanno mandato elicotteri per esfiltrare gli ultimi capo terroristi, sorvolato senza bombardarli i lunghi convogli dei terroristi che si ritiravano da Rakka con armi pesanti e munizioni al seguito, eccetera.

Qui, in calce, leggi l’articolo “The Raqqa Exodus” di questo link

https://www.globalresearch.ca/the-raqqa-exodus-the-us-coalitions-secret-deal-to-allow-isis-daesh-terrorists-to-escape/5620328

Le forze aeree russe nel frattempo hanno effettuato 28 mila decolli e colpito 90 mila bersagli.

La vittoria è senza dubbio americana. Hollywood insegna.

Le forze USA (almeno 4 mila  commandos in varie basi nel Nord Siriano, a protezione di “forze democratiche” –  oppositori  di Assad,  terroristi e curdi  restano, dice Pahon, resteranno  indefinitamente (“in base alle condizioni”) “per assicurare la disfatta durevole di ISIS ; la coalizione deve assicurare che non possa rigenerarsi, reclamare terreno perduto, o congegnare attentati esterni”.

Ovviamente tutti capiscono ch sono lì per ficcare un cuneo  dentro l’asse di resistenza, che ormai si stende in un corridoio continuo  da Teheran a Rakka (Iran), Siria ed Hezbollah (Libano Sud).  Nello stesso tempo, mantengono accesa la speranza nei loro protetti curdi di poter riaccendere la miccia del conflitto in Siria.  E formano la testa di ponte forza di primo intervento (nelle loro basi hanno campi d’aviazione) per la coalizione israelo-saudita  anti-Iran  quando Israele deciderà  di colpire militarmente – ha già cominciato a farlo – presunte basi “iraniane” presso i confini dei Territori occupati.

Il presidente Trump ha telefonato al  capo della Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  “per informarlo della sua intenzione di spostare  l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme”.  Simile telefonata ha fatto al re di Giordania: “per informarlo”.    Non è follia e demenza. Il quadro della menzogna  (e dei fiumi di sangue umano) in cui la Superpotenza soggetta al Falso Agnello  inserisce l’intronizzazione di   Sion   annuncia,   temo, qualcosa di infinitamente peggiore.  (Marco 13, 14):

“Quando  vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti;chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; 16 chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. ….perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. 20 Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

L’amico Gianluca Marletta scrive: “Biblicamente, l’abominio della desolazione è la sostituzione di un culto santo con un culto empio. A Gerusalemme  si prepara la ricostruzione del Terzo Tempio ebraico;  e a Roma, l’annichilimento dell’Eucaristia nella pseudo messa protestantica”.

Spero che  non abbia ragione,  almeno   per Roma. Ma  il  Cristo che annuncia l’abominio della desolazione, aggiunge: “Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui, ecco è là”, non ci credete; 22 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. 23 Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto. 24 In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore 25 e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Defense Secretary James “Mad Dog” Mattis confirmed in May Washington’s resolve to annihilate the ISIS-Daesh terrorists:

“Our intention is that the foreign fighters do not survive the fight to return home to north Africa, to Europe, to America, to Asia, to Africa. We are not going to allow them to do so… (emphasis added, quoted in the BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret)

That was the “political narrative” of the Pentagon. The unspoken truth is that Uncle Sam had come to the rescue of the Islamic State. That decision was in all likelihood taken and carried on the orders of the Pentagon rather than the US State Department.

Confirmed by a BBC report entitled “Raqqa’s Dirty Secret, the US-led coalition facilitated the exodus of ISIS terrorists and their family members  out of their stronghold in Raqqa, Northern Syria.

Screen Shot of BBC Report

While the BBC report focussed on the details of the smuggling operation, it nonetheless acknowledges the existence of a “Secret Deal” involving the US and its indefectible British ally to let the terrorists escape from Raqqa.

Screenshot BBC Report

The deal to let IS fighters escape from Raqqa – de facto capital of their self-declared caliphate – had been arranged by local officials. It came after four months of fighting that left the city obliterated and almost devoid of people. It would spare lives and bring fighting to an end. The lives of the Arab, Kurdish and other fighters opposing IS would be spared.

But it also enabled many hundreds of IS fighters to escape from the city. At the time, neither the US and British-led coalition, nor the SDF, which it backs, wanted to admit their part.

Has the pact, which stood as Raqqa’s dirty secret, unleashed a threat to the outside world – one that has enabled militants to spread far and wide across Syria and beyond?

Great pains were taken to hide it from the world. But the BBC has spoken to dozens of people who were either on the convoy, or observed it, and to the men who negotiated the deal. …

This wasn’t so much an evacuation – it was the exodus of [the] so-called Islamic State.

(Quentin Sommerville and Riam Dalati, Raqqa’s Dirty Secret, BBC, November 2017, emphasis added)

US-led coalition warplanes had been monitoring the evacuation of the ISIS terrorists, but visibly the convoys of buses and trucks were not the object of coalition bombings.

“The coalition now confirms that while it did not have its personnel on the ground, it monitored the convoy from the air. [but no actual aerial bombardment of the convoys took place] …

In light of the BBC investigation, the coalition now admits the part it played in the deal….” (Ibid)

If they had wanted to undermine the ISIS convoy of buses and trucks, this would have been a simple operation for the US Air Force. On the other hand, they could have chosen to block rather than destroy the convoys of trucks and buses (to minimize the loss of life) and detain and incarcerate the foreign fighters.

US officials casually claimed they did not take part in the negotiations and were therefore unable to prevent the exodus of the terrorists:

“We didn’t want anyone to leave,” says Col Ryan Dillon, spokesman for Operation Inherent Resolve, the Western coalition against IS.

“It comes down to Syrians – they are the ones fighting and dying, they get to make the decisions regarding operations,” he says.

While a Western officer was present for the negotiations, they didn’t take an “active part” in the discussions. Col Dillon maintains, … (Ibid)

What is revealing is that most of the ISIS fighters were foreign from a large number of countries pointing to a carefully organized recruitment and training program:

“… There was a huge number of foreigners. France, Turkey, Azerbaijan, Pakistan, Yemen, Saudi, China, Tunisia, Egypt…”

“Most were foreign but there were Syrians as well.” …

He now charges $600 (£460) per person and a minimum of $1,500 for a family.

In this business, clients don’t take kindly to inquiries. But Imad says he’s had “French, Europeans, Chechens, Uzbek”.

“Some were talking in French, others in English, others in some foreign language,” he says. (Ibid)

Screenshot of BBC article

The BBC report suggests a carefully formulated plan to ensure the safe evacuation of the terrorists. The official explanation was that the deal has been brokered by the US supported Syrian Democratic Forces (SDF). The US-led coalition “let it happen”, they did not intervene militarily to prevent the exodus and smuggling of the foreign fighters out of Raqqa.

This should come as no surprise. From the very outset in 2014, ISIS-Daesh was supported by the US-led coalition, with the active support of Saudi Arabia. The US and its allies are the State sponsors of the Islamic State (ISIS-Daesh).

