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1714.- L’attività del Governo Gentiloni nei riguardi dell’accordo di Caen tra Francia e Italia, pone un quesito: “E’ il Quirinale o il Governo il nostro problema?”

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Interrogazioni parlamentari, richieste d’intervento del presidente della Repubblica, sospetti, mezze verità e ammissioni. Da tempo tiene banco la discussione riguardo al Trattato/Accordo di Caen che ridisegna i confini tra Italia e Francia al largo delle coste di Liguria e Sardegna. Un accordo maturato dopo dieci anni di trattative per il quale il governo ha ricevuto l’accusa di “aver svenduto ampie porzioni di mare particolarmente pescose”. La firma posta dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal collega Laurent Fabius, ministre des Affaires étrangères il 21 marzo 2015 è stata definita un atto necessario per aggiornare i confini alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos, United Nations Convention on the Law of the Sea) di Moneto Bay, del 1982.

La convenzione pone i limiti delle varie aree marine identificate, misurate in maniera chiara e definita a partire dalla cosiddetta linea di base. La linea di base, detta così in quanto base di partenza per la definizione delle acque interne e delle acque internazionali, si definisce una linea spezzata che unisce i punti notevoli della costa, mantenendosi generalmente in acque basse, ma laddove la costa sia particolarmente frastagliata o in casi in cui delle isole sono molto vicine alla costa, la linea di base può tagliare e comprendere ampi tratti di mare.

E qui osservo che se Italia e Francia hanno dovuto adeguare e definire i propri confini alla convenzione Unclos; se il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime rifletterà i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza, non si può sostenere che i confini marittimi dell’Italia non sono cambiati rispetto a quelli del 1986 e che le attività di pesca delle nostre imbarcazioni non subiranno modifiche. Aggiungo che l’accordo del 1986 che verrebbe salvaguardato, viene abrogato con l’entrata in vigore dell’accordo del 2015. Sembra che l’Unclos venga citata a sproposito perché se i precedenti accordi di delimitazione non erano stati ratificati, tuttavia, i pescatori sardi e i toscani si attengono a confini storici, consuetudinari da sempre e non dobbiamo crearne di nuovi, danneggiandoli, per adeguarci all’Unclos.
L’Italia sta quindi per rinunciare a un piccolo triangolo di mare – ma ‘prezioso’ dicono le opposizioni – al largo della Liguria e a qualche miglio di acque a est e sud-ovest della Corsica e ai relativi spazi aerei sovrastanti. Protestano i pescatori che nessuno ha interpellato e che si sono visti abbordare dalla Marine Nationale. E parliamo di 1.700 pescherecci toscani, con 3.000 occupati e di 1.300 sardi, con 2.300 occupati, con una produzione complessiva di 150 milioni di €uro.
la Farnesina ha diramato una nota: “Il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’Unclos”, spiegando anche che “la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano” e “anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’Unclos”. Specificando come per il tratto “tra Corsica e Sardegna è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta”. Restano i dubbi sul perché l’Italia abbia chiuso un negoziato salvo riservarsi “ulteriori approfondimenti al termine dei quali verrà fatta una valutazione globale ai fini di un’eventuale avvio della ratifica”, come ha affermato ancora Della Vedova. Perché solo ora dopo sei anni di dialogo che ha coinvolto anche i ministeri di riferimento per pesca, trasporti ed energia? Intanto, è utile ricordare che le attività di pesca, di tutela dell’ambiente marino e delle risorse biologiche del mare, sono oggetto di competenza esclusiva dell’Unione. Speriamo di non incorrere in un altro “Lo vuole l’Europa”.

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L’ACCORDO DI CAEN. AMMIRAGLIO GIUSEPPE DE GIORGI

Non tutti lo sanno ma con un accordo firmato a Caen nel marzo 2015 tra Italia e Francia, erano stati revisionati i nostri confini marittimi. L’accordo, derivante da un negoziato cominciato nel 2006 e terminato 6 anni più tardi secondo il ministero degli Esteri sarebbe stato “necessario al fine di definire i confini marittimi alla luce delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che supera la Convenzione per la delimitazione delle zone di pesca nella baia di Mentone del 18 giugno 1892, convenzione che ha valore consuetudinario, in quanto applicata e mai ratificata, ai fini di colmare un vuoto giuridico”. L’Italia avrebbe quindi rinunciato ad alcune porzioni di mare del mar Ligure ed al tratto compreso tra nord Sardegna ed arcipelago toscano. L’accordo era passato piuttosto inosservato fino a quando nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo con il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque quelli che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi. L’episodio dunque fece deflagrare la questione dei confini e di porzioni di mare cedute alla Francia. Piuttosto indispettito dalla vicenda l’assessore regionale alla pesca della Liguria Stefano Mai aveva dichiarato: “il sequestro del peschereccio Mina ha posto l’attenzione sull’urgenza di arrivare all’elaborazione di un piano di gestione della pesca al gambero rosso condiviso tra Italia e Francia, sul modello di quanto abbiamo elaborato con successo sul rossetto. Lo strumento più praticabile e che porterebbe a una soluzione definitiva di un annoso problema di pesca nelle acque al confine è la stesura di un piano delle risorse condivise, previsto dal regolamento mediterraneo. La pesca al gambero rosso è un target strategico per la Liguria che vogliamo tutelare arrivando a una soluzione definitiva che faccia uscire i nostri pescatori da un’incertezza normativa che dura ormai da troppi anni. Il trattato sul nuovo confine marino si è rivelato fortemente penalizzante per l’Italia”. Secondo i giornali della Corsica l’accordo di Caen prevedeva una sorta di scambio territoriale: l’Italia avrebbe ceduto la “Fossa del cimitero” nelle acque di Ospedaletti in provincia di Imperia ottenendo in cambio alcune secche tra Corsica, Capraia ed Elba. Proprio la Fossa del cimitero è un tratto di mare molto ricco dal punto di vista della pesca, con una vivace presenza proprio di gamberoni rossi. Mentre in Italia l’accordo non è stato mai ratificato, in Francia sembrava essere di dominio pubblico tanto che la gendarmeria marittima era subito intervenuta pochi mesi dopo l’accordo fermando il peschereccio Mina. Due mesi dopo il fermo del peschereccio erano però arrivate le scuse: la dogana francese aveva contestato per errore il mancato rispetto del trattato del 21 marzo 2015, visto che non era mai stato ratificato dal Parlamento italiano. La Farnesina, pressata da interrogazioni parlamentari e dagli allarmi lanciati sulla cessione di mare da parte dell’Italia, nel febbraio 2016 aveva provato a fare chiarezza: “Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore. Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS”. Un accordo non solo non ratificato ma che sembrava aver suggerito ad Italia e Francia di aprire un nuovo negoziato per rivederne in contenuti.
Ad oggi i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti. Una recente sentenza del tribunale di Imperia ha assolto un pescatore dall’accusa di avere sconfinato in acque francesi. Il tribunale ha infatti dichiarato non valido anche il trattato di Mentone del 1892 che regolava i confini tra riviera ligure e Costa Azzurra, anche in questo caso per la mancata ratifica del Parlamento. Un precedente che farà giurisprudenza viste le numerose contestazioni rivolte dalla gendarmeria marittima francese ai pescherecci sanremesi. Certo è che il tema della territorializzazione dell’alto mare da parte degli stati rivieraschi è di fondamentale importanza per l’Italia sia sotto l’aspetto della sua valorizzazione economica sia della sua protezione dallo sfruttamento eccessivo e indiscriminato. L’Italia è stata sinora assente nell’area internazionale per quanto riguarda la politica marittima, non solo in ottica Difesa, ambito paradossalmente sempre più esercitocentrico a dispetto degli accadimenti mediterranei, ma in tutte le sue più ampie declinazioni. Il mutilateralismo come sempre rifugio anestetico dalle nostre repsonsabilità si traduce nel piegarsi alla volontà non solo della Francia, ma anche della Grecia e dei paesi della riva opposta dell’Adriatico che si avvantaggiano della nostra pavidità e indifferenza.
Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Forte ondata di maltempo in Corsica

NON SOLO LA PESCA

L’articolo 4 del futuro Trattato di Caen:
Non solo i pescherecci sono al centro degli accordi (e delle dispute) tra Italia e Francia. Anche nel Trattato di Caen. L’articolo 4 disciplina “lo sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”. Gas e petrolio, quindi. Alcuni media sardi hanno avanzato l’ipotesi che il vero nodo della revisione sia proprio questo. Al largo di Stintino, infatti, la compagnia norvegese Tgs-Nopec ha richiesto un permesso di “prospezione idrocarburi” in una vasta area che comprende le province di Sassari e Oristano, che – stando al sito del ministero dell’Ambiente – attende la Valutazione d’impatto ambientale. Si parla di 1.400 miliardi di metri cubi di gas accertati. L’area però, secondo le coordinate, non ricadrebbe lungo la linea di confine e l’ipotesi appare quanto mai remota.

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MA, ALLORA? E’ IL QUIRINALE O IL GOVERNO IL NOSTRO PROBLEMA?

