642.-KEEP CALM: IT’S JUST A (BREXIT) DELIRIUM

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Dopo i fuochi d’artificio sui blog,si guardi ai temi tecnico-giuridici.E’ il momento delle grandi menti e Luciano Barra Caracciolo è presente.
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1. Oggi il discorso è incandescente: come cercherò di dire, nel mio piccolissimo, è OVVISSIMAMENTE prematuro abbandonarsi a facili entusiasmi.
Nel frattempo, è giusto dare spazio (come faremo tra un po’) ad alcune “puntualizzazioni” che altro non sono che dimostrazioni di “tracce di vita” intelligente e di memoria storica non alterata dall’esigenza di dare un flusso continuo e inesorabile alla propaganda orwelliana, che intende continuare a governare l’€uropa (e il mondo), A QUALSIASI COSTO.
E quando dico a qualsiasi costo, intendo che un potere così grande, quasi senza precedenti nella storia dell’umanità, non appena messo alle strette, tenderà a dimostrarsi capace di qualunque cosa. Basterà rammentare queste parole del padre-maestro di “tutto questo”, (almeno sul piano della prassi politica), cioè di colui che meglio incarna l’etica di ESSI:
von Hayek: “È evidente che le dittature pongono gravi pericoli. Ma una dittatura può limitare se stessa (se puede autolimitar), e se autolimitata può essere più liberale nelle sue politiche di un’assemblea democratica che non conosce limiti. Devo ammettere che non è molto probabile che questo avvenga, ma anche così, in un dato momento, potrebbe essere l’unica speranza. Non una speranza sicura perché dipenderà sempre dalla buona volontà di una persona e ci si può fidare di ben poche persone. Ma se è l’unica possibilità in un dato momento, può essere la migliore soluzione nonostante tutto. Ma solo se il governo dittatoriale conduce chiaramente ad una democrazia limitata.”
Nella stessa intervista, von Hayek affermava anche:
“La democrazia ha un compito che io chiamo ‘igienico’ per il fatto che assicura che le procedure siano condotte in un modo, appunto, idraulico-sanitario. Non è un fine in sé. Si tratta di una norma procedurale il cui scopo è quello di promuovere la libertà. Ma non può assolutamente essere messo allo stesso livello della libertà. La libertà necessita di democrazia, ma preferirei temporaneamente sacrificare, ripeto temporaneamente, la democrazia, prima di dover stare senza libertà, anche se temporaneamente .”
2. Quanto al metodo di “variazione” dallo stato della democrazia idraulica (che mai, per ESSI, è un fine in sè) alla dittatura intesa come “unica speranza” (cioè TINA!), rammentiamo che viene normalmente utilizzato “lo stato di eccezione” – dei mercati, per il terrorismo, per l’ordine pubblico da restaurare nei confronti delle “inammissibili” rivendicazioni di piazza di popoli altrimenti resi “muti”-, tanto più probabile quanto più indica, nella situazione istituzionale attuale di denazionalizzazione delle pubbliche istituzioni, l’autentico detentore della sovranità.
Una volta ridislocata la sovranità, per mezzo di trattati che istituiscono organizzazioni economiche sovranazionali, gli strumenti per indurre lo stato di eccezione sono, dunque, molteplici e convergenti. E, ormai, tutto questo non dovrebbe sorprenderci.

3. Ma, fatta questa premessa, che è il punto di riferimento, nell’esperienza storica, per definire le “aspettative” che possiamo nutrire con empirica e ragionevole cautela, se non altro al fine di vigilare sulla preziosa democrazia consegnataci dalla nostra Costituzione, lascio spazio ad una selezione (esemplificativa) di “puntualizzazioni”:

4. Infine, ci pare anche opportuno, per completare il quadro in cui ci troviamo proiettati, fare un richiamo ad un’analisi generale che non dovrebbe mai essere dimenticata (perché costò la vita a chi, con lucida esattezza, ebbe il coraggio di portarla avanti):
Rosa Luxemburg, “Fogni pacifisti”, 1911 [!!!]
Solo coloro che credono nell’attenuazione e mitigazione degli antagonismi di classe, e nella possibilità di esercitare un controllo sull’anarchia economica del capitalismo, possono credere all’eventualità che questi conflitti internazionali possano essere rallentati, mitigati e spazzati via. […]
Perché gli antagonismi internazionali degli stati capitalisti non sono che il complemento degli antagonismi di classe, e l’anarchia del mondo politico non è che l’altra faccia dell’anarchico sistema di produzione del capitalismo. Entrambi possono crescere solo insieme e solo insieme possono essere superati. “Un po’ di ordine e di pace” sono per questo impossibili, al pari delle utopie piccolo-borghesi sulla limitazione delle crisi nell’ambito del mercato capitalistico mondiale, e sulla limitazione degli armamenti nell’ambito della politica mondiale. […]

