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1765.- Due fregate francesi su tre hanno fallito i lanci sulla Siria.

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La frégate Fremm « Aquitaine » amarrée à son ponton dans le port militaire de Brest. (Photo : Marine nationale)

di Maurizio Blondet. Commento del generale Dominique Delawarde, l’ex capo dei servizi militari:

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La notte dell’attacco francese , 12 missili dovevano essere tirati su una pretesa “fabbrica d’armi chimiche” presso Homs ed altri due siti. Tre fregate modernissime e “invisibili” sono dispiegate. La fregata Aquitaine fa fuoco per prima: gli uomini ai comandi “vedono accendersi un segnale rosso, bloccando il tiro. Come vuole il protocollo, subentra la seconda fregata, l’Auvergne. “Lancio!”, e un’altra cilecca. I missili da crociera intelligenti (forse perché più intelligenti di Macron?) non partono. Finalmente la terza fregata, la Languedoc-Roussillon, riesce ad armare i missili e alarli in volo: colpiranno l’inesistente fabbrica di armi chimiche di Homs.

I due altri obiettivi sono stati colpiti – dicono – da caccia Rafale armati di missili Scalp da 250 chilometri di gittata.

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Adesso la Marina francese e gli ingegneri dicono che è stato un “bug” a far sì che dei 12 missili previsti, solo tre sono partiti e apparentemente arrivati. Missili ultimo modello, MdCN, con gittata di mille chilometri e capaci di polverizzare un bersaglio con una precisione di meno di un metro.

Il missile Made in France. 2,8 milioni di euro a pezzo.
Costosissimi, come merita la loro perfezione: 2,8 milioni di euro a pezzo. Sacrificati su un bersaglio inesistente per fare marketing. Siccome fra gli scopi primari di queste imprese c’è la mostra di armi operative da offrire al mercato, bisogna ritenere che Parigi non riuscirà a venderne molti, di questi gioielli, nemmeno al suo amico Mohamed Bin Salman il Saudita. Macron Le Petit non è veramente tagliato èer gli affari.

“Due fregate su tre sono state incapaci di lanciare i loro missili. Un simili tasso di malfunzionamento per la nostra tecnologia di punta è più che inquietante in caso di conflitto maggiore d’alta intensità con i nostri amici russi. C’è da ridere e da piangere.

Prima di mettere in moto la ferraglia e lanciare azioni di guerra il cui motivo si rivela di giorno in giorno sempre più dubbio, l’esecutivo francese dovrebbe:

Assicurarsi che le ragioni per colpire siano buone e si facciano solo dopo aver ottenuto il placet dell’ONU, e dopo (non prima) di avere i risultati dell’indagine OPWC sul terreno.
Assicurarsi che il proprio materiale militare funzioni correttamente.
Non mentire all’opinione pubblica dichiarando che tutto ha funzionato come previsto, e gli obiettivi colpiti, dal momento che non è possibile sapere se i 3 missili lanciati dall’unica fregata che ne è stata capace, figurano o no fra i il 70% dei missili che non hanno raggiunto l’obiettivo.
Si capisce meglio l a relativa discrezione dei nostri media che non si sono dilungati troppo sulla nostra “brillante vittoria”: la quale lascerà alla Francia, e ai francesi civili e militari, un gusto amaro.

Général Dominique Delawarde

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la fregata Carlo Bergamini, consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

Classe FREMM, (dall’Italiano Fregate europee multi-missione o dal francese Frégates européennes multi-missions), è la sigla che identifica una nuova generazione di fregate, denominate in Francia Classe Aquitaine ed in Italia Classe Bergamini, frutto di un progetto congiunto tra Italia, tramite Orizzonte Sistemi Navali[3] (Società di ingegneria navale, costituita da Fincantieri e da Finmeccanica, rinominata Leonardo dal 2017) e Francia, tramite Armaris (di proprietà DCNS e Thales). Il progetto FREMM segue la logica di collaborazione tra le industrie della difesa italiane e francesi già sperimentato con la realizzazione del programma Orizzonte. La prima unità di questo tipo, l’Aquitaine, è stata varata il 4 maggio 2010 ed è entrata in servizio nel 2012. La prima della Classe Bergamini, la fregata Carlo Bergamini, è stata varata il 16 luglio 2011 nel Cantiere navale di Riva Trigoso e consegnata alla Marina Militare Italiana il 14 luglio 2012.

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1763.- Il clamoroso reportage di Robert Fisk dalla Siria: “Non era gas, era polvere”

“Non era gas, era polvere”. Abbiamo rischiato la guerra nucleare per una ventata di polvere!

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Da Byoblu, Robert Fisk in Siria

Robert Fisk è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del mondo. In Medio Oriente dal 1976 come corrispondente del Times, ha seguito la guerra civile libanese, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le guerre balcaniche, la prima e la seconda guerra del Golfo, sempre denunciando crimini di guerra di opposte fazioni e molte delle attività dei governi occidentali in Medio Oriente. Un vero testimone del nostro tempo. Oggi collabora con l’Independent, e qui vi proponiamo ampi stralci del suo ultimo clamoroso articolo sulla Siria. Titolo: “La ricerca della verità tra le macerie di Duma – e i dubbi di un medico sull’attacco chimico”. La parola di Fisk ha un peso, e se anche lui si chiede “gli attacchi con il gas sono avvenuti davvero?”, il mondo non può non ascoltare.

Questa è la storia di una città chiamata Duma, un luogo devastato tra palazzi distrutti, e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno autorizzato tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale a bombardare la Siria la settimana scorsa. C’è un dottore amichevole in camice verde che, mentre lo seguo nella clinica, allegramente mi dice che il video sul “gas” che ha fatto inorridire il mondo, malgrado i dubbiosi, è perfettamente autentico.

Le storie di guerra, comunque, hanno l’abitudine di diventare sempre più oscure. E lo stesso esperto dottore siriano 58enne aggiunge poi qualcosa di profondamente disturbante: i pazienti, sostiene, non sono stati sopraffatti dal gas ma dalla carenza di ossigeno nei tunnel pieni di immondizia e nelle cantine dove vivono, durante una notte di vento e di pesanti bombardamenti che hanno sollevato una tempesta di polvere.

Mentre il dottor Assim Rahaibani annuncia questa straordinaria conclusione, è giusto osservare che per sua stessa ammissione lui non è un testimone, e malgrado parli un buon inglese si riferisce due volte ai miliziani jihadisti di Jaish el-Islam (l’Esercito Islamico) a Dumas come a dei “terroristi”, la parola del regime per definire i nemici e un termine usato da tanta gente per tutta la Siria. Sto capendo bene? A quale versione degli eventi dobbiamo credere?

Per mia sfortuna, inoltre, i dottori che erano in servizio quella notte del 7 aprile sono tutti a Damasco per rispondere ad una commissione di inchiesta, che cercherà di arrivare ad una risposta definitiva alla questione nelle prossime settimane.

La Francia, intanto, ha detto di avere “le prove” che siano state usate armi chimiche, e i media USA hanno citato fonti che sostengono che i test di sangue e urina hanno mostrato la stessa cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che i suoi partner sul posto hanno trattato 500 pazienti “che esibiscono segni e sintomi consistenti con l’esposizione ad agenti chimici tossici”. Gli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) però non riescono ad arrivare nel sito del presunto attacco col gas, apparentemente in quanto mancanti dei corretti permessi ONU.

