930.- Qualcuno spieghi a Trump che l’Iran non c’entra nulla con il terrorismo

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La politica estera di Trump comincia a prendere forma. In pratica, l’immigrazione dai paesi arabi è consentita soltanto da quelli che hanno rapporti commerciali con gli USA. L’inclusione dell’Iran fra i paesi esclusi da Donald Trump dall’immigrazione negli USA, invece, non ha nulla a che vedere con la lotta al terrorismo, ma, se mai, con le politiche che originano il terrorismo e che fanno capo ai petrolieri, notoriamente, vicini a Trump e alla lobby sionista americana. Insomma, in Medio Oriente, Israele ha la sua voce in capitolo e, sullo sfruttamento dei grandi giacimenti nelle acque siriane,  Netanyahu ha preso i suoi accordi con Putin. Alla Casa Bianca, pure, finora, la ha avuta per mezzo della lobby che, fingendo di appoggiare Israele, in realtà, persegue un disegno di dominio sul mondo, Stati Uniti compresi, ma ha appoggiato apertamente e ha votato la Clinton e non Trump. Sia o non sia vero, l’Iran non si meritava quest’altro colpo e vedremo come agirà Putin e se l’argomento sarà fra quelli dell’annunciato incontro fra i due potenti leader.

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Sabato 28 gennaio 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha registrato nel suo diario una serie di telefonate. Così, ha parlato con il primo ministro giapponese Abe, con il Presidente russo Putin e, per la prima volta, con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con Merkel, Trump ha parlato di una serie di questioni, tra cui la NATO, la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa, le relazioni con la Russia e la crisi Ucraina. Entrambi i leader hanno ribadito l’importanza fondamentale della NATO per le relazioni transatlantiche generali e il loro ruolo nel garantire la pace e la stabilità della nostra comunità del Nord-Atlantico.

Putin e Trump, nel loro primo colloquio telefonico di questi giorni, si sono dichiarati favorevoli a unire le forze nella lotta contro il terrorismo internazionale, che significa che vogliono chiudere la partita siriana e tutte quelle aperte nella regione, dall’IRAQ ai Curdi. Rivedranno anche le relazioni economiche tra i loro paesi per rilanciare e stabilizzare le relazioni reciproche. Le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia non sono state menzionate nella dichiarazione e i due leader hanno anche discusso la situazione in Ucraina, ma non risulta che abbiano parlato dell’Iran. L’Iran è consapevole delle mire israeliane e occidentali e si è opportunamente associato alla Russia nella lotta all’ISIS, per questo, alla luce della futura collaborazione USA – Russia nella lotta contro il terrorismo, la decisione di Trump stride. Infine, i paesi di quel mondo che meriterebbero l’ostracismo dell’Occidente sono l’Arabia Saudita e il Qatar. I Paesi presi di mira da Trump sono, invece, Iran, Iraq, Siria, Yemen, Libia.

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Prima conseguenza della decisione del presidente americano Donald Trump di sospendere gli ingressi da sette Paesi musulmani sarà l’assenza agli Oscar del regista Asghar Farhadi e dell’attrice Taraneh Alidoosti. Entrambi infatti sono iraniani e proprio l’Iran è finito nella black list dell’inquilino della Casa Bianca. A darne notizia su Twitter è il presidente del Consiglio nazionale irano-americano, Trita Parsi, il regista non parteciperà alla cerimonia dove il suo film ‘Il Cliente’ corre come miglior film straniero. Il regista ha già vinto un Oscar, nel 2012, con la pellicola ‘Una separazione’. Due giorni fa l’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, co-protagonista del film di Farhadi, aveva annunciato su Twitter la sua decisione di non partecipare alla cerimonia in segno di protesta contro la decisione di Trump, già anticipata dalla stampa: “Non parteciperò agli AcademyAwards 2017 per protesta”, aveva scritto. E oggi, a ordine esecutivo firmato dal presidente, ha scritto: “Nessun iraniano è stato accusato di aver attaccato l’America… gli attentatore dell’11 settembre erano cittadini di Paesi non presenti nella lista”.

Il titolo e l’articolo che segue sono di Simone Zoppellaro.

Incredulità, paura, disgusto. Queste le reazioni degli iraniani in queste ore al decreto firmato ieri da Trump. (Ma anche la mia, che in quel Paese ho trascorso cinque anni straordinari della mia vita, e standoci molto bene). Un’umiliazione disumana, oltraggiosa, dettata unicamente dalla volontà di confermare in qualche modo i proclami farneticanti della campagna elettorale. Altro che post-verità, qui siamo alla post-politica, ridotta a ciancia da postribolo, quando non al puro turpiloquio. Un decreto che, anziché colpire i finanziatori del terrorismo internazionale – i Paesi del Golfo in primis – sbaglia clamorosamente mira. Colpisce chi – pur fra contraddizioni e compromessi – aveva cercato di proporre un ordine alternativo nella regione, l’Iran, e soprattutto chi patisce nel modo più drammatico le conseguenze di una guerra foraggiata in larga parte dall’esterno, l’Iraq e la Siria. Fra i sette Paesi musulmani interessati dallo stop all’immigrazione firmato ieri da Trump ci sono anche loro, insieme a Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Una strategia che punisce le vittime anziché i carnefici, ammesso che la parola strategia si adatti ancora alle magnifiche sorti e progressive dell’epoca di Trump.