Un presidente eletto da un Parlamento illegittimo si mette in contrasto con la Costituzione su cui ha giurato e, insieme con la Nazione, il suo presente e il suo futuro, non meno del suo passato. In occasione delle celebrazioni per l’anniversario dei Trattati di Roma, Sergio Mattarella ha detto: “Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità” e giù, ha seguitato con la litania delle nostre piccole dimensioni, a fronte dei problemi sulla scena mondiale; quasi che una confederazione di Stati sovrani non sarebbe sufficiente. Ma è qui che cascano i veli e che si pensa alla malafede, perché solo di questo può trattarsi. Non perdo tempo a commentare le motivazioni “pace, sicurezza, benessere e prosperità” per non offendere la Nostra intelligenza. L’Unione europea – che Unione non è – non ha una Costituzione perché quella proposta fu bocciata dai referendum del 2005. Giuliano Amato (guardate, perciò, guadagna 1047 € al giorno) e Giscard d’Estaing, l’anno dopo, la trasferirono nel Trattato di Lisbona, semplicemente emendando i trattati esistenti, articolo per articolo – con l’inganno, dunque -. L’obbiettivo evidente dell’Unione europea, con la sua moneta a prestito e i suoi vincoli, artatamente imposti, con la sua gestione in accordo alla finanza mondiale, deve cancellare le democrazie, le Costituzioni degli Stati sociali e le loro sovranità. Utilizzerà e ha utilizzato – per fare questo – la leva economica perché i diritti abbisognano di risorse economiche per poter essere realizzati. In una parola, non saremo più cittadini, ma sudditi, senza più diritti, salvo la sopravvivenza, finché si sarà in condizioni di lavorare se, dove e quando. Dimenticatevi il welfare perché è un costo che sottrae risorse al profitto.
Abbiamo visto la malafede perché una Confederazione di Stati sociali sovrani garantirebbe, a un tempo, la democrazia, con la sua trama di principi, Lavoro, Dignità, Libertà, anzitutto e con il welfare. La Costituzione della Repubblica Italiana è fondata sul Lavoro. Chi ha giurato sulla Costituzione – lasciamo da parte come è stato eletto – e la tradisce, è, evidentemente, un traditore. “Senza sovranità nazionale non c’è sovranità popolare e non a caso gli italiani da troppo tempo subiscono i condizionamenti dei poteri finanziari e delle multinazionali che stanno distruggendo la nostra economia”. Lo ha detto Alemanno. Mi dispiace rilevarlo, Presidente, ma schierarsi contro la Costituzione di cui Lei è custode è stata una sua scelta, una sua decisione e, comunque, dovrebbe risponderne.
Ma Sergio Mattarella è solo l’ultimo di una serie. Questo precipizio nel quale la democrazia fallita ci ha precipitato a partire, almeno, da Ciampi, con il divorzio Tesoro – Banca d’Italia, ha toccato il culmine con il secondo mandato impossibile di Napolitano (7+7=14!). Stiamo assistendo ad abusi continui, a violazioni della Costituzione che, a parte gli interessi personali degli attori in campo, hanno un solo scopo: Affermare la preminenza di una cosiddetta Costituzione materiale o – direi meglio – di questa somma di violazioni della Nostra Costituzione e consegnarci, legati e imbavagliati, all’Unione europea, accompagnati al patibolo da una Banca Centrale Europea privata. Ripetete cento volte: “Privata!” e, poi, “Questa non è Democrazia!”. Ho detto “legati e imbavagliati“, infatti, siamo “legati” dal principio di legalità e, purtroppo, dalle nostre Forze dell’Ordine e siamo “imbavagliati” dall’informazione, più che mai privata e, quasi completamente, serva.
“Chi fa e chi timbra”. Sembra che Il Presidente Sergio Mattarella si limiti ad approvare, promulgare ciò che decide Paolo Gentiloni, ma, sicuramente, non è così e c’è ben altro.

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Caen: 21 marzo 2015 (foto per gentile concessione delle autorità francesi)

Il Governo Gentiloni aveva la fiducia di un Parlamento dichiarato illegittimo, ora, comunque, sciolto ed è stato delegittimato, a sua volta, almeno moralmente, dalla bocciatura elettorale. Tutto ciò malgrado, sta per compiere un ulteriore atto di tradimento del popolo italiano con l’esecuzione dell’accordo di Caen (gli accordi li fa il Governo, i Trattati li ratifica il Parlamento), firmato da lui stesso nella qualità di ministro degli esteri, nel marzo 2015, con cui l’Italia, il 25 marzo prossimo, cederebbe alla Francia (e la chiamano Unione europea!) 340 km quadrati di mari pescosi con 1.400 miliardi di metri cubi di gas accertati. Vero è che i confini marittimi fra Italia e Francia, tra Riviera Ligure e Costa Azzurra, sono poco certi perché ogni tentativo di regolarli è rimasto sospeso per la mancata ratifica del Parlamento italiano: così per l’accordo di Caen del 2015, come per il trattato di Mentone del 1892.

Il trattato di Mentone, che risale al 1892 e che disciplina il confine marittimo tra Riviera e Costa Azzurra, non è valido. Perchè, se anche firmato dall’esecutivo, non è mai stato ratificato in Parlamento. È quello che si legge nella sentenza del giudice del tribunale di Imperia, che assolve un pescatore sanremese accusato di aver sconfinato per pescare i prelibati gamberi rossi e il pesce spada. Il confine non è stabilito in modo preciso, dunque non esiste alcuno sconfinamento: questa la sostanza. Il giudice ha accolto la tesi dell’avvocato della difesa, Pier Mario Telmon, specializzato in diritto internazionale e attivo sia in Italia che in Francia. E di fatto «salva» i gamberi rossi di Sanremo, che si pescano tra l’altro proprio a ridosso del confine tra Ventimiglia e Mentone e che erano a rischio, visto che i francesi pattugliano i confini in forze, pronti a sanzionare ogni peschereccio che sconfina per fare manovra nel loro territorio. Ora, questa sentenza ha creato un precedente fondamentale per tanti pescherecci sanremesi, sanzionati dai francesi per analoghi casi di sconfinamento e pronti per discutere davanti al giudice italiano (a cui passano le competenze in questi casi) le loro pendenze. Ma di fatto apre anche le porte all’ignoto: spetterà al legislatore ora intervenire, per stabilire davvero quale sia la linea di confine tra Italia e Francia.

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Ebbene, senza la ratifica del Parlamento, Gentiloni non aveva ieri e non ha oggi i poteri per cedere la sovranità del territorio della Repubblica. Per incidens, ricordo, che il Governo ha un rapporto fiduciario con il Parlamento, il quale deve legiferare secondo la reale volontà del popolo sovrano. Nella fase transitoria tra due legislature, in cui siamo, il suo Governo è rimasto in carica per garantire l’esercizio delle pubbliche funzioni, in forza del principio costituzionale della continuità; fra questi non rientrano i trattati e gli accordi internazionali, comunque denominati, di natura politica o militare, non ratificati dal Parlamento (Aggiungo che, a mio rigore, in questa fase transitoria, non era opportuno legiferare in merito al decreto con cui si sono liberate le carceri dai rei condannati con pene fino a quattro anni, con grave impatto sulla sicurezza).

Anche qui, la Costituzione ad attuazione differita mostra la sua insufficienza, mancando di precisare e delegando al legislatore di stabilire i limiti dell’azione di un governo, ormai privo della fiducia e che, a rigore di logica, dovrebbe limitarsi agli affari correnti o straordinari. Ma, qui, i partiti comandano e il popolo è sovrano.
Per completezza, la Legge 23 agosto 1988, n. 400, “Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri”, all’art. 1, c. 2, dispone che il Governo rimanga in carica fino alla nomina del nuovo e al contestuale decreto di accettazione delle proprie dimissioni da parte del Presidente della Repubblica.

Art. 1
Gli Organi del Governo – formula di giuramento
1. omissis
2. Il decreto di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri è da lui controfirmato, insieme ai decreti di accettazione delle dimissioni del precedente Governo.

Quindi, dare esecutività all’accordo di Caen costituisce, a nostro avviso, tradimento e deve essere impedito dal Presidente della Repubblica, interrompendo la procedura prevista dall’accordo, prima della data di scadenza del 25 marzo. Giorgia Meloni, soltanto Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia,ha presentato a questo riguardo un esposto in Procura per atti di ostilità e di infedeltà contro lo Stato italiano che dice:

“Chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Mattarella affinche’ questo trattato, che importa variazioni del territorio italiano, sia sottoposto al voto di ratifica del Parlamento come previsto dall’articolo 80 della nostra Costituzione. Annuncio che ho presentato con Guido Crosetto un esposto alla Procura di Roma contro Paolo Gentiloni per fare piena luce su questa storia dai contorni torbidi. L’esposto, che verra’ sottoscritto da tutti i parlamentari di Fratelli d’Italia, riguarda in particolare reati di atti di ostilita’ e infedelta’ contro lo Stato italiano (articoli 243 e 264 del codice penale). Fratelli d’Italia non permettera’ a un Governo delegittimato dal voto popolare di regalare a una nazione straniera una parte delle nostre acque territoriali”.
Concludendo, gli accordi di Caen, per entrare in vigore, devono essere ratificati; perciò, dovranno essere sottoposti al governo e al Parlamento della XVIIIma Legislatura, quando sarà attivato, che, soprattutto, dovranno valutarne la congruità, le ragioni e il vantaggio che compensa questa grave perdita economica; perché c’è ancora una Repubblica.