Weapons, training, logistics: the ISIS is a US intelligence construct. The ISIS-Daesh terrorists are the foot-soldiers of US-NATO.

The US-led bombings of Iraq and Syria–under the guise of a phony “war on terrorism”– were not directed at ISIS-Daesh. The terrorists were protected by the US led Coalition. The unspoken objective was to kill civilians and destroy the civilian infrastructure of both Syria and Iraq.

Déjà Vu:  

Exodus of ISIS from Raqqa, Syria (2017) vs. Exodus of Al Qaeda “Enemy Combatants” out of  Kundus, Afghanistan (2001)

Is there a pattern in the evacuation of U.S. sponsored terrorists?

Flashback to another US led war. Afghanistan 2001. The objective for the U.S. is ultimately to protect their “intelligence assets”.

The October 2017 ‘Raqqa exodus” bears a canny resemblance to the November 2001 “Getaway” out of Kunduz, ordered by Donald Rumsfeld. In both cases the objective was for the Pentagon and the CIA to organize the escape (and relocation) of US sponsored foreign jihahist fighters.

In late November 2001, according to Seymour M. Hersh, the Northern Alliance supported by US bombing raids took control of the hill town of Kunduz in Northern Afghanistan:

‘[Eight thousand or more men] had been trapped inside the city in the last days of the siege, roughly half of whom were Pakistanis.  Afghans, Uzbeks, Chechens, and various Arab mercenaries accounted for the rest.” (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 January 2002.

Also among these fighters were several senior Pakistani military and intelligence officers, who had been sent to the war theater by the Pakistani military. The presence of high-ranking Pakistani military and intelligence advisers in the ranks of Taliban/ Al Qaeda forces was known and approved by Washington.

President Bush had intimated: “We’re smoking them out. They’re running, and now we’re going to bring them to justice.” (see CNN, November 26, 2001). They were never smoked out. They were airlifted to safety.

On the orders of Defense Secretary Donald Rumsfeld, the exodus (airlifting) of Al Qaeda fighters had been facilitated by US forces in liaison with the Pakistan military:

“The Administration ordered the US Central Command to set up a special air corridor to help insure the safety of the Pakistani rescue flights from Kunduz to the northwest corner of Pakistan”

… According to a former high-level American defense official, the airlift was approved because of representations by the Pakistanis that “there were guys- intelligence agents and underground guys-who needed to get out.” (Seymour Hersh, op cit)

In other words, the official story was: it was not our decision:  “we were tricked into it” by the Pakistani ISI.

Out of some 8000 or more men, 3300 surrendered to the Northern Alliance, leaving between 4000 and 5000 men “unaccounted for”. According to Hersh’s investigation, based on Indian intelligence sources, at least 4000 men including two Pakistani Army generals were evacuated. (Ibid)

The same sense of denial prevailed. US officials admitted, however, that

“what was supposed to be a limited evacuation apparently slipped out of control, and, as an unintended consequence, an unknown number of Taliban and Al Qaeda fighters managed to join in the exodus.”  (quoted in Hersh op cit)

“Unintended evacuation” of Al Qaeda fighters?

 “Terrorists”  and “Intelligence Assets” 

Compare Seymour Hersh’s account in the “Getaway” out of Kunduz pertaining to the US sponsored evacuation of  hard core Al Qaeda and Taliban fighters to the “Escape” of ISIS-Daesh fighters out of the besieged city of Raqqa in Northern Syria.

The foreign and Pakistani Al Qaeda fighters were flown to North Pakistan, to the areas which were subsequently the object of US drone attacks. Many of these fighters were also incorporated into the two main Kashmiri terrorist rebel groups, Lashkar-e-Taiba (“Army of the Pure”) and Jaish-e-Muhammad (“Army of Mohammed”).

What is the next destination of the foreign fighters who have been evacuated out of Raqqa, with the support of the US Military?

To read the complete BBC report entitled Raqqa’s Dirty Secret,by Quentin Sommerville and Riam Dalati click here 

1530.- TRISTE EPILOGO DEL SOGNO CURDO

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Quando il cuore trepidava per le eroine di Kobane …

Dal 25 settembre scorso, data di svolgimento del referendum per l’indipendenza del Kurdistan, alla fine della scorsa settimana era successo ben poco, fatti salvi i ripetuti proclami e minacce indirizzati da Baghdad alla Regione Autonoma (KRG), con il sostegno di Turchia e Iran.

Alla sostanziale fermezza del presidente Barzani, che ha più volte invocato trattative, il primo ministro iracheno Al Abadi ha opposto il rifiuto al dialogo, se prima il referendum non fosse stato annullato.

Gli Stati Uniti hanno assunto sin da subito un atteggiamento di apparente terzietà, ben espressa dalla recente dichiarazione di Trump di non voler entrare in una disputa interna tra Stati, preceduta però da una dichiarazione del suo segretario di Stato, Tillerson, che sostanzialmente offriva il pieno sostegno degli USA a trattative fra le parti della durata di un anno, al termine del quale, in caso di non accordo, l’America avrebbe appoggiato le ragioni del referendum.

La situazione è poi precipitata il 15 ottobre scorso, allorquando Kirkuk, importante città petrolifera, si è trovata accerchiata da un importante schieramento di Iraqi Security Forces (ISF), forze speciali contro terrorismo (CTS) e milizie popolari (PMU) in massima parte sciite e sostenute da Teheran, il cui più noto generale, Qasem Soleimani, regista di tutte le attività militari iraniane all’estero, si trovava già da tempo nel KRG.

A sporadici combattimenti, che hanno lasciato sul terreno alcune decine di morti e feriti in massima parte curdi, ha fatto seguito il cedimento della linea difensiva dei Peshmerga, le cui unità di combattenti facenti capo all’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) – partito di opposizione del KRG – si sono ritirate spontaneamente lasciando passare le forze di Baghdad, che hanno in breve tempo occupato aeroporto, palazzo del governo, la base militare K1 e, non da ultimo, i pozzi petroliferi della città.

La reazione di Al Abadi non si è fatta attendere anche nel resto del Paese: il 17 ottobre è stata la volta di Sinjiar, città yazida passata di mano – pare – dopo una trattativa tra componenti yazide dei Peshmerga e delle milizie popolari di mobilitazione (PMU), seguita dalla cessione di altri territori nel nord dell’Iraq, che erano passati sotto controllo curdo con l’avvio, giusto un anno prima, dell’offensiva militare per liberare Mosul.

La cessione di territorio si è svolta senza particolari criticità tra le parti, preceduta da trattative e da un accordo di massima, confermato direttamente dal Ministero dei Peshmerga nella tarda mattinata del 18 ottobre.

Il presidente Barzani ha accusato, due giorni fa, il PUK per essersi accordato con le PMU ed aver ceduto Kirkuk senza opporre resistenza, riconducendo invece la cessione di territorio nel resto del Paese alla “volontà di difendere il popolo curdo”.