Prima di andare avanti, i lettori devono sapere che questa non è l’unica storia a Duma. Ci sono molte persone con cui ho parlato, tra le rovine di questa città, che affermano di “non aver mai creduto” alle storie sul gas che vengono solitamente diffuse, così sostengono, dai gruppi armati islamisti. (…)

E’ stata una breve camminata fino al Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica, chiamata “Punto 200” nella strana geologia di questa città in parte sotterranea, scende un corridoio fino al suo ospedale e ai pochi letti, dove una bambina piange mentre le infermiere le curano un taglio sopra un occhio. “Ero con la mia famiglia nella cantina della mia casa a 300 metri da qui, quella notte, ma tutti i dottori sanno ciò che è successo. C’erano grossi bombardamenti (delle forze governative) e gli aerei sono sempre sopra Duma durante la notte. Ma quella notte c’era vento, e grandi nuvole di polvere hanno cominciato ad infiltrarsi nelle cantine dove vive la gente. Le persone hanno cominciato ad arrivare qui in ospedale soffrendo di ipossia e scarsità di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un Casco Bianco, ha urlato “Gas!” ed è cominciato il panico. Le persone hanno preso a tirarsi addosso l’acqua l’una con l’altra. Sì, il video è stato filmato qui, è genuino, ma quelle che tu vedi sono persone colpite da ipossia e non da avvelenamento da gas. (…)

I Caschi Bianchi -i primi soccorritori, già leggendari in occidente, ma con alcuni risvolti interessanti nella loro stessa storia- hanno giocato un ruolo familiare durante le battaglie. Loro sono parzialmente finanziati dal Foreign Office inglese, e molti degli uffici locali impiegano uomini di Duma. (…)

Naturalmente volevamo ascoltare il loro punto di vista, ma non è stato possibile: una donna ci ha detto che tutti i membri dei caschi Bianchi hanno abbandonato il loro quartier generale e hanno scelto di evacuare con i bus organizzati dal governo verso la provincia ribelle di Idlib, insieme ai miliziani che hanno aderito alla tregua. (…)

Le mie domande sul gas hanno trovato solo una franca perplessità. Come è possibile che i rifugiati di Duma che hanno raggiunto i campi in Turchia abbiano descritto un attacco con il gas che nessuno a Duma oggi sembra ricordarsi? Mi è venuto in mente, mentre camminavo per un miglio in questi tunnel, che i cittadini di Duma vivono così isolati gli uni dagli altri e per così tanto tempo che le notizie come le intendiamo noi semplicemente per loro non hanno significato. La Siria non è una democrazia, come dico cinicamente ai miei colleghi arabi, ed è sicuramente una spietata dittatura, ma questo non dovrebbe trattenere persone felici di incontrare finalmente stranieri, dal rispondere con parole di verità. Così, cosa mi stavano davvero dicendo? (…) Un colonnello siriano in cui mi sono imbattuto davanti a uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto erano profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo oltre un miglio, e lui ha curiosamente osservato: “Questi tunnel possono arrivare lontano, fino in Gran Bretagna”. Ah sì, la signora May, mi ricordo, i cui bombardamenti sono così intimamente collegati a questi luoghi di tunnel e polvere. E anche di gas?

1761.- Attacco missilistico alla Siria: stupidità e irresponsabilità.

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Due immagini, scattate prima e dopo l’attacco, mostrano il centro di ricerca e sviluppo Barzah alla perifieria di Damasco, in Siria, colpito dai missili lanciati di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna il 14 aprile.

Restiamo sulla Siria con il grande Jacques Sapir (Russeurope in Exile, 14 aprile 2018 – Mondialisation, da Aurora) perché non si poteva immaginare una decisione politica più infelice e più masochista da parte dell’Occidente. I dottori sul posto hanno smentito CATEGORICAMENTE la versione dei White Helmets. All’indomani della distruzione del Centro Farmaceutico di Damasco, dove le sanzioni impediscono l’arrivo dei medicinali alla popolazione; dove molti farmaci hanno iniziato ad avere costi proibitivi poiché la maggior parte delle fabbriche farmaceutiche sono state già distrutte, ho questa immagine della situazione geopolitica occidentale:
L’assenza dell’Unione europea sull’avventura USA di Damasco, la partecipazione francese, quella italiana oltre a quella turca e il rifiuto tedesco ci pongono dinanzi a un bivio e dicono a noi italiani che dobbiamo uscire da queste alleanze, oppure, che la NATO non basta più come braccio armato della politica estera europea e che è matura per integrare a livello Nord Atlantico un Quartier Generale Europeo, sotto un controllo democratico di un ministro della difesa europeo e del Parlamento Europeo, per la cooperazione tra le forze armate degli Stati membri dell’Ue. Penso che la via della integrazione richieda come condizione una applicazione totalmente nuova dei trattati. I popoli possono essere dominati a lungo e con profitto solo se sono partecipi e amati.

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L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche dell’ONU (OPCW) ha dichiarato che visitava ogni mese il centro scientifico distrutto a Barzeh, Damasco.

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Stupidità; questa parola sembra la più appropriata a descrivere l’attacco missilistico alla Siria, effettuato la notte del 13-14 aprile da tre Paesi, Stati Uniti, Gran Bretagna e ahimè Francia. Tale attacco, a quanto pare, aveva effetti molto limitati. I governi siriano e russo non annunciavano vittime. Pertanto, “secondo le informazioni preliminari, nessuna vittima va deplorata tra la popolazione civile o l’Esercito arabo siriano”, dichiarava un portavoce dell’esercito russo. Inoltre, secondo una fonte ufficiale russa, un numero significativo di missili, 71 su 103, fu abbattuto dalla contraerea siriana[1]. È chiaro che tale attacco non cambia di una virgola la politica di Bashar al-Assad. Un’azione le cui conseguenze non possono essere misurate, che può essere descritta stupida. Un’azione le cui conseguenze vanno contro gli obiettivi dichiarati, è certamente stupida. Questo attacco si qualifica come stupido in tutto.

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La difesa aerea siriana ha reso impossibile affrontare i costi di un’altro attacco della NATO. Perché quando si parla di Stati Uniti, di Gran Bretagna, di Francia o Turchia, di NATO si tratta.