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Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale .
Nota della Farnesina sulla delimitazione dei confini marini tra Italia e Francia in data 18/02/2016
In relazione alla questione della delimitazione dei confini marini tra Italia e Francia trattata da diversi organi di stampa e oggetto di richieste parlamentari, la Farnesina richiama i punti emersi nella risposta del Sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova alla interpellanza parlamentare n. 2–01268 del 12 febbraio.

L’Accordo di Caen è stato firmato il 21 marzo 2015, dopo un lungo negoziato avviato nel 2006 e terminato nel 2012, per far fronte a un’obiettiva esigenza di regolamentazione anche alla luce delle sopravvenute norme della convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS). Al negoziato sulla base delle rispettive competenze hanno partecipato anche tutti i Ministeri tecnici – inclusi quelli che hanno responsabilità in materia di pesca, trasporti ed energia – che hanno avuto modo di formulare le proprie autonome valutazioni.

Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore.

Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS.

Come ovvio nel corso della procedura di ratifica, tutte le osservazioni e le proposte del Parlamento e delle Amministrazioni interessate, relative all’accordo potranno essere opportunamente valutate.

E così anche il PD: “Sta circolando l’ennesima bufala sul web: quella per cui l’Italia avrebbe ceduto acque territoriali alla Francia nell’ambito dell’accordo di Caen del 2015. Nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia: né a Roma, né a Parigi”.

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Così il consigliere Claudio Borghi alla Regione Toscana nella seduta pubblica del 18 maggio 2016, in risposta al consigliere Stefano Baccelli del Gruppo PD. E qui la risposta della Regione Toscana. Illuminanti le ultime due righe!

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Oggi 20 marzo, la francia fa marcia indietro. Forse noi cittadini possiamo ancora contare qualcosa.

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1656.- GENTILONI, UN DISASTRO TOTALE PER L’ITALIA. L’UMILIAZIONE DI UN PAESE RESO ZERBINO DI FRANCESI E TEDESCHI

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Appare grottesco il tentativo di francesi e tedeschi di rifilarci il loro mite e remissivo Paolo Gentiloni come l’ideale premier che gli italiani dovrebbero scegliere per il futuro.

Di sicuro andrebbe benissimo per le politiche di Parigi e Berlino (ma non per difendere gli interessi italiani)

Macron, dieci giorni fa, lo ha detto esplicitamente. Con Gentiloni a Palazzo Chigi, Francia e Germania (che lui chiama “l’Europa”) hanno fatto bingo: “consentitemi di dire che l’Europa ha avuto molta fortuna ad averlo. Mi auguro – ha aggiunto – che potremmo continuare il lavoro che abbiamo cominciato”.

Un’ingerenza nelle elezioni italiane per sponsorizzare Gentiloni? Certo. Loro si intromettono quanto vogliono. Dove lo trovano un altro così? Gentiloni è una pasta d’uomo, è così remissivo con lorsignori.

La Francia spadroneggia nella vita economica italiana e poi ci prende a schiaffi quando gli italiani puntano ai loro cantieri? Il nostro premier non si scompone.

La Francia – per affermare i suoi interessi su quelli italiani – ha combinato con Sarkozy il disastro libico, che oggi è pagato soprattutto dall’Italia con l’immigrazione selvaggia? Sì, ma poi Macron schiocca le dita e subito Gentiloni è pronto ad aiutare i francesi in Niger con nostri soldati.

Guido Crosetto ha scritto in un tweet: “Stiamo andando in Niger per difendere l’Uranio della Francia. Cioè del paese che da anni cerca di colonizzarci. Geni assoluti!”

Va pure ricordato che la Francia ha votato per Amsterdam come nuova sede dell’European Medical Agency, che doveva andare a Milano. E’ stato facile per loro prendersi gioco di un’Italia rappresentata da un tale governicchio.

Oggi poi i parlamentari francesi e tedeschi votano un documento congiunto dove delineano la loro nuova Unione Europea e – come ha spiegato ieri Fausto Carioti su queste colonne – per l’Italia sarà una megafregatura.

Francesi e tedeschi fanno tutto tra loro e Gentiloni non ha nulla da eccepire sul decisionismo padronale di Macron e Merkel. Eppure l’Italia sarà proprio il pollo da spennare.

Peraltro è proprio in questo giorno “francotedesco” che Silvio Berlusconi torna ufficialmente a Bruxelles e saranno in molti, lì, a pensare che proprio il centrodestra potrebbe governare l’Italia dopo il 4 marzo e che – stando ai suoi programmi – difenderà gli interessi nazionali degli italiani. Niente più camerieri di francesi e tedeschi.

D’altronde il governo Gentiloni è latitante anche in altri consessi internazionali dove si discutono grossi interessi strategici.

Ieri – su “Libero” – è stato segnalato l’incredibile incidente diplomatico di Venezia, dove Gentiloni ha dato buca ai cinesi, per l’inaugurazione dell’“Anno del turismo 2018 Europa-Cina”, una “questioncella” in cui sarebbero in gioco miliardi di euro di investimenti e milioni di presenze turistiche.

Purtroppo è diventato abituale per il governo Gentiloni disertare certi appuntamenti internazionali che sarebbero importanti per l’Italia (E non per caso, ndr).

Ieri Giuseppe De Lorenzo, sul “Giornale”, ha ricordato il caso dei Consigli dell’Ue. La latitanza del governo Gentiloni è stata notata “agli ultimi Consigli sull’energia”: né ministri, né vice, né sottosegretari. Da Roma hanno mandato un ambasciatore che non ha alcun potere decisionale.

De Lorenzo ricorda che si discuteva, per esempio, del gasdotto Nord Stream 2 con la Russia. Sarebbe stata una questione vitale per noi, considerato che paghiamo l’energia il 25 per cento più degli altri. Ma forse i ministri “c’avevano” judo o il tennis o un summit del Pd sulle candidature.

Anche alle riunioni che trattavano altre questioni spinose sull’energia non c’erano ministri italiani. E De Lorenzo fa notare che lo stesso è accaduto al Consiglio telecomunicazioni per temi altrettanto delicati. Il governo Gentiloni non c’è mai. E quando c’è non dà dispiaceri a Parigi e Berlino.

Ora si capisce perché Francia e Germania sono così entusiaste di Gentiloni e vorrebbero rifilarcelo anche per il futuro. A loro va benissimo.

Antonio Socci

1640.- Gentiloni-Macron, lettera incarico per ‘Trattato Quirinale’

Obiettivo concludere per il prossimo vertice bilaterale 2018. A camere sciolte? Ditemi: E’ ordinaria amministrazione questa? Francia e Germania stipulano un accordo pensato ad esclusivo loro vantaggio e a danno dell’Italia, e gli euristi di casa nostra esultano. Il problema non sono Francia e Germania. Sono quelli che lavorano per loro in Italia.
>>/ ENDORSEMENT DI MACRON A GENTILONI, ‘L’UE FORTUNATA AD AVERLO'” width=”457″ height=”314″ class=”alignnone size-full wp-image-28741″ />
Paolo Gentiloni con Emmanuel Macron © ANSA

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno inviato al Gruppo dei saggi che sono stati chiamati a lavorare sulla definizione del “Trattato del Quirinale” fra Italia e Francia una lettera di incarico che definisce compiti, finalità e perimetro del lavoro dei sei. Come è noto i componenti per parte italiana del Gruppo sono Franco Bassanini, Marco Piantini e Paola Severino. E’ quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. Di seguito alcuni estratti dei contenuti della lettera di incarico. “L’Italia e la Francia sono naturalmente legate da una vicinanza storica, economica, culturale e umana eccezionali. In linea con gli orientamenti concordati in occasione del Vertice di Lione il “Trattato del Quirinale” dovrà dare un forte impulso alle relazioni tra i nostri Paesi strutturandole e dando loro dei nuovi obiettivi, arricchiti di una duplice dimensione bilaterale ed europea. L’obiettivo è quello di concludere questo Trattato in occasione del prossimo Vertice bilaterale, che si terrà in Italia nel secondo semestre del 2018.

“In questa prospettiva – si legge nella nota di Palazzo Chigi – i lavori del Gruppo di alto livello saranno organizzati in due fasi: a) una prima tappa riguarderà il contenuto del futuro Trattato sia che si tratti di proposte istituzionali che dei settori di partenariato menzionati nel testo del Trattato: – il quadro istituzionale dovrà favorire l’affermazione nel tempo di un “riflesso italo-francese” e di una cooperazione strutturata, rimanendo al tempo stesso agile e flessibile; – la parte essenziale dovrà riguardare i settori di cooperazione che il Gruppo proporrà di approfondire o di istituire. In prima analisi, due ambiti appaiono portanti per il futuro delle relazioni tra l’Italia e la Francia: da una parte, le questioni legate alla nostra cooperazione in campo economico, industriale e dell’innovazione; dall’altra, quelle relative all’istruzione, alla cultura, alla ricerca e all’insegnamento superiore.
Sugli esiti di questa riflessione il Gruppo di alto livello è invitato a riferire entro la fine di aprile.
b) La seconda tappa sarà dedicata alla redazione vera e propria del progetto di Trattato.
Infine, se il “Trattato del Quirinale” ha vocazione a offrire un quadro di riferimento per gli sviluppi futuri delle nostre relazioni bilaterali, dovrà allo stesso modo riflettere fedelmente l’ambizione europea di Italia e Francia sia che si tratti della promozione dei nostri valori comuni, che del nostro dialogo sui grandi negoziati europei o delle iniziative in vista di una rifondazione dell’Unione Europea”.