«Il carattere utopico della posizione che prospetta un’era di pace e ridimensionamento del militarismo nell’attuale ordine sociale, è chiaramente rivelato dalla sua necessità di ricorrere all’elaborazione di un progetto. Poiché è tipico delle aspirazioni utopiche delineare ricette “pratiche” nel modo più dettagliato possibile, al fine di dimostrare la loro realizzabilità. A questa tipologia appartiene anche il progetto degli “Stati Uniti d’Europa” come mezzo per la riduzione del militarismo internazionale. […]

L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. […]

…Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei? L’Europa, questo è vero, è una geografica e, entro certi limiti, storica concezione culturale.
Ma l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni.
Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. Come fornitori di derrate alimentari, materie prime e prodotti finiti, oltre che come consumatori degli stessi, le altre parti del mondo sono legate in migliaia di modi all’Europa.
Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana..»
«E se l’unificazione europea è un’idea ormai [“ormai” nel 1911!!!, ndr] superata da un punto di vista economico, lo è in egual misura anche da quello politico.

Solo distogliendo lo sguardo da tutti questi sviluppi, e immaginando di essere ancora ai tempi del concerto delle potenze europee, si può affermare, per esempio, di aver vissuto quarant’anni consecutivi di pace. Questa concezione, che considera solo gli avvenimenti sul suolo del continente europeo, non vede che la principale ragione per cui da decenni non abbiamo guerre in Europa sta nel fatto che gli antagonismi internazionali si sono infinitamente accresciuti, oltrepassando gli angusti confini del continente europeo, e che le questioni e gli interessi europei si riversano ora all’esterno, nelle periferie dell’Europa e sui mari di tutto il mondo.

Dunque quella degli “Stati Uniti d’Europa” è un’idea che si scontra direttamente con il corso dello sviluppo sia economico che politico […].

Che un’ idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.
E se ora noi, in quanto socialdemocratici, volessimo provare a riempire questo vecchio barile con fresco ed apparentemente rivoluzionario vino, allora dovremmo tenere presente che i vantaggi non andrebbero dalla nostra parte, ma da quella della borghesia.
Le cose hanno una loro propria logica oggettiva. E oggettivamente lo slogan dell’unificazione europea, nell’ambito dell’ordine sociale capitalistico, può significare soltanto una guerra doganale con l’America, dal punto di vista economico, e una guerra coloniale, da quello politico. »

 

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6 pensieri su “642.-KEEP CALM: IT’S JUST A (BREXIT) DELIRIUM

  1. Fabrizio Laria24 giugno 2016 14:24
    Epico:

    “Cos’è venuto in mente da David Cameron di indire un referendum su un tema tanto complesso e così facile da strumentalizzare?”

    Di seguito, qualche altro fior da fiore:

    “Little England batte Gran Bretagna. Gli inglesi scappano, e non succede spesso”

    “Il Regno Unito non è più una grande potenza […]. Gli inglesi, da soli, non ce la possono fare. Avrei voluto gridarle, queste cose: ma le regole del club lo impediscono. Sono membro del Reform da trent’anni: è la mia casa londinese (dopo averci vissuto, non ho mai dormito in un albergo in questa città)”

    “Ora lo sappiamo: una nazione che ha scelto il passato, 52% contro 48%”

    “Solo l’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox ha scosso le coscienze. Ma non ha cambiato il risultato”

    Gran finale:

    “Il Regno Unito scappa, e non l’ha mai fatto. E’ uscito dal club sbattendo la porta: e non si fa”.

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    1. La dittatura finanziaria è la vera perdente. apparentemente; ma se abbiamo presenti le sue radici a Wall Street e alla City of London, non sarebbe così astruso pensare che la madre inglese sia stata messa in salvo, portandola fuori dal cimitero dell’Unione europea, così come la si era tenuta fuori dell’€urozona..

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  2. Duccio Tessadri24 giugno 2016 15:09
    “un potere così grande, quasi senza precedenti nella storia dell’umanità, non appena messo alle strette, tenderà a dimostrarsi capace di qualunque cosa.”