Stupidità tattica
Ricordiamo innanzitutto che, per obiettivi, tale attacco sembra essere stato molto limitato. Si parla solo di un centro “clandestino” per armi chimiche (o che si supponeva tale) e di due siti di produzione. Le installazioni militari, dove ci sono molti soldati e ufficiali russi, sembrano furono accuratamente evitate. Sembra che gli ultimi contatti tra Macron e Vladimir Putin fossero destinati a confermare ai russi che non sarebbero stati presi di mira. Ciò dimostra un certo effetto deterrente della presenza russa su Stati Uniti ed alleati. Questo effetto sarà certamente notato da diversi osservatori e Paesi che potrebbero divenire obiettivi degli Stati Uniti. Tornando all’ipotetica cifra di 71 missili abbattuti su 103. La difesa aerea russa non era entrata in azione perché le truppe russe non sarebbero state prese di mira. Questo dato è estremamente alto, anche se dovrebbe essere ridotta a circa 40 missili, date le capacità dei sistemi antiaerei dell’Esercito arabo siriano. Questi sistemi furono acquistati dall’Unione Sovietica o ne derivano. Quindi, possiamo ragionevolmente pensare che furono modernizzati nel quadro degli accordi con la Russia. Ma ciò non basta a spiegare l’alta percentuale di intercettazioni, qualcosa che l’Esercito arabo siriano non poteva fare, finora. È possibile che le truppe russe, che dispongono di sofisticati sistemi di rilevamento e puntamento in Siria, abbiano trasmesso le informazioni alla contraerea siriana permettendole d’intervenire con sorprendente efficacia. Ciò spiegherebbe il gran numero di missili distrutti; missili, che Donald Trump descrisse come “belli e intelligenti”, discendenti delle V-1 naziste [2], costosi. Un missile Storm Shadow inglese costa 800000 sterline. Se facendo arrivare 32 missili, 71 andavano persi, in altre parole se il tasso di successo era solo del 31%, ci si chiede la capacità di Stati Uniti ed alleati di condurre un’azione di disarmo (come quella contro l’Iraq nel 2003). Affinché tale campagna sia efficace, occorrono centinaia di missili che colpiscono gli obiettivi (da 400 a 1200 a seconda della complessità del sistema di difesa del Paese). Ciò equivale a 1300 – 4000 missili, nel caso di una difesa chiaramente non all’avanguardia, per 1,6 – 4,8 miliardi di dollari. È facile capire che l’efficacia della difesa aerea siriana mette in discussione il modello economico degli attacchi aerei, su cui gli Stati Uniti vivono dalla “Guerra del Golfo” del 1991. Avrebbero compiuto l’attacco, assistiti da Gran Bretagna e Francia, dimostrando che il loro modo d’azione militare è superato. Se pensavano di ripristinare una forma di deterrenza, ovviamente hanno fallito! I tre Paesi hanno effettivamente indebolito le loro posizioni sulla Siria, e ciò è una palese stupidità.

Stupidità strategica
Ma le conseguenze di tale sciopero vanno naturalmente oltre. Jean-Luc Mélenchon twittava: “Gli attacchi alla Siria sono infondati e senza mandato dell’ONU, contro di esso, senza un accordo europeo e senza il voto del Parlamento francese (…) È una vendetta degli USA, un’escalation irresponsabile” [3]. E questo è forse l’aspetto principale. Un attacco militare è un atto di guerra che va inquadrato dalla legge internazionale, o significa che solo la legge del più forte è valida. Ad oggi non sono state fornite prove sull’attacco chimico e la responsabilità del regime di Bashar al-Assad. Dato il pesante carico di menzogne e manipolazioni dei capi di Stati Uniti e Gran Bretagna, niente è scontato. Decidendo di attaccare unilateralmente e senza mandato, i capi dei tre Paesi interessati, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno dimostrato quanto non gli interessi il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Ciò può solo convincere vari Paesi ad acquisire armi nucleari per proteggersi da tali azioni. In altre parole, Donald Trump, Theresa May ed Emmanuel Macron hanno solo confermato che la proliferazione nucleare è, per alcuni Paesi, una scelta logica e inevitabile. Tuttavia, va notato che oltre alle potenze nucleari note, sono in possesso dell’arma nucleare Israele (da 200 a 250 testate), India, Pakistan e Corea democratica. Tale attacco consolerà non solo i leader di questi Paesi sulle loro scelte, ma persuaderà altri, si pensi ad Iran, Arabia Saudita, Algeria, Turchia e numerosi Paesi asiatici, ad imitare i Paesi “proliferanti”. Non esserne consapevoli dimostra un’incredibile stupidità strategica. L’attacco deciso da Donald Trump, Theresa May e Emmanuel Macron non renderà il mondo più sicuro o più giusto. In realtà sarà il contrario. Aumenta i rischi d’instabilità internazionale e immerge il mondo nel caos. Non è solo stupidità strategica, ma grossolana irresponsabilità. L’attacco fu deciso per ragioni probabilmente diverse e divergenti dai tre capi responsabili. Gli Stati Uniti potrebbero averlo considerarlo una “salva d’addio” decidendo di abbandonare la Siria. Il Regno Unito segue. La Francia si troverà in una situazione più che delicata, compromessasi cogli Stati Uniti e avendo perso credibilità e onore internazionali, in particolare nella difesa dei principi del diritto internazionale e della sovranità degli Stati. Molto chiaramente, la Francia è il Paese che di gran lunga ci perde. Che Emmanuel Macron non lo capisca è la prova che è un incapace ed inetto all’ufficio, come il predecessore François Hollande.

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La contraerea siriano abbatte 71 missili su 103 lanciati

E, ora, lasciatemi affidare a questa immagine orribile il mio di sprezzo per l’ipocrisia dei nostri governi:
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Questa ragazza dello Yemen, è vittima di un attacco chimico nel suo paese da parte degli arabi sauditi, la sostanza chimica utilizzata era il fosforo bianco … quindi perché non bombardiamo l’Arabia Saudita e togliamo le loro armi chimiche con attacchi aerei ?

1759.- GUERRA IN SIRIA/ Le prove dell’uso dei gas? I video di una Ong pagata dagli Usa

(LaPresse)
GUERRA IN SIRIA/ Le prove dell’uso dei gas? I video di una Ong pagata dagli Usa Le fonti utilizzate per ordinare l’attacco alleato in Siria non sono fonti dirette ma video diffusi su Youtube. E a produrli è stata una Ong pagata dagli Usa. PATRIZIO RICCI 16 APRILE 2018 PATRIZIO RICCI In Siria dopo l’attacco del 14 aprile (LaPresse)In Siria dopo l’attacco del 14 aprile

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L’attacco missilistico di missili “belli, nuovi ed intelligenti” — come li aveva definiti Trump in un suo tweet — più che avere una qualche utilità, dimostra solo la frustrazione interna del mondo occidentale causata dal fallimento di tutti i propri progetti geopolitici in Medio oriente, che si stanno rivelando anche pericolosi per il mondo intero.

Perciò ormai lo “stringiamoci a coorte” del cosiddetto “mondo occidentale” — svuotato com’è di alti ideali e pieno di contraddizioni — non funziona più e sta assumendo l’aspetto di pura retorica autoreferenziale.

La spiegazione degli alleati che il lancio dei 105 missili Tomahawk sarebbe stata deciso come misura estrema “a causa del veto russo alle indagini”, è palesemente falsa: l’indagine dell’Organizzazione per proibizione delle armi chimiche (Opcw) non abbisogna di nessuna “autorizzazione dell’Onu” ( tant’è che gli ispettori sono già da due giorni sul posto per indagare). In realtà, il veto russo ha solo impedito il passaggio di una risoluzione molto ambigua che conteneva una condanna preventiva contro il governo siriano: ciò avrebbe aperto alla legittimazione di un intervento armato occidentale di più ampia portata.