Sembrerebbe dunque che l’iniziativa del presidente sia destinata a risolversi nel nulla, e con essa il carisma di un leader molto amato, perlomeno nella sua area geografica di riferimento (nord del KRG).

Al tramonto della sua figura e del progetto che incarnava, si contrappone la rinnovata credibilità del premier Al Abadi, che ha tenuto mano ferma in tutte le fasi della crisi, appellandosi all’unità del Paese e al rispetto della sua Costituzione.

È lui, al momento, quello destinato a staccare il dividendo maggiore, alla cui realizzazione ha contribuito in massima parte il vicino iraniano.

Teheran, infatti, ha influenzato non poco, oltre che la leadership politica dell’Iraq anche l’evolversi delle operazioni sul terreno, contando sulle PMU sciite ringalluzzite dalla presenza in loco del mito di Soleimani.

All’influenza iraniana occorre riferire anche la divisione politica in seno al KRG, con la frattura tra Partito Democratico del Kurdistan (PDK) che sostiene la famiglia Barzani e il PUK, quest’ultimo vicino all’Iran.

In tal modo, l’ingombrante vicino sciita ha avuto anche modo di inviare un messaggio a Trump, impegnato da tempo a contenerne l’influenza regionale.

Ancora una volta, il progetto di indipendenza curdo pare destinato ad un mesto rinvio, ostacolato dagli stati della regione ed impedito dalle divisioni interne.

Sarà il futuro a confermarci o meno questo possibile pronostico, e dirci se l’invio, mentre scrivo, di ulteriori Peshmerga a difesa dei pozzi di Kirkuk (quegli stessi ceduti lunedì scorso), è solo il tardivo scatto d’orgoglio di una leadership ormai al tramonto.

(di Antonio Vecchio) 19/10/17, (foto: U.S. DoD)

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Tra i pozzi di petrolio di Kirkuk, una tranquilla disfatta

Viaggio nella città conquistata dalle forze di Bagdad. «Congelata» l’indipendenza, vincono le rivalità: è la fine del sogno curdo?

di dall’inviato Lorenzo Cremonesi
È arrivando in centro città che si coglie appieno il senso della sconfitta curda. Una sconfitta non solo militare, soprattutto politica. Kirkuk, uno tra i maggiori poli petroliferi dell’Iraq, è tornata pienamente nell’orbita di Bagdad. I combattenti curdi, che l’avevano presa approfittando della guerra contro Isis nel giugno 2014, si sono ritirati verso nord a più di 20 chilometri di distanza, spaventati, male armati rispetto al nuovo esercito iracheno riorganizzato dagli Usa. Da metà ottobre la regione autonoma del Kurdistan iracheno ha perso almeno il 40% del suo territorio, dalle alture di Sinjar verso la Siria al confine con l’Iran, e oltre il 70% delle risorse di greggio concentrate proprio in questa zona.
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Schermata 2017-11-27 alle 09.09.45.pngUn collasso economico. I vincenti di ieri nella sfida contro l’Isissono in ginocchio, con il rischio di perdere le conquiste ottenute gradualmente sin dalla Guerra del Golfo nel 1991. Come nei momenti difficili della sua storia, il «popolo delle montagne» si divide, prevale l’antica indole tribale, con le fazioni che si alleano ai vicini più potenti pur di combattersi a vicenda. Lo riprova la richiesta curda al governo di Bagdad nelle ultime ore di «congelare» i controversi risultati del referendum per la nascita di uno Stato indipendente del 25 settembre.

Un clamoroso passo indietro. Secondo il suo massimo artefice, il presidente della regione autonoma Massoud Barzani, doveva rappresentare la coronazione di un lungo processo nato da ancestrali aspirazioni nazionali. Si è trasformato in una catastrofe anche personale, che potrebbe costringerlo alla dimissioni.

Il premier iracheno Haider al Abadi, che prima trattava con lui quasi da pari a pari, adesso detta legge. Tre anni fa, al momento della presa di Mosul da parte di Isis, era nella polvere, chiedeva aiuto a Barzani. Ora i suoi portavoce sostengono che entro il 27 dicembre assumeranno il controllo dell’aeroporto di Erbil. E nelle prossime settimane manderanno militari a presidiare i confini nord del Paese con la collaborazione di Ankara e Teheran. Una lezione per tutto il Medio Oriente che guarda incerto agli assetti del dopo-Isis.

I due massimi alleati degli americani, curdi e iracheni, si fanno la guerra. Dove condurrà questo rimescolamento di carte? A Kirkuk il traffico è regolare: strade pulite, negozi aperti, persino i poliziotti con le divise bianche. L’attività ai pozzi petroliferi e le raffinerie sembra normale. È trascorsa una settimana dalla fuga dei peshmerga. Solo nelle periferie sono evidenti i segni di combattimenti sparsi, più schermaglie che altro: qualche muro scalfito dalle pallottole, vecchi posti di blocco investiti da bombe di mortaio, cartelli con le immagini dei leader e dei partiti curdi bruciati. Dove prima sventolavano  le bandiere del Pdk, il partito che fa capo a Barzani e al suo governo di Erbil, oltre a quelle del Puk, il corrispettivo guidato dal clan Talabani insediato a Suleimaniya, si sono sostituiti i drappi sciiti con l’immagine dell’imam Hussein su sfondo verde oltre ai simboli delle Hashd Shabi, le bellicose milizie sciite legate a filo doppio all’Iran. «Non c’è stato un vero scontro armato. Le vittime? Una ventina a Kirkuk, meno di 200 in tutto il Paese. Ma le conseguenze sono gravi. Su circa un milione e trecentomila abitanti, meno del 30% sono fuggiti verso Suleimaniya, quasi tutti curdi. Se prevarrà la calma degli ultimi due giorni torneranno presto alle loro case, pur sotto una diversa sovranità», racconta Qais Mumtal, parroco dell’arcivescovado caldeo (cattolico). E aggiunge: «L’errore di Barzani è imperdonabile. Non doveva fare il referendum. Noi abbiamo paura che da Teheran possano giungere limitazioni alla libertà religiosa».

Le critiche all’anziano leader arrivano dagli stessi curdi di Kirkuk con veemenza anche più acre. «Barzani, ovvero l’arte di farsi male da solo. Un leader ammalato d’onnipotenza, che si è circondato di passivi signorsì incapaci di dirgli la verità: cioè che il referendum sull’indipendenza andava per lo meno rinviato. Lui ha voluto proseguire nonostante i nostri alleati, europei e americani in testa, fossero contrari. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Stiamo perdendo il nostro Kurdistan. La recente sconfitta dei peshmerga contro le milizie sciite irachene evidenzia l’errore politico. Barzani, che si presentava come il profeta dell’antica utopia dello Stato curdo, si rivela il massimo responsabile della nostra disfatta», dice senza mezze parole il quarentenne Ako Karim, proprietario del noto ristorante Sulimanya, che si affaccia sulla piazza centrale. Una versione più controversa arriva da Nejdalmin Karim, l’ex governatore filo-Barzani rifugiato a Suleimaniya. «Sono stati i figli di Jalal Talabani (l’ex presidente iracheno di origine curda morto da pochi giorni, ndr) a svenderci alle milizie sciite. Hanno stretto un accordo a tradimento con Bagdad e abbandonato i peshmerga inviati da Erbil. I combattenti del Puk si sono ritirati all’improvviso da Kirkuk senza combattere, lasciando soli quello del Pdk». Tornano i rancori del 1996, quando Barzani si alleò con Saddam Hussein (il massacratore dei curdi con le armi chimiche) e Jalal Talabani con gli iraniani. E lo scontro fratricida non promette nulla di buono.

