DOVE PORTA IL TTIP

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L’obiettivo è dar luogo ad un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti, in modo da non aver più alcun ostacolo alla libera circolazione delle merci e alla libertà di investimento e di gestione dei servizi. Questo significa abolire i dazi ma soprattutto uniformare i regolamenti Usa e Ue in modo da costruire un unico grande mercato. Per dare una idea dell’enorme importanza di questa operazione, occorre tener presente che tra gli argomenti trattati vi è: “l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti materiali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza la facilitazione degli scambi, le imprese di proprietà statale”. Le sole produzioni audiovisive sono state tolte dalla trattativa grazie alla meritoria opposizione del governo francese.
Ovviamente i nostri governanti magnificano gli elementi positivi che scaturiranno da questa ulteriore liberalizzazione del mercato, parlando di significativi aumenti del Pil e del reddito pro capite oltre a milioni di nuovi posti di lavoro. Questa tesi ovviamente non ha fondamento, in quanto non si capisce perché un ulteriore aumento di concorrenza al ribasso sui costi dovrebbe far aumentare il prodotto interno lordo.
Il punto più rilevante però non è dato dalle solite promesse infondate che vengono fatte dai nostri governanti. Il punto più pericoloso è che l’uniformazione dei regolamenti tra Usa e Ue produrrà tendenzialmente una uniformazione al ribasso. Questa ipotesi è così vera che Obama ha chiesto di togliere dal negoziato i mercati finanziari, portando a motivazione che le regole in vigore negli Stati Uniti sono più severe di quelle europee (vero) e dando quindi per scontato che nella trattativa verrebbero rimosse le regole più severe che proprio la sua amministrazione ha inserito.
Questa uniformazione al ribasso delle regole avrebbe delle ricadute disastrose sull’Europa ed in particolare sull’Italia.
Per quanto riguarda l’agricoltura, negli Usa infatti è possibile coltivare prodotti Ogm, è possibile utilizzare gli ormoni nell’allevamento degli animali destinati all’alimentazione, così come non riconoscono la denominazione d’origine controllata. Sarebbe così possibile commercializzare Chianti o Barolo prodotto in California e denominare Parmigiano reggiano qualsiasi formaggio duro.
Per quanto riguarda i servizi si ipotizza di escludere dalla trattativa solo quelli per i quali non esiste offerta privata: l’acqua , la sanità, l’istruzione e cioè il complesso dei beni comuni e del welfare rischiano di essere completamente privatizzati e snaturati.
Per quanto riguarda l’ambiente le regole Usa sono molto meno vincolanti: non esiste la carbon tax e le aziende potranno contrapporre la loro aspettativa di guadagno alla difesa della salute attuata dagli stati. Emblematico – nell’ambito del trattato di libero commercio tra Usa e Canada (Nafta) – che lo stato del Quebec – che ha votato una moratoria sull’estrazione dello shale gas in nome della difesa della salute della popolazione – sia stato portato di fronte al tribunale arbitrale del Nafta dalle industrie Usa del settore, a causa della perdita di potenziale guadagno derivante dalla sua decisione.
In primo luogo sul piano economico chi ci guadagnerà di più saranno gli Usa e non l’Europa. Banalmente i dazi medi che le merci europee pagano per entrare in Usa sono del 3,5% mentre i dazi medi che le merci Usa pagano per entrare in Europa sono del 5,2%. A questa piccola differenza si deve sommare il fatto enorme che gli Usa hanno un sistema sanitario ed educativo sostanzialmente privato. Negli Usa vi sono cioè le aziende private in grado di colonizzare il mercato europeo in settori ove l’Europa – e segnatamente l’Italia – ha un sistema pubblico che sarebbe semplicemente scardinato dalla concorrenza al massimo ribasso. Al contrario è del tutto evidente che una Asl o una università pubblica italiana non si metterebbero a concorrere negli Usa per aprire ospedali o università.