Tra le varie reazioni all’intervento missilistico occidentale del 14 aprile, di particolare rilievo è l’appello congiunto lanciato da Giovanni X Yazigi, patriarca grco-ortodosso di Antiochia; Ignazio Aphrem II, patriarca ortodosso siriaco di Antiochia e Youssef Absi, patriarca melchita-greco cattolico di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I religiosi, nel documento — pubblicato in arabo ed inglese — denunciano che “la brutale aggressione compiuta dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito” è una chiara violazione delle leggi internazionali e della Carta delle Nazioni Unite, in quando “è un attacco ingiustificato a un paese sovrano, membro dell’Onu”. I patriarchi sostengono che “le accuse degli Stati Uniti e di altri paesi” contro l’esercito siriano per utilizzo di armi chimiche “sono affermazioni ingiustificate e non supportate da prove sufficienti e chiare”. Inoltre, essi evidenziano come la rappresaglia sia stata “compiuta quando la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta stava per iniziare il suo lavoro in Siria minando così il lavoro degli ispettori”.

Gli stessi richiamano l’attenzione delle Nazioni Unite alle conseguenze di questo tipo di azioni militari, che “anziché apportare benefici aprono ad una ulteriore escalation del conflitto ed a maggiori complicazioni”. Inoltre — proseguono i religiosi — “l’ingiusta aggressione incoraggia le organizzazioni terroristiche e dà loro lo slancio per continuare nei loro atti aggressivi”. Dopo aver fatto queste considerazioni, Giovanni X, Ignazio Aphrem II e Youssef Abs si rivolgono al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché “svolga il proprio ruolo naturale nel portare la pace piuttosto che contribuire all’escalation delle guerre”. L’appello si conclude con un’esortazione rivolta “a tutte le chiese presenti nei paesi che hanno partecipato all’aggressione”, affinché esse “agiscano sui rispettivi governi secondo gli insegnamenti del Vangelo, condannino l’ aggressione e chiamino i rispettivi governi a impegnarsi per la protezione della pace internazionale”.

Come gli stessi patriarchi hanno sottolineato, ciò che particolarmente sorprende della sproporzionata iniziativa militare congiunta è appunto l’assenza di “prove sufficienti e chiare”.

Infatti, il giorno prima, lo stesso capo del Pentagono James Mattis — in occasione di un’audizione alla Commissione bilancio della Camera — aveva ammesso che gli Stati Uniti non erano in possesso di prove sull’attacco chimico se non il materiale diffuso sui social media. Di questa elemento chiave, sabato l’agenzia Reuters ha fornito ulteriore conferma: le fonti utilizzate per ordinare l’attacco non sono fonti dirette ma video diffusi su Youtube.

E’ interessante che l’autore dei video che hanno fatto da sponda all’intenzione americana di bombardare, sia l’organizzazione “Syrian American Medical Society” (Sams). Si tratta di un potente centro di lobbying finanziato dagli Usaid che funziona nelle aree ribelli (dove opera anche in tandem con l’organizzazione “White Helmet”). In quelle aree la Ong svolge la duplice funzione di pubblica assistenza (per abbonimento della popolazione) e di propaganda per “stimolare una guerra di cambiamento contro il regime”: in definitiva, questa organizzazione è guidata dagli Stati Uniti e persegue gli stessi obiettivi degli Usa.

Naturalmente se i governi fossero in buona fede — in considerazione della natura prettamente politica di questa organizzazione — la avrebbero esclusa da ogni attendibilità. Invece, anche questa volta gli Stati Uniti hanno ordinato la rappresaglia missilistica basandosi sulle “prove” della Sams: è esattamente la fotocopia di quanto già accaduto in occasione del precedente attacco chimico di Khan Sheikhoun (4 aprile 2017), avvenuto in un’area controllata da Al Qaeda. Come ricorderete, anche in quell’occasione — esattamente a 3 giorni del presunto attacco chimico ed ancor prima di ogni indagine indipendente — la rappresaglia statunitense di 59 missili Tomahawk si basò sui video diffusi dalle due organizzazioni.

Insomma il meccanismo di reciproca dipendenza ed assistenza funziona sempre, avviene con un meccanismo collaudato che è simile a quello della disinformazione giornalistica, ovvero della propaganda di guerra che fa da velina ai governi. Tutto si compie per la disonestà dei politici dunque e non per i fatti specifici; per spiegare ancor meglio come cominciano le guerre, parafrasando Karl Kraus potremmo dire: “I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi fingono di credere a quello che leggono”.

Intanto, ad Aleppo, finalmente…

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1758.- Sul fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Riepilogando l’aggressione alla Siria con Alessandro Lattanzio. La parola passerebbe alla diplomazia, ma qualcuno fermi Israele.

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Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.

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Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:

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Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:

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In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:

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Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:

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Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:

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Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.

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In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.

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Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.

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La Difesa Aerea siriana respinge l’ultima aggressione israelo-statunitense
Raid israeliani su base aerea in Siria, 14 soldati uccisi.

L’ira di Mosca: “Violata la sovranità siriana, abbiamo abbattuto alcuni missili”
Nessuno Stato si è preso apertamente la responsabilità del raid ma Mosca ha attaccato Israele, accusato di aver violato “la sovranità siriana”. Il ministero della Difesa ha precisato che il raid è stato condotto da “due cacciabombardieri F-15 dell’Aeronautica israeliana, con otto missili guidati: l’attacco è avvenuto dal Libano, senza violare lo spazio aereo siriano”. Le difese aeree siriane, ha precisato Mosca, hanno distrutto cinque degli otto missili, mentre tre hanno colpito “la parte occidentale della base”. Mosca segnala anche che “nessun consigliere russo” è tra le vittime. Sarebbero stati uccisi invece alcuni consiglieri militari iraniani appartenenti alle forze d’élite dei Pasdaran, che sono ospitati nella base T4 assieme ai russi, e gestiscono una squadriglia di droni. La base T4 era già stata bombardata un raid il 7 febbraio scorso, dopo l’incursione di un drone di fabbricazione iraniana sul Golan. Uno degli otto F-16 impegnati nella missione era stato poi abbattuto da un sistema anti-aereo S-200 siriano.
Israele ha invece confermato un pesante raid compiuto questa notte sulla Striscia di Gaza, dopo un tentativo di infiltrazione di militanti di Hamas “con ordigni esplosivi”.

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Già il 10 febbraio scorso, aerei israeliani avevano attaccato diverse aree in Siria, ma la difesa aerea siriana aveva abbattuto 2 aviogetti dell’IAF (1 F-16I Sufa e 1 F-15I Baaz), impiegando missili del sistema di difesa aereo S-125 Pechora-2M.
I piloti si eiettavano, ma uno decedeva in seguito alle ferite. Gli israeliani avevano tentato di attaccare le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano utilizzando 15 missili da crociera, quindi senza avvicinarsi allo spazio aereo siriano, ma la difesa aerea siriana abbatteva 13 dei missili israeliani, e uno dei jet israeliani veniva abbattuto nella regione al-Jalil, nel nord della Palestina, dal tiro di un’unità della difesa aerea siriana presso Qunaytra. Le difese aeree siriane (SyAAD) avevano abbattuto i missili più pericolosi, lasciando andare quelli che non avrebbero causato danni in territorio siriano. L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv veniva chiuso e le sirene antiaeree suonavano nelle alture del Golan e nella Galilea. Subito dopo gli israeliani, per “rappresaglia”, attaccavano le postazioni dell’EAS nella regione meridionale della Siria, mentre le difese aeree siriane sventavano il nuovo attacco. “Il nemico israeliano all’alba aveva attaccato una postazione militare nella regione centrale, e le difese aeree siriane respingevano l’attacco colpendo più di un aereo”. In seguito gli israeliani attaccavano alcune postazioni nella regione meridionale, che le difese aeree respingevano ancora una volta. In seguito, le autorità israeliane facevano appello alla Russia per contribuire a ridurre le tensioni al confine con la Siria; questo a seguito di un incontro urgente tra il Primo ministro, il ministro della Difesa e altri alti funzionari israeliani. Il disinformatore Magnyer tentava di spacciare la tesi che gli aviogetti israeliani siano stati abbattuti da missili iraniani Shaheen, cercando di giustificare a livello mediatico la propaganda sionista. Ma il sistema di difesa Shaheen è la copia iraniana del sistema statunitense Hawk, ed è quindi incompatibile con la rete dei sistemi di difesa aerea siriana d’impronta sovietica-russa.