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DA KIRKUK, L’IRAQ PARTE VERSO UN NUOVO CENTRALISMO

(di Antonio Vecchio)
09/11/17

Sono 60 i peshmerga deceduti e circa 150 quelli feriti, nel confronto militare che ha portato Baghdad, il 15 ottobre scorso, a rimpossessarsi di Kirkuk e di tutte le aree contese, ora tutte sotto il pieno controllo della Capitale, con i confini del Kurdistan Regional Government (KRG) “retrocessi” a quelli antecedenti la seconda guerra del Golfo (2003).

Lo sconquasso creato dalla iniziativa dell’ex presidente Massoud Barzani è sotto gli occhi di tutti, con una leadership politica azzerata, l’ arco parlamentare diviso come non mai, e più di 200mila sfollati curdi, che hanno abbandonato Kirkuk alla volta di Erbil, città che di profughi ne conteneva già diverse decine di migliaia.

Il premier Al Abadi usa tutto il capitale politico accumulato con la ricomposizione territoriale dello Stato per frammentare ulteriormente la regione autonoma del nord.

L’ultima iniziativa in ordine di tempo prevede l’impegno di Baghdad a pagare direttamente i “civil servant” del KRG senza passare per il governo della regione autonoma, i cui dati ufficiali sui rispettivi dipendenti pubblici sono considerati dal governo centrale lontani, per eccesso, da quelli reali.

Come se ciò non bastasse, nella bozza della legge finanziaria per il 2018, stilata senza coinvolgere i curdi, la percentuale dei trasferimenti al KRG è scesa dal 17% – somma prevista dalla Carta costituzionale – al 12.7%, inasprendo ancora di più gli animi e le dichiarazioni ufficiali delle parti.

L’impressione è che Al Abadi stia cogliendo la finestra di opportunità creatasi, per rafforzare ulteriormente il potere centrale, e con esso, quello personale: a questo mirerebbero i contatti ufficiali avviati direttamente con le “province del nord” – come sono ora indicati i territori curdi – bypassando completamente il parlamento (invero scaduto) di Erbil.

La controparte curda ha risposto, il 6 novembre scorso, con una lunga (e debole) dichiarazione del primo ministro Mansour Barzani, di disponibilità al dialogo, nell’ambito – si legge tra le righe – di uno stato unitario e federale.

In altre parole, un completo ravvedimento rispetto a quanto veniva annunciato solo venti giorni addietro, una dichiarazione di resa, tendente a ripristinare gli equilibri di potere vigenti prima del referendum per l’indipendenza.

Anche l‘ex presidente Barzani ha commentato per la prima volta gli ultimi avvenimenti.

In una intervista al settimanale statunitense Newsweek ha lamentato lo scarso appoggio ricevuto dall’alleato americano e dalla comunità internazionale, rei di aver consentito alle milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi la condotta di operazioni militari con equipaggiamenti e mezzi USA, attuate, tra l’altro, con il supporto britannico nel campo non meglio specificato della “knowledge”.

La disponibilità dei principali esponenti curdi a trattare non ferma il primo ministro Al Abadi , che questa settimana ha iniziato un giro di colloqui per puntellare la propria ri-candidatura alle elezioni politiche del 15 maggio prossimo.

A muoverlo, la volontà di giocare in anticipo rispetto al rivale Al Maliki, ma anche la certezza di non poter più contare sul supporto dei curdi (55 seggi su 328 alle elezioni del 2010).

Ed è di ieri la dichiarazione del vice presidente Osama al-Nujaifi, sunnita, di supporto “condizionato” alla riconferma del primo ministro iracheno, a patto che le milizie filo iraniane di Hashd al-Shaabi siano ricondotte quanto prima dall’esecutivo sotto il pieno controllo dell’autorità governativa.

Hashd al-Shaabi, altrimenti conosciute come Popular Mobilisation Unit (PMU), sono costituite da circa 60 milizie armate – mosse da Teheran – costituite per combattere Isis nel 2014, su chiamata del grand ayatollah Ali Sistani.

Nel mese di dicembre 2016, il parlamento di Baghdad le ha regolarizzate impiegandole, al pari delle forze regolari, nella guerra contro lo Stato islamico.

Ora, da più parti (sciite), si preme affinché vengano pagate alla stessa stregua delle Iraqi Security Forces (ISF), riconoscendole come parte integrante del sistema di difesa nazionale.

Da questa partita, apparentemente laterale, dipenderà buona parte del futuro politico di Al Abadi, che dovrà scegliere in che misura staccarsi dal gioco del potente vicino iraniano, pena la perdita di credibilità e consenso tra le cancellerie occidentali, pur mantenendo la coesione del fronte sciita interno del quale è espressione.

(foto: U.S. Army / U.S. Air Force)

1478.-GLI STATI UNITI “D’ISRAELE” NON DARANNO RAKKA ALLA SIRIA. E ALTRE SOVVERSIONI.

 

 

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Flags of the SDF, YPG, and YPJ in the centre of Raqqa city after its complete capture by the SDF.

La città siriana di Rakka è stata “liberata/abbandonata” dall’occupazione di Daesh dalle cosiddette Forze Democratiche Siriane (FDS), che  sono i curdi sostenuti dagli Stati Uniti, ostili (solo in teoria) a Daesh come a Damasco. Curdi e non solo:  nelle loro file sono stati notati mercenari europei ed americani della (ex) Blackwater, secondo le fonti iraniane  circa 2 mila.

La “liberazione”  non è avvenuta a seguito di feroci combattimenti:  le forze “democratiche”  si sono accordate coi jihadisti, ai quali è stato permesso di uscire da Rakka  con armi, famiglie e bagagli senza colpo ferire. Gli americani, che guidano le Forze “Democratiche” Siriane, hanno diramato la dichiarazione: “La Coalizione non ha partecipato alle discussioni” coi terroristi perché lasciassero Rakka.  Una menzogna subito  scoperta: la BBC ha mostrato  il generale Usa Jim Glynn mentre, il 12 ottobre, s’incontrava con  i capi jihadisti per negoziare l’accordo. Qui il video:

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SDF fighters with a Humvee in central Raqqa

Nella realtà, si vede chiaro adesso che lo “Stato Islamico” aveva conquistato Rakka per conto degli Stati Uniti, ed ha consegnato le chiavi al vero padrone. Infatti pochi giorni dopo la pretesa “Liberazione” concordata, a Rakka è comparso, a fianco del generale Brett  McGurk,  che sarebbe  lo “special envoy” di Washington a dirigere la suddetta “coalizione internazionale” (ossia il sostegno e  la durata del terrorismo takifiro  e proseguire la guerra  d’usura per procura) , il ministro saudita Thamer Al –Saban.