In secondo luogo, questo trattato di libero scambio accentuerà le differenze che ci sono in Europa. Mentre gli Stati esportatori come la Germania vedranno un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, gli stati più deboli saranno letteralmente colonizzati nel complesso delle loro funzioni vitali. I danni prodotti dall’Europa neoliberista di Maastricht, si sommerebbero i danni dell’ulteriore allargamento di un mercato sregolato, in particolare sul welfare, sull’ambiente, sull’agricoltura. Tornano alla mente le parole del Presidente della Bce Draghi quando nell’estate scorsa concionava sul fatto che il welfare è troppo costoso e che l’Europa deve farne a meno. Il libero mercato è lo strumento attraverso cui distruggere il welfare, il sindacato e alla fine la democrazia intesa come effettiva sovranità popolare.
In terzo luogo, non sfugge a nessuno che la costruzione di un mercato Transatlantico – una vera e propria Nato economica – risponde ad un preciso disegno geopolitico. Nella crisi evidente della globalizzazione neoliberista gli Usa stanno ricostruendo le proprie aree di influenza e di egemonia economica e militare. Dapprima hanno fatto il trattato transpacifico che ha unito i paesi che affacciano sul pacifico salvo la Cina. Adesso questo trattato trans Atlantico. Se si guarda chi resta fuori è evidente l’operazione degli Usa di saldare una propria sfera di influenza contro i Brics e segnatamente Cina, Russia e America Latina.
In quarto luogo è evidente che la riorganizzazione del mondo attorno agli Usa per aree di libero scambio economico e alleanze militari, porta dritto dritto all’acuirsi dei pericoli di guerra. La dinamica è del tutto simile a quella della prima guerra mondiale in cui imperialismo militarista e liberismo economico globalizzato si saldarono in una miscela esplosiva. Non sfugge a nessuno che il passaggio dalla guerra commerciale aggressiva alla guerra guerreggiata non è così lungo.
La mia opinione è quindi che il Ttip sia un passo che distruggerà il livello di civiltà che abbiamo conquistato in Europa dopo la seconda guerra mondiale e con esso i diritti dei lavoratori e buona parte della democrazia; che contribuirà a centralizzare i capitali e a dividere ulteriormente tra paesi e aree ricche e paesi ed aree deboli e che porta in se la certezza della guerra commerciale e i germi della guerra guerreggiata.
Io penso che esista una strada alternativa su cui lavorare a partire dalla informazione su cosa sia il Ttip e dalla sua contestazione.
In primo luogo la scelta dell’Europa di giocare un proprio ruolo autonomo e di pace sullo scacchiere globale. L’Europa è il più grande produttore mondiale e il più grande mercato mondiale, ha un peso sufficiente a determinare il terreno di gioco e deve attuare una politica di disarmo e cooperazione con tutti, a partire dai paesi del mediterraneo.
In secondo luogo l’Europa dovrebbe uscire dal Wto che ha sregolato completamente il mercato globale e dotarsi di una propria sovranità economica e finanziaria continentale. A partire dalla messa in discussione del Wto l’Europa dovrebbe proporre un sistema di relazioni internazionali multilaterali e bilaterali cooperative che permettano di migliorare la condizione umana sul globo nel rispetto dei diritti del lavoro e della natura.
In terzo luogo l’Europa deve modificare se stessa, superando il trattato di Maastricht e le successive regolamentazioni neoliberiste e assumendo la piena occupazione, lo sviluppo del welfare, il superamento delle diseguaglianze interne e la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni come obiettivo comune. A tal fine proponiamo che l’Italia disobbedisca ai trattati europei a partire dal Fiscal Compact.
Utopie? Per combattere la barbarie che sta avanzando nell’incapacità del capitalismo di uscire dalla sua crisi, non basta lamentarsi, occorre avere una visione.
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2 pensieri su “DOVE PORTA IL TTIP