1753.- GIORNALISTA PREMIO PULITZER: HILLARY CLINTON APPROVÒ L’INVIO DI GAS SARIN AI RIBELLI SIRIANI PER INCASTRARE ASSAD.

Di Voci dall’Estero, un articolo più che mai attuale.

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Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato Qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e poi candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la casa bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”(dati raccolti al tempo della campagna elettorale di Trump), sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

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Seymour Hersh Weighs In on Sanders vs. Clinton: “Something Amazing Is Happening in This Country”

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,…“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

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Obama dichiarò la sua ferma e unanime condanna per l’assalto al consolato Usa a Bengasi in cui furono uccisi l’ambasciatore e tre componenti dello staff. “L’attentato è stato compiuto da un “gruppo selvaggio ma ristretto, non dal popolo o dal governo della Libia”, spiegò Hillary Clinton. “Sono morti di nuovo innocenti, è come l’11 settembre”,disse. “E’ stata tolta la vita a persone che erano impegnate ad aiutare il popolo libico a costruire un futuro migliore per il loro Paese”, sottolineò il segretario di Stato americano. “Questa violenza senza senso dovrebbe scuotere le coscienze dei popoli di tutte le fedi religiose in tutto il mondo”, continuò il segretario di Stato americano, “Stevens sarà ricordato come un eroe” e concluse, “Una Libia libera e stabile è ancora negli interessi americani”. Gli Stati Uniti “non torneranno indietro”, non arretreranno di un millimetro nel loro impegno per aiutare la nuova la Libia. “Una missione – spiegò Clinton – “nobile e necessaria”. Il mondo “ha bisogno di altri Chris Stevens” continuò Clinton. “Ho parlato con sua sorella”, “le ho detto che sarà ricordato come un eroe da molte nazioni. Stevens ha iniziato a costruire le nostre relazioni con i rivoluzionari libici” e “ha rischiato la sua vita per cercare di fermare un tiranno” come Muammar Gheddafi. Quante bugie!

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A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

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Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo unprotocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

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La miliardaria clinton finanziata dal ministro dell’ambiente italiano! Alla convention del Partito democratico americano a Philadelphia che ha conferito la nomination presidenziale a Hillary Rodham Clinton non avrebbero dovuto presenziare né il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, né il presidente della Camera, Laura Boldrini. L’ unico esponente delle istituzioni italiane titolato a parteciparvi era il ministro dell’ Ambiente, Gianluca Galletti.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

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Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture:

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.
da NincoNanco

1752.- [L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

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Le guerre si possono vincere, come perdere, ma poco importa, perché le vittorie neocon si misurano con i profitti delle esportazioni dei sistemi d’arma e con le spese militari imposte agli alleati. L’affare del secolo scorso è stato l’abbattimento delle Torri Gemelle, con cui la NATO ha applicato l’art. 5, dichiarando lo stato di guerra perenne contro il terrorismo finanziato tramite i suoi alleati medio-orientali. Il sangue dei siriani, dei curdi, degli iracheni, dei palestinesi e, forse degli israeliani, dei soldati russi e americani, non basterà a coprire i giacimenti, gli oleodotti, gli appetiti delle multinazionali dell’oïl e delle cosche finanziarie neocon. Ma c’è un ma che riguarda il pericolo per Israele di soccombere contro il mondo sciita, visto che ha voluto ripudiare la politica dei due stati, che, per una volta, aveva visto l’Unione europea schierarsi in politica estera. Un conto è Gaza, con la sua gente, un altro conto è il Golan, con il suo valore strategico e il suo sottosuolo. Un altro conto ancora è quel folle di Erdogan, che, “dall’alto” dei Dardanelli, si aggira nel mezzo dei contendenti con le micce accese, sgomitando. Ipotizziamo una fine di Bashar al-Assad e l’accaparramento rothschildiano della sua banca centrale, fino a che punto la Russia potrà accettare l’eventuale soccombenza dei siriani, degli iraniani, degli Hezbollah libanesi? E cosa si propone Israele? L’eliminazione di tutti gli sciiti o, addirittura di tutti gli arabi? E cosa si propongono i sunniti? “Del doman non c’è certezza”, ma una cosa certa è e, cioè, che questo conflitto ha visto già due vittime illustri: l’ONU e la Statua della Libertà. A volte, ad aver ragione, si sbaglia.
Mario

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L’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino
[L’analisi] Trump in guerra contro Putin, l’ora più buia. E la propaganda nasconde la verità

di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra
L’ora più buia è arrivata con la macchina di propaganda dei media italiani, tv e giornali, a favore dell’attacco americano. Tutta colpa di Assad, questo è il leit motiv. Eppure la guerra a Gheddafi del 2011 voluta da Sarkozy e subito appoggiata da Usa e Gran Bretagna avrebbe dovuto insegnarci qualche cosa. Non c’è un minimo di analisi, per altro spesso condotta da cosiddetti esperti che non hanno mai messo piede né in Siria né in Medio Oriente e neppure hanno mai visto una guerra, se non in televisione. Trascurabile che la rivolta contro Assad si diventata ben presto, dalla fine del 2011, una guerra per procura combattuta da migliaia di jihadisti fatti passare dalla Turchia con l’approvazione degli Stati Uniti e i finanziamenti delle monarchie del Golfo. Trascurabile il fatto che la destabilizzazione di un’intera regione sia stata provocata dalla guerra del 2003 contro Saddam. Gli Usa attaccano Assad non per motivi umanitari ma per giustificare i loro fallimenti tra cui la mancata protezione degli alleati curdi e il cambio di campo della Turchia.

Guerra al terrorismo non è più una priorità
Gli Usa avranno, forse, amare soprese, soprattutto perché non si capisce quale sia l’obiettivo strategico di questo attacco, su quale scala e con quali conseguenze, tenendo presente che Putin dovrà sostenere il regime di Damasco e che gli americano hanno oltre duemila uomini schierati nel Nord della Siria. La realtà è che queste sono guerre che non finiscono mai e che forse mai vinceremo. Eppure la novità della globalizzazione è proprio questa: vincere le guerre non serve. Per coprire veri o presunti fallimenti basta fare la dichiarazione opportuna: qualche tempo fa James Mattis, il capo del Pentagono, è stato chiaro, la guerra al terrorismo non è più una priorità, i veri nemici sono Russia e Cina. Basta cambiare obiettivo, come si cambia un vestito, e tornare al classico della guerra fredda o riscaldata.