Recuperati i loro terroristi. Per usarli dove?

Uno dei motivi  della visita è, “in tutta impudenza, il recupero dei dirigenti e quadri di Daesh caduti nelle mani delle unità kurde di protezione del popolo,  YPG e restituiti da queste ai  paesi che li hanno inviati – scrive Ghaleb Kandil, direttore del Center Middle  East News –  Per i sauditi, si tratterebbe di migliaia di combattenti, quadri e predicatori, gestiti a suo tempo dal principe Bandar Bin Sultan e del generale David Petraeus   all’inizio della guerra in Siria”.

 

Il generale Brett McGurk con il principe Al Sabba a Rakka, in una foto rubata.

 

Bandar Bin Sultan,  detto “Bandar-Bush”, 22 anni ambasciatore  del Regno in Usa, amicissimo della dinastia presidenziale USA, capo dei servizi e grande manovratore delle trame anti-siriane, è stato rimandato a vita privata nel 2014; è quello che aveva minacciato  Putin di attentati terroristici durante i giochi di Sochi, perché  “il terrorismo lo gestiamo noi”.

Kandil racconta che pochi giorni prima,  “delegati britannici e francesi sono giunti per una simile missione”, recuperare i loro jihadisti,  “nel momento in cui una ri-orientazione di terroristi è in corso sotto la supervisione degli Stati Uniti con la partecipazione dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia”.  Questi recuperati sono stati “trasportai verso la Turchia con l’aiuto del governo del Kurdistan iracheno, data la difficoltà da  un trasferimento diretto dal territorio siriano”.  I terroristi saranno  ovviamente  ridispiegati in altre missioni per proseguire la guerra di logoramento Usa-Israele per interposti jihadisti: sul dove, ci sono solo ipotesi: “Libia, Mali Egitto, Somalia, Algeria, Cina, Russia, Myanmar” ad “aiutare” i Rohynga…

Effettivamente, l’indecifrabile  mega-attentato con i camion esplosivi in Somalia di metà ottobre, 270 morti per lo più venditori ambulanti, ha una dimensione  di strategia della tensione di tale inutile spietatezza  da poter apparire una “firma” di questi esperti recuperati a Rakka.  Una firma forse confermata dallo strano silenzio  su questa immane tragedia della “comunità internazionale”, sempre pronta a piangere sui bambini di Goutha o di Aleppo.

Coincidenza,  ‘Algeria ha scoperto basi di Daesh.

Per coincidenza, anche l’Algeria ha scoperto “numerose basi sotterranee con quantità di munizioni appartenenti a Daesh”, insieme a razioni alimentari.  Il giornale algerino Al-Shuruq ha  riferito   di aver smantellato, nella zona di Tizi Uzu, 150 chilometri ad Est di Algeri, “una cellula di Daech che progettava  attacchi terroristi”.  Sono quattro giovani locali che però “tenevano scambi regolari con terroristi di Daesh presenti all’estero” (all’estero dove?) attraverso social media. L’Algeria è l’unico paese dove – data la sorveglianza del regime – non sia stata realizzata ancora nessuna destabilizzazione americana (dello Stato Islamico, voglio dire).

La visita di Thamer al-Sabhan, il ministro saudita per gli affari del Golfo, ha però un altro e più grave peso.  E’ un personaggio settario al limite, e forse oltre il limite, della paranoia. Messo a fare l’ambasciatore a Baghdad, quel governo ha pregato Ryad di ritirarlo, perché il cosiddetto diplomatico si abbandonava ad insopportabili insulti contro la guida religiosa locale Al Sistani (sciita),  tirate pubbliche contro le Unità di Mobilitazione Popolare, ossia  le milizie combattenti che affiancano l’armata regolare irachena e che (come del resto gli americani) accusa di essere forate non d iracheni ma da iraniani.   Nominato ministro nell’ottobre 2016, per prima cosa fa lanciato un appello a “distruggere lo stato criminale Iran”.

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Much of Raqqa has suffered extensive damage during the battle, while an activist in the ISIL-held neighborhoods said that the situation for the besieged populace was “beyond catastrophic, I can’t describe the situation as anything besides hellish. People are just waiting for their turn to die.”

La visita di un tal personaggio significa che gli americani stanno per affidare ai sauditi la “ricostruzione” di Rakka. Ossia che la città non sarà mai restituita al governo siriano, e diverrà invece un isolotto autonomo e protetto,  una base perenne per i sunniti curdi e terroristici vari, in funzione ovviamente anti-sciita, un bstone fra le ruote dell’asse sciita Irak-Iran-Siria-Libano (Hezbollah).  Nell’intesse, ultimamente, di Israele.

 

Thamer Sabhan. Si terrà Rakka.

La città di RAkka ètanto distrutta dai bombardamenti americani, che le autorità russe l’hanno paragonata alla Dresda  calcinata dai britannici   nella seconda guerra mondiale. Il Dipartimento  di Stato  ha notificato in una conferenza stampa: “Noi [americani] daremo assistenza nel riportare l’acqua, la luce – ma in definitiva la  gestione della Siria  è qualcosa a cui tutte le nazioni sono molto interessate”.  Frase che viene interpretata come: noi Usa non abbiamo né i  capitali né la voglia di  ricostruire, la cosa interessa i sauditi.

In Irak, manovre contro la milizia di Al Sistani

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Truppe irachene in vedetta

Manovre sospette sono segnalate anche in Irak .  Il 22 ottobre, il primo ministro iracheno Abadi  (sciita)  s’è recato in visita ufficiale in Arabia Saudita, accolto con  tutti gli onori.  Come per caso, a fianco del re Salman ha trovato Rex Tillerson, il segretario di Stato americano.Il giorno dopo Tillerson è andato a Baghdad. Secondo fonti vicine alle milizie, sono in corso manovre per assicurare – con i milioni sauditi – la rielezione di Abadi, considerato lo Eltsin  iracheno; “libanizzare” l’Irak corrompendo la classe poltiia irachena; ma soprattutto, indurre il governo legale a disciogliere la Hashd Shaabi, ossia la stessa milizia volontaria sciita: che non è più solo sciita, perché, benché formatasi per una fatwa (un ordine) dell’Iman Al Sistani, adesso ha al suo interno  cristiani, yezidi, ed anche sunniti, scampati alle atrocità dei jihadisti di DAesh e desiderosi di vendicarsi. Questa milizia fortemente motivata costituisce un nucleo “nazionale” che ovviamente è un ostacolo allo smembramento del paese per linee etnico-religiose, che rimane lo scopo finale della sovversione occidentale; hanno combattuto Daesh “troppo” efficacemente. Il 7 agosto scorso, forze  aeree  americane avevano bombardato un nucleo di questa milizia che stava combattendo Daesh sulla frontiera Irak-Siria  –  nello sforzo non solo di  aiutare lo Stato Islamico, ma di impedire l’apertura  di quella comunicazione fra i due paesi, che tanto preoccupa Netanyahu perché rende geograficamente unitario l’asse sciita.  E’ noto che Netanyahu ha preteso da Putin  che mandasse via gli Iraniani dalla Siria. Putin lo ha assicurato che poteva garantirgli di non lasciar avvicinare gli iraniani a  meno di 8 chilometri dal confine israeliano,  non di più.  Il seguito alla prossima puntata.