  1. Stati Uniti (Usa) ed Unione Europea (Ue) stanno negoziando in segreto. Peccato che il trattato tocchi tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale della nostra terra.

    Tra gli anni novanta ed i duemila un vasto movimento (i “no-global“) si opposero ai negoziati portati avanti dalla Omc (Organizzazione Mondiale del Mercato), che avevano come scopo di eliminare non solamente tariffe doganali, bensì la possibilità per piccoli Stati e lavoratori di difendersi dalla concorrenza selvaggia e dai voleri delle multinazionali.

    Grazie ad un vasto movimento di popolo (ricordate Genova 2001?), e ad una chiara azione dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), spalleggiati dai paesi non-allineati, i negoziati fallirono. Gli Usa e la Ue ripiegarono su trattati bilaterali. Ora è venuto il momento del trattato tra i due giganti del neoliberismo, che dovrebbe essere concluso entro il 2015.

    C’è poco tempo, e tutto è segreto! Alla faccia degli open data e della trasparenza, non si può sapere su cosa si sta trattando. Qualcosa trapela, ma non sia mai che l’opinione pubblica possa sapere cosa gli succederà. Il nocciolo del trattato non è la diminuzione delle tariffe, già quasi nulle, bensì l’eliminazione delle “barriere normative” che limitano profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali.

    Cosa significa “barriere normative”? Vediamo qualche esempio.

    La società francese Veolia, che ha in gestione lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria, in Egitto, ha fatto causa allo stato egiziano perché ha aumentato i salari del settore pubblico e privato al tasso d’inflazione, e questo ha compresso i propri margini di profitto. Per “barriere normative” s’intende anche questo. Con le misure proposte dal Ttip per la protezione degli investitori qualsiasi peggioramento (per l’investitore) delle condizioni contrattuali può dar luogo a richieste di risarcimento. Il meccanismo, se entrasse in funzione, avrebbe una forza dirompente dal punto di vista delle aspettative e delle azioni governative. Chi più si azzarderebbe ad aumentare i salari?

    Nel caso vi sia una diatriba tra lo stato ed una multinazionale, questa non sarà costretta a rivolgersi ai tribunali dello stato nazionale (sono di parte!), bensì ad un arbitrato internazionale, in cui uno degli arbitri è scelto dalla multinazionale, uno dallo stato ed il terzo congiuntamente. Peccato che questi arbitri siano una cinquantina in tutto!

    Questo meccanismo è l’Isds (Investor-State Dispute Settlement), ed è fortemente voluto dagli Usa. Sta incontrando una crescente resistenza a Bruxelles, però non è chiaro se nei negoziati ancora se ne sta parlando e se lo si sta prevedendo. Ma anche senza Isds, per gli agricoltori ed i piccoli e medi imprenditori europei, insieme a tutti i lavoratori, il Ttip sarebbe un disastro.

    Gli agricoltori, e tutti coloro che hanno a cuore la propria alimentazione, sappiano che Ttip significa “deregolamentazione della sicurezza alimentare”. Con l’eliminazione delle normative europee sulla sicurezza alimentare (le famose “barriere normative”) entreranno gli Ogn (Organismi Geneticamente Modificati) e, più in generale, verrà meno il “principio di precauzione” europeo.

    Per quanto riguarda l’ambiente, il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative fondamentali sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa, vi sarà un’inversione dell’onere della prova nel settore chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato, non lo dimostri”. Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve dimostrare che non si inquina.

    Questo e molto altro è il Ttip. A fronte di una crescita nulla in seguito a questo trattato, sappiamo però che lavoreremo peggio, che mangeremo cibi meno sani e vivremo in un ambiente meno pulito. Tutto ciò per favorire qualche miliardario, che miliardario lo era anche prima. La lotta di classe al contrario, insomma.

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  2. ITALIA/EUROPA – Arriva direttamente dall’Europa la prossima minaccia per l’economia dei produttori e per la salute dei consumatori. Il suo nome è Ttip, acronimo che significa Transatlantic Trade and Investment Partnership, ovvero un trattato transatlantico sul commercio libero. Un accordo su cui si sa ancora poco, ma che sta sollevando grandi preoccupazioni nell’opinione pubblica europea e americana. Mentre i sostenitori dicono che porterà una ventata di aria fresca all’economia del vecchio continente, quello che preoccupa è che potrebbe trasformarsi in strumento di potere per le lobby commerciali.

    Il Ttip punta, infatti, a sottrarre potere legislativo ai governi relegandolo ai mercati. In particolare, contiene la famigerata clausola di «salvaguardia degli investimenti».In sostanza, grazie a questo accordo ci sarà la possibilità per le aziende e per le multinazionali di denunciare e condannare a indennizzi i governi che dovessero implementare leggi dannose per il loro business: per esempio leggi che alzano il salario minimo o che congelano il prezzo di certe materie prime. O che impediscono l’import di alcuni prodotti e alimenti, come le carni prodotte in nord America, la cui importazione è proibita in Europa per l’alto livello di ormoni della crescita e che con questo accordo potrebbero arrivare sulle nostre tavole.