1639.- Tattato dell’Eliseo, dichiarazione congiunta Francia-Germania

Addio all’Unione europea. Si va avanti con i trattati bilaterali per «preparare le nostre economie alle sfide di domani». A Francia e Germania questa Unione europea va alla grande. Pur di continuare a farci affari,oggi, 22 gennaio hanno firmato l’accordo per cambiarla, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona €uro.

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ATS ANS/MS

PARIGI-BERLINO – (ats ans) Una cooperazione più stretta tra Francia e Germania per «preparare le nostre economie alle sfide di domani» e per agire insieme «in favore della sicurezza, della pace e dello sviluppo»: questo il senso del nuovo Trattato dell’Eliseo, voluto da Francia e Germania per celebrare quello firmato 55 anni fa da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer.

Secondo una dichiarazione congiunta diffusa questa mattina dall’Eliseo, il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel «riaffermano la determinazione ad approfondire ancora di più la cooperazione tra Francia e Germania» ed esprimono la soddisfazione per «la risoluzione comune dei Parlamenti dei due paesi e della loro volontà di rafforzare l’istituzionalizzazione della cooperazione grazie ad un accordo parlamentare bilaterale ufficiale».

«La nostra ambizione – si legge nella dichiarazione – è definire posizioni comuni su tutte le questioni europee e internazionali importanti».

Macron e Merkel hanno «convenuto di elaborare, il 19 gennaio a Parigi, un nuovo Trattato dell’Eliseo nel corso di quest’anno, che farà progredire la cooperazione», si legge nella dichiarazione.

In particolare, il trattato farà segnare passi avanti nella preparazione «delle nostre economie alle sfide di domani», con la messa a punto di «strumenti comuni per lo sviluppo sostenibile, il passaggio al digitale e l’innovazione di rottura», “rafforzando la competitività e favorendo la convergenza economica, fiscale e sociale».

Il Trattato si proporrà inoltre di «ravvicinare le società e i cittadini» di Francia e Germania, «in particolare i giovani», adottando fra l’altro «provvedimenti ambiziosi allo scopo di promuovere l’insegnamento reciproco delle lingue» e sviluppando gemellaggi fra scuole e programmi di scambio».

Il nuovo Trattato punterà anche all’azione «comune in favore di sicurezza, pace e sviluppo», «lotta al terrorismo», rafforzando le rispettive «culture strategiche in materia di difesa, sicurezza e informazione». «Insieme – continua la dichiarazione – possiamo unire le forze affinché i nostri partner siano in misura migliore in grado di gestire le crisi in modo autonomo e per favorire lo sviluppo, in particolare in Africa. Insieme, ci impegneremo risolutamente a trovare risposte europee alle sfide delle migrazioni incontrollate, rispettando le nostre responsabilità e i nostri valori in materia di asilo».

Il Trattato punta anche «rispondere alle sfide della mondializzazione», come «la protezione del clima, dell’energia, della mobilità, delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale».

1592.- Quando Himmler scrisse a De Gaulle

di Maurizio Blondet
Non faccio che copiare anche dal titolo questa scoperta di Nicolas Bonnal, scrittore, saggista,infaticabile ricercatore storico che mi onora della sua amicizia. Ha trovato i passi che cita in Mémoires de Guerre (Tomo 3, Le Salut, 1944-1946) del Generale: che essendo un tomo di oltre 1100 pagine, penso sia davvero stato letto da ben pochi.

Sono i primi giorni di maggio 1945, della disfatta totale del Reich. “La capitolazione tedesca non è più, adesso, che questione di formalità. Ma devono essere adempiute. [….] Himmler, secondo nell’ordine di successione, a preso contatto per parte sua con il conte Bernadotte, presidente della Croce Rossa svedese, e fa trasmettere da Stoccolma ai governi occidentali una proposta di armistizio. Himmler calcola che se le ostilità cessano sul fronte occidentale e proseguono all’Est si creerà nel blocco alleato una crepa di cui profitterà il Reich.

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“A me personalmente, Himmler fa pervenire una memoria che lascia apparire l’astuzia sotto la disperazione. “E’ inteso! Avete vinto voi!”, riconosce, “Quando si sa da dove siete partito, bisogna, generale De Gaulle, togliersi il cappello ….Ma adesso che cosa farete? Vi rimetterete agli Anglo-Sassoni? Vi tratteranno da satellite e vi faranno perdere l’onore. Associarvi ai sovietici? Sottometteranno la Francia alla loro legge e voi vi liquideranno … In verità, la sola via che possa portare il vostro popolo alla grandezza e alla indipendenza, è quello dell’intesa con la Germania vinta. Proclamatela immediatamente! Entrate in rapporto senza indugio con gli uomini che, nel Reich, dispongono ancora di un potere di fatto e vogliono condurre il loro paese in una direzione nuova .. Sono pronti. Ve lo chiedono … Se dominate lo spirito di vendetta, se afferrate l’occasione che la Storia vi offre oggi, voi sarete il più grand’uomo di tutti i tempi”.

Ed ecco come commenta il generale:

“A parte l’adulazione di cui si adorna questo messaggio dall’orlo della tomba, c’è senza dubbio del vero nel quadro che disegna. Ma il tentatore allo stremo essendo quello che è, non riceve da me alcuna risposta, e nemmeno dai governi di Londra e di Washington. Del resto, non ha niente da offrire”.

Un decennio dopo, De Gaulle adotterà la strategia consigliata da Himmler.

Nel 1955, Jean Monnet (il fiduciario delle banche americane, che gli avevano affidato la distribuzione dei fondi del Piano Marshall ai paesi europei distrutti, in base al seguente scambio: i fondi in cambio di cessioni di sovranità) creò il Comitato per gli Stato Uniti d’Europa; De Gaulle rispose lanciando l’idea di una collaborazione più stretta fra gli stati europei sovrani: L’Europa delle Patrie, il contrario esatto del “federalismo” fabbricato “nell’ombra” da Monnet. In una celebre conferenza stampa, alla sua Europa delle Patrie non invito “l’Inghilterra insulare” (per lui longa manus degli interessi americani) mentre vi chiamava la Germania divisa in due . “Al cuore del problema del continente c’è la Germania. Il suo destino è che nulla può essere fatto senza di essa”.

La mano tesa dal nemico storico fu presa con pronta gratitudine dal cancelliere Konrad Adenauer. “La sua alleanza con De Gaulle – era costretto ad ammettere Monnet – lascia al generale ogni iniziativa sull’Europa, la quale ai suoi occhi è ridotta ora alla solidarietà occidentale contro l’Est [sovietico]. La fiducia [di Adenauer] nell’appoggio americano è venuta meno, ed egli si comporta come se avesse ricevuto ferme promesse francesi su Berlino” . Adenauer aveva infatti ragione di temere che Kennedy, nella fase di “distensione” con Kruscev, pagasse quella distensione con una rinuncia di principio alla riunificazione tedesca. I due statisti firmarono il Trattato Franco Germanico (1963), prototipo di accordo fra Stati sovrani.

Quanto a Monnet, nelle sue memorie, schiuma di rabbia: “Il timore è che quest’accordo faccia naufragare la politica di integrazione. La forma del Trattato, che privilegia la ‘cooperazione’, pone una seria ipoteca sul futuro dell’integrazione”. Oggi abbiamo imparato che la loro “integrazione” europea è ben diversa da “cooperazione”…

“Le concezioni di De Gaulle, si irrita Monnet, sono fondate su nozioni superate, che ignorano la storia recente […] E’ impossibile che Stati che mantengano la piena sovranità possano risolvere i problemi d’Europa”. Lui era, ovviamente, delle stesse idee di George Ball, banchiere ‘affari e grande stratega della globalizzazione, che nel ’44 era stato capo dell’US Strategic Bombing Survey (l’organo che indicava le industrie da devastare alle ondate di bombardieri) rappresentante americano all’Onu e contemporaneamente senior manager della banca Lehman Kuhn & Loeb, e nel comitato esecutivo del Bilderberg come del Council on Foreign Relations: “Tutti i fattori della produzione – spiegò ancora nel 1967 – capitali, manodopera, materie prime, impianti e distribuzione – devono essere resi completamente mobili secondo il concetto della massima efficienza. E ciò può avvenire solo quando i confini nazionali non giocheranno più alcun ruolo nel definire gli orizzonti economici”. Sono i dogmi ideologici della globalizzazione che oggi gli eurocrati e i governanti continuano a voler attuare.

Seguendo la sua abilissima tattica, Monnet non si oppose al trattato, ma finse di accettarlo svuotandolo. Come, l’ho raccontato nel mio Complotti, capitolo “L’Europa delle Patrie”, a cui rimando.

In ogni caso, si vede come il generale non avesse affatto disprezzato l’idea di Himmler. Del resto, De Gaulle si rifiutò sempre di partecipare, come capo di stato e di governo, alle celebrazioni per lo sbarco in Normandia: “E’ stato l’affare degli anglo-sassoni, da cui la Francia è stata esclusa. Erano ben decisi a installarsi in Francia come in territorio nemico”.