E se  invece Trump e Bannon fossero due geni politici?

Per completezza d’informazione, ci corre l’obbligo di riferire la posizione di Thierry Meyssan: persona generalmente assai bene informata, Meyssan  insiste che le esagerazioni verbali di Trump contro Iran,  Corea del Nord eccetera sarebbero finzioni, per disorientare i suoi avversari. Lo deve fare perché è paralizzato nella sua azione dal Congresso, dove la maggioranza, benché repubblicana,  è coalizzata coi democratici contro di lui. Mentre inveisce  e minaccia guerre mondiali, Trump avrebbe in realtà incaricato il suo uomo ed ideologo, Steve Bannon,  che finge di aver scaricato, di  organizzare da fuori la presa in  ano del partito repubblicano.

Trump e Bannon. O Cesare e Marco Antonio?

 

Effettivamente è quel che Bannon sta facendo in queste settimane. Il 13-15 ottobre ha agitato alla rivolta le delegazioni dei “Value Voters”, gruppi  di associazioni familiari cristiane che si battono contro i diritti LGBT e quindi sono catalogate come razziste e omofobe, riunite all’Omni Shoreham Hotel di Washington.  Bannon ha attaccato i miliardari, l’establishment globalista che han portato in Cina i  lavori degli americani; ha attacato Hillary Clinton; ma soprattutto, ha sparato a palle incatenate contro il senatore Bob Corker (che aveva definito laCasa Bianca sotto Trump “un asilo per adulti”, che “ci portarà alla Terza guerra mondiale”), il senatore Mitch McConnel, che come capo della maggioranza repubblicana ha accusato di essere il sabotatore della presidenza, il senatore McCain, ed ha concluso: il partito repubblicano ha dichiarato guerra al popolo americano, dunque noi gli dichiariamo guerra.

Soros McCain

Sempre loro!

Detto fatto, “gli amici di Bannon si sono iscritti contro i caporioni del partito repubblicano, per ottenere l’investitura del partito al loro posto in tutte le elezioni locali”.  E’ una strada lunga e rischiosa,  se non una fantasia  – degna tuttavia di Shakespeare, di uno dei quei drammi  dove Amleto o un principe Edgar  si finge pazzo per rovesciare l’usurpatore.  Qualcosa di vero può esserci,   viste le reazioni di alcuni senatori repubblicani: come il senatoprer Jeff Flake, Arizona,  che l’altro ieri ha attaccato Trump in un discorso violentissimo, alla fine del quale ha annunciato che non si ricandiderà nelle elezioni di metà mandato del 2018. Il punto è che Flake, senatore dal 2013, non ha alcuna prospettiva di essere rieletto: il suo anti-Trumpismo  lo ha fatto scendere nei sondaggi fra i suoi elettori al 18%. .  Dopo   l’annuncio, il blog Politico ha commentato: “Un altro scalpo alla collezione di Bannon”. Commento significativo.

Se Meyssan ha visto giusto, Trump non è un mattoide incoerente, ma un   genio politico  da essere ricordato al pari di Giulio Cesare   per coragio, o di Ottaviano Augustoper astuzia, e Bannon il suo Marco Antonio, e Rex Tillerson, Cinna, il fedele amico di Caesar.  Caratteri  davvero a quel livello di grandiosità  “romana”. Stiamo a vedere, sperando che Thierry abbia ragione.

Maurizio Blondet

1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fthepostinternazionale%2Fvideos%2F1878035872211917%2F&show_text=0&width=560

1444 .- In Medio Oriente tutte le strade portano a Mosca. E Trump?

Si accentua il declino degli Stati Uniti, sottoposti al potere finanziario, senza più anima e i petrolieri arabi prendono la via di Putin, il vincitore in Siria. Così, mentre il monarca saudita si trova a Mosca e mentre i leader iraniani e turchi si riuniscono a Teheran, mi domando: Che farà con gli Hezbollah Israele?

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Mentre i media statunitensi continuano a speculare sui motivi della strage di Las Vegas e la stampa inglese critica l’ultimo discorso della prima ministra Theresa May, ci sono cambiamenti significativi nelle alleanze mediorientali. Re Salman bin Abdulaziz al-Saud arrivava a Mosca per incontrare il Presidente Vladimir Putin in ciò che alcuni media presentavano come visita per rafforzare i legami energetici, soprattutto sulla persistenza dei prezzi petroliferi. Se è vero che russi e sauditi, una volta nelle condizioni estreme dei mercati del petrolio e del gas, si sono coordinati negli ultimi tre anni sugli accordi dell’OPEC per ridurre la produzione aumentando i prezzi. Ma i due Paesi hanno molto di più su cui puntare nella geopolitica del Medio Oriente. Primo, la Russia è una forte sostenitrice del Presidente Bashar Al Assad, contro cui i sauditi erano fermamente contrari adottado gravi misure per abbatterlo. “Posso dire che le nostre relazioni sono evidenziate dalla somiglianza delle opinioni su molti problemi regionali e internazionali. Il coordinamento bilaterale continua su tutto ciò che promuove maggiore sicurezza e prosperità per i nostri Paesi”, affermava re Salman secondo la TASS. Traduzione: come concordare su Siria (e Iran). Re Salman ha detto a Putin che Riyadh vuole risolvere diplomaticamente la guerra in Siria, posizione in netto contrasto con quella di altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, soprattutto il Qatar. I sauditi, insieme a Bahrayn, Egitto ed Emirati, vorrebbero un cambio di regime a Doha e la riorganizzazione (o chiusura) della rete al-Jazeera. Anche il Qatar si trova ad occupare una delle più grandi riserve di gas del mondo, e ad essere un importante fornitore di gas dei mercati globali che, a un certo punto, minacciava la Russia per il sostegno ad Assad.

