927.-Con l’ “italicum corretto” non si va alle elezioni

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La sentenza della Consulta sull’Italicum non ha creato un vuoto legislativo e non l’avrebbe potuto perché avrebbe impedito al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere. Pure se la Corte Costituzionale ha dichiarato che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione», in realtà, ha ritagliato una legge elettorale, solo apparentemente, utilizzabile da subito per il voto. Ha salvato un elemento maggioritario: il premio di maggioranza alla Camera, per chi raggiungerà il 40% (la sentenza n. 1/2014 sul Porcellum lo eliminò perché non era agganciato a una soglia di voti) e ha salvato i capilista bloccati, che sono uno strumento molto importante per i segretari dei partiti; ha dichiarato incostituzionale, invece, il ballottaggio perché viola il principio di eguaglianza e perché il voto non sarebbe diretto e ha bocciato la possibilità di opzione per il capolista eletto in più collegi, nelle candidature multiple, che, ora, dovranno essere eletti nel collegio in cui la loro lista ha ricevuto più voti. In caso di plurielezione, resta anche  il criterio residuale del sorteggio del collegio, previsto dall’ultimo periodo. Questa possibilità non era stata censurata nelle ordinanze di rimessione;  ciò non toglie che il “sistema casuale” del ricorso al sorteggio, per la scelta del collegio dove farsi eleggere, non sembra, francamente, democratico.

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Commento di Giuseppe Palma sul Giornale d’Italia

Quanto alla diversità tra le leggi: quella per la Camera e quella per il Senato, “si tratta di due leggi armonizzate. Due leggi omogenee, come voleva il Presidente e a forte impianto proporzionale, ma con soglie diverse tra Camera e Senato, con il premio di maggioranza contemplato per un ramo del Parlamento e non per l’altro, con le coalizioni previste in un sistema e nell’altro no.

Dopo vent’anni di maggioritario e di primato della governabilità sulla rappresentatività, la Corte ci restituisce un sistema proporzionale, ma con un premio impossibile da raggiungere, che rende inevitabile il ricorso alle “larghe intese”, costringe i partiti a ragionare in termini maggioritari. Infatti, chi corresse da solo, anche ricorrendo ad una lista-coalizione, si condannerebbe a un ruolo secondario, perché non potrebbe partecipare alla corsa per il premio (che garantisce il 55% dei seggi, pari a 340) e non avrebbe la maggioranza assoluta, perciò, servirà un “governo di coalizione”. Inoltre, sembra passata la tesi della Avvocatura generale dello Stato, “la Costituzione non vincola il legislatore in modo totale al proporzionale puro”. Tuttavia, il premio è previsto solo alla Camera, mentre al Senato “le soglie (all’8% per chi non è alleato) potrebbero produrre un effetto maggioritario, ma difficilmente tale da dare una maggioranza assoluta”.  In pratica, anche provando a mettere insieme delle alleanze, il premio di maggioranza sarà difficile da ottenere. Questo, mette in fuori gioco chi non mostra la capacità politica di creare accordi e, perciò, gioca a favore di Berlusconi e Renzi.

Bersani: “il Parlamento si deve esprimere”. E spiega: “Abbiamo avuto una legge votata con la fiducia, ora c’è la Consulta… “. La totale difformità tra il sistema elettorale della Camera dei deputati e quello del Senato necessita un deciso intervento parlamentare per armonizzare i due sistemi di voto in un testo concordato.

Nell’attesa, che prevedo lunga, si rafforza il ruolo di Gentiloni e andrà impallidendo la stella di Renzi. Questo frattempo giocherebbe a favore di Berlusconi se, come è probabile, potrà essere riabilitato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo entro il 2017. Attendiamo che, a metà febbraio, siano depositate le motivazioni della sentenza, per sapere se – comè probabile – saranno accompagnate da richieste di armonizzazione, per esempio, se verranno date indicazioni sulle soglie di sbarramento per il Senato, oppure, anche sulle candidature multiple dei capilista: sono troppi 10 collegi in cui è possibile presentarsi, sempre che il Parlamento voglia reintrodurle.

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4 pensieri su “927.-Con l’ “italicum corretto” non si va alle elezioni

  1. Alessandra Barletta, da Scenari Economici, scrive:
    Dichiarati incostituzionali il ballottaggio e capilista bloccati, ma contro ogni previsione viene dichiarata infondata la questione di legittimità sul premio di maggioranza alla soglia del 40% , che resta quindi intatto.
    Questo premio di maggioranza è troppo alto, non garantisce la piena indipendenza del potere legislativo dal potere esecutivo, né un’adeguata rappresentatività dell’opposizione.
    Restano le pluricandidature ma solo affidando la scelta finale del candidato eletto in più di un collegio a un sorteggio.
    Dovremo aspettare febbraio per le motivazioni e sarà interessante conoscere la ratio giuridica che ha condotto a questa pronuncia un po’ disarmonica. La lunga Camera di Consiglio lascia presagire che saranno abbastanza articolate.
    La sentenza di ieri consegna una legge elettorale che di fatto diviene un sistema proporzionale, con un premio di maggioranza difficile da raggiungere.
    Rimane il problema della non omogeneità nei sistemi elettorali delle maggioranze nelle due camere del Parlamento. L’italicum infatti è entrato in vigore solo per la Camera dei deputati, perché è stata scritta con la presunzione che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata con il referendum del 4 dicembre, e i senatori non sarebbero più stati eletti a suffragio universale.
    Come è noto, la Consulta avrebbe dovuto esaminare la legge elettorale il 4 ottobre, ma avendo deciso di far slittare la sentenza a una data successiva al referendum costituzionale del 4 dicembre arriva a pronunciarsi solo oggi. La sentenza ha infatti una portata politica notevole, poiché entra nel merito delle questioni sollevate; la materia elettorale era troppo rilevante per lasciare vuoti di tutela. La Corte ammonisce di fatto il Parlamento per avere ignorato la sentenza 1/2014 sul porcellum e proseguito come se nulla fosse accaduto.
    La forte attesa su questo appuntamento era motivata dal fatto che la sentenza consegna una legge pronta all´uso, cosiddetta autoapplicativa, che non può mettere d’accordo tutti i partiti ma consentirà certamente di votare.
    Tuttavia sarà il Parlamento a confezionare la legge, la sentenza è solo il punto di partenza.
    Il bilancio del fu governo Renzi è impietoso. Uniche tre cose fatte – Riforma Madia della Pubblica Amminastrazione, Riforma Costituzionale e Legge elettorale – bocciate sonoramente, due dalla Corte Costituzionale e una dagli italiani. Lo vedo meglio come blogger.