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Ciò spiega perché qualche giorno fa Oliver Stone, il regista che ha condotto la grande intervista a Putin, ha detto: “De Gaulle… si aspetta un leader francese o europeo come lui, il vecchio continente, e più specialmente la Francia, ha bisogno di un uomo capace di dire no agli Stati Uniti”.

Torno alle Memorie. Poco sopra, De Gaulle che ha appena saputo del suicidio del Fuehrer, scrive: “L’impresa di Hitler fu sovrumana ed inumana. L’ha sostenuta implacabilmente. Fino alle ultime ore d’agonia nel fondo del bunker berlinese, è rimasto indiscusso, inflessibile, spietato, come lo era stato nei giorni più brillanti. Per l’oscura grandezza della sua battaglia e della sua memoria, aveva scelto di mai esitare, transigere o arretrare. Il Titano che si sforza di sollevare il mondo non può piegarsi, né addolcirsi. […] E’ il suicidio, non il tradimento, a mettere fine all’impresa di Hitler. Lui stesso l’aveva incarnata. L’ha terminata lui stesso”.

Un giudizio che tradisce qualche misura di rispetto per il nemico caduto, il riconoscervi una natura titanica.

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1571.- LA FRANCIA STRANGOLA 15 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO LA SUA VALUTA PARALLELA, IL CFA

LA COLONIZZAZIONE DEI FRANCESI IN AFRICA NON HA MAI AVUTO REALMENTE FINE, LO DIMOSTRA ANCHE LA MONETA ED IL LEGAME ECONOMICO CHE RESTA VIVO NELLE EX-COLONIE ANCHE DOPO LA LORO “INDIPENDENZA”. LA FRANCIA NEL 1945 HA TOLTO LA SOVRANITA’ MONETARIA A 14 STATI DELL’AFRICA CENTRALE IMPONENDO UNA VALUTA PARALLELA, IL CFA,CHE LI OBBLIGA A VERSARE L’85 % DEI RICAVI DEGLI SCAMBI COMMERCIALI, DI FATTO STROZZANDOLI. LA GENTE EMIGRA IN ITALIA E LI MANTENIAMO NOI. GHEDDAFI VOLEVA IL DINARO ORO AL POSTO DEL CFA: E’ MORTO!

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Intervista a cura di Mohamed Berkani.Fonte: Notizie Dakar

“Insisto che bisogna, al più presto, ripudiare il franco CFA”

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Nel suo libro, “Il Franco CFA e l’Euro contro l’Africa”, l’economista della Costa d’Avorio, il professor Nicolas Agbohou, Dottore in Economia Politica e docente in Francia, ingaggia una vera e propria crociata per dimostrare e far comprendere che i 15 paesi della zona CFA sono ancora molto lontani dalla loro indipendenza monetaria. Vi proponiamo qui un estratto di un’intervista rilasciata alla rivista Afrik. Agbohou ribadisce la sua tesi secondo cui il Franco francese e la nuova moneta europea, l’Euro, come il Franco CFA contribuiscono all’impoverimento strutturale dell’Africa o almeno mantengono il continente in condizioni di povertà strutturale. Per lui, dunque, bisogna che l’Africa ripudi, al più presto possibile, il franco CFA e adotti una nuova moneta comune, se vuole davvero uscire dal colonialismo e dalla povertà.

Afrik: Il suo libro è un atto d’accusa contro l’Euro e il Franco CFA. Perché queste due monete sarebbero contro l’Africa?

Nicolas Agbohou: Fondamentalmente, gli istituti finanziari che gestiscono il Franco CFA, le banche centrali, sono contro l’Africa. II consigli di amministrazione della BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), della BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e della Banca delle Comore, sono dominate dai francesi che beneficiano del diritto di veto. Le Comore non controllano la loro economia, perché nel cda della Banca centrale vi sono 4 francesi e 4 abitanti delle Comore. Dal momento che le decisioni devono essere prese all’unanimità o con la maggioranza di almeno cinque persone, basta che un solo francese sia contrario a un qualsiasi progetto, perché sia bocciato. Inoltre bisogna che gli africani non dimentichino che il CFA è una moneta francese.

Ma oltre a questo aspetto, perché il Franco è contro l’Africa?

Gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative. I 15 paesi della zona del Franco CFA sono costretti a lasciare in deposito in Francia il 65% dei loro proventi delle esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Questo è il presupposto per la stabilità della loro valuta. Supponiamo che un paese come il Niger, che non è in grado di pagare i propri funzionari, esporta prodotti per il valore di un miliardo di dollari, automaticamente deve lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro. Questo è assurdo! Nel frattempo i nigeriani muoiono di fame! Ci sono anche dispositivi tecnici che rendono il Franco CFA uno strumento di impoverimento e di colonizzazione permanente.

Che cosa sono questi dispositivi?

Dobbiamo ricordare che il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Come suggerisce il nome, è la Francia che trae il maggior beneficio. I principi che disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità e convertibilità e la centralizzazione degli scambi. A questo proposito, dobbiamo sapere con chiarezza e precisione che: in primo luogo, la libera trasferibilità favorisce la fuga di capitali africani, e in secondo luogo, quando un paese non ha risparmi, si ritrova con un debito estero che lo strangola.

Chi sono le persone che esportano i loro capitali?

Nicolas Agbohou: Alcuni leader e quelle che io chiamo neo-colonie. Ricordate che la prima decisione che Mitterrand aveva preso, della sua ascesa al potere, era di vietare la fuga di capitali. Da allora, l’Africa è doppiamente penalizzata: non solo deve affrontare la fuga di capitali, ma in aggiunta, è tenuta a riacquistare la propria moneta. In poche parole: i leader africani vanno a Parigi con le valigie piene di franchi CFA che scambiano contro franchi o in dollari. Ma le banche centrali africane sono obbligate a riscattare questi CFA che i leader hanno lasciato in Francia e che la Francia non vuole tenere. E devono farlo con una valuta forte! Quindi dal 65% dei proventi sulle esportazioni, che rimangono in deposito per le operazioni.

Perché anche l’Euro sarebbe in contrasto agli interessi africani?

Prima di fissare il cambio Franco CFA con l’Euro, solo la Francia aveva voce in capitolo sulle nostre economie. Ora è tutta l’Europa! Peggio ancora, le misure draconiane di Bruxelles sono incompatibili con le esigenze delle nostre economie. Ecco perché io insisto a ripudiare al più presto il CFA.

Cosa dovrebbe sostituirlo?

Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune (M.UA) che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA. L’Africa ha bisogno di una politica monetaria che soddisfi i propri bisogni e interessi.

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Questo economista ivoriano ha anche ricordato, avvolto in un fragoroso applauso, il giorno in cui i leader africani del panafricanismo sono stati eliminati dalla Francia perché avevano rifiutato di sottoporsi alla logica “colonialista” ed accettare il franco CFA. Questa sorte è toccata sia a Sekou Tourè in Guinea, al maliano Modibo Keita, al togolese Sylvius Olympio, al leader libico Muammar Gheddafi oe all’ex capo di Stato ivoriano Laurent Gbagbo.

Sviluppo Prioritario

Secondo questo economista, per il Presidente senegalese Macky Sall e per il governatore della BCEAO, Tièmoko Maliet Konè, il franco CFA non ha solo svantaggi per gli africani. Il fatto che la moneta è ancorata all’euro , garantisce una relativa stabilità dei prezzi e limita il rischio di inflazione e anche lo shock economico. Ancora oggi gli africani non hanno nessun controllo sulla produzione di denaro che viene messo in circolazione ed hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve di valuta estera sul conto operativo del Tesoro francese. Gli economisti considerano che con l’uscita dal franco si dovrebbe dare la priorità allo sviluppo.

Così Nicolas Agnohou auspica la creazione di una nuova moneta unica africana (M.UA) in alternativa al franco. Nel suo libro, egli dedica tutta la seconda parte al suo pensiero: “Per una moneta africana e la cooperazione Sud – Sud”. Questo progetto alternativo sarebbe giustificato da molte ragioni d’ordine psicologico, politico ed economico. Inoltre, dopo la mobilitazione internazionale del fronte anti CFA, una tabella di marcia è stata inviata dalla zona del franco ai capi di stato africani oltre che al governo francese.
Questo per poter mostrare loro la via per poter uscire dal CFA.

Tale approccio alla sovranità monetaria è in parte condivisa da Koko Nukpo Demba Moussa Dembele e da Marziale Ze Belinga nel loro lavoro collettivo “Out of Africa, la servitù monetaria. A chi giova il franco CFA …..”,pubblicato nel novembre 2016. Invece, è più sfumata la versione di Nicolas Agbohour, dove gli autori sottolineano la necessità di prendere in considerazione i regimi di cambio come alternativa un po’ più flessibile per poter sostenere la nascita della nuova moneta. Questo punto di vista è condiviso dall’ex capo di una banca centrale africana che ritiene che il dibattito sulla sovranità monetaria è legittimo per i 15 paesi ancora nella zona del franco.