Le inutili guerre per “esportare la democrazia”

Il sospetto che vincere la guerra non fosse più un obiettivo ci aveva già colti a Baghdad nel 2003, quando il Paese sprofondò in un marasma dal quale non è più uscito. L’Iraq era stato in guerra otto anni con l’Iran (1980-88), Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait nel ’90 e poi era stato sconfitto nel ’91 da una coalizione a guida americana. Dodici anni di sanzioni poi il dittatore è caduto ed è cominciato un decennio di terrorismo. Infine, nel 2014, è arrivato anche il Califfato. In questi anni non si è mai visto niente di più ipocrita e di meno umanitario delle guerre “umanitarie”, di guerre per “esportare la democrazia” e “salvare popoli” che sono stati poi abbandonati a un destino che neppure loro hanno potuto decidere. Chi oggi ragionevolmente può prevedere la pacificazione dell’Afghanistan, il conflitto più lungo e costoso mai intrapreso dagli Stati Uniti?

Dopo avere proclamato che avrebbe ridotto la presenza militare a Kabul, anche il presidente americano Donald Trump ha deciso di aumentare le truppe Usa, da 8mila a oltre 14mila uomini. Ma è una guerra che si può vincere? Sembra di no perché nel 2007-2008 c’erano tra truppe americane e Nato oltre 150mila uomini e oggi almeno un terzo del territorio afghano è controllato dai talebani o dai gruppi jihadisti. “Prima regola della politica: mai fare la guerra in Afghanistan”, disse il premier britannico Anthony Eden negli anni Trenta. Ma soprattutto mai fare la guerra in Afghanistan senza avere degli alleati tra i vicini dell’Afghanistan. Gli Usa si oppongono all’Iran, considerato un regime da cambiare e Trump ha anche litigato con il Pakistan congelando gli aiuti americani. Il vero motivo dell’acredine di Washington è che i pakistani sono alleati di Pechino e ospitano 13mila soldati cinesi. Il Pakistan considera l’Afghanistan parte della sua profondità strategica, difficilmente sarà pacificato senza la sua collaborazione.

Un altro esempio di guerre che con finiscono mai è la Libia. Nel 2011 i francesi gli inglesi e gli americani bombardarono il Colonnello Gheddafi. Erano già caduti il tunisino Ben Alì e l’egiziano Mubarak, questo era il loro tentativo di dirigere da fuori le primavere arabe prendendo il controllo delle risorse energetiche e della geopolitica della regione. Già allora si capiva che la rivolta di Bengasi avrebbe spaccato il Paese, una creatura coloniale italiana: Tripolitania da una parte, Cirenaica dall’altra. Mentre i confini della Libia sprofondavano di mille chilometri, aprendo la via a un enorme flusso di profughi e alla destabilizzazione jihadista di Al Qaida e poi dell’Isis. Dopo la disgregazione dell’Iraq ne cominciava un’altra.

Come se questo non bastasse la Francia, l’Egitto e la Russia hanno sostenuto in questi anni il generale Khalifa Haftar, oggi secondo alcune fonti gravemente malato, con l’idea di mettere un uomo forte a capo del Paese. Ma neppure Haftar, dopo avere annunciato la liberazione “definitiva” di Bengasi da salafiti e jihadisti, ha mai controllato completamente la Cirenaica. Non è più tempo di dittatori “forti” alla Saddam, che poi magari sfuggono al controllo, ma di autocrati a mezzo servizio che possono essere manovrati. Assad è un esempio. Dopo aver pensato di abbatterlo, si è capito che è meglio lasciarlo al suo posto, dimezzato, a fare il “lavoro sporco”.

La Siria è la guerra più devastante di tutte
La peggiore perché studiata a tavolino per sfruttare la rivolta popolare non soltanto per cambiare un regime ma l’intero assetto geopolitico del Medio Oriente. Un’operazione fallita in Iraq per l’alleanza tra il governo sciita di Baghdad e l’Iran. E’ stato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, con il pieno appoggio di Francia e Gran Bretagna, a dare il via libera alla Turchia per aprire “l’autostrada del Jihad” e far affluire migliaia di combattenti in Siria. Una sorta di Afghanistan a un passo dall’Europa. Il 6 luglio del 2011 l’ambasciatore Usa Ford passeggiava con i ribelli di Hama, era il segnale che il conflitto poteva cominciare con il sostegno logistico della Turchia e quello finanziario dell’Arabia Saudita e del Qatar. Assad si sera rifiutato di rompere l’alleanza con l’Iran degli ayatollah, nemico giurato di americani, sauditi e israeliani, un ostacolo alle mire egemoniche di Erdogan sugli arabi.

L’intervento della Russia nel 2015 ha cambiato il destino della guerra e la Turchia ha dovuto piegarsi a Mosca e Teheran. Ora Erdogan prova a incenerire i curdi siriani, ritenuti alleati del Pkk che da quasi 40 anni conduce la guerriglia nel Kurdistan turco. Pe ottenere questo obiettivo la Turchia, membro storico della Nato, si è messa d’accordo con Russia e Iran, i due avversari dell’Alleanza Atlantica. Gli Usa hanno così lasciato che i turchi creassero una “fascia di sicurezza” dentro al territorio siriano massacrando i curdi siriani, i veri alleati di Washington nella guerra contro l’Isis. Dopo avere usato i curdi contro il Califfato, gli americani stanno mettendo le loro basi nel Nord della Siria. Questo attacco americano potrebbe avere come scopo proprio questo: partecipare alla spartizione della fette di torta siriana dove finora le parti le ha fatte Putin.

In cambio della fascia di sicurezza turca, la Russia e il governo di Damasco avranno mano libera per recuperare il controllo di Idlib e dei pozzi petroliferi. Israele è soddisfatto perché con queste presenze militari straniere (comprese quelle delle milizie filo-sciite e di quelle sunnite) si legittima ancora di più l’occupazione israeliana del Golan in corso dal 1967. Ma le guerre che non finiscono mai costano. Quindi l’Occidente e la Russia dovranno vendere armi ai loro alleati e clienti per recuperare i bilanci della Difesa. Più difficile spiegare all’opinione pubblica che queste guerre hanno portato il terrorismo in Europa e centinaia di migliaia di profughi che continueranno ad affluire dalle aeree di conflitto, scendendo a patti con autocrati come Erdogan perché non riapra il rubinetto dei rifugiati. Anche qui però la politica aiuta: basta dire come il generale Mattis che il terrorismo non è più il principale obiettivo ma quello di contenere Mosca e Pechino. In questo contesto la pace sembra davvero una cosa da ingenui. Non serve vincere le guerre ma farle, soprattutto un pò lontano da casa.
di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra

12 aprile.- Le navi da guerra russe hanno lasciato gli ancoraggi di Tartus.

1751.- Sen. Alberto Bagnai – Primo Intervento in Senato – 11 Aprile 2018

Un’altra scelta avventata della politica estera, serva delle scelte della finanza mondiale.