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  2. Si invia di seguito, per opportuna conoscenza, il comunicato stampa del Coordinamento dei Comitati toscani inerente la sentenza della Consulta sull’Italicum:

    La Corte Costituzionale ha deciso sull’italicum: il ballottaggio è incostituzionale.
    Purtroppo invece è stato considerato ammissibile un premio di maggioranza che trasforma una minoranza (col 40%) in maggioranza assoluta (55%).
    Per quanto riguarda i capilista, potranno presentarsi in dieci collegi diversi, ma in caso di elezione in più collegi non potranno scegliere (ci sarà il sorteggio).
    Rimane la priorità dei capilista (bloccati), che è la parte più lesiva della volontà degli elettori, che vedono fortemente ridimensionato il valore della loro preferenza.
    In attesa delle motivazioni della sentenza, e nel rispetto delle valutazioni della Consulta sul piano giuridico, il meccanismo che risulta non può essere soddisfacente perché il rischio di una Camera composta prevalentemente da deputati scelti dalle segreterie di partito rimane e anche la possibilità, per una lista che superasse il 40%, di modificare da sola la Costituzione (salvo il possibile ricorso al referendum).
    Complessivamente si è confermata la incostituzionalità di una legge imposta a colpi di fiducia, ed è stata respinta la tesi, espressa dalla Avvocatura dello Stato sotto dettatura della Boschi, che non si possa valutare la costituzionalità di una legge elettorale se non dopo la sua applicazione.
    Vedremo ora il peso che avrà la richiesta del Presidente Mattarella di leggi elettorali omogenee fra Camera e Senato, e se lo stesso Presidente la manterrà o accetterà supinamente decisioni contrastanti.

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  3. Vero, la Consulta ha precisato che la rimasticatura uscita dalla parziale demolizione dell’Italicum è «applicabile». Una sottolineatura, direbbero i giuristi, ultronea dal momento che neppure per un nanosecondo il capo dello Stato può essere espropriato del potere di scioglimento delle Camere. Ma da qui a dire che la tavola è imbandita e che gli elettori possono essere serviti, ce ne vuole. I due sistemi elettorali – Camera e Senato – sono tutt’altro che armonizzati: il primo, almeno sulla carta, è ultramaggioritario mentre il secondo è iperproporzionalista: inoltre, i capilista per Montecitorio sono bloccati, quelli per Palazzo Madama no. Infine, c’è il tema delle preferenze, che a chiacchiere molti invocano ma che tutti dovrebbero provare a simulare in combinato disposto con la più stringente previsione del novellato 416-ter del codice penale sullo scambio politico-mafioso e con il nuovo reato di traffico d’influenza illecita. Sia chiaro, i parlamentari sono liberissimi di fornire alle non poche procure politicizzate d’italia la corda con cui saranno impiccati, ma non pretendano di convincerci che stanno compiendo la scelta migliore.

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  4. Il “Codice di buona condotta elettorale” che fu messo a punto dalla European Commission for Democracy through Law dice che la modifica alla legge elettorale apportata dalla sentenza della Consulta, “impedirebbe” di votare prima di un anno. La “Commissione di Venezia” (che era presieduta da Antonio La Pergola) è un organo consultivo del Consiglio d’Europa, ma il documento che ha elaborato sulle materie elettorali è stato giudicato rilevante dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, “consacrato” dalla risoluzione 1320 (del 2003) dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e ripresa dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (2004).
    Nelle Linee guida di quel documento – fra le altre cose – si dice che non si può modificare la legge elettorale nell’anno che precede la chiamata alle urne:
    “La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso; a tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare, che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio”.
    Poi si legge ancora:
    “La necessità di garantire la stabilità, in effetti, non riguarda, tanto i principi fondamentali, la cui messa in causa formale è difficilmente immaginabile, quanto, alcune norme più precise del diritto elettorale, in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni. Questi tre elementi appaiono di sovente – a torto o a ragione – come determinanti per il risultato dello scrutinio, ed è opportuno evitare, non solamente le manipolazioni in favore del partito al potere, ma anche le stesse apparenze di manipolazioni. Ciò che è da evitare, non è tanto la modifica della modalità di scrutinio, poiché quest’ultimo può sempre essere migliorato; ma, la sua revisione ripetuta o che interviene poco prima dello scrutinio (meno di un anno). Anche in assenza di volontà di manipolazione, questa apparirà in tal caso come legata ad interessi congiunturali di partito”.
    La sentenza della Corte Costituzionale ci presenta di fatto una nuova legge elettorale che – stando a questi principi – dovrebbe veder passare almeno un anno prima di essere applicata (tanto più se viene ulteriormente modificata dal Parlamento).
    Naturalmente è tutto da discutere, ma un ricorso frettoloso alle urne potrebbe anche essere impugnato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo che già è intervenuta nel recente passato per la Bulgaria.

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