    È un trattato che ha ancora molti punti oscuri e che suscita la preoccupazione per il futuro dell’agroalimentare da parte dei consumatori e dei produttori.

    È di questo avviso Romuald Schaber, presidente della European Milk Board (EMB) e presidente dell’associazione tedesca dei produttori di latte (BDM), produttore a sua volta, che si batte da anni in difesa degli allevatori, affinché alle aziende sia garantito un reddito giusto e non si debba fare affidamento solo sulla politica di sovvenzioni europee. La protesta e la denuncia di Schaber hanno portato alla luce le difficoltà legate alla filiera del latte, non solo tedesco, ma anche italiano. Se si pensa che al produttore il latte viene pagato mediamente 35-39 centesimi al litro, mentre il prezzo pagato dal consumatore finale è moltiplicato anche per cinque, è chiaro come la fetta più grande della torta venga fagocitata dalle multinazionali e dalla grande distribuzione. Prezzi che talvolta per non riescono neanche a coprire i costi di produzione, che al netto della sovvenzione europea si aggirano mediamente intorno ai 45 centesimi al litro.

    Risultati della politica di liberalizzazioni selvagge portata avanti negli anni dalla UE e contro la quale si battono i membri della EMB, alla quale hanno aderito le organizzazioni di settore di 14 paesi europei e in Italia l’Associazione Produttori Latte (APL) della Pianura Padana. È un gruppo “giovane” quello della EMB, che è stato fondato nel 2006 e che ora, sulla scia delle forti preoccupazioni prodotte dal Ttip, si sta dando da fare per trovare un appoggio istituzionale, dialogando con i rappresentanti politici dei vari paesi europei. In questi giorni Schaber è in Italia, dove ha cercato il contatto sia con la APL e le realtà del settore, sia con i gruppi politici e in particolare con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle. A Riccardo Fraccaro, deputato del Movimento 5 Stelle, Schaber ha chiesto un aiuto a portare sino a Roma le rivendicazioni degli allevatori e le loro contrarietà riguardo al Ttip. Fino ad ora, ha fatto sapere Schaber, «tutti i rappresentanti politici con cui ci siamo confrontati hanno avuto come obiettivo solo la propaganda, ma non hanno fatto niente per i produttori. Probabilmente siamo troppo piccoli e non gli interessiamo. Nei 5 Stelle abbiamo trovato, invece, un’apertura e un interesse straordinario». E il rappresentante trentino del Movimento chiederà appunto un incontro alla Commissione Agricoltura alla Camera.

    La posizione dell’EMB è che a livello europeo si debbano produrre le quantità di latte corrispondenti alla domanda interna, con una retribuzione giusta per gli allevatori. L’eventuale surplus può essere rivenduto sui mercati mondiali, ma a un prezzo equo, abbandonando la politica delle sovvenzioni, che «drogano» il mercato. «E bisogna stringere il controllo sulle importazioni – dice ancora Schaber – che non significa chiudere i mercati, ma salvaguardare i nostri standard alimentari e sanitari, che in Europa sono più alti rispetto al resto del mondo». Compito fondamentale dell’Associazione è, quindi, quello di garantire la fornitura di un prodotto locale di qualità e che nel contempo possa garantire un valore aggiunto che assicuri vita, stabilità e sicurezza all’ambiente rurale. Sovranità alimentare come garanzia d’indipendenza e di conservazione del paesaggio agricolo.

    A questo proposito e contro il Ttip, l’EMB ha già chiesto all’UE di indire un referendum per far cessare immediatamente i negoziati, ma pare che la richiesta sia stata respinta dalla commissione competente, con la motivazione che non si tratta di una questione di rilevanza internazionale. Intanto, quindi, i negoziati proseguono e sulla bozza del trattato vige assoluto silenzio (non si possono prendere appunti, non si possono fare fotocopie). Allo stato dell’arte, la preoccupazione regna: una volta che il Ttip sia entrato in vigore (e Renzi ha già dichiarato di considerarlo una priorità) anche l’Italia si troverà ingabbiata, rischiando di dover versare risarcimenti astronomici se dovesse varare una legge in materia ambientale o sociale che sia di intralcio alle multinazionali che operano sul suo territorio.

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