Ma non è tutto. Leggiamo dal Secolo d’Italia e volentieri pubblichiamo:

Anche il Senato chiede al governo italiano di fare luce sull’attacco chimico in Siria. Il primo dibattito a Palazzo Madama è proprio sulla situazione in Medio Oriente. Non era previsto dall’ordine del giorno, ma la delicatezza del tema è tale che si coglie subito la prima occasione, la pausa per consentire ai segretari di procedere allo scrutinio delle schede per l’elezione di due segretari d’aula in rappresentanza del Gruppo Misto e del Gruppo delle Autonomie. Così il vicepresidente Ignazio La Russa, al suo esordio alla guida dell’aula, concede la parola ad un rappresentante per gruppo, tutti concordi nel chiedere che il governo venga a riferire al più presto a Palazzo Madama sulla delicatissima situazione internazionale. Ognuno con sfumature diverse. Così se il capogruppo del Pd Andrea Marcucci (il primo a chiedere la parola per avviare il dibattito) chiede di fermare l’utilizzo delle armi chimiche e di condannare con forza e compattezza internazionale gli autori e i mandanti di tali scellerate azioni; il grillino Toninelli ritiene che Gentiloni «debba quanto prima informare tutte le forze politiche sugli sviluppi in corso, soprattutto in virtù dell’esito elettorale del voto del 4 marzo e della nuova composizione parlamentare in essere»; il centrodestra, a più voci, chiede di approfondire la questione dell’attacco chimico per far appurare l’accaduto ad una inchiesta internazionale indipendente ed evitare azioni avventate. Per Lucio Malan di Forza Italia «L’Italia, per la sua posizione, per la sua storia e per il suo ruolo politico deve avere un ruolo in questa fase, deve far sentire la propria voce». Alberto Bagnai della Lega ricorda le scuse di Tony Blair per l’intervento in Iraq sulla base di notizie rivelatesi false sulle armi di distruzione di massa e invita a riflettere sul ruolo dell’Unione Europea nello scenario internazionale. Giovanbattista Fazzolari di Fratelli d’Italia osserva che «è stata stabilita la pena, ma non è stata ancora provata la colpa, dato che gli ispettori internazionali dell’ONU non si sono ancora espressi circa il presunto attacco chimico che c’è stato nella città di Douma, sulla natura dell’attacco e sui responsabili dello stesso». Il senatore di FdI invita quindi a valutare la situazione con estrema attenzione dato che «mosse avventate in Iraq, in Medio Oriente e recentemente in Libia sono state poi smentite dai fatti e forse con il senno di poi sarebbe stato meglio adottare una maggiore prudenza». Hanno concluso il dibattito Loredana De Petris di Liberi e Uguali che ha posto l’accento sul ruolo dell’Onu, finora incapace di intervenire sul fronte siriano, sia per fare chiarezza sull’uso delle armi chimiche sia per evitare che prevalga l’azione di «sceriffi internazionali» e «la logica della legge del più forte» e Albert Laniece del Gruppo delle Autonomie che si è soffermato sul «silenzio assordante dell’Unione Europea». Adesso il Senato attende le risposte del governo.

1748.- Trump minaccia e provoca. La Russia mostra le foto che smentiscono l’uso di gas sarin in Siria

Il presidente degli Stati Uniti twitta:
Russia vows to shoot down any and all missiles fired at Syria. Get ready Russia, because they will be coming, nice and new and “smart!” You shouldn’t be partners with a Gas Killing Animal who kills his people and enjoys it!
«La Russia dice che abbatterà tutti i missili lanciati contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, missili belli e nuovi e ‘intelligenti’. Da Mosca risponde la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Chiede se qualcuno ha «avvertito gli esperti dell’Opac che ora missili intelligenti possono distruggere tutte le prove di uso di armi chimiche sul terreno». Prove che potrebbero mostrare come a Douma sia stata inscenata una provocazione volta a scatenare una rappresaglia delle potenze occidentali contro Damasco. Circostanza che si è già verificata in passato. E aggiunge: «I missili intelligenti dovrebbero essere lanciati verso i terroristi, non contro il governo legittimo della Siria, che ha passato diversi anni a combattere il terrorismo internazionale sul suo territorio», ha denunciato la diplomatica di Mosca.

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Ieri, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha respinto la proposta di Russia e Iran di aprire un’indagine sul presunto attacco con armi chimiche in Siria.

Da ricerche preliminari risulta che l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) abbia avallato il presunto attacco armi chimiche nella città siriana di Khan Shaykhun nella provincia di Idlib, il 4 aprile scorso, con l’utilizzo di sarin.

Tuttavia, questa affermazione, in base al risultato dell’esame di tre corpi, ha attirato alcune critiche.

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Russia e Iran hanno proposto la creazione di una commissione indipendente per indagare sull’incidente, ma l’OPCW ha respinto l’iniziativa.

Per il Ministero degli Esteri russo questo risultato era scontato e per questo accusa l’Occidente di cercare di evitare un’indagine completa che potrebbe rivelare la verità su quello che è successo in Khan Shaykhun.

La Russia ha un’altra versione dei fatti

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato le fotografie che la delegazione russa ha già consegnato ai membri del OPCW come anticipato ieri dall’AntiDiplomatico. Queste immagini, come riferiscono da Mosca, mostrano le conclusioni di medici svedesi sui bambini di Khan Shaykhun, non avvelenati con il gas ma con sostanze stupefacenti o sostanze psicotrope.

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“Nelle foto vediamo che i bambini hanno pupille molto dilatate che occupano la maggior parte del diaframma, mentre la prova primaria degli effetti del sarin stanno è il restringendo delle pupille”, ha spiegato il capo del Dipartimento per la non proliferazione ed il controllo delle armi del ministero degli Esteri russo Mikhail Ulyanov, nel corso della riunione della OPCW, di mercoledì scorso.

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Hanno drogato degli innocenti e li hanno usati come cavie

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In altre fotografie tantomeno si vedono i sintomi tipici di attacco con gas sarin, come salivazione dal naso abbondante, acquosa o gocciolante, ha osservato Ulyanov.

È evidente che coloro che hanno preso le foto le hanno manipolate abbiano poca conoscenza delle conseguenze dell’uso di armi chimiche”, ha aggiunto.

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Inoltre, un cratere formato presso il sito dell’attacco non è il risultato di un missile, ma di un esplosivo che era già lì.

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Perché il sarin non ha avvelenato i Caschi Bianchi?

Il Ministero della Difesa russo ha richiamato l’attenzione sul fatto che durante il presunto attacco con armi chimiche a Khan Shaykhun, i Caschi Bianchi, presenti sul luogo dell’attacco, non siano rimasti avvelenati dal gas sarin.

“Se a Khan Shaykhun è stato davvero usato il gas sarin, allora come l’OPCW può spiegare [comportamento] dei ciarlatani Caschi Bianchi che saltano tra i vapori del sarin senza mezzi di protezione?” Ha chiesto il portavoce del ministero della difesa russo Igor Konashenkov.

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Una prova solida?

I risultati preliminari della OPCW non hanno convinto il professor Marcello Ferrada de Noli, fondatore dell’organizzazione ‘Medici svedesi per i Diritti Umani’ (SWEDHR), il quale ha sostenuto che “nessuna prova è stata presentata”.