Acqua passata non macina più?
Ma il Qatar è nulla rispetto all’elefante iraniano. I sauditi temono la crescente influenza dell’Iran in Siria, sia direttamente che attraverso Hezbollah che combatte a fianco dell’Esercito arabo siriano contro i terroristi armati da Riyad e Doha. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava che i sauditi lavorano per creare un’opposizione unita (meno gli affiliati a SIIL e al-Qaida) che sarebbero rappresentata negli eventuali ultimi colloqui di pace, secondo gli accordi di Astana. Ciò sarebbe una svolta significativa negli sforzi regionali per porre fine alla crisi siriana, in quanto i sauditi appaiono in sintonia con il punto di vista russo, e guardano anche ai colloqui di pace di Astana, in Kazakistan, vedendovi formare la nuova coalizione tra Iran, Russia e Turchia. Putin concluse la visita in Turchia della settimana prima, in cui i due ex-nemici stipulavano un accordo per fornire ad Ankara avanzati sistemi di difesa aerea russi. Sembra che i sauditi vogliano la loro parte. La stampa saudita riferiva che Riyadh ha firmato accordi per l’acquisto del sistema di difesa aerea S-400, così come di altre armi avanzate. Ciò avviene pochi mesi dopo che il presidente Donald Trump aveva visitato l’Arabia Saudita, caratterizzato da decine di miliardi di vendite in armamenti degli Stati Uniti al regno. La stampa saudita descriveva la visita di re Salman in Russia come l’inizio di una “nuova amicizia”. Va notato che l’Iran solo due settimane prima testava un nuovo missile balistico dalla gittata di 2000 km e a testata multipla. La CNN riferiva che il missile può raggiungere Israele e Arabia Saudita.

Iran + Iraq + Turchia
Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrava l’omologo iraniano Hassan Ruhani a Teheran per discutere le misure per contrastare il referendum per l’indipendenza curda nell’Iraq settentrionale. Erdogan affermava che il suo Paese si coordina con Iran e Iraq per sventare l’indipendenza curda. Mentre la loro riunione e gli sforzi concentrati sarebbero dovuti a una visione condivisa, non cosa da poco che la potenza sunnita più forte incontri la prima potenza sciita. E che entrambe siano alleate dei russi. I sauditi avevano la sensazione di aver perso il treno? L’Arabia Saudita affronta molte sfide interne, soprattutto socioeconomiche, e teme l’avazanta dell’estremismo islamico che in qualche modo ha creato. Ma riconosce anche che con tutte le intenzioni, la guerra alla Siria è perduta, mentre le forze di Assad ed Hezbollah riprendono le regioni occupate da Stato islamico e altri estremisti. Sa anche che l’Europa non rinnegherà l’accordo nucleare P5+1 con l’Iran, nonostante tutte le pretese di Washington che minaccia di ritirarsi dall’accordo o di aumentare le sanzioni alla Repubblica islamica. E Riyadh vede che con Trump, con un ruolo minore in Siria e che continua a ritirarsi dai trattati internazionali e multilaterali, tutte le strade portano a Mosca, importante mediatrice di questi due sviluppi. Per contrastare l’Iran, come ha fatto in modo feroce negli ultimi anni, dove sul teatro siriano si aveva una guerra per procura, l’Arabia Saudita si rivolge a Mosca per limitare l’influenza di Teheran a Damasco. Poco probabile che Putin lo faccia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha suonato l’allarme su ciò che chiamava basi militari iraniane in Siria, ha visitato Mosca quattro volte negli ultimi due anni per sollecitare la Russia, senza successo, a fermare l’Iran.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio

E Trump?

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Putin ha accolto le richieste di Erdogan per acquistare i missili contraerei S-400 e Trump vende all’Arabia Saudita il sistema missilistico, THAAD. Un affare da 15 miliardi di dollari per la difesa dell’area ad alta quota (THAAD), chiaramente, in funzione anti iraniana. Così, gli Stati Uniti, sconfitti in Siria, “per modo di dire”, alimentano le tensioni nella regione del Golfo Persico. “Per modo di dire”, perché la guerra in Siria ha fruttato lucrosi contratti alle multinazionali degli armamenti USA e, questo, è sempre il loro obbiettivo primario. Lo ha affermato in un’intervista a Press TV, sabato, James Jatras, un ex consigliere e diplomatico politico del senato americano, che è anche uno specialista in relazioni internazionali e politiche legislative a Washington, DC.

L’amministrazione di Donald Trump, approvando la vendita di armi venerdì scorso, ha voluto affrontare le preoccupazioni regionali del regno saudita. Ha dichiarato il Dipartimento di Stato: “Questa vendita aiuta gli Stati Uniti a garantire la sicurezza nazionale e gli interessi della politica estera e appoggia la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo Persico di fronte a minacce iraniane e di altre regioni”.

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A conferma del nostro giudizio, Jatras ha detto a Press TV che l’acquisto saudita è “principalmente diretto contro l’Iran”:

“L’ultima puntata dell’acquisto di armi del governo saudita, come abbiamo visto in passato molto spesso che l’Arabia Saudita acquista armi sofisticate che non sono ancora in grado di utilizzare”, ha dichiarato.

“Non sono sicuro che sarebbe qui il caso. Molto probabilmente queste armi sarebbero state fornite con il personale tecnico per farli funzionare “, ha detto l’analista.

“Naturalmente queste armi hanno una gamma molto ampia che coprirà gran parte della regione – chiaramente questo è principalmente diretto contro l’Iran”, ha osservato.

“Penso che questo sia un ulteriore passo in un’escalation nella regione del Golfo Persico che non può avere un buon risultato se continuiamo a scendere questa strada”, ha concluso. Insomma, un altro po’ di morti. Mi torna, però, alla mente la vendita della Gran Bretagna all’impero Ottomano di un incrociatore con cannoni di ottimo legno.

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PressTV-Flow delle armi degli Stati Uniti in Arabia Saudita
Gli Stati Uniti hanno deciso di vendere il sistema missilistico THAAD in Arabia Saudita.

Oltre al THAAD, il pacchetto americano per l’Arabia Saudita includeva anche missili Patriot, carri armati, artiglieria, mezzi blindati, navi da guerra, elicotteri, pattuglie e sistemi di armi associati.  Secondo la DSCA, Saudis aveva messo in ordine 44 lanciatori THAAD, 360 missili Interceptor, 16 Fire Control e Communications Mobile Tactical Station Group e sette radar THAAD all’avanguardia AN / TPY-2.

Lockheed Martin e Raytheon sono i due principali contraenti americani che trarranno profitto dalla vendita.

Traduzione di Mario Donnini.

L’analisi di Carlo Pelanda

 

L’accordo bilaterale Russia-Arabia Saudita è un altro segnale del mutamento in atto nel sistema delle relazioni internazionali, che inciderà sulla futura configurazione del mercato globale. La tendenza può essere semplificata come transizione da un mondo americocentrico, imperniato sul dominio militare, finanziario e in materia di standard commerciali degli Stati Uniti, a una frammentazione in regioni, ciascuna dominata da una nazione leader e con standard propri. Tale mutazione è stata avviata dalla riduzione del perimetro esterno varcato il quale scatta la tutela degli interessi vitali degli Usa, avviata inizialmente, nel 2001, da Bush in base alla Dottrina dell’interesse nazionale (esplicitata da Condoleezza Rice su Foreign Affairs) contrapposta a quella dell’impegno globale perseguita in precedenza da Clinton.