Incredulità, paura e disgusto, dicevamo. Chi non ha vissuto in Iran negli anni di Ahmadinejad non potrà mai capire la vergogna e la frustrazione – pane quotidiano di milioni di cittadini – di un Paese piegato dalle sanzioni e dipinto dai media e dalla politica internazionale come la fonte di tutti i mali. Chi non ha vissuto in Iran non potrà neppure capire come questa immagine sia lontana, anzi antitetica rispetto alla realtà. Una società naturalmente aperta all’Occidente, da sempre curiosa nei confronti delle altre culture, attenta a farci sentire a proprio agio, anche permettendoci in quanto stranieri di avere libertà che molti iraniani non si sono mai potuti permette.

Un Iran che aveva accolto come un trionfo prima l’ascesa di Rohani, poi l’accordo sul nucleare che sembrava porre fine a un isolamento ultradecennale. E quando dico un trionfo, intendo migliaia di persone scese a ballare in strada di notte dalla gioia. Letteralmente: io c’ero, nel primo dei due casi, e non oso neppure immaginare l’umiliazione e la frustrazione di chi, in quelle ore, aveva così tanto sperato, guardando agli USA e all’Europa come a un riferimento. Altro che lotta all’ISIS, se quello iraniano non fosse un popolo assai più civile e colto di tanti altri (incluso quello a stelle e strisce) da un atto come quello di Trump rischierebbero di nascere intere generazioni di terroristi. E invece la reazione di Rohani, come dei suoi concittadini, è stata assolutamente pacata. Il tutto mentre si separano intere famiglie, a cui viene in queste ore improvvisamente negato l’ingresso negli USA, anche se in possesso di visto o green card. Ingresso che sarà negato – a quanto riporta la stampa iraniana – anche a Asghar Farhadi, regista il cui film è candidato agli Oscar come migliore film straniero. Neanche il cinema e i suoi sogni ormai hanno più posto nell’America di Trump.

«The horror! The horror!», le parole pronunciate da Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad mi martellano alle tempie mentre scrivo queste righe. Il tutto mentre un’agenzia batte che vengono fermati al Cairo prima dell’imbarco per New York sei iracheni e uno yemenita, e mentre iniziano ad affiorare le prime storie di traumi e separazioni nate da questo decreto. Chi non conosce l’umiliazione di vedersi rifiutato l’ingresso in un Paese non potrà capire. Il fatto che tutto questo sia propagandato come guerra al terrore rende ancora tutto più disgustoso e grottesco. Certo, Trump non è un nuovo Hitler, ma ciò non toglie che quanto avviene oggi non sia meno pericoloso. La politica mutilata, priva di ogni fondamento logico, e resa pure pulsione, emozione o rabbia, può condurre facilmente a una nuova catastrofe. Su quegli iraniani e musulmani improvvisamente privati della libertà di movimento pesa il macabro ricordo delle leggi razziali e della Shoah.

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Un pensiero su “930.- Qualcuno spieghi a Trump che l’Iran non c’entra nulla con il terrorismo

  1. L’avvocata iraniana Shirin Ebadi è arrabbiata per l’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump che ha sospeso l’ingresso dei cittadini del suo Paese negli Stati Uniti. Per il suo coraggio nella lotta per la democrazia e i diritti umani nella Repubblica Islamica, Ebadi ha ricevuto nel 2003 il Premio Nobel per la Pace. Ha detto: «Non dimentichiamo che la maggior della popolazione iraniana non è d’accordo con le politiche del regime islamico. E’ estremamente ingiusto che questo popolo venga trattato così perché la politica del suo regime non viene approvata. Inoltre, non ci sono mai stati atti terroristici sul territorio americano commessi da iraniani che vivono negli Stati Uniti: queste persone sono businessmen, accademici, scienziali, professori e medici. Con quale giustificazione viene bloccato il loro ingresso negli Stati Uniti?»«Non dimentichiamo che gli Stati Uniti hanno aderito al Patto internazionale sui diritti civili e politici, secondo il quale ogni discriminazione basata sulla religione, la razza o la nazionalità è vietata. Non riesco a capire come si può prendere una decisione contro gli immigrati in un Paese che è stato costruito dagli immigrati». Le restrizioni per gli iraniani-americani con doppia cittadinanza erano già state introdotte sotto Obama. Adesso Trump le ha aumentate. Secondo me, il motivo è che la vecchia crisi politica tra l’Iran e l’America continua ancora 37 anni dopo. Ma il problema è che a pagarne ingiustamente il prezzo e a veder lesi i propri diritti è sempre e solo il popolo. Bisogna porre fine a questi problemi nei rapporti politici tra i due Paesi».E’ possibile che alle elezioni di maggio il presidente Rouhani sia sconfitto da qualcuno più conservatore di lui.
    «Non si può prevedere sin da ora il risultato delle elezioni, ma credo che le decisioni estreme nei rapporti tra i due Paesi accrescano l’estremismo aumentando le probabilità che gli oltranzisti prendano più potere».

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