“Ci sono state alcune segnalazioni di militari degli Stati Uniti, che hanno preferito l’anonimato, sul fatto che fossero state usate armi chimiche, e poi la testimonianza, come è successo in altri casi, dei ‘Caschi Bianchi’ la cui credibilità, in particolare su questo tema, non è la migliore”, ha concluso.

1747.- Stati Uniti, Francia e Regno Unito studiano operazione contro Damasco

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Gli ufficiali iraniani dell’IRGC piangono, guardando il figlio del loro compagno che è stato ucciso, nel barbaro attacco delle forze aeree israeliane, sulla base siriana T-4 il 9 aprile 2018.

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Si scrive Damasco e si legge Russia. Questa guerra non la vedrete in televisione perché siamo legati ad una NATO, che è palesemente lo strumento di interessi del tutto estranei all’Italia. Ci chiediamo: Donald Trump è ancora il Presidente degli Stati Uniti o non lo è mai stato e la sua elezione ha, semplicemente, messo da parte quel disastro mediatico della Clinton? E, poi: Fino a quando la superiorità militare dimostrata dai russi consentirà a Putin di agire con saggezza? Occhi della Guerra commenta questo giorno di relativa pace. Relativa perché, anche se ci siamo destati vivi, i jet americani e francesi, NATO e Ue, stanno sorvolando le batterie dei missili della difesa aerea siriana. Il ministero degli esteri cinese ha dissuaso gli Stati Uniti dall’attaccare la Siria prima che una indagine approfondita a livello internazionale sull’attacco al cloro o, addirittura, al gas nervino, a Duma sia stata svolta. L’ONU? Nessuna commissione d’inchiesta per confermare che il 7 aprile ci sia stato un attacco chimico contro Duma e nella città i russi si muovono a braccia e petti scoperti. E’ chiaro che l’ inesistente attacco chimico e’ la risposta al vertice di Ankara. I neocon non si accontentano di partecipare alla rivisitazione dei confini del 1916 e delle zone d’influenza. Vogliono stravincere e spazzare via chinque si metta di traverso ai loro piani, il tutto senza un briciolo di prova e di vergogna. L’ennesima sceneggiata sui gas Nervini, ha confermato che hanno la proprieta’ assoluta dell’Informazione occidentale.
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La “major decision” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla Siria è alle porte. Il mondo è con il fiato sospeso. Tutti sono consapevoli che quello che si sta giocando in Siria non è solo il destino del popolo siriano ma quello di una regione e, forse, anche del mondo.

Secondo le fonti del Pentagono, gli Stati Uniti hanno vagliato tutte le opzioni. E sono pronti all’uso della forza. Il tutto però è sospeso su un sottilissimo filo che lega ancora le speranza della Siria. Uno, l’intervento della Russia come garante di un’indagine internazionale indipendente. Il secondo, che l’Onu, quel fantomatico organismo che dovrebbe vegliare sulla pace fra Stati, decida di imporsi quantomeno per indagare sui fatti. Speranza vane.

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I ribelli possiedono armi chimiche (e le hanno già usate in passato)

La Russia, grazie al blocco mediatico e internazionale costruitole intorno, è isolata. Aver accusato ripetutamente Mosca di qualsiasi malefatta, comporta che nessun governo occidentale possa darle credito se non vuole distruggere la struttura di accuse rivolte al Cremlino. Ora che hanno creato il mostro, non possono, evidentemente, dare al mostro ragione. Una strategia perfetta, che adesso mostra la sua gravità per tutto il mondo.

Sulle Nazioni unite, inutile aggiungere molto. Il segretario generale Antonio Guterres ha invocato un’indagine accurata “attraverso competenze imparziali, indipendenti e professionali”. “Qualunque uso confermato di armi chimiche, da qualsiasi parte nel conflitto e in qualsiasi circostanza è ripugnante e una chiara violazione del diritto internazionale”. Discorso che ha ricevuto il plauso di Sergei Lavrov.

Per gli Stati Uniti ora è il momento di decidere. E tutto dipenderà da come si muoveranno gli alleati e dai tempi di avvicinamento delle altre navi americane. Le fonti militari del sito israeliano Debkafile riferiscono che l’unica nave da guerra Usa immediatamente disponibile è il cacciatorpediniere Uss Donald Cook, salpato da Larnaca il 9 aprile.

Il gruppo di battaglia della Uss Iwo Jima, che ha visitato Haifa il mese scorso, è in navigazione nel Mar Arabico, a pochi giorni di distanza, mentre il gruppo da battaglia della Uss Harry S. Truman potrebbe partire domani per il Medio Oriente. Sarebbe impossibile arrivare nelle acque del Mediterraneo orientale prima di una settimana.

Ed ecco quindi la possibile soluzione: gli alleati. Secondo le fonti dell’intelligence citate, l’amministrazione Trump sta negoziando con la Gran Bretagna, la Francia e altri alleati, inclusi i governi arabi, il loro coinvolgimento nell’attacco. L’idea è quella di un’operazione che si svolgerà per diversi giorni. Non si parlerebbe, a detta di queste fonti, di un lancio di missili da crociera come un anno fa.

Il primo alleato cui si è rivolto Trump sembra essere stato il premier britannico Theresa May. L’idea è semplice: ti ho sostenuto con Skripal, ora mi sostieni su Bashar al Assad. Avevamo già scritto, su questa testata, del possibile do ut des sul dossier iraniano e sul confronto con le forze sciite nella regione mediorientale. Forse è arrivato il momento in cui Trump chiederà il conto del sostegno a Londra dopo il caso dell’ex spia russa avvelenata. La Gran Bretagna ha una base aerea a Cipro di fondamentale importanza strategica. E la premier britannica ha già detto: “Stiamo lavorando con urgenza con i nostri alleati per valutare cosa è successo e stiamo anche lavorando su quali azioni potrebbero essere necessarie”.

Per quanto riguarda la Francia, la portaerei Charles de Gaulle è in riparazione. Si esclude quindi un suo utilizzo a largo della Siria. Ma c’è un dato da riportare. Uno squadrone di 12 caccia Rafale della marina militare francese, accompagnato da tre aerei cisterna KC-135, è decollato dalla base di Landivisiau nel nord-ovest della Francia il 4 aprile per dirigersi verso gli Stati Uniti.

L’addestramento degli aviatori francesi con la Us Navy sarà diviso in due periodi. La prima fase presso la Naval Air Station di Oceana e una seconda fase in cui i jet Rafale M saranno operativi presso la Uss George H.W. Bush. Questo perché i Rafale sono gli unici aerei non statunitensi totalmente compatibili con il sistema di decollo impiegato sulle portaerei statunitensi. Basti ricordare che i Rafale hanno operato dalla Uss Dwight D. Eisenhower, nel Golfo Persico, durante le operazioni della coalizione contro lo Stato islamico. C’è la possibilità che questo coordinamento venga ristabilito molto presto in vista di un eventuale attacco sulla Siria. Del resto, i francesi sono già a Manbij e molto spesso Emmanuel Macron ha dichiarato di essere pronto a intervenire in caso di attacco chimico da parte del governo siriano. Tutto torna. Tristemente. Come un mosaico i cui tasselli sono stati inseriti meticolosamente ad arte.