Il ritiro dell’impero americano dal mondo fu interrotto per la guerra globale contro lo jihadismo. Fu ripreso da Obamadal 2009 al 2012, ma fu poi trasformato – su pressione della burocrazia imperiale – in una strategia volta alla creazione di un mercato integrato amerocentrico (Tpp e Ttip) che escludesse e condizionasse, dominando gli accessi, Cina e Russia. Trump ha interrotto questo tentativo e ha confermato la trasformazione degli Usa da impero in regno, non riuscendo ancora a definire la propria area d’influenza regionale. Nello spazio lasciato vuoto da Washington ora Russia e Cina sono in competizione per conquistarlo, preso atto che l’Ue a guida tedesca e l’India restano ferme, e che il Giappone è indeciso sulle alleanze così come Canada, Australia e Regno Unito.

In particolare, per difendersi dall’espansione cinese, Mosca ha visto l’opportunità di conquistare la fiducia degli alleati di un’America non più affidabile: Israele, Turchia, Giappone, Corea del Sud. Ora corteggia i Saud, profittando della convergenza sugli interessi petroliferi, per reperire capitali non soggetti a condizioni, come lo sono quelli cinesi, per rafforzare la traballante economia russa. L’azione avrà successo perché i sauditi si fidano della Russia: ha sostenuto il regime siriano (anche) per mantenere la parola data mentre l’America tende a non rispettare gli accordi. Ciò è più importante degli schieramenti, soprattutto per la monarchia saudita che, inoltre, vuole armi nucleari. Quindi gli attori di mercato usi alla vecchia globalizzazione devono prendere atto della frammentazione e aprire in ogni regione un centro d’affari autonomo, la vecchia strategia francese.

1429.- Siria, Putin ed Erdogan discuteranno di coordinamento azioni in zone cuscinetto

Erdogan è pronto a un altro tradimento? Quanto vale la politica dei neocon? L’importante per loro non è vincere, ma vendere.

 

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I motivi principali del riavvicinamento tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vertono sulla situazione in Siria, sul coordinamento delle azioni nel Paese in guerra nelle zone cuscinetto e, sopratutto, sui risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

È quanto già si evinceva dalle note preparatorie della riunione fra i due leader.

Come tra energia, missili e guerra in Siria, Putin ed Erdogan tornano “amici”

Sono gli effetti della sconfitta USA in Siria, ennesima dimostrazione che la finanza sionista sa come guadagnare dalle guerre, ma non può fare politica estera. Nel Summit di Ankara, c’è l’intesa sulle truppe turche a Idlib.

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La Turchia ha dato uno schiaffo alla Nato e ha comprato il più sofisticato sistema anti-aereo dalla Russia, la grande rivale dell’Alleanza atlantica. Ma la crepa fra Ankara e Bruxelles, e Washington, riguarda soprattutto i curdi. È una sequenza di partite che si accavallano, come spesso in Medio Oriente: il referendum sull’indipendenza nel Kurdistan iracheno, l’avanzata dei guerriglieri dello Ypg nell’Est della Siria, il dialogo sempre più fitto fra Recep Tayyip Erdogan, Vladimir Putin, il presidente iraniano Hassan Rohani, e ora una scelta strategica che allontana i turchi dai loro alleati occidentali.

La decisione a favore del sistema S-400, quello che difende i cieli di Mosca, arriva dopo un lungo braccio di ferro con la Nato. Già nel 2015 Erdogan aveva annunciato un accordo con i cinesi, poi ripudiato sotto le pressioni occidentali. Ma questa volta il leader turco sembra inamovibile. Ieri, sull’aereo che lo portava ad Astana, in Kazakhstan, Erdogan ha detto che l’intesa «è fatta» e che la Turchia «ha già versato il primo acconto» per il pagamento, che in totale ammonterà a circa 2,5 miliardi di dollari.

Le prime componenti sarebbero «già arrivate in Turchia». Quanto alle obiezioni degli alleati, Erdogan è stato netto: «Ci occupiamo noi della nostra sicurezza, è affare nostro». Ma è anche un affare dell’Alleanza. I sistemi anti-aerei, assieme all’aviazione, sono un pilastro fondamentale delle forze armate occidentali. Scegliere un prodotto russo, molto difficile da integrare con quelli europei e americani, significa essere orientati a difendersi da soli.

Il sistema S-400 è certo fra i migliori al mondo, ritenuto persino superiore al Patriot americano. Può individuare e «ingaggiare» 80 obiettivi allo stesso tempo, sia aerei che missili balistici, fino a 400 chilometri di distanza, e li può abbattere a un’altezza di 30 chilometri. Un osso duro per i cacciabombardieri occidentali, che soltanto quelli «invisibili» di ultima generazione sono in grado di bucare. Ma la scelta di Erdogan più che tecnica sembra politica.

Il fallito golpe del 15 luglio 2016 ha accelerato il cambio di campo della Turchia. Il regime ha eroso le garanzie democratiche e civili, e in questi giorni si sta svolgendo un processo di massa a giornalisti del quotidiano Cumhuriyet accusati di appoggiare «il terrorismo». Le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea si sono arenate. Il Parlamento Ue ha votato il 23 novembre scorso a favore della sospensione dei negoziati e vorrebbe mettere fine alla pantomima, anche se gli Stati membri sono divisi, con Austria e Germania che spingono più di tutti per un taglio netto, ufficiale.

Erdogan non vuol essere lui a rompere, l’Europa è ancora popolare fra i giovani delle grandi città, fra gli imprenditori, è il più importante sbocco per le esportazioni. Ma il leader turco sta spingendo la Germania in quella direzione. Gli scontri si susseguono. Prima il divieto ai parlamentari tedeschi di visitare la base Nato di Incirlik, poi il braccio di ferro sui comizi dei politici turchi in Germania, l’invito del raiss alla minoranza turca perché non voti i partiti della Merkel e di Schulz, gli arresti di reporter con cittadinanza tedesca per i loro reportage sui curdi, compreso quello del corrispondente della «Welt» Deniz Yucel.

Un’escalation che ha avuto come conseguenza, fra le altre, il blocco delle esportazioni di armi dalla Germania alla Turchia: nell’ultimo anno sono state bloccate dal governo di Berlino ben 11 richieste, per timore che vengano indirizzate «alla repressione interna o il conflitto curdo». Anche per questo Erdogan guarda alla Russia. Ma soprattutto si vuole «vendicare» dell’appoggio occidentale ai curdi. Fra 12 giorni nascerà un Kurdistan iracheno indipendente e quel che è peggio ne sta nascendo uno siriano sotto le bandiere dei guerriglieri dello Ypg, «cugini» del Pkk e fedeli al leader in carcere Abdullah Ocalan.