    Ora verrà il difficile.
    A livello mediatico l’accerchiamento sarà totale, ogni parte in commedia è già stata assegnata a consumati professionisti.
    Ci sono i razzisti duri e puri alla Udo Gumpel, che da anni seminano odio contro gli italiani, e per qualche giorno sono andati in trasferta a seminare odio contro gli inglesi.
    Ci sono i progressisti moderati alla Fubini, Riotta e via twitteggiando, che già danno dei fascisti ai sostenitori della brexit (il corollario è, ovviamente, che certe opinioni “fasciste” e istigatrici dell’odio dovranno essere proibite e sanzionate penalmente). Con l’occasione scopriranno la povertà, come improvvisa conseguenza dell’antieuropeismo. Ecco la vera causa della crisi…
    Ci sono poi gli alternativi, quelli che criticano duramente l’unione europea, o meglio la sua leadership tedesca, per concludere inneggiando a più Europa,a ovviamente migliore.
    A volte le parti in causa si confondono, o forse è la voglia di mostrarsi più pronti e proni dei colleghi, e così capita che chi solitamente critica l’UE (sempre in funzione di “più Europa!”) poi scriva su FB “Negli anni scorsi, migliaia di italiani abbienti hanno comprato casa a Londra. Oggi sono un po’ meno abbienti. E lo saremo tutti, meno abbienti o più poveri. Molti non capiscono che ora i mercati torneranno a puntare con forza sul disfacimento dell’euro. Con il nostro debito pubblico, uscirne per noi significa default sicuro. Come c’insegna l’Argentina, default significa zero o quasi pensioni, tagli brutali alla sanità e all’istruzione, significa fame vera, disperazione, rivolte di piazza, jacquerie, significa mafia e malaffare scatenati e rampanti ancor più di oggi.” (Nicola Borzi, giornalista economico Il sole 24 Ore).

    Io mi sto preparando, è questa la novità.

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  3. Quarantotto24 giugno 2016 15:20
    Mi sa che se “i mercati torneranno a puntare con forza sul disfacimento dell’euro” chi ha acquistato casa a Londra dovrebbe riscoprirsi semmai più ricco (dato che i mercati scontano queste prospettive e la sterlina, come ha già suggerito alberto Bagnai, tenderà a divenire moneta di rifugio)…

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  4. Quello che mi domando io è: che cosa succederà ai negoziati del TTIP? Obama aveva detto che col Brexit la GB era fuori. E’ possibile avanzare qualche ipotesi?

    Quarantotto24 giugno 2016 15:45
    Si pongono interessanti questioni di c.d. diritto “intertemporale”: nei tempi previsti dall’art.50 TUE per perfezionare l’accordo di recesso, in realtà il TTIP, nelle mire di Obama (alquanto “futuriste” rispetto al suo mandato), dovrebbe già essere entrato in vigore, sebbene con UK operativamente dentro l’UE con perdurante status di Stato-membro.

    L’effetto costitutivo del recesso (e quindi la perdita di tale status), infatti, è segnato da tale perfezionamento dell’accordo ex art.50: tra l’altro, stando a quanto dichiarato da Cameron, i tempi sarebbero dilatati da nuovi congressi dei maggiori partiti britannici, dalle successive elezioni e dall’affidamento al neo-eletto premier del compito di fare la dichiarazione di recesso che avvia l’intero procedimento.

    Tale procedimento di recesso, comunque, si svolge, in sè, in un arco temporale, normativamente stabilito, di circa due anni.
    E i due anni decorreranno, a loro volta, dalla futura dichiarazione di recesso del prossimo governo inglese.

    Ergo, siamo di fronte a una serie di incertezze giuridico-internazionalistiche notevolissime.

    La soluzione più ovvia, – se veramente il TTIP si avviasse a conclusione-, è che si faccia una convenzione di adesione annessa con clausole speciali di “riserva” per il Regno Unito (una riedizione del consueto opt-out compromissorio pro-UK): a mio parere ci stanno già pensando da tempo.

    E questo, sempre che:
    a) non vinca Trump e prenda un’altra strada di politica internazionale, non ostile all’Eurasia e non asservita al mantenimento dell’esorbitante privilegio del dollaro;
    b) i riflessi della Brexit (intesa come esito referendario e presa di posizione popolare) non rafforzino, e rendano intransigente, la posizione contraria al TTIP già espressa da Hollande.

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