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Il governo francese non può ignorare il lungo dibattito che sta interessando la sovranità di quindici paesi africani. Tanto più , che Kèmi Seba e l’ONG Emergency panafrica recentemente ha brandito la minaccia di un boicottaggio di tutti i prodotti francesi.

Il franco CFA è attualmente utilizzato da quindici paesi africani: il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Nuova Guinea ,Il Mali, Il Senegal , Il Niger, Il Togo, Il Camerun , la Repubblica Centroafricana (CAR), la Repubblica del Congo, il Gabon, Il Ciad , La Guinea equatoriale e la Repubblica islamica di Commores.

1549.- Nino Galloni: la scarsità di denaro? Così ci rendono servi.

 

Pubblicato il 05 dic 2017

Nino Galloni, economista per molti anni direttore generale del Ministero del Lavoro: “Dobbiamo rompere la condizione di scarsità artificiosa che è voluta per asservire la gente e rendere un costo la democrazia. Invece, la democrazia deve essere un modo che noi scegliamo per vivere, come è scritto nella nostra Costituzione, ma se noi diciamo che la democrazia non ce la possiamo permettere perché non abbiamo i soldi per gestirla, è chiaro che non c’è soluzione. Noi dobbiamo realizzare i principi, i valori e gli obiettivi della Costituzione, ma per farlo dobbiamo rompere la trappola della scarsa liquidità”. È un Nino Galloni come sempre provvido di ricostruzioni storiche quello che, ai microfoni di Byoblu, commenta le dichiarazioni di ieri, apparse sul Corriere della Sera, di Roberto Napoletano (ex direttore del Messaggero e del Sole 24 Ore), secondo il quale “la Francia ha un disegno di conquista strategico e militare sull’Italia: indebolirne le banche, prenderne i gioielli di famiglia, conquistare il nord e ridurre il Sud a una grande tendopoli”. Da Mattei a Moro, passando per Berlusconi e Gheddafi, ecco la sua ricostruzione.

1462.- I PIANI DI EMMANUEL MACRON PER UNA NUOVA IDEA DI EUROPA

Nel suo discorso per una “nuova Europa” alla Sorbona, il presidente francese ha detto che l’idea di Europa va difesa con ambizione come entità “sovrana, unita e democratica”. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”. E, qui, è il vero centro del discorso di Macron. A cosa mira? Non certo a difenderci dalla Russia, che non ci minaccia né dal terrorismo che sappiamo da dove e perché ha occupato la nostra vita. Senza una Politica Estera europea, non ha senso disporre del suo braccio armato. Cosa significa, invece “una forza di protezione civile” e contro chi? Contro di noi? E perché?

MacronIl presidente francese Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona, a Parigi, pronunciando un discorso in cui ha svelato i suoi piani per una nuova idea di Europa martedì 26 settembre 2017.

Macron ha tenuto un discorso con cui ha proposto la “rifondazione” di un’Europa sovrana e unita, incrementando la cooperazione dell’eurozona su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

A meno di cinque mesi dall’inizio della sua presidenza, e dopo aver promesso di lavorare con la cancelliera tedesca Angela Merkel per migliorare l’integrazione dell’eurozona attraverso l’istituzione di un ministro delle finanze unico a livello europeo, Macron si è trovato a dover ridimensionare le sue ambizioni dopo il risultato elettorale tedesco di domenica 24 settembre, che ha visto la crescita del partito antieuropeista Afd in Germania.

Il discorso alla Sorbona

Al suo arrivo alla Sorbona, il presidente Macron è stato contestato da alcuni gruppi di studenti che hanno urlato “Macron vattene, l’università non è tua”.

“Non è mai il momento giusto per parlare d’Europa, o è troppo presto o è troppo tardi”, ha detto all’inizio del suo discorso il presidente francese. “Almeno quando si tratta di strategie. Parlare di strumenti invece è facile”, ha sottolineato.

Macron ha sottolineato che l’idea di Europa va riguadagnata e difesa con ambizione.

“Abbiamo dimenticato di difendere questa Europa”, ha detto il presidente. “L’idea di fraternità è più forte della vendetta e dell’odio”, ha proseguito, facendo riferimento a “idee ciniche che per troppo tempo abbiamo ignorato” e che invece mostrano che il passato nero dell’Europa può tornare.

“Non dobbiamo concentrare le nostre energie sulle divisioni interne”, ha continuato il capo dell’Eliseo.

Ecco cosa ha detto il presidente francese in punti:

• Macron ha detto che l’unico modo in cui il nostro futuro può essere garantito è la “rifondazione” di un’Europa “sovrana, unita e democratica”.

• Il presidente francese ha proposto la creazione di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e per assicurare la stabilità di fronte agli shock economici.

• Macron ha chiesto la creazione di un ufficio europeo per le richieste d’asilo, che velocizzi e armonizzi le procedure. Ha detto inoltre che auspica un programma europeo che finanzi l’integrazione e la formazione dei rifugiati. Infine, ha chiesto la creazione graduale di una polizia dei confini, che offra una maggiore protezione dei confini europei.

• L’Africa non può più essere vista come una minaccia, ma deve essere considerata come un partner, ha detto il capo dell’Eliseo, che ha chiesto anche di aumentare gli aiuti allo sviluppo.

• Un’altra proposta del presidente francese è quella di creare una “forza di risposta rapida” a livello europeo entro il 2020. Ha chiesto inoltre un budget comune per la difesa e principi comuni che regolino la sua azione. Ha parlato di “un’unica forza di protezione civile a livello europeo”.

• Secondo Macron serve inoltre un prezzo unico per il carbone a livello europeo, insieme a una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente.

Qui sotto da TPI la diretta del discorso:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fthepostinternazionale%2Fvideos%2F1878035872211917%2F&show_text=0&width=560

1378.- La lezione francese: L’esercito, un obiettivo prioritario per i terroristi

L’attacco effettuato ieri ai militari belgi da un musulmano e quello di qualche giorno fa a Levallois-Perret contro i soldati dell’operazione Sentinel da un cittadino algerino che vive in Francia conferma, se necessario, che l’Italia rimane, fino ad oggi, un Paese privilegiato. La Francia è attaccata da islamisti ispirati e sostenuti da organizzazioni non statali che hanno scatenato una reale forza urbana di guerriglia che obbliga le autorità a imporre e attuare misure di protezione sempre più vincolanti.

Dopo aver condotto azioni omicide di massa contro la popolazione civile francese (Bataclan), questi islamici ora svolgono spesso azioni mirate contro le forze armate, le forze di polizia e di gendarmeria, responsabili della difesa della nazione, della protezione della popolazione e dell’applicazione della legge.

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Quinta colonna?

La Francia è quindi in guerra, anche se la forma che prende oggi non è molto simile a quella delle due guerre mondiali. Ogni guerra ha le proprie caratteristiche, stabilisce obiettivi specifici, segue un corso e modalità di azione che si evolvono costantemente; La guerra del 1940 fu preceduta in Francia dalla “guerra divertente” e si concluse con l’uso dell’arma atomica!

 

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«Sommes-nous en guerre ?
Qui est cet ennemi qui a frappé notre pays à plusieurs reprises en 2015, et qui est malheureusement loin d’avoir disparu de nos vies ? Comment, surtout, le combattre et le vaincre, en restant dans le cadre politique, juridique et éthique qui est le nôtre ? Et en quoi faut-il nous préparer à des conflits d’un genre nouveau ? À ces questions cruciales, j’ai voulu répondre à la lumière de mon expérience. »
Jean-Yves Le Drian Ministre de la Défense

Affermare, inoltre, che in Francia non esiste e non c’è la quinta colonna, come ha scritto l’ex ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian nel suo libro “Qui est l’ennemi?” È falso e pericoloso.

Infatti, a livello storico, a una prima analisi, la Francia ha sempre avuto, ospitato e finanziato sul suo terreno francesi o stranieri che combattono insieme ai suoi nemici. Per parlare solo degli ultimi tre conflitti, ci sono stati durante la guerra in Algeria i “vettori valigia” che hanno assicurato il sostegno dei terroristi FLN; durante il conflitto in Indocina, sono stati i comunisti stalinisti, amici di Boudarel, francese e commissario politico universitaria al servizio dei torturatori dei campi Viet Minh; Durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i collaboratori del Gestapo che hanno seguito e torturato la Resistenza Francese.

Questo errore storico è pericoloso perché, rifiutando di guardare alla realtà degli eventi attuali, si rende difficile analizzare le cause dell’odio che alligna in questi terroristi e disturba l’attuazione di misure efficaci per neutralizzarle.

Bisogna riorientare l’azione degli eserciti sul territorio nazionale

Affermare che siamo in guerra ne implica tutte le conseguenze, specialmente quando coloro che la conducono in mezzo alla popolazione, agiscono in abiti borghesi e beneficiano di numerosi e potenti mezzi logistici e finanziari.

I nostri avversari non sono soldati – per non parlare dei comandanti – che potrebbero trarre beneficio dalle Convenzioni di Ginevra, ma assassini comportamentali volgari, codardi e suicidi che devono essere “neutralizzati” il più presto possibile.

A questo proposito non si può chiedere di ritirare i nostri soldati dal territorio nazionale con il pretesto che essi sono diventati gli obiettivi prioritari dei terroristi. Sarebbe un successo facile, almeno psicologico, per questi assassini, mentre questi obiettivi in uniforme contribuiscono effettivamente alla protezione della popolazione, sostituendo i civili disarmati senza vesti e proiettili. Se c’è una forza in grado di reagire efficacemente ad un attacco a sorpresa, non è la popolazione civile molto vulnerabile, né le forze di sicurezza “di prossimità”, generalmente meno addestrate, ma le unità militari del Sentinel.

I nostri soldati devono tuttavia essere schierati per compiere missioni complementari ma distinte da quelle delle forze di sicurezza interna e in conformità con le loro capacità. Devono agire altrimenti, in previsione di attacchi e sviluppare modalità preventive di azione che creino insicurezza nell’avversario. Queste modalità di azione devono essere pianificate, testate e adottate senza tabù.

Dobbiamo assolutamente emergere da una posizione esclusivamente difensiva se vogliamo vincere questa guerra.

Implementare una strategia globale nel tempo

In questo conflitto, la questione è innanzitutto  di attaccare il nemico di oggi, che si manifesta con immediatezza e pronto ad agire. Deve essere ricercato, si devono identificare le sue reti, neutralizzarle e esercitare una forte pressione dissuasiva sui suoi potenziali simpatizzanti. Allo stesso tempo, dobbiamo agire sulle popolazioni sensibili al loro richiamo, nelle scuole e nella vita quotidiana con i genitori, per evitare che i bambini e gli adolescenti diventino il nemico di domani.

Per sradicare questa minaccia mortale, non dobbiamo solo identificare e designare il nemico per poi mobilitare tutta la nazione, ma serve anche l’attuazione di una strategia globale, comprendente la polizia e strategia militare (looping, distretti minerari, costruzioni, di controllo Punti chiave, sorveglianza delle persone, ecc.). Serve una strategia per ciascuno dei vari ministeri coinvolti in questa guerra, in particolare quelli dell’istruzione e della giustizia.

Rafforzare le istituzioni di regalità e la coesione dei francesi

Infine, il messaggio è per i leader politici: evitare ogni segno che possa screditare la Francia e le sue istituzioni, in particolare gli eserciti e le forze della sicurezza interna.

Pertanto, la riduzione di 850 milioni di euro di risorse previste per le Forze Armate francesi nel 2017 è un segnale di debolezza data ai nostri avversari. È percepito come una goccia nello sforzo della Difesa nel mezzo della “guerra”.

FRANCIA: 'TROPPI TAGLI', SI DIMETTE IL CAPO DELL'ESERCITO

Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers,a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, ha presentato le sue dimissioni al presidente Macron. Lo scorso 12 luglio de Villiers aveva duramente criticato le proposte sul bilancio della Difesa annunciate dal governo.

Inoltre, le dimissioni del Capo di Stato delle Forze Armate sono giustamente considerate come una perdita di credibilità del Capo di Stato, Capo delle Forze Armate e un generale indebolimento del nostro esercito.

Nei prossimi mesi le azioni terroristiche sul territorio nazionale potrebbero essere moltiplicate con nuove forme. Lo Stato deve organizzare la Nazione per vincere questa guerra lunga e difficile. Per sconfiggere il nemico, i francesi non solo devono appellarsi ai “valori repubblicani”, ma soprattutto riacquistare la fiducia, mostrare coraggio nella vita quotidiana e dimostrare la fermezza in questa lotta continua per la libertà.

Fin qui, la Francia. Pensate, ora, ai ministeri italiani coinvolti in questa guerra, in particolare a quelli dell’istruzione e della giustizia e a chi li regge e pensate a come proporre agli italiani, espropriati della democrazia, questa lotta continua per la libertà.

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1326.- Perché Francia e Italia si scontrano sui cantieri navali. E poi? Poi, mai fidarsi dei francesi!

Je vous annonce que nous avons pris la décision d’exercer le droit de préemption de l’État sur STX.

06:25 – 27 lug 2017

Il controllo di Fincantieri sulla francese Stx non piace a Macron, che ha dato il via libera alla nazionalizzazione e rotto accordi internazionali.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito nel suo intento. Voleva impedire che l’italiana Fincantieri acquisisse i due terzi dei cantieri navali francesi della società coreana Stx e ci è riuscito. Con un colpo di mano ha mandato all’aria gli accordi dello scorso 12 aprile, di cui era a conoscenza, essendo stato ministro dell’Economia nel governo Valls fino al 2016, e ha esercitato il diritto di prelazione del governo francese. C’era tempo fino a sabato. I cantieri di Saint-Nazaire, dove Stx France sviluppa commesse per le compagnie di crociera e per l’esercito, saranno nazionalizzati.

Il governo francese dichiara di voler trovare un accordo con l’Italia, che dovrebbe rinunciare ai due terzi della compagnia a favore di un 50-50. È uno schiaffo diplomatico sonoro quello che Macron assesta ai vicini italiani.

In barba ai proclami sull’Europa unita con cui ha accompagnato la campagna elettorale, salutati con favore da Roma e soprattutto dal Partito Democratico di Matteo Renzi. Tanto che per l’ultima scalata del Pd l’ex sindaco di Firenze ha costituito il movimento In cammino, manifesto riferimento all’En Marche di Macron.

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L’amico Macron ha raccolto applausi in Italia ma ci ha già messo alla porta

La ragion di Stato ha avuto la meglio. La Francia ora ha il coltello della parte del manico. I cantieri sono suoi e può dettare le regole dell’integrazione con Fincantieri, agitando la corte di altri acquirenti o di strategie di sviluppo chenon contemplino l’Italia. L’evoluzione dell’industria navale consiglia alleanze.

Il settore si muove verso la concentrazione e il peso specifico dei giganti d’Oriente impone di crescere di dimensione se si vuole giocare ad armi pari. Fincantieri e Stx France, dopo il matrimonio, potrebbero vantare un portafoglio ordini di 36 miliardi di euro.

Per questo il gruppo italiano ha messo gli occhi sulla compagnia d’oltralpe. A maggio ha vinto l’asta per acquisire il 66,66% dei cantieri francesi, offrendo 79,5 milioni di euro, con una cordata di cui fa parte anche la

 

A pochi giorni dalla vittoria alle elezioni, però, Macron ha insinuato che gli accordi sarebbero stati rivisti, nonostante anche il tribunale di Seul, dove ha sede la capogruppo, ad aprile ha acceso il semaforo verde all’operazione di Fincantieri. Per l’inquilino dell’Eliseo una maggioranza italiana in un’azienda considerata “strategica a livello nazionale” non è possibile. Il suo piano è di far entrare nell’azionariato le compagnie crocieristiche Msc e Rccl, annacquando il controllo di Fincantieri. Per questo nelle ultime settimane ha spinto per una divisione a metà delle quote di maggioranza, irritando la politica italiana. L’obiettivo finale però è lo strappo di ieri: invocare la ragion di Stato per scoprire la carta della prelazione e ottenere una posizione di vantaggio per dettare le condizioni della trattativa.

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì primo agosto il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

 

L’Italia ha chiesto l’intervento della Commissione europea ma il rinsaldato asse franco-tedesco non lascia presagire che timidi richiami di Bruxelles. Come fare il solletico. Martedì prossimo il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, incontrerà a Roma il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e il collega allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Nessuno dei due ha nascosto l’irritazione. Anche la telefonata di ieri tra Macron e il primo ministro italiano, Paolo Gentiloni, è state gelida, nonostante l’Eliseo abbia diramato un comunicato rassicurante in cui specifica che si punta a “un accordo che faccia un largo spazio a Fincantieri”.

Il voltafaccia di Parigi sta costando caro a Fincantieri. Da una settimana il titolo perde quota in Borsa e questo si riflette sui valori della Cassa depositi e prestiti, che possiede al 100% l’azionista di maggioranza della compagnia navale, Fintecna (71,6%).

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TIM è un’azienda italiana diventata francese, ma considerata “strategica a livello nazionale”. Con l’uscita di Cattaneo, le sue deleghe sono passate al presidente Arnaud de Puyfontaine, che della francese Vivendi è amministratore delegato. È possibile?

Mentre l’Eliseo alza gli scudi per difendere Stx, il finanziere bretone Vincent Bolloré stringe il controllo su Tim. La sua Vivendi è azionista di maggioranza della compagnia telefonica italiana. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per l’amministratore delegato uscente Flavio Cattaneo e le sue deleghe passeranno al presidente Arnaud de Puyfontaine, che di Vivendi è amministratore delegato. In questo caso i francesi puntano ad abbassare i toni dello scontro con il governo, tanto da aver congelato il progetto più spinoso, quello di cablare le aree bianche in concorrenza con Open Fiber. Tuttavia tacciono ancora sulla strategia per ottemperare agli ordini dell’Autorità sulle comunicazioni: due partecipazioni di peso in società strategiche come Tim e Mediaset non possono sussistere. In una delle due Vivendi dovrà ridurre la sua quota.

di Luca Zorloni 28 LUG, 2017

 

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Il nuovo uomo forte di Telecom, Arnaud de Puyfontaine, presidente e ad del gruppo per conto dei francesi di Vivendi, apre per la prima volta all’ipotesi dello scorporo della rete, e il governo non chiude. Anzi. Il contrario. Sia l’esecutivo Renzi che quello Gentiloni hanno sempre giudicato un errore la privatizzazione della rete. Ora c’è da evitare la duplicazione della rete (una Telecom, l’altra Enel) nella costruzione della banda larga. Ecco perché l’ipotesi scorporo (un dossier che rispunta come un fiume carsico da una decina d’anni) è tornata sul tavolo. “Oggi c’è la prima concreta apertura, nelle prossime settimane vedremo meglio cosa vuol dire, possibile che a settembre se ne cominci a parlare”, rivelano fonti vicine al ministero dello Sviluppo economico.

Da tempo il ministro Carlo Calenda pensa che l’idea di una rete unica sia valida. Sbaglierebbe chi leggesse nella sua esternazione contro la nazionalizzazione della rete Telecom come ritorsione contro Parigi su Fincantieri una marcia indietro su quell’ipotesi. “Il ministro ha detto no a una manovra ritorsiva – spiegano dal ministero – ma il progetto di una società pubblica che abbia la rete di tlc è sicuramente interessante. Per ora c’è stata indisponibilità delle parti, poi si vedrà”.

Appunto, per ora. Le ultime dichiarazioni del presidente Telecom riaprono la partita. Il colosso delle tlc punta a ricucire gli strappi con il governo dell’era Cattaneo, a superare i ricorsi legali e gli scontri dell’ex amministratore delegato, che aveva ingaggiato una vera a propria guerra sulla banda larga. A dimostrazione del clima di “appeasement” inaugurato dai francesi ci sono anche i nomi che già circolano per la poltrona lasciata libera da Cattaneo. Si parla di Fabio Gallia, oggi ad di cassa depositi e prestiti, o di Mauro Moretti (ex Leonardo). Uomini del dialogo con l’esecutivo.

La partita Telecom, tuttavia, non è affatto semplice. C’è chi legge nelle ultime mosse dei francesi solo una tattica per aprire altri fronti molto delicati. In prima linea c’è Mediaset, dove Parigi dovrebbe sterilizzare due terzi dei suoi diritti di voto proprio per la concentrazione con Telecom sul mercato delle Tlc. Un passo indietro che Vivendi non sembra intenzionata a fare. Per questo alcuni sospettano che l’apertura sullo scorporo della rete non serva ad altro che ad abbassare il fatturato in Telecom per superare il diktat dell’Autorità delle comunicazioni su Mediaset. E magari un domani unire le due aziende, anche se oggi i francesi spergiurano di non essere interessati.

Al netto della vicenda Mediaset, arrivare a una unica rete di controllo pubblico nel Paese oggi sembra un’operazione tutta in salita. Il fatto è che i due operatori esistenti hanno ingaggiato un duro confronto, che certo non fa bene al Paese. Open Fiber, la società creata da Enel per la banda larga, può vantare una tecnologia più avanzata di quella di Telecom, rimasta ai collegamenti in rame. Per questo i vertici Enel fanno spallucce solo a sentir parlare di fusione con Telecom. Il gruppo di tlc, d’altro canto, ha già avviato un piano di investimenti ed ha una rete già in funzione. Con il suo know-how ha cercato di contrastare l’espansione della competitor pubblica nelle aree non di mercato (dove ci sono finanziamenti da fondi strutturali europei), che in precedenza aveva deciso di lasciare sguarnite. Insomma, un braccio di ferro continuo che finora ha prodotto solo una guerra di posizione, con ogni contendente a difendere le proprie condizioni. Oggi l’apertura. Che la guerra sia finita? Certamente i francesi, aprendo proprio nel momento in cui tutto sembrava essersi chiuso, pensano in questo modo di poter dare le carte al tavolo. Ma è troppo presto per sapere già chi avrà l’asso da calare.

 

 

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Dove mira la politica antieuropea di Macron: a indebolire l’alleanza di Fincantieri con la China State Shipbuilding Corporation, al controllo di Stx France, a colpire la Cassa depositi e prestiti o, più semplicemente, ad avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico e mantenere alta la quotazione della Francia?

Nonostante il governo di Pechino si sia posto l’obiettivo di costruire la maggioranza delle proprie navi nei cantieri del Paese di Mezzo, per i ricercatori “ci sarà ampio spazio di sviluppo nell’industria cantieristica navale cinese nei prossimi anni e gli investitori globali dovranno porvi attenzione”. Nonostante il gigante asiatico possa contare su prezzi più competitivi dei concorrenti vicini e lontani, la domanda crescerà a una tale velocità che i solo cantieri cinesi non riusciranno a stare dietro agli ordini. Per entrare, però, bisogna dimostrare di avere un peso specifico sufficiente.

Il Castrol Maritime Trend Barometer (ultima edizione nel 2015) inserisce l’Italia tra le dieci nazioni al mondo per commercio di pezzi di navi, con un giro d’affari di 4,9 miliardi di dollari, lontani dai 33,7 miliardi di Singapore (prima classificata). Nell’elenco rientrano Germania, Norvegia, Regno Unito e Olanda, ma non la Francia. Il Belpaese è anche presente tra i principali esportatori e importatori a livello globale.

Il direttore operativo di Castrol, Mandhir Singh, ha indicato nell’area del Pacifico l’epicentro della futura industria navale e ha ammonito nazioni che hanno una tradizione nella cantieristica navale, come Germania e Regno Unito, ad alzare il livello se vogliono competere ad armi pari. In un’intervista al Corriere della Sera sul caso Fincantieri, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani osserva che “non possiamo che ragionare con dimensioni europee, altrimenti saremo marginali”.

Emmanuel Macron sta facendo sì gli interessi della Francia, ma non è scontato che la sua linea protezionistica alla lunga dia i risultati sperati. Al contrario, i dati indicano che in una competizione globale conviene lavorare per aggregazioni e sia l’Europa sia la Francia sono sprovviste di un campione in grado di partecipare all’agone.

Il primo inquilino dell’Eliseo vuole annacquare il peso di Fincantieri per ridimensionare l’influenza del ministero italiano dell’Economia, che attraverso Cassa depositi e prestiti e Fintecna vigila sulla compagnia, e avocare a Parigi le decisioni di indirizzo politico-economico. Per la società finanziaria Kepler Cheuvreux, l’idea di un “Airbus dei mari”, come l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha ribattezzato l’alleanza con Stx, renderebbe l’Europa più competitiva anche nei mercati extra-comunitari. E Fincantieri ha già individuato una strada per fare affari fuori dal continente, alleandosi con la China State Shipbuilding Corporation per la costruzioni di navi da crociera. E la compagnia italiana, nonostante tra il 2013 e il 2016 abbia perso quote di mercato, detiene un 38% degli ordini di navi a livello mondiale, più del doppio di Stx.

Domani l’incontro con il ministro Le Maire svelerà meglio le carte che Parigi vuole giocare. Roma, però, ha un asso che non ha ancora scoperto. È la famiglia sorrentina Aponte, proprietaria della compagnia di navigazione Msc. Macron ha pensato al gruppo di logistica e crociere per ridistribuire l’azionariato di Stx. Anche per il governo italiano, però, Msc potrebbe rappresentare un alleato

Fincantieri-Stx, ora Parigi offre una cooperazione militare

Il ministro dell’Economia Le Maire: il nostro è un gesto di apertura, fino a qui abbiamo parlato solo di commesse civili
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Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia

La trattativa va avanti, ma è rinviata al 27 settembre, secondo quanto emerso nell’incontro tra i ministri dell’Economia di Roma e Parigi.

«Siamo due grandi popoli, siamo due paesi fratelli, abbiamo una difficoltà e due opinioni diverse su Saint Nazaire, Stx, ma troveremo una soluzione adeguata», ha detto il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, al termine dell’incontro al Mef con il suo omologo italiano Pier Carlo Padoan e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Le Maire ha sottolineato che l’obiettivo è una «cooperazione per costruire con l’Italia un grande campione industriale europeo in campo navale, civile e militare»: in sostanza «un Airbus navale tra Italia e Francia».

Per il ministro Calenda «le posizioni sono certamente ancora distanti. Non ci aspettavamo molto di diverso». Secondo il ministro «per creare un grande gruppo occorre fiducia reciproca e la premessa è raggiungere una conclusione che rispetti gli accordi su Stx». Sulla stessa linea il ministro Padoan:

«Constato che tra Italia e Francia permangono differenze che non si sono sanate – ha detto – Non è possibile accettare» una ripartizione 50 e 50, «come abbiamo detto fino ad adesso. Questa posizione rimane e su questo rimarremo fermi».

(Il ministro Calenda è fermo e su posizioni realistiche. Se vogliamo competere a livello mondiale, devono esserci i presupposti, aggiungerei.ndr)

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“Vogliamo la maggioranza nell’alleanza Fincantieri-Stx”. Per il ministro, Macron “non è un campione di apertura. Fa solo gli interessi della Francia. E non è comunque un gioco di infanzia dove mostriamo i muscoli. Non volete gli italiani al 51%? Gli italiani non vengono per meno dei coreani”.

L’offerta di collaborazione navale anche militare francese ha precedenti nei progetti Orizzonte e FREMM. La classe Orizzonte comprende quattro cacciatorpediniere lanciamissili antiaerei: il Caio Duilio l’Andrea Doria, della Marina Militare. E i francesi Forbin e Chevalier Paul.

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Le unità classe Orizzonte